anni 2010-2019
Annata 2010
Questo articolo, pubblicato nell’autunno 1979 nel n°19 della nostra Rivista Internazionale trimestrale nelle tre lingue francese, inglese e spagnolo, appare oggi anche in lingua italiana. Si tratta di un testo per noi di grande importanza perché dà un quadro a nostro avviso ampio e profondo della questione dell’imperialismo. Il tempo intercorso dal momento in cui questo articolo è stato scritto ci impone tuttavia di fare alcune precisazioni per guidare il lettore nella comprensione del testo.
Anzitutto si vedrà che lo scenario storico al quale l’articolo fa riferimento è quello definito dall’immediato dopoguerra, con la divisione del mondo in due blocchi imperialisti contrapposti che, come ormai tutti sappiamo, non è più lo scenario attuale nella misura in cui tali blocchi sono venuti meno in seguito al crollo del muro di Berlino. Ma, tenuto conto di ciò, l’analisi resta del tutto valida.
In secondo luogo nell’articolo, a proposito della “spiegazione del modo con cui il capitalismo decadente ha prolungato la sua esistenza in assenza di fatto di questa sfera non capitalista”, si invita con la nota 7 il lettore a leggere il nostro opuscolo La decadenza del capitalismo. Il lettore deve però sapere che, nel frattempo, la nostra organizzazione ha sviluppato una discussione proprio su questo punto relativo alla “ricostruzione” dell’economia dando luogo ad un dibattito interno molto serrato da cui é scaturita una serie di articoli che noi riportiamo nella stessa nota 7 citata prima. Per il resto pensiamo che l’articolo conservi per intero la sua forza e la sua coerenza. Buona lettura.
Marxismo e imperialismo
Con tutta la proliferazione di lotte di “liberazione nazionale” per tutto il pianeta; con il numero crescente di guerre locali tra Stati capitalisti; con l’accelerazione dei preparativi dei due grandi blocchi imperialisti in vista di uno scontro finale - tutti fenomeni che esprimono la decomposizione irreversibile dell’economia capitalista mondiale - diventa sempre più importante per i rivoluzionari sviluppare una comprensione chiara del significato dell’imperialismo. Da settanta anni a questa parte, i marxisti hanno riconosciuto che viviamo nell’epoca della decadenza imperialista, e hanno tentato di trarne tutte le conseguenze per la lotta di classe del proletariato.
Ma, particolarmente con la controrivoluzione che si è abbattuta sul proletariato negli anni 20, il compito storico di definire e comprendere l’imperialismo è stato duramente ostacolato dal trionfo pressoché totale dell’ideologia borghese sotto tutte le sue forme. Così, il vero significato della parola imperialismo è stato deformato e svuotato del suo contenuto. Il lavoro di mistificazione è stato condotto su diversi fronti: dagli ideologi borghesi tradizionali che proclamano che l’imperialismo si è concluso con la trasformazione de “l’Impero” britannico in “Commonwealth” o con l’abbandono delle loro colonie da parte delle grandi potenze; dalle legioni di sociologi, economisti ed altri accademici che rivaleggiano a colpi di tonnellate di letteratura illeggibile sul “terzo Mondo”, di “studi sullo sviluppo” o il “risveglio nazionalista nelle colonie”, ecc.; e soprattutto dagli pseudo-marxisti della sinistra del capitale che danno addosso ai crimini dell’imperialismo americano pretendendo al tempo stesso che la Russia o la Cina siano delle potenze antimperialiste ed anche anticapitaliste. Questa distinzione avvilente non ha risparmiato neanche il movimento rivoluzionario. Alcuni rivoluzionari, colpiti dalle “scoperte” degli accademici borghesi, hanno abbandonato ogni riferimento agli intrighi imperialisti del capitalismo e considerano l’imperialismo come un fenomeno antiquato, superato nella storia del capitalismo. Altri, nei loro sforzi di resistenza alle trappole dell’ideologia borghese, non hanno fatto che trasformare gli scritti dei marxisti antecedenti in sacra scrittura. È il caso dei bordighisti per esempio che applicano meccanicamente “le cinque caratteristiche fondamentali dell’imperialismo” di Lenin al mondo moderno ignorando tutta l’evoluzione che si è prodotta in questi ultimi sessanta anni.
Ma i marxisti non possono né ignorare la tradizione teorica a partire della quale si sono formati, né trasformarla in dogma. La questione è assimilare in maniera critica i classici del marxismo e applicarne i contributi più importanti ad un’analisi della realtà attuale. Lo scopo di questo testo è mettere in luce il significato reale e contemporaneo della formulazione elementare: l’imperialismo domina l’intero pianeta nella nostra epoca; di spiegare il contenuto dell’affermazione espressa nella piattaforma della CCI: “l’imperialismo, politica alla quale è costretta ogni nazione per sopravvivere, quale che sia la sua grandezza”; di mostrare che, nel capitalismo moderno, tutte le guerre hanno una natura imperialista, tranne una: la guerra civile del proletariato contro la borghesia. Ma per questo, è innanzitutto necessario ritornare ai primi dibattiti sull’imperialismo all’interno del movimento operaio.
Marxismo contro revisionismo
Nel periodo che ha condotto alla prima guerra mondiale, la questione “teorica” dell’imperialismo ha costituito una frontiera che ha separato l’ala rivoluzionaria, internazionalista della socialdemocrazia, da tutti gli elementi riformisti e revisionisti del movimento operaio. Una volta aperta la guerra, la posizione sull’imperialismo determinava da che lato della barricata ci si trovava. Era una questione eminentemente pratica poiché è da essa che dipendeva tutto l’atteggiamento verso la guerra imperialista e verso le convulsioni rivoluzionarie che la guerra aveva provocato.
Esistevano dei punti nodali su questa questione su cui tutti i marxisti rivoluzionari erano d’accordo. Questi punti restano la base di ogni definizione marxista dell’imperialismo oggi.
1) I marxisti, secondo i quali l’imperialismo era definito come un prodotto specifico della società capitalista, attaccavano vigorosamente le ideologie borghesi più apertamente reazionarie che parlavano dell’imperialismo come di un bisogno biologico, un’espressione del desiderio dell’uomo di territori e di conquiste (questa sorta di teoria che rifiorisce oggigiorno nella nozione di “imperativo territoriale” è sostenuta dagli zoologi sociali del genere di Robert Ardrey e Desmond Monis). I marxisti si battevano con altrettanta fermezza contro i temi razzisti relativi al “compito civilizzatore dell’Uomo Bianco” e contro tutti gli amalgami confusi di tutte le politiche di conquista e di annessione di ogni tipo di formazione sociale. Come diceva Bucharin, questa:
“(…) ultima “teoria” largamente diffusa dell’imperialismo definisce questo come una politica di conquista in generale. Da questo punto di vista, si può dire altrettanto dell’imperialismo di Alessandro di Macedonia e dei conquistatori spagnoli, di Cartagine e di re Giovanni III, dell’antica Roma e dell’America moderna, di Napoleone e di Hindenburg.
Per quanto semplice possa essere questa teoria, ciò non toglie che essa sia assolutamente falsa. È falsa perché “spiega” tutto, e cioè proprio niente.
(…) È evidente che si può dire altrettanto della guerra. La guerra è un mezzo di riproduzione di certi rapporti di produzione. La guerra di conquista è un mezzo di riproduzione allargata di questi rapporti. Ora, dare alla guerra la semplice definizione di guerra di conquista, è del tutto insufficiente per la buona ragione che non è indicato l’essenziale, e cioè, quali sono i rapporti di produzione che questa guerra consolida ed estende e quale è la base che una “politica di rapina” data è chiamata ad allargare”. (N. Bucharin, L’economia mondiale e l’imperialismo).
Anche se Lenin diceva che “politica coloniale e imperialismo esistevano anche prima del più recente stadio del capitalismo, anzi prima del capitalismo stesso. Roma fondata sulla schiavitù, condusse una politica coloniale ed attuò l’imperialismo”, egli concordava con Bucharin quando aggiungeva:
“Ma le considerazioni “generali” sull’imperialismo, che dimentichino le fondamentali differenze tra le formazioni economico-sociali o le releghino nel retroscena, degenerano in vuote banalità o in rodomontate …”. (Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, in Opere Scelte, Editori Riuniti, pag. 633).
2) In secondo luogo i marxisti definivano l’imperialismo come una necessità per il capitalismo, come il risultato diretto del processo di accumulazione, delle leggi inerenti al capitale. Ad un certo stadio dello sviluppo del capitale, era il solo mezzo che permetteva al sistema di prolungare la sua esistenza. Era dunque irreversibile. Benché la spiegazione dell’imperialismo come espressione dell’accumulazione del capitale sia più chiara in certi marxisti che in altri (punto sul quale torneremo), tutti i marxisti rigettavano le tesi di Hobson, Kautsky e di altri che consideravano l'imperialismo come una semplice “politica” scelta dal capitalismo o piuttosto da frazioni particolari del capitalismo. Queste tesi si accompagnavano logicamente all’idea secondo la quale si poteva provare che l’imperialismo era una politica cattiva, costosa e miope, e che si potevano almeno convincere i settori più illuminati della borghesia del fatto che potevano trarre vantaggio da una politica generosa, non imperialista. Tutto ciò apriva chiaramente la via ad ogni tipo di ricette riformiste, pacifiste, miranti a rendere il capitalismo meno brutale e meno aggressivo. Kautsky arrivò a sviluppare l’idea che il capitalismo evolvesse gradatamente e pacificamente verso una fase di “ultra-imperialismo”, sfociando in un solo grande trust senza antagonismi, in cui le guerre sarebbero state solo un ricordo del passato. Contro questa visione utopistica (che trovò eco durante il boom seguito alla II guerra mondiale presso Paul Cardan ed altri) i marxisti insistevano sul fatto che, lungi dal rappresentare un superamento degli antagonismi capitalisti, l’imperialismo esprimeva l’esasperazione degli antagonismi al loro massimo livello. L’epoca imperialista era inevitabilmente un’epoca di crisi mondiale, di dispotismo politico e di guerra mondiale; confrontato a questa prospettiva catastrofica, il proletariato non poteva che rispondere con la distruzione rivoluzionaria del capitalismo.
3) L’imperialismo era quindi considerato come una fase specifica dell’esistenza del capitale. La sua fase ultima e finale. Sebbene si possa parlare di imperialismo britannico e francese nella prima metà del diciannovesimo secolo, la fase imperialista del capitale in quanto sistema mondiale non comincia veramente che a partire dagli anni 1870, momento in cui diversi capitali nazionali altamente centralizzati e concentrati cominciano ad entrare in concorrenza per i possedimenti coloniali, le sfere di influenza ed il dominio del mercato mondiale. Come ha detto Lenin:
“Uno dei tratti essenziali dell'imperialismo è la rivalità tra diverse grandi potenze all’inseguimento dell’egemonia” (Imperialismo, cap. 7). L’imperialismo è dunque essenzialmente un rapporto di concorrenza tra gli Stati capitalisti ad un certo stadio dell’evoluzione del capitale mondiale. Per andare più lontano, l’evoluzione di questo rapporto può essa stessa essere divisa in due fasi distinte che sono direttamente legate ai cambiamenti della situazione globale nella quale ha luogo la competizione imperialista.
“Il primo periodo dell’imperialismo si situa nell’ultimo quarto del diciannovesimo secolo e fa seguito all’epoca delle guerre nazionali attraverso le quali si era cementata la costituzione dei grandi Stati nazionali e di cui la guerra franco-tedesca segna pressappoco il termine estremo. Se il lungo periodo di depressione economica che seguì la crisi del 1873 portava già in germe la decadenza del capitalismo, questo poté ancora utilizzare le corte riprese che caratterizzavano questa depressione per, in qualche modo, completare lo sfruttamento dei territori e dei popoli ritardatari. Il capitalismo, alla ricerca arida e febbrile di materie prime e di acquirenti che non fossero né capitalisti, né salariati, rubò, decimò ed assassinò le popolazioni coloniali. Questa fu l’epoca della penetrazione e dell’estensione dell'Inghilterra in Egitto ed in Africa del Sud, della Francia in Marocco, a Tunisi e nel Tonchino, dell’Italia nell’Africa orientale, sulle frontiere dell’Abissinia, della Russia zarista in Asia Centrale ed in Manciuria, della Germania in Africa ed in Asia, degli USA nelle Filippine ed a Cuba, infine del Giappone sul continente asiatico.
Ma una volta finita la spartizione tra questi grandi raggruppamenti capitalisti di tutte le buone terre, di tutte le ricchezze sfruttabili, di tutte le zone di influenza, in breve di tutti gli angoli del mondo dove può essere rubato del lavoro che, trasformato in oro, andava ad accumularsi nelle banche nazionali delle metropoli, allora termina anche la missione progressiva del capitalismo... è certo che allora si sarebbe aperta la crisi generale del capitalismo” (Il problema della guerra, 1935, JEHAN, un militante della sinistra comunista in Belgio).
La fase iniziale dell’imperialismo, pure dando un assaggio della decadenza del capitalismo apportando miseria e massacri alle popolazioni delle regioni coloniali, aveva ancora un aspetto progressivo perché stabiliva il dominio del capitale a livello mondiale, condizione necessaria alla rivoluzione comunista. Ma una volta conclusasi questa spartizione del mondo, il capitalismo smette di essere un sistema progressivo, ed i flagelli che aveva fatto subire ai popoli coloniali rimbalzano allora nel cuore del sistema, come viene confermato dallo scoppio della prima guerra mondiale.
“L’attuale imperialismo non è, come nello schema di Bauer, il primo atto dell’espansione del capitale, ma solo l’ultimo capitolo del suo processo storico di espansione; è il periodo della lotta generale e acutizzata di concorrenza fra gli stati capitalistici per gli ultimi resti di ambiente non-capitalistico sopravvissuti nel mondo. La catastrofe economica e politica è, in questa fase conclusiva, elemento di vita, forma normale di esistenza del capitale come lo fu nell’“accumulazione primitiva” della sua fase iniziale. Come la scoperta dell’America e della via d’acqua per l’India fu non soltanto un’opera prometeica del genio umano e della civiltà quale appare nella leggenda liberale, ma, inseparabilmente, una serie di massacri perpetuati sui popoli primitivi del Nuovo Mondo e di grandiosi commerci di schiavi coi popoli d’Africa e d’Asia, così nella fase finale imperialistica l’espansione economica del capitale è inseparabile dalla serie di conquiste coloniali e di guerre mondiali, che oggi viviamo. Il segno caratteristico dell’imperialismo come estrema lotta di concorrenza per la dominazione mondiale capitalistica non è soltanto la particolare energia e multilateralità dell’espansione, ma – sintomo specifico che il cerchio dell’evoluzione comincia a chiudersi! - il rifluire della lotta decisiva per l’espansione dai territori che ne formano l’oggetto sui luoghi di origine. L’imperialismo riconduce così la catastrofe, come forma specifica della sua esistenza, dalla periferia dello sviluppo capitalistico al suo punto di partenza. Dopo di aver gettato per quattro secoli in preda a ininterrotte convulsioni e distruzioni in massa l’esistenza e la civiltà di tutti i popoli non-capitalistici in Asia, Africa, America e Australia, l’espansione del capitale precipita oggi gli stessi popoli civili d’Europa in una serie di catastrofi, il cui risultato finale non può essere che il crollo della stessa civiltà o il trapasso al modo di produzione socialistico”. (Rosa Luxemburg, “Ciò che gli epigoni hanno fatto della teoria marxista. Una anticritica”, in “L'accumulazione del capitale”, pagg.585-586, Einaudi Editore).
Il capitalismo nella sua fase imperialista finale entra nell’“era di guerre e di rivoluzioni”, come affermò l’Internazionale Comunista, un’era in cui l’umanità è confrontata con l’alternativa: socialismo o barbarie. Per la classe operaia quest’epoca significa l’erosione di tutte le riforme conquistate nel diciannovesimo secolo ed un attacco crescente al suo livello di vita attraverso le politiche di austerità e la guerra. Politicamente, significa la distruzione, o il recupero da parte della borghesia, delle sue organizzazioni precedenti e l’oppressione spietata da parte dello Stato-Leviatano imperialista, Stato costretto dalla logica della concorrenza imperialista e dalla decomposizione dell’edificio sociale a farsi carico di tutti gli aspetti della vita sociale, economica e politica. E’ perciò che, confrontata al disastro della I guerra mondiale, la sinistra rivoluzionaria trae la conclusione che il capitalismo aveva concluso definitivamente il suo ruolo storico e che il compito immediato della classe operaia internazionale era trasformare la guerra imperialista in guerra civile, di rovesciare il capitalismo attaccando la radice del male: il sistema capitalista mondiale. Naturalmente ciò significava una rottura totale con i traditori della Socialdemocrazia che, come Scheideman, Millerand ed altri, erano diventati apertamente difensori sciovinisti della guerra imperialista, o con i “Socialpacifisti” come Kautsky che continuavano a spargere l’illusione che il capitalismo poteva esistere senza imperialismo, senza dittatura, terrore o guerra.
Fin qui non potevano esserci disaccordi tra i marxisti, ed in effetti questi punti di base erano sufficienti per il raggruppamento dell’avanguardia rivoluzionaria nell’Internazionale Comunista. Ma i disaccordi che esistevano allora e che esistono ancora oggi nel movimento rivoluzionario emersero quando i marxisti tentarono di fare un’analisi più precisa delle forze motrici dell’imperialismo e delle sue manifestazioni concrete e quando tirarono le conseguenze politiche di questa analisi. Questi disaccordi tendevano a corrispondere alle differenti teorie della crisi del capitalismo e del declino storico del sistema, dato che l’imperialismo era un tentativo del capitale di superare le sue contraddizioni mortali, ciò su cui tutti erano d’accordo. Così Bucharin e Luxemburg, per esempio, che insistevano su delle contraddizioni differenti nelle loro teorie delle crisi, spiegavano in maniera differente la forza motrice dell’espansione imperialista. Questo dibattito fu complicato ulteriormente dal fatto che gran parte del lavoro di Marx sulle questioni economiche era stato scritto prima che l’imperialismo si fosse veramente impiantato, e questo buco nel suo lavoro diede adito a differenti interpretazioni sul modo con cui gli scritti di Marx potevano essere applicati all’analisi dell’imperialismo. Non è possibile in questo testo ritornare su tutti questi dibattiti sulla crisi e l’imperialismo la maggior parte dei quali oggi non è stata ancora risolta; ciò che vogliamo fare è esaminare brevemente le due grandi definizioni dell’imperialismo sviluppate all’epoca, la tesi di Lenin/Bucharin e quella della Luxemburg, e vedere come si adattano le due definizioni sia all’epoca in cui furono formulate che oggi. Così facendo, tenteremo di precisare la nostra stessa concezione dell’imperialismo oggi.
La concezione dell’imperialismo di Lenin
Per Lenin, i tratti caratteristici dell’imperialismo sono:
1) La concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un'oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.”
(da Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, in Lenin, Opere Scelte, pagg. 638-639, Editori Riuniti).
Sebbene la definizione dell’imperialismo di Lenin contenga un numero di indicazioni importanti, la sua principale debolezza è di essere più una descrizione di certi effetti dell’imperialismo che un’analisi delle radici dell’imperialismo nel processo di accumulazione. L’evoluzione organica o intensiva del capitale verso delle unità sempre più concentrate e lo sviluppo geografico o estensivo del campo di attività del capitale (la ricerca di colonie, la divisione territoriale del globo) sono fondamentalmente delle espressioni del suo processo interno di accumulazione. È la composizione organica crescente del capitale, con l’abbassamento tendenziale del tasso di profitto ed il restringimento del mercato interno che costringono il capitale a cercare nuovi sbocchi redditizi per l’investimento di capitale e ad estendere continuamente il mercato per le sue merci.
Ma benché la dinamica profonda dell’imperialismo non cambi, le manifestazioni esteriori di questa dinamica subiscono delle modifiche tali che numerosi aspetti della definizione di Lenin dell’imperialismo risultano inadeguati oggi, ed anche al tempo in cui li aveva elaborati. Così, il periodo in cui il capitale sembrava essere dominato da un’oligarchia del “capitale finanziario” e da alcuni “raggruppamenti di monopoli internazionali” apriva già la via ad una nuova fase durante la I guerra mondiale; l’era del capitalismo di Stato, dell’economia di guerra permanente. In un’epoca di rivalità interimperialiste permanenti sul mercato mondiale, il capitale intero tende a concentrarsi intorno all’apparato dello Stato che subordina e disciplina tutte le frazioni particolari del capitale ai bisogni di sopravvivenza militare/economica. Il riconoscimento del fatto che il capitalismo era entrato in una fase di lotte violente tra i “trust capitalisti di Stato” nazionali era molto più chiaro in Bucharin che in Lenin (vedi “L’economia mondiale e l’imperialismo”), sebbene Bucharin sia ancora prigioniero del rapporto imperialismo-capitale finanziario, il che fa sì che il suo “trust capitalista di Stato” sia in gran parte presentato come uno strumento dell’oligarchia finanziaria, mentre lo Stato è in realtà l’organo dirigente supremo nella nostra epoca. Inoltre, come sottolineava Bilan:
“Definire l’imperialismo come “prodotto del capitale finanziario”, come fa Bucharin, significa stabilire una falsa filiazione e soprattutto significa perdere di vista l’origine comune di questi due aspetti del processo capitalista: la produzione di plusvalore”, (Bilan, n°11, pag. 387).
L’incapacità di Lenin di comprendere il significato del capitalismo di Stato avrà delle gravi conseguenze politiche in un certo numero di campi: le illusioni sulla natura progressiva di certi aspetti del capitalismo di Stato che sono stati applicati, con conseguenze disastrose, dai bolscevichi nella rivoluzione russa; l’incapacità di vedere l’integrazione delle vecchie organizzazioni operaie nello Stato, e la confusa teoria della “aristocrazia operaia”, dei “partiti operaio-borghesi” e dei “sindacati reazionari” ma distinti dalla macchina statale (il problema con queste organizzazioni essendo limitato a qualche dirigente traditore che era stato corrotto dai “superprofitti imperialisti” piuttosto che riconoscere che tutto l’apparato era ormai diventato un apparato dello Stato). Le conclusioni tattiche tirate da queste teorie erronee sono ben note: fronte unito, lavoro sindacale, etc. Allo stesso modo, l’insistenza di Lenin sul fatto che i possedimenti coloniali erano un tratto distintivo ed anche indispensabile dell’imperialismo non ha retto alla prova del tempo. Malgrado la previsione che la perdita delle colonie, provocata dalle rivolte nazionali in queste regioni, avrebbe scosso il sistema imperialista fin nelle sue fondamenta, l’imperialismo si è adattato completamente e facilmente alla “decolonizzazione”. La decolonizzazione non ha fatto che esprimere il declino delle vecchie potenze imperialiste ed il trionfo dei giganti imperialisti che non erano ostacolati da un gran numero di colonie al momento della I guerra mondiale. E’ per tale motivo che gli Stati Uniti e l’URSS poterono sviluppare una cinica politica “anticoloniale” per perseguire i loro obiettivi imperialisti, appoggiandosi sui movimenti nazionali e trasformarli immediatamente in guerre interimperialiste per “popoli” interposti.
La teoria dell'imperialismo di Lenin diventò la posizione ufficiale dei bolscevichi e dell’Internazionale Comunista, in particolare in connessione con la questione nazionale e coloniale, ed è qui che le carenze teoriche avranno le conseguenze più serie. Se l’imperialismo è definito essenzialmente da caratteristiche sovrastrutturali, diventa facile dividere il mondo in nazioni imperialiste, che opprimono, e nazioni non imperialiste, oppresse, ed anche per certe potenze imperialiste di “smettere” improvvisamente di essere imperialiste, quando esse perdono una o più di queste caratteristiche. Nello stesso tempo, si è sviluppata una tendenza ad annegare le differenze di classe nelle “nazioni oppresse” ed a sostenere che il proletariato - come campione nazionale di tutti gli oppressi - doveva radunare le nazioni oppresse sotto la sua bandiera rivoluzionaria. Questa posizione si applicava principalmente alle colonie, ma Lenin, nella sua critica a la “Juniusbrochure”, difende l’idea che anche i paesi capitalisti sviluppati dell’Europa moderna potrebbero, in certe circostanze, combattere una guerra legittima per l’indipendenza nazionale. Durante la prima guerra mondiale questa idea ambigua non ebbe conseguenze grazie alla valutazione corretta di Lenin secondo la quale il contesto imperialista globale della guerra non permetteva al proletariato di sostenere una politica di indipendenza nazionale di qualsivoglia belligerante. Ma le debolezze di questa teoria furono dimostrate in maniera eclatante dopo la guerra: innanzitutto, con il declino dell’ondata rivoluzionaria e l’isolamento dello Stato russo. L’idea di un carattere “antimperialista” delle “nazioni oppresse” fu smentita dai fatti in Finlandia, in Europa dell’est, in Persia, in Turchia ed in Cina, dove i tentativi di condurre politiche di “autodeterminazione nazionale” e di “fronti unici antimperialisti” non furono in grado di impedire alle borghesie locali di allearsi con le potenze imperialiste e di schiacciare ogni iniziativa in favore della rivoluzione comunista.[1] La più grottesca applicazione delle idee avanzate da Lenin nel suo “A proposito della Juniusbrochure” fu forse l’esperienza “nazional bolscevica” in Germania nel 1923: secondo questo concetto senza fondamento, la Germania avrebbe improvvisamente smesso di essere una potenza imperialista con la perdita delle sue colonie ed il saccheggio che l’Intesa le aveva fatto subire. Un’alleanza antimperialista con certi settori della borghesia tedesca era dunque all’ordine del giorno. Certo, non c’è un legame diretto tra le debolezze teoriche di Lenin e questi veri tradimenti. Tra l’uno e l’altro c’è tutto un processo di degenerazione. Tuttavia è importante che i comunisti siano capaci di mostrare come sono proprio gli errori dei rivoluzionari del passato che possono servire ai partiti in degenerazione o controrivoluzionari per giustificare il loro tradimento. Non è un caso che la controrivoluzione, sotto le sue forme stalinista, maoista o trotskysta, abbia fatto ripetutamente riferimento alle teorie di Lenin sull’imperialismo e sulla liberazione nazionale, per “provare” che la Russia o la Cina non sono imperialiste (vedi il trucco tipico dei gauchisti: “dove sono i monopoli e le oligarchie finanziarie in URSS?”); o anche per “provare” che numerose cricche borghesi dei paesi sottosviluppati devono essere sostenute nella loro lotta “antimperialista”. È vero che questi deformano e corrompono numerosi aspetti della teoria di Lenin, ma i comunisti non devono avere paura di ammettere che vi sono numerosi elementi nella concezione di Lenin che possono essere ripresi più o meno “tal quali” da queste forze borghesi. Sono precisamente questi elementi che dobbiamo essere capaci di criticare e di superare.
L’imperialismo e la caduta tendenziale del tasso di profitto
In Lenin è praticamente implicito che l’espansione imperialista trova le sue radici nel processo di accumulazione, nella necessità di superare la caduta tendenziale del tasso di profitto cercando della mano d’opera a buon mercato e delle materie prime nelle regioni coloniali. Questo elemento è più esplicitamente messo in evidenza da Bucharin, e forse non è un caso se l’analisi più rigorosa dell’imperialismo da parte di Bukarin era, almeno all’inizio, accompagnata da una posizione più chiara sulla questione nazionale (durante la prima guerra mondiale ed i primi anni della rivoluzione russa, Bucharin ha combattuto la posizione di Lenin sull’autodeterminazione nazionale. Più tardi cambiò posizione e fu la posizione della Luxemburg sulla questione nazionale, intimamente legata alla sua teoria dell’imperialismo,[2] - che mostrò una maggiore coerenza). Sicuramente, la necessità di far fronte alla caduta tendenziale del tasso di profitto fu un elemento primordiale dell’imperialismo, poiché l’imperialismo comincia precisamente nello stadio in cui un gran numero di capitali nazionali ad alta composizione organica arriva sul mercato mondiale. Non possiamo qui trattare per esteso la questione[3], ma consideriamo che le spiegazioni dell’imperialismo che fanno riferimento quasi esclusivamente alla caduta tendenziale del tasso di profitto soffrono di due debolezze importanti.
1) Tali spiegazioni cercano di descrivere l’imperialismo come prerogativa dei soli paesi altamente sviluppati, paesi a forte composizione organica del capitale, obbligati ad esportare capitale per superare la caduta tendenziale del tasso di profitto.
Questa idea ha raggiunto un livello caricaturale con la CWO[4] che assimila l’imperialismo all’indipendenza economica e politica, concludendo che oggi nel mondo ci sono solo due potenze imperialiste, gli USA e l’URSS, poiché sono i soli paesi ad essere veramente “indipendenti”, mentre gli altri paesi hanno solamente delle tendenze imperialiste che non possono essere mai realizzate. Questa è la conseguenza logica del vedere il problema dal punto di vista dei capitali individuali piuttosto che del capitale globale. Come sottolineava Rosa Luxemburg:
“La politica imperialista non è l’opera di uno o più stati, é il prodotto di un determinato grado di maturità dello sviluppo mondiale del capitale, un fenomeno naturalmente internazionale, una totalità indivisibile, che è intelligibile solo nell’insieme dei suoi nessi e alla quale nessuno Stato può singolarmente sottrarsi”. (La crisi della Socialdemocrazia, “Juniusbroschure”, www.marxists.org/italiano/luxembur/1915/4/junius.htm [2]).
Questo non vuole dire che la conclusione della CWO sia la conseguenza inevitabile della spiegazione dell’imperialismo basata unicamente sulla caduta tendenziale del tasso di profitto. Se si parte dal punto di vista del capitale globale, diventa chiaro che se è il tasso di profitto dei paesi più evoluti a determinare il tasso di profitto globale, le condotte imperialiste dei paesi avanzati che ne conseguono hanno anche un’eco nei capitali più deboli. Ma dal momento in cui si considera realmente il problema dal punto di vista del capitale globale, appare evidente un’altra contraddizione del ciclo dell’accumulazione: l’incapacità del capitale globale a realizzare tutto il plusvalore all’interno dei propri rapporti di produzione. Questo problema, posto dalla Luxemburg ne “L'accumulazione del Capitale”, fu negato da Lenin, da Bucharin e dai loro successori, considerandolo come un abbandono del marxismo. Non è tuttavia difficile mostrare che Marx era preoccupato dallo stesso problema[5]:
“Più la produzione capitalista si sviluppa, più è costretta a produrre ad un livello che non ha niente a che vedere con la domanda immediata, ma che dipende da un’espansione costante del mercato mondiale. Ricardo ricorre all’affermazione ripresa da Say secondo la quale i capitalisti non producono per ottenere profitto, plusvalore, ma producono dei valori d’uso direttamente per il consumo - per il loro proprio consumo. Non tiene conto del fatto che la merce deve essere convertita in denaro. Il consumo degli operai non è sufficiente, poiché il profitto proviene precisamente dal fatto che il consumo degli operai è inferiore al valore del loro prodotto e che (il profitto) è tanto più grande quanto il consumo è relativamente piccolo. Lo stesso consumo dei capitalisti è insufficiente”. (Teorie sul plusvalore, II parte, cap. XVI “La teoria di Ricardo sul profitto” - tradotto dall’inglese da noi)
Pertanto, ogni analisi seria dell’imperialismo deve prendere in conto questa necessità di una “espansione costante del mercato mondiale”. Una teoria che ignori questo problema è incapace di spiegare perché è proprio dal momento in cui il mercato mondiale diventa incapace di continuare la sua espansione - con l’integrazione dei settori più importanti dell’economia precapitalista nell’economia capitalista mondiale agli inizi del ventesimo secolo – che il capitalismo è gettato nella crisi permanente del suo periodo imperialista finale. Può la simultaneità storica di questi due fenomeni essere rigettata come una semplice coincidenza? Mentre tutte le analisi marxiste dell’imperialismo hanno visto che la caccia alle materie prime ed alla forza lavoro, tutte e due a buon mercato, sono state un aspetto centrale della conquista coloniale, solo quella di Rosa Luxemburg comprende l’importanza decisiva dei mercati precapitalisti delle colonie e delle semicolonie, poiché forniscono il terreno per una “espansione costante del mercato mondiale” fino ai primi anni del XX secolo. Ed è precisamente questo elemento che è la “variabile” nell’analisi. Il capitale può sempre trovare forza lavoro non cara e materie prime a buon mercato nelle regioni sottosviluppate: ciò è vero sia prima che dopo l’inglobamento delle colonie e delle semicolonie nell’economia capitalista mondiale, sia nelle fase ascendente del capitalismo che in quella decadente.
Ma, da una parte la domanda globale di queste regioni smette di essere “extracapitalista” e dall’altra il grosso di questa domanda viene integrato nei rapporti di produzione capitalista; il capitale globale non ha dei nuovi sbocchi per la realizzazione di questa frazione del plusvalore destinato all’accumulazione, ha perso la sua capacità di estendere continuamente il mercato mondiale. Adesso le stesse “regioni coloniali” sono produttrici di plusvalore, concorrenti delle metropoli. La forza lavoro e le materie prime in queste regioni possono restare ancora a buon mercato, possono sopravvivere delle aree di investimento proficuo, ma queste non possono più aiutare il capitale mondiale a risolvere i problemi di realizzazione: sono diventate parti integranti del problema. Questa incapacità ad estendere, in una certa misura, il mercato mondiale, come richiesto dalla produttività del capitale, priva inoltre la borghesia di una delle principali controtendenze alla caduta del tasso di profitto: l’incremento della massa di profitto attraverso la produzione e la vendita di una massa crescente di merci. Così vengono confermate le previsioni del Manifesto Comunista:
“I rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta. – Con quale mezzo la borghesia supera la crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall’altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse”. (Marx, Il Manifesto del Partito Comunista, edizione Einaudi, pag. 108).
È la teoria dell'imperialismo di Rosa Luxemburg che è la migliore continuazione del pensiero di Marx su questa questione.
La concezione della Luxemburg sull’imperialismo e le sue critiche
“L’imperialismo è l’espressione politica del processo di accumulazione del capitale nella sua lotta di concorrenza intorno ai residui di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro. Dal punto di vista geografico, questo ambiente abbraccia ancora oggi i più vasti territori del mondo. Ma, in confronto all’enorme massa del capitale già accumulato degli antichi paesi capitalistici, che lotta per trovare uno sbocco al suo sovraprodotto e possibilità di capitalizzazione al suo plusvalore; in confronto alla rapidità con cui civiltà precapitalistiche vengono trasformate in capitalistiche; insomma, in confronto all’alto grado raggiunto dall’espansione delle forze produttive del capitale, il campo che ancora resta al suo allargamento sembra ormai ristretto. Di qui il procedere internazionale del capitalismo sull’arena del mondo. Dati l’alto sviluppo e la sempre più accesa concorrenza dei paesi capitalistici per la conquista di zone non-capitalistiche, l’imperialismo cresce in energia e forza d’urto, sia nella sua aggressività contro il mondo non-capitalistico, sia nell’inasprimento dei contrasti fra i paesi capitalistici concorrenti. Ma con quanta maggiore energia, potenza d’urto e sistematicità l’imperialismo opera all’erosione delle civiltà non-capitalistiche, tanto più rapidamente toglie il terreno sotto i piedi all’accumulazione del capitale. L’imperialismo è tanto un metodo storico per prolungare l’esistenza del capitale, quanto il più sicuro mezzo per affrettarne obiettivamente la fine. Ciò non significa che questo punto terminale debba essere pedantescamente raggiunto. Le forme che danno alla fase terminale del capitalismo il volto di un’era di catastrofi esprimono già di per sé la tendenza dell’evoluzione capitalistica verso questo sbocco finale”. (R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale. Capitolo 31, Einaudi Editore, pag. 447).
Come possiamo vedere in questo passaggio, la definizione luxemburghiana dell’imperialismo si concentra sulle basi del problema, cioè del processo di accumulazione, ed in particolare sulla fase del processo che riguarda la realizzazione, più che sugli sviluppi sovrastrutturali dell'imperialismo. D’altra parte essa mostra che il corollario politico dell’espansione imperialista è la militarizzazione della società ed il rafforzamento dello Stato: la democrazia borghese in affanno e lo sviluppo di forme apertamente dispotiche del dominio capitalista, la brutale degradazione del livello di vita degli operai per mantenere ipertrofico il settore militare dell’economia. Sebbene l'Accumulazione del Capitale contenga idee contraddittorie sul militarismo visto come un “settore dell’accumulazione”, la Luxemburg aveva fondamentalmente ragione nel vedere l’economia di guerra come una caratteristica indispensabile del capitalismo imperialista decadente. Ma l’analisi fondamentale della forza motrice dell’imperialismo della Luxemburg è stata oggetto di numerose critiche. La più importante fu scritta da Bucharin nel suo testo L'imperialismo e l’Accumulazione del Capitale (1924). Il grosso dei suoi argomenti contro la teoria della Luxemburg ha trovato recentemente un’eco nella Communist Workers’ Organisation (vedere la loro rivista Revolutionary Perspective n°6: l'Accumulazione delle contraddizioni). Risponderemo qui alle due critiche più importanti fatte da Bucharin:
1) per Bucharin, la teoria della Luxemburg secondo la quale il motore dell’imperialismo risiede nella ricerca di nuovi mercati, rende l’epoca imperialista indifferenziata dagli altri periodi del capitale:
“Il capitalismo commerciale ed il mercantilismo, il capitalismo industriale ed il liberismo, il capitalismo finanziario e l’imperialismo - tutte queste fasi dello sviluppo capitalista spariscono e si fondono nel capitalismo in quanto tale”.(Nicolai Bucharin, Imperialismo e accumulazione del capitale).
E per la CWO:
“(...) e la sua analisi dell’imperialismo basata sulla “saturazione dei mercati” è estremamente debole ed inadeguata. Se, come ammetteva la Luxemburg, ... le metropoli capitaliste contenevano ancora delle enclave precapitaliste (artigiani, contadini), perché il capitalismo avrebbe avuto bisogno di estendersi all’esterno, lontano dalle metropoli capitaliste fin dall’inizio della sua esistenza? Se cercava unicamente dei nuovi mercati, perché non ha prima integrato questi strati nel rapporto capitale-lavoro salariato? In realtà la spiegazione non è il bisogno di nuovi mercati, ma la ricerca di materie prime e del massimo profitto. In secondo luogo, la teoria della Luxemburg implica che l’imperialismo è una caratteristica permanente del capitalismo. Poiché il capitalismo, per la Luxemburg, ha sempre cercato di estendere il mercato per accumulare, la sua teoria non può fare la distinzione tra l’espansione originaria delle economie di commercio e di denaro all’alba del capitalismo in Europa e la sua espansione imperialista ulteriore... il capitale mercantile era necessario all’accumulazione originaria, ma è un fenomeno qualitativamente differente nel modo con cui il capitalismo accumula una volta che si è stabilito come modo di produzione dominante” (Revolutionary Perspective n°6, pag. 18-19).
In questo passaggio, la virulenza della CWO contro il “luxemburghismo” supera anche l’aspra polemica di Bucharin. Prima di proseguire, bisogna stabilire alcuni punti. Innanzitutto, la Luxemburg non ha mai detto che l’espansione imperialista fosse dovuta unicamente alla ricerca di nuovi mercati: ha descritto chiaramente la ricerca planetaria di mano d’opera e di materie prime a buon mercato, come la stessa CWO nota alla stessa pagina del n°6 di Revolutionary Perspective. In secondo luogo, è stupefacente che si presenti il bisogno del capitalismo “di estendere i suoi mercati per accumulare” come una scoperta della Luxemburg, quando questa è una posizione fondamentale difesa da Marx contro Say e Ricardo, come abbiamo già visto. Lo stesso Bucharin non ha mai negato che l’imperialismo fosse alla ricerca di nuovi mercati, anzi egli considera questo fatto come una delle tre forze motrici dell’espansione imperialista:
“Abbiamo messo a nudo tre moventi fondamentali della politica di conquista degli Stati capitalisti moderni. Un’aumentata competizione sul mercato della vendita, sul mercato delle materie prime e per la sfera di investimento del capitale... Queste tre radici della politica del capitale finanziario, tuttavia, rappresentano in sostanza soltanto tre aspetti di un stesso fenomeno, che non é altro che il conflitto tra l’incremento delle forze produttive ed i limiti “nazionali” dell’organizzazione della produzione” (Nicolai Bucharin, L’economia mondiale e l’imperialismo)
Tuttavia, l’opposizione rimane: per Lenin, Bucharin ed altri, sono le “esportazioni di capitali” e non quelle di “merci” che distinguono la fase imperialista del capitale da quella precedente. E’ forse vero che la teoria della Luxemburg ignora questa distinzione implicando che l’imperialismo sia stato una caratteristica del capitale fin dall’inizio?
Se ci riferiamo ai passaggi della Luxemburg citati nel testo, particolarmente alla lunga citazione dell’Anticritica, vediamo che la stessa Luxemburg faceva chiaramente una distinzione tra la fase di accumulazione primitiva e quella imperialista, che viene presentata senza dubbio come una fase determinata dello sviluppo del capitale. Sono queste delle parole vuote o corrispondono alla sostanza della teoria della Luxemburg?
Nei fatti non c’è contraddizione nell’analisi della Luxemburg. L’imperialismo comincia per l’esattezza dopo gli anni 1870, quando il capitalismo mondiale arriva ad una nuova significativa configurazione: il periodo in cui la costituzione degli Stati nazionali d’Europa e del Nord America è conclusa e dove, al posto di una Gran Bretagna “officina del mondo”, abbiamo diverse “officine” capitaliste nazionali sviluppate in concorrenza per il dominio del mercato mondiale - in concorrenza non solo per l’ottenimento dei mercati interni degli altri, ma anche per il mercato coloniale. È questa situazione che provoca la depressione degli anni 1870 – “embrione della decadenza capitalista” proprio perché il declino del sistema è sinonimo della divisione del mercato mondiale tra capitali concorrenti - con la trasformazione del capitalismo in un “sistema chiuso” in cui il problema della realizzazione diventa insolubile. Ma, certamente, negli anni 70 esisteva ancora la possibilità di rompere il cerchio chiuso e ciò spiega in grande parte la corsa disperata dell’espansione imperialista in questa epoca.
E’ vero, come ha sottolineato la CWO, che il capitale ha sempre cercato dei mercati coloniali, ma questo non è un mistero: i capitalisti cercheranno sempre delle zone di sfruttamento redditizie e delle buone vendite, anche se i mercati disponibili “in casa propria” non sono totalmente saturi. Sarebbe assurdo aspettarsi che il capitalismo segua un corso di sviluppo regolare, come se i capitalisti si fossero incontrati per dire insieme: “innanzitutto esauriamo tutti i settori precapitalisti in Europa, poi ci estenderemo all’Asia, poi all’Africa, ecc..."
Tuttavia, dietro lo sviluppo caotico del capitalismo, si può vedere una caratteristica ben determinata: il saccheggio delle colonie da parte del capitalismo nascente; l’utilizzazione di questo saccheggio per accelerare la rivoluzione industriale nella metropoli; poi, sulla base del capitalismo industriale, una nuova spinta nelle regioni coloniali. Certamente il primo periodo di espansione coloniale non era una risposta ad una sovrapproduzione interna, ma corrispondeva alle necessità dell’accumulazione primitiva. Possiamo cominciare a parlare di imperialismo solo quando l’espansione coloniale non diventa una risposta alle contraddizioni di una produzione capitalista pienamente sviluppata. In questo senso, possiamo collocare gli inizi dell’imperialismo nell’epoca in cui le crisi commerciali della metà del diciannovesimo secolo agiscono come stimolo dell’espansione del capitale britannico verso le colonie e semi-colonie. Ma, come abbiamo detto, l’imperialismo nel pieno senso del termine implica una relazione di concorrenza tra Stati capitalisti; ed è quando il mercato delle metropoli viene diviso in modo decisivo tra diversi giganti capitalisti che l’espansione imperialista diventa una necessità inevitabile per il capitale. È questo che spiega la rapida trasformazione della politica coloniale britannica nell’ultima parte del diciannovesimo secolo. Prima della depressione degli anni 1870, prima della crescita della concorrenza degli USA e della Germania, i capitalisti britannici si chiedevano se le colonie esistenti valessero le spese che comportavano ed erano esitanti ad impossessarsi di nuove colonie; in questa epoca invece si convinsero della necessità per la Gran Bretagna di mantenere ed estendere la sua politica coloniale. La corsa alle colonie della fine del XIX secolo non fu il risultato di un’improvvisa ondata di follia da parte della borghesia o di una ricerca orgogliosa di prestigio nazionale, ma una risposta ad una contraddizione fondamentale del ciclo di accumulazione: la concentrazione crescente del capitale e la spartizione del mercato nelle metropoli, che aggravavano simultaneamente la caduta tendenziale del tasso di profitto ed il fossato tra la produttività ed i mercati solvibili, vale a dire il problema della realizzazione.
L’idea che l’orientamento verso l’apertura di nuovi mercati fosse un elemento dell’espansione imperialista non è, contrariamente a ciò che proclama la CWO (RP n°6 pag.19), contraddetto dal fatto che il grosso del commercio mondiale in questa epoca era costituito dal commercio delle metropoli capitaliste tra di loro. Il fenomeno era stato sottolineato dalla stessa Luxemburg:
“E se lo sviluppo internazionale del capitalismo rende sempre più urgente e precaria la capitalizzazione del plusvalore, la larga base del capitale costante e variabile diventa, come massa, sempre più vasta in assoluto e in rapporto al plusvalore. Di qui il fenomeno contraddittorio per cui gli antichi paesi capitalistici rappresentano gli uni per gli altri dei mercati di sbocco sempre più grandi, sono sempre più reciprocamente indispensabili, e tuttavia si combattono sempre più fra di loro come concorrenti nei rapporti con paesi non-capitalistici”. (Rosa Luxemburg, L’accumulazione del Capitale, Einaudi Editore, Cap. 26, pag. 362).
I mercati “esterni” erano per il capitale globale uno spazio di aria fresca in una prigione stretta e sovrappopolata. Più lo spazio di aria fresca si restringe rispetto alla sovrappopolazione della prigione e più i prigionieri vi si gettano disperatamente sopra.
Il fatto che durante questo periodo ci fu un netto incremento di esportazioni di capitale non significa neanche che l’espansione imperialista non abbia niente a che vedere con un problema di mercati. L’esportazione di capitale verso le regioni coloniali era non solo necessaria perché permetteva al capitalismo di produrre nelle zone dove la forza lavoro era a buon mercato e dunque di aumentare il tasso di profitto, ma anche perché estendeva il mercato mondiale:
a) perché l’esportazione di capitali include l’esportazione di beni di produzione che rappresentano anch’essi merci che devono essere vendute;
b) perché l’esportazione di capitale - sia sotto forma di capitale monetario per l’investimento che di beni di produzione - serviva ad estendere l’insieme del mercato per la produzione capitalista impiantandola nelle nuove regioni e portando sempre più acquirenti solvibili nella sua orbita. L’esempio più evidente è la costruzione di ferrovie che sono servite ad estendere la vendita delle merci capitaliste a milioni e milioni di nuovi acquirenti.
Il problema del “mercato” può aiutare a spiegare una delle caratteristiche più nette del modo con cui l’imperialismo ha esteso la produzione capitalista attraverso il mondo: la “creazione” del sottosviluppo. Perché gli imperialisti volevano un mercato sottomesso - un mercato di acquirenti che non dovevano diventare dei concorrenti delle metropoli diventando essi stessi produttori capitalisti. Ne consegue il fenomeno contraddittorio per il quale l’imperialismo ha esportato il modo di produzione capitalista ed ha distrutto sistematicamente le formazioni economiche precapitaliste, pur frenando simultaneamente lo sviluppo del capitale indigeno, saccheggiando spietatamente le economie coloniali, subordinando il loro sviluppo industriale ai bisogni specifici dell’economia delle metropoli ed appoggiando gli elementi più reazionari e più sottomessi delle classi dominanti indigene. E’ per tale motivo che, contrariamente alle previsioni di Marx, il capitalismo non ha creato un’immagine riflessa di sé nelle regioni coloniali. Nelle colonie e nelle semi colonie, non dovevano nascere capitali nazionali indipendenti - pienamente formati, con la loro rivoluzione borghese e la loro base industriale sana - ma piuttosto delle caricature grossolane dei capitali delle metropoli, indebolite dal peso delle vestigia in decomposizione dei modi di produzione anteriori, scarsamente industrializzati per servire al tempo stesso gli interessi stranieri, con borghesie deboli, nate vecchie, sia a livello economico che politico. L’imperialismo aveva così creato il sottosviluppo e non sarebbe stato mai più capace di abolirlo; allo stesso tempo, si assicurava che non si sarebbero avute rivoluzioni borghesi nelle zone arretrate. In grande parte, le ripercussioni profonde dello sviluppo imperialista, ripercussioni fin troppo evidenti oggi nel “Terzo Mondo” che affonda nella barbarie, hanno le loro origini nel tentativo imperialista di utilizzare le colonie e le semi-colonie per risolvere i problemi dei mercati.
2) Secondo Bucharin, la definizione dell’imperialismo della Luxemburg significa che l’imperialismo smette di esistere quando non vi è più traccia di ambiente non capitalista da disputarsi:
“(...) Da questa definizione consegue che la lotta per i territori GIA’ capitalisti non è imperialismo, il che è assurdo... dalla stessa definizione consegue che nemmeno la lotta per dei territori che sono già “occupati” è imperialismo. La falsità di questo aspetto della definizione salta agli occhi da sola... Citiamo un esempio tipico che permetterà di illustrare il carattere insostenibile della concezione luxemburghiana dell’imperialismo. Pensiamo all’occupazione della Ruhr da parte dei francesi (1923). Dal punto di vista della definizione di Rosa Luxemburg, qui non c’è nessun imperialismo perché:
1) qui mancano gli “ultimi territori”
2) non esiste alcun “territorio non capitalista”
3) il territorio della Ruhr possedeva già prima dell’occupazione un proprietario imperialista”.
(Da Nicolai Bucharin, Imperialismo e Accumulazione del capitale).
Quest’argomento è stato ripreso nella ingenua questione posta dalla CWO alla II Conferenza Internazionale a Parigi[6]: “Dove sono i mercati precapitalisti o di altra natura nella guerra tra Etiopia e Somalia per il deserto dell’Ogaden?” Una tale questione tradisce una comprensione piuttosto debole di ciò che dice la Luxemburg, nonché una pericolosa tendenza a vedere l’imperialismo non come “un fenomeno internazionale per natura, un tutto inseparabile” ma come “l'opera di un paese o di un gruppo di paesi”; in altri termini, una tendenza a vedere il problema dal punto di vista parziale ed individuale dei capitali nazionali.
Se Bucharin si fosse preoccupato di citare di più della sola prima frase del passaggio de “L’accumulazione del capitale” della Luxemburg, che noi abbiamo citato per intero, avrebbe mostrato che per la Luxemburg, l’esaurimento crescente della sfera non capitalista non significava la fine dell’imperialismo, ma l’intensificazione degli antagonismi imperialisti tra gli stessi Stati capitalisti. È questo che voleva dire la Luxemburg quando scriveva che: “l'imperialismo riconduce così la catastrofe, come forma specifica della sua esistenza, dalla periferia dello sviluppo capitalistico al suo punto di partenza.” (“Anticritica”). Nella fase finale dell’imperialismo, il capitale è immerso in un’orribile serie di guerre dove ogni capitale o blocco di capitali, incapace di estendersi “pacificamente” in delle zone nuove, è costretto ad impossessarsi dei mercati e dei territori dei suoi rivali. La guerra diventa il modo di sopravvivenza di tutto il sistema.
Certamente la Luxemburg pensava che la rivoluzione avrebbe messo fine al capitalismo molto prima che la sfera non capitalista fosse ridotto all’insignificante fattore qual è oggi. La spiegazione del modo con cui il capitalismo decadente ha prolungato la sua esistenza in assenza di fatto di questa sfera non capitalista non è argomento di questo testo[7]. Ma finché si considera l’imperialismo come un “prodotto dell’evoluzione mondiale del capitalismo ad un dato momento della sua maturazione”, “un fenomeno internazionale per natura, un tutt’uno inseparabile”, possiamo vedere la validità della definizione della Luxemburg. Essa necessita solamente di essere modificata nella misura in cui oggi le politiche imperialiste di conquista e di dominio sono determinate dalla quasi completa scomparsa di un mercato esterno, al posto di essere una lotta diretta per le vestigia precapitaliste. È importante sottolineare un cambiamento globale nell’evoluzione del capitalismo mondiale, l’esaurimento dei mercati esterni, che spinge ogni frazione particolare del capitale a comportarsi in modo imperialista.
Ritorniamo alle obiezioni di Bucharin: non è necessario cercare dei “territori non capitalisti” in ogni conflitto imperialista, perché è il capitale come un tutto, il capitale globale che necessita di un mercato esterno per la sua espansione. Per il capitalista individuale, i capitalisti e gli operai offrono un mercato perfettamente valido per le sue merci: allo stesso modo, per un capitale nazionale, una nazione capitalista rivale può essere utilizzata per assorbire il suo plusvalore. Tutti i mercati che si disputano gli Stati imperialisti non sono sempre stati precapitalisti, e lo sono sempre meno man mano che questi mercati si integrano nel capitale mondiale. Ogni lotta interimperialista non è una lotta diretta per i mercati, lungi da lì. Nella situazione attuale, la rivalità globale tra gli USA e l’URSS è condizionata dall’impossibilità di estendere progressivamente il mercato mondiale. Ma molto, e forse la maggior parte degli aspetti specifici delle politiche estere degli USA e dell'URSS, sono dirette verso il consolidamento di vantaggi strategico-militari sull’altro blocco. Per esempio, Israele non è un mercato per gli USA come non lo è Cuba per l'URSS. Queste posizioni sono mantenute principalmente per il loro valore strategico-politico, al prezzo di considerevoli spese da parte dei loro sostenitori. A scala più piccola, il saccheggio da parte del Vietnam dei campi di riso cambogiani non è che, appunto, un saccheggio. La Cambogia non costituisce pertanto un “mercato” per l’industria vietnamita. Ma il Vietnam è costretto a saccheggiare i campi di riso cambogiani perché la stagnazione industriale del suo settore agricolo non gli permette di produrre sufficientemente per nutrire la popolazione vietnamita. E la sua stagnazione industriale è determinata dal fatto che il mercato mondiale non può estendersi, è già diviso, e non ammetterebbe dei nuovi arrivati. Una volta ancora, queste domande trovano un senso solo partendo dal punto di vista globale.
Conclusioni politiche: l’imperialismo e l’impossibilità delle guerre nazionali
Le implicazioni politiche del dibattito teorico sull’imperialismo sono sempre state centrate su una domanda: l’epoca dell’imperialismo ha reso più probabile le guerre nazionali rivoluzionarie come affermava Lenin, o le ha rese impossibili, come affermava la Luxemburg? Per noi la storia ha in modo inconfutabile confermato l’affermazione della Luxemburg secondo la quale:
“La tendenza generale della politica capitalista attuale domina la politica degli Stati particolari come una legge cieca e potente, proprio come le leggi della concorrenza economica determinano rigorosamente le condizioni di produzione per ogni singolo imprenditore”, (Juniusbrochure, pag. 178).
E di conseguenza:
“Nell’epoca di questo imperialismo scatenato, non possiamo più avere guerre nazionali. Gli interessi nazionali sono solamente una mistificazione che ha lo scopo di mettere le masse popolari lavoratrici al servizio del loro mortale nemico: l'imperialismo” (Idem).
La prima citazione, in questa epoca, ha le seguenti applicazioni concrete - che costituiscono entrambe una verifica della seconda citazione:
a) Ogni nazione, ogni borghesia, è costretta ad allinearsi dietro uno dei blocchi imperialisti dominanti, e dunque a conformarsi e a piegarsi agli imperativi del capitalismo mondiale. Ancora una volta, secondo le parole della Luxemburg:
“le piccole nazioni, le cui classi dirigenti sono burattini e complici dei loro compagni di classe dei grandi Stati, sono solamente delle pedine nel gioco imperialista delle grandi potenze e proprio come le masse operaie delle grandi potenze, sono utilizzate come strumenti durante la guerra per essere sacrificate dopo la guerra agli interessi capitalisti”. (La crisi della Socialdemocrazia, JuniusBrochure, pag. 221).
Contrariamente alla speranza di Lenin secondo cui le rivolte delle “nazioni oppresse” avrebbero indebolito l’imperialismo, tutte le lotte nazionali della nostra epoca sono state trasformate in guerre imperialiste per l’irreversibile dominio delle grandi potenze; come riconosceva lo stesso Lenin, l’imperialismo significa che il mondo intero è diviso tra grandi Stati capitalisti: “in modo tale che nell’avvenire solo una spartizione è possibile, e cioè che i territori possono passare solamente da un “proprietario” ad un altro, al posto di passare dallo stadio di territorio libero a quello di “proprietario”. (L’imperialismo, fase suprema del capitalismo).
L’esperienza dei ultimi 60 anni ha mostrato che ciò che Lenin applicava ai “territori” può essere applicato anche a tutte le nazioni. Nessuna può scappare alla morsa imperialista. E ciò è particolarmente evidente oggi dove il mondo è stato diviso, dal 1945, in 2 blocchi imperialisti. Mentre la crisi si approfondisce ed i blocchi si rinforzano, diventa chiaro che anche i giganti capitalisti come il Giappone e la Cina devono sottoporsi umilmente ai diktat del loro padrone, gli USA. In una tale situazione, come possono ancora esserci illusioni sulla possibilità di “indipendenza nazionale" dei paesi cronicamente deboli quali sono le vecchie colonie?
b) Ogni nazione[8] è costretta a seguire una politica imperialista nei confronti dei suoi concorrenti. Anche quando sia subordinata ad un blocco dominante, ogni nazione è obbligata a tentare di sottometterne altre più piccole alla sua egemonia. La Luxemburg ha notato questo fenomeno durante la prima guerra mondiale, rispetto alla Serbia:
“Senza alcun dubbio, formalmente la Serbia conduce una guerra di difesa nazionale. Ma la sua monarchia e le sue classi dominanti sono piene di velleità espansioniste come lo sono le classi dominanti di tutti gli Stati moderni... Così la Serbia avanza oggi verso le coste adriatiche dove conduce un vero conflitto imperialista con l’Italia a spese degli albanesi". (“Juniusbrochure).
Lo stato di asfissia del mercato mondiale fa della decadenza l’epoca della guerra di ognuno contro tutti. Lungi dal potere sfuggire a questa realtà, le piccole nazioni sono costrette ad adattarsi completamente. Il militarismo estremo dei capitali più arretrati, le frequenti guerre locali tra gli Stati delle regioni sottosviluppate, sono le manifestazioni croniche del fatto che oggi “nessuna nazione può fare a meno” di una politica imperialista.
Secondo la CWO, “l’idea che tutti i paesi sono imperialisti contraddice l’idea dei blocchi imperialisti”. (Revolutionary Perspectives n°12.). Ma ciò è vero solo se si limita la discussione a priori affermando che le uniche potenze “indipendenti” sono imperialiste. E’ vero che ogni nazione deve inserirsi in uno o l’altro blocco imperialista, ma lo fa solamente perché è il solo modo di difendere i propri interessi imperialisti. I conflitti e le conflagrazioni all’interno di ogni blocco non sono pertanto eliminati (e possono anche prendere la forma di guerre aperte, come tra la Grecia e la Turchia nel 1974): questi sono subordinati solo a un conflitto superiore. I blocchi imperialisti, come tutte le alleanze borghesi, non possono essere realmente uniti o armoniosi. Vederli così, o almeno considerare le nazioni deboli di un blocco solamente come pedine nelle mani delle potenze dominanti, rende impossibile comprendere le contraddizioni reali ed i conflitti che sorgono in seno al blocco, e non solo tra le stesse nazioni deboli, ma tra i bisogni delle nazioni più deboli e quelli della potenza dominante. Il fatto che questi conflitti si regolano quasi sempre a favore dello Stato dominante, non li rende meno reali. Parimenti, ignorare le condotte imperialiste delle piccole nazioni rende praticamente impossibile spiegare le guerre tra questi Stati. Il fatto che queste azioni siano utilizzate invariabilmente per gli interessi dei blocchi non significa che siano prodotte puramente dalle decisioni segrete di Mosca o di Washington. Esse provengono da tensioni e difficoltà reali a livello locale, difficoltà che danno inevitabilmente luogo a una risposta imperialista da parte degli Stati locali. Non regge, per esempio, dire che le nazioni più piccole hanno solo delle tendenze imperialiste quando si vede il Vietnam invadere la Cambogia, rovesciare il suo governo, installare un regime che gli è sottomesso, saccheggiare la sua economia e fare appelli per la formazione di una “Federazione Indocinese” sotto l’egemonia vietnamita. Il Vietnam non ha solamente degli appetiti imperialisti, perché li soddisfa concretamente ingoiando i suoi vicini.
Se rigettiamo l’idea che questa politica sia l’espressione di uno Stato operaio che porta avanti una guerra rivoluzionaria, se non consideriamo il clan dominante in Vietnam come il protagonista di una lotta borghese storicamente progressiva per l’indipendenza nazionale, non vi è che una sola parola per una politica e degli atti di questo tipo: imperialismo.
Se tutte le “lotte nazionali” servono gli interessi di Stati imperialisti grandi o piccoli, allora è impossibile parlare di guerra di difesa nazionale, di liberazione nazionale o di movimenti rivoluzionari nazionali in questa epoca. È necessario rigettare ogni tentativo di reintrodurre la posizione dell’Internazionale Comunista sulla questione nazionale e coloniale. Così per esempio, il Nucleo Comunista Internazionalista[9] suggerisce che sarebbe possibile applicare le tesi dell’IC alle regioni sottosviluppate se esistesse un vero partito comunista:
“(...) nelle zone extrametropolitane, la missione di un partito comunista passa, obbligatoriamente, per il compimento di compiti che non sono “i suoi” (in termini immediati), anche “democratico-borghesi” (costituzione di uno Stato nazionale indipendente, unificazione territoriale ed economica, riforma agraria, nazionalizzazione”. (Note per un orientamento sulla questione nazionale e coloniale. Testi preparatori, vol.1, II Conferenza Internazionale, Parigi Nov.78).
La preoccupazione del NCI è che il proletariato e la sua avanguardia non possono essere indifferenti ai movimenti sociali delle masse oppresse in queste regioni, devono prendere la testa delle loro rivolte, congiungerle con la rivoluzione comunista mondiale: questo è perfettamente corretto. Ma per fare ciò, il proletariato deve anche riconoscere che l’elemento “nazionale” non viene dalle masse oppresse e sfruttate, ma dai loro oppressori e sfruttatori. Fin dall’istante in cui queste rivolte sono trascinate in una lotta per scopi “nazionali”, esse sono deviate nel campo della borghesia. Nel contesto attuale, il termine nazionale implica imperialismo:
“Da tempo l’imperialismo ha completamente sepolto il vecchio programma borghese democratico: l’espansione al di là delle frontiere nazionali, quel che siano le condizioni nazionali dei paesi annessi, è diventata la piattaforma della borghesia di tutti i paesi. Certo la parola nazione è rimasta, ma il suo contenuto reale e la sua funzione si sono tramutati nel loro contrario. Essa serve solo a mascherare, bene o male, le aspirazioni imperialiste, a meno che non sia utilizzata come grido di guerra, nei conflitti imperialisti, solo ed estremo mezzo ideologico per captare l’adesione delle masse popolari e far loro sostenere il ruolo di carne da cannone nelle guerre imperialistiche”. (Juniusbrochure)
Questa verità è stata confermata da tutti i sedicenti movimenti di “liberazione nazionale”, dal Vietnam all’Angola, dal Libano al Nicaragua. Prima e dopo il loro accesso al potere, le forze borghesi di liberazione nazionale agiscono invariabilmente come agenti dell’una o dell’altra delle grandi potenze imperialiste. Dal momento in cui si impossessano dello Stato, cominciano ad perseguire i loro scopi imperialisti. Dunque, la questione non è dirigere la rivolta delle masse “oppresse” in un “momento” della lotta nazionale democratica borghese, ma di condurle fuori dal campo nazionale borghese, sul campo proletario della guerra di classe. “Trasformare la guerra imperialista in guerra civile” è oggi la parola d’ordine del proletariato in tutte le parti del mondo.
Il carattere imperialista attuale di tutte le frazioni della borghesia e di tutti i loro progetti politici non può essere invertito, neanche momentaneamente, neanche dal migliore partito comunista del mondo. È una realtà storica profonda, basata su un’evoluzione sociale obiettivamente determinata.
“L’era delle guerre imperialiste e delle rivoluzioni proletarie non oppone più Stati reazionari e Stati progressisti in guerre in cui si forgi, con il concorso delle masse popolari, l’unità nazionale della Borghesia, in cui si edifichi la base geografica e politica che serve da trampolino alle forze produttive.
Non oppone più la Borghesia alle classi dominanti delle colonie nelle guerre coloniali fornendo aria e spazio alle forze capitaliste di produzione, già potentemente sviluppate.
Ma questa epoca oppone Stati imperialisti, entità economiche che si dividono e si ridividono il mondo, incapaci tuttavia di comprimere diversamente i contrasti di classe e le contraddizioni economiche se non operando, attraverso la guerra, una gigantesca distruzione di forze produttive inattive e di innumerevoli proletari rigettati dalla produzione.
Dal punto di vista dell’esperienza storica, si può affermare che il carattere delle guerre che scuotono periodicamente la società capitalista, così come la politica proletaria corrispondente, devono essere determinati non dall’aspetto particolare e spesso equivoco, sotto il quale queste guerre possono apparire, ma attraverso il loro ambito storico generato dallo sviluppo economico e dal grado di maturità degli antagonismi di classe”. (Il problema della guerra, 1935, Jehan. Sottolineato da noi).
Quando concludiamo che nel contesto storico attuale tutte le guerre, tutte le politiche di conquista, tutte le relazioni concorrenti tra Stati capitalisti hanno una natura imperialista, non siamo in contraddizione con ciò che affermava a ragione Bucharin, e cioè che per giudicare il carattere di una politica di guerra e di conquista bisogna partire dalla questione: “Quali rapporti di produzione sono rafforzati o estesi dalla guerra”. Noi non indeboliamo la precisione del termine “imperialismo” allargando il suo impiego. Perché, se i marxisti identificavano le guerre nazionali a delle guerre al servizio di una funzione progressiva per l’estensione dei rapporti di produzione in un’epoca in cui questi servivano ancora da base per lo sviluppo delle forze produttive, essi opponevano le guerre di questo tipo alle guerre imperialiste - guerre storicamente reazionarie in quanto servono a mantenere i rapporti capitalisti quando questi sono diventati un ostacolo ad ogni sviluppo ulteriore. Oggi, tutte le guerre della borghesia e tutte le politiche estere mirano a preservare un modo di produzione decadente, putrido: si possono dunque qualificare tutte a giusta ragione come imperialiste. In effetti, uno dei tratti più caratteristici della decadenza del capitalismo è che, mentre nella sua fase ascendente, “la guerra ha per funzione di assicurare un allargamento del mercato, in vista di una più grande produzione di mezzi di consumo, nella fase (decadente) la produzione è essenzialmente imperniata sulla produzione di mezzi di distruzione, cioè orientata verso la guerra. La decadenza della società capitalista trova la sua eclatante espressione nel fatto che da guerre promotrici di sviluppo economico (periodo ascendente), si passa al fatto che l’attività economica è limitata essenzialmente alla guerra”. (Gauche Communiste de France, Rapporto sulla situazione internazionale, 1945).
Sebbene lo scopo della produzione capitalista resti la produzione di plusvalore, la subordinazione crescente di tutta l’attività economica alle necessità della guerra rappresenta una tendenza del capitale a negarsi. La guerra imperialista nata dalla corsa ai profitti della borghesia assume una dinamica durante la quale le leggi della redditività e dello scambio sono scalzate sempre più. I calcoli dei profitti e delle perdite, i rapporti normali di vendita e di acquisto sono lasciati ai margini della folle corsa del capitale verso la sua autodistruzione. Oggi, la “soluzione” che offre il capitale all’umanità, logica del suo auto-cannibalismo, è un olocausto nucleare che potrebbe distruggere tutta la specie umana. Questa tendenza all’auto-negazione del capitale nella guerra è corredata da una militarizzazione universale della società: un processo che appare in tutta la sua ampiezza nel Terzo Mondo e nei regimi stalinisti ma che, se la borghesia ha la via libera, diventerà presto anche una realtà per gli operai delle “democrazie” occidentali. La subordinazione totale della vita economica, politica e sociale ai bisogni della guerra: questa è oggigiorno la terribile realtà dell’imperialismo in tutti i paesi. Più che mai, la classe operaia mondiale si trova davanti all’alternativa posta da Rosa Luxemburg nel 1915:
“O il trionfo dell’imperialismo e la distruzione di ogni cultura come nell’antica Roma, lo spopolamento, la desolazione, la degenerazione, un immenso cimitero, o la vittoria del socialismo, cioè la lotta cosciente del proletariato internazionale contro l’imperialismo”. (Junius brochure)
C.D.Ward
[1] Per un’argomentazione più dettagliata vedi gli articoli Nazione o Classe, i comunisti e la questione nazionale in Rivoluzione Internazionale n°7 e 8.
[2] Qui dobbiamo correggere una cattiva comprensione della CWO quando rigetta l’idea che “la visione della Luxemburg sulla questione nazionale ha per base la sua visione economica: la prima precede la seconda di più di 10 anni”.(Revolutionary Perspective n°12). In tutta evidenza, la CWO non è informata di questo passaggio scritto dalla Luxemburg nel 1898 e pubblicato nella prima edizione di “Riforma o Rivoluzione”:
“Quando esaminiamo la situazione economica attuale, dobbiamo ammettere certamente che non siamo entrati ancora nella fase di piena maturità capitalista che è prevista dalla teoria di Marx delle crisi periodiche. Il mercato mondiale è ancora in una fase di espansione. Dunque, benché non siamo più allo stadio di queste improvvise apparizioni di nuove zone di apertura all’economia che avevano luogo di tanto in tanto fino agli anni 1870, e con esse, delle prime crisi per così dire di “giovinezza” del capitalismo, non siamo ancora a questo grado di sviluppo, di piena espansione del mercato mondiale, che produrrà delle collisioni periodiche tra le forze produttive ed i limiti del mercato o, in altri termini, le crisi reali di un capitalismo pienamente sviluppato... Una volta che il mercato mondiale è più o meno pienamente esteso, in modo tale che non possano più esserci aperture brutali di mercati, la crescita incessante della produttività del lavoro prima o poi produce queste collisioni periodiche tra le forze produttive ed i limiti del mercato che diventano sempre più violente ed acute nel loro susseguirsi”, (citato da Sternberg in Capitalismo e Socialismo, tradotto dall’inglese da noi).
[3] Vedi “Teorie economiche e lotta per il socialismo” Revue internationale n°16.
[4] Communist Workers’ Organisation che pubblica Revolutionary Perspectives: c/o 21 Durham St. Pelaw, Gateshead, Tyne and Wear, NE10 OXS, GB.
[5] Vedi Marxismo e teorie delle crisi, in Revue Internationale n°13.
[6] Conferenza dei Gruppi della Sinistra Comunista
[8] Quando diciamo “ogni nazione è imperialista”, è chiaro che facciamo una generalizzazione e che, come in ogni generalizzazione, delle eccezioni possono essere trovate, degli esempi di questo o quello Stato che non ha manifestamente commesso dei crimini imperialisti; ma, tali eccezioni non smentiscono l’insieme. Né tanto meno si può schivare il problema con domande stupide del tipo “Dov’è l’imperialismo delle Seychelles, di Monaco, di Andorra”? Ciò che c’interessa, non sono i paradisi della finanza o altri scherzi della storia, ma dei capitali nazionali che, sebbene non siano indipendenti, hanno un’esistenza palpabile ed un’attività sul mercato mondiale!
[9] Che pubblica Partito e Classe: c/o P.Turco Stretta Matteoti 6, 33043 Cividale, Italie.
Nove mesi dopo il terremoto che ha devastato Haiti, l’incuria della borghesia non poteva evidentemente limitarsi agli appetiti imperialisti che la catastrofe non ha mancato di sviluppare, alle false promesse di aiuto finanziario, alle centinaia di migliaia di morti e al sovraffollamento spaventoso di milioni di vittime nei campi sovraffollati[1]. Dopo la vera e propria ondata di quasi 10.000 organizzazioni non governative[2] piombate dopo il terremoto e di questi innumerevoli ricercatori di scoop della stampa e del mondo politico, dopo tutto l’ipocrita e putrido battage strappalacrime dei dirigenti del mondo intero, non è stato fatto nulla di serio. Per mancanza di mezzi a disposizione che dipende dalla mancanza del benché minimo interesse per questa popolazione abbandonata alla povertà e al banditismo più spietati. Mentre tutti gli esperti del mondo annunciavano già in aprile che il peggio doveva ancora venire con la stagione delle piogge con una situazione sanitaria che sarebbe divenuta catastrofica, con l’improvvisa comparsa di epidemie, la borghesia internazionale ha … aspettato la pioggia!
Questa epidemia annunciata di colera avrà delle conseguenze drammatiche. Ormai da diverse settimane la malattia si diffonde con una rapidità e un tasso di mortalità estremamente elevati. Al momento della stesura di questo articolo, il governo locale ha denunciato più di 330 vittime e migliaia di infetti, ma in questo disgraziato paese le stime sono impossibili da stabilire e molti indici fanno sospettare un contagio in realtà molto più vasto[3].
Le continue e ipocrite lamentazioni della “comunità internazionale” sono attualmente piuttosto rarefatte, in netto contrasto con il nauseante show mediatico organizzato subito dopo il terremoto. E per una buona ragione! C’è il rischio che venga fuori tutta l’inconseguenza della borghesia di fronte alle catastrofi e al dolore umano. E’ perciò che occorre denunciare come, a tutti i livelli e senza alcuna ambiguità, la borghesia sia direttamente responsabile di questo nuovo disastro.
Il colera è una malattia connessa alle condizioni di vita malsane di cui sono vittime gli Haitiani. Si sviluppa attraverso un batterio presente soprattutto in acque contaminate da feci infette. In un paese dove meno del 3% delle macerie provocate da un terremoto di nove mesi prima è stato evacuato, si può facilmente immaginare la qualità e l’igiene delle acque che la popolazione è costretta a consumare. Il problema è che la ricostruzione di un paese significa risorse materiali e finanziarie che, anche se promesse da una borghesia alla ricerca di influenza e dei mercati, non sono state mai devolute: più del 70% delle sovvenzioni annunciate non sono state mai versate.
Peggio ancora, la diffusione dei batteri è favorita dai flussi migratori caotici a causa delle migliaia di sfratti da parte di proprietari impazienti di recuperare i loro terreni occupati. La legge del profitto farà sempre della borghesia una classe di assassini senza scrupoli.
V. (30 ottobre)
[1] Cfr. l’articolo “Ad Haiti, l’alibi dell’umanitarismo” in World Revolution n. 409.
[2] Come diceva un funzionario dell’ONU, “Haiti è diventata una Parigi-Dakar dell’umanitarismo.
[3] “Secondo i dati del ministero della Sanità, sono oltre 1000 i morti mentre i contagiati sono più di 15mila. Nell'isola devastata a gennaio dal terremoto e soprattutto nella capitale, dove un milione e mezzo di sfollati vivono in accampamenti di fortuna, si teme che l’epidemia possa colpire fino a 200mila persone.” (www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo495874.shtml [11], 15 /11/2010).
Ripubblichiamo qui di seguito un articolo scritto nel 2008 dalla nostra sezione in Francia ma che rimane oggi pienamente attuale, sia rispetto alle recenti lotte in Francia che per il resto del mondo. Esso tratta infatti un argomento scottante e cruciale, quello dei blocchi e delle occupazioni. L’attuale movimento in Francia (ma non è il solo) è attraversato da una questione centrale: Come lottare? Quali metodi di lotta possono permettere di stabilire un rapporto di forza a nostro favore? Il blocco e l’occupazione di posti strategici (come le stazioni o le raffinerie) sembra presentarsi attualmente tra numerosi scioperanti in Francia come la risposta più adeguata. Ma lo è veramente?
L’autunno scorso, nel momento più alto del movimento contro la legge LRU[1], 36 università sono state “perturbate” (per riprendere la terminologia della stampa) da sbarramenti selettivi, blocchi e occupazioni. Questi metodi hanno spesso suscitato lunghi e appassionati dibattiti nelle assemblee generali (AG). Lasciamo da parte tutti quei collettivi contrari ai blocchi che, in nome della sacro-santa “libertà individuale” e del “diritto di studiare”, sostenevano in realtà le “riforme necessarie” del governo. Molto più interessanti sono state le discussioni tra quegli studenti che, rifiutandosi di subire degli attacchi senza reagire, si sono chiesti collettivamente come lottare. Bloccando le facoltà? Completamente? Con degli sbarramenti selettivi? Occupando anche i locali?
Tutte queste questioni non riguardano soltanto i giovani e gli studenti. Nel corso dello sviluppo delle lotte questioni simili si porranno poco a poco a tutta la classe operaia: come portare avanti lo sciopero? Bisogna fare un picchetto? In che modo? Bisogna occupare la fabbrica?
Quest’articolo non ha la pretesa di rispondere a tutte queste domande con una ricetta magica pronta per l’uso e valida sempre poiché ad ogni nuova lotta corrispondono condizioni particolari e quindi scelte diverse! Semplicemente, basandosi su alcune esperienze di blocchi ed occupazioni, è possibile comprendere fino a che punto la volontà di estendere lo sciopero è assolutamente vitale e, al contrario, come l’isolamento è sempre una trappola mortale.
L’unità e la solidarietà al centro delle preoccupazione degli studenti
In occasione del movimento contro il CPE[2], nella primavera del 2006, la questione del blocco era già onnipresente. In realtà, questo tipo di movimento non può esistere realmente senza “perturbare” almeno un poco il regolare funzionamento delle università. Altrimenti chi noterebbe l’assenza - anche numerosa - degli studenti ad un corso? Chi si preoccuperebbe nel vedere le aule vuote? Forse neppure i docenti!
Ma al di là di questa semplice necessità, nel 2006 e nel 2007, bloccando le facoltà, alcuni studenti esprimevano soprattutto un profondo senso di solidarietà ed un bisogno di unità. “Non blocchiamo l’università per piacere o per disinteresse per i corsi! Lo sciopero è il migliore strumento per farci ascoltare. Con lo sciopero si rompe la logica abitudinaria del lavoro e si recupera tempo per organizzarsi democraticamente tutti insieme. Ma perché lo sciopero non resti un atto isolato e minoritario, è importante anche bloccare. E’ questo che permette a ognuno di non andare a lezione e di recuperare quindi del tempo libero per iniziare a portare avanti un’attività per la mobilitazione. Inoltre il blocco permette agli studenti che lo desiderano di liberarsi dalla pressione dei corsi o dagli esami per poter partecipare attivamente al movimento senza venirne penalizzati. Il blocco è lo strumento democratico che permette a tutti di mobilitarsi!” (Dal blog: antilru.canalblog.com/archives/le_blocage/index.html). Fermare i corsi ha permesso, ad esempio, ai borsisti di andare alle AG ed alle manifestazioni senza temere di perdere la loro risorsa economica per “assenza”, come esprime coscientemente ancora uno studente ai giornalisti di Libération il 12 novembre 2007: “Se non ci sono i blocchi, non c’è movimento. Altrimenti gli studenti borsisti non andranno a manifestare.”
Noi siamo a chilometri di distanza dalle accuse odiose lanciate da questi rispettabili presidi d’università, e diffuse da tutti i mass media, che qualificano gli studenti in lotta come “ Khmer rossi” e “delinquenti”. La borghesia può anche sputare tutto il suo veleno, ma dietro le azioni di blocco non c’era alcuna volontà d’imporre con la forza la posizione minoritaria di alcuni elementi esuberanti (la forza fisica era d’altronde piuttosto dal lato dei presidi, come documentato dal numero di feriti in seguito agli interventi delle CRS) e di chiudere gli studenti nelle “loro” facoltà. Al contrario, queste traducevano una volontà d’azione cosciente e collettiva verso l’allargamento della lotta che si esprimeva nella volontà di un dibattito il più ampio e vivente possibile. Così, molto più dei blocchi in sé, é questo stato di spirito che li animava che ha conferito al movimento contro il CPE in particolare tutta la sua vitalità e la sua forza. Come scrivevamo già nel maggio 2006 nelle nostre Tesi sul movimento studenti: “Lo sciopero delle università è cominciato con i blocchi. Il blocco era un mezzo che si sono dati gli studenti più coscienti e combattivi per manifestare la loro determinazione e soprattutto per far in modo che alle assemblee generali partecipasse il più alto numero di colleghi, ed effettivamente una proporzione considerevole di quelli che non avevano compreso il significato degli attacchi del governo o la necessità di combatterli è stata convinta dal dibattito e dagli argomenti sviluppati.”
La volontà di estendere la lotta è un elemento vitale per la classe operaia
La forza della classe operaia si rivela in piena luce quando sviluppa un profondo sentimento di unità e di solidarietà. E’ per questo che ogni metodo di lotta deve essere animato da una chiara volontà di estendere lo sciopero. Seguendo questa via, gli operai del grande complesso di tessitura e filatura Mahalla al-Kubra’s Misr, situato a nord del Cairo in Egitto, sono riusciti a condurre, negli anni 2006-2007, una lunga lotta finalmente vittoriosa. Un episodio di questo movimento illumina particolarmente il modo in cui questi operai hanno occupato la loro fabbrica per proteggersi della repressione selvaggia dello Stato egiziano.
Il 7 dicembre 2006, per protestare contro il mancato pagamento dei premi promessi, 3000 operaie lasciano il loro posto di lavoro e si dirigono verso le sezioni dove i loro colleghi maschi non avevano ancora fermato le macchine. Le operaie allora dicono cantando: “Dove sono gli uomini? Ecco le donne!” Così, un po’ alla volta, 10.000 operai si trovano raccolti sulla piazza di Mahalla’s Tal’at Harb, proprio di fronte all’entrata della fabbrica. La risposta della borghesia egiziana non si fa attendere: la polizia antisommossa si spiega rapidamente attorno alla fabbrica e nella città. Di fronte a questa minaccia di repressione, alcune decine di operai scelgono allora di occupare la fabbrica. Ecco dunque 70 operai apparentemente presi in trappola. Sicura del fatto suo, la sera stessa la polizia antisommossa si precipita alle porte della fabbrica. Con 70 operai contro tutta uno schieramento di polizia il combattimento era ovviamente perso in partenza. Ma questi operai sanno in realtà di non essere soli. Così cominciano a colpire fortemente sulle sbarre di acciaio. “Svegliammo tutti nel complesso e nella città. I nostri cellulari uscirono dalle tasche per chiamare le nostre famiglie ed i nostri amici all’esterno, chiedendo loro di aprire le finestre e di fare sapere alla polizia che stavano osservando. Chiamammo tutti gli operai che conoscevamo per dire loro di precipitarsi verso la fabbrica [...]. Più di 20.000 operai arrivarono”[3]. I bambini delle scuole elementari e gli studenti delle scuole superiori vicine scendono anche loro per la strada in sostegno agli scioperanti. I servizi di sicurezza sono paralizzati. Finalmente al quarto giorno di occupazione della fabbrica, gli ufficiali del governo, impauriti, offrono un premio di 45 giorni di salario e danno l’assicurazione che la società non sarà privatizzata[4].
Scegliendo di occupare la loro fabbrica, questi 70 operai avrebbero potuto trovarsi incastrati in una vera trappola, alla mercé delle forze dell’ordine. Ma questo pugno di operai che si sono chiusi nella fabbrica non hanno tentato di resistere ad un assedio, soli contro tutti e “fino alla fine”. Al contrario essi hanno utilizzato questa occupazione come un punto di convergenza, chiamando i loro fratelli di classe a raggiungere la lotta. Molte settimane di lotta avevano mostrato loro che una solidarietà di classe si forgia poco a poco, che dei legami si stavano tessendo e che essi potevano dunque contare sul sostegno “di 20.000 operai”. E’ questa fiducia gradualmente sviluppata che ha permesso loro di osare chiamare tutti gli operai che conoscevano “per dire loro di precipitarsi verso la fabbrica”. L’occupazione della fabbrica non fu che un mezzo fra gli altri per condurre questa lotta, la dinamica generale di estensione del movimento essendo l’elemento determinante.
L’isolamento è sempre una trappola mortale
Nessun metodo di lotta costituisce in sé una panacea. I blocchi e le occupazioni possono essere, secondo le circostanze, completamente inadatti. Peggio ancora, nelle mani dei sindacati sono sempre utilizzati per dividere gli operai e condurli alla sconfitta. Lo sciopero dei minatori del 1984, in Gran Bretagna, ne è un tragico esempio. All’epoca il proletariato inglese, il più vecchio del mondo, è anche uno dei più combattivi. Detiene ogni anno l’incontrastato record del numero di giorni di sciopero! Per due volte, lo Stato è anche costretto a ritirare i suoi attacchi. Nel 1969 e nel 1972, i minatori riescono infatti a creare un rapporto di forza a favore della classe operaia imprimendo allo sciopero una dinamica d’estensione che lo fa uscire dalla logica settoriale o corporativa. A gruppi di decine o anche di centinaia, si recano in autobus nei porti, nelle acciaierie, nei depositi di carbone, nelle centrali, per bloccarle e convincere gli operai del posto a raggiungerli nella lotta. Questo metodo diverrà celebre sotto il nome di flying pickets (“picchetti volanti”) e simboleggerà la forza della solidarietà e dell’unità operaie. I minatori paralizzano così tutta l’economia interrompendo quasi completamente la produzione, la distribuzione e la combustione del carbone, fonte di energia allora indispensabile alle fabbriche.
Arrivando al potere nel 1979, la Thatcher pensa bene di rompere le reni a questa classe operaia non abbastanza docile per i suoi gusti. Per fare ciò, il suo piano è semplice: isolare gli elementi più combattivi, i minatori, in uno sciopero lungo e duro. Per mesi la borghesia inglese si prepara al braccio di ferro, accumulando degli stock di carbone per fare fronte al rischio di penuria. Nelle sue memorie, la Thatcher riporta: “Spettò soprattutto a Nigel Lawson, che era diventato ministro dell’Energia nel settembre 1981, di ammassare - regolarmente e senza provocazione - gli stock di carbone che avrebbero permesso al paese di resistere. Si sarebbe dovuto ascoltare spesso la parola “resistere” nel corso dei mesi seguenti.” Quando tutto è pronto, nel marzo 1984, vengono brutalmente annunciati 20.000 licenziamenti nel settore delle miniere di carbone. Come atteso, la reazione dei minatori è fulminea: fin dal primo giorno di sciopero, 100 pozzi su 184 sono chiusi. Ma il sindacato impone subito una morsa di ferro intorno agli scioperanti facendo di tutto per evitare ogni “rischio” di “contaminazione”. I sindacati dei ferrovieri e dei marittimi sostengono platonicamente il movimento, in altre parole, lasciano i minatori a sbrigarsela da soli. Il potente sindacato dei portuali si accontenta di due appelli allo sciopero tardivi, uno a luglio quando numerosi pozzi sono chiusi per le vacanze e l’altro in autunno, che però viene revocato alcuni giorni più tardi! La TUC (la centrale sindacale nazionale) rifiuta di sostenere lo sciopero. I sindacati degli elettricisti e dei siderurgici addirittura vi si oppongono. In breve, i sindacati sabotano attivamente ogni possibilità di lotta comune. Ma soprattutto, il sindacato dei minatori, la NUM (Unione Nazionale dei Minatori) completa questo sporco lavoro chiudendo i minatori in occupazioni sterili ed interminabili (più di un anno!) dei pozzi di carbone. Tenuto conto degli stock ammassati, la paralisi della produzione di carbone questa volta non fa paura alla borghesia, che teme solo la possibilità di un’estensione della lotta ai vari settori della classe operaia. Occorre dunque a tutti i costi evitare che i minatori inviino dei picchetti volanti dappertutto per discutere e convincere gli operai di altri settori a raggiungerli nella lotta. La NUM dispiega tutta la sua energia per contenere lo sciopero nella sola industria mineraria. Per evitare che dei picchetti volanti siano inviati alle porte delle fabbriche vicine, tutta l’attenzione degli operai viene focalizzata sulla necessità di occupare i pozzi, tutti i pozzi, null’altro oltre ai pozzi, a tutti i costi. Ma al tempo stesso la NUM si è ben guardata dal chiamare allo sciopero nazionale, lasciando ad ogni regione decidere se entrare o no in lotta. Così alcuni pozzi continuano a funzionare, il che permette alla stessa NUM di chiamare questi pozzi ancora in attività “covi di crumiri”. Da marzo 1984 a marzo 1985, per un anno intero, la vita di migliaia di operai e delle loro famiglie saranno polarizzate su questa sola questione di occupare le miniere e di bloccare i pochi pozzi ancora in attività. Bloccare la produzione del carbone diventa, sotto il bastone sindacale, l’obiettivo centrale ed unico, una questione in sé. I picchetti volanti hanno del piombo nelle ali; anziché “volare” di fabbrica in fabbrica, restano fermi nello stesso posto, dinanzi agli stessi pozzi, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, quindi mese dopo mese. Il solo risultato è l’esacerbazione delle tensioni tra chi sciopera e chi no, che porta a volte finanche a degli scontri tra minatori. A questo punto isolati dalla loro classe, divisi al loro interno, i minatori diventano una preda facile. Grazie a questo sabotaggio sindacale, a queste occupazioni sterili ed interminabili, a questi picchetti volanti che di volante conservano solo il nome, la repressione poliziesca può infine abbattersi con tutta la sua violenza. Il bilancio dello sciopero dei minatori del 1984 sarà di 7000 feriti, 11.291 arresti e 8392 persone portate in giudizio. Ma peggio ancora, questa sconfitta sarà la sconfitta di tutta la classe operaia in quanto il governo Thatcher potrà procedere ad attaccare in grande stile tutti gli atri settori.
Certamente nella lotta di classe non esistono ricette. Qualsiasi metodo di lotta (blocco, picchetto, occupazione …) può a volte essere utile allo sviluppo del movimento, altre essere un elemento di divisione. Una sola cosa è certa: la forza della classe operaia risiede nella sua unità, nella sua capacità di sviluppare la sua solidarietà e dunque di estendere la lotta a tutti i settori. E’ questa dinamica di estensione che fa realmente paura alla borghesia e che permette di individuare, nelle grandi linee, alcune lezioni essenziali dalle esperienze di lotta del proletariato:
Qualunque sia il ruolo che può svolgere un'occupazione di fabbrica o un picchetto a un certo momento d’uno sciopero, è comunque nella strada che gli operai possono raccogliersi in massa! Non è un caso se nel maggio 2006, i metallurgici di Vigo, in Spagna, che occupavano la loro fabbrica e facevano fronte ad una repressione poliziesca violenta, hanno deciso di organizzare le loro assemblee generali e le manifestazioni nelle vie del centro città. Qui, nella strada, gli operai di tutti i settori, i pensionati, i disoccupati, le famiglie operaie … tutti hanno potuto raggiungere gli scioperanti e manifestare attivamente, attraverso la lotta e l’unità nella lotta, la loro solidarietà di classe!
Pawel (24 gennaio 2008)
[1] La legge LRU (Libertà e Responsabilità delle Università) aveva lo scopo di ridurre i costi statali per l’insegnamento superiore concentrando “gli sforzi finanziari” su qualche facoltà di elite e trasformando così tutte le altre università in facoltà spazzatura.
[2] CPE: Contratto di Primo Impiego.
[3] Testimonianza di due operai della fabbrica, Muhammed Attar e Sayyid Habib, raccolti da Joel Beinin e Hossam el-Hamalawy e pubblicati sotto il titolo “Gli operai del tessile egiziano si confrontano con il nuovo ordine economico”, sui siti “Middle East report Online” e libcom.org.
[4] Per ulteriori informazioni su questa lotta, che durò molti mesi, leggere il nostro articolo “Scioperi in Egitto: la solidarietà di classe, punta di diamante della lotta”, sul nostro sito web www.internationalism.org [12].
Siamo di Opposizione Operaia, un’organizzazione di lavoratori in Brasile, e vogliamo esprimere attraverso questa presa di posizione la nostra solidarietà alla lotta della popolazione lavoratrice in Francia. Questa è una lotta dei salariati francesi, degli studenti, dei disoccupati, del giovane che arriva sul mercato del lavoro, dei pensionati, ecc. Ben più che una lotta contro la riforma delle pensioni, si tratta di una dimostrazione della resistenza dei lavoratori del mondo intero contro la soppressione dei nostri diritti, è una dimostrazione di forza e di coraggio per mostrare ai governi ed ai padroni che non possiamo accettare che si degradino le nostre condizioni di vita.
Oggi produciamo molto di più rispetto al passato, siamo all’origine della creazione di una ricchezza molto più importante che prima e non possiamo lasciarci abbindolare dal discorso che dobbiamo lavorare più a lungo perché non ci sarebbero i soldi per pagarci. Più anni di lavoro significa meno posti disponibili per i giovani che arrivano sul mercato del lavoro, dunque più disoccupati oggi e domani. L’importanza di questa lotta sta nel fatto essenziale che noi non possiamo tollerare questo.
E’ con molta gioia che in Brasile vediamo che, nonostante tutta la violenza con la quale lo Stato francese ha represso il movimento fino ad oggi, nonostante tutte le manovre dell’Intersindacale e dei suoi sindacati collaborazionisti, il movimento continua con forza mentre l’agitazione si sviluppa. E’ ancora con gioia che vediamo come, nonostante le manipolazioni dei mass media in Francia e nel mondo, questo nuovo movimento di lotta dei lavoratori in Francia continua a ricevere il sostegno della popolazione di questo paese.
Sì, è importante politicizzare questo movimento. Come sono importanti le riunioni e le discussioni delle Assemblee Generali che possono aver luogo dopo le manifestazioni di massa. È importante rivolgersi al movimento, favorire la solidarietà tra i vari settori, tra le varie generazioni, lottare contro la miseria che opprime tutti i lavoratori del mondo, contro la precarietà che ci perseguita in tutti gli angoli del pianeta, contro lo sfruttamento al quale siamo sottoposti in modo crescente.
È importante soprattutto essere coscienti che gli attacchi massicci che subiscono i lavoratori del mondo intero fanno parte della politica del capitale per salvare il suo Stato, le sue imprese ed il suo sistema capitalista. E’ la crisi del capitalismo e l’indebitamento crescente degli Stati a richiedere le misure draconiane delle quali noi siamo oggetto. L’aumento della disoccupazione, la diminuzione dei salari, la precarietà crescente del lavoro dei giovani ne sono l’espressione. Aumentare il numero degli anni necessari per andare in pensione non fa che aggravare tutte queste condizioni.
L’acuirsi delle contraddizioni tra borghesia e proletariato (sia dei genitori che dei figli di questa popolazione sfruttata) evidenzia che scontri come questo potranno in futuro solo intensificarsi. Noi, lavoratori di tutto il mondo, dobbiamo prendere esempio dai compagni francesi che si preparano a “prendere in mano la lotta”. Reagire agli attacchi ci rende la nostra dignità. Cercare di dare una direzione al movimento significa anche rifiutare di lasciarsi trasformare in massa di manovra nelle mani dei sindacati e dei politici di professione.
Non inganniamoci, arriveranno altri attacchi. La forza della nostra resistenza può ora ispirarsi a quella del proletariato francese. E’ necessario reagire e dobbiamo assolutamente farlo. Dobbiamo saper sviluppare e portare avanti la lotta. Dobbiamo rispondere agli attacchi contro le nostre vite, non soltanto per impedire un’offensiva, quella del momento, ma per mostrare chiaramente che non potremo tollerare la soppressione delle nostre conquiste storiche, del nostro lavoro, dei nostri salari, delle nostre pensioni.
È ovvio che molti dei nostri problemi non saranno risolti nel quadro della società capitalista e la nostra prospettiva deve sempre essere quella del suo superamento. Finché questo non sarà realizzato, faremo in modo di difendere le nostre vite, i nostri figli, il nostro futuro e quello delle nuove generazioni. Per questo salutiamo ancora una volta la lotta della classe operaia francese che è la lotta del proletariato mondiale.
Oposição Operária (Brasile) - 26 ottobre 2010
LC e la Sinistra Comunista
In realtà Lotta Comunista è il nome del giornale che pubblica, ma il vero nome di questo raggruppamento è Gruppi leninisti della Sinistra Comunista. LC non ha mai spiegato in che cosa consiste il suo richiamo politico e teorico alla Sinistra Comunista. Nella sua stampa non abbiamo mai ritrovato richiami alle esperienze di quelle minoranze che in vari paesi, come l’Italia, la Germania, l’Olanda, il Belgio, la Russia, il Messico, la Francia, scontrandosi con le forze della repressione capitalista, hanno cercato di mantenere il filo rosso della continuità marxista.
Se LC evita accuratamente ogni riferimento alle posizioni della sinistra comunista pur continuando a fregiarsi del suo nome è perché le origini di questa organizzazione sono agli antipodi politici della Sinistra Comunista. Sono infatti radicate nella cosiddetta “Resistenza” all’occupazione dell’Italia da parte delle truppe tedesche durante la II guerra mondiale. Alcuni partigiani, fra cui Cervetto, Masini e Parodi, aderiscono in seguito al movimento anarchico costituendo i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria (GAAP) nel febbraio 1951 aventi come organo di stampa “L’Impulso”. Il Convegno di formazione dei GAAP, tenuto a Genova-Pontedecimo il 28 febbraio 1951, è considerato dalla stessa LC il punto di partenza per tutta l’organizzazione quale la conosciamo oggi, tanto che il 28 febbraio 1976 ha luogo in Genova-Rivarolo una manifestazione commemorativa del 25° anniversario. In quei giorni la città di Genova è tappezzata da manifesti con l’indicazione del luogo e dell’ora della manifestazione e con la scritta in caratteri cubitali “Lotta Comunista – 25 anni”; nient’altro.
E’ più che evidente dunque che il richiamo alla Sinistra Comunista da parte di LC è un puro falso storico.
LC e il marxismo
Per LC il marxismo è qualcosa di metafisico, sospeso al di sopra della società, delle classi e della lotta fra di esse e non, invece, l’espressione del movimento reale di emancipazione del proletariato, ma una rivelazione, una religione – fatta passare come scienza da applicare – distaccata dalla realtà e dalla materialità del proletariato nel suo rapporto contraddittorio col capitale. Il “marxismo” di LC non è che il prodotto del pensiero di ideologi fondato su delle speculazioni filosofiche. Per darsi una certa credibilità, Lotta Comunista appiccica alle proprie elucubrazioni l’aggettivo “scientifico” e crede così di salvarsi l’anima: abbiamo allora il partito come luogo dove nasce e vive la scienza della rivoluzione, abbiamo il programma rivoluzionario “scientifico”, la “scienza proletaria”. Lo sviluppo della pretesa scienza marxista avverrebbe dunque nel cervello dei pensatori, sia pure armati di “scienza rivoluzionaria” e non come teoria espressa dal proletariato nel suo movimento antagonista alla società capitalista. Oggi questo corpus immutabile della “scienza marxista” sarebbe in dote a Lotta Comunista che se ne serve per sviluppare se stessa al di fuori delle oscillazioni del movimento reale e al di fuori dei flussi e riflussi della lotta di classe.
LC e l’analisi della società
Per LC, la crisi economica non esiste, anzi sarebbe una storiella inventata dai padroni per attaccare la classe operaia. Nel 1974 LC aveva addirittura stampato un opuscolo dal titolo significativo “Ma quale crisi?”.
Il capitalismo sarebbe in continua espansione grazie ad intere aree e interi mercati che il capitalismo dovrebbe ancora conquistare.
LC si attiene alle statistiche dell’OCSE o della rivista Fortune o del Financial Time senza alcuna interpretazione marxista. Il giornale, anziché essere un giornale di studio ma anche di propaganda e di lotta è, dopo la prima pagina che si potrebbe definire filologica, una rassegna asettica, di volta in volta, della concentrazione delle case automobilistiche, delle ditte farmaceutiche, dei mass-media, senza che da nessuna parte emerga la preoccupazione per la prospettiva rivoluzionaria. I riferimenti alla classe operaia nella rubrica sulle lotte operaie nel mondo sono solo una statistica fotografica delle ore di sciopero senza alcun riferimento al livello della coscienza, al grado di combattività per non parlare di organizzazione autonoma. In fondo non è strano: LC vede nel proletariato solo un produttore di plusvalore, del capitale variabile, esattamente come il capitale. Non esiste nessuna analisi, nessuna visione dinamica del divenire della lotta di classe e delle sue prospettive, ma solo una visione statica, in cui il proletariato è concepito come una sommatoria statistica di individui, atomizzati, da condurre, domani, alla rivoluzione – o a ciò che tale è ritenuto.
LC, la lotta di classe e i sindacati
Per comprendere la posizione di LC sulla classe operaia e la lotta di classe, dobbiamo fare riferimento a tre diversi elementi che concorrono a determinare la concezione che LC ha del problema: la concezione “leninista” del partito, il ruolo del sindacato ed infine la fase economica attuale che imporrebbe una “ritirata ordinata” da parte della classe. Cerchiamo di analizzare con ordine questi tre elementi.
LC ha una concezione della coscienza e del partito secondo cui il proletariato non sarebbe capace di far maturare una presa di coscienza comunista che invece gli dovrebbe essere trasmessa esclusivamente dal partito, formato da intellettuali borghesi dediti alla causa rivoluzionaria.
A partire da questa visione LC non tiene in alcun conto le lotte reali del proletariato, ma punta la propria attenzione soprattutto al livello di sindacalizzazione della classe operaia e alla propria influenza all’interno del sindacato di adozione, la CGIL “rossa”. Il discorso di LC è semplice: essendo il partito rivoluzionario, dobbiamo organizzare e dirigere la classe operaia e, per arrivare a questo, dobbiamo prendere la direzione del sindacato, con qualunque mezzo.
La conseguenza di ciò è che i suoi interventi nella classe operaia non sono mai volti ad innalzare la coscienza del proletariato, ma solo a conquistare nuovi spazi politici da controllare e qualche quadro in più.
Infine, nella misura in cui LC ritiene che la fase economica del capitalismo sia di continua crescita e che alla classe operaia tocchi essenzialmente attendere la maturazione degli eventi, ovvero che sull’intero pianeta sia stato impiantato il capitalismo in tutto il suo rigoglio, nel 1980 questo gruppo lancia la parola d’ordine della “ritirata ordinata”:
“… abbiamo da tempo ripreso la coraggiosa parola d’ordine leninista di raccogliere attorno al partito rivoluzionario le forze coscienti e sane della classe operaia disposte a battersi in una ritirata ordinata, senza sbandamenti, delusioni, confusioni, demagogia”[1]
il cui evidente contenuto è quello di lavorare addirittura per smorzare l’aggressività delle lotte per evitare, a quanto pare, di dover subire una “rotta disordinata”. In tal senso LC arriva addirittura a “rimproverare” al vecchio partito stalinista italiano, il PCI, di aver ecceduto su questo piano per meri interessi di partito:
“Come non è un caso che il PCI sia invece giunto a concepire "spallate" sindacali, aggravando la rotta disordinata delle lotte operaie pur di difendere il proprio peso parlamentare nell’esclusivo interesse delle frazioni borghesi”.[2]
Stessa critica al “grande sindacato”, ovvero la CGIL, sindacato di cui LC sogna di potersi mettere alla testa:
“Avendo il grande sindacato, invece, disatteso il compito da noi indicato all’inizio della crisi di ristrutturazione di organizzare una ritirata ordinata per essere poi in grado di riorganizzare la ripresa, ha finito per far piangere imprenditori e governanti non per la sua forza ma per la sua crisi di autorità e di fiducia”.[3]
Ecco le mosche cocchiere che consigliano – inascoltate - il sindacato sul da farsi. Ma questo non le ascolta ed entra in crisi, facendo piangere - qui viene il bello - imprenditori e governanti. E perché mai imprenditori e governanti piangerebbero per la crisi del sindacato? La risposta è una sola: perché viene a mancare chi, con la sua autorità morale e materiale, mantiene incatenati i lavoratori dietro il carro del capitale. Così, invece, nascono i comitati di base[4]; se, viceversa, il sindacato avesse ascoltato i consigli di LC, non si troverebbe a fare i conti con i Comitati di base, ovvero con la tendenza degli operai a sganciarsi dalla prigione sindacale e a iniziare ad organizzarsi autonomamente, costringendo il sindacalismo a radicalizzarsi per cercare di inquadrare meglio gli operai.
Tutto questo produce una pratica politica il cui obiettivo non è quello di favorire la maturazione nella classe operaia, ma solo il rafforzamento delle posizioni del “partito” sulla pelle della classe stessa. Ecco un esempio di questa politica dalle conseguenze profondamente negative. Nella prima metà del 1987, quando i lavoratori della scuola si organizzarono in comitati di base, LC fece capolino in qualche assemblea per proclamare che il problema non era quello di costituire una nuova organizzazione sindacale, ma di prendere la direzione politica di quelli esistenti. Il che voleva dire non abbandonare la CGIL e lasciare la direzione del movimento a LC stessa, e tutto sarebbe andato per il meglio. Ma il movimento dei lavoratori della scuola nel 1987 era un movimento che iniziava ad organizzarsi su basi classiste, sia pure con tutte le sue debolezze. Ebbene, visto che fu mandata a quel paese, LC preferì successivamente denigrarlo pubblicamente definendolo movimento “sudista” (per il fatto che era maggiormente sviluppato nel sud Italia quasi fosse un movimento regionalista), “brodo di coltura per futuri dirigenti dei partiti parlamentari”, invocando invece un congresso straordinario della CGIL. In parole povere, la CGIL doveva svegliarsi e non lasciarsi sfuggire i lavoratori della scuola in lotta. Ecco i “rivoluzionari” all’opera!
LC e le istituzioni borghesi
L.C. si dichiara “contro tutti i partiti parlamentari” e “contro lo stato e la democrazia”, ma poi firma un comunicato stampa assieme a PCI, DC, PR, DP, PSI in cui si ribadisce concordemente “la ferma condanna al terrorismo ed a tutte quelle forze ad esso collegate” e si invitano “tutti i lavoratori a respingere il grave attacco portato avanti da quelle forze economiche e politiche che tendono a destabilizzare la democrazia del nostro paese” (sottolineatura nostra, n.d.r.).
Per quanto concerne le elezioni, LC dichiara di non crederci e di essere astensionista, tranne però quando l’astensionismo diventa troppo impopolare per essere mantenuto, come nel 1974 in occasione del referendum sull’abrogazione del divorzio voluto dalla DC di Fanfani. LC fece allora uscire un numero del suo giornale costituito da un solo foglio, a metà prezzo, su cui “contro il capitalismo di stato a base di massa piccolo-borghese” si indicava di votare per il ‘no’. Naturalmente il tutto era condito da frasi del tipo “il voto non basta, bisogna proseguire la lotta”. Di fatto LC si schierò come gli extra-parlamentari di quegli anni per una frazione borghese contro un’altra.
LC e la resistenza
La questione della partecipazione alla guerra imperialista è una questione particolarmente carica di conseguenze perché fa da spartiacque tra il campo proletario e quello della borghesia. Benché LC si dichiari internazionalista, essa appare particolarmente compromessa su questo piano.
In un opuscolo dell’aprile 1975 ci viene spiegato che dopo l’8 settembre 1943 “di fronte allo sfacelo della borghesia i primi nuclei operai spontaneamente si organizzano: dagli scioperi si passa alla lotta armata. E’ L’INIZIO DELLA RESISTENZA! Gli operai salgono sulle montagne, si organizzano clandestinamente nelle città e nelle fabbriche. Alla costruzione della nuova società si frappone come primo ostacolo, come primo nemico la presenza dei fascisti e dei nazisti. E’ contro questi servi del capitale che i partigiani devono cominciare a combattere. Ma gli operai sanno bene che questo non può essere 1’obiettivo ma solo un passo obbligatorio per arrivare al socialismo”[5].
Questo discorso si situa completamente su un terreno borghese. Infatti le bande partigiane sono raggruppamenti interclassisti al servizio dell’imperialismo “democratico” e anche le organizzazioni che agivano in città e nelle fabbriche, i GAP e le SAP[6], pur formate da operai, erano guidate totalmente dal PCI e dagli altri partiti borghesi. I rivoluzionari invece dovevano denunciare il fatto che degli operai si fossero fatti imbrigliare in una “guerra di popolo” al servizio dell’imperialismo in cui essi non difendevano i loro propri interessi ma quelli del loro nemico di classe. E’ vero che nel marzo 1943 gli operai scesero in sciopero con rivendicazioni classiste e non antifasciste, ma è altrettanto vero che questi scioperi e quelli successivi vennero snaturati e deviati in funzione antifascista. I proletari in uniforme dell’esercito tedesco - vuoi per istinto di classe, vuoi per ricordi di lotte operaie tramandati loro dai loro genitori - in taluni casi cercarono contatto con gli operai in sciopero o manifestavano la loro simpatia lanciando loro sigarette[7], ma si trovavano di fronte le carogne staliniste del PCI che gli sparavano addosso per impedire una fraternizzazione fra proletari al di là della nazionalità e della lingua. Operai italiani e proletari in divisa tedeschi[8] iniziavano a mettere spontaneamente in pratica l’internazionalismo proletario. LC vede invece in questi proletari - definiti tout-court nazisti, il primo nemico da abbattere.
Sempre nello stesso opuscolo leggiamo che gli operai capiranno che bisogna togliere il potere alla borghesia “ed è quello che cercheranno di fare là dove riusciranno a prendere il potere anche se per poco tempo: formazione di nuove strutture politiche in cui viene unificato il potere di fare leggi e di farle eseguire, nominando direttamente sindaci e funzionari; gestione delle fabbriche; esercizio diretto del potere giudiziario e liquidazione dei fascisti”[9]. Qui la sfrontatezza di LC non ha limiti. Si vorrebbe far credere che i Comitati di Liberazione Nazionale (CNL), cui si fa riferimento nel passaggio precedente, fossero degli organismi proletari, quando è noto che nei CLN c’erano solo i partiti della borghesia che sottomettevano gli operai alle esigenze della guerra imperialista.
Il dramma della resistenza è che i proletari si sono fatti intruppare in una “guerra di popolo” al servizio dell’imperialismo per obiettivi non suoi e, sciagura ulteriore, gruppi come LC, facendosi passare come eredi della Sinistra Comunista e di Lenin, arrivano ad esaltare la resistenza presentandocela come una rivoluzione mancata. Per i comunisti rivoluzionari la resistenza è invece il culmine della controrivoluzione, il periodo più nero di ristagno controrivoluzionario, dove gli internazionalisti veri hanno dovuto guardarsi tanto dalla Gestapo quanto dagli stalinisti, rimanendo spesso uccisi da questi ultimi.
Negli anni ’70, quando è uscito l’opuscolo di LC sulla resistenza, andava di moda l’antifascismo - democratico o militante - e LC, pur di conquistare militanti, si adeguava ai tempi. Così, mentre altri gruppi raccoglievano firme per mettere fuori legge il MSI[10], Lotta Comunista, come la nascente “autonomia operaia”, preferiva la spranga. Gli uni erano per l’antifascismo democratico, gli altri per l’antifascismo militante. Il risultato non cambia: entrambe le pratiche vanno contro gli interessi della classe.
In altri casi, contro il fascismo, LC preferiva la denuncia: in un opuscolo del 1976 si lagnava che al MSI andassero 4,5 miliardi di finanziamento pubblico. LC ha proprio lo stomaco delicato: finanzino pure la DC, il PCI e tutti gli altri partiti, ma il MSI no, non le va proprio giù. Naturalmente si tratterebbe di antifascismo di classe, proletario, come se il proletariato avesse come compito storico quello di battersi contro una forma specifica di dominio borghese e non contro tutta la borghesia come classe e contro il suo stato.
LC e l’internazionalismo
Per finire, c’è da chiedersi: su che cosa basa il suo internazionalismo un gruppo come LC che, provenendo dalla resistenza, non ha neanche fatto il tentativo di separarsi da questa esperienza con un minimo di critica al proprio passato? Su niente visto che, sempre in omaggio all’idea di completare la rivoluzione borghese prima di poter mettere mano a quella proletaria, LC si è data come compito quello di appoggiare tutte le lotte nazionali rispetto ai cosiddetti imperialismi; non riuscendo a recepire la lezione di Rosa Luxemburg che mostra come nell’epoca di decadenza del capitalismo tutti gli stati, piccoli o grandi, forti o deboli che siano, sono costretti a portare avanti una politica imperialista.
E’ così che LC mette avanti l’idea che:
“intervenire attivamente contro ogni manifestazione della forza imperialista predominante nel proprio paese significa porsi in prima fila sul fronte della lotta di classe internazionale. Partecipare ad ogni lotta che direttamente o indirettamente colpisce uno o tutti i settori dell’imperialismo, partecipare distinguendosi ideologicamente e politicamente con proprie tesi, parole d’ordine, risoluzioni e denunciando la dialettica unitaria dell’imperialismo”. E si fissa come compito “nelle colonie e nelle semicolonie lottare con ogni mezzo contro l’imperialismo appoggiando tutte quelle azioni ed iniziative delle borghesie nazionali che effettivamente concretamente vanno contro le forze imperialiste, straniere o locali”.[11]
LC ha anche ripubblicato tutti gli articoli del suo fondatore storico Cervetto[12] dove si difende, tra l’altro, sia la politica di sostegno alla Corea:
“… riteniamo compito delle masse lavoratrici di lottare perché le truppe americane e cinesi abbandonino la Corea e il popolo coreano sia lasciato libero di condurre la propria emancipazione nazionale e sociale per la sola via rivoluzionaria, senza interferenze sovietiche o cinesi o dell’ONU”[13]
che quella a favore dell’indipendenza africana:
“La rivolta antimperialista dei popoli africani non prelude affatto alla formazione della società socialista nel continente. Essa è una tappa necessaria per la rottura del dominio imperialista, per la disgregazione della stratificazione feudale, per la liberazione di forze ed energie economiche necessarie alla costituzione di un mercato nazionale e di una struttura capitalistica industriale, (…). Solo per questo noi appoggiamo la lotta d’indipendenza africana”[14]
con la logica conseguenza di sentirsi in dovere di rendere omaggio alle personalità della borghesia, cadute nella lotta combattuta contro altre borghesie:
“Lumumba è un combattente della rivoluzione coloniale sulla cui tomba il proletariato, un giorno, deporrà il fiore rosso. Noi che, marxisticamente, abbiamo criticato e critichiamo il suo confuso operato politico, lo difendiamo dagli insulti (…). Lumumba ha saputo morire combattendo per rendere indipendente il suo paese. Noi internazionalisti difendiamo il suo nazionalismo contro chi fa del suo nazionalismo (bianco!) una professione.”[15]
LC ha inoltre parole lusinghiere per il castrismo:
“Il castrismo diventa rivoluzionario malgrado la sua origine, cioè è costretto a rompere decisamente con il passato;”[16]
e, naturalmente, per il Vietnam:
“Per chi, come noi, da sempre ha sostenuto la lotta di unificazione statale come processo della rivoluzione democratico-borghese vietnamita la portata storica della vittoria politica e militare di Hanoi trascende il fatto contingente.”[17]
Per concludere …
Ci sono molti altri punti critici nel passato remoto e meno remoto di LC che andrebbero vagliati, come la convivenza per circa 10 anni con la corrente di stampo maoista di Raimondi (che nel 1966 confluirà nella Federazione m-l d’Italia)[18] o con un personaggio come Seniga, che se ne era uscito dal PCI di Togliatti e Secchia portandosi dietro la cassa del partito[19], o ancora la politica di potenza sul territorio basato spesso su episodi di violenza fisica contro personaggi non graditi o contro ex-militanti o altro ancora[20].
Ma concretamente quello che emerge da quello che abbiamo visto è che, di fronte alla lotta di classe e ai problemi di internazionalismo, fondamentalmente LC non prende mai la posizione giusta nello scontro di classe e perciò, al di là di tutta la buona volontà e finanche della buona fede che possono mettere i militanti di LC nel loro lavoro, questo è destinato a produrre degli effetti esattamente opposti a quelli necessari per il trionfo della lotta di classe.
Ezechiele, 6 aprile 2010
[1] Lotta comunista n°123, nov. 1980.
[2] Idem.
[3] Parodi, Critica del sindacato subalterno, edizioni Lotta Comunista.
[4] Parodi, op. cit., pag. 30.
[5] Viva la Resistenza operaia, opuscolo di Lotta Comunista, aprile 1975, pag. 5.
[6] Gruppi di Azione Patriottica e Squadre di Azione Patriottica.
[7] cfr. Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi.
[8] Stiamo naturalmente parlando dell’esercito tedesco, formato in massima parte da proletari come tutti gli eserciti, non della Gestapo o delle SS.
[9] Viva la Resistenza operaia, opuscolo di Lotta Comunista, aprile 1975, pag. 5.
[10] Movimento Sociale Italiano (MSI), all’epoca partito neofascista poi convertitosi alla “democrazia” sotto la direzione dell’attuale presidente della Camera Fini con il nome di Alleanza Nazionale per poi confluire nel Partito delle Libertà di Berlusconi per poi …
[11] Da L’Impulso, 15 dicembre 1954, oggi pubblicato su L’imperialismo unitario, pag. 133, edizioni Lotta Comunista (sottolineatura nostra).
[12] Arrigo Cervetto (1927-1995) nasce a Buenos Aires da genitori emigrati italiani. Da giovane operaio a Savona partecipa alla liberazione con i partigiani contro il fascismo e milita in organizzazioni sindacali libertarie. Collabora alla redazione di Prometeo e Azione Comunista fino al 1964, creando intorno a sé il gruppo LC e lavorando alla costruzione del nuovo “partito operaio rivoluzionario”, fondato su un “lavoro quotidiano d’organizzazione e di educazione del proletariato”.
[13] Da Il Libertario, 13 dicembre 1950, oggi pubblicato su L’imperialismo unitario, pag. 70, edizioni Lotta Comunista.
[14] Da Azione Comunista n°44, 10 aprile 1959, oggi pubblicato su L’imperialismo unitario, pag. 258, edizioni Lotta Comunista.
[15] Da Azione Comunista n°59, 25 marzo 1961, oggi pubblicato su L’imperialismo unitario, pag. 326, edizioni Lotta Comunista.
[16] Da Azione Comunista n°54, 10 ottobre 1960, oggi pubblicato su L’imperialismo unitario, pag. 329, edizioni Lotta Comunista.
[17] Da Lotta Comunista n°57, maggio 1975, oggi pubblicato su L’imperialismo unitario, pag. 1175, edizioni Lotta Comunista.
[18] La visione del partito nella concezione di Cervetto e di Lotta Comunista (II) [15] in Rivoluzione Internazionale n°144.
[19] Idem.
[20] Idem.
Pubblichiamo qui di seguito una breve cronologia degli avvenimenti e delle tappe del movimento di lotta contro la riforma delle pensioni che si sviluppa in Francia da mesi.
Completeremo questo quadro man mano secondo le notizie.
Questo movimento è già ricco di insegnamenti per il proletariato mondiale. Di fronte alle falsità propagate dallo Stato, dai mass media francesi e dalla stampa internazionale, è molto importante che le testimonianze e le varie informazioni sulla lotta siano fatte circolare e siano diffuse quanto più possibile in Francia ed in tutti i paesi.
Incoraggiamo quindi tutti i nostri lettori a completare la cronologia che segue (necessariamente molto parcellare ed incompleta) scrivendoci o utilizzando i nostri forum di discussione alle pagine in lingua inglese, francese o spagnolo. Cercheremo, nella misura delle nostre forze, di tradurre questi testi nelle principali lingue.
23 marzo
L’intersindacale (che raccoglie quasi la totalità dei sindacati francesi, dai più apertamente “collaborazionisti” con il governo ai presunti “radicali”) chiama ad una prima Giornata d’Azione.
800.000[1] dimostranti scendono in piazza. L’atmosfera è piuttosto atona, la rassegnazione domina. Bisogna dire che la riforma delle pensioni viene preparata da molti mesi, ed anche da molti anni. Infatti politici, mass media, “specialisti” di ogni genere hanno ripetuto senza tregua che questa riforma era indispensabile, inevitabile, che ne andava della sopravvivenza stessa del “regime di ripartizione” e de “l’equilibrio del budget nazionale”. Del resto la parola d’ordine dei sindacati non è il “ritiro dell’attacco sulle pensioni” ma la “modifica della riforma”. Questi chiamano a battersi per “più negoziazioni” Stato-Sindacato e per una riforma “più giusta, più umana”.
In breve, tutti, Stato, Padronato, Sindacati affermano che questo sacrificio è “una salutare necessità”. Di fronte a questo rullo compressore l’insoddisfazione è grande, ma le teste basse.
26 maggio
Replay. Si ricomincia. L’intersindacale chiama ad una seconda Giornata d’Azione secondo le stesse modalità e le stesse parole d’ordine. C’è un leggero aumento dei partecipanti (1 milione) ma l’atmosfera è sempre segnata dalla mancanza di speranza.
24 giugno
I sindacati pensano di dare la stoccata, il colpo di grazia… al movimento. Viene programmata una terza Giornata d’Azione. Tenuto conto dell’ambiente relativamente stagnante delle due precedenti, questa giornata alla vigilia delle vacanze deve essere una specie di “marcia funebre”. La macchina è ben lubrificata: una Giornata d’Azione della stessa entità delle precedenti significherebbe che “l’affare è chiuso”. Con due mesi di vacanze estive che seguono, lo scopo è far perdere ogni briciola di speranza su di un possibile sviluppo della lotta. I sindacati avevano sicuramente già pronti i loro discorsi: “Noi ci abbiamo provato, ma la combattività non è sufficientemente presente nei ranghi operai”. Scoraggiamento garantito!
Questa tecnica è già stata provata tante volte in passato, spesso con successo. Ma… patatrac… il 24 giugno, 2 milioni di lavoratori, di disoccupati, di precari scendono in piazza!
Al di là della massa, cambia anche l’atmosfera: la rabbia aumenta, la gente ne ha piene le scatole. Con l’accelerazione della crisi dal 2008, crescono la povertà e l’ingiustizia. La riforma delle pensioni diventa il simbolo di questo deterioramento brutale delle condizioni di vita.
Luglio-agosto
La giornata d’Azione del 24 giugno ha alzato il morale del proletariato. L’idea che una lotta ampia è possibile guadagna terreno. Ovviamente anche i sindacati sentono che il vento cambia, sanno che la questione “come lottare?” gira nelle teste. Decidono quindi di occupare immediatamente il terreno e gli spiriti, per loro è fuori discussione che i proletari si mettano a pensare ed agire da soli, al di fuori del loro controllo. Perciò all’indomani del 24 giugno annunciano una nuova Giornata d’Azione per il rientro, il 7 settembre.
Per essere ben sicuri di arginare ogni riflessione autonoma, arrivano a far passare sulle spiagge aerei con striscioni pubblicitari che chiamano alla manifestazione del 7 settembre!
Ma durante l’estate un altro avvenimento, un fatto di cronaca, alimenta la rabbia operaia: “l’affare Woerth„ (si tratta di una connivenza tra uomini politici attualmente al potere e una delle più ricche ereditiere del capitale francese, Madame Betancourt, proprietaria dell’Oréal, con allo sfondo frodi fiscali ed accordi illegali di ogni genere). Ma Eric Woerth altri non è che il ministro incaricato della riforma delle pensioni. La sensazione di ingiustizia è totale: la classe operaia deve stringersi la cinghia mentre i ricchi ed i potenti portano avanti i propri “affari”.
7 settembre
Questa Giornata d’Azione si annuncia immediatamente molto seguita. Tuttavia è la prima volta che una manifestazione viene organizzata subito dopo le vacanze. Prima ancora del 7 settembre, dinanzi all’ampiezza del malcontento nelle file dei proletari, i sindacati promettono di organizzare subito una nuova manifestazione per un sabato in modo che “tutti possano parteciparvi”.
Il 7 settembre: 2,7 milioni di manifestanti. L’interruzione estiva non ha fatto effetto, il rientro si annuncia caldo e parte da dove si era arrivati prima. Iniziano a fiorire appelli allo “sciopero rinnovabile”[2].
Di fronte al malcontento crescente ed all’ampiezza della mobilizzazione, l’intersindacale reagisce immediatamente: infatti… annulla la manifestazione del sabato, scarta la possibilità dello “sciopero rinnovabile” e nella foga lancia una nuova Giornata d’Azione per… 15 giorni dopo (il 23 settembre)! E’ necessario rompere la dinamica, temporeggiare. Questo “senso di responsabilità” dell’intersindacale sarà del resto salutato dai più alti rappresentanti dello Stato francese.
23 settembre
3 milioni di dimostranti in piazza! Il movimento dunque cresce ancora. Per la prima volta i cortei esitano a disperdersi. Più esattamente, in numerose città, alcune decine di persone qui, alcune centinaia là, restano a discutere alla fine della manifestazione. Volantini intercategoriali iniziano a far appello alla presa in mano delle lotte da parte degli operai[3]. In alcune città la CNT-AIT organizza Assemblee Popolari per “liberare la parola” (la CCI aderirà in seguito a questa eccellente iniziativa). A partire da ora queste assemblee di strada avranno successo riuscendo a raggruppare ogni settimana varie decine di partecipanti, in particolare a Toulouse[4].
Questa volontà di auto-organizzarsi espresso da minoranze rivela che l’insieme della classe inizia a porsi delle questioni sulla strategia sindacale, senza osare trarre ancora tutte le conseguenze dei loro dubbi ed interrogazioni.
2 ottobre
Prima manifestazione organizzata di sabato. Non c’è una significativa evoluzione nel numero di partecipanti. Solo che in questi 3 milioni di manifestanti si ritrovano fianco a fianco anche delle famiglie e dei lavoratori del settore privato che di solito non possono mettersi in sciopero.
Molti tentativi di organizzare assemblee di strada alla fine della manifestazione falliscono:
• A Parigi viene distribuito un volantino da un raggruppamento intercategoriale, Turbin (dal nome della sua mail, [email protected] [17]), che chiama a riunirsi sotto i suoi striscioni (“La migliore pensione, è l’attacco” e “Prendiamo in mano le nostre lotte”), sotto un chiosco, al punto di arrivo del corteo. La prova che quest’informazione è ben circolata, viene dal fatto che al punto di incontro saranno effettivamente presenti decine di… poliziotti (con tanto di macchina fotografica!). In mancanza di un posto adeguato per condurre una discussione, l’assemblea non può tenersi. Il corteo intercategoriale decide allora di continuare la manifestazione. Una cinquantina di persone ripartono ed aggregano sotto i loro striscioni, in un’ora, quasi 300 persone.
• A Tours il comitato “Per l’Estensione delle lotte” chiama nel suo volantino a “mantenere la strada”.
• A Lione alcune decine di dimostranti esprimono il desiderio non di lasciarsi immediatamente, di restare lì a discutere, in assemblea, e riflettere collettivamente su come proseguire e sviluppare il movimento. Gli impianti stereo della CGT (principale sindacato francese) saranno fatali per l’iniziativa, il rumore assordante impedisce ogni reale dibattito.
Questi tentativi mancati rivelano sia lo sforzo della nostra classe a prendere le SUE lotte in mano, sia le difficoltà ancora presenti nel periodo attuale (soprattutto la mancanza di fiducia in sé stessi che inibisce gli sfruttati).
Invece a Toulouse continuano a tenersi Assemblee Popolari. L’iniziativa anzi assume dimensioni più ampie poiché la CNT-AIT e la CCI, alla fine della manifestazione, piantano uno striscione al punto di arrivo, sul quale si può leggere “SALARIATI, DISOCCUPATI, STUDENTI, PENSIONATI, PRENDIAMO NELLE NOSTRE MANI LE LOTTE!”, ed organizzano un’assemblea di strada. Questo dibattito raggruppa alcune decine di persone.
12 ottobre
Questa nuova Giornata d’Azione raccoglie 3,5 milioni di persone in lotta! Record battuto! Più importante ancora, l’atmosfera è alquanto effervescente. Le Assemblee Generali intercategoriali iniziano a moltiplicarsi, se ne possono contare diverse decine in tutta la Francia. Raggruppano ogni volta tra 100 e 200 partecipanti. In queste viene sempre più criticata apertamente la politica dell’intersindacale, numerosi volantini affermano anche questa politica ci porta volontariamente alla sconfitta[5]. Una prova di questa dinamica è che a Toulouse, oltre alle Assemblee Popolari organizzate dalla CNT-AIT (e, in una misura minore, dalla CCI), viene lanciato un appello per organizzare un’assemblea in piazza tutti i giorni davanti la Borsa del lavoro alle 18.00 (e continua a riunirsi ancora oggi, 20 ottobre) ed a lanciare appelli attraverso volantini.
La maggioranza dei sindacati decide alla fine per lo sciopero “rinnovabile”. Tenuto conto di questa maratona (il movimento è cominciato 7 mesi fa!) e dei molti giorni di sciopero fatti dai lavoratori per le Giornate d’Azione a ripetizione, questo sciopero rinnovabile arriva ben tardi. I salari degli operai sono già ampiamente decurtati. In ogni caso questo è il calcolo che fanno i sindacati. Eppure anche questo sarà abbastanza seguito.
Tra i ferrovieri e gli insegnanti della regione parigina vengono organizzate numerose Assemblee Generali sindacali. La divisione ed il sabotaggio raggiungono qui il ridicolo. Alla SNCF (ferrovie francesi), le AG sindacali sono organizzate per categorie (il personale viaggiante da un lato, i controllori dall’altro, gli amministrativi in un altro ancora); in alcuni ospedali, ogni piano ha la propria AG! In più queste non sono affatto sovrane. Ad esempio, a Gare dell’Est, a Parigi, mentre il rinnovo dello sciopero deve essere votato giovedì 14 mattina, i funzionari sindacali lo votano tra di loro prima, il mercoledì. Questa strategia ha un doppio effetto:
• svuota di interesse l’AG, il personale quindi non ci va poiché tutto è già deciso;
• permette ai mass media di presentare i voti del rinnovo dello sciopero come il frutto di una stretta minoranza, questo allo scopo di rendere il movimento impopolare.
Del resto i sindacati si giocano qui la carta più grossa: paralizzare i trasporti (dal 12 ottobre molti treni non circolano più ed il blocco delle raffinerie fa aleggiare la minaccia della penuria di benzina) per creare tensioni all’interno della classe operaia ed mettere contro gli scioperanti quelli che vogliono (devono) andare a lavorare.
16 ottobre
Secondo sabato di manifestazione. Di nuovo quasi 3 milioni di persone si ritrovano in piazza.
Il fatto nuovo viene dai giovani: i liceali, scesi a loro volta in lotta alcuni giorni prima, partecipano ai cortei.
Il lunedì seguente vengono bloccate quasi 1.000 scuole e si hanno numerose manifestazioni spontanee di liceali. L’UNL, principale sindacato liceale (e non universitario), che ha lanciato questo movimento, riconosce di essere stato sorpreso dall’ampiezza della mobilitazione. Lo Stato sfrutta la presenza di alcuni giovani casseurs[6] tra le file dei liceali per reprimere con estrema violenza alcuni che portano avanti il blocco e giovani dimostranti (un ragazzo di 17 anni ha rischiato di perdere un occhio per una Flash-Ball[7] a Montreuil, un sobborgo parigino). Le forze dell’ordine del resto attizzano la rabbia con vere e proprie “provocazioni poliziesche”. Lo scopo è chiaro: far degenerare il movimento facendolo cadere nella violenza cieca e lo scontro sterile con i poliziotti. Anche qui lo Stato cerca a tutti i costi di rendere la lotta impopolare, di intimorire i giovani, i loro genitori e tutta la classe operaia.
18 ottobre
Gli studenti universitari, che erano stati al centro del movimento vittorioso contro il Contratto Primo Impiego (CPE) nel 2006, sembrano iniziare a entrare nella danza. Alcune facoltà (a Parigi, Toulouse e Rennes in particolare) annunciano il blocco, ma ciò rimane per il momento abbastanza minoritario.
19 ottobre
La minaccia del blocco delle raffinerie, che incombeva dal 12 ottobre, viene effettivamente messa in atto. Senza alcuna decisione in AG, le truppe della CGT paralizzano i siti sotto l’ordine del loro sindacato. Rapidamente la benzina viene a mancare in moltissime stazioni (tra 1.000 e 2.000 secondo le stime).
La mobilitazione cresce anche alla SNCF, sempre più treni vengono annullati.
Nonostante questa paralisi dei trasporti il movimento non diventa impopolare. Anche i mass media, di solito così bravi a mettere in rete dei micro-blocchi ferroviari bidoni dove gli “utenti” gridano tutto il loro odio per essere incastrati senza treno in una stazione, devono riconoscere questa volta che questi stessi “utenti” sono solidali al movimento, che sopportano il disagio con pazienza e che sostengono interamente gli scioperanti perché “si battono per tutti”. Certe AG sindacali ed alcune intercategoriali decidono anche di sostenere quelli che bloccano le raffinerie (i quali subiscono molti attacchi, a volte brutali, da parte della polizia con il pretesto di “liberare le raffinerie” , “ristabilire l’ordine” e “fermare i mascalzoni” (dixit il Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy) andando fisicamente a spalleggiare i picchetti.
Risultato, nonostante la penuria di benzina e la mancanza di treni, nonostante le intimidazioni e la repressione, 3,5 milioni di dimostranti sono ancora e sempre in piazza il 19 ottobre. Ciò dimostra la profondità della rabbia nelle file operaie!
Di fronte all’ampiezza di questa nuova mobilitazione lo Stato utilizza ancor più l’arma del manganello e della Flash-Ball. In particolare, a Lione uno spiegamento massiccio di poliziotti attende l’arrivo del corteo dei manifestanti. E’ una vera e propria sfida, questi agenti attizzano volontariamente l’odio nei giovani. Un pungo di questi cede alla provocazione. La repressione si abbatte allora in uno scatenarsi di violenza. I poliziotti picchiano su tutto ciò che si muove: giovani “dall’aspetto da teppisti” o comunque giovani, ma anche su teste grigie (il corteo di Sud farà le spese di questo pestaggio in piena regola). Lo Stato ha certamente avuto sentore di essersi spinto troppo avanti visto che alcuni ministri lanciano “appelli alla calma” (diretti in realtà alle proprie truppe). La seguente manifestazione parigina si svolge “senza scontri”, come ha fortemente sottolineato la stampa.
Per riassumere, il movimento si sviluppa da 7 mesi. La rabbia è immensa. Le rivendicazioni contro la riforma delle pensioni tendono a passare in secondo piano: i mass media riconoscono che il movimento si “politicizza”. E’ tutta la miseria, la precarietà, lo sfruttamento, ecc. ad essere apertamente respinti. Si accresce anche la solidarietà tra i vari settori. Ma, per il momento, la classe operaia non riesce a prendere realmente in mano le SUE lotte. Lo desidera sempre più, ci prova qui e là attraverso dei tentativi di minoranze, diffida in modo crescente dell’intersindacale, ma non riesce ancora realmente ad organizzarsi collettivamente attraverso Assemblee Generali autonome e sovrane, e dunque al di fuori dei sindacati. E’ tuttavia sono tali AG ad aver costituito il cuore del movimento contro il CPE nel 2006 ed a dargli forza. La classe operaia sembra mancare ancora di fiducia in sé stessa. Lo sviluppo futuro della lotta ci dirà se riuscirà a superare questa volta questa difficoltà. Altrimenti sarà per la prossima volta! Il presente è ricco di promesse per il futuro delle lotte.
A seguire…
CCI, 22 ottobre 2010
[1] tutte le cifre di partecipazione sono quelle date dall’intersindacale. Tra le cifre sindacali e quelle della polizia c’è a volte una differenza da 1 a 10! Del resto i mass media parlano di “guerra delle cifre”. Questa pseudo guerra vuol far credere che ci sia un’opposizione radicale tra i sindacati e lo Stato (mentre nei fatti suonano solo uno strumento diverso nell’ambito della stessa orchestra ed al servizio della stessa partitura) e rimescola le carte. Nessuno sa realmente quante persone partecipano alle manifestazioni. Abbiamo preso in considerazione le cifre dell’intersindacale che sono certamente più vicine alla realtà e ci permettono di individuare la tendenza, sapere se la partecipazione diminuisce o aumenta.
[2] Cioè sciopero a ripetizione, che riprende ogni settimana.
[3] Alcuni esempi di questi volantini sono pubblicati sul nostro forum in lingua francese, nella discussione “Prenons nos luttes en main”.
[4] Come esempio ecco uno di questi appelli a fare un’Assemblea Popolare:“Questo rientro è segnato dalle massicce manifestazioni attizzate dalla riforma delle pensioni. Partecipiamo in centinaia di migliaia a questi assembramenti organizzati dai sindacati. Quanti ci vanno senza fatalismo? Quanti tornano a casa frustrati? Le esperienze passate hanno ampiamente dimostrato che queste giornate d’azione a ripetizione non sono altro che sterili passeggiate. Se non reagiamo, se non prendiamo la parola per decidere insieme come condurre e sviluppare la nostra lotta, tutti gli attacchi contro le nostre condizioni di vita – tra cui quello sulle pensioni - ci verranno imposti, e altri ne seguiranno. Per questo invitiamo a venire a discutere per rompere l’atomizzazione alla quale siamo costretti. Cosa succede quando quelli costretti al silenzio ed all’isolamento si riuniscono e si mettono a parlare? Bisogna ancora aspettare “il momento buono” o il permesso per farlo? Troviamoci lunedì 11 ottobre alle 13.00 ai mercati esterni dell’Arche per discutere, insieme ed ora, dei mezzi per portare avanti e sviluppare una risposta. Fermiamo la dispersione! Approfittiamo di questo momento per creare un reale luogo di discussione fraterno, aperto a tutti!”
[5] leggi in particolare il volantino “A TUTTI I LAVORATORI” firmato “Lavoratori e precari dell’Assemblea Generale intercategoriale della Gare dell’Est” (disponibile sul nostro forum alla pagina in lingua francese).
Questo volantino afferma ad esempio: “Lasciare che Chérèque (CFDT), Thibault (CGT) e Co. decidano al nostro posto, significa prepararsi a nuove sconfitte” e “La forma che il movimento assumerà dipende da noi. Spetta a noi tutti costruirlo nei nostri posti di lavoro con comitati di sciopero, nei nostri quartieri attraverso Assemblee Generali sovrane. Queste devono riunire quanto più possibile la popolazione lavoratrice, essere coordinate a livello nazionale con delegati eletti e revocabili. Sta a noi decidere gli strumenti d’azione, le rivendicazioni… Ed a nessun altro”.
[6] Letteralmente chi spacca. Termine usato in Francia per indicare elementi che nelle manifestazioni, con atti di violenza, danneggiano i beni pubblici creando un clima di tensione.
[7] Arma a proiettili di gomma.
Un gruppo di operai della TEKEL ha lavorato alla creazione di un comitato con lo scopo di tirare le lezioni della lotta a cui hanno partecipato e la Piattaforma degli operai in lotta è una tappa importante in questo sforzo di creare legami con altri lavoratori, in particolare quelli che lottano contro i termini e le norme che il 4-C[1] ha introdotto di recente, che costituisce essenzialmente un attacco generalizzato contro tutti i lavoratori del settore pubblico, con la riduzione di salari, trasferimento di lavoratori, obbligo di fare straordinari non pagati, facoltà per la direzione di sospendere temporaneamente dei lavoratori e libertà di licenziamenti arbitrari.
Gli operai di questa piattaforma lanciano un appello per la sottoscrizione a sostegno di questa lotta. Ci teniamo a sottolineare che essi non chiedono soldi per nutrirsi durante gli scioperi.
Anche se questo tipo di solidarietà può essere importante, molto spesso esso non arriva agli operai che stanno scioperando in quel momento, e anche quando questo avviene, esso riesce ad alleviare ben poco le sofferenze di decine di migliaia di famiglie implicate in uno sciopero importante. Quello che chiedono è denaro che permetta loro di organizzare le attività necessarie alla lotta. La Turchia è un paese molto grande (viaggiare attraverso la Turchia è come viaggiare da Londra a Varsavia), e la TEKEL, per esempio, è un’impresa con lavoratori in tutto il paese. Viaggiare per partecipare a delle riunioni costa, così come organizzare la distribuzione di volantini, l’attacchinaggio di manifesti e le riunioni pubbliche. Il denaro è qualcosa che manca agli operai dopo una lunga lotta in uno dei paesi più poveri d’Europa.
Non preoccupatevi se non potete dare molto. Ricordate che la Turchia è uno dei paesi più poveri d’Europa e che anche pochi soldi possono fare molto; per fare un esempio, il prezzo di un pacchetto di sigarette e di una birra in Europa può essere sufficiente a inviare un operaio a una riunione in un’altra città.
[1] Nome amministrativo dell’ultima riforma del regime degli impiegati pubblici.
In seguito all’annuncio dell’aumento del prezzo della carne, gli operai reagiscono in parecchie fabbriche con scioperi spontanei. Il primo luglio, gli operai della Tczew vicino Danzica e dell’Ursus nella periferia di Varsavia entrano in sciopero. Alla Ursus si tengono assemblee generali, viene eletto un comitato di sciopero e sono stabilite rivendicazioni comuni. Nei giorni seguenti gli scioperi continuano ad estendersi: Varsavia, Lodz, Danzica, ecc. Il governo cerca di impedire una estensione maggiore del movimento facendo rapide concessioni, tra cui aumenti salariali. A metà luglio gli operai di Lublino, un importante crocevia ferroviario, entrano in sciopero. Lublino è situata sulla linea ferroviaria che collega la Russia alla Germania dell’est. Nel 1980 costituiva una linea vitale per il vettovagliamento delle truppe russe nella Germania dell’est. Le rivendicazioni degli operai sono le seguenti: nessuna repressione contro gli operai in sciopero, ritirata della polizia dalle fabbriche, aumenti salariali e libere elezioni dei sindacati.
Gli operai avevano tirato le lezioni delle lotte del 1970 e del 1976[1]. Essi capivano chiaramente che l’apparato sindacale ufficiale era a fianco dello Stato stalinista e del governo ogni volta che essi avanzavano delle rivendicazioni. Perciò, in questa estate del 1980 essi prendono direttamente l’iniziativa della lotta. Senza aspettare nessuna istruzione proveniente dall’alto, essi procedono uniti e tengono assemblee per decidere da soli modi e tempi delle loro lotte.
Nelle assemblee di massa sono concordate rivendicazioni comuni. Si crea un comitato di sciopero. All’inizio le rivendicazioni economiche sono in primo piano.
Gli operai sono determinati. Vogliono evitare una ripetizione del bagno di sangue che aveva schiacciato le lotte del 1970 e 1976. Nel polo industriale di Danzica-Gdynie-Sopot viene costituito un comitato di sciopero inter-fabbriche (MKS), formato da 400 membri (due delegati per ogni fabbrica). Nella seconda metà di agosto si riunirono da 800 a mille delegati. Ai cantieri navali Lenin si tengono assemblee ogni giorno. Attraverso degli altoparlanti si permette a tutti gli operai di seguire le discussioni dei comitati di sciopero e i negoziati con i rappresentanti del governo. In seguito si istallano anche dei microfoni fuori dalla sala riunione dell’MKS, per consentire agli operai presenti alle assemblee generali di intervenire direttamente nelle discussioni dell’MKS. La sera i delegati – normalmente provvisti di cassette con la registrazione dei dibattiti – rientrano sui propri posti di lavoro e presentano le discussioni e la situazione nella “loro” assemblea generale di fabbrica, rendendo il loro mandato a questa.
Sono questi gli strumenti attraverso cui un gran numero di operai ha potuto partecipare attivamente alla lotta. I delegati devono rendere il loro mandato, sono revocabili in ogni momento e le assemblee generali sono sempre sovrane. Tutte pratiche che sono all’opposto della pratica sindacale.
Allo stesso tempo, dopo che gli operai di Danzica-Gdynia-Sopot si sono uniti, il movimento si estende ad altre città. Il 16 agosto il governo interrompe le linee telefoniche per sabotare le comunicazioni tra gli operai. Immediatamente gli operai minacciano di estendere ancora di più il movimento se il governo non riallaccia le linee. Il governo è costretto a tornare sui suoi passi.
L’assemblea decide allora di creare una milizia operaia. Poiché il consumo di alcool è molto esteso, si decide collettivamente di proibirne l’uso. Gli operai sanno che hanno bisogno di avere la testa lucida nel loro confronto con il governo.
Quando il governo minaccia di scatenare la repressione a Danzica, i ferrovieri di Lublino dichiarano: “Se gli operai di Danzica saranno attaccati fisicamente e se uno solo di essi viene toccato, noi paralizzeremo la linea ferroviaria strategicamente più importante fra la Russia e la Germania dell’est.”
Gli operai sono mobilitati in quasi tutte le principali città. Più di mezzo milione fra loro comprendono che essi costituiscono la sola forza decisiva nel paese capace di opporsi al governo. Essi sanno cosa dà loro questa forza:
- l’estensione rapida del movimento invece del suo schiacciamento in scontri violenti come nel 1970 e nel 1976;
- la loro autorganizzazione, cioè la loro capacità di prendere l’iniziativa da sé stessi senza contare sui sindacati;
- la tenuta di assemblee generali in cui essi possono unire le loro forze, esercitare un controllo sul movimento, permettere la massima partecipazione di massa possibile e negoziare con il governo davanti a tutti.
E, in effetti, l’estensione del movimento fu la migliore arma della solidarietà; gli operai non si sono contentati di fare delle dichiarazioni, ma hanno preso essi stessi l’iniziativa delle lotte. Questa dinamica ha reso possibile lo sviluppo di un diverso rapporto di forze. Finché gli operai avrebbero lottato in maniera così di massa e unita, il governo non poteva scatenare nessuna repressione. Durante gli scioperi dell’estate, quando gli operai affrontavano il governo in maniera unita, nemmeno uno di loro fu ucciso o colpito. La borghesia polacca aveva capito che essa non poteva permettersi un tale errore, ma che doveva indebolire la classe operaia dall’interno.
Le lotte in Polonia costituivano un pericolo per l’esempio che costituivano per i paesi vicini.
Le frontiere tra la Polonia e la Germania dell’est, la Cecoslovacchia e l’Unione Sovietica sono immediatamente chiuse. La borghesia ha le sue buone ragioni per prendere una tale misura! Perché nella vicina regione carbonifera di Ostrawa in Cecoslovacchia i minatori, seguendo l’esempio polacco, sono scesi anche essi in sciopero. Nella regione mineraria romena, a Togliattigrad in Russia, gli operai seguono la stessa strada. Nei paesi occidentali, anche se non ci sono scioperi di solidarietà diretta con le lotte degli operai polacchi, gli operai di numerosi paesi riprendono le parole d’ordine del loro fratelli di classe in Polonia. A Torino, nel settembre del 1980 si sentono gli operai gridare: “Danzica ci mostra il cammino.”
Mentre all’inizio non c’era influenza sindacale, i membri dei “sindacati liberi”[2] si misero ad ostacolare la lotta.
Mentre all’inizio i negoziati erano condotti in maniera pubblica, si avanzò, dopo un certo tempo, la pretesa che necessitavano degli “esperti” per mettere a punto i dettagli dei negoziati con il governo. Progressivamente gli operai non potettero più seguire i negoziati, e ancor meno parteciparvi, perché gli altoparlanti che dovevano trasmetterli “non funzionavano più a causa di problemi tecnici”. Lech Walesa, membro dei “sindacati liberi”, fu incoronato leader del movimento grazie alla misura di licenziamento con cui l’aveva colpito la direzione dei cantieri navali di Danzica. Il nuovo nemico della classe operaia, il “sindacato libero”, aveva lavorato per infiltrare il movimento e cominciò il suo lavoro di sabotaggio. Cominciò con il distorcere completamente le rivendicazioni operaie. Mentre all’inizio le rivendicazioni economiche e politiche erano in testa alla lista, il “sindacato libero” di Walesa comincia a spingere per il riconoscimento dei sindacati “indipendenti”, mettendo solo in secondo piano le rivendicazioni economiche e politiche. Essi seguivano al vecchia tattica “democratica”: difesa dei sindacati al posto degli interessi operai.
La firma degli accordi di Danzica il 31 agosto segna l’esaurimento del movimento, anche se degli scioperi proseguono per qualche giorno in altre città. Il primo punto di questi accordi autorizza la creazione di un sindacato “libero e autogestito”, che prenderà il nome di Solidarnosc. I quindici membri del presidium dell’MKS costituirono la direzione del nuovo sindacato.
Poiché gli operai erano stati chiari sul fatto che i sindacati ufficiali camminavano con lo Stato, la maggior parte di essi pensava ora che il sindacato Solidarnosc, forte di dieci milioni di operai, non era corrotto e avrebbe difeso i loro interessi. Non erano ancora passati per l’esperienza degli operai occidentali che si sono confrontati per decenni con i sindacati “liberi”.
Walesa si preoccupò di promettere: “Vogliamo creare un secondo Giappone e stabilire la prosperità per tutti”, e molti operai, a causa della loro inesperienza della realtà del capitalismo occidentale, si fecero grandi illusioni. Solidarnosc e Walesa alla sua testa assunsero il ruolo di pompieri del capitalismo per spegnere la combattività operaia. Queste illusioni della classe operaia in Polonia non erano niente altro che il peso e l’impatto dell’ideologia democratica su questa parte del proletariato mondiale. Il veleno democratico, già molto potente nei paesi occidentali, non poteva che avere una forza ancora più grande in Polonia, dopo cinquanta anni di stalinismo. E’ quello che la borghesia polacca e mondiale avevano capito molto bene, Sono state queste illusioni democratiche a costituire il terreno su cui la borghesia e il suo sindacato Solidarnosc hanno potuto condurre la loro politica antioperaia e scatenare poi la repressione.
Nell’autunno del 1980, quando gli operai ripartono in sciopero per protestare contro gli accordi di Danzica, avendo constatato che anche con un sindacato “libero” al loro fianco la loro situazione materiale era peggiorata, Solidarnosc comincia a mostrare il suo vero volto. Già alla fine dello sciopero di massa, Walesa gira di qua e di là con un elicottero dell’esercito per fare appello agli operai perché terminassero gli scioperi con urgenza. “Non abbiamo bisogno di altri scioperi perché questi ci spingono verso l’abisso, bisogna calmarsi”.
Fin dall’inizio Solidarnosc comincia a sabotare il movimento. Ogni volta che si presenta l’occasione, Solidarnosc si impadronisce dell’iniziativa degli operai, impedendo loro di lanciare nuovi scioperi.
Nel dicembre 1981 la borghesia polacca può infine scatenare la repressione contro gli operai. Solidarnosc fa di tutto per disarmare politicamente gli operai. Mentre durante l’estate del 1980 nessun operaio era stato ferito o ucciso grazie all’autorganizzazione e all’estensione delle lotte, e perché non c’era un sindacato per inquadrare gli operai, nel dicembre 1981 più di 1200 operai sono assassinati, e decine di migliaia messi in prigione o condotti verso l’esilio.
Se, in seguito, l’ex leader di Solidarnosc Lech Walesa è stato eletto alla testa del governo polacco,è giustamente perché egli aveva già mostrato di essere un eccellente difensore degli interessi dello Stato polacco nella sua funzione di capo sindacale.
Anche se sono passati trenta anni e nonostante che molti operai che presero parte al movimento di sciopero all’epoca sono diventati disoccupati o sono stati forzati all’emigrazione, la loro esperienza è di un valore inestimabile per tutta la classe operaia. Come avevamo già scritto nel 1980 “Su tutti questi punti le lotte in Polonia rappresentano un grande passo in avanti nella lotta del proletariato su scala mondiale, ed è perciò che queste lotte sono le più importanti da mezzo secolo”. (Risoluzione sulla lotta di classe, 4° Congresso della CCI, 1980, Révue Internationale n° 26). Esse furono il punto più alto di una ondata internazionale di lotte. Come dicevamo nel nostro rapporto sulla lotta di classe nel 1999, al nostro 13°Congresso: “Gli avvenimenti storici di questo livello hanno delle conseguenze a lungo termine. Lo sciopero di massa in Polonia ha fornito la prova definitiva che la lotta di classe è la sola forza che può costringere la borghesia a mettere da parte le sue rivalità imperialiste. In particolare, esso ha mostrato che il blocco russo – storicamente condannato per la sua posizione di debolezza ad essere “l’aggressore” in ogni guerra - era incapace di rispondere alla sua crisi economica crescente con una politica di espansione militare. In maniera chiara, gli operai dei paesi del blocco dell’est (e della Russia stessa) non potevano totalmente servire da carne da cannone in una qualche guerra futura per la gloria del “socialismo”. Così, lo sciopero di massa in Polonia fu un potente fattore nell’implosione del blocco russo” (Révue Internationale n°99, 1999).
CCI
[1] Durante l’inverno 1970-71 gli operai dei cantieri del Baltico erano entrati in sciopero contro l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. In un primo tempo il regime stalinista aveva reagito con una repressione feroce delle manifestazioni, facendo parecchie centinaia di morti, in particolare a Danzica. Gli scioperi però non finirono. Alla fine il capo del partito, Gomulka, fu giubilato e sostituito da un personaggio più “simpatico”, Gierek Questo aveva dovuto discutere per 8 ore con gli operai dei cantieri navali di Szczecin prima di convincerli a riprendere il lavoro. Evidentemente, ben presto egli tradì le promesse che aveva fatto in quel momento. Così, nel 1976, nuovi brutali attacchi economici provocarono scioperi in diverse città, in particolare alle fabbriche Radom e Ursus. La repressione fece diverse decine di morti.
[2] Non si trattava, in senso stretto, di un sindacato, ma di un piccolo gruppo di operai che, in legame con il KOR (comitato di difesa degli operai) costituito da intellettuali dell’opposizione democratica dopo la repressione del 1976, si battevano per la legalizzazione di un sindacalismo indipendente.
Dopo i tagli e la riduzione dello stato sociale imposti per decreto dallo Stato ai lavoratori del pubblico impiego, segue a ruota naturalmente l’attacco del padronato privato, nelle vesti dell’amministratore delegato della FIAT Marchionne che farà da battistrada, ne siamo certi, a tutti gli altri capi e capetti delle medie e piccole imprese. Di che si tratta? Del piano strategico 2010-2014 di riconversione dell’automobile imposto di fatto da Marchionne alle maestranze FIAT che prevede 20 miliardi di euro di investimenti in Italia di cui 700 milioni per produrre dal secondo semestre 2011 la nuova Panda nell’impianto di Pomigliano d’Arco (mentre quello di Termini Imerese verrà chiuso). Ma Marchionne è molto chiaro su questa transizione: “Per Pomigliano bisogna chiudere l'accordo. Se non si chiude, sono disposto a non far partire l'investimento.”[1]
Come mai Marchionne è così preoccupato quando deve semplicemente fare degli investimenti per migliorare la produzione dell’impianto? Perché in realtà sa bene che si tratta di un piano ferocemente antioperaio, che prevede lacrime e sangue per i lavoratori e investire i “suoi” soldi senza la garanzia che ci sia la pace sociale non se la sente. Perciò è alla ricerca di un patto di ferro con i sindacati per applicare delle misure che prevedono, tra l’altro: 18 turni settimanali su sei giorni, sanzioni in caso di sciopero il sabato, pause ridotte da 40 a 30 minuti, 80 ore di straordinario obbligatorio all’anno, messa in ferie d’ufficio nel caso di chiusura della fabbrica per causa di forza maggiore, punibilità dei lavoratori nel caso in cui le assenze superino l’andamento medio di assenteismo.
D’altra parte segnali di scontentezza nello stabilimento, storicamente piuttosto vivace, ce ne sono stati a ripetizione, come la lettera di un’operaia che denuncia la falsa propaganda televisiva dell’azienda che pubblichiamo in allegato a questo articolo[2].
Questo patto scellerato, che viene accompagnato da tutta una propaganda per far passare l’idea che, se non si accetta il piano, l’impianto sarà chiuso e i posti di lavoro si perderanno, ha registrato letteralmente un tripudio nel mondo della borghesia nostrana, che non si aspettava di poter assestare un colpo così profondo alle condizioni di vita dei lavoratori, con la Marcegaglia, capo di Confindustria, che si lascia andare a dire che è incredibile che ci sia chi si oppone a questo piano e ancora che non è possibile continuare a “difendere i disonesti”, facendo riferimento a fenomeni di assenteismo registrati in passato.
E i sindacati? Beh! Quelli li conosciamo. Il piano é stato prima accettato separatamente da Fim-Cisl, Uilm e Fismic e un poco dopo dall’Ugl in modo da lasciare sola la CGIL con la Fiom. Poi successivamente finanche la CGIL, che aveva fatto finta di esprimere dei segni di combattività, ha deposto le armi e ha invitato i lavoratori dell’impianto a firmare il si di accettazione del nuovo piano al referendum consultivo del 22 giugno prossimo[3]. Così si lascia la Fiom svolgere per intero il ruolo dell’eroe che o resiste fino in fondo o che è costretto a cedere all’ultimo minuto, ma che resta tuttavia l’ultimo baluardo della difesa degli interessi operai.
Ma non è che hanno veramente ragione i padroni, visto che gli stessi sindacati ci stanno dietro? Non è che facendo opposizione al piano FIAT finiamo per andare contro i nostri stessi interessi? Si dice che, rifiutando l'accordo, si rischia di perdere 15.000 posti di lavoro nel mezzogiorno. Ma non si dice che così facendo si cancellano 15.000 posti di lavoro in Polonia, nel resto d'Europa, in Asia o in America. E sì perché, come è detto chiaramente nella lettera dei circa 200 accademici di economia del nostro paese[4], "questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori". Come dire che gli operai producono già adesso troppo, tanto che non si riesce a vendere tutto quello che essi producono. E questo non perché manchi chi ne abbia bisogno, ma perché manca chi possa pagare con denaro queste merci prodotte. Insomma siamo ormai alla radice di tutti i problemi, ovvero alla messa a nudo delle contraddizioni fondamentali del capitalismo legate alla sua tendenza intrinseca alla sovrapproduzione e all’incapacità di realizzare il profitto contenuto in queste merci sul mercato se non distruggendo i concorrenti.
Motivo per cui peggiorare le condizioni di lavoro degli operai significa, dal punto di vista dei padroni, appropriarsi di un’ulteriore quota di lavoro proletario senza pagarlo in modo da poter vendere meglio sul mercato, a prezzi più competitivi, le proprie merci. Ma questo non lo fa solo la FIAT, lo fanno tutti i padroni, pubblici e privati, a livello internazionale. E lo devono fare necessariamente, lo vogliano o no, pena la propria scomparsa dal mercato internazionale. Ecco perché accettare i sacrifici dei padroni, per i proletari, è una scelta perdente perché ci si ritrova, dopo un po’ di tempo che si sono patite le pene dell’inferno, punto e a capo perché analoghi sacrifici sono stati imposti ai proletari di altre aziende e di altri paesi, e il ciclo al massacro riprende da capo. D’altra parte, vista la questione da parte operaia, resistere agli attacchi del capitale costituisce oggi la maniera migliore per difendere non solo i propri interessi ma anche quelli dei proletari di altre aziende e di altri paesi perché significa spezzare questa dinamica infernale degli attacchi.
E’ quello che ci mostra in maniera particolarmente lucida una lettera inviata da un gruppo di operai della fabbrica FIAT di Tychy, in Polonia, ai colleghi di Pomigliano che stanno per votare se accettare o meno le condizioni della FIAT per riportare la produzione della Panda in Italia. Questa lettera, pubblicata in allegato a questo articolo, é importante perché, con parole molto semplici, riesce a spiegare come i padroni giochino la carta della difesa della produzione nazionale per schiavizzare il proletariato di tutte le nazioni.
Noi non sappiamo oggi quale sarà l’epilogo di questa vicenda alla Fiat di Pomigliano. Sappiamo però che la dinamica della lotta di classe, in Italia e nel mondo, si sta sviluppando nel senso giusto e che fenomeni di solidarietà come questo o come quello degli operai tedeschi a sostegno delle lotte in Turchia e tanti altri che si stanno manifestando in questo periodo costituiscono un opportuno alimento della lotta di classe del prossimo periodo.
Ezechiele 20 giugno 2010
[1] Fiat, Marchionne: ''Intesa su Pomigliano'' Epifani: ''Piano di ...
[3] “Cgil Campania e Napoli invitano i lavoratori Fiat a votare Si all’accordo raggiunto ieri per lo stabilimento di Pomigliano, «per mantenere aperto un dialogo unitario, per far sì che l’investimento si realizzi, per continuare a lavorare, nei tempi che ci dividono dall’avvio dell’impianto, a correggere gli aspetti che consideriamo negativi, a partire dai diritti, capitolo sul quale, comunque, la Cgil esprimerà il suo massimo impegno»”. (da www.ilmattino.it/articolo.php?id=106773&sez=ECONOMIA [22]).
"Questa è l’ennesima lettera di una persona che soffre, di una lavoratrice che grida il proprio dolore per non poter svolgere il suo ruolo naturale di madre passando del tempo a giocare con i propri figli perché il lavoro sfiancante della fabbrica glielo impedisce. Non lasciamola sola. Manifestiamo la nostra solidarietà, ma soprattutto cominciamo a pensare e ad agire tenendo conto che non dobbiamo sostenere questo e poi quello e poi quell'altro lavoratore in difficoltà. Cominciamo a renderci conto che solo la lotta unita di tutti quanti può sostenere la lotta e dare sollievo alle difficoltà di ognuno di noi.” Eduardo (dal forum https://napolioltre.forumfree.it/ [25]).
“E’ sempre un grande dolore leggere parole amare di persone come questa donna che, senza il dominio del capitale, sarebbero libere di donare alla società, a noi tutti, il loro valore.
Vedere persone così a fare lavori così, è come uno sfregio in faccia; è tra i tanti conti che il capitale dovrà pagarci, speriamo molto presto.
Rispedire ogni questione politica in ottica classista; è l'unica arma in grado di uccidere il dominio del capitale.
Un abbraccio ad Anna, con la speranza che possa quanto prima migliorare la propria condizione economica e di vita. Certamente tuo figlio non dimenticherà il valore di sua madre, né la meschinità di chi la schiavizza.” polrpk (dal forum https://napolioltre.forumfree.it/ [25]).
«Quando mi chiederai di portarti al parco a giocare, al mare o semplicemente a fare una passeggiata o a mangiare un gelato, dovrò dirti di no, perché il mio lavoro non me lo permetterà»: Anna Solimeno, mamma di tre bambini, e operaia dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco (Napoli), si rivolge al più piccolo dei suoi tre bambini, in una lettera aperta di risposta allo spot “Fabbrica Italia”, realizzato dall’azienda e in onda sulle reti nazionali. L’operaia contesta lo spot e le condizioni di lavoro chieste dall’azienda per la produzione della Panda nello stabilimento locale. «Caro figlio mio - scrive Anna - siccome non riesco a dormire per i mille problemi che mi affollano la mente, voglio raccontarti la verità di questo piano industriale che la Fiat sta attuando per incrementare i propri profitti economici, “predicendo” il futuro sul raddoppiamento della produzione e dell’esportazione di auto all’estero. Le sole cose che raddoppieranno saranno gli utili nei conti Fiat e il carico di lavoro di noi poveri operai, e per me raddoppieranno le possibilità di ammalarmi per colpa di turni massacranti e postazioni di lavoro sempre più pesanti. E sarò assente da casa per tutti i giorni della settimana e in quelle poche ore che sarò presente, sarò così stanca e stressata che non avrò nemmeno la forza di abbracciarti». «Bimbo mio - conclude Anna - quando mi chiederai chi sono, potrò solo dirti che sono una “schiava” della Fiat, moderna, ma pur sempre schiava di un sistema che ci massacra per i propri interessi pagandoci sempre meno e togliendoci spazio per la nostra vita sociale e familiare oltre ad averci tolto tutti i diritti. La verità non è, quindi, quella trasmessa sulle reti nazionali da “Fabbrica Italia”».
fonte: www.controlacrisi.org [26].
Pubblichiamo qui di seguito la lettera degli operai polacchi della Tychy ai loro compagni di classe di Pomigliano. La chiarezza e la lucidità espresse in questa lettera sono esemplari, in particolare sul gioco dei padroni nel dividere i proletari dei vari paesi sulla base di promesse che poi non manterranno. Questa lettera è tanto più importante nella misura in cui è noto che la FIAT ha intenzione di spostare in Italia la produzione della nuova panda che attualmente si produce in Polonia, per cui la mancata resistenza degli operai italiani si rifletterà a breve sulle condizioni di vita di migliaia di famiglie polacche. Mai come oggi da decenni a questa parte risulta così chiaro che la dimensione della lotta di classe è necessariamente una dimensione internazionale. A complemento della lettera abbiamo ritenuto interessante pubblicare alcuni commenti a questa lettera apparsi sul forum https://napolioltre.forumfree.it/ [25]. Condividiamo complessivamente gli elementi sviluppati in questi contributi. Vogliamo solo mettere in guardia dal considerare una vittoria dei si come catastrofica tenendo conto che si tratta di un referendum di fabbrica, dove i lavoratori si ritrovano da soli uno per uno a fare i conti con la propria vita e peraltro organizzato in condizioni di ricatto così vili. CCI
“La FIAT gioca molto sporco coi lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli alti. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d'Europa e non sono ammesse rimostranze all'amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del weekend)
A un certo punto verso la fine dell'anno scorso è iniziata a girare la voce che la FIAT aveva intenzione di spostare la produzione di nuovo in Italia. Da quel momento su Tychy è calato il terrore. Fiat Polonia pensa di poter fare di noi quello che vuole. L'anno scorso per esempio ha pagato solo il 40% dei bonus, benché noi avessimo superato ogni record di produzione.
Loro pensano che la gente non lotterà per la paura di perdere il lavoro. Ma noi siamo davvero arrabbiati. Il terzo "Giorno di Protesta" dei lavoratori di Tychy in programma per il 17 giugno non sarà educato come l'anno scorso.
Che cosa abbiamo ormai da perdere?
Adesso stanno chiedendo ai lavoratori italiani di accettare condizioni peggiori, come fanno ogni volta. A chi lavora per loro fanno capire che se non accettano di lavorare come schiavi qualcun altro è disposto a farlo al posto loro. Danno per scontate le schiene spezzate dei nostri colleghi italiani, proprio come facevano con le nostre.
In questi giorni noi abbiamo sperato che i sindacati in Italia lottassero. Non per mantenere noi il nostro lavoro a Tychy, ma per mostrare alla FIAT che ci sono lavoratori disposti a resistere alle loro condizioni. I nostri sindacati, i nostri lavoratori, sono stati deboli. Avevamo la sensazione di non essere in condizione di lottare, di essere troppo poveri. Abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione.
E' chiaro però che tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente.
Per noi non c'è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l'azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso.
Lavoratori, è ora di cambiare
Tychy, June 13, 2010”
fonte:
https://www.dirittidistorti.it/articoli/12-...pomigliano.html [27]
https://libcom.org/article/letter-fiat-workers-tychy [28]
I commenti
La lettera degli operai polacchi dimostra che qualunque sacrificio da parte dei lavoratori non serve a salvaguardare il lavoro e la vita ma solo permette al capitale di estendere quei sacrifici ai lavoratori di tutto il mondo e ad imporne di nuovi con la scusa di dover reggere la concorrenza.
I politici prezzolati dal capitale che parlano della necessità dell'europa e di coordinarne le politiche finanziarie e di bilancio consigliano oggi ai lavoratori di pomigliano l'accettazione di condizioni brutali, ma la verità è che si fermano di fronte alla possibilità di un analogo coordinamento del lavoro in europa a salvaguardia della vita. La lettera degli operai polacchi dimostra che la solidarietà di classe a livello mondiale è una esigenza concreta e quindi comincia a fare capolino nella crisi.
Marchionne fa passare gli operai per dei privilegiati che scioperano solo per vedere le partite della nazionale, ma a questi si chiede di rendersi obbligatoriamente disponibili ad 80 ore di straordinario a testa esigibili in base alle esigenze dell''azienda, di far funzionare gli impianti 24 ore su 24 con tre turni di 8 ore effettive, la pausa per i pasti viene ridotta di 10 minuti ed abolita se ci sono da recuperare i ritardi nelle forniture molto frequenti per la distanza dei fornitori globalizzati.
Non basta lo sfruttamento fordista e poi toyotista, si deve passare al WCM (world class manifacturing) che richiede posizioni del corpo innaturali e la rinuncia a potersi spostare rimanendo così fermi su un punto fisso per tutto il tempo, con degli appositi carrellini che portano i materiali occorrenti, tutto ciò è verificato con le procedure ErgoUas per individuare ed eliminare le posizioni particolarmente dannose alla salute ma la perdita di produttività che da ciò deriva viene recuperata con un ulteriore aumento dei ritmi.
Si chiede ai sindacati l'impegno ad impedire gli scioperi operai, ed i sindacati pur indeboliti non potendo più blandire i lavoratori gestendo gli straordinari, arriverebbero a dispiegarsi fino in fondo come strumento di controllo ed oppressione.
In un sol colpo la Fiat chiude Termini Imerese dove si produce la lanciay, ma si legittima rispetto agli aiuti di stato italiani del passato e del futuro spostando la produzione della panda dalla polonia a pomigliano, consentendosi di ricattare sulle condizioni di lavoro gli operai di pomigliano e quelli polacchi che potrebbero produrre la lanciay.
Il potere economico ed i politici suoi funzionari di centrodestra vogliono sfondare e poi applicare in maniera generalizzata la nuova organizzazione del lavoro, i funzionari di centrosinistra ci spiegano che bisogna ringraziare la Fiat che riporta in patria una produzione de localizzata.
In italia come in europa negli stati uniti o in cina un moloch chiamato capitale é costretto a risucchiare ossessivamente ogni particella di lavoro vivo riducendo gli uomini a dei polli in batteria, solo così esso si anima e procede dispensando disoccupazione miseria ed avvelenamento della natura, di fronte a questa mortifera oppressione che affascia tutta l'umanità é oggi più che mai una necessità vitale la solidarietà di classe a livello mondiale.
Schwalbe, 20/06/2010
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Qualche media borghese sta dando risalto agli operai di Pomigliano che parteggiano per il sì.
Al di là dell'esito di qualsiasi pseudo-referendum sindacale, penso sia importante stabilire realmente quanti sono questi personaggi, di che quota di Pomigliano stiamo parlando.
Penso sia rilevante la questione, proprio perché assistiamo ad uno splendido esempio di solidarietà di classe (lettera dei nostri fratelli polacchi) ed è importante capire se ci possiamo aspettare prossimamente un importante episodio di lotta di classe internazionale, oppure il solito sfacelo. E di chi sarà la colpa.
Questa vicenda è molto significativa, può essere un indice di quanto grande e omogenea (oppure piccola e frammentata) sia la coscienza di classe; se salta fuori che l'80% di Pomigliano è per il sì, possiamo già andare dai nostri compagni polacchi e dire di cestinare la loro lettera perché qui a Pomigliano "siamo ancora al medioevo". Al contrario, se si tratta di una fisiologica retroguardia, Pomigliano continua a vivere; io sono convinto e fiducioso di questa seconda situazione.
Dal momento che non possiamo fidarci degli infimi media borghesi, sarebbe grandioso se qualche compagno di zona potesse fornire informazioni veritiere a riguardo.
Grazie e, ancora una volta, massima solidarietà ai nostri compagni italiani, polacchi e di tutto il mondo.
Daniele, 20/06/2010
Compagni!
Oggi l’umanità fa fronte alla stessa alternativa posta dalla vigilia della Prima Guerra mondiale, secondo le parole di Rosa Luxemburg e di Friedrich Engels prima di lei: socialismo o barbarie!
Il sistema capitalista mondiale conosce la sua peggiore crisi economica dalla Grande depressione degli anni 1930 ad oggi, la classe operaia è colpita in pieno, ognuno deve fare i conti con il blocco dei salari, i licenziamenti, peggiori condizioni di lavoro. La minaccia di una catastrofe ambientale globale sembra più che mai possibile. Conflitti sanguinosi e brutali imperversano sul pianeta, dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Somalia al Sudan, dalla Colombia al Messico.
In contrapposizione a queste emanazioni di una società moribonda, vediamo anche nella lotta della classe operaia internazionale i germi di un nuovo mondo - senza sfruttamento né oppressione, senza povertà né miseria, senza guerre e senza frontiere nazionali.
La Sinistra comunista è nata dalle correnti di sinistra dell’Internazionale Comunista sorte in risposta alle scivolate opportuniste di questa nel momento del riflusso dell’ondata rivoluzionaria internazionale degli anni 1920. Espressioni della Sinistra comunista erano presenti in numerosi paesi, ma i suoi rappresentanti più eminenti si ebbero in Germania, nei Paesi Bassi, in Italia ed in Russia. Nel periodo di controrivoluzione, apertosi alla fine degli anni 1920, la Sinistra comunista dà prova di essere il difensore più intransigente dell’internazionalismo proletario e il più rigoroso nel bilancio tratto dall’ondata rivoluzionaria.
Dei simpatizzanti della Sinistra comunista esistono finanche in Australia, fino ad ora lo sono solamente in quanto individui e soffrono notevolmente dell’isolamento politico. Al fine di poter intervenire effettivamente nella lotta di classe, è necessario che i rivoluzionari si organizzino in un’organizzazione politica sulla base di posizioni e di principi condivisi.
Tuttavia, nell’immediato, la formazione di un tale gruppo in Australia non è all’ordine del giorno. Ciò che è necessario per ora è il raggruppamento degli internazionalisti per la discussione, condotta allo scopo di iniziare e mantenere il contatto tra compagni (in particolare quelli che sono isolati geograficamente) ed di avere un chiarimento politico collettivo delle posizioni che definiscono il programma comunista oggi.
Per questo noi facciamo un appello all’apertura di discussioni organizzate tra tutti i simpatizzanti della Sinistra comunista in Australia. Proponiamo che le discussioni siano condotte sotto il nome di “Rete comunista internazionalista associata”.
Proponiamo che il criterio per parteciparvi sia un accordo con le posizioni più elementari della Sinistra comunista oggi, e cioè:
• La guerra imperialista ed i movimenti nazionali di ogni tipo non hanno niente da offrire alla classe operaia se non morte e distruzione. La classe operaia deve opporsi a tutti i campi borghesi. Inducendoli a schierarsi con una frazione o un’altra, la borghesia divide gli operai e li conduce al massacro delle loro sorelle e dei loro fratelli di classe.
• Il parlamento e le elezioni borghesi sono una mascherata. La “democrazia” capitalista fondamentalmente non differisce da qualsiasi altra forma di dittatura capitalista. Ogni appello a partecipare al circo parlamentare può solamente rafforzare la menzogna secondo la quale le elezioni offrirebbero una vera scelta agli sfruttati.
• Tutti i sindacati sono organi del sistema capitalista ed agiscono al suo servizio. Il ruolo fondamentale dei sindacati è fare da polizia nella classe operaia e sabotare le sue lotte. Per difendere i suoi interessi immediati, ed in ultima istanza per riuscire a fare la rivoluzione, la classe operaia deve battersi al di fuori e contro i sindacati.
Tutti quelli che possono essere interessati a prendervi parte sono invitati a scrivere ad [email protected] [29]
E’ benvenuto anche ogni commento, domanda e critica.
Con i nostri saluti comunisti fraterni, F., J., M., N., Th.
L'opuscolo di Pannekoek mostra che il libro di Darwin, La filiazione dell'uomo, costituisce una netta smentita all'ideologia reazionaria del "darwinismo sociale" sostenuto particolarmente da Herbert Spencer, che si basava sul meccanismo della selezione naturale, descritto ne L'origine delle specie, per dare una cauzione pseudo scientifica alla logica del capitalismo basato sulla concorrenza, la legge del più forte e l'eliminazione dei meno "adattati". A tutti i "darwinisti sociali" di ieri e di oggi (da lui designati col nome di "darwinisti borghesi"), Pannekoek risponde con molta chiarezza, basandosi su Darwin: "Quest’ultimo getta una luce nuova sul punto di vista dei darwinisti borghesi. Questi proclamano che solo l'eliminazione dei deboli è naturale e che è necessaria per impedire la corruzione della razza. D’altra parte, la protezione portata ai deboli è contro natura e contribuisce al decadimento della razza. Ma cosa vediamo? Nella stessa natura, nel mondo animale, constatiamo che i deboli sono protetti, che non si mantengono grazie alla loro propria forza personale, e che non sono scartati a causa della loro debolezza individuale. Queste disposizioni non indeboliscono il gruppo, ma gli conferiscono una forza nuova. Il gruppo animale nel quale l'aiuto reciproco è meglio sviluppato, è il meglio adatto per preservarsi nei conflitti. Ciò che, secondo la concezione stretta di questi darwinisti, appariva come fattore di debolezza, diventa esattamente l'inverso, un fattore di forza rispetto a cui gli individui forti che conducono la lotta individualmente non reggono il paragone".
In questa seconda parte del suo opuscolo, Pannekoek esamina anche, con grande rigore dialettico, come l'evoluzione dell'uomo ha permesso a quest’ultimo di liberarsi della sua animalità e da certe contingenze della natura, grazie allo sviluppo congiunto del linguaggio, del pensiero e degli attrezzi. Tuttavia, riprendendo l'analisi sviluppata da Engels nel suo articolo incompiuto "Il ruolo del lavoro nella trasformazione della scimmia in uomo" (pubblicato ne La dialettica della natura), tende a sottovalutare il ruolo fondamentale del linguaggio nello sviluppo della vita sociale della nostra specie.
Quest’articolo di Pannekoek è stato redatto un secolo fa e non poteva dunque integrare le ultime scoperte scientifiche, in particolare in primatologia. Gli studi recenti sul comportamento sociale delle scimmie antropoidi ci permettono di affermare che il linguaggio umano non è stato selezionato in primo luogo per la fabbricazione degli attrezzi (come sembrava pensare Pannekoek, al seguito di Engels), ma fin dall’inizio per il consolidamento dei legami sociali (senza i quali i primi uomini non avrebbero potuto comunicare per costruire dei ripari, proteggersi dai predatori e dalle forze ostili della natura, e trasmettere soprattutto le loro conoscenze da una generazione all'altra).
Sebbene il testo di Pannekoek abbia dato un quadro molto argomentato sul processo dello sviluppo delle forze produttive derivante dalla fabbricazione dei primi utensili, esso, tuttavia, tende a ridurre queste ultime alla sola soddisfazione dei bisogni biologici dell'uomo, in particolare la soddisfazione della fame, ed a perdere così di vista che la nascita dell'arte che è apparsa presto nella storia dell'umanità, ha costituito anche una tappa fondamentale nella differenziazione della specie umana dal regno animale.
D’altra parte se, come già visto, Pannekoek spiega, in modo molto sintetico ma con chiarezza e notevole semplicità, la teoria darwinista dell'evoluzione dell'uomo, non va sufficientemente lontano, a nostro avviso, nella comprensione dell'antropologia di Darwin. In particolare, non mette in evidenza che con la selezione naturale degli istinti sociali, la lotta per l'esistenza ha selezionato dei comportamenti anti-eliminatori che hanno dato nascita alla morale[1]. Operando una rottura tra morale naturale e morale sociale, tra natura e cultura, Pannekoek non aveva sufficientemente compreso la continuità evolutiva che esiste tra la selezione degli istinti sociali, la protezione dei deboli attraverso l’aiuto reciproco, e ciò che ha permesso all'uomo di immettersi sulla strada della civiltà. È proprio questo allargamento della solidarietà e della coscienza di appartenere alla stessa specie che ha permesso all'umanità, ad un certo stadio del suo sviluppo, di enunciare, sotto l'impero romano, come del resto sottolinea lo stesso testo di Pannekoek, questa formula del cristianesimo:"Tutti gli uomini sono fratelli".
Opuscolo di Anton Pannekoek (seguito)
VI - Legge naturale e teoria sociale
Le false conclusioni tratte da Haeckel e Spencer sul socialismo non sono per niente sorprendenti. Il darwinismo ed il marxismo sono due teorie distinte, una che si applica al mondo animale, l'altra alla società. Si completano nel senso in cui il mondo animale si sviluppa secondo le leggi della teoria darwiniana fino alla tappa dell'uomo e, a partire dal momento in cui quest’ultimo si è staccato dal mondo animale, è il marxismo che rende conto della legge dello sviluppo. Quando si vuole fare passare una teoria da un campo all'altro, all’interno dei quali si applicano leggi differenti, si possono solo trarre deduzioni erronee.
E’ questo il caso quando vogliamo scoprire, a partire dalle leggi della natura, quale forma sociale è naturale ed è la più conforme con la natura; ed è esattamente questo che i darwinisti borghesi hanno fatto. Hanno dedotto dalle leggi che governano il mondo animale, dove viene applicata la teoria darwiniana, che l'ordine sociale capitalista è in conformità con questa teoria, ed è questo l’ordine naturale che deve sempre durare. D’altra parte, ci sono anche stati dei socialisti che volevano provare allo stesso modo che il sistema socialista è il sistema naturale. Questi socialisti dicevano:
“Sotto il capitalismo, gli uomini non conducono la lotta per l'esistenza ad armi pari, ma con armi artificialmente impari. La superiorità naturale di coloro che sono più sani, più forti, più intelligenti o moralmente migliori, non può predominare in nessun modo finché sono la nascita, la classe sociale o soprattutto il possesso del denaro a determinare questa lotta. Il socialismo, sopprimendo tutte queste disuguaglianze artificiali, rende le condizioni favorevoli per tutti, ed è allora solamente che la vera lotta per l'esistenza prevarrà ed in cui l'eccellenza personale costituirà il fattore decisivo. Secondo i principi darwinisti, il modo di produzione socialista costituirebbe dunque quello che sarebbe veramente naturale e logico”.
In quel momento, in quanto critica alle concezioni dei darwinisti borghesi, quest’argomentazione non è male, tuttavia è sbagliata quanto queste ultime. Le due opposte dimostrazioni sono false perché tutte e due partono dalla premessa, da tempo superata, secondo la quale esisterebbe un solo sistema sociale naturale o logico.
Il marxismo ci ha insegnato che non esiste il sistema sociale naturale e che non potrebbe essere possibile o, detto in un altro modo, che ogni sistema sociale è naturale, perché ogni sistema sociale è necessario e naturale nelle condizioni date. Non c'è un solo sistema sociale definito che possa definirsi naturale; i differenti sistemi sociali si succedono l’uno all’altro a causa dello sviluppo delle forze produttive. Ogni sistema dunque è il sistema naturale per la sua particolare epoca, come il successivo lo sarà per un'epoca ulteriore. Il capitalismo non è il solo ordine naturale, come crede la borghesia, e nemmeno il sistema socialista mondiale è l’unico ordine naturale, come certi socialisti hanno tentato di provare. Il capitalismo è stato naturale nelle condizioni del diciannovesimo secolo, proprio come il feudalismo lo era nel Medio evo, e come lo sarà il socialismo allo stadio di sviluppo futuro delle forze produttive. Il tentativo di promuovere un sistema dato come il solo sistema naturale è proprio tanto futile come il volere designare un animale e dire che esso è il più perfetto di tutti gli animali. Il darwinismo ci insegna che ogni animale è egualmente adatto ed anche perfetto nella sua forma per adattarsi al suo particolare ambiente naturale. Allo stesso modo, il marxismo ci insegna che ogni sistema sociale è adatto particolarmente alle sue condizioni e che, in questo senso, può essere qualificato buono e perfetto.
E’ questa la ragione principale per cui i tentativi dei darwinisti borghesi per difendere il sistema capitalista decadente sono destinato all'insuccesso. Gli argomenti basati sulla scienza della natura, quando sono applicati alle questioni sociali, conducono quasi sempre a conclusioni erronee. Infatti, mentre la natura non cambia nelle sue grandi linee durante la storia dell'umanità, la società umana, al contrario, subisce dei cambiamenti rapidi e continui. Per comprendere la forza motrice e la causa dello sviluppo sociale, dobbiamo studiare la società come tale. Il marxismo ed il darwinismo devono ciascuno restare nel loro proprio campo; sono indipendenti l’uno dall'altro e non esiste nessuno legame diretto tra loro.
Qui nasce una domanda molto importante. Possiamo fermarci alla conclusione secondo cui il marxismo si applica unicamente alla società ed il darwinismo unicamente al mondo organico, e che né l’una né l'altra di queste teorie è applicabile all'altro campo? Da un punto di vista pratico, è molto comodo avere un principio per il mondo umano ed un altro per il mondo animale. Tuttavia, adottando questo punto di vista, dimentichiamo che l'uomo è anche un animale. L'uomo si è sviluppato a partire dall'animale, e le leggi che si applicano al mondo animale non possono, improvvisamente, perdere la loro applicabilità all'essere umano. È vero che l'uomo è un animale molto particolare, ma proprio per questo è necessario scoprire, a partire da queste stesse particolarità, perché i principi applicabili a tutti gli animali non si applicano agli uomini, o perché prendono una forma differente.
Qui, tocchiamo un altro problema. I darwinisti borghesi non hanno questo problema; dichiarano semplicemente che l'uomo è un animale e si lanciano senza riserva nell'applicazione dei principi darwiniani agli uomini. Abbiamo visto a quali conclusioni erronee arrivano. Per noi, questa domanda non è così semplice; per prima cosa abbiamo il dovere di avere una visione chiara delle differenze che esistono tra gli uomini e gli animali, poi, a partire da queste differenze, deve conseguire la ragione per la quale, nel mondo umano, i principi darwiniani si trasformano in principi totalmente differenti, e cioè in quelli del marxismo.
VII - Il carattere sociale dell’uomo
La prima particolarità che osserviamo nell'uomo è che esso è un essere sociale. In ciò, non differisce da tutti gli animali perchè anche tra questi ultimi ci sono molte specie che vivono in modo sociale. Ma l'uomo differisce da tutti gli animali che abbiamo osservato fino qui parlando della teoria darwiniana, da quelli che vivono separatamente, ciascuno per sé e che lottano contro tutti gli altri per provvedere ai loro bisogni. Non è ai predatori che vivono in modo separato, e che sono gli animali modello dei Darwinisti borghesi, che l'uomo deve essere paragonato, ma a quelli che vivono socialmente. La socievolezza è una forza nuova di cui fino ad ora non abbiamo tenuto ancora conto; una forza che richiede nuovi rapporti e nuove qualità agli animali.
È un errore considerare la lotta per l'esistenza come la sola onnipotente forza che dà forma al mondo organico. La lotta per l'esistenza è la principale forza che è all'origine delle nuove specie, ma lo stesso Darwin sapeva bene che altre forze cooperano e determinano le forme, le abitudini e le particolarità del mondo organico. Nel suo libro pubblicato più tardi, La Filiazione dell'uomo, Darwin ha trattato minuziosamente la selezione sessuale e ha mostrato che la concorrenza dei maschi per le femmine ha dato nascita ai vari colori variopinti degli uccelli e delle farfalle e, anche, ai melodiosi canti degli uccelli. Ha anche dedicato tutto un capitolo alla vita sociale. Si possono trovare così molti esempi su questa questione nel libro di Kropotkin, L’aiuto reciproco, un fattore di evoluzione. La migliore esposizione degli effetti della socialità si trova ne L'etica e la concezione materialista della storia di Kautsky.
Quando un certo numero di animali vive in gruppo, in mandria o in branco, questi conducono in comune la lotta per l'esistenza contro il mondo esterno; all’interno di un tale gruppo la lotta per l'esistenza cessa. Gli animali che vivono socialmente non si impegnano più gli uni contro gli altri in combattimenti dove i deboli soccombono; è esattamente l'inverso, i deboli godono degli stessi vantaggi dei forti. Quando alcuni animali hanno il vantaggio di un odorato più fine, una maggiore forza, o l'esperienza che permette loro di trovare il pascolo migliore o evitare il nemico, questo vantaggio non beneficia solamente loro stessi, ma anche l’intero gruppo, compresi gli individui meno abili. Il fatto che gli individui meno abili sono uniti ai più abili permette ai primi di superare, fino ad un certo punto, le conseguenze delle loro proprietà meno favorevoli.
L’uso in comune delle differenti forze favorisce l'insieme dei membri. Esso conferisce al gruppo un nuovo potere che è molto più importante di quello di un solo individuo, anche se più forte. È grazie a questa forza unita che gli erbivori senza difesa possono tener testa ai predatori. È solamente per mezzo di questa unità che certi animali sono capaci di proteggere i loro piccoli. La vita sociale favorisce dunque enormemente l'insieme dei membri del gruppo.
Un secondo vantaggio della socialità viene dal fatto che, quando gli animali vivono socialmente, c'è una possibilità di divisione del lavoro. Questi animali utilizzano dei giovani esploratori o pongono delle sentinelle il cui compito è assicurare la sicurezza di tutti, mentre gli altri tranquillamente mangiano o raccolgono, contando sulle loro guardie per essere avvertiti del pericolo.
Una tale società animale diventa, sotto certi punti di vista, un'unità, un solo organismo. I rapporti restano naturalmente, molto più larghi rispetto a quelli che regnano tra le cellule di un solo corpo animale; infatti i membri restano uguali tra loro – è solamente nelle formiche, nelle api ed in altri insetti che si sviluppa una distinzione organica - ed essi sono capaci, in condizioni certo più sfavorevoli, di vivere isolatamente. Tuttavia, il gruppo diventa un corpo coerente, e deve esserci una certa forza che lega tra loro i differenti membri.
Questa forza non è altro che la motivazione sociale, l'istinto che mantiene gli animali riuniti e che permette così la sopravvivenza del gruppo. Ogni animale deve porre i suoi interessi al di sotto dell'interesse dell'insieme del gruppo; deve sempre agire istintivamente per il beneficio del gruppo senza considerazione per sé. Se ciascuno dei deboli erbivori pensa solamente a sé e fugge quando è attaccato da una fiera, il gregge riunito si sparpaglia di nuovo. E’ solamente quando il motivo forte dell'istinto di conservazione è contrastato da un motivo ancora più forte di unione, e che ogni animale rischia la sua vita per la protezione di tutti, è solamente allora che il gruppo si mantiene ed approfitta dei vantaggi di rimanere raggruppato. Il sacrificio di sé, il coraggio, la devozione, la disciplina e la fedeltà devono sorgere in questo modo, perché là dove queste qualità non esistono, la coesione si dissolve; la società può esistere solamente là dove esistono tali qualità.
Questi istinti, pure avendo la loro origine nell'abitudine e nella necessità, sono rafforzati dalla lotta per l'esistenza. Ogni gruppo animale si trova sempre in una lotta di concorrenza con gli stessi animali di un gruppo differente; i gruppi che sono più abili a resistere al nemico sopravvivranno, mentre quelli che sono meno attrezzati spariranno. I gruppi in cui l'istinto sociale è più sviluppato potranno meglio sostenersi, mentre il gruppo in cui l'istinto sociale è poco sviluppato, o diventa una facile preda per i suoi nemici, o non sarà in grado di trovare i pascoli più favorevoli alla sua esistenza. Questi istinti sociali diventano dunque i fattori più importanti e più decisivi nel determinare chi sopravvivrà nella lotta per l'esistenza. È a causa di ciò che gli istinti sociali sono stati elevati alla posizione di fattori predominanti nella lotta per la sopravvivenza.
Tutto ciò getta una luce interamente nuova sul punto di vista dei darwinisti borghesi. Questi ultimi proclamano che solo l'eliminazione dei deboli è naturale e che è necessaria per impedire la corruzione della razza. D’altronde (dicono) la protezione portata ai deboli è contro natura e contribuisce al decadimento della razza. Ma che cosa vediamo? Nella stessa natura, nel mondo animale, constatiamo che i deboli sono protetti, che non si mantengono grazie alla loro forza personale, e che non sono esclusi a causa della loro debolezza individuale. Queste disposizioni non indeboliscono il gruppo, ma gli conferiscono una forza nuova. Il gruppo animale in cui l'aiuto reciproco è meglio sviluppato, è meglio adattato per preservarsi nei conflitti. Quello che, secondo la concezione stretta di questi darwinisti, appariva come fattore di debolezza, diventa esattamente l'inverso, un fattore di forza contro cui gli individui forti che conducono individualmente la lotta non contano. La razza, che si pretende degenerata e corrotta, ottiene la vittoria e si rivela nella pratica la più abile e la migliore.
Vediamo qui subito fino a che punto le affermazioni dei darwinisti borghesi sono così limitate, rivelano una grettezza mentale ed un'assenza di spirito scientifico. Fanno derivare le loro leggi naturali e le loro concezioni da ciò che in natura riguarda una parte del mondo animale alla quale l'uomo somiglia di meno, gli animali solitari, mentre lasciano da parte l'osservazione degli animali che vivono praticamente nelle stesse circostanze dell'uomo. Se ne può trovare la ragione nelle loro condizioni di vita; appartengono ad una classe dove ciascuno è in concorrenza individuale con l'altro. Di conseguenza, non vedono negli animali che la forma della lotta per l'esistenza che corrisponde alla lotta della concorrenza borghese. È per questa ragione che trascurano le forme di lotta che sono importantissime per gli uomini.
È vero che i darwinisti borghesi sono coscienti del fatto che tutto, nel mondo animale come nell'umano, non si riduce al puro egoismo. Gli scienziati borghesi dicono frequentemente che ogni uomo è caratterizzato da due sentimenti: il sentimento egoista o amore di sé, ed il sentimento altruistico, o amore degli altri. Ma poiché non conoscono l'origine sociale di questo altruismo, non possono comprendere i suoi limiti né le sue condizioni. L'altruismo, per loro, diventa un'idea molto vaga che non sanno maneggiare.
Tutto ciò che si applica agli animali sociali si applica anche all'uomo. I nostri antenati che somigliavano alle scimmie e agli uomini primitivi e che si sono sviluppati a partire da essi erano tutti animali deboli, senza difesa che, come quasi tutte le scimmie, vivevano in tribù. In essi, sono probabilmente apparsi gli stessi motivi e gli stessi istinti sociali che, più tardi, nell'uomo, si sono sviluppati sotto forma di sentimenti morali. Il fatto che i nostri costumi e le nostre morali non siano niente altro che sentimenti sociali, sentimenti che incontriamo negli animali, è noto a tutti; Darwin ha anche già parlato delle "abitudini degli animali in rapporto coi loro atteggiamenti sociali che negli uomini si chiamerebbero morale". La differenza risiede solamente nel grado di coscienza; appena questi sentimenti sociali diventano chiaramente coscienti per gli uomini, prendono il carattere di sentimenti morali. Qui vediamo che la concezione morale - che gli autori borghesi consideravano come la differenza principale tra gli uomini e gli animali - non è propria agli uomini, ma è un prodotto diretto delle condizioni esistenti nel mondo animale.
Il fatto che i sentimenti morali non si estendono al di là del gruppo sociale al quale l'animale o l'uomo appartengono, risiede nella natura della loro origine. Questi sentimenti servono allo scopo pratico di preservare la coesione del gruppo; al di fuori, sono inutili. Nel mondo animale, l’estensione e la natura del gruppo sociale sono determinate dalle circostanze della vita, e dunque il gruppo rimane quasi sempre lo stesso. Negli uomini, i gruppi, queste unità sociali, sono, al contrario, sempre mutevoli in funzione dello sviluppo economico, e questo cambia anche il campo di validità degli istinti sociali.
I vecchi gruppi, all'origine tribù selvagge e barbare, erano molto più uniti dei gruppi animali non solo perché erano in concorrenza ma anche perché si facevano direttamente la guerra. I rapporti familiari ed un linguaggio comune hanno rafforzato più tardi questa unità. Ogni individuo dipendeva interamente dal sostegno della sua tribù. In queste condizioni, gli istinti sociali, i sentimenti morali, la subordinazione dell'individuo al tutto, si sono potuti sviluppare al massimo. Con lo sviluppo ulteriore della società, le tribù si sono disciolte in entità economiche più larghe e così si sono riunite nelle città e nei popoli.
Nuove società prendono il posto delle vecchie, ed i membri di queste entità proseguono la lotta per l'esistenza in comune contro altri popoli. In una proporzione uguale allo sviluppo economico, la dimensione di queste entità aumenta, all’interno di esse la lotta di ciascuno contro gli altri si indebolisce ed i sentimenti sociali si diffondono. Alla fine dell'antichità, constatiamo che tutti i popoli conosciuti intorno al Mediterraneo formano allora un'unità, l'impero romano. In quest’epoca, nasce anche la dottrina che estende i sentimenti morali all'umanità intera e formula il dogma secondo il quale tutti gli uomini sono fratelli.
Quando consideriamo la nostra epoca, vediamo che economicamente tutti i popoli formano sempre più una unità, anche se è un'unità debole. Perciò, regna un sentimento - sebbene relativamente astratto - di una fraternità che ingloba l'insieme dei popoli civilizzati. Ben più forte è il sentimento nazionale, soprattutto presso la borghesia, perché le nazioni costituiscono le entità in lotta costante della borghesia. I sentimenti sociali sono più forti verso i membri della stessa classe, perché le classi costituiscono le unità sociali essenziali, incarnando gli interessi convergenti dei propri membri. Così vediamo che le entità sociali ed i sentimenti sociali cambiano nella società umana, secondo il progresso dello sviluppo economico[2].
VIII - Utensili, pensiero e linguaggio
La socialità, con le sue conseguenze, gli istinti morali, costituisce una particolarità che distingue l'uomo da certi animali, ma non del tutto. Esistono, tuttavia, delle particolarità che appartengono solamente all'uomo e che lo differenziano dall'insieme del mondo animale. Queste sono, in primo luogo, il linguaggio, poi la ragione. L'uomo è anche il solo animale che si serve di utensili da lui fabbricati.
Gli animali presentano queste proprietà in germe, mentre negli uomini si sono sviluppate attraverso nuove caratteristiche specifiche. Molti animali hanno un tipo di voce e possono, per mezzo di suoni, comunicare le loro intenzioni, ma solo l'uomo emette suoni come dei nomi che gli servono per indicare delle cose e delle azioni. Gli animali hanno anche un cervello con cui pensano, ma l'intelligenza umana rivela, come lo vedremo più tardi, un orientamento interamente nuovo, che designiamo come un pensiero razionale o astratto. Anche gli animali si servono di oggetti inanimati che utilizzano in certi scopi; per esempio, la costruzione dei nidi. Le scimmie talvolta utilizzano dei bastoni o delle pietre, ma solo l'uomo utilizza gli attrezzi che si costruisce deliberatamente per scopi particolari. Queste tendenze primitive degli animali ci convincono che le particolarità che l'uomo possiede gli sono venute, non grazie al miracolo della creazione, ma attraverso un lento sviluppo. Comprendere come queste prime tracce di linguaggio, di pensiero e di utilizzazione di utensili si siano sviluppate in tali nuove proprietà di primaria importanza nell'uomo, implica la problematica dell'umanizzazione dell'animale.
Solo l'essere umano in quanto animale sociale è stato capace di questa evoluzione. Gli animali che vivono solitari non possono giungere ad un tale livello di sviluppo. All'infuori della società, il linguaggio è inutile tanto quanto l’occhio nell'oscurità, ed è destinato a spegnersi. Il linguaggio è possibile solamente nella società, ed è solamente là che è necessario come mezzo di deliberazione tra i suoi membri. Tutti gli animali sociali possiedono certi mezzi per esprimere le loro intenzioni, diversamente non potrebbero agire secondo un piano collettivo. I suoni che erano necessari come mezzo per comprendersi durante il lavoro collettivo per l'uomo primitivo, si sono dovuti sviluppare lentamente fino ai nomi di attività e poi di cose.
L'utilizzazione degli attrezzi presuppone anche una società, perché è solamente attraverso la società che le esperienze possono essere preservate. In uno stato di vita solitaria, ciascuno avrebbe dovuto scoprire questo impiego per lui solo e, con la morte dell'inventore, la scoperta sarebbe così sparita, e ciascuno avrebbe dovuto ricominciare tutto dall'inizio. È solamente con la società che l'esperienza e la conoscenza delle vecchie generazioni possono essere preservate, perpetuate ed evolute. In un gruppo o una tribù, alcuni possono morire, ma il gruppo in qualche modo è immortale. Sopravvive. La conoscenza dell'utilizzazione degli attrezzi non è innata, è acquistata più tardi. E’per tale motivo che una tradizione intellettuale è indispensabile, ed essa non è possibile che nella società.
Se queste caratteristiche specifiche all'uomo sono inseparabili dalla sua vita sociale, esse sono anche fortemente collegate tra loro. Queste caratteristiche non si sono sviluppate separatamente, ma hanno progredito tutte in comune. Che il pensiero ed il linguaggio potevano esistere e svilupparsi solamente in comune è conosciuto da tutti coloro che hanno tentato di immaginarsi la natura del loro pensiero. Quando pensiamo o riflettiamo, in realtà, parliamo a noi stessi ed allora noi osserviamo che è impossibile pensare chiaramente senza adoperare delle parole. Quando non pensiamo con le parole, i nostri pensieri restano imprecisi e non arriviamo a cogliere i pensieri specifici. Ciascuno di noi può comprendere ciò sperimentandolo da sé. Ciò capita perché il ragionamento detto astratto è un pensiero percettivo e non può avere luogo che attraverso concetti. E non possiamo designare e padroneggiare questi concetti che attraverso delle parole. Ogni tentativo per allargare il nostro pensiero, ogni tentativo per fare avanzare la nostra conoscenza deve cominciare dalla distinzione e dalla classificazione per mezzo di nomi o dando alle vecchie denominazioni un significato più preciso. Il linguaggio è il corpo del pensiero, il solo materiale con cui è costruita ogni scienza umana.
La differenza tra la mente umana e quella animale è stata mostrata con pertinenza da Schopenhauer in una citazione che è stata ripresa anche da Kautsky ne L'etica e la Concezione Materialista della storia (pagine 139-40 della traduzione in inglese). Gli atti dell'animale dipendono da motivi visuali, da ciò che vede, intende, sente od osserva. Quasi sempre possiamo vedere e dire ciò che spinge un animale a fare questo o quello perché, anche noi, possiamo vederlo se facciamo attenzione. Tuttavia, con l'uomo è totalmente differente. Non possiamo prevedere ciò che farà, perché non conosciamo i motivi che lo spingono ad agire: i pensieri nella sua testa. L'uomo riflette e, facendo ciò, fa entrare in gioco tutta la sua conoscenza, risultato delle sue vecchie esperienze, ed è in quel momento che decide come agire. Gli atti di un animale dipendono da un'impressione immediata, mentre quelli dell'uomo dipendono da concezioni astratte, da pensieri e da concetti. L'uomo è in qualche modo "mosso da fili invisibili e sottili. Così tutti i suoi movimenti danno l'impressione di essere guidati dai principi e dalle intenzioni che danno loro l'aspetto dell'indipendenza e li distinguono evidentemente da quelli degli animali".
Poiché hanno esigenze corporali, gli uomini e gli animali sono costretti a soddisfarle nella natura circostante. La percezione sensoriale costituisce l'impulso ed il motivo immediato; la soddisfazione dei bisogni è l'obiettivo e lo scopo dell'azione appropriata. Nell'animale, l'azione interviene immediatamente dopo l'impressione. Vede la sua preda o il suo cibo e, immediatamente, salta, afferra, mangia, oppure fa ciò che è necessario per afferrarla, e questo è l'eredità del suo istinto. L'animale sente un rumore ostile e, immediatamente, fugge se le sue zampe sono sviluppate sufficientemente per correre velocemente, o si stende e fa il morto per non essere visto se il suo colore gli serve da protezione. Nell'uomo, invece, tra le sue percezioni ed i suoi atti, passa nella sua testa una lunga catena di pensieri e di riflessioni. I suoi atti dipenderanno dal risultato di queste riflessioni.
Da dove viene questo differenza? Non è difficile vedere che è associata strettamente all'utilizzazione degli attrezzi. Come il pensiero si inserisce tra le percezioni dell'uomo ed i suoi atti, l'attrezzo si inserisce tra l'uomo e gli oggetti che cerca di afferrare. Inoltre, poiché l'attrezzo si inserisce tra l'uomo e gli oggetti esterni, anche il pensiero deve sorgere tra la percezione e le esecuzioni. L'uomo non si getta a mani nude sul suo obiettivo, sia esso il suo nemico o il frutto da raccogliere, ma procede in modo indiretto; prende un attrezzo, un'arma (anche le armi sono degli attrezzi) che utilizza verso il frutto o contro l'animale ostile. E’ per tale motivo che, nella sua testa, la percezione sensoriale non può essere seguita immediatamente dall'atto, ma la mente deve prendere una svolta: ha il dovere di pensare prima agli attrezzi e poi perseguire il suo obiettivo. La svolta materiale crea lo svolta mentale; il pensiero supplementare è il risultato dell'attrezzo supplementare.
Qui abbiamo considerato un caso estremamente semplice di attrezzi primitivi e le prime fasi dello sviluppo mentale. Quando la tecnica si complica, quando la svolta materiale è più grande, la mente deve, di conseguenza, compiere svolte più grandi. Quando ciascuno fabbricava i propri attrezzi, il ricordo della fame e della lotta doveva orientare la mente umana verso l'attrezzo e verso la sua fabbricazione affinché fosse pronto ad essere utilizzato. Qui abbiamo una catena di pensieri più lunghi tra le percezioni e le soddisfazioni finali dei bisogni umani. Quando arriviamo alla nostra epoca, constatiamo che questa catena è molto più lunga e complessa. L'operaio che è licenziato prevede la fame che l'attende; acquista un giornale per vedere se ci sono offerte di lavoro; va alla ricerca di offerte, si presenta e solo più tardi gli toccherà un salario con cui potrà acquistare del cibo e proteggersi contro la carestia. Tutto ciò sarà innanzitutto deliberato nella sua testa prima di essere messo in pratica. Quale lunga e tortuosa strada la mente deve seguire prima di raggiungere il suo scopo! Ma ciò è conforme alla complessità della nostra attuale società in seno alla quale l'uomo non può soddisfare i suoi bisogni che attraverso una tecnica altamente evoluta.
E’ a questo punto che Schopenhauer attirava la nostra attenzione, lo svolgimento nel cervello del filo della riflessione che anticipa l'azione e che deve essere compreso come il prodotto necessario dell'impiego di attrezzi. Ma non sempre abbiamo accesso all'essenziale. L'uomo non è il padrone di un solo attrezzo, ne ha numerosi, che utilizza per obiettivi differenti e tra i quali può scegliere. L'uomo, a causa di questi attrezzi, non è come l'animale. L'animale non va mai al di là degli attrezzi e delle armi che la natura gli ha offerto, mentre l'uomo può cambiare attrezzi artificiali. È qui che si trova la differenza fondamentale tra l'uomo e gli animali. L'uomo è in qualche modo un animale dagli organi modificabili e per tale motivo deve avere la capacità di scegliere tra i suoi attrezzi. Nella sua testa vanno e vengono diversi pensieri, la sua mente esamina tutti gli attrezzi e le conseguenze della loro applicazione, ed i suoi atti dipendono da questa riflessione. Combina anche un pensiero con un'altro, e fa propria velocemente l'idea che conviene al suo scopo. Questa deliberazione, questo libero paragone di una serie di sequenze di riflessioni individualmente scelte, questa proprietà che differenzia fondamentalmente il pensiero umano dal pensiero animale deve essere connessa direttamente alla volontà di utilizzazione di attrezzi scelti.
Gli animali non hanno questa capacità; questa sarebbe loro inutile perché non saprebbero che cosa farsene. A causa della loro forma corporale, le loro azioni sono strettamente limitate. Il leone può solo balzare sulla sua preda, ma non può pensare di catturarla solo rincorrendola. La lepre è costituita in una maniera che può fuggire; non ha nessuno altro mezzo di difesa, anche se desidererebbe averlo. Questi animali non hanno niente da prendere in considerazione, eccetto il momento in cui bisogna saltare o correre, il momento in cui le impressioni raggiungono una forza sufficiente per lo scatenarsi dell'azione. Ogni animale è costituito in modo tale da adattarsi ad uno stile di vita definito. Le loro azioni diventano e sono trasmesse come abitudini, istinti. Queste abitudini certamente non sono immutabili. Gli animali non sono delle macchine, quando sono sottomessi a differenti circostanze, possono acquisire delle abitudini differenti. Fisiologicamente ed in ciò che riguarda le attitudini, il funzionamento del loro cervello non è differente dal nostro. È solo a livello pratico del risultato. Non è nella qualità del loro cervello, ma nella formazione del loro corpo che risiedono le restrizioni animali. L'atto dell'animale è limitato dalla sua forma corporale e dal suo campo, ciò che gli lascia poco spazio per riflettere. La ragione umana sarebbe dunque per l'animale una facoltà totalmente inutile e senza oggetto, che non potrebbe applicare e che gli farebbe più male che bene.
D’altro lato, l'uomo deve possedere questa capacità perché esercita il suo discernimento nell'utilizzazione degli attrezzi e delle armi, che sceglie in funzione di condizioni particolari. Se vuole uccidere il cervo agile, prende l'arco e le frecce; se incontra l'orso, utilizza l'ascia, e se vuole aprire un certo frutto rompendolo, prende un martello. Quando il pericolo lo minaccia, l'uomo deve decidere se deve fuggire o difendersi combattendo con le armi. Questa capacità di pensare e di riflettere gli è indispensabile nella sua utilizzazione di attrezzi artificiali, proprio come il risveglio della mente appartiene in generale alla libera mobilità del mondo animale.
Questa potente connessione tra i pensieri, il linguaggio e gli attrezzi, ciascuno impossibile senza gli altri due, mostra che questi ultimi si sono dovuti sviluppare allo stesso tempo. Come questo sviluppo abbia avuto luogo, possiamo solamente supporlo. Fu, probabilmente, un cambiamento nelle circostanze della vita che ha fatto di un animale scimmiesco l'antenato dell'uomo. Dopo essere emigrato dai boschi, habitat originale delle scimmie, verso le pianure, l'uomo ha dovuto subire un totale cambiamento di vita. La differenza tra le mani per afferrare ed i piedi per correre si devono essere sviluppati allora. Questo essere ha portato dalle sue origini le due condizioni fondamentali per uno sviluppo verso un livello superiore: la socialità e la mano scimmiesca, proprio adattati per afferrare oggetti. I primi oggetti grezzi, come le pietre o i bastoni, utilizzati sporadicamente nel lavoro collettivo, capitavano involontariamente nelle mani ed erano poi gettati. Ciò si è dovuto ripetere istintivamente ed inconsapevolmente così spesso da lasciare un'impronta nella mente di questi uomini primitivi.
Per l'animale, la natura circostante è un tutto indifferenziato di cui non è cosciente dei dettagli. Non può fare la distinzione tra diversi oggetti perché gli manca il nome delle parti distinte e degli oggetti che permettono la differenziazione. Sicuramente, quest’ambiente naturale non è immutabile. Ai cambiamenti che significano ‘cibo’ o ‘pericolo’, l'animale reagisce in modo appropriato, con azioni specifiche. Globalmente, tuttavia, la natura resta indifferenziata ed il nostro uomo primitivo, al suo livello più basso, ha dovuto essere allo stesso livello di coscienza. A partire da questa globalità, si impongono progressivamente per il lavoro stesso - il contenuto principale dell'esistenza umana - quelle cose che sono utilizzate per il lavoro. L'attrezzo che talvolta è un qualsiasi elemento inanimato del mondo esterno e che talvolta agisce come un organo del nostro corpo, ispirato dalla nostra volontà, si trova al tempo stesso fuori dal mondo esterno e fuori dal nostro corpo, queste dimensioni evidenti per l'uomo primitivo che egli non nota. Questi attrezzi che sono aiuti importanti, si sono visti attribuire una certa designazione, sono stati designati da un suono che allo stesso tempo richiamava l'attività particolare. Con questa designazione, l'attrezzo si libera come cosa particolare dal resto dell'ambiente naturale. L'uomo comincia così ad analizzare il mondo per mezzo di concetti e di nomi, la consapevolezza di sé fa la sua apparizione, degli oggetti artificiali sono ricercati di proposito ed utilizzati in conoscenza di causa per lavorare.
Questo processo - poiché è un processo molto lento - segna il principio della nostra trasformazione in uomini. Quando gli uomini hanno cercato deliberatamente e hanno utilizzato certi attrezzi, questi ultimi, possiamo dire, sono stati ‘prodotti’; da questa tappa a quella della fabbricazione di attrezzi, non c’è che un passo. Col primo nome ed il primo pensiero astratto, l'uomo è fondamentalmente nato. Una lunga strada resta allora da compiere: i primi attrezzi grezzi differiscono già secondo la loro utilizzazione; a partire dalla pietra appuntita otteniamo il coltello, il cuneo, la punta, la lancia; a partire dal bastone otteniamo la scure. Così, l'uomo primitivo è pronto ad affrontare la belva e la foresta e si presenta già come il futuro re della terra. Con una maggiore differenziazione degli attrezzi che più tardi andranno a servire alla divisione del lavoro, il linguaggio ed il pensiero prendono delle forme più ricche e nuove e, reciprocamente, il pensiero conduce l'uomo ad utilizzare meglio gli attrezzi, a migliorare i vecchi e ad inventarne di nuovi.
Così vediamo che una cosa ne comporta un'altra. La pratica delle relazioni sociali e del lavoro è la sorgente dove la tecnica, il pensiero, gli attrezzi e la scienza prendono la loro origine e si sviluppano continuamente. Attraverso il suo lavoro, l'uomo primitivo scimmiesco si è elevato alla vera umanità. L'utilizzazione degli attrezzi segna la grande rottura che va ad ingrandirsi in modo crescente tra gli uomini e gli animali.
IX - Organi animali ed attrezzi umani
È su questo punto che abbiamo la differenza principale tra gli uomini e gli animali. L'animale ottiene il suo cibo e vince i suoi nemici con i propri organi corporei; l'uomo fa la stessa cosa con l'aiuto di attrezzi artificiali. Organo (organon) è una parola greca che significa proprio attrezzo. Gli organi sono gli attrezzi naturali dell'animale, annesso al suo corpo. Gli attrezzi sono gli organi artificiali degli uomini. Meglio ancora: ciò che l'organo è per l'animale, la mano e l'attrezzo lo sono per l'uomo. Le mani e gli attrezzi compiono le funzioni che l'organo animale deve compiere da solo. Per la sua struttura, la mano, specializzata per tenere e manovrare diversi attrezzi, diventa un organo generale adattato ad ogni tipo di lavoro; gli attrezzi sono cose inanimate che sono prese a turno in mano e che fanno della mano un organo variabile che può compiere una diversità di funzioni.
Con la divisione di queste funzioni, si apre agli uomini un largo campo di sviluppo che gli animali non conoscono. Poiché la mano umana può utilizzare diversi attrezzi, può combinare le funzioni di tutti gli organi possibili che gli animali possiedono. Ogni animale è costruito ed è adattato ad un ambiente e ad uno stile di vita definito. L'uomo, con i suoi attrezzi, si adatta a tutte le circostanze ed è attrezzato per tutti gli ambienti naturali. Il cavallo è fatto per la prateria, e la scimmia per la foresta. Nella foresta, il cavallo si smarrirebbe come accadrebbe alla scimmia nella prateria. L'uomo, da parte sua, utilizza l'ascia nella foresta e la vanga nella prateria. Con i suoi attrezzi, l'uomo può aprirsi una strada in tutte le regioni del mondo e può stabilirsi ovunque. Mentre tutti gli animali possono vivere quasi solamente in regioni particolari, là dove possono provvedere ai loro bisogni, e non possono vivere altrove, l'uomo ha conquistato il mondo intero. Come ha espresso una volta uno zoologo, ogni animale possiede i suoi punti forti grazie ai quali si mantiene nella lotta per l'esistenza, e delle debolezze proprie che fanno di lui una preda per altri e gli impediscono di moltiplicarsi. In questo senso, l'uomo ha solo forza e non debolezza. Grazie ai suoi attrezzi, l'uomo è l’equivalente di tutti gli animali. Poiché i suoi attrezzi migliorano continuamente, l'uomo si sviluppa al di sopra di tutti gli animali. Con i suoi attrezzi, diventa il padrone di tutta la creazione, il Re della terra.
Anche nel mondo animale, esistono uno sviluppo ed un perfezionamento continuo degli organi. Ma questo sviluppo è legato ai cambiamenti del corpo dell'animale che rende lo sviluppo degli organi infinitamente lento, dettato dalle leggi biologiche. Nello sviluppo del mondo organico, migliaia di anni contano poco. L'uomo, al contrario, trasferendo il suo sviluppo organico su degli oggetti esterni, si è potuto liberare dall'asservimento alla legge biologica. Gli attrezzi possono essere trasformati velocemente, e la tecnica fa degli avanzamenti così veloci rispetto allo sviluppo degli organi animali, che può solo suscitare meraviglia. Grazie a questa nuova via, l'uomo ha potuto, durante il breve periodo di alcune migliaia di anni, elevarsi al di sopra dei più evoluti degli animali nel mentre che questi ultimi superavano i meno evoluti. Con l'invenzione degli attrezzi artificiali, in qualche modo, è stata messa la fine all'evoluzione animale. Il piccolo della scimmia si è sviluppato ad una velocità fenomenale fino ad un potere divino, ed egli ha preso possesso della terra sottomettendola alla sua autorità esclusiva. L'evoluzione, fin qui tranquilla e senza ingombro, del mondo organico, smette di svilupparsi secondo le leggi della teoria darwinista. È l'uomo che agisce nel mondo delle piante e degli animali in quanto selezionatore, domatore, coltivatore; ed è l'uomo che dissoda. Trasforma tutto l'ambiente naturale, creando nuove forme di piante e di animali adattate corrispondenti ai suoi obiettivi ed alla sua volontà.
Questo spiega anche perché, con l'apparizione degli attrezzi, il corpo umano non cambia più. Gli organi umani rimangono ciò che erano, all'eccezione notoria del cervello. Il cervello umano si è dovuto sviluppare parallelamente agli attrezzi; e, in effetti, vediamo che la differenza tra le razze più evolute dell'umanità e quelle meno evolute risiede principalmente nel contenuto del loro cervello. Ma anche lo sviluppo di questo organo si è dovuto fermare ad una certa tappa. Dall'inizio della civiltà, certe funzioni sono risparmiate continuamente al cervello attraverso mezzi artificiali; la scienza è conservata preziosamente in questi granai che sono i libri. La nostra facoltà di ragionamento di oggi non è talmente superiore a quella che avevano i greci, i Romani o anche i germanici, ma la nostra conoscenza si è sviluppata immensamente, e questo è dovuto, in grande parte, al fatto che il cervello è stato scaricato sui suoi sostituti, i libri.
Adesso che abbiamo stabilito la differenza tra gli uomini e gli animali, voltiamo di nuovo lo sguardo sul modo con cui i due gruppi sono implicati nella lotta per l'esistenza. Che questa lotta sia all'origine della perfezione nella misura in cui ciò che è imperfetto è eliminato, non può essere negato. In questo combattimento, gli animali si avvicinano sempre più alla perfezione. È tuttavia necessario essere più precisi nell'espressione e nell'osservazione di che cosa consiste questa perfezione. Facendo ciò, non possiamo più dire che sono gli animali nella loro totalità che lottano e si perfezionano. Gli animali lottano e si fanno concorrenza attraverso organi particolari, quelli che sono determinanti nella lotta per la sopravvivenza. I leoni non combattono con la loro coda; le lepri non si fidano della loro vista; ed il successo dei falchi non viene dal loro becco. I leoni lottano con l'aiuto dei loro muscoli, per balzare, e dei loro denti; le lepri contano sulle loro zampe e i loro orecchi, ed i falchi riescono grazie ai loro occhi ed alle loro ali. Se adesso ci chiediamo cosa è ciò che lotta ed entra in competizione, la risposta è: lottano gli organi e facendo questo, diventano sempre più perfetti. I muscoli ed i denti per il leone, le zampe e gli orecchi per la lepre, gli occhi e le ali per il falco conducono la lotta. È in questa lotta che gli organi si perfezionano. L'animale nel suo insieme dipende da questi organi e condivide la loro sorte, quello dei forti che saranno vittoriosi o dei deboli che saranno vinti.
Adesso, poniamoci la stessa domanda a proposito del mondo umano. Gli uomini non lottano per mezzo dei loro organi naturali, ma per mezzo di organi artificiali, con l'aiuto degli attrezzi, e delle armi che dobbiamo considerare come attrezzi. Anche qui, il principio della perfezione e dell'eliminazione attraverso la lotta di ciò che è imperfetto, si rivela reale. Gli attrezzi entrano in lotta, e ciò conduce sempre più al perfezionamento importante di questi ultimi. Le comunità tribali che utilizzano migliori attrezzi e migliori armi possono meglio assicurare la loro sussistenza e, quando entrano in lotta diretta con un'altra razza, la razza che è meglio dotata di attrezzi artificiali vincerà e sterminerà i più deboli. I grandi miglioramenti della tecnica e dei metodi di lavoro alle origini dell'umanità, come l'introduzione dell'agricoltura e dell'allevamento, fanno fisicamente dell'uomo una razza più solida che soffre meno della durezza degli elementi naturali. Le razze il cui materiale tecnico è meglio evoluto, possono cacciare o sottomettere quelle il cui materiale artificiale non è sviluppato, possono assicurarsi migliori terre e sviluppare la loro civiltà. Il dominio della razza[3] europea è basato sulla sua supremazia tecnica.
Qui vediamo che il principio della lotta per l'esistenza, formulato da Darwin e sottolineato da Spencer, esercita un effetto differente sugli uomini e sugli animali. Il principio secondo cui la lotta porta al perfezionamento delle armi utilizzate nei conflitti, conduce a risultati differenti negli uomini e negli animali. Nell'animale, conduce ad un sviluppo continuo degli organi naturali; è la base della teoria della filiazione, l’essenza del darwinismo. Negli uomini, conduce ad uno sviluppo continuo degli attrezzi, delle tecniche dei mezzi di produzione. E questo è il fondamento del marxismo.
Appare qui, dunque, che il marxismo ed il darwinismo non sono due teorie indipendenti che si applicherebbero ciascuna al loro campo specifico, senza nessuno punto comune tra esse. In realtà, lo stesso principio sottende le due teorie. Formano un'unità. La nuova direzione presa all'epoca dell'apparizione dell'uomo, la sostituzione degli attrezzi agli organi naturali, rende manifesto questo principio fondamentale in maniera differente nei due campi; quello del mondo animale si sviluppa secondo il principio darwinista mentre, per l'umanità, è il marxismo che individua la legge dello sviluppo. Quando gli uomini si sono staccati dal mondo animale, lo sviluppo degli attrezzi, dei modi produttivi, della divisione del lavoro e della conoscenza sono diventati la forza propulsiva dello sviluppo sociale. È questa forza che ha fatto nascere i differenti sistemi economici, come il comunismo primitivo, il sistema rurale, gli inizi della produzione commerciale, il feudalesimo e, ora, il capitalismo moderno. Ci resta ora da caratterizzare il modo di produzione attuale ed il suo superamento con coerenza ed applicare su di essi in modo corretto la posizione di base del darwinismo.
X - Capitalismo e socialismo
La forma particolare che prende la lotta darwinista per l'esistenza come forza motrice per lo sviluppo nel mondo umano, è determinata dalla socialità degli uomini e dalla loro utilizzazione degli attrezzi. Gli uomini conducono collettivamente la lotta, in gruppi. La lotta per l'esistenza, mentre prosegue ancora tra i membri di gruppi differenti, cessa tuttavia presso i membri dello stesso gruppo, ed essa è sostituita dalla solidarietà e dai sentimenti sociali. Nella lotta tra i gruppi, l'attrezzatura tecnica decide chi sarà il vincitore; ciò ha come conseguenza il progresso della tecnica. Queste due circostanze conducono ad effetti differenti sotto sistemi sociali differenti. Vediamo in che modo si manifestano sotto il capitalismo.
Quando la borghesia prese il potere politico e fece del modo di produzione capitalista il modo dominante, cominciò col rompere le barriere feudali e rendere le persone libere. Per il capitalismo, era essenziale che ogni produttore potesse partecipare liberamente alla lotta concorrenziale, senza che nessun legame ostacolasse la propria libertà di movimento, che nessuna attività venisse frenata o paralizzata dai doveri di corporazione o da statuti giuridici, perché era solamente a questa condizione che la produzione avrebbe potuto sviluppare la sua piena capacità. Gli operai devono essere liberi e non essere sottomessi alle costrizioni feudali o di corporazione, perché è solamente in quanto operai liberi che possono vendere la loro forza di lavoro come merce ai capitalisti, ed è solamente se sono dei lavoratori liberi che i capitalisti possono adoperarli pienamente. È per questa ragione che la borghesia ha eliminato tutti i legami e i doveri del passato. Ha liberato completamente le genti ma, allo stesso tempo, quest’ultime si sono trovate totalmente isolate e senza protezione. Una volta le persone non erano isolate; appartenevano ad una corporazione; erano sotto la protezione di un signore o di un comune dove trovavano la forza. Facevano parte di un gruppo sociale verso il quale avevano dei doveri e da cui ricevevano protezione. Questi doveri, la borghesia li ha soppressi; ha distrutto le corporazioni ed abolito i rapporti feudali. La liberazione del lavoro voleva dire anche che l'uomo non poteva trovare più rifugio da nessuna parte e non poteva contare più sugli altri. Ciascuno poteva contare solamente su sé stesso. Solo contro tutti, doveva lottare, libero da ogni legame ma anche da ogni protezione.
È per questa ragione che, sotto il capitalismo, il mondo umano somiglia più al mondo dei predatori ed è per questa stessa ragione che i darwinisti borghesi hanno ricercato il prototipo della società umana negli animali solitari. È la loro esperienza che li guidava. Tuttavia, il loro errore consisteva nel fatto che consideravano le condizioni capitaliste come le condizioni umane eterne. Il rapporto che esiste tra i nostri sistemi capitalisti concorrenziali e gli animali solitari sono stati espressi da Engels nel suo libro, L'Anti-Dühring (Capitolo II : Nozioni teoriche) come segue:
"La grande industria, infine, e la creazione del mercato mondiale hanno universalizzato la lotta ed al contempo le hanno dato una violenza inaudita. Tra capitalisti isolati, come tra industrie intere e paesi interi, sono le condizioni naturali o artificiali della produzione che, a seconda se sono più o meno favorevoli, decidono dell'esistenza. Il vinto è eliminato senza riguardo. È la lotta darwinista per l'esistenza dell'individuo trasposto dalla natura nella società con un rabbia decuplicata. La condizione dell'animale nella natura appare come l'apogeo dello sviluppo umano".
Che cosa è in lotta nella concorrenza capitalista, quale è la cosa la cui perfezione deciderà la vittoria?
Innanzitutto gli attrezzi tecnici, le macchine. Qui si applica di nuovo la legge secondo la quale la lotta conduce alla perfezione. La macchina maggiormente perfezionata supera quella che lo è meno, le macchine di cattiva qualità e la piccola attrezzatura sono eliminate, e la tecnica industriale effettua degli avanzamenti colossali verso una produttività sempre più grande. È la vera applicazione del darwinismo alla società umana. La cosa che gli è particolare, è che, sotto il capitalismo, c’è la proprietà privata e che, dietro ogni macchina, c'è un uomo. Dietro la macchina gigantesca, c'è un grande capitalista e dietro la piccola macchina, c'è un piccolo borghese. Con la sconfitta della piccola macchina, il piccolo borghese perisce, con tutte le sue illusioni e speranze. Al contempo la lotta è una corsa tra capitali. Il grande capitale è il meglio armato; il grande capitale vince il piccolo e, così, si ingrandisce ancora. Questa concentrazione di capitale sabota lo stesso capitale, perché riduce la borghesia il cui interesse è di mantenere il capitalismo, mentre aumenta la massa che cerca di sopprimerlo. In questo sviluppo, una delle caratteristiche del capitalismo è gradatamente soppressa. In questo mondo in cui ciascuno lotta contro tutti e tutti contro ciascuno, la classe operaia sviluppa una nuova associazione, l'organizzazione di classe. Le organizzazioni della classe operaia cominciano a farla finita con la concorrenza che esiste tra gli operai ed uniscono le loro forze separate in una grande forza per la loro lotta contro il mondo esterno. Tutto ciò che si applica ai gruppi sociali si applica anche a questa nuova organizzazione di classe, nata da circostanze esterne. Nelle file di questa organizzazione di classe, si sviluppano in modo notevole le motivazioni sociali, i sentimenti morali, il sacrificio di sé e la devozione all'insieme del gruppo. Questa organizzazione solida dà alla classe operaia la grande forza di cui quest’ultima ha bisogno per vincere la classe capitalista. La lotta di classe che non è una lotta con gli attrezzi ma per il possesso degli attrezzi, una lotta per il possesso dell'attrezzatura tecnica dell'umanità, sarà determinata dalla forza dell'azione organizzata, dalla forza nascente della nuova organizzazione di classe che sorge. Attraverso la classe operaia organizzata emerge già un elemento della società socialista.
Consideriamo adesso il sistema di produzione futura, come esisterà nel socialismo. La lotta per il perfezionamento degli attrezzi che ha segnato tutta la storia dell'umanità, non si fermerà. Come precedentemente sotto il capitalismo, le macchine a tecnologia minore saranno superate e soppiantate da macchine superiori. Come già è successo, questo processo condurrà ad una maggiore produttività del lavoro. Ma, essendo stata abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione, non si troverà più un uomo dietro ogni macchina della quale rivendica la proprietà condividendone la sorte. La loro concorrenza non sarà più di un processo innocente, condotto consapevolmente a buon fine dall'uomo, che dopo concertazione razionale, sostituirà semplicemente le vecchie macchine con delle migliori. È in senso metaforico che questo progresso si chiamerà lotta. Al contempo, la lotta reciproca degli uomini contro gli uomini cessa. Con l'abolizione delle classi, l'insieme del mondo civilizzato diventerà una grande comunità produttiva. Per lei vale ciò che vale per ogni comunità collettiva. In seno a questa comunità, la lotta che opponeva i propri membri cessa e si farà unicamente in direzione del mondo esterno. Ma al posto delle piccole comunità, ora avremo una comunità mondiale. Ciò significa che la lotta per l'esistenza nel mondo umano si ferma. Il combattimento verso l'esterno non sarà più una lotta contro la propria specie, ma una lotta per la sussistenza, una lotta contro la natura[4]. Ma, grazie allo sviluppo della tecnica e della scienza, questa non si potrà chiamare una lotta. La natura è subordinata all'uomo e, con pochi sforzi da parte di quest’ultimo, essa provvederà a lui con abbondanza. Qui, una nuova vita si apre all’Umanità: l’uscita dal mondo animale e la lotta per l'esistenza per mezzo di attrezzi raggiunge il suo termine. La forma umana della lotta per l'esistenza prende fine ed inizia un nuovo capitolo della storia dell'umanità.
Anton Pannekoek
[1] Questa idea è presente, invece, nel lavoro di Kautsky, rievocato e salutato da Pannekoek, L’etica e la concezione materialista della storia, come l'illustra la citazione seguente: "La legge morale è un impulso animale e nient’altro. Di là viene il suo carattere misterioso, questa voce interiore che non ha legame con nessun impulso esterno, né alcun interesse apparente; (…) La legge morale è un istinto universale, tanto potente come l'istinto di conservazione e di riproduzione; di là viene la sua forza, il suo potere al quale ubbidiamo senza riflettere; di là la nostra capacità di decidere velocemente, in certi casi, se un'azione è buona o cattiva, virtuosa o nociva; di là anche la forza di decisione del nostro giudizio morale e la difficoltà di dimostrarne il fondamento razionale quando si prova ad analizzarlo". L'antropologia di Darwin è spiegata, peraltro molto chiaramente, nella teoria "l'effetto reversivo dell'evoluzione" che sviluppa Patrick Tort, nel suo libro L’effetto Darwin: selezione naturale e nascita della civiltà (Edizioni du Seuil). I nostri lettori potranno trovare una presentazione di questo lavoro nell'articolo “A proposito del libro di Patrick Tort, L'effetto Darwin: Una concezione materialista delle origini della morale e della civiltà”, presente su questo sito.
[2] Bisogna notare che questa scala crescente di sentimenti di solidarietà in seno alla specie umana non sfugge a Darwin quando scrive: "nella misura in cui l'uomo avanza in civiltà, e le piccole tribù si riuniscono in comunità più larghe, la più semplice ragione dovrebbe indurre ogni individuo ad estendere i suoi istinti sociali e le sue simpatie a tutti i membri di una stessa nazione, anche se gli sono personalmente sconosciuti. Una volta raggiunto questo punto, non c'è più alcuna barriera artificiale per impedire alle sue simpatie di estendersi agli uomini di tutte le nazioni e di tutte le razze. È vero che se questi uomini si sono separati da lui per le grandi differenze di apparenze esterne o di abitudini, l'esperienza purtroppo ci mostra quanto lungo tempo sia necessario prima di guardarli come nostri simili". (La Filiazione dell'uomo, capitolo IV) (Nota della CCI)
[3] Scientificamente parlando, non esiste razza europea. Dicendo ciò, il fatto che Pannekoek utilizzi il termine razza per distinguere un tale sottoinsieme di esseri umani dall’altro non costituisce per niente una concessione ad un qualsiasi razzismo da parte sua. Su questo piano si inserisce anche, nella continuità di Darwin, che si è smarcato chiaramente dalle teorie razziste di scienziati del suo tempo come Eugenio Dally. Peraltro, bisogna ricordare che, alla fine del diciannovesimo secolo ed all'inizio del XX, il termine razza non era connotato come lo è oggi, come lo dimostra il fatto che certi iscritti al movimento operaio parlano anche, seppure impropriamente, della razza degli operai. (Nota della CCI)
[4] L'espressione "lotta contro la natura" è inadatta, si tratta di lotta per la padronanza della natura, la creazione della comunità umana mondiale che suppone che questa sia capace di vivere in totale armonia con la natura. (Nota della CCI)
Il marxismo si è sempre interessato all’evoluzione delle scienze come parte integrante dello sviluppo delle forze produttive della società ed anche perché ha considerato che la prospettiva del comunismo non può basarsi semplicemente su un’esigenza morale di giustizia, come ritenevano “i socialisti utopici” del passato, ma su una conoscenza scientifica della società umana e della natura alla quale essa appartiene. È per questo che, ben prima della pubblicazione dell’opuscolo di Pannekoek, lo stesso Marx regalò, nel giugno 1873, una copia della sua opera principale, Il Capitale, a Charles Darwin con una dedica. In effetti, Marx ed Engels avevano riconosciuto nella sua teoria dell’evoluzione nel campo dello studio degli organismi viventi, un passo analogo a quella del materialismo storico, come dimostrano questi due brani della loro corrispondenza: “Questo Darwin, che sto studiando, è veramente sensazionale. Sinora non è mai stato fatto un tentativo di un tale spessore per dimostrare l’esistenza di uno sviluppo storico nella natura”. (Engels a Marx, 11 dicembre 1859). “Ecco il libro che contiene la base, nella storia naturale, per le nostre idee”. (Marx ad Engels, 19 dicembre 1860)[1].
Il testo di Pannekoek, scritto in maniera molto semplice, ci fornisce un eccellente riassunto della teoria dell’evoluzione delle specie. Ma Pannekoek non era solamente un uomo di scienza erudito (era, infatti, un rinomato astronomo). Era innanzitutto un marxista ed un militante del movimento operaio. Per questo nel suo opuscolo “Darwinismo e Marxismo” si sforza di criticare ogni tentativo di applicare schematicamente e meccanicamente la teoria di Darwin della selezione naturale alla specie umana. Pannekoek mette in evidenza con chiarezza le analogie tra marxismo e darwinismo e spiega l’utilizzazione della teoria della selezione naturale, da parte dei settori più progressisti della borghesia, contro le vestigia reazionarie del feudalesimo. Inoltre critica anche la strumentalizzazione fraudolenta da parte della borghesia della teoria di Darwin contro il marxismo, in particolare le derive del “darwinismo sociale”, ideologia sviluppata in particolare dal filosofo britannico Herbert Spencer (oggi ripresa dagli ideologi del liberismo per giustificare la concorrenza capitalista, la legge della giungla, il ciascuno per sé e l’eliminazione dei più deboli).
Di fronte alla ricomparsa di credenze oscurantiste generate nella notte dei tempi, in particolare del “creazionismo” con la sua reincarnazione del “disegno intelligente” secondo cui l’evoluzione degli organismi viventi, e la stessa apparizione dell’uomo, corrisponderebbero ad un “piano” prestabilito da una “intelligenza superiore” di natura divina, tocca ai marxisti riaffermare il carattere scientifico e materialista della teoria di Darwin e sottolineare il salto considerevole che ha fatto compiere alle scienze naturali.
E’ evidente che l’opuscolo di Pannekoek deve essere situato nel contesto delle conoscenze scientifiche della sua epoca ed alcuni suoi punti di vista, sviluppati nella seconda parte, sono oggi superate da un secolo di ricerche e di scoperte scientifiche (in particolare quelle della paleoantropologia e della genetica). Ma nella sostanza il suo contributo (redatto in olandese, e finora a nostra conoscenza mai stato tradotto in italiano)[2] resta un apporto inestimabile alla storia del movimento operaio.
CCI (19 aprile 2009)
L’opuscolo di Anton Pannekoek
I. Il Darwinismo
Pochi scienziati hanno segnato così tanto il pensiero della seconda metà del 19° secolo quanto Darwin e Marx. I loro apporti hanno rivoluzionato la concezione che le masse si erano fatte del mondo. Per decenni i loro nomi sono stati sulla bocca di tutti ed i loro lavori sono oggi al centro di intellettuali che corredano le lotte sociali. La ragione risiede nel contenuto altamente scientifico di tali lavori.
L’importanza scientifica del darwinismo e del marxismo risiede nella loro fedeltà rigorosa alla teoria dell’evoluzione, vertente, il primo, sul campo del mondo organico, quello degli oggetti animati, l’altro sul campo sociale. Tuttavia, tale teoria dell’evoluzione non era per niente nuova: aveva avuto i suoi sostenitori prima di Darwin e di Marx; anche il filosofo Hegel ne aveva fatto il punto centrale della sua filosofia. Pertanto è necessario esaminare da vicino gli apporti di Darwin e di Marx in questo campo.
La teoria secondo la quale le piante e gli animali si sono sviluppati gli uni a partire dagli altri si incontra per la prima volta nel 19° secolo. Fino ad allora, alla domanda: “Da dove vengono le migliaia e le centinaia di migliaia di differenti tipi di piante e di animali che noi conosciamo?”, si rispondeva: “Dai tempi della creazione, li ha creati tutti Dio, ciascuno secondo la sua specie”. Questa primitiva teoria era conforme all’esperienza acquisita e alle migliaia di dati disponibili sul passato. Secondo questi dati, tutte le piante e tutti gli animali conosciuti erano sempre stati identici. Sul piano scientifico l’esperienza era espressa nel seguente modo: “Tutte le specie sono invariabili perché i genitori trasmettono le loro caratteristiche ai loro figli”.
Tuttavia, a causa di certe particolarità tra le piante e gli animali, divenne necessario ipotizzare un’altra concezione. Così queste particolarità sono state organizzate in modo accurato secondo un sistema che fu iniziato dallo scienziato svedese Linneo. Secondo questo sistema, gli animali sono divisi in regni (phylum), essi stessi divisi in classi, le classi in ordini, gli ordini in famiglie, le famiglie in generi, ogni genere contiene delle specie. Più le caratteristiche degli esseri viventi sono simili, più, in questo sistema, sono vicini gli uni agli altri, e più il gruppo al quale appartengono è piccolo. Tutti gli animali classificati come mammiferi presentano le stesse caratteristiche generali nella loro forma corporale. Gli animali erbivori, i carnivori e le scimmie che appartengono ad ordini differenti, sono ulteriormente differenziati. Gli orsi, i cani ed i gatti che sono degli animali carnivori, hanno molto più punti in comune nella loro forma corporale quanto non ne abbiano con i cavalli o le scimmie. Questa similitudine aumenta in modo evidente quando si esaminano delle varietà della stessa specie; il gatto, la tigre ed il leone si somigliano sotto ogni aspetto e differiscono dai cani e dagli orsi. Se lasciamo la classe dei mammiferi e ci orientiamo verso altre classi, come quelle degli uccelli o dei pesci, troviamo maggiori differenze tra le classi che all’interno di una stessa classe. Persiste, tuttavia, sempre una somiglianza nella formazione del corpo, dello scheletro e del sistema nervoso. Queste caratteristiche spariscono quando lasciamo questa divisione principale che abbraccia tutti i vertebrati, per osservare i molluschi (animali a corpo molle) o i polpi.
L’insieme del mondo animale può essere dunque organizzato in divisioni e suddivisioni. Se ogni specie differente di animale fosse stata creata totalmente indipendentemente dalle altre, non ci sarebbe stata alcuna ragione per l’esistenza di tali categorie. Non ci sarebbe stata alcuna ragione per non esistere mammiferi a sei zampe. Bisognerebbe quindi supporre che, al momento della creazione, Dio abbia seguito il piano del sistema di Linneo e creato tutto secondo questo piano. Fortunatamente, disponiamo di un’altra spiegazione. La similitudine nella costruzione del corpo può essere dovuta ad un vero rapporto di parentela. Secondo questa concezione, la similitudine delle particolarità indica in quale misura il rapporto è vicino o lontano, proprio come la somiglianza tra fratelli e sorelle sono maggiori che tra parenti più lontani. Pertanto le specie animali non sono state create in maniera individuale, ma sono discese le une dalle altre. Formano un tronco che è cominciato su delle basi semplici e che si è sviluppato continuamente; gli ultimi rami, più magri, sono costituiti dalle specie che esistono attualmente. Tutte le specie di gatti discendono da un gatto primitivo che, come il cane primitivo e l’orso primitivo, è il discendente di un certo tipo primitivo di animale carnivoro. L’animale carnivoro primitivo, l’animale con gli zoccoli primitivo e la scimmia primitiva sono discesi da un mammifero primitivo, ecc.
Questa teoria della filiazione è stata difesa da Lamarck e da Geoffroy St Hilaire. Tuttavia, non ha avuto l’approvazione generale. Questi naturalisti non hanno potuto provare la precisione di questa teoria e, di conseguenza, essa è restata allo stato di ipotesi, di semplice supposizione. Ma quando è arrivato Darwin, con la sua opera principale, L’origine delle Specie, ha aperto le menti d’incanto; la sua teoria evoluzionista è stata accettata immediatamente come una verità altamente dimostrata. Da allora, la teoria evoluzionista è diventata inseparabile dal nome di Darwin. Perché?
Ciò è dovuto in parte al fatto che con l’esperienza è stato accumulato sempre più materiale a sostegno di questa teoria. Sono stati trovati degli animali che non potevano essere collocati chiaramente nella classificazione, come i mammiferi ovipari, pesci provvisti di polmoni, ed animali vertebrati senza vertebre. La teoria della filiazione affermava che questi erano semplicemente delle vestigia della transizione tra i principali gruppi. Gli scavi hanno rivelato dei resti fossilizzati che sembravano differenti dagli animali che vivono oggigiorno. Questi resti hanno in parte rivelato di essere forme primitive degli animali della nostra epoca e hanno mostrato che gli animali primitivi si sono evoluti gradualmente per diventare gli animali di oggi. Poi si è sviluppata la teoria cellulare; ogni pianta, ogni animale è costituita da milioni di cellule e si è sviluppato attraverso divisioni e differenziazioni continue a partire da cellule uniche. Una volta arrivati così lontano, pensare che gli organismi più evoluti siano discesi da esseri primitivi costituiti da una sola cellula, non è sembrato più una cosa assurda.
Tutte queste nuove esperienze tuttavia non potevano elevare la teoria ad un livello di verità dimostrata. La migliore prova dell’esattezza di questa teoria sarebbe stata poter osservare con i propri occhi una vera trasformazione di una specie animale in un’altra. Ma è impossibile. Come dunque dimostrare che una specie animale si trasforma in un altra? Lo si può fare mostrando la causa, la forza che determina un tale sviluppo. Darwin ha fatto questo. Darwin ha scoperto il meccanismo dello sviluppo animale e, con esso, ha provato che in certe condizioni certe specie animali si trasformavano necessariamente in altre specie animali. Illustriamo questo meccanismo.
Il suo principale fondamento è la natura della trasmissione: i genitori trasmettono le loro particolarità ai loro figli, ma allo stesso tempo, i figli divergono dai loro genitori in certi aspetti e differiscono anche tra loro. È per questa ragione che gli animali della stessa specie non sono del tutto simili, ma differiscono in tutte le direzioni a partire da un tipo medio. Senza questa variazione sarebbe impossibile che una specie animale si trasformi in un’altra. Ciò che è necessario alla formazione di una nuova specie è che la divergenza a partire dal tipo centrale cresca e che vada avanti nella stessa direzione fino a diventare così importante che il nuovo animale non somiglia più a quello da cui è disceso. Ma quale è questa forza che provocherebbe sempre una variazione crescente nella stessa direzione?
Lamarck ha dichiarato che il cambiamento era dovuto all’uso intenso di certi organi; a causa dell’esercizio continuo di certi organi, questi si perfezionavano sempre più. Proprio come i muscoli delle gambe degli uomini si rinforzano correndo molto, allo stesso modo il leone ha acquistato delle zampe potenti e la lepre delle zampe veloci. Allo stesso modo le giraffe hanno sviluppato il lungo collo per raggiungere e mangiare le foglie degli alberi; a forza di estendere il collo, certi animali a collo corto hanno sviluppato un lungo collo da giraffa. Per molto tempo questa spiegazione non è stata credibile e non spiegava perché la rana dovesse essere verde per proteggersi.
Per risolvere questa questione Darwin si è orientato verso un altro campo di esperienza. L’allevatore e l’orticoltore sono capaci di sviluppare in modo artificiale nuove razze e nuove varietà. Quando un orticoltore vuole sviluppare, a partire da una certa pianta, una varietà che ha dei grandi fiori, tutto ciò che deve fare è sopprimere, prima della maturità, tutte le piante che hanno fiori piccoli e preservare quelle che li hanno grandi. Se ripete questo per alcuni anni di seguito, i fiori saranno sempre più grandi, perché ogni nuova generazione somiglia alla precedente, ed il nostro orticoltore, avendo sempre selezionato i fiori più grandi, al fine della propagazione, riesce a sviluppare una pianta che ha dei fiori molto grandi. Attraverso una tale azione, a volte deliberata e a volte accidentale, gli uomini hanno sviluppato un gran numero di razze dei nostri animali domestici che differiscono dalla loro forma di origine molto più di quanto differiscono tra loro altre specie selvagge.
Se chiedevamo ad un allevatore di sviluppare un animale a collo lungo a partire da un animale a collo corto, questo non gli sembrerebbe impossibile. Tutto ciò che dovrebbe fare, sarebbe selezionare quelli con colli relativamente più lunghi, di incrociarli, di sopprimere i giovani dai colli corti e di incrociare di nuovo quelli che hanno un collo lungo. Ripetendo ciò ad ogni nuova generazione, il risultato sarebbe che il collo diventerebbe sempre più lungo ottenendo così un animale somigliante alla giraffa.
Un tale risultato è raggiunto perché c'è una volontà definita, con un obiettivo definito che, allo scopo di allevare una certa varietà, seleziona alcuni animali. In natura, non esiste una tale volontà e tutte le variazioni vengono attenuate dall’incrocio; è impossibile dunque che un animale continui ad allontanarsi dal tronco comune originario e prosegua nella stessa direzione fino a diventare una specie completamente diversa. Quale è dunque la forza che in natura seleziona gli animali come fa un allevatore?
Darwin ha meditato molto tempo su questo problema prima di trovarne la soluzione nella “lotta per l’esistenza”. In questa teoria abbiamo un riflesso del sistema produttivo dell’epoca in cui ha vissuto Darwin, perché la lotta della concorrenza capitalista gli è servita da modello per la lotta per l’esistenza che prevaleva in natura. Questa soluzione non gli si è presentata grazie alle proprie osservazioni. Gli sono venute dalla lettura dei lavori dell’economista Malthus. Questi ha tentato di spiegare che tanta miseria, carestia e privazioni nel mondo borghese sono dovute al fatto che la popolazione aumenta più velocemente dei mezzi di sussistenza esistenti. Non c'è abbastanza cibo per tutti: dunque gli individui devono lottare gli uni contro gli altri per la loro esistenza, e in questa lotta molti soccombono. Con questa teoria la concorrenza capitalista così come la miseria esistente venivano dichiarate inevitabili leggi naturali. Nella sua autobiografia Darwin dichiara che è il libro di Malthus che l’ha spinto a pensare alla lotta per l’esistenza.
“Nell’ottobre 1838, quindici mesi dopo che ebbi cominciato la mia inchiesta sistematica, mi capitò di leggere, per distrarmi, il saggio di Malthus sulla Popolazione; e siccome ero ben preparato, a causa delle mie lunghe osservazioni sulle abitudini degli animali e delle piante, ad apprezzare la presenza universale della lotta per l’esistenza, fui subito colpito dall’idea che, in queste circostanze, le variazioni favorevoli tenderebbero ad essere preservate, e le sfavorevoli ad essere annientate. Il risultato di ciò sarebbe la formazione di nuove specie. Avevo, dunque, finalmente trovato in ciò una teoria su cui lavorare”.
È un dato di fatto che l’aumento delle nascite degli animali supera quello della quantità di cibo necessario alla loro sussistenza. Non c’è nessuna eccezione alla regola secondo la quale il numero degli esseri organici tende a crescere ad una certa velocità tale che la terra verrebbe velocemente invasa completamente dalla discendenza di una sola coppia se una parte di questa non fosse distrutta. È per tale ragione che deve intervenire una lotta per la sopravvivenza. Ogni animale tenta di vivere, fa del suo meglio per nutrirsi e cerca di evitare di essere mangiato da altri. Con le sue particolarità e le sue armi specifiche lotta contro tutti gli elementi antagonisti, contro gli animali, contro il freddo, il caldo, la siccità, le inondazioni, ed altre circostanze naturali che possono minacciare di distruggerlo. Soprattutto lotta contro gli animali della sua stessa specie che vivono allo stesso modo, possiedono le stesse caratteristiche, utilizzano le stesse armi e vivono della stesso cibo. Questa lotta non è diretta; la lepre non lotta direttamente contro la lepre, né il leone contro il leone a meno che sia una lotta per la femmina - ma è una lotta per l’esistenza, una corsa, una lotta competitiva. Non tutti possono raggiungere l’età adulta; la maggior parte vengono distrutti e solo quelli che vincono la corsa sopravvivono. Ma chi sono quelli che la vincono? Quelli che, per le loro caratteristiche, per la loro struttura corporea, sono più adatti a trovare del cibo o sfuggire al nemico; in altri termini, sopravvivranno quelli che riescono meglio ad adattarsi alle condizioni esistenti. “Poiché il numero degli individui che nascono è sempre maggiore rispetto a quello di coloro che sopravvivono, la lotta per la sopravvivenza deve ricominciare senza tregua e la creatura che possiede un certo vantaggio rispetto agli altri sopravvivrà ma, poiché le sue caratteristiche particolari sono trasmesse alle nuove generazioni, è la stessa natura che sceglie, e la nuova generazione nascerà con caratteristiche differenti rispetto alla precedente”.
Qui abbiamo un altro schema per comprendere l’origine della giraffa. Quando l’erba non cresce in certi luoghi, gli animali devono nutrirsi di foglie d’alberi e tutti quelli il cui collo è troppo corto per raggiungere queste foglie periranno. È la stessa natura che seleziona e la natura seleziona solamente quelli che hanno colli lunghi. In riferimento alla selezione realizzata dall’allevatore, Darwin ha chiamato questo processo “la selezione naturale”.
Questo processo produce necessariamente nuove specie. Poiché nascono troppi individui di una stessa specie, più di quanto le riserve di cibo ne permettono la sussistenza, essi tentano continuamente di estendersi su una superficie più vasta. Per procurarsi il cibo quelli che vivono nei boschi vanno verso le praterie, quelli che vivono sul suolo vanno nell’acqua, e quelli che vivono sulla terra si arrampicano sugli alberi. In queste nuove condizioni, un’attitudine o una variazione sono spesso adeguate mentre non lo erano precedentemente, ed esse si sviluppano. Gli organi cambiano con il modo di vita. Si adattano alle nuove condizioni e, a partire dalla vecchia specie, una nuova si sviluppa. Questo movimento continuo delle specie esistenti che si ramificano in nuovi rami porta all’esistenza di queste migliaia di animali differenti che vanno a differenziarsi sempre più.
La teoria di Darwin non solo spiega così la filiazione generale degli animali, la loro trasmutazione e la loro formazione a partire dagli esseri primitivi, ma anche l’adattamento meraviglioso che esiste in tutta la natura. Questo meraviglioso adattamento poteva spiegarsi prima solo attraverso il saggio intervento di Dio. Adesso questa filiazione naturale è compresa chiaramente. Perché questo adattamento non è nient’altro che l’adattamento ai mezzi di esistenza. Ogni animale ed ogni pianta sono esattamente adattati alle circostanze esistenti, perché tutti quelli che sono meno conformi, sono meno adattati e sono sterminati nella lotta per l’esistenza. Le rane verdi, che provengono dalle rane brune, devono preservare il loro colore protettivo perché tutte quelle che deviano da questo colore vengono più rapidamente scoperte dai nemici e vengono distrutte oppure trovano maggiori difficoltà a nutrirsi e muoiono.
È in questo modo che Darwin ci ha mostrato, per la prima volta, che le nuove specie si sono sempre formate a partire dalle vecchie. La teoria trasformista, che fino a quel momento non era che una semplice presunzione indotta a partire da numerosi fenomeni che non potevano essere spiegati in nessuno altro modo, ha guadagnato così la certezza di un funzionamento necessario di forze specifiche e che poteva essere provato. È una delle ragioni principali per la quale questa teoria si è imposta tanto velocemente nelle discussioni scientifiche ed ha attirato l’attenzione del pubblico.
II. Il marxismo
Quando si rivolge l’attenzione al marxismo, notiamo immediatamente una grande somiglianza col darwinismo. Come per Darwin, l’importanza scientifica del lavoro di Marx consiste nell’aver scoperto la forza motrice, la causa dello sviluppo sociale. Egli non ha dovuto dimostrare che un tale sviluppo esisteva; tutti sapevano che, dai tempi più primitivi, nuove forme sociali avevano continuamente soppiantato le vecchie; ma le cause e gli scopi di questo sviluppo restavano sconosciuti.
Nella sua teoria Marx è partito dalle conoscenze di cui disponeva alla sua epoca. La grande rivoluzione politica che ha conferito all’Europa l’aspetto che ha, la rivoluzione francese, era nota a tutti per essere stata una lotta per la supremazia, condotta dalla borghesia contro la nobiltà e la monarchia. Dopo questa lotta nuove lotte di classe hanno avuto luogo. La lotta fatta in Inghilterra dai capitalisti industriali contro i proprietari fondiari dominava la politica; allo stesso tempo, la classe operaia si rivoltava contro la borghesia. Quali erano questi classi? In cosa differivano le une dalle altre? Marx ha mostrato che queste distinzioni di classe erano dovute alle differenti funzioni che ciascuna giocava nel processo produttivo. È nel processo di produzione che le classi hanno la loro origine, ed è questo processo che determina a quale classe si appartiene. La produzione non è nient’altro che il processo di lavoro sociale attraverso il quale gli uomini ottengono i loro mezzi di sussistenza a partire dalla natura. È questa produzione dei beni materiali necessari alla vita che costituisce il fondamento della società e che determina le relazioni politiche, le lotte sociali e le forme della vita intellettuale.
I modi di produzione sono continuamente cambiati nel tempo. Da dove sono venuti questi cambiamenti? Il modo di lavorare ed i rapporti di produzione dipendono dagli attrezzi con cui le persone lavorano, dallo sviluppo della tecnica e dai mezzi di produzione in generale. E’ perché nel Medioevo si lavorava con attrezzi rudimentali, mentre oggi si lavora con macchine gigantesche, che in quell’epoca si aveva il piccolo commercio ed il feudalismo, mentre adesso si ha il capitalismo. È anche per questa ragione che nel Medioevo la nobiltà feudale e la piccola borghesia erano le classi più importanti, mentre adesso la borghesia ed il proletariato costituiscono le classi principali.
È lo sviluppo degli strumenti, di questo materiale tecnico che gli uomini mettono in opera, che è la causa principale, la forza motrice di tutto lo sviluppo sociale. Va da sé che gli uomini tentano sempre di migliorare questi strumenti così che il loro lavoro sia più facile e più produttivo, e la pratica che acquistano utilizzando questi strumenti, li porta a sua volta a sviluppare e perfezionare il loro pensiero. In ragione di questo sviluppo ha luogo un progresso, lento o veloce, della tecnica che allo stesso tempo trasforma le forme sociali del lavoro. Questo conduce a nuovi rapporti di classe, a nuove istituzioni sociali ed a nuove classi. Allo stesso tempo sorgono lotte sociali, cioè politiche. Le classi che dominavano nel vecchio processo di produzione tentano di conservare artificialmente le loro istituzioni, mentre le classi ascendenti cercano di promuovere il nuovo processo di produzione; e conducendo delle lotte di classe contro la classe dirigente e conquistando il potere, preparano il campo per un nuovo sviluppo senza ostacoli della tecnica.
Così la teoria di Marx ha rivelato la forza motrice ed il meccanismo dello sviluppo sociale. Con ciò ha dimostrato che la storia non è qualche cosa di erratico e che i diversi sistemi sociali non sono il risultato del caso o di avvenimenti aleatori, ma che esiste uno sviluppo regolare in una direzione definita. Egli ha anche provato che lo sviluppo sociale non cessa col nostro sistema, perché la tecnica si sviluppa continuamente.
Pertanto i due insegnamenti, quello di Darwin e quello di Marx, uno nel campo del mondo organico e l’altro nel campo della società umana, hanno elevato la teoria dell’evoluzione al livello di una scienza positiva.
In tal modo hanno reso la teoria dell’evoluzione accettabile per le masse in quanto concezione di base dello sviluppo sociale e biologico.
III. Il marxismo e la lotta di classe
Benché sia vero che, affinché una teoria abbia un’influenza duratura sullo spirito umano, è necessario che abbia un valore altamente scientifico, ciò non è tuttavia sufficiente. È capitato spesso che una teoria scientifica di grande importanza per la scienza non abbia suscitato nessuno interesse, se non per alcuni uomini istruiti. Possiamo citare, per esempio, la teoria dell’attrazione universale di Newton.
Questa teoria è la base dell’astronomia ed è grazie a questa teoria che conosciamo gli astri e possiamo prevedere la traiettoria di certi pianeti e le eclissi. Tuttavia, quando la teoria di Newton sull’attrazione universale è apparsa, solo alcuni scienziati inglesi vi hanno aderito. Le grandi masse non hanno dimostrato nessuna attenzione per tale teoria. E’ stata conosciuta dalle masse attraverso un libro popolare di Voltaire scritto solo mezzo secolo più tardi.
Non c’è niente di strano in questo. La scienza è diventata una specialità per un certo gruppo di uomini istruiti ed i suoi progressi riguardano solo loro, proprio come la fonderia è la specialità del fabbro ed ogni miglioramento nella fusione del ferro riguarda solamente lui. Solo una conoscenza di cui tutti possono servirsi e che si rivela come una necessità vitale per tutti può suscitare l’adesione delle grandi masse. Pertanto quando vediamo che una teoria scientifica suscita entusiasmo e passione nelle grandi masse, ciò può essere attribuito al fatto che questa teoria serve loro come arma nella lotta di classe. Perché è la lotta di classe che mobilita la grande maggioranza della società.
Si può constatare ciò in modo più chiaro col marxismo. Se gli insegnamenti economici di Marx fossero stati senza importanza per la lotta di classe moderna, solo alcuni economisti professionisti gli avrebbero dedicato del tempo. Ma per il fatto che il marxismo serve da arma ai proletari nella loro lotta contro il capitalismo, le lotte scientifiche si concentrano su questa teoria. È grazie al favore che quest’ultima ha reso loro che milioni di persone onorano il nome di Marx pur conoscendo poco i suoi lavori e che questo nome è disprezzato da altre migliaia che non comprendono niente della sua teoria. È grazie al grande ruolo che la teoria marxista gioca nella lotta di classe che questa è studiata assiduamente dalle grandi masse e che domina lo stato d’animo umano.
La lotta di classe proletaria è esistita prima di Marx, perché essa è il frutto dello sfruttamento capitalista. Era del tutto naturale che gli operai, essendo sfruttati, pensassero ad un altro sistema sociale dove lo sfruttamento fosse abolito e lo rivendicavano. Ma tutto ciò che potevano fare era sperarlo e sognarlo. Non erano certi che sarebbe stato possibile realizzarlo. Marx ha dato al movimento operaio ed al socialismo una base teorica. La sua teoria sociale ha mostrato che i sistemi sociali si sono sviluppati in un movimento continuo all’interno del quale il capitalismo costituisce solamente una forma temporanea. Il suo studio del capitalismo ha mostrato che, a causa del perfezionamento costante della tecnica, il capitalismo deve cedere necessariamente il posto al socialismo. Questo nuovo sistema di produzione può essere edificato solo dai proletari attraverso la loro lotta contro i capitalisti il cui interesse è di mantenere il vecchio sistema di produzione. Il socialismo è dunque il prodotto e lo scopo della lotta di classe proletaria.
Grazie a Marx la lotta di classe proletaria ha preso una forma completamente diversa. Il marxismo è diventato un’arma nelle mani dei proletari; al posto di vaghe speranze, ha dato loro uno scopo positivo e, evidenziando con chiarezza lo sviluppo sociale, ha dato forza al proletariato e allo stesso tempo ha creato la base per l’adozione di una tattica corretta. È a partire dal marxismo che gli operai possono provare il carattere transitorio del capitalismo così come la necessità e la certezza della loro vittoria. Allo stesso tempo il marxismo ha spazzato via le vecchie visioni utopiche secondo cui il socialismo sarebbe stato instaurato grazie all’intelligenza ed alla buona volontà dell’insieme degli uomini saggi che consideravano il socialismo come una rivendicazione di giustizia e di moralità; come se l’obiettivo fosse l’edificazione di una società infallibile e perfetta. La giustizia e la morale cambiano col sistema di produzione ed ogni classe se ne fa una concezione diversa. Il socialismo non può essere ottenuto che dalla classe che ha interesse al socialismo e non si tratta di stabilire un sistema sociale perfetto, ma di un cambiamento nei modi di produzione che conduce ad una tappa superiore e cioè alla produzione sociale.
Poiché la teoria marxista dello sviluppo sociale è indispensabile ai proletari nelle loro lotte, i proletari cercano di integrarla nel loro essere; domina il loro pensiero, i loro sentimenti, tutta la loro concezione del mondo. Poiché il marxismo è la teoria dello sviluppo sociale, all’interno del quale ci troviamo, il marxismo si pone dunque all’epicentro dei grandi scontri intellettuali che accompagnano la nostra rivoluzione economica.
IV. Il darwinismo e la lotta di classe
Che il marxismo abbia acquistato la sua importanza e la sua posizione grazie unicamente al ruolo che occupa nella lotta di classe proletaria è noto a tutti. Col darwinismo, invece, le cose sembrano differenti ad un osservatore superficiale, perché esso tratta di una nuova verità scientifica che deve far fronte all’ignoranza ed ai pregiudizi religiosi. Tuttavia non è difficile vedere che in realtà il darwinismo ha dovuto subire le stesse vicissitudini del marxismo. Il darwinismo non è una semplice teoria astratta adottata dal mondo scientifico dopo essere stata discussa e messa alla prova in maniera puramente obiettiva. No, immediatamente dopo la sua apparizione, il darwinismo ha avuto i suoi sostenitori entusiasti ed i suoi avversari accaniti; anche il nome di Darwin è stato onorato dalle persone che avevano compreso qualche cosa della sua teoria e screditato da altri che non conoscevano niente della sua teoria se non che “l’uomo discende dalla scimmia” e che erano incontestabilmente incompetenti per giudicare con scientifica esattezza la teoria di Darwin o la sua falsità. Anche il darwinismo ha sostenuto un ruolo nella lotta di classe ed è a causa di questo ruolo che si è diffuso tanto velocemente e che ha avuto dei sostenitori entusiasti e degli avversari accaniti.
Il darwinismo è servito da strumento alla borghesia nella sua lotta contro la classe feudale, contro la nobiltà, i diritti del clero e dei signori feudali. Era una lotta completamente diversa dalla lotta che conducono oggi i proletari. La borghesia non era una classe sfruttata che lottava per sopprimere lo sfruttamento. Oh no! Ciò che la borghesia voleva era sbarazzarsi dei vecchi poteri dominanti che intralciavano la sua strada. La borghesia voleva governare da sola e basava le sue esigenze sul fatto che era la classe più importante che dirigeva l’industria. Quali argomenti poteva opporle la vecchia classe, la classe che era diventata solamente un parassita inutile? Questa si appoggiava sulla tradizione, sui suoi vecchi diritti “divini”. Erano quelli i suoi pilastri. Grazie alla religione i preti mantenevano la grande massa nella sottomissione e la preparavano ad opporsi alle esigenze della borghesia.
E’ stato proprio per difendere i suoi interessi che la borghesia si è trovava costretta a scalzare il diritto “divino” dei governanti. Le scienze naturali sono diventate un’arma da opporre alla credenza ed alla tradizione; sono state messe avanti la scienza e le leggi della natura di recente scoperta; è con queste armi che la borghesia ha condotto la sua lotta. Se le nuove scoperte potevano dimostrare che ciò che i preti insegnavano era falso, l’autorità “divina” di questi preti si sarebbe sgretolata ed i “diritti divini” sui quali la classe feudale basava i propri privilegi sarebbero stati distrutti. E’ pur vero che la classe feudale non è stata vinta solo in questo modo; il potere materiale può essere rovesciato solamente dal potere materiale; ma le armi intellettuali diventano delle armi materiali. È per questa ragione che la borghesia ascendente ha accordato una tale importanza alla scienza della natura.
Il darwinismo è arrivato al momento giusto. La teoria di Darwin secondo la quale l’uomo è il discendente di un animale inferiore, distruggeva tutto il fondamento del dogma cristiano. È per questa ragione che, appena il darwinismo ha fatto la sua apparizione, la borghesia se n’è impossessata con molto zelo.
Ciò non avvenne in Inghilterra. Qui vediamo ancora una volta fino a che punto la lotta di classe fosse importante per la propagazione della teoria di Darwin. In Inghilterra la borghesia dominava già da parecchi secoli e, nell’insieme, non aveva nessun interesse ad attaccare o a distruggere la religione. È per questa ragione che, sebbene questa teoria sia stata largamente letta in Inghilterra, essa ha appassionato poche persone; è stata considerata semplicemente come una teoria scientifica senza grande importanza pratica. Lo stesso Darwin la considerava tale e, per paura che la sua teoria urtasse i pregiudizi religiosi regnanti, ha evitato volontariamente di applicarla immediatamente agli uomini. Solamente dopo numerosi aggiustamenti e dopo che altri lo fecero prima di lui, decise di andare avanti. In una lettera a Haeckel deplorava il fatto che la sua teoria andasse ad urtare tanti pregiudizi ed incontrava tanta indifferenza, per cui non si aspettava di vivere abbastanza per vederla superare questi ostacoli.
Ma in Germania le cose erano totalmente differenti; e Haeckel ha risposto con ragione a Darwin che in Germania la sua teoria aveva incontrato un’accoglienza entusiasta. In effetti, quando apparve la teoria di Darwin, la borghesia si stava preparando ad un nuovo attacco contro l’assolutismo ed gli junker[3]. La borghesia liberale era diretta dagli intellettuali. Ernesto Haeckel, un grande scienziato e tra i più audaci, nel suo libro Natürliche Schöpfungsgeschichte, trasse immediatamente le più audaci conclusioni contro la religione. Il darwinismo, mentre incontrava l’entusiasta accoglienza da parte della borghesia progressista, veniva combattuto aspramente dai reazionari.
La stessa lotta ebbe luogo anche in altri paesi europei. Dovunque la borghesia liberale progressista doveva lottare contro le forze reazionarie. I reazionari detenevano o tentavano di ottenere, con l’aiuto dei loro sostegni religiosi, il potere disputato. In queste circostanze, anche le discussioni scientifiche si conducevano con l’ardore e la passione di una lotta di classe. Gli scritti che apparivano pro o contro Darwin avevano un carattere di polemica sociale, nonostante portassero il nome di autori scientifici. Se molti scritti popolari di Haeckel, considerati da un punto di vista scientifico, sono molto superficiali, di contro gli argomenti e le proteste dei suoi avversari danno prova di un’incredibile stupidità di cui non si può trovare equivalente che negli argomenti utilizzati contro Marx.
La lotta condotta dalla borghesia liberale contro il feudalismo non l’obiettivo di andare fino in fondo. Ciò in parte era dovuto al fatto che dovunque apparivano proletari socialisti che minacciavano tutti i poteri dominanti, ivi compreso quello della borghesia. La borghesia liberale si calmò e le tendenze reazionarie presero il sopravvento. Il vecchio ardore per combattere la religione si spense completamente e, anche se i liberali ed i reazionari continuavano a combattersi, in realtà essi si avvicinavano. L’interesse per la scienza come arma rivoluzionaria nella lotta di classe manifestata prima era sparito interamente, mentre la tendenza reazionaria cristiana che voleva che il popolo conservasse la sua religione si imponeva sempre più in modo potente e brutale.
Anche la stima per la scienza subiva un cambiamento di pari passo col bisogno di quest’ultima. Prima la borghesia istruita aveva fondato sulla scienza una concezione materialista dell’universo nella quale vedeva la soluzione all’enigma di questo. Adesso il misticismo prendeva il sopravvento; tutto ciò che era stato risolto dalla scienza appariva molto insignificante, mentre tutto ciò che non lo era stato assumeva una grande importanza, abbracciando le più importanti domande della vita. Uno stato d’animo di scetticismo, di critica e di dubbio si imponeva sul precedente spirito entusiasta in favore della scienza.
Questo si percepì anche nella posizione presa contro Darwin. “Che cosa dimostra la sua teoria? Lascia l’enigma dell’universo senza soluzione! Da dove viene questa natura meravigliosa della trasmissione, da dove viene questa capacità degli esseri animati a cambiare in modo così appropriato?” È là che risiede l’enigma misterioso della vita che non può essere risolto con principi meccanici. Che cosa resta dunque del darwinismo alla luce di quest’ultima critica?
Naturalmente gli avanzamenti della scienza hanno permesso un rapido progresso. La soluzione ad un problema fa apparire sempre nuovi problemi da risolvere che erano nascosti sotto la teoria della trasmissione. Questa teoria, che Darwin aveva dovuto accettare come base di ricerca, continuava ad essere studiata ed ebbe luogo un’aspra discussione a proposito dei fattori individuali dello sviluppo e della lotta per l’esistenza. Mentre alcuni scienziati rivolgevano la loro attenzione alla variazione, che consideravano il prodotto dell’esercizio e dell’adattamento alla vita (secondo il principio stabilito da Lamarck), altri scienziati come Weissman rigettavano espressamente questa idea. Mentre Darwin ammetteva solo dei cambiamenti progressivi e lenti, de Vries scopriva dei casi di variazioni veloci e dei salti che avevano portato all’apparizione improvvisa di nuove specie. Tutto questo, mentre si rinforzava e si sviluppava la teoria della filiazione, dava in certi casi l’impressione che le notizie scoperte smantellavano la teoria di Darwin e ogni nuova scoperta veniva di conseguenza salutata dai reazionari come prova del fallimento del darwinismo. Allo stesso tempo, la concezione sociale sulla scienza rifluiva. Gli scienziati reazionari proclamavano che era necessario un elemento spirituale. Il soprannaturale ed il misterioso che il darwinismo aveva spazzato via dovevano essere reintrodotti dalla finestra. Era l’espressione di una tendenza reazionaria crescente in seno a questa classe che all’inizio si era fatta portabandiera del darwinismo.
V. Il darwinismo contro il socialismo
Il darwinismo è stato di un’utilità inestimabile alla borghesia nella sua lotta contro i poteri del passato. Era del tutto naturale dunque che la borghesia lo utilizzasse contro il suo nuovo nemico, il proletariato; non perché i proletari si opponevano al darwinismo, ma per la ragione inversa. Quando il darwinismo fece la sua apparizione l’avanguardia proletaria, i socialisti, salutarono la teoria darwiniana perché vedeva nel darwinismo una conferma ed un compimento della propria teoria; non, come alcuni superficiali avversari credevano, perché si voleva fondare il socialismo sul darwinismo, ma nel senso che la scoperta darwiniana - che dimostrava che anche nel mondo organico, apparentemente stazionario, esisteva uno sviluppo continuo - costituisce una conferma ed un magnifico compimento della teoria marxista dello sviluppo sociale.
Era tuttavia normale che la borghesia si servisse del darwinismo contro i proletari. La borghesia doveva far fronte a due eserciti e le classi reazionarie lo sapevano bene. Quando la borghesia attaccava la loro autorità, queste additavano i proletari e mettevano in guardia la borghesia contro ogni frazionamento dell’autorità. Agendo così, i reazionari cercavano di spaventare la borghesia affinché rinunciasse ad ogni attività rivoluzionaria. Naturalmente i rappresentanti borghesi rispondevano che non c’era niente da temere; che la loro scienza confutava solamente l’autorità senza fondamento della nobiltà e li sosteneva nella loro lotta contro i nemici dell’ordine.
Durante un congresso di naturalisti il politico e scienziato reazionario Virchow accusò la teoria darwinista di sostenere il socialismo. “Fate attenzione a questa teoria, dice ai Darwinisti, perché questa teoria è legata strettamente a quella che ha causato tanto terrore nel paese vicino”. Questa allusione alla Comune di Parigi, fatta durante l’anno celebre per la caccia ai socialisti, dovette avere molto effetto. Che dire, tuttavia, della scienza di un professore che attacca il darwinismo argomentando che (una teoria) non è corretta perché è pericolosa! Questo rimprovero, di essere alleato ai rivoluzionari rossi, contrariò molto Haeckel, difensore di questa teoria. Questi non poté sopportarlo. Immediatamente dopo tentò di dimostrare che era precisamente la teoria darwiniana che dimostrava il carattere indifendibile delle rivendicazioni socialiste, e che darwinismo e socialismo “si sostengono reciprocamente come il fuoco e l’acqua”.
Seguiamo le controversie di Haeckel dove si ritrovano le idee principali della maggior parte degli autori che basano sul darwinismo i loro argomenti contro il socialismo.
Il socialismo è una teoria che presuppone l’uguaglianza naturale tra le persone e che si sforza di promuovere l’uguaglianza sociale; uguaglianza dei diritti, dei doveri, uguaglianza di proprietà e del suo godimento. Il darwinismo, al contrario, è la prova scientifica della disuguaglianza. La teoria della filiazione stabilisce che lo sviluppo animale va nel senso di una differenziazione o di una divisione del lavoro sempre più grande; più l’animale è superiore e si avvicina alla perfezione, più la disuguaglianza è importante. E ciò vale anche per la società. Anche qui vediamo la grande divisione del lavoro tra i mestieri, tra le classi, ecc., e più la società è sviluppata più aumentano le disuguaglianze nella forza, l’abilità, il talento. Bisogna dunque raccomandare la teoria della filiazione come “il migliore antidoto alla rivendicazione socialista di egualitarismo totale”.
Ciò si applica anche, ma in misura ancora maggiore, alla teoria darwiniana della sopravvivenza. Il socialismo vuole abolire la concorrenza e la lotta per l’esistenza. Ma il darwinismo ci insegna che questa lotta è inevitabile e che è una legge naturale per l’insieme del mondo organico. Non solo questa lotta è naturale, ma è anche utile e salutare. Questa lotta determina una perfezione crescente e questa perfezione consiste sempre più nell’eliminazione crescente di ciò che è inadatto. Solo la minoranza selezionata, coloro che sono qualificati per resistere alla concorrenza, può sopravvivere; la grande maggioranza deve sparire. Ci sono molti chiamati, ma pochi eletti. Allo stesso tempo la lotta per l’esistenza ha come risultato la vittoria dei migliori, mentre i meno buoni ed i disadattati devono essere eliminati. Ci si può lamentare, proprio come ci si lamenta che tutti dobbiamo morire, ma il fatto non può essere né negato né cambiato.
Vogliamo sottolineare come un piccolo cambiamento di parole quasi simili serva alla difesa del capitalismo. Darwin ha parlato, a proposito della sopravvivenza dei più adatti, di coloro che meglio si adattano alle condizioni. Vedendo che in questa lotta quelli che sono meglio organizzati prevalgono sugli altri, i vincitori furono chiamati i vigilanti e, in seguito, i “migliori”. Questa espressione è stata introdotta da Herbert Spencer. Essendo i vincitori nel loro campo, i vincitori della lotta sociale, i grandi capitalisti, si sono proclamati i migliori.
Haeckel ha mantenuto questa concezione e l’ha sempre confermata. Nel 1892 dice: “Il darwinismo, o la teoria della selezione, è interamente aristocratica; è basata sulla sopravvivenza del migliore. La divisione del lavoro apportata dallo sviluppo è responsabile di una variazione sempre più grande nel carattere, di una disuguaglianza sempre più grande tra gli individui, nella loro attività, la loro educazione e la loro condizione. Più la cultura umana è avanzata, maggiori sono la differenza ed il fossato tra le differenti classi esistenti. Il comunismo e le rivendicazioni di uguaglianza di condizione e di attività sostenute dai socialisti sono sinonimi di ritorno agli stadi primitivi della barbarie”.
Il filosofo inglese Herbert Spencer aveva già, prima di Darwin, una teoria sullo sviluppo sociale. Era la teoria borghese dell’individualismo basata sulla lotta per l’esistenza. Più tardi ha messo questa teoria in relazione stretta col darwinismo. “Nel mondo animale, diceva, i vecchi, i deboli ed i malati sono sempre annientati e solo gli elementi forti ed in buona salute sopravvivono. La lotta per l’esistenza serve dunque alla purificazione della razza, proteggendola dalla degenerazione. Essa è l’effetto benefattore di questa lotta perché, se questa lotta cessasse e ciascuno fosse certo di provvedere alla sua esistenza senza la minima lotta, la razza degenererebbe necessariamente. Il sostegno portato ai malati, ai deboli ed ai disadattati porta una degenerazione generale della razza. Se la simpatia, che trova la sua espressione nella carità, superasse dei limiti ragionevoli, mancherebbe il suo obiettivo; al posto di diminuire aumenterebbe la sofferenza per le nuove generazioni. L’effetto benefico della lotta per l’esistenza si percepisce meglio presso gli animali selvaggi. Essi sono tutti forti ed in buona salute perché hanno dovuto patire migliaia di pericoli i quali hanno eliminato necessariamente tutti quelli che non erano adattati. Negli uomini e negli animali domestici, la debolezza e la malattia sono generalizzate perché i malati ed i deboli sono preservati. Il socialismo, avendo per obiettivo la soppressione della lotta per l’esistenza nel mondo umano, porterà necessariamente una degenerazione mentale e fisica sempre crescenti”.
Sono questi i principali argomenti di coloro che utilizzano il darwinismo per difendere il sistema borghese. Per quanto potenti potessero sembrare a prima vista questi argomenti, non fu difficile per i socialisti demolirli. In sostanza questi non sono che i vecchi argomenti utilizzati contro il socialismo, rivestiti a nuovo con la terminologia darwiniana, ed essi mostrano un’ignoranza totale del socialismo e del capitalismo.
Quelli che paragonano l’organizzazione sociale al corpo dell’animale trascurano il fatto che gli uomini non differiscono tra loro come differiscono le cellule o gli organi, ma solamente per il livello delle loro capacità. Nella società la divisione del lavoro non può arrivare fino a far scomparire tutte le capacità a profitto di una sola. Inoltre, chiunque comprenda qualche cosa di socialismo sa che la divisione efficace del lavoro non termina con il socialismo, ma che, per la prima volta, con il socialismo sarà possibile una vera divisione. La differenza tra gli operai, tra le loro capacità, i loro impieghi non sparirà; ciò che cesserà sarà la differenza tra gli operai e gli sfruttatori.
Se è vero che nella lotta per l’esistenza gli animali fisicamente più forti, sani e bene adattati sopravvivono, ciò non si verifica con la concorrenza capitalista. Qui la vittoria non dipende dalla perfezione di quelli che sono impegnati nella lotta. Mentre il talento per gli affari e la forza possono giocare un ruolo nel mondo piccolo borghese, con l’ulteriore sviluppo della società, il successo dipende sempre più dal possesso del capitale. Il grande capitale vince sul più piccolo, anche se quest’ultimo si trova in mani più qualificate. Non sono le qualità personali, ma il possesso del denaro che decide chi sarà il vincitore nella lotta per la sopravvivenza. Quando i proprietari di piccoli capitali spariscono non periscono in quanto uomini ma in quanto capitalisti; non sono eliminati dalla vita, ma dalla borghesia. Dunque, la concorrenza che esiste nel sistema capitalista è qualche cosa di diverso, nelle sue esigenze ed i suoi risultati, dalla lotta animale per l’esistenza.
Le persone che periscono in quanto persone sono membri di una classe completamente differente, una classe che non partecipa alla lotta della concorrenza. Gli operai non fanno concorrenza ai capitalisti, vendono loro solamente la propria forza di lavoro. Poiché non hanno nessuna proprietà, non hanno neanche l’opportunità di misurare le loro grandi qualità, né di entrare in corsa con i capitalisti. La loro povertà e la loro miseria non possono essere attribuite al fatto che perdono in una lotta concorrenziale a causa della loro debolezza; è perché sono pagati molto male per la loro forza lavoro che i loro figli, anche se nascono forti ed in buona salute, muoiono in tanti; mentre i bambini nati da genitori ricchi, anche se sono nati malati, sopravvivono grazie all’alimentazione ed alle numerose cure che sono portate loro. I bambini dei poveri non muoiono perché sono malati o deboli, ma per ragioni esterne. È il capitalismo che crea tutte queste condizioni sfavorevoli con lo sfruttamento, la riduzione dei salari, le crisi di disoccupazione, alloggi malsani e le lunghe ore di lavoro. È il sistema capitalista che fa perire tanti esseri forti e sani.
Così i socialisti mostrano che, a differenza del mondo animale, la lotta concorrenziale che esiste tra gli uomini non favorisce i migliori ed i più qualificati, ma annienta molti individui forti e sani a causa della loro povertà, mentre i ricchi, sebbene deboli e malati, sopravvivono. I socialisti mostrano che la forza personale non è il fattore determinante, ma che quest’ultimo è qualche cosa di esterno all’uomo; è il possesso del denaro che determina chi sopravvivrà e chi morirà.
Anton Pannekoek
[1] Bisogna rilevare che, qualche tempo dopo, in un’altra lettera ad Engels, datata 18 giugno 1862, Marx ritornerà sul suo giudizio facendo questa critica a Darwin: “E’ notevole vedere come Darwin riconosce negli animali e nelle piante la sua società inglese, con la sua divisione del lavoro, la sua concorrenza, le sue aperture di nuovi mercati, le sue ‘invenzioni’ e la sua ‘malthusiana’ ‘lotta per la vita’. È il bellum omnium contra omnes (la guerra di tutti contro tutti) di Hobbes, e ciò ricorda Hegel nella Fenomenologia, dove la società civile interviene in quanto ‘regno animale’ dello spirito, mentre in Darwin è il regno animale che interviene in quanto società civile”. (Marx-Engels, Corrispondenza). In seguito, Engels riprenderà, in parte, questa critica di Marx ne L’Anti-Dühring (dove farà allusione alla “cantonata malthusiana” di Darwin) e nella Dialettica della natura. Più avanti ritorneremo su ciò che va considerato come un’interpretazione erronea dell’opera di Darwin da parte di Marx ed Engels.
[2] La traduzione è stata effettuata dalla versione inglese (1912, Nathan Weiser) e migliorata poi sulla base dell’originale in olandese.
[3] Gli junker costituivano l’aristocrazia terriera (ndr).
Il 14 dicembre 2009, migliaia di operai delle imprese Tekel[1], di dozzine di città della Turchia, hanno lasciato le loro case e le loro famiglie per raggiungere Ankara. Questi operai hanno affrontato un simile viaggio per lottare contro le orribili condizioni alle quali li costringe l'ordine capitalista. Questa lotta esemplare, che dura da circa due mesi, attualmente è guidata dall'idea di uno sciopero che permetta a tutti gli operai di parteciparvi. Facendo ciò, gli operai di Tekel hanno iniziato, ed allo stesso tempo si sono fatti parte attiva di un movimento per l'insieme della classe operaia in tutto il paese. Quella che esponiamo, è la storia di ciò che è accaduto in questa lotta. Non dobbiamo dimenticare che tale resoconto non riguarda solo gli operai della Tekel ma gli operai di tutto il mondo. Ringraziamo calorosamente gli operai di Tekel per avere reso possibile la scrittura di questo articolo spingendo avanti le lotte della nostra classe e spiegandoci ciò che è accaduto.
Per prima cosa va detto che gli operai della Tekel sono entrati in lotta contro la "politica del 4-C" dello Stato turco. Quest’ultimo ha posto migliaia di operai insieme a quelli della Tekel sotto le condizioni di lavoro del "4-C". Queste condizioni a breve riguarderanno centinaia di migliaia d’operai, e le prossime vittime saranno quelli del settore dello zucchero. Intanto, numerosi settori della classe operaia hanno già sperimentato attacchi simili anche se denominati diversamente, e sicuramente questi ultimi colpiranno anche coloro che ancora non sono stati toccati. Che cosa è dunque questo "4-C"? Si tratta in pratica di un programma di "protezione" emanato dallo Stato turco quando è aumentato il numero di operai che hanno perso il loro lavoro a causa delle privatizzazioni. Ciò ha implicato innanzitutto, un cospicuo abbassamento di salario, ed il trasferimento degli operai del settore pubblico in altri luoghi e settori dello Stato ma a condizioni peggiori. La peggiore di queste introdotta dal "4-C" è quella che ha conferito allo Stato-padrone un potere assoluto sugli operai. Così, il salario fissato dallo Stato e che è già massicciamente ridotto, è semplicemente un valore massimo e può essere ridotto arbitrariamente dai dirigenti delle imprese di Stato. Inoltre, le ore di lavoro sono completamente deregolamentate ed i direttori di fabbrica hanno il diritto di fare lavorare gli operai tutto il tempo che essi (dirigenti) vogliono, fino alla "fine del compito loro assegnato". Di contro, agli operai non spetta niente per questo lavoro supplementare. Con tale politica, i padroni hanno il potere di sfruttare arbitrariamente gli operai, senza che ci sia un qualsiasi compenso salariale. Il periodo in cui gli operai possono lavorare varia da tre a dieci mesi per anno, niente, se essi non vengono pagati durante i mesi in cui non lavorano, e se la durata di lavoro ancora una volta è decisa arbitrariamente dai padroni. Malgrado ciò, è vietato ai salariati trovarsi un secondo lavoro durante i periodi in cui non lavorano o durante le vacanze. I rimborsi di previdenza sociale per loro non esistono più ed ogni assicurazione medica è stata soppressa. Le privatizzazioni, come la politica del "4-C", sono già state introdotte da molto tempo. Nelle imprese della Tekel, solo i dipartimenti dell'alcol e dei tabacchi erano già stati privatizzati, e questo processo ha implicato la chiusura delle fabbriche di tabacco. Pensiamo che sia chiaro che il problema non sia solamente quello delle privatizzazioni. È evidente che sia il capitale privato, che acquisisce il lavoro degli operai, che il capitale di Stato vogliono sfruttare all'eccesso gli operai sottomettendoli alle peggiori condizioni di sfruttamento, unendo in questo attacco le loro forze. In questo senso, possiamo dire che la lotta degli operai della Tekel è nata dagli interessi di classe di tutti ed è l'espressione della lotta contro tutto l'ordine capitalista.
E’ necessario ancora spiegare la situazione del movimento della classe operaia in Turchia nel periodo in cui gli operai di Tekel hanno scatenato la loro lotta. Il 25 novembre 2009, è stata organizzata una giornata di sciopero dal KESK, dal DISK e dal Kamu-Sen[2]. La settimana in cui gli operai di Tekel hanno raggiunto Ankara, due altre lotte operaie erano in corso. La prima era una manifestazione di vigili del fuoco che all’inizio del 2010 avrebbero perso il loro impiego, la seconda era una giornata di sciopero dei ferrovieri contro il licenziamento di certi colleghi per la loro partecipazione allo sciopero del 25 novembre. La polizia antisommossa, davanti al montare delle lotte, ha attaccato brutalmente i vigili del fuoco ed i ferrovieri. E gli operai della Tekel non sono stati trattati in modo differente. 50 ferrovieri hanno perso il loro impiego per avere partecipato allo sciopero. Parecchi operai sono stati fermati ed arrestati. I vigili del fuoco hanno impiegato un poco di tempo prima di riprendersi da tali attacchi, e purtroppo i ferrovieri non hanno avuto la capacità di ritornare sul terreno della lotta di classe. Ciò che ha spinto quelli della Tekel all’avanguardia della lotta a dicembre è stata la loro volontà ad organizzarsi per difendersi contro le misure repressive dello Stato, riuscendo a mantenere attiva e viva la loro lotta.
Come è cominciata la lotta di Tekel? Fin dal 5 dicembre, all'epoca di una cerimonia presieduta da Tayyip Erdogan[3] c'era già una forte minoranza che voleva battersi. Gli operai della Tekel, con le loro famiglie, hanno apostrofato inaspettatamente Erdogan per chiedergli quale sorte per loro fosse riservata. Hanno interrotto il suo discorso dicendo: “Gli operai di Tekel aspettano che diate loro delle buone notizie rispetto alle loro rivendicazioni". Erdogan ha risposto: "purtroppo in Turchia si sta diffondendo un certo tipo di individuo. Sono i fannulloni che vogliono guadagnare del denaro senza fare nessun lavoro, riposandosi. L'era in cui si guadagnava del denaro lasciandosi cullare dolcemente è finita (…) questi pensano che lo Stato sia una mucca da latte inesauribile, ma chiunque ne approfitta è solamente un maiale. Ecco come essi pongono i problemi. Non tollereremo più questa mentalità e questo genere di situazione. Se non siete d’accordo ad accettare le regole del 4-C, siete liberi di creare imprese vostre. Abbiamo fatto un accordo con i vostri sindacati. Ho parlato a loro e ho detto:‘Voi avete tempo. Ma fate ciò che è necessario per fare adottare il nostro punto di vista'. Appena abbiamo avuto il loro accordo, in quel momento, il negoziato si è concluso ed abbiamo lasciato passare ancora uno o due anni. Ma certi sono ancora qui per dire cose tipo vogliamo conservare il nostro lavoro e continuare come prima, vogliamo conservare gli stessi diritti. No, già abbiamo trattato su queste cose. 10˙000 operai della Tekel ci costano quaranta miliardi al mese”[4]. Erdogan non aveva idea dei guai che si stava tirando addosso. Gli operai, la cui maggioranza aveva precedentemente sostenuto il governo, in quel momento si sono arrabbiati. La questione di come iniziare la lotta è stata discussa sui posti di lavoro. Un operaio di Adiyaman[5] ne spiega la dinamica con un articolo che ha scritto e che è stato pubblicato da un giornale gauchista: “Questo processo ha stimolato i colleghi operai (…) hanno cominciato a vedere il vero volto del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) a causa degli insulti pronunziati dal Primo ministro. La prima cosa che hanno fatto è stata quella di smettere di essere membri del partito. Nelle discussioni che cominciavano ad aver luogo sui posti di lavoro, abbiamo deciso di proteggere il nostro lavoro tutti insieme”[6]. Il sindacato[7] con cui Erdogan ha detto di essere d’accordo, e che precedentemente non ha fatto nessuna seria azione per difenderli, ha indetto un concentramento ad Ankara. Perciò, gli operai si sono diretti sulla capitale.
Le forze dello Stato hanno preparato fin dall'inizio un attacco subdolo contro gli operai. La polizia antisommossa ha bloccato gli autobus che trasportavano gli operai, dichiarando che non poteva lasciare passare gli operai delle città curde, dove sono concentrate le fabbriche Tekel, ma solo quelli delle regioni dell'ovest, del Mediterraneo, del Centro Anatolia e del mar Nero. Ciò serviva a fare arrabbiare gli operai curdi, contrapporre gli uni agli altri e dunque dividere il movimento su basi etniche. Queste manovre in realtà sono servite a strappare dal volto dello Stato le sue due maschere: quella dell'unità e dell'armonia e quella della riforma kurda[8]. Ma gli operai della Tekel non sono caduti in questa trappola della polizia. E con gli operai di Tokat in testa[9], quelli che provenivano dall'esterno delle città curde, hanno protestato contro questa disposizione della polizia, insistendo con determinazione che tutti dovevano entrare insieme in città e nessuno doveva rimanere fuori. La polizia, non sapendo quale posizione il governo avrebbe alla fine adottato, ha finito col permettere agli operai di entrare in città. Questo incidente ha fatto sì che operai di differenti città, differenti regioni ed etnie hanno potuto allacciare dei legami profondi su un terreno di classe. In seguito a questo avvenimento, gli operai delle regioni dell'ovest, del Mediterraneo, dell’Anatolia centrale e del mar Nero hanno trasmesso il sentimento che la forza e l'ispirazione trasmessa dalla resistenza, dalla determinazione e dalla coscienza degli operai curdi ha contribuito largamente a spingerli a partecipare alla lotta, ed hanno anche affermato che hanno imparato molto da questi operai. Gli operai della Tekel hanno ottenuto la loro prima vittoria entrando nella città.
Il 15 dicembre, gli operai della Tekel hanno iniziato la loro manifestazione di protesta di fronte al quartier generale del Partito della Giustizia e dello Sviluppo ad Ankara. Uno di essi, presente in questo giorno, spiega: "Abbiamo marciato sul quartiere generale del Partito della Giustizia e dello Sviluppo. In serata abbiamo acceso un fuoco ed abbiamo sostato di fronte al palazzo fino alle 22 h. Per il troppo freddo, siamo andati alla palestra Atatürk. Eravamo 5000. Abbiamo tirato fuori i nostri tappeti e con dei cartoni abbiamo affrontato la notte. In mattinata, la polizia ci ha respinto verso il parco Abdi Ipekçi accerchiandoci. Alcuni nostri compagni hanno di nuovo marciato verso l'edificio del partito. Noi, che stavamo nel parco, volevamo andare incontro ai nostri compagni e quelli che stavano davanti al palazzo desideravano raggiungerci: la polizia ci ha attaccato con gas lacrimogeni. Abbiamo camminato quattro ore. Abbiamo trascorso la notte nel parco, sotto la pioggia”[10]. L’attacco più brutale della polizia ha avuto luogo il 17 dicembre. Questa, agendo evidentemente su ordine e forse per nascondere il fatto che non aveva potuto impedire gli operai curdi di entrare in città, ha attaccato gli operai dentro al parco con grande odio e violenza. Lo scopo era disperdere gli operai. Anche questa volta, c’è stato qualche cosa che le forze dell'ordine non avevano previsto: la capacità degli operai ad auto-organizzarsi. Questi, dispersi dalla polizia, si sono riorganizzati senza l'aiuto di nessun burocrate sindacale e si sono riuniti dando luogo nel pomeriggio ad una manifestazione massiccia di fronte alla sede del Türk-Is[11]. Lo stesso giorno, non avendo dove soggiornare, hanno occupato due piani dell'edificio. Il giorno seguente - il 17 dicembre - , altre manifestazioni hanno avuto luogo nella stradina di fronte alla sede del sindacato Türk-Is, al centro di Ankara.
La lotta tra gli operai della Tekel ed i sindacati del Türk-Is ha segnato i giorni seguenti a questa data fino al Nuovo Anno. In effetti, fin dall'inizio dello sciopero, gli operai non avevano più fiducia nei dirigenti sindacali. Da ogni città, essi avevano inviato in ogni negoziato due operai con i sindacalisti. Lo scopo era quello di consentire che tutti fossero informati su ciò che realmente accadeva. Nello stesso tempo Tek Gida-Is e Türk-Is, così come il governo, si aspettavano che entro alcuni giorni gli scioperanti avrebbero rinunciato a lottare di fronte al freddo glaciale dell'inverno di Ankara, alla repressione poliziesca ed alle difficoltà materiali. Evidentemente, le porte del palazzo del Türk-Is sono state chiuse immediatamente per breve tempo per impedire agli operai di accedervi. Ma questi ultimi hanno chiesto ed ottenuto che le donne potessero riposarsi nel palazzo ed utilizzare i servizi. Gli operai non avevano intenzione di ripartire. Un serio sostegno è stato portato loro dalla classe operaia di Ankara e soprattutto dagli strati proletari studenteschi di fronte alle difficoltà materiali. Una parte forse ridotta ma tuttavia significativa della classe operaia di Ankara si è mobilitata per accogliere gli operai a casa sua. Invece di rinunciare e ripartire, gli operai di Tekel si sono ogni giorno radunati nella stradina di fronte al palazzo del Türk-Is, ed hanno cominciato a discutere su come portare avanti la loro lotta. Non è occorso molto tempo per realizzare che la sola soluzione per superare il loro isolamento era di estendere la loro lotta al resto della classe operaia.
In questo contesto, gli operai combattivi di tutte le città vedendo che i Tek Gida-Is ed il Türk-Is non facevano niente per loro hanno tentato di formare un comitato di sciopero con lo scopo principale di trasmettere le loro rivendicazioni ai sindacati. Tra queste rivendicazioni c’è stata anche l’allestimento di una grande tenda in cui gli scioperanti avrebbero celebrato collettivamente il Nuovo Anno, ed anche per organizzare una manifestazione davanti al palazzo del Türk-Is. L'esecutivo dei sindacati si è opposto a tale iniziativa, affermando che dopo tutto, che bisogno avevano dei sindacati se a stare in prima fila sono gli operai e che controllano essi stessi direttamente la loro lotta?! Questo atteggiamento conteneva una minaccia appena velata: gli operai che erano già soli temevano di essere ancora più isolati se i sindacati gli toglievano il sostegno. Il comitato di sciopero dunque è stato soppresso. Si poneva la questione della volontà degli operai di conservare il controllo della lotta. Velocemente, si sono sforzati per allacciare legami con gli operai delle fabbriche dello zucchero che già si scontravano con le stesse condizioni del 4-C e sono andati a prendere contatti con gli operai dei dintorni e nelle università dove erano stati invitati per spiegare la loro lotta. Allo stesso tempo, hanno continuato a lottare contro la direzione del Türk-Is che non li sosteneva per niente. Il giorno in cui si è riunito il comitato esecutivo del sindacato, gli operai hanno forzato le porte del quartiere generale sindacale e la polizia antisommossa è stata mobilitata per proteggere il presidente del sindacato Mustafa Kumlu dagli operai. Questi gridavano parole d’ordine come: "Liquideremo chi ci tradisce", "Il Türk-Is al suo dovere, verso lo sciopero generale", "Kumlu, dimissioni". Kumlu non ha osato mostrarsi fino all’annuncio di una serie di azioni, ivi compreso lanciare appelli allo sciopero ed accettare le manifestazioni settimanali di fronte all'edificio del sindacato. Ha avuto paura per la sua vita. Nonostante questa dichiarazione Kumlu non è stato sempre creduto dagli operai. Un operaio di Tekel proveniente da Diyarbakir[12] dichiarava in un intervento: “Noi non seguiremo nessuna decisione presa dalla direzione sindacale per fermare lo sciopero e farci ripartire. E se una decisione di fermare lo sciopero senza guadagnare niente è presa come l'anno scorso, saccheggeremo il palazzo del Türk-Is e lo incendieremo”[13]. Stava esprimendo il sentimento di tanti altri operai della Tekel. Il Türk-Is ritornava sul suo piano da azione quando il primo sciopero di un’ora ha conosciuto un tasso di partecipazione del 30% per tutti i sindacati. Tutti i leader sindacali si sentirono atterriti, così come lo stesso governo, all'idea di vedere la lotta estendersi. Dopo la calorosa manifestazione del Nuovo Anno davanti al palazzo del Türk-Is, un voto a bollettini segreti è stato organizzato tra gli operai per decidere se si doveva continuare o tornarsene a casa. Il 99% ha votato per proseguire lo sciopero. Nello stesso tempo, un nuovo piano d’azione, suggerito dal sindacato, cominciava ad essere messo in discussione: dopo il 15 gennaio, si doveva effettuare un sit-in di tre giorni, seguito da uno sciopero della fame di tre giorni ed un digiuno completo di tre giorni. Ci doveva essere anche una manifestazione con una partecipazione massiccia, come prometteva l'amministrazione del Türk-Is. Gli operai inizialmente hanno pensato che uno sciopero della fame era una buona idea. Essendo già isolati, non volevano essere dimenticati ed ignorati e pensavano che uno sciopero della fame avrebbe potuto evitare ciò. Pensavano di essere impantanati di fronte al Türk-Is e hanno sentito il bisogno di fare qualche cosa. Hanno anche pensato che uno sciopero della fame avrebbe potuto persino intimidire il sindacato.
Uno dei testi più significativi scritti dagli operai della Tekel è stato pubblicato in quei giorni. Si tratta di una lettera scritta da un operaio di Batman[14] agli operai delle fabbriche di zucchero: "Alle nostre sorelle e fratelli operai onorabili e lavoratori della fabbrica di zucchero. Oggi, la grande lotta che gli operai di Tekel hanno sviluppato è una opportunità storica per quelli i cui diritti sono stati ritirati. Per non buttare via questa opportunità, dovreste partecipare alla nostra lotta e ciò ci renderebbe più felici e più forti. Miei amici, desidererei particolarmente sottolineare che da molto i sindacalisti vi promettono e vi fanno sperare che essi "si occuperanno di questo problema". Tuttavia, poiché già abbiamo vissuto questa esperienza, sappiamo bene che loro sono persone privilegiate e non hanno nessuno interesse vitale da difendere. Al contrario, siete voi quelli ai quali saranno tolti i diritti ed il cui diritto al lavoro sarà ritirato. Se non prendete parte alla lotta oggi, domani sarà per voi troppo tardi. Questa lotta sarà vittoriosa solamente se siete dentro e noi non abbiamo nessuno dubbio o mancanza di fiducia per portarla avanti. Perché siamo sicuri che se gli operai sono uniti ed agiscono come un solo corpo, non c'è niente che non possano raggiungere. Con questi sentimenti, vi saluto con la mia più profonda fiducia ed il mio più profondo rispetto ed a nome di tutti gli operai di Tekel”[15]. Questa lettera non chiamava alla lotta solo gli operai dello zucchero, esprimeva anche con molta chiarezza ciò che era accaduto agli operai della Tekel. Allo stesso tempo, esprimeva la coscienza, condivisa da parecchi, che non si battevano solo per loro stessi ma per l’intera classe operaia.
Il 15 gennaio altri operai della Tekel hanno raggiunto Ankara per partecipare al sit-in precedentemente menzionato. In quel momento, erano quasi 10˙000 sulla piazza Sakarya. Alcuni erano accompagnati da famigliari. Gli operai avevano preso delle ferie, malattia e vacanze per venire ad Ankara e la maggior parte sarebbe dovuta ritornare parecchie volte per rinnovare i permessi di vacanze. Erano presenti quasi tutti gli operai della Tekel[16]. Una manifestazione con una larga partecipazione è stata organizzata per sabato 16 gennaio. Le forze dell'ordine temevano questa manifestazione perché avrebbe potuto determinare la generalizzazione e l'estensione massiccia della lotta. La possibilità che gli operai arrivassero il sabato per la manifestazione passando la notte e tutta la domenica con gli operai della Tekel avrebbe potuto determinare legami forti e massicci. Così, la polizia ha insistito affinché la manifestazione cominciasse la domenica, ed il Türk-Is, con una manovra tipica, ha indebolito la manifestazione facendo in modo che gli operai delle città curde non venissero. Avevano calcolato che trascorrere due notti nell'inverno gelato di Ankara, senza muoversi per effettuare il sit-in, avrebbe fiaccato la resistenza e la forza degli operai. Si è visto all'epoca della manifestazione del 17 gennaio quanto questo fosse stato un calcolo seriamente sbagliato.
La manifestazione è iniziata con calma. Gli operai che si erano radunati ad Ankara e parecchi gruppi politici hanno cominciato a muoversi alle ore 10 dalla stazione verso piazza Sihhiye. Nella manifestazione, sotto lo sguardo di decine di migliaia di operai, ha preso la parola su un palco prima un operaio di Tekel, poi un vigile del fuoco ed ancora un operaio dello zuccherificio. L'esplosione di collera si è verificata solo e quando Mustafa Kumlu è salito, dopo gli operai, in tribuna. Kumlu che non si era mai preoccupato della lotta né delle condizioni di vita degli operai della Tekel ha fatto un discorso completamente moderato, conciliatore e vuoto. Il Türk-Is si è sforzato in modo particolare per mantenerli distanti dal palco e mettendo anche in prima fila gli operai metallurgici che non erano assolutamente informati di quello che stava succedendo. Ma quelli della Tekel hanno chiesto loro di lasciarli passare e si sono adoperati per raggiungere la tribuna. E qui hanno fatto del loro meglio per interrompere per tutta la sua durata il discorso di Kumlu, lanciando le loro parole d’ordine. L'ultima offesa nei riguardi degli operai è stato l'annuncio che, dopo Kumlu, Alisan, un cantante pop che non aveva niente a che vedere col movimento, avrebbe dato un concerto. Gli operai hanno assalito il palco, cominciando a gridare parole d’ordine e, malgrado i capi sindacali abbiano abbassato il volume sonoro, si sono ripreso il microfono. Questa volta, il sindacato ha completamente perso il controllo. Ad averlo sono gli operai. I capi sindacali, avventandosi sul palco, hanno cominciato a fare discorsi radicali tentando allo stesso tempo di respingere gli operai. Ma la manovra non è riuscita; hanno rilanciato una provocazione cercando di mettere l’uno contro l’altro, accusando gli studenti ed altri operai che erano venuti a sostenerli. I sindacalisti hanno ancora una volta tentato di dividere gli operai che si sono trovati ad Ankara dall'inizio della lotta da quelli che sono arrivati da poco, additando quelli che sono venuti ad offrire il loro aiuto. Alla fine, i capi sindacali hanno tentato di fare scendere quelli che occupavano il palco e hanno convinto tutti a ritornare velocemente davanti al palazzo del Türk-Is. Il fatto che discorsi riguardanti gli scioperi della fame e digiuni completi sono stati avanzati per fare cadere le parole d’ordine sullo sciopero generale è, secondo noi, interessante. Tornare verso il palazzo del Türk-Is non è servito affatto a spegnere la collera degli operai. Parole d’ordine come "Sciopero generale, resistenza generale", "Türk-Is non deve abusare della nostra pazienza" e "Liquideremo chi ci tradisce" ora sono gridati davanti all'edificio. Alcune ore più tardi, un gruppo di circa 150 operai hanno forzato la barricata innalzata dai burocrati davanti alle porte dell'edificio, occupandolo. Gli operai della Tekel che hanno cominciato a cercare Mustafa Kumlu, quando hanno raggiunto la porta di quest’ultimo nel palazzo hanno iniziato a gridare "Nemico degli operai, servitore dell'AKP". Dopo la manifestazione del 17 gennaio, gli operai si sono sforzati per formare un altro comitato di sciopero. Questo comitato è stato costituito da quegli operai che ritenevano lo sciopero della fame non adatto per fare avanzare la lotta e che al contrario bisognava estendere quest’ultima. Lo sforzo per formarlo è stato riconosciuto da tutti gli operai e sostenuto da una grande maggioranza. Quelli che non lo hanno attivamente sostenuto, però non lo hanno nemmeno contrastato. Tra i compiti assegnati al comitato, piuttosto che trasmettere le loro rivendicazioni ai sindacati, c’è quello di attuare la comunicazione e l'auto organizzazione nelle fila operaie. Come il precedente comitato di sciopero, questo è stato composto interamente da operai e completamente indipendente dai sindacati. La stessa determinazione ad auto-organizzarsi ha permesso a centinaia di operai della Tekel di potersi unire alla manifestazione degli impiegati del settore della salute che era in sciopero dal 19 gennaio. Lo stesso giorno, mentre è stato permesso uno sciopero della fame di tre giorni solo ad un centinaio di operai, altri 3000 li hanno raggiunti, malgrado l'impressione generale degli operai di ritenere questo sciopero della fame non tanto appropriato per fare avanzare la lotta. La ragione che hanno apportato è stata quella di non volere lasciare i loro compagni da soli a fare questo sciopero della fame, e che, per solidarietà, volevano impegnarsi con loro condividendone la sorte.
Sebbene gli operai della Tekel si siano regolarmente riuniti tra quelli provenienti dalle stesse città, non è stata possibile un'assemblea generale con tutti gli operai partecipanti. Tuttavia, dal 17 dicembre, la strada di fronte al palazzo del Türk-Is ha preso il carattere di un'assemblea generale informale, ma regolare. La piazza Sakkarya, in questi giorni, è stata riempita da centinaia di operai delle differenti città, che hanno discusso di come sviluppare la lotta, come estenderla e che cosa fare. Un'altra caratteristica importante della lotta è stata la capacità ad unirsi degli operai delle differenti regioni etniche contro l'ordine capitalista malgrado le provocazioni del regime. La parola d’ordine "Operai curdi e turchi tutti insieme", lanciata fin dai primi giorni della lotta, l'ha espressa con molta chiarezza. Nella lotta della Tekel, numerosi operai della regione del mar Nero hanno danzato il Semame, e numerosi curdi hanno fatto la danza di Horon per la prima volta nella loro vita[17]. Un altro aspetto significativo manifestato dagli operai della Tekel è stata l'importanza che essi hanno dato all'estensione della lotta ed alla solidarietà operaia, e ciò non sulla base stretta del nazionalismo ma su quella che esprime il sostegno reciproco e la solidarietà degli operai del mondo intero. Gli operai della Tekel hanno anche evitato che le fazioni della classe dominante all'opposizione si servissero della lotta per i loro scopi perché non avevano nessuna fiducia in esse. Sono stati attenti attenti a come il Partito Repubblicano del Popolo[18] (CHP, Cumhuriyet Halk Partisi) ha attaccato gli operai di Kent AS[19] che erano stati licenziati, come il Partito del Movimento Nationalista[20] (MHP, Milliyetçi Hareket Partisi Milliyetçi) ha avuto un suo ruolo nell'aggravamento della politica statale ed anti-operaia. Un operaio ha espresso questa coscienza molto chiaramente: “Abbiamo compreso ciò che tutti noi siamo. Quelli che hanno votato per la legge di privatizzazione oggi ci dicono che comprendono la nostra situazione. Fino ad ora, ho sempre votato per il Partito del Movimento Nazionalista. È solamente in questa lotta che ho incontrato dei rivoluzionari. Sono in questa lotta perché sono un operaio. I rivoluzionari sono sempre con noi. Il Partito del Movimento Nazionalista ed il Partito Repubblicano del Popolo fanno cinque minuti di discorso e poi se ne vanno. Quando siamo venuti qui tra di noi c’erano persone che veramente erano affezionati a questi partiti. Ora, la situazione non è più la stessa”[21]. L'esempio più sorprendente di questa coscienza si è visto quando gli operai della Tekel hanno impedito ai fascisti dell’Alperen Ocaklari[22] di parlare, la stessa organizzazione che aveva attaccato gli operai di Kent As che manifestavano nel Parco Abdi Ipekçi perché erano curdi. La lotta di quelli della Tekel ha costituito anche un importante sostegno ai vigili del fuoco che erano stati attaccati brutalmente dopo la loro prima manifestazione risollevando loro il morale per riprendere la lotta. In generale, gli operai della Tekel hanno dato non solo la speranza ai vigili del fuoco ma a tutti i settori della classe operaia in Turchia che vogliono entrare in lotta. Hanno fatto in modo da permettere a tutti gli operai di partecipare allo sciopero. E’ per questo motivo che oggi, essi si considerano fieramente all'avanguardia della classe operaia in Turchia. Hanno permesso agli operai della Turchia di uscire dal sonno in cui erano da anni facendoli raggiungere le lotte operaie del mondo intero. Rappresentano i semi dello sciopero di massa, come quelli che abbiamo visto scuotere il mondo in quest’ultimi anni dall'Egitto alla Grecia, dal Bangladesh alla Spagna, dall'Inghilterra alla Cina.
Questa lotta esemplare è sempre in corso, e noi pensiamo che non è ancora tempo di tirarne tutte le lezioni. Con l'idea di uno sciopero della fame e di un digiuno totale messo in testa da un lato, e dall'altro quella di un comitato di sciopero creato dagli operai che non ritengono adatto lo sciopero della fame come metodo di lotta ed al contrario vogliono estenderla, con i burocrati del Türk-Is che fanno parte dello Stato da un lato e dall'altra gli operai che vogliono uno sciopero generale, è difficile prevedere ciò che accadrà a questa lotta, dove andrà, quali risultati otterrà. Ciò detto, dobbiamo mettere l'accento sul fatto che, qualunque ne sia la fine, l'atteggiamento rimarchevole degli operai della Tekel lascerà delle lezioni inestimabili per tutta la classe operaia.
Gerdûn (20 gennaio 2010)
[1] Tekel è la compagnia che ha avuto il monopolio di Stato di tutte le imprese di produzione di alcol e di tabacco.
[2] Rispettivamente, la Confederazione di Sinistra dei Sindacati degli Operai del Settore Pubblico, la Confederazione dei Sindacati Operai Rivoluzionari, e più importante, la Confederazione dei Sindacati degli Impiegati del Pubblico, conosciuto per le sue simpatie pro-fasciste.
[3] Primo ministro, anche dirigente del Partito della Giustizia e dello Sviluppo o AKP (AKP) (Adalet ve Kalkınma Partisi).
[5] Città del Kurdistan turco.
[7] Tek Gıda-İş, Sindacato degli Operai dell'alimentare, dell'alcol e del Tabacco, membro della centrale sindacale Türk-İş.
[8] La “riforma curda” è un tentativo dello Stato turco di trovare una soluzione al problema posto dalla guerriglia curda nell'est del paese, attenuando le leggi anti-curde (per esempio levando le interdizioni contro l'utilizzazione della lingua curda). Questa “riforma” recentemente è stata impallinata con l'interdizione nel dicembre 2009 del partito curdo DTP, vedere l’articolo sul nostro sito in inglese: https://en.internationalism.org/icconline/2009/10/turkey [35].
[9] Regione conosciuta tradizionalmente per il suo nazionalismo ed il suo sostegno al partito al potere.
[11] Confederazione dei sindacati turchi, la più vecchia e più grande confederazione di sindacati in Turchia che ha una storia completamente infame, essendo stata formata sotto l'influenza degli Stati Uniti negli anni 1950 secondo il modello dell'AFL-CIO, e sabotatore delle lotte operaie.
[12] Conosciuta per essere la capitale non ufficiale del Kurdistan, Diyarbakir è una metropoli del Kurdistan turco.
[14] Città del Kurdistan turco.
[15] https://tr.internationalism.org/ekaonline-2000s/ekaonline-2009/tekel-iscisinden-seker-iscisine-mektup [37].
[16] Circa 9.000 sui 10.000 dell’impresa.
[17] La Şemame è una danza curda molto conosciuta, e l’Horon un'altra anche molto conosciuta della regione del mar Nero della Turchia.
[18] Il partito nazionalista di sinistra, kemalista, d’ordine, membro dell’Internazionale socialista, estremamente sciovinista.
[19] Gli operai della municipalità d’İzmir, una metropoli della costa del mare Egeo. Questi operai sono stati licenziati dal Partito Repubblicano del Popolo che controllava la municipalità dove lavoravano ed attaccati poi brutalmente dalla polizia mentre manifestavano contro il dirigente del partito.
[20] Il principale partito fascista.
[22] Gang omicida legata al Grande Partito d’Union (BBP, Büyük Birlik Partisi), una scissione fascista radicale del Partito del Movimento Nazionalista.
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Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Francia, Germania, Inghilterra, Italia … ovunque la stessa crisi, ovunque gli stessi attacchi. La borghesia mostra apertamente le sue intenzioni. Il suo freddo e disumano discorso si riassume in poche parole: “Se volete evitare il peggio, la catastrofe economica ed il fallimento, bisogna che stringiate la cinghia come non avete mai fatto finora!”. Certo, nell’immediato, non tutti gli Stati capitalisti si trovano nella stessa situazione di deficit incontrollabile, ma tutti sanno che sono irrimediabilmente trascinati in questa direzione. E tutti utilizzano questa realtà per difendere i loro sordidi interessi. Dove trovare il denaro per tentare di ridurre questi mostruosi deficit? Naturalmente nelle tasche già così fortemente tartassate dei proletari.
Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna: un antipasto di quello che toccherà a tutta la classe operaia
Il piano di austerità greco destinato a ridurre il deficit pubblico è di una brutalità estrema e di un cinismo inaudito. Il ministro delle finanze di questo paese ha dichiarato, senza batter ciglio, che “gli impiegati devono dar prova di patriottismo … e dare l’esempio”. Dovrebbero accettare senza dire nulla, senza battersi, la riduzione dei salari, la soppressione delle indennità e ancora che le sostituzioni di coloro che vanno in pensione avvengano col contagocce, che il pensionamento venga prolungato oltre i 65 anni ed infine che ci si sia libertà di licenziare e gettare via i lavoratori come dei fazzolettini usati. Tutto ciò per difendere l’economia nazionale, quella del loro Stato sfruttatore, dei loro padroni e di altre sanguisughe. Quello che dicono ai proletari italiani, francesi, americani, ecc. è esattamente la stessa cosa, magari aggiungendo “Guardate la Grecia, i suoi abitanti sono costretti ad accettare sacrifici per salvare l’economia. Tutti voi dovrete fare lo stesso”.
Dopo le famiglie americane, le banche, e le imprese, adesso sono gli stessi Stati a subire pienamente la crisi economica e ad essere minacciati di fallimento. Come risultato occorre orchestrare attacchi spietati, eliminando posti di lavoro, licenziando, facendo tagli a più non posso, insomma riducendo al minimo il livello di vita dei lavoratori e negando ogni futuro ai giovani. Negli Stati Uniti, il paese più potente del pianeta, dopo nemmeno due anni di crisi, secondo i dati ufficiali che sono sempre al ribasso, si contano più del 17% di disoccupati, 20 milioni di nuovi poveri e 35 milioni di persone che sopravvivono grazie a buoni pasto.
Tutta colpa degli speculatori e delle banche?
Sicuramente le banche e le istituzioni finanziarie non sono che degli avvoltoi. Ma questa politica del mondo finanziario non è la causa della crisi del capitalismo, ne è invece una delle conseguenze. La crisi finanziaria scoppiata nel 2007 è stata il prodotto di decine di anni di politica di indebitamento incoraggiata dagli stessi Stati che, dovendo far fronte ad una drastica riduzione dei mercati, hanno dovuto creare dei mercati artificiali indispensabili per vendere le loro merci.
Quando le persone e le imprese, strangolati dai debiti prodotti con tanta facilità, non sono stati più capaci di pagare, le banche si sono ritrovate sull’orlo del crollo insieme a tutta l’economia capitalista. Gli Stati hanno dovuto allora addossarsi tutta una parte dei debiti del settore privato e fare piani di rilancio faraonici e costosi per tentare di limitare la recessione.
Adesso sono gli stessi Stati a ritrovarsi indebitati fino al collo, incapaci di far fronte ai loro debiti (senza peraltro che il settore privato si sia salvato) e in una potenziale situazione di fallimento.
Certo uno Stato non è un’impresa, quando si trova con l’acqua alla gola può ancora sperare di riprendere fiato salassando ulteriormente i lavoratori, stampando altra carta moneta ed indebitandosi ulteriormente. Ma arriva un momento in cui i debiti (almeno gli interessi) devono essere rimborsati anche da uno Stato. Che è appunto quello che sta accadendo per lo Stato greco, portoghese ed anche spagnolo.
Adesso che sta crollando la Grecia, altri paesi come la Germania e la Francia si apprestano a farle ulteriori crediti per evitare l’effetto devastante che avrebbe sulle proprie economie un tracollo definitivo della Grecia. Ma attenzione, queste potenze possono forse riuscire a far recuperare puntualmente le casse greche, ma saranno poi incapaci di aiutare il Portogallo, la Spagna ed ancor meno l’Inghilterra ... Non avranno mai tanta liquidità. E questa politica, in ogni caso, può condurre solo ad un loro rapido indebolimento finanziario. Anche un paese come gli Stati Uniti, che tuttavia può appoggiarsi sul dominio internazionale del dollaro, vede aumentare senza sosta il suo deficit pubblico. La metà degli Stati americani è in fallimento. In California, il governo paga i suoi funzionari non più in dollari ma con una specie di “moneta locale”, buoni validi unicamente sul territorio californiano!
Nessuna politica economica può tirare fuori gli Stati dalla loro insolvenza. Per rinviare le scadenze possono solo ridurre di molto le “spese”. Ecco il senso dei piani adottati in Grecia, in Portogallo, in Spagna e domani inevitabilmente in tutti gli altri paesi. Non si tratta più di semplici piani di austerità come quelli che abbiamo pagato sulla nostra pelle dalla fine degli anni 1960. Adesso si chiede di far pagare molto cara alla classe operaia la sopravvivenza del capitalismo.
Con quale stato di spirito i lavoratori affrontano questa nuova ondata di attacchi?
Il discorso della borghesia di “accettare di stringere la cinghia perché domani andrà meglio” ormai non fa più presa sui lavoratori. Ma questo non si è tradotto, almeno finora, in una crescita della mobilitazione. Letteralmente stordita dalla valanga di attacchi, la classe lavoratrice resta incerta, titubante, riuscendo a reagire solo con singole lotte puntuali.
I lavoratori, i disoccupati, i giovani precari sono sottoposti ad un ricatto odioso ma efficace: “se non siete contenti, ce ne sono tanti altri pronti a rimpiazzarvi”. Inoltre, i padroni ed i governi si fanno scudo di un argomento che sembra “decisivo”: “Non è mica colpa nostra se la disoccupazione aumenta o se venite licenziati: è colpa della crisi”. Si sviluppa di conseguenza un sentimento d’impotenza. I proletari non si trovano di fronte semplicemente un padrone malvagio, ma un capitalismo internazionale in disfacimento. Ogni lotta è nei fatti una rimessa in causa dell’intero sistema. Ogni lotta pone, fondamentalmente, la questione di una alternativa a questo sistema economico. Per entrare in sciopero oggi occorre non soltanto avere il coraggio di affrontare le minacce di licenziamento e il ricatto padronale, ma anche e soprattutto credere che la classe operaia sia una forza capace di proporre qualche altra cosa. Tutto questo rende difficile una risposta agli attacchi anche perché ci si rende conto che fare una giornata di sciopero, fare la manifestazione di mezza giornata come vogliono e fanno i sindacati, non serve a risolvere i problemi.
La situazione è difficile, ma ricca di potenzialità di lotta
Anche se queste difficoltà pesano ancora fortemente sulla classe operaia, la situazione non è bloccata.
Ci sono segni di un cambiamento nello stato di spirito della classe operaia:
- l’esasperazione e la collera si approfondiscono e si generalizzano tra i proletari, alimentate da una indignazione profonda per il fatto che, a fronte dell’immensa maggioranza della popolazione che subisce tutte le ingiustizie e la miseria, vi è una classe dominante che fa uno sfoggio indecente e arrogante di potenza e di ricchezza, con comportamenti che ricordano sempre più le depravazioni dei nobili romani durante la decadenza dell’impero romano;
- si diffonde l’idea che “le banche ci hanno spinto in un pantano da cui non si può uscire”. Questa idea, anche se non coglie il fondo del problema, riesce tuttavia a catalizzare la collera contro il sistema. Il cosiddetto “scandalo delle banche” ha ricoperto di fango l’insieme del sistema ispirando un crescente sentimento di rigetto da parte dei lavoratori;
- diventa man mano più evidente che il maggiore responsabile del peggioramento della propria esistenza è lo Stato in prima persona e che le sue forze politiche, di destra o di sinistra che siano, sono tutte impegnate a portare avanti le stesse politiche di tagli sulla pelle dei lavoratori.
Ci sono importanti episodi di lotta in molti paesi che hanno coinvolto un gran numero di lavoratori, disoccupati e giovani proletari, con momenti significativi di solidarietà ed estensioni fra proletari di settori, nazionalità ed etnie diverse:
- In Algeria disoccupati, senza tetto e operai del settore pubblico e privato hanno lottato per i salari, contro i licenziamenti, in difesa delle pensioni in diverse città;
- in Turchia, a dicembre e gennaio scorsi, la lotta degli operai della Tekel ha unito nella stessa lotta operai turchi e curdi, ha cercato con tenacia di estendere la lotta ad altri settori e si è opposta con determinazione al sabotaggio dei sindacati;
- in Francia dall’inizio dell’anno si susseguono fermate di lavoro, manifestazioni e scioperi sia nel settore pubblico che in quello privato: insegnamento, ospedali, raffinerie, controllori di volo, magazzini IKEA, Philips, ecc;
- in Spagna, a Vigo, i lavoratori dei cantieri navali e i disoccupati hanno manifestato assieme, raggruppando altri lavoratori fino ad ottenere il fermo di tutto il settore navale. Nella lotta gli operai spagnoli hanno solidarizzato con i lavoratori immigrati chiamati a rimpiazzare i licenziati. L’anno scorso la stessa solidarietà è stata espressa dagli operai della raffineria di Lindsey, in Gran Bretagna, verso gli immigrati italiani e polacchi che la compagnia aveva chiamato al posto loro per pagare salari più bassi e durante le manifestazioni c’era uno striscione che diceva “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”.
- in Grecia, rispetto alla quale ci parlano solo di scontri tra “anarchici” e polizia, gli scioperi hanno raggiunto il 90% di adesione ed esiste una grande diffidenza verso i sindacati che fanno di tutto per tenere a bada la rabbia dei proletari e tenere separati i momenti di lotta.
L’Italia non fa alcuna eccezione in questo quadro. La difficoltà crescente della borghesia a coinvolgere la gente nella farsa elettorale, i segni di combattività diffusi nei vari posti di lavoro di cui nessun giornale o televisione parla e le lotte invece di cui sono costretti a parlare come quelle alla INNSE, alla Fiat, alla Eutelia, ecc. mostrano, nell’insieme, che anche qui la prospettiva unica che resta è lottare.
Di fronte ad una crisi di dimensioni internazionali l’unica risposta possibile è che i lavoratori trovino una dimensione di lotta la più ampia possibile, uscendo definitivamente dalla logica che sia possibile salvaguardare zone protette dalla crisi escludendo gli immigrati, ad esempio. Viceversa tutte le lotte di questa fase stanno dimostrando che queste riescono ad acquistare forza proprio quando riescono a superare i falsi steccati che pone la borghesia e a creare l’unità della lotta fra immigrati e residenti (Vigo, Spagna), tra turchi e curdi (Tekel in Turchia), ecc. La prospettiva della classe operaia è ancora una volta l’INTERNAZIONALISMO.
Corrente Comunista Internazionale 1 maggio 2010
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Supplemento a Rivoluzione Internazionale n. 165. Autorizzazione del Tribunale di Napoli n. 2656 del 13/7/76
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PRESENTAZIONE ALLE RIUNIONI PUBBLICHE DELLA CCI IN APRILE 2010
Mai il fallimento di questo sistema era stato così evidente. Mai erano stati pianificati attacchi così massicci contro la classe operaia. Quali sviluppi della lotta di classe ci si può attendere?
La gravità della crisi non permette più alla borghesia di nasconderne la realtà
La crisi dei fondi “spazzatura” nel 2008 è sfociata in una crisi aperta di dimensioni mondiali che ha causato la più grave caduta dell’attività economica dal 1929 con:
Gli strumenti messi in opera dalla borghesia per evitare che il crollo fosse ancora più brutale non hanno avuto niente di nuovo. Non sono diversi dalle politiche applicate in successione dall’inizio degli anni ’70, cioè un ricorso sempre più importante al credito. Così, ancora una volta è stata raggiunta una nuova tappa nell’indebitamento mondiale, facendo raggiungere al debito mondiale vette mai toccate. Ma oggi il livello di questo debito mondiale è tale che si sente normalmente parlare di “crisi dell’indebitamento” per caratterizzare l’attuale fase della crisi economica.
La borghesia ha certamente evitato il peggio, per il momento. Ciò detto, non solo non c’è stata una vera ripresa, ma un certo numero di paesi presentano dei rischi seri di insolvenza, con tassi di indebitamento superiori al 100% del PIL. Tra questi vi sono la Grecia, la Spagna (4a economia dell’UE), l’Islanda. La Gran Bretagna, anche se non raggiunge questi livelli di indebitamento, presenta dei segni che gli specialisti definiscono molto inquietanti. Altri paesi dell’UE, tra cui Italia e Francia, non sono molto distanti.
In questo contesto, l’insolvibilità di un paese, incapace di rimborsare i suoi debiti, può provocare una reazione a catena causando l’insolvibilità di numerosi altri agenti economici (banche, imprese, paesi). Così, per esempio, le banche francesi sarebbero messe in seria difficoltà dalla sospensione, da parte della Grecia, del rimborso dei suoi debiti.
Di fronte al livello di gravità raggiunto dalla crisi di sovrapproduzione, la borghesia non dispone che di una sola soluzione: indebitarsi ancora di più! Ma questo non solo non fa che spostare il problema più in là, ma è anche sempre più difficile da praticare e con dei rischi crescenti di un rinnovamento ancora più distruttivo della crisi dei subprime.
Così facendo, le ragioni storiche della crisi economica tendono a diventare sempre più evidenti. Contrariamente al passato, la borghesia non può più mascherare la realtà della sua crisi. Tutt’al più riesce ancora a deviare in parte l’attenzione dai veri problemi dell’economia polarizzando l’opinione sul «comportamento asociale» degli speculatori. Anche se è vero che alcuni di questi ci sembrano delle carogne ripugnanti, non è là il fondo del problema.
La finanza folle, cioè l’indebitamento senza limiti e la speculazione a tutto spiano, è stata favorita dal capitalismo come tale, come mezzo per ritardare le conseguenze della recessione, al punto che l’indebitamento e la speculazione sono oggi profondamente legati e inseparabili dalla sua esistenza. Il problema reale sta nella natura stessa del capitalismo, incapace di sopravvivere senza nuove iniezioni di crediti sempre più massicci.
Oggi, la borghesia ci presenta, come rimedi alla crisi dell’indebitamento, i piani di austerità. In Grecia la borghesia sta provando a farne passare uno. Un altro è in preparazione in Spagna. In Francia si pianificano nuovi attacchi alle pensioni, e così via.
I piani di austerità possono contribuire ad allentare la stretta della crisi?
Questi piani permetteranno una nuova ripresa? Permetteranno di ristabilire, almeno parzialmente, le condizioni di vita così attaccate negli ultimi due anni?
La borghesia mondiale non può permettersi di lasciare collassare un paese come la Grecia, senza correre il rischio di conseguenze analoghe per alcuni suoi creditori, e il solo aiuto che sa accordarle sono nuovi crediti a tassi “accettabili”. Ma, in cambio, sono richieste garanzie di rigore nel bilancio. L’assistito deve dimostrare che non costituisce un pozzo senza fondo che spreca “l’aiuto internazionale”. Perciò alla Grecia è richiesto di “ridurre il suo tenore di vita” per ridurre il ritmo di crescita dei suoi deficit e del suo indebitamento. Così, il mercato mondiale dei capitali darà di nuovo fiducia alla Grecia che potrà di nuovo attirare prestiti e investimenti stranieri solo a condizione che siano duramente attaccate le condizioni di vita della classe operaia.
Qui emerge un altro paradosso: la fiducia che si è pronti ad accordare alla Grecia non dipende dalla sua capacità di arrestare il suo debito, cosa impossibile, ma semplicemente di ridurre il suo ritmo di crescita. Questo vuol dire che la solvibilità di questo paese rispetto al mercato mondiale dei capitali è legato a un aumento del suo debito che non sia “troppo consistente”. In altri termini, un paese dichiarato insolvente a causa del suo debito può diventare solvibile anche se questo indebitamento continua a crescere. Morale della favola: nel mondo iper-indebitato attuale, la solvibilità è essenzialmente basata non su una realtà obbiettiva, ma su una fiducia … non realmente fondata.
Ma i capitalisti sono costretti a crederci, altrimenti dovrebbero anche smettere di credere alla perennità del loro sistema di sfruttamento. C’è da pensare che non è semplice fare i capitalisti di questi tempi!
Per mantenere la fiducia cieca nel sistema, in tutti i paesi deve essere applicata una riduzione drastica del costo della forza lavoro, visto che tutti, anche se a livelli diversi, sono confrontati al problema di deficit enormi.
Questa politica che, nel quadro del capitalismo, non conosce reali alternative, può evitare un’ondata di panico. Essa può, eventualmente, favorire una miniripresa fondata sulla sabbia, ma certamente non può sanare il sistema finanziario mondiale. Ma se i capitalisti sono costretti a credere che ci vogliono delle cure di austerità per uscire dalla crisi, questo non è vero per gli operai!
Con quale stato di spirito la classe operaia affronta questa nuova ondata di attacchi?
Il discorso della borghesia di “accettare di stringere la cinghia perché domani andrà meglio” ormai già da tempo non fa più presa sugli operai, sicuramente a partire dall’inizio del nuovo secolo, anche se ci sono differenze tra un paese e l’altro.
Tuttavia, si può constatare come il recente aggravamento della crisi non si sia tradotto, almeno finora, in una crescita delle mobilitazioni della classe. Da poco più di un anno la tendenza sembra piuttosto essere l’inverso. Letteralmente stordita dalla valanga di attacchi, la classe operaia resta incerta, con singole reazioni puntuali. Ma questo non vuol dire che sia rassegnata alla sorte che le riserva il capitalismo.
La natura di certi attacchi, ed in particolare i licenziamenti in massa, hanno reso la risposta più difficile. In effetti di fronte a questi:
Anche se queste difficoltà pesano ancora fortemente sulla classe operaia, la situazione non è bloccata. Ci sono segni di un cambiamento nello stato di spirito della classe operaia e un fremito della lotta di classe:
Attualmente ci troviamo in una situazione in cui, oltre ai licenziamenti nelle aziende in difficoltà, gli Stati devono portare avanti in prima persona gli attacchi contro la classe operaia per scaricare su di essa il costo del debito. Così il responsabile degli attacchi, lo Stato, è questa volta molto più facilmente identificabile che nel caso dei licenziamenti. Questo è evidentemente un fattore che favorisce lo sviluppo della lotta di classe, della sua unità e della sua politicizzazione perché è il guardiano supremo degli interessi del capitale, lo Stato, che si mostra chiaramente come il primo difensore degli interessi di tutta la classe capitalista contro l’insieme della classe operaia.
Tutti gli elementi della situazione attuale e dell’immediato futuro costituiscono gli ingredienti per l’esplosione di future lotte di massa. Ma quello che sarà l’elemento scatenante di queste lotte è sicuramente l’accumulazione dell’esasperazione, della collera e dell’indignazione. L’applicazione da parte della borghesia dei differenti piani di austerità pianificati in diversi paesi costituisce un’occasione di esperienze di lotta e una lezione per la classe operaia. Quanto al segnale dello scoppio delle lotte di massa, una volta presenti le loro condizioni, esso può venire da un qualsiasi “pretesto” che darà fuoco alle polveri.
Le lotte di massa, una tappa futura importante per lo sviluppo della lotta di classe, ... ma non l'ultimaIl crollo dello stalinismo e, soprattutto, il suo sfruttamento ideologico da parte della borghesia hanno lasciato tracce presenti ancora oggi nella classe operaia.
Di fronte alle “evidenze” avanzate dalla borghesia secondo cui “il comunismo non funziona, la prova sta nel fatto che esso è stato abbandonato a favore del capitalismo dalle popolazioni che l’avevano conosciuto”, fondate sulla più grande menzogna del secolo che ha identificato i regimi stalinisti al socialismo, gli operai non potevano che allontanarsi dal progetto di una società alternativa al capitalismo.
La situazione che ne è uscita è, da questo punto di vista, molto differente da quella conosciuta alla fine degli anni sessanta. All’epoca, il carattere di massa delle lotte operaie, in particolare l’enorme sciopero del Maggio ’68 in Francia e l’Autunno caldo in Italia del 1969, avevano messo in evidenza che la classe operaia può costituire una forza di primo piano nella vita della società. L’idea che essa avrebbe potuto un giorno rovesciare il capitalismo non apparteneva al campo dei sogni irrealizzabili, contrariamente ad oggi.
La difficoltà ad entrare in lotta in massa, manifestata dal proletariato dopo gli anni novanta, deriva da una mancanza di fiducia in se stesso, che non si è dissolto con la ripresa delle lotte che si è avuta a partire dal 2003.
E’ solo lo sviluppo delle lotte di massa che permetterà al proletariato di recuperare la fiducia nelle sue proprie forze e di mettere di nuovo in avanti la sua prospettiva.
Per importante che sia questa tappa futura della lotta di classe, essa non significherà tuttavia la fine delle esitazioni del proletariato ad ingaggiarsi risolutamente sulla strada che porta alla rivoluzione.
Già Marx metteva in evidenza (all’inizio del 1852) il corso difficile della rivoluzione proletaria. C’era, secondo lui, una differenza con le rivoluzioni borghesi che “come quelle del 18° secolo, si precipitano rapidamente di successo in successo”[2].
Questa differenza nel corso della lotta di classe tra proletariato e borghesia rivoluzionaria deriva dalle differenze che esistono tra le condizioni della rivoluzione borghese e quelle della rivoluzione proletaria.
La presa del potere politico da parte della classe capitalista aveva costituito il punto di arrivo di tutto un processo di trasformazione economica all’interno della società feudale. Nel corso di questo gli antichi rapporti di produzione feudali sono stati progressivamente soppiantati dai rapporti di produzione capitalisti. E sono stati proprio questi a costituire un punto d’appoggio essenziale per la borghesia nella sua conquista del potere politico.
Il processo della rivoluzione proletaria è completamente differente. I rapporti di produzione comunisti, che non sono rapporti mercantili, non possono svilupparsi in seno alla società capitalista dominata dai rapporti mercantili e diretta dalla borghesia. Per il fatto che essa è la classe sfruttata del modo di produzione capitalista, che essa è per definizione privata di ogni mezzo di produzione, la classe operaia non dispone, in seno al capitalismo, e non può disporre, di punti di appoggio economici per la conquista del potere politico.
Contrariamente a quando il capitalismo soppiantava il feudalesimo, il primo atto della trasformazione comunista della società deve consistere in un atto cosciente e deliberato: la presa del potere politico su scala mondiale da parte dell’insieme del proletariato organizzato in consigli operai.
L’immensità di questo compito è evidentemente tale da far esitare, da far dubitare.
Questa è una delle ragioni per cui è responsabilità dei rivoluzionari partecipare pienamente a favorire la capacità della classe operaia:
CCI, aprile 2010
[1] PCF, partito “comunista” francese, residuato dello stalinismo nei paesi occidentali.
[2] Nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte. Rosa Luxemburg riprese la stessa idea "la rivoluzione [proletaria] è la sola forma di «guerra» (…) in cui la vittoria finale non potrà essere ottenuta che attraverso una serie di ‘sconfitte'. (...) Le rivoluzioni... non ci hanno portato finora che delle sconfitte, ma queste sconfitte inevitabili sono esattamente la cauzione ripetuta della vittoria finale."
Jerry Grevin è nato nel 1946 a Brooklyn, in una famiglia operaia della seconda generazione di immigranti ebrei. I suoi genitori avevano uno spirito critico che li spinse ad entrare nel Partito comunista degli Stati Uniti, poi a lasciarlo. Il padre di Jerry era stato colpito profondamente dalla distruzione di Hiroshima e di Nagasaki alla quale aveva assistito in quanto membro delle forze americane di occupazione alla fine della Seconda Guerra mondiale; sebbene non abbia mai parlato di questa esperienza e che suo figlio l’abbia saputo solo molto dopo, Jerry era convinto che questa aveva inasprito lo stato d’animo anti-patriottico ed anti-guerra che aveva ereditato dai suoi genitori.
Una delle grandi qualità di Jerry, mai smentita, era la sua ardente ed incrollabile indignazione verso ogni forma di ingiustizia, di oppressione e di sfruttamento. Fin da giovane ha preso parte con forza alle grandi cause sociali dell’epoca. Ha partecipato alle grandi manifestazioni contro la segregazione e la disuguaglianza razziale organizzata dal Congress of Razziale Equality (CORE nel Sud dell’America). Cosa che necessitava una buona dose di coraggio perché i militanti ed i manifestanti subivano quotidianamente maltrattamenti, bastonate e venivano anche uccisi; e Jerry essendo ebreo, non solo combatteva i pregiudizi razzisti, ma ne era lui stesso un bersaglio[1].
Per la sua generazione l’altra questione cruciale dell’epoca, in particolare negli Stati Uniti, era l’opposizione alla Guerra del Vietnam. Esiliato a Montreal in Canada, fu l’animatore di uno dei comitati che faceva parte del “Second Underground Railroad”[2] per aiutare i disertori dell’esercito americano a fuggire dagli Stati Uniti ed a cominciare una nuova vita all’estero. Si imbarcò in questa attività non come pacifista ma con la convinzione che la resistenza all’ordinamento militare poteva e doveva far parte di una lotta di classe più larga, contro il capitalismo, e per questo partecipò alla pubblicazione militante, di breve durata, di Worker and Soldier (Operaio e Soldato). Parecchi anni dopo Jerry ebbe la possibilità di consultare una parte - largamente censurata - del suo dossier FBI: il suo spessore ed i dettagli che lo riguardavano - il dossier era stato regolarmente aggiornato nel periodo in cui militava nella CCI - gli provocarono una certa soddisfazione e lo indussero a formulare alcuni commenti caustici verso coloro che pensano che oggi la polizia ed i servizi segreti “non si occupano” dei piccoli gruppi insignificanti di militanti.
Rientrando negli Stati Uniti negli anni ‘70 Jerry lavorò come tecnico dei telefoni in una delle principali compagnie telefoniche. Era un periodo di fermento della lotta di classe con la crisi che cominciava a colpire e Jerry partecipò alle lotte nel suo ambito lavorativo, alle piccole come alle grandi, e nello stesso momento collaborava ad un giornale chiamato Wildcat (Gatto selvaggio), che esaltava l’azione diretta ed era pubblicato da un piccolo gruppo dallo stesso nome. Sebbene deluso dall’immediatismo e dall’assenza di una prospettiva più larga - fu la ricerca di una tale prospettiva che lo portò a raggiungere la CCI - questa esperienza diretta di base, accoppiata alle sue grandi capacità di osservazione ed ad un atteggiamento umano verso le pecche ed i pregiudizi dei suoi colleghi di lavoro, gli conferirono una visione profonda del modo con cui si sviluppa concretamente la coscienza nella classe operaia. Come militante della CCI illustrava spesso i suoi argomenti politici con immagini viventi tratte dalla sua esperienza.
Una di queste descriveva un incidente avvenuto nel Sud America dove era stato mandato a lavorare il suo gruppo di tecnici telefonici di New York. Un operaio del gruppo, un nero, veniva perseguitato dalla direzione per un presunto piccolo sbaglio; i newyorchesi presero la sua difesa, sorprendendo notevolmente i loro colleghi del Sud: “Perché lo fate?” chiesero questi “è solo un nero”. A cui uno dei newyorchesi rispose vigorosamente dicendo che il colore della pelle non aveva nessuna importanza, che gli operai erano tutti operai insieme e dovevano difendersi reciprocamente contro i padroni. “Ma la cosa ancora più sorprendente” concludeva Jerry “è che il tipo che aveva preso con più forza la difesa dell’operaio nero, era noto allo stesso gruppo come un razzista, tanto che si era trasferito a Long Island per non abitare in un quartiere nero. E ciò mostra come la lotta e la solidarietà di classe costituiscono il solo vero antidoto al razzismo”.
Un’altra storia che amava raccontare riguardava il suo primo incontro con la CCI. E citiamo l’omaggio personale di un compagno: “Come l’ho sentito raccontare un milione di volte, è quando incontrò per la prima volta un militante della CCI all’epoca in cui era, come lui stesso si definiva,’un giovane individualista immediatista’ che scriveva e diffondeva i suoi articoli da solo, che si rese conto che la passione rivoluzionaria senza organizzazione poteva essere solo una fiamma passeggera di gioventù. Questo gli capitò quando il militante della CCI gli disse: ‘OK, scrivi e sei marxista, ma che fai tu per la rivoluzione?’. Jerry raccontava spesso questa storia in seguito alla non dormì per tutta la notte. Ma fu una notte in bianco che portò prodigiosamente i suoi frutti”. Molti si sarebbero potuti scoraggiare di fronte al commento rude della CCI, ma non Jerry. Al contrario, questa storia, che raccontava divertendosi del suo stato d’animo di allora, rivela un altro aspetto di Jerry: la sua capacità ad accettare la forza di un argomento ed a cambiare punto di vista se era convinto da altre idee - una qualità preziosa nel dibattito politico che è l’anima di una vera organizzazione proletaria.
Il contributo di Jerry alla CCI è inestimabile. La sua conoscenza del movimento operaio negli Stati Uniti era enciclopedica; la sua penna veloce e la sua scrittura colorata hanno fatto vivere questa storia per i nostri lettori nei numerosi articoli che ha scritto per la nostra stampa negli Stati Uniti (Internationalism) e per la Rivista internazionale. Aveva anche una padronanza notevole della vita politica e della lotta di classe attuale negli Stati Uniti ed i suoi articoli sull’attualità, tanto per la nostra stampa che per i nostri bollettini interni, sono stati apporti importanti per la nostra comprensione della politica della prima potenza imperialista mondiale.
Altrettanto importante è stato il suo contributo alla vita interna ed all’integrità organizzativa della CCI. Per anni è stato un pilastro della nostra sezione americana, un compagno su cui si poteva sempre contare per essere in prima fila quando si presentavano delle difficoltà. Durante i difficili anni 1990, quando il mondo intero - ma forse particolarmente gli Stati Uniti - era inondato dalla propaganda su “la vittoria del capitalismo”, Jerry non perse mai la convinzione della necessità e della possibilità di una rivoluzione comunista, non smise mai di comunicare con quelli che lo circondavano e con i rari nuovi contatti della sezione. La sua lealtà all’organizzazione ed ai suoi compagni era incrollabile, tanto più che, come lui stesso diceva, era la partecipazione alla vita internazionale della CCI che gli dava coraggio e gli permetteva di “ricaricare le batterie”.
Su un piano più personale, Jerry era molto dotato e straordinariamente divertente nel raccontare delle storie. Poteva - e ciò capitava spesso - fare ridere per ore un pubblico di amici o di compagni con storie tratte dalle sue osservazioni della vita. Anche se le sue storie lanciavano frecciate ai padroni o classe dominante, non erano mai crudeli o cattive. Al contrario, riflettevano sia il suo affetto e la sua simpatia per i suoi simili, che una capacità ben troppo rara a burlarsi delle proprie debolezze. Questa apertura agli altri è stata probabilmente ciò che ha fatto di Jerry un professore efficace ed apprezzato - professione che ha intrapreso tardi, quando era già nella quarantina.
Il nostro omaggio a Jerry sarebbe incompleto se non menzionassimo la sua passione per la musica Zydeco, uno stile di musica che ha per origine i creoli della Louisiana e che è sempre in voga. Il ballerino di Brooklyn era conosciuto nei festival di Zydeco dell’entroterra della Louisiana e Jerry era fiero di potere aiutare giovani gruppi di Zydeco sconosciuti a trovare dei luoghi ed un pubblico per suonare a New York. Jerry era tutto questo: entusiasta ed energico in tutto ciò che intraprendeva, aperto e caloroso con gli altri.
Noi risentiamo ancora più vivamente la perdita di Jerry perché i suoi ultimi anni sono stati tra più felici. Era felicissimo di diventare il nonno di un nipote che poi ha adorato. Politicamente c’era lo sviluppo di una nuova generazione di contatti intorno alla sezione americana della CCI e lui si era lanciato nel lavoro di corrispondenza e di discussione con tutta la sua abituale energia. La sua devozione aveva dato i suoi frutti nella Giornata di Discussione tenutesi a New York appena alcune settimane prima della sua morte, giornata che avevano riunito giovani compagni di differenti parti degli Stati Uniti, molti dei quali si incontravano per la prima volta. Alla fine Jerry era felice e vedeva questa riunione, e tutto l’avvenire che incarnava, come una dei coronamenti della sua attività militante. Dunque, per finire, ci sembra giusto dare la parola a due giovani compagni che hanno partecipato alla Giornata di Discussione: per JK “Jerry era un compagno di fiducia ed un amico caloroso... La sua conoscenza della storia del movimento operaio negli Stati Uniti; la profondità della sua esperienza personale nelle lotte degli anni ‘70 e ‘80 ed il suo impegno a mantenere la fiamma della sinistra comunista negli Stati Uniti durante il difficile periodo che ha seguito la pretesa ‘morte del comunismo’ erano incomparabili”. Per J “Jerry è stato una sorta di guida politica per me durante gli ultimi 18 mesi. Era anche un amico molto caro. Voleva discutere sempre ed aiutare i compagni più giovani ad imparare come intervenire ed a comprendere le lezioni storiche del movimento operaio. La sua memoria vivrà in ciascuno di noi, nella CCI ed attraverso tutta la lotta di classe”
CCI
[1] Nel 1964, ci fu un episodio tristemente celebre dove tre giovani militanti dei diritti civili (James Chaney, Andrew Goodman e Michael Schwerner) furono assassinati da ufficiali di polizia e da membri del Ku Klux Klan. Due di essi erano ebrei di New York.
[2] Il nome “Underground Railroad” era un riferimento ad una rete di nascondigli e di militanti anti-schiavisti, creata nel diciannovesimo secolo prima della Guerra civile, da che aiutava gli schiavi in fuga a guadagnare il Nord America ed il Canada.
Qualche mese fa i media hanno parlato molto dei suicidi di dipendenti della France Telecom (33 in 18 mesi, quasi 2 al mese) e già due anni fa, sempre in Francia, ci sono stati vari casi alla Peugeot e alla Renault. Come abbiamo riportato nell’ultimo numero del nostro giornale[1] anche in Italia negli ultimi mesi ci sono stati diversi casi di suicidio legati al lavoro, altri due suicidi ci sono stati appena 3 giorni fa a Pianura (Salvatore 58 anni, meccanico, dopo 15 anni di lavoro saltuario) ed a Nocera Inferiore (Ciro, 48 anni direttore del supermercato Iper Alvi di Nocera Superiore che sta per chiudere mettendo in mezzo alla strada 700 lavoratori).
Riflettere sul significato di questi suicidi e sulla sofferenza che li determina è molto importante non solo perché tutto ciò che riguarda le condizioni di vita della classe sfruttata ci riguarda direttamente come lavoratori e come compagni, ma anche perché lo sviluppo di questo fenomeno ci permette di comprendere lo stato nel quale si trova oggi il sistema capitalista e soprattutto la necessità e l’urgenza di distruggere questo sistema per sostituirlo con una società capace di soddisfare le necessità umane.
L’emergere del fenomeno
Il suicidio a causa del lavoro non è un fenomeno completamente nuovo. Negli anni ’60, ad esempio, ci fu un’importante ondata di suicidi tra gli agricoltori - in particolare in Francia - dove l’introduzione dell’industrializzazione nell’agricoltura provocò una destabilizzazione profonda nell’esistenza degli agricoltori. Dato che in questa professione lo spazio della vita privata e lo spazio professionale in genere coincidevano, lo sconvolgimento provocato nella sfera lavorativa di questi contadini con la loro espulsione di massa dalla campagna ebbe una ripercussione devastante sull’insieme della loro vita.
Ciò che è nuovo oggi è la contemporaneità dell’aumento dei suicidi sul posto di lavoro, o comunque legati al lavoro, sia in diversi paesi che in molti settori produttivi, dall’industria al terziario.
Quando una persona si suicida a casa sua non è facile provare che la causa principale del suo gesto risiede in una sofferenza legata al lavoro. Su questo giocano i padroni per cercare di liberarsi da ogni responsabilità quando la famiglia prova a far riconoscere il gesto della vittima come infortunio sul lavoro. Invece quando il suicidio avviene sul posto di lavoro o, come è successo nei casi più recenti, chi si ammazza lascia un biglietto ai suoi cari, diventa più difficile nascondere questo legame.
Bisogna quindi interpretare il suicidio sul posto di lavoro come un messaggio molto chiaro che vuol far passare il suo autore: “la mia morte non è dovuta ad una rottura sentimentale, ad un divorzio o alla mia ‘natura depressa', è il padrone o il sistema che incarna che è responsabile della mia morte”.
L’aumento di questi suicidi traduce dunque lo sviluppo di un fenomeno molto più vasto che è l’aumento della sofferenza al lavoro di cui questi sono soltanto la punta dell’iceberg.
Anche la sofferenza al lavoro non è certo un fenomeno nuovo: le malattie professionali esistono da tempo, nei fatti dalla rivoluzione industriale che ha trasformato il lavoro umano in un vero inferno per la maggior parte dei lavoratori dipendenti. Eppure fino alla fine del ventesimo secolo, il suicidio non ha fatto parte delle risposte date dagli sfruttati alla sofferenza che subivano.
In realtà il suicidio è frutto di una sofferenza psichica più che fisica. Ma neanche la sofferenza psichica è nuova: i soprusi e le umiliazioni da parte dei capetti esistono da tempo. In passato però questa sofferenza subita dagli sfruttati non sfociava nel suicidio, se non in casi eccezionali.
E’ chiaro quindi che siamo di fronte ad una situazione nuova del fenomeno che va compresa.
Come viene analizzato questo fenomeno dagli specialisti?
Il suicidio è stato studiato da tempo, in particolare dal sociologo Durkheim[2] alla fine del 19° secolo che ne individuò le radici sociali e non semplicemente individuali: “Se l’individuo cede al minimo choc delle circostanze, significa che lo stato in cui si trova la società ne ha fatto una preda pronta al suicido”.
Anche lo studio della sofferenza al lavoro, compreso nei suoi aspetti psichici, risale a molto lontano. Mentre molto più recenti sono gli studi sul suicidio come conseguenza della sofferenza al lavoro data la comparsa recente di questo fenomeno. Molte sono le ipotesi avanzate e le constatazioni fatte per spiegare l’emergere di questo fenomeno. In particolare si possono evocare le riflessioni di Christophe Dejours, che è uno psichiatra, ex medico del lavoro, oggi professore universitario ed autore di molti libri famosi sulla questione (come, “Sofferenza in Francia: la banalizzazione dell’ingiustizia sociale” o “Lavoro, usura mentale”).
Alcune ipotesi …
1) La “centralità del lavoro”: il lavoro (inteso non soltanto come mezzo di sussistenza ma anche come attività produttiva e creatrice a beneficio di altri) svolge un ruolo centrale nella salute mentale di ogni individuo. Pertanto una sofferenza in questa sfera della vita ha conseguenze che finiscono per essere più drammatiche di una sofferenza derivata dalla sfera privata o familiare. Concretamente, se qualcuno soffre nella sua vita familiare, ciò si riflette meno nella sua vita al lavoro che non l’opposto.
2) Il riconoscimento del lavoro e della sua qualità da parte degli altri: in una società gerarchizzata come la nostra, questo riconoscimento si manifesta ovviamente nella considerazione che si riceve da parte dei propri capi e nel salario che si riceve dal padrone (si parla, in questo caso, del “riconoscimento verticale”). Ma esiste un’altra forma di riconoscimento in fin dei conti più importante per il lavoratore nella vita quotidiana: è il riconoscimento del suo lavoro da parte dei suoi colleghi (chiamato “riconoscimento orizzontale”). Questo riconoscimento è più importante perché è il segno della sua integrazione nella comunità della “gente del mestiere” con la quale condivide la sua esperienza e la sua competenza come pure il gusto del lavoro ben fatto. Anche se il lavoratore è mal considerato dai capi o dal datore di lavoro perché si rifiuta di piegarsi alle loro esigenze, potrà tuttavia mantenere il suo equilibrio se i suoi compagni di lavoro non entrano nel gioco della gerarchia e mantengono la loro fiducia in lui. Invece, tutto barcolla se perde anche la fiducia di questi ultimi.
Alcune constatazioni …
1) La crescita del sovraccarico di lavoro: è qualcosa che sembra paradossale poiché, con lo sviluppo delle nuove tecnologie che permettono l’automazione di tutta una serie di compiti, alcuni avevano annunciato “la fine del lavoro” o almeno la possibilità di diminuire in modo significativo il carico di lavoro. Quello che si è avverato negli ultimi decenni invece è esattamente l’opposto. Il carico di lavoro continua ad aumentare a tal punto che, in un paese come il Giappone, è stata inventata una parola nuova, Karôshi, che designa una morte improvvisa (per crisi cardiaca o accidente vascolare cerebrale) di soggetti che non avevano nessuna patologia particolare ma che si sono “uccisi per il lavoro” nel senso letterale del termine.
Questo fenomeno non è tipico del Giappone, anche se qui ha un’estensione maggiore. È stato osservato anche negli Stati Uniti ed in Europa occidentale.
Un’altra manifestazione di questo sovraccarico di lavoro e che ha richiesto la creazione d’una parola nuova, è la sindrome da “burn out” che è una forma particolare di depressione legata allo stress. È un termine che parla da solo: il lavoratore si ritrova incenerito per aver bruciato troppa energia.
2) Lo sviluppo di patologie derivanti dalle molestie. Queste patologie sono oggi ben studiate: sindromi depressive, turbe della memoria, disorientamento nello spazio e nel tempo, sensazione di persecuzione, turbe psicosomatiche (che toccano in particolare la sfera uterina, mammaria, tiroidea).
Christophe Dejours analizza così questo fenomeno:
“La molestia al lavoro non è nuova. È vecchia come il lavoro. Di nuovo ci sono le patologie. È nuova perché oggi è aumentata di molto, mentre ce n’era molto meno precedentemente. Tra la molestia, da un lato, e le patologie, dall’altro, occorre invocare una fragilizzazione della gente riguardo alle manovre di molestia. Questa fragilizzazione può essere analizzata. I risultati sono abbastanza precisi. È legata alla destrutturazione delle cosiddette risorse difensive, in particolare le difese collettive e la solidarietà. Questo è l’elemento determinante dell’aumento delle patologie. In altri termini, le patologie della molestia sono soprattutto patologie della solitudine.” (Christophe Dejours, Alienazione e clinica del lavoro, Actuel Marx, n° 39)
“Trenta o quaranta anni fa, la molestia, le ingiustizie esistevano, ma non c’erano suicidi al lavoro. La loro comparsa è legata alla destrutturazione della solidarietà tra i salariati.” (Christophe Dejours, intervista pubblicata da Le Monde del 14.08.09)
Quindi, quello che permette di capire l’aumento dei suicidi è la sofferenza psichica legata all’isolamento del lavoratore.
… ed alcune interpretazioni.
Come comprendono gli specialisti questo fenomeno di isolamento dei lavoratori?
Per spiegare questo fenomeno Christophe Dejours attribuisce un’importanza molto particolare alla messa in atto, nel corso degli ultimi due decenni, della valutazione individualizzata delle prestazioni, “La valutazione individualizzata, quando è accoppiata a contratti a progetto o ad una gestione per obiettivi, quando è raccolta in un Centro dei risultati o anche in Centro dei profitti[3], porta alla concorrenza generalizzata tra agenti o tra servizi in una stessa impresa, tra filiali, tra succursali, tra uffici, ecc.
Questa concorrenza quando è associata alla minaccia di licenziamento conduce ad una trasformazione profonda delle relazioni nel lavoro. Può già deteriorare i rapporti di lavoro quando è associata a sistemi di premi più o meno perversi. Ma quando la valutazione non è accoppiata a gratificazioni ma a sanzioni o minacce di licenziamento i suoi effetti deleteri diventano palesi. L’individualizzazione porta verso il ciascuno per sé, la concorrenza va fino a condotte sleali tra colleghi, la sfiducia si installa tra gli agenti.
Il risultato finale della valutazione e dei dispositivi connessi è soprattutto la destrutturazione in profondità della fiducia, del vivere insieme e della solidarietà. E, oltre a questo, è l’erosione delle risorse difensive contro gli effetti patogeni della sofferenza e delle costrizioni del lavoro”. (Alienazione e clinica del lavoro).
Egli sottolinea quindi che uno dei fattori di successo di questi nuovi metodi di controllo risiede nella loro accettazione passiva da parte della maggioranza dei lavoratori, in particolare del clima di paura che aumenta fra loro, soprattutto la paura di perdere il posto di fronte all’aumento della disoccupazione.
Egli considera che la messa in atto di questi nuovi metodi corrisponde al trionfo dell’ideologia liberale nel corso degli ultimi 20 anni.
Dejours parla anche di “sofferenza etica”: il fatto che i lavoratori, presi in una situazione di carichi di lavoro sempre più insopportabili e dalla necessità di mostrare di aver conseguito degli obiettivi insostenibili che gli sono stati imposti, sono portati a truffare ed a fare del “lavoro sporco”, cioè a svolgere dei lavori che rifiutano moralmente, ad esempio quello nei call center, dove il lavoratore viene precedentemente addestrati a raggirare e truffare l’interlocutore per portarlo all’acquisto.
Una sofferenza etica che influisce anche su molti quadri che sono incaricati di organizzare questi nuovi metodi e ai quali si chiede di trasformarsi in torturatori. E’ significativa a questo proposito la valutazione fatta dal padre del direttore del supermercato di Nocera “ciò che più l’affliggeva erano quelle responsabilità che aveva come direttore. Gli operai si erano rivolti a lui per gli stipendi non pagati e i dirigenti dissero a Ciro di prendere duecento euro dalla cassa e pagare i dipendenti. Ma lui non se l’era sentita di dare ai suoi colleghi, che avevano mensilità arretrate, una cifra così vergognosa”.
La nostra analisi
Quelle che abbiamo visto sono le analisi degli specialisti, l’analisi che noi facciano parte naturalmente da un punto di partenza diverso. Christophe Dejours è prima di tutto un medico che ha la vocazione di occuparsi di persone malate, in questo caso di persone che sono malate del loro lavoro. Il nostro punto di partenza è quello della lotta per abbattere questo sistema e costruire una società senza sfruttamento. Ma se si riprendono i punti trattati prima, si può constatare che ognuno di essi si integra molto bene nella nostra visione.
La “centralità del lavoro”
Questa è una delle basi dell’analisi marxista della società:
- il ruolo del lavoro, cioè della trasformazione della natura, nella nascita della specie umana è stato messo avanti da Engels, in particolare nel suo lavoro “Il ruolo del lavoro nella trasformazione dalla scimmia all’uomo”;
- i rapporti di produzione, cioè l’insieme dei legami che gli uomini stabiliscono tra loro nella produzione sociale della loro esistenza, costituiscono per il marxismo l’infrastruttura della società; le altre sfere di questa, le relazioni giuridiche, il modo di pensare, ecc. dipendono in ultima istanza da queste relazioni di produzione;
- Marx considera che nella società comunista, quando il lavoro si sarà emancipato dalle costrizioni della società capitalista che lo trasformano molto spesso in una vera calamità, diventerà il primo bisogno dell’uomo.
Da questo punto di vista sono significativi i messaggi lasciati da chi si è tolto la vita o le testimonianze dei loro parenti. L’elettricista napoletano che si è impiccato nel bosco di Capodimonte, che aveva finalmente ottenuto un posto fisso ma senza il riconoscimento dei 25 anni passati da precario, ha scritto alla moglie “Sono umiliato. Mi vergognavo quando tu andavi a lavorare”. L’operaio bergamasco Sergio di 36 anni si è dato fuoco perché si sentiva inutile da quando “il lavoro lo aveva tradito”. Così come quello bolognese di 32 anni messo in mobilità ed altri ancora.
Quello che ha spinto questi proletari a togliersi la vita non è stato solo la preoccupazione di non poter sfamare la propria famiglia, ma anche il sentimento di perdere la propria dignità, la propria rispettabilità di uomo nel momento in cui, non essendoti data la possibilità di lavorare, sei ritenuto inutile, un peso morto dalla società. Un sentimento che ti annienta, soprattutto se sei disoccupato o in cassa integrazione e quindi isolato materialmente dai tuoi compagni di lavoro.
Il riconoscimento da parte degli altri
E’ una delle basi essenziali della solidarietà e del lavoro associato. La solidarietà è una delle basi della società umana, una caratteristica che assume con la lotta del proletariato la sua forma più completa, l’internazionalismo: la solidarietà non si manifesta più solo verso i membri della famiglia, della tribù o della nazione, ma verso tutta la specie umana.
Il lavoro associato presuppone che si possa contare gli uni sugli altri nel processo produttivo, che ci si riconosca reciprocamente. Esso esiste fin dall’inizio dell’umanità, ma nella società capitalista ha preso la sua massima estensione. È precisamente questa socializzazione del lavoro che rende il comunismo necessario e possibile.
Il sovraccarico di lavoro:
Noi, come l’insieme del movimento operaio, abbiamo sempre sostenuto che nel sistema capitalista il progresso tecnologico in sé non porta affatto una diminuzione del carico di lavoro. La tendenza di questo sistema è quella di estirpare sempre più plusvalore dal lavoro dei salariati. Ed anche quando c’è la riduzione della durata del tempo di lavoro (come fu il caso in alcuni paesi con l’introduzione delle 35 ore) c’è un’intensificazione dei ritmi, la soppressione dei tempi di pausa, ecc. Con il peggioramento della crisi economica e la concorrenza tra gli Stati che ne deriva questa intensificazione dello sfruttamento non può che aumentare.
La perdita di solidarietà che rende i lavoratori molto più vulnerabili di fronte alle molestie
Cosa ha determinato questa perdita di solidarietà o meglio il suo forte indebolimento? La CCI ha analizzato questo fenomeno da circa due decenni mettendo in evidenza due fattori essenziali:
- l’arretramento della coscienza e della combattività all’interno della classe operaia dopo il crollo dei regimi cosiddetti “socialisti” del 1989 e le campagne sulla pretesa “vittoria definitiva” del “capitalismo liberale”, sulla “fine della lotta di classe”;
- gli effetti deleteri della decomposizione del capitalismo che generano in particolare il “ciascuno per sé”, “l’atomizzazione”, “l’arrangiarsi da soli”, la “distruzione delle relazioni sociali che sono alla base ogni vita nella società”.
Sono questi due fattori che spiegano in gran parte il fatto che il capitalismo abbia potuto introdurre da una ventina d’anni dei nuovi metodi di servitù senza causare risposte da parte della classe operaia, di lotte di resistenza di fronte a questo aggravarsi considerevole delle sue condizioni di lavoro.
Può sembrare paradossale ma chi si suicida a causa del lavoro fa parte di chi tenta di resistere a quest’aumento della barbarie legata al lavoro. Di chi non si rassegna a subire un sovraccarico di lavoro, la molestia, il disprezzo verso la sua dignità di uomo. Ma poiché non esiste ancora una resistenza collettiva, una sufficiente solidarietà tra i lavoratori, la sua resistenza e la sua rivolta contro l’ingiustizia che subisce o che vede attorno a lui, restano individuali ed isolate. E pertanto sono condannate al fallimento. La conseguenza ultima di questo fallimento è il suicidio che non è soltanto un atto di disperazione ma anche un ultimo grido di rivolta contro questo sistema che l’ha schiacciato.
Il fatto che questa rivolta assuma la forma dell’autodistruzione è, in fin dei conti, un’altra manifestazione del nichilismo che invade l’insieme della società capitalista, portata alla sua autodistruzione.
Quando il proletariato riprenderà il cammino delle lotte di massa, quando la solidarietà di classe ritornerà nei suoi ranghi, allora, non ci saranno più suicidi per il lavoro.
(ripreso con adattamenti alla situazione italiana da Révolution Internationale n°409 - février 2010 [43]).
[1] Vedi "L’unità e la solidarietà di classe uniche armi contro gli attacchi e contro la demoralizzazione [44]", Rivoluzione Internazionale n.164.
[2] David Émile Durkheim (1858 [45]-1917 [46]) è stato un sociologo [47], antropologo [48] e storico delle religioni [49] francese [50].
[3] Sistema operativo di controllo di gestione aziendale che attraverso la misurazione di appositi indicatori rileva lo scostamento tra obiettivi pianificati e risultati conseguiti e informa di tali scostamenti gli organi responsabili, affinché possano decidere e attuare le opportune azioni.
Le Nazioni Unite stimano che 200 milioni di immigrati – circa il 3% del popolazione mondiale - vivono fuori dal loro paese di origine, il doppio del 1980. Negli Stati Uniti, 33 milioni di abitanti sono nati all'estero, circa l’11,7 % della popolazione; in Germania, 10,1 milioni, 12,3 %; in Francia, 6,4 milioni, 10,7 %; nel Regno Unito, 5,8 milioni, 9,7 %; in Spagna, 4,8 milioni, 8,5 %; in Italia, 2,5 milioni, 4,3 %; in Svizzera, 1,7 milione, il 22,9% e nei Paesi Bassi, 1,6 milioni[1]. Le fonti governative e mediatiche stimano che ci sono più di 12 milioni di immigrati clandestini negli Stati Uniti e più di 8 milioni nell’Unione Europea. In questo contesto, l'immigrazione è diventata una questione politica bruciante in tutte le metropoli capitaliste, ed anche nel Terzo Mondo, come le recenti sommosse anti-immigrati in Africa meridionale hanno mostrato.
Sebbene esistono delle variazioni secondo i paesi e loro specificità, l'atteggiamento della borghesia di fronte a questa immigrazione massiccia segue in generale lo stesso schema: 1) incoraggiare l'immigrazione per ragioni economiche e politiche; 2) contemporaneamente contenerla e tentare di controllarla; 3) orchestrare campagne ideologiche per alimentare razzismo e xenofobia contro gli immigrati dividendo così la classe operaia.
Incoraggiare l’immigrazione: La classe dominante conta sui lavoratori immigrati, legali o illegali, per occupare posti di lavoro mal pagati, poco ambiti dagli operai del paese, per sfruttarli come esercito di riserva di disoccupati e mano d’opera a basso costo, per fare abbassare i salari di tutta la classe operaia e sopperire alla diminuzione di mano d’opera risultante dall'invecchiamento della popolazione e dalla riduzione dei tassi di natalità. Negli Stati Uniti, la classe dominante è completamente cosciente che interi settori produttivi come il piccolo commercio, la costruzione, il trattamento della carne e del pollame, i servizi di pulizia, gli hotel, la ristorazione, i servizi di salute a domicilio e di guardia di bambini si basano maggiormente sul lavoro degli immigrati, legali o illegali. E’ per tale motivo che le rivendicazioni dell'estrema destra di espellere 12 milioni di immigrati illegali e ridurre l'immigrazione legale non rappresentano per niente un'alternativa politica razionale per le frazioni dominanti della borghesia americana e sono state rigettate come irrazionali, impraticabili e nocive per l'economia degli Stati Uniti.
Contenerla e controllarla: allo stesso tempo, la frazione dominante riconosce la necessità di risolvere la questione dello statuto degli immigrati senza permesso di soggiorno per mantenere un controllo su una moltitudine di problemi sociali, economici e politici, compresa l'esistenza e la concessione di servizi medici, sociali, educativi ed altri servizi pubblici, così come tutta una serie di questioni legali relative ai figli di immigrati nati negli Stati Uniti ed alle loro proprietà. Era questa la piattaforma della riforma sull'immigrazione proposta nella primavera 2007 negli Stati Uniti e sostenuta dall'amministrazione Bush e dai Repubblicani, dai Democratici (compresa la loro ala sinistra espressa dal vecchio senatore Edward Kennedy) e dalle grandi imprese. Lungi dall’essere in favore dell'immigrazione, la legge chiedeva di chiudere la frontiera e di militarizzarla, la legalizzazione degli immigrati senza documenti già presenti nel paese e misure di controllo sui futuri immigrati. La proposta agli immigrati illegali già presenti nel paese di legalizzare il loro statuto, non costituiva per niente una "amnistia" e prevedeva scadenze e multe enormi.
Le campagne ideologiche: le campagne di propaganda contro gli immigrati variano secondo i paesi, ma il centro del loro messaggio è notevolmente simile; negli Stati Uniti è rivolto in primo luogo ai "Latini" ed in Europa ai musulmani, col pretesto che questi ultimi immigrati, in particolare gli illegali, sarebbero responsabili dell'aggravamento della crisi economica e delle condizioni sociali con cui si sta scontrando la classe operaia del "paese". Ciò in quanto essi occuperebbero i suoi posti di lavoro, determinerebbero l’abbassamento dei suoi salari, affollerebbero le scuole con i loro bambini, prosciugherebbero i programmi di assistenza sociale, aumenterebbero la criminalità e tutte le altre disgrazie sociali che potremmo pensare. È un esempio classico della strategia del capitalismo di dividere per regnare, dividere gli operai tra loro così che accusandosi reciprocamente di essere responsabili dei loro problemi, si azzuffano per delle briciole, piuttosto di comprendere che è il sistema capitalista il responsabile delle loro sofferenze. Ciò serve a deviare la capacità della classe operaia di riprendere coscienza della sua identità di classe e della sua unità, ciò che la borghesia teme più di ogni altra cosa. Nella divisione del lavoro in seno alla borghesia la caratteristica tipica è l’assegnazione all'ala destra del compito di aizzare e sfruttare il sentimento anti-immigrati in tutte le grandi metropoli capitaliste, con un successo più o meno elevato e che trova una qualche eco anche in alcuni settori del proletariato; ma in nessuna parte del mondo ha raggiunto il livello di barbarie delle sommosse xenofobe contro gli immigrati come in Africa meridionale nel maggio 2008.
L’aggravarsi delle condizioni nei paesi sottosviluppati nei prossimi anni, determinato non solo dagli effetti della decomposizione e della guerra ma anche dai cambiamenti climatici, porterà il problema dell'immigrazione ad assumere nel futuro probabilmente un’importanza maggiore. È essenziale che il movimento operaio sia chiaro sul significato del fenomeno dell'immigrazione, sulla strategia della borghesia di fronte a quest’ultima, sulla sua politica e campagne ideologiche, e sulla prospettiva del proletariato su questa questione. In questo articolo esamineremo il ruolo storico dell'immigrazione di popolazioni nella storia del capitalismo, la storia della questione dell'immigrazione in seno al movimento operaio sulla politica di immigrazione della borghesia ed un orientamento per l'intervento dei rivoluzionari sull'immigrazione.
L’immigrazione e lo sviluppo capitalista
Nel suo periodo ascendente, il capitalismo ha dato un'enorme importanza alla mobilità della classe operaia come fattore di sviluppo del suo modo di produzione. Durante il feudalismo, la popolazione lavoratrice era legata alla terra, e difficilmente si spostava durante tutta la sua vita. Espropriando i produttori agricoli, il capitalismo ha costretto larghe parti di popolazioni a lasciare la campagna per la città, a vendere la loro forza lavoro, costituendo una riserva indispensabile di forza lavoro.
Come sottolineato da Révolution Internationale nel suo articolo “La classe operaia, una classe di immigrati”[2]: “All’inizio del capitalismo, durante il suo periodo di “accumulazione primitiva”, i legami dei primi lavoratori salariati con i loro signori feudali furono rotti e “[le rivoluzioni] privando grandi masse dei loro mezzi di produzione e di esistenza tradizionale, lanciarono quest’ultime inaspettatamente sul mercato del lavoro, proletari senza casa, né patria. Ma la base di tutta questa evoluzione, è l'espropriazione dei coltivatori”[3]. Come scritto da Lenin “il capitalismo implica inevitabilmente una mobilità della popolazione i cui regimi economici precedenti non ne avevano bisogno se non a scala estremamente ridotta”[4] (citato in WR n° 300). Durante la fase ascendente, la migrazione di massa ha avuto un'importanza decisiva per lo sviluppo del capitalismo nel suo periodo di industrializzazione. Il movimento e lo spostamento di masse di operai verso luoghi in cui il capitale ne aveva bisogno, erano essenziali. Dal 1848 al 1914, 50 milioni di persone lasciarono l'Europa, la grande maggioranza si installò negli Stati Uniti. Tra il 1900 ed il 1914, soltanto 20 milioni di persone emigrarono dall'Europa negli Stati Uniti. Nel 1900, la popolazione americana era approssimativamente di 75 milioni; nel 1914 era di circa 94 milioni - ciò significa che nel 1914, più di un quinto era composto da nuovi immigrati - senza contare quelli che erano arrivati prima del 1900. Se si contano i figli di immigrati nati negli Stati Uniti, l'impatto degli immigrati sulla vita sociale è ancora più significativo. Durante questo periodo, la borghesia americana ha seguito essenzialmente una politica di apertura completa all'immigrazione, eccetto restrizioni verso gli immigrati asiatici. Ciò che motivava gli operai immigrati a sradicarsi, era la promessa di migliorare il loro livello di vita, la fuga dalla povertà e dalla carestia, dall'oppressione e dalla mancanza di prospettive.
Con la sua politica che incoraggiava l'immigrazione, la borghesia non esitò a condurre, contemporaneamente, campagne xenofobe e razziste per dividere la classe operaia. Si sobillavano quelli che si chiamavano operai "nativi" ("indigeni" workers, operai "del paese", "di ceppo"), - alcuni dei quali erano, essi stessi, di seconda o terza generazione di immigrati - contro i nuovi arrivati che venivano additati per le loro differenze linguistiche, culturali e religiose. Anche tra i nuovi arrivati, gli antagonismi etnici erano utilizzati per alimentare la strategia di divisione. È importante ricordarsi che la paura e la diffidenza verso gli stranieri hanno profonde radici psicologiche in questa società, ed il capitalismo non ha mai esitato a sfruttare questo fenomeno per i suoi sordidi fini. La borghesia, americana in particolare, ha utilizzato questa tattica "dividere per regnare" per contrastare la tendenza storica all'unità della classe operaia e meglio soggiogare il proletariato. In una lettera a Hermann Schlüter, nel 1892, Engels notava: "la Vostra borghesia sa molto meglio dello stesso governo austriaco contrapporre una nazionalità all’altra: ebrei, italiani, boemi, ecc., contro tedeschi ed irlandesi, e ciascuno di essi contro gli altri". È un'arma ideologica classica del nemico di classe.
Mentre l'immigrazione nel periodo di ascesa del capitalismo è stata in gran parte favorita per soddisfare i bisogni di forza lavoro di un modo di produzione storicamente progressista, che si sviluppava e si estendeva velocemente, nella decadenza, col rallentamento dei tassi di crescita esponenziali, i motivi che favorirono l’immigrazione provenivano da fattori più negativi. La necessità di sfuggire alla persecuzione, alla carestia ed alla povertà, che hanno spinto milioni di operai durante il periodo di ascesa ad emigrare per trovare un lavoro ed una vita migliore, è aumentata inevitabilmente nel periodo di decadenza, con un livello d’urgenza maggiore. In particolare, le nuove caratteristiche della guerra nella decadenza hanno dato un nuovo impulso all'emigrazione di massa ed al flusso di profughi. Nell'ascesa, le guerre si limitavano innanzitutto al conflitto tra eserciti professionisti sui campi di battaglia. Con l'inizio della decadenza, la natura della guerra si è trasformata in modo significativo, coinvolgendo tutta la popolazione e tutto l'apparato economico del capitale nazionale. Terrorizzare e demoralizzare la popolazione civile sono diventati un obiettivo tattico principale che ha prodotto le massicce migrazioni di profughi nel 20° ed ora nel 21° secolo. Durante la guerra attuale in Iraq si stima, per esempio, a due milioni i profughi che cercano salvezza in Giordania e soprattutto in Siria. Gli emigranti che fuggono dal loro paese d’origine sono ancora perseguitati per strada da poliziotti e militari corrotti, dalla mafia e dai criminali che gli estorcono i beni, li brutalizzano e li derubano durante il viaggio disperato verso quella che sperano possa essere una vita la migliore. Molti muoiono o spariscono durante il viaggio, alcuni cadono tra le mani di trafficanti di uomini. Bisogna sottolineare che le forze di giustizia e dell’ordine capitalista sembrano incapaci o non vogliano fare niente per attenuare i mali sociali che corredano l'immigrazione massiccia del periodo attuale.
Negli Stati Uniti, la decadenza è stata caratterizzata da un cambiamento brusco: da una politica di larga apertura all'immigrazione, (eccettuo quella che riguarda le restrizioni di lunga data verso gli asiatici) a politiche governative estremamente restrittive nei confronti dell’immigrazione. Col cambiamento del periodo economico, si è avuto globalmente meno bisogno di un afflusso continuo e massiccio di forza lavoro. Ma questa non è stata la sola ragione di un'immigrazione più controllata, sono anche intervenuti fattori razzisti e "anti-comunisti". Il Nationale Origins Act, legge adottata nel 1924, limitò il numero di emigranti che venivano dall'Europa a 150.000 persone per anno e fissò la quota per ogni paese sulla base della composizione etnica della popolazione americana nel 1890 - prima dell'ondata massiccia di emigrazione proveniente dall’Europa dell’Est e del Sud. Gli operai immigrati dell'Europa dell'Est erano accettati a causa di un razzismo sfrontato che spingeva a rallentare l'aumento di elementi "indesiderabili" come gli italiani, i greci, gli europei dell'Est e gli ebrei. Durante l'isteria rossa negli Stati Uniti che fece seguito alla Rivoluzione russa, si pensava che tra gli operai immigrati dell'Europa dell'Est fossero raggruppati un numero sproporzionato di "Bolscevichi" e quelli dell'Europa del Sud, di anarchici. Per ridurre maggiormente il flusso di immigrati, la legge del 1924 creò, per la prima volta negli Stati Uniti, il concetto di operaio straniero non immigrante - che poteva venire negli Stati Uniti ma non aveva il diritto di rimanere.
Nel 1950, fu promulgato il McCarran-Walter Act. Pesantemente influenzata dal maccartismo e dall'isteria anti-comunista della Guerra fredda, questa legge imponeva nuovi limiti all'immigrazione con il pretesto della lotta contro l'imperialismo russo. Alla fine degli anni 1960, con l'inizio della crisi aperta del capitalismo mondiale, l'immigrazione americana venne liberalizzata, aumentando il flusso degli immigrati verso gli Stati Uniti provenienti non solo dall'Europa, ma anche dall’Asia e dall'America latina, riflettendo in parte il desiderio del capitalismo americano di uguagliare il successo delle potenze europee drenando dai loro vecchi paesi coloniali lavoratori intellettuali qualificati e di talento, come scienziati, medici, infermieri ed altri professionisti - quella che viene chiamata “la fuga dei cervelli” dei paesi sottosviluppati - ed anche per avere a disposizione operai agricoli a salario ancora più basso. La conseguenza inattesa delle misure di liberalizzazione fu l’aumento spettacolare dell'immigrazione, tanto legale che illegale, in particolare di provenienza dall'America latina.
Nel 1986, la politica americana anti-immigrazione fu aggiornata con la promulgazione del Simpson-Rodino Immigration and naturalization Control Reform Act che trattava dell'afflusso di immigrati illegali provenienti dall'America latina ed imponeva, per la prima volta nella storia dell'America, sanzioni, multe ed anche arresto, contro i datori di lavoro che assumevano, essendone a conoscenza, operai senza permessi. L'afflusso di immigrati illegali si è intensificato col crollo economico dei paesi del Terzo Mondo durante gli anni 1970, ed ha scatenato un'ondata di emigrazione di masse impoverite che sfuggivano alla miseria in Messico, ad Haiti e nel Salvador devastato dalla guerra. L'enormità di questa ondata fuori controllo si riflette nel numero record di 1,6 milione di arresti di immigrati clandestini nel 1986 da parte della polizia americana anti-immigrazione.
Per quanto riguarda le campagne ideologiche, l'utilizzazione della strategia "dividere per regnare" nei confronti dell’immigrazione, già utilizzata come tattica contro il proletariato durante l'ascesa del capitalismo, ha raggiunto nuove vette durante la decadenza. Gli immigrati sono accusati di invadere le metropoli, di essere causa dell’abbassamento dei salari e di deprezzarli, di epidemie, di criminalità e di “inquinamento” culturale, di affollare le scuole, di aggravare maggiormente la realizzazione di programmi sociali – in breve di tutti i problemi sociali immaginabili. Questa tattica non si limita agli Stati Uniti ma è utilizzata anche in Francia, in Germania ed in tutta l'Europa (dove gli immigrati dell'Europa dell’Est vengono utilizzati da capro espiatorio per le calamità sociali dovute alla crisi ed al capitalismo in decomposizione) in campagne ideologicamente molto simili. Dimostrando così che l'immigrazione di massa è una manifestazione della crisi economica globale e della decomposizione sociale che si aggrava nei paesi meno evoluti. Tutto ciò serve a creare ostacoli e bloccare lo sviluppo della coscienza di classe, serve a disorientare gli operai affinché non comprendano che è il capitalismo a creare le guerre, la crisi economica e tutti i problemi sociali caratteristici della sua decomposizione sociale.
L’impatto sociale dell'aggravamento della decomposizione e delle crisi, che va di pari passo con lo sviluppo della crisi ecologica, porterà sicuramente negli anni futuri milioni di profughi verso i paesi evoluti. Se questi spostamenti massicci ed improvvisi di popolazioni verranno trattati diversamente rispetto all’immigrazione solita, lo saranno sempre in una maniera tale da mostrare l'inumanità che è alla base della società capitalista. I rifugiati sono spesso ammassati in accampamenti, isolati dalla società che li circonda ed integrati lentamente, talvolta dopo numerosi anni; sono trattati più come prigionieri ed indesiderabili che come membri della comunità umana. Un tale atteggiamento è totalmente opposto alla solidarietà internazionalista che costituisce chiaramente la prospettiva proletaria.
La posizione storica del movimento operaio sull'immigrazione
Di fronte all'esistenza di differenze etniche, di razza e di lingua degli operai, da un punto di vista storico il movimento operaio è stato guidato dal principio: "gli operai non hanno patria", un principio che ha influenzato al tempo stesso la vita interna del movimento operaio rivoluzionario e l'intervento di questo movimento nella lotta di classe. Ogni compromesso verso questo principio rappresenta una capitolazione verso l'ideologia borghese.
Così, per esempio, nel 1847, i membri tedeschi della Lega dei Comunisti esiliati a Londra, benchè si preoccupassero in primo luogo della propaganda verso gli operai tedeschi, hanno aderito alla visione internazionalista e hanno “mantenuto strette relazioni con i rifugiati politici di ogni paese”[5]. A Bruxelles, la Lega ha “organizzato un banchetto internazionalista per dimostrare i sentimenti fraterni che gli operai avevano verso gli operai degli altri paesi... a questo banchetto hanno partecipato centoventi operai tra cui belgi, tedeschi, svizzeri, francesi, polacchi, italiani ed un russo”[6]. Vent'anni più tardi, la stessa preoccupazione ha spinto la Prima Internazionale ad intervenire negli scioperi con due obiettivi principali: impedire alla borghesia di far venire dei crumiri dall’estero e portare un sostegno diretto agli scioperanti come era già stato fatto a Londra per i fabbricanti di setacci, i sarti ed i cestai ed a Parigi per i fonditori di bronzo[7]. Quando la crisi economica del 1866 provocò un'ondata di scioperi in tutta l'Europa, il Consiglio Generale dell'Internazionale “ha sostenuto gli operai con i suoi consigli e la sua assistenza e si è mobilitato per ottenere la solidarietà internazionale del proletariato in loro favore. In questo modo, l'internazionale ha privato la classe capitalista di un'arma molto efficace ed i padroni non hanno più potuto frenare la combattività dei loro operai importando mano d’opera straniera a buon mercato... Là dove aveva una certa influenza, cercava di convincere gli operai che era nel loro interesse sostenere le lotte salariali dei loro compagni stranieri”[8]. Così, nel 1871, quando in Gran Bretagna si è sviluppato il movimento per la giornata di 9 ore, organizzato dalla Nine Hours League (Lega delle nove ore) e non dai sindacati, rimasti fuori dalla lotta, la Prima Internazionale le ha dato il suo sostegno inviando dei rappresentanti in Belgio e in Danimarca per “impedire agli intermediari dei padroni di reclutare crumiri in questi paesi, la qualcosa ha avuto un notevole successo”[9].
La più significativa eccezione a questa posizione internazionalista ebbe luogo negli Stati Uniti nel 1870-71 dove la sezione americana dell'Internazionale si oppose all'immigrazione degli operai cinesi negli Stati Uniti perché i capitalisti li utilizzavano per abbassare i salari degli operai bianchi. Un delegato della California si lamentò del fatto che "i cinesi hanno determinato la perdita di migliaia di posti di lavoro ad uomini, donne e bambini bianchi". Questa posizione esprimeva un'interpretazione erronea della critica fatta da Marx al dispotismo asiatico: questo come modo di produzione anacronistico dominante in Asia doveva essere rovesciato affinché il continente asiatico si integrasse nei rapporti di produzione moderni e si costituisse un proletariato moderno in Asia. Il fatto che i lavoratori asiatici non fossero ancora proletarizzati ed erano dunque suscettibili alle manipolazioni ed allo sfruttamento estremo da parte della borghesia, non ha costituito purtroppo un impulso per estendere la solidarietà a questa mano d’opera e integrarla all’insieme della classe operaia americana, ma è servita a dare una spiegazione razionale all'esclusione razzista.
Comunque sia, la lotta per l’unità della classe operaia internazionale proseguì nella Seconda Internazionale. Poco più di cento anni fa, al Congresso di Stoccarda del 1907, l'Internazionale rigettò massicciamente un tentativo opportunista che proponeva di sostenere la restrizione da parte dei governi borghesi cinese e giapponese dell’immigrazione. L’opposizione fu così forte che gli opportunisti furono costretti a ritirare la loro risoluzione. Al contrario, il Congresso adottò una posizione anti-esclusione per il movimento operaio in tutti i paesi. Nel Rapporto su questo Congresso, Lenin scriveva: “Su questa questione [dell’immigrazione] venne alla luce in commissione un tentativo di sostenere ristrette concezioni di corporazione, di vietare l'immigrazione di operai di provenienza dai paesi arretrati (quella di operai venuti della Cina, ecc.). È là il riflesso dello spirito “aristocratico” che troviamo in proletari di certi paesi “civilizzati” che traggono alcuni vantaggi dalla loro situazione privilegiata e che sono per ciò inclini a dimenticare gli imperativi della solidarietà di classe internazionale. Ma al Congresso propriamente detto, non si trovarono difensori di questa ristrettezza piccolo-borghese di corporazione, e la risoluzione risponde pienamente alle esigenze della socialdemocrazia rivoluzionaria”[10].
Negli Stati Uniti, all’epoca dei Congressi del Partito socialista, 1908, 1910 e 1912, gli opportunisti cercarono di presentare alcune risoluzioni che permettevano di aggirare la decisione del Congresso di Stoccarda ed espressero il loro sostegno all'opposizione che la AFL (American Federazione of Labor) faceva all’immigrazione. Ma furono sempre battuti dai compagni che difendevano la solidarietà internazionale di tutti gli operai. Un delegato ammonì gli opportunisti dicendo che per la classe operaia "non ci sono stranieri". Altri insistettero sul fatto che il movimento operaio non doveva unirsi ai capitalisti contro i gruppi operai. Nel 1915, in una lettera al Socialist Propaganda League, il precursore dell'ala sinistra del Partito socialista che, più tardi, avrebbe fondato il Communist Party ed il Communist Labor Party negli Stati Uniti, Lenin scriveva: “Nella nostra lotta per il vero internazionalismo e contro il "jingo-socialismo", la nostra stampa denuncia costantemente i capi opportunisti del S.P. d’America che sostengono la limitazione dell'immigrazione di operai cinesi e giapponesi, soprattutto dopo il congresso di Stoccarda del 1907, e contro le sue decisioni. Pensiamo che non si possa essere internazionalista e contemporaneamente pronunciarsi in favore di tali restrizioni”[11].
Storicamente, gli immigrati hanno sempre giocato un ruolo importante nel movimento operaio negli Stati Uniti. I primi marxisti rivoluzionari emigrarono negli Stati Uniti dopo l'insuccesso della rivoluzione del 1848 in Germania e stabilirono legami vitali con il centro della Prima Internazionale in Europa. Engels introdusse alcune concezioni problematiche nel movimento socialista negli Stati Uniti, riguardo agli immigrati; certi aspetti erano giusti, ma altri erano sbagliati ed infine ebbero un impatto negativo sulle attività organizzative del movimento rivoluzionario americano. Friedrich Engels era preoccupato della lentezza con la quale il movimento operaio cominciava a svilupparsi negli Stati Uniti. Pensava che ciò era dovuto a certe specificità della situazione in America, in particolare all'assenza di una tradizione feudale con il suo forte sistema di classi, e per l'esistenza della Frontiera che serviva da valvola di sfogo alla borghesia e permetteva agli operai scontenti di sfuggire alla loro esistenza di proletari per diventare fattori o coloni all'Ovest. Un altro aspetto era il baratro che separava gli operai nativi degli Stati Uniti e gli operai immigrati sul piano delle possibilità economiche ed anche per l'incapacità degli operai immigrati di comunicare con gli operai del paese. Per esempio, per criticare gli immigrati socialisti tedeschi che non imparavano l'inglese, Engels scriveva: “Dovranno rinunciare ad ogni vestigia del loro abito di straniero. Devono diventare degli americani completi. Non possono attendere che gli americani vadano loro incontro; sono loro, la minoranza e gli immigrati, che devono andare verso gli americani che costituiscono la vasta maggioranza della popolazione nata là. Per fare ciò, devono cominciare con l’apprendere l’inglese”[12]. Era vero che esisteva presso i rivoluzionari immigrati tedeschi negli anni 1880 una tendenza a limitarsi al lavoro teorico ed a lasciare da parte il lavoro verso le masse degli operai del paese, quelli di lingua inglese, e ciò provocò le critiche di Engels. Era altrettanto vero che il movimento rivoluzionario condotto dagli immigranti doveva aprirsi agli operai americani che parlavano in inglese, ma l'insistenza sull'americanizzazione del movimento che era implicita nelle osservazioni di Engels si rivelò disastrosa per il movimento operaio perché ebbe per conseguenza di lasciare gli operai più formati ed esperti in ruoli secondari e dare la direzione nelle mani di militanti poco formati la cui prima qualità era l’essere nati nel paese e parlare inglese. Dopo la Rivoluzione russa, l’Internazionale comunista perseguì la stessa politica e le sue conseguenze furono ancora più disastrose per il giovane Partito comunista. L'insistenza di Mosca affinché i militanti nati negli Stati Uniti fossero chiamati alla direzione catapultò gli opportunisti ed i carrieristi come William Z. Foster in posizioni chiave, spinse i rivoluzionari dell’Europa dell'Est che avevano delle inclinazioni per il comunismo di sinistra ai margini del Partito ed accelerò il trionfo dello stalinismo nel Partito negli Stati Uniti.
Allo stesso modo, un'altra osservazione di Engels è stata altrettanto problematica: “mi sembra che il grande ostacolo negli Stati Uniti risieda nella posizione eccezionale degli operai del paese … (La classe operaia del paese) ha sviluppato e si è anche, in grande misura, organizzata in sindacati. Ma conserva sempre un atteggiamento aristocratico e, quando è possibile, lascia gli impieghi ordinari e mal pagati agli immigrati di cui solamente una piccola parte aderisce ai sindacati aristocratici”[13]. Anche se descriveva in modo completamente giusto il modo di fare degli operai del paese e se gli immigrati erano effettivamente divisi tra loro, lasciava intendere in modo erroneo che erano gli operai americani e non la borghesia ad essere responsabili del baratro tra le differenti parti della classe operaia. Mentre questi commenti parlavano delle divisioni nella classe operaia immigrata bianca, i nuovi gauchisti, durante gli anni 1960, li interpretarono per dare una base alla “teoria” del “privilegio della pelle bianca”[14].
Ad ogni modo, la stessa storia della lotta di classe negli Stati Uniti ha confutato la visione di Engels secondo la quale l'americanizzazione degli immigrati avrebbe costituito una pre-condizione alla costituzione di un movimento socialista forte negli Stati Uniti. La solidarietà e l’unità di classe al di là degli aspetti etnici e linguistici sono stati una caratteristica centrale del movimento operaio nella svolta del ventesimo secolo. I partiti socialisti americani avevano una stampa in lingua straniera e pubblicavano decine di giornali, quotidiani e settimanali in parecchie lingue. Nel 1912, il Socialist Party pubblicava negli Stati Uniti 5 quotidiani in inglese e 8 in altre lingue, 262 settimanali in inglese e 36 in altre lingue, 10 mensili di attualità in inglese e 2 in altre lingue, e questo escluse le pubblicazioni del Socialist Labor Party. All’interno del Socialist Party, esistevano 31 federazioni di lingua straniera: armena, boema, bulgara, croata, ceca, danese, estone, finnica, francese, tedesca, greca, ispanica, ungherese, irlandese, italiana, giapponese, ebraica, lettone, lituana, norvegese, polacca, rumena, russa, scandinava, serba, slovacca, slovena, slava del sud, spagnola, svedese, ucraina, iugoslava. Queste federazioni costituivano la maggioranza dell'organizzazione. La maggioranza dei membri del Communist Party e del Communist Labor Party, fondati nel 1919, erano immigrati. Allo stesso modo lo sviluppo degli Industrial Workers of the World (IWW) nel periodo che ha preceduto la Prima Guerra mondiale era dovuto essenzialmente all’adesione degli immigrati, ed anche gli IWW all'ovest, che erano costituiti da molti americani “nativi”, contavano migliaia di slavi, di immigrati messicani e di scandinavi nelle loro fila.
La più famosa lotta degli IWW, lo sciopero nel tessile a Lawrence nel 1912, mostrò la capacità di solidarietà tra gli operai immigrati e non immigrati. Lawrence era una città industriale del Massachusetts dove le condizioni di lavoro erano deplorevoli. La metà degli operai era costituita da adolescenti tra i 14 e i 18 anni. Gli operai qualificati erano in genere persone che parlavano inglese di discendenza inglese, irlandese o tedesca. Gli operai non qualificati erano canadesi francesi, italiani, slavi, ungheresi, portoghesi, siriani e polacchi. Una riduzione dei salari in una delle fabbriche provocò uno sciopero delle tessitrici polacche che coinvolse subito 20.000 operai. Un comitato di sciopero organizzato con gli IWW comprendeva due rappresentanti per ogni gruppo etnico e chiedeva il 15 % di aumento di salario e nessuna rappresaglia contro gli scioperanti. Le riunioni durante lo sciopero venivano tradotte in venticinque lingue. Quando le autorità risposero con una violenta repressione, il comitato di sciopero lanciò una campagna mandando parecchie centinaia di figli di scioperanti presso i simpatizzanti della classe a New York. Quando il secondo convoglio di 100 bambini partì per raggiungere i simpatizzanti nel New Jersey, le autorità attaccarono madri e bambini, malmenandole ed arrestandole davanti allo stampa nazionale; ciò ebbe per risultato un’estensione nazionale della solidarietà. Gli IWW utilizzarono la stessa tattica, durante uno sciopero nel settore della seta a Paterson, nel New Jersey, nel 1913, mandando i figli degli operai immigrati che scioperavano dalle “madri di scioperi” in altre città; in questa occasione gli operai mostrarono ancora una volta la loro solidarietà di classe superando le barriere etniche.
Durante la guerra, il ruolo degli emigrati ed immigrati dell'ala sinistra del movimento socialista fu particolarmente importante. Per esempio, Trotsky partecipò ad una riunione, il 14 gennaio 1917 a Brooklyn, da Ludwig Lore, emigrante della Germania, per pianificare un "programma d’azione" delle forze di sinistra del movimento socialista americano; era appena arrivato il giorno prima a New York; parteciparono sia Bukarin che risiedeva già negli Stati Uniti e lavorava come editore di Novy Mir, l'organo della Federazione socialista di Russia, parecchi altri immigrati russi, S.J Rutgers, rivoluzionario olandese, compagno di lotta di Pannekoek e Sen Katayama, emigrato giapponese. Secondo i testimoni oculari, i Russi dominarono la discussione; mentre Bukarin difendeva la scissione immediata della sinistra dal Socialist Party, Trotsky voleva che la sinistra per il momento rimanesse nel Partito, ma doveva sviluppare una sua critica pubblicando ogni quindici giorni un testo indipendente; è questa fu la posizione adottata alla fine dalla riunione. Se non fosse ritornato in Russia dopo la rivoluzione di febbraio, Trotsky sarebbe stato probabilmente alla testa dell'ala sinistra del movimento americano[15]. La coesistenza di parecchie lingue non costituiva un ostacolo al movimento; al contrario, era un riflesso della sua forza. Durante una manifestazione massiccia nel 1917, Trotsky si rivolse alla folla in russo mentre altri in tedesco, finnico, inglese, lettone, yiddish e lituano[16].
La teorizzazione borghese dell’ideologia anti-immigrati
Gli ideologi borghesi difendono l'idea che le caratteristiche dell'emigrazione massiccia attuale verso l'Europa e gli Stati Uniti sono totalmente differenti da quelle dell'emigrazione nei periodi precedenti della storia. Dietro ciò c'è l'idea che, oggi, gli immigrati indeboliscono, distruggono le stesse società che li accolgono, rifiutano l’integrazione nella loro nuova società e ne rigettano le istituzioni politiche e la cultura. In Europa, il libro di Walter Laqueur, The Last Days of Europa: Epitaph for an Old Continent, (Gli Ultimi giorni dell’Europa: Epitaffio per un Vecchio Continente) pubblicato nel 2007, difende l'idea che l'immigrazione musulmana è responsabile del declino europeo.
Il borghese professore di scienze politiche, Samuel P. Huntington dell'Università di Harvard, nel suo libro pubblicato nel 2004, Who Are We: The Challenges to America’s National Identity (Chi Siamo: Le Sfide all'Identità Nazionale d’America) difende il punto di vista che gli immigrati dell'America latina, in particolare i messicani che sono arrivati negli Stati Uniti durante gli ultimi tre decenni parleranno probabilmente meno l'inglese rispetto alle precedenti generazioni di immigrati venuti dall'Europa, perché parlano tutta la stessa lingua, sono concentrati nelle stesse regioni, sono confinati in enclavi in cui si parla spagnolo, sono meno interessati ad integrarsi da un punto di vista linguistico e culturale e sono incoraggiati a non apprendere l'inglese da gauchisti che fomentano politiche di identità. Inoltre Huntington dichiara che la “biforcazione”, la divisione della società americana secondo linee di divisione razziale neri/bianchi esistita per generazioni, oggi è minacciata di essere sostituita e rimpiazzata da una “biforcazione” culturale tra gli immigrati di lingua spagnola e gli americani originari che parlano inglese, il che metterebbe in gioco l’identità e la cultura nazionale americana.
Laqueur come Huntington si inorgogliscono della loro eminente carriera di ideologi della Guerra fredda al servizio della borghesia. Laqueur è un erudito ebreo conservatore, sopravvissuto all'olocausto, accanitamente filo-sionista, anti-arabo, e consulente del Centro di studi internazionali e strategici (CSIS) di Washington e che ha servito il “gruppo di riflessione” durante la Guerra fredda in stretto legame con il Pentagono dal 1962. Il vecchio Segretario di Stato di Bush alla Difesa, Rumsfeld, ha consultato regolarmente il CSIS. Huntington, professore di scienze politiche a Harvard, è stato consigliere di Lyndon Johnson durante la guerra del Vietnam e, nel 1968, ha raccomandato una politica di bombardamento massiccio delle campagne vietnamite per sabotare il sostegno dei contadini ai VietCong e costringerli a raggiungere le città. Più tardi, negli anni 1970, lavorando con la Commissione trilaterale, è l'autore del rapporto sulla Governibility of Democracies (La crisi della democrazia: Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione trilaterale) nel 1976. Alla fine degli anni 1970, sotto l'amministrazione Carter, ha servito come coordinatore politico il Consiglio Nazionale di Sicurezza. Nel 1993, ha scritto un articolo in Foreign Affairs (Affari Esteri) che in seguito è diventato un libro, intitolato Le choc des civilisations (The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order) (Lo Choc delle Civiltà ed un nuovo ordine mondiale) in cui sviluppa la tesi secondo la quale, dopo il crollo dell'URSS, sarebbe la cultura e non l'ideologia a rappresentare la più importante base dei conflitti nel mondo. Ha previsto che uno shock di civiltà imminente tra islam e l'occidente avrebbe costituito il conflitto internazionale centrale nel futuro. Sebbene il punto di vista di Huntington sull'immigrazione nel 2004 sia stato in gran parte messo fuori considerazione da intellettuali specializzati nello studio delle popolazioni e di questioni dell’immigrazione e dell'assimilazione, le sue idee sono state largamente diffuse dai media e da esperti di politica vicini all’amministrazione americana.
Le proteste di Huntington sul fatto che gli immigrati di lingua straniera si rifiuterebbero di apprendere l'inglese, resisterebbero all'integrazione e contribuirebbero all'inquinamento culturale, non sono affatto nuove negli Stati Uniti. Alla fine del 1700, Benjamin Franklin aveva paura che la Pennsylvania fosse invasa dal "nugolo" di immigrati della Germania. “Perché la Pennsylvania”, chiedeva Franklin, “fondata dagli inglesi, dovrebbe diventare una colonia di stranieri che saranno presto così numerosi da germanizzarci piuttosto che essere da noi inglesizzati?”. Nel 1896, il presidente dell'Istituto di Tecnologia del Massachusetts (MIT), Francis Walker, economista influente, metteva in guardia contro il fatto che la cittadinanza americana potrebbe essere degradata da “l’accesso tumultuoso di moltitudini di contadini ignoranti e brutalizzati dei paesi dell'Europa dell'Est e del Sud”. Il presidente Teodor Roosevelt era così contrario all’afflusso di immigrati di lingua straniera da proporre: “bisogna esigere da tutti gli immigrati che vengono qui che essi apprendano l'inglese in cinque anni o lascino il paese”. Lo storico di Harvard, Artur Schlesinger Senior, ha deplorato allo stesso modo “l’inferiorità” sociale, culturale ed intellettuale degli immigrati dell'Europa del Sud e dell’Est. Tutti questo lamenti e queste paure di ieri sono molto simili a quelle attuali di Huntington.
La realtà storica non ha mai dato ragione a queste paure xenofobe. Anche se è sempre esistito, in ogni gruppo di immigrati, una certa parte che ha cercato di apprendere l’inglese ad ogni costo, di integrarsi velocemente ed avere un successo economico, abitualmente, l'assimilazione si è sviluppata in modo graduale - generalmente per un periodo di tre generazioni. Gli immigranti adulti conservavano in generale la loro lingua materna e le loro tradizioni culturali negli Stati Uniti. Vivevano nei quartieri di immigrati dove parlavano la loro lingua nella comunità, nei negozi, nelle riunioni religiose, ecc. Leggevano dei libri e dei giornali nella loro lingua natale. I loro figli, immigrati quando erano molto giovani o nati negli Stati Uniti, erano in genere bilingue. Apprendevano l'inglese a scuola e, nel ventesimo secolo, erano circondati dall'inglese nella cultura di massa, ma parlavano anche la lingua dei loro genitori a casa e si sposavano in genere all’interno della loro comunità etnica. In terza generazione, i nipoti degli immigrati perdevano in generale l'abitudine di parlare la lingua dei loro nonni e tendevano a parlare solamente l'inglese. La loro integrazione culturale era segnata da una tendenza crescente a sposarsi all'infuori della comunità etnica di origine. Malgrado l'importanza dell'immigrazione ispanica durante gli ultimi anni, le stesse tendenze all'integrazione sembrano perdurare allo stesso modo nel periodo attuale negli Stati Uniti, secondo i recenti studi del Pew Hispanic Center e dell'Università di Princeton[17].
Tuttavia, anche se l'attuale ondata di immigrazione fosse qualitativamente differente delle precedenti, quale importanza potrebbe avere? Se gli operai non hanno patria, perché dovremmo preoccuparci dell'assimilazione? Engels ha difeso l'americanizzazione negli anni 1880 non come un fine in sé, come una specie di principio astratto del movimento operaio, ma come un mezzo per costruire un movimento socialista di massa. Ma, come abbiamo visto, l’idea che l'americanizzazione costituirebbe una pre-condizione necessaria per sviluppare l'unità della classe operaia è stata confutata dalla pratica dello stesso movimento operaio all'inizio del ventesimo secolo che ha dimostrato, senza equivoco possibile, che il movimento operaio può abbracciare la diversità ed il carattere internazionale del proletariato e può costruire un movimento unito contro la classe dominante.
Mentre le recenti sommosse nelle bidonville dell’Africa meridionale hanno costituito un segnale d’allerta rispetto al fatto che le campagne anti-immigrazione della borghesia conducono alla barbarie nella vita sociale, è evidente che la propaganda capitalista esagera la collera anti-immigrazione nella classe operaia delle metropoli. Negli Stati Uniti per esempio, malgrado i grandi sforzi dei media borghesi e la propaganda di estrema destra per incitare all'odio contro gli immigrati sul problema della lingua e della cultura, in genere l'atteggiamento dominante nella popolazione, operai compresi, è di considerare che gli immigrati sono dei lavoratori che cercano di guadagnarsi da vivere per sostenere le loro famiglie, che fanno un lavoro troppo faticoso e troppo mal pagato rispetto a quello degli operai “del paese” e che sarebbe insensato respingerli[18]. Nella stessa lotta di classe, ci sono sempre più manifestazioni di solidarietà tra operai immigrati ed operai “indigeni” che ricordano l'unità internazionalista a Lawrence nel 1912. Per esempio, ci sono state nel 2008 lotte come il sollevamento in Grecia dove gli operai immigrati si sono uniti alla lotta, o come lo sciopero nel 2009 della raffineria di Lindsey in Gran Bretagna dove gli immigrati hanno espresso chiaramente la loro solidarietà, o ancora, negli Stati Uniti, all’epoca dell'occupazione da parte degli operai immigrati ispanici della fabbrica Window and Door Republic davanti alla quale gli operai “nativi” si sono radunati per manifestare il loro sostegno portando in particolare anche roba da mangiare.
L’intervento dei rivoluzionari sulla questione dell’immigrazione
Da ciò che riportano i media, l’80 % dei britannici pensano che il Regno Unito fa fronte ad una crisi di popolazione a causa dell'immigrazione; più del 50 % hanno paura che la cultura britannica scompaia; il 60 % che vivere in Gran Bretagna sia più pericoloso a causa dell'immigrazione; e l’85 % vuole che venga diminuito o posto un termine all'immigrazione[19]. Il fatto che esista una ricettività alla paura irrazionale espressa nel razzismo e la xenofobia propagandata dall'ideologia borghese in certi elementi della classe operaia non ci sorprende nella misura in cui l'ideologia della classe dominante, in una società di classe, esercita un'immensa influenza sulla classe operaia finché non si sviluppa apertamente una situazione rivoluzionaria. Tuttavia, qualunque sia il successo dell’intrusione ideologica della borghesia nella classe operaia, per il movimento rivoluzionario, il principio secondo cui la classe operaia mondiale è una unità e gli operai non hanno patria, è un principio di base della solidarietà proletaria internazionale e della coscienza della classe operaia. Ogni insistenza su particolarismi nazionali, aggrava, manipola o contribuisce alla “disunione” della classe operaia ed è contraria alla natura internazionalista del proletariato come classe; essa è una manifestazione dell'ideologia borghese che i rivoluzionari devono combattere. La nostra responsabilità è difendere la verità storica: gli operai non hanno patria.
Comunque sia, come al solito, le accuse dell'ideologia borghese contro gli immigrati sono più un mito che una realtà. Ci sono più probabilità che gli immigrati siano vittime di criminali che siano loro stessi dei criminali. In generale, gli immigrati sono onesti operai che lavorano duramente, sfruttati all'eccesso al di là di ogni limite, per guadagnare qualcosa per vivere e per inviare del denaro alle loro famiglie rimaste "nel paese". Sono spesso imbrogliati da padroni poco scrupolosi che li pagano meno del salario minimo e si rifiutano di pagare ore supplementari, da proprietari così tanto poco scrupolosi da far loro pagare pigioni esorbitanti dando in cambio veri tuguri, e da ogni specie di ladri e di aggressori – che contano sulla paura degli immigrati verso le autorità che impedisce loro di sporgere querela. Le statistiche dimostrano che la criminalità tende ad aumentare dalla seconda e terza generazione nelle famiglie di immigrati; non perché provengono dall'immigrazione ma a causa della loro povertà continuamente oppressa, della discriminazione e della mancanza di prospettive in quanto poveri[20].
È essenziale essere chiari sulla differenza che oggi esiste tra le posizioni della Sinistra comunista e quella di tutti i difensori di un'ideologia anti-razzista, compresi quelli che si definiscono rivoluzionari. Malgrado la denuncia del carattere razzista dell’ideologia anti-immigrati, le azioni che sostengono restano sullo stesso campo. Al posto di sottolineare l'unità fondamentale della classe operaia, mettono avanti le sue divisioni. In una versione aggiornata della vecchia teoria del “privilegio della pelle bianca”, biasimano, con argomenti moralistici, gli operai che diffidano degli immigrati, e non il capitalismo per il suo razzismo anti-immigrati; e proseguono glorificando gli operai immigrati come eroi più puri degli operai indigeni. Gli “antirazzisti” sostengono gli immigrati contro i non-immigrati, invece di mettere avanti l’unità della classe operaia. L’ideologia multiculturale che propagano devia la coscienza di classe degli operai sul campo della “politica di identità” per la quale è “l’identità” nazionale, linguistica, etnica che è determinante, e non l’appartenenza alla stessa classe. Questa ideologia velenosa ci dice che gli operai messicani hanno più in comune con elementi messicani borghesi che con altri operai. Di fronte al malcontento degli operai immigrati per le persecuzioni che subiscono, l'anti-razzismo li incatena allo Stato. La soluzione che è proposta ai problemi degli immigrati è fare ricorso alla legalità borghese, col reclutamento degli operai nei sindacati, con la riforma della legge sull'immigrazione, arruolando gli immigrati nella politica elettorale o attraverso il riconoscimento formale di “diritti” legali. Tutto salvo la lotta di classe unita del proletariato.
Per la Sinistra comunista la denuncia della xenofobia e del razzismo contro gli immigrati si distingue radicalmente da questa ideologia anti-razzista. La nostra posizione è in continuità diretta con quella difesa dal movimento rivoluzionario dalla Lega dei comunisti, dal Manifesto comunista, la Prima Internazionale, la sinistra della Seconda Internazionale, gli IWW ed i Partiti comunisti ai loro inizi. Il nostro intervento insiste sull'unità fondamentale del proletariato, denuncia i tentativi della borghesia di dividere gli operai, si oppone al legalismo borghese, alle politiche d’identità ed all'interclassismo. Per esempio, la CCI ha difeso questa posizione internazionalista negli Stati Uniti denunciando la manipolazione capitalista secondo la quale le manifestazioni del 2006, in favore della legalizzazione degli immigrati, fossero state composte principalmente da immigrati ispanici. Come abbiamo scritto in Internationalism[21], queste manifestazioni sono state “in gran parte manipolazioni borghesi”, “totalmente su un campo della borghesia che ha provocato le manifestazioni, le ha manipolate, controllate ed apertamente dirette”, ed erano infestate di nazionalismo, “che sia stato il nazionalismo latino ad essere sorto all'inizio delle manifestazioni o la corsa nauseante per affermare il suo recente americanismo” che “aveva per scopo di cortocircuitare totalmente ogni possibilità per gli immigrati e gli operai di ceppo americano di riconoscere la loro essenziale unità”.
Soprattutto dobbiamo difendere l'unità internazionale della classe operaia. Come internazionalisti proletari, rigettiamo l'ideologia borghese e le sue costruzioni su “l'inquinamento culturale”, “l’inquinamento linguistico”, “l'identità nazionale”, “la diffidenza verso gli stranieri” o “la difesa della comunità o del quartiere”. Al contrario, il nostro intervento deve difendere le esperienze storiche del movimento operaio: gli operai non hanno patria; la difesa della cultura nazionale, della lingua o dell'identità non è un compito né una preoccupazione del proletariato; dobbiamo rigettare i tentativi di tutti quelli che cercano di utilizzare le concezioni borghesi per inasprire le differenze in seno alla classe operaia, per sabotare la sua unità. Qualunque siano le intrusioni di un'ideologia di classe estranea che storicamente abbiano potuto avere luogo, il filo rosso che attraversa tutta la storia del movimento operaio è la solidarietà e l'unità di classe internazionalista. Il proletariato viene da molti paesi, parla molte lingue ma è una sola classe mondiale la cui responsabilità storica è di affrontare il sistema di sfruttamento e di oppressione capitalista. Noi consideriamo la diversità etnica, culturale, linguistica della nostra classe innanzitutto come una forza e sosteniamo la solidarietà internazionale proletaria di fronte ai tentativi di dividerci. Dobbiamo trasformare il principio "gli operai non hanno patria" in una realtà vivente che contiene la possibilità di creare una comunità umana autentica in una società comunista. Ogni altra prospettiva costituisce un abbandono del principio rivoluzionario.
Jerry Grevin
[1] Rainer Muenz: "Europa: Popolation and Migration in 2005"
[2] 2. Révolution internationale n° 253, febbraio 1996.
[3] Marx, Il Capitale, Vol. I, capitolo 26, “L’accumulazione primitiva”
[4] Lo sviluppo del capitalismo in Russia VI, “La missione storica del capitalismo”.
[5] Franz Mehring, Karl Marx, tradotto dall’inglese da noi.
[6] ibid.
[7] GM Stekloff, History of The First International, Inghilterra 1928, tradotta dall'inglese da noi.
[8] Franz Mehring, op.cit.
[9] ibid.
[10] “Il Congresso socialista internazionale di Stoccarda”, pubblicato il 20 ottobre 1907 nel n°17 di Prolétari, Opere complete, Cap. 13, p. 79, Editions sociales. Lasciamo da parte la discussione sulla questione de “l’aristocrazia operaia”, contenuta nel testo di Lenin.
[11] Lettera al segretario del SPL, 9 novembre 1915.
[12] Lettera agli americani, tradotto dall’inglese da noi.
[13] Lettera a Schlüter, op.cit.
[14] La “White Skin Privilege Theory” o “teoria del privilegio della pelle bianca” è stata rimuginata dai nuovi gauchisti degli anni 1960 che pretendevano che la classe dominante e la classe operaia bianca avessero un accordo in base al quale era concesso agli operai bianchi un livello di vita superiore a spese degli operai neri che subivano razzismo e discriminazione.
[15] Cf. Théodore Draper, The Roots of American Communism (Le radici del comunismo americano).
[16] ibid.
[17] Vedere “2003-2004 Pew hispanic Center.the Kaiser Family Foundation Survey of Latinos: Education” e Rambaut, Reuben G., Massey, Douglas, S. and Bean, Frank D. “Linguistic Life Expectancies: Immigrant Language Retention in Southern California. Population and Development”, 32 (3): 47-460, settembre 2006.
[18] “Problems and Priorities”, PollingReport.com.
[19] Sunday Express, 6 aprile 2008.
[20] States News Service, Immigration Fact Check: Responding to Key Myths, 22 giugno 2007.
[21] Internationalism, n°139, estate 2006: Manifestazioni di immigrati: SI all’unità con la classe operaia! NO all’unità con gli sfruttatori!”
Pubblicheremo prossimamente nella nostra stampa un testo più lungo in omaggio al compagno. Vogliamo allo stesso tempo far conoscere la nostra solidarietà ai compagni di Jerry, alla sua famiglia ed ai suoi amici, e la nostra determinazione a proseguire il lavoro rivoluzionario nel quale il compagno credeva con tanta passione
Durante il mese di gennaio si sono sviluppati numerosi scioperi e manifestazioni in Algeria[1]. Coscienti del “cattivo esempio” e della riflessione che questo avrebbe potuto suscitare in una parte del proletariato, dato che gli operai immigrati non avrebbero potuto non sentirsi legati a queste esperienze, la borghesia si è guardata bene da far sapere la cosa!
Le manifestazioni di disoccupati a Annaba (Algeria dell’est) e di proletari particolarmente poveri un po’ dappertutto, gli scioperi operai ad Oran, Mostaganem, Costantine e soprattutto nella periferia industriale di Algeri che è stata teatro di un’agitazione molto importante, ecco l’oggetto del black-out. In seguito all’accelerazione brutale della crisi economica, con l’inflazione e la caduta del potere d’acquisto, sotto i colpi dei diversi attacchi, la classe operaia, che era stata indebolita in questi ultimi anni, ha di nuovo alzato la testa! Un’ondata di collera montante in molte regioni e quartieri urbani, un mugugno che si è generalizzato in particolare nel cuore del settore industriale.
È soprattutto la zona di Rouiba (sobborgo industriale ad est di Algeri) con più di 50.000 lavoratori, che è stata localmente sotto le luci della ribalta. Qui nessuno ha dimenticato che è in questo calderone in ebollizione che ha avuto inizio nel 1988 “la sommossa del semolino”[2].
Ma contrariamente a quest’ultima che era stata la ribellione di una popolazione morta di fame, quella di strati non sfruttatori, questa volta abbiamo assistito ad una mobilizzazione più specifica del proletariato, con le sue proprie rivendicazioni, quelle che appartengono da sempre al movimento operaio: la lotta per i salari, per la difesa delle pensioni, contro i licenziamenti…
I lavoratori della SNVI (società nazionale dei veicoli industriali, ex-SONACOM) sono stati i primi a lanciarsi nella battaglia. Il governo aveva deciso a fine 2009 di sopprimere la possibilità per questi salariati di andare in pensione anticipata (misura in vigore dal 1998). In risposta, lo sciopero si è rapidamente esteso toccando sia le imprese del settore pubblico che quelle del privato e arrivando a più di 10.000 scioperanti. I salariati di Mobsco, di Cameg, Hydroaménagement, ENAD, Baticim e di altre imprese si sono quindi aggiunti alla lotta per solidarietà con i loro fratelli di classe. Gli operai si sono successivamente scontrati con ingenti forze di polizia anti-sommossa nel centro della città, dove li avevano trascinati i sindacati[3].
Parallelamente a queste lotte nella capitale, sullo fondo di incessanti e tumultuose rivolte di giovani senza lavoro, 7.200 operai del complesso siderurgico di Arcelor Mittal di El Hadjar, situato a Annaba (600 km ad est di Algeri), si sono messi in sciopero contro la programmata chiusura della cokeria e la soppressione di 320 posti di lavoro. Di fronte all’inasprimento di questo sciopero “generale-illimitato” ed alla determinazione degli operai, la direzione depositava un reclamo presso il governo per sospendere questo sciopero che giudicava “illegale”. Anche in questo caso il sindacato UGTA è stato un prezioso alleato nel sabotare il movimento chiamando gli operai a riprendere il lavoro ed accettare per oro colato la promessa della direzione di investire “per riabilitare la cokeria”. La realtà é che la ristrutturazione è inevitabile e l’idea di riabilitazione semplice polvere negli occhi. Ma questo il sindacato non poteva dirlo! Tutta quest’effervescenza sociale in Algeria degli ultimi tempi mostra sia l’emergere di una crescente combattività in alcune regioni del globo, sia il potenziale del proletariato mondiale.
WH (23 gennaio)
(da Revolution Internationale, n. 409)
[1] Le nostre fonti provengano da diversi siti internet: www.prs12.com/spip.php?article11934 [53], www.mico.over-blog.org [54], www.afrik.com/greve-en-algerie-arcelormittal-contre-attaque [55] e da informazioni prese da El Watan, giornale algerino in lingua francese.
[2] Rivolta scoppiata in reazione ad un brutale aumento del prezzo delle derrate di base la cui repressione da parte dell’esercito fece più di 500 morti (Vedi Revolution Internationale, n.314)
[3] In seguito a questi avvenimenti, scatenati dal nuovo accordo tripartito (governo-patronato-sindacato) che aveva ratificato questa nuova serie di attacchi, il dirigente del UGTA è stato trattato da “venduto”!
In secondo luogo queste riunioni si distinguono per il tempo che viene lasciato alla discussione. In generale vengono abbordati due diversi soggetti, ciascuno per la durata di una mezza giornata, e del tempo viene lasciato per prolungare le discussioni nei momenti conviviali che seguono.
Infatti, ed è questo il terzo aspetto singolare, lo scopo di questi incontri è anche quello di avvicinare le persone che condividono le stesse preoccupazioni e gli stessi interrogativi, anche se non condividono le stesse posizioni. Questo è il motivo per cui organizziamo anche dei momenti di incontro più informali, in particolare per mangiare assieme, che servono a prolungare la discussione ma in un quadro diverso.
A Lille, abbiamo scelto di ripartire le due discussioni in un week-end, il sabato pomeriggio e la domenica mattina, in modo che, grazie alla ristorazione e all’alloggiamento sul posto, è stato lasciato moltissimo tempo per gli scambi tra i partecipanti. Abbiamo ugualmente cercato di rendere possibile a delle persone lontane geograficamente di poterci raggiungere con il minimo disagio possibile.
I partecipanti all’incontro sono stati una trentina e venivano da tutta la Francia (Lille naturalmente, Parigi, Rouen, Nantes, Tolosa, Marsiglia, Lione), ed anche da Belgio e Olanda.
Ci sono state due discussioni: la prima dedicata all’ecologia ed alla capacità del capitalismo di evitare le catastrofi legate al riscaldamento climatico, all’inquinamento, ecc.; la seconda a Darwin, al darwinismo, agli istinti sociali e alla natura umana Riportiamo qui di seguito l’introduzione ed il resoconto sintetico della discussione che ne è seguita, entrambi prodotti da partecipanti alla riunione[1] Una discussione molto ricca che si è protratta fino a tarda serata ed è continuata tra i partecipanti anche durante la prima colazione della domenica mattina!
Approfittiamo dell’occasione per salutare il contributo di questi compagni e il loro impegno attivo nella riuscita di questo incontro. Tranne qualche dettaglio, siamo globalmente d’accordo con questi testi e in ogni caso quello che è importante è la loro capacità a riflettere la ricchezza di una discussione che ha permesso ad ogni partecipante, che sia intervenuto o meno, di trovarvi materiale per riflettere ed approfondire la propria concezione della natura umana. Perché quello che può sembrare in un primo momento una questione scientifica lontana dai bisogni della lotta di classe, è nei fatti un elemento essenziale per fondare la necessità e la possibilità di una società comunista. E’ comprendendo meglio la natura umana, l’esistenza di istinti sociali ed il loro ruolo nello sviluppo della civilizzazione, che si può meglio definire in cosa il capitalismo costituisce intrinsecamente un ostacolo al progresso della specie umana e il comunismo il quadro indispensabile della sua emancipazione.
CCI
L’anno 2009 è stato l’anno dedicato a Darwin: anniversario della sua nascita avvenuta 200 anni fa nel 1809 e anniversario della sua opera più famosa, L’origine delle specie, scritto 150 anni fa nel 1859. Molte riviste e rotocalchi hanno dato risalto a Darwin e alla sua teoria molto nota della selezione naturale. La borghesia si è ben presto interessata a questa teoria, ma per poterla snaturare. Chi non ha seguito un corso o letto un articolo o visto una trasmissione sulla teoria della selezione naturale tendente a ridurre questa teoria al fatto che la selezione naturale sarebbe “la selezione degli individui più forti”. C’è da chiedersi perché la borghesia e i suoi scienziati si diano tanto da fare per traviare questa teoria. E’ chiaro che la risposta principale deriva dal fatto che la didattica darwiniana pone direttamente la questione della natura umana e risulta essere una questione di primaria importanza sul piano ideologico per la nascente società capitalista.
Ma allora quel è la concezione della scienza e del mondo che questa teoria apporta realmente? E come tenta la borghesia di distruggere i reali apporti di Darwin? Ed infine, come risolvere questa questione della natura umana?
· La teoria della selezione naturale
Darwin, figlio di un medico, interrompe i suoi studi di medicina per seguire una carriera da naturalista. Egli fece un viaggio di esplorazione di 5 anni attorno al mondo durante il quale osservò numerose specie animali e vegetali: in questo modo ebbe l’occasione di annotare numerose somiglianze tra diverse specie viventi o fossili. Studiò, grazie a numerose indagini svolte presso allevatori e agricoltori, le modalità per creare delle nuove specie. Da queste osservazioni dedusse che se gli allevatori e gli agricoltori riuscivano a far variare delle specie ed a utilizzare queste variazioni per creare nuove specie era perché queste specie contenevano naturalmente in sé stesse la capacità di variare: si tratta della variabilità. Dunque le specie naturali possono ugualmente variare, ma come e perché questo avviene? Come? Per selezione naturale (non esercitata dall’uomo) che seleziona gli individui più adatti a sopravvivere in un dato ambiente. Perché? E’ qua che entra in gioco la legge di Malthus: dopo aver letto i lavori di Malthus, Darwin comprende che applicati alle specie animali e vegetali, questi avrebbero permesso di colmare alcune lacune per ancorare la sua teoria alla realtà dell’evoluzione. Perché questa selezione? Semplicemente perché nascono più individui per ogni specie di quanti ne possano sopravvivere.
· La fine del “fissismo” e della teologia scientifica
Risolvere queste questioni e spiegare il meccanismo dell’evoluzione permette alla scienza di uscire dal giogo del fissismo che vuole che ogni specie sia stata creata da Dio e che esse siano sempre esistite identiche a come sono oggi. E’ ciò che mostra molto bene Pannekoek nella sua brochure Marxismo e Darwinismo: degli scienziati come Lamarck avevano già elaborato delle teorie trasformiste per spiegare la variabilità delle specie animali e vegetali, solo che non potendo provare né spiegare il meccanismo che permette che nuove specie animali e vegetali nascano a partire da specie precedenti, queste teorie erano rimaste allo stato di ipotesi e Dio restava il creatore di questa variabilità.
Uno degli apporti maggiori di Darwin è di aver dimostrato che le specie attuali sono il frutto di una lunga evoluzione che si è prodotta attraverso la selezione naturale nel quadro della lotta per l’esistenza: egli introduce dunque nelle scienze del XIX secolo, governate dalle classificazioni, il principio dell’evoluzione e distrugge, non senza contrasti, il giogo della religione.
· Darwinismo e marxismo
Cosa apporta Darwin ai marxisti e al movimento operaio? Pannekoek, rivoluzionario dell’inizio del XX secolo, mostra a che punto le due teorie e metodi siano legati: “Appare dunque che il marxismo e il darwinismo non sono due teorie indipendenti che si applicherebbero ognuna al loro specifico dominio, senza alcun punto in comune tra di loro. In realtà le due teorie sono rette dallo stesso principio”. Un secolo più tardi, Patrick Tort, direttore dell’Istituto Charles Darwin International scrive, parlando delle teorie di Marx, Darwin e Freud: “La combinazione di queste molteplici prospettive nell’elaborazione di una teoria generale del divenire della civilizzazione costituisce, in effetti, uno dei compiti scientifici del materialismo di oggi”. Del resto Engels aveva scritto a Marx: “Questo Darwin, che sto studiando in questo periodo, è proprio sensazionale. Non era mai stato fatto un tentativo così importante per dimostrare che vi è uno sviluppo storico della natura.” (Lettera di Engels a Marx, 11 dicembre 1859). L’apporto di Darwin è di fatto lo stesso di quello di Marx, è quello di un ragionamento dialettico che introduce l’evoluzione nel metodo di analisi permettendo così di comprendere il mondo sotto una luce nuova: quello di un mondo in costante evoluzione. Così come ogni specie non è eterna ma si trasforma, allo stesso modo il capitalismo non è un fine in sé.
Da questo fatto si pone allora una questione fondamentale: se la specie umana è il frutto di una evoluzione, è essa stessa sottomessa al principio della selezione naturale? Darwin impiegherà undici anni per abbordare questa questione nella sua opera misconosciuta e tuttavia maggiore: L’origine dell’uomo. Durante questo tempo, i sapienti della borghesia vittoriana, sottomessi alla potente ideologia di un capitalismo fiorente, hanno saputo vedere l’interesse che potevano trarne a colmare questo vuoto “a modo loro”.
Purtroppo questa mistificazione è ancora molto presente oggi ed ha un grosso peso all’interno della classe operaia.
· Il darwinismo snaturato
Il principale ispiratore del «darwinismo sociale» é Spencer (1823-1903) che applica tal quale la teoria della selezione naturale all’uomo, proponendone di passaggio una rilettura. Egli ha tradotto “lotta per l’esistenza” (che è d’altra parte la sola forza considerata per spiegare la nascita di nuove specie) con “concorrenza generalizzata tra individui”, secondo l’espressione di P. Tort, e “selezione naturale” con “sopravvivenza dei più adatti”. Egli sosterrà la sua teoria con esempi presi dal mondo animale che saranno molto criticati da Pannekoek: “Non è ai predatori, che vivono in maniera separata e che sono animali presi a modello dai darwinisti borghesi, che l’uomo deve essere paragonato, ma a quelli che vivono socialmente”. Così il sistema capitalista nascente è all’immagine della natura e i meno adatti devono essere eliminati senza riguardi e senza aiuti. E’ chiaro che Darwin viene letto ancora oggi con le lenti di Spencer, lenti a favore dello spirito di concorrenza che regnava presso i promotori e i sostenitori dell’industria inglese dell’epoca vittoriana. Processo molto ben dimostrato da Pannekoek che descrive molto chiaramente l’errore fatto da questi pensatori: “Essi hanno dedotto dalle leggi che governano il mondo animale, a cui la teoria darwiniana si applica, ciò che è in conformità con questa teoria, e di lì l’ordine naturale che deve durare per sempre”.
Una frangia della borghesia è andata anche oltre nello snaturamento dell’opera di Darwin con Galton, il pensatore precursore del razzismo scientifico. L’eugenica[2] era ostile alla riproduzione dei poveri, degli handicappati fisici e mentali, ritenuti essere un ostacolo all’incremento numerico degli uomini superiori. Mentre Spencer predica un liberalismo totale (nessun aiuto per soccorrere i poveri e gli sfaccendati), Galton spinge verso un intervento coercitivo e limitativo delle nascite. E’ noto come in seguito il nazismo spingerà questa teoria all’estremo servendosene come cauzione scientifica.
· La smentita di Darwin
Darwin ha risposto lui stesso a queste letture deviate della sua opera e alla sua estrapolazione sbagliata.
Darwin ha smentito Galton ben prima che questi snaturasse il suo pensiero esprimendo sin dai suoi primi testi un deciso antirazzismo: “Man mano che l’uomo avanza nella sua civilizzazione, e che le piccole tribù si riuniscono in comunità più grandi, la semplice ragione dovrebbe avvertire ogni individuo che deve estendere i suoi istinti sociali e la sua simpatia a tutti i membri della stessa nazione, anche se gli sono personalmente sconosciuti. Una volta raggiunto questo punto, solo una barriera artificiale può impedire che le sue simpatie si estendano agli uomini di tutte le nazioni e di tutte le razze. È vero che se questi uomini sono separati da lui da grandi differenze di aspetto o di abitudini, l’esperienza purtroppo ci mostra quanto tempo ci voglia perché li osserviamo come nostri simili”. Non è necessario aggiungere altro.
E contro Spencer scrive: “L’aiuto che noi ci sentiamo spinti a dare a quelli che sono privi di soccorsi è per l’essenziale una conseguenza inerente all’istinto di simpatia, che fu acquisito in origine come una parte degli istinti sociali, ma che è stato in seguito, nella maniera indicata in precedenza, reso più delicato ed esteso più ampiamente” Darwin ricorda ciò che è mancato nella lettura di Spencer: la natura seleziona ugualmente gli istinti e nell’uomo come per l’insieme degli animali sociali ha selezionato gli istinti sociali ed è proprio questo che pone problemi alla borghesia perché ciò non rientra nel suo quadro di analisi e nella sua dottrina.
· Altre letture di Darwin
Anche se certi rivoluzionari sono caduti nella trappola di voler contrastare queste teorie utilizzando lo stesso metodo dei pensatori borghesi, cioè volendo dimostrare che è il comunismo il sistema sociale naturale per l’umanità, altri hanno compreso molto bene la sua opera, come il già citato Pannekoek,. Fervente difensore degli apporti di Darwin, egli mostra l’importanza della questione della socialità dell’uomo che è molto presente nella seconda opera di Darwin, L’origine dell’uomo, che fa giustizia punto per punto delle teorie del darwinismo sociale. Pannekoek, appoggiandosi su Kautsky, scrive: “Quando un certo numero di animali vivono in gruppo, in gregge o in branco, essi conducono in comune la lotta per l’esistenza contro il mondo esterno; all’interno la lotta per l’esistenza cessa. […] E’ grazie a questa forza unita che gli erbivori senza difesa possono contrastare i predatori”. E’ per questa sfumatura molto importante che è impossibile applicare la teoria della selezione naturale in maniera schematica: essa fa riferimento più a una dialettica della natura che a una legge immutabile. Alcuni specialisti attuali, come Patrick Tort, vanno oltre e parlano di un “effetto reversibile della selezione naturale” che può riassumersi con questa semplice frase: la selezione naturale seleziona degli istinti sociali che escludono dei comportamenti eliminatori. La selezione naturale, attraverso gli istinti sociali, ha selezionato la civilizzazione che si oppone alla selezione naturale. Secondo P. Tort, Darwin riconcilia dunque la natura e la cultura. Non dettaglio ulteriormente su questo punto in quanto avremo occasione di tornarci nel dibattito.
Allora, a proposito di queste letture di Darwin, che ne è della natura umana?
A proposito delle varie opere citate finora, ci si può chiedere se vi è una natura umana, una facoltà propria all’uomo e a lui solo. O se per caso è inutile toccare questo argomento.
· Una visione borghese da combattere
Quando si pone questa questione, si pone di fatto una questione relativamente complicata. La borghesia ci ficca nella testa dalla più tenera età che l’uomo è per natura violento, guerriero, individualista, opportunista per giustificare ideologicamente i suoi fallimenti e gli orrori che il suo sistema ha generato, così come per inibire la fiducia della classe operaia nel fatto che essa sia capace di unirsi per lottare contro questo sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma io penso che non si debba cadere nell’eccesso opposto e voler dimostrare ad ogni costo che l’uomo è per natura solidale, altruista, buono e pacifico perché questo approccio non è scientifico ma dottrinale e non permette di comprendere l’uomo. Questo approccio sulla natura violenta dell’uomo conduce ineluttabilmente ad una cattiva comprensione del mondo e della natura nel suo insieme. E’ necessario distruggere questo pensiero nei ranghi della classe operaia perché è un ostacolo reale alle lotte proletarie erodendo la fiducia della classe operaia in sé stessa e banalizzando il pericolo del “no future”: poiché l’uomo è naturalmente malvagio, non ci sarà mai la possibilità di uscire da questo sistema che dovrà essere sopportato in eterno.
· La fine di questo concetto
Per quanto mi riguarda, io penso che non esista una natura umana. L’uomo non è niente per natura, né buono né cattivo. L’uomo si spiega attraverso il materialismo storico e la teoria dell’evoluzione delle specie. P. Tort scrive a pag. 154 del suo libro Effetto Darwin: “Tra le facoltà umane e gli abbozzi animali da cui le prime derivano per il gioco dei vantaggi selettivi,non può esserci, secondo la formula consacrata, che una differenza di grado e non di natura.» L’uomo è un animale come gli altri: differisce dalla giraffa come questa differisce dalla scimmia. A voler cercare lo specifico dell’uomo, si adotta una condotta votata al fallimento nella comprensione dell’uomo perché lo si priva delle sue origini. Non vi è rottura tra natura e cultura ma piuttosto una dialettica: la morale, il linguaggio non sono altro che il risultato della selezione naturale che ha selezionato gli istinti sociali che hanno condotto l’uomo a sviluppare il linguaggio, la morale base delle civilizzazioni. L’uomo non è per natura solidale, semplicemente nella sua lotta per l’esistenza la protezione dei più deboli e l’aiuto reciproco furono un vantaggio e furono dunque selezionati. Non si tratta di trovare in cosa l’uomo è unico ma come nella sua origine animale egli sviluppa delle differenze che lo portano a questa condizione di uomo contemporaneo.
· Le differenze umane
L’uomo si distingue per l’ampiezza delle sue facoltà che si trovano sviluppate in maniera molto più importante che negli animali sociali. A cosa corrisponde questo? E’ ciò conseguenza, come asserisce Pannekoek, del fatto che l’uomo, fortemente sguarnito sul piano delle sue facoltà fisiche, ha sviluppato degli istinti sociali molto più complessi per essere meglio armato così come ha costruito attrezzi, prolungamento degli organi animali che rispondono a questa funzione, assenti nell’uomo? Lo stesso sviluppo di un linguaggio elaborato non sorge per comunicare all’interno di gruppi che contano sempre più membri di fronte alla necessità di far fronte ad eventuali predatori e che avrebbe condotto l’uomo ad un livello di conoscenza molto elevata conducendolo ad un livello di coscienza molto elaborato di sé stesso e degli altri?
Sviluppare la questione che penso favorirà il dibattito: come conciliare il fatto che studi recenti dimostrano che la selezione naturale ha favorito nella specie umana lo sviluppo di comportamenti di aiuto reciproco e di altruismo, con il fatto che si assiste oggi ad un forte sviluppo di comportamenti individualisti? Alla selezione naturale non si sovrappone per caso una selezione sociale?
La discussione che è seguita alla presentazione ha abbordato i seguenti soggetti:
1) L’apporto della teoria di Darwin
2) Darwinismo e marxismo
3) L’interpretazione della teoria di Darwin da parte della borghesia
4) Cosa è la selezione naturale?
5) Si può parlare di una natura umana?
6) Concorrenza ed altruismo
7) Interesse della discussione
1) L’apporto della teoria di Darwin
Numerosi interventi hanno sottolineato il carattere innovatore, per la sua epoca, di questa teoria. In effetti, essa è rivoluzionaria (anche se prima di Darwin altri scienziati avevano cominciato a comprendere la questione) perché rimette totalmente in causa le credenze, i principi dati fino a quell’epoca per intangibili ed imposti all’insieme della società come verità indiscutibili.
Quali erano queste verità? Il mondo vivente, piante ed animali, è fisso, non si trasforma. Esso è il prodotto della volontà di un creatore. La teoria dell’evoluzione costituisce dunque una rottura totale e completa con le teorie fissiste, creazioniste e teologiche dominanti all’epoca. Essa mette in evidenza che esiste un meccanismo, quello della selezione naturale, che spiega come delle nuove specie possano essersi originate da altre specie. Con la teoria di Darwin viene esposta una prima spiegazione scientifica del mondo che ci circonda: il mondo evolve sotto l’azione congiunta di più fattori.
2) Darwinismo e marxismo
Dal punto di vista metodologico questa teoria è vicina al marxismo perché l’una come l’altro, avendo un atteggiamento scientifico basato su nessun apriorismo, nessun pregiudizio, impiega un metodo materialista. Se ne può concludere che Darwin è marxista e che il darwinismo è una concezione proletaria?
La teoria di Darwin non è diretta contro la borghesia. Non ha scopi politici poiché la sua intenzione non è cercare di stabilire frontiere di classe tra il proletariato e la borghesia. Quando Darwin espone la sua teoria, la borghesia applaude a piene mani perché capisce che può servirsene contro le vecchie classi. Così la classe ascendente si approprierà di questa teoria, come di altre teorie scientifiche dell’epoca, e se ne servirà per scalzare le basi ideologiche del vecchio regime. Queste basi politiche essendo poggiate sul concetto “di diritto divino” non hanno alcun fondamento, dunque il potere che ne deriva non ha alcuna legittimità.
La discussione ha d’altra parte ribadito che non c’è una scienza borghese o proletaria. C’è una classe sociale, il proletariato, che si nutre dei lavori degli scienziati al fine di arricchire la sua comprensione del mondo per poter darsi i mezzi per trasformarlo.
3) L’interpretazione della teoria di Darwin da parte della borghesia
Come tutte le classi sfruttatrici che l’hanno preceduta, la borghesia, per mantenere il proprio dominio, ha forgiato una propria ideologia. Questo è stato il secondo aspetto sviluppato nella discussione. La borghesia ha deviato l’interpretazione fatta da Darwin dell’evoluzione e l’ha ridotta a livello della sola competizione tra gli individui. Per la borghesia la competizione è legata in maniera stretta e necessaria alla natura umana. Così essa confonde le coscienze e fa dell’uomo un essere violento, guerriero, un assetato di potere, ecc,…
La concezione dell’evoluzione sarà utilizzata sul piano politico, svuotandola completamente del suo contenuto, dai difensori del “darwinismo sociale”. Secondo questa teoria, la selezione è lo stato naturale delle relazioni sociali e il motore dell’evoluzione umana. Così si giustifica la gerarchizzazione della società fino a predicare l’eliminazione dei più deboli.
Per il marxismo, non vi è nessuna causa naturale, ma delle cause materiali che si trovano all’interno dei rapporti di produzione. Sono questi rapporti che condizionano i rapporti sociali e che provocano dei rapporti di concorrenza. In questo senso queste forme non sono immutabili come vorrebbe farci credere la borghesia, esse possono essere superate solamente attraverso l’instaurazione di una società comunista.
4) Cosa è la selezione naturale?
L’evoluzione non si è operata grazie all’uso e all’utilizzazione intensa di certi organi. Ad esempio, la giraffa non ha sviluppato un lungo collo perché doveva cercare del cibo sui rami più alti. Il suo collo si è sviluppato per selezione, eliminando nella popolazione delle giraffe quelle il cui collo non era adatto, conservando ed estendendo all’insieme della popolazione delle giraffe il tratto, il carattere di un collo lungo necessario alla sopravvivenza della specie. L’evoluzione non si fonda dunque soltanto sul caso, ma si manifesta anche attraverso una selezione dei caratteri favorevoli che si estendono all’intero gruppo.
La trasmissione si fa attraverso gli individui, i genitori trasmettono ai loro figli le loro particolarità, ma allo stesso tempo i figli non sono “una copia conforme dei loro genitori”, essi divergono dai loro ascendenti. Senza questa variazione, sarebbe totalmente impossibile avere un processo evolutivo col quale, grazie a delle divergenze crescenti, appare una nuova specie.
La teoria di Darwin della discendenza modificata dalla selezione naturale fa dell’uomo non un essere a parte, ma un essere che si ricollega al mondo animale. E’ stato mostrato che molte capacità che si credevano specifiche dell’uomo sono presenti anche negli animali. La fabbricazione di strumenti, la nozione di bello, delle forme di compassione sono alcuni esempi tra altri del legame che unisce l’uomo agli animali.
5) Si può parlare dell’esistenza di una natura umana?
E’ difendibile la pertinenza di una classificazione del mondo vivente? La discussione ha mostrato delle sfumature o delle divergenze su queste questioni.
a) Il primo punto di vista ha difeso l’idea secondo cui non esiste una natura umana. Ciò non implica che non esistano differenze tra gli uomini e gli animali. Non vi è che una differenza di grado, e dire che esiste una natura umana significa cercare una facoltà che sarebbe specifica all’uomo e a lui solo. Come dice Patrick Tort nel suo libro, Effetto Darwin: “A voler cercare lo specifico dell’uomo, si adotta un approccio votato al fallimento nella comprensione dell’uomo perché lo si priva delle sue origini”.
b) Un secondo intervento ha insistito sull’idea secondo la quale le specie, le classificazioni, sono una realtà in quanto concetto ma non hanno concretezza scientifica. Vi è un carattere arbitrario nelle nozioni di razza e di specie di cui occorre sbarazzarsi. Così categorizzare diversi gruppi umani sulla base della razza, è scientificamente aberrante. I progressi della genetica oggi spingono a rigettare ogni classificazione razziale e devono servire a criticare duramente tutto il contenuto di ineguaglianza contenuto nelle teorie razziste.
c) Nel corso della discussione si è espresso un terzo punto di vista che ha difeso l’esistenza di una natura umana. L’uomo si è staccato dal mondo animale e se ne è distinto. Nel corso della sua evoluzione, egli ha sviluppato delle facoltà proprie. Egli ha avuto la capacità di sviluppare degli strumenti di altissima tecnologia, ha avuto la capacità di esprimere e di comunicare il suo pensiero attraverso delle espressioni vocali o grafiche o ancora la capacità di prendere coscienza della sua propria esistenza. Egli ha effettuato nel corso della sua evoluzione un passo qualitativo molto importante che non fa di lui l’essere supremo ma l’essere che ha una responsabilità su ciò che lo circonda.
d) Un’altra insistenza presente nella discussione era che una delle basi essenziali contenute nella teoria della trasformazione è l’idea che esiste un processo continuo che si oppone dunque a ogni idea di rottura. Così l’uomo e l’animale hanno dei caratteri comuni. Il processo è stato dunque continuo, non vi è stata rottura tra il punto di partenza costituito dall’apparizione della cellula e lo stadio attuale, quello dell’uomo.
e) La nozione di specie ha una realtà. La specie si definisce come l’insieme di individui, animali o vegetali simili per aspetto, per il loro habitat, fecondi tra di loro, ma sterili con ogni altro individuo di un’altra specie. La scienza mantiene dei principi fino al momento in cui la realtà descritta fino a quel momento viene messa in causa da nuove scoperte. Le nozioni di specie e di razza non sono evidentemente dei criteri assoluti, le loro frontiere possono essere piuttosto sfumate; esse hanno un senso pratico ed efficiente per definire uno stato, una cosa.
6) Concorrenza ed altruismo
Per cercare di comprendere la questione, bisogna porla senza dimenticare di fare il legame tra la biologia evolutiva (analisi del mondo vivente e della sua evoluzione) e studio della dimensione sociale dell’uomo (l’antropologia). In effetti la selezione naturale non si limita a selezionare delle variazioni organiche. Essa seleziona anche degli istinti individuali e collettivi che sono fondamentali per spiegare il processo che conduce alla civilizzazione.
Così l’evoluzione si caratterizza per il passaggio da uno “stato naturale” retto essenzialmente dalla legge della selezione naturale a uno stato “civilizzato” nel quale si sviluppano dei comportamenti che si oppongono alla legge della selezione naturale. La disposizione di carattere che spinge a interessarsi degli altri, a mostrarsi generosi e disinteressati è l’essenza stessa dell’uomo. Ma questa non è soltanto innata, é anche il prodotto della struttura sociale, delle regole che questa si dà e che conducono a rispettare gli altri uomini. Alla luce di tutte le esperienze scientifiche che sono state condotte (testi su bambini piccoli, studi su alcune tribù), è stato dimostrato che nell’uomo esistono alla base sentimenti di altruismo e comportamenti sociali.
7) Interesse della discussione.
Nel 19° secolo il dibattito aveva una funzione essenziale, quella di lottare contro tute le interpretazioni religiose del mondo. C’era una vera e propria guerra tra i sostenitori di una visione idealista del mondo ed i difensori di una visione materialista. Oggi, con la crisi del capitalismo, la borghesia ha bisogno di lanciare delle campagne ideologiche specialmente sulla teoria di Darwin. Marx ed i marxisti hanno all’epoca risposto a tutte queste questioni, bisogna dunque ricentrare il dibattito rispetto a questa questione.
Conclusioni: Dal dibattito è emerso con chiarezza che la teoria di Darwin è stata innovatrice. Essa si fonda su un principio, un principio dinamico, un principio di evoluzione del mondo vivente mostrando quale è il motore di questa evoluzione. La questione della natura umana (se esiste o meno) è una questione importante. Questa deve permetterci di comprendere quali saranno i fattori che determineranno i rapporti tra l’individuo e la società comunista. La discussione non ha, purtroppo, affrontato sufficientemente le questioni degli istinti sociali e della morale.
(Tratto, Journées de discussion à Lille (II) :Darwin : les instincts sociaux, la morale, la nature humaine [57], ICConline, 18 gennaio 2010).
[1] Un resoconto della prima discussione è pubblicato sulla pagina in lingua francese del nostro sito https://fr.internationalism.org/icconline/2009/compte_rendu_des_journees_de_discussion_de_lille_ecologie.html [58].
[2] eugenica (sf.) genètica, sf. Disciplina della biologia che studia il possibile miglioramento della specie umana intervenendo sul patrimonio genetico ereditario allo scopo di eliminare caratteri negativi o favorire quelli positivi. (www.dizi.it [59]).
Assassini! Il capitalismo, i suoi Stati, la sua borghesia, non sono niente altro che assassini. Decine di migliaia di persone perdono la vita per colpa di questo sistema disumano.
Martedì, alle 16.53, ora locale, un sisma di magnitudo 7 della scala Richter ha devastato Haiti. La capitale Port-au-Prince, bidonville tentacolare che conta circa due milioni d’abitanti, è stata puramente e semplicemente rasa al suolo. Il bilancio è terribile e si aggrava di ora in ora. Quattro giorni dopo la catastrofe, in questo venerdì 15 gennaio, la Croce Rossa conta già dai 40.000 ai 50.000 morti e “un’enorme quantità di feriti gravi”. Secondo questa associazione caritatevole, tre milioni di persone sono state colpite direttamente dal terremoto[1]. In pochi secondi, 200.000 famiglie hanno perso la “casa”, spesso messa su arrangiando oggetti tra i più svariati. Anche i grandi edifici sono crollati come castelli di sabbia. Le strade, già fatiscenti, l’aeroporto, le vecchie linee ferroviarie … niente ha resistito.
La ragione di questa carneficina è nauseante. Haiti è uno dei paesi più poveri del mondo, il 75% degli abitanti sopravvive con meno di 2 dollari al giorno ed il 56% con meno di 1 dollaro! Su questo lembo di isola colpita evidentemente dall’impronta della miseria, niente è stato costruito per far fronte ai terremoti. Eppure Haiti è una zona notoriamente sismica. Tutti quelli che oggi affermano che questa è stata una scossa eccezionalmente violenta ed imprevedibile, mentono. Il professore Eric Calais, in occasione di un corso di geologia tenutosi in questo paese nel 2002, ha affermato che l’isola è attraversata da “faglie capaci di generare terremoti di magnitudo tra 7.5 e 8 gradi”[2]. Anche le autorità politiche di Haiti erano ufficialmente a conoscenza di un tale rischio, come prova questo brano tratto dal sito dell’Ufficio delle Miniere e dell’Energia che dipende dal ministero dei lavori pubblici: “In ognuno dei secoli passati c’è stato almeno un sisma di dimensioni maggiori a Hispaniola (nome spagnolo di questa isola oggi divisa in due paesi, Haiti e Repubblica dominicana, NDR): distruzione di Port au Prince nel 1751 e 1771, distruzione di Capo haitiano nel 1842, sismi del 1887 e 1904 nel nord del paese con danni maggiori a Porto di Pace e Capo haitiano, sisma del 1946 nel nord-est della Repubblica dominicana accompagnato da uno tsunami nella regione di Nagua. Ci sono stati forti terremoti ad Haiti e ce ne saranno dunque anche in futuro, tra qualche decina di anni o un centinaio di anni: è un’evidenza scientifica”[3] (evidenziazione nostra). Ed allora, di fronte a questa “evidenza scientifica, quali sono state le misure prese? Nessuna! Ancora, nel marzo 2008, un gruppo di geologi ha lanciato l’allarme per il rischio di un forte sisma di grande ampiezza nell’arco dei due anni successivi ed alcuni scienziati hanno anche tenuto una serie di riunioni a maggio dello stesso anno su questo argomento con il governo haitiano[4]. Né lo Stato haitiano, né tutti gli Stati che oggi versano lacrime di coccodrillo e lanciano appelli alla “solidarietà internazionale”, Stati Uniti e Francia in testa, hanno preso la più piccola misura preventiva per evitare questo dramma prevedibile. Gli edifici costruiti in questo paese sono così fragili che non hanno neanche bisogno di un sisma per crollare: “già nel 2008, una scuola di Pétionville aveva seppellito, senza nessuna ragione geologica, circa 90 bambini”[5].
Adesso che è troppo tardi, Obama e Sarkozy possono anche annunciare una “grande conferenza internazionale” per “la ricostruzione e lo sviluppo”; gli Stati cinese, inglese, tedesco o spagnolo, possono anche inviare tutti i pacchi e le ONG che vogliono, ma non saranno meno criminali e le loro mani non saranno meno sporche di sangue.
Se Haiti è oggi così povera, se la sua popolazione è priva di tutto, se le infrastrutture sono inesistenti, è perché da più di 200 anni la borghesia locale e le grandi borghesie spagnola, francese ed americana si contendono le risorse ed il controllo di questo piccolo lembo di terra. Del resto, attraverso il suo quotidiano The Guardian, la borghesia britannica non manca di addossare una palese responsabilità ai suoi rivali imperialisti: “Questa nobile “comunità internazionale”, che oggi vediamo agitarsi per portare il suo “aiuto umanitario” ad Haiti, è in gran parte responsabile dei mali terribili che oggi tenta di attenuare. Da quando, nel 1915, gli Stati Uniti hanno invaso ed occupato il paese, ogni sforzo […] è stato violentemente e deliberatamente sabotato dal governo americano e dai suoi alleati. Il legittimo governo di Aristide […] ne è stato l’ultima vittima, rovesciato nel 2004 da un colpo di Stato che ha beneficiato di un sostegno internazionale, nel corso del quale parecchie migliaia di persone hanno perso la vita […] A dire il vero, dal golpe del 2004, è la comunità internazionale che governa Haiti. In questi ultimi cinque anni, questi paesi che adesso si precipitano al suo capezzale hanno tuttavia votato contro e sistematicamente ogni estensione del mandato della missione dell’ONU al di là della sua vocazione principalmente militare. I progetti che prevedevano di utilizzare una parte di questo “investimento” per ridurre la miseria o favorire lo sviluppo dell’agricoltura si sono trovati bloccati, conformemente alle tendenze a lungo termine che continuano a presiedere alla distribuzione di “aiuto” internazionale”[6].
E qui si tratta solo di una piccola parte di verità. Gli Stati Uniti e la Francia si battono per il controllo di quest’isola a colpi di golpe, di manovre e corruzione della borghesia locale da decenni, favorendo così lo sviluppo della miseria, della violenza e di milizie armate che terrorizzano continuamente uomini, donne e bambini!
Per questo l’attuale circolo mediatico sulla “solidarietà internazionale” è insopportabile e ripugnante, con la gara allo Stato che farà la maggior pubblicità alle “sue” ONG, ai “suoi” pacchi dono, o a quello che farà più bella figura per le vite che i “suoi” salvatori avranno tirato fuori dalle macerie. Ma c’è di peggio perché Francia e Stati Uniti continuano a farsi una guerra di influenza senza quartiere sulle rovine e sui cadaveri: in nome di un falso umanitarismo, mandano in zona la loro flotta militare cercando di prendere il controllo delle operazioni con la scusa della “necessità di un coordinamento dei soccorsi che richiede una direzione”.
Come per ogni catastrofe, tutte le dichiarazioni di aiuto a lungo termine, tutte le promesse di ricostruzione e di sviluppo, resteranno senza domani. Negli ultimi dieci anni, ci sono stati in seguito a terremoti:
- 15.000 morti in Turchia, nel 1999;
- 14.000 morti in India, in 2001;
- 26.200 morti in Iran, nel 2003;
- 210.000 morti in Indonesia nel 2004 (il sisma sottomarino aveva generato un gigantesco Tsunami provocando vittime fin sulle coste africane);
- 88.000 morti in Pakistan, nel 2005;
- 70.000 morti in Cina, nel 2008.
Ogni volta, la “comunità internazionale” si è commossa e ha inviato dei miserabili soccorsi; non sono mai stati realizzati veri investimenti per migliorare in modo durevolmente la situazione, per esempio costruendo edifici antisismici. L’aiuto umanitario, il sostegno reale alle vittime, la prevenzione non sono attività redditizie per il capitalismo. L’aiuto umanitario, quando esiste, serve solo a diffondere una cortina di fumo ideologica per far credere che questo sistema di sfruttamento può essere umano, quando non è un vero e proprio alibi per giustificare l’invio di forze militari per guadagnare influenza in una regione del mondo.
Basta questo fatto a smascherare tutta l’ipocrisia borghese dell’umanitarismo e della solidarietà internazionale degli Stati: il ministro francese dell’immigrazione, Eric Besson, ha decretato la “momentanea” sospensione del rinvio ad Haiti di tutte le persone in situazione irregolare! Non ci sono parole!
L’orrore che colpisce la popolazione che vive ad Haiti non può che suscitare un immenso sentimento di tristezza. La classe operaia, come durante ogni ecatombe, sta già reagendo rispondendo positivamente ai diversi appelli di donazione. Mostrerà ancora una volta che il suo cuore batte per l’umanità e che la sua solidarietà non conosce frontiere.
Ma soprattutto, un tale orrore deve alimentare la sua collera e la sua combattività. I veri responsabili degli oltre 50.000 morti ad Haiti non sono la natura o la fatalità ma il capitalismo ed i suoi Stati che sono altrettanti sciacalli imperialisti.
Pawel, 15 gennaio 2010
[1] Dal sito di Libération (quotidiano francese) www.liberation.fr/monde/0101613901-pres-de-50-000-morts-en-haiti-selon-l... [60].
[2] Sul blog “scienze” di Libération (sciences.blogs.liberation.fr/home/2010/01/s%C3%A9isme-en-ha%C3%AFti-les-causes.html).
[4] Vedere l’articolo in spagnolo Científicos alertaron en 2008 sobre peligro di terremoto ad Haiti sul sito Yahoomexico, Assiociated Press del 15/01/2010.
[5] Vedi il sito di Courrier International https://www.courrierinternational.com/article/2010/01/14/requiem-pour-port-au-prince [62].
[6] Vedi il sito di PressEurop, www.presseurop.eu/fr/content/article/169931-bien-plus-quune-catastrophe-... [63].
Annata 2011
Probabilmente i lettori hanno seguito gli avvenimenti relativi al movimento “Occupazione di Wall Street” (OWS). Da metà settembre, migliaia di manifestanti occupano Zuccotti Park a Manhattan, ad alcuni isolati da Wall Street. Attualmente le manifestazioni si sono estese a centinaia di città attraverso il l’America del nord. Decine di migliaia di persone hanno preso parte alle occupazioni, alle manifestazioni ed alle assemblee generali che hanno mostrato una capacità di auto-organizzazione e di partecipazione diretta alle attività politiche mai viste negli Stati Uniti da numerosi decenni. Gli sfruttati e la popolazione in collera hanno fatto sentire la loro voce, hanno mostrato la loro indignazione contro i guasti del capitalismo. Non deve essere sottovalutato l’impatto internazionale della OWS attraverso il mondo: alcune manifestazioni si sono tenute nei centri più importanti del capitalismo mondiale, gridando slogan ed espressioni di malcontento che fanno eco a quelli scanditi in Europa e l'Africa settentrionale.
Tuttavia, l’avvenire del movimento sembra incerto. Se numerosi manifestanti giurano di continuare indefinitamente la loro occupazione, diventa sempre più chiaro che l’energia spontanea iniziale del movimento è in riflusso, come lo dimostrano le sue assemblee generali, sempre più trasformate in momenti passivi di elencazione delle attività dei vari “gruppi di lavoro” e dei “comitati”, molti dei quali sembrano essere dominati da militanti professionisti e da gauchisti. La situazione resta instabile, ma pensiamo che abbia raggiunto un livello di sviluppo tale da consentirci di fare una valutazione preliminare del suo significato ed identificare alcuni dei suoi punti di forza e di debolezza.
La CCI ha potuto partecipare a questi avvenimenti a New York, dove parecchi militanti e simpatizzanti hanno effettuato numerosi spostamenti per recarsi a Zuccotti Park per parlare con gli occupanti e per partecipare alle assemblee generali. Peraltro, dei simpatizzanti della CCI ci hanno inviato dei resoconti sulle loro esperienze all’interno di questi movimenti nelle loro città. E’ anche iniziata una discussione animata sul forum del nostro sito[1]. Questo articolo è un contributo a questo dibattito, e noi incoraggiamo i nostri lettori ad unirsi alla discussione.
Come rispondere agli attacchi del capitalismo? La lotta per trovare il terreno di classe
Innanzitutto, dobbiamo riconoscere che il movimento attuale di occupazione ha la stessa origine di tutte le rivolte sociali di massa alle quali abbiamo assistito durante il 2011. Dai movimenti in Tunisia ed in Egitto all’apparizione degli Indignati in Spagna, alle occupazioni in Israele ed alle mobilitazioni contro l’austerità e l’anti-sindacalismo nel Wisconsin ed in altri Stati, la frustrazione e la disperazione della classe operaia, in particolare delle giovani generazioni duramente colpite dalla disoccupazione[2].
Così, vediamo una continuità diretta tra l’OWS e la volontà crescente della classe operaia di battersi contro gli attacchi del capitalismo a livello internazionale. È chiaro che l’OWS non è una campagna borghese per deviare la lotta di classe per poi recuperarla. Al contrario, si tratta dell’ultimo atto di una serie di movimenti, in gran parte organizzati attraverso Internet ed i media sociali, al di fuori dei sindacati e dei partiti politici ufficiali, attraverso i quali la classe operaia cerca di rispondere agli attacchi massicci che si scatenano su di essa, nella scia della crisi storica del capitalismo. Il movimento deve essere dunque compreso come un segnale del fatto che il proletariato in Nord America non è vinto e che non è disposto a subire indefinitamente gli attacchi del capitalismo. Tuttavia, dobbiamo anche riconoscere che esistono differenti tendenze all’interno del movimento e che vi si svolge una lotta tra le tendenze dominanti, che esaltano un atteggiamento molto riformistico, e le tendenze più proletarie, che hanno grandi difficoltà ad affermare il terreno di classe della loro lotta.
In difesa della sovranità delle assemblee generali
Forse l’aspetto più positivo del movimento della OWS è stata la comparsa delle assemblee generali (AG) come organi sovrani del movimento, rappresentando questo evento un avanzamento rispetto alle mobilitazioni nel Wisconsin[3] che, malgrado la loro spontaneità iniziale, sono state velocemente recuperate dagli apparati sindacali e dalla sinistra del Partito Democratico[4]. La comparsa delle AG nella OWS rappresenta una continuità con i movimenti in Spagna, in Francia ed altrove, ed è la prova della capacità della classe operaia di prendere il controllo delle sue lotte e di imparare dagli avvenimenti di altre parti del mondo. In effetti, l'internazionalizzazione delle AG come forma di lotta è una delle caratteristiche più sorprendenti della fase attuale della lotta di classe. Le AG sono, soprattutto, un tentativo della classe operaia di difendere la propria autonomia coinvolgendo l'insieme del movimento nel processo decisionale e facendo sì che le discussioni siano le più larghe possibile.
Tuttavia, malgrado la loro importanza in questo movimento, è chiaro che queste AG non sono state in grado di funzionare senza le considerevoli distorsioni e senza le manipolazioni degli attivisti di professione e dei gauchisti, che hanno controllato largamente i differenti gruppi di lavoro e comitati che si pretendeva che fossero nominalmente responsabili delle AG. Questo peso ha costituito una difficoltà grave per il movimento nel mantenimento di una discussione aperta e ha teso ad impedire che le discussioni si aprissero a coloro che non occupavano, bloccando il contatto con l’insieme della classe operaia. Anche il movimento del 15 Maggio in Spagna ha incontrato simili problemi[5].
All'inizio dell'occupazione, in risposta alle richieste insistenti dei media che il movimento definisse i suoi obiettivi e le sue esigenze, è stato costituito un comitato di stampa allo scopo di pubblicare un giornale, Occupy Wall Street. Uno dei nostri compagni era presente all’AG quando il primo numero di questo giornale, che era stato già redatto e diffuso presso i media dal comitato di stampa, è stato criticato. Il sentimento dominante dell’AG è stato d’indignazione di fronte al fatto che questo giornale era stato prodotto e diffuso ai media con un contenuto che non riscuoteva il consenso del movimento, ma che sembrava difendere un punto di vista politico particolare. È stata allora presa la decisione di ritirare dal comitato di redazione la persona responsabile della produzione e della diffusione del giornale. Questa iniziativa ha mostrato la capacità dell’AG di affermare la sua sovranità sui comitati e sui gruppi di lavoro. Si tratta di un’espressione embrionale del “diritto di revoca immediata” nei confronti di un membro scorretto del comitato di redazione, che è stato rapidamente revocato per avere oltrepassato i limiti del suo mandato.
Tuttavia, una settimana più tardi, durante un’AG che si era svolta alla vigilia della minaccia di sgombero da parte del sindaco Bloomberg degli occupanti del parco Zuccotti, il nostro compagno ha trovato un’atmosfera totalmente differente. Dopo questa decisione immediatamente esecutiva, l’AG praticamente non ha avuto discussioni costruttive. La gran parte dell’AG è stata occupata dai rapporti dei gruppi di lavoro e dei comitati senza che ci fosse alcuna discussione. La sola discussione autorizzata dagli animatori dell’AG è stata a proposito di una proposta da parte del Presidente del quartiere di Manhattan di limitare lo spettacolo dei percussionisti del movimento a sole due ore al giorno. Questa AG non ha mai affrontato la questione del futuro del movimento. Non ha neanche considerato la questione di come sviluppare una strategia e formulare delle tattiche per estendere il movimento al di là dei suoi limiti attuali e come opporsi alla quasi certa smobilitazione forzata di Zuccotti Park.
Durante questa AG, uno dei nostri compagni ha provato a proporre agli occupanti di mettere in conto in futuro di andare oltre i limiti del parco e rivolgersi alla classe operaia della città, da cui sicuramente avrebbero potuto ricevere un’accoglienza calorosa. Ma gli è stato risposto che il suo intervento era fuori tema rispetto alla proposta di limitare le percussioni e che il tempo per gli interventi (arbitrariamente fissato dagli animatori ad un minuto) era scaduto. Un altro partecipante ha proposto di formare una delegazione per parlare del movimento agli studenti di diverse scuole e delle università della regione. Anche questa proposta è stata rigettata e numerosi manifestanti hanno fatto capire che non avevano nessuna intenzione di estendere il movimento e che, se gli studenti volevano sostenere l'occupazione, dovevano venire a Zuccotti Park.
Come spiegare, quindi, questa tendenza dei gruppi di lavoro, dei comitati e degli animatori ad estendere progressivamente il loro controllo sul movimento, man mano che il tempo passa?
Il pericolo dell’anti-politica
Fin dall'inizio, il movimento di OWS si è distinto per un certo spirito “antipolitico” che è servito a soffocare la discussione, ad impedire la polarizzazione delle idee contraddittorie e lo sviluppo di rivendicazioni di classe. Ciò è stato reso possibile dal lavoro dei gauchisti, di celebrità politiche e da politici di ogni risma che, avendo potuto intervenire e parlare a nome del movimento, hanno permesso ai media di presentare quest’ultimo come una prima espressione di una “ala sinistra” del Tea Party[6].
Il rifiuto di quasi tutti i manifestanti di OWS di affrontare la questione degli obiettivi e delle esigenze, che rappresenta a nostro avviso una reticenza generale ad esaminare la questione del potere, si presenta un poco come un enigma per i rivoluzionari. Come possiamo comprendere questo fenomeno, che è stato presente anche negli altri movimenti di Indignati a livello mondiale? Pensiamo che ciò dipenda, in larga misura, dai seguenti fattori:
Il peso, ancora presente, delle campagne ideologiche della borghesia intorno alla morte del comunismo
Se è vero che la principale forza sociale dietro questi movimenti sembra essere la giovane generazione di lavoratori, molti dei quali sono nati dopo il crollo dello stalinismo nel 1989, resta una paura reale da parte della classe operaia a riappropriarsi della questione del comunismo. Mentre Marx viene spesso integrato in un processo di riabilitazione per la sua critica al capitalismo, resta sempre una grande paura ad essere associati ad un sistema, il comunismo, che molti continuano a credere che abbia già fatto la sua prova fallendo e che per questo sarebbe antitetico all’obiettivo di raggiungere “una democrazia vera”. Mentre, durante queste occupazioni, abbiamo potuto vedere numerosi cartelli e slogan che citavano Marx per affermare che il capitalismo è diventato inammissibile, resta una confusione totale su ciò che può sostituirlo. D’altro canto, in una prospettiva a più lungo termine “il peso dei fantasmi del passato” è diminuito per coloro che cercano il vero contenuto del comunismo, un nuovo modo di pensare alla realizzazione della società futura.
La preminenza della giovane generazione
In generale, questi movimenti sono animati dalla giovane generazione di lavoratori. Sebbene i lavoratori più anziani, colpiti dalla grandissima perdita di posti di lavoro che si è prodotta negli Stati Uniti dal 2008, siano egualmente presenti nei movimenti, sociologicamente, la forza motrice di queste manifestazioni è costituita da proletari che hanno tra i venti ed i trent'anni. Anche se per la maggior parte sono dotati di diplomi di istruzione, molti non hanno mai conosciuto nella loro vita un impiego stabile. Sono tra quelli più fortemente colpiti dalla disoccupazione di massa di lunga durata che assilla ormai l’economia americana. Solo pochi tra di loro hanno un’esperienza di lavoro associato, ma solo in forma precaria. La loro identità non è radicata nel loro posto di lavoro o nella loro categoria di impiego. Benché queste qualità sociologiche siano suscettibili in astratto di renderli più aperti ad una ampia solidarietà, significano anche che la maggior parte di loro non ha l’esperienza delle lotte di difesa delle condizioni di vita e di lavoro con le sue esigenze ed i suoi obiettivi propri. Essendo stati in grande parte esclusi dal processo di produzione, conoscono troppo poco la realtà concreta per difendere dell’altro oltre alla loro dignità di esseri umani! La necessità di sviluppare delle esigenze specifiche e degli obiettivi non è dunque così evidente. In un mondo che non offre alcun avvenire reale, non è sorprendente che la giovane generazione abbia difficoltà a pensare concretamente come sviluppare le lotte per l’avvenire. Così, il movimento si ritrova intrappolato in un processo di auto-celebrazione dell’occupazione in sé, dato che il sito di occupazione diventa una comunità e, in certi casi, anche una casa[7]. Un altro aspetto che non può essere ignorato è il peso del discorso politico post-modernista, in particolare su quelli che sono passati attraverso il sistema universitario americano, che istilla la “tradizionale”diffidenza verso una politica di classe ed un suo rigetto.
Detto ciò, non possiamo “chiedere ad un bambino di comportarsi da uomo”. La semplice esistenza di assemblee generali è una vittoria in sé, e queste AG costituiscono delle scuole eccellenti dove i giovani possono sviluppare la loro esperienza e possono imparare a combattere le forze della sinistra borghese. Tutto ciò è vitale per le lotte future.
Il contesto specificamente americano
OWS resta ostinatamente bloccata nel contesto della politica e della storia degli Stati Uniti. Le radici della crisi internazionale ed i movimenti sociali in altri paesi sono raramente menzionati. La credenza dominante del movimento continua ad essere legata al fatto che gli immensi problemi ai quali il mondo è confrontato sono tutti, in un modo o in un altro, conseguenza di comportamenti contrari all’etica adottati dai banchieri di Wall Street, aiutati ed incoraggiati in questo dai partiti politici americani. La deregulation dei rapporti tra le banche di deposito e di investimento, le persone poco scrupolose che lasciano gonfiare una bolla immobiliare, l’influenza crescente sullo Stato americano della ricchezza delle imprese, l’enorme scarto tra più ricchi - che costituiscono l’uno per cento della popolazione - e gli altri, il fatto che Wall Street sia seduta su miliardi di dollari di liquidità eccedentarie che si rifiuta di reinvestire nell’economia americana, costituiscono le principali questioni avanzate dal movimento. Infine, il fatto che la “mancata regolamentazione del capitale finanziario” sia stata identificata come il problema principale è servito a mantenere delle illusioni sulla natura altruistica dello Stato borghese americano.
Evidentemente, l’etica anti-politica del movimento OWS è servita ad impedirgli di andare al di là del livello dello stesso processo ed è servita alla fine soltanto a riprodurre il genere di dominio politico che esso a buon diritto temeva. Ciò dovrebbe servire da lezione per i movimenti futuri. Mentre il movimento ha buoni motivi di essere scettico nei riguardi di chi cerca di parlare al suo posto, la classe operaia non può fare a meno della discussione aperta e del confronto di idee. Il processo di polarizzazione, di lavorare su degli obiettivi e delle esigenze concrete, per quanto difficile possa essere, non può essere evitato se si vuole che il movimento vada avanti. In fin dei conti, in un movimento dominato da un eclettismo estremo di idee, secondo le quali tutte le esigenze sono “egualmente valide”, si avrà per conseguenza che solo le esigenze ritenute accettabili dalla borghesia potranno progredire. Gli obiettivi di ri-regulation del capitalismo, di tassare i ricchi e di rompere il dominio del denaro delle imprese sul processo elettorale sono in realtà condivisi da numerose frazioni della borghesia americana! E’ forse un caso se Barack Obama vuole fare pagare il suo piano di lavoro con una sovrattassa sui milionari? C’è il forte rischio che le principali frazioni della borghesia possano orientare questo movimento in una direzione che serve ai loro interessi contro la rinascita della destra nella loro lotta di cricche. Tuttavia, in ultima analisi, la completa incapacità della borghesia di risolvere la sua crisi mortale segna la fine delle illusioni sul “sogno americano”, sostituito dall’incubo dell’esistenza nel sistema capitalista.
Solo la classe operaia offre un avvenire all’umanità
Con tutte le sue debolezze, dobbiamo riconoscere le lezioni profonde che le proteste di OWS contengono per il proseguimento dello sviluppo della lotta di classe. La comparsa delle AG, probabilmente per la prima volta da decenni sul suolo dell’America del nord, rappresenta un avanzamento importante per la classe operaia perché questa cerca di sviluppare la sua lotta oltre i limiti tracciati dalla sinistra borghese e dai sindacati. Tuttavia, dobbiamo anche riconoscere che un movimento che si ripiega su sé stesso piuttosto che cercare l’estensione all’insieme della classe è destinato all'insuccesso, che questo insuccesso sia il risultato della repressione, della demoralizzazione o di un inquadramento dietro le campagne della borghesia di sinistra. Allo stadio attuale della lotta di classe, siamo di fronte ad una situazione in cui i settori della classe operaia che hanno meno esperienza di lavoro collettivo si sono mostrati essere i più combattivi. D’altra parte, quelli che hanno più esperienza di lotte concrete per la difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro restano ancora molto disorientati per gli attacchi del capitalismo ed incerti sul modo di rispondere. Molti sono semplicemente contenti di avere ancora un posto di lavoro e sono indietreggiati di fronte al peso dell’offensiva del capitalismo contro le condizioni di vita e di lavoro.
Peraltro, negli Stati Uniti, le campagne persistenti dell’ala destra della borghesia per schiacciare i sindacati hanno avuto per effetto quello di rivitalizzare in una certa misura la mistificazione sindacale agli occhi dei lavoratori ed hanno ulteriormente disorientato questo settore della classe operaia[8]. In effetti, nella misura in cui questo settore della classe operaia ha partecipato al movimento di OWS, l’ha fatto principalmente sotto le bandiere del sindacato, ma con dei sindacati che hanno sistematicamente operato per isolare i loro membri dagli occupanti. Era chiaro che, sotto l’influenza dei sindacati, gli operai erano là solo per sostenere gli occupanti, ma non per unirsi a loro! È nel movimento della lotta della classe operaia per difendere le sue condizioni di vita e di lavoro che possono emergere gli organi che possono mettere realmente in opera la transizione verso una società di produttori associati - i consigli operai. La classe operaia, nelle sue lotte per proteggere il proprio livello di vita, costantemente attaccato per la persistenza della crisi economica, prenderà allora coscienza che il capitalismo non può più offrire alcuna prospettiva. Di conseguenza, le apparirà con chiarezza che la società umana non può più evolversi se non unificherà.
Detto ciò, noi non minimizziamo le difficoltà enormi con cui la classe operaia dovrà scontrarsi per ritrovare il suo terreno di classe e sviluppare la convinzione a battersi contro gli attacchi del capitalismo. In questa prima tappa, pensiamo che il movimento di OWS si ritroverà intrappolato sul terreno ideologico borghese, tuttavia, questo movimento ha già un immenso merito perché dà un'idea del modo in cui la classe operaia può prendere il controllo della sua lotta.
Internationalism, 19 ottobre 2011.
Siti WEB:
[1] Vedi su: https://en.internationalism.org/forum/1056/beltov/4515/occupy-wall-street-protests # comment-3866 [65] il dibattito che si è sviluppato su questo tema.
[2] Per una conoscenza della nostra analisi sul movimento degli Indignados vedi i seguentii articoli: La lotta degli “indignati” in Spagna: il contagio delle lotte sociali dal nord Africa si sposta in Europa [66], Il manifesto della rivolta in Spagna [67], Da Piazza Tahrir alla Puerta del Sol [68], Repressione a Valencia: solidarietà con gli “Indignati”, indignazione contro lo Stato democratico! [69], Comunicato sui metodi polizieschi subiti dalle persone arrestate alla fine della manifestazione del 15 maggio 2011 a Madrid [70], La mobilitazione degli "indignati" in Spagna e le sue ripercussioni nel mondo: un movimento portatore di avvenire [71], “L’apoliticismo”, una mistificazione pericolosa per la classe operaia [72], A proposito dei libri di Stéphane Hessel “Indignez-vous!” e “Engagez vous!” [73].
[3] Vedi Gli impiegati del Pubblico Impiego del Wisconsin: la difesa dei sindacati conduce alla sconfitta [74] in Rivoluzione Internazionale n°170.
[4] Benché, contrariamente al Wisconsin, dove lo spettro di uno sciopero generale è stato sollevato, l’OWS rappresenta una mobilitazione molto meno “di massa” perché, a parte un piccolo gruppo di manifestanti, la mobilitazione non è regolare.
[6] Vedere Pierre Beinhart, “Occupy Protests’ Seismic Effects [76]” per una dichiarazione sul modo con cui la sinistra borghese pensa che OWS potrebbe essere utilizzata come un movimento di base per appoggiare Obama.
[7] Durante le ultime settimane, i media hanno riportato parecchi casi di giovani che lasciano il loro lavoro poco rimunerativo o la scuola per partecipare all’occupazione.
[8] Vedi il nostro articolo sul recente sciopero di Verizon [77].
Vista l'attualità che ha assunto la questione ed il dibattito sulla violenza in seguito alla manifestazione del 15 ottobre scorso a Roma, ripubblichiamo, in lingua italiana, questo articolo che, in origine, è stato concepito come il proseguimento di un dibattito sulla violenza che si è svolto sul nostro sito web in spagnolo ed in francese in seguito al nostro articolo sui sabotaggi dei binari ferroviari della SNCF[1]].
Il 12 dicembre scorso (2008, ndr), uno dei nostri lettori ha scritto un commento[2] che si può leggere, in spagnolo, di seguito al nostro articolo “Sabotaggio delle linee SNCF: atti sterili strumentalizzati dalla borghesia contro la classe operaia”. Questo compagno pensa che la sola motivazione di tale articolo da parte nostra non può che essere quella “di prendere le distanze da queste azioni, attaccando quelli che sono stati arrestati ed inviando un messaggio alto e chiaro allo Stato: ‘non siamo stati noi, noi non siamo dei terroristi’, pur di non subire degli attacchi” e che avremmo agito come “un gruppo di vecchie donne terrorizzate dal rumore degli stivali dei cani dello Stato”.
Contrariamente a ciò che lascia intendere questo intervento, lo scopo dell’articolo non era affatto “di attaccare gli accusati”, ma di denunciare l’infame manovra dello Stato francese che ha utilizzato le 10 persone incolpate per scatenare una delle sue abituali campagne contro la lotta operaia e l’attività dei rivoluzionari. L’articolo si proponeva, in particolare, di mettere in guardia rispetto a delle pratiche condotte talvolta con la migliore fede del mondo, ma che lo Stato strumentalizza sottomano per obiettivi che sono opposti alle intenzioni di quelli che compiono tali azioni[3].
Questo compagno afferma “Io non mi aspetto che la CCI abbandoni le sue posizioni sulla violenza, ma che le esponga con chiarezza e che sia pronta a discuterle”. Siamo pienamente d’accordo con questa proposta. Esponiamo dunque la nostra posizione con la volontà di aprire un dibattito che non deve rimanere uno scambio tra noi e questo compagno ma che, al contrario, è aperto a tutti con l’obiettivo di sviluppare una sintesi che ci permetta di fugare le confusioni e le carenze di spiegazioni.
La situazione attuale ed il falso dilemma in cui la borghesia vorrebbe intrappolare le lotte operaie: pacifismo socialdemocratico o violenza minoritaria
Il dibattito sulla violenza è una questione bruciante, pienamente all’ordine del giorno. La lotta del proletariato è violenta, ma quali sono i mezzi che gli occorrono? Come si costruiscono questi mezzi? E’ valida qualunque forma di violenza? E, per essere più concreti: le azioni di violenza minoritaria condotte da gruppi isolati e specializzati rappresentano un contributo alla lotta proletaria?[4]
La situazione attuale è caratterizzata da una maturazione lenta e difficile della lotta operaia. Anche se si stanno vivendo delle esperienze significative di cui bisognerà tirare le lezioni - in Grecia, in Francia, in Germania - non abbiamo assistito ancora a dei movimenti di lotta di massa dove siano state prodotte esperienze concrete di violenza proletaria, per potersi veramente pronunciare su queste esperienze e poterle ben differenziare dalla violenza che proviene da altri strati sociali. Tuttavia, contribuire alla preparazione di questi movimenti di massa e, più concretamente, a che al loro interno la violenza di classe sia posta nel senso della classe, implica la riappropriazione dell’esperienza storica del proletariato su questo terreno, dibattito al quale invitiamo questo compagno ma anche tutti quelli che vi sono interessati[5].
La combattività operaia si sviluppa lentamente e faticosamente in mezzo a tutte le trappole e le lusinghe che la borghesia - e soprattutto i sindacati – usano per sabotarla. Più concretamente assistiamo ad un tentativo ideologico della borghesia per intrappolare gli operai in un falso dilemma che potremmo così formulare: “Se vuoi lottare in massa, va alle manifestazioni pacifiste e legaliste dei sindacati, tutte ben collocate sul terreno riformista, di sostegno alle alternative borghesi di gestione della crisi, con degli slogan tipo “i banchieri devono pagare”, ecc. Ma, attenzione, se sei contro ciò, ti resta solo da intraprendere delle azioni minoritarie radicali di scontro isolato con la polizia”.
Si potrebbe ribattere che è sbagliato pensare che la borghesia possa aver posto questo dilemma vista la “grande indignazione” mostrata da questa nei confronti degli “atti di vandalismo” dei giovani proletari greci, che sono stati additati come dei nemici peggiori dei terroristi. Ma non è così: al di là delle reazioni soggettive di questo o quel borghese, basta vedere come la borghesia ingigantisca e sottolinei ogni volta le azioni di scontro minoritario con la polizia, occultando volutamente l’iceberg di cui questi episodi sono soltanto la punta emergente: ovvero l’esistenza di un’agitazione sociale espressa nelle manifestazioni di massa dei lavoratori, di giovani, di studenti, di insegnanti ecc., le assemblee generali, gli scioperi, le iniziative spontanee dei gruppi di operai?
E - al di là di ciò che vorrebbe la borghesia - noi proletari dovremmo forse scegliere tra queste due opzioni? Tra una manifestazione pacifica di massa ed un’azione radicale minoritaria? Non è forse questa una trappola che il proletariato deve fare saltare per ritrovare la strada della propria lotta di classe che non ha niente a che vedere né col pacifismo socialdemocratico né con la violenza minoritaria?[6]
Esistono molte forme di violenza
Per comprendere in che modo il proletariato può sviluppare la propria violenza di classe, è necessario affrontare la questione della violenza, senza pretendere di fare qui un’analisi generale[7]. Esporremo alcune riflessioni che pensiamo siano necessarie per iniziare un dibattito.
La violenza è un elemento di base nella società di classe. Questa non può funzionare senza violenza e non potrà essere abolita senza la violenza. La pace è impossibile nelle società di classe. Quando si parla di “pace sociale”, si parla, in verità, della sottomissione e dell’atomizzazione dei lavoratori consegnati alla violenza dello Stato borghese e dei rapporti capitalisti di produzione.
Tuttavia, da questa verità, valida per tutte le società di classe, si tira spesso una conclusione sbagliata: si mette la violenza al livello di un concetto astratto, intangibile, indipendente dalla storia e dalle classi sociali. Come dicevamo nella Revue Internationale nº14 “Dire e ridire questa tautologia “violenza = violenza” e contentarsi di dimostrare che tutte le classi ne fanno uso, per stabilire la sua identica natura, è tanto intelligente, geniale (si fa per dire) quanto vedere una identità tra l’azione del chirurgo che fa un taglio cesareo per dare nascita alla vita e l’atto dell’assassino che sventra la sua vittima per darle la morte, per il fatto che l’uno e l’altro si servono di strumenti che si somigliano: il coltello che esercita un’azione su uno stesso oggetto: il ventre, e ricorrendo ad una stessa tecnica apparentemente molto simile: quella di aprire il ventre”.
Dobbiamo invece fare la differenza. La violenza delle classi sfruttatrici non è la stessa di quella delle classi sfruttate. Durante tutta la storia, la violenza e le sue forme si sono evolute, hanno avuto delle espressioni differenti. Ed una stessa classe sociale adotta lungo la sua traiettoria storica mezzi e forme di violenza differenti.
Fare questa analisi è essenziale per portare avanti questo dibattito, altrimenti ci imbarchiamo in una discussione sterile e totalmente lontana dai veri problemi, con argomenti del tipo “tutto è violenza”, “alla violenza bisogna rispondere con la violenza”, “se non sei per la violenza in quanto tale, è perché sei un pacifista” e così via, che non portano da nessuna parte.
La violenza della borghesia e la violenza del proletariato sono radicalmente differenti. Non solo non perseguono gli stessi scopi, ma non utilizzano nemmeno gli stessi mezzi, non hanno le stesse forme né la stessa espressione. È un errore identificarle sulla base del fatto che, nei due casi, ci sarebbe uno stesso elemento chimico nella loro composizione: la violenza in generale.
Anche la violenza del proletariato e quella di strati piccolo-borghesi non sono né identici né tantomeno paragonabili. Il proletariato non identifica la violenza di questi strati con quella della borghesia e, peraltro, prova della simpatia e della solidarietà per questi e cerca di guadagnarli alla sua causa. Ma ciò non impedisce al proletariato di rigettare categoricamente le forme e gli strumenti di violenza di questi strati, che non hanno niente a vedere con la violenza propria della classe.
Violenza della borghesia e violenza del proletariato
La violenza della borghesia è basata sul terrore. È evidente che il terrore degli Stati apertamente dittatoriali non è lo stessa cosa di quella esercitata dagli Stati democratici. In questi ultimi, lo Stato dà la preminenza ai mezzi politici e psicologici senza per questo rinunciare ad un vasto arsenale di repressione fisica, sia legale che illegale, affidandola sia a corpi specializzati dello Stato che a bande “private”. Va da sé, inoltre, che la borghesia non esiti a ricorrere al terrorismo come arma per regolare i suoi conflitti interni o quelli imperialistici, ma anche come mezzo per intimidire e reprimere il proletariato. La violenza della borghesia viene portata avanti da corpi specializzati, è minoritaria, cerca di dividere e di affrontare i proletari, tenta di provocare in questi ultimi sentimenti di paralisi, di sottomissione e di docilità; incoraggia i sentimenti più distruttori ed irrazionali: il nazionalismo, il razzismo, la xenofobia, l’odio...
La violenza del proletariato può essere della stessa natura? Del resto il compagno sottolinea: “E’ forse vero che ogni forma di violenza utilizzata dai proletari è in sé stessa buona? NO. La violenza in quanto tattica deve essere in accordo con il fine che persegue. Lo scopo dei rivoluzionari è quello di rovesciare lo Stato capitalista, ed il solo modo reale di giungervi è di rendere possibile il cambiamento nei rapporti di forze tra le classi. Per ciò, il proletariato deve, attraverso la sua lotta, prendere coscienza di ciò che è storicamente ed agire di conseguenza. Questo processo non può essere portato a buon fine che allargando l’autorganizzazione e l’unità della classe operaia. Ogni tattica che contribuisce all’autorganizzazione ed all’unità della classe operaia è di conseguenza rivoluzionaria. Lo sciopero ed il sabotaggio, per esempio, possono essere rivoluzionari? Sì, se contribuiscono ad un tale fine e se non lo bloccano”.
Il compagno riconosce che la violenza del proletariato non può essere in contraddizione con il fine rivoluzionario per cui lotta. Afferma anche che la violenza proletaria deve contribuire alla sua autorganizzazione e alla sua unità. Noi siamo pienamente d’accordo con ciò. Il problema, tuttavia, è quando il compagno riduce la violenza ad una questione di tattica o quando mette sullo stesso piano lo sciopero ed il sabotaggio.
Presentare la violenza come una tattica significa trasformarla in una specie di strumento che potremmo utilizzare in modo opzionale, significa considerarla sotto l’angolo più superficiale: vediamo la pistola, il coltello, lo scontro fisico, ma non chi l’afferra o l’impugna né in che contesto generale lo fa. Ecco la questione essenziale che permette di comprendere la natura radicalmente differente e totalmente antagonista tra la violenza delle altre classi e quella del proletariato: “La lotta del proletariato, come ogni lotta sociale, è necessariamente violenta, ma la pratica della sua violenza è distinta dalla violenza delle altre classi come sono distinti i loro progetti ed i loro scopi. La sua pratica, ivi compresa la violenza, è l’azione di immense masse e non di minoranze; è liberatrice, è l’atto di generazione di una nuova società armoniosa e non la perpetuazione di uno stato di guerra permanente, con ciascuno contro tutti e tutti contro ciascuno. La sua pratica non mira a perfezionare e perpetuare la violenza, ma a bandire dalla società le azioni criminali della classe capitalista e ad immobilizzarla. (...) La sua forza invincibile non risiede tanto nella sua forza fisica e militare ed ancor meno nella repressione, quanto nella sua capacità di mobilitare le sue larghe masse, di associare la maggior parte degli strati e delle classi lavoratrici non proletarie alla lotta contro la barbarie capitalista. Risiede nella sua presa di coscienza e nella sua capacità di organizzarsi in modo autonomo ed unitario, nella fermezza delle sue convinzioni e nel vigore delle sue decisioni. Tali sono le armi fondamentali della pratica e della violenza di classe del proletariato"[8].
Sabotaggio e sciopero non sono la stessa cosa e partono da pratiche di classe différenti[9]. Lo sciopero contiene due elementi che non sono comparabili. Da un lato, possiede un potenziale liberatore che dà al proletariato una forza considerevole: l’unione, la solidarietà, l’iniziativa comune, il superamento della concorrenza e della divisione tra operai. Dall’altro, possiede un elemento di pressione: l’arresto della produzione. Questo secondo elemento è inevitabile, fa parte della società di classe dalla quale il proletariato non può astrarsi.
Ma il più importante è il primo elemento. Il compagno critica il modo in cui i sindacati snaturano gli scioperi ed ha completamente ragione. Ma da dove viene questo esproprio? Di fatto esso consiste nel fatto che si nega e si distrugge il primo elemento, quello che dà la forza al proletariato, e si ammette solo il secondo, così che i sindacati riducono lo sciopero ad un semplice blocco della produzione, dove i lavoratori se ne vanno a casa loro o al bar dell’angolo; lo trasformano in un semplice strumento tattico destinato a “fare pressione” sui padroni. La borghesia concede il “diritto di sciopero” per snaturarlo, riducendolo ad una semplice protesta, ad una semplice pressione contrattuale “tra associati che negoziano”.
Con questa amputazione, lo sciopero finisce per somigliare al sabotaggio. Entrambi sono mezzi di pressione. Ma la pressione o la nocività degli uni verso gli altri non sono dei mezzi rivoluzionari né liberatori, ma degli aspetti tra i più quotidiani della vita sotto il capitalismo e che partecipano attivamente alla sua riproduzione. Gli Stati sono dei maestri in materia di sabotaggio per contrastare i rivali; le imprese fanno ricorso a colpi bassi di ogni genere. La violenza del proletariato invece vuol dire forza, imposizione, attacchi, ma attraverso mezzi radicalmente differenti e che contengono in sé una prospettiva di liberazione dell’umanità: è la violenza della massa, dell'unità, della solidarietà, dell’esercizio della capacità di riflettere insieme e di prendere collettivamente delle decisioni, di agire in quanto classe autorganizzata che sa imporre con forza i suoi obiettivi.
La concezione meccanicista, del tutto superficiale, vede la violenza solo quando ci sono degli scontri fisici, bottiglie Molotov, assalti, distruzioni... Invece, la massa, la solidarietà di classe, l’autorganizzazione, tutto ciò non appare loro come “violenza” perché in apparenza è “pacifica”, una specie di “pacifismo alla Gandhi”.
La violenza va ben oltre dei colpi d’arma da fuoco, degli scontri o delle bombe, è essenzialmente un cambiamento nei rapporti di forza tra le classi. La violenza per il proletariato è una questione politica: come stabilire un rapporto di forza nei confronti della classe capitalista e del suo Stato in modo da resistere ai loro attacchi e passare all’offensiva fino alla loro abolizione definitiva?
Quando gli operai riescono ad unirsi, superano la violenza del capitale che li riduce all’atomizzazione, impongono la violenza della loro azione in quanto classe unita. Quando gli operai arrivano ad estendere la loro lotta, è segno che stanno vincendo la divisione con la quale il capitale li incatena per impresa, per settore, per categoria; mettono avanti ciò che rimette più in discussione questa società costruita sulla concorrenza e sugli attacchi degli uni contro gli altri: la solidarietà. Quando gli operai si organizzano in Assemblee generali e sviluppano le proprie reti di collegamento, fanno saltare il cerchio di ferro dei sindacati che li mantengono nella passività, la dispersione e la disorganizzazione ed esprimono la sfida di una classe organizzata. Quando gli operai discutono, riflettono e decidono collettivamente, stanno vincendo la violenza quotidiana che fa di loro degli esseri perdenti, gregari, chiusi nei loro problemi e producono una forza che oppone allo Stato la propria alternativa.
Questo processo non ha niente di pacifico. Anzitutto perché esso implica l’esistenza di iniziative di scontro, di difesa e di attacco, cosa che richiede in ogni momento dei mezzi adeguati. In secondo luogo perché si deve affrontare la repressione dello Stato borghese, che impiega ogni tipo di mezzi, dalle pallottole e i gas lacrimogeni fino alle provocazioni e alle trappole di ogni genere, passando per le più distruttrici: le campagne di calunnia, di linciaggio morale e fisico, l’odio... Di fronte a ciò, la più grande violenza che il proletariato possa esercitare contro il capitale è la sua capacità di affermarsi come massa unita, solidale, cosciente della sua missione e della sua forza, pronta a lottare fino alla fine e ad accogliere al suo interno le altre classi non sfruttatrici della società. Questa determinazione, questa fermezza è quella che crea le basi per portare a termine il compito di distruggere lo Stato, in cui l’insurrezione gioca un ruolo decisivo.
Nel proletariato, non è la violenza che produce la coscienza ma è la coscienza che utilizza e ricorre a mezzi violenti, in funzione dell’evoluzione della lotta.
La violenza del proletariato è cosciente. Il compagno crede che, poiché mettiamo in guardia il proletariato dal pericolo della provocazione e della presenza dei provocatori, gli negheremmo il “diritto a difendersi”: “Se domani i miei compagni di lavoro ed io stesso, usciamo in strada a manifestare e rispondiamo alle provocazioni poliziesche o all’attacco diretto della polizia, saremo qualificati dalla CCI come provocatori polizieschi? Forse che noi, operai, non abbiamo il diritto di difenderci dagli attacchi dello Stato borghese e della sua polizia? Non abbiamo il diritto di contrattaccare i nostri nemici? Se la CCI o qualsiasi altra organizzazione ci rifiutano questo diritto, non fanno che consegnarci mani e piedi legati alla repressione”[10].
Certo che bisogna difendersi! E che sia chiaro, è ugualmente certo che bisogna passare all’offensiva! Ma questo si deve fare consapevolmente e non agendo come un toro che corre dietro a tutto ciò che si muove.
Il compagno dice: “Io non credo che dovremmo preoccuparci tanto di ciò che fa lo Stato (sappiamo molto bene come risponderà), ma dovremmo occuparci soprattutto di ciò che fa o non fa la nostra classe”. Noi non siamo d’accordo con quest’idea: il proletariato ha bisogno di conoscere la politica della borghesia e di avere pienamente coscienza delle sue manovre, delle sue campagne, ecc. per imparare così ad anticiparle e smontarle. Non dobbiamo cadere nelle stesse trappole in cui lo Stato tenta continuamente di farci cadere! Questa capacità di comprendere come la borghesia agisce e manovra è una delle componenti di base dell’azione cosciente del proletariato. Il proletariato è una classe storica. Non è come le precedenti classi sfruttate che l’hanno preceduto, gli schiavi ed i servi della gleba, che erano capaci di rivoltarsi, ma che non potevano portare a termine una lotta cosciente.
La storia del proletariato è piena di provocazioni che la borghesia ha teso alla nostra classe e che sono state talvolta un fattore importante di sconfitta. In Austria nel 1919, nel momento in cui c’era una possibilità di estensione della rivoluzione dall’Ungheria - dove aveva trionfato - la borghesia mandò un agente provocatore che trascinò una parte del giovane partito comunista in un’insurrezione prematura e mal preparata che contribuì a bloccare la maturazione di una possibile insurrezione di massa. La borghesia tedesca provocò il proletariato di Berlino nel gennaio 1919 per portarlo ad uno scontro prematuro che le permise di smantellare la classe operaia pezzo per pezzo, prima a Berlino, poi a Brema, più tardi ad Amburgo, poi in Baviera, ecc.
Per parafrasare il nostro compagno, sì, il proletariato “ha il diritto” di conoscere e di riappropriarsi della sua storia per evitare così di ricadere nelle trappole e nelle provocazioni che la borghesia gli ha teso già nel passato.
Violenza degli strati piccolo-borghesi e violenza del proletariato
Il proletariato coabita con altri strati sociali: piccola-borghesia, emarginati urbani, ecc. Questi strati sociali non sono dei nemici del proletariato. Questo deve guadagnarli alla sua causa, perché ciò può rendere più efficace la violenza che può opporre allo Stato isolandolo socialmente, cosa che è una condizione preliminare per portare a termine l’assalto contro di esso e la sua distruzione rivoluzionaria.
Ora, per guadagnare questi strati, è cruciale che il proletariato affermi il suo terreno di classe, i suoi metodi di lotta, la sua propria organizzazione e la sua prospettiva rivoluzionaria.
Non è il proletariato che deve scendere sul terreno confuso, disperato ed interclassista di questi strati sociali, ma sono questi che devono essere tirati sul terreno di classe, rivoluzionario e liberatore, proprio del proletariato.
Questa posizione non è valida solamente per ciò che riguarda le rivendicazioni sociali e politiche, riguarda anche i metodi di violenza e l’azione di questi strati sociali. Gli strati emarginati urbani esprimono la loro violenza attraverso esplosioni di rabbia di massa e di disperazione come fiammate spettacolari che si spengono velocemente. Gli strati piccolo-borghesi disperati, quanto a loro, tendono a compiere atti di sabotaggio e di terrorismo organizzato in gruppi minoritari.
Il proletariato non può perdersi in questo genere di violenza sterile che è solo l’espressione degli strati senza avvenire storico. Deve invece fare il contrario: guadagnare questi strati sociali non sfruttatori alla violenza rivoluzionaria, di massa e cosciente.
Il proletariato deve comunque esprimere simpatia e solidarietà sia nei confronti degli strati piccolo-borghesi disperati che degli emarginati urbani. Ma ciò non deve mai portarlo ad accettare come suoi i metodi di lotta caotici e senza avvenire praticati da questi strati sociali. Ciò è particolarmente importante nei confronti di gruppi e movimenti - come quest’area “autonoma” - che fanno riferimento a dei “principi” fumosi che, nel migliore dei casi, si trovano a metà strada tra la borghesia ed il proletariato e che, di fatto, assumono come “principio dei principi” la pratica di una violenza minoritaria radicale[11].
In genere, tre sono gli argomenti che vengono avanzati per reclamare un preteso “contributo” alla lotta operaia da parte di questi movimenti che praticano violenza minoritaria:
1) essi “rompono la pace sociale”, cosa che aiuterebbe il proletariato a prendere coscienza ed a lanciarsi nella lotta;
2) possono produrre le battaglie “preliminari” nello scontro violento con lo Stato borghese;
3) sviluppano un lavoro “d’avanguardia”, sul campo militare, per ciò che riguarda l’organizzazione della violenza armata.
Esaminiamo questi argomenti.
1) Queste azioni “non rompono la pace sociale” ma, al contrario, la rafforzano. Al di là della possibile simpatia che il proletariato potrebbe provare per alcuni di questi elementi che si rivoltano contro l’oppressione esistente, il carattere minoritario ed isolato di questo genere di azioni rafforza i sentimenti di atomizzazione, di isolamento e diffonde di più l’impotenza e la passività. Peraltro, che tipo di coscienza possono sviluppare queste “azioni esemplari di forza”? La coscienza proletaria viene dall’esperienza collettiva di lotta, dalla comprensione, dal dibattito, dalla situazione, dalla preoccupazione dell’avvenire ed in nessun modo dallo “scalpore” che tali azioni potrebbero produrre. Per caso il proletariato è un gregge di pecore a cui qualche “eroe” deve mostrare “come lottare”?
2) Tutto il processo che va dalle lotte di resistenza fino all’insurrezione rivoluzionaria internazionale deve essere assunto collettivamente dal proletariato e nessuno può sostituirlo in nessuno dei differenti aspetti o fasi. Il sostituzionismo è la visione che consiste nel pretendere che una minoranza possa iniziare a preparare le lotte armate “preliminari” alla rivoluzione. Il sostituzionismo - in tutte le sue manifestazioni[12] – riesce solo a favorire la passività e la smobilitazione del proletariato conducendolo ad una subordinazione verso una minoranza che pretende di portare la chiarezza, se non “l’illuminazione”.
3) La violenza, ancora una volta, non è qualche cosa di tecnico, di specifico, estranea alla lotta di classe del proletariato, ma è la sua stessa espressione di fronte allo Stato borghese, è la stessa classe in lotta, in massa ed autorganizzata, cosa che vuole già dire violenza contro lo Stato borghese, che implica una sfida contro l’ordine costituito. Da questo punto di vista, anche se il proletariato crea dei reparti “specializzati”, come i picchetti di lotta, le squadre di controllo, la guardia rossa nel caso delle rivoluzioni russe del 1905 e 1917, lo fa dopo una decisione collettiva e sotto il controllo collettivo delle assemblee generali e dei Consigli operai. Così, per esempio, il Comitato militare rivoluzionario che diresse l’insurrezione d’Ottobre 1917 era un organo creato dai Soviet nel settembre 1917 ed al quale partecipavano dei bolscevichi, degli anarchici internazionalisti, dei socialisti-rivoluzionari ed anche dei menscevichi!
Il proletariato non ha niente da sperare dalla pratica, e meno ancora dai principi - generalmente inesistenti - degli strati sociali senza avvenire. Al contrario, sono proprio gli elementi singoli che si staccano da questi strati che devono unirsi alla lotta del proletariato se vogliono avere un avvenire.
CCI 23-12-08
[1]https://fr.internationalism.org/icconline/2008/sabotages_sncf_des_actes_steriles_instrumentalises_par_la_bourgeoisie_contre_la_classe_ouvriere.html [79]
[2] Vedere questo ed altri commenti sia sulle pagine in spagnolo che in francese del nostro sito.
[3] Senza andare lontano, i lettori possono convincersene leggendo nel nostro articolo la riproduzione di una parte dell’intervista fatta ad un esperto in manipolazioni e provocazioni borghesi: l’onorevole Cossiga, parecchie volte ministro, (in particolare dell’Interno e della Difesa), primo ministro ed ex presidente della Repubblica italiana.
[4] Bisogna precisare che gli scontri con la polizia di gruppi di lavoratori o di studenti - anche minoritari - e l’organizzazione di azioni di violenza da parte dei gruppi minoritari specializzati non sono affatto la stessa cosa.
[7] Abbiamo già fatto delle analisi generali su questa questione: vedi Revue internationale n°14 “Terreur, terrorisme et violence de classe [83]” e Revue internationale n°15 “Résolution sur la terreur, le terrorisme et la violence de classe [84]”. Salvo indicazione particolare, le citazioni nel seguito di questo articolo sono tratte da questi due articoli.
[8] “Résolution sur la terreur, le terrorisme et la violence de classe [84]”, nella Revue internationale n°15, 1978.
[9] Per evitare ogni malinteso, vogliano fare tre chiarimenti preliminari: 1) il sabotaggio non ha niente a che vedere con il terrorismo; 2) non escludiamo che in certi momenti della lotta proletaria, delle azioni di sabotaggio siano necessarie contro i propri nemici; 3) comprendiamo che certi elementi operai minoritari lo praticano come espressione di disperazione e di rabbia, soprattutto a livello individuale.
[10] Recentemente - nel 2007 - gli operai egiziani ci hanno dato una dimostrazione di difesa cosciente contro la polizia: essi avevano occupato una fabbrica ma, avendo saputo che la polizia arrivava per sgomberare, hanno chiamato con i telefonini operai di altre fabbriche, i vicini dei loro quartieri, le donne, ecc. Un’ora dopo l’arrivo della polizia, questa, con grande sorpresa, si è ritrovata accerchiata da una folla di persone che aumentava di continuo ... Durante lo sciopero generale a Vigo nel 2006, apprendendo che dei compagni erano stati fermati e portati nel palazzo di giustizia, più di 10.000 operai vi si sono concentrati intorno minacciando di prenderlo d’assalto. Vedi Révolution Internationale n°380, juin 2007 [85] «Grèves en Egypte: la solidarité de classe, fer de lance de la lutte [86]», Révolution Internationale n°369, juin 2006 [87]: «Grève de la métallurgie à Vigo en Espagne: une avancée dans la lutte prolétarienne [88]».
[12] Spesso si ha una visione molto restrittiva e riduzionista del sostituzionismo che si limiterebbe all’idea della socialdemocrazia secondo cui è il partito che prende il potere in nome della classe operaia per “iniettarle” la coscienza dall’esterno. Ci sono altri sostituzionismi ugualmente nocivi, come quello delle minoranze “armate”, che pretendono di “risvegliare” la classe o, sempre dall’esterno, “preparare la sua lotta armata”.
Se diamo un titolo così impegnativo a questo articolo è perché la manifestazione del 15 ottobre scorso a Roma degli indignati italiani, e soprattutto la discussione che ne è seguita nei vari canali ufficiali e non, ha sollevato una serie di questioni della massima importanza per la gente che soffre e che vuole lottare contro questa sofferenza, questioni che richiedono un’attenta riflessione.
Ma cominciamo a ricordare il contesto in cui questa manifestazione è nata. Il contesto, lo vediamo tutti, è quello di una situazione economica che ormai non tiene più da nessun lato. Il “nostro” governo, dopo aver addirittura negato fino a pochi mesi fa che ci fosse una crisi, adesso arriva finanche a parlare di crisi sistemica, insomma a dire la verità pur di scrollarsi di dosso ogni responsabilità di quello che sta succedendo. E le conseguenze sono mazzate e ancora mazzate e mazzate ancora. Così, a parte i tagli, i blocchi dello stipendio, i licenziamenti, la mancanza di futuro, quello che fa impressione in Italia è che nella cabina di regia non ci sia nessuno o, se si vuole, che alla guida della macchina Stato sia rimasto un robot impazzito. Tutto questo ha creato e sta creando una profonda insoddisfazione e una grande collera non solo nel proletariato, ma anche in molti altri strati sociali intermedi che vengono sempre più spinti verso il basso nella scala sociale, verso il proletariato stesso.
Questa è la base emotiva, sociale e politica della manifestazione del 15 ottobre e la prima cosa che dobbiamo riconoscere, contrariamente a quanto hanno fatto i vari commentatori borghesi delle varie TV di Stato o non che siano, è la grande partecipazione di massa che ha registrato questa giornata di lotta, la grandissima voglia di partecipare e di protestare che si è levata da ogni parte d’Italia. Purtroppo l’epilogo violento della manifestazione del 15 ottobre non ha permesso di valutare con esattezza l’ordine di grandezza del numero di manifestanti. Si parla di 200.000, 300.000 partecipanti, ma anche di più. In ogni caso il numero è già la testimonianza di una volontà di lotta non indifferente. Ma questa grande spinta non viene soltanto da una questione di pancia, dalle difficoltà del momento, ma anche dall’atmosfera nuova che si respira a livello internazionale. Il riemergere della lotta di classe nei vari angoli del mondo e, più recentemente, le grandi lotte che hanno attraversato i paesi del nord Africa prima e poi la Spagna e ancora la Grecia e poi Israele, ecc. ecc., stanno dando coraggio agli sfruttati del mondo intero all’idea che lottare si può, che un altro mondo è possibile.
D’altra parte il 15 ottobre è stata una Giornata Mondiale di mobilitazione per “un cambio globale” in cui erano previste manifestazioni in 900 città di 82 diversi paesi. I risultati sono stati più che positivi:
Spagna: Madrid, 200.000 persone, Barcellona, 300.000, Valencia 70.000, Siviglia e Saragozza 45.000, Granada 20.000, Bilbao e Terragona 12.000, Vigo, Alicante, Valladolid, Palma de Maiorca 10.000 ecc. Nelle Asturie un’enorme presenza, 15.000, nella zona mineraria di Mieres.
Messico: Città del Messico, 5000 persone. Altre manifestazioni di protesta a Guadalajara, Tijuana, Monterrey, Queretaro e Puebla.
Argentina: Buenos Aires, 1.000 manifestanti che si sono uniti agli acampados della provincia di Jujuy.
Cile: 20.000 a Santiago, con la partecipazione massiccia di giovani. Valparaiso, 3.000.
Ecuador: 100 participantes a Quito
Irlanda: 300 manifestanti che si sono concentrati davanti alla Banca Centrale.
USA: Nueva York 4.000 manifestanti; Miami: accampamento di indignati nei giardini del Centro del Governo; altre manifestazioni a New Orleans e a Washington.
Australia: a Sydney dopo la manifestazione (circa 5000 partecipanti), 300 partecipanti decidono di prendere il piazzale Martin Place di fronte alla Banca centrale australiana.
Gran Bretagna: a Londra 5.000 manifestanti, accampati di fronte a Saint Paul.
Marocco: a Casablanca circa 2.000, ma sono sciolti dalla polizia.
Israele: 10.000 manifestanti a Tel Aviv; altre manifestazioni a Gerusalemme, Haifa e Kiryat Shamona.
Portogallo: 20.000 persone a Lisbona, con slogan del tipo “Sono precario ma il mondo cambierà”, “Spagna, Grecia, Irlanda e Portogallo, la nostra lotta è internazionale”.
Grecia: piazza Sintagma completamente piena.
Polonia: 500 manifestanti a Varsavia.
Finlandia: 1000 manifestantes ad Helsinki.
Germania: 10.000 manifestanti a Berlino, 400 a Colonia, 5.000 a Francoforte
Svizzera: 500 a Zurigo, 300 a Ginevra.
Belgio: a Bruxelles varie centinaia di indignati celebrano un’assemblea trilingue.
L’azione di sabotaggio della borghesia
Ma è stato proprio il timore di questa collera crescente all’interno del proletariato che ha suggerito alla borghesia di provvedere in anticipo a bagnare le cartucce al proprio nemico di classe. Così, da una parte, c’è stata la discesa in campo di tutte le forze della sinistra borghese, dal PD ai vendoliani di SEL, da CGIL e FIOM fino ai vari sindacati di base e alle varie associazioni tipo ARCI e quant’altro è presente nella galassia della sinistra borghese. Questi vari presunti rappresentanti della classe operaia e degli sfruttati, in realtà icone vuote di ogni contenuto di classe e rappresentanti solo degli interessi delle varie parrocchie di interessi e poteri vari, si sono raccolti nel “Coordinamento15 ottobre” organizzatore della manifestazione per cercare di cavalcare la tigre, darle una rappresentanza politica in modo da contenerne e controllarne le mosse. Su un altro e diverso fronte ha lavorato lo Stato per creare, già alla vigilia della manifestazione, un’atmosfera di tensione. L’episodio di Bologna di tre giorni prima era servito perfettamente ad aizzare gli spiriti più bollenti del movimento e a portarli a Roma con un atteggiamento di sfida.
Così, una volta scesi in piazza, i vari settori di proletari, disoccupati, cassaintegrati, studenti, precari, ecc. ecc. si sono sentiti stretti tra due fuochi: da una parte dalla sinistra borghese che cercava di realizzare l’ennesima sterile sfilata, dall’altra dalla tentazione di lasciare almeno un segno tangibile della manifestazione, di fare almeno un poco male a questo sistema di padroni che vuole scaricare tutto il peso della crisi solo su chi lavora e sugli strati più deboli. Questa situazione è ben descritta dal Network Antagonista Torinese in questo interessante contributo:
“Il divieto, da parte del Ministero degli Interni e della questura della capitale, di portare l’acampada sotto i palazzi della casta ha rappresentato un gesto di chiusura e arroganza che ha determinato l’anomalia che ha accompagnato l’avvicinamento e lo sviluppo della giornata del 15 ottobre. Con una scelta insensata, il comitato organizzatore ha deciso di accettare questa imposizione, rinunciando a circondare la casta e preferendo convogliare la manifestazione altrove, allestendo un programma costituito da una serie di comizi. È inutile – per tutti – nascondere che questa scelta è stata sbagliata, apparendo incomprensibile, oltre che autoreferenziale, alla stragrande maggioranza dei partecipanti alla manifestazione. Il cartello degli organizzatori non aveva la forza politica e la rappresentatività necessarie per imporre all’indignazione italiana una deviazione dal sentimento e dalle pratiche della globalrevolution. Lo si è visto nella partecipazione residuale all’assemblea di Via Nazionale indetta dagli organizzatori il 29, così come nella presenza di massa, il 30, agli spezzoni metropolitani, precari e antagonisti che li hanno preceduti in corteo. Non riteniamo che sulle azioni prodotte in Via Cavour da gruppi di manifestanti, di diverso orientamento e dinamiche di affinità, debba concentrarsi la nostra analisi. È tuttavia chiaro che incendiare automobili lungo il percorso di una manifestazione di massa, ben sapendo che la stragrande maggioranza dei presenti è del tutto contraria a un simile atto, significa esprimere un disprezzo profondo per il corteo, attraverso un gesto che non conduce a nessuna prospettiva di allargamento del consenso e di produzione di conflitto sociale. Episodi simili hanno mostrato che l’autoreferenzialità è ben distribuita tra i soggetti politici tradizionali del movimento italiano, siano essi orientati a un avanguardismo senza seguaci o alla deriva istituzionale, e non è in grado, ad ora, di interpretare la ricchezza e le potenzialità dei soggetti che si stanno affacciando sulla scena del Mediterraneo e più in generale del pianeta”.[1]
Come si vede di fatto non c’è stata alcuna possibilità, alcuno spazio, per trovare una terza via, per tentare un processo di saldatura tra le diverse componenti presenti in piazza perché l’ulteriore evoluzione delle cose l’hanno del tutto impedito.
Gli scontri di piazza S. Giovanni
Noi non sappiamo se ci siano stati dei provocatori all’inizio di tutti gli atti di violenza, è però evidente che in tutta la prima parte del corteo gli atti di violenza prodotti da un numero esiguo di persone è stato lasciato andare avanti perché serviva a rafforzare questa atmosfera di tensione e a giustificare quello che poi ha fatto la polizia in piazza S. Giovanni, come attentamente documentato in questo post trovato su internet:
“…la nostra classe politica aveva già deciso di 'mandare tutto a puttane'. (…) C’era tensione fin dal principio. Come non ne avevo mai sentita. Giunti a Via Labicana, sembrava che la situazione potesse essere pericolosa. Così abbiamo imboccato una strada laterale per andare ad attendere che il corteo confluisse a Piazza San Giovanni. Purtroppo non è mai arrivato. Se per la via ci sono stati alcuni "black bloc" che hanno bruciato 2 vetture, la polizia lì non è intervenuta.
I fatti ai quali abbiamo assistito sono i seguenti: ¼ del corteo era arrivato in piazza. La polizia ha caricato violentemente i manifestanti (non i "black bloc"). Così mentre il resto del corteo arrivava, si è dovuto fermare senza sapere se andare avanti o indietro. Il camion dei COBAS ha chiamato al microfono la polizia, chiedendo istruzioni. Di fatto il ¼ di persone già in piazza (100 o 200.000 persone) era sotto choc, e mentre il resto del corteo arrivava, loro defluivano con espressione sconvolta e scioccata in senso opposto, scappando. Il camion è rimasto fermo a lungo, insistendo che tutti si radunassero dietro a lui perché era l’unico posto sicuro.
A quel punto la polizia caricava anche in fondo al corteo. I sindacati hanno persino chiesto al microfono che venissero fermati gli agitatori. E invece la polizia ha continuato con lacrimogeni, getti d’acqua e cariche dei furgoni a prendersela con la folla. Alla fine tutti i camion delle organizzazioni sono scappati via. La piazza era gremita di gente senza leader. Molti non volevano andarsene, anche se ormai iniziava a sembrare improbabile un qualunque comizio, o un’assemblea.
(…) I manifestanti si sono poi divisi in tre parti. I più giovani erano arrabbiati, e sono entrati massicciamente in conflitto con la polizia. (…) L’altra parte della popolazione della piazza affollava la parte antistante la basilica, un’area pedonale fatta a scaloni dove non rischiava di essere investita dai blindati che andavano via via caricando la folla a tutta birra e con i getti d’acqua accesi.
Arrampicati sulle inferriate della chiesa vedevamo queste scene di violenza ed eravamo … allibiti. Ogni tanto arrivava fino a noi una gragnola di lacrimogeni, e allora tutti si scambiavano spray di acqua, limoni, creme speciali. C’era confusione e panico. Ma per fortuna il vento li disperdeva nuovamente dopo poco. La donna che era con me, una professoressa americana 60enne, mi chiedeva se volevo andarmene. Ma io non volevo abbandonare così i miei diritti. Sarei rimasta a vedere fin dove la repressione sarebbe arrivata.
La gente era stomacata e sconvolta. Così, quando i giovani si sono rivolti con forza contro le camionette che li investivano, lanciando sampietrini a pioggia fino a far retrocedere i blindati disordinatamente (si sono persino tamponati a marcia indietro), è partito un applauso. La spirale della violenza, purtroppo, era innescata. Ed eravamo inermi ad osservare. Giungevano rinforzi. Fino a veder arrivare blindati militari. Continuavano a caricare instancabili.
Quando hanno finito di svuotare gran parte della piazza, là dove non potevano arrivare con i blindati sono scesi a piedi, in formazioni di 50 armati di manganelli e caschi, e si sono gettati sulla folla dei manifestanti più pacifici. Sembrava che l’ordine fosse stato di non permettere alla piazza di riempirsi e di disperdere fino all’ultimo gruppo di 10 persone.
Ciò che la polizia combatteva, era il diritto stesso di assembramento. È più o meno a questo punto, dopo 3 ore di beirut, che un blindato è stato colpito da una palla di carta infuocata ed ha preso fuoco. Ho temuto per un attimo che la polizia vi fosse rimasta intrappolata. Sarebbe stato un rogo. Per fortuna così non è stato.”[2]
Anche se molto lunga, riteniamo che la testimonianza di questa che sembra essere una prof della scuola sia molto eloquente. Altre testimonianze sono allegate alla fine dell’articolo. Insomma, di fronte all’impossibilità ormai acclarata per la borghesia di fornire una qualsivoglia risposta sul piano sociale alle esigenze delle masse di lavoratori, precari, giovani, disoccupati che protestano ormai da anni contro tagli e austerità e per la mancanza più assoluta di una prospettiva per tutti, una delle linee strategiche seguite sembra essere quella di spingere sempre più i dimostranti sul piano dello scontro. La borghesia, fedele al famoso messaggio di Cossiga[3] che, in una intervista del 2008, aveva suggerito la necessità di infiltrare i movimenti e comunque di lasciare sviluppare gli scontri per poi avere piena legittimazione nel successivo intervento delle forze dell’ordine, evitando in altri termini le “noie” sorte in seguito agli eventi di Genova 2001, è riuscita a far sì che una manifestazione di centinaia di migliaia di persone come quella del 15 ottobre sia finita per produrre solo un confronto fisico, militare con le forze dell’ordine.
Cos’è che determina un rapporto di forza tra sfruttati e sfruttatori?
Poiché, anche volendo immaginare la presenza di alcuni provocatori che possono avere avuto la funzione di “fomentare gli scontri”, la dinamica della risposta dura ha preso una componente importante della manifestazione, è importante che ci si ponga un quesito: cos’è che determina un rapporto di forza tra sfruttati e sfruttatori? E’ forse lo scontro fisico? E’ forse stare a seguire le direttive di sindacati e partiti e partitini di sinistra borghese? O che altro? Lasciando perdere l’ipotesi di dare ancora credito ai cosiddetti rappresentanti politici e sindacali, delle varie parrocchie che già conosciamo e su cui rimandiamo a nostri articoli precedenti, cerchiamo invece di capire in che misura la scelta dello scontro di piazza può essere pagante, cioè, come abbiamo detto, se determina un avanzamento del rapporto di forza tra sfruttati e sfruttatori. Ma prima di sviluppare dobbiamo anche ben capirci su che significa “rapporto di forza” che, a sua volta, rimanda evidentemente all’obiettivo finale che si vuole raggiungere. Quello che vediamo in giro è che la gente, qualunque comprensione abbia dei motivi per cui le cose vanno così male sul piano economico, di sicuro fa sempre più fatica a sostenere i sacrifici che le vengono imposti. Quello che dunque si produce tra la gente, tra gli sfruttati, è una sete di comprendere le cause di questa crisi, ma anche di cosa fare, in che direzione andare, come muoversi. Non è un caso che in tutti i centri di lotta del mondo, assieme alle manifestazioni anche dure che ci sono state, si sono avuti sempre momenti assembleari di discussione, di confronto, di elaborazione di una strategia di lotta comune. Non è un caso che gli ultimi avvenimenti di lotte ci stanno insegnando il nome delle varie piazze in cui si raccolgono e discutono i manifestanti di tutto il mondo: da piazza Sakarya ad Ankara a piazza Tahir, al Cairo, a Puerta del Sol a Madrid, a piazza Sintagma ad Atene, alle tende di Boulevard Rotschild a Tel Aviv, allo Zuccotti Park di New York, ecc. ecc. Ed una prima cosa che si sta capendo proprio grazie alla contemporaneità di questo movimento è che non si tratta di un problema di questo o quel paese, ma che la crisi è di tutto il mondo e che quindi non ci sono specificità nazionali, ma anzi che gli sfruttati di tutto il mondo hanno esattamente gli stessi interessi. E’ questa dunque una fase preziosa e gravida di possibili sviluppi positivi, una fase in cui i diversi settori del proletariato, le varie componenti del mondo degli sfruttati, possono riconoscersi progressivamente come parti di una stessa classe, possono misurare la propria forza attraverso la loro capacità di unirsi e di produrre un’azione sinergica, possono finalmente comprendere che la loro prima forza è l’unità e la loro capacità di marciare assieme in maniera cosciente.
Tornando dunque alla questione del rapporto di forza, crediamo che, in questa fase storica, valutare l’esito di una manifestazione, di una lotta, significhi valutare se si è riusciti ad aumentare la solidarietà, l’unità, la coscienza della classe. Nel caso della manifestazione del 15 ottobre, fermo restando che la responsabilità degli scontri è tutta delle forze dell’ordine e dunque dello Stato - che li hanno provocati ed anche preparati dal primo momento - occorre anche dire che c’erano migliaia di persone che hanno raccolto con piacere l’invito, dando luogo in piazza San Giovanni ad una violenza prematura e dunque alla fine dannosa, perché spaventa i più, li intimorisce, e permette peraltro allo Stato di avere mano libera a livello di propaganda e di repressione.
Questo non vuol dire propugnare una politica pacifista, della non violenza. Sappiamo bene che i rapporti tra borghesia e proletariato non potranno essere risolti che attraverso un processo rivoluzionario che dovrà necessariamente fare uso della violenza. La borghesia, nonostante la bancarotta del capitalismo, non lascerà mai spontaneamente il proprio dominio sulla società. Ma è altrettanto vero che la violenza non ha in sé un requisito di classe, non c’è niente di rivoluzionario nella violenza. Questa è solo uno strumento cui il proletariato deve ricorrere per portare avanti la propria rivoluzione. Per cui, anche nelle lotte attuali, la violenza non è da escludere per principio, ma occorre farvi ricorso solo quando le condizioni lo richiedano (difesa di un’assemblea, di una manifestazione da provocazioni esterne) o anche per attaccare (occupazione di sedi simbolo del potere, ecc.), a condizione però che questo sia il sentimento presente nell’insieme dei manifestanti e non sia usato “per spingere gli altri a muoversi, a svegliarsi” ed ancora che questo corrisponda alle necessità del movimento in quella fase di crescita. Ricordiamo che perfino nei mesi della rivoluzione del 1917 in Russia, Lenin e il partito bolscevico intervennero nei confronti della classe operaia russa per fermarne lo slancio insurrezionale in cui si era tuffata nei primi giorni di luglio, proprio perché la classe e la situazione politica non erano mature per quel passaggio decisivo.[4]
Per una critica della violenza prematura
Ma occorre andare avanti nella critica politica della violenza prematura perché, in tutta evidenza, non si tratta solo di una questione di tattica, ma c’è dietro anche una diversa visione politica con cui confrontarsi. Parlando con alcuni manifestanti che hanno perlomeno simpatizzato per gli atti di violenza, si avverte un senso di distacco e finanche di fastidio nei confronti dei “piccolo borghesi” che seguivano gli striscioni dei sindacati o delle varie sigle di sinistra borghese. In realtà questi erano andati a fare la “solita passeggiata” che “nulla avrebbe cambiato”, per cui nulla di male se si strappa ad altri l’iniziativa radicalizzando la manifestazione, ingaggiando lo scontro con le forze dell’ordine e stroncando il corteo. Questo tipo di visione è, a nostro avviso, profondamente sbagliata per diversi motivi.
Anzitutto perché assumersi la responsabilità di bruciare la manifestazione trasformandola in scontro con la polizia significa prendersi la delega per tutto il movimento, decidere al posto di tutti gli altri. Anche se fatto a fin di bene, con le migliori intenzioni, questa scelta è fallimentare e non potrebbe che essere tale. La classe operaia nel suo cammino storico può contare solo sulla propria unità e la propria coscienza. Pensare che una minoranza possa decidere al posto dell’insieme significa negare che la classe operaia sia la classe rivoluzionaria, perché ridotta secondo questa concezione a mera massa di manovra. Ricordiamo che questo fatale errore fu commesso proprio dal partito bolscevico dopo la vittoria della rivoluzione in Russia. Ormai il potere era stato conquistato, al posto di comando c’era Lenin e lo stato maggiore del partito che appariva come il più lucido a livello internazionale. Cosa si pretendeva di più? Eppure, proprio l’aver espropriato l’insieme della classe della sua creatività, della capacità e della facoltà di decidere, di prendere le sue iniziative politiche, fossero anche critiche nei confronti del partito, come nel tragico caso di Kronstadt, costituirono le cause dello sgonfiamento del potere sovietico e della degenerazione della situazione.
In secondo luogo e soprattutto perché si basa su una visione immediatistica della situazione: esisterebbero i rivoluzionari, quelli che hanno capito tutto - o perlomeno l’essenziale - e che sarebbero pronti all’azione, e dall’altra il “ceto medio”, i “garantiti”, i “piccolo borghesi”, ecc. che, per la loro diversa collocazione, sarebbero destinati comunque a giocare un ruolo di freno e di inerzia in qualunque movimento. Viceversa, come dimostra la storia della nostra classe, la classe matura nel tempo attraverso le sue lotte, prende coraggio ed esperienza da queste, per cui settori che si trovano più indietro rispetto ad altri acquistano fiducia proprio nella lotta, dall’esempio dei loro fratelli di classe. Proprio questo immediatismo e questo atteggiamento di snobismo rivoluzionario impedisce, ad esempio, a questa area politica di riconoscere il grande valore delle lotte che si sono combattute per mesi in Israele e che hanno visto combattere assieme israeliani assieme ai palestinesi per gli stessi obiettivi.[5]
Al contrario, là dove si è sviluppato il dibattito e lo scambio di esperienze tra i vari manifestanti, come in Spagna, attraverso le varie assemblee di piazza, i risultati non si sono fatti attendere. Gli slogan e i cartelli che si sono visti in quel paese il 15 ottobre hanno mostrato ancora una volta la creatività e la maturità della coscienza. Ecco alcuni esempi:
Ezechiele, 25 ottobre 2011
[1] Dal Comunicato del Network Antagonista Torinese (askatasuna, murazzi,cua, ksa) sulla manifestazione del 15 ottobre www.infoaut.org [89].
[2] 15 Ottobre. Gli italiani sono svegli, ma saturi di questa politica [90]. Le sottolineature sono presenti nel testo originale.
[4] “Gli operai e i soldati di Pietrogrado si sollevano massicciamente e spontaneamente esigendo che tutto il potere passi ai consigli operai, ai Soviet. Il 4 luglio, una manifestazione armata di mezzo milione di partecipanti stringe d'assedio la direzione del soviet di Pietrogrado chiamandolo a prendere il potere ma, rispondendo all'appello dei bolscevichi, la sera si disperde pacificamente. Il 5 luglio, le truppe controrivoluzionarie riprendono la capitale della Russia, dando la caccia ai bolscevichi e reprimendo gli operai più combattivi. Tuttavia, evitando una lotta prematura per il potere, l'insieme del proletariato manterrà le sue forze rivoluzionarie intatte. E' questo che permetterà alla classe operaia di trarre le lezioni essenziali da questi avvenimenti, in particolare la comprensione del carattere controrivoluzionario della democrazia borghese e della nuova sinistra capitalista: i mensceviche e i socialrivoluzionari che hanno tradito la causa dei lavoratori e dei contadini poveri e sono passati nel campo nemico. In nessun altro momento della rivoluzione russa è stato così acuto il pericolo di una disfatta decisiva del proletariato e della liquidazione del partito bolscevico come durante queste 72 drammatiche ore.”. Da CCI, 1917: la rivoluzione russa. Le “giornate di luglio”: il ruolo indispensabile del partito [92].
[6] Il Gruppo Bilderberg (detto anche conferenza Bilderberg o club Bilderberg) è un incontro annuale per inviti, non ufficiale, di circa 130 partecipanti, la maggior parte dei quali sono personalità influenti in campo economico [94], politico [95] e bancario [96], da https://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_Bilderberg [97]
Il 7 e l’8 maggio scorso si è tenuto a Napoli un incontro sul tema “L’acutizzarsi della crisi economica ed attacchi sempre più duri si traducono in precarietà e insicurezza delle nostre vite. Come passa tutto questo nelle nostre esistenze? Come vivere questa mancanza di futuro per le giovani generazioni e sempre più per tutta l’umanità? Come reagire?”. L’iniziativa è stata lanciata da un gruppo di proletari attraverso un “Appello a tutti quelli che soffrono come noi l’invivibilità di questa società, per un week-end di incontro e di confronto a Napoli il 7-8 maggio 2011”, dove si presentano in questo modo: “Siamo un gruppo di lavoratori, studenti, precari, disoccupati, cassintegrati … che da un po’ hanno deciso e scelto di incontrarsi per conoscersi e confrontarsi. Abbiamo iniziato questa esperienza nel 2009, incontrandoci “dal vivo” quando possibile, dandoci, in un primo momento, come strumento di comunicazione, una mail, per poi evolvere dotandoci di un forum (https://napolioltre.forumfree.it [25]) attraverso il quale siamo entrati in contatto con una serie di persone e realtà presenti in Italia, e abbiamo verificato una grande esigenza da parte di molti di avere dei momenti di incontro, di confronto e di dibattito per riflettere e discutere su cose che stanno profondamente angosciando e “condizionando” le nostre esistenze (…) Sentiamo la necessità di “chiarirci” e di non “sentirci soli” di fronte agli attacchi sempre più duri alla nostra vita; pensiamo che questa necessità sia sentita sempre più da noi, non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo (basta dare un’occhiata a quel che accade in altri paesi dell’Europa così come in nord Africa o altrove) ed è per questo che crediamo sia importante creare momenti di incontro dove potersi liberamente esprimere e confrontare (…) Ecco perché lanciamo la proposta di incontrarci per un intero week-end con l’obiettivo principale di creare un luogo fisico di riunione in cui tutte le persone sinceramente interessate, indipendentemente dal loro punto di vista politico di partenza, possano incontrarsi e discutere assieme” (https://napolioltre.forumfree.it/?t=54462092 [99])
Questa riunione si iscrive pienamente nel lavoro che da qualche anno la nostra organizzazione sta portando avanti a livello internazionale per favorire la creazione di situazioni che permettano ai proletari di ritrovarsi, rompere l’isolamento e discutere collettivamente. In Italia questo sforzo si è concretizzato con delle “Giornate di discussioni” nel 2008, 2009 e 2010[1] che, pur essendo promosse ed organizzate da noi, non sono state intese e vissute come riunioni della CCI ma come riunioni appartenenti a chi vi voleva partecipare, con la presa in carico da parte di questi della scelta dei temi da affrontare, delle presentazioni per introdurre le discussioni, delle sintesi di queste per lasciarne una traccia. Come spiegavamo nella lettera del maggio 2008 della CCI “ai compagni che hanno partecipato alla giornata di discussione del 19 aprile 2008” queste giornate di discussione intendevano rispondere “da una parte, a quella richiesta di chiarezza politica che è stata evocata prima, dall’altra riprendere quella tradizione che è stata sempre presente nei partiti operai e che corrisponde al fatto di rendere disponibili le sedi di partito come punto di incontro per i proletari per discussioni o incontri di vario genere. Quindi il fatto che la riunione (quella dell’aprile 2008) abbia avuto luogo per iniziativa della CCI risponde al fatto che, oggi come oggi, la classe è ancora intimidita, fa ancora fatica a cacciare la testa fuori dal sacco in cui l’hanno rinchiusa. Noi certamente torneremo a intraprendere tali iniziative, ma va da sé che, a mano a mano che il proletariato prenderà fiducia in sé stesso e comincerà a organizzare riunioni di sue iniziativa, queste riunioni promosse dalla CCI potranno perdere di significato fino a rendersi del tutto inutili”. (La CCI ai compagni che hanno partecipato alla giornata di discussione del 19 aprile 2008 [100]).
In questa ottica il fatto che quest’anno l’iniziativa sia stata presa in carico direttamente da un gruppo di compagni che, attraverso un gruppo di discussione ed un forum, hanno dato vita ad un reale luogo di discussione, costituisce già di per sé un elemento di bilancio molto positivo dell’incontro del 7-8 maggio scorso.
Naturalmente la nostra organizzazione ha dato tutto il suo sostegno all’iniziativa attraverso la sua pubblicizzazione a tutti i propri contatti e la partecipazione di suoi militanti alla preparazione ed alla tenuta della riunione.
Il bilancio di questo weekend è decisamente positivo:
- per il numero dei partecipanti: 32 persone, venute anche da altre città italiane e dalla Germania, il che non è poco per una iniziativa di questo genere, tanto più che diversi altri hanno comunicato che non potevano venire in questa occasione, ma che aderivano all’iniziativa e vi avrebbero partecipato con piacere;
- per la molteplicità e l’importanza delle preoccupazioni emerse e discusse;
- per il clima di confronto reale, costruttivo e fraterno nelle discussioni, nonostante si siano espressi punti di vista e impostazioni diverse.
Su quest’ultimo aspetto in particolare ci sembra più utile riportare degli estratti di quanto scritto nel bilancio del weekend condiviso dai partecipanti, bilancio che noi sosteniamo pienamente:
“… abbiamo realizzato un evento che ci ha visto impegnati per due giorni in un serrato e partecipato confronto di idee e di esperienze e la cui importanza va forse al di là di quello che ognuno di noi si aspettava e di quello che forse anche adesso siamo in grado di immaginare. (…) Ci sono stati circa 90 interventi, spalmati lungo la due giorni, per un tempo di circa 8 ore. Non ci sono state interruzioni e la vivacità e la voglia di mettersi in gioco che è trapelata dagli interventi è andata oltre le nostre stesse previsioni. Nell’intervento introduttivo[2] c’era stato l’invito a tutti di non porsi il problema di essere per forza “originali” o di non sentirsi “all’altezza”, né di farsi condizionare da interventi che potevano apparire “esaustivi”, né di fare dell’incontro una pura discussione accademica, insomma di partecipare in maniera coinvolta e coinvolgente alla discussione e al confronto. Quello che subito è apparso chiaro, nonostante l’“eterogeneità” dei presenti in sala e le differenti motivazioni che avevano spinto ognuno di noi a partecipare, è stata la voglia di tutti di avere finalmente un posto dove poter esprimere le proprie preoccupazioni, i propri dubbi, le proprie convinzioni e misurarle con altri senza sentirsi “giudicati”, senza sentirsi in “competizione”, senza gridare e litigare, insomma, un posto dove riuscire a confrontarsi con tranquillità e voglia di fare insieme agli altri un passo avanti verso la comprensione collettiva oltre che individuale. (…)Non sono mancati momenti di socializzazione concretizzatisi in particolare nella squisita e abbondante cena del sabato sera, interamente preparata da alcuni partecipanti (cui va il nostro sentito e “interessato” ringraziamento) consumato nell’accogliente sala messa a disposizione dall’associazione La Città del sole (che ringraziamo), e nella colazione della domenica con i dolci che non eravamo riusciti a finire la sera precedente.
La forte sensazione che abbiamo provato, e che ci sembra essere non poca cosa, è stata quella di aver partecipato ad un evento in cui si sono abbattuti i muri dell’indifferenza, della solitudine, dell’ognuno per sé, muri che di solito ci impediscono di vedere l’altro, di confrontarci in modo schietto e sentito e che ci impediscono di aprire la strada alla comunanza al confronto reale, alla solidarietà dandoci sempre più fiducia nelle nostre capacità e nella possibilità di essere insieme agli altri artefici di un cambiamento.”
In particolare pensiamo sia molto importante la consapevolezza espressa in questo bilancio che “Questa riunione, che in sé può anche essere considerata poca cosa, acquista una importanza molto più grande se pensiamo che contemporaneamente lo stesso tipo di iniziative si producono in tutto il mondo, con la creazione di gruppi di discussione, la tenuta di assemblee e di riunioni tematiche, se consideriamo ancora che il malessere e l’insoddisfazione per la vita che si vive si esprime sempre più in lotte aperte che coinvolgono masse crescenti di persone. Perciò quello che è stato prodotto da questa riunione non è patrimonio dei singoli partecipanti ma è l’espressione di una dinamica molto più ampia”.
Infatti, la spinta alla base di questo incontro e del suo successo è la stessa di quella che, in modi e dimensioni diverse, è stata alla base delle rivolte in Nord Africa, del movimento degli Indignados in Spagna, delle assemblee di piazza Sintagma in Grecia: un’insofferenza crescente per questa società, la voglia di reagire e la voglia di unirsi ad altri per poterlo fare.
Un altro aspetto non meno importante di questo incontro è stata la volontà di non fermare lì la discussione ma continuare il dibattito anche estendendolo al di fuori della cerchia dei partecipanti alla riunione. Ciò si è tradotto con il lavoro svolto dopo il weekend da un’equipe di volontari formata alla fine della riunione che ha prodotto un bilancio della riunione e le sintesi dei vari punti nodali della discussione, inviando il tutto ai vari partecipanti per verificarne l’accordo e per raccogliere eventuali proposte di modifica o suggerimenti.
Tutto il materiale è adesso pubblicato sul forum napolioltre.forumfree.it/ [25] con l’intento di partire dalle sintesi di quello che è stato prodotto nella discussione di maggio per andare oltre grazie al contributo di tutti gli utenti del forum. Noi non possiamo che sostenere questo proposito invitando tutte le persone che, come quelle che hanno fisicamente partecipato alla riunione del 7-8 maggio scorsi, avvertono la stessa esigenza di confrontarsi e di discutere per capire assieme come reagire a questa situazione che diventa sempre più angosciante e preoccupante. Qui di seguito l’elenco del materiale postato sul forum napolioltre.forumfree.it/ [25] su cui è possibile cliccare per accedere direttamente ai testi. Buona discussione a tutti e … prepariamoci ad eventi importanti!
Bilancio [101]
1. Sulla questione dei privilegi, dei disagi e della collocazione di classe [102]
• E’ vero che in alcuni settori lavorativi esistono dei privilegi e che ciò rende impossibile parlare di unità tra i lavoratori?
• E’ vero che i professori di scuola possono sentirsi appagati del proprio lavoro? E che questo costituisce un’esclusiva del loro lavoro?
• Vale sempre la distinzione tra borghesia e proletariato oppure oggi possiamo parlare di una separazione tra chi vuole cambiare le cose e chi invece le accetta?
2. A proposito di paura e di altri sentimenti [103]
• E’ vero che la paura è usata per bloccare le persone e le loro relazioni? Si può superare la paura, e se si, come?
• I sentimenti sono un aspetto fondamentale nella possibilità di riscatto individuale e collettivo?
3. Sulla natura della crisi [104]
• La crisi di oggi e quella del ’29. Quali le differenze?
• La crisi e la precarietà: ci sono delle soluzioni?
• La crisi mette in discussione le espressioni della democrazia?
4. Dalla rivendicazione dei diritti alla formulazione del voto elettorale e referendario [105]
• E’ giusto parlare di diritti e rivendicare questi diritti?
• Questi diritti vengono difesi dai “rappresentanti del popolo” (parlamento e amministrazioni locali) e dai “rappresentanti dei lavoratori” (sindacati)?
• Vale ancora la pena votare? Ma per i referendum non bisogna fare un discorso a parte?
5. Come reagire? [106]
• C’è speranza in una reazione? • La fiducia nel futuro strumento essenziale per creare unità e solidarietà. • Come costruire un futuro se manca un modello da seguire?
Eva 8 ottobre 2011
[1] Vedi Giornata di incontro a Napoli per ritrovarsi e discutere insieme [107]; La discussione e il confronto schietto tra compagni è un elemento di crescita e di maturazione del proletariato [108]; “Invito ad una giornata di incontro e discussione”.
[2] Vedi napolioltre.forumfree.it/ [25]
Dopo sei mesi di combattimenti, i “ribelli” libici festeggiano la loro vittoria contro il potente Gheddafi, un provocatore che per 42 anni ha sfidato le democrazie occidentali ed i loro leader, giocando con loro al gatto col topo, membro tra l’altro, fino a quest'anno, dell'Internazionale socialista. Quelle democrazie che, dopo aver cercato in tutti questi anni di ingraziarsi la “Guida” libica, hanno portato attivamente il loro sostegno militare al Consiglio Nazionale di Transizione della Libia, dal momento in cui la vera rivolta popolare contro il regime della “Jamahiriya” del dittatore libico si è trasformata nella sinistra lotta tra i leader tribali occasionalmente schierati contro quest’ultimo[1]. Quelle democrazie che hanno orchestrato e diretto tutte le operazioni dei “ribelli”. Quanti morti e feriti, quanti mutilati a vita ci sono stati in questa guerra tra fazioni borghesi che i media ai loro ordini hanno cercato di far passare per una continuazione delle “rivolte arabe della primavera”? Dopo mesi non una sola cifra chiara del numero delle vittime di questi massacri è ancora emersa sulla stampa che, tuttavia, per meglio giustificare l’intervento della NATO, ha continuamente divulgato nei primi mesi i massacri provocati dalle forze di Gheddafi. Dalla prima Guerra del Golfo ci propinano questa fesseria crudele e grossolana degli “attacchi mirati”, che ucciderebbero solo i “cattivi” e non i civili, mentre migliaia di esempi hanno dimostrato il contrario. Ora, secondo la sua stessa stima, la NATO ha effettuato 20.000 incursioni aeree e 8.000 missioni di attacchi “umanitari” dal 31 marzo. Eppure sono stati riconosciuti ufficialmente solo nove morti quando la NATO ha bombardato le città per “spianare la strada ai ribelli”. Nonostante il black-out, interi quartieri e villaggi sono stati rasi al suolo in varie battaglie, come a Tripoli e in altre città “liberate”, come ancora con il bombardamento a regola d’arte di Sirte e della sua popolazione, che ha subito una vera e propria strage perché “colpevole” della presenza nel territorio dell’esercito lealista, e forse dello stesso Gheddafi. Inoltre è incombente una catastrofe umanitaria: a Tripoli non c’è più acqua, elettricità e scorte di cibo, mentre i cadaveri marciscono. Questa è la “liberazione” della Libia.
Le forze della NATO, del resto, non si sono accontentate di bombardare, come loro dicono, per “coprire” i ribelli, ma hanno anche inviato forze sul terreno dove, infatti, operano cinquecento commando britannici e centinaia di francesi. E non solo, hanno anche armato le forze militari anti Gheddafi: la Francia ha riconosciuto di aver consegnato come “mezzi di autodifesa” (sic) armi come lanciarazzi, fucili d’assalto, mitragliatrici e missili anticarro! Senza contare la presenza di certe forze della CIA, sebbene gli Stati Uniti pretendano di essersi ritirati dall’intervento militare.
In questa guerra dove la menzogna, la disinformazione, la disumanità e il disprezzo per i “popoli” sono state le parole d’ordine, l’ipocrisia omicida, sia dei leader tribali libici come delle grandi e medie potenze, ha dimostrato di essere un marchio di fabbrica del dopo Gheddafi. Nessun rimpianto, naturalmente, per questo odioso dittatore assetato di sangue che per mesi ha esortato la popolazione a sacrificare se stessa e difende ciò che gli resta del potere dietro scudi umani presi in ostaggio.
Dietro i discorsi dell’opposizione e dei loro sostenitori internazionali, vi è stato un vero e proprio scontro di interessi e questo diventerà sempre più dominante. Ancora una volta, dopo l’Iraq, l’ex Jugoslavia, l’Afghanistan, la Costa d’Avorio, ecc... “l’aiuto internazionale” agli “oppressi”, apre la strada maestra ad una situazione di caos senza fine. Mai nella storia così tanti paesi e regioni sono stati preda permanente di guerre e attentati terroristici, della distruzione umana e materiale: la Libia viene ad aggiungersi a questo concerto mondiale dell’inferno imperialista.
Ci raccontano che i “combattenti per la libertà” del Consiglio Nazionale di Transizione stanno lavorando all’istituzione di un regime di “stabilità, democrazia e rispetto” con il sostegno della comunità internazionale, pronta a scongelare (con il contagocce) i beni libici per finanziare il nuovo regime. Questa coalizione (che prevede delle elezioni fra ... 20 mesi) è un misto composto da capi tribù, militanti islamici e vecchi membri eminenti del governo di Gheddafi. Il capo del Consiglio militare della CNT è un ex jihadista, vicino ad Al Qaeda, con un passato afghano e americano oscuro; il presidente del CNT è stato fino a poco fa il ministro della Giustizia dell’odiato regime, colui che condannò a morte le infermiere bulgare; il Primo ministro è un amico d’infanzia del dittatore deposto ...
La breve storia della CNT ha già mostrato il suo lato oscuro: l’assassinio di Younis, capo di stato maggiore e capo di una potente tribù, alla fine di luglio, avvenuto in circostanze poco chiare. Tutti questi ingredienti, ai quali bisogna aggiungere le antiche rivalità tribali che la “Guida Verde” era riuscito a far tacere, sono dunque riuniti per assistere allo sviluppo di una rissa generale. E se questo non bastasse, la corsa dei rapaci europei, americani e arabi (come il Qatar o la Giordania, o anche l’Algeria), ciascuno pronto ad afferrare la propria parte di torta di questi paesi petroliferi, non potrà che esacerbare l’instabilità.
La Francia, il cui capo di Stato si autoproclama salvatore del popolo libico pavoneggiandosi più che mai, ha organizzato con la Gran Bretagna, l’1 settembre a Parigi, la “Conferenza Internazionale a sostegno della nuova Libia”. Bella immagine fuorviante, perché dietro l’unità di facciata delle 60 delegazioni che rappresentano gli “Amici della Libia”, in realtà s’annuncia un futuro pieno di nubi. La ricchezza petrolifera libica è la posta in gioco. Parigi e Londra, vantandosi del loro attivo sostegno alla ribellione, pretendono di ottenere dei contratti preferenziali con il nuovo “governo”, e lo stesso gli Stati Uniti già presenti sul posto con due compagnie petrolifere. Pare che Sarkozy abbia negoziato l’attribuzione al governo francese del 35% del greggio libico in cambio dei suoi buoni servigi al CNT.
Ma dietro di loro premono paesi come Italia, Germania, Russia e Cina. Prima e durante il conflitto questi hanno mostrato un’opposizione più o meno aperta. L’Italia, il cui 21% delle esportazioni erano destinate al precedente governo libico (contro il 4% per la Francia) e che teme che i suoi accordi petroliferi vengano rivisti al ribasso, ha cercato di contrastare l’intervento (“per motivi umanitari”!), prima e dopo la risoluzione ONU 1973 del 31 marzo, pur essendo costretta a parteciparvi per paura di perdere tutto. Infatti, come ha dichiarato il portavoce della CNT a questa conferenza, “il popolo libico sa chi ha sostenuto la sua lotta per la libertà e chi non l’ha fatto”. Il messaggio è chiaro verso la Russia e la Cina ma i giochi non sono chiusi.
Il territorio libico è importante non solo per il suo petrolio, ma anche per quanto concerne il controllo strategico della regione. La missione NATO dovrebbe durare fino alla fine di settembre ed è evidente la necessità di accelerare la cacciata di Gheddafi (o la sua cattura vivo o morto – c’è già un’alta taglia sulla sua testa - come è stato sostenuto da Juppé, BHL e altri) affinché le forze militari dei paesi che hanno partecipato alle operazioni trovino un pretesto per installarsi, naturalmente quello di “stabilizzare” il paese. Un documento dell’ONU prevede l’invio - questa volta ufficiale - di una forza militare e di polizia “per il disarmo della popolazione” per “stabilire un clima di fiducia”.
È quindi chiaro, l’ONU e i suoi protagonisti principali non vogliono lasciare il boccone: “Il mandato di ‘protezione dei civili’ del Consiglio di sicurezza applicato dalle forze della NATO non si esaurisce con la caduta del governo Gheddafi”. Se la ressa tra i briganti del CNT è sicura, è altrettanto certa quella delle grandi potenze che verranno ad aumentare le tensioni. Gli ultimi quaranta, e soprattutto gli ultimi dieci, anni ci hanno dimostrato questo cosa significa, tirare la coperta dalla propria parte e giocare sui dissensi tra le diverse fazioni coinvolte, e sappiamo che sono numerose in questo paese rimasto sostanzialmente tribale. Ma le vecchie potenze imperialiste come la Francia e la Gran Bretagna, come gli Stati Uniti, hanno una lunga esperienza nel seminare discordia e nella strategia del “divide et impera”. Solo che qui nessuno regnerà se non una lotta esplosiva di tutti contro tutti.
La continua instabilità in cui si troverà la Libia è un altro esempio della follia del sistema capitalista.
Wilma (3 settembre)
Come abbiamo riportato in un precedente articolo[1], nei mesi di luglio ed agosto in Israele, centinaia di migliaia di persone hanno manifestato per le strade per protestare contro l’aumento vertiginoso del costo della vita, la crescente difficoltà per il ceto medio di farsi una casa, lo smantellamento dei servizi di welfare.
Nell’articolo sul movimento sulla ‘giustizia sociale’ in Israele pubblicato sulla pagina in lingua inglese del nostro sito il 7 agosto scorso[2], abbiamo scritto che “numerosi manifestanti hanno espresso la loro frustrazione per il modo in cui il ritornello incessante sulla ‘sicurezza’ e sulla ‘minaccia del terrorismo’ è utilizzato per far sopportare la crescente miseria economica e sociale. Alcuni hanno apertamente messo in guardia dal pericolo che il governo avrebbe potuto provocare scontri militari o addirittura una nuova guerra per ripristinare l’'unità nazionale' e dividere il movimento di protesta”.
Questi timori si sono rivelati ben fondati. Il 18 agosto c’è stata una serie di attacchi armati contro civili israeliani e pattuglie militari. Due autobus di trasporto pubblico nel sud di Israele sono stati rastrellati con armi da fuoco, lasciando diversi morti e feriti. C’è stata una certa confusione su chi abbia condotto questi attacchi, se i Comitati di Resistenza Popolare o Hamas: di fatto nessuno ne ha rivendicato la responsabilità. In ogni caso, il governo israeliano ha risposto nel suo modo tipicamente brutale, con attacchi aerei a Gaza che hanno ucciso membri del PRC ma anche bambini ed un gruppo di guardie di frontiera egiziane. Questo a sua volta ha provocato ulteriori lanci di razzi lanciati da Gaza su città del sud di Israele.
Chiunque abbia iniziato questa nuova spirale di violenza, un aumento delle tensioni di guerra non possono che giovare ai nazionalisti di entrambi i fronti del conflitto arabo-israeliano. Esso creerà maggiori difficoltà per lo sviluppo del movimento di protesta e farà esitare molti rispetto a continuare con le tendopoli e le manifestazioni in un momento in cui c'è una pressione enorme per mantenere ‘l’unità nazionale’. Appelli ad annullare le proteste sono venuti da personaggi quali il leader dell’Unione Nazionale degli Studenti Itzik Shmuli, ma un nucleo significativo di manifestanti ha respinto questo appello. Nella notte di Sabato 20 agosto le manifestazioni sono andate avanti, anche se hanno dovuto essere ‘mute’, e di dimensioni molto più ridotte che nelle settimane precedenti. Lo stesso é valso per le manifestazioni di Sabato 27 agosto.[3]
Eppure quello che conta è che queste manifestazioni hanno avuto luogo, attirando fino a 10.000 persone a Tel Aviv e diverse migliaia in altre città. E non c’è stata alcuna riluttanza rispetto alla questione della guerra: al contrario, gli slogan principali delle dimostrazioni riflettevano una crescente comprensione della necessità di resistere alla marcia verso la guerra e - per gli oppressi di entrambe le parti – la necessità di lottare per i loro interessi comuni: “Ebrei ed Arabi rifiutano di essere nemici”, “giustizia sociale è richiesta in Israele e nei territori”, “Una vita dignitosa a Gaza e ad Ashdod”, “No ad un’altra guerra che seppellirà la protesta”. La “Tenda 1948” del gruppo palestinese-ebraico su Rothschild Boulevard ha rilasciato una dichiarazione a sé stante: “Questo è il momento di mostrare la vera forza”, recitava la dichiarazione. “Resta per la strada, condanna la violenza e rifiuta di andare sia a casa o nell’esercito a prendere parte all’attacco di ritorsione su Gaza”.
Un discorso di Raja Za'atari ad Haifa ha anche espresso l’emergere di sentimenti internazionalisti, anche se ancora imbrigliati in un linguaggio democratici sta e pacifista: “Alla fine della giornata, una famiglia senza casa è una famiglia senza casa, e un bambino affamato è un bambino affamato, indipendentemente dal fatto che parli in arabo, ebraico, amarico o in russo. Alla fine della giornata, fame e umiliazioni, come la ricchezza, non hanno patria e non hanno lingua ... Noi diciamo: è tempo di parlare di pace e giustizia allo stesso tempo! Oggi più che mai, è ovvio a tutti che per frenare questo parlare di giustizia, questo governo sarebbe capace di cominciare un’altra guerra”. onedemocracy.co.uk/news/we-will-be-a-jewish-arab-people [110]
Il fatto che questi slogan e questi sentimenti siano diventati tanto più diffusi di quanto non fossero solo uno o due anni fa, indica che qualcosa di profondo sta accadendo in Israele, specialmente all’interno della giovane generazione. Delle espressioni simili di protesta, anche se in chiave ridotta, si sono viste anche da parte della gioventù contro lo status quo islamico a Gaza[4].
Come in Israele, la ‘Gioventù di Gaza’ è una piccola minoranza appesantita da tutti i tipi di illusioni - in particolare dal nazionalismo palestinese. Ma in un contesto globale di rivolta crescente contro l’ordine esistente, si stanno ponendo le basi per lo sviluppo di un autentico internazionalismo basato sulla lotta di classe e sulla prospettiva di un’autentica rivoluzione degli sfruttati.
Amos 28/8/11
Ultimissima: le manifestazioni continuano, eccome! Ieri notte 3 settembre ci sono state ben quattrocentomila persone per le strade delle varie città di Israele che, per un paese di soli 7 milioni di abitanti, è quanto dire. Ecco uno dei tanti articoli (Manifestazione in Israele, 400mila in piazza per chiedere più giustizia sociale) che riportano la notizia, che è stata data oggi 4 settembre anche al telegiornale di RAI3.
[3] Come ulteriore segno che le proteste in Israele non sono scomparse, The Guardian del 28 agosto ha riportato che un certo numero di edifici disoccupati a Gerusalemme sono stati presi dai manifestanti che chiedono che questi vengano usati come case popolari con affitti accessibili. www.theguardian.com/world/2011/aug/28/israel-squatting-campaign-housing [113].
[4] ‘Un manifesto radicale da Gaza’: https://en.internationalism.org/icconline/2011/gaza [114].
In seguito alle rivolte scoppiate in tutto il paese questa settimana, i portavoce della classe dirigente, il governo, i politici, i media, ecc. ci chiedono di partecipare alla difesa di una campagna volta a sostenere il loro “programma”: una maggiore austerità e aumento della repressione contro chiunque vi si opponga.
Una maggiore austerità perché non hanno una soluzione per far fronte alla crisi economica del loro sistema in fase terminale. L’unica cosa che possono fare è tagliare posti di lavoro, abbassare i salari e le pensioni, ridurre lo stato sociale e le spese per sanità e istruzione. Tutto questo può solo significare un notevole peggioramento delle condizioni sociali che hanno portato a questi disordini, condizioni che portano alla convinzione di una parte importante di tutta una generazione che non hanno più un futuro davanti a loro. È perciò che qualunque discussione seria sulle cause economiche e sociali dei moti è stata denunciata come per voler trovare “una giustificazione” per i rivoltosi. Ci hanno detto che erano criminali e che sarebbero stati trattati come tali. Fine della storia. Questo è molto comodo perché lo Stato non ha nessuna intenzione di dare soldi per i centri urbani, come ha fatto dopo le rivolte degli anni ‘80.
Una repressione accentuata perché questa è l’unica cosa che la classe dominante possa offrirci. Essa sfrutta al massimo la preoccupazione dell’opinione pubblica per le distruzioni causate dalle rivolte per aumentare le spese per la polizia, per equipaggiarla di proiettili di gomma, di cannoni ad acqua e anche per avanzare l’idea di imporre il coprifuoco e l’esercito per le strade. Queste armi, insieme ad una maggiore sorveglianza delle reti sociali su Internet e alla “giustizia” sommaria che sì è abbattuta su quelli che sono stati arrestati dopo i moti, non saranno utilizzati solamente contro i furti e i saccheggi. Quelli che comandano sanno molto bene che la crisi non può che portare ad una piena di rivolte sociali e di lotte operaie che si è già diffusa dall’Africa del Nord alla Spagna e alla Grecia fino ad Israele. Sono perfettamente coscienti che in futuro saranno confrontati con dei movimenti di massa e che tutte le loro pretese democratiche servono unicamente a giustificare il ricorso alla violenza contro questi movimenti, nello stesso modo in cui l’hanno fatto i regimi dittatoriali, come in Egitto, Bahrein o Siria. Essi l’hanno già dimostrato durante le lotte degli studenti in Gran Bretagna l’anno scorso.
L’“alta moralità” della classe dominante
La campagna sulle rivolte è basata sulla proclamazione dei nostri dirigenti secondo cui essi difendono così la moralità della società. Vale perciò la pena di considerare il contenuto di queste dichiarazioni.
I portavoce dello Stato condannano la violenza dei moti. Ma è lo stesso Stato che esercita oggi la violenza, e ad un livello ben più grande, contro le popolazioni in Afganistan e in Libia. Una violenza che ogni giorno viene presentata come eroica e altruista mentre serve unicamente gli interessi dei nostri dirigenti.
Il governo e i media condannano i fuorilegge e la criminalità. Ma è la brutalità delle loro forze di repressione in nome del mantenimento della legge e dell’ordine, la polizia, che fin dall’inizio ha dato fuoco alle polveri, con l’assassinio di Mark Duggan e il comportamento arrogante verso la sua famiglia e i suoi amici che manifestavano vicino al posto di polizia di Tottenham per sapere ciò che era realmente successo. E ciò fa seguito a tutta una lunga serie di persone morte nei commissariati situati in quartieri simili a quello di Tottenham o che subiscono quotidianamente le persecuzioni poliziesche nelle strade.
Il governo e i media condannano l’avidità e l'egoismo dei rivoltosi. Ma sono loro i guardiani e i propagandisti di una società che opera sulla base dell’avidità organizzata, dell’accumulazione di ricchezze nelle mani di una piccola minoranza. Mentre noi siamo costantemente incoraggiati a consumare di più per realizzare i loro profitti, ad identificare il nostro valore sociale alla quantità di beni che possiamo acquistare. Dal momento che questo sistema si basa sulla ineguaglianza, che diventa sempre più forte, non è sorprendente che quelli che sono in fondo alla scala sociale, che non possono permettersi le “belle cose” di cui si vanta la necessità, credano che la risposta al loro problema sia quella di prendere tutto quello che possono, quando gli è possibile.
I governanti condannano questi saccheggi “alla spicciola”, mentre essi stessi sono coinvolti in un ampio saccheggio a scala planetaria: le compagnie petrolifere o forestali che distruggere la natura per il loro profitto, gli speculatori che ingrassano facendo aumentare i prezzi dei generi alimentari, i trafficanti d’armi che vivono di morte e distruzioni, le rispettabili istituzioni finanziarie che riciclano miliardi provenienti dal traffico della droga. Una conseguenza essenziale di questo saccheggio è che una parte crescente della classe sfruttata è gettata nella povertà, nella disperazione e nella criminalità. La differenza è che i piccoli delinquenti sono generalmente puniti mentre i grandi criminali non lo sono.
In sintesi: dov’è la moralità della classe dominante? Non esiste.
La vera questione: come difendersi?
La vera questione alla quale è confrontata la stragrande maggioranza che non profitta di questa gigantesca impresa criminale denominata capitalismo è questa: come possiamo difenderci realmente mentre questo sistema, che sta crollando sotto i debiti, ci sta derubando di tutto?
Ci chiediamo dunque se i moti che abbiamo visto all’inizio di agosto 2011 in Gran Bretagna ci mostrano la via per lottare, per prendere il controllo di queste lotte, per unire le nostre forze, per creare un futuro diverso per noi stessi.
Molti di coloro che hanno preso parte ai disordini hanno chiaramente espresso la loro collera contro la polizia e contro i ricchi, che sono percepiti come la principale causa della loro miseria. Ma, quasi subito, i rivoltosi hanno prodotto gli aspetti più negativi, i comportamenti più oscuri, alimentati da decenni di disgregazione sociale nei quartieri urbani più poveri, con atteggiamenti tipici delle gang, attingendo alla filosofia dominante dell’“ognuno per sé” e del “far di tutto per essere ricchi oppure morire!”. È successo così che una manifestazione contro la repressione della polizia è degenerata in un caos francamente antisociale e in azioni antiproletarie: intimidazioni e aggressioni nei confronti di persone, saccheggi di negozi del quartiere, attacchi contro gli infermieri delle ambulanze e i vigili del fuoco, incendi indiscriminati di abitazioni, mentre gli occupanti erano spesso ancora dentro.
Tali azioni non offrono assolutamente alcuna prospettiva che permetta di ergersi contro questo sistema di rapina nel quale viviamo. Al contrario, esse servono solo ad allargare le divisioni tra coloro che soffrono in questo sistema. Di fronte agli attacchi contro i negozi e gli edifici, dei residenti si sono armati di mazze da baseball e hanno formato delle “unità di autodifesa”. Altri si sono offerti volontari per ripulire il quartiere nei giorni successivi ai disordini. Molti si sono lamentati della mancata presenza della polizia e hanno chiesto misure più severe.
Chi beneficerà maggiormente di queste divisioni? La classe dominante e il suo Stato. Come abbiamo detto, chi è al potere adesso rivendicherà un mandato popolare per rafforzare l’apparato repressivo poliziesco e militare, per criminalizzare ogni forma di manifestazione e di disaccordo politico. Già i moti sono stati attribuiti a “degli anarchici” e, circa una o due settimane fa, la Polizia Municipale (MET) ha commesso l’errore di pubblicare delle inchieste su persone che lottano per una società senza Stato.
I disordini sono il riflesso della situazione di stallo raggiunta dal sistema capitalistico; essi non sono una forma di lotta della classe operaia, sono piuttosto un'espressione di rabbia e di disperazione in una situazione in cui la classe operaia è assente come tale. I saccheggi non sono un passo verso una forma di lotta superiore, ma un ostacolo su questa strada. Da qui la frustrazione giustificata di una donna del quartiere londinese di Hackney, vista da migliaia di persone su Youtube[1], che denunciava i saccheggi perché impedivano alle persone di raggrupparsi e di riflettere insieme su come condurre la lotta. “Mi fate cagare... non ci siamo riuniti per combattere in difesa di una causa. Stiamo per saccheggiare Footlocker….” (ndt: un negozio di scarpe di Londra).
Riunirsi e lottare per una causa: sono questi i metodi della classe operaia; è la morale della lotta di classe proletaria, ma questi metodi corrono il pericolo di essere distrutti dalla frammentazione e dal nichilismo al punto che settori interi della classe operaia dimenticano chi sono.
Ma c’è un’alternativa. La si può percepire nei movimenti di massa che si svolgono in Tunisia, Egitto, Spagna, Grecia e Israele, con il riemergere di una identità di classe, con la ripresa della lotta di classe. Questi movimenti, con tutte le loro debolezze, ci danno un assaggio di un modo del tutto diverso di condurre la lotta proletaria: attraverso assemblee di strada, dove tutti possono parlare; attraverso un intenso dibattito politico, dove ogni decisione può essere discussa; attraverso una difesa organizzata contro gli attacchi della polizia e dei teppisti; attraverso manifestazioni e scioperi dei lavoratori; attraverso un maggior interesse per la questione della rivoluzione, dell’interrogarsi su una forma di società totalmente diversa, non più basata sulla visione che l’uomo è un lupo per gli altri uomini, ma sulla solidarietà tra gli esseri umani, basata non su una produzione fatta in vista della vendita di merci e del profitto, ma su una produzione che corrisponda alle nostre esigenze reali.
Nel breve termine, a causa delle divisioni create dai disordini, poiché lo Stato è riuscito a far passare il messaggio secondo il quale ogni lotta contro il sistema attuale è destinata a finire in distruzioni gratuite, è probabile che lo sviluppo di un reale movimento di classe in Gran Bretagna andrà incontro a delle difficoltà ancora maggiori di prima. Ma a livello mondiale, la prospettiva resta la stessa: l’affossamento nella crisi di questa società seriamente malata, la resistenza sempre più cosciente e organizzata degli sfruttati. La classe dominante in Gran Bretagna non potrà essere risparmiata né dall’una né dall’altra.
CCI (14 agosto 2011)
Indignez-vous! (Indignatevi!) e Engagez-vous! (Partecipate!) dello scrittore, poeta e diplomatico francese Stéphane Hessel, sono diventati dei veri “best-sellers”. Essi costituiscono già un riferimento per tutti quelli che riflettono sulle ingiustizie di questo mondo. Il movimento di malcontento sociale che percorre la Spagna (e in misura minore altri stati d’Europa) si è anche dato per nome los Indignados in esplicito riferimento al suo primo libro.
Indignez-vous! è un opuscolo di una trentina di pagine. E’ stato tradotto in diverse lingue, ha venduto milioni di copie in tutto il mondo ad un prezzo derisorio perché potesse essere diffuso il più largamente possibile. Questa pubblicazione ha riscosso immediatamente un grande successo. E per una buona ragione, il suo titolo è già un grido di rivolta contro la barbarie di questo mondo. Esso corrisponde perfettamente al sentimento generale che si sviluppa nei ranghi degli oppressi: gli orrori che devastano il pianeta, dalla miseria alla guerra, sono avvertiti come qualcosa sempre più insostenibile e rivoltante. La “Primavera araba”, in Tunisia ed in Egitto, ed il movimento degli Indignati ne sono una chiara manifestazione.
Che tipo di società sogna Stéphane Hessel?[1]
Stéphane Hessel è un uomo di 93 che ha ancora la forza di dichiarare la sua indignazione per questo mondo malvagio. Come tale, ciò non può che rafforzare l’ammirazione e suscitare simpatia. Ma alla fine, per quale mondo ci propone di combattere?
All’inizio del suo libro, Stéphane Hessel fa l’apologia dei principi e dei valori che hanno portato il Consiglio Nazionale della Resistenza (CNR)[2] ad elaborare un programma economico alla fine della seconda guerra mondiale. Alla domanda “Lei ritiene che queste misure siano ancora di attualità?” Hessel risponde “Va da sé che, in sessantacinque anni, le cose sono cambiate. Le sfide non sono uguali a quelle conosciute da noi nel periodo della Resistenza. Il programma che proponevamo allora non può più essere applicato integralmente oggi, e non bisogna fare del cieco dogmatismo. In compenso, i valori che noi affermavamo sono costanti, e non vanno persi di vista. Sono i valori della Repubblica e della democrazia, in base ai quali penso che si possano giudicare i vari governi. Nel Programma del Consiglio nazionale della Resistenza c’era l’affermazione di una visione, e quella visione è valida ancor oggi. Rifiutare il diktat del profitto e del denaro, indignarsi contro la coesistenza di una estrema povertà e di una ricchezza arrogante, rifiutare i gruppi di potere economico, riaffermare il bisogno di una stampa davvero indipendente, garantire la previdenza sociale sotto tutte le sue forme ... molti di quei valori e di quelle conquiste che difendevamo ieri sono oggi in forse, se non proprio in pericolo. Molti dei provvedimenti che sono stati adottati di recente turbano i miei compagni partigiani – e ci turbano - perché vanno contro quei valori fondamentali. Io credo che ci si debba indignare di questo, in particolare tra i giovani. E resistere!”[3]. Ma allora chi è responsabile di questa situazione? “... il potere dei soldi, tanto combattuto dalla Resistenza, non è mai stato così grande, arrogante, egoista con i suoi stessi servitori, fin nelle più alte sfere dello Stato. Le banche, ormai privatizzate, dimostrano di preoccuparsi anzitutto dei loro dividendi e degli stipendi vertiginosi dei loro dirigenti, non certo dell’interesse generale. Il divario tra i più poveri e i più ricchi non è mai stato così significativo; e mai la corsa al denaro, la competizione, erano state a tal punto incoraggiate”[4]. Per Hessel, la democrazia deve guidare l’azione dei dirigenti, questa democrazia più consapevole dell’interesse generale in opposizione all’egoismo dei finanzieri e di altri banchieri: “i responsabili politici, economici, intellettuali e la società non devono abdicare, né lasciarsi intimidire dalla dittatura dei mercati finanziari che minaccia la pace e la democrazia”[5]. Ecco dunque il sacrosanto interesse generale che riunisce i politici, i padroni d’industria fianco a fianco con i lavoratori, i disoccupati, gli studenti, i pensionati, i precari ... In altre parole, la democrazia di Stéphane Hessel, un mito, una truffa dove sfruttatori e sfruttati sono magicamente messi sullo stesso piano, dove si suppone che abbiano gli stessi “diritti e doveri” e gli stessi interessi democratici in quanto cittadini contro la dittatura dei finanzieri. E per ottenere che cosa? “Oggi é riflettendo, scrivendo, partecipando democraticamente all’elezione dei governanti che si può sperare di far evolvere intelligentemente le cose ... insomma, con un’azione a lunghissimo termine”[6]. E quale campo ci propone di difendere Hessel? “Da sempre mi ritengo socialista … ovvero, per il senso che do io al termine, consapevole dell’ingiustizia sociale. Ma i socialisti devono essere stimolati. Ho la speranza di veder comparire una sinistra coraggiosa, impertinente all’occorrenza, che possa avere un peso e difendere una visione e una concezione delle libertà dei cittadini. Inoltre, mi sembra importante che ci siano dei Verdi nelle istituzioni affinché il concetto di salvaguardia del pianeta prenda campo”[7]. Infine, per Hessel, la nostra indignazione deve portare a uno slogan che tutti già conosciamo, il famoso “bisogna andare a votare” ... per un nuovo programma alternativo (che sarà l’oggetto di una nuova pubblicazione), ispirato all’esperienza del CNR, che raggruppa ogni tipo di elemento, dalla sinistra radicale agli altermondialisti, passando per i sindacalisti, di fatto i partiti e le organizzazioni che hanno il senso dell’interesse generale ... capitalista. Fortuna vuole che questi milioni di giovani, a cui Hessel si rivolge in particolare, in Portogallo e in Spagna, non hanno ascoltato tutti questi discorsi di “sinistra” ed hanno snobbato le urne. Va detto che hanno avuto l’occasione di vedere i governi socialisti dei loro propri paesi al lavoro e hanno visto quali misure di austerità draconiana i partiti socialisti erano in grado di adottare in maniera del tutto democratica (cosa che vale d’altra parte anche per la Grecia); e hanno saggiato i manganelli della molto democratica polizia del molto democratico governo socialista di Zapatero!
Malgrado tutto, Hessel persiste nel suo sostegno a questi partiti, dichiarando: “Cosa impone, questo, ai membri di una giovane generazione? Impone la necessità di prendere sul serio i valori sui quali basano la loro fiducia o sfiducia in coloro che li governano: è il principio della democrazia, grazie al quale si può influire su coloro che prendono le decisioni”[8]. Ma quale influenza può avere questa giovane generazione su questi Stati democratici che le impongono tanta miseria? Forse può riuscire a far sostituire un ministro impopolare ... e allora? Quale cambiamento reale? Nessuno! In tutti i paesi, con governi di destra o di sinistra (o di estrema sinistra come in America Latina), il divario tra l’immensa maggioranza della popolazione in preda ad un degrado generalizzato delle sue condizioni di vita e un potere statale democratico borghese sostenitore di una politica di austerità volta ad evitare la bancarotta economica, sta diventando sempre più profondo. E non potrebbe essere altrimenti! Dietro la maschera democratica dello Stato si nasconde sempre la dittatura del Capitale.
Non toccare il capitalismo!
“La mia generazione ha sviluppato una vera e propria allergia all’idea di rivoluzione mondiale. Un po’ perché siamo nati con essa. Per me che sono nato nel 1917, l’anno della Rivoluzione russa, è una caratteristica della mia personalità. Sono arrivato alla conclusione, forse ingiusta, che non è con delle azioni violente, rivoluzionarie, rovesciando le istituzioni esistenti, che si può far progredire la storia”[9]. E più avanti Hessel continua ancora: “In ogni società esiste una violenza latente che è capace di manifestarsi senza ritegno. Noi lo abbiamo scoperto con le lotte di liberazione coloniale. Bisogna rendersi conto che delle rivolte, per esempio operaie, sono sempre possibili. E’ però poco probabile che avvengano, dato il modo in cui l’economia si è sviluppata e globalizzata. Il modello Germinal è un tantino superato”[10]. Ecco l’appello che Hessel lancia alla giovane generazione: toglietevi dalla testa ogni idea di rivoluzione mondiale, ogni idea di lotta di classe! Sono cose del passato! Provate piuttosto a migliorare il funzionamento di questo sistema. Come? Ed è qui che Hessel ha un’idea “geniale e innovativa” … avanzata mille volte da tutta la sinistra da un secolo a questa parte: la creazione di un Consiglio di sicurezza economica e sociale, che riunisca gli Stati più potenti del mondo, una sorta di governo mondiale. Questo organismo mondiale avrebbe come obiettivo quello di regolare l’economia, cosa che eviterebbe le crisi attraverso l’esercizio di un controllo efficace su tutte queste grandi istituzioni finanziarie, avide di profitto e di potere. Ricordiamo semplicemente che la Società delle Nazioni (SDN), che è divenuta in seguito l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), è stata creata in seguito alla prima guerra mondiale seguendo ufficialmente un ragionamento quasi identico: impedire il ritorno della guerra attraverso un organismo internazionale capace di conciliare gli interessi delle nazioni. Risultato? Seconda Guerra Mondiale e … 14 giorni di pace nel mondo dal 1950! In realtà, questo mondo è diviso in nazioni capitaliste concorrenti che si fanno una guerra economica senza pietà e, quando necessario, con le armi in pugno. Tutti gli organismi di governance di tipo internazionale che esistono (Organizzazione Mondiale del Commercio, OMC, Fondo monetario Internazionale, FMI, Organizzazione delle Nazioni Unite, ONU, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, NATO ...) sono solo sedi di briganti dove gli Stati continuano la loro lotta impietosa. Ma riconoscere questo significherebbe riconoscere ciò che vuole assolutamente evitare ad ogni costo Stéphane Hessel: la necessità di un nuovo sistema mondiale e dunque di una rivoluzione internazionale!
Egli preferisce mandare i giovani in vicoli ciechi, piuttosto che mostrare loro un percorso che li porterebbe, ai suoi occhi, verso una rimessa in causa troppo radicale di questo sistema di sfruttamento. Egli li incoraggia quindi a fare pressione sui loro Stati perché questi conducano una nuova politica all’interno del suo nuovo Consiglio di sicurezza economica e sociale. Per lui, basterebbe un massiccio intervento della società civile, una mobilitazione di cittadini di una certa ampiezza, per influenzare le decisioni degli Stati. Questo impegno dovrebbe ugualmente combinarsi con un maggiore coinvolgimento nelle ONG e nelle altre reti associative in quanto le sfide, e dunque le battaglie, si pongono su diversi piani: ecologico, sociale, anti-razzista, pacifismo, economia solidale, ...
Di fatto, fondamentalmente, Hessel ci serve da capo la vecchia zuppa riformista: con qualche ingrediente ben scelto (un coinvolgimento dei cittadini della popolazione, un voto intelligente ..), il capitalismo potrebbe smettere di essere quello che è, un sistema di sfruttamento, e potrebbe diventare più umano, più sociale.
Riforme o rivoluzione?
“La storia si compone di scontri successivi, è la risposta a una serie di sfide. La storia delle società progredisce e alla fine, quando l’uomo ha raggiunto la libertà totale, si ha lo Stato democratico nella sua forma ideale”, afferma Hessel in Indignatevi![11] È vero, l’umanità si trova ad affrontare una sfida: trovare la soluzione a tutti i suoi mali o sparire. Al centro di questo problema: la necessità di trasformare la società. Ma quale trasformazione? E’ possibile riformare il capitalismo o dobbiamo distruggerlo per costruire un’altra società?
Riformare il capitalismo è un’illusione, significa sottomettersi alle sue leggi, alle sue contraddizioni che portano l’umanità alla miseria, alla guerra, al caos, alla barbarie. Il sistema capitalista è un sistema di sfruttamento, si può rendere umano uno sfruttamento? Si può rendere umano un sistema il cui solo obiettivo è quello di permettere ad una classe di accumulare ricchezze facendo profitto sulle spalle di milioni di lavoratori? Quando, con l’infuriare della crisi economica mondiale, la concorrenza tra capitalisti diventa più acuta, è la classe operaia che ne paga il duro prezzo attraverso disoccupazione di massa, precarietà generalizzata, supersfruttamento nei luoghi di lavoro, riduzione dei salari e stipendi ... Eppure esistono tutte le condizioni perché gli esseri umani possano far fronte ai loro bisogni elementari e costruire una società senza classi, dunque senza ingiustizie, senza la barbarie della guerra, abolendo le frontiere. Solo la classe operaia può portare la prospettiva di un tale mondo. D’altra parte è questo che è già latente nel movimento di indignati degli Indignati: il reciproco aiuto, la condivisione, la solidarietà, la dedizione, la gioia di stare insieme ... Questo formidabile movimento sociale che abbiamo vissuto in Spagna non è un fuoco di paglia, ma annuncia le battaglie future che si svilupperanno in tutto il mondo, lotte che vedranno la classe operaia mobilitarsi sempre più massicciamente, trascinando dietro di sé tutti gli strati oppressi da questo sistema; lotte che si affermeranno sempre più contro la disumanità del capitalismo e da cui emergerà una coscienza più profonda della necessità di un cambiamento della società per costruire una nuova umanità.
Antoine (2 luglio 2011)
[1] Stéphane Hessel è ben conosciuto in Spagna, almeno quanto lo è in Francia. Egli infatti ci vive ed ha per amico José Luis Sampedro, scrittore ed economista spagnolo e, soprattutto, iniziatore di Democracia Real Ya. D’altra parte lo stesso José Luis Sampedro ha scritto un pamphlet ispirato dal suo alter ego e ha scritto la prefazione di Indignez-vous! per l’edizione del suo paese.
[2] Il CNR è per Stéphane Hessel il riferimento storico, l’esempio da seguire. Torneremo prossimamente in maniera più dettagliata su questa precisa questione.
[3] Impegnatevi!, Salani editore, p. 14-16.
[4] Indignatevi, add editore, p. 9.
[5] Idem, p. 10.
[6] Impegnatevi!, p. 17.
[7] Idem, p. 46 e 47.
[8] Idem, p. 23.
[9] Idem, p. 21.
[10] Idem, p. 22.
[11] Indignatevi, p. 13.
Nel movimento degli Indignati in Spagna come in Francia, Grecia e in tutti gli altri paesi, il collettivo Democracia Real Ya! (DRY – “Democrazia reale subito!”), ha sfruttato il disgusto legittimo dei giovani nei confronti dei partiti politici borghesi (e la corruzione dei politici), per promuovere un’ideologia estremamente pericolosa: quella dell’“apoliticismo”. Così, dappertutto, si possono sentire i mentori di DRY che cercano di far credere agli Indignati che il movimento di protesta contro gli effetti della crisi del capitalismo (particolarmente la disoccupazione dei giovani) doveva restare un movimento “apolitico”, al di fuori e contro tutti i partiti, le associazioni e i sindacati. Di conseguenza, gli elementi politicizzati dovevano rispettare dovunque la consegna: non prendere la parola a nome del loro gruppo politico ma unicamente in qualità di semplici “cittadini”[1]. Tutti quelli che fanno della politica erano così sospettati di voler dividere o recuperare il movimento per conto della propria “cappella”.
L’ipocrisia sconfinata di DRY raggiunge il suo colmo quando si sa che dietro questa vetrina di preteso “apoliticismo” si nasconde in realtà non solo l’intero gruppo di partiti della sinistra del capitale (PS, PC, NPA, Fronte della sinistra, ecc.), ma anche dei partiti di destra e di estrema destra (poiché i loro militanti hanno diritto di cittadinanza nelle assemblee in quanto “cittadini al di sopra di ogni sospetto”).
E’ in realtà una unione sacra di tutte le anime buone rispettose della “cittadinanza” capitalista a cui ci invita la politica demagogica e populista di DRY. In realtà, quello a cui puntano i leader di DRY è di legare i giovani proletari al carro dell’ordine capitalista.
Quando DRY fa appello per chiedere una riforma di legge elettorale in Spagna, quando ci chiede di andare a votare e di restare così dei buoni “cittadini”, quando i suoi slogan menzogneri ci chiamano a lottare contro la “dittatura delle banche” per farci credere che un capitalismo “pulito”, “etico”, dal “volto umano” sia possibile, DRY non fa altro che ... della “politica”! E questa politica riformista, di gestione della crisi economica, è quella dei partiti della sinistra del capitale, con i suoi politici più o meno “puliti” e corrotti (come Strauss-Kahn, Zapatero, Papandreou ecc.).
“L’apoliticismo” è una pura mistificazione e una trappola pericolosa per gli sfruttati! Questa ideologia ipocrita mira solo a espropriarli dei loro strumenti di lotta per farli ricadere sul terreno putrido della “legalità” e della “democrazia” borghese. I partiti di sinistra ed i sindacati, dopo aver fatto tanti attacchi alla nostra classe, hanno sempre più difficoltà a scaricare i loro veleni: le divisioni corporative e settoriali, l’infiltrazione nelle lotte e nelle riunioni generali e - soprattutto - le illusioni riformiste ed elettorali ... Gli sfruttati sono animati da una sfiducia crescente nei loro confronti, da un istinto di rigetto; essi hanno imparato a riconoscere il tanfo dei loro veleni. “L’apoliticismo” dell’altermondialismo ha dunque il compito di rifilarci questo stesso veleno, ma rendendolo prima inodore! Si tratta, né più né meno, di un gioco di prestigio che mira in ultima analisi a ricondurre i lavoratori nel girone dei loro nemici: i partiti della sinistra del capitale ed i sindacati!
La classe sfruttata non deve dimenticare che è in nome dell’“apoliticismo” che il fascismo è arrivato al potere negli anni 1930. Che è sotto la maschera dell’“apoliticismo” che i movimenti sociali sono stati sempre recuperati da coloro che si fanno promotori ufficiali di questa ideologia, come gli “altermondialisti” di DRY o di ATTAC.
E’ quello che abbiamo visto, ad esempio, in Francia, nel movimento degli studenti contro il CPE, nella primavera del 2006, dove numerosi figli della classe operaia sono stati recuperati in vista delle elezioni presidenziali del 2007. Sono stati deviati sul terreno elettorale nel fronte unito “anti-Sarkosy”.
Per non farsi “recuperare” e divorare da lupi travestiti da pecore, le giovani generazioni di oggi devono far riferimento allo slogan degli studenti del Maggio 68: “Se tu non ti interessi alla politica, la politica si interesserà di te.”
Sì, occorre interessarsi alla “politica”! Confrontare le idee politiche nelle assemblee generali è l’unico modo per smascherare i nostri falsi amici, evitare le loro trappole e impedire che le nostre lotte siano confiscate da politicanti “specializzati” nella negoziazione e negli intrallazzi. E’ nel confronto e nel dibattito politico, particolarmente all’interno di assemblee sovrane, che gli sfruttati in lotta possono fare la differenza tra i gruppi politici che difendono veramente i loro interessi e coloro che giocano il ruolo da cani da guardia del Capitale.
La lotta della classe sfruttata contro la classe sfruttatrice è sempre una lotta politica. E’ solo in questa lotta, attraverso il dibattito più ampio possibile, che gli sfruttati possono costruire un rapporto di forza a loro favore di fronte all’infamia del Capitale e dei suoi politici di ogni colore. E’ in questa lotta politica, nella strada e nelle assemblee di massa, che possono ritrovare la loro identità di classe, sviluppare la loro solidarietà, la loro unità e ritrovare la fiducia nelle loro forze.
La classe sfruttata, che sia occupata o disoccupata, è la sola forza politica che può cambiare il mondo, abbattere il capitalismo e costruire una società veramente umana, senza crisi, senza guerre, senza sfruttamento.
Sofiane (29 giugno)
[1] Vedi i nostri articoli : La mobilitazione degli "indignati" in Spagna e le sue ripercussioni nel mondo: un movimento portatore di avvenire [71] e, in lingua francese, Altercation entre Democracia Real et le CCI: notre indignation face aux méthodes “démocratiques” de DRY [119].
All’interno di questa serie di articoli, cercheremo di tracciare brevemente la storia delle relazioni che si sono stabilite tra l’Uomo e la Natura per comprendere meglio i pericoli attuali, ma anche le nuove potenzialità a livello di energia che potrebbero aprirsi all’Uomo nella società futura, il comunismo.
Il disastro del reattore nucleare di Fukushima in Giappone lo scorso marzo ha riaperto il dibattito sul ruolo dell’energia nucleare nell’ambito delle necessità energetiche del mondo. Molti paesi, compresa la Cina, hanno annunciato che avrebbero rivisto o che avrebbero temporaneamente arrestato i loro programmi di costruzione di centrali, mentre la Svizzera e la Germania si sono spinte oltre prevedendo di sostituire la loro capacità nucleare. Nel caso di questi ultimi paesi, otto delle 17 centrali saranno fermate quest’anno con un arresto di tutte le altre entro il 2022 e la loro sostituzione con centrali alimentate da fonti energetiche rinnovabili. Questo cambiamento ha provocato delle forti pressioni da parte dell’industria nucleare e di alcuni grandi utilizzatori delle riserve energetiche con problemi di aumenti dei prezzi di grandi dimensioni
Negli ultimi anni erano circolati dei rapporti sulla rinascita dell’industria nucleare, con 60 impianti in costruzione e 493 previsti dalla World Nuclear Industry Group Association[1]. In Gran Bretagna, c’è stato un dibattito sui rischi ed i benefici del nucleare rispetto a quello delle energie verdi. George Monbiot, per esempio, ha annunciato non solo la sua conversione al nucleare come la sola via realistica per evitare il riscaldamento globale del pianeta[2], ma è andato oltre arrivando ad accusare i suoi vecchi compagni del movimento anti-nucleare di ignorare la questione scientifica del rischio reale dell’energia nucleare[3].
In realtà, il problema del nucleare non può essere trattato come una questione puramente tecnica o come una scelta da basare sul bilancio costi-benefici del nucleare, dei combustibili fossili o dell’energia rinnovabile. E’ necessario fermarsi a guardare l’insieme della questione dell’uso di energia nella prospettiva storica dell’evoluzione della società umana e dei diversi modi di produzione che sono esistiti. Quello che segue è uno schizzo, necessariamente breve, di un tale approccio.
All’interno di questa serie di articoli, cercheremo di tracciare brevemente la storia delle relazioni che si sono stabilite tra l’Uomo e la Natura per comprendere meglio i pericoli attuali, ma anche le nuove potenzialità a livello di energia che potrebbero aprirsi all’Uomo nella società futura, il comunismo.
Il disastro del reattore nucleare di Fukushima in Giappone lo scorso marzo ha riaperto il dibattito sul ruolo dell’energia nucleare nell’ambito delle necessità energetiche del mondo. Molti paesi, compresa la Cina, hanno annunciato che avrebbero rivisto o che avrebbero temporaneamente arrestato i loro programmi di costruzione di centrali, mentre la Svizzera e la Germania si sono spinte oltre prevedendo di sostituire la loro capacità nucleare. Nel caso di questi ultimi paesi, otto delle 17 centrali saranno fermate quest’anno con un arresto di tutte le altre entro il 2022 e la loro sostituzione con centrali alimentate da fonti energetiche rinnovabili. Questo cambiamento ha provocato delle forti pressioni da parte dell’industria nucleare e di alcuni grandi utilizzatori delle riserve energetiche con problemi di aumenti dei prezzi di grandi dimensioni
Negli ultimi anni erano circolati dei rapporti sulla rinascita dell’industria nucleare, con 60 impianti in costruzione e 493 previsti dalla World Nuclear Industry Group Association[1]. In Gran Bretagna, c’è stato un dibattito sui rischi ed i benefici del nucleare rispetto a quello delle energie verdi. George Monbiot, per esempio, ha annunciato non solo la sua conversione al nucleare come la sola via realistica per evitare il riscaldamento globale del pianeta[2], ma è andato oltre arrivando ad accusare i suoi vecchi compagni del movimento anti-nucleare di ignorare la questione scientifica del rischio reale dell’energia nucleare[3].
In realtà, il problema del nucleare non può essere trattato come una questione puramente tecnica o come una scelta da basare sul bilancio costi-benefici del nucleare, dei combustibili fossili o dell’energia rinnovabile. E’ necessario fermarsi a guardare l’insieme della questione dell’uso di energia nella prospettiva storica dell’evoluzione della società umana e dei diversi modi di produzione che sono esistiti. Quello che segue è uno schizzo, necessariamente breve, di un tale approccio.
L’utilizzazione dell’energia e lo sviluppo umano
La storia dell’umanità e dei diversi modi di produzione è anche la storia dell’energia. Le prime società di cacciatori-raccoglitori vivevano principalmente dell’energia umana come di quella degli animali e delle piante prodotte dalla natura con un intervento piuttosto moderato, anche se alcune pratiche prevedevano l’uso del fuoco nella deforestazione per le colture o per abbattere gli alberi. Lo sviluppo dell’agricoltura nel Neolitico segna un cambiamento fondamentale nell’uso dell’energia da parte dell’Uomo e nelle sue relazioni con la natura. Il lavoro umano viene organizzato su una base sistematica per trasformare la terra, con la deforestazione e la costruzione di recinti per aumentare il numero di animali domestici. Gli animali cominciarono ad essere utilizzati per l’agricoltura e quindi in alcuni processi produttivi come i mulini per il grano. Il fuoco serviva per riscaldare, cucinare e per dei processi industriali come la realizzazione di ceramica e la fusione di metalli. Anche il commercio si sviluppa, basandosi sulla potenza dei muscoli dell’uomo e degli animali, ma anche sfruttando la forza del vento per attraversare gli oceani.
La rivoluzione neolitica trasforma la società umana. L’aumento delle fonti alimentari che si realizza portano ad un significativo aumento della popolazione e ad una maggiore complessità della società, con una parte della popolazione che si sposta gradualmente dalla produzione diretta di cibo verso ruoli più specialistici legati alle nuove tecniche di produzione. Alcuni gruppi vengono finanche liberati dalla produzione per assumere dei ruoli militari o religiosi. Così, il comunismo primitivo delle società di cacciatori-raccoglitori si trasforma in società di classe, con delle elite militari e religiose mantenute dal lavoro degli altri.
I passi avanti della società in agricoltura, l’architettura e la religione richiedevano che l’utilizzazione dell’attività umana fosse concentrata e organizzata. Nelle prime civiltà, ciò fu il risultato della coercizione di massa del lavoro umano, che trova la sua forma tipica nello schiavismo. L’uso, attraverso la forza, dell’energia di una classe assoggettata permette ad una minoranza di essere libera dalla necessità di lavorare e di vivere una vita in cui è possibile attingere ad un livello di risorse molto superiore a quello che un individuo avrebbe potuto ottenere da solo. Per fare un esempio: una delle glorie della civiltà romana era il sistema di riscaldamento delle ville, che facevano circolare aria calda sotto i pavimenti e attraverso le pareti; niente di paragonabile è stato visto nei secoli successivi, dove anche i re vivevano in edifici che erano così freddi che si racconta che il vino e l’acqua gelassero sulle tavole d’inverno[4]. Questi sistemi erano spesso costruiti e gestiti dagli schiavi e consumavano grandi quantità di legna e carbone. Il calore di cui profittava la classe dominante veniva dall’appropriazione dell’energia umana e naturale.
La relazione tra umanità e natura
Lo sviluppo delle forze produttive e delle società di classe, che erano al tempo stesso la conseguenza e lo stimolo di queste ultime, cambia il rapporto tra uomo e natura così come aveva cambiato il rapporto tra le persone. Le società di cacciatori-raccoglitori erano immerse nella natura e dominate da questa. La rivoluzione dell’agricoltura spinge a controllare la natura con le colture e l’addomesticamento degli animali, la deforestazione, il miglioramento dei suoli attraverso l’utilizzo di fertilizzanti naturali e il controllo delle risorse idriche.
Il lavoro umano e quello del mondo naturale diventano delle risorse da sfruttare, ma anche delle minacce che vanno dominate. Il risultato è che gli uomini - sfruttati e sfruttatori - si staccano dalla natura e gli uni dagli altri. Verso la metà del 19° secolo, Marx mostra l’intima relazione esistente tra l’umanità e la natura: “L’uomo vive fisicamente soltanto di questi prodotti naturali, si presentino essi nella forma di nutrimento o di riscaldamento o di abbigliamento o di abitazione, ecc. L’universalità dell’uomo appare praticamente proprio in quella universalità, che fa della intera natura il corpo inorganico dell'uomo, sia perché essa 1) è un mezzo immediato di sussistenza, sia perché 2) è la materia, l'oggetto e lo strumento della sua attività vitale. La natura è il corpo inorganico dell'uomo, precisamente la natura in quanto non è essa stessa corpo umano. Che l'uomo viva della natura vuol dire che la natura è il suo corpo, con cui deve stare in costante rapporto per non morire. Che la vita fisica e spirituale dell'uomo sia congiunta con la natura, non significa altro che la natura è congiunta con se stessa, perché l'uomo è una parte della natura.”[5] Il capitalismo, il lavoro salariato e la proprietà privata stravolgono tutto ciò, facendo della produzione del lavoro umano “un potere estraneo (che) gli sta di fronte (all’operaio)" e trasformando la natura che “gli si contrappone ostile ed estranea.” [6]
L’alienazione che Marx vedeva come caratteristica del capitalismo, di cui la classe operaia faceva l’esperienza in maniera molto acuta, era emersa di fatto con l’apparizione delle società di classe, ma si era accelerata con la transizione al capitalismo. Mentre tutta l’umanità è influenzata dall’alienazione, il suo impatto e il suo ruolo non è lo stesso per la classe sfruttatrice e quella sfruttata. La prima, in quanto classe dominante della società, spinge in avanti il processo di alienazione così come anima il processo di sfruttamento ed avverte raramente ciò che questi processi provocano, anche se non ne può sfuggire le conseguenze. La seconda avverte l’impatto dell’alienazione nella vita quotidiana come una mancanza di controllo su ciò che fa e su ciò che essa rappresenta, ma assorbe al tempo stesso la forma ideologica che assume l’alienazione e la riflette in parte nelle sue relazioni umane e nel rapporto con il mondo naturale.
Il processo è continuato anche dopo che Marx l’aveva descritto. Nel secolo scorso, l’umanità alienata si è sbranata a vicenda in due guerre mondiali e ha visto lo sforzo sistematico di distruggere parti di se stessa con l’olocausto effettuato durante la seconda guerra mondiale o durante le “pulizie etniche” degli ultimi venti anni. Essa ha anche sfruttato e distrutto brutalmente la natura al punto che il mondo naturale e tutta la vita minacciano di estinguersi. Tuttavia, non è un’umanità vista come un’astrazione che ha fatto questo, ma la forma particolare di società di classe che è arrivata a dominare e minacciare il pianeta: il capitalismo. Ancora, non è vero che tutti coloro che vivono in questa società ne hanno la responsabilità: tra sfruttatori e sfruttati, tra la borghesia e il proletariato, non c’è uguaglianza di potere. E’ il capitalismo e la borghesia che hanno creato questo mondo e che ne sono responsabili. Questo può disturbare coloro che ci vorrebbero tutti insieme nello stesso sacco per il “bene comune”, ma guardando la storia ci si rende conto che non è così.
North (19 giugno)
[1] Financial Times del 6 giugno 2011, “Nuclear power: atomised approach”.
[2] Guardian del 22 giugno 2011, “Why Fukushima made me stop worrying and love nuclear power”.
[3] Guardian del 5 aprile 2011, “The unpalatable truth is that the anti-nuclear lobby has misled us all”.
[4] Fernand Braudel, Civilisation and Capitalism 15th – 18th Century, Volume one: The Structures of Everyday Life, p.299. William Collins Sons and Co. Ltd, London.
[5] Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, “Il lavoro estraneato” (www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Manoscritti/Lavoro%20estraneato.html [121]).
[6] Ibid.
Questa seconda parte affronta il ruolo che hanno giocato il carbone, il petrolio e poi il nucleare nel capitalismo e si interroga sul posto dell’energia nella società futura.
La rivoluzione industriale é stata anche una rivoluzione dell’energia, nell’uso delle sue fonti che hanno permesso alla società di andare al di là delle frontiere imposte da “l’economia organica” che la limitava alla crescita stagionale delle risorse energetiche naturali per soddisfare la gran parte dei bisogni. Tuttavia, nel corso della rivoluzione industriale predominava l’uso del carbone che è andato di pari passo con i cambiamenti del modo di produzione e l’emergere della borghesia come classe che ha spinto verso lo sviluppo della tecnologia per estrarre e utilizzare i giacimenti di carbone.[1]
Come i primi giorni del capitalismo hanno visto un uso estensivo e più sistematico dei mezzi di produzione esistenti, così si è visto un uso delle risorse energetiche esistenti spinto fino ai loro limiti.
Nell’economia organica, che ha predominato dalla rivoluzione neolitica fino all’adozione diffusa del carbone durante la rivoluzione industriale, la potenza dell’uomo e degli animali, insieme a quella ottenuta dal legname, sono state le principali fonti di energia. Negli anni 1561-70, esse rappresentavano rispettivamente il 22,8%, 32,4% e 33% dell’energia consumata in Inghilterra e nel Galles. L’energia del vento e quella idrica erano insieme poco più dell’1%, mentre il carbone contava per il 10,6%.[2]
L’abbondanza di legno dà all’Europa un vantaggio sulle società in cui questo materiale era raro, ma lo sviluppo della produzione esaurisce queste risorse e frena la crescita. Nel 1717, un altoforno del Galles fu acceso solo quattro anni dopo la sua costruzione perché occorreva accumulare il legno e il carbone necessari e poteva garantire regolarmente la produzione solo per 15 settimane all’anno per la stessa ragione.[3]
E’ stato calcolato che, prima del 18° secolo, un altoforno standard che lavorasse per due anni senza interruzione richiedeva il taglio di 2000 ettari di foresta.[4]
Nel Galles del Sud, ben noto per le sue miniere di carbone, le prime fasi della rivoluzione industriale hanno portato allo sviluppo di acciaierie e, contemporaneamente, alla deforestazione di intere valli un tempo fittamente boscose. La crescita della domanda di legname porta ad aumenti dei prezzi e alla carestia che colpirà la maggior parte dei poveri. In alcune parti della Francia, non c’era abbastanza legna per i forni del pane e viene riportato che in altre “i poveri vivevano senza fuoco”.[5]
I limiti alla produzione imposti dall’economia organica possono essere considerati solo calcolando il numero di tronchi che sarebbero stati necessari per realizzare un consumo conforme di energia a partire dal carbone. La legna non è una fonte di energia efficace come il carbone, poiché due tonnellate di legna sono necessarie per produrre la stessa energia di una tonnellata di carbone e trenta tonnellate per produrre una tonnellata di acciaio. Un acro di bosco (0,4 ettari) può produrre all’incirca l’equivalente energetico di una tonnellata di carbone in un anno. Nel 1750, in Inghilterra e nel Galles sono state estratte 4.515.000 tonnellate di carbone. Produrre la quantità equivalente di energia utilizzando legna avrebbe richiesto 13.045.000 tonnellate, vale a dire il 35% della superficie forestale (11,2 milioni di acri). Mezzo secolo dopo, la produzione aveva raggiunto 65.05 milioni di tonnellate, che equivale a non meno del 150% della stessa area (48,1 milioni di acri).[6]
Una delle chiavi di lettura del dominio britannico sul mondo sono le riserve di carbone accessibili con la tecnologia allora esistente. Ciò ha permesso di creare la spinta per sviluppare i mezzi di produzione per consentire l’estrazione di carbone a livelli più profondi.
Carbone e petrolio: le basi del capitalismo industriale
Prima dell’uso generalizzato del carbone, l’energia utilizzabile era essenzialmente determinata dalla quantità di energia solare che veniva convertita in crescita delle piante attraverso la fotosintesi. Ciò comportava la produzione di alimenti per gli uomini e gli animali e quella della legna. Questo ciclo naturale sembrava porre un limite invalicabile all’accumulo di energia muscolare e termica che poteva essere utilizzata e quindi al livello della produzione e della prosperità della società. La povertà e la miseria generalizzate sembravano eterne, immutabili, dei fattori della vita. L’estrazione diffusa di carbone e petrolio ha infranto questa barriera, permettendo l’accesso alle fonti energetiche della terra, al prodotto della fotosintesi avvenuta nei millenni passati.[7]
Il 19° secolo e la prima parte del 20° sono stati dominati dall’uso del carbone. L’avanzata della rivoluzione industriale è spesso misurata in tonnellate di carbon fossile utilizzato, in tonnellate di acciaio prodotto e in chilometri di binari ferroviari impiantati. Ne abbiamo dato qualche dato prima, ma questa avanzata può essere misurata anche attraverso il diverso modo di utilizzare l’energia e l’aumento del consumo procapite di questa. Abbiamo visto che nel 1560 il carbone rappresentava poco più del 10,6% dell’energia consumata in Inghilterra e nel Galles. Nel 1850, rappresentava invece il 92%. In origine, il carbone è stato usato per sostituire il legno nelle industrie della ceramica e in genere nelle produzioni che richiedevano grandi quantità di calore e influiva relativamente poco nell’organizzazione dell’epoca sulla produzione e sull’aumento diretto della produttività. Le macchine a vapore statiche erano utilizzate per pompare l’acqua dalle miniere che, anche quando si esaurivano, permettevano che il carbone ed altre risorse, come lo stagno in Cornovaglia, fossero prelevati da profondità fino allora inaccessibili. Le macchine sono state poi adattate per gestire le attrezzature, come nell’industria del cotone, e come mezzo di trasporto. Il consumo totale di energia aumenta gradualmente nella rivoluzione industriale. Nel 1850, in Inghilterra e nel Galles, c’è stato un consumo totale 28 volte superiore a quello del 1560. Ciò era dovuto in parte alla crescita consistente della popolazione che si è avuta in questo periodo, ma la scala reale di questo incremento è mostrato dal fatto che il consumo pro capite si è quintuplicato.[8]
L’industria petrolifera si è sviluppata gradualmente nel corso del 20° secolo, con significativi sviluppi nelle tecniche di produzione e nel livello di produzione negli anni tra le due guerre mondiali. Nel 1929, il commercio del petrolio era aumentato di 1,170 milioni di dollari, essendo Stati Uniti, Venezuela e Antille olandesi i più grandi esportatori, mentre altre raffinerie venivano installate nel Bahrein e in Arabia Saudita dagli Stati Uniti e in Iraq e in Libano da parte di imprese britanniche ed europee.[9]
Tuttavia, è stato solo dopo la II Guerra Mondiale che il petrolio è diventato la fonte principale di energia, arrivando al 46,1% della produzione mondiale di energia nel 1973, anche se é poi sceso al 33,2% nel 2008.
L’utilizzo crescente di energia è stato il tratto distintivo dell’industrializzazione nel mondo intero. Esso esprime non solo la spinta del livello di produzione e l’impatto della crescita della popolazione, ma anche lo sviluppo della produttività con la crescita in quantità dei mezzi di produzione, compresa l’energia, che ogni lavoratore è capace di mettere in opera. Questa tendenza è continuata fino ai giorni nostri: tra il 1973 e il 2008, il consumo totale di energia è aumentato dell’80%.[10]
La rivoluzione nella forma e nella quantità di energia disponibile per l’umanità ha dato impulso alla rivoluzione industriale ed ha aperto la porta alla possibilità di passare dal regno della volontà a quello dell’abbondanza. Ma questa rivoluzione è stata trainata dallo sviluppo del capitalismo, il cui obiettivo non è la soddisfazione dei bisogni umani, ma la crescita del capitale sulla base dell’espropriazione del plusvalore prodotto da una classe operaia sfruttata.
Il capitalismo non ha altro criterio nella scelta dell’energia da utilizzare che quello del costo di produzione, finendo per distruggere delle risorse limitate. L’aumento della produttività spinge verso una maggiore richiesta di energia, così i capitalisti (oltre a quelli direttamente implicati nel settore petrolifero) sono incoraggiati a cercare di ridurre il costo di questa energia. Da un lato, ciò conduce ad un uso diffuso di questa energia per dei fini irrazionali, come il trasporto delle stesse merci in tutte le direzioni nel mondo, e alla moltiplicazione all’infinito di merci che non rispondono ad alcun bisogno umano se non per estrarre e realizzare profitto. Dall’altro, questa situazione fa sì che milioni di esseri umani non possano accedere a questa risorsa e a questi prodotti perché non sono oggetto di un interesse finanziario sufficiente per i capitalisti. Questo è quanto avviene, per esempio, nel Niger, dove la Shell pompa miliardi di dollari di petrolio mentre la popolazione locale ne è priva e rischia la vita per rubarne un poco dagli oleodotti. Un caro prezzo viene anche pagato da chi lavora nel settore energetico, il cui corpo viene minato o avvelenato dall’ambiente in cui vive, e in genere da tutta la popolazione umana che è passata dalle acque inquinate del Tamigi che hanno caratterizzato il 19° secolo a Londra al riscaldamento del pianeta che minaccia il futuro dell’umanità.
L’energia nucleare
La possibilità di utilizzare la fissione nucleare o la fusione per produrre energia è conosciuta da circa un secolo, ma solo dopo la seconda guerra mondiale è stata portata a termine. Inoltre, benché il contesto generale sia lo stesso di prima, la situazione specifica del dopoguerra è dominata dalla rivalità tra USA e URSS, con la corsa agli armamenti che ne è seguito. Lo sviluppo dell’energia nucleare non solo è indissolubilmente legato a quello delle armi nucleari, ma è stato probabilmente la cortina di fumo di quest’ultimo.
All’inizio degli anni ‘50, il governo americano era preoccupato per la reazione della popolazione rispetto al pericolo dell’arsenale nucleare che aveva allestito e alla strategia del “primo colpo” che era stata proposta. La sua risposta fu di organizzare una campagna nota come Operazione Candor fatta per convincere l’opinione pubblica attraverso dei messaggi sui media (compresi i fumetti) e una serie di interventi del Presidente Eisenhower, che culminò con l’annuncio all’assemblea generale dell’ONU del programma “Atomi per la Pace” per “incoraggiare l’indagine a livello mondiale dell’uso più efficace in tempo di pace dei materiali fissili”[11]. Il piano prevedeva uno scambio di informazioni e di risorse, con la creazione congiunta tra Stati Uniti ed Unione Sovietica di uno stock di materiale fissile (materiale in grado di sviluppare una reazione a catena di fissione nucleare). Negli anni successivi, alla corsa agli armamenti nucleari si sono unite altre potenze, spesso con il pretesto di sviluppare un programma nucleare civile, come per Israele e India. I primi reattori producevano grandi quantità di materiale per le armi nucleari e una piccola quantità per dell’energia elettrica molto costosa. La condivisione della conoscenza del nucleare allora faceva parte delle lotte imperialiste nel mondo; così, alla fine degli anni ‘50, la Gran Bretagna sostenne segretamente Israele con dell’acqua pesante per il reattore che aveva costruito grazie all’assistenza francese[12]. Nonostante tutti i discorsi sul fatto che questa energia sarebbe meno cara, il nucleare non ha mai corrisposto a tale promessa ed ha avuto bisogno del sostegno dello Stato per coprire i suoi costi reali. Quando delle compagnie private costruiscono e gestiscono delle industrie, vi sono abitualmente dei sussidi, alla luce del sole o nascosti. Per esempio, la privatizzazione dell’industria nucleare in Gran Bretagna è abortita quando la Thatcher, negli anni ’80, l’ha attaccata perché il capitale privato riconosceva che vi erano dei rischi e dei costi non quantificabili.
E’ solo nel 1996, quando i vecchi reattori Magnox, che avevano già bisogno di essere rottamati, furono esclusi dall’accordo, che gli investitori privati prepararono un contratto per acquistare la British Energy a un prezzo scontato di 2 miliardi di sterline. Sei anni dopo, la società doveva essere salvata con un prestito governativo di 10 miliardi di sterline[13].
Mentre i sostenitori del nucleare affermano oggi che esso è più economico di altre fonti energetiche, in realtà questa resta un’affermazione discutibile. Nel 2005, la World Nuclear Association ha stabilito che: “Oggi, nella maggior parte dei paesi industrializzati, delle nuove centrali nucleari offrono la maniera più economica per produrre elettricità a basso costo, senza considerare i vantaggi geopolitici e ambientali conferiti dall’energia nucleare” ed ha pubblicato una serie di statistiche per sostenere la tesi secondo cui la costruzione, il finanziamento, la messa in opera ed i costi relativi alla gestione delle scorie sono stati tutti ridotti[14]. Tra il 1973 e il 2008, la percentuale di energia proveniente dai reattori nucleari è aumentata dallo 0,9% per un totale complessivo del 5,8%[15].
Un rapporto pubblicato nel 2009, commissionato dal governo federale tedesco[16], fa una valutazione molto più critica dell’economia del nucleare e mette in discussione l’idea di una rinascita del nucleare. Questo rapporto mostra che il numero di reattori è diminuito negli ultimi anni, in contraddizione con i progetti di aumento sia del numero di reattori che di energia prodotta. L’aumento della potenza generata, che si è avuta in questo periodo, è il risultato della redditività dei reattori esistenti e dell’estensione della loro vita operativa. Il rapporto continua sostenendo che vi è incertezza a proposito dei reattori comunemente descritti come “in costruzione”, un certo numero dei quali si trova in questa situazione da più di 20 anni. Il numero di quelli in costruzione è crollato da un picco di 200 nel 1980 a meno di 50 nel 2006.
A proposito dell'economia del nucleare, il rapporto mostra l’alto livello di incertezza in tutti i campi, compreso il finanziamento, la costruzione e la manutenzione.
Ciò dimostra che lo Stato ha un ruolo centrale per tutti i progetti nucleari, indipendentemente da coloro ai quali questi progetti appartengono o da chi li gestisce. Un aspetto sta nelle varie forme di sussidi forniti dallo Stato per sostenere i costi del capitale investito nella manutenzione e nello smantellamento delle fabbriche, e di sostegno dei prezzi. Un altro è la necessità per lo Stato di limitare la responsabilità dell’industria in modo che il settore privato ne accetti i rischi. Nel 1957, il governo americano ha segnato il passo quando le compagnie di assicurazione si rifiutarono di coprire l’assicurazione per l’impossibilità di quantificare i rischi[17]. Oggi si stima che “in generale, i limiti nazionali sono dell’ordine di qualche centinaio di milioni di euro, meno del 10% del costo di costruzione di una fabbrica e molto inferiore al costo dell’incidente di Chernobyl”[18].
Non solo i costi ma anche i pericoli del nucleare sono oggetto di dibattito e le evidenze scientifiche appaiono piuttosto variabili. E’ in particolare il caso del disastro di Chernobyl, le cui stime relative alle morti provocate variano notevolmente. Un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità considera che 47 dei 134 operai irradiati durante l’intervento di emergenza siano morti a causa della contaminazione nel 2004[19] e stima che ci siano poco meno di 9.000 morti per cancro in più causate dal disastro[20]. Un rapporto di scienziati russi, pubblicato negli Annali dell’Accademia delle Scienze di New York, valuta che, dalla data dell’incidente fino al 2006, bisogna contare 985.000 morti in più, per cancro e tutta una serie di altre malattie[21].
Per chi non ha conoscenze scientifiche e mediche da specialisti, è difficile districarsi, ma quello che è certo è il livello enorme di segretezza e di falsificazione in atto: dalla decisione del governo britannico di sospendere la pubblicazione del rapporto su uno dei primi incidenti alla centrale di Windscale nel 1957 fino a Fukushima oggi dove la vera entità del disastro emerge solo lentamente. Per tornare a Chernobyl, il governo russo per diversi giorni non ha detto niente sull’incidente, lasciando che la popolazione locale continuasse a vivere e lavorare in mezzo alle radiazioni. Ma questo non solo in Russia. Il governo francese ha minimizzato i livelli di radiazione che raggiunsero il paese[22], dicendo al pubblico che la nube radioattiva, che si stava estendendo su tutta l’Europa, non era passata sulla Francia[23]. A sua volta il governo inglese rassicurava il paese che non c’era alcun rischio per la salute, riportando dei livelli di radiazione 40 volte inferiori a quelli effettivi[24], per poi però mettere centinaia di fattorie in quarantena. Fino al 2007, 374 aziende agricole erano ancora sotto controllo speciale[25].
Diversi governi mettono avanti l’energia nucleare come la soluzione “verde” ai problemi legati ai combustibili fossili. Si tratta per lo più di una cortina di fumo che nasconde le vere ragioni che ruotano intorno al possibile esaurimento del petrolio, all’aumento del prezzo del petrolio e ai rischi associati alla dipendenza da fonti energetiche al di fuori dal controllo dei rispettivi Stati. Questa facciata “verde” si sbiadisce man mano che la crisi economica porta gli Stati a ritornare al carbone[26] e ridurre i costi delle nuove fonti di combustibile in sfruttamento, la maggior parte delle quali sono difficili da raggiungere fisicamente oppure richiedono dei processi che sporcano ed inquinano l’ambiente, come ad esempio la produzione di fuliggine.
I prodotti energetici sono anche stati un fattore importante negli scontri imperialisti degli ultimi anni e lo saranno ancor più in futuro. L’energia nucleare ritorna là dove ha iniziato come fonte di materiale fissile e come copertura per i programmi d’armamento.
Il comunismo e le fonti di energia
I regimi stalinisti, che si sono appropriati ed hanno infangato il nome del comunismo, hanno condiviso pienamente il comportamento del capitalismo nell’uso del nucleare e hanno agito con totale disprezzo per la salute della popolazione e dell’ambiente. Questo era vero per l’ex URSS e lo è anche per la Cina di oggi e alimenta la confusione largamente diffusa sul fatto che il comunismo spinge ad un’industrializzazione forzata che non tiene conto della natura.
Contrariamente a queste false idee, Marx sentiva molto le problematiche inerenti alla natura, a livello teorico del rapporto tra uomo e natura, come abbiamo già visto, e a livello pratico quando scrive sul pericolo di impoverimento dei suoli con l’agricoltura capitalistica e sull’impatto dell’industrializzazione sulla salute della classe operaia: “Inoltre, ogni progresso dell’agricoltura capitalistica costituisce un progresso non solo nell’arte di sfruttare il lavoratore, ma anche nell’arte di spogliare la terra; ad ogni progresso nell’arte di aumentare la sua fertilità per un certo tempo, corrisponde un progresso nella rovina delle sue fonti sostenibili di fertilità. Quanto più un paese, ad esempio gli Stati Uniti del Nord America, si sviluppa sulla base della grande industria, più questo processo di distruzione avviene rapidamente. La produzione capitalistica, quindi, sviluppa la tecnica e la combinazione del processo di produzione sociale esaurendo allo stesso tempo le due fonti dalle quali deriva ogni ricchezza: la terra e il lavoratore”[27].
Non possiamo prevedere quale sarà la “politica energetica” nel comunismo, ma partendo dal fatto fondamentale che la produzione sarà per i bisogni umani e non per il profitto, possiamo dire sin da ora che il modello di utilizzazione di energia cambierà in modo significativo e possiamo evidenziarne alcuni aspetti:
- possiamo prevedere una forte riduzione della produzione di cose non necessarie, nel trasporto di queste e di altre cose il cui unico scopo è quello di aumentare i profitti dei capitalisti[28];
- ci sarà anche una riduzione degli spostamenti verso o di ritorno dai posti di lavoro, non più necessari nel momento in cui le comunità assumeranno proporzioni più umane, ad esempio la separazione tra attività lavorative e quelle non-lavorative, o la divisione netta tra città e campagna, che verranno superate;
- la creatività e l’intelligenza saranno dirette verso i bisogni umani e si possono quindi prevedere degli sviluppi significativi nelle risorse energetiche[29], soprattutto quelle rinnovabili, così come nella progettazione di mezzi di produzione, di trasporto e di altre attrezzature e macchinari per renderli più efficaci, e ciò sul lungo periodo.
Poiché una società comunista avrà la preoccupazione del lungo termine, una delle implicazioni sarà una forte riduzione nell’utilizzo di fonti di energia non rinnovabili in modo che esse possano servire alle generazioni future. Va notato che anche l’uranio usato nel nucleare è una fonte di energia non rinnovabile e quindi non elimina la dipendenza da risorse limitate. Ciò implica che l’energia rinnovabile sarà fondamentale per la società comunista, ma poiché la creatività e l’intelligenza dell’umanità sarà libera dalle catene attuali, questo non ci trascinerà verso un ritorno alle privazioni delle vecchie economie organiche.
Il comunismo e l’energia nucleare
Non sta a noi dettare al futuro le decisioni che saranno prese su questa questione. Ma già quello che abbiamo detto comporta una riduzione significativa nel consumo di energia e dei cambiamenti nelle forme di energia alla luce di una vigile intelligenza scientifica. I potenziali pericoli del nucleare e il fatto che disperdere combustibili e contaminare il suolo comporta un rischio per centinaia di migliaia di anni, suggerisce che l’energia nucleare non ha posto in una società orientata verso il bene comune della sua generazione, delle generazioni future e del pianeta da cui dipendiamo.
Il capitalismo ha oggi la pretesa di essere “verde”. L’energia verde attualmente viene utilizzata in minima parte, nonostante si senta dire dappertutto che sarebbe economico metterla in pratica. Detto questo, la maniera in cui il capitalismo utilizza le diverse fonti di energia espone l’umanità ad ogni pericolo, perché la minaccia che esso rappresenta non viene da una particolare politica o elemento di produzione, ma dalle leggi che governano il capitalismo e dall’eredità storica delle società basate sullo sfruttamento.
North (19 giugno 2011)
[1] Ciò vale anche per la Cina: “Il carbone veniva estratto e bruciato in quantitativi notevoli in alcune parti della Cina già dal IV secolo e può aver raggiunto un picco durante l’XI secolo, ma ciò non ha mai portato ad una trasformazione dell’economia.” E. A. Wrigley, Energy and the English Industrial Revolution, p. 174, Cambridge University Press, 2010.
[2] Wrigley, op.cit., p.92.
[3] Fernand Braudel, Civilisation and Capitalism 15th 18th Century, Vol. 1, p.366-7. William Collins Sons and Co. Ltd, London.
[4] Ibidem.
[5] Ibid.
[6] Wrigley, op. cit, p.37 e p.99.
[7] Energy and the English Industrial Revolution. E. A. Wrigley.
[8] Ibid., p.94.
[9] Kenwood et Lougheed, The growth of the international economy (1820-1990). Routledge, 1992 (3a edizione).
[10] International Energy Agency, Key world energy statistics 2010, p.28.
[11] Citato in S. Cooke, In mortal hands: A cautionary history of the nuclear age, Bloomsbury New York, 2010 (Paperback edition), p.110.
[12] Ibid., p.148-9.
[13] Ibid., p. 357-8.
[14] World Nuclear Association, The new economics of nuclear power, p.6.
[15] International Energy Agency, Key world energy statistics 2010, p.6.
[16] The World Nuclear Industry Status Report 2009 With Particular Emphasis on Economic Issues. Commissionato dal Ministro Federale Tedesco dell’Ambiente, Nature Conservation and Reactor Safety. Parigi 2009.
[17] Cooke, op. cit., p.120-5. Il governo accetterà arbitrariamente un limite massimo che pone la sua responsabilità a 500 milioni di dollari nonostante il parere dei suoi esperti per i quali “la misura del rischio incorso non può essere esattamente valutata ” (ibid, p. 124).
[18] Ministro Federale Tedesco dell’Ambiente, Nature Conservation and Reactor Safety, op.cit., p.44.
[19] Organizzazione Mondiale della Sanità, 2006, Health effects of the Chernobyl accident and special health care programmes, p.106
[20] Ibidem, p.108.
[21] Yablokov, Nesterenko and Nesterenko, “Chernobyl: Consequences of the catastrophe for people and the environment.” Annals of the New York Academy of Sciences, Vol. 1181, 2009, p.210. Questo studio ha suscitato un certo numero di controversie, in particolare delle critiche secondo le quali esso mescolerebbe dati incompatibili tra loro, non terrebbe in alcun conto gli studi che non sostengono le sue argomentazioni e non seguirebbe metodi scientifici riconosciuti. Vedi ad esempio la rivista delle pubblicazioni in Environmental Health Perspectives, Vol. 118, 11 Novembre 2010
[22] Cooke, op. cit., p.320.
[23] Yablokov et al, op. cit., p.10.
[24] Ibidem, p.14
[25] Cooke, op. cit., p.321.
[26] Il carbone é passato dal 24,5% delle fonti energetiche totali nel 1973 al 27% nel 2008. Fonte: International Energy Agency, Key world energy statistics 2010, p.6.
[27] Marx, Il Capitale , Vol. I, Capitolo XV, “Macchinismo e grande industria”, sezione 10, “Grande industria e agricoltura”.
[29] Per un inventario delle possibili risorse di energia alternative vedi Makhijani, A. 2007, Carbon-Free and Nuclear-Free: A Roadmap for U.S. Energy Policy
Il Movimento “15M” in Spagna - il cui nome corrisponde alla data della sua creazione, il 15 maggio - è un avvenimento di grande importanza dalle caratteristiche inedite. In questo articolo vogliamo raccontare gli episodi più significativi e, ogni volta, trarre le lezioni e tracciare le prospettive per il futuro.
Un resoconto di quello che è realmente accaduto è un contributo necessario alla comprensione della dinamica che prende la lotta di classe internazionale verso i movimenti massicci della classe operaia che l'aiuteranno a riprendere fiducia in sé stessa e le darà i mezzi di presentare un'alternativa a questa società moribonda[1].
Il “No Future” del capitalismo, sfondo del Movimento 15M
La parola "crisi" contiene una connotazione drammatica per milioni di persone, colpite da una valanga di miseria che va dal deterioramento crescente delle condizioni di vita, passando per la disoccupazione a durata indeterminata e la precarietà che rendono impossibile la minima stabilità quotidiana, fino alle situazioni più estreme che riportano direttamente alla grande povertà ed alla fame[2].
Ma ciò che è più angoscioso è l'assenza di futuro. Come lo denunciava l'assemblea degli Arrestati di Madrid[3] in un comunicato che, come vediamo, ha rappresentato la scintilla che ha dato fuoco alle polveri del movimento: “ci troviamo di fronte ad un orizzonte privo della minima speranza e senza un futuro che ci permetta di vivere tranquilli e di poterci dedicare a ciò che ci piace”[4]. Quando l'OCSE dichiara che occorreranno 15 anni affinché la Spagna ritrovi il livello di occupazione che aveva nel 2007 - quasi una generazione intera privata di lavoro! -, quando cifre simili possono essere ascoltate negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, possiamo comprendere fino a che punto questa società è gettata in un turbine senza fine di miseria, di disoccupazione e di barbarie.
Il movimento si è, a prima vista, polarizzato contro il sistema politico bipartitico dominante in Spagna (a destra il Partito Popolare ed a sinistra il Partito Socialista Operaio Spagnolo che rappresenta il 86% degli eletti)[5]. Questo fatto ha giocato un certo ruolo, proprio in rapporto a questa assenza di avvenire, poiché in un paese in cui la destra gode della meritata reputazione di essere autoritaria, arrogante ed anti-operaia, ampi settori della popolazione hanno visto con inquietudine come, con gli attacchi governativi portati dai falsi amici - il PSOE -, i nemici dichiarati - il PP - minacciavano di installarsi al potere per lunghi anni, senza alcuna alternativa in seno al gioco elettorale, riflettendo così il blocco generale della società.
Questo sentimento è stato rafforzato dall'atteggiamento dei sindacati che hanno cominciato col convocare uno "sciopero generale" il 29 settembre che è stato solo un atto di smobilitazione, poi nel gennaio 2011 hanno firmato col governo un Patto sociale con il quale si accettava la brutale riforma delle pensioni e chiudeva la porta ad ogni possibilità di mobilitazioni massicce sotto la loro direzione.
A questi fatti si è unito un profondo sentimento di indignazione. Una delle conseguenze della crisi, come è stato detto nell'assemblea di Valenza, è che “i rari che possiedono sono ancora molto più rari e possiedono molto più, mentre il grande numero che possiede poco è molto più numeroso e possieda molto meno”. I capitalisti ed il loro personale politico diventano sempre più arroganti, voraci e corrotti. Non esitano ad accumulare immense ricchezze, mentre intorno a loro spargono miseria e desolazione. Tutto ciò fa comprendere con una certa chiarezza che le classi sociali esistono e che non siamo dei "cittadini uguali".
Fin dalla fine del 2010, di fronte a questa situazione, sono sorti dei collettivi i quali affermavano che bisognava unirsi per strada, agire al di là dei partiti e dei sindacati, organizzarsi in assemblee … La vecchia talpa rievocata da Marx preparava nelle viscere della società una maturazione sotterranea che è esplosa in pieno giorno nel mese di maggio! La mobilitazione di "Giovani Senza Avvenire" ad aprile aveva raggruppato 5 000 giovani a Madrid.
Peraltro, il successo delle manifestazioni dei giovani in Portogallo - Geração a Rasca (generazione alla deriva) - che avevano raggruppato più di 200 000 persone, e l'esempio molto popolare della piazza Tahrir in Egitto hanno agito da potenti stimolatori del movimento.
Le assemblee: un primo sguardo verso l’avvenire
Il 15 maggio, un cartello di più di 100 organizzazioni – denominato Democracia Real Ya (DRY)[6] - ha convocato delle manifestazioni nelle grandi città di provincia “contro i politici”, richiedendo una “vera democrazia”.
Piccoli gruppi di giovani (disoccupati, precari e studenti), in disaccordo col ruolo di valvola di sfogo del malcontento sociale che gli organizzatori volevano fare giocare al movimento, hanno tentato di allestire un accampamento nella piazza centrale a Madrid, a Granada ed in altre città per proseguire col movimento. DRY li ha rinnegato e ha permesso alle truppe poliziesche di effettuare una brutale repressione, perpetrata in particolare nei commissariati. Tuttavia, quelli che ne sono state vittime si sono costituiti in Assemblea degli Arrestati di Madrid e senza perdere molto tempo hanno emanato un comunicato che denunciava con chiarezza i trattamenti degradanti inflitti loro dalla polizia. Ciò ha prodotto una forte impressione ed ha incoraggiato numerosi giovani a raggiungere gli accampamenti.
Martedì 17 maggio, mentre DRY tentava di chiudere gli accampamenti in un ruolo simbolico di protesta, l'enorme massa che affluiva verso quest'ultimi ha imposto la tenuta di assemblee. Mercoledì e giovedì, le assemblee massicce si sono propagate in più di 73 città. Vi si esprimevano riflessioni interessanti, proposte giudiziose, che trattavano di tutti gli aspetti della vita sociale, economica, politica e culturale. Niente di ciò che è umano era estraneo a questa immensa agora improvvisata!
Una manifestante madrilena diceva: “ciò che è bello di queste assemblee è che la parola si libera, le persone si comprendono, si può pensare ad alta voce, migliaia di persone che non si conoscono tra loro possono giungere ad essere in accordo. Non è meraviglioso?”. Le assemblee erano tutto un altro mondo, all'opposto dell'ambiente tetro che regna nei seggi elettorali ed a cento leghe di distanza dall'entusiasmo dei marketing dei periodi elettorali: “Abbracci fraterni, grida di entusiasmo e di estasi, canti di libertà, risa gioiose, allegria e trasporti di gioia: era tutto un concerto che si sentiva in questa folla di migliaia di persone che vanno e vengono da mattino a sera attraverso la città. Regnava un'atmosfera di euforia; si poteva credere quasi che una vita nuova e migliore stava cominciando sulla terra. Spettacolo profondamente commovente ed allo stesso tempo idilliaco e toccante”[7]. Migliaia di persone discutevano appassionatamente in un ambiente di profondo rispetto, di ordine ammirevole, di ascolto attento. Erano unite dall'indignazione e dall'inquietudine di fronte al futuro ma, soprattutto, dalla volontà di comprendere le sue cause; da ciò questo sforzo per il dibattito, per l'analisi di una folla di domande, le centinaia di riunioni e le creazioni di biblioteche di strada … Uno sforzo apparentemente senza risultato concreto, ma che ha sconvolto tutti gli spiriti e ha seminato dei semi di coscienza nei campi dell'avvenire.
Soggettivamente, la lotta di classe si basa su due pilastri: da una parte la coscienza, dall'altro, la fiducia e la solidarietà. Su quest’ultimo aspetto, le assemblee sono così state portatrici per l'avvenire: i legami umani che si tessevano, la corrente di empatia che animava le piazze, la solidarietà e l'unità che fiorivano avevano almeno altrettanta importanza rispetto al fatto di prendere delle decisioni o di convergere su una rivendicazione. I politici e la stampa si arrabbiavano, essi che richiedevano, con l'immediatismo e l’utilitarismo caratteristiche dell'ideologia borghese, che il movimento condensasse le sue rivendicazioni in un “protocollo”, ciò che DRY tentava di convertire in “decalogo” raggruppante tutte le misure democratiche ridicole e bolse come le liste dei candidati aperte, le iniziative legislative popolari e la riforma della legge elettorale.
La resistenza accanita contro la quale si sono scontrate queste misure precipitose è venuta ad illustrare in che cosa il movimento esprimeva il divenire della lotta di classe. A Madrid, le persone gridavano: “Non andiamo lentamente, è che andiamo molto lontano!”. In una Lettera aperta alle assemblee, un gruppo di Madrid diceva: “Il più difficile è sintetizzare ciò che vogliono le nostre manifestazioni. Siamo convinti che non è un fatto leggero, come vogliono in modo interessato i politici e tutti quelli che vogliono che niente cambi o, per meglio dire, quelli che vogliono cambiare alcuni dettagli affinché tutto resti identico. Non sarà proponendo subito una “manciata di rivendicazioni” che riusciremo ad esprimere una sintesi della nostra lotta, non è creando un mucchietto di rivendicazioni che la nostra rivolta si esprimerà e si rafforzerà”[8].
Lo sforzo per comprendere le cause di una situazione drammatica e di un futuro incerto, e trovare il modo di lottare conseguentemente, ha costituito l'asse delle assemblee. Da cui il loro carattere deliberativo che ha disorientato tutti quelli che speravano in una lotta centrata su delle rivendicazioni precise. Lo sforzo di riflessione su dei temi etici, culturali, artistici e letterari (ci sono stati degli interventi sotto forma di canzoni o di poesie) ha creato il sentimento ingannevole di un movimento piccolo-borghese "di indignati". Dobbiamo qui separare il buono grano dal loglio. Quest’ultimo è certamente presente nella conchiglia democratica e cittadina che ha spesso mascherato queste preoccupazioni. Ma queste ultime sono del buono grano, perché la trasformazione rivoluzionaria del mondo si appoggia, ed allo stesso tempo lo stimola, su un gigantesco cambiamento culturale ed etico; “cambiare il mondo e cambiare la vita trasformando noi stessi”, tale è il motto rivoluzionario che Marx ed Engels formularono nell'Ideologia tedesca più di un secolo e mezzo fa: “... Una trasformazione massiccia degli uomini si rivela necessaria per la creazione in massa di questa coscienza comunista, come anche per ben condurre la stessa; ora, una tale trasformazione non può operarsi che attraverso un movimento pratico, attraverso una rivoluzione; questa rivoluzione non è dunque solamente resa necessaria perché è il solo mezzo per rovesciare la classe dominante, essa lo è ugualmente perché solo una rivoluzione permetterà alla classe che rovescia l'altra di spazzare via tutta la putrefazione del vecchio sistema che dopo gli resta incollata addosso e diventare adatta a fondare la società su delle basi nuove”[9].
Le assemblee massicce sono state un primo tentativo di risposta ad un problema generale della società che noi abbiamo messo in evidenza più di 20 anni fa: la decomposizione sociale del capitalismo. Nelle "Tesi sulla decomposizione" che avevamo scritto allora[10], segnaliamo la tendenza alla decomposizione dell'ideologia e delle sovrastrutture della società capitalista e, andando di pari con questa, il degrado crescente delle relazioni sociali che colpisce la borghesia quanto la piccola borghesia. La classe operaia non vi scappa per il fatto, tra altro, che affianca la piccola borghesia. Mettevamo in guardia in questo documento contro gli effetti di questo processo: “1) 'l'azione collettiva, la solidarietà, trovano di fronte ad esse l'atomizzazione, il 'ciascuno per é, 'l'arrangiarsi individuale'; 2) il bisogno di organizzazione si scontra con la decomposizione sociale, con la destrutturazione dei rapporti che fondano ogni vita in società; 3) la fiducia nell'avvenire e nelle proprie forze sono sabotate continuamente dalla disperazione generale che invade la società, dal nichilismo, dal 'no futuro'; 4) la coscienza, la lucidità, la coerenza e l'unità del pensiero, il gusto per la teoria, devono aprirsi una strada difficile nel mezzo della fuga nelle chimere, la droga, le sette, il misticismo, il rigetto della riflessione, la distruzione del pensiero che caratterizza la nostra epoca”.
Tuttavia, ciò che mostrano le assemblee massicce in Spagna - come quelle che sono apparse durante il movimento degli studenti in Francia nel2006[11] - è che i settori più vulnerabili agli effetti della decomposizione - i giovani, i disoccupati, in particolare per la poca esperienza del lavoro che hanno acquisito - da una parte si sono ritrovati all'avanguardia delle assemblee e dello sforzo di presa di coscienza, di solidarietà e di empatia dall'altra.
Per tutte queste ragioni, le assemblee massicce hanno costituito un primo anticipo di ciò che è davanti a noi. Ciò può sembrare di poco conto a quelli che aspettano che il proletariato, come uno scoppio di tuono a cielo sereno, si manifesta chiaramente e senza mezzi termini come la classe rivoluzionaria della società. Tuttavia, da un punto di vista storico e considerando le difficoltà enormi che incontra per raggiungere questo obiettivo, si tratta in ciò di un buono inizio poiché ha cominciato a preparare rigorosamente il terreno soggettivo.
Paradossalmente, queste caratteristiche sono state anche il tallone d'Achille del movimento "15M" come esso si è espresso in una prima tappa del suo sviluppo. Non essendo sorto con un obiettivo concreto, la stanchezza, la difficoltà per andare al di là delle prime approssimazioni dei gravi problemi che si pongono, l'assenza di condizioni affinché il proletariato entra in lotta dai posti di lavoro, hanno immerso il movimento in una specie di vuoto e di terreno vago che non poteva mantenersi molto tempo in tale stato, e che DRY ha tentato di investire coi suoi obiettivi di "riforma democratica" sedicente "facile" e "realizzabile" ma che non sono che utopici e reazionari.
Le trappole che il movimento ha dovuto affrontare
Per quasi due decenni, il proletariato mondiale ha realizzato una traversata del deserto caratterizzata dall'assenza di lotte massicce e, soprattutto, da una perdita di fiducia in sé stesso ed una perdita della sua identità di classe[12]. Anche se quest’atmosfera è andata progressivamente diluendosi dal 2003, con l'apparizione di lotte significative in un buon numero di paesi e di una nuova generazione di minoranze rivoluzionarie, l'immagine stereotipata di una classe operaia "che non si muove, "completamente assente", ha continuato di dominare.
L'irruzione improvvisa delle grandi masse nell'arena sociale doveva essere ostacolata da questo peso del passato, difficoltà aumentata dalla presenza nel movimento di strati sociali in via di proletarizzazione, più vulnerabili alle trappole democratiche e cittadine. A ciò si è aggiunto il fatto che non essendo il movimento sorto da una lotta contro una misura concreta, ne è risultato un paradosso non nuovo nella storia[13], e cioè che le due grandi classi della società - il proletariato e la borghesia - sono sembrate schivare il corpo a corpo aperto, dando così l'impressione di un movimento pacifico, prendendosi “l'approvazione di tutti”[14].
Ma in realtà, il confronto tra le classi era presente fin dai primi giorni. Il governo PSOE non ha risposto subito con la repressione brutale contro un pugno di giovani? Non è stata la risposta immediata ed appassionata dell'assemblea degli Arrestati di Madrid che ha scatenato il movimento? Non è stata questa denuncia che ha aperto gli occhi ai giovani che, da allora, hanno scandito “la chiamano democrazia ma non lo é!”, parola d’ordine ambigua che è stata trasformata da una minoranza in “la chiamano dittatura ed è proprio così!”?
Per tutti quelli che pensano che la lotta di classe è una successione “di emozioni forti”, l’aspetto “pacifico” che ha rivestito le assemblee li ha spinti a credere che queste non erano niente di più dell'esercizio di un “innocuo diritto costituzionale”, forse anche molti partecipanti credevano che il loro movimento si limitava a ciò.
Tuttavia, le assemblee massicce sulla piazza pubblica, la parola d’ordine “Prendere la piazza!”, esprimono una vera sfida all'ordine democratico. Ciò che determina i rapporti sociali e che santificano le leggi, è che la maggioranza sfruttata si occupa dei “suoi affari” e, se vuole “partecipare” agli affari pubblici, utilizza il voto e la protesta sindacale che l’atomizzano e l'individualizzano ancora di più. Unirsi, vivere la solidarietà, discutere collettivamente, cominciare ad agire in quanto corpo sociale indipendente, sono, di fatto, una violenza irresistibile contro l'ordine borghese.
La borghesia ha fatto l’impossibile per mettere un termine alle assemblee. Per la vetrina, con la nauseante ipocrisia che la caratterizza, erano solamente lodi e strizzatine di occhi complici verso gli Indignati, ma i fatti - che sono ciò che conta realmente - hanno smentito quest'apparente compiacenza.
A causa della prossima giornata elettorale - domenica 22 maggio -, l'assemblea elettorale centrale aveva deciso di vietare le assemblee in tutto il paese sabato 21, considerato come un "giorno di riflessione". Fin dalla mezza notte di sabato, un enorme spiegamento poliziesco accerchiava l'accampamento di Puerta del Sol, ma è a sua volta accerchiato da una folla gigantesca che obbligava lo stesso ministro degli Interni ad ordinare la ritirata. Più di 20 000 persone hanno occupato allora la piazza in una grande esplosione di gioia. Vediamo qui un altro episodio di scontro di classe, anche se la violenza esplicita si è ridotta ad alcuni tafferugli.
DRY propone di mantenere gli accampamenti pure osservando il silenzio per rispettare la "giornata di riflessione", dunque di non tenere assemblee. Ma nessuno le ha dato ascolto, e le assemblee di sabato 21, formalmente illegali, hanno registrato i più alti livelli di partecipazione. Nell'assemblea di Barcellona, dei cartelli, degli slogan ripresi in coro e dei cartelli proclamavano ironicamente in risposta all'assemblea elettorale: “Noi riflettiamo!”.
Domenica 22, giorno di elezioni, ha luogo un nuovo tentativo di mettere fine alle assemblee. DRY proclamava che “gli obiettivi sono raggiunti” e che il movimento doveva concludersi. La risposta è stata unanime: “Non siamo qui per le elezioni!”. Lunedì 23 e martedì 24, sia per il numero di partecipanti che per la ricchezza dei dibattiti, le assemblee hanno raggiunto il loro punto culminante. Gli interventi, le parole d'ordine, i cartelli che proliferavano dimostravano una profonda riflessione: “Dove si trova la sinistra? In fondo a destra!”; “Le urne non possono contenere i nostri sogni!”; “600 euro al mese, questa è violenza!”; “Se non ci lasciate sognare, vi impediremo di dormire!”; “Senza lavoro, senza alloggio, senza paura!”; “Hanno ingannato i nostri nonni, hanno ingannato i nostri figli, che non ingannino i nostri nipoti!”. Dimostrano così una coscienza delle prospettive: “Siamo il futuro, il capitalismo è il passato!”, “Tutto il potere alle assemblee!, non c’è evoluzione senza rivoluzione!”; “Il futuro comincia adesso!”; “Credi ancora che questa sia un'utopia?”…
A partire da questo culmine, le assemblee cominciano a declinare. In parte a causa della stanchezza, ma anche attraverso il bombardamento incessante di DRY per fare adottare il suo "Decalogo democratico". I punti del decalogo sono lungi dall'essere neutri, sono orientati direttamente contro le assemblee. La rivendicazione più "radicale", la "Iniziativa legislativa popolare"[15], oltre che implica degli interminabili percorsi parlamentari che scoraggerebbero i più tenaci, sostituiscono soprattutto il dibattito massiccio, dove tutti possono sentirsi parte attiva di un corpo collettivo, attraverso atti individuali, puramente cittadini, di protesta chiusa tra le quattro mura dell'Io[16].
Il sabotaggio dall'interno si è coniugato con gli attacchi repressivi dell'esterno, dimostrando fino a che punto la borghesia è ipocrita quando pretende che le assemblee costituiscono "un diritto costituzionale di riunione". Venerdì 27, il Governo catalano - in accordo col governo centrale - ha tentato con la forza un colpo: i “mossos di esquadra” (forze di polizia regionale) invadevano la Piazza della Catalogna a Barcellona reprimendo selvaggiamente, provocando numerosi feriti e molti arresti. L'assemblea di Barcellona - orientata fino ad allora più verso posizioni di classe - è presa nella trappola delle rivendicazioni democratiche classiche: petizioni per esigere le dimissioni del consigliere dell'interno, rigetto della repressione "sproporzionata"[17], rivendicazione di un “controllo democratico della polizia”. Il suo voltafaccia è tanto più evidente in quanto essa cede al veleno nazionalista ed include nelle sue rivendicazioni il “diritto all’autodeterminazione”.
Le scene di repressione si sono moltiplicate nella settimana dal 5 al 12 giugno: Valenza, Saint-Jacques di Compostela, Salamanca… Il colpo più brutale è portato tuttavia il 14 ed il 15 a Barcellona. Il Parlamento catalano stava discutendo una legge detta Omnibus che prevedeva in particolare violenti tagli sociali nei settori dell'educazione e della salute, oltre a 15 000 licenziamenti in questo ultimo. DRY, all'infuori di ogni dinamica di discussione in assemblee di lavoratori, convocava una "manifestazione pacifica" che consisteva nell'accerchiare il Parlamento per “impedire ai deputati di votare una legge ingiusta”. Si trattava di un'azione puramente simbolica tipica che, al posto di combattere una legge e le istituzioni che la emanano, si rivolgeva alla “coscienza” dei deputati. Ai manifestanti così intrappolati, non restava più della falsa scelta: o il campo democratico ed i piagnucolii impotenti e passivi della maggioranza, o (l'altra faccia della stessa medaglia) la violenza “radicale” di una minoranza.
Gli insulti e i pigia pigia di alcuni deputati sono stati l’occasione di una campagna isterica di criminalizzazione dei "violenti" (mettendo in questo stesso sacco quelli che difendevano posizioni di classe) e che chiama a "difendere le istituzioni democratiche minacciate". Affinché il ricciolo sia arricciato, DRY ha inalberato il suo pacifismo per chiedere ai manifestanti di esercitare la violenza sugli elementi “violenti”[18], e spingendosi ancora oltre: chiede apertamente che i "violenti" siano consegnati alla polizia e che i manifestanti applaudono quest’ultima per i suoi "buoni e leali servizi!"
Le manifestazioni del 19 giungo e l’estensione alla classe operaia
Fin dall’inizio il movimento ha avuto due anime: un’anima democratica molto ampia, alimentata dalle confusioni ed i dubbi, risultante dal suo carattere socialmente eterogeneo e la sua tendenza a sfuggire al confronto diretto. Ma c’era anche un’anima proletaria che si materializzava attraverso le assemblee[19] e la presenza di una tendenza costante ad “andare verso la classe operaia”.
All’Assemblea di Barcellona partecipano attivamente alcuni lavoratori delle telecomunicazioni e della sanità, dei pompieri e degli universitari mobilitati contro i tagli sociali. Creano una Commissione per l’estensione dello sciopero generale dove si svolgono dibattiti molto animati e organizzano una rete dei Lavoratori indignati di Barcellona che convoca un’assemblea di fabbriche in lotta per sabato 11 giugno, poi un Incontro per sabato 3 luglio. Venerdì 3 giugno disoccupati e lavoratori occupati manifestano in piazza Catalogna dietro uno striscione dove c’è scritto: “Abbasso la burocrazia sindacale!Sciopero Generale!”. A Valencia, l’Assemblea appoggia una manifestazione dei lavoratori dei trasporti pubblici ed anche una manifestazione di quartiere di protesta contro i tagli nell’insegnamento. A Saragozza, i lavoratori dei trasporti pubblici si uniscono con entusiasmo all’assemblea[20]. Nelle assemblee si decide di convocare assemblee di quartiere[21].
La manifestazione del 19 giugno vede una nuova spinta de “l’anima proletaria”. Questa manifestazione è stata convocata dalle Assemblee di Barcellona, Valencia, Malaga contro i tagli sociali. DRY tenta di snaturarla proponendo solo parole d’ordine democratiche. Ciò provoca una reazione che si concretizza, a Madrid, nell’iniziativa spontanea di andare palazzo del Congresso per manifestare contro i tagli, manifestazione che raggruppa più di 5.000 persone. Peraltro, un Coordinamento delle assemblee di quartiere della zona sud di Madrid, nata in seguito al fiasco dello sciopero del 29 settembre e con un orientamento molto simile a quello delle Assemblee generali interprofessionali nate in Francia durante gli avvenimenti dell’autunno 2010, lancia un appello: “Secondo le popolazioni e i quartieri di lavoratori di Madrid, andiamo al Congresso dove si decidono senza consultarci i tagli sociali per dire: Basta! (…) Questa iniziativa viene da una concezione assembleare di base della lotta operaia, contro quelli che prendono decisione sulle spalle dei lavoratori senza sottometterle alla loro approvazione. Perché la lotta è lunga, ti incoraggiamo ad organizzarti nelle assemblee di quartiere i locali, così come sui posti di lavoro o di studio”.
Le manifestazioni del 19 giugno hanno un reale successo, la partecipazione è di massa in più di 60 città, ma ancora più importante è il loro contenuto. Questo risponde alla brutale campagna contro “i violenti”. Esprimendo una maturazione nata da numerosi dibattiti negli ambienti più attivi[22], la parola d’ordine più diffusa, per esempio a Bilbao, è: “La violenza è non arrivare alla fine del mese!” e a Valladolid: “La violenza è anche la disoccupazione e le espulsioni!”.
Ma è soprattutto la manifestazione a Madrid ad esprimere la virata del 19 giugno verso la prospettiva del futuro. Questa viene convocata da un organismo direttamente legato alla classe operaia e nato dalle sue minoranze più attive[23]. Il tema di questo assembramento è: “Marciamo insieme contro la crisi e contro il capitale”. Le rivendicazioni sono: “No alle riduzioni di salari e pensioni; per lottare contro la disoccupazione: la lotta operaia contro l’aumento dei prezzi, per l’aumento dei salari, per l’aumento delle tasse di quelli che guadagnano di più, in difesa dei servizi pubblici, contro le privatizzazioni della sanità, dell’educazione… Viva l’unità della classe operaia![24].
Un collettivo di Alicante adotta lo stesso Manifesto. A Valencia un “Blocco autonomo e anticapitalista” di diversi collettivi molto attivi nelle assemblee diffonde un Manifesto che dice: “Volgiamo una risposta alla disoccupazione. Che i disoccupati, i precari, quelli che conoscono il lavoro nero, si riuniscano in assemblea, che decidano collettivamente le loro rivendicazioni e che queste siano soddisfatte. Noi chiediamo il ritiro della legge di riforma dello Statuto dei lavoratori e di quella che autorizza dei piani sociali senza controllo e con un indennizzo di 20 giorni. Noi chiediamo il ritiro della legge sulla riforma delle pensioni di anzianità perché, dopo una vita di privazioni e di miseria, non vogliamo sprofondare in una miseria ed in una incertezza ancora più grandi. Noi chiediamo che cessino le espulsioni. Il bisogno umano di avere una casa è superiore alle leggi cieche del commercio e della ricerca di profitto. Noi diciamo NO ai tagli che toccano la sanità e l’educazione, No ai prossimi licenziamenti che stanno preparando i governi regionali e i comuni dopo le ultime elezioni”[25].
La marcia su Madrid è stata organizzata in diverse colonne partite da sette periferie e quartieri periferici diversi; man mano che queste colonne avanzano si aggiungono folle sempre più fitte. Queste folle riprendono la tradizione operaia degli scioperi del 1972-76 in Spagna (ma anche quella del 1968 in Francia) dove, a partire da un concentramento operaio o di una fabbrica “faro”, come all’epoca la Standard di Madrid, le manifestazioni venivano raggiunte da masse crescenti di operai, abitanti, disoccupati, giovani e tutte queste masse convergevano verso il centro della città. Questa tradizione era già riapparsa nelle lotte a Vigo del 2006 e nel 2009[26].
A Madrid, il Manifesto letto durante gli assembramenti chiama a fare delle “Assemblee al fine di preparare uno sciopero generale”, appello accolto al grido “Viva la classe operaia!”.
La necessità di contemperare entusiasmo e riflessione
Le manifestazioni del 19 giugno provocano un sentimento di entusiasmo; una manifestante a Madrid dichiara: "L’atmosfera era quella di un’autentica festa. Si marciava assieme tra persone molto diverse e di tutte le età: giovani intorno ai 20 anni, pensionati, famiglie con bambini, altre persone ancore diverse ... e con delle persone che erano affacciate al balcone e che ci applaudivano. Sono rientrata in casa esausta, ma con un sorriso raggiante. Non solo avevo la sensazione di aver contribuito ad una giusta causa, ma anche di aver trascorso un moment veramente fantastico”. Un altro dice: “E’ veramente importante vedere tutte queste persone riunite in una piazza, parlare di politica o lottare per i loro diritti. Non avete la sensazione che stiamo per recuperare la strada?".
Dopo le prime esplosioni caratterizzate da assemblee "in ricerca", il movimento comincia a cercare la lotta aperta, a intravedere che la solidarietà, l’unione, la costruzione di una forza collettiva possono essere portate a termine[27]. Si fa strada l’idea che “Possiamo esprimere la nostra forza di fronte al capitale e al suo Stato!”, e che la chiave di questa forza sarà l’entrata in lotta della classe operaia. Nelle assemblee di quartiere di Madrid, un dibattito ha avuto per tema la convocazione di uno sciopero generale ad ottobre per “respingere gli attacchi sociali”. Al che i sindacati CCOO e UGT hanno gridato che questa convocazione era “illegale” e che loro soltanto erano autorizzati a farla, ma molti settori hanno risposto alto e chiaro: “solo le assemblee di massa possono convocarla”.
Ciononostante non dobbiamo farci prendere dall’euforia, l’entrata in lotta della classe operaia non sarà un processo facile. Le illusioni e le confusioni sulla democrazia, il punto di vista “cittadino”, le “riforme”, pesano fortemente, rafforzate dalla pressione di DRY, dei politici, dei media, che sfruttano i dubbi e l’immediatismo che spingono a cercare dei “risultati rapidi e palpabili”, ma anche la paura di fronte all’ampiezza delle questioni che si pongono. E’ importante soprattutto comprendere che la mobilitazione degli operai sul loro luogo di lavoro é oggi particolarmente difficile per l’alto rischio di essere licenziati, di restare senza risorse, cosa che per molti significherebbe passare la frontiera tra una vita miserabile ma sopportabile e una vita miserabile e di estrema povertà.
I canoni della democrazia e del sindacato vedono la lotta come somma di singole decisioni. Non siete scontenti? Non vi sentite calpestati? Si, lo siete! Allora, perché non vi ribellate? Sarebbe così semplice se per l’operaio si trattasse di scegliere tra l’essere “coraggioso” o “vile”, solo con la sua coscienza, come ad un seggio elettorale! La lotta di classe non segue questo tipo di schema idealista e mistificante perché è il risultato di una forza e di una coscienza che sono collettive e che provengono non solo dal malessere che provoca una situazione insostenibile, ma anche dalla percezione che è possibile lottare assieme e che esiste un minimo di solidarietà e di determinazione che lo permettono.
Una tale situazione é il prodotto di un processo sotterraneo che si basa su tre pilastri: l’organizzazione in assemblee aperte che permettono di prendere coscienza delle forze disponibili e della strada da seguire per accrescerle; la coscienza per definire cosa vogliamo e come conquistarla; la combattività di fronte al boicottaggio dei sindacati e di tutti gli organi di mistificazione.
Questo processo è in corso, ma è difficile sapere quando e come arriverà a maturazione. Un confronto può eventualmente aiutarci. In occasione del grande sciopero di Maggio ‘68[28], vi fu il 13 maggio una manifestazione gigantesca a Parigi a sostegno degli studenti che erano stati brutalmente repressi. Il sentimento di forza che questa produce si traduce, dall’indomani, nello scoppio di una serie di scioperi spontanei, come quello della Renault a Cléon e poi a Parigi. Questo non si è prodotto dopo le grandi manifestazioni del 19 giugno in Spagna. Perché?
La borghesia, nel maggio 1968, era poco preparata politicamente ad affrontare la classe operaia, la repressione essendo servita solo a gettare olio sul fuoco; oggi essa può contare in molti paesi su un apparato super sofisticato di sindacati e partiti e può dispiegare delle campagne ideologiche basate precisamente sulla democrazia, che le permettono un uso politico molto efficace di repressione selettiva. Ai nostri giorni, l’emergere di una lotta richiede uno sforzo ben superiore di coscienza e di solidarietà rispetto al passato.
Nel maggio 1968, la crisi era solo agli inizi; adesso essa spinge chiaramente il capitalismo in un’impasse. Questa è una situazione che intimidisce i proletari, rendendo difficile l’entrata in sciopero anche per una ragione “semplice” come l’aumento salariale. La gravità della situazione tuttavia fa che scoppino degli scioperi perché “la misura è colma”, ed in questo contesto matura l’idea che “il proletariato non ha da perdere che le sue catene e tutto un mondo da guadagnare”.
Questo movimento non ha frontiere
Se dunque la strada sembra essere più lunga e dolorosa che nel maggio 1968, le basi che si forgiano sono tuttavia molto più solide. Una di queste, determinante, é il concepirsi come parte di un movimento internazionale. Dopo tutto un periodo “di prova” con alcuni movimenti di massa (il movimento degli studenti in Francia nel 2006 e la rivolta della gioventù in Grecia nel 2008[29]), sono ormai nove mesi che si susseguono movimenti ben più ampi che lasciano intravedere la possibilità di fermare la mano barbara del capitalismo: Francia nell’autunno 2010, Gran Bretagna nel novembre e dicembre 2010, Egitto, Tunisia, Spagna e Grecia nel 2011.
La coscienza che il movimento “15M” fa parte di questa catena internazionale comincia a svilupparsi in maniera embrionale. Lo slogan "Questo movimento non ha frontiere" é stato ripreso da una manifestazione a Valencia. Delle manifestazioni "per una Rivoluzione europea" furono organizzate da diversi accampamenti, il 15 giugno ci sono state delle manifestazioni a sostegno della lotta in Grecia, che si sono ripetute il 29. Il 19, gli slogan internazionalisti cominciano ad apparire in maniera minoritaria: un cartellone diceva: “una felice comunità mondiale!” mentre un altro riportava in inglese: “World Revolution”.
Per anni, ciò che veniva chiamato “globalizzazione dell’economia” serviva come pretesto alla borghesia di sinistra per suscitare delle reazioni nazionaliste, con la rivendicazione della “sovranità nazionale” nei confronti di “mercati apolidi”. Essa proponeva agli operai niente di meno che essere più nazionalisti della borghesia! Con lo sviluppo della crisi, ma anche grazie alla diffusione di Internet, ai social network, ecc., la gioventù operaia comincia a respingere queste campagne contro i loro promotori. Si fa strada l’idea che “di fronte alla globalizzazione dell’economia bisogna rispondere con la globalizzazione internazionale delle lotte”, che di fronte alla miseria mondiale l’unica risposta possibile è la lotta mondiale.
Il “15M” ha avuto un’ampia ripercussione a livello internazionale. Le mobilitazioni in Grecia da due settimane seguono lo stesso “modello” di assemblee di massa nelle piazze principali; si sono ispirate coscientemente agli avvenimenti di Spagna[30]. Secondo Kaosenlared del 19 giugno, “é la quarta domenica consecutiva che migliaia di persone, di tutte le età, manifestano a piazza Syntagma davanti al Parlamento greco, chiamati dal movimento paneuropeo degli “Indignati”, per protestare contro le misure d’austerità”.
In Francia, in Belgio, in Messico, in Portogallo si tengono delle assemblee regolari molto minoritarie dove viene espressa solidarietà con gli Indignati e il tentativo di dare impulso al dibattito e a una risposta. In Portogallo "Circa 300 persone, principalmente giovani, hanno marciato domenica pomeriggio al centro di Lisbona convocati da Democracia Real Ya, ispirati dagli Indignati spagnoli. I manifestanti portoghesi hanno marciato dietro a uno striscione dove si poteva leggere: “Spagna, Grecia, Irlanda, Portogallo: la nostra lotta é internazionale!”[31].
Il ruolo delle minoranze attive nella preparazione delle nuove lotte
La crisi mondiale del debito illustra la realtà della crisi senza uscite del capitalismo. In Spagna, come negli altri paesi, piovono attacchi frontali rispetto ai quali non è possibile intravedere nessuna tregua se non dei nuovi e più forti tagli alle nostre condizioni di vita. La classe operaia deve reagire e per farlo deve fare forza sullo slancio generato dalle assemblee di maggio e le manifestazioni del 19 giugno.
Per preparare queste risposte, la classe operaia secerne al suo interno delle minoranze attive, dei compagni che cercano di comprendere quello che succede, che si politicizzano, animano i dibattiti, le azioni, le riunioni, le assemblee, che cercano di convincere quelli che sono ancora in dubbio, che apportano degli argomenti a quelli che sono alla ricerca. Come abbiamo visto all’inizio, queste minoranze hanno contribuito alla nascita del “15M”.
Con le sue modeste forze, la CCI ha partecipato al movimento, cercando di dare degli orientamenti. “Quando c’è una prova di forza tra le classi, si assiste a delle fluttuazioni importanti e rapide di fronte alle quali bisogna sapersi orientare, guidati dai principi e dalle analisi senza annegare. Bisogna essere nel flusso del movimento, sapendo come concretizzare gli “scopi generali” per rispondere alle reali preoccupazioni di una lotta, per poter appoggiare e stimolare le tendenze positive che stanno emergendo”[32]. Abbiamo scritto numerosi articoli che cercano di comprendere le diverse fasi attraverso le quali è passato il movimento, facendo ugualmente delle proposizioni concrete e realizzabili: l’emergere delle assemblee e la loro vitalità, l’offensiva di DRY contro di esse, la trappola della repressione, la svolta rappresentata dalle manifestazioni del 19 giugno[33].
Essendo il dibattito un’altra necessità del movimento, abbiamo aperto una rubrica nella pagina in lingua spagnola del nostro sito, “Debate sobre el movimiento 15M [124]”, nella quale compagni con analisi e posizioni differenti hanno potuto esprimersi.
Lavorare con altri collettivi e minoranze attive é stata un’altra delle nostre priorità. Ci siamo coordinati e abbiamo partecipato a iniziative comuni con il Circolo operaio di dibattito di Barcellona, con la Rete di Solidarietà di Alicante e con diversi collettivi di Valencia.
Nelle assemblee, i nostri militanti sono intervenuti su dei punti concreti: difesa delle assemblee, orientare la lotta verso la classe operaia, dare impulso ad assemblee di massa nei centri di lavoro e di studio, rigetto delle rivendicazioni democratiche rimpiazzandole con la lotta contro gli attacchi alle condizioni sociali, rimanendo come sola possibilità realista - nell’impossibilità di riformare o democratizzare il capitalismo - la sua distruzione[34]. Nella misura delle nostre possibilità abbiamo anche partecipato attivamente a delle assemblee di quartiere.
In seguito al “15M”, la minoranza favorevole ad un orientamento di classe si è allargata e si è resa più dinamica ed influente. Questa si deve mantenere unita, sviluppare un dibattito, coordinarsi a livello nazionale e internazionale. Di fronte all’insieme della lasse operaia, si deve affermare una posizione che raccolga le sue esigenze e le sue aspirazioni più profonde: contro la menzogna democratica, mostrare ciò che si profila dietro la parola d’ordine “Tutto il potere alle assemblee!”; contro le rivendicazioni di riforme democratiche, mostrare la lotta conseguente contro gli attacchi sociali; contro delle “riforme” illusorie del capitalismo, mostrare la lotta tenace e perseverante nella prospettiva della distruzione del capitalismo.
L’importante é che si sviluppino in questo ambiente un dibattito e una lotta. Un dibattito sulle numerose questioni sorte in questi ultimi mesi: Riforma o rivoluzione? Democrazia o assemblea? Movimento cittadino o movimento di classe? Rivendicazioni democratiche o rivendicazioni contro gli attacchi sociali? Sciopero generale o sciopero di massa? Sindacati o assemblee? ecc. Una lotta per spingere verso l’autorganizzazione e la lotta indipendente ma soprattutto per poter schivare e superare le molteplici trappole che saranno tese sul nostro cammino.
C. Mir
[2] Un responsabile di Caritas in Spagna, ONG ecclesiastica che si consacra alla povertà, segnalava che “parliamo a oggi di 8 milioni di persone in corso di esclusione e 10 milioni sotto la soglia di povertà”. Cf www.burbuja.info/inmobiliaria/threads/tenemos-18-millones-de-excluidos-o-pobres-francisco-lorenzo-responsable-de-caritas.230828 [128]. 18 milioni di persone, è un terzo della popolazione della Spagna! Questa non è affatto una particolarità spagnola, il livello di vita dei greci è sceso in un anno dell’8%.
[3] Ritorneremo su questo più in dettaglio nel prossimo paragrafo.
[4] Cf. “Comunicato sui metodi polizieschi subiti dalle persone arrestate alla fine della manifestazione del 15 maggio 2011 a Madrid”, https://it.internationalism.org/node/1071 [70]. Abbiamo pubblicato questo comunicato in diverse lingue.
[5] Due slogan venivano ripresi ampiamente “PSOE-PP è la stessa merda!” e “Con rose o gabbiani ci prendono per scemi!”, la rosa è il simbolo del Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) ed il gabbiamo quello del Partito Popolare (PP).
[6] Per farsi un’idea di questo movimento ed i suoi metodi vedi il nostro articolo “Movimiento ciudadano ¡Democracia Real Ya!: dictadura del Estado contra las asambleas masivas [129]”, disponibile anche in inglese, https://en.internationalism.org/icconline/2011/special-report-15M-spain/real-democracy-now [75] e francese [130].
[7] Questa citazione di Rosa Luxemburg, tratta da Sciopero di massa, partiti e sindacati e che fa riferimento al grande sciopero del sud della Russia nel 1903, dopo un secolo calza a pennello all’atmosfera esaltante delle assemblee.
[8] Cf. “Carta abierta a las Asambleas [131]”.
[9] Cf. première partie [132] “Feuerbach- Opposizione della concezione materialista e idealista”, B, “La base reale dell’ideologia”.
[10] Vedi il nostro testo “La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo”, https://it.internationalism.org/node/976 [133].
[11] “Tesi sul movimento degli studenti nella primavera 2006 in Francia”, https://it.internationalism.org/rint/28_tesi_studenti [134].
[12] A nostro avviso la causa fondamentale di queste difficoltà si trova negli avvenimenti del 1989 che fecero crollare i regimi statali identificati come “socialisti” e che permisero alla borghesia di sviluppare una forte campagna sulla “fine del comunismo”, la “fine della lotta di classe”, il “fallimento del comunismo”, ecc. che colpirono brutalmente più di una generazione operaia. Cf. “Crollo del blocco dell’Est: maggiori difficoltà per il proletariato” nella Rivista Internazionale n. 60, disponibile in inglese, https://en.internationalism.org/ir/60/difficulties_for_the_proletariat [135], e francese, https://fr.internationalism.org/rinte60/prolet.htm [136].
[13] Ricordiamo come anche tra febbraio e giugno del 1848 in Francia ebbe luogo questo tipo di “grande festa di tutte le classi sociali” che si concluderà con le giornate di giugno dove il proletariato parigino si scontrerà, armi alla mano, al Governo Provvisorio. Nel corso della Rivoluzione russa del 1917, tra febbraio ed aprile, regna questa stessa atmosfera di unione generale sotto l’egida della “democrazia rivoluzionaria”.
[14] A eccezione dell’estrema destra che, portata dal suo odio irreprensibile contro la classe operaia, esprimeva a voce alta quello che le altre frazioni della borghesia si limitavano a dire nell’intimità dei loro salotti.
[15] Possibilità per i cittadini di raccogliere un certo numero di firme per proporre e far votare delle leggi e delle riforme al Parlamento.
[16] La democrazia si basa sulla passività e l’atomizzazione dell’immensa maggioranza ridotta ad una somma di individui tanto più indifesi e vulnerabili quanto più pensano che il loro IO può essere sovrano. Al contrario, le assemblee partono dal punto di vista opposto: gli individui sono forti perché essi si appoggiano sulla “ricchezza dei loro rapporti sociali” (Marx) integrandosi ed essendo parte pregnante di un vasto corpo collettivo.
[17] Come se potesse esistere una repressione “proporzionata”!
[18] DRY chiede che i manifestanti circondano e critichino pubblicamente i comportamenti di ogni elemento “violento” o “sospetto di essere violento” (sic).
[19] Le sue origini più lontane sono le riunioni dei distretti durante la Comune di Parigi, ma è con il movimento rivoluzionario in Russia nel 1095 che queste si affermano e, da allora, un grande movimento della classe le vedrà sorgere sotto differenti forme e appellativi: Russia 1917, Germania 1919, Ungheria 1919 e 1956, Polonia 1980… A Vigo in Spagna nel 1972 c’è stata una Assemblea generale cittadina che si ripeterà a Pamplona nel 1973 e a Vitoria nel 1976, poi di nuovo a Vogo nel 2006. Abbiamo scritto numerosi articoli sull’origine di queste assemblee operaie. Vedi in particolare la serie “Cosa sono i consigli operai” a partire dalla Rivista Internazionale n. 140 in inglese, francese e spagnolo.
[20] A Cadice, l’Assemblea generale organizza un dibattito sulla precarietà che attira molta gente. A Caceres viene denunciata l’assenza d’informazione sul movimento in Grecia e ad Almeria, il 15 giugno, viene organizzata una riunione sulla “situazione del movimento operaio”.
[21] Nei fatti sono delle armi a doppio taglio: esse hanno degli aspetti positivi, per esempio l’estensione del dibattito di massa verso ampi strati della popolazione lavoratrice e la possibilità – come è stato il caso – di dare impulso ad assemblee contro la disoccupazione e la precarietà, rompendo l’atomizzazione ed il sentimento di vergogna che prende molti disoccupati, rompendo anche la situazione di totale vulnerabilità nella quale si trovano i lavoratori precari del piccolo commercio. Il punto negativo è che esse vengono anche utilizzate per disperdere il movimento, fargli perdere di vista le sue preoccupazioni più generali, per bloccarlo in dinamiche “cittadine” favorite dal fatto che il quartiere – entità che mescola gli operai con la piccola borghesia, i padroni, ecc. – si presta di più a questo genere di preoccupazioni.
[22] Vedi tra l’altro “A propósito de un protocolo anti-violencia”
[23] Nel Coordinamento delle Assemblee di quartiere e della periferia del sud di Madrid si trovano fondamentalmente Assemblee di lavoratori di diversi settori pur partecipandovi anche dei piccoli sindacati radicali. Vedi https://asambleaautonomazonasur.blogspot.com/ [137].
[24] La privatizzazione dei servizi pubblici e delle Casse di risparmio è una risposta del capitalismo all’aggravamento della crisi e, più concretamente, al fatto che lo Stato, sempre più indebitato, è costretto a ridurre le spese, perciò lascia degradare a livello insopportabile la qualità dei servizi essenziali. Tuttavia è importante capire che l’alternativa alle privatizzazioni non è la lotta per il mantenimento di questi servizi nelle mani dello Stato. In primo luogo perché i servizi “privatizzati” spesso continuano ad essere controllati organicamente dalle istituzioni statali che danno in appalto il lavoro ad imprese private. E in secondo luogo, perché lo Stato e la proprietà statale non ha niente di “sociale” né ha a che vedere con il “benessere del cittadino”. Lo Stato è un organo esclusivamente al servizio della classe dominante e la proprietà statale è basata sullo sfruttamento salariale. Questa problematica ha iniziato a porsi in certi ambienti operai, in particolare in un’assemblea a Valencia contro la disoccupazione e la precarietà. www.kaosenlared.net/noticia/cronica-libre-reunion-contra-paro-precariedad [138].
[26] “Vedi Sciopero della metallurgia a Vigo in Spagna, un passo avanti nella lotta proletaria”, https://it.internationalism.org/rziz/145/vigo [140] e anche A Vigo, en Espagne: les méthodes syndicales mènent tout droit à la défaite [141].
[27] Il che non implica una sottovalutazione degli ostacoli che la natura intransigente del capitalismo, basata sulla concorrenza a morte e la sfiducia reciproca, oppone a questo processo d’unificazione. Questo potrà realizzarsi solo dopo enormi e complessi sforzi basati sulla lotta unitaria e di massa della classe operaia, una classe che produce collettivamente e con il lavoro associato le principali ricchezze sociali e che, per questo, contiene in sé la ricostruzione dell’essere sociale dell’umanità.
[28] Cf. la serie “Maggio 68 e la prospettiva rivoluzionaria” sul nostro sito.
[29] Cf. “Tesi sul movimento degli studenti nella primavera 2006 in Francia”, https://it.internationalism.org/rint/28_tesi_studenti [134] e “Grecia: le rivolte giovanili confermano lo sviluppo della lotta di classe”, https://it.internationalism.org/node/761 [142].
[30] La censura sugli avvenimenti in Grecia e i movimenti di massa che si stanno avendo è totale, cosa che ci impedisce di integrarli nella nostra analisi.
[31] Ripreso da Kaosenlared [143].
[32] Rivista Internazionale n. 20, “Sull’intervento dei rivoluzionari: risposta ai nostri censori” disponibile in inglese, https://en.internationalism.org/node/2748 [144], francese, https://fr.internationalism.org/rinte20/intervention.htm [145] e spagnolo https://es.internationalism.org/node/2142 [146].
[33] Vedi i differenti articoli su ciascuno di questi momenti nella nostra stampa.
[34] Non era una insistenza specifica della CCI, una parola d’ordine assai popolare era: “Essere realisti, è essere anticapitalisti!”, uno striscione proclamava: “Il sistema è inumano, siamo noi antisistema”.
“Il governo civile è temporaneamente sospeso a Parigi. La città è divisa in quattro distretti militari sotto il comando dei generali Ladmirault, Cissky, Douay e Vinoy. Tutto il potere relativo all’ordine pubblico delle autorità civili è trasferito ai militari. Continuano le esecuzioni sommarie e i disertori dell’esercito, gli incendiari e i membri della Comune vengono uccisi senza pietà. E’ stato riferito che il marchese De Galliffet abbia suscitato un leggero malcontento facendo uccidere delle persone innocenti vicino all’Arco di trionfo. Va ricordato che il marchese (che era con Bazaine in Messico) ha ordinato che 80 persone, tratte da un grande convoglio di prigionieri, fossero giustiziate presso l’Arco. Si dice adesso che alcuni di loro erano innocenti. Se glielo si chiedesse, probabilmente il marchese esprimerebbe rammarico che una tale sfortunata circostanza si sia verificata e cosa si potrebbe chiedere di più ad un “un vero amico dell’ordine”?” (Manchester, Giovedi 1 giugno 1871. News Digest. Estero.)
In soli otto giorni, 30.000 comunardi furono massacrati. E quelli che hanno inflitto questa tortura non sono soltanto i Galliffet né i loro superiori francesi. I prussiani, la cui guerra contro la Francia ha provocato il sollevamento di Parigi, hanno messo da parte i loro interessi contrastanti con quelli della borghesia francese per permettere a questa di schiacciare la Comune: è la prima chiara indicazione del fatto che, per quanto feroci possano essere le rivalità nazionali che oppongono l’una all’altra le differenti frazioni della classe dominante, queste fanno fronte unico quando si vedono minacciate dalla classe operaia.
La Comune fu schiacciata, ma costituisce ancora oggi una fonte inestimabile di lezioni politiche per il movimento operaio. Marx ed Engels hanno dovuto rivedere la loro visione della rivoluzione proletaria in seguito ad essa ed hanno concluso che la classe operaia non può assumere il controllo del vecchio apparato statale borghese, ma deve distruggerlo e sostituirlo con un nuova forma di potere politico. I bolscevichi e gli spartachisti delle rivoluzioni russa e tedesca del 1917-19 si sono ispirati alla Comune ed hanno considerato che i consigli operai, o soviet, che erano nati da queste rivoluzioni costituivano una continuazione e uno sviluppo dei principi della Comune. La Sinistra Comunista degli anni ‘930 e ‘940, che cercava di comprendere le ragioni della sconfitta della rivoluzione in Russia, è tornata sull’esperienza della Comune ed ha esaminato il suo contributo sul problema dello stato nel periodo di transizione. In linea con questa tradizione, la nostra Corrente ha pubblicato un certo numero di articoli sulla Comune. Il primo volume della nostra serie “Il comunismo non è un bell’ideale ma una necessità materiale”, che esamina l’evoluzione del programma comunista nel movimento operaio nel XIX secolo, dedica un capitolo alla Comune ed esamina come questa esperienza abbia chiarito l’atteggiamento che la classe operaia deve avere sia nei confronti dello Stato borghese che dello Stato post-rivoluzionario, degli altri strati non sfruttatori della società e verso le misure politiche ed economiche necessarie per avanzare nella direzione di una società senza classi e senza Stato. L’articolo, pubblicato nella Rivista Internazionale n°18, 1995, è scaricabile dal nostro sito cliccando su 1871: la prima rivoluzione proletaria della storia. Il comunismo: una società senza stato [148].
[1] «La Comune di Parigi considera che la colonna imperiale della place Vendôme è un monumento di barbarie, un simbolo di forza bruta e di falsa gloria, una affermazione di militarismo, una negazione del diritto internazionale, un insulto permanente dei vincitori ai vinti, un attentato continuo ad uno dei tre grandi principi della Repubblica: la fratellanza!». (https://it.wikipedia.org/wiki/Colonna_Vend%C3%B4me [149].)
Vogliamo scrivere qualche riga per esprimere i nostri sentimenti di fronte a ciò che è appena accaduto. Noi siamo tutte persone molto differenti le une dalle altre: alcuni si definiscono anarchici, altri altermondialisti o ancora femministe o ecologisti, persone favorevoli ad una democrazia reale, ecc. Ma tutti noi abbiamo subito sul nostro corpo gli stessi abusi polizieschi ingiusti e sproporzionati. Per cominciare, tra noi c’è chi non ha neanche partecipato alla manifestazione, e quelli che vi hanno partecipato affermano di avere il diritto a partecipare a delle azioni politiche; tutti abbiamo tutti lo stesso sentimento: il malcontento rispetto alle nostre condizioni di vita (la difficoltà a trovare lavoro, la precarietà, il fatto di non poterci neanche sognare di realizzare i nostri più piccoli progetti a causa delle disuguaglianze economiche e di tutta questa cultura basata sul consumismo esasperato, il fatto di essere repressi a causa delle nostre idee politiche o semplicemente di volere essere differenti da ciò che ci circonda). Siamo di fronte ad una prospettiva senza la minima speranza, senza un futuro che ci incoraggi a vivere tranquillamente ed a poterci dedicare a ciò in cui ognuno crede.
È per tali motivi che la maggior parte di noi è andata alla manifestazione del 15 maggio: per provare a cambiare questo sistema con qualche cosa di più giusto ed equo. E qual è stata la risposta? La repressione da parte delle forze dell’ordine. E stato vergognoso vedere degli uomini sovreccitati, vestiti ed armati per fare paura e colpire tutto ciò che si muoveva, ogni persona che fosse a malapena differente dalle mode imposte dai mercati, vedere una polizia - che dovrebbe stare là per mantenere l’ordine e la pace sociale - colpire impunemente tutti coloro che si trovavano alla loro portata, dei poliziotti con visi pieni di odio, con le pupille dilatate, forse per degli eccitanti ingeriti prima, tutto un terrore che essi utilizzano per difendere i loro banchieri, i loro politici, i loro grandi imprenditori.
Noi, arrestati, affermiamo all'unanimità che la polizia ha agito in modo sproporzionato ed aleatorio:
1. Un compagno arrestato è nel furgone con le mani legate; alcuni poliziotti gli prendono la testa e la battono sui sedili del furgone, ingiuriandolo dicendogli che l’acconciatura dei capelli che porta è “antigienica” e che se anche non avesse fatto niente sarebbe stato lo stesso per lui perché era un maiale e ciò bastava per riempirlo di botte. E nel momento in cui smettono di colpirlo, entra in scena un altro poliziotto antisommossa che gli dice di smettere di lamentarsi “perché nessuno lo ha toccato”.
2. Dicono ad un altro che portava dei pantaloni appariscenti: “Normale che tu non trovi lavoro, con questi pantaloni da finocchio che porti!” e poi proseguono con altri commenti dallo stesso tono omofobico e maschilista.
3. Un altro compagno, che ritornava a casa dopo la manifestazione accompagnato dalla fidanzata, vede dei poliziotti accanirsi a prendere a manganellare un adolescente; chiede loro di smetter ed è allora lui che viene colpito e fermato per “essersi impicciato di fatti che non lo riguardavano”.
4. Altri due, vedendo dei poliziotti antisommossa colpire delle persone sedute nel mezzo del viale Gran Vía, intervengono per aiutare i giovani ad alzarsi da terra. Sono allora fermati da poliziotti in civile, vestiti da skinhead, che però si sono identificati come poliziotti solo dopo gli arresti.
5. Un altro di noi, rientrando da una partita di calcio, ha avuto la sfortuna di voler prendere un treno di periferia alla stazione del Sol. E’ stato arrestato “perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato”, come gli hanno detto più tardi davanti a noi, fregandosene di lui e umiliandolo pure nel momento in cui hanno visto il contenuto del suo zaino con tutto la sua attrezzatura da calcio, scarpe, proteggi-tibie, divisa e pallone, aggiungendo al danno la beffa: “Non ti dispiacere, così avrai una storia da raccontare ai tuoi nipoti!”
6. La maggior parte degli arrestati non era stata mai fermata; tutti chiedevano quando avrebbero potuto telefonare ad un loro parente. Al che rispondevano: “Voi guardate troppi film americani; qui, in Spagna, non avete il diritto di fare delle chiamate esterne”.
7. Nella Brigata di Rieducazione della Regione di Madrid, situata nel quartiere di Moratalaz, non potevamo sollevare lo sguardo dal suolo a rischio di ricevere dei colpi. Era proprio come nei film di terrorismo, gli sbirri erano tutti incappucciati, ed anche così, ci vietavano di guardarli in faccia quando ci chiedevano di rispondere alle loro domande. Purtroppo, la realtà ha superato la finzione.
8. Gettato per terra, con le manette ai polsi, faccia a terra, un altro compagno ha fatto presente che aveva dei problemi cardiaci, che era stato operato e che prendeva dei medicinali. Ha chiesto di essere trasportato in ospedale; gli agenti, prendendolo in giro, gli hanno rifiutato ogni assistenza sanitaria. Due ore dopo, un superiore si è deciso a chiamare il SAMU che è arrivato un’ora più tardi. Gli sbirri trovavano la situazione divertente e hanno deciso di chiamare il nostro compagno “il sig. Infarto”, aggiungendovi altri commenti ironici. Finalmente è stato trasportato in ospedale, dove gli hanno fatto una flebo e dato dei medicinali. Riportato in prigione, gli hanno confiscato i medicinali dicendogli che, quando ne avrebbe avuto bisogno, bastava chiederli. Dopo alcune ore, c’è stato un cambio di squadra. Nessuno aveva informato la nuova squadra di questo caso, così, nel momento in cui il nostro amico doveva prendere una nuova dose, gliel’hanno negata. Ha avuto perciò una crisi di panico e hanno finito per accettare la sua richiesta solo due ore dopo durante le quali noi altri detenuti non abbiamo smesso di gridare per chiedere che lo soccorressero.
9. All’inizio molti di noi erano molto impauriti e, in un primo tempo, non abbiamo voluto che si avvertissero i nostri parenti o un medico. Ma dopo lo shock iniziale, abbiamo sollecitato questi diritti, ma uno dei responsabile del commissariato di Moratalaz ha gridato queste gentili parole: “Banda di finocchi, piccoli merdosi dei miei coglioni, vi do un tale calcio in culo da farvelo uscire per bocca. Prima non avete voluto che la mamma fosse avvertita e adesso, dopo 5 minuti, lo volete; ma dove credete di stare, banda di coglioni? Andate a farvi fottere!”
10. Durante tutti gli spostamenti in vettura conducevano di proposito in modo così spericolato, a grande velocità, con grandi sterzate e facendo stridere i freni che noi, che eravamo dietro nel furgone, sbattevamo contro le porte ed i tramezzi.
11. Infine, ecco qualche altro esempio delle vessazioni e delle intimidazioni psicologiche che ci hanno fatto subire:
Una nuova manifestazione dei costumi della borghesia decadente
I costumi libertini di DSK, che non sono un segreto per nessuno, sono stati sfruttati al massimo e spinti alla caricatura per demonizzare il personaggio, per detronizzarlo dal FMI e sabotarne l candidatura alle presidenziale in Francia? DSK è stato vittima di un “complotto” o di regolamenti di conti tra differenti cricche della borghesia? E’ possibile. Questa classe di squali e di gangster non si fa scrupoli. Non ha mai esitato a “sparare” uno dei suoi, sia nel senso proprio del termine che figurato. E’ stato il caso con la morte nell’ottobre 1979 in Francia del ministro di Giscard, Robert Boulin, ad un passo da diventare Primo ministro, presentato come suicida e ritrovato annegato sotto alcuni centimetri di acqua in uno stagno della foresta di Rambouillet. Secondo molte testimonianze aveva il viso tumefatto da colpi. O ancora, l’ex-primo ministro di Mitterrand, Pierre Bérégovoy che si suicidò il 1 maggio 1993 dopo un’enorme campagna che lo aveva accusato di corruzione. E nessuno ha dimenticato l’assassinio a Dallas, negli Stati Uniti, di John-Fitzgerald Kennedy (“JFK”) nel novembre 1963, commissionato probabilmente - lo si sa adesso - dalla CIA; ed ancora il gigantesco scandalo del Watergate dove il campo repubblicano aveva messo sotto intercettazione telefonica la sede dei rivali democratici costringendo il presidente Richard Nixon a dimissionare nel 1975 ...
“L’affare DSK” mette in luce i costumi depravati della borghesia e va di pari in passo con i “naturali” comportamenti da predatori dei loro dirigenti. Del resto questa non è una novità: ricordiamo che, quando era presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton si è fatto intrappolare ed è stato sottoposto ad una procedura di empeachment all’epoca del caso Monica Lewinski. Allo stesso modo piovono scandali su Berlusconi che recluta ad ampio raggio giovani escort o cover girl per “prestazioni particolari”, comprese minorenni comprando il silenzio dei loro genitori, ed anche inorgogliendosi della sua calda virilità latina. I grandi di questo mondo, spesso inebriati da un sentimento di onnipotenza, tendono a credere che a loro tutto è permesso ed ostentano questo potere con boria ed arroganza. Lo stesso DSK già nel 2008 era stato coinvolto in una storia sordida con una subordinata da lui ricattata rischiando di rimetterci il posto alla testa del FMI. La “morale borghese” si adatta perfettamente alle “deviazioni” o azioni dei suoi dirigenti, di sinistra come di destra, che denotano un comportamento da teppisti e da grandi malviventi mafiosi. In Francia, in quest’ultimi anni, gli “scandali” o i “casi” nauseabondi sono stati particolarmente numerosi, da Giscard a Sarkozy, passando da Mitterrand o Chirac ed i loro ministri: corruzioni, deviazioni di fondi pubblici nelle casse dei partiti, coinvolgimenti di ministri in affari loschi o fraudolenti, come l’ostentazione del lusso in cui si rotolano. DSK, col suo gusto del lusso, è tanto spudorato quanto Sarkozy; anche Christine Lagarde, presentata come la “migliore” rappresentante dell’Europa per succedere a DSK alla testa del FMI, non è da meno (è intervenuta più volte in difesa dell’uomo d’affari Bernard Tapie quando questo era coinvolto nel processo riguardante la banca Crédit Lyonnais).
Perché oggi se ne parla tanto?
La cosa insolita è l’ampiezza della pubblicità data al “caso DSK”. Da quando è esploso il 15 maggio si è impossessato della “prima pagina della stampa internazionale e, la maggior parte dei media, ci ha aggiornato quasi ora per ora in diretta delle peripezie di quello che oramai ci viene presentato come un grande romanzo d’appendice. Tutti i telegiornali gli hanno dedicato un sacco di tempo, dibatti animati si sono susseguiti quotidianamente, è diventato il principale soggetto di conversazione dell’uomo della strada, sui posti di lavoro, nei caffè[1]. Ciascuno è invitato a dare il suo parere. Si parla di sorpresa, di incredulità, di vergogna, di umiliazione. Non si esita a rievocare con compiacenza la tesi già citata sopra del “complotto orchestrato” contro DSK, della “trappola che gli è stata tesa”. I media ed i politici non hanno esitato a giocare al rilancio nel criticare o giustificare con la scusa della deontologia. Coloro che per anni hanno taciuto e coperto il “problema di DSK con le donne” oggi rilasciano ipocritamente le loro “rivelazioni” sulle turpitudini notoriamente conosciute nel circolo chiuso del potere e dei media.
La vera domanda da porsi è perché la borghesia ed i suoi media hanno dato tanta pubblicità a questo scandalo che l’infanga e quindi la compromette gravemente nel suo insieme, interrompendo la carriera di uno dei suoi rappresentanti più eminenti? Quale è l’interesse per la classe dominante nella mediatizzazione esagerata di questo scandalo?
Oggi è chiaro che i diversi episodi di questo sordido affare sono stati messi deliberatamente sotto i proiettori per una ragione più ampia. La polarizzazione spettacolare su questo episodio permette temporaneamente di nascondere i veri problemi sociali, di creare una cortina fumogena per tentare di relegare in secondo piano e minimizzare nella testa dei proletari una realtà sociale quotidiana dolorosa e drammatica, generata dall’aggravamento della crisi mondiale del capitalismo: aumento vertiginoso della disoccupazione, della precarietà, dei prodotti di prima necessità, intensificazione degli attacchi contro le nostre condizioni di vita, riduzione di tutti i bilanci e tagli drastici dei programmi sociali che mettono sempre più a nudo il fallimento irrimediabile del capitalismo. È particolarmente significativo vedere quanto l’affare DSK venga gonfiato nel momento stesso in cui i piani di austerità concertati dal FMI e dai governi sono raddoppiati in Grecia o in Portogallo, e soprattutto nel momento stesso in cui i giovani disoccupati, gli studenti e numerosi lavoratori, precari e non, manifestano non solo la loro indignazione e la loro collera a Puerta del Sol a Madrid ma in tutte le principali città della Spagna, rifacendosi esplicitamente ad un movimento in linea con le rivolte in Tunisia ed in Egitto, o di altre lotte in Europa (Grecia, Francia, Gran Bretagna).
Certo, la somma astronomica lasciate come cauzione per ottenere la “libertà condizionata” di DSK o per affrontare il suo processo sono shockanti e rivoltanti per tutti i lavoratori ed i disoccupati che non hanno più una casa, non hanno di che nutrirsi e vestirsi. Un responsabile del PS, vicino a DSK, Manual Valls, è montato in collera durante un dibattito accusando con una certa lucidità i giornalisti di alimentare “il fossato che si sta scavando tra i politici e la società civile”.
Ma questo aspetto è provvisoriamente coperto da fiumi di servizi, di interviste, di propaganda, di polemiche (anche per questo si lascia che le associazioni femministe montino in sella contro il sessismo e la reale misoginia dei dirigenti e delle élite) che servono a mantenere le divisioni e la confusione nell’opinione pubblica: si sottolineano le differenze di opinioni o di leggi, si permette a ciascuno di pronunciarsi su: bisogna difendere la presunzione di innocenza o i diritti della vittima? Si paragonano e si oppongono i metodi giuridici ed i mezzi di investigazione tra la Francia e gli Stati Uniti, si paragona e si oppone il trattamento “etico” della notizia tra giornalisti francesi e la stampa anglosassone. E soprattutto si prova a canalizzare le speculazioni sui “nuovi elementi” per rilanciare l’interesse sui giochi elettorali del 2012 in Francia. Tutta questa baruffa è solo polvere negli occhi, una campagna diversiva che mira ad allontanare gli sfruttati dalla difesa dei loro interessi di classe. La nostra attenzione non va rivolta al caso DSK ma verso le lotte sociali che si stanno svolgendo oggi contro la disoccupazione, la miseria, i piani di austerità imposti dal FMI (prima con ed ora senza DSK) e da tutti i governi di sinistra e di destra.
W. (22 maggio)
[1] Tranne in Italia forse dove essendo abituati agli scandali di Berlusconi la notizia non ha avuto un grandissimo impatto sulla gente.
Questo ha risposto in modo estremamente pedagogico: molti dimostranti sono stati picchiati con violenza, trascinati a terra, sottoposti ad un trattamento arrogante e brutale. 18 dimostranti sono stati feriti e cinque arrestati. Non sono stati trattati come “cittadini” ma come delinquenti.
La notizia ha provocato una forte indignazione.
E’ stata convocata una manifestazione alle 20.15 alla stazione della metropolitana Colon, davanti alla sottocommissione del governo. Poco a poco si sono raccolti dei dimostranti, un corteo venuto da Plaza de la Virgen - dove c’era stato un incontro sulla Comunità valenciana - si è unito a questo corteo, cosa che ha suscitato grandi applausi. Sul momento, si è deciso di andare al commissariato di Zapodores dove si supponeva che si trovassero i prigionieri. Il numero di dimostranti è aumentato di minuto in minuto, gli abitanti del quartiere di Ruzafa si univano al corteo o applaudivano dai balconi. Si gridava ai poliziotti: “Liberate i prigionieri” “Non ci guardare! Anche a te rubano!”.
Arrivata al centro di Zapadores, la folla si è raggruppata in un grande sit-in. Si gridava: “Non ce ne andiamo senza di loro!”, “Se non escono loro, entriamo noi!”. E’ arrivata la solidarietà dell’Assemblea di Barcellona[1] e la notizia che l’accampamento madrileno aveva deciso di dare il suo sostegno con una nuova manifestazione davanti Las Cortes (Camera dei deputati)[2]. Contemporaneamente a Barcellona si gridavano lo slogan: “Non più violenza a Santiago e a Valencia!” (anche a Santiago c’era stata una carica della polizia).
Un’ora più tardi, alla notizia che i prigionieri - che erano stati trasferiti alla Cittadella della giustizia – sarebbero stati liberati, la manifestazione si è disperso, ma alcune centinaia di dimostranti sono andati alla Cittadella per aspettare la loro liberazione, avvenuta poco dopo mezzanotte.
Da questi avvenimenti possiamo trarre alcune conclusioni.
La prima conclusione è la forza della solidarietà. Non lasciare da soli gli arrestati. Non fare affidamento sul “buon senso della Giustizia”, ma farsene carico, considerarli come dei nostri, concepire la loro vita come la nostra propria vita. Nel corso della storia la solidarietà è stata una forza vitale delle classi sfruttate e con la lotta storica del proletariato è stata messa al centro della sua lotta e come pilastro di una futura società, la comunità umana mondiale, il comunismo[3]. La solidarietà viene distrutta dalla società capitalista che è fondata su l’esatto contrario: la concorrenza, il tutti contro tutti, il ciascuno per sé.
Ma contemporaneamente alla solidarietà si sviluppa un’indignazione crescente contro lo Stato democratico. Le cariche della polizia di Madrid e Granada, così come il trattamento inumano inflitto ai detenuti di Madrid hanno dato impulso al movimento del 15M (15 maggio). La cinica e brutale carica poliziesca di Barcellona ha mostrato il vero volto dello Stato democratico, mascherato nel quotidiano dalle “libere elezioni” e la “partecipazione dei cittadini”. La repressione di venerdì a Valencia e Santiago e quella di oggi, sabato, a Salamanca lo stanno mettendo in evidenza.
È necessario aprire la riflessione ed il dibattito: gli avvenimenti di Madrid, Granada, Barcellona, Valencia, Salamanca e Santiago sono forse delle “eccezioni” dovute ad eccessi o errori?
La riforma della legge elettorale, le “ILP” (Iniziative Legislative Popolari) ed altre proposte di “consenso democratico” potrebbero porre fine a questi eccessi e mettere lo Stato al servizio del popolo?
Per rispondere a queste domande dobbiamo capire cosa è lo Stato ed a cosa serve.
Lo Stato è in tutti i paesi l’organo della minoranza privilegiata ed sfruttatrice, l’organo del Capitale. Questa regola generale si applica sia agli Stati che usano il profumo della democrazia che a quelli che esalano l’odore fetido della dittatura.
Lo Stato non ha come cemento la “partecipazione dei cittadini”, ma l’esercito, la polizia, i tribunali, le prigioni, la Chiesa, i partiti, i sindacati, le organizzazioni padronali, ecc., cioè un’immensa ragnatela burocratica al servizio del capitale che opprime e succhia il sangue della maggioranza e si legittima periodicamente con il maquillage delle elezioni, delle consultazioni popolari, dei referendum, ecc.
Questo “lato oscuro” dello Stato, occultato nel quotidiano dalle luci multicolori della democrazia, appare chiaramente con leggi come la riforma delle pensioni, la riforma del lavoro, le nuove misure adottate recentemente dal governo che permettono alle imprese di ricorrere all'E (Expediente Regulacion de Empleo) [4] senza la minima limitazione o anche i tagli negli indennizzi ai lavoratori licenziati, riportate a 20 giorni all’anno lavorato (invece dei 45 di prima). O quando la polizia distribuisce i suoi colpi di manganello “per evitare problemi”, secondo l’eufemismo utilizzato da Rubalcaba[5]. La repressione non è ad appannaggio di questo o quel partito o di questa o quell’ideologia, è la risposta necessaria e cosciente dello Stato ogni qual volta gli interessi della classe capitalista sono minacciati o semplicemente ogni qual volta bisogna rafforzarli e sostenerli.
L’immediatismo, la voglia di “fare proposte concrete”, ha portato un settore importante delle assemblee - influenzato da gruppi come Democracia Real Ya! – a dar fiducia allo specchietto per le allodole della “riforma democratica”: legge elettorale, liste aperte, iniziativa legislativa popolare… Questo sembra un cammino facile, concreto, ma in realtà, serve solo a rafforzare l’illusione che lo Stato potrebbe essere migliorato, che si potrebbe metterlo al servizio di tutti”, cosa che porta a rompersi la testa contro il muro blindato dello Stato capitalista e… porgergli la testa per facilitargli il lavoro!
Nelle assemblee si è molto parlato di “cambiare questa società”, di porre fine a questo sistema sociale ed economico ingiusto, è stata espressa l’aspirazione ad un mondo dove senza sfruttamento, dove “non saremmo delle merci”, dove la produzione sarebbe al servizio della vita e non la vita al servizio della produzione, dove esisterebbe una comunità umana mondiale senza Stati né frontiere.
Ma come raggiungere quest’obiettivo? La formula dei gesuiti secondo la quale “la fine giustifica i mezzi” può essere valida? È possibile cambiare questo sistema utilizzando gli strumenti di partecipazione che, in modo ingannevole, ci offre?
I mezzi da usare devono essere coerenti con il fine perseguito. Non tutti i mezzi sono validi. Non sono validi l’atomizzazione e l’individualismo delle cabine elettorali, non è valida la delega ai politici dei nostri problemi, non sono valide le manovre torbide dei politicanti di mestiere, in altre parole non sono validi i mezzi normali del gioco democratico. Questi “mezzi” ci allontanano radicalmente dall’obiettivo perseguito.
I mezzi che ci permettono di avvicinarci a quest’obiettivo - benché questo sia ancora lontano - sono le assemblee, l’azione collettiva diretta in strada, la solidarietà, la lotta internazionale della classe operaia.
CCI, 11/6/11
[1] A Barcellona centinaia di dimostranti hanno occupato la “Diagonale” (grande viale che attraversa tutta la città) e gli automobilisti li hanno sostenuti suonando il clacson.
[2] Il giovedì precedente c’era già stata una manifestazione contro la riforma del lavoro.
[3] Vedi il nostro testo di orientamento “La fiducia e la solidarietà nella lotta proletaria”, in inglese, https://en.internationalism.org/ir/111_OT_ConfSol_pt1 [153]; francese, https://fr.internationalism.org/rinte112/confiance.htm [154]; spagnolo, https://es.internationalism.org/node/2695 [155]
[4] la nuova legge ERE autorizza ormai le imprese a fare passare piani sociali senza alcuna giustificazione preliminare, mentre prima queste dovevano rendere pubbliche le perdite nel loro bilancio per potere licenziare i dipendenti.
[5] Ministro dell’Interno e successore designato di Zapatero.
Gli avvenimenti che si stanno svolgendo in Spagna, quale che sia la loro conclusione finale e quali che siano le confusioni o le illusioni dei protagonisti, stanno facendo storia, segnano un punto nell’evoluzione della lotta di classe.
Un anello nella catena internazionale della lotta di classe
C’è un tentativo di spiegare questi avvenimenti a partire da supposti fattori nazionali, cosa che viene riassunta nella famosa denominazione “Rivoluzione Spagnola”.
Niente di più falso e ingannevole! Il disincanto verso la cosiddetta “classe politica” è un fenomeno mondiale. E’ molto difficile trovare un paese i cui abitanti abbiano fiducia nei loro “rappresentanti”, siano stati legittimati nel circo elettorale o imposti con metodi dittatoriali. La corruzione, che è l’altro argomento portato come possibile spiegazione, è anch’esso un fenomeno mondiale a cui non sfugge nessun paese[1]. Certo, sia nella “qualità” dei politici, come nella corruzione, ci sono gradi diversi a seconda dei paesi, ma queste differenze sono solo degli alberi che impediscono di vedere il fenomeno storico e mondiale della degenerazione e della putrefazione del capitalismo.
Altri ragionamenti messi in campo sono la disoccupazione massiccia, soprattutto fra i giovani. Si è parlato anche della precarietà, dei tagli sociali generalizzati già fatti e quelli che si preparano per dopo le elezioni. Tutto questo non ha niente di spagnolo. Lo si vede non solo in Grecia, in Irlanda o in Portogallo, ma anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Anche se è vero che questi attacchi alla classe lavoratrice e alla maggioranza della popolazione variano di intensità a seconda dei paesi – il capitalismo è una fonte permanente di disuguaglianze – è un errore stare a sottilizzare se X è meno povero di Y quando tutti tendiamo ad essere sempre più poveri!
Il volto amaro della disoccupazione lo vediamo tanto a Madrid quanto al Cairo, tanto a Londra quanto a Parigi, tanto ad Atene quanto a Buenos Aires. E’ assurdo e sterile cercare ostinatamente quello che c’è di diverso quando quello che dobbiamo vedere è ciò che c’è di comune. Nella situazione attuale si vede sempre più chiaramente che quello che predomina è la degradazione generale delle condizioni di vita degli sfruttati di tutto il mondo. Tutti ci vediamo uniti nella stessa caduta nell’abisso, che non si manifesta solo nella disoccupazione, nell’inflazione, nella precarietà, nell’eliminazione delle prestazioni sociali, ma anche nella moltiplicazione dei disastri nucleari, delle guerre e in un poderoso sfilacciamento delle relazioni sociali accompagnata da una crescente barbarie morale.
E’ evidente che la pressione dell’ideologia dominante, estremamente nazionalista, cerca di rinchiudere il movimento che stiamo vivendo nelle quattro mura della “Rivoluzione spagnola”. E’ certo che la difficoltà nella presa di coscienza fa sì che molti dei protagonisti vedano le cose attraverso questo prisma deformante tanto che, nelle Assemblee, è scarsa la riflessione sulla situazione mondiale o sulla situazione dell’immensa maggioranza dei lavoratori[2].
Come è possibile però che parliamo di un anello nel movimento internazionale della classe operaia quando la grande maggioranza dei manifestanti, anche se sono proletari (disoccupati, giovani lavoratori precari, impiegati, licenziati, studenti, immigrati…) non si riconoscono come appartenenti alla classe operaia e questo termine viene a mala pena pronunciato nelle assemblee?[3]
Diversi fattori spiegano questa difficoltà: la classe operaia soffre un forte problema di identità e di fiducia in se stessa. D’altro canto, il malcontento generalizzato non tocca solo la classe operaia, ma vari strati della popolazione non sfruttatrice, il che denota una proletarizzazione degli strati sociali piccolo-borghesi o delle professioni libere[4]. Tutto questo fa sì che il movimento può sembrare, ad uno sguardo superficiale, come interclassista, caoticamente assorbito da una varietà di preoccupazioni, molto sensibile agli argomenti democratici…, ma se lo guardiamo più profondamente il movimento appartiene interamente alla lotta internazionale della classe operaia. Siamo dentro un processo verso lotte di massa che faranno sì che il proletariato cominci a prendere fiducia nelle sue proprie forze e cominci a vedersi come una casse sociale autonoma, capace di dare un’alternativa a questa società che va alla rovina. La faglia tettonica che corre dalla Francia del 2006[5], alla Grecia del 2008[6] per tornare di nuovo in Francia nel 2010[7], continuare in Gran Bretagna nel 2010 e poi in Egitto e Tunisia nel 2011[8], si manifesta ora nell’enorme sisma spagnolo. Si stanno preparando le basi per grandi terremoti sociali che apriranno la via dolorosa verso l’emancipazione dell’umanità.
Le motivazioni immediate del movimento
Un’analisi internazionale e storica è più chiara se riesce ad integrare i fattori particolari, nazionali o congiunturali. Allo stesso tempo non è possibile capire i fatti se si parte da questi fattori specifici. Il movimento che stiamo vivendo è partito da una protesta “contro i politici” organizzata da Democracia Real Ya (Democrazia reale adesso). Le manifestazioni del 15 maggio hanno avuto un risultato spettacolare: il malcontento generalizzato, il malessere di fronte alla mancanza di futuro, hanno trovato in esse un canale inaspettato. Apparentemente tutto doveva finire lì, ma a Madrid e a Granada alla fine delle manifestazioni ci sono state violente cariche della polizia con più di 20 arrestati che sono stati trattati con violenza nei commissariati.
I fermati si sono raggruppati in un’Assemblea che ha fatto un comunicato[9] la cui diffusione ha prodotto una forte impressione ed una fulminea reazione di indignazione e solidarietà. Un gruppo di giovani ha quindi deciso di stabilire un presidio nella piazza Puerta del Sol di Madrid – piazza centrale della città. Il lunedì stesso l’esempio si estende a Barcellona, Granada e Valencia. Un nuovo atto di repressione ha inasprito ancora di più gli animi e da allora i concentramenti hanno iniziato ad estendersi in più di 70 città e l’affluenza è andata crescendo vertiginosamente.
Il martedì pomeriggio è stato un momento decisivo. Gli organizzatori avevano programmato atti di protesta silenziosi o inutili scenette scherzose (dette “perfomances”) ma la partecipazione è cresciuta ed ha chiesto ad alta voce la tenuta di Assemblee. Alle otto di martedì sera si sono tenute Assemblee a Madrid, Barcellona, Valencia e altre città, ma a partire dal mercoledì la valanga diventa dirompente, i concentramenti si trasformano in Assemblee Aperte.
Per darsi un simbolo il movimento si è auto denominato del 15D, giorno della prima mobilitazione, la quale non ha creato il movimento ma gli ha semplicemente dato un primo involucro. E questo involucro è in realtà una corazza che lo imprigiona per poi dargli un obiettivo tanto utopico quanto mistificatorio: il “rinnovamento democratico” dello Stato spagnolo[10].
Si tenta di canalizzare l’enorme malcontento sociale verso quella che viene chiamata “Seconda Transizione”. Dopo 34 anni di democrazia, la maggioranza della popolazione è molto delusa ma questo viene spiegato con il fatto che “stiamo subendo una democrazia imperfetta e limitata” a causa del patto che fu fatto con i “settori intelligenti” del franchismo, per cui ci vuole una “seconda transizione” che ci porti ad una “democrazia piena”.
Il proletariato in Spagna è vulnerabile a questa mistificazione dato che la destra spagnola è fortemente autoritaria, arrogante ed irresponsabile, Il che rende poco credibile la “democrazia esistente”. Spingendo il “popolo” a “ribellarsi contro i politici” e ad esigere una “Democrazia reale adesso” la borghesia cerca di nascondere che questa è l’unica democrazia possibile e che non ce n’è un’altra.
Il governo Zapatero non è stato molto tenero di fronte a una situazione esplosiva con più del 40% dei giovani disoccupati, chiamando mascalzoni quelli che osavano dubitare delle “grandi conquiste sociali” del suo governo, il che ha riscaldato gli animi dei giovani. Ma c’è anche qualcosa di più profondo: il gioco democratico propone come alternativa al Partito Socialista (PSOE), un Partito Popolare (PP) che tutti temono perché già ne conoscono l’arroganza, la brutalità ed i riflessi autoritari. La Spagna non è la Gran Bretagna dove Cameron – appoggiato dai “moderni” liberali – godeva in partenza di una migliore immagine, qui – benché nella pratica sia stato il PSOE a portare i peggiori attacchi – la destra ha una meritata fama di nemica delle classi lavoratrici oltre ad essere composta da una serie di personaggi bigotti e corrotti[11].
La grande maggioranza della popolazione assiste impaurita alla carrellata di bestialità degli “amici” socialisti e di quelle, se possibile ancor più bestiali, dei nemici dichiarati del PP. E come aver fiducia nel gioco democratico e dei suoi risultati elettorali? Di fronte a una situazione insopportabile e un avvenire terrorizzante, la gente è scesa per strada. Le loro confusioni ed illusioni, unite alla propaganda democratica, hanno fatto si che nelle assemblee avesse un grosso ascolto la proposta di mettere fine al bipartitismo. Si tratta di qualcosa di irrealistico e semplicemente mistificatorio. Il ceto politico spagnolo è fortemente bipartitista – sulla scia dell’epoca bipartitista di Canovas[12]- e, come dimostrato dai risultati delle elezioni comunali e regionali, tende a rafforzarsi in questa direzione[13].
Le Assemblee, un’arma carica di futuro
Tuttavia, di fronte a questa democrazia che riduce la “partecipazione” allo scegliere ogni 4 anni il politico di turno che non manterrà mai le promesse ed eseguirà sempre il “programma occulto” del quale non aveva mai parlato, il movimento in Spagna ha trovato un’arma gigantesca dove veramente la gran maggioranza può unirsi, pensare e decidere: le Assemblee di massa cittadine.
Nella democrazia borghese il potere decisionale è proprio di un corpo burocratico di politici di professione che a sua volta obbedisce senza fiatare agli ordini del Partito, il quale non è altro che un difensore ed interprete dell’interesse del Capitale.
Invece nelle Assemblee il potere di decisione è esercitato direttamente dai partecipanti che pensano, discutono e decidono insieme e sono loro stessi ad organizzarsi per mettere in pratica le decisioni.
Nella democrazia borghese si consacra e rafforza l’atomizzazione individuale, la concorrenza e la chiusura in se stessi, che caratterizza questa società. Al contrario, nelle Assemblee si sviluppa un pensiero collettivo, ognuno può dare il meglio di sé, ognuno può sentire la forza e la solidarietà comune, si crea uno spazio in cui creare l’antidoto contro la divisione e la lacerazione della società capitalista e forgiare le fondamenta di una nuova società basata sull’abolizione dello sfruttamento e delle classi, per la costruzione di una comunità umana mondiale.
Se è vero che la democrazia borghese ha rappresentato un indiscutibile progresso rispetto al potere assoluto dei monarchi, l’evoluzione dello Stato dall’inizio del ventesimo secolo ha sancito il potere assoluto di una combinazione tra quella che viene chiamata la classe politica e i grandi poteri economici e finanziari, ossia il Capitale nel suo complesso. Per quanto possano essere aperte le liste elettorali o per quanto sia limitato il bipartitismo, il potere è detenuto comunque da questa minoranza privilegiata ed è ancora più assoluto e dittatoriale che il più assolutista dei monarchi feudali. Ma a differenza di questi, la dittatura del capitale si legittima periodicamente con la farsa elettorale.
Le Assemblee si riallacciano alla tradizione proletaria dei Consigli Operai del 1905 e del 1917[14] in Russia e che si estesero alla Germania ed altri paesi del mondo durante l’ondata rivoluzionaria del 1917-23. Successivamente sono riapparsi nel 1956 in Ungheria e nel 1980 in Polonia.
Com’è penosa l’atmosfera di un seggio elettorale dove i “cittadini” vanno in silenzio, come chi adempie un obbligo della cui utilità dubita fortemente e avverte un senso di colpa per il voto dato che, alla fine, risulta essere sempre “sbagliato”!
Quanto invece è emozionante il clima che stiamo vivendo in questi giorni nelle Assemblee! Si avverte un grande entusiasmo e un enorme desiderio di partecipare. In tanti prendono la parola per sollevare ogni tipo di questione. Finita l’assemblea generale ci sono riunioni di commissione che durano fino a mezzanotte. Si prendono contatti, si conosce gente, si riflette ad alta voce, vengono esaminati da cima a fondo tutti gli aspetti politici, sociali, culturali, economici ... Si scopre che si può parlare, che si possono affrontare collettivamente tutte le questioni ... Nelle piazze occupate si montano biblioteche, si organizza un “banco de tiempo”[15] per insegnare tutte le materie, sia scientifiche che culturali, artistiche, politiche o economiche.
Si esprimono sentimenti di solidarietà, si ascolta attentamente senza che nessuno impone nulla a nessuno, si apre un canale per l’empatia generale. Timidamente si sta creando una cultura del dibattito di massa[16]. Riflessioni molteplici, proposte, idee varie, sembra che i partecipanti vogliano esternare i propri pensieri, i propri sentimenti per tanto tempo rimuginati nella solitudine dell’atomizzazione. Le piazze sono inondate da una gigantesca e collettiva tormenta di idee, la massa riesce ad esprimere il meglio e il più profondo di se stessa. Questa massa anonima di persone, che in genere viene considerata come “i perdenti nella vita”, racchiude capacità intellettuali, sentimenti attivi, emozioni sociali insospettati, immensi, profondi.
La gente si sente liberata e gode con passione del piacere immenso di discutere collettivamente. Apparentemente il torrente di pensieri non è sfociato in nulla. Non ci sono proposte concrete. Ma questo non è necessariamente una debolezza. Dopo lunghissimi anni di oppressiva normalità capitalista, dove la stragrande maggioranza soffre la dittatura del disprezzo, della routine più alienante, di negativi sentimenti di colpa, di frustrazione e atomizzazione, è inevitabile una prima fase di esplosione disordinata. Non c’è altro modo, non ci sono piani di pedanti perché il pensiero della stragrande maggioranza possa esprimersi. Bisogna percorrere questo cammino - che in apparenza non va da nessuna parte - per trasformare se stessi e trasformare da cima a fondo il panorama sociale.
E’ certo che gli organizzatori presentano più volte manifesti democratici e nazionalisti. In parte riflettono le illusioni e le confusioni ancora presenti nella maggioranza, ma al tempo stesso, il percorso che sta seguendo la riflessione di molti partecipanti va in un’altra direzione che lotta per venire in superficie. Per esempio, a Madrid, uno slogan che sta diventando popolare ma che non è stato raccolto dai portavoce è “Tutto il potere alle Assemblee”, o ancora “Senza lavoro, senza casa, senza paura”, “Il problema non è la democrazia, il problema è il capitalismo”, “Lavoratore, svegliati!”. A Valencia una donna diceva “Hanno ingannato i nonni, hanno ingannato i figli, nipoti non lasciatevi ingannare!” e “600 euro al mese, questa si che è violenza!”.
Le Assemblee sono state testimoni di un dibattito dove si sono confrontate insistenze differenti polarizzatesi in tre assi essenziali:
1. Bisogna limitarsi a un rinnovamento democratico[17], oppure i problemi hanno origine nel capitalismo, il quale non può essere riformato e deve essere distrutto da cima a fondo?
2. Il movimento deve darsi per concluso il 22, giorno delle elezioni, o, al contrario, bisogna continuare a lottare in massa contro i tagli sociali, la disoccupazione, la precarietà del lavoro, gli sgomberi forzati?
3. Non dovremmo estendere le assemblee ai posti di lavoro, nei quartieri, negli uffici di collocamento, nelle scuole e nelle università in modo che il movimento si possa radicalizzarsi tra i lavoratori, gli unici ad avere la forza e le basi per sviluppare una lotta generalizzata?
Nelle assemblee convivono due “anime”: l’anima democratica che costituisce un freno conservatore e l’anima proletaria che cerca di definirsi su di un piano di classe.
Guardando serenamente al futuro
Le assemblee che si sono tenute domenica 22 hanno risolto il secondo punto del dibattito decidendo di proseguire il movimento. In molti interventi si è detto: “Non siamo qui per le elezioni, anche se queste sono state il detonatore”. Per quanto riguarda il terzo punto, molti interventi hanno insistito per “andare verso la classe operaia”, proponendo di adottare delle rivendicazioni contro la disoccupazione, la precarietà, i tagli sociali. Così come si è deciso di estendere le Assemblee ai quartieri e hanno iniziato ad emergere voci che chiedevano la loro estensione ai luoghi di lavoro, università, uffici di collocamento ...
A Malaga, Barcellona e Valencia è stato proposto di fare una manifestazione contro i tagli sociali chiamando ad un nuovo sciopero generale che, come ha sostenuto un partecipante, “sia veramente tale”.
La fase iniziale dello scendere in piazza è già di per sé una grande conquista del movimento. Si dovrebbe continuare, come espressione del fatto che una massa importante di sfruttati cominciare a resistere al “vivere come finora”. L’indignazione porta alla necessità di un rinnovamento morale, di un cambiamento culturale, le proposte che si fanno - anche se sembrano ingenue o peregrine -manifestano un’ansia, ancora timida e confusa, di voler “vivere in modo diverso”.
Ma al tempo stesso, il movimento può rimanere a questo livello senza darsi degli obiettivi concreti?
E’ difficile rispondere: ci sono due risposte che stanno lottando in sordina, espressioni delle due “anime” dette prima, la democratica e la proletaria. La democratica pianta le sue radici nella mancanza di fiducia della classe nelle sue proprie forze, nel peso degli strati non proletari ma non sfruttatori, nell’impatto della decomposizione sociale[18], e si aggrappa al chiodo rovente di uno Stato “giusto” ed “egualitario”.
L’altra via, quella di estendere le assemblee ai posti di lavoro, ai centri di studio, agli uffici di collocamento, ai quartieri, polarizzandosi nella lotta contro gli effetti della disoccupazione e della precarietà, in risposta ai numerosi attacchi che abbiamo subito e che ancora devono venire, si incarna in un settore molto combattivo. A Barcellona, lavoratori di Telefonica, ospedalieri, vigili del fuoco, studenti universitari, tutti mobilitati contro i tagli alla spesa sociale, si sono uniti alle assemblee e iniziano a dare a queste un tono diverso. L’Assemblea centrale di Barcellona è la più distante dagli approcci di rinnovamento democratico. L’Assemblea centrale di Madrid ha convocato assemblee nei quartieri e nei distretti. A Valencia c’è stata l’unione con la protesta dei tranvieri ed anche con una manifestazione contro i tagli nel settore dell’istruzione. A Saragozza, i tranvieri si sono uniti all’assemblea con grande entusiasmo.
Questa seconda via presenta una difficoltà supplementare. Esiste un pericolo reale che la “proroga” del movimento possa alla fine portare al suo dissipamento e confinamento in approcci settoriali e corporativi. Questa è una contraddizione reale. Da un lato, il movimento può continuare solo se riesce a raccogliere, o almeno iniziare a risvegliare, la partecipazione della classe operaia in quanto tale. Senza dubbio una tale estensione può spingere i sindacati a prendere l’auto in corsa e cercare di spingere verso approcci settoriali, di quartieri, a consumarsi in rivendicazioni localiste, ecc. Senza negare questo pericolo, bisogna però chiedersi: il fatto stesso di provarci, anche se si fallisce, non ci fornisce le premesse di una lotta collettiva che può avere una grande forza per il futuro?
Qualunque sia la direzione che prenderà il movimento è comunque indiscutibile il contributo che già dà alla lotta internazionale della classe operaia:
• è un movimento di massa e generale, con il coinvolgimento di tutti i settori sociali;
• il riferimento non è un attacco preciso come in Francia o in Inghilterra, ma l’indignazione per la situazione che stiamo vivendo. Questo rende difficile focalizzarsi su delle rivendicazioni specifiche, il che rende al movimento più difficile esprimere il suo carattere proletario[19]. Ma al tempo stesso, esso esprime un chiaro risveglio di massa ai problemi della società e apre la strada alla sua politicizzazione.
• ha avuto come cuore pulsante le assemblee.
La comprensione di quanto sta accadendo ci spinge ad abbandonare i vecchi schemi. La Rivoluzione russa del 1905 mostrò chiaramente un nuovo modo di azione di massa. Questo tuffò nella perplessità e più tardi nel rifiuto di porre fine alla tradizione molti leader sindacali e socialdemocratici (tra i quali importanti teorici come Kautsky e Plekhanov) che si aggrappavano disperatamente ai vecchi schemi della “metodica accumulazione di forze” attraverso un graduale lavoro sindacale e parlamentare[20].
Oggi dobbiamo evitare una trappola simile. I fatti non avvengono come previsto secondo uno schema legato alle lotte degli anni 70 e 80. E’ vero che un proletariato che ha difficoltà di identità e di fiducia in se stesso, non si mostra a “voce alta”; è vero anche che insieme a lui si sono mobilitati strati non sfruttatori. Il movimento verso lotte di massa, verso una lotta rivoluzionaria, non scorre su binari ben definiti e delimitati che tracciano in maniera chiara e inequivocabile il suo terreno di classe. Questo presenta dei rischi - un proletariato ancora debole potrebbe sentirsi disorientato e confuso in mezzo a un vasto movimento sociale, potrebbe anche apparire completamente perso, come è successo in Argentina nel 2001.
Ciò non toglie nulla al potenziale insito in ciò che sta accadendo:
• Oggi le grandi concentrazioni industriali hanno minor peso e appaiono sfumate in una grande rete nazionale e internazionale rendendo difficile la lotta tradizionale a partire dalle grandi fabbriche. Per superare questa difficoltà, il proletariato trova il modo per guadagnare in massa la strada accompagnato da altri ceti sociali. Tutto questo fa si che il carattere di classe non appaia tanto facilmente e direttamente come in passato, ma la sua pista può essere seguita attraverso un maggiore sforzo di coscienza e chiarificazione.
• Di fronte alla decomposizione sociale regnante, che distrugge i legami sociali e accresce la barbarie morale, le Assemblee costituiscono un’agorà, cioè un luogo, dove la vita umana è al centro della riflessione che punta ad una risposta, anche se confusamente, dove si possono tessere legami sociali, affermare la morale proletaria, la solidarietà, l’alternativa rispetto ad una società di concorrenza mortale.
• E’ vero che, come espressione di una situazione disperata e che imputridisce da lungo tempo, il proletariato si sta lanciando in un lotta di massa accompagnato da strati sociali non sfruttatori che non necessariamente condividono lo stesso obiettivo rivoluzionario e tendono a disperderlo in una massa confusa. Questo comporta seri rischi, ma allo stesso tempo produce il vantaggio di creare una vita collettiva nella lotta, di poter affrontare i problemi con metodo, di una maggiore comprensione reciproca, cose che saranno di vitale importanza per il futuro scontro rivoluzionario con lo Stato borghese.
CCI, 25 maggio 2011
(da Accion Proletaria, organo della CCI in Spagna)
[1] La corruzione sta nel DNA stesso del capitalismo, dal momento che la sua “morale” consiste nel “tutto è lecito” per raggiungere il massimo di profitto. Con questa premessa congenita e con il peso dell’acuirsi della crisi che propaga la massima irresponsabilità tanto nella classe imprenditoriale che in quella politica, la corruzione diventa inevitabile in ogni Stato, quali che siano le sue leggi.
[2] Senza dubbio nelle assemblee cominciano ad apparire prese di posizione internazionaliste. Domenica a Valencia, un partecipante all’assemblea si è proclamato “cittadino del mondo” ed ha detto che non ci si può limitare a cambiare la Spagna. Si sta anche facendo uno forzo per tradurre i comunicati delle Assemblee in tutte le lingue possibili, il che contrasta con l’impostazione iniziale “ispano-spagnolo”. Se è vero che le mobilitazioni al di fuori della Spagna in numerosi paesi si sono caratterizzate come opera di “spagnoli nel mondo”, sembra che alcune concentrazioni iniziano a prendere un segno diverso.
[3] Comunque a partire dalle assemblee di domenica 22 maggio comincia a sentirsi più spesso.
[4] Non solo nei paesi del “Terzo Mondo” (terminologia così obsoleta!) ma anche nei paesi centrali. Informatici altamente qualificati, avvocati, giornalisti ed altri, si vedono relegati al rango di precari o freelance in una situazione altamente instabile. Piccoli impresari si trasformano in padroni di sé stessi lavorando giorno e notte …
[5] Vedi “Tesi sul movimento degli studenti nella primavera 2006 in Francia”, it.internationalism.org/rint/28_tesi_studenti [134]
[6] Vedi “Grecia: le rivolte giovanili confermano lo sviluppo della lotta di classe”, it.internationalism.org/node/761 [142]
[7] Vedi “Breve cronologia della lotta in Francia contro la riforma delle pensioni”, it.internationalism.org/node/963 [156]
[8] Vedi “Che succede in Medio Oriente?”, it.internationalism.org/node/1035 [157]
[9] Vedi su madrid.indymedia.org/node/17370 il comunicato dei detenuti, che rispecchia in modo eloquente il trattamento ricevuto.
[10] Lo Stato è l’organo della classe dominante. Per quanto si presenti sotto la forma democratica la sua struttura si basa sulla delega del potere, il che non pone alcun problema per la minoranza sfruttatrice che, possedendo i mezzi di produzione, ha “la scopa dalla parte del manico” e può sottomettere i politici di professione ai propri interessi. Certo è molto diverso per la classe operaia e la stragrande maggioranza dell’umanità: la loro “partecipazione” si riduce a dare un assegno in bianco a questi signori che, pur se agiscono con la massima onestà e rinunciano ad ogni interesse personale, sono totalmente intrappolati nella tenaglia burocratica dello Stato. D’altro canto, più specificamente, le riforme proposte, anche a volerle prendere sul serio, comporterebbero procedure parlamentari lunghissime per cui possono essere facilmente denaturate e la loro applicazione sarebbe più che incerta.
[11] È significativo che la strategia adottata dal candidato del PP, Rajoy, consiste nel non dire assolutamente niente, facendo un discorso vuoto pieno dei più patetici luoghi comuni. Mantenere un silenzio assordante è l’unico modo per evitare che gli elettori di sinistra si mobilitino contro di lui.
[12] Dopo la rivoluzione del 1868, chiamata la Gloriosa, e gli anni turbolenti che seguirono, nel 1876 si instaurò una turnazione tra il partito conservatore di Cánovas e quello liberale di Sagasta, che durò fino al 1900.
[13] I piccoli partiti, in cui molti interventi nelle assemblee riponevano tanta speranza, oltre ad avere un programma di difesa del capitalismo esattamente come quello dei grandi partiti e darsi una struttura interna altrettanto burocratica e dittatoriale, non hanno alcun ruolo proprio, sono una specie di sacco che si gonfia quando qualcuno dei grandi cala e si sgonfia quando i due grandi partiti hanno bisogno di occupare tutto lo spazio nel governo e all’opposizione.
[14] Vedi la serie “Cosa sono i consigli operai?”, in inglese, spagnolo e francese sul nostro sito www.internationalism.org [12]
[15] Letteralmente “banco di lezione”
[16] Vedi “La cultura del dibattito: un’arma della lotta di classe”, it.internationalism.org/node/807 [158]
[17] Espressa nel Decalogo democratico approvato dall’Assemblea di Madrid: liste aperte, la riforma elettorale ...
[18] Vedi “La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo”, it.internationalism.org/node/976 [133]
[19] A differenza di quanto accaduto in Francia e Gran Bretagna, dove le manifestazioni erano apertamente una risposta agli attacchi molto duri dei rispettivi governi.
[20] Rispetto a questi, Rosa Luxemburg, con Sciopero di massa, partito e sindacati, e Trotsky, con Bilancio e Prospettive, seppero captare le caratteristiche e la dinamica della nuova era della lotta di classe.
Alcuni di noi si considerano più progressisti, altri più conservatori. Alcuni credenti, altri no. Alcuni di noi hanno un’ideologia ben definita, alcuni si definiscono apolitici … Ma tutti siamo preoccupati e indignati per il panorama politico, economico e sociale che vediamo intorno a noi. Per la corruzione di politici, imprenditori, banchieri … Per il senso di impotenza del cittadino comune.
Questa situazione fa male a tutti noi ogni giorno. Ma se tutti ci uniamo, possiamo cambiarla. È tempo di muoversi, è ora costruire insieme una società migliore. Perciò sosteniamo fermamente quanto segue:
Le priorità di qualsiasi società avanzata devono essere l’uguaglianza, il progresso, la solidarietà, la libertà di accesso alla cultura, la sostenibilità ecologica e lo sviluppo, il benessere e la felicità delle persone.
Ci sono diritti fondamentali che dovrebbero essere al sicuro in queste società: il diritto alla casa, al lavoro, alla cultura, alla salute, all’istruzione, alla partecipazione politica, al libero sviluppo personale, e il diritto di consumare i beni necessari a una vita sana e felice.
L’attuale funzionamento del nostro sistema economico e di governo non riesce ad affrontare queste priorità e costituisce un ostacolo al progresso dell’umanità.
La democrazia parte dal popolo (demos = popolo, cràtos = potere) in modo che il potere debba essere del popolo. Tuttavia in questo paese la maggior parte della classe politica nemmeno ci ascolta. Le sue funzioni dovrebbero consistere nel portare la nostra voce alle istituzioni, facilitando la partecipazione politica dei cittadini attraverso canali diretti e procurando i maggiori benefici alla società in generale, non per arricchirsi e prosperare a nostre spese, mentre si dà cura solo dei dettami dei grandi poteri economici e si aggrappa al potere attraverso una dittatura partitocratica capeggiata dalle inamovibili sigle del partito unico bipartitico del PPSOE.
L’ansia e l’accumulazione di potere in poche mani crea disuguaglianza, tensione e ingiustizia, il che porta alla violenza, che noi respingiamo. L’obsoleto e innaturale modello economico vigente blocca la macchina sociale in una spirale che si consuma in se stessa arricchendo i pochi e precipitando nella povertà e nella scarsità il resto. Fino al crollo.
La volontà e lo scopo del sistema è l’accumulazione del denaro, che ha la precedenza sull’efficienza e il benessere della società. Sprecando intanto le risorse, distruggendo il pianeta, creando disoccupazione e consumatori infelici.
I cittadini fanno parte dell’ingranaggio di una macchina destinata ad arricchire una minoranza che non sa nulla dei nostri bisogni. Siamo anonimi, ma senza di noi tutto questo non esisterebbe, perché noi muoviamo il mondo.
Se come società impariamo a non affidare il nostro futuro a un’astratta redditività economica che non si converte mai in un vantaggio della maggioranza, saremo in grado di eliminare gli abusi e le carenze di cui tutti soffriamo.
È necessaria una Rivoluzione Etica. Abbiamo messo il denaro al di sopra dell’Essere umano mentre dovremo metterlo al nostro servizio. Siamo persone, non prodotti sul mercato. Io non sono solo quel che compro, perché lo compro e a chi lo compro.
Per tutto quanto sopra, io sono indignato.
Credo di poterlo cambiare.
Credo di poter aiutare.
So che insieme possiamo.
Esci con noi. È un tuo diritto.
E’ ormai una settimana che decine di migliaia di persone occupano pacificamente decine di piazze delle più importanti in tutta la Spagna per far fronte ad una situazione di degrado e di sofferenza non più sostenibili. In Spagna il numero dei senza lavoro a marzo è cresciuto di 34.406 unità rispetto a febbraio, toccando quota 4,3 milioni di persone e un tasso di disoccupazione superiore al 20,5 %, che raggiunge addirittura il 44,6% per i giovani con meno di 25 anni. A partecipare a queste manifestazioni sono stati soprattutto i giovani, ma anche pensionati, persone di mezza età, disoccupati, lavoratori, studenti, tirocinanti, casalinghe e naturalmente i mileuristas, i giovani precari costretti a vivere con stipendi di non più di mille euro al mese, più spesso intorno agli ottocento. Una prima grande manifestazione, organizzata al di fuori di tutti i partiti e sindacati, si è avuta il giorno 15 maggio scorso in oltre 50 città della Spagna coinvolgendo centinaia di migliaia di persone. Questa manifestazione, sulla base dell’esperienza dei movimenti maghrebini, era stata preparata essenzialmente attraverso il tam tam dei social networks twitter e facebook, ed è stata un vero successo. Il verificarsi di alcuni scontri a chiusura della manifestazione di Madrid aveva però dato alle forze dell’ordine l’opportunità di intervenire con violenza, di fare anche 24 arresti e di interdire la permanenza dei manifestanti sulla pubblica piazza, anche con il pretesto che in tempo di elezioni (si sarebbe votato appunto una settimana dopo, il 22 maggio) la presenza di manifestanti poteva alterare il buon esito delle elezioni. Per tutta reazione poco dopo i manifestanti sono tornati nelle piazze, ed in particolare a Madrid, nella grande piazza centrale di Puerta del Sol, per accamparsi fino all’espletamento delle elezioni.
Per capire qual è la natura del movimento in atto in questi giorni in Spagna basta ascoltare quello che dicono gli stessi manifestanti.
Chema Ruiz, portavoce della Piattaforma dei colpiti da ipoteche, commentava che “ragioni per scendere per strada ce ne abbiamo tutti”. La Ruiz spiegava che nel suo caso le avevano confiscato la casa per non aver potuto pagare l’ipoteca e che inoltre avevano tassato la sua casa per la metà del valore che aveva pagato comprandola. Per questo scendeva in strada perché sperava in un futuro migliore per sua figlia di sette anni[1].
“Non si realizza niente restandosene a casa”, assicurava Betteschen, che spiegava come le ragioni che lo spingevano a protestare erano che questa crisi la stanno pagando i giusti per i peccatori[2].
“Tengo due mestieri diversi e tutto quello che mi offrono é un lavoro da 5.000 euro lordi all’anno”, spiegava Ana Sierra, di 26 anni e laureata in Storia e Documentazione, che poi aggiungeva: “E’ un sentimento di indignazione. Abbiamo acquisito una formazione, abbiamo lavorato duro ed ora l’unica possibilità che abbiamo è quella di emigrare. Siamo condannati a vivere da precari”[3].
Carlos Taibo, professore di scienze politiche presso l’Università Autonoma di Madrid, è uno di quelli che ha partecipato alla manifestazione di domenica 15/5. Nel suo discorso ha criticato i dirigenti che trascorrono anni ad adorare il dio della competitività. “Qualcuno sa in cosa si sono tradotti i maggiori guadagni in materia di competitività. Per la maggior parte in salari sempre più bassi, in orari sempre più lunghi, nella perdita di diritti sociali e in una crescente precarietà”, ha detto Taib, che ha sostenuto che le principali vittime di questa situazione sono i giovani, le donne e gli immigrati[4].
“Non stiamo facendo politica – precisa Luz, disoccupata di Madrid – non diamo indicazione né di voto né di astensione. E questo fa paura, siamo una rivoluzione etica e i partiti sono disorientati dalla nostra limpidezza”[5].
La voce dei pensionati, accorsi a migliaia in tutta la Spagna a dar man forte ai giovani, si è espressa tra l’altro con queste parole: “Questi ragazzi hanno un compito gravoso. Noi abbiamo combattuto la dittatura – dice una signora catalana – il nostro nemico lo vedevamo e lo conoscevamo. Ora i giovani devono combattere un fantasma molto più pericoloso: la dittatura economica”[6].
A Barcellona, come in tutte le altre città, fioriscono le discussioni e le varie generazioni si confrontano sui tagli compiuti ai servizi sociali: “Il PSOE sta togliendo l’ossigeno al sistema scolastico. Il famoso progetto Bologna è una clamorosa precarizzazione del sistema universitario a livello europeo” racconta uno studente a un sessantenne che ribatte: “E se parliamo della sanità? Sono in lista da 5 mesi per curare il ginocchio a mia moglie. Impossibile curarla privatamente con la pensione di 800 euro al mese” [7].
Ma quello che fa meglio capire cos’è questo movimento è Il manifesto della rivolta in Spagna, che riportiamo allegato a questo articolo. Come si può vedere leggendolo si tratta di un documento fresco, pulito, che si rivolge a tutti, che riesce a dialogare con tutti. Quale lavoratore, disoccupato, precario, o comunque quale persona vittima di questo sistema non si riconosce al suo interno? Chi non vi trova i motivi della propria insofferenza e le ragioni della propria lotta? Questo documento non parla di comunismo, di classe operaia, di rivoluzione proletaria. Ma dice quanto basta perché descrive lo stato d’animo, la sofferenza della stragrande parte di umanità che oggi non ne può più di reggere il peso di una società che non riesce neanche più a garantire l’integrazione delle nuove generazioni nelle tenaglie dello sfruttamento. E, da questo punto di vista, questo documento ha una valenza davvero internazionale perché descrive perfettamente lo stato d’animo di quello che si avverte in Spagna come in Italia, in Francia come negli Usa, nel nord Africa e nei paesi arabi investiti dalla recente ondata di lotte sociali. E’ proprio questo comune sentire presente all’interno del proletariato internazionale che permette che gli stimoli viaggino con una certa facilità. La velocità con cui le lotte si sono diffuse dalla Tunisia all’Egitto, e poi in Libia, nel Bahrein, in Siria, ecc. ecc. è l’espressione di questo comune sentire. Ma oggi, con ulteriore sorpresa, scopriamo che la spinta delle lotte del nord Africa e dei paesi arabi ha lasciato una così profonda impronta da innescare delle lotte anche nella vicina Europa. D’altra parte, attraverso i già citati social network, si riesce a seguire in tempo reale tutto quello che succede nel mondo e il black-out opposto dalla borghesia comincia a trovare degli antidoti piuttosto efficaci. Sono proprio i manifestanti spagnoli a fare un chiaro riferimento al fatto che la loro lotta si è ispirata alle lotte precedenti, ed oltre al riferimento più frequente di piazza Puerta del Sol di Madrid alla più nota piazza Tahir nella città de Il Cairo, sede delle lotte dei giovani egiziani, negli slogan degli indignados spagnoli si ricorda anche che “da grandi vogliono essere islandesi”, o ancora “Spagna in piedi: una nuova Islanda”, con un chiaro riferimento ai movimenti di Hördur Torfason, che nel 2008 avevano provocato lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni, attraverso continui raduni di sabato[8]. Tutto questo non può rimanere senza esito. La situazione attuale, dal punto di vista sociale, comincia a diventare calda e le possibilità di trasmissione di questi stimoli sono delle possibilità reali da tenere seriamente in conto. Non è un caso che siano già in atto dei tentativi di occupazione da parte di indignados in molte altre piazze europee, comprese quelle italiane.
Quale sarà l’evoluzione della situazione attuale è forse ancora presto per dirlo. E’ tuttavia certo che, con l’inizio dell’anno, a partire dalle prime lotte in Tunisia, si è aperta una pagina nuova nel campo della lotta di classe.
22 maggio 2011 Ezechiele
[1] “La masiva marcha de los indignados acaba entre humo y pelotas de goma”, El Paìs 16/05/2011, https://elpais.com/articulo/madrid/masiva/marcha/indignados/acaba/humo/pelotas/goma [162].
[2] idem
[3] idem
[4] idem
[5] “Yes we camp”, in Spagna arriva il movimento 15-M, https://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/20/yes-we-camp-in-spagna-arriva-il-movimento-15-m/112522/ [163]
[6] idem
[7] idem
[8] E la “rivoluzione spagnola” adesso sfida la polizia, www.linkiesta.it/e-primavera-spagnola-ora-sfida-polizia [164].
Alcuni contatti della CCI in Italia hanno conosciuto Enzo ed hanno espresso lo stesso sgomento e dolore per la sua perdita, non solo come militante comunista ma anche perché nella sua attività politica, nei suoi interventi nelle riunioni pubbliche e nelle discussioni esprimeva tutto il suo dolore di fronte alle sofferenze che il capitalismo fa patire al genere umano, fino a commuoversi con le lacrime agli occhi mentre ne parlava. Enzo era un giovane proletario che ha subito sulla propria pelle lo sfruttamento, la cassa integrazione ed infine il licenziamento ma che al tempo stesso era anche convinto che si può reagire, che si può lottare contro questa barbarie e costruire una società umana. La sua militanza nella CCI è stata sempre caratterizzata da questa convinzione e dalla sua determinazione, anche in situazioni difficili, a dare il suo contributo a questa lotta. Per questo la sua morte è una perdita per la CCI e per l’insieme della classe operaia.
Scriveremo un testo più ampio per ricordare il nostro compagno. Vogliamo però sin da ora rinnovare la nostra solidarietà alla famiglia di Enzo, ai suoi parenti ed amici in un momento che ci accomuna nel dolore e ribadire la nostra determinazione a portare avanti la lotta per una società finalmente umana per la quale Enzo ha combattuto insieme a noi.
CCI, 19 maggio 2011
"Il peggio è la paura!”. Questo è il messaggio che si diffonde adesso su tutte le pagine dei giornali, in tutti i mass-media così come sulla bocca degli stessi leader mondiali. Ma il peggio è già qui! Perché con il terremoto e lo tsunami e poi con gli incidenti nucleari che non finiscono mai, la popolazione giapponese vive una situazione terribile. Ma anche perché milioni di altre persone sul pianeta da oggi vivono sotto la spada di Damocle della nube nucleare fuoriuscita dai reattori di Fukushima. Questa volta ad essere colpito duramente non è un paese povero come Haiti o l’Indonesia ma il cuore di uno degli Stati più industrializzati del mondo, particolarmente specializzato nelle tecnologie di punta.
Un paese che conosce gli effetti devastanti che può avere l’energia nucleare avendo subito le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nel 1945.
E’ il capitalismo che rende l’umanità più vulnerabile alle catastrofi naturali
Ancora una volta, la follia del capitalismo e l’irresponsabilità della borghesia vengono fragorosamente alla luce. Solo oggi il mondo prende coscienza del fatto che 127 milioni di persone erano stipate su un minuscolo territorio, lungo le sponde costiere, in case di legno, su strisce di terra minacciate permanentemente da terremoti e da onde gigantesche che inghiottiscono tutto. Ovviamente questa densità di popolazione aumenta in maniera considerevole le perdite umane in caso di catastrofe. E questo in un paese che è la terza potenza economica mondiale!
Come se non bastasse delle centrali nucleari, che sono dappertutto delle vere bombe a scoppio ritardato, sono state costruite anch’esse alla mercé di terremoti e maremoti. La maggior parte delle centrali nucleari del Giappone sono state costruite 40 anni fa, non solo in aree densamente popolate, ma anche vicine alle coste, vale a dire particolarmente esposte agli tsunami. Così, su 55 reattori giapponesi distribuiti in 17 siti, 11 sono stati colpiti dal disastro. Il risultato è che a popolazione è già ora sottoposta a radiazioni che raggiungono dei valori che vanno oltre 40 volte il tasso ufficiale[1] fino a Tokyo, che è situata a 250 km da Fukushima, radiazioni dichiarate tuttavia “senza rischio” da parte del governo giapponese.
Ed a essere colpite non sono solo le centrali nucleari ma anche i complessi petrolchimici costruiti in riva al mare un certo numero dei quali hanno subito incendi, il che non fa che ingigantire il disastro e la catastrofe ecologica in corso.
La borghesia cerca ancora di farci credere che è tutta colpa della natura, che non si può prevedere l’intensità dei terremoti e l’ampiezza degli tsunami. Questo è vero. Ma ciò che colpisce di più è che il capitalismo, pur avendo sviluppato nel corso di due secoli e in maniera fenomenale le conoscenze scientifiche ed i mezzi tecnici che potrebbero essere utilizzati per prevenire tali disastri, lascia continuamente che l’umanità corra dei pericoli mostruosi. Il mondo capitalista attuale ha delle capacità tecnologiche enormi, ma non è in grado di usarle per il benessere del genere umano, perché per esso conta solo ... il profitto del capitale a scapito delle nostre vite.
Dopo il disastro di Kobe del 1995[2], il governo giapponese aveva per esempio sviluppato una politica di costruzione di edifici antisismici che hanno tenuto, ma che sono stati destinati ai più ricchi o usati per uffici delle grandi città.
Le grandi menzogne della borghesia
Oggi abbondano i confronti con i precedenti incidenti nucleari più gravi, in particolare con la fusione senza esplosione del reattore di Three Mile Island negli Stati Uniti nel 1979 che ufficialmente non ha causato morti. Al contrario tutti i politici dicono che, “per il momento”, non si tratta di un avvenimento tanto grave quanto l’esplosione della centrale di Chernobyl nel 1986. Ci dovremmo sentire rassicurati da queste affermazioni così sfacciatamente ottimiste? Come valutare il vero pericolo per la popolazione che vive in Giappone, in Asia, in Russia, in America e nel resto del mondo? La risposta non lascia dubbi: le conseguenze saranno in ogni caso drammatiche. Già adesso c’è un enorme inquinamento nucleare in Giappone ed i responsabili della Tepco che gestiscono le centrali giapponesi non possono far fronte al rischio di esplosione che aggiustando alla bell’e meglio qualcosa, giorno per giorno, e esponendo senza ritegno centinaia di dipendenti e vigili del fuoco a tassi di radiazioni letali. Del resto qui si palesa una delle differenze fondamentali tra borghesia e proletariato. Da una parte, la classe dominante non esita a mandare a morte il “suo” personale e, più in generale, a mettere in pericolo la vita di decine di migliaia di persone in nome del suo sacro-santo profitto. Dall’altra, degli operai pronti a sacrificarsi, a subire l’agonia lenta ed inesorabile delle radiazioni, per l’umanità.
L’impotenza della borghesia è tale che dopo una settimana di tentativi disperati per raffreddare i reattori danneggiati, i suoi specialisti si sono ridotti a giocare agli apprendisti stregoni tentando di collegare sulla rete elettrica i vari sistemi di raffreddamento dei noccioli delle centrali. Nessuno sa cosa può succedere: o le pompe funzionano correttamente ed il calore si abbasserà effettivamente, o i danni causati sui cavi e gli apparecchi produrranno dei cortocircuiti, incendi e… esplosioni! La sola soluzione sarà allora coprire la centrale di sabbia e cemento, come a Chernobyl[3].
Di fronte a tali atrocità presenti e future, l’atteggiamento dei nostri gli sfruttatori è sempre lo stesso: mentire!
Nel 1979, Washington mentì sugli effetti radioattivi della fusione del nucleo della centrale, evacuando tuttavia 140.000 persone; anche se non si sono registrate delle morti immediate, l’incidenza del cancro è stata di 100 volte superiore tra queste persone, anche se il governo statunitense non lo ha mai voluto riconoscere.
Per quanto riguarda la centrale di Chernobyl, che aveva gravi carenze di struttura e manutenzione, il governo russo nascose per settimane l’urgenza della situazione. Solo dopo l’esplosione del reattore e il rilascio di un’immensa nube nucleare che si disperse per molti chilometri in altezza e migliaia di chilometri intorno, che il mondo percepì l’entità del disastro. Ma questa non era una specificità stalinista. I responsabili occidentali hanno fatto esattamente lo stesso. All’epoca, lo Stato francese si è distinto per aver raccontato che la nube si sarebbe fermata giusto ad un pelo dalle frontiere orientali della Francia! Altro fatto edificante: ancora oggi, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), senza dubbio legata alla IAEA (International Atomic Energy Agency), fa un bilancio derisorio e persino ridicolo dell’esplosione di Chernobyl: 50 morti, 9 bambini morti per cancro e 4000tumori potenzialmente letali! In realtà, secondo uno studio dell’Accademia delle Scienze di New York, 985.000 persone sono morte a causa di questo incidente nucleare[4]. E questi sono gli stessi organismi che adesso hanno la responsabilità di fare il bilancio di Fukushima e informarci dei rischi! Come possiamo dar loro credito? Per esempio, cosa accadrà a quelli chiamati “i liquidatori” di Fukushima (quelli che intervengono ora in emergenza), quando si sa che a Chernobyl “degli 830.000 ‘liquidatori’ intervenuti sul posto dopo i fatti, da 112.000 a 125 000 sono morti”[5]. Ancora adesso la borghesia cerca di nascondere che il nocciolo di questa centrale è sempre fortemente a rischio tanto che è necessario e urgente confinare il cuore del reattore sotto un ennesimo strato di cemento, così come ha nascosto che la centrale di Fukushima ha avuto non meno di 200 incidenti nel corso degli ultimi dieci anni!
Tutti i paesi mentono sulla realtà del pericolo nucleare! Il governo francese continua a dichiarare con certezza che i 58 reattori nucleari dell’Hexagone sono perfettamente sotto controllo, mentre la maggior parte delle centrali sono o in zone sismiche, o in zone marittime o fluviali inondabili. Durante la tempesta del 1999, durante la quale il forte vento causò danni pesanti in tutto il paese e 88 morti in Europa, le inondazioni della centrale di Blayais, nei pressi di Bordeaux, portò quasi alla fusione di un reattore. Pochi l’hanno saputo. E si potrebbe ancora parlare della centrale di Fessenheim la cui obsolescenza è tale che sarebbe dovuta esser chiusa da anni. Ma a colpi di pezzi di ricambio (molti dei quali non omologati), continua in qualche modo a funzionare, con tassi di irradiazione sicuramente catastrofici per il personale della manutenzione. Questo in realtà significa “aver sotto controllo” e la “trasparenza” per questi signori.
All’inizio del terremoto in Giappone, Venerdì 11 marzo, i mezzi di comunicazione ci avevamo assicurato che gli impianti nucleari giapponesi sono “tra i più sicuro” al mondo. Per poi dirci il contrario due giorni dopo e ricordare che la società Tepco, che gestiste le centrali in Giappone, aveva già nascosto nel passato alcuni incidenti nucleari. In cosa le centrali in Francia, ad esempio, dove “nel giro di dieci anni, il numero di incidenti di minore entità e le anomalie agli impianti nucleari è raddoppiato”[6], come in altre parti del mondo, sono “più sicure”? In niente. “Circa il 20% dei 440 reattori civili in esercizio in tutto il mondo si trovano in aree di “notevole attività sismica”, secondo l’Associazione Nucleare Mondiale (WNA, World Nuclear Association), un raggruppamento di industriali. Alcuni dei 62 reattori in costruzione sono anch’essi in aree a rischio sismico, così come molti dei 500 altri progetti in particolare nei paesi ad economie emergenti. Molte centrali - tra cui i quattro reattori di Fukushima danneggiati dallo tsunami dell’11 marzo. - sono sopra o vicino al ‘Circolo di fuoco’, un arco di 40.000 km di faglie tettoniche in tutto il Pacifico”[7].
Così, informazioni affidabili “suggeriscono che gli elementi radioattivi circolano sempre di più. Per esempio, mentre il plutonio non esiste in natura prima del 1945, lo si ritrova ormai nei denti da latte dei bambini britannici”[8], benché la Gran Bretagna abbia cessato il suo programma nucleare civile.
Il capitalismo spinge sempre più l’umanità verso delle catastrofi
E in Giappone, non è solo il disastro nucleare in movimento, ma anche un’altra catastrofe umanitaria. La terza potenza economia mondiale si è trovata in poche ore immersa in una crisi senza precedenti dalla Seconda Guerra Mondiale. Gli stessi ingredienti terrificanti vi sono presenti: distruzioni massicce, decine di migliaia di morti e infine radiazioni, come dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.
Milioni di persone nel nord-est Giappone sopravvivono senza elettricità, senza acqua potabile, con viveri in costante diminuzione, quando non sono contaminati. 600.000 persone sono state sfollate, a causa del maremoto che ha devastato intere città di fronte al Pacifico e per il rischio nucleare, nella miseria, la sofferenza per il freddo e la neve. Contrariamente a quanto annuncia il governo giapponese, che ha continuato a minimizzare la gravità della situazione ed a sottostimare il numero di vittime, giorno dopo giorno possiamo già, e senza alcun dubbio, contare i morti a decine di migliaia in tutto il paese. Il mare continua a respingere morti sulle coste. In un contesto di massiccia distruzione di case, edifici, infrastrutture, ospedali, scuole ...
Villaggi, edifici, treni e persino intere cittadine sono stati spazzati via dall’onda dello tsunami che ha colpito la costa nord-orientale del Giappone. In alcune città, incastrate in strette vallate come a Minamisanriku più della metà dei 17.000 abitanti sono stati spazzati via e sono morti. Con il tempo di 30 minuti di allarme annunciato dal governo, le strade si sono congestionate rapidamente, mettendo i “ritardatari” alla mercé delle onde.
La popolazione è stata salutata da tutti i media occidentali per il suo “coraggio esemplare” e la sua “disciplina”, popolazione che il primo ministro giapponese chiama a “ricostruire il paese partendo da zero”, cioè, in poche parole, la classe operaia che vive in questo paese deve ora aspettarsi nuove privazioni, uno sfruttamento maggiore ed un peggioramento della miseria. Certo, questo serve a mantenere l’immagine bucolica che ci danno da decenni, quello di una popolazione servile che fa sport la mattina con il suo padrone, che tace e si fa sfruttare in silenzio e che rimane gentilmente stoico e agli ordini mentre gli cadono i palazzi in testa. Naturalmente, la popolazione giapponese è di un coraggio straordinario, ma la realtà del suo “stoicismo” descritto nei giornali è completamente diversa. Al di là delle centinaia di migliaia ammassati nelle palestre e in altri spazi comuni tra cui giustamente la rabbia aumenta inesorabilmente, altre centinaia di migliaia cercando di fuggire, tra cui un numero crescente di circa 38 milioni di persone a Tokyo e della sua periferia. E quelli che rimangono non lo fanno per “sfidare il pericolo e la fatalità” ma perché non hanno altra scelta. Per mancanza di mezzi finanziari e per andare dove? E per essere “accolti” dove? E comunque essere un “rifugiato ambientale” è un’indecenza agli occhi della borghesia. Circa 50 milioni di persone sono costrette a migrare ogni anno per ragioni ambientali, ma non hanno uno “statuto” ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite, anche se sono vittime di una catastrofe, fosse anche “nucleare”. Quindi ai giapponesi che cercheranno di scappare al disastro nucleare, o semplicemente di trasferirsi da qualche parte, sarà negato il “diritto d’asilo” in tutto il mondo.
Questo sistema di sfruttamento forsennato è moribondo e ogni giorno più inumano. Mentre immense conoscenze ed enormi forze tecnologiche sono state accumulate dall’uomo, la borghesia è incapace di farne una forza che vada a beneficio del genere umano, che permetta di premunirci contro le calamità naturali. Esso opera invece con forza alla sua distruzione, non solo qui o là, ma in tutto il mondo.
“Non abbiamo altra scelta di fronte a quest’inferno capitalista: Socialismo o Barbarie. Lottare contro di esso o morire”[9].
Mulan (19 marzo)
[1] E l’esperienza ci mostra quale credito possiamo accordare alle cifre ufficiali in generale e in particolare a quelle relative al nucleare: le bugie, la manipolazione e la sottovalutazione dei pericoli sono la regola d’oro dei dirigenti di tutti i paesi!
[3] Il disastro attuale era stato anche previsto, come riportato da Le Canard Enchaîné del 16 marzo 2011: “Non essendo pazzi, gli otto ingegneri tedeschi d’Areva che lavoravano sul sito della centrale di Fukushima 1 (…) sorpresi dal terremoto, “in piena operazione di una tranche” del reattore numero 4, ,fin dal venerdì sera (11 marzo) erano stati messi al riparo ad una quarantina di chilometri dalla centrale” e poi “richiamati a Francoforte la Domenica, 13 Marzo”.
[4] Fonte: “Inquietante discrezione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”, Le Monde del 19 marzo.
[9] Commenti fatti da un partecipante al nostro forum in lingua francese nel corso della discussione su questa catastrofe.
Gli avvenimenti attuali in Medio Oriente e in Nord Africa sono di importanza storica, con delle conseguenze che non sono ancora del tutto chiare. Tuttavia, è importante sviluppare sull’argomento una discussione che permetterà ai rivoluzionari di elaborare un quadro di analisi coerente. Le osservazioni che seguono non sono il quadro stesso e ancor meno una descrizione dettagliata di ciò che è avvenuto, ma solo qualche punto di riferimento di base per stimolare il dibattito.
1. Mai, dopo il 1848 o il 1917-19, abbiamo assistito ad una tale ondata di rivolte simultanee così ampie. Anche se l’epicentro del movimento era nel Nord Africa (Tunisia, Egitto e Libia, ma anche Algeria e Marocco), le proteste contro i regimi esistenti sono scoppiati anche nella Striscia di Gaza, in Giordania, Iraq, Iran, Yemen, Bahrain e Arabia, mentre un certo numero di regimi repressivi in altri paesi arabi, in particolare la Siria, sono in stato d’allerta. E’ lo stesso per il regime stalinista in Cina. Vi è anche un’eco chiara di proteste nel resto dell’Africa: in Sudan, Tanzania, Zimbabwe, Swaziland .... Si può ancora vedere l'impatto diretto della rivolta nelle manifestazioni contro la corruzione del governo e gli effetti della crisi economica in Croazia, negli striscioni e gli slogan delle manifestazioni degli studenti nel Regno Unito, nelle lotte dei lavoratori nel Wisconsin, Stati Uniti, e senza dubbio in molti altri paesi. Questo non significa che tutti questi movimenti nel mondo arabo sono identici, sia nel loro contenuto di classe, nelle loro rivendicazioni, o nella risposta della classe dominante, ma evidentemente vi è un certo numero di caratteristiche comuni che permettono di parlare di un fenomeno globale.
2. Il contesto storico in cui questi eventi si svolgono è il seguente:
3. La natura di classe di questi movimenti non è uniforme e varia da un paese all'altro e secondo le diverse fasi. Tuttavia, possiamo caratterizzarli complessivamente come movimenti di classi non sfruttatrici, come rivolte sociali contro lo Stato. In generale la classe operaia non è stata alla testa di queste ribellioni, ma ha certamente avuto una presenza e una influenza considerevoli che possono essere percepiti sia nei metodi che nelle forme di organizzazione adottate dal movimento oltre che, in alcuni casi, nello sviluppo specifico di lotte operaie, come gli scioperi in Algeria e soprattutto la grande ondata di scioperi in Egitto che è stata un fattore chiave nella decisione di sbarazzarsi di Mubarak (su cui torneremo più avanti). Nella maggior parte di questi paesi, il proletariato non è l’unica classe oppressa. I contadini ed altri strati provenienti da modi di produzione ancora più antichi, sebbene in gran parte frammentati e rovinati da decenni di declino capitalista, hanno ancora un peso nelle zone rurali. Nelle città, in cui si sono sempre concentrate le rivolte, la classe operaia coesiste con una classe media di grandi dimensioni che è in via di proletarizzazione, ma che ha conservato le sue caratteristiche specifiche e una massa di abitanti delle baraccopoli che sono in parte proletari e in parte piccoli commercianti ed elementi sottoproletari. Anche in Egitto, dove si trova la classe operaia più concentrata e più sperimentata, testimoni oculari nella piazza Tahrir hanno sottolineato che le proteste avevano mobilitato tutte le classi, tranne i livelli più alti della società. In altri paesi, il peso degli strati non proletari è stato molto più forte di quanto non sia nella maggior parte delle lotte dei paesi centrali.
4. Quando si cerca di capire la natura di classe di queste rivolte, dobbiamo evitare due errori simmetrici: da una parte l’identificazione generale di tutte le masse in lotta con il proletariato (la posizione più caratteristica di questa visione è quella del Groupe Communiste Internationaliste), dall’altro, il rifiuto di ciò che può essere positivo nelle rivolte che non sono esplicitamente quelle della classe operaia. La questione posta qui ci riporta ad eventi precedenti, come quelli dell’Iran alla fine degli anni ‘70 quando, ancora una volta, abbiamo assistito ad una rivolta popolare durante la quale, per un certo tempo, la classe operaia è stata in grado di assumere un ruolo di primo piano, anche se in definitiva ciò non è stato sufficiente per impedire il recupero del movimento da parte degli islamisti. Su un livello più storico, il problema della classe operaia, che emerge da un movimento di rivolte che comprende tutte le classi sociali non sfruttatrici ma che, nei loro confronti, ha bisogno di mantenere la sua autonomia di classe, ricorda anche il problema dello Stato nel periodo di transizione tra il capitalismo e il comunismo.
5. Nella rivoluzione russa, la forma di organizzazione in soviet è stata creata dalla classe operaia, ma questa ha anche fornito un modello organizzativo per tutti gli oppressi. Senza perdere il senso della prospettiva - perché c'è ancora un lungo cammino prima di arrivare ad una situazione rivoluzionaria in cui la classe operaia sarà in grado di fornire una chiara direzione politica ad altri strati sociali - possiamo vedere come i metodi di lotta della classe operaia hanno avuto un impatto sulle rivolte sociali nel mondo arabo:
6. Tutte queste esperienze sono un reale trampolino di lancio per lo sviluppo di una coscienza veramente rivoluzionaria. Ma la strada in questa direzione è ancora lunga, ed è costellata da numerose e innegabili illusioni e debolezze ideologiche:
7. La situazione attuale nell’Africa del nord e in Medio Oriente è ancora sotto pressione. Nel momento in cui scriviamo, ci si può aspettare delle proteste a Riad, anche se il regime saudita ha decretato che tutte le manifestazioni sono contrarie alla Sharia. In Egitto e in Tunisia, dove si suppone che la “rivoluzione” abbia già vinto, vi sono scontri permanenti tra manifestanti e lo Stato, ormai “democratico”, che è amministrato da forze che sono più o meno le stesse di quelle che hanno condotto la danza prima della partenza dei “dittatori”. L'ondata di scioperi in Egitto, che ha vinto rapidamente su un buon numero di rivendicazioni, sembra attenuarsi. Ma né la lotta operaia né il movimento sociale più ampio hanno subito dei contraccolpi o delle sconfitte in questo paese e vi sono certamente in Egitto dei segni di un largo dibattito e di una riflessione in corso. Tuttavia, gli avvenimenti in Libia hanno preso una piega del tutto diversa. Ciò che sembra essere iniziato come una vera rivolta di “quelli di sotto”, con dei civili inermi che partivano coraggiosamente all’attacco di caserme militari bruciando i quartier generali dei cosiddetti “Comitati del Popolo”, in particolare nella parte orientale del paese, è stato rapidamente trasformato in una “guerra civile” totale e molto cruenta tra fazioni della borghesia, con le potenze imperialiste in agguato a caccia come predatori con la preda. In termini marxisti, si tratta in realtà di un esempio di trasformazione di una nascente guerra civile - nel suo vero senso di un confronto diretto e violento tra le classi - in una guerra imperialista. L'esempio storico della Spagna del 1936 - nonostante le notevoli differenze nell’equilibrio globale delle forze tra le classi, e nel fatto che la rivolta iniziale contro il golpe di Franco sia stata, inequivocabilmente, di natura proletaria - mostra come la borghesia nazionale e internazionale può davvero intervenire in queste situazioni, sia nel perseguire le sua rivalità tra fazioni, nazionali e imperialiste, sia schiacciando ogni possibilità di rivolta sociale.
8. Il contesto di questa svolta degli avvenimenti in Libia è legato al ritardo estremo del capitalismo libico, che è stato governato per oltre 40 anni dalla cricca di Gheddafi, principalmente attraverso un apparato di terrore, direttamente sotto il suo comando. Questa organizzazione ha frenato lo sviluppo di un esercito in quanto forza capace di porre gli interessi nazionali al di sopra degli interessi di un leader o di una fazione particolari, come è stato viceversa in Tunisia e in Egitto. Al tempo stesso, il paese è lacerato da divisioni tribali e regionali, divisioni che hanno giocato un ruolo chiave in relazione al sostegno o all’opposizione a Gheddafi. Una forma “nazionale” di islamismo sembra anch’esso aver giocato fin dall’inizio un ruolo nella rivolta, anche se la ribellione sia stata in origine più generale e sociale che semplicemente tribale o islamica.
La principale industria libica è quella del petrolio e le turbolenze che hanno attraversato questo paese hanno un effetto molto forte sui prezzi mondiali del petrolio. Ma una parte consistente della forza lavoro impiegata nel settore petrolifero è costituita da immigrati provenienti dall’Europa, dal resto del Medio Oriente, dall’Asia e dall’Africa e, anche se ci sono stati all’inizio dei resoconti di scioperi nel settore, l’esodo di massa dei lavoratori “stranieri” in fuga dai massacri è un segno chiaro che essi si riconoscevano ben poco in una “rivoluzione” che marciava dietro la bandiera nazionale. In realtà, vi sono state segnalazioni di persecuzioni di lavoratori neri da parte delle forze “ribelli”, in conseguenza delle voci insistenti sui mercenari reclutati dal regime per schiacciare le proteste degli Stati africani, cosa che ha gettano il sospetto su tutti gli immigrati neri. La debolezza della classe operaia in Libia è quindi un elemento cruciale nell’evoluzione negativa della situazione in quel paese.
9. Una prova evidente che la “ribellione” è diventata una guerra tra campi borghese è fornita dalla diserzione molto precoce dal regime di Gheddafi di molti alti funzionari, tra cui degli ambasciatori stranieri, ufficiali dell’esercito e della polizia e funzionari vari. I comandanti militari hanno, in particolare, provveduto a “regolarizzare” le forze armate anti-Gheddafi. Ma forse il segno più evidente di questo cambiamento è stato la decisione della maggior parte della “comunità internazionale” di porsi dalla parte dei “ribelli”. Il Consiglio Nazionale di Transizione, con sede a Bengasi, è stato già riconosciuto dalla Francia come la voce della nuova Libia. E un piccolo intervento militare ha già preso forma con l’invio di “consiglieri” per aiutare le forze anti-Gheddafi. Essendo già intervenuti diplomaticamente per accelerare la partenza di Ben Ali e di Mubarak, gli Stati Uniti, Gran Bretagna ed altre potenze sono state incoraggiate dall’iniziale vacillamento del regime di Gheddafi. William Hague[1], ad esempio, ha prematuramente annunciato che Gheddafi era in rotta verso il Venezuela. Quando le forze di Gheddafi hanno cominciato a riprendere il sopravvento, le voci per imporre una no-fly zone o per utilizzare altre forme di intervento militare diretto sono diventate più forti. Tuttavia, al momento in cui scriviamo, sembrano esserci profonde divisioni all’interno dell’UE e della NATO, con la Gran Bretagna e la Francia più fortemente favorevoli ad una azione militare, e gli Stati Uniti e la Germania più reticenti. L’amministrazione Obama non è ovviamente contraria, in principio, a un intervento militare, ma non ha alcuna intenzione di esporsi al pericolo di essere trascinati in un altro pantano senza vie d’uscita nel mondo arabo. E’ anche possibile che alcune parti della borghesia mondiale si chiedano se il terrore di massa impiegato da Gheddafi non sia un “rimedio” per scoraggiare ulteriori agitazioni nella regione. Una cosa è certa tuttavia: gli avvenimenti libici, e anche tutto lo sviluppo della situazione nella regione, hanno rivelato l'ipocrisia grottesca della borghesia mondiale. Dopo aver insultato per anni la Libia di Gheddafi come un focolaio del terrorismo internazionale (cosa che era sicuramente), i leader dei paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che avevano difficoltà a giustificare la loro posizione in merito alla presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, si sono rifatti con la decisione di Gheddafi, nel 2006, di gettare a mare le sue armi di distruzione di massa. Tony Blair, in particolare, aveva mostrato una fretta indecente abbracciando l’ex “capo terrorista pazzo”. Solo qualche anno più tardi Gheddafi è diventato di nuovo un “leader terrorista pazzo” e coloro che l’hanno sostenuto devono adesso affrettarsi a prendere le distanze da lui. E questa non è che una nuova versione della stessa storia: quasi tutti i “dittatori arabi”, di ieri o di oggi, hanno beneficiato dell’appoggio leale degli Stati Uniti e di altre potenze che finora hanno mostrato poco interesse per le aspirazioni democratiche del popolo di Tunisia, Egitto, Bahrein o dell’Arabia. Lo scoppio di proteste di piazza, innescate dall’aumento dei prezzi e dalla penuria di beni di prima necessità e, in certi casi, violentemente represse, che si sono scagliate contro il governo dell'Iraq, imposto dagli Stati Uniti, ivi compresi gli attuali leader del Kurdistan iracheno, rivela ancor più la vacuità delle promesse fabbricate dall’“Occidente democratico”.
10. Alcuni anarchici internazionalisti della Croazia (almeno prima che cominciassero a partecipare alle manifestazioni in corso a Zagabria e altrove) sono intervenuti su libcom.org per sostenere che gli avvenimenti nel mondo arabo si sono presentati ai loro occhi come una ripetizione degli eventi dell’Europa dell’est del 1989, nel corso dei quali tutte le aspirazioni di cambiamento sono state deviate sulla falsa via della “democrazia”, strada che non comporta nessun vantaggio per la classe operaia. Questa è una preoccupazione più che legittima, data la forza evidente delle mistificazioni democratiche in questo nuovo movimento. Manca tuttavia la differenza essenziale tra i due momenti storici, soprattutto a livello della configurazione delle forze di classe a livello mondiale. Nel momento del crollo del blocco dell’Est, la classe operaia nei paesi occidentali avevano raggiunto i limiti di un periodo di lotte che non erano state in grado di svilupparsi sul piano politico. Il crollo del blocco dell’Est, con le sue campagne sulla morte del comunismo, la fine della lotta di classe e l’incapacità della classe operaia dell’Est di rispondere sul suo terreno di classe, hanno contribuito a immergere la classe operaia internazionale in un lungo periodo di declino. Allo stesso tempo, benché i regimi stalinisti siano stati in realtà le vittime della crisi economica globale, all’epoca ciò era ben lontano dall’essere evidente e vi erano ancora ampi margini di manovra nelle economie occidentali per alimentare l’impressione che una nuova era si apriva per il capitalismo mondiale. La situazione oggi è molto diversa. La natura mondiale della crisi del capitalismo non è mai stata così chiara, rendendo molto più facile per i lavoratori del mondo intero capire che, in sostanza, sono tutti confrontati con gli stessi problemi: disoccupazione, aumento dei prezzi ed assenza di qualsiasi prospettiva in questo sistema. E nel corso degli ultimi sette o otto anni abbiamo assistito a una ripresa, lenta ma reale, delle lotte operaie in tutto il mondo, di lotte generalmente dirette da una nuova generazione di proletari meno marcata dai fallimenti degli anni 1980 e 1990, e da cui si produce una minoranza sempre più folta di elementi politicizzati, ancora una volta a livello mondiale. Alla luce di queste profonde differenze, vi è una possibilità reale che gli avvenimenti nel mondo arabo, lungi dall’avere un impatto negativo sulla lotta di classe nei paesi centrali, siano integrati nel suo sviluppo futuro:
CCI (11 marzo)
Tradotto da What is happening in the Middle East? [171], ICConline [172] in lingua inglese.
[1] Ministro degli esteri britannico.
Gli avvenimenti che si svolgono in Libia sono estremamente difficili da seguire. Ma una cosa è chiara: la popolazione da settimane soffre per la repressione. Sta conoscendo paura e incertezza. Forse migliaia di persone sono morte, all’inizio per mano dell’apparato repressivo del regime ma adesso perché accerchiate tra due fuochi, poiché il governo e l’opposizione si battono per il controllo del paese.
Ma per quale motivo stanno morendo? Da un lato, per mantenere il controllo di Gheddafi sullo Stato e dall’altro perché il Consiglio Nazionale Libico (quello che si è autoproclamato “la voce della rivoluzione”) possa controllare l’insieme del paese. La classe operaia in Libia, e al di là della Libia, si vede chiamata a scegliere tra due gruppi di gangster. In Libia le si dice che deve schierarsi in maniera attiva in questa crescente guerra civile tra due parti rivali della borghesia libica per il controllo dello Stato e dell’economia. Nel resto del mondo, noi veniamo incoraggiati a sostenere la coraggiosa lotta dell’opposizione. I lavoratori non hanno nessun interesse a sostenere né l’una né l’altra di queste due fazioni.
Gli avvenimenti in Libia sono cominciati come una manifestazione di massa contro Gheddafi, ispirata dai movimenti in Egitto ed in Tunisia. Ciò che ha causato l’esplosione di rabbia in numerose città è stata la brutale repressione delle prime manifestazioni. Secondo il giornale The Economist del 26 febbraio, la scintilla iniziale è stata la manifestazione di una sessantina di giovani a Bengasi, il 15 febbraio. Manifestazioni simili hanno avuto luogo in altre città e tutte sono state accolte da pallottole. Di fronte all’assassinio di molte decine di giovani, migliaia di gente è scesa nelle strade per dare battaglia alle forze dell’ordine dello Stato. Nel corso di queste lotte ci sono state azioni di grande coraggio. Saputo che i mercenari erano sbarcati all’aeroporto, la popolazione di Bengasi è andata in massa fino all’aeroporto e ne ha preso il controllo, nonostante le perdite pesanti. In un’altra azione, dei civili hanno requisito bulldozer ed altri veicoli ed hanno preso d’assalto una caserma molto ben armata.
La popolazione in altre città ha respinto le forze di repressione dello Stato. Il regime ha risposto aumentando la repressione, ma ciò ha portato alla divisione in larghi settori delle forze armate dove soldati e ufficiali si sono rifiutati di eseguire l’ordine di uccidere i manifestanti. Un soldato semplice ha ucciso il comandante che gli ordinava di sparare per uccidere. Dunque, inizialmente, questo movimento sembra essere stata una vera esplosione di rabbia popolare, in particolare da parte della gioventù urbana, di fronte alla repressione brutale e all’aggravarsi della miseria economica.
Perché le cose hanno preso una piega così diverso in Libia?
L’aggravamento della crisi economica ed un rifiuto crescente di accettare la repressione è stato il contesto più ampio per i movimenti in Tunisia, in Egitto ed altrove, in Medio Oriente ed in Africa del Nord. La classe operaia e la popolazione in generale hanno subito anni di povertà e di sfruttamento brutale, mentre, nello stesso tempo, la classe dirigente accumulava ricchezze immense.
Ma perché la situazione in Libia è così diversa da quella della Tunisia e dell’Egitto? In questi due paesi, anche se c’era la repressione, lo strumento principale utilizzato per controllare il malcontento sociale è stato la democrazia. In Tunisia, le manifestazioni crescenti della classe operaia e della popolazione contro la disoccupazione sono state deviate in una notte verso il vicolo cieco di sapere chi avrebbe sostituito Ben Ali. Sotto la direzione dell’esercito americano, l’esercito tunisino ha chiesto al presidente di levare le tende. C’è voluto un po’ più tempo in Egitto per ottenere che Mubarak facesse la stessa cosa, ma la stessa sua resistenza ha permesso di assicurarsi che questo malcontento si focalizzasse sulla volontà di sbarazzarsi di lui. Fatto importante, una delle cose che lo ha finalmente spinto ad andarsene è stato lo scoppio dello sciopero che reclamava migliori condizioni di vita e migliori salari. Questo ha mostrato che i lavoratori, pur avendo partecipato alle massicce manifestazioni contro il governo, non avevano dimenticato i loro propri interessi e non erano pronti a metterli da parte per dare, per così dire, una chance alla democrazia.
In Egitto ed in Tunisia, l’esercito è la spina dorsale dello Stato e questo è stato capace di mettere gli interessi del capitale nazionale al di sopra degli interessi particolari delle diverse cricche. In Libia l’esercito non ha lo stesso ruolo. Il regime di Gheddafi ha, per decenni, deliberatamente mantenuto debole l’esercito, come pure tutte le altre parti dello Stato che potevano costituire una base di potere per i suoi rivali. “Gheddafi ha tentato di mantenere i soldati in stato di debolezza, per evitare che essi potessero rovesciarlo, come ha rovesciato il re Idris” ha dichiarato Paul Sullivan, un esperto di politica nordafricana, della National Defense University di Washington. Il risultato è “un esercito taccagno gestito da ufficiali mal formati che stanno sul filo del rasoio, non completamente stabili sul piano personale, e con numerose armi che aleggiano tutt’intorno” (www.bloomberg.com [173], 2 marzo). Ciò significa che la sola risposta del regime ad ogni malcontento sociale è la repressione allo stato puro.
La brutalità della risposta dello Stato ha prodotto nella classe operaia una fiammata di rabbia disperata alla vista del massacro dei suoi figli. Ma i lavoratori che si sono uniti alle manifestazioni l’hanno fatto in gran parte come individui: nonostante il grande coraggio che è stato necessario per resistere alle armi pesanti di Gheddafi, i lavoratori non sono stati in grado di far valere i loro interessi di classe.
In Tunisia, come abbiamo detto, il movimento è cominciato all’interno della classe operaia e tra i poveri contro la disoccupazione e la repressione. In Egitto, il proletariato è entrato nel movimento dopo avere partecipato, in questi ultimi anni, a diverse ondate di lotte e questa esperienza gli ha dato fiducia nella capacità di difendere i propri interessi. L’importanza di questo è stata dimostrata quando, alla fine delle manifestazioni, è scoppiata un’ondata di scioperi.
Il proletariato libico è entrato nel conflitto attuale in una posizione di debolezza. Ci sono stati dei comunicati su di uno sciopero in un campo petrolifero. Ma è impossibile dire se ci sono state altre espressioni dell’attività della classe operaia. Forse si, ma resta il fatto che il proletariato, come classe, è più o meno assente. Ciò significa che la classe operaia è stata, sin dall’inizio, più vulnerabile a tutti i veleni ideologici secreti da una situazione di caos e di confusione.
La comparsa della vecchia bandiera monarchica e la sua accettazione in pochi giorni come simbolo della sommossa, è il segno della profondità di questa debolezza. Questa bandiera ha sventolato mentre si sentiva lo slogan nazionalistico “Una Libia libera”. Ci sono state anche espressioni di tribalismo, con l’appoggio o l’opposizione al regime di Gheddafi, determinate in alcuni casi da interessi regionali o tribali. Capi tribali hanno utilizzato ed utilizzano ancora la loro autorità per mettersi alla testa della ribellione. Sembra esserci anche una forte presenza dell’islamismo con il canto “Allah Akbar”[1] che si sente in numerose manifestazioni.
Questo pantano ideologico ha esasperato una situazione in cui decine, se non centinaia di migliaia di lavoratori stranieri hanno sentito la necessità di fuggire dal paese. Perché dei lavoratori stranieri avrebbero dovuto sfilare dietro una bandiera nazionale, poco importa il suo colore? Un vero movimento proletario avrebbe integrato sin dall’inizio i lavoratori stranieri perché le rivendicazioni sarebbero state comuni: migliori salari, migliori condizioni di lavoro e la fine della repressione per tutti i lavoratori. I proletari si sarebbero uniti perché la loro forza è la loro unità, indipendentemente dalla nazione, la tribù o la religione.
Gheddafi ha fatto pieno uso di tutto questo veleno per provare ad ottenere il sostegno dei lavoratori e della popolazione contro la presunta minaccia che peserebbe sulla sua “rivoluzione”: gli stranieri, il tribalismo, l’islamismo, l’Occidente…
In attesa di un nuovo regime
La maggioranza della classe operaia detesta il regime. Ma il vero pericolo per la classe operaia, estremamente grave, è essere trascinata dietro “l’opposizione”. Questa opposizione, con il nuovo “Consiglio Nazionale” che assume sempre più una posizione di leadership, è un conglomerato di diverse frazioni della borghesia: gli ex membri del regime, i monarchici, ecc., come pure capi tribali e religiosi. Tutti hanno tratto vantaggio dal fatto che questo movimento non ha una direzione proletaria indipendente per imporre la loro volontà di sostituire la direzione di Gheddafi dello Stato libico.
Il Consiglio Nazionale è chiaro sul suo ruolo: “L’obiettivo principale del Consiglio Nazionale è avere un volto politico … per la rivoluzione”, “Aiuteremo a liberare altre città libiche, in particolare Tripoli, grazie al nostro esercito nazionale, alle nostre forze armate, di cui una parte ha annunciato il suo sostegno al popolo”, “Una Libia divisa è impensabile” (Reuters Africa del 27 febbraio, https://www.reuters.com?edition-redirect=af [174]). In altri termini, il suo scopo è mantenere la dittatura capitalista attuale, ma con un volto diverso.
Tuttavia, l’opposizione non è unita. L’ex ministro della giustizia di Gheddafi, Mohamed Mustafa Abud Ajleil, ha annunciato la formazione di un governo provvisorio, con sede a Al-Baida, alla fine di febbraio, con il sostegno di alcuni ex diplomatici. Questa iniziativa è stata respinta dal Consiglio Nazionale la cui sede è a Bengasi.
Ciò mostra che nell’opposizione ci sono divisioni profonde che esploderanno inevitabilmente, sia che riescano a sbarazzarsi di Gheddafi, sia che questi “leader” finiscano per litigare tra loro per salvare la pelle nel caso in cui Gheddafi riuscisse a restare al potere.
Il Consiglio Nazionale mostra il suo volto migliore al pubblico. È diretto da Ghoga, un famoso avvocato dei Diritti dell’Uomo e non è quindi troppo compromesso da legami con il “vecchio regime”, contrariamente a Ajleil. Il che è decisamente meglio per riuscire a vendere questa banda alla popolazione. I mass media hanno parlato molto dei comitati che sono nati nelle città e nelle regioni in cui Gheddafi ha perso il controllo. Un buon numero di questi comitati sembra sia stato auto-proclamato dai dignitari locali, ed anche se alcuni di questi comitati erano espressione diretta della rivolta popolare sembra che essi siano stati trascinati nel quadro statale borghese del Consiglio Nazionale. Lo sforzo del Consiglio per metter su un esercito nazionale significa la stessa morte e distruzione per la classe operaia e l’insieme della popolazione che se questo esercito fosse al fianco delle forze di Gheddafi. La fraternizzazione sociale che ha inizialmente contribuito a scalzare gli sforzi repressivi del regime è stata rapidamente sostituita da battaglie inquadrate su di un fronte puramente militare, mentre la popolazione è chiamata a fare sacrifici per assicurasi che l’Esercito Nazionale possa battersi.
La trasformazione dell’opposizione borghese in un nuovo regime è accelerata dal sostegno sempre più aperto delle grandi potenze: gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia, ecc. I gangster imperialisti prendono ora le distanze dal loro vecchio amico Gheddafi in modo tale da poter avere una certa influenza su una eventuale nuova equipe che arriva al potere. Il sostegno andrà a quelli che si inscrivono nella difesa degli interessi imperialisti delle grandi potenze.
Quella che è iniziata come risposta disperata alla repressione da parte della maggioranza della popolazione è stata presto utilizzata dalla classe dirigente in Libia ed all’estero per i propri fini. Un movimento che è cominciato come uno sforzo pieno di furia e di rabbia per fermare il massacro dei giovani è finito con un altro massacro e bagno di sangue, ma ora, in nome di una “Libia libera”. Il proletariato della Libia e di qualsiasi altro paese non può rispondere che aumentando la sua determinazione a non lasciarsi trascinare in lotte sanguinarie tra le frazioni della classe dirigente in nome della democrazia o di una nazione libera. Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, se Gheddafi si aggrappa al potere, il sostegno internazionale all’opposizione sarà sempre più forte. E se lui se ne va ci sarà una campagna altrettanto assordante sul trionfo della democrazia, il potere del popolo e la libertà.
In tutti e due i casi i lavoratori saranno chiamati a identificarsi con il volto democratico della dittatura del capitalismo.
Phil (5 marzo 2011)
[1] “… Allāh Akbar, ovvero: “Dio è il più grande”. È un’espressione che, nella religione musulmana, è spesso usata nel richiamo da parte del muezzin per ricordare ai fedeli l'inizio del periodo d'elezione utile ad assolvere l'obbligo della preghiera canonica (salat). L'espressione è impiegata anche prima dell'effettiva esecuzione della salat, oltre che in altre occasioni non religiose in cui si voglia ostentare la propria fede islamica in Dio (da wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Takb%C4%ABr [175])
La prima parte di questa Breve cronologia della lotta in Francia contro la riforma delle pensioni [156] illustrava gli avvenimenti che si sono svolti tra il 23 marzo e il 19 ottobre 2010. Essa si concludeva provvisoriamente con queste poche frasi:
“Il movimento si sviluppa da 7 mesi. La collera è immensa. Le rivendicazioni contro la riforma tendono a passare in secondo piano: i mezzi di informazione riconoscono che il movimento si ‘politicizza’. E’ tutta la miseria, la precarietà, lo sfruttamento, ecc., che vengono apertamente rigettati. Anche la solidarietà tra i differenti settori cresce. Ma, al momento, la classe operaia non arriva a prendere realmente nelle sue mani le SUE lotte. Essa lo spera sempre più, ci prova qui e là con tentativi minoritari, diffida in maniera crescente dell’intersindacale, non riesce ancora ad organizzarsi realmente come contro il CPE nel 2006. La classe operaia sembra ancora aver poca fiducia in se stessa. Lo sviluppo futuro della lotta ci dirà se questa volta arriverà a superare questa difficoltà. Altrimenti sarà per la prossima volta! Il presente è ricco di promesse per l’avvenire delle lotte.»
Allora, come è finito il movimento?
Dal 19 ottobre …
La questione del blocco delle raffinerie a partire dalla metà di ottobre è al centro dei dibattiti.
I mezzi di informazione e i politici indirizzano i loro proiettori sulla penuria di benzina, sulla «galera degli automobilisti» e il braccio di ferro tra quelli che bloccano e le forze dell’ordine. In tutte le Assemblee Generali (AG) (sindacali e non), i dibattiti girano quasi esclusivamente intorno alle questioni “come aiutare i lavoratori delle raffinerie?... Come esprimere la nostra solidarietà?... Noi cosa possiamo bloccare a nostra volta?” … E nei fatti alcune decine di lavoratori di tutti i settori, di disoccupati, di precari, di pensionati, si recano ogni giorno davanti alle porte delle 12 raffinerie paralizzate, per “fare numero” di fronte ai celerini (CRS), portare cestini di cibo agli scioperanti, un po’ di soldi e del calore morale.
Questo slancio di solidarietà è un elemento importante, perché rivela ancora una volta la natura profonda della classe operaia.
Ciononostante, malgrado la determinazione e la buona volontà degli scioperanti e dei loro sostenitori, in generale questi blocchi non favoriscono lo sviluppo del movimento di lotta, ma la sua decrescita. Perché?
Questi blocchi sono stati cominciati e sono controllati completamente, passo per passo, dalla CGT (principale sindacato francese). Non c’è praticamente nessuna AG che permetta ai lavoratori delle raffinerie di discutere collettivamente. E quando un’assemblea si tiene comunque, essa non è aperta agli altri lavoratori; questi ‘estranei’ giunti a partecipare ai picchetti non sono invitati a venire a discutere e ancor meno a partecipare alle decisioni. Gli è addirittura vietata l’entrata! La CGT vuole evidentemente una solidarietà … platonica … e basta! Nei fatti, sotto la copertura di un’azione ‘forte e radicale’, la CGT organizza l’isolamento dei combattivi lavoratori delle raffinerie.
D’altra parte i picchetti sono ‘fissi’ e non ‘volanti’, come invece sarebbe stato necessario organizzarli per trascinare un massimo di lavoratori nella lotta, andando di fabbrica in fabbrica, per creare discussioni, AG spontanee, ecc. E’ esattamente questo genere di estensione che i sindacati non vogliono!
21 ottobre
Alla vigilia delle vacanze i principali sindacati dei liceali e degli studenti universitari (l’UNL, la Fidl e l’Unef) invitano a manifestare. Questo corrisponde al fatto che la collera dei giovani è sempre più forte. Ed effettivamente ci sono diverse migliaia di giovani che scendono in strada quel giorno.
Dal 22 al 27 ottobre
Il testo della legge sulle pensioni supera tutte le tappe della “democrazia”, dal senato alla camera.
28 ottobre
Nuova giornata di mobilitazione indetta dall’intersindacale. 1,2 milioni di partecipanti, quasi tre volte meno della manifestazione precedente del 19 ottobre. La decrescita è brutale e la rassegnazione comincia a guadagnare terreno.
In più questa giornata d’azione si svolge nel pieno delle vacanze scolastiche. I liceali, che avevano cominciato ad aggiungersi al movimento (e che sono stati violentemente repressi dappertutto[1]), sono quindi largamente assenti.
Fino ad allora i sindacati avevano fatto di tutto per, da un lato, ridurre il numero delle AG, dall’altro chiudere agli altri settori. Ma nel momento in cui il movimento comincia il suo riflusso essi tentano di organizzare degli “incontri nazionali” delle diverse organizzazioni interprofessionali. L’appello di questi “sindacalisti unitari” osa anche affermare:
“La lotta contro la riforma delle pensioni arriva ad un momento decisivo. Mentre il governo e i mezzi di informazione annunciano la fine della mobilitazione, in tutto il paese si svolgono azioni di blocco e di solidarietà, in un quadro intercategoriale e spesso organizzate a partire da Assemblee Generali intercategoriali. Tuttavia, oltre questa organizzazione a livello locale, ci sono poche o nessuna comunicazione tra le AG intercategoriali, per coordinarsi su una scala più larga. Ora, se noi vogliamo fermare la politica del governo, bisognerà organizzarsi da prima e coordinare le nostre azioni. Per i lavoratori, i disoccupati, i giovani e i pensionati che si sono mobilitati occorre darsi uno strumento per organizzare le proprie lotte oltre la dimensione locale. E’ perciò che l’Assemblea Generale di Tours, riunita il 28 ottobre 2010, si propone di organizzare e di accogliere un incontro intercategoriale di delegati delle Assemblee Generali che si tengono in tutto il paese.”[2]
E’ una mascherata. Quegli stessi che non hanno smesso di dividerci ci chiedono ora, dopo la battaglia, di “organizzarci da prima e coordinare le nostre azioni”. Loro, che ci hanno strappato intenzionalmente la NOSTRA lotta, chiamano ora i lavoratori, dopo la battaglia, a “organizzare la loro propria lotta”. Alcuni partecipanti ad Assemblee Generali Intercategoriali non sindacali (come quella della Stazione dell’est a Parigi) e dei militanti della CCI sono andati a questo “incontro nazionale”. Tutti hanno sottolineato la manipolazione sindacale, il blocco dei dibattiti e l’impossibilità di mettere in discussione il bilancio dell’azione dell’intersindacale. Il NPA (Nuovo Partito Anticapitalista) e Alternativa Libertaria (due gruppi gauchiste, l’uno ‘trotzkista’, l’altro ‘anarchico’), sembrano molto attivi in questo coordinamento nazionale.
6 novembre
Sono ormai otto mesi che questo tipo di manifestazioni si succedono l’una all’altra. Tuttavia più nessuno crede alla possibilità di un ritiro, anche parziale, dell’attacco. Lo prova la profondità della collera! I lavoratori non lottano più contro questo specifico attacco, ma per esprimere il loro malcontento generalizzato di fronte all’impoverimento.
10 novembre
La legge è votata e pubblicata. L’intersindacale chiama immediatamente a una nuova mobilitazione il … 23 novembre! E ancora, per essere sicura di sotterrare definitivamente questo movimento, l’intersindacale propone una giornata di “azioni multiformi”. Concretamente, non viene data nessuna indicazione nazionale. Ogni dipartimento, ogni sezione sindacale, ogni settore fa il “tipo di azione” che gli piace.
23 novembre
Manifestano solo poche migliaia di persone. A Parigi, i sindacati orchestrano una “azione simbolica”: fare più volte il giro del Palazzo Brongniard, sede della Borsa con lo slogan “Accerchiamo il capitale”. L’obiettivo è raggiunto: è un fiasco scoraggiante. Questa giornata è anche ribattezzata “la manifestazione per niente”. In queste condizioni, la presenza di 10.000 manifestanti a Tolosa denota che la collera comunque esiste, cosa che è promettente per l’avvenire e per le lotte future. La classe operaia non esce battuta, demoralizzata, spossata da questo lungo movimento. Al contrario, lo stato di spirito dominante sembra essere “vedremo la prossima volta”.
Conclusione
Questo movimento contro la riforma delle pensioni, con le sue manifestazioni di massa, è quindi finito. Ma il processo di riflessione, invece, non fa che cominciare.
In apparenza questa lotta è una sconfitta, il governo non ha fatto marcia indietro. Ma nei fatti è un passo avanti ulteriore della nostra classe. Le minoranze che sono sorte e che hanno provato a raggrupparsi, a discutere in AG intercategoriali o in assemblee popolari per strada, queste minoranze che hanno provato a prendere le lotte nelle loro mani, diffidando come della peste dei sindacati, rivelano la riflessione che matura in profondità in tutte le teste operaie.
Questa riflessione continuerà a fare la sua strada e porterà, alla fine, i suoi frutti.
Non vogliamo dire che si tratta di aspettare, a braccia incrociate, che il frutto maturo cada dall’albero. Tutti quelli che hanno coscienza che il futuro sarà fatto di ignobili attacchi del capitale, di una pauperizzazione crescente e di lotte necessarie, devono operare per preparare le lotte future. Dobbiamo continuare a dibattere, a discutere, a tirare le lezioni di questo movimento e a diffonderle il più rapidamente possibile. Quelli che hanno cominciato a tessere dei legami di fiducia e di fratellanza in questo movimento, nei cortei e nelle AG, devono continuare a vedersi (in Circoli di discussione, Comitati di lotta, Assemblee popolari o “luoghi di discussione” …), perché ci sono molte questioni aperte:
CCI (6 dicembre)
Annesso
Una parte di quelli che si riunivano nella AG “Gare de l’est – Ile de France”[3] (stazione ferroviaria di Parigi) continuano a riunirsi e cercano di tirare un bilancio generale del movimento. Hanno tra l’altro prodotto il testo che riproduciamo qui di seguito:
Loro preparano il 2012
Noi prepariamo lo sciopero di massa
Siamo lavoratori e precari della AG intercategoriale della Gare de l’est e IDF
Dall’inizio di settembre siamo stati in milioni a manifestare e a migliaia a scendere in sciopero a tempo indeterminato in certi settori (raffinerie, trasporti, scuola, licei,…) o a partecipare ai blocchi.
Noi avremmo “vinto la battaglia dell’opinione pubblica”
Il governo, da parte sua, ha vinto la battaglia delle pensioni
Oggi tutti ci dicono che la lotta è finita. Noi avremmo “vinto la battaglia dell’opinione pubblica”. Tutto sarebbe concluso e, rassegnati, non ci resterebbe che aspettare il 2012. Come se ora la sola soluzione fossero le elezioni. Non c’è bisogno di attendere il 2012 per “l’alternanza”. Oggi sono i partiti di sinistra che sferrano gli attacchi contro i lavoratori, in Grecia come in Spagna. Non ci possiamo aspettare niente di buono dalle elezioni.
La crisi del capitalismo è sempre là
Gli attacchi continuano e diventeranno più violenti
Dobbiamo prepararci fin da ora a far fronte ai prossimi attacchi e a quelli che proseguono come le migliaia di licenziamenti e le soppressioni di posti. L’attacco alle pensioni è solo l’albero che nasconde la foresta. Anche chiederne il ritiro non poteva essere che l’esigenza minima. Ma non avrebbe potuto bastare. Dall’inizio della crisi è questo governo al servizio del padronato che rovina le nostre condizioni di vita e di lavoro mentre regala miliardi di euro alla banche e alle imprese private.
Mentre centinaia di migliaia di lavoratori anziani sopravvivono con meno di 700 euro al mese, e centinaia di migliaia di giovani vivacchiano con il RSA[4], quando pure ce l’hanno, vista la mancanza di lavoro. Per milioni di noi il problema cruciale è già quello di poter mangiare, avere una casa, curarsi. Con l’aggravamento della crisi, quello che affligge la maggioranza di noi è la pauperizzazione.
Parlare in queste condizioni di “perennità delle pensioni” come fa l’intersindacale, mentre il capitalismo in piena putrefazione rimette in causa tutte le nostre condizioni di vita e di lavoro, significa disarmarci di fronte alla borghesia.
La classe capitalista fa una guerra sociale contro i lavoratori di tutti i paesi
E’ a scala internazionale che i capitalisti portano i loro attacchi contro le classi operaie. Sono i colossi finanziari e industriali (BNP, AXA, Renault,…) che ci spogliano e vogliono schiacciarci. In Grecia non ci sono quasi più rimborsi per le spese mediche. In Inghilterra ci sono più di 500.000 licenziamenti di impiegati pubblici. In Spagna si cancellano i contratti di lavoro.
Come noi, i lavoratori di Grecia, Spagna, Portogallo, sono confrontati agli stessi attacchi e lottano per difendersi, anche se non sempre si riesce a far retrocedere i nostri rispettivi governi e padronati.
Comunque siamo ancora in centinaia di migliaia a non accettare questi risultati e a conservare una profonda collera, una rivolta intatta. Perché siamo arrivati a questo? Perchè la nostra combattività e la nostra mobilitazione non hanno potuto piegare i padroni e il loro Stato?
Per far indietreggiare questo governo e i capitalisti, dobbiamo sviluppare una lotta di classe
Fin dall’inizio avremmo dovuto appoggiarci sui settori in sciopero e non limitare il movimento alla sola rivendicazione sulle pensioni mentre allo stesso tempo continuano i licenziamenti, le soppressioni di posti, la cancellazione dei servizi pubblici, le riduzioni di salario. E’ questo che avrebbe potuto permettere di spingere altri lavoratori nella lotta ed estendere il movimento di sciopero unificandolo.
Solo uno sciopero di massa che si organizza localmente e che si coordina a livello nazionale, attraverso comitati di sciopero, assemblee generali intercategoriali, comitati di lotta, per far sì che noi decidiamo da soli le rivendicazioni e i mezzi di azione che ci permettono di controllare il movimento, può avere una possibilità di vittoria.
Lasciare la direzione delle lotte all’intersindacale…
L’intersindacale non ha mai provato ad andare in questa direzione. Al contrario, ha convocato due nuove giornate di azione il 28 ottobre e il 6 novembre, mentre i settori in sciopero a tempo indeterminato cominciavano a mollare. Limitare il movimento di sciopero prolungato ad alcuni settori e alle sole pensioni non poteva che ostacolare il movimento di sciopero. Ecco perchè non siamo stati capaci di far indietreggiare il governo.
Potevamo aspettarci niente di diverso da uno Chérèque (CFDT) che difendeva i 42 anni di contributi, o ancora da un Thibault (CGT) che non ha mai richiesto il ritiro della legge? E non è certo il falso radicalismo di un Mailly (FO), che stringe la mano di Aubry nelle manifestazioni, mentre il PS votava i 42 anni di contributi, che apre un’altra prospettiva. Quanto a Solidaires/Sud-Rail, questo non proponeva che seguire la CGT. Nessuno tra questi voleva l’organizzazione indipendente dei lavoratori per poterci difendere e passare all’offensiva.
Così si sono messi alla testa delle lotte e hanno cavalcato il cavallo dello sciopero prolungato per non farsi scavalcare; in ogni caso nessuno di voleva far indietreggiare questo governo. Durante tutto il movimento l’intersindacale non ha cercato altro che di presentarsi come un interlocutore responsabile nei confronti del governo e del padronato, al fine di “far ascoltare il punto di vista delle organizzazioni sindacali nella prospettiva di definire un insieme di misure giuste ed efficaci per assicurare la perennità del sistema pensionistico per ripartizione” nel quadro “di un largo dibattito pubblico e una vera concertazione a monte”.
Ma che dialogo può avere l’intersindacale con questo governo che carica gli infermieri anestesisti, i liceali, sgombera i lavoratori dalle raffinerie ed espelle i Rom e i lavoratori senza permesso di soggiorno, se non per negoziare la ritirata come nel 2003, 2007 e 2009? Sono anni che hanno fatto la scelta di collaborare con il padronato e il loro Stato per gestire la crisi.
… significa finire alla mensa popolare
Impedire la miseria generalizzata in cui le classi dirigenti vogliono spingerci, dipende dalla nostra capacità a sviluppar una lotta di classe per riprenderci le ricchezze prodotte e i mezzi di produzione per soddisfare i bisogni di tutta la popolazione invece di quelli di una piccola minoranza.
Noi non dobbiamo esitare a rimettere in causa la proprietà privata delle industrie, della finanza e della grande proprietà finanziaria. Per impegnarci su questa strada non dobbiamo avere fiducia se non nella nostra forza. E certamente non nei partiti di sinistra (PS, PCF, PG…) che non hanno mai messo in discussione la proprietà privata e i cui omologhi sono quelli che portano attualmente gli attacchi contro i lavoratori in Spagna e in Grecia.
In questa lotta i lavoratori devono difendere gli interessi di tutti gli sfruttati, compreso i piccoli contadini, pescatori, piccoli artigiani, piccoli commercianti, che sono ridotti in miseria con la crisi del capitalismo. Che noi siamo salariati, disoccupati, precari, lavoratori con o senza permesso di soggiorno, sindacalizzati o non, e quale che sia la nostra nazionalità, siamo tutti nella stessa barca.
Nous ne devrons pas hésiter à remettre en cause la propriété privée industrielle, financière et la grande propriété foncière. Pour nous engager dans cette voie, nous ne devons avoir confiance que dans notre propre force. Et certainement pas dans les partis de la gauche (PS, PCF, PG…) qui n’ont jamais remis en cause la propriété privée et dont les homologues mènent actuellement l’offensive contre les travailleurs en Espagne et en Grèce.
Dans cette lutte, les travailleurs doivent défendre les intérêts de tous les exploités y compris les petits paysans, marins pêcheurs, petits artisans, petits commerçants, qui sont jetés dans la misère avec la crise du capitalisme. Que nous soyons salariés, chômeurs, précaires, travailleurs avec ou sans papiers, syndiqués ou non et ce cela quelque soit notre nationalité, nous sommes tous dans le même bateau.
[1] Leggere per esempio la testimonianza [176] in lingua francese) di un nostro lettore che ha vissuto dall’interno le cariche e i colpi dei CRS.
[3] Per contatti scrivere a: [email protected] [178]
Ministri ed ambasciatori libici hanno scelto di abbandonare la nave di questo folle potere e dimettersi. Dei piloti di aerei da caccia che avevano l’ordine di bombardare la folla hanno preferito dirottare i loro aerei verso Malta per chiedere asilo politico e soldati che avevano ricevuto l’ordine di mitragliare la folla hanno ugualmente disertato, così che una parte dell’esercito si è rapidamente collocata a fianco degli insorti. Dopo i sanguinosi combattimenti, prima la parte orientale poi quella occidentale sono cadute nelle mani dei ribelli che progettano di attaccare massicciamente la capitale con un “nuovo esercito ricostituito” attorno ad alcuni generali passati nell’altro campo. Gheddafi, sempre più isolato, regna ormai soltanto su Tripoli in preda al caos. Ma al momento in cui andiamo in stampa, è impossibile prevedere l’esito di una tale situazione. Gheddafi, che ha dedicato la sua vita a consolidare il proprio potere sfruttando sapientemente le rivalità e le divisioni tra le diverse tribù di Beduini che compongono il tessuto arcaico dello Stato libico, non ha cessato di infiorettare i suoi discorsi teatrali da gradasso con minacce con cui prometteva al popolo altri massacri come quelli di piazza Tienanmen (facendo riferimento alla repressione avvenuta tra aprile e giugno 1989 con migliaia di vittime in Cina), attraverso delle grottesche arringhe allucinanti e deliranti in cui a volte parlava di battersi fino alla morte, altre di voler sterminare i ribelli fino all’ultimo, accusati di essere dei giovani drogati “che si comportano come animali”, in più manipolati da Al Qaeda.
Con una ipocrisia senza limiti, la borghesia occidentale si contenta di protestare contro questo uso eccessivo della forza e chiede la cessazione dei combattimenti, ma la presunta “comunità internazionale” si è ben guardata finora di adottare delle misure di ritorsione economiche o finanziarie efficaci. Questo non ci sorprende.
Dopo che Gheddafi, al potere da 42 anni, era ridiventato “frequentabile” nel 2004, con il colpo di spugna passato sull’attentato di Lockerbie, tutte le grandi potenze si sono precipitate in Libia per corteggiarlo freneticamente e firmare dei mirabolanti contratti commerciali, assieme a tutte le principali compagnie petrolifere che non avevano neanche atteso tale data per lo sfruttamento dei giacimenti libici. Al primo posto lo Stato francese, che si era piazzato in prima fila della lucrosa vendita di armi (30 milioni di euro con l’MBDA[1], una controllata di EADS[2], per i missili anticarro Milan, con EADS Difesa e Sicurezza per delle reti di telecomunicazione e il pool Dassault-Thales-Snecma Sofema per i Mirage). Nessuno ha dimenticato la tracotanza di Gheddafi per cui Sarkozy aveva dovuto srotolare il tappeto rosso e fare installare la sua sontuosa tenda beduina e il suo seguito nei giardini del Palazzo dell’Eliseo nel dicembre 2007 in cambio di promesse di acquisto di qualche Mirage e di qualche bombardiere Rafale[3]. D’altra parte è il ministro Patrick Ollier, compagno nella vita dell’esilarante ministro degli Esteri Michèle Alliot-Marie[4], che dal 2000 sta a capo delle relazioni franco-libiche e che, come tale, non ha cessato di officiare come grand commis i rapporti della Francia con il suo “amico” Gheddafi. Ma possiamo rifare pari pari lo stesso discorso anche per l’Italia, dove i vari governi, di sinistra come di destra, hanno corteggiato Gheddafi per le sue risorse energetiche, con Berlusconi che è arrivato a baciargli le mani e con le stesse smargiassate di tende piazzate a Villa Pamphili a Roma nel 2009 e nel giardino dell’ambasciatore libico a Roma Abdulhafed Gaddur.
D’altra parte l’Italia è il primo fornitore mondiale di armi della Libia e le armi che in questo momento stanno mietendo tanti giovani in quel paese hanno fatto arricchire tanti nostri sporchi mercanti d’armi.
Purtroppo la vita non ha più valore per tutti i nostri dirigenti e i nostri sfruttatori, di sinistra o di destra che siano, per i Gheddafi, i Ben Ali, i Mubarak!
“Sporca, senza onore, grondante di sangue, coperta di sporcizia: ecco come si presenta la società borghese, ecco quello che è. Non è quando, tutta splendente e ben messa, essa si dà le apparenze della cultura e della filosofia, della morale e dell’ordine, della pace e del diritto; è quando somiglia ad una bestia feroce, quando balla il sabba dell’anarchia, quando soffia la peste sulla civiltà e sull’umanità che essa si mostra per intero, come è veramente ...” così s’indignava Rosa Luxemburg nella Brochure di Junius (La crisi della socialdemocrazia) nel 1916. Queste frasi non hanno perso niente della loro attualità quasi un secolo più tardi. Ce le dovremo ricordare finché non avremo fatto saltare le catene della miseria, del terrore e dello sfruttamento capitalistico a livello mondiale.
W (26 febbraio 2011)
[4] Oltre ai suoi legami di affari con il clan dei tiranni, mostrando che la corruzione non si limita a regimi di tipo assolutista o totalitario, la signora Alliot-Marie ha anche avuto il grande merito di proporsi pubblicamente di aiutare Ben Ali prima della sua caduta per ristabilire l’ordine contro la rivolta del popolo, sottolineando così il collegamento e quindi la perfetta continuità tra le forze di repressione dei “loro” regimi dittatoriali ed i “nostri” valori democratici. Peccato che tanta generosità sia stata ripagata con la richiesta di dimissioni al ministro che così ha cercato di salvare la faccia al governo.
Riproduciamo qui di seguito il testo di un intervento postato sul forum Napolioltre che riporta con degi opportuni commenti le ultime rivelazioni di WikiLeaks a proposito dei rapporti tra Casa Bianca e Berlusconi...
La “democrazia” all’opera
Dalle ultime pubblicazioni di WikiLeaks si legge : “… Un prezzo irrisorio da pagare. Pasticciona e in difficoltà. L’Italia chiede aiuto agli Usa quando si accorge che l’organizzazione del G8 a L’Aquila comincia a fare acqua. Gli americani se ne sono già accorti, e una serie di cables descrivono la tensione nell’ambasciata di Roma: il flop può tramutarsi in una debacle per Berlusconi, già colpito dalle prime rivelazioni sugli scandali sessuali. Scatta il soccorso all’utile alleato: “Berlusconi – annotano – ha bisogno di mostrarsi un leader credibile a livello internazionale per ripulire la sua immagine, e ci sarà tremenda attenzione” al trattamento che riceverà dagli altri capi di stato e di governo. Obama acconsente e in Abruzzo il presidente ”abbronzato” è gentile e comprensivo. Il vertice è un successo, il Cavaliere è salvo. L’opposizione politica è sconfitta”. (la Repubblica del 18/02/2011)
Ma che cos’è questo prezzo “irrisorio” che la borghesia Italiana deve pagare all’alleato USA: più soldati a Kabul e più mezzi militari. Nel 2008, il contingente sale a 2350 uomini e la spesa arriva a 249 milioni di euro; nel 2009 la spesa per finanziare la missione sfiora i 600 milioni di euro e gli uomini in Afganistan sono 2795; nel 2010 il contingente raggiunge i 3500 uomini mentre aumentano i mezzi militari (caccia e blindati); ed ancora molto altro.
E’ chiaro che queste spese le dovranno e le stanno già pagando i proletari.
Volevo solo mettere l’accento su come fu accolta dalla sinistra borghese italiana l’elezione di Obama a presidente Usa e l’enfasi posta sul suo significato politico e democratico: nientemeno un presidente di colore? Chi l’avrebbe mai detto! Un presidente che addirittura vuole fare una riforma sanitaria in aiuto delle classi più povere? Non c’è che dire, Obama è un vero democratico, un socialista! Ciò è il segno che in USA c’è una vera democrazia e non come da noi! Ma a questo punto cari signori antiberlusconiani, come la mettiamo, o meglio, come la mettete con Berlusconi? Qui abbiamo solo una ennesima prova di come il circolo elettorale e tutta la campagna che si fa sulla putrida democrazia serva solo ad imbrogliare i lavoratori e questa indiscutibile manovra imperialista ne è un più che valido esempio. Osvaldo
Fonte: https://napolioltre.forumfree.it/?t=54023134#lastpost
Rivolte in Tunisia e in Egitto: una sola prospettiva, la lotta di classe internazionale
Dopo la Tunisia, l’Egitto! Il contagio di rivolta negli Stati arabi è iniziato.
Ancora una volta, popolazioni intere gettate nella miseria e la disperazione sotto i colpi della crisi dell’economia mondiale sono consegnate all’orrore di una repressione sanguinosa. Di fronte al fallimento del capitalismo, i governanti e i dirigenti dell’economia mostrano di essere quello che sono: una classe di affamatori e di assassini.
In tutto il mondo, si accresce sempre più il divario tra, da una parte, una classe dominante, la borghesia - che diffonde con una tracotanza e un’arroganza indecenti indecenti le sue ricchezze - e dall’altra la massa degli sfruttati che sprofondano sempre più nella miseria e l’indigenza.
Solo la lotta internazionale della classe operaia, la sua solidarietà, la sua unità, la sua organizzazione e la consapevolezza che questa acquisirà dei problemi cui fanno fronte le sue lotte, potranno portare tutti gli strati della società dietro di lei, così da mettere fine a questo capitalismo morente e costruire un altro mondo!
Su questi temi vi invitiamo a discutere con noi nella prossima
Riunione Pubblica
che si terrà a Napoli sabato, 26 febbraio 2011 dalle ore 17,00 alle ore 20,00, presso la libreria Jamm, via S. Giovanni Maggiore Pignatelli n. 32 (penultima traversa sulla destra andando da piazza del Gesù a piazza S. Domenico Maggiore: proseguire lungo la stradina: la libreria si trova sulla destra, dopo un piccolo incrocio!)
18 febbraio 2011 Corrente Comunista Internazionale
Un breve riassunto: migliaia di lavoratori di fabbriche di tabacco e liquori Tekel, già di proprietà statale, hanno lottato contro la privatizzazione della società e soprattutto contro gli attacchi che ne derivavano, tagli dei salari e licenziamenti in particolare. I lavoratori si sono radunati ad Ankara, la capitale, per protestare e hanno ricevuto molte manifestazioni di simpatia e solidarietà da parte della popolazione locale. Inoltre, hanno cercato l’appoggio di settori più ampi della classe operaia - in particolare nelle fabbriche dove erano in corso delle lotte in tutto il paese. Durante la loro protesta e gli sforzi per estendere la lotta, i lavoratori di Tekel arrivano scontrarsi contro la resistenza dei sindacati, che hanno dimostrano di essere parte dell’apparato statale. Insieme ai lavoratori in sciopero di altre imprese di Stato (ad esempio, scaricatori di porto, edili e vigili del fuoco), creano a Istanbul, una piattaforma dei lavoratori in lotta. Alla manifestazione del Primo Maggio a Istanbul, dove c’erano 350.000 persone in piazza Taskim, hanno occupano il palco e leggono una dichiarazione contro la complicità dei sindacati con lo Stato. I dirigenti sindacali che vengono cacciati dal palco mandano la polizia contro i lavoratori. Nonostante il sostegno dato alla lotta della Tekel, questa non ha vinto nella misura in cui la privatizzazione e gli attacchi non sono stati ritirati.
Tuttavia, quelli che hanno lottato decidono che la loro esperienza doveva essere trasmessa ad altri lavoratori, non solo in Turchia ma al di là delle frontiere. Durante la lotta c’erano stati contatti con persone politicizzate di altri paesi. In particolare in Germania, dove ci sono molti lavoratori immigrati e dove la lotta era stata seguita con particolare simpatia. Grazie al sostegno di diversi gruppi dell’ambiente anarchico e della Sinistra Comunista, è stata fatta una tournée in Europa, tra cui Germania e Svizzera. La delegazione di lavoratori della Tekel ha potuto toccare dieci città in Germania e in Svizzera, dove diverse persone hanno potuto beneficiare di informazioni e delle discussioni che hanno avuto luogo e che vogliamo riportare qui.
Il tour
Le città visitate tra metà giugno e inizio luglio sono state Hannover, Berlino, Braunschweig, Amburgo, Duisburg, Colonia, Dortmund, Francoforte, Norimberga, Zurigo e Milano. La CCI ha fatto in modo che questo tour in Europa si potesse fare. La maggior parte delle riunioni è stata organizzata dalla Free ArbeiterInnen Union (FAU/Free Workers Union) e a Berlino dal Circolo Rivoluzionario di Discussione, mentre a Zurigo l’incontro è stato organizzato dal gruppo Karakok Autonomie. Questi ed altri gruppi si sono mobilitati e hanno unito le forze per tenere questi incontri. Il numero dei partecipanti ha oscillato tra le 10 e 40 persone. È necessario tenere conto che nello stesso tempo hanno avuto luogo i Mondiali di calcio in Sud Africa e le partite venivano trasmette nel momento in cui c’erano le riunioni. Le persone che sono venute erano per lo più giovani, ma non esclusivamente. In quelle città dove ci sono molti lavoratori turchi e curdi, era presente anche la generazione dei genitori dei giovani di 20-30 anni.
Un lavoratore della Tekel ha fatto una presentazione facendo la storia della lotta tra dicembre 2009 e maggio 2010. Ha raccontato in modo vivente l’esperienza dei lavoratori in lotta, di come avevano invano tentato di spingere i sindacati a dichiarare uno sciopero generale dei lavoratori del settore statale, come avevano occupato per poco tempo la sede del sindacato Turk-Is ad Ankara e come la polizia aveva protetto i sindacati, come si erano accampati nella città di Ankara ricevendo la solidarietà della popolazione. Ha raccontato come la lotta dei lavoratori Tekel aveva permesso di superare le divisioni tra curdi e turchi e tra donne e uomini, o tra coloro che avevano votato per un partito o un per un altro. Ad esempio, la polizia aveva fermato gli autobus che trasportavano 8.000 operai alle porte di Ankara col pretesto di lasciar passare solo quelli che non erano delle fabbriche Tekel nelle zone curde. In risposta tutti gli scioperanti sono scesi dagli autobus e hanno cominciato a camminare verso il centro che era lontano, con grande sorpresa della polizia. Per questa la divisione tra lavoratori curdi e turchi non poteva essere messa in discussione.
Le discussioni
Il dibattito che ha seguito la presentazione ha mostrato che i partecipanti erano molto interessati alle lotte in Turchia. L’atmosfera era fraterna, piena di solidarietà e di empatia - alcuni compagni hanno anche pianto. La maggior parte dei partecipanti si riconosceva nei fini dei lavoratori Tekel. Quelli che nell’assemblea sapevano poco della lotta hanno posto domande concrete, mostrando che anche in Germania e Svizzera c’era una riflessione su queste lotte.
L’unità dei lavoratori, al di là delle diverse frontiere visibili e invisibili, è stata salutata in quasi tutte le discussioni come una cosa della massima importanza.
Lo Stato turco ha cercato di dividere i Lavoratori. Ma questi non glielo hanno permesso. Al contrario hanno cercato la massima solidarietà possibile di altri settori della classe. Solo in questo modo ha potuto emergere il sentimento di essere forti, ma anche creare un vero rapporto di forza a nostro favore. La lotta in Turchia, è vero, non ha raggiunto l’obiettivo che si era prefisso. Ma è andata nella direzione giusta. In particolare, in un paese dove il nazionalismo turco, curdo (ma anche armeno) è stato montato al massimo da parte dello Stato e di ogni sorta di gruppi, un tale sviluppo all’unità è particolarmente importante.
Per molti la questione sindacale è stata al centro dell’interesse. A livello di esperienza immediata è emerso un accordo: il Türki-Is ha avuto in questa lotta un ruolo simile a quello che conosciamo così bene con i sindacati di altri paesi. Ha cercato di rendere passivi i lavoratori mobilitandosi solo sotto la pressione degli stessi lavoratori e in modo da disperderne le energie. Nel frattempo, in primavera, c’erano delle lotte in Grecia dove le grandi confederazioni hanno svolto lo stesso ruolo e venivano smascherate come i difensori della classe dirigente e dello Stato. Anche in Germania e in Svizzera si conosce bene questo ruolo dei sindacati. I partecipanti alle riunioni sulla Tekel sono rimasti colpiti da come i lavoratori Tekel e coloro che avevano partecipato alla loro lotta si fossero opposti ai sindacati e li avessero combattuti apertamente. Ma non avrebbero forse avuto bisogno di un “loro” sindacato? Forse che la lotta della Tekel non ha vinto proprio per la mancanza di una tale sindacato? In quasi tutte le discussioni che la FAU ha organizzato è stata posta la questione se fosse stato possibile o no creare un nuovo sindacato “rivoluzionario” o “anarchico”. In alcune città, ad esempio Duisburg, uno dei compagni. tra quelli che sostenevano la FAU, ha teorizzato che la Tekel è stato piuttosto che un movimento di sciopero una lotta con delle manifestazioni di protesta. Ciò non era forse dovuto alla mancanza di un sindacato proletario? Il delegato operaio della Tekel che ha fatto la presentazione non ha condiviso questa opinione. Egli ha basato la sua argomentazione sulla propria esperienza, dimostrando che i sindacati, proprio per il loro ruolo, avrebbero comunque in ultima istanza preso la difesa dello Stato, anche se erano stati creati dai lavoratori o dai rivoluzionari e all’inizio potevano rispondere ai bisogni immediati della lotta. Ma che altra possibilità abbiamo? Come possiamo organizzare la nostra lotta? La risposta data dall’operaio della Tekel è stata chiara: comitati di lotta o di sciopero. Fino a quando c’è la lotta questa deve essere organizzata dai lavoratori stessi con dei delegati revocabili in qualsiasi momento. L’Assemblea Generale deve eleggere un comitato di sciopero che rende il suo mandato all’assemblea. Al contrario, ogni rappresentanza permanente e indipendente dalla mobilitazione di chi lotta è destinata a diventare un “normale” sindacato burocratico. Questa discussione non si è svolta dappertutto con la stessa chiarezza e profondità. A Braunschweig, per esempio, sono state poste queste stesse alternative e la maggior parte dei presenti sembrava convinta del punto di vista del compagno. In altre parole, la maggioranza tendeva a concordare sul fatto che si dovesse rigettare la possibilità di formare sindacati “rivoluzionari”. Questa discussione sulla questione sindacale, a partire dall’esperienza della lotta della Tekel, ci sembra ancora più importante ed attuale, perché, come si sa, nell’ambiente anarco-sindacalista c’è una controversia in corso sul tentativo di farsi riconoscere dallo Stato come sindacato ufficiale (la FAU a Berlino è anche andata in tribunale per questo). Non solo dal punto di vista marxista, della Sinistra Comunista, ma anche dal punto di vista dell’anarco-sindacalismo stesso questa questione appare contraddittoria.
Un’altra questione sorta nelle discussioni in diverse città è stata quella dell’occupazione delle fabbriche. Perché i lavoratori non hanno occupato le fabbriche? Perché non le hanno fatto funzionare senza padroni? Queste questioni sono state poste sulla base di alcune lotte di questi ultimi tempi in Germania, Italia e Svizzera, nelle quali i dipendenti hanno dovuto affrontare il problema della chiusura degli impianti. Alla Tekel non era esattamente lo stesso caso poiché molte fabbriche non stavano per essere chiuse, ma privatizzate. Là la produzione è continuata sotto la direzione dei padroni. Il delegato dei lavoratori della Tekel ha sottolineato tuttavia che i lavoratori non si erano chiusi nelle fabbriche Tekel, isolate in diverse parti del paese, ma si erano riuniti per andare a Ankara. Solo mettendo insieme migliaia di lavoratori era stato possibile far emergere la sensazione di essere una forza, che è stata la caratteristica della lotta (anche se essa non si è conclusa con una vittoria materiale )[2].
Che cosa resta di questa lotta?
Questa serie di riunioni pubbliche ci ha fatto avanzare? Noi pensiamo che possono essere identificati dei passi avanti da diversi punti di vista.
In primo luogo, è degno di nota il fatto che diversi gruppi, in particolare la FAU, anarco-sindacalista, e la CCI, della Sinistra comunista, abbiano collaborato in occasione di questo tour. La collaborazione con gli anarchici internazionalisti è radicata nella nostra tradizione, ma qui e in questa occasione si è materializzata qualcosa di nuovo che, a nostro avviso, non è casuale. Il lavoro congiunto fatto è un segno dell’emergere di un bisogno di unità su una base proletaria, un’esigenza per la classe di superare un certo egoismo di gruppo. Certo, noi ci conoscevamo già e ci sono state altre occasioni per discutere di questioni particolari. Ma una collaborazione come quella che abbiamo avuto all’inizio dell’estate è stato qualcosa di nuovo. La ricerca di unità della classe operaia, il superamento delle divisioni è stato fin dal principio alla base dell’iniziativa dei lavoratori della Tekel. Questo viaggio è servito a trasmettere le esperienze e gli insegnamenti di una lotta al di là del livello locale o nazionale. La dimensione internazionale è stata al centro di questa iniziativa. La questione non era quella di presentare una specialità turca al mondo come qualcosa di esotico, ma di vedere i punti in comune a livello internazionale e discuterne. Come abbiamo potuto renderci conto, l’esperienza dei lavoratori Tekel con i sindacati e come questi hanno reagito, non è un episodio isolato ma una tendenza prevista a tempo e che si ripete all’infinito. Anche durante le lotte della primavera in Grecia gli operai sono stati confrontati ai sindacati e hanno cominciato a mettersi contro di loro. In Francia, durante la mobilitazione contro la “riforma delle pensioni”, i giovani, soprattutto, si sono riuniti in diverse città chiedendo di fare assemblee alla fine delle manifestazioni per discutere la seguente questione: come possiamo sviluppare la nostra lotta in maniera indipendente dai sindacati? Come possiamo superare le divisioni all’interno della classe operaia tra le diverse professioni, tra chi lavora, pensionati, disoccupati e precari? Qual è lo scopo delle nostre lotte? Come ci si può avvicinare all’obiettivo di una società senza classi? In Italia, nel mese di giugno e ottobre di quest’anno, si sono svolte due riunioni di lavoratori combattivi facenti parte di vari “coordinamenti” venuti da tutta l’Italia, di cui una a Milano, che hanno raggruppato un centinaio di persone per discutere di questioni simili: come superare le divisioni all’interno della classe operaia, come resistere al sabotaggio dei sindacati? Come andare oltre il sistema capitalista minato dalla crisi?
Turchia, Grecia, Francia, Italia - quattro esempi mostrano che la classe operaia in Europa dagli inizi del 2010, ha iniziato ad uscire dallo stato di letargo in cui era immersa dopo la crisi finanziaria del 2008. La classe nel suo insieme non ha ancora sufficiente fiducia in sé per prendere in mano le redini delle sue lotte. Ma delle minoranze della classe pongono giustamente questa questione e cercano di andare avanti. Il fatto che tali discussioni hanno avuto luogo simultaneamente in posti diversi è l’espressione di un bisogno che va oltre i confini. Il lungo viaggio di quelli della Tekel è stato una risposta a questa esigenza. La delegazione della Tekel aveva il scopo di dimostrare la dimensione internazionale delle nostre lotte locali e delle discussioni. La solidarietà è un sentimento che esprime l’unità della classe operaia. In molte occasioni durante questi incontri è stata posta la domanda: come possiamo sostenere le lotte “all’estero”? La risposta del lavoratore della Tekel è stata: lottando anche voi.
Le minoranze politiche della classe operaia avvertono che la lotta è mondiale e che deve essere condotta come tale in modo cosciente. I rapporti sulla solidarietà con la lotta della Tekel sono stati una fonte di ispirazione per i partecipanti alle riunioni. Ed è nostra intenzione trasmettere questo messaggio come meglio possiamo. Le minoranze politiche e combattive della classe sono i catalizzatori delle future lotte. La lotta della Tekel non è stata vana, anche se non è stato possibile impedire i licenziamenti.
Novembre 2010.
[2] I delegati della Tekel si sono recati a Milano per incontrare un gruppo di lavoratori della INNSE (impresa di produzione di macchine utensili e attrezzature per le acciaierie), in sciopero con l’occupazione della fabbrica. Ancora una volta, la discussione si è incentrata sulle questioni essenziali della lotta: il ruolo dei sindacati e il dibattito sulla strategia dell’occupazione delle fabbriche.
I media ed i politici di ogni risma non smettono di parlare della “rivolta dei paesi del Magreb e degli Stati arabi”, focalizzando l’attenzione sulle specificità regionali, sui comportamenti “troppo poco democratici” dei dirigenti nazionali, sull’esasperazione delle popolazioni nel vedere da 30 anni le stesse teste al potere …
Tutto questo è vero! E sicuramente i Ben Ali, Moubarak, Rifai ed altri Bouteflika sono dei gangster, vere caricature della dittatura borghese. Ma questi movimenti sociali appartengono innanzitutto agli sfruttati di tutti i paesi. Le attuali esplosioni di collera a macchia d’olio hanno per sfondo l’accelerazione della crisi economica mondiale che, dal 2007, sta sprofondando tutta l’umanità nella più spaventosa delle miserie[1].
Dopo la Tunisia, l’Egitto! Il contagio delle rivolte negli Stati arabi, in particolare in Africa settentrionale come quella che ha conosciuto la Tunisia, temuto da tutte le borghesie, è già cominciato. Anche qui, popolazioni immerse nella miseria e la disperazione sotto i colpi della crisi economica mondiale sono consegnate all’orrore di una repressione sanguinaria. Di fronte alla collera degli sfruttati, governanti e dirigenti si mostrano tutti per quello che sono: una classe di affamatori e di assassini. La sola risposta che essi possano dare è il regno del terrore e delle pallottole. Non si tratta dei soli “dittatori” in carica, i Moubarak, i Ben Ali, i Bouteflika, i Saleh nello Yemen e consorti. I nostri dirigenti “democratici”, di sinistra come di destra, li hanno sempre considerati “amici”, “fedeli alleati” e complici, uniti nella stessa difesa dell’ordine e dello sfruttamento capitalista. Fingendo di ignorare che la stabilità tanto vantata di questi paesi o il preteso bastione che rappresentavano contro l’islamismo radicale, erano dovuti solamente al mantenimento per decenni di regimi chiusi dal terrore poliziesco, non hanno guardato le loro torture, la loro corruzione, le loro estorsioni, il clima di terrore e di paura che essi facevano regnare sulle popolazioni. Li hanno sempre sostenuti pienamente nel mantenimento di questa cappa di piombo in nome della stabilità, dell’amicizia e della pace tra i popoli, in nome della non ingerenza, non difendendo nient’altro che i loro sordidi interessi imperialisti nazionali.
La rivolta sociale in Egitto …
Oggi in Egitto, sono di nuovo addirittura a decine, anzi a centinaia, i morti, migliaia i feriti, decine di migliaia gli arresti in un clima sovraeccitato. Con la caduta di Ben Ali in Tunisia, che ha fatto da detonatore, il lucchetto è saltato. Ciò ha suscitato un’immensa speranza nella popolazione della maggior parte degli Stati arabi dove imperversa lo stesso terrore, solo modo per imbavagliare la classe operaia e gli strati sfruttati. Abbiamo assistito a tante manifestazioni di disperazione con un’ondata di tentativi di immolazione in Algeria, in Marocco, in Mauritania, nel Sahara occidentale, in Arabia saudita e fino al Sudan che ha coinvolto sia molti giovani disoccupati che operai che non riescono più a provvedere ai bisogni delle loro famiglie. In Egitto vengono scandite le stesse rivendicazioni della Tunisia: “Pane! Libertà! Dignità! Più umanità!” di fronte agli stessi flagelli che imperversano altrove nel mondo provocati dalla crisi economica mondiale in cui ovunque il capitalismo ci sprofonda: la disoccupazione (che tocca, in effetti, più del 20% della popolazione egiziana), la precarietà (4 egiziani su 10 vivono sotto la soglia di povertà ed i famosi “cenciaioli del Cairo” sono conosciuti attraverso i servizi nel mondo intero), i rialzi dei prodotti di prima necessità e la miseria crescente. Lo slogan “Moubarak, via!” è ripreso direttamente dalla popolazione tunisina che chiede che Ben Ali vada via nei confronti a chi dirige il paese col il pugno di ferro da trent’anni. Al Cairo alcuni manifestanti hanno proclamato: “Questo non è il nostro governo, questi sono nostri nemici”. Un giornalista egiziano ad un corrispondente del Figaro dichiara: “Nessun movimento politico può rivendicare queste manifestazioni. È la strada che si esprime. Le persone non hanno più niente da perdere. Questo stato di cose non può più durare”. Una frase ritorna su tutte le bocche: “Oggi, non abbiamo più paura”.
Nell’aprile 2008, i salariati di una fabbrica tessile di Mahallah el-Koubra, nel nord del Cairo, avevano scioperato per chiedere aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro. Per appoggiare gli operai e chiamare ad uno sciopero generale il 6 aprile, un gruppo di giovani si era già organizzato su Facebook e Twitter. Alcune centinaia di manifestanti furono arrestati. Questa volta, e contrariamente alla Tunisia, il governo egiziano ha oscurato in anticipo l’accesso ad Internet.
Martedì 25 gennaio, decretato “giornata nazionale della polizia”, decine di migliaia di manifestanti sono scesi nelle vie del Cairo, di Alessandria, di Tanta, di Suez scontrandosi con le forze dell’ordine. Sono seguiti quattro giorni di scontri continui durante i quali la violenza repressiva non ha potuto placare la collera: durante queste giornate e queste notti, la polizia antisommossa ha utilizzato gas lacrimogeno ad altezza d’uomo, proiettili di gomma ed anche reali. L’esplosione di collera covava da settimane. La repressione non si fa attendere: scontri al Cairo, a Suez, Alessandria, nel Sinai. Nei primi giorni già si contano una decina di morti, un centinaio di feriti e migliaia di arresti. L’esercito forte di 500.000 uomini, super equipaggiato ed allertato tiene un ruolo centrale di potente sostegno al regime, contrariamente alla Tunisia. Il potere si serve anche di uomini muniti di bastoni e specializzati come destabilizzatori di manifestazioni, i baltageyas così come di numerosi sbirri in borghese della Sicurezza di Stato mischiati ai manifestanti ed armati di catene metalliche; gli sbirri controllano gli assembramenti in gruppo e presidiano le uscite della metropolitana nella capitale. Il 28, giorno di ferie, verso mezzogiorno, all’ora di uscita dalle moschee, nonostante il divieto di raduno, i manifestanti affluiscono da tutte le parti e si scontrano con la polizia in parecchi quartieri della capitale. Sarà il “giorno della collera”. Fin dalla vigilia, il governo ha oscurato i siti internet, i telefoni portatili e ha tagliato tutte le comunicazioni telefoniche. Il paese si infiamma; nella serata i manifestanti sempre più numerosi sfidano il coprifuoco decretato al Cairo, ad Alessandria ed a Suez. Alcuni camion di polizia si scagliano sulla folla, composta soprattutto di giovani, utilizzando cannoni ad acqua. Al Cairo, fin dall’inizio i carri e le truppe sono accolti da eroi liberatori dai manifestanti e si assiste anche ad alcuni tentativi di fraternizzazione con l’esercito, ampiamente mediatizzati, che qua e là finiscono per impedire ad un convoglio di blindati di raggiungere il grosso delle forze dell’ordine. Inoltre alcuni poliziotti gettano via il loro armamentario e si uniscono ai manifestanti. Ma in altri posti blindati militari hanno aperto rapidamente il fuoco sui manifestanti che andavano loro incontro, falciandoli. Il capo di Stato Maggiore egiziano, Sami Anan, che stava guidando una delegazione militare negli Stati Uniti per i colloqui al Pentagono, venerdì è ritornato precipitosamente in Egitto. Automobili di polizia, commissariati ed anche la sede del partito governativo vengono incendiati, il ministero dell’informazione è messo a soqquadro. I feriti si ammucchiano negli ospedali sovraffollati. Ad Alessandria, viene incendiato anche il governatorato. Anche a Mansoura nel delta del Nilo, ci sono stati violenti scontri, provocando parecchi morti. Alcuni manifestanti hanno tentato di impossessarsi della sede della televisione di Stato, ma sono stati respinti dall’esercito.
Verso le 23,20, Moubarak appare sugli schermi televisivi e annuncia per l’indomani il rimpasto della sua squadra governativa e promette di intraprendere delle riforme politiche ed anche nuove misure per la democrazia garantendo tutta la sua fermezza “per assicurare sicurezza e stabilità all’Egitto” contro i “piani di destabilizzazione”. Questi propositi non hanno fatto che acuire la collera e rafforzare la determinazione dei manifestanti.
... fa irruzione di fronte ai giochi imperialisti...
Ma se la Tunisia è un modello per i manifestanti, la posta in gioco per la borghesia non è più la stessa. La Tunisia resta un paese di taglia modesta che poteva rivestire un interesse imperialistico importante per un paese “amico” di secondo ordine come la Francia[2]. Non è la stessa cosa per l’Egitto che è di gran lunga lo Stato più popolato (più di 80 milioni di abitanti) della regione e che, per la borghesia americana in particolare, occupa un posto strategico centrale e fondamentale in Medio Oriente. Qui la posta in gioco è maggiore. La caduta del regime di Moubarak potrebbe provocare un caos regionale carico di conseguenze. Nello scenario conflittuale del Medio Oriente, l’Egitto di Moubarak è il principale alleato degli Stati Uniti nell’assicurare la protezione dello Stato israeliano, e gioca un ruolo chiave e preponderante nelle relazioni israelo-palestinesi ed anche tra gli stessi palestinesi di Fatah di Mahmoud Abbas e gli islamici di Hamas. Fino ad ora questo Stato era considerato un fattore di stabilità nel Vicino-Oriente. Inoltre l’evoluzione politica del Sudan, che tende ad una secessione del Sud del paese, rende necessario un forte potere egiziano. L’Egitto è dunque da 40 anni un importante tassello strategico americano nel conflitto israelo-arabo. La sua destabilizzazione rischierebbe di destabilizzare parecchi paesi vicini, in particolare la Giordania, la Libia, lo Yemen e la Siria. Ciò spiega l’inquietudine degli Stati Uniti che, dato i suoi legami molto stretti col regime, si ritrovano ora in una situazione scomoda; Obama e la diplomazia americana sono costretti pertanto a mobilitarsi ed ad essere in prima linea nell’aumentare le pressioni dirette su Moubarak per tentare di preservare la stabilità del paese ed innanzitutto salvare il regime. Per questo motivo Obama ha dichiarato pubblicamente di essersi trattenuto una mezz'ora con Moubarak, dopo il discorso di quest’ultimo, affinché questo allentasse la presa. In precedenza, Hillary Clinton ha anche dichiarato che “le forze dell’ordine dovevano essere incitate a contenersi di più” e che il governo doveva rapidamente riattivare le reti di comunicazione. All’indomani, probabilmente sotto pressione americana, il generale Omar Souleimane, capo del potente Servizio Segreto militare per di più incaricato dei dossier riguardanti i negoziati con Israele in Medio Oriente, è stato imposto come vicepresidente. D’altra parte è stato l’esercito che approfittando della sua popolarità presso i manifestanti, non è intervenuto e ha in molti luoghi patteggiato coi manifestanti per spingere con successo una grande parte della folla ammassata al centro città e che sfidava una nuova volta il coprifuoco a ritornare “a casa” per “proteggersi dai saccheggiatori”.
...come in altri Stati arabi...
Contemporaneamente altre manifestazioni di rivolta hanno avuto luogo anche in Algeria, nello Yemen, in Giordania. In quest’ultimo paese, 4000 manifestanti si sono radunati ad Amman per la terza volta in 3 settimane per protestare contro il caro vita e chiedere riforme economiche e politiche, in particolare la cacciata del primo ministro. Le autorità hanno fatto piccoli gesti varando insignificanti misure economiche ed alcune consultazioni politiche. Ma le manifestazioni si sono estese alle città di Irbid e di Kerak. La repressione in Algeria ha già fatto 5 morti e più di 800 feriti e il 22 gennaio è stata repressa duramente una manifestazione al centro di Algeri. Anche in Tunisia la caduta di Ben Ali non ha frenato la collera né l’ampiezza della repressione: nelle prigioni le esecuzioni sommarie dalla partenza di Ben Ali fino ad ora avrebbero prodotto più morti rispetto agli scontri con la polizia. La “carovana della liberazione”, partita dalla zona centrale occidentale del paese da dove aveva avuto inizio il movimento, ha sfidato il coprifuoco e si è accampata per parecchi giorni davanti alla sede del palazzo che ospita un governo dominato da vecchi compari e devoti del regime per richiedere le dimissioni. La collera non si placa perché restano gli stessi uomini del regime di Ben Ali a mantenere le redini del paese. Il rimpasto governativo del 27 gennaio, parecchie volte rimandato, detronizzando i ministri più compromessi col vecchio regime ma conservando sempre lo stesso primo ministro, non è riuscito a calmare gli animi. La repressione feroce della polizia continua e la situazione resta confusa.
Queste esplosioni di rivolte di massa e spontanee rivelano il limite di sopportazione delle popolazioni che oggi sono determinate a farla finita con la miseria e la repressione di questi regimi. Ma rivelano anche il peso delle illusioni democratiche e del veleno nazionalista: in diverse manifestazioni le bandiere nazionali sono state sventolate con fierezza. In Egitto, come in Tunisia, la collera degli sfruttati è stata deviata immediatamente sul terreno di lotta per una maggiore democrazia. L’odio della popolazione per il regime, e la focalizzazione su Moubarak (come in Tunisia su Ben Ali) ha permesso che alcune rivendicazioni economiche contro la miseria e la disoccupazione venissero spostate in secondo ordine da tutti i media borghesi. Ciò evidentemente permette alla borghesia dei paesi “democratici” di far credere alla sua classe operaia, in particolare quella dei paesi centrali, che questi “sollevamenti popolari” non hanno le stesse cause fondamentali delle lotte operaie che si svolgono qui: il fallimento del capitalismo mondiale.
Verso lo sviluppo della lotta di classe
Questa irruzione sempre più forte di estrema collera sociale generata dall’aggravamento della crisi mondiale del capitalismo negli Stati della periferia, che finora sono stati il focolaio permanente ed esclusivo di tensioni imperialiste e di menate guerriere, costituiscono ormai un fattore politico nuovo con cui la borghesia mondiale dovrà sempre più fare i conti. L’esplosione di queste rivolte contro la corruzione dei dirigenti che si riempiono le tasche mentre la stragrande maggioranza della popolazione crepa di fame, non può trovare soluzioni a partire da questi stessi paesi. Ma questi movimenti sono il segno foriero di una maturazione delle future lotte sociali che sicuramente non tarderanno ad emergere nei paesi più industrializzati di fronte agli stessi mali: l’abbassamento del livello di vita, la miseria crescente, la disoccupazione dei giovani.
Del resto, la rivolta che cova nei giovani europei contro un sistema mondiale in fallimento, è la stessa, come abbiamo visto in particolare con le lotte degli studenti in Francia, in Gran Bretagna, in Italia. L’ultimo esempio: nei Paesi Bassi, il 22 gennaio, 20.000 studenti ed insegnanti si sono radunati in strada a L’Aia davanti alla sede del parlamento ed il ministero dell’insegnamento. Hanno protestato contro il forte rialzo dei costi d’iscrizione all’università che colpisce i “ripetenti” (che è spesso il caso di molti studenti-salariati obbligati a lavorare per pagarsi gli studi) che dovranno pagare 3000 euro in più per anno, mentre i prossimi tagli di bilancio prevedono la soppressione di 7000 posti di lavoro nel settore. È stata una delle più importanti manifestazioni di studenti da 20 anni in questo paese. Sono stati violentemente e brutalmente caricati dalla polizia.
Questi movimenti sociali sono il sintomo di un avanzamento importante nello sviluppo internazionale della lotta di classe in tutti i paesi, anche se la classe operaia nei paesi arabi non appare in quanto tale, come forza autonoma e resta diluita in un movimento di protesta popolare.
Dappertutto nel mondo il fossato continua ad approfondirsi tra una classe dominante, la borghesia, che ostenta con boria ed arroganza sempre più indecente le sue ricchezze, e la massa degli sfruttati che sprofondano sempre più nella indigenza e nella miseria. Questo fossato, quando la borghesia può rispondere all’indignazione di coloro che sfrutta solo con nuove misure di austerità, manganellate e colpi d’arma da fuoco, tenderà ad avvicinare ed unire in una stessa lotta contro il capitalismo i proletari di tutti i paesi.
Le rivolte e le lotte sociali prenderanno inevitabilmente forme differenti negli anni futuri, anche secondo le regioni del mondo. Le forze e le debolezze dei movimenti sociali non saranno ovunque identiche. Qui, la collera, la combattività ed il coraggio saranno esemplari. Là, i metodi ed il carattere massiccio delle lotte permetteranno di aprire altre prospettive e stabilire con la forza un rapporto in favore della classe operaia, unica forza della società capace di offrire una prospettiva di avvenire all’umanità. In particolare saranno determinanti la concentrazione e l’esperienza del proletariato mobilitato nelle sue lotte nei paesi del cuore del capitalismo. Senza la mobilitazione massiccia dei proletari dei paesi centrali le rivolte sociali alla periferia del capitalismo saranno, sul lungo periodo, condannate all’impotenza e non potranno liberarsi del giogo di questa o quella frazione della classe dominante. Solo la lotta internazionale della classe operaia, la sua solidarietà, la sua unità, la sua organizzazione e la coscienza di quella che è la posta in gioco della sua lotta, potranno trascinare nella sua scia tutti gli strati della società per abbattere questo capitalismo agonizzante e costruire un altro mondo!
W. (29 gennaio)
[1] Dobbiamo essere vigili di fronte all’ampiezza del blackout internazionale della situazione algerina. Sembra per esempio che ci siano ancora focolai di lotta in Cabilia.
[2] La Francia che, dopo avere sostenuto Ben Ali, ha fatto il mea culpa per avere sottovalutato la situazione e cauzionato un autocrate si copre ancora una volta di ridicolo risparmiando a sua volta Moubarak e guardandosi bene dall’incitarlo a lasciare il potere.
Abbiamo appena ricevuto la notizia dalla Corea che otto militanti del “Socialist Workers League di Corea” (Sanoryun) sono stati arrestati e accusati in virtù dell’infame legge della Corea del Sud “Legge di Sicurezza Nazionale”[1]. Questi compagni verranno giudicati il 27 gennaio.
Non ci sono dubbi che questo è un processo politico e una parodia di quello che alla classe dirigente piace chiamare la sua “giustizia". Lo testimoniano tre fatti:
· In primo luogo, il fatto che gli stessi giudici della Corea del Sud hanno respinto due volte le accuse della polizia contro le persone arrestate[2].
· In secondo luogo, il fatto che i militanti sono accusati di “costituzione di un gruppo a beneficio del nemico” (cioè la Corea del Nord), nonostante il fatto che Oh Se-Cheol e Nam Goong Won sono stati firmatari, con altri, nell’ottobre 2006 della “Dichiarazione Internazionalista della Corea contro la minaccia della guerra”, che ha denunciato gli esperimenti nucleari della Corea del Nord e ha dichiarato in particolare che: “Lo Stato capitalista della Corea del Nord (...) non ha assolutamente nulla a che fare con la classe operaia o il comunismo e non è che un’estrema e grottesca versione della generale tendenza del capitalismo decadente verso la barbarie militarista”[3].
· In terzo luogo, il discorso di Oh Se-Cheol non lascia alcun dubbio sul fatto che lui si oppone a tutte le forme di capitalismo, compreso il capitalismo di Stato nordcoreano.
Questi militanti sono accusati in sostanza di reato d’opinione, di essere socialisti. In altre parole, sono accusati di incitare i lavoratori a difendere se stessi, le loro famiglie e le loro condizioni di vita e di esporre apertamente la vera natura del capitalismo. Le pene richieste dal pubblico ministero sono un esempio ulteriore della repressione inflitta da parte della classe dirigente della Corea del Sud contro coloro che osano pensarla diversamente. Questa brutale repressione ha già preso di mira le giovani madri della brigata dei “passeggini” che hanno portato i loro figli nel 2008 alle manifestazioni a lume di candela e che in seguito sono state soggette a vessazioni giudiziarie e da parte della polizia[4]. Ha preso di mira i lavoratori di Ssangyong che sono stati picchiati dalla polizia antisommossa che aveva invaso la fabbrica occupata[5].
Di fronte alla prospettiva di pesanti condanne, i militanti arrestati sono andati in tribunale con una dignità esemplare ed hanno colto l’occasione per esporre con chiarezza la natura politica di questo processo. Riportiamo di qui seguito la traduzione dell’ultimo discorso di Oh Se-Cheol davanti al tribunale.
Le tensioni militari nella regione sono in aumento in seguito al provocatorio bombardamento dell’isola di Yeonpyeong nel novembre dello scorso anno e l’uccisione di civili da parte dei cannoni del regime nordcoreano. Gli Stati Uniti hanno risposto con l’invio di un aereo nucleare americano nella regione per fare esercitazioni militari insieme alle forze armate della Corea del Sud. In questa situazione, l’affermazione che oggi l’umanità è di fronte alla scelta tra il socialismo e la barbarie è più vera che mai.
La propaganda degli Stati Uniti e dei suoi alleati ama ritrarre la Corea del Nord come uno “Stato gangster”, la cui cricca dominante vive nel lusso grazie alla spietata repressione della popolazione che muore di fame. Questo è certamente vero. Ma la repressione inflitta dal governo sud coreano a mamme, bambini, lavoratori in lotta, e adesso militanti socialisti mostra con sufficiente chiarezza che, in ultima analisi, tutte le borghesie nazionali comandano con la paura e la forza bruta.
Di fronte a questa situazione dichiariamo la nostra piena solidarietà ai militanti arrestati, nonostante le divergenze politiche che possiamo avere con loro. La loro lotta è la nostra lotta. Rivolgiamo la nostra più sincera solidarietà anche alle loro famiglie ed i loro compagni.
Saremo felici di trasmettere ai compagni i messaggi di sostegno e solidarietà che riceveremo al seguente indirizzo:
[email protected] [188][6]
Ultimo discorso di Oh Se-Cheol davanti al tribunale, dicembre 2010
(Quello che segue è il testo del discorso di Oh Se-Cheol tradotto da noi dal coreano).
Diverse teorie hanno cercato di spiegare le crisi che si sono verificate in tutta la storia del capitalismo. Una di queste è la teoria della catastrofe che sostiene che il capitalismo crollerà da sé nel momento in cui le contraddizioni del capitalismo arriveranno al loro punto più alto, aprendo la strada a un nuovo millennio paradisiaco. Questa posizione estrema, apocalittica o anarchica, ha creato confusione e illusioni nel comprendere la sofferenza del proletariato per l’oppressione e lo sfruttamento capitalista. Molte persone sono state influenzate da una tale visione non scientifica.
Un’altra teoria è quella ottimista che la borghesia continua a diffondere. Secondo questa teoria il capitalismo stesso avrebbe gli strumenti per superare le proprie contraddizioni e l’economia reale potrebbe funzionare bene eliminando la speculazione.
Una posizione più raffinata rispetto alle due sopra menzionate, e che è prevalsa sulle altre, ritiene che le crisi capitalistiche siano periodiche e che dobbiamo solo aspettare tranquillamente fino a quando la tempesta sia finita per ritornare a prosperare.
Una tale posizione era appropriata nella scena del capitalismo del 19° secolo: non è più così per le crisi del capitalismo nel 20° e 21° secolo. Le crisi del capitalismo nel 19° secolo sono state crisi della fase del capitalismo in espansione illimitata, che Marx nel Manifesto del Partito Comunista ha chiamato l’epidemia della sovrapproduzione. Tuttavia, la tendenza alla sovrapproduzione, che portava carestia, povertà e disoccupazione non aveva come causa una mancanza di beni, ma piuttosto c’erano troppe merci, troppa industria e troppe risorse. Un’altra causa della crisi del capitalismo è l’anarchia del suo sistema basato sulla concorrenza. Nel 19° secolo i rapporti di produzione capitalistici potevano essere ampliati e approfonditi attraverso la conquista di nuove aree per ottenere del lavoro salariato e nuovi sbocchi per i prodotti e quindi le crisi erano viste come le pulsazioni di un cuore sano.
Nel 20° secolo questa fase ascendente del capitalismo si conclude con il punto di svolta della Prima guerra mondiale. A questo punto i rapporti capitalistici di produzione delle merci e del lavoro salariato erano stati estesi in tutto il mondo. Nel 1919 l’Internazionale Comunista definisce il capitalismo di quel periodo come il periodo “delle guerre o delle rivoluzioni”. La tendenza capitalistica alla sovrapproduzione, da un lato, ha spinto verso la guerra imperialista con l’obiettivo di spartirsi e controllare il mercato mondiale, dall’altro, a differenza del 19° secolo, rende l’economia mondiale dipendente dalla crisi semipermanente che la porta all’instabilità ed alla distruzione.
Tale contraddizione ha portato a due eventi storici, la Prima guerra mondiale e la depressione mondiale del 1929 costate 20 milioni di morti e un tasso di disoccupazione del 20% - 30%, che hanno aperto la strada, da un lato, ai cosiddetti “paesi socialisti” con il capitalismo di Stato attraverso la nazionalizzazione dell’economia, dall’altro a paesi liberali con una combinazione di borghesia privata e burocrazia statale.
Dopo la Seconda guerra mondiale il capitalismo, tra cui i cosiddetti “paesi socialisti”, ha sperimentato una prosperità straordinaria derivante da 25 anni di ricostruzione e accumulo del debito. Questo ha portato la burocrazia di governo, i dirigenti sindacali, gli economisti e i cosiddetti “marxisti” a dichiarare a gran voce che il capitalismo aveva definitivamente superato la sua crisi economica. Ma la crisi è peggiorata costantemente come mostrano gli esempi seguenti: la svalutazione della sterlina nel 1967, la crisi del dollaro nel 1971, lo shock petrolifero del 1973, la recessione economica del 1974-75, l’inflazione nel 1979, crisi del credito nel 1982 , la crisi di Wall Street nel 1987, la recessione economica nel 1989, la destabilizzazione delle monete europee nel 1992-93, la crisi delle “tigri” e dei “dragoni” in Asia nel 1997, la crisi americana della “new economy” nel 2001, la crisi dei mutui subprime nel 2007, la crisi finanziaria di Lehman Brothers, etc e la crisi finanziaria del 2009-2010.
Si tratta di una serie di “crisi cicliche”', una crisi “periodica”? Niente affatto! E' il risultato della malattia incurabile del capitalismo, della rarefazione dei mercati rispetto alla capacità di pagare, della caduta del saggio di profitto. Al momento della grande depressione mondiale nel 1929, non si è arrivati al peggio grazie ad un gigantesco intervento degli Stati. Ma i casi recenti di crisi finanziaria e economica mostrano che il sistema capitalista non può più sopravvivere con l’aiuto di queste misure immediate di salvataggio monetario da parte degli Stati o con i debiti di Stato. Il capitalismo è ora di fronte ad un’impasse a causa dell’impossibilità di espansione delle forze produttive. Tuttavia il capitalismo si trova in una lotta all’ultimo sangue contro questa situazione di stallo. In altre parole, esso dipende senza sosta dal credito dello Stato e dallo smercio della sovrapproduzione attraverso la creazione di mercati fittizi.
Per 40 anni il capitalismo mondiale è sfuggito alla catastrofe ricorrendo a crediti immensi. Per il capitalismo il credito è come la droga per un tossicodipendente. Alla fine questi crediti diventano un fardello che esige il sangue e il sudore dei lavoratori in tutto il mondo. Essi si traducono anche in condizioni di povertà per i lavoratori in tutto il mondo, nelle guerre imperialiste, e nelle catastrofi ecologiche.
Il capitalismo è in declino? Sì. Non crollerà improvvisamente, ma ci troviamo in una nuova tappa nella caduta di un sistema, l’ultima tappa nella storia del capitalismo che sta volgendo al termine. Dobbiamo seriamente ricordare il vecchio slogan di 100 anni fa: “guerra o rivoluzione?” e ancora una volta sviluppare la comprensione storica dell’alternativa “socialismo o barbarie” e la pratica del socialismo scientifico. Questo significa che i socialisti devono lavorare insieme e unirsi, devono stare saldamente ancorati alla base del marxismo rivoluzionario. Il nostro obiettivo è superare il capitalismo basato sul denaro, le merci, il mercato, il lavoro salariato e il valore di scambio, e costruire una società di lavoro liberato, in una comunità di individui liberi.
Le analisi marxiste hanno confermato che la crisi generale del modo di produzione capitalista ha già raggiunto il suo punto critico a causa della caduta del tasso di profitto e la saturazione dei mercati nel processo di produzione e di realizzazione di plusvalore. Ci troviamo ora di fronte all’alternativa tra il capitalismo, che significa barbarie, e il socialismo, il comunismo che significa civiltà.
In primo luogo, il sistema capitalista arriva al punto che non può neanche sfamare gli schiavi del lavoro salariato. Ogni giorno, in tutto il mondo, centomila persone muoiono di fame e ogni 5 secondi un bambino sotto i 5 anni muore di fame. 842 milioni di persone soffrono di denutrizione permanente e un terzo di una popolazione mondiale di 6 miliardi lotta ogni giorno per la sua sopravvivenza a causa dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari.
In secondo luogo, l’attuale sistema capitalista non può mantenere l’illusione della prosperità economica.I miracoli economici dell’India e della Cina si sono rivelati illusioni. Nel corso del primo semestre del 2008 in Cina 20 milioni di lavoratori hanno perso il lavoro e 67.000 imprese sono fallite.
In terzo luogo, è previsto un disastro ecologico. Rispetto al surriscaldamento globale, la temperatura media della terra è aumentata dello 0,6% dal 1896. Nel 20° secolo l’emisfero settentrionale vede il surriscaldamento più grave degli ultimi 1000 anni. Le zone coperte di neve sono diminuite del 10% dalla fine del 1960 e lo strato di ghiaccio al Polo Nord si è ridotto del 40%. Il livello medio del mare è aumentato del 10-20% nel corso del 20° secolo. Un tale aumento significa un aumento 10 volte superiore a quello degli ultimi 3000 anni. Lo sfruttamento della terra nel corso degli ultimi 90 anni ha preso la forma di deforestazione selvaggia, di erosione del suolo, di inquinamento (aria, acqua), di uso di prodotti chimici e materiali radioattivi, di distruzione di animali e piante, di comparsa di terribili epidemie. Il disastro ecologico deve essere visto in una forma integrata e globale. E’ quindi impossibile prevedere esattamente con quale gravità questo problema si svilupperà in futuro.
Come si è dunque sviluppata la storia della lotta di classe contro la repressione e lo sfruttamento capitalista?
La lotta di classe esiste da sempre, ma non ha avuto successo. La Prima Internazionale ha fallito a causa della potenza del capitalismo nella sua fase ascendente. La Seconda Internazionale ha fallito a causa del nazionalismo e l’abbandono del suo carattere rivoluzionario. E la Terza Internazionale ha fallito a causa della controrivoluzione stalinista. In particolare, le correnti controrivoluzionarie hanno, dal 1930, ingannato i lavoratori circa la natura del capitalismo di Stato che loro hanno chiamato “socialismo”. In fin dei conti esse hanno svolto un ruolo di sostegno al sistema capitalistico mondiale nella sua repressione e sfruttamento del proletariato mondiale attraverso il mascheramento dello scontro tra due blocchi.
Inoltre, secondo la campagna borghese la caduta del blocco dell’Est e del sistema stalinista sarebbe stato una “evidente vittoria del capitalismo liberista”, “la fine della lotta di classe” e anche la fine della classe operaia stessa. Questa campagna ha portato la classe operaia ad un grave riflusso sul piano della coscienza e della combattività.
Durante gli anni 90 la classe operaia non ha rinunciato del tutto ma non aveva il peso né la capacità commisurati a quelli dei sindacati che erano stati gli organismi di lotta in un periodo precedente. Ma le lotte in Francia e in Austria contro gli attacchi alle pensioni hanno costituito un punto di svolta per la classe operaia, dopo il 1989, per riprendere la sua lotta. La lotta operaia si è sviluppata soprattutto nei paesi dell’Europa centrale: la lotta alla Boeing e lo sciopero dei trasporti a New York negli Stati Uniti nel 2005; le lotte di Daimler e Opel nel 2004, quella dei medici nella primavera del 2006, la lotta alla Telekom nel 2007 in Germania; la lotta all’aeroporto di Londra nell’agosto 2005 in Gran Bretagna e la lotta anti-CPE in Francia nel 2006. Nei paesi periferici ci sono state la lotta dei lavoratori edili nella primavera del 2006 a Dubai, quella dei lavoratori tessili nella primavera del 2006 in Bangladesh, la lotta dei lavoratori tessili nella primavera del 2007 in Egitto.
Tra il 2006 e il 2008 la lotta della classe operaia mondiale si espande a tutto il mondo, in Egitto a Dubai, in Algeria, in Venezuela, in Perù, in Turchia, in Grecia, in Finlandia, in Bulgaria, in Ungheria, in Russia, in Italia, in Gran Bretagna, in Germania, in Francia, negli Stati Uniti e in Cina. Come ha dimostrato la recente lotta in Francia contro la riforma delle pensioni, la lotta di classe diventa sempre più estesamente offensiva.
Come mostrato prima, la tendenza finale della decadenza del capitalismo mondiale e la crisi che grava sulla classe operaia hanno inevitabilmente provocato lotte dei lavoratori di tutto il mondo, contrariamente alle crisi conosciute prima.
Ci troviamo ora davanti l’alternativa, vivere nella barbarie, non come esseri umani ma come animali, o vivere felici nella libertà, nell’uguaglianza e la dignità umana.
La profondità e la portata delle contraddizioni del capitalismo coreano sono più gravi di quelli dei cosiddetti paesi avanzati. La sofferenza dei lavoratori coreani sembra essere ben più grande di quella dei lavoratori dei paesi europei con i loro successi delle precedenti lotte della classe operaia. Questa è una questione di vita umana della classe, che non può essere misurata con le vane pretese del governo coreano che gioca ad ospitare il vertice del G20, o a sfoggiare quantitativi di indici economici.
Il capitale è per sua natura internazionale. I diversi capitali nazionali sono sempre stati in concorrenza ed in conflitto, ma hanno collaborato insieme per mantenere il sistema capitalista, per nascondere le sue crisi ed i suoi attacchi ai lavoratori in quanto esseri umani. I lavoratori non si battono contro i capitalisti ma contro il sistema capitalista, che agisce esclusivamente per l’aumento dei suoi profitti e a causa di una concorrenza illimitata.
Storicamente i marxisti hanno sempre lottato al fianco della classe operaia, maestra di storia, svelando la natura delle leggi storiche della società umana e quella delle leggi dei sistemi sociali, mostrando la direzione verso il mondo della vera vita umana e denunciandone gli ostacoli rappresentati da sistemi e leggi inumane.
Per questo motivo hanno costruito organizzazioni come partiti e hanno partecipato nella pratica alle lotte. Almeno a partire dalla Seconda guerra mondiale tali attività pratiche dei marxisti non hanno mai avuto alcuna costrizione giudiziaria. Piuttosto, il loro pensiero e la loro pratica sono stati molto apprezzati in quanto contributi al progresso della società umana. I capolavori di Marx come Il Capitale o Il Manifesto del Partito Comunista sono stati letti tanto diffusamente quanto la Bibbia.
Il caso SWLK è storico in quanto mostra al mondo intero la natura barbara della società coreana attraverso la sua repressione del pensiero, e sarebbe come una macchia nella storia dei processi del socialismo nel mondo. In futuro ci saranno movimenti socialisti più aperti e più di massa. I movimenti marxisti saranno ampiamente e potentemente sviluppati nel mondo e in Corea. L’apparato giudiziario tratterà di casi di violenza organizzata, ma non potrà sopprimere i movimenti socialisti, i movimenti marxisti perché questi continueranno indefinitamente, fino a che esisteranno l’umanità e i lavoratori.
I movimenti socialisti e la loro pratica non possono essere oggetto di pene giudiziarie. Al contrario, devono essere un esempio di rispetto e di fiducia. Ecco le mie parole di chiusura:
[1] Oh Se-Cheol, Yang Hyo-sik, Yang Jun-seok, e Choi Young-ik rischiano sette anni di carcere; Goong Won Nam, Park Jun-Seon, Jeong Won-Hyung, e Oh Min-Gyu cinque anni. Il massimo della pena prevista dalla Legge di Sicurezza Nazionale è la condanna a morte.
[2] Vedi questo articolo sul sito inglese di Hankyoreh: english.hani.co.kr/kisa/section-014000000/home01.html.
[3] Vedi https://it.internationalism.org/RZ147/Corea [189]
[4] Vedi Hankyoreh
[5] Vedi il filmato dell’assalto della polizia su YouTube.
[6] Attiriamo l’attenzione dei nostri lettori anche su l’iniziativa di protesta lanciata da Loren Goldner. Benché condividiamo lo scetticismo di Loren sull’efficacia dei “post” nelle “campagne attraverso e-mail”, siamo d’accordo con lui che "un’attenzione internazionale su questo caso potrebbe avere un effetto sulla condanna definitiva di questi militanti esemplari”.
Personalità della classe politica (come Bertrand Delanoë che pretende, con la mano sul cuore, di non essere stato in grado di denunciare l’attacco ai “diritti dell’uomo”), giornalisti, specialisti ed “inviati speciali” sono invitati in televisione per un grande dibattito “democratico” sulla situazione in Tunisia che adesso viene seguita ora dopo ora. E ovviamene, tutto questo gentile mondo adesso prende ipocritamente le distanze dal regime di Ben Ali e glorifica “il coraggio e la dignità del popolo tunisino” (come ha detto Barak Obama) che ha potuto, “da solo”, liberarsi del dittatore!
La caduta di Ben Ali è oggi “La” questione in tutti i quotidiani mentre per circa un mese il calvario della popolazione tunisina in preda ad una repressione selvaggia non ha fa consumare molto inchiostro. Una tale ipocrisia non è gratuita. Se i mass media ci inondano ora di informazioni, dopo settimane di silenzio, non è certamente perché la classe dominante degli Stati democratici sarebbe oggi “al fianco del popolo tunisino”, come ha affermato con gran cinismo il governo francese (che 3 giorni prima si proponeva di dare una mano alle forze di repressione di Ben Ali dopo che l’esercito aveva deciso di non sparare sulla popolazione!). Se la borghesia dei paesi democratici, con tutto il suo apparato di manipolazione mediatica, adesso incensa la “rivoluzione del popolo tunisino” è perché vi vede un proprio tornaconto.
La disfatta di Ben Ali le dà una nuova opportunità di scatenare una campagna gigantesca che mira ad elogiare i vantaggi della “democrazia” e della mascherata elettorale.
I mass media borghesi continuano a mentire quando montano oggi lo sciopero degli avvocati del 6 gennaio che alcuni presentano come l’elemento motore della sommossa che avrebbe fatto cadere la dittatura di Ben Ali. Mentono quando sostengono che c’è una gioventù colta che appartiene alla “classe media” che ha fatto cadere il dittatore. Mentono quando mettono avanti l’idea che la sola aspirazione della classe sfruttata e delle giovani generazioni che sono state al centro del movimento è quella della libertà d’espressione. Mentono quando nascondono le ragioni profonde della rabbia: la miseria e la disoccupazione che tocca il 55% dei giovani laureati ed ha causato molti suicidi all’inizio del movimento. E’ questa realtà, risultante dall’aggravamento della crisi economica mondiale, che si sforza di mascherare la campagna mediatica, orchestrata attorno alla caduta di Ben Ali. Quest’entusiasmo dei media per la “rivoluzione tunisina” mira ad intossicare la coscienza degli sfruttati, a portare le loro lotte contro la miseria e la disoccupazione sul campo della difesa dello Stato democratico borghese che non è altro che la forma più subdola, più ipocrita della dittatura del capitale.
Sofiane, 14 gennaio 2011
(da Révolution Internationale, ICConline)
Da molte settimane, si assiste in Tunisia ad un sollevamento contro la miseria e la disoccupazione che colpisce particolarmente la gioventù. Ai quattro angoli del paese, manifestazioni di strada, assembramenti, scioperi sono nati spontaneamente per protestare contro il regime di Ben Ali. I dimostranti reclamano pane, lavoro per i giovani ed il diritto di vivere con dignità. Di fronte a questa rivolta degli sfruttati e della gioventù privata di ogni futuro, la classe dominante ha risposto con le pallottole. Sono i nostri fratelli di classe ed i loro figli che vengono massacrati nelle manifestazioni e di cui sangue oggi scorre in Tunisia e in Algeria! Gli assassini ed i loro mandanti alla testa dello Stato tunisino e algerino mostrano in tutto il suo orrore il vero volto dei nostri sfruttatori e del dominio del sistema capitalista su tutta la superficie della terra. Questi assassini non si accontentano di farci morire di miseria e di fame, non si accontentano di spingere al suicidio decine di giovani ridotti alla disperazione, no, ci uccidono anche sparando pallottole reali sui manifestanti! Le unità di polizia dispiegate a Thala, Sidi Bouzid, Tunisi e soprattutto a Kasserine non hanno esitato a sparare sulla folla ed assassinare freddamente uomini, donne e bambini, facendo diverse decine di morti dall’inizio degli scontri. Di fronte a questa carneficina la borghesia dei paesi “democratici”, ed in particolare lo Stato francese fedele alleato di Ben Ali, non ha alzato neanche un dito per condannare la barbarie del regime ed esigere la fine della repressione. Ma questo non è affatto strano. Tutti i governi, tutti gli Stati sono complici! Tutta la borghesia mondiale è una classe di affamatori e di assassini!
Cosa è veramente successo in Tunisia ed in Algeria?
Tutto è iniziato il venerdì 17 dicembre, nel centro del paese, in seguito al fatto che un giovane disoccupato laureato di 26 anni, Mohamed Bouazizi, si è dato fuoco dopo che la polizia municipale di Sidi Bouzid gli aveva confiscato l’unica fonte di sussistenza, il suo carretto di frutta e verdura. Immediatamente, un vasto movimento di solidarietà e di indignazione si è sviluppato nella regione. Dal 19 dicembre sorgono manifestazioni totalmente pacifiche contro la disoccupazione, contro la miseria ed il caro vita (i protestanti brandiscono pezzi di pane!). Immediatamente il governo risponde con la repressione, il che non fa che accentuare la collera della popolazione.
Il 22 dicembre i medici universitari iniziano uno sciopero delle cure non urgenti di due giorni per protestare contro la loro mancanza di mezzi ed il deterioramento delle loro condizioni di lavoro. Questo si è esteso a tutte le cliniche universitarie del paese. Il 22 dicembre anche un altro giovane, Houcine Neji, si toglie la vita sotto gli occhi della folla, a Menzel Bouzaiane, appendendosi ad una linea di alta tensione: “Non voglio più miseria e disoccupazione”, grida. Altri suicidi rafforzeranno ancora di più l’indignazione e la rabbia. Il 24 dicembre, la polizia uccide un giovane dimostrante di 18 anni, Mohamed Ammari. Un altro dimostrante, Chawki Hidri, seriamente ferito morirà il 1° gennaio. Oggi il bilancio provvisorio è di almeno 65 uccisi da pallottole!
Di fronte alla repressione, il movimento si estende rapidamente a tutto il paese. Dei disoccupati laureati manifestano il 25 e il 26 dicembre nel centro di Tunisi. Assembramenti e manifestazioni di solidarietà si sviluppano in tutto il paese: Sfax, Kairouan, Thala, Bizerte, Sousse, Meknessi, Regueb, Souk Jedid, Ben Gardane, Medenine, Siliana… Nonostante la repressione, nonostante l’assenza di libertà d’espressione, dei dimostranti brandiscono dei cartelli: “Oggi noi non abbiamo più paura!”.
Il 27 e il 28 dicembre, sono gli avvocati ad unirsi al movimento di solidarietà con la popolazione di Sidi Bouzid. Di fronte alla repressione che si abbatte sugli avvocati con arresti e pestaggi, viene proclamato uno sciopero generale degli avvocati per 6 gennaio. Movimenti di sciopero toccano anche i giornalisti di Tunisi e gli insegnanti di Bizerte. Come mostra Jeune Afrique[1] del 9 gennaio, i movimenti sociali di protesta e di assembramento nelle strade sono completamente spontanei e sfuggono alla teleguida o al controllo delle organizzazioni politiche e sindacali: “La prima certezza è che il movimento di protesta è soprattutto sociale e spontaneo. E’ quello che confermano fonti credibili. ‘Nessun partito, nessun movimento può pretendere di agitare la piazza o di essere capace di fermarla’, si dichiara alla sezione regionale dell’Unione generale tunisina del lavoro (UGTT)”.
Viene organizzato un black-out totale dell’informazione. Nella regione di Sidi Bouzid molte località sono messe sotto copri-fuoco e viene mobilitato l’esercito. A Menzel Bouzaiane i feriti non possono essere trasportati, la popolazione ha difficoltà ad approvvigionarsi e le scuole vengono usate per alloggiare i rinforzi di polizia.
Per tentare di riportare la calma Ben Ali esce dal silenzio e fa una dichiarazione pubblica di 13 minuti nella quale promette di creare 300.000 posti di lavoro nel 2011-12 e la liberazione di tutti i manifestanti, eccetto quelli che hanno commesso atti di vandalismo. Licenzia il ministro dell’Interno, usato come prestanome, e denuncia allo stesso tempo la “strumentalizzazione politica” del movimento e l’azione di una minoranza di “estremisti” e “terroristi” che cercano di nuocere agli interessi del paese.
Questo discorso provocatorio, criminalizzando il movimento, poteva soltanto galvanizzare ancora di più la rabbia della popolazione, in particolare dei giovani. Dal 3 gennaio, i liceali si mobilitano ed utilizzano i cellulari e le reti Internet, in particolare Facebook e Twitter, per chiamare ad uno sciopero generale dei liceali. Questi manifestano il 3 ed il 4 gennaio dove sono raggiunti dai laureati disoccupati a Thala. I giovani dimostranti fanno fronte alle manganellate ed ai gas lacrimogeni delle forze di repressione. Nel corso degli scontri viene invasa la sede del governo ed incendiato il locale del partito al potere. L’appello allo sciopero nazionale dei liceali, rilanciato dalle reti Internet, è seguito in molte città. A Tunisi, Sidi Bouzid, Sfax, Biserte, Grombalia, Jbeniana, Sousse, i liceali si uniscono ai disoccupati. Assembramenti di solidarietà hanno luogo anche a Hammamet e Kasserine.
La rivolta si estende alle università
Allo stesso momento, in Algeria il martedì 4 gennaio a Koléa, una piccola città ad ovest della capitale algerina, tutta una massa di disoccupati, di operai in esubero e pieni di rabbia scendono a loro volta in piazza. Lo stesso giorno, i portuali di Algeri entrano in sciopero per protestare contro un accordo tra la società di gestione portuale ed il sindacato che taglia il pagamento dalle ore straordinarie notturne. Gli scioperanti si rifiutano di seguire all’appello per la sospensione dello sciopero lanciato dai rappresentanti sindacali. Anche la rabbia tuona: per questi operai che hanno un salario da miseria, mangiare e dar da mangiare alle loro famiglie è una preoccupazione quotidiana alla stregua dei giovani senza lavoro di Tunisi o di Algeri. Il 5 il movimento di rivolta si propaga in Algeria, in particolare sul litorale e nella Kabilia (Oran, Tipaza, Bejaïa,…), intorno alle stesse rivendicazioni sociali di fronte alla disoccupazione endemica dei giovani ed alla penuria di alloggi che li spingono a restare presso i loro genitori e ammucchiarsi in bassifondi (nei sobborghi di Algeri pullulano città-dormitorio degli anni 1950 che assomigliano a bidonville che costringono i giovani ad occupare abusivamente dei terreni di gioco dai quali si fanno regolarmente espellere dalle cariche della polizia). La risposta del governo non si è fatta aspettare. Le forze di repressione e l’esercito hanno immediatamente colpito e colpito duro. Solo nel quartiere Bab el Oued di Algeri, i feriti si contano a centinaia. Ma anche qui la repressione selvaggia dello Stato algerino contribuisce ad aumentare la rabbia. In alcuni giorni le manifestazioni guadagnano venti province (wilayas). Il bilancio ufficiale è di tre morti (a M’Silla Tipaza e Boumerdès). Nei dimostranti la rabbia arriva al culmine. “Non ne possiamo più, non vogliamo più”. “Non abbiamo più niente da perdere”. Ecco quello che si sente più spesso gridare nelle vie dell’Algeria. Queste sommosse hanno per detonatore immediato il nuovo aumento brutale dei prezzi dei prodotti alimentari di prima necessità, annunciato il 1° gennaio scorso: i prezzi dei cereali sono aumentati del 30%, l’olio del 20% e lo zucchero ha visto un’impennata dell’80%! Dopo 5 giorni di repressione e di calunnie riversate sul movimento, Bouteflika abbozza una retromarcia per fare abbassare la tensione: promette una detassazione sui prodotti che hanno subito un forte aumento.
In Tunisia, il 5 gennaio, in occasione dei funerali del giovane commerciante di verdura che si è suicidato a Sidi Bouzid il 17 dicembre, la rabbia è al culmine. Una folla di 5000 persone sfila dietro il corteo funebre gridando la sua indignazione: “Oggi noi ti piangiamo, faremo piangere coloro che hanno causato la tua morte!”. Il corteo diventa una manifestazione. La folla scandisce slogan contro il caro vita “che ha portato Mohamed al suicidio” e grida “Vergogna al governo!”. La sera stessa, la polizia procede ad arresti brutali di manifestanti a Jbedania e Thala. Dei giovani vengono fermati ed inseguiti dalla polizia armata.
Il 6 gennaio, lo sciopero generale degli avvocati è seguito al 95%. Ovunque, nelle località del centro, del sud e dell’ovest del paese, ci sono scioperi, manifestazioni di strada, scontri con la polizia e l’agitazione guadagna anche le città più ricche del litorale Est.
La polizia si dispiega davanti a tutte scuole superiori e tutte le università del paese. A Sfax, Jbeniana, Tajerouine, Siliana, Makhter, Tela, manifestazioni di liceali, universitari, abitanti vengono brutalmente disperse dalla polizia. A Sousse, la facoltà di scienze umane è presa d’assalto dalle forze dell’ordine che procedono ad arresti di studenti. Il governo decide la chiusura di tutti le scuole superiori e di tutte le università.
Di fronte alla repressione del movimento, il 7 gennaio, nelle città di Regueb e Saida vicine a Sidi Bouzid, scontri tra dimostranti e polizia fanno 6 feriti. Dei dimostranti lanciano proiettili su un posto di sicurezza e la polizia spara sulla folla. Tre giovani vengono feriti gravemente.
L’8 gennaio, il sindacato ufficiale UGTT esce infine dal suo silenzio, ma non denuncia la repressione. Il suo segretario generale, Abid Brigui, si accontenta di dichiarare, sotto la pressione della base, che sostiene le “rivendicazioni legittime delle popolazioni di Sidi Bouzid e delle regioni dell’interno del paese”. “Non possiamo essere al di fuori di questo movimento. Non possiamo che metterci dalla parte dei diritti dei bisognosi e di chi chiede lavoro”. Di fronte alla violenza della repressione, dichiara timidamente: “è contro natura condannare questo movimento. Non è normale rispondervi con delle pallottole”. Ma non lancia alcun appello alla mobilizzazione generale di tutti i lavoratori, nessun appello alla cessazione immediata della repressione della violenza feroce scatenata nel week-end dell’8-9 gennaio.
A Kasserine, Thala e Regueb, la repressione delle manifestazioni volge in massacro. La polizia spara a freddo sulla folla facendo più di 25 morti. Nella città di Kasserine terrorizzata dai soprusi della polizia che ha sparato sui cortei funebri, l’esercito, diviso, non solo rifiuta di sparare sulla popolazione ma si interpone per garantire a questa la sua protezione contro la polizia antisommossa. Da parte sua il capo dello Stato - maggiore dell’esercito di terra viene licenziato per avere dato l’ordine non di sparare sui manifestanti. Del resto, se l’esercito è stato dispiegato nelle principali città per proteggere gli edifici pubblici, viene però messo da parte nelle operazioni di repressione diretta, anche nella capitale da dove ha finito per ritirarsi. Di fronte al bagno di sangue, il personale ospedaliero della regione, benché sopraffatto dalle urgenze, stacca il lavoro in segno di protesta.
Dal fine settimana di sangue dell’8 gennaio, la rabbia prende la capitale. Il 12 gennaio esplodono delle sommosse nella periferia di Tunisi. La repressione farà 8 morti fra cui un giovane ucciso da una pallottola alla testa. Il governo impone il coprifuoco. Oggi la capitale è settorializzata dalle forze di sicurezza ed il sindacato ufficiale UGTT ha, alla fine, chiamato ad uno sciopero generale di 2 ore per venerdì 14. Nonostante il coprire-fuoco ed il dispiegamento delle forze di repressione nella capitale, gli scontri sono continuati nel centro di Tunisi e dappertutto sono stati bruciati i ritratti di Ben Ali. Il 13 gennaio, la rivolta si estende alle stazioni balneari del litorale ed in particolare alla grande stazione turistica di Hammamet dove vengono saccheggiati i magazzini e strappati i ritratti di Ben Ali mentre continuano gli scontri tra manifestanti e polizia nel cuore della capitale. Di fronte al rischio caduta del paese nel caos, di fronte alla minaccia di uno sciopero generale e sotto la pressione della “comunità internazionale”, in particolare dello Stato francese che, per la prima volta, comincia a “condannare” Ben Ali, quest’ultimo finisce per fare delle concessioni. La sera del 12 gennaio dichiara alla popolazione: “Vi ho compreso” ed afferma che non si presenterà alle prossime elezioni… previste nel 2014! Promette un abbassamento del prezzo dello zucchero, del latte, del pane e chiede infine alle forze dell’ordine di non sparare più veri pallottole affermando che “ci sono stati degli errori e morti per niente”.
La complicità degli Stati “democratici”
Di fronte alla ferocia della repressione, tutti i governi “democratici” si sono accontentati per molte settimane di affermare la loro “preoccupazione” facendo appello alla “calma” ed al “dialogo”. In nome del rispetto dell’indipendenza della Tunisia e della non ingerenza negli affari interni del paese, nessuno ha condannato le violenze della polizia ed il massacro perpetrato dagli scagnozzi agli ordini di Ben Ali, anche se ipocritamente, la maggior parte deplora “un impiego eccessivo del ricorso alla forza”. Dopo il fine settimana di sangue dell’8 gennaio, lo Stato francese ha persino dato apertamente il suo sostegno a questo dittatore sanguinario. Dopo avere ipocritamente “deplorato” le violenze, Michèle Alliot-Marie, ministro degli esteri, ha proposto un aiuto per la “sicurezza” della Francia alle forze di repressione dello Stato tunisino nel suo discorso all’Assemblea nazionale del 12 gennaio: “Proponiamo che il savoir-faire delle nostre forze di sicurezza, che è riconosciuto in tutto il mondo, permetta di risolvere delle situazioni di sicurezza di questo paese”. Il “savoir-faire” delle forze di sicurezza francesi! L’abbiamo già visto in occasione degli abusi della polizia che causarono la morte per folgorazione di due adolescenti inseguiti dai poliziotti nel 2005 e che ha costituito l’elemento principale dello scoppio delle rivolte delle periferie di Parigi. Questo “savoir-faire” lo abbiamo ancora visto all’opera nel movimento dei giovani contro il CPE[2] dove i corpi anti-sommossa hanno invaso alcune università con i cani per terrorizzare gli studenti che lottavano contro la prospettiva della disoccupazione e della precarietà. Questo “savoir-faire” per la “sicurezza” dei nostri buoni poliziotti francesi si è rivelato anche nei tiri di flash ball (proiettili di gomma) che hanno ferito molti liceali in occasione delle manifestazioni contro la LRU[3] nel 2007. E più recentemente, nel movimento contro la riforma delle pensioni, la repressione che si è abbattuta in particolare a Lione contro giovani manifestanti ha mostrato ancora una volta l’efficacia delle forze di “sicurezza” del democratico Stato francese! Centinaia di giovani sono stati già condannati a pene pesanti di detenzione o sono minacciati di esserlo. Certo, gli Stati democratici” hanno più ritegno e oggi non sparano vere pallottole sui dimostranti, ma non è certamente perché loro sarebbero più “civili” , meno barbari o più “rispettosi dei diritti dell’uomo e della libertà di espressione”, ma perché la classe operaia di questi paesi è più forte, ha una lunga esperienza di lotte e non è disposta ad accettare un tale livello di repressione.
Quanto alla criminalizzazione dei movimenti sociali che permette di giustificare la repressione, il governo di Ben Ali non ha nulla da invidiare al suo complice francese che è stato il primo a denunciare gli studenti nel 2006, così come i lavoratori della Sncf e del RATP[4] (in lotta per le difese dei regimi speciali delle pensioni) nel 2007, come “terroristi”.
È chiaro che la sola cosa che “preoccupa” tanto la classe dominante di tutti i paesi, è un rafforzamento “efficace” dello Stato poliziesco destinato al mantenimento dell’ordine capitalista, un ordine sociale che non ha nessun futuro da offrire alle giovani generazioni. Ovunque nel mondo, di fronte alla crisi insormontabile del capitalismo, questo “ordine” non può che generare sempre più miseria, disoccupazione e, infine, repressione.
L’evidente complicità di tutta la borghesia mondiale rivela che il responsabile del bagno di sangue in Tunisia è il sistema capitalista nel suo insieme e non solo il regime corrotto Ben Ali. Lo Stato tunisino è solo una caricatura di Stato capitalista!
Una rivolta che si congiunge alla lotta della classe operaia mondiale
Benché la Tunisia sia dominata da un regime totalitario incancrenito dalla corruzione, la situazione sociale in questo paese non è un’eccezione. In Tunisia, come dappertutto, i giovani sono confrontati allo stesso problema: l’assenza di prospettiva. Questa rivolta “popolare” si congiunge alla lotta generale della classe operaia e delle sue giovani generazioni contro il capitalismo. Essa s’ inscrive nella continuità delle lotte che si sono svolte dal 2006, in Francia, in Grecia, in Turchia, in Italia in Inghilterra dove tutte le generazioni si sono ritrovate in un’immensa ondata di protesta contro il deterioramento delle condizioni di vita, la miseria, la disoccupazione dei giovani e la repressione. Il fatto che la rivolta sociale sia stata segnata da un vasto movimento di solidarietà fin dagli avvenimenti del 17 dicembre, mostra che, nonostante tutte le difficoltà della lotta di classe in Tunisia o in Algeria, nonostante il peso delle illusioni democratiche legato all’inesperienza ed alla cappa di piombo di questi regimi che espongono i proletari all’isolamento ed ai bagni di sangue, questa rivolta contro la disoccupazione e il caro vita appartiene alla lotta della classe operaia mondiale.
La cospirazione del silenzio che ha circondato questi avvenimenti non viene del resto solo della censura di questi regimi. È stata parzialmente rotta dall’attività di una gioventù che ha saputo attivare le reti Internet, Twitter o Facebook come arma di lotta, come mezzo di comunicazione e di scambio per mostrare e denunciare la repressione, assicurando così un legame tra loro ma anche con la loro famiglia o amici al di fuori del paese, in particolare in Europa. Ma i mass media della borghesia hanno ovunque contribuito ad instaurare un black-out, soprattutto rispetto alle lotte operaie che hanno inevitabilmente accompagnato questo movimento e la cui eco è arrivata solo in modo frammentario[5].
Questi mass media hanno anche fatto di tutto, come in occasione di ogni lotta della classe operaia, per deformare e screditare questa rivolta contro la miseria ed il terrore capitalista presentandola all’esterno come un remake dei moti nelle periferie in Francia, come l’opera di una banda di “casseur”[6] irresponsabili e di saccheggiatori, anche qui in piena complicità con il governo di Ben Ali, quando invece molti manifestanti hanno denunciato i saccheggi come operazioni fatte da poliziotti incappucciati destinate a screditare il movimento. I video fatti dai giovani hanno anche mostrato poliziotti in abiti civili che hanno rotto delle vetrine a Kasserine l’8 gennaio come pretesto alla terribile repressione terribile che hanno scatenato in questa città.
Di fronte alla barbarie capitalista, di fronte alla legge del silenzio e della menzogna, la classe operaia di tutti i paesi deve manifestare la sua solidarietà verso i suoi fratelli di classe in Tunisia ed in Algeria. E questa solidarietà non può che affermarsi con lo sviluppo delle proprie lotte contro tutti gli attacchi del capitale in tutti i paesi, contro questa classe di sfruttatori, di affamatori e di assassini che può mantenere i suoi privilegi solo continuando ad immergere l’umanità nel pozzo della miseria. Solo sviluppando in maniera massiccia le sue lotte, sviluppando la sua solidarietà e la sua unità internazionale la classe operaia, soprattutto nei paesi “democratici” più industrializzati, potrà offrire una prospettiva di futuro alla società.
Solo rifiutandosi dappertutto di pagare le spese del fallimento del capitalismo la classe sfruttata potrà mettere fine alla miseria ed al terrore della classe sfruttatrice rovesciando il capitalismo e costruendo un’altra società basata sulla soddisfazione dei bisogni di tutta l’umanità e non sul profitto e lo sfruttamento.
Solidarietà con i nostri fratelli di classe nel Magreb!
Solidarietà con le giovani generazioni di proletari ovunque lottino contro un futuro negato!
Per porre fine alla disoccupazione, alla miseria e alla mitraglia, bisogna porre fine al capitalismo!
WM (13 gennaio 2011)
[2] Movimento contro il Contratto di primo impiego scoppiato in Francia nel 2006.
[3] Riforma universitaria prevista dal governo francese e fortemente contestata dagli studenti.
[4] Ferrovie dello Stato francesi e metropolitane
[5] Ricordiamo che in Tunisia nel 2008, la regione delle miniere di fosfati di Gafsa è stata il cuore di una prova di forza con il potere duramente repressa e che in Algeria, nel gennaio 2010, 5.000 scioperanti della SNVI e di altre imprese hanno tentato, nonostante il brutale intervento brutale delle forze dell’ordine, di raggrupparsi per estendere ed unificare la loro lotta in una zona industriale che raccoglie 50.000 operai nella regione di Rouiba alle porte di Algeri.
[6] Letteralmente “colui che rompe”, termine che viene indicato normalmente per indicare chi durante le manifestazioni fa atti di vandalismo.
Questo appello è stato postato da un lavoratore dell’AG sul nostro forum in lingua francese di cui riportiamo anche l’introduzione al testo. Noi sosteniamo pienamente questa iniziativa internazionalista ed a nostra volta invitiamo tutti a diffonderla il più possibile.
CCI
Ciao a tutti, una parte dell’Assemblea Generale di “Gare de l’Est - Ile de France”, che si è costituita durante l’ultimo movimento di lotta, continua a riunirsi regolarmente. Abbiamo scritto collettivamente un testo (circa 4 settimane di discussioni e correzioni multiple) dove abbiamo voluto esprimere la nostra solidarietà ai lavoratori che in Europa subiscono esattamente gli stessi attacchi che subiamo noi (ma questo vale per tutto il pianeta). Lo posterò qui in diverse lingue, se i lettori di questo forum potessero aiutare a diffonderlo quanto più possibile a livello internazionale, non sarebbe male!
Tibo (uno dei partecipanti dell’AG).
Siamo un gruppo di lavoratori salariati di differenti settori (ferrovieri, insegnanti, informatici, …), di disoccupati e di precari. Durante i recenti scioperi in Francia ci siamo riuniti in Assemblea Generale Interprofessionale - inizialmente sul marciapiede di una stazione (Gare de l’Est, Parigi), poi in una sala della Camera del lavoro. Volevamo raccogliere quanto più possibile dei lavoratori di altre città della regione parigina. Perché ne abbiamo abbastanza della collaborazione di classe dei sindacati che ci portavano ancora una volta alla sconfitta, abbiamo voluto organizzarci da soli anche per tentare di unire i settori in sciopero, estendere lo sciopero e far si che fossero gli stessi scioperanti a controllare la propria lotta.
Alla guerra sociale dei capitalisti. I lavoratori devono opporre una lotta di classe
In Gran Bretagna, in Irlanda, in Portogallo, in Spagna, in Francia, … in tutti i paesi, siamo tutti attaccati duramente. Le nostre condizioni di vita si deteriorano. In GB, il governo Cameron ha annunciato la soppressione di 500.000 posti di lavoro nel settore pubblico, 7 miliardi di sterline di tagli nei bilanci sociali, la triplicazione delle tasse d’iscrizione all’università, ecc.
In Irlanda, il governo Cowen ha appena abbassato il salario orario minimo di più di un euro e le pensioni del 9%.
In Portogallo, i lavoratori sono confrontati ad un tasso di disoccupazione record. In Spagna, il “grande socialista” Zapatero non smette di fare tagli netti in ogni genere di sussidio di disoccupazione, di aiuti sociali e medici …
In Francia, il governo continua ad attaccare le nostre condizioni di vita. Dopo le pensioni, è la volta della sanità. L’accesso alle cure diventa sempre più difficile per i lavoratori: sempre più medicinali che non vengono rimborsati, aumento delle mutue private, soppressione di posti nell’ospedale pubblico. Come tutti i servizi pubblici (Poste, EDF-GDF [elettricità e gas], TELECOM), il settore ospedaliero viene smantellato e privatizzato. Risultato: milioni di famiglie operaie già da ora non possono più occuparsi!
Questa politica è vitale per i capitalisti.
Di fronte allo sviluppo della crisi e del crollo di parti intere dell’economia capitalista, questi ultimi trovano sempre meno mercati, fonte di profitti per i loro capitali. Quindi sono ancora più costretti a privatizzare i servizi pubblici.
Tuttavia questi nuovi mercati sono più ristretti in termini di sbocchi produttivi di quanto non lo siano i pilastri dell’economia mondiale come l’edilizia, l’auto, il petrolio, …. Anche nel migliore dei casi, questi non permetteranno un nuovo slancio economico salvatore. Pertanto, in questo contesto di crollo, la lotta per i mercati sarà ancora più accanita per i grandi trust internazionali. In altre parole, per gli investitori di capitali sarà questione di vita o morte. In questa lotta ogni capitalista si trincererà dietro il suo Stato per difendersi. In nome della difesa dell’economia nazionale, i capitalisti tenteranno di trascinarci dietro la loro guerra economica. Di questa guerra, le vittime sono … i lavoratori. Perché dietro la difesa dell’economia nazionale, ogni borghesia nazionale, ogni Stato, ogni padrone prova a ridurre i suoi “costi” per mantenere la sua “competitività”. Concretamente, non smetteranno di intensificare gli attacchi contro le nostre condizioni di vita e di lavoro. Se li lasciamo fare, se accettiamo di stringerci ancora la cinghia, questi sacrifici non vedranno fine. Rimetteranno in discussione perfino le nostre condizioni di esistenza!
Lavoratori, rifiutiamo di lasciarci dividere in corporazione, settore o nazionalità. Rifiutiamo di consegnarci a questa guerra economica da una parte e d’altra delle frontiere. Battiamoci insieme ed uniamoci nella lotta! Il grido lanciato da Marx è sempre più attuale: “Proletari di tutti i paesi, unitevi”.
Tocca a noi lavoratori prendere in mano le nostre lotte.
Oggi, sono i lavoratori in Grecia, in Spagna, gli studenti in Inghilterra ad essere in lotta ed a essere il bersaglio di governi che, di sinistra come destra, sono al servizio delle classi dirigenti. E come noi in Francia, avete a che fare con governi che reprimono violentemente i lavoratori ed i disoccupati, gli studenti, i liceali.
In Francia, quest’autunno, abbiamo voluto difenderci. Eravamo milioni a scendere nelle strade per rifiutare puramente e semplicemente questo nuovo attacco. Ci siamo battuti contro questa nuova legge e contro tutte le misure di austerità che ci toccano in pieno. Abbiamo detto “No!” all’aumento della precarietà e della povertà. Ma l’intersindacale ci ha portati volutamente alla sconfitta combattendo contro l’estensione del movimento di sciopero.
• Anziché rompere le barriere tra categorie e corporazioni per unire il più ampiamente possibile i lavoratori, ha chiuso le assemblee generali di ogni impresa agli altri lavoratori.
• Ha fatto azioni spettacolari “per bloccare l’economia” ma non fa niente per organizzare picchetti di sciopero o picchetti volanti che avrebbero potuto attirare altri lavoratori nella lotta. Cosa che dei lavoratori e dei precari hanno fatto.
• Ha negoziato la nostra sconfitta alle nostre spalle, dietro le porte chiuse dei gabinetti ministeriali.
L’intersindacale non ha mai rigettato la legge sulle pensioni, anzi ha detto e ripetuto che essa era “necessaria” e “inevitabile”! Secondo loro avremmo dovuto accontentarci di chiedere al suo fianco “più negoziati governo-padronato-sindacati”, “più aggiustamenti della legge per una riforma più giusta ed equa” …
Per lottare contro tutti questi attacchi, non possiamo che contare su noi stessi. Per quello che ci riguarda abbiamo difeso in questo movimento la necessità per i lavoratori di organizzarsi nei luoghi di lavoro in Assemblee Generali sovrane, di coordinarsi a livello nazionale per dirigere il movimento di sciopero eleggendo delegati revocabili in qualsiasi momento. Solo una lotta animata, organizzata e controllata da tutti i lavoratori, tanto nei suoi mezzi che nei suoi obiettivi, può creare le condizioni necessarie per garantire la vittoria.
Sappiamo che non è finita, gli attacchi continueranno, le condizioni di vita saranno sempre più difficili e le conseguenze della crisi del capitalismo vanno soltanto a peggiorare. Ovunque nel mondo dobbiamo quindi batterci. Per farlo dobbiamo ritrovare la fiducia nella nostra forza:
Noi siamo capaci di prendere le redini delle nostre lotte e di organizzarci collettivamente.
Noi siamo capaci di discutere apertamente e fraternamente, senza paura di parlare.
Noi siamo capaci di controllare realmente la tenuta dei nostri dibattiti e le nostre decisioni.
Le assemblee generali non devono essere dirette dai sindacati ma dai lavoratori stessi.
Dovremo batterci per difendere le nostre vite ed il futuro dei nostri figli!
Gli sfruttati di tutto il mondo sono fratelli e sorelle di una stessa ed unica classe!
Solo la nostra unione al di là delle frontiere sarà in grado di buttare giù questo sistema di sfruttamento.
Dei partecipanti dell’AG interprofessionale “Gare de l’Est e Ile de France”
Per contattarci: [email protected] [178].
Annata 2012
Nelle ultime settimane di marzo degli atroci atti di violenza hanno scioccato il mondo.
All’inizio di marzo, nella provincia afghana di Kandahar, il sergente americano Robert Bales ha sparato freneticamente sulla gente. E’ andato di casa in casa, sparando metodicamente sui civili afghani. Ha ucciso 16 persone, la maggior parte donne e bambini. A metà marzo c’era stato il massacro a Toulouse, in Francia, per mano di Mohammed Merah[1] che ha detto voleva vendicarsi del divieto di portare il burqa in Francia, dell’invio dell’esercito francese in Afghanistan e dell’oppressione dei palestinesi da parte dello Stato di Israele.
La ragione del delirio omicida di Robert Bales è ancora sconosciuta. In ogni casso egli ha perso ogni controllo e nella sua cieca sete di distruzione voleva uccidere più gente possibile.
Non vogliamo soffermarci sulla traiettoria particolare di questo soldato americano che ha affilato gli artigli omicidi “legalizzati” agli ordini dei suoi capi. Né vogliamo qui soffermarci sulle sofferenze infinite che vivono le popolazioni vittime delle molteplici guerre in tutto il mondo. Non è una novità che la guerra apre la porta ai peggiori abusi, collettivi e individuali. Tutta la storia delle società di classe, e al primo posto quella della borghesia e del capitalismo, è piena di prove in tal senso. Le due guerre mondiali del 20° secolo, ma anche tutti gli altri orrori e abomini che hanno puntellato la barbarie dei massacri che si sono moltiplicati negli ultimi 60 anni, hanno dimostrato che questa tendenza non fa che accelerarsi. Vogliamo invece qui soprattutto illustrare attraverso il soldato Bales (e Mohamed Merah) fino a che grado di lavaggio del cervello gli individui vengono spinti in un contesto di nazionalismo esacerbato e di sottomissione alla logica dell’omicidio pianificato e giustificato da e per un’ideologia dell'odio alimentata quotidianamente da tutti i campi della borghesia.
“Voglio aiutare il mio paese....”
Il New York Times del 17 marzo ha riferito che Bales si era arruolato nell’esercito subito dopo l’11 settembre. “Voglio aiutare il mio paese” era stata la sua motivazione. Tuttavia quando è stato inviato sul campo di battaglia, ha preso coscienza che la vita dei soldati americani (come quella di tutte le truppe dell’ISAF[2]) era in pericolo 24 ore su 24. Ogni giorno dovevano aspettarsi un attacco odioso e criminale in qualsiasi momento, spesso a sorpresa. Il giorno prima del massacro, Bales era stato testimone di una scena orrenda in cui uno dei suoi colleghi aveva perso una gamba su una mina. Non sappiamo quante vittime civili o tra combattenti nemici ha visto né a quante fucilazioni ha dovuto partecipare. Ma il caso di Robert Bales non è un’eccezione.
È provato che la guerra crea terribili danni psicologici. “Più di 200.000 persone (cioè un quinto di tutti i veterani della guerra in Iraq e in Afghanistan) fin dall’inizio della guerra in questi paesi, hanno subito un trattamento negli ospedali militari - tutti in trattamento per turbe da stress post traumatiche (PTSD). ‘USA Today’ ha pubblicato dei dati nel novembre 2011 che si rifanno agli archivi dell’Associazione dei Veterani. La stima del numero di casi non riportati di veterani di guerra ammalati è probabilmente molto più elevata. (…) L’esercito riconosce solo 50.000 casi di PTSD (Post Traumatic Syndrom Disorder)”[3].
Circa un terzo dei soldati della guerra del Vietnam tornò a casa con disturbi psicologici molto importanti. Anche se solo l’1% della popolazione ha prestato servizio nell’esercito americano, il suicidio di soldati rappresenta il 20% di tutti i suicidi. Quasi 1.000 veterani tentano di suicidarsi ogni mese. Come loro stessi dicono: “È un orrore. La guerra cambia il tuo cervello. Tra la guerra e la vita a casa c’è un abisso. Tu cambi, che lo voglia o no. Una volta ritornato a casa, non puoi più trovare un equilibrio”[4].
Il caso di Robert Bales nè è un’illustrazione: se ci si fa prendere dal patriottismo e il nazionalismo si viene catturati da un ingranaggio di distruzione che non fa che danneggiare o distruggere la vita del nemico e della sua popolazione civile, ma i soldati stessi ne vengono dilaniati, mutilati mentalmente ed emotivamente destabilizzati, profondamente feriti. Mentre la classe dominante e suoi ideologi abbelliscono le guerre parlando di “missione umanitaria”, di “missioni di stabilizzazione”, la realtà sul teatro di guerra è completamente diversa.
Sul campo di guerra i soldati vengono precipitati nell’abisso, dove la loro inevitabile diffidenza iniziale evolve in odio e paranoia. Se non erano già inclini al facile uso della violenza prima dell’arruolamento, o se non erano già psicologicamente instabili, molti di loro ritorno a casa profondamente destabilizzati. Quello che viene dipinto come intervento “umanitario” si dimostra essere in realtà l’esercizio del terrore sulla popolazione, con l’umiliazione e la tortura. I soldati sviluppano un senso di soddisfazione/compensazione se possono sfigurare o distruggere i simboli che la popolazione locale ha in grande considerazione, o se possono umiliare degli esseri umani direttamente e apertamente. La popolazione locale che è stata spinta in un impasse spesso non sente che disprezzo per i “liberatori” e, tra essa, molti possono essere facilmente mobilitati per degli attacchi suicidi. In breve, la macchina per uccidere gira a pieno regime.
Dopo tante esperienze traumatiche il soldato Bales non poteva più dire “voglio aiutare il mio paese” perché era particolarmente indignato del fatto che dopo 4 campagne era stato di nuovo mandato in Afghanistan. Secondo la sua compagna le truppe avrebbero preferito essere inviate in paesi più pacifici, Germania, Italia o Hawaii. Il corpo e lo spirito di così tanti soldati vengono mutilati. La brutalità si sviluppa. Una volta tornati a casa, la maggior parte di loro devono affrontare la disoccupazione e la sensazione di non essere a casa da nessuna parte. Il caso della città di Los Angeles è rivelatore: “A Los Angeles ci sono molti veterani senza domicilio. Hanno perso tutto: il loro lavoro, il loro partner, la loro casa. Tutto questo a causa dei loro problemi psicologici e perché non ricevono nessun aiuto. Quasi un terzo di tutti i senzatetto di Los Angeles sono dei veterani”[5].
La NAPO (Associazione Nazionale Britannica degli Agenti di libertà vigilata) stima che “12.000 (soldati precedentemente impiegati) sono in libertà vigilata e altri 8.500 dietro le sbarre in Inghilterra e nel Galles. Questo totale di più di 20.000 è più del doppio del numero di militati attualmente in servizio in Afghanistan”[6].
Il soldato Bales può essere condannato alla pena di morte per la legge americana. Invece di cercare e di spiegare perché il patriottismo e il nazionalismo portano necessariamente a orge di violenza e alla distruzione delle vittime, il sistema giudiziario americano, che ne è l’istigatore, agisce da giudice e fa “giustizia”. Vuole lavarsi le mani della sua responsabilità dopo che la guerra e l’esercito hanno talmente danneggiato i soldati da far loro perdere l’auto controllo e “collassare”. Il “benessere” per gli psicologi dell’esercito ha un unico scopo: i soldati devono essere idonei a combattere. Lo psicologo e regista Jan Haaken ha mostrato nel suo documentario “Mind Zone” il ruolo che giocano gli psicologi: “Non siamo qui per ridurre il numero di soldati. In caso di dubbio i soldati sono dichiarati idonei al combattimento, per tutto il tempo che possono fare il lavoro”6.
Mentre la maggior parte dei soldati (che si vedono all’inizio come chi contribuisce alla “liberazione” del paese dal giogo dei talebani), come pure la popolazione locale sottoposta a grande sofferenza fisica e psicologica, lo stesso sistema, dal canto suo, è asfissiato dall’onere economico della guerra. Gli Stati Uniti, che hanno scatenato la guerra più lunga nella loro storia, hanno accumulato una spesa enorme per questa. “La fattura finale sarà almeno di 3,7 miliardi di dollari, secondo il progetto di ricerca ‘Costs of War’(Spese di guerra) dell’Istituto Watson degli Studi Internazionali dell’Università Brown”[7].
La guerra, in quanto meccanismo di “sopravvivenza” del sistema richiede un prezzo sempre più alto. La sopravvivenza di questo modo di produzione decadente diventa una cosa totalmente irrazionale.
Combattere la barbarie con dei mezzi barbari?
La spirale di violenza, la macchina di distruzione, che eliminano tutto ciò che è umano, non possono essere rotti con gli strumenti del sistema capitalista. Per rovesciare questo sistema disumano il fine e i mezzi devono essere in armonia l’un l’altro.
“La rivoluzione proletaria non ha bisogno del terrore per raggiungere i suoi obiettivi. Odia e aborre l’assassinio. Non ha bisogno di questi strumenti, perché lotta non contro gli individui, ma contro le istituzioni, perché non scende in campo con ingenue illusioni da vendicare con il sangue allorquando vengano deluse. Non è il tentativo disperato di una minoranza che con la violenza vuole modellare il mondo secondo il suo ideale, ma l’azione della grande massa di milioni di uomini che compongono il popolo, chiamati ad assolvere al loro compito storico e fare della necessità storica una realtà” (Rosa Luxemburg, Cosa vuole la Lega Spartakus?)
DV (25 marzo)
[1] Vedi “Les drames de Toulouse et Montauban sont des syptômes de l’agonie barbare de la société capitaliste”, https://fr.internationalism.org/icconline/2012/la_folie_meurtriere_du_soldat_bales_en_afghanistan_reflete_la_folie_du_monde_capitaliste.html [193]
[2] . International Security Assistance Force (ISAF) è una forza speciale internazionale che impiega circa 58.300 militari provenienti da una quarantina di nazioni in missione di supporto al governo dell’Afghanistan.
[3]https://www.spiegel.de/politik/ausland/amoklaeufer-bales-litt-offenbar-unter-posttraumatischem-stress-a-822232.html [194]
Se le responsabilità sono ancora tutte da verificare, e chissà se saranno mai accertate, quello che invece sembra da subito chiaro è l’uso di questo attentato che lo Stato ha deciso di fare. Subito dopo lo scoppio, a partire da un video che ritrae un uomo che preme un telecomando, il procuratore di Brindisi avanzava l’interpretazione che si trattasse di un gesto isolato di una personalità distorta che aveva qualche motivo per avercela con il mondo, e sulla base di questa ipotesi il quotidiano Repubblica di lunedì 21 pubblicava tutto un articolo per spiegare che i motivi del gesto erano legati alla scuola. Contemporaneamente però il procuratore antimafia di Lecce e quello nazionale cominciavano a parlare di gesto terroristico con finalità stragiste, e questo a prescindere dal fatto che il gesto “provenga dalla mafia, o da un folle isolato o da un’organizzazione eversiva” (parole del procuratore nazionale antimafia Grasso). Insomma sin dal primo momento gli organi dello Stato ai più alti livelli hanno imposto che la bomba di Brindisi venisse etichettata come atto di terrorismo, e questo a prescindere dalle responsabilità precise. Pochi giorni dopo, l’inchiesta è stata tolta al procuratore di Brindisi e affidata alla procura antimafia di Lecce, a conferma che bisognava continuare sulla strada della strage terroristica. Dietro questa generica definizione ci si può mettere quello che si vuole, ma quello che è chiaro è che con questa caratterizzazione si vuole creare un clima di paura, un clima in cui anche i semplici cittadini si sentano in pericolo, in qualsiasi luogo e senza motivo apparente, come è stato per la scuola di Brindisi. Creato questo clima[4], da un lato si spingono i settori più deboli della popolazione[5] a stringersi intorno allo Stato, dall’altro si può cominciare ad additare il nemico pubblico nel terrorismo, mescolando in questo termine le vicende più diverse: il gesto di un folle, le stragi di mafia, gli atti dimostrativi del terrorismo politico …, fino agli scontri di piazza.
Gli interventi che vanno in questo senso si susseguono con ritmo crescente: dapprima Monti ha detto che il pericolo principale era il terrorismo, e questo a partire dal semplice agguato al dirigente Ansaldo gambizzato dai sedicenti anarchici della FAI (Federazione Anarchica Informale, raggruppamento di cui si sa molto poco), poi si è aggiunto il capo della polizia Manganelli a lanciare lo stesso allarme, con i giornali borghesi pronti a raccogliere il segnale: “Ma come se non bastasse il terrorismo anarchico, anche le proteste violente (Napoli) contro Equitalia, oltre che i pacchi esplosivi, è poi arrivato l’attentato di Brindisi, la morte di Melissa.” (La Stampa, 26/5/2012), e la settimana precedente il TG3 (sì, quello dell’estrema sinistra) in un servizio dedicato alla gambizzazione del dirigente Ansaldo mostrava … le immagini degli scontri di Napoli davanti alla sede di Equitalia![6]
Così il cerchio si chiude! Per quelli che non accettano di schierarsi dietro lo Stato, è pronta l’etichetta di terrorista, e perché no, anche di stragista, visto che tutto viene messo sullo stesso piano.
Non ci si deve meravigliare di questo uso cinico della morte di una ragazzina[7]: un sistema in piena crisi economica, sociale e politica, non arretra di fronte a nessuna nefandezza pur di sopravvivere; un sistema che non esita a bombardare civili inermi, come in Iraq e in Afganistan, chiamando questi interventi “missioni di pace” o di ristabilimento della democrazia, un sistema in cui leader affermati e rispettati nel resto del mondo non esitano a bombardare le loro stesse popolazioni per difendere il loro potere, un sistema ridotto così non ha nessun rispetto né per le vite umane, né per le sofferenze delle persone che vedono distrutte le loro vite, che sia per la crisi o per la morte dei propri cari. Un sistema così è già la barbarie dispiegata, e in un sistema così non ci si deve meravigliare nemmeno che una ragazzina possa morire senza motivo, mentre entra a scuola.
Helios, 02/06/2012
[1] Nel 1993-94 la mafia fece scoppiare bombe a Roma e a Firenze, con morti e feriti tra i passanti. Le indagini più recenti affermano che era in atto una trattativa tra mafia e Stato, su quali fossero i limiti della prima che il secondo avrebbe sopportato, e che perciò la mafia, con le bombe, cercava di spingere il braccio di ferro dalla propria parte. In realtà la questione era un po’ più complessa perché il braccio di ferro era tra diverse frazioni della borghesia, con la mafia che appoggiava l’una piuttosto che l’altra, e quindi gli attentati facevano parte di questa guerra tra gang borghesi. Vedere in proposito gli articoli: Attentati di mafia: I regolamenti di conti tra capitalisti [201], su Rivoluzione Internazionale n°77 di ottobre 1992, e “Bombe di Roma e Firenze: nessuna solidarietà con lo Stato borghese”, su Rivoluzione Internazionale n°81 di giugno 1993.
[2] Repubblica di lunedì 21 maggio faceva generici riferimenti ad una possibile responsabilità di “anarchici greci” nella strage. Checché se ne pensi degli anarchici greci, che interesse potrebbero avere a fare strage di ragazzine innocenti? Ma quando si tratta di spargere veleno la logica se ne va a farsi benedire.
[3] La strategia della tensione fu il clima creato contro le lotte di lavoratori e studenti di fine anni sessanta, inizio anni settanta, un clima creato con bombe e stragi (Piazza Fontana, Milano 1969, Piazza della Loggia, Brescia 1974, Stazione di Bologna 1980, …) di cui non sono mai stati trovati dei responsabili certi… Nelle indagini su queste stragi, si è spesso parlato di “forze oscure” che avrebbero manovrato gli esecutori di queste stragi, in genere settori di servizi segreti, definiti per comodo “settori deviati”.
[4] A meno di una settimana dalla bomba di Brindisi alla preside di un liceo romano è arrivato un sms che minacciava un attentato anche lì. Che si sia trattato del gesto sconsiderato di qualche irresponsabile o di apparati dello Stato che hanno il compito di alimentare questo clima di paura, il dato di fatto è che questo clima si sta sviluppando.
[5] Cioè quei settori più suscettibili di essere influenzati dalla propaganda borghese: piccola borghesia, quelli che vedono solo la televisione e non hanno la possibilità di confrontarsi in una riflessione più approfondita, e così via.
[6] En passant va detto che quelli di Napoli non sono stati nemmeno dei veri scontri, ma una semplice violenza della polizia contro dei lanci di uova e scritte sulle mura.
[7] Poiché non ci piace lanciarci in speculazioni, ci limitiamo a parlare di uso, ma niente esclude che lo zampino dello Stato possa esserci stato fin dall’inizio.
Presentazione del testo
Questo testo, che noi condividiamo nella sua impostazione e nei suoi contenuti, è stato prodotto da un nostro simpatizzante che ci segue da moltissimo tempo e che ha voluto in questo modo offrire il suo prezioso contributo all’attività dell’organizzazione. Noi non possiamo che incoraggiare questa pratica di sostegno che viene da compagni che, pur non militando. almeno nell’immediato, nella nostra organizzazione, ne condividono gli obiettivi e la politica condotta in generale. E’ quanto abbiamo espresso anche nel nostro recente articolo Come aiutare la CCI [203]. Per quanto riguarda l’articolo, le tematiche affrontate al suo interno risultano di particolare attualità in un momento in cui l’Italia viene attraversata ancora una volta dal terrore delle bombe. Sull’analisi della strage di Brindisi torneremo appena possibile, ma intanto questo articolo ci può aiutare a ricordare cosa è e cosa è stata la mafia nella storia d’Italia e non solo.
I primi rapporti Stato/mafia
Le connivenze tra mafia e Stato hanno un’origine lontana nel tempo e hanno inizio dal periodo compreso tra la fine del regno delle Due Sicilie e l’inizio dello Stato unitario. In una condizione storica di depressione economica, legata ad un tipo di economia latifondista ed ancora semifeudale, quale si presentava in particolare l’arretrato sud Italia durante l’ultimo periodo del regno delle due Sicilie, i notabili feudali e la semi-nobiltà siciliana, per assicurare i propri interessi e la salvaguardia delle rispettive proprietà terriere, solitamente, assoldavano certi individui appartenenti ad un particolare ceto sociale: massari, fattori, gabellotti (Fonte: Wikipedia). Questi, nello svolgimento di tale lavoro, ed anche per avere loro stessi ulteriori vantaggi economici, tendevano ad ottenere dagli ultimi servi della gleba, poveri contadini e braccianti in genere, un aumento della loro produttività lavorativa.
E ciò era possibile tenendoli costantemente sotto controllo con l’uso di metodi coercitivi e violenti, avvalendosi di scagnozzi prezzolati, proprio come i bravi di manzoniana memoria. Questi, trasformandosi ben presto in gruppi semisegreti e permanenti, assunsero per l’appunto il nome di sette, confraternite e cosche. Alcuni storici attribuiscono la nascita di tale fenomeno ad una scarsa presenza dello Stato sul territorio, e ciò è vero, ma questa era soprattutto prodotta dalla depressione economica alla cui origine troviamo principalmente, come precedentemente detto, l’arretratezza economica della zona.
È da notare come queste primitive organizzazioni malavitose, che vivevano, come su detto, estorcendo gran parte dei loro privilegi economici agli sfruttati, ai braccianti o a piccoli artigiani, e spesso anche “derubando” gli stessi proprietari terrieri, nella misura in cui la stessa zona evolveva verso una certa modernizzazione, da fenomeni prettamente locali subiscono un processo di trasformazione che le porta ad acquisire una crescente ed importante dimensione nazionale ed addirittura internazionale: diventano veri e propri organismi di controllo sociale al servizio diretto dello Stato, e di conseguenza anche degli imperialismi, pur mantenendo, almeno nelle loro diramazioni più periferiche, comportamenti organizzativi da manovalanza malavitosa (cosa nostra).
Le “collusioni” tra Stato e mafia sono poi proseguite nel corso dell’Italia del XX secolo, dall’era giolittiana al fascismo, dallo sbarco degli alleati in Sicilia e fino ai nostri giorni.
Nel 1910 Gaetano Salvemini, socialista meridionalista, denunciò il malcostume politico e le gravi responsabilità del democratico socialisteggiante Giovanni Giolitti accusando quest’ultimo di essere: "Il ministro della malavita" nel suo omonimo libro (Fonte: Wikipedia).
Nella metà degli anni 20 Mussolini dichiarò guerra alla Mafia. “Io la prosciugherò come ho prosciugato le paludi pontine” afferma. Le truppe del prefetto Cesare Mori hanno proprio questo incarico in Sicilia. Ma dopo i primi successi contro i residui di un brigantaggio rurale il prefetto di ferro, come fu nominato per i suoi modi risolutivi, scontrandosi con i santuari dello stesso PNF (Partito nazionale fascista) in Sicilia, coinvolgendo anche il federale e deputato del PNF Alfredo Cucco, uno dei massimi esponenti del fascio dell’isola, verrà promosso senatore dallo stesso duce e quindi rimosso dall’incarico. Per più dettagli leggere La menzogna dello Stato "democratico". L'esempio degli organismi segreti nello Stato italiano [204] su Rivista Internazionale n°18.
Con l’entrata in guerra nel 1941, gli USA riconoscono l’importanza strategica della Mafia, che renderà effettivamente servizi molto importanti allo Stato americano durante la guerra. Dopo aver piazzato le sue carte in entrambi i campi, quando a metà del 1942 il rapporto di forze pende nettamente a favore degli Alleati, la Mafia mette le sue forze a disposizione degli Stati Uniti. Sul piano interno, impegna i suoi sindacati nello sforzo di guerra. Ma è soprattutto in Italia che mostra il suo ruolo. Durante lo sbarco del 1943 in Sicilia le truppe americane beneficiano dell’efficace sostegno della Mafia locale. Sbarcati il 10 luglio, i soldati americani fanno una vera passeggiata, incontrano poca opposizione e dopo solo sette giorni Palermo è sotto il loro controllo. Per maggiori dettagli leggere: La menzogna dello Stato "democratico". L'esempio degli organismi segreti nello Stato italiano [204] su Rivista Internazionale n°18.
Prima ancora che la seconda guerra mondiale fosse finita, quando il destino delle forze dell’Asse era già segnato, il nuovo antagonismo che si sviluppa tra gli Stati Uniti e l'URSS polarizza l'attività degli stati maggiori e dei servizi segreti. In Italia, la situazione è particolarmente delicata per gli interessi occidentali. Vi è il Partito stalinista più forte dell’Europa occidentale che esce dalla guerra con un’aureola di gloria per il suo determinante ruolo nella resistenza contro il fascismo. Mentre si preparano le elezioni del 1948, in conformità alla nuova costituzione nata con la Liberazione, aumenta l’inquietudine tra gli strateghi occidentali, perché nessuno è certo del risultato, ed una vittoria del PCI sarebbe una catastrofe. La campagna elettorale che dovrebbe santificare la nuova repubblica democratica è al suo culmine. L’apparato finanziario ed industriale, l’esercito, la polizia, che erano stati i principali sostenitori del regime fascista, si mobilitano e, di fronte al pericolo “comunista”, abbracciano la causa della difesa della democrazia occidentale. La Mafia, nel sud Italia, si impegna attivamente nella campagna elettorale, finanziando la Democrazia Cristiana, dando indicazioni di voto alla sua clientela.
Uno degli episodi più significativi di questo periodo è quello della La strage di portella delle ginestre dove lo Stato impara a far eseguire il lavoro sporco alla mafia per non compromettere la sua immagine democratica.
Il 1°maggio 1947, nell'immediato dopoguerra, si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, spostata al 21 aprile durante il regime fascista. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, si riunirono nella vallata di Portella della Ginestra per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte, e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell’anno e nelle quali la coalizione PSI-PCI aveva conquistato 29 rappresentanti (con il 29% circa dei voti) contro i soli 21 della DC (crollata al 20% circa). Sulla gente in festa partirono dalle colline circostanti numerose raffiche di mitra che lasciarono sul terreno, secondo le fonti ufficiali, 11 morti (9 adulti e 2 bambini) e 27 feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate. La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler “soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori”. Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare materialmente erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano, colonnello dell’E.V.I.S (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia). Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento ad “elementi reazionari in combutta con i mafiosi locali” (Fonte: Wikipedia).
Da quel momento lo Stato italiano, i suoi servizi segreti con l’organizzazione clandestina GLADIO, insieme ad ambienti legati alla destra estrema ed a cosa nostra sono andati a braccetto e sotto la regia dell’imperialismo USA si sono divisi i compiti per affrontare sia problemi inerenti alla contrapposizione dell’altro blocco imperialista, l’URSS, e sia per affrontare quelli di ordine interno. Questo connubio si è protratto fino a quando non è crollato alla fine degli anni 1980 ed all’inizio degli anni 1990 il blocco dell’Est. Per maggiori dettagli leggere: La menzogna dello Stato "democratico". L'esempio degli organismi segreti nello Stato italiano [204] su Rivista Internazionale n°18.
In breve, fin dalle loro origini, se ci riferiamo all’Italia, tali organizzazioni non sono che parti organiche dello Stato, prima borbonico e poi sabaudo post unitario. Tuttavia, attribuire questo fenomeno solo al sud Italia sarebbe comunque un errore perché è la borghesia mondiale di tutte le nazioni che, costretta dal suo sistema di sfruttamento, in un modo o nell’altro, ha dovuto fare lo stesso percorso costituendo una sua componente illegale e mafiosa, come è dimostrato dall’esistenza della potente Yakuza (mafia) giapponese, quella russa, albanese, messicana, cinese, americana, ecc.
Specifica ai sistemi sociali classisti di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la mafia è inscritta nelle basi genetiche (DNA) dello Stato borghese ....
L’11 maggio del 1860 i Mille sbarcarono a Marsala e, sbaragliando la prima resistenza borbonica, avanzarono verso Palermo, che fu presa dai garibaldini il 30 maggio. Presto tutta l’isola sarà governata dalle truppe garibaldine e da notabili siculi che avevano appoggiato la loro impresa. In questa occasione, secondo lo storico Giacinto de’ Vivo, si segnalarono scorribande in tutta l’isola di camorristi armati di coltelli, pistole e persino fucili inneggiando all’Italia, Vittorio e Garibaldi.
“Nel 1860, mentre con la spedizione dei Mille si apriva la fase finale del regno delle due Sicilie, Liborio Romano, nonostante sia stato un ex carbonaro e per questo condannato al carcere e poi all’esilio, venne nominato dal re Francesco II prefetto di Polizia. Il 14 luglio 1860 Romano venne nominato ministro di polizia e, avendo capito in anticipo l'ineluttabilità della fine del regno, iniziò a prendere contatti segreti con Camillo Benso conte di Cavour e con Giuseppe Garibaldi e a preparare il traghettamento del Mezzogiorno dai Borbone ai Savoia. (fonte: Wikipedia). Risale a questo momento il coinvolgimento diretto della camorra da parte sua, «in virtù della sua organizzazione e del suo potere di controllo territoriale».[1]
“Nel suo domicilio privato [Romano] ospita l’uomo più potente della camorra di quei tempi Salvatore de Crescenzo detto Tore’ e Crescienzo. Romano convince il re a firmare alcuni decreti di amnistia ad personam per Crescienzo ed i suoi accoliti. In cambio costoro vengono arruolati nella polizia per far fronte ai gravi disordini di quei giorni. Alla fine i delinquenti si trasformano in “collaboratori di giustizia”. I ladri fanno le guardie … Quel patto Romano lo conclude subito … D’altronde quella condotta non scandalizza l’uomo politico italiano più influente in quel momento, ossia il conte Camillo Benso di Cavour. Lui manifesta espressamente il suo plauso a Romano per come si comporta da ministro della polizia a Napoli”.[2] “Sempre nel 1860 a Caserta i camorristi vengono incaricati dall’ex governatore Pizzi della gestione dell’ordine pubblico in occasione dell’arrivo in città dei garibaldini. Nelle strade di Caserta, Marcianise, e Santa Maria Capua Vetere c’erano duemila affiliati. … [dice Morosini] Se la mafia e la camorra fossero solo bande criminali non sarebbero presenti sul territorio nazionale a partire dall’unità d’Italia. La loro longevità è sintomo di alcune gravi fragilità istituzionali del nostro Paese. Le associazioni mafiose, soprattutto nelle regioni del Sud, si sono progressivamente rafforzate con la “frequentazione” di politici, amministratori, uomini delle forze dell’ordine, magistrati. Lo dicono le nostre origini” [3].
In realtà era il governo che aveva bisogno della mafia, della malavita organizzata, di questo suo braccio armato illegale per difendere l’ordine pubblico del nuovo Stato unitario, come affermò coraggiosamente il parlamentare calabrese Diego Tajani in un suo clamoroso intervento denuncia tenuto alla camera il 12 giugno 1875:
“La mafia che esiste in Sicilia non è pericolosa, non è invincibile di per sé, ma perché è strumento di governo locale. Questa è la prima verità incontrastabile. [...] L'altro insegnamento è questo: che le leggi non funzionano completamente per la mancanza di fiducia degli amministratori nell'amministrazione. Imperocché, o Signori, che cosa è mai una legge? Una legge è un pezzo di carta: essa sarà buona, sarà pessima, sarà ottima, se sono buoni, se sono pessimi, se sono ottimi i funzionari! Che le devono infondere l'anima”[4].
Alla fine del suo discorso l'aula di Montecitorio si trasforma in una bolgia. Tajani viene accerchiato dai colleghi della maggioranza. Lo vogliono aggredire. Sono inviperiti. Il deputato calabrese non si scompone. È una sfinge. Fisico asciutto e vigoroso, calvizie incipiente e occhiali sul naso, li guarda con un freddo sorriso. Il calabrese Tajani non ha paura. Punta il dito verso il governo del nuovo Stato. Lo accusa di utilizzare i mafiosi per difendere l’ordine pubblico. E parla a ragion veduta. Prima di essere eletto alla Camera, è stato per quattro anni (1868-1872) Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Palermo. Sa tante cose su come la Destra ha governato la Sicilia agli albori dell’Italia unita, sugli strumenti utilizzati per fronteggiare il banditismo e garantire l’ordine pubblico. (Fonte: Attentato alla giustizia - Piergiorgio Morosini - Rubettino)
Un altro eclatante episodio che mette in chiaro i rapporti tra Stato e mafia è legato all’omicidio di uno stimato uomo delle istituzioni, Emanuele Notarbartolo, avvenuto il 1° febbraio del 1893 su una carrozza ferroviaria di un treno che stava percorrendo la linea Termini Imerese Palermo. Dell’omicidio fu accusato come mandante il deputato Salvatore Palizzolo, mentre come esecutori materiali furono accusati due esponenti della cosca di Villabate, Matteo Filippelli e Giuseppe Fontana. Nonostante che la testimonianza diretta del questore di Palermo, Ermanno Sangiorgi, ed i vari accertamenti di polizia inchiodassero al muro il mandante e gli esecutori materiali, costoro alla fine vennero assolti. Il Sangiorgi, intanto, dovette far fronte ad accuse infamanti che una certa regia di stampo governativo, attraverso la stampa dell’epoca, gli aveva lanciato contro durante appunto le fasi processuali. Chiaramente queste accuse risultarono successivamente infondate, ma intanto erano servite a rendere nulle le sue testimonianze. Tuttavia, i giudici della Corte di Appello di Palermo il 26 ottobre del 1891 assolvono Albanese per l’omicidio Termini e per gli altri reati con una motivazione alquanto discussa: “Verosimile che il Questore il quale conoscea Termini un facitore di lettere di scrocco si fosse mostrato soddisfatto della morte di lui, ed avesse fatto ogni insistenza, perché risultandone indiziata la forza pubblica oculatamente si procedesse”. (Fonte: Attentato alla giustizia - Piergiorgio Morosini - Rubettino).
Questa ricostruzione storica è essenziale per capire che, come da sempre sostenuto dalla CCI, occorre sfatare il luogo comune diffuso strumentalmente dai media borghesi secondo cui, pur ammettendo la stretta collusione che ci può essere stata o che ci sta ancora tra mafia e Stato, queste due organizzazioni restano comunque distinte. Invece mafia e Stato borghese, oggi come oggi, nel periodo di decadenza e decomposizione della società borghese, si confondono perfettamente, tanto che si fa sempre più fatica ad individuare negli apparati portanti dello Stato (politica, giustizia, interni, esercito, servizi pubblici e privati, industriali, ecc.) settori che non abbiano direttamente o indirettamente avuto rapporti organici con quella che viene in genere definita malavita organizzata (mafia/cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra o sotto qualsiasi nome la si voglia definire), o che non lo siano loro stessi in prima persona.
Come si è potuto vedere, oltre alle fonti su citate, gran parte dei riferimenti storici riportati in questo testo, sono da attribuirsi, come è segnalato ad ogni fine citazione, al libro del magistrato Piergiorgio Morosini: Attentato alla giustizia. Tuttavia, in questo suo libro ricerca, l’autore, pur dimostrando con una dettagliata ricchezza di documentazioni storiche tutta una serie di collusioni tra mafia e Stato e fin dai tempi dello Stato borbonico, resta essenzialmente - ed oserei dire ingenuamente convinto - che la mafia, per quanto possa essersi infiltrata nei gangli statali, resti qualcosa di estraneo allo Stato e che pertanto, combattuta dalle forze sane di quest’ultimo, potrebbe essere debellata e sconfitta. Ma non è così!
... di conseguenza per distruggere la mafia è necessario distruggere il capitalismo e proprio a partire dal suo Stato
In ogni società classista di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ed in particolar modo nel capitalismo, è prevalente il carattere mafioso specifico degli sfruttatori. Anche se quest’ultimo, nei periodi di prosperità economica, possa essere alquanto mascherato da certe politiche di falsa trasparenza dal forte sapore “moralistico” con cui si cerca di far passare la borghesia come un “sistema democratico libero ed uguale per tutti”. Ed è per tale motivo che la forma di dominio della borghesia risulta essere la più subdola e perniciosa organizzazione (mafiosa) di tutte le classi sociali dominanti della storia, perché non solo sfrutta gli operai, ma sa anche ostacolarne la presa di coscienza, mascherando bene la sua natura brigantesca.
La borghesia è una classe sociale che, quando ha potuto, proprio per non sporcare la propria immagine più di quanto non faccia il suo barbaro sfruttamento sulle classi subalterne, ha preferito lavare i suoi panni sporchi in famiglia. Tuttavia, oggi, questa classe non si fa troppi scrupoli a parlare diffusamente e con una certa insistenza della escalation mafiosa e della malavita organizzata nei vari settori della vita sociale italiana (politici, imprenditoriali ecc.) ed addirittura fino a vertici statali. E parla in particolare del presunto patto Stato/mafia avvenuto nel 1993, che avrebbe prodotto ingenti danni alla società civile che si sono protratti, aggravandosi ulteriormente, fino ai giorni nostri.
Intanto, questo patto ci viene presentato come un gravissimo evento, il cui contenuto può essere essenzialmente così riassunto: “Sicuramente la mafia, per continuare il suo sporco lavoro illegale, i suoi business legati ad appalti pubblici, privati ecc, si è sempre preoccupata di ricercare delle impunità in alcuni settori statali, e per certi versi, in certi periodi, le ha trovate persino negli apparati verticistici di quest’ultimo, in cambio chiaramente di appoggi elettorali, di controllo territoriale e di altri favori; tuttavia, fino ad ora, non si era mai spinta a chiedere attraverso il papello[5] un vero patto con lo Stato: quest’ultimo, in cambio della fine della strategia del terrore (1992/1993)[6] e della restaurazione di una certa stabilità politica, avrebbe dovuto impegnarsi a garantire certe impunità agli aderenti di cosa nostra e a non ostacolarne gli affari”.
E’ chiaro che “questi panni sporchi lavati pubblicamente” servono a farci intendere che, nonostante ci sia stata tra loro una presenza costante di complessi e stretti rapporti, Stato e malavita organizzata essenzialmente sono rimasti sempre e comunque distinti. Viceversa essi sono stati, come abbiamo visto sopra, intrinsecamente e funzionalmente legati fin dalla nascita dello Stato borghese, e se si arriva ad un momento di frizione come l’episodio del patto, questo bisogna vederlo solo come una delle tante espressioni delle molteplici rese dei conti tra diversi settori contrapposti della borghesia, ispirati ognuno da padrini imperialisti antagonisti, proprio come avviene tra organizzazioni malavitose quando si rompono gli equilibri sul “controllo” territoriale.
Tuttavia, questa resa dei conti del 1993 assume una particolare importanza rispetto a tutte le altre che l’hanno preceduta perché, essendo espressione di un periodo storico inedito nella storia del capitalismo mondiale, ha rappresentato un significativo avanzamento nella decomposizione dei rapporti imperialisti internazionali.
In effetti, alla fine degli anni ′80 ed all’inizio degli anni ′90, in seguito all’ennesima e gravissima crisi economica internazionale, il blocco dell’Est, detto falsamente socialista, crollava implodendo su se stesso. Ciò determinò la rottura dei vecchi equilibri imperialisti e lo sconvolgimento dei rapporti politici ad essi legati. Infatti, gli avvenimenti politici che si svolsero all’indomani di tale evento videro la borghesia europea ed in particolare quella italiana rimettere in discussione la stretta obbedienza agli USA non essendoci più il comune nemico sovietico da combattere. In Italia ciò si concretizzò innanzitutto attraverso la distruzione del vecchio quadro politico, incentrato sul partito della Democrazia Cristiana, ormai sempre più impantanato in un sistema di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti, denominato “tangentopoli”[7], ad opera di un’azione giudiziaria condotta da un pugno di magistrati che è passata alla storia con il nome di “mani pulite”[8]. Questa operazione fu stimolata, sebbene in un modo abbastanza trasversale e caotico, da quelle forze politiche che, a fatica, cercavano di ricomporsi raggruppandosi tendenzialmente intorno ad interessi filo-europei (asse franco-tedesco). In quel particolare momento storico, quest’ultime, in tal modo, si contrapponevano a quelli del rimanente partito filoamericano espresso ancora e soprattutto da quei ranghi politici ed economici ancora legati a cosa nostra. Tuttavia, questo vecchio quadro politico, che andava sempre più sgretolandosi, non avrebbe potuto svolgere quei compiti di risanamento dei conti pubblici e quelle riforme strutturali draconiane, necessarie già allora alla borghesia italiana per evitare il rischio di fallimento della propria economia. Ed, infatti, all’epoca, proprio per far digerire alla classe operaia i nuovi sacrifici richiesti dalla crisi economica, come oggi accade con il governo Monti[9], si ebbe bisogno, di un governo tecnico - governo Amato - e di un patto sociale sottoscritto da governo, sindacato e Confindustria.
In quel periodo, il partito filo-americano sembrava il più debole, dilaniato anche da una serie di eventi sorprendenti e sanguinosi. Tra questi ricordiamo alcuni tra i più significativi: l’uccisione il 12 marzo del 1992 a colpi di pistola, come regolamento di conti tra ex alleati mafiosi, dell’europarlamentare democristiano Salvo Lima, proconsole di Andreotti in Sicilia, eletto a Strasburgo con circa 300.000 preferenze, ma già accusato di Mafia; l’arresto il 24 dicembre 1992 di Bruno Contrada, capo in Italia meridionale di quella componente dei servizi segreti denominata SISDE (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica), accusato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso, e per questo reato condannato il 24 settembre 2011 a 10 anni di reclusione.
Sentendosi minacciato nei propri gangli vitali (politica, affari ecc.) il partito filo-americano, sotto la regia dei servizi segreti dello zio Sam (USA), approntò, attraverso la strategia delle stragi il terreno adatto per proporre il famoso patto. Questo favorì, com’è ormai noto, la nascita nel 1994 del primo governo Berlusconi.
Ora perché dunque la borghesia insiste tanto su un patto tra Stato e mafia?
C’è un’opinione artatamente diffusa dai media borghesi, secondo la quale a minare ed ad aggravare l’economia nazionale, sarebbero una parte di settori politici corrotti, imprenditori, finanzieri, lobbisti, massoni piduisti, evasori fiscali ecc., che a diversi livelli incrocerebbero i loro affari con quelli della malavita organizzata. Per cui se si riuscisse a combattere ed a sconfiggere questi mali sociali, rafforzando la partecipazione dei cittadini alle istituzioni democratiche, magari eleggendo forze politiche sane, responsabili di fronte allo Stato ed alle sue esigenze di “organo nazionale al di sopra delle parti”, sarebbe possibile dare all’azienda Italia una sterzata verso il risanamento economico e quindi sociale[10]. Ed in questo particolare momento di ennesima richiesta di sacrifici è necessariamente importante per la borghesia italiana far credere ai lavoratori occupati, ai disoccupati, ai precari, ai pensionati, ecc. che, se ci si vuole salvare, è proprio lo Stato come un tutto che deve essere liberato da questi pesanti mali che ne minano la ripresa. Ciò dovrebbe servire a rendere, insieme ad altre mistificazioni economiche (cattiva gestione dell’economia da parte dell’ultraliberismo, finanziarizzazione dell’economia, consumo oltre il consentito ecc.), più docili i lavoratori ad accettare i sacrifici ed ad evitare che essi possano comprendere che l’appello a sostenere quella parte sana dello Stato che potrebbe dare un importante contributo ad aggiustare le cose, è tutto solo trucco, al di là di reali sentimenti di buona fede che possono albergare in questo o quel servitore dello Stato. In altri termini, sfruttando i miasmi della sua decomposizione, la borghesia cerca di impedire agli sfruttati di comprendere che è il capitalismo come un tutto ad essere, lui, un vero sistema di gangster.
Che lo Stato borghese, Stato di capitalisti, sia uno strumento per far funzionare al meglio le leggi del capitale, non è più una novità per alcuno, e come tale, questo Stato, lungi dall’essere un organo sovra partes, non è altro che uno strumento di sfruttamento della classe borghese sul proletariato, e cioè su quella parte della popolazione mondiale che, pur essendo la più importante produttrice di ricchezza sociale, ne risulta la più alienata. Tuttavia, come classe dominante, organizzata in uno Stato di sfruttatori, la borghesia per governare o, più esplicitamente, per far funzionare al meglio l’organizzazione di sfruttamento sulla classe subalterna, ha bisogno di mostrarsi quanto più democratica possibile, deve cioè avere il consenso di quest’ultima, ed è per tale motivo che sostiene ancora con forza e determinazione la sua mistificatoria trappola elettorale. E ciò, oggi, è tanto più necessario in quanto quest’ultima, sotto il peso della crisi economica permanente, che spinge la società in una condizione avanzata di decomposizione, risulta sempre più screditata agli occhi dei lavoratori, come lo dimostra l’alta percentuale - circa il 40% - del cosiddetto “partito” degli astensionisti.
La borghesia non ha scelte, non può rinunciare allo Stato e pertanto lo deve riorganizzare necessariamente, anche a costo di scendere a livelli ancora più apertamente compromettenti con il malaffare organizzato. Ed, infatti, nel 1993 lo Stato e le sue istituzioni, sempre più prede di un processo di decomposizione avanzata, per mantenere ancora a galla ciò che rimaneva della loro “migliore” forma di governo, sono stati costretti a mediare con una delle espressioni più avanzate della loro decomposizione e soprattutto con quella parte di borghesia italiana ancora legata direttamente all’imperialismo USA. E ciò è stato espresso con il diretto passaggio dell’esercizio del governo, anche se ancora “sotto una forma democratica”, nelle mani di settori sociali che, per motivi storici, tradizionalmente risultavano ai margini della legalità e delle istituzioni (governo Berlusconi). Non a caso ad Arcore, residenza del presidente del consiglio Silvio Berlusconi abbiamo trovato come “stalliere” un famoso boss mafioso, Vittorio Mangano, o che al senato troviamo Marcello Dell’Utri, co-fondatore di Forza Italia e senatore poi del PDL, condannato il 29 giugno 2010 presso la Corte d'appello di Palermo a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione di tipo mafioso e che ha patteggiato anche una pena di due anni e tre mesi per frode fiscale; ed ancora un Totò Cuffaro, esponente politico dell’UDC, ex governatore della Sicilia, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, e la lista potrebbe continuare ancora per un bel po’.
Però bisogna ben interpretare questi arresti e queste inquisizioni giudiziarie perché, fondamentalmente, restano espressioni degli scontri dovuti ad interessi contrapposti tra bande borghesi. Tuttavia, in un’epoca di decadenza e decomposizione avanzata, quale oggi si trova a vivere il nostro sistema sociale, è proprio vero il contrario e cioè che non esistono più settori borghesi che non ricorrono al malaffare per continuare a fare profitti. In realtà quando gli spazi dell’economia reale si chiudono (crisi da sovrapproduzione generalizzata aggravata da una caduta verticale del saggio del profitto) solo l’economia illegale può essere ancora “conveniente”, essendo legata a profitti parassitari come traffico d’armi, droga, devastazione della pubblica amministrazione, finanza illecita, speculazione edilizia, ecomafia, ecc. Pertanto, se la borghesia continua ad esistere come classe dominante, con il suo Stato, i suoi apparati e le sue istituzioni, non può che essere compromessa con il malaffare diffuso, quindi è come insieme che essa deve comportarsi da vera e propria organizzazione mafiosa. Nonostante ciò, si sforza di selezionare quei settori, quei personaggi o gruppi che, almeno nell’immediato, apparentemente risultano i meno collusi nel tentativo di ridare credibilità ad istituzioni ormai marce. Proprio come fa la chiesa quando sfrutta la “santità” di alcuni uomini (vedi per esempio Francesco d’Assisi) per ridarsi una veste divina ormai compromessa di fronte ai fedeli, così fa la borghesia che cerca di costruirsi una verginità democratica attaccando proprio la sua espressione “illegale”, anche se ogni tentativo, pur ricevendo un incerto credito iniziale, risulta sempre meno convincente. D’altra parte è quasi impossibile trovare un San Francesco nei ranghi della borghesia decadente e decomposta. È veramente difficile credere, per esempio, in un governo Monti che, mentre prepara nuovi attacchi vigorosi alle già disastrose condizioni di vita di tutti i lavoratori italiani, a Montecitorio si esprime contro l’arresto del sottosegretario di Stato all'Economia e alle Finanze del quarto Governo Berlusconi, on. Nicola Cosentino, accusato di essere il referente politico dei casalesi, gruppo camorristico campano ma con diramazioni internazionali.
Nessuna illusione per i proletari: non è combattendo affianco ad alcun settore dello Stato borghese che è possibile distruggere la mafia, la malavita organizzata, il malcostume imperante e palese tra alcuni settori politici, imprenditoriali, finanziari della borghesia ecc. per sperare che si possa uscire dalla crisi. E’ solo con lo sviluppo della nostra lotta autonoma, unita ed a livello internazionale contro gli attacchi della borghesia che noi lavoratori, precari, disoccupati, pensionati possiamo dare a tutta l’umanità una concreta prospettiva di un mondo senza crisi, senza più mafia e Stato, e soprattutto senza più classi sociali da sfruttare.
R.
[2] Piergiorgio Morosini, Attentato alla giustizia, Rubettino.
[3] Piergiorgio Morosini, op. cit.
[4] Idem
[5] Denominazione dialettale sicula per indicare una lista di richieste, nel nostro caso, compilata da capi di cosa nostra.
[6] Tra le più note: 23 maggio 1992, attentato a Giovanni Falcone; 19 luglio 1992, attentato a Paolo Borsellino; 27 maggio 1993, bombe di via dei Georgofili a Firenze; 27 luglio 1993, bombe in via Palestro a Milano; 28 luglio 1993, bombe a Roma a S. Giovanni in Laterano e a S. Giorgio a Velabro. Per maggiori approfondimenti leggere i seguenti articoli: “Attentati di mafia: i regolamenti di conti tra capitalisti” su Rivoluzione Internazionale n°77; “Stragi, mafia, Tangentopoli, massoneria: lotta tra fazioni borghesi e alleanze imperialiste” su Rivoluzione Internazionale n°78; “Bombe a Roma ed a Firenze” su Rivoluzione Internazionale n°81.
[7] Tangentopoli, bombe, scandali: la sanguinosa lotta intestina della borghesia italiana. Rivoluzione Internazionale n°83.
[8] Idem.
[9] Vedere per maggiori dettagli sul ruolo dei governi tecnici l’articolo pubblicato su Rivoluzione Internazionale n°173 “Tolto Berlusconi resta la crisi e le batoste sulla pelle dei proletari”.
[10] Vedere articolo su Rivoluzione Internazionale n°163 [205] “A proposito degli appelli di Saviano. Se la malavita avvelena la società”, la risposta non è più democrazia!”
Tra le caratteristiche costanti si può ricordare:
o esprime questo divenire attraverso la formulazione di obiettivi della classe e del cammino da seguire per raggiungerli;
o raccoglie le posizioni essenziali che l’organizzazione deve difendere nella classe;
o serve da base di adesione;
Tra le caratteristiche più circostanziali si possono mettere in evidenza:
2) Il modo in cui la CCI é organizzata corrisponde direttamente a questi diversi criteri sopra citati:
Ma il carattere unitario a livello internazionale é tanto più marcato per la CCI che, contrariamente alle organizzazioni sorte in precedenza durante il periodo di decadenza (Internazionale Comunista, frazioni di sinistra), non ha alcun legame organico con le organizzazioni provenienti dalla II Internazionale, dove la struttura per paese era più marcata. E’ perciò che la CCI è sorta immediatamente come organizzazione internazionale, stimolando progressivamente l’apparizione di sezioni territoriali, e non come risultato di un processo di avvicinamento di organizzazioni già formate a livello nazionale.
Questo elemento più “positivo” risultante dalla rottura organica é tuttavia controbilanciato da tutta una serie di debolezze legate a questa rottura e riguardanti la comprensione di questioni organizzative. Debolezze che non sono specifiche alla CCI ma che riguardano l’insieme dell’ambiente politico rivoluzionario. Sono queste debolezze che si sono manifestate ancora una volta nella CCI e che hanno richiesto la tenuta di una Conferenza Internazionale e il presente testo.
3) Al centro delle incomprensioni che pesano sulla CCI figura la questione del centralismo. Il centralismo non é un principio astratto o facoltativo della struttura dell’organizzazione. E’ la concretizzazione del suo carattere unitario: esso esprime il fatto che é una sola e stessa organizzazione che prende posizione e che agisce nella classe. Nei rapporti tra le diverse parti dell’organizzazione e il tutto, é sempre il tutto che prevale. Non é concepibile che, nei confronti della classe, vi siano posizioni politiche o concezioni dell’intervento specifiche di questa o quella sezione territoriale o locale. Queste devono sempre concepirsi come parte di un tutto. Le analisi e le posizioni che si esprimono nella stampa, nei volantini, nelle riunioni pubbliche, nelle discussioni con i simpatizzanti; i metodi impiegati nella nostra propaganda come nella nostra vita interna, sono quelli dell’organizzazione nel suo insieme, anche se esistono dei disaccordi su questo o quel punto, in questo o quel luogo, o da parte di questo o quel militante e anche se l’organizzazione porta all’esterno i dibattiti politici che si sviluppano al suo interno. La concezione secondo cui questa o quella parte dell’organizzazione può adottare, di fronte alla classe o all’organizzazione, delle posizioni o degli atteggiamenti che le sembrano corretti al posto di quelli dell’organizzazione ritenuti sbagliati, è del tutto fuori luogo perché:
Nell’organizzazione, il tutto non é la somma delle singole parti. Queste sono delegate a compiere una specifica attività particolare (pubblicazioni territoriali, interventi locali, ecc.) e sono dunque responsabili davanti all’insieme dell’organizzazione del mandato che hanno ricevuto.
4) Il momento privilegiato in cui si esprime in tutta la sua ampiezza l’unità dell’organizzazione è il suo Congresso Internazionale. E’ al Congresso Internazionale che viene definito, arricchito, rettificato il programma della CCI, che sono stabilite, modificate o precisate le sue modalità di organizzazione e di funzionamento, che vengono adottate le sue analisi e gli orientamenti generali, che viene fatto un bilancio delle sue attività passate ed elaborate le sue prospettive di lavoro per il futuro. E’ per questo che la preparazione del Congresso deve essere presa in carica con la più grande cura ed energia da parte dell’insieme dell’organizzazione. E’ perciò che gli orientamenti e le decisioni del Congresso devono servire da riferimento costante all’insieme della vita successiva dell’organizzazione.
5) Tra un congresso e l’altro, l'unità e la continuità dell'organizzazione si esprimono attraverso l’esistenza di organi centrali nominati dal Congresso e responsabili nei suoi confronti. Tocca agli organi centrali la responsabilità (a seconda del livello di competenza: internazionale o territoriale) di:
L’organo centrale é una parte dell’organizzazione e come tale é responsabile nei suoi confronti quando questa é riunita in Congresso. Tuttavia è una parte che ha la specificità di esprimere e di rappresentare il tutto; per questo fatto le posizioni e le decisioni dell’organo centrale prevalgono sempre su quelle delle altre parti dell’organizzazione prese separatamente.
Contrariamente a certe concezioni, particolarmente quelle dette “leniniste”, l’organo centrale é uno strumento dell'organizzazione e non il contrario. Esso non è il vertice di una piramide, secondo una visione gerarchica e militare dell’organizzazione dei rivoluzionari. L’organizzazione non é formata da un organo centrale più i militanti, ma costituisce un tessuto stretto e unito all’interno del quale trovano posto e agiscono tutte le sue componenti. Occorre dunque vedere l’organo centrale piuttosto come il nucleo di una cellula che coordina il metabolismo di una entità vivente.
In questo senso, l’insieme dell’organizzazione é implicata costantemente dalle attività dei suoi organi centrali, i quali sono tenuti a fare dei rapporti regolari sulla loro attività. Anche se il mandato viene reso solo in occasione del Congresso, gli organi centrali sono tenuti a tenere sempre le orecchie aperte alla vita dell’organizzazione e a tenere costantemente conto di questa.
Secondo le necessità e circostanze, gli organi centrali possono essere condotti a designare al loro interno delle sottocommissioni a cui tocca la responsabilità di eseguire e di fare eseguire le decisioni adottate in occasione delle riunioni plenarie degli organi centrali così come di compiere ogni altro compito (particolarmente le prese di posizione) che si renda necessario tra una riunione plenaria e l’altra.
Queste sottocommissioni sono responsabili di fronte a queste riunioni plenarie. Più in generale, i rapporti che si stabiliscono tra l’insieme dell’organizzazione e gli organi centrali valgono anche tra questi e le loro sottocommissioni permanenti.
6) La preoccupazione della più grande unità all’interno dell’organizzazione presiede ugualmente alla definizione dei meccanismi che permettono le prese di posizione e la nomina degli organi centrali. Non esiste alcun meccanismo ideale che garantisca la migliore scelta sulle decisioni da prendere, sulle orientazioni da adottare e sui militanti da nominare negli organi centrali. Tuttavia, il voto e l’elezione sono la migliore garanzia per l’unità dell’organizzazione e la più ampia partecipazione dell’insieme di questa alla sua propria vita.
In generale, le decisioni a tutti i livelli (Congresso, organi centrali, sezioni locali) sono prese (quando non c’è unanimità) a maggioranza semplice. Tuttavia, certe decisioni che possono avere una ripercussione diretta sull’unità dell’organizzazione (modifica della piattaforma o degli statuti, integrazione o esclusione di militanti) sono prese con criteri di maggioranza più forti della maggioranza semplice (3/5, 3/4, ecc.).
Viceversa, nella stessa preoccupazione dell’unità, una minoranza dell’organizzazione può portare alla convocazione di un Congresso straordinario a partire dal momento in cui assume una certa consistenza (per esempio i 2/5): per regola generale, tocca al Congresso pronunciarsi sulle questioni essenziali, e l’esistenza di una forte minoranza che chiede la tenuta di un congresso è evidentemente l’indice dell’esistenza di problemi importanti all’interno dell’organizzazione.
Infine, é chiaro che il voto non ha senso se non nel caso in cui i membri che restano in minoranza si impegnano ad applicare le decisioni prese e che diventano quelle dell’organizzazione.
Nella nomina degli organi centrali é necessario prendere in considerazione i tre elementi che seguono:
E’ in questo senso che si può dire che l’assemblea, (Congresso o altro), che deve designare un organo centrale, nomina una equipe: è perciò che, in generale, l’organo centrale uscente fa una proposta di candidati. Tuttavia tocca a questa assemblea (ed é diritto di ogni militante) proporre altre candidature se viene ritenuto necessario e, in ogni caso, eleggere individualmente i membri degli organi centrali. Solo questo tipo di elezione permette all’organizzazione di dotarsi di organi in cui riporre il massimo di fiducia.
L’organo centrale ha la responsabilità di applicare e di difendere le decisioni adottate dal Congresso che lo ha eletto. In questo senso, é opportuno che figuri al suo interno una forte proporzione di militanti che, in occasione del Congresso, si siano pronunciati a favore di queste decisioni e orientamenti. Ciò non vuol dire tuttavia che solo quelli che hanno difeso nel Congresso le posizioni maggioritarie, posizioni che sono divenute dopo il Congresso quelle dell’organizzazione, possano far parte dell’organo centrale. I tre criteri definiti sopra restano validi indipendentemente dalle posizioni difese in occasione dei dibattiti da questo o quel candidato eventuale. Ciò non vuol dire neanche che debba esistere un principio di rappresentanza - per esempio proporzionale – delle posizioni minoritarie all’interno dell’organo centrale. Questa è una pratica vigente nei partiti borghesi, particolarmente i partiti socialdemocratici, in cui la direzione é costituita dai rappresentanti delle diverse correnti o tendenze in proporzione dei voti raccolti nei Congressi. Un tal modo di designare l’organo centrale corrisponde al fatto che, in un’organizzazione borghese, l’esistenza di divergenze é basata sulla difesa di questa o quella visione di gestione del capitalismo, o più semplicemente sulla difesa di questo o quel settore della classe dominante o di questa o quella cricca, orientamento o interessi che si mantengono in maniera durevole e che occorre conciliare attraverso una “ripartizione equa” dei posti tra rappresentanti. Niente di tutto questo appartiene ad un’organizzazione comunista in cui le divergenze non esprimono per niente la difesa di interessi materiali, personali o di gruppi di pressione particolari, ma sono la traduzione di un processo vivente e dinamico di chiarificazione dei problemi che si pongono alla classe e sono destinati come tali ad essere riassorbiti con l’approfondimento della discussione e alla luce dell’esperienza. Una rappresentazione stabile, permanente e proporzionale delle diverse posizioni che sono apparse sui diversi punti all’ordine del giorno di un Congresso volgerebbe dunque le spalle al fatto che i membri degli organi centrali:
7) L’utilizzazione dei termini "democratico" o "organico" per qualificare il centralismo dell’organizzazione dei rivoluzionari è da evitare perché:
In effetti, il “centralismo democratico” (termine che si deve a Lenin) é segnato oggi dal marchio dello stalinismo che l’ha impiegato per mascherare e ricoprire il processo di soffocamento e di liquidazione di tutta la vita rivoluzionaria all’interno dei partiti dell’Internazionale, processo nel quale d’altra parte lo stesso Lenin porta una responsabilità per aver chiesto ed ottenuto al 10°Congresso del PCUS (1921) il divieto delle frazioni che lui riteneva, a torto, necessario (anche se a titolo provvisorio) di fronte alle terribili difficoltà attraversate dalla Rivoluzione. D’altra parte non ha ugualmente alcun senso la rivendicazione di un “vero centralismo democratico” che sarebbe stato praticato nel partito bolscevico nella misura in cui:
In un certo qual modo, il termine “organico” (che si deve a Bordiga), sarebbe più corretto per qualificare la natura del centralismo che esiste nell’organizzazione dei rivoluzionari. Tuttavia, l’uso che ne fa la corrente bordighista per giustificare un modo di funzionamento che esclude ogni controllo sugli organi centrali e sulla sua vita da parte dell’insieme dell’organizzazione, lo squalifica e rende necessario ugualmente rigettarlo. In effetti per il bordighismo, il fatto – giusto in sé – che l’esistenza di una maggioranza a favore di una posizione non garantisce che questa sia quella corretta, o che l’elezione degli organi centrali non sia un meccanismo perfetto che possa impedire una loro qualunque degenerazione, viene utilizzato per difendere una concezione dell’organizzazione in cui il voto e le elezioni sono banditi. In questa concezione, le posizioni corrette e i “capi” si impongono “da soli” attraverso un processo cosiddetto “organico”, ma che in pratica, significa affidare al “centro” il compito di decidere da solo su tutte le questioni, di decidere su qualsiasi dibattito, e conduce questo “centro” ad allinearsi sulle posizioni di un “leader storico”, che sarebbe investito di una sorta di infallibilità divina. Combattendo ogni forma di spirito religioso e mistico, i rivoluzionari non possono rimpiazzare il pontefice di Roma con quello di Napoli o di Milano.
Ancora una volta, il voto e le elezioni, per quanto imperfette possano essere, sono ancora il mezzo migliore, nelle condizioni attuali, per garantire il massimo di unità e di vita nell’organizzazione.
8) Contrariamente alla visione bordighista, l’organizzazione dei rivoluzionari non può essere “monolitica”. L’esistenza di divergenze al suo interno é la manifestazione che é un organo vivente che non ha delle risposte sempre pronte da fornire immediatamente ai problemi che si pongono alla classe. Il marxismo non è né un dogma, né un catechismo. E’ lo strumento teorico di una classe che, attraverso la sua esperienza e con la prospettiva del suo divenire storico, avanza progressivamente, con degli alti e dei bassi, verso una presa di coscienza che è la condizione indispensabile della sua emancipazione. Come qualunque riflessione umana, quella che presiede allo sviluppo della coscienza proletaria non è un processo lineare e meccanico, ma piuttosto contraddittorio e critico. Essa suppone necessariamente il confronto tra argomenti diversi. Di fatto, il famoso “monolitismo” o la famosa “invarianza” dei bordighisti sono una chimera (come si può verificare facilmente dalle prese di posizione di questa organizzazione e delle sue diverse sezioni); o l’organizzazione è completamente sclerotizzata e non ha più alcun contatto con la vita della classe, oppure non è monolitica e le sue posizioni non sono invarianti.
9) Se l’esistenza di divergenze all’interno dell’organizzazione é un segno della sua vita, solo il rispetto di un certo numero di regole nella discussione di queste divergenze permette che queste contribuiscano al rafforzamento dell’organizzazione e al miglioramento dei compiti per i quali la classe l’ha fatta nascere.
Possiamo enumerare alcune di queste regole:
Nella misura in cui i dibattiti che attraversano l’organizzazione riguardano in generale l’insieme del proletariato, è opportuno che questa li porti all’esterno, rispettando le seguenti condizioni:
10) Le divergenze esistenti nell’organizzazione dei rivoluzionari possono condurre all’apparizione di forme organizzate di posizioni minoritarie. Se, di fronte ad un tale processo, nessuna misura di tipo amministrativo (come il divieto di tali forme organizzate) potrebbe sostituirsi alla discussione più approfondita possibile, occorre ugualmente che questo processo sia preso in carica in maniera responsabile, il che suppone:
La tendenza é anzitutto l’espressione della vita dell’organizzazione per il fatto che il pensiero non si sviluppa mai in maniera rettilinea, ma attraverso un processo contraddittorio e di confronto delle idee. Come tale, una tendenza é destinata in generale a riassorbirsi nella misura in cui una questione diventa sufficientemente chiara perché l’insieme dell’organizzazione possa dotarsi di un’analisi unica, sia come risultato della discussione, sia per l’apparizione di dati nuovi che vengano a confermare una delle visioni e a confutare l’altra.
D’altra parte, una tendenza si sviluppa essenzialmente su dei punti che condizionano l’orientamento e l’intervento dell’organizzazione. La sua costituzione non ha dunque come punto di partenza delle questioni di analisi teorica. Una tale concezione della tendenza comporterebbe un indebolimento dell’organizzazione e a una parcellizzazione ad oltranza delle energie militanti.
La frazione è l’espressione del fatto che l’organizzazione é in crisi per l’apparizione di un processo di degenerazione al suo interno, per la capitolazione di fronte al peso dell’ideologia borghese. Contrariamente al caso della tendenza, che si applica solo a delle divergenze su come orientarsi rispetto a delle questioni circostanziali, la frazione si riferisce al caso di divergenze programmatiche che non possono trovare soluzione che nell’esclusione della posizione borghese o attraverso l’uscita dall’organizzazione della frazione comunista ed è nella misura in cui la frazione porta in sé la separazione delle due posizioni divenute incompatibili all’interno dello stesso organismo che essa tende a prendere una forma organizzata con dei suoi propri organi di propaganda.
Proprio perché l’organizzazione della classe non é mai garantita contro una possibile degenerazione, il ruolo dei rivoluzionari è di lottare in ogni momento per l’eliminazione delle posizioni borghesi che possono svilupparsi al suo interno. Ed è quando si trovano in minoranza in questa lotta che il loro ruolo é di organizzarsi in frazione, o per guadagnare l’insieme dell’organizzazione alle posizioni comuniste ed escludere la posizione borghese oppure, quando questa lotta sia divenuta sterile per l’abbandono del terreno proletario da parte dell’organizzazione – generalmente in occasione di un riflusso della classe - di costituire il ponte verso la ricostituzione del partito di classe che non può dunque sorgere che in una fase di rimonta delle lotte.
In ogni caso, la preoccupazione che deve guidare i rivoluzionari è quella che esiste all’interno della classe in generale. Quella di non disperdere le deboli energie rivoluzionarie di cui dispone la classe. Quella di vegliare senza sosta al mantenimento e allo sviluppo di uno strumento tanto indispensabile quanto fragile com’è l’organizzazione dei rivoluzionari.
11) Se l’organizzazione non può utilizzare alcun mezzo amministrativo o disciplinare di fronte a dei disaccordi, ciò non vuol dire che essa debba privarsi di questi mezzi in ogni caso. E’ viceversa necessario ricorrere a tali mezzi, come la sospensione temporanea o l’esclusione definitiva, quando si ha a che fare con degli atteggiamenti, dei comportamenti o dei modi di fare che possono costituire un pericolo per la sua esistenza, la sua sicurezza o la sua capacità di far fronte ai suoi compiti. Ciò si applica a dei comportamenti all’interno o all’esterno dell’organizzazione che sarebbero incompatibili con l’appartenenza ad una organizzazione comunista.
D’altra parte occorre che l’organizzazione prenda tutte le disposizioni necessarie alla sua protezione di fronte a tentativi di infiltrazione o di distruzione da parte degli organi dello Stato capitalista o di elementi che, senza essere direttamente manipolati da questi organi, hanno dei comportamenti che finiscono per favorirne il lavoro.
Quando dei tali comportamenti sono messi in evidenza, é dovere dell’organizzazione prendere delle misure non solo a favore della propria sicurezza, ma anche a favore della sicurezza delle altre organizzazioni comuniste.
12) Una condizione fondamentale dell’attitudine di una organizzazione a far fronte ai suoi compiti nella classe é una comprensione corretta al suo interno dei rapporti che si stabiliscono tra i militanti e l’organizzazione. E’ questa una questione particolarmente difficile da comprendere nella nostra epoca, tenuto conto del peso della rottura organica con le frazioni del passato e dell’influenza della componente studentesca nelle organizzazioni rivoluzionarie del dopo ‘68 che hanno favorito il risorgere di una delle tare del movimento operaio del l9° secolo: l’individualismo.
In generale, i rapporti che si stabiliscono tra i militanti e l’organizzazione fanno riferimento agli stessi principi evocati prima e concernenti i rapporti tra le parti e il tutto.
Più precisamente, è opportuno affermare a questo proposito quanto segue:
[1] Questa affermazione non é soltanto ad uso interno; essa non riguarda solo le scissioni che si sono prodotte (o che potranno ancora prodursi) nella CCI. Nel campo politico proletario abbiamo sempre difeso questa posizione. In particolare, nel caso della scissione della sezione di Aberdeen dalla “Communist Workers' Organisation” e della scissione del Nucleo Comunista Internazionalista da “Programma Comunista”. Noi abbiamo criticato all’epoca il carattere frettoloso delle scissioni basate su divergenze apparentemente non fondamentali e che non avevano avuto l’occasione di essere chiarificate da un dibattito interno approfondito. In generale, la CCI si oppone alle “scissioni” senza principi basate su divergenze secondarie (anche quando i militanti implicati pongono in seguito la loro candidatura alla CCI, come fu nel caso di Aberdeen). Le scissioni su questioni secondarie esprimono in realtà una concezione monolitica dell’organizzazione che non tollera alcuna discussione né divergenza al suo interno. E’ il caso tipico delle sette.
Mercoledì 15 febbraio, la polizia ha represso i liceali e gli studenti che avevano bloccato la circolazione in via Xativa a Valencia in occasione della manifestazione contro i tagli di bilancio. Un giovane minatore è stato fermato. Da allora sono seguite manifestazioni ed assembramenti e lo Stato ha risposto con una vera e propria escalation della repressione: 17 persone fermate e trattate in modo umiliante, in particolare le ragazze, insultate rudemente, trascinate per terra … Quelli che si sono raggruppati di fronte al palazzo di polizia di Zapadores sono state vittime di una trappola e sono stati schedati uno ad uno.
Di fronte a tali atti, vogliamo esprimere la nostra solidarietà con tutti gli imprigionati, il nostro sostegno a tutte le manifestazioni di solidarietà che ci sono state, come pure all’atteggiamento degli abitanti della zona di Zapadores che “hanno dimostrato il loro sostegno a quelli che si erano raggruppati lasciando scivolare dai loro balconi delle bottiglie d’acqua ed altre bevande rinfrescanti, cosa che ha provocato gli applausi dei dimostranti”[1].
Perché usare una repressione così brutale contro dei giovani liceali?
Una prima pista è che questi metodi sono stati usati in modo reiterato in altri paesi per affrontare le proteste sociali di massa: si può dunque dire che i governanti spagnoli seguono l’esempio. In Francia, in occasione delle manifestazioni contro la riforma delle pensioni, la polizia ha teso una trappola a 600 giovani a Lione, schedandoli uno ad uno come oggi a Valencia. Ed è la stessa cosa che il governo di Cameron ha fatto in Trafalgar Square, a Londra, in occasione delle mobilizzazioni contro l’aumento delle tasse d’iscrizione all’università. L’obiettivo perseguito è prendere i giovani come testa di ponte per lanciare un avvertimento ai tanti dimostranti che occupano le strade. Ecco quello che cercano di fare anche a Valencia. Non possono permettersi di affrontare migliaia di dimostranti e quindi scelgono qualche centinaia di giovani.
Una seconda pista - che completa la prima - è volerci trascinare in una specie di spirale di azione e reazione, con arresti continui, mobilizzazioni, ancora arresti, in modo che il movimento finisca per esaurirsi e che lo scopo centrale, la lotta contro i tagli e la riforma del lavoro, passi in secondo piano. In Grecia, il governo “socialista” di Papandreu ha usato a profusione questi metodi, non esitando ad utilizzare dei poliziotti provocatori per fare atti di vandalismo che, a loro volta, servivano a giustificare le cariche della polizia e gli arresti in massa.
Un altro obiettivo è quello di creare un clima di tensione che ci spinga a dare risposte improvvisate ed incoscienti. E così, grazie al clima fomentato dal potere e la sua polizia, l’occupazione aperta a tutti i lavoratori, agli studenti, di TUTTI I SETTORI, prevista per il lunedì 20 febbraio, ha dovuto essere annullata.
Infine, uno degli obiettivi della repressione è legato alle tradizioni della destra spagnola. Questa si è distinta storicamente per la sua arroganza provocatrice e la sua brutalità repressiva. L’attuale governo di destra si crogiola senza il minimo scrupolo in quest’atteggiamento e si potrebbe dire che se ne compiace. Tutto ciò fa perfettamente comodo allo Stato ed al capitale spagnolo, preso nel suo insieme, per dirottarci verso la difesa della democrazia – che sarebbe minacciata da questa destra - e verso una lotta per alternative meno “repressive e più sociali”, mentre la sola soluzione è quella di lottare contro il capitalismo in tutte le sue forme e tutte le sue colorazioni politiche.
Le trappole politiche che bisogna evitare
Un giovane, dinanzi allo scatenarsi della repressione di Valencia, gridava: “E’ qui è la Siria!”.
Ed aveva ragione su un punto: lo Stato – che sia democratico o apertamente dittatoriale come quello della cricca di Al-Assad - non esita neanche un attimo ad applicare una repressione brutale quando sono in gioco gli interessi della classe capitalista. Tuttavia esiste una differenza tra lo Stato democratico e lo Stato dittatoriale. Il primo è capace di usare la repressione con intelligenza politica, assestando dei colpi ma accompagnati da manovre politiche per deviare, dividere e smobilitare. Questo lo rende più cinico e pericoloso, perché una repressione accompagnata da manovre di divisione e trappole politiche ed ideologiche, fa molto più male di una repressione dura e cruda.
La trappola che consiste nel mostrare la repressione come se fosse una peculiarità esclusiva della destra ha il grande vantaggio di rendere presentabile lo Stato e quello che c’è dietro, il capitale e la borghesia. Non c’è forse una continuità tra quello che ha fatto il governo del PSOE (come tagli sociali e repressione) e quello che sta facendo il governo attuale? Osservando il resto del mondo, non constatiamo forse che, indipendentemente dal tipo di governo, le cose non fanno che peggiorare?
La trappola che consiste nell’accanirsi sui giovani, cosa di per sé abietta, ha lo scopo di creare una rottura tra le generazioni, dividerle, ed a questo si sono prestati alcuni rappresentanti politici e sindacali dicendo, con tono paternalistico, che i giovani “si sono lasciati trascinare dalla passione” o che “nelle proteste hanno fatto di testa loro”.
La trappola si completa con gli “alternativi” della “fedele” opposizione (il PSOE, Izquierda Unida, etc.) che deplorano questa “repressione sproporzionata”. In altre parole questi signori propongono una repressione “proporzionata”, “controllata”, che nei fatti è un modo di legittimare la repressione. In più, hanno chiesto le dimissioni del Delegato del Governo (centrale) facendo credere così che mettendo un altro burocrate al suo posto, non ci sarebbe più repressione o almeno sarebbe più “morbida”.
Bisogna rigettare queste trappole!
Non si può rispondere alla repressione con delle “richieste di dimissioni” di questo o quel rappresentante, né reclamando “più democrazia”. Tanto meno “moderando” le rivendicazioni, facendo delle concessioni. Tutto questo non fa che rendere lo Stato ancora più determinato e più forte.
Di fronte alla repressione, bisogna rispondere rendendo le manifestazioni, i raggruppamenti e le assemblee ancora più di massa. Bisogna andare verso un’assemblea generale di lavoratori, studenti, disoccupati, che chieda il sostegno ai lavoratori del resto della Spagna, degli altri paesi, che rivendichi il ritiro della Riforma del lavoro e l’annullamento dei tagli, rigettando al tempo stesso le azioni della polizia e chiedendo la liberazione immediata di tutti i prigionieri.
Dobbiamo mobilitarci tutti, giovani e meno giovani, disoccupati e attivi, dipendenti del pubblico e del privato, tutte le generazioni insieme. La sola possibilità che abbiamo di farli retrocedere sta in un’azione congiunta, di massa e solidale. Sappiamo bene, tuttavia, che qualsiasi arretramento che riusciremo ad imporre sarà soltanto temporaneo perché il potere ritornerà alla carica con nuove teste e nuovi metodi. Abbiamo visto che si è cambiato il PSOE con il PP, il quale ha continuato a colpire ancora ed ancora, come si è visto in Grecia dove il Partito cosiddetto socialista è stato sostituito da un governo di Unione nazionale, che comprende dei neofascisti.
Di fronte a tutto ciò, potremo avanzare verso una soluzione dei problemi molto gravi che ci assillano, solo se la nostra lotta prenderà il cammino della trasformazione rivoluzionaria di questa società.
Accion Proletaria (19 febbraio)
In occasione di una conferenza stampa, alla domanda sul numero di poliziotti impiegati per reprimere gli studenti, il capo supremo della polizia della regione di Valencia ha risposto: “Non è prudente, dal punto di vista della tattica e delle forze di polizia messe in campo, che io dica al nemico quali sono le mie forze e le mie debolezze”[1].
Bisogna ringraziare questo alto funzionario della polizia per la grande lezione di marxismo che ci sta dando: primo, ci si considera come nemici, e secondo, si è implicati in una guerra nella quale bisogna avere una tattica e bisogna nascondere le proprie debolezze.
Per contro, i politici di ogni risma, i sindacalisti, gli ideologi, gli opinionisti e specialisti di ogni genere, predicano in senso opposto: secondo loro faremmo parte di una comunità di “cittadini liberi ed uguali” nella quale lo Stato e le sue diverse istituzioni - tra cui la polizia – sarebbero al “servizio di tutti”. Quando i più alti responsabili dello Stato sono costretti a prendere delle misure estremamente dure, lo farebbero per il “bene di tutti”. Così la riforma dello statuto del lavoro verrebbe fatta per “favorire i disoccupati” e, con i tagli e le altre restrizioni, questi signori non farebbero altro che tentare di salvaguardare lo “Stato assistenziale”.
Le dichiarazioni del capo della polizia smentiscono radicalmente questi discorsi fumosi. Quello che ne esce fuori è che, innanzitutto, non siamo cittadini liberi ed uguali ma siamo divisi tra una classe minoritaria che possiede tutto e non produce niente ed una classe maggioritaria che non ha niente e produce tutto. E, in secondo luogo, che l’immensa ragnatela burocratica che tesse lo Stato non è al “servizio dei cittadini”, ma è un patrimonio proprio ed esclusivo di questa minoranza privilegiata, il che comporta che questa considera come nemici i manifestanti che lottano e concepisce il proprio agire come una guerra contro l’immensa maggioranza.
Ci si dirà che questa alta autorità è di destra, che la destra ha una concezione patrimoniale dello Stato e che essa non nasconde il suo egoismo ed la sua natura venale. Tuttavia, guardano la carriera politica di questa persona si apprende che ha iniziato all’interno della Brigada politico-sociale alla fine del franchismo e che nel 2008 è stato nominato al suo attuale posto dall’allora ministro degli Interni, il signor Rubalcaba che, attualmente capo dell’opposizione socialista, usa toni di una radicalità altamente incendiaria. In questa funzione, il capo della polizia di Valencia era sotto il comando di un membro del partito detto “comunista” e avvocato del lavoro del sindacato CO, il signor Peralta, quando ha avuto luogo il famoso episodio di repressione contro dei manifestanti nel quartiere di pescatori El Cabanal di Valencia[2]. Si tratta quindi di una persona che ha servito lo Stato sotto governi di ogni colore. Le sue azioni non sono quindi frutto di un “riflesso fascista della destra” ma una precisa azione di Stato, che ha una logica e una continuità che va ben al di là dell’etichetta politica del partito al comando adesso.
Bisogna ricordarsi, per non parlare che della Spagna, che su 35 anni di “Stato democratico” per ben 21 anni al governo c’è stato il PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo). Non vale neanche la pena parlare del mandato tra il 2004 ed il 2011 perché è sempre ben presente nelle nostre teste. Per quanto riguarda il primo governo “socialista”, quello del signor Gonzales (1982-1996), ricordiamoci che fu il responsabile dell’assassinio di 3 manifestanti operai (a Bilbao nel 1984, a Gijón nel 1985 ed a Reinosa nel 1987) e della distruzione di un milione di posti di lavoro.
L’attuale ministro dell’Interno, Fernández Díaz, ha tentato di arrangiare le cose dicendo che si era trattato di un … lapsus. Ma un lapsus consiste, appunto, nel dire involontariamente quello che si pensa … veramente!
La società capitalista si caratterizza per l’ipocrisia ed il cinismo più ripugnanti ed in questo la classe dominante è maestra. Basta guardare le campagne elettorali dove vengono fatte mille promesse da tutti i candidati per applicare, una volta eletti, la politica contraria. Nel segreto dei loro uffici gli alti mandatari della borghesia, classe che rappresenta solo una piccola minoranza della popolazione, parlano tranquillamente di tutto quello che andranno a smentire, negare o deformare davanti ai microfoni. Ma ogni tanto un lapsus scappa, è come un lieve strappo nel sipario attraverso il quale si può osservare quello che realmente pensano e quello che riflettono le loro reali motivazioni o le loro perfide macchinazioni contro la stragrande maggioranza, in particolare contro il loro peggior nemico, la classe operaia, contro la quale sono costretti a fare una guerra permanente.
CCI (23 febbraio)
I lavoratori hanno reso pubblica la seguente dichiarazione lo scorso 4 febbraio:
1. Riconosciamo che i problemi attuali e permanenti del Sistema sanitario nazionale e delle organizzazioni associate non possono essere risolti da rivendicazioni specifiche ed isolate o da nostri interessi particolari, perché questi problemi sono il risultato di una lotta più generale contro la politica antipopolare del governo e del neoliberismo globalizzato+2. Riconosciamo anche che insistendo su questo tipo di rivendicazioni, parteciperemmo al gioco implacabile del potere che, per rispondere al suo nemico - e cioè al popolo indebolito e diviso -, tenta di evitare la creazione di un Fronte popolare universale a livello nazionale e mondiale, con interessi comuni e rivendicazioni contro l’impoverimento sociale provocato dalla politica del potere.
3. Per questa ragione, poniamo i nostri interessi particolari nel quadro delle rivendicazioni politiche ed economiche espresse da una gran parte del popolo greco che oggi soffre dell’attacco brutale del capitalismo; per avere successo queste rivendicazioni devono essere portate fino in fondo, in coordinamento con le classi medie e basse della nostra società.
4. Il solo modo per arrivarci è la rimessa in causa, attraverso l’azione, non solo della legittimità politica ma anche della legalità dell’arbitrarietà autoritaria ed antipopolare di una gerarchia che si dirige a grande velocità verso il totalitarismo.
Ospedale generale di Kilkis
Qui accesso gratuito alle cure mediche
La salute pubblica gratuita è un obbligo costituzionale
5. Noi lavoratori dell’ospedale generale di Kilkis, rispondiamo a questo totalitarismo con la democrazia. Occupiamo l’ospedale pubblico e lo mettiamo sotto il nostro controllo diretto e totale. D’ora in poi l’ospedale generale di Kilkis avrà un governo autonomo e la sola autorità legittima per prendere le decisioni amministrative sarà l’Assemblea Generale dei lavoratori.
6. Il governo non è dispensato dai suoi obblighi finanziari per ciò che riguarda la dotazione e l’approvvigionamento dell’ospedale, ma se continua ad ignorare questi obblighi, dovremo informarne il pubblico e ci rivolgeremo all’amministrazione locale e, soprattutto, alla società tutta intera affinché ci sostengano con tutti i modi possibili per: (a) la sopravvivenza del nostro ospedale, (b) un sostegno generale al diritto a cure mediche pubbliche e gratuite, (c) il capovolgimento, attraverso una lotta popolare comune, del governo attuale e la cessazione di ogni altra politica neoliberista, qualunque sia la sua origine e (d) una democratizzazione profonda e sostanziale, e cioè che sia la società, e non dei terzi ad essere responsabile delle decisioni sul suo avvenire.
7. A partire dal 6 febbraio, il comitato dei lavoratori dell’ospedale di Kilkis limiterà il lavoro alle sole emergenze fino al pagamento integrale delle ore lavorate ed il ritorno ai livelli di stipendi anteriori all’arrivo della Troica (CE, BCE e FMI). Intanto, essendo ben coscienti della nostra missione sociale e dei nostri obblighi morali, baderemo alla salute dei cittadini che vengono all’ospedale fornendo cure gratuite ed un alloggio ai bisognosi e continueremo ad esigere che il governo si assuma le sue responsabilità e metta fine alla sua politica crudele, eccessiva ed antisociale.
8. Abbiamo deciso di tenere una nuova assemblea generale lunedì 13 Febbraio nell’auditorio del nuovo edificio dell’ospedale alle 11, dove decideremo delle procedure necessarie per mettere efficacemente in opera l’occupazione dei servizi amministrativi e condurre a buon fine l’autogestione dall’ospedale che comincerà nello stesso giorno. Terremo ogni giorno un’assemblea generale che sarà lo strumento fondamentale per prendere decisioni circa gli impieghi e il funzionamento dell’ospedale. Chiamiamo alla solidarietà il popolo ed i lavoratori di tutti i settori, con la collaborazione di tutti i sindacati e delle organizzazioni progressiste ed il sostegno di tutti i media che scelgono di dire la verità. Siamo determinati a continuare finché i traditori che hanno venduto il nostro paese se ne vadano. O loro o noi!
Le decisioni prese saranno rese pubbliche attraverso una conferenza stampa alla quale sono invitati tutti i media, locali e nazionali, mercoledì 15/2/2012 alle 12, 30. Le nostre AG quotidiane inizieranno il 13 febbraio. Informeremo i cittadini di tutti gli avvenimenti importanti che si svolgono nel nostro ospedale con comunicati e conferenze stampa. Inoltre, utilizzeremo tutti i mezzi disponibili per far conoscere questi fatti affinché questa mobilitazione riesca.
Noi chiamiamo:
a) i nostri concittadini a manifestare la loro solidarietà col nostro sforzo,
b) tutti i cittadini che ricevono un trattamento ingiusto nel nostro paese alla contestazione, ad opporsi ai loro oppressori,
c) i nostri compagni lavoratori di altri ospedali a prendere decisioni simili,
d) i salariati di altri rami dei settori pubblico e privato e gli aderenti delle organizzazioni di lavoratori e progressiste, ad agire nello stesso senso, affinché la nostra mobilitazione diventi una resistenza operaia e popolare universale ed un’insurrezione, fino alla nostra vittoria finale sull’élite economica e politica che oggi opprime il nostro paese ed il mondo.
L'opposizione sindacale dei “Localisti” poi, a partire del 1897, la fondazione della Freie Vereinigung Deutscher Gewerschaften (FVDG, Unione Libera dei sindacati tedeschi) hanno costituito delle basi alla nascita del sindacalismo rivoluzionario organizzato nel movimento operaio tedesco. In modo comparabile alle tendenze sindacaliste rivoluzionarie più importanti in Francia, in Spagna e negli Stati Uniti, questa corrente ha rappresentato, in origine, una reazione proletaria sana all'interno del movimento operaio tedesco contro la politica sempre più allineata sul riformismo della direzione della potente socialdemocrazia e dei suoi sindacati.
Dopo la Prima Guerra mondiale, nel settembre del 1919, è stata fondata la Freie Arbeiter Union Deutschlands (FAUD, Unione dei Lavoratori di Germania). Oramai, in quanto organizzazione “anarcosindacalista” dichiarata, la FAUD si considerava come l'erede diretta di un movimento sindacalista rivoluzionario anteriore alla Prima Guerra mondiale.
Esistono ancora oggi molti gruppi anarcosindacalisti che si richiamano alla tradizione della FVDG e dell'anarcosindacalismo successivo della FAUD degli anni venti. Rudolf Rocker, in quanto ''teorico" più noto dell'anarcosindacalismo tedesco a partire dal 1919, serve spesso come punto di riferimento politico.
Il sindacalismo rivoluzionario in Germania ha tuttavia conosciuto, senza alcun dubbio, una grande trasformazione dopo la sua nascita. Per noi, la questione centrale è di esaminare se il movimento sindacalista rivoluzionario in Germania è stato capace di difendere gli interessi della sua classe, di apportare delle risposte politiche alle questioni scottanti e di rimanere fedele all'internazionalismo del proletariato.
Vale la pena esaminare innanzitutto la sfida più seria alla quale la classe operaia è stata confrontata nel corso degli ultimi decenni del XIX secolo in Germania: il riformismo. In mancanza di ciò, è grande il pericolo di considerare il sindacalismo rivoluzionario in Germania semplicemente come una "strategia sindacale particolarmente radicale" o di vederlo soltanto come una "importazione d'idee" provenienti da paesi latini come la Spagna o la Francia, in cui il sindacalismo rivoluzionario ha sempre svolto un ruolo da lontano più importante che in Germania. L'inizio della degenerazione della socialdemocrazia è dovuto alla comparsa degli ''antenati'' del sindacalismo rivoluzionario. Il partito socialdemocratico tedesco (SPD) ha costituito, all'interno, della II Internazionale (1889-1914), l'organizzazione proletaria più potente ed è servita, per molti anni, da bussola politica per il movimento operaio internazionale. Ma la SPD costituisce innanzitutto il simbolo di un'esperienza tragica: è il tipico esempio di un'organizzazione che, dopo anni passati sul terreno della classe operaia, ha subito un processo di degenerazione insidiosa per infine, negli anni della prima guerra mondiale, passare irrimediabilmente nel campo dominante. La direzione della SPD ha spinto la classe operaia nel 1914 nella carneficina della guerra e si è incaricata di un ruolo centrale nella difesa degli interessi dell'imperialismo tedesco.
Bismarck aveva imposto nel 1878 la “legge antisocialista” che sarebbe rimasta in vigore per 12 anni, sino al 1890. Questa legge, che reprimeva le attività e le riunioni di organizzazioni proletarie, prendeva di mira tuttavia e soprattutto ogni legame organizzativo tra organizzazioni proletarie. Ma la “legge antisocialista” non consisteva affatto, unicamente, in una repressione dura e cieca contro la classe operaia. La classe dominante ha, con le sue misure, cercato di rendere attraenti, agli occhi della direzione della SPD, la partecipazione al parlamento borghese come attività centrale. Abilmente. Essa ha in tal modo facilitato la via alla tendenza riformista in germe nella socialdemocrazia.
Le concezioni riformiste nella socialdemocrazia si espressero precocemente nel Manifesto dei Zurighesi del 1879 e si cristallizzarono intorno alla persona di Eduard Bernstein. Esse rivendicavano di porre il lavoro parlamentare al centro dell'attività del partito allo scopo di conquistare progressivamente il potere all'interno dello Stato borghese. Era dunque un rigetto della prospettiva della rivoluzione proletaria – che deve distruggere lo Stato borghese – a favore della riforma del capitalismo. Bernstein e i suoi sostenitori rivendicavano una trasformazione della SPD, da partito operaio in un'organizzazione la cui funzione era di conquistare la classe dominante alla conversione del capitale privato in capitale comune. Così, la classe dominante doveva diventare essa stessa la molla del superamento del suo proprio sistema, il capitalismo: un'assurdità! Queste concezioni rappresentavano un attacco frontale contro la natura ancora proletaria della SPD. Ma ancor più la corrente di Bernstein faceva apertamente propaganda favore del sostegno all'imperialismo tedesco nella sua politica coloniale approvando la costruzione di potenti navi transoceaniche. Le idee riformistiche di Bernstein sono state, all'epoca del Manifesto dei Zurighesi, nettamente combattute dalla maggioranza della direzione socialdemocratica e non hanno trovato nemmeno grande eco alla base del partito. La storia ha tuttavia mostrato tragicamente, nei decenni successivi, che quella era stata la prima espressione di un cancro che doveva invadere a poco a poco, inesorabilmente, grandi settori della SPD. Non è strano che questa capitolazione aperta di fronte al capitalismo, che Bernstein ha dapprima simboleggiato isolatamente ma che ottenne un'influenza sempre più grande nella socialdemocrazia tedesca, abbia scatenato un riflesso di indignazione all'interno della classe operaia. Non è strano che, in questa situazione, una reazione specifica sia venuta alla luce giustamente tra gli operai combattivi organizzati nei sindacati.
La teoria dei sindacati di Carl Hillmann
Vi era tuttavia già stato nel movimento operaio tedesco, prima del Manifesto dei Zurighesi e sin dall'inizio degli anni 70 del XIX secolo, un primo tentativo intorno a Carl Hillmann in vista di sviluppare una “teoria dei sindacati” indipendenti. Il movimento sindacalista, poco prima della prima guerra mondiale, e soprattutto l'anarcosindacalismo in seguito, non hanno smesso di richiamarvisi. A partire dal maggio del 1873, apparve una serie di articoli con il titolo Indicazioni pratiche di emancipazione sulla rivista Der Volkstaat[1] su cui Hillmann scriveva: “(…) la gran massa dei lavoratori prova una diffidenza nei confronti di tutti i partiti puramente politici perché, da una parte, essi sono spesso traditi e ingannati da questi ultimi e perché, da un'altra parte, l'ignoranza di questi partiti dei movimenti sociali conduce a mascherare l'importanza del loro lato politico; inoltre, i lavoratori mostrano una più grande comprensione e un senso pratico per delle questioni che sono loro più vicine: riduzione del tempo di lavoro, eliminazione dei regolamenti di fabbrica ripugnanti, ecc. L'organizzazione puramente sindacale esercita una pressione durevole sulla legislazione e i governi. Di conseguenza, quest'espressione del movimento operaio è, anch'essa, politica, anche se soltanto in secondo luogo; (…) gli sforzi effettivi di organizzazione sindacale fanno maturare il pensiero della classe operaia verso la sua emancipazione, ed è per questo che queste organizzazioni naturali devono essere poste allo stesso livello dell'agitazione puramente politica e non possono essere considerate né come una formazione reazionaria, né come la coda del movimento politico”.
Dietro il desiderio di Hillmann, negli anni 70 del XIX secolo, di difendere il ruolo dei sindacati in quanto organizzazioni centrali per la lotta della classe operaia, non c'era alcuna intenzione di introdurre una linea di separazione tra la lotta economica e la lotta politica o anche di respingere la lotta politica. La “teoria dei sindacati” di Hillmann era piuttosto principalmente una reazione significativa di fronte alle tendenze emergenti all'interno della direzione della socialdemocrazia, consistente nel subordinare il ruolo dei sindacati, e in generale la lotta di classe, alle attività parlamentari.
Engels, già all'epoca di Hillmann, nel marzo del 1875, criticò quasi esattamente sulla stessa questione il progetto di programma per il congresso d'unione dei due partiti socialisti di Germania a Gotha, che egli giudicava “senza linfa né vigore”: “In quinto luogo, non è nemmeno questione dell'organizzazione della classe operaia, in quanto classe, per mezzo dei sindacati. Ed è questo un punto del tutto essenziale, perché si tratta, propriamente parlando, dell'organizzazione di classe del proletariato, all'interno della quale quest'ultimo conduce le sue lotte quotidiane contro il capitale, e si forma alla disciplina, organizzazione che oggi, anche in mezzo alla più temibile delle reazioni, non può assolutamente essere distrutta. Essendo date l'importanza assunta da questa organizzazione anche in Germania, sarebbe, a nostro parere, assolutamente necessario prenderla in considerazione nel programma e di dargli se possibile un posto nell'organizzazione del partito”[2].
Effettivamente, i sindacati, all'epoca di un capitalismo in pieno sviluppo, erano uno strumento importante per il superamento dell'isolamento dei lavoratori e per lo sviluppo della loro coscienza di sé in quanto classe: una scuola della lotta di classe. La via era ancora aperta per l'ottenimento da parte della classe operaia, della parte del capitalismo in pieno sviluppo, delle riforme durevoli in suo favore[3].
Contrariamente alla storiografia di alcuni settori dell'ambiente anarcosindacalista, non era nell'intenzione di Hillmann di fare della resistenza ai marxisti che avrebbero sempre sotto valutato i sindacati. È questa un'affermazione contro la quale si urta costantemente in modo caratteristico, ma che non corrisponde tuttavia alla realtà. Hillmann si considerava chiaramente, dal punto di vista delle sue concezioni generali, come facente parte dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori (A.I.T.), all'interno della quale militavano anche Marx e Engels. Il fondo delle sue critiche era diretto contro coloro che, all'interno della socialdemocrazia, introducevano la soggezione alla lotta parlamentare, le stesse alle quali Marx e Engels si erano opposti nelle loro critiche al programma di Gotha. Di conseguenza, parlare dell'esistenza , già negli anni 70 del XIX secolo, di un “sindacalismo indipendente” nel movimento operaio tedesco sarebbe sicuramente falso. Come movimento effettivo all'interno della classe operaia in Germania, non si formò che gradualmente una ventina di anni più tardi.
Mentre Hillmann, con un sano istinto proletario, si accorse precocemente della lenta introduzione del cretinismo parlamentare nel movimento operaio tedesco, e reagì a questa situazione, vi è tuttavia una differenza essenziale nel suo modo di procedere in rapporto alla lotta di Marx ed Engels: Hillmann rivendicava in primo luogo l'autonomia dei sindacati e “l'importanza delle questioni di interesse immediato”. Marx, in compenso aveva da parte sua già messo in guardia, alla fine degli anni 60, contro una riduzione della lotta per i salari ad una lotta per il salario: “Sino ad oggi, i sindacati hanno affrontato troppo esclusivamente le lotte sociali e immediate contro il capitale. Essi non hanno ancora capito perfettamente la loro forza di offensiva contro il sistema di schiavitù del salariato e contro il modo di produzione attuale. È per questo che essi si sono tenuti troppo distanti dai movimenti sociali e politici generali”[4].
Come possiamo constatare già a quest'epoca, Marx ed Engels insistevano sull'unità generale della lotta economica e della lotta politica della classe operaia, anche se esse dovevano essere condotte per mezzo di organizzazioni diverse. Le idee di Hillmann nascondevano, in rapporto a questo, la grande debolezza di non impegnarsi in modo conseguente e attivo la lotta politica contro l'ala della SPD esclusivamente orientata verso il parlamento, e di ritirarsi nell'attività sindacale, cedendo così il terreno quai senza combattere al riformismo. Ciò ha fatto il gioco dei suoi avversari perché il confinamento dei lavoratori nella lotta puramente economica è esattamente ciò che ha caratterizzato lo sviluppo del riformismo nel movimento sindacale.
Il sindacalismo rivoluzionario in Germania proviene dal campo anarchico?
Durante l'estate del 1890, si costituì nella SPD una piccola opposizione, quella dei “Giovani”. Ciò che caratterizzava i suoi rappresentanti più noti Wille, Wildberger, Kapfmeyer, Werner e Baginski, era il loro appello a “più libertà” nel partito e il loro atteggiamento antiparlamentare. Essi respingevano inoltre, in una pratica molto localistica, la necessità di un organo centrale per la SPD.
“I Giovani” hanno rappresentato un'opposizione di partito molto eterogenea – che è probabilmente più appropriato designare come un assembramento di membri della SPD scontenti. Tuttavia, lo scontento dei “Giovani” era in realtà del tutto giustificato, perché la tendenza riformista nella socialdemocrazia non era affatto sparita dopo l'abolizione della legge antisocialista nel 1890. A poco a poco, il riformismo guadagnava terreno. Ma la critica dei “Giovani” non è stata in grado di identificare i veri problemi e le radici ideologiche del riformismo. Invece di una lotta politicamente fondata contro l'idea riformista della “trasformazione pacifica” del capitalismo in una società socialista senza classi, i “Giovani” hanno unicamente condotto una violenta campagna contro alcuni capi della SPD e sul terreno di attacchi molto personali. La loro spiegazione del riformismo ha trovato la sua espressione in un'argomentazione immatura e riduttrice che poneva al centro “la ricerca di un vantaggio personale e della celebrità” e la “psicologia dei dirigenti della SPD". Questo conflitto è terminato con l'uscita, e l'esclusione simultanea, dei “Giovani” dalla SPD al congresso di Erfurt del 1891. Questo apriva le porte, nel novembre 1891, alla fondazione dell'Unione Anarchica dei Socialisti Indipendenti (VUS). L'effimera VUS, raggruppamento completamente eterogeneo formato soprattutto da vecchi membri della SPD scontenti, è rapidamente caduta, dopo pesanti tensioni personali, sotto il controllo dell'anarchico Gustav Landauer e sparita tre anni dopo nel 1894.
Alla lettura dei rappresentanti anarcosindacalisti attuali e dei libri più celebri sulla nascita del sindacalismo rivoluzionario in Germania, appare chiaramente l'esistenza di un tentativo, spesso convulsivo, di allacciare un filo rosso risalente verso il passato, per collegarvi l'anarcosindacalismo della FAUD fondata nel 1919. La maggior parte del tempo, queste rappresentazioni consistono in una semplice giustapposizione di differenti movimenti di opposizione nelle organizzazioni operaie tedesche: da Hillmann passando per Johann Most, i “Giovani” e i “Localisti”, poi la FVDG, l'Unione Libera dei sindacati tedeschi e, infine, la FAUD. La semplice esistenza di un conflitto con le tendenze dirigenti rispettive all'interno della socialdemocrazia e dei sindacati è considerata come il punto comune determinante. Ma l'esistenza di un conflitto con la direzione dei sindacati o del partito non costituisce in sé una continuità politica, la quale, a ben guardare, non esiste nemmeno tra tutte queste organizzazioni! In Hillmann, Most e i “Giovani”, si può discernere un'avversione possibile e comune di fronte alle illusioni di fronte al parlamentarismo che guadagna del terreno intorno ad essi. Mentre Hillmann è tuttavia sempre rimasto parte essenziale della Prima Internazionale e della lotta vivente della classe operaia, Most di concerto con Hasselmann, si portò rapidamente, all'inizio degli anni 80 del XIX secolo, nella “propaganda attraverso i fatti” piccolo borghese, isolata e disperata – degli atti terroristi. I “Giovani”non hanno potuto, con i loro attacchi personali, eguagliare la qualità politica di Hillmann che aveva costituito un serio tentativo di dare impulso alla lotta di classe. In seguito, i “Localisti” e la FVDG che essi hanno formato, hanno in compenso rappresentato , per molti anni, un movimento vivo in seno alla classe operaia. Nell'opposizione sindacale, che diede più tardi vita al sindacalismo rivoluzionario in Germania, le idee anarchiche avevano sempre avuto, sino al 1908, una scarsa influenza. Si può tuttavia parlare di una vera “impronta anarchica” sul sindacalismo rivoluzionario tedesco, ma che non si è sviluppato, nel più remoto cerchio dei sindacati socialdemocratici, che dopo la Prima Guerra mondiale.
I “Localisti”: una reazione proletaria contro l'evirazione della classe operaia
Un'opposizione organizzata nella fila dei sindacati socialdemocratici in Germania si formò nel marzo del 1892, ad Halberstadt, durante il primo congresso sindacale dopo l'abolizione della legge antisocialista. La Commissione Generale della centrale sindacale, sotto la direzione di Karl Legien, decretò a questo congresso una separazione assoluta tra la lotta politica e la lotta economica. La classe operaia organizzata nei sindacati, secondo questo punto di vista, doveva limitarsi esclusivamente a delle lotte economiche mentre la sola socialdemocrazia – e soprattutto i suoi deputati al parlamento (!) - dovevano essere competenti per le questioni politiche.
Ma, per le condizioni imposte dai dodici anni della legge antisocialista, i lavoratori organizzati nelle unioni professionali erano abituati alla riunione, all'interno della stessa organizzazione, delle aspirazioni e delle discussioni politiche ed economiche, una riunione che si era sviluppata anche sotto la costrizione delle necessità dell'illegalità.
Le relazioni tra la lotta economica e la lotta politica divennero già, allora, oggetto di uno dei dibattiti centrali all'interno della classe operaia internazionale – ed esse lo sono restate indubbiamente sino ad oggi! In un'epoca di condizioni mature per la rivoluzione mondiale, con l'inizio dell'entrata del capitalismo nella sua fase di decadenza, si è manifestato in modo sempre più chiaro che il proletariato, in quanto classe, poteva e doveva apportare la sua risposta a delle questioni politiche come appunto quella della guerra!
Nel 1892, la direzione del movimento sindacale tedesco, malgrado la dispersione di molti anni in unioni professionali isolate a causa dell'illegalità, crea la sua confederazione centrale sindacale – ma giustamente al tragico prezzo del confinamento dei sindacati alla lotta economica. Questo, non perché, come nel corso degli anni precedenti e sotto la pressione della repressione della legge antisocialista, si doveva rinunciare alla libertà di parola e di riunione su delle questioni politiche, ma sulla base delle concezioni riformiste e delle enormi illusioni sul parlamentarismo che si sviluppavano sempre più. In quanto sana reazione proletaria a questa politica della direzione dei sindacati intorno a Legien, si formò nei sindacati l'opposizione dei “Localisti”. Gustav Kessler vi svolse un ruolo essenziale. Egli aveva lavorato durante gli anni 80 al coordinamento delle unioni professionali per mezzo di un sistema di uomini di fiducia e aveva partecipato in modo preponderante alla pubblicazione dell'organo sindacale Der Bauhandwerker.
Per apprezzare i “Localisti” nel loro giusto valore, si tratta innanzitutto di procedere alla rettificazione di un'errore diffuso: il nome di “Localisti” rinvia innanzitutto, a un'opposizione il cui scopo principale era di occuparsi esclusivamente degli affari della regione o il cui principio sarebbe di rifiutare ogni relazione organizzativa con la classe operaia di altri settori o regioni. Quest'impressione scaturisce spesso dalla lettura della letteratura di oggi, precisamente quella dell'anarcosindacalismo attuale.
È spesso difficile giudicare se una tale interpretazione risulta unicamente da una pura ignoranza della storia oppure della volontà di fare, retrospettivamente, dei “Localisti” e della FVDG, delle organizzazioni di tipo anarcosindacalista – come ne esistono attualmente – con una ideologia localista.
La stessa critica vale anche per quanto riguarda l'utilizzazione troppo schematica di descrizioni molto preziose sugli inizi del sindacalismo rivoluzionario in Germania, tratte dalle fila del marxismo, come quella di Anton Pannekoek. Quando quest'ultimo scrisse nel 1913: “(…) dalla loro pratica, essi si qualificano come “Localisti” e si esprimono così contro la centralizzazione delle grandi federazioni il loro principio più importante di agitazione”[5], si tratta qui, in realtà, di uno sviluppo all'interno del movimento operaio tedesco che non inizia che dal 1904, con l'ulteriore avvicinamento con l'idea delle Borse di lavoro della Carta di Amiens francese (1906), ma che non riguarda il periodo degli anni 90 del XIX secolo.
Non sono i principi federalisti, della lotta di classe che hanno spinto fondamentalmente i “Localisti” a formare la loro opposizione sindacale alla politica di Legien. Di fatto, le forze dirigenti nei sindacati si ammantavano di formule sonore riferendosi al concetto di una “centralizzazione stretta” della lotta della classe operaia per meglio imporre una stretta astensione politica ai lavoratori organizzati sindacalmente. Ciò che si deve constatare, è la comparsa di una dinamica oppositiva nata da questa situazione e che ha cominciato a spingere progressivamente parti dei “Localisti verso concezioni federaliste e anticentralizzatrici. La realtà è molto ben diversa.
Una centralizzazione permettendo la lotta comune della classe operaia e l'espressione della solidarietà oltre i mestieri, i settori e le nazioni era assolutamente necessaria. Tuttavia, la centralizzazione delle centrali sindacali, evocava a ragione l'idea, per alcuni lavoratori, “di organi di controllo” nelle mani dei leader sindacali riformisti. Al cuore della formazione dell'opposizione Localista, alla metà degli anni 90, si trovava di fatto chiaramente l'indignazione in rapporto all'astensione politica decretata per i lavoratori!
Ci sembra importante, a proposito della nascita del sindacalismo rivoluzionario in Germania, di fare una messa a punto riguardante la focalizzazione falsa, spesso esclusiva, sulla questione “federalismo contro centralismo” per mezzo degli stessi termini impiegati da Fritz Kater (uno dei membri più in vista durante gli anni della FVDG e della FAUD): "Lo sforzo per organizzare i sindacati in Germania in confederazioni centrali andava di pari passo con l'abbandono di ogni chiarimento nelle riunioni sugli affari pubblici e politici, e particolarmente di ogni influenza del sindacato su quest'ultime, per dedicarsi esclusivamente nella lotta quotidiana per migliori condizioni di lavoro e di salario. È quest'ultimo punto che giustamente costituiva allora la ragione principale per coloro che sono stati chiamati “Localisti” di respingere e combattere il centralismo della confederazione. Erano comunque allora, in quanto rivoluzionari socialdemocratici e membri del partito, del parere molto giusto che la lotta chiamata sindacale per il miglioramento della condizione dei lavoratori sul terreno dell'ordine costituito non può essere condotta senza toccare in modo incisivo e determinante i rapporti degli operai allo Stato attuale ed ai suoi organi di legislazione e di amministrazione...” (sottolineatura nostra)[6].
Con questa falsa rappresentazione dei “Localisti” come simbolo del federalismo assoluto, gli storici stalinisti e trotskisti oltranzisti danno stranamente la mano a certi scritti neo-sindacalisti, che incensano il federalismo come “nec plus ultra”.
Anche Rudolf Rocker, che non è vissuto in Germania tra il 1893 ed il 1919, e che all'interno della FAUD a partire dal 1920, eresse effettivamente il federalismo a principio teorico singolare, descrive onestamente ed in modo pertinente “il federalismo” dei “Localisti” del 1892 nel seguente modo: “Tuttavia questo federalismo non era assolutamente il prodotto di una nozione politica e sociale come in Pisacane in Italia, Proudhon in Francia e Pi y Margall in Spagna, che è stato ripreso più tardi dal movimento anarchico di questi paesi; è risultato soprattutto dal tentativo di aggirare le disposizioni della legge prussiana dell'epoca in materia di associazione che naturalmente accordavano ai sindacati puramente localisti il diritto di discutere di questioni politiche nelle loro riunioni, ma rifiutavano questo diritto ai membri delle confederazioni centrali”[7].
Nelle condizione della legge antisocialista, abituati a un modo di coordinamento (che si può chiamare anche chiamare centralizzazione!) da una rete di “uomini di fiducia”, era effettivamente difficile per i “Localisti” appropriarsi un'altra forma di coordinamento corrispondente alla modificazione delle condizioni a partire dal 1890. Una tendenza federalista appariva già in embrione senz'altro sin dal 1892. Ma il federalismo dei “Localisti” di questo periodo può essere descritto, indubbiamente in modo più pertinente, come tentativo di fare una virtù del sistema degli “uomini di fiducia”! I “Localisti” restarono tuttavia ancora quasi cinque anni nelle grandi confederazioni sindacali centrali con la volontà di rappresentarvi un'avanguardia combattiva all'interno dei sindacati socialdemocratici e si ritenevano chiaramente come una parte della socialdemocrazia.
La fondazione della FVDG
Nella seconda metà degli anni 90, e soprattutto durante gli scioperi, scoppiavano sempre più dei conflitti aperti tra gli aderenti delle unioni professionali “Localisti” e le confederazioni centrali. In modo latente ma anche violento tra gli operai delle costruzioni a Berlino e durante lo sciopero degli operai portuali nel nel 1896-97 ad Amburgo. Durante questi confronti, la questione centrale era generalmente quella dell'entrata in sciopero: le unioni professionali potevano prendere da se stesse questa decisione dal loro capo o quest'ultima era legata al consenso della direzione della confederazione centrale? A questo proposito, salta agli occhi che i “Localisti” reclutavano i loro aderenti nei mestieri artigianali delle costruzioni (i muratori, i piastrellisti, i carpentieri, presso i quali esisteva una grande “fierezza professionale”) e in proporzione molto meno tra gli operai industriali.
Parallelamente, la direzione della socialdemocrazia inclinava sempre di più, a partire dalla fine degli anni 90, ad accettare il modello apolitico della neutralità dei sindacati della Commissione generale intorno a Legien. Di fronte a questo problema di conflitti nei sindacati, la SPD, per diverse ragioni, aveva a lungo tergiversato e si era espressa con riserva. Anche se i “Localisti”, all'epoca del congresso di Halberstadt nel 1892, non rappresentavano che una minoranza comparativamente piccola di circa 10.000 membri (all'incirca soltanto il 3% dell'insieme dei lavoratori organizzati sindacalmente in Germania), tra di loro si trovavano numerosi vecchi sindacalisti combattivi strettamente legati alla SPD. Per timore di contrariare questi compagni prendendo partito in modo unilaterale nei dibattiti sindacali, ma soprattutto a causa della sua propria mancanza di chiarezza sulle relazioni tra la lotte economica e la lotta politica della classe operaia, la direzione della socialdemocrazia è rimasta a lungo sulla riserva. È soltanto nel 1908 che i membri della FVDG sono stati definitivamente abbandonati dalla direzione della SPD.
Nel maggio del 1897, con 6800 membri[8], nasceva il primo precursore dichiarato, e organizzato in modo indipendente, del futuro sindacalismo rivoluzionario in Germania. Detto con maggior precisione: l'organizzazione che doveva, negli anni successivi, prendere in Germania la via del sindacalismo rivoluzionario. Con questa fondazione di una unione sindacale nazionale si effettuava una scissione storica del movimento sindacale socialdemocratico. Al “primo congresso dei sindacati di Germania organizzati localmente” ad Halle, i “Localisti" proclamarono la loro indipendenza organizzativa. Il nome di “Unione Libera dei Sindacati Tedeschi” (FVDG)[9] non venne adottato che nel settembre del 1901. Il suo organo di stampa fondato di nuovo Die Einigkeit doveva uscire sino al divieto della FVDG all'inizio della guerra nel 1914.
Ancora mano nella mano con la socialdemocrazia?
La celebre risoluzione del congresso del 1897 elaborata da Gustav Kessler esprime nel modo più chiaro su quale comprensione della lotta politica della classe operaia e delle relazioni con la socialdemocrazia si basava la FVDG:
"1. Ogni separazione dal movimento sindacale della politica socialdemocratica cosciente è impossibile, a rischio di paralizzare e fi votare alla sconfitta la lotta per il miglioramento della condizione dei lavoratori sul terreno dell'ordine attuale;
2. che gli sforzi, da cui essi provengono, per distendere o spezzare la relazione con la socialdemocrazia, devono essere considerati come ostili alla classe operaia;
3. che le forme di organizzazione del movimento sindacale che la intralciano nella lotta per degli obiettivi politici devono essere considerate come erronee e condannabili. Il congresso vede nella forma di organizzazione che si è data il partito socialdemocratico di Germania al Congresso di Halle nel 1890, tenuto conto dell'esistenza della legge in materia di associazione, anche per l'organizzazione sindacale la migliore forma e la più appropriata per il perseguimento di tutti gli obiettivi del movimento sindacale”[10].
In queste righe si esprime la difesa delle esigenze politiche della classe operaia ed i potenti attacchi alla socialdemocrazia in quanto “organizzazione sorella”. La relazione alla socialdemocrazia era compresa come un ponte con la politica. La fondazione della FVDG, di conseguenza, non costituiva, a livello programmatico, un rifiuto dello spirito della lotta di classe difeso da Marx, o un rifiuto del marxismo in generale, ma al contrario un tentativo di mantenere questo spirito. Il desiderio formulato dalla FVDG di non lasciare sfuggire dalle mani dei lavoratori “la lotta per degli obiettivi politici” costituiva anche la forza essenziale dei suoi anni di fondazione.
I dibattiti al “IV Congresso della centralizzazione da parte degli uomini di fiducia” nel maggio del 1900 mostrano la fermezza dell'attaccamento politico alla socialdemocrazia. La FVDG conta allora circa 20.000 membri. Kessler difende anche la rivendicazione di una possibile fusione dei sindacati e del partito, che è stata accettata in una risoluzione: “L'organizzazione politica e sindacale devono dunque riunificarsi. Questo non può verificarsi subito, perché le circostanze, che si sono sviluppate storicamente, hanno il diritto di esistere; ma abbiamo probabilmente il dovere di preparare questa unificazione, rendendo i sindacati adatti a restare i portatori del pensiero socialista (…). Chiunque sia convinto che la lotta sindacale e politica sia la lotta di classe, che non può in fondo che essere condotta dallo stesso proletariato, questi è nostro compagno ed è con noi sulla stessa barca”[11].
Dietro questo punto di vista che rifiuta di confinarsi esclusivamente nella lotta economica da una parte e, dall'altra parte, che aspira a legarsi alla più grande organizzazione politica della classe operaia tedesca, la SPD, si trova una sana esigenza. Ma vi è anche chiaramente, in germe, la confusione ulteriore del sindacalismo rivoluzionario a proposito della “organizzazione unitaria”. Un'idea che doveva manifestarsi in Germania anni più tardi a partire dal 1919, non soltanto nel sindacalismo rivoluzionario, ma soprattutto nelle “unioni operaie”. La visione della FVDG che aspirava alla lotta comune con la socialdemocrazia presente nella risoluzione del 1900 doveva tuttavia, lo stesso anno, essere duramente messa alla prova.
Il “conflitto sindacale di Amburgo”
Quando nel 1900 ad Amburgo, la confederazione centrale dei sindacati concluse un accordo con gli i lavoratori che miravano all'abolizione del lavoro a cottimo, una parte dei muratori forfettari si oppose. Essi ripresero il lavoro, furono accusati di essere dei distruttori di sciopero ed esclusi dalla confederazione centrale dei sindacati. Successivamente i muratori forfettari aderirono alla FVDG. L'esclusione di questi lavoratori dal partito fu immediatamente richiesta dalla SPD di Amburgo, decisione tuttavia respinta da una giuria d'arbitraggio della SPD.
Non a causa di una prossimità politica con la FVDG, ma nella sua lotta contro il riformismo e, in questo quadro, soprattutto nello sforzo di chiarire le relazioni tra la lotta economica e la lotta politica per la classe operaia, Rosa Luxemburg difese la decisione della giuria d'arbitraggio di non escludere dalla SPD i muratori FVDG di Amburgo. Esigette certamente “di infliggere un severo monito ai muratori forfettari”[12] per aver spezzato lo sciopero, ma respingeva vigorosamente il punto di vista burocratico e formale di far ammettere una rottura dello sciopero come motivo di esclusione immediata dei lavoratori dal partito. La confederazione centrale dei sindacati socialdemocratici aveva essa stessa alcune volte fatto ricorso, nei confronti della FVDG, alla rottura dello sciopero! La SPD non doveva, secondo il punto di vista di Rosa Luxemburg, diventare il “terreno di scontro” dei sindacati. Il partito non si fa giudice della classe operaia.
Rosa Luxemburg aveva capito che, dietro questo violento affare sindacale dei muratori forfettari di Amburgo, si nascondevano delle questioni molto più centrali. Le stesse questioni che si trovavano al cuore dei rapporti presentati nella FVDG a proposito della “unificazione” del partito e dell'organizzazione di massa sindacale: la distinzione tra un'organizzazione politica rivoluzionaria da una parte e la forma organizzativa di cui deve dotarsi la classe operaia nei momenti aperti della lotta di classe: “In pratica ciò condurrebbe in ultima istanza all'unione tra l'organizzazione politica e l'organizzazione economica della classe operaia, confusione nella quale le due forme di lotta perderebbero. La loro separazione esterna e la loro divisione del lavoro generate e condizionate storicamente non farebbero che regredire”[13].
Se Rosa Luxemburg nel 1900, come il movimento operaio nel suo insieme, non poteva allora ancora superare l'orizzonte della forma di organizzazione sindacale tradizionale della classe operaia e considerava i sindacati come le grandi organizzazioni della lotta di classe economica, è perché è soltanto negli anni successivi che la classe operaia si troverà confrontata al compito di far sorgere lo sciopero di massa ed i consigli operai – le fucine rivoluzionarie che uniscono la lotta politica.
L'unificazione della lotta della classe operaia, che si trovava in Germania dispersa in diversi sindacati, era infatti storicamente necessaria. Ma questo scopo non poteva essere conseguito dalla strumentalizzazione formale dell'autorità di partito in vista di disciplinare i lavoratori, come volevano le confederazioni centrali. Non potevano esserlo con l'aiuto della concezione delle “organizzazioni unitarie” che sottovalutavano la necessità di un partito politico, un'idea che ha iniziato a svilupparsi nelle fila della FVDG. Il problema non poteva nemmeno essere risolto da un “grande sindacato”, ma soltanto dall'unificazione della classe operaia nella lotta di classe stessa. Il congresso di partito della SPD a Lubecca nel 1901 rifiutò, sicuramente su pressione di Rosa Luxemburg, e probabilmente in modo formale, di dover svolgere il ruolo di tribunale d'arbitraggio tra la confederazione sindacale centrale e la FVDG. Esso ha tuttavia adottato allo stesso tempo “la risoluzione Sonderbund" di Bernstein che minacciava per il futuro ogni scissione sindacale con l'esclusione dal partito. La SPD cominciava così chiaramente a prendere le distanze con la FVDG.
Negli anni 1900 e 1901, la FVDG soffriva di tensioni interne crescenti concernenti soprattutto la questione del mutuo sostegno finanziario attraverso una cassa di sciopero unitario. Si manifestarono forti tendenze particolaristiche e una mancanza di spirito di solidarietà nelle sue proprie fila. L'esempio del sindacato dei coltellinai e dei pressatori di Solingen è tipico: esso aveva ricevuto dalla Commissione amministrativa della FVDG un sostegno finanziario per un lungo periodo, ma minacciò di partire immediatamente quando fu esso stesso sollecitato finanziariamente per fornire il suo aiuto ad altri scioperi.
Dal gennaio del 1903 al marzo del 1904, di fronte all'iniziativa e alla pressione della SPD, si svolsero delle negoziazioni furtive tra la FVDG e la confederazione sindacale centrale, con l'obiettivo di reintegrare la FVDG nella confederazione centrale. Le negoziazioni fallirono. All'interno della stessa FVDG, queste negoziazioni di unificazione scatenarono violenti tensioni tra Fritz Kater, che rappresentava la tendenza chiaramente sindacalista rivoluzionaria che si svilupperà più tardi, e Hinrichsen che cedette alla pressione delle confederazioni centrali. Tra i lavoratori organizzati si verificò una enorme destabilizzazione. Circa 4400 membri della FVDG (più del 25%) passarono nel 1903/04 alla confederazione centrale! Le negoziazioni mancate di unificazione in un clima di reciprova diffidenza condussero, da una parte ad un indebolimento sensibile della FVDG e rappresentarono il primo capitolo della sua storica rottura con la SPD.
Conclusione
Sino al 1903, spetta ai “Localisti" e alla FVDG in Germania, ilò merito di aver espresso la necessità vitale dei lavoratori di non concepire le questioni politiche come un “affare riservato al partito”. Essi si sono così opposti chiaramente al riformismo e alla sua “delega della politica ai parlamentari". La FVDG era un movimento proletario politicamente molto motivato e molto combattivo, ma eterogeneo e completamente racchiuso sul terreno sindacale. In quanto assemblaggio debole di piccole unioni professionali sindacali, gli era evidentemente impossibile svolgere il ruolo di un'organizzazione politica della classe operaia. Per soddisfare la sua “spinta verso la politica” avrebbe dovuto avvicinarsi più fortemente all'ala rivoluzionaria della SPD.
Inoltre, la storia dei “Localisti” e della FVDG mostra che è inutile cercare “l'ora esatta” di nascita del sindacalismo rivoluzionario tedesco”. Quest'ultimo è risultato piuttosto da un processo, estendentisi in molti anni, di distacco di una minoranza proletaria dal girone della socialdemocrazia e dei sindacati socialdemocratici
La sfida della questione dello sciopero di massa, direttamente posto al sindacalismo rivoluzionario, doveva diventare un'altra tappa nello sviluppo di quest'ultimo in Germania. Il prossimo articolo affronterà i dibattiti intorno allo sciopero di massa e la storia della FVDG, della definitiva rottura con la SPD nel 1908, sino alla deflagrazione della prima guerra mondiale.
Mario (27 ottobre 2008)
Tradotto da: Revue Internationale n° 137, 2° trimestre 2009 [213].
[1] Il Volkstaat era l'organo del Partito Socialista Operaio di Germania, della tendenza detta di Eisenach sotto la direzione di Wilhelm Liebknecht e di August Bebel.
[2] Lettera di Engels a August Bebel, 18/28 marzo 1875, in Marx, Engels, Critique des Programmes de Gotha et d’Erfurt, Editions Sociales, 1950, p. 47, Tr. it.: Marx-Engels, Critica del programma di Gotha, Samona e Savelli, Roma, 1972; ma anche Critica del programma di Erfurt; Critica al programma di Gotha, Edizioni del Maquis, Milano, 1976.
[3] Vedere il nostro opuscolo I sindacati contro la classe operaia.
[4] Risoluzione (redatta da Marx) del I Congresso dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, Ginevra, 1866, in Marx Textes 2, Editions sociales, classiques du marxisme, p. 237; Tr. it.: (a cura di Gian Maria Bravo), La prima Internazione. Storia documentaria, 2 voll., Editori Riuniti, Roma, 1978.
[5] Anton Pannekoek: Le Syndicalisme allemand [Il sindacalismo tedesco], 1913.
[6] Fritz Kater, Fünfundzwanzig Jahre Freie Arbeiter-Union Deutsclands (Synkalisten), Der Syndikalist n° 20, 1922.
[7] Rocker, Aus den Memoiren eines deutschen Anarchisten, Ed. Suhrkamp, p. 288.
[8] Vedere anche: www.syndikalismusforschung.info/museum.htm [214]
[9] La grande confederazione centrale dei sindacati di chiamava ufficialmente “Sindacati Liberi”. La prossimità linguistica con il nome di “Unione Libera” portava frequentemente a delle confusioni.
[10] Citato da W. Kulemann, Die Berufvereine, tomo 2, Jena, 1908, p. 46.
[11] Resoconto verbale della FVDG, citato da D. H. Müller, Gewerkschaftliche Versammlungsdemokratie und Arbeiterdelegierte, 1985, p. 159.
[12] Rosa Luxemburg, Der Parteitag und des hamburger Gewerkschaftsstreit, Gesammelte Werke, tome 1/2, p. 117.
[13] Ibidem, p. 116.
A proposito del libro Il comunismo primitivo non è più ciò che era
Perché scrivere oggi sul comunismo primitivo? Nel momento in cui la caduta verticale in una crisi economica catastrofica e lo sviluppo di lotte attraverso il pianeta pongono nuovi problemi ai lavoratori del mondo intero, che l’avvenire del capitalismo si fa scuro e la prospettiva di un mondo nuovo pena tanto a nascere, ci si può chiedere quale interesse possa suscitare lo studio della società della nostra specie, dalla sua apparizione (circa 200.000 anni fa), fino al periodo neolitico (che data circa 10.000 anni fa), una società nella quale ancora oggi vivono certe popolazioni umane. Tuttavia, restiamo convinti che la questione è tanto importante per i comunisti di oggi quanto lo fu per Marx ed Engels nel diciannovesimo secolo, sia per il suo interesse scientifico generale in quanto elemento di studio dell'umanità e della sua storia, e sia per la comprensione della prospettiva e della possibilità di una società comunista futura che possa sostituire la società capitalista moribonda.
È per questa ragione che non possiamo che salutare la pubblicazione nel 2009 di un libro scritto da Christophe Darmangeat e intitolato Il comunismo primitivo non è più ciò che era; siamo anche contenti che il libro sia già alla sua seconda edizione, il che indica un certo interesse per l'argomento trattato.[1] Attraverso una lettura critica di questo libro, noi cercheremo in questo articolo di riprendere i problemi riguardanti le prime società umane; approfitteremo anche dell'occasione per esplorare le tesi esposte più di 20 anni fa da Chris Knight[2] nel suo libro Blood Relations (Relazioni di sangue)[3].
Prima di entrare nel vivo dell'argomento, precisiamo una cosa: la questione della natura del comunismo primitivo e dell'umanità in quanto specie non sono questioni politiche ma scientifiche. In questo senso, per esempio, non vi può essere una “posizione” da parte di un’organizzazione politica a proposito della natura umana. Se siamo convinti che l'organizzazione comunista deve stimolare il dibattito e la sete di conoscenza per le questioni scientifiche tra i suoi militanti e più generalmente all’interno del proletariato, lo scopo è di incoraggiare lo sviluppo di una visione materialista e scientifica del mondo basato, per quanto possibile, per la maggior parte di noi che non sono degli scienziati, su una conoscenza delle teorie scientifiche moderne. Le idee presentate in questo articolo non sono dunque delle “posizioni” della CCI ed impegnano soltanto l’autore.[4]
Perché la questione delle origini è importante?
Perché dunque la questione delle origini della specie e delle prime società umane è importante per i comunisti? I termini del problema sono cambiati sensibilmente dal diciannovesimo secolo quando Marx ed Engels si entusiasmarono per i lavori dell'antropologo americano Lewis Morgan. Nel 1884, quando Engels pubblica L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, si era appena usciti da un'epoca in cui le stime dell'età della Terra e della società umana si basavano sui calcoli biblici del vescovo Ussher, per il quale la Creazione aveva avuto luogo nel 4004 A.C. Engels, nella sua Prefazione del 1891, scrive: “Non è possibile parlare di una storia della famiglia fino all’inizio degli anni sessanta. In questo settore la scienza storica era ancora completamente sotto l'influsso dei cinque libri di Mosé. La forma patriarcale della famiglia, descritta in essi più dettagliatamente che altrove, non solo veniva senz’altro ritenuta la più antica, ma era anche identificata - escludendo la poligamia - con l’attuale famiglia borghese, sicché in realtà la famiglia non avrebbe subito in generale alcuno sviluppo storico”.[5] Lo stesso valeva per la nozione di proprietà, per cui la borghesia poteva ancora opporre al programma comunista della classe operaia l'obiezione secondo cui la "proprietà privata" era insita nella natura stessa della società umana. L'idea dell'esistenza di uno stadio di comunismo primitivo della società era a tal punto sconosciuta nel 1847 che lo stesso Manifesto Comunista comincia il suo primo capitolo con le parole “La storia di ogni società esistita fino a questo momento è la storia di lotte di classi”. (Affermazione che Engels ha ritenuto necessario rettificare in una nota nel 1888).
Il libro di Morgan, Ancient Society (Società antica), ha largamente contribuito a smantellare la visione astorica della società umana eternamente basata sulla proprietà privata, anche se il suo apporto è stato spesso eluso o passato sotto silenzio dall'antropologia ufficiale, particolare da quella inglese. Come dice ancora Engels nella sua Prefazione, “Morgan passò la misura, criticando non solo la civiltà, la società della produzione di merci, la forma fondamentale della nostra società odierna, in un modo che fa venire in mente Fourier, ma parlando di una trasformazione a venire di questa società con parole che avrebbe potuto dire Karl Marx”.
Oggi, nel 2012, la situazione è del tutto cambiata. Le successive scoperte hanno spostato ancora più indietro nel passato le origini dell'Uomo, così che adesso sappiamo non solo che la proprietà privata non è un fondamento eterno della società ma che, al contrario, è una invenzione relativamente recente poiché l'agricoltura - e dunque la proprietà privata e la divisione della società in classi - datano solo a circa 10000 anni fa. Certamente, come mostrato da Alain Testart nel suo libro Les chasseurs-cueilleurs ou l'origine des inégalités[6], la formazione delle classi e delle ricchezze non si è fatta in una notte; è dovuto trascorrere un lungo periodo prima dell'apparizione dell'agricoltura propriamente detta dove lo sviluppo dello stoccaggio ha favorito l’emergere di una ripartizione impari delle ricchezze accumulate. Tuttavia, oggi è chiaro che la parte più lunga della storia umana non è quella della lotta delle classi, ma di una società senza classi, comunista: quello che si chiama comunismo primitivo.
L'obiezione che si sente oggi all'idea di una società comunista non è più dunque che essa violerebbe i principi eterni di proprietà privata ma, piuttosto, che essa sarebbe contraria a “la natura umana”. “Non si può cambiare la natura umana”, ci dicono, e con questo si intende riferirsi alla pretesa natura violenta, competitiva ed egocentrica dell'Uomo. Dunque l’ordine capitalista non sarebbe più eterno, ma solo il risultato logico ed inevitabile di una natura immutabile. Quest’argomentazione non è limitata agli ideologi di destra. Alcuni scienziati umanistici, pensando di seguire la stessa logica di una natura umana determinata dalla genetica, arrivano a conclusioni simili. Il New York Review of Books (giornale intellettuale piuttosto orientato a sinistra) ce ne dà un esempio in un numero di ottobre 2011: “Gli esseri umani si fanno concorrenza per le risorse, lo spazio vitale, i partner sessuali, e quasi per tutto il resto. Ogni essere umano si trova all’apice di una linea di concorrenti che hanno avuto successo e che risale fino alle origini della vita. La pulsione competitiva è presente praticamente in tutto ciò che facciamo, lo si voglia o no. Ed i migliori concorrenti sono spesso i meglio premiati. Basta considerare Wall Street per trovarne un esempio clamoroso (...). Il dilemma umano di sovrappopolazione e di super sfruttamento delle risorse è determinato fondamentalmente dagli impulsi primordiali che hanno permesso ai nostri antenati di raggiungere un successo riproduttivo al di sopra della media”.[7]
Questo argomento può sembrare a prima vista inoppugnabile: non bisogna cercare lontano per trovare esempi a non finire della cupidigia, della violenza, della crudeltà e dell'egoismo nella società umana di oggi o nella sua storia. Ma questi esempi sono forse una prova del fatto che queste tare sono il risultato di una natura determinata - si direbbe oggi - geneticamente? Per niente. Per fare un esempio, un albero che si trovi su una scogliera battuta dal vento marino rischia fortemente di crescere gracile e storto: ma ciò non avviene perché questi caratteri sono determinati integralmente dai suoi geni, tanto è vero che, in condizioni più favorevoli, l'albero crescerebbe diritto.
Possiamo dire la stessa cosa per gli esseri umani?
È un'evidenza, spesso sollevata nei nostri articoli, che la resistenza del proletariato mondiale è ben al di sotto del livello degli attacchi che subisce da parte di un capitalismo in crisi. La rivoluzione comunista forse non è mai sembrata così necessaria e, allo stesso tempo, così difficile. E - a nostro avviso - una delle ragioni risiede nel fatto che i proletari non hanno fiducia non solo nelle loro proprie forze ma nella stessa possibilità del comunismo. “Una bella idea”, ci dicono, “ma sapete, la natura umana …”.
Per prendere fiducia in sé stesso, il proletariato deve affrontare non solo i problemi immediati della lotta ma anche i problemi più vasti, storici, posti dallo scontro rivoluzionario potenziale con la classe dominante. Tra questi problemi, c'è proprio quello della natura umana; e noi dobbiamo trattare questo problema con uno spirito scientifico. Non si tratta di provare che l'uomo è “buono”, ma di arrivare ad una migliore comprensione di quale è precisamente la sua natura, in modo da potere integrare questa conoscenza nel progetto politico del comunismo. Così, non facciamo dipendere il progetto comunista dalla "bontà naturale" dell'uomo: il bisogno di comunismo oggi è inscritto nei dati della società capitalista come sola soluzione al blocco della società, che condurrà senza alcun dubbio l'umanità verso un avvenire catastrofico se il capitalismo non sarà rovesciato dalla rivoluzione comunista.
Il metodo scientifico
Prima di entrare nel vivo dell'argomento, dobbiamo effettuare alcune considerazioni sul metodo scientifico e, più particolarmente, sul metodo scientifico applicato allo studio della storia e del comportamento umano. Un passaggio, all’inizio del libro di Knight, relativo al posto dell’antropologia all’interno delle scienze, ci sembra porre in maniera molto appropriata la domanda: Più di ogni altro dominio della conoscenza, l'antropologia, presa nel suo insieme, scavalca il baratro che ha diviso tradizionalmente le scienze naturali ed umane. Potenzialmente, se non praticamente sempre, essa occupa un posto centrale tra le scienze nel loro insieme. Gli elementi cruciali che, se solo potessero essere riuniti, potrebbero collegare le scienze naturali alle scienze umane, attraversano l'antropologia più di ogni altro campo. È qui che le due estremità si congiungono; è qui che lo studio della natura si conclude, e che comincia quello della cultura. In quale momento dell'evoluzione i principi biologici hanno lasciato il posto a dei nuovi principi dominanti, più complessi? Dove, precisamente, si trova la linea di divisione tra la vita animale e la vita sociale? La differenza è di natura, o solamente di grado? E, alla luce di questa domanda, è realmente possibile studiare i fenomeni umani con la stessa obiettività disinteressata con cui un astronomo può provare le galassie, o un fisico le particelle subatomiche? Se questo campo dei rapporti tra le scienze sembra confuso per molti, è solo in parte a causa delle difficoltà reali che incontra. Da un lato, la scienza è radicata nella realtà obiettiva ma, dall'altro, è radicata nella società ed in noi stessi. In fin dei conti, è per ragioni sociali ed ideologiche che la scienza moderna, frammentata e distorta dalle immense pressioni politiche e, tuttavia, largamente non riconosciute, ha incontrato il suo più grande problema e la sua più grande sfida teorica: riunire le scienze umane e le scienze naturali in una sola scienza unificata sulla base di una comprensione dell'evoluzione dell'umanità, e del posto di quest’ultima nell'universo”. (pp. 56-57).
La questione della “linea di demarcazione” tra il mondo animale non-umano, dove il comportamento è determinato soprattutto dal patrimonio genetico, ed il mondo umano, dove il comportamento dipende molto più dall'ambiente naturale, in particolare sociale e culturale, ci sembra effettivamente la questione cruciale per comprendere la “natura umana”. Le grandi scimmie sono capaci di apprendere, di inventare e di trasmettere, fino ad un certo punto, dei comportamenti nuovi, ma ciò non vuole dire che possiedano una “cultura” nel senso umano del termine. Questi comportamenti appresi restano “periferici alla continuità sociale e strutturale del gruppo” (ibid., p. 11)[8]. Ciò che ha permesso alla cultura di prendere il sopravvento, in una “esplosione creativa” (ibid p. 12), è lo sviluppo della comunicazione tra gruppi umani, lo sviluppo di una cultura simbolica basata sul linguaggio ed il rito. Knight fa peraltro il confronto tra la cultura simbolica ed il linguaggio, che hanno permesso agli uomini di comunicare e di trasmettere le idee e dunque la cultura in modo universale, e la scienza, che è basata su un simbolismo che ha incontrato un accordo universale tra scienziati a livello planetario e, potenzialmente almeno, tra tutti gli esseri umani. La pratica della scienza è inseparabile dal dibattito, e dalla capacità di ciascuno di verificare le conclusioni alle quali essa arriva; essa è dunque nemica di ogni forma di esoterismo che vive solo di conoscenze segrete, interdette ai non-iniziati.
Poiché la scienza è una forma di conoscenza universale che, dalla Rivoluzione industriale, è anche a pieno titolo una forza produttiva che necessita del lavoro associato di scienziati nel tempo e nello spazio[9], essa supera per natura il quadro nazionale e, in questo senso, il proletariato e la scienza sono degli alleati naturali[10]. Ciò non vuol dire assolutamente che possa esistere una “scienza proletaria”. Nel suo articolo “Marxismo e scienza”, Knight cita queste parole di Engels: “più la scienza avanza in modo implacabile e disinteressata, più si trova in armonia con gli interessi degli operai”. E Knight prosegue: “La scienza in quanto unica forma di conoscenza universale, internazionale, unificatrice della specie che l'umanità possieda, deve essere in testa. Se deve radicarsi negli interessi della classe operaia, è solamente nella misura in cui deve radicarsi negli interessi dell'umanità nel suo insieme, e nella misura in cui la classe operaia dà corpo a questi interessi nell'epoca attuale”.
Ci sono altri due aspetti del pensiero scientifico che sono stati messi in evidenza nel libro di Carlo Rovelli a proposito del filosofo greco Anassimandro di Mileto[11], e che riprendiamo qui perché ci sembrano fondamentali: il rispetto per i predecessori ed il dubbio.
Rovelli mostra che l’atteggiamento di Anassimandro verso il suo maestro Talete rompe con gli atteggiamenti caratteristici della sua epoca che erano o di rigetto totale del vecchio “maestro” per porsi al suo posto come nuovo “maestro”, o una devozione totale alle sue parole per mantenerle allo stato mummificato. L’atteggiamento scientifico, invece, si basa sui lavori dei “maestri” che ci hanno preceduto, pur criticandone gli errori, per cercare di andare più lontano nella conoscenza. È questo l’atteggiamento di Knight verso Lévi-Strauss e di Darmangeat verso Morgan, atteggiamento che si deve salutare.
Il dubbio - al contrario del pensiero religioso che cerca sempre la certezza e la consolazione nell’invarianza di una verità immutabile - è fondamentale per la scienza. Come dice Rovelli[12], “La scienza offre le migliori risposte proprio perché non considera le sue risposte come sicuramente vere; è per questo che essa è sempre capace di apprendere, di ricevere nuove idee”. È in particolare il caso dell’antropologia e della paleoantropologia, i cui dati sono sparsi e spesso incerti e le cui teorie al momento più in voga possono trovarsi rimesse in questione, addirittura rovesciate dall’oggi al domani, da nuove scoperte.
Ma è possibile avere una visione scientifica della storia? Karl Popper[13], che è un riferimento presso la maggior parte degli scienziati, pensava di no, poiché considerava la storia come un “avvenimento” unico, non riproducibile, e che la verifica di un’ipotesi scientifica dipendeva dalla riproducibilità delle esperienze o delle osservazioni. Popper, per le stesse ragioni, aveva ugualmente considerato a prima vista la teoria dell’evoluzione come non scientifica mentre oggi questa è di una tale evidenza che il metodo scientifico ha potuto mettere a nudo i meccanismi fondamentali dell’evoluzione delle specie al punto da permettere all’umanità di manipolare il processo di evoluzione grazie all’ingegneria genetica. Senza seguire Popper, è chiaro che utilizzare il metodo scientifico per fare delle previsioni sulla base dello studio della storia resta un esercizio molto rischioso: da un lato perché la storia umana - come la meteorologia per esempio – incorpora un numero incalcolabile di variabili, dall'altro - e soprattutto – perché, come diceva Marx, “gli uomini fanno, loro, la propria storia”; la storia è dunque determinata non solo dalle leggi ma anche dalla capacità o non degli esseri umani di basare le loro azioni sul pensiero cosciente e sulla conoscenza di queste leggi. L’evoluzione della storia resta sempre sottomessa a dei vincoli: ad un dato momento, certe evoluzioni sono possibili, altre no. Ma il modo in cui una data situazione evolverà è anche determinato dalla capacità degli uomini di divenire coscienti di questi vincoli e di agire di conseguenza.
È dunque particolarmente ardito da parte di Knight accettare tutto il rigore richiesto dal metodo scientifico, e sottomettere la sua teoria alla prova dell’esperienza. Evidentemente, non è possibile “riprodurre” la storia in modo sperimentale. A partire dalle sue ipotesi sugli inizi della cultura umana, Knight fa dunque delle previsioni (nel 1991, data di pubblicazione di Blood Relations) relative alle scoperte paleontologiche a venire: in particolare che sarebbe stata ritrovata, tra le tracce più antiche della cultura simbolica dell’uomo, un’utilizzazione importante dell’ocra rossa. Nel 2006, 15 anni più tardi, queste previsioni sembrerebbero confermate dalle scoperte nelle caverne di Blombos (Africa del sud) delle prime tracce conosciute della cultura umana (vedere i lavori della Conferenza di Stellenbosch riunita in The cradle of language – La culla del linguaggio, OUP, 2009, o ancora l’articolo pubblicato sul sito web di La Recherche nel novembre 2011); vi si trova dell’ocra rossa ed anche delle collezioni di conchiglie utilizzate apparentemente come decorazione corporale[14], cosa che si integra nel modello evolutivo proposto da Night (vi ritorneremo più avanti). Evidentemente, questo non costituisce in sé una “prova” della sua teoria, ma ci sembra innegabile che ciò gli dà una maggiore consistenza.
Questa metodologia scientifica è molto diversa da quella seguita da Darmangeat. Quest’ultimo sembra concentrarsi su una logica induttiva che parte da una raccolta di fatti osservati per tentare di estrarre dei tratti comuni. Il metodo non è senza valore per lo studio storico e scientifico: ogni teoria deve conformarsi, dopo tutto, ai fatti osservati. Darmangeat sembra del resto molto reticente nei confronti di ogni teoria che cerchi di andare oltre. Questo ci sembra un atteggiamento empirico più che scientifico: la scienza non avanza per induzione a partire dai fatti osservati, ma per ipotesi che devono certo essere conformi alle osservazioni, ma che devono ugualmente proporre un percorso (sperimentale se possibile) da seguire per avanzare verso nuove scoperte, dunque verso nuove osservazioni. In fisica, la teoria delle stringhe ce ne offre un chiaro esempio: sebbene in accordo, per quanto si possa fare, con i fatti osservati, questa non può essere verificata in modo sperimentale poiché gli elementi di cui postula l’esistenza sono inaccessibili per la loro piccola taglia per gli apparecchi di misura di cui oggi disponiamo. La teoria delle stringhe resta dunque un’ipotesi speculativa, ma senza questo genere di speculazione ardita, non ci sarebbe neanche avanzamento scientifico.
Un altro inconveniente del metodo induttivo è che, per forza di cose, esso deve prima di tutto operare una selezione nell'immensità della realtà osservata. È ciò che fa Darmangeat quando si basa unicamente su delle osservazioni etnografiche lasciando da parte ogni considerazione evoluzionistica o genetica, cosa che ci sembra limitante in un’opera che cerca di chiarire “l’origine dell’oppressione delle donne” (sottotitolo del libro in questione).
Morgan, Engels ed il metodo scientifico
Dopo queste modeste considerazioni sulla metodologia, torniamo adesso al libro da Darmangeat che ha motivato questo articolo.
L’opera è divisa in due parti: la prima esamina il lavoro dell’antropologo Lewis Morgan, su cui Engels ha basato la sua Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato; la seconda riprende la questione posta da Engels a proposito dell’origine dell’oppressione delle donne. In questa seconda partita, Darmangeat fa riferimento soprattutto all’idea dell’esistenza di un comunismo primitivo, oggi sparito, che si sarebbe basato sul matriarcato.
La prima parte del libro ci sembra particolarmente interessante[15] e noi non possiamo che schierarci decisamente con l’autore quando insorge contro una certa concezione pretestuosamente “marxista” che assegna ai lavori di Morgan, (e a fortiori di Engels), lo statuto di testi religiosi intoccabili. Niente potrebbe essere più estraneo allo spirito scientifico del marxismo. Se i marxisti devono avere una visione storica della nascita e dello sviluppo della teoria sociale materialista, e dunque tenere conto delle teorie precedenti, ci sembra assolutamente evidente che non possano prendere dei testi del diciannovesimo secolo come la parola finale che si possa esprimere sulla storia, ignorando l’accumulazione impressionante di conoscenze etnografiche raccolte successivamente. Certo, conviene conservare uno spirito critico sull'utilizzazione di queste conoscenze: Darmangeat, come del resto Knight, hanno ben ragione di insistere sul fatto che la lotta contro le teorie di Morgan è ben lontana dalla scienza “pura” e “disinteressata”. Quando gli avversari contemporanei e successivi di Morgan segnalavano gli errori commessi da quest’ultimo o quando mettevano in evidenza le scoperte che non quadravano con la sua teoria, lo scopo non era in generale neutro. Attaccando Morgan, si attaccava la visione evoluzionistica della società umana e si cercava di ristabilire quelle categorie “eterne” della società borghese che sono la famiglia patriarcale e la proprietà privata come fondamenti di ogni società umana passata, presente e futura. Ciò è perfettamente esplicito in Malinowski, uno dei più grandi etnografi della prima metà del ventesimo secolo, di cui Knight, in “Early Human Kinship was Matrilineal”[16] cita i propositi in un’emissione radio: “Credo che l’elemento più perturbante delle tendenze rivoluzionarie moderne sia l’idea che la funzione di genitori possa essere resa collettiva. Se mai ci sbarazzassimo della famiglia individuale come elemento essenziale della nostra società, saremmo confrontati con una catastrofe sociale rispetto alla quale gli sconvolgimenti politici della Rivoluzione francese ed i cambiamenti economici del bolscevismo sarebbero insignificanti. La questione di sapere se la maternità di gruppo sia mai esistita come istituzione, se è una sistemazione compatibile con la natura umana e l’ordine sociale, è dunque di un interesse pratico considerevole”. Quando facciamo dipendere le nostre conclusioni scientifico da un partito politico preso, si è lontano dall'obiettività scientifica...
Passiamo dunque alla critica di Morgan fatta da Darmangeat. Questa critica è secondo noi di grande interesse, se non altro per il fatto che essa comincia con un riassunto abbastanza dettagliato della sua teoria, rendendo così quest’ultima molto più accessibile per un lettore non esperto. Abbiamo particolarmente apprezzato il quadro che fa l’accostamento tra gli stadi dell’evoluzione sociale (“selvaggio”, “barbarico”, ecc.) definite dall’antropologia di Morgan con quelli utilizzati oggi (paleolitico, neolitico, ecc.), che ci permette di situarsi meglio nel tempo, ed i diagrammi esplicativi dei differenti sistemi di parentela. Il tutto è corredato da spiegazioni chiare e didattiche.
Il fondo della teoria di Morgan è di collegare tipo di famiglia, sistema di parentela e sviluppo tecnico in un’evoluzione progressiva che passa da “lo stato selvaggio” (prima tappa dell’evoluzione sociale umana, che corrisponderebbe al paleolitico), alla “barbarie” (il neolitico e l’età dei metalli) ed infine alla civiltà. Questa evoluzione sarebbe determinata dall’evoluzione della tecnica e le contraddizioni apparenti che Morgan notava presso numerosi popoli (gli Irochesi in particolare) tra il sistema di parentela ed il sistema familiare, rappresenterebbero proprio delle tappe intermedie tra un’economia ed una tecnica più primitiva e una tecnica più evoluta. Purtroppo per la teoria si trova, guardando più da vicino, che non è questo il caso. Per prendere solamente uno dei molteplici esempi che ci propone Darmangeat: il sistema “punalua” di parentela che, secondo Morgan, è supposto rappresentare una delle tappe sociali e tecniche più primitive, si trova nelle Hawaii; è una società che conosce ricchezze, disuguaglianze sociali, uno strato sociale aristocratico, e che sarebbe sul punto di passare verso una società statale. La famiglia, i sistemi di parentela sono determinati dunque dai bisogni sociali, ma non secondo una traiettoria dritta dai più primitivi fino ai più moderni.
Dobbiamo forse concludere che l’evoluzionismo sociale marxista sia da rigettare? Niente affatto, secondo l’autore. Per contro, bisogna dissociare ciò che Morgan, e poi Marx ed Engels dopo di lui, avevano cercato di associare: l’evoluzione della tecnica (ossia della produttività) ed i sistemi familiari. “I modi di produzione, sebbene differenti da un punto di vista qualitativo, possiedono tutti una quantità comune, la produttività, che permette di ordinarli in una serie crescente, che si trova per di più corrispondere globalmente alla cronologia (…) [Per la famiglia] non esiste nessuna quantità alla quale le differenti forme possano essere riportate ed a partire dalla quale si possa costituire una serie crescente” (p. 136). È evidente che - per riprendere i termini di Engels - “in ultima istanza” l’economia è determinante: se non ci fosse l’economia (vale a dire la riproduzione di tutto ciò che è necessario alla vita umana), non ci sarebbe neanche vita sociale. Ma questa “ultima istanza” lascia molto spazio alle altre influenze, geografiche, storiche, culturali, ecc. Le idee, la cultura - nel suo senso più largo - sono anche dei determinanti dell’evoluzione della società. Ed è lo stesso Engels che si è rammaricato, verso la fine della sua vita, che la necessità che avevano, lui e Marx, di stabilire il materialismo storico su delle basi sicure, e di battersi per difenderlo, li abbia talvolta portati a lasciare così poco spazio nelle loro analisi ad altri determinanti storici.[17]
Critica dell’antropologia
È nella seconda parte del suo libro che Darmangeat espone le sue proprie riflessioni. Vi troviamo, in qualche modo, due trame: da una parte, una critica storica delle teorie antropologiche sulla posizione delle donne nelle società primitive; dall’altra, l’esposizione delle sue conclusioni sull’argomento. Questa critica storica è imperniata intorno all’evoluzione di ciò che Darmangeat considera essere la visione marxista, o almeno marxisteggiante, del comunismo primitivo, dal punto di vista del posto delle donne nella società primitiva, e costituisce una denuncia in piena regola dei tentativi di sostenere una visione “femminista” che cerca di difendere l’idea di un matriarcato originario nelle prime società umane.
La scelta è ragionevole ma, a nostro avviso, non è sempre felice e conduce l’autore ad ignorare certi teorici del marxismo che avrebbero dovuto avere il loro posto, ed ad includerne altri che non vi hanno niente a che fare. Per fare solo qualche esempio, Darmangeat dedica parecchie pagine a criticare le idee di Alessandra Kollontai[18], mentre passa quasi sotto silenzio Rosa Luxemburg. Ora, qualunque sia potuto essere il ruolo della Kollontai nella Rivoluzione russa e nella resistenza alla sua degenerazione, (era una figura importante dell’Opposizione operaia dopo la rivoluzione), questa rivoluzionaria non ha mai giocato un ruolo importante nello sviluppo della teoria marxista, ed ancora meno nell'antropologia. La Luxemburg, invece, era non solo una teorica di primo piano, ma anche l’autrice dell’Introduzione all’economia politica in cui si accorda uno spazio importante alla questione del comunismo primitivo, basandosi sulle conoscenze dell’epoca. Il solo motivo che giustifica questo squilibrio è che la Kollontai è stata molto impegnata, all’interno del movimento socialista e poi nella Russia sovietica, nella lotta per i diritti delle donne, mentre la Luxemburg non si è mai interessata da vicino di femminismo. Nemmeno altri due autori marxisti che hanno scritto sul tema delle società primitive vengono evocati: Karl Kautsky (L’etica e la concezione materialista della storia), ed Anton Pannekoek (Anthropogenesi).
Per le “inclusioni” infelici, prendiamo per esempio, quella di Evelyn Reed: membro del Socialist Workers' Party americano, organizzazione trotskista che ha sostenuto in modo “critico” la partecipazione alla Seconda Guerra mondiale, la Reed trova il suo posto nell’opera per avere scritto nel 1975 un libro di successo nell’ambiente di sinistra, Femminismo ed antropologia. Ma, come dice lo stesso Darmangeat, il libro è stato ignorato quasi sistematicamente dagli antropologi, in gran parte a causa della debolezza delle sue argomentazioni, sottolineate peraltro anche da critiche benevoli.
Ancora ci sono assenze tra gli antropologi: Claude Lévi-Strauss, una delle figure più importanti del ventesimo secolo in questo campo, e che ha basato la sua teoria del passaggio dalla natura alla cultura sulla nozione dello scambio di donne tra gli uomini[19], è menzionato solo di sfuggita, e Bronislaw Malinowski non figura per niente.
L’assenza più sorprendente é forse quella di Knight. Il libro di Darmangeat è imperniato in modo particolare sulla condizione delle donne nelle società comuniste primitive e sulla critica delle teorie che si trovano in una certa tradizione marxista, o almeno marxisteggiante, sull'argomento. Ora, Blood Relations di Chris Knight, che si rivendica esplicitamente alla tradizione marxista, tratta precisamente del problema che preoccupa Darmangeat. Si sarebbe potuto immaginare che quest’ultimo gli avrebbe prestato la più grande attenzione, tanto più che lui stesso riconosce la “grande erudizione” di Knight. E invece niente, tutto al contrario: Darmangeat non dedica che una pagina (p. 321), dove ci dice, tra l’altro, che la tesi di Knight “reitera i più gravi errori di metodo presenti in Reed e Briffault, (Knight osserva il silenzio sulla prima, ma cita abbondantemente il secondo)”, cosa che può far credere al lettore che non ha letto il libro che Knight non fa che seguire delle persone di cui Darmangeat avrebbe già dimostrato la scarsa serietà[20]. Ma un semplice sguardo alla bibliografia di Blood Relations basta a dimostrare che se Knight cita nei fatti Briffault, dà molto più posto a Marx, Engels, Lévi-Strauss, Marshall Sahlins... e ci fermiamo qui. E che se andiamo appena a consultare i riferimenti a Briffault, constatiamo immediatamente che Knight considera che il libro di questo ultimo[21] (pubblicato nel 1927) “è datato nelle sue fonti e nella sua metodologia” p. 328.
Tutto sommato, la nostra sensazione è che la scelta di Darmangeat sia quella di chi non si sbilancia: si finisce con una narrazione critica che non è né una vera critica delle posizioni difese dai marxisti, né una vera critica delle teorie antropologiche, e ciò talvolta ci da l’impressione di essere i testimoni di una tenzone contro dei mulini a vento. In più la nostra impressione è che questa scelta di partenza tenda ad oscurare un’argomentazione peraltro molto interessante.
Segue
Jens - agosto 2012
[1] Edizioni Smolny, Tolosa 2009. Abbiamo preso conoscenza dell'uscita della 2a edizione del libro di Darmangeat (Smolny, Tolosa 2012) mentre ci preparavamo a pubblicare questo articolo. Ci siamo chiesti evidentemente se non bisognava riprendere interamente la nostra critica. Dopo avere preso visione della nuova edizione, c'è sembrato di poter lasciare legittimamente l'essenziale di questo articolo così come è. Lo stesso autore ci segnala nella nuova prefazione di non avere “modificato le tesi essenziali del testo e gli argomenti su cui esse poggiano”, ciò che, alla lettura, si conferma. Ci siamo dunque limitati ad elaborare certi argomenti sulla base della 2a edizione. Salvo indicazione contraria, le citazioni ed i riferimenti ai numeri di pagina sono della prima edizione.
[2] Chris Knight è un antropologo inglese, membro del “Radical Anthropology Group”. Ha partecipato ai dibattiti sulla scienza al 19o Congresso della CCI e noi abbiamo pubblicato sul nostro sito i suoi testi “Marxisme et Science Première partie [218] e “La solidarietà umana ed il gene egoista [219]”.
[3] Yale University Press, New Haven and London, 1991. Il libro è disponibile purtroppo solamente in lingua inglese.
[4] Ciò detto, sarebbe stato impossibile sviluppare queste idee senza lo stimolo delle discussioni con i compagni all’interno dell’organizzazione.
[5] Engels, L’origine della famiglia, della proprietà private e dello Stato. Prefazione alla IV edizione del 1891. Newton Compton Editori.
[6] I cacciatori-raccoglitori o l’origine delle disuguaglianze, edito in lingua francese dalla Societé d’Ethnographie, 1982.
[8] Si può fare qui un’analogia con la produzione mercantile e la società capitalista. Se la produzione mercantile e il commercio esistono dall’inizio della civiltà, e forse anche prima, è solo con il capitalismo che diventano determinanti.
[9] Vedi a questo proposito il nostro articolo "Reading notes on science and marxism", https://en.internationalism.org/icconline/201203/4739/reading-notes-science-and-marxism [221]
[10] Va così per la scienza come per le altre forze produttive sotto il capitalismo: “Durante il suo dominio di classe appena secolare la borghesia ha creato forze produttive in massa molto maggiore e più colossali che non avessero mai fatto tutte insieme le altre generazioni del passato. Il soggiogamento delle forze naturali, le macchine, l’applicazione della chimica all'industria e all’agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i telegrafi elettrici, il dissodamento d’interi continenti, la navigabilità dei fiumi, popolazioni intere sorte quasi per incanto dal suolo - quale dei secoli antecedenti immaginava che nel grembo del lavoro sociale stessero sopite tali forze produttive? […] Le forze produttive che sono a sua disposizione non servono più a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute troppo potenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate, e appena superano questo ostacolo mettono in disordine tutta la società borghese, mettono in pericolo l’esistenza della proprietà borghese”. Karl Marx e Friedrich Engels, Il Manifesto comunista, “Borghesi e proletari”, Edizione Einaudi, pp. 106 e 108.
[11]Carlo Rovelli, Che cos'è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, Mondadori Università (collana Scienza e filosofia), 2011. Di Carlo Rovelli esiste anche un’interessante lezione magistrale su youtube dal titolo: "Cos'è la scienza? Da Anassimandro alla gravità quantistica” [222] tenuta il 30 ottobre 2012 al Festival della Scienza 2011, Palazzo Ducale, Genova.
[12] Questo passaggio viene citato anche nel nostro articolo La place de la science dans l'histoire humaine (à propos du livre "Anaximandre de Milet") [223], in Révolution internationale n° 422.
[13] Karl Popper (1902-1994) è uno dei più influenti filosofi della scienza del ventesimo secolo ed un riferimento inevitabile per ogni scienziato che si interessi di questioni di metodologiche. Egli insiste particolarmente sulla nozione di “rifiutabilità”, l'idea secondo cui ogni ipotesi, per essere scientifica, dovrebbe permettere l’elaborazione di esperienze o di osservazioni che potrebbero permettere di confutarla; in assenza della possibilità di tali esperienze od osservazioni, un’ipotesi non potrebbe essere qualificata come scientifica. È su questa base che Popper considerava che il marxismo, la psicanalisi e - in un primo tempo - il darwinismo, non potevano pretendere uno statuto di scienza.
[14] L’articolo de La Recherche segnala anche la scoperta di un “nécessaire per il trucco” vecchio di 100 000 anni (vedi www.larecherche.fr/content/recherche/article?id=30891 [224]).
[15] È probabilmente per una forma di ironia che Darmangeat, nella 2a edizione del suo libro, ha preferito spostare tutta la parte su Morgan in appendice, apparentemente per timore di scoraggiare il lettore non esperto a causa della sua “aridità”, secondo il termine dell’autore.
[16] “La prima Parentela Umana era Matriarcale [225]”, pubblicato in Early Human Kinship: From Sex to Social Reproduction, (Prima Parentela Umana: Dal Sesso alla Riproduzione Sociale), 2008, Blackwell Publishing Ltd.
[17] “Del fatto che da parte dei più giovani si attribuisca talvolta al lato economico più rilevanza di quanta convenga siamo in parte responsabili anche Marx ed io. Di fronte agli avversari dovevamo accentuare il principio fondamentale, che essi negavano, e non sempre c’era il tempo, il luogo e l’occasione di riconoscere quel che spettava agli altri fattori che entrano nell’azione reciproca. Ma appena si arrivava alla descrizione di un periodo storico, e perciò a un'applicazione pratica, le cose cambiavano, e nessun errore era qui possibile. Ma purtroppo è fin troppo frequente che si creda di aver capito a fondo una nuova teoria e di poterne senz’altro fare uso non appena ci si sia impadroniti dei suoi principi fondamentali, e anche questo non sempre in modo corretto. E questo rimprovero non posso risparmiarlo neanche a qualcuno dei recenti "marxisti", e ne è venuta fuori anche della robaccia incredibile”. (Lettera di Engels a J. Bloch, 21-22 settembre, in Marx, Engels. Opere Complete. Vol. XLVIII, pag. 494. Editori Riuniti).
[18] Nella 2a edizione, si trova anche un sottocapitolo interamente dedicato alla Kollontai.
[19] La critica della teoria di Lévi-Strauss è trattata in modo approfondita in Blood Relations.
[20] La critica di Knight nella seconda edizione non è più corposa rispetto alla prima, tranne che per la citazione di una rivista critica del libro da parte di Joan M. Gero, antropologa femminista ed autrice di Engendering archaeology: Women and Prehistory. Questa critica ci sembra molto superficiale ed include un preconcetto molto ideologico. Eccone un esempio: “Ciò che Knight mette avanti come prospettiva, da un punto di vista del sesso, delle origini della cultura, è una visione paranoica e distorta della “solidarietà femminile”, presentando (tutte) le donne come se sfruttassero sessualmente e manipolassero (tutti) gli uomini. Le relazioni uomo-donna sono caratterizzate da sempre ed ovunque come relazioni tra vittime e manipolatrici: si sono sempre supposte donne sfruttatrici con tendenza a intrappolare, in un modo o in un altro, gli uomini, e la loro cospirazione finalizzata a questo sarebbe proprio la base fondamentale dello sviluppo della nostra specie. I lettori possono anche sentirsi offesi dall’idea che gli uomini sono sempre stati volubili e che solo una piacevole attività sessuale, distribuita con parsimonia e con civetteria dalle donne calcolatrici, può trattenerli a casa e mantenere il loro interesse per la loro prole. Questo scenario è non solo improbabile e non dimostrato, ripugnante per le femministe così come per chiunque altro, ma il ragionamento sociobiologico spazza via tutte le versioni sfumate della costruzione sociale delle relazioni tra generi, delle ideologie e delle attività che sono diventate così centrali ed affascinanti per gli studi di genere oggi”. (tradotto da noi). Tutto sommato, non solo Gero non ha visibilmente compreso granché dell’argomentazione che pretende di criticare ma, peggio ancora, c’invita a rigettare una tesi scientifica non perché sia falsa – cosa che Gero non si dà neanche la pena di cercare di dimostrare - ma perché sarebbe “ripugnante” per - tra gli altri - le femministe.
[21] The Mothers: A Study of the Origins of Sentiments and Institutions, 1927.
Pubblichiamo un testo dell’antropologo Chris Knight, “La solidarietà umana ed il gene egoista”[1]. Questo testo, che si basa sulla teoria neo-darwiniana del gene egoista[2] di cui sintetizza le fondamenta, cerca di fare piazza pulita delle affermazioni secondo cui l’uomo sarebbe essenzialmente “un lupo per l’uomo”; da questo punto di vista può costituire un contributo contro l’idea che il comunismo sarebbe incompatibile con la natura umana, in quanto arriva a concludere che la solidarietà sarebbe, contrariamente a ciò che si pensa, proprio inerente alla nostra natura. Comprendere il ruolo della solidarietà nell’evoluzione dell’umanità costituisce un aspetto importante nella prospettiva della costruzione di una società comunista e nella sua possibilità di realizzazione. Questa comprensione non può prescindere da un approccio scientifico e dalla conoscenza degli apporti che la scienza ha dato finora. Per questo, al di là dell’ampiezza degli accordi o dei disaccordi che possono esistere su questa teoria, riteniamo che il testo di C.K. costituisca un contributo importante alla riflessione ed al dibattito che la CCI sta sviluppando su queste tematiche[3] e ai quali invitiamo a partecipare i nostri lettori.
Nel 1844, dopo aver effettuato un viaggio di quattro anni intorno al mondo, Charles Darwin confidò ad un amico intimo di essere giunto ad una conclusione pericolosa. Per sette anni, scrisse, si “era impegnato in un lavoro molto presuntuoso”, addirittura “molto stupido”. Aveva notato che, su ciascuna delle Isole Galapagos, i fringuelli locali mangiavano un cibo leggermente differente, ed i loro stessi becchi presentavano corrispondenti modifiche. In Sud America, aveva esaminato un gran numero di fossili straordinari di animali estinti. Riflettendo sul significato di tutto ciò, si sentì obbligato a cambiare parere sull'origine delle specie. Al suo amico, Darwin scrisse: “Sono quasi convinto, al contrario della mia opinione di partenza, che le specie non sono immutabili, e ciò è come confessare un omicidio”.
In quei tempi, la convinzione della trasmutazione - l'idea che le specie potevano evolversi in altre - era politicamente pericolosa. Nello stesso momento in cui Darwin scriveva al suo amico, degli atei e dei rivoluzionari diffondevano dei giornali economici nelle strade di Londra in cui si facevano portatori delle idee evoluzioniste in opposizione alle dottrine professate dalla Chiesa e dallo Stato.
All’epoca il teorico evoluzionista più conosciuto era Jean Baptiste Lamarck, che era responsabile delle esposizioni di insetti e vermi del Museo di Storia Naturale di Parigi.
Assimilato strettamente all'ateismo, al movimento cartista ed ad altre forme di sovversione ritenute emanazioni della Francia rivoluzionaria, l'evoluzionismo in Gran Bretagna era indicato con il termine di “lamarckismo”. Ogni “lamarckiano” - in altri termini, ogni scienziato che metteva in questione l'immutabilità di origine divina delle specie - rischiava di essere assimilato ai comunisti, ai rivoltosi e rivoluzionari. Preso tra le sue prudenti opinioni politiche liberali e le sue scienze, Darwin fu colto da una tale ansia da rendersi malato, dissimulando e soffocando le sue conclusioni proprio come se avesse segretamente commesso un omicidio.
Il periodo di sollevamenti rivoluzionari culminò con gli avvenimenti del 1848, quando gli operai organizzarono delle insurrezioni e scesero per strada in Gran Bretagna ed in tutta Europa. Con la sconfitta di questi sollevamenti, si instaurò la controrivoluzione. Durante il seguente decennio, la minaccia proveniente dalla sinistra si vanificò. Nel 1858, un altro scienziato - Alfred Wallace – in maniera del tutto indipendente scoprì il principio di evoluzione per selezione naturale; se Darwin non l’avesse pubblicato, Wallace si sarebbe guadagnato tutta la gloria scientifica. Senza il pericolo immediato di rivoluzione, il coraggio di Darwin crebbe ed infine nel 1859 pubblicò L’Origine delle specie.
Nella sua notevole opera, Darwin espose a grandi linee un concetto di evoluzione abbastanza differente da quello di Lamarck. Lamarck aveva spiegato l'evoluzione come la conseguenza degli sforzi costanti di tutti gli animali per l'auto-miglioramento durante la loro esistenza. L’idea più sinistra e più crudele di Darwin fu presa in prestito al reverendo Thomas Malthus, un economista al soldo della Compagnia delle Indie orientali. Malthus non si interessava all'origine delle specie; la sua idea era politica. Le popolazioni umane, affermava, cresceranno sempre più rapidamente dell'offerta di cibo. Lotta e carestia ne risultano inevitabili.
La carità pubblica, diceva Malthus, non può che aggravare il problema: gli aiuti fanno sentire i poveri al sicuro, e ciò li incoraggia a riprodursi. Nutrire più bocche comporta una maggiore povertà e dunque ulteriori richieste - insaziabili - di aiuto sociale. La migliore politica è lasciare i poveri morire.
La genialità di Darwin fu di legare botanica e geologia alla difesa, politicamente motivata, della libera competizione e della "lotta per la sopravvivenza". Darwin vide la moralità del "lasciare-fare" di Malthus operante ovunque in natura. La crescita di popolazione nel mondo animale precedeva sempre l'offerta locale di cibo; da qui l'ineluttabilità della competizione che si conclude con la fame e la morte dei più deboli. Mentre i moralisti ed i sentimentalisti avrebbero cercato di addolcire questa immagine di una Natura crudele e senza cuore, Darwin seguì Malthus nel celebrarla. Come il capitalismo puniva brutalmente i poveri ed i bisognosi, la "selezione naturale" eliminava queste creature meno capaci di cavarsela. Poiché i meno capaci di ogni generazione morivano, la prole dei superstiti era sproporzionatamente più numerosa, trasmettendo dunque a tutte le future generazioni le loro benefiche caratteristiche ereditarie. Carestia e morte, di conseguenza, erano dei fattori positivi, in una dinamica evolutiva che puniva inesorabilmente l'insuccesso ricompensando il successo.
In tal modo, Darwin riuscì a conferire alla teoria evoluzionistica delle implicazioni politiche. Lungi dal servire a giustificare la resistenza allo sfruttamento capitalista o alla disuguaglianza sociale, questa versione maltusiana dell'evoluzionismo fu fatta per servire una funzione politica opposta. Darwin descrisse la natura come un mondo senza morale. Di conseguenza, questo dava una certa giustificazione ad un sistema economico basato su una competizione sfrenata, libero da ogni ingerenza “morale” fuorviante proveniente dalla religione o dallo Stato. Vivente Darwin, le controversie pubbliche maggiori intorno alla sua teoria opposero gli evoluzionisti contro quei filosofi, ecclesiastici ed altri, che temevano che una tale visione potesse condurre al crollo di ogni morale nella società.
Dopo la morte di Darwin nel 1881, molti pensatori influenti tentarono di attenuare la forza del ragionamento apparentemente duro ed amorale di Darwin, cercando dei modi di riconciliare la teoria evoluzionistica con i valori religiosi o umanistici. In Russia, il pensatore anarchico Pierre Kropotkin scrisse L’aiuto reciproco, in cui affermava che la cooperazione, non la competizione, era la legge fondamentale della natura. Una maniera assai diffusa di salvare una dimensione “morale” del ragionamento di Darwin era di suggerire che il motore competitivo del cambiamento evolutivo non opponeva gli individui tra loro ma gruppi. L’espressione “sopravvivenza del più capace” - come si diceva allora - significava la sopravvivenza dei gruppi o delle specie più capaci, gli uni e le altre considerate nella loro totalità, e che implicava una stretta cooperazione in seno ad ogni specie. Secondo questo ragionamento, gli individui erano creati per favorire gli interessi della specie. I membri di qualsiasi specie dovevano cooperare gli uni con gli altri, essendo la loro sopravvivenza individuale dipendente dalla sorte di tutto l’insieme.
Questa idea fu accettata con molta stima perché era completamente in accordo con le tendenze della filosofia morale, inclusa la tendenza, “piccolo borghese” del socialismo e del nazionalismo, all’inizio del secolo. Le nazioni erano associate alle "razze" e comparate alle specie animali. Ogni specie, razza o nazione erano supposte essere impegnate in una competitiva lotta a morte contro le proprie rivali. Quelle i cui membri cooperavano per bisogno collettivo sopravvivevano; quelli i cui membri agivano "egoisticamente" finivano per estinguersi. Quando certi animali o uomini mostravano un comportamento cooperativo, esso era spiegato in termini “morali” in riferimento ai bisogni del gruppo.
In Gran Bretagna, Winston Churchill affermò che gli elementi più poveri della società non dovrebbero essere autorizzati a riprodursi, poiché, nel farlo, non potevano che indebolire la “scorta nazionale”. L'eugenetica si guadagnò un’ampia stima, anche presso un gran numero di persone di sinistra; in Germania, giocò un ruolo chiave nella formazione dell'ideologia nazista. Negli anni 1940, l'etologo pioniere Konrad Lorenz incantò gli ideologi del nazismo affermando che la guerra era naturale e preziosa. La paragonava a un modello generale in cui i maschi dei mammiferi, durante la stagione degli amori, s’impegnano in un feroce combattimento, e alla fine le femmine si accoppiano solamente con i vincitori. Questo, affermò Lorenz, è un sano meccanismo di eliminazione dei deboli che, di conseguenza, preserva e migliora la purezza e il vigore della razza.
La teoria evoluzionistica della “selezione di gruppo” - come è chiamata ora – si guadagnò la sua formulazione più sofisticata ed esplicita nel 1962, quando il naturalista scozzese V. C. Wynne-Edwards pubblicò un libro intitolato Animal Dispersion in Relation to Social Behaviour. Per Wynne-Edwards, che in ciò seguiva Malthus, il problema fondamentale incontrato da ogni gruppo o specie era quello della riproduzione sfrenata. La sovrappopolazione alla fine conduceva alla penuria, inducendo la carestia ad una scala che potrebbe minacciare l’intera popolazione locale. Quale era la soluzione? Secondo Wynne-Edwards, era la specie nel suo insieme che doveva agire. Meccanismi speciali si erano dovuti evolvere per evitare la riproduzione al di là della capacità di carico del suo ambiente naturale. Si aspettava perciò che gli individui frenassero la loro fecondità nell'interesse del gruppo.
Sulla base di questa teoria, Wynne-Edwards cercò di spiegare un certo numero di curiose caratteristiche della vita sociale animale ed umana. In particolare, pretese di spiegare dei comportamenti apparentemente ripugnanti come il cannibalismo, l'infanticidio ed il combattimento o la guerra tra gruppi. In apparenza negative, ad un livello più generale tali pratiche costituirebbero una serie di adattamenti benefici con cui ogni specie si sforzerebbe di limitare la sua popolazione. Molti naturalisti erano rimasti impressionati osservando dei casi di uccelli in grandi colonie distruggere la loro reciproca prole, o di leoni che mordono mortalmente dei leoncini alla loro nascita. Tutto questo, dice Wynne-Edwards, ora poteva essere compreso. Quelli che presentano un tale comportamento non agiscono in modo egoista o antisociale; avvantaggiano la specie contenendo la popolazione. Nell’uomo, le attività violente come la guerra hanno una funzione simile. In un modo o in un altro, i livelli di popolazioni umane devono essere limitati; la guerra, associata ad altre forme di violenza, aiutava a raggiungere l’obiettivo.
Questo genere di pensiero “selezionista di gruppo” restò influente in seno al darwinismo fino agli anni 1960. Ma, esponendo la sua formulazione in termini tanto veementi ed espliciti, Wynne-Edwards involontariamente espose il ragionamento del "vantaggio per la specie" ad un attacco più finemente mirato, che minava l'insieme dell'edificio teorico. Appena gli scienziati cominciarono a riflettere sui pretesi “meccanismi di riduzione di popolazione”, le ragioni per cui non potevano funzionare diventarono chiare su un piano puramente teorico. In che modo un’intera specie poteva mobilitare i suoi membri per un'azione collettiva, reagendo in previsione delle future penurie di cibo? Supponiamo, come esempio, l'esistenza di un gene che susciterebbe o faciliterebbe un comportamento che presenta le due seguenti caratteristiche: (a) porterebbe beneficio alla specie ad una data postuma, ed allo stesso tempo (b) ostacolerebbe al momento il successo riproduttivo del suo possessore. Come un tale gene potrebbe essere trasmesso in un futuro, dove si realizzerebbero i suoi supposti benefici? Parlare di un gene di minor successo riproduttore è semplicemente una contraddizione. Esso non sarebbe trasmesso. I suoi futuri supposti benefici non potrebbero mai realizzarsi. La teoria della "selezione di gruppo" nella sua totalità era semplicemente illogica. Questa comprensione inaugurò una rivoluzione scientifica - uno dei più monumentali sconvolgimenti della storia scientifica recente, con un gran numero di implicazioni per le scienze umane e sociali. Gli stessi Marx ed Engels, se oggi vivessero, si metterebbero alla testa di tali sviluppi.
Quasi tutti gli scienziati evoluzionisti oggi sono d’accordo che la teoria della “selezione di gruppo” di Wynne-Edwards era sbagliata. L'idea che il sesso, la violenza o qualsiasi altra forma di comportamento animale si sia potuto evolvere "per il bene della specie" attualmente è completamente screditata. Gli animali non praticano il sesso "per perpetuare la specie"; lo fanno per una ragione più terra-terra - per perpetuare i propri geni particolari. Nessun gene può essere concepito per minimizzare la propria auto-replica - in un mondo competitivo, sarebbe eliminato velocemente e sarebbe sostituito. Supponiamo che un leone uccida i suoi cuccioli per aiutare a ridurre il livello di popolazione totale. Rispetto agli altri leoni, questo individuo avrebbe un debole successo riproduttore. Indipendentemente da ciò che alla fine capiterebbe al gruppo intero, tutti gli individui di qualsiasi popolazione futura sarebbero esclusivamente i discendenti dei riproduttori più “egoisti” - questi leoni programmati per massimizzare la trasmissione dei loro geni (a spese dei geni rivali) alle generazioni future.
Una volta compreso ciò, gli scienziati furono in grado di mostrare che i leoni che uccidevano i cuccioli non uccidevano in realtà quelli propri, ma quelli generati dai maschi rivali. La stessa cosa si applicava agli altri casi di sedicente "regolazione di popolazione". In ogni caso, poteva essere mostrato che gli animali responsabili agivano "egoisticamente" da un punto di vista genetico, i loro geni servivano a trasmettere quante più copie possibili di loro stessi alle generazioni future, senza preoccuparsi troppo di alcuna conseguenza sul livello della popolazione a lungo termine. Il "valore selettivo" significava la capacità a fare introdurre i suoi geni nel futuro; non poteva essere definito diversamente. Una conseguenza era che le idee eugenetiche come quelle di Winston Churchill non avevano nessun significato darwiniano. Churchill riteneva che i poveri si riproducevano troppo velocemente; essendo “meno capaci”, la loro fertilità avrebbe dovuta essere frenata. Come esempio, supponiamo che i poveri all'epoca di Churchill si riproducevano realmente molto più dei ricchi. Secondo gli standard darwiniani moderni, questo avrebbe reso i poveri “più adatti”, non meno. La stessa cosa quando delle minoranze etniche si riproducono ad un ritmo più elevato di quelle che le stanno intorno. Il “valore selettivo”, come questo termine è compreso dai darwiniani moderni, può essere misurato riferendosi unicamente ai geni - non alle razze o alle specie. Di conseguenza, in avvenire, i politici reazionari, razzisti o altri, dovranno diffondere le loro teorie senza l'aiuto del darwinismo.
Il nuovo darwinismo rende oramai impossibile l'elevazione dell'interesse personale di un individuo a livello di quello della specie. I pensatori “selezionisti di gruppo” con ostinazione avevano vestito di “morale” l'infanticidio, la violenza o l'aggressione, tenuto conto degli interessi superiori “della nazione” o “del gruppo”. I militaristi e gli sterminatori erano stati riconsiderati come custodi di interessi superiori, con le loro idee circa l’uccisione della popolazione eccedentaria o l’eliminazione dei deboli per un benessere superiore. Il darwinismo “gene egoista” mise bruscamente fine a tutto questo. I gruppi o specie animali non potevano ormai più essere paragonati agli Stati-nazione, descritti come insiemi coesi e moralmente regolati. Al posto di ciò, ci si aspettava che gli animali cerchino di ottimizzare il loro valore selettivo, agendo consapevolmente o inconsapevolmente per propagare i loro geni. Ci si aspettava perciò anche che le unità sociali non mostrino solo la cooperazione ma anche il conflitto, opponendo in modo ricorrente le femmine e i maschi, i giovani ed i vecchi, ed anche i bambini ed i loro genitori.
Questa insistenza sulla lotta ed il conflitto fecero convergere il darwinismo ed il marxismo che non ammettono l'armonia o la fraternità ma vedono invece un mondo sociale umano lacerato dai conflitti di classi, di sessi e di altre forme. Là dove l'armonia esiste o è stabilita con successo, questo deve essere spiegato, non ammesso.
Una volta rovesciato il “selezionismo di gruppo”, gli scienziati furono costretti a riosservare la vita, affrontando, chiarendo e spesso risolvendo una serie di enigmi scientifici in esame. Come apparve la vita sulla Terra? Quando e perché il sesso si evolse? Come diventarono così cooperativi gli insetti sociali? Perché, come tutti gli organismi viventi, cadiamo malati ed alla fine moriamo? Da allora, ogni teoria ha dovuto dimostrare la sua coerenza con l’implacabile “egoismo” senza compiacenza dei geni. Il risultato è stato una spettacolare serie di aperture intellettuali, che rappresentano una vera rivoluzione, ancora in corso, nelle scienze della vita. Il libro di Richard Dawkins, il Gene egoista, ha riassunto numerose di queste nuove scoperte quando è stato pubblicato con acclamazioni generali – e con una veemenza equivalente di denunce dalla “sinistra classe media” - nel 1976.
Proprio come Karl Marx e Friedrich Engels si opponevano alle teorie “utopiche” del socialismo, i darwinisti moderni si oppongono vigorosamente a tutte le teorie evoluzionistiche lacrimose ed astratte. Il socialismo “utopico” fallì perché non si confrontò mai con il capitalismo. Non spiegò mai come passare da “A” a “B” - dalla logica competitiva del capitalismo alla sua antitesi socialista o comunista. Al posto di ciò, i sognatori "utopici" non fecero che opporre le loro visioni idealistiche alla dura realtà della vita contemporanea, senza preoccuparsi mai di comprendere il funzionamento del capitalismo. Allo stesso modo, prima della rivoluzione “gene egoista” nelle scienze della vita, i biologi si erano appellati alla “cooperazione” nel mondo animale in quanto principio esplicativo senza avere spiegato mai da dove veniva questo principio. Il grande merito del nuovo darwinismo è stato di non essere “utopico”. Quando si è constatato che gli animali si aiutano o anche rischiano la loro vita uno per l'altro – spesso ciò capita - un tale altruismo piuttosto che essere solo ammesso doveva essere spiegato. Soprattutto, ogni altruismo a livello del comportamento sociale doveva conciliarsi con l’“egoismo” replicativo dei geni di questi animali.
Da questo punto di vista, il nuovo darwinismo potrebbe quasi essere chiamato la “scienza della solidarietà”. L’egoismo è facile da spiegare. La vera sfida è spiegare perché gli animali, spesso, non sono egoisti. È una sfida particolare nel caso degli uomini che - forse più che qualsiasi altro animale - possono lanciarsi in atti di coraggio e di sacrificio personale per il beneficio degli altri. Esistono delle storie, dall'autenticità verificata, che raccontano come dei soldati durante la Prima Guerra mondiale si gettavano su una granata che stava per esplodere, salvando così i loro compagni. Un tale coraggio era stato laboriosamente appreso o inculcato negli uomini, o era stato prodotto da potenti istinti? Così, seguendo la maggior parte dei darwinisti, se supponiamo che le persone hanno in se stessi la capacità di essere naturalmente cooperativi ed anche eroici, nasce allora un paradosso intellettuale. Perché i geni che permettono o rendono possibile l'eroismo - questi coraggiosi istinti che, in tempo di crisi, possono superare le nostre vili ed egoiste pulsioni - non sono stati eliminati durante il tempo evolutivo? L'uomo che muore in combattimento non avrà più bambini. Per contrasto, il vigliacco può lasciare numerosi discendenti. Su questa base, non dovremmo aspettarci che ogni generazione sia meno eroica - più egoista - della precedente?
La teoria utopica della “selezione di gruppo” aveva oscurato questo problema proponendo una risposta fin troppo facile. L'eroismo operava per il bene del gruppo. Il problema era che questo non riusciva a spiegare come un tale coraggio poteva fare parte della natura umana, trasmesso di generazione in generazione. È precisamente questa difficoltà che spinse i nuovi darwinisti a trovare una risposta migliore. Quando la soluzione fu trovata, diventò la pietra angolare della scienza evoluzionistica.
La soluzione all'enigma risiedeva nell'idea di “valore selettivo inclusivo”. Il coraggio in combattimento si basa su degli istinti non radicalmente differenti da quelli che spingono una madre a rischiare difendendo i suoi bambini. È proprio per questo che i suoi geni sono “egoisti” - e malgrado questo “egoismo” - il coraggio di una madre può fare appello a profonde risorse istintive. Infatti, la madre che prende istintivamente dei rischi per i suoi bambini concepisce questi bambini come parte di “sé” potenzialmente immortale. In termini genetici, ciò è realistico perché i suoi bambini condividono i suoi geni. Possiamo capire facilmente perché i geni “egoisti” di una madre possono spingerla a comportarsi in modo disinteressato: questo avviene nell’ interesse proprio dei geni. Una logica simile potrebbe spingere fratelli e sorelle a comportarsi in modo disinteressato gli uni verso gli altri.
Nel lontano passato evolutivo, gli uomini si evolvevano in gruppi di relativa piccola scala basata sulla parentela. Ogni persona con cui lavoravi, o con cui ti eri legato strettamente, aveva una buona probabilità statistica di condividere i tuoi geni. Di fatto, i geni avrebbero detto: “Replicaci assumendo dei rischi per difendere i tuoi fratelli e sorelle”. Noi, umani, siamo concepiti per aiutarci gli uni gli altri - e anche morire gli uni per gli altri - a patto di avere avuto prima una opportunità di formare dei legami. Oggi, anche nelle condizioni in cui abbiamo molto meno probabilità di essere imparentati, questi istinti continuano a spingerci con la stessa forza di una volta. La nozione di “solidarietà fraterna” non è totalmente dipendente da fattori esterni e sociali, come l'educazione o la propaganda. Non ha bisogno di essere inculcata nelle persone contro la loro natura profonda. La solidarietà fa parte di una vecchia tradizione - una strategia evolutiva - che, molto tempo fa, diventò centrale alla stessa natura umana. È un'espressione senza prezzo dell’“egoismo” dei nostri geni.
Chris Knight
[1] "Human Solidarity and The Selfish Gene [227]". Abbiamo già pubblicato un altro testo di Chris Knight nella nostra stampa: Marxismo e scienza, https://fr.internationalism.org/node/4850 [218].
[2] La teoria del gene egoista, sebbene combattuta da una minoranza di teorici dell'evoluzione, particolarmente dal defunto Stephen Jay Gould nella Struttura della teoria dell'evoluzione, è difesa dalla maggioranza di essi, principalmente da Richard Dawkins nel Gene egoista e Il fenotipo esteso ed. Oscar Mondadori. Descrivendo i geni come “egoisti”, Dawkins non intende per questo affermare che siano muniti di una volontà o di un'intenzione propria, ma che i loro effetti possono essere descritti come se lo fossero. La sua tesi è che i geni che si sono imposti nelle popolazioni sono quelli che provocano degli effetti che servono ai loro interessi, e cioè continuare a riprodursi, e non necessariamente agli interessi dell'individuo in sé. Questa visione delle cose spiega, come andiamo a scoprirlo più in là in questo articolo di Chris Knight, l'altruismo a livello degli individui nella natura, in particolare nel cerchio familiare: quando un individuo si sacrifica per proteggere la vita di un membro della sua famiglia, agisce nell'interesse dei suoi propri geni.
[3] Testo di orientamento, 2001: La fiducia e la solidarietà nella lotta del proletariato, https://it.internationalism.org/node/1131 [228]; Dibattito interno alla CCI: Marxismo ed etica, https://it.internationalism.org/rint29/etica [229]; Darwin ed il Movimento Operaio, https://it.internationalism.org/node/765 [230]; Darwinismo e marxismo (Anton Pannekoek), https://it.internationalism.org/node/919 [231]
Come abbiamo scritto nell’invito a questa riunione, l’apparato politico italiano della borghesia si sta preparando alla fine della legislatura del governo Monti e alle elezioni per formare un nuovo governo. E’ importante che ci prepariamo anche noi che saremo sempre più tartassati dalla campagna politica dei diversi contendenti, ma soprattutto dal richiamo a esercitare il nostro presunto “diritto-dovere” di “decidere” sulla nostra sorte futura e su quella della “nostra nazione”.
In questa introduzione non vogliamo ritornare sul significato generale che hanno le elezioni in questa società. Potremo comunque farlo nella discussione. Piuttosto pensiamo sia importante cercare di riflettere e capire insieme in che contesto si situano queste elezioni, esaminando sia quali sono le capacità dell’apparato politico della borghesia di far fronte al disastro economico in atto ed alle sue conseguenze, che la maniera in cui la gente - e più in particolare i proletari, i giovani - vivono questa nuova chiamata alle urne.
Abbiamo preparato questo tema prima delle manifestazioni del 14 novembre e forse dovremmo aggiungere al titolo “dopo il voto in Sicilia e l’aumento della repressione poliziesca, cosa accadrà nei prossimi mesi?”, perché quello che è accaduto il 14, o ancora prima con i pestaggi agli operai della Sulcis, è un elemento importante del quadro d’insieme.
Qual è il quadro della situazione?
Ma vediamo sinteticamente i diversi aspetti che ci sembra necessario tener presente per comprendere il contesto in cui si svolgeranno le prossime elezioni.
Il dato da cui partire naturalmente è la crisi economica. Al di là delle rassicurazioni che ogni tanto Monti ci propina sulla “tenuta dell’Italia”, ormai anche un giornale come La Repubblica dice chiaramente che se si aumentano le tasse, si licenzia, si riducono i salari la gente non può più comprare e questo blocca il mercato con la conseguente chiusura di altre fabbriche, mancanza di investimenti ecc. E se questo è vero, come è vero, la prospettiva non può che essere di un peggioramento complessivo della crisi e delle sue conseguenze.
Già nel 2011 si calcolava che “Le persone a rischio di povertà o di esclusione sociale sono in Italia 15 milioni, una persona su quattro (il 24,7 per cento)[1]. E considerando anche soltanto i licenziamenti che intanto ci sono stati per chiusura di fabbrica, ricorso alla cassa integrazione e aumento del numero di giovani che nel frattempo si sono affacciati sul mondo del lavoro, è chiaro che già ora queste cifre andrebbero riviste al rialzo.
Dunque, non solo non si vede un benché minimo barlume di ripresa, ma si affievolisce anche la possibilità di frenare la caduta.
Il governo Monti si è reso necessario un anno fa per cercare di recuperare il controllo su di una situazione economica e politica altamente a rischio.
Dal punto di vista economico, le misure prese da Monti, se nulla hanno risolto al fondo, sono servite comunque a dare un po’ di fiato scaricando sui proletari e sui ceti medi tagli e miseria e dando così nuovo credito all’Italia a livello internazionale.
Ma questa “pausa tecnica” doveva servire anche a ricompattare l’apparato politico, a permettere ai partiti ed alle coalizioni di trovare un nuovo assetto per riprendere le redini del governo una volta scaduto il mandato di Monti. E su questo piano il quadro che si presenta dopo un anno è decisamente fallimentare per la borghesia.
Scontri tra i partiti nelle diverse coalizioni, scontri all’interno degli stessi partiti, primarie che sembrano bracci di ferro tra aspiranti capo, alleanze che si delineano e si sfaldano nel giro di poche ore, un’assoluta incapacità a mettersi d’accordo sulla nuova legge elettorale perché ognuno teme di rimetterci le penne, il tutto condito da notizie di scandali e arresti in tutte le aree politiche …un quadro desolante!
Per quanto riguarda la destra, il ritiro forzato di Berlusconi dalla scena politica per qualche tempo ha tolto al PDL la sua quasi unica attrattiva, cioè il populismo berlusconiano. La batosta ricevuta con le elezioni amministrative del maggio scorso ha fatto ridiscendere in campo Berlusconi, ma le sue uscite populiste (“usciamo dall’euro”, “costruisco un nuovo partito”, ecc.) non hanno più la stessa presa, così come non ce l’ha più il Berlusconi imprenditore nei settori forti dell’Italia che conta (Confindustria, chiesa,…).
Il Pdl attualmente non ha carte vincenti per poter aspirare agli exploit elettorali di una volta e la carta del “rinnovamento” attraverso le primarie è significativa dello sfaldamento: si fanno, non si fanno, e i candidati pare che siano circa una diecina!
Inoltre la scissione di Fini e il tracollo della Lega che, travolta dagli scandali, ha perso molta della sua capacità di ramazzare voti, rendono difficile una coalizione di destra che abbia la forza politica di porsi, sul piano della credibilità, come continuatrice di Monti.
La sinistra non è meglio piazzata. La sua vittoria alle amministrative di maggio e alle regionali del mese scorso in Sicilia è più il frutto del crollo della destra che non un suo consolidamento.
Il PD continua a mostrare la sua inesistenza politica se non nell’appoggiare le misure contro i proletari prese da Monti, come prima (se non a parole, certamente nei fatti) aveva fatto con Berlusconi, e quello che dovrebbe rappresentare il “nuovo”, cioè Renzi, si mostra sempre più come un giovane politicante arrivista che al vuoto di Bersani contrappone il suo proprio vuoto.
E anche qui, la possibilità di una coalizione solida con Sel e Idv sembra un miraggio visti i continui distinguo di ogni parte in gioco rispetto agli altri.
Il centro, rappresentato finora da un Casini ballerino tra destra e sinistra, cerca adesso di costruire qualcosa di più consistente con il nuovo partito Fini-Casini-Montezemolo. E, con l’invito a Monti a scendere in campo al proprio fianco, cerca di proporsi come soluzione per il futuro governo.
Un governo che, mantenendo grosso modo l’attuale staff cosiddetto tecnico, si presenterebbe come garante di una certa efficienza e potrebbe trovare quindi consensi nei settori chiave dell’economia. Resta però il problema, che non è da poco, dell’inevitabile fragilità di un partito costruito all’ultimo momento. e soprattutto il problema che questo non avrebbe i voti per governare da solo, ma con chi si allea?
Una conseguenza di questo stato di decomposizione, che caratterizza i partiti politici nella fase attuale, è lo sviluppo del populismo cioè di una politica orientata a far presa sugli istinti più viscerali della popolazione per raccogliere consensi elettorali e illudere i cittadini che ci possa essere una politica “diversa” in modo da tenerli legati al sistema.
E questa diventa sempre più la maniera di fare politica. L’abbiamo visto a destra con Berlusconi e con Bossi e adesso lo vediamo a sinistra con Di Pietro, che continua ad attaccare il governo Monti che colpisce i più deboli, ma cosa propone in alternativa? Parole.
E lo vediamo soprattutto con Grillo ed il suo partito che a parole è antipartito e antipolitico, ma che però esulta alla conquista di nuove poltrone dalle quali amministrare pezzi di paese insieme agli odiati politici. Grillo con il suo “movimento” dove tutti gli onesti cittadini possono democraticamente partecipare e decidere con la propria testa, tranne poi ricevere, se dici qualcosa che non va bene al grande capo, una lettera del suo avvocato che ti comunica “la decisione del sig. Grillo di revocare l’autorizzazione all’utilizzo da parte sua del nome e del marchio del Movimento 5 Stelle di cui egli è esclusivo titolare, invitandola a volersi astenere, per il futuro, dal qualificare la sua azione politica come riferibile al Movimento stesso o, più in generale, come ispirata dalla persona del mio cliente” (al consigliere regionale piemontese Biolé espulso da Grillo dall’M5S, e non è certo l’unico).
Per l’insieme di questi motivi le prossime elezioni costituiscono una forte preoccupazione per la borghesia, come dimostrano i continui richiami di Napolitano al senso di responsabilità delle forze politiche ed i commenti da più parti sulla vittoria del M5S in Sicilia.
Infatti, se da una parte una forza politica come quella di Grillo riesce nell’immediato a far ritornare nella sfera della mistificazione democratica, quali sono appunto le elezioni, chi se ne stava allontanando per lo sdegno, la disillusione, la rabbia verso le istituzioni o chi era in dubbio se avesse ancora un senso andare a votare, dall’altra contribuisce allo sfaldamento delle stesse forze politiche della borghesia senza costituire peraltro una forza adeguata a sostenere, con la compattezza e competenza necessarie, le tempeste economiche, politiche e sociali alle quali la borghesia italiana deve far fronte sul piano interno ed internazionale.
Quale sarà quindi l’esito delle prossime elezioni? Difficile dirlo con precisione. Ma è certo che qualsiasi partito o coalizione vincerà, qualsiasi governo ne verrà fuori, con o senza Monti, non potrà che continuare sulla strada di Monti perché la crisi mondiale non permetterà altro che aggravare ulteriormente il carico sulle spalle dei proletari.
Così come ricadono sulle spalle dei proletari francesi la decisione del governo Hollande di salvare l’economia nazionale con 20 miliardi di euro in nuove tasse e 10 miliardi di tagli alla spesa pubblica e quella di rendere il lavoro più “flessibile” (e sappiamo bene cosa significa!). In una situazione segnata da un tasso di disoccupazione superiore al 10% e da una lunga serie di annunci di imminenti tagli di posti di lavoro da parte delle maggiori compagnie francesi, a cominciare da Air France e PSA Peugeot Citroën[2].
E la rielezione di Obama non significherà forse la continuazione di quella politica che ha portato in questi anni all’aumento della povertà delle famiglie americane?
Come ci arriva il proletariato a questa nuova chiamate alle urne?
Gli attacchi che a tutti i livelli stiamo subendo, la mancanza assoluta di una prospettiva credibile di venire fuori dalla crisi e lo spettacolo desolante e per molti versi indegno che mostrano i partiti, stanno facendo crescere non solo lo sdegno e la rabbia, ma erodono in maniera tangibile anche la credibilità verso gli apparati di questo sistema.
Un sistema che ormai, a chi scende in piazza per difendere la possibilità di vivere, per chiedere una prospettiva decente, o non dà risposte o risponde con la violenza fisica.
Le cariche e le manganellate ai giovani, agli studenti che chiedono di poter avere un futuro, le manganellate agli operai dell’Alcoa a Carbonia ed a Roma, a quelli dell’Ikea di Piacenza, a quelli della Fincantieri di Castellamare a Napoli, a quelli della Fiat di Pomigliano di febbraio scorso - e la lista non finisce qui - non sono casuali.
Quando le chiacchiere o le promesse vengono sgretolate dalla realtà e non fanno più tanta presa, allora l’unica possibilità è cercare di intimidire per farti rimanere a casa. Ma anche questo può essere un’arma a doppio taglio perché può iniziare a far riflettere su cosa veramente è e può darti un governo, che dovresti pure andare a votare.
Tuttavia, questa comprensione non arriva subito e in maniera lineare, anzi nell’immediato la mancanza di una chiara alternativa a tutto questo genera anche disorientamento e confusione. L’astensione del 53% nelle elezioni in Sicilia e comunque la sua crescita nell’ultimo periodo sono certo una manifestazione di questa disaffezione verso lo strumento elettorale percepito sempre più come qualcosa che non serve a cambiare la situazione, ma è anche il segno di questo disorientamento, del fatto che non sai a chi dare il tuo voto anche se magari continui a pensare che le elezioni, come strumento per far sentire la tua voce, potrebbero funzionare se solo ci fossero delle forze politiche serie in campo.
Per questo, mentre in passato c’era una sorta di “fedeltà” nel voto verso questo o quel partito, oggi l’elettorato è oscillante, si sposta da destra a sinistra da un turno elettorale all’altro perché nei fatti non vedere più una differenza sostanziale tra l’una e l’altra e questo spiega anche le cadute vertiginose di alcuni (chi si ricorda più di Rifondazione Comunista?) e gli exploit inaspettati di altri (vedi Grillo) nell’arco di poco tempo.
Da questo punto di vista, soprattutto nelle prossime elezioni, la vittoria della sinistra invece che della destra, del centro invece che della sinistra non sarà un indice dell’avanzamento del proletariato o di un suo arretramento. Del resto non lo è mai stato, perché la forza o la debolezza del proletariato non si esprime nel voto, ma nella sua combattività e nel maturare della sua comprensione di cosa è questa società e di come combatterla.
[1] “Rapporto sull’Italia”, https://it.internationalism.org/node/1243 [233]
[2] https://www.altrenotizie.org/esteri/5057-hollande-tasse-e-austerity.html [234], 10 settembre
Si avvicinano le elezioni e come di consueto si scatena la campagna elettorale. Ma questa volta il caos tra le forze politiche è veramente grande: scontri tra i partiti delle diverse coalizioni, scontri all’interno degli stessi partiti, primarie che sembrano bracci di ferro tra aspiranti capo, alleanze che si delineano e si sfaldano nel giro di poche ore, un’assoluta incapacità a mettersi d’accordo sulla nuova legge elettorale perché ognuno teme di rimetterci le penne, il tutto condito da notizie di scandali e arresti in tutte le aree politiche …
Intanto il governo Monti mostra la sua incapacità a “risollevare le sorti dell’economia italiana”, mentre continua a scaricare sulle spalle degli strati più deboli della popolazione tutto il peso della crisi. Lo stesso signor Monti gioca a fare la grande star che non vorrebbe restare al governo ma che, se proprio necessario, è disposto a “sacrificarsi” ancora una volta per il bene di tutti.
In questo scenario il partito-non partito “5 Stelle” vince le elezioni nel feudo berlusconiano in un contesto di astensione dal voto del 52%.
Cosa mostra il risultato delle votazioni in Sicilia? Qual è lo scenario che si profila per le prossime elezioni?
Ma soprattutto, le prossime elezioni ed il loro esito cambieranno qualcosa per le centinaia di migliaia di giovani senza lavoro, di precari, di lavoratori in cassa integrazione o gettati direttamente sulla strada, per i pensionati, per gli esodati, insomma per noi proletari?
Cosa è cambiato per i proletari in Francia con la cacciata dell’odiato Sarkozy e la nuova gestione di Hollande? La rielezione di Obama potrà frenare il dilagare della miseria per le famiglie americane?
La borghesia italiana si sta preparando alle elezioni e cercherà in tutti i modi di convincerci che possiamo essere noi a decidere del nostro futuro attraverso la scheda elettorale.
Prepariamoci anche noi discutendo insieme di tutto questo, cercando di capire la situazione che viviamo e quale strada percorrere per venirne fuori.
Riunioni pubbliche a:
Milano, sabato 15 dicembre ore 16.30-20.00, alla libreria Calusca, Via Conchetta 18.
Napoli, sabato 24 novembre ore 16.30-20.00, alla libreria Jamm, via San Giovanni Maggiore Pignatelli 32.
1.1 Quadro internazionale della crisi e situazione economica dell’Italia
La fase attuale della crisi economica si è ormai installata nel cuore del capitalismo e sta minando alle basi quella che era stata la culla dello stesso capitalismo, l’Europa. In questo quadro l’Italia si trova in una posizione particolarmente fragile e, nonostante le misure draconiane che sono state finora prese, si registra un debito consolidato di quasi 2000 miliardi di euro, con una tendenza continua a crescere![1] D’altra parte la politica imposta all’Italia (come alla Spagna, alla Grecia, ed in genere alle popolazione europee) di tagliare su spese e salari, porta necessariamente a una riduzione della domanda e ben difficilmente, ammesso che ce ne possano essere i margini, la situazione che ne consegue può portare ad una ripresa dell’economia. Questo anche per la perdita di competitività avutasi negli anni, legata a un minore aumento di produttività[2]. L’andamento impazzito dei mercati finanziari strozza sempre più la cosiddetta economia reale[3] e gli impianti che chiudono in giro per l’Italia non si contano, con incremento di disoccupazione, povertà, precarietà, …. Certo, le difficoltà non sono solo dell’Italia. Sappiamo ad esempio che da dicembre 2007 a giugno 2009 sono stati persi negli Usa 8,4 milioni di posti di lavoro.[4] Nella stessa Europa, “a maggio sono circa 48 milioni i disoccupati nell'area dell'Ocse: quasi 15 milioni in più rispetto all'inizio della crisi finanziaria iniziata alla fine del 2007.”[5] Ma la cosa non è certo consolante visto che: “La disoccupazione in Italia dovrebbe salire dall'8,4% del 2010 e del 2011 al 9,4% nel 2012 e al 9,9% nel 2013. (…) Tra il 2010 e il 2011 è cresciuta in Italia la disoccupazione di lunga durata. L'anno scorso il 51,9% dei disoccupati lo era da più di 12 mesi contro 48,5% nel 2010.”[6] O ancora che: “Con il tasso record del 35,9% segnato a marzo, l'Italia è al quarto posto tra i 33 Paesi aderenti all'Ocse nella poco invidiabile classifica della disoccupazione giovanile ed è nella stessa, difficile posizione per i 'Neet', i giovani totalmente inattivi cioè “né a scuola, né al lavoro”. Nella Penisola la disoccupazione nella fascia d'età tra 15-16 e 24 anni è aumentata durante la crisi di 16,5 punti percentuali rispetto al 19,4% del maggio 2007.”[7]
1.2 Attacchi economici e processo di pauperizzazione della popolazione
Come evidenziato in precedenza, il punto su cui si scarica tutto il peso della crisi è, sistematicamente, la classe dei lavoratori che, essendo l’unica a produrre ricchezza, è anche quella più tartassata della società. Anche se può risultare scontato, vale la pena ricordare che gli attacchi più brutali e devastanti sono stati portati avanti proprio dall’ultimo governo in carica, che si è distinto per cinismo e ferocia delle manovre. Anzi va ribadito che si è puntato proprio sulla figura del serio professionista Monti per far passare delle misure assolutamente antipopolari che avrebbero potuto far saltare in poco tempo governi non ben ancorati da un rapporto di fiducia con la popolazione, come il precedente governo Berlusconi. Ecco l’elenco degli attacchi economici più importanti:
Adusbef e Federconsumatori hanno calcolato che, con questa manovra, le ricadute saranno, nel 2014, pari a 1.129 euro per ogni famiglia. Tali ricadute, sommate alle misure per il 2011 volute dal governo Berlusconi, raggiungono la cifra di 3.160 €. L’impatto sulla capacità di consumo è pari al 7,6% all’anno.
Tra le varie storie di ordinaria follia con cui procede ormai questo governo nella sua azione di bonifica delle pubbliche finanze, (si intende, solo a carico dei lavoratori!), la storia degli esodati è una storia tutta italiana con 390 mila lavoratori che, in un primo momento, erano stati incoraggiati a lasciare, prima dei tempi, il proprio posto di lavoro per permettere all’azienda di appartenenza una ristrutturazione o l’uscita dalla crisi, e lo avevano fatto sulla base di accordi con lo Stato che aveva promesso un accompagnamento economico fino a raggiungere l’età della pensione. Sennonché, con l’ultima riforma sulle pensioni dell’autunno scorso (l’ennesima!) che ha innalzato l’età pensionabile a 66 anni, l’insieme di queste persone si è trovata con le “regole del gioco” cambiate dopo aver fatto l’accordo e concretamente con degli anni in più di attesa per raggiungere la pensione, senza alcuna garanzia di ricevere né uno stipendio o pensione né alcun sussidio dallo Stato. Questa situazione ignobile, che ha mostrato l’incapacità di questo governo di “professori” di fare le giuste proiezioni sull’effetto di una legge, ha avuto in più l’aggravante dello stupido gioco dello stesso governo (e del ministro Fornero in particolare) a minimizzare il problema, emanando un decreto che recupera la situazione solo per 65 mila esodati per riconoscere solo a distanza di tempo che il problema è più ampio, affermando che per gli altri … «si vedrà».”[9]
C’è ora da chiedersi: cosa ha prodotto questa serie di attacchi nella popolazione? Siamo più poveri di prima, questo è ovvio, ma di quanto siamo tornati indietro? A tale scopo facciamo un piccolo passo indietro cercando di confrontare la situazione attuale con quella degli anni del dopoguerra.
1.2.1 Dal dopoguerra agli anni ‘60
La situazione che si presenta in Italia nel secondo dopoguerra è qualcosa di assolutamente drammatico. Dopo tutte le distruzioni del conflitto, che aveva provocato nella sola Italia quasi mezzo milione di morti, si sviluppa un’inflazione galoppante che fa aumentare i prezzi delle merci di 20 volte! Tra l’altro, nei negozi non era possibile trovare molto e bisognava ricorrere al mercato nero, sempre fornitissimo di ogni tipo di merce (un po’ come succedeva nell’ex regime stalinista in Russia). Ma poteva comprare al mercato nero solo chi aveva soldi per farlo, mentre per la parte più povera della popolazione la situazione era decisamente nera.
«In Italia nel 1951 c’erano 869 mila famiglie (3 milioni e mezzo) in cui non si mangiava ne’ carne ne zucchero. Anche nelle famiglie più adagiate lo zucchero e la carne non comparivano molto spesso e quelle poche volte che comparivano erano l’unica portata. (…). Anche i cereali come la pasta e il pane che era solitamente il cibo dei poveri in Italia non si faceva largo uso. (…) Gli appartamenti degli italiani (avevano): per il 76% avevano la cucina; il 52% l’acqua corrente; e solo il 27% l’energia elettrica. (…). C’era quasi in tutti gli appartamenti la radio: era un oggetto di uso comune e quasi tutti potevano permettersela, era servita a portare nelle famiglie la voce del duce e dei suoi discorsi e verso la fine della guerra (solo nelle case dei più coraggiosi) la voce di Radio Londra. La radio a quei tempi trasmetteva i giornali radio e anche le canzoni, era nato infatti nel 1951 il festival di San Remo.»[10]
E’ interessante notare, come sopra riportato, che nell’immediato dopoguerra praticamente tutte le famiglie possedevano la radio. Anzi, come viene precisato, la radio era diffusa anche prima della guerra con il preciso motivo che era servita a portare nelle famiglie la voce del duce e dei suoi discorsi. Un po’ come si è prodotto successivamente con la televisione che, oltre ad essere uno strumento ludico, è anzitutto uno strumento di indottrinamento e quindi di controllo politico di tutta la popolazione.
«Negli anni ’50 e ’60, in Italia, l’industria divenne l’attività principale, quella con il maggior numero di addetti. (…) Nel Nord il livello di vita salì molto rapidamente e si ebbe una forte richiesta di manodopera. Nel Sud agricolo vi fu una riduzione di posti di lavoro e la povertà rimase diffusissima. Negli anni ’50 meno del 10% della popolazione dell’Italia settentrionale aveva un’alimentazione scarsa, mentre nell’Italia meridionale più del 50% si trovava in questa situazione. (…) Fino all’inizio degli anni ’60, i salari degli operai rimasero molto bassi e molti si trovarono a lavorare in ambienti nocivi o a svolgere lavori pericolosi. Si verificarono perciò moltissimi incidenti mortali e casi di danni permanenti. Alcune industrie chimiche divennero vere e proprie fabbriche della morte: fu il caso dell’IPCA di Torino, una fabbrica di coloranti, dove 140 operai morirono per carcinoma alla vescica.»[11]
1.2.2 La situazione degli anni 2000
Sulla base degli elementi riportati ci si può chiedere quale delle due epoche, quella del dopoguerra e quella attuale, offre di più alla popolazione. Naturalmente, nel fare il confronto, dobbiamo tener conto del fatto che la situazione del dopoguerra risentiva di tutte le distruzioni della guerra e delle difficoltà a ripartire con un’economia a pezzi. Inoltre parliamo di 70 anni fa, quando anche la tecnologia non era ancora quella dei nostri tempi. Il che significa che non avere la luce elettrica o l’acqua corrente o i servizi igienici all’epoca era come non avere oggi, poniamo, un sistema di riscaldamento in casa, il che può essere duro, ma non drammatico. Per quanto riguarda le morti bianche per lavoro, nonostante tutto il grande can can che fa la politica su questo piano e le misure prese (più per non dover pagare gli indennizzi e le cure agli operai che per convinzione), si lamentano in Italia in media 3 vittime al giorno per incidenti, oltre all’incremento dell’incidenza di malattie tumorali per la crescente dispersione di rifiuti tossici sul territorio. Ma soprattutto il problema è di prospettiva. Negli anni ’50 la gente soffriva tanto ed ha affrontato dei sacrifici inenarrabili. Ma quella generazione ha affrontato tutto questo perché vedeva davanti a sé una prospettiva, vedeva che, anche se lentamente, si spostavano degli equilibri. I genitori tutti di quel periodo hanno fatto di tutto per mandare avanti i propri figli e far conquistare loro un posto nella vita, e in generale ci sono riusciti. Oggi la situazione è totalmente rovesciata. A partire da tutto questo, che futuro ci possiamo immaginare? Certo, di difficoltà ne hanno affrontate e superate anche le generazioni precedenti, particolarmente quelle che sono venute immediatamente dopo la guerra e che hanno sofferto i patimenti di un periodo di povertà e di ristrettezze. Ma quella generazione, anche se ha avuto un cammino tutto in salita per un lungo periodo, è poi riuscita a ottenere delle condizioni di vita complessivamente migliori. Il tenore di vita è globalmente migliorato. Molti dei figli di quella generazione hanno fatto un salto sociale, diventando dottori, professionisti, vivendo una vita più agiata e meno di stenti. Oggi la prospettiva è del tutto invertita. Se prima l’operaio voleva ed otteneva di fare il figlio dottore, adesso il professionista fa il figlio operaio, e l’operaio fa il figlio … disoccupato. In altri termini le generazioni precedenti hanno sofferto anche per qualche decennio, ma poi hanno conosciuto nuove prospettive; attualmente invece quello che spaventa di più è proprio che non si vede nessuna prospettiva, anzi che all’orizzonte si vede solo un peggioramento di quello che già viviamo adesso (si pensi in primo luogo alla crisi economica di cui nessuno, nemmeno fra i difensori del sistema capitalista, riesce ad immaginare un superamento vero e duraturo).
D’altra parte è in atto, come ragionevolmente ognuno di noi può constatare, un processo di impoverimento collettivo. E la situazione di degrado è tale che lo Stato si vede costretto a truccare le carte per nascondere il disastro:
«Non è vero che siamo meno poveri, come gli ultimi dati ufficiali sulla povertà (luglio 2010) farebbero pensare. Secondo l’Istat lo scorso anno l’incidenza della povertà relativa (cioè la percentuale di famiglie con un reddito al di sotto di una cosiddetta linea di povertà relativa, ndr) è stata pari al 10,8% (era 11,3% nel 2008), mentre quella della povertà assoluta risulta del 4,7%. Secondo l’Istat si tratta di dati “stabili” rispetto al 2008. In realtà, si tratta di un’illusione «ottica»: succede che, visto che tutti stanno peggio, la linea della povertà relativa si è abbassata, passando da 999,67 euro del 2008 a 983,01 euro del 2009 per un nucleo di due persone. Se però aggiornassimo la linea di povertà del 2008 sulla base della variazione dei prezzi tra il 2008 e il 2009, il valore di riferimento non calerebbe, ma al contrario salirebbe a 1.007,67 euro. Con questa operazione di ricalcolo, alzando la linea di povertà relativa di soli 25 euro mensili, circa 223 mila famiglie ridiventano povere relative: sono circa 560 mila persone da sommare a quelle già considerate dall’Istat (cioè 7 milioni e 810 mila poveri) con un risultato ben più amaro rispetto ai dati ufficiali: sarebbero 8 milioni e 370 mila i poveri nel 2009 (+3,7%).»[12]
Fig.1: La povertà assoluta: percentuale di persone povere in Italia, 1861-2011, (Fonte: Amendola, Salsano e Vecchi (2011), p. 297.)
Solo di recente, una ricerca condotta nell’ambito del 150° anniversario dell’Unità di Italia ha prodotto una prima stima dell’incidenza nazionale della povertà assoluta in Italia dal 1861 al 2008. Come si vede dal grafico di fig.1, lungo i 150 anni di storia unitaria l’incidenza della povertà passa dal 45 per cento di fine Ottocento all’attuale 4,4 per cento, ma è anche vero che il “miracolo” della sconfitta della povertà si osserva soprattutto negli anni Settanta del Novecento: in poco più di un decennio (1970-1981) l’incidenza passa dal 20 per cento a meno del 5 per cento. I decenni più recenti registrano invece un sostanziale ristagno dell’indicatore.[13]
La borghesia italiana usa meno gli indicatori che, a differenza della povertà relativa (come visto visibilmente ingannevole), danno indicazioni più precise sul presente e, soprattutto, sul futuro, come la vulnerabilità alla povertà che non misura la povertà di oggi, ma quella di domani.
«Sono infatti vulnerabili le famiglie che hanno una probabilità superiore alla media nazionale di sperimentare, nel futuro (tipicamente nei dodici mesi successivi all’intervista), un episodio di povertà. Si tratta tanto di famiglie povere oggi, e che hanno bassa probabilità di uscire domani da questa condizione (si parla in tal caso di povertà cronica), quanto di famiglie non ancora povere, ma che non hanno strumenti idonei per fronteggiare eventuali shock negativi di reddito. Alcune stime preliminari hanno prodotto risultati molto netti che, se confermati, suggeriscono dimensioni insospettate del fenomeno. Dal 1985 al 2001 si stima che circa la metà della popolazione abbia un rischio elevato di cadere in povertà (Tab.1). Sorprendentemente, il gruppo dei vulnerabili, è composto non solo da famiglie povere, ma soprattutto da famiglie non povere. Il 40 per cento circa delle famiglie non povere è vulnerabile. Accanto a una povertà assoluta stabile, se non in leggera flessione, emerge dunque una latente fragilità delle famiglie italiane.»[14]
Tab.1: La vulnerabilità alla povertà in Italia, 1985-2011 (Fonte: Rossi e Vecchi,2011).[15]
D’altra parte l’impoverimento non procede in maniera uniforme su tutta la popolazione e su tutto il territorio, ma aggredisce soprattutto le aree storicamente più deboli, e particolarmente il sud:
«Il Rapporto annuale dell’Istat descrive un paese in cui coesistono regioni (nel Nord) con livelli di benessere o inclusione sociale analoghi a quelli della Svezia e regioni (nel Sud) con rischi di povertà o esclusione prossimi a quelli della Romania. (…) Le persone a rischio di povertà o di esclusione sociale sono in Italia 15 milioni, una persona su quattro (il 24,7 per cento): una percentuale più elevata non solo della media dei 17 paesi dell'area euro (21,2 per cento) ma anche della media dei 27 paesi dell'Unione Europea (23,1 per cento).»[16]
1.3 Prospettive a breve e medio termine
Come si vede la situazione che si profila davanti a noi in Italia - ma è l’identica situazione in altri paesi con una sfasatura temporale in avanti o un po’ all’indietro - è di una catastrofe crescente e di una pauperizzazione generalizzata di tutta la classe lavoratrice. La miseria degli anni del II dopoguerra non sta dietro di noi, ma è la situazione verso la quale stiamo andando. Con l’aggravante che adesso non c’è nessun piano Marshall che ci possa venir a tirare fuori, non c’è nessuna capacità di recupero del capitalismo che ha ormai, e da tempo, esaurito tutte le sue risorse.
2.1 Perdita di credibilità dei partiti ed accentuazione del populismo di sinistra (e di destra): quali prospettive per le politiche del 2013?
Come abbiamo ricordato più volte, la formazione del governo Monti a metà novembre dello scorso anno, se è stato un atto indispensabile da parte della borghesia per recuperare una situazione economica e politica che rischiava di andare sempre più fuori controllo, ha comportato per i vari partiti politici rappresentati in parlamento un sacrificio importante ma soprattutto ha creato per loro una situazione molto difficile per il futuro. Se si parte dalla constatazione che l’insieme della “rappresentanza politica” della borghesia ha perso da parecchio lo smalto di una volta e che la gente ripone sempre meno speranze e quindi fiducia in questo o quel partito, accettare la formazione del governo Monti come unica possibile soluzione per poter uscire dai guai, significa in qualche modo riconoscere la propria incompetenza a fare altrettanto. D’altra parte questa unione coatta all’interno dell’attuale governo di forze destinate a combattersi già da oggi in vista delle elezioni di aprile prossimo crea necessariamente fibrillazioni continue nella maggioranza e porta alla erosione dei due principali partiti che vi appartengono, PDL e PD.
Il primo, dopo la recente sconfitta elettorale alle amministrative[1], è alla ricerca di una identità perduta. Infatti, il ritiro forzato di Berlusconi dalla scena politica per qualche tempo ha tolto al PDL la sua quasi unica attrattiva, cioè il populismo berlusconiano, rendendolo un partito arido e privo di ogni attrattiva. Non è un caso che, dopo le amministrative, assorbita un po’ la botta della sconfitta, sia tornato in grande stile la figura di Berlusconi che ha ricominciato a buttare giù una serie di gragnole politiche per destare l’attenzione: vedi la proposta di abbandonare l’euro e di tornare alla lira, o quella di tornare a candidarsi come segretario del partito e premier per la prossima legislazione, o ancora quella di cambiare di nuovo nome al partito e tornare a quello di Forza Italia, salvo che fare marcia indietro dopo la minaccia degli ex AN di non aderire al nuovo partito, ecc. ecc. Ma è chiaro che, per quanto cerchi di creare attenzione intorno a sé, gli argomenti dell’ultimo Berlusconi sono ormai triti e ritriti e non attecchiscono più come una volta; inoltre, il consenso che il Berlusconi imprenditore poteva avere in tutta una serie di settori forti dell’Italia che conta (confindustria, chiesa, …) è stato irrimediabilmente bruciato. La prospettiva del PDL è dunque quella di sopravvivere a sé stesso, con o senza Berlusconi, con un credito elettorale che difficilmente potrà anche solo accostarsi agli exploit di una volta.
Per quanto riguarda il PD, si fa veramente fatica a capire cosa sia questo oggetto politico statico e inerme per antonomasia, espressione di una sinistra borghese ormai praticamente inesistente in Italia. Il PD ha permesso a Berlusconi di governare indisturbato per 8 dei 10 lunghi anni dal giugno 2001 al novembre 2011, consentendogli di portare avanti, tra le altre cose e senza la benché minima opposizione: la macelleria del G-8 a Genova, le più spregiudicate leggi ad personam, la completa lottizzazione della RAI, oltre naturalmente che avallare tutte le manovre economiche e gli interventi militari in varie parti del mondo. Il PD in realtà si caratterizza più per quello che non ha fatto che per il quasi niente che ha fatto. Per cui esso stesso, se in qualche modo risulta ufficialmente vincitore delle amministrative di quest’anno e candidato a vincere le prossime politiche, è in preda ad una perdita di credibilità che trova un limite giusto nella mancanza di alternative.
La deriva dei due principali partiti trova una spiegazione nella fase di crisi profonda che affronta l’economia mondiale e quella italiana in particolare, e nell’obbligatorietà di prendere, da parte di qualunque sia il partito al governo, le misure le più impopolari. La destra di Berlusconi, il centro di Casini e la “sinistra” di Bersani si sono inchinati alle criminali misure economiche che ha preso e che continua a prendere Monti, e questo non è certo un elemento di vanto per un partito, particolarmente per il PD che dovrebbe esprimere gli interessi delle classi più umili. In più, il carattere del tutto inedito della situazione, l’incomprensione di quali possano essere le vie di uscita dalla crisi, l’assenza di un qualunque programma che caratterizzi una componente politica per i valori storici difesi, non fa che accentuare quel fenomeno di decomposizione politica che caratterizza i partiti politici nella fase attuale.
La conseguenza è lo sviluppo del populismo, ovvero di politiche orientate a far presa sugli istinti più viscerali della popolazione per raccogliere consensi elettorali e illudere i cittadini che ci possa essere una politica diversa in modo da tenerli legati al sistema. Ma il populismo, non essendo un programma politico ma solo un atteggiamento propagandistico, è in generale legato alla figura carismatica di un leader e alla sua capacità di reggere il gioco sul teatro della politica. Questo è il motivo delle difficoltà del PDL la cui grande risorsa è stata la sfrontatezza della politica di Berlusconi ma che adesso non trova carte di riserva. Lo stesso si può dire per la Lega Nord, che dopo lo scandalo che ha praticamente bruciato la figura di Bossi, ha le più grandi difficoltà a ritrovare una propria identità. Ma il fatto che i vecchi partiti populisti entrino in crisi non significa che sia il populismo a entrare in crisi. Viceversa questo diventa sempre più la maniera di fare politica, a destra e a sinistra, come mostrato non solo dal partito 5 stelle di Grillo, ma anche da una deriva sempre più estremista portata avanti da Di Pietro con i suoi attacchi continui al governo Monti e soprattutto al presidente della Repubblica.
La prospettiva delle prossime elezioni politiche dell’aprile 2013 costituisce dunque un elemento di grande angoscia per la borghesia italiana nella misura in cui questa è consapevole che il suo apparato politico è visibilmente impreparato e inadeguato a sostenere, con la compattezza e determinazione necessarie in questi frangenti, le tempeste economiche e politiche mondiali. Il ruolo di supplenza svolto da Monti e dalla sua banda nei confronti dei partiti esistenti aveva peraltro la funzione di permettere a tali partiti di riacquistare una credibilità che finora, a 8 mesi dalle prossime elezioni, non è stata recuperata. Non a caso ogni tanto torna in campo l’ipotesi che Monti possa continuare a reggere un futuro governo con una maggioranza non dissimile a quella attuale. Ma questo, per i partiti della borghesia italiana, sarebbe un suicidio. Più funzionale per i giochi politici borghesi potrebbe essere invece l’alleanza di uno dei due grandi partiti, PDL o PD, con un neo partito formato da Monti o al quale Monti aderisse. Lo scenario dell’alleanza elettorale tra PD e Casini da una parte e il recente e insolito attacco di Monti a Berlusconi (“con lui lo spread arriverebbe a 1500”), potrebbe suggerire una soluzione di questo tipo con un governo di centro sinistra a guida Monti, cioè con un’azione non meno devastante per le nostre tasche ma con la giustificazione che lo facciamo tutti per la nostra Patria!
2.2 Politica imperialista ai tempi della crisi economica
Terminata la guerra in Libia che ci è costatata ufficialmente 202 milioni di euro, l’Italia ha deciso di rimanere sul posto con una missione di addestramento a Tripoli dal costo di 10 milioni. In Libano, a distanza ormai di qualche decennio, rimane un contingente di 1.115 unità. Ed ancora circa 600 militari assegnati stabilmente alle forze Nato in Kosovo. In Afghanistan c’è il grosso delle truppe italiane con 4 mila uomini. Queste sono solo alcune delle 20 missioni di peace-keeping cui partecipa l’Italia e con cui questo paese cerca di condurre la sua tradizionale politica di stare dentro le cose per poter, al momento opportuno, cogliere le opportunità del momento.
Nonostante la crisi, non viene meno l’impegno militare ed imperialistico dell’Italia nel mondo, particolarmente nei punti caldi come l’Afghanistan di oggi o l’Iraq di ieri. “Stando al sito ufficiale dell'Esercito Italiano, “la media di personale costantemente schierato all'estero si aggira sulle settemila unità”, ma ciò ovviamente non toglie che il numero possa variare, a seconda delle situazioni che si vengono a creare; attualmente si può parlare di circa ottomila.”[2] Come dice giustamente (dal punto di vista degli interessi della borghesia), il ministro della Difesa ammiraglio Giampaolo Di Paola, “La crisi non fa venire meno funzioni fondamentali come la Difesa”.[3]
Ma questa necessità, soprattutto in tempi di crisi, di mantenere sempre aggiornato il proprio arsenale di armi per poter esibire la propria arroganza imperialista nei confronti delle altre iene capitaliste non elimina, al tempo stesso, la necessità di eludere nei confronti della popolazione il continuo trend all’ammodernamento del proprio armamentario. Così abbiamo assistito all’esibizione, da parte del governo Monti dopo i suoi primi 100 giorni di governo, della bufala secondo cui “la spesa per la Difesa in Italia, in rapporto al PIL, è la più bassa d’Europa. (…) nel documento si afferma (…) che le spese militari in Italia sarebbero solo lo 0,90 per cento del PIL contro una media Ue del 1,61 per cento. (…) Peccato che sia proprio la NATO (e non Anonymous) a smentire quel numero. (…) (Dai dati NATO risulta che) la spesa militare in Italia in rapporto al PIL (a prezzi correnti) non è la più bassa dell’Unione Europea, come scritto nel documento ufficiale della Presidenza del Consiglio, (…). Non solo è maggiore del “magico” 0,9%, ma è superiore al dato di Germania e Spagna (per restare ai paesi territorialmente comparabili al nostro). (…) Nella sua pubblicazione “The World Factbook”, c’è l’elenco della spesa militare di ciascun paese (non solo NATO) in rapporto al proprio PIL. L’Italia - secondo la CIA - spende l’1,8% del proprio PIL. (…) Dello stesso parere è il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute [239]) - il prestigioso istituto svedese indipendente - che nel monitorare le spese militari nel mondo, secondo una metodologia corretta, che stabilisce di includere ed escludere le stesse cose nei dati di ciascun paese, certifica che l’Italia spende in media nel periodo 2005-2009 l‘1,8% del PIL. E’ solo lo 0,2% in più dei dati NATO ma un valore doppio rispetto a quello dichiarato dal Governo italiano. Com’è possibile un divario così ampio? La ragione è semplice. Lo 0,9% è il risultato di una manipolazione contabile che sottrae dal calcolo delle spese militari, le voci del bilancio del Ministero della Difesa destinate alle pensioni e accantonamenti obbligatori, alle funzioni esterne (es. l’impiego dei militari in interventi di protezione civile) e all’Arma dei Carabinieri (in totale più di un terzo del budget). Nello stesso tempo non computa né il fondo per le missioni internazionali (1,640 miliardi di euro nel 2011), ascritte in bilancio al Ministero dell’Economia e Finanze, né i fondi ascritti al Ministero dello Sviluppo Economico per finanziare programmi di nuovi sistemi d’arma (2,248 miliardi di euro nel 2011). Lo 0,9% corrisponde, quindi, solo alle spese di personale, esercizio e investimento a bilancio del Ministero della Difesa, mentre le spese - pur espressamente militari - sostenute da altri dicasteri non sono calcolate.”[4]
Il grafico riportato in fig.2[5] mostra le spese militari, sostenute nell’arco dell’ultima ventina d’anni, da alcuni dei principali paesi europei sottoforma di percentuale del PIL del rispettivo paese. Come si vede, le spese militari stanno calando di continuo dopo il crollo del blocco dell’est, ma questa è una tendenza mondiale (tranne che per gli USA che hanno ripreso alla grande alla svolta del millennio) già messa in evidenza dalla nostra organizzazione e che corrisponde più ad una razionalizzazione che ad una riduzione dell’interesse per il settore militare. In più, osservando il grafico di fig.2, si possono notare due cose interessanti: anzitutto che l’Italia impegna una percentuale di PIL più alta di Germania e Spagna per il settore militare, il che è quanto dire. Ma ancora che, fra i vari paesi considerati, l’Italia è uno dei paesi europei che meno hanno ridotto il peso delle spese militari in rapporto al PIL nell’arco di venti anni: in Francia questo rapporto si è ridotto del 30%, in Germania del 38%, in Grecia del 28%, nel Regno Unito del 32%, in Spagna del 25%, mentre in Italia solo del 20%.[6]
Quello che fa rabbia naturalmente è il fatto che, mentre si portano le famiglie sull’orlo della fame, si programma la spesa di 131 caccia bombardieri F35 nell'ambito del programma Joint Strike Fighter che costeranno all'Italia almeno 15 miliardi di euro[7]. E non è neanche vero, come sostenuto ancora di recente dal Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, che il prezzo delle penali, in caso di mancato acquisto, sarebbe maggiore della fattura di acquisto, come dimostrato nello stesso articolo già citato del sito www.disarmo.org [240].
[1] Per un commento sulle amministrative del 2012 vedi Dopo sei mesi di governo Monti, quale futuro ci prepara la borghesia italiana? [241], su Rivoluzione Internazionale n°176.
[2] Missioni di pace: l’esercito italiano nel mondo , (18 Gennaio 2010 su www.levanteonline.net/ [242]).
[3] "Caccia a tutti i costi", (1/01/2012 su www.disarmo.org/ [243]).
[4] Gianni Alioti, Sulle spese militari, il Ministro dà i numeri [244], (27 febbraio 2012 su www.disarmo.org/ [243]).
[5] Questo grafico, o altri relativi ad altri indicatori nazionali rilevanti, si possono facilmente ottenere utilizzando il link www.google.it/publicdata/explore?ds=d5bncppjof8f9_&met_y=ms_mil_xpnd_gd_zs&idim=country:ITA&dl=it&hl=it&q=spese+militari [245].
[6] Gianni Alioti, Sulle spese militari, il Ministro dà i numeri [244], (27 febbraio 2012 su www.disarmo.org/ [243]).
[7] Francesco Vignarca, "Caccia a tutti i costi", (01 gennaio 2012 su www.disarmo.org/ [243]).
La dinamica della lotta di classe è una dinamica internazionale, per cui gli elementi che caratterizzano la situazione italiana non devono essere visti in sé, ma come articolazione del processo di scontro di classe in corso a livello internazionale che vede, in questo momento, la Spagna e il movimento degli indignati come l’espressione la più elevata della lotta di classe. Ciò detto, la nostra attenzione si soffermerà non solo sugli aspetti che confermano l’appartenenza dell’Italia a questa dinamica internazionale, ma anche su quelli che ne caratterizzano le differenze. In particolare occorre rispondere ad un quesito: perché in Italia, nonostante degli attacchi economici giunti ormai ad un livello decisamente sostenuto, la risposta resta ancora così debole e dispersa?
Le risposte, anch’esse non esclusive per la situazione italiana, possono essere varie e cercheremo di analizzarle nei paragrafi che seguono cercando alla fine di tirare delle conclusioni.
3.1 Livelli espressi dalle lotte e azione della borghesia
Dall’autunno 2010 ad oggi l’Italia è stata attraversata da una serie di lotte che hanno investito un po’ tutte le categorie e tutti i settori:
“(…) i precari della scuola, di fronte ad un vero e proprio licenziamento di massa che non ha dato luogo a nessuna protesta sindacale, a nessun intervento di quelle forze politiche che si dicono progressiste e di sinistra, si sono organizzati da soli, promuovendo la loro lotta con i mezzi che potevano utilizzare visto che a loro, senza posto di lavoro, non è concesso nemmeno scioperare. Sono state le manifestazioni di piazza che questi lavoratori hanno scelto per portare avanti la lotta: presidii davanti agli uffici scolastici provinciali o davanti al ministero, occupazione di questi uffici, manifestazioni di strada. Collegati fra loro tramite internet e le assemblee cittadine, i precari hanno cercato innanzitutto di far conoscere la loro situazione e le loro rivendicazioni, con manifestazioni anche clamorose, come lo sciopero della fame, effettuato in diverse città, o il blocco dello stretto di Messina, che ha visto la partecipazione di migliaia di lavoratori sulle due sponde dello stretto. Accanto a questo, i precari hanno cercato la solidarietà degli altri lavoratori della scuola, e quella dei genitori degli alunni, chiamati a manifestare con i precari in difesa di una scuola dove i loro figli possano vivere in condizioni più decenti e non stipati in 35 in aule che non li possono contenere.”[1]
“Le lotte degli studenti universitari, con un’interessante eco nel mondo dei ricercatori e dei precari nonché delle scuole superiori, sono tornate ancora una volta, fragorose e vivissime come sempre, a riempire le cronache delle ultime settimane, innescate dalla discussione in parlamento sul cosiddetto decreto Gelmini, ma alimentate nel profondo dalla ricerca di un futuro che è stato negato a tutta l’attuale generazione di giovani.”[2]
Ed ancora la miriade di lotte nelle singole fabbriche e aziende, come quella di Pioltello, Milano, le Ceramiche Ricchetti di Mordano/Bologna, la ditta di trasporti CEVA di Cortemaggiore/Piacenza, le Cooperative di trasporto di Bergamo, la Elnagh di Trivolzio, Pavia, l’ex-ILA di Porto Vesme, Carbonia Iglesias, le Ferrovie dello Stato, l’Iribus di Valle Ufita, Avellino, la FIAT di Termini Imerese, l’Innova Service, la Jabil, ex Siemens Nokia, Cassina de’ Pecchi, Milano, i precari della ricerca dell’Ospedale Gaslini di Genova, la petroliera Marettimo Mednav, a Trapani, le 29 operaie in cassa integrazione della Tacconi, Latina, i Magazzini del “Gigante” di Basiano ecc. ecc.
Come si vede esiste un potenziale di lotta incredibile, con lotte a volte commoventi e sempre di grande valore. Ci sono decine di migliaia di proletari che sono riscaldati al colore rosso vivo sul piano della lotta, ma che esprimono la loro combattività nel chiuso del loro posto di lavoro. Infatti il minimo comune denominatore di tutte le lotte citate, e di tante altre non citate ma che esistono sul territorio, è la presenza di:
Anche se tutto questo esprime certamente un grande potenziale di lotta, il fatto che tutto ciò non vada oltre la dimensione della propria fabbrica - cosa favorita particolarmente dalla logica sindacale - diventa a lungo andare una trappola. Non è un caso se in tanti casi i lavoratori, intenti a fare settimane e mesi di lotte estenuanti ai cancelli delle proprie fabbriche o sui tetti o le ciminiere di una fabbrica, lamentino il fatto di rimanere inascoltati da altri proletari. Per evitare questo occorre ribaltare la logica della lotta, bisogna uscire dalla propria fabbrica mandando delle delegazioni in altre fabbriche, in altri posti di lavoro. La solidarietà è un’arma essenziale della lotta di classe, ma non è qualcosa che funziona a senso unico. La solidarietà significa un mutuo sostegno tra diversi settori della classe in lotta e tra gli stessi proletari.
Per spiegare perché la risposta proletaria resta ancora così debole e dispersa, come prima cosa possiamo ricordare la forza e la profondità degli attacchi contro le condizioni di vita dei lavoratori. Come è stato ricordato poco prima, l’attuale governo è quello che sta portando avanti l’attacco più profondo contro le condizioni di vita della gran parte della popolazione in Italia. Questo attacco sta già portando centinaia di migliaia di famiglie sul baratro della povertà assoluta (vedi storia degli esodati, dei licenziati, la crescente precarietà del lavoro, ecc. ecc.). Un elemento già ricordato in passato e che continua ad avere un’influenza oggi è probabilmente l’ambiguità con cui l’attuale governo Monti è entrato in scena. In realtà questo governo è stato presentato come quello che rompeva con il berlusconismo, quello che toglieva dalle leve del potere gli irresponsabili che avevano fatto arrivare lo spread ad oltre 400 e che nel frattempo si davano alla pazza gioia nei festini notturni. Bisogna anche dire che al cambio della guardia c’è stato chi ha festeggiato, tra i proletari, al nuovo governo, segno di quanto male abbia fatto non solo Berlusconi, ma soprattutto l’antiberlusconismo come campagna mediatica tendente ad attribuire ad un solo uomo, ad un solo partito o ad una sola parte politica, tutte le responsabilità della situazione attuale!
Un altro aspetto da tenere in conto è la politica condotta dalla borghesia nei confronti delle aziende in crisi o destinate a fallire. Per evitare di doversi confrontare con l’insieme dei dipendenti di quell’azienda si è adottata, tutte le volte che era possibile e che tornava utile al capitale, la politica dello “spezzatino, cioè lo smembramento in più aziende diverse tra cui una viene caricata di tutti i debiti e di tutti gli esuberi di manodopera, mentre le altre, alleggerite da questi problemi, vengono rilanciate sul mercato. E’ questo ad esempio il caso dell’Agile srl ex Eutelia dove, come viene giustamente denunciato dagli stessi lavoratori implicati, si è trovata la maniera di «licenziare 9000 persone senza che nessuno se ne accorga!!!»”[3]
All’interno di questo discorso un’annotazione particolare va fatta sul caso FIAT, la più grossa industria italiana ormai anch’essa di molto alleggerita in Italia in seguito alla politica dal pugno di ferro adottata dall’a.d. Marchionne. La FIAT sta infatti spostando gli interessi economici e produttivi dell’azienda sempre più al di fuori dell’Italia liberandosi dei pesi morti, come la fabbrica di Termini Imerese in Sicilia, la FIAT CNH di Imola e la Irisbus di Avellino. Il caso Fiat è emblematico perché questa industria, in Italia, è un simbolo sia per la borghesia che per le lotte proletarie e vincere o perdere su questo piano ha delle ripercussioni importanti per il resto dello scontro di classe. E’ perciò che le vicende che sono accadute in questa grossa azienda che dava lavoro in Italia a quasi 120.000 persone contro le 24.000[4] di oggi, sono così importanti. L’attacco di Marchionne ha teso essenzialmente a far passare, con le buone o con le cattive, le esigenze dell’azienda, imponendo una serie di aut aut ai lavoratori senza precedenti, come nel caso di Arese, dove ha imposto con la forza del ricatto un contratto di fame ai lavoratori, pena lo smantellamento dello stabilimento, o la sua decisione di uscire da Confindustria per avere le mani più libere per fare quello che più gli piaceva. In questo, va detto, ha avuto una buona sponda da parte del sindacato che ha portato i lavoratori a scontrarsi contro le manovre padronali con uno strumento del tutto inadeguato per la lotta di classe come il referendum. In più con la solita divisione delle parti con CISL; UIL e CGIL nazionale a favore della firma dell’accordo e la FIOM con tutti i sindacatini “alternativi” a votare contro. L’epilogo della sconfitta non poteva essere più bruciante![5]
A parte gli elementi sopra riportati, esistono ancora due elementi usati dalla borghesia in Italia per controllare la lotta di classe che sono piuttosto specifici di questo paese. Questi elementi sono l’uso della violenza e del terrorismo come surrogato della lotta di classe e quello del sindacalismo di base.
3.2 L’uso della violenza come surrogato della lotta di classe
Questo primo elemento ha radici molto lontane che affondano nella storia di quello che fu il partito stalinista più forte di tutto l’occidente, il cosiddetto Partito “Comunista” (sic) Italiano. Questo partito, fondato nel 1921 a Livorno con Bordiga alla guida, subì, come tutti gli altri partiti dell’epoca, un’involuzione che lo portò a tradire completamente gli interessi della classe operaia e a passare dalla parte della borghesia. Così il partito ormai stalinizzato del secondo dopoguerra non aveva nulla a che fare con quello rivoluzionario fondato da Bordiga. Ma l’intermezzo della guerra ed il periodo controrivoluzionario non permisero al proletariato di riconoscere il tradimento in questo partito che mantenne ancora a lungo l’illusione su una sua natura rivoluzionaria anche grazie all’ambiguità con cui mostrava un’immagine democratica da una parte e, dall’altra, l’immagine di una organizzazione comunque pronta alla rivoluzione. Il ruolo del democratico e del responsabile fu assunto da Togliatti, reduce dalla Mosca di Stalin, mentre quella del rivoluzionario che nascondeva le armi per l’ora X era Pietro Secchia di cui ricordiamo queste parole:
“Un partito comunista, un partito rivoluzionario deve avere due organizzazioni, una larga articolata di massa visibile a tutti, ed una ristretta segreta. Questo anche in tempi della più ampia democrazia e legalità perché non si può mai fare affidamento sui piani del nemico...” Secchia (in A.P.S., p. 587)[6]
Secchia non era un personaggio qualunque, ma uno che all’epoca competeva con Togliatti per la leadership del partito. Chiamato dallo stesso Togliatti a dirigere la commissione d'organizzazione, segnò subito un cambiamento. “Alla fine del 1945, quando si celebra a Roma il V Congresso del Pci, gli iscritti al partito sono già più che triplicati rispetto all'aprile. Sono 1.800.000, organizzati in 7000 sezioni e 30.000cellule; al VI Congresso nel 1948, gli iscritti sono 2.250.000 e le cellule sono diventate 50.000.”[7]
Queste due anime convivono nel partito senza che la seconda, quella lottarmatista, si esprima in maniera esplicita. E’ solo quando nel partito ci si rende conto che la politica di Togliatti, ormai inserito nelle istituzioni in qualità di ministro della giustizia, si muove esclusivamente sul piano della democrazia, una parte degli ex partigiani che non avevano consegnato le loro armi dopo il 25 aprile ripresero ad usarle in modo solitario e irregolare.
“Regolamenti di conti, duri e feroci, liquidazione fisica di fascisti e repubblichini avvennero, e numerosi ben dopo il 25 aprile del 1945. A Milano, lo abbiamo già raccontato, ancora alla fine di maggio venivano raccolti, ogni mattina all'alba, alla periferia, cadaveri di sconosciuti fucilati durante la notte. In Emilia, nelle province dove la lotta partigiana aveva avuto un forte connotato di classe, vennero eliminati nel corso dell'estate del 1945, signorotti fascisti e proprietari terrieri. (…) Ma nessun tribunale riuscì mai a dimostrare, nonostante tutti i tentativi fatti, una qualche responsabilità di dirigenti o organizzazioni del Pci. (…) Ma c'è senza dubbio anche un'altra storia del Pci, più segreta, fatta di appoggio e simpatia per questi piccoli gruppi armati. Non altrimenti si spiega l'avvio clandestino, verso i paesi dell'Est, della maggior parte degli imputati di quei processi quando condannati in contumacia. (…) La vicenda della Volante Rossa è da questo punto di vista esemplare, anche per la struttura che si dà, negli anni tra il 1945 e il 1949, in un singolare intreccio di attività legale e illegale, di normali attività sportive e ricreative e di operazioni terroristiche. Può accadere così che alcuni che fanno parte della Volante in quanto circolo ricreativo non sappiano nulla delle attività illegali del suo nucleo più ristretto cui involontariamente offrono copertura. E se è certo che molti dirigenti Pci di Milano conoscono questa attività segreta della Volante Rossa, è altrettanto certo che la maggior parte degli iscritti al Pci a Milano e in Italia ne sono totalmente all'oscuro (…). Quante sono le esecuzioni da addebitare alla Volante Rossa? E impossibile darne una cifra anche approssimativa: alcune furono azioni clamorose e in qualche modo "firmate", di altre sparizioni non fu possibile indicare la responsabilità. "Andavamo a prendere l'individuo" racconta un testimone che resta anonimo "lo portavamo dalle parti del campo Giuriati, perché allora lì era tutto prato e la mattina passava l'obitorio a ritirarlo." Alcuni fascisti vennero eliminati con una gita in barca sul Lago Maggiore; i cadaveri vennero poi ritrovati con una pietra al collo assicurata con un cavo di ferro.”[8]
In realtà questa componente del PCI fu successivamente lentamente emarginata perché di fatto il PCI, agendo in un paese che era stato assegnato dalla Conferenza di Yalta[9] al blocco occidentale e dunque alla tutela degli USA, non poteva permettersi di lanciarsi in avventure particolari. Tutt’al più poteva seguire di farsi uno spazio attraverso le elezioni, ma con il vincolo di rimanere comunque minoranza parlamentare! Ma la cosa importante è che è rimasta in questo partito, soprattutto nella tradizione orale, questa idea che il partito conservava le armi da qualche parte e il disappunto che non fossero utilizzate in questa o quella occasione. Come si vede la genesi del terrorismo è tutta interna alle istituzioni borghesi e in particolare a quel PCI che ci ha regalato oggi personaggi come Giorgio Napolitano, attuale presidente della repubblica, e tanti altri padri della repubblica democratica fondata sul lavoro … e soprattutto su tanto sangue!
Di conseguenza, quando nei primi anni ’70, con il riflusso del poderoso movimento dell’autunno caldo, una serie di elementi proletari vengono presi dallo sconforto e si chiedono cosa fare per contrastare il declino del movimento, ritenendo che la violenza abbia intrinsecamente un contenuto di classe, non trovano nulla di meglio che riprendere il cammino abbandonato dal vecchio PCI di cui tutto il brigatismo si sente orfano. Come si vede le debolezze che si manifestano nella classe operaia hanno sempre delle radici ed è importante risalire a queste radici per poterle estirpare una volta per tutte.
Come è noto la nostra posizione sul lottarmatismo o brigatismo, comunque lo si voglia chiamare, è del tutto negativo. Naturalmente proviamo tristezza per tutti quei proletari che, pur con grande coraggio e spirito altruistico, nel corso del tempo sono caduti in questa trappola infilandosi in situazioni del tutto controproducenti. Ma la questione è che il terrorismo ha un ruolo nefasto sull’azione della classe operaia nella misura in cui i proletari, di fronte ad atti di terrore, si vedono strappare l’iniziativa e restano paralizzati dal clima di terrore e di caccia alle streghe che immediatamente si instaura.
Bisogna poi dire che la borghesia italiana è riuscita addirittura a trarre profitto dalla presenza e dall’azione dei gruppi armati a vari livelli:
“Ma è stato proprio il timore di questa collera crescente all’interno del proletariato che ha suggerito alla borghesia di provvedere in anticipo a bagnare le cartucce al proprio nemico di classe. Così, da una parte, c’è stata la discesa in campo di tutte le forze della sinistra borghese, dal PD ai vendoliani di SEL, da CGIL e FIOM fino ai vari sindacati di base e alle varie associazioni tipo ARCI e quant’altro è presente nella galassia della sinistra borghese. (…). Su un altro e diverso fronte ha lavorato lo Stato per creare, già alla vigilia della manifestazione, un’atmosfera di tensione. L’episodio di Bologna di tre giorni prima era servito perfettamente ad aizzare gli spiriti più bollenti del movimento e a portarli a Roma con un atteggiamento di sfida. Così, una volta scesi in piazza, i vari settori di proletari, disoccupati, cassaintegrati, studenti, precari, ecc. ecc. si sono sentiti stretti tra due fuochi: da una parte dalla sinistra borghese che cercava di realizzare l’ennesima sterile sfilata, dall’altra dalla tentazione di lasciare almeno un segno tangibile della manifestazione, di fare almeno un poco male a questo sistema di padroni che vuole scaricare tutto il peso della crisi solo su chi lavora e sugli strati più deboli.”[10]
Come è ormai storia, gli scontri che ne sono seguiti hanno completamente disgregato e disperso una manifestazione di ben 200.000 manifestanti impedendo ogni sviluppo ulteriore del movimento[11]. Concretamente questo ha di fatto impedito che attecchisse realmente tra la gioventù in Italia un movimento tipo indignati e che potessero diffondersi quelle pratiche di assemblee, di incontri e discussioni che hanno fatto così bene al proletariato nel mondo intero.
3.3 Il ruolo del sindacato e del sindacalismo di base
Ma forse il principale elemento di freno dell’azione del proletariato in Italia è stato e resta l’azione del sindacalismo, ed in particolare quello di base. Nel 2011 c’è stato un record di ore si sciopero[12], a conferma dell’attivismo sindacale per evitare movimenti più ampi e/o tendenti all’autonomia. E mentre si fa sempre più strada tra i proletari l’idea che i sindacati tradizionali servono solo gli interessi dei padroni si sviluppa, ai margini delle strutture confederali, tutta una pletora di sindacatini divisi per aree geografiche, per settore lavorativo, ma soprattutto divisi tra di loro dall’ambizione di avere ognuno diritto di prelazione su quanto sfugge al controllo dei sindacati maggiori. Per capire questo fenomeno che è tipicamente italiano (a nostra conoscenza non esistono altri paesi con una tale quantità e variegazione di strutture sindacali) occorre fare un po’ la storia di queste formazioni.
Tra i primi a comparire abbiamo le Rappresentanze Sindacali di Base (RdB), che costituiscono la prima struttura ufficiale nell’ambito dell’INPS, nell’ottobre 1979:
“Nel 1977 alcuni rappresentanti dei lavoratori della sede centrale dell’Inps di Roma, componenti del Consiglio dei Delegati, regolarmente eletti, tentano di ridisegnare un modello di democrazia partecipativa in forte contrasto con la segreteria provinciale Flep/Cgil e con il resto del CdD (Cgil - Cisl - Uil) dando vita ad un Comitato di Lotta contro il rifiuto costante del CdD di tener conto delle volontà dell’assemblea”[13].
Successiva è “la nascita dei COBAS (acronimo di Comitati di Base della Scuola = Co.Ba.S, poi generalizzato in Co.Bas) (1986, assemblea al Liceo Virgilio di Roma; costituzione formale, 1987), sulla scia di un grande sciopero nazionale proclamato contro l’atteggiamento dilatorio del governo nelle trattative per il rinnovo contrattuale della scuola per il triennio 1985-88. (…) Si costituisce, agli inizi degli anni ‘90 il Cobas Coordinamento Nazionale, in cui confluiscono il Collettivo Politico Enel, i Collettivi della Sanità, delle Telecomunicazioni, degli Enti Locali, dell’Industria, del Trasporto e dei Servizi. Nel ‘99, il Cobas, Coordinamento Nazionale e il Cobas Scuola daranno vita alla “Confederazione dei Comitati di Base” (…) Quasi subito i Cobas diventano una bandiera. Nel giro di pochi anni arrivano ad avere i numeri per essere sindacato nazionale. (…) In poco più di un lustro i Cobas diventano all’Alfa di Arese il primo sindacato. Nel maggio del 1994 lo Slai Cobas vince le elezioni Rsu all’Alfa di Arese e tra gli operai dell’Alfasud e ottiene successi in numerose aziende. (…)”[14]
Le due diverse strutture sindacali RdB e COBAS, così come tutte quelle che verranno dopo, partono dall’idea che sia possibile praticare il sindacalismo, ovvero portare avanti una contrattazione permanente della forza lavoro con il padronato, in un’epoca in cui tale contrattazione è ormai impedita dell’assenza di ogni margine di manovra per la stessa borghesia che è esclusivamente interessata a togliere tutto quello che può dalle tasche dei lavoratori. Di fatto tutte le iniziative di costituzione di sindacati, come mostra in maniera emblematica proprio il citato sciopero dei lavoratori della scuole del 1986, non è stato mai ad iniziativa dei lavoratori ma sempre di un certo “ceto politico (…) in larga parte ereditato dal rottame parastalinista gravitante nell'orbita del Partito Comunista Italiano prima e di Democrazia Proletaria poi.”[15]
Nella primavera del 1992 nasce la CUB, Confederazione Unitaria di Base, che “organizza oltre 706.802 tra lavoratori dell’industria, dei servizi, del pubblico impiego, gli inquilini e i pensionati, ed è composta dai seguenti sindacati di base: FLMUniti (metalmeccanici, telefonici, energia); FLAICA (commercio, industria alimentare, igiene urbana, pulizie, servizi), ALLCA (chimici, energia, farmaceutici, plastica, gomma), CUB-Edili, CUB-Scuola, CUB-Informazione, CUB-Pensionati, CUB-Sanità, CUB-Tessili, CUB-Trasporti Aereoportuali, Cobas_pt-CUB, Fiap, FLTUniti (trasporto); CUB pubblico-impiego (pubblico impiego); SALLCA-CUB (Credito e Assicurazioni), Unione Inquilini (casa e territorio).”[16]
Ma tutto il percorso del sindacalismo di base, dalla sua nascita fino ai giorni nostri, come detto all’inizio, è all’insegna della competizione. E questa competizione si è periodicamente tradotta in scissioni traumatiche, tentativi di appropriarsi delle casse del sindacato, e tutto il ben di dio che si può immaginare in una struttura che differisce dalle grandi centrali sindacali solo per … una questione di taglia. Non è un caso che, con tutta la determinazione a lottare di ampi settori proletari, le lotte “controllate” dai vari sindacati di base siano rimaste sempre intrappolate nel loro ambito, come abbiamo anche recentemente cercato di mostrare.[17] Ecco alcuni passaggi significativi dell’opera di unificazione condotta da questi sindacati … “alternativi”:
Il 14 ottobre 1996 nasce, all'Alfa di Arese, il SinCobas (sindacato intercategoriale dei comitati di base), a partire da una scissione del comitato di base Slai Cobas e da successive separazioni di lavoratori e delegati da Cgil-Cisl-Uil.
Nel 2006 si forma l’Associazione Lavoratori Cobas, A.L.Cobas, (aderente alla CUB) “dopo che con un atto d’imperio, il coordinatore nazionale dello Slai-cobas aveva espulso i compagni dell’ATM. Il coordinatore nazionale dello Slai aveva, inoltre, addirittura notificato alla controparte (direzione atm) la decadenza dalle rsu dei compagni, la richiesta di estromettere dalla sede interna i delegati eletti dai lavoratori e il cambiamento del conto corrente delle tessere. (…) Il coordinamento nazionale dello Slai, dopo l’espulsione dei compagni dell’ATM Milano ha espulso quelli di Varese e Como, bloccando il conto corrente dove venivano accreditate le tessere. Da quel momento chiunque ha osato dissentire con la direzione dello Slai, ha subito ogni possibile accusa personale: traditore, venduto alla Cub per un posto da funzionario, ladro dei soldi delle tessere, venduto alla Fiat e sempre alla ricerca del compromesso legale per fare soldi ecc. ecc..”[18]
Il 14 gennaio 2007 nasce il Sindacato dei Lavoratori Intercategoriale dalla fusione tra i sindacati SinCobas, SALC e SULT.
Il 17 maggio 2008, 2.000 delegati tengono un’assemblea nazionale a Milano in cui “il processo di lento avvicinamento delle posizioni delle più rappresentative organizzazioni sindacali di base, Cub – Confederazione Cobas – SdL intercategoriale, in atto da tempo, ha subito una positiva accelerazione. (…) Il bilancio che facciamo, a sei mesi dall'Assemblea di Milano, è solo parzialmente positivo. (…) Il permanere di organizzazioni sindacali oggettivamente ancora in concorrenza tra loro, tuttavia, riduce l’impatto della nostra azione e amplifica la consapevolezza di quanto uno strumento realmente unitario potrebbe giovare alla causa che ci siamo prefissati.”[19]
Il 12 settembre 2008 CUB, Confederazione Cobas e SdL intercategoriale sottoscrivono un Patto di Consultazione Permanente nazionale, allo scopo di coordinare l'azione e le iniziative sindacali delle tre organizzazioni di base. “Il Patto di Consultazione Permanente prevede:
· riunioni periodiche a livello nazionale nel corso delle quali si confrontino le varie proposte di lotta, con l'obbiettivo di giungere a iniziative comuni, o ad iniziative di singola organizzazione ma non in competizione tra di loro;
· la realizzazione di iniziative unitarie di dibattito, convegni, seminari e l'elaborazione di documenti, prese di posizione comuni sui principali temi di conflitto con il padronato, il governo, i sindacati concertativi;
· la costituzione di un Forum permanente sulla rappresentanza, sui diritti sindacali, il diritto di sciopero e contro il monopolio concesso ai sindacati concertativi”.[20]
Sabato 7 febbraio 2009, la Confederazione Unitaria di Base (CUB), la Confederazione Cobas e SdL Intercategoriale, in continuità con il Patto di Consultazione Permanente stretto fra le tre organizzazioni, adottano il Patto di Base, con cui si intende perseguire obiettivi comuni e utilizzare strumenti organizzativi e di coordinamento sempre più incisivi. Questi i punti caratterizzanti il nuovo patto contenuti nella relazione introduttiva:
· “Il Patto di Base ha l’obiettivo di intensificare e facilitare l’unità d’azione tra le tre organizzazioni sindacali, portando a un più stretto e organico rapporto generale.
· Il Patto di Base rappresenta lo sviluppo naturale del Patto di Consultazione e ne assorbe contenuti e finalità e si prevede, per gestire efficacemente mobilitazioni e iniziative di lotta comuni, la realizzazione di sedi unitarie di dibattito, convegni, seminari ed elaborazioni di documenti.
· Inizialmente avrà organicità a livello nazionale e regionale, per procedere, nei tempi concordemente definiti, sul piano categoriale, territoriale e di posti di lavoro. Prevede quindi riunioni periodiche a livello nazionale e territoriale nel corso delle quali si cercherà di giungere in ogni occasione ad iniziative unitarie.”[21]
In un articolo di Umanità Nova del 19 aprile 2009 si legge: “In altri termini, le tensioni interne alla CUB, la più consistente organizzazione di quest'area (…) stanno (…) significativamente bloccando l'iniziativa del sindacalismo di base. Gran parte delle energie vengono assorbite dagli scontri interni e dal posizionamento in previsioni di scomposizioni e ricomposizioni mentre urgerebbe ben altro.”[22]
Tra il 21 ed il 23 maggio 2010 si è svolta un’assemblea nazionale in cui si è deciso lo scioglimento del SdL, che unitamente all'RdB ed a parte della CUB ha dato vita all'Unione Sindacale di Base.”[23]
In un altro articolo di Umanità Nova del 27 marzo 2011 si legge ancora, con un tono evidentemente ironico: “Evitiamo quindi di fare considerazioni sullo scontro attualmente in atto riguardo alla gestione ed al controllo del CAF di base e sulla lotta all’ultimo sangue, tra strutture ormai nemiche, attuata allo scopo di strapparsi reciprocamente i clienti. Evitiamo di ricondurre ogni cosa ad un’interpretazione banale e non molto fantasiosa: la scissione come risultato di uno scontro senza quartiere per cercare di conquistare un’egemonia intraorganizzativa ed il controllo completo di risorse scarse.”[24]
Il 22 giugno 2012 si tiene, subito dopo la manifestazione di Milano in occasione dello Sciopero nazionale dei sindacati di Base, un’assemblea autoconvocata dei delegati e degli attivisti di USB Lombardia. “Alla riunione erano presenti delegati e attivisti delle province di Milano, Pavia, Brescia Como e Varese. Per i partecipanti è venuta meno, o si è notevolmente affievolita, l’idea di un sindacato “includente ed aperto a processi unitari”, a tal punto da vedere “questo obiettivo strategico sacrificato a logiche che rischiano di farci fare enormi passi indietro e di farci tornare alla frammentazione tanto criticata”. (…) Per ora non c’è l’abbandono del sindacato ma la costituzione di una componente interna: Unità di Base. (…) “Vogliamo- conclude il documento – continuare a costruire un modello di sindacato completamente nuovo, (…) un modello sindacale che rompa con la tradizione burocratica ed accentratrice della storia delle organizzazioni del movimento operaio del secolo scorso, che sono alla base delle degenerazioni, delle involuzioni e quindi delle sconfitte che ci hanno portato alla situazione attuale, a questa “Caporetto” dei diritti di lavoratori e lavoratrici e a questa deriva autoritaria in cui a comandare sono le banche e i poteri economici”. A buon intenditore poche parole.”[25]
3.3 Prospettive della lotta di classe in Italia
Per trarre delle prospettive da tutto quanto abbiamo esposto dobbiamo stare attenti a non cadere in due stati d’animo (e in due atteggiamenti politici) opposti e simmetrici: da una parte quello di entusiasmarci per ogni azione della classe pensando che le cose si sviluppino da sole fino alla rivoluzione, dall’altra demoralizzarci per le difficoltà incontrate sul campo e pensare che non ce la faremo mai a superarle. La lotta del proletariato è di quelle che vincono una sola volta nella propria storia dopo aver accumulato una serie di sconfitte. E questa serie di sconfitte sono, per il proletariato, la scuola di guerra di classe attraverso cui, giorno dopo giorno, attraverso avanzamenti ed arretramenti sul piano della coscienza di classe, i proletari temprano le proprie armi.
In questo inizio di autunno stiamo assistendo all’acutizzarsi di una serie di lotte di lavoratori – ILVA di Taranto, Carbon-Sulcis, Alcoa, ecc., che stanno cercando in tutti i modi di difendere il loro lavoro e il futuro dei propri figli. Il problema è che la difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro in quanto proletari viene portata avanti come se ci potesse essere una compatibilità tra gli interessi proletari e quelli della borghesia.
Così gli operai delle acciaierie dell’ILVA, che si ritrovano un impianto chiuso dalla magistratura dopo aver scoperto che la “loro” produzione aveva procurato malattie respiratorie, cancro e morte a tanti altri proletari tarantini, si ritrovano stretti nel ricatto di dover scegliere tra la difesa del posto di lavoro e il fregarsene delle condizioni di salubrità della fabbrica e reclamare in alternativa il rispetto dell’ambiente e della salute di lavoratori e cittadini, cauzionando in questo modo, se non il licenziamento, un lungo periodo di cassa integrazione e di precarietà.
I minatori della Carbon-Sulcis, per protestare contro la chiusura della miniera, hanno iniziato una protesta scendendo a 400 metri di profondità e minacciando di usare il materiale esplosivo che utilizzano per svolgere quotidianamente il proprio lavoro. I minatori hanno anche stilato un piano per la riconversione della miniera e nello specifico per la produzione di energia pulita, ma è stato bocciato dal sottosegretario allo Sviluppo Economico De Vincenti per insostenibilità economica.
All’Alcoa, fabbrica di produzione dell’alluminio, la situazione è ancora bloccata in attesa che si faccia avanti un compratore disposto a investire. E dove, in seguito alle dichiarazioni del ministro Passera sulla non risolvibilità del problema, sono scoppiati degli scontri molto duri con le forze dell’ordine dopo il tentativo degli operai dell’Alcoa di spezzare il cordone delle forze dell’ordine in difesa del Ministero dello Sviluppo.
Tutte e tre queste lotte si urtano contro il problema delle compatibilità. Quella dell’ILVA con la questione ambientale, quella della Carbon-Sulcis con la produttività dell’impianto e quella dell’Alcoa con la possibilità di trovare un nuovo acquirente dell’impianto. Peraltro c’è spesso l’idea, veicolata dai vari sindacalismi, che la lotta è tanto più legittima quanto più si spinge a difendere la produttività e l’efficienza della fabbrica o dell’impianto in cui si lavora. Se si rivolge lo sguardo al panorama delle lotte in Italia si assiste ad una costellazione di lotte tutte del tipo visto sopra. Cos’è dunque che manca ai proletari per sviluppare una lotta veramente efficace?
Non manca la combattività. Non manca la determinazione. Ma resta ancora debole la percezione che per vincere occorre lottare su un piano esclusivamente proletario. Manca ancora il sentimento che, non solo in maniera ideale, ma anzitutto sul piano concreto e materiale, la lotta non può essere condotta per singole fabbriche o anche per singoli settori produttivi, né ancora che la lotta si possa svolgere con atti di forza, con singole manifestazioni o singoli scioperi generali. C’è ancora un cammino da fare per raggiungere una dimensione in cui il proletariato ritrovi la sua identità di classe, una dimensione nella quale lottare assieme a proletari di un’altra fabbrica o settore o città non è più una questione di alleanza tattica per essere momentaneamente più forti ma come l’unica chance per arrivare a costituire un fronte di lotta ampio e saldo con cui fronteggiare la borghesia e combattere per una società futura che restituisca la dignità a tutta l’umanità.
CCI 12 settembre 2012
[1] Italia: la maturazione della lotta di classe [246], (30/09/2010 su Rivoluzione Internazionale n°167).
[2] La lotta degli studenti: una generazione alla ricerca di un futuro negato [247], (08/12/2010 su Rivoluzione Internazionale n°168).
[3] Italia: la maturazione della lotta di classe [246], (30/09/2010 su Rivoluzione Internazionale n°167).
[5] Vedi l’articolo: Che cosa ha significato il Referendum alla Fiat Mirafiori di Torino [249], su Rivoluzione Internazionale n°169.
[6] Riportato in: Miriam Mafai, L’uomo che sognava la lotta armata. La storia di Pietro Secchia. 1984. Rizzoli
[7] Miriam Mafai, L’uomo che sognava la lotta armata. La storia di Pietro Secchia. 1984. Rizzoli.
[8] Miriam Mafai, L’uomo che sognava la lotta armata. La storia di Pietro Secchia. 1984. Rizzoli.
[9] La Conferenza, tenutasi nella città di Jalta in Crimea l’11 febbraio 1945 a guerra ancora in corso e tenutasi tra i capi delle tre principali potenze belligeranti, Churchill (GB), Roosevelt (USA) e Stalin (URSS), sancì di fatto la spartizione del mondo in due diverse zone di influenza, che poi costituirono i due diversi blocchi imperialisti, quello americano e quello sovietico.
[10] Manifestazione del 15 ottobre a Roma: cos’è che determina un rapporto di forza tra sfruttati e sfruttatori? [250], (25/10/2011), ICConline.
[11] Per una nostra posizione sulla violenza vedi Dibattito sulla violenza. E’ necessario superare il falso dilemma tra pacifismo socialdemocratico e violenza minoritaria [251] pubblicato su www.internationalism.org [12] e Manifestazione del 15 ottobre a Roma: cos’è che determina un rapporto di forza tra sfruttati e sfruttatori? [250]
[12] Nel solo 2011 6mila ore di sciopero, con un aumento del 55% rispetto a cinque anni prima. www.dirittiglobali.it [252]
[13] Fabio Sebastiani, Sindacalismo di base e democrazia sindacale: dall’autunno caldo quale modello di sindacato, www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=186 [253]
[14] Idem. Vogliamo precisare che noi non identifichiamo i Comitati di base della scuola che nascono alla fine del 1986, e che sono l’espressione di un movimento spontaneo che stava nascendo e che ha dato luogo a un momento importante di lotta almeno per tutto il 1987, con i Cobas-sindacato che nascono con il riflusso del movimento in effetti nel 1988.
[15] idem
[16] Chi siamo e cosa vogliamo. Una sintetica presentazione della CUB (03-10-2005), cub.it/article/?c=chi-siamo&id=3.
[17] Lotta di classe in Italia: perché le lotte non riescono ad unirsi in un unico fronte contro il capitale? [254] su Rivoluzione Internazionale n°173.
[18] A.L.Cobas, Chi siamo, 17/11/2005, cub.it/article/?c=organizzazioni&id=517.
[19] Fabrizio Tomaselli, Coordinatore nazionale SdL intercategoriale, Il tempo stringe: occorre accelerare il processo unitario dei sindacati di base! [255] (29 Novembre 2008 in www.pane-rose.it [256]).
[20] Tra CUB, Confederazione Cobas e SdL Intercategoriale firmato un Patto di Consultazione Permanente [257], (12 Settembre 2008 in www.pane-rose.it [256]).
[21] Seconda Assemblea nazionale Cub - Confederazione Cobas - SdL intercategoriale [258] (9 Febbraio 2009 in www.pane-rose.it [256]).
[22] Un due tre, stella... La marcia del gambero del sindacalismo di base, Umanità Nova, n. 15 del 19 aprile 2009.
[24] Dove va il Sindacalismo di base?, Umanità Nova, n. 10 del 27 marzo 2011.
[25] Mishima, C’è fermento nell’USB. A Milano, una assemblea sancisce la nascita di una componente interna. E’ l’inizio di una rottura? (4 luglio 2012)
- La chiusura delle fabbriche, la perdita di posti di lavoro, sono la conseguenza di cattiva gestione e menefreghismo dei padroni o la conseguenza di una crisi economica profonda e senza via di uscita che investe non solo l’Italia ma il mondo intero?
- Difendendo la propria azienda, rivendicandone la produttività e l’efficienza, non ci si pone in una posizione concorrenziale con altri settori proletari che caso mai vivono una situazione del tutto simile ma in un’azienda meno (o più) efficiente?
- Il diritto a una vita degna di questo nome può essere invocata subordinatamente all’efficienza della propria fabbrica o cedendo, come nel caso dell’Ilva, al ricatto di lavorare rischiando la salute propria e di un’intera popolazione pena la perdita del lavoro?
- Come possiamo difenderci? Quali armi abbiamo per costruire un rapporto di forza a favore dei lavoratori?
Discutiamone insieme alle prossime Riunioni Pubbliche della CCI che si terrànno a
Napoli, sabato 29 settembre dalle 16.30 alle 20.00, presso la libreria Jamm, via San Giovanni Maggiore Pignatelli, 32
Milano, sabato 6 ottobre dalle ore 16.30 alle 20.00, presso la libreria Calusca, via Conchetta 18.
Il “dibattito” sul “diritto” dei gay o delle lesbiche a sposarsi legalmente e a beneficiare, grazie a questo riconoscimento giuridico, dei vantaggi finanziari concessi alle coppie eterosessuali sposate, è da tempo una di quelle questioni che la classe dominante tira fuori periodicamente dal suo cappello per farne un tema a sensazione, soprattutto in tempo di elezioni. In questo articolo, vogliamo mettere in evidenza l’ipocrisia della classe dominante, di sinistra, di centro e di destra, che tratta il problema o dal punto di vista “umanitario” - la sinistra ed il centro – o con un approccio moralista-religioso, la destra. L’amministrazione Obama ama presentarsi come “liberale” e “progressista”, da cui i suoi appelli a ritornare sulle leggi contro il matrimonio gay passate in alcuni Stati (e più recentemente con un referendum nella Carolina del nord), senza tuttavia cercare di rendere il matrimonio gay un “diritto” costituzionale”. La destra ha bisogno di rispondere alle paure e all’esagerazione dell’insicurezza della sua base elettorale particolarmente conservatrice, da cui i discorsi contro il matrimonio gay del candidato del Partito repubblicano, Mitt Romney. Tutto il “dibattito” è in realtà uno stratagemma dell’amministrazione Obama per attirare i giovani e gli “indipendenti di spirito”, oltre all’elettorato gay e spingere Romney a screditarsi nei confronti degli Evangelisti se non risponde chiaramente e con forza contro il matrimonio gay. L’ulteriore spostamento a destra di Romney rischia di alienargli il settore indeciso e indipendente dell’elettorato. Chiaramente, questo atteggiamento legalista è del tutto ipocrito. Essa si propone di utilizzare una situazione che è certamente vissuta come drammatica e umiliante da gay e lesbiche, per alimentare le divisioni, l’animosità e altre incomprensioni per profitto politico. Inoltre, l’opposizione veemente che a volte la destra esprime nei confronti del matrimonio gay non deve farci credere che la legalizzazione di un aspetto della vita personale possa ostacolare in qualche modo il sistema stabilito dello sfruttamento capitalistico.
Oggi, se si accende il televisore e ci si sposta con il telecomando su un qualunque nuovo canale borghese importante, ci sono buone probabilità di sentire un “dibattito sui diritti dei gay”. E’ interessante notare come i media borghesi amino mettere il dito sulle differenze di vedute tra esseri umani, insistendo proprio sui punti su cui c’è meno accordo tra le persone. Ma la borghesia ed i suoi portavoce sulla stampa sono estremamente ipocriti. Soprattutto quando dei punti di vista “parziali” sono così malvisti nel clima politico attuale. Adesso, alcune frazioni della classe dominante affermano di sostenere il matrimonio gay. Inoltre, essi sostengono di farlo con un sentimento umanitario più profondo, riferendosi spesso alla lotta per i diritti dei gay, come ad una lotta per l’“uguaglianza” o i “diritti civili”.
Allora noi dobbiamo chiederci: “uguaglianza” in nome di che cosa? E per quali persone nella società? “L’eguaglianza nei confronti del matrimonio” è questa una rivendicazione adeguata della classe operaia? La libertà sessuale è di per sé possibile nel capitalismo? Come lavoratori, dobbiamo rispondere negativamente a tutte queste domande. Costruire un mondo libero dall’omofobia e dell’etero sessismo, nel quale ogni individuo sia visto e trattato come un essere umano piuttosto che come una categoria, è impossibile nel capitalismo.
Da qualche tempo, elementi della classe politica borghese sostengono il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso. I loro argomenti sono spesso assonanti con quelli usati per i lavoratori. Dicono che la legalizzazione del matrimonio omosessuale potrebbe migliorare la qualità della vita dei lavoratori gay poiché questi avrebbero accesso ai benefici per l’assicurazione, il divorzio, i diritti di proprietà, ecc. Ma nel capitalismo, le relazioni umane sono ridotte ad un rapporto di scambio. Le emozioni diventano dei semplici prodotti di consumo e di finanze per la borghesia. Possiamo così vedere la necessità di legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma chiediamoci pure qual è il concetto di matrimonio in generale nel capitalismo.
Marx e Engels hanno scritto nel Manifesto del Partito Comunista [260] che: “La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro”, continuando così più avanti: “Il proletario è senza proprietà; il suo rapporto con moglie e figli non ha più nulla in comune con il rapporto familiare borghese (…) Su che cosa si basa la famiglia attuale, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Una famiglia completamente sviluppata esiste soltanto per la borghesia: ma essa ha il suo complemento nella coatta mancanza di famiglia del proletario e nella prostituzione pubblica.”
Così, secondo la definizione data da Marx ed Engels del matrimonio nel capitalismo, possiamo cominciare a capire che “pari diritti nei confronti del matrimonio” è un’espressione che si applica solo a coloro che possono permettersi i benefici del matrimonio, benefici che si applicano solo alle classi proprietarie, solo a persone che possono permettersi un matrimonio legale. Il matrimonio riguarda fondamentalmente i diritti di proprietà e di successione. Per la borghesia, il matrimonio non ha nulla a che fare con il reciproco rispetto e l’amore - è solo una questione di possesso, di appropriazione e di diritti di proprietà.
Perché abbiamo bisogno che la borghesia ci dica cos’è il matrimonio e con chi possiamo o non possiamo sposarsi? Come abbiamo già scritto in Internationalism n°130 e in altri articoli della stampa della CCI, una società comunista sarà al contrario “una società al di là della famiglia in cui i rapporti umani sono regolati dall’amore reciproco e dal rispetto e non dalla sanzione di una legge dello Stato”.
Lo Stato democratico borghese ei suoi agenti non pongono mai questioni sui diritti dei gay in termini di bisogni umani. Quali sono i bisogni dei gay e delle lesbiche? O ancora quali sono i bisogni degli esseri umani in generale? Non c’è dubbio che la repressione delle comunità gay è reale. Vediamo l’omofobia, l’etero-sessismo, il patriarcato manifestarsi dappertutto nel capitalismo. Il bullismo nei confronti di giovani gay e lesbiche, per esempio, è stato recentemente descritto come “epidemico” da parte dei media borghesi. Molti eventi traumatici in cui degli omosessuali vengono aggrediti portano alla depressione e perfino, in alcuni casi, al suicidio.
Ma la borghesia che fa per risolvere questi problemi? Che leggi adotta? Esistono delle leggi riguardanti questi problemi sociali? No! Il dibattito è quasi sempre rinchiuso nel quadro della religione o del moralismo. Nei media più seguiti in particolare, e soprattutto nella retorica della classe dominante. Perché tutti i discorsi così ostentati sui “diritti umani”, che sono approvati dallo Stato capitalista e riconosciuti sotto forma del diritto, non possono nulla per sradicare la bigotteria religiosa e moralista vecchia di secoli. Le persone religiose sono “accusate” per il loro atteggiamento arretrato, cosa che favorisce la polarizzazione su questa atmosfera di caccia alle streghe. In situazioni come questa, legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso non può che aiutare lo Stato capitalista ad apparire come un’entità “giusta” e “benefica”.
Anche se c’è un’oncia di sincerità nel sostegno della classe dominante al matrimonio tra persone dello stesso sesso, ciò viene da loro bisogno di distogliere l’attenzione dei lavoratori e di annegarli nel circo della politica elettorale e del legalismo. Naturalmente è vero che il crescente sostegno alla libertà sessuale fa parte dello sviluppo, da parte dell’umanità, di una maggiore comprensione scientifica e di un più forte senso di solidarietà umana in generale. Ma la cosa non riguarda la classe dominante, e perché dovrebbe? Se hai dei soldi, i tuoi diritti non saranno mai minacciati o messi in discussione. “L’uguaglianza di fronte al matrimonio” non è uguale ad una buona relazione o a un’eguaglianza economica: essa risale ad una dominazione di classe accresciuta da parte della borghesia.
Le lotte sociali che riguardano solo parzialmente i problemi fondamentali del capitalismo, pur essendo espressione di problemi sociali reali che esistono nella società, sviano i proletari dalle loro discussioni e dai loro compiti rivoluzionari. Abbiamo già visto come la borghesia possa fissarsi sul dibattito sui diritti degli omosessuali, quasi fino all’ossessione. Ma questa fissazione esiste anche tra quelli che pretendere di essere “rivoluzionari”.
Molte persone usano un linguaggio esclusivamente indirizzato ai lavoratori per “organizzarli” intorno ad un grande problema sociale, che attraversa le classi. L’argomento secondo il quale i diritti dei gay ci avvicinerebbero ad una “piena uguaglianza” è del tutto fuori proposito; un principio fondamentale dei comunisti è che la piena parità è impossibile sotto il capitalismo. Perché mai i rivoluzionari dovrebbero combattere per “avvicinarsi” ad una società egualitaria? Noi dobbiamo combattere contemporaneamente contro tutte le ingiustizie del capitalismo! Molti di questi stessi “rivoluzionaria” descrivono le decisioni elettorali e legali a favore del matrimonio gay come delle “vittorie” per i lavoratori. Ma queste “vittorie” non fanno altro che rafforzare il ricorso alla società civile borghese.
I politici legalisti e democratici non hanno nulla da offrire alla classe operaia. La vera emancipazione dell’umanità non può venire che dalla rivoluzione della classe operaia. I lavoratori sostengono sempre i gay e gli omosessuali, soprattutto in una società in cui sono considerati come stranieri e ridicolizzati in modo così terribile. Ma dobbiamo essere vigili nei riguardi delle campagne borghesi che accompagnano questi dibattiti. Spesso ci distraggono e ci fanno perdere di vista l’obiettivo finale che è la fine di ogni forma di repressione e sfruttamento di chiunque sulla terra.
Jam (11 giugno 2012)
Mentre irrompe sui nostri teleschermi l’intensa propaganda nazionalista dei Giochi Olimpici, pubblichiamo qui di seguito un'opera d’arte del famoso “artista di strada” Banksy e la traduzione di un articolo di World Revolution, organo della Corrente Comunista Internazionale in Gran Bretagna.
L'immagine riportata nella, realizzata con sagome forate, è stata prodotta recentemente, malgrado i divieti e le minacce di multe, da qualche parte sui muri di Londra. Disponibile sul blog dell’artista (www.banksy.co.uk [263]), essa rappresenta un lanciatore di giavellotto armato con un missile. Essa rivela potentemente la vera “anima” di questi giochi.
Per quanto riguarda l’articolo dei nostri compagni d’oltre Manica, questo torna sulla storia dei Giochi a Londra, dal momento che questa città li accoglie per la terza volta, mostrando come i giochi e lo sport che vi si pratica sono un riflesso della società che li organizza, e perciò ignobili.
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Quest’anno è la terza volta che Londra ospita le Olimpiadi. Le tre date segnano tappe successive nell'evoluzione della società capitalistica.
Olimpiadi 1908: il dominio di una potenza mondiale
I Giochi olimpici del 1908 dovevano inizialmente svolgersi a Roma, ma l’eruzione del Vesuvio nell’aprile del 1906 impose che le risorse fossero utilizzate per la ricostruzione di Napoli. In quanto potenza mondiale, con un impero che ricopriva circa un quarto della superficie terrestre e un quinto della popolazione mondiale, il Regno Unito aveva all’epoca la capacità di farsi carico dei giochi all’ultimo minuto.
In dieci mesi, fu possibile organizzare il finanziamento, trovare un sito e costruire uno stadio fatto a mestiere. Le spese ammontarono a quasi 15000 sterline, ma ne entrarono ben 21377. Le prime Olimpiadi di Londra produssero dunque un profitto e in questo senso furono un successo. Ciò che deplorava il Times (del 27 luglio 1908) era che “La perfetta armonia che ognuno desiderava sia stata rovinata da alcuni conflitti deplorevoli e da proteste ed obiezioni alle decisioni degli arbitri. In molti giornali di tutto il mondo si è scatenato il sentimento nazionale facendo circolare liberamente accuse e controaccuse.” Tenendo conto dei conflitti crescenti tra le diverse nazioni, in un momento storico in cui l’imperialismo diventava il modo di funzionare del capitalismo, dopo la guerra ispano-americana del 1889, la guerra russo-giapponese del 1905 e tutti gli antagonismi che hanno condotto fino alla Prima Guerra mondiale, ciò non è affatto sorprendente.
Nel 1908, i giudici erano tutti britannici e vi era in media una denuncia della squadra americana al giorno. Si è cominciato con il rifiuto di piegare la bandiera americana davanti al re in occasione della cerimonia di apertura e si è continuato durante tutti i giochi. In occasione della prova di tiro alla fune, gli americani si sono lamentati degli stivali pesanti indossati dalla squadra della polizia di Liverpool. Quando la loro protesta fu respinta, gli Stati Uniti si ritirarono dalla gara. Allo stesso modo, nei 400 metri, i giudici inglesi decisero che la finale si sarebbe dovuta ripetere perché un atleta americano aveva dato una gomitata ad un avversario inglese. Al che gli americani boicottarono la gara. Contro le squadre provenienti da 22 paesi, con un totale di 2000 corridori, gli atleti della Gran Bretagna hanno vinto 146 medaglie! Un record ancora ineguagliato nelle Olimpiadi moderne. Come previsto dal Times (del 13/07/1908): “Quest’anno si può sperare di poter fare ai nostri concorrenti stranieri il complimento di mostrare loro che non abbiamo perso la nostra astuzia.”
Olimpiadi 1948: i Giochi dell’austerità
Durante i quaranta anni che hanno preceduto i Giochi di Londra del 1948, l’imperialismo britannico ha conosciuto molti cambiamenti. Le potenze imperialiste alleate dell’Inghilterra, la Russia e gli Stati Uniti, vincono la Seconda Guerra mondiale. Ma gli Stati Uniti erano ormai la potenza dominante in Occidente, ben al di sopra dell’Inghilterra ormai relegata al secondo posto.
Di conseguenza l’Inghilterra fu piuttosto esitante all’idea di ospitare le Olimpiadi. Con un’economia devastata, un razionamento (di cibo, petrolio e abbigliamento) che diventava più severo anche rispetto al periodo di guerra e un elevato tasso di disoccupazione, con molti senzatetto e scioperi di lavoratori, la Gran Bretagna attendeva disperatamente i fondi americani del piano Marshall e non era affatto sicura dell’impatto che i giochi avrebbero avuto.
Appena un mese prima dell’inizio dei Giochi, vi fu uno sciopero “illegale” dei portuali di Londra durante il quale furono inviate delle nuove truppe appena arruolate contro gli scioperanti. Per la prima volta, un governo utilizzava i poteri che gli conferiva la “legislazione dei poteri di emergenza” del 1920 per far fronte allo sciopero. Non era l’unica volta in cui i lavoratori si erano sollevati contro il regime di austerità del governo laburista del dopo guerra.
C’erano stati almeno due anni di preparazione per questi giochi. Anche se nessun nuovo sito è stato costruito in questa occasione, il lavoro forzato di prigionieri tedeschi o di guerra è stato utilizzato per diversi progetti di costruzione, inclusa la strada che porta allo Stadio di Wembley. Non per niente i Giochi Olimpici del 1948 sono stati riconosciuti come i giochi dell’austerità. I visitatori provenienti da altri paesi furono invitati a portare con sé il proprio cibo, anche se fu permesso l’aumento delle razioni per gli atleti come per quelle dei minatori. Gli atleti maschi furono ospitati nei campi della RAF, mentre le donne nelle università di Londra. Gli atleti inglesi dovevano finanche comprarsi o costruire la propria attrezzatura.
Con 4.000 atleti provenienti da 59 paesi, i giochi del 1948 costarono 73.2268 sterline e produssero entrate per la somma di 761688 sterline. Il profitto fu modesto, ma in più il Regno Unito arrivò solo al 12° posto nella classifica delle medaglie, e tutti sapevano che gli USA avrebbero vinto il primo posto prima ancora che i giochi avessero inizio.
Olimpiadi del 2012: Debiti e repressione
Benché alcuni paesi abbiano affermato di aver raggiunto la parità o di aver fatto qualche profitto (vedi le discutibili dichiarazioni di Pechino nel 2008), le Olimpiadi sono state un disastro finanziario per i paesi che le hanno ospitato di recente. Il debito di Montreal era così grande che fu regolato solo una trentina d’anni dopo. Il budget originale per i giochi di Atene del 2004 era di 1,6 miliardi di dollari: la spesa pubblica finale è oggi invece stimata intorno a 16 miliardi di dollari, con la maggior parte dei siti ormai abbandonati o poco utilizzati e un bisogno in danaro per la loro manutenzione e sicurezza che è di milioni. E’ chiaro che le Olimpiadi furono un fattore aggravante della crisi dell’economia greca.
Per Londra 2012, il budget iniziale è stato stimato in 2,37 miliardi di sterline, ma in sette anni, da quando fu presa la decisione, le previsioni sulla cifra finale si sono elevate da 4 fino a 10 volte il costo di partenza. Di conseguenza gli organizzatori hanno in programma di fare di tutto per recuperare le spese. I prezzi di ingresso, del cibo, delle bevande e di tutto ciò che riguarda le Olimpiadi sono per lo più scandalosi, anche per una città cara come Londra. Gli interessi degli sponsor ufficiali sono ferocemente difesi. Vi sono regole molto rigide sulla “pubblicità nascosta”, vale a dire sull’esposizione di qualsiasi cosa (compreso l’abbigliamento personale), che includa il nome di una società che non sia uno sponsor ufficiale.
Tuttavia, l’area in cui Londra 2012 sembra essere campione in tutte le categorie è quello della repressione. Durante i giorni più intensi, ci saranno 12.000 agenti di polizia in servizio. Ci saranno ancora 13.500 soldati a disposizione, cioè più delle truppe britanniche in Afghanistan, che rappresentano 9.500 soldati. E’ anche prevista la presenza di 13.300 guardie di sicurezza private. Queste ultime trascorreranno qualche giorno ad allenarsi con le truppe. Un portavoce della compagnia di sicurezza ha detto:
“Una parte degli allenamenti sul posto aveva per scopo quello di adeguare gli effettivi dei due gruppi; così gli spettatori dei giochi avessero la stessa esperienza sia con l’esercito che con le guardie private” (Financial Times, 24 maggio).
E come se tutto ciò non bastasse, è stata fatta un’ampia pubblicità al progetto di installazione di un dispositivo ultra-veloce di missili suolo-aria posto su un edificio vicino al principale sito olimpico. Presumibilmente, questo è destinato a scoraggiare il passaggio di aerei al di sopra di una zona residenziale densamente popolata.
In collaborazione con lo Stato britannico, gli organizzatori dei Giochi di Londra sembrano aver pensato a tutto. Benché possa non essere in grado di realizzarlo, il Ministero dell’Interno ha l’intenzione di fare controlli di sicurezza su ciascuno dei 380.000 tra atleti, funzionari, dipendenti e personale dei mezzi di comunicazione legati direttamente o indirettamente ai giochi. Vi saranno delle corsie “speciale giochi” sulle strade riservate ai veicoli ufficiali. E se ci si sposta in una di queste corsie, sono 135 sterline (170 euro) di multa. Entrando nei siti, si verrà perquisiti, senza possibilità di portare dell’acqua oltre la linea dei controlli di sicurezza. Sarà illegale usare Tweeter, Facebook o condividere in qualunque altra maniera foto dell’avvenimento.
Ci saranno più di 200 paesi rappresentati a questi Giochi e gli organizzatori faranno del loro meglio per fornire tutti i mezzi necessari per la solita orgia di nazionalismo, così che una grande opportunità pubblicitaria per la Coca Cola, McDonalds, Panasonic, Samsung, Visa, General Electric, Procter and Gamble, BMW, EDF, UPS e il resto della banda.
Ecco il nuovo menu per i moderni Giochi Olimpici: nazionalismo e commercio. Nel frattempo, durante i preparativi per Londra 2012, il consiglio locale di Newham, il quartiere in cui si trova lo Stadio Olimpico, ha cercato di “delocalizzare” 500 famiglie a Stoke-on-Trent, a 150 miglia di distanza. Gli inquilini locali vengono sfrattati dopo che gli affitti vengono gonfiati massicciamente in modo che i proprietari privati possano vendere le proprietà. Le Olimpiadi dovrebbero essere fonte di ispirazione per i giovani. Newham ha la popolazione più giovane di Inghilterra e del Galles, con la più alta percentuale di bambini al di sotto un anno. Presenta anche, in media, dimensioni del nucleo familiare più grandi, i più alti tassi di beneficiari di indennità a Londra, così come alti tassi di incidenza di malattie e morti premature. Per i bambini che vivono all’ombra di questo anno olimpico, è chiaro che il loro futuro non sarà migliorato dallo spettacolo della guerra per le medaglie.
Car (5 giugno)
Queste manifestazioni, cominciate con alcune centinaia di persone in aprile per passare rapidamente ad alcune migliaia successivamente, hanno condotto ad una vera ondata di collera che si è via via intensificata. Così, all’inizio del mese di luglio, in provenienza da diversi paesi (regione di Tohoku, a nord-est; isola di Kyushu, a sud; Shikoku, a sud-est; Hokkaido, a nord; Honshu, centro-ovest), i manifestanti sono confluiti numerosi in prossimità del Parco Yoyogi a Tokyo per sfilare per la strada. Rapidamente si è formata una grande manifestazione che raggruppava circa 170.000 scontenti. Non si era mai vista una tale manifestazione contro le condizioni di vita dagli anni ‘70. L’ultima, in ordine di tempo, di una certa ampiezza era stata contro la guerra in Iraq nel 2003.
Il fattore scatenante di questo malcontento è legato al trauma di Fukushima[3], alla forte indignazione di fronte alle menzogne delle autorità giapponesi e alla loro volontà di proseguire un programma nucleare suicida. L’ultimo piano nazionale prevedeva la costruzione di 14 nuovi reattori entro il 2030! Dopo il disastro di Fukushima, il governo non ha trovato di meglio per “rassicurare” e preparare il suo piano che dire alla popolazione: “Voi non sarete interessati immediatamente. (...) Non è grave, è come prendere l’aereo o essere esposti ai raggi solari”. Che cinismo! Non c’è da meravigliarsi che la popolazione incollerita richieda lo “stop al nucleare”, a partire dalla centrale di Hamaoka, a 120 km da Nagoya, situata in una zona di subduzione altamente sismica.
Oltre alla dimensione della manifestazione, che è stata una sorpresa per gli stessi organizzatori, ritroviamo in questa situazione lo stesso ruolo dinamico svolto da Internet, Twitter e dalla nuova generazione, in particolare dagli studenti universitari e delle scuole superiori. Per molti era la loro prima mobilitazione. Tra le manifestazioni quasi settimanali che si sono succedute, alcune sono state organizzate da liceali di Nagoya attraverso i social network e la nebulosa dei gruppi antinucleari[4]. Critiche arrivano dappertutto sul Web, i video si moltiplicano e i siti alternativi si espandono. Un po’ come il blog di un ex operaio della centrale di Hamaoka, che denunciava le menzogne sulla presunta “sicurezza” degli impianti nucleari, gli spiriti si animano. Uno studente a Sendai (nord-est), Mayumi Ishida, auspica a sua volta “un movimento sociale con scioperi”[5]. Questo movimento esprime pertanto nel profondo l’accumulo delle frustrazioni sociali legate alla crisi economica e alla brutale austerità. In questo, il movimento in Giappone si ricollega alle altre espressioni di questo movimento internazionale di “indignati”.
Persone molto in collera non esitano più a prendere la parola, anche se ci è difficile rendere conto in dettaglio di ciò per mancanza di informazioni precise.
Naturalmente, come altrove, questo movimento ha carenze significative, in particolare delle illusioni democratiche e dei pregiudizi nazionalistici marcati. La rabbia viene così largamente canalizzata e inquadrata dai sindacati e soprattutto, all’occorrenza, dalle organizzazioni antinucleari ufficiali. Dei politici locali di opposizione, con la loro demagogia e le loro bugie, riescono ancora spesso a polarizzare intorno a sé dei malcontenti, isolandoli gli uni dagli altri, spingendo verso delle azioni sterili, focalizzate esclusivamente contro questo o quel progetto dell’industria nucleare e soprattutto contro il primo ministro Naoto Kan, a cui tutto l’apparato politico giapponese assieme ai media ha affibbiato il ruolo del “cattivo ragazzo”, del ministro “fusibile”, come lo chiamano lì.
Nonostante queste numerose debolezze, questo movimento in Giappone è simbolicamente molto importante. Esso dimostra non solo che il suo relativo isolamento dalle altre frazioni del proletariato (legato a fattori geografici, storici e culturali) tende in parte ad essere superato[6], ma anche che tutta la propaganda nauseante dei media borghesi sulla presunta “docilità” dei lavoratori giapponesi si basa su pregiudizi costruiti per erodere l’unità internazionale degli sfruttati.
Un po’ alla volta, i lavoratori del mondo intero cominciano a intravedere la forza sociale che essi sono potenzialmente capaci di rappresentare per il futuro. Progressivamente, essi imparano che la strada è uno spazio politico che dovranno utilizzare per una lotta solidale. Potranno allora ritrovare, in Giappone come altrove, nello slancio di una forza rivoluzionaria internazionale, i mezzi per distruggere il capitalismo e per costruire una società liberata dallo sfruttamento e dalla barbarie. Si tratta di un lungo, di un lunghissimo cammino, ma è anche e soprattutto il solo che porta al regno della libertà.
WH (21 luglio)
[1] Vedi il Volantino internazionale di bilancio sui movimenti sociali del 2011: dall’indignazione alla speranza! [265] su Rivoluzione Internazionale n°175 [266]
[2] https://blogs.mediapart.fr/edition/japon-un-seisme-mondial/article/201111/fukushima-occuper-tokyo-des-manifestations-de-ma [267]
[3] Vedi gli articoli: Fukushima: un anno dopo, I parte. Una catastrofe planetaria [268], Fukushima, un anno dopo (II): Il peggio deve ancora venire [269] e, per una riflessione più generale, vedi: Energia nucleare, capitalismo e comunismo (I parte): l’uomo e la natura [122], Energia nucleare, capitalismo e comunismo (II parte): quale prospettiva? L’energia all’alba del capitalismo [270]
Nel 1984 il governo socialista del PSOE varò la prima Riforma del Lavoro, tre mesi fa l’attuale governo conservatore del PP mette in atto la peggiore Riforma del Lavoro … fino ad oggi. Nel 1985 il governo PSOE fece la prima Riforma delle pensioni, nel 2011 c’è stata un’altra riforma, a quando la prossima? Sono più di 30 anni che le nostre condizioni di vita sono gradualmente peggiorate, ma dal 2010 il degrado ha preso un ritmo vertiginoso e con le nuove misure del governo PP raggiunge livelli che comunque rimangono piccoli di fronti ai nuovi attacchi in arrivo. Inoltre c’è un inasprimento della repressione poliziesca: la violenza verso gli studenti a Valencia lo scorso febbraio, le bastonate ai minatori, i proiettili di gomma che hanno provocato un enorme ematoma sulla schiena di una bambina, la serrata del Congresso decisa dalla polizia di fronte alle manifestazioni spontanee che si stanno sviluppando dallo scorso mercoledì.
Noi, l’IMMENSA MAGGIORANZA, sfruttata e oppressa ma anche indignata, lavoratori pubblici e privati, disoccupati, studenti, pensionati, emigranti,… , ci facciamo molte domande su quanto sta succedendo. Dobbiamo condividere queste domande collettivamente nelle strade e nelle piazze, sui posti di lavoro, per cominciare a dare delle risposte, a dare una risposta di massa, robusta e sostenuta.
Il crollo del capitalismo
Cambiano i governi ma la crisi è ogni volta peggiore e i tagli ogni volta più sanguinosi. Ad ogni vertice della UE, del G20, ecc., ci presentano la «soluzione definitiva»… che il giorno dopo risulta essere un sonoro fiasco! Dicono che i tagli faranno diminuire i rischi, ma succede PROPRIO IL CONTRARIO. Dopo tanti salassi alle nostre condizioni di vita, il FMI riconosce che bisognerà aspettare fino al 2025 (!!) per recuperare il livello economico del 2007. La crisi segue un corso implacabile e inesorabile lasciando ad ogni passo milioni di vite stroncate definitivamente.
Certo, ci sono paesi che stanno meglio di altri, ma noi dobbiamo guardare al mondo tutto insieme. Il problema non si circoscrive a Spagna, Grecia o Italia, né può ridursi alla «crisi dell’euro». La Germania è al limite della recessione e ha 7 milioni di minilavori (con salari di 400 euro); negli Stati Uniti la disoccupazione corre alla stessa velocità degli sfratti. In Cina l’economia conosce sette mesi consecutivi di decelerazione a dispetto della folle bolla immobiliare che ha fatto sì che solo a Pechino ci sono 2 milioni di appartamenti vuoti. Stiamo soffrendo sulla nostra carne viva la crisi mondiale e storica del sistema capitalista che comprende tutti gli Stati, quale che sia l’ideologia che essi professano: ‘comunista’ come in Cina o Cuba, ‘socialista del secolo XXI’ in Ecuador o Venezuela, ‘socialista’ in Francia, ‘democratico’ negli USA, liberale in Spagna o Germania. Il capitalismo, dopo aver formato il mercato mondiale, si è trasformato da quasi un secolo in un sistema reazionario che ha sprofondato l’umanità nella peggiore barbarie: due guerre mondiali, innumerevoli guerre locali, distruzione dell’ambiente … e, dopo aver ottenuto dei momenti di crescita economica artificiale, alla base della speculazione e delle bolle di ogni tipo, adesso, e fin dal 2007, si scontra con la peggiore crisi della sua storia con Stati, imprese e banche sprofondati in una insolvenza senza soluzioni. Il risultato di questo fallimento è un’enorme catastrofe umanitaria. Mentre la fame e la miseria continuano a crescere in Africa, Asia e America Latina, nei paesi ‘ricchi’ milioni di persone perdono il proprio lavoro, centinaia di migliaia vengono sfrattati, la maggioranza non riesce ad arrivare a fine mese, vede la sua esistenza resa molto precaria per i tagli ai servizi sociali e, infine, è schiacciata dal carico di tasse (dirette e indirette).
Lo Stato democratico è la dittatura della classe capitalista
Il capitalismo divide la società in due poli: il polo minoritario della classe capitalista che possiede tutto e non produce niente; e il polo maggioritario delle classi sfruttate, che produce tutto e riceve sempre di meno. La classe capitalista, questo 1% della popolazione come si dice nel movimento Occupy degli Stati Uniti, si mostra sempre più corrotta, arrogante e insultante. Accumula ricchezze con una faccia tosta indecente, si mostra insensibile di fronte alle sofferenze della maggioranza e il suo personale politico impone dovunque tagli e austerità … Perché, malgrado i grandi movimenti di indignazione sociale che si sono avuti nel 2011 (Spagna, Grecia, Stati Uniti, Egitto, Cile, ecc.), continua imperterrita a mettere in piedi politiche contro gli interessi della maggioranza? Perché la nostra lotta, malgrado le valorose esperienze vissute, è ancora molto al disotto di quello che sarebbe necessario?
Una prima risposta sta nell’inganno insito nello Stato democratico. Questo si presenta come ‘l’emanazione di tutti i cittadini’, ma in realtà è l‘organo esclusivo ed escludente della classe capitalista, è al suo servizio, e conta con due mani: la mano destra composta da polizia, carceri, tribunali, leggi, burocrazia, con cui ci reprime e schiaccia ogni tentativo di ribellione. E una mano sinistra con un ventaglio di partiti di tutte le ideologie, con sindacati apparentemente indipendenti, con servizi di coesione sociale supposti fatti per proteggerci … con i quali ci creano false illusioni per sconfiggerci ingannandoci, dividendoci e demoralizzandoci.
A cosa sono serviti i voti che abbiamo espresso ogni 4 anni? I governi usciti dalle urne hanno mantenuto qualcuna delle loro promesse? Qualunque fosse la loro ideologia, con chi si sono schierati? Con i propri elettori o con il Capitale? A che sono servite le innumerevoli riforme e cambiamenti che sono stati fatti nell’istruzione, nella sicurezza sociale, in economia, in politica? Non sono stati in realtà un “che tutto cambi perché tutto resti uguale”? Come si diceva nel movimento del 15M: «La chiamano democrazia e non lo è, è una dittatura e non si vede».
Di fronte alla miseria mondiale, rivoluzione mondiale contro la miseria!
Il capitalismo porta alla miseria generalizzata. Ma non dobbiamo vedere nella miseria solo la miseria! Nelle sue viscere si trova la principale classe sfruttata, il proletariato, che con il suo lavoro associato – lavoro che non si riduce all’industria e all’agricoltura, ma che comprende l’istruzione, la sanità, i servizi, ecc. – assicura il funzionamento di tutta la società e perciò ha la capacità di paralizzare la macchina capitalista e aprire la via per creare una società in cui la vita non sia sacrificata sull’altare del profitto capitalista, in cui l’economia della concorrenza sia sostituita dalla produzione solidale per la soddisfazione piena delle necessità umane. Insomma, una società che superi le contraddizioni in cui il capitalismo trascina l’umanità.
Questo, che non è un ideale ma scaturisce dall’esperienza storica e mondiale di più di due secoli di lotta del movimento operaio, pare oggi difficile e lontano. Un motivo lo abbiamo già evidenziato: ci ingannano con l’illusione dello Stato democratico. Ma ci sono cause più profonde: la maggioranza dei lavoratori non si riconosce come tale. Non abbiamo fiducia in noi stessi come forza sociale autonoma. E, soprattutto, il modo di vita di questa società basato sulla competizione, sulla lotta di tutti contro tutti, ci porta all’atomizzazione, all’ognuno per sé, alla divisione e allo scontro tra noi.
La coscienza di questi problemi, il dibattito aperto e fraterno su di essi, il recupero critico delle esperienze di più di due secoli di lotta, ci danno i mezzi per superare questa situazione ed essere capaci di rispondere. Il giorno stesso in cui Rajoy annunciò le sue misure cominciarono a nascere alcune risposte. Molta gente accorse a Madrid alla manifestazione di solidarietà con i minatori. Questa esperienza di unità e solidarietà si è tradotta nei giorni seguenti in manifestazioni spontanee convocate dalle reti sociali. Si è trattato di una iniziativa propria dei lavoratori pubblici, al di fuori dei sindacati. Come continuare, tenendo conto che sarà una lotta lunga e difficile? Alcune proposte:
La lotta unitaria. Disoccupati, lavoratori pubblici e privati, precari e funzionari, pensionati, studenti, emigranti, UNITI POSSIAMO. Nessun settore può restare isolato e rinchiuso in un angolo. Di fronte a una società di divisione ed atomizzazione dobbiamo far valere la forza della solidarietà.
Le assemblee generali ed aperte. Il Capitale è forte se noi deleghiamo le cose ai professionisti della politica e della rappresentazione sindacale che ci vendono da sempre. Assemblee per pensare, discutere e decidere uniti. Perché tutti si sentano responsabili di quanto concordato, per vivere e sentire l’allegria di restare uniti, per rompere la barriera della solitudine e dell’isolamento e coltivare la fiducia e l’empatia.
Cercare la solidarietà internazionale. Difendere la nazione fa di noi carne da cannone nelle guerre; la xenofobia, il razzismo, ci separano e ci mettono contro i lavoratori del mondo intero che sono quelli in cui possiamo avere fiducia e creare la forza per lottare contro gli attacchi del capitale.
Raggruppiamoci sui luoghi di lavoro, nei quartieri, attraverso Internet, in collettivi che riflettano su quello che sta succedendo, organizzino riunioni e dibattiti, stimolino e preparino le lotte. Non basta semplicemente lottare, bisogna lottare con la chiara coscienza di quello che sta succedendo, di quali sono le nostre armi, di chi sono i nostri amici e chi i nostri nemici!
Ogni cambiamento sociale è inseparabile da un cambiamento individuale. La nostra lotta non può limitarsi a un semplice cambiamento di strutture politiche ed economiche, è un cambiamento radicale di sistema sociale e pertanto della nostra stessa vita, del nostro modo di vedere le cose, delle nostre aspirazioni. Solo così svilupperemo la forza per resistere alle innumerevoli trappole che ci tenderanno, ai colpi fisici e morali che riceveremo. Un cambiamento di mentalità che vada verso la solidarietà, la coscienza collettiva, che non sono solo il cemento della nostra unione ma anche i pilastri di una futura società liberata dal mondo di competizione feroce e dal mercantilismo estremo che caratterizza il capitalismo.
Corrente Comunista Internazionale, 16-7-2012
La classe operaia in Spagna sta affrontando delle misure di austerità particolarmente dure in un contesto di profonda crisi economica, il che sta aumentando la tensione sociale. Le lotte che hanno avuto luogo nel 2011 in risposta alla crisi sono state, in molti casi, elemento di ispirazione per altri movimenti. Nel caso del movimento 15-M, questo è stato influenzato dalla primavera araba e, a sua volta, ha ispirato lo sviluppo delle lotte in Grecia e negli Stati Uniti, per esempio. L’anniversario del 15-M ha coinciso con l’inizio dello sciopero degli 8000 minatori nel nord della Spagna contro un importante ritiro di aiuti pubblici al settore che, oltre che portare alla chiusura dell’industria mineraria, metterebbe a rischio 40.000 posti di lavoro dell’indotto, in un paese che ha già il 24% di disoccupazione di cui la metà al di sotto di 25 anni. Questo articolo mira a contribuire al dibattito su quali lezioni possiamo trarre, dopo un anno, dal movimento del 15-M e sullo sciopero dei minatori.
La difficoltà a lottare con la spada di Damocle del licenziamento sulla testa
I minatori spagnoli, in particolare nella regione delle Asturie, hanno una lunga tradizione di lotta, con episodi importanti come l’insurrezione del 1934 o gli scioperi del 1962, per cui non è affatto una sorpresa la loro determinazione a rispondere all'attacco con lo sciopero iniziato il 31 maggio. Non si può negare il loro coraggio nella lotta, dove hanno messo molti posti di blocco ed hanno fatto uso di armi improvvisate per respingere gli attacchi della Guardia Civile tesi a rimuovere i blocchi, e le loro risposte agli arresti, alle cariche e ai pestaggi da parte delle forze di sicurezza. Tutto questo ha suscitato simpatia in molte persone, come nel caso dei partecipanti al forum libcom[1] o al web della Tendenza Comunista Internazionalista[2].
La situazione ricorda tanto quella dello sciopero dei minatori nel Regno Unito degli anni 1984-85, quando questo settore combattivo, profondamente rispettato e in gran parte portatore di speranze per tutta la classe operaia, si lanciò in uno sciopero coraggioso e duro, con numerosi scontri con la polizia per difendersi dai brutali livelli di repressione. Come adesso i minatori spagnoli, quelli inglesi dovevano far fronte ai piani di chiusura di molte miniere in un momento di forte disoccupazione. La lotta si concluse con una sconfitta che pesò enormemente sulla classe operaia in Gran Bretagna nei decenni successivi[3].
Nel dibattito sul forum libcom, “Fingers Malone” fa notare la difficoltà della situazione dei minatori spagnoli a causa della natura dell’attacco, che sostanzialmente corrisponde alla chiusura del settore: “lo sciopero di per sé non ci porterà da nessuna parte”, che spiegherebbe le altre azioni che stanno conducendo i minatori, come blocchi stradali e chiusure nelle miniere. Ma queste azioni sono in grado di far avanzare la lotta in maniera efficace? Il problema non è solo che lo sciopero in sé non basta, ma anche l’andare in sciopero da soli, isolati da altri settori della classe operaia, pone in una posizione di debolezza di fronte al potere (mediatico, economico, politico, repressivo) dello Stato e conduce con alta probabilità alla sconfitta. Lo sciopero generale dello scorso 18 giugno nelle regioni minerarie, organizzato dai sindacati (CCOO e SOMA-UGT) e sostenuto dalla sinistra, certamente non è servito a rompere l’isolamento dei minatori, confinati nelle aree ed industrie colpite dalla riduzione delle sovvenzioni. E la stessa rivendicazione di un “piano per il carbone” in Spagna, in tutto simile a quello dei minatori britannici «coal not dole» (carbone, non disoccupazione), chiaramente non fa altro che aumentare l’isolamento dello sciopero.
In questo senso, lo slogan “non siamo indignati, siamo incazzati” in realtà esprime i limiti della lotta, con l’illusione che la loro forza, come minatori, sarebbe bastata per fare fronte allo Stato. In qualche modo i minatori vedono se stessi come espressione di una posizione più radicale di quella degli “indignati”, che è stata una delle lotte più importanti dello scorso anno, non solo in Spagna, ma anche a livello internazionale. Però, nonostante la sua grande combattività e la grande tradizione di lotta della classe operaia, l’isolamento dei minatori è una debolezza cruciale che potrebbe significare una importante battuta d'arresto per la lotta di classe nel suo complesso.
Un anno dopo, che resta del movimento 15-M?
Nonostante le enormi difficoltà incontrate dalla borghesia per gestire la situazione economica, non dobbiamo mai sottovalutare l'esperienza che ha nella sua lotta contro la classe operaia, come mostrato da manovre quali l'isolamento dei minatori o l’ultimo sciopero sindacale del 29-M[4], immediatamente seguito dall’annuncio dei tagli fino a 27.000 milioni di euro.
La “celebrazione” dell’anniversario del 15-M ne è un altro esempio: una parodia degli eventi di un anno fa destinata a cancellare, o almeno ad alterare, il ricordo delle mobilitazioni del 2011, proprio quando c’era il bisogno di riflettere, discutere e digerire le lezioni di questa esperienza. Quest'anno, in occasione dell’anniversario, sono state convocate manifestazioni da ogni tipo di organizzazione di “sinistra” e di sindacati, e non da assemblee, che non esistono più, con una sottolineatura delle posizioni democratiche e riformiste “cittadine”, lontane da una visione di classe.
Le false alternative che offrono la destra del PP al governo e la sinistra sono perfettamente complementari. Il primo ha utilizzato la minaccia di repressione contro il movimento, accusandolo di essere manovrato dal PSOE. Da parte sua il PSOE, che lo scorso anno cercò di distorcere il significato del movimento qualificandolo come piccolo borghese, marginale e senza prospettive, oggi lo elogia come una grande “vittoria”, con un grande futuro e peso nella società. La borghesia denigra sempre un movimento reale, per poi tornare a glorificarlo una volta che è riuscita a trasformarlo in un guscio vuoto e in un ricordo inoffensivo.
Le manifestazioni per l'anniversario sono state affollate, ma non come nei momenti di punta del movimento dei mesi di giugno, luglio o ottobre dello scorso anno. Sono riapparse delle assemblee a Madrid, Barcellona, Siviglia, Valencia, Alicante e altre città. Tuttavia, anche se le assemblee sono state accolte con interesse e curiosità nella notte di sabato, sono state progressivamente abbandonate, non c’era forza nel movimento per resistere al controllo delle organizzazioni di sinistra; la gente ha scelto di andarsene. Tuttavia c'erano segni di carattere proletario: la partecipazione massiccia di giovani; un’atmosfera sana e allegra; alcuni contributi al dibattito interessanti. A Madrid c'è stato un interessante dibattito sul tema della salute; si sono sentiti degli interventi di carattere proletario, sebbene con una presenza minore rispetto allo scorso anno. Ma il movimento in generale non poteva spezzare le catene imposte dalla borghesia, e si è espresso come una caricatura del movimento originale del 15-M, ricordando più una gita di fine settimana che altro.
Prospettive per la classe operaia
I movimenti sociali che si sono prodotti nel 2011 sono stati un’esperienza molto interessante per la classe operaia per la loro dimensione internazionale, per l’occupazione delle strade, e per l’esistenza di assemblee come cuore del movimento[5]. In Spagna ci sono state manifestazioni di massa nel settore dell'istruzione a Madrid e Barcellona; nella sanità a Barcellona; tra gli studenti a Valencia. Lo sciopero sindacale del 29 marzo e dei minatori sono anche esperienze importanti su cui riflettere.
A valle di tutte queste esperienze c’è la sensazione come se il movimento stesse ripensando al cammino percorso, rivedendo le proprie debolezze e difficoltà nello sviluppo di una lotta in grado di far fronte alla gravità della situazione e al livello degli attacchi. Questo processo di riflessione è assolutamente essenziale per preparare il terreno per lo sviluppo di una risposta che sia un movimento più ampio e profondo, capace di mettere in discussione lo stesso sistema capitalista.
Vi è un’idea che si afferma sempre più secondo cui il capitalismo è un sistema in bancarotta che non ha futuro, che dopo cinque anni di crisi la classe dominante non ha alcuna risposta e che è necessario cambiare sistema. Per esempio, in un’assemblea a Valencia, una donna ha parlato in linea con le posizioni della CCI secondo cui il movimento 15-M conteneva al suo interno un’ala rivoluzionaria e un’ala riformista e che era necessario sostenere la prima. Ma c’è anche una ricerca di risposte o azioni immediate inutili o addirittura ridicole, come l’idea che se tutti i clienti della Banca Nazionale ritirassero i propri soldi si “farebbe un grande danno al capitalismo.”
Così, mentre fa capolino l’idea di farla finita con il capitalismo, si presenta anche la difficoltà di come arrivarci, e quindi una speranza che caso mai il fallimento del sistema possa essere reversibile. Qui la sinistra e l’estrema sinistra si sbizzarriscono a sviluppare tutta una serie di “soluzioni” per riformare il capitalismo, come l’applicazione di imposte ai ricchi, l’eliminazione della corruzione, la nazionalizzazione, ecc. Proposte che, guarda caso, sono in larga parte appoggiate anche dal centro e dalla destra!
E’ cruciale evitare di cadere nella trappola delle alternative riformiste. Ma è altrettanto importante che il disprezzo per i politici in generale e per le menzogne della sinistra in particolare, non ci portino a ritirarci in gruppi isolati locali, riluttanti a tutto ciò che supera i nostri confini. Solo se superiamo queste trappole potremo avanzare nel processo di riflessione sulla crisi del capitalismo, sulla necessità di rovesciarlo e su come la classe operaia potrà avanzare nella sua lotta, ognuno di questi elementi essendo essenziale per la preparazione delle lotte future.
Alex 30/6/12
Rapide riflessioni sulla lotta dei minatori e la situazione attuale da parte di un lettore
La lotta dei minatori non è, come alcuni settori hanno voluto trasmettere, una battaglia decisiva o esemplare per il resto del proletariato, la cui sconfitta significherebbe una grave battuta d’arresto per l’intero movimento operaio. Le caratteristiche dei minatori oggi sono molto specifiche e minoritarie: un settore con una lunga tradizione di lotta e capacità di mobilitazione, consapevole dei suoi interessi di categoria, con una forte presenza e controllo sindacale e con un’identificazione con le aree geografiche minerarie. D'altra parte, quello che succede in Spagna ed a livello internazionale è giusto il contrario: distruzione dei legami sociali sul posto di lavoro o nel quartiere, poca o nessuna memoria o tradizione di metodi di lotta proletaria (assemblee, manifestazioni di solidarietà, auto-organizzazione), vulnerabilità crescente nei confronti dei disegni del capitale e del suo Stato, stagionalità, precarietà, disoccupazione di massa.
In effetti, l’idea che la combattività di un settore (quand’anche molto combattivo, come quello dei minatori) possa far retrocedere la borghesia nello stato attuale della crisi capitalista è una trappola: solo la lotta di massa di ampi settori del proletariato può farlo.
La presentazione, da parte della sinistra e dei sindacati, dei minatori come “eroi solitari della classe operaia” è un'altra trappola che approfondisce ulteriormente l’isolamento di questi con gli altri settori. I sindacati e la sinistra (con le loro appendici “radicali” dietro) stanno facendo tutto il possibile per isolare i minatori e condurli verso azioni sterili (vedi “marcia nera”) mediatizzata e ben controllate.
La redditività di un settore e gli aiuti che questo deve ricevere dallo Stato non sono questioni che riguardino i lavoratori. L’economia capitalista ha visto sempre, più o meno, l’intervento dello Stato per qualche ragione. Quello che ci deve preoccupare invece è che siamo tutti soggetti allo stesso giogo e abbiamo tutti lo stesso nemico: il sistema capitalista. Il futuro dei minatori è lo stesso che per la gran parte del proletariato: precarietà, disoccupazione, miseria, emigrazione. Per combattere contro questo, i minatori devono smettere di farlo come minatori per farlo invece come proletari con il resto della classe operaia.
Qual è dunque il risultato prevedibile e le lezioni che possiamo trarre dal conflitto dei minatori? Un forum Internet lo riassume bene:
«Più dello stesso, le CCOO e l’UGT propongono una marcia a Madrid, dove verranno accolti come eroi, opportunamente isolati dalla lotta di classe ... però questo sì, con mille aneddoti di viaggio che verranno riportati in reportage, cronache, You Tube, ecc, ecc La dispersione sindacale e democratica, organizzata, usura ... e lo Stato mantiene la sua posizione. I minatori isolati e democraticamente canalizzati, sebbene incazzati, saranno (di nuovo) sconfitti. In particolare la rivendicazione di fondi per l'industria mineraria dà ben poche possibilità che altri lavoratori si sentano implicati e partecipino.
E non importa che questo isolamento sia pacifico o violento. (…) Il capitale e il suo Stato guadagnano forza e diventano più difficili da affrontare. Bisogna smettere di sprecare energie in giorni e giorni di mobilitazioni inefficaci, controllate e prefabbricate dai sindacati democratici ... e, infine, spettacolo a Madrid, “abbiamo fatto tutto quello che si poteva”, “siamo al limite”, “esaurimento e depressione generale tra i lavoratori” .... in autobus a casa, e CCOO e UGT eroi incompresi le cui “proposte logiche e sensate” non vengono neanche ascoltate dal Ministro e dall’amministrazione». (inter-rev.foroactivo.com/t1677-mineria-del-carbon-manifestaciones-hg-y-marchas-convocadas-por-soma-ugt-y-ccoo-aislamiento-es-derrota [277]). «Con i petardi e questo tipo di confronto non si stabilisce alcun rapporto di forze con il capitale. SOLO ESTENDENDO i conflitti con metodi e rivendicazioni di classe anti-capitalisti, INGLOBANDO il maggior numero possibile di proletari attivi o disoccupati, pensionati o no, la cosa potrà essere realizzata. Questo significa precisamente l’indipendenza organizzativa e politica della classe operaia, e non il seguire progetti democratico-borghesi. “Salvare il carbone”, “salvare la miniera”, “difendere le Asturie” e slogan di questo tipo corrispondono a salvare gli interessi padronali, che possono svilupparsi e mantenersi sfruttando i lavoratori, con o senza aiuti, con o senza bandiere asturiane, leonesi, ecc. La Guardia Civile e la polizia nazionale sono quello che sono, e hanno molti effettivi ben addestrati ed equipaggiati. Non temono questo tipo di combattimento, quello che temono è l'estensione, la generalizzazione delle lotte e che si possa uscire dagli schemi del sindacalismo e della sinistra democratica. L’attivismo di sinistra non porta a niente e serve solo a soddisfare le voglie attiviste di qualcuno. E così via …. Non sono opinioni, sono FATTI CHE SI RIPETONO.» (inter-rev.foroactivo.com/t1677-mineria-del-carbon-manifestaciones-hg-y-marchas-convocadas-por-soma-ugt-y-ccoo-aislamiento-es-derrota [277]).
In breve, l’isolamento e i metodi di protesta sindacali ci portano alla sconfitta, nel settore minerario come in qualunque altro. La prevedibile sconfitta (al di là di ogni possibile ‘intesa’ tra sindacati e governo per placare gli spiriti) può essere utilizzata, infatti, dal governo per dare un’immagine di fermezza, secondo cui neanche i minatori possono fermare le misure prese contro le condizioni di vita e di lavoro che il capitale sollecita. Comunque il corso verso lotte proletarie importanti è sempre aperto: ce lo suggerisce una economia capitalista che sta cadendo a pezzi in questo nuovo episodio di crisi dopo che per anni si è mantenuta su una domanda fittizia con un debito degli Stati, delle banche, delle imprese e dei singoli individui; l’erosione dell’apparato politico e sindacale della borghesia e il deterioramento brutale delle condizioni di vita e di lavoro di ampi settori della classe operaia, con sempre meno da perdere a fronte di un presente e un futuro di disoccupazione, precarietà, miseria e disumanizzazione.
Il cosiddetto 15-M, pur essendo un movimento reale, aveva molte debolezze e illusioni ed era molto eterogeneo e mediatizzato. Tuttavia, l’importanza non sta nel movimento 15-M in sé (chiaramente condannato fin dall’inizio a scomparire come qualcosa di interessante), ma in due fenomeni che sono apparsi con esso: in primo luogo, la realizzazione fisica nelle strade di un primo flash di stanchezza, di “indignazione” e volontà di lotta, che fino ad allora era diffusa o covata da sola, emergendo la sensazione che “era possibile lottare”; e in secondo luogo, la riapparizione storica delle assemblee di massa come strumento di unificazione, solidarietà, discussione e decisione a fronte dell’atomizzazione e della dispersione, del ciascuno per sé, della precarietà e della disoccupazione. Nelle future lotte questi elementi, migliorati e superati, saranno di grande importanza.
Breve commento della CCI
Condividiamo le riflessioni del compagno. Vogliamo solo sviluppare un punto che a nostro parere non invalida la sua analisi, ma che costituisce un fatto importante da tenere a mente per il futuro. La manifestazione dell’11 luglio a Madrid è stata pensata come una sorta di colpo mortale da dare alla lotta e come esibizione di “splendido isolamento” da parte dei minatori che avrebbero dovuto accontentarsi della “solidarietà” di alcuni personaggi della “cultura” e poco più. Tuttavia, l’inquietudine sociale esistente ha fatto sì che più persone del previsto partecipassero alla manifestazione a sostegno dei minatori. Un altro elemento importante è il seguente. Lo stesso giorno in cui i minatori erano a Madrid, Rajoy, credendo di avere tutto ben stretto nelle proprie mani, ha annunciato violente misure di attacco alle condizioni di tutti i lavoratori. Questo ha infiammato gli animi ed ha fatto sì che molti lavoratori, in particolare impiegati, partecipassero spontaneamente alla manifestazione dei minatori, tanto che alcuni autobus di questi hanno ritardato la loro partenza per poter restare con gli impiegati e con altri gruppi di lavoratori alla stazione di Atocha e in altri punti della dimostrazione. Complessivamente i sindacati sono riusciti a controllare la situazione ed i minatori sono tornati alle loro case. Ma quello che è successo è un’indicazione di quanto sia esplosiva la situazione.
Un compagno dal Perù ci ha inviato una presa di posizione in solidarietà con la lotta dei minatori in Spagna e la risposta contro gli attacchi del governo.
La classe operaia mondiale è in lotta permanente, questa volta i nostri fratelli minatori di Spagna hanno cominciato a dispiegare la loro forza per protestare contro il dispotismo del governo della destra borghese di Rajoy, né il PSOE “socialista” né alcun governo borghese potrà veramente trasformare le condizioni di vita che noi proletari di tutto il mondo sopportiamo; le manifestazioni, le barricate, le espressioni di indignazione di tutti i minatori di Spagna sono l’espressione vivente delle lotte operaie in aumento e che in questo caso sono contro il taglio del 63% di finanziamento a sostegno del settore industriale dello Stato che, come è noto, significa la perdita di 30 000 posti di lavoro, come d’altra parte avviene in gran parte dei settori dell’industria pesante in tutta Europa.
Nella misura in cui peggiora la disoccupazione - che secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro dovrebbe raggiungere circa 4,5 milioni di disoccupati nei prossimi 4 anni - nella misura in cui si intensificano le riforme del lavoro e delle pensioni e la liberalizzazione di settori del capitale, il proletariato mondiale sta esprimendo la sua lotta collettiva e internazionalista forgiando organi autonomi, come le assemblee generali e i comitati di lotta, mostrando così tutto il suo scetticismo sia verso la destra che verso le frazioni di sinistra del capitale.
Compagni, abbiamo bisogno di costruire una coscienza storica proletaria; il capitalismo non dà tregua, basta con le mistificazioni della socialdemocrazia. Questa – diciamolo una buona volta, non è una crisi del debito, non è una crisi finanziaria, ma è la crisi del capitalismo che è il prodotto ultimo del rapporto di sfruttamento del lavoro salariato. L’influenza del riformismo in Europa e nei paesi “arretrati” ha significato il sostegno a posizioni contrarie agli interessi della classe operaia.
La solidarietà di classe si manifesta nell’ingresso contemporaneo dei proletari nella città di Madrid, in piazza di Puerta del Sol e in altre città della Spagna e del mondo. Compagni, esprimiamo nella stessa maniera la nostra solidarietà di classe per abolire i rapporti capitale-lavoro, la produzione mercantile, la proprietà privata, il plusvalore. Il prossimo 11 luglio[1] gridiamo:
Viva le lotte del proletariato mondiale!
Per l’autorganizzazione ed i consigli di fabbrica!
Abbasso i sindacati che negoziano la nostra forza lavoro!
Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!
[1] Si fa qui riferimento alla marcia su Madrid organizzata dai minatori e che ha poi visto raccogliersi in piazza Puerta del Sol oltre 200.000 persone (www.infoaut.org/blog/conflitti-globali/item/5178-la-rabbia-dei-minatori-... [283]).
Stampa on-line annata 2013
Centinaia di migliaia di persone, se non milioni, hanno protestato contro ogni tipo di problema: in Turchia era per la distruzione dell’ambiente prodotto da uno “sviluppo” urbano insensato, l'intrusione autoritaria della religione nella vita privata e la corruzione dei politici ; in Brasile, era per il rincaro delle tariffe dei trasporti pubblici, l’uso della ricchezza per spese sportive di prestigio mentre la salute, i trasporti, la scuola e le abitazioni vanno in malora e - ancora una volta - la corruzione dei politici. In entrambi i casi le prime manifestazioni hanno incontrato una repressione poliziesca brutale che è però servita ad allargare e approfondire la rivolta. E in tutti e due i casi, il ferro di lancia del movimento non era costituito dalle “classi medie” (vale a dire, secondo il linguaggio della stampa, chiunque possieda ancora un lavoro), ma dalla nuova generazione della classe operaia che, nonostante gli studi, non ha che una misera prospettiva di trovare un lavoro stabile; che, anche quando vivono all’interno di economie “emergenti”, avvertono lo sviluppo dell’economia principalmente come sviluppo dell’ineguaglianza sociale e la ripugnante ricchezza di una minuscola elite di sfruttatori.
Nei mesi di giugno e luglio è stata ancora la volta degli Egiziani che sono scesi giù a milioni nelle strade, tornando a piazza Tahrir, che era stata l’epicentro della rivolta del 2011 contro il regime di Mubarak. Anche loro sono stati guidati da bisogni materiali reali in un'economia che non è così “emergente” ma piuttosto stagnante o in declino. Nel mese di maggio, un ex ministro delle finanze, uno dei principali economisti egiziani, ha osservato in un'intervista con il Guardian che “l’Egitto soffre la peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione. Per i suoi effetti sui poveri, la situazione economica del paese è la peggiore dagli anni ‘930”. E l’articolo prosegue: “Dopo la caduta di Hosni Mubarak nel 2011, l'Egitto ha visto un drastico calo delle entrate sia a livello di investimenti esteri che del turismo, seguito da una caduta del 60% delle riserve di valuta, un calo della crescita del 3% ed una rapida svalutazione della sterlina egiziana. Tutto ciò ha prodotto un drammatico aumento dei prezzi alimentari e disoccupazione, e ancora una carenza di carburanti e di gas per la cucina (...) Attualmente, secondo i dati del governo egiziano, il 25,2 % degli egiziani vive al di sotto della soglia di povertà e il 23,7% è di poco al di sopra”.
Il governo islamico “moderato” di Morsi e dei Fratelli musulmani (con il sostegno degli islamici “radicali”) si é velocemente dimostrato essere altrettanto corrotto quanto il vecchio regime, mentre i suoi tentativi di imporre una "morale" islamica soffocante ha causato, come in Turchia, un enorme risentimento tra la gioventù urbana.
Ma mentre i movimenti in Turchia e Brasile, che in pratica sono diretti contro i rispettivi governi, hanno generato un vero e proprio sentimento di solidarietà e di unità tra tutti coloro che hanno partecipato alla lotta, la prospettiva in Egitto è molto più cupa e punta verso la divisione della popolazione dietro le diverse fazioni della classe dominante o addirittura verso una sanguinosa guerra civile. La barbarie che ha travolto la Siria mostra fin troppo chiaramente quello che potrebbe avvenire anche in Egitto.
La trappola della democrazia
Hanno affibbiato ai movimenti del 2011 in Egitto e in Tunisia il termine di “rivoluzione”. Ma una rivoluzione è qualcosa di diverso rispetto a delle manifestazioni di massa per le strade - anche se queste sono un punto di partenza necessario. Noi viviamo in un’epoca in cui la sola rivoluzione possibile è una rivoluzione mondiale, proletaria e comunista, una rivoluzione fatta non per cambiare un regime, ma per smantellare lo Stato; non per una gestione più “giusta” del capitalismo, ma per il rovesciamento dell’intero rapporto sociale capitalista; non per la gloria della nazione, ma per l’abolizione delle nazioni e per la creazione di una comunità umana a livello del pianeta.
I movimenti sociali che vediamo oggi sono ancora lontani dalla coscienza di sé e dell’auto-organizzazione necessaria per creare una tale rivoluzione. Certo, essi costituiscono dei passi in questa direzione che esprimono uno sforzo profondo da parte del proletariato per ritrovare il suo passato e il suo futuro. Ma dei passi timidi, che possono essere facilmente deviati dalla borghesia, la cui ideologia è profondamente radicata e che costituisce un enorme ostacolo nella mente degli stessi sfruttati. La religione è certamente uno di questi ostacoli ideologici, un "oppio" che predica la sottomissione all'ordine dominante. Ma ancora più pericolosa è l'ideologia democratica.
Nel 2011, le masse in piazza Tahrir chiedevano le dimissioni di Mubarak e la “fine del regime.” E quello che abbiamo visto è che effettivamente Mubarak è stato fatto fuori - soprattutto in conseguenza del sorgere di una potente ondata di scioperi in tutto il paese, che ha aggiunto un’ulteriore dimensione alla rivolta sociale. Ma il sistema capitalista è più di un semplice governo in carica: a livello sociale, è tutto il rapporto basato sul lavoro salariato e la produzione per il profitto. A livello politico, è la burocrazia, la polizia e l’esercito. Ed è anche la facciata della democrazia parlamentare, dove regolarmente dopo un certo numero di anni viene offerta alle masse la possibilità di scegliere la banda di truffatori da cui vuole farsi spennare. Nel 2011 l’esercito - che molti manifestanti credevano “unito” al popolo – è intervenuto per eliminare Mubarak e organizzare le elezioni. I Fratelli Musulmani, che traevano la loro grande forza dalle aree rurali più arretrate, ma che erano anche il partito meglio organizzato nei centri urbani, hanno vinto le elezioni e, da allora, hanno reso la più chiara dimostrazione che il cambiamento di governo attraverso le elezioni non cambia niente. Nel frattempo, il vero potere è rimasto, come in molti altri paesi, stretto nelle mani dell'esercito, la sola forza realmente capace di assicurare l’ordine capitalista a livello nazionale.
Quando le masse sono tornate a piazza Tahrir a giugno, erano piene di indignazione contro il governo Morsi e contro la realtà quotidiane delle loro condizioni di vita, di fronte ad una crisi economica che non è solo “egiziana”, ma mondiale e storica. Nonostante il fatto che molti di loro avessero visto il vero volto repressivo dell'esercito nel 2011, l'idea che “il popolo e l’esercito sono un tutt’uno” era molto diffusa, ed ha trovato nuova vita quando l’esercito ha cominciato ad avvertire Morsi che doveva ascoltare il popolo pena subirne le conseguenze. Quando poi Morsi è stato rovesciato da un colpo di stato militare quasi senza spargimento di sangue, ci sono state importanti scene di festeggiamento in piazza Tahrir. E’ forse questo un segno che il mito democratico non regge tra le masse? Purtroppo no, perché in questo caso l'esercito ha la pretesa di agire in nome della “vera democrazia” che sarebbe stata tradita da Morsi, e ha promesso di indire delle nuove elezioni.
Così il garante dello Stato, l’esercito, interviene di nuovo per evitare che la rabbia delle masse non si volga contro lo Stato stesso. Ma questa volta lo fa al prezzo di divisioni profonde seminate all’interno della popolazione. Che sia in nome dell’Islam o della legittimità democratica del governo Morsi, è nato un nuovo movimento di protesta che esige il ritorno del regime Morsi e che si rifiuta di lavorare con coloro che lo hanno rimosso. La risposta dell'esercito è stata rapida: un massacro spietato di manifestanti davanti al Quartiere Generale della Guardia Repubblicana. Ci sono stati anche degli scontri, di cui alcuni mortali, tra gruppi rivali di dimostranti.
Il pericolo di una guerra civile e la forza capace di impedirla
Le guerre in Libia e in Siria sono partite da manifestazioni popolari contro i regimi in carica. Ma in entrambi i casi, la debolezza della classe operaia e la forza delle divisioni tribali e settarie hanno fatto sì che queste rivolte fossero rapidamente inghiottite da dei conflitti armati tra fazioni borghesi. E in entrambi i casi, questi conflitti locali hanno immediatamente assunto una dimensione internazionale: in Libia, la Gran Bretagna e la Francia, discretamente sostenute dagli Stati Uniti, sono intervenute per armare e “guidare” le forze ribelli; in Siria, il regime di Assad è sopravvissuto grazie al sostegno di Russia, Cina, Iran, degli Hezbollah e di altri avvoltoi della stessa risma, mentre l'Arabia Saudita e il Qatar hanno armato i ribelli con il sostegno più o meno aperto della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. In entrambi i casi, l’allargamento del conflitto ha accelerato lo sviluppo del caos e dell’orrore.
Lo stesso pericolo esiste oggi in Egitto. L’esercito non è assolutamente pronto a cedere il potere. Per il momento, i Fratelli Musulmani hanno promesso di reagire pacificamente al colpo di stato militare, ma accanto all’islamismo “pragmatico” di un Morsi, vi sono delle fazioni più estreme che sono già vicine al terrorismo. La situazione somiglia in maniera sinistra a quella dell’Algeria dopo il 1991, quando l’esercito ha spodestato un governo islamico “venuto dalle urne”, provocando così una guerra civile sanguinosa tra l’esercito e dei gruppi islamici armati, come la FIS. Come al solito, la popolazione civile fu la principale vittima: è stato stimato un numero di morti tra 50.000 e 200.000.
La dimensione imperialista è egualmente presente in Egitto. Gli Stati Uniti hanno espresso il loro rammarico per il colpo di stato militare, ma i loro legami con i militari sono vecchi e profondi e di certo non amano affatto il tipo di islamismo propugnato da Morsi o da Erdogan in Turchia. I conflitti che oggi si estendono dalla Siria all’Iraq e al Libano potrebbero egualmente prendere piede in un Egitto destabilizzato.
Ma la classe operaia in Egitto è una forza molto più importante che in Siria o in Libia. Essa ha una lunga tradizione di lotte combattive contro lo Stato ed i suoi sindacati ufficiali che risale almeno agli anni 1970. Nel 2006 e nel 2007, dei grandi scioperi si sono diffusi a partire dalle industrie tessili che sono altamente concentrate, e questa esperienza di diffidenza aperta nei confronti del regime ha alimentato il movimento del 2011, fortemente influenzato dall’impronta della classe operaia che si è espressa sia nelle tendenze all’autorganizzazione manifestata a piazza Tahrir e nei quartieri, che nell’ondata di scioperi che alla fine hanno convinto la classe dirigente a sbarazzarsi di Mubarak. La classe operaia in Egitto non è immunizzata contro le illusioni democratiche che permeano tutto il movimento sociale, ma allo stesso tempo non sarà facile per le cricche borghesi né convincerla ad abbandonare i suoi interessi di classe né attirarla nella cloaca della guerra imperialista.
La capacità potenziale della classe operaia di sbarrare la strada alla barbarie si vede non solo nella sua storia di scioperi autonomi e di assemblee generali, ma anche nelle espressioni esplicite di coscienza apparse nelle manifestazioni di strada: nei cartelli che proclamano “né con Morsi, né con i militari!” o ancora “rivoluzione, non colpi di stato!” così come nelle prese di posizione più direttamente politiche, come la dichiarazione dei “compagni del Cairo” pubblicata recentemente sul sito Libcom: “Noi vogliamo un futuro che non sia governato né dall’autoritarismo squallido e dal capitalismo dell’intrallazzo dei Fratelli Musulmani, né dall’apparato militare che mantiene il suo pugno di ferro sulla vita politica ed economica, né dal ritorno alle vecchie strutture dell’era di Mubarak. Anche se i manifestanti che scenderanno in piazza il 30 giugno non saranno uniti su questo appello, questo resta il nostro appello, la nostra posizione, perché non accetteremo un ritorno ai periodi sanguinosi del passato”[1].
Tuttavia, come la “primavera araba” ha trovato il suo vero significato con il sollevamento della gioventù proletaria in Spagna, che ha dato luogo ad una messa in discussione più profonda della società borghese, la capacità della classe operaia in Egitto di bloccare la strada a nuovi massacri non potrà realizzarsi se non attraverso la solidarietà attiva e la mobilitazione di massa dei proletari nei vecchi centri del capitalismo mondiale.
Cento anni fa, di fronte alla prima guerra mondiale, Rosa Luxemburg ricordava solennemente alla classe operaia che la scelta offerta da un capitalismo ormai in declino era tra socialismo o barbarie. L’incapacità della classe operaia di portare a termine le rivoluzioni che hanno risposto alla guerra del 1914-1918 ha avuto come conseguenza un secolo di vera barbarie capitalista. Oggi, la posta in gioco è ancora più elevata perché il capitalismo è ormai in grado di distruggere tutta la vita sull’intero pianeta. Il collasso della vita sociale e il regno delle bande armate assassine: è questa la via della barbarie che viene illustrata da ciò che sta accadendo in Siria. La rivolta degli sfruttati e degli oppressi, la lotta di massa per difendere la dignità umana e un vero futuro: è questa la promessa delle rivolte sociali in Turchia e in Brasile. L’Egitto si trova al crocevia di queste due scelte radicalmente opposte, e in questo senso è il simbolo del dilemma al quale è confrontata tutta l’umanità.
Amos, 10 luglio 2013
Pubblichiamo qui di seguito la traduzione di una dichiarazione di lavoratori di Alicante, una città del sud-est della Spagna, sulla costa del Mediterraneo, preceduta da una breve introduzione della nostra organizzazione. Questi due testi sono stati pubblicati sul nostro sito web in lingua spagnola[1].
Di fronte ai nuovi appelli a “scioperi generali” di 24 ore (per il 31 ottobre indetto dalla CGT[2] e per il 14 novembre da cinque altri sindacati guidata dal duo CO-UGT[3]), i compagni di “Asamblearios – Trabajadores Indignados y Auto-organizados de Alicante” (Lavoratori - Assembleisti[4] indignati e autorganizzati di Alicante), hanno rilasciato una dichiarazione. Questi compagni che sono attivi da più di due anni hanno il merito di denunciare queste manifestazioni che non fanno altro che smobilitare e demoralizzare e che sono l’estensione dei ripetuti attacchi del governo Rajoy. Ma non si sono fermati a questo, hanno portato avanti una prospettiva, quella della lotta per lo sciopero di massa, che di fronte alla smobilitazione sindacale, è la direzione che i lavoratori tendono a prendere da più di un secolo.
È falso dire che non c’è alternativa alle “mobilitazioni per smobilitare”, organizzate dai sindacati. Seguendo le orme dei compagni di Alicante, riteniamo che un dibattito dovrebbe emergere per chiarire l’alternativa che si presenta al proletariato storicamente dopo la rivoluzione del 1905 in Russia, e noi incoraggiamo altri compagni, altri collettivi, affinché diano altri contributi.
CCI (1 novembre 2012)
Di fronte alle “interruzioni di lavoro di 24 ore” che sciopero vogliamo? Lo sciopero di massa!
Com’è possibile che una fermata di ventiquattro ore sia chiamata sciopero? E la domanda più importante da porsi è questa: come può una fermata di 24 ore favorire la lotta della classe operaia?
La nostra posizione politica è legata all’autonomia e all’internazionalismo proletario, per noi ogni azione delle minoranze coscienti deve andare nella direzione del promuovere la presa di coscienza, l’unità e l’auto-organizzazione della classe operaia.
Ci sono state molte proteste negli ultimi tempi e ci sono stati molti sforzi da parte del proletariato nell’organizzarsi. È un periodo di nuove mobilitazioni di massa che ha avuto inizio, simbolicamente, nel maggio 2011. Queste erano la prima risposta agli attacchi sempre più brutali contro le condizioni di vita della popolazione. Ma non c'è una progressione lineare: si tratta di un periodo caratterizzato da tempi molto diversi. Ci sono state spinte molto forti verso l'autorganizzazione che hanno mostrato un movimento diffuso e ancora embrionario a favore delle assemblee generali. Successivamente, approfittando della stanchezza e dell’evidente declino della partecipazione, sono i sindacati e le organizzazioni di sinistra che sono tornati sulla scena, portando le mobilitazioni sulla vecchia strada: delle mobilitazioni ben controllate, disunite, settoriali, demotivanti dove non si guadagna nulla e dove, al contrario, il sentimento della solitudine e la noia tra i partecipanti è evidente. Di fronte a tutto questo, riteniamo logica la mancata partecipazione della maggioranza dei lavoratori alle mobilitazioni che considerano estranee ai propri interessi. Ed è abbastanza normale che ci sia un momento di riflessione.
Abbiamo bisogno di pensare, di imparare da quanto è successo e cercare le vie della nostra autorganizzazione, vie che che non troveremo attraverso la decisione di chissà quali avanguardie "illuminate" o attraverso riflessi condizionati, anche con le migliori intenzioni.
Lo sciopero che noi riteniamo efficace, che sentiamo necessario, deve essere convocato dagli stessi lavoratori ed estendersi a tutta la società, prendendo possesso di tutti gli spazi, occupando tutti i luoghi, creando un nuovo tipo di rapporti e di comunicazioni sociali. Questo sciopero non ferma la vita, anzi la fa rinascere, questo sciopero è lo sciopero di massa che in tutto il secolo scorso si è più volte espresso, dove tutti i nostri nemici (tutte le borghesie pubbliche e private) hanno fatto di tutto per farlo cadere nell'oblio. Semplicemente perché questo tipo di sciopero spaventa in quanto esprime la forza con cui il proletariato è in grado di apparire.
Uno sciopero vero e proprio è un movimento di massa e completo che non si limita solo a smettere di lavorare. È l'arma fondamentale della classe operaia, che prende il controllo della propria vita e questo si riflette in tutti i settori della società che essa combatte, esprimendo simultaneamente tutti gli aspetti della società umana ai quali essa aspira. È chiaro che questo non è qualcosa che può essere chiamato da chiunque (anche con le migliori intenzioni), ma è parte di un processo di presa di coscienza e di lotta dei lavoratori. La questione non è di sapere se durerà 24, 48 ore o a tempo indefinito, il suo radicalismo non è una questione di tempo. La sua radicalità consiste in ciò che è e fa parte del movimento reale dei lavoratori che si organizzano e si dirigono da soli.
Lo sciopero di massa è il risultato di un periodo del capitalismo, il periodo che inizia nel 20° secolo. Fu la rivoluzionaria Rosa Luxemburg a evidenziare questo fenomeno basandosi sul movimento rivoluzionario dei lavoratori in Russia del 1905. Lo sciopero di massa "è un fenomeno storico derivante ad un certo momento di una situazione sociale a partire da una necessità storica"[5].
Lo sciopero di massa non è qualcosa di accidentale, non è il risultato né della propaganda né dei preparativi che sono stati fatti, non è possibile crearlo artificialmente. È il prodotto d’un periodo dato dell’evoluzione delle contraddizioni del capitalismo.
Le condizioni economiche alla base dello sciopero di massa non si limitavano ad un solo paese ma avevano una dimensione internazionale. Queste condizioni fanno sorgere questo tipo di lotta con una dimensione storica, una lotta fondamentale per la nascita di rivoluzioni proletarie. In breve, lo sciopero di massa non è altro che "una forma universale di lotta della classe proletaria determinata dall’attuale stadio dello sviluppo capitalistico e dei rapporti di classe"[6].
Questo "stadio attuale" consisteva nel fatto che il capitalismo stava vivendo i suoi ultimi anni di prosperità. Lo sviluppo di conflitti interimperialisti e la minaccia di una guerra mondiale, la fine di ogni miglioramento durevole delle condizioni di vita della classe operaia, in breve, la crescente minaccia rappresentata dalla presenza della classe operaia all'interno del capitalismo, ecco le nuove circostanze storiche che accompagnavano l’irruzione dello sciopero di massa.
Lo sciopero di massa è il prodotto del cambiamento delle condizioni di vita a livello storico che, oggi lo sappiamo, significava la fine dell’ascendenza capitalistica, condizioni che prefiguravano quelle della decadenza del capitalismo. Allora esistevano già alte concentrazioni di lavoratori nei paesi capitalisti avanzati, abituati alla lotta collettiva, e le cui condizioni di vita e di lavoro erano simili in tutto il mondo. In conseguenza dello sviluppo economico, la borghesia è diventata una classe sempre più concentrata identificandosi sempre più con l'apparato statale. Allo stesso modo del proletariato, i capitalisti aveva imparato a far fronte al loro nemico di classe. Le condizioni economiche hanno reso più difficile per i lavoratori ottenere riforme nel campo della produzione e, nello stesso modo, la “rovina della democrazia borghese” rendeva sempre più difficile per il proletariato il consolidamento delle conquiste a livello parlamentare. Così, il contesto politico, così come il contesto economico dello sciopero di massa, non erano più quelli dell’assolutismo russo, ma quelli della decadenza crescente del dominio borghese in tutti i paesi.
Sul piano economico, sociale e politico il capitalismo aveva posto le basi per i grandi scontri di classe a scala mondiale.
L'obiettivo sindacale (la richiesta di miglioramenti all’interno del sistema) è diventato sempre più difficile da realizzare nel capitalismo decadente. In questo periodo, il proletariato non intraprende una lotta con la prospettiva assicurata di reali miglioramenti nel suo destino. Gli scioperi d’oggi, le grandi manifestazioni, non riescono ad ottenere più nulla.
Pertanto il ruolo dei sindacati, che era quello di ottenere miglioramenti economici all'interno del sistema capitalistico, scompariva. Ci sono altre implicazioni rivoluzionarie derivanti dalla messa in causa dei sindacati da parte dello sciopero di massa:
1) Lo sciopero di massa non poteva essere preparato in anticipo, esso sorge senza un piano prestabilito del tipo “metodo di movimento per il proletariato”. I sindacati, dediti alla loro organizzazione stabile, preoccupati per i loro conti bancari e degli elenchi dei soci, non potevano neanche porsi la questione di essere all’altezza dell’organizzazione di scioperi di massa, una forma che evolve nella e per la lotta stessa.
2) I sindacati hanno diviso i lavoratori e i loro interessi tra tutti i diversi settori industriali quando lo sciopero di massa “fondeva, a partire da differenti punti individuali, cause diverse” e quindi tendeva a eliminare tutte le divisioni all'interno del proletariato.
3) I sindacati organizzavano una minoranza della classe operaia, mentre lo sciopero di massa metteva insieme tutti gli strati della classe, sindacalizzati e non sindacalizzati.
La lotta è legata alla realtà in cui si svolge, non può essere considerata separatamente. Dall'inizio del secolo scorso, il declino di un sistema che ha esaurito i mercati extracapitalisti, limitando in tal modo il suo bisogno insaziabile di crescita, diventa evidente causando una crisi permanente e continui cataclismi sociali (guerre e miseria senza precedenti per l'umanità).
Il periodo successivo alla fine del 1960 è il culmine della crisi permanente del capitalismo, l'incapacità di espandersi del sistema, l'accelerazione di antagonismi interimperialisti, le cui conseguenze minacciano la civiltà umana.
Dappertutto lo Stato, con l'estensione del suo formidabile arsenale repressivo, sostiene gli interessi della borghesia. Davanti a lui c’è una classe operaia che, anche se numericamente indebolita rispetto al resto della società dopo gli anni 1900, è ancora più concentrata e le cui condizioni di vita sono sempre più simili in tutti i paesi fino ad un livello senza precedenti. A livello politico, la “distruzione della democrazia borghese” è così evidente che riesce a malapena a nascondere la sua vera funzione di cortina di fumo davanti al terrore dello Stato capitalista.
Le condizioni dello sciopero di massa corrispondono alla situazione oggettiva della lotta di classe oggi, in quanto le caratteristiche del periodo attuale esprimono il punto più nitido delle tendenze dello sviluppo capitalistico, che cominciarono a imporsi quasi un secolo fa.
Gli scioperi di massa dei primi anni del secolo scorso erano una risposta alla fine del periodo di ascendenza capitalista e all’inizio della condizioni della sua decadenza.
Queste condizioni sono diventate talmente evidenti e croniche oggi, siamo in grado di pensare che ciò che spinge obiettivamente verso lo sciopero di massa è, attualmente, mille volte più forte.
"I risultati complessivi dello sviluppo capitalista internazionale" che hanno determinato l'emergere storico dello sciopero di massa non hanno smesso di maturare fin dagli inizi del XX secolo.
Come possiamo favorire lo sviluppo dello sciopero di massa, dell'autorganizzazione internazionale del proletariato, della sua necessaria unità?
I nostri contributi sono solo i contributi di una parte cosciente della classe operaia. Non aspiriamo a più di questo.
Una delle forme di questi contributi è proprio quella di criticare le azioni errate che sono tante barriere all’autorganizzazione e all'approfondimento della coscienza. Anche con le migliori intenzioni dei loro militanti, l'attivismo, il sindacalismo di base, il sinistrismo ... fanno parte di queste barriere che i lavoratori dovranno abbattere per raggiungere la loro autonomia di classe.
Un altro contributo è quello di stimolare la riflessione, il chiarimento di ciò che abbiamo vissuto. Ma anche l'estensione delle lotte reali, il loro coordinamento e l’informazione, così come gli incontri e l'organizzazione dei rivoluzionari. O il recupero della memoria delle nostre lotte e dei loro strumenti di base, come ad esempio lo sciopero di massa.
Da “Asamblearios – Trabajadores Indignados y Auto-organizados de Alicante” per un 15-M[7] operaio e anticapitalista
[2] Il sindacato CGT in Spagna è un sindacato di tendenza anarcosindacalista, scissione della CNT.
[3] Le Commissioni Operaie (CO), sono storicamente legate al PC, e L’UGT al Partito Socialista. Questi sono i due principali sindacati in Spagna.
[4] A volte usiamo questo neologismo “assembleista”, per definire gli attivisti che difendono le assemblee generali come mezzo di potere dei lavoratori in lotta.
[5] Rosa Luxemburg: Sciopero di massa, partiti e sindacati
[6] Rosa Luxemburg, idem.
[7] “15-M” si riferisce al movimento che è iniziato in Spagna il 15 maggio 2011. [NdT]
Un anno e mezzo fa, di fronte all’inettitudine del governo Berlusconi, la borghesia italiana, grazie al suo “grande vecchio” Napolitano, gettò sul tavolo la carta Monti con il suo governo di tecnici. In questa maniera la borghesia voleva raggiungere vari obiettivi: innanzitutto mettere mano all’economia con delle “riforme” e delle misure che fossero di lungo respiro e di maggiore efficacia rispetto a quelle, pur dolorose per i lavoratori italiani, prese da Berlusconi; questo obiettivo era tanto più urgente visto che l’Italia era nel mirino della speculazione che, facendo salire lo spread[1], aggravava notevolmente il costo del debito dello Stato italiano, con un attacco così forte da far temere alla borghesia di fare la fine della Grecia. Il secondo obiettivo era avere a capo del governo qualcuno che fosse capace di ridare credibilità internazionale all’Italia che ormai veniva vista, e trattata, come un paese di secondo ordine, visto che era governata da un clown, più interessato a raccontare barzellette e fare scherzi durante i summit internazionali, piuttosto che a vedere come difendere gli interessi imperialisti italiani in queste riunioni.
Quanti di questi obiettivi sono stati raggiunti da Monti?
- Sul piano economico gli attacchi sono stati fortissimi, ma i risultati, per il risanamento dell’economia, relativi: il debito statale è aumentato di circa 10 punti, arrivando alla cifra record di circa il 130% del Prodotto Interno Lordo, che a sua volta è calato dell’1,3%, con il seguito di disoccupazione, cassa integrazione ed aumento della povertà. La stretta finanziaria è stata così drastica da portare la Confindustria a lanciare il grido di allarme che senza misure per la crescita l’Italia rischia di sparire dal novero dei grandi paesi industriali.
- Sul piano internazionale, l’obiettivo è stato sostanzialmente raggiunto, vista la stima di cui godeva Monti e la sua capacità di rivestire il ruolo istituzionale in maniera seria e rigorosa.
Arrivata la fine della legislatura (anticipata di poco più di un mese da Berlusconi che, sfiduciando Monti, si è preparato una campagna elettorale in cui cercare di far dimenticare che lui era responsabile di tutti gli attacchi portati ai lavoratori italiani negli ultimi 4 anni), gli italiani sono stati asfissiati da una campagna elettorale caratterizzata dalla guerra di tutti contro tutti, e dalle promesse di tutti verso gli italiani (compresi i 5 stelle che promettevano di cambiare il volto della politica italiana).
Avendo puntato tutti sulla divisione e sulla contrapposizione, i risultati elettorali hanno riflettuto queste divisioni, così che nessuna coalizione ha la maggioranza assoluta in entrambe le camere e c’è quindi la necessità di trovare un accordo tra forze che durante la campagna elettorale se ne sono dette di tutti i colori.
Questo risultato ha dimostrato quale è il vero problema della borghesia italiana, oltre all’impossibilità di superare veramente una crisi economica che è crisi di sistema e che può essere superata solo cambiando il sistema, e cioè il clima di decomposizione in cui versa anche la sua classe politica, oltre che l’insieme della società.
La decomposizione è quella fase storica iniziata da più di un ventennio e caratterizzata da una degenerazione di tutti gli aspetti della vita sociale e politica[2].
La crescente difficoltà della borghesia ad assicurare una qualche prospettiva positiva all’umanità e la contemporanea difficoltà della classe operaia ad imporre una sua prospettiva, quella di una società senza più sfruttamento e capace di soddisfare i bisogni di tutti gli esseri umani e non quelli del capitale, ha portato ad un inasprimento di tutte le contraddizioni e divisioni esistenti, e questo a tutti i livelli.
Uno di questi livelli è la coesione interna delle borghesie nazionali, con il prevalere degli egoismi delle singole parti sugli interessi generali. Questo prevalere degli interessi particolari sui generali ha in qualche caso provocato conseguenze disastrose, come in Jugoslavia, ma si diffonde un po’ dappertutto.
In Italia ha già dato luogo ad una forza come la Lega, che contro ogni giustificazione storica ha come obiettivo finale la secessione della “Padania”, una regione che non esiste, che non ha una lingua comune, che non ha una storia comune, e che da sola non si potrebbe più permettere la situazione economica che ha oggi (grazie all'esistenza di una rete economica nazionale e ad un mercato interno protetto che gli dà gli sbocchi necessari a recuperare quantomeno il capitale investito).
Ma più in generale questo processo di decomposizione ha generato un ceto politico che si mostra di gran lunga al di sotto delle necessità del capitale nazionale di fronte alla peggiore crisi economica della storia del capitalismo, un ceto politico egoista e corrotto, rissoso, che riesce a trovare unità solo nella difesa dei privilegi di cui gode.
Questa situazione ha creato un discredito del ceto politico, ormai caratterizzato come la “casta”.
Questo discredito e queste divisioni sono alla base del risultato elettorale, insieme ad una legge elettorale ridicola, fatta quasi per generare ingovernabilità invece che favorirla. I voti si sono divisi fra 4 schieramenti, impedendo quindi ad ognuno di loro di governare da solo. E uno di questi schieramenti, il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo ha raggiunto il 25% di voti sull'onda dello schifo dei cittadini verso la casta[3]. Ci vorrebbe quindi un governo di coalizione, ma questo obiettivo si è visto subito irrealizzabile, dati i veti incrociati, con Bersani che voleva fare il governo con Grillo, ma questo non vuole, mentre non lo vuole fare con Berlusconi, che invece ci starebbe.
E così il tentativo di Bersani di formare un governo si è impantanato, costringendo Napolitano ad inventarsi una commissione di esperti per consegnare al prossimo presidente una agenda di cose da fare e intorno a cui cercare di trovare una coalizione di governo.
Insomma si è creata una vera situazione di stallo, con poche vie di uscita: se non si mettono d'accordo le forze che sono state elette, si dovrà andare a nuove elezioni, ma, restando questa legge elettorale, le nuove elezioni non potrebbero che dar luogo ad una nuova situazione di stallo, cioè all'impossibilità di formare un governo se non di coalizione, e si tornerebbe punto e a capo[4].
Con questa prospettiva è possibile che il nuovo capo dello Stato riuscirà ad imporre un governo, magari sullo stile di Monti, cioè affidato ad una personalità al di sopra delle parti ma capace di imporre ai due schieramenti principali di sostenerlo per portare a termine un programma limitato e ben preciso: nuova legge elettorale, emergenza economica, costi della politica, ed eventuali altre riforme legate sempre alla funzionalità del sistema.
Se ciò avverrà o meno non è possibile dirlo con certezza, né è nostro compito lanciarci in queste previsioni. Ma alcune certezze comunque le abbiamo: quale che sarà questo eventuale governo l'emergenza economica non potrà affrontarla che usando gli stessi mezzi di quelli che lo hanno preceduto, e cioè attaccando ancora di più i lavoratori, tagliando la spesa sociale o aumentandone i costi a carico della popolazione (vedi ticket e contributi vari). E questa certezza non si basa solo sull'esperienza dei governi precedenti, ma sulla semplice constatazione che i sacrifici richiesti finora
non hanno risolto niente, come abbiamo ricordato analizzando i risultati economici raggiunti dal governo Monti, cioè quello che ha colpito con ancora più durezza i lavoratori.
C'è poco da sperare in un raddrizzamento di questo sistema, c'è poco da sperare nelle forze politiche borghesi, che mostrano solo, con le loro incapacità, la loro corruzione, il loro cinismo, di essere lo specchio di un sistema fallito e in decomposizione.
14/04/2013, Helios
[1] Lo spread è il differenziale tra il rendimento dei Buoni del tesoro di un paese e quello della Germania. L’acquisto di buoni del tesoro di un paese da parte degli investitori è condizionato dalla fiducia che questi investitori hanno nella solvibilità del paese che li emette, e quando questa fiducia è bassa il paese che vuole piazzare i suoi buoni può solo aumentare gli interessi che garantisce su di essi. E’ questo che fa salire appunto lo spread ed è questo che stava succedendo negli ultimi mesi del governo Berlusconi.
[2] Vedi l’articolo “La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [133]”.
[3] Il movimento 5 stelle meriterebbe un'analisi più approfondita, che non è possibile fare qui. Ci limitiamo a notare come questo movimento, pur sostenuto da tanti cittadini che votano Grillo perché vorrebbero una politica diversa, “pulita”, più attenta ai bisogni della popolazione, in realtà non costituisce una alternativa credibile, vista la mancanza di un programma, di un personale politico esperto e, soprattutto, visto che è totalmente preda della volontà di un solo individuo (o di due, Grillo e Casaleggio). Questo movimento è anch’esso un prodotto della decomposizione, non solo perché si basa sull’odio della gente per la casta (frutto appunto della decomposizione del ceto politico tradizionale), ma perché esprime solo una protesta e non una proposta, almeno non una proposta coerente e realistica, perché a fianco di cose ragionevoli e possibili (acqua pubblica, lotta all’evasione fiscale, e altro) mette obiettivi irragionevoli e impossibili da realizzare, come l’uscita dall’euro, che significherebbe consegnare l’Italia alla speculazione finanziaria internazionale. Il fatto che un movimento così poco affidabile prenda il 25% dei voti, mostra un altro aspetto della decomposizione e cioè la difficoltà della borghesia a mantenere il controllo del meccanismo elettorale, cioè la capacità di ottenere dalle elezioni il risultato più confacente alle sue esigenze immediate.
[4] I sondaggi danno Berlusconi vincente se si votasse a breve, ma con un leggero vantaggio sul centrosinistra, quindi con una situazione assolutamente simile a quella attuale, con la sola differenza che la coalizione vincente sarebbe quella di centrodestra.
Mentre le pretese "rivoluzioni arabe" festeggiavano il loro secondo anniversario, le sommosse e le manifestazioni di massa che si sono prodotte in questi ultimi mesi ed anche nelle ultime settimane in Egitto ed in Tunisia sono servite a ricordare di fronte al mondo intero che la cacciata dei dittatori Ben Ali e Mubarak non ha risolto niente. Al contrario, la situazione economica con il suo seguito di disoccupazione crescente, di miseria e di attacchi anti-operai, si è aggravata. E l'autoritarismo regnante come la violenza della repressione che si abbatte oggi sui manifestanti non hanno niente da invidiare a quanto succedeva nei precedenti regimi.
Una collera ed un coraggio immensi…
La Tunisia, dove l’immolazione con il fuoco del giovane Mohammed Bouazizi era stata la scintilla della “Primavera araba”, è attraversata da una grave crisi sociale, economica e politica. Il tasso ufficiale di disoccupazione è del 17% e gli scioperi si moltiplicano da mesi in numerosi settori. La collera che si è manifestata così apertamente e massicciamente in numerose città del paese non è stata pertanto un fulmine a ciel sereno. Già a dicembre, dei giovani disoccupati si sono scontrati violentemente con la polizia nella città di Siliana, per protestare contro il programma di austerità annunciato dal presidente Moncel Marzouki, provocando manifestazioni di solidarietà contro la repressione ed i suoi 300 feriti, alcuni dei quali, in parecchie grandi città e nella capitale, sono stati colpiti da pallettoni da caccia. Il presidente tunisino aveva allora dichiarato di fronte alla crescente tensione sociale: “Non abbiamo una sola Siliana. Ho paura che ciò si possa riprodurre in diverse regioni”. Ed è l'assassinio dell'oppositore laïc Chokri Belaïd che ha ultimamente spinto ancora una volta la popolazione in strada, mentre il suo funerale è stato l’occasione per le 50000 persone presenti al corteo funebre di invocare “una nuova rivoluzione” e chiedere “pane, libertà e giustizia sociale”, principale slogan nel 2011. In una dozzina di città, oltre agli uffici di polizia, come un commissariato del centro di Tunisi, sono stati attaccati alcuni locali del partito islamico Ennahda al potere insieme allo stesso esercito, schierato per contenere le manifestazioni di massa a Sidi Bouzid da dove due anni fa era partita la “rivoluzione da gelsomino”.
Per calmare la situazione e recuperare il movimento, il sindacato UGTT (Unione generale della Tunisia) ha proclamato uno sciopero generale, il primo da 35 anni in Tunisia, mentre il governo organizzava un simulacro di cambiamento tra i dirigenti dello Stato in attesa delle elezioni legislative di giugno. Attualmente, la tensione sembra essere rientrata ma è chiaro che la collera continua ad essere una minaccia dal momento che la promessa di un prestito futuro da parte del Fondo monetario internazionale chiederà nuove drastiche misure di austerità.
In Egitto, la situazione non è migliore. Il paese è in cessazione di pagamento. Ad ottobre scorso, la Banca mondiale ha pubblicato un rapporto con cui esprimeva la sua “inquietudine” di fronte alla moltiplicazione di scioperi, con un record di 300 nella sola prima metà di settembre. Alla fine dell’anno si erano svolte numerose manifestazioni anti governative, in particolare intorno al referendum organizzato dai Fratelli musulmani per legittimare il loro potere. Ma è dal 25 gennaio, giorno del secondo anniversario dello scoppio della “rivoluzione egiziana”, che la contestazione si è amplificata. Giorno dopo giorno, migliaia di manifestanti hanno denunciato le condizioni di vita imposta dal nuovo governo e richiesto la cacciata di Morsi.
Ma è ancora la collera seguita alla repressione che ha dato fuoco alle polveri. In effetti, l’annuncio del 26 gennaio della condanna a morte di 21 tifosi del club al-Masry di Porto Said implicati nel dramma di fine partita del 1 febbraio 2012[1], dove 77 persone avevano trovato la morte, è stato il pretesto per questa fiammata di violenza. Le manifestazioni pacifiche indette dal Fronte di Salvezza Nazionale, la principale forza d’opposizione, hanno dato adito a scene di guerriglia urbana. La sera del 1 febbraio, a piazza Tahrir e davanti al palazzo presidenziale, migliaia di manifestanti si sono impegnati in uno scontro serrato con le forze dell’ordine. Ancora il 2 febbraio parecchie migliaia di manifestanti lanciavano pietre e bombe-Molotov contro il recinto dell'edificio. In una settimana, le sommosse violentemente represse si sono chiuse con più di 60 morti, di cui 40 a Porto-Said. Un video che mostra un uomo nudo, picchiato dai poliziotti, ha ulteriormente acceso la collera dei manifestanti.
Malgrado il coprifuoco instaurato dal regime, delle manifestazioni hanno avuto luogo in tre città situate sul canale di Suez. Un manifestante ha dichiarato: “Adesso siamo per strada perché nessuno deve imporci la sua parola (...) noi non ci sottometteremo al governo”.
Nella città di Ismailia, oltre alle manifestazioni, sono state organizzate dagli abitanti delle partite di calcio per sfidare il coprifuoco e la durezza del regime ed è stata anche incendiata la sede dei Fratelli musulmani.
Davanti all'ampiezza del movimento e alla rabbia espressa, il 12 febbraio in dieci province ci sono state manifestazioni di poliziotti che, temendo per sé stessi, hanno chiesto al governo di non essere utilizzati come strumenti di repressione nelle agitazioni che scuotono il paese! Già a dicembre, molti di loro si erano rifiutati di scontrarsi con i manifestanti al Cairo e si erano dichiarati opportunamente “solidali” con questi.
… ma senza speranza …
Le parole d’ordine che si possono ascoltare in tutte queste manifestazioni sono: “Ennahda[2], via”! e “Morsi, via!”, come, due anni fa, si è sentito “Ben Ali, via”! e “Mubarak, via!”. Ma se, all'inizio del 2011, aleggiava la speranza di cambiamento e di inizio di una via reale verso la libertà “democratica”, nel 2013 la tendenza è più verso il disincanto e lo sviluppo della collera. Tuttavia, in fondo, si esprime sempre la stessa illusione democratica che resta ancora fortemente ancorata negli spiriti. Questa illusione, attualmente, viene alimentata da tutto il battage ideologico attuale che indica il fanatismo religioso come il grande responsabile della repressione e degli assassini, mascherando così di fatto la continuità dell'apparato repressivo della borghesia. È questo che abbiamo visto in modo sorprendente sia in Egitto che in Tunisia dove il potere, che fino ad allora era stato impotente di fronte agli scioperi operai, ha represso senza vergogna, dimostrando così che le illusioni si pagano e si pagheranno sempre più con dei bagni di sangue. Dopo la cacciata dei dittatori “laici” sono arrivati i dirigenti religiosi che tentano di imporre “democraticamente” un’altra dittatura, quella della charia, su cui tutto è focalizzato, ma si tratta della stessa cosa: la dittatura della borghesia e del suo Stato sulla popolazione, quella dello sfruttamento forsennato della classe operaia[3].
La stessa questione si pone pensando che sia possibile “cambiare vita” scegliendo questa o quella cricca borghese. Perché, come abbiamo visto ancora recentemente, sono anche queste illusioni che hanno preparato la repressione e l’esplosione della violenza statale. Ciò è particolarmente vero in questi paesi condotti da decenni da frazioni borghesi arretrate, sostenute con grandi sforzi dai paesi avanzati e nei quali non è possibile alcun ricambio di squadra con una prospettiva vitale, se non dei massacri di popolazione. Basta vedere lo stato di decomposizione delle coalizioni al potere nei due paesi, che passano il loro tempo a farsi e disfarsi, senza essere in grado di disegnare un programma economico che sia minimamente credibile, e la velocità con la quale la situazione di povertà si è diffusa ed accelerata, con una crisi agraria e dunque alimentare senza precedenti. Se ciò accade non è perché questi dirigenti sarebbero più stupidi di altri, ma perché si esprime in questi paesi l’impasse completo in cui si trova la borghesia che non ha più margini di manovra, e non più soltanto in questi paesi, ma a livello di tutta la borghesia mondiale e dell'intero sistema capitalista, che non hanno più alcuna soluzione da offrire all'umanità.
“Il popolo vuole un'altra rivoluzione”, gridavano i giovani disoccupati di Siliana. Ma se “rivoluzione” vuol dire cambiamento di governo o di regime, in attesa di essere divorati vivi dai nuovi cacicchi al potere, o ancora se ciò significa focalizzarsi in lotte di strada e scontri con questa o quella frazione della borghesia, disorganizzati di fronte agli assassini di professione armati dalle grandi potenze, non è più un’illusione ma un suicidio.
È significativo che se le popolazioni egiziane e tunisine hanno di nuovo alzato la testa è perché al loro interno esiste una forte componente operaia, che abbiamo già visto esprimersi chiaramente nel 2011 attraverso una moltitudine di scioperi. Ora, è proprio a questa che spetta il compito di non lasciarsi prendere da tutte le illusioni veicolate dagli anti-islamici e/o dai pro- o anti-liberali di ogni tipo. La continuazione degli scioperi dimostra la forza potenziale del proletariato per difendere le sue condizioni di vita e di lavoro e bisogna salutare il suo immenso coraggio.
… finché la lotta non si svilupperà nei paesi centrali
Ma le sue lotte non potranno offrire una reale prospettiva finché resteranno isolate. Nel 1979, in Iran, abbiamo assistito ad una serie di rivolte e di scioperi operai che avevano così dimostrato la forza delle reazioni proletarie ma che, chiusi in una cornice nazionale e in mancanza di prospettive e di una maturazione insufficiente delle lotte operaie al livello mondiale, erano state soffocate dalle illusioni democratiche e prese nella gogna degli scontri tra cricche borghesi. È il proletariato occidentale che, con la sua esperienza e la sua concentrazione, porta la responsabilità di fornire una vera prospettiva rivoluzionaria. I movimenti degli Indignati in Spagna e di Occupy negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna si sono riferiti esplicitamente alla continuità dei sollevamenti in Tunisia ed in Egitto, al loro immenso coraggio e alla loro incredibile determinazione. Il grido all’epoca della “primavera araba”, “non abbiamo più paura”, deve essere effettivamente fonte di ispirazione per tutto il proletariato mondiale. Ma è solo il faro dell'affermazione delle assemblee operaie, nel cuore del capitalismo, drizzate contro gli attacchi del capitalismo in crisi, che può offrire un’alternativa che permetta realmente il capovolgimento di questo mondo di sfruttamento che ci immerge sempre più profondamente nella miseria e la barbarie.
La classe operaia non deve sottovalutare il peso reale di cui dispone nella società, per il suo posto nella produzione ma anche e soprattutto per ciò che rappresenta come prospettiva per tutta la società e per l'avvenire del mondo. In questo senso, se gli operai egiziani e tunisini non devono lasciarsi imbrogliare dai miraggi dell'ideologia borghese democratica, è responsabilità di quelli dei paesi centrali mostrare loro la strada. È soprattutto in Europa che i proletari hanno la più lunga esperienza di scontro con la democrazia borghese e con le trappole più sofisticate di cui essa è capace. Devono dunque cogliere i frutti di questa esperienza storica ed elevare ancora più la loro coscienza. Sviluppando le loro lotte, in quanto classe rivoluzionaria, romperanno l'isolamento attuale delle lotte disperate che scuotono numerose regioni del pianeta e riaffermeranno la possibilità di un nuovo mondo per tutta l'umanità.
[2] Movimento della Rinascita, partito di maggioranza in Tunisia.
Annunciando l’adozione di una legge che autorizza il matrimonio omosessuale, il governo francese ha scatenato, come è capitato in tutti i paesi che hanno seguito la stessa strada, una serie di mobilitazioni e di dibattiti mediatici dove ciascuno ha dovuto scegliere da che parte stare: pro o contro il “matrimonio gay”. Anche in Italia questa questione suscita un certo interesse e spesso viene usata per creare divisioni e falsi schieramenti. Per questo abbiamo tradotto il seguente articolo scritto dai nostri compagni in Francia.
Le manifestazioni omofobiche sono espressione della decomposizione capitalista
Le ripugnanti manifestazioni organizzate da leghe e partiti omofobici, come “Civitas” e “Famille de France" (“Famiglia di Francia”), hanno scioccato per la loro ampiezza. Se la ridicola feccia del cattolicesimo integralista, con i suoi paramenti da fiera e i suoi patiboli da crocifissione, ha formato il grosso del battaglione, l’ampiezza delle mobilitazioni mostra fino a che punto le tendenze alla disumanizzazione, all’odio verso l’altro e all’irrazionalità proprie del capitalismo in disfacimento, si diffondono come la peste in tutti gli strati della società[1].
Dietro slogan sbiaditi come “la difesa della famiglia”, durante i cortei le “pecorelle” avevano qualche difficoltà a contenere le loro manie omofobiche e razziste.
Di fronte a queste dimostrazioni di odio e deliri collettivi, organizzate in nome di una “normalità” e di una sedicente “evidenza” astratta e disumanizzata, il proletariato deve affermare il suo attaccamento alla libertà sessuale, al rispetto delle differenze, ma dal punto di vista della sua lotta. Perché la lotta per il comunismo non è solo una lotta per il pane e un tetto, ma è anche - e soprattutto! - una lotta per l’emancipazione degli uomini, per “un’associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti”[2].
Il matrimonio esiste solo per l’interesse dei possidenti
Tuttavia resta una questione: l’autorizzazione al matrimonio omosessuale può far avanzare la società verso una maggiore libertà sessuale?
Al di là dell’idea che il “matrimonio per tutti” sarebbe uno strumento per lottare contro le discriminazioni - gli insulti, le aggressioni e i datori di lavoro omofobici purtroppo non scompariranno con un anello al dito - e di tute le chiacchiere sui “Diritti dell’uomo” e sulla “uguaglianza davanti alla Legge”, le argomentazioni portate avanti sono rivelatrici del carattere reazionario di questo “nuovo contratto”. La borghesia e specialmente i suoi partiti di sinistra presentano il matrimonio omosessuale come un progresso sociale che permetterebbe agli interessati di beneficiare dei vantaggi fiscali e dei diritti di successione di cui godono le coppie eterosessuali, in particolare verso i bambini che non usufruiscono della filiazione di uno dei loro genitori. Queste argomentazioni mostrano perfettamente che il matrimonio non è nient’altro che un rapporto di denaro. Come diceva Marx “Il proletario è senza proprietà; il suo rapporto con la moglie e i figli non ha più niente in comune con la famiglia borghese. Su che cosa si basa la famiglia attuale, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Una famiglia completamente sviluppata esiste soltanto per la borghesia”[3].
Certamente, numerosi operai si sposano per esprimere sinceramente il loro amore e beneficiare delle magre misure fiscali e amministrative. Ma il matrimonio è un’istituzione fondamentalmente legata alle società di classi. Per la borghesia, il matrimonio ha ben poco a che vedere con l’amore, è soprattutto un contratto per la conservazione e la trasmissione della proprietà privata: “Questo matrimonio di convenienza si converte abbastanza spesso nella più sordida prostituzione - talvolta delle due parti, ma più frequentemente della donna; se questa si distingue dalla cortigiana ordinaria, è solamente perché non affitta il suo corpo volta per volta, come una salariata, ma lo vende una volta per tutte, come una schiava”[4].
Ecco la natura del “progresso sociale” promesso dalla sinistra che si adorna ad ogni buon conto di un’immagine progressista: una semplice riforma sulla base della mercificazione degli esseri umani e della produzione capitalista, un sistema di produzione che è all’origine di tutte le discriminazioni e in particolare dell’assillo e dei comportamenti “da pogrom” di cui sono vittime gli omosessuali.
El Generico (24 gennaio)
[2] K. Marx e F. Engels: Manifesto del Partito comunista, 1848.
[3] Idem
[4] F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, 1884. In quest’opera, Engels sviluppa una critica completa e storica della famiglia, e particolarmente del ruolo del matrimonio nelle società di classe.
Ancora una volta la borghesia francese si lancia alla testa di un conflitto armato in Africa. Ancora una volta, lo fa in nome della pace. Nel Mali, si tratterebbe di una lotta contro il terrorismo e dunque per la sicurezza dei popoli. Non c’è alcun dubbio sulla crudeltà delle bande armate che regnano nel nord del Mali. Questi signori della guerra ovunque passino seminano morte e terrore. Ma i motivi dell’intervento francese non hanno niente a che vedere con le sofferenze delle popolazioni locali. Lo Stato francese mira solo a difendere i suoi sordidi interessi imperialisti. Gli abitanti di Bamako sono scoppiati di gioia e hanno salutato François Hollande come un salvatore. Queste sono le sole immagini di questa guerra che i media francesi diffondono: popolazioni in festa, tranquillizzate dal fatto che viene bloccata l’avanzata verso la capitale delle orde mafiose che intensificano i loro atroci soprusi. Ma questa esultanza sarà di breve durata. Quando una “grande democrazia” passa con i suoi carrarmati, dopo l’erba non è mai più verde di prima! Al contrario, desolazione, caos e miseria sono i risultati del suo intervento. La cartina geografica sotto riprodotta evidenzia nei dettagli i principali conflitti che hanno devastato l’Africa negli anni 90 e le carestie che l’hanno colpita. Il risultato è spettacolare: ogni guerra - spesso fatta sotto la bandiera del diritto all’ingerenza umanitaria, come in Somalia nel 1992 o in Ruanda nel 1994 - ha provocato gravi penurie alimentari. Non sarà diverso nel Mali. Questa nuova guerra andrà a destabilizzare l’intera regione e aumenterà notevolmente il caos.
Una guerra imperialista
“Con me Presidente, finisce la ‘Franciafrica’”. Questa grossolana menzogna di François Hollande susciterebbe una gran risata se non implicasse nuovi cadaveri. La sinistra continua a propagandare il suo umanesimo ma, da circa un secolo, i grandi valori che ipocritamente veste servono solo a dissimulare la sua reale natura: una frazione borghese che, come tutte le altre, è pronta a tutto, a ogni crimine, per difendere l’interesse nazionale. Perché è proprio di questo che si tratta nel Mali: difendere gli interessi strategici della Francia. Come François Mitterrand che decise di intervenire militarmente in Ciad, in Iraq, in ex-Iugoslavia, in Somalia e in Ruanda, oggi François Hollande dimostra che i “socialisti” non esitano mai a difendere i propri “valori” (in altre parole gli interessi borghesi della nazione francese) con il mitra in mano.
Sin dall’inizio dell’occupazione del Nord del paese da parte degli islamici, le grandi potenze, in particolare la Francia e gli Stati Uniti, hanno manovrato per spingere i paesi della zona a impegnarsi militarmente promettendo loro finanziamenti e mezzi logistici. Ma in questo gioco di alleanze e manipolazioni, lo Stato americano è sembrato più capace riuscendo poco a poco a guadagnarne in influenza. Farsi battere nel cuore del proprio territorio di caccia era inaccettabile per la Francia. Doveva reagire e alla grande: “Nel momento delle decisioni, la Francia ha reagito utilizzando il suo ‘diritto-dovere’ di vecchia potenza coloniale. Il Mali certamente si stava avvicinando un po’ troppo agli Stati Uniti, tanto da apparire come sede ufficiosa dell’Africom, il comando militare unificato per l’Africa, instaurato nel 2007 da George Bush e consolidato in seguito da Barack Obama” (Courrier international del 17 gennaio 2013).
In realtà, in questa regione del globo, le alleanze imperialiste sono estremamente complesse e molto instabili. Gli amici di oggi possono diventare i nemici di domani quando non lo sono entrambi allo stesso tempo! Tutti sanno che l’Arabia Saudita e il Qatar, “Grandi alleati" dichiarati della Francia e degli Stati Uniti, sono anche i principali finanziatori dei gruppi islamici che agiscono nel Sahel. Non sorprende quindi leggere nelle colonne di Le Monde del 18 gennaio, che il Primo ministro del Qatar si sia pronunciato contro la guerra che la Francia ha intrapreso nel Mali mettendo in dubbio la pertinenza dell’operazione “Serval”. E che dire delle superpotenze Stati Uniti e Cina che sostengono ufficialmente la Francia per giocare meglio dietro le quinte e continuare a far avanzare le loro pedine?
La Francia impantanata da molto tempo nel Sahel
Come gli Stati Uniti in Afghanistan, la Francia ha grandi probabilità di arenarsi sul nuovo campo di guerra. L’imperialismo francese sta manifestando il suo insabbiamento nel “pantano del Mali”, e più in generale nel Sahel, a tempo indeterminato (Hollande parla di “tempo necessario”). “Se l’operazione militare si giustifica per i pericoli rappresentati dalle attività di gruppi terroristici, ben armati e sempre più fanatici, essa non è esente da rischi di impantanamento e di instabilità duratura di tutta la regione ovest-africana. Non possiamo evitare, difatti, di assimilarla alla Somalia. La violenza nel paese, in seguito ai tragici avvenimenti di Mogadiscio all’inizio degli anni 90, si è propagata in tutto il Corno d’Africa che, vent’anni dopo, non sempre ha ritrovato la sua stabilità”. (A. Bourgi, Le Monde, 15 gennaio 2013). Quest’ultima idea è significativa: la guerra in Somalia ha destabilizzato tutto il Corno d’'Africa che “vent’anni dopo, non sempre ha ritrovato la sua stabilità ". Ecco cosa sono queste pretese guerre “umanitarie” o “antiterrorismo”. Quando le “grandi democrazie” sventolano la bandiera dell’intervento militare per difendere il “benessere dei popoli”, la “morale” e la “pace”, si lasciano sempre dietro campi di rovine dove regna l’odore della morte.
Dalla Libia al Mali, dalla Costa d’Avorio all’Algeria, il caos si generalizza
“Impossibile (…) non notare che il recente colpo di Stato (nel Mali) è un effetto collaterale delle ribellioni del Nord, che sono esse stesse la conseguenza della destabilizzazione della Libia per opera di una coalizione occidentale che non prova stranamente né rimorsi né sentimenti di responsabilità. Difficile anche non notare questo harmattan (vento africano) che soffia sul Mali, dopo essere passato per i suoi vicini ivoriani, guineani, nigeriani e mauritani” (Courrier international, 11 aprile 2012). In effetti, sono stati molti i gruppi armati che si sono battuti al fianco di Gheddafi e che oggi si trovano nel Mali, e altrove, con le proprie armi dopo avere svuotato i depositi di armi libici.
Eppure, anche in Libia, la “coalizione occidentale” è intervenuta con la scusa di far regnare l’ordine e la giustizia, per il benessere del popolo libico… Oggi, gli oppressi di questa regione del mondo subiscono la stessa barbarie e il caos continua a estendersi. Con questa guerra in Mali tocca all’Algeria essere destabilizzata. Il 17 gennaio un battaglione di AQMI[1] ha catturato centinaia di persone impiegate in un sito di produzione di gas a Tigantourine. L’esercito algerino ha reagito sparando massicciamente sui rapitori e i loro ostaggi facendo dozzine di morti. Di fronte a questa carneficina, Hollande ha dichiarato, come qualsiasi guerrafondaio della classe dominante è costretto a fare oggi per difendere il proprio campo, “un paese come l’Algeria ha le risposte che mi sembrano, almeno per me, le più adeguate perché non c’era possibilità di negoziati”. Questa entrata dell’Algeria nella guerra del Sahel, salutata come si deve da un capo di Stato preso dalla logica imperialistica, dimostra in quale cerchio infernale sta sprofondando il capitalismo. In fin dei conti: “Per Algeri, quest’azione inedita sul suo territorio spinge ancor più il paese in una guerra che ha cercato con tutti i mezzi di evitare, per timore delle conseguenze all’interno alle sue frontiere.” (Le Monde, 18 gennaio 2013).
Sin dall’inizio della crisi del Mali, il potere algerino ha condotto un doppio gioco, come dimostrano due fatti significativi: da un lato “ha negoziato” apertamente con certi gruppi islamisti lasciando anche alcuni di questi si rifornissero sul suo suolo di grosse quantità di carburante durante la loro offensiva per la conquista della città di Konna in direzione di Bamako; dall’altro, Algeri ha autorizzato gli aerei francesi a sorvolare il suo spazio aereo per bombardare i gruppi jihadisti nel nord del Mali. Questa posizione contraddittoria e la facilità con la quale gli elementi dell’AQMI hanno potuto accedere al sito industriale più “protetto” del paese, mostrano il carattere decomposto degli ingranaggi dello Stato e della società. Come per gli altri Stati del Sahel, l’entrata in guerra dell’Algeria non può che accelerare il processo di decomposizione in corso.
Tutte queste guerre indicano che il capitalismo è immerso in una spirale estremamente pericolosa, che mette in pericolo la stessa sopravvivenza dell’umanità. In modo progressivo, intere zone del globo sprofondano nel caos e la barbarie. Si mescola la ferocia dei torturatori locali (signori della guerra, capi clan, bande terroristiche…), la crudeltà degli imperialismi di second’ordine (piccoli e medi Stati), e il potere devastante delle grandi nazioni, e ognuno di questi è pronto a tutto, a ogni intrigo, a tutti i colpi bassi, a tutte le manipolazioni, a tutti i crimini, a tutte le atrocità… per difendere i propri miserabili e patetici interessi. Gli incessanti cambiamenti di alleanze danno all’insieme un’immagine di danza macabra.
Questo sistema moribondo continua a sprofondare, questi conflitti armati continuano a estendersi, arroventando sempre più vaste regioni del globo. Scegliere un campo, in nome del male minore, significa partecipare a questa dinamica che potrà avere come sbocco solo la morte dell’umanità. C’è una sola alternativa realistica, un solo modo di uscire da questo ingranaggio infernale: la lotta di massa e internazionale degli sfruttati per un mondo diverso, senza classi né sfruttamento, senza miseria né guerra.
Amina (19 gennaio)
Intanto questi ultimi, e soprattutto quelli che hanno perso il lavoro, che stanno in cassa integrazione da anni, o quelli che non riescono più a vivere con i pochi soldi che guadagnano, ma anche quelli che hanno dovuto chiudere la loro piccola attività, che hanno visto un proprio caro suicidarsi perché oberato di debiti o umiliato dalla povertà, ed ancora la stragrande maggioranza dei precari a vita o di giovani che non riescono a diventare neanche questo, tutti questi guardano a questa sceneggiata con sempre maggiore disincanto. E spesso in questi giorni si sente dire dalla gente più diversa “Ma vale la pena andare a votare?”.
Eppure il “senso civico”, l’idea che comunque non si può restare passivi, che almeno si può tentare di scegliere “il male minore”, alla fine possono prendere il sopravvento e portarci nella cabina elettorale, anche se con un nodo allo stomaco.
E’ vero, non si può rimanere inerti di fronte alla degradazione continua delle nostre condizioni di vita. Reagire è legittimo, anzi necessario. Ma è veramente mobilitandosi sul piano elettorale che possiamo far fronte a tutti questi attacchi?
La democrazia, una grande macchina per seminare illusioni
Formalmente il diritto di voto è un bene prezioso. Grazie a questo ogni cittadino ha nelle proprie mani il potere di scegliere la politica nella sua città, la sua regione, la sua nazione. È il fondamento della democrazia. Ma questo “potere” non è forse una farsa?
Ad ogni elezione sembra che si scontrino progetti differenti per il futuro della società. Adesso i vari Bersani, Vendola, ecc. ci vengono a parlare di difesa dei più deboli, di “equità sociale”, di sviluppo economico basato sull’occupazione e sulle opportunità per i giovani. Aria fritta! La politica portata avanti dalla sinistra per decenni, e che i proletari hanno pagato a proprie spese, non si differenzia affatto da quella della destra. I governi di destra del famigerato Berlusconi hanno solo continuato l’opera iniziata da Prodi e compagni di smantellamento delle pensioni e dell’assistenza sanitaria, di precarizzazione del lavoro, di aumento dei carichi di lavoro… E non poteva che essere così. Tutte queste misure erano necessarie per la competitività dell’economia nazionale. Anzi, l’ultimo governo Berlusconi è stato tolto di mezzo proprio perché non abbastanza attento e capace su questo piano quando la crisi mondiale necessitava, e necessita tuttora, misure ancora più draconiane. Cosa a cui ha provveduto il governo Monti. E chiunque vincerà queste elezioni non potrà che continuare sulla strada di Monti.
La propaganda elettorale serve appunto a nascondere questa cruda verità facendo credere nella possibilità di un’alternativa: “Sì, un’altra politica è possibile... a condizione che si voti bene”. Fandonie e fumo negli occhi! Cosa potrà essere il nuovo governo? Forse che Berlusconi, Bersani, Monti, Maroni, Ingroia, Vendola e lo stesso Grillo, con tutto il loro seguito, non appartengono alla stessa famiglia... la borghesia? Le differenze che separano i partiti borghesi sono nulla in confronto a ciò che hanno in comune: la difesa del capitale. E per difendere questo, tutti questi signori sono ben capaci di lavorare insieme, gomito a gomito, specialmente dietro le porte chiuse delle commissioni parlamentari e i più alti livelli dell’apparato statale. Quello che vediamo in Parlamento non sono che scaramucce all’interno della borghesia. I membri del Parlamento sono diventati nei fatti dei funzionari dello Stato con il compito, di volta in volta, di gesticolare in aula davanti alle telecamere per fingere indignazione rispetto a questa o quella misura, questa o quella parola “fuori posto” di un altro deputato... tutto questo per impressionare la platea e farla illudere che ci sia un’intensa vita democratica.
Nella realtà, le elezioni non offrono nessuna vera alternativa, nessuna via d’uscita. La possibilità di essere ascoltati attraverso le urne è solo un’illusione sapientemente mantenuta.
Isolato, il proletario è impotente
Se la classe operaia non ha nulla da guadagnare sul terreno elettorale, la borghesia ne esce vincente ogni volta. Trasformando i proletari in cittadini-elettori, li diluisce nella massa della popolazione, li isola gli uni dagli altri. Soli e quindi impotenti, può cercare di ficcare nel loro cervello quello che vuole.
“Tutti gli uomini sono nati liberi ed uguali davanti alla legge”, questo è inciso nel marmo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Per questo ogni cittadino ha un diritto inalienabile, quello di votare. Questa ideologia può essere riassunta in una semplice equazione: un individuo = un voto. Ma il problema è proprio che questa bella affermazione di principio è solo virtuale. Nel mondo reale gli uomini sono tutt’altro che uguali. Nel mondo reale la società è divisa in classi. Sopra e dominante, con le redini in mano, c’è la borghesia; sotto, ci sono tutti gli altri strati della società e in particolare la classe operaia. In concreto questo significa che una minoranza detiene lo Stato, i capitali, i media... La borghesia può quindi imporre ogni giorno le sue idee, la sua propaganda.
Questo rullo compressore mediatico passa e ripassa sul corpo elettorale da mesi. La propaganda non si ferma un solo istante. Riviste, giornali, programmi speciali si susseguono ad un ritmo infernale caso mai (mai sia!) i lavoratori si mettano a riflettere un istante per conto loro. Questo lavaggio del cervello non è nuovo. Il primo Congresso dell’Internazionale Comunista affermava già nel 1919: “(la libertà di stampa) è illusoria, finché i migliori stabilimenti tipografici e le più grosse forniture di carta sono nelle mani dei capitalisti (...). I capitalisti danno il nome di libertà di stampa alla libertà dei ricchi di comperare la stampa, alla libertà di usare la ricchezza per creare e distorcere la cosiddetta opinione pubblica”[1].
Votando, il proletario diventa passivo e spettatore
Chi osa “confessare” che pensa di non andare più a votare perché è da anni che ci prendono in giro, che i politici sono tutti uguali e lui si rifiuta di scegliere tra peste e colera, quasi sempre si sente rispondere che non votare significa... far ritornare il fascista e dittatore Berlusconi! L’antidemocratico per eccellenza che vuole imporre solo i suoi interessi personali ed economici, infischiandosene, anzi, limitando i diritti degli altri.
Appoggiandosi sulla paura del fascismo, che plana come un’ombra lontana sulle nostre teste, la borghesia insiste instancabilmente sulla fragilità della democrazia, sulla necessità per tutti di difenderla e farla vivere. Così facendo tenta di annientare preventivamente qualsiasi idea di avanzare dei dubbi sulla questione elettorale. Il succo dell’argomentazione è semplice: anche se la democrazia non è perfetta, consente a tutti di essere ascoltati. È pertanto vietato rovinare questa possibilità.
Ma a guardare più da vicino, ancora una volta, la realtà è tutt’altra. La democrazia borghese serve da maschera alla dittatura che esercita il capitale. Votare dà l’illusione di agire. L’elettore diventa attore giusto per 3 secondi, il tempo di infilare la scheda elettorale nell’urna, un attore costretto a giocare un copione scritto da qualcun altro. Una volta eletto “il responsabile politico”, l’elettore ritorna ad essere uno spettatore.
La classe operaia deve darsi i mezzi per sviluppare un modo di vivere, di agire e di decidere collettivamente radicalmente diverso. Nella democrazia borghese, una volta ogni tot anni, la società fa finta di avere una grande discussione collettiva nella quale tutti sono coinvolti. Nella lotta, al contrario, il coinvolgimento di tutti è reale. Nelle assemblee generali autenticamente proletarie, la parola è condivisa, i dibattiti sono aperti e fraterni e, soprattutto, i delegati sono revocabili. Questa revocabilità è importante, perché significa che il potere resta nelle mani delle masse. Se il delegato non difende più l’interesse generale lo si cambia. La lotta in Polonia nel 1980 è stato un esempio eclatante di questa vita proletaria in azione, di questa volontà di agire davvero collettivamente. Quando il comitato di sciopero, costituito da delegati eletti, si riuniva la folla ascoltava da fuori, grazie a microfoni e altoparlanti, gli sviluppi delle discussioni e manifestava gridando la sua approvazione o disapprovazione! Non era immaginabile lasciare che un pugno di persone decidesse per tutti[2].
C’è quindi un abisso tra la democrazia borghese e la vita politica proletaria. Da un lato le manovre, le manipolazioni, il potere nelle mani di una minoranza dominante. Dall’altro, la solidarietà, il dibattito aperto e fraterno, il potere nelle mani delle masse! Da decenni, le elezioni si susseguono e sono sempre le stesse. Durante la campagna elettorale i candidati fanno a gara a chi promette di più, giurando con la mano sul cuore che con loro il futuro sarà migliore. Ma una volta eletti, di destra o di sinistra, tutte le loro belle parole volano via per ricadere sotto forma di attacchi brutali. Sempre la stessa politica antiproletaria, sempre la stessa austerità. Di queste “disillusioni” la classe operaia ne ha fin sopra ai capelli.
Il terreno elettorale è campo della borghesia. Su questo campo di battaglia, tutte le armi sono nelle mani della classe dominante che ne esce ogni volta vittoriosa, mentre il proletariato ne esce ogni volta sconfitto. Invece per la strada, nelle fabbriche, in assemblea generale, i lavoratori possono unirsi, organizzarsi e battersi collettivamente. La solidarietà della classe operaia è una delle chiavi per il futuro a differenza di questi miserabili pezzi di carta chiamati schede elettorali!
Pawel
(Adattato dall’articolo pubblicato da Révolution Internationale il 5 giugno 2007).
[1] “Tesi approvate al primo congresso del Comintern sulla democrazia borghese e la dittatura proletaria”, scritte da Lenin e adottate dal congresso, 4 marzo 1919, J. Degras, Storia dell’Internazionale comunista, primo tomo, Feltrinelli
[2] Leggere la nostra brochure 'Sulla Polonia' (non disponibile on-line attualmente).
Annata 2014
Nell’ottobre 2013 è nato un nuovo “gruppo politico” donandosi il nome pomposo di “Groupe Internationale de la Gauche Communiste” (GIGC, Gruppo internazionale della Sinistra comunista). Questo nuovo gruppo si è costituito dalla fusione tra 2 elementi del gruppo Klasbatalo di Montreal ed elementi dell’ex sedicente “Frazione interna” della CCI (FICCI), i cui membri sono stati esclusi dalla CCI nel 2003 per i loro comportamenti indegni per dei militanti comunisti: oltre al furto, alle calunnie, al ricatto, questi elementi hanno attraversato il Rubicone per i loro deliberati comportamenti da delatori, in particolare pubblicando in anticipo su Internet la data della Conferenza della nostra sezione in Messico e pubblicizzando con insistenza le vere iniziali di un nostro compagno presentato come il “capo della CCI”. Rinviamo i nostri lettori che non fossero a conoscenza dei fatti agli articoli pubblicati all’epoca nella nostra stampa[1].
Nel nostro articolo “I metodi polizieschi della FICCI”, abbiamo chiaramente messo in evidenza che questi elementi offrono a titolo gratuito i loro utili e leali servizi allo Stato borghese. Spendono il loro tempo in un’attività di sorveglianza assidua del sito internet della CCI, cercando di informarsi su tutto quello che succede nella nostra organizzazione, nutrendosi e divulgando i pettegolezzi più nauseabondi ramazzati nelle fogne (e in particolare sulla coppia Louise/Peter, due militanti della CCI che li ossessionano e li eccitano all’estremo da più di dieci anni!).
Successivamente a quest’articolo, questi hanno ulteriormente peggiorato il loro caso pubblicando un documento di 114 pagine, riproducendo numerosi estratti delle riunioni del nostro organo centrale internazionale, che si proponeva di dare la prova delle loro accuse contro la CCI. Ciò che questo documento dimostrava in realtà, è che questi elementi hanno un cervello malato, completamente accecato dall’odio contro la nostra organizzazione, e che coscientemente consegnano alla polizia informazioni sensibili al fine di favorire il lavoro di questa.
Appena nato, questo piccolo aborto chiamato “Groupe international de la Gauche communiste” lancia il suo primo vagito scatenando una campagna isterica contro la CCI, come testimonia il manifesto pubblicitario del suo sito web: “Una nuova (ultima?) crisi interna nella CCI!” accompagnato, ovviamente, da un “Appello al campo proletario e ai militanti della CCI”.
Da diversi giorni questo “gruppo internazionale” (formato da 4 individui) è preso da un’attività frenetica, inviando lettere su lettere a tutto il “milieu proletario”, così come ai nostri militanti ed ad alcuni nostri simpatizzanti (dei quali hanno recuperato gli indirizzi) per salvarli dalle “grinfie” di una pretesa “frazione liquidatrice” (un clan Louise, Peter, Baruch).
I membri fondatori di questo nuovo gruppo, due delatori dell’ex-FICCI, fanno un passo ulteriore nell’ignominia svelando chiaramente i loro metodi polizieschi che mirano alla distruzione della CCI. Questo sedicente “Gruppo internazionale della Sinistra comunista” suona le campane e grida a squarciagola che è in possesso dei Bollettini interni della CCI. Esibendo il loro trofeo di guerra e facendo un tale baccano, il messaggio che questi delatori patentati cercano di far passare è molto chiaro: c’è una talpa nella CCI che lavora mano nella mano con l’ex-FICCI!
Questo è chiaramente un lavoro poliziesco che ha come unico obiettivo seminare il sospetto generalizzato, il turbamento e la zizzania all’interno della nostra organizzazione. Sono gli stessi metodi usati dalla GPU, la polizia politica di Stalin, per distruggere dall’interno il movimento trotskista degli anni 30. Sono questi stessi metodi che avevano già utilizzato i membri della ex-FICCI (ed in particolare due di loro, Juan e Jonas, membri fondatori del “GIGC”) quando hanno fatto dei viaggi “speciali” in diverse sezioni della CCI nel 2001 per organizzare riunioni segrete e far circolare voci secondo le quali uno dei nostri compagni (“la donna del capo della CCI”, secondo la loro espressione) era “un poliziotto”. Oggi, lo stesso procedimento per tentare di seminare il panico e distruggere la CCI dall’interno è ancora più abietto: sotto il pretesto ipocrita di voler “tendere la mano” ai militanti della CCI e salvarli dalla “demoralizzazione”, questi informatori di professione rivolgono in realtà a tutti i militanti della CCI il messaggio seguente: “c’è un (o più) traditore fra di voi che ci dà i vostri Bollettini interni, ma non vi si darà il suo nome perché tocca a voi cercarlo tra voi stessi!”.
Ecco il vero obiettivo di tutta quest’agitazione febbrile di questo nuovo “gruppo internazionale”: introdurre ancora una volta il veleno del sospetto e della sfiducia all’interno della CCI per cercare di distruggerla dall’interno. Si tratta di una vera e propria impresa di distruzione il cui grado di perversione non ha nulla da invidiare ai metodi della polizia politica di Stalin o della Stasi. Come abbiamo ricordato varie volte nella nostra stampa, Victor Serge nel suo libro ben noto e punto di riferimento nel movimento operaio, “Quello che ogni rivoluzionario deve sapere sulla repressione”, mette chiaramente in evidenza che la diffusione del sospetto e della calunnia è l’arma privilegiata dello Stato borghese per distruggere le organizzazioni rivoluzionarie: “la fiducia nel partito è il cemento di ogni forza rivoluzionaria (…) I nemici dell’azione, i vigliacchi, gli accomodati, gli opportunisti raccattano volentieri le loro armi nelle fogne! Il sospetto e la calunnia servono loro a discreditare i rivoluzionari (…) Questo male - il sospetto tra noi - può essere circoscritto soltanto da un grande sforzo di volontà. Occorre – ed è del resto la condizione preliminare di ogni lotta vittoriosa contro la vera provocazione alla quale fa gioco ogni accusa calunniosa portata contro un militante – che mai un uomo sia accusato alla leggera e che mai un’accusa formulata contro un rivoluzionario non sia archiviata. Ogni volta che un uomo viene sfiorato da un tale sospetto, deve istituirsi un giurì di compagni che deve deliberare e pronunciarsi sull’accusa o sulla calunnia. Regole semplici da osservare se si vuole preservare la salute morale delle organizzazioni rivoluzionarie”. La CCI è la sola organizzazione rivoluzionaria ad essere rimasta fedele a questa tradizione del movimento operaio difendendo il principio dei Giurì d’Onore di fronte alla calunnia: solo gli avventurieri, gli elementi torbidi e i vigliacchi non vogliono fare chiarezza dinanzi ad un Giurì d’Onore[2].
Victor Serge afferma anche che le motivazioni che conducono alcuni militanti a prestare i loro servizi alle forze di repressione dello Stato borghese non sono necessariamente la miseria materiale o la codardia: “ci sono, molto più pericolosi, i dilettanti, avventurieri che non credono in niente, indifferenti all’ideale che hanno servito fino a poco prima, innamorati del pericolo, dell’intrigo, della cospirazione, di un gioco complicato dove abbindolano tutti. Questi possono avere del talento, giocare un ruolo pressappoco indecifrabile”. E tra il profilo del delatore o dell’agente provocatore si trova, secondo Victor Serge, quello di ex-militanti “feriti dal partito”. Semplici ferite d’orgoglio, lagnanze personali (gelosia, frustrazione, delusione…), possono condurre dei militanti a sviluppare un odio incontrollabile contro il partito (o contro alcuni dei suoi membri che loro considerano come rivali) ed a prestare i loro servizi alle forze di repressione dello Stato borghese.
Tutti i chiassosi “Appelli” di quest’agenzia ufficiosa dello Stato borghese che è il “GIGC” non sono altro che appelli al pogrom contro alcuni dei nostri compagni (abbiamo già denunciato nella nostra stampa le minacce proferite da un membro dell’ex-FICCI che aveva detto a un nostro militante “a te, io ti taglierò la gola!”). Non è affatto un caso se questo nuovo “Appello” dei delatori dell’ex-FICCI è stato immediatamente diffuso da uno dei loro complici e “amico”, un certo Pierre Hempel (che pubblica un giornalucolo, del genere “stampa scandalistica”, tanto indigesta quanto delirante) intitolata “Il Proletariato Universale” nel quale si possono leggere cose dello stile tipo “Peter e la sua baldracca”. La “baldracca” in questione sarebbe, ben inteso, la nostra compagna tartassata da oltre 10 anni dai delatori e potenziali assassini dell’ex-FICCI ed i loro complici. Ecco attraverso quale genere di letteratura (molto “proletaria”) è trasmesso oggi l’“Appello” di questo sedicente “Gruppo internazionale della sinistra comunista” che attizza la curiosità (ed il voyeurismo) di tutti gli avvoltoi del piccolo “milieu” cosiddetto “proletario”. Ognuno ha gli amici che merita!
Ma non è tutto. Cliccando sui link che appaiono in nota[3] i nostri lettori, che appartengono realmente al campo della Sinistra comunista, potranno farsi un’idea un po' più precisa del pedigree di questo nuovo “Gruppo internazionale della sinistra comunista”: esso viene sponsorizzato da molti anni da una tendenza all’interno di un’altra officina dello Stato borghese, Il NPA (“Nuovo Partito Anticapitalista”, partito di Olivier Besancenot che si presenta alle elezioni e che viene invitato regolarmente negli studi televisivi). Questa tendenza del NPA gli fa regolarmente una pubblicità chiassosa, in prima pagina del suo sito Internet! Il fatto che un gruppo dell’estrema sinistra del capitale faccia tanta pubblicità alla FICCI e al suo attuale travestimento (il “GIGC”), è ben la prova che la borghesia sa riconoscere i suoi servi fedeli: sa su chi può contare per tentare di distruggere la CCI. Pertanto, i delatori del “GIGC” sarebbero legittimati a richiedere una decorazione allo Stato (rilasciata dal Ministro degli Interni, ovviamente!) per aver reso servizi molto più eminenti di quelli della maggior parte dei decorati.
La CCI farà piena chiarezza ed informerà i suoi lettori del seguito di quest’affare. È possibile che ci siano uno o più elementi torbidi infiltrati. Non sarebbe la prima volta ed abbiamo una lunga esperienza di questo tipo di problema, almeno dall’affare Chénier, un elemento escluso dalla CCI nel 1981 e che, alcuni mesi più tardi, lavorava ufficialmente per il Partito socialista allora al governo. Se questo è il caso, ovviamente, applicheremo i nostri Statuti come abbiamo sempre fatto.
Ma non possiamo scartare un’altra ipotesi: uno dei nostri computer ha potuto subire un attacco pirata da parte dei servizi della polizia (che sorveglia le nostre attività da oltre 40 anni). E non è da escludere che sia la polizia stessa (facendosi passare per una “talpa”, militante anonimo della CCI) che abbia trasmesso alla FICCI alcuni dei nostri Bollettini interni sapendo pertinentemente che questi delatori (e in particolare i due soci fondatori di questo sedicente “GIGC”) ne avrebbero fatto immediatamente buon uso. Ciò non avrebbe del resto nulla di sorprendente poiché i cowboy della FICCI (che sparano sempre più veloci della loro ombra!) si sono già fatti fregare nel 2004 flirtando con uno “sconosciuto” di casa staliniana in Argentina, il “cittadino B” che si nascondeva dietro un sedicente “Circulo de Comunistas internacionalistas”. Questo “Circulo” puramente virtuale presentava il grande vantaggio di pubblicare menzogne ignobili e grossolane contro la nostra organizzazione, menzogne che sono state con compiacenza ritrasmesse dalla FICCI. Appena queste menzogne sono state smontate, il “cittadino B” è scomparso della circolazione lasciando la FICCI nella costernazione e confusione totale.
La FICCI pretende che “il proletariato ha bisogno più che mai delle sue organizzazioni politiche per orientarsi verso la rivoluzione proletaria. Un indebolimento della CCI resta sempre un indebolimento del campo proletario nel suo insieme. Ed un indebolimento del campo proletario implica necessariamente un indebolimento del proletariato nella lotta di classe”. Ciò è di un'ipocrisia immonda. I partiti stalinisti si proclamavano difensori della rivoluzione comunista mentre ne erano i più feroci nemici. Nessuno deve essere stupido: quale che sia lo scenario, presenza di una “talpa” della FICCI nelle nostre file o manipolazione da parte dei servizi ufficiali dello Stato, l’ultimo “colpo teatrale” della FICCI-GIGC dimostra chiaramente che la sua vocazione non è assolutamente difendere le posizioni della Sinistra comunista ed operare per la rivoluzione proletaria, ma è quella di distruggere la principale organizzazione attuale della Sinistra comunista.
Che sia pagata o no, essa è un organismo poliziesco dello Stato capitalista.
La CCI si è sempre difesa contro gli attacchi dei suoi nemici, in particolare contro quelli che vogliono distruggerla con campagne di calunnie e di menzogne. Questa volta ancor di più, non lascerà correre. Non sarà né destabilizzata, né intimidita da quest’attacco del nemico di classe. Tutte le organizzazioni proletarie del passato hanno dovuto affrontare gli attacchi dello Stato borghese in vista di distruggerli. Si sono difese accanitamente e, molto spesso, questi attacchi, lungi dall’indebolirle hanno, al contrario, rafforzato la loro unità e la solidarietà tra militanti. È in questo modo che la CCI ed i suoi militanti hanno sempre reagito di fronte agli attacchi e alle delazioni della FICCI. E’ perciò che, appena è stata conosciuto l’“Appello” ignobile del “GIGC”, tutte le sezioni, tutti i militanti della CCI, si sono immediatamente mobilitati per difendere con la massima determinazione la nostra organizzazione ed i nostri compagni presi di mira in questo “Appello”.
Corrente Comunista Internazionale (4 maggio 2014)
[1] Défense de l'organisation : les méthodes policières de la "FICCI, https://fr.internationalism.org/ri330/ficci.html [290]; Les réunions publiques du CCI interdites aux mouchards, https://fr.internationalism.org/book/export/html/2245 [291]; “Calunnie e delazione, le due espressioni della politica della FICCI verso la CCI”, https://it.internationalism.org/icconline/2006_calunnie [292].
[2] Vedi in particolare il nostro comunicato del 21 febbraio 2002 Le combat des organisations révolutionnaires contre la provocation et la calomnie - Communiqué à nos lecteurs [293]
[3] tendanceclaire.org/breve.php?id=655 [294]
L'attuale crisi in Ucraina è la più grave dallo scoppio della Jugoslavia 25 anni fa. La Russia cerca di difendere i suoi interessi nella regione contro i tentativi delle forze occidentali di aumentare la loro influenza, minacciando di scatenare una guerra civile e la destabilizzazione della regione.
Il paese ha un nuovo presidente, Petro Porochenko, eletto a maggioranza nel primo turno delle elezioni sulla base della promessa di schiacciare senza esitazioni « i terroristi separatisti » nell'est del paese. Certamente egli non rappresenta niente di nuovo. La sua carriera politica è cominciata nel Partito unificato socialdemocratico dell'Ucraina, poi è passato nel Partito delle regioni, leale verso Kutchma, un alleato della Russia, prima di scegliere il Blocco Nostra Ucraina di Iuchtchenko nel 2001. E' stato ministro nei governi di Iuchtchenko e Ianukovitch. Miliardario del cioccolato, è stato accusato di corruzione nel 2005 e si è battuto alle elezioni presidenziali con il sostegno dell'ex pugile Vitaly Klitschko – che nello stesso momento è stato eletto sindaco di Kiev – e dei suoi corrotti partigiani Levochkin e Firtash. L'Ucraina attualmente è diretta da un nuovo oligarca corrotto, che offre la sola prospettiva che il sistema capitalista putrefatto riserva all'umanità : il militarismo e l'austerità.
Non essendo stato capace di sconfiggere rapidamente i separatisti filo-russi, il conflitto continua con alterne vicende, ma con i separatisti che continuano a mantenere le loro posizioni.
Lungi dall'aprire un nuovo perido di stabilità e di crescita, le elezioni presidenziali del 25 maggio hanno segnato una nuova tappa nello scivolamento verso una sanguinosa guerra civile, nonostante i referendum sull'autonomia tenuti dai separatisti in Crimea a marzo e quelli di Donetsk e Luhansk a maggio. Quello che sta accadendo è un allargamento delle divisioni interne di questo paese artificiale in fallimento, amplificate dalle manovre imperialiste esterne. Il rischio è che esso venga dilaniato dalla guerra civile, dalla pulizia etnica, i pogrom, i massacri e l'estensione dei conflitti imperialisti.
L'Ucraina è il secondo paese d'Europa come estensione, una costruzione artificiale con il 78% di ucraini e il 17% di russofoni, maggioritari nella regione del Donbass, più diverse etnie inclusi i Tartari della Crimea. Le divisioni sulle ricchezze economiche seguono le stesse linee di frattura, con il carbone e la siderurgia nell'est russofono, che esporta massicciamente verso la Russia rappresentando il 25% delle esportazioni. Per quanto riguarda la parte occidentale, teatro della « rivoluzione arancione » del 2004 e delle manifestazioni a Maidan, la piazza dell'indipendenza a Kiev, lo scorso inverno, guarda all'Occidente in cerca del suo sostegno.
L'economia è in fallimento. Nel 1999 la produzione era calata del 40% rispetto ai valori del 1991, data dell'arrivo all'indipendenza dell'Ucraina. Dopo una piccola ripresa, essa ha di nuovo perso il 15% nel 2009. L'apparato industriale dell'est è obsoleto, molto pericoloso e inquinante. L'esaurimento delle miniere ha comportato un aumento dei rischi di incidenti sul lavoro per l'aumento della profondità degli scavi fino a 1200 metri con la minaccia di esplosione di metano e di polvere di carbone nonchè dello sfaldamento delle rocce (le stesse condizioni di pericolo che hanno causato più di trecento morti recentemente a Soma, in Turchia). L'inquinamento causato dalle miniere compromette l'approvvigionamento d'acqua, mentre i mulini che trattano i residui di carbone e di ferro causano un inquinamento dell'aria visibile a occhio nudo e l'accumularsi delle scorie e del metallo arrugginito può causare frane nel terreno fangoso. A tutto questo bisogna aggiungere la radioattività causata dallo sfruttamento di miniere dell'epoca nucleare sovietica. Queste industrie non sono competitive sul medio termine, o anche a breve termine, se si devono confrontare con quelle dell'Unione Europea, ed è difficile intravedere chi avrà il coraggio di fare gli investimenti che ci vorrebbero. Certamente non gli oligarchi al potere, il cui unico obiettivo è riempirsi le tasche a spese dell'economia. Nè tantomeno la Russia che deve a sua volta fare i conti con la sua industria obsoleta ereditata dall'epoca sovietica. Nè ancora il capitale dell'Europa occidentale che ha deciso la chiusura della maggior parte delle proprie industrie minerarie e metallurgiche tra il 1970 e il 1980. L'idea che la Russia possa proporre una soluzione al disastro economico, all'impoverimento e alla disoccupazione che non ha smesso di aggravarsi man mano che gli oligarchi si arricchivano – una specie di nostalgia per lo stalinismo e la sua disoccupazione mascherata – è una illusione pericolosa che può solo indebolire la capacità della classe operaia di difendersi da se stessa.
Altrettanto pericolose sono le illusioni sulla moneta europea. Il Fondo Monetario Internazionale ha concesso un fido di 14/18 miliardi di dollari a marzo, in sostituzione dei 15 miliardi di dollari ritirati dalla Russia al momento della caduta di Ianukovitch. Questo fido è condizionato alla attuazione di una stretta austerità che ha provocato un aumento del prezzo del carburante del 40% e un taglio del 10% nel settore pubblico, corrispondente a 24.000 posti di lavoro. E le stesse cifre sulla disoccupazione non sono attendibili, dal momento che molte persone non sono registrate o sono sotto-impiegate.
Quando l'Ucraina faceva parte dell'URSS e confinava con paesi satelliti della Russia, le divisioni non minacciavano l'integrità del paese – il che non vuol dire che queste divisioni non esistevano. 70 anni fa, per esempio, i Tartari della Crimea furono espulsi ed alcuni sono tornati solo di recente. Le divisioni vengono utilizzate in maniera nauseante assetando di sangue tutte le parti in gioco. Il partito Svoboda, di estrema destra, non è solo in questa opera : il governo provvisorio di conciliazione di Stefan Bandera, la guerrafondaia nazista ucraina Iulia Timochenko, tutti fanno appello all'uccisione e al bombardamento dei dirigenti e della popolazione russa, e Porochenko lo mette in pratica. Il campo russo è altrettanto immondo e sanguinario. Entrambe le parti hanno costituito delle milizie paramilitari, e il governo stesso di Kiev non ricorre solo al suo esercito regolare. Queste forze irregolari riuniscono i fanatici più pericolosi, mercenari, terroristi, assassini, che spargono il terrore sulle popolazioni civili e si ammazzano reciprocamente. Una volta messe in marcia, queste forze tendono a diventare autonome, incontrollabili, portando alla stessa situazione di morte che si vive oggi in Iraq, Afganistan, Libia o Siria.
L'imperialismo russo ha bisogno della Crimea per la sua base navale sul Mar Nero, un mare caldo con accesso al Mediterraneo. Senza questa base la Russia non potrebbe effettuare operazioni nel Mare Mediterraneo o nell'Oceano Indiano. La sua posizione strategica dipende dalla Crimea. Ma essa ha bisogno anche dell'Ucraina per la difesa del gasdotto South Stream in corso di costruzione. E' una preoccupazione costante dall'indipendenza dell'Ucraina. La Russia non può assolutamente tollerare l'esistenza di un governo filo-occidentale in Crimea, motivo per cui si è opposta a qualsiasi accordo con l'Unione Europea. Nel 2010 essa ha concesso uno sconto sul prezzo del gas in cambio di un prolungamento della concessione per la sua base navale. Quando il governo Ianukovitch ha rinviato l'accordo di associazione all'U.E. lo scorso novembre, la Russia ha risposto con un'offerta di aiuto di 15 miliardi di dollari, ritirato quando Ianukovitch è stato deposto ed è scappato dall'Ucraina. Poco tempo dopo la Russia si è impadronita della Crimea e ha organizzato un referendum per la sua adesione, utilizzandolo poi nella sua propaganda di guerra in favore dell'annessione.
E così da marzo La Russia possiede la Crimea, di fatto, senza riconoscimento internazionale. Ma questa non è comunque sicura, dal momento che è circondata dall'Ucraina, un paese che è in procinto di firmare un accordo di associazione con l'U.E. alleandosi quindi con i nemici della Russia e liberarsi così del ricatto russo trovando nuovi donatori nell'Europa occidentale. Per poter avere un accesso via terra in Crimea la Russia ha bisogno di controllare la parte orientale dell'Ucraina. Questa tuttavia è differente dalla Crimea, nonostante il peso della popolazione russofona che ha fornito il pretesto per l'invasione. Non essendoci basi militari russe nell'Est dell'Ucraina i referendum separatisti di Donetsk e Luhansk non possono mettere al sicuro questa regione ma solo destabilizzarla, provocando altri scontri. L'Ucraina dell'est non è nemmeno sicura di controllare le gang separatiste locali.
La Russia ha comunque un'altra carta da giocare in caso di destabilizzazione di questa regione : la Transnistria, che si è separata dalla Moldavia, alla frontiera Sud-ovest dell'Ucraina dove vive ugualmente un'importante etnia russofona.
Questi fatti non significano assolutamente un ritorno alla guerra fredda. La guerra fredda costituisce un periodo di parecchie decine di anni di tensioni militari tra i due blocchi imperialisti che si dividevano l'Europa. Nel 1989 la Russia si è indebolita al punto da non poter più controllare i suoi satelliti, nemmeno la vecchia Unione Sovietica, come si è visto al momento della guerra in Cecenia. Ora molti paesi dell'Est Europa fanno parte della NATO che così si è impiantata fino alle frontiere della Russia. Tuttavia quest'ultima ha sempre un arsenale nucleare e conserva gli stessi interessi strategici. La minaccia di perdita di ogni influenza in Ucraina costituisce un pericolo di indebolimento che essa non può permettersi. Perciò è costretta a reagire.
Gli Stati Uniti sono la sola superpotenza restante, ma essi non hanno più l'autorità di un dirigente di blocco sui suoi « alleati » e concorrenti in Europa ; questo è stato attestato dal fatto che essi non hanno potuto mobilitare queste potenze per spalleggiarli nella seconda guerra in Iraq, come gli era riuscito nella prima. Gli Stati Uniti sono stati un po' indeboliti da più di vent'anni di usuramento nelle guerre in Iraq e in Afganistan. In più essi devono far fronte all'emergere di un nuovo rivale, la Cina, che è in grado di destabilizzare il Sud-Est asiatico e l'Estremo Oriente. Perciò, nonostante la loro intenzione di diminuire il budget militare, gli Stati Uniti sono obbligati a focalizzare la loro attenzione su questa regione del mondo. Obama ha dichiarato : « Alcuni dei nostri più grandi errori passati non vengono dal nostro disimpegno, ma dal nostro accanimento a precipitarci in avventure militari senza pensare alle conseguenze.» Questo non significa che gli Stati Uniti non cercheranno di avere la loro parte di torta in Ucraina, attraverso la via diplomatica, la propaganda e le azioni segrete, ma non c'è la prospettiva di un intervento immediato.
La Russia non si confronta con un Occidente unificato, ma con una moltitudine di paesi che difendono ognuno i loro propri interessi imperialisti, anche se a parole condannano l'intervento della Russia in Ucraina. La Gran Bretagna non vuole che le sanzioni compromettano gli investimenti russi nella City ; la Germania pensa alla sua attuale dipendenza dal gas russo, anche se cerca altre risorse energetiche.I paesi Baltici sono favorevoli a una condanna e ad azioni molto severe visto che una buona proporzione delle loro popolazioni sono russofone, e quindi si sentono anch'essi minacciati. E' così che il conflitto ucraino ha scatenato una nuova spirale di tensioni militari nell'est europeo dimostrando che non c'è rimedio contro di esse.
In questo momento la Russia affronta delle sanzioni che sono potenzialmente molto dannose, dato che riguardano le esportazioni di petrolio e di gas. La recente firma di un contratto per vendere gas alla Cina le è venuta in aiuto. La Cina non ha seguito l'ONU nella condanna dell'annessione della Crimea da parte della Russia. A livello di propaganda essa rivendica Taiwan sulle stesse basi delle pretese russe in Crimea : l'unità dei popoli che parlano cinese, mentre non vuole ammettere il principio di autodeterminazione per le sue numerose minoranze etniche.
Tutte le fazioni borghesi, sia all'interno dell'Ucraina che quelle che manovrano dall'esterno, sono confrontate a una situazione in cui ogni movimento non fa che peggiorare le cose. E' un po' come al gioco degli scacchi, gioco amato sia dai russi che dagli ucraini, quando ogni movimento fatto da un giocatore non può che aggravare la sua situazione, cosicchè egli non può fare altro che muovere o abbandonare. Per esempio, Kiev e l'U.E. auspicano un avvicinamento, il che non può che condurre a un conflitto e al separatismo nell'est ; la Russia vuole affermare il suo controllo sulla Crimea, ma siccome non può prendere il controllo dell'Ucraina o della sua parte orientale, tutto quello che può fare è provocare discordia e instabilità. Più ogni parte cerca di difendere i propri interessi, più la situazione diventa caotica e più il paese scivola verso la guerra civivle aperta – come nella Jugoslavia degli anni 1990. Questa è una caratteristica della decomposizione del capitalismo, in cui la classe dominante non può proporre una prospettiva razionale alla società e la classe operaia non è ancora capace di avanzare la sua prospettiva.
In questa situazione il rischio per la classe operaia è di essere irreggimentata dietro l’una o l’altra delle differenti fazioni nazionaliste. Questo pericolo è accresciuto dalla ostilità storica basata sulla vera e propria barbarie che ogni fazione ha esercitato durante tutto il 20° secolo: la borghesia ucraina può ricordare alla popolazione e in particolare alla classe operaia la carestia che ha ucciso milioni di persone come conseguenza della collettivizzazione forzata sotto la Russia stalinista; i Russi possono ricordare alla loro popolazione il sostegno degli ucraini alla Germania durante la seconda guerra mondiale mentre i Tartari non hanno dimenticato la loro espulsione dalla Crimea e la morte di circa la metà delle 200.000 persone coinvolte. C’è anche il pericolo, per la classe operaia, di rimproverare a questa o quella frazione di essere responsabile dell’aggravamento della miseria e di essere attirata nella trappola della difesa di un campo contro un altro. Nessuna di esse ha niente da offrire alla classe operaia, se non l’accentuazione dell’austerità e un conflitto sanguinario.
E’ quasi inevitabile che qualche operaio sia attirato nel sostegno a una fazione filo e anti-Russi, anche se non siamo sicuri di ciò che stia effettivamente avvenendo. Ma il fatto che il Donbass sia diventato un campo di battaglia per le forze nazionaliste evidenzia la debolezza della classe operaia in questa zona. Confrontati alla disoccupazione e alla povertà, gli operai non hanno la forza di sviluppare lotte sul proprio terreno insieme ai loro fratelli di classe dell’Ucraina dell’Ovest e corrono il rischio di essere sollevati gli uni contro gli altri.
C’è però una speranza, tenue ma significativa: una minoranza internazionalista in Ucraina e in Russia, il KRAS e altri, hanno espresso una presa di posizione coraggiosa: «Guerra alla guerra. Non versiamo una sola goccia di sangue per la ‘nazione’»; questi internazionalisti difendono la posizione della classe operaia. La classe operaia, sebbene non possa ancora mettere avanti la sua prospettiva rivoluzionaria, non è battuta a livello internazionale. E’ questa la sola speranza per un’alternativa di fronte alla corsa del capitalismo verso la barbarie e l’autodistruzione.
Alex, 8 giugno
1. Da un secolo, il modo di produzione capitalista è entrato nel suo periodo di declino storico, di decadenza. È lo scoppio della Prima Guerra mondiale, nell'agosto 1914 a segnare il passaggio tra la "Belle Époque", quella dell'apogeo della società borghese, e "l'era delle guerre e delle rivoluzioni", come l'ha qualificata l'Internazionale Comunista all'epoca del suo primo congresso, nel 1919. Da allora, il capitalismo non ha fatto che sprofondare nella barbarie con, al suo attivo in particolare, una Seconda Guerra mondiale che ha fatto più di 50 milioni di morti. E se il periodo di "prosperità" che è seguito a questa orribile macelleria ha potuto seminare l'illusione che questo sistema infine potesse superare le sue contraddizioni, la crisi aperta dell'economia mondiale, alla fine degli anni 60, è giunta a confermare il verdetto che i rivoluzionari avevano già enunciato mezzo secolo prima: il modo di produzione capitalista non sfuggiva al destino dei modi di produzione che l'avevano preceduto. Anch'esso, dopo avere costituito una tappa progressiva nella storia umana, era diventato un ostacolo allo sviluppo delle forze produttive ed al progresso dell'umanità. L'ora del suo capovolgimento e della sua sostituzione con un'altra società era giunta.
2. Nello stesso momento in cui segnava lo storico vicolo cieco in cui si stava trovando il sistema capitalista, questa crisi aperta, come quella degli anni 1930, poneva una nuova volta la società davanti all'alternativa: guerra imperialistica generalizzata o sviluppo di combattimenti decisivi del proletariato con, in prospettiva, il capovolgimento rivoluzionario del capitalismo. Di fronte alla crisi degli anni 1930, il proletariato mondiale, schiacciato ideologicamente dalla borghesia in seguito alla sconfitta dell'ondata rivoluzionaria degli anni 1917-23, non aveva potuto dare la sua risposta, lasciando che la classe dominante imponesse la sua: una nuova guerra mondiale. Di contro, fin dai primi segni della crisi aperta, alla fine degli anni 1960, il proletariato si è impegnato in combattimenti di grande ampiezza: maggio 1968 in Francia, "maggio strisciante" italiano del 1969, scioperi massicci degli operai polacchi del Baltico nel 1970 e molti altri scontri meno spettacolari ma tutti così significativi di un cambiamento fondamentale nella società: la controrivoluzione era giunta a termine. In questa situazione nuova, la borghesia non ha potuto avere le mani libere per intraprendere la strada di una nuova guerra mondiale. Sono seguiti più di quattro decenni di marasma crescente dell'economia mondiale, corredati da attacchi sempre più violenti contro il livello e le condizioni di vita degli sfruttati. Durante questi decenni, la classe operaia ha condotto molte lotte di resistenza. Tuttavia, anche se non ha subito una sconfitta decisiva che avrebbe potuto invertire il corso storico, essa non è stata in grado di sviluppare le sue lotte e la sua coscienza ad un punto tale da presentare alla società anche un embrione di prospettiva rivoluzionaria. "In una tale situazione in cui le due classi fondamentali e antagoniste della società si confrontano senza riuscire ad imporre la loro propria risposta decisiva, la storia non può attendere fermandosi. Ancor meno che per gli altri modi di produzione che lo hanno preceduto, non è possibile per il capitalismo congelare la situazione, la vita sociale. Mentre le contraddizioni del capitalismo in crisi non fanno che aggravarsi, l’incapacità della borghesia di offrire la minima prospettiva per l’insieme della società così come l’incapacità del proletariato di affermare apertamente la propria prospettiva nell’immediato non possono che sfociare in un fenomeno di decomposizione generalizzata, di incancrenimento generale della società. ". (La decomposizione, fase estrema della decadenza capitalista – Rivista Internazionale n°14). È dunque una nuova fase della decadenza del capitalismo che si è aperta da un quarto di secolo: il fenomeno della decomposizione sociale è diventato una componente determinante della vita di tutta la società.
3. Il campo dove si manifesta in modo più spettacolare la decomposizione della società capitalista è quello degli scontri militari e più generalmente delle relazioni internazionali. La successione di attentati omicidi che hanno colpito le grandi città europee, particolarmente Parigi, nel mezzo del decennio, attentati che non sono stati fatti da semplici gruppi isolati ma da Stati costituiti, ha spinto la CCI ad elaborare la sua analisi sulla decomposizione nella seconda metà degli anni 1980. É stato l'inizio di una forma di scontri imperialisti, qualificati in seguito come "guerre asimmetriche", che ha tradotto un cambiamento in profondità nelle relazioni tra Stati e, più generalmente, nell'insieme della società. La prima grande manifestazione storica di questa nuova, ed ultima, tappa nella decadenza del capitalismo è stata costituita dal crollo dei regimi stalinisti d'Europa e del blocco dell'Est nel 1989. La CCI ha immediatamente avanzato il significato che questo avvenimento rivestiva dal punto di vista dei conflitti imperialistici: "La scomparsa del gendarme imperialista russo, e ciò che conseguirà per il gendarme americano nei confronti dei suoi principali 'partner' di ieri, aprono la porta allo scatenamento di tutta una serie di rivalità locali. Queste rivalità e scontri non possono, al momento, degenerare in un conflitto mondiale (…). Di contro, a causa della scomparsa della disciplina imposta dalla presenza dei blocchi, questi conflitti rischiano di essere più violenti e più numerosi, in particolare, evidentemente, nelle zone dove il proletariato è più debole". (Revue Internationale n°61, "Dopo il crollo del blocco dell'Est, destabilizzazione e caos"). Da questo momento la situazione internazionale non ha fatto che confermare tale analisi:
- 1a guerra del Golfo nel 1991;
- guerra nell'ex Iugoslavia tra il 1991 ed il 2001;
- due guerre in Cecenia, nel 1994-1995 e nel 1999-2000;
- guerra in Afghanistan a partire dal 2001 che prosegue ancora, 12 anni dopo;
- la guerra in Iraq del 2003 le cui conseguenze continuano a pesare in modo drammatico su questo paese, ma anche sulla potenza americana, che ha iniziato la guerra;
- le numerose guerre che non hanno smesso di devastare il continente africano (Ruanda, Somalia, Congo, Sudan, Costa d'Avorio, Mali, ecc.);
- le numerose operazioni militari d'Israele contro il Libano o la Striscia di Gaza che replica ai lanci di razzi dalle posizioni di Hezbollah o di Hamas.
4. In realtà, questi differenti conflitti illustrano in modo drammatico come la guerra abbia acquisito un carattere totalmente irrazionale nel capitalismo decadente. Le guerre del XIX secolo, per quanto omicide siano state, hanno avuto una razionalità dal punto di vista dello sviluppo del capitalismo. Le guerre coloniali hanno permesso agli Stati europei di costituirsi un impero dove attingere materie prime o dove vendere le loro merci. La Guerra di Secessione del 1861-65 in America, vinta dal Nord, ha aperto le porte ad un pieno sviluppo industriale di quella che sarebbe diventata la prima potenza mondiale. La guerra franco-prussiana del 1870 è stata un elemento decisivo dell'unità tedesca e dunque della creazione del quadro politico della futura prima potenza economica d'Europa. Al contrario, la Prima Guerra mondiale ha lasciato esangui i paesi europei, sia i "vincitori" che i "vinti", ed in particolare quelli che avevano avuto la posizione più "bellicista" (Austria, Russia e Germania). In quanto alla Seconda Guerra mondiale, essa ha confermato ed ha amplificato il declino del continente europeo dove è esordita, con una menzione speciale per la Germania che nel 1945 è diventata un campo di rovine, come anche il Giappone, altra potenza "aggressiva". In effetti, il solo paese che abbia beneficiato di questa guerra è stato quello che vi è entrato più tardivamente e che ha potuto evitare, a causa della sua posizione geografica, lo svolgersi di quest’ultima sul suo territorio, gli Stati Uniti. Del resto, la guerra più importante che ha condotto questo paese dopo la Seconda Guerra mondiale, quella del Vietnam, ha ben mostrato il suo carattere irrazionale poiché non ha portato niente alla potenza americana se non un costo considerevole dal punto di vista economico e soprattutto umano e politico.
5. Detto ciò, il carattere irrazionale della guerra si è elevato ad un livello superiore nel periodo di decomposizione. Ciò che è ben illustrato, per esempio, dalle avventure militari degli Stati Uniti in Iraq ed in Afghanistan. Anche queste guerre hanno avuto un costo considerevole, soprattutto da un punto di vista economico. Infatti, il loro beneficio è molto ridotto, se non negativo. In queste guerre, la potenza americana ha potuto fare mostra della sua immensa superiorità militare, ma ciò non le ha permesso di raggiungere gli obiettivi desiderati: stabilizzare l'Iraq e l'Afghanistan ed obbligare i suoi vecchi alleati del blocco occidentale a stringere le righe intorno a lei. Oggi, il ritiro programmato delle truppe americane e della NATO dall’Iraq e dall'Afghanistan lascia un'instabilità senza precedente in questi paesi col rischio di contribuire all'aggravamento ed all'instabilità di tutta la regione. Allo stesso tempo, è in ordine sparso che gli altri partecipanti a queste avventure militari hanno lasciato o lasciano la nave. Per la potenza imperialista americana, la situazione non ha smesso di aggravarsi: se negli anni 1990 è riuscita a mantenere il suo ruolo di "Gendarme del Mondo", oggi, il suo primo problema è tentare di mascherare la sua impotenza di fronte all'ascesa del caos mondiale, come lo dimostra, per esempio, la situazione in Siria.
6. Durante l'ultimo periodo, il carattere caotico ed incontrollabile delle tensioni e conflitti imperialisti si è dimostrato ancora una volta con la situazione in Estremo Oriente e, chiaramente, in Siria. Nei due casi, siamo confrontati a conflitti che portano in sé la minaccia di un incendio e di una destabilizzazione ben più considerevole.
In Estremo Oriente si assiste ad un'impennata delle tensioni tra gli Stati della regione. È così che nel corso degli ultimi mesi abbiamo assistito allo sviluppo di tensioni coinvolgenti numerosi paesi, dalle Filippine al Giappone. Per esempio, la Cina ed il Giappone si disputano le isole Senkaku/Diyao, il Giappone e la Corea del Sud l'isola Takeshima/Dokdo, mentre altre tensioni sorgono a Taiwan, in Vietnam o in Birmania. Ma il conflitto più spettacolare riguarda evidentemente quello che oppone la Corea del Nord alla Corea del Sud, il Giappone e gli Stati Uniti. Presa alla gola da una crisi economica drammatica, la Corea del Nord si è lanciata in un riarmo militare che, evidentemente, utilizzerà come arma di ricatto, principalmente nei confronti degli Stati Uniti, per ottenere da questa potenza un certo numero di vantaggi economici. Ma questa politica avventurista contiene due fattori di gravità. Da una parte, il fatto che coinvolge, anche se in modo indiretto, il gigante cinese che resta uno dei pochi alleati della Corea del Nord. E ciò nel momento in cui questa potenza tende sempre più a fare valere ovunque i suoi interessi imperialisti, dove evidentemente può, in Estremo Oriente evidentemente, ma anche in Medio Oriente, grazie soprattutto alla sua alleanza con l'Iran che è peraltro il suo principale fornitore di idrocarburi, ed anche in Africa dove la sua crescente presenza economica mira a preparare una futura presenza militare quando ne avrà i mezzi. Dall'altra, questa politica avventurista dello Stato nordcoreano, uno Stato il cui barbaro dominio poliziesco manifesta una fragilità fondamentale, contiene il rischio di un tale sbandamento da innescare un processo incontrollato verso lo scoppio di un nuovo focolare di conflitti militari diretti con conseguenze difficilmente prevedibili, ma di cui possiamo già catalogare come un altro tragico episodio che va ad aggiungersi a tutte quelle manifestazioni della barbarie guerriera che oggi prostrano il pianeta.
7. La guerra civile in Siria fa seguito alla "primavera araba" che, indebolendo il regime di Assad, ha aperto il Vaso di Pandora consentendo lo sviluppo di una moltitudine di contraddizioni e conflitti che il pugno di ferro di questo regime per decenni aveva inscatolato. I paesi occidentali si sono pronunciati a favore della partenza di Assad, ma sono incapaci di proporre una soluzione di ricambio, mentre la sua opposizione è totalmente divisa e il settore preponderante è costituito dagli islamici. Allo stesso tempo, la Russia porta un deciso sostegno militare al regime di Assad che, col porto di Tartus, le garantisce la presenza della sua flotta da guerra in Mediterraneo. E non è il solo Stato poiché lo è anche l'Iran e del resto anche la Cina: la Siria è diventata una nuova sfida insanguinata dalle molteplici rivalità tra potenze imperialiste di primo o secondo ordine, di cui le popolazioni del Medio Oriente ne stanno da decenni facendo le spese. Il fatto che le manifestazioni della "Primavera araba" in Siria non abbiano apportato la benché minima conquista per le masse sfruttate ed oppresse ma una guerra che ha fatto più di 100.000 morti costituisce una sinistra illustrazione della debolezza in questo paese della classe operaia, la sola forza che possa mettere un freno alla barbarie guerriera. E questa è una situazione che vale anche, sotto forme meno tragiche, per gli altri paesi arabi dove la caduta dei vecchi dittatori è finita con la presa del potere da parte di settori più retrogradi della borghesia rappresentata dagli islamici, come in Egitto o in Tunisia, o in un caos senza nome come in Libia.
Così, la Siria ci offre oggi un nuovo esempio della barbarie che il capitalismo in decomposizione scatena sul pianeta, una barbarie che prende la forma di sanguinosi scontri militari ma che colpisce anche zone che hanno potuto evitare la guerra ma le cui società sprofondano in un caos crescente, come per esempio in America latina dove i narcotrafficanti, con la complicità di settori dello Stato, fanno regnare il terrore.
8. Ma è a livello della distruzione dell'ambiente naturale che le conseguenze a breve termine del crollo della società capitalista raggiungono una qualità totalmente apocalittica. Sebbene lo sviluppo del capitalismo si sia distinto fin dalle sue origini per la sua estrema rapacità nella sua ricerca di profitto e di accumulazione in nome del "dominio della natura", le depredazioni condotte negli ultimi 30 anni raggiungono livelli di devastazione sconosciuta nelle società del passato e nello stesso capitalismo all'epoca della sua nascita "nel fango e nel sangue". La preoccupazione del proletariato rivoluzionario di fronte all'essenza distruttiva del capitalismo è vecchia, come vecchia è la minaccia. Marx ed Engels allertavano già sull'impatto nefasto - tanto per la natura che per gli uomini - dell'assembramento e del confinamento delle popolazioni nelle prime concentrazioni industriali in Inghilterra a metà del XIX secolo. Nello stesso spirito, i rivoluzionari delle differenti epoche hanno compreso e denunciato la natura atroce dello sviluppo capitalista, avvertendo contro il pericolo che esso rappresenta non solo per la classe operaia, ma per tutta l'umanità e, oggigiorno, per la vita sul pianeta.
Oggi, la tendenza al deterioramento definitivo ed irreversibile del mondo naturale è realmente allarmante, come lo dimostrano le manifestazioni ripetute e terribili del riscaldamento climatico, del saccheggio del pianeta, la deforestazione, l'erosione dei suoli, la distruzione delle specie, l'inquinamento delle falde freatiche, dei mari e dell'aria e le catastrofi nucleari. Queste ultime costituiscono l'esempio per eccellenza del pericolo latente di devastazione risultante dal potenziale che il capitalismo ha messo al servizio della sua folle logica, trasformandolo in una spada di Damocle che minaccia l'umanità.
E benché la borghesia tenti di attribuire la distruzione dell'ambiente naturale alla meschinità di individui "senza coscienza ecologica" - creando così un'atmosfera di colpevolezza e di angoscia -, la verità, messa in evidenza dagli sforzi ipocriti e vani per "risolvere" il problema è che non si tratta di un problema di individui, neanche di imprese o di nazioni, ma della stessa logica di devastazione specifica di un sistema che, in nome dell'accumulazione, del profitto come principio e fine, non ha alcuno scrupolo a devastare forse per sempre, dal momento che può trarne un beneficio immediato, le premesse materiali dello scambio metabolico tra la vita e la Terra.
È là il risultato inevitabile della contraddizione tra le potenze produttive - umane e naturali - che il capitalismo ha sviluppato, e che si trovano oggi in costrizione e sul punto di esplodere in modo atroce, ed i rapporti di produzione antagonisti basati sulla divisione in classi e la competizione capitalista. È anche là il quadro mondiale drammatico la cui trasformazione deve stimolare il proletariato nei suoi sforzi rivoluzionari perché solo la distruzione del capitalismo può permettere alla vita di rifiorire di nuovo.
9. Fondamentalmente, questa impotenza della classe dominante di fronte al fenomeno della distruzione dell'ambiente naturale, di cui tuttavia essa ha sempre più coscienza della minaccia che fa pesare sull'insieme dell'umanità, trova le sue origini nella sua incapacità a superare le contraddizioni economiche che assillano il modo di produzione capitalista. È proprio l'aggravamento irreversibile della crisi economica che costituisce la causa fondamentale della barbarie che si estende sempre più nella società. Per il modo di produzione capitalista, la situazione è senza uscita. Sono le sue leggi che l'hanno condotto nel vicolo cieco dove si trova e non potrebbe uscirne che abolendo queste leggi, in altre parole abolendo se stesso. Concretamente, il capitalismo, dai suoi albori, ha avuto come motore essenziale del suo sviluppo la conquista permanente di nuovi mercati all'esterno della propria sfera. Le crisi commerciali che ha conosciuto fin dall'inizio del diciannovesimo secolo, e che esprimevano il fatto che le merci prodotte da un capitalismo in pieno sviluppo non arrivavano a trovare sufficientemente acquirenti per essere smaltite, erano superate da una distruzione del capitale eccedente ma anche e soprattutto attraverso la conquista di nuovi mercati, principalmente nelle zone del pianeta che non erano ancora sviluppate da un punto di vista capitalista. È per ciò che questo secolo è quello delle conquiste coloniali: per ogni potenza capitalista sviluppata, era primordiale costituirsi delle zone dove attingere delle materie prime a basso prezzo ma anche e soprattutto dove vendere le merci prodotte. La Prima Guerra mondiale ha proprio come causa fondamentale il fatto che, essendo compiuta la divisione del mondo tra le potenze capitaliste, ogni conquista di una nuova zona di dominio da parte di questa o quella potenza passava oramai attraverso lo scontro diretto con gli altri paesi coloniali. Ciò non voleva dire tuttavia che non esistevano più mercati extra-capitalisti capaci di assorbire l'eccesso di merci prodotte dal capitalismo. Come scriveva Rosa Luxemburg alla vigilia della Prima Guerra mondiale: "Più aumenta la violenza con la quale all'interno ed all'esterno il capitale annienta gli strati non capitalisti e degrada le condizioni di esistenza di tutte le classi lavoratrici, più la storia quotidiana dell'accumulazione nel mondo si trasforma in una serie di catastrofi e di convulsioni che, unendosi alle crisi economiche periodiche, finiranno per rendere impossibile continuare l'accumulazione e fare insorgere la classe operaia internazionale contro il dominio del capitale prim'anche che questo abbia raggiunto economicamente gli ultimi limiti obiettivi del suo sviluppo." (L'accumulazione del capitale). La Prima Guerra mondiale fu proprio la più terribile in quest'epoca "di catastrofi e di convulsioni" conosciute dal capitalismo "prima ancora che questo non abbia raggiunto economicamente gli ultimi limiti obiettivi del suo sviluppo". E dieci anni dopo la macelleria imperialistica, la grande crisi degli anni 1930 ne fu la seconda, una crisi che avrebbe aperto la strada ad un nuovo massacro imperialistico generalizzato. Ma il periodo di "prosperità" che ha conosciuto il mondo nel secondo dopoguerra, una prosperità pilotata da meccanismi di cui si era dotato il blocco occidentale prima ancora della fine della guerra (in particolare con gli accordi di Bretton Woods nel 1944), e che si basavano su un intervento sistematico dello Stato nell'economia, ha fatto si che questi "limiti obiettivi" non fossero raggiunti ancora. La crisi aperta alla fine degli anni 1960 ha dimostrato che il sistema si era avvicinato considerevolmente a questi limiti, principalmente con la fine della decolonizzazione che, paradossalmente, aveva permesso l'apertura momentanea di nuovi mercati. Ormai, la riduzione crescente dei mercati extra-capitalisti ha costretto il capitalismo, minacciato sempre più da una sovrapproduzione generalizzata, a fare ricorso in modo crescente al credito, vera fuga in avanti perché, più si accumulavano i debiti, più la possibilità un giorno di rimborsarli si assottigliava.
10. La salita portentosa della sfera finanziaria dell'economia, a danno della sfera propriamente produttiva, e che oggi è stigmatizzata da politici e giornalisti di ogni specie come responsabile della crisi, non è dunque per niente il risultato del trionfo di un pensiero economico su un altro pensiero economico ("monetaristi" contro "keynesiani", o "liberali" contro "interventisti"). Essa fondamentalmente è conseguenza del fatto che la fuga in avanti nel credito ha sempre dato un peso crescente a questi organismi, le banche, la cui funzione è distribuire questi crediti. In questo senso, la "crisi della finanza" non è all'origine della crisi economica e della recessione. Ben al contrario. È la sovrapproduzione che si trova all'origine della "finanziarizzazione". Infatti, essendo sempre più rischioso investire nella produzione, di fronte ad un mercato mondiale sempre più saturo, i flussi finanziari vengono orientati in modo crescente verso la semplice speculazione. È per tale motivo che tutte le teorie economiche "di sinistra" che preconizzano un "ridimensionamento della finanza internazionale" per "uscire della crisi" sono vani sogni poiché "dimenticano" le cause vere di questa ipertrofia della sfera finanziaria.
11. La crisi dei "subprimes" del 2007, il grande panico finanziario del 2008 e la recessione del 2009 hanno segnato il superamento di una nuova tappa molto importante e significativa dello sprofondamento del capitalismo nella sua crisi irreversibile. Per 4 decenni, il capitalismo ha usato ed abusato del credito per contrastare la tendenza crescente alla sovrapproduzione che si è espressa principalmente attraverso una successione di recessioni sempre più profonde e devastatrici seguite da "riprese" sempre più timide. Ne è risultato che, al di là delle variazioni dei tassi di crescita da un anno all'altro, la crescita media dell'economia mondiale non ha smesso di declinare di decennio in decennio nello stesso momento in cui si assisteva ad un aumento parallelo della disoccupazione. Quella del 2009 è stata la più importante recessione conosciuta dal capitalismo dalla grande depressione degli anni 1930 elevando, in molti paesi, il tasso di disoccupazione a livelli mai raggiunti dalla Seconda Guerra mondiale. È solo un intervento massiccio del FMI e degli Stati, deciso all'epoca del vertice del G20 di marzo 2009, che ha potuto salvare le banche da una bancarotta generalizzata a causa dell'accumulo dei loro "attivi tossici", e cioè di crediti che non potevano più essere rimborsati. In tal modo, la "crisi del debito", come la denominano i commentatori borghesi, è passata ad uno stadio superiore: non sono più solamente gli individui, come è capitato negli Stati Uniti nel 2007 con la crisi immobiliare, né le imprese o le banche a non essere in grado a rimborsare i loro debiti, e nemmeno a pagare gli interessi di quest’ultimi. Ma ora anche gli Stati, costretti a confrontarsi con il peso sempre più schiacciante del loro indebitamento, il "debito sovrano", vengono colpiti nella loro capacità ad intervenire per rilanciare le loro rispettive economie nazionali attraverso i deficit di bilancio.
12. È in questo contesto che si è dichiarato e sviluppato, dall'estate 2011, ciò che è conosciuto ormai con il nome di "crisi dell'Euro". Allo stesso titolo di quello dello Stato giapponese o dello Stato americano, il debito degli Stati europei ha conosciuto dal 2009 un aumento spettacolare, e particolarmente nei paesi della zona Euro dove l'economia era più fragile o più dipendente dai palliativi illusori messi in opera nel periodo precedente, i PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). Nei paesi che hanno una loro moneta, come gli Stati Uniti, il Giappone o il Regno Unito, l'indebitamento dello Stato può essere compensato in parte dalla creazione monetaria. È così che la FED americana ha ricomprato grosse quantità di Buoni del Tesoro dello Stato americano, e cioè il riconoscimento del debito pubblico, per trasformarli in biglietti verdi. Ma una tale possibilità non esiste per i paesi che hanno abbandonato la loro moneta nazionale a favore dell'Euro. Privati di questa possibilità di "monetizzazione del debito", i paesi della zona Euro non hanno altro ricorso che fare nuovi prestiti per colmare l’enorme buco delle loro finanze pubbliche. E se i paesi del nord Europa sono ancora capaci di racimolare fondi da banche private a tassi ragionevoli, una tale possibilità è vietata ai PIIGS i cui prestiti sono sottomessi a tassi di interesse esorbitanti a causa della loro insolvenza flagrante, ciò che li obbliga a fare appello ad una successione di "piani di salvataggio" messi in opera dalla Banca centrale europea e dal FMI accompagnati dall'obbligo di restrizioni drastiche dei deficit pubblici.
Queste restrizioni hanno per conseguenza attacchi drammatici contro le condizioni di vita della classe operaia senza permettere, pertanto, una reale capacità di questi Stati di limitare i loro deficit poiché la recessione che essi provocano ha per conseguenza la riduzione delle risorse prelevate attraverso le imposte. Così, i rimedi da cavallo proposti per "curare i malati" minacciano, sempre più, di ucciderli. Ed è proprio questa una delle ragioni per la quale la Commissione europea ha deciso proprio recentemente di rendere più flessibili le sue esigenze di riduzione dei deficit pubblici per un certo numero di paesi come la Spagna o la Francia. Così, possiamo constatare ancora una volta il vicolo cieco in cui si chiude sempre più il capitalismo: l'indebitamento ha costituito un mezzo per supplire all'insufficienza dei mercati solvibili ma esso non può aumentare indefinitamente, come è stato evidenziato dalla crisi finanziaria a partire dal 2007. Pertanto, tutte le misure che possono essere prese per limitare l'indebitamento pongono di nuovo il capitalismo davanti alla sua crisi di sovrapproduzione, e ciò in un contesto economico internazionale ogni giorno sempre più degradato che limita sempre più il suo margine di manovra.
13. Il caso dei paesi "emergenti", particolarmente i "BRIC" (Brasile, Russia, India, Cina) i cui tassi di crescita si mantengono ben al di sopra di quelli degli Stati Uniti, del Giappone o dell'Europa occidentale, non possono costituire una smentita del carattere insolubile delle contraddizioni del sistema capitalista. In realtà, il "successo" di questi paesi (di cui bisogna sottolineare le differenze poiché un paese come la Russia si distingue per la preponderanza delle esportazioni di materie prime, particolarmente gli idrocarburi) è stato in parte la conseguenza della crisi di sovrapproduzione generale dell'economia capitalista che, inasprendo la concorrenza tra le imprese ed obbligandole a ridurre in modo drastico il costo della forza lavoro ha condotto alla "delocalizzazione" di settori considerevoli dell'apparato produttivo dei vecchi paesi industriali (automobile, tessile ed abbigliamento, elettronica, ecc.) verso le regioni dove i salari operai sono incomparabilmente più bassi che in questi paesi. Questa nuova distribuzione nello sfruttamento della forza lavoro è stata notevolmente favorita dal crollo dei regimi stalinisti, alla fine degli anni 1980, che ha portato un colpo decisivo ad un modello di sviluppo fortemente autarchico dei paesi arretrati. La fine di questo modello ha egualmente permesso l'accesso ai mercati extra capitalisti residui fino ad ora inaccessibili a causa di questa autarchia; e ciò ha permesso una leggera tregua all'economia mondiale dando la possibilità ad un paese come la Germania di beneficiarne attraverso le sue esportazioni. Ciò detto, la stretta dipendenza dell'economia dei paesi emergenti nei confronti delle esportazioni verso i paesi più evoluti provocherà, prima o poi, forti sussulti di queste economie quando gli acquisti di questi ultimi saranno colpiti da recessioni sempre più profonde, ciò che non mancherà di arrivare.
14. Così, come dicevamo 4 anni fa, "anche se il sistema capitalista non crollerà come un castello di carta… la sua prospettiva è quella di un infognamento crescente nel suo blocco storico, quella di un ritorno su scala sempre più vasta delle convulsioni che lo affliggono oggi. Da quattro decenni la borghesia non ha potuto impedire l’aggravamento continuo della crisi. Essa parte oggi da una situazione ben più degradata di quella degli anni sessanta. Malgrado tutta l’esperienza che essa ha acquisito nel corso di questi decenni, essa non potrà fare meglio, ma solo peggio." (Risoluzione sulla situazione internazionale del 18° Congresso, punto 4). Ciò non vuole dire che stiamo ritornando ad una situazione simile a quella del 1929 e degli anni 1930. 70 anni fa, la borghesia mondiale era stata presa completamente alla sprovvista di fronte al crollo della sua economia e le politiche che aveva adottato, in particolare il ripiegamento di ogni paese su se stesso, erano riuscite solamente ad inasprire le conseguenze della crisi. L'evoluzione della situazione economica dagli ultimi 4 decenni ha provato che, pur non essendo stata in grado di impedire al capitalismo di sprofondare sempre più nella crisi, la classe dominante ha avuto la capacità di rallentare il ritmo di questo sprofondamento e d’evitare una situazione di panico generalizzato come quello innescato dal "giovedì nero" 24 ottobre 1929. Esiste un'altra ragione per la quale non vivremo di nuovo una situazione simile a quella degli anni 1930. A quell'epoca, l'onda d'urto della crisi, partita dalla prima potenza economica mondiale, gli Stati Uniti, si ripercosse principalmente sulla seconda potenza mondiale, la Germania. È in questi due paesi che abbiamo visto le più drammatiche conseguenze della crisi, come quella disoccupazione di massa che toccò oltre il 30% della popolazione attiva, quelle code interminabili davanti agli uffici di collocamento al lavoro o alle mense popolari, mentre paesi come la Gran Bretagna o la Francia furono più risparmiati. Attualmente, una situazione un po' simile si sta sviluppando nei paesi del Sud Europa, come per esempio in Grecia, senza tuttavia raggiungere ancora il grado di miseria operaia degli Stati Uniti o della Germania degli anni 1930. Contemporaneamente, i paesi più evoluti dell'Europa del Nord, gli Stati Uniti ed il Giappone sono ancora molto lontano da una tale situazione ed è più che improbabile che un giorno possano raggiungerla, da una parte, a causa della grande resistenza della loro economia nazionale di fronte alla crisi, dall'altra e soprattutto, per il fatto che oggi il proletariato di questi paesi, in particolare quello dell'Europa, non è pronto ad accettare un tale livello di attacchi contro le sue condizioni di esistenza. Così, una delle componenti maggiori dell'evoluzione della crisi sfugge al rigoroso determinismo economico e sfocia sul piano sociale, sul rapporto di forze tra le due principali classi della società, borghesia e proletariato.
15. Mentre la classe dominante vorrebbe farci passare i suoi ascessi purulenti per vezzi (nei) di bellezza, l'umanità comincia a svegliarsi da un sogno diventato incubo e che mostra il fallimento storico totale della sua società. Ma mentre l'intuizione della necessità di un ordine di cose differenti guadagna campo di fronte alla brutale realtà di un mondo in decomposizione, questa vaga coscienza non significa che il proletariato è convinto della necessità di abolire questo mondo, ancora meno di sviluppare la prospettiva di costruirne un nuovo.
Così, l'aggravamento inedito della crisi capitalista nel contesto della decomposizione è la cornice in cui attualmente si esprime la lotta di classe, sebbene in un modo ancora incerto nella misura in cui questa lotta non si sviluppa sotto forma di scontri aperti tra le due classi. A tale riguardo, dobbiamo sottolineare il quadro inedito delle lotte attuali poiché hanno luogo nel contesto di una crisi che dura da quasi 40 anni, i cui effetti graduali nel tempo - all'infuori dei momenti di convulsione - hanno “abituato" il proletariato a vedere le sue condizioni di vita degradarsi lentamente, perniciosamente, ciò che rende più difficile di percepire la gravità degli attacchi e di rispondere di conseguenza. Inoltre, è una crisi il cui ritmo rende difficile la comprensione di ciò che si trova dietro tali attacchi resi "naturali" per la loro lentezza ed il loro scaglionamento. È questa una cornice molto differente da quella di convulsioni e sconvolgimenti evidenti, immediati, dell'insieme della vita sociale che si conoscono in una situazione di guerra. Così, ci sono delle differenze tra gli sviluppi della lotta di classe - a livello delle risposte possibili, della loro ampiezza, della loro profondità, della loro estensione e del loro contenuto - in un contesto di guerra che rende il bisogno di lottare drammaticamente urgente e vitale (come avvenne all'epoca della Prima Guerra mondiale all'inizio del XX secolo anche se non ci fu immediatamente risposta alla guerra) ed in un contesto di crisi che ha un ritmo lento.
Così, il punto di partenza delle lotte di oggi è precisamente l'assenza di identità di classe di un proletariato che, dall'entrata del capitalismo nella sua fase di decomposizione, ha conosciuto non solo grandi difficoltà a sviluppare la sua prospettiva storica ma anche a riconoscersi come una classe sociale. La caduta del blocco dell'Est nel 1989 che avrebbe suonato la pretesa "morte del comunismo", scatenando una campagna ideologica che aveva per scopo di negare l'esistenza stessa del proletariato, ha portato un duro colpo alla coscienza ed alla combattività della classe operaia. La violenza dell'attacco di questa campagna ha pesato da allora sul corso delle sue lotte. Malgrado ciò, come abbiamo constatato dal 2003, la tendenza verso gli scontri di classe è stata confermata dallo sviluppo dei diversi movimenti in cui la classe operaia ha "dimostrato la sua esistenza" ad una borghesia che aveva voluto “seppellirla viva". Così, la classe operaia nel mondo intero non ha smesso di battersi, anche se le sue lotte non hanno raggiunto l'ampiezza né la profondità sperata nella situazione critica in cui si trova. Tuttavia, concepire la lotta di classe partendo da "ciò che dovrebbe essere", come se la situazione attuale “fosse caduta dal cielo", non è permesso ai rivoluzionari. Comprendere le difficoltà e le potenzialità della lotta di classe è sempre stato un compito che esige una visione materialista e storica paziente al fine di trovare un "senso" al caos apparente, di comprendere ciò che è nuovo e difficile, ciò che è promettente.
16. È in questo contesto di crisi, di decomposizione e di fragilità della condizione soggettiva del proletariato che prendono senso le debolezze, le insufficienze e gli errori, come le potenzialità e le forze della sua lotta, confermandoci nella convinzione che la prospettiva comunista non deriva in modo automatico né meccanico da circostanze determinate. Così, durante i due anni passati, abbiamo assistito allo sviluppo di movimenti che abbiamo caratterizzato attraverso la metafora dei 5 corsi:
• Movimenti sociali della gioventù precaria, disoccupata o ancora studentesca, che cominciano con la lotta contro il CPE in Francia nel 2006, e che proseguono attraverso le rivolte della gioventù in Grecia nel 2008, culminando nei movimenti degli Indignati e di Occupy nel 2011;
• Movimenti di massa ma ben inquadrati dalla borghesia che aveva preparato in anticipo il campo, come in Francia nel 2007, in Francia ed in Gran Bretagna nel 2010, in Grecia nel 2010-2012, ecc.;
• Movimenti che subiscono il peso dell'interclassismo come in Tunisia ed in Egitto in 2011;
• Embrioni di scioperi di massa in Egitto nel 2007, Vigo (Spagna) nel 2006, Cina nel 2009;
• Il susseguirsi di movimenti nelle fabbriche o in settori industriali localizzati, ma contenenti germi promettenti come Lindsay nel 2009, Tekel nel 2010, elettrici in Gran Bretagna nel 2011.
Questi 5 corsi appartengono alla classe operaia perché, malgrado le loro differenze, esprimono ciascuno a suo livello lo sforzo del proletariato per ritrovarsi come classe, nonostante le difficoltà e gli ostacoli seminati dalla borghesia; ciascuno a suo livello ha portato una dinamica di ricerca, di chiarimento, di preparazione del campo sociale. A differenti livelli, essi si inscrivono nella ricerca "della parola che ci porterà fino al socialismo" (come scrive Rosa Luxemburg parlando dei consigli operai) per mezzo delle assemblee generali. Le espressioni più avanzate di questa tendenza sono state i movimenti degli Indignati e di Occupy - principalmente in Spagna - perché sono quelli che hanno più chiaramente posto le tensioni, le contraddizioni e le potenzialità della lotta di classe oggi. Nonostante la presenza di strati provenienti dalla piccola borghesia impoverita, l'impronta proletaria di questi movimenti si è manifestata attraverso la ricerca della solidarietà, delle assemblee, l'inizio di una cultura del dibattito, la capacità di evitare le trappole della repressione, germi di internazionalismo, una sensibilità acuta al riguardo degli elementi soggettivi e culturali. Ed è attraverso questa dimensione, quella della preparazione del campo soggettivo, che questi movimenti mostrano tutta la loro importanza per il futuro.
17. La borghesia, da parte sua, ha mostrato segni di inquietudine di fronte a questa "resurrezione" del suo becchino mondiale che reagisce agli orrori che gli sono imposti nel quotidiano per mantenere in vita il sistema. Il capitalismo ha amplificato di conseguenza la sua offensiva rafforzando il suo inquadramento sindacale, seminando illusioni democratiche ed accendendo i fuochi d'artificio del nazionalismo. Non è un caso se la sua controffensiva si è centrata su queste questioni: l'aggravamento della crisi ed i suoi effetti sulle condizioni di vita del proletariato provocano una resistenza che i sindacati tentano di inquadrare attraverso azioni che frammentano l'unità delle lotte e prolungano la perdita di fiducia del proletariato nelle proprie forze.
Poiché lo sviluppo della lotta di classe al quale assistiamo si realizza oggi in una cornice di crisi aperta del capitalismo da circa 40 anni - ciò che è in una certa misura una situazione senza precedenti rispetto alle esperienze passate del movimento operaio - la borghesia tenta di impedire al proletariato di prendere coscienza del carattere mondiale e storico della crisi nascondendone la natura. Così, l'idea di soluzioni "nazionali" e l’ascesa dei discorsi nazionalisti impediscono la comprensione del vero carattere della crisi, indispensabile affinché la lotta del proletariato prenda una direzione radicale. Poiché il proletariato non si riconosce come classe, la sua resistenza tende ad orientarsi in un’espressione generale di indignazione contro ciò che ha luogo nell'insieme della società. Questa assenza di identità di classe e dunque di prospettiva di classe permettono alla borghesia di sviluppare delle mistificazioni sulla "cittadinanza" e le lotte per una "vera democrazia". Ci sono altre cause di questa perdita di identità di classe che prendono radice nella stessa struttura della società capitalista e nella forma che prende l'aggravamento della crisi attualmente. La decomposizione, determinando un aggravamento brutale delle condizioni minime di sopravvivenza umana, si ripercuote sul campo personale, mentale e sociale, devastandolo. Ciò si manifesta in una "crisi di fiducia" dell'umanità. Inoltre, l'aggravamento della crisi, attraverso l'estensione della disoccupazione e della precarietà, va ad indebolire la socializzazione giovanile e ne facilita la fuga verso un mondo di astrazione e di atomizzazione.
18. Così, i movimenti di questi due ultimi anni, ed in particolare i "movimenti sociali", sono segnati da molteplici contraddizioni. In particolare, la rarità delle rivendicazioni specifiche apparentemente non corrisponde alla traiettoria "classica" che va dall'individuo al generale come noi ci aspettavamo dalla lotta di classe. Ma dobbiamo considerare anche gli aspetti positivi di questo comportamento generale che deriva dal fatto che gli effetti della decomposizione si risentono su un piano generale ed a partire dalla natura universale degli attacchi economici condotti dalla classe dirigente. Oggi, la strada che ha preso il proletariato ha il suo punto di partenza nel "generale", ciò che tende a porre la domanda della politicizzazione in una maniera ben più diretta. Confrontata all'evidente fallimento del sistema ed agli effetti deleteri della sua decomposizione, la massa sfruttata si rivolta e non potrà farlo prima di comprendere questi problemi come i prodotti della decadenza del sistema e della necessità di superarlo. È a questo livello che prendono tutta la loro importanza i metodi di lotta propriamente proletari che osserviamo (assemblee generali, dibatti fraterni ed aperti, solidarietà, sviluppo di una prospettiva sempre più politica), perché sono questi metodi che permettono di condurre una riflessione critica e di arrivare alla conclusione che il proletariato può distruggere non solo il capitalismo ma costruire un mondo nuovo. Un momento determinante di questo processo sarà l'entrata in lotta dai luoghi di lavoro e la loro congiunzione con le mobilitazioni più generali, una prospettiva che comincia a svilupparsi malgrado le difficoltà che dovremo affrontare negli anni a venire. È là il contenuto della prospettiva della convergenza dei "cinque corsi" di cui parlavamo sopra in questo "oceano di fenomeni", come Rosa Luxemburg descrive lo sciopero di massa.
19. Per comprendere questa prospettiva di convergenza, il rapporto tra l’identità di classe e la coscienza di classe è di un'importanza capitale, ed una questione si pone: la coscienza può svilupparsi senza identità di classe o quest'ultima nascerà dallo sviluppo della coscienza? Lo sviluppo della coscienza e di una prospettiva storica è a giusta ragione associato al recupero dell'identità di classe ma non possiamo considerare questo processo svilupparsi poco a poco secondo una sequenza rigida: inizialmente forgiare la sua identità, poi lottare, poi sviluppare la sua coscienza e sviluppare una prospettiva, o qualsiasi programmazione di questi elementi. La classe operaia non appare oggi come un polo d'opposizione sempre più massiccio; perciò lo sviluppo di una posizione critica per un proletariato che ancora non riconosce se stesso è il più probabile. La situazione è complessa, ma ci sono più probabilità di vedere una risposta a forma di discussione generale, potenzialmente positiva in termini politici, partendo non da un'identità di classe distinta e netta ma a partire da movimenti che tendono a trovare la propria prospettiva mediante la loro lotta. Come dicevamo nel 2009, "Affinché la coscienza della possibilità della rivoluzione comunista possa guadagnare un terreno significativo in seno alla classe operaia è necessario che questa possa riacquistare fiducia nelle proprie forze e questo passa attraverso lo sviluppo di lotte di massa". (Risoluzione sulla situazione internazionale, punto 11, 18° Congresso della CCI) (https://it.internationalism.org/node/808 [298]). La formulazione "sviluppare le sue lotte per ritrovare fiducia in sé e nella sua prospettiva" è completamente adeguata perché vuole dire riconoscere un "sé" ed una prospettiva, ma lo sviluppo di questi elementi può derivare solamente dalle loro stesse lotte. Il proletariato "non crea" la sua coscienza, ma "prende" coscienza di ciò che è realmente.
In questo processo, il dibattito è la chiave per criticare le insufficienze dei punti di vista parziali, per smontare le trappole, rigettare la caccia ai capri espiatori, comprendere la natura della crisi, ecc. A questo livello, le tendenze al dibattito aperto e fraterno di questi ultimi anni sono molto promettenti per questo processo di politicizzazione che la classe dovrà fare avanzare. Trasformare il mondo trasformandoci noi stessi comincia a prendere corpo nell'evoluzione delle iniziative di dibattiti e nello sviluppo di preoccupazioni che si basano sulla critica delle potenti catene che paralizzano il proletariato. Il processo di politicizzazione e di radicalizzazione ha bisogno del dibattito per criticare l'ordine attuale e portare una spiegazione storica ai problemi. A questo livello resta valido che "La responsabilità delle organizzazioni rivoluzionarie, e della CCI in particolare, è di essere parte pregnante della riflessione che si conduce in seno alla classe fin da ora, non solo intervenendo attivamente nelle lotte che cominciano a svilupparsi ma anche stimolando il percorso dei gruppi ed elementi che si propongono di raggiungere la sua lotta" (Risoluzione sulla situazione internazionale del 17° Congresso della CCI, 2007). Dobbiamo essere convinti fermamente che la responsabilità dei rivoluzionari nella fase che si apre è di contribuire, catalizzare lo sviluppo nascente della coscienza che si esprime nei dubbi e le critiche che già cominciano a porsi nel proletariato. Proseguire ed approfondire lo sforzo teorico devono essere il centro del nostro contributo, non solo contro gli effetti della decomposizione ma anche come mezzo per fertilizzare pazientemente il campo sociale, come antidoto all'immediatismo nelle nostre attività, perché senza la radicalità e l'approfondimento della teoria da parte delle minoranze, la teoria non potrà impossessarsi mai delle masse.
Lo scorso maggio, la CCI ha tenuto una conferenza internazionale straordinaria. Da qualche tempo si era sviluppata al nostro interno una crisi con epicentro la nostra più vecchia sezione, la sezione in Francia. Abbiamo ritenuto necessario convocare una conferenza straordinaria, in aggiunta ai regolari congressi internazionali, di fronte al bisogno vitale di comprendere appieno la natura di questa crisi e di sviluppare i mezzi per superarla. La CCI ha già convocato delle conferenze internazionali straordinarie in passato, nel 1982 e nel 2002, in accordo con i nostri Statuti che ne prevedono la tenuta quando i principi fondamentali della CCI sono pericolosamente messi in discussione[1]. Tutte le sezioni internazionali della CCI hanno inviato delle delegazioni a questa terza Conferenza straordinaria e hanno partecipato molto attivamente alle discussioni. Le sezioni che non hanno potuto parteciparvi fisicamente (a causa delle costrizioni del trattato di Schengen) hanno inviato alla Conferenza delle prese di posizioni sui rapporti e le risoluzioni in discussione.
I nostri contatti e simpatizzanti potrebbero allarmarsi da questa notizia; i nemici della CCI avranno certamente un brivido di giubilo. Alcuni di loro sono già convinti che questa sia la nostra “ultima” crisi, foriera della nostra scomparsa. Ma previsioni di questo tipo sono state già fatte durante le precedenti crisi della nostra organizzazione. All’indomani della crisi del 1981-82, trentadue anni fa, rispondemmo ai nostri detrattori, così come lo facciamo oggi, ricordando queste parole di Mark Twain: “La notizia della mia morte è ampiamente esagerata!”.
Le crisi non sono necessariamente il segno di un crollo, di un fallimento imminente o irreparabile. Al contrario, l’esistenza delle crisi può essere l’espressione di una sana resistenza a un processo soggiacente che si era tranquillamente e insidiosamente sviluppato fino a quel momento e che, lasciato al suo libero corso, avrebbe potuto portarci al naufragio. Le crisi possono essere un segno di una reazione al pericolo e della lotta contro gravi debolezze che portano al collasso. Una crisi può finanche essere salutare. Essa può costituire un momento cruciale, l’opportunità di andare alla radice di gravi difficoltà, di individuarne le cause profonde per poterle superare. Il che può permettere, alla fine, all’organizzazione di rafforzarsi e di temprare i suoi militanti per le battaglie future.
Nella Seconda Internazionale (1889-1914), il Partito operaio socialdemocratico di Russia (POSDR) era noto per aver attraversato una serie di crisi e scissioni e, per questo, era considerato con disprezzo dai principali partiti dell’Internazionale, come dal Partito socialdemocratico Tedesco (SPD), che sembrava volare di successo in successo e il cui numero di membri e di risultati elettorali crescevano con regolarità.
Tuttavia, le crisi del partito russo e la lotta dell’ala bolscevica per superare queste crisi e trarne gli insegnamenti, hanno rafforzato la minoranza rivoluzionaria, l’hanno preparata a contrapporsi alla guerra imperialista del 1914 e a porsi all’avanguardia della Rivoluzione d’Ottobre nel 1917. Al contrario, l’unità di facciata e la “calma” all’interno dell’SPD (messa in discussione solo dai “facinorosi” come Rosa Luxemburg) ha portato questo partito al collasso completo e irrevocabile nel 1914, con il totale tradimento dei suoi principi internazionalisti di fronte alla Prima guerra mondiale.
Nel 1982, la CCI ha identificato la propria crisi (causata dallo sviluppo di confusioni gauchiste e attiviste che avevano permesso all’individuo Chénier[2] di fare gravi danni nella nostra sezione in Gran Bretagna) e ne ha tirato le lezioni per ristabilire con maggiore profondità i propri principi per quanto riguarda la sua funzione e il suo funzionamento[3] E’ del resto all’uscita di questa crisi che la CCI ha adottato i suoi attuali Statuti.
Il Partito Comunista Internazionale “bordighista” (Programma Comunista), che era all’epoca il gruppo più importante della Sinistra Comunista, ha vissuto difficoltà simili e di maggiore gravità, ma questo gruppo non è stato in grado di trarne le lezioni ed è crollato come un castello di carta, con la perdita di quasi tutte le sue sezioni e dei suoi membri[4].
Oltre ad identificare le proprie crisi, la CCI si è basata su un altro principio appreso dall’esperienza bolscevica: far conoscere le circostanze e gli insegnamenti delle sue crisi interne per contribuire alla massima chiarezza (a differenza di altri gruppi rivoluzionari che nascondono al proletariato l’esistenza delle loro crisi interne). Siamo convinti che le lotte per superare le crisi delle organizzazioni rivoluzionarie servano per evidenziare più chiaramente le verità e i principi generali relativi alla lotta per il comunismo.
Nella Prefazione a Un passo avanti e due indietro, nel 1904, Lenin scriveva: "[I nostri avversari] si agitano e manifestano una gioia maligna dinanzi alle nostre polemiche: costoro tenteranno naturalmente di utilizzare ai loro fini singoli passi del mio opuscolo, consacrato ai difetti e alle lacune del nostro partito. I socialdemocratici russi sono già sufficientemente temprati alle battaglie per non lasciarsi commuovere da queste punture di spillo, per continuare, nonostante ciò, la loro opera di autocritica e di denuncia spietata dei propri difetti, che saranno sicuramente e inevitabilmente superati con lo sviluppo del movimento operaio. Si provino invece i signori avversari a presentarci il quadro della reale situazione esistente nei loro “partiti”, un quadro che si avvicini anche solo da lontano a quello offerto dagli atti del nostro secondo Congresso!”[5].
Come Lenin, riteniamo che, nonostante il piacere superficiale che i nostri nemici provano di fronte alle nostre difficoltà (interpretandole secondo le proprie lenti deformanti), i veri rivoluzionari imparano dai loro errori uscendone rafforzati.
È per questo che facciamo qui, per quanto brevemente, una presentazione dell’evoluzione di questa crisi nella CCI e il ruolo svolto dalla nostra Conferenza straordinaria per farvi fronte.
L’epicentro della crisi attuale della CCI è stato il riemergere nella sezione in Francia di una campagna di diffamazione, nascosta all’insieme dell’organizzazione, nei confronti di una compagna che è stata demonizzata (a tal punto che un militante riteneva che la sua presenza nell’organizzazione fosse un ostacolo allo sviluppo di questa). Evidentemente, l’esistenza di una tale pratica di stigmatizzazione di un capro espiatorio – che si suppone essere responsabile di tutti i problemi incontrati dall’insieme dell’organizzazione - è assolutamente intollerabile in un’organizzazione comunista che deve sentirsi in dovere di respingere la persecuzione endemica esistente nella società capitalista derivante dalla morale borghese del ciascuno per sé e Dio per tutti. Le difficoltà dell’organizzazione sono responsabilità di tutta l’organizzazione. La celata campagna di ostracismo verso un membro dell’organizzatore mette in discussione il principio stesso di solidarietà comunista, sul quale la CCI è fondata.
Quando questa campagna è emersa in piena luce, in seguito alla sua individuazione da parte dell’organo centrale, non potevamo accontentarci di semplicemente porvi fine.
Non era in genere di cosa che si potesse spazzar via come qualcosa di spiacevole. Bisognava andare alla radice e spiegare come e perché un tale flagello, una rimessa in causa così plateale di uno dei principi comunisti fondamentali, si fosse potuto sviluppare di nuovo nelle nostre file. Il compito della Conferenza straordinaria era raggiungere un accordo comune su questa spiegazione e sviluppare delle prospettive idonee a sradicare tali pratiche in futuro.
Uno dei compiti della Conferenza straordinaria è stato quello di capire e pronunciarsi sul rapporto finale del Giurì d’Onore, richiesto all’inizio del 2013 dalla compagna diffamata a sua insaputa. Non bastava che tutti fossero d’accordo sul fatto che contro la compagna erano state fatte calunnie e adottati metodi di stigmatizzazione; bisognava provarlo nei fatti. Era necessario esaminare minuziosamente tutte le accuse mosse contro la compagna e identificarne l’origine. Le affermazioni gratuite e le denigrazioni dovevano essere rese note a tutta l’organizzazione al fine di eliminare ogni ambiguità e impedire il ripetersi di calunnie in futuro. Dopo un anno di lavoro, il Giurì d'Onore (composto da militanti di quattro sezioni della CCI) ha confutato sistematicamente, perché prive di ogni fondamento, tutte le accuse (e particolarmente certe calunnie vergognose sviluppate da un militante)[6]. Il Giurì è stato in grado di dimostrare che questa campagna d’ostracismo si basava, in realtà, sull’infiltrazione nell’organizzazione di pregiudizi oscurantisti veicolati dallo spirito di circolo (e da una certa “cultura del pettegolezzo” ereditata dal passato, di cui alcuni militanti non si erano ancora liberati). Nel dedicare delle sue energie a questo Giurì, la CCI ha operato rifacendosi a un altro insegnamento del movimento rivoluzionario: ogni militante oggetto di sospetti, accuse infondate o calunnia ha il dovere di far appello a un Giurì d'Onore. Rifiutarsi di fare questo passo porta a riconoscere implicitamente la validità delle accuse.
Il Giurì d’Onore è anche uno strumento per “preservare la salute morale delle organizzazioni rivoluzionarie” (come affermava Victor Serge)[7], perché la diffidenza tra i suoi membri è un veleno che può distruggere rapidamente un’organizzazione rivoluzionaria. Questo, del resto, è qualcosa di ben noto dalla polizia che, come mostra la storia del movimento operaio, ha privilegiato il metodo del mantenere o provocare la diffidenza per cercare di distruggere dall’interno le organizzazioni rivoluzionarie. Lo si è visto, soprattutto negli anni 30 con le azioni della GPU di Stalin contro il movimento trotskista, in Francia e altrove. In effetti, prendere di mira dei militanti per sottoporli a campagne diffamatorie e alla calunnia, è stata un’arma di primo piano dell’insieme della borghesia per fomentare la diffidenza verso il movimento rivoluzionario e all’interno di questo.
Ecco perché i marxisti rivoluzionari hanno sempre dedicato il massimo sforzo per smascherare tali attacchi contro le organizzazioni comuniste.
Al tempo dei processi di Mosca negli anni 30 Leon Trotsky, in esilio, ha chiesto un Giurì d’Onore (noto come la Commissione Dewey) per confutare le calunnie ripugnanti mosse contro di lui dal procuratore Vyshinsky durante questi processi[8]. Marx ha interrotto il suo lavoro su Il Capitale per un anno, nel 1860, per preparare un intero libro di confutazione sistematica delle calunnie mosse contro di lui da Herr Vogt.
Mentre procedevano i lavori del Giurì d’Onore, l’organizzazione ha ricercato le radici profonde della crisi armandosi di un quadro teorico. Dopo la crisi del 2001-2002, avevamo già svolto un prolungato sforzo teorico per capire come fosse potuta apparire all’interno dell’organizzazione una sedicente frazione distintasi per dei comportamenti da teppisti e delatori: circolazione segreta di voci che accusavano un nostro militante di essere un agente dello Stato, furto di denaro e di materiale dell’organizzazione (in particolare l’archivio degli indirizzi dei militanti e dei nostri abbonati), ricatti, minacce di morte per uno dei nostri militanti, pubblicazione all’esterno d’informazioni interne che favorivano deliberatamente il lavoro della polizia, ecc. Questa ignobile frazione dai costumi politici da gangster (che ricordano quelli della tendenza Chenier all’epoca della nostra crisi nel 1981) è conosciuta sotto il nome di FICCI (Frazione interna della CCI)[9].
In seguito a questa esperienza, la CCI ha iniziato a esaminare da una prospettiva storica e teorica il problema della moralità. Nella Rivista Internazionale n.111 e 112, abbiamo pubblicato il “Testo di orientamento sulla fiducia e la solidarietà nella lotta del proletariato”[10] e nella Rivista 127 e 128 è stato pubblicato un altro testo su “Marxismo e etica”[11]. In legame a queste riflessioni teoriche, la nostra organizzazione ha sviluppato una ricerca storica sul fenomeno sociale del pogromismo - antitesi totale dei valori comunisti, al cuore invece della mentalità della FICCI nel suo sporco lavoro per distruggere la CCI. È sulla base di questi primi testi e del lavoro teorico sugli aspetti della morale comunista che l’organizzazione ha sviluppato la sua comprensione delle cause della crisi attuale. La superficialità, le derive opportuniste e “operaiste”, la mancanza di riflessione e di discussioni teoriche a favore dell’intervento attivista e gauchista nelle lotte immediate, l’impazienza e la tendenza a perdere di vista la nostra attività a lungo termine, hanno favorito questa crisi all’interno della CCI. Questa crisi è quindi stata identificata come una “crisi morale e intellettuale” ed è stata accompagnata da una perdita di vista e una violazione degli Statuti della CCI[12].
La Conferenza straordinaria è ritornata con maggiore profondità sulla comprensione marxista della moralità, al fine di preparare il cuore teorico della nostra attività nel prossimo periodo. Continueremo il nostro dibattito interno ed esploreremo questa questione come strumento principale della nostra rigenerazione di fronte alla crisi attuale. Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere organizzazione rivoluzionaria.
Contenuta nel progetto comunista e inseparabile da esso si trova una dimensione etica. Ed è questa dimensione che è particolarmente minacciata dalla società capitalistica prosperata sullo sfruttamento e la violenza, “sudando sangue e fango da tutti i pori”, come scriveva Marx ne Il Capitale. Questa minaccia si è sviluppata in particolare nel periodo di decadenza del capitalismo dove, progressivamente, la borghesia ha abbandonato anche i propri principi morali difesi nel periodo liberale di espansione capitalistica. La fase finale della decadenza del capitalismo, il periodo della decomposizione sociale - di cui il crollo del blocco dell’Est nel 1989 è stato il primo grande evento - accentua ulteriormente questo processo. Oggi la società borghese sta diventando sempre più apertamente, e finanche con orgoglio, barbara. Lo vediamo in tutti gli aspetti della vita sociale: la proliferazione delle guerre e la bestialità dei metodi utilizzati, il cui primario obiettivo sembra essere quello di umiliare e degradare le vittime prima di massacrarle; la crescita del gangsterismo - e la sua celebrazione nel cinema e nella musica; lo sviluppo di pogrom alla ricerca di capri espiatori designati come responsabili dei crimini del capitalismo e della sofferenza sociale; l’aumento della xenofobia verso gli immigrati e le molestie sul posto di lavoro (il “mobbing”); lo sviluppo della violenza contro le donne, le molestie sessuali e la misoginia (anche nelle scuole e tra bande di giovani delle città operaie). Il cinismo, la falsità e l’ipocrisia non sono più considerati riprovevoli, ma vengono insegnati nelle scuole di “management”. I valori più elementari di ogni vita sociale - senza parlare dei valori della società comunista - vengono profanati man mano che il capitalismo imputridisce.
I membri delle organizzazioni rivoluzionarie non possono sfuggire all’influenza di questo contesto sociale di pensiero e di comportamento barbaro. Essi non sono immuni contro quest’atmosfera deleteria di decomposizione della società borghese, soprattutto quando la classe operaia, come è ancora il caso oggi, è relativamente passiva e disorientata e, quindi, non è in grado di offrire un’alternativa di massa alla prolungata agonia della società capitalista. Altri settori della società, pur essendo vicino al proletariato riguardo alle condizioni di vita, costituiscono un vettore attivo di questa putrefazione. L’impotenza e la frustrazione proprie alla piccola borghesia – strato intermedio, senza un futuro storico, che si situa tra il proletariato e la borghesia - aumentano in modo smisurato e trovano uno sbocco nel comportamento pogromista, nell’oscurantismo e la “caccia alle streghe”. Tutte cose che danno a questo strato sociale la vile illusione di “accedere al potere” dando la caccia e perseguitando individui o minoranze (etniche, religiose, ecc.) che vengono stigmatizzati come “sobillatori”.
Alla Conferenza straordinaria del 2014 era particolarmente necessario ritornare sulla questione morale. In effetti, il carattere esplosivo della crisi del 2001-2002, le azioni ripugnanti della FICCI, il comportamento da avventurieri nichilisti di alcuni suoi membri, avevano teso a oscurare le più profonde incomprensioni, all’interno della CCI, che avevano fornito il terreno fertile per la mentalità pogromista all’origine della costituzione di questa cosiddetta “frazione”[13]. A causa della brutalità dello shock causato, un decennio fa, dalle azioni spregevoli della FICCI, è esistita in seguito una forte tendenza nella CCI a voler tornare alla normalità - a cercare una tregua illusoria. Si è sviluppato uno stato d’animo tendente a rifuggire da un approccio teorico e storico sulle questioni organizzative a favore di una focalizzazione sulle questioni più pratiche d’intervento immediato nella classe operaia e di una costruzione costante ma superficiale dell’organizzazione. Anche se un notevole sforzo è stato dedicato al lavoro di riflessione teorica per superare la crisi del 2001, questo lavoro è stato sempre più visto come una questione accessoria, secondaria, e non come una questione cruciale, di vita o morte, per il futuro dell’organizzazione rivoluzionaria.
La lenta e difficile ripresa della lotta di classe nel 2003 e la maggiore recettività dell’ambiente politico alla discussione con la Sinistra comunista, hanno teso a rafforzare tale debolezza. Alcune parti dell’organizzazione hanno iniziato a dimenticare i principi e le acquisizioni organizzative della CCI e a sviluppare un disprezzo per la teoria. Gli Statuti dell’organizzazione, che contengono i principi di centralizzazione internazionalista, sono stati tendenzialmente ignorati a favore di abitudini di filisteismo locali e di circolo, del buon senso comune e della “religione della vita quotidiana” (come diceva Marx nel libro I del Capitale). L’opportunismo ha iniziato a diffondersi in modo insidioso.
Tuttavia, c’è stata una resistenza a questa tendenza al disinteresse per le questioni teoriche, all’amnesia politica e alla sclerosi. Una compagna, in particolare, ha criticato apertamente questa deriva opportunista ed è stata, per questo, considerata sempre più come una “piantagrane” ed un ostacolo al funzionamento normale, abitudinario dell’organizzazione. Invece di dare una risposta politica coerente alle critiche ed alle argomentazioni della compagna, quello che si è espresso è stato l’opportunismo attraverso una subdola diffamazione personale. Altri militanti (in particolare nelle sezioni della CCI in Francia e in Germania), che condividevano il punto di vista della compagna contro queste derive opportuniste, sono diventati anche loro “vittime collaterali” di questa campagna di diffamazione.
La Conferenza straordinaria ha messo in evidenza che oggi, come già accaduto nella storia del movimento operaio, le campagne di denigrazione e l’opportunismo vanno mano nella mano. In effetti, le prime appaiono nel movimento operaio come un’espressione estrema del secondo. Rosa Luxemburg che, come portavoce della sinistra marxista, era spietata nelle sue denunce dell’opportunismo, fu diffamata sistematicamente dai dirigenti e burocrati della socialdemocrazia tedesca. La degenerazione del Partito bolscevico e della Terza Internazionale fu accompagnata dalla calunnia e dalla persecuzione permanente della vecchia guardia bolscevica, in particolare di Leon Trotsky.
L’organizzazione aveva dunque il dovere di ritornare al concetto classico di opportunismo organizzativo nella storia del movimento operaio, che include gli insegnamenti tratti dall’esperienza della stessa CCI.
La necessità di condurre la battaglia contro l’opportunismo (e la sua espressione conciliatrice che è il centrismo) ha costituito un asse centrale dei lavori della Conferenza straordinaria: la crisi della CCI richiedeva una lunga lotta contro le radici dei problemi che erano stati identificati e che consistevano in una certa tendenza a ricercare nella CCI un bozzolo sicuro, a trasformare l’organizzazione in “club di opinioni” e ad accomodarsi nella società borghese in decomposizione. In realtà la natura stessa della militanza rivoluzionaria è la lotta permanente contro il peso dell’ideologia dominante e di tutte le ideologie estranee al proletariato che si infiltrano insidiosamente all’interno delle organizzazioni rivoluzionarie. Questa lotta deve essere la norma della vita interna dell’organizzazione comunista e di ogni suo membro.
La lotta contro ogni accordo superficiale, lo sforzo individuale di ogni militante ad esprimere le proprie posizioni politiche di fronte all’insieme dell’organizzazione, la necessità di sviluppare le proprie divergenze con argomenti politici seri e coerenti, la forza di accettare le critiche politiche – queste sono state le insistenze messe avanti dalla Conferenza straordinaria. Come sottolinea la Risoluzione di Attività adottata alla Conferenza: “Il militante rivoluzionario deve essere un combattente, per le posizioni di classe del proletariato e per le proprie idee. Questa non è una condizione opzionale della militanza, è la militanza. Senza di questo non può esserci lotta per la verità, la quale può emergere solo a partire dal confronto delle idee e dal fatto che ogni militante si impegna per difende il proprio punto di vista. L’organizzazione ha bisogno di conoscere le posizioni di tutti i compagni, l’accordo passivo è inutile e controproducente (…) Assumersi la propria responsabilità individuale, essere onesto è un aspetto fondamentale della morale proletaria”.
Alla vigilia della Conferenza straordinaria, la pubblicazione su Internet di un “Appello al Campo proletario e ai militanti della CCI”, che annunciava “la crisi ultima” della CCI, ha fatto evidenziato pienamente l’importanza di questo spirito di lotta per la difesa dell’organizzazione comunista e dei suoi principi, soprattutto di fronte a tutti coloro che cercano di distruggerla. Questo “Appello” particolarmente nauseabondo proviene da un sedicente “Gruppo Internazionale della Sinistra Comunista” (GIGC), in realtà un camuffamento dell’infame ex-FICCI grazie al suo sodalizio con gli elementi di Klabastalo di Montreal. Si tratta di un testo che traspira odio ed invita al pogrom contro alcuni nostri compagni. Questo testo annuncia con fragore che tale “GIGC” è in possesso di documenti interni della CCI. La sua intenzione è chiara: tentare di sabotare la nostra Conferenza straordinaria, seminare turbamento e zizzania nella CCI spargendo il sospetto generalizzato nelle nostre fila giusto alla vigilia dellla Conferenza internazionale (facendo passare il messaggio: c’è un traditore nella CCI, un complice del “GIGC” che gli passa i nostri bollettini interni[14]).
La Conferenza straordinaria ha preso immediatamente posizione su questo “Appello” del GIGC: agli occhi di tutti i militanti, è stato chiaro che l’ex-FICCI sta facendo, ancora una volta e in modo ancora più nocivo, il lavoro della polizia, quello descritto eloquentemente da Victor Serge nel suo libro Quello che ogni rivoluzionario deve sapere sulla repressione (basato sugli archivi della polizia zarista scoperti dopo la rivoluzione d’Ottobre 1917)[15].
Ma invece di aizzare i militanti della CCI gli uni contro gli altri, il disgusto unanime generato dai metodi del “GIGC”, degni della polizia politica di Stalin e della Stasi, è servito a mettere in luce la maggiore posta in gioco della nostra crisi interna e ha teso a rafforzare l’unità dei militanti dietro la parola d’ordine del movimento operaio: “Tutti per uno e uno per tutti”! (ricordata nel libro di Joseph Dietzgen, che Marx chiamava il “filosofo del proletariato”, “L’essenza del lavoro intellettuale umano”). Quest’attacco poliziesco del GIGC (ex-FICCI) ha fatto prendere ancora più chiaramente coscienza a tutti i militanti che le debolezze interne dell’organizzazione, la mancanza di vigilanza di fronte alla pressione permanente dell’ideologia dominante sulle organizzazioni rivoluzionarie, l’aveva resa vulnerabile alle macchinazioni dei suoi nemici le cui intenzioni distruttrici sono indubbie.
La Conferenza straordinaria ha salutato il lavoro gigantesco e estremamente serio del Giurì d’Onore. Ha salutato anche il coraggio della compagna che lo ha richiesto e che era stata oggetto di ostracismo per le sue divergenze politiche[16]. Perché solo i vigliacchi e quelli che sanno di essere colpevoli si rifiutano di fare chiarezza davanti a questo tipo di commissione che è un’eredità tramandata dal movimento operaio. La nebbia sospesa al di sopra dell’organizzazione è stata dissipata. Ed era tempo.
La Conferenza straordinaria non poteva mettere termine alla lotta della CCI contro questa crisi “intellettuale e morale” - necessariamente questa lotta continua - ma ha dotato l’organizzazione di un orientamento preciso: l’apertura di un dibattito teorico interno sulle “Tesi sulla morale”, testo proposto dall’organo centrale della CCI. Chiaramente, riporteremo successivamente nella nostra stampa le eventuali posizioni divergenti quando il nostro dibattito avrà raggiunto un sufficiente livello di maturità.
Forse qualche lettore penserà che la polarizzazione della CCI sulla sua crisi interna e sulla lotta contro gli attacchi di tipo poliziesco di cui è bersaglio, sia l’espressione di una “follia narcisista” o di un “delirio paranoico collettivo”. La preoccupazione della difesa intransigente dei nostri principi organizzativi, programmatici ed etici sarebbe, secondo questo punto di vista, una diversione rispetto al compito immediato, pratico e “di buonsenso” di sviluppare il più possibile la nostra influenza nelle lotte immediate della classe operaia. Questo punto di vista nei fatti riprende, in un contesto diverso, l’argomento degli opportunisti sul funzionamento senza traumi del Partito socialdemocratico tedesco contro il Partito Operaio Socialdemocratico di Russia scosso da crisi durante il periodo precedente alla Prima Guerra mondiale. L’approccio che consiste nello schivare le divergenze, rifiutare il confronto degli argomenti politici, per “preservare l’unità” a qualsiasi prezzo, non fa che preparare la scomparsa, prima o poi, delle minoranze rivoluzionarie organizzate.
La difesa dei principi comunisti fondamentali, per quanto lontana possa sembrare dai bisogni e dalla coscienza attuale della classe operaia, resta, tuttavia, il compito primario delle minoranze rivoluzionarie. La nostra determinazione ad impegnarci in una lotta permanente per la difesa della morale comunista - che è al centro del principio della solidarietà - è una chiave per preservare la nostra organizzazione di fronte ai miasmi della decomposizione sociale capitalista che inevitabilmente si infiltrano nei ranghi di tutte le organizzazioni rivoluzionarie. Solo l’armamento politico, il rafforzamento del nostro lavoro di elaborazione teorica, può permetterci di far fronte a questo pericolo mortale. Inoltre, senza la difesa implacabile dell’etica della classe portatrice del comunismo, la possibilità che lo sviluppo della lotta di classe conduca alla rivoluzione ed alla costruzione futura di una vera comunità mondiale unificata, verrebbe continuamente soffocata.
Alla Conferenza straordinaria del 2014 è apparso con chiarezza che non ci sarà un ritorno alla normalità delle attività interne ed esterne della CCI.
Contrariamente a ciò che è accaduto all’epoca della crisi del 2001, possiamo già rallegrarci che i compagni che sono stati coinvolti in una logica di stigmatizzazione irrazionale di un capro espiatorio abbiano preso coscienza della gravità della loro deriva. Questi militanti hanno deciso liberamente di restare leali alla CCI e ai suoi principi, e oggi si sono impegnati nella nostra lotta di consolidamento dell’organizzazione. Come l’insieme della CCI, anche loro sono implicati da adesso nel lavoro di riflessione e di approfondimento teorico, largamente sottovalutato in passato.
Appropriandosi della formula di Spinoza “non ridere, non piangere, non disperare ma capire”, la CCI si è impegnata nel compito di riappropriarsi di questa idea fondamentale del marxismo: la lotta del proletariato per la costruzione del comunismo non ha solo una dimensione “economica” (come immaginano i materialisti volgari) ma anche e fondamentalmente una dimensione “intellettuale e morale” (come sostenuto in particolare da Lenin e Rosa Luxemburg).
Siamo dunque spiacenti di informare i nostri detrattori di ogni risma che nella CCI non c’è alcuna prospettiva immediata di nuova scissione parassitaria, come nelle crisi precedenti. Non c’è alcuna prospettiva di costituzione di una nuova “frazione” pronta ad unirsi all’“Appello” al pogrom del GIGC contro i nostri compagni (“Appello” freneticamente trasmesso da differenti “social network” e da un certo Pierre "Hempel" che si crede il rappresentante del “proletariato universale”). Al contrario: i metodi polizieschi del GIGC (sponsorizzato da una tendenza “critica” interna ad un partito riformistico borghese, il NPA![17]), non hanno fatto che rafforzare l’indignazione generale dei militanti della CCI e la loro determinazione a portare avanti la battaglia per rendere più forte l’organizzazione.
La “notizia” della nostra scomparsa è quindi enormemente esagerata e prematura!
Corrente Comunista Internazionale
[1] Come all’epoca della conferenza straordinaria del 2002 (vedi Rivista Internazionale n°110, “Conferenza straordinaria della CCI: La lotta per la difesa dei principi di organizzazione”, inglese [299]; francese [300]; spagnolo [301]), quella del 2014 si è tenuta in sostituzione parziale del congresso periodico della nostra sezione in Francia. Pertanto alcune sedute sono state dedicate alla Conferenza internazionale straordinaria ed altre al Congresso della sezione in Francia di cui il nostro giornale Révolution Internationale renderà in seguito conto.
[2] Chénier era un membro della sezione in Francia espulso nell’estate 1981 per aver fatto una campagna segreta di denigrazione degli organi centrali dell’organizzazione e di alcuni dei suoi più esperti militanti, mirante a scagliare i militanti gli uni contro gli altri. Comportamenti questi che ricordavano stranamente quelli degli agenti del GPU all’interno del movimento trotskista durante gli anni 30. Alcuni mesi dopo la sua espulsione, Chénier ha assunto funzioni di responsabilità nell’apparato del Partito Socialista all’epoca al governo.
[3] Rapporto sulla struttura e sul funzionamento delle organizzazioni rivoluzionarie - conferenza internazionale (gennaio 82) [302]; “Rapporto sulla funzione dell’organizzazione rivoluzionaria” Rivista Internazionale n.29 (in inglese [303]; spagnolo [304]; francese [305].
[4] “Convulsioni nel campo rivoluzionario” Rivista Internazionale n.32 (inglese, https://en.internationalism.org/node/3123 [306]; francese, https://fr.internationalism.org/rinte32/pci.htm [307])
[5] Un passo avanti e due indietro, “La crisi del nostro partito” Prefazione, Lenin, Opere scelte, Editori Riuniti.
[6] Parallelamente a questa campagna, si erano anche sviluppati, in discussioni informali nella sezione in Francia, dei pettegolezzi messi in giro da alcuni militanti della “vecchia” generazione che denigravano in modo scandaloso il nostro compagno Marc Chirik, membro fondatore della CCI, senza il quale la nostra organizzazione non sarebbe esistita. Questi pettegolezzi sono stati identificati come una manifestazione del peso dello spirito di circolo e dell’influenza della piccola borghesia decomposta che aveva profondamente segnato la generazione uscita dal movimento studentesco del Maggio 68, con tutte le sue ideologie anarco-moderniste e sinistroidi.
[7] Quello che ogni rivoluzionario deve sapere sulla repressione.
[8] Il Giurì d’Onore della CCI si è basato sul metodo scientifico d’investigazione e di verifica dei fatti della Commissione Dewey. L’insieme dei suoi lavori (documenti, verbali, registrazioni di colloqui e di testimonianze, ecc.) è conservato preziosamente negli archivi della CCI.
[9] Vedi in particolare su questo argomento i nostri articoli: XV congresso della CCI: rafforzare l'organizzazione di fronte alla posta in gioco del periodo [308]; “Les méthodes policières de la FICCI”, Révolution internationale n.330 (https://fr.internationalism.org/ri330/ficci.html [290]) e Calunnie e delazione, le due espressioni della politica della FICCI verso la CCI [292]
[10] https://it.internationalism.org/node/1131 [309] I parte e https://it.internationalism.org/node/1132 [310] II parte.
[11] https://it.internationalism.org/rint29/etica [229].
[12] L’organo centrale della CCI (come il Giurì d’Onore) ha dimostrato chiaramente che non è stata la compagna oggetto di ostracismo a non aver rispettato gli Statuti della CCI, ma al contrario i militanti che si sono spinti in questa campagna di denigrazione.
[13] Le resistenze presenti al nostro interno a sviluppare un dibattito sulla questione della morale, trovano la loro origine in una debolezza congenita della CCI (e che colpisce, in realtà, l’insieme dei gruppi della Sinistra comunista): la maggioranza della prima generazione di militanti rigettava questa questione che quindi non è stata integrata nei nostri Statuti, come si augurava invece il nostro compagno Marc Chirik. La morale era vissuta da questi giovani militanti dell’epoca come una camicia di forza, un “prodotto dell’ideologia borghese”, a tal punto che alcuni di loro, provenienti dal campo libertario, rivendicavano di vivere “senza tabù”! Il che manifestava un’ignoranza avvilente della storia della specie umana e dello sviluppo della sua civiltà.
[14] Comunicato ai nostri lettori: La CCI attaccata da una nuova officina dello Stato borghese [311]
[15] Come per confermare la natura di classe di questo attacco, un certo Pierre Hempel ha pubblicato sul suo blog altri documenti interni che l’ex-FICCI gli ha trasmesso. Questo signore ha anche freddamente e pubblicamente affermato sul suo blog: “Se la polizia mi avesse fatto avere un tale docu[mento], l’avrei ringraziata a nome del proletariato”! La “santa alleanza” dei nemici della CCI (costituita, in buona parte, da una “associazione di reduci della CCI” riciclati), sa molto bene a quale campo appartiene!
[16] Cosa già successa all’inizio della crisi del 2001. Quando questa stessa compagna emise un disaccordo politico con un testo redatto da un membro del Segretariato Internazionale della CCI (sulla questione della centralizzazione) ci fu una levata di scudi da parte della maggioranza dei suoi membri che, invece di aprire un dibattito per rispondere agli argomenti politici della compagna, soffocarono il dibattito e diedero inizio ad una campagna di calunnie contro di lei, con riunioni segrete e divulgando pettegolezzi nelle sezioni in Francia e nel Messico. Pettegolezzi secondo i quali questa compagna, a causa dei suoi disaccordi politici coi membri dell’organo centrale, era una “istigatrice” ed anche uno “sbirro”, a detta di due elementi dell’ex-FICCI (Juan e Jonas) che sono stati all’origine della fondazione del “GIGC”.
[17] Bisogna costatare che il “GIGC” fino ad oggi non ha mai dato spiegazioni sulle sue relazioni e convergenze con questa tendenza che milita nel Nuovo Partito Anticapitalista (NPA, di Olivier Besancenot). Chi tace acconsente!
La CCI ha tenuto il suo 20° Congresso internazionale. Il congresso di un'organizzazione comunista costituisce uno dei momenti più importanti della sua attività e della sua vita. Quello dove l'insieme dell'organizzazione (per mezzo di delegazioni nominate da ciascuna delle sue sezioni) fa il bilancio delle sue attività, analizza in profondità la situazione internazionale, stabilisce delle prospettive ed elegge l'organo centrale che ha il compito di assicurare che le decisioni del congresso siano messe in opera.
Poiché siamo convinti della necessità del dibattito e della cooperazione tra le organizzazioni che combattono per il rovesciamento del sistema capitalista, abbiamo invitato tre gruppi - due della Corea e Opop del Brasile che hanno già partecipato a dei precedenti congressi internazionali. È poiché riteniamo che i lavori di un congresso di un'organizzazione comunista non rappresentino una questione “interna”, ma interessano l’insieme della classe operaia, informiamo i nostri lettori sulle questioni essenziali che sono state discusse durante questo congresso.
Questo congresso si è tenuto in un contesto d’incremento delle tensioni in Asia, di proseguimento della guerra in Siria, di aggravamento della crisi economica e di una situazione della lotta di classe complessa, contrassegnata da un debole sviluppo delle lotte operaie “classiche” contro gli attacchi economici della borghesia, ma anche dal sorgere internazionale di movimenti sociali i cui esempi più significativi sono stati quelli degli “Indignados” in Spagna e quello di “Occupy Wall Street” negli Stati Uniti.
La risoluzione sulla situazione internazionale adottata dal 20° Congresso della CCI, e che riassume le analisi sviluppate dalle discussioni, è pubblicata in questo stesso numero della Rivista internazionale[1]. Pertanto è inutile dettagliarla qui.
Questa risoluzione ricorda la cornice storica in cui è da noi compresa la presente situazione sociale, quella della decadenza del modo di produzione capitalista, decadenza che è esordita con la prima guerra mondiale, e la fase ultima di questa decadenza che la CCI, dalla metà degli anni 1980, ha analizzato come quella della decomposizione, del deterioramento di questa società. Questa decomposizione si manifesta particolarmente con la forma che oggi assumono i conflitti imperialisti, di cui la situazione in Siria ne costituisce un tragico esempio[2], ma anche con la degradazione catastrofica dell’ambiente naturale che la classe dominante, malgrado tutte le sue dichiarazioni e campagne allarmistiche, è perfettamente incapace di impedire, o anche solo frenare.
Il congresso non ha fatto discussioni specifiche sui conflitti imperialisti per mancanza di tempo ed anche perché le discussioni preparatorie avevano mostrato una grande omogeneità su questa questione. Tuttavia, il congresso ha preso conoscenza di una presentazione fatta dal gruppo coreano Sanoshin sulle tensioni imperialiste in Estremo Oriente (…).
Su questa questione, la risoluzione sottolinea il vicolo cieco nel quale si trova oggi la borghesia che è incapace di superare le contraddizioni del modo di produzione capitalista, ciò che costituisce una chiara conferma dell’analisi marxista. Un’analisi che tutti gli “esperti”, sostenitori o meno del “neoliberismo”, considerano col disprezzo degli ignoranti e combattono proprio perché prevede il fallimento storico di questo modo di produzione e la necessità di sostituirlo con una società dove il mercato, il profitto e il salariato saranno riposti nel museo della storia, dove l’umanità sarà liberata dalle leggi cieche che la gettano nella barbarie, per vivere secondo il principio “Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
Per quanto riguarda la presente situazione della crisi del capitalismo, il congresso si è pronunciato chiaramente sul fatto che l’attuale “crisi finanziaria” non è affatto all’origine delle contraddizioni in cui affonda l’economia mondiale, né le sue cause si troverebbero in una "finanziarizzazione dell’economia” preoccupata unicamente dai profitti immediati e speculativi: “È la sovrapproduzione che si trova all’origine della 'finanziarizzazione' ed essendo sempre più rischioso investire nella produzione, di fronte ad un mercato mondiale sempre più saturo, si orientano in modo crescente i flussi finanziari verso la semplice speculazione. È per tale motivo che tutte le teorie economiche 'di sinistra' che sostengono un 'ridimensionamento per questo che tutte le teorie economiche ‘di sinistra’ che preconizzano una ‘messa al passo della finanza internazionale' per 'uscire dalla crisi' sono dei puri sogni, in quanto 'dimenticano' le vere cause di questa ipertrofia della sfera finanziaria". (Risoluzione sulla situazione internazionale, punto 10). Parimenti, il Congresso ha considerato che: “La crisi dei 'subprime' del 2007, il grande panico finanziario del 2008 e la recessione del 2009 hanno segnato il raggiungimento di una nuova tappa molto importante e significativa dello sprofondamento del capitalismo nella sua crisi irreversibile" (Ibid. punto 11)
Detto ciò, il Congresso ha constatato che non c’era unanimità nell’organizzazione e che conveniva proseguire la discussione su un certo numero di questioni come le seguenti.
Il peggioramento della crisi nel 2007 ha costituito una rottura qualitativa ed ha aperto un nuovo capitolo che conduce l’economia a un crollo veloce e immediato? Quale è il significato della tappa qualitativa costituita dagli avvenimenti del 2007? Più generale, che tipo di evoluzione della crisi bisogna aspettarsi: un crollo improvviso o un “lento” declino accompagnato “politicamente” dagli Stati capitalisti? Quali paesi cadranno per primi e chi saranno gli ultimi? La classe dominante ha un margine di manovra e quali errori vuole evitare? O, più in generale, quando analizza le prospettive della crisi, la classe dominante può ignorare la possibilità di reazioni della classe operaia? Quali criteri prende in considerazione la classe dominante quando adotta dei programmi di austerità nei differenti paesi? Siamo in una situazione nella quale dove tutte le classi dominanti possono attaccare la classe operaia com’è stato fatto in Grecia? Possiamo aspettarci una riproduzione degli attacchi a uno stesso livello (riduzione dei salari fino al 40%, ecc.) nei vecchi paesi industriali centrali? Quali sono le differenze tra la crisi del 1929 e quella di oggi? Quale è il grado di pauperizzazione nei grandi paesi industrializzati?
L’organizzazione ha ricordato che, dopo il 1989, ha preso rapidamente coscienza e ha previsto i cambiamenti fondamentali sul piano imperialistico e nella lotta di classe causati dal crollo del blocco dell’Est e dei regimi detti “socialisti”[3]. Tuttavia, sul piano delle conseguenze economiche, non abbiamo previsto i grandi cambiamenti successivi. Che significato avrebbe avuto per l'economia mondiale l’abbandono da parte di regimi come la Cina e l’India di una certa autarchia e dei meccanismi d’isolamento nei confronti del mercato mondiale?
Evidentemente, com’è stato fatto qualche anno fa per il dibattito interno a proposito dei meccanismi che hanno permesso il “boom” seguito alla Seconda Guerra mondiale[4], porteremo a conoscenza dei nostri lettori i principali elementi del dibattito attuale quando questo avrà raggiunto un sufficiente grado di chiarezza.
Il Rapporto sulla lotta di classe ha tirato un bilancio degli ultimi due anni (Primavera araba, movimenti degli Indignados, di Occupy, le lotte in Asia, ecc.) e delle difficoltà della classe a rispondere agli attacchi sempre crescenti dei capitalisti in Europa e negli Stati Uniti. Le discussioni al congresso hanno trattato principalmente le seguenti questioni: come spiegare le difficoltà della classe operaia a rispondere “in modo adeguato” agli attacchi crescenti? Perché non si evolve ancora verso una situazione rivoluzionaria nei vecchi centri industriali? Quale politica segue la classe dominante per evitare lotte di massa nei vecchi centri industriali? Quali sono le condizioni dello sciopero di massa?
Nel rapporto di forze globale tra le classi, quale ruolo gioca la classe operaia dell’Asia, in particolare quella della Cina? Che cosa possiamo aspettarci dalla classe? Il centro dell’economia mondiale e del proletariato mondiale si è spostato in Cina? Come si valutano i cambiamenti nella composizione della classe operaia mondiale? La discussione ha ripreso la nostra posizione sull’anello debole sviluppata all’inizio degli anni 80 in opposizione alla tesi di Lenin secondo la quale la catena del dominio capitalista si sarebbe rotta a livello del suo “anello più debole[5], e cioè nei paesi poco sviluppati.
Anche se le discussioni non hanno mostrato dei disaccordi sul rapporto presentato (il quale è riassunto nella parte lotta di classe della risoluzione), abbiamo ritenuto che l’organizzazione aveva il dovere di proseguire la riflessione su questa questione, discutendo in particolare del tema “Con quale metodo occorre affrontare l’analisi della lotta di classe nell’attuale periodo storico?”
Le discussioni sulla vita dell’organizzazione, sul bilancio e le prospettive delle sue attività e del suo funzionamento hanno occupato un posto importante nei lavori del 20° congresso, com’è sempre avvenuto nei precedenti congressi. Questo perché le questioni di organizzazione non sono semplici questioni “tecniche” ma questioni pienamente politiche, e pertanto è necessario affrontarle approfonditamente. Quando ci si ferma a riflettere sulla storia delle tre Internazionali che si è data la classe operaia, si constata che queste questioni sono state prese risolutamente in carico dall’ala marxista di queste come dimostrano, tra tanti altri, i seguenti esempi:
- lotta di Marx e del Consiglio generale dell’AIT contro l’Alleanza di Bakunin, in particolare al Congresso dell’Aia nel 1872;
- lotta di Lenin e dei bolscevichi contro le concezioni piccolo-borghesi e opportuniste dei menscevichi all’epoca del 2° congresso del POSDR, nel 1903 e in seguito;
- lotta della Frazione di Sinistra del Partito Comunista d’Italia contro la degenerazione dell’Internazionale Comunista e per preparare le condizioni politiche e programmatiche per la formazione di un nuovo partito proletario, quando si sarebbero prodotte le condizioni storiche necessarie.
L’esperienza storica del movimento operaio ha mostrato il carattere indispensabile di organizzazioni politiche specifiche che difendano la prospettiva rivoluzionaria all’interno alla classe operaia affinché questa sia capace di rovesciare il capitalismo ed edificare la società comunista. Ma non basta proclamare l’esistenza delle organizzazioni politiche proletarie, bisogna costruirle. Dal momento che lo scopo è il capovolgimento del sistema capitalista e che una società comunista può essere costruita solo al di fuori di questo una volta rovesciato il potere della borghesia, è nella società capitalista che bisogna costruire un’organizzazione rivoluzionaria. Questa costruzione si trova dunque confrontata ad ogni tipo di pressioni e di ostacoli emanati dal sistema capitalista e dalla sua ideologia. Ciò vuole dire che questa costruzione non avviene nel vuoto, che le organizzazioni rivoluzionarie sono come un corpo estraneo nella società capitalista che quest’ultima cerca costantemente di distruggere. Un’organizzazione rivoluzionaria è costretta a difendersi continuamente contro tutta una serie di minacce emanate dalla società capitalista.
È evidente che essa deve resistere alla repressione. La classe dominante non ha mai esitato, quando l'ha ritenuto necessario, a scatenare i suoi mezzi polizieschi, addirittura militari, per fare tacere la voce dei rivoluzionari. La maggior parte delle organizzazioni del passato è vissuta per molto tempo in condizioni di repressione, erano “fuorilegge”, molti militanti erano esiliati. Detto ciò, questa repressione non ha spezzato tali organizzazioni. Spesso, al contrario, ha rafforzato la loro risoluzione e le ha aiutate a difendersi contro le illusioni democratiche. Fu il caso, ad esempio, del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) durante il periodo delle leggi antisocialiste, in cui ha resistito molto meglio al veleno della “democrazia” e del “parlamentarismo”, piuttosto che durante il periodo in cui è stato legale. Fu anche il caso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, (in particolare della sua frazione bolscevica che è stata illegale durante la quasi totalità della sua esistenza).
L’organizzazione rivoluzionaria deve resistere anche alla distruzione dall’interno che viene da delatori, da spie o da avventurieri che spesso possono provocare danni ben più importanti della repressione aperta.
Infine, e soprattutto, deve resistere alla pressione dell’ideologia dominante, in particolare quella del democraticismo e del “buonsenso comune” (stigmatizzato da Marx), e lottare contro tutti i “valori” e tutti i “principi” della società capitalista. La storia del movimento operaio ci ha insegnato, attraverso la cancrena opportunista che ha invaso la 2a e la 3a Internazionale, che la principale minaccia per le organizzazioni proletarie, è proprio quella della loro incapacità a combattere la penetrazione al loro interno di “valori” e di modi di pensiero della società borghese.
Pertanto, l’organizzazione rivoluzionaria non può funzionare come la società capitalista, deve funzionare in modo associato.
La società capitalista funziona sulla base della concorrenza, dell’alienazione, del “confronto” degli uni con gli altri, dell’instaurazione di stabilire norme, dell’efficacia massima. Un’organizzazione comunista richiede di lavorare insieme e di superare lo spirito di competizione. Può funzionare solo se i suoi membri non si comportano come un gregge di pecore, e non seguono né accettano ciecamente ciò che dicono l’organo centrale o altri compagni. La ricerca della verità e della chiarezza deve essere uno stimolo permanente in tutte le attività dell’organizzazione. L’autonomia del pensiero, la capacità di riflettere, di mettere in questione le cose è indispensabile. Ciò significa che non ci si può nascondere dietro un collettivo ma assumersi le proprie responsabilità esprimendo il proprio punto di vista e spingendo al chiarimento. Il conformismo è un grande ostacolo nella nostra lotta per il comunismo.
Nella società capitalista, se non si è nella “norma”, si viene rapidamente “esclusi”, trasformato in capro espiatorio, in colui che viene biasimato per tutto ciò che capita. Un’organizzazione rivoluzionaria deve stabilire un modo di funzionamento in cui i diversi individui, le differenti personalità possano integrarsi in una grande ed unica totalità, in altri termini un funzionamento che sviluppi l’arte di mettere a frutto e integrare la ricchezza di tutte le personalità. Ciò significa combattere l’orgoglio personale e altri atteggiamenti legati alla competizione, mentre si considera e si da importanza al contributo di ogni compagno. Allo stesso tempo, ciò significa che un’organizzazione deve avere un insieme di regole e di principi. Questi devono essere elaborati, e questo è di per sé una lotta politica. Mentre l’etica della società capitalista non conosce alcuno scrupolo, gli strumenti della lotta proletaria devono essere in armonia con lo scopo da raggiungere.
La costruzione ed il funzionamento di un’organizzazione implicano dunque una dimensione teorica e morale, entrambe richiedono sforzi costanti e permanenti. Ogni debolezza ed ogni indebolimento degli sforzi e della vigilanza in una dimensione preparano la strada all’indebolimento in un’altra. Queste due dimensioni sono inseparabili l’una dall’altra e si determinano reciprocamente. Meno sforzo teorico fa un’organizzazione, più rapidamente e più facilmente può sviluppare una regressione morale, e la perdita della bussola morale a sua volta indebolirà inevitabilmente le capacità teoriche. Alla svolta tra il 19° e il 20° secolo, Rosa Luxemburg aveva già messo in evidenza che la deriva opportunista della Socialdemocrazia tedesca andava di pari in passo con la sua regressione morale e teorica.
Uno degli aspetti fondamentali della vita di un’organizzazione comunista è il suo internazionalismo, non solo sul piano dei principi ma anche a livello della concezione che costruisce del suo modo di vita e di funzionamento.
Lo scopo - una società senza sfruttamento e che produce per i bisogni dell’umanità - non può essere realizzato che a livello internazionale e richiede l’unificazione del proletariato oltre tutte le frontiere. È per tale motivo che l’internazionalismo è stato la parola d’ordine centrale del proletariato fin dalla sua apparizione. Le organizzazioni rivoluzionarie devono essere l’avanguardia, adottare sempre un punto di vista internazionale e lottare contro ogni prospettiva “localista”.
Sebbene, fin dalla sua nascita, il proletariato abbia sempre cercato di organizzarsi a livello internazionale (La Lega dei Comunisti del 1847-1852 fu la prima organizzazione internazionale), la CCI è la prima organizzazione ad essere centralizzata a livello internazionale e dove tutte le sezioni difendono le stesse posizioni. Le nostre sezioni sono integrate al dibattito internazionale nell’organizzazione e tutti i membri - nei differenti continenti - possono basarsi sull’esperienza di tutta l’organizzazione. Questo vuole dire che dobbiamo imparare a riunire militanti che vengono da ambienti di ogni tipo, ed sviluppare dibattiti nonostante le differenti lingue - tutto ciò costituisce un processo appassionante e fruttuoso, dove il chiarimento e l’approfondimento delle nostre posizioni sono arricchite dai contributi di compagni di tutto il pianeta.
Infine, last but not least, è necessario che l’organizzazione abbia in permanenza una chiara comprensione del ruolo che le spetta nella lotta del proletariato per la sua emancipazione. Come la CCI ha spesso sottolineato, oggi la funzione dell’organizzazione rivoluzionaria non è quella di “organizzare la classe” e neanche le sue lotte (questo poteva essere valido all’epoca dei primi passi del movimento operaio, nel 19° secolo). Il suo ruolo essenziale, come enunciato già nel Manifesto Comunista del 1848, consegue dal fatto “che [i comunisti] hanno sul resto del proletariato il vantaggio di un’intelligenza chiara delle condizioni, della marcia e dei fini generali del movimento proletario”. In questo senso, la funzione permanente ed essenziale dell’organizzazione è l’elaborazione delle posizioni politiche e, per fare questo, non deve essere completamente assorbita dai compiti d’intervento nella classe. Essa deve dar prova di saper guardare al di là dell’immediato (prendere del “recul”), di saper avere una visione generale delle questioni ed approfondire continuamente le domande che si pongono alla classe nel suo insieme e nel quadro della sua prospettiva storica. Ciò significa che non può accontentarsi di analizzare la situazione mondiale ma, in modo più ampio, deve studiarne le questioni teoriche sottostanti, contrariamente alla superficialità ed alle distorsioni ideologiche della società capitalista. È una lotta permanente, con una prospettiva a lungo termine che abbraccia tutta una serie di aspetti che vanno ben oltre le questioni che possono porsi alla classe in questo o quel momento della sua lotta.
Poiché la rivoluzione proletaria non è semplicemente una lotta di “coltelli e forchette”, come sottolineava Rosa Luxemburg, la prima rivoluzione nella storia dell’umanità dove vengono rotte tutte le catene dello sfruttamento e dell’oppressione, questa lotta comporta necessariamente un’immensa trasformazione culturale. Un’organizzazione rivoluzionaria non tratta solo di questioni di economia politica e di lotta di classe in senso stretto; deve sviluppare una visione sulle questioni più importanti alle quali è confrontata l’umanità, sviluppare costantemente questa visione ed essere aperta e pronta a far fronte a nuove questioni. L’elaborazione teorica, la ricerca della verità, il desiderio di chiarimento deve essere una passione quotidiana.
E, allo stesso tempo, possiamo compiere il nostro ruolo solo se la vecchia generazione di militanti trasmette la sua esperienza e le sue lezioni ai nuovi militanti. Se la vecchia generazione non ha alcun “tesoro” di esperienza né alcuna lezione da trasmettere alla nuova generazione, fallisce nel suo compito. La costruzione dell’organizzazione richiede dunque l’arte di combinare le lezioni del passato per preparare il futuro.
Come possiamo vedere, la costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria è un compito estremamente complesso e necessita di una lotta permanente. Nel passato, la nostra organizzazione ha già condotto importanti lotte per la difesa dei principi che abbiamo enunciato sopra. Ma l’esperienza ha mostrato che queste lotte erano ancora insufficienti e che avrebbero dovuto proseguire di fronte alle difficoltà ed alle debolezze dovute alle origini della nostra organizzazione e alle condizioni storiche in cui essa lavora:
“Non esiste un’unica causa, esclusiva per ciascuna delle differenti debolezze dell’organizzazione. Queste risultano dalla combinazione di diversi fattori che, anche se possono essere legati tra loro, devono essere chiaramente identificati:
- il peso delle nostre origini all’interno alla ripresa storica del proletariato mondiale alla fine degli anni ‘60, in particolare quello della rottura organica;
- il peso della decomposizione che inizia a produrre i suoi effetti dalla metà degli anni ‘80;
- la pressione della “mano invisibile del mercato”, della reificazione la cui impronta sulla società si è accentuata con il prolungarsi della sopravvivenza dei rapporti di produzione capitalista.
Le differenti debolezze che abbiamo potuto identificare, anche se possono determinarsi tra loro, dipendono, in ultima istanza, da questi tre fattori e dalla loro combinazione:
- La sottovalutazione dell’elaborazione teorica, in particolare sulle questioni organizzative, ha le sue radici nelle nostre stesse origini: l’impatto della rivolta studentesca con la sua componente accademista (di natura piccolo-borghese) alla quale si è opposta una tendenza che confondeva l’anti-accademismo ed il disprezzo per la teoria, e ciò in un ambiente di contestazione dell’autorità" [dei militanti più vecchi]. In seguito, questa sottovalutazione della teoria è stata alimentata dall’ambiente generale di distruzione del pensiero specifico al periodo di decomposizione e alla presa crescente del “buonsenso comune” (…).
- La perdita delle acquisizioni è una conseguenza diretta della sottovalutazione dell’elaborazione teorica: le acquisizioni dell’organizzazione sia relative a questioni programmatiche, di analisi, che quelle sul piano organizzativo, non possono essere mantenute, in particolare di fronte alla pressione costante dell’ideologia borghese, se non vengono sostenute e alimentate continuamente dalla riflessione teorica: un pensiero che non progredisce che si accontenta di ripetere solamente delle formule stereotipate non solo rischia la stagnazione, ma regredisce. (…).
- L’immediatismo fa parte dei peccati di gioventù della nostra organizzazione che è stata formata da giovani militanti risvegliati alla politica dalla ripresa spettacolare della lotta di classe i quali (in molti) immaginavano che la rivoluzione fosse già a portata di mano. I più immediatisti tra noi non hanno resistito ed alla fine si sono demoralizzati, abbandonando la lotta, ma questa debolezza si è mantenuta anche tra quelli che sono restati (…). Questa è una debolezza che può essere fatale perché, associata alla perdita delle acquisizioni, inesorabilmente apre all’opportunismo, un percorso che regolarmente va a destabilizzare i fondamenti dell’organizzazione. (…)
- L’agire in maniera routinaria, da parte sua, è una delle maggiori manifestazioni del peso, nei nostri ranghi, di rapporti alienati, reificati, che domina la società capitalista e che tende a trasformare l’organizzazione in una macchina e i militanti in robot. (…)
- Lo spirito di circolo costituisce, proprio come lo attesta tutta la storia della CCI e anche quella di tutto il movimento operaio, uno dei veleni più pericolosi per l'organizzazione che porta in sé non solo la trasformazione di uno strumento di lotta proletaria in una semplice “banda di amici”, non solo la personalizzazione delle questioni politiche (erodendo così la cultura del dibattito), ma porta anche alla distruzione del lavoro collettivo nell’organizzazione e la sua unità, in particolare attraverso il clanismo. Esso è in egual misura responsabile della ricerca di capri espiatori, che erode la sua salute morale, ed è anche uno dei peggiori nemici della cultura della teoria attraverso la distruzione del pensiero razionale e profondo a favore delle contorsioni e del pettegolezzo. Inoltre, è molto spesso un vettore dell’opportunismo, anticamera del tradimento”. (Risoluzione di attività adottata dal Congresso, punto 4)
Per combattere le debolezze ed i pericoli ai quali è confrontata l’organizzazione, non esiste una formula magica ed è necessario orientare i nostri sforzi in parecchie direzioni. Uno dei punti su cui si è insistito particolarmente, è la necessità di combattere il rutinismo ed il conformismo, sottolineando il fatto che l'organizzazione non è un corpo uniforme ed anonimo ma un’associazione di militanti differenti che tutti devono portare il loro contributo specifico all’operato comune:
"Per operare alla costruzione di una vera associazione internazionale di militanti comunisti, dove ciascuno deve poter continuare ad apportare la sua pietra all’edificio collettivo, l’organizzazione rigetta l’utopia reazionaria del “militante esemplare”, del “militante standard”, del “super-militante” invulnerabile ed infallibile. (…) I militanti non sono né dei robot né dei “superuomini” ma esseri umani che hanno personalità, storie ed origini socioculturali differenti. È solo attraverso una migliore comprensione della nostra “natura” umana e della specifica diversità della nostra specie che possiamo costruire e consolidare la fiducia e la solidarietà tra i militanti. (…) In questa costruzione, ogni compagno ha la capacità di dare un contributo unico all’organizzazione. Ha anche la responsabilità individuale di farlo. In particolare, è responsabilità di ognuno esprimere la propria posizione nei dibattiti e in particolare i disaccordi e le questioni senza le quali l’organizzazione non sarà capace di sviluppare la cultura del dibattito e l’elaborazione teorica”. (Risoluzione di attività, punto 9).
E è proprio sulla necessità di assumere con determinazione e perseveranza lo sforzo di elaborazione teorica che il congresso ha insistito particolarmente.
“La prima sfida per l’organizzazione è prendere coscienza dei pericoli ai quali siamo confrontati. Non possiamo superare tali pericoli attraverso un’azione di “pompieraggio” (…), dobbiamo affrontare tutti i problemi con un comportamento teorico e storico e dobbiamo opporci ad ogni analisi pragmatica, superficiale. Ciò vuole dire sviluppare una visione a lungo termine e non cadere nell’atteggiamento empirico del “giorno per giorno”. Lo studio teorico e la lotta politica devono ritornare al centro dalla vita dell’organizzazione, non solamente per ciò che riguarda il nostro intervento quotidiano, ma, e più importante, proseguendo sulle questioni teoriche più profonde, sullo stesso marxismo, che si sono poste durante gli ultimi dieci anni negli orientamenti che ci siamo dati (…) Questo significa che ci diamo il tempo di approfondire e combattere ogni conformismo nelle nostre fila. L’organizzazione incoraggia il porre delle questioni critiche, l’espressione di dubbi e gli sforzi per esplorare più a fondo le cose.
Non dobbiamo dimenticare che ‘la teoria non è una passione del cervello ma il cervello di una passione’ e che quando questa “teoria si impossessa delle masse, diventa una forza materiale” (Marx). La lotta per il comunismo non comporta solo una dimensione economica e politica, ma anche e soprattutto una dimensione teorica (“intellettuale” e morale). É sviluppando la “cultura della teoria”, e cioè la capacità di porre continuamente in un quadro storico e/o teorico tutti gli aspetti dell’attività dell’organizzazione, che potremo sviluppare ed approfondire la cultura del dibattito al nostro interno e assimilare meglio il metodo dialettico del marxismo. Senza lo sviluppo di questa “cultura della teoria”, la CCI non sarà capace di “mantenere la rotta” sul lungo termine per orientarsi ed adattarsi alle situazioni inedite, di evolversi, di arricchire il marxismo che non è un dogma invariante ed immutabile ma una teoria vivente orientata verso l’avvenire.
Questa “cultura della teoria” non è un problema di “livello di studi” dei militanti. Essa contribuisce allo sviluppo di un pensiero razionale, rigoroso e coerente (indispensabile all’argomentazione), allo sviluppo della coscienza di tutti i militanti ed a consolidare nelle nostre fila il metodo marxista.
Questo lavoro di riflessione teorica non può ignorare l’apporto delle scienze (e particolarmente delle scienze umane, come la psicologia e l’antropologia), la storia della specie umana e dello sviluppo della sua civiltà. Per questo la discussione sul tema “marxismo e scienza” è stata importantissima e i passi avanti che ha permesso devono essere presenti e rafforzarsi nella riflessione e la vita dell’organizzazione" (Risoluzione di attività, punto 8).
Questa preoccupazione per l’apporto delle scienze non è nuova da parte della CCI. Abbiamo già reso conto negli articoli sui nostri precedenti congressi dell’invito di scienziati che hanno contribuito alla riflessione dell’insieme dell’organizzazione fornendole le proprie riflessioni nel proprio ambito di ricerca. Questa volta abbiamo invitato due antropologi britannici, Camilla Power e Chris Knight, che erano già venuti a precedenti congressi e a cui vogliamo, in questo articolo, inviare calorosi ringraziamenti. Questi due scienziati hanno fatto due presentazioni sul tema della violenza nella preistoria, nelle società che non conoscevano ancora la divisione in classi. L’interesse di questo tema per i comunisti è evidentemente fondamentale. Il marxismo ha dedicato tutta una riflessione sul ruolo della violenza. Engels dedica una parte importante de L’Anti-Dühring al ruolo della violenza nella storia. Oggi, mentre ci si prepara a celebrare il centenario della prima guerra mondiale, un secolo che è stato segnato dalle peggiori violenze che abbia conosciuto l’umanità, mentre la violenza è onnipresente nella società e quotidianamente presente sugli schermi televisivi, è importante che quelli che militano per una società libera dai flagelli della società capitalista, dalle guerre e dall’oppressione si interroghino sull’impiego della violenza nelle differenti società. In particolare, di fronte alle tesi dell’ideologia borghese secondo le quali la violenza della società attuale corrisponde alla “natura umana” la cui regola è il “ciascuno per sé”, dove domina necessariamente la “legge del più forte”, è necessario fermarsi a riflettere sull’impiego della violenza nelle società che non conoscevano la divisione in classi, come nel comunismo primitivo.
Non possiamo qui rendere conto delle presentazioni molto ricche fatte da Camilla Power e Chris Knight[6]. Ma vale la pena sottolineare che questi due scienziati hanno contraddetto la tesi di Steven Pinker secondo la quale grazie alla “civiltà” ed all’influenza dello Stato, la violenza è arretrata. Hanno mostrato che nelle società di cacciatori-raccoglitori esisteva un livello di violenza ben più bassa che nelle società che si sono susseguite.
La discussione seguita a queste presentazioni è stata, come nei congressi precedenti, molto animata. Ha illustrato in particolare, ancora una volta, quanto l’apporto delle scienze possa arricchire il pensiero rivoluzionario, un’idea difesa da Marx ed Engels più di un secolo e mezzo fa.
Il 20° congresso della CCI, attraverso la messa in evidenza degli ostacoli che la classe operaia affronta nella lotta per la sua emancipazione, così come sugli ostacoli che l’organizzazione dei rivoluzionari incontra nel compimento della sua specifica responsabilità in questa lotta, ha potuto constatare la difficoltà e la lunga strada che è davanti a noi. Ma questo non per scoraggiarci. Come dice la risoluzione adottata dal congresso:
“Il compito che ci aspetta è lungo e difficile. Dobbiamo armarci di pazienza, che Lenin diceva essere una delle principali qualità del bolscevico. Occorre resistere allo scoraggiamento di fronte alle difficoltà. Queste sono inevitabili e occorre considerarle non come una maledizione ma al contrario come un incoraggiamento a proseguire ed intensificare la lotta. I rivoluzionari, ed è una delle loro caratteristiche fondamentali, non sono delle persone che ricercano la comodità o la facilità. Sono dei combattenti che si danno per obiettivo il contribuire in modo decisivo al compito più immenso e più difficile che dovrà compiere la specie umana, ma anche il più entusiasmante perché significa la liberazione dell’umanità dallo sfruttamento e dall’alienazione, e l’inizio della sua ‘vera storia’” (Risoluzione di attività, punto 16).
CCI
[1] Rivista Internazionale n.152, 2° trimestre 2013 in inglese, francese e spagnolo. La traduzione in italiano della risoluzione sarà pubblicata al più presto sul sito.
[2] Vedi il Rapporto sulle tensioni imperialiste pubblicato nella Rivista internazionale su citata.
[3] Vedi “Crollo del blocco dell'Est: difficoltà aumentate per il proletariato "Rivista Internazionale n.60” https://en.internationalism.org/ir/60/difficulties_for_the_proletariat [135], https://fr.internationalism.org/rinte60/prolet.htm [136], https://es.internationalism.org/node/3502 [312]; Testo di orientamento: Militarismo e decomposizione" https://it.internationalism.org/node/974 [313]
[4] "Dibattito interno alla CCI: Le cause della prosperità seguita alla Seconda Guerra mondiale", serie di articoli pubblicati nei numeri della Rivista Internazionale dal n.133, 135, 136, 138 - 2008-2009. Pubblicati sul nostro sito in inglese, francese e spagnolo.
[5] Vedi “Il proletariato dell’Europa occidentale al centro della generalizzazione della lotta di classe”, Rivista Internazionale n.31; https://en.internationalism.org/ir/1982/31/critique-of-the-weak-link-theory [314], fr.internationalism.org/nation_classe.htm [315].
[6] Pubblicate sul nostro sito: https://en.internationalism.org/tag/25/1369/camilla-power [316] e https://en.internationalism.org/taxonomy/term/567 [317]
All’inizio di quest’anno la CCI scriveva: “Oggi, il ritiro programmato delle truppe americane e della NATO dall’Iraq e dall’Afghanistan lascia in questi paesi un’instabilità senza precedenti con il rischio che essa partecipi all’aggravamento dell'instabilità di tutta la regione” (“Risoluzione sulla situazione Internazionale (20° Congresso della CCI) [318], punto 5). Ed è questa la situazione presente che lascia inoltre presagire una prossima spirale d’instabilità bellica in tutta la regione e nei suoi dintorni. I governati ci hanno promesso la guerra per anni, per una generazione.
L’Iraq e la Siria non sono estranei alla guerra capitalista. La stessa esistenza di questi paesi è la conseguenza della guerra imperialista del 1914-1918. Essi sono stati creati dall’imperialismo lungo la linea di demarcazione Sykes-Picot[1], tracciata dagli inglesi e dai francesi nel 1916 per dividere la regione allora in mano all’impero ottomano.
Questi due paesi sono nati nel corso della guerra, che da allora è continuata, anche se in modi diversi. Entrambi sono stati preziosi per gli Alleati durante la Seconda Guerra mondiale contro la Germania e in seguito sono stati sottoposti a colpi di Stato e manipolazioni dagli inglesi e gli americani nella Guerra Fredda contro la Russia negli anni cinquanta. L’Iraq fu utilizzato di nuovo dall’occidente contro l’Iran all’epoca della guerra del 1980. Mentre nel 1991 ha rappresentato il capro espiatorio del vano sforzo degli americani di permettere al blocco occidentale di conservare la sua coesione, costando la vita a decine di migliaia di vittime quando il macellaio Saddam Hussein e la sua guardia repubblicana furono risparmiati per poter attuare la repressione. L’invasione del 2003, da parte degli Stati Uniti e dell’Inghilterra, ha provocato migliaia di morti e feriti in più per l’uso di bombe a frammentazione o al fosforo e per munizioni a uranio impoverito. La popolazione irachena sa bene cosa sono gli abbracci e i baci dell’imperialismo, specialmente di quello americano, francese e inglese.
Il 10 giugno, la presa di Mossoul, una città con più di un milione di abitanti, da parte dell’IS (“lo Stato islamico”, conosciuto da giugno di quest’anno con il nome di ISIS, “Stato islamico dell’Iraq e al-Sham”), ha rappresentato un’ulteriore discesa nella barbarie capitalista: caos, terrore e guerra nelle regioni del Medio-Oriente già colpite da questi flagelli. L’ISIS non è un esercito di straccioni, più o meno affiliato a vaghi raggruppamenti, come lo è Al-Qaïda (che ha formalmente disconosciuto l’ISIS a febbraio scorso) ma un’efficientissima e spietata macchina da guerra attualmente capace di bombardare su tre fronti: verso Bagdad al sud, verso i territori curdi a est e verso Aleppo e la Siria a ovest. Hisham al-Hashimi, un esperto sull’ISIS residente a Bagdad, stima le sue forze a 50.000 uomini (The Guardian del 21 agosto 2014), lo stesso rapporto aggiunge che esso disporrebbe “di almeno cinque divisioni dell’esercito iracheno, tutte equipaggiate di materiale americano” e che “il gran numero di combattenti stranieri presenti acquista un’influenza sempre più grande in certe zone”. L’ISIS ha ampiamente esteso il suo regno di terrore crescendo in seno ad Al-Qaïda in Iraq (AQI), poi si è sviluppato nel maelstrom siriano dove ha assorbito, volontariamente o sotto minaccia di morte, altri jihadisti e forze “moderate” anti-Assad. Oggi controlla importanti zone della valle dell’Eufrate dove ha stabilito il suo “califfato” intorno a ciò che resta della frontiera Iraq/Siria, cioè la linea Sykes-Picot. La distruzione di questa frontiera è indicativa della decadenza e del caos che sempre più caratterizza la vita del capitalismo in tutte le grandi regioni del mondo.
Con la regressione nel caos in Medio-Oriente, s’installa una forza, lo Stato islamico, i cui principi in quanto califfato islamico si basano sulle divisioni religiose e su argomentazioni che risalgono a più di un secolo fa. La natura completamente reazionaria di questo califfato è sia uno sviluppo sia un riflesso della natura reazionaria e irrazionale dell’intero mondo capitalista, una tendenza in continuità con la Prima Guerra mondiale e tutti i massacri imperialistici che ne sono seguiti. Lo Stato islamico non ha futuro, se non costituendosi in una nuova gang di banditi, di bruti e di assassini che continueranno a destabilizzare la regione. Sebbene sia una forza religiosa reazionaria, come lo dimostra il terrore imposto ai civili sciiti, cristiani, yazidi, turkmeni, shabak, l’ISIS è fondamentalmente un’espressione capitalista costruita e sostenuta dalle forze imperialiste locali, ora diventata il fronte anti-Assad e anti-iraniano. Questa evoluzione è stata sostenuta dalle azioni dell’America e dell’Inghilterra.
Sputano nel piatto dove mangiano?
“Certo che no”, risponderanno alcuni, che senso avrebbe? Ma il capitalismo ha una lunga storia di creazione dei propri mostri: Adolf Hitler è stato democraticamente messo in campo col sostegno della Gran Bretagna e della Francia con lo scopo iniziale di costituire una forza capace di terrorizzare la classe operaia in Germania. Saddam e il suo regime di assassini sono stati sostenuti dall’occidente, e in particolare dalla Casa Bianca. Lo stesso per Robert Mugabe nello Zimbabwe e per Slobodan Milosevic in Serbia. Le scuole islamiche fondamentaliste, come lo stesso Osama bin Laden, sono essenzialmente dei prodotti della CIA e degli MI6 (fucili d'assalto adottati dell'esercito statunitense) in collaborazione con l’ISI, i servizi segreti pakistani, tutto un mondo al lavoro per bloccare l’imperialismo russo in Afghanistan. Una mistura che ha dato vita ai Talebani e ad Al-Qaïda. La creazione di Hamas è stata incoraggiata inizialmente da Israele per indebolire l’OLP, mentre le forze jihadiste sono state armate, incoraggiate e sostenute dall’occidente in Libia e nelle repubbliche dell’ex-URSS.
Tutto ciò si è ritorto contro i suoi iniziatori e ha sputato nel piatto di chi l’aveva sostenuto e nutrito. Il che dimostra che non si tratta di alcuni individui diabolici, ma di psicopatici efficaci capitalisti, armati e sostenuti dalla democrazia. E oggi più che mai, in Medio-Oriente, tutto ciò che gli imperialismi, sia quelli delle grandi potenze sia quelli locali, tentano di fare per affrontare i loro rivali, giocare le proprie carte e plasmare gli eventi, non solamente è destinato a fallire ma contribuisce al deterioramento generale della situazione perché acuisce i problemi e li dilata a più lungo termine. Al-Qaïda in Iraq è rimasto potente per una decina di anni, ma la sua ramificazione, l’ISIS, sotto la nuova direzione di Abu Bakr-al-Baghdadi[2], è stata sostenuta dai fondi sauditi e del Qatar, “ripuliti” dall’accomodante sistema bancario kuwaitiano, che in più gli hanno dato accesso alla frontiera con la Turchia. L’ISIS è stato armato, direttamente o indirettamente, dalla CIA ed esistono diversi rapporti che segnalano che alcuni suoi miliziani sono stati addestrati dalle forze speciali americane e britanniche in Giordania o nella base americana di Inçirlik in Turchia[3]. Perché? Perché americani e britannici volevano una forza di combattimento efficace contro il regime di Assad, comunque più efficace delle forze “moderate”. Anche il regime siriano ha fatto accordi con l’ISIS e l’ha utilizzato nella vecchia strategia che consiste nel sostenere il nemico del proprio nemico. Portando un aiuto alle forze dello Stato islamico, le potenze locali e occidentali hanno cercato di bloccare la minaccia crescente costituita dall’alleanza Iran/Hezbollah/Assad, una macchina da guerra sostenuta nelle retrovie dalla Russia. Il califfato dell’ISIS non ha nessuna prospettiva a lungo termine, ma per il momento si estende e s’ingrossa approfittando della particolare attrattiva che esercita sulla gioventù nichilista che va a costituire una specie di “brigata internazionale” al suo interno. Possiede miliardi di dollari in equipaggiamento e liquidità, tutti provenienti dai suoi numerosi “affari”. E questo non è certamente il primo ribaltamento avvenuto in zona: le forze aeree americane hanno dato la loro copertura al PKK curdo nella lotta contro gli jihadisti, un gruppo qualificato come “terrorista” dagli stessi Stati Uniti, L’Iran, la Siria di Assad e l’occidente si trovano ora più o meno dalla stessa parte, alcuni notiziari (The Observer, 17/08/14) segnalano che aerei da combattimento iraniani operano dall’enorme base aerea di Rasheed al sud di Bagdad e lanciano barili di esplosivo sulle zone sunnite. Senza dubbio, alcune forze iraniane operano sul suolo dell’Iraq e della Siria contro l’ISIS. La Turchia e la Giordania, la stessa Arabia Saudita, sono coinvolte dalla minaccia costituita da quest’organizzazione. Qui niente è stabile; tutto è in movimento, un continuo trambusto inter-imperialistico.
Quando gli elementi sunniti della provincia di Anbar si allearono con lo Stato islamico per prendere Mossoul nel giugno scorso, fu chiaro che la guerra in Siria era sconfinata in Iraq. C’è stato un completo capovolgimento rispetto alla situazione del 2006/2007, quando i capi tribali sunniti di Anbar si unirono alle forze americane nella “presa di coscienza” che bisognava sconfiggere Al-Qaïda. Ma il governo di Al-Maliki a Bagdad, sostenuto nell’ombra dagli americani e dominato dagli Sciiti, ha escluso i sunniti da ogni potere, ha incoraggiato le gang sciite a effettuare dei quasi-pogrom contro di questi e ha trattato le popolazioni sunnite come farebbe un esercito di occupazione. Il nuovo governo di “Unione nazionale” in Iraq può anche ammettere di nuovo alcuni deputati sunniti, ma questi probabilmente rischiano la decapitazione se osano tornare nelle loro circoscrizioni. Gli Stati Uniti possono anche sperare in una stabilità governativa, ma la prospettiva per l’Iraq sembra essere piuttosto una sua spartizione. Gli Stati Uniti non possono né controllare né contenere questo caos che hanno, al contrario, favorito. Per il momento, è stato deciso di difendere la capitale curda, Erbil, dove gli americani sono attualmente insediati, per il petrolio e altri interessi. La loro presenza nella zona non è assolutamente dovuta ad alcun “intervento umanitario”, che resta è una flagrante menzogna[4]. Un’altra menzogna è quella di Cameron quando afferma che “l’Inghilterra non si lascerà trascinare in una nuova guerra in Iraq” (BBC News, 18/08/14), che si unisce alla sedicente natura “umanitaria” del suo intervento, come di quello dello Stato italiano. La decisione degli Stati Uniti, della Francia, della Gran Bretagna, dell’Italia, della Germania e della Repubblica ceca di armare i curdi non è affatto una politica comunitaria per questi paesi. Al contrario può solo rafforzare il governo regionale curdo (KRG) e la tendenza alla spartizione dell’Iraq, che provocherà nuovi problemi nella regione.
Ci sono 60.000 rifugiati a Erbil, e 300.000 in più si trovano a Dohuk, una delle regioni più povere dell’Iraq. Solo in Iraq ce ne sono un milione, parecchi milioni in tutta la regione. Questa cifra senza precedenti di persone erranti, così come il cedimento delle frontiere, sono espressioni del procedere della decadenza di questo sistema che sta marcendo. Il regime iraniano si è rafforzato, le frontiere della Turchia, che comunque è membro NATO, e della Giordania sono indebolite e minacciate, i terroristi di ieri e quelli che incarnavano allora il male, oggi sono diventati degli alleati. E ritorna un pericolo per le capitali occidentali e le regioni industrializzate. La minaccia, contro la quale il Primo ministro Blair era stato avvertito fin dal 2005 dal Joint Intelligence Commitee (JIC)[5], è oggi più seria che mai, dal momento che gli jihadisti vinti cercheranno di ritornare verso i grandi centri strategici per dotarsi di mezzi per continuare i loro attacchi. L’ISIS riassume in sé la natura putrefatta, regressiva del capitalismo, così come il suo sprofondamento nel militarismo, la barbarie e l’irrazionalità: uccidere e morire per la religione[6], il massacro in massa di civili, lo stupro e la messa in schiavitù di donne e bambini. Gli Stati Uniti e i loro “alleati” sono in grado di respingere l’ISIS, ma non possono contenere il caos imperialistico che l’ha fatto nascere. Al contrario! Le grandi potenze e le forze locali possono solamente aggravare sempre più l’instabilità e il caos. Ciò che non vogliono è esattamente quello per cui hanno lavorato e continuano a lavorare, perché è il sistema capitalista a condurli ciecamente in questa direzione.
Baboon, agosto 2014
[1] L’accordo Sykes-Picot, ufficialmente Accordo sull’Asia Minore, fu un accordo segreto tra i governi del Regno Unito e della Francia, in assenza della Russia, che definiva le rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente in seguito alla sconfitta dell’Impero Ottomano nella Prima Guerra Mondiale. Al Regno Unito fu assegnato il controllo delle zone comprendenti approssimativamente la Giordania, l'Iraq e una piccola area intorno ad Haifa. Alla Francia fu assegnato il controllo della zona sud-est della Turchia, la parte settentrionale dell'Iraq, la Siria e il Libano. La zona che successivamente fu riconosciuta come Palestina doveva essere destinata a un’amministrazione internazionale coinvolgente l'Impero russo e altre potenze. Da Wkipedia
[2] Il quale è stato liberato nel 2009 dalla prigione americana della base irachena di Umm Qasr su ordine di Obama (https://www.politifact.com/punditfact/statements/2014/jun/19/jeanine-pirro/foxs-pirro-obama-set-isis-leader-free-2009/ [319]
[3] guardianlv.com [320].
[4] Obama e il Primo ministro Cameron si sono attribuiti il merito di aver salvato gli Yazidi del Monte Singar, ma ciò che li preoccupava di più era difendere Erbil, ed è la stessa cosa per i Peshmerga curdi che hanno abbandonato questi civili, offrendo al PKK, ben più radicale, l’occasione per riversarsi nella breccia e presentarsi come il vero salvatore degli Yazidi, nonostante il fatto che molti di questi siano ancora in grande pericolo.
[5] warisacrime.org/node/22644.
[6] Uno dei più efficaci e assurdi mezzi di difesa dello Stato islamico, contro le forze irachene condotte dagli americani per riprendere Tikrit, sono state le bombe volanti umane che si gettavano dalle finestre e dai tetti sulle colonne che avanzavano.
Il 2014 è l’anno delle commemorazioni ufficiali della Prima Guerra mondiale.
I portavoce della classe dirigente, i politici e i professori, la televisione e i giornali, hanno dato le loro spiegazioni sul conflitto e sui motivi della sua fine. Tutti si sono rammaricati per le morti di questa guerra, auspicando che una tale tragedia non si riproduca. Ma tutto questo è solamente la ripugnante ipocrisia di una classe il cui sistema che ci ha portato gli orrori di questa guerra e di tutte quelle che da allora hanno devastato il mondo.
I rivoluzionari hanno il proprio metodo per spiegare le tragedie dell’ultimo secolo.
Nel 1914 l’umanità era di fronte ad un’alternativa: Rivoluzione o guerra, Socialismo o barbarie. E oggi si trova di fronte alla stessa alternativa.
1914: le grandi potenze arruolano le masse. La propaganda di tutti gli Stati belligeranti proclama: il vostro paese ha bisogno di voi. Battersi per la patria. Difendere la civiltà contro la barbarie dell’altro campo. Ma come la rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg diceva nella Junius brochure, scritto in prigione nel 1915: questa guerra è la barbarie. Non è una guerra per mettere fine alle guerre, ma esprime la fine definitiva dell’utilità del capitalismo per l’umanità. Se gli sfruttati e gli oppressi di tutti i paesi non si uniscono contro gli sfruttatori ed i mercanti d’armi in tutti i paesi, questa guerra sarà solamente il preludio a massacri ancora più terribili.
1917-19: vittime di massacri inutili nelle trincee, della fame e dell’intensificazione dello sfruttamento nelle retrovie, i lavoratori dei due campi si ribellano contro la guerra. Soldati e marinai si ammutinano e fraternizzano, i lavoratori organizzano manifestazioni e scioperi di massa. La rivoluzione esplode in Russia quando i soviet - consigli rivoluzionari di delegati dei lavoratori, dei soldati e dei contadini - prendono il potere. Esplode in Germania quando i marinai di Kiel rifiutano di sacrificarsi per lo sforzo bellico e in tutto il paese si formano consigli di operai e di soldati. Le classi dirigenti che fino a ieri si sgozzavano a vicenda, ora si uniscono per mettere precipitosamente fine alla guerra. Ma l’ondata rivoluzionaria prosegue di fronte alla miseria del dopoguerra, dando luogo ad altri scioperi in massa e sollevamenti, da Clydeside a Seattle, dall’Ungheria al Brasile.
1920-27: la sconfitta e la controrivoluzione. I rivoluzionari russi sapevano che se la rivoluzione non si fosse estesa nel mondo sarebbero stati condannati alla sconfitta. Nonostante lo sviluppo mondiale della lotta di classe e la fondazione dell’Internazionale comunista, i lavoratori non riescono a prendere il potere in alcun’altra parte nel mondo. Esaurita dalla guerra civile, nella quale le forze controrivoluzionarie sono state sostenute dalle grandi potenze, la classe operaia in Russia perde la sua presa sul potere e una nuova burocrazia emerge sulle ceneri della rivoluzione. Stalin proclama “il socialismo in un solo paese” nel 1924: non un programma per la rivoluzione mondiale, ma per il capitalismo di Stato russo. Nel 1927 in Cina, i comunisti che avevano preso parte all’insurrezione di Shanghai vengono decapitati nelle strade dai loro sedicenti “alleati”, i nazionalisti. In Germania, il partito socialdemocratico, diventato un partito del sistema, utilizzerà le forze dell’estrema destra come truppe d’assalto contro la rivoluzione. L’estrema destra incarnata da Hitler si appresta allora a finire il lavoro.
1929: la Grande depressione. La chiusura delle fabbriche e i milioni di lavoratori gettati in strada provano, ancora una volta, l’assurdità e l’obsolescenza del capitalismo. È una crisi di sovrapproduzione, una crisi della domanda mentre potenzialmente esiste l’abbondanza. Ma la classe operaia è stata vinta e non può rispondere alla crisi con la rivoluzione.
1936: Hitler e Stalin dirigono dei regimi che si basano sui campi di concentramento e le prigioni, e su di un’economia orientata verso la guerra. Le “democrazie” ostacolano loro il passo. La marcia verso una nuova guerra mondiale è aperta e fondamentalmente sarà una ripetizione della Prima. In Spagna, la classe operaia mantiene la sua combattività. Ma dopo aver fatto fallire il colpo di Stato franchista nel luglio 1936 con i propri metodi di lotta - scioperi e fraternizzazione con le truppe- viene reclutata nel fronte antifascista che subordina gli interessi della classe operaia all’interesse nazionale. La Spagna diventa un campo di battaglia tra i blocchi imperialisti, una prova generale per la Seconda Guerra mondiale.
1939-45: malgrado tutti i nuovi slogan di adunata ideologica – l’antifascismo, la difesa della democrazia o della “patria socialista”- la Seconda Guerra mondiale supera di molto la Prima in quanto a barbarie. Dal lato fascista, il culmine è lo sterminio industriale nei campi di concentramento. Ma il fungo atomico su Hiroshima e Nagasaki mostra che gli alleati “democratici” non sono da meno nel liquidare milioni di vite innocenti.
1945-68: Un pugno di internazionalisti condanna la guerra come espressione di una nuova divisione del globo, e mentre questa sta per finire, esplodono rivolte sporadiche della classe operaia. Ma l’ombra della sconfitta è ancora troppo potente e, prima ancora della fine della Seconda Guerra mondiale, prendono forma i contorni per un terzo conflitto. L’URSS, ieri alleata contro il fascismo, diventa il nuovo nemico totalitario. Si formano due enormi blocchi imperialistici che si affrontano attraverso l’interposizione di guerre per procura: Corea, Medio Oriente, India e Pakistan, Cuba, Vietnam...
1968-89: la riorganizzazione dell’economia mondiale durante e dopo la guerra permette al capitalismo di uscire dalla depressione e, nonostante la persistenza della povertà nel mondo “sottosviluppato”, i paesi centrali conoscono un periodo di crescita e di prosperità. Ma la tregua è solamente temporanea. Alla fine degli anni 60 appaiono i segni di una nuova crisi economica sotto forma di un’inflazione galoppante e, nel 1973, di una nuova recessione mondiale. Questa volta, tuttavia, una nuova generazione della classe operaia comincia a rispondere alla crisi: 10 milioni di scioperanti in Francia nel 1968, “l’autunno caldo” in Italia nel 1969, lo sciopero dei minatori in Gran Bretagna nel 1972 e 1974. Questi focolai di rivolta, e altri ancora, smentiscono gli ideologi che avevano proclamato che la classe operaia si era integrata alla società dei consumi. La classe operaia non solo è viva, ma il suo rifiuto di ubbidire ai diktat dell’economia nazionale significa anche che il capitalismo non ha carta bianca per intensificare i suoi scontri imperialisti fino a una nuova guerra mondiale.
1989-2014: che questo è un problema per la classe dirigente è illustrato chiaramente dal crollo dell’URSS e del blocco russo. Gli scioperi di massa degli operai polacchi negli anni 80 indicano che i dirigenti di questo blocco, se avessero tentato di rispondere alle loro profonde difficoltà economiche lanciando una nuova offensiva imperialistica, non avrebbero potuto contare sul sostegno della classe operaia. Con la scomparsa de “l’Impero del male” dell’Est, George Bush padre dichiara l’avvento di un nuovo ordine mondiale di pace e prosperità. Quasi immediatamente dopo, le guerre nel Golfo e nell’ex Jugoslavia dimostrano che gli scontri imperialisti non sono spariti, ma hanno preso una forma nuova, più caotica, al di fuori dalla disciplina dei vecchi blocchi. Il continente africano e il Medio Oriente diventano oggetto di tutta una serie di battaglie sanguinose. Quanto alla prosperità, la “crisi del debito” del 2008 mette in luce il carattere artificiale della precedente fase di “crescita”. Dagli anni 30 il capitalismo reagisce alla malattia della sovrapproduzione usando la medicina del debito, ma oggi la cura mostra che è pericolosa tanto quanto la malattia. E durante questo periodo, il capitalismo folle ha bisogno di crescere, costi quel che costi e qualunque sia il risultato di un metodo che porta in sé una nuova espressione del suo impasse storico, vale a dire la crisi ecologica. L’inquinamento e la distruzione dell’ambiente, il cambiamento climatico cominciano a produrre una serie di catastrofi che sono solo un assaggio di ciò che può prodursi se si permette all’accumulazione capitalista di proseguire.
Il capitalismo si decompone sotto i nostri occhi. La classe operaia non è stata in grado di sviluppare le sue lotte, dal periodo 1968 – 1989, verso una messa in discussione cosciente del modo di produzione capitalista e deve far fronte al pericolo di essere travolta nel pantano di un ordine sociale in avanzato stato di decadenza - nella sua guerra di gang, nella sua disperazione, nella sua irrazionalità e nella sua dinamica verso l’autodistruzione. Ma la voce del proletariato non è stata ridotta al silenzio. Un sentimento crescente di indignazione contro un sistema che non offre alcun avvenire, ha spinto milioni di giovani nelle strade in Tunisia, Egitto, Grecia, Israele, Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti, Turchia e Brasile. Ci sono stati enormi scioperi di lavoratori in Bangladesh ed in Cina contro lo sfruttamento spietato che esige il “capitalismo globalizzato”. In Africa meridionale la repressione del governo contro i minatori di Marikana smentisce tutti i discorsi sulla “nuova Africa del Sud” fatti dopo il regime dell’apartheid. La classe operaia è più globale che mai e anche se non riesce facilmente a ricuperare la sua identità di classe e la fiducia nelle proprie capacità, la dinamica delle sue lotte continua a contenere la possibilità di rispondere alla barbarie del capitalismo con la prospettiva del socialismo, della rivoluzione comunista che sostituirà il dominio del capitale e del suo Stato con una nuova comunità umana a livello mondiale.
L’esplosione della guerra il 4 agosto 1914 non fu una sorpresa per le popolazioni europee e soprattutto per gli operai. È già dall’inizio del secolo che si succedono crisi, quelle marocchine del 1905 e 1911 e le guerre balcaniche del 1912 e 1913, per citare le più gravi. Queste crisi mettono direttamente le grandi potenze le une di fronte alle altre, lanciandosi tutte in una corsa sfrenata agli armamenti: la Germania inizia un enorme programma di costruzione navale al quale inevitabilmente deve rispondere la Gran Bretagna. La Francia introduce il servizio militare di tre anni e finanzia attraverso enormi prestiti l'ammodernamento delle ferrovie russe destinate ad istradare le truppe verso la frontiera con la Germania, ed anche per ammodernare l'esercito serbo. La Russia, dopo la debacle del conflitto russo-giapponese del 1905, dà il via ad un programma di riforme delle forze armate. Contrariamente a ciò che oggi ci dice la propaganda sulle origini della guerra, questa è stata preparata volontariamente e soprattutto voluta da tutte le classi dominanti delle grandi potenze.
Nessuna sorpresa dunque, ma per la classe operaia fu uno shock terribile. Per due volte, a Stoccarda nel 1907 ed a Basilea nel 1912, i partiti socialisti fratelli della Seconda Internazionale hanno preso impegni solenni nel difendere i principi internazionalisti, rifiutare il reclutamento degli operai nella guerra e resistere con ogni mezzo a quest'ultima. Il congresso di Stoccarda adotta un emendamento di risoluzione proposta dalla sinistra - Lenin e Rosa Luxemburg: "Se la guerra dovesse scoppiare [i partiti socialisti] hanno il dovere di intervenire per farla cessare subito utilizzando con tutte le loro forze la crisi economica e politica, prodotta dalla guerra, per agitare gli strati popolari più profondi ed affrettare la caduta del dominio capitalista". Jean Jaurès, il grande tribuno del socialismo francese, dichiara allo stesso congresso che "L'azione parlamentare non basta più in nessuno campo.... I nostri avversari sono spaventati davanti alle immense forze del proletariato. Noi che abbiamo proclamato così orgogliosamente il fallimento della borghesia, non permettiamo che la borghesia possa parlare del fallimento dell'Internazionale." Al congresso del Partito socialista francese, a Parigi nel luglio 1914, Jaurès fa adottare la formulazione secondo la quale "Il congresso considera come particolarmente efficace lo sciopero generale operaio, organizzato simultaneamente ed internazionalmente nei paesi interessati, così come l'agitazione e l'azione popolare sotto le forme più attive, tra tutti i mezzi adoperati per fare propaganda ed impedire la guerra."
E tuttavia, nell'agosto 1914, l'Internazionale crolla o meglio si smembra, nel momento in cui tutti i partiti che essa raggruppa (ad eccezioni di alcuni onorabili, come i Russi o i Serbi) tradiscono l'internazionalismo proletario, il suo principio fondatore, in nome della difesa della "patria in pericolo" e della "cultura". Ed ogni borghesia, mentre si prepara a gettare nel macello milioni di vite umane, si presenta come il massimo della civiltà e della cultura, mentre il nemico è solamente una bestia assetata di sangue responsabile delle peggiori atrocità...
Come è stata possibile una tale catastrofe? Come hanno potuto quelli che qualche mese, addirittura alcuni giorni prima, avevano minacciato la borghesia sulle conseguenze della guerra per il suo dominio, ad unirsi senza resistenza alla sacra unione col nemico di classe - il Burgfriedenpolitik secondo il termine tedesco?
Di tutti i partiti dell'Internazionale, è sul Sozialdemokratische Partei Deutschlands, il Partito socialdemocratico tedesco (SPD) che ricade la maggiore responsabilità. Ma ciò non discolpa affatto gli altri partiti, ed in particolare il partito francese. Allora il partito tedesco era il più bel fiore dell'Internazionale, il gioiello fabbricato dal proletariato. Con più di un milione di membri e più di 90 pubblicazioni regolari, l’SPD era il più forte e meglio organizzato partito dell'Internazionale. Sul piano intellettuale e teorico, era il riferimento di tutto il movimento operaio: gli articoli pubblicati nella sua rivista teorica, la Neue Zeit, danno il "la" sul piano della teoria marxista, e Karl Kautsky, redattore capo della Neue Zeit, è spesso considerato come il "papa del marxismo". Come scrive Rosa Luxemburg: "al prezzo di sacrifici innumerevoli, attraverso un lavoro scrupoloso ed infaticabile, [la socialdemocrazia tedesca] ha gettato le basi di una potentissima esemplare organizzazione, ha prodotto la stampa più numerosa, ha dato vita ai più efficaci mezzi di informazione e di istruzione, ha raccolto intorno a sé considerevoli masse di elettori ed ha ottenuto il più grande numero di seggi di deputati. La socialdemocrazia tedesca fu la più pura incarnazione del socialismo marxista. Essa ebbe e reclamò per sé una posizione particolare come maestra e guida della Seconda Internationale" (Opuscolo di Junius).
L’SPD è il modello che tutti gli altri cercano di imitare, non risparmiando gli stessi bolscevichi di Russia. "Nella Seconda Internazionale, il "gruppo d'assalto" tedesco aveva un ruolo preponderante. Durante i congressi, durante le sessioni dell’Ufficio Internazionale Socialista, tutti aspettavano l'opinione dei tedeschi. In particolare proprio sulla questione della lotta contro il militarismo e contro la guerra, la socialdemocrazia tedesca interveniva sempre in modo decisivo. ‘Per noi tedeschi questo è inaccettabile’ e questo bastava in genere a decidere l'orientamento dell'Internazionale. Con una fiducia cieca, quest'ultima si affidò alla guida della potente e tanto ammirata socialdemocrazia tedesca: era l'orgoglio di ogni socialista ed il terrore delle classi dominanti in tutti i paesi" (Opuscolo di Junius). Spettava dunque al partito tedesco attuare gli impegni di Stoccarda e lanciare la resistenza alla guerra.
E tuttavia, il giorno fatidico del 4 agosto 1914, l’SPD si unisce ai partiti borghesi del Reichstag votando i crediti di guerra. Dall’oggi al domani, la classe operaia in tutti i paesi belligeranti si trova disarmata e senza organizzazione, i suoi partiti politici ed i suoi sindacati sono passati alla borghesia e oramai sono i principali organizzatori non della resistenza alla guerra ma, al contrario, della militarizzazione della società in vista della guerra.
Oggi, la leggenda vuole che gli operai abbiano aderito alla guerra, come il resto della popolazione, attraverso un'immensa ondata di slancio patriottico, ed i media amano mostrarci immagini di truppe che partono al fronte con il fiore nel fucile. Come molte leggende, questa ha poco a che vedere con la realtà. Certamente non sono mancate manifestazioni di isteria nazionalista ma quest’ultime erano essenzialmente della piccola borghesia e dei giovani studenti indottrinati di patriottismo. Di contro, nel luglio 1914, in Francia ed in Germania, a centinaia di migliaia gli operai manifestavano contro la guerra e saranno ridotti all'impotenza dal tradimento delle loro organizzazioni.
Sicuramente, il tradimento dell’SPD non è avvenuto dall'oggi al domani: era preparato da lunga data. La potenza elettorale dell’SPD ha nascosto un'impotenza politica, o meglio è proprio la potenza elettorale dell’SPD e la potenza organizzativa sindacale tedesca che hanno ridotto l’SPD all'impotenza in quanto partito rivoluzionario. Il lungo periodo di prosperità economica e di relativa libertà politica che segue l'abbandono delle leggi antisocialiste e la legalizzazione dei partiti socialisti in Germania, a partire dal 1891, finisce per convincere i dirigenti parlamentari e sindacali che il capitalismo è entrato in una nuova fase dove ha superato le sue contraddizioni interne, al punto che l'avvento del socialismo non si farebbe più attraverso un sollevamento rivoluzionario delle masse, ma attraverso un processo graduale di riforme parlamentari. Vincere alle elezioni diventerà così lo scopo principale dell'attività politica dell’SPD, per cui il gruppo parlamentare acquisterà un peso sempre più preponderante in seno al partito. Il problema, nonostante le riunioni e le manifestazioni operaie all'epoca delle campagne elettorali, è che la classe operaia non partecipa alle elezioni in quanto classe ma in quanto individui isolati, in compagnia di altri individui che appartengono ad altre classi – con i cui pregiudizi non bisogna scontrarsi. Così, all'epoca delle elezioni del 1907, il governo imperiale del Kaiser conduce una campagna in favore di una politica coloniale aggressiva e l’SPD - che si era opposto fino ad allora alle avventure militari - subisce importanti perdite numeriche di seggi al Reichstag. I dirigenti dell’SPD e soprattutto il gruppo parlamentare, traggono la conclusione che non bisogna scontrarsi direttamente con le sensibilità patriottiche. Per tale motivo, l’SPD resisterà a tutti i tentativi in seno alla Seconda Internazionale, ed in particolare al Congresso di Copenaghen nel 1910, per discutere delle misure precise da adottare contro la guerra nel caso questa esplodesse.
Evolvendosi in un mondo borghese, i dirigenti e l'apparato dell’SPD acquisiscono sempre più il suo stato d’animo. La foga rivoluzionaria, che ha permesso ai loro predecessori di denunciare la guerra franco-prussiana nel 1870, si smorza presso i dirigenti, peggio ancora, essa è vista come pericolosa perché espone il partito alla repressione. In fin dei conti, nel 1914, dietro la sua imponente facciata, l’SPD è diventato solo "un partito radicale come gli altri". Il partito adotta il punto di vista della sua borghesia, vota i crediti di guerra e solo una piccola minoranza di sinistra resta ferma nel tentativo di resistere al crollo. Questa minoranza, espulsa, incarcerata, perseguitata, sarà all'origine del gruppo Spartakus che si isserà alla testa della rivoluzione tedesca nel 1919 e fonderà la sezione tedesca della nuova Internazionale, il KPD (Partito Comunista Tedesco).
Risulta quasi banale dire che viviamo sempre all'ombra della guerra del 14-18. Essa rappresenta il momento in cui il capitalismo ha conquistato e dominato tutto il pianeta, integrando l'insieme dell'umanità in un solo mercato mondiale, questo mercato mondiale che era ed è l'oggetto di tutte le brame dei potenti. A partire dal 1914, l'imperialismo, il militarismo dominerà la produzione e la guerra diventerà mondiale e permanente. Da allora, il capitalismo minaccia di portare tutta l'umanità alla sua scomparsa!
Lo sviluppo della Prima Guerra mondiale non era inevitabile. Se l'Internazionale avesse mantenuto i suoi impegni, forse non avrebbe potuto impedire la guerra, ma avrebbe potuto animare la resistenza operaia, che comunque c'è stata, darle una direzione politica e rivoluzionaria, aprendo così la via, per la prima volta nella storia, alla possibilità di creare una comunità planetaria, senza classi e senza sfruttamento, mettendo fine alla miseria ed alle atrocità che un capitalismo imperialistico e decadente infligge da allora alla specie umana. Non si tratta di un pio desiderio illusorio; al contrario la rivoluzione russa ha dato prova che la rivoluzione non era, e non è, solamente necessaria, ma anche possibile. Perché è stato proprio questo straordinario assalto al cielo da parte delle masse, questo immenso slancio proletario che ha fatto tremare la borghesia internazionale e l'ha costretta a fermare prematuramente la guerra. Guerra o rivoluzione, barbarie o socialismo, 1914 o 1917... : non potrebbe essere più chiara l'unica alternativa che ha l'umanità!
Gli scettici arguiranno che la rivoluzione russa è rimasta isolata ed è affondata per opera della controrivoluzione stalinista e aggiungeranno che al 14-18 ha fatto seguito il 39-45. Ciò è perfettamente vero. Ma per non trarre false conclusioni bisogna comprenderne le cause, chiedersi il perché e non accontentarsi di ingoiare senza profferire parola la costante e permanente propaganda ufficiale. Nel 1917, l'ondata rivoluzionaria internazionale è esordita in un contesto in cui lo sfaldamento sulla guerra era ancora profondamente radicato. Queste difficoltà hanno prodotto un'eterogeneità nelle fila del proletariato che è stata sfruttata dalla classe dominante per sconfiggere la classe operaia. Disorientato e diviso il proletariato in realtà non ha potuto unificarsi in un vasto movimento internazionale. È rimasto diviso tra i campi dei "vincitori" e dei "vinti". In tal modo è stato possibile annientare gli eroici assalti rivoluzionari, come quello del 1919 in Germania, schiacciati nel sangue, principalmente grazie all'intervento del grande partito operaio traditore, la socialdemocrazia. L'isolamento ha permesso poi alla reazione internazionale di completare il suo crimine, sconfiggere la Rivoluzione russa e preparare la seconda grande macelleria mondiale, che non fa che convalidare che l'unica alternativa storica che abbiamo è "socialismo o barbarie!"
Jens, 30 giugno 2014
Quella che iniziò nell'agosto 1914, oggi la chiamano ancora la "Grande Guerra". Tuttavia la Seconda guerra mondiale fece più del doppio delle vittime. Per non parlare delle guerre senza fine che, dal 1945, hanno provocato più morti ed ancor maggiori distruzioni.
Per comprendere perché la guerra del 14-18 resta sempre "La Grande Guerra", basta visitare un qualsivoglia villaggio in Francia, anche il più isolato, perduto nelle praterie alpine: là su marmi commemorativi troviamo i nomi di intere famiglie - fratelli, padri, zii, figli. Questi muti testimoni dell'orrore si trovano non solo nelle città ed i villaggi delle nazioni belligeranti europee, ma persino all'altra estremità del mondo: nella piccola frazione di Ross sull'isola australiana della Tasmania, il cui memoriale porta i nomi di 16 morti e di 44 superstiti, caduti probabilmente durante la campagna di Gallipoli.
Per due generazioni dopo la fine della guerra 1914-1918 sono stati sinonimi di un’insensata carneficina, dovuta alla cieca e precipitosa stupidità di una casta aristocratica dominante, all'avidità senza limiti degli imperialisti, di profittatori di guerra e fabbricanti di armi. Malgrado tutte le cerimonie ufficiali, tutte le corone d’alloro deposte davanti ai monumenti ai caduti, il portare simbolico di papaveri all'occhiello il giorno della commemorazione annuale, questa visione della Prima Guerra mondiale è stata trasmessa nella cultura popolare delle nazioni belligeranti. In Francia, il romanzo autobiografico di Gabriele Chevalier, La Paura, pubblicato nel 1930, ha conosciuto un successo così enorme da provocare il divieto del libro da parte delle autorità. Nel 1937, il film contro la guerra di Jean Renoir, La Grande Illusione, venne proiettato senza interruzioni al cinema Marivaux dalle ore 10 fino alle 2 del mattino, battendo tutti i record di incasso; a New York, il cartellone che lo pubblicizzava è stato affisso per 36 settimane[1].
Nella Germania degli anni ‘20, i disegni satirici di George Grosz mandavano su tutte le furie i generali, i politici e quelli che avevano approfittato della guerra. Il libro di Remarque Niente di nuovo sul fronte orientale (Im Westen Nichts Neues) fu pubblicato nel 1929: 18 mesi dopo la sua pubblicazione, erano stati venduti 2,5 milioni di esemplari tradotti in 22 lingue; la versione cinematografica degli Universal Studios nel 1930 conobbe un altisonante successo negli Stati Uniti, dove guadagnò l'Oscar come miglior film[2].
Disgregandosi, l'impero austro-ungarico lasciò al mondo uno dei più grandi romanzi contro la guerra: Il buon soldato Chweik (Osudy dobrélo vojáka Švejk za sv?tové války) di Jaroslav Hašek, pubblicato nel 1923 e da allora tradotto in 58 lingue - più di ogni altra opera in lingua ceca.
Il disgusto provocato dalla memoria della Prima Guerra mondiale è sopravvissuto al bagno di sangue ancora più terribile della Seconda. Paragonata agli orrori di Auschwitz e di Hiroshima, la barbarie del militarismo prussiano e dell'oppressione zarista - per non parlare del colonialismo francese o britannico - che erano serviti da giustificazione alla guerra del 1914, sembravano quasi insignificanti ed è per tale motivo che il massacro nelle trincee sembrava ancora più assurdo e mostruoso: in tal modo era possibile presentare la Seconda Guerra mondiale come una guerra se non "buona", almeno "giusta" e necessaria. Questa contraddizione non è da nessuna parte più flagrante che in Gran Bretagna, dove tutta una serie di film che esaltano la "giusta causa" nel puro stile patriottico (Dambusters nel 1955, 633 Squadron nel 1964, ecc.) hanno occupato gli schermi cinematografici durante gli anni ‘50 e ‘60, mentre allo stesso tempo gli scritti anti-guerra dei "poeti della guerra" Wilfred Owen, Siegfried Sassoon, e Robert Graves hanno fatto parte del corso scolastico obbligatorio per i collegiali[3]. Probabilmente la più grande opera di Benjamin Britten, il più celebre compositore britannico del ventesimo secolo, è il suo Requiem di Guerra (1961) che mette in musica la poesia di Owen, mentre l'anno 1969 ha visto l'uscita di due film molto differenti: nel genere patriottico Battle of Britain, e la satira pungente Oh What a Lovely War! che esprime in musica una denuncia della Prima Guerra mondiale servendosi delle canzoni create dai soldati nelle trincee.
Due generazioni dopo, ci troviamo alla vigilia del 100mo anniversario dello scoppio della guerra, il 4 agosto 1914. Considerando l'importanza degli anniversari a cifra tonda ed ancora più se centenari, grandi preparativi sono in corso per commemorare ("festeggiare" non è una parola conveniente) la guerra. In Francia ed in Grande Bretagna, sono stati assegnati budget di parecchie decine di milioni in euro o in sterline; in Germania, per evidenti ragioni, i preparativi sono più discreti e non hanno ricevuto la benedizione governativa[4].
"Chi paga i violini, sceglie la musica": allora che ci guadagnano le classi dominanti in cambio delle decine di milioni che hanno speso per "commemorare la Guerra”?
Se guardiamo i siti web degli organismi responsabili della commemorazione (in Francia, un organismo speciale è stato creato dal governo; in Gran Bretagna - in modo abbastanza appropriato – è toccato all'Imperial War Museum), la risposta sembra abbastanza chiara: acquistano una delle più costose cortine di fumo ideologiche della storia. In Gran Bretagna, l'Imperial War Museum si dà per compito di raccogliere le storie degli individui che hanno vissuto la guerra per trasformarle in podcast[5]. Il sito web del Centenary Project (1914.org) ci propone avvenimenti di un'importanza tanto cruciale quanto l'esibizione del revolver utilizzato durante la Guerra da JRR Tolkien (senza scherzo - si suppone che lo scopo sia di cavalcare la cresta dell'onda sul successo dei film "Il Signore degli Anelli" tratto dai libri di cui Tolkien è stato l'autore); la commemorazione di un drammaturgo del Surrey, la colletta per il Museo dei Trasporti di Londra della ''storia degli autobus durante la Grande Guerra” (no, ma veramente!); a Nottingham "un grande programma di avvenimenti e di attività (...) metterà in luce come il conflitto catalizzò degli immensi cambiamenti sociali ed economici nelle comunità del Nottinghamshire". La BBC ha prodotto un "documentario innovativo": "La Prima Guerra mondiale vista dall'alto" con foto e film eseguiti a partire dai palloni sonda dell'artiglieria. Si renderà omaggio ai pacifisti per le commemorazioni sugli obiettori di coscienza. Insomma, saremo annegati in un oceano di futilità. Secondo il Direttore Generale dell'Imperial War Museum, la "nostra ambizione è che molte più persone comprenderanno che voi non potete comprendere il mondo di oggi senza comprendere le cause, il corso, e le conseguenze della Prima Guerra mondiale"[6] e noi siamo d'accordo al 100% con questo. Ma in realtà, tutto è fatto - compreso da parte dell'onorabile Direttore Generale - per impedirci di comprendere le sue vere cause e le sue reali conseguenze.
In Francia, il sito del centenario mostra il Rapporto ufficiale del Presidente della Repubblica per commemorare la Grande Guerra, datato settembre 2011[7] , e che comincia con queste parole del discorso del Generale de Gaulle all'epoca del cinquantenario della guerra nel 1964: "Il 2 agosto 1914, giorno della mobilitazione, tutto il popolo francese si levò all’unisono in piedi. E ciò non era mai accaduto in precedenza. Tutte le regioni, tutte le località, tutte le categorie, tutte le famiglie, tutte le anime, si trovarono subito in accordo. In un istante, si cancellarono le molteplici liti, politiche, sociali, religiose che tenevano il paese diviso. Da un estremo all'altro del suolo nazionale, le parole, i canti, le lacrime e, soprattutto, i silenzi non espressero che una sola risoluzione". Nello stesso rapporto leggiamo che "Se susciterà lo spavento dei contemporanei di fronte alla morte di massa ed agli immensi sacrifici consentiti, il Centenario darà anche un brivido alla società francese, ricordando l'unità e la coesione nazionale mostrata dai francesi nella prova della Prima Guerra mondiale." E' poco probabile dunque che la borghesia francese ci parlerà della brutale repressione poliziesca delle manifestazioni operaie contro la guerra del luglio 1914, né del notorio Carnet B (l'elenco del governo dei militanti anti-militaristi socialisti e sindacalisti da arrestare ed internare o mandare al fronte fin dallo scoppio della guerra - i britannici intanto facevano la stessa cosa), ed ancora meno delle circostanze dell'assassinio del dirigente socialista anti-guerra Jean Jaurès alla vigilia del conflitto, o degli ammutinamenti nelle trincee[8]...
Come sempre, i propagandisti possono contare sul sostegno di dotti Signori universitari per fornirsi di materiale per i loro documentari ed interviste. Prenderemo qui un solo esempio che ci sembra emblematico: The Sleepwalkers, dello storico Christopher Clark dell'università di Cambridge, pubblicato nel 2012 e poi nel 2013 in versione tascabile, e già tradotto in francese (Les Somnambules) (I SonnambuIi) ed in tedesco (Die Schlafwandler)[9]. Clark è un empirista senza complessi, la sua introduzione annuncia chiaramente la sua intenzione: "Questo libro (…) tratta meno del perché la guerra abbia avuto luogo che di come è arrivata. Le domande del perché e del come sono inseparabili nella logica, ma ci conducono in direzioni differenti. La questione del come ci invita a guardare attentamente le sequenze di interazioni che hanno prodotto certi risultati. La questione del perché, invece, ci invita a partire dalla ricerca di cause lontane e categoriche: l'imperialismo, il nazionalismo, gli armamenti, le alleanze, la finanza, le idee di onore nazionale, i meccanismi della mobilitazione"[10]. Ciò che manca nell'elenco di Clark è, evidentemente, il capitalismo. Non è che a generare le guerre sia proprio il capitalismo? E che la guerra più che "la politica attraverso altri mezzi", per riprendere la nota espressione di von Clausewitz, non sia piuttosto l'espressione estrema della concorrenza inerente al modo di produzione capitalista? Ma certo che no, neanche per sogno! Clark, dunque, si impegna a consegnarci "i fatti" sulla strada della guerra, ciò che fa con immensa erudizione e nel minimo dettaglio, fino al colore delle piume di struzzo sul casco di Franz-Ferdinando il giorno del suo assassinio (erano verdi). Se qualcuno, quel giorno, si fosse preso la briga di annotare il colore delle mutandine del suo assassino, Gavrilo Princip, ci sarebbe anche questo nel libro.
La lunghezza del libro, la sua padronanza del dettaglio, rende un'omissione tanto più importante. Malgrado il fatto che dedica intere sezioni alla questione della "opinione pubblica", Clark non ha assolutamente niente da dire a proposito della sola parte della "opinione pubblica" veramente importante: la posizione adottata dalla classe operaia organizzata. Clark cita a lungo giornali come il Manchester Guardian, il Daily Mail, o Le Matin, e molti altri caduti da tempo in un oblio ben meritato, ma non cita neanche una sola volta né il Vorwärts, né L'Humanité (i giornali rispettivamente dei partiti socialisti tedesco e francese), né Vie Ouvrière, l'organo semi-ufficiale della CGT francese[11], né La Bataille Syndicaliste. Non erano pubblicazioni minori! Il Vorwärts non era che uno tra i 91 quotidiani del SPD con una diffusione totale di 1,5 milione di esemplari (a titolo di paragone, il Daily Mail rivendicava una diffusione di 900.000 copie)[12], e lo stesso SPD era il più grande dei partiti politici tedeschi. Clark menziona il congresso di Iena del 1905 dove il SPD si rifiutò di chiamare allo sciopero generale in caso di guerra, ma non c'è una parola sulle risoluzioni contro la guerra adottate ai congressi dell'Internazionale Socialista a Stoccarda (1907) ed a Basilea (1912). Il solo dirigente del SPD a meritare di trovarsi nel libro è Alberto Südekum, un personaggio relativamente minore alla destra del SPD il cui ruolo di comparsa rassicurò il cancelliere tedesco Bethmann-Hollweg il 28 luglio, sottolineando che il SPD non si sarebbe opposto ad una guerra "difensiva".
Sulla lotta tra sinistra e destra nel movimento socialista e più largamente operaio, è il silenzio. A proposito della battaglia politica di Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht, Anton Pannekoek, Herman Gorter, Domela Nieuwenhuis, John MacLean, Vladimir Ilyich Lenin, Pierre Monatte, e tanti altri, è ancora il silenzio. A proposito dell'assassinio di Jean Jaurès, sempre silenzio, nient’altro che silenzio...
Evidentemente, i proletari non possono contare sulla storiografia borghese per comprendere veramente le cause della Grande Guerra. Rivolgiamoci quindi piuttosto verso due militanti notevoli della classe operaia: Rosa Luxemburg, sicuramente la più grande teorica della Socialdemocrazia tedesca, ed Alfred Rosmer, un fedele militante della CGT francese dell’anteguerra. In particolare, ci soffermeremo su La Crisi nella Socialdemocrazia di Rosa Luxemburg (meglio conosciuta con il nome di Brochure di Junius[13]) ed Il movimento operaio durante la Prima Guerra mondiale[14]. Le due opere sono molto differenti: l'opuscolo della Luxemburg fu scritto in prigione nel 1916 (non beneficiò di alcuno accesso privilegiato alle biblioteche ed archivi governativi, ma la potenza e la chiarezza della sua analisi sono estremamente sorprendenti); il primo capitolo[15] dell'opera di Rosmer, dove tratta del periodo che condusse alla guerra, fu pubblicato nel 1936 ed è al tempo stesso il frutto della sua devozione scrupolosa alla verità storica e della sua difesa appassionata dei principi internazionalisti.
Potrebbero chiederci se tutto ciò ha veramente importanza. Da ben molto tempo il mondo è cambiato, che cosa possiamo veramente apprendere da questi scritti di un'altra epoca?
Risponderemmo che comprendere la Prima Guerra mondiale è primordiale per tre ragioni.
Innanzitutto, perché la Prima Guerra ha aperto una nuova epoca: viviamo ancora in un mondo formato dalle conseguenze di questa guerra.
Poi, perché le reali cause della guerra sono sempre presenti ed operative: c'è un parallelo, se vogliamo dirla fino in fondo, tra l'ascesa della nuova potenza tedesca prima del 1914 e l'ascesa della Cina oggi.
Infine - ed è forse l’aspetto più importante perché è questo che i propagandisti governativi e gli storici agli ordini della borghesia vogliono soprattutto nasconderci - non c'è che una sola forza capace di mettere fine alla guerra imperialista: la classe operaia mondiale. Come dice Rosmer: "i governi sanno bene che non possono lanciarsi nella pericolosa avventura che è la guerra - e soprattutto questa guerra - che a condizione di avere dietro di loro la quasi unanimità dell'opinione pubblica e, in particolare, della classe operaia; per ciò, bisogna ingannarla, abbindolarla, smarrirla, eccitarla"[16]. Luxemburg cita la frase di von Bülow, che diceva che era essenzialmente per timore della socialdemocrazia che ci si sforzava per quanto possibile di differire ogni guerra; cita anche il Vom Heutigen Krieg del Generale Bernhardi: "Se grandi masse scappano al controllo dell'alto comando, se sono prese dal panico, se l'intendenza fallisce su grande scala, se lo spirito di insubordinazione si impossessa delle truppe, in questo caso, tali masse non solo non sono più capaci di resistere al nemico, ma diventano un pericolo per loro stesse e per il comando dell'esercito; fanno saltare i legami della disciplina, turbano arbitrariamente il corso delle operazioni e pongono così l'alto comando davanti a dei compiti che non è in grado di compiere". E Luxemburg continua: "Politici borghesi ed esperti militari consideravano dunque la guerra moderna condotta con gli eserciti di massa come un 'gioco rischioso', ed era là la ragione essenziale che poteva fare esitare i padroni attuali dal poter scatenare la guerra e portarli a fare tutto affinché si concludesse velocemente nel caso esplodesse. L'atteggiamento della socialdemocrazia durante la guerra attuale ha dissipato le loro inquietudini, ha abbattuto le sole dighe che si opponevano al torrente scatenato del militarismo (...) E così, queste migliaia di vittime che cadono da mesi coprendo con i loro corpi i campi di battaglia, li abbiamo sulla coscienza"[17].
Lo scoppio di una guerra imperialista mondiale e generalizzata (non parliamo qui dei conflitti localizzati, e nemmeno di alcuni maggiori come le guerre di Corea o del Vietnam) è determinato da due forze che si affrontano: la spinta verso la guerra, verso una nuova divisione del mondo tra le grandi potenze imperialiste, e la lotta per la difesa della propria esistenza delle masse lavoratrici che devono fornire al tempo stesso carne da cannone e l'esercito industriale, senza di cui la guerra moderna è impossibile. La Crisi nella Socialdemocrazia, e soprattutto nella sua frazione più potente, la socialdemocrazia tedesca - una crisi che è passata sistematicamente sotto silenzio dagli storici universitari agli ordini della borghesia - è dunque il fattore critico che ha reso la guerra possibile nel 1914.
Vi ritorneremo con maggiori dettagli in un prossimo articolo, ma qui ci proponiamo di riprendere l'analisi della Luxemburg sulle rivalità ed alleanze che hanno spinto inesorabilmente le grandi potenze verso il bagno di sangue del 1914.
"Due linee di forza della più recente evoluzione storica conducono dritto alla guerra attuale. Una prende origine dal periodo della costituzione degli "Stati nazionali", degli Stati capitalisti moderni; essa ha per punto di partenza la guerra di Bismarck contro la Francia. La guerra del 1870 che, a seguito dell'annessione dell'Alsazia-Lorena, aveva gettato la Repubblica francese nelle braccia della Russia, provocato la scissione dell'Europa in due campi nemici ed inaugurato l'era della pazza corsa agli armamenti, ha attizzato il primo braciere mondiale attuale (…) Così, la guerra del 1870 ha avuto come conseguenze: in politica estera, di portare il raggruppamento politico dell'Europa intorno all'asse formato dalla contrapposizione franco-tedesca; e nella vita dei popoli europei, di assicurare il dominio formale del militarismo. Tuttavia, questo dominio e questo raggruppamento hanno dato poi all'evoluzione storica un tutt’altro contenuto.
La seconda linea di forza che sfocia sulla guerra attuale e conferma clamorosamente la predizione di Marx[18] deriva da un fenomeno a carattere internazionale che Marx non ha potuto conoscere: lo sviluppo imperialistico di questi ultimi venticinque anni"[19].
Gli ultimi trent’anni del diciannovesimo secolo hanno visto dunque un'espansione veloce del capitalismo attraverso il mondo, ma anche la nascita di un capitalismo nuovo, dinamico, in espansione e pieno di fiducia, nel cuore stesso dell'Europa: l'impero tedesco, dichiarato nel palazzo di Versailles nel 1871 dopo la disfatta francese all'epoca della guerra franco-prussiana, con cui la Prussia è entrata come una potenza maggiore tra una molteplicità di principati e di piccoli Stati tedeschi, distinguendosi come componente dominante di una Germania nuova ed unificata.
"(…) si poteva prevedere", continua Luxemburg, "dal momento che questo giovane imperialismo, pieno di forza, che non era disturbato da nessun tipo di ostacolo, e che fece la sua apparizione sulla scena mondiale con degli appetiti mostruosi, mentre il mondo era già per così dire ripartito, sarebbe diventato molto rapidamente il fattore imprevedibile dell'agitazione generale"[20].
Per certe bizzarrie della storia che ci permettono di prendere una sola data come simbolo di una modificazione della dinamica della storia, l'anno 1898 fu testimone di tre avvenimenti che segnarono un tale cambiamento.
Il primo fu "l'incidente di Fascioda", uno scontro tra le truppe francesi e britanniche per il controllo del Sudan. All'epoca, sembrava esserci un vero pericolo di guerra tra questi due paesi per il controllo dell'Egitto e del canale di Suez, così come per il dominio dell'Africa. Alla fine, l'incidente si concluse con un miglioramento dei rapporti franco-britannici, formalizzati nel 1904 con "l'intesa Cordiale", una tendenza contrassegnata da una Gran Bretagna sempre più impegnata a sostenere la Francia contro una Germania che entrambe vedevano come una minaccia. Le due "Crisi marocchine" del 1905 e 1911[21] mostrarono che d'ora in poi la Gran Bretagna si sarebbe opposta alle ambizioni tedesche in Africa settentrionale, tuttavia, essa era pronta a lasciare alcune briciole alla Germania: i possedimenti coloniali del Portogallo.
Il secondo avvenimento fu la presa da parte della Germania del porto cinese di Tsingtao, oggi Qingdao[22], e ciò annunciava l'arrivo della Germania sulla scena imperialista in quanto potenza dalle aspirazioni mondiali e non più solamente europee - una Weltpolitik, come all'epoca si diceva in Germania.
È dunque opportunamente che l'anno 1898 veda anche la morte di Ottone di Bismarck, il grande cancelliere che aveva guidato la Germania attraverso la sua unificazione e la sua industrializzazione veloce. Bismarck si era sempre opposto al colonialismo ed alla costruzione navale, perchè la sua principale preoccupazione sul piano della politica estera era di impedire la nascita di un'alleanza anti-germanica tra le altre potenze gelose - o inquiete - di fronte all'ascesa della Germania. Ma alla svolta del secolo, la Germania era diventata una potenza industriale di prim'ordine, superata solo dagli Stati Uniti, con le ambizioni mondiali che ne conseguivano. Luxemburg cita il ministro degli Affari Esteri di allora, von Bülow, in un discorso dell'11 dicembre 1899: "Se gli inglesi parlano di una Gran Bretagna, se i francesi parlano di una Nuova Francia, se i Russi guardano verso l'Asia, da parte nostra abbiamo la pretesa di creare una Grösseres Deutschland (Grande Germania).... Se noi non costruiremo una flotta capace di difendere il nostro commercio, i nostri compatrioti all'estero, le nostre missioni e la sicurezza delle nostre coste, metteremo in pericolo i più vitali interessi del paese. Nei secoli a venire, il popolo tedesco sarà il martello o l'incudine". E la Luxemburg osserva: "Se si eliminano i fiori della retorica della difesa delle coste, delle missioni e del commercio, resta questo programma lapidario: per una più Grande Germania, una politica del martello a riguardo degli altri popoli"[23].
All'inizio del ventesimo secolo, darsi una Weltpolitik esigeva una marina all'altezza delle sue ambizioni. Luxemburg mostra con molta chiarezza che la Germania non aveva alcun bisogno economico impellente di una marina: nessuno sarebbe andato a strapparle i suoi possedimenti in Africa o in Cina. La marina era soprattutto una questione di "reputazione": per potere continuare la sua espansione la Germania doveva essere vista come una potenza importante, una potenza con la quale bisognava fare i conti, e per ciò una "flotta offensiva di prima qualità" ne era la premessa. Nelle parole indimenticabili della Luxemburg, quest'ultima era "una provocazione che aveva per bersaglio non solo la classe operaia tedesca, ma anche tutti gli altri Stati capitalisti, un pugno brandito non verso uno Stato in particolare, ma verso tutti gli Stati".
Il parallelo tra l'ascesa della Germania alla svolta tra 19° e 20° sec., e quello della Cina cent’anni più tardi, è evidente. Come quella di Bismarck, la politica estera di Deng Xiaoping si è sforzata di non inquietare né i vicini della Cina, né la potenza egemonica mondiale, gli Stati Uniti. Ma con la sua ascesa allo statuto di seconda potenza economica mondiale, la "reputazione" della Cina esige che essa possa, almeno, controllare le sue frontiere e proteggere le sue vie marittime: da qui il suo programma di costruzione navale, con sottomarini e una portaerei, e con la sua recente dichiarazione dell’individuazione di una zona di difesa aerea (ADIZ) che arriva a coprire le isole Senkaku/Diaoyu.
Questo parallelo non è, certamente, un'identità, per due ragioni in particolare: innanzitutto, la Germania dell'inizio del ventesimo secolo era non solo la seconda potenza industriale dopo gli Stati Uniti, ma stava anche all'avanguardia del progresso tecnico e dell'innovazione (come si può giudicare, per esempio, dal numero di premi Nobel tedeschi e dall'innovazione tedesca nelle industrie siderurgiche, elettriche e chimiche); secondo, la Germania aveva la capacità di trasportare la sua forza militare ovunque nel mondo.
Proprio come gli Stati Uniti oggi che si devono opporre alla minaccia cinese alla sicurezza dei suoi alleati (il Giappone, la Corea del Sud e le Filippine in particolare), la Gran Bretagna all’epoca non poteva che vedere una minaccia l'ascesa della marina militare tedesca, e, peggio ancora, una minaccia esistenziale contro l'arteria marittima vitale della Manica e le sue difese costiere[24].
Tuttavia, qualunque fossero le sue ambizioni navali, la direzione naturale per l'espansione di una potenza terrestre come la Germania era verso l'Est, più specificamente verso l'impero ottomano in decomposizione; ciò era tanto più vero in quanto le sue ambizioni in Africa e nel Mediterraneo occidentale erano ostacolate dai francesi e dai britannici. Il denaro ed il militarismo andavano mano nella mano, ed il capitale tedesco era affluito in Turchia[25], agendo di gomito coi suoi concorrenti britannici e francesi. Una grande parte di questo capitale era destinata al finanziamento della linea ferroviaria Berlino-Bagdad: in realtà, si trattava di una rete di strade ferrate che doveva collegare Berlino a Costantinopoli, poi al sud dell'Anatolia, la Siria, e Bagdad, ma anche la Palestina, l’Hedjaz e La Mecca. In un'epoca in cui il movimento delle truppe dipendeva dalle ferrovie, ciò avrebbe dato la possibilità all'esercito turco, equipaggiato di armi tedesche e guidato dai militari tedeschi, di inviare truppe che avrebbero minacciato sia la raffineria britannica di Abadan (in Persia, oggi Iran)[26], sia il controllo britannico dell'Egitto, del canale di Suez: ecco ancora una minaccia tedesca diretta verso gli interessi strategici della Gran Bretagna. Per buona parte del diciannovesimo secolo, l'espansione russa in Asia Centrale che rappresentava una minaccia sulle frontiere persiane e sull'India, è stata il principale pericolo per la sicurezza dell'Impero britannico; la sconfitta della Russia da parte del Giappone nel 1905 aveva raffreddato i suoi ardori orientali al punto che nel 1907 una convenzione anglo-russa poteva - almeno provvisoriamente - risolvere le dispute tra i due paesi in Afghanistan, in Persia, e nel Tibet. Adesso il rivale da affrontare era la Germania.
Inevitabilmente, la politica orientale della Germania le conferiva un interesse strategico nei Balcani, il Bosforo ed i Dardanelli. Il fatto che la strada ferrata tra Berlino e Costantinopoli doveva passare da Vienna e Belgrado faceva si che il controllo, o almeno la neutralità della Serbia, diventava di colpo di grande importanza strategica per la Germania. Ciò a sua volta la metteva in conflitto con un paese che - dal tempo di Bismarck - era stato il bastione della reazione e della solidarietà autocratica, dunque l'alleato principale della Prussia e della Germania imperiale: la Russia.
Dal regno della Grande Caterina, la Russia si era stabilita, negli anni 1770, come potenza dominante del Mare Nero, estromettendo gli ottomani. Il commercio sempre più importante dell'industria e dell'agricoltura russe dipendeva dalla libertà di navigazione nel distretto del Bosforo. L'ambizione russa mirava ai Dardanelli ed al controllo del traffico marittimo tra il Mar Nero ed il Mediterraneo (le mire russe sui Dardanelli l'avevano già condotta alla guerra con la Gran Bretagna e la Francia in Crimea nel 1853). Luxemburg riassume così la dinamica in seno alla società russa che stimolava la sua politica imperialistica: "Nelle tendenze conquistatrici del regime zarista si esprime, da una parte, l'espansione tradizionale di un potente Impero la cui popolazione comprende oggi 170 milioni di esseri umani e che, per ragioni economiche e strategiche, cerca di ottenere il libero accesso ai mari, Oceano Pacifico ad Est, Mediterraneo a sud, e, dall'altra, questo bisogno vitale dell'assolutismo: la necessità sul piano della politica mondiale di conservare un atteggiamento che impone il rispetto nella competizione generale dei grandi Stati, per ottenere dal capitalismo straniero il credito finanziario senza il quale lo zarismo non potrebbe vivere (...) Tuttavia, gli interessi borghesi moderni vengono sempre più considerati come fattore dell'imperialismo nell'Impero degli zar. Il giovane capitalismo russo che non può raggiungere naturalmente uno sbocco completo sotto il regime assolutista e che, in linea di massima, non può abbandonare lo stadio del sistema primitivo di rapina, vede aprirsi tuttavia davanti a sé un avvenire prodigioso nelle risorse naturali immense di questo Impero gigantesco (…) proprio perché pressata da questo avvenire e, per così dire in anticipo, affamata di accumulazione, che la borghesia russa è divorata da una febbre imperialistica violenta, e che manifesta con ardore le sue pretese nella divisione del mondo"[27]. La rivalità tra la Germania e la Russia per il controllo del Bosforo trovò dunque ineluttabilmente il suo punto nevralgico nei Balcani, dove la montata dell'ideologia nazionalista, caratteristica di un capitalismo in via di sviluppo, creava una situazione di tensione permanente e di guerra intermittente tra i tre Stati prodotti dalla decomposizione dell'impero ottomano: la Grecia, la Bulgaria e la Serbia. Questi tre paesi si allearono contro gli ottomani nella Prima Guerra dei Balcani, si batterono poi tra loro per la ripartizione del bottino - in particolare in Albania ed in Macedonia - all'epoca della Seconda Guerra dei Balcani[28].
L'ascesa di questi nuovi Stati nazionali aggressivi nei Balcani non poteva lasciare indifferente l'altro impero declinante della regione: l'Austria-Ungheria. Per la Luxemburg "la monarchia asburgica non è un'organizzazione politica di Stato borghese, ma solamente un trust che unisce attraverso legami abbastanza deboli alcune consorterie di parassiti sociali che vogliono riempirsi le tasche sfruttando al massimo le risorse del potere finché la monarchia si tiene ancora in vita", e l'Austria-Ungheria si trovava costantemente sotto la minaccia delle nuove nazioni che la stringevano e che tutte erano composte dalle stesse etnie di certe parti dell'impero: da qui l'annessione da parte dell'Austria-Ungheria della Bosnia-Erzegovina, per impedire alla Serbia di aprirsi un accesso al Mediterraneo.
Nel 1914, la situazione in Europa somigliava ad un cubo di Rubik mortale, i suoi differenti pezzi erano così strettamente interconnessi tra loro che lo spostamento di uno implicava necessariamente lo spostamento di tutti.
Ciò vuole dire che le classi dominanti, i governi, non sapevano ciò che facevano? Che I Sonnambuli, secondo il titolo del libro di Christopher Clark, siano, in qualche modo, entrati in guerra per caso? Che la Prima Guerra Mondiale non sia stata altro che un terribile errore?
Per niente. Certamente, le forze storiche descritte dalla Luxemburg, in quella che è probabilmente la più profonda analisi mai scritta sull'entrata in guerra, tenevano attanagliata la società: in questo senso, la guerra era il risultato delle rivalità interimperialistiche. Ma le situazioni storiche chiamano al potere degli uomini ben assortiti tra loro ed i governi che condussero l'Europa ed il mondo alla guerra sapevano molto bene ciò che facevano, l'hanno fatto deliberatamente. Gli anni della svolta del secolo fino allo scoppio della guerra erano segnati da allertamenti a ripetizione, ciascuno più grave del precedente: la crisi di Tangeri nel 1905, l'incidente di Agadir nel 1911, la Prima e la Seconda Guerra dei Balcani. Ciascuno di questi incidenti spingeva più in avanti la frazione pro-guerra di ogni borghesia, attizzava il sentimento che la guerra era, ad ogni modo, inevitabile. Il risultato fu una corsa dissennata agli armamenti: la Germania lanciò il suo programma di costruzione navale e la Gran Bretagna la seguì; la Francia aumentò la durata del servizio militare a tre anni; enormi prestiti francesi finanziarono l'ammodernamento delle ferrovie russe concepite per trasportare le truppe verso la sua frontiera occidentale, così come l'ammodernamento del piccolo ma efficace esercito serbo. Tutte le potenze continentali irreggimentarono sempre più uomini sotto le bandiere nazionali.
Sempre più convinti che la guerra fosse inevitabile, la domanda per i governi europei diventava semplicemente "quando"?. Quando i preparativi di ciascuno avrebbero raggiunto il loro massimo possibile rispetto a quelli dei loro rivali? Perché questo sarebbe stato il "momento buono" per la guerra.
Se Luxemburg vedeva nella Germania il nuovo "fattore imprevedibile" della situazione europea, ciò vuol dire che le potenze della Tripla Intesa (la Gran Bretagna, la Francia e la Russia) non erano che vittime innocenti dell'aggressione espansionista tedesca? È la tesi di certi storici revisionisti oggi: non solo che la lotta contro l'espansionismo tedesco era giustificata nel 1914, ma che in fondo, 1914 erano solamente il precursore della "buona guerra" del 1939. Ciò è senza dubbio vero, ma i paesi della Triplice Intesa erano tutto, tranne che vittime innocenti. E l'idea che la Germania fosse la sola ad essere "espansionista" è risibile se paragoniamo la grandezza in estensione dell'Impero britannico - il frutto dell'aggressione espansionista britannica - con quello della Germania: bizzarramente, ciò non sembra mai preso in considerazione dagli addomesticati storici inglesi[29].
In realtà, la Triplice Intesa stava preparando da anni una politica di accerchiamento della Germania (proprio come durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno sviluppato una politica di accerchiamento dell'URSS, e come oggi stanno provando a fare con la Cina). Rosmer mostra ciò con una limpidezza inesorabile, sulla base delle corrispondenze segrete tra gli ambasciatori belgi delle differenti capitali europee[30].
Nel maggio 1907, l'ambasciatore a Londra scriveva: "È evidente che l'Inghilterra ufficialmente persegue una politica sordamente ostile che tende a finire con l'isolamento della Germania, e che il re Eduardo non ha esitato ad influenzare personalmente una tale idea"[31]. Nel febbraio 1909, apprendiamo dall'ambasciatore a Berlino: "Il re d'Inghilterra afferma che la conservazione della pace è sempre stata lo scopo dei suoi sforzi; ed è questo che lui non ha smesso di ripetere dall'inizio della campagna diplomatica per raggiungere infine lo scopo di isolare la Germania; ma non possiamo fare a meno di ammettere che mai prima la pace del mondo sia stata più compromessa da quando il re dell'Inghilterra si è impegnato per consolidarla"[32]. Ad aprile 1913, di nuovo da Berlino leggiamo: "L'arroganza ed il disprezzo con cui questi ultimi [i serbi] accolgono le proteste del gabinetto di Vienna si spiegano solo per l'appoggio che essi credono di ricevere da San Pietroburgo. L’incaricato d’ affari della Serbia recentemente diceva che il suo governo non sarebbe durato oltre i sei mesi, senza tenere conto delle minacce austriache, se non fosse stato incoraggiato dal ministro della Russia, il Signore Hartwig... "[33]. In Francia, (gennaio 1914) per l'ambasciatore belga a Parigi era perfettamente chiaro lo sviluppo cosciente di una politica aggressiva e sciovinista: "Ho avuto già l' onore di dirvi che sono i Sigg. Poincaré, Delcassé, Millerand ed i loro amici che hanno inventato e perseguito la politica nazionalista, di bandiera e sciovinista di cui abbiamo constatato la rinascita (…) in questo vedo il più grande pericolo che minaccia oggi la pace dell'Europa (…) perché l'atteggiamento che ha preso il gabinetto Barthou è, secondo me, la causa determinante di un sovrappiù di tendenze militariste in Germania"[34].
La reintroduzione in Francia di un servizio militare di tre anni non era una politica di difesa, ma un preparativo deliberato alla guerra. Ecco di nuovo l'ambasciatore a Parigi (giugno 1913): "I carichi della nuova legge saranno talmente pesanti per la popolazione, le spese che essa implicherà saranno talmente esorbitanti, che il paese subito protesterà e la Francia si troverà davanti a questo dilemma: una marcia indietro che non potrà permettersi, o la guerra a breve scadenza"[35].
Due fattori entrarono in gioco nei calcoli degli uomini di Stato e dei politici negli anni che condussero alla guerra: il primo, la valutazione dei loro preparativi militari e di quelli dei loro avversari, il secondo - altrettanto importante, anche nella Russia zarista ed autocratica - era la necessità di apparire davanti al mondo e davanti alle loro popolazioni, soprattutto gli operai, come la parte offesa, che agiva unicamente per difendersi. Tutte le potenze volevano entrare in una guerra che qualcun altro aveva provocato: "Il gioco consiste nel portare l'avversario a compiere un atto che si potrà sfruttare contro di lui o a mettere a profitto una decisione già presa"[36].
L'assassinio di Franz-Ferdinando, la scintilla che mise fuoco alle polveri, non fu opera di un individuo isolato: Gavrilo Princip tirò il colpo di pistola mortale, ma lui non era che un membro di un gruppo di assassini organizzati ed armati da circoli sostenuti dai gruppi serbi ultra-nazionalisti "La Mano Nera" e Narodna Odbrana ("La Difesa nazionale"), che formava quasi uno Stato nello Stato e le cui attività erano certamente conosciute dal governo serbo ed in particolare dal suo primo ministro, Nicolas Pasic. La Serbia intratteneva rapporti stretti con la Russia e non avrebbe mai effettuato una tale provocazione se non fosse stata assicurata del sostegno russo contro una reazione austro-ungarica.
Per il governo austro-ungarico, era troppo allettante l'opportunità di richiamare la Serbia all’ordine[37]. L'inchiesta poliziesca non fece che puntare il dito sulla Serbia e gli austriaci contavano sullo shock provocato tra le classi dirigenti europee per ottenerne il sostegno, o almeno la neutralità, quando essi avrebbero attaccato la Serbia. E difatti, l'Austria-Ungheria non aveva altra scelta che attaccare o umiliare la Serbia: fare di meno avrebbe portato un colpo devastante alla sua "reputazione" e alla sua influenza nella critica regione dei Balcani, lasciandola completamente alla mercé del suo rivale russo.
Per il governo francese, una "guerra dei Balcani" era lo scenario ideale per lanciare un attacco contro la Germania: se la Germania fosse stata spinta in una guerra per difendere l'Austria-Ungheria, e la Russia per accorrere in difesa dei serbi, la mobilitazione francese sarebbe stata ritenuta una misura di difesa preventiva contro il pericolo di un attacco tedesco. Inoltre, sarebbe stato poco probabile che l'Italia, in principio un alleato della Germania ma con propri interessi nei Balcani, potesse entrare in guerra per difendere la posizione dell'Austria-Ungheria in Bosnia-Erzegovina.
Data una tale alleanza con cui avrebbe dovuto scontrarsi, la Germania si trovò in posizione di debolezza, con come solo alleato l'Austria-Ungheria, un "mucchio di decomposizione organizzata" per riprendere l'espressione della Luxemburg. I preparativi militari in Francia ed in Russia, lo sviluppo della loro Intesa con la Gran Bretagna, portarono gli strateghi tedeschi alla conclusione che sarebbe stato meglio battersi subito, prima che i loro avversari terminassero la loro piena preparazione, Da qui la seguente osservazione nel 1914: "Se il conflitto [tra la Serbia e l'Austria-Ungheria] si estende (...,) è necessario assolutamente che sia la Russia a portane la responsabilità"[38].
La Germania gliene fornisce uno, eccellente, lanciando i suoi eserciti attraverso il Belgio". Rosmer cita a tale riguardo la Tragedy di Lord Kitchener del Viscount Esher: "L'episodio belga fu un colpo di fortuna che venne appunto a dare alla nostra entrata in guerra il pretesto morale necessario per preservare l'unità della nazione, e quella del governo"[39]. In realtà, erano anni che i piani britannici per un attacco contro la Germania, preparati da lunga data in collaborazione con i militari francesi, prevedevano la violazione della neutralità belga...
Tutti i governi dei paesi belligeranti dovevano ingannare la loro "opinione pubblica" facendole credere che una guerra che essi preparavano e che cercavano da anni era stata loro imposta. L'elemento critico di questa "opinione pubblica" era la classe operaia organizzata, coi suoi sindacati ed i suoi partiti socialisti che dichiaravano da anni chiaramente la loro opposizione alla guerra. Il fattore principale che avrebbe aperto la strada alla guerra era dunque il tradimento della socialdemocrazia ed il suo pieno sostegno a quella che la classe dominante chiamò in modo menzognero una "guerra difensiva".
Le cause reali di questo tradimento mostruoso del più elementare dovere internazionalista della socialdemocrazia saranno oggetto di un prossimo articolo. Qui basta dire che l’attuale pretesa della borghesia francese che "in un istante, si cancellarono le molteplici liti, politiche, sociali, religiose che tenevano il paese diviso" è una sfrontata menzogna. Al contrario, la storia dei giorni precedendo lo scoppio della guerra raccontata da Rosmer è quella di manifestazioni costanti contro la guerra, brutalmente represse dalla polizia. Il 27 luglio, la CGT chiamò ad una manifestazione, e "dalle 9 a mezzanotte (…), una folla enorme ha invaso continuamente i viali. Ingenti forze di polizia sono state mobilitate (…) Ma gli operai che scendono dai sobborghi sul centro sono così numerosi che la tattica poliziesca [di dividere i manifestanti in piccoli gruppi] finisce con un risultato imprevisto: velocemente si producono in tutte le strade altrettante manifestazioni. Le violenze e le brutalità poliziesche non possono avere ragione della combattività di questa folla; per tutta la sera, il grido di 'Abbasso la guerra!' risuonerà dall'Opera fino a Piazza della Repubblica"[40]. Le manifestazioni continuarono il giorno seguente, estendendosi alle principali città delle province.
La borghesia francese aveva ancora un altro problema: l'atteggiamento del dirigente socialista Jean Jaurès. Jaurès era un riformista, in un momento storico in cui il riformismo si trovava incastrato tra la borghesia ed il proletariato, ma era legato profondamente alla difesa della classe operaia (per tale motivo la sua influenza tra gli operai era molto grande) ed appassionatamente si opponeva alla guerra. Il 25 luglio, quando la stampa riportò il rigetto da parte della Serbia dell'ultimatum austroungarico, Jaurès doveva parlare ad una riunione elettorale a Vaise, vicino Lione: il suo discorso fu centrato non sull'elezione ma sullo spaventoso pericolo di guerra. "Mai, da quarant'anni l'Europa è stata in una situazione più minacciosa e tragica (…) contro di noi, contro la pace, contro la vita degli uomini, al momento, abbiamo terribili probabilità e contro le quali occorrerà che i proletari dell'Europa tentino i massimi sforzi di solidarietà possibile"[41].
Inizialmente, Jaurès ha creduto alle assicurazioni fraudolente del governo francese secondo cui quest'ultimo operava per la pace, ma il 31 luglio, aveva perso le sue illusioni ed al Parlamento chiamò di nuovo gli operai a fare tutto il possibile per opporsi alla guerra. Rosmer racconta: "corre voce che l'articolo che si apprestava a scrivere per il numero di sabato de L'umanité sarà un nuovo 'Atto d’accusa!'[42] denunciando gli intrighi e le menzogne che hanno messo il mondo sulla soglia della guerra. In serata (…) è a capo di una delegazione del gruppo socialista al Quai d'Orsay [Il Ministero degli Affari Esteri] e lì Viviani non c’è. È il sottosegretario di Stato a ricevere la delegazione. Dopo avere ascoltato Jaurès, gli chiede cosa contano fare i socialisti di fronte alla situazione: 'Continuare la nostra campagna contro la guerra!', risponde Jaurès. A cui Abel Ferry replica: 'Ciò voi non l’oserete, perché sareste ucciso al prossimo angolo di strada!'[43]. Due ore più tardi, mentre si reca al suo ufficio de L'umanité per scrivere il temuto l'articolo, Jaurès viene abbattuto dall'assassino Raoul Villain; due palle di revolver sparate a bruciapelo gli provocano una morte quasi immediata"[44].
Indubbiamente, la classe borghese francese non lasciò niente al caso, per assicurarsi "l'unità e la coesione nazionale!".
Quando vengono depositate le corone d'alloro e quando i grandi di questo mondo si inchinano davanti al milite ignoto durante le commemorazioni, quando la tromba suona per i morti alla fine delle cerimonie solenni, quando i documentari dilagano sugli schermi televisivi e i dotti storici ci raccontano tutte le cause della guerra - tranne quelle che veramente contano -, tutti i fattori che avrebbero potuto impedirla - tranne quelli che avrebbero potuto pesare veramente sulla bilancia -, i proletari del mondo intero, essi, hanno bisogno di ricordare.
Che si ricordino che la causa della Prima Guerra mondiale non è stata accidentale, ma gli ingranaggi spietati del capitalismo e dell'imperialismo, che la Grande Guerra ha aperto un nuovo periodo della storia, una "epoca di guerre e di rivoluzioni" proprio come diceva l'Internazionale Comunista. Questo periodo è ancora con noi oggi, e le stesse forze che hanno spinto il mondo in guerra nel 1914 oggi sono responsabili degli interminabili massacri in Medio Oriente ed in Africa, alimentando sempre più pericolose tensioni tra la Cina ed i suoi vicini nel Mare della Cina del Sud.
Che si ricordino che la guerra non può essere condotta senza operai, come carne da cannone e carne da fabbrica. Che si ricordino che le classi dominanti devono assicurarsi l'unità per la guerra e che non si fermeranno di fronte a niente per ottenerla, dalla repressione brutale fino all'omicidio.
Che si ricordino che sono gli stessi partiti "socialisti" che oggi si mettono alla testa di ogni campagna pacifista ed umanitaria che hanno tradito la fiducia dei loro avi nel 1914, lasciandoli disorganizzati e senza difesa di fronte alla macchina di guerra capitalista.
Infine, che si ricordino che se la classe dominante ha dovuto fare un tale sforzo per neutralizzare il proletariato nel 1914, è perché solo il proletariato può alzare una barriera efficace di fronte alla guerra. Solo il proletariato mondiale porta in sé la speranza di rovesciare il capitalismo ed il pericolo di guerra, una volta per tutte.
Cento anni fa, l'umanità ha avuto davanti a sé un dilemma la cui soluzione resta tra le mani del solo proletariato: socialismo o barbarie. Ancora oggi questo dilemma è davanti a noi.
Jens
[1] È ironico vedere che il titolo del film è tratto da un libro d'anteguerra scritto dall'economista britannico Norman Angell, che argomentava che la guerra tra le potenze capitaliste avanzate era diventata impossibile perché le loro economie erano troppo strettamente integrate ed interdipendenti - precisamente lo stesso genere di argomentazione che possiamo sentire oggi a proposito della Cina e degli Stati Uniti.
[2] Va da sé dire che, come tutte le opere che abbiamo menzionato qui, Niente di nuovo sul fronte occidentale fu interdetto dai Nazisti dopo il 1933. Fu anche vietato tra il 1930 ed il 1941 dalla censura australiana.
[3] È invece sorprendente che il più celebre dei poeti di guerra patriottica inglese, Rupert Brooke, non abbia mai conosciuto il combattimento poiché è morto di malattia sulla strada verso l'assalto su Gallipoli.
[4] Ciò è stato oggetto di una certa polemica nella stampa tedesca.
[5] Probabilmente progetto in sé molto lodevole, ma che non contribuirà granchè a comprendere le ragioni della Grande Guerra.
[6] https://www.iwm.org.uk/centenary [324]
[7] "Commemorare la Grande Guerra (2014-2020): proposte per un centenario internazionale" da Joseph Zimet della "Direzione della memoria, del patrimonio e degli archivi", https://centenaire.org/sites/default/files/references-files/rapport_jz.pdf [325]
[8] È sorprendente vedere che la grande maggioranza delle esecuzioni per disobbedienza militare nell'esercito francese ha avuto luogo durante i primi mesi della guerra, ciò che suggerisce una mancanza di entusiasmo che doveva essere stroncato sul nascere. (Cf il rapporto al Ministro degli Antichi Combattenti Kader Arif di ottobre 2013):
https://centenaire.org/sites/default/files/references-files/rapport_fusi... [326]
[9] Vale la pena di menzionare qui il fatto che il titolo I Sonnambuli è tratto dalla trilogia dallo stesso nome scritto da Hermann Broch nel 1932. Broch è nato nel 1886 a Vienna, in una famiglia ebraica, ma si è convertito nel 1909 al cattolicesimo. Nel 1938, dopo l'annessione dell'Austria fu fermato dalla Gestapo. Tuttavia, grazie all'aiuto di amici, tra cui James Joyce, Albert Einstein e Thomas Mann, è potuto emigrare negli Stati Uniti dove è vissuto fino al 1951. Die Schlafwandler racconta rispettivamente la storia di tre individui durante gli anni 1888, 1905 e 1918, ed esamina le domande poste dalla decomposizione dei valori e la subordinazione della moralità alle leggi del profitto.
[10] La traduzione dall'inglese è nostra.
[11] Vedere il nostro articolo "L'anarco-sindacalismo di fronte ad un cambiamento di epoca: la CGT fino al 1914", nella Révue internationale n°120: https://fr.internationalism.org/rint/120_cgt [327].
[12] Cf. Hew Strachan, The First World War, volume 1.
[13] https://www.marxists.org/francais/luxembur/junius/index.html [328]
[14] Edizioni di Avron, maggio 1993.
[15] Il secondo capitolo fu pubblicato dopo la Seconda Guerra mondiale. È più riassunto, poiché Rosmer è dovuto fuggire da Parigi durante l'occupazione nazista ed i suoi archivi furono presi e distrutti durante la guerra.
[16] Rosmer, p 84.
[17] Opuscolo di Junius, capitolo "La fine della lotta di classe"
[18] Luxemburg cita qui una lettera di Marx al Braunschweiger Ausschuss: "Colui che nell'ora presente non è assordato completamente dal baccano, e che non ha interesse ad assordare il popolo tedesco, deve comprendere che la guerra del 1870 darà nascita ad una guerra tra la Russia e la Germania, come quella del 1866 che necessariamente ha portato a quella del 1870. Necessariamente ed ineluttabilmente, salvo l'improbabile caso dello scoppio in anticipo di una rivoluzione in Russia. Se quest’improbabile eventualità non accadrà, allora la guerra tra la Germania e la Russia deve essere considerata da ora come un fatto compiuto. Che questa guerra sia utile o nociva, ciò dipende interamente dall'atteggiamento attuale dei vincitori tedeschi. Se prendono l'Alsazia e la Lorena, la Francia combatterà contro la Germania affianco della Russia. È superfluo indicarne le funeste conseguenze".
[19] https://marxists.org/francais/luxembur/junius/rljcf.html [329]
[20] Idem.
[21] La prima crisi marocchina del 1905 fu indotta da una visita del Kaiser a Tangeri, per sostenere - si diceva - l'indipendenza marocchina, in realtà per bloccare l'influenza francese. La tensione militare era al punto massimo: la Francia annullò i permessi militari ed avanzò le sue truppe alla frontiera tedesca, mentre la Germania cominciava a raccogliere i riservisti sotto le bandiere. Alla fine, i francesi cedettero ed accettarono la proposta tedesca di una Conferenza internazionale, tenutasi ad Algésiras nel 1906. Ma i tedeschi ebbero uno shock: si sono trovati abbandonati da tutte le potenze europee, più particolarmente dai britannici, non trovando sostegno che presso l'Austria-Ungheria. La seconda crisi marocchina sopraggiunse nel 1911 quando una rivolta contro il sultano Abdelhafid diede alla Francia un pretesto per l'invio di truppe in Marocco con la scusa di proteggere i cittadini europei. I tedeschi, in quanto ad essi, approfittarono dello stesso pretesto per inviare la cannoniera Panther nel porto atlantico di Agadir. I britannici vi vedevano il preludio dell'installazione di una base navale tedesca sulla costa atlantica, a minacciare direttamente Gibilterra. Il discorso di Lloyd George al Mansion House (citato da Rosmer) fu una dichiarazione di guerra velata se la Germania non avesse ceduto. Infine, la Germania riconobbe il protettorato francese in Marocco, e ricevè in scambio alcune paludi alla foce del Congo.
[22] I tedeschi vi stabilirono la birreria che oggi produce la birra "Tsingtao".
[23] Opuscolo di Junius, idem.
[24] . L'idea espressa da Clark, ma anche da Niall Fergusson in The Pity of War, che la Germania sia restata indietro alla Gran Bretagna nella corsa agli armamenti marittimi, è assurda: contrariamente alla marina tedesca, la marina britannica doveva proteggere un commercio mondiale, ed è difficile pensare come la Gran Bretagna potesse sentirsi non minacciata dalla costruzione di una flotta potente che sostava a meno di 800 chilometri della sua capitale ed ancora più vicino alle sue coste.
[25] . Sebbene, nei testi europei dell'epoca, i termini "Turchia" e "Impero ottomano" siano identici, è importante ricordarsi che l'ultimo termine è più appropriato: all'inizio del diciannovesimo secolo, l'Impero ottomano copriva non solo la Turchia ma anche ciò che oggi è la Libia, la Siria, l'Iraq, la penisola d'Arabia, ed in più una grande parte della Grecia e dei Balcani.
[26] Questa raffineria era soprattutto importante per ragioni militari: la flotta britannica era appena stata convertita alla nafta al posto del carbone, e se la Gran Bretagna possedeva del carbone in abbondanza, essa non aveva petrolio. La ricerca del petrolio in Persia fu innanzitutto stimolata dai bisogni della Royal Marine di assicurarsi le sue forniture in nafta.
[27] Junius, Capitolo 4
[28] La Prima Guerra dei Balcani esplose nel 1912 quando i membri della Lega dei Balcani (la Serbia, la Bulgaria ed il Montenegro) si unirono all'Impero ottomano col sostegno tacito della Russia. Sebbene non facesse parte della Lega, la Grecia si unì ai combattimenti, alla fine dei quali gli eserciti ottomani si trovavano battuti su tutta la linea: l'Impero ottomano per la prima volta in 500 anni si trovò privo della maggior parte dei suoi territori europei. La Seconda Guerra dei Balcani esplose immediatamente dopo, nel 1913, quando la Bulgaria si unì alla Serbia che aveva occupato, con la connivenza della Grecia, una grande parte della Macedonia che era stata promessa alla Bulgaria.
[29] https://www.theguardian.com/commentisfree/2013/jun/17/1914-18-not-futile-war [330].
[30] Questi documenti furono presi dai tedeschi che dopo la guerra ne pubblicarono lunghi brani. Come Rosmer segnala: "Gli apprezzamenti dei rappresentanti del Belgio a Berlino, Parigi e Londra, hanno un valore particolare. Il Belgio è neutrale. Essi hanno dunque una visione più libera rispetto ai sostenitori per apprezzare gli avvenimenti; in più, non ignorano che in caso di guerra tra i due grandi gruppi belligeranti il loro piccolo paese correrà grande rischi, in particolare di servire da campo di battaglia" (Ibid, p.68).
[31] Ibid, p69
[32] Ibid, p70.
[33] Ibid, p70
[34] Ibid, p73
[35] Ibid, p72.
[36] Ibid, p87.
[37] Del resto, il governo austro-ungarico aveva già tentato di esercitare una pressione sulla Serbia divulgando allo storico Heinrich Friedjung dei documenti fraudolenti supposti manifestare un complotto serbo contro la Bosnia-Erzegovina (cf, Clark, p.88, edizione Kindle).
[38] Citato da Rosmer, p. 87, a partire da documenti tedeschi pubblicati dopo la guerra.
[39] Rosmer, p. 87.
[40] Rosmer, p. 102
[41] Ibid, p. 84.
[42] Une riferimento all'attacco devastante portato da Emile Zola contro il governo durante l'affare Dreyfus.
[43] Rosmer, p. 91. La conversazione è riportata nella biografia di Jaurès di Charles Rappoport ed è confermata nelle proprie carte di Abel Ferry. (cf. Alexandre Croix, Jaurès ed i suoi detrattori, Edizioni Spartacus, p. 313).
[44] Jaurès fu ucciso mentre mangiava al Caffè del Croissant, di fronte agli uffici de L'Humanité. Raoul Villain presentava molte similarità con Gavrilo Princip: instabile, emotivamente fragile, dedicato al misticismo politico o religioso - tutto sommato, esattamente il genere di personaggio che i servizi segreti utilizzano come provocatore che si può sacrificare senza alcun ripensamento . Dopo l'omicidio, Villain fu arrestato e trascorse il periodo di guerra in sicurezza, con il conforto di una prigione. Al suo processo fu assolto, e la Sig.ra Jaurès si vede obbligata a pagare le spese giudiziarie.
La guerra del 1914-18 non sarebbe stata possibile senza la sconfitta politica del proletariato, che impedendogli di lottare in quanto classe contro la borghesia lo ha di conseguenza trascinato nelle trincee a massacrare altri lavoratori. E questa sconfitta è stata preparata e realizzata dal tradimento della maggior parte dei partiti operai dell'epoca, soprattutto del più grande e più esemplare partito a livello internazionale: il Partito socialdemocratico di Germania (SPD) che votò i crediti di guerra nell'agosto 1914.
Questo lungo e completo articolo è incentrato sulla questione organizzativa, ed è un'analisi storica del processo attraverso il quale la socialdemocrazia tedesca degenerò al punto da tradire raggiungendo il campo borghese. Come è potuta accadere una tale cosa? Che cosa possiamo apprendere oggi dal degrado del tessuto organizzativo in seno al partito, dalla censura e dalla repressione dell'ala sinistra, dall’esclusione del dibattito e dalla decadenza morale di un partito che era la "fierezza di ogni socialista?" Questo articolo fornendo materiale storico concreto resta sempre d’attualità per la riflessione e la discussione.
Tra tutti i partiti della 2a Internazionale, l’SPD, Sozialdemokratische Partei Deutschlands, (Partito socialdemocratico tedesco) era in assoluto il più potente. Nel 1914, l’SPD contava più di 1 milione di membri e aveva guadagnato più di 4 milioni di voti alle elezioni legislative del 1912[1]: in effetti, era l’unico partito di massa in Germania ed il più grande partito al Reichstag – anche se non aveva alcuna possibilità di formare realmente un governo sotto il regime autocratico imperiale del Kaiser Guglielmo II.
Per gli altri partiti della 2a Internazionale, l’SPD era il partito di riferimento. Karl Kautsky[2], redattore capo della Neue Zeit, la rivista teorica del partito, era riconosciuto come il “papa del marxismo”, il faro teorico dell’Internazionale. All’epoca del Congresso del 1900 dell’Internazionale, Kautsky scrisse la risoluzione che condannava la partecipazione del socialista francese Millerand ad un governo borghese, ed al Congresso di Dresda dell’SPD del 1903, sotto la direzione del suo presidente August Bebel[3], condannò le teorie revisioniste di Eduard Bernstein riaffermando gli obiettivi rivoluzionari dell’SPD. Lenin aveva elogiato lo “spirito di partito” dell’SPD e del suo essere immune rispetto alle meschine animosità personali come quelle che avevano condotto i Menscevichi a provocare la scissione nel POSDR (Partito Operaio Socialdemocratico della Russia), dopo il Congresso del 1903[4]. Infine e soprattutto, la supremazia teorica ed organizzativa dell’SPD fu incoronata chiaramente di successo sul campo: nessuno altro partito dell’Internazionale avrebbe potuto neanche lontanamente rivendicare i successi elettorali come quelli dell’SPD e rispetto all’organizzazione sindacale solo i britannici potevano competere con i tedeschi in quanto al numero e alla disciplina dei loro membri.
“Durante i congressi, durante le sessioni del bureau dell'Internazionale socialista, tutti aspettavano l’opinione dei tedeschi. In particolare quando nei dibattiti sui problemi posti dalla lotta contro il militarismo e sulla questione della guerra, la posizione della socialdemocrazia tedesca era sempre determinante. “Per noi altri tedeschi, questo è inaccettabile”, regolarmente bastava una tale frase per decidere l’orientamento dell’Internazionale. Con una fiducia cieca, quest’ultima si rimetteva alla direzione della potente e tanto ammirata socialdemocrazia tedesca: essa era l’orgoglio di ogni socialista ed il terrore delle classi dirigenti in tutti i paesi”[5].
Di conseguenza, mentre le nuvole di guerra avevano cominciato ad accumularsi durante il luglio 1914, fu evidente che l’atteggiamento della socialdemocrazia tedesca sarebbe stato cruciale per decidere l’uscita da questa situazione. I lavoratori tedeschi - le grandi masse organizzate in seno al partito e ai sindacati per l’esistenza dei quali avevano fatto dure lotte - si trovarono in una posizione in cui erano i soli a poter fare inclinare il piatto della bilancia: resistenza e difesa dell’internazionalismo proletario, oppure collaborazione di classe e tradimento, con anni di massacro, i più cruenti che l’umanità abbia mai conosciuto.
“E che cosa abbiamo visto in Germania al momento della grande prova storica? La caduta più catastrofica, il crollo più formidabile. Da nessun’altra parte l’organizzazione del proletariato è stata messa così completamente a servizio dell’imperialismo, da nessuna parte lo Stato di assedio è stato sopportato con tanta poca resistenza, da nessuna parte la stampa così imbavagliata, l’opinione pubblica così strangolata, la lotta di classe economica e politica della classe operaia così totalmente abbandonata quanto in Germania”[6].
Il tradimento della socialdemocrazia tedesca provocò un tale shock per i rivoluzionari che quando Lenin lesse nel Vorwärts[7] 7 che la frazione parlamentare dell’SPD aveva votato i crediti di guerra, inizialmente pensò che questo numero del giornale era un falso preparato dalla propaganda “nera” del governo imperiale. Come era stato possibile un tale disastro? Come il fiero e potente SPD aveva potuto, in pochi giorni, rinnegare le sue promesse più solenni, trasformarsi dall’oggi al domani da gioiello dell’Internazionale operaia nella più potente arma dell’arsenale guerriero della classe dirigente?
Nel tentativo di rispondere a questa domanda, può sembrare paradossale concentrarsi in questo articolo maggiormente sugli scritti e le azioni di un numero relativamente ristretto di individui; dopotutto, l’SPD e i sindacati erano delle organizzazioni di massa, capaci di mobilitare centinaia di migliaia di lavoratori. Tuttavia, un tale modo di procedere si giustifica perché individui come Karl Kautsky o Rosa Luxemburg rappresentavano tendenze definite all’interno del partito. In questo senso, i loro scritti esprimevano tendenze politiche con le quali masse di militanti e di lavoratori - rimasti anonimi nella storia - si identificavano. Se si vuole capire il peso che queste personalità avevano nel partito è anche necessario tener conto delle loro biografie politiche. August Bebel, Presidente dell’SPD dal 1892 fino alla sua morte nel 1913, fu uno dei fondatori del partito e fu imprigionato insieme a Wilhelm Liebknecht, anche lui deputato al Reichstag, per il rifiuto di sostenere la guerra della Prussia contro la Francia nel 1870. Kautsky e Bernstein furono entrambi costretti all’esilio a Londra per le leggi anti-socialiste di Bismarck, dove lavorarono sotto la direzione di Engels. Per questa esperienza godettero nel partito di immenso prestigio e altrettanta autorità morale. Anche Georg von Vollmar, uno dei leader riformistici della Germania del Sud, era considerato come appartenente all’ala sinistra ed anche come organizzatore dinamico e di talento nella clandestinità, avendo subito ripetuti arresti.
Era dunque una generazione che si era politicizzata durante la guerra franco-tedesca e la Comune di Parigi, durante anni di propaganda clandestina e di agitazione sotto la sferza delle leggi anti-socialiste di Bismarck (1878-1890). Di una tempra molto diversa erano uomini come Gustav Noske, Friedrich Ebert o Philipp Scheidemann, tutti membri dell’ala destra della frazione parlamentare dell’SPD che votò i crediti di guerra nel 1914 e che giocò un ruolo chiave nella repressione della rivoluzione tedesca del 1919 - e nell’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht da parte dei Corpi Franchi. Come Stalin più tardi, si trattava di uomini di apparato, che lavoravano nei retroscena piuttosto che partecipare attivamente al dibattito pubblico; rappresentanti di un partito che, crescendo, tendeva a somigliare ed a identificarsi sempre più allo Stato tedesco, il cui abbattimento rimaneva pur sempre l’obiettivo ufficiale.
La sinistra rivoluzionaria aveva preso le distanze rispetto alla tendenza crescente nel partito a fare concessioni alla “politica pratica”. Questa era in grande parte composta da stranieri e da giovani (con l’eccezione notevole del vecchio Franz Mehring). A parte l’olandese Anton Pannekoek e il figlio di Wilhelm Liebknecht, Karl, uomini come Parvus, Radek, Jogiches, Marchlewski, venivano tutti dell’Impero russo e si erano forgiati come militanti nelle difficili condizioni dell’oppressione zarista. Sicuramente, la figura di sinistra più grande fu Rosa Luxemburg, lei che era un “outsider” nel partito tedesco su tutti i piani possibili: giovane, donna, polacca, ebrea e, forse peggio di tutto dal punto di vista di alcuni dirigenti tedeschi, dominava intellettualmente e teoricamente gli altri leader del partito che non le arrivavano nemmeno alla caviglia.
Il SAP (Partito operaio tedesco) che diventerà l’SPD, fu fondato nel 1875 a Gotha, attraverso la fusione di due partiti socialisti: l’SDAP (Partito operaio socialdemocratico - Sozialdemokratische Arbeiterpartei)[8], diretto da Wilhelm Liebknecht ed August Bebel, e l’ADAV (Associazione dei lavoratori tedeschi - Allgemeiner Deutscher Arbeiterverein) inizialmente fondata da Ferdinando Lassalle nel 1863.
La nuova organizzazione ebbe dunque due origini molto differenti. Il SDAP aveva solamente sei anni di esistenza all'epoca della fusione. Grazie alla relazione di lunga data di Liebknecht con Marx ed Engels, questi ultimi portarono un contributo importante allo sviluppo del SDAP - anche se Liebknecht non fu per niente un teorico, ebbe un ruolo importante nell'introduzione delle idee di Marx in uomini come Bebel e Kautsky. Nel 1870, il SDAP adottò risolutamente una linea internazionalista contro la guerra di aggressione della Prussia contro la Francia. Così a Chemnitz, una riunione di delegati rappresentante 50.000 operai sassoni, adottò all'unanimità la seguente risoluzione: "In nome della democrazia tedesca, e specialmente degli operai del Partito socialdemocratico, dichiariamo che la guerra attuale è esclusivamente dinastica.... siamo felici di stringere la mano fraterna che ci tendono gli operai di Francia. Attenti alla parola d'ordine dell'Associazione internazionale dei Lavoratori: Proletari di tutti i paesi unitevi! Non dimenticheremo mai che gli operai di tutti i paesi sono i nostri amici ed i despoti di tutti i paesi, i nostri nemici"! [9]
L'ADAV, invece, rimase fedele alla posizione del suo fondatore, Lassalle, contrario allo sciopero e convinto che la causa dei lavoratori avrebbe potuto avanzare attraverso un'alleanza con lo Stato di Bismarck e, più generalmente, grazie a ricette di "socialismo di Stato" [10]. Durante la guerra franco-prussiana, l'ADAV rimase pro-tedesca, ed il suo Presidente di allora, Mende, pretese dalla Francia il pagamento dei risarcimenti di guerra da utilizzare per la creazione di laboratori nazionali a favore dei lavoratori tedeschi [11].
Marx ed Engels furono profondamente critici verso il programma adottato all'epoca della fusione. Tuttavia, le note marginali di Marx su questo programma sono state rese pubbliche ben più tardi [12]. In effetti, Marx riteneva che "Ogni passo fatto in avanti, ogni progressione reale conta più di una dozzina di programmi" [13]. Pur astenendosi entrambi dal criticare apertamente il nuovo partito, essi annunciarono con chiarezza il loro punto di vista ai suoi dirigenti ed Engels, scrivendo a Bebel, sottolineò due punti deboli che, se ignorati, avrebbero seminato i semi del successivo tradimento, che poi, di fatto, avvenne nel 1914:
- "il principio dell'internazionalismo del movimento operaio è, in pratica, per il presente completamente abbandonato, e ciò da persone che, per cinque anni e nelle circostanze più difficili, hanno difeso altamente questo principio rendendosi degni dei più alti elogi. Il fatto che gli operai tedeschi sono oggi alla testa del movimento europeo si basa innanzitutto sull'atteggiamento veramente internazionale che hanno avuto durante la guerra; nessun altro proletariato avrebbe potuto comportarsi così bene. Ed è oggi, dove ovunque all'estero gli operai affermano questo principio con lo stesso vigore e dove i governi fanno del tutto per impedire che esso si manifesti in un'organizzazione, che essi dovrebbero abbandonarlo"?
- "la sola rivendicazione sociale che il programma faccia valere è l'aiuto lassaliano di Stato, presentato sotto una forma meno velata rispetto a quello che Lassalle ha rubato a Buchez. E ciò, dopo che Bracke abbia provato tutto il niente di una simile rivendicazione; dopo che quasi tutti, se non tutti gli oratori del nostro Partito siano stati obbligati, nella loro lotta contro i lassalliani a combatterla! Il nostro partito non poteva cadere più in basso nell'umiliazione. L'internazionalismo sceso a livello di Armand Goegg, il socialismo a quello del repubblicano-borghese Buchez, che opponeva questa rivendicazione ai socialisti per combatterli"! [14]
Queste faglie nella pratica politica non erano tanto sorprendenti se si considera la base teorica eclettica del nuovo partito. Quando Kautsky fondò la Neue Zeit nel 1883, era intenzionato che questa venisse "pubblicata come un organo marxista avente per compito di elevare il debole livello teorico della socialdemocrazia tedesca, di distruggere il socialismo eclettico e fare ottenere la vittoria al programma marxista" ; scriveva ad Engels: "forse sono riuscito attraverso i miei tentativi a fare della Neue Zeit il punto di riunione della scuola marxista. Guadagno la collaborazione di numerose forze marxiste, mentre mi sbarazzo dell'eclettismo e del Rodbertussianismo". [15]
Fin dall'inizio, anche durante la sua esistenza clandestina, il SDAP rappresentò dunque un campo di battaglia tra tendenze teoriche contraddittorie - come è la norma in ogni organizzazione proletaria in buona salute. Ma, secondo le parole di Lenin, "senza teoria rivoluzionaria, non c’è pratica rivoluzionaria", e queste differenti tendenze, o visioni dell'organizzazione e della società, dovevano avere delle conseguenze molto pratiche.
Nel mezzo degli anni 1870, il SDAP raggruppava circa 32.000 membri in più di 250 distretti e, nel 1878, il cancelliere Bismarck impose una legge "anti-socialista" con l'intento di paralizzare l'attività del partito. Decine di giornali, riunioni, organizzazioni furono vietate, e migliaia di militanti imprigionati o multati. Ma la determinazione dei socialisti restò intatta di fronte alla legge anti-socialista. L'attività del SDAP prosperò nelle condizioni di semi-illegalità. Essere messo fuori legge costrinse il partito ed i suoi membri ad organizzarsi fuori dai circuiti della democrazia borghese – anche della stessa democrazia limitata della Germania di Bismarck - ed a sviluppare una forte solidarietà contro la repressione poliziesca e la sorveglianza permanente dello Stato. A dispetto dell'assillo poliziesco costante, il partito riuscì a mantenere la sua stampa ed ad aumentare la circolazione di quest'ultima, al punto che il giornale satirico Der wahre Jacob, fondato nel 1884, contava da solo 100.000 abbonati.
Malgrado le leggi anti-socialiste, un'attività pubblica fu ancora accessibile al SDAP: era ancora possibile per i membri del SDAP partecipare alle elezioni al Reichstag in quanto candidati indipendenti non affiliati. Ciò fu possibile perché gran parte della propaganda del partito fu incentrata intorno alle campagne elettorali a livelli nazionali e locali. Ciò può spiegare il perché la frazione parlamentare doveva rimanere rigorosamente subordinata ai congressi ed all'organo centrale del partito, il Vorstand [16], ed anche il peso crescente della frazione parlamentare nel partito dal momento che il suo successo elettorale era in aumento. Bismarck conduceva la classica politica della "carota e del bastone". Mentre impediva ai lavoratori di organizzarsi, lo Stato imperiale cercava di tagliare l'erba sotto i piedi ai socialisti instaurando, a partire dal 1883, sussidi di assicurazione sociale in caso di disoccupazione, di malattia o di pensione. E tutto questo una buona ventina di anni prima dell'instaurazione, in Francia, della Legge sulle pensioni dei lavoratori e dei contadini (1910) e, in Gran Bretagna, della Legge sull'assicurazione nazionale (1911). Alla fine degli anni 1880, circa 4,7 milioni dei lavoratori tedeschi ricevettero delle indennità di sicurezza sociale.
Sia le leggi anti-socialiste che l'introduzione della sicurezza sociale non ebbero l'effetto desiderato, e cioè l'indebolimento del sostegno di cui godeva la socialdemocrazia. Al contrario, tra il 1881 ed il 1890, il risultato elettorale del SDAP passò da 312.000 a 1.427.000 voti, rendendolo il più grande partito della Germania. Nel 1890, i suoi membri raggiunsero il numero di 75.000 e circa 300.000 lavoratori avevano aderito ai sindacati. Nel 1890, il cancelliere Bismarck fu destituito dal nuovo Imperatore Guglielmo II e le leggi anti-socialiste furono abrogate.
Uscito dalla clandestinità, il SDAP fu rifondato come organizzazione legale, il SPD (Partito socialdemocratico tedesco - Sozialdemokratische Partei Deutschlands), all'epoca del suo congresso di Erfurt nel 1891. Il Congresso adottò un nuovo programma, e benché Engels considerò il programma di Erfurt migliorato rispetto al suo predecessore di Gotha, ritenne necessario attaccare la tendenza all'opportunismo: "Ma, ad ogni modo, le cose devono andare avanti. Quanto ciò sia necessario, è provato oggi proprio dall'opportunismo che comincia a propagarsi in gran parte della stampa socialdemocratica. Nel timore di un rinnovo della legge contro i socialisti o ricordandosi di certe opinioni emesse prematuramente al tempo in cui questa legge era in vigore, si vuole adesso che il Partito riconosca l'ordine legale attuale in Germania come sufficiente a poter realizzare tutte le sue rivendicazioni per via pacifica (…) Una simile politica a lungo andare, non può che portare il Partito su una falsa via. Si mettono in primo piano astratte questioni politiche generali, e si nascondono, in tal modo, le più pressanti questioni concrete che, ai primi avvenimenti importanti, alle prime crisi politiche, diventano al momento esse stesse cruciali. Che cosa ne può risultare, se non che, improvvisamente, al momento decisivo, il Partito sarà preso alla sprovvista e che sui punti decisivi regnerà la confusione e l'assenza di unità, perché queste questioni non saranno mai discusse? (…) Questo oblio delle grandi considerazioni essenziali davanti agli interessi passeggeri del giorno, questa corsa ai successi effimeri e la lotta che si libera intorno, senza preoccuparsi delle ulteriori conseguenze, questo abbandono dell'avvenire del movimento che viene sacrificato al presente, tutto ciò forse ha anche dei moventi onesti. Ma ciò è e resta opportunismo. E, l'opportunismo "onesto" è forse il più pericoloso". [17]
Engels qui ha dato prova di una notevole prescienza: le dichiarazioni pubbliche su intenti rivoluzionari dovevano rivelarsi impotenti senza un piano di azione concreto per salvaguardarle. Nel 1914, il partito si è ritrovato difatti "improvvisamente preso alla sprovvista".
Tuttavia, lo slogan ufficiale del SPD rimaneva: "Non un uomo né un soldo per questo sistema", ed i suoi deputati al Reichstag rifiutavano sistematicamente ogni sostegno ai bilanci pubblici, in particolare per le spese militari. Questa opposizione di principio ad ogni compromesso di classe restava solo una possibilità in seno al sistema parlamentare perché il Reichstag non aveva alcun potere reale. Il governo dell'Impero tedesco di Guglielmo era autocratico, poco differente da quello della Russia zarista [18], e l'opposizione sistematica del SPD non aveva in effetti alcuna conseguenza pratica immediata.
Nel sud della Germania, le cose erano differenti. Là, il SPD locale, sotto la direzione di uomini come Vollmar, affermava che esistevano certe "condizioni particolari" e che se il SPD non votava in modo significativo nelle elezioni dei Länder e non si dotava di una politica agraria richiesta dalla classe dei contadini poveri, sarebbe stato destinato all'impotenza ed all'inutilità. Questa tendenza apparve appena il partito fu legalizzato all'epoca del Congresso di Erfurt del 1891 e, da allora, i deputati SPD dei parlamenti provinciali di Wurtemberg, Baviera e Bade votarono a favore dei bilanci governativi. [19]
La reazione del partito a questo attacco diretto contro la sua politica, espressa in modo ripetuta nelle risoluzioni dei congressi, fu di lasciare la questione sotto il tappeto. Un tentativo di Vollmar di proporre un programma agrario speciale fu rigettato dal Congresso di Francoforte del 1894 ma lo stesso Congresso rigettò anche una risoluzione che vietava il voto di ogni deputato SPD in favore di qualsiasi bilancio governativo. Si considerò che finché la politica riformista si fosse limitata "eccezionalmente" al Sud della Germania, essa poteva essere tollerata. [20]
L'esperienza per la classe operaia di una decina di anni di semi-illegalità stava per essere minata rapidamente dal veleno della democrazia. Per loro stessa natura, la democrazia borghese e l'individualismo, che va di pari passi con quest’ultima, sabotano i tentativi del proletariato di sviluppare una propria visione come classe storica con una sua prospettiva opposta a quella della società capitalista. Poiché l'ideologia democratica divide la classe operaia in una semplice massa di cittadini atomizzati, essa rappresenta un ostacolo continuo alla solidarietà operaia. Durante questo periodo, i successi elettorali del partito, sia come voti che come seggi al Parlamento, aumentavano velocemente nel mentre che i lavoratori si organizzavano, sempre più, nei sindacati e vedevano anche migliorate le loro condizioni materiali.
La crescente potenza politica del SPD e la forza della classe operaia industriale organizzata diedero nascita ad una nuova corrente politica che cominciò a teorizzare l'idea secondo la quale non solo era possibile costruire il socialismo in seno al capitalismo, di dar luogo ad una transizione progressiva senza che fosse necessario rovesciare il capitalismo attraverso una rivoluzione, ma anche che il SPD avrebbe dovuto avere una politica estera espansionista specificamente tedesca: questa corrente si cristallizzò nel 1897 intorno a la Sozialistische Monatshefte (Fascicoli mensili socialisti), una rivista fuori dal controllo del SPD, negli articoli di Max Schippel, Wolfgang Heine e Heinrich Peus. [21]
Questa situazione, scomoda ma sopportabile, esplose nel 1898 con la pubblicazione delle Precondizioni del socialismo ed i compiti della socialdemocrazia (Die Voraussetzungen dei Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie) di Eduard Bernstein. L'opuscolo di Bernstein spiegava apertamente ciò che lui ed altri stavano sostenendo già da tempo: "praticamente, scriveva nel 1896 a Kautsky, noi non siamo che un partito radicale; noi facciamo solo ciò che fanno tutti i partiti borghesi radicali, se non fosse per il fatto che noi lo dissimuliamo sotto un linguaggio interamente sproporzionato alle nostre azioni ed ai nostri mezzi" [22]. Le posizioni teoriche di Bernstein attaccavano i fondamenti stessi del marxismo nel senso che rigettavano il carattere inevitabile del declino del capitalismo e del suo crollo finale. Basandosi sulla prosperità in pieno sviluppo degli anni 1890, associata alla veloce espansione colonialista del capitalismo attraverso il pianeta, Bernstein sosteneva che il capitalismo aveva superato la sua tendenza verso le crisi autodistruttive. In queste condizioni, lo scopo era niente, il movimento era tutto, la quantità doveva prevalere sulla qualità, l'antagonismo tra gli Stati e la classe operaia doveva essere superato [23].
Bernstein proclamò apertamente che il principio fondamentale del Manifesto comunista secondo cui i lavoratori non hanno patria, era "obsoleto". Chiamò i lavoratori tedeschi a portare il loro sostegno alla politica coloniale dell'Imperatore in Africa ed in Asia. [24]
In realtà, tutta un'epoca, quella dell'espansione e dell'ascesa del sistema capitalista, stava volgendo alla sua fine. Per i rivoluzionari, tali periodi di profonda trasformazione storica pongono sempre una maggiore sfida poiché per comprendere i cambiamenti fondamentali in corso, ed anche adattare il loro programma, se necessario, loro devono analizzare le caratteristiche del nuovo periodo e sviluppare un quadro teorico pur continuando a difendere lo stesso obiettivo rivoluzionario.
L'espansione veloce del capitalismo attraverso il globo, il suo massiccio sviluppo industriale, la nuova fierezza della classe dirigente ed il suo posizionamento imperialistico, tutto ciò fece pensare alla corrente revisionista che il capitalismo sarebbe durato sempre, che al socialismo si sarebbe potuto arrivare a partire dal capitalismo ed in sua continuità, e che lo Stato capitalista avrebbe potuto servire gli interessi della classe operaia. L'illusione di una transizione pacifica dimostrava che i revisionisti erano diventati prigionieri del passato, incapaci di comprendere che un nuovo periodo storico si profilava all'orizzonte: il periodo di decadenza del capitalismo e dell'esplosione violenta delle sue contraddizioni. La loro incapacità ad analizzare la nuova situazione storica e la teorizzazione del carattere "eterno" delle condizioni del capitalismo alla fine del 19° secolo significavano anche che i revisionisti erano incapaci di vedere che le vecchie armi di lotta, il parlamentarismo e la lotta sindacale, non erano più utilizzabili. La polarizzazione sul lavoro parlamentare come asse dell'attività del partito, l'orientamento in favore della lotta per le riforme in seno al sistema, l'illusione di un "capitalismo esente da crisi" e la possibilità di arrivare pacificamente al socialismo attraverso il capitalismo, dimostrarono che una grande parte della direzione del SPD si era identificata col sistema. La corrente apertamente opportunista in seno al partito esprimeva una perdita di fiducia nella lotta storica del proletariato. Dopo anni di lotte difensive per il programma "minimo", l'ideologia democratica borghese era penetrata nel movimento operaio. Ciò significò che l'esistenza e le caratteristiche delle classi sociali erano messe in discussione, che una visione individualistica tendeva a dominare ed a sciogliere le classi ne "il popolo". L'opportunismo rigettava così il metodo marxista di analisi della società in termini di lotta di classe e di contraddizioni di classe; in effetti, l'opportunismo significava l'assenza di ogni metodo, di ogni principio e di ogni teoria.
La reazione della direzione del partito al testo di Bernstein fu quella di minimizzarne l'importanza (il Vorwärts l'accolse come uno "stimolante contributo da dibattere", dichiarando che tutte le correnti in seno al partito dovrebbero essere libere di esprimere le loro opinioni) pur rammaricandosi, in privato, che tali idee venissero espresse apertamente. Ignaz Auer, il segretario del partito, scriveva a Bernstein: "Mio caro Ede, formalmente non prendiamo la decisione di fare le cose che voi suggerite, queste cose non si dicono, semplicemente le facciamo". [25]
In seno al SPD, l'opposizione più determinata a Bernstein giunse dalle forze che non erano state abituate al lungo periodo di legalità seguito alla fine delle leggi anti-socialiste. Non fu un caso se ad opporsi con maggiore chiarezza e virulenza alla corrente di Bernstein furono militanti stranieri, in particolare, dell'Impero russo. Parvus, d'origine russa, che era emigrato in Germania negli anni 1890 e che, nel 1898, lavorò come redattore capo della stampa del SPD a Dresda, il Sächsische Arbeiterzeitung [26], lanciò un attacco infuocato alle idee di Bernstein sostenuto dalla giovane rivoluzionaria, Rosa Luxemburg che emigrata in Germania nel maggio 1898 già aveva conosciuto la repressione in Polonia. Appena si trasferì in Germania, Rosa Luxemburg cominciò a condurre la lotta contro i revisionisti col suo testo Riforma sociale o rivoluzione redatto nel 1898-99. In questo testo, presentando il metodo di Bernstein, confutava l'idea dell'avvento del socialismo attraverso riforme sociali, denunciava la teoria e la pratica dell'opportunismo. Nella sua risposta a Bernstein, sottolineò che la tendenza riformistica si era notevolmente sviluppata dall'abolizione delle leggi anti-socialiste e con la possibilità di lavorare legalmente. Il socialismo di Stato di Vollmar, l'approvazione del bilancio bavarese, il socialismo agrario Sud-tedesco, le proposte di compensi di Heine, la posizione di Schippel sulle dogane e la milizia, tutti costituivano gli elementi di una pratica opportunista crescente.
La Luxemburg metteva in evidenza il denominatore comune di questa corrente: l'ostilità verso la teoria:"Ciò che distingue [tutte le tendenze opportuniste in seno al partito] in superficie? L'avversione della "teoria" e ciò è naturale visto che la nostra teoria, cioè a dire le basi del socialismo scientifico, assegna alla nostra attività pratica dei compiti chiari e dei limiti, sia per quanto riguarda gli obiettivi da raggiungere, sia per i mezzi da utilizzare ed infine per il metodo della lotta. Naturalmente, coloro che vogliono solo correre appresso alle realizzazioni pratiche sviluppano velocemente un desiderio di liberarsi, in altre parole di separare la pratica dalla teoria". [27]
Per lei, il primo compito dei rivoluzionari era difendere lo scopo finale. "Il movimento come tale senza legame con l'obiettivo finale, il movimento come scopo in sé non è niente, ciò che conta è l'obiettivo finale". [28]
In un testo del 1903, Stagnazione e progresso del marxismo, Rosa Luxemburg considerò l'insufficienza teorica della socialdemocrazia in questi termini: "lo sforzo scrupoloso di restare "nei limiti del marxismo" talvolta è stato tanto disastroso per l'integrità del processo di pensiero quanto l'altro estremo - il rinnegamento completo della prospettiva marxista e la determinazione di manifestare "l'indipendenza della pensiero" di fronte a tutti i pericoli".
Attaccando Bernstein, la Luxemburg pretese anche che l'organo di stampa centrale del partito difendesse le posizioni decise dai congressi del partito. Quando a marzo 1899, il Vorwärts rispose che la critica della Luxemburg alla posizione di Bernstein (in un articolo intitolato "Vane speranze" - Eitle Hoffnungen), era ingiustificata, quest’ultima replicò che il Vorwärts "si trova nella situazione comoda di non correre mai il rischio di avere un'opinione erronea o di cambiare parere, un peccato che ama trovare in altri, semplicemente perché non ha mai difeso né difende alcuna opinione". [29]
Continuando sulla stessa linea, scrisse "ci sono due tipi di creature organiche: quelle che hanno una colonna vertebrale e che possono camminare in piedi, talvolta anche correre; e ci sono altre che non hanno colonna vertebrale e non possono dunque che strisciare e arrancare". A coloro i quali volevano che il partito abbandonasse ogni posizione programmatica ed ogni criterio politico, rispose all'epoca della Conferenza del partito a Hannover nel 1899: "se ciò significa che il partito - in nome della libertà di critica - non deve prendere posizione né dichiararla per mezzo di un voto alla maggioranza, noi non difendiamo questa posizione. Dobbiamo dunque protestare contro questa idea, perché noi non siamo un club di discussione ma un partito di lotta politica che deve difendere certe visioni fondamentali". [30]
Tra l'ala sinistra determinata, intorno a Rosa Luxemburg, e la destra che difendeva le idee di Bernstein e la revisione dei principi, c'era una "palude" che Bebel descrisse nei seguenti termini all'epoca del Congresso di Dresda del 1903: "è sempre la stessa vecchia ed eterna lotta tra una sinistra ed una destra e, tra le due, la palude. Sono elementi che non sanno mai ciò che vogliono o piuttosto che non lo dicono mai. Sono i Signori-io-so-tutto i quali, abitualmente, prima ascoltano per vedere chi dice e che cosa, e ciò che viene detto qua e là. Cercano sempre di capire dove si trova la maggioranza ed abitualmente la raggiungono. Abbiamo anche questo genere di persone nel partito (...) l'uomo che difende apertamente la sua posizione, ed almeno so dove si trova; almeno posso battermi con lui. O vince lui o io, ma gli elementi parassiti che schivano e sempre evitano una decisione chiara, che sempre dicono "siamo tutti d'accordo, sì siamo tutti fratelli", sono i peggiori. Io li combatto duramente". [31]
Questa palude, incapace di prendere una posizione chiara, vacillava tra quelli che erano chiaramente revisionisti, la destra, e la sinistra rivoluzionaria. Il centrismo è uno dei volti dell'opportunismo. Si posiziona sempre tra forze antagoniste, tra correnti reazionarie e correnti radicali, tenta di conciliare le due. Evita il confronto aperto delle idee, sfugge al dibattito, pensa sempre che "un lato non ha completamente ragione", ma che "neanche l'altro c’è l’abbia del tutto". Considera il dibattito politico con degli argomenti chiari ed un tono polemico come "esagerato", "estremista", "sconcertante", addirittura "violento". Pensa che il solo modo di mantenere l'unità, per preservare l'organizzazione, sia quello di permettere a tutte le tendenze politiche di coesistere, ivi compreso quelle i cui obiettivi sono in contraddizione diretta con quelli dell'organizzazione. Inorridisce a prendersi in carico le sue responsabilità ed a posizionarsi. Il centrismo nel SPD tendeva ad allearsi con reticenza con la sinistra, pur rammaricandosi de "l'estremismo" e della "violenza" di quest’ultima, impedendo nei fatti che venissero prese ferme misure - come l'espulsione dei revisionisti dal partito - e che fosse preservata la natura rivoluzionaria del partito.
Rosa Luxemburg, al contrario, riteneva che il solo modo di difendere l'unità del partito in quanto organizzazione rivoluzionaria era di insistere sulla più completa esposizione e discussione pubblica dei punti di vista opposti.
"Dissimulando le contraddizioni per "l'unità" artificiale di posizioni incompatibili, le contraddizioni non possono che raggiungere un apice, finché esplodono violentemente prima o poi in una scissione (...) Coloro che portano avanti le divergenze di posizione, e combattono le opinioni divergenti, lavorano all'unità del partito. Ma coloro che dissimulano le divergenze lavorano ad una reale scissione nel partito". [32]
Il massimo del centrismo in quel momento della vita del SPD ed il suo più prestigioso rappresentante era Karl Kautsky.
Quando Bernstein cominciò a sviluppare la sua posizione revisionista, Kautsky, inizialmente, rimase in silenzio, preferendo non opporsi pubblicamente al suo vecchio amico e compagno. Non riusciva neanche a vedere fino a che punto le teorie revisioniste di Bernstein stessero destabilizzando i fondamenti rivoluzionari su cui il partito era stato costruito. Come sottolineato dalla Luxemburg, dal momento in cui si accetta l'idea che il capitalismo possa durare eternamente, che non è destinato a crollare a causa delle sue contraddizioni interne, si è condotti inevitabilmente ad abbandonare lo scopo rivoluzionario. [33] L'insuccesso di Kautsky - come quello della maggior parte della stampa del partito - fu un evidente segno della perdita dello spirito di lotta nell'organizzazione: il dibattito politico non fu più una questione di vita o di morte per la lotta di classe, era diventato una preoccupazione accademica di esperti intellettuali.
L'arrivo di Rosa Luxemburg a Berlino nel 1898 (da Zurigo dove aveva terminato con vivacità i suoi studi con una tesi di dottorato sullo sviluppo economico della Polonia) e le sue reazioni alle teorie di Bernstein, avrebbero giocato un ruolo pesante nel condizionare l'atteggiamento di Kautsky.
Quando Luxemburg, prese coscienza delle esitazioni di Bebel e di Kautsky e del loro rifiuto a combattere le posizioni di Bernstein, criticò questo atteggiamento in una lettera a Bebel [34]. Ella chiese perché non insistevano nel rispondere energicamente a Bernstein e, nel marzo 1899, dopo che ebbe cominciato la serie di articoli, che più tardi sarebbe diventata l'opuscolo Riforma sociale o rivoluzione, riportò a Jogiches: "in quanto a Bebel, in una conversazione con Kautsky mi sono lamentata del fatto che lui non si ergesse né si battesse. Kautsky mi ha detto che Bebel aveva perso il suo dinamismo, aveva perso la fiducia in sé e non aveva più nessuna forza. Lo apostrofai nuovamente e gli chiesi: 'perché non lo stimolate voi, non lo incoraggiate ridandogli forza? Kautsky ha risposto: 'dovreste farlo voi, andate a parlare a Bebel, dovreste voi incoraggiarlo'". Quando Luxemburg chiese allo stesso Kautsky perché non avesse reagito, lui rispose: "Come posso io impegnarmi ora negli assembramenti e nelle riunioni, dal momento che sono impegnato pienamente nella lotta parlamentare, ciò significa solamente che ci saranno scontri, e dove porterebbe ciò? Per questo non ho né il tempo né l'energia". [35]
Nel 1899, in Bernstein ed il programma socialdemocratico - un'anti-critica (Bernstein und das sozialdemokratische Programm - Eine Antikritik), Kautsky si espresse finalmente contro le idee di Bernstein sulla filosofia marxista e l'economia politica così come sulle sue posizioni relative allo sviluppo del capitalismo. Tuttavia, salutando il libro di Bernstein come un prezioso contributo al movimento, si oppose all'idea della sua espulsione dal partito ed evitò di dire che Bernstein stava tradendo il programma marxista. In breve, secondo Rosa Luxemburg, Kautsky voleva evitare sia ogni contestazione alla routine piuttosto comoda della vita del partito che la necessità di criticare in pubblico il suo vecchio amico. E lo stesso Kautsky lo ammise in privato a Bernstein: "Parvus e Luxemburg hanno già ben colto la contraddizione del vostro punto di vista con i nostri principi programmatici, mentre io non ho voluto ancora ammetterlo credendo fermamente che tutto ciò fosse un malinteso (...) Questo è stato il mio errore, non sono stato perspicace quanto Parvus e Luxemburg che, già all'epoca, avevano fiutato la linea di pensiero del vostro opuscolo".[36] In effetti, nel Vorwärts, Kautsky minimizzò e camuffò l'attacco costituito dalla nuova teoria revisionista di Bernstein, dicendo che era stata amplificata fuori da ogni proporzione, da un modo di "immaginazione assurda" tipico di una mentalità piccolo-borghese. [37]
Per fedeltà al suo vecchio amico, Kautsky ritenne che avrebbe dovuto scusarsi con Bernstein in privato, e scrisse: "Sarebbe stato da vile rimanere in silenzio. Non credo che vi abbia fatto del male adesso che ho parlato. Se non avessi detto ad August Bebel che avrei risposto alla vostra dichiarazione, l'avrebbe fatto lui stesso. Conoscendo il suo temperamento e la sua insensibilità, immaginate ciò che avrebbe potuto dire" [38]. Ciò significò che lui preferiva rimanere muto e cieco di fronte al suo vecchio amico. Reagì contro la sua volontà e solamente dopo essere stato costretto dalla sinistra. Più tardi, ammise che "aveva peccato" permettendo alla sua amicizia con Bernstein di dominare il suo giudizio politico: "Nella mia vita, ho peccato solamente una volta per amicizia, ed oggi io rimpiango ancora questo peccato. Se non avessi esitato tanto con Bernstein, e se l'avessi affrontato fin dall'inizio con la necessaria rettitudine, avrei potuto risparmiare al partito numerosi problemi sgradevoli". [39] Tuttavia, questa "confessione" resta senza valore se non va alla radice del problema. Malgrado avesse confessato il suo "peccato", Kautsky non diede mai una spiegazione politica più profonda, dando le ragioni per le quali un tale atteggiamento, basato sull'affinità personale piuttosto che sui principi politici, avrebbe rappresentato un pericolo per un'organizzazione politica. In realtà, questo atteggiamento lo portò ad accordare ai revisionisti una "libertà di opinione" illimitata in seno al partito. Come lo stesso Kautsky dice alla vigilia del Congresso del partito di Hannover: "In generale, bisogna lasciare ad ogni membro del partito la possibilità di decidere se condivide o no ancora i principi del partito. Espellendo una persona, agiamo solamente contro coloro che recano offesa al partito; nessuno è stato espulso ancora dal partito a causa di critiche ragionevoli, perché il nostro partito ha sempre apprezzato molto la libertà di discussione. Anche se Bernstein non avesse meritato tanta stima per la sua partecipazione nella nostra lotta, e per il fatto che si è dovuto esiliare a causa delle sue attività di partito, comunque non avremmo intenzione di espellerlo". [40]
La risposta di Rosa Luxemburg fu chiara. "Per quanto grande sia il nostro bisogno di autocritica e per quanto larghi siano i limiti tracciati, tuttavia, deve esistere un minimo di principi che costituisca la nostra energia e la nostra stessa esistenza, il fondamento della nostra cooperazione in quanto membri di un partito. Tra le nostre fila la 'libertà di critica' non può applicarsi a questi principi, poco numerosi e molto generali, giustamente perché sono la condizione preliminare di ogni attività nel Partito, e di conseguenza anche di ogni critica esercitata nei con fronti di questa attività. Non dobbiamo tapparci le orecchie quando questi stessi principi sono criticati da qualcuno che si trova all'infuori del nostro Partito. E’ da tempo che noi li consideriamo come il fondamento della nostra esistenza in quanto partito, per cui dobbiamo rimanerne legati e non lasciarli smantellare da nostri membri. Su questo argomento, possiamo solamente concedere una libertà: quella di appartenere o non al nostro Partito". [41]
L'implicazione logica de "l'assenza di posizione" di Kautsky, è che tutti potrebbero restare in seno al partito e difendere ciò che gli piace, che il programma sia edulcorato, che il partito diventi un "crogiuolo" di opinioni differenti e non la punta di lancia di una lotta determinata. L'atteggiamento di Kautsky mostrò che lui preferiva la fedeltà ad un amico alla difesa delle posizioni di classe. Nello stesso tempo, volle adottare la posizione di un "esperto" teorico. È vero che aveva scritto alcuni libri molto importanti e preziosi (vedere sotto), e che godeva della stima di Engels, ma, come rilevò Luxemburg in una lettera a Jogiches: "Karl Kautsky si limita alla teoria" [42]. Preferendo astenersi da ogni partecipazione alla lotta per la difesa dell'organizzazione e del suo programma, Kautsky perse progressivamente ogni atteggiamento combattivo, e ciò significava che poneva ciò che considerava come i suoi obblighi verso i suoi amici al di sopra di ogni obbligo morale verso la sua organizzazione ed i suoi principi. Ciò portò a che la teoria venisse staccata dall'azione pratica e concreta: per esempio, il prezioso lavoro di Kautsky sull'etica, in particolare il capitolo sull'internazionalismo, non era legato ad una difesa indissolubile dell'internazionalismo nell'azione.
C'è un contrasto sorprendente tra gli atteggiamenti di Kautsky nei confronti di Bernstein e quello di Rosa Luxemburg nei confronti di Kautsky. Al suo arrivo a Berlino, Luxemburg intrattenne relazioni strette con Kautsky e la sua famiglia. Ma rapidamente sentì che la grande stima che la famiglia di Kautsky le mostrava diventava per lei un fardello. Già nel 1899 si lamentò con Jogiches: "Comincio a schivare le loro belle parole. I Kautsky mi considerano come facente parte della loro famiglia". (11/12/1899). "Io sento tutti questi segni di affetto (è molto benintenzionato verso di me, posso vederlo) come un terribile fardello, invece di un piacere. In effetti, ogni amicizia nata in età adulta e più ancora quando è basata sull'appartenenza al partito, è un fardello: vi impone certi obblighi, è una costrizione, ecc. E proprio questo aspetto dell'amicizia che è un handicap. Dopo la redazione di ogni articolo, mi chiedo: non sarà deluso, ciò non comprometterà la nostra amicizia"? [43].
Lei era consapevole dei pericoli indotti da un atteggiamento fondato su delle affinità, dove le considerazioni di obbligo personale, di amicizia o di gusti comuni, oscurano il giudizio politico del militante ma, anche, quello che potremmo chiamare il suo giudizio morale, pronta a riconoscere se una linea di azione fosse conforme ai principi dell'organizzazione [44]. Tuttavia, Luxemburg osava confrontarsi apertamente con Kautsky: "Ho un problema fondamentale sul modo di affrontare le cose con Kautsky. In conclusione mi ha detto che fra vent'anni io la penserò come lui; ho risposto che se ciò dovesse accadere fra 20 anni io sarò diventata una zombie". [45]
All'epoca del Congresso di Lubecca nel 1901, Luxemburg fu accusata di deformare le posizioni degli altri compagni, un'accusa che ritenne diffamatoria e per la quale esigé un chiarimento pubblico. A questo scopo, presentò una dichiarazione da pubblicare nel Vorwärts [46]. Ma Kautsky, in nome della Neue Zeit, l'esortò a ritirare la sua richiesta di pubblicazione. Rispose a Kautsky: "Certamente, sono pronta a rinunciare a pubblicare la mia dichiarazione nella Neue Zeit, ma permettetemi di aggiungere alcune parole di spiegazione. Se fossi stata uno di quelli che, senza considerazione per nessuno, avessi protetto i miei diritti ed i miei interessi - e questi sono numerosi nel nostro partito – anzi, sono tutti così - insisterei naturalmente per la pubblicazione, perché voi stesso, in quanto redattore capo, ammettete che avete certi obblighi verso di me in questo affare. Ma, pure ammettendo quest'obbligo, ponete allo stesso tempo un revolver di esortazione e di domanda amichevole sul mio cuore e mi chiedete di non fare uso di quest'obbligo e dunque di non difendere i miei diritti. Ebbene sono nauseata all'idea di dovere insistere su questi diritti se questi sono concessi solamente a mezzo di sospiri e digrignar di denti e quando le persone mi afferrano non solo per il braccio nella speranza che "mi difenda" da sola, ma in più cercano di ridurmi in poltiglia, nella speranza che così sarò convinta a rinunciare ai miei diritti. Avete avuto ciò che cercate, siete libero di ogni obbligo verso me in questo affare.
Ma sembrerebbe che agiate nell'illusione che è unicamente per amicizia e nel mio interesse. Permettetemi di distruggere questa illusione. In quanto amico, avreste dovuto dirmi: 'vi consiglio, costi quel che costi e senza condizione, di difendere il vostro onore come redattore, perché scrittori più grandi (…) come Marx ed Engels, hanno scritto interi opuscoli, condotto guerre di penna senza fine, quando qualcuno aveva osato accusarli di falsificazione. Voi tanto più, come giovane scrittrice che ha molti nemici, dovete cercare di ottenere intera soddisfazione'... Ecco ciò che avreste dovuto consigliarmi in quanto amico. L'amica, tuttavia, è stata relegata velocemente in secondo piano dal redattore capo della Neue Zeit, e quest'ultimo ha solamente un desiderio dopo il Congresso del partito [di Lubecca]; vuole la pace, vuole mostrare che la Neue Zeit ha appreso la lezione dopo avere ricevuto una batosta, ha imparato a chiudere la bocca [47]. Ed è per tali ragioni che i diritti essenziali di un redattore capo aggiunto e collaboratore regolare... devono essere sacrificati. Permettiamo che un collaboratore della Neue Zeit - che non fa certamente il peggiore lavoro - ingoia anche un'accusa pubblica di falsificazione purché la pace e la calma siano mantenuti! Ecco come stanno le cose, amico mio! Ed adesso con i migliori saluti, vostra Rosa" [48].
Qui, vediamo una giovane rivoluzionaria, determinata, e per di più donna, dichiarare che l'autorità di un "anziano", l'autorità "ortodossa", esperta, dovrebbe assumersi la propria responsabilità in prima persona. Kautsky rispose a Luxemburg: "Vedete, noi non dovremmo contrariare le persone della frazione parlamentare, non dovremmo dare l'impressione che li si prende con arroganza. Se voi desiderate inviare loro un suggerimento, è preferibile farlo con una lettera privata che sarà molto più efficace" [49]. Ma Rosa Luxemburg tentò di "rianimargli" il suo spirito combattivo: "Veramente voi dovreste battervi con le viscere e con gioia, e non come se si trattasse di un intermezzo noioso; il pubblico è sempre sensibile allo stato di spirito combattivo e la gioia della lotta dà risonanza alla controversia, ed assicura la superiorità morale" [50]. Questo atteggiamento di non volere disturbare il corso normale della vita del partito, di non prendere posizione nel dibattito, di non spingere al chiarimento delle divergenze, di evitare il dibattito e di tollerare i revisionisti, allontanava Rosa Luxemburg e mostrava chiaramente fino a che punto la perdita della combattività, della morale, la perdita di convinzione, di determinazione, erano diventate la caratteristica dominante dell'atteggiamento di Kautsky: "Ho appena letto il suo [articolo] "Nazionalismo ed internazionalismo" era orribile e dava la nausea. Presto non sarò più capace di leggere uno solo dei suoi scritti. Ho l'impressione che una ragnatela nauseabonda mi ricopra la testa"... [51]. "Kautsky diventa sempre più duro da mandare giù. È sempre più fossilizzato, non ha più alcuna preoccupazione umana verso chiunque, salvo la sua famiglia. Mi sento veramente a disagio con lui". [52]
L'atteggiamento di Kautsky può così considerarsi all’opposto di quello di Luxemburg e Léo Jogiches. Dopo la rottura della relazione di Rosa Luxemburg con Léo Jogiches nel 1906 (che le causò non solo uno stress ed un immenso dolore ma anche una grande delusione verso di lui come compagno di vita), sono entrambi rimasti molto vicino come compagni di lotta fino al giorno dell'assassinio di Rosa. Malgrado i profondi rancori personali, la delusione e la gelosia, questi sentimenti emozionali profondi consecutivi alla rottura della loro relazione non hanno mai impedito loro di essere fianco a fianco nella lotta politica.
Si potrebbe obiettare che, nel caso di Kautsky, l’atteggiamento di quest’ultimo rifletteva solo la sua mancanza di personalità ed il suo carattere, ma è più corretto dire che egli personificava la putrefazione morale in seno alla socialdemocrazia nel suo insieme.
Luxemburg fu costretta, fin dall'inizio, a far fronte alla resistenza della "vecchia guardia". Quando criticò la politica revisionista all'epoca del Congresso di Stoccarda 1898, "Vollmar mi ha rimproverato amaramente, in quanto giovane del movimento, di volere dare delle lezioni ai vecchi veterani (...) Ma se Vollmar risponde alle mie argomentazioni con un 'voi inesperta, potrei essere vostro nonno', in questo non vedo altro se non la prova che è a corto di argomenti". [53]. Per quanto riguarda l'indebolimento della combattività dei veterani più centristi, in un articolo redatto dopo il Congresso del 1898, lei dichiarò che: "Avremmo preferito che i vecchi combattenti avessero ripreso la lotta fin dall'inizio del dibattito (...) Se il dibattito è decollato, non è a causa, ma a dispetto del comportamento dei leader del partito (...) Abbandonando il dibattito alla sua sorte, guardando passivamente per due giorni per vedere in che direzione avrebbe soffiato il vento ed intervenendo solamente quando i portavoce dell'opportunismo sono stati obbligati a mostrarsi alla luce del giorno, poi facendo delle osservazioni sarcastiche sul tono tagliente di quelli di cui si difende poi il punto di vista, è una tattica che non proietta una buona immagine dei dirigenti del partito. E le spiegazioni di Kautsky in quanto alle ragioni per le quali non ha fatto finora dichiarazione pubblica sulla teoria di Bernstein, perché voleva riservarsi il diritto di dire l'ultima parola durante un possibile dibattito, per la verità non danno alcuna idea di una buona scusa. A febbraio, pubblica l'articolo di Bernstein senza alcun commento editoriale nella Neue Zeit, poi resta muto per 4 mesi, in giugno, apre le discussioni con alcuni complimenti al "nuovo" punto di vista di Bernstein, questa nuova copia mediocre di socialista da camera, poi di nuovo, resta muto per 4 mesi, lascia cominciare il Congresso del partito, poi dichiara durante il dibattito che preferirebbe fare le osservazioni finali.
Preferiremmo che il "teorico di ufficio" intervenisse sempre nei dibattimenti e non accontentarsi di fare la conclusione di queste questioni cruciali; che non dia l'impressione erronea ed ingannatrice che, per molto tempo, non abbia saputo ciò che doveva dire." [54]
Così, molti membri della vecchia guardia che avevano combattuto sotto le condizioni della Legge anti-socialista, furono disarmati dal peso del democratismo e del riformismo. Furono incapaci di comprendere il nuovo periodo e cominciarono a teorizzare l'abbandono dell'obiettivo socialista. Al posto di trasmettere le lezioni della lotta condotta durante le condizioni della Legge anti-socialista ad una nuova generazione, avevano perso la loro combattività. E la corrente centrista che si nascondeva ed evitava il combattimento, evitando la battaglia aperta contro l'opportunismo, apriva la via alla salita della destra.
Mentre i centristi evitarono la lotta, l'ala sinistra intorno a Luxemburg mostrò il suo spirito combattivo ed era pronta ad assumersi le proprie responsabilità. Vedendo che in realtà "lo stesso Bebel è diventato già vecchio e lascia andare le cose; è alleggerito se altri lottano, ma lui stesso non ha né l'energia né lo slancio per prendere l'iniziativa. K [Kautsky] si limita alla teoria, nessuno si assume alcuna responsabilità". [55] "Ciò significa che il partito è su una cattiva strada (...) Nessuno lo dirige, nessuno si prende responsabilità". L'ala sinistra mirava a guadagnare più influenza ed era convinta della necessità di agire come punta di lancia. Luxemburg scrisse a Jogiches: "Ancora un anno di lavoro perseverante, positivo e la mia posizione sarà forte. Per il momento non posso attenuare il taglio del mio discorso, perché dobbiamo difendere la posizione più intransigente" [56]. Questa influenza non doveva essere ottenuta al prezzo di una diluizione delle posizioni.
Convinta della necessità di una leadership determinata e che avrebbe potuto affrontare la resistenza degli esitanti, volle spronare il partito. "Una persona, che in più non appartiene alla cricca al potere, che non vuole contare sul sostegno di nessuno ma utilizza solamente i suoi gomiti, una persona preoccupata non solo dell'avvenire a causa di avversari così scoperti come Auer e Co. ma anche degli alleati (Bebel, Kautsky, Singer), una persona che è meglio tenere a distanza perché potrebbe superarli di molto (…) Non ho alcuna intenzione di limitarmi a criticare. Al contrario, veramente ho l'intenzione ed il desiderio di "spronare" in modo positivo, non gli individui ma il movimento nel suo insieme... di mostrare vie nuove, di combattere, di non agitarsi inutilmente - in una parola, di essere uno stimolo permanente per l'insieme del movimento" [57]. Nell'ottobre del 1905, Luxemburg si vide proporre la possibilità di partecipare al Comitato di redazione del Vorwärts. Fu intransigente su una possibile censura delle sue posizioni. "Se a causa dei miei articoli c'è un conflitto con la direzione o con il Comitato di redazione, non sarò la sola a lasciarlo, ma è l'insieme della sinistra che esprimerà la sua solidarietà e lascerà il Vorwärts, ed il Comitato di redazione sarà spazzato via". Per un breve periodo, la sinistra guadagnò una certa influenza.
Il processo di degenerazione del partito non fu contrassegnato solamente dai tentativi aperti di abbandono delle posizioni programmatiche e per la mancanza di combattività di larghi settori al suo interno. Sotto la superficie, esisteva in modo permanente una corrente fatta di rancori meschini e di denigrazioni personali, diretti contro coloro che difendevano nella maniera più intransigente i principi dell'organizzazione e perturbavano la facciata di unità. L'atteggiamento di Kautsky nei confronti della critica di Luxemburg a Bernstein, per esempio, era ambivalente. Malgrado le sue relazioni di amicizia con Luxemburg, poteva tuttavia scrivere a Bernstein: "Questa maligna creatura Luxemburg è scontenta della tregua fino alla pubblicazione del vostro opuscolo, ogni giorno, infligge un altro colpo alle tattiche [58].
Talvolta, come vedremo, questa corrente sotterranea emergeva in superficie attraverso accuse calunniose ed attacchi personali.
È soprattutto la destra che reagiva personalizzando e facendo de "il nemico" in seno al partito un capro espiatorio. Mentre un chiarimento delle divergenze profonde attraverso un confronto aperto era necessario, la destra, al posto di portare degli argomenti al dibattito, arretrò e si mise a calunniare i membri più importanti della sinistra.
Mostrando un chiaro sentimento di inferiorità sul piano teorico, i membri della destra diffusero insinuazioni calunniose in particolare su Luxemburg, facendo commenti maschilisti ed insinuazioni sulla sua vita sentimentale e le sue "sfortunate" relazioni sociali (la sua relazione con Léo Jogiches non era conosciuta dal partito): "Questa vecchia ragazza intelligente e meschina verrà lo stesso ad Hannover. La rispetto e ritengo che lei sia più brava di Parvus. Ma mi detesta dal fondo del suo cuore". [59]
Il segretario dell'ala destra del partito, Ignaz Auer, disse a Bernstein:"Anche se non siamo uguali ai nostri avversari, perché nessuno è in grado di giocare un grande ruolo, non cediamo contro la retorica ed i propositi ingiuriosi. Ma se ci fosse "proprio" un divorzio, che nessuno considera del resto seriamente, Clara [Zetkin] e Rosa si ritroverebbero sole. Neanche i loro [innamorati] prenderebbero la loro difesa, né i vecchi né gli attuali". [60]
Lo stesso Auer non esitò ad utilizzare toni xenofobi; diceva che "i principali attacchi contro Bernstein ed i suoi sostenitori e contro Schippel non provenivano dai compagni tedeschi o comunque dal movimento in Germania. Le attività di queste persone, in particolare della Sig.ra Rosa Luxemburg, sono state sleali e non bene accolte tra i compagni" [61].
Questo tipo di tono xenofobo – specialmente contro Luxemburg che era di origine ebraica - diventerà un fattore permanente della campagna della destra che si evolverà in modo sempre più violento durante gli anni che precederanno la Prima Guerra mondiale. [62]
L'ala destra del partito scrisse anche commenti satirici o testi su Luxemburg [63]. Luxemburg ed altre personalità di sinistra erano già state prese di mira in una maniera particolarmente meschina in Polonia. Paul Frölich riporta, nella sua biografia di Luxemburg, che molte calunnie furono lanciate contro personalità di sinistra come Warski e Luxemburg. Luxemburg fu accusata di essere pagata dall'ufficiale di polizia di Varsavia, Markgrafski, quando pubblicò un articolo sulla questione dell'autonomia nazionale; fu ancora accusata di essere un agente al soldo dell'Okhrana, la polizia segreta russa. [64]
Rosa Luxemburg fu sempre più nauseata dall'ambiente in seno al partito. "Ogni contatto più stretto con la gang del partito crea un tale sentimento di malessere che ogni volta sono determinata a dire: a tre miglia marine dal punto più basso della bassa marea! Dopo essere stata con loro, sento un tale odore di sporcizia, provo una tale impotenza caratteriale, una tale meschinità, che mi precipito a rientrare nella mia tana di topo". [65]
Era il 1899, ma dieci anni più tardi, la sua opinione sul comportamento dei dirigenti del partito non migliorò. "Dopo tutto, provate a restare calmi e a non dimenticare che all'infuori della direzione del partito e dei furfanti del tipo Zietz, ci sono ancora molte cose belle e pure. Oltre all'inumanità immediata, lui [Zietz] manifesta un sintomo doloroso della miseria generale in cui è sprofondata la nostra "leadership", il sintomo di uno stato d'animo spaventoso e terribilmente povero. Ancora una volta, io spero, che quest’alga in decomposizione verrà spazzata via da un'onda spumeggiante" [66].
Ed espresse spesso la sua indignazione di fronte all'atmosfera burocratica soffocante in seno al partito: "Talvolta mi sento proprio miserabile qui e ho voglia di fuggire dalla Germania. In qualsiasi villaggio della Siberia di cui avete voglia di parlare, c'è più umanità che nell'insieme della socialdemocrazia tedesca". [67] Questo atteggiamento di designare capri espiatori miranti a distruggere la reputazione della sinistra seminò i germi del futuro assassinio di Rosa Luxemburg da parte dei Corpi Franchi che la trucidarono, a gennaio 1919, su ordine del SPD. Il tono adoperato contro di lei in seno al partito preparò l'atmosfera di pogrom contro i rivoluzionari durante l'ondata rivoluzionaria del 1918-1923. La diffamazione che, poco a poco, si era infiltrata nel partito e l'assenza di indignazione rispetto a questo argomento, in particolare da parte del centro, contribuirono a disarmare moralmente il partito.
Oltre a creare capri espiatori, personalizzare e condurre attacchi xenofobi, le differenti istanze del partito, sotto l'influenza della destra, cominciarono a censurare gli articoli della sinistra ed in particolare della Luxemburg. Soprattutto dopo il 1905, nel momento in cui la questione dell'azione di massa era all'ordine del giorno (vedere sotto), il partito tendeva sempre più ad imbavagliare Rosa Luxemburg ed impedire la pubblicazione dei suoi articoli sulla questione dello sciopero di massa e dell'esperienza russa. Sebbene la sinistra disponesse di bastioni in certe città [68], l'insieme dell'ala destra dell'apparato del partito tentava di impedire la propagazione delle posizioni di Rosa Luxemburg nell'organo centrale del partito, il Vorwärts: "Dobbiamo purtroppo declinare il vostro articolo dato che, conformemente ad un accordo tra gli esecutivi del partito, il Consiglio esecutivo dell'organizzazione provinciale prussiana [del SPD] ed il redattore capo, ci impedisce per il momento di esaminare la questione dello sciopero di massa nel Vorwärts". [69]
Come vedremo, il declino morale e l'indebolimento della solidarietà in seno al partito ebbero un effetto nocivo quando le tensioni imperialistiche si acuirono, mentre la sinistra insisteva sulla necessità di rispondervi attraverso un'azione di massa.
Anche Franz Mehring, personalità molto conosciuta e rispettata della sinistra, fu egualmente e spesso attaccato. Ma, contrariamente a Rosa Luxemburg, lui si offendeva facilmente e tendeva a ritirarsi dalla lotta se riteneva di essere stato attaccato ingiustamente. Per esempio, prima del Congresso del partito a Dresda nel 1903, Mehring aveva denunciato l'incompatibilità, per dei socialdemocratici, di essere affiliati al partito e, allo stesso tempo, scrivere nella stampa borghese. Gli opportunisti gli lanciarono contro una campagna diffamatoria. Mehring si appellò al tribunale del partito. Questo si riunì ed emise un "giudizio clemente" contro gli opportunisti. Ma, dal momento che su di lui aumentava sempre più la pressione crescente della destra, Mehring tese a ritirarsi dalla stampa del partito. Luxemburg insisté affinché resistesse alla pressione della destra ed alle sue calunnie: "Voi avvertite sicuramente che ci avviciniamo sempre più ai momenti in cui le masse del partito avranno bisogno di una direzione energica, spietata e generosa e che, senza di voi, i nostri poteri, cioè l'esecutivo, l'organo centrale, le primarie al Reichstag ed il 'giornale scientifico', diventeranno sempre più pietosi, meschini e vili. È chiaro che ci accingiamo a far fronte a questo attraente avvenire, e noi dobbiamo occupare e tenere tutte le posizioni che ci permettono di neutralizzare la direzione ufficiale esercitando il diritto di criticare. (…) È nostro dovere dunque resistere e non favorire i padroni ufficiali del partito ritirandoci dal gioco. Dobbiamo accettare le lotte e le frizioni continue, particolarmente quando qualcuno ha attaccato questo santo dei santi, il cretinismo parlamentare, così fortemente come l'avete fatto voi. Ma a dispetto di tutto, non cedere di un passo sembra essere la giusta parola d'ordine. La Neue Zeit non deve essere consegnata tutta intera alla senilità ed alla burocrazia". [70]
Nel momento in cui si apriva un nuovo secolo, il fondamento sul quale revisionisti e riformisti avevano basato la loro teoria e la loro pratica cominciò a sgretolarsi.
Superficialmente ed a dispetto di difficoltà occasionali, la salute dell'economia capitalista sembrava robusta; continuava irresistibilmente ad espandersi nelle ultime regioni ancora libere dalle potenze imperialiste, in particolare Africa e Cina. L'espansione del capitalismo aveva raggiunto nel mondo intero uno stadio in cui le potenze imperialiste non potevano estendere oltre la loro influenza se non a scapito delle loro rivali. Tutte le grandi potenze si trovarono costrette sempre più in una corsa agli armamenti senza precedenti, la Germania in particolare si era impegnata in un programma di rafforzamento massiccio della sua marina da guerra. Benché in quel periodo pochi se ne resero conto, l'anno 1905 segnò una svolta: un conflitto tra due grandi potenze condusse ad una guerra a grande scala, e la guerra condusse alla prima grande apparizione rivoluzionaria della classe operaia.
La guerra esordì nel 1904 tra Russia e Giappone per il controllo della penisola coreana. La Russia subì un’umiliante sconfitta, e gli scioperi di gennaio 1905 furono una reazione diretta contro gli effetti della guerra. Per la prima volta nella storia, una gigantesca ondata di scioperi massicci scosse un intero paese. Il fenomeno non si limitò alla Russia. Anche se non in modo così massiccio, con rivendicazioni ed in contesti differenti, movimenti di sciopero simili esplosero in una serie di paesi europei: nel 1902 in Belgio, nel 1903 in Olanda, nel 1905 nella regione della Ruhr in Germania e in Olanda. Un certo numero di scioperi selvaggi massicci ebbe luogo anche negli Stati Uniti tra il 1900 ed il 1906, in particole nelle miniere di carbone in Pennsylvania. In Germania, Rosa Luxemburg - agitatrice e giornalista rivoluzionaria per il partito tedesco e membro del Comitato Centrale del SDKPiL [71] seguì attentamente le lotte in Russia ed in Polonia [72]. Nel dicembre 1905, essa ritenne che non poteva restare più in Germania come semplice osservatrice e partì per la Polonia per partecipare direttamente al movimento. Fortemente coinvolta giorno per giorno al processo della lotta di classe e all'agitazione rivoluzionaria, fu testimone diretto della nuova dinamica di sviluppo dello sciopero di massa [73]. Con altre forze rivoluzionarie, cominciò a trarne le lezioni. Nello stesso momento in cui Trotsky scriveva il suo celebre libro sul 1905, in cui metteva in evidenza il ruolo dei consigli operai, Luxemburg nel suo testo, Sciopero di massa, partito e sindacati [74] sottolineò l'importanza storica della "nascita dello sciopero di massa" e le sue conseguenze per la classe operaia a livello internazionale. Il suo testo sullo sciopero di massa fu un primo testo programmatico delle correnti di sinistra nella 2a Internazionale, mirante a tirare le più ampie lezioni ed a sottolineare l'importanza di un'azione autonoma, massiccia della classe operaia. [75]
La teoria di Luxemburg dello sciopero di massa andò completamente contro la visione della lotta di classe generalmente accettata dal partito e dai sindacati. Per i secondi, la lotta di classe era un poco come una campagna militare nella quale lo scontro doveva essere ricercato solo dopo che l'esercito avesse riunito una forza schiacciante, ed i dirigenti dei sindacati e del partito dovevano agire come uno Stato Maggiore generale che dirigesse la massa dei lavoratori. Tutto ciò era molto distante dall'insistenza della Luxemburg sull'autoattività creatrice delle masse, ed ogni idea secondo la quale gli stessi lavoratori potrebbero agire indipendentemente dalla direzione rappresentava un anatema per i dirigenti sindacali che, nel 1905, per la prima volta si dovettero scontrare con la prospettiva di essere sommersi da un'ondata massiccia di lotte autonome. La reazione dell'ala destra del SPD e della direzione sindacale fu semplicemente quella di vietare ogni discussione sulla questione. Al Congresso dei sindacati nel maggio 1905 a Colonia, venne rigettata ogni discussione sullo sciopero di massa come "riprovevole" [76] e si giunse a dire che "il Congresso dei Sindacati raccomanda a tutti i lavoratori organizzati di opporsi energicamente a ciò [la propagazione dello sciopero di massa]". Questo atteggiamento annunciava la cooperazione del SPD e dei sindacati con la classe dirigente nella lotta contro la rivoluzione.
Anche la borghesia tedesca aveva seguito il movimento con attenzione per impedire innanzitutto ai lavoratori tedeschi di "copiare l'esempio russo". A causa del suo discorso sullo sciopero di massa al Congresso del SPD di Iena nel 1905, Rosa Luxemburg fu accusata "di incitamento alla violenza" e fu condannata a due mesi di prigione. Kautsky, nello stesso tempo, tentò di minimizzare l'importanza dello sciopero di massa, insistendo sul fatto che esso era innanzitutto un prodotto di condizioni arretrate della Russia e pertanto non poteva essere applicato in un paese avanzato come la Germania. Utilizzò "il termine 'Metodo russo' come simbolo della mancanza di organizzazione, di primitivismo, di caos, di ferocia" [77].
Nel suo libro del 1909, Le strade del potere, Kautsky affermò che "l'azione di massa è una strategia obsoleta per rovesciare il nemico" e la oppose alla strategia di "guerra di logoramento" da lui proposta. [78]
Negando di considerare lo sciopero di massa come una valida prospettiva per la classe operaia mondiale, Kautsky attaccò la posizione della Luxemburg come se si trattasse di un semplice ghiribizzo personale di quest'ultima. Kautsky scrisse a Luxemburg: "Non ho il tempo di spiegarvi le ragioni che Marx ed Engels, Bebel e Liebknecht hanno considerato come sostanziali. In breve, ciò che voi volete è un genere totalmente nuovo di agitazione, che finora abbiamo sempre rifiutato. Ma questa nuova agitazione è di una natura tale che non conviene dibatterla in pubblico. Se pubblicassimo l'articolo, agireste per conto vostro, come un individuo e proclamereste un'agitazione ed un'azione totalmente nuova, sempre rigettata dal partito. Una sola persona, qualunque sia il suo stato, non può agire per proprio conto e creare così un fatto compiuto, ciò che avrebbe delle conseguenze imprevedibili per il partito".[79]
Luxemburg rigettò il tentativo di presentare l'analisi e l'importanza dello sciopero di massa come una "politica personale" [80]. Sebbene i rivoluzionari debbano riconoscere l'esistenza di condizioni differenti in differenti paesi, devono però innanzitutto afferrare la dinamica globale dell'evoluzione delle condizioni della lotta di classe, in particolare le tendenze che annunciano l'avvenire. Kautsky si opponeva a "l'esperienza russa" considerata come espressione dell'arretramento della Russia, rifiutando così indirettamente la solidarietà internazionale e diffondendo un punto di vista impregnato di pregiudizi nazionali, pretendendo che i lavoratori in Germania con i loro potenti sindacati fossero più avanzati ed i loro metodi "superiori" ... e ciò in un momento in cui i dirigenti sindacali già combattevano lo sciopero di massa e l'azione autonoma del proletariato! E quando Luxemburg fu mandata in prigione per avere fatto la propaganda allo sciopero di massa, Kautsky ed i suoi sostenitori non mostrarono alcun segno di indignazione e non protestarono.
Luxemburg, che non voleva essere ridotta al silenzio da questi tentativi di censura, rimproverò alla direzione del partito di concentrare ogni sua attenzione sulla preparazione delle elezioni: "Tutte le questioni di tattica dovrebbero essere soffocate dal delirio di gioia intorno ai nostri successi elettorali attuali e futuri? Il Vorwärts crede veramente che l'approfondimento e la riflessione politica di larghi strati del partito potrebbero essere favoriti da questa atmosfera permanente di acclamazione dei futuri successi elettorali un anno, forse un anno e mezzo prima della tenuta delle elezioni e facendo tacere ogni autocritica in seno al partito? [81]
Oltre Rosa Luxemburg, il più critico della "strategia di logorio" di Kautsky fu Anton Pannekoek. Nel suo libro "Differenze tattiche nel movimento operaio" [82] Pannekoek intraprese una critica fondamentale e sistematica dei "vecchi attrezzi" del parlamentarismo e della lotta sindacale. Pannekoek divenne così la vittima della censura e della repressione in seno alla Socialdemocrazia e all'apparato sindacale e perse anche il suo impiego alla scuola del partito. Sempre più, sia gli articoli di Luxemburg che quelli di Pannekoek vennero censurati dalla stampa del partito. Nel novembre 1911, per la prima volta, Kautsky impedì la pubblicazione di un articolo di Pannekoek nella Neue Zeit. [83]
Così, gli scioperi di massa del 1905 costrinsero la direzione del SPD a mostrare il suo vero volto ed ad opporsi ad ogni mobilitazione della classe operaia che tentava di riprendere sul suo conto l'esperienza "russa". Molti anni prima dello scoppio della Guerra, i dirigenti sindacali erano diventati un bastione del capitalismo. L'argomento consistente nel "prendere in conto condizioni differenti della lotta di classe" era in realtà un pretesto per rigettare la solidarietà internazionale, mentre l'ala destra della socialdemocrazia tentava di evocare timori ed anche di attizzare il risentimento nazionale nei confronti del "radicalismo russo"; ciò costituirà un'arma ideologica importante nella guerra che esploderà alcuni anni più tardi. Dopo il 1905, il centro, che fino a quel momento era stato esitante, fu attirato progressivamente e sempre più verso la destra. L'incapacità ed il rifiuto del centro a sostenere la lotta della sinistra nel partito volevano dire che la sinistra era più isolata in seno al partito.
Come sottolineò Luxemburg: "l'effetto pratico dell'intervento del compagno Kautsky si riduce dunque a questo: egli ha fornito una copertura teorica a quelli che, nel partito e nei sindacati, vivono con un sentimento di malessere la crescita impetuosa del movimento di massa e che desidererebbero mettervi un freno e riportarlo il più rapidamente possibile sulla buona vecchia e comoda strada della routine parlamentare e sindacale. Kautsky ha fornito un alibi ai loro scrupoli di coscienza, e ciò sotto l'egida di Marx ed Engels, ma anche un mezzo per rompere la schiena di un movimento di manifestazioni che lui pretendeva rendere 'sempre più potente'". [84]
Il Congresso dell'Internazionale a Stoccarda nel 1907 tentò di trarre le lezioni dalla guerra russo-giapponese e di far pesare l’intervento della classe operaia organizzata contro la minaccia crescente di guerra. Circa 60000 persone parteciparono ad una manifestazione dove gli oratori di più di una dozzina di paesi misero in guardia contro il pericolo di guerra. August Bebel propose una risoluzione contro il pericolo di guerra che però evitava la questione del militarismo come facente parte integrante del sistema capitalista e non menzionò la lotta dei lavoratori in Russia contro la guerra. Il Partito tedesco tentò di evitare di essere colpito da qualsiasi prescrizione in quanto alla sua azione in caso di guerra, sotto forma di uno sciopero generale innanzitutto. Luxemburg, Lenin e Martov proposero insieme un emendamento che dava un taglio più energico alla risoluzione: "Nel caso in cui scoppiasse la guerra, [i partiti socialisti] hanno il dovere di intervenire per farla cessare prontamente e di utilizzare con tutte le loro forze la crisi economica e politica creata dalla guerra per agitare i più profondi strati popolari e aiutare a buttare giù il dominio capitalista" [85]. Al Congresso di Stoccarda si votò all'unanimità questa risoluzione, ma in seguito la maggioranza della 2a Internazionale non riuscì a rafforzare la sua opposizione ai crescenti preparativi di guerra. Il Congresso di Stoccarda è entrato nella storia come un esempio di dichiarazioni verbali senza azione della maggior parte dei partiti partecipanti [86]. Ma fu un momento importante di cooperazione tra le correnti dell'ala sinistra che, malgrado le loro divergenze su molte altre questioni, presero una posizione comune sulla questione della guerra.
A febbraio 1907, Karl Liebknecht pubblicò il suo libro Militarismo ed antimilitarismo con un'attenzione particolare per il movimento internazionale dei giovani, in cui denunciava in particolare il ruolo del militarismo tedesco. Nell'ottobre 1907, fu condannato a 18 mesi di prigione per alto tradimento. Durante lo stesso anno, un dirigente dell'ala destra del SPD, Noske, dichiarava in un discorso pronunciato al Reichstag che, in caso di una "guerra di difesa", la socialdemocrazia avrebbe sostenuto il governo e "difenderebbe la patria con grande passione.... il nostro atteggiamento nei confronti dell'esercito è determinato dal nostro parere sulla questione nazionale. Esigiamo l'autonomia di ogni nazione. Ma ciò significa che insistiamo anche sulla preservazione dell'autonomia del popolo tedesco. Siamo pienamente coscienti che è nostro dovere e nostro obbligo assicurarci che il popolo tedesco non sia spinto contro il muro da altri popoli" [87]. Si trattava dello stesso Noske che, nel 1918, sarebbe diventato il "cane sanguinario" (come lui stesso si definiva) della repressione che la SPD esercitò contro i lavoratori.
Nel 1911, la spedizione tedesca della cannoniera Panther ad Agadir provocò la seconda crisi marocchina con la Francia. La direzione del SPD aveva allora rinunciato ad ogni azione antimilitarista per evitare di mettere in pericolo il suo successo elettorale alle prossime elezioni del 1912. Quando Luxemburg denunciò questo atteggiamento, la direzione del SPD l'accusò di tradire i segreti del partito. Nell'agosto 1911, dopo molta esitazione e tentativi di eludere la questione, la direzione del partito distribuì un volantino che voleva essere una protesta contro la politica dell'imperialismo tedesco in Marocco. Il volantino fu molto criticato da Luxemburg nel suo articolo il "Il nostro volantino sul Marocco" ignorando, come lei stessa scrisse [88], che Kautsky ne fosse l'autore. Kautsky rispose allora con un attacco molto personalizzato.
Luxemburg rispose: "Kautsky, lei disse, ha presentato la sua critica come 'un cattivo colpo di coltello nella schiena, un perfido attacco contro [Kautsky] in quanto persona'. (…) Il compagno Kautsky farà fatica a dubitare del mio coraggio nel fare apertamente fronte ad una persona, nel criticare o battermi direttamente contro qualcuno. Non ho mai attaccato nessuno tendendogli un'imboscata e rigetto fermamente l'idea del compagno Kautsky secondo la quale io già fossi a conoscenza dell’autore del volantino e che – anche senza nominarlo - l'avrei indicato. (…) Ma avrei fatto attenzione a non cominciare una polemica inutile con un compagno che reagisce in modo eccessivo con un tale diluvio di vituperazione personale, di amarezza e di sospetto contro una critica rigorosamente puntuale, sebbene forte, e che suppone un'intenzione personale, maligna, un letamaio dietro ogni parola della critica" [89]. Al Congresso del partito di Iena nel settembre 1911, la direzione del partito distribuì un opuscolo speciale contro Rosa Luxemburg, pieno di attacchi, accusandola di violazione di confidenzialità e di avere informato il Bureau socialista internazionale della 2a Internazionale della corrispondenza interna del SPD.
Sebbene nel suo libro del 1909, la strada del potere, Kautsky abbia avvertito che "la guerra mondiale si avvicinava pericolosamente", nel 1911 predisse che "tutti sarebbero diventati patrioti" quando la guerra fosse esplosa. E che se la Socialdemocrazia decidesse di andare contro corrente, sarebbe ridotta in briciole dalla folla in collera. Poneva le sue speranze di pace nei "paesi rappresentanti la civiltà europea" costituiti da alcuni Stati Uniti d'Europa. Nello stesso tempo, cominciò a sviluppare la sua teoria del "superimperialismo", basandola sull'idea che il conflitto imperialistico non è una conseguenza inevitabile dell'espansione capitalista, ma semplicemente una "politica" che gli Stati capitalisti illuminati potrebbero scegliere di rigettare. Kautsky già pensava che la guerra avrebbe potuto respingere le contraddizioni di classe e che l'azione di massa del proletariato sarebbe destinata all'insuccesso, che - come dirà quando la guerra esploderà - l'Internazionale era utile solamente in tempo di pace. Questo atteggiamento, consistente nell'essere cosciente del pericolo di guerra ma di inclinarsi davanti alla pressione nazionalista dominante schivando una lotta determinata, disarmava la classe operaia ed apriva la via al tradimento degli interessi del proletariato. Così, da una parte, Kautsky minimizzava il carattere esplosivo reale delle tensioni imperialistiche con la sua teoria del "superimperialismo" fallendo completamente nel percepire la determinazione delle classi dirigenti a preparare la guerra; e, d'altra parte, cedeva all'ideologia nazionalista del governo, e sempre più all'ala destra del SPD, piuttosto che affrontarla, per timore di un insuccesso elettorale del SPD. La sua spina dorsale, il suo spirito combattivo, erano scomparsi.
Allorquando risultava necessaria una denuncia determinata della preparazione della guerra, e l'ala sinistra faceva del suo meglio per organizzare riunioni pubbliche contro la guerra attirando a migliaia i partecipanti, la direzione del SPD si mobilitò fino all'esaurimento per le prossime elezioni legislative del 1912. Luxemburg denunciò il silenzio imposto sul pericolo di guerra come un tentativo opportunista di guadagnare seggi al Parlamento, sacrificando l'Internazionalismo per ottenere più voti.
Nel 1912, la minaccia per la pace rappresentata dalla seconda guerra balcanica condusse il Bureau socialista internazionale ad organizzare con urgenza un Congresso straordinario che si tenne a novembre a Basilea, in Svizzera, allo scopo di mobilitare la classe operaia internazionale contro il pericolo imminente di guerra. Luxemburg criticò il fatto che il partito tedesco si fosse limitato a mettersi in coda ai sindacati tedeschi che avevano organizzato alcune manifestazioni discrete, dimostrando che il partito come organo politico della classe operaia aveva manifestato solo un interesse puramente formale alla denuncia della guerra. Mentre alcuni partiti in altri paesi reagirono vigorosamente, il SPD, il più grande partito dei lavoratori del mondo, essenzialmente si ritirò dall'agitazione astenendosi anche dalle proteste più energiche sul piano della mobilitazione. In realtà, il Congresso di Basilea che, ancora una volta, si concluse con una grande manifestazione ed un appello alla pace, servì a mascherare nei fatti la putrefazione ed il tradimento futuro di un gran numero di partiti membri dell'Internazionale.
Il 3 giugno 1913, la frazione parlamentare del SPD votò a favore di una tassa militare speciale: 37 deputati SPD che si opposero al voto di questa tassa furono ridotti al silenzio dal principio dalla disciplina della frazione parlamentare. La violazione aperta del motto "non un solo uomo, non un solo centesimo" per il sistema preparava il voto dei crediti di guerra da parte della frazione parlamentare nell'agosto 1914 [90]. Il declino morale del partito si rivelò anche nella reazione di Bebel. Nel 1870/71, August Bebel - così come Wilhelm Liebknecht (padre di Karl Liebknecht) - si era distinto per la sua opposizione risoluta alla guerra franco-prussiana. Adesso, quattro decenni più tardi, Bebel è stato incapace di adottare una posizione risoluta contro il pericolo di guerra [91].
Diventò sempre più evidente che, non solo la destra si accingeva a tradire apertamente, ma anche che i centristi vacillanti avevano perso ogni spirito di lotta ed erano falliti nell'opporsi alla preparazione alla guerra in un modo determinato. L'atteggiamento difeso dal più celebre rappresentante del "centro", Kautsky, secondo cui il partito doveva adattare la sua posizione sulla questione della guerra in funzione delle reazioni della popolazione (sottomissione passiva se la maggioranza del paese si sottometteva al nazionalismo o un atteggiamento più risoluto se cresceva un'opposizione alla guerra), fu allora giustificato con il rischio di "isolarsi dalla maggior parte del partito". Quando, dopo il 1910, la corrente intorno a Kautsky pretese essere il "centro marxista", in opposizione alla sinistra (radicale, estremista, non marxista), Luxemburg etichettò questo "centro" di rappresentanti di vigliaccheria, di prudenza e di conservatorismo.
Il suo abbandono della lotta, la sua incapacità ad opporsi alla destra ed a seguire la sinistra nella sua lotta determinata, contribuì a disarmare i lavoratori. Così, il tradimento dell'agosto 1914 da parte della direzione del partito non fu una sorpresa; era stato preparato poco a poco in un processo frammentario. Il sostegno all'imperialismo tedesco diventò tangibile con i parecchi voti al Parlamento a sostegno dei crediti di guerra, negli sforzi che mirarono a bloccare le manifestazioni contro la guerra, nell'atteggiamento a favore dell'imperialismo tedesco e l'incatenamento della classe operaia al nazionalismo ed al patriottismo. Il processo di imbavagliamento dell'ala sinistra fu cruciale nell'abbandono dell'internazionalismo e per preparare la repressione dei rivoluzionari nel 1919.
Mentre la direzione del SPD aveva concentrato le sue attività sulle elezioni legislative, lo stesso partito, accecato dal successo elettorale, perdeva di vista l'obiettivo finale del movimento operaio. Il partito salutò l'apparente continua crescita dei suoi elettori, del numero dei suoi deputati e di quello dei lettori della stampa del partito. La crescita fu difatti impressionante: nel 1907, il SPD aveva 530000 membri; nel 1913, la cifra aveva più che superato 1,1 milione. Il SPD in realtà era il solo partito di massa della 2a Internazionale ed il più grande partito di qualsiasi parlamento europeo. Questa crescita numerica dava l'illusione di una grande forza. Lo stesso Lenin rimase molto sorpreso dalle "cifre impressionanti" relative all'impatto del partito, al numero dei suoi elettori e dei suoi membri [92].
Sebbene sia impossibile stabilire una relazione meccanica tra l'intransigenza politica ed i punteggi elettorali, le elezioni del 1907, quando il SPD condannava ancora la repressione barbara dell'imperialismo tedesco contro i sollevamenti degli Herero nel sud-ovest africano, si conclusero con una "sconfitta". Il SPD perse 38 seggi al Parlamento e si ritrovò "solamente" con 43 seggi. Nonostante la percentuale di voto globale del SPD fosse effettivamente aumentata, per la direzione del partito, questa sconfitta elettorale sembrò sancita dagli elettori ed innanzitutto da quelli della piccola borghesia, a causa della sua denuncia dell'imperialismo tedesco. La conclusione tratta fu che il SPD doveva evitare una opposizione intransigente all'imperialismo ed al nazionalismo, perché ciò gli avrebbe fatto perdere voti. Al contrario, il partito doveva concentrare tutte le sue forze sulla campagna per le prossime elezioni, anche se ciò significava censurare le discussioni al suo interno ed evitare qualsiasi cosa che rischiava di mettere in pericolo il suo punteggio elettorale. All'epoca delle elezioni del 1912, il partito ottenne 4,2 milioni voti (il 38,5% dei suffragi espressi) ed ottenne 110 seggi. Era diventato il più grande partito parlamentare, ma solamente seppellendo l'internazionalismo ed i principi della classe operaia. Nei parlamenti locali, aveva più di 11000 eletti. Il SPD contava 91 giornali e 1,5 milioni di abbonati. All'epoca delle elezioni del 1912, l'integrazione del SPD nel gioco della politica parlamentare andò ancora oltre poiché ritirò i suoi candidati in parecchi circoscrizioni a profitto del Partito popolare progressista (Fortschrittliche Volkspartei), sebbene questo partito appoggiasse incondizionatamente la politica dell'imperialismo tedesco. Durante questo tempo, il Sozialistische Monatshefte (in principio una pubblicazione indipendente del partito, ma in realtà l'organo teorico dei revisionisti) sostenne apertamente la politica coloniale della Germania e le rivendicazioni dell'imperialismo tedesco per una ridistribuzione delle colonie.
In effetti, la mobilitazione totale del partito per le elezioni legislative andò di pari in passo con la sua integrazione progressiva nell'apparato di Stato. Il voto indiretto per il bilancio a luglio 1910 [93], il rafforzamento della cooperazione con i partiti borghesi che fino a quel momento era stato un tabù, la rinuncia di candidati per fare eleggere deputati borghesi del Fortschrittliche Volkspartei, la designazione di un candidato per le elezioni municipali a Stoccarda - queste furono alcune delle tappe del percorso di partecipazione diretta del SPD nell'amministrazione dello Stato.
Questa tendenza globale ad un'interconnessione crescente tra le attività parlamentari del SPD e la sua identificazione con lo Stato fu fustigata dalla sinistra, in particolare da Anton Pannekoek e Rosa Luxemburg. Pannekoek dedicò tutto un libro alle Differenze tattiche in seno al movimento operaio. Luxemburg che era estremamente attenta all'effetto asfissiante del parlamentarismo, fece pressione per l'iniziativa e l'azione della base: "L'esecutivo più ideale di un partito non sarebbe in grado di giungere a niente, affonderebbe involontariamente nell'inefficacia burocratica, se la fonte naturale di energia, la volontà del partito, non si facessero sentire, se il pensiero critico, l'iniziativa della massa dei membri del partito fosse dormiente. In effetti era più di questo. Se la sua energia, la vita intellettuale indipendente della massa del partito, non è abbastanza attiva, le autorità centrali tendono allora non solo ad arrugginirsi nella burocrazia ma anche a farsi un'idea totalmente falsa della loro autorità e della loro posizione di forza all'interno del partito. Il più recente decreto detto "segreto" dell'esecutivo riguardante il personale editoriale del partito può servire da recente prova, un tentativo di prendere delle decisioni per la stampa del partito, che può solo essere rigettato nella maniera più severa. Tuttavia, anche qui, necessita precisare: contro l'inefficacia e le illusioni eccessive del potere delle autorità centrali del movimento operaio, non c'è altra strada che la sua propria iniziativa, il suo proprio pensiero e la vita politica fresca, palpitante della larga massa del partito" [94].
In effetti, Luxemburg insistette costantemente sulla necessità per la massa dei membri del partito di "svegliarsi" e di assumere la loro responsabilità contro la direzione del partito che degenerava. "Le grandi masse [del partito] devono attivarsi sulla propria strada, devono essere in grado di sviluppare la loro energia di massa, la loro condotta, devono diventare attive in quanto masse, agire, mostrare e sviluppare passione, coraggio e determinazione" [95].
"Ogni passo avanti nella lotta per l'emancipazione della classe operaia deve significare allo stesso tempo un'indipendenza intellettuale crescente della massa degli operai, la crescita della propria attività, l'autodeterminazione e l'iniziativa (...) Ciò è d'importanza vitale per lo sviluppo normale della vita politica nel partito, per tenere sveglio ed attivo il pensiero politico e la volontà della massa del partito. Abbiamo, certamente, la Conferenza annua del partito, la più alta istanza che fissa regolarmente la volontà di tutto il partito. Tuttavia, è evidente che le conferenze dei partiti possono solo dare grandi linee tattiche per la lotta socialdemocratica. L'applicazione di queste linee direttrici alla pratica esige un pensiero infaticabile e dell'iniziativa (...) Volere che un quadro del partito sia responsabile del compito enorme di vigilanza quotidiana e di iniziative politiche su un'organizzazione di quasi 1 milione di membri che aspettano passivamente di essere comandate, è la cosa più scorretta che ci sia dal punto di vista della lotta di classe proletaria. È probabilmente questa riprovevole "ubbidienza cieca" che, sicuramente, i nostri opportunisti vogliono vedere nella subordinazione che va da sé a tutte le decisioni del partito nel suo insieme" [96].
Il 4 Agosto 1914, la frazione parlamentare del SPD votò all'unanimità i crediti di guerra. La direzione del partito e della frazione parlamentare aveva preteso la "disciplina di frazione". La censura (censura dello Stato o autocensura?) e la falsa unità del partito seguivano la loro logica, tutto il contrario della responsabilità individuale. Il processo di degenerazione significava che la capacità di pensiero critico e di opposizione alla falsa unità del partito erano stati eliminati. I valori morali del partito furono sacrificati sull'altare del capitale. In nome della disciplina del partito, si esigeva l'abbandono dell'internazionalismo proletario. Karl Liebknecht il cui padre osò rigettare il sostegno ai crediti di guerra nel 1870, in quel momento cedette alle pressioni del Partito. Solo alcune settimane dopo, dopo un primo raggruppamento di compagni restati fedeli all'internazionalismo, si espresse apertamente contro il rigetto della mobilitazione per la guerra da parte della direzione del SPD. Ma il voto dei crediti di guerra da parte del SPD tedesco scatenò una valanga di sottomissione al nazionalismo in altri paesi europei. Con il tradimento del SPD, la 2a Internazionale firmò la sua condanna a morte e si disgregò.
L'ascesa della corrente opportunista e revisionista che era apparsa chiaramente nel più grande partito della 2a Internazionale, e che aveva abbandonato l'obiettivo del capovolgimento della società capitalista, significava che la vita proletaria, la combattività e l'indignazione morale erano sparite dal SPD, o almeno nei ranghi della sua direzione e della sua burocrazia. Allo stesso tempo, questo processo fu indissolubilmente legato alla degenerazione programmatica del SPD, visibile nel suo rifiuto di adottare le nuove armi della lotta delle classi, lo sciopero di massa e l'autoorganizzazione dei lavoratori, e nell'abbandono progressivo dell'internazionalismo. Il processo di degenerazione della socialdemocrazia tedesca che non fu un fenomeno isolato nella 2a Internazionale, condusse al suo tradimento nel 1914. Per la prima volta, un'organizzazione politica di lavoratori non aveva tradito solamente gli interessi della classe operaia, era diventata una delle armi più efficaci tra le mani della classe capitalista. La classe dirigente in Germania poteva contare oramai sull'autorità del SPD, e la fedeltà che essa aveva ispirato nella classe operaia, per scatenare una guerra e schiacciare la rivolta contro la guerra da parte dei lavoratori. Le lezioni della degenerazione della Socialdemocrazia restano dunque di un'importanza cruciale per i rivoluzionari di oggi.
Heinrich / Jens
[1] Con il 38,5% dei suffragi espressi, l’SPD ebbe 110 seggi al Reichstag.
[2] Karl Kautsky nacque a Praga nel 1854. Suo padre era capo decoratore e sua madre attrice e scrittrice. La famiglia si installò a Vienna quando Kautsky aveva 7 anni. Studiò all’università di Vienna e raggiunse il partito socialista austriaco (SPÖ) nel 1875. A partire dal 1880, dopo Zurigo, contribuì ad introdurre la letteratura socialista in Germania.
[3] August Bebel nacque nel 1840, in quella che è oggi una periferia di Colonia. Orfano a 13 anni, fece l’apprendista presso un carpentiere e, da ragazzo, viaggiò molto in Germania. Incontrò Wilhelm Liebknecht nel 1865, e fu impressionato immediatamente dalla sua esperienza internazionale. Nella sua autobiografia, Bebel ricorda di aver esclamato: “È un uomo da cui si può imparare qualcosa” (“Donnerwetter, von dem kann man das lernen”, Bebel, Aus Meinen Leben, Berlino 1946, citato in James Joll, La Seconda Internazionale). Con Liebknecht, Bebel divenne uno dei leader di primo piano della socialdemocrazia tedesca nei suoi primi anni.
[4] Questo lo si può vedere in particolare nel libro di Lenin, Un passo avanti e due indietro, sulla crisi del POSDR nel 1903. Parlando dei futuri Menscevichi, Lenin si esprime in questi termini: “Lo spirito di circolo e la sorprendente mancanza di maturità politica, che non può sopportare il vento fresco di un dibattito pubblico, appare qui in tutta la sua nettezza (…) Immaginate per un istante che una simile assurdità, che un litigio come la lagnanza di una “falsa accusa di opportunismo” si sia potuto produrre nel partito tedesco! L’organizzazione e la disciplina proletaria hanno da molto fatto dimenticare laggiù questa mollezza da intellettuali (…). Solo lo spirito di circolo più abitudinario, con la sua logica “un pugno in faccia o un baciamano, per favore”, ha potuto sollevare questa crisi d’isteria, questa vana disputa e questa scissione del Partito intorno ad una "falsa accusa di opportunismo" contro la maggioranza del gruppo Liberazione dal Lavoro". (Capitolo J, “Quelli che hanno sofferto per essere falsamente accusati di opportunismo”).
[5] Rosa Luxemburg, La crisi della Socialdemocrazia, anche conosciuta come Junius Brochure.
[6] Rosa Luxemburg. Ibidem
[7]Organo di stampa dell’SPD.
[8] Anche conosciuto come Partito eisenachiano, dal nome della sua città di fondazione, Eisenach.
[9] Primo Indirizzo del Consiglio Generale dell'AIT sulla guerra franco-tedesca.
https: / / www.marxists.org/francais/ait/1870/07/km18700723.htm [331]
[10] Una tendenza simile è sopravvissuta nel socialismo francese attraverso la nostalgia per il programma di "laboratori nazionali" che fece seguito al movimento rivoluzionario del 1848.
[11] Cf. Toni Offerman, in Between reform and revolution (Tra riforma e rivoluzione): German socialism and communism from (Socialismo e comunismo tedesco dal) 1840 al 1990, Berghahn Books, 1998, p. 96.
[12] È conosciuta oggi sotto il titolo di Critica del Programma di Gotha.
[13] Lettera di invio di Karl Marx a W. Bracke, il 5 maggio 1875. Nella Critica del Programma di Gotha.
[14] Engels, Sul Programma di Gotha. Lettera ad August Bebel. Marzo 1875.
[15] Citato in Aspects of internationale socialism (Aspetti del socialismo internazionale) 1871-1914. Cambridge University Press & Éditions della Casa delle Scienze dell'uomo (Maison des Sciences de l'Homme). Traduzione nostra.
[16] Il voto al Parlamento dei crediti di guerra ha costituito dunque una chiara violazione degli statuti e delle decisioni del congresso del SPD, come sottolineato da Rosa Luxemburg.
[17] Engels, Critica del progetto di programma socialdemocratico del 1891. II - Rivendicazioni politiche.
[18] Anche se l'autocrazia russa era più estrema, non bisogna dimenticare che l'equivalente russo del Reichstag, la Duma di Stato, non è stata appellata che sotto la pressione del movimento rivoluzionario del 1905.
[19] Vedere la rimarchevole biografia di Rosa Luxemburg di JP Nettl, p. 81 (edizione Schocken trasformata in un sunto dall'edizione Oxford University Press del 1969, con un saggio introduttivo di Hannah Arendt). In tutto questo articolo, le citazioni sono state prese dal sunto o dall'edizione integrale.
[20] È significativo che, mentre il partito tollerava il riformismo dell'ala destra, il circolo degli "Jungen" ("giovani") che aveva criticato violentemente l'evoluzione verso il parlamentarismo, venisse espulso dal partito all'epoca del Congresso di Erfurt. Se era vero che questo gruppo era essenzialmente un'opposizione intellettuale e letteraria con tendenze anarchiche (infatti, un certo numero dei suoi membri ha deviato verso l'anarchismo, dopo avere lasciato il SPD), è però anche significativo che il partito abbia reagito più duramente di fronte ad una critica della sinistra che di fronte alla pratica opportunista della destra.
[21] Cf. Jacques Droz, Storia generale del socialismo, p.41, Edizioni Quadrige/PUF, 1974.
[22] Lettera a Kautsky, 1896, citata da Droz, op. cit., p.42
[23] Il revisionismo di Bernstein non era in nessun caso un'eccezione isolata. In Francia, il socialista Millerand raggiungeva il governo Waldeck-Rousseau, affiancandosi al generale Gallifet, il boia della Comune di Parigi; una tendenza simile esisteva in Belgio; il movimento laburista britannico era dominato completamente dal riformismo e da un sindacalismo nazionalista limitato.
[24] "La questione coloniale (...) è una questione di propagazione della cultura e, finché esistono grandi differenze culturali, si tratta della propagazione, o piuttosto dell'affermazione, della cultura superiore. Perché, presto o tardi, capiterà inevitabilmente che le culture superiori ed inferiori entrino in collisione e, in ciò che riguarda questa collisione, questa lotta per l'esistenza tra le culture, la politica coloniale dei popoli colti deve essere valutata come un processo storico. Il fatto che generalmente altri scopi siano perseguiti con altri mezzi e forme che noi social-democratici condanniamo, può condurci in casi particolari a rigettarli ed a lottare contro, ma ciò non può costituire una ragione per cambiare il nostro giudizio in quanto alla necessità storica della colonizzazione". (Bernstein, 1907, citato in Discovering Imperialism, 2012, Haymarket Books, p. 41).
[25] Cf. Nettl, op. cit. p. 101
[26] Parvus, conosciuto anche con il nome di Alexander Helphand, era una figura strana e controversa nel movimento rivoluzionario. Dopo alcuni anni alla sinistra della socialdemocrazia in Germania, poi in Russia durante la rivoluzione del 1905, si trasferisce in Turchia dove creò una società di commercio in armamenti, arricchendosi grazie alla guerra dei Balcani e, allo stesso tempo, dando luogo, in quanto consigliere finanziario e politico, al movimento nazionalista "Giovani turchi", che editava la pubblicazione nazionalista Yurdu Turk. Durante la guerra, Parvus diventò un sostenitore aperto dell'imperialismo tedesco, con grande dispiacere di Trotsky che era stato molto influenzato dalle sue idee sulla "rivoluzione permanente" (Cf Deutscher, Il profeta armato, "La guerra e l'Internazionale").
[27] Citato in Nettl, op. cit., p.133.
[28] Parteitag der Sozialdemokratie (Congresso di partito della socialdemocrazia), Ottobre 1898 a Stoccarda, Rosa Luxemburg, Gesammelte Werke (Ges Werke – Opere raccolte), T. 1/1 p. 241. Traduzione nostra.
[29] Rosa Luxemburg, Ges. Werke, T. 1/1, p. 565, 29 settembre 1899. Traduzione nostra.
[30] Rosa Luxemburg, 1899, Ges. Werke, T. 1/1, p. 578, 9 -14. Ottobre. Traduzione nostra.
[31] August Bebel, Dresden (Desdra), 13 settembre 1903, citato da Luxemburg After the Jena Party congress (dopo il congresso del partito a Iena), Ges. Werke, T. 1/1, p.351. Traduzione nostra.
[32] "Unser leitendes Zentralorgan" (Il nostro organo centrale direttivo), Leipziger Volkszeitung (Giornale di Lipsia), 22 settembre 1899, Rosa Luxemburg in Ges. Werke, T. 1/1, p.558. Traduzione nostra
[33] Inoltre, Bernstein "aveva cominciato ad abbandonare lo scopo finale per il movimento. Ma poiché in pratica non può esistere un movimento socialista senza scopo socialista, lui è obbligato a rinunciare allo stesso movimento" (Riforma sociale o rivoluzione? Capitolo 4: Il crollo).
[34] "Sono molto riconoscente per la notizia. Essa mi aiuta a comprendere meglio gli orientamenti del partito. Certamente, era chiaro per me che Bernstein e le idee che ha presentato fino a questo momento non erano più in linea con il nostro programma, ma è doloroso che non possiamo più contare su di lui. Ma se voi ed il compagno Kautsky avevate questa valutazione, sono sorpresa che non abbiate messo a profitto l'atmosfera favorevole del Congresso per lanciare immediatamente un dibattito energico, ma che voi abbiate voluto incoraggiare Bernstein a scrivere un opuscolo, ciò che farà ritardare ancora più la discussione". Rosa Luxemburg, Ges. Briefe (raccolta di lettere), Bd 1, p.210, lettera a Bebel, 31 ottobre 1898. Traduzione nostra.
[35] Rosa Luxemburg. Ges. Briefe, Bd 1, p. 289, lettera a Léo Jogiches, 11 marzo 1899. Traduzione nostra.
[36] Kautsky a Bernstein, 29 luglio 1899, II SG-Kautsky-Nachlass, C. 227, C. 230, citato in Till Schelz-Brandenburg, Eduard Bernstein und Karl Kautsky, Entstehung und Wandlung dei sozialdemokratischen Parteimarxismus im Spiegel ihrer Korrespondenz (Nascita e trasformazione di socialdemocratici marxisti riflessa nella loro corrispondenza) 1879 bis 1932, Köln, 1992. Traduzione nostra.
[37] Rosa Luxemburg, "Parteifragen im Vorwärts" (Questioni future del partito), Ges. Werke, T. 1/1, p.564, 29 settembre 1899.
[38] Laschitza, Im Lebensrausch, Trotz Alledem, p.104, 27 ottobre 1898, Kautsky-Nachlass C 209: Kautsky e Bernstein. Traduzione nostra.
[39] Karl Kautsky a Victor Adler, 20 luglio 1905, in Victor Adler Briefwechsel (Corrispondenza), a.a.O. S. 463, citato in Till Schelz-Brandenburg, p.38. Traduzione nostra.
[40] Rosa Luxemburg - Ges. Werke, T. 1/1, p.528, citazione in "Kautsky zum Parteitag in Hannover" (Kautsky al congresso di partito ad Hannover), Neue Zeit 18, Stoccarda 1899-1900, 1. Bd. S. 12. Traduzione nostra.
[41] Rosa Luxemburg, "Libertà della critica e della scienza".
https: / / www.marxists.org/francais/luxembur/works/1899/rl189909.htm [332]
[42] Rosa Luxemburg, Ges. Briefe, T. 1, p. 279, lettera a Léo Jogiches, 3 marzo 1899. Traduzione nostra.
[43] Rosa Luxemburg, Ges. Briefe, T. 1, p. 426, Lettera a Léo Jogiches, 21 dicembre 1899. Traduzione nostra.
[44] Luxemburg fa un punto d'onore di apportare un suo sostegno totale, in quanto agitatrice (era un'oratrice pubblica molto richiesta), anche ai membri del partito che lei criticava molto, per esempio durante la campagna elettorale del revisionista Max Schippel.
[45] Rosa Luxemburg Ges. Briefe, T. 1, p. 491, Lettera a Léo Jogiches, 7 luglio 1890. Traduzione nostra.
[46] Rosa Luxemburg, Erklärung (Spiegazioni), Ges. Werke, T. 1/2, p. 146, 1 ottobre 1901.
[47] All'epoca del Congresso di Lubecca, la Neue Zeit e Kautsky in quanto redattore capo erano stati fortemente attaccati dagli opportunisti a causa della controversia sul revisionismo.
[48] JP Nettl, Rosa Luxemburg, Vol. 1, p. 192 (questa citazione è tratta dall'edizione integrale), Rosa Luxemburg, lettera a Kautsky, 3 ottobre 1901. Traduzione nostra.
[49] Rosa Luxemburg, Ges. Briefe, T. 1. P. 565, Lettera a Jogiches, 12 gennaio 1902. Traduzione nostra.
[50] Citato in Nettl, op. cit., p127. Traduzione nostra.
[51] Rosa Luxemburg, Ges. Briefe, T. 3, p. 358, Lettera a Kostja Zetkin, 27 giugno 1908. Traduzione nostra.
[52] Rosa Luxemburg, Ges. Briefe, T. 3, p. 57, Lettera a Kostja Zetkin, 1 agosto 1909. Traduzione nostra.
[53] Rosa Luxemburg, Ges. Werke, T. 1/1, p.239, p.245, - Parteitag der Sozialdemokratie 1898 Stoccarda, Ottobre 1898.
[54] Rosa Luxemburg, Ges. Werke Bd 1 1/1, S. 255, Nachbetrachtungen zum Parteitag (Osservazioni dopo il congresso di partito) 12-14. Ottobre 1898, Sächsische Arbeiter-Zeitung Dresden. Traduzione nostra.
[55] Rosa Luxemburg, Ges. Briefe, Bd 1, p.279, Lettera a Léo Jogiches, 3 marzo 1899. Traduzione nostra.
[56] Rosa Luxemburg, Ges. Briefe Bd 1, p. 384, Lettera a Léo Jogiches, 24 settembre 1899. Traduzione nostra.
[57] Rosa Luxemburg, Ges. Briefe, Bd 1, p.322, lettera a Jogiches, 1 maggio 1899. Traduzione nostra.
[58] Kautsky a Bernstein, 29 ottobre 1898, IISG, Amsterdam, Kautsky-Nicholas, C 210. Traduzione nostra.
[59] Laschitza, Ibid, p.129, (Ignatz Auer in una lettera a Bernstein. Traduzione nostra. Nella sua Storia generale del socialismo, Giacomo Droz descrive Auer nel seguente modo: "È un 'praticone', un 'riformista' della pratica che si fa gloria di non conoscere altre dottrine, ma nazionalista al punto di esaltare davanti agli uditori socialisti l'annessione dell'Alsazia-Lorena e di opporsi alla ricostituzione della Polonia, e cinico fino a negare l'autorità dell'Internazionale; in effetti, copre l'orientamento dei Sozialistische Monatshefte (Fascicoli socialisti mensili) e favorisce attivamente lo sviluppo del riformismo". (p.41)
[60] Laschitza, ibid, p.130. Traduzione nostra.
[61] Laschitza, ibid, p.136, in Sächsische Arbeiterzeitung, 29 novembre 1899. Traduzione nostra.
[62] Rosa Luxemburg fu presto cosciente dell'ostilità nei suoi riguardi. All'epoca del Congresso del partito di Hannover nel 1899, la direzione non voleva lasciarle prendere la parola sulla questione delle dogane. Descrisse il suo atteggiamento in una lettera a Jogiches: "Faremmo meglio a regolare questo nel partito, cioé nel clan. Ecco come loro fanno funzionare le cose: se la casa brucia, hanno bisogno di un capro espiatorio (un giudeo), se l'incendio è stato spento, il giudeo è cacciato". (Rosa Luxemburg, Ges. Briefe, Bd 1, p.317, lettera a Léo Jogiches, 27 aprile 1899).
Victor Adler scrive a Bebel nel 1910 che lei aveva "sufficientemente dei bassi istinti per provare un certo piacere per il fatto che Karl [Kautsky] soffra tra le mani dei suoi amici. Ma questo è proprio un danno - la cagna tossica va a fare ancora molti danni, tanto più che è intelligente quanto una scimmia mentre d'altra parte il suo senso delle responsabilità è totalmente assente e la sua sola motivazione è un desiderio quasi perverso di auto-giustificazione". (Nettl, 1, p.432, versione integrale, Victor Adler a Bebel, 5 agosto 1910). Traduzione nostra.
[63] Il giornale satirico settimanale Simplicissimus ha anche pubblicato una poesia cattiva diretta contro Luxemburg (Laschitza, 136, Simplicissimus, 4. Jahrgang, Nr.33, 1899/1900, S. 263).
[64] Frölich, Paul, "Gedanke und Tat" (Pensiero ed Azione), Rosa Luxemburg, Dietz-Verlag Berlino, 1990, p.62.
65. Rosa Luxemburg, Ges. Briefe Bd 1, S. 316, lettera a Léo Jogiches, 27 aprile 1899. Traduzione nostra.
[65] Rosa Luxemburg, Ges. Briefe Bd 1, S. 316, lettera a Leo Jogiches, 27 avril 1899. Traduzione nostra.
[66] Rosa Luxemburg, Ges. Briefe, Bd 3 S. 89, lettera a Clara Zetkin, 29 septembre 1909. Traduzione nostra.
[67] Rosa Luxemburg Ges. Briefe, Bd 3, p.268, lettera a Kostja Zetkin, 30 novembre 1910. Nostra traduzione. Queste righe furono provocate dalla reazione filistea della direzione del partito ad un articolo che lei aveva scritto su Tolstoj, che era stato considerato fuori luogo (le discipline artistiche non erano importanti) e poco desiderato nella stampa del partito perché elogiava un artista che era russo e mistico.
[68] Visto che il partito aveva un gran numero di giornali, la maggior parte non erano sotto il controllo diretto della direzione di Berlino. La pubblicazione di articoli della corrente di sinistra dipendeva spesso dall'atteggiamento del Comitato di redazione locale. L'ala sinistra aveva maggiore pubblico a Lipsia, Stoccarda, Brema e Dortmund.
[69] Nettl 1, p.421 (edizione integrale). Traduzione nostra.
[70] Nettl, I, p.464 (edizione integrale). Traduzione nostra.
[71] Socialdemocrazia del regno di Polonia e della Lituania. Il partito fu stato fondato nel 1893 come socialdemocrazia del Regno di Polonia (SDKP), i suoi membri più conosciuti furono Rosa Luxemburg, Léo Jogiches, Julian Marchlewski ed Adolf Warszawski. In seguito divenne il SDKPiL con la fusione con il Sindacato dei lavoratori in Lituania diretto, tra altri, da Feliks Dzerzhinski. Una delle sue più importanti caratteristiche era il suo internazionalismo incrollabile, la sua convinzione che l'indipendenza nazionale polacca non era nell'interesse dei lavoratori e che al contrario il movimento operaio polacco dovrebbe allearsi strettamente con la socialdemocrazia russa ed in particolare con i bolscevichi. Ciò costituì continuamente un motivo di disaccordo col partito socialista polacco (PPS - Polska Partia Socjalistyczna) che adottò un orientamento sempre più nazionalista sotto la direzione di Josef Pilsudski, che diventò più tardi, come Mussolini, dittatore della Polonia.
[72] La Polonia, conviene ricordarlo, non esisteva come paese separato. Grande parte della Polonia storica faceva parte dell'impero degli zar, mentre altre parti erano stati assorbite dalla Germania e dall'Impero austroungarico.
[73] Fu arrestata a marzo 1906, con Léo Jogiches che era ritornato in Polonia. Poiché c'erano seri timori per la sua sicurezza, il SDKPiL fece sapere che avrebbe effettuato una rappresaglia fisica contro gli agenti del governo se l'avessero toccata. Una mescolanza di sotterfugio e di aiuto da parte della sua famiglia riuscì a tirarla fuori dai carceri zaristi, facendo ritornò in Germania. Jogiches fu condannato ad otto anni di lavori forzati ma riuscì ad evadere di prigione.
[74] Il testo integrale può essere trovato su marxists.org
[75] Vedere la serie di articoli sul 1905 nei numeri 120, 122, 123 e 125 della Revue Internationale (Rivista Internazionale in francese).
[76] Rosa Luxemburg, Ges. Werke, T. 2, p. 347.
[77] Rosa Luxemburg, "Das Offiziösentum der Theorie", Ges. Werke, T. 3, p.307, articolo pubblicato sulla Neue Zeit, 1912. Traduzione nostra.
[78] Il dibattito tra Kautsky, Luxemburg e Pannekoek è stato pubblicato in francese sotto il titolo Socialismo, la via occidentale, Stampe Universitarie di Francia, Parigi, 1983.
[79] Rosa Luxemburg, Ges. Werke, T. 2, p.380, "Theorie und die Praxis" (Teoria e Pratica), pubblicato nella Neue Zeit, 28. Jg, 1909/1910, in risposta all'articolo di Kautsky "Was nun? (Ora cosa?)". Traduzione nostra.
[80] Rosa Luxemburg, "Die Theorie und Praxis", Ges. Werke, T. 2, p.398.
[81] Rosa Luxemburg, Ges. Werke, T. 3, S. 441 "Die totgeschwiegene Wahlrechtsdebatte" ("Il dibattito nascosto sui diritti elettorali") 17 agosto 1910. Traduzione nostra.
[82] Pubblicato in inglese sotto il titolo Teoria marxista e tattiche rivoluzionarie.
[83] All'epoca, un'altra voce forte della sinistra in Olanda, Herman Gorter, scriveva a Kautsky. "Certe divergenze tattiche spesso provocano disaccordo tra amici. Nel mio caso, mentre la mia relazione con voi è riguardata, non è vero; come l'avete notato. Anche se avete criticato spesso Pannekoek e Rosa con cui sono in generale in accordo (e voi dunque mi avete ugualmente criticato) ho sempre mantenuto lo stesso genere di relazione con voi". Gorter, lettera a Kautsky. Dicembre 1914. Kautsky Archive IISG, DXI 283, citato in Herman Gorter, Herman di Liagre Böhl, Nijmegen, 1973, p.105). "Per ammirazione ed antichi affetti, ci siamo sempre astenuti, per quanto possibile, di opporci a voi in Die Tribune". Die Tribune (La tribuna) era la pubblicazione della Sinistra olandese di quell'epoca).
[84] In "Socialismo, la via occidentale", p.123.
[85] Nettl, I, p.401 (edizione integrale). Traduzione nostra.
[86] Una maggiore debolezza delle più combattive dichiarazioni fu l'idea di un'azione simultanea. Così, la giovane guardia socialista belga adottò una risoluzione: "È dovere dei partiti socialisti e dei sindacati di tutti i paesi opporsi alla guerra. Il mezzo più efficace di questa opposizione è lo sciopero generale e l'insubordinazione in risposta alla mobilitazione di guerra" (Il pericolo di guerra e la 2a Internazionale, J. Jemnitz, p.17). Ma questi mezzi non potevano essere utilizzati se non erano adottati simultaneamente in tutti i paesi, in altri termini l'internazionalismo intransigente e l'azione antimilitarista erano subordinati alla necessità che tutti condividessero la stessa posizione.
[87] Fricke, Dieter, Handbuch zur Geschichte der deutschen Arbeiterbewegung, (Fricke, Dieter, Manuale di storia del movimento dei lavoratori tedeschi), 1869 bis 1917; Dietz-Verlag, Berlino, 1987, p.120. Traduzione nostra.
[88] Rosa Luxemburg, Ges. Werke, T. 3, p.34, pubblicato nella Leipziger Volkszeitung (Gazzetta di Lipsia), 26 agosto 1911. Traduzione nostra.
[89] Rosa Luxemburg, Ges. Werke, T. 3, p.43, pubblicato nella Leipziger Volkszeitung, 30 agosto 1911. Traduzione nostra.
[90] Luxemburg, Ges. Werke, T. 3, p.11.
[91] "Sono in una situazione assolutamente assurda - devo assumermi la responsabilità di condannarmi al silenzio benché, se seguissi i miei desideri mi ritorcerei contro la direzione, condannandomi lo stesso" (Jemnitz, p.73, Lettera di Bebel a Kautsky). Bebel morì per un attacco cardiaco in un sanatorio in Svizzera, il 13 agosto.
[92] In un articolo intitolato "Come V. Zassoulitch annienta la corrente liquidatrice: "Attualmente in Germania si contano circa 1 milione di membri del partito. Gli elettori social-democratici sono approssimativamente 4,25 milioni, ed i proletari 15 milioni (…) Il milione, è il partito. Questo milione aderisce alle organizzazioni del partito; i 4,25 milioni, è il 'largo strato'. Ed esso mette in evidenza che "In Germania, per esempio, è 1/15 circa della classe che è organizzata nel partito; in Francia, è circa 1/140; in Germania, per un membro del partito si contano da 4 a 5 Social-democratici dello "strato largo"; in Francia, 14". Lenin aggiunge: "Il partito è lo strato cosciente ed avanzato della classe, ne è l'avanguardia. La forza di questa avanguardia è superiore di dieci volte, di cento volte, ed oltre rispetto alla sua importanza numerica. (…) L'organizzazione decupla le forze" (settembre 1913, Opere complete, Tomo 19. Éditions sociales).
[93] Rosa Luxemburg, Ges. Werke, T. 2, p.378,
[94] Rosa Luxemburg, "Di nuovo sulle masse ed i leader", agosto 1911, pubblicato inizialmente nella Leipziger Volkszeitung. Traduzione nostra.
[95] Rosa Luxemburg, Ges. Werke, T. 3, p.253, "Taktische Fragen (Questioni tattiche)", giugno 1913. Traduzione nostra.
[96] "Di nuovo sulle masse ed i leader", op. cit. Traduzione nostra.
Tutto questo prima di un tributo e della sepoltura in programma per il 15 dicembre nel suo villaggio di Qunu nel sud. La maggior parte dei grandi dignitari del mondo (ufficialmente 53) era presente in questo grande stadio: gli Obama, Hollande, Joakim Gauk (Germania), Dilma Rousseff (Brasile) e molti altri personaggi come il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon.
Questa grande e sacra unione è la migliore prova che Mandela, elogiato in precedenza da tutti i gauchisti e gli stalinisti, è ora riconosciuto come un degno rappresentante storico della sua classe: la borghesia! Questo riconoscimento unanime di tutta la classe dominante, sinceramente a lutto, è in netto contrasto con il comportamento che la stessa classe ha avuto in passato nei confronti di autentici rivoluzionari. Gli stessi dignitari hanno spesso non solo fatto assassinare le grandi figure del movimento operaio, come è avvenuto per Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht e Trotzkij ma, lungi dal meditare in seguito, hanno sempre scaricato tonnellate di calunnie contro di loro. Fu in particolare il caso della morte di Lenin dove, in tutti i giornali dell’epoca, venne raddoppiato l'odio accumulato. E che dire di Marx che, agli occhi di tutti i borghesi, incarnava il “diavolo” in persona?
Oggi, il riconoscimento dei valori nazionalisti e di uomo del capitale vale per Mandela tutti gli onori postumi. Una manna per l'azienda che ha trasformato momentaneamente i bordi dello stadio di Soweto a Johannesburg in un vero e proprio supermercato all’aperto: T-shirt con l'immagine del grande leader e altri prodotti del mondo capitalista che Mandela ha difeso con zelo. Il proletariato non perde nulla. Egli non piangerà questa figura che, come viene mostrato nell’articolo qui sotto, incarnava molto bene lo sfruttamento capitalista.
Nell’ultima parte della sua vita, Nelson Mandela era considerato una sorta di “santo” moderno, un apostolo della riconciliazione nazionale e internazionale sotto gli auspici benevoli della democrazia e della non violenza. Intellettuali borghesi di ogni sorta, stampa, politici e tutta la banda di “opinionisti” descrivevano con il ritratto di un uomo illustre “il padre della nazione sudafricana”, facendolo apparire a volte nelle vesti di un modello di umiltà, integrità e onestà, a volte sotto quelle di un “eroe” dotato di una notevole propensione per il perdono.
Ma questo ritratto elogiativo nasconde di fatto la vita reale di un politico borghese che non ha mai esitato a sferrare i colpi più duri e utilizzare le peggiori manovre contro le classi sfruttate.
Il “bilancio” di Mandela come capo del governo è eloquente: secondo un recente rapporto di Oxfam, il Sudafrica è “il paese con più diseguaglianze al mondo e queste diseguaglianze sono aumentate rispetto alla fine dell’apartheid”. L'ANC[1] ha in effetti governato per quasi vent’anni una società in cui le classi sfruttate, soprattutto la popolazione nera di queste, sono immerse nella peggiore miseria. Eppure, benché Mandela sia stato il rappresentante indiscusso della ANC dagli anni 1940, gli “opinionisti” lo presentano ancora come un uomo politico molto diverso dagli altri leader africani e del resto del mondo.
L'uomo del perdono?
Dopo la morte di Mandela, i bollettini speciali della stampa borghese l’hanno ripetuto in tutti i modi possibili: Mandela ha perdonato i suoi aguzzini! Che generosità! Che altruismo per il bene di tutti!
Il mito dell’“uomo del perdono”, che esiste solo per magnificare le illusioni democratiche veicolate dalla figura di Mandela, è d’altronde confermato da lui stesso nella sua autobiografia, scritta nel 1994, La lunga strada verso la libertà (Long Walk to Freedom - LWF): “In prigione, la mia collera contro i bianchi si affievolisce, ma il mio odio per il sistema cresce. Volevo che il Sudafrica vedesse che io ho amato anche i miei nemici mentre odiavo il sistema che ci spingeva l’uno contro l'altro.” (LWF, p.6802)[2]
Nonostante le ricostruzioni storiche completamente irrazionali circolanti dopo la sua morte, Mandela non è uscito di prigione grazie al suo carattere moderato e neanche per la “forza delle sue convinzioni” o per la bontà d’anima del vincitore ex aequo del Nobel per la Pace F.W. de Klerk, capo del governo sudafricano. Come sempre con la borghesia, la realtà è molto più spregevole. Mandela è stato liberato dalla sua prigione sotto la pressione di una parte dell’apparato politico sudafricano e di diverse grandi potenze, soprattutto gli Stati Uniti, che sono stati in grado di individuare in questo vecchio alleato dell'URSS, appena smantellata, l’opportunità di garantire una continua fornitura mineraria, nonostante i problemi provenienti da una società di apartheid sfiatata e minacciata ad ogni momento di esplosione sociale. Così, quando Mandela lasciò la prigione, l’ANC subito s’adoperò per rassicurare gli investitori circa la capacità del futuro governo di tutelare gli interessi economici. Nel Messaggio di Mandela alle Grandi Imprese americane del 19/06/1990, possiamo leggere ciò che lui ha detto molte volte: “Il settore privato, sia nazionale che internazionale, riceverà un contributo fondamentale per realizzare la ricostruzione economica e sociale dopo l'apartheid. (... ) Siamo sensibili al fatto che, in quanto investitori in un’Africa post apartheid, avrete bisogno di avere fiducia nella sicurezza dei vostri investimenti, un ritorno sufficiente ed equo per il vostro capitale e un buon clima generale di pace e di stabilità.”[3] Assicurare al Capitale la pace sociale attraverso la mistificazione democratica: questo è il vero significato della liberazione “miracolosa” di Mandela e l’improvvisa conversione di questo fomentatore di attentati mortali alla non violenza e al perdono!
Un convinto sostenitore degli interessi del Capitale nazionale!
All’inizio alleato del regime stalinista, che ha per molto tempo fornito addestramento militare ai suoi partigiani, Mandela, alla fine del 1980, cioè nel momento stesso in cui stava negoziando la sua liberazione, si è adoperato per demolire la sua immagine di “socialista” a favore di quella di difensore degli interessi nazionali sudafricani.
Mandela ha spesso fatto riferimento alla Carta della Libertà dell’ANC, adottata nel 1955: “Nel giugno del 1956, nel mensile Libération, ho notato che la Carta mirava all’impresa privata e permetteva al capitalismo di svilupparsi per la prima volta in Africa.” (LWF, p.205). Nel 1988, quando lui negoziava in segreto con il governo, ha fatto riferimento allo stesso articolo “in cui dicevo che la Carta per la libertà non era una ricetta per il socialismo, ma per il capitalismo applicato in Africa. Ho detto loro che dopo non avevo cambiato idea.” (LWF, p.642). Analogamente, quando Mandela ha ricevuto la visita, nel 1986, di una delegazione di importanti personalità, “ho detto loro che ero un nazionalista sudafricano, non un comunista, che i nazionalisti stanno diventando sempre più importanti.” (LWF, p.629)
Di questo nazionalismo immutabile e del suo ruolo nella “pacificazione” della società a favore della borghesia, Mandela ne era pienamente consapevole quando scriveva sul massacro di Sharpeville nel 1960, “la Borsa di Johannesburg crollò e i capitali cominciarono a fuggire dal paese.” (LWF, p.281). Di fatto, la fine dell'apartheid aprì un periodo di incremento degli investimenti esteri in Sudafrica.
Ma "l’emergenza" economica del paese si fece ben inteso con il sudore della classe operaia, in gran parte composta da lavoratori neri, senza che questa potesse uscire minimamente dalla povertà assoluta in cui era immersa da molti decenni. Tuttavia, nel corso degli anni ‘950, Mandela diceva che “l’obiettivo nascosto del governo era di creare una classe media africana per spegnere l’appello dell’ANC e la lotta per la liberazione.” (LWF, p.223) In pratica, la “liberazione” politica dei lavoratori neri e quasi tre decenni di governo dell’ANC non hanno gonfiato in modo significativo le fila di questa “classe media” africana.
L'incremento dello sfruttamento ha significato anche la repressione, la rimilitarizzazione della polizia, il divieto di manifestazioni e attacchi fisici contro i lavoratori, come si è visto, per esempio, con lo sciopero dei minatori di Marikana, nel corso del quale quarantaquattro lavoratori sono stati uccisi e decine seriamente feriti.[4]
Nella sua autobiografia, Mandela ha ipocritamente scritto che “tutti gli uomini, anche quelli che hanno più sangue freddo, hanno un minimo di decenza e se il loro cuore è toccato, sono in grado di cambiare” (LWF, p.549). Ciò che può essere vero per gli individui non lo è per il capitalismo: questo sistema non ha alcuno scrupolo di decenza e non può essere modificato. Le apparenze del governo nero dell’ANC sono diverse da quelle dei loro predecessori bianchi, ma lo sfruttamento e la repressione rimangono.
La favola della non violenzaLa classe dominante usa l’ideologia della non violenza per spingere il proletariato a rinunciare alla sua violenza di classe, di massa e organizzata, e sostituirla con l’impotenza politica. E per farlo, deve inventarsi dei modelli e delle storie che dimostrano l’efficacia della lotta non violenta.
Il mito di un Mandela “non violento” è come tale una grossa e ridicola menzogna. L’ANC, nella sua lotta di “liberazione”, ha spudoratamente utilizzato una forma particolarmente malvagia di violenza, tipica delle classi senza futuro: il terrorismo. Quando la tattica non violenta ha dimostrato la sua inefficacia, l'ANC ha creato un’ala militare, nella quale Mandela ha svolto un ruolo centrale. “Esistevano quattro tipi di attività violente: il sabotaggio, la guerriglia, il terrorismo e la rivoluzione aperta”. Mandela sperava che il sabotaggio “portasse il governo al tavolo dei negoziati”. Sebbene furono date precise istruzioni “affinché non avessimo nessuna perdita di vite umane ( ... ), se il sabotaggio non avesse prodotto i risultati attesi, eravamo pronti a fare il passo successivo: la guerriglia e il terrorismo.” (LWF, p.336)
Così, il 16 Dicembre 1961, “degli ordigni artigianali esplosero nelle centrali elettriche e negli uffici governativi a Johannesburg, Port Elizabeth e Durban.” (LWF, p.338) Nel 1983, quando l’ANC organizzò il primo attentato mortale in cui diciannove persone furono uccise e più di duecento ferite, Mandela scrisse: “La morte violenta di civili è stato un tragico incidente e ho sentito un profondo orrore all'annuncio del numero delle vittime. Ma come sono stato scosso da queste vittime, allo stesso modo sapevo che tali incidenti sono l’inevitabile conseguenza della decisione di intraprendere un conflitto militare” (LWF, p.618). Adesso si fa riferimento a tali “incidenti” utilizzando il dolce eufemismo di “danni collaterali”.
Nella sua testimonianza in tribunale, nel 1964, Mandela si è autodefinito come un “ammiratore” della democrazia: “Ho un grande rispetto per le istituzioni politiche britanniche e il sistema giuridico di questo paese. Considero il Parlamento inglese come l’istituzione più democratica del mondo e l'indipendenza e l’imparzialità della sua magistratura hanno sempre suscitato la mia ammirazione. Il congresso degli Stati Uniti, la dottrina di questo paese che garantisce la separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura, risvegliano in me sentimenti analoghi” (LWF, p.436 ). Come campione di democrazia, Mandela serve ancora gli interessi sordidi della sua classe essendo chiaramente destinato a incarnare, da morto come da vivo, la punta avanzata dell’ideologia democratica moderna e di un preteso capitalismo dal volto umano.
KS e El Genericor (10 dicembre)
[1] African National Congress, il partito di Nelson Mandela al potere dalla fine dell'apartheid nel 1994.
[2] L’impaginazione è quella del libro in inglese.
[3] Sottolineatura nostra.
[4] Potete leggere i nostri articoli sul movimento sociale del 2012: Sudafrica: la borghesia sguinzaglia poliziotti e sindacati contro la classe operaia [333], (https://it.internationalism.org/node/1236 [333]) e: Dopo il massacro di Marikana, l’Africa del Sud è attraversata da scioperi massicci [334] (it.internationalism.org/node/1255 [334]).
L'articolo che segue è un contributo del compagno MC scritto in occasione del dibattito interno sviluppatosi negli anni 1980 per combattere certe posizioni centriste verso il consiliarismo che si erano sviluppate in seno alla CCI. MC è la firma di Marc Chirik (1907-1990), ex-militante della Gauche communiste (Sinistra comunista) e principale membro fondatore della CCI (vedere la Rivista Internazionale nn. 61 e 62[1]).
Può sembrare strano che un testo il cui titolo fa riferimento alla Conferenza di Zimmerwald tenutasi a settembre 1915 contro la guerra imperialista sia stato scritto nel contesto di un dibattito interno alla CCI sulla questione del consiliarismo. In realtà, come il lettore potrà constatare, questo dibattito è arrivato ad affrontare questioni più generali già poste cent’anni fa e che ancora oggi conservano tutta la loro attualità.
Abbiamo reso conto di questo dibattito sul centrismo verso il consiliarismo nei numeri da 40 a 44 della Rivista Internazionale (1985/86). In particolare, rinviamo il lettore al n°42 della Rivista dove l'articolo "Gli scivolamenti centristi verso il consiliarismo" offre la presentazione delle origini e dell'evoluzione di tale dibattito, presentazione riassunta qui di seguito affinché siano meglio comprensibili certi aspetti della polemica di MC.
All'epoca del V congresso della CCI, e soprattutto in seguito a questo, in seno all'organizzazione si era sviluppata una serie di confusioni nell'analisi della situazione internazionale, ed in particolare una posizione che, sulla questione della presa di coscienza del proletariato, riprendeva le posizioni consiliariste. Queste posizioni erano difese principalmente dai compagni della sezione in Spagna (nominata "AP" nel testo di MC) dal nome della pubblicazione di questa sezione, Acción Proletaria.
"I compagni che si sono identificati con queste analisi pensano di essere in accordo con le concezioni classiche del marxismo (e dunque della CCI) sul problema della coscienza di classe. In particolare, essi non hanno rigettato per niente in modo esplicito la necessità di un'organizzazione dei rivoluzionari nello sviluppo di quest'ultima. Ma, di fatto, sono stati indotti a far loro una visione consiliarista:
- facendo della coscienza un unico elemento determinato e mai determinante della lotta di classe;
- considerando che 'il solo ed unico crogiolo della coscienza di classe, è la lotta di massa ed aperta', ciò che non lascia alcun posto alle organizzazioni rivoluzionarie;
- negando ogni possibilità per queste di perseguire un lavoro di sviluppo e di approfondimento della coscienza di classe nei momenti di riflusso della lotta.
La maggiore ed unica differenza tra questa visione ed il consiliarismo è che quest'ultimo alla fine del suo percorso arriverà a rigettare esplicitamente la necessità delle organizzazioni comuniste, mentre i nostri compagni non si sono spinti fino a questo punto".
Uno dei temi maggiori di questo percorso, è stato il rigetto della nozione di "maturazione sotterranea della coscienza" che, nei fatti, esclude la possibilità per le organizzazioni rivoluzionarie di sviluppare ed approfondire la coscienza comunista all'infuori delle lotte aperte della classe operaia.
Appena apprese questo punto di vista dai documenti che lo esprimevano, il nostro compagno MC scrisse un contributo per combatterlo. Nel gennaio 1984, la riunione plenaria dell'organo centrale della CCI adottò una risoluzione che prese posizione sulle analisi erronee espresse precedentemente, in particolare sulle concezioni consiliariste:
"Quando fu adottata questa risoluzione, i compagni della CCI che avevano sviluppato la tesi della 'non maturazione sotterranea' con tutte le sue implicazioni consiliariste si resero conto del loro errore. Perciò si pronunciarono fermamente in favore di questa risoluzione ed in particolare sul suo punto 7 che aveva come funzione specifica il rigetto delle analisi che loro avevano elaborato precedentemente. Tuttavia, da parte di altri compagni sorsero dei disaccordi proprio sul punto 7 che li condussero o a rigettarlo in blocco, o a votarlo 'con riserva' rigettando alcune delle sue formulazioni. Si vide dunque apparire nell'organizzazione un atteggiamento che, senza sostenere apertamente le tesi consiliariste, che la risoluzione condannava, agiva da scudo, da ombrello a queste tesi rifiutandone la condanna o attenuandone la portata. Di fronte a questo atteggiamento, l'organo centrale della CCI fu costretto ad adottare nel marzo '84 una risoluzione che ricordava le caratteristiche:
a) dell'opportunismo in quanto manifestazione della penetrazione dell'ideologia borghese nelle organizzazioni proletarie e che si esprime particolarmente per:
- un rigetto o un'occultazione dei principi rivoluzionari e del quadro generale delle analisi marxiste;
- una mancanza di fermezza nella difesa di questi principi;
b) del centrismo in quanto forma particolare dell'opportunismo caratterizzato da:
- una fobia rispetto alle posizioni sincere, taglienti, intransigenti, che si spingono fino in fondo nelle loro implicazioni;
- l'adozione sistematica di posizioni intermedie tra posizioni opposte;
- una tendenza alla conciliazione tra queste posizioni;
- la ricerca di un ruolo d’arbitraggio tra queste;
- la ricerca dell'unità dell'organizzazione ad ogni costo ivi compreso quello della confusione, di concessioni sui principi, della mancanza di rigore, di coerenza e di continuità nelle analisi.' (…)
E la risoluzione concluse "che al momento in seno alla CCI esiste una tendenza al centrismo - e cioè alla conciliazione ed alla mancanza di fermezza - riguardo al consiliarismo". (Rivista Internazionale n.42, "Gli scivolamenti centristi verso il consiliarismo").
Di fronte a quest'analisi, un certo numero di "riservisti", piuttosto che prendere in considerazione in modo serio e rigoroso le analisi dell'organizzazione, preferì, adottando di fatto un comportamento tipicamente centrista, evitare le vere questioni dedicandosi a tutta una serie di contorsioni tanto spettacolari quanto penose. Il testo di McIntosh, al quale risponde il contributo di MC che pubblichiamo di seguito, è un'illustrazione flagrante di questo gioco di prestigio nel tentativo di difendere una tesi molto semplice (ed inedita): non può esistere un centrismo verso il consiliarismo nella CCI perché il centrismo non può esistere nel periodo di decadenza del capitalismo.
"Trattando nel suo articolo solo il problema del centrismo in generale e nella storia del movimento operaio senza riferirsi mai al modo con cui è stata posta la domanda nella CCI, evitò di portare a conoscenza del lettore il fatto che questa scoperta (di cui è l'autore) della non esistenza del centrismo nel periodo di decadenza fu ben accetta ai compagni "riservisti", che, all'epoca del voto della risoluzione di gennaio '84, si erano astenuti o avevano espresso alcune "riserve". La tesi di McIntosh alla quale si erano uniti all'epoca della costituzione della "tendenza", permise loro di ritrovare delle forze contro l'analisi della CCI sugli slittamenti centristi verso il consiliarismo di cui erano vittime, sfinendosi vanamente nel tentativo di dimostrare (uno dopo l'altro o simultaneamente) che "il centrismo è la borghesia", "esiste un pericolo di centrismo nelle organizzazioni rivoluzionarie ma non nella CCI", "il pericolo centrista esiste nella CCI ma non a riguardo del consiliarismo" (Rivista Internazionale n.43, "Il rigetto della nozione di "centrismo: la porta aperta all’abbandono delle posizioni di classe").
Così, come detto sopra, sebbene il dibattito del 1985 abbia avuto origine sulla questione del consiliarismo in quanto corrente e visione politica, si è poi allargato alla questione più generale del centrismo in quanto espressione del modo attraverso cui le organizzazioni della classe operaia subiscono l'influenza dell'ideologia dominante della società borghese. Come sottolinea MC nel seguente articolo, il centrismo in quanto tale non può sparire finché esiste la società di classe.
L'interesse di questo articolo pubblicato oggi all'esterno consiste innanzitutto nel fatto che esso riporta alla storia della Prima Guerra mondiale (questione che affrontiamo sotto differenti aspetti nella Revue Internationale dal 2014) ed in particolare sul ruolo dei rivoluzionari e sullo sviluppo della coscienza nella classe operaia e nella sua avanguardia di fronte a questo avvenimento. La conferenza di Zimmerwald, tenutasi 100 anni fa a settembre, fa parte della nostra storia, ma illustra anche in modo molto significativo le difficoltà e le esitazioni dei partecipanti a rompere non solo con i partiti traditori della Seconda Internazionale ma anche con tutta l'ideologia conciliatrice e pacifista con cui si sperava mettere fine alla guerra senza lanciarsi nella lotta esplicitamente rivoluzionaria contro la società capitalista che l'aveva generata. Ecco come Lenin presentava la questione nel 1917:
"Tre tendenze si sono delineate in tutti i paesi, in seno al movimento socialista ed internazionale, da oltre due anni di guerra ... Queste sono:
1) I social-sciovinisti, socialisti a parole, sciovinisti nei fatti (...) Questi sono i nostri avversari di classe. Sono passati alla borghesia (...).
2) La seconda tendenza e quella detta del "centro" che esita tra i social-sciovinisti ed i veri internazionalisti (...) Il 'centro', è il regno dell’espressione piccolo-borghese piena di buone intenzioni, dell'internazionalismo a parole, dell'opportunismo pusillanime e nei fatti della compiacenza per i social-sciovinisti. Il fondo della questione è che il 'centro' non è convinto della necessità di una rivoluzione contro il suo governo, non persegue una lotta rivoluzionaria intransigente, inventa per sottrarvisi le più false e banali vie di fuga, sebbene a risonanza archeo-'marxiste' (...) Il principale leader e rappresentante del 'centro' è Karl Kautsky che godeva nella 2a Internazionale (1889-1914) della più alta autorità e che dall'agosto 1914 offre l'esempio di un rinnegamento completo del marxismo, di un'accidia inaudita, di penose esitazioni e tradimenti.
3) La terza tendenza è quella dei veri internazionalisti che rappresenta il meglio de 'la sinistra di Zimmerwald'. Tuttavia, sarebbe più corretto dire, nel contesto di Zimmerwald, che la destra è rappresentata non dai "social-sciovinisti", per riprendere il termine di Lenin, ma da Kautsky ed amici - tutti quelli che formeranno più tardi la destra dell'USPD - mentre la sinistra è costituita dai bolscevichi ed il centro da Trotsky e dal gruppo Spartakus di Rosa Luxemburg. Il processo che conduce verso la rivoluzione in Russia ed in Germania è segnato proprio dal fatto che una grande parte del "centro" viene guadagnata alle posizioni bolsceviche.
In seguito, il termine centrismo non sarà utilizzato allo stesso modo da tutte le correnti politiche. Per i bordighisti, per esempio, Stalin e gli stalinisti negli anni 1930 erano comunque ritenuti "centristi", essendo considerata la politica di Stalin come "centro" tra le Sinistre dell'Internazionale (ciò che oggi si chiama la Sinistra comunista intorno a Bordiga e Pannekoek in particolare) e la Destra di Bukharin. Bilan ha mantenuto questa denominazione fino alla Seconda Guerra mondiale. Per la CCI, facendo suo il passo di Lenin, il termine centrista designa l'oscillazione tra la sinistra (rivoluzionaria) e la destra (opportunista, ma ancora appartenente al campo proletario): dunque lo stalinismo col suo programma del "socialismo in un solo paese" non è né centrista né opportunista, ma fa parte del campo nemico - del capitalismo. Come precisa l'articolo seguente, "il centrismo" non rappresenta una corrente politica su delle posizioni specifiche, piuttosto una tendenza permanente in seno alle organizzazioni politiche della classe operaia, nel cercare un "giusto campo" tra le posizioni rivoluzionarie intransigenti e quelle che rappresentano una forma di conciliazione verso la classe dominante.
Nel mio articolo "Il centrismo e la nostra tendenza informale" apparso sul precedente numero del Bollettino interno internazionale (116), ho cercato di dimostrare l'inconsistenza delle affermazioni di McIntosh concernente la definizione del centrismo nella 2a Internazionale.
Abbiamo potuto assistere alla confusione generata da McIntosh:
- identificando il centrismo al riformismo;
- riducendo il centrismo ad una base sociale che sarebbe costituita da "funzionari e permanenti dell'apparato della socialdemocrazia e sindacati" (la burocrazia);
- sostenendo che la "sua base politica" è data dall'esistenza di un "programma preciso" fisso;
- proclamando che l'esistenza del centrismo è legata esclusivamente ad un periodo determinato del capitalismo, il periodo ascendente;
- ignorando completamente la persistenza nel proletariato della mentalità e di idee borghesi e piccolo-borghesi (l'immaturità della coscienza), di cui quest’ultimo fa grande fatica a liberarsi;
- trascurando la costante penetrazione dell'ideologia borghese e piccolo-borghese in seno alla classe operaia;
- eludendo totalmente il problema di un processo possibile di degenerazione di un'organizzazione proletaria.
Ricordiamo questi punti, non semplicemente per riassumere l'articolo precedente ma anche perché molti di questi punti ci saranno necessari per smontare la nuova teoria di McIntosh sulla non esistenza del centrismo nel movimento operaio nel periodo di decadenza del capitalismo. (…)
McIntosh basa la sua affermazione che non possa esistere una corrente centrista nel periodo di decadenza sul fatto che con il cambiamento di periodo lo spazio occupato una volta (nel periodo ascendente) dal centrismo è oramai occupato dal capitalismo, in particolare dal capitalismo di Stato. Ciò è solo parzialmente vero. È vero per certe posizioni politiche difese una volta dal centrismo, ma è falso per quanto concerne "lo spazio" che separa il programma comunista del proletariato dall'ideologia borghese. Questo spazio (che rappresenta un terreno per il centrismo) determinato dall'immaturità (o dalla maturità) della coscienza di classe e dalla forza di penetrazione dell'ideologia borghese e piccolo-borghese nel suo seno, può tendere a restringersi, ma non sparire finché esistono le classi e, soprattutto, finché la borghesia resta la classe dominante della società. Ciò è valido anche dopo la vittoria della rivoluzione, perché, finché possiamo parlare del proletariato come classe, vuole dire che esistono anche altre classi nella società e dunque l'influenza della loro ideologia sulla classe operaia. Tutta la teoria marxista sul periodo di transizione è fondata sul fatto che, contrariamente alle altre rivoluzioni nella storia, la rivoluzione proletaria non chiude il periodo di transizione ma lo apre. Solo gli anarchici, ed in parte i consiliaristi, pensano che con la rivoluzione si salta, direttamente a piedi uniti, dal capitalismo al comunismo. Per i marxisti la rivoluzione non è che la condizione preliminare che dà la possibilità di realizzare il programma comunista della trasformazione sociale in una società senza classi. Questo programma comunista è difeso dalla minoranza rivoluzionaria organizzata in partito politico contro le posizioni delle altre correnti ed organizzazioni politiche che si trovano nella classe e che sono sul campo di classe, e ciò, prima, durante e dopo la vittoria della rivoluzione.
A meno di considerare che tutta la classe sia già comunista cosciente o lo diventi di colpo con la rivoluzione, ciò che renderebbe superflua, se non nociva, l'esistenza di ogni organizzazione politica nella classe (se non, al massimo, un'organizzazione con una funzione rigorosamente pedagogica, come sostiene il consiliarismo di Pannekoek) o decretare che la classe non può avere nel suo seno che un partito unico (come sostengono i bordighisti arrabbiati) dobbiamo, lo si voglia o no, riconoscere l'inevitabile esistenza nel proletariato, accanto all'organizzazione del partito comunista, di organizzazioni politiche confuse, più o meno coerenti, che veicolano idee piccolo-borghesi e che fanno certe concessioni politiche ad ideologie estranee alla classe. Dire ciò significa riconoscere l'esistenza in seno alla classe, in tutti i periodi, di tendenze centriste, E ciò perché il centrismo non è nient'altro che la persistenza nella classe di correnti politiche con programmi confusi, incongrui, incoerenti, che veicolano posizioni derivanti da ideologie piccolo-borghesi facendo a quest’ultime concessioni che oscillano tra queste ideologie e la coscienza storica del proletariato e che tentano continuamente di conciliarle.
Per il fatto che il centrismo non può essere definito in base ad un "programma preciso" (che non può avere), noi possiamo comprendere la sua esistenza permanente con la capacità di adattarsi ad ogni particolare situazione, di cambiare posizione in base alle circostanze del rapporto di forze esistente tra le classi.
Se parlare di centrismo in generale è un non senso, in astratto di una "base sociale" propria o di un "programma specifico preciso" ma che bisogna collocarlo rispetto ad altre correnti politiche più stabili (all'occorrenza, nel dibattito attuale, rispetto al consiliarismo), dobbiamo invece parlare di una costanza del comportamento politico che lo caratterizza: l’oscillare, l’evitare di prendere una posizione chiara e conseguente. (…)
Prendiamo un (…) esempio concreto (…) che definisce il comportamento centrista: McIntosh talvolta si riferisce nel suo testo alla polemica Kautsky-Rosa Luxemburg del 1910. Come è cominciata questa polemica? È cominciata da un articolo, scritto da Rosa contro la politica e la pratica opportunista della direzione del partito socialdemocratico, che oppone a quest’ultima la politica rivoluzionaria dello sciopero di massa. Kautsky, in qualità di direttore della Neue Zeit, organo teorico della socialdemocrazia, si rifiuta di pubblicare quest'articolo con il pretesto che, pure condividendo l'idea generale dello sciopero di massa, considera in quel preciso momento questa politica inadeguata, e ciò richiederebbe necessariamente una sua risposta ed una discussione tra due membri della tendenza marxista radicale di fronte alla destra del partito, cosa che lui considera completamente spiacevole. Davanti a questo rifiuto, Rosa pubblica il suo articolo nel Dortmunder Arbeiter Zeitung e ciò obbliga Kautsky a rispondere ed ad imbarcarsi nella polemica che conosciamo.
Quando a settembre ho annunciato, nel SI , la mia intenzione di scrivere un articolo che mettesse in luce il percorso consiliarista dei testi di AP, la compagna JA ha cominciato a chiedere delle spiegazioni sul contenuto e l'argomentazione di quest’articolo. Date queste spiegazioni, la compagna JA ha trovato l’articolo inopportuno e ha suggerito di aspettare che il SI si mettesse innanzitutto d’accordo. In altre parole a "correggerlo" prima di pubblicarlo, in modo tale che il SI nel suo insieme potesse firmarlo. Davanti a questo tipo di correzione, in cui si trattava di smussare gli angoli ed imbrogliare le carte, ho preferito pubblicarlo a mio nome. Una volta pubblicato, JA ha trovato quest’articolo assolutamente deplorevole per il fatto che avrebbe determinato agitazione nell'organizzazione. Fortunatamente JA non era la direttrice (del Bollettino interno) come lo era Kautsky [per la Neue Zeit] e non aveva il suo potere, altrimenti l'articolo non sarebbe mai stato pubblicato. Pertanto a distanza di 75 anni e di cambiamento di periodo (ascendente e decadente, ed ora stiamo in quest’ultimo) il centrismo pur cambiando faccia e posizione ha conservato lo stesso spirito e lo stesso atteggiamento: evitare di sollevare certi dibattiti per "non turbare" l'organizzazione.
In uno dei miei primi articoli polemici contro i riservisti ho detto che il periodo di decadenza è per eccellenza il periodo di manifestazione del centrismo. Un semplice colpo d'occhio sulla storia di questi 70 anni ci farà constatare immediatamente che in nessun altro periodo nella storia del movimento operaio il centrismo si è manifestato con tanta forza, con tante varianti e come non sia stato altrettanto devastante quanto in questo periodo di decadenza del capitalismo. Non possiamo essere che in assoluto accordo con la giusta definizione data da Bilan: che un'Internazionale non tradisce come tale ma muore, sparisce, smette di esistere e che sono i partiti divenuti "nazionali" a passare ciascuno dal lato della propria borghesia nazionale. Così, è fin dall'indomani del 4 agosto 1914, quando i partiti socialisti dei paesi belligeranti firmarono il loro tradimento votando i crediti di guerra, che cominciò a svilupparsi, in ogni paese, accanto alle piccole minoranze rimaste fedeli all'internazionalismo, un'opposizione sempre più numerosa, in seno ai partiti socialisti ed ai sindacati, contro la guerra e la politica di difesa nazionale. In Russia abbiamo i menscevichi internazionalisti di Martov e il gruppo di Trotsky. In Germania lo sviluppo dell'opposizione alla guerra la fa espellere dal partito SD per dare nascita all'USPD, in Francia abbiamo il gruppo sindacalista-rivoluzionario La Vie ouvrière (La Vita operaia) di Monatte, Rosmer e Merrheim, la maggioranza del partito socialista d'Italia e della Svizzera, ecc., ecc. Tutto ciò costituisce una corrente variegata pacifista-centrista incoerente che oppone alla guerra il nome della pace e non quello del disfattismo rivoluzionario e della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Fu questa corrente centrista che organizzò la conferenza socialista contro la guerra a Zimmerwald nel 1915 (dove la sinistra rivoluzionaria intransigente rappresentava una piccola minoranza ridotta ai Bolscevichi russi, i tribunisti olandesi ed i radicali di Brema in Germania) e quella di Kienthal nel 1916 ancora largamente dominata dalla corrente centrista, dove infine gli Spartakisti di Rosa e di Liebknecht raggiunsero la sinistra rivoluzionaria. Questa corrente centrista non pose in alcun modo la questione della rottura immediata con i partiti socialisti diventati partiti social-sciovinisti e anche guerrafondai, ma il problema del loro raddrizzamento in un'ottica di unità organizzativa.
La rivoluzione, iniziata a febbraio 17 in Russia trova un partito bolscevico (e dei soviet di operai e soldati che sostengono il governo Kerenski-Milioukov nella sua quasi totalità) in una posizione di sostegno condizionato al governo borghese di Kerenski. L'entusiasmo generale produsse nella classe operaia nel mondo intero, in seguito alla vittoria della rivoluzione d'Ottobre, un avanzamento che comunque non supererà di molto lo sviluppo di un'immensa corrente fondamentalmente centrista. I partiti ed i gruppi che costituiranno ed aderiranno all'Internazionale Comunista erano in grande maggioranza dei partiti ancora profondamente contrassegnati dal centrismo. Fin dal 1920 si noteranno i primi segni d'affanno della prima ondata rivoluzionaria che decrescerà rapidamente. Ciò si manifesterà sul piano politico con uno scivolamento centrista già molto visibile al 2° Congresso dell'IC, con la presa di posizioni ambigue ed erronee su questioni importanti come quella del sindacalismo, del parlamentarismo, dell'indipendenza e dell'auto-determinazione nazionale. Di anno in anno, l'IC ed i partiti comunisti che la costituiscono subiranno ad un ritmo accelerato un arretramento verso posizioni centriste e la degenerazione; le tendenze rivoluzionario-intransigenti, diventate velocemente minoritarie nei partiti comunisti, saranno a turno espulse da questi partiti e loro stesse subiranno l'impatto della cancrena centrista come accadde con differenti opposizioni generate dall'IC, in particolare l'opposizione di sinistra di Trotsky, che alla fine varcheranno le frontiere di classe con la guerra di Spagna e la 2a Guerra mondiale in nome dell'antifascismo e della difesa dello Stato operaio degenerato in Russia. Ogni piccola minoranza che restò fermamente sul campo di classe e del comunismo, come la Gauche Communiste Internationale (Sinistra Comunista Internazionale) e la Sinistra olandese subirà comunque il contraccolpo di questo periodo nero anche all'indomani della guerra, alcuni come i bordighisti si sclerotizzeranno gravemente in una regressione politica, altri, come la sinistra olandese, si decomporranno in un consiliarismo completamente degenerato. Bisogna aspettare la fine degli anni 60, con l'annuncio della crisi aperta e di una ripresa della lotta classe, per assistere alla ricomparsa di piccoli gruppi rivoluzionari che, cercando di liberarsi dall'immensa confusione del 68, cominceranno faticosamente a riannodarsi col filo storico del marxismo-rivoluzionario.
(…) Bisogna essere veramente colpiti da cecità universitaria per non vedere questa realtà. Bisogna ignorare completamente la storia del movimento operaio di questi 70 anni, dal 1914, per affermare perentoriamente, come ha fatto McIntosh, che il centrismo non esiste e non potrebbe esistere nel periodo di decadenza.
La magniloquente fraseologia radicale, le finte indignazioni, non potrebbe reggere nemmeno per un momento ad un argomento serio.
Certo è più comodo fare la politica dello struzzo, chiudendo gli occhi per non vedere la realtà ed i suoi pericoli, per poterli più facilmente negare. In tal modo ci si rassicura senza sforzi e ci si risparmiano molte riflessioni complesse. Questo non è il metodo di Marx che scriveva "I comunisti non vengono a consolare la classe operaia; ma per renderla ancora più miserabile nel renderla cosciente della sua miseria". McIntosh segue la prima via negando puramente e semplicemente, per la sua tranquillità e contro ogni evidenza, l'esistenza del centrismo nel periodo di decadenza. Per i marxisti quali noi dobbiamo essere si tratta di seguire l'altra via: aprire bene gli occhi per riconoscere la realtà, comprenderla e comprenderla nella sua dinamica e complessità. Tocca a noi spiegare possibilmente il perché il periodo di decadenza è innegabilmente anche un periodo che vede lo sviluppo di tendenze centriste.
(…) Il periodo di decadenza è l'entrata in una crisi storica, permanente, oggettiva, del sistema capitalista, che pone così il dilemma storico: la sua autodistruzione, e con lui la distruzione di tutta la società, o la distruzione di questo sistema per fare posto ad una nuova società senza classi, la società comunista. L'unica classe in grado di realizzare questo grandioso progetto di salvezza per l'umanità è il proletariato il cui interesse a liberarsi dallo sfruttamento lo spinge in una lotta a morte contro questo sistema di schiavismo salariale capitalista e che, d'altra parte, non può emanciparsi se non emancipando tutta l'umanità.
Contrariamente:
- alla teoria che è la lotta operaia che determina la crisi del sistema economico del capitalismo (GLAT);
- alla teoria che ignora la crisi permanente storica e riconosce solamente crisi congiunturali e cicliche che offrono la possibilità della rivoluzione e, in mancanza della sua vittoria, permette un nuovo ciclo di sviluppo del capitalismo, anche all'infinito (A. Bordiga);
- alla teoria pedagogica per la quale la rivoluzione non è legata ad una questione di crisi del capitalismo ma dipende dall'intelligenza degli operai acquisita durante le loro lotte (Pannekoek);
noi affermiamo con Marx che una società non sparisce finché non ha esaurito tutte le possibilità di sviluppo che essa contiene. Affermiamo con Rosa Luxemburg che è la maturazione delle contraddizioni interne al capitale a determinare la sua crisi storica, condizione obiettiva della necessità della rivoluzione. Affermiamo con Lenin che non basta che il proletariato non voglia più essere sfruttato, ma occorre ancora che il capitalismo non possa più vivere come prima.
La decadenza è il crollo del sistema capitalista sotto il peso delle sue contraddizioni interne. La comprensione di questa teoria è indispensabile per comprendere le condizioni in cui quest’ultime si svolgono ed in cui si svolge la rivoluzione proletaria.
A questa entrata in decadenza del suo sistema economico, che la scienza economica borghese non poteva né prevedere né comprendere, il capitalismo - senza potere dominare questa evoluzione obiettiva - ha risposto attraverso un'estrema concentrazione di tutte le sue forze politiche, economiche e militari con il capitalismo di Stato, sia per fare fronte all'esacerbazione estrema delle tensioni inter-imperialistiche che, soprattutto, per far fronte alla minaccia dell'esplosione della rivoluzione proletaria della quale aveva appena preso conoscenza con lo scoppio della rivoluzione russa nel 1917. Se l'entrata in decadenza significa la maturità storica oggettiva della necessità della scomparsa del capitalismo, non è così per quanto riguarda la maturazione della condizione soggettiva (la presa di coscienza per il proletariato) per poterla realizzare. Questa condizione è indispensabile perché, come dicevano Marx ed Engels: la storia non fa niente da sé stessa, sono gli uomini (le classi) che fanno la storia.
Al contrario, sappiamo che a differenza di tutte le rivoluzioni passate nella storia in cui la presa di coscienza delle classi che dovevano compierle ha giocato sempre un ruolo di secondo piano, per il fatto che si trattava solamente di un cambiamento di sistema di sfruttamento attraverso un altro sistema di sfruttamento, la rivoluzione socialista che segna la fine di ogni sfruttamento dell'uomo sull'uomo e di tutta la storia delle società di classi, esige e pone come condizione fondamentale l'azione cosciente della classe rivoluzionaria. Ora il proletariato non è solamente la classe a cui la storia impone la più grande esigenza mai posta ad alcun’altra classe né all'umanità, un compito che supera tutti i compiti che l'umanità abbia mai potuto affrontare, il salto dalla necessità alla libertà, ma anche quella che si trova davanti alle più grandi difficoltà. Ultima classe sfruttata, essa rappresenta tutte le classi sfruttate della storia di fronte a tutte le classi sfruttatrici rappresentate dal capitalismo.
È la prima volta nella storia che una classe sfruttata è portata ad assumere la trasformazione sociale e, di più, una trasformazione che porta in sé il destino ed il divenire di tutta l'umanità. In questa lotta titanica, il proletariato inizialmente si presenta in uno stato di debolezza, stato inerente ad ogni classe sfruttata, aggravato dalla pressione su di lui esercitata dalle debolezze di tutte le generazioni morte delle classi sfruttate: mancanza di coscienza, mancanza di convinzione, mancanza di fiducia, che hanno paura di ciò che osano pensare ed intraprendere, abitudine millenaria di sottomissione alla forza ed all'ideologia delle classi dominanti. È per tale motivo che, contrariamente al percorso delle altre classi che procede di vittoria in vittoria, la lotta del proletariato è fatta di avanzamenti e di indietreggiamenti e che solo in seguito ad una lunga serie di sconfitte giunge alla sua vittoria finale.
(…) Questo susseguirsi di avanzamenti ed indietreggiamenti della lotta del proletariato, di cui Marx ha già parlato all'indomani degli avvenimenti rivoluzionari del 1848, non fa che accentuarsi ed accelerarsi nel periodo di decadenza, per la stessa barbarie di questo periodo che pone al proletariato la questione della rivoluzione in termini più concreti, più pratici, più drammatici, e ciò si traduce, al livello della presa di coscienza della classe anche in un movimento accelerato e turbolento come lo scatenarsi delle onde in un mare agitato.
Sono queste condizioni (una realtà che vede la maturità delle condizioni obiettive e l'immaturità delle condizioni soggettive) che determinando le turbolenze nella classe danno nascita ad una moltitudine di correnti politiche diversificate e contraddittorie, convergenti e divergenti. Queste evolvendosi e regredendo, vanno a produrre in particolare le differenti varietà del centrismo.
La lotta contro il capitalismo è allo stesso tempo una lotta ed una decantazione politica all'interno della stessa classe nel suo sforzo verso la presa di coscienza, e questo processo è tanto più violento e tortuoso quanto più si svolge sotto il fuoco alimentato dal nemico di classe.
Le uniche armi che il proletariato possiede nella sua mortale lotta contro il capitalismo e che possono assicurargli la vittoria sono: la coscienza e la sua organizzazione. È in questo senso, e solo in questo, che deve essere compresa la frase di Marx: "Non si tratta di sapere che scopo questo o quel proletario, o anche l'intero proletariato, si raffigura momentaneamente, ma sapere ciò che il proletariato è e ciò che sarà obbligato a fare storicamente, in conformità a questo essere".
(…) I consiliaristi interpretano questa frase di Marx nel senso che è ogni lotta operaia che produce automaticamente la presa di coscienza della classe, negando la necessità di una lotta teorico-politica sostenuta all’interno della classe (esistenza necessaria dell'organizzazione politico-rivoluzionaria). I nostri riservisti sono deragliati nella stessa direzione, all'epoca dei dibattiti al BI plenario di gennaio 84 e del voto del punto 7 della risoluzione.
Oggi, (per sottrarsi a questo primo deragliamento), allineandosi sulla tesi aberrante di McIntosh dell'impossibilità dell'esistenza delle correnti centriste nella classe nel periodo di decadenza, non fanno che perseguire lo stesso scivolamento, si contentano semplicemente di rivoltare la stessa moneta dal lato dell’altra faccia.
Dire che in questo periodo [di decadenza del capitalismo] non potrebbe esistere, né prima, né durante, né dopo la rivoluzione alcun tipo di centrismo in seno alla classe, è o considerare da idealista la classe come uniformemente cosciente, assolutamente omogenea e totalmente comunista (rendendo inutile la stessa esistenza di un partito comunista, come fanno i consiliaristi coerenti) o decretare che nella classe possa esistere un unico partito, al di fuori del quale qualsiasi altra corrente è per definizione controrivoluzionaria e borghese, che, per una curiosa svolta, giunge alle peggiori manifestazioni della megalomania del bordighismo.
Come già visto, la corrente centrista non si presenta come una corrente omogenea con "un programma specifico preciso". È la meno stabile delle correnti politiche, la meno coerente, al suo interno è combattuta da un lato dall’influenza attrattiva del programma comunista e dall'altro dall’ ideologia piccolo-borghese. Ciò è dovuto a due fonti che allo stesso tempo la generano e, che intersecandosi tra loro, l'alimentano:
1) l'immaturità della classe nel suo processo di presa di coscienza;
2) la costante penetrazione dell'ideologia piccolo-borghese in seno alla classe.
Queste cause vanno e spingono le correnti centriste verso due direzioni diametralmente opposte.
In linea di massima è il rapporto di forze esistente tra le classi, in precisi periodi, flusso o riflusso della lotta di classe, a decidere il senso evolutivo o regressivo delle organizzazioni centriste. (…) McIntosh vede, nella sua congenita miopia, solo la seconda causa ed ignora magistralmente la prima, così come ignora le pressioni contrarie che vengono esercitate sul centrismo. Conosce il centrismo solo come "astrazione" e non nella realtà del suo divenire. McIntosh riconosce il centrismo solo quando quest'ultimo si è integrato definitivamente nella borghesia, in altre parole quando il centrismo ha cessato di essere centrismo. E proprio perché fino a quel momento non è stato in grado di riconoscerlo che lascia esplodere la sua furia e la sua indignazione.
È proprio ciò che spiega la natura dell’accanimento delle nostre minoranze sul cadavere della bestia feroce, che esse non hanno combattuto da viva e che oggi si guardano bene dal riconoscerla e dal combatterla.
Esaminiamo, dunque, il centrismo alimentato dalla prima causa, e cioè dall'immaturità alla presa di coscienza delle posizioni di classe. Prendiamo l'esempio dell'USPD, la bestia nera scoperta oggi dalle nostre minoranze e diventata il loro cavallo di battaglia.
La mitologia persiana racconta che il diavolo, stanco dei suoi insuccessi nel combattere il Bene e il Male, ha deciso, un bel giorno, di cambiare tattica procedendo diversamente, aggiungendo smisuratamente bene al Bene. Così quando Dio ha dato agli uomini il Bene dell'amore e del desiderio carnale, aumentando ed esasperando questo desiderio, il diavolo ha fatto sì che gli uomini si crogiolassero nella lussuria e lo stupro. Parimenti quando Dio ha dato come un bene il vino, il diavolo aumentando il piacere del vino ha creato l'alcolismo.
La nostra minoranza oggi fa esattamente la stessa cosa. Nell'incapacità di difendere il suo scivolamento centrista rispetto al consiliarismo, cambia tattica. "Voi dite centrismo, ma centrismo è la borghesia! Pretendendo di combattere il centrismo voi non fate che abilitarlo, collocandolo e dandogli il marchio di classe. Così localizzandolo nella classe voi vi fate il suo difensore ed i suoi apologeti".
Abile tattica di inversione di ruolo, riuscita perfettamente al diavolo. Purtroppo i nostri appartenenti alla minoranza non sono diavoli e tra le loro mani questa astuta tattica non può avere vita lunga. Chi, quale compagno può credere seriamente a questa assurdità che la maggioranza del BI plenario di gennaio '84 che ha scoperto e messo in evidenza l'esistenza di uno scivolamento centrista verso il consiliarismo nel nostro seno e, da un anno, non fa che combatterlo, sarebbe in realtà il difensore e l'apologeta del centrismo di Kautsky di 70 anni fa? I nostri stessi appartenenti alla minoranza non lo pensano. Cercano piuttosto di confondere il dibattito sul presente divagando sul passato.
Per ritornare alla storia dell'USPD bisogna cominciare ricordando lo sviluppo dell'opposizione alla guerra nella socialdemocrazia. La 'sacra unione' controfirmata dal voto unanime (eccetto il voto di Rühle) della frazione parlamentare dei crediti di guerra in Germania, stupefece molti membri di questo partito al punto di paralizzarli. La sinistra che darà nascita a Spartakus era ridotta ad un tale livello che il piccolo appartamento di Rosa risulterà grande per riunirsi all'indomani del 4 agosto 1914.
La sinistra non solo è ridotta, ma è anche divisa in più gruppi:
- la "sinistra radicale" di Brema che, influenzata dai Bolscevichi, spinge per l'uscita immediata dalla socialdemocrazia;
- quelli che sono raggruppati intorno a piccoli bollettini e riviste come quella di Borchardt (vicino alla "sinistra radicale");
- i delegati rivoluzionari (il più importante dei gruppi) che raccolgono i rappresentanti sindacali delle fabbriche metallurgiche di Berlino e che si trovavano politicamente tra il centro e Spartakus;
- il gruppo Spartakus;
- e poi infine il centro che darà nascita all'USPD.
Inoltre, ciascuno dei gruppi non rappresenterà un'entità omogenea ma conoscerà delle suddivisioni in molteplici tendenze che sovrapponendosi ed intrecciandosi, si avvicineranno e si allontaneranno continuamente. L'asse principale di queste divisioni resterà tuttavia sempre la regressione verso la destra e l'evoluzione verso la sinistra. Ciò ci dà già un'idea delle perturbazioni che si produrranno nella classe operaia in Germania fin dall'inizio della guerra (punto critico del periodo di decadenza) e che andranno accelerandosi durante quest'ultima. È impossibile nei limiti di questo articolo dare dettagli sullo sviluppo dei numerosi scioperi e manifestazioni contro la guerra in Germania. Nessun altro paese belligerante ha conosciuto un tale sviluppo, nemmeno la Russia. Possiamo accontentarci di dare solo alcuni punti di riferimento, tra altri la ripercussione politica di queste turbolenze sulla frazione più destrorsa della SD, la frazione parlamentare.
Il 4 agosto 1914, 94 su 95 deputati votarono i crediti di guerra. Un solo voto contrario, quello di Rühle; lo stesso Karl Liebknecht, sottoponendosi alla disciplina di partito, votò a favore. A dicembre 1914, in occasione di un nuovo voto ai crediti, Liebknecht ruppe con la disciplina e votò contro.
A marzo 1915, nuovo voto di bilancio ivi compreso i crediti di guerra. "Solo Liebknecht e Rühle voteranno contro, dopo che trenta deputati, in testa Haase e Ledebour (due futuri dirigenti dell'USPD), ebbero lasciato la sala" (O.K Flechtheim, Il partito comunista tedesco sotto la Repubblica di Weimar, Maspero, p. 38). Il 21 dicembre 1915, nuovo voto di crediti al Reichstag, F. Geyer dichiarò in nome di venti deputati del gruppo SD: "Rifiutiamo i crediti". "All'epoca di questo voto venti deputati rifiutarono i crediti e ventidue altri lasciarono la sala" (Ibid.).
Il 6 gennaio 1916, la maggioranza social-sciovinista del gruppo parlamentare espulse Liebknecht dalle sue file. Rühle solidarizzerà con lui e venne anche lui espulso. Il 24 marzo 1916, Haase rigettò, in nome della minoranza del gruppo SD al Reichstag, il bilancio di emergenza dello Stato; la minoranza pubblicò la seguente dichiarazione: "Il gruppo parlamentare socialdemocratico per 58 voti contro 33 e 4 astensioni ci ha tolto oggi i diritti che conseguono dell'appartenenza al gruppo… ci vediamo costretti a raggrupparci in una Comunità di lavoro socialdemocratico".
Tra i firmatari di questa dichiarazione, troviamo i nomi della maggior parte dei futuri dirigenti dell'USPD in particolare quello di Bernstein. La scissione e l'esistenza oramai di due gruppi SD al Reichstag, uno social-sciovinista e l'altro contro la guerra, corrispondono, pressappoco, a ciò che accade nel partito SD nel suo insieme, con le sue divisioni e lotte di tendenze accanite, come tra la classe operaia.
A giugno 1915 venne organizzata un'azione comune di tutta l'opposizione contro il comitato centrale del partito. Venne diffuso un testo sotto forma di volantino, firmato da centinaia di funzionari. In sintesi: "Esigiamo che il gruppo parlamentare e la direzione del partito denuncino infine l'Unione sacra ed impegnino su tutta la linea la lotta di classe sulla base del programma e delle decisioni del partito, la lotta socialista per la pace" (Op. citata).
Poco dopo apparve un Manifesto firmato da Bernstein, Haase e Kautsky intitolato "'L'imperativo dell'ora' in cui chiedevano che si mettesse fine alla politica del voto dei crediti" (Ibid.)
A seguito dell'espulsione di Liebknecht dal gruppo parlamentare, "la direzione dell'organizzazione SD di Berlino approverà per 41 voti contro 17 la dichiarazione della minoranza del gruppo parlamentare. Una conferenza che raggruppava 320 funzionari dell'VIII distretto elettorale di Berlino approvò Ledebour" (Ibid.)
Sul piano della lotta degli operai possiamo ricordare:
- 1915, alcune manifestazioni contro la guerra a Berlino che raggrupparono non più di 1000 persone;
- in occasione del 1° maggio 1916, Spartakus raggruppò in una manifestazione 10.000 operai delle fabbriche;
- agosto 1916, in seguito all'arresto e la condanna di K. Liebknecht per la sua azione contro la guerra, 55.000 metallurgici di Berlino entrarono in sciopero. Ci furono scioperi anche in parecchie città di provincia.
Questo movimento contro la guerra e contro la politica social-sciovinista, continuerà, estendendosi durante tutta la durata della guerra e guadagnerà sempre più masse operaie, con al loro interno una piccola minoranza di rivoluzionari (essa stessa barcollante), ed una forte maggioranza di una corrente centrista esitante e che andava a radicalizzarsi. È così che alla Conferenza nazionale della SD, nel settembre 1916 alla quale parteciparono una minoranza centrista ed il gruppo Spartakus, 4 oratori dichiararono: "L'importante non è l'unità del partito ma l'unità nei principi. Bisogna chiamare le masse a guadagnare la lotta contro l'imperialismo e la guerra ed imporre la pace adoperando tutti i mezzi materiali di cui dispone il proletariato" (Ibid.).
Il 7 gennaio 1917 si tenne una conferenza nazionale che raggruppò tutte le correnti di opposizione alla guerra. Su 187 delegati, 35 rappresentavano il gruppo Spartakus. Una conferenza che adottò all'unanimità un Manifesto… scritto da Kautsky ed una risoluzione di Kurt Eisner. I due testi dicevano: "Ciò che chiede (l'opposizione) è una pace senza vincitori né vinti, una pace di riconciliazione senza violenza".
Come spiegare che Spartakus votò una tale risoluzione, perfettamente opportunista, pacifista, lui che, per bocca del suo rappresentante Ernst Meyer, "pose la questione dell'arresto dei versamenti di quote dell'appartenenza al partito?"
Per McIntosh, nel suo semplicismo, una tale domanda non ha senso: essendo diventata borghese la maggioranza della socialdemocrazia, anche il centrismo è dunque borghese, e lo è anche Spartakus.
(…) Ma allora possiamo chiederci che ci facevano i Bolscevichi ed i Tribunisti olandesi nelle Conferenze di Zimmerwald e Kienthal, dove, pur proponendo la loro risoluzione di trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, alla fine hanno votato il manifesto e risoluzione che erano per la pace senza annessione né contributo? Nella logica di McIntosh, le cose sono o tutte bianche o tutte nere da sempre e per sempre. Non vede il movimento e ancora meno vede in che direzione va. Meno male che McIntosh non è medico perché sarebbe un medico per cui un malato sarebbe a priori condannato e già visto come cadavere.
Bisogna insistere ancora sul fatto che ciò che non è già valido per la vita di un uomo è un’assurdità completa a livello di un movimento storico come quello del proletariato. Qui il passaggio dalla vita alla morte non si misura in secondi né in minuti ma in anni. C' è una differenza fra il momento in cui un partito operaio firma la sua fine e la sua morte effettiva. Ciò può essere difficile da comprendere per un parolaio radicale, ma è del tutto comprensibile per un marxista che non ha l'abitudine di lasciare la barca come fanno i topi appena questa comincia ad imbarcare acqua.
I rivoluzionari sanno che cosa rappresenta storicamente un'organizzazione generata dalla stessa classe e, finché resta loro un alito di vita, lottano per salvarla, per conservarla alla classe. Una tale questione non esisteva, fino a qualche anno fa per la CWO, non esiste per un Guy Sabatier ed altri parolai per i quali l'Internazionale Comunista, il partito bolscevico sono stati sempre partiti borghesi. Non esiste neanche per McIntosh. I rivoluzionari possono sbagliarsi in un momento preciso ma per essi questa questione è estremamente importante. Per quale motivo? Perché i rivoluzionari non costituiscono una setta di ricercatori ma sono una parte di un corpo vivente quale è il movimento operaio, con i suoi momenti di alti e bassi.
La maggioranza social-sciovinista della SD comprendeva meglio di un McIntosh il pericolo che rappresentava questa corrente di opposizione all'Unione sacra ed alla guerra, infatti, all'occorrenza, effettuava massicce espulsioni. É proprio in seguito a queste espulsioni che l'8 aprile 1917 si costituì l'USPD. Solo dopo molte riserve ed esitazioni Spartakus diede la sua adesione a questo nuovo partito ponendo come condizione la rivendicazione di una "completa libertà di critica e d’azione indipendente". Più tardi, Liebknecht ha caratterizzato nel seguente modo i rapporti tra il gruppo Spartakus e gli USPD: "Abbiamo aderito all'USPD per spingerlo in avanti, averlo a portata della nostra influenza, strapparne i migliori elementi". Che questa strategia fu in quel momento valida, non ci sono dubbi, ma una cosa è chiara: una tale questione poteva porsi per Luxemburg e Liebknecht perché consideravano, a ragione, l'USPD come un movimento centrista nel proletariato e non come un partito della borghesia.
Non bisogna dimenticare che su 38 delegati che parteciparono a Zimmerwald, la delegazione tedesca fu costituita da dieci membri sotto la direzione di Ledebour e da 7 membri dell'opposizione centrista, 2 di Spartakus e 1 della sinistra di Brema e alla Conferenza di Kienthal ci furono, su 43 partecipanti, 7 delegati provenienti dalla Germania di cui 4 centristi, 2 di Spartakus e 1 della sinistra di Brema. Spartakus nell'USPD, conservava una completa indipendenza comportandosi più o meno come i Bolscevichi nelle Conferenze di Zimmerwald e Kienthal.
Non si può comprendere ciò che era l'USPD centrista senza localizzarlo nel contesto di un formidabile movimento di masse in lotta. Nell'aprile 1917 esplose uno sciopero di massa che coinvolse, solo a Berlino, 300.000 operai. Inoltre si verificò il primo ammutinamento di marinai. Nel gennaio 1918, in occasione delle trattative di pace di Brest-Litovsk, si ebbe un'ondata di scioperi stimata a 1 milione di operai. L'organizzazione dello sciopero era tra le mani dei delegati rivoluzionari molto vicini all'USPD (cosa non meno stupefacente è vedere Ebert e Scheidemann facenti parte del comitato di sciopero). Al momento della scissione, certi valutano gli aderenti alla SD a 248.000 e 100.000 all'USPD. Nel 1919 l'USPD contava nei grandi centri industriali circa un milione di aderenti. È impossibile riferire qui tutte le vicissitudini degli avvenimenti rivoluzionari nella Germania del 1918. Ricordiamo solamente che il 7 ottobre venne decisa la fusione tra Spartakus e la sinistra di Brema. Liebknecht che era stato appena liberato, entrò nell'organizzazione dei delegati rivoluzionari che si dedicò alla preparazione di un sollevamento armato per il 9 novembre. Ma intanto il 30 ottobre scoppiava il sollevamento di Kiel. A ben vedere, l'inizio della rivoluzione in Germania ricorda quello di febbraio 1917, in particolare per ciò che riguarda l'immaturità del fattore soggettivo, l'immaturità della coscienza nella classe. Proprio come in Russia, i congressi dei consigli daranno la loro investitura a quei "rappresentanti" che sono stati i peggiori guerrafondai durante tutta la guerra; Ebert, Scheidemann, Landsberg a cui si aggiungono tre membri dell'USPD: Haase, Dittman e Barth. Questi ultimi che fanno parte della destra centrista, considerando l'accidia, la vigliaccheria, l'esitazione, che li caratterizzano, serviranno da cauzione "rivoluzionaria" ad Ebert-Scheidemann, per poco tempo (dal 20/12 al 29/12 del 1919), ma sufficiente a permetter loro di organizzare, con l'aiuto dei junkers prussiani e dei corpi franchi, i massacri controrivoluzionari.
La politica di semi-fiducia semi-diffidenza in questo governo che sarà quello della direzione dell'USPD, somiglia stranamente a quella del sostegno condizionale al governo di Kerensky da parte della direzione del partito bolscevico fino a maggio 1917, fino al trionfo delle Tesi di aprile di Lenin. La grande differenza, tuttavia, non risiedeva tanto nella fermezza del partito bolscevico sotto la direzione di Lenin e di Trotsky quanto nella forza, l'intelligenza di una classe esperta, quale fu la borghesia tedesca che seppe raccogliere tutte le sue forze contro il proletariato, rispetto all'estrema senilità della borghesia russa.
Per ciò che riguarda l'USPD, questo fu dilaniato, come ogni corrente centrista, tra una tendenza di destra che cerca di reintegrarsi nel vecchio partito passato alla borghesia ed una tendenza sempre più forte alla ricerca di un terreno rivoluzionario. L'USPD si trovò così a gennaio 1919 affianco a Spartakus nelle sanguinose giornate della controrivoluzione a Berlino, e nei differenti scontri nelle altre città, come a Monaco, in Baviera.
L'USPD, come qualsiasi altra corrente centrista, non poteva reggere alle prove decisive della rivoluzione. Era condannato ad esplodere, ed esplose.
Fin dal suo Secondo Congresso, 6 marzo 1919, le due tendenze si affrontarono su parecchie questioni (sindacalismo, parlamentarismo) ma soprattutto sull’adesione all'Internazionale Comunista. La maggioranza rigettò l'adesione. La minoranza andava, tuttavia, a rafforzarsi, sebbene alla Conferenza nazionale che si tenne in settembre, non riuscì ancora a conquistare la maggioranza. Al Congresso di Lipsia, il 30 novembre dello stesso anno, la minoranza vinse sulla questione del programma d'azione (adottato all'unanimità) il principio della dittatura dei soviet, e si decise di avviare delle trattative con l'IC. Nel mese di giugno 1920, una delegazione si recò a Mosca per iniziare queste trattative e per partecipare al Secondo Congresso dell'IC.
Il CE dell'IC aveva preparato su questo argomento un testo contenente, all'origine, 18 condizioni e che fu rafforzato con l'aggiunta di altre 3 condizioni. In tutto le 21 condizioni di adesione all'Internazionale Comunista. Dopo violente discussioni interne, fu attraverso una maggioranza di 237 voti contro 156 che il congresso straordinario d’ottobre 1920 si pronunciò infine per l'accettazione delle 21 condizioni e l'adesione all'IC.
McIntosh, e con lui JA, ad agosto 1984, hanno scoperto la critica fatta da sempre dalla sinistra dell'IC, l’aver lasciato le maglie della rete troppo larghe per l'adesione all'Internazionale. Ma la scoperta tardiva dei nostri appartenenti alla minoranza è, come sempre, solo una caricatura che volge all'assurdo. Nessun dubbio che le stesse 21 condizioni contenevano certe posizioni erronee, già viste all'epoca e criticate dalla stessa sinistra e non a partire solo dal 1984. Che cosa prova ciò? Che l'IC era borghese? O che l'IC era infiltrata da posizioni centriste su molte questioni e fin dal suo inizio? L'indignazione improvvisa dei nostri appartenenti alla minoranza nasconde con difficoltà la loro ignoranza della storia che sembrano scoprire oggi insieme all'assurdità della loro conclusione sul fatto che il centrismo non può esistere nel presente periodo della decadenza.
Pur essendo dei miopi, non riuscendo a vedere lontano nel tempo, potrebbero almeno comprendere questa breve storia della stessa CCI. Da dove venivano i gruppi che infine si sono raggruppati nella CCI? Del resto, i nostri appartenenti alla minoranza non hanno da osservare che loro stessi e la loro traiettoria politica. Da dove venivano dunque RI o WR, o la sezione del Belgio, gli USA, Spagna, Italia, e la Svezia??? Non sono provenuti da una palude confusionista, anarchicheggiante e contestataria???
Non ci saranno mai maglie abbastanza strette da darci la garanzia assoluta contro la penetrazione di elementi centristi o la loro apparizione all'interno. La storia della CCI - senza voler parlare della storia del movimento operaio - è là per dimostrare che il movimento rivoluzionario è un processo di decantazione incessante. Basta guardare i nostri appartenenti alla minoranza per rendersi conto della somma di confusioni che sono stati capaci di portare in un anno.
Ecco che McIntosh ha scoperto che il flusso della prima ondata rivoluzionaria ha trasportato anche degli Smeral, dei Cachin, dei Frossard e dei Serrati. McIntosh ha mai visto dalla finestra della sua università ciò che è un flusso rivoluzionario?
Per ciò che riguarda il PCF, McIntosh scrive anche la storia a suo modo dicendo per esempio che il partito aderisce all'IC raggruppato intorno a Cachin-Frossard. Non sa niente dell'esistenza del Comitato della 3a Internazionale raggruppato intorno a Loriot e Suvarin, in opposizione al Comitato di ricostruzione di Faure e Longuet? Frossard e Cachin zigzagavano tra questi due comitati, per riunirsi alla fine alla risoluzione del Comitato della 3a Internazionale per l'adesione all'IC. Al Congresso di Strasburgo nel febbraio 1920, la maggioranza è ancora contro l'adesione. Al Congresso di Tours, dicembre 1920, la mozione per l'adesione all'IC ottiene 3208 voti, la mozione di Longuet l'adesione con riserva 1022 e l'astensione (gruppo Blum-Renaudel) 397 voti.
Le maglie non erano sufficientemente strette? Certamente. Ma ciò non deve impedirci di comprendere cio che è un flusso ascendente della rivoluzione. Discutiamo sul fatto di capire se i partiti (bolscevico, Spartakus ed altri partiti socialisti) che hanno costituito o aderito all'IC erano dei partiti operai o dei partiti della borghesia. Non discutiamo sui loro errori ma sulla loro natura di classe, ed in questo i Mic-Mac di Intosh non sono di alcun aiuto. Come McIntosh non sa vedere ciò che è una corrente in maturazione, che va dell'ideologia borghese verso la coscienza di classe, allo stesso modo non sa vedere che cosa la differenzia da una corrente che degenera, e cioè che va dalla posizione di classe verso l'ideologia borghese.
Nella sua visione di un mondo fisso, rigido, il senso del movimento non ha alcun interesse, né posto. È per tale motivo che lui non saprebbe comprendere ciò che vuole dire aiutare il primo che si avvicina criticandolo, o combattere senza pietà il secondo che si allontana. Ma soprattutto, non sa distinguere quando il processo degenerativo di un partito proletario è definitivamente concluso. Senza rifare tutta la storia del movimento operaio possiamo dargli un punto di riferimento: un partito è perso definitivamente per la classe operaia quando non emana più dal suo seno alcuna tendenza, alcun segno di vita proletaria. Ricordiamo il caso a partire dal 1921 dei partiti socialisti, e quello all'inizio degli anni 30 dei partiti comunisti. È con ragione che fino a quelle date si poteva parlare di loro con il termine di centrismo.
E per finire, bisogna ritenere che la Nuova teoria di McIntosh, che vuole ignorare l'esistenza del centrismo in periodo di decadenza, ricorda fortemente quelle persone che, al posto di curarsi, scelgono di ignorare quella che chiamano una "malattia vergognosa". Non si combatte il centrismo negandolo, ignorandolo. Il centrismo, come ogni altra piaga che può colpire il movimento operaio, non può essere curato nascondendolo, ma esponendolo, come diceva Rosa Luxemburg, in piena luce. La nuova teoria di McIntosh si basa sul timore superstizioso del potere malefico delle parole: meno si parla di centrismo meglio si sta. Per noi, al contrario, è necessario conoscere e riconoscere il centrismo, sapere in quale periodo, di flusso o di riflusso, si trova e comprendere in che senso evolve. Superare e combattere il centrismo è in ultima analisi il problema della maturazione del fattore soggettivo, della presa di coscienza della classe.
MC (Dicembre 1984)
[1] La Rivista Internazionale è pubblicata in inglese, francese e spagnolo sul nostro sito web.
Una volontà di fare il massimo di morti. Una carneficina. Venerdì 13 novembre Parigi e la sua periferia sono state il teatro macabro di atti sanguinari commessi da un pugno di terroristi imbottiti di esplosivi e armi da guerra. Il loro bersaglio? Tutti i "pervertiti" dallo "stile di vita occidentale"[1], e in modo particolare i giovani[2].
Lo scorso 11 gennaio, ammazzando i caricaturisti del giornale satirico Charlie Hebdo, l’ISIS ha ucciso dei "nonni"[3] di tendenza libertaria, marcata dal movimento sociale del maggio 68. Questa volta, attaccando i ritrovi festivi e alla moda (lo Stadio francese di San-Denis, i caffè e i ristoranti della X e XI circoscrizione di Parigi, la sala da concerto del Bataclan[4]), l’ISIS ha mirato volontariamente su una generazione che ai suoi occhi commette l'orribile crimine di amare, incontrarsi, discutere, bere, danzare e cantare liberamente, in altri termini: di amare la vita (ciò che la borghesia, approfittando dell'emozione e del lavaggio del cervello mediatico, cerca di far passare per patriottismo!). Questa è la stessa generazione movimento sociale del 2006 in Francia[5] che aveva sognato di riprendere la fiaccola dal maggio 68 e che aveva giustamente espresso la sua solidarietà agli artisti assassinati di Charlie Hebdo mobilitandosi nelle manifestazioni di gennaio[6].
Questi nuovi crimini freddamente pianificati, motivati da un'ideologia oscurantista e morbosa, degna del nazismo, non sono il frutto di alcuni "mostri" che basterebbe sradicare[7]; questa è la logica della borghesia. Essa serve solo a giustificare la guerra, a generare a sua volta più odio e crimini, e, soprattutto, a mascherare le vere cause di queste atrocità. Perché, in realtà, alla radice di questi mali si trova l'intero sistema capitalista, un sistema senza avvenire, senza prospettiva che si decompone trascinando poco a poco dietro di lui tutta l'umanità nel suo ingranaggio omicida.
L’ISIS è una manifestazione particolarmente rivelatrice di questa dinamica suicida del capitalismo. Lo Stato islamico è un puro prodotto della decadenza, direttamente secretato dalla fase attuale di decomposizione del capitalismo.
In questa cornice, l'aggravamento e la moltiplicazione dei conflitti imperialisti, lo sfaldamento accelerato della società hanno per principale radice l’affermazione a livello storico di assenza di prospettiva sociale. Delle due classi fondamentali e antagoniste, borghesia e proletariato, né l’una né l’altra riescono a imporre il loro progetto storico, rispettivamente la guerra mondiale o la rivoluzione comunista. Dalla metà degli anni 80, l’intera società resta così prigioniera dell'immediato, appare senza avvenire e imputridisce poco a poco[8]. Il crollo dell'URSS nel 1990, prodotto di questa dinamica, ha inasprito tutte le contraddizioni di questo sistema. Le espressioni di questa fase di decomposizione sono molteplici: individualismo e ciascuno per sé, gangsterismo, ripiego identitario e settario, oscurantismo, nichilismo e, soprattutto, accentuazione del caos guerriero. Ciò al punto da destabilizzare gli Stati più deboli e provocare il loro crollo, spingendo la logica dei conflitti a devastare intere regioni del pianeta. Tutto ciò implica la primaria responsabilità delle grandi potenze imperialiste, particolarmente in Africa e in Medio Oriente.
Un breve richiamo alla storia dei conflitti di queste regioni durante gli ultimi decenni illustra perfettamente questa realtà. Dal crollo dell'URSS, gli Stati Uniti fanno sempre più fatica a imporsi come "gendarme del mondo". Ciò può sembrare paradossale, ma l'esistenza del nemico russo imponeva agli avversari di quest'ultimo di proteggersi dietro il potere americano. Le nazioni del blocco occidentale erano costrette ad accettare la "disciplina del blocco" dello Zio Sam. Appena l'URSS è crollata, il blocco occidentale si è disgregato e ognuno ha tentato immediatamente di giocare la propria carta imperialista. Gli Stati Uniti hanno dunque dovuto sempre più imporre la loro leadership attraverso la forza. Tale è il senso dell'immensa dimostrazione di forza militare della Guerra del Golfo nel 1990, momento in cui la borghesia americana riuscì a costringere tutti i suoi "alleati" a unirsi a lei. Ma la situazione ha continuato a degradarsi per gli Stati Uniti che, sempre più isolati, hanno dovuto condurre la guerra in Afghanistan nel 2001 poi in Iraq nel 2003, col solo risultato della destabilizzazione geopolitica di queste due regioni. E’ questa dinamica che annunciavamo fin dall’ottobre 1990: "Quello che dunque mostra la guerra del Golfo, è che, di fronte alla tendenza al caos generalizzato proprio della fase di decomposizione, e alla quale il crollo del blocco dell'est ha dato un colpo d’acceleratore considerevole, non c'è altra uscita per il capitalismo, nel suo tentativo di mantenere al loro posto le differenti parti di un corpo che tende a smembrarsi, che l'imposizione di un busto di ferro costituito dalla forza delle armi. In questo senso, i mezzi stessi che utilizza per tentare di contenere un caos sempre più sanguinario sono un fattore di aggravamento considerevole della barbarie guerriera nella quale è immerso il capitalismo"[9].
L'intervento americano in Iraq nel 2003, al di là dei 500.000 morti che ha prodotto, ha fatto cadere il governo sunnita di Saddam Hussein[10] senza essere capace di sostituirlo con un nuovo Stato stabile. Di contro, l'allontanamento dal potere della frazione sunnita e la sua sostituzione con la frazione sciita ha creato un caos permanente. È su queste rovine, sul vuoto lasciato dalla decadenza dello Stato iracheno, che è nato l’ISIS. La sua creazione risale al 2006, quando Al-Qaïda formò con cinque altri gruppi djihadisti il "Consiglio consultivo dei moudjahidin in Iraq". E il 13 ottobre 2006, il Consiglio consultivo proclamò lo "Stato islamico dell'Iraq" che a partire da questa data si considerò il "vero Stato". Numerosi ex-generali di Saddam Hussein, competenti e animati dallo spirito di rivincita contro "l'Occidente", durante questo periodo raggiunsero le righe di quello che sarebbe diventando l’ISIS. In seguito, la destabilizzazione della Siria darà l'opportunità di un ulteriore sviluppo dello Stato islamico. Infatti, nel 2012, quest'ultimo comincia a estendersi in Siria e, il 9 aprile 2013, diventa lo "Stato islamico in Iraq e in Levante".
Ogni nuovo conflitto imperialista, in cui le grandi potenze giocano tutte un inevitabile ruolo, diventa quasi sempre occasione per l’ISIS di estendere il suo ascendente spargendo, su un terreno per lui fertile, odio e spirito di vendetta. Vanno così a prestargli fedeltà parecchi gruppi jihadisti, come Boko Haram nel Nord-est della Nigeria, Ansar Maqdis Chouras Chabab al-islam in Libia, Jund al-Khalifa in Algeria e Ansar Dawlat al-Islammiyya nello Yemen. Innegabilmente, la guerra imperialista ha nutrito lo Stato islamico. È questo un fenomeno che si è sviluppato ed esteso dalla metà degli anni 80: sotto il peso sia delle contraddizioni economiche e politiche interne che dei conflitti imperialisti, gli Stati più deboli crollano. All'Est negli anni 90, in particolare nei Balcani, ciò si è concretizzato con uno sbriciolamento delle nazioni e con conflitti cruenti, come l'esplosione della Iugoslavia. Dal Caucaso (Cecenia) fino all'Asia centrale (Afghanistan) o in Africa (con l'ex-Zaire, il Corno d'Africa, ecc.), l'instabilità statale ha lasciato il posto all'apparizione di proto-Stati paralleli e incontrollabili, diretti dai signori della guerra. L’ISIS è una nuova espressione di questo fenomeno cancrenoso, ma ad una scala geografica fino ad oggi ineguagliata.
La responsabilità delle grandi potenze non si ferma alla sola destabilizzazione delle regioni attraverso i loro interventi militari di ordine strategico o più semplicemente per la difesa di interessi sordidi. Esse molto spesso sono direttamente all'origine della creazione di tutte queste cricche omicide ed oscurantiste che cercano di strumentalizzare. Lo Stato islamico è composto dalle frazioni più radicali del sunnismo e dunque ha per nemico principale la grande nazione dello sciismo: l'Iran. Per questo tutti i nemici dell'Iran (l'Arabia saudita, gli Stati Uniti[11], Israele, il Qatar, il Kuwait…) hanno tutti sostenuto politicamente, finanziariamente e talvolta militarmente l’ISIS. La stessa Turchia ha appoggiato lo Stato islamico per servirsene contro i curdi. Quest’alleanza di circostanza ed eteroclita mostra che le differenze religiose non sono il reale fermento di questo conflitto: sono invece proprio le poste in gioco imperialiste e gli interessi nazionali capitalisti che determinano innanzitutto le linee di divisioni e trasformano le ferite del passato in odio moderno.
Comunque sia, alla fine tutti sono stati obbligati a ricredersi. L'Arabia saudita ha vietato ogni aiuto finanziario all’ISIS e ha condannato alla prigione tutti coloro che continuavano a giocare ai mecenati. E per lottare contro lo Stato islamico, gli Stati Uniti hanno iniziato ufficialmente un certo avvicinamento a… l'Iran! Perché un tale capovolgimento? La risposta la dice lunga sullo stato di decadenza del sistema capitalista. La dimensione oscurantista, religiosa e soprattutto distruttrice dell’ISIS è tale che questo gruppo sfugge ad ogni controllo. Certi Stati senza avvenire e dominati dalla Charia sono già esistiti, particolarmente in Africa centrale, ma sono sempre stati limitati ad una dimensione regionale. Ma ora, il fenomeno ISIS tocca una zona ben più vasta e soprattutto la parte altamente geostrategica e nevralgica del Medio Oriente[12].
Gli incessanti cambi di alleanze, questa politica di corta veduta e ogni volta più distruttrice, sono, così come l'esistenza di questo proto-Stato islamico, un indice della decomposizione dell'intero sistema, dell'impasse capitalista, dell'assenza di soluzione duratura e di ogni prospettiva per tutte le nazioni.
Anche qui, la bussola del marxismo ci ha permesso di comprendere fin dal 1990 che l’intera società stava prendendo questa rotta: "Nel nuovo periodo storico in cui siamo entrati, e gli avvenimenti del Golfo lo stanno confermando, il mondo si presenta come un'immensa giungla, dove giocherà a fondo la tendenza al "ciascuno per sé", dove le alleanze tra gli Stati non avranno affatto il carattere di stabilità che caratterizzava i blocchi, ma saranno dettate dalle necessità del momento. Un mondo di disordine omicida, di caos cruento in cui il gendarme americano tenterà di fare regnare un minimo di ordine attraverso l'impiego sempre più massiccio e brutale della sua potenza militare"[13].
Ultimo cambiamento di rotta in ordine di tempo: oggi, la Francia è pronta a sostenere, attraverso il suo avvicinamento alla Russia, Bachar el-Assad (ufficialmente responsabile di 200.000 morti dall'inizio della guerra civile!) contro l’ISIS mentre dal 2011 si era impegnata con tutto il suo peso diplomatico a sostenere "l'opposizione siriana". Poutin ed i suoi ignobili soprusi in Cecenia e poi in Ucraina ridivengono "frequentabili"!
Conducendo tutte queste guerre, seminando la morte e la desolazione, imponendo il terrore delle bombe ed attizzando l'odio in nome della "legittima difesa", sostenendo questo o quel regime assassino secondo le circostanze, non proponendo alcun altro avvenire se non sempre più conflitti, e tutto ciò per difendere solo i loro sordidi interessi imperialisti, le grandi potenze sono le prime responsabili della barbarie mondiale, compresa quella dell’ISIS. Questo presunto "Stato islamico", che ha per santa trinità lo stupro, il furto e la repressione sanguinaria, quando distrugge ogni cultura (lo stesso odio per la cultura del regime nazista[14]), quando vende donne e bambini, talvolta per i loro organi, non è nient’altro che una forma particolarmente caricaturale, senza artifici né abbellimenti, della barbarie capitalista di cui sono capaci tutti gli Stati del mondo, tutte le nazioni, piccole e grandi. "Sporca, disonorata, sguazzante nel sangue, coperta di grasso; ecco come si presenta la società borghese, ecco ciò che essa è. Non è quando, ripulita e rispettabile, si mostra aperta alla cultura e alla filosofia, alla morale e all'ordine, alla pace ed al diritto, ma è quando somiglia ad una bestia feroce, quando danza il sabba dell'anarchia, quando soffia la peste sulla civiltà e l'umanità che essa si mostra tutta nuda, come veramente è"[15].
Sono dunque proprio le grandi potenze che per prime hanno scatenato la loro barbarie sulla terra e nelle aree delle nazioni capitaliste più deboli (anche queste altrettanto barbare). Ed è questa stessa barbarie che, alla fine, sfugge al loro controllo e che ritorna indietro colpendo in pieno il cuore del sistema come un boomerang. Questo è il reale significato degli attentati del 13 novembre a Parigi. Essi non sono solo un ennesimo atto terroristico; manifestano un ulteriore passo in avanti nell'esacerbazione delle tensioni imperialiste e nel deterioramento della società capitalista. In effeti, se degli attentati decimano regolarmente le popolazioni dell'Africa e del Medio Oriente[16], l'attentato del centro storico del capitalismo è particolarmente significativo del degrado della situazione mondiale. All'epoca degli attentati che colpirono Parigi nel 1985 e 1986, scrivevamo: "ciò che evidenzia l’attuale ondata di attentati terroristici, è che questa decomposizione della società raggiunge oggi un livello tale che le grandi potenze sono sempre meno al riparo dalle sue manifestazioni più barbare, che per loro diventa sempre più difficile contenere nel Terzo Mondo queste estreme forme di convulsioni di un sistema in agonia. Così come le metropoli capitaliste hanno potuto, in un primo tempo, respingere verso la periferia le manifestazioni più catastrofiche di una crisi che ha comunque la sua origine nel cuore stesso del sistema, proprio in queste metropoli, esse hanno respinto verso questi stessi paesi periferici le forme più barbare - e in particolare gli scontri armati - delle convulsioni che questa crisi genera. Ma oggi, che la crisi torna a colpire con forza decuplicata i paesi centrali del capitalismo, essa si tira dietro una parte di questa barbarie che aveva scatenato nel Terzo Mondo"[17].
Questo processo, in atto dalla metà degli anni 1980 e soprattutto dall'attacco delle Twin Tower, ha continuato a svilupparsi. Gli attentati del 13 novembre vanno dunque a segnare un passo in più, qualitativamente importante, anche in rapporto agli stessi attentati di Madrid (2004), Londra (2005) e Boston (2013). Fino ad ora, il bilancio provvisorio è di 130 morti e 351 feriti di cui 98 gravi. Questa spaventosa ecatombe è tra le peggiori che abbiano colpito il cuore dell'Europa dalla Seconda Guerra mondiale, nonostante sia fallito l’attentato allo Stadio di Francia[18]. Ma la reale differenza non sta solo a questo livello quantitativo, del resto gli stessi attentati di Madrid hanno avuto un ampio numero di vittime: 200 morti e 1400 feriti. Questa volta, non si tratta di un atto isolato e istantaneo: lo Stato islamico è riuscito a colpire più luoghi ed a massacrare per tre ore in piena Parigi! Esso ha importato in Occidente, per un’intera serata, l'atmosfera di guerra che vive quotidianamente la popolazione in Siria, in Iraq, in Afghanistan, in Pakistan, nella Nigeria ecc., (da cui tenta disperatamente di fuggire). La sceneggiatura "minuziosamente"[19] preparata di questi attentati ha permesso di provocare una vera e propria ondata di choc e panico. La trasmissione in diretta degli avvenimenti da parte di tutte le televisioni del mondo, di queste immagini di guerra urbana, l'incertezza sul numero di vittime, sul numero degi attacchi e dei terroristi coinvolti…, tutto ciò ha creato un clima di terrore insopportabile. A milioni, gli spettatori impotenti sono restati davanti ai loro schermi scioccati e sono stati poi incapaci di chiudere gli occhi durante la notte. Qui lo Stato islamico è riuscito a dimostrare come una grande potenza economica e militare, qual è la Francia, sia stata incapace di impedire tali atti. Ed, infatti, lo Stato francese, pur aspettandosi degli attacchi imminenti, si è rivelato impotente ad evitare la carneficina.
Peggio ancora, l’ISIS si è potuto appoggiare su uomini e donne nati e vissuti in Francia e in Belgio, capaci di commettere i peggiori crimini in nome di un'ideologia irrazionale, nauseabonda e morbosa. In altre parole, è innanzitutto la stessa decomposizione della società che incancrenendo il centro del capitalismo ha generato direttamente una tale atrocità.
Numerosi sono i superstiti che, avendo visto da vicino i terroristi, hanno testimoniato dell'aspetto banale dei loro boia: giovani tra i 20 ed i 30 anni, tremanti di paura e gocciolanti sudore[20], ma determinati, che giustificano i loro inqualificabili atti omicidi con la necessità di "vendicare i crimini commessi dall'esercito francese in Siria". Questi atti orribili non sono stati commessi da mostri ma da esseri umani completamente stritolati ed indottrinati, per la maggior parte nati in un'Europa "civilizzata".
Molti jihadisti europei, oggi in Siria, vengono dalla piccola borghesia che, in assenza di prospettiva se non il declassamento, colma di gelosia nei confronti dei modelli della grande borghesia e, soprattutto, estranea a qualsiasi altro progetto sociale alternativo, è incancrenita dal nichilismo e dall'odio. Del resto, è questo stesso strato sociale che già negli anni 30 andò a costituire le truppe d'assalto del nazismo.
Un'altra parte non trascurabile dell'esercito dell’ISIS, proviene dalle periferie povere. Si tratta di ragazzini dal percorso caotico, umiliati da un sistema che li rigetta dalla sua sfera economica, oltre che culturale e sociale. Anche qui, la volontà di vendetta da un lato ed il nichilismo dall'altro, espressioni di una società senza avvenire, sono probabilmente le molle fondamentali della loro traiettoria. Attraverso questi massacri vili, ignobili ed assurdi, i più radicali hanno l'impressione di finalmente esistere e di prendersela con il sistema che li ha esclusi, anche a costo, senza importanza per loro, della morte.
Infine, un'ultima parte, soprattutto tra i kamikaze, è reclutata direttamente nella frangia che delinque. Spesso sono questi che, dopo avere rubato o aggredito a più riprese si ritrovano poi con il kalashnikov in mano a decimare, portando a pretesto un’ideologia di ispirazione religiosa tra le più dei più rigorose.
In altre parole, dall'Europa al Medio Oriente, come ovunque nel mondo, l'assenza di prospettiva e le sue conseguenze più gravi (la putrefazione sociale, il gangsterismo, lo sviluppo di una morale propria del sottoproletariato), sono il terreno fertile di questa deriva morbosa. L'incontro di questi giovani nati in Europa con gruppi iracheni e siriani, oscurantisti ed omicidi, con capacità strategiche e abilità militare, non è quindi per niente dovuto al caso.
Per riassumere, l'imperialismo e la decomposizione sono i due genitori che, accoppiandosi, generano il terrorismo attuale. Guerra, no-future, paura ed odio, cedimento morale, terrorismo… poi di nuovo guerra. Un circolo vizioso senza fine. Se non viene distrutto e superato da un'altra società, il capitalismo trascinerà in questo ingranaggio e nella sua caduta l'intera l'umanità, fino ad annichilire ogni forma di vita.
Quale è stata, quindi, la reazione di tutte le grandi nazioni la stessa sera degli attentati del 13 novembre? Le parole del Primo ministro francese socialista, Manuel Valls, pronunziate all'indomani del dramma sulla più grande catena televisiva del paese, ne danno il tono: "volontà di annientare l’ISIS"; "replicheremo colpo su colpo"; "saremo spietati"; "risponderemo allo stesso livello"; "siamo in guerra", una guerra che "potrebbe durare dei mesi e forse anche degli anni e che necessita di mezzi eccezionali", aggiungendo: "farò di tutto perché l'unità, perché l’union sacrée sia preservata", finendo con questo appello guerriero: "dobbiamo essere dei patrioti per abbattere il terrorismo".
E tutti i giornali nazionali a riprendere in coro questo "Adesso è guerra!", "è la Francia che è attaccata!", ecc. Questa campagna patriottica, nazionalista è stata ripresa a scala internazionale, orchestrata intorno alla bandiera blu-bianco-rossa e alla Marsigliese. Nel mondo, su tutti i grandi monumenti, ovunque, ma anche sui social network, negli stadi… è stata brandita la bandiera francese. Le parole della Marsigliese sono state pubblicate in tutti i giornali inglesi affinché il pubblico la intonasse il 18 novembre durante la partita Inghilterra-Francia a Wembley. Evidentemente in questo non c'è alcuna solidarietà reale delle grandi potenze verso la Francia, tutte queste nazioni si fanno tra loro una spietata concorrenza economica e talvolta militare.
No, ogni borghesia nazionale ha semplicemente utilizzato i 130 morti di Parigi, e la paura generata, per fare passare l'idea putrida che l'unità nazionale è la più bella e la più alta delle unità possibili, quella che fa il "vivere insieme", quella che ci protegge dall' "esterno". Ora, in verità, le bandiere nazionali sono sempre bandiere di guerra! Le bandiere nazionali, sono il simbolo dell'ideologia che salda le differenti classi della nazione contro le altre nazioni; fondamentalmente è la stessa ideologia di quella dello Stato islamico! Ed in Francia, è ora il Partito socialista al potere ad essere in prima linea in questo spirito guerrafondaio. Risultati: lo Stato Maggiore francese ha sganciato "in rappresaglia agli attentati" decine di bombe in pochi giorni e ha inviato la sua porta-aerei Charles de Gaulle a triplicare la capacità di fuoco dell'esercito francese in Siria. Questi attacchi si aggiungono, per esempio, ai 4111 bersagli colpiti dall'esercito russo negli ultimi quarantotto giorni. La stampa ogni giorno riferisce di vittime "collaterali" legate a questi bombardamenti[21], ma è impossibile avere accesso ad un bilancio serio. E’ così per tutte le guerre delle grandi nazioni democratiche che intervengono in nome della "pace", della "umanità", della "sicurezza dei popoli”. Ed ogni volta, il bilancio dei morti pubblicati dopo qualche anno è spaventoso. Un solo esempio. Secondo il rapporto Body Count, Casualty Figure after 10 years of the “War on Terro”[22], la "guerra contro il terrorismo" lanciata dagli Stati Uniti dopo gli attentati dell'11 settembre ha causato in dodici anni la morte di almeno 1,3 milioni di persone in tre paesi, Iraq, Afghanistan e Pakistan, con la precisazione che si tratta di "stime al ribasso" che non tengono conto degli altri conflitti (Yemen, Somalia, Libia, Siria). L'Iraq avrebbe pagato il tributo maggiore alla guerra contro il terrorismo, con circa un milione di morti, contro i 111.000 secondo i media americani e i 30.000 secondo l'ex-presidente George W. Bush. Il rapporto parla di un "crimine contro l'umanità vicino al genocidio". Ecco il vero volto della guerra imperialista! Ecco il vero e pesante tributo del fuoco "chirurgico!"
I colpi attuali sulla Siria forse metteranno a mal partito l’ISIS, e ciò renderà questo proto-Stato ancora più suicida e omicida, ma soprattutto in queste regioni, come ovunque nel mondo, essi alimenteranno la paura e l'odio. Il fenomeno rappresentato dall’ISIS e che ne è alla origine alla fine ne uscirà dunque rafforzato. La "risposta" della Stati di fronte al "terrorismo" può significare solamente un’impennata del militarismo e lo scatenamento della stessa barbarie sempre più irrazionale, nella spirale infernale di un caos sanguinario.
Imparando dagli attentati dello scorso 7 gennaio contro Charlie Hebdo, dove la borghesia, sorpresa dalle manifestazioni spontanee, fu obbligata a prendere velocemente il treno in corsa, lo Stato francese questa volta ha impedito che potessero esprimersi quegli stessi slanci spontanei di solidarietà che favoriscono la riflessione, le discussioni e inducono potenzialmente all'idea che "la strada" può rappresentare una forza politica. E’ stato vietato ogni assembramento e ognuno è stato invitato a restare a casa, a identificarsi con la "nazione", con la "patria", e ad accettare la logica di guerra! Oggi, ritorna in superficie l'idea stessa di servizio nazionale di leva e di una "guardia nazionale". Non perdendo l’occasione, il Partito socialista francese ha approfittato degli attentati per giustificare il rafforzamento dell'arsenale repressivo e di controllo. In particolare, per la prima volta dalla guerra d'Algeria (1958 e 1961), è stato decretato lo stato di emergenza, poi prolungato a 3 mesi, su tutto il territorio metropolitano, ed anche sui dipartimenti di oltremare (Guadalupa, Martinica, Guyana, la Riunion e Mayotte). Questo stato di emergenza è una situazione speciale, una condizione eccezionale che restringe le "libertà". Esso "conferisce alle autorità civili, nell'area geografica in cui si applica, eccezionali poteri di polizia"[23] come, ad esempio, la possibilità di fare perquisizioni a tappeto. In effetti, si tratta di abituare la popolazione a un drastico rafforzamento del controllo poliziesco e della repressione che la borghesia sa di poter utilizzare domani contro la classe operaia, e già sono in discussione una caterva di leggi per rafforzare la "sicurezza nazionale". La stessa campagna sulla sicurezza si sta facendo ora in tutto il mondo.
Per riassumere, lo Stato approfitta del terrorismo per presentarsi come il garante della pace per meglio fare… la guerra, come il protettore dei diritti umani per rafforzare… il controllo sulla popolazione e, evidentemente, come garante dell'unità sociale per alimentare… l’odio. Continuamente vengono incitate la xenofobia, l'odio del musulmano ed ogni altra divisione permettendo così all'ordine capitalista di regnare da padrone sui suoi sfruttati. In tutta Europa c’è una recrudescenza delle correnti politiche xenofobe. Si moltiplicano un po' ovunque atti anti-immigrati, come in Germania, dove sono stati incendiati dei ricoveri per immigrati ed organizzate spedizioni punitive contro i nord africani. In Francia i discorsi del Fronte nazionale e di una parte della destra, ad immagine di Nadine Morano (deputato francese), giocano sulle stesse molle dello Stato islamico: il ripiegamento su se stessi, la paura, l'esclusione e l'odio per l'altro.
In un tale contesto sociale, certi atti di solidarietà reale sembrano eroici. La sera del 13 novembre, nonostante i rischi ed il pericolo, alcune persone hanno portato immediatamente assistenza, dando spontaneamente soccorso ai feriti. Nei quartieri presi di mira, alcuni abitanti non hanno esitato ad aprire le loro porte per dare rifugio alle persone in preda al panico che si trovavano in strada. Un po' ovunque si è espressa una tendenza all'assembramento di solidarietà e d’indignazione, rapidamente soffocata dal divieto di manifestare. Tutto ciò mostra che "l'indifferenza" e "l'ignoranza dell'altro" che in tempo normale dominano nella società capitalista, possono essere superate quando si esprime la volontà cosciente di solidarietà, quella di portare assistenza a chi viene duramente colpito. Lo abbiamo visto anche questi ultimi mesi da parte di settori significativi della classe operaia con l'accoglienza dei migranti, in particolare all'inizio del loro arrivo in Germania. Ma come ci mostra anche l'attuale situazione, questo fragile slancio, a causa delle importanti debolezze della classe operaia, può essere molto facilmente deviato sul falso terreno del patriottismo e del nazionalismo, dietro la logica omicida e al fondo xenofoba degli Stati più democratici. Il clima di terrore e di paura come la propaganda dopo gli attentati di Parigi peserà notevolmenete sulla coscienza della classe operaia; l'“unione sacra” richiesta intorno allo Stato e alla nazione in pericolo non può che rafforzare il peso delle illusioni letali sulla difesa della democrazia e la frenesia di sicurezza a livello internazionale. Questo contribuirà a chiudere ancora un poco di più ogni prospettiva e quindi a rafforzare le forze suicide di questo capitalismo putrescente.
L'unica vera solidarietà per la classe operaia può esprimersi solo in modo autonomo, all'infuori di tutte le influenze dell'ideologia borghese benpensante, in particolare durante delle lotte operaie. La generazione che ha rappresenatato il bersaglio primario degli attentati del 13 novembre aveva del resto saputo dare inizio, all'epoca del movimento sociale del 2006, proprio a un ampio slancio di solidarietà in tutta la classe operaia. E quando alcuni giovani alla deriva, usciti dalle banlieue povere, andarono a rapinare i manifestanti, questa generazione di studenti e lavoratori precari riuscì a non cadere nella trappola della divisione. Andarono invece nei loro quartieri per cercare di guadagnarli alla lotta generale. Se capirono la necessità di fare agire così, è perché questo il movimento sociale seppe dotarsi di assemblee generali che permettevano la riflessione, la discussione e l'elaborazione collettiva, in altre parole la crescita della coscienza politica. E questa è anche la sola via possibile di fronte allo sviluppo dei peggiori effetti della decomposizione: la solidarietà nella lotta, il dibattito sincero ed aperto, lo sviluppo della coscienza operaia.
Alla fine, solo questa logica permetterà di ritrovare un'identità politica di classe, la prospettiva storica di un'altra società. Si aprirà allora la possibilità di un mondo senza classi, senza guerre né frontiere, dove la soddisfazione dei bisogni umani, in particolare il gusto per l'arte, la scienza e la cultura, e non la ricerca del profitto, sarà al centro della comunità umana mondiale.
"Questa follia, questo inferno insanguinato cesserà il giorno in cui gli operai (...) si tenderanno una mano fraterna, coprendo al tempo stesso il cuore bestiale dei guerrafondai imperialisti ed il rauco urlo delle iene capitaliste sollevando il vecchio e potente grido di guerra del lavoro: proletari di tutti i paesi, unitevi!"[24]
CCI, 21 novembre 2015
[1] Comunicato dell’ISIS che rivendica gli attentati.
[2] Grande parte delle vittime ha un'età compresa tra i 25 e i 35 anni. Leggi per esempio: "A Paris, une génération visée” o: "Bataclan: La jeunesse qui trinque", (Libération del 15.11.2015)
[3] Cabu (76 anni), Wolinski (80 anni), Bernard Maris (68 anni).
[4] . … "dove erano riuniti centinaia di idolatri in una festa di perversità", sempre secondo il comunicato dell’ISIS.
[5] Vedi il nostro articolo disponibile sul nostro sito web: Francia: Un saluto alle nuove generazioni della classe operaia! [338]".
[6] Vedi su questo argomento, "i ritratti strazianti delle vittime del 13 novembre", pubblicato sul sito del giornale Libération.
[7] "Se l'insieme dei paesi del mondo non è capace di sradicare 30.000 persone, che sono dei mostri, vuol dire che non abbiamo capito niente", Laurent Fabius, ministro degli Affari esteri del governo socialista in Francia (dichiarazione sulla radio France Inter del 20 novembre).
[8] La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [133], maggio 1990.
[9] Militarismo e decomposizione [313], 1991.
[10] . Ricordiamo che questi stessi Stati Uniti hanno contribuito ampiamente all'arrivo al potere di Saddam Hussein nel 1979 in Iraq, in quanto alleato contro l'Iran.
[11] "L’ISIS dispone di un vero e proprio “tesoro di guerra’ (2 miliardi di dollari secondo la CIA), di entrate cospicue e autonome, senza paragone rispetto a quelle di cui disponeva Al-Qaïda. L’ISIS dispone di numerose attrezzature militari, rudimentali ma anche pesanti e sofisticate. Più che ad un movimento terroristico, siamo confrontati ad un vero esercito inquadrato con militari professionisti. Chi è il dottor Frankenstein che ha creato questo mostro? Affermiamolo chiaramente, perché questo ha delle conseguenze: sono gli Stati Uniti. Per interesse politico a breve termine, altri attori - di cui certi si mostrano amici dell'Occidente - altri attori dunque, per compiacenza o per volontà deliberata, hanno contribuito a questa costruzione ed al suo rafforzamento. Ma i primi responsabile sono gli Stati Uniti". (Discorso tenuto dal Generale Vincent Desportes, professore associato a Sciences Po Paris all'epoca della sua audizione da parte del Senato francese a proposito dell'operazione "Chammal" in Iraq. Disponibile sul sito web del Senato).
[12] Il califfato che pretende conquistare con le armi comprende anche: l'Iraq, la Siria, il Libano, il Kurdistan, il Kazakistan, i paesi del Golfo, lo Yemen, il Caucaso, il Magreb, l'Anatolia, l'Egitto, l'Etiopia, la Libia, tutto il corno d'Africa, l'Andalusia ed una parte dell'Europa. Questo progetto irrealizzabile è un'impresa suicida ma non per questo meno devastante.
[13] Militarismo e decomposizione [313], 1991
[14] Altro punto in comune con lo Stato islamico, il regime nazista aveva anche lui un obiettivo di conquista ed una politica irrealistica e suicida. È per tale motivo che il termine islamo-fascismo per qualificare l'ideologia dell’ISIS è particolarmente adatto.
[15] Rosa Luxemburg, Junius Brochure, 1915
[16] Il macabro elenco degli attentati nel mondo dopo quello delle Twin Towers nel settembre 2001 sarebbe lunghissimo. Basta menzionare l'attacco e la presa in ostaggio della clientela internazionale e del personale locale di un hotel al centro di Bamako nel Mali da parte di un gruppo legato ad Al-Qaïda una settimana dopo i massacri di Parigi che fatto minimo 27 morti.
[17] Attentati terroristici in Francia: un'espressione della barbarie e della decomposizione del sistema capitalista (Révolution internationale n°149, ottobre 1986).
[18] L'ampiezza dei massacri che colpiscono regolarmente i mercati del Medio Oriente con questo stesso tipo di attacco-suicidi, lascia presagire quale sarebbe stata la terribile carneficina se i terroristi fossero riusciti a penetrare all'interno dello stadio.
[19] Dal comunicato dell’ISIS che rivendica gli attentati
[20] Del resto, questi kamikaze vengono spesso drogati pesantemente prima di entrare in azione, come nel caso di quello che commesso il massacro all'hotel di Sousse a giugno in Tunisia
[21] Un esempio tra tanti: "Ieri, ‘Almeno 36 persone di cui 10 bambini, sono state uccise e altre decine sono state ferite durante gli oltre 70 raid effettuati dagli aerei russi e siriani contro diverse località di Deir Ezzor’, secondo Rami Abdel Rahmane, direttore dell'Osservatorio siriano dei diritti dell'uomo". (L'expresse del 20 novembre)
[22] Pubblicato dalle organizzazioni Associazione internazionale dei medici per la prevenzione della guerra nucleare (IPPNW, premio Nobel della pace nel 1985), Physicians for Sociale Responsibility et Physicians for Globale Survival
[23] Sénat, Étude de législation comparée no 156, gennaio 2006, L'état d'urgence
[24] Rosa Luxemburg, Junius Brochure, 1915
Mercoledì 7 ottobre, la nostra compagna Bernadette ci ha lasciato alla fine di una lunga e dolorosa malattia: un cancro polmonare. Bernadette era nata il 25 novembre 1949 nel Sud-est della Francia. Suo padre faceva l'operaio meccanico in una fabbrica metallurgica, sua madre non aveva un’attività salariata perché si è dovuta occupare dei suoi 8 bambini. Ciò per sottolineare le modeste condizioni di vita della sua famiglia: un'autentica famiglia operaia. Della realtà della condizione operaia, Bernadette aveva fatto direttamente esperienza fin dalla sua più giovane età. Ancora piuttosto giovane fu animata di un'ardente passione intellettuale, dal desiderio di comprendere il mondo e la società attuale. Era attirata dalla letteratura ed aveva una passione per la lettura in generale. Dopo il liceo, entrò all'università di Tolosa dove si è impadronìta della lingua e delle lettere. Successivamente fu assunta come impiegata al ministero dell'educazione nazionale.
Era ancora studentessa quando incontrò per caso un militante dellla CCI, a metà degli anni 1970. Quest'ultimo, vedendo le preoccupazioni che animavano Bernadette, le fece leggere il Manifesto comunista. Fu per lei una specie di "rivelazione": per la prima volta, aveva trovato una risposta chiara e coerente alle domande che si poneva: "è così, è esattamente così", ecco come esprimeva 40 anni dopo ciò che aveva provato alla lettura di questo testo. La lettura dei testi della CCI di cui volle prendere conoscenza in seguito, le provocòto un'impressione simile. Immediatamente, si convinse che la CCI, a differenza di altri gruppi che si proclamavano rivoluzionari ed anche comunisti, come i maoisti ed i trotskisti, che lei aveva incontrato, era una vera erede della tradizione marxista. Una volta impegnata nelle file della CCI nel 1976, Bernadette non ha mai deviato dalla sua convinzione che l'attività rivoluzionaria, la costruzione dell'organizzazione rivoluzionaria e della CCI in particolare, era un fattore assolutamente essenziale della liberazione della classe operaia.
È come militante della CCI che Bernadette è stata presente al nostro Secondo congresso internazionale.
Bernadette ha portato il suo contributo alla vita della CCI a molti livelli. Aveva una percezione acuta della situazione internazionale, delle manovre della borghesia e degli avanzamenti e dei riflussi della lotta di classe; le sue capacità redazionali, la sua buona padronanza del francese, l'hanno portata a lavorare nel Comitato di redazione della sezione della CCI in Francia. Era anche molto brava nello spiegare con molta chiarezza le nostre idee a livello più semplice, "in strada", ma anche presso altre persone che era portata ad incontrare come per esempio gli autisti d'ambulanza che, ogni settimana, la conducevano all'ospedale per le sue sedute di chemioterapia e che ci hanno detto: "Bernadette non ha un carattere facile, ma è sicuramente interessante quando si discute con lei".
Parimenti, nelle manifestazioni, lei sbalordiva i compagni che diffondevano con lei per il numero di pubblicazioni che riusciva a vendere, perché sapeva avvicinare i manifestanti trovando le parole ed il tono per convincerli a leggere la nostra stampa. Ma, indiscutibilmente, la sua più grande qualità era la sua comprensione dei principi organizzativi della CCI, in particolare della difesa della nostra organizzazione di fronte a tutti gli attacchi e le calunnie contro la CCI. Bernadette è sempre stata convinta pienamente che l'organizzazione rivoluzionaria è un corpo estraneo al capitalismo. Ed è anche per questo che era intransigente sul rispetto degli Statuti della CCI e particolarmente sulle questioni concernenti le misure di sicurezza dell'organizzazione.
Bernadette era una compagna della "vecchia generazione" tra le più aperte nell’appropriarsi dell'esperienza politica del compagno MC, il nostro legame vivente con le frazioni comuniste del passato. Sebbene perfettamente capace di porre i suoi interrogativi e di affermare i suoi disaccordi con MC, girava risolutamente la schiena all'ideologia piccolo-borghese della contestazione dei "vecchi" che è stata una delle debolezze particolari del movimento studentesco di Maggio 68. È per questo motivo, tra altri, che il nostro compagno MC aveva una grande stima politica per Bernadette. Ciò che lei ha appreso di MC, era la comprensione dell'importanza centrale della difesa dell'organizzazione in quanto questione politica a pieno titolo, e della necessità dell'adesione ai principi rigorosi (in effetti ad una morale proletaria) nei rapporti dei militanti con l'organizzazione e tra gli stessi militanti.
Bernadette aveva militato in parecchie sezioni della CCI: Tolosa, Parigi, Londra, Tours, Marsiglia e per parecchi anni ha lavorato anche in stretto legame con la sezione della CCI in Svizzera. Si è sempre considerata prima di tutto come militante non di questa o quella sezione locale ma della CCI come organizzazione internazionale. I compagni delle sezioni della CCI in Svizzera ed in Gran Bretagna sono stati testimoni della sua capacità a combattere il localismo, lo spirito dell'”ognuno è padrone a casa sua” aprendo continuamente una finestra sulla CCI in quanto organizzazione internazionale.
Come tutti gli esseri umani e tutti i militanti, Bernadette aveva evidentemente dei difetti che talvolta potevano esasperare certi compagni. Per esempio quando le sue facoltà di critica sembravano sfuggire al controllo e funzionare come una mitragliatrice, facendo fuoco in tutte le direzioni, mostrando in ciò il suo temperamento focoso ed appassionato.
Ma i suoi difetti erano anche le sue qualità. La sua testardaggine, la sua determinazione temperata nell'acciaio (che ha condotto i medici che si sono occupati di lei a descriverla come una "forza della natura") l'hanno resa estremamente tenace nella sua lotta contro il cancro che ha finito per prevalere. Durante i due ultimi anni della sua vita, Bernadette ha stupito il corpo medico restando in vita più tempo di quanto quest’ultimo aveva creduto possibile, e con tutta la sua coscienza, la sua capacità di riflessione e la sua volontà di comprendere. Lottava tanto contro la malattia non solo per continuare la sua lotta militante ma anche per approfittare del più bel regalo che suo figlio le aveva offerto: sua nipote Eloïse. La nascita della nipote, l'attaccamento che quest'ultima aveva per sua nonna e la gioia di vivere che le procurava, ha aiutato enormemente Bernadette a sopportare i tormenti della sua malattia...
Bernadette non ha mai concepito la sua attività come qualche cosa di rigorosamente politico nel "senso comune" del termine. Anche in altri campi manifestava la stessa passione e lo stesso impegno che caratterizzavano la sua vita militante. Aveva scelto il nome di "Flora" come militante nella CCI, a causa del suo amore per i fiori e la natura ed anche perché apprezzava molto i libri di Flora Tristan. Bernadette aveva una sensibilità di artista: amava la pittura, la letteratura, la poesia. Era anche molto dotata nell'arte culinaria che amava condividere con i compagni della CCI ed i suoi amici personali, accolti sempre con molta generosità e calore. Bernadette aveva il senso del bello che si rifletteva nell’elevato gusto con cui aveva arredato lo spazio dove viveva ed anche attraverso i regali che sceglieva per la sua famiglia, i suoi amici ed i suoi compagni.
Durante tutta la terribile malattia che l'ha uccisa, Bernadette ha conservato la sua passione dalla lettura e ciò le ha permesso di sopportare il dolore del cancro e le pesantissime cure a cui era sottoposta. Ha continuato fino alla fine della sua vita a rileggere i classici del movimento operaio, in particolare Marx e Rosa Luxemburg. Si è sforzata, finché le è stato possibile, di assimilare i testi teorici ed i contributi che generavano i dibattiti interni nella CCI, prendendo posizione, (anche se brevemente), ogni volta che le sue forze glielo permettevano.
Bernadette aveva un senso estremamente profondo della solidarietà. Mentre lei stessa soffriva di cancro, sapendosi condannata, continuava a preoccuparsi della salute di tutti i compagni, dando anche ad alcuni di essi dei consigli, esortandoli a fare degli esami e a non trascurare la loro salute. Così, non è stato che un giusto riconoscimento il fatto che i compagni di tutte le sezioni della CCI si siano mobilitati per portarle la loro solidarietà durante tutta la sua malattia, scrivendole, rendendole visita, aiutandola e portandole tutto il sostegno di cui aveva bisogno per finire nella più grande serenità.
Bernadette non aveva paura della propria morte, anche se amava appassionatamente la vita. Sapeva che ogni essere umano è un anello della lunga catena dell'umanità e che quelli che restano continueranno a lottare. Aveva dato in anticipo direttive ai medici che si sono occupati di lei:ha voluto andarsene con dignità fisica, intellettuale e morale rifiutando ogni "accanimento terapeutico." Ha sperato di finire pacificamente i suoi giorni, circondata dai suoi compagni di lotta e dall'affetto manifestatole da suo figlio e dalla sua nipotina. La sua volontà è stata rispettata. Bernadette ci ha lasciato in piena coscienza. Ancora tre settimane prima il suo decesso, si è sforzava di leggere i giornali e di seguire la situazione internazionale. E proprio perché viveva nella sua carne le sofferenze del proletariato essa ha potuto dire al medico incaricato del protocollo della sua fine di vita: "bisogna fermare il mio dolore e bisogna mettere fine alla barbarie del capitalismo!".
Fino alla fine, Bernadette ha dato prova di un coraggio, di una combattività e di una lucidità esemplari. Era realmente una "forza della natura". E questa forza, l'aveva attinta nella profondità della sua convinzione militante, nella sua devozione alla causa del proletariato e nella sua lealtà incrollabile verso la CCI. A suo figlio Thomas, alla sua nipotina Eloïse, alla nipote Emanuela ed all'insieme della sua famiglia, la CCI invia tutta la sua simpatia e la sua solidarietà.
CCI, 15 ottobre 2015
Il fenomeno dell’immigrazione, per dimensione e drammaticità, assume oggi un significato ben diverso da quello dei flussi migratori sempre presenti nel capitalismo.
Le migliaia di morti in mare, nelle estenuanti traversate via terra, lungo la frontiera tra Messico e Stati Uniti, non possono che suscitare dolore e indignazione per la sorte di esseri umani costretti a rischiare la propria vita e quella dei loro figli nel tentativo di sfuggire a una morte certa sotto le bombe, sotto il tiro incrociato degli eserciti e fazioni rivali o per la fame e le malattie frutto di questo inferno.
Ma tutto questo orrore ci pone anche delle domande:
- Quale è la causa di tutto questo? E’ solo la follia omicida di fanatici di etnie e religioni diverse o piuttosto la vera causa di questo dramma sta nella decomposizione di un sistema fatto di crescente sfruttamento, miseria e guerra?
- I media non cercano di dissimulare l’orrore di questa situazione. Al contrario, ne parlano continuamente mostrandoci immagini sempre più scioccanti, come quella del bambino di tre anni annegato. Perché? Quale è il messaggio che vogliono trasmetterci ?
- Come spiegare il cambiamento di comportamento degli Stati europei, primo tra tutti la Germania, rispetto ai rifugiati? Più in generale, le loro politiche più o meno “aperte” verso questa ondata di immigrazione da cosa sono dettate?
In Italia, in Germania, e in diversi altri paesi c’è stata una significativa reazione di solidarietà da parte della popolazione civile verso gli immigrati che arrivavano nel loro paese, in contrapposizione a episodi brutali di xenofobia. Questa solidarietà ha costretto una Merkel, ad esempio, ad ammorbidire l’atteggiamento di netta chiusura delle frontiere.
Ma la sola constatazione di queste azioni di solidarietà non basta. Occorre sviluppare una riflessione su qual è l’impatto di questo fenomeno di immigrazione di massa sul proletariato e sulla sua lotta. Quali sono gli effetti sul proletariato dei paesi da cui fuggono i migranti e sui migranti stessi, quali quelli sul proletariato dei paesi europei. Come la solidarietà umana, espressa fino ad ora, può trasformarsi in solidarietà di classe, dove rifugiati e autoctoni sentono di avere gli stessi interessi; comprendono di poter agire come un insieme rispetto ad una società che non offre alcuna prospettiva né agli uni né agli altri.
Porci queste questioni può aiutarci a capire quali sono gli ostacoli, le illusioni e le trappole a cui il proletariato deve far fronte nella sua lotta.
La CCI ti invita a discuterne insieme alla
Riunione Pubblica
che si terra a Napoli venerdì 30 ottobre, dalle 17.00 alle 20.00
presso il Centro Culturale: LA CITTÀ DEL SOLE, ex-asilo Filangieri,
Vico Giuseppe Maffei, 4 – 80138 Napoli
Articoli sull’argomento sul nostro sito: “L’immigrazione e il movimento operaio”, “Migranti e rifugiati: la crudeltà e l’ipocrisia della classe dominante”.
"In Siria, ogni giorno che passa apporta il suo nuovo carico di massacri. Questo paese si aggiunge alla lista delle guerre imperialiste del Medio Oriente. Dopo la Palestina, l'Iraq, l'Afghanistan e la Libia, è ora giunto il tempo della Siria. Purtroppo, questa situazione pone immediatamente una questione particolarmente inquietante. Che cosa accadrà nel prossimo futuro? In effetti, il Medio Oriente nel suo insieme sembra essere al limite di un incendio di cui difficilmente si scorge la conclusione. Nella guerra in Siria, oggi è l'Iran ad attizzare tutte le paure e gli appetiti imperialisti, ma tutti i principali briganti imperialisti sono impegnati a difendere i loro interessi nella regione infognata in una guerra irrazionale le cui drammatiche conseguenze potrebbero essere distruttrici per lo stesso sistema capitalista".
È così che esordiva l'articolo della Revue Internationale n°149, "La minaccia di un cataclisma imperialista in Medio Oriente", scritto quasi tre anni fa. La situazione da allora non ha fatto che peggiorare e la minaccia di una generalizzazione dei conflitti è sempre più forte.
Ad oggi, sono cinque anni che la guerra imperialista devasta la Siria: in essa sono implicate le grandi potenze Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia – ma anche potenze regionali come l'Iran, l'Arabia Saudita, la Giordania, Israele, ecc. Sembra che questo conflitto non abbia vie d’uscita e, al contrario, la guerra e l'instabilità si estendono. In particolare, lo Stato islamico ed il suo Califfato, espressione particolare dell'irrazionalità e della decomposizione capitalista, si rafforzano. A Tikrit, a Mossul, a Raqqa ed in altre regioni lo Stato islamico continua ad estendersi. A fine marzo, le forze jihadiste di al-Nosra hanno preso la seconda capitale provinciale della Siria, Idleb, solo alcuni giorni dopo che, nel Sud, al-Nosra, con l'aiuto di interventi militari israeliani che, de facto, lavorano con i jihadisti, aveva preso la vecchia capitale arabo-romana di Bosra nella regione di Deraa. Lo stesso tipo di cooperazione è stato osservato nell'immenso campo di profughi palestinesi di Yarmouk nei pressi di Damasco dove al-Nosra ha fatto da battistrada all'avanzata assassina dello Stato islamico in un'enclave, già soggetta a due anni di assedio e carestia, che può essere considerata come un microcosmo della decomposizione generale.
Ma un’alleanza del genere è fragile, come è sempre più effimera la stessa tendenza alle coalizioni imperialiste. Così a Yarmuk, le resistenze alla cooperazione con i jihadisti sono molto forti. E queste stesse alleanze in seno alle differenti frazioni sunnite sono congiunturali e pericolose per il fatto che molte frazioni sunnite si odiano tra loro, ancora più di quanto non odino gli sciiti. A Yarmuk, sta per esplodere una battaglia su tre o quattro fronti; sono coinvolte forze palestinesi pro-Assad così come il gruppo jihadista sunnita anti-regime di Aqnaf Beit al-Maqdis (il Consiglio Shura moujahidin dei dintorni di Gerusalemme - attivo anche nella penisola del Sinai) odiato al tempo stesso dallo Stato islamico e da al-Nosra.
Lo Stato islamico ha anche esteso la sua influenza in Africa settentrionale nelle regioni della Libia destabilizzata dagli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia e nella penisola sempre instabile del Sinai, malgrado l'intervento in queste due zone del regime militare egiziano. Tutto ciò ha delle conseguenze per nuovi attacchi terroristici in Europa ed oltre. L'instabilità e l'armamento libico, la disoccupazione massiccia in tutta la regione e l'ideologia religiosa irrazionale prodotta dalla deliquescenza generale della società capitalista ha aperto un grande corridoio ai gruppi legati ad al-Qaïda, Boko-Haram in Nigeria ed al-Shabaab in Kenya che continuano a diffondere terrore e guerra sia all'interno che all'esterno delle loro frontiere. I paesi che subiscono ciò sono la Somalia, il Sud-Sudan (dove sono presenti truppe cinesi), il Camerun (le cui forze speciali coinvolte da Israele sono mobilitate per combattere), ed il Ciad (le cui forze speciali anti-terroristiche con base a Forte Carson, Colorado, lavorano con istruttori britannici e con forze speciali francesi. Le forze dell'imperialismo francese sono state aumentate prima e dopo gli attentati di Parigi, attentati che si dice ispirati da al-Qaïda della penisola arabica (AQPA).
Le conseguenze dell’ascesa del jihadismo costituiscono una spirale di violenza e di distruzione senza precedenti in Medio Oriente ed in Africa. Per riprendere allo Stato islamico la città siriana di frontiera di Kobane, per esempio, dove i combattimenti proseguono ancora oggi nei villaggi vicini, le potenze occidentali ed i combattenti curdi hanno bombardato la città distruggendola totalmente; e la stessa cosa sembra essere avvenuta a Tikrit in Iraq. Alla politica di terra bruciata ed al terrore dello Stato islamico rispondono la terra bruciata ed il terrore dell'occidente e dei suoi alleati. La devastazione di tutta la regione supera ogni buon senso e mentre i democratici della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e della Francia, così come quel covo di briganti rappresentato dalle Nazioni Unite, denunciano ipocritamente la distruzione da parte dello Stato islamico degli antichi siti storici e culturali, i loro aerei non sono da meno.
Nonostante i bombardamenti che subisce, lo Stato islamico costituisce una forza enorme ed una minaccia in estensione. Patrick Cockburn, celebre giornalista de The Independant, scrive: "Lo Stato islamico non esploderà a causa del malcontento popolare che aumenta dentro le sue frontiere. I suoi nemici possono schernire le sue pretese di essere uno Stato vero ma, in ciò che riguarda la sua capacità ad arruolare delle truppe, ad aumentare le tasse ed ad imporre la sua brutale variante di islam, è più bravo dei suoi numerosi vicini regionali"[1]. L'esempio di Tikrit mostra fino a che punto è difficile sloggiare lo Stato islamico. In questa città, alcune centinaia di jihadisti hanno tenuto testa per settimane all'assalto coordinato di migliaia di forze speciali irachene e di milizie sciite e benché Bagdad abbia annunciato di avere ripreso Tikrit[2], lo Stato islamico ne controlla sempre delle parti così come le province ben più grandi di Anbar e di Ninive. E quel che è peggio è che l'assalto sembra avere provocato anche dei problemi tra il governo iracheno, gli Stati Uniti e le milizie sciite sostenute dall'Iran, dal momento che la conclusione è stata un aumento dei bombardamenti aerei americani e un sostegno de facto alle forze iraniane. Queste relazioni di cooperazione tra l’America e l'Iran sollevano una grande costernazione e grandi timori tra i vecchi alleati dell'ex-blocco dell'ovest, in particolare in Arabia Saudita ed in Israele.
Un avvicinamento è cominciato a delinearsi durante la guerra condotta dallo Stato islamico in Iraq ed in Siria perché l’ascesa dello Stato islamico ha posto alla politica guerriera degli Stati Uniti un dilemma ancora più grande. Se il regime di Assad fosse stato vinto, la strada di Damasco sarebbe stata aperta dallo Stato islamico. Recentemente, il direttore della CIA, John Brennan, l'ha riconosciuto esplicitamente quando ha dichiarato che non voleva che il governo di Assad crollasse[3], parole alle quali, alcuni giorni più tardi, il segretario di Stato John Kerry ha fatto eco durante le discussioni in vista di un accordo sul nucleare con gli ufficiali iraniani.
Le tensioni tra gli Stati Uniti ed Israele, in particolare con la cricca di Netanyau, sono emerse pubblicamente. Gli israeliani si sentono indeboliti e vulnerabili a causa di quello che certi politici israeliani chiamano la politica americana di "Perno verso la Persia", dopo la politica chiamata Perno verso l’Asia. O Assad o lo Stato islamico, o la peste o il colera, questo è l'insolubile dilemma al quale la politica estera americana è confrontata.
Se Israele si preoccupa dell'avvicinamento irano-americano -una cooperazione che in realtà è esistita fino alla fine degli anni 1970 quando lo Scià dell'Iran rappresentava il gendarme della regione al servizio della Gran Bretagna e degli Stati Uniti - anche l'Arabia Saudita è preoccupata ed è principalmente per tale motivo che si è spinta nell'attuale avventura nello Yemen. La "rivoluzione" islamica del 1979 che rovesciò lo Scià, cominciò a costituire una minaccia per l'Arabia Saudita, con i suoi "appelli agli oppressi" - arma dell'imperialismo iraniano per guadagnare vantaggio sui suoi rivali locali. Da allora, l'Iran ha perso i favori dell'occidente e, allo stesso tempo ed indipendentemente, il regime dell'Arabia Saudita ha sviluppato una linea dura di islam wahabita per promuovere ed incoraggiare i sentimenti e le attività anti-sciite estremiste[4]. Lo Stato Saudita, preoccupato per la possibilità che l'Iran diventi una potenza nucleare, ha espresso chiaramente le proprie aspirazioni al nucleare.
Un altro fattore che gioca in favore di un "asse" americano-iraniano - da cui siamo ancora lontani, anche se un accordo è stato ottenuto sulla capacità nucleare iraniana - è che questo sarebbe, per la Russia, principale alleato dell'Iran e sostenitore di Assad, un serio manrovescio. La Russia sarebbe respinta dentro i suoi territori, accerchiata e compressa. Ciò che farebbe dell'Europa un luogo ancora più pericoloso perché la minaccia dell' imperialismo russo a lungo termine aumenterebbe per cercare di rompere questo accerchiamento.
Anche rispetto a ciò che è abituale in Medio Oriente - conflitti tra comunità religiose, distruzione gratuita, macchinazioni e guerre imperialiste costanti e crescenti - l'attacco condotto dall'Arabia Saudita nello Yemen a marzo scorso ha raggiunto nuovi livelli di assurdità: l'Arabia Saudita dirige una coalizione musulmana sunnita di dieci nazioni in cui è compreso il Pakistan, un paese non-arabo che dispone dell'arma nucleare, per attaccare lo Yemen. I gangster locali, come gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait ed il Qatar sono implicati ma anche il dittatore egiziano al-Sissi così come la cricca genocida del Sudan di el-Béchir. Tutti questi despoti sono sostenuti dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna che hanno offerto alla coalizione un sostegno "in logistica ed in informazioni". La forza di questa coalizione non è tuttavia chiara, dato che il Sultanato dell'Oman ha rifiutato di aderirvi, che il Qatar è esitante e che il Pakistan alla fine apparentemente sembrerebbe aver abbandonato. Ulteriore difficoltà, lo Yemen, per la sua situazione geografica, è una specie di Afghanistan, come le forze imperialistiche britanniche, egiziane ed altri nel passato hanno imparato a loro spese. Lo Yemen è il paese più povero del mondo arabo. Si stima a dieci milioni il numero di bambini al limite della malnutrizione; la povertà e la corruzione sono endemici. Questo paese che non ha conosciuto gravi conflitti etnici nella sua storia, negli ultimi anni è stato succhiato fino al midollo dalle altre potenze imperialiste e da guerre, e adesso si continua con questa nuova guerra. A settembre scorso, il presidente Obama ha qualificato un'operazione di droni americani sul territorio un "successo anti-terrorista", ed anche un "modello"[5] nel genere. Lo Yemen e la sua popolazione che soffrono da molto, subiranno una nuova serie di tensioni e distruzioni che, con ogni probabilità, non faranno che rafforzare la posizione di al-Qaïda e dello Stato islamico nella penisola arabica.
I ribelli Huthi che attualmente si rafforzano nello Yemen vengono dalla setta zaïdista - ramo oscuro dell'islam sciita del clan al-Huthi del nord dove questa popolazione vive da mille anni. Sono nati all'inizio degli anni 1990 come movimento evangelista pacifico, chiamato "la Gioventù credente". Come molti altri, questo movimento si è radicalizzato in seguito all'invasione occidentale dell'Iraq nel 2003. L'Iran lo chiama la rivoluzione "Ansarullah" e certamente ha fornito un'assistenza sulla scala ridotta della situazione regionale. Gli Huthi non sono semplici marionette di Tehran. Hanno già battuto, fino ad ora, le forze governative americane ed il presidente Saleh, sostenuto dall’Arabia Saudita ed anche da truppe di AQPA. Il presidente Saleh ha dimissionato nel 2012, e lui, suo figlio e centomila suoi soldati sostengono l'avanzata degli huthi, un'avanzata che attualmente è stata facilitata dalla disperazione e dalla diffidenza verso le autorità. Il nuovo presidente yemenita Hadi, sostenuto dall’Arabia Saudita e dall’occidente, è fuggito di fronte all'avanzata degli huthi ad Aden dove sono restate alcune forze a lui favorevoli, e si dice che attualmente sarebbe a Ryad. L'affiliazione sunnita di Hadi è fuorilegge in Arabia Saudita, ciò che costituisce un altro elemento di contorsione di questa situazione. Le ambasciate sono state chiuse e le truppe americane sono scappate di fronte agli Huthi. Gli Huthi avanzano, ed hanno raccolto materiale militare, abbandonato dall'esercito americano, valutato mezzo miliardo di dollari. Altro fattore di instabilità: l'alleanza del presidente Saleh con gli Huthi è molto fragile, elementi delle sue truppe si sono riuniti in Arabia Saudita e sono scappati di fronte ai bombardamenti dei loro quartieri. Ciò indica che il rivolgimento di questo esercito contro gli Huthi è possibile, qualora si orientasse nuovamente verso l'Arabia Saudita ed i suoi vecchi sostenitori occidentali.
Certi giornalisti[6] specialisti del Medio Oriente hanno sottolineato la complessità ed i pericoli della guerra che si svolge nello Yemen. La qualificano "pluridimensionale", che è una descrizione chiara della decadenza in atto.
Ci sono gli Huthi, adesso ben armati, non grazie all'Iran ma agli Stati Uniti; l'AQPA- che da 15 anni è mortalmente efficace in questa regione contro i bersagli occidentali e locali, lo Stato islamico che ha annunciato l'apertura del suo ramo yemenita l'anno scorso ed ha finanziato l'attentato di una moschea il 21 marzo, uccidendo più di cento sciiti huthi; le forze sunnite, declinanti, sostenute dall’Arabia Saudita e la costa occidentale del paese in parte dominata dai pirati e dai signori della guerra. Ed è in questo inferno, che l'Arabia Saudita, fortemente armata dall'occidente, vuole condurre dei bombardamenti e mandare delle forze di invasione! L'Arabia Saudita sembra che stia mobilitando 150.000 soldati e prepara la sua artiglieria per attaccare lo Yemen. Le dimensioni militari, economiche e geo-strategiche del conflitto nello Yemen non sono ignorate dai giornalisti: da un lato, ci sono il mare Rosso ed il canale di Suez, dall'altro il golfo di Aden e lo stretto di Bab-el-Mandeb, e questa è un'altra ragione per la quale lo Yemen è una posta così importante nell'arena imperialistica. L'aviazione saudita ha cominciato a bombardare lo Yemen, colpendo inevitabilmente i campi profughi e le regioni civili. L'Arabia Saudita si preoccupa anche della sua popolazione e della stabilità del suo regime con l'approfondimento generale della crisi: è notorio che circa la metà dell'esercito saudita è composta di tribù yemenite.
L'Arabia saudita ha chiamato i suoi piani di guerra yemenita "Operazione Tempesta decisiva", in eco al nome di "Tempesta del deserto" dato all'operazione americana in Iraq nel 1991 che aveva determinato, tra gli altri, il massacro di soldati e di civili iracheni sulla famosa "Autostrada della morte" verso Bassora. L'Iran non apprezzerà l'implicazione dell'Arabia saudita e, secondo l'agenzia Reuters del 29/11/2010, è a conoscenza dell'appello che questa aveva fatto all'America - rivelata da Wikileaks nel novembre 2010 - "bisogna tagliare la testa del serpente" iraniano. Che ci sia o no un avvicinamento tra gli Stati Uniti e l'Iran, le tensioni e le guerre in questa regione non possono che esacerbarsi. Questo è il futuro che il capitalismo riserva a questa regione e, in fin dei conti, al mondo intero.
(Da World Revolution, organo di stampa della CCI in Gran Bretagna)
[1] 20/03/2015.
[2] The Guardian, 1/04/2015
[3] Middle East Eye, 14/03/2015
[4] È chiaro che le potenze imperialiste della regione e, evidentemente, le diverse gang armate sunnite e sciite hanno sostenuto un ruolo di primo piano suscitando le divisioni sunnite/sciite che nel passato erano ben meno importanti. Ma l'esacerbazione di queste divisioni è anche una produzione "spontanea" della decomposizione, di una società nella quale tutti i legami sociali si sciolgono e vengono sostituiti da un'atmosfera fetida di deterioramento.
[5] Il Sunday Telegraph ha pubblicato un articolo su un rapporto delle Nazioni Unite mostrando recentemente che nel 2011, il presidente Saleh, pure essendo sostenuto dall'occidente e dall'Arabia saudita, aveva incontrato dei rappresentanti di alta rango dell'AQPA ed aveva concesso loro un asilo sicuro nel sud del paese dove non sarebbero stati disturbati dai movimenti delle sue truppe. Ciò è tipico dei rapporti e delle combinazioni machiavelliche nella decomposizione del capitalismo. Come i suoi compari dello stesso stampo, Saleh e la sua cricca hanno scroccato anche miliardi di dollari.
[6] Vedere gli articoli di Nussalbah Younis in The Oberver del 29/03/2015 e di Robert Fisk in The Indipendent per esempio del 28/03/2015.
Questo fenomeno dei rifugiati supera oggi per dimensione gli esodi delle ore più buie del 20° secolo. Tuttavia dobbiamo riflettere su una cosa: i media non cercano di dissimulare l’orrore di questa situazione. Al contrario, non smettono di parlarne mostrandoci immagini sempre più scioccanti, come quella del bambino di tre anni annegato. Perché?
Alcuni fatti sono sufficienti ad illustrare l'orrore dell’attuale situazione dei migranti:
- il 27 Agosto, la scoperta in Austria, vicino al confine con l'Ungheria, di 71 corpi (tra cui 8 donne e 4 bambini) in avanzato stato di decomposizione, chiusi in un camion abbandonato ai bordi dell’autostrada;
- pochi giorni dopo, il corpo di un bambino di tre anni, annegato insieme a sua madre e al fratello, era disteso su una spiaggia di Bodrum, in Turchia.
In entrambi i casi si trattava di migranti della Siria in fuga dall'orrore di quattro anni di guerra. Questo fenomeno dei rifugiati, segnato da una diffusione mondiale senza precedenti, supera oggi in grandezza gli esodi delle ore più buie del XX secolo.
Una cosa, però, deve attirare l'attenzione e porre domande: i mezzi di comunicazione non cercano di nascondere l'orrore insopportabile della situazione. Invece essi lo pubblicano sulla prima pagina dei giornali e moltiplicano le immagini shock, come il bambino di tre anni annegato. Perché?
In realtà, la borghesia sfrutta per la sua propaganda, sia la barbarie di cui essa stessa è responsabile e l'indignazione che suscita, sia gli slanci di solidarietà spontanea tra lavoratori (locali e migranti), che cominciano a svilupparsi negli ultimi mesi in diverse parti d'Europa. Si tratta non solo di rompere sul nascere ogni possibilità di riflessione autonoma, ma anche di nutrire in modo insidioso le ideologie nazionaliste per imputridire le coscienze.
Agli occhi della classe dominante, i lavoratori, se lasciati liberi di agire, lo fanno “in modo strano” o in modo “irresponsabile”: essi si uniscono, si aiutano e si sostengono a vicenda. Così, nonostante il martellamento ideologico permanente e di fronte alle pressioni borghesi di ogni genere, spesso, quando i proletari sono in contatto diretto con i rifugiati, portano loro qualcosa che permetta di sopravvivere (bevande, cibo, coperte ...) e talvolta li ospitano. Tali esempi di solidarietà si sono manifestati a Lampedusa in Italia, a Calais in Francia e in diverse città in Germania e Austria. Ad esempio, all'arrivo dei treni di profughi finalmente liberati dalla loro prigionia dallo Stato ungherese, i migranti esausti sono stati accolti da migliaia di persone che sono venute per offrire comfort e sostegno materiale. Dei ferrovieri austriaci hanno anche offerto ore di lavoro straordinario gratuito per il trasporto dei profughi in Germania. A Parigi, migliaia di persone hanno manifestato sabato 5 settembre per protestare contro il trattamento riservato ai rifugiati. Gridavano slogan tipo “Siamo tutti figli di migranti”.
Sentendo una significativa e internazionale reazione di solidarietà apportata dalla popolazione civile, mentre gli Stati non facevano che bloccare e terrorizzare i rifugiati, la classe dominante alla fine ha dovuto reagire. La borghesia è stata costretta ovunque a cambiare il suo discorso anti-immigrati degli ultimi anni e adattarsi. In Germania, il voltafaccia della borghesia le ha permesso di rafforzare la sua immagine politica di democrazia “molto avanzata” e di allontanare meglio i fantasmi del passato di fronte ai suoi concorrenti che a loro volta non hanno mai perso l'occasione di rievocarli ancora.
E' anche il trauma della seconda guerra mondiale che spiega la maggiore sensibilità del proletariato in Germania nell’affrontare la questione dei migranti e il bisogno di solidarietà. Le autorità tedesche hanno dovuto sospendere l'applicazione del regolamento di Dublino che prevede l'espulsione dei richiedenti asilo. Agli occhi dei migranti e del mondo, la Merkel è diventata il “campione dell’apertura” e la Germania un “modello di umanità”. In Gran Bretagna, Cameron ha dovuto cambiare i suoi interventi “intransigenti”, e lo stesso hanno dovuto fare i peggiori tabloid che, poco prima, paragonavano i migranti a degli “scarafaggi”. Per la borghesia, una delle principali sfide è stata quello di reagire e nascondere il fatto che ci sono due logiche totalmente antagoniste che si confrontano: l’esclusione e “l’ognuno per sé” della concorrenza capitalista o la solidarietà proletaria; l’affossamento nella barbarie di questo sistema mortale o l'affermazione di una classe portatrice del futuro sviluppo dell'umanità. La borghesia non ha potuto fare a meno di rispondere ai sentimenti sinceri di indignazione e di solidarietà manifestati nei paesi dell'Europa centrale.
La situazione non è del tutto nuova. Nel 2012, l'Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR) già contabilizzava 45,2 milioni di “sfollati”, e lanciava l'allarme di fronte alla portata della catastrofe umanitaria. Nel 2013, a sfuggire all’orrore in tutte le sue forme nel pianeta erano in 51,2 milioni. La soglia dei 50 milioni è stata superata per la prima volta dalla seconda guerra mondiale! L'UNHCR spiega questa terribile dinamica con “la moltiplicazione di nuove crisi” e “la persistenza delle vecchie crisi che non sembrano voler morire”. Risultato: il 2015 sta per segnare un nuovo record: 60 milioni di rifugiati nella sola Europa. Da gennaio, le domande d'asilo sono esplose, in crescita del 78%. In Germania, secondo il Ministro degli Interni, le domande di asilo sono quattro volte di più dell'anno scorso, raggiungendo la cifra record di 800.000. La Macedonia ha dichiarato lo stato di emergenza e chiuso momentaneamente i suoi confini. Ufficialmente, più di 2.800 esuli, uomini, donne e bambini, sono annegati nel Mediterraneo negli ultimi mesi. In Asia, il fenomeno è altrettanto massiccio. Per esempio, un numero crescente di persone originarie del Myanmar (ex Birmania) fugge dalla repressione e cerca disperatamente di raggiungere altri paesi del sud est asiatico. In America Latina, il livello di criminalità e la povertà sono tali che centinaia di migliaia di persone cercano rifugio negli Stati Uniti per sopravvivere. Un treno merci che attraversa il Messico dal sud al nord, soprannominato “La Bestia”, carica regolarmente migliaia di migranti. Essi non solo corrono il rischio di cadere dal tetto dei carri o essere spazzati via nelle gallerie, ma anche di subire l'assalto delle autorità, e ancora di più essere alla mercé di narcotrafficanti o gangster che li sequestrano, violentano, li immettono nella rete della prostituzione e spesso li uccidono. E, per coloro che hanno la possibilità di fuggire, lungo tutto il confine degli Stati Uniti si innalza un “muro” di filo spinato e torri di avvistamento che guardie armate fino ai denti sorvegliano continuamente per sparare a loro come fossero conigli!
In realtà, l'atteggiamento ipocrita degli Stati democratici, dal linguaggio civilizzato, ospita bene i peggiori discorsi xenofobi alimentando sentimenti di paura in alcuni casi, impotenza in altri, paralizzando la riflessione di tutti. Questa propaganda spazzatura si propone, infatti, di rompere qualsiasi slancio di solidarietà sottolineando l'impossibilità di accogliere questi “immigrati troppo numerosi”, presentando l'unica soluzione che è quella di bloccarli fin dalla partenza per evitare caritatevolmente i pericoli del viaggio, quando non incoraggia direttamente le reazioni di autodifesa e legittima le misure di “protezione efficace” contro questa “invasione”. Questa campagna pubblicitaria mira pertanto a distogliere la mente dal comprendere le vere cause di questo fenomeno.
Oramai intere aree del pianeta sono devastate e divenute inabitabili. Ciò è particolarmente vero per l'area che va dall'Ucraina verso l'Africa, attraversando il Medio Oriente. In alcune di queste zone di guerra, più della metà della popolazione è fuggita ammassandosi in giganteschi campi, preda di trafficanti senza scrupoli, un vero traffico organizzato su scala industriale. La vera causa di questo inferno è la decomposizione di questo sistema globale fatto di sfruttamento e guerre: il capitalismo decadente. L'entità del fenomeno dei rifugiati è oggi una chiara espressione della decadenza della società capitalistica che vede una proliferazione di conflitti, pogrom e violenze di ogni genere, l'impoverimento crescente legato alla crisi economica e ai disastri ambientali. Sappiamo che le guerre, le crisi e l'inquinamento sono fenomeni vecchi. Ad ogni guerra, per esempio, sì sapeva che della gente doveva fuggire per salvarsi la vita. Tuttavia, la portata e l'intensità di questi fenomeni è aumentata, alimentando una spirale di barbarie e distruzione. Fino alla prima guerra mondiale, il numero di rifugiati è rimasto relativamente limitato. Con quest'ultima, sono iniziati gli spostamenti di massa: “delocalizzazione”, “trasferimenti di popolazioni” etc. Questa spirale di guerre e distruzioni ha preso un'altra dimensione durante la seconda guerra mondiale, con un numero inedito di rifugiati e sfollati. Poi, durante la guerra fredda, i molteplici conflitti tra i due blocchi Est-Ovest, per interposti paesi, hanno generato a loro volta una grande quantità di rifugiati, insieme alle grandi carestie subsahariane degli anni 1970 e 1980. Ma dopo il crollo del blocco dell’est nel 1990, un vero e proprio vaso di Pandora è stato aperto. In effetti, lo scontro tra i blocchi imperialisti dell’est e dell’ovest imponeva un certo ordine e una certa disciplina, dovendo la maggior parte delle nazioni obbedire agli ordini dei rispettivi capi blocco, gli Stati Uniti o la Russia. Le guerre di questo periodo sono state disumane e criminali, ma anche “classiche” e “ordinate”. Dal momento che l'URSS è crollata, l'instabilità e lo sviluppo del caos hanno gradualmente portato ad una proliferazione dei conflitti locali, contrassegnati dall’instabilità delle alleanze e dall'essere senza fine e senza risultati, con la conseguente disintegrazione degli Stati, la nascita di signori della guerra e altri avventurieri mafiosi, la disgregazione di ogni tessuto sociale ..
E le contraddizioni tra le potenze imperialiste (segnate dall’aumento del ciascuno per sé, in cui ogni nazione gioca le proprie carte imperialiste e inoltre con obiettivi sempre più miopi) hanno condotto queste ultime ad interventi militari con una crescente regolarità, quasi permanente. Le grandi potenze sostengono ognuna una particolare cricca mafiosa, questo o quel signore della guerra, particolari gruppi fanatici nella difesa sempre più irrazionale dei loro interessi imperialisti. Ciò che oramai domina la società capitalista, è la disgregazione di intere regioni dove possono prosperare le espressioni più evidenti della decomposizione sociale: intere aree geografiche nelle mani di trafficanti di droga, l’emergere dello Stato islamico, con le sue barbare atrocità, e così via.
Principali responsabili della disgregazione sociale, ecologica e militare del mondo, questi Stati sono nello stesso tempo diventati delle vere “fortezze”. In un contesto di crisi e di disoccupazione di massa, le misure di sicurezza sono state, in effetti, rafforzate drasticamente e gli Stati si sono letteralmente chiusi in “bunker”. Solo gli emigranti più qualificati sono accettati per essere sfruttati, per abbassare i costi della forza-lavoro ed essere utilizzati per dividere il proletariato. La maggioranza dei rifugiati e dei migranti, quella degli “indesiderabili”, degli affamati senza risorse, è cinicamente pregata di rimanere a casa per morirvi senza disturbare nessuno. Gli Stati del nord li cacciano, letteralmente, come ancora quest’estate in Francia, vicino la “giungla” di Calais, lungo il tunnel sotto la Manica (vedi il nostro articolo in francese sul sito [340]). La società industriale incancrenita dalla crisi economica di sovrapproduzione non può più offrire prospettive. Invece di aprirsi, essa letteralmente si chiude; gli Stati barricano i loro confini, elettrificano e moltiplicano le recinzioni, costruiscono sempre più muri. Durante la guerra fredda, al tempo del Muro di Berlino, esistevano una quindicina di muri per difendere le frontiere. Oggi sono più di una sessantina che sono stati innalzati o sono in costruzione. Dal “muro dell'apartheid” costruito da Israele di fronte ai palestinesi, passando attraverso la barriera di 4.000 chilometri di filo spinato che separa l’India dal Bangladesh, gli Stati sono in preda ad una vera paranoia della sicurezza. In Europa, anche il fronte mediterraneo è fiancheggiato da muri e recinzioni. Durante l’ultimo mese di luglio, il governo ungherese ha iniziato la costruzione di una nuova barriera alta quattro metri. Per quanto riguarda l'area Schengen in Europa, il lavoro dell'agenzia Frontex o il dispositivo Triton, la loro efficienza militare e industriale è formidabile; una flotta permanente di navi di sorveglianza e da guerra impedisce ai rifugiati di attraversare il Mediterraneo. Un dispositivo simile è in atto lungo la costa australiana. Tutti questi ostacoli aumentano notevolmente la mortalità dei migranti, condannati ad assumersi sempre più rischi per passare.
Da un lato, lo Stato borghese si barrica. Alimenta al massimo i discorsi catastrofisti delle frazioni populiste più xenofobe, suscita sempre più odio, paure e divisioni. Di fronte alle degradate condizioni di vita, i settori più deboli del proletariato subiscono con forza questa propaganda nazionalista e xenofoba. Proteste, aggressioni fisiche e incendi dolosi contro le case dei profughi da parte di persone di destra sono stati segnalati in molti paesi. I rifugiati diventano il bersaglio di campagne contro lo “straniero”, contro coloro che “minacciano le nostre condizioni di vita”. Lo Stato legittima così le sue azioni di “protezione”: organizzare l'internamento in campi di detenzione (oltre 400 in Europa), sostenere i peggiori torturatori per controllare e rinchiudere le popolazioni, assicurando le deportazioni e le espulsioni di oggi ... Dall'altra parte, questo stesso Stato borghese si paga il lusso di una finta indignazione attraverso la voce dei suoi politici, parla di “sfida morale” di fronte alla tragedia, si presenta come il garante della “civiltà”, portando la sedicente “assistenza” e favorendo al meglio “l'accoglienza dei migranti”. In breve, lo Stato borghese, questo sinistro criminale, si avvolge della virtù del salvatore.
Ma, finché durerà il capitalismo, nessuna vera soluzione sarà possibile per i rifugiati e i migranti. Se noi non combattiamo contro questo sistema, se non andiamo in modo critico alla radice del problema, la nostra indignazione e la solidarietà non andranno oltre il riflesso di un pronto soccorso, questo sentimento umano profondo e nobile sarà anch’esso recuperato dalla borghesia come un semplice atto di carità, con squilli e telecamere, sopraffatto dallo spirito puzzolente di un nazionalismo insidioso. Quindi noi dobbiamo cercare di capire, arrivare alla radice del problema per poter offrire un punto di vista critico e rivoluzionario. Il proletariato deve sviluppare una tale riflessione critica su queste questioni.
Nei nostri prossimi articoli andremo più in profondità su questo problema storico.
WH, 5 Settembre 2015
Dopo quattro anni di guerra in Siria e da circa un anno dalla costituzione del "Califfato" dello Stato islamico (SI), abbiamo assistito, sostenuta pienamente dalle forze della NATO, a una nuova svolta della Turchia con la sua entrata in guerra, abbandonando i suoi precedenti alleati jihadisti e facendo fuoco sui suoi "partner di pace" curdi. Finora la Turchia era stata alquanto tollerante verso le forze jihadiste, permettendo loro di attraversare le sue frontiere per combattere il nemico, il regime di Assad in Siria. I capi dello SI si sono pavoneggiati apertamente per le città e i luoghi di villeggiature turchi. I suoi combattenti feriti hanno ricevuto cure ospedaliere e sono stati rinviati sui campi di battaglia, proprio come fa Israele con al-Nosra[1]; alcuni poliziotti turchi che avevano arrestato dei membri di alto rango dello SI sono stati, a loro volta, gettati in prigione. In più, ritornando indietro di alcuni anni, rapporti affidabili hanno indicato che, con l'aiuto dei servizi segreti turchi (il MIT) aerei caricati dalla CIA di jihadisti e di armi pesanti di provenienza dalla Libia, sono atterrati in Turchia e hanno attraversato la frontiera siriana per combattere le truppe di Assad e dei suoi alleati dell’Hezbollah. Non c'è alcun dubbio che tutti questi fatti, sebbene raramente vengano alla luce, abbiano causato forti tensioni nella NATO di cui la Turchia è membro, determinando altrettanta tensione nelle relazioni turco-americane, sebbene le stesse agenzie americane siano state implicate nel sostegno agli jihadisti. Questo nuovo fronte turco pone una serie di questioni: perché adesso questa svolta da parte della Turchia? Che cosa significa questa per il "processo di pace" turco-curdo e i suoi due anni di "cessate il fuoco”? Ci sono elementi tra le forze del nazionalismo curdo che rappresentano, in un modo o nell'altro, gli interessi della classe operaia? Questa evoluzione condurrà a una certa pausa o attenuazione nella crescente instabilità e conflittualità di tutta regione?
Il 20 luglio, a Suruç vicino alla frontiera turco-siriana, un attacco kamikaze ha ucciso 32 giovani attivisti e ferito parecchi altri che lavorano o sono in collegamento con la Federazione delle associazioni di giovani socialisti (gruppo della sinistra del capitale). Il kamikaze, un curdo partigiano della jihad è stato subito identificato dal MIT, ed è possibile che gli stessi servizi segreti turchi siano stati implicati nell'attentato. Ci sono dei precedenti in materia (Reyhanli, 2013) e benché la domanda "a chi giova il crimine?" possa non sempre funzionare, nella maggior parte dei casi essa resta valida. Comunque, qualunque siano le persone implicate in quest’atto, la cricca dirigente dell'AKP del presidente Recip Erdogan ha utilizzato gli attentati per rafforzare la sua posizione interna e, dal suo punto di vista, la difesa degli interessi imperialisti turchi. L'AKP di Erdogan, come ogni gang nazionalista, tende a proteggere i suoi interessi all’interno dello Stato e sembra essere sostenuta con decisione dall'esercito turco e dai servizi segreti, entrambi vitali per la permanenza della sua posizione al potere. Chiaramente lo SI non è un alleato affidabile. Le discussioni tra lo Stato turco e le amministrazioni americane su un confronto serio con un SI in espansione sono cominciate poco dopo le elezioni turche in giugno, in seguito allo shock della perdita della maggioranza assoluta da parte dell'AKP e il rafforzamento del Partito democratico dei popoli (il HDP) pro-curdo, che ha ottenuto il 13% dei suffragi e sembrava avere il vento in poppa. Altre tensioni sono aumentate nel partito di Erdogan e nell'esercito turco, quando si è visto l'esercito curdo del YPG[2] (le "Unità di protezione del popolo", il braccio armato del PYD) e del PKK[3] (l'organizzazione bizantina delle forze nazionaliste curde), agire come stretti alleati degli Stati Uniti nei suoi attacchi contro lo SI. È probabilmente una combinazione di questi due elementi (i problemi elettorali interni all'AKP e l’ascesa del YPG con il rafforzamento delle sue posizioni lungo la frontiera turco-siriana) che ha orientato la borghesia turca verso una certa intesa con gli Stati Uniti mettendo a disposizione le sue basi aeree per i caccia-bombardieri e i droni da combattimento americani, in particolare quella di Incirlik, allo scopo di continuare le missioni di bombardamento dello SI in Siria. Nei giorni successivi all'attentato di Suruç, i caccia-bombardieri e l'artiglieria turca hanno colpito una o due postazioni dello SI, parecchie postazioni del PKK (il Partito dei lavoratori del Kurdistan) in Turchia, nel nord dell'Iraq, ed anche postazioni del YPG alla frontiera siriana (BBC World News, 03/08/2015). La ferocia degli attacchi turchi contro i curdi e la loro sproporzione comparata agli attacchi contro lo SI, mostrano le reali intenzioni dell'AKP. La situazione d’insieme è quella di un vero vespaio e esprime il deterioramento delle relazioni internazionali e l'indebolimento dell'imperialismo americano: un membro della NATO sostiene apertamente il Califfato dello SI; elementi di un'organizzazione curda, etichettata come terrorista, risultano tra i più stretti alleati degli americani nella lotta contro lo SI; le forze jihadiste in continua crescita prendono per l'ennesima volta il sopravvento su forze controllate e attrezzate dagli Stati Uniti; la Turchia permette la libera circolazione dello SI ai due lati della frontiera con la Siria, mentre la stessa Turchia e "consiglieri" americani preparano, altrove, forze anti-SI. Aggiungiamo a ciò le divergenze e le tensioni tra le numerose e varie fazioni curde - come quelle del PKK, lo YPG e il governo del Kurdistan iracheno di Massoud Barzani in Iraq del nord. La totale assurdità della situazione complessiva è oggi la caratteristica principale della maggior parte dei conflitti imperialisti.
Come ogni "cessate il fuoco" o "processo di pace" capitalista, quello tra lo Stato turco e il PKK curdo sono solo momenti di pausa nell'intensificazione della guerra imperialista e della sua conseguente violenza. Questo è stato confermato dal fatto che, proprio dopo gli attentati di Suruç, le autorità turche hanno fermato solo un pugno di combattenti dello SI e fatto pochi assalti aerei contro le postazioni di questo. Di contro, i loro attacchi contro gli interessi curdi e la consecutiva repressione generale contro la popolazione sono stati ben più ampi. Solo alcuni giorni dopo gli attentati di Suruç, elicotteri militari turchi hanno applicato la politica di terra bruciata in zone curde, bastioni del PKK al sud della Turchia, incendiando le culture, il bestiame e le case, mentre installavano posti di controllo militare dove veniva fermato ogni “sospettato” (The Time, 05/08/2015). Da parte loro, le forze del nazionalismo curdo hanno lanciato immediatamente attacchi contro l'esercito turco, incluse azioni di sabotaggio, dove è stato ucciso, come minimo, un ferroviere turco nella provincia orientale di Kars (Agenzia AP, 31/07/2015). Come in qualsiasi azione di "resistenza", questi tipi di attacchi non solo sfaldano la popolazione curda ma provocano su di essa una rappresaglia generalizzata. Con la scusa di un attacco contro lo SI, le autorità turche portano avanti il loro obiettivo reale: l’attacco contro gli interessi curdi, aspettandosi, oltretutto, un possibile rafforzamento del nazionalismo turco e maggiori probabilità di ottenere una maggioranza AKP in caso di nuove elezioni, dando così un mandato aperto alla cricca dirigente. In ogni caso, l’ultima cosa che lo Stato turco si augura è la proclamazione di un nuovo Stato curdo che si rivelerebbe essere un altro "Califfato" etnico, un altro abominio nazionalista, un'altra struttura statale particolare, espressione della decomposizione sociale nella regione. I clan etnici e religiosi certamente hanno le loro specificità, ma hanno in comune l'essenziale: restano entità capitaliste che schiacciano gli interessi della classe operaia. E ciò è valido in generale, ben al di là del Medio Oriente. Guardiamo l'ultimo Stato-nazione del capitalismo, la Repubblica del Sudan del Sud che ha ottenuto la sua indipendenza nel 2011. La gang locale che lo dirige, è stata sostenuta e messa al comando attraverso i servizi segreti, l'assistenza militare e il forte finanziamento da parte dei principali paesi occidentali; dopo di che immediatamente è sprofondata brutalmente nella guerra, in lotte intestine, in corruzione e gangsterismo.
Questi ultimi avvenimenti hanno implicazioni importanti per la NATO. La Turchia possiede il secondo più grande esercito della NATO, forte di 700.000 uomini; la sua svolta contro il "terrorismo" (SI e PKK) è stata salutata dalle forze dominate dagli Stati Uniti. Questi ultimi, infatti, sanno bene quale valido aiuto possa apportare loro la Turchia, non solo mettendo a disposizione le sue basi ma anche liberando la zona controllata dallo SI tra la frontiera turca e Aleppo in Siria[4] e contribuendo ancora a indebolire l'influenza curda lungo la frontiera. Qui la Turchia agisce con una relativa posizione di forza nei negoziati con gli Stati Uniti, essendo questi ultimi a corto di opzioni. La NATO, malgrado alcune divergenze e dubbi al suo interno, ha salutato la decisione della Turchia durante un incontro straordinario a Bruxelles il 28 luglio. A dispetto di alcune parole alquanto mitigate che chiedevano di lasciare i curdi tranquilli, parole in seguito completamente ignorate da Ankara, il Segretario generale della NATO ha così riassunto l'opinione degli ambasciatori sulla riunione del 28: "Siamo uniti tutti nella condanna del terrorismo, in solidarietà con la Turchia" (Jens Stoltenberg, The Independent, 29/07/2015.) La contropartita immediata per la Turchia potrebbe essere proprio l'ottenimento di più missili Patriot, di aiuti maggiori, informazioni riservate e assistenza logistica da parte degli Stati Uniti. Dopo alcune resistenze poste da questi ultimi per un certo un tempo, un'altra concessione da parte loro. Concessione che potrebbe rafforzare l'AKP, potrebbe essere l’attuazione di una "zona di sicurezza", di una "zona cuscinetto" lungo la frontiera turco-siriana, attualmente largamente controllata dal YPG. Il territorio proposto taglierebbe in due quello tenuto dal YPG e sarebbe occupato interamente dall'esercito turco in Siria. Sarebbe de facto una zona di esclusione aerea. Ciò rappresenterebbe un’invasione della Siria e una nuova impennata della guerra così come un possibile trampolino per altre “attività” turche in Siria. A partire da questa potenziale annessione di territorio siriano (in realtà non esiste più un paese denominato "Siria"), sarebbe possibile lanciare altri attacchi, sebbene ciò non sia previsto nell'immediato.
Proprio come le cooperative operaie e le fabbriche autogestite che, anche con la migliore volontà del mondo, non possono sfuggire alle leggi della produzione capitalista, le "lotte" di liberazione nazionale vengono immediatamente fagocitate dall’imperialismo; così come ogni movimento nazionalista, pro-nazionalista o etnico non può che assumere le funzioni di uno Stato capitalista. E ciò è applicabile in particolare al cambiamento di rotta "libertario" del PKK e alle sue idee di un "mini-Stato" federalizzato, rappresentativo non di una certa coerenza ma, al contrario, del processo capitalista globale di smembramento e di frazionamento. In quanto tale, non può essere che pregiudizievole per ogni espressione indipendente della classe operaia.
Sul sito web "libcom", un sostenitore dei curdi etnici, un certo Kurremkarmerruk, mette in discussione l'esistenza di una qualsiasi rivendicazione o di qualsiasi altra cosa in favore di uno Stato da parte del movimento di liberazione curda. Noi ci siamo soffermati più estesamente sulla questione dell’emergere di nuovi Stati. Ma alla fine degli anni 80, il PKK è evoluto da un presunto "orientamento proletario" (con questa espressione il nazionalismo curdo intende un’organizzazione di tipo stalinista), da un modello "di Stato nazionale con un proprio governo", verso una forma di "vita sociale comunitaria con la libertà per le donne". Lasciamo da parte l'abuso sessuale sulle donne largamente diffuso nel PKK; questa "libertà per le donne" si esprime nei fatti con l’“eguaglianza” nella loro integrazione nelle truppe curde e di conseguenza nel loro essere carne da cannone nella guerra imperialista. I nuovi concetti di "comunitarismo nel quale l'individuo è preponderante" all'interno di una federazione "anti-autoritaria" rivendicata dai curdi non sono che un'altra forma di rapporti capitalisti tinteggiati di anarchismo - perfettamente compatibile con un movimento di liberazione nazionale o etnica. Qui non c'è assolutamente niente che metta in questione la società di classe o la guerra imperialista; al contrario, entrambi vengono rafforzati dai desideri nazionalisti curdi di avere un posto nel concerto della "comunità internazionale". Dalla Prima Guerra mondiale, il nazionalismo e l'etnicità hanno fatto dei curdi pedine e carne da cannone nei vari giochi imperialisti. Questo quadro etnico non ha proprio niente a che vedere col marxismo, né con nessuna componente del movimento operaio. Il PKK si basa sul terrore e in particolare verso la propria popolazione. Si basa sull'esclusione etnica e spesso ha giocato un ruolo considerevole sulla scacchiera imperialista. Come molti movimenti di "liberazione nazionale", è stato destabilizzato completamente, tanto materialmente che ideologicamente, dal crollo dello stalinismo alla fine degli anni 80; e niente di tutto questo è cambiato, dato che la componente "socialista" YPG è stata, fino a poco fa, il più stretto alleato dell'imperialismo americano nella regione. In passato, gli interessi etnici curdi sono stati utilizzati da Russia, Siria, Iran, Iraq, Armenia, Germania, Gran Bretagna e Grecia e hanno adottato e sviluppato i valori capitalisti di democrazia e di pacifismo. Ogni movimento nazionalista o etnico, o particolarmente "federato", resta essenzialmente un'organizzazione statale che lavora in seno al capitalismo e alle sue forze imperialiste. La difesa dell'etnicità curda, come di qualsiasi altra, si basa sull'esclusione. Quali che siano le mistificazioni e il linguaggio da sinistra radicale, l'obiettivo dell'etnicità curda resta la "patria comune", una struttura interamente capitalista.
Ora sembra che la cricca Erdogan/AKP, con l'esercito che l'appoggia, ne abbia avuto abbastanza dell'ascesa "pacifica e democratica" dei curdi all’interno della "comunità internazionale", in altre parole della scacchiera imperialista, e ha deciso di passare all'offensiva contro di essi rafforzando anche la posizione del suo partito all’interno dello Stato. E le forze curde a loro volta presenteranno tutto ciò come un attacco contro i loro sedicenti "principi socialisti" e andranno oltre nella loro "guerra di auto-difesa", agendo così da ulteriore fattore di divisione nella classe operaia.
Per la classe operaia dei maggiori paesi capitalisti della regione, la generalizzazione di questa guerra e le sue manifestazioni sono una notevole fonte d’inquietudine, a causa soprattutto dell'implicazione del loro "proprio" Stato e dell'espansione del militarismo in generale. Per le popolazioni locali e quelle circostanti del Medio Oriente, la situazione è quella dell’oscura certezza di più guerre, violenze, caos e instabilità. Lo SI estende il suo Califfato e forze simili gli fanno fronte, mentre a un altro livello persiste l'indebolimento dell'imperialismo americano che ha, tra l’altro, permesso alla Turchia di cambiare atteggiamento e diventare più aggressiva. Una delle debolezze degli Stati Uniti è dover contare sulle forze curde, una situazione che, a un certo punto, ha fatto precipitare ulteriormente la crisi. Nell'immediato, gli attacchi turchi contro i curdi non possono che indebolire la lotta contro lo SI. Ma esistono ancora pericoli più grandi. Adesso Obama, dopo un anno di bombardamenti da parte della coalizione con 5.000 incursioni aeree, 17.000 bombe che hanno ucciso almeno centinaia di civili aggiungendoli alla carneficina, mentre lo SI è rimasto relativamente indenne e più radicato, ha autorizzato una copertura aerea completa per le sue forze terrestri in Siria (World Socialist Website, 04/08/2015). Il problema per gli americani è che le forze terrestri su cui possono contare in Siria sono attualmente inesistenti. L'altra complicazione è che il regime di Assad possiede un sistema di missili di difesa aerea di fabbricazione russa molto sofisticata.
In questa miscela esplosiva d’irrazionalità, di rivalità interetniche e religiose supervisionate dall'imperialismo e dallo sviluppo del ciascuno per sé, l'indebolimento dell'influenza degli Stati Uniti ha contribuito a costringerli a concludere un accordo nucleare con l'Iran che ha conseguenze e implicazioni ben pesanti. L'accordo avrà un impatto sulla Turchia, sulle altre potenze regionali, sulla Russia e altri ancora. Ritorneremo in seguito sugli elementi dall'accordo irano-americano e le sue implicazioni.
Da World Revolution, organo di stampa della CCI in Gran Bretagna, 8 agosto 2015.
[1] L’ottobre scorso, l'analista del Medio Oriente Ehud Yaari ha riferito sulle relazioni tra Israele e al-Nosra
[2] La pagina Wikipedia del YPG descrive un autoritratto in rosa impregnato di "socialismo" e di tolleranza. Queste parole smielate sono smentite dalla sua coerenza etnica e dalla sua "pulizia" militare delle zone arabe, come la città di Tal Abyad dove 50.000 persone sono state cacciate dalle avanzate militari del YPG a giugno scorso e hanno ora raggiunto i milioni di profughi che non hanno più casa a causa della guerra. Il YPG è chiaramente membro di un esercito imperialista e, in quanto tale, la "pulizia etnica" fa parte del suo lavoro.
[3] Come per la guerra in Ucraina, numerosi elementi dell'anarchismo che sostengono il YPG e la presunta "Rivoluzione del Rojava" non fanno altro che mostrare il loro sostegno aperto alla guerra imperialista.
[4] La speranza particolare delle forze "indipendenti", sostenute dagli Stati Uniti, che si incaricano di questo è già naufragata in un altro rovescio: i combattenti di una forza anti-Assad non jihadista di base in Turchia, sostenuta dagli Stati Uniti, la Divisione 30, sono stati travolti dalle forze di al-Nosra (The Independent, 31/07/2015). Sicuramente saranno consegnati allo SI, interrogati, torturati, e la loro sorte è già segnata.
Il romanzo giallo che dura almeno dall'ultimo ciclo di negoziati lanciati a febbraio scorso occulta, in parte, la situazione economica catastrofica e le drammatiche condizioni di vita dei proletari in Grecia. L’impoverimento brutale, la disoccupazione di massa e la caduta vertiginosa di salari e pensioni, i ritardi e le minacce di mancato pagamento, lo sfacelo brutale degli ospedali, il crollo dell’assistenza e dei servizi sanitari, il razionamento drastico degli ultimi medicinali disponibili, il moltiplicarsi dei suicidi e delle depressioni, la tensione nervosa, la clochardizzazione strisciante e anche la fame in seguito alla chiusura delle banche e al razionamento, tutto ciò alimenta uno scenario terribile: il precipitare del capitalismo nella sua fase estrema di decomposizione. Sullo sfondo di una crisi economica cronica, dove per la prima volta uno Stato occidentale si ritrova in default di pagamento, assistiamo allo sfruttamento di quest’avvenimento che viene trasformato in maniera indecente in un grande spettacolo teatrale dai molteplici colpi di scena. Veniamo ancora una volta tenuti sul filo del rasoio con questo famoso “debito greco” sul quale si scatenano le rivalità delle grandi potenze dove ogni capitale tenta di difendere al meglio i suoi sordidi interessi nazionali. Tutti i media si sono adoperati a fare durare la suspense intorno alla "Grexit" fino al momento fatidico, quello dell'ora simbolica che una volta spaventava i bambini, lo scoccare della mezzanotte, del martedì 30 giugno. E dopo? La fata Carabina greca si sarebbe trasformata in zucca? No! Il FMI "apprendeva" che non sarebbe stato rimborsato dei 1,5 miliardi di euro che doveva versargli lo Stato greco. Un segreto di Pulcinella! Per condire il tutto, occorreva ancora la magia di un'altra suspense, quella del referendum voluto dal governo Tsipras: i greci avrebbero votato per il sì o per il no?
Alla fine, è il no che ha vinto la domenica del 5 luglio, dopo una serie di sondaggi accuratamente messi in scena giusto prima degli scrutini.
Una borghesia preparata di fronte agli avvenimenti
Contrariamente alle esagerazioni di un’ondata di panico per la possibile traiettoria della Grecia “verso un terreno sconosciuto”, talvolta rievocato da certi media per tentare di spaventare le popolazioni per meglio asservirle e attaccarle, la realtà è piuttosto quella di una degradazione dell'economia greca già esangue da anni, aggravata da misure anti-operaie assestate dallo stesso governo Syriza. Il risultato del referendum dunque non cambia niente. È per questa ragione che il gioco dei negoziati tra, da un lato, il FMI, le istanze politiche dell'UE, la BCE, e dall'altro, il governo greco anche lui in difesa dei suoi interessi nazionali, è in realtà un braccio di ferro tra delinquenti che accompagna tutto un maneggio politico-mediatico che supera lo scenario strettamente economico. Di fronte alla gravità della situazione la borghesia aveva già dovuto adattarsi e organizzarsi per far fronte in anticipo alle difficoltà economiche della Grecia e della zona euro, proprio come aveva fatto di fronte agli scossoni e alle conseguenze della precedente crisi finanziaria e bancaria detta dei subprime nel 2008. Allora ha saputo reagire in modo concertato per evitare le conseguenze peggiori del capitombolo della borsa. Prendendo delle misure a livello di Stati e banche centrali (Banca centrale europea o la Banca federale americana), riesce a sostenere i mercati ed evitare un prosciugamento troppo brutale delle liquidità. Nei fatti, la situazione della Grecia è perfettamente conosciuta e seguita. È evidente che le banche (in particolare la BCE) e gli Stati si sono largamente anticipati per organizzarsi, prendere delle misure di fronte alle difficoltà della Grecia. Tsipras del resto non vede nel risultato del no una rottura ma "il rafforzamento del nostro potere di negoziato".
Il declino storico del capitalismo ha generato, da un secolo, una tendenza universale al capitalismo di Stato, spingendo quest’ultimo a diventare un attore centrale dell'economia. Questa tendenza, iniziata per le necessità di fare fronte alle contraddizioni crescenti del sistema e al tempo stesso ai bisogni di mobilitazione per la guerra totale, si è accentuata fortemente in seguito al grande crac borsistico del 1929 e da allora non è mai cessata. E’ stata accumulata tutta un'esperienza attraverso la messa in opera del keynesianismo che si è perfezionata via via che ci si è dovuti confrontare con le sfide dei grandi soprassalti economici del 19° secolo. Dagli anni 1980 -1990 e la "mondializzazione", palliativi sempre più complessi, attuati attraverso meccanismi che hanno consentito di barare in tutti i modi con legge del valore, hanno permesso agli Stati capitalisti più potenti di rallentare gli effetti più disastrosi della crisi economica e soprattutto di far ricadere quelli più devastanti sugli Stati capitalisti rivali più deboli. In qualche modo, la Grecia è già una prima periferia in seno all'UE. Essa si trova ai margini sud dell'Europa e presenta tutte le debolezze sfruttate paradossalmente dagli Stati-squali che ipocritamente si chinano al suo capezzale. Molto prima del caso Grecia, lo stesso FMI aveva dovuto far fronte ad altre situazioni catastrofiche, come il caso Argentina all'inizio degli anni 2000. Inoltre il caso della Grecia, per preoccupante che sia, non rappresenta in realtà che l'1,8% del PIL della zona euro, ciò che limita parecchio i "rischi di contagio". Peraltro, le banche private hanno allegerito largamente il "debito greco" a profitto della BCE e dei principali attori pubblici quali sono gli Stati. Tutto questo mostra che la posta essenziale della messa in scena ha anche una dimensione politica.
Una messa in scena politica contro il proletariato
La principale ragione di tutta la mascherata mediatica che sfrutta la gravità della situazione è essenzialmente volere mistificare il proletariato, annebbiare le coscienze, soprattutto tentare di mascherare la natura borghese e nazionalista di Syriza e del governo Tsipras. E ciò anche per accreditare l'idea di una possibile "alternativa" credibile della "sinistra radicale" che progressivamente sta emergendo in Europa (come Podemos in Spagna, Die Linke in Germania, il NPA nuovo partito anticapitalista e il Fronte di sinistra in Francia, ecc.), di fronte ai partiti socialisti giudicati dei "traditori" che abbandonano i "valori della sinistra". Uno scopo essenziale è naturalmente anche far ingoiare la pillola dell'austerità e gli attacchi per tutti i lavoratori, e non solo in Grecia! Esporre al potere una frazione tanto "radicale" come l'estrema sinistra dell'apparato politico borghese non può che screditare le ideologie gauchiste necessarie all'inquadramento politico del proletariato. Tanto più che queste ideologie sono state abbastanza indebolite dal crollo del muro di Berlino a causa del loro sostegno, per parecchi decenni, ai regimi stalinisti (certo in modo "critico", ma non meno zelante). Tutta questa messa in scena, pur esprimendo alcune divergenze e rivalità politiche ben reali dei protagonisti del negoziato, ha costituito un sostegno al mantenimento dell'immagine della sinistra radicale di Syriza. Anche se sembra paradossale, l'atteggiamento degli uni e degli altri non fa che rafforzare l'immagine "di intransigenza" del governo greco e valorizzare la sua volontà di "rifiutare i diktat di Bruxelles" confortati dalla vittoria del no. La posizione molto ferma della Cancelliera Angela Merkel, e del FMI, e la volontà di mantenere negoziati più aperti da parte delle istanze europee che hanno un atteggiamento "più comprensivo" del presidente Hollande, più "aperto a sinistra" rispetto alla Grecia pur restando "fermo", permettono in fin dei conti di presentare il governo Syriza come "fedele al popolo", rifiutando in modo categorico "l'austerità". In fin dei conti, Syriza e Tsipras si confermano essere degli "eroi" e "vittime" dell'ex-Troica, istanza assimilata ai "capitalisti cattivi"[1]. In questo modo gli attacchi sempre più forti portati direttamente dallo Stato greco sembrano essere imposti da "l'esterno". Il governo greco che reprime e spreme i proletari come non mai, questo boia alla testa dello Stato borghese, ritrova in questo modo uno statuto di vero "combattente" che tiene testa ai "capitalisti" per attenuare la "sofferenza del popolo greco". Alla fine, Syriza, supportato da questo aiuto e dal suo "sostegno popolare", può continuare a beneficiare di un'immagine "operaia". E questa mistificazione è tanto più efficace quanto più viene ripercossa e sostenuta in Europa dai gauchisti (estremisti di sinistra del capitale con tutte le loro sfaccettature) che applaudono alla vittoria del no per puntellare meglio il loro discorso su una pretesa alternativa possibile all'austerità: "Dal 25 gennaio 2015 e dalla vittoria elettorale di Syriza in Grecia, la Troica UE-BCE-FMI usa una brutalità inaudita per far capitolare il governo Tsipras, affinché la scelta popolare di finire con l'austerità fallisca"[2].
Si tratta di una vera trappola ideologica che sta estendendosi in tutta l'Europa.
Un'altra conseguenza importante di tutte queste manipolazioni ideologiche è l'accentuazione delle divisioni in seno alla classe operaia. Innanzitutto, presentando i proletari greci come paria e vittime "a parte", la cui sorte è "estranea" agli altri proletari "benestanti" in Europa, i media cercano di isolare i proletari greci dai loro fratelli di classe. In fin dei conti, solo gli operai greci avrebbero una "ragione valida" di lottare, sebbene, per "saggezza", si deve fortemente raccomandare loro di accettare i "sacrifici necessari" per "uscire della crisi". Questo porta anche a snaturare completamente la solidarietà riducendola a un semplice sostegno elettorale in favore del no: "Occorrono mobilitazioni di solidarietà massicce, affinché la fiducia aumenti, affinché il No vinca in Grecia" (ibid). Tale è la "solidarietà" dei gauscisti: né più né meno che un sostegno al governo greco che difende i suoi sordidi interessi capitalisti nazionali! Infine, attraverso questa ideologia democratica che inquadra e motiva il referendum, le divisioni all'interno dello stesso proletariato greco si sono rafforzate con il divario si/no, anche se il no vince con una netta maggioranza.
In fin dei conti, come dicevamo in uno dei nostri articoli precedenti, "Il fatto che i gauchisti descrivano Syriza come una spece di alternativa al capitalismo è una vera e propria frode. Giusto prima delle elezioni, un gruppo di diciotto economisti distinti (inclusi due vincitori del Premio Nobel e un vecchio membro del Comitato di politica monetaria d'Inghilterra) ha scritto al Financial Time di approvare certi aspetti della politica economica di Syriza (…) Come fa notare un commento sul sito della rivista The New Statesman: "il programma di Syriza (…), è macro-economia classica. Il partito Syriza ha semplicemente l'intenzione di applicare ciò che i manuali suggeriscono". E dunque, seguendo i manuali, Syriza ha negoziato con i creditori europei della Grecia, in primo luogo per prolungare il piano di salvataggio e le sue condizioni (...)"[3].
Syriza e i gauchisti che lo difendono, la famosa troica e consorti, i media che li mettono in scena, tutti continuano a portare avanti le loro mistificazioni. Appartengono allo stesso mondo, quello del capitalismo decadente. Sono i commissari politici difensori dello Stato, di un ordine borghese al servizio dello sfruttamento più brutale.
WH, 6 luglio 2015
[1] L'ex-ministro Varoufakis ha anche accusato i creditori di Atene di "terrorismo!" Dimettendosi all'indomani del referendum’ nonostante la vittoria del "no", permette all'apparato politico di conservare un'ala sinistra che, di fronte alle inevitabili nuove misure di austerità del governo Tsipras, potrà far valere il suo "vero" radicalismo.
[2] Detto dal NPA, un sedicente nuovo partito anticapitalista francese.
[3] Grèce: les gauchistes cachent la nature bourgeoise de Syriza [341]
Pubblichiamo qui la reazione di un nostro contatto in spagna che esprime bene l'indignazione e la collera che tutti i proletari e i rivoluzionari devono sentire di fronte a questo avvenimento che ha provocato la morte e intossicato centinaia di operai in Cina (dove un'altra esplosione, il 23 agosto, in una fabbrica di prodotti chimici nel sud del paese, vicino alla città di Zibo, ha provocato un altro morto e altri 9 feriti) e che costituiscono, come il nostro simpatizzante dice, un odioso assassinio perpetrato dal sistema capitalista in fase di decomposizione.
Questa denuncia è tanto più necessaria perchè questo tragico avvenimento sta alimentando una campagna ideologica che punta il dito sulle sole autorità cinesi, sull'arcaismo e la vetustà delle infrastrutture, sull'incuria e la negligenza dei “regimi dei paesi dell'Est”, esattamente come al momento della catastrofe di Chernobyl di sinistra memoria. Si fa anche conto sulla “dimenticanza delle masse” per cercare di oscurare il fatto che le testimonianze implacabili delle catastrofi strettamente legate alla follia del capitalismo e alla sua insaziabile avidità di profitti marcano i drammi dei paesi situati nel cuore stesso del sistema capitalista, da Fukushima alla fabbrica AZF di Tolosa, passando per Seveso o Three Mile Island. Sì, nelle loro lotte e con la loro determinazione a battersi contro il capitalismo il proletari devono “apprendere da ogni cosa” e “non dimenticare niente”...
Il 12 agosto scorso, alle 22 e 50, veniva segnalato un piccolo incendio nei depositi del quartiere di Bihai, nella città portuale di Tianjin, in Cina. Dei pompieri si portano sul posto. Una quarantina di minuti più tardi avveniva una esplosione terrificante, equivalente a quella di 3 tonnellate di TNT, e qualche secondo dopo un'altra brutale esplosione, equivalente questa volta a 21 tonnellate di TNT, che è stata rilevata anche dai satelliti che girano intorno alla terra.
Come si è potuta produrre una tale esplosione? Questi depositi non erano dei depositi qualsiasi, si trattava di capannoni dove erano stipati prodotti pericolosi pari a più di 3.000 tonnellate di prodotti potenzialmente nocivi per l'essere umano, situati in una zona industriale, dove, ovviamente, vivono solo operai. Presumibilmente, il carburo di calcio stoccato lì ha potuto provocare una reazione esplosiva mescolandosi con l'acqua riversata dai pompieri che cercavano di spegnere l'incendio, trasformandosi così in acetilene esplosivo. L'esplosione di questo acetilene avrebbe fatto da detonatore sufficiente a innescare una reazione a catena tra gli altri prodotti stoccati, provocando un'esplosione molto più forte. Per il momento il bilancio provvisorio è di 114 morti e, inizialmente, 720 persone sono state ricoverate in ospedale. Bisogna infine aggiungere che il deposito conteneva 700 tonnellate di cianuro di sodio, una sostanza altamente tossica per l'essere umano, che si è liberato e ha contaminato tutta la zona.
Ma al di là delle cifre, delle cause tecniche della catastrofe, degli eventi e dei fatti, una cosa viene accuratamente nascosta: è la logica inumana del capitale che ha portato un nuovo colpo alla classe operaia che paga con il suo sangue, è questo nuovo oltraggio a tutta l'umanità che continua a vivere su questo pianeta. Nel 1915, nel suo opuscolo Il nemico è nel nostro paese, il rivoluzionario Karl Liebknecht già diceva: “I nemici del popolo contano sulla dimenticanza delle masse, ma noi combattiamo la loro speculazione con la seguente parola d'ordine: apprendere da ogni cosa, non dimenticare niente, non perdonare niente!”.
Questa indicazione resta oggi assolutamente valida. Perchè esistono depositi di questo tipo, se non a causa della necessità di ridurre i costi di produzione dell'accumulazione capitalista? Perchè degli operai sono obbligati a vivere a fianco di queste mostruose bombe potenziali se non per ottimizzare al massimo lo spazio o ammucchiare una popolazione da sfruttare e sacrificare sull'altare del Moloch capitalista?
Nella sua fase di decomposizione il capitalismo perde quel poco di controllo e di funzionamento “ragionevole” che gli restava. E' per questo che invia dei pompieri a spegnere un incendio con estintori ad acqua in un deposito pieno di sostanze che potevano reagire con violenza a contatto con essa.
Così il capitalismo ha perduto allo stesso tempo i suoi magazzini, le sue infrastrutture industriali e si è anche fermata l'attività di un porto per il quale transitavano il 40% dei veicoli importati; il gigante dell'industria mineraria BHP Billiton ha dovuto sospendere ogni sua attività portuale; la Renault ha perduto 1500 vetture, la Hyundai 4.000; Toyota e John Deere sono stati costretti ad interrompere la loro produzione; 17.000 edifici sono danneggiati, ecc. La follia capitalista dell'accumulazione si è rivoltata come un gigantesco boomerang e il capitalismo dimostra ogni volta di più la sua incapacità a perpetuare il suo modo di produzione.
Ma se la borghesia ha subito dei danni in questa catastrofe, provocata dal mostro sanguinario su cui cavalca, quelli che hanno perduto di più sono i proletari. Cosa conta tutta la produzione industriale di Toyota, John Deere e BHP Billiton a confronto della vita di un solo proletario? A confronto con tutti gli operai che si sono ritrovati senza alloggio e, ancor peggio, con gli operai che l'infame governo cinese cerca di rialloggiare in un perimetro completamente contaminato dal cianuro? Niente!
Di fronte a questa dura realtà, di fronte a queste umiliazioni continue da parte della borghesia e del governo cinese, ci sono state delle deboli proteste. Ma soprattutto si tratta di proteste immerse in un pantano di democraticismo e di legalità, che puntano sul fatto che non si conosceva la natura dei prodotti immagazzinati mentre lo si sarebbe dovuto sapere, che questi erano troppo vicini, che non rispettavano le norme di sicurezza previste dalla legge...
In Cina si deve ancora alzare un vera voce proletaria, una voce che dica chiaramente: no all'assassinio dei nostri fratelli di classe, no a queste condizioni di vita, una vita da servi e umiliante vissuta in città-fabbriche, no alla immonda logica del capitale!
In sostanza, deve alzarsi una voce che parli di quello che resta di umano nell'uomo. Perciò, noi vogliamo, noi dobbiamo essere questa voce che afferma: “Imparare da ogni cosa, non dimenticare niente! Non perdonare niente! Tianjin è un assassinio!”
Comunero, 24 agosto 2015
Il 12 e 19 aprile, due imbarcazioni di fortuna, sovraccariche di migranti in fuga dalla miseria più terribile, sono affondate nelle profondità del Mediterraneo, portando con sé più di 1.200 vite umane[1]. Queste tragedie ricorrono da decenni: nel 1990, lo stretto di Gibilterra, questa fortezza ultra sicura, era già la tomba di molti migranti. Dal 2000, circa 22 000 persone sono scomparse nel tentativo di raggiungere l'Europa via mare. E dopo la tragedia di Lampedusa nel 2013, dove morirono 500 persone, questa migrazione e le sue conseguenze fatali hanno conosciuto una crescita senza precedenti. Con quasi 220.000 attraversamenti e 3500 morti, il 2014 ha polverizzato i "record" (sic!). In quattro mesi, dal 1° gennaio 2015, il mare ha già inghiottito 1.800 migranti.
In questi ultimi anni, stiamo assistendo ad una sorta di industrializzazione di questo traffico di esseri umani. Le testimonianze sono talvolta edificanti: campi profughi, attraversamento di zone di guerra, saccheggi, percosse, stupri, schiavitù, etc. La brutalità e il cinismo dei "contrabbandieri" sembrano non avere alcun limite. E tutto ciò per essere accolti in un’Europa in condizioni indegne e, riprendendo le parole del capo dell’operazione Triton impegnato a "salvare" i migranti dalle onde, come un "peso"!
Se degli uomini sono disposti a sopportare tali prove, significa che fuggono da qualcosa di peggiore. All'origine dell'aumento dei flussi migratori, vi sono le condizioni di esistenza insostenibile in sempre più regioni del pianeta.
Queste condizioni non sono nuove, ma peggiorano a vista d’occhio. La fame e le malattie colpiscono ancora. Ma è soprattutto da una società in decomposizione che fuggono queste migliaia di persone: la decomposizione accelerata dell’Africa e del Medio Oriente, con i loro conflitti inestricabili, le bande armate mafiose e fanatiche, la persistente insicurezza, il racket, la disoccupazione di massa.
Le grandi potenze, spinte dalla logica di un capitalismo sempre più irrazionale e assassino nel difendere i loro interessi imperialistici con i mezzi più sordidi, hanno una parte importante di responsabilità nella terribile situazione in molte parti del mondo. Il caos libico è caricaturale: le bombe occidentali hanno rimpiazzato un tiranno con milizie disorganizzate senza fede e senza legge. Oltre al fatto che questo illustra perfettamente l'unica prospettiva che il capitalismo è in grado di offrire all'umanità, la dislocazione del paese ha favorito la creazione di organizzazioni di "contrabbandieri" senza scrupoli, spesso legati a diversi interessi imperialistici: cricche mafiose, jihadiste e persino governi autoproclamati in lotta gli uni contro gli altri, che appartengono speso alla prima o alla seconda categoria, o anche ad entrambi.
Come i migranti che attraversano il Mediterraneo, lo sradicamento è registrato nella storia della classe operaia. Dall'inizio del capitalismo, una parte della popolazione rurale medioevale fu strappata alla terra per formare la prima forza lavoro manifatturiera. Spesso vittime di espropri brutali, questi paria del sistema feudale, troppo numerosi per essere assorbiti tutti dal Capitale emergente, venivano già trattati come criminali: "La legislazione li trattava come criminali volontari; supponeva che dipendesse dalla loro libera volontà di continuare a lavorare come prima e come se non ci fosse stato alcun cambiamento nella loro condizione" (Karl Marx, Il Capitale). Con lo sviluppo del capitalismo, il bisogno crescente di manodopera generò innumerevoli flussi migratori. Nel XIX secolo, quando il capitalismo prosperò, milioni di migranti presero la via dell'esodo per riempire le fabbriche. Con il declino storico del sistema, a partire dalla prima guerra mondiale nel 1914, gli spostamenti di popolazioni non sono mai cessati e sono addirittura aumentati. Guerre imperialiste, crisi economiche o disastri climatici, ci sono molte ragioni per sperare di sfuggire all'inferno.
E con la crisi permanente del sistema, i migranti ora si scontrano con il fatto che il capitale è incapace di assorbire molta più forza lavoro. Ostacoli amministrativi, di polizia e giudiziari, si sono moltiplicati poco alla volta per impedire agli immigrati di raggiungere i territori degli Stati più sviluppati: limitazione della durata del soggiorno, rimpatri di massa con charter, molestie legali, stalking di polizia, pattuglie marittime e aeree alle frontiere, campi di detenzione, ecc. Così, mentre gli Stati Uniti, alla ricerca di una numerosa forza lavoro, erano, prima della 1a Guerra Mondiale, il simbolo di una terra d’asilo, ora il territorio degli Stati Uniti è bloccato da una muraglia gigantesca e mortale al confine con il Messico. L'Europa non è ovviamente sfuggita a questa dinamica. Dal 1980, i democratici Stati europei hanno iniziato a schierare una flotta di navi da guerra nel Mediterraneo e non hanno esitato a lavorare a stretto contatto con la "Guida della Rivoluzione" Muammar Gheddafi e i suoi stimati omologhi, sua Maestà il re del Marocco e il Presidente a vita dell’Algeria, Abdelaziz Bouteflika, per respingere i migranti nel deserto, con metodi di estrema crudeltà. Mentre la borghesia abbatteva trionfante la cortina di ferro, altri "muri della vergogna" venivano eretti un po’ dappertutto alle frontiere. L'ipocrisia della libertà democratica di circolazione all'interno dello spazio Schengen appare in modo esplicito. Quanto a coloro che alla fine riescono nella traversata c’è stalking, umiliazione e condizioni vili di detenzione. In ultima analisi, dietro le loro lacrime di coccodrillo, il cinismo degli Stati non è minore di quello dei "contrabbandieri".
I naufragi delle imbarcazioni di fortuna sono tristemente comuni da decenni, i migranti vengono detenuti come criminali, ridotti in schiavitù o uccisi ogni giorno. L'esplosione del numero delle vittime nel Mediterraneo non risale all’ultimo mese. E allora perché ora c’è una tale frenesia dei media?
Ciò risponde a una logica di intossicazione ideologica che mobilita tutte le frazioni della borghesia. Parallelamente alla trasformazione degli Stati in fortezze, ha messo radici una nauseante ideologia anti immigrati, cercando di rendere gli “stranieri" responsabili degli effetti della crisi e di presentarli come orde di delinquenti che disturbano la quiete pubblica. Queste campagne a volte isteriche sono di una idiozia abissale e mirano a dividere il proletariato facendogli prendere le difese degli interessi della nazione, cioè quelli della classe dirigente, sulla base di un malvagio lavaggio di cervello secondo il quale la divisione dell'umanità in nazioni sarebbe normale, naturale ed eterna. Inoltre, l'ipocrisia di filtrare tra "buoni" e "cattivi" immigrati risponde pienamente a questa logica, sono considerati "buoni" quelli che possono essere utili per l'economia nazionale, gli altri sarebbero dannosi o dei pesanti fardelli.
Ma, come testimoniano le ondate di solidarietà dei lavoratori italiani nei confronti dei migranti che riescono a raggiungere le coste siciliane, molti proletari sono indignati del destino che la borghesia riserva agli immigrati. E quale modo migliore per inquadrare e incanalare questa rabbia nei vicoli ciechi fatta da esperti patentati in materia: la sinistra dell’apparato politico borghese? Anche in questo caso, i cosiddetti "amici del popolo" sfruttano l'indignazione generalizzata per gettare la classe operaia, legata mani e piedi, nella bocca dello Stato capitalista. Le ONG, questi veri esploratori imperialisti non hanno avuto parole abbastanza forti per chiedere sempre di più leggi repressive e più "mezzi" militari agli stessi Stati che pianificano da anni i massacri, il tutto in nome dei "Diritti dell'Uomo"e della dignità umana. Dopo gli attacchi della"guerra umanitaria" in Africa, ecco quelli del "controllo caritatevole delle frontiere"! Che vile ipocrisia! In Francia, l'esilarante organizzazione trotzkista Lutte Ouvrière brilla nuovamente nel suo articolo, "L'Europa capitalista condanna a morte i migranti" ( ): "Riducendo il numero e la portata delle pattuglie, i leader dell' UE hanno scelto di lasciar morire chi tenta la traversata. È la mancata assistenza a persone in pericolo. Le diciotto navi e i due elicotteri, che sono stati inviati sui luoghi del dramma dopo il naufragio, raggiungono l'ignominia". In poche parole, questo partito borghese, che si presenta come marxista, richiede più navi da guerra per "salvare" i migranti. Così la borghesia sfrutta anche l'ecatombe per rafforzare gli strumenti di repressione contro i migranti con la crescente sofisticazione dei mezzi della Agenzia Frontex incaricata di coordinare il dispiegamento militare ai confini dell'Europa e le operazioni anti immigrati sul territorio: sostegno alla polizia su larga scala, schedature, incursioni e charter; la borghesia sembra avere tutto organizzato per "portare assistenza" ai migranti. Sono stati presi in considerazione anche gli attacchi aerei in Libia! Dietro a tutto questo, la borghesia cerca anche di rafforzare ulteriormente il clima d'ansia e minaccioso che essa utilizza con cura per facilitare l'applicazione delle misure repressive che si moltiplicano in tutto il mondo contro la classe operaia.
Truth Martini, 5 maggio 2015
(Editoriale del settimanale) Lutte ouvrière No. 2438, 24 aprile 2015.
[1] Da allora il numero dei morti continua a crescere giorno dopo giorno.
Quando il governo greco ha deciso in tempi brevi di indire un referendum, era chiaro che le differenze tra la coalizione guidata da Syriza e la troika costituita da BCE, CE e FMI erano minime.
Quando si è arrivati alla campagna referendaria le differenze tra No e Sì, nonostante tutto il linguaggio melodrammatico, erano pertanto altrettanto limitate. Il ministro delle Finanze greco Varoufakis ha accusato la Troika di cercare di “umiliare” la Grecia. “Perché ci hanno forzato a chiudere le banche? Per spaventare la gente. E quando si tratta di diffondere il terrore, questo si chiama terrorismo.” (El Mundo 4/7/15). Syriza sostiene che lo scopo del referendum era di migliorare la posizione negoziale dello stato greco. Nel frattempo, i sostenitori del Sì hanno messo in guardia rispetto alle conseguenze disastrose di un'uscita dalla eurozona e alla possibilità di lasciare l'Unione europea.
Entrambe le parti hanno mobilitato la popolazione come tanti individui atomizzati che seguono ciecamente le campagne della borghesia. Un professore greco citato dal New York Times (3/7/15) ha detto: “Non c'è alcuna discussione sui problemi reali ... Stanno esasperando i sentimenti di paura e di angoscia e stanno creando un'atmosfera che rende impossibile per chiunque pensare con chiarezza”. Pensare con chiarezza è qualcosa che la borghesia scoraggia sempre. Quello di cui ha bisogno sono invece milioni di persone intruppate in seggi elettorali per esprimere la loro passività di fronte agli attacchi economici della borghesia.
Negoziare l’austerità
Quando la coalizione guidata da Syriza ha assunto la guida del governo dopo le elezioni di gennaio, ha affermato che avrebbe chiuso con l’austerità. Molti credevano ingenuamente che questo fosse possibile. I negoziati con la Troika sono stati intrapresi in un’atmosfera di accuse e controaccuse. Tuttavia, poiché si avvicinava la scadenza del 30 giugno che segnava il default della Grecia se non ci fosse stato alcun accordo che producesse nuovi fondi, sembrava che un accordo fosse imminente. Ma il governo greco interruppe i colloqui pochi giorni prima della scadenza. Ed anche dopo tale scadenza Syriza ha continuato a fare concessioni sulle misure proposte dalla Troika.
Alla fine i punti critici erano questioni di dettaglio. Il governo greco aveva accettato la maggior parte delle modifiche proposte per l'IVA, con l'eccezione del trattamento speciale delle isole greche. Aveva accettato ugualmente gran parte degli attacchi alle pensioni, anche se non tutti. Sui tagli alla difesa non c’è stata inizialmente alcuna concessione fatta da Syriza. Dopotutto la difesa nazionale è una delle preoccupazioni centrali di ogni Stato capitalista, che sia guidato da un partito di sinistra, di destra o di centro. Alla fine ciò che è stato offerto dallo Stato greco era prossimo a quanto era stato richiesto dalla Troika.
Per quanto riguarda l'austerità provata in Grecia negli ultimi cinque anni, la prospettiva è solo verso un peggioramento. Gli Stati Uniti e il FMI potrebbero parlare di più di ristrutturazione del debito, la CE/BCE di più delle particolari misure da introdurre, e Syriza di più sulle sofferenze del popolo greco. Nessuno può offrire alcun miglioramento alle condizioni di vita di quelli che vivono oggi in Grecia. Entrambe le campagne per il SI e per il NO, oltre a descrivere gli orrori impossibili nel sostegno dell’altro campo, insistevano sul fatto che seguendo loro sarebbe stato restituito l’orgoglio greco. Entrambe le parti avevano posto le cose in termini di nazione greca, di popolo greco e di economia greca. I nazionalisti ci dicono che i lavoratori greci dovrebbero essere orgogliosi del fatto che i greci hanno le giornate lavorative più lunghe d'Europa, nonostante il fatto che questo dimostri anche che sono tra i meno produttivi. La qualità dell'agricoltura greca è spesso esaltata, tuttavia il 70% del cibo consumato in Grecia viene importato. In ultima analisi il capitalismo greco si è dimostrato non competitivo e ha perso colpi rispetto ad economie più grandi e più forti. I problemi dell'economia greca non sono dovuti a particolari problemi di corruzione della Grecia o all’evasione delle tasse (per quanto siano diffusi), ma sono un’espressione della crisi internazionale del capitalismo decadente.
In realtà in Grecia non vi è alcuna prospettiva di una riduzione della disoccupazione, molte tasse aumentano, i salari e le pensioni saranno ulteriormente ridotti, l’età pensionabile salirà a 67 anni, e altri servizi pubblici diminuiranno per la mancanza di redditività. In pratica, con tutto il suo parlare di opposizione all’austerità, Syriza ha dimostrato di essere in continuità con i governi di Nuova Democrazia e del Pasok che lo hanno preceduto.
Fomentare le divisioni all’interno della classe operaia
Se la popolazione in Grecia ha sofferto i rigori di una austerità sostenuta, essa non è stata la sola. Via via che la crisi economica del capitalismo peggiora, questa spinge la classe capitalista a farne pagare il conto alla classe operaia, e ad altri strati non-sfruttatori della popolazione, attraverso ... salari ridotti, la perdita di posti di lavoro, prezzi più elevati, servizi tagliati e, infine, la stessa guerra imperialista. La retorica anti-austerità dei partiti, come quella di Syriza, viene smascherata come una fanfaronata, non appena fanno parte del governo. Ma la classe operaia non soffre solo di privazioni e pauperizzazione, essa subisce anche l'ideologia del capitalismo e del suo apparato democratico. In Grecia, in passato ci sono stati molti scioperi generali “contro l'austerità”, ma questi sono stati in grande misura avviati, controllati e divisi dalle federazioni sindacali rivali. Lungi dallo sviluppare un qualunque senso di identità di classe o la possibilità di un’azione autonoma, i sindacati hanno spinto i lavoratori a fare affidamento su fazioni parlamentari e a sostenere i partiti di sinistra. Questo è stato il caso, per il passato, dei socialdemocratici del Pasok e degli stalinisti greci del KKE, più di recente, di Syriza.
La feroce polarizzazione della politica borghese greca continua ad avere un’eco nella classe operaia. Colpi di stato e contro-colpi di stato nel 1920 e negli anni '30, la dittatura di Metaxas, la guerra civile negli anni ‘40, il regime dei colonnelli (1967-1974), l'emergere del Pasok e di Nuova Democrazia - tutte queste espressioni di divisione del passato all’interno della classe dirigente hanno trovato i lavoratori raccolti dietro le diverse frazioni della borghesia piuttosto che contro di essa. Sebbene la domanda posta nel referendum fosse di una complessità bizantina, la risposta era ridotta a una scelta tra ΝΑΙ o ΟΧΙ (Si o No). ΟΧΙ non è un termine neutro nella moderna cultura greca. Ogni 28 ottobre in Grecia si celebra il giorno dell’ΟΧΙ, una festa nazionale che ricorda il rifiuto di Metaxas di fronte all’ultimatum posto dalle potenze dell'Asse e l’entrata della Grecia nella Seconda Guerra Mondiale.
In Grecia oggi i partiti politici della borghesia fanno a gara per mostrare le loro credenziali nazionaliste. Nessuno di loro può offrire altro se non ulteriore austerità e guerra. Sarà un grande passo in avanti per la classe operaia quando si renderà conto che i suoi interessi sono diametralmente opposti a quelli della borghesia. In passato ci sono state minoranze politiche in Grecia che hanno difeso la prospettiva della rivoluzione della classe operaia. Negli anni 1940 il gruppo intorno ad Agis Stinas ha difeso una posizione internazionalista contro la Seconda Guerra Mondiale. Più di recente ci sono state delle voci internazionaliste durante i movimenti sociali del 2009-2011. La via da seguire per la classe operaia in Grecia, anche se non è una prospettiva immediata, è di collegare la propria lotta con quella della classe operaia mondiale e di sviluppare una vera e propria prospettiva internazionalista e rivoluzionaria.
Car 4/7/15
Tradotto da World Revolution No. 370.
"Da viventi, i grandi rivoluzionari vengono ricompensati dalle classi dominanti con incessanti persecuzioni; esse accolgono la loro dottrina con il più selvaggio furore, con il più feroce degli odi, le più furibonde campagne di menzogne e di calunnie. Dopo la loro morte, tentano di farne icone inoffensive, in un certo senso di canonizzarli, di cingere il loro nome di una certa aureola per "consolare" le classi oppresse e mistificarle; in tal modo si svuota del suo contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, la si svilisce e ne si smussa la incisività rivoluzionaria. È su questo "adattamento" del marxismo che oggi gli opportunisti del movimento operaio si congiungono alla borghesia" (Lenin, Stato e rivoluzione, 1917)[1].
Il 15 gennaio 1919, Rosa Luxemburg viene assassinata insieme al suo compagno di lotta Karl Liebknecht, dai corpi franchi del governo tedesco. Allora, questa soldatesca era agli ordini del ministro Noske, membro dell' SPD (la socialdemocrazia tedesca), il quale aveva dichiarato "se occorre un cane sanguinario, io lo sarò!". Ad orchestrare la repressione sanguinosa dell'insurrezione operaia a Berlino e l’assassinio di una delle più grandi figure del movimento operaio internazionale, sono i socialisti al potere, alla testa dello Stato democratico.
Questo odioso omicidio era stato preparato da lunga data attraverso una serie di calunnie contro Rosa Luxemburg. "Rosa la rossa", "Rosa l'incendiaria", "Rosa la sanguinaria", "Rosa, l'agente dello zarismo"… ; in vita, non è stato mai risparmiato alcun attacco menzognero contro la sua persona, per culminare con appelli al pogrom dalla fine 1918, inizio 1919, specialmente all'epoca della "settimana di sangue" a Berlino.
Ma solo alcuni mesi dopo il suo assassinio, la borghesia e gli opportunisti del movimento operaio hanno cominciato a farne un'icona inoffensiva, per canonizzarla, svuotare la sua dottrina rivoluzionaria del suo contenuto, svilirla e smussandone l'incisività rivoluzionaria. Necessitava innanzitutto che Rosa Luxemburg non dovesse rimanere la militante intransigente ed esemplare quale fu; doveva morire una secondo volta, snaturata in una sorte di democratica pacifista e femminista. Tale è lo scopo reale, da decenni, del lavoro di "memoria" che mira a "riabilitare", (cioè a mistificare) questa grande combattente della rivoluzione.
Una campagna costante per snaturare la lotta di Luxemburg e di Lenin
Negli anni 1930, in Francia, per esempio, si sviluppò tutta una corrente intorno a Lucien Laurat, corrente che ha ceduto sempre più nettamente alle sirene della democrazia per arrivare alla fine ad affermare che, fin dagli inizi della "rivoluzione bolscevica", "il verme" Lenin era nel "frutto" del progetto rivoluzionario. Questa ideologia farà logicamente l'apologia dell'esercito repubblicano nella guerra della Spagna del 1936-39, saluterà il coinvolgimento degli operai nella seconda macelleria mondiale con la scusa della lotta contro il fascismo.
Saprà sostenere il POUM in Spagna ed i trotskisti nel loro "eroismo" nazionale di resistenti! Questa nauseabonda propaganda democratica fu portata al suo parossismo dopo la Seconda Guerra mondiale da persone come René Lefeuvre, fondatore delle edizioni Spartacus. Questi, in una raccolta di testi di Rosa Luxemburg[2] dalla prefazione puramente ideologica ed dal titolo-montaggio prefabbricato, Marxismo contro dittatura (titolo che non è mai stato utilizzato da Rosa Luxemburg) presentò nel 1946 questa combattente della rivoluzione come radicalmente ostile al bolscevismo, cosa che risulta essere solamente una grossolana menzogna. Nell'introduzione alla raccolta, scrisse ancora: "tutti i grandi teorici marxisti di rinomanza internazionale: Karl Kautsky, Émile Vandervelde, Rodolphe Hilferding, Karl Renner, Giorgio Plekhanov – per non citarne che qualcuno – hanno denunciato tanto quanto Rosa Luxemburg tutta la dottrina totalitaria di Lenin come assolutamente contraria ai principi del marxismo".
Stalin mummificò Lenin e snaturò il suo pensiero in un dogma terribile. Rosa Luxemburg, la "sanguinaria", diventa qui una specie di santa apostolo della democrazia! La controrivoluzione stalinista andava a generare velocemente attraverso i suoi miasmi queste due nuove ideologie putride e complementari: l'esca "luxemburghismo" da un lato ed il malvagio "marxismo-leninismo" dall'altro. Si tratta in realtà delle due facce della stessa medaglia, o piuttosto delle due mascelle della stessa trappola: rigettare i bolscevichi rappresentati con i coltelli tra i denti e glorificare la figura offerta da Rosa "pacifista" alla stessa stregua di come ci fanno ammirare i leoni "selvaggi" hollywoodiani, mutilati, senza zanne né artigli.
Nel 1974, nella Germania appartenente al campo democratico, la RFT, l'effige di Rosa Luxemburg è stata persino stampata su dei francobolli postali!
Una nuova campagna contro il proletariato e le sue organizzazioni rivoluzionarie
Dopo il crollo del blocco dell'Est e la scomparsa dell'URSS, questa vasta campagna ideologica è stata esumata e si è amplificata per alimentare la pretesa "morte del comunismo", decretata con zelo al momento della caduta del muro di Berlino. L'ideologia ufficiale persegue qui la più grande menzogna della storia che assimila falsamente il comunismo allo stalinismo. Si tratta questa di un'arma ideologica particolarmente efficace alle mani della classe dominante. Perché se dal 1990 il proletariato ha tante difficoltà a riconoscersi come forza sociale, a sviluppare la sua coscienza e la sua organizzazione, è proprio perché è tagliato del suo passato, ha perso la sua identità, non sa più da dove viene, chi è e dove può andare. Se il comunismo è lo stalinismo, questo orrore finalmente fallito, perché battersi? Perché studiare la storia del movimento operaio dal momento che è stato proprio quest'ultimo a condurci alla catastrofe stalinista? E’ questa logica ed è questo veleno che la borghesia fa entrare nelle teste! E la presentazione di Rosa come "pacifista, repubblicana e nemica di Lenin", questo pro - "dittatore del proletariato", questo "padre spirituale di Stalin", è uno dei capitoli neri di questa ignobile propaganda. Quelli che vi partecipano, in modo cosciente o no, lottano contro la classe operaia!
Oggi sui blogs, sui forum (come per esempio Libcom in Gran Bretagna dove propositi viscidi sono stati realizzati intorno a Rosa Luxemburg), nelle librerie e nelle edicole, un po' dappertutto in Europa e nel mondo, ritorna in superficie una nuova campagna nauseabonda per snaturare ancora una volta l'immagine della militante Rosa Luxemburg. Ed è così che, in alcuni programmi televisivi, Rosa Luxemburg recentemente è apparsa con i soli tratti di "donna" e "pacifista". A settembre 2013, il famoso e stimato giornale Le Monde, ha pubblicato un articolo realizzato da un certo Jean-Marc Daniel, professore dell'ESCP Europa, dal titolo evocatore: "Rosa Luxemburg, marxista pacifista". Quest'associazione delle parole "marxista" e "pacifista" può lasciare allibiti: il "vero marxista" è per la classe dominante quello che abdica davanti alla guerra di classe che rinuncia all'insurrezione ed al capovolgimento del capitalismo!
Attualmente vengono pubblicati numerosi libri, fino nella letteratura per bambini, dove Rosa Luxemburg è presentata di nuovo come l'accanita avversaria dei bolscevichi e del "dittatore" Lenin. Dibattiti e conferenze sono organizzate un po' ovunque, ed ultimamente a Parigi sotto la guida di storici democratici "lussemburghiani" del gruppo "Critica sociale". Anche con le arti, il premio MAIF 2014 di scultura è toccato a Nicolas Milhé per il suo progetto "Rosa Luxemburg!" Una vera ovazione per Rosa… a patto di opporla ai suoi compagni di lotta, ai bolscevichi, alla Rivoluzione russa, in breve, alla rivoluzione. Il recupero di Rosa Luxemburg per farne una "icona inoffensiva" è una grande campagna di intossicazione ideologica. Mira ad inoculare l'idea che il proletariato deve battersi per costruire non la società comunista mondiale ma una società "più democratica", ispirandosi all'opera misconosciuta di Rosa Luxemburg presentata in modo menzognera come una nemica dei bolscevichi. Dopo l'odiosa propaganda del Libro nero del comunismo, è oramai questo discorso che è insegnato con molta serietà ed ufficialmente nei programmi scolastici[3] (3).
Oggi, la posta in gioco per la borghesia è proprio quella di convincere gli elementi più critici ed i ricalcitranti che non esiste altro avvenire che la difesa della democrazia borghese. Ma dietro questo c'è anche, nella campagna di recupero di Rosa Luxemburg da parte di "democratici" di ogni risma, un altro obiettivo - ed inconfessato! -: quello di screditare - "demonizzandole" una volta di più - le reali posizioni delle organizzazioni rivoluzionarie.
Olga
[1] 1. Questo passaggio magistrale di Lenin è altrettanto valido per la sorte che la borghesia ha riservato a Jean Jaurès. Vedi: https://fr.internationalism.org/revolution-internationale/201409/9133/jean-jaures-et-mouvement-ouvrier [343]
[2] 2. "Problemi dell'organizzazione socialista" (1904), "Masse e capi", o "Speranze deluse" - 1903, "Libertà della critica e della scienza" (1899)
[3] Vedere l'articolo "La falsificazione della storia nei programmi scolastici." https://it.internationalism.org/cci/201502/1327/la-falsificazione-della-... [344]
Un testo degli ex-membri della sezione della CCI in Turchia è disponibile (in inglese) sul loro nuovo sito web con il titolo “A proposito della nostra uscita dalla Corrente Comunista Internazionale”, (https://palebluejadal.tumblr.com/ [345])
La Corrente Comunista Internazionale critica il fatto che questi compagni abbiano lasciato l'organizzazione in maniera prematura e non abbiano prima risposto alle nostre ripetute richieste di presentare le loro critiche all'interno dell'organizzazione, come è costume nella tradizione storica dei gruppi della Sinistra Comunista. Noi deploriamo ancora che i compagni abbiano rifiutato il nostro invito a partecipare al prossimo Congresso internazionale della CCI, che è l'istanza suprema della nostra organizzazione, per difendere le loro posizioni, presentare e cercare di convincere gli altri compagni della fondatezza delle loro critiche.
Dobbiamo dire chiaramente che oltre a non aver preso sufficientemente le loro responsabilità per condurre un dibattito politico all'interno dell'organizzazione, il testo pubblicato adesso contiene una versione dei fatti per lo meno molto diversa dall'esperienza che ne hanno tirato gli altri membri della CCI.
La CCI risponderà in maniera dettagliata a questo testo entro qualche settimana.
Insistiamo ancora sul fatto che gli ex-membri della sezione in Turchia devono avere una dibattito serio con noi. CCI
Avendo letto sul sito della Tendenza Comunista Internazionalista il comunicato del 12 aprile 2015 intitolato “A proposito di alcune infami calunnie”[1] la CCI esprime la sua piena solidarietà alla TCI ed i suoi militanti che sono particolarmente sotto mira con questi attacchi da parte di ex militanti della sezione della TCI in Italia, il Partito Comunista Internazionalista.
Tutti coloro che si considerano parte della Sinistra Comunista o che sono interessati a questa corrente, conoscono i disaccordi tra la CCI e la TCI, su questioni di analisi generale (come sul corso storico), sul modo in cui interpretiamo l'esperienza storica (come il lavoro della Frazione Italiana tra il 1928 e il 1945 e la fondazione del Partito Comunista Internazionalista nel 1943-1945) o - e per noi questa è la cosa più importante - sulle relazioni che devono esistere oggi tra i gruppi che si considerano parte della Sinistra Comunista. Non abbiamo mai nascosto questi disaccordi o rinunciato a nostre critiche vigorose delle posizioni politiche della TCI (e in passato del BIPR), che giudichiamo essere negative per la lotta della Sinistra Comunista. Ma ai nostri occhi questo non può influenzare l'espressione della nostra totale solidarietà con la TCI e la fermezza con cui condanniamo le calunnie che oggi sono state rivolte all'organizzazione e ad alcuni dei suoi militanti. Si tratta di un atteggiamento che fa parte della tradizione del movimento operaio.
La CCI non conosce l'identità di questi elementi che oggi attaccano il PCInt-TCI, né gli esatti termini delle loro accuse. Tuttavia, la CCI ha completa fiducia nel comunicato pubblicato dalla TCI e ritiene che le informazioni che contiene siano valide. Questa fiducia si basa sui seguenti fatti:
Questo tipo di accusa deve essere combattuto e denunciato nella maniera più ferma possibile, soprattutto perché introduce il sospetto all'interno dell'organizzazione, ma anche nell'intero ambiente proletario. È per questo che la CCI si dichiara disposta ad offrire tutto l'aiuto possibile alla TCI, con le modalità che essa potrà giudicare utili, al fine di smascherare le calunnie rivolte ad alcuni dei suoi militanti e per ristabilire il loro onore.
La CCI fa appello a tutti gli elementi e gruppi che lottano sinceramente per la rivoluzione comunista, e in particolare a quelli che si sentono come appartenenti alla Sinistra Comunista (specialmente a quelli che fanno riferimento alla corrente animata da Bordiga dopo il 1952) per offrire una indefettibile solidarietà alla TCI contro questi sordidi attacchi. Fa parte dell'onore della Sinistra Comunista aver combattuto contro questi tipi di metodi, di cui lo stalinismo è stato il grande specialista, nei momenti più bui della controrivoluzione. Partecipare alla lotta della Sinistra Comunista non significa solo difendere le sue posizioni politiche. Significa anche denunciare un comportamento politico, come voci, bugie, calunnie e ricatti, che sono tutti diametralmente opposti alla lotta del proletariato per la sua emancipazione.
CCI, 17-4-2015
[1] https://www.leftcom.org/it/articles/2015-04-12/a-proposito-di-alcune-infami-calunnie [346]
Contro tutte le commemorazioni asettiche e ipocrite dei vari uomini di Stato, partiti e mass media per i 100 anni dallo scoppio della I GM, la CCI vi invita ad un incontro dove poter sviluppare in maniera ampia ed approfondita un confronto ed una riflessione collettiva su questo avvenimento storico. Una discussione che possa permetterci di acquisire una chiarezza maggiore sui problemi che questa società ci pone e sulla prospettiva che a noi, come proletari ed esseri umani, preme costruire.
La I G.M. costituisce la prima manifestazione eclatante della natura decadente del sistema capitalista e della barbarie insita in esso. E’ stato un evento che ha costituito un punto di svolta, determinando un assetto mondiale i cui effetti persistono tutt’oggi. Ha rappresentato un passaggio di fase storica fondamentale da un sistema capitalista in pieno sviluppo all’inizio del suo declino. Un passaggio che ha comportato cambiamenti di fondo a tutti i livelli (economico, politico e sociale) per la borghesia ma anche per il proletariato e le sue organizzazioni politiche. Esaminare le cause economiche e imperialiste della I GM è quindi importante per capire la natura del capitalismo e quale prospettiva futura questo può dare all’umanità. Ma una chiave di lettura altrettanto importante sta nel rapporto di forza tra proletariato e borghesia in quel periodo, prima, durante e dopo la I GM. Perché una guerra di dimensioni mondiali possa esserci, non sono sufficienti le sole condizioni oggettive (economiche e imperialiste). E’ indispensabile anche il fattore soggettivo. E’ necessario cioè che la borghesia riesca a far accettare la guerra e la sua barbarie, riesca a mobilitare per essa la società e in particolare il proletariato, che costituisce il perno centrale dello sforzo bellico, sia fisicamente che attraverso il suo lavoro salariato nelle retrovie. Andare a fondo su questo aspetto è essenziale per arrivare ad una più ampia comprensione delle difficoltà che incontriamo oggi come proletariato nel percorso verso la riappropriazione di una prospettiva diversa dalla barbarie di questo sistema.
E per farlo dobbiamo chiederci:
Tutti riconoscono che la I GM ha costituito una tappa storica fondamentale. Ma da quale punto di vista? Cosa ha determinato?
Come ci arriva la borghesia a questo conflitto? Come ci arrivano il proletariato e le sue avanguardie? Quali sono le debolezze del movimento operaio che permettono lo scoppio della guerra? Ad esempio, quale peso ha avuto sul proletariato lo sviluppo del riformismo, la perdita di credibilità dell’idea rivoluzionaria nella sua avanguardia rivoluzionaria che porta alla vigilia della guerra con la maggioranza dei partiti operai ormai conquistati da un’ideologia borghese, tanto da votare crediti di guerra?
Ma c’è da riflettere anche sul fatto che, in pochi anni di guerra, la situazione cambia. Si fa strada un’ondata rivoluzionaria che vede la sua espressione massima in Russia, ma è presente in Germania e anche in altri paesi. E la Grande guerra finisce. Come è stato possibile? Oggi sarebbe possibile? E perché non lo è stato dopo la II guerra mondiale? Possiamo trovare una spiegazione della chiusura della I G.M. in qualche episodio strategico o non dobbiamo cercare la risposta anche qui in un rapporto di forze che si era rovesciato, stavolta a favore del proletariato?
Come per ogni nostro incontro pubblico, anche questa giornata di discussione vuole essere un luogo e un momento dove tutte le persone sinceramente interessate al confronto, indipendentemente dal loro punto di vista politico sociale o culturale di partenza, possano incontrarsi e discutere assieme con l’esigenza comune di capire come fare per uscire dalle sofferenze che procura questa società.
Vi invitiamo caldamente a questa giornata che si terrà a Napoli il giorno sabato 14 febbraio dalle ore 9,00 alle ore 19,00.
Chiediamo a chi intende partecipare all’incontro, anche da fuori Napoli, di scriverci all’indirizzo [email protected] [348] per potergli trasmettere le ulteriori indicazioni rispetto al luogo della riunione, il materiale di preparazione alla discussione (riferimenti ad articoli, testi e contributi al dibattito di altri compagni) e permettere a noi di organizzare al meglio questo incontro.
Corrente Comunista Internazionale
Cabu, Charb, Tignous, Wolinski, questi quattro nomi tra la ventina dei morti iscritti al bilancio delle carneficine di Parigi del 7 e 9 gennaio sono un simbolo. Sono loro a essere stati presi principalmente di mira. Perché? Perché rappresentavano l’intelligenza contro la stupidità, la ragione contro il fanatismo, la rivolta contro la sottomissione, il coraggio contro la vigliaccheria[1], la simpatia contro l’odio, e queste qualità specificamente umane che sono l’umorismo e il riso contro il conformismo e il grigiore benpensante. Si potevano rigettare e combattere certe loro posizioni politiche (alcune pienamente borghesi)[2]. Ma quello che è stato colpito è proprio la loro migliore espressione. Questo scatenamento barbaro di violenza contro semplici vignettisti o inoffensivi clienti di un supermercato ha provocato una grande emozione, non solo in Francia ma nel mondo intero, e questo è normale. L’uso che tutti i rappresentanti patentati della democrazia borghese fanno oggi di questa emozione non deve nascondere il fatto che l’indignazione, la collera e la profonda tristezza che hanno colpito milioni di uomini e donne, che li ha spinti a scendere in piazza spontaneamente il 7 gennaio, è stata una reazione sana ed elementare contro questo ignobile atto di barbarie.
Un puro prodotto della decomposizione del capitalismo
Il terrorismo non data ieri[3]. La novità sta nella forma che ha preso e per il fatto che si è fortemente sviluppato a partire dalla metà degli anni 80 per diventare un fenomeno planetario senza precedenti. La serie di attentati ciechi che colpì Parigi nel 1985-86, e che, in modo evidente, non erano la semplice azione di piccoli gruppi isolati, ma portavano la firma di uno Stato, inaugurava un periodo nuovo nell’utilizzazione del terrorismo che, da allora, ha preso un’ampiezza mai conosciuta nella storia facendo un numero crescente di vittime.
Neanche gli attentati terroristici perpetrati da fanatici islamisti sono una cosa nuova. La storia di questo inizio di secolo ne è regolarmente testimone, e con un’ampiezza ben maggiore degli attentati di Parigi di oggi.
Gli aerei kamikaze contro le Twin Towers di New York l’11 settembre 2001 hanno aperto una nuova epoca. Per noi è chiaro che i servizi segreti americani hanno lasciato fare e anche favorito questi attentati che hanno permesso alla potenza imperialistica americana di giustificare e scatenare la guerra in Afghanistan e in Iraq. Proprio come l’attacco giapponese contro la base navale di Pearl Harbor nel dicembre 1941, previsto e voluto da Roosevelt, servì da pretesto per l’entrata degli Stati Uniti nella Seconda Guerra mondiale[4]. Ma è anche chiaro che quelli che pilotavano gli aerei erano dei fanatici completamente deliranti che pensavano di guadagnare il paradiso con le uccisioni di massa e il sacrificio della propria vita.
L’11 marzo 2004, meno di tre anni dopo New York, Madrid fu teatro di un massacro spaventoso: bombe “islamiche” provocarono 200 morti e più di 1500 feriti nella stazione di Atocha; alcuni corpi umani erano talmente lacerati che per identificarli si fece ricorso all’esame del DNA. L’anno seguente, 7 luglio 2005, fu colpita Londra: quattro esplosioni simultanee nei trasporti pubblici provocarono 56 morti e 700 feriti. Anche la Russia ha conosciuto parecchi attentati islamici durante gli anni 2000: quello del 29 marzo 2010 ha fatto 39 morti e 102 feriti. Beninteso, i paesi periferici non sono stati risparmiati, come l’Iraq dopo l’intervento americano nel 2003 e come abbiamo potuto vedere ancora recentemente nel Pakistan, a Peshawar, dove nello scorso dicembre 141 persone, di cui 132 bambini, sono stati uccisi in una scuola.
Quest’ultimo attentato, dove i bersagli sono specificamente dei bambini, illustra in tutto il suo orrore la barbarie crescente di questi adepti della “Jihad”. Ma l’attentato di Parigi del 7 gennaio, sebbene molto meno cruento e atroce di quello del Pakistan, esprime una dimensione nuova nella barbarie.
In tutti i casi precedenti, per quanto rivoltanti possano essere i massacri di popolazioni civili, e in particolare di bambini, c’era una certa “razionalità”: si trattava di esercitare delle rappresaglie o di cercare di far pressione su degli Stati e le loro forze armate. Il massacro di Madrid del 2004 voleva “punire” la Spagna per il suo impegno in Iraq accanto agli Stati Uniti. La stessa cosa per gli attentati di Londra nel 2005. Nell’attentato di Peshawar, si trattava di fare pressione sui militari pakistani massacrando i loro figli. Ma nel caso dell’attentato di Parigi del 7 gennaio, non c’è il minimo “obiettivo militare”, anche illusorio, di questo tipo. Si sono assassinati i vignettisti di Charlie Hebdo e i loro colleghi per “vendicare il profeta” di cui questo giornale aveva pubblicato delle caricature. E questo, non in un paese devastato dalla guerra o sottomesso all’oscurantismo religioso, ma nella Francia “democratica, laica e repubblicana”.
L’odio e il nichilismo sono sempre un motore essenziale nell’azione dei terroristi, e particolarmente di quelli che deliberatamente sacrificano la loro vita per uccidere quanta più gente possibile. Ma quest’odio che trasforma degli esseri umani in fredde macchine omicide, senza la minima considerazione per gli innocenti che uccidono, ha per bersaglio principale quelle altre “macchine di morte” che sono gli Stati. Niente di ciò il 7 gennaio a Parigi: l’odio oscurantista e il desiderio fanatico di vendetta sono qui allo stato puro. Il suo bersaglio è l’altro, quello che non pensa come me, e soprattutto quello che pensa, perché io ho deciso di non pensare più, di non esercitare più questa facoltà propria alla specie umana.
È per questa ragione che la carneficina del 7 gennaio ha provocato un tale impatto. In un certo senso ci si è dovuti confrontare con l’impensabile: come hanno potuto delle menti umane, educate in un paese “civilizzato”, formulare un progetto così barbaro e assurdo che somiglia a quello dei nazisti più fanatici quando bruciavano i libri e sterminavano gli ebrei?
E il peggio è ancora da venire. Il peggio è che l’atto estremo dei fratelli Kouachi, Amedy Coulibaly e dei loro eventuali complici è solamente la punta di un iceberg, di tutto un clima che prospera sempre più nelle periferie povere, un clima che si è manifestato quando un certo numero di giovani ha espresso l’idea che “Charlie Hebdo se l’era cercata insultando il profeta”, e che l’assassinio dei vignettisti era qualcosa di “normale”.
Anche questa è una manifestazione dell’avanzamento della barbarie, della decomposizione all’interno delle nostre società “civilizzate”. Questo affondare di una parte della gioventù, e non solamente quella generata dall’immigrazione, nell’odio e l’oscurantismo religioso è un sintomo, tra molti altri ma particolarmente significativo, della crisi estrema, del deterioramento della società capitalista.
Oggi, un po' ovunque, (anche in Europa e particolarmente in Francia), molti giovani senza avvenire, dal percorso caotico, umiliati da continui fallimenti, dalla miseria culturale e sociale, diventano facili prede di reclutatori senza scrupoli (legati spesso a degli Stati o espressioni politiche come Daesh), che drenano nei propri ambiti queste “anime perse” dalle conversioni tanto inattese quanto repentine, trasformandoli in potenziali sicari o in carne da cannone per la “jihad”. In assenza di una propria prospettiva alla crisi attuale del capitalismo, una crisi economica ma anche sociale, morale e culturale, col deterioramento della società che traspira morte e distruzione da tutti i pori, la vita di un buon numero di questi giovani è diventata per loro stessi senza scopo e senza valore. Questo prende spesso e rapidamente la colorazione religiosa di una sottomissione cieca e fanatica che ispira ogni tipo di comportamento irrazionale ed estremo, barbaro, alimentato da un potente nichilismo suicida. L’orrore della società capitalista in decomposizione, che ha forgiato altrove bambini-soldati in massa (per esempio in Uganda, nel Congo o nel Ciad, soprattutto dall’inizio degli anni 90), adesso genera nel cuore stesso dell’Europa giovani psicopatici, assassini professionisti dal sangue freddo, resi totalmente insensibili e capaci del peggio senza neanche attendersi una retribuzione per quello che fanno. In breve, questa società capitalista in putrefazione, lasciata alla propria dinamica morbosa e barbara, non può che trascinare progressivamente tutta l’umanità verso il caos sanguinario, la follia omicida e la morte. Come mostra il terrorismo, essa continua a fabbricare un numero crescente di individui totalmente disperati, stritolati e capaci delle peggiori atrocità; fondamentalmente essa confeziona questi terroristi a sua immagine. Se esistono dei tali “mostri” è perché la società capitalista è diventata “mostruosa”. E se tutti i giovani che sono presi da questa deriva oscurantista e nichilista non si arruolano nella “Jihad”, il fatto che molti di loro considerano come “eroi” o “giustizieri” quelli che hanno compiuto un tale passo, costituisce una prova del carattere sempre più di massa della disperazione e della barbarie che invade la società.
L’odioso recupero “democratico”
Ma la barbarie del mondo capitalista attuale non si esprime solamente in questi atti terroristici e nella simpatia per questi atti suscitano in una parte della gioventù. Si esprime anche nell’ignobile recupero che la borghesia sta facendo di questi drammi.
Nel momento in cui scriviamo quest’articolo, il mondo capitalista, con alla testa i principali dirigenti “democratici”, si appresta a compiere una delle operazioni più sordide di cui è capace. A Parigi, domenica 11 gennaio, si sono dati appuntamento per un’immensa manifestazione di strada, intorno al Presidente Hollande e a tutti i dirigenti politici del paese di ogni colore, Angela Merkel, David Cameron, i capi di governo di Spagna, Italia e di altri paesi d’Europa, ma anche il Re di Giordania, Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese, e Benyamin Netanyahou, Primo ministro di Israele[5].
Mentre centinaia di migliaia di persone scendevano spontaneamente in strada, la sera del 7 gennaio, i politici, a cominciare da François Hollande, e i media francesi hanno iniziato la loro campagna: “è la libertà di stampa e la democrazia a essere prese di mira”, “bisogna mobilitarsi e unirsi per difendere questi valori della nostra repubblica”. Sempre più, negli assembramenti che hanno seguito quello del 7 gennaio, abbiamo dovuto ascoltare l’inno nazionale francese, la “Marsigliese, il cui ritornello dice: “Che un sangue impuro abbeveri i nostri solchi!”. “Unità nazionale”, “difesa della democrazia”, ecco i messaggi che la classe dominante vuole far entrare nelle nostre teste, cioè le stesse parole d’ordine che hanno giustificato il reclutamento e il massacro di decine di milioni di proletari nelle due guerre mondiali del XX secolo. Del resto, Hollande l’ha anche detto nel suo primo discorso: mandando l’esercito in Africa, in particolare nel Mali, la Francia si è già impegnata nella lotta contro il terrorismo (proprio come Bush quando spiegò che l’intervento militare americano nel 2003 in Iraq aveva lo stesso obiettivo). Gli interessi imperialistici della borghesia francese non avrebbero evidentemente niente a vedere con questi interventi!
Poveri Cabu, Charb, Tignous, Wolinski! Dei fanatici islamici li hanno uccisi una prima volta. Bisognava che venissero uccisi una seconda volta da tutti questi rappresentanti e “fan” della “democrazia” borghese, tutti questi capi di Stato e di governo di un sistema mondiale putrido che è il principale responsabile della barbarie che invade la società umana: il capitalismo. Dirigenti politici che non esitano a usare essi stessi il terrore, gli assassinii, la rappresaglia contro le popolazioni civili quando si tratta di difendere gli interessi di questo sistema e della sua classe dominante, la borghesia.
La fine della barbarie, di cui sono espressione le carneficine di Parigi, non potrà certamente venire da quelli che sono i principali difensori e garanti del sistema economico che genera questa barbarie. Essa potrà risultare solamente dal capovolgimento di questo sistema da parte del proletariato mondiale, e cioè dalla classe che produce in modo associato l’essenziale delle ricchezze della società. Potrà risultare solo dalla sostituzione questo sistema con una vera comunità umana universale non più basata sul profitto, la concorrenza e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ma basata sull’abolizione di queste vestigia della preistoria umana. Una società basata su “un’associazione dove il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti”[6]., la società comunista.
Révolution Internationale (11/01/2014)
(organo della CCI in Francia)
[1] Questi vignettisti già da anni ricevevano regolarmente minacce di morte.
[2] Wolinski, il sessantottino, non aveva in seguito collaborato à “l’Huma” per parecchi anni? Del resto lui stesso ha scritto: “Abbiamo fatto il maggio 68 per non diventare quello che siamo diventati”.
[3] Nel XIX secolo ne hanno fatto uso piccole minoranze in rivolta contro lo Stato, come i populisti in Russia e degli anarchici in Francia o in Spagna. Queste azioni violente e sterili sono sempre state utilizzate dalla borghesia contro il movimento operaio per giustificare la repressione e delle “leggi scellerate”.
[4] Vedi: “Pearl Harbor 1941, Twin Towers 2001: il machiavellismo della borghesia”, Rivoluzione Internazionale n.124
[5] L’appello a quest’assembramento “d’Unione Nazionale” è unanime da parte di sindacati e partiti politici(solo il Fronte nazionale non sarà presente) ma anche da parte dei media. Persino il giornale sportivo L’Équipe chiama a manifestare!
[6] Marx, Il Manifesto comunista, 1848.
L'articolo che ho tradotto dalla pagina della CCI on line in francese, spiega accuratamente il ruolo ideologico della storia, geografia ed educazione civica nelle scuole e nei licei francesi, nei quali vi sono innumerevoli esempi della realtà francese. Ma il suo contenuto può ovviamente essere esteso anche alla realtà spagnolo o di qualsiasi altro paese del mondo.
Dal momento che l'istruzione pubblica è svolta in uno stato borghese, si fa uso di una formazione fortemente ideologica, al fine di preservare e presentare come naturale la produzione delle merci.
Nel curriculum di studio dello Stato francese si legano storia, geografia ed educazione civica. Questo aspetto democratico e “cittadinista” è ripetutamente presente anche nel piano di formazione dello Stato spagnolo (o la LOE approvato sotto un governo "socialista" o LOMCE approvato dal PP) e allo stesso tempo è stata un’occasione di contrasto tra le diverse fazioni della borghesia. Il PP, attraverso LOMCE, ha eliminato dall’istruzione il corso di cittadinanza con il quale la sinistra borghese intendeva indottrinare i giovani lavoratori con i valori costituzionali dell’astrazione democratica, dando carattere accademico al tema della religione, ma introducendo contemporaneamente una materia alternativa chiamata Valori sociali e civici e Valori etici nella scuola primaria e secondaria. Inutile dire, che i piani di studio per valori etici, intendono quelli atomizzati e isolati del cittadino borghese.
Un altro aspetto interessante di questo articolo è il ruolo che svolge l'educazione borghese (statale, sovvenzionata dallo Stato o privata) nel disciplinare i giovani a lavorare, per abituarli all’alienazione del lavoro salariato, mentre nel contempo cerca di indebolire il loro pensiero critico, anche se per fortuna molti di loro non cessano di denunciare alcuni degli effetti più perversi del dominio borghese. Le scuole e gli istituti, il sistema di istruzione pubblica svolgono quindi la funzione di riproduzione della forza lavoro, al fine di soddisfare le esigenze di formazione che saranno essenziali una volta che la borghesia l’acquisirà come merce utile per l’accumulazione del capitale.
Utilizzando la mistificazione che l’istruzione pubblica compensi le disuguaglianze, in realtà si realizza una macchina enorme per riprodurre le differenze strutturali di classe. Attraverso la ghettizzazione permanente, suddividendo tra istruzione pubblica e privata concertata all'interno delle classi, si classifica e si fa capire ciò che le istituzioni pensano di alunni ed alunne. Separati in più o meno capaci, inseriti in classi che possono svolgere o meno attività extrascolastiche o nelle quali poter impartire o meno insegnamenti bilingue (comunque frazionate al loro interno), con queste suddivisioni e classificazioni, le disuguaglianze sociali, lungi dall’essere compensate vengono marchiate a fuoco.
Il presupposto iniziale che consente la riproduzione e la logica della merce, con le sue eguaglianze formali ed astratte, è presente quindi in tutte le classi di allievi/e, nelle quali vige quella parità astratta che identifica falsamente tutti come studenti, indipendentemente dalla loro vita, origine, reddito, livello culturale delle famiglie, ecc. Tale astrazione analoga a quella dell'economia capitalista o della politica democratica è imposta in maniera coercitiva nell’istruzione, inserendo in modo forzato il suo feticcio, reificandolo nelle persone (sei le note che ottieni, le competenze, gli obiettivi e i contenuti con cui ti si valuta) e personificando le istituzioni, come in questo caso il sistema scuola.
Il tutto in un'epoca di decadenza del capitalismo che vive la sua fase ultima di decomposizione, con la sua logica di degrado morale, la sua tendenza a raggrupparsi per bande e una violenza sempre più sfrenata, tutte puntualmente presenti nelle aule scolastiche, descritte invece ideologicamente dalla borghesia come un regno astratto e neutro della conoscenza.
Pertanto, come conclude l'articolo tradotto, la vera educazione e la formazione passa solo per il recupero delle autentiche tradizioni storiche, teoriche e morali del proletariato.
Andrei, Ottobre 2014
Nelle società divise in classi, l'educazione è uno strumento di controllo. La società capitalista non sfugge a questa logica anzi amplifica il fenomeno razionalizzandolo. La funzione del sistema scolastico è quella di formare i futuri lavoratori docili e utili agli interessi della borghesia.
Per fare questo, le scuole cercano di formattare ideologicamente le menti dei giovani studenti, ma anche di formare i giovani corpi per adattarli alle esigenze del lavoro salariato. La scuola è dunque un ente disciplinare da tutti i punti di vista. In nessun caso, permette la crescita personale e lo sviluppo del pensiero critico[1].
L'insegnamento della storia, della geografia e dell'educazione civica nelle scuole secondarie mostra ad esempio come il sistema educativo borghese è parte integrante dell'ideologia dominante. I programmi di storia sono sempre stati costruiti per e dalla propaganda di stato. La loro struttura è stata progettata per ancorare la "realtà" dell'ordine sociale borghese. Infatti, l'insegnamento di questa disciplina partecipa alla falsificazione del vero passato delle società umane. Quindi, le giovani generazioni di lavoratori sono mantenute in un clima di ignoranza favorevole alla perdita del pensiero critico. Bisogna perciò denunciare la propaganda svolta dallo Stato borghese nella formazione dei futuri lavoratori.
Come sapere accademico, la storia comincia con la comparsa della scrittura verso la metà del IV millennio a.C. In linea con questo, la conoscenza delle società del passato nei programmi scolastici inizia nello stesso periodo tant’è che il primo capitolo della storia descrive le civiltà egizie e mesopotamiche. Queste società hanno già raggiunto un determinato livello di sviluppo:
- Sono disuguali e divise in classi sociali.
- Lo Stato ha raggiunto un notevole livello di sofisticazione.
- L’importanza di re e sacerdoti come simboli politici e ideologici è profondamente radicata
Se seguiamo la logica dei programmi, le società umane sono originariamente organizzate in questo modo. Senza alcun motivo apparente, inducono un giovane studente a pensare che l'Egitto delle piramidi o le città di Ur e Babilonia rappresentano le prime tracce di vita delle società umane. Tuttavia, la nostra specie è vecchia di centinaia di migliaia di anni e la scelta di eliminarne la quasi totalità non è affatto arbitraria. Prendendo come punto di partenza l'Egitto dei Faraoni e le città della Mesopotamia, la borghesia vuole evidenziare la natura deterministica delle disuguaglianze sociali. Si vuole consolidare l'idea che le società, da “tempo immemorabile" sono divise tra dominanti e dominati. Questa visione profondamente conservatrice serve a legittimare l'ordine sociale capitalista e ancorarlo nella mente dei ragazzi. In termini semplici, questo è il messaggio che lo Stato chiede all'insegnante di fornire agli studenti: “le disuguaglianze, il dominio, gli Stati, i capi sono sempre esistiti e non potrà essere altrimenti anche in futuro. In altre parole gli uomini sono naturalmente inclini a dominarsi fra loro.”
Ma le conquiste della scienza e del marxismo offrono una visione molto diversa dei primi tempi dell'umanità. Infatti, "per la maggior parte della sua storia, per centinaia di migliaia, forse milioni di anni, l'umanità ha vissuto in una società senza classi, forme di comunità dove la maggior parte della ricchezza è stata condivisa senza nessun uso di scambio o denaro; una società organizzata non da re o preti, nobili o dalla macchina statale, ma dall'assemblea tribale. È a questo tipo di società che fanno riferimento i marxisti quando parlano di 'comunismo primitivo'”[2].
Questa visione è profondamente sconcertante per l’ideologia borghese. Così, a scuola e altrove, il comunismo primitivo è negato o minimizzato, per affermare che il comunismo rimane nella realtà un irraggiungibile ideale. Senza magnificare queste società noi diamo indicazioni opposte[3]. Cioè che gli uomini sono in grado di mettere la solidarietà, il sostegno reciproco e la condivisione al centro dell’organizzazione sociale. Nella sua ricerca della verità, il marxismo ci ha permesso di capire che l'emergere dello sfruttamento è il risultato di un processo storico. Nel negare il movimento della storia, la borghesia falsifica l'evoluzione dell'umanità. Essa non incoraggia le giovani generazioni a mettere in discussione le origini della nostra specie. La classe dominante è ben consapevole del fatto che senza comprendere il nostro passato, è molto difficile vedere le possibilità di una società futura. Quindi fa di tutto per reprimere la curiosità e il pensiero critico degli studenti su questi temi.
Per i marxisti, "la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classe."[4]. In effetti, da molti millenni, gli antagonismi di classe formano il "motore della storia", il suo movimento dinamico. Oppressori e oppressi portano avanti "una continua lotta, che finisce sempre o con una trasformazione rivoluzionaria della società nel suo insieme o la rovina comune delle classi in lotta"[5]. Naturalmente, il sistema scolastico borghese respinge totalmente questo punto di vista. La prova: l'importanza data alle rivolte o ai movimenti di capovolgimento dell'ordine sociale nel corso del tempo è praticamente inesistente nei curriculum e nei libri di testo. Le rivolte degli schiavi nella società antica, i movimenti eretici o le rivolte contadine nella società feudale, le lotte del movimento operaio fin dal XIX secolo, sono ben lungi dal costituire il cuore dei capitoli trattati durante l'anno.
Oppure, questi eventi vengono elaborati attraverso una problematica che distorce completamente il significato. Prendiamo l'esempio della Comune di Parigi del 1871. Questo argomento è discusso nella quarta classe nel capitolo "L'evoluzione politica della Francia (1815-1914)". L'obiettivo è quello di mostrare come la Repubblica si è imposta in Francia dal 1870. In primo luogo, l'accento sulla Comune di Parigi è minimo. In secondo luogo, le cause dell'evento sono presentate come una reazione al vecchio ordine bonapartista.
Ecco come un manuale presenta i fatti (Belin et al.): "La Repubblica proclamata a Parigi il 4 settembre 1870 appare abbastanza incerta, infatti l'Assemblea Nazionale eletta nel 1871 è per lo più realista. Il popolo di Parigi, che teme una restaurazione della monarchia e vuole continuare a lottare contro la Prussia, si rivolta durante la Comune di Parigi: questa è repressa nel sangue ". Traducete, gli operai parigini si erano ribellati solo contro la monarchia e gli invasori prussiani (per difendere la Repubblica e la Patria) ma date l’ampiezza e le prospettive rivoluzionarie che essa trasmetteva fu “repressa nel sangue".
Visto che la borghesia non può nascondere questo episodio del movimento rivoluzionario e la sua terribile repressione, deve deviarne il suo significato. Nei programmi, la Comune è separata dal movimento rivoluzionario internazionale. I documenti evidenziano il progresso sociale e democratico prodotti da questo movimento. Essa è presentata come un laboratorio utile per la costruzione della Repubblica. Ma la Comune di Parigi non può essere ridotta a un movimento patriottico, né a una lotta per le libertà repubblicane. Essa è soprattutto la manifestazione del ruolo del proletariato come l'unica forza capace di rovesciare il capitalismo[6]. La borghesia è ben consapevole di questo e cerca di nasconderlo ai futuri lavoratori.
Lo stesso vale per l'ondata rivoluzionaria degli anni 1920, studiata nella classe terza. La Rivoluzione d'Ottobre del 1917 compare nel programma e anche nella lista dei punti di riferimento storici che lo studente dovrebbe apprendere nel proprio corso di studi. Ma cosa realmente impara? Questo evento è "un colpo di stato organizzato da Lenin, il leader del Partito Bolscevico"[7]. o una "rivoluzione bolscevica guidata da Lenin."[8]. Di nuovo, la borghesia nega la forza rivoluzionaria delle masse lavoratrici e presenta la rivoluzione d’ottobre come l'opera di un partito e di un uomo, mentre fu la realizzazione delle masse lavoratrici.
Inoltre, i programmi conservano la grande menzogna di equiparare lo stalinismo al comunismo. Fino al 2013, questa falsificazione è stata chiaramente spiegata nelle linee guida ufficiali. L'URSS è stata presentata come "un regime comunista, fondato da Lenin, che vuole creare una società senza classi ed esportare la rivoluzione (Terza Internazionale)[9]. Con lo sviluppo del programma del terzo anno al rientro dell'anno scolastico 2013, questa direttiva non è più scritta " nero su bianco", ma l'assimilazione resta molto presente soprattutto nei libri di testo: "Dopo la morte di Lenin nel 1924, Stalin si presenta come suo unico erede. Solo al potere a partire dal 1929, decide di accelerare l'attuazione del comunismo in Unione Sovietica e la trasformazione dell'economia."[10]. Tuttavia, le caratteristiche della società stalinista non hanno niente a che fare con la prospettiva (ancora all'ordine del giorno) stabilita da il Manifesto comunista nel 1848. Il vero volto dell'URSS era il capitalismo di Stato in cui una nuova borghesia ha continuato lo sfruttamento del proletariato russo. I mezzi di produzione non erano affatto condivisi e lo Stato non fu abolito ma al contrario utilizzato al massimo.
Presentare il comunismo come una società già realizzata nel XX secolo in URSS, Cuba o la Cina è una mistificazione ancora efficace anche se la borghesia ritiene utile non farne un suo cavallo di battaglia. Questa menzogna insopportabile, che continua a causare grande confusione nella classe operaia, deve essere condannata e denunciata, in nome del fine ultimo del proletariato: la riunificazione della società umana.
Ma l'arma più efficace contro la lotta di classe rimane la propaganda democratica e civile. I Programmi di educazione civica nelle scuole medie e superiori sono stati progettati per martellare le "virtù" della democrazia "l’eguaglianza repubblicana è fondamentale per compensare e correggere le disuguaglianze. Le leggi proteggono le persone e le proprietà e stabiliscono il quadro della vita nella società "[11]. O ancora la necessità di essere cittadini responsabili nel rispetto dei propri diritti e doveri per garantire l'armonia sociale. Il ruolo dello Stato è fuorviato, perché lo si presenta come entità che "protegge contro i grandi rischi e garantisce la sicurezza del territorio."[12]. Ciò che si nasconde agli studenti è che lo Stato è uno strumento di conservazione sociale che permette alla classe dominante di garantire i propri interessi. In una classe di quarta, un capitolo è dedicato a "l'esercizio della libertà in Francia." Anche in questo caso, la borghesia mostra tutto il suo cinismo e ipocrisia, in quanto il programma si concentra sulla libertà di opinione e di coscienza (di religione, laicità ...), ma lo sfruttamento della classe operaia e della sua alienazione sono ovviamente ignorate. Tante sono le mistificazioni che si trasmettono agli alunni e distruggono il loro spirito critico. Per Jules Ferry, l'insegnamento dell'educazione civica doveva garantire l’inquadramento ideologico per i figli dei lavoratori, “No, naturalmente, lo stato non è un dottore in matematica, dottore in lettere o chimica. [...] Se retribuisce gli insegnanti, questo non è per creare o diffondere le verità scientifiche, non è per questo che si occupa di istruzione: se ne occupa per mantenere una determinata morale, una determinata dottrina di stato, indispensabili alla sua conservazione. [...] Quindi non abbiate paura di esercitare questo apostolato della scienza, della giustizia e della verità, che bisogna opporre risolutamente da ogni parte a questo altro apostolato, a questa retorica violenta e ingannevole, [...] questa utopia criminale e reazionaria che chiamano guerra di classe!”
L'attuale borghesia è molto meno esplicita quando stabilisce formalmente i suoi progetti in materia di istruzione. Tuttavia, le mistificazioni democratiche e civili sono molto più profonde e sofisticate rispetto ai tempi di Jules Ferry. I programmi di educazione civica sono sviluppati in modo tale che lo studente possa assimilare tutti gli artifici che nascondono la lotta di classe. La complementarietà dei programmi di educazione civica e di storia fa in modo da negare la natura della borghesia come classe sfruttatrice. Per essa il capitalismo si è imposto e la democrazia rappresentativa raffigura la forma più perfetta di organizzazione sociale. In definitiva, la storia è finita ed è questo che dobbiamo insegnare agli studenti. Non c'è bisogno di intravedere le alternative, la società capitalista e democratica è la più perfetta che l’uomo sia in grado di costruire. Di fronte a queste menzogne, l'esperienza e la conoscenza teorica del movimento operaio permettono di dire la verità. No! La società non è organizzata come somma di individui "liberi e uguali", ma in classi antagoniste con interessi diversi. In tutto il mondo, anche nei paesi democratici, i lavoratori sono sfruttati e vittime. Un profondo senso di disgusto li assale alla vista dei privilegi e delle malversazioni dei padroni o degli uomini politici. E poi, come ho potuto sperimentare, gli studenti non sono ingannati. Alcuni di loro sono pronti a denunciare la corruzione e l'ineguaglianza quando gli si espone la società ideale in cui dovremmo vivere. Si potrebbe sperare che la realtà non deluda queste giovani menti.
Fin dall'inizio della scuola repubblicana, patriottismo e "romanzo nazionale" acquistano un posto centrale nei programmi. La Comune di Parigi aveva scosso notevolmente la borghesia che reagì amplificando la cappa ideologica sulla classe operaia. Si adoperò a distruggere l'internazionalismo sviluppato dal proletariato francese nel 1871. Per il ministro dell'Istruzione Jules Simon, una delle lezioni del "test" che la Francia ha appena vissuto è la necessità che "la Francia conosca la Francia, meglio di come possano conoscerla gli stranieri"[13]. Forse più di altre discipline, la storia e la geografia posseggono un ruolo ideologico importante nel sistema scolastico. All'alba del XX secolo, la storia viene insegnata in tutti i livelli di istruzione. Lo sciovinismo, il nazionalismo e il militarismo stanno avvelenando le menti dei futuri lavoratori. Tra il 1871 e il 1914, l'insegnamento della storia è condizionato da uno spirito di vendetta contro la Prussia, dopo la sconfitta di Sedan nel settembre 1870. Sulle mappe della Francia affisse nelle aule, i territori di Alsazia e Lorena (persi nel 1870 a favore della Prussia), sono delimitati da un tratteggio per escluderli ma di colore viola in modo tale da individuare un esagono. A poco a poco, la borghesia utilizza la scuola per imbrigliare la classe operaia in un conflitto globale inevitabile e dividerla sul piano internazionale. Permea le menti di un ideale nazionale mescolando l'ardore marziale e la religione come Emile Zola ha denunciato nel suo romanzo Verità nel 1903, quando descrive un insegnante e la sua classe: "Quattro quadri appesi al muro, illuminati violentemente, l’irritavano: S. Genoveffa che consegna Parigi, Giovanna d'Arco che ascolta le sue voci, San Luigi che guarisce i malati, Napoleone che passa a cavallo su un campo di battaglia. Sempre il miracolo e la forza, sempre le menzogne religiose e la violenza militare dati in esempio e gettati come seme nel cervello dei bambini."
Per i paesi dell'Intesa, la vittoria del 1918 permetterà di contenere l'impulso rivoluzionario della classe operaia. E per questo, la borghesia utilizzerà tutto il suo cinismo per "saldare la nazione", mescolando la compassione per i morti, l'orgoglio di aver difeso la patria e la promozione della convivenza pacifica. Immediatamente lo Stato stabilisce la commemorazione obbligatoria da parte degli studenti ai monumenti dedicati ai caduti. Nel manuale Lavisse del 1934, la guerra si presenta come una fatalità che è stata imposta alla borghesia, "dal 1914 al 1918, i francesi sono stati costretti a entrare in guerra con la Germania, come nel 1870." Il patriottismo non è scomparso nei programmi fino ad oggi, ma ha assunto una dimensione più insidiosa in quanto il sentimento patriottico non appare come tale. Ora i programmi della scuola media e del liceo presentano la storia della Francia, nel XIX e XX secolo, come l'avvento e la consacrazione della democrazia e della "libertà" dal 1789. Si è omesso che nella società capitalista, l'unica libertà della classe operaia è di vendere la sua forza-lavoro. D'altra parte, per legittimare la "benedizione" di nuove istituzioni globali (UE, ONU), lo Stato ha inventato il concetto di cittadinanza europea, anzi cittadinanza addirittura mondiale. Ancora una volta, lo scopo è deviare il vero ruolo delle sue istituzioni che esistono solo per portare una parvenza di ordine in un caos generalizzato. Ad esempio, gli studenti sono tenuti a rispettare l'idea che la "creazione dell'Onu risponde a un desiderio di pace."[14]. Se la borghesia adatta la sua ideologia, resta il fatto che il patriottismo rimane un potente vaccino contro l'emergere dell’internazionalismo all’interno della classe operaia.
I programmi aprono la porta all’idealismo e alla scomparsa del pensiero critico. La loro architettura è caratterizzata da una serie di eventi o periodi tematicamente affrontati senza spiegare la causa e l'effetto. La storia è raccontata, ma non si analizza il significato dei fatti, il che provoca la perdita dello spirito critico.
I programmi incoraggiano a recitare la storia del passato ma non a capirla e trarne le lezioni. La borghesia ha perso ogni visione coerente e obiettiva della storia e questo si riflette nell'idealismo degli insegnamenti. Ad esempio, si consideri come si insegna la storia delle religioni. Solo le tre grandi religioni monoteistiche sono studiate in dettaglio e le indicazioni impongono di riferirsi alle "storie sacre" staccate da ogni contesto. In nome della laicità, è impossibile da spiegare in una cornice materialista l'apparizione e la vera natura delle credenze divine. La scuola è uno strumento essenziale per la diffusione dell'ideologia dominante tra i ranghi della classe operaia. In sostanza, il suo ruolo è quello di oscurare la realtà della società capitalistica. Quale può essere la risposta della classe operaia a riguardo? Lo sviluppo della solidarietà e dell'unità nella lotta.
È attraverso la pratica che i lavoratori scoprono di essere sfruttati dal capitale. È attraverso le umiliazioni quotidiane che scoprono che la visione del mondo presentata dalla borghesia non corrisponde alla realtà. Come scrisse Lenin, "solo l'azione educa la classe sfruttata, solo essa le dà la misura della sua forza, ampliando il suo orizzonte, migliorando le sue abilità, chiarendo la sua intelligenza e temprando la sua volontà.” (Lenin. Rapporto sul 1905. 22 gennaio 1917). La lotta "la costringe a comprendere la struttura del sistema economico, a conoscere ciò che è la società, dove sono i suoi nemici e alleati"[15]. Dunque è lo sviluppo della coscienza di classe che immunizza contro l'ideologia borghese e fa acquisire consapevolezza della propria identità e del ruolo da svolgere per superare l'attuale società. "È una consapevolezza di sé. E questa presa di coscienza è sempre sinonimo di lotta di classe. La coscienza di classe è quindi semplicemente l'affermazione del proletariato come classe rivoluzionaria, cioè l’essere consapevole."[16].
Nella sua presa di coscienza il proletariato non ha bisogno delle falsificazioni storiche della scuola borghese. La sua educazione passa attraverso la trasmissione di generazione in generazione di una storia, un'esperienza, una teoria, una morale, una identità che appartengono solo alla classe operaia. Perché non bisogna dimenticare che
"l'emancipazione dei lavoratori è opera dei lavoratori stessi."
Venceslas.
[1] "La soppressione della storia e geografia è un attacco economico e ideologico", Révolution Internationale, n° 408
[2] "Il comunismo non è un bell'ideale ma una necessità materiale”, Revue Internationale, n°68
[3] Ibid.
[4] F. Engels, K. Marx, Manifesto del Partito comunista, cap. 1. Quando venne scritto questo testo nel 1847, le conoscenze sulle società preistoriche erano minime. L’organizzazione sociale precedente, basata sulla proprietà comune della terra, era sconosciuta.
[5] Ibid.
[6] Per un’analisi più approfondita sul significato della Comune di Parigi consultare: "La Comune di Parigi, primo assalto rivoluzionario del proletariato" in Internationalisme, n° 351.
[7] Manuale Nathan del programma di terza.
[8] Manuale Magnard del programma di terza.
[9] Programma di terza, Bollettino ufficiale speciale n° 6 del 28 agosto 2008.
[10] Manuale di storia, geografia, educazione civica, Nathan 2014.
[11] Presentazione del programma di educazione civica del quinto Bollettino Ufficiale Speciale n°6 del 28 agosto 2008.
[12] Bollettino Ufficiale Speciale n°6 del 28 agosto 2008.
[13] Patrick Garcia, Jean Leduc, L'insegnamento della storia in Francia dal Vecchio Regime ai nostri giorni, Armand Colin, 2003.
[14] Gestione del programma di storia-geografia-educazione civica, septembre 2013.
[15] "Ideologia et coscienza di classe", dall'opuscolo Organizzazione comunista e coscienza di classe.
[16] Idem.
Pubblichiamo un contributo firmato da “Compagni algerini (Lettori di RI)”. Partendo da un argomento riguardante i problemi di salute, i compagni pongono uno sguardo storico e critico che porta in modo militante alla rimessa in discussione del sistema capitalista: "Le malattie non sono delle calamità naturali, ma catastrofi sociali legate al modo di produzione capitalista". Noi condividiamo l'indignazione dei compagni, salutiamo la loro volontà di fare appello alla riflessione, alla coscienza rivoluzionaria degli operai ed incoraggiamo a proseguire questo lavoro prezioso. Tuttavia, a parte critiche secondarie[1], la nostra principale critica cade sulla forma ripetitiva del loro appello inviato con questo contributo ai "proletari algerini". Ciò che descrivono i compagni supera in realtà il quadro della situazione in Algeria. Ma soprattutto interpellare il proletariato di una nazione, l'Algeria, non ci sembra il modo migliore di procedere per difendere al meglio l'unità internazionale della lotta e partire dal movimento come un tutto. In tal modo si tende ad attenuare il reale significato internazionalista del contributo. Preferiamo dunque concludere sottolineando a maggior ragione la formulazione senza ambiguità della fine del testo: "questa trasformazione comunista della società non può farsi senza una rivoluzione che permetterà il capovolgimento del capitalismo a livello mondiale".
Secondo l’OMS[2] “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste solamente in un’assenza di malattie o di infermità”.
Per Erodoto[3], i Berberi[4] erano una “razza di Uomini dal corpo sano, agile, resistente alla stanchezza; la maggior parte di essi periscono in vecchiaia, salvo quelli che periscono per il ferro o per le bestie, perché è raro che la malattia li colpisca”[5].
Si vede bene, in Erodoto, che i berberi vivevano a lungo, morivano di vecchiaia e raramente di malattia. Quale è lo stato di salute dei proletari algerini oggi?
Non si tratta di vedere come il sistema attuale di salute risponde alle attese dei cittadini perché sappiamo, e lo vedremo dopo, che oggi, e ciò è valido in tutti i paesi capitalisti di questo mondo, la medicina non può niente di fronte alle malattie dette degenerative.
Impegnata in un processo di sviluppo la cui apertura all'investimento straniero è quella più visibile, l'Algeria ha adottato particolari opzioni sui piani economici e sociali, e ciò ha implicato mutazioni nella struttura sociale del paese e lo sconvolgimento delle abitudini e dei comportamenti alimentari. Beninteso, sugli aspetti che abbiamo appena citato, è possibile stilarne un lungo elenco attraverso tutte le modifiche ed i soqquadri vissuti dalla società algerina.
Se queste mutazioni hanno aumentato il livello di vita degli algerini, ci sono comunque conseguenze per la salute della popolazione. La situazione sanitaria merita un esame attento perché, se la speranza di vita alla nascita sembra migliore, è anche vero che giorno dopo giorno lo stato di salute si degrada.
La popolazione algerina è stata stimata, nel 2012, a poco più di 38 milioni di abitanti. Circa il 60% della popolazione vive in centri urbani. Ma oggi non c'è nessuna differenza tra la vita in campagna e quella nelle città; le abitudini ed i comportamenti alimentari sono identici; praticamente in ogni casa troviamo almeno un veicolo e ciò significa che le persone camminano poco e si spostano in automobile.
Dall’inizio degli anni 2000 i tassi prevalenti delle malattie croniche sono in pieno rialzo in Algeria. L’ipertensione arteriosa, le malattie cardiovascolari, il diabete, le affezioni respiratorie croniche (asma, bronchite cronica …), le malattie digestive (ulcere, litiasi biliare, colonpatie), l’insufficienza renale cronica, i cancri, le malattie mentali, il morbo di Crohn (malattia infiammatoria cronica dell'intestino), restano le principali minacce per lo stato di salute degli algerini. Seguono le cause legate all'ambiente sociale come i suicidi, gli incidenti stradali e sul lavoro.
Sono stati censiti in Algeria circa 20 milioni di malati cronici di cui 9 milioni di ipertesi rappresentano un quarto della popolazione, mentre il 44,5% dei decessi sono dovuti a malattie cardiache.
Il numero di diabetici è passato da un milione di persone nel 1993 a più di 2,5 milioni nel 2007. Nel 2011, secondo il Ministero della Salute, il diabete colpisce 5,1 milioni di persone, (che sono invece 7,1 milioni secondo la federazione delle associazioni dei diabetici), di cui 80.000 bambini. Il tasso dei colpiti è dell’1% presso le famiglie povere e del 3,5% presso le famiglie agiate.
Il presidente della Rete delle Associazioni delle Malattie Croniche ha stimato che oltre 5 milioni di persone sarebbero colpite da epatite.
Sul cancro poi, secondo una conclusione del gabinetto di consultazione e ricerca, l’OBG[6], i risultati sono allarmanti. L’OBG ha rivelato che il tasso[7] del cancro è passato da 80 casi ogni 100.000 persone negli anni 1990 a 120 casi nel 2008. E la prospettiva è che raggiunga 300 casi ogni 100.000 persone durante i prossimi dieci anni, eguagliando i tassi che attualmente si ritrovano negli Stati Uniti (400 casi per 100000), in Canada ed in Francia, (300 casi per 100 000). In media, annualmente, sono censiti 40.000 nuovi casi di cancro. Bisogna ricordare che gli esperimenti nucleari effettuati dalla Francia[8] a Reggane[9] sono in parte responsabili di alcuni tipi di cancro, in particolare del seno nelle giovani donne.
Il paese conta inoltre 2,5 milioni di asmatici e 5 milioni di persone che soffrono di rinite allergica. L’asma è la prima malattia cronica del bambino. La prevalenza di questa patologia sarebbe del 10-15% nei paesi avanzati e del 5-10% nel Magreb.
Nel 2007, secondo la società algerina di neurologia, l’Algeria contava circa 100.000 persone colpite dalla malattia di Alzheimer e circa 300.000 epilettici.
Proletari algerini,
queste cifre dimostrano da sole l’assenza di prevenzione e di soluzioni efficaci per invertire la tendenza. Le vittime di queste malattie sono sempre le stesse; sono i salariati: “Questi ospiti di ricoveri, vittime di aringhe putride o di torcibudella adulterati, chi sono? Un impiegato di commercio, un operaio edile, un tornitore, un meccanico: operai, operai, nient'altro che operai. E chi sono questi esseri senza nome che la polizia non ha potuto identificare? Operai, nient'altro che operai, ossia uomini quali sono stati fino a ieri”.[10]
Le malattie non sono calamità naturali, ma catastrofi sociali legate al modo di produzione capitalista che induce dei comportamenti e delle abitudini alimentari. Per rendersi conto di questa evidenza, basta guardare le statistiche: più un paese è sviluppato e più il numero dei malati cronici è in rialzo. O ancora, basta guardare le statistiche algerine e vedere come la percentuale degli ammalati di cancro algerini che vivono in Francia o in Canada è più elevata di quelli che vivono in Algeria.
Lo stile di vita (alimentazione, …), le condizioni ambientali, costituiscono fattori di rischio importanti per le malattie non contagiose. Secondo l’OMS esistono fattori determinanti che influenzano lo stato di salute di una popolazione:
Questo aumento di malattie croniche, quelle già descritte come degenerative, è dovuto ai succitati fattori di rischio i quali determinano il deterioramento dei meccanismi auto riparativi dell’organismo. Le grandi città, (Algeri, Constantine, Oran, Annaba, …) e quelle provviste di industrie inquinanti, costituiscono zone a rischio per lo sviluppo di queste malattie. È da notare che ritroviamo queste malattie anche nei campi rurali con le stesse proporzioni delle città.
Le malattie sono dunque (ed è la stessa OMS - che è un'organizzazione borghese - ad ammetterlo) determinate dal modo e dalle condizioni di vita (dai ritmi lavorativi, l’alimentazione, lo stress, l’aria che si respira, ...) determinate a loro volta dalle esigenze della produzione. Ciò che ci spinge a dire che ogni modo di produzione, e dunque ogni forma sociale che quest’ultimo genera, ha le sue specifiche malattie.
Le malattie come il diabete, lo stress, l’ipertensione, ecc. sono fattori di rischio della malattia di Alzheimer. Infatti l'Alzheimer apparirebbe a seguito dell’effetto combinato di queste malattie che, superando una certa soglia, impedirebbe ai meccanismi riparativi del cervello di funzionare normalmente.
Il responsabile di tutte queste malattie è il capitalismo, è lui che inquina, che ci nutre, che aumenta i ritmi lavorativi e che ci stressa: “I Signori Consiglieri medici possono pur ricercare al microscopio il germe mortale negli intestini degli intossicati ed isolare le loro “culture pure”: il vero bacillo, quello che ha causato la morte degli ospiti del rifugio notturno berlinese, è l'ordine sociale capitalista allo stato puro”.[12]
Viviamo in una società in cui tutti i comportamenti e le merci, come la cattiva alimentazione, gli alloggi pieni di prodotti tossici (basti pensare all’amianto), l’inquinamento (l’aria diventa sempre più tossica), le alterazioni climatiche …, sono determinati dalle necessità della produzione capitalista. Una società stressata, uno stress che è generato dal lavoro salariato e da uno sfruttamento sempre più feroce dei lavoratori.
Anche la borghesia è cosciente di questo pericolo ma resta impotente e tenta giusto di limitare i danni. Non può fare prevenzione perché farla significa proiettarsi nel futuro, e la società capitalista è una società immediatista nel senso che non ha programma e non può dominare dunque il suo futuro: “Nella società borghese, il passato domina dunque il presente”[13]. Se il presente è dominato dal passato, allora il futuro è dominato dal presente.
La società borghese agisce in funzione degli avvenimenti, non è più padrona del suo destino, sono le leggi del capitalismo a dettare la via da prendere. Ci si può dire che il capitalismo non è una persona, certo!, ma “Il capitale non è dunque un potere personale; è un potere sociale”[14].
Una volta un discepolo disse a Gesù: “Maestro, ti seguirò ovunque tu andrai, ma permettimi di seppellire prima mio padre”. E Gesù gli rispose: “Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti”. Ciò significa più cose. Per esempio, che una società che non ha prospettive, che non può proiettarsi nel futuro, è una società morta. All’epoca Gesù rappresentava la prefigurazione della società futura e la società di allora che rappresentava il presente era già morente.
Inoltre, per la borghesia, l’uomo non è che una macchina, ha un disprezzo verso i proletari e la natura, questa idea è presa da Hobbes: “che cosa è il cuore se non una pompa, i nervi se non altrettanti cordoni, le articolazioni se non altrettante ruote?”[15]. Si vede bene il disprezzo che ha Hobbes per l’uomo. Hobbes è anche quello che diceva che l’uomo è un lupo per sé stesso.
Partendo dall’idea che l’uomo è una macchina, ed in assenza di ogni prospettiva e di ogni prevenzione, la medicina si contenta di riparare i malati per sfruttarli in seguito. Proprio come fa il meccanico che ripara le automobili cambiando dei pezzi affinché siano riutilizzabili dai rispettivi proprietari, la medicina è ridotta al solo compito della manutenzione affinché i lavoratori possano essere sfruttati di nuovo dal loro proprietario (padrone).
Ciò non vuole dire che la medicina non sia capace di fare prevenzione, ma essa ne è impedita dalle esigenze del capitale che indicano il percorso da seguire. Lo sviluppo dell’industrializzazione è il solo fattore che spiega lo sviluppo della salute pubblica: da una parte, attraverso semplici criteri di produttività degli operai, dall’altra parte attraverso la pressione dei lavoratori.
Ciò prova che la scienza in una società divisa in classi sociali è una scienza della classe dominante, nel senso che è orientata al servizio degli interessi di quest’ultima. Ed è questo che, giustamente, ricorda Rosa Luxemburg in risposta al revisionismo di Bernstein: “Questa dottrina composta da frammenti di tutti i sistemi possibili senza distinzione sembra ad un primo sguardo completamente libera di pregiudizi. Infatti, Bernstein non vuole sentire parlare di una scienza di partito o, più precisamente, di una scienza di classe, non più di un liberismo di classe o di una morale di classe. Crede rappresentare una scienza astratta universale, umana, un liberismo astratto, una morale astratta. Ma la società vera è costituita da classi che hanno degli interessi, delle aspirazioni, delle concezioni diametralmente opposte, ed una scienza umana universale nel campo sociale, un liberismo astratto, una morale astratta sono per il momento dei ricorsi fantasiosi e pura utopia. Ciò che Bernstein prende per sua scienza, sua democrazia, sua morale universale talmente umana, sono semplicemente tutte quelle della classe dominante, in altre parole la scienza, la democrazia, la morale dei borghesi”.[16]
Proletari algerini,
davanti a questa disgrazia che ci cade addosso, ascolteremo due voci che tenteranno di consolarci. Esse ci sembreranno differenti ed opposte, ma in realtà sono le due facce di una stessa medaglia.
La prima è la voce degli amici e delle amiche del popolo, degli esperti opportunisti, quella dei gauchisti, dei campioni dell’individualismo come i trotskisti, i maoisti, gli stalinisti, gli anarchici, i libertari, gli ecologisti o altro fronte di sinistra. Questa voce ci dirà: mangiate bio e consumate meno e se non faremo così saremo additati come stupidi. Il loro assurdo ragionamento li ha spinti a lanciare una parola d'ordine reazionaria e piccolo-borghese: “Soluzione locale per un disordine globale”. In altre parole: occupiamoci della nostra piccola vita e della nostra bocca ed al diavolo il resto dell'umanità.
La seconda è quella del grande capitale che ci dirà: non vi preoccupate, fidatevi della scienza, essa troverà le soluzioni. Ma abbiamo visto con Rosa Luxemburg che non c’è scienza universale, che la scienza è una scienza a servizio degli interessi della classe dominante e che risponde agli imperativi della produzione ed alla logica del profitto, è cioè al servizio del capitale.
Questa seconda voce tenterà di ingannarci ancora facendoci balenare una speranza legata al fatto che, proprio grazie al progresso della scienza e del capitalismo, la durata di vita degli algerini è passata dai 50 anni nel 1962 a quasi 73 anni nel 2010.
Per rispondere a questa menzogna da tanto tempo propagandata dalla borghesia, preferiremmo lasciare parlare un cristiano che ha saputo decifrare i testi biblici, invece di prenderli alla lettera come fa il religioso ordinario o di rigettarli come fa il libero pensatore borghese ordinario. Ed ecco ciò che dice:
“Una cosa ancora comunemente ammessa in questa fine dei secoli è l’immensa menzogna sostenuta dalla maggior parte degli scienziati nell'affermare che la durata della vita media dell’uomo sia aumentata di più di trent’anni! Da quarant’anni, dicono, quale una volta era la sua durata di vita, oggi l’abbiamo portata a settantacinque anni! Di conseguenza, dicono: gli scienziati sono degli dei che hanno il potere di allungare la vita delle creature! Sosteniamoli nelle loro ricerche che ci porteranno alla vita eterna.
La loro affermazione è una vanità ed un’ulteriore confusione perché, nei tempi antichi, la durata di vita degli uomini era uguale a quella di oggi. Mosé lo dimostra nel novantesimo salmo, quando prega il Padre di rivolgere i suoi sguardi su di loro. Lui dice:
Tutti i nostri giorni spariscono per il tuo corruccio;
Vediamo i nostri anni svanire come un suono.
I giorni dei nostri anni si alzano a settant'anni,
E, per i più robusti, ad ottanta anni;
E l'orgoglio che ne traggono non è che pena e miseria,
Perché passa rapidamente, e noi voliamo via.
Poiché Mosé menziona chiaramente che la durata di vita degli uomini era una volta mediamente di settantacinque anni, e non quarant'anni, come osano allora gli scienziati del presente pretendere di averla portata a settantacinque anni? Ancora un poco, ed essi potranno strombazzare che gli esseri viventi sono opera delle loro mani!
Sappiate che prima di Mosé gli uomini determinavano la loro età in anni lunari. Ad ogni nuova luna, aggiungevano un anno al numero dei loro anni. Basta allora dividere, diciamo, per tredici, i tredici mesi lunari, per comprendere che Adamo che visse novecentotrenta anni, secondo la scrittura, visse poco più di settantuno dei nostri anni attuali. Seth visse novecentododici anni, ossia settant'anni. Enosch visse novecentocinque anni, ossia sessantanove anni e sei mesi. E così via per tutte le età date in anni lunari”.[17]
Si vede bene che non solo il capitalismo non ha portato niente all’umanità in termini di speranza di vita ma, al di là di questa menzogna che vediamo sfaldarsi sotto i nostri occhi, siamo in diritto di affermare che questo sistema priva anche coloro che potrebbero godere di buona salute di esserlo, e la fine della vita come conclusione della vitalità umana e del passaggio dalla vita alla morte diventa un esercizio di orrore e di sofferenza sia per quelli che muoiono che per le loro famiglie.
La seguente citazione è forse lunga per il lettore, ma non abbiamo resistito al desiderio di citarla per intero perché ci sembra riassumere e proiettare una luce folgorante sullo stato in cui il capitalismo ha messo il mondo:
“Sì, è probabile che vi giungiate se le menzogne e le calamità del mondo che ne sono le conseguenze non vi sfuggono:
Certamente regnano gli intelligenti, ma le nazioni bruciano!
Gli uomini si ammucchiano come le cavallette nelle città e si corrompono;
La violenza progredisce;
I paesi si riempiono di armi diaboliche e di militari avidi di sangue;
Le minacce aumentano, le guerre si moltiplicano;
Le città erodono le parti vicine sviluppandosi come i tumori;
Alcune zone sono sfigurate, altre contaminate o interdette;
E la campagna oramai spaventa.
La schiavitù si intensifica;
I deboli sono disprezzati, oppressi o rigettati;
I poveri sono abbandonati, ed i bambini manipolati;
I vecchi sono abbandonati;
Popoli interi soffrono di carestia.
Le specie sono snaturate da coloro che ignorano completamente la creazione;
Tutto ciò che è naturale sparisce o diventa abominevole agli occhi di tutti.
Il mare è saccheggiato;
La superficie della Terra è sporcata e devastata, le sue viscere sono sconvolte;
Le foreste spariscono;
I corsi di acqua si putrefanno;
L'acqua potabile diminuisce;
Le macchine di ferro irrompono su uomini e bestiame, spesso schiacciandoli ed uccidendoli;
Le malattie proliferano, si aggravano ed aumentano la loro estensione;
Le specie animali si rarefanno, molte non sono più che dei ricordi;
L'ordine della natura è scosso gravemente.
I valori dell'esistenza sono calpestati;
La fede e la speranza sono volate via;
La saggezza ed il buonsenso non esistono più;
I giovani si disperano, un grande numero si dà la morte.
E voi non siete in grado di rimettere in discussione le vostre convinzioni?
Oh! Uomo, dov’è la tua gloria?"[18].
Malgrado la sua appartenenza alla religione cristiana, i fatti e la descrizione che dà del nostro mondo calzano perfettamente la realtà. È per questa ragione che siamo andati oltre la sua dottrina. La conclusione di questa citazione invia l’uomo ad un ritorno verso la gloria attraverso la fede, ma voi, cari proletari, come noi, sapete che è qua giù sulla terra che risiede la lotta dell’uomo.
Proletari algerini,
Di fronte a questa menzogna espressa dalle voci precedenti, esiste un'altra voce, quella della Sinistra comunista, la voce del marxismo autentico, quella del marxismo rivoluzionario. La sinistra comunista è anti-riformista, antirevisionista, antistalinista ed anti-trotskista. Questa voce ci dice: “Soluzione globale (che è il comunismo) contro il disordine globale (che è il capitalismo)”.
Nella società comunista, “è il presente che domina il passato”.[19] E dunque il futuro va a dominare il presente. La produzione sarà orientata in funzione dei bisogni dell’umanità e non in funzione dei bisogni del capitale ed essa sarà rispettosa della natura e dunque dell'uomo: “Tuttavia, non dobbiamo lusingarci troppo per le nostre vittorie sulla natura. Per ogni vittoria ottenuta la natura si vendica su noi. Certamente ogni vittoria ci dà in prima istanza le conseguenze da noi aspettate, ma essa ha anche effetti del tutto differenti, imprevisti che spesso distruggono le prime conseguenze. Le persone che, in Mesopotamia, in Grecia, in Asia minore ed altri luoghi distruggevano le foreste per guadagnare terre arabili, non avrebbero mai potuto immaginare che stavano buttando le basi dell’attuale desolazione di questi paesi perché, con la distruzione delle foreste, si distruggono i centri di accumulazione e di conservazione dell’umidità. Gli italiani che, sul versante sud delle Alpi, saccheggiavano le foreste di abeti, conservate con tanta cura sul versante nord, non si rendevano conto che in tal modo minavano l'allevamento di alta montagna sul loro territorio; ed ancora meno sospettavano che, facendo ciò, privavano di acqua le loro fonti di montagna per la maggior parte dell’anno e che quest’ultime, durante la stagione delle piogge, avrebbero scaricato sulla pianura torrenti particolarmente furiosi. Quelli che seminarono la patata in Europa non sapevano che con i tuberi farinosi essi seminavano anche la scrofolosi. E così i fatti ci ricordano continuamente che non regniamo per niente sulla natura come regna un conquistatore su un popolo straniero o come esseri al di sopra della natura, ma che le apparteniamo con la nostra carne, il nostro sangue, il nostro cervello, che siamo nel suo seno, e che tutto il nostro dominio su di essa risiede solo nel vantaggio che abbiamo sull'insieme delle altre creature, e nel conoscere le sue leggi e potercene servire giudiziosamente”.[20]
“I vestiti ed i prodotti cosmetici, per esempio, saranno fabbricati rispettando le funzioni biologiche del corpo come la traspirazione, parimenti per il cibo, i pesticidi saranno banditi. Lo stress al lavoro sarà eliminato perché il lavoro non sarà più un'esigenza del capitale ma come diceva Marx sarà “il primo svago dell'uomo”. La diminuzione drastica del tempo di lavoro permetterà a ciascuno di dedicare del tempo alla lettura ed ad altri svaghi come la pesca, la musica, lo sport, gli studi, l'arte, … Ciò permetterà la fine della divisione sociale del lavoro che, per un periodo storico, è stata un motore di sviluppo ma che, oggi, rappresenta un freno per l'umanità. Ciò permetterà anche la fine della specializzazione: non ci saranno più muratori, medici, artisti, professori … ma ciascuno di noi potrà essere nello stesso tempo tutti questi.”[21].
Ma questa trasformazione comunista della società non può farsi senza una rivoluzione che permetterà il capovolgimento del capitalismo a livello mondiale.
La classe operaia, con il suo partito politico di classe, è la sola classe capace di compiere la rivoluzione comunista. La lotta rivoluzionaria conduce necessariamente la classe operaia a scontrarsi con lo Stato capitalista. Per distruggere il capitalismo, la classe operaia dovrà rovesciare tutti gli Stati e stabilire la dittatura del proletariato a scala mondiale attraverso il potere internazionale dei consigli operai, che raggruppano l’insieme del proletariato.
La trasformazione comunista della società da parte dei consigli operai non significa né “autogestione”, né “nazionalizzazione” dell'economia. Il comunismo necessita dell’abolizione cosciente da parte della classe operaia dei rapporti sociali capitalisti: il lavoro salariato, la produzione di merci, le frontiere nazionali. Esige la creazione di una comunità mondiale la cui attività sia completamente orientata verso la piena soddisfazione dei bisogni umani.
Il cancro è per il corpo ciò che il capitalismo è per la società.
Perché essendo generati dalla natura, necessariamente ci siamo snaturati.
Compagni algerini (Lettori di RI[22])
[1] In particolare l'idea che sta alla base del contributo secondo il quale la speranza di vita non sarebbe per niente progredita dall'epoca di Mosè. Questa visione schematica ci sembra completamente errata, riduttrice e caricaturale, perché sembra rigettare in blocco i progressi della medicina, ivi compreso nel capitalismo, che sono proprio nel 19° e 20° secoli reali e verificabili.
[2] Organizzazione Mondiale della Sanità.
[3] Erodoto, nato verso il 484 prima della nostra era ad Alicarnasso in Carie, attualmente Bodrum in Turchia, morto verso il 420 a.c. Thourioi, è uno storico greco. Nel suo quarto libro enumera tutti i popoli che, secondo lui, vivevano in Africa settentrionale e nel Sahara.
[4] “I Berberi (Imazighen, al singolare Amazigh), sono un insieme di etnie autoctone dell’Africa settentrionale. Occupavano, in una certa epoca, un largo territorio che andava dal versante occidentale della valle del Nilo fino all'oceano Atlantico, le isole Canarie e l’insieme del Sahara, dove fondarono potenti regni formati da tribù confederate. Erano conosciuti nell’antichità sotto i nomi di libici, mori, Gétules, Garamanti o ancora Numidi. Tutto il paese che si estende dall’Egitto fino al lago Tritonis è abitato dai libici nomadi […]. I popoli ad occidente del lago Triton non sono nomadi”. Erodoto, IV, 186-187.
[5] Kaddache (Mahfoud), L'Algeria degli algerini, dalla preistoria al 1954, pagina 20.
[6] Oxford Business Group.
[7] In epidemiologia, la prevalenza è una misura dello stato di salute di una popolazione ad un dato momento.
[8] Negli anni 1960 l’esercito francese realizzò le prime prove nucleari al Centro Sahariano di Sperimentazioni Militari (CSEM), situato nella regione di Reggane, in Algeria.
[9] Reggane è un comune del wilaya di Adrar, situata a nord del deserto del Tanezrouft.
[10] Rosa Luxemburg, Nel ricovero notturno, 1 gennaio 1912.
[11] Una radiazione ionizzante è capace di depositare abbastanza energia nella materia che attraversa tanto da ionizzarla. Queste radiazioni ionizzanti, quando sono controllate, si prestano a molti usi pratici benefici (campi della salute, industria, …). Ma per gli organismi viventi, a lungo andare, per dosi elevate sono potenzialmente nocivi e mortali.
[12] Rosa Luxemburg, Nel ricovero notturno, op. cit.
[13] Marx, Engels Il Manifesto del partito comunista, 1848.
[14] Marx/Engels, Ibid.
[15] Hobbes, Il Leviatano.
[16] Rosa Luxemburg, Riforma sociale o rivoluzione, 2a parte, capitolo "Il crollo", 1898.
[17] Il Libro di Vita dell’Agnello. Dal 15 dicembre 2000, la versione originale di questo lavoro si trova sul sito: www.lelivredevie.com [349].
[18] Ibid.
[19] Marx, Engels, Manifesto del partito comunista.
[20] Engels, “Il ruolo del lavoro nella trasformazione della scimmia in uomo”, ne “La dialettica della natura” 1876.
[21] Engels, Ibid.
[22] Révolution internationale (organo di stampa della Corrente Comunista Internazionale in Francia).
In un precedente articolo[1] di giugno 2013 abbiamo mostrato come la borghesia italiana abbia attraversato un periodo di grandi difficoltà, con una perdita crescente di controllo sull’elettorato e con la difficoltà a garantire un esecutivo stabile e credibile. Nel frattempo le cose sono andate avanti e sono cambiate in maniera significativa. Una situazione politica che sembrava dover portare necessariamente a nuove elezioni, con una crescente incertezza per il futuro, si è tramutata in una situazione di relativa stabilità politica, con la prospettiva di portare addirittura la legislatura attuale fino alla fine del mandato. Come è stato possibile un tale miracolo? Facciamo un piccolo passo indietro per ricordare le condizioni economiche, sociali e politiche in cui versa il Paese in questo momento.
Dopo la recessione del 2007-08, l'Italia non si è mai rialzata. Dal 2007-8, il PIL, tranne che nel 2010 quando è stato leggermente positivo, è stato sempre negativo o nullo. La produzione industriale del 2014 è stata del 30% inferiore a quella del 2007, con una discesa continua del volume e con tutto l'aumento della disoccupazione che ne consegue. Dal punto di vista del bilancio statale, nonostante l'aumento delle tasse e i tagli alle spese - anzitutto di quelle sociali - questo debito ha continuato ad aumentare. Il problema evidentemente non è la spesa, ma la crisi di sovrapproduzione, cioè la difficoltà da parte dell’Azienda Italia ad averla vinta sui concorrenti. Per cui i tagli alla spesa non riescono a compensare le mancate entrate fiscali legate alla riduzione del PIL. Ed è qui che l'Italia ha difficoltà perché il suo apparato produttivo ha perso competitività da decenni a questa parte, da prima dell’avvento dell’euro. Solo che prima dell'euro si poteva “recuperare” competitività ogni tanto con la svalutazione della moneta, cosa che oggi non si può più fare se non a livello europeo. Di qui gli attriti continui con la Germania.
Ciò detto, non bisogna pensare che la borghesia se ne stia con le mani in mano e che non sia capace di avere dei piani, sia a livello economico che politico. Apparentemente il governo Renzi sembra non avere cambiato nulla rispetto a quello Letta nella misura in cui la maggioranza governativa e le opposizioni sono esattamente le stesse, mentre invece è cambiato molto.
Anzitutto Renzi ha implementato la dimensione del populismo. Mentre Letta si presentava con il grigiore del vecchio staff politico e aveva scarse capacità di presa sul popolo italiano, Renzi si presenta oggi come un Superman che ha le idee buone, è energico, sa quello che vuole e lo impone, contrapponendosi in questo modo al Berlusconi con le sue stesse armi.
Ma c’è anche da dire che l’azione del governo Renzi tende a incidere concretamente sulla situazione economica, ma non solo. Per capire come, passiamo anzitutto in rivista il pacchetto di leggi in approvazione in parlamento in questi giorni per vedere come si è sviluppato l’attacco della borghesia.
Di fronte all’aggravarsi inarrestabile della crisi economica, i tentativi della borghesia tendono a mascherare il fatto che questa è una crisi storica, di sistema, e perciò senza vie d’uscita, senza soluzione. Di conseguenza ogni governo nuovo cerca di tirare qualche coniglio dal cappello per far credere che, cambiando le alleanze o solo le persone fisiche, ci possa essere un vero miglioramento, creando così nella popolazione una situazione di attesa, di accettazione dei sacrifici in vista di un futuro migliore. E questo è probabilmente il motivo maggiore della formazione del nuovo governo Renzi, con un leader che ricorda il Berlusconi della prima ora, capace com’è di promettere tanto, di sembrar credibile nelle sue promesse, soprattutto se accompagna le promesse con qualche misura di sicuro effetto mediatico, come gli 80 euro in busta paga per un buon numero di lavoratori, o la voce grossa verso la politica di austerità della UE. Ma in realtà il governo Renzi, rispetto a quelli immediatamente precedenti, sta andando anche più a fondo in una politica di attacco non solo sul piano economico, ma anche su quello della stessa coscienza operaia.
Legge di stabilità (finanziaria 2015)
La manovra finanziaria, che per quest’anno si aggira sui 36 miliardi di euro, prevede misure che puntano al taglio del costo del lavoro agendo con sgravi dell’IRAP per 3 miliardi di euro, uno all’anno, con cui ridurre i contributi previdenziali che le aziende devono versare in caso di assunzione, a tempo indeterminato, di nuovi addetti. Così un nuovo assunto costerà all’azienda 8mila euro in meno all’anno, per tre anni consecutivi. E’ questo che ha spinto il governo a dichiarare, tramite il premier Matteo Renzi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, di attendersi molto dall’entrata in vigore di questa manovra. Se per il presidente del Consiglio,“ora gli imprenditori non hanno più scuse per non assumere”, il responsabile del Tesoro si è addirittura augurato che entro pochi mesi vengano creati 800mila nuovi posti di lavoro.[2] C’è poi il rinnovo dei bonus IRPEF in busta paga da 80 euro per i dipendenti, che per le fasce minime di reddito (sotto i 24.000 euro) non sono da buttare via. L’introduzione della possibilità di anticipo di parte del TFR, fino al 50%, in busta paga è un’idea da veri strozzini. Infatti, profittando delle condizioni disagiate di gran parte della popolazione, si porta avanti una doppia fregatura perché: a) quello che percepisci viene tassato più di quanto sarebbe stato come TFR; b) i lavoratori che sono costretti ad accettare questa cosa perdono in maniera secca dei soldi arrivando poi a fine rapporto di lavoro con un TFR più basso. Si prevede poi una spending review di circa 10-12 miliardi, che si ripercuoteranno su ministeri, istruzione ed enti pubblici, particolarmente sulle province (6 miliardi fino al 2017) condannate ormai a scomparire. Ovviamente tutto questo si accompagna con il prolungamento del blocco degli stipendi dei dipendenti statali, condannati ormai all’erosione continua del proprio stipendio da parte dell’inflazione, blocco che però non si applica a Polizia, Carabinieri e ad altri corpi dello Stato che dovrebbero vedersi confermato lo sblocco dei salari a partire da gennaio (un miliardo per l’intervento). Sono infine previste 150mila assunzioni nelle scuole con uno stanziamento di un miliardo per procedere alla prima tranche.
Jobs Act
La legge-delega sul lavoro, quella che per qualche motivo viene chiamata Jobs Act, comporta un ulteriore attacco alle condizioni di vita dei proletari. “Dal prossimo anno, per i lavoratori neo-assunti, rimarrà l'obbligo di reintegro soltanto quando un licenziamento è discriminatorio, cioè legato a pregiudizi ideologici, razziali, sessuali o politici nei confronti del lavoratore. Se invece il dipendente viene lasciato a casa per ragioni economiche (per esempio in caso di crisi aziendale) non ci sarà il reintegro. Nel caso in cui il licenziamento risulti ingiustificato, il lavoratore avrà diritto soltanto a un indennizzo in denaro, proporzionale agli anni di carriera che ha alle spalle.”[3] C’è poi anche lo “scarso rendimento” del lavoratore che rientrerà con tutta probabilità nella categoria dei licenziamenti economici, per i quali cioè si prevede solo l’indennizzo, e viene eliminata la possibilità del reintegro. In questa stessa legge si tende inoltre a introdurre dei meccanismi di verifica dell'operatività nell'azienda, anche attraverso strumenti telematici, che oggi sono in molti casi proibiti dalla legge. I controlli non riguarderanno i singoli lavoratori ma soltanto i reparti e gli impianti, per non ledere il diritto alla privacy dei dipendenti.
La buona scuola
La legge che enfaticamente viene chiamata della “buona scuola” non è altro che un’azione di propaganda basata sul nulla. Intanto le 150mila assunzioni di cui tanto si vanta il governo non sono altro che la stabilizzazione di lavoratori che già lavorano da diversi anni, ma che venivano finora licenziati anno per anno, senza alcuna garanzia per l’anno successivo. Se il governo si è deciso ad assumere a tempo indeterminato questi lavoratori, oltre ad una razionalizzazione evidente che risulta per il settore scuola (non più supplenze ad ogni inizio anno che si prolungano a volte per mesi …), è soprattutto perché forzato da una sentenza della Corte Europea che aveva messo in mora il governo italiano proprio per la perpetuazione del tutto illegittima di un rapporto di lavoro precario nelle scuole italiane, ma anche da alcuni ricorsi vincenti fatti da singoli lavoratori. In secondo luogo le scuole, come le università e tutto quanto una volta costituiva un valore di cultura nel nostro paese, nella misura in cui lo era, sono ormai diventate delle aziende dove il dirigente scolastico è costretto a cercare le risorse per tirare avanti attraverso contratti con strutture di vario tipo del territorio. In ogni caso quello che resta è una struttura scolastica con insegnanti completamente demotivati perché mal pagati e operanti in un’istituzione che materialmente cade a pezzi.
Italicum
Per finire la nuova legge elettorale in dirittura di arrivo per il 7 gennaio prossimo. Nonostante tutte le critiche, soprattutto da sinistra, questa è una legge che, per gli scopi della borghesia, funziona. Qual è infatti il problema più grosso per la borghesia rispetto alle elezioni? Avere la garanzia che, qualunque sia l’esito delle elezioni, possa uscire da queste un quadro politico che garantisca la governabilità. L’esperienza delle ultime elezioni politiche è stata fin troppo traumatica con l’esito elettorale che vedeva come primo partito a livello nazionale il M5S e una maggioranza che sembrava impossibile da realizzare. C’è voluta tutta la maestria del vecchio Napolitano, fine manovratore della politica borghese, per uscire da un’impasse piuttosto pericolosa. Perciò adesso l’Italicum, cui Renzi tiene tanto, costituisce la soluzione a tutti questi problemi. Il criterio è quanto mai semplice: al primo turno si presentano tutti i partiti, senza alleanze. Se un partito al primo turno riesce a raggiungere una percentuale del 40%, accede al premio di maggioranza che consente di conquistare 340 deputati su 617. Altrimenti le prime due liste accedono al secondo turno e chi vince conquista il 53% dei seggi e può governare in monocolore con 327 deputati su 617.
L’Italicum ha pensato non solo alla governabilità, ma anche a garantire comunque una rappresentanza delle minoranze in parlamento. Sensibile com’è la borghesia a garantire la presenza di una opposizione in parlamento che simuli la difesa degli interessi dei proletari, questo progetto di legge si è preoccupato di abbassare la soglia di eleggibilità dei parlamentari dall’8% inizialmente proposto al 3% attuale (nella precedente legge elettorale, detta Porcellum, erano del 4% alla Camera e dell’8% al Senato).
C’è poi la questione delle preferenze su cui, come ricordiamo, è stato montato un falso dibattito cercando di far credere che alla gente veramente potesse importare qualcosa votare per Tizio piuttosto che per Caio quando ormai non esiste più, e da anni ormai, alcuna fidelizzazione degli elettori neanche nei confronti dei partiti. La stessa sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato l’incostituzionalità di alcune parti della legge Calderoli (il famoso Porcellum) anche per l’impossibilità dell’elettore di fornire una preferenza, ha partecipato a questa messa in scena. E’ evidente che la borghesia ha promosso questa propaganda per contrastare la diserzione che si manifesta con sempre maggiore frequenza alle urne. Così l’Italicum ha anche il merito di riportare nelle urne il voto di preferenza, ma con un trucco, anzi due. Il primo è che il capolista, scelto dalla segreteria del partito, è il primo ad essere eletto, comunque siano distribuite le preferenze all’interno della lista. Il secondo è che le circoscrizioni passano da 27 a 100, quattro volte tanto, il che permette ai vari partiti di piazzare in posizione sicura i propri uomini, come capolista, meglio di prima avendo adesso 4 posti sicuri contro 1 solo posto se fossero rimaste le vecchie circoscrizioni. Questo fa capire quanto sia importante per la borghesia avere il controllo più minuzioso possibile sull’esito delle elezioni politiche.
Naturalmente tutte queste misure, benché mascherate e presentate in maniera mistificata, corrono il rischio di produrre delle reazioni nella classe operaia. E’ per questo che i sindacati hanno preventivamente creato una mobilitazione, occupando tutto il terreno della lotta e lasciando ai proletari in apparenza come unica alternativa quella di partecipare allo sciopero oppure di restare al lavoro seguendo l’indirizzo della CISL secondo cui “lo sciopero generale non è la soluzione adatta per fronteggiare i temi del lavoro” (Anna Maria Furlan, CISL). Così il 12 dicembre, giorno della protesta indetta da Cgil, Uil e Ugl, si è visto un milione e mezzo di persone in piazza nei vari cortei organizzati in 54 città. I leader sindacali hanno attaccato l'esecutivo di Matteo Renzi come non avevano fatto neanche con i governi Berlusconi, senza fare alcuno sconto: “Nel Jobs Act ci sono norme da anni '20”; “Non trovo nulla di moderno in una condizione in cui chi lavora è ricattabile”; “Se il messaggio di Renzi è 'tiriamo dritto' sappia che sappiamo tirare dritto anche noi. Non abbiamo bisogno di sentirci minacciati”. (Susanna Camusso, CGIL); “La lotta continuerà. Non ci fermiamo, Renzi può mettere tutte le fiducie che vuole, anche una al giorno, la lotta continuerà”; “Quando la logica è che il lavoro lo puoi scambiare con i soldi, allora il lavoro diventa una merce.” (Landini, leader FIOM); “Blocchiamo il Paese per farlo ripartire. Faremo una nuova Resistenza” (Carmelo Barbagallo, UIL). Va anche segnalato che una parte della minoranza del PD, tra cui Stefano Fassina, ha scelto di scendere in piazza con i sindacati e lo stesso Massimo D’Alema, ex premier della guerra contro la Iugoslavia, si schiera dalla parte dei manifestanti e invita l’esecutivo a fermarsi: “La situazione del Paese è grave e spero che il governo ascolti questa piazza e tenga conto della richiesta che viene dai lavoratori”.
E non è mancata neanche l’alternativa dello scontro di piazza, con una serie di tafferugli con la polizia in varie piazze come Milano e Torino dove le forze dell'ordine hanno caricato studenti e manifestanti in genere.
E’ chiaro che c’è da rimanere confusi da questo incrocio di canti delle sirene, tutte quante che fanno appello alla lotta, ma alla loro maniera, tutte quante alla maniera sbagliata.
In questa fase certamente non sono le lotte che mancano, anzi si stanno anche intensificando, ma queste lotte sono: 1) molto divise tra loro; 2) molto localizzate mancando di qualunque dimensione politica. E, poiché la situazione dei lavoratori sta peggiorando, in questi ultimi mesi assistiamo anche ad una più forte presenza dei sindacati che hanno l'obiettivo, da una parte, di incanalare le lotte e, dall'altra, di aumentare le divisioni in queste lotte. C'è una grossa mobilitazione del sindacalismo di base, che è sfociato nello sciopero sociale del 14 novembre, ma anche dei sindacati storici che si sono mobilitati e della FIOM che ha proclamato 2 giorni di sciopero generale, il 14 al nord ed il 21 al sud.
Come si vede l’attacco alla classe operaia viene condotto su due versanti diversi: da parte del governo e delle “opposizioni”, ed è un attacco che, mentre tende a far passare degli attacchi sul piano economico, punta anche a far fronte alla ribellione che cresce tra i proletari, a domare le coscienze dei lavoratori. Per esempio Craxi nel 1984 fece cadere il tabù della scala mobile, Renzi oggi vuole far crollare quello dell'art. 18 e con esso il concetto di qualunque garanzia residua sul diritto al lavoro. Quindi, al di là dell'effetto immediato, certe misure costituiscono anche un attacco alla coscienza. Da questo punto di vista è interessante l'esistenza di tutte queste opposizioni a Renzi, innanzitutto da parte dei sindacati. Landini, che mette in guardia contro il pericolo che il lavoro diventi una merce, lo fa per nascondere il fatto banale che il lavoro, nel capitalismo, è già di per sé una merce. Ma anche le convulsioni interne al PD, se sono per certi versi la manifestazione di difficoltà interne, sono anche l'espressione della necessità di avere qualcuno all’interno dell’apparato che si assume il compito di chi recepisce le insoddisfazioni della classe sfruttata.
Non va poi dimenticato che la borghesia, contrariamente alla classe operaia, nonostante le sue divisioni nazionali, nei confronti del suo nemico storico – il proletariato – si muove sempre sul piano internazionale. Così spesso lo stesso malessere che potrebbe mettere insieme i proletari di più paesi viene presentato dalle varie borghesie con delle letture “nazionali” in modo da smussare completamente questo potenziale fattore di aggregazione. Così ad esempio se i proletari greci o italiani o spagnoli si lamentano delle forti misure di austerità, il governo di turno si accalora ad insistere che purtroppo è tutta colpa della Germania che si è fissata con una linea di austerità a tutti i costi. (Non è un caso che Renzi abbia riscosso non pochi consensi proprio perché si è mostrato come uno che parla faccia a faccia con la Merkel). Ma allo stesso tempo va detto che in Germania, dove le condizioni di vita non sono più quelle che venivano decantate fino a poco tempo fa, viene fatto giusto il discorso opposto, cioè che se il governo deve ridurre i benefici e l’assistenza alla popolazione è proprio perché occorre soccorrere paesi come la Grecia, l’Italia e la Spagna.
Tutto questo ci deve far riflettere quando ascoltiamo in giro che la classe operaia si è addormentata, o che è insensibile a tutti gli attacchi che riceve. Il problema per i proletari non è quello di una mancanza di sensibilità agli attacchi che si ripetono sempre più in profondità, tanto che le lotte non sono scomparse. Il problema è che i proletari non sanno più che fare. Una volta c’erano i partiti di sinistra, c’erano i sindacati che, sebbene già completamente imborghesiti, avevano ancora un’aura proletaria che faceva colpo sulla gran parte della classe operaia. Oggi i “partiti della classe operaia” non esistono più, i sindacati sono ancora più manifestamente asserviti al padronato, per cui i proletari fanno fatica a capire come muoversi in alternativa. In più il crollo dello stalinismo alla fine degli anni ’80 ha permesso lo sviluppo di tutta una serie di propagande contro il comunismo (identificato con il terrore stalinista) e sulla fine della lotta di classe e della stessa classe operaia che ha eroso non soltanto la coscienza di classe, ma anche la stessa identità di classe nel proletariato. Di qui delle reazioni timide, localizzate e prive di forza.
Tuttavia va ricordato che la crisi resta il miglior alleato della classe operaia e che la presa di coscienza è un processo che si sviluppa anche nelle fasi di rallentamento della combattività operaia. La classe non è ferma, ma è come se fosse in ascolto, a percepire i segnali provenienti da questa società per capire come muoversi. Questo è dunque il momento in cui tutti i proletari che hanno sviluppato un minimo di coscienza non solo devono evitare di scoraggiarsi, ma devono mettersi a lavorare per fare loro stessi un’analisi critica della situazione e capire quali sono i problemi che in questo momento vanno affrontati e risolti. Di fronte a questa situazione non esistono soluzioni miracolose. D’altra parte le difficoltà e le esitazioni che la classe esprime oggi nell’affrontare questa sfida vanno rapportate all’opera titanica a cui è chiamata oggi. La classe ha infatti di fronte a sé un compito di non poco conto: per la prima volta nella storia plurimillenaria della civiltà moderna, la classe sfruttata della società è chiamata a cancellare per sempre la società divisa in classi e a instaurare una società libera, una società comunista.
Ezechiele 28 dicembre 2014
[1] La crisi politica in Italia è un’espressione del fallimento della società capitalista [350], Rivoluzione Internazionale n°179, giugno 2013.
[2] www.leggioggi.it/legge-stabilita-2015-tutte-misure-manovra-renzi [351]
[3] https://www.panorama.it/economia/jobs-act-articolo-18 [352] (sottolineatura nostra).
L’articolo che segue è un documento in discussione nella CCI, scritto a giugno di quest’anno, alcune settimane prima del referendum “Brexit” nel Regno Unito. L’articolo Certi malrovesci per la borghesia che non presagiscono niente di buono per il proletariato[1] pubblicato nello stesso numero della nostra Rivista Internazionale è un tentativo di applicare le idee presentate in quest’articolo alle situazioni concrete poste dal risultato del referendum e dalla candidatura di Trump negli Stati Uniti.
Attualmente, nelle vecchie roccaforti del capitalismo, noi siamo testimoni di un’ondata di populismo politico. Negli Stati dove questo fenomeno si è sviluppato da più tempo, come in Francia o in Svizzera, i populisti di destra sono diventati il più importante partito politico a livello elettorale. Ma ciò che oggi sorprende di più è l’attecchire del populismo in paesi che, finora, erano conosciuti per la loro stabilità politica e l’efficienza della classe dominante come Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania. In questi paesi, è solo di recente che il populismo è riuscito ad avere un impatto diretto e serio.
Negli Stati Uniti, l’apparato politico ha inizialmente fortemente sottovalutato la candidatura alle elezioni presidenziali di Donald Trump per il Partito repubblicano. Inizialmente, la sua candidatura ha incontrato un'opposizione più o meno aperta sia da parte della gerarchia dell’apparato del partito che dalla destra religiosa. Ma tutti sono stati presi di sorpresa dal sostegno popolare che questi ha ricevuto sia nella Bible Belt (zona degli Stati Uniti e del Canada in cui il fondamentalismo protestante è largamente esteso) che nei vecchi centri industriali urbani, in particolare da parte di alcune parti della classe operaia “bianca”. La campagna mediatica che è seguita, condotta tra altri dal Wall Street Journal e dalle oligarchie mediatiche e finanziarie della costa orientale e che aveva l’obiettivo di ridurre il successo di Trump, non ha fatto che aumentare la sua popolarità. La rovina parziale d’importanti strati delle classi medie ma anche di classe operaia, di cui molti membri hanno perso i loro risparmi ed anche le loro case all'epoca del crac finanziario e immobiliare del 2007-2008, ha provocato l’indignazione contro il vecchio apparato politico che è intervenuto velocemente per salvare il settore bancario, mentre ha abbandonando al loro destino i piccoli risparmiatori che avevano cercato di diventare proprietari del loro alloggio.
Le promesse fatte da Trump di sostenere i piccoli risparmiatori, di mantenere i servizi sanitari, di tassare la borsa e le grandi imprese finanziarie e di tenere fuori le frontiere i migranti, temuti come potenziali concorrenti da una parte della popolazione povera, hanno trovato un’eco sia tra i fondamentalisti cristiani che, più a sinistra, tra gli elettori tradizionalmente democratici che, appena qualche anno prima, non avrebbero mai immaginato di votare per un tale personaggio politico.
Quasi mezzo secolo di “riformismo” politico borghese, durante il quale candidati di sinistra - a livello nazionale, municipale o locale, nei partiti o nei sindacati - sono stati eletti con la pretesa di difendere gli interessi dei lavoratori mentre invece hanno sempre difeso quelli del capitale, ha preparato il campo perché il tipico “uomo della strada” potesse prendere in considerazione di sostenere un plurimilionario come Trump, con la sensazione che, almeno lui, “non può essere comprato£ dalla classe dominante.
In Grande Bretagna, la principale espressione del populismo non sembra al momento incarnarsi in un particolare candidato o un partito politico - sebbene l’UKIP[2] di Nigel Farage abbia assunto un ruolo importante sulla scena politica - ma nella popolarità della proposta di lasciare l’Unione Europea e di decidere ciò attraverso il referendum. Il fatto che questa opzione sia stata avversata dalla maggior parte della corrente dominante del mondo delle finanze (City of London) e dell’industria britannica ha, anche in questo caso, teso ad aumentare la popolarità del “Brexit” in parti importanti della popolazione. Uno dei motori di questa corrente d’opposizione, oltre al fatto che rappresenta gli interessi particolari di certe parti di classe dominante più strettamente legate alle vecchie colonie (il Commonwealth) che all’Europa continentale, sembra essere la spinta che viene da nuovi movimenti populisti di destra. Può darsi che persone come Boris Johnson ed altri difensori del “Brexit” nel Partito conservatore saranno, nel caso di un exit, quelli che dovranno salvare il salvabile cercando di negoziare un tipo di statuto di associazione stretta con l’Unione Europea, probabilmente del tipo di quello della Svizzera (che in generale adotta il regolamento dell’UE senza avere diritto di interloquire nella sua formulazione).
Ma è anche possibile che i politici del partito conservatore siano stati stessi infestati dallo stato d’animo populista che, anche in Gran Bretagna, ha guadagnato rapidamente terreno dopo la crisi finanziaria e quella delle abitazioni, che hanno interessato negativamente parti rilevanti di popolazione.
In Germania dove, dopo la Seconda Guerra mondiale, la borghesia è sempre riuscita a tenere fuori del Parlamento partiti a destra della Democrazia Cristiana, è apparso sulla scena un nuovo movimento populista, sia per le strade (Pegida) che a livello elettorale (Alternative für Deutschland), in risposta non alla crisi “finanziaria” del 2007/08 (da cui la Germania è uscita relativamente indenne), ma in seguito alla “crisi dell’Euro”, avvertito da una parte della popolazione come una minaccia diretta alla stabilità della moneta comune europea e dunque per i risparmi di milioni di persone.
Ma appena questa crisi è stata, almeno momentaneamente, fermata, ha avuto luogo un arrivo massiccio di rifugiati, provocato in particolare dalla guerra civile ed imperialista in Siria e dal conflitto con lo stato Islamico a nord dell’Iraq. Questa situazione ha ridato slancio a un movimento populista che cominciava ad indebolirsi. Sebbene una maggioranza importante della popolazione sostenga ancora il Wilkommenskultur (“cultura dell’accoglienza”) della cancelliera Merkel e di molti leader dell’economia tedesca, gli attacchi contro gli asili per rifugiati si sono moltiplicati in molte parti del paese, mentre in alcune zone della vecchia RDT[3], si è sviluppato un vero spirito di pogrom.
La misura in cui l’ascesa del populismo è legata al discredito del sistema politico dei partiti istituzionali è illustrata dalle recenti elezioni presidenziali in Austria, dove al secondo turno si sono trovati a competere un candidato dei Verdi ed uno della destra populista, mentre i principali partiti, i socialdemocratici ed i democratico-cristiani, che dalla fine della Seconda Guerra mondiale hanno retto assieme il paese, hanno subito entrambi un tracollo elettorale senza precedenti.
In seguito alle elezioni in Austria, gli osservatori politici in Germania hanno concluso che proseguire con l’attuale coalizione tra democratico-cristiani e socialdemocratici a Berlino dopo le prossime elezioni generali favorirebbe probabilmente ancor più l’ascesa del populismo. Ad ogni modo, che sia attraverso la Grande Coalizione tra destra e sinistra, (o “coabitazioni” come in Francia), o attraverso l’alternanza tra governi di sinistra e di destra, dopo quasi mezzo secolo di crisi economica cronica e circa 30 anni di decomposizione del capitalismo, parti importanti di popolazione non credono più che ci sia una differenza significativa tra i vecchi partiti di sinistra e di destra. Al contrario, questi partiti sono visti come una sorte di cartello che difende i propri interessi e quelli dei grandi ricchi, a spese di quelli dell’insieme della popolazione e di quelli dello Stato. Poiché la classe operaia, dopo il 1968, non è riuscita a politicizzare le sue lotte e a fare dei passi avanti significativi nello sviluppo della propria prospettiva rivoluzionaria, oggi questa disillusione alimenta soprattutto le fiamme del populismo.
Nei paesi industrializzati occidentali, in particolare dopo l’11 settembre negli Stati Uniti, il terrorismo islamico è diventato un altro fattore di accelerazione del populismo. Attualmente ciò pone un problema alla borghesia, particolarmente in Francia che è diventata, ancora una volta, un bersaglio di questi attacchi. Uno dei motivi dello Stato di emergenza e del linguaggio guerriero tenuto da François Hollande è la necessità di bloccare l’ascesa continua del Front national dopo i recenti attacchi terroristici, presentandosi come il leader di una presunta coalizione internazionale contro lo Stato islamico. La perdita di fiducia della popolazione nella determinazione e capacità della classe dominante di proteggere i suoi cittadini sul piano della sicurezza (e non solo economica) è una delle cause dell’attuale ondata di populismo.
Le radici del populismo di destra contemporaneo sono dunque molteplici e variano da paese a paese. Nei vecchi paesi stalinisti dell’Europa dell’Est sembrano legate all’arretratezza e a uno spirito campanilista della vita politica ed economica sotto i regimi precedenti, così come alla traumatizzante brutalità del passaggio ad uno stile di vita capitalista occidentale più efficace dopo il 1989.
In un paese importante come la Polonia, la destra populista partecipa già al governo, mentre in Ungheria, uno dei centri della prima ondata rivoluzionaria del proletariato del 1917-23, il regime di Viktor Orbán promuove e protegge più o meno apertamente degli attacchi pogromisti.
Più in generale, le reazioni contro la “globalizzazione” hanno costituito un fattore molto importante nell’ascesa del populismo. Nell’Europa occidentale, il malumore “contro Bruxelles” e l’Unione Europea costituisce da tempo l’alimento di base di questi movimenti. Ma oggi, la stessa atmosfera si respira negli Stati Uniti, dove Trump non è il solo politico che minaccia di abbandonare gli accordi commerciali di libero scambio TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) negoziati tra l’Europa ed il Nordamerica.
Questa reazione contro la “globalizzazione” non deve essere confusa con ciò che propongono certi rappresentanti di sinistra come ATTAC, che chiedono un tipo di correttivo neo-keynesiano agli eccessi, reali, del neoliberismo. Mentre questi ultimi avanzano una politica economica alternativa, coerente e responsabile per il capitale nazionale, la critica dei populisti rappresenta più una sorta di vandalismo politico ed economico, come già in parte manifestato all’epoca del rigetto del Trattato di Maastricht nei referendum in Francia, nei Paesi Bassi e in Irlanda.
I partiti populisti sono delle fazioni borghesi, parte dell’apparato capitalista dello Stato totalitario. Ciò che propagandano è l’ideologia e il comportamento borghesi e piccolo-borghesi: il nazionalismo, il razzismo, la xenofobia, l'autoritarismo, il conservatorismo culturale. Come tali, essi rappresentano un rafforzamento del dominio della classe dominante e del suo Stato sulla società. Allargano il campo del sistema dei partiti democratici e aumentano la sua potenza di fuoco ideologico. Rivitalizzano la mistificazione elettorale e l’attrattiva del voto, sia attraverso gli elettori che attraggono che attraverso quelli che si mobilitano per votare contro di loro. Sebbene siano in parte il prodotto della disillusione crescente verso i partiti tradizionali, possono contribuire anche a rafforzare l’immagine di questi ultimi che, a differenza dei populisti, possono presentarsi come più umanitari e più democratici. Nella misura in cui il loro discorso somiglia a quello dei fascisti degli anni ‘30, la loro apparizione tende a dare nuova vita all’antifascismo. Questo è particolarmente il caso della Germania, dove l'arrivo al potere del partito “fascista” ha condotto alla più grande catastrofe nella storia della nazione, con la perdita di quasi la metà del suo territorio e del suo statuto come potenza militare maggiore, la distruzione delle sue città e un danno quasi irreparabile al suo prestigio internazionale attraverso la perpetrazione di crimini che sono stati i peggiori nella storia dell'umanità.
Tuttavia, e come abbiamo visto finora, soprattutto nei vecchi paesi centrali del capitalismo, le frazioni dirigenti della borghesia hanno fatto del loro meglio per limitare l’ascesa del populismo e, in particolare, per prevenire se possibile la sua partecipazione al governo. Dopo anni di lotte difensive sul loro terreno di classe, per la maggior parte senza successo, anche dei settori della classe operaia sembrano oggi credere di poter esercitare una pressione e fare paura alla classe dominante più votando per il populismo di destra che con le lotte operaie. La base di questa impressione è che “l’establishment”, la classe dirigente, reagisce realmente in modo allarmato al successo elettorale dei populisti. Perché questa reticenza di fronte “a uno di loro”?
Finora abbiamo teso a supporre che la situazione fosse determinata soprattutto dal corso storico, cioè dal fatto che l’attuale generazione del proletariato non ha subito alcuna sconfitta. Oggi, è necessario riesaminare questo quadro criticamente di fronte allo sviluppo della realtà sociale.
È vero che l’affermazione di governi populisti in Polonia e in Ungheria è relativamente insignificante rispetto a ciò che accade nei vecchi paesi occidentali del cuore del capitalismo. Più indicativo è invece il fatto che questo sviluppo non ha condotto, per il momento, uno scontro maggiore tra Polonia e Ungheria da un lato e NATO ed UE dall’altro. Al contrario l’Austria, che ha un cancelliere socialdemocratico, dopo avere imitato inizialmente la “welcoming culture” di Angela Merkel durante l'estate 2015, ha seguito presto l’esempio dell’Ungheria, erigendo barriere alle sue frontiere. Ed il primo ministro ungherese è diventato un partner favorito di discussione per la CSU bavarese, che fa parte del governo Merkel. Possiamo parlare di un processo di adattamento reciproco tra i governi populisti e le maggiori istituzioni statali. Nonostante la loro demagogia anti-europea, non c'è segno, per il momento, che questi governi populisti vogliano fare uscire la Polonia o l’Ungheria dall’UE. Al contrario, ciò che ora propagano, è la diffusione del populismo all’interno dell’UE. Ciò significa, in termini d’interessi concreti, che “Bruxelles” dovrebbe interferire di meno negli affari nazionali, pur continuando a trasferire le stesse sovvenzioni, o anche di più, a Varsavia e Budapest. Da parte sua, l’UE si sta adattando a questi governi populisti che talvolta sono anche lodati per il loro “contributo costruttivo” durante vertici complessi dell’UE. E, pur insistendo sul mantenimento di un minimo di “condizioni democratiche”, Bruxelles si è astenuta per il momento dall’applicare a questi paesi qualunque sanzione, come invece aveva minacciato in precedenza.
Per quanto riguarda l'Europa dell’ovest, l’Austria, dobbiamo ricordarlo, è stata una pioniera, avendo già incluso una volta in un governo di coalizione il partito di Jörg Haider come partner minoritario. Lo scopo perseguito - screditare il partito populista facendogli assumere la responsabilità di assicurare il funzionamento dello Stato - fu temporaneamente in parte raggiunto. Oggi a livello elettorale, il FPÖ[4] è più forte che mai e ha quasi vinto le ultime elezioni presidenziali. Naturalmente in Austria, il presidente gioca un ruolo principalmente simbolico. Ma non è così per la Francia, la seconda potenza economica e la seconda concentrazione del proletariato nell’Europa occidentale. La borghesia mondiale aspetta con ansia le prossime elezioni presidenziali in questo paese dove il FN è il partito elettoralmente dominante.
Molti esperti borghesi hanno già concluso, dall’apparente incapacità del Partito repubblicano americano ad impedire la candidatura di Trump, che prima o poi la partecipazione dei populisti ai governi occidentali sarà inevitabile e che sarebbe meglio cominciare a prepararsi ad una tale eventualità. Questo dibattito è una prima reazione al riconoscimento del fatto che i tentativi fatti finora per escludere o limitare il populismo non solo hanno raggiunto i loro limiti ma che hanno anche cominciato a produrre l’effetto opposto.
La democrazia è la migliore arma ideologica per le società capitaliste sviluppate e la più importante contro la coscienza di classe del proletariato. Ma oggi la borghesia è di fronte al paradosso per cui, continuando a tenere a distanza dei partiti che non rispettano le sue regole democratiche del “politicamente corretto”, rischia seriamente di danneggiare la sua immagine democratica. Come giustificare il mantenimento indefinito all’opposizione di partiti votati da una parte significativa di popolazione, eventualmente anche maggioritaria, senza screditarsi e cadere in contraddizioni inestricabili? Inoltre, la democrazia non è solo un’ideologia ma anche un mezzo molto efficace del dominio di classe – in particolare perché è capace di riconoscere e di adattarsi ai nuovi slanci che vengono dalla società nel suo insieme.
È in questo quadro che la classe dominante pone oggi la prospettiva del possibile coinvolgimento populista nel governo, in relazione all’attuale bilancio di forze tra borghesia e proletariato. Le tendenze attuali indicano che l’alta borghesia non pensa che una tale opzione sia esclusa per il fatto che la classe operaia non è sconfitta.
Per cominciare, una tale eventualità non significherebbe l’abolizione della democrazia parlamentare borghese, come avvenne in Italia, Germania o Spagna negli anni 1920-30 dopo la sconfitta del proletariato. Anche nell’Europa dell’Est, i governi populisti di destra esistenti non hanno cercato di mettere gli altri partiti fuori legge, né di allestire dei campi di concentramento. Tali misure non sarebbero accettate dall’attuale generazione di lavoratori, in particolare nei paesi occidentali, e forse neanche in Polonia o in Ungheria.
In più, tuttavia, e d’altra parte, la classe operaia, sebbene non sconfitta definitivamente e storicamente, al momento è indebolita a livello della sua coscienza di classe, della sua combattività e della sua identità di classe. Il contesto storico di questa situazione è innanzitutto la sconfitta della prima ondata rivoluzionaria alla fine della Prima Guerra mondiale, e la profondità e la lunghezza della controrivoluzione che l'ha seguita.
In questo contesto, la prima causa di questo indebolimento è, per il momento, l’incapacità della classe a trovare una risposta adeguata, nelle sue lotte difensive, alla fase attuale di gestione capitalista di Stato, quello della “globalizzazione”. Nelle loro lotte difensive, gli operai sentono giustamente di confrontarsi immediatamente con l’insieme del capitalismo mondiale. Infatti oggi non solo il commercio e gli affari ma anche, per la prima volta, la produzione è globalizzata, così che la borghesia può rispondere velocemente ad ogni resistenza proletaria a scala nazionale o locale trasferendo altrove la produzione. Questo strumento apparentemente onnipotente per disciplinare il lavoro può effettivamente essere combattuto solo dalla lotta di classe internazionale, un livello di lotta che la classe è ancora incapace di raggiungere in un futuro prevedibile.
La seconda causa di questo indebolimento è l’incapacità della classe a continuare a politicizzare le sue lotte dopo lo slancio iniziale del 1968/69. Ciò che ne è risultato, è l'assenza di sviluppo di ogni prospettiva di vita migliore o di società migliore: la fase attuale di decomposizione. Ed in particolare il crollo dei regimi stalinisti in Europa dell’Est è sembrato confermare l’impossibilità di un’alternativa al capitalismo.
Durante un breve periodo, forse dal 2003 al 2008, ci sono stati dei primi segni, tenui, appena visibili, di un inizio di processo necessariamente lungo e difficile di recupero da parte del proletariato dei colpi subiti. In particolare, la questione della solidarietà di classe, principalmente tra generazioni, ha cominciato a essere messa avanti. Il movimento anti-CPE[5] del 2006 è stato il punto culminante di questa fase, perché è riuscito a fare arretrare la borghesia francese e perché l’esempio di questo movimento e dei suoi successi ha ispirato settori giovanili in altri paesi europei, ivi comprese Germania e Gran Bretagna. Tuttavia, questi primi fragili germi di una possibile ripresa proletaria si sono presto dissipati a causa di una terza serie di avvenimenti negativi d’importanza storica nel periodo post 1968, e che hanno rappresentato un terzo colpo importante per il proletariato: la calamità economica del 2007/2008, seguita dall'attuale ondata di rifugiati di guerra e di altra tipo - la più grande dalla fine della Seconda Guerra mondiale.
La specificità della crisi del 2007/08 è che è cominciata come una crisi finanziaria dalle proporzioni enormi. Il risultato per milioni di operai, uno dei peggiori effetti, in certi casi anche il principale, non è stato la diminuzione dei salari, l’aumento di tasse, né dei licenziamenti massicci imposti dai datori di lavoro o dallo Stato, ma la perdita delle loro case, dei loro risparmi, delle loro assicurazioni, ecc. Queste perdite, a livello finanziario, appaiono come quelle di cittadini della società borghese, non sono specifiche della classe operaia. Le loro cause restano poco chiare, favorendo la personalizzazione e la teoria del complotto.
La specificità della crisi dei rifugiati è che essa ha luogo nel contesto della “Fortezza Europa” (e della Fortezza nordamericana). A differenza degli anni ‘930, dal 1968 la crisi mondiale del capitalismo è stata accompagnata da una gestione capitalista di Stato internazionale sotto la direzione della borghesia dei vecchi paesi capitalisti. Per conseguenza, dopo quasi mezzo secolo di crisi cronica, l’Europa occidentale e il Nord America appaiono ancora come oasi di pace, prosperità e stabilità, almeno rispetto al “mondo esterno”. In una tale situazione, non è solo la paura della concorrenza degli immigranti che preoccupa parti della popolazione, ma anche la paura che il caos e l’anarchia, percepiti come provenienti dall’esterno, guadagnino, con i rifugiati, il mondo “civilizzato”. Al livello attuale di estensione della coscienza di classe, è troppo difficile per la maggior parte dei lavoratori comprendere che sia la barbarie caotica alla periferia del capitalismo che la sua crescente intrusione nei paesi centrali, siano il risultato del capitalismo mondiale e delle stesse politiche dei paesi capitalisti dirigenti.
Questo contesto di crisi “finanziaria”, di “crisi dell’Euro”, poi di crisi dei rifugiati ha, per il momento, soffocato sul nascere i primi passi embrionali verso una rinascita della solidarietà di classe. È forse almeno in parte per tale motivo che la lotta degli Indignados, sebbene sia durata più a lungo e sia sembrata, sotto certi aspetti, svilupparsi più in profondità rispetto al movimento anti-CPE, non è riuscita a fermare gli attacchi in Spagna ed è stata quindi sfruttata facilmente dalla borghesia per creare un nuovo partito politico di sinistra, Podemos.
Il principale risultato, a livello politico, di questa nuova spinta alla perdita di solidarietà, dal 2008 fino ad ora, è stato il rafforzamento del populismo. Quest'ultimo non è solo un sintomo di un ulteriore indebolimento della coscienza e della combattività di classe, ma costituisce in sé un ulteriore fattore attivo di questo indebolimento. Non solo perché il populismo si fa strada nei ranghi del proletariato. In effetti, i settori centrali della classe resistono ancora fortemente a questa influenza, come lo dimostra l’esempio tedesco. Ma anche perché la borghesia profitta di questa eterogeneità della classe per dividere ulteriormente e confondere il proletariato. Oggi, sembra che ci avviciniamo ad una situazione che, a prima vista, ha delle similitudini con gli anni 1930. Certo, il proletariato non è stato sconfitto politicamente e fisicamente in un paese centrale, come avvenne in Germania all’epoca. Per cui l'anti-populismo non può giocare esattamente lo stesso ruolo di quello dell’antifascismo negli anni 1930. Sembra anche essere una caratteristica del periodo di decomposizione queste stesse false alternative appaiano con contorni meno incisivi rispetto a prima. Tuttavia, in un paese come la Germania, dove otto anni fa i primi passi nella politicizzazione di una piccola minoranza di giovani alla ricerca furono fatti sotto l’influenza dello slogan “Abbasso il capitalismo, la nazione e lo Stato”, oggi questa politicizzazione si fa alla luce della difesa dei rifugiati e del Wilkommenskultur contro i neonazisti e la destra populista.
Nell’intero periodo post 1968, il peso dell’antifascismo fu in parte attenuato dal fatto che la concretizzazione del pericolo fascista risiedeva nel passato, o era rappresentato da estremisti di destra più o meno marginalizzati. Oggi il sorgere di un populismo come fenomeno potenzialmente di massa fornisce all’ideologia di difesa della democrazia un nuovo obiettivo, molto più tangibile ed importante, contro cui mobilitarsi.
Terminiamo questa parte dicendo che la crescita attuale del populismo e della sua influenza sulla politica borghese nel suo insieme è resa possibile anche dall’attuale debolezza del proletariato.
Sebbene il dibattito all’interno della borghesia su come trattare il riemergere del populismo sia appena cominciato, possiamo già menzionare alcuni dei criteri messi avanti. Se guardiamo il dibattito che si sviluppa in Germania - il paese dove la borghesia è forse più consapevole e vigile su tali questioni - possiamo identificare tre aspetti.
Il primo, che è un errore per i “democratici” cercare di combattere il populismo adottando il suo linguaggio e le sue proposte. Secondo questa tesi, è stato proprio questo tentativo di “copiare” i populisti a spiegare in parte il fiasco dei partiti di governo nelle ultime elezioni in Austria, e che aiuta a spiegare il fallimento dei partiti tradizionali in Francia a fermare l’avanzata del FN. Gli elettori populisti, si dice ancora, preferiscono l’originale alla copia. Al posto di fare delle concessioni, è necessario mettere l’accento sulle differenze tra “patriottismo costituzionale” e “sciovinismo nazionalista”, tra apertura cosmopolita e xenofobia, tra tolleranza e autoritarismo, tra modernità e conservatorismo, tra umanesimo e barbarie. Secondo questa linea di pensiero, le democrazie occidentali oggi sono abbastanza “mature” per accordarsi col populismo moderno mantenendo una maggioranza per la “democrazia”, se mettono avanti le loro posizioni in maniera decisa. Questa è per esempio è la posizione dell’attuale cancelliera tedesca Angela Merkel.
Il secondo insiste sul fatto che l’elettorato dovrebbe poter di nuovo fare la differenza tra destra e sinistra, correggendo l’impressione attuale di un cartello di partiti stabiliti. Noi supponiamo che questa idea fosse già il motivo per la preparazione, negli ultimi due anni e da parte dell’alleanza CDU-SPD[6], di una possibile futura coalizione cristiano democratica con i Verdi dopo le prossime elezioni generali. L’abbandono del nucleare dopo la catastrofe di Fukushima, annunciata non in Giappone ma in Germania, e il recente sostegno euforico dei Verdi alla Wilkommenskultur nei confronti dei rifugiati associato non al SPD ma ad Angela Merkel, sono stati finora i principali passi di questa strategia. Tuttavia, l’ascesa elettorale rapida e inattesa dell’AfD minaccia oggi la realizzazione di una tale strategia (il recente tentativo di far tornare il liberale FDP[7] in parlamento potrebbe essere una risposta a questo problema, poiché questo partito potrebbe all’occorrenza aggiungersi ad una coalizione “Nero-verde”). Nell’opposizione, l’SPD, il partito che ha condotto in Germania “la rivoluzione neoliberale” con la sua agenda 2010 sotto Shröder, potrebbe quindi adottare una posizione più a “sinistra”. Contrariamente ai paesi anglosassoni, dove la destra conservatrice di Thatcher e Reagan hanno imposto le necessarie misure “neoliberiste”, in molti paesi europei continentali sono i partiti di sinistra (essendo i più politici, responsabili e disciplinati) che hanno dovuto partecipare o anche assumersi il compito di attuarle.
Oggi, tuttavia, è diventato chiaro che la necessaria tappa di mondializzazione neoliberale è stata accompagnata da eccessi che alla fine dovranno essere corretti. In particolare ciò è capitato dopo il 1989, quando il crollo dei regimi stalinisti è sembrato confermare in modo schiacciante tutte le tesi ordo-liberali[8] sull’inadeguatezza della burocrazia capitalista di Stato a fare girare l’economia. Tali eccessi sono sempre più evidenziati da rappresentanti seri della classe borghese. Per esempio, non è assolutamente indispensabile per la sopravvivenza del capitalismo che una minuscola frazione della società possegga quasi tutta la ricchezza. Ciò può essere dannoso non solo socialmente e politicamente, ma anche economicamente poiché i più ricchi, anziché mettere in movimento le loro ricchezze, sono innanzitutto preoccupati di come preservare il loro valore, aumentando così la speculazione e frenando il potere di acquisto solvibile. Non è neanche assolutamente necessario per il capitalismo che la concorrenza tra Stati nazionali prenda, in questo momento, la forma di riduzione delle tasse e dei bilanci statali, al punto che lo Stato non può più assicurare gli investimenti necessari. In altri termini, l’idea è che, grazie a un eventuale ritorno a un tipo di correzione neo-keynesiana, la sinistra, nella sua forma tradizionale o attraverso nuovi partiti come Syriza in Grecia o Podemos in Spagna, possa riguadagnare una certa base materiale per presentarsi come alternativa alla destra ordo-liberale conservatrice.
E’ importante notare tuttavia che le attuali riflessioni nella classe dominante sul possibile ruolo futuro della sinistra non sono in prima istanza ispirate dalla paura (nell’immediato) della classe operaia. Al contrario, molti elementi della situazione attuale nei principali centri capitalisti indicano che il primo aspetto che determina la politica della classe dominante è ora il problema del populismo.
Il terzo aspetto è che, analogamente ai conservatori inglesi intorno a Boris Johnson, il CSU[9], partito “fratello” del CDU della Merkel, pensa che parti dell’apparato tradizionale di partito dovrebbero esse stesse applicare elementi di politica populista. E’ da notare che la CSU non è più l’espressione dell’arretratezza tradizionale bavarese piccolo-borghese. Al contrario, assieme alla provincia confinante a sud del Baden-Württemberg, la Baviera è oggi economicamente la parte più moderna della Germania, con la colonna vertebrale delle sue industrie high-tech e di esportazione e la base produttiva di compagnie come Siemens, BMW o Audi.
Questa terza opzione, propagata da Monaco, collide naturalmente con la prima propugnata da Angela Merkel e gli attuali scontri tra i due partiti non sono una semplice manovra elettorale né il prodotto di (reali) differenze tra particolari interessi economici, ma anche differenze di approccio. Vista la decisione attuale della cancelliera a non cambiare orientamento, alcuni esponenti del CSU hanno cominciato anche a “pensare ad alta voce” di presentare dei loro candidati in altre parti della Germania contro la CDU alle nuove elezioni generali.
L’idea della CSU, come quella di parti dei Conservatori inglesi, è che se è inevitabile, in un certo modo, che siano prese delle misure populiste, è meglio se queste siano applicate da un partito esperto e responsabile. In questo modo tali misure, spesso irresponsabili, possono almeno essere limitate da una parte e, dall’altra, essere compensate da misure collaterali.
Malgrado le frizioni reali tra la Merkel e Seehofer, come tra Cameron e Johnson, non dobbiamo trascurare l’elemento di divisione del lavoro tra di loro (una parte che difende i valori democratici “in modo offensivo”, l’altra che riconosce la validità de “l’espressione democratica dei cittadini in collera”).
In ogni modo, quello che dimostra questo discorso nel suo insieme è che le frazioni dirigenti della borghesia cominciano a riconciliarsi con l’idea di politiche governative populiste di un certo tipo e in una certa misura, come già messo parzialmente in pratica dai conservatori del Brexit o dalla CSU.
Come abbiamo visto, c’è stata e rimane una grande reticenza nei confronti del populismo da parte delle principali frazioni della borghesia in Europa occidentale e in Nordamerica. Quali sono le cause? Dopotutto, questi movimenti non mettono assolutamente in questione il capitalismo; niente di quello che propagandano è estraneo al mondo borghese. A differenza dello stalinismo, il populismo non rimette neanche in questione le attuali forme di proprietà capitalista. È certamente un movimento d’opposizione. Ma, in un certo senso, lo stalinismo e la socialdemocrazia lo sono stati anch’essi, senza che questo impedisse loro di essere membri responsabili di governi di Stati capitalisti leader.
Per comprendere questa reticenza, è necessario riconoscere la differenza fondamentale tra il populismo attuale e la sinistra del capitale. La sinistra, anche quando non proviene dalle vecchie organizzazioni del movimento operaio (i Verdi, ad esempio), sebbene possa essere la migliore rappresentante del nazionalismo e quella che può meglio mobilitare il proletariato per la guerra, fonda il suo potere attrattivo sulla propaganda di vecchi ideali distorti del movimento operaio, o almeno della rivoluzione borghese. In altri termini, per quanto sciovinista e finanche antisemita possa essere, non rinnega per principio la “fratellanza dell’umanità” né la possibilità di migliorare le condizioni del mondo nel suo insieme. In effetti, anche i radicali neo-liberisti più apertamente reazionari affermano di perseguire tale scopo. Ed è necessariamente così. Fin dall’origine, la pretesa della borghesia di essere la degna rappresentante di tutta la società si è sempre fondata su questa prospettiva. Ciò non significa che la sinistra del capitale, in quanto parte di questa società putrescente, non diffonda essa stessa un veleno razzista, antisemita del tutto simile a quello dei populisti di destra!
In compenso, il populismo personifica la rinuncia ad un tale “ideale”. Ciò che esso propaganda è la sopravvivenza di alcuni a spese di altri. Tutta la sua arroganza gira intorno a questo “realismo” di cui esso è così fiero. Come tale, esso è il prodotto del mondo borghese e della sua visione del mondo – ma soprattutto della sua decomposizione.
In secondo luogo, la sinistra del capitale propone un programma economico, politico e sociale più o meno coerente e realista per il capitale nazionale. Per contro, il problema con il populismo politico non è che non fa proposte concrete, ma che propone una cosa ed il suo contrario, una politica oggi, un’altra domani. Piuttosto che essere un’alternativa politica, esso rappresenta la decomposizione della politica borghese.
È per questo motivo che, almeno col significato che gli viene attribuito in questo testo, ha poco senso parlare dell’esistenza di un populismo di sinistra come una sorta di “contrapposizione” al populismo di destra.
Malgrado similitudini e paralleli, la storia non si ripete mai. Il populismo di oggi non è la stessa cosa del fascismo degli anni 1920 e 1930. Tuttavia, il fascismo di allora e il populismo di oggi hanno, in un certo modo, cause simili. In particolare, entrambi sono l’espressione della decomposizione del mondo borghese. Con l’esperienza storica del fascismo e soprattutto del nazismo che lo ha seguito, la borghesia delle vecchie metropoli capitaliste ha oggi una consapevolezza elevata di queste similitudini e del pericolo potenziale che esse rappresentano per la stabilità dell’ordine capitalista.
Il fascismo in Italia e in Germania hanno avuto in comune il trionfo della controrivoluzione e l’insana fantasia dello scioglimento delle classi in una comunità mistica dopo la precedente sconfitta dell’ondata rivoluzionaria, dovuta principalmente alle armi della democrazia e della sinistra del capitale. In comune hanno anche avuto la loro contestazione aperta della spartizione imperialista del mondo e l’irrazionalità di molti dei loro obiettivi di guerra. Ma nonostante queste similitudini (sulla base delle quali Bilan fu capace di riconoscere la sconfitta dell’ondata rivoluzionaria e il cambiamento di corso storico, con l’apertura della possibilità per la borghesia di mobilitare il proletariato nella guerra mondiale), è utile - per comprendere meglio il populismo contemporaneo - studiare più da vicino certe specificità degli sviluppi storici in Germania all’epoca, ivi compreso là dove differivano molto dal molto meno irrazionale fascismo italiano.
Innanzitutto, lo sbandamento dell’autorità stabilita delle classi dominanti e la perdita di fiducia della popolazione nella sua tradizionale leadership politica, economica, militare, ideologica e morale erano molto più profonde che altrove (eccetto che in Russia), poiché la Germania fu la principale perdente della Prima Guerra mondiale e ne è uscì fuori in uno stato di sfinimento economico, finanziario ed anche fisico.
In secondo luogo, in Germania molto più che in Italia aveva avuto luogo una reale situazione rivoluzionaria. Il modo in cui la borghesia è stata capace di soffocare sul nascere questo potenziale non deve portarci a sottovalutare la profondità di questo processo rivoluzionario, né l’intensità delle speranze e delle attese che esso aveva destato e che l’avevano accompagnato. Furono necessari quasi sei anni, fino al 1923, alla borghesia tedesca e mondiale per liquidare tutte le tracce di questa effervescenza. Oggi è difficile immaginare il grado di delusione causato da questa sconfitta e l’amarezza che essa ha lasciato. La perdita di fiducia della popolazione nella sua classe dominante fu così velocemente seguita dalla disillusione, ancora più crudele, della classe operaia nei riguardi delle sue (vecchie) organizzazioni, (socialdemocrazia e sindacati), e per la delusione nei confronti del giovane KPD[10] e dell’Internazionale comunista.
Terzo, le calamità economiche giocarono un ruolo molto più centrale nell’ascesa del nazional-socialismo di quanto non fosse il caso per il fascismo in Italia. L’iperinflazione del 1923 in Germania (e altrove in Europa centrale) fece perdere fiducia nella moneta come equivalente universale. La Grande Depressione che ebbe inizio nel 1929 avvenne dunque solo 6 anni dopo il trauma dell’iperinflazione. Non solo la Grande Depressione colpì in Germania una classe operaia la cui coscienza di classe e la cui combattività erano già state schiacciate, ma il modo con cui le masse, intellettualmente e emotivamente, subirono l’esperienza di questo nuovo episodio di crisi economica fu, in una certa misura, modellato, pre-formattato potremmo dire, dagli avvenimenti del 1923.
Le crisi del capitalismo decadente in particolare colpiscono ogni aspetto della vita economica (e sociale). Sono crisi di (sovrap)-produzione - di capitale, di merci, di forza lavoro - e di appropriazione e di “distribuzione” - speculazioni finanziarie e monetarie, crac inclusi. Ma, diversamente dalle manifestazioni di crisi più centrate sul settore di produzione, come licenziamenti e riduzioni di salario, gli effetti negativi sulla popolazione delle crisi finanziarie e monetarie sono molto più astratti e oscuri. Tuttavia, i loro effetti possono essere ugualmente devastanti per parti della popolazione, così come le loro ripercussioni possono essere anche più ampie ed estendersi ancora più rapidamente di quelle che si manifestano più direttamente sul luogo di produzione. In altri termini, mentre queste ultime manifestazioni di crisi tendono a favorire lo sviluppo della coscienza di classe, quelle che provengono piuttosto dalle sfere finanziarie e monetarie tendono a fare il contrario. Senza l’aiuto del marxismo non è facile afferrare i legami reali tra, per esempio, un crac finanziario a Manhattan e il deficit di pagamento che ne risulta di una compagnia di assicurazioni o anche di uno Stato in un altro continente. Tali spettacolari sistemi d’interdipendenza, creati ciecamente tra paesi, popolazioni, classi sociali, che funzionano alle spalle dei protagonisti, conducono facilmente alla personalizzazione e alla paranoia sociale. Il fatto che l’accentuazione recente della crisi del capitalismo sia stata anche una crisi finanziaria e delle banche, legata alle bolle speculative e alla loro esplosione, non è soltanto propaganda borghese. Il fatto che una falsa manovra speculativa a Tokio o a New York possa scatenare il fallimento di una banca in Islanda, o scuotere il mercato immobiliare in Irlanda, non è una finzione ma una realtà. Solo il capitalismo crea una tale interdipendenza di vita e di morte tra persone che sono completamente estranee le une alle altre, tra protagonisti che non sono nemmeno coscienti della loro reciproca esistenza. È veramente difficile per gli esseri umani far fronte a tali livelli di astrazione, siano essi intellettuali o emotivi. Questa incapacità a capire il reale meccanismo del capitalismo porta dunque alla personalizzazione, che attribuisce tutta la colpa alle forze del male che pianificano deliberatamente come nuocerci. È tanto più importante comprendere oggi questa distinzione tra i diversi tipi di attacchi, in quanto non è più principalmente la piccola borghesia o le cosiddette classi medie a perdere i loro risparmi, come avvenne nel 1923, ma milioni di lavoratori che possiedono o tentano di possedere un proprio alloggio, dei risparmi, un’assicurazione, ecc..
Nel 1923 la borghesia tedesca, che già pianificava di fare guerra alla Russia, si è dovuta confrontare con il nazismo che era divenuto un vero movimento di massa. In una certa misura, la borghesia era intrappolata, prigioniera di una situazione che aveva largamente contribuito a creare. Avrebbe potuto optare di andare in guerra sotto un governo socialdemocratico, col sostegno dei sindacati, in una possibile coalizione con la Francia o anche con la Grande Bretagna, anche se inizialmente come partner secondario. Ma ciò avrebbe richiesto uno scontro, o almeno una neutralizzazione, del movimento nazista, che era diventato non solo troppo grande da manipolare ma raggruppava anche quella parte di popolazione che voleva la guerra. In questa situazione, la borghesia tedesca fece l’errore di credere di poter strumentalizzare il movimento nazista a suo piacimento.
Il nazismo non fu semplicemente un regime di terrore di massa esercitato da una piccola minoranza sul resto della popolazione. Esso aveva una propria base di massa. Esso non era solo uno strumento del capitale imposto alla popolazione. Era anche il suo contrario: uno strumento cieco delle masse atomizzate, schiacciate e paranoiche che volevano imporsi al capitale.
Il nazismo fu dunque in gran parte preparato dalla profonda perdita di fiducia di grandi parti di popolazione nell’autorità della classe dominante e nella sua capacità di fare funzionare efficacemente la società e di fornire un minimo di sicurezza fisica ed economica ai suoi cittadini. Questo scuotimento della società fino alle sue fondamenta era stato inaugurato dalla Prima Guerra mondiale ed era stato inasprito dalle catastrofi economiche che ne seguirono: l’iperinflazione che era il risultato della guerra mondiale (dal lato dei perdenti), e la Grande Depressione degli anni 1930. L’epicentro di questa crisi fu costituito dai tre imperi, il tedesco, l’austroungarico e il russo, che sprofondarono tutti sotto i colpi della guerra (persa) e dell’ondata rivoluzionaria.
Mentre la rivoluzione fu vittoriosa in Russia, essa fallì in Germania e nel vecchio impero austroungarico. In assenza di un’alternativa proletaria alla crisi della società borghese si aprì un vuoto profondo il cui centro fu la Germania e, diciamo, l’Europa continentale a nord del bacino mediterraneo, ma con ramificazioni a scala mondiale, generando un parossismo di violenza e di pogromizzazione centrato sui temi dell’antisemitismo e dell’anti-bolscevismo, culminante con “l’olocausto” e lo sterminio di massa di intere popolazioni, in particolare nei territori dell’URSS occupati dalle forze tedesche.
La forma presa dalla controrivoluzione in Unione Sovietica giocò un ruolo importante nello sviluppo di questa situazione. Sebbene non vi fosse più niente di proletario nella Russia stalinista, la violenta espropriazione dei contadini (la “collettivizzazione dell’agricoltura” e la “liquidazione dei kulaki”) terrificò non solo i piccoli proprietari ed i piccoli risparmiatori nel resto del mondo, ma anche molti grandi proprietari. Fu questo particolarmente il caso dell’Europa continentale dove questi proprietari, (compresi i modesti proprietari dei propri alloggi), lasciati senza protezione rispetto al “bolscevismo” da cui non erano divisi dal mare o dall’oceano (a differenza dei loro omologhi inglesi o americani), avevano poca fiducia che gli instabili regimi europei, “democratici” o “autoritari”, esistenti all’inizio degli anni 1930, potessero proteggerli dall’espropriazione, dalla crisi o dal “bolscevismo giudaico”.
Da questa esperienza storica possiamo concludere che se il proletariato è incapace di portare avanti la sua alternativa rivoluzionaria al capitalismo, la perdita di fiducia nella capacità della classe dominante di “fare il suo lavoro” può condurre ad una rivolta, una protesta, un’esplosione di tutt’altro tipo, qualcosa che non è cosciente ma cieca, diretta non verso il futuro ma verso il passato, basata non sulla fiducia ma sulla paura, non sulla creatività ma sulla distruzione e l’odio.
Il processo appena descritto era già espressione della decomposizione del capitalismo. Ed è più che comprensibile che molti marxisti ed altri astuti osservatori della società negli anni 1930 si aspettassero che questa tendenza avrebbe velocemente sommerso il mondo intero. Ma come si è verificato, quella era soltanto la prima fase di questa decomposizione, non ancora la sua fase terminale.
Innanzitutto, tre fattori d’importanza storica mondiale hanno fatto arretrare questa tendenza alla decomposizione.
Questi due fattori erano in realtà attribuibili alla borghesia. Il terzo invece è opera della classe operaia: la fine della controrivoluzione, il ritorno della lotta di classe al centro della scena della storia, e con essa, il riapparire, sebbene confuso ed effimero, di una prospettiva rivoluzionaria. La borghesia, da parte sua, ha risposto a questo cambiamento di situazione non solo con l’ideologia del riformismo, ma anche attraverso concessioni e miglioramenti materiali reali, anche se temporanei. Tutto ciò ha rafforzato, tra i lavoratori, l’illusione che la vita potesse migliorare.
Come sappiamo, ciò che ha condotto alla fase attuale di decomposizione è stato essenzialmente il blocco tra le due classi principali, l’una incapace di scatenare una guerra generalizzata, l’altra incapace di dirigersi verso una soluzione rivoluzionaria. Con l’insuccesso della generazione del 1968 a politicizzare ulteriormente le sue lotte, gli avvenimenti del 1989 hanno inaugurato allora, a scala mondiale, la fase attuale di decomposizione. Ma è molto importante comprendere questa fase non come qualche cosa di stagnante, ma come un processo. Il 1989 ha segnato innanzitutto l’insuccesso del primo tentativo del proletariato di risviluppare la sua alternativa rivoluzionaria. Dopo 20 anni di crisi cronica e di deterioramento delle condizioni di vita della classe operaia e della popolazione mondiale nel suo insieme, il prestigio e l’autorità della classe dominante si sono abbastanza degradati, ma non allo stesso grado. Alla svolta del millennio, c’erano ancora importanti contro-tendenze che risollevavano la reputazione delle élite borghesi dirigenti. Qui ne menzioneremo tre.
La prima è che il crollo del blocco dell’Est stalinista non ha danneggiato l’immagine della borghesia dell’ex blocco occidentale. Al contrario, esso è sembrato mostrare l’impossibilità di un’alternativa al “capitalismo democratico occidentale”. Naturalmente, parte dell’euforia del 1989 si è rapidamente dissipata sotto l’effetto della realtà, come l’illusione di un mondo più pacifico. Ma è rimasto vero che il 1989 ha almeno allontanato la spada di Damocle come minaccia permanente di annientamento reciproco in una terza guerra mondiale. Inoltre, dopo il 1989, è stato possibile presentare retrospettivamente in modo credibile sia la Seconda Guerra mondiale che la Guerra fredda che ne è seguita tra Est e Ovest come prodotto della “ideologia” e del “totalitarismo” (dunque colpa del fascismo e del “comunismo”). A livello ideologico, è una grande fortuna per la borghesia occidentale che il nuovo ed attuale rivale imperialista - più o meno aperto - degli Stati Uniti non sia più la Germania (oramai essa stessa “democratica”) ma la Cina “totalitaria” e che molte delle guerre regionali contemporanee e degli attacchi terroristici possano essere attribuiti al “fondamentalismo religioso”.
La seconda è che la tappa attuale di “globalizzazione” del capitalismo di Stato, già introdotta precedentemente, ha reso possibile, nel contesto del post 1989, un reale sviluppo delle forze produttive in quelli che fino ad allora erano stati paesi periferici del capitalismo. Naturalmente i BRICS[11], per esempio, non costituiscono per niente un modello di vita per gli operai dei vecchi paesi capitalisti. Ma allo stesso tempo essi creano l’impressione di un capitalismo mondiale dinamico. Bisogna notare, data l’importanza della questione dell’immigrazione per il populismo di oggi, che questi paesi sono visti come apportatori di stabilità della situazione poiché assorbono milioni di migranti che diversamente si sarebbero spostati verso l’Europa o il Nordamerica.
La terza è lo sviluppo realmente sbalorditivo a livello tecnologico che ha rivoluzionato la comunicazione, l’educazione, la medicina, la vita quotidiana nel suo insieme, che ha dato l’impressione di una società di nuovo piena di energia (giustificando, en passant, la nostra comprensione che la decadenza del capitalismo non significa arresto delle forze produttive o stagnazione tecnologica).
Questi fattori (e ce ne sono probabilmente altri), sebbene incapaci di impedire la fase attuale di decomposizione (e con essa già, un primo sviluppo del populismo) sono riusciti comunque ad attenuare alcuni dei suoi effetti. Per contro, il contemporaneo rafforzamento di questo stesso populismo indica che oggi siamo probabilmente vicini ai limiti di questi effetti moderatori, aprendo quello che potremmo chiamare una seconda tappa nella fase di decomposizione. Questa seconda tappa, possiamo dire, è caratterizzata da una crescente perdita di fiducia, in grossi settori di popolazione, nella volontà o capacità della classe dominante di proteggerli. Un processo di disillusione che, almeno per il momento, non è proletario, ma profondamente antiproletario. Dietro le crisi della finanza, dell’Euro e dei rifugiati, che sono più dei fattori scatenanti che delle cause profonde, questa nuova tappa è certamente il risultato di effetti cumulati da decenni di fattori soggiacenti più profondi. Innanzitutto, l’assenza di una prospettiva rivoluzionaria proletaria da un lato. Dall’altro lato (quello del capitale), c’è la sua crisi economica cronica, ma anche gli effetti del carattere sempre più astratto del modo di funzionamento della società borghese. Questo processo, inerente al capitalismo, ha conosciuto una grave accelerazione negli ultimi tre decenni, con la drastica riduzione, nei vecchi paesi capitalisti, della forza lavoro industriale e manuale, e dell’attività fisica in generale, a causa della meccanizzazione e dei nuovi media come i personal computer ed Internet. Parallelamente a ciò, il mezzo di scambio universale è stato trasformato largamente da metallo e carta a moneta elettronica, che è parte di un processo più ampio che porta ad una radicale separazione tra il corpo e la sua realtà sensuale.
Alla base del modo di produzione capitalista vi è una combinazione molto specifica di due fattori: i meccanismi economici o “leggi” (il mercato) e la violenza. Da un lato, la precondizione per uno scambio di equivalenti è la rinuncia alla violenza: lo scambio al posto del furto. In più, il lavoro salariato è la prima forma di sfruttamento dove l’obbligo a lavorare e la motivazione dello stesso processo lavorativo sono essenzialmente di tipo economico e non imposti con la forza fisica diretta.
Dall’altro lato, nel capitalismo tutto il sistema di scambi equivalenti è basato su uno scambio “originario” non equivalente - la violenta separazione dei produttori dai mezzi di produzione (“accumulazione primitiva”) che è la precondizione del sistema salariato e che è un processo permanente nel capitalismo poiché la stessa accumulazione è un processo più o meno violento (vedi L’accumulazione del Capitale, Rosa Luxemburg). Questa presenza permanente dei due poli di questa contraddizione, violenza e rinuncia alla violenza, così come l’ambivalenza che quest’ultima crea, impregna l’insieme della vita della società borghese. Essa accompagna ogni atto di scambio in cui l’opzione alternativa del furto è sempre presente. D’altra parte, una società fondata radicalmente sullo scambio, e dunque sulla rinuncia alla violenza, deve rafforzare questa rinuncia attraverso la minaccia della violenza, e non solamente la minaccia – vedi le sue leggi, il suo apparato di giustizia, la sua polizia, le sue prigioni, ecc. Quest’ambiguità è sempre presente, particolarmente nello scambio tra lavoro salariato e capitale, in cui la coercizione economica è completata dalla forza fisica. Essa è specificamente presente tutte le volte che è implicato lo strumento di violenza per eccellenza nella società borghese: lo Stato. Nelle sue relazioni con i suoi cittadini, (coercizione ed estorsione), e con gli altri Stati (guerra), lo strumento della classe dominante per sopprimere il furto e la violenza caotica è esso stesso, allo stesso tempo, il furto generalizzato e santificato.
Uno dei punti focali di questa contraddizione e ambiguità tra violenza e rinuncia al suo uso nella società borghese risiede in ciascuno dei singoli soggetti. Vivere una vita normale, funzionale, nel mondo attuale richiede la rinuncia ad una pletora di bisogni corporali, emozionali, intellettuali, morali, artistici e creativi a tutti. Dal momento che il capitalismo maturo è passato dello stadio del dominio formale a quello del dominio reale, questa rinuncia non è stata più in prima istanza imposta principalmente attraverso una violenza esterna. Infatti, ogni individuo è più o meno coscientemente confrontato con la scelta o di adattarsi al funzionamento astratto di questa società, o di essere un “perdente” che rischia di finire su un marciapiede. La disciplina diventa l’autodisciplina, al punto tale che ogni individuo diventa il repressore dei suoi stessi bisogni vitali. Naturalmente questo processo di autodisciplina contiene anche un potenziale di emancipazione, per l’individuo e soprattutto per il proletariato nel suo insieme (in quanto classe autodisciplinata per eccellenza) per diventare padrone del suo destino. Ma per il momento, nel funzionamento “normale” della società borghese, questa autodisciplina è essenzialmente l’internalizzazione della violenza capitalista. Perché, oltre all’opzione proletaria di trasformazione di questa autodisciplina in mezzo di realizzazione, di rivitalizzazione dei bisogni umani e di creatività, c’è anche un’altra opzione, quella del riorientamento cieco della violenza internalizzata verso l’esterno. La società borghese ha sempre bisogno di offrire un “estraneo” per mantenere l’auto-disciplina di quelli che dicono di appartenerle. E per questo che la cieca ri-esternalizzazione della violenza da parte dei soggetti della società borghese si orienta “spontaneamente” (cioè è predisposta o “formattata” in questo senso) contro tali estranei (pogromizzazione).[12]
Quando la crisi aperta della società capitalista raggiunge una certa intensità, quando l’autorità della classe dominante si è deteriorata, quando gli argomenti della società borghese cominciano a dubitare della capacità e della determinazione delle autorità a fare il loro lavoro e, in particolare, a proteggerli contro un mondo di pericoli, e quando un’alternativa - che può essere solo quella del proletariato - manca, parti della popolazione cominciano a protestare ed anche a rivoltarsi contro l’élite dominante, ma non allo scopo di mettere in causa le sue regole, ma per obbligarli a proteggere i suoi cittadini “rispettosi delle leggi” contro gli “esterni”. Questi strati di società subiscono la crisi del capitalismo come un conflitto tra i suoi due principi sottostanti: tra mercato e violenza. Il populismo è l’opzione per risolvere con la violenza i problemi che il mercato non può risolvere, e anche per risolvere i problemi dello stesso mercato. Per esempio, se il mercato mondiale della forza lavoro minaccia di inghiottire il mercato del lavoro dei vecchi paesi capitalisti con l’onda di chi non ha niente, la soluzione è di erigere delle barriere e di posizionare alle frontiere una polizia che possa tirare su chiunque provi a superarle senza permesso.
Dietro la politica populista di oggi, si nasconde la sete di omicidio. Il pogrom è il segreto della sua esistenza.
Steinklopfer, 8 giugno 2016
[1] Brexit, Trump: Setbacks for the ruling class, nothing good for the proletariat [353], International Review n°157.
[2] United Kingdom Independence Party.
[3] La Repubblica Democratica Tedesca, la vecchia Germania dell’est dal regime stalinista.
[4] Freiheitliche Partei Österreichs (Partito della Libertà Austriaco)
[5] Contratto di primo impiego. Vedi il nostro articolo: Tesi sul movimento degli studenti nella primavera 2006 in Francia [134], in Rivista Internazionale n° 28 [354] (2006).
[6] La CDU, Partito Democratico-cristiano, attualmente al potere in Germania in una “grande coalizione” con il partito “socialista” SPD Partito Socialdemocratico di Germania.
[7] Freie Demokratische Partei, un partito “liberal-democratico” che in passato ha svolto un ruolo di bilancino tra SPD e CDU.
[8] Equivalente tedesco del neoliberismo, sottolineando il libero mercato, ma anche il ruolo dello Stato nella protezione del libero mercato.
[9] Unione Cristiano Sociale.
[10] Kommunistische Partei Deutschlands, Partito Comunista di Germania, sezione tedesca della Terza Internazionale.
[11] Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.
[12] Vedi gli scritti del ricercatore tedesco in antisemitismo Detlev Claussen.
Pubblichiamo quest’articolo apparso sulla nostra stampa internazionale nel novembre 1991, quando il fenomeno dell’immigrazione non aveva raggiunto ancora l’intensità e la drammaticità di oggi. Eppure possiamo ritrovare nell’articolo importanti chiavi di lettura per capire la situazione di oggi, e particolarmente il diverso atteggiamento mostrato dalle borghesie dei diversi paesi nell’accogliere o nel respingere le ondate di migranti. Come spiega bene l’articolo, la classe operaia è dalle sue origini una classe di migranti e la gestione oculata dei flussi migratori ha fatto la fortuna dei vari capitalismi nazionali. Il problema dell’oggi è che una società senza futuro tende sempre più ad escludere una parte di umanità finanche dalle briciole con cui sfamarsi, per cui assistiamo alle tragedie del mare che i mass-media ci presentano come l’espressione della cattiveria di questo o quello scafista piuttosto che come la logica conseguenza del funzionamento di un sistema senz’anima, dove la legge del profitto ha completamente disumanizzato le relazioni tra gli uomini trasformandoli in merci e/o compratori di merci.
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Con il crollo del blocco dell'Est, si sono prodotte ondate gigantesche di migranti che scappano dalla miseria, dalla carestia, dai massacri e che inondano gli Stati dell'Europa occidentale, come già stiamo assistendo in Germania ed in Italia. Di fronte a questa minaccia di destabilizzazione e di estensione del caos nella vecchia Europa industrializzata, tutta la borghesia dell'Europa occidentale si sforza non solo di arginare questa “invasione” d’immigrati attraverso misure forti come la chiusura delle frontiere, ma anche di far aderire la classe operaia alla sua sinistra politica in difesa del capitale nazionale. Scatenando una gigantesca campagna anti-immigrati, che alimenta le peggiori ideologie borghesi come il razzismo, la xenofobia, il nazionalismo, il "ciascuno per sé", la classe dominante mira a un solo obiettivo: impedire al proletariato di affermare la sua solidarietà e la sua unità di classe internazionale, cercando di dividerlo tra operai immigrati ed operai autoctoni. Seminando l'illusione che questi ultimi avrebbero qualche cosa da salvaguardare, da difendere contro tutti questi miserabili venuti dell'Est o da altre parti, tutto questo martellamento ideologico si sforza di far dimenticare al proletariato che la sua condizione di immigrati fa parte dello stesso essere classe operaia, della miseria della sua condizione di classe sfruttata.
L’esodo massiccio dalle loro terre di origine di centinaia di migliaia di esseri umani che fuggono la fame e la miseria non è un fenomeno nuovo. Non è neanche un flagello specifico dei paesi sottosviluppati. L'immigrazione appartiene allo stesso sistema capitalista e risale alle origini di questo modo di produzione fondato sullo sfruttamento del lavoro salariato.
Fin dall'alba del capitalismo, la nuova classe di produttori, il proletariato, si è costituita come una classe d’immigrati. È grazie all’immigrazione che la borghesia ha potuto sviluppare il suo sistema di sfruttamento distruggendo in primis i rapporti di produzione feudali diventati obsoleti. Così, a partire dalla fine del XV secolo, particolarmente in Gran Bretagna, “l’accumulazione primitiva” del capitale si costituisce grazie all’espropriazione dei contadini, cacciati selvaggiamente dalle loro campagne ed arruolati con la forza nelle prime manifatture.
Spossessati delle loro terre dallo sviluppo del capitalismo, costretti con il ferro e con il sangue a emigrare verso le città per vendere la loro forza-lavoro al capitale, i contadini e i piccoli artigiani, trasformandosi in proletari, diventano, da questa epoca, i primi lavoratori immigrati. Questo esodo rurale massiccio imposto dallo sviluppo selvaggio del capitale, è stato accompagnato ancora, in tutta l'Europa, da misure di repressione di una ferocia inaudita contro tutti coloro che il capitalismo nascente ha affamato deliberatamente, ridotti all'indigenza per obbligarli a sottoporsi alla schiavitù salariata. È così che Marx descriveva il terrore che il capitalismo aveva scatenato contro tutti i fuggitivi che, dopo essere stati ridotti allo stato di vagabondi erranti, venivano marchiati a fuoco, mutilati, inviati nelle galere, o semplicemente appesi per il collo per insubordinazione alle regole della dittatura capitalista:
"Non era possibile che gli uomini scacciati dalla terra per lo scioglimento dei seguiti feudali e per l’espropriazione violenta e a scatti, divenuti eslege[1], fossero assorbiti dalla manifattura al suo nascere con la stessa rapidità con la quale quel proletariato veniva messo al mondo. D’altra parte, neppure quegli uomini lanciati all’improvviso fuori dall’orbita abituale della loro vita potevano ritrovarsi con altrettanta rapidità nella disciplina della nuova situazione. Si trasformarono così, in massa, in mendicanti, briganti, vagabondi, in parte per inclinazione, ma nella maggior parte dei casi sotto la pressione delle circostanze. Alla fine del secolo XV e durante tutto il secolo XVI si ha perciò in tutta l’Europa occidentale una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio. I padri dell’attuale classe operaia furono piniti, in un primo tempo, per la trasformazione in vagabondi e in miserabili che avevano subito. La legislazione li trattò come delinquenti “volontari” e partì dal presupposto che dipendesse dalla loro buona volontà il continuare a lavorare o meno nelle antiche condizioni non più esistenti.”[2]
È grazie a questa espropriazione brutale dei contadini e alla loro trasformazione in schiavi salariati che il capitalismo ha potuto trovare la sua prima fonte di mano d'opera. Durante tutto il periodo della sua ascesa e fino al suo apogeo alla fine del XIX secolo, questo sistema di sfruttamento si svilupperà continuamente grazie ai flussi migratori della forza lavoro. Nel più vecchio paese capitalista, la Gran Bretagna, la nuova classe dominante si è potuta affermare grazie allo sfruttamento feroce di masse di affamati venuti dalle regioni agricole, in particolare dall'Irlanda.
Di fatto, “il rapido sviluppo dell’industria britannica non avrebbe potuto effettuarsi se nella numerosa e povera popolazione dell’Irlanda l’Inghilterra non avesse avuto una riserva di cui disporre”[3]. Questo “esercito di riserva”, costituito dall’immigrazione irlandese, ha permesso al capitale britannico di introdurre nella classe operaia la concorrenza per fare abbassare i salari e aggravare ulteriormente le insopportabili condizioni di sfruttamento dei proletari.
Così, è già nel quadro dello sviluppo di ogni capitale nazionale che il fenomeno dell’immigrazione fa parte integrante, fin dall’inizio del capitalismo, della natura stessa della classe operaia. Il proletariato è, per essenza una classe di immigrati, di transfughi generati dalla sanguinosa distruzione dei rapporti di produzione feudale.
Questa immigrazione si estenderà al di là delle frontiere nazionali quando, verso la metà del XVIII secolo, il capitalismo comincerà a fare i conti con il problema della sovrapproduzione di merci nelle grandi concentrazioni industriali dell’Europa occidentale. Come affermava Marx, nel 1857 “con lo sviluppo del plus-lavoro, che costituisce la base dello sfruttamento capitalista, si sviluppa anche la sovrappopolazione, in altri termini una massa di proletari che non può continuare a vivere sullo stesso territorio ad un dato stadio dello sviluppo delle forze produttive” (“Principi di una critica dell’economia politica”).
Le crisi cicliche di sovrapproduzione che colpiscono l’Europa capitalista intorno dalla metà del XIX secolo costringeranno milioni di proletari a sfuggire alla disoccupazione e alla carestia andando in esilio verso i “nuovi mondi”. Tra il 1848 e il 1914, 50 milioni di lavoratori europei lasciano il vecchio continente per andare a vendere la loro forza di lavoro in quelle regioni, principalmente in America.
Nella stessa maniera in cui l’Inghilterra del XVI secolo ha potuto permettere lo sviluppo del capitalismo grazie all’immigrazione interna, la prima potenza capitalista mondiale attuale, gli USA, si costituirono grazie all’afflusso di decine di milioni d’immigrati venuti dall’Europa, particolarmente dall’Irlanda, dalla Gran Bretagna, dalla Germania e dai paesi dell’Europa del nord.
Fino verso il 1890, è grazie allo sfruttamento feroce dei proletari immigrati, razionalizzato dal “taylorismo”[4] del lavoro nelle fabbriche, che il capitale americano riuscirà ad affermarsi progressivamente sulla scena mondiale. Dopo il 1890, le terre e gli impieghi si ridurranno e i nuovi emigranti mediterranei e slavi senza qualifica professionale si ammucchieranno nei ghetti delle grandi città e saranno costretti ad accettare dei salari sempre più miseri per potere sopravvivere. Con l’apogeo del capitalismo, il mito dell’America dove tutti possono essere accolti finirà. Dal momento in cui il capitale americano non ha più bisogno di importare massicciamente mano d’opera per sviluppare la sua industria, la borghesia di questo paese comincia ad adottare misure discriminatorie destinate a selezionare i richiedenti asilo.
Dopo la grande ondata migratoria di proletari italiani e slavi che affluiscono negli USA alla fine del XIX secolo, la borghesia americana comincia, dal 1898, a chiudere le sue frontiere, soprattutto agli immigranti asiatici. Da allora, non sarà più possibile accogliere qualsiasi “straccione”. Occorreva che i nuovi aspiranti migranti fossero capaci di fare fruttare il capitale, mentre gli altri, gli indesiderabili, saranno respinti spietatamente e condannati a ritornare a crepare “nel loro paese d'origine”. Come riferito da un articolo del “Figaro” del 1903, “Ogni emigrante mostra i 150 franchi fissati come minimo e, se versa i due dollari dovuti al governo americano, l'uomo è ammesso... Senza denaro, niente relazioni in America e... vecchio o malato, viene rinviato da dove viene. Ma un uomo giovane, prestante, deciso, con una professione, non viene mai rifiutato, anche se privo di risorse. Questa folla brulicante di miserabili operai, operaie, contadini, domestici, commessi... questi maledetti esuli per la sfortuna della loro ingrata patria, è l'America!... Sono i loro fratelli di miseria, emigrati come loro dagli stessi paesi dopo 60 anni, che hanno fatto l'America di oggi”.
Così, è grazie all'immigrazione verso gli altri continenti di questo surplus di mano d'opera risultante dalle crisi di sovrapproduzione in Europa Occidentale che il capitalismo ha potuto estendere il suo dominio a tutto il pianeta.
Durante tutto il XX secolo, il rallentamento dei flussi migratori diventerà un segno sempre più evidente dello sprofondamento del capitalismo nel suo periodo di decadenza segnata, quest’ultima, dallo scoppio della prima guerra mondiale. Con la prima carneficina imperialista del 1914-18, le migrazioni massicce di proletari che avevano accompagnato e permesso l'ascesa del capitalismo, cominciano a declinare.
Questo declino non è l’espressione della capacità del capitalismo di offrire una stabilità ai proletari, ma è, al contrario, l’espressione di un rallentamento crescente dello sviluppo delle forze produttive. Durante gli anni antecedenti alla guerra e durante lo stesso conflitto mondiale, i sacrifici imposti ai proletari furono sufficienti a far funzionare l’economia di guerra di ogni Stato belligerante. Dopo la guerra, è grazie allo sfruttamento feroce di un proletariato esangue e battuto dalla sconfitta della prima ondata rivoluzionaria del 1917-23 che la borghesia dei paesi dell’Europa occidentale, in particolarmente quella della Germania, ha potuto ricostruire la sua economia nazionale senza fare ricorso massicciamente alla mano d’opera immigrata.
E quando negli anni 30, la crisi di sovrapproduzione generalizzata esplode brutalmente in tutti i paesi industrializzati, dall'Europa agli USA, quando si profila una nuova ed inevitabile guerra mondiale, è ancora lo sviluppo della produzione di armi che permetterà al capitalismo di soffocare l’esplosione di una disoccupazione di massa in tutti i paesi.
Con il periodo di ricostruzione del secondo dopoguerra, in particolare dagli anni ‘50, si assiste a una nuova ondata migratoria, essenzialmente nei paesi dell’Europa occidentale, accentuata anche dalla decolonizzazione. La Germania, la Francia, la Gran Bretagna, la Svizzera, i paesi del Benelux spalancano le loro porte agli operai degli Stati più sottosviluppati. Spagnoli, portoghesi, turchi, iugoslavi, magrebini costituiranno per questi paesi una mano d'opera a buon mercato per i bisogni della ricostruzione, permettendo al tempo di compensare l’emorragia brutale che la seconda macelleria mondiale aveva provocato nelle fila del proletariato dei paesi belligeranti. Così milioni gli operai immigrati saranno chiamati dalle grandi democrazie dell’Europa occidentale per farsi sfruttarli massicciamente fino all’eccesso, sottomettendosi ai lavori più faticosi e con salari da miseria.
Quest’ondata migratoria che torna, negli anni ‘50, nel cuore del capitalismo, non è per niente comparabile a quella che aveva interessato gli USA un secolo prima, in un’epoca in cui il capitalismo era ancora un sistema in crescita, capace di migliorare in modo duraturo le condizioni di esistenza del proletariato. Così, mentre nel XIX secolo, gli operai immigrati lasciavano la loro terra di origine con le loro famiglie nella speranza di poter trovare, grazie all’espansione capitalista nei nuovi mondi, un asilo e una certa stabilità, l’apertura delle frontiere dell’Europa occidentale ai lavoratori stranieri dopo la seconda guerra mondiale, non è stato mai altro che un mezzo di sopravvivenza transitoria per milioni di lavoratori dei paesi sottosviluppati.
La maggior parte di loro (e soprattutto gli operai magrebini o asiatici che si sono esiliati in Francia e in Gran Bretagna dopo la decolonizzazione) sono stati costretti a lasciare la loro famiglia per trovare un lavoro miserabile e precario in questi paesi “d’accoglienza”. Senza alcuna prospettiva per l’avvenire e al solo scopo di nutrire le loro donne ed i loro bambini rimasti “al paese”, essi sono stati costretti ad accettare le peggiori condizioni di lavoro e di esistenza. Senza alloggio, ammucchiati come bestiame in bidonville insalubri o dati in pasto a rapaci affittacamere, ai controlli polizieschi ed alle spedizioni punitive razziste che hanno accompagnato la guerra dell'Algeria, questa mano d'opera a buon mercato che il capitalismo occidentale ha importato dai paesi sottosviluppati per i bisogni della sua ricostruzione del dopoguerra ci riporta senza alcun dubbio alla spaventosa barbarie dell'accumulazione primitiva.
Infatti, è proprio la miseria degli operai immigrati che riassume la miseria del proletariato in quanto classe che non possiede nient’altro che la sua forza lavoro. È nella condizione disumana dell’operaio immigrato che questa forza lavoro appare chiaramente per ciò che è: una semplice merce che i negrieri borghesi hanno sempre acquistato al più basso prezzo per fare fruttare il loro capitale.
Una volta terminata la ricostruzione del secondo dopoguerra alla fine degli anni 60, i “paesi dell’accoglienza” dell'Europa occidentale segnalano “il completo” e cominciano ovunque a chiudere le loro frontiere. Dal 1963, delle misure restrittive sono adottate in Svizzera, poi in Gran Bretagna, Germania, Francia, paesi che, con il riemergere della crisi economica mondiale e della disoccupazione, decidono di bloccare totalmente l'immigrazione all'inizio degli anni 70. Ma queste misure non si fermeranno lì.
Più il capitalismo affonda nella crisi, più il proletariato nel suo insieme va a farne le spese. Nello stesso momento in cui, con le prime ondate di licenziamenti, il capitalismo va a gettare sul lastrico decine di migliaia di operai, i proletari immigrati saranno espulsi, cacciati fuori dalle frontiere dell'Europa occidentale. Davanti all'inefficacia dei "metodi dolci" di "aiuti al ritorno", è sotto il pretesto di caccia ai clandestini che ora migliaia dei lavoratori immigrati sono rinviati a forza presso i loro paesi d'origine anche con aerei o semplicemente repressi manu militari al di là delle frontiere nazionali.
Oggi che non sono loro più indispensabili, è in nome del "diritto alla terra" che tutti i governi "democratici", di destra come sinistra, li rinviano a crepare "a casa loro" dopo averli utilizzati come bestie da soma per più di due decenni. Ed è ancora con un cinismo senza pari che questa classe dominante correda le sue infami pratiche di un’immonda propaganda anti-immigrati, al solo scopo di dividere la classe operaia. Ed è così che, nel 1984, il rapporto Dalle accusava l'immigrazione di avere rallentato il ritmo del progresso tecnico nella costruzione automobile. In altre parole, i lavoratori immigrati non si sarebbero accontentati solamente di venire a mangiare il "pane dei francesi", di prendere i loro impieghi, ma sarebbero anche responsabili della perdita di competitività del capitale nazionale, dunque dell'aggravamento della crisi e della disoccupazione!
In realtà, le campagne contro l'immigrazione che si scatenano oggi non mirano solo a dividere la classe operaia tra proletari indigeni e immigrati. Si tratta invece di un attacco diretto contro la coscienza della classe proletaria. Attraverso la sua nauseante propaganda, la borghesia cerca soprattutto di ricoprire di un velo ideologico ciò che la crescente miseria del proletariato pone sempre più apertamente a nudo: ovvero il fallimento storico, irrimediabile del modo di produzione capitalistico. Ciò che la classe dominante cerca di nascondere oggi è la sua incapacità di offrire una qualunque prospettiva all’insieme della classe operaia. L’esclusione dei lavoratori immigrati che il capitalismo condanna a morire di fame “altrove” è già il destino che questo sistema moribondo riserva a milioni di proletari autoctoni disoccupati abbandonati definitivamente alla disoccupazione. Nessuna legge “anti-immigrati” potrà mai risolvere la crisi insormontabile che sta scuotendo questo sistema in agonia. I licenziamenti di massa continueranno inesorabilmente a colpire i lavoratori, qualunque sia la loro origine. Il “diritto alla terra”, di cui ci riempiono le orecchie oggi, non è altro che il diritto dei lavoratori a morire di fame e di freddo “a casa loro”, come già testimoniato dalla massa crescente di “senza tetto” che vagano nelle grandi città. Non è l’immigrazione che è responsabili della crisi e la disoccupazione. E’ viceversa la crisi e la disoccupazione risultanti dal crollo irreversibile dell’economia mondiale che, cercando di livellare verso il basso le condizioni di esistenza del proletariato, trasformano sempre più la classe sfruttata in una classe di esclusi, di disoccupati, di senza tetto, di immigrati.
Estendendo il suo dominio a tutto il pianeta, il capitalismo ha creato una classe operaia mondiale. Finché ne ha avuto bisogno, ha ampiamente fatto ricorso alla forza lavoro degli immigrati. Oggi, il fatto che li cacci via brutalmente dalle sue frontiere, che trasformi il pianeta in una “terra di nessuno” per delle masse crescenti di lavoratori, è un'indicazione del fallimento totale di questo sistema.
Se la minaccia di “invasione” delle masse d’immigrati in fuga dallo scatenarsi del caos nei paesi dell’Est, per precipitarsi alle frontiere dell’Europa occidentale, è un incubo per la borghesia dei paesi più industrializzati, è proprio perché il capitalismo mondiale è ormai un sistema decadente. Le convulsioni che accompagnano la sua agonia possono che tradursi in un tuffo nella disoccupazione, la povertà e la fame per milioni di proletari che, da nessuna parte, troveranno una terra che li accolga per dare loro i mezzi per sopravvivere.
Così, mentre per il passato, l’immigrazione è un fenomeno perfettamente controllato da un capitalismo in piena prosperità, oggi, il panico che provoca l’afflusso di enormi ondate d’immigrati che sfuggono al suo controllo all’interno della classe dominante è solo una delle manifestazioni del decadimento di questo sistema, dell’incapacità della borghesia decadente di governare.
Se, con l'entrata del capitalismo nella sua fase finale, quella della decomposizione, l’immigrazione appare come un cancrena per la classe dominante, è proprio perché è il capitalismo stesso che è diventato un flagello per tutta l’umanità.
Di fronte alla miseria e alla barbarie di questo mondo in piena putrefazione, c’è una sola prospettiva per la classe operaia: rigettare fermamente la logica della competizione e del “ciascuno per sé” dei propri sfruttatori. Qualunque sia la sua origine, la sua lingua, il colore della pelle, il proletariato non ha alcun interesse in comune con il capitale nazionale. Non potrà difendere i suoi interessi se non sviluppando dappertutto la sua solidarietà di classe internazionale, rifiutando di lasciarsi dividere tra immigrati e lavoratori “autoctoni”. Questa solidarietà va affermata rifiutando ovunque di aderire alle campagne borghesi, che siano xenofoba o anti-razziste, sviluppando massicciamente le lotte sul suo terreno di classe, contro tutti gli attacchi che subisce ogni giorno.
Solo l'affermazione dei suoi interessi comuni, nella lotta, permetterà al proletariato di raccogliere tutte le sue forze, di affermarsi come classe mondiale solidare e unita, per abbattere il mostro del sistema capitalista prima che questo distrugga tutto il pianeta.
Avril, 1 Novembre 1991
Tradotto da Révolution Internationale, organo della CCI in Francia.
[1] Eslège agg. [dal lat. exlex -egis, comp. di ex- e lex legis «legge»] (pl. -i; talora usato come invar.). – Fuori legge, che non è sottoposto o non si assoggetta a nessuna legge sociale: popolo, società e.; sono individui eslegi; vissero lungo tempo nomadi ed eslegi. Per estens. e con sign. attenuato, di persona o comportamento che è fuori da una norma, da una consuetudine, da una tradizione. Con l’uno e con l’altro sign., anche come s. m. e f.: è un e., sono degli eslegi (o degli eslege), (https://www.treccani.it/vocabolario/eslege/ [355]).
[2] Marx, Il Capitale, Libro primo, Cap. XXIV, La cosiddetta accumulazione originaria, Editori Riuniti, pagg. 192-193.
[3] Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, “L’immigrazione irlandese”, Editori Riuniti, pag. 136.
[4] Taylorismo: organizzazione scientifica del lavoro, ideata dall'ingegnere americano F.W. Taylor (1856-1915), basata sulla razionalizzazione del ciclo produttivo secondo criteri di ottimalità economica, raggiunta attraverso la scomposizione e parcellizzazione dei processi di lavorazione nei singoli movimenti costitutivi, cui sono assegnati tempi standard di esecuzione. (https://www.treccani.it/enciclopedia/taylorismo/ [356]).
La lista dei crimini contro l’umanità dell’ultimo secolo porta spesso il nome di una città: Guernica, Coventry, Dresda, Hiroshima, Sarajevo. Oggi si è aggiunta alla lista la storica città di Aleppo in Siria, una delle più antiche città del mondo.
Nel 1915, la rivoluzionaria Rosa Luxemburg, sfidando l’onda del nazionalismo che aveva attraversato la Germania allo scoppio della guerra, riconobbe che quel conflitto Europeo aveva aperto una nuova epoca nella storia del capitalismo, un’epoca in cui la spietata competizione sviluppatasi nel sistema stava ora ponendo l’umanità di fronte alla scelta tra socialismo e barbarie. Quella guerra, scriveva Luxemburg, col suo massacro di esseri umani su scala industriale, era una definizione precisa di cosa significasse “barbarie”.
Ma la Prima Guerra Mondiale era solo l’inizio e la barbarie del capitalismo raggiunse presto nuovi livelli. La guerra era finita con la resistenza della classe dei lavoratori in Russia, Germania e altrove, con gli ammutinamenti, gli scioperi e le insurrezioni che, per un breve periodo, minacciarono l’esistenza stessa del sistema capitalistico mondiale. Ma questi movimenti erano isolati e furono schiacciati; e con la sconfitta della classe dei lavoratori, il solo vero ostacolo alla tendenza del capitalismo alla guerra, l’orrore del conflitto imperialista assunse una nuova qualità.
La prima guerra imperialista, al pari delle guerre del XIX secolo, fu combattuta ancora soprattutto sui campi di battaglia. La dimensione del massacro, proporzionata al vertiginoso sviluppo della tecnologia nei decenni precedenti alla guerra, fu uno shock persino per i politici e i generali che avevano scommesso su un conflitto acuto ma breve: “non oltre Natale”. Ma nel conflitto successivo, le vittime principali della guerra non sarebbero più state i soldati in uniforme, bensì la popolazione civile. I bombardamenti degli aerei tedeschi e italiani su Guernica in Spagna, evento immortalato dalle figure straziate di donne e bambini di Picasso, diedero il là. All’inizio il prendere deliberatamente di mira i civili dal cielo fu un nuovo shock, qualcosa di mai visto prima, e che sicuramente solo i regimi fascisti di Hitler e Mussolini potevano contemplare. Ma la guerra in Spagna fu un test per una seconda guerra mondiale che triplicò gli strumenti di morte della Prima e durante la quale la stragrande maggioranza delle vittime sarebbero state civili. Entrambe le parti usarono la tattica del bombardamento a tappeto per radere al suolo città, distruggere infrastrutture, demoralizzare la popolazione, e – poiché la borghesia temeva ancora la possibilità di una rivolta della classe dei lavoratori contro la guerra – schiacciare il pericolo proletario. Via via queste tattiche furono non più denunciate come crimini bensì difese come il miglior mezzo per chiudere il conflitto e prevenire un ulteriore massacro - soprattutto entro il campo “democratico”. L’incenerimento di Hiroshima e Nagasaki con la bomba atomica appena inventata fu giustificato esattamente in questi termini.
Quando oggi i leader del mondo “democratico” condannano il regime di Assad in Siria e i suoi protettori russi per il loro implacabile, sistematico massacro della popolazione civile di Aleppo e di altre città, non dobbiamo dimenticare che questi stanno portando avanti quella che oramai è una tradizione consolidata della guerra capitalistica. La distruzione deliberata di ospedali e altre infrastrutture chiave come le forniture d’acqua, il blocco e persino il bombardamento dei convogli di aiuti: questa è la moderna guerra d’assedio, tattiche militari apprese non solo dalle generazioni precedenti dei “dittatori”, ma anche dai democratici militaristi come Harris il Bombardiere e Winston Churchill.
Il che non significa dire che non c’è nulla di eccezionale in ciò che sta succedendo ad Aleppo. La “guerra civile” in Siria iniziò nel 2011 come parte della “Primavera Araba” – con una rivolta di una popolazione esasperata dalla brutalità del regime di Assad. Ma Assad aveva appreso la lezione dalla caduta dei suoi colleghi dittatori in Egitto e Tunisia, e rispose col fuoco alle manifestazioni. La determinazione del regime di sopravvivere e perpetuare i suoi privilegi si è rivelata illimitata. Assad è pronto a devastare intere città, uccidere o espellere milioni dei suoi stessi cittadini pur di rimanere al potere. C’è qui un elemento di vendetta del tiranno contro coloro che osano rifiutare il suo ruolo, una caduta dentro una spirale di distruzione che lascerà i governanti con poco o nulla da governare. In tal senso il freddo calcolo razionale dietro i bombardamenti terroristici delle città “ribelli” della Siria è diventato un nuovo simbolo della crescente irrazionalità della guerra capitalistica.
Ma la follia di questa guerra non si limita alla Siria. Le successive sparatorie di massa sui dimostranti disarmati, le spaccature nell’esercito siriano, diedero origine a un’opposizione borghese armata, e questo trasformò rapidamente la rivolta iniziale in un conflitto militare tra campi capitalistici; a sua volta, ciò ha dato l’opportunità a un gran numero di poteri imperialisti locali e globali di intervenire per le proprie squallide ragioni. Le divisioni etniche e religiose che aggravavano il conflitto in Siria furono sfruttate dai poteri regionali come loro programma politico. L’Iran, che pretende di essere il leader del mondo sciita, sostiene il regime alawita di Assad e l’intervento diretto delle milizie di Hezbollah dal Libano. Gli Stati sunniti come l’Arabia Saudita e il Qatar hanno armato numerosi gruppi islamici, compreso lo stesso Stato Islamico, che mirano a soppiantare i ribelli “moderati”. La Turchia, spesso col pretesto di combattere contro lo SI, ha usato la guerra per aumentare i propri attacchi sulle forze curde che hanno ottenuto considerevoli guadagni nel nord della Siria.
Ma in queste tre, quattro, persino cinque parti in conflitto, anche le maggiori potenze mondiali stanno giocando la loro parte. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno pubblicamente richiesto ad Assad di ritirarsi e hanno sostenuto indirettamente l’opposizione armata, sia i “moderati” sia, attraverso l’Arabia Saudita e il Qatar, gli Islamisti. Quando lo SI, come Al Qaeda nel precedente decennio, ha cominciato a mordere la mano che lo nutre e si è posto come un potere nuovo e incontrollato in Siria e in Iraq, diversi politici occidentali hanno rivisto la loro posizione, argomentando che Assad è in effetti un “male minore” comparato allo SI All’inizio del conflitto, Obama minacciò il regime di Assad di un intervento militare, dichiarando che l’uso di armi chimiche contro i civili era una linea che non poteva essere oltrepassata. Ma questa minaccia si è dimostrata vuota e sostanzialmente il dibattito a Washington e a Westminster è stato su come intervenire contro l’ISIS e quindi incentivando indirettamente Assad.
L’indecisa risposta degli Stati Uniti alla situazione in Siria è il prodotto di un lungo processo di declino della sua egemonia mondiale, sintetizzato soprattutto dai suoi interventi disastrosi in Afghanistan e Iraq sulla scia degli attacchi terroristici del settembre 2001 a New York e Washington.
La “Guerra al Terrorismo” scatenata dall’amministrazione Bush è servita solo a fomentare il caos in Medio Oriente e ha reso il terrorismo islamico una forza persino più grande di quella che era prima che le Torri Gemelle cadessero. La guerra in Iraq si è rivelata particolarmente impopolare negli Stati Uniti e persino il guerrafondaio Trump ora annuncia che è stata un disastro. Gli USA sono quindi estremamente riluttanti a lasciarsi trascinare in un nuovo pantano in Medio Oriente.
L’horror vacui dell’imperialismo, e le esitazioni degli Stati Uniti forniscono alla risorgente Russia la possibilità di riaffermarsi in una regione dalla quale era stata quasi del tutto espulsa alla fine della Guerra Fredda. La Siria è l’ultima postazione in Medio Oriente in cui la Russia conserva le sue basi militari, e il suo sostegno al regime di Assad è stato costante. Ma dopo essersi imbarcata – attraverso la guerra in Georgia e Ucraina – in una politica di restaurazione del suo ex-impero nell’area della precedente Unione Sovietica, la Russia di Putin si sta ora giocando il suo crescente status di potenza mondiale con un intervento diretto nel conflitto siriano. Il pretesto iniziale era il bisogno di respingere l’IS che stava guadagnando terreno in Iraq e Siria, minacciando anche l’ultimo sbocco russo sul Mediterraneo, la base navale di Tartus. Finché era posto come una risposta all’IS, l’intervento russo è stato silenziosamente sostenuto dagli Stati Uniti. Con le successive atrocità dell’IS a Parigi, anche la Francia ha condotto alcune operazioni congiunte con le forze russe in Siria. Ma l’imperialismo russo ha mostrato scarso interesse nell’attaccare le basi ISIS e tutto l’interesse nel puntellare un regime di Assad che stava mostrando seri segnali di cedimento. Dalla semplice strategia di tacciare l’intera opposizione ad Assad come “terroristi”, la Russia è diventata la maggior forza nell’assalto di Assad alle roccaforti ribelli, cambiando effettivamente il corso della guerra in favore di Assad. La risposta dell’imperialismo russo al conflitto in Siria è semplice, interamente in linea con i metodi di Assad, e già applicata senza pietà a Groznyj tra il 1990 e il 2000 in risposta al movimento nazionalista ceceno: ridurre la città a macerie e il problema della ribellione è risolto.
L’imperialismo russo non nasconde le sue ambizioni in Medio Oriente. “Durante il fine settimana, in occasione dell’anniversario dell’intervento russo in Siria, i media di stato erano pieni di dichiarazioni in grassetto del tipo ‘La Russia ha dimostrato che oramai è una superpotenza’; ‘La Russia è diventata il maggior protagonista in questa regione’; ‘Gli Stati Uniti, dall’altro lato, hanno perduto il loro status di prim’attore’”[1]
L’assedio di Aleppo, salito a nuovi livelli in seguito al rapido fallimento dell’ultimo cessate il fuoco negoziato dagli Stati Uniti, ha acutizzato visibilmente le tensioni tra Russia e USA. Reagendo all’accusa di stare compiendo crimini di guerra in Siria – il che è indubitabilmente vero – la Russia si è ritirata dai negoziati di pace sulla Siria e da un processo mirato alla riduzione delle riserve di plutonio statunitensi e russe, con Putin che pone condizioni per una ripresa delle trattative di ben più vasta portata, inclusa la riduzione delle sanzioni contro la Russia e una sostanziale riduzione delle truppe NATO nell’Est Europa.
Posti dinanzi alla politica sempre più brutale del regime di Putin in patria e all’estero, alla sua retrograda ideologia nazionalista e alla sua grossolana e menzognera propaganda, i poteri “democratici” occidentali non hanno alcuna difficoltà ad addossarsi una superiorità morale. Ma abbiamo già visto come l’uso da parte della Russia di bombardamenti terroristici ha un lungo pedigree in Occidente. E l’ipocrisia degli stati democratici si applica allo stesso modo ai loro recenti e attuali comportamenti. La condanna dell’America alla Russia per la distruzione di Aleppo e altre città, non può far dimenticare i bombardamenti di Baghdad nel 2003 o l’assedio di Fallujah nel 2004, che pure causarono migliaia di vittime tra i civili iracheni, sebbene le bombe e i missili statunitensi sono apparentemente più intelligenti dei loro equivalenti russi e quindi più focalizzati su obiettivi puramente militari. Né dovrebbero oscurare ciò che la Gran Bretagna ha cominciato a fare in sordina in Yemen – rifornendo di armi i Sauditi nel loro intervento in una sanguinaria “guerra civile”. Una recente inchiesta del The Guardian ha rivelato che oltre un milione di bambini in Yemen soffrono la fame proprio a causa dei blocchi e dei bombardamenti sauditi dell’area controllata dai ribelli Houthi[2].
Ma l’ipocrisia occidentale raggiunge il suo apice quando si passa ai milioni di siriani che sono stati costretti a scappare per salvarsi e che ora soffrono una grave malnutrizione nei campi per rifugiati mal equipaggiati della Turchia, della Giordania o del Libano; o, se provano a raggiungere il paradiso dell’Europa occidentale, finiscono nelle mani di spietati trafficanti di uomini che li costringono a un drammatico viaggio attraverso il Mediterraneo in precari barconi. L’Unione Europea si è mostrata incapace di avere a che fare con ciò che Cameron una volta definì uno “sciame” di rifugiati dalla Siria e dagli altri conflitti in Medio Oriente e Africa. Mentre alcuni governi, come quello tedesco, brandiscono la loro politica dell’“accoglienza” per quelli di cui hanno bisogno di sfruttare al forza lavoro, i muri e i fili spinati hanno preso piede in tutta Europa. Sempre più i governi e i partiti europei si stanno adattando o stanno sposando apertamente la politica delle esclusioni e del capro espiatorio propugnata dalle correnti populiste. Siamo testimoni di sinistri echi del massacro degli ebrei negli anni ’30 e ’40, quando le democrazie ostentavano sdegno per gli omicidi e le persecuzioni naziste, ma facevano di tutto pur di chiudere i loro confini alle vittime, accettando solo un numero simbolico di rifugiati ebrei[3].
La doppiezza e l’ipocrisia sulla Siria non si limita ai partiti governativi. La maggioranza dei partiti della sinistra che hanno una lunga storia di sostegno alla Russia, all’Iran, agli Hezbollah e al regime Baathista in Siria, sostenendo che tutti questi, anche con tutti i loro errori, stanno “combattendo l’imperialismo”, intendendo l’imperialismo degli USA, di Israele e altri stati occidentali. Ad esempio, la coalizione “Stop the War” in Gran Bretagna (in cui Jeremy Corbyn ha rivestito un ruolo guida per molti anni) organizzerà una manifestazione di massa contro le incursioni militari israeliane in Libano e a Gaza con slogan del tipo “Siamo tutti Hezbollah”. Non vedremo mai organizzare una manifestazione simile contro le azioni di Assad e dei russi in Siria, che non solo sono lo specchio del militarismo israeliano, ma lo hanno anche superato di molto nel livello di morte e distruzione.
Altre organizzazioni di attivisti optano per il sostegno ad una azione militare degli USA e dell’Occidente. Il gruppo “Avaaz”, specializzato in campagne e petizioni di massa online, e che si oppose all’invasione statunitense dell’Iraq, afferma ora che l’unica via per proteggere i bambini di Aleppo è chiedere a Obama, Erdogan, Holland, e May di rafforzare la no-fly zone nel nord della Siria[4].
In entrambi i casi ci chiedono di sostenere uno o l’altro schieramento di quello che è diventato un conflitto imperialistico globale.
Per i rivoluzionari è fondamentale difendere il principio dell’internazionalismo contro ogni caso di carneficina imperialista. Il che significa mantenere l’indipendenza politica da tutte le forze statali e proto-statali, e sostenere la lotta degli sfruttati in tutti i paesi contro le loro borghesie. Questo principio non dipende da se o meno gli sfruttati sono impegnati in una lotta aperta. È un’indicazione per il futuro che non deve mai essere dimenticata. Nel 1914, gli internazionalisti che si opponevano alla guerra erano una ristretta minoranza, ma il loro mantenersi ostinatamente entro le posizioni di classe mentre così tanti ex-compagni si stavano unendo agli sforzi bellici delle proprie borghesie, fu assolutamente decisivo per l’emergere della lotta proletaria di massa contro la guerra due o tre anni dopo.
Non c’è dubbio che in Siria il proletariato sia assente dallo scenario. Questo è un riflesso della debolezza politica e numerica della classe dei lavoratori siriani, che è stata incapace di sollevarsi contro il regime di Assad e le sue variegate opposizioni borghesi. Ma possiamo dire che il destino della Siria e delle “Primavere arabe” riassume nel complesso la situazione storica che sta affrontando la classe dei lavoratori nel mondo. Il capitalismo è in uno stato avanzato di decadenza e non ha futuro da offrire all’umanità se non repressione e guerra. Questa è stata la risposta delle classi dominanti alle varie rivolte che hanno attraversato il Nord Africa e il Medio Oriente nel 2011. Ma questo è stato possibile unicamente perché la classe dei lavoratori è stata incapace di assumere la guida di queste rivolte, incapace di proporre un obiettivo e una prospettiva diversa dall’illusione democratica che dominava i movimenti sociali. E questo è stato un fallimento non solo della classe operaia del Nord Africa e del Medio Oriente, ma della classe operaia dei paesi centrali del capitalismo, che è più profondamente radicata in tradizioni rivoluzionarie e ha una lunga esperienza nel confrontato con l’ostacolo della democrazia borghese.
È in questi battaglioni della classe che sono nella posizione migliore per far rivivere la prospettiva di una rivoluzione proletaria, che risiede l’unica speranza per un futuro dell’umanità. Non si tratta solo di sperare per il meglio. La Primavera araba servì anche come fonte di ispirazione per le lotte nei paesi centrali, soprattutto per la rivolta degli Indignados in Spagna, che sopravanzò tutti i movimenti del 2011 nel porre domande serie circa il futuro del mondo capitalistico e nello sviluppo dei mezzi per combatterlo. Ma questa fu solo uno scorcio del possibile, una piccola indicazione del fatto che, nonostante lo stadio avanzato della barbarie del capitalismo, l’alternativa proletaria è ancora viva.
Amos, 8-9-2016
[1] https://www.theguardian.com/world/2016/oct/03/russia-media-coverage-syria-war-selective-defensive-kremlin [357]
[2] https://www.theguardian.com/world/2016/oct/04/yemen-famine-feared-as-starving-children-fight-for-lives-in-hospital [358].
[3] Ciò non significa denigrare gli sforzi sinceri di migliaia di volontari in Europa che hanno provato ad offrire aiuto ai rifugiati, o il lavoro veramente eroico di dottori, infermieri e soccorritori per salvare vite nelle situazioni più terribili ad Aleppo e in altre città assediate. Molto spesso questi sforzi cominciano come iniziative spontanee che i governi e altre forze ufficiali poi provano a mettere sotto il proprio controllo.
[4]https://secure.avaaz.org/campaign/en/protect_syrian_civilians_loc/?slideshow [359].
Giugno e luglio 2016 rimarranno nella nostra memoria come mesi sanguinosi, per aver fatto precipitare l’Occidente nella paura. Il 12 giugno, 49 persone sono state uccise in un locale gay a Orlando, in Florida. Il giorno successivo, il 13, un poliziotto e la sua ragazza sono stati assassinati nei pressi di Parigi da un uomo che aveva promesso fedeltà allo Stato Islamico (ISIS, Daesh). Il 14 luglio un uomo si lancia alla guida di un camion in mezzo alla folla a Nizza, uccidendo 84 persone, tra cui diversi bambini e causando più di 330 feriti. L'attentato viene rivendicato dall'ISIS. Il 18 luglio, in Germania, un 17enne ferisce cinque persone, due gravemente, in un treno locale attaccando con un'ascia e un coltello. L'ISIS rivendica l'attacco. Il 22 luglio esplode una sparatoria in un centro commerciale di Monaco di Baviera: 10 persone muoiono. Anche in questo caso il tiratore è molto giovane (18 anni). Il 24 luglio un altro attacco a colpi di machete in Germania: a 21 anni uccide una donna in un ristorante Reutlingen e corre via, ferendo altre persone nel suo percorso. Il 24 luglio un rifugiato siriano di 27 anni si fa esplodere nel centro di Ansbach, nei pressi di un festival di musica all'aperto. Il 26 luglio, vicino a Rouen, un prete viene ucciso nel corso di una presa di ostaggi realizzata in una chiesa in nome del Daesh.
Nel centro delle principali nazioni capitaliste la barbarie assume ormai un’ampiezza incredibile. In un mondo deliquescente, in cui parti sempre più grandi di esso precipitano nei traffici, nella guerra e nel terrorismo[1], l'Europa si presentava come un'oasi di pace dal 1945. Si trattava così di proteggere al meglio la fortezza, a colpi di muri e filo spinato, dalla barbarie “straniera”, cioè in realtà, dagli effetti di scontri sanguinosi in cui eserciti e bombe delle grandi potenze democratiche sono particolarmente attivi. Ma ora l'orrore ritorna come un boomerang per colpire il cuore storico del capitalismo. Non solo i conflitti globali oltrepassano il muro di Schengen, ma la violenza accumulata e interiorizzata da una parte della popolazione “locale” ora esplode. Così quest’estate, in particolare in Germania, simbolo di stabilità e prosperità, l'atmosfera è diventata soffocante. La descrizione del politologo tedesco Joachim Krause è edificante[2]: “Venerdì [durante il massacro di Monaco] si è potuto osservare come ci sia un clima di paura. Quando le persone hanno saputo che era avvenuto un attacco in un centro commerciale nel nord-ovest di Monaco, si sono verificate scene di panico nelle piazze del centro città, cioè a diversi chilometri dalla la scena del crimine. A Karlsplatz, la gente è fuggita in massa a causa di una presunta sparatoria. Nella birreria Hofbräuhaus, le persone sono fuggite attraverso le finestre quando è corsa la voce che un terrorista islamista era entrato nello stabile”.
Questo clima di panico è chiaramente il risultato della politica deliberata dello stato maggiore di Daesh, assetato di vendetta.[3] L'ISIS mira a destabilizzare i suoi nemici imperialisti terrorizzando le popolazioni. Ma l'elenco degli atti violenti di giugno e luglio rivela un problema ancora più ampio e profondo. Nessuno di questi omicidi è stato commesso da un soldato addestrato da Daesh, anzi, ben lontano da lì. Ragazzi appena usciti dall’infanzia che si sentivano esclusi. Un padre di famiglia violento che stava vivendo molto male il divorzio. Un rifugiato il cui governo ha rifiutato la regolarizzazione. Le loro traiettorie e origini sono diverse: alcuni sono nati e cresciuti in Europa, altri in Medio Oriente o in Oriente. Quasi tutti si sono “radicalizzati” dopo un po’ e senza un legame diretto con l’ISIS, a parte qualche video su internet; addirittura in qualche caso i crimini non hanno avuto alcun legame con lo jihadismo, come la fucilata a Monaco di Baviera, effettuata da un fanatico di estrema destra affascinato da Hitler o l'attacco con un machete al ristorante di Reutlingen, rivelatosi alla fine come delitto passionale. L’odiosa propaganda Jihadista pertanto non spiega tutto; al contrario, il successo della sua influenza è essa stessa il prodotto di una situazione nauseabonda molto più grave e storica. Quale forza distruttiva e mortale spinge questi individui dalle motivazioni così diverse ad agire? E perché ora? Ci spiega tutto l’imbarbarimento della società su scala globale?
Questi giovani assassini non sono mostri. Sono esseri umani che commettono atti mostruosi. Sono nati da una società malata, morente a livello mondiale. Il loro odio e la loro furia omicida sono stati prima coltivati sotto il terrore costante determinato dai rapporti sociali capitalistici, poi si sono liberati sotto la pressione dello stesso sistema esploso, generando una serie di atti spregevoli. In effetti il capitalismo è intrinsecamente basato sul terrore. Lo sfruttamento è inconcepibile senza violenza, organicamente inseparabili fra loro. Come la violenza non può concepirsi al di fuori dello sfruttamento, così quest’ultimo non si può avere senza violenza. Ma il capitalismo da oltre un secolo è un sistema decadente [4]. Non potendo più offrire un vero futuro per l'umanità, mantiene la sua esistenza attraverso l'uso della violenza più sistematica e diretta sia ideologicamente che psicologicamente e fisicamente. Lo scoppio della prima guerra mondiale e la sua carneficina, nell'agosto 1914, ne sono un esempio eloquente. Così la violenza, legata allo sfruttamento, acquista nuove caratteristiche. E non è qualcosa di accidentale o secondario, ma diventa una condizione permanente a tutti i livelli della vita sociale. “Permea tutti i rapporti, penetra tutti i pori della società, sia in generale che a livello personale. A partire dallo sfruttamento e dalla necessità di sottomettere la classe operaia, la violenza s’impone in maniera massiccia in tutti i rapporti tra le diverse classi e strati della società, tra i paesi sviluppati e sottosviluppati, tra gli stessi paesi industrializzati, tra l'uomo e la donna, tra genitori e figli, tra insegnanti e studenti, tra gli individui, tra governanti e governati; si specializza, è strutturato, si concentra come corpo separato: lo Stato, con il suo esercito permanente, la sua polizia, le prigioni, le sue leggi, i suoi funzionari e torturatori, tende a elevarsi di sopra della società dominandola. Al fine di garantire lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, la violenza diventa la prima attività della società, per la quale essa spende una parte sempre più grande delle proprie risorse economiche e culturali. La violenza diventa cultura, come l’arte o la scienza. Una scienza applicata, non solo a livello militare, alla tecnica delle armi, ma in tutti i settori, a tutti i livelli, dall'organizzazione dei campi di concentramento, alle camere a gas, all'arte dello sterminio rapido e massiccio di intere popolazioni, alla creazione di vere e proprie università reali della tortura scientifica, psicologica, dove si qualificano una serie di laureati e di torturatori diplomati e patentati. Una società che non solo “gronda di fango e di sangue da tutti i pori”, come notava Marx, ma non può vivere o respirare per un attimo fuori da un ambiente avvelenato e cadaveri puzzolenti, morte, distruzione, uccisione, sofferenza e tortura. In una tale società la violenza, essendo giunta all'ennesima potenza, diventa terrore.”[5]
In altre parole, il capitalismo porta il terrore come la nuvola porta la tempesta[6].
Tutti questi atti di barbarie commessi nelle ultime settimane sono la negazione della vita, degli altri come della propria. Ma l'ideologia del Daesh, come quella dell’estrema destra, in nome della quale sono stati commessi questi attacchi, rappresenta una caricatura sanguinosa della mancanza di valore attribuito alla vita dall'intero capitalismo. Le guerre scatenate da tutti i maggiori Stati ne sono la prova più evidente. Come il contrasto tra la ricchezza opulenta accumulata in poche mani e la miseria che porta alla fame e alla morte milioni di persone. Come i farmaci ottenuti con la più alta conoscenza umana che non possono essere distribuiti a causa del profitto. Come quelle merci ricercate, illuminate, riscaldate o raffreddate, a seconda del bisogno, mentre milioni di persone vivono nella privazione più semplice. Nel film “Tempi moderni” di Charlie Chaplin, c'è questa scena mitica in cui Charlot è maltrattato da un robot impazzito programmato per lavare, vestire e dargli da mangiare, preparandolo nel modo più efficiente e rapido possibile per andare a lavorare in fabbrica. Si tratta di una critica umoristica ma feroce del mondo capitalista nel suo complesso, non solo delle sue fabbriche, perché è nella vita di tutti i giorni, in ogni aspetto della vita, che l'uomo viene trattato come un oggetto. Non viviamo più secondo i nostri bisogni fisici, psicologici e sociali. Tutto è ritmato, organizzato, progettato in base alle esigenze del capitale. Lo sfruttamento capitalista chiede sempre più all'umanità di negare se stessa per essere incorporata nella macchina. Questa automazione dell’uomo porta all'esclusione di coloro che non possono adattarsi a questo ritmo infernale e umiliante. Con le conseguenti emarginazione, umiliazione, sentimento d’inferiorità e molte altre grandi sofferenze, rafforzate dalla stigmatizzazione di questi “disadattati”, da parte dello Stato, dalla repressione delle forze di polizia o dei pretesi organismi “sociali”. In questo risiedono alcune delle più profonde radici dell’odio e dello spirito di vendetta suicida.
Il terrore e la negazione del valore della vita, questo è il terreno capitalista su cui crescono questi individui che diventano terroristi. Talvolta schiacciati materialmente, senza alcun futuro, vegetando in un ambiente senza orizzonti, muovendosi in una mediocrità quotidiana, questi individui sono nella loro disperazione facile preda di tutte le mistificazioni più sanguinose (Daesh, pogromisti, razzisti, Ku Klux Klan, bande fasciste, gangster e mercenari di ogni genere, etc.). In questa violenza, trovano “il compenso di una dignità illusoria al loro reale declino, che il capitalismo accresce di giorno in giorno. Questo è l'eroismo della codardia, il coraggio dei vigliacchi, la gloria della mediocrità sordida. È in questi ranghi che il capitalismo, dopo averli portati a privazioni estreme, recluta i propri eroi del terrore”[7].
L'attacco del 14 luglio a Nizza rivela cosa si nasconde dietro a tutti gli altri: l'odio e la sete di omicidio di individui repressi. Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, l'uomo che ha ucciso con un camion decine di persone a Nizza, è descritto dalla sua famiglia come ultra-violento, sofferente di “crisi” in cui “ha distrutto tutto”. La sua ex-moglie lo ha lasciato proprio per questa aggressività. Ma per colpire così deliberatamente per diversi minuti uomini, donne e bambini serve molto di più: una vera e propria disintegrazione psichica. In un atto del genere, tutti i divieti fondamentali della società umana vengono frantumati. Quest'uomo ha interiorizzato tutta la violenza del capitalismo subendola prima, esternandola poi in un'esplosione distruttiva. Tali assassini di massa esistono da decenni negli Stati Uniti. La strage in college e università americane sono regolarmente di attualità; ogni volta i tiratori sono giovani che si sentono esclusi ed emarginati dal sistema scolastico, stigmatizzati dai loro coetanei e insegnanti. L'ideologia Daesh non è quindi la causa principale di questi atti barbarici. E' perché il sistema aveva prodotto già prima queste persone frustrate e assetate di vendetta che essi sono attratti dalle idee di odio e irrazionali dell'ISIS e affascinati dalle armi. Ed è proprio in questa fase che l'ISIS assume un ruolo importante: permette a questi individui di legittimare la loro barbarie. Fa credere loro di poter vendicare le proprie vite fallite e resuscitare i propri morti. Consente di liberare i peggiori impulsi omicidi generati dalla società.
Questa successione di atti barbarici è ancora più traumatizzante per la popolazione, nella quale sempre più numerose sono le vittime, fra rifugiati ed ex-combattenti (dai soldati di eserciti democratici, ai mercenari al servizio di aziende private, sino a tanti giovani partiti per Daesh, Al Qaeda, Aqmil) che ritornano indietro segnati da sindrome da stress post-traumatico. Questa parte della popolazione, affetta da danni psicologici e bloccata nei peggiori incubi, subisce la violenza degli attacchi come orribile riproposizione dei propri ricordi. La spirale qui diventa un inferno: perché queste persone vittime della paura e dell'odio generano comportamenti irrazionali che a loro volta producono ulteriori sofferenze e traumi.
La proliferazione di tali attacchi, il fatto che un paese come la Germania è a sua volta interessato e che i terroristi provengono spesso dall’Europa, la dice lunga sul notevole peggioramento della situazione sociale a livello internazionale. Le ragioni sono molteplici:
● I conflitti imperialisti del post settembre 2001, dall'Afghanistan all'Iraq, hanno destabilizzato tutto il mondo, in particolare il Medio Oriente. Queste guerre hanno alimentato l'odio e la vendetta[8].
● La crisi economica globale del 2007/2008 non ha prodotto solo povertà: ha causato una grande ondata di ansia per il futuro; ha reso il mondo apparentemente ancora più incomprensibile con fallimenti bancari e crolli del mercato azionario. Ha rovinato milioni di risparmiatori che hanno perso fiducia nella moneta che, nel capitalismo, rappresenta uno dei più forti legami sociali. In breve, questa crisi economica ha reso il mondo sempre più incerto del suo futuro, causando la più grande paura degli uni con gli altri.
● Le “primavere arabe”, presentate come un’ondata rivoluzionaria nel 2010 e 2011, sono state seguite, in alcuni casi, da un considerevole aumento delle tensioni sociali, dei regimi di tortura e dall'orrore della guerra civile. L'impressione è quindi che una massiccia lotta sociale non può che portare a più caos e che il futuro non può che peggiorare per tutti.
● I gruppi terroristici sono aumentati, a causa delle guerre e tenuti in piedi dai sordidi giochi di alleanze, sostegno e utilizzazione da parte delle grandi potenze[9].
● In fuga da questa barbarie dal Mali all’Afghanistan, passando per il Sudan e persino per il sud della Turchia, milioni di persone cercano di fuggire, mese dopo mese, per sopravvivere. Diventano “rifugiati” che si vedono parcheggiati e spesso respinti. Questi arrivi si verificano contemporaneamente al peggioramento della crisi economica e all'aumento del terrorismo, accrescendo anche la xenofobia.
● E più di ogni altra cosa, mentre aumenta la decadenza del capitalismo e si decompongono i legami sociali, la classe operaia non è in grado per il momento di offrire all'umanità un’altra prospettiva. Incapace di sviluppare la propria combattività e coscienza, la propria solidarietà e fraternità internazionale, essa è la grande assente dalla scena mondiale.
Questa convergenza di fattori e probabilmente anche altri, spiega l'aggravarsi della situazione sociale globale.
La paura, l'odio e la violenza si diffondono oggi come una cancrena. E ogni nuova esplosione, ogni nuovo attacco, a sua volta, alimenta questa dinamica suicida. Lo spirito di vendetta cresce ovunque. Il razzismo, il musulmano che diventa capro espiatorio, fanno parte di questo infernale circolo vizioso. Questa è anche la strategia di Daesh: se la popolazione musulmana è perseguitata, i candidati per la jihad saranno ancora più numerosi. Il pericolo di questa putrefazione della società non è da sottovalutare: spinta fino in fondo, spingerebbe l'umanità alla distruzione.
La borghesia non ha alcuna reale soluzione da offrire per questa drammatica situazione. È vero che le sue frazioni più intelligenti assumono una posizione di tolleranza ed accoglienza, per limitare la diffusione dell’odio ed evitare che la situazione sfugga di mano, come è il caso della Germania, con Angela Merkel in testa. Più numerose sono le frazioni che strumentalizzano paure e odi, giocando all'apprendista stregone, come fa la destra e gran parte della sinistra in Francia. In particolare, le risposte più comuni sono quelle di condurre una guerra feroce e mortale nei confronti del Medio Oriente, di alzare filo spinato sempre più spesso e alto in tutta l’Europa ed il Nord America e militarizzando (pardon: “rendere sicura”) tutta la società, monitorando l'intera popolazione in modo permanente e armando sempre più la polizia. In altre parole, più terrore e odio ancora, ovunque, in ogni momento. Ma fondamentalmente la borghesia non ha nulla da offrire perché il suo obiettivo è di mantenere il proprio sistema, il capitalismo, mentre è esso stesso, nel suo complesso, ad essere obsoleto, decadente e causa di tutti questi mali. Il suo mondo è diviso in nazioni in conflitto fra loro, in classi sfruttate e sfruttatrici, l'operosità si mette in moto solo nell'interesse dell'economia e del profitto e non per la soddisfazione dei bisogni umani, tutti ostacoli che creano oggi decadenza e putrefazione della società. E questo nessun governo al mondo, democratico o dittatoriale, di destra o sinistra, potrà fermare. Piuttosto tutti difenderanno questo sistema così com'è, fino a far agonizzare l'umanità con sofferenze atroci.
L'unico antidoto a questa deriva barbarica sta nello sviluppo massiccio e consapevole della lotta proletaria, che sola può offrire agli individui sfruttati una vera identità, l’identità di classe, una vera comunità, quella degli sfruttati e non quella dei “credenti”, un vera solidarietà, quella che si sviluppa nella lotta contro lo sfruttamento tra lavoratori e disoccupati di tutte le razze, le nazionalità e religioni, contro un vero e proprio nemico da combattere e sconfiggere, non il sacerdote o il Rom ebreo o cattolico o musulmano o disoccupato o rifugiato e nemmeno il banchiere, ma il sistema capitalista. Le lotte operaie che si svilupperanno in tutti i paesi, dovranno sempre più comprendere e sostenere l'unica prospettiva che può salvare l'umanità dalla barbarie: il rovesciamento del capitalismo e l'instaurazione della società comunista.
Camille, 3 agosto 2016
[1] Solo due esempi. Il 28 giugno, 47 persone vengono uccise in un triplice attentato suicida all’aeroporto Internazionale Ataturk di Istanbul. Il 23 luglio, a Kabul, in Afghanistan, un attentato-suicida di 80 morti e 231 feriti.
[2] Professore di politica internazionale presso la Christian Albrecht Università di Kiel e direttore del Policy Istituto politico della sicurezza.
[3] Gran parte del personale di questo stato maggiore è composto per esempio di ex generali del regime di Saddam Hussein messi da parte dall' Armata americana nel 2003. Vedere il nostro articolo sugli attentati di novembre 2015: “Gli attentati a Parigi: abbasso il terrorismo! abbasso la guerra! abbasso il capitalismo!”
[4] Leggere l’articolo “Che cos’è la decadenza?” sul nostro sito francese.
[5] Dal nostro articolo: “Terrore, terrorismo e violenza di classe”.
[6] Ispirato da Jaurès che di fronte alla prima guerra mondiale scriveva: “Il capitalismo porta con sé la guerra come le nuvole portano tempesta.”
[7] In “Terrore, terrorismo e violenza di classe”
[8] “Conducendo queste guerre, seminando morte e distruzione, imponendo il terrore delle bombe e alimentando l'odio in nome della “legittima difesa”, sostenendo questo o quel regime assassino, a seconda delle circostanze, proponendo nessun altro futuro che sempre più conflitti, e tutto questo solo per difendere i loro sordidi interessi imperialisti, le grandi potenze sono le principali responsabili della barbarie mondiale, tra cui quella del Daesh. In tutto questo, quando il cosiddetto “Stato islamico” ha come Santissima Trinità lo stupro, il furto e la sanguinosa repressione, quando ha distrutto ogni cultura (lo stesso odio per la cultura del regime nazista), quando vende delle donne bambine, a volte per i loro organi, non è nient’altro che una forma particolarmente caricaturale, senza artifici o cosmetici, della barbarie capitalista di cui sono capaci tutti gli Stati del mondo, tutte le nazioni, grandi o piccole.” (Da “Attentati a Parigi: abbasso il terrorismo! Abbasso la guerra! Abbasso il capitalismo!”).
[9] “L'ISIS è composto dalle fazioni più radicali sunnite e quindi nemico principale della grande nazione dello sciismo: l'Iran. Ecco perché tutti i nemici dell'Iran (Arabia Saudita, Stati Uniti, Israele, Qatar, Kuwait ...) hanno talvolta sostenuto politicamente, finanziariamente e militarmente Daesh. Anche la Turchia ha supportato lo stato islamico, utilizzandolo contro i curdi. Questa alleanza di circostanza ed eclettica dimostra che non sono le differenze religiose i reali motivi del conflitto, ma le questioni imperialiste e gli interessi nazionali capitalistici che determinano principalmente le fratture, trasformando le ferite del passato in odio moderno.” (Ibid [360]em).
L’articolo che segue, apparso su Welt Revolution, organo di stampa della CCI in Germania, rappresenta un contributo sulla questione dei rifugiati come si pone in questo paese. Alcuni aspetti dell’analisi non sono applicabili agli altri paesi europei. Ad esempio il problema demografico, affrontato nell’articolo, si presenta in modo diverso in Spagna o in Italia, dove esiste un forte tasso di disoccupazione, malgrado il basso tasso di natalità. In considerazione dell’importanza economica e politica della Germania nell’Unione Europea e nel mondo, questo articolo riveste un’importanza al di là delle frontiere nazionali.
Quando, ai primi di settembre, la cancelliera Merkel ha aperto largamente e in modo clamoroso ed improvviso le porte della Terra promessa tedesca (più o meno spalancate, poi) alle migliaia di profughi accampati in condizioni vergognose nella stazione centrale di Budapest e nei suoi paraggi, quando ha difeso con parole piene di emozione l’apertura delle frontiere per i profughi siriani di fronte alle critiche provenienti dal suo stesso campo e ha detto, nonostante le proteste sempre più aperte da parte dei comuni letteralmente sommersi, che non c'era limite massimo all’accoglienza di rifugiati politici, il mondo si è chiesto perché la Merkel, conosciuta come una che “pensa in termini di conseguenze” e che valuta tutti gli effetti prima di agire, si sia impegnata in questa “avventura”.
Perché in realtà quella che si pone alla coalizione di governo (la Grande Coalizione) è una equazione con molte incognite.
Si pone innanzitutto la questione di come fermare il flusso di rifugiati; ancora un poco e quest'anno dovrebbero arrivare in Germania circa 800 000 rifugiati; stime attendibili sostengono invece che si tratterebbe di almeno un milione e mezzo. Sembra che Merkel, cosa insolita per lei, abbia calcolato male l'effetto della politica della mano tesa sulla popolazione locale; per la prima volta, dopo tanto tempo, secondo i sondaggi presso gli elettori, ella è arretrata, facendosi superare da un socialdemocratico (il Ministro degli affari esteri, Steinmeier). E questo a favore del populismo di destra; il flusso senza fine di rifugiati, per lo più musulmani, porta acqua al mulino di Alternative für Deutschland (AFD)[1], che ha superato nei sondaggi, almeno in Turingia, la terza forza politica, la SPD. Perché il governo di coalizione guidato da Merkel e Gabriel[2] si è impegnato in un gioco così pericoloso? Si tratta di una risposta alla Merkel-bashing[3] nel contesto della crisi greca per migliorare la propria immagine o di sentimentalismo puro? Forse l'emozione della Merkel durante il suo ultimo “Meeting Municipiale” per la sorte di quella piccola bambina palestinese, minacciata di espulsione o quella straripante di Gabriel per la sorte altrettanto crudele di una famiglia siriana in un campo profughi visitato in Giordania, erano sinceri. Anche i politici borghesi, si sa, hanno una vita emotiva ... A nostro avviso la politica della porta aperta possiede, in prevalenza, motivi di gran lunga più bassamente materiali. Motivi che non sono altrettanto altruistici e disinteressati come l'impegno di molti volontari nella popolazione, senza il quale il caos nei centri di accoglienza per richiedenti asilo sarebbe ancora più grande. I suoi obiettivi hanno un'importanza che supera di gran lunga i rischi e gli effetti collaterali di una tale politica.
Esaminiamo in dettaglio questi obiettivi segretamente perseguiti dalla “politica delle frontiere aperte.”
Da anni, il “problema demografico” ossessiona i mezzi di comunicazione. Secondo l'Istituto federale di statistica, la Repubblica federale è minacciata da un invecchiamento e la popolazione nazionale dovrebbe diminuire da sette milioni per giungere a 75 milioni entro il 2050. Già dopo la riunificazione nel 1989, la popolazione di tutta la Germania è diminuita di tre milioni, soprattutto a causa della drammatica caduta del tasso di natalità in Germania orientale. Come mostrato dalla numerosa letteratura negli ultimi anni, è chiaro alla borghesia tedesca che se questo processo dovesse continuare a lungo porterebbe ad una notevole perdita di influenza e prestigio del capitalismo tedesco, sul piano economico, militare e politico. Già oggi, la mancanza di forza lavoro altamente qualificata costituisce un freno per l'economia tedesca. In circa un sesto delle professioni vi è una carenza di personale qualificato che assume un’importanza tale da minare la competitività di molte aziende, secondo le dichiarazioni dei dirigenti.
Uno studio condotto da Prognos AG (“Arbeitslandschaft 2030”) afferma: “nel 2015, manca più di un milione di laureati - più di 180.000 rispetto al numero che gli economisti avevano previsto per quell'anno, prima dell'arrivo dei rifugiati. Per quanto riguarda la forza lavoro professionalmente qualificata, il buco è stimato in 1,3 milioni. E le aziende allo stesso modo perderanno circa 550.000 lavoratori non qualificati nel 2015.”[4] In Germania orientale, la mancanza di personale qualificato genera il seguente circolo vizioso: il flusso della mano d’opera giovanile verso la Germania Ovest, ad un tasso costantemente superiore a quello degli arrivi, provoca la chiusura di piccole e medie imprese, il che a sua volta accelera gli spostamenti.
In questa situazione, il flusso di tanti rifugiati di guerra in queste ultime settimane rappresenta una vera manna per l'economia tedesca, che di conseguenza si sta mostrando ampiamente riconoscente: Telekom sta fornendo assistenza per l'alloggio, aiuti ai rifugiati e il sostegno personalizzato rispetto agli organismi ufficiali; Audi ha speso già un milione di euro in iniziative per i rifugiati; Daimler e Porsche prevedono di creare apprendistato per i giovani rifugiati, la Bayer sta sostenendo le iniziative dei suoi dipendenti a favore dei rifugiati. Va da sé che la “responsabilità sociale”, di cui si vantano le aziende, serve in realtà ai loro interessi. Si tratta semplicemente di sfruttare il potenziale rappresentato dai rifugiati. In particolare, i rifugiati siriani sono una fonte interessante di capitale umano di cui le aziende qui hanno un bisogno urgente. In primo luogo, essi sono prevalentemente giovani e potrebbero quindi contribuire a ringiovanire le piramidi nelle imprese e - in generale - abbassare l'età media della società. In secondo luogo, i profughi siriani sono chiaramente meglio addestrati di altri rifugiati, come dimostrano le indagini dell'Ufficio federale della migrazione e dei rifugiati.[5]
Più di un quarto di loro ha un più alto livello di formazione e rappresenta una fonte particolarmente redditizia di mano d'opera, le cui qualifiche di ingegneri, tecnici, medici, personale infermieristico, tra gli altri, sono qui molto richieste. Le aziende tedesche approfittano anche di questi rifugiati da due punti di vista: in primo luogo, permette loro di colmare le lacune nella forza lavoro; poi il capitale tedesco sfrutta l'effetto (individuato negli anni '70 con il termine “fuga dei cervelli”) di accoglienza di manodopera altamente qualificata del terzo mondo per risparmiare su una considerevole quantità di costi di produzione (cioè, i costi di formazione, scuola, università, etc.) a scapito del paese di origine. Il terzo vantaggio che rende interessante per l'economia tedesca i rifugiati siriani, è la loro straordinaria motivazione che affascina i leader dell'economia, come il presidente di Daimler, Dieter Zetsche.
La loro mentalità di esseri umani completamente indifesi, esposti per anni alle bombe incendiarie ed al terrore di Assad e all'orrore dello Stato Islamico, l’aver perso la loro vita precedente e l’aver vissuto la terribile esperienza della fuga verso l'Europa, ne fanno una preda riconoscente per il sistema di sfruttamento capitalistico. Fuggiti dall’inferno, sono pronti a lavorare duramente per piccoli salari, pensando che per loro tutto può solo migliorare.
E’ esattamente con la stessa mentalità che le Trümmerfrauen (“donne delle macerie”)[6], piuttosto che sottomettersi al destino e rimanere a braccia conserte, hanno eliminato e liberato a mani nude dalle macerie le città tedesche in rovina, ricoprendo un ruolo decisivo nella ricostruzione e nel “miracolo economico” tedesco del dopoguerra (Wirtschaftswunder)[7] come dimenticano, di buon grado, gli economisti borghesi. Questa energia e lo spirito di iniziativa incredibile che posseggono i rifugiati siriani rappresentano per la borghesia tedesca una promettente fonte di capitale umano, per realizzare notevoli profitti. Inoltre, come gli immigrati degli anni 1960 e 1970, rischiano a breve termine di servire come massa di manovra a disposizione del capitale per mantenere o addirittura aumentare la pressione sui salari.
Ma i rifugiati siriani formano anche una massa di manovra per l'imperialismo tedesco, come dimostrato nei giorni e nelle settimane passate, nel contesto del peggioramento della guerra civile da vari punti di vista. Così, il governo federale ha strumentalizzato il problema dei rifugiati sul piano morale e politico, criticando altri paesi, persino paesi tradizionalmente aperti all’immigrazione, tra cui gli Stati Uniti, per la loro riluttanza ad accettare i rifugiati. Nei giorni scorsi abbiamo visto chiari segni del fatto che la Germania ha dato una nuova direzione alla sua politica nei confronti della Siria. Affidando abilmente la situazione dei rifugiati ad una presunta soluzione del conflitto siriano, importanti rappresentanti della politica estera tedesca (Steinmeier e Genscher e altri) hanno sottolineato la necessità di includere la Russia, l'Iran e persino (temporaneamente) l'assassino Assad al processo di pace in Siria. Inoltre Berlino e il Cremlino sono concordi per far arretrare la guerra in Ucraina, in modo che tutte le forze si concentrino sulla gestione della situazione in Siria. Anche l’atto di forza di Putin che ha insediato forze militari supplementari nella città siriana di Latakia, non ha irritato particolarmente il governo federale. Lo stesso ministro dell'Economia Gabriel, rivendicando la fine delle sanzioni economiche contro la Russia, ha affermato che “si potrebbero mantenere in primo luogo le sanzioni a lungo termine e, in secondo luogo, pretendere (...) la collaborazione “.
Con questo cambiamento, la politica tedesca si sta muovendo, per la prima volta dalla guerra in Iraq, in un confronto aperto con gli Stati Uniti. Questi ultimi, attraverso il Dipartimento di Stato (Ministero degli Esteri) hanno, in tempi recenti, alzato la voce contro Assad e si sono dimostrati irritati dall’ultima offensiva diplomatica di Putin all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il loro atteggiamento verso lo stato islamico è d’altronde per lo meno ambiguo; il loro ruolo nel contrastare lo Stato Islamico come un movimento di massa era estremamente dubbioso e la debolezza con cui gli Stati Uniti lo hanno affrontato, pone una serie di domande circa le reali intenzioni dell’imperialismo USA nei confronti di quest’organizzazione terroristica. Il cambiamento del corso nella politica estera tedesca sembra essere in parte il risultato di interventi e pressioni da parte dell'industria tedesca. All'interno delle critiche verso le sanzioni contro la Russia si percepisce chiaramente che è l'economia tedesca che subisce il danno maggiore, mentre le grandi aziende americane come Bell o Boeing continuano a fare ottimi affari con la Russia, nonostante le sanzioni.
Mentre il volume delle transazioni commerciali dell'economia tedesca con la Russia è crollato del 30%, nello stesso periodo il commercio tra gli Stati Uniti e la Russia è aumentato del 6%. Oltre a queste ragioni economiche, per il capitalismo tedesco, contro il mantenimento del blocco economico sulla Russia entrano in gioco anche argomenti politici. Non avendo un potenziale di minaccia militare e una deterrenza paragonabile a quella degli Stati Uniti, l'imperialismo tedesco deve ricorrere ad altri mezzi per far valere la sua influenza a livello globale. Uno di questi è la sua potenza economica e industriale che la politica tedesca usa per forzare e costringere lo sviluppo delle relazioni commerciali. Un aspetto che mostra l’insieme di politica e affari con la manipolazione politica dei progetti economici, sono le visite di Stato ufficiali in paesi come Cina, India, Brasile e Russia, dove il Cancelliere (o la Cancelliera) è sempre accompagnato da un seguito di alti dirigenti di grandi aziende tedesche e anche rappresentanti della piccola e media industria di costruzione di macchine utensili. In questo senso, la politica di sanzioni priva la borghesia tedesca di più di un contratto e va contro i suoi interessi imperialisti.
La massa di profughi siriani ospitati dalla Germania dovrebbe anche essere visto come un modo per compensare la sua debolezza militare, e qui il cerchio si chiude. In questo contesto non bisogna sottovalutare l'impatto politico a lungo termine dell'impulso fortemente umano di gratitudine e di riconoscenza sulle relazioni tra i paesi. La simpatia evidente mostrata da rifugiati profondamente colpiti dal sostegno di gran parte della popolazione locale, è un aspetto che la borghesia tedesca può far prevalere. Questo debito di riconoscenza verso la Germania da parte di molti rifugiati, può ritornare utile a lungo termine per gli interessi dell'imperialismo tedesco nel Vicino e Medio Oriente; potranno così aumentare le frazioni pro-tedesche finalizzate a realizzare profitti a favore degli interessi tedeschi nei loro paesi di origine.
Quello che salta immediatamente agli occhi è il cambiamento dell’immagine del nazionalismo tedesco. Fino a poco tempo fa (durante la crisi greca), qualificato all'estero come “Quarto Reich” e con i suoi rappresentanti spesso caricaturati e ricoperti con simboli nazisti, presentati come senza cuore e poco educati, la Germania ora si crogiola nella popolarità appena acquisita come salvatrice dei dannati della terra. Ora i tedeschi passano dovunque come “buoni”. Dalla sua fondazione la reputazione della Repubblica Federale Tedesca non è mai stata buona come oggi. Ma oltre al suo effetto all’estero, questo lifting esercita la sua influenza all'interno, sotto forma di democraticismo. Il governo tedesco si pone ora come pietra di paragone in materia di vicinanza al cittadino, apertura al mondo e tolleranza, attuando in tal modo un processo disastroso per la classe operaia – la dissoluzione delle classi sociali nell’unità nazionale. E la cancelliera Merkel, la fredda fisica, a quanto pare ha trovato un piacere crescente nel suo nuovo ruolo di Santa Madre, patrona dei richiedenti asilo. Come disse a suo tempo? “Se ora non cominciamo a dimostrare un volto amico in situazioni di emergenza, questo non sarà più il mio paese.”
Non sarebbe stato possibile dirlo meglio. Ma ciò è solo per mostrare una faccia amichevole; dietro questa facciata, si continua tranquillamente a perseguitare e dividere. Così, parallelamente alla "cultura dell'accoglienza", si compie una divisione cinica tra i rifugiati di guerra e gli “pseudo-richiedenti asilo”, una selezione senza rispetto per i “rifugiati economici”, per lo più giovani dei Balcani senza prospettive, se non la povertà. Velocemente il governo federale e dei Länder hanno deciso di dichiarare deliberatamente Kosovo, Serbia e Montenegro paesi sicuri e quindi rimuovere qualsiasi motivo di asilo per i profughi originari di queste regioni. Tuttavia, anche i “veri” i richiedenti asilo non sono esenti da attacchi velenosi da parte del mondo politico e dei media, come quelli del ministro dell'Interno federale de Maiziere nei confronti dei profughi che protestano.
Inoltre, alcuni media, nonostante tutta l’irriducibile linea retorica dal Cancelliere (“Facciamolo!”) non smettono di suscitare panico e ansia tra la popolazione nazionale. Una volta si parla di interi popoli che vorrebbero iniziare un viaggio verso l'Europa, un'altra si denuncia il pericolo di attacchi terroristici alimentati da “talpe” islamiste, arrivate con l'esercito di profughi e ci si chiede se l'atmosfera all'interno della popolazione non possa “cambiare”. Ma soprattutto è in crescita il coro di chi mette istericamente in guardia contro lo “straripamento” della Germania da parte delle masse di profughi e grida che la barca è piena.
Non è molto difficile valutare quale delle due voci, l'apertura o la chiusura delle frontiere, alla fine prevarrà.
La politica delle “frontiere aperte” può partire solo dal principio di rappresentare una parentesi eccezionale ed unica nel tempo; il prossimo futuro sarà segnato da un nuovo blocco delle frontiere, sia a livello nazionale che della UE. In futuro, secondo i piani previsti, la selezione dei richiedenti asilo “utile” per la Germania dovrebbe aver luogo sul posto, nel paese d’origine. La campagna contro i trafficanti è particolarmente insidiosa; non solo riguardo alle cosche mafiose, ma anche verso tutti coloro che professionalmente aiutano i rifugiati a scappare senza profitto. “L'Unione Europea, che vuole essere uno spazio di libertà, di sicurezza e di diritto così come i suoi Stati membri, ha creato un sistema che rende quasi impossibile per le persone perseguitate, torturate e oppresse che hanno urgente bisogno di assistenza, di trovare protezione in Europa senza l'utilizzo di contrabbandieri professionali. Portarle in tribunale e metterle in galera, è ipocrita, contraddittorio e profondamente disumano”. Scritto su le Republikanische Anwältinnen und Anwälteverein (RAV) nel suo bollettino “Elogio dei contrabbandieri”.
E’ innegabile che il mondo viva con l'attuale ondata di profughi un dramma di una dimensione che non aveva mai conosciuto. Nel 2013 ci sono stati 51,2 milioni di sfollati, alla fine del 2014 il loro numero ha raggiunto 59,5 milioni, che rappresenta il più grande aumento nel giro di un anno e un livello record mai raggiunto al mondo tra quelli registrati dall'UNHCR. E' innegabile che a poco a poco la situazione sia andata fuori controllo. Dopo la Siria, la Libia rischia di scivolare in una guerra civile, con tutte le conseguenze identiche alla Siria.
Nei campi profughi in Libano, Giordania e Turchia, dove la stragrande maggioranza dei profughi di guerra siriani ha trovato asilo, vi è la minaccia di una imminente migrazione di massa verso l'Europa.
Dopo le drastiche riduzioni dei suoi aiuti da parte delle Nazioni Unite, la fame si sta ora aggiungendo alla disperata mancanza di qualsiasi prospettiva. Tuttavia i media tendono a drammatizzare le condizioni già spaventose, aggiungendone altre. Così, da qualche tempo, lo spettro delle migrazioni di interi popoli ossessiona l’opinione pubblica, la televisione trasmette il terribile scenario di milioni di africani che nel frattempo, con tutti i bagagli pronti, sono in attesa di cogliere l’occasione di andar via e tentare la fortuna in Europa. Tali dichiarazioni servono solo a seminare ansia e paura nella popolazione europea e non rispondono ai fatti. Se esaminiamo più da vicino i movimenti dei rifugiati, possiamo vedere che la maggior parte dei rifugiati di tutto il mondo cercano rifugio nei paesi vicini a quello d’origine; è solo quando ogni speranza scompare, che coloro che hanno i mezzi finanziari per permetterselo prendono la strada lunga e pericolosa per l'Europa, il Nord America o l’Australia.
La voce di un esodo di massa dall'Africa è di gran lunga infondato; la migrazione sul continente è molto meno caotica di quanto non dicano gli spaventosi annunci dei media. Spesso intere comunità di villaggio vendono tutte le attività e beni personali per finanziare il viaggio in Europa di un giovane uomo scelto da tutta la comunità, che è investito della responsabilità di sostenere in seguito il paese. Questo è il modello di migrazione del lavoro comprovato da decenni. Tuttavia, allarmato dal crescente numero di rifugiati, il governo federale ha l'obbligo di agire sulle cause della difficile situazione dei rifugiati, come si dice.
Ma la montagna ha partorito un topolino. Tutto ciò che viene in mente a Merkel & Co come soluzione di fondo a questo problema globale sono solo parole e qualche centinaio di milioni per il finanziamento di campi profughi in Turchia e Libano. Nessuna parola sulla responsabilità dei Paesi industriali nella distruzione delle basi dell'esistenza di umanità nel Terzo Mondo.
Diamo ancora una volta la parola a Republikanische Anwältinnen- und Anwälteverein (RAV), che indica le vere cause della miseria dei paesi cosiddetti in via di sviluppo, anche se con qualche inesattezza (cosa si intende con “europei” chi è questo “noi”?): “l'Europa ha, per molti di questi motivi, creato le cause e continua a determinarle ancora oggi. Le relazioni politiche che le potenze coloniali europee si sono lasciate alle spalle, dopo essere andate via, tra cui la definizione di confini arbitrari, ne sono una parte. Dal XVI al XVIII secolo, gli europei invasero il Sud America, immergendosi nel sangue, derubando intere navi cariche di oro e argento per trasformarli in capitale necessario a sviluppare la propria economia.
Gli europei hanno ridotto circa 20 milioni di africani in schiavi per essere venduti in tutto il mondo. Attraverso una vampirizzazione delle loro materie prime, lo sfruttamento eccessivo dei loro mari, della loro mano d’opera per una produzione a costi minimi e l'esportazione di prodotti alimentari ampiamente sovvenzionati, hanno distrutto l'agricoltura in questi paesi, noi siamo ancor oggi sulle spalle della popolazione della maggior parte dei paesi di emigrazione “. (Ibid)
La formazione degli Stati nazionali nei Paesi industrializzati nel XIX secolo si basava su due fondamenti.
Il primo di essi, la centralizzazione economica, era molto razionale; l'altro era del tutto irrazionale.
La costituzione della Nazione nei secoli XVIII e XIX è avvenuta sulla base di miti che possono contenere tante altre storie, unite da un’idea di base, un mito comune artefatto: l’idea di una grande comunità nazionale, di una stessa famiglia, definita da un'origine comune (la “parentela di sangue”), dalla cultura e dalla lingua.
Questa caratteristica della Nazione borghese di guardare al suo interno, di rinchiudersi in se stessa da una parte e la tendenza verso l'esterno di ogni capitalista che aspira a conquistare il mondo dall'altra, rappresenta una delle principali contraddizioni che indissolubilmente attanaglia il Capitalismo. L'attuale crisi dei rifugiati mostra come sia difficile conciliare questi due principi. Se dipendesse solo dai leader dell'economia, il flusso di profughi nella miglior età lavorativa non dovrebbe mai fermarsi. Non ci sarebbero problemi se un milione di rifugiati arrivasse ogni anno. Tuttavia, ciò che ha senso economicamente, politicamente può avere conseguenze fatali. Perché nel Capitalismo, i rifugiati non sono solo dei poveri a piedi nudi, ma anche concorrenti nella lotta per l'alloggio, l’assistenza sociale, posti di lavoro. Quello che non è un motivo di apprensione per il capitalista, lo è per i beneficiari della Hartz IV[8], lavoratori a basso salario, esiliati locali.
Questa però non è la prima un'ondata di rifugiati che investe la Germania. Nei cinque anni del dopoguerra (1945-1950), più di dodici milioni di espulsi dalla ex province orientali della Boemia e della Moravia si diressero verso la Germania in rovina, la cui popolazione soffrì enormi privazioni. E' ovvio che in quel momento non ci poteva essere questione di “cultura dell'accoglienza”. I deportati invece dovevano affrontare il rancore, l'odio e un massiccio rigetto da parte della popolazione locale. Ma l'integrazione sociale e non solo professionale degli espulsi si realizzò con meno difficoltà di quanto si temesse, per due motivi: in primo luogo, il fatto che i deportati appartenevano alla stessa area linguistico-culturale e l’altro al contesto che accompagnò la ricostruzione (almeno in Germania occidentale) con la creazione dell'unione monetaria che assorbì tutta la manodopera disponibile al punto che i padroni si ritrovarono in competizione per procacciarsi una mano d’opera divenuta scarsa.
Oggi invece, le masse di profughi provengono senza eccezione da un'area culturale e linguistica straniera e di fronte a una società che da molti anni è in una crisi generale in costante aggravamento, dove la guerra per il lavoro, l'alloggio, l'istruzione ha assunto una dimensione insospettabile, catapultando frazioni crescenti della popolazione in condizioni di povertà. Quando alla crisi generale si aggiunge la mancanza di prospettiva, l'assenza di un progetto sociale contro la miseria del Capitalismo, il populismo politico si fa strada, alimentando un fenomeno che Marx chiamava “la religione della vita quotidiana”. Questa è la mentalità del “piccolo popolo” che rifiuta di riconoscere che il Capitalismo, a differenza delle forme sociali del passato, è un sistema spersonalizzato, oggettivato, in cui il singolo capitalista non è un attore sovrano sul mercato, ma è guidato da quest’ultimo o, come dice Engels, è dominato da un proprio prodotto e in cui la classe politica è guidata dalle “necessità” e non dalle proprie inclinazioni. E' la mentalità del filisteo piccolo-borghese che, indignato, protesta contro la classe dirigente e si scaglia contro “i loro” rappresentanti, ma finisce per gettarsi nelle braccia di chi aveva definito poco tempo prima “traditori del popolo”, nella speranza di trovare protezione contro gli “stranieri”. È una mentalità completamente reazionaria che eleva il conformismo a più alto ideale ed è disposta a scatenare pogrom contro chi la pensa diversamente, ha un altro colore, contro tutto ciò che è diverso. Il movimento Pegida[9], sviluppatosi principalmente nella Germania orientale è un esempio totalmente abietto di questa mentalità totalmente ristretta, intollerante e ipocrita. Il suo grido di battaglia “Noi siamo il popolo” ignora completamente la classe operaia; il “popolo” (per usare questo termine), in Germania e altrove non ha mai (e oggi anche meno) avuto una composizione omogenea come questo movimento fantastica. Il boicottaggio della “stampa della menzogna”, così come le urla furiose verso i partiti istituzionali (fino a minacce di morte contro i politici) illustrano solo la sua delusione per il “tradimento” della politica e dei media, come se lo scopo di queste istituzioni profondamente borghesi fosse quello di ripristinare o rappresentare la “volontà del popolo”. In realtà il loro odio sfrenato non è diretto contro la classe dominante, ma contro i più deboli della società, come dimostrano giorno dopo giorno le loro manifestazioni dinanzi alle case dei rifugiati, i loro attacchi vili contro gli alloggi di rifugiati e stranieri. Ciò che è completamente tipico del pogromismo, è che proprio le parti più indifese della popolazione rappresentano il loro capro espiatorio e debbono sopportare le conseguenze della loro vita di delinquenti (Volendosi riferire anche solo al passato di piccolo criminale di Lutz Bachmann!).[10]
Il problema del populismo e del pogromismo ha costretto i partiti tradizionali, in particolare i partiti di governo a giocare con il fuoco. Assomigliano, nella loro azione, al famoso apprendista stregone che ha lasciato fuori dalla sua bottiglia il (cattivo) genio del panico e dell'odio degli stranieri, rischiando così di perderne il controllo. Fino ad oggi, a differenza di molti altri Stati europei, la borghesia tedesca è riuscita a impedire l'emergere di un partito populista, a destra e a sinistra, che, a causa del suo passato disastroso (il nazismo), è una preoccupazione particolarmente importante. Se la situazione rimarrà questa dipenderà anche da come sarà affrontata la crisi dei rifugiati. Tutto fa pensare che sono in particolare i settori populisti di destra che traggono beneficio dalla politica di Merkel. Oltre a AFD che, come abbiamo accennato nell'introduzione, sta progredendo nei sondaggi di opinione, il movimento Pegida citato sopra sembra avere il vento in poppa.
Le “manifestazioni del lunedì”[11] a Dresda vedono ancora una volta la partecipazione di una folla di oltre 10.000 persone, la cui aggressività è chiaramente aumentata, sia con le parole che con i fatti. Come affronta la borghesia tedesca questo problema? Innanzitutto, va rilevato che la classe politica non si oppone più a questi attacchi da parte dell’estrema destra, banalizzandoli e minimizzandone la gravità come è stato fatto fino a poco tempo fa, ma passa ora a denunciarli come “terroristi”. Questo è importante in quanto, in Germania, il termine “terrorismo” riporta ai ricordi della seconda guerra mondiale, quando si verificarono massicce esecuzioni di presunti sabotatori, o, ancora, ridesta la memoria di quell’ “autunno tedesco” del 1977, quando i terroristi della RAF si elessero a rango di “nemico pubblico n. 1” dello Stato[12]. Inoltre, utilizzando l'accusa di terrorismo, lo Stato impiega di tutto per evitare che le molestie non vadano oltre i limiti. Allo stesso tempo l’AFD è stato diviso e prende il suo posto nei media. Infine bisogna considerare come i politici e i media hanno tentato di collocare il movimento Pegida nell’area del neonazismo, che è sempre stato un modo sicuro per isolare socialmente in Germania le proteste, a prescindere dal colore politico. D'altra parte, i partiti istituzionali compiono ogni sforzo per dare l'impressione che capiscono le preoccupazioni e le ansie della popolazione. Così, il governo federale cerca a colpi di promesse finanziarie e pressione morale, di decidere con altri paesi dell'UE di sollevare la Germania di una parte di rifugiati siriani - per ora senza successo. La Grande coalizione ha messo a punto in tutta fretta una legge che permette l'ordine di espulsione immediata (“beschleunigtes Abschiebeverfahren”) e ha cercato di dar inizio ad applicarla prima che entri in vigore, allo scopo di convincere l'elettorato che lo sta proteggendo dalla “supercolonizzazione straniera" (Überfremdung)[13] All'interno del governo, già si parla di un tasso di riconduzione alle frontiere del 50% dei rifugiati che arrivano in Germania. Sono fondamentalmente il presidente CSU Seehofer e il segretario generale Söder che, nel gioco della divisione del lavoro, assumono il ruolo di “cattivi” e chiedono con veemenza la chiusura delle frontiere e la restrizione del diritto l'asilo scritto nella Costituzione.
In un certo senso, queste diverse concezioni all'interno della Coalizione riflettono lo stato d'animo diffuso esistente nella popolazione, vale a dire tra i dipendenti e i disoccupati di questo paese. Vi è una minoranza in crescita e altamente rumorosa all'interno della popolazione in generale e della classe operaia, in particolare formata da una sua componente poco qualificata, spesso inserita nel contesto della ex DDR o a carico dei sussidi statali, che formano un terreno sensibile per le campagne anti-islamiche di alcuni rappresentanti del mondo della politica e della cultura (Sarrazin, Broder, Pirinçci, Buschkowsky, ecc) e i cui portavoce sono CSU e alcuni settori della CDU[14] E c’è la maggioranza silenziosa, che fino ad allora aveva lasciato ai giovani attivisti, la maggior parte proveniente dall'ambiente antifascista, il compito di far fronte alle molestie razziste con blocchi stradali e contromanifestazioni e che si è poi sentita in dovere, alla luce delle immagini dei Balcani in miseria, di esprimere fortemente la sua protesta contro l'inerzia degli Stati europei e l'indignazione di fronte ad abusi ed angherie verso gli stranieri a Dresda, Heidenau e Freital, applaudendo apertamente i rifugiati e rendendo loro gli onori al loro arrivo nelle stazioni di Monaco di Baviera, Francoforte o altrove, o impegnandosi a migliaia come volontari per gestire le masse di profughi o inondando i centri di accoglienza di doni di ogni genere. La solidarietà spontanea di gran parte della popolazione, per la sua forza, ha stupito la classe dirigente, prendendola in contropiede; quest'ultima non è disposta a promuovere la simpatia per i profughi di guerra, ma piuttosto a creare un clima di panico e di isolamento.
Tuttavia la Merkel ha dimostrato ancora una volta il suo talento infallibile nell’interpretare l'atmosfera e gli stati d'animo nella società. Esattamente come nel grave incidente nucleare (Grösster anzunehmender Unfall - GAU) dell'impianto di Fukushima, quando, da un giorno all'altro, si è sbarazzata delle regole d'oro dei conservatori in materia di energia atomica, la Merkel ha dato una brusca svolta in materia di politica di asilo superando l'accordo di Dublino che aveva fino ad allora permesso alla borghesia tedesca di scartare elegantemente qualsiasi responsabilità in relazione ai rifugiati venutisi ad incagliare in Italia e in altri paesi dell'UE alle “frontiere esterne”. Abbiamo già menzionato alcuni dei motivi che hanno spinto la Merkel ad adottare la sua “politica di frontiere aperte”. E' possibile che un altro motivo abbia avuto un ruolo in questa politica rischiosa.
Dopo l'elezione del Bundestag del 2005, quando la vittoria che sembrava acquisita le sfuggì di mano perché il cancelliere in carica Schröder riuscì a strumentalizzare contro di lei la svolta liberale, inaugurata al congresso di Lipsia della CDU nel 2003, Merkel ha capito quali conseguenze può avere la tendenza dei politici di ignorare lo stato d'animo “della base”. Immaginate l'impatto che potrebbero avere le immagini di centinaia di migliaia di profughi abbandonati al confine ungherese e i titoli dei giornali che in questo caso, si sarebbero diffusi per mesi, sul destino elettorale di chi vuole oggi dare il benvenuto ai profughi di guerra Siria.
Con ogni evidenza, due gruppi di popolazione sono particolarmente coinvolti nel legame con i rifugiati. Da un lato i giovani che in altri tempi e in altri luoghi avrebbero partecipato al movimento anti-CPE o agli Indignados. Dall’altro, quegli anziani che o per la loro propria esperienza o per la tradizione tramandata dai propri genitori per quanto riguarda gli espulsi alla fine della seconda guerra mondiale, sanno qual è il destino dei rifugiati e non possono rimanere indifferente a campi, filo spinato e deportazioni. Essendo cresciuti nei decenni bui del XX secolo, questa generazione è spontaneamente spinta ad agire oggi in modo diverso.
La partecipazione significativa di pensionati indica qualcosa di nuovo: il desiderio profondo di ringiovanimento della società, di presenza di bambini e adolescenti presso molti anziani. Questo desiderio di ringiovanimento ha un significato diverso dalla domanda di forza lavoro giovane da parte dell'economia tedesca. L'invecchiamento della popolazione è un tema fondamentale non solo per il Capitalismo ma per l'umanità, perché la mancanza di giovani non significa solo la privazione di una fonte di gioia di vivere e di rivitalizzazione per i vecchi, ma ancor più minare una delle funzioni più importanti della evoluzione dell'umanità: la trasmissione del patrimonio di esperienza alla giovani generazioni.
Infine, bisogna porsi la questione se questa ondata di solidarietà possa formare un movimento di classe. Crediamo che non ne possegga nessuna delle caratteristiche. Ciò che è evidente è il suo carattere completamente apolitico e, viceversa, la solidarietà che si manifesta possiede un carattere completamente caritatevole. Non c'è quasi nessuna discussione, nessun scambio di esperienze tra nativi e rifugiati giovani e vecchi (in ultima istanza anche per le difficoltà linguistiche).
Qualsiasi tentativo per un’autorganizzazione, per strutture autonome, extra statali è carente; al loro posto le centinaia di migliaia di volontari sono uomini di valore di uno Stato che, a dispetto all'atteggiamento spettacolare di Merkel, manca di tutto e i cui rappresentanti, dopo aver condotto i volontari ad esaurimento a causa della propria inerzia, ora modificano i loro discorsi sul “limite di capacità”.
Anche in questo caso l'ondata di solidarietà che ha attraversato la Germania nelle scorse settimane non si è mossa su un campo di classe. La popolazione attiva, soggetto principale della solidarietà, si è dissolta, quasi senza lasciare traccia, nel “popolo”. Questo è stato anche il caso del movimento di solidarietà mondiale per le vittime dello tsunami del 2004. Allora, come ora, la solidarietà era priva di qualsiasi carattere di classe e si esprimeva attraverso una campagna interclassista.
Tuttavia, a differenza dello tsunami avvenuto nella lontana Asia, la miseria dei rifugiati sta aumentando sotto i nostri occhi, in modo che la solidarietà e tutto ciò che le riguarda assumono una dimensione diversa. In effetti, la crisi dei rifugiati è solo all'inizio e potrà diventare un problema decisivo per la classe operaia.
Non è ancora definito come la classe operaia o meglio i suoi settori più avanzati a livello nazionale ed internazionale, reagiranno di fronte a questa sfida: lo sviluppo della solidarietà o la demarcazione e l'esclusione. Se la nostra classe riuscirà a ritrovare la sua identità, la solidarietà potrà costituire un importante strumento di aggregazione nella sua lotta. Se al contrario, si vedessero i rifugiati come concorrenti e come una minaccia, se non si riuscisse a formulare un'alternativa alla miseria del Capitalismo, consentendo ad ogni individuo di non essere costretto a fuggire sotto la minaccia di guerra o la fame, allora saremmo sotto la minaccia di una massiccia espansione della mentalità del pogrom, dalla quale il proletariato nel suo cuore non potrà essere risparmiato.
FT, 07/11/2015
[1] Alternative pour l'Allemagne è un partito euroscettico nato nel 2013, in seguito alle politiche presentate come senza alternativa, portate avanti durante la crisi del debito nella zona euro; è stato soprannominato “partito dei professori”, annoverando fra le sue fila, come fondatori, parecchi professori di economia, finanza pubblica e diritto. Presentandosi come anti-euro ma non anti-Europa, il suo principale obiettivo è la distruzione della zona euro. I membri del partito (che affermano di essere né di destra né di sinistra) sono uniti dalla convinzione che la Germania ha pagato troppo per gli altri, soprattutto con i Fondi di soccorso per la zona euro e rivendicano il ritorno al marco. Non chiedono che la Germania abbandoni la zona euro, ma che coloro che non rispettino la disciplina di bilancio possano farlo (tratto da Wikipedia). (NdT)
[2] Ministro dell'Economia (NdT)
[3] Essendo Angela Merkel il bersaglio di tutte le critiche. (NdT)
[4] Handelsblatt, 9 ottobre 2015.
[5] Bundesamt für Migration und Flüchtlinge – BAMF
[6] Le donne delle macerie sono quelle donne tedesche e austriache, spesso vedove o con i mariti assenti (soldati prigionieri, dispersi o invalidi), che all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, riprendono nelle mani le città, e cominciano a ricostruirle (tratto da Wikipedia). (NdT)
[7] Il Wirtschaftswunder (il “miracolo economico”) indica nella storia economica della Germania la rapida crescita economica in Gemania Ovest (RFA) ed in Austria dopo la Seconda Guerra mondiale (tratto da Wikipedia). (NdT)
[8] Le riforme Hartz (dal nome del suo ispiratore) sono le riforme del mercato del lavoro presunte “di lotta alla disoccupazione per favorire il ritorno all’attività dei beneficiari di assegni di disoccupazione» adottate tra il 2003 e 2005, dietro mandato del cancelliere socialista G. Schröder e realizzate sotto forma di quattro leggi di cui la più importante delle quali è la legge Hartz IV. (NdT)
[9] Abbreviazione di «Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes » (Patrioti Europei contro l'Islamizzazione dell’Occidente) , movimento di estrema destra contro l’immigrazione islamica in Germania. Il movimento è stato creato il 20 ottobre 2014 da Lutz Bachmann ed una dozzina di altri. (Tratto da Wikipedia) (NdT)
[10] Organizzatore del movimento anti-islamizzazione Pegida dal 2014 sino al 2015. Ex- ladro, è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere per sedici furti nel 1990. Fuggì in Sud Africa e prese una falsa identità prima di essere estradato. E' stato poi condannato per traffico di droga (tratto da Wikipédia). (NdT)
[11] Dopo l'ottobre 2014, il movimento Pegida manifesta ogni lunedi alle 18,30 in un parco nella città di Dresda, contro la politica di asilo del governo e di “l’islamizzazione della Germania” (NdT)
[12] L'autunno tedesco fu un insieme di eventi a partire dalla fine del 1977 associati con il rapimento da parte del gruppo terroristico Rote Armee Fraktion (RAF) dell’industriale e “capo dei datori di lavoro tedeschi” Hanns-Martin Schleyer e il dirottamento del Boeing Lufthansa “Landshut” da parte del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). L'autunno tedesco si concluse il 18 ottobre con l’assalto da parte di un commando delle forze speciali del "Landshut" all’aeroporto di Mogadiscio, la morte di Schleyer e delle figure di spicco della prima generazione della RAF nella loro prigione di Stammheim. Il cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt disse che “i rapitori [erano] l’equivalente dei nazisti.” (NdT)
[13] Questo termine tedesco difficile da tradurre è spesso riportato dalla stampa così com’è senza traduzione. Nel linguaggio politico borghese ha preso dopo gli anni ‘70 tutta una serie di sfumature. Attualmente, assume il significato di “proporzione eccessiva” di stranieri “e una netta accezione xenofoba. (NdT)
[14] Si chiama CDU/CSU la forza politica costituitasi in Germania a livello federale dai due “partiti fratelli” della destra democristiana e conservatrice, l'Unione Cristiano-Democratica (CDU), presente in tutti gli stati ad eccezione di Baviera e l’Unione cristiano-sociale (CSU), presente solo in Baviera.
“Inoltre, si è rimproverato ai comunisti ch'essi vorrebbero abolire la patria, la nazionalità. Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno.” (Il Manifesto del Partito Comunista, 1848).
Il capitalismo, il sistema di sfruttamento che domina l'intero pianeta, non può mantenersi solo con la forza e la violenza. Non può fare a meno del potere dell'ideologia - la produzione infinita di idee che mistificano il rapporto con la realtà – facendo credere agli sfruttati che essi avrebbero tutto l'interesse a sostenere quelli che li sfruttano. Sono esattamente cento anni che centinaia di migliaia di lavoratori in Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia … hanno pagato con la propria vita l’aver creduto a questa grande menzogna della classe dominante: cioè che i lavoratori devono “combattere per il loro paese”, che significa semplicemente combattere e morire per gli interessi della classe dominante.
I massacri orribili della prima guerra mondiale hanno dimostrato una volta per tutte che il nazionalismo è il nemico ideologico mortale della classe operaia.
Oggi, dopo decenni di attacchi contro le condizioni di vita, lo smantellamento di interi settori dell'industria e l'esodo di massa di intere popolazioni, dopo decenni di crisi economica e di programmi di austerità, e anche dopo tutta una serie di sconfitte, la classe operaia è sottoposta alla subdola arma del veleno nazionalista attraverso le campagne populiste di Trump negli Stati Uniti, di le Pen in Francia, dei “pro-Brexit” in Gran Bretagna e di vari altri politici in molti altri paesi. Queste campagne si basano chiaramente su una collera e un disorientamento reali all'interno della classe operaia, su una frustrazione crescente a causa della mancanza di occupazione, di alloggi, di assistenza e su un sentimento molto diffuso di impotenza di fronte alla globalizzazione e al potere impersonale del capitale. Queste campagne mirano soprattutto a impedire ai lavoratori di cominciare a riflettere in modo critico sulle vere origini di tutti questi problemi. Al contrario, la funzione del populismo è quella di contrastare ogni tentativo di comprendere un sistema sociale complesso e apparentemente misterioso che governa le nostre vite, di proporre una soluzione molto più semplice: trovare qualcuno su cui riversare la colpa di tutto.
E’ colpa delle “caste”, gridano: avidi banchieri, politici corrotti, burocrati che gestiscono l'Unione europea nell’ombra e che ci soffocano con i regolamenti e le pratiche burocratiche. Tutti questi personaggi fanno certamente parte della classe dominante e giocano il loro ruolo nell’aumento dello sfruttamento e nella distruzione dei posti di lavoro. Ma l'idea secondo la quale "è colpa delle caste" non proviene dalla coscienza di classe, ma ne rappresenta invece un completo sovvertimento. Si può dimostrare l'inganno ponendosi la domanda: chi sono quelli che si battono contro le caste? Basta vedere Donald Trump, i leader della campagna per il Brexit o i media che li sostengono, per constatare che questa specie di anti-elitismo è opera di un’altra parte della stessa casta. Negli anni ‘930, i nazisti si sono serviti di una truffa simile, prendendo come capro espiatorio una presunta "élite internazionale di finanzieri ebrei", su cui essi rigettarono ogni responsabilità per gli effetti devastanti della crisi economica mondiale, allo scopo di attirare i lavoratori dietro una parte della classe dirigente che pretendeva difendere i "veri interessi dell'economia nazionale”. Josef Goebbels, il ministro della propaganda nazista, una volta ha detto che “più una menzogna è grossa, più è probabile che sia creduta”. E quando dei politici della taglia del miliardario Trump pretendono di difendere “il piccolo popolo” contro la casta, si tratta di una bugia degna della propaganda dello stesso Goebbels.
Ma questa nuova campagna nazionalista non è destinata solo ad una frazione di ricchi, ma si rivolge soprattutto agli strati più oppressi della stessa classe operaia, le vittime più immediate della crisi economica capitalistica, della barbarie imperialista e della distruzione dell'ambiente. Essa mira a colpire, in particolare, la massa di migranti economici e di rifugiati, spinti verso i paesi capitalisti centrali alla ricerca di un rifugio dalla povertà e dai massacri. Un’altra soluzione “semplice” viene proposta dai populisti: se si potesse impedire loro di venire, se si potessero “mettere fuori”, i lavoratori “autoctoni” avrebbero maggiori possibilità di trovare lavoro e alloggio. Ma questo apparente buon senso comune nasconde il fatto che la disoccupazione e la mancanza di alloggi sono il prodotto del funzionamento del sistema capitalistico mondiale, delle “forze del mercato”, che non possono essere bloccati da muri o da guardie di frontiera. In realtà, i migranti e i rifugiati sono le vittime del capitalismo allo stesso titolo dei proletari delle vecchie regioni industriali ridotti alla disoccupazione per la chiusura di fabbriche o per le delocalizzazioni che trasferiscono la produzione dall’altra parte del mondo in cui la mano d’opera è meno cara.
Di fronte a un sistema di sfruttamento che è per natura planetario, gli sfruttati non possono difendersi che unendosi al di là e contro tutte le divisioni nazionali, creando una forza internazionale contro il potere internazionale del capitale. La tattica del divide et impera, usato da tutti i partiti e da tutte le fazioni capitaliste, spinta all'estremo dai populisti, va direttamente contro questo bisogno. Quando una parte della classe operaia si lascia convincere ad addossare la responsabilità dei suoi problemi su altri lavoratori, quando arriva a pensare che i suoi interessi possano essere difesi da partiti che esigono delle misure forti contro l'immigrazione, questa ha perduto ogni possibilità di difendersi e, così facendo, indebolisce la capacità di resistenza della classe operaia nel suo complesso.
Dietro la retorica populista anti-immigrati esiste una reale minaccia di violenza e di pogrom. In paesi come la Grecia o l’Ungheria, l’odio assoluto per gli “stranieri”, il montare dell’islamofobia e dell’antisemitismo hanno prodotto dei raggruppamenti apertamente fascisti pronti a terrorizzare, fino ad assassinare, migranti e rifugiati: Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungheria, ecc., la lista non finisce qui. A partire dalla vittoria del Brexit in Gran Bretagna, abbiamo assistito ad una recrudescenza di attacchi, di minacce e di insulti razzisti e xenofobi, per esempio contro i Polacchi e altri immigrati dell’UE, così come contro dei negri e degli asiatici. Le correnti più apertamente razziste sentono che è giunto il momento per insistere con la loro propaganda nauseante.
Ma l’esempio della Gran Bretagna mostra che c’è anche una falsa alternativa al populismo che resta prigioniera dell’ideologia capitalista. La situazione politica caotica creata dalla vittoria del Brexit, la minaccia crescente contro i lavoratori immigrati, ha portato molte persone ben intenzionate a votare per “restare” e a partecipare, dopo il referendum, a delle manifestazioni importanti a favore dell’UE. Abbiamo anche visto degli anarchici presi dal panico di fronte alle espressioni aperte di razzismo incoraggiate dalla campagna per il Brexit, dimenticare la loro opposizione alle elezioni capitaliste per andare alla fine a votare contro il Brexit.
Votare o manifestare a favore dell’UE è un altro modo per rimanere vincolati alla classe dominante. L’UE non è un’opera caritatevole, ma un’alleanza capitalista che impone l’austerità senza sconti alla classe operaia, come si può vedere chiaramente attraverso i requisiti imposti ai lavoratori greci (come contropartita dei fondi dati dall’UE all’economia greca in fallimento). L’UE non è certo un gentile protettore di migranti e rifugiati. Essa è a favore della libera circolazione della mano d’opera quando ciò le fa comodo, ma è ugualmente in grado di costruire muri con filo spinato quando i rifugiati ed i migranti sono troppo numerosi per le sue esigenze, negoziando accordi sordidi per respingere questi rifugiati di cui non può servirsi verso le terre da cui questi cercano di scappare - come ha fatto con il recente accordo con la Turchia.
La divisione tra pro e anti-UE va oltre la tradizionale divisione politica borghese tra destra e sinistra. La campagna per restare nell’UE è stata condotta da una frazione del partito conservatore e ufficialmente sostenuta da una maggioranza dei Laburisti e dal SNP[1] di Scozia. La sinistra era ugualmente divisa tra pro e anti-UE. Corbyn[2] era per “rimanere”, ma il suo punto di vista ideologico ha le sue origini nella corrente dei Laburisti tradizionali partigiani di una “Gran Bretagna socialista”, vale a dire un’isola di capitalismo di Stato autarchico. E’ ovvio che abbia sostenuto la campagna contro il Brexit senza entusiasmo. I suoi sostenitori nel Socialist Workers’ Party[3] e gruppi simili hanno sostenuto l’“uscita a sinistra”, un’espressione grottesca del campo Brexit. Questa torre di Babele di nazionalismi, che siano per o contro l’UE, crea una nebbia ideologica in modo che emergano solo gli interessi della Gran Bretagna e quelli del sistema esistente.
E tutti i gruppi ed i partiti capitalisti rendono questa nebbia ancora più fitta diffondendo le loro menzogne sulla “democrazia”, sull’idea che le elezioni capitaliste possano veramente esprimere “la volontà del popolo”. Un elemento chiave nella campagna per il Brexit era l’idea di “riprendere il controllo del nostro paese” dalle mani dei burocrati stranieri - un paese che per la stragrande maggioranza non è mai stato “loro”, perché appartiene ed è controllato da una piccola minoranza che utilizza le istituzioni democratiche per garantire il suo dominio. Infine, a prescindere dal vincitore delle elezioni, la classe operaia sarà sempre esclusa dal potere e sfruttata. La cabina elettorale democratica non è - come la “sinistra” ha spesso sostenuto - un modo con cui la classe operaia possa esprimere la propria coscienza, anche solo in maniera difensiva. I referendum, in particolare, sono sempre stati un modo per mobilitare le forze più reazionarie della società, cosa che era già evidente sotto il regime dittatoriale di Luigi Napoleone Bonaparte in Francia nel XIX secolo. Per tutti questi motivi e nonostante gli sconvolgimenti politici creati dal voto a favore del Brexit, il referendum è un “successo” per la democrazia borghese, presentata come l'unico modello possibile di dibattito politico.
Di fronte ad un sistema mondiale che sembra determinato a trasformare ogni paese in un bunker dove solo i patrioti sono degni di sopravvivere, alcuni gruppi hanno difeso lo slogan: “Abbasso le frontiere!” (“No Borders”). Questo è un obiettivo lodevole, ma per sbarazzarsi delle frontiere, bisogna liberarsi degli Stati nazionali. E per sbarazzarsi dello Stato, bisogna sbarazzarsi dei rapporti sociali capitalistici che esso protegge. Tutto ciò richiede una rivoluzione mondiale degli sfruttati, che stabilirà una nuova forma di potere politico che smantellerà lo Stato borghese e sostituirà la produzione capitalistica, sottoposta alla legge del profitto, con la produzione comunista, che mira a soddisfare le esigenze universali dell'umanità.
Questo obiettivo sembra infinitamente lontano oggi; la progressiva decomposizione della società capitalista - in particolare la sua tendenza a trascinare la classe operaia nella sua caduta materiale e nel suo degrado morale - contiene il pericolo che questa prospettiva venga definitivamente perduta. Tuttavia questa rimane la sola speranza per il futuro dell'umanità, e non si tratta di attendere passivamente, come se si aspettasse il Giudizio Universale. I semi della rivoluzione si trovano nella ripresa della lotta di classe, nel riprendere il cammino della resistenza contro gli attacchi provenienti da destra e sinistra, nei movimenti sociali contro l'austerità, la repressione e la guerra; nella lotta per la solidarietà con tutti gli sfruttati e gli esclusi, per la difesa dei lavoratori “stranieri” contro i commando xenofobi ed i pogrom. Questa è l'unica lotta che possa rilanciare la prospettiva di una comunità globale.
Allora, che dobbiamo fare noi comunisti, come minoranza della classe operaia che resta convinta che la prospettiva di una comunità mondiale umana è possibile? Dobbiamo riconoscere che, nella situazione attuale, navighiamo del tutto contro corrente. Come hanno fatto le frazioni rivoluzionarie del passato che hanno resistito di fronte alla marea della reazione e della contro-rivoluzione, dobbiamo rigettare tutto ciò che compromette i nostri principi rivoluzionari basati su decenni di esperienza della classe operaia. Dobbiamo insistere sul fatto che non possiamo dare alcun sostegno ad uno Stato capitalista o ad un’alleanza di Stati, nessuna concessione alla ideologia nazionalista, nessuna illusione sul fatto che la democrazia capitalista ci offrirebbe i mezzi per difenderci contro il capitalismo. Ci rifiutiamo di partecipare alle campagne capitaliste, di una parte o dell’altra, proprio perché abbiamo la responsabilità di partecipare alla lotta di classe. Tanto più che la lotta della classe operaia deve essere indipendente da tutte le forze del capitalismo che cercano di deviarla o di imbrigliarla. Di fronte all’enorme confusione e allo scompiglio che regna attualmente nella nostra classe, dobbiamo impegnarci in uno sforzo teorico serio per capire un mondo che sta diventando sempre più complicato e imprevedibile. Il lavoro teorico non significa astrarsi dalla lotta di classe: infatti esso aiuta a preparare il momento in cui, come diceva Marx, la teoria diventa una forza materiale dal momento in cui si impadronisce delle masse.
Amos, 9 luglio 2016
[1] Partito nazionalista scozzese.
[2] Jeremy Corbyn, dirigente del Partito laburista.
[3] Il più importante raggruppamento trotskista in Gran Bretagna, che gioca un ruolo nella politica borghese simile a quello di Lutte ouvrière in Francia.
Quando il 52% degli elettori del referendum in Gran Bretagna sul mantenimento del paese nell’Unione europea ha scelto di uscirne, questo non è stato un evento isolato, ma un ulteriore esempio del peso crescente del populismo. Questo si vede egualmente negli Stati Uniti nel sostegno a Donald Trump nella battaglia per la presidenza del paese, in Germania con l'emergere di forze politiche a destra dei Democratici cristiani (Pegida e Alternative für Deutschland), nelle ultime elezioni presidenziali in Austria, dove i socialdemocratici così come i Democratico Cristiani sono stati superati dalla concorrenza tra i Verdi e la destra populista, in Francia, con la continua ascesa del Fronte nazionale, in Italia, con il movimento Cinque Stelle o ancora attraverso gli attuali governi in Polonia e Ungheria.
Il populismo non è un elemento in più nel gioco politico tra i partiti di destra e di sinistra, ma nasce da un diffuso malcontento che non riesce ad esprimersi altrimenti. Esso si colloca interamente sul terreno borghese e si basa su un rigetto della classe dirigente e dell'immigrazione, ma anche su una sfiducia verso le promesse e l’austerità della sinistra e della destra, esprimendo così una perdita di fiducia verso le istituzioni della società e un’incapacità a riconoscere l'alternativa rivoluzionaria della classe operaia.
Nelle nostre “Tesi sulla decomposizione”, pubblicate nel 1990, parlavamo già di “... questa tendenza generale alla perdita di controllo da parte della borghesia per la conduzione della sua politica”, e de “la perdita di controllo sulla propria strategia politica”. Benché l’uso della democrazia sia stato uno strumento e una ideologia molto efficaci per la classe capitalista, permettendo a questa di mantenere il controllo sulla situazione politica, il crescere del populismo riflette la tendenza latente all’emergere di difficoltà crescenti per la classe capitalista.
In un certo senso, il montare del populismo rafforza la democrazia: degli scontenti si dirigono versi i partiti populisti, mentre altri vi si oppongono ferocemente. Tuttavia, il voto in Gran Bretagna per “uscire” dall’Unione europea ci ricorda le difficoltà che il populismo può portare al controllo politico della borghesia. La classe dominante usa la democrazia per cercare di legittimare il suo dominio, ma il populismo mina i tentativi di mantenere tale legittimità. Il populismo pone problemi all’insieme della borghesia perché il suo sviluppo provoca sconvolgimenti imprevedibili al “buon funzionamento della democrazia.”
Noi abbiamo spesso sottolineato, a giusto titolo, che la borghesia britannica è la più sperimentata al mondo, con una tale capacità di manovrare sul piano diplomatico, politico ed elettorale da suscitare l’invidia degli altri Stati capitalisti del pianeta. Ma il voto per il Brexit rimette in questione tali capacità.
Benché il capitalismo nel Regno Unito abbia una lunga tradizione nell’uso delle elezioni, solo raramente ha fatto ricorso a un referendum. Dopo quello sull’adesione alla CEE (il predecessore dell’odierna Unione Europea) nel 1975 e fatta eccezione per dei referendum locali nell’Irlanda del Nord, nel Galles e in Scozia, prima di quest'anno si era avuto solo il referendum sulla modifica del sistema del voto parlamentare nel 2011. Evitare i referendum è una politica saggia per la borghesia, poiché vi è sempre il pericolo che il voto possa essere usato come mezzo di protesta per qualcosa. Infatti, la promozione di questo referendum su Brexit da parte di David Cameron è stato un grande errore di calcolo, tenuto conto della crescita del populismo. Lungi dal limitarsi a una battaglia con l’UKIP[1] e con i conservatori euroscettici, di fatto persone di tutte le convinzioni politiche sono state tirate nella mischia. Questo spiega anche la debolezza della campagna per “restare” nell’UE che ha presentato degli argomenti di buon senso e delle considerazioni razionali (dal punto di vista capitalistico), mentre la campagna “Uscire” ha fatto appello, con maggiore successo, a delle emozioni irrazionali.
I “Brexisti” hanno personalizzato il dibattito prendendo di mira i ricchi Cameron ed Osborne[2], accusati di non capire le preoccupazioni della gente comune; dicendo che la gente era stufa degli esperti e che avrebbe dovuto fidarsi del suo istinto, presentando l’immigrazione come un problema, aggravato inoltre dall’appartenenza all’UE. Hanno anche promesso 350 milioni di sterline supplementari a settimana per il NHS[3], dicendo in seguito che si trattava di un “errore”. In risposta, la campagna per “restare” ha sostenuto le sue argomentazioni sulla necessità di continuare a godere dell’appartenenza all’Unione europea, mostrando le analisi di un esercito di economisti e la testimonianza di molti uomini d’affari che riconoscevano l’importanza dell’UE. Quando la campagna per “restare” parlava dell’immigrazione, di fatto raggiungeva i fautori del Brexit dicendo che questo era un vero problema, ma insistendo sul fatto che il quadro dell’UE offriva la migliore garanzia per limitare l’arrivo di gente alla ricerca di un posto di lavoro o semplicemente di un luogo dove salvare la propria pelle.
Dopo il referendum, non ci sarà alcun “ritorno alla normalità”. Nessun partito aveva previsto di pianificare il proprio futuro in funzione di una vittoria del Brexit. Qualunque cosa accadrà, saranno quelli che soffrono già che soffriranno ancora di più. Quando Osborne ha annunciato in tutta fretta una riduzione dell’imposta sulle imprese per attirare gli investitori nel Regno Unito, è chiaro che è la classe operaia che subirà i peggiori attacchi. Sul piano economico, ci sono state molte speculazioni su ciò che accadrà ora. Come può il capitalismo difendere al meglio i propri interessi? Come possono i paesi dell’UE difendersi al meglio contro i danni collaterali del risultato del referendum? Le ripercussioni sono ovviamente internazionale. Naturalmente, ci saranno tentativi volti a limitare l’impatto sull’UE. I pericoli di contagio del Brexit su altri paesi sono reali. Un’uscita completa della Gran Bretagna potrebbe rafforzare queste forze centrifughe.
Un’altra possibile prospettiva è il rafforzamento delle tendenze separatiste. Dopo il voto scozzese, largamente a favore per “rimanere”, e le elezioni parlamentari nel 2015 dopo le quali quasi tutti i parlamentari scozzesi appartenevano all’SNP[4], esiste la possibilità di una perdita di controllo ancora maggiore al punto da minacciare la stessa unità del Regno Unito. Diversa è la situazione in Irlanda del Nord, ma ancora una volta la maggioranza era per “restare”, il che potrebbe creare ulteriori difficoltà per il Regno Unito.
Sul piano politico vi saranno nuove alleanze e non vi è alcuna garanzia che vedremo un ritorno alla classica divisione tra destra e sinistra. Le cose non si calmeranno così facilmente dopo tutte le lotte intestine all’interno del partito conservatore. Il governo conservatore era profondamente diviso sulla campagna e dopo il referendum la bagarre tra Gove[5] e Johnson[6] ha mostrato ancor più le divisioni nel campo del Brexit. Dei due candidati per la leadership conservatrice, Theresa May[7] era del fronte del “restare”, ma adesso dice che “Brexit significa Brexit”, mentre Andrea Leadsom, che nel nel 2013 dichiarava che un’uscita dall’Europa “sarebbe stata una catastrofe per la nostra economia”, ha aderito alla campagna di Brexit nel 2016[8].
La situazione all’interno del partito laburista riflette bene le difficoltà politiche incontrate dalla borghesia. Questo partito non è al governo, ma il suo ruolo all’opposizione è importante e ha bisogno di prepararsi per il futuro, quando la classe operaia comincerà a muoversi. C’è un divario tra i parlamentari laburisti che non sostengono Corbyn come leader, e i militanti del partito che l’hanno eletto[9]. I sindacati, dal canto loro, non sono uniti, ma giocheranno un ruolo nella situazione e non necessariamente nel senso della stabilità.
Il risultato del referendum in Gran Bretagna è un fatto importante che preoccupa la borghesia degli altri paesi. Se la borghesia inglese, sia di destra che di sinistra, ha difficoltà a gestire il populismo, cosa succederà negli altri paesi? Se la democrazia è uno degli strumenti principali per contenere e deviare la spinta della classe operaia e di altri strati sociali, la forza del populismo mostra che il controllo del processo democratico da parte della borghesia ha i suoi limiti e non segue sempre la volontà delle sue frazioni più illuminate.
Uno dei motivi della crescita del populismo è la debolezza della classe operaia sul piano delle sue lotte, della sua coscienza e della comprensione della sua identità. Se la classe operaia si riconoscesse capace di presentare un’alternativa al capitalismo, ciò sarebbe un fattore determinante nella prospettiva di costruire una vera comunità umana. Ma questo non è il caso oggi.
Inoltre, molti lavoratori si sono lasciati ingannare dal populismo, ingannare dall’idea che “il popolo” si deve contrapporre alle “élite”. È significativo che i lavoratori siano stati più propensi a votare “Brexit” nelle vecchie regioni industriali, che sono quelle più fortemente impoverite e trascurate. Il partito laburista aveva ritenuto che il sostegno dei lavoratori in queste regioni fosse già acquisito, ma benché la maggioranza dell’elettorato laburista abbia votato per “rimanere”, una significativa minoranza ha votato nel senso inverso. Sono questi i settori della classe operaia che hanno sofferto di più le politiche “neo-liberali” che hanno smantellato settori interi dell’industria nei vecchi paesi centrali del capitalismo, che hanno trasformato il mercato immobiliare in un’arena di sfrenate speculazioni[10], per poi proporre l’austerità come solo rimedio per evitare una disintegrazione del sistema finanziario internazionale.
Di fronte a questi attacchi, spesso presentati come le azioni d’una sorta di “Internazionale” capitalista, non è sorprendente che ampi settori della classe operaia avvertano una vera collera contro le élite, che di per sé non porta ad uno sviluppo della coscienza di classe. L'attrazione esercitata da demagoghi populisti è dovuta al fatto che questi propongono concretamente dei facili bersagli su cui rigettare la colpa di tutto: l’UE, l’élite della metropoli londinese, gli immigrati, gli stranieri, ecc. Il capitalismo genera una percezione astratta e distorta della realtà, cosa che spiega come i populisti possano cambiare gli obiettivi come se cambiassero la camicia: i regolamenti dell'Unione Europea, il terrorismo islamico, la globalizzazione, i ricchi parassiti ... Il populismo rappresenta un pericolo per la classe operaia perché non ha bisogno di essere coerente per essere efficace. Analizzare il significato di tutto questo fenomeno è una sfida importante per i rivoluzionari e noi cominciamo solo adesso a intraprendere questo lavoro.
Il referendum in Gran Bretagna, sia la sua campagna che il suo esito, è l’espressione di una situazione che cambia, direttamente influenzata dalla crescita del populismo. Questo è un problema che può solo peggiorare finché il proletariato non capirà il suo ruolo storico di classe sfruttata che ha la capacità di abbattere il capitalismo e di stabilire una comunità umana globale.
Car, 9 luglio 2016
[1] United Kingdom Independence Party, un partito della destra britannica fondato essenzialmente su un programma di uscita dall’UE.
[2] Ministro delle Finanze del governo Cameron.
[3] National Health Service (servizio pubblico di Sanità).
[4] Scottish National Party (Partito nazionalista scozzese).
[5] Michael Gove, ministro della Giustizia nel governo Cameron.
[6] Boris Johnson, vecchio sindaco di Londra fino alle ultime elezioni municipali.
[7] Segretario di Stato all’interno del governo Cameron.
[8] Depuis que cet article a été écrit, Gove et Leadsom se sont retirés de la course, laissant Theresa May comme nouveau dirigeant du Parti conservateur. Selon la constitution britannique elle devient donc automatiquement Premier ministre.
[9] I dirigenti del Partito Laburista sono eletti secondo un sistema che include i voti dei membri dei sindacati affiliati al Partito così come quelli dei militanti che hanno raggiunto il Partito individualmente. Jeremy Corbyn è stato eletto dopo la sconfitta del suo predecessore Ed Miliband nelle elezioni parlamentari del 2015. Fortemente influenzato a sinistra, è stato sostenuto, in particolare, da un gran numero di giovani che si erano appena iscritti al partito.
[10] Ci si riferisce in particolare alla politica introdotta dalla Thatcher, che ha dato agli inquilini delle case popolari di proprietà del Comune l’opportunità di poterla acquistare.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, le disastrose distruzioni causate dai conflitti imperialisti generarono un mondo di rovine e di desolazione. Nel maggio del 1945, 40 milioni di persone erano profughi o rifugiati in Europa. A questi, bisognava aggiungere gli 11,3 milioni di lavoratori che erano stati arruolati di forza dalla Germania durante la guerra. Nelle altre grandi regioni del mondo, l’indebolimento delle potenze coloniali portava all’instabilità e a nuovi conflitti, specialmente in Asia e Africa, causando nel corso del tempo milioni di migranti. Tutti questi spostamenti di popolazioni provocarono terribili sofferenze e numerosi morti.
Sulle rovine ancora fumanti di questo conflitto mondiale, in seguito alle conferenze di Yalta (febbraio 1945) e di Potsdam (luglio 1945), la “cortina di ferro” che si abbatté tra gli ex alleati (le grandi potenze occidentali dietro gli Stati Uniti da un lato e l’URSS dall’altro) spinse milioni di persone a fuggire dagli odi e dalla vendetta. Con la divisione del mondo in zone di influenza dominate dai vincitori e dai loro alleati, Stati Uniti e Gran Bretagna da un lato, URSS dall’altro, veniva tracciata la nuova linea degli scontri inter-imperialisti. Era appena terminata la guerra che già si avviava il confronto tra il blocco dell’Ovest guidato dagli Stati Uniti e il blocco dell’Est sotto la guida dell’URSS. I mesi che seguirono la fine della guerra furono segnati dalle espulsioni di 13 milioni di tedeschi dei paesi dell’Est e dall’esilio di più di un milione di russi, ucraini, bielorussi, polacchi e baltici, tutti in fuga dai regimi stalinisti: “Tra 9 e 13 milioni morirono come risultato della politica dell’imperialismo alleato tra il 1945 e il 1950. Questo mostruoso genocidio ebbe tre principali focus:
- primo, nei 13,3 milioni di tedeschi etnici espulsi dalla Germania orientale, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, ecc., come permesso dall'accordo di Potsdam. Questa pulizia etnica fu così inumana che solamente 7,3 milioni di questi arrivarono alla loro destinazione all'interno delle nuove frontiere tedesche del dopoguerra; il resto “scomparve” nelle circostanze più orribili;
- secondo, nei prigionieri di guerra tedeschi che morirono a causa delle condizioni di fame e di malattia nei campi alleati - tra 1,5 e 2 milioni;
- infine, nella popolazione in generale che aveva razioni di 1000 calorie al giorno che garantivano solo un lento affamamento e malattie – ne morirono 5,7 milioni”[1]
Un gran numero di superstiti ebrei non sapeva dove andare di fronte alla recrudescenza dell’antisemitismo, specialmente in Polonia (dove scoppiarono nuovi pogrom, come quello di Kielce nel 1946) e in Europa centrale. Le frontiere dei paesi democratici dell’Occidente erano state loro chiuse. Gli Ebrei furono spesso accolti solo nei campi. Nel 1947 alcuni cercarono di raggiungere la Palestina per trovare una via di fuga dall’ostilità dell’Est e al rifiuto dell’Ovest. Costretti a farlo come clandestini furono fermati dagli Inglesi e subito internati a Cipro. Lo scopo era dissuadere e controllare queste popolazioni per mantenere l’ordine capitalista. Nello stesso periodo il numero di detenuti nei campi dei Gulag nell’URSS saliva alle stelle. Tra il 1946 e il 1950 il loro numero raddoppiò arrivando a più di due milioni di prigionieri. Moltissimi rifugiati e migranti, o profughi, finivano in questi campi per morirvi.
Questo nuovo mondo della Guerra fredda forgiato dai “vincitori della libertà” aveva generato nuove fratture, brutali divisioni che isolavano tragicamente le popolazioni le une dalle altre, provocando esili forzati.
La Germania era stata divisa sul piano imperialista. E per evitare la migrazione e il flusso delle sue popolazioni verso l’Ovest, la DDR costruì nel 1961 il “muro della vergogna”. Anche altri Stati, come la Corea e il Vietnam, furono divisi in due dalla “cortina di ferro”. La guerra di Corea, tra il 1950 e il 1953, divise una popolazione ormai prigioniera di due nuovi campi nemici. Questa guerra fece scomparire circa 2 milioni di civili e provocò una migrazione di 5 milioni di rifugiati. Durante tutto il periodo fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989, molte popolazioni furono costrette a fuggire dagli incessanti conflitti locali della Guerra fredda. All’interno di ogni blocco, i molteplici spostamenti sono stati spesso la diretta conseguenza di giochi politici tra le due grandi potenze americana e russa. A partire dalla repressione delle insurrezioni di Berlino-Est nel 1953 e di Budapest nel 1956 da parte dell’armata rossa, una forte propaganda alimentò i discorsi ideologici dei due campi rivali a proposito dei 200.000 rifugiati che erano arrivati in Austria e in Germania. Tutte le guerre alimentate in seguito dai due grandi blocchi militari Est-Ovest hanno continuato a generare un numero ingente di vittime che sono state sistematicamente sfruttate dalla propaganda di ogni campo opposto.
Le brutali divisioni della Guerra fredda, sono proseguite negli anni ‘50 con i movimenti di decolonizzazione che hanno alimentato la migrazione e la divisione del proletariato. Dopo gli inizi del periodo di decolonizzazione e soprattutto negli anni ‘80, in cui i conflitti della Guerra fredda si sono intensificati e esacerbati, le cosiddette “lotte di liberazione nazionale” (in Africa, Asia, America latina e Medio Oriente) sono state particolarmente cruente. Relegati alla periferia geografica delle grandi potenze capitaliste, questi conflitti hanno potuto dare l’illusione di una “era di pace” in Europa mentre le ferite profonde che si aprivano e gli spostamenti forzati di masse di migranti erano tragedie che apparivano “lontane” (tranne che naturalmente per i vecchi coloni venuti da queste regioni e dalle nazioni direttamente coinvolte). In Africa, dopo la fine dell’era coloniale, ci sono state molte guerre e tra le più cruente al mondo.
In tutti questi conflitti le grandi potenze, come la Gran Bretagna o la Francia (che fungeva allora da “gendarme dell’Africa” per conto del blocco occidentale contro l’URSS), erano pienamente coinvolte militarmente sul terreno dove prevaleva la logica dei blocchi Est-Ovest. Ad esempio, il Sudan aveva appena ottenuto la sua indipendenza nel 1956 che una terribile guerra civile coinvolse le potenze coloniali e questo fu sfruttato dai blocchi, facendo almeno 2 milioni di morti e più di 500.000 rifugiati (obbligati a trovare asilo nei paesi vicini). L’instabilità e la guerra diventarono permanenti. La terribile guerra del Biafra che generò carestie ed epidemie con almeno 2 milioni di morti e altrettanti rifugiati. Tra il 1960 e il 1965 la guerra civile nell’ex Congo belga e la presenza di mercenari fecero numerose vittime e numerosi profughi. Si potrebbero moltiplicare gli esempi, come quello dell’Angola devastata dalla guerra dopo le prime insurrezioni popolari a Luanda nel 1961. Dopo la sua indipendenza nel 1975, seguirono molti anni di guerre che videro contrapposte le forze del MPLA al potere (Movimento di Liberazione dell’Angola sostenuto da Mosca) ai ribelli dell’UNITA (sostenuti dall’Africa del sud e dagli Stati Uniti): non meno di un milione di morti e 4 milioni di profughi di cui mezzo milione di rifugiati finirono nei campi.
Gli innumerevoli conflitti su questo continente hanno destabilizzato regioni intere, come l’Africa occidentale e la regione strategica dei Grandi Laghi. Si potrebbero prendere esempi anche in America centrale o in Asia, con i tanti momenti di cruenta guerriglia. L’intervento sovietico in Afghanistan nel 1979 ha segnato un’accelerazione di questa spirale infernale, portando all’esodo di 6 milioni di persone, la più grande popolazione di rifugiati al mondo.
I nuovi Stati o nazioni che emergevano in seguito ai grandi spostamenti erano il prodotto diretto delle divisioni imperialiste e della miseria, il frutto del nazionalismo, delle espulsioni e delle esclusioni. In breve, un puro prodotto del clima di guerra e di crisi permanente generato dal capitalismo decadente. La formazione di questi nuovi Stati era un vicolo cieco che poteva solo alimentare tensioni devastanti. La divisione dell’India del 1947, poi la creazione del Bangladesh in seguito, costrinsero più di 15 milioni di persone a spostarsi sul sub-continente indiano. Un altro esempio significativo fu la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, una vera fortezza assediata. Questo nuovo Stato, passato da 750.000 abitanti a 1,9 milioni nel 1960, divenne il centro di una spirale infernale di guerre interminabili che portò all’aumento di campi di rifugiati palestinesi un po’ dappertutto. Nel 1948, furono deportati 800.000 palestinesi e la striscia di Gaza divenne poco a poco un immenso campo a cielo aperto. I campi di rifugiati palestinesi a Beirut, Damasco, Amman, si trasformarono poco a poco in quartieri di periferia di queste capitali.
Problemi simili, di migrazione e deportazione, si manifestarono ampiamente in tutto il pianeta. In Cina, milioni di persone vennero sfollate, vittime anch’esse dei massacri della feroce oppressione giapponese durante la guerra. Dopo la vittoria delle truppe maoiste nel 1949, circa 2,2 milioni di cinesi scapparono a Taiwan e 1 milione a Hong-Kong. In seguito la Cina si chiuse in una relativa autarchia per cercare di colmare il suo ritardo economico. All’inizio degli anni ‘60 intraprese allora un’industrializzazione forzata e lanciò la politica del “Gran balzo in avanti” che imprigionò la sua popolazione in una sorta di campo di lavoro nazionale prevenendo ogni tentativo di migrazione. Questa brutale politica di sradicamento e di repressione praticata a partire dall’era di Mao portò ad un aumento dei campi di concentramento (laogai). Le carestie e la repressione provocarono in totale non meno di 30 milioni di morti. Più recentemente, negli anni ‘90, la massiccia urbanizzazione del paese ha strappato alla terra non meno di 90 milioni di contadini. Altre crisi hanno colpito l’Asia, come la guerra civile in Pakistan e la fuga dei Bengalesi nel 1971. Allo stesso modo, la presa di Saigon nel 1975 (da un regime di tipo stalinista) provocò l’esodo di milioni di rifugiati, le “boat-people”. Morirono più di 200.000 persone[2]. Seguiva il terribile genocidio dei Khmer rossi in Cambogia che fece 2 milioni di morti: i rifugiati erano dei rari superstiti.
I rifugiati sono sempre stati moneta di scambio per i peggiori ricatti politici, usati come giustificazione per interventi militari tramite potenze interposte, a volte sono stati usati come “scudi umani”. E’ difficile valutare il numero di vittime che hanno pagato i costi dei conflitti della Guerra fredda e darne una cifra precisa, ma “Alla Word Bank Conference del 1991, Robert Mc Namara, vecchio Segretario di Stato alla Difesa sotto Kennedy e Johnson, ha fornito un quadro delle perdite registrate su ogni teatro di operazioni il cui totale supera i 40 milioni”[3]. Il nuovo dopoguerra ha tuttavia solo aperto un nuovo periodo di barbarie, che accresce ulteriormente le divisioni in seno alle popolazioni e alla classe operaia, semina la morte e la desolazione. Militarizzando ancora di più le frontiere, gli Stati hanno esercitato un controllo globalmente superiore e più violento su delle popolazioni già dissanguate dalla Seconda Guerra mondiale.
Agli inizi di questa guerra fredda, le migrazioni non furono solo provocate dai conflitti di guerra o da fattori di natura politica. I paesi d’Europa che erano stati in gran parte devastati dalla guerra avevano bisogno di una rapida ricostruzione. Ma questa ricostruzione doveva anche colmare un calo della crescita demografica (dal 10 al 30% degli uomini erano stati uccisi o feriti durante la guerra). Il fattore economico e demografico giocava dunque un ruolo importante nel fenomeno delle migrazioni. Dovunque c’era bisogno di manodopera disponibile e a basso costo.
E’ per questo che la Germania Est fu costretta a costruire un muro per fermare la fuga della sua popolazione (3,8 milioni avevano già varcato la frontiera verso l’Ovest). Le ex potenze coloniali favorivano l’immigrazione, in primo luogo dai paesi dell’Europa del sud (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia…). All’inizio, un buon numero di questi migranti arrivava legalmente, ma anche clandestinamente grazie a procacciatori e scafisti spesso organizzati. Il bisogno di manodopera permetteva alle autorità dell’epoca di chiudere un occhio favorendo queste migrazioni irregolari. In questo modo, tra il 1945 e il 1974, un buon numero di lavoratori portoghesi e spagnoli lasciarono i regimi di Salazar e di Franco. Fino all’inizio degli anni ‘60 gli italiani venivano reclutati in Francia, prima dal nord Italia e poi dal sud, fino alla Sicilia. Poi un poco più tardi toccò alle ex colonie dell’Asia e dell’Africa fornire nuovi contingenti per una manodopera docile e a basso costo. In Francia, ad esempio, tra il 1950 e il 1960, il numero di Magrebini è passato da 50.000 a 500.000.
Lo Stato costruì delle case apposite per i lavoratori migranti per tenerli lintani dalla popolazione. Questa manodopera straniera era in effetti ritenuta “a rischio”, cosa che permetteva di giustificare la sua marginalizzazione. Ma ciò non impediva di assumerli a basso costo per lavori pesanti, sapendo che li si poteva espellere dall’oggi al domani. L’alto turnover di questi lavoratori di recente arrivo permise uno sfruttamento frenetico e privo di scrupoli, in particolare nelle industrie chimiche e metallurgiche. Per rispondere alle necessità industriali, tra il 1950 e il 1973, circa 10 milioni di persone emigrarono verso l’Europa occidentale[4].
Questa situazione fu naturalmente sfruttata dalla borghesia per dividere gli operai e aizzarli gli uni contro gli altri, per generare la concorrenza e la diffidenza da ambo le parti. Con la ripresa delle lotte operaie nel 1968 e le ondate di lotte che seguirono, questi fattori di divisione andarono ad alimentare le numerose manovre di divisione dei sindacati e le campagne ideologiche della borghesia. Da un lato venivano incoraggiati i pregiudizi razziali e xenofobi; dall’altro, la lotta di classe era in parte sviata dall’antirazzismo, utilizzato spesso come diversivo alle rivendicazioni operaie. Man mano il veleno si era insediato e gli stranieri diventavano “indesiderabili”, o erano presentati come “assistiti” e “profittatori”, quasi dei “privilegiati”. Tutto alimenterà le ideologie populiste facilitando le espulsioni a vagonate dopo gli anni ‘80.
WH (aprile 2016)
Nel prossimo e ultimo articolo di questa serie, affronteremo il tema dei migranti dagli anni ‘80 al periodo attuale caratterizzato dalla fase ultima di decomposizione del sistema capitalista.
[1] Vedi:, Berlin 1948: The Berlin Airlift hides the crimes of allied imperialism [362], o Berlin 1948 : en 1948, le pont aérien de Berlin cache les crimes de l'impérialisme allié [363]
[2] Fonte : HCR (Haut-commissariat aux Réfugiés)
[3] André Fontaine, The Red Spot. The Romance of the Cold War, Editions La Martinière, 2004
[4] Fonte: www.coe.int/t/dg4/education/historyteaching/Source/Projects/DocumentsTwentyCentury/Population_fr.pdf [364]
All'inizio degli anni ‘30, la sconfitta del proletariato si era era ormai realizzata e la rivoluzione mondiale era stata completamente schiacciata. I bagni di sangue successivi in Russia e Germania, dopo la disfatta del proletariato a Berlino nel 1919, la ricerca di capri espiatori, l'umiliazione causata dal Trattato di Versailles e la necessità di vendetta, rappresentarono un nuovo passo in avanti nella spirale di orrori del capitalismo del XX secolo.
Nel proclamare il "socialismo in un solo paese", il nuovo regime stalinista in Russia si preparò ad una corsa all'industrializzazione per cercare di recuperare il proprio ritardo. La pianificazione per l'industria pesante e la fabbricazione di armi portarono ad uno sfruttamento estremo. Fino alla terribile depressione del 1930, anche i paesi “vincitori" ebbero però bisogno di una manodopera occidentale a basso costo che bisognava dividere e controllare. Ma con la crisi economica e la disoccupazione di massa, i migranti e i rifugiati divennero sempre più apertamente “indesiderabili”. Pertanto il movimento migratorio cominciò ad essere frenato sempre più brutalmente a cominciare dal 1929, specialmente negli Stati Uniti[1]. Questi ultimi, che avevano stabilito delle quote, “filtravano” i migranti dividendoli e separandoli dagli altri proletari. In un tale contesto, gli spostamenti di popolazioni, quelli dei deportati e dei rifugiati, che si formarono forzatamente (durante e dopo la guerra) avvennero in condizioni terribili: spesso finendo nei campi di concentramento che cominciavano a diffondersi un po’ ovunque. Mentre la crisi e le tensioni imperialiste si stavano estendendo sempre più, la classe operaia sconfitta non riusci ad opporsi. Ciò si sarebbe tradotto in Spagna nel 1936, con l'inizio dell’inquadramento del proletariato nella guerra, in nome de “l’antifascismo”. Questa nuova guerra totale avrebbe mobilitato molto più brutalmente e massicciamente le popolazioni civili (donne, giovani, anziani) rispetto alla prima. Sarebbe stata molto più distruttiva e barbara. Lo Stato, intervenendo più direttamente su tutta la vita sociale, avrebbe aperto un'epoca da campo di concentramento, generando deportazioni, "pulizia etnica", carestie e stermini.
La violenza stalinista tanto brutale quanto imprevedibile, ne fu un primo esempio. Lo Stato non esitò durante le purghe ad arrestare i veri comunisti, a dare la morte al 95% dei dirigenti di una regione, a deportare intere popolazioni per il monitoraggio e il controllo del suo territorio. Negli anni 1931-1932 Stalin utilizzò con freddezza “l'arma della fame” nel tentativo di spezzare la resistenza degli Ucraini alla collettivizzazione forzata. La terribile carestia, provocata consapevolmente, fece 6 milioni di morti! In Siberia e altrove, milioni di uomini e donne vennero condannati ai lavori forzati. Nel 1935, ad esempio, 200.000 detenuti furono costretti a scavare il canale Mosca-Volga-Don e altri 150.000 il secondo percorso della Transiberiana. La collettivizzazione brutale delle campagne, dove milioni di kulaki furono deportati in zone di insediamento inospitali, i piani per l'industria pesante e lo sfruttamento a marce forzate, dove gli operai si ammazzavano di lavoro (in senso letterale), permisero di alimentare l'ossessione di Stalin di “recuperare il ritardo con i paesi capitalisti”[2]. Anche prima della sua entrata in guerra, nel 1941, lo Stato stalinista stava conducendo una vera e propria “pulizia etnica” ai suoi confini, al fine di garantire la propria sicurezza. Diverse popolazioni erano sospettate di “collaborare” con il nemico tedesco e venivano pertanto assoggettate di forza a grandi spostamenti di massa. Nel 1937 la deportazione in Asia Centrale di 170.000 coreani sulla base di soli motivi etnici, che portò a pesanti perdite, costituì la premessa di quanto sarebbe accaduto. Tra tutti gli spostamenti che seguirono, 60.000 polacchi vennero spediti nel Kazakhstan nel 1941. Diverse ondate di deportazioni ebbero luogo in seguito dopo la rottura del patto germano-sovietico, in particolare per le popolazioni di origine tedesca, soprattutto nelle repubbliche baltiche diventate apertamente “nemici del popolo”: 1,2 milioni di persone vennero esiliate da un giorno all’altro in Siberia e in Asia centrale. Tra il 1943 e il 1944 toccò alle popolazioni del Caucaso del nord (Ceceni, Ingusci, ...) e della Crimea (Tartari) essere brutalmente deportate. Molte di queste vittime affamate, criminalizzate e bandite dallo Stato “socialista” morirono durante il trasporto in carri bestiame (per mancanza di acqua, cibo e malattie come il tifo). Se la popolazione locale in generale mostrò grande solidarietà verso quei sfortunati proscritti, la propaganda ufficiale manteneva intorno a questi nuovi schiavi un clima di odio. Durante il trasporto venivano spesso colpiti da lanci di pietre accompagnati dai peggiori insulti. All'arrivo, secondo un rapporto di Beria del luglio 1944, “alcuni presidenti di kolchoz (fattorie collettive) organizzavano pestaggi allo scopo di giustificare il loro rifiuto ad assumere deportati fisicamente degradati”[3]. In queste condizioni estreme, “da dieci a quindici milioni di sovietici” vennero inviati in “campi di rieducazione attraverso il lavoro”, ufficialmente creati dal regime dagli anni ‘30[4].
In Germania, quando i nazisti salirono al potere molto tempo prima della loro attività di sterminio, i campi di concentramento moltiplicatisi sul territorio, in particolare in Polonia, erano innanzitutto dei campi di lavoro. Questa tendenza allo sviluppo di campi un po’ dappertutto (anche negli Stati democratici come la Francia e gli Stati Uniti) per i prigionieri o i rifugiati, avevano come scopo, oltre al controllo sulla popolazione, lo sfruttamento quasi gratuito di forza lavoro. Vendendo tradizionalmente la sua forza-lavoro, il proletario permette al capitalista di estrarre plusvalore, vale a dire il profitto. I termini di questo “contratto” assicurano uno sfruttamento che spinge alla massima produttività, garantendo la semplice riproduzione della forza lavoro attraverso il basso livello dei salari. Nei campi di concentramento la forza lavoro veniva sfruttata in modo quasi assoluto. In Germania, i deportati lavoravano oltre 12 ore al giorno, con qualsiasi tempo, sotto il comando dei “kapò”. Fabbriche di armi segrete o filiali di grandi aziende tedesche si trovavano nei campi di concentramento o nelle vicinanze. Queste industrie di guerra godettero del lavoro quasi gratis, abbondante e facilmente rinnovabile. La riproduzione della forza lavoro era ridotta a mera sopravvivenza del lavoratore/prigioniero, la bassissima produttività di questa forza lavoro era parzialmente compensata dai costi di manutenzione molto bassi. Il cibo era limitato al minimo vitale, così come il trasporto, spesso ridotto all’unico spostamento in una zona remota e isolata, quella del campo. Negli Stati democratici, i campi venivano utilizzati anche nell’ottica di un rafforzamento del controllo sociale da parte dello Stato nei confronti delle popolazioni prigioniere e/o lo sfruttamento della loro forza lavoro. Così, ad esempio, si comportò il governo francese di fronte all'afflusso dei rifugiati spagnoli (120.000 tra giugno e ottobre 1937, 440.000 nel 1939), questi “indesiderabili” dai “comportamenti rivoluzionari”[5]. In Nord Africa, 30.000 di essi vennero utilizzati per i lavori forzati. I rifugiati spagnoli furono ammassati sul suolo francese nei campi di internamento (le stesse autorità parlavano di “campi di concentramento”) montati frettolosamente nel sud (in particolare sulle spiagge di Roussillon). Questi rifugiati raggiunsero, ad esempio, il numero di 87.000 a Argelès, sfruttati come schiavi in condizioni spaventose, dormendo sulla sabbia, sorvegliati dai “kapò” della Guardia Repubblicana e dai fucilieri senegalesi. Tra febbraio e luglio 1939, circa 15.000 rifugiati spagnoli morirono nei campi, la maggior parte per esaurimento e per la dissenteria.
Più tardi, durante la guerra, tra i molti esempi, si potrebbero citare gli Stati Uniti che internarono dal marzo 1942 al marzo 1946 più di 120.000 persone. Si trattava di una popolazione giapponese-americana rinchiusa nei campi di concentramento al nord e ad est della California. Questi uomini vennero trattati in un modo terribile come i peggiori criminali e quelli che subiscono la xenofobia di Stato[6].
Abbiamo detto che i campi di concentramento in Germania erano innanzitutto campi di lavoro. I maggiori spostamenti di popolazione vennero fatti in direzione della Germania con la forza, attraverso misure quali il STO (servizio di lavoro obbligatorio) in Francia, saccheggi, deportazioni di massa di ebrei e raid un po’ ovunque, soprattutto in Europa. Nelle fabbriche, nell'agricoltura e l'industria mineraria, un quarto della forza lavoro era rappresentato dal lavoro forzato, in particolare nel quadro del “Generalplan Ost”. Tra 15 e 20 milioni di persone furono deportate dalla Germania nazista per far girare la sua macchina da guerra! Tale politica aumentò il numero di rifugiati in fuga dal regime e la conseguente caccia all'uomo. Negli anni ‘30, si ebbero circa 350.000 rifugiati provenienti dalla Germania nazista, 150.000 dall’Austria (dopo l'Anschluss) e dalla regione dei Sudeti (dopo l'annessione alla Germania nazista).
Dal 1942, con il progetto di “soluzione finale”, i campi di concentramento come Auschwitz-Birkenau, Chelmno, Treblinka, Belzec, Sobibor, Maidaneck ... si trasformeranno in campi di sterminio. In condizioni atroci, tra le tantissime vittime, sei milioni di ebrei arrivarono ammassati nei convogli e massacrati, la maggior parte asfissiati e bruciati in forni crematori. Il più grande contingente sinistro di vittime fu fornito dalla Polonia (3.000.000) e l’URSS (1.000.000). I campi di sterminio come quello di Auschwitz (1,2 milioni) e Treblinka (800.000) funzionavano a pieno regime. Questa barbarie è ben nota perché, dopo la guerra, è stata ampiamente esposta e sfruttata ideologicamente fino alla nausea da parte degli Alleati e utilizzata come alibi per giustificare o nascondere i propri crimini.
In realtà, una mentalità pogromista si era installata già negli anni ‘20 sancendo la sanguinosa sconfitta del proletariato e delle sue principali figure rivoluzionarie assimilate a “giudei”: “anche se molti rivoluzionari ebrei come Trotskij e Rosa Luxemburg si considerano non ebrei (...) l'Israelita appare come il foriere della sovversione, come un agente distruttivo dei valori fondamentali: patria, famiglia, proprietà, religione. L’entusiasmo di molti Ebrei verso tutte le forme dell’arte moderna o dei nuovi mezzi di espressione come il cinema, giustifica ulteriormente questa reputazione di spirito corrosivo”[7]. La sconfitta della rivoluzione permise alle grandi democrazie di vedere in Hitler né più né meno che un “baluardo” efficace “contro il bolscevismo”. Per tutti gli Stati dell’epoca l'amalgama ebreo-comunista era molto comune. Churchill stesso accusava gli ebrei di essere responsabili della rivoluzione russa: “Non c'è bisogno di esagerare il ruolo svolto nella creazione del bolscevismo e l'arrivo della Rivoluzione russa da questi ebrei internazionalisti ed in gran parte atei”[8]. L'idea di un complotto “giudaico-marxista”, inizialmente veicolato dalle “armate bianche”, maturò sulla base di un diffuso antisemitismo “è necessario sottolineare che Hitler non è all’origine di questo antisemitismo (...) dopo la Prima guerra mondiale, questo antisemitismo è presente nella maggior parte dei paesi europei”[9].
Gli ebrei finirono dunque per poter essere sistematicamente stigmatizzati, emarginati, diventare capro-espiatorio senza che ciò turbasse i dirigenti democratici, di cui alcuni, come Roosevelt, avevano già apertamente inclinazioni xenofobe ed antisemite. Gran parte degli ebrei che si trovavano in Polonia, in URSS e nei ghetti erano già stati costretti spesso a fuggire dai paesi democratici proprio per questo antisemitismo (contrariamente a quanto si vorrebbe far credere, l’antisemitismo del regime di Vichy, per esempio, non è un fenomeno spontaneo, né specifico). Pertanto, nel 1935 le leggi antisemite di Norimberga poterono passare, non a caso, praticamente inosservate. Facendo degli Ebrei dei cittadini a parte ed emarginati, descrivendoli come “esseri dannosi”, fu possibile saccheggiare impunemente ed in buona coscienza le loro proprietà. Tutta questa dinamica, questo terreno nauseabondo costituirono l’alveo per la propaganda igienista e eugenista dei nazisti. Nel gennaio 1940, la “Aktion T4” in Germania con la sua programmazione metodica dell’eliminazione di handicappati fisici e mentali prefigurava già l’Olocausto. Di fronte alla tragedia che si configurava, gli Alleati rifiutarono di aiutare gli Ebrei “per non destabilizzare lo sforzo di guerra” (Churchill). Gli Alleati si sono quindi resi corresponsabili e complici di un genocidio che è stato prima di tutto un prodotto del sistema capitalistico. Ben presto i paesi democratici chiusero le porte rifiutandosi di fornire assistenza agli Ebrei, percepiti come reietti che non volevano in casa propria[10]. Ad esempio, di fronte alla repressione nazista e alle persecuzioni, il governo del Fronte Popolare in Francia si dimostrò inamovibile. Dietro la patina democratica, una circolare firmata da Roger Salengro, datata 14 agosto 1936, affermava: "non lasciar più (...) penetrare in Francia alcun emigrante tedesco e procedere alla deportazione di qualsiasi straniero, tedesco o proveniente dalla Germania, entrato dopo 5 Agosto 1936, non fornito del denaro necessario..."[11].
Tutte le azioni e le misure amministrative destinate a deportare, dare la caccia e sterminare le popolazioni si rivelarono molto più imponenti, e soprattutto con conseguenze ben più drammatiche, rispetto al 1914-1918. Il numero di rifugiati/migranti divenne sproporzionato. La violenza usata - dai campi di concentramento e le camere a gas, al bombardamento a tappeto, ai gas di fosforo, dalle bombe nucleari, all'uso di armi chimiche e biologiche - fece molte vittime e causò sofferenze durature anche dopo la guerra, con una quantità innumerevole di traumi. Il bilancio è terrificante! Le distruzioni alla fine del conflitto provocarono in totale quasi 66 milioni di morti (20 milioni di soldati e 46 milioni di civili) contro i 10 milioni del 1914-1918! Alla fine della seconda guerra mondiale fu necessario reintegrare 60 milioni di persone, dieci volte di più rispetto alla prima guerra mondiale! Al centro della stessa Europa, vi furono 40 milioni sono morti. In Asia orientale e Cina più di 12 milioni di persone perirono in scontri militari diretti e in Cina si registrarono circa 95 milioni di rifugiati. Durante la guerra, dei luoghi ed alcune battaglie militari hanno visto le carneficine più grandi della storia. Giusto qualche esempio: a Stalingrado circa un milione di uomini dei due campi avversi son morti sotto un fuoco infernale. In un assedio durato circa tre anni ne sono morti 1.800. La battaglia per la presa di Berlino uccise 300.000 soldati tedeschi e russi e più di 100.000 civili. La famosa battaglia di Okinawa uccise 120.000 soldati, ma anche 160.000 civili. Le truppe giapponesi uccisero 300.000 cinesi a Nánjīng! Le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, secondo lo storico Howard Zinn, fecero fino a 250.000 morti! Il terribile bombardamento americano di Tokyo, nel marzo 1945, provocò 85.000 morti. In Unione Sovietica vi furono 27 milioni di vittime. L’Ucraina perse il 20% della sua popolazione, la Polonia il 15% (per lo più ebrei). Centinaia di città in Europa vennero parzialmente devastate o quasi distrutte. In Russia furono colpite 17.00 città, 714 in Ucraina con quasi 700.00 villaggi distrutti! In Germania, il tappeto incendiario di bombe al fosforo degli Alleati e il “Bomber Command” provocarono un numero enorme di vittime, radendo al suolo le città di Dresda e Amburgo (quasi 500.00 morti). Una città come Colonia venne distrutta al 70%! Alla fine della guerra si stima che in Germania si ebbero tra i 18 e i 20 milioni di senza tetto, 10 milioni in Ucraina! Il numero di orfani di guerra è parlante: 2 milioni in Germania, più di un milione in Polonia. Circa 180.000 bambini ridotti al rango di vagabondi per le strade di Roma, Napoli e Milano.
Le sofferenze terribili causate da queste distruzioni furono accompagnate molto spesso da tremende vendette e atti barbarici sulla popolazione, che terrorizzavano civili e rifugiati. Questo fu operato dagli Alleati, tuttavia presentati come “grandi liberatori”: "l’arroganza, il fulmine della vendetta si abbatte sui sopravvissuti; la scoperta delle atrocità commesse dai vinti alimenta la buona coscienza del conquistatore”[12].
L'accumulazione di violenza generata dal capitalismo decadente, una volta liberata, produce gli scenari più atroci, quello della “purificazione etnica” e di atti di crudeltà inimmaginabili. Durante e dopo la guerra in Croazia, quasi 600.000 serbi, musulmani ed ebrei vennero uccisi dal regime ustascia che desiderava “ripulire” l'intero paese. Comunità greche furono massacrate dall'esercito bulgaro, gli ungheresi fecero lo stesso con i serbi in Vojvodina. Durante la guerra, le sconfitte vennero sempre accompagnate da tragiche migrazioni. Ad esempio, cinque milioni di tedeschi fuggirono davanti all'Armata Rossa e molti morirono a causa dei linciaggi lungo le strade. Ecco uno degli episodi “eroici” dei "liberatori", di questi “cavalieri della libertà”, che cinicamente dopo la guerra assunsero il ruolo di procuratore, nonostante i loro impuniti crimini: “non si può ancora dimenticare lo spaventoso calvario delle popolazioni tedesche dell’est all’avanzata dell'’armata rossa (...) il soldato sovietico diventa lo strumento di una volontà fredda, deliberata di sterminio (...). Colonne di rifugiati vengono schiacciati sotto i cingolati dei carri armati o mitragliati sistematicamente dall'aviazione. La popolazione di intere città è massacrata con raffinata crudeltà. Donne nude crocifisse sulla porta del fienile. Bambini ce vengono decapitati o gli viene schiacciata la testa con il calcio dei fucili, o vengono gettati vivi nelle vasche dei maiali (...). La popolazione tedesca di Praga viene massacrata con raro sadismo. Dopo essere state violentate, alle donne vengono tagliati i tendini di Achille condannandole a morire in terra nel loro stesso sangue dopo una atroce agonia. Bambini vengono mitragliati all’uscita delle scuole, buttati giù dai piani superiori degli edifici o annegati nelle fontane; in totale, più di 30.000 vittime (...) la violenza non risparmia i giovani ausiliari delle trasmissioni della Luftwaffe gettati vivi nei pagliai in fiamme. Per settimane la Vltava (Moldava) trasporta migliaia di corpi; intere famiglie sono inchiodate su delle zattere"[13].
E difficile dire quante donne furono violentate da soldati tedeschi durante la guerra. Quello che è certo è che un'altra prova attendeva le forze degli Alleati che avanzavano, occupando il territorio “liberato”: un milione di donne stuprate in Germania da parte delle truppe alleate. Solo a Berlino circa 100.000 casi. Le stime per Budapest sono dai 50.000 a 1000.00 stupri.
Quello che vogliamo sottolineare è che lungi dall'essere intervenuti per la “difesa della libertà”, gli Alleati e le grandi democrazie entrarono in guerra per difendere interessi puramente imperialistici. Se ne infischiavano completamente del destino delle popolazioni e dei profughi, fin tanto che non ne avevano il carico o non potevano servirsene per sfruttare il loro lavoro. Non fecero mai menzione della sorte degli Ebrei nella loro propaganda durante la guerra, ma negarono loro l’assistenza e, anzi, li abbandonarono nelle mani dei nazisti. Il motivo dell’entrata in guerra degli Alleati quindi fu ben diverso da quello di un desiderio di “liberazione”. Per la Francia e la Gran Bretagna si trattò in realtà di difendere “l'equilibrio europeo”. Per gli Stati Uniti di bloccare l’espansione e la minaccia dell'URSS. Per quest'ultima lo scopo era estendere la sua influenza nell'Europa occidentale. In breve, ragioni puramente strategiche, imperialiste e militari. Nulla di più classico! Non agirono per “liberare la Germania” dalla “peste nera”. Questa falsità è solo una montatura diabolica orchestrata quando furono liberati i campi. Tutto era stato già predisposto dallo stato-maggiore alleato e i suoi politici, preoccupati di nascondere i propri crimini (a meno di non essere tanto ingenui da pensare che militari e politici democratici non fanno mai propaganda!). Il fatto che la “liberazione” ha potuto porre fine alle pratiche di tortura del nemico, è soprattutto una conseguenza indiretta del raggiungimento di un obiettivo puramente militare, non è frutto di ragioni “umanitarie”.
La prova più eloquente è che dopo la guerra le grandi potenze democratiche hanno continuato a difendere i propri interessi imperialisti generando nuove vittime, massacri coloniali, nuove fratture che hanno prodotto ancora rifugiati e indigenti.
WH (18 luglio 2015)
Nei prossimi articoli affronteremo la stessa questione a partire dalla Guerra fredda sino alla caduta del muro di Berlino per arrivare ad oggi.
[1] Vedi: "Immigrazione e movimento operaio [365]", ICConline 2015.
[2] Precisiamo che la stessa Russia stalinista era in realtà un paese capitalista, un'espressione caricaturale della tendenza al capitalismo di Stato nella decadenza di questo sistema.
[3] Isabelle Ohayon, « La déportation des peuples vers l’Asie centrale » Le XXe siècle des guerres, Editions de l’Atelier, 2004
[4] Marie Jego, Le Monde, 3 mars 2003
[5] P. J Deschodt, F. Huguenin, La République xénophobe, JC Lattès
[6] Secondo un veterano di Guadalcanal “il Giapponese non può essere considerato come un intellettuale (...), è piuttosto un animale” e un generale dei Marines ha anche affermato: “uccidere un Giapponese, è come uccidere un serpente”. Vedi Phil Masson, “Une guerre totale”, Edt. Pluriel.
[7] Ph. Masson, op cit.
[8] Illustrated Domenica Herald, 8 febbraio 1920, citato da Wikipedia
[9] Ph Masson, op. cit.
[10] Leggi la brochure “Fascisme & démocratie deux expressions de la dictature du capital » alla pagina https://fr.internationalism.org/french/brochures/introduction_fascisme_et_democratie [366]
[11] P. J Deschodt, F. Huguenin, op.cit
[12] Ph. Masson, op. cit.
[13] Cfr Ph. Masson, op. cit.
Radunando ogni sera qualche migliaio di partecipanti, in particolare in piazza della Republique a Parigi, il movimento “Nuit Debout” (notti in piedi) è al centro dell'attualità dal 31 marzo. Vi si riuniscono persone di ogni tipo, dai liceali agli universitari, dai precari ai lavoratori, dai disoccupati ai pensionati, il cui punto di incontro è la voglia di stare insieme, di discutere, di stringere le fila contro le avversità di questo sistema... La sincerità di molti partecipanti è innegabile; le ingiustizie li indignano ed essi aspirano al fondo ad un altro mondo, più solidale e più umano. Tuttavia, Nuit Debout non svilupperà affatto la loro lotta e la loro coscienza. Al contrario, questo movimento li conduce in un vicolo cieco e rafforza le visioni più conformiste che ci siano. Peggio ancora, Nuit Debout permette anche che si spargano senza ostacoli idee nauseabonde, come la personalizzazione dei mali della società attribuiti a qualche rappresentante del sistema (i banchieri, l'oligarchia...). Nuit debout in questa maniera non inganna solo quelli che vi partecipano con sincerità, ma rappresenta anche un nuovo colpo portato dalla borghesia alla coscienza di tutta la classe operaia.
Il progetto di legge sul lavoro simbolizza da solo la natura borghese e antioperaia del partito socialista. Questa riforma, che implica una fortissima degradazione delle condizioni di vita, cerca di dividere sempre più i lavoratori salariati, mettendoli in concorrenza gli uni con gli altri. Alla base di questo progetto c'è la generalizzazione della contrattazione fabbrica per fabbrica, per la durata della settimana lavorativa, i salari, i licenziamenti...
Per favorire l'accettazione di questa nuova legge, i sindacati hanno fatto il loro gioco abituale: hanno gridato allo scandalo, rivendicato la modifica o il ritiro di certe parti del testo iniziale e preteso di “fare pressione” sul governo socialista con l'organizzazione di molteplici giornate di azione e di manifestazioni. Quelle sfilate sindacali che consistono nel calpestare la strada gli uni dietro gli altri, sotto il rumore degli altoparlanti e di slogan ripetuti fino alla nausea (“I lavoratori sono sfilati, El Khomri[1] sei fregato” “Sciopero, sciopero generale! Sciopero, sciopero generale! ecc.), senza poter discutere e costruire qualche cosa insieme, hanno come solo effetto di demoralizzare e diffondere un senso di impotenza.
Nel 2010 e 2011, davanti alla riforma delle pensioni, le stesse giornate di azione sindacale si erano susseguite le une alle altre per dei mesi, radunando spesso parecchi milioni di persone, per, alla fine, lasciar passare l'attacco e, peggio ancora, provocare una demoralizzazione che pesa ancora molto fortemente su tutta la classe operaia.
Se oggi c'è una differenza notevole rispetto ai movimenti del 2010 e del 2011 è che il fenomeno Nuit debout beneficia di una copertura mediatica e politica di un'ampiezza e di una compiacenza rari per un movimento presunto sociale e contestatario.
“Nuit debout: il campo del possibile” o “Nuit debout, rianimiamo l'immaginario cittadino”, titola il giornale Libération, secondo cui “L'esito politico del movimento Nuit debout importa poco... E se, nelle pubbliche piazze e altrove, si fabbricasse una politica più degna e quotidiana?” Questo sostegno è reale anche a livello internazionale. Numerosi mezzi di informazione in giro per il mondo fanno una vera pubblicità alle assemblee generali di Nuit debout che reinventerebbero, secondo loro, la politica e il mondo. Certi personaggi politici di sinistra e di estrema sinistra, che sono anche andati a metterci il loro naso, sono altrettanto elogiativi. Jean-Luc Mélenchon, cofondatore del Partito di sinistra, si è complimentato per questi assembramenti, esattamente come il segretario nazionale del Partito comunista francese, Pierre Laurent. Per Julien Bayou (EELV [367]), Nuit debout “è un esempio di democrazia radicalizzata in tempo reale”. Anche Nathalie Kosciusko-Morizet, candidata alle primarie di destra, dice di “sentire” nella piazza degli slogan “interessanti”, come, per esempio, “Noi non siamo solamente degli elettori, siamo anche dei cittadini”. Anche il presidente della repubblica, François Hollande, ha voluto lasciare il suo piccolo saluto: “Io trovo legittimo che la gioventù voglia esprimersi rispetto al mondo com'è oggi, e anche rispetto a come è la politica, che voglia dire la sua parola (…) Non mi lamento se una parte della gioventù vuole inventare il mondo di domani...”. E non manca l'eco internazionale: “Questi movimenti sono dei lampi di luce in mezzo a un cielo oscuro” per Yanis Varufakis, l'ex ministro greco delle finanze.
Perchè tanti elogi da parte di alcuni grandi mezzi di informazione internazionali e di uomini politici? La risposta si trova nei due testi di fondazione del movimento. Il volantino distribuito dal collettivo Convergences des luttes (Convergenza delle lotte) durante la manifestazione del 31 marzo a Parigi e che ha lanciato la prima adunata in Piazza della Repubblica, afferma: “I nostri governanti sono bloccati nell'ossessione di perpetuare un sistema agli sgoccioli, al prezzo di “riforme” sempre più retrograde e sempre conformi alla logica del neoliberismo che domina da più di 30 anni: tutti i poteri a finanzieri e padroni, a questi privilegiati che accaparrano le ricchezze collettive. Questo sistema ci vien imposto, governo dopo governo, a prezzo di continui dinieghi di democrazia…” Il manifesto è dello stesso tenore: “L'umano deve essere al centro delle preoccupazioni dei nostri dirigenti...”
L'orientamento è chiaro: si tratta di organizzare un movimento per fare “pressione” sui “dirigenti” e le istituzioni statali con lo scopo di promuovere un capitalismo più democratico e più umano. Ed è effettivamente questa politica che caratterizza l'insieme della vita di Nuit debout. Basta osservare le azioni che escono dal lavoro delle commissioni e delle assemblee: “Aperitivo da Valls” (qualche centinaio di manifestanti hanno cercato di andare a prendere l'aperitivo a casa del primo ministro Valls il 9 aprile), manifestazione verso l'Eliseo (il 14 aprile, dopo una trasmissione televisiva a cui partecipava François Hollande), occupazione di un'agenzia della BNP Paribas a Tolosa, pic-nic in un ipermercato di Grenoble, contestazione in una riunione del consiglio regionale di Bourgogne-Franche-Comté e dei consigli comunali di Clermond-Ferrand e Poitiers, occupazione di un McDonald's a Tolosa, scritte sulle vetrine delle banche, scarico di immondizia davanti alle porte di alcune municipalità di Parigi, e così via.
Le proposte più popolari nelle assemblee generali parigine sono tutte altrettanto rivelatrici di questo orientamento politico di speranza in qualche rimaneggiamento superficiale o falsamente radicale del sistema capitalista: manifesto per una “democrazia ecologica”, salario a vita, reddito di base, riduzione dei redditi elevati, pieno impiego, sviluppo di un'agricoltura biologica, migliore riconoscimento delle minoranze, democrazia attraverso sorteggio, maggior impegno dello Stato per l'istruzione, in particolare nelle periferie, prezzi liberi, accordi transatlantici per il commercio e gli investimenti, ecc.
Rispetto ai sindacati già nel 1865 Marx scriveva, in Salario, prezzo e profitto,: “Bisogna cancellare questa divisa conservatrice 'Un salario giusto per una giusta giornata' e scrivere la parola d'ordine rivoluzionaria 'Abolizione del salariato!”. E' precisamente a questa logica rivoluzionaria che quelli che tirano nell'ombra le fila del movimento Nuit debout girano volontariamente le spalle, per trascinare quelli che si fanno coinvolgere, in particolare tra le giovani generazioni che si pongono delle questioni su questa società, su un terreno putrido, quello del riformismo e delle urne.
La più emblematica delle rivendicazioni è senza nessun dubbio la volontà di fare pressione per una nuova Costituzione che fondi una “Repubblica sociale”. Così si esprime l'economista Frederic Lordon, uno degli iniziatori di Nuit debout: “I primi tempi della riappropriazione sono chiaramente la riscrittura di una Costituzione (…) Che cos'è la repubblica sociale? E' prendere sul serio l'idea democratica posta in generale nel 1789...”
E' piuttosto chiaro. L'obiettivo centrale di quelli che hanno lanciato Nuit debout è quello di realizzare una “vera democrazia” come quella promessa dalla Rivoluzione francese del 1789; solo che quello che c'era di rivoluzionario due secoli fa, cioè instaurare il potere politico della borghesia in Francia, superare il feudalesimo con lo sviluppo del capitalismo, costruire una nazione..., tutto questo è diventato oggi irrimediabilmente reazionario. Questo sistema di sfruttamento è decadente, non si tratta più di migliorarlo, perchè è diventato impossibile, ma di superarlo, di abbatterlo con una rivoluzione proletaria internazionale. Si semina invece l'illusione che lo Stato sia un agente “neutro” della società su cui bisognerebbe “fare pressione” o che bisognerebbe proteggere dai finanzieri, dai “politici corrotti”, dagli “avidi banchieri”, dalla “oligarchia”, laddove in realtà lo Stato è il più alto rappresentante della classe dominante, il peggior nemico degli sfruttati.
Soprattutto non bisognerebbe sottostimare il pericolo che rappresenta la focalizzazione sui “banchieri”, i “finanzieri”, i “politici corrotti”. Questo metodo di accusare questa o quella frazione, questa o quella persona invece del sistema di sfruttamento nella sua totalità non significa altro che voler preservare i rapporti sociali capitalisti. Questo sostituisce alla lotta di classe, alla lotta contro il capitalismo e per un altro mondo, un odio mirato e diretto contro le persone che basterebbe togliere dal potere perchè tutti i mali della società spariscano come per incanto [2]
Nuit debout pretende di essere il continuatore dei movimenti del 2006 e 2011. Ma in realtà mira a mistificare la loro memoria deformando completamente quello che aveva costituito la forza del movimento contro il CPE (Contratto di Primo Impiego) e quello degli Indignados, dando un carattere di “cittadinanza” e “repubblicana” alla discussione, focalizzando la riflessione su come rendere il capitalismo più umano e più democratico.
Nel 2006, in Francia, gli studenti precari hanno discusso in vere assemblee generali sovrane che hanno liberato la parola. Essi hanno avuto anche la preoccupazione di allargare il movimento ai lavoratori, ai pensionati e ai disoccupati innanzitutto aprendo a questi le loro Assemblee generali, avanzando delle rivendicazioni generali che superavano il semplice quadro del CPE[3] e lasciando in secondo piano tutte le richieste specificamente studentesche. Cinque anni più tardi, nel 2011, è in Spagna con il movimento degli Indignados, negli Stati Uniti e in Israele con quello di Occupy che si è di nuovo rivisto il vitale bisogno di radunarsi e di discutere dei mali di questo mondo capitalista che ci impone la sua dittatura, fatta di sfruttamento, di esclusione e di sofferenze. Questa volta le assemblee non si fecero nelle aule magne, ma per strada e nelle piazze. [4]
Al momento del movimento degli Indignados in Spagna, in un contesto differente c'erano state le stesse manovre orchestrate oggi con Nuit debout. Gli altermondialisti della DRY (Democrazia Reale Ora) e di Attac si erano dissimulati dietro la maschera dell'apoliticismo per meglio sabotare ogni possibilità di discussione reale. Anche in questo caso l'attenzione era convogliata sulla “vita delle commissioni”, a discapito dei dibattiti nelle assemblee generali, e sulle “buone scelte da fare nelle urne” (Podemos è l'esito di queste manovre). Ma allora il movimento sociale era un po' più profondo. Molti partecipanti al movimento avevano avuto la forza politica di cercare di prendere in mano l'organizzazione della lotta; e delle autentiche assemblee generali, con dibattito e riflessione sulla società, si erano tenute parallelamente a quelle di DRY sotto un silenzio completo da parte dei mezzi di informazione. Ecco cosa scrivevamo allora: “Domenica 22, giorno delle elezioni, c'è stato un nuovo tentativo di mettere fine alle assemblee. DRY proclama che 'gli obiettivi sono stati raggiunti' e che il movimento deve concludersi. La risposta è unanime: 'Noi non siamo qui per le elezioni!' Lunedì 23 e martedì 24 le assemblee raggiungono il loro punto culminante, sia in numero di partecipanti che per la ricchezza dei dibattiti. Gli interventi, le parole d'ordine, i cartelli si moltiplicano e dimostrano una riflessione profonda: 'Dove sta la sinistra? In fondo a destra!', 'Se voi non ci lasciate sognare, noi vi impediremo di dormire!', 'Senza lavoro, senza case, senza paura!', 'Hanno ingannato i nostri nonni, hanno ingannato i nostri figli, non inganneranno i nostri nipoti!', E traspare anche una coscienza delle prospettive: 'Noi siamo il futuro, il capitalismo è il passato!', 'Tutto il potere alle assemblee!', 'Non c'è evoluzione senza rivoluzione!', 'il futuro comincia adesso!','Credi ancora che sia un'utopia?'(...) Tuttavia, è soprattutto la manifestazione di Madrid che esprime la svolta del 19 giugno verso la prospettiva del futuro. Essa è convocata da un organismo direttamente legato alla classe operaia e nato dalle sue minoranze più attive. Il tema della manifestazione è “Marciamo insieme contro la crisi e contro il capitale”. Le rivendicazioni sono: “no alla riduzione di salari e pensioni; per lottare la disoccupazione: la lotta operaia, contro l’aumento dei prezzi, per l'aumento dei salari, per l'aumento delle imposte a quelli che guadagnano di più, in difesa dei servizi pubblici, contro le privatizzazioni della sanità, dell'istruzione... Viva l'unità della classe operaia!”[5]
Noi non condividiamo tutte le rivendicazioni degli Indignados. Debolezze e illusioni sulla democrazia borghese erano molto presenti anche lì; ma la dinamica del movimento era animata da un soffio proletario, una critica profonda del sistema, dello Stato, delle elezioni, una lotta contro le organizzazioni di sinistra e di estrema sinistra che a loro volta impiegavano tutte le loro forze politiche per limitare la riflessione e riportarlo nei limiti di quello che è accettabile dal capitalismo.
La debolezza attuale della nostra classe non ha consentito lo sviluppo di una simile critica proletaria di Nuit debout e quindi di mettere a frutto la volontà di stare assieme, di solidarizzare e di dibattere che poteva animare una parte dei partecipanti. Soprattutto, la borghesia ha tirato le lezioni dei movimenti precedenti e ha preparato molto meglio il terreno e l'inquadramento, cosciente delle sue capacità di manovra nell'attuale situazione di debolezza del proletariato. Così oggi sono i vari Attac, NPA, il Fronte di sinistra e tutti gli adepti del riformismo e di una presunta “vera democrazia” che controllano Nuit debout e che approfittano dello scombussolamento e della mancanza di prospettiva come dell'incapacità dei proletari a riconoscersi come classe e a identificare i loro interessi di classe per occupare il terreno sociale. Questi gruppi agiscono in realtà come espressione e puntelli del capitalismo.
Bisogna essere chiari: Nuit debout non ha niente di spontaneo. E' un movimento pensato, preparato e organizzato da lungo tempo da animatori e difensori radicali del capitalismo. Dietro questo movimento preteso “spontaneo” e “apolitico” si nascondono dei professionisti, dei gruppi di sinistra e di estrema sinistra che usano l'”apoliticismo” per meglio controllare il movimento. Non a caso l'appello per il 31 marzo aveva già per la prima sera una dimensione tipicamente professionale: “Programma: animazione, ristorazione, concerti, scambio di informazioni, Assemblea cittadina permanente e piena di sorprese”.
L'origine di Nuit debout è un incontro pubblico organizzato alla Borsa del lavoro di Parigi, il 23 febbraio 2016. Questo incontro, battezzato “Far loro paura”, è motivata dalle entusiastiche reazioni del pubblico al film di François Ruffin, Merci Patron! Viene presa la decisione di occupare Place de la Republique al termine della manifestazione del 31 marzo. “Il collettivo 'di pilotaggio', una quindicina di persone, comprende: Johanna Silva del giornale Fakir, Loic Canitrot, della compagnia Jolie Mome, Leila Chaibi del Collettivo Giovedì nero e aderente al Partito di sinistra, una sindacalista di Air France, un membro dell'associazione Gli inseminatori e, ancora, uno studente di Scienze Politiche, l'economista Thomas Coutrot e Nicolas Galepides di Sud-PTT (…). L'associazione Diritto alla casa offre il suo aiuto, in particolare giuridico e pratico, e anche l'organizzazione altermondialista Attac e l'unione sindacale Solidali fanno parte del collettivo. E' l'economista Frederic Lordon che è stato invitato dal collettivo di iniziativa per aprire questa prima notte parigina del 31 marzo. [La sua idea] 'Per la repubblica sociale', (…) troverà un'eco nelle riunioni di riflessione sulla scrittura di una nuova Costituzione (a Parigi, Lione...” Queste poche linee estratte da Wikipedia rivelano a qual punto tutte le forze politiche ufficiali, sindacali e associative della sinistra hanno contribuito a preparare prima e poi a prendere in carico il movimento Nuit debout.
E chi è François Ruffin? Redattore capo del giornale gauchiste Fakir, è vicino al Fronte di sinistra e alla CGT. Il suo obiettivo è fare pressione sullo Stato e i suoi rappresentanti”, o, secondo le sue stesse parole, “far loro paura” (sic!). Perché un movimento riesca, secondo lui, bisogna che “la lotta di strada e l'espressione nelle urne convergano”, come nel 1936 (Guerra di Spagna) e “anche nel 1981”, il che significa dimenticare volontariamente e velocemente che il 1936 ha preparato l'intruppamento della classe operaia nella Seconda guerra mondiale; quanto al 1981, questo preteso “movimento sociale” ha permesso al Partito Socialista di arrivare al potere per portare avanti una delle politiche più efficacemente anti-operaie di questi ultimi decenni ! Ecco il vestito di Nuit debout: un'impresa fortemente destinata a far credere a tutti i suoi partecipanti in buona fede e pieni di speranze che essi lottano in maniera efficace e radicale per meglio dirigerli verso le urne e l'illusione che la società capitalista possa essere più umana se si vota per i “buoni partiti”[6]
Questa iniziativa della sinistra del Partito Socialista e dell'estrema sinistra arriva in un momento estremamente opportuno per la borghesia: a un anno dalle elezioni presidenziali, con il PS fortemente discreditato. Quello che è in gioco a corto e medio termine è in gran parte la capacità della borghesia di costruire una nuova sinistra credibile di fronte alla classe operaia, una sinistra “radicale”, alternativa e democratica”. E' la stessa dinamica d'altra parte che si gioca in forma abbastanza simile in diversi paesi, con Podemos in Spagna e Sanders negli Stati Uniti, per esempio. Non è per niente certo che la parte della manovra che riguarda il versante elettorale riesca ad avere successo per la borghesia, cioè che riesca a mobilitare per le elezioni, dal momento che la classe operaia è profondamente disgustata dall'insieme dei partiti politici. Ed anche il tentativo di François Ruffin di indirizzare i partecipanti di Nuit debout verso i sindacati[7], in particolare la CGT, è stato finora un fallimento. Viceversa, l'ideologia veicolata da questo movimento, il “cittadinismo”, che diluisce ancora un altro poco l'identità di classe del proletariato e mette la personalizzazione al posto della lotta contro il sistema capitalista è un veleno particolarmente efficace e pericoloso per l'avvenire.
Nuit debout, più ancora che una ennesima manovra delle forze di sinistra e dell'estrema sinistra della borghesia, è il simbolo della grande difficoltà attuale degli operai a riconoscersi come una classe, come una forza sociale portatrice di un futuro per l'insieme dell'umanità. E queste difficoltà non sono puntuali: esse si iscrivono in un processo profondo e storico della società. I semi piantati da movimenti come la lotta contro il CPE o gli Indignados, che sono stati una espressione di bisogni reali del proletariato per sviluppare la sua lotta sono oggi bloccati sotto un suolo gelato. Quanto ai movimenti più antichi, come la Comune di Parigi o la Rivoluzione di ottobre 1917, sono al momento sepolti sotto tonnellate di menzogne e di silenzi.
Ma se l'atmosfera sociale si riscaldasse, sotto i colpi della crisi e dell'intensificazione inevitabile degli attacchi contro tutte le nostre condizioni di esistenza, allora dei fiori potrebbero germogliare. Questa fiducia nell'avvenire si fonda sulla coscienza che il proletariato è una classe storica che porta sempre in sé questo altro mondo, liberato dai rapporti di sfruttamento, necessario e possibile per l'umanità.
Germain, 15 maggio 2016
[1] Il nome del ministro del lavoro autore del progetto di legge, l'equivalente del Job's act di Renzi
[2] Questa denuncia della oligarchia è peraltro molto vicina alla focalizzazione sul “sistema di potere” di Donald Trump negli Stati Uniti. Se la forma è diversa, si tratta in realtà dello stesso fondo ideologico, quello della personalizzazione.
[3] Sul CPE, leggere sul nostro sito in francese : “Salut aux jeunes générations de la classe ouvrière !”
[4] Leggere sul nostro sito in francese : “Dossier spécial sur le mouvement des Indignés et des Occupy”.
[5] Estratti dal nostro articolo pubblicato sul sito in francese : “La mobilisation des indignés en Espagne et ses répercussions dans le monde : un mouvement porteur d’avenir”.
[6] Per capire meglio il pensiero di François Ruffin e le origini di Nuit debout, vedere il nostro articolo sul suo film: Merci patron !, sul nostro sito web in francese.
[7] “Vorrei che si facesse un grande Primo Maggio, che la manifestazione finisse in piazza della République e che si facesse un meeting con i sindacati che si sono opposti alla legge sul lavoro.”
Pubblichiamo la traduzione di un contributo di un simpatizzante della CCI sulla situazione in Medio Oriente. La versione originale è disponibile sul nostro sito in inglese.
Il militarismo e la guerra, espressioni principali del modo di vita del capitalismo da circa un secolo, sono diventati i sinonimi della disintegrazione del sistema capitalista e della necessità di rovesciarlo. La guerra, in questo periodo, e per il futuro, è una questione cruciale per la classe operaia.
Nel periodo ascendente del capitalismo, le guerre potevano essere ancora un fattore di progresso storico, portavano alla creazione di unità nazionali vitali e servivano ad estendere il modo di produzione capitalista a scala mondiale: “dalla formazione dell'esercito dei cittadini, dalla Rivoluzione francese al Risorgimento italiano, dalla guerra di indipendenza americana alla Guerra Civile, la rivoluzione borghese ha preso la forma di lotte di liberazione nazionale contro i regni reazionari e le classi abbandonate dal feudalesimo (…) Queste lotte avevano per principale scopo di distruggere le sovrastrutture politiche antiquate del feudalesimo, di spazzare via il campanilismo e l'autosufficienza che impedivano la marcia verso l'unificazione del capitalismo”. (Opuscolo della CCI: Nazione o Classe). Come Marx ha scritto nel suo opuscolo a proposito della Comune di Parigi, La Guerra Civile in Francia: “Il più grande sforzo di eroismo di cui la vecchia società è ancora capace è la guerra nazionale”.
Al contrario, la guerra di oggi e di questi ultimi cento anni non può giocare che un ruolo reazionario ed attualmente minaccia la stessa esistenza dell'umanità. La guerra diventa un modo di esistenza permanente per tutti gli Stati-nazione, grandi o piccoli che siano. Anche se ogni Stato non dispone degli stessi mezzi per perseguire la guerra, tutti sono sottomessi alla stessa dinamica imperialistica. Il vicolo cieco del sistema economico obbliga le nazioni, vecchie o giovani, ad adottare una politica di capitalismo di Stato, se non vogliono correre il rischio di sparire; e questa politica è messa in opera dai partiti borghesi, dall'estrema destra all'estrema sinistra. Il capitalismo di Stato costituisce una difesa raffinata dello Stato-nazione ed un attacco permanente contro la classe operaia.
Nel periodo ascendente del capitalismo, la guerra tendeva a pagarsi da sola, sia economicamente che politicamente, rompendo le barriere allo sviluppo capitalista. Nella fase di decadenza, la guerra è una pericolosa assurdità, è diventata sempre più separata da ogni giustificazione economica. Basta guardare questi venticinque ultimi anni di pretesa «guerra per il petrolio» in Medio Oriente per accorgersi che occorrerebbero dei secoli affinché essa sia redditizia, e, comunque, a condizione che essa cessi da subito.
Dedicare una grande parte delle risorse nazionali alla guerra ed al militarismo adesso è normale per ogni Stato, ed è quello che è successo dall'inizio del XX secolo; oggi il fenomeno si è solo intensificato. Esso è legato direttamente all'evoluzione storica del capitalismo: “La politica imperialistica non è opera di uno o più Stati, è il prodotto di un determinato grado di maturità dello sviluppo mondiale del capitale, un fenomeno naturalmente internazionale, una totalità indivisibile che si può comprendere solamente nei suoi rapporti reciproci ed al quale nessuno Stato può singolarmente sottrarsi” [1]. La posizione che si adotta sulla guerra imperialistica determina da che lato della barriera di classe si trova; o si difende il dominio del capitale attraverso la difesa della nazione e del nazionalismo (compatibili sia con il trotskysmo che con l'anarchismo), o si difende la classe operaia e l'internazionalismo contro ogni forma di nazionalismo. Le "soluzioni" nazionali, le identità nazionali, la liberazione nazionale, i "conflitti" nazionali, la difesa nazionale: tutto ciò serve solamente gli interessi imperialistici, dunque capitalisti. Questi sono diametralmente opposti agli interessi della classe operaia: la guerra di classe dovrà farla finita con l'imperialismo, le sue frontiere ed i suoi Stati-nazione.
Nel 1900, c'erano quaranta nazioni indipendenti; all'inizio degli anni 1980, ce ne erano quasi 170. Oggi, ce ne sono 195. L'ultimo Stato, il Sudan del Sud, riconosciuto e sostenuto dalla "comunità internazionale", è sprofondato subito nella guerra, la carestia, la malattia, la corruzione, la legge dei signori di guerra, il gangsterismo: un'altra espressione concreta della decomposizione del capitalismo e dell'obsolescenza dello Stato-nazione. I nuovi Stati-nazione del XX e XXI secolo non sono l'espressione di una crescita di gioventù, perché essi sono nati senili e sterili, impigliati subito nelle reti dell'imperialismo, con i loro mezzi di repressione interna, ministero dell'interno, servizi segreti ed esercito nazionale, e di militarismo esterno con patti, protocolli di accordi di difesa reciproca, l'insediamento di consiglieri e di basi militari per le potenze maggiori.
" La fraseologia nazionalista è certo sopravvissuta. Ma il suo contenuto reale, la sua funzione si è convertita nel proprio contrario; essa funge ancora soltanto da indispensabile foglia di fico per le aspirazioni imperialistiche e da slogan di rivalità imperialistiche; essa è l'unica e ultima arma ideologica, con la quale le masse popolari potranno essere arruolate come carne da cannone nelle guerre imperialistiche"[2]. Da quando Rosa Luxemburg ha scritto queste righe, non ci sono state più rivoluzioni borghesi nei paesi sottosviluppati, ma solamente lotte di cricche tra gang borghesi rivali con i loro appoggi imperialistici locali e mondiali. Lo Stato militarista e la guerra diventano il modo di sopravvivenza per l'insieme del sistema come per ogni nazione; ogni proto-stato, ogni espressione nazionalista, ogni identità etnica o religiosa diventa espressione diretta dell'imperialismo.
Guardiamo più da vicino il ruolo reazionario dello Stato-nazione attraverso un breve excursus della situazione nell’ultimo secolo nell'importante regione del mondo che costituisce il Medio Oriente.
La nazione capitalista è stata preservata, e moltiplicata anche per quattro, durante gli ultimi cent’anni. Ma il suo programma democratico borghese e la sua tendenza unificatrice sono morti e sepolti; i suoi "popoli" possono essere oramai solo sottoposti alla repressione o mobilitati per difendere gli interessi imperialistici come carne da cannone. "Per completare il quadro, le nuove nazioni nascono con un peccato originario: sono dei territori incoerenti, formati da un aggregato caotico di differenti religioni, economie, culture. Le loro frontiere sono come minimo artificiali ed includono certe minoranze che appartengono a paesi limitrofi; tutto ciò può condurre solo alla disgregazione ed a scontri permanenti" [3].
Ciò è illustrato dalla moltitudine di nazionalismi, di etnie e di religioni che coabitano in Medio Oriente. Le tre religioni principali si sono moltiplicate qui in una miriade di sette, con conflitti interni ed esterni permanenti: gli Sciiti, Sunniti, Maroniti, Cristiani ortodossi e copti, gli Alauiti, ecc. Ci sono importanti minoranze linguistiche e sempre più popoli senza terra: i curdi, gli armeni, i palestinesi ed adesso i siriani.
La Prima Guerra mondiale ha visto il crollo dell'impero ottomano e dei suoi tesori, così come il crollo della posizione strategica del Medio Oriente (tra l’est e l'ovest, l'Europa e l’Africa, il canale di Suez, lo stretto dei Dardanelli) che suscitava la cupidigia delle grandi potenze. Anche prima che il petrolio fosse scoperto in questa regione, e molto prima che si rendesse conto dell'ampiezza delle riserve di petrolio, la Gran Bretagna aveva mobilitato truppe (1,5 milione di uomini) nella regione. Avendo resistito alla minaccia rappresentata dalla Germania e la Russia, e malgrado le rivalità esistenti tra la Gran Bretagna e le Francia, queste due potenze hanno formato a loro immagine i paesi di questa regione: la Siria, l'Iraq, il Libano, la Cisgiordania, l'Iran, l'Arabia Saudita, il "protettorato" palestinese, le frontiere di questi paesi sono state disegnate dalla due potenze imperialiste vittoriose, ciascuna sorvegliante al tempo stesso i suoi partner ed i vecchi rivali con la coda dell'occhio. Queste assurde "nazioni" sono diventate concime fertile per ulteriore instabilità e conflitti, non solamente a causa delle rivalità tra le grandi potenze ma anche a causa di lotte regionali tra loro stesse. Ciò ha dato spesso adito a spostamenti massicci di popolazioni, giustificati dalla necessità di formare entità nazionali distinte: in una parola, hanno fertilizzato il suolo con i pogrom, l'espulsione, la violenza tra le religioni e le sette che oggi siamo obbligati a sopportare; inoltre, questa violenza si estende e diventa sempre più pericolosa: Sunniti contro Sciiti, ebrei contro musulmani, Cristiani contro musulmani e sette ancora più vecchie, finora lasciate tranquille, che adesso sono trascinate nella burrasca imperialista. La regione è diventata una fusione violenta di regimi totalitari, di conflitti religiosi, di terrorismo e della legge dei signori di guerra, una prova supplementare che non c'è soluzione alla barbarie capitalista, a parte la rivoluzione comunista. Con la Dichiarazione Balfour, nel novembre 1917, l'Inghilterra aveva promesso un sostegno all'installazione di una patria ebraica in Palestina; intendeva utilizzarla come alleata locale contro i suoi grandi rivali. È nella cornice militarista di lotte sanguinose con i dirigenti arabi che è nato lo Stato sionista.[4] Gli Stati Uniti, principale beneficiario della Prima Guerra mondiale, cominciarono a soppiantare la Gran Bretagna come primo gendarme del mondo e questo divenne un'evidenza in Medio Oriente.
La controrivoluzione stalinista degli anni 1920-30, aiutata ed incoraggiata dalle potenze occidentali, ha implicato l'aumento delle macchinazioni imperialistiche in Medio Oriente, fino a e durante la Seconda Guerra mondiale. In questo periodo, i turchi, le fazioni arabe ed i sionisti oscillavano tra la Gran Bretagna e la Germania; la maggioranza scelse la Germania. Questa regione era importante per le due grandi potenze[5], ma è stata risparmiata relativamente dalle distruzioni, per il fatto che i campi di battaglia principali si trovavano in Europa e nel Pacifico. Nell'insieme, e la fine della guerra doveva confermarlo, la Gran Bretagna e la Francia hanno condotto una guerra persa in partenza in Medio Oriente ed altrove, perché la gerarchia imperialistica è stata messa a soqquadro dalla superpotenza americana. E ciò è stato ulteriormente rafforzato dalla creazione di uno Stato sionista che è stato molto sostenuto dagli Stati Uniti (in principio anche dalla Russia), a detrimento degli interessi nazionali britannici. La creazione dello Stato-nazione d'Israele ha determinato una nuova zona di conflitti la cui nascita ha implicato la creazione di un enorme e permanente problema di profughi che, ingrossandosi, ha rafforzato uno stato d'assedio militare permanente. L'esistenza d'Israele è probabilmente uno degli esempi più sorprendenti del modo con cui un paese formato nella decadenza capitalista è inquadrato dalla guerra, sopravvive per la guerra e vive nella paura costante della guerra.
Un altro capitolo dell'imperialismo è stato aperto quando il Medio Oriente è diventato una posta in gioco della Guerra Fredda tra il blocco americano e quello russo, che si sono consolidati dopo la Seconda Guerra mondiale e hanno effettuato parecchi interventi attraverso l'impegno di potenze militari loro alleate. Così, all'epoca delle guerre arabo-Israele del 1967 e 1973, i due blocchi in un certo modo si affrontavano per procura; le vittorie schiaccianti d'Israele hanno ridotto considerevolmente la capacità dell'URSS a mantenere i punti d’appoggio che essa aveva stabilito nella regione, in particolare in Egitto. Nello stesso tempo, già negli anni 1970 ed all'inizio degli anni 1980, si sono potuti vedere i germi di quei conflitti multipolari e caotici che avrebbero caratterizzato il periodo che è seguito al crollo dell'URSS e del suo blocco. Il capovolgimento dello Scià d'Iran nel 1979 ha determinato la formazione di un regime che ha teso a liberarsi dal controllo dei due blocchi. Il tentativo della Russia di rafforzarsi, approfittando del nuovo equilibrio di forze nella regione, il suo tentativo di occupazione dell'Afghanistan nel 1980, l'ha trascinata in una lunga ed usurante guerra che ha contribuito notevolmente al crollo del suo blocco. Allo stesso momento, favorendo lo sviluppo dei Mujahidin islamici (incluso il nucleo che diventerà Al Qaïda) per lottare contro l'occupazione russa, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna ed il Pakistan stavano fabbricando un mostro che presto avrebbe loro morso le mani. Durante questo tempo, l'imperialismo americano procedeva con il ritiro delle sue truppe dal Libano, non riuscendo a sottrarlo alle forze che agiscono come mandatari dell'Iran e della Siria.
È durante questo periodo che si assiste all'inizio della perdita di potere degli Stati Uniti che è al tempo stesso un'espressione ed un contributo alla decomposizione ambientale di oggi. Dopo il crollo del blocco russo, si è verificata la disintegrazione delle alleanze intorno agli Stati Uniti e lo sviluppo centrifugo del ciascuno per sé delle differenti nazioni. Gli Stati Uniti hanno reagito energicamente a questa situazione, tentando di riunire i loro alleati con il lancio della Guerra del Golfo del 1990-91 che è finita con la morte di circa mezzo milione di iracheni (mentre Saddam Hussein restava al suo posto). Ma la realtà di questa tendenza era troppo forte ed il dominio americano era già irrimediabilmente compromesso. Dopo l’11 settembre 2001, i neo-conservatori evangelici che agiscono per conto dell'imperialismo americano hanno impegnato nuove guerre in Afghanistan ed in Iraq, facendole apparire come una crociata contro l'islam, attizzando in tal modo le fiamme del fondamentalismo islamico.
Nel film del 1979 realizzato da Francis Ford Coppola, Apocalipse now, un colonnello rinnegato americano chiede al sicario ingaggiato dalla CIA cosa pensa dei suoi metodi; l'assassino risponde: “non vedo alcun metodo”. Non c'è metodo nelle guerre di oggi nel Medio Oriente, al di fuori di un grande precetto: “fate ciò che volete”. Non c'è nessuna giustificazione economica (miliardi di dollari sono appena andati in fumo per le guerre d’Iraq e dell'Afghanistan), ma solo una discesa permanente nella barbarie. Per quanto finto possa essere, il personaggio del colonnello Kurtz nel film è il simbolo dell'esportazione della guerra del “cuore delle tenebre”, che in realtà si trova nei centri principali del capitale piuttosto che nei deserti del Medio Oriente o le giungle del Vietnam e del Congo.
In Siria oggi, ci sono un centinaio di gruppi che combattono il regime e si battono tra loro, tutti teleguidati più o meno dalle potenze locali o da altre più importanti. La “nuova nazione”, il preteso califfato dello Stato islamico, col suo imperialismo, la sua carne da cannone, la sua brutalità e la sua irrazionalità, è al tempo stesso a pieno titolo un'espressione della decadenza del capitalismo ed il riflesso di tutte le grandi potenze che, in un modo o in un altro, l'hanno creato. Lo Stato islamico attualmente è in espansione ovunque nel mondo, guadagnando nuove filiali in Africa, impossessandosi di Boko Haram in Nigeria. Lo Stato islamico è anche in concorrenza con i Talibani in Afghanistan, che attualmente sono in pericolo nella regione dell’Helmand, che per molto tempo è stata anche una base dell'esercito britannico. Ma se lo Stato islamico fosse domani eliminato, sarebbe sostituito immediatamente da altre entità jihadiste, come Jahbat al-Nusra, una filiale di Al Qaïda. La “guerra contro il terrorismo” capitolo 2, come per il capitolo 1, farà solo aumentare il terrorismo esistente in Medio Oriente con la sua esportazione nel cuore del capitalismo.
Una delle caratteristiche del numero crescente di guerre in Medio Oriente è il riemergere della Russia sul piano militare, con la copertura ideologica dei "valori" della vecchia nazione russa. Durante la Guerra Fredda, la Russia è stata cacciata dall'Egitto e dal Medio Oriente in generale, perché la sua potenza era declinata. Adesso, la Russia è riapparsa, non sotto forma di capo blocco come prima (ha solamente alcune ex-repubbliche anemiche come alleate), ma come una forza allestita nella decomposizione che deve sostenere l'imperialismo per la sua "identità" nazionale. La debolezza della Russia è evidente nei suoi tentativi disperati per installare delle basi in Siria, le più importanti all'esterno del suo territorio. Un altro fattore che avrà un'incidenza importante, anche per lei, è l'attuale avvicinamento tra gli Stati Uniti e l’Iran, legati dall'accordo sul nucleare del 2015. Questo accordo esprime anche una debolezza fondamentale dell'imperialismo americano ed è la sorgente di tensioni importanti tra gli Stati Uniti ed i loro principali alleati regionali, Israele ed Arabia Saudita.
Da qualunque lato lo si guardi, il disordine imperialista in Medio Oriente diventa sempre più impossibile da controllare. In questa situazione pesa anche il posizionamento della Turchia, che non ha esitato a versare olio sul fuoco della guerra. La sua guerra contro i curdi non avrà fine ed attraverso il suo agire, monta gli uni contro gli altri, gli Stati Uniti, la Russia e l'Europa. Le sue relazioni con la Russia si sono raffreddate in particolare dopo la distruzione di un aereo da caccia russo, mentre ha utilizzato il grossolano pretesto di attaccare lo Stato islamico per colpire basi curde. C'è la partecipazione dell'Arabia Saudita che, sebbene falsamente alleata degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, è stata un importante finanziatore di differenti bande islamiche nella regione, grazie all'esportazione non solo della sua ideologia ortodossa ed ultraconservatrice wahabita ma anche di armi e denaro.
Appena gli Stati-nazione sono sprofondati nella decadenza, l'Arabia Saudita è apparsa come una delle peggiori farse storiche. Minata dalla caduta dei prezzi del barile di oro nero, che è stata incoraggiata dall'Iran (il che designa il petrolio non come un fattore di aggiustamento economico ma come un'arma imperialista) e temendo che la teocrazia iraniana rivale ridivenga il gendarme della regione dopo i suoi recenti accordi con gli Stati Uniti, il regime saudita ha portato un colpo contro l'Iran con l'esecuzione del celebre imam sciita Sheikh Nimr al-Nimr, e con altre decapitazioni che sono state appena menzionate dai media occidentali. Questa provocazione pianificata contro l'Iran mostra una certa disperazione ed una debolezza del regime saudita, così come un pericolo che la situazione scivoli e diventi fuori controllo. Le recenti azioni del regime saudita rivelano nuove tendenze centrifughe di ogni nazione al ciascuno per sé e la difficoltà delle grandi potenze, in particolare degli Stati Uniti, a contenerle. Una cosa è certa per quanto riguarda l'attuale rivalità Iran/Irak, e cioè la prospettiva dell'aggravamento della guerra, dei pogrom e del militarismo attraverso la regione, con le molteplici tensioni e la precarietà delle alleanze provvisorie che guadagnano campo. Alcuni scontri sono stati segnalati più lontano in Egitto (che l'Arabia Saudita ha finanziato nella sua lotta contro i Fratelli musulmani) e tutto ciò non potrà che aggravarsi.
Lo Stato-nazione del Libano è stato già lacerato negli anni 1980; adesso le tensioni vanno ad aumentare e le conseguenze della rottura di questo fragile Stato sarebbero disastrose, almeno per Israele la cui guerra larvata con le fazioni palestinesi e gli Hezbollah continua.
Infine, bisogna menzionare il ruolo crescente della Cina, anche se i suoi principali punti di rivalità imperialiste (con gli Stati Uniti, il Giappone ed altri) ricadono sull'Estremo Oriente. Emersa come alleata subalterna della Russia alla fine degli anni 1940 e 1950, la Cina ha cominciato ad avere un percorso indipendente negli anni 1960 (la “rottura cino-sovietica”), che ha condotto velocemente ad una nuova intesa con gli Stati Uniti. Ma, dagli anni 1990, la Cina è diventata la seconda potenza economica mondiale e ciò ha allargato seriamente le sue ambizioni imperialistiche, lo si vede nei suoi sforzi per penetrare in Africa. Per il momento, ha operato ai lati dell'imperialismo russo nel Medio Oriente, bloccando i tentativi americani di disciplinare la Siria e l'Iran, ma il suo potenziale per seminare il panico nell'equilibrio mondiale delle potenze, accelerando così la caduta nel caos, resta in larga misura non sfruttato. Ciò ci dà un’ulteriore prova che il decollo economico di una vecchia colonia come la Cina oramai non è più un fattore di progresso umano, ma porta con lui nuove minacce di distruzioni, sia militari che ecologiche.
Abbiamo cominciato con lo studiare la natura reazionaria dello Stato-nazione, una volta espressione del progresso e che adesso è diventato non solo un ostacolo all'avanzata dell'umanità ma anche una minaccia per la sua stessa esistenza. Lo scoppio virtuale delle nazioni siriane ed irachene, che obbliga milioni di persone a fuggire dalla guerra ed in un modo o nell’altro ad evitare di farsi arruolare, la nascita dello Stato islamico, il progetto nazionale di Jahbat al-Nusra, la difesa patriottica del popolo curdo, tutto ciò sono espressioni della decadenza, dell'imperialismo che non ha niente altro da offrire alle popolazioni di queste regioni che la miseria e la morte. Non c'è soluzione alla decomposizione del Medio Oriente in seno al capitalismo. Di fronte a ciò, è vitale che il proletariato mantenga e sviluppi i suoi interessi contro quelli dello Stato-nazione. La classe operaia nei paesi centrali del capitalismo detiene le chiavi della situazione, tenuto conto dell'estrema debolezza del proletariato nelle zone in guerra. E, sebbene la borghesia sottometta la classe operaia dei paesi centrali del capitalismo ad un martellamento ideologico permanente intorno ai temi dei profughi e del terrorismo, non osa ancora mobilitarla direttamente per la guerra. Potenzialmente, la classe operaia rappresenta la più grande minaccia contro l'ordine capitalista. Ma se vogliamo evitare il disastro verso cui stiamo correndo deve trasformare questo potenziale in realtà. Comprendere che gli interessi proletari sono internazionali, che lo Stato-nazione non è più un quadro vitale per la vita umana, sarà una parte essenziale di questa trasformazione.
Boxer, simpatizzante della CCI (13 gennaio 2016)
[1] Rosa Luxemburg, Juniusbroschure, in Scritti Scelti, Einaudi, pag. 482
[2]Ibidem, pag. 483
[3] Bilancio di 70 anni di lotte di liberazione nazionale, 2a parte: le nuove nazioni, Revue Internationale n°69 pp. 20-21.
[4] Vedere le Note sul conflitto imperialista in Medio Oriente 1a parte, Revue Internationale n°115, p. 21.
[5] Vedere le Note sul conflitto imperialista in Medio Oriente 3a parte, Revue Internationale n°118, estate 2004.
Un secolo fa, il primo maggio 1916, sulla piazza di Postdam a Berlino, il rivoluzionario internazionalista Karl Liebknecht dava la risposta della classe operaia alla guerra che devastava l'Europa e massacrava tutta una generazione di proletari. Davanti ad una folla di circa 10.000 operai che manifestavano in silenzio contro le privazioni, una delle conseguenze obbligate della guerra, Liebknecht descrisse l'angoscia delle famiglie di proletari che si confrontavano con la morte al fronte e con la carestia a casa loro, e terminò il suo discorso (che era stato anche riprodotto e distribuito nella manifestazione sotto forma di volantino) con la parola d’ordine "abbasso la guerra" e "abbasso il governo", ciò che provocò immediatamente il suo arresto malgrado gli sforzi della folla per difenderlo. Ma il processo a Liebknecht, il mese seguente, fu accompagnato da uno sciopero di 55.000 operai nelle industrie di armamento, condotto attraverso una nuova forma di organizzazione sui posti di lavoro, i sindacati di base rivoluzionari. Lo sciopero fu comunque sconfitto e molti dei suoi organizzatori inviati al fronte. Ma tale sciopero insieme ad altre lotte che cominciavano a manifestarsi in entrambi i campi in guerra erano i germi dell'ondata rivoluzionaria che sarebbe esplosa in Russia nel 1917, ed un anno più tardi in Germania, cosa che obbligò la classe dominante, atterrita dalla propagazione del "virus rosso", a mettere fine alla carneficina [1].
Ma questa fine fu solo un arresto temporaneo, perché l'ondata rivoluzionaria non mise fine al capitalismo decadente ed alla sua inevitabile deriva verso la guerra. L'accordo di pace "dei predatori" imposto alla Germania dai vincitori mise immediatamente in moto un processo che - sotto la sferza della crisi economica mondiale degli anni 1930 - avrebbe sprofondato il mondo in un olocausto ancora più devastante nel 1939-1945. Ancor prima che questa guerra terminasse, già furono tracciate le linee del fronte di un'altra guerra mondiale, l'America da un lato e l'URSS dall'altro, due blocchi militari che, durante i 4 o 5 decenni successivi, avrebbero manovrato per la conquista di posizioni strategiche attraverso tutta una serie di conflitti locali: Corea, Vietnam, Cuba, Angola, guerre arabo-israeliane…
Questo periodo - la sedicente "guerra fredda", che poi non è stata così fredda per i milioni di persone che sono morte sotto la bandiera della "liberazione nazionale", o della difesa del "mondo libero contro il comunismo" - fa parte della storia passata, ma oggi la stessa guerra è più diffusa che mai. La disintegrazione dei blocchi imperialistici dopo il 1989, a dispetto delle promesse dei politici e dei filosofi al loro soldo non ci ha portato un "nuovo ordine mondiale" o alla "fine dalla storia" ma ad un disordine mondiale crescente, ad una successione di conflitti caotici che in sé portano la minaccia per la sopravvivenza dell'umanità, come lo è stata lo spettro della terza guerra mondiale con l'arma nucleare nel periodo precedente.
Nel 2016 ci troviamo dunque di fronte a tutta una serie di guerre, dall'Africa fino all'Asia centrale, passando dal Medio Oriente; con tensioni crescenti in Oriente dove il gigante cinese si erge contro i suoi rivali giapponesi e soprattutto americani; con un fuoco attivo che cova in Ucraina dove la Russia cerca di riguadagnare la gloria imperialistica che ha perso col crollo dell'URSS.
Come quella nella ex-Iugoslavia, uno dei primi e più importanti conflitti nel periodo "post-blocchi", la guerra in Ucraina ha luogo alle porte della stessa Europa, vicino ai bastioni classici del capitalismo mondiale, dove si concentrano le più importanti frazioni della classe operaia internazionale.
I flussi di profughi che cercano di scappare dalle zone di guerra - Siria, Iraq, Libia, Somalia o Afghanistan - dimostrano che l'Europa non è più un'isola tagliata fuori dall'incubo guerriero che si è abbattuto su gran parte dell'umanità. Al contrario, le classi dominanti dei paesi centrali del capitalismo, le "grandi democrazie", sono state un fattore attivo nella proliferazione delle guerre in questo periodo, con tutta una serie di avventure militari alla periferia del sistema, dalla prima guerra del golfo nel 1991 fino all'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq all'inizio del ventunesimo secolo, ed alle campagne più recenti di bombardamenti in Libia, Iraq e Siria. Come ricaduta, queste avventure hanno smosso il nido di calabroni del terrorismo islamico, che subito si è preso una sanguinosa rivincita colpendo continuamente i centri capitalisti, dagli attacchi alle Twin Towers nel 2001 fino al massacro di Parigi del 2015.
Se la crisi dei rifugiati e gli attacchi terroristici ci ricordano costantemente che la guerra non è una realtà "straniera", è anche vero che l'Europa e gli Stati Uniti appaiono ancora come "paradisi" se paragonati ad una buona parte del mondo. Ciò si vede dal fatto che le vittime delle guerre in Africa o in Medio Oriente - o della povertà che le stritola e delle guerre della droga in Messico ed in America Centrale - sono pronte a rischiare le loro vite per raggiungere le coste d'Europa o attraversare la frontiera americana. E certamente, malgrado tutti gli attacchi contro le condizioni di vita della classe operaia che abbiamo conosciuto in questi ultimi anni, malgrado la crescita della povertà e dei senza tetto nelle grandi città d’Europa e degli Stati Uniti, le condizioni di vita media del proletariato sembrano ancora come un sogno inaccessibile a quelli che sono stati sottoposti direttamente agli orrori della guerra - un contrasto sorprendente col periodo 1914-1945.
È perché i governanti hanno appreso la lezione dal 1914-18 o dal 1939-45 e hanno costituito potenti organizzazioni internazionali, che la guerra tra le grandi potenze è impensabile?
Sicuramente ci sono stati importanti cambiamenti nel rapporto di forza tra le grandi potenze dal 1945. Gli Stati Uniti sono usciti dalla 2a guerra mondiale come i reali vincitori e sono stati proprio loro ad imporre direttamente le loro condizioni alle potenze prostrate d'Europa: niente più guerre tra potenze dell'Europa dell'ovest, ma coesione economica e militare in quanto parte del blocco imperialistico sotto la guida degli Stati Uniti per fare fronte alla minaccia dell'URSS. Anche se il blocco occidentale ha perso questa ragione primaria della sua esistenza dopo la caduta dell'URSS e del suo blocco, l'alleanza tra gli accaniti ex-rivali al centro dell'Europa - Francia e Germania - si è mantenuta relativamente stabile.
Tutto ciò ed altri elementi entrano nell'equazione e possiamo prenderne conoscenza attraverso il lavoro degli storici accademici e dei politologi. Ma c'è un elemento chiave di cui i commentatori borghesi non parlano mai. È la verità contenuta nelle prime righe del Manifesto Comunista: che la storia è la storia di lotta di classi, e che ogni classe dominante, degna di questo nome, non può permettersi di ignorare la minaccia potenziale costituita dalla grande massa dell'umanità sfruttata ed oppressa. Ciò è particolarmente pertinente quando si tratta di fare la guerra, perché la guerra capitalista, più di ogni altra, richiede la sottomissione ed il sacrificio del proletariato.
Nel periodo antecedente e dopo il 1914, le classi dominanti in Europa hanno sempre avuto un'inquietudine sul fatto che una grande guerra potesse provocare una risposta rivoluzionaria della classe operaia. Non si sentivano abbastanza fiduciose nel fare gli ultimi passi fatali verso la guerra se non prima di essere sicure che le organizzazioni, costruite attraverso decenni dalla classe operaia (i sindacati ed i partiti socialisti), abiurassero alle loro dichiarazioni internazionaliste ufficiali e le aiutassero a mandare gli operai sui campi di battaglia. Come abbiamo già sottolineato, la stessa classe dominante, anche se doveva, in certi casi, prendere una nuova forma, come in Germania, dove i "socialisti" sostituirono il Kaiser, fu obbligata a mettere fine alla guerra per bloccare il pericolo di una rivoluzione mondiale.
Negli anni 1930, una nuova guerra si preparava grazie ad una disfatta ben più brutale e sistematica della classe operaia - non solamente attraverso la corruzione delle ex-organizzazioni rivoluzionarie che si erano opposte al tradimento dei socialisti, non solamente grazie alla mobilitazione ideologica della classe operaia sulla "difesa della democrazia" e de "l'antifascismo", ma anche grazie al terrore diretto e per niente mascherato del fascismo e dello stalinismo. L'imposizione di questo terrore fu perseguita anche dalle democrazie alla fine della guerra, quando possibilità di rivolte della classe operaia venivano viste in Italia ed in Germania. In particolare, gli inglesi si assicurarono che queste ultime non raggiungessero mai i livelli di un nuovo 1917, attuando bombardamenti aerei massicci sulle concentrazioni operaie o dando tempo ai boia fascisti di eliminare il pericolo sul campo.
Il boom economico che è seguito alla 2a Guerra mondiale e lo spostamento dei conflitti imperialistici ai margini del sistema hanno significato che un conflitto diretto tra i due blocchi nel periodo che va dal 1945 al 1965 si sia potuto evitare, anche se in certi momenti è stato pericolosamente vicino. In questo periodo, la classe operaia non si era ancora ripresa dalla sua sconfitta storica e non era un fattore primario nel bloccare la marcia alla guerra.
Tuttavia, la situazione è cambiata dopo il 1968. La fine del boom del dopoguerra si è scontrata con una nuova generazione della classe operaia che non risultava più sconfitta e che si è impegnata in una serie di lotte importanti il cui segnale è stato lo sciopero generale in Francia del 1968 e "l'autunno caldo" in Italia nel 1969. Il ritorno della crisi economica aperta ha acuito le tensioni imperialistiche e dunque il pericolo di un conflitto diretto tra i blocchi, ma né da un lato né dell'altro dei campi imperialistici, la classe dominante poteva essere sicura di persuadere gli operai a smettere di lottare per i loro interessi materiali abbandonandosi ad una nuova guerra mondiale.
Lo sciopero di massa in Polonia nel 1980 lo ha ben dimostrato. Sebbene sia stato alla fine sconfitto, ha mostrato chiaramente alle frazioni più intelligenti della classe dominante russa che non avrebbero mai potuto contare sui lavoratori dell'Europa dell'Est (e probabilmente nemmeno su quelli della stessa Russia, che avevano cominciato anche loro a lottare contro gli effetti della crisi) per fare parte di un'offensiva militare disperata contro l'occidente.
Questa incapacità a fare aderire la classe operaia ai suoi progetti di guerra è stata dunque un elemento essenziale nello scoppio implosivo dei due blocchi imperialistici e nel rinviare ogni prospettiva di una 3a guerra mondiale classica.
Se la classe operaia, sebbene non abbia preso ancora coscienza del reale progetto storico che le è proprio, può avere un peso tanto importante nella situazione mondiale, ciò deve essere preso sicuramente in conto quando si considerano ancora le ragioni per le quali il flusso delle guerre non ha raggiunto i paesi centrali del capitalismo? Dobbiamo considerare la domanda anche sotto un altro angolo: se c'è tanta barbarie e distruzioni irrazionali che dilagano in Africa, Medio Oriente ed Asia centrale, non è perché lì la classe operaia è debole, ha poche tradizioni di lotta e di politica di classe indipendente, è dominata dal nazionalismo, dal fondamentalismo religioso - ed anche dalle illusioni che arrivando alla "democrazia" si farebbe un passo avanti?
Ciò è meglio comprensibile se si esamina la sorte delle rivolte che hanno sconvolto il mondo arabo (ed Israele…) nel 2011. Nei movimenti in cui era più forte l’impronta della classe operaia, anche se erano coinvolti differenti strati della popolazione - Tunisia, Egitto ed Israele - ci sono state delle avanzate importanti nella lotta: tendenze all'auto organizzazione ed alle assemblee di strada, all’abolizione delle divisioni religiose, etniche e nazionali. Sono stati questi elementi che lo stesso anno ispireranno le lotte in Europa e negli Stati Uniti, e soprattutto il movimento degli Indignati in Spagna. Ma il peso della classe dominante, l'ideologia sotto forma di nazionalismo, di religione e le illusioni sulla democrazia borghese erano ancora molto forti in ciascuna di queste tre rivolte in Medio Oriente ed in Africa settentrionale, portandole a false soluzioni, come in Egitto dove, dopo la caduta di Mubarak, un governo islamico repressivo è stato sostituito da un governo militare ancora più repressivo. In Libia ed in Siria, dove la classe operaia è molto più debole avendo solo inizialmente e comunque poca influenza sulle rivolte, la situazione è degenerata velocemente nei molteplici conflitti militari, alimentati dalle potenze regionali e mondiali che cercano di avanzare le loro pedine, come è descritto nelle note 2 e 3[2][3]. In questi paesi, la stessa società si è disgregata, dimostrando in modo molto chiaro ciò che può capitare se le tendenze di un capitalismo senile all'autodistruzione non vengono frenate. Infatti, in una tale situazione, ogni speranza di una risposta proletaria è persa, ed è per tale motivo che la sola soluzione per tante persone è tentare di fuggire dalle zone di guerra, qualunque siano i rischi.
Nel periodo tra 1968 e 1989, la lotta di classe è stata un ostacolo alla guerra mondiale. Ma oggi, la minaccia di guerra prende una forma differente e più insidiosa. Per reclutare la classe operaia in due grandi blocchi organizzati, la classe dominante avrebbe bisogno di rompere ogni resistenza a livello economico e al tempo stesso di trascinare la classe operaia dietro i temi ideologici che giustificano un nuovo conflitto mondiale. In breve, ciò esigerebbe la sconfitta ideologica e fisica della classe operaia, in modo simile a quello che il capitalismo riuscì a fare negli anni 30. Oggi, tuttavia, nell'assenza di blocchi, la propagazione della guerra può prendere la forma di uno slittamento graduale, se non accelerato, in una miriade di conflitti locali e regionali che implicano sempre più potenze locali, regionali e, dietro di esse, mondiali, con maggiori devastazioni di parti del pianeta e che - combinate con la distruzione strisciante dell'ambiente naturale e dello stesso tessuto della vita sociale - potrebbero significare una discesa irreversibile nella barbarie, eliminando una volta per tutte ogni possibilità di permettere alla società di passare ad un livello superiore.
Questo processo, che descriviamo come decomposizione del capitalismo, è già molto avanzato nei luoghi come la Libia e la Siria. Per impedire che questo livello di barbarie si estenda ai centri del capitalismo, la classe operaia ha bisogno di più di una forza passiva - e di più di una semplice resistenza sul piano economico. Ha bisogno di una prospettiva politica positiva. Ha bisogno di affermare la necessità di una nuova società per il comunismo autentico sostenuto da Marx e da tutti i rivoluzionari che hanno seguito le sue orme. Oggi, sembra che ci siano pochi segni per una tale prospettiva. La classe operaia ha attraversato una lunga e difficile esperienza dalla fine degli anni 1980: intense campagne della borghesia sulla morte del comunismo e la fine della lotta di classe sono state condotte contro ogni idea che la classe operaia possa avere un suo progetto per la trasformazione della società. Allo stesso tempo, l'avanzata senza tregua della decomposizione erode le viscere e lo spirito della classe, destabilizzando la sua fiducia nel futuro, generando disperazione, nichilismo, ed ogni tipo di reazioni disperate, dalla droga fino al fondamentalismo religioso ed alla xenofobia. La perdita di illusioni nei partiti "operai" tradizionali, in assenza di alternativa chiara, ha aumentato l'allontanamento della politica o ha dato uno slancio a nuovi partiti populisti di destra e di sinistra. Malgrado una certa rivitalizzazione delle lotte tra il 2003 e 2013, il riflusso della lotta di classe e della coscienza di classe, palpabile negli anni 1990, adesso sembra ancora più radicato.
E queste non sono le sole difficoltà alle quali deve far fronte la classe operaia. Oggi, il proletariato, a differenza del 1916, non deve affrontare una situazione di guerra mondiale nella quale ogni forma di resistenza è obbligata a prendere fin dall'inizio un carattere politico, ma una crisi economica che si approfondisce lentamente, manovrata da una borghesia molto sofisticata che fino ad ora è riuscita a risparmiare agli operai dei centri del sistema i peggiori effetti della crisi e, soprattutto, un'implicazione massiccia in un conflitto militare. Del resto, quando si tratta di un intervento militare nelle regioni periferiche, la classe dominante dei centri del capitalismo è molto prudente, adopera solo forze professionali, preferendo poi raid aerei e droni per minimizzare la perdita in vite di soldati che può condurre alla contestazione nell'esercito e nella popolazione civile.
Un'altra differenza importante tra il 1916 ed oggi: nel 1916, decine di migliaia di operai scioperarono in solidarietà con Liebknecht. Lui, era conosciuto dagli operai perché il proletariato, malgrado il tradimento dell'ala opportunista del movimento operaio nel 1914, non aveva perso il contatto con tutte le sue tradizioni politiche. Oggi, le organizzazioni rivoluzionarie sono praticamente una minuscola minoranza sconosciuta nella classe operaia. E questo è un ulteriore fattore che inibisce lo sviluppo di una prospettiva politica rivoluzionaria.
Con tutti questi elementi apparentemente accumulati contro la classe operaia, ha ancora senso pensare che un tale sviluppo sia oggi possibile?
Abbiamo descritto la fase attuale di decomposizione come la fase finale della decadenza del capitalismo. Nel 1916, il sistema stava solo entrando nella sua epoca di declino e la guerra si produsse molto prima che il capitalismo avesse esaurito tutte le sue possibilità economiche. In seno alla classe operaia, c'erano ancora profonde illusioni sull'idea che, se fosse stato possibile mettere fine alla guerra, si sarebbe probabilmente ritornati all'epoca della lotta per le riforme graduali in seno al sistema - illusioni su cui ha giocato la classe dominante mettendo fine alla guerra ed installando il partito socialdemocratico al potere in un paese centrale come la Germania.
Oggi, la decadenza del capitalismo è molto più avanzata e la mancanza di un futuro assicurato, avvertita da molti, è una reale riflessione sul vicolo cieco del sistema. La borghesia non ha palesemente nessuna soluzione alla crisi economica che si trascina da più di quattro decenni, nessuna alternativa allo scivolamento nella barbarie militare ed alla distruzione dell'ambiente naturale. In breve, le poste in gioco sono ancora più elevate di quanto fossero cento anni fa. La classe operaia è di fronte ad un'enorme sfida - la necessità di dare la sua risposta alla crisi economica, alla guerra ed al problema dei rifugiati, di dare una nuova visione dei rapporti dell'uomo con la natura. Il proletariato ha bisogno di più di una semplice serie di lotte sui suoi posti di lavoro - ha bisogno di fare una critica totale, sia teorica che pratica, di tutti gli aspetti della società capitalista. Non sorprende che la classe operaia, confrontata alla prospettiva offerta dalla società capitalista ed alla difficoltà immensa di liberare la sua prospettiva, cada nella disperazione. Tuttavia, abbiamo visto i bagliori di un movimento che comincia a cercare questa alternativa, soprattutto il movimento degli Indignati in Spagna che, nel 2011, ha aperto non solo la porta all'idea di una nuova forma di organizzazione sociale - contenuta nella parola d’ordine "tutto il potere alle assemblee" - ma anche ad educare se stessa sul sistema che rimetteva in questione ed che aveva bisogno di sostituire.
La nuova generazione di proletari che ha condotto questa rivolta è probabilmente ancora estremamente inesperta, manca di formazione politica e non vede se stessa come classe operaia. Tuttavia, le forme ed i metodi di lotta che sono apparsi in questi movimenti - come le assemblee - erano spesso profondamente radicati nelle tradizioni delle lotte della classe operaia. E più importante ancora, il movimento nel 2011 ha visto il riemergere di un internazionalismo autentico, espressione del fatto che la classe operaia di oggi è più globale di quanto non fosse nel 1916; che fa parte di un'immensa rete di produzione, distribuzione e comunicazione che collega tutto il pianeta; e che condivide la maggior parte degli stessi problemi fondamentali in tutti i paesi, a dispetto delle divisioni che la classe sfruttatrice tenta sempre di imporre e di manipolare. Gli Indignati erano molto coscienti che ripartivano da dove si erano fermate le rivolte in Medio Oriente, ed alcuni di loro si vedevano anche come facente parte di una "rivoluzione mondiale" di tutti coloro che sono esclusi, sfruttati ed oppressi da questa società.
Questo internazionalismo embrionale è estremamente importante. Nel 1916-17, l'internazionalismo era qualche cosa di molto concreto ed immediato. Prendeva la forma di affratellamento tra soldati degli eserciti nemici, di diserzione di massa, di ammutinamenti, di scioperi e di manifestazioni contro la guerra sul fronte interno. Queste azioni erano la realizzazione pratica delle parole d’ordine avanzate dalle minoranze rivoluzionarie quando la guerra esplose: "il nemico principale è nel nostro paese" e "trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile".
Oggi, l'internazionalismo comincia spesso sotto forme apparentemente più negative ed astratte: nella critica del quadro borghese dello Stato-nazione per risolvere il problema della guerra, del terrorismo e dei profughi; nel riconoscimento della necessità di andare al di là degli Stati-nazione concorrenti per superare le crisi economiche ed ecologiche. Ma, in certi momenti, può prendere una forma più concreta: nei legami internazionali, al tempo stesso fisici e numerici, tra i partecipanti delle rivolte del 2011; negli atti spontanei di solidarietà verso i rifugiati di lavoratori nei paesi centrali, spesso affrontando la propaganda xenofoba della borghesia. In certe parti del mondo, certamente, la lotta diretta contro la guerra è una necessità, e là dove esiste una classe operaia significativa, come in Ucraina, abbiamo visto dei segni di resistenza alla coscrizione e manifestazioni contro le restrizioni causate dalla guerra, sebbene qui ancora, la mancanza di una coerente opposizione proletaria al militarismo ed al nazionalismo abbia seriamente indebolito la resistenza alla marcia alla guerra.
Per la classe operaia dei paesi centrali, l'implicazione diretta nella guerra non è immediatamente all'ordine del giorno, e la questione della guerra può sembrare ancora lontana delle preoccupazioni quotidiane. Ma come già hanno mostrato la "crisi dei rifugiati" e gli attacchi terroristici in questi paesi, la guerra sta diventando sempre più una preoccupazione quotidiana per gli operai dei paesi centrali del capitale che, da un lato, sono meglio posti per approfondire la loro comprensione delle cause che stanno alla base della guerra e della sua connessione con la crisi globale, storica, del capitalismo; e dall'altro per colpire la bestia al cuore, i paesi centrali del sistema imperialista.
Amos 16.01.16
[1] Per una visione più approfondita di questi avvenimenti, vedere la Rivista Internazionale n°30: Germania 1918-19: 90 anni fa, la rivoluzione tedesca: di fronte alla guerra il proletariato ritrova i suoi principi internazionalisti. https://it.internationalism.org/node/666 [368]
[2] Le bombe britanniche aumenteranno il caos nel Medio Oriente. ICC on line, gennaio 2016.
[3] Medio Oriente: L'obsolescenza storica dello Stato-nazione. ICC on line, gennaio 2016.
1a parte: La nozione di Frazione nella storia del movimento operaio
Come riportato nell'articolo "40 anni dopo la fondazione della CCI - Quale bilancio e quali prospettive per la nostra attività?" il 21° congresso della CCI ha adottato un rapporto sul ruolo della CCI in quanto "Frazione". Questo rapporto è costituito da due parti, una prima che presenta il contesto di questo rapporto e un richiamo storico della nozione di "Frazione" ed una seconda che analizza concretamente il modo con cui la nostra organizzazione aveva interpretato la sua responsabilità. Pubblichiamo qui la prima parte di questo rapporto che presenta un interesse generale al di là delle questioni alle quali è confrontata specificamente la CCI.
Il 21° congresso internazionale pone al centro delle sue preoccupazioni un bilancio critico dei 40 anni di esistenza della CCI. Questo bilancio critico riguarda:
- le analisi generali elaborate dalla CCI (cf i 3 rapporti sulla situazione internazionale);
- il modo con cui la CCI ha sostenuto il suo ruolo di partecipazione alla preparazione del futuro partito.
La risposta a questa seconda domanda suppone evidentemente che sia ben definito il ruolo che incombe sulla CCI nel periodo storico attuale, un periodo dove non esistono ancora le condizioni per l'apparizione di un partito rivoluzionario, e cioè di un'organizzazione che abbia un’influenza diretta sul corso degli scontri di classe:
"Non si può studiare e comprendere la storia di questo organismo, il Partito, se non situandolo nel contesto generale delle differenti tappe percorse dal movimento della classe, dei problemi che le si pongono, dello sforzo della sua presa di coscienza, della sua capacità ad un dato momento di rispondere in modo adeguato a questi problemi, di trarre le lezioni dalla sua esperienza e farne un nuovo trampolino per le sue lotte a venire.
Se dunque i partiti politici sono un fattore di primo ordine dello sviluppo della classe, allo stesso tempo, essi rappresentano un'espressione dello stato reale di questa ad un dato momento della sua storia". (Révue Internationale n°35, "Sul partito ed i suoi rapporti con la classe", punto 9)
"Durante tutto il suo lungo movimento, la classe è stata sottoposta al peso dell'ideologia borghese che tende a deformare, a corrompere i partiti proletari, a snaturare la loro vera funzione. A questa tendenza si sono opposte le frazioni rivoluzionarie che si sono date il compito di elaborare, di chiarificare, di precisare le posizioni comuniste. È principalmente il caso della Sinistra Comunista generata della 3a Internazionale: la comprensione della questione del Partito passa necessariamente dall'assimilazione dell'esperienza e dagli apporti dell'insieme di questa Sinistra Comunista Internazionale.
Spetta tuttavia alla Frazione Italiana della Sinistra Comunista il merito specifico di avere messo in evidenza la differenza qualitativa che esiste nel processo di organizzazione dei rivoluzionari secondo i periodi: quella di sviluppo della lotta di classe e quella delle sue disfatte e dei suoi riflussi. La FI ha delineato con chiarezza, per ciascuno dei due periodi, la forma presa dall'organizzazione dei rivoluzionari ed i compiti corrispondenti: nel primo caso la forma di partito, potendo esercitare un'influenza diretta ed immediata nella lotta di classe; nel secondo caso, quella di un'organizzazione numericamente ridotta la cui influenza è ben più debole e poco operante nella vita immediata della classe. A questo tipo di organizzazione, ha dato il nome distintivo di Frazione che, tra due periodi di sviluppo della lotta di classe, e cioè tra due momenti dell'esistenza del Partito, costituisce un legame, una cerniera, un ponte organico tra il vecchio partito ed il futuro Partito". (Ibid., punto 10)
A questo punto dobbiamo porci un certo numero di domande:
- che cosa ricopriva questa nozione di frazione nei diversi momenti della storia del movimento operaio?
- in quale misura la CCI può essere considerata una "frazione?"
- quali sono i compiti di una frazione che restano validi per la CCI e quali sono quelli di sua competenza?
- quali compiti particolari incombono sulla CCI e quali non sarebbero quelli delle frazioni?
Nella prima parte di questo rapporto, andiamo ad affrontare essenzialmente il primo di questi 4 punti per stabilire una cornice storica alla nostra riflessione e permetterci di affrontare meglio la seconda parte del rapporto che si propone di rispondere alla domanda centrale posta sopra: quale bilancio può trarsi dal modo con cui la CCI ha sostenuto il suo ruolo allo scopo di partecipare alla preparazione del futuro partito?
Per esaminare questa nozione di Frazione nei differenti momenti della storia del movimento operaio, che ha permesso alla Frazione italiana di elaborare la sua analisi, distinguiamo 3 periodi:
- l'infanzia del movimento operaio: la Lega dei comunisti e l'AIT (Associazione Internazionale dei Lavoratori o Prima Internazionale);
- l'età della sua maturità: La 2a Internazionale o Internazionale socialista;
- il "periodo delle guerre e delle rivoluzioni" (secondo l'espressione adoperata dall'Internazionale Comunista).
Ma, per cominciare, può essere utile fare un breve richiamo sulla storia dei partiti del proletariato poiché la questione della Frazione ritorna, fondamentalmente, a porre in qualche modo la questione del Partito, costituendo quest’ultimo il punto di partenza ed il punto di arrivo della Frazione.
La nozione di partito è stata elaborata progressivamente, sia teoricamente che praticamente, durante l'esperienza del movimento operaio (Lega dei comunisti, AIT, partiti della 2a Internazionale, Partiti Comunisti).
La Lega, che è un'organizzazione clandestina, appartiene ancora al periodo delle sette:
"All'alba del capitalismo moderno, nella prima metà del diciannovesimo secolo, la classe operaia, ancora nella sua fase di costituzione, conducendo lotte locali e sporadiche non poteva dare nascita che a scuole dottrinarie, a sette e leghe. La Lega dei Comunisti era l'espressione più avanzata di questo periodo nello stesso momento in cui il suo Manifesto ed il suo Appello ai "proletari di tutti i paesi, unitevi", annunciava il "periodo" seguente. ("Sulla natura e la funzione del partito politico del proletariato", punto 23, Internationalisme n°38, ottobre 1948)
L'AIT ha avuto per ruolo proprio il superamento delle sette, permettendo un largo raggruppamento di proletari europei ed una decantazione rispetto a numerose confusioni che pesavano sulla loro coscienza. Allo stesso tempo, con la sua composizione eteroclita (sindacati, cooperative, gruppi di propaganda, ecc.) non è ancora un partito nel senso che questa nozione ha acquistato in seguito in seno e grazie alla 2a Internazionale.
"La Prima Internazionale corrisponde all'entrata effettiva del proletariato sulla scena delle lotte sociali e politiche nei principali paesi d'Europa. Così essa raccoglie tutte le forze organizzate della classe operaia, le sue più diverse tendenze ideologiche. La prima Internazionale riunisce al tempo stesso tutte le correnti e tutti gli aspetti della lotta operaia contingente: economici, educativi, politici e teorici. Essa rappresenta il punto più alto de L'ORGANIZZAZIONE UNITARIA DELLA CLASSE OPERAIA, in tutta la sua diversità.
La Seconda Internazionale segna una tappa di differenziazione tra le lotte economiche dei salariati e la lotta politica e sociale. In questo periodo di pieno sviluppo della società capitalista, la Seconda Internazionale è l'organizzazione della lotta per le riforme e delle conquiste politiche, l'affermazione politica del proletariato, nello stesso momento in cui segna una tappa superiore nella delimitazione ideologica in seno al proletariato, precisando ed elaborando i fondamenti teorici della sua missione storica rivoluzionaria." (Ibid.)
È in seno alla Seconda Internazionale che si opera la distinzione chiara tra le organizzazioni generali della classe (i sindacati) e la sua organizzazione specifica incaricata di difendere il suo programma storico, il partito. Una distinzione che risulta ben chiara alla fondazione della 3a Internazionale nel momento in cui la rivoluzione proletaria è, per la prima volta, all'ordine del giorno della storia. In questo nuovo periodo, per l'IC, l'organizzazione generale della classe non è più costituita dai sindacati (che comunque non raggruppano l'insieme del proletariato), ma dai consigli operai (anche se nell'IC restano delle confusioni sulla questione sindacale e su quella del ruolo del partito).
Malgrado tutte le differenze tra queste quattro organizzazioni, c'è un punto comune tra loro: hanno un impatto sul corso della lotta di classe ed è in questo senso che si può attribuire loro il nome di "partito".
Questo impatto è ancora debole per la Lega dei comunisti all'epoca delle rivoluzioni del 1848-49 dove agisce principalmente come ala sinistra del movimento democratico. Infatti, la Neue Rheinische Zeitung diretta da Marx, che ha una certa influenza in Renania ed anche nel resto della Germania, non è direttamente l'organo della Lega ma si presenta come "Organo della Democrazia". Come nota Engels: "(…) la Lega, una volta che le masse popolari si furono messe in movimento, si rivelò ben troppo debole come leva". ("Alcune parole sulla storia della Lega dei comunisti", novembre 1885). Una delle cause importanti di questa debolezza risiede nella debolezza stessa del proletariato in Germania dove la grande industria non è ancora sviluppata. Tuttavia, lo stesso Engels rileva che "La Lega è stata incontestabilmente la sola organizzazione rivoluzionaria che abbia avuto una certa importanza in Germania". L'impatto dell’AIT è ben più importante poiché essa diventa una "potenza" in Europa. Ma è soprattutto la 2a Internazionale (attraverso i differenti partiti che la compongono) che può, per la prima volta nella storia, rivendicare un'influenza determinante nelle masse operaie.
Questa domanda già è stata posta al tempo di Marx ma ha rivestito un'importanza maggiore in seguito: che cosa diventa il partito quando l'avanguardia che difende il programma storico della classe operaia, la rivoluzione comunista, non ha la possibilità di avere un impatto immediato sulle lotte di classe del proletariato?
A questa domanda, la storia ha dato differenti risposte. La prima risposta è quella dello scioglimento del partito quando le condizioni della sua esistenza non sono più presenti. E questo è stato il caso della Lega e dell’AIT. Nei due casi, Marx ed Engels hanno giocato un ruolo decisivo in questo scioglimento.
Fu così che nel novembre 1852, dopo il processo ai comunisti di Colonia che sanciva la vittoria della controrivoluzione in Germania, essi hanno fatto appello al Consiglio centrale della Lega affinché pronunciasse il suo scioglimento. Vale la pena sottolineare che la questione dell'azione della minoranza rivoluzionaria in un periodo di reazione era stata già sollevata fin dall'autunno 1850 in seno alla Lega. A metà 1850, Marx ed Engels avevano constatato che l'ondata rivoluzionaria rifluiva a causa della ripresa dell'economia: "Considerando questa prosperità generale nella quale le forze produttive della società borghese si sviluppano tanto abbondantemente quanto lo permettono le condizioni borghesi, non si dovrebbe parlare di vera rivoluzione. Una tale rivoluzione è possibile solamente nei periodi dove questi due fattori, le forze produttive moderne e le forme di produzione borghese entrano in conflitto le une con le altre". (Neue Rheinische Zeitung, Politisch-ökonomische Revue, fascicoli V e VI)
Essi sono costretti a combattere la minoranza immediatista di Willich-Schapper che vuole continuare a chiamare gli operai all'insurrezione malgrado il riflusso: "Al momento dell’ultimo dibattito sulla questione ‘della posizione del proletariato in Germania nella prossima rivoluzione’ alcuni membri della minoranza del Consiglio centrale hanno espresso dei punti di vista che sono in contraddizione diretta con la penultima circolare, anzi con il Manifesto. Essi hanno sostituito alla concezione internazionale del Manifesto una concezione nazionale e tedesca, adulando il sentimento nazionale dell’artigiano tedesco. Al posto della concezione materialista del Manifesto, hanno una concezione idealistica: al posto della situazione reale, è la volontà che diventa la forza motrice della rivoluzione. Mentre noi diciamo agli operai: vi occorrono quindici, venti, cinquant'anni di guerre civili per cambiare le condizioni esistenti e rendervi atti al dominio sociale, loro al contrario dicono: dobbiamo arrivare immediatamente al potere, o andiamo a casa a dormire! Alla stessa stregua di come i democratici utilizzano la parola 'popolo', essi utilizzano la parola 'proletariato' come semplice frase. Per realizzare questa frase, bisognerebbe proclamare tutti i piccoli-borghesi proletari, e ciò significa rappresentare la piccola borghesia, e non il proletariato. Al posto dello sviluppo storico reale, bisognerebbe mettere la frase 'rivoluzione'" (Intervento di Marx alla riunione del Consiglio centrale della Lega del 15 settembre 1850)
Così, al congresso dell'Aia del 1872, Marx ed Engels sostengono la decisione di trasferire il Consiglio Generale a New York per sottrarlo all'influenza delle tendenze bakuniniste che guadagnano posizioni in un momento in cui il proletariato europeo ha subito un'importante disfatta con lo schiacciamento della Comune di Parigi. Questo spostamento fuori dall'Europa del Consiglio Generale significava mettere fuori gioco l’AIT, un preludio al suo scioglimento. Questo scioglimento diventa effettivo alla conferenza di Filadelfia nel luglio 1876.
In un certo modo, lo scioglimento del partito quando le condizioni non permettono più la sua esistenza è stato ben più facile nel caso della Lega e dell’AIT che in seguito. La Lega era una piccola organizzazione clandestina, salvo al momento delle rivoluzioni del 1848-49 che non avevano preso un posto "ufficiale" nella società. Per L’AIT, la sua scomparsa formale non implica pertanto la sparizione di tutte le sue componenti. È così che sono sopravvissute all’AIT le Trad-unions inglesi o il partito operaio tedesco. Ciò che sparisce, è il legame formale esistente tra le sue diverse componenti.
In seguito le cose cambiano. I partiti operai non spariscono più ma passano al nemico. Essi diventano istituzioni dell'ordine capitalista, cosa che conferisce agli elementi rivoluzionari una responsabilità differente da quella che avevano all'epoca delle prime tappe del movimento operaio.
Quando la Lega è stata sciolta, non è rimasto nemmeno una minima organizzazione formale incaricata di costituire un ponte verso il nuovo partito che avrebbe potuto nascere in un momento o in un altro. Del resto, Marx ed Engels hanno ritenuto che il lavoro di elaborazione e di approfondimento teorico costituiva la prima delle priorità durante questo periodo e poiché, in quel momento, erano praticamente i soli a dominare la teoria che avevano elaborato, non avevano bisogno di un'organizzazione formale per fare questo lavoro. Detto ciò, alcuni vecchi membri della Lega restarono in contatto tra loro, in particolare nell'emigrazione in Inghilterra. Nel 1856, si assiste anche alla riconciliazione tra Marx e Schapper. Nel settembre 1864, è Eccarius, vecchio membro del Consiglio centrale della Lega, e che ha dei legami stretti col movimento operaio inglese, a chiedere la presenza di Marx alla tribuna della celebre riunione del 28 settembre a Saint-Martin's Hall dove è decisa la fondazione dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori[1]. Ed è così che ritroviamo nel Consiglio generale dell’AIT un numero significativo di vecchi membri della Lega: Eccarius, Lessner, Lochner, Pfaender, Schapper e, ovviamente, Marx ed Engels.
Quando l'AIT sparisce, rimangono, come abbiamo visto, delle organizzazioni che rappresenteranno l'origine della fondazione della 2a internazionale, particolarmente il partito tedesco generato dell'unificazione del 1875 (SAP) di cui la componente di Eisenach (Bebel, Liebknecht) era affiliata all’AIT.
Qui bisogna fare un’osservazione concernente il ruolo che si sono date queste prime due organizzazioni quando si sono costituite. Nel caso della Lega, è chiaro nel Manifesto che la prospettiva è quella della rivoluzione proletaria abbastanza a breve termine. È in seguito alla sconfitta delle rivoluzioni del 1848-49 che Marx ed Engels comprendono che le condizioni storiche non sono ancora mature. Parimenti, al momento della fondazione dell’AIT, esiste l'idea di una "emancipazione dei lavoratori" (secondo i suoi statuti) a breve o medio termine (malgrado la diversità delle visioni che ricopriva questa formula per le differenti componenti dell'Internazionale: mutualismo – reciproco soccorso ed assistenza, collettivismo, ecc.). La sconfitta della Comune di Parigi ha messo in evidenza una nuova volta l'immaturità delle condizioni per il capovolgimento del capitalismo, tanto più che nel periodo che segue si assiste ad un'espansione considerevole del capitalismo principalmente con la costituzione della potenza industriale della Germania che all'inizio del ventesimo secolo supera quella dell'Inghilterra.
Durante questo periodo di espansione del capitalismo, mentre la prospettiva rivoluzionaria resta lontana, i partiti socialisti acquistano un'importanza maggiore in seno alla classe operaia (particolarmente in Germania, evidentemente). Questo impatto crescente, mentre lo stato d'animo della maggioranza degli operai non è rivoluzionario, è legato al fatto che i partiti socialisti nel loro programma ostentano non solo la prospettiva del socialismo, ma difendono anche, nel quotidiano, il "programma minimo" di riforme in seno alla società capitalista. Del resto, è questa situazione che determina l’opposizione tra quelli per i quali "Lo scopo finale, qualunque sia, non è niente, il movimento è tutto" (Bernstein) e quelli per cui "lo scopo finale del socialismo è il solo elemento decisivo che distingue il movimento socialista dalla democrazia borghese e dal radicalismo borghese, il solo elemento che, piuttosto che dare al movimento operaio il vano compito di rattoppare il regime capitalista per salvarlo, nei fatti [è] una lotta di classe contro questo regime, per l'abolizione di questo regime". "Per la socialdemocrazia, lottare all'interno anche del sistema esistente, giorno dopo giorno, per le riforme, per il miglioramento della situazione dei lavoratori, per le istituzioni democratiche, è il solo modo di impegnare la lotta di classe proletaria e di orientarsi verso lo scopo finale, cioé lavorare a conquistare il potere politico ed ad abolire il sistema del salariato" (Rosa Luxemburg nella prefazione di Riforma sociale o Rivoluzione). Infatti, malgrado il rigetto ufficiale delle tesi di Bernstein da parte del SPD e dell'Internazionale socialista, questa visione diventa in realtà maggioritaria in seno al SPD, e specialmente nell'apparato ed in seno all'Internazionale.
"L'esperienza della Seconda Internazionale conferma l'impossibilità di mantenere al proletariato il suo partito in un periodo prolungato di una situazione non rivoluzionaria. La partecipazione finale dei partiti della Seconda Internazionale alla guerra imperialistica del 1914 non ha fatto che rivelare la lunga corruzione dell’organizzazione. La permeabilità e penetrabilità, sempre possibili, dell'organizzazione politica del proletariato da parte dell'ideologia della classe capitalista dominante, prendono, nei periodi prolungati di stagnazione e di riflusso della lotta di classe, un'ampiezza tale che l'ideologia della borghesia finisce per sostituirsi a quella del proletariato, per cui inevitabilmente il partito si svuota del suo primitivo contenuto di classe per diventare lo strumento di classe del nemico". ("Sulla natura e la funzione del partito politico del proletariato", punto 12).
È in questo contesto che, per la prima volta, nascono delle vere frazioni. La prima frazione è quella dei bolscevichi che, dopo il congresso del 1903 del POSDR (Partito Operaio Socialdemocratico Russo), intraprende la lotta contro l'opportunismo, all’inizio sulle questioni organizzative poi sulle questioni di tattica di fronte ai compiti del proletariato in un paese semi-feudale come la Russia. Bisogna notare che, fino al 1917, anche se la frazione bolscevica e la frazione menscevica conducevano le rispettive politiche in modo indipendente, esse formalmente appartenevano allo stesso partito, il POSDR.
La corrente marxista che si è sviluppata intorno al settimanale De Tribune, diretto da Wijnkoop, Van Raveysten e Ceton ma al quale collaboravano particolarmente Gorter e Pannekoek, si è impegnata a partire dal 1907 in un lavoro simile nello SDAP, il partito olandese. Questa corrente ha condotto la lotta contro la deriva opportunista in seno al partito rappresentata principalmente dalla frazione parlamentare e da Troelstra che, fin dal congresso del 1908, propone di vietare De Tribune. Troelstra l’avrà alla fine vinta all'epoca del congresso straordinario di Deventer, 13-14 febbraio 1909, dove viene decisa la soppressione de De Tribune e l’espulsione dei suoi tre redattori del partito. Questa politica mirante a separare i "capi" tribunisti dai simpatizzanti di questa corrente provoca, in effetti, una viva reazione di questi ultimi. Infine, questa politica di Troelstra di espulsione, quella del Bureau internazionale dell'IS (Internazionale socialista) che è sollecitato per un arbitraggio ma che è dominato dai riformisti, ma anche la volontà di rottura dei tre redattori (volontà che Gorter non condivide)[3] conduce i "tribunisti" a fondare a marzo un nuovo partito, il SDP, il Partito socialdemocratico. Questo partito, fino alla guerra mondiale, resterà estremamente minoritario, con un'influenza elettorale insignificante, ma beneficia del sostegno della Sinistra in seno all’Internazionale, in particolare dei bolscevichi, ciò che gli permette, alla fine, di essere reintegrato nell'IS nel 1910, dopo un primo rifiuto da parte del BSI nel novembre 1909, e di mandare dei delegati (un mandato contro 7 del SDAP, ai congressi internazionali del 1910 (Copenaghen) e 1912 (Basilea). Durante la Guerra, alla quale l'Olanda non partecipa ma che pesa considerevolmente sulla classe operaia (disoccupazione, approvvigionamento, ecc.), il SDP guadagna in influenza, compreso sul piano elettorale, per la sua politica internazionalista e di sostegno alle lotte operaie. Alla fine, il SDP prenderà il nome di Partito comunista dei Paesi Bassi (CPN) nel novembre 1918, prima ancora della fondazione del Partito Comunista di Germania (KPD).
La terza corrente che ha sostenuto un ruolo di frazione decisiva in un partito della 2a Internazionale è quella che formerà proprio il KPD. Fin dalla sera del 4 agosto 1914, dopo il voto unanime dei crediti di guerra da parte dei deputati socialisti al Reichstag, un certo numero di militanti internazionalisti si ritrova nell'appartamento di Rosa Luxemburg per definire le prospettive di lotta ed i mezzi per raggruppare tutti quelli che, nel partito, combattono la politica sciovinista della direzione e della maggioranza. Questi militanti sono unanimi nel ritenere necessario condurre questa lotta IN SENO al partito. In numerose città, la base del partito denuncia il voto dei crediti di guerra da parte dellla frazione parlamentare. Anche Liebknecht è criticato per avere votato il 4 agosto, per disciplina, il suo sostegno. All'epoca della seconda votazione, il 2 dicembre, Liebknecht è il solo a votare contro ed è raggiunto da Otto Rühle durante le 2 successive votazioni, poi da un numero crescente di deputati. Fin dall'inverno 1914-1915, vengono distribuiti dei volantini clandestini (particolarmente quello intitolato "Il nemico principale è nel nostro paese"). Nell'aprile 1915 è pubblicato il primo ed unico numero di Die Internationale (L’Internazionale) la cui vendita arriva a 5.000 esemplari fin dalla prima sera e che dà il suo nome al Gruppo Internazionale, animato particolarmente da Rosa Luxemburg, Jogiches, Liebknecht, Mehring, Clara Zetkin.
Nella clandestinità, sottomesso alla repressione, questo piccolo gruppo che prende il nome di "Gruppo Spartacus" poi di "Lega Spartacus"[4], anima la lotta contro la guerra ed il governo ed ancora contro la destra ed il centro della socialdemocrazia. In questa lotta non è solo perché altri gruppi, specialmente quelli di Amburgo e Brema, dove si trovano Pannekoek, Radek e Frölich, difendono una politica internazionalista con ancora più chiarezza rispetto agli stessi spartakisti. All'inizio del 1917, quando la direzione del SPD espelle le opposizioni per fermare il progresso delle loro posizioni in seno al partito, questi gruppi proseguono la loro attività in modo autonomo mentre gli spartakisti proseguono un lavoro di frazione in seno all'USPD centrista. Alla fine, queste differenti correnti si raggruppano per la costituzione del KPD il 31 dicembre 1918, ma è chiaro che sono gli spartakisti a costituire l'asse del nuovo partito.
È con un certo ritardo sul movimento operaio in Russia, Olanda e Germania che si costituisce una frazione di Sinistra in Italia. Si tratta della "Frazione astensionista" che si raggruppa intorno al giornale Il Soviet pubblicato a Napoli da Bordiga e dai suoi compagni a partire da dicembre 1918, e che si costituisce formalmente in frazione al congresso del PSI nell'ottobre 1919, anche se è dal 1912 che, in seno alla Federazione dei giovani socialisti e nella federazione di Napoli del PSI, Bordiga ha animato una corrente rivoluzionaria intransigente. Questo ritardo si spiega in parte per il fatto che Bordiga, arruolato, non può intervenire nella vita politica prima del 1917, ma soprattutto perché, al momento della guerra, la direzione del partito è nelle mani della sinistra, in seguito al congresso del 1912 che ha espulso la destra riformista e quello del 1914 che ha espulso i massoni. L’Avanti, il giornale del PSI, è diretto da Mussolini che, a questi congressi, ha presentato le mozioni di espulsione delle suddette formazioni. Quest’ultimo approfitta di questa posizione per pubblicare il 18 ottobre 1914 un editoriale intitolato "Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operosa" che si pronuncia per l'entrata in guerra dell'Italia affianco all'Intesa. Viene subito destituito dal suo posto, ma appena un mese dopo, pubblica Il Popolo d’Italia grazie ai sussidi ricevuti dal deputato socialista Marcel Cachin, futuro dirigente del PCF, per conto del governo francese e dell'Intesa. È espulso dal PSI il 29 novembre. In seguito, anche se la situazione dominata dalla Guerra mondiale spinge alla decantazione tra una Sinistra, una Destra ed un Centro, la direzione del partito oscilla tra destra e sinistra, tra prese di posizioni "massimaliste" e prese di posizione riformiste. "È solamente in quest’anno 1917 che al congresso di Roma si cristallizzano nettamente le tendenze di destra e di sinistra. La prima ottiene 17.000 voti contro 14.000 della seconda. La vittoria di Turati, Treves, Modigliani, nel momento in cui si sviluppava la rivoluzione russa accelera la formazione di una Frazione intransigente rivoluzionaria a Firenze, Milano, Torino e Napoli" (dal nostro libro, La Sinistra comunista d'Italia). È solamente a partire dal 1920, sotto l'impulso della rivoluzione in Russia, della formazione dell'IC (che le porta il suo sostegno) ed anche degli scioperi operai in Italia, in particolare a Torino, che la Frazione astensionista guadagna in influenza nel partito. Entra anche in contatto con la corrente raggruppata intorno al giornale Ordine Nuovo, animato da Gramsci, anche se esistono importanti disaccordi tra le due correnti (Gramsci è favorevole alla partecipazione alle elezioni, difende una forma di sindacalismo rivoluzionario ed esita a rompere con la destra ed il centro per costituirsi in frazione autonoma). "Ad ottobre 1920, a Milano, si forma la Frazione comunista unificata che redige un Manifesto che chiama alla formazione del partito comunista e all'espulsione dell'ala destra di Turati; rinuncia al boicottaggio delle elezioni in applicazione delle decisioni del II congresso del Komintern" (Ibidem). È alla Conferenza di Imola, nel dicembre 1920 che è deciso il principio di una scissione: "la nostra opera di frazione è e deve essere terminata adesso (…) immediata uscita dal partito e dal congresso (del PSI), dal momento che il voto ci avrà dato la maggioranza o la minoranza. Seguirà… la scissione dal Centro". (Ibid.) Al congresso di Livorno che si apre il 21 gennaio, "la mozione di Imola ottiene un terzo dei voti degli aderenti socialisti: 58.783 su 172.487. La minoranza lascia il congresso e decide di chiamarsi Partito Comunista d'Italia, sezione dell'Internazionale Comunista. (…) Con foga, Bordiga conclude, giusto prima di uscire dal congresso: 'portiamo con noi l'onore del vostro passato'". (Ibid.)
Questo esame, molto veloce, del lavoro delle principali frazioni che si sono costituite in seno ai partiti della Seconda Internazionale permette di definire un primo ruolo che spetta ad una frazione: difendere in seno al partito in degenerazione i principi rivoluzionari:
- innanzitutto per guadagnare un massimo di militanti a questi principi ed escludere dal partito le posizioni di destra e del centro;
- poi per trasformarsi in nuovo partito rivoluzionario quando le circostanze lo richiedono.
Bisogna notare che praticamente tutte le correnti di Sinistra hanno avuto come preoccupazione restare il più tempo possibile in seno al partito. Le uniche eccezioni sono quelle dei tribunisti, ma Gorter e Pannekoek non condividevano questa precipitazione, e delle "sinistre radicali" animate da Radek, Pannekoek e Frölich che, dopo l'espulsione nel 1917 degli oppositori in seno al SPD, si rifiutano di entrare nell'USPD (contrariamente agli Spartakisti). La separazione della Sinistra dal vecchio partito che ha tradito risultava o della sua esclusione, o dalla necessità di fondare un partito capace di stare all'avanguardia dell'ondata rivoluzionaria.
Bisogna notare anche come l'azione della Sinistra non sia condannata a restare minoritaria in seno al partito che degenerava: al Congresso di Tours del Partito socialista francese, la mozione della Sinistra che chiama all'adesione all'IC è maggioritaria. È per tale motivo che il Partito comunista neo fondato conserva in quel momento il giornale L'Humanité fondato da Jaurès. Conserva anche, purtroppo, il segretario generale del PS, Frossard che diventa per un certo tempo il nuovo principale dirigente del PC.
Un'ultima nota: questa capacità della frazione di Sinistra a costituire subito il nuovo partito è stata possibile solamente perché è trascorso poco tempo (3 anni) tra il tradimento accertato del vecchio partito e l'apparizione dell'ondata rivoluzionaria. In seguito, la situazione sarà molto differente.
L'Internazionale Comunista viene fondata a marzo 1919. In questa epoca, sono pochi i partiti comunisti costituiti (il partito comunista di Russia, dei Paesi Bassi, di Germania, di Polonia ed altri di minore importanza). E tuttavia, già da questo momento, si è vista nascere una prima frazione "di Sinistra" (che si proclama come tale), in seno al principale partito comunista, quello di Russia (che ha preso il nome di comunista solo a marzo 1918, all'epoca del 7° congresso del POSDR); si tratta della corrente raggruppata, all’inizio del 1918, intorno al giornale Kommunist ed animata da Ossinsky, Bukarin, Radek e Smirnov. Il disaccordo principale di questa frazione nei confronti dell'orientamento seguito dal partito riguarda la questione dei negoziati di Brest-Litovsk. I "Comunisti di Sinistra" si oppongono a questi negoziati e sostengono la "guerra rivoluzionaria", "l'esportazione" della rivoluzione verso altri paesi “a colpi di fucile”. Allo stesso tempo però, questa frazione intraprende una critica dei metodi autoritari del nuovo potere proletario ed insiste su una più larga partecipazione delle masse operaie a questo potere, critiche che sono abbastanza vicine a quelle di Rosa Luxemburg (Cf "La rivoluzione russa"). La firma della pace di Brest-Litovsk segnerà la fine di questa frazione. In seguito, Bukarin diventerà un rappresentante dell'ala destra del partito, ma alcuni elementi di questa frazione, come Ossinsky, apparterranno alle frazioni di sinistra che sorgeranno più tardi. Mentre in Europa occidentale alcune delle frazioni in seno ai partiti socialisti che formeranno i partiti comunisti non sono ancora costituite (la Frazione astensionista animata da Bordiga si costituisce solo nel dicembre 1918), i rivoluzionari della Russia si impegnano già in una lotta (anche se in modo abbastanza confuso), contro le derive che colpiscono il partito comunista nel loro paese. È interessante notare (anche se questo non è questo il luogo per analizzare questo fenomeno), che, su tutta una serie di questioni, i militanti della Russia sono stati dei precursori all'inizio del ventesimo secolo: costituzione della frazione bolscevica dopo il 2° congresso del POSDR (Partito Operaio Social Democratico Russo), chiarezza di fronte alla guerra imperialista nel 1914, animazione della Sinistra di Zimmerwald, necessità di fondare una nuova internazionale, fondazione del primo partito comunista a marzo 1918, impulso ed orientamento politico del 1° congresso dell'IC. E questa "precocità" si ritrova anche nella formazione di frazioni in seno al partito comunista. In effetti, per il suo ruolo particolare di primo (e solo) partito comunista ad accedere al potere, il partito della Russia è anche il primo a subire la pressione del fattore principale che segnerà la sua perdita (a parte, evidentemente, la sconfitta dell'ondata rivoluzionaria mondiale), la sua integrazione in seno allo Stato. Pertanto, le resistenze proletarie, per quanto confuse potessero essere, a questo processo di degenerazione del partito sono cominciate molto più presto che altrove.
In seguito, il partito russo vedrà nascere un numero significativo di altre correnti "di Sinistra":
- nel 1919 il gruppo di "Centralismo Democratico" formato intorno ad Ossinsky e Sapronov che combatte il principio dela "direzione unica" nell'industria e che difende il principio collettivo o collegiale come "l'arma più efficace contro il conferimento dello statuto di dipartimento ed il soffocamento burocratico dell'apparato di Stato" (Tesi sul principio collegiale e l'autorità individuale);
- nel 1919, molti membri di "Centralismo democratico" sono ancora impegnati, anche nella "Opposizione militare" formatasi per un breve periodo nel marzo 1919 per lottare contro la tendenza a plasmare l'esercito rosso secondo i criteri di un classico esercito borghese.
Durante il periodo della guerra civile, le critiche verso la politica condotta dal partito diventano molto più rare a causa della minaccia degli eserciti bianchi che pesa sul nuovo regime, ma appena questa si conclude con la vittoria dell'esercito Rosso sui Bianchi, esse riprendono con più vigore:
- All’inizio del 1921, in occasione del 10° congresso del partito e del dibattito sulla questione sindacale, si forma "l'Opposizione operaia" animata per Chliapnikov, Medvedev (entrambi operai metallurgici), e, soprattutto, Alessandra Kollontaï, redattrice della Piattaforma che vuole affidare ai sindacati il ruolo della gestione dell’economia (all'immagine dei sindacalisti rivoluzionari) al posto della burocrazia di Stato[5]. In seguito all'interdizione delle frazioni durante questo congresso (che si tiene nello stesso momento dell'insurrezione di Kronstadt), l'opposizione operaia si scioglie e la Kollontaï diventerà una fedele di Stalin;
- nell'autunno del 1921 si costituisce il gruppo "La Verità operaia", composto soprattutto da intellettuali adepti del "Proletkult" all'immagine del suo principale animatore, Bogdanov che, nello stesso momento in cui denuncia, con altre correnti di opposizione, la burocratizzazione del partito e dello Stato, adotta una posizione semi-menscevica sostenente che le condizioni della rivoluzione proletaria non erano mature in Russia ma che le condizioni erano state create da un forte sviluppo di quest’ultima su delle basi capitaliste moderne, (una posizione che in seguito sarà quella della corrente "consiliarista");
- è nel 1922-23 che si costituisce il "Gruppo operaio" animato da Gabriel Miasnikov, un operaio degli Urali che si era distinto nel partito bolscevico nel 1921, quando, subito dopo il 10° congresso, aveva richiesto "la libertà di stampa, dai monarchici agli anarchici inclusi". Malgrado gli sforzi di Lenin per dissuaderlo a portare avanti un dibattito su questa questione, Miasnikov non retrocede ed è espulso dal partito all'inizio del 1922. Con altri militanti di origine operaia, fonda "il Gruppo Operaio del partito comunista russo (bolscevico")" che distribuisce il suo Manifesto al 12° congresso del PCR. Questo gruppo comincia a fare del lavoro illegale e non tra gli operai del partito e sembra che sia stato presente in modo significativo nell'ondata di scioperi dell'estate 1923, chiamando alle manifestazioni di massa e provando a politicizzare un movimento di classe essenzialmente difensivo. Questa attività in questi scioperi convince il GPU (Gosudarstvennoye Politicheskoye Upravlenie - Direttorato politico dello Stato [369], polizia segreta dell'Unione Sovietica [370]) che il gruppo costituisce una minaccia, ed i suoi dirigenti, tra cui Miasnikov, sono incarcerati. L'attività di questo gruppo prosegue in modo clandestino in Russia (compreso nella deportazione), fino alla fine degli anni 1920 quando Miasnikov riesce ad uscire dal paese e partecipa alla pubblicazione a Parigi de "L'operaio comunista" che difende posizioni vicine a quelle del KAPD.
Di tutte le correnti che hanno condotto la lotta contro la degenerazione del Partito bolscevico, è certamente il "Gruppo operaio" ad essere politicamente il più chiaro. È molto vicino al KAPD (Partito Comunista Operaio Tedesco) che pubblica i suoi documenti e con cui è in contatto. Soprattutto, le sue critiche alla politica perseguita dal Partito si basano su una visione internazionale della rivoluzione, contrariamente a quelle degli altri gruppi che si polarizzano unicamente su delle questioni di democrazia (nel Partito e nella classe operaia), e di gestione dell'economia. È per tale motivo che rigetta le politiche del fronte unito del 3° e 4° congresso dell'IC, mentre la corrente trotskista continua a rifarsi ai primi 4 congressi. Bisogna notare che esistono alcune discussioni (soprattutto in deportazione) tra le ale sinistre della corrente trotskista ed elementi del Gruppo operaio.
Di tutte le correnti di Sinistra che sono sorte in seno al partito bolscevico, il Gruppo operaio è probabilmente il solo che somiglia ad una frazione conseguente. Ma la terribile repressione che Stalin scatena contro i rivoluzionari, rispetto alla quale la repressione zarista impallidisce, gli toglie ogni possibilità di svilupparsi. Alla fine, Miasnikov decide di ritornare in Russia dopo la 2a Guerra mondiale. Come era prevedibile, subito sparisce e ciò priva le deboli forze della Sinistra comunista di uno dei suoi combattenti più valorosi.
Al di fuori della Russia, la lotta delle frazioni di Sinistra negli altri paesi ha preso necessariamente forme differenti ma, se si ritorna sugli altri tre partiti comunisti, la cui fondazione è stata sopra citata, si constata che è molto presto che le correnti di Sinistra si impegnano in questa lotta benché sotto forme differenti.
All'epoca della fondazione del partito comunista della Germania, le posizioni della Sinistra sono maggioritarie. Sulla questione sindacale, Rosa Luxemburg che ha redatto il programma del KPD (Partito Comunista Tedesco) e lo presenta al Congresso, è molto chiara e categorica: "(… i sindacati, non sono più delle organizzazioni operaie ma i protettori più solidi dello Stato e della società borghese. Di conseguenza, va da sé che la lotta per la socializzazione non può essere portata avanti senza che essa non implichi quella per la liquidazione dei sindacati. Su questo punto siamo d’accordo ". Sulla questione parlamentare, contro la posizione degli Spartakisti (Rosa Luxemburg, Liebknecht, Jogiches, ecc.), il congresso rigetta la partecipazione alle elezioni che devono tenersi poco dopo. Dopo la scomparsa di questi militanti, tutti assassinati, la nuova direzione (Levi, Brandler) sembra, in un primo tempo, fare delle concessioni alla sinistra (che resta maggioritaria) sulla questione sindacale ma, fin da agosto 1919 (conferenza di Francoforte del KPD), Levi che vuole avvicinarsi all'USPD (Indipendenti partito socialista di Germania), si pronuncia per un lavoro nel parlamento e nei sindacati e, al congresso di Heidelberg, in ottobre, riesce, grazie ad una manovra, a fare espellere la sinistra antisindicale ed antiparlamentare, benché maggioritaria. La maggior parte dei militanti espulsi si rifiuta di formare immediatamente un nuovo partito perché sono contro la scissione e sperano di reintegrare il KPD. Sono sostenuti fermamente dai militanti della sinistra olandese (particolarmente Gorter e Pannekoek) che godono in quel momento di una forte autorità in seno all'IC e che stimolano l'orientamento del Bureau di Amsterdam nominato dall'Internazionale per prendere in carica un lavoro in direzione dell'Europa occidentale e dell'America. È solo sei mesi dopo, il 4 e 5 aprile 1920, davanti al rifiuto del congresso del KPD di febbraio 1920 di reintegrare i militanti espulsi ed anche davanti all'atteggiamento conciliatore di questo partito verso il SPD all'epoca del Golpe di Kapp (13-17 marzo) che questi militanti fondano il KAPD (il Partito comunista operaio della Germania). La loro marcia è rafforzata dal sostegno del Bureau di Amsterdam che ha organizzato in febbraio una conferenza internazionale dove le tesi della Sinistra hanno trionfato (sulle questioni sindacali, parlamentari e sul rigetto della svolta opportunista dell'IC manifestata particolarmente dalla richiesta ai comunisti inglesi di entrare nel Labour)[6]. Il nuovo partito beneficia del sostegno della minoranza di sinistra (animata da Gorter e Pannekoek) del partito comunista dei Paesi Bassi (CPN) che pubblica nel suo giornale il programma del KAPD adottato dal suo congresso di fondazione. Ciò non impedisce a Pannekoek di fare un certo numero di critiche a questo partito (lettera del 5 luglio 1920), particolarmente a proposito della sua posizione verso le "Unionen" (messa in guardia contro ogni concessione al sindacalismo rivoluzionario) e soprattutto della presenza nelle sue righe della corrente "Nazional bolscevica" che lui considera una "aberrazione mostruosa". In quel momento, su tutte le domande essenziali alle quali si confronta il proletariato mondiale (questione sindacale, parlamentare, del partito[7], dell'atteggiamento verso i partiti socialisti, della natura della rivoluzione in Russia, ecc.) la Sinistra olandese, e particolarmente Pannekoek che ispira la maggioranza del KAPD, si trova completamente all’avanguardia del movimento operaio.
Il congresso del KAPD che si tiene dal 1° al 4° agosto si pronuncia in favore di questi orientamenti: i "nazional-bolscevichi" lasciano in quel momento il partito e, alcuni mesi più tardi, è la volta degli elementi federalisti che sono ostili all'appartenenza all'IC. Invece Pannekoek, Gorter ed il KAPD sono risoluti a restare in seno all'IC per condurre la lotta contro la deriva opportunista che guadagna sempre più terreno. È per questa ragione che il KAPD invia 2 delegati in Russia, Jan Appel et Franz Jung, in vista del 2° congresso dell'IC che deve tenersi a Mosca a partire dal 17 luglio 1920[8], ma senza notizie da questi ultimi, invia altri 2 delegati (tra cui Otto Rühle), i quali, di fronte alla situazione catastrofica di cui soffre la classe operaia ed al processo di burocratizzazione dell'apparato governativo, decidono di non partecipare al Congresso malgrado il fatto che quest’ultimo abbia proposto loro di difendere le loro posizioni e di avere voto deliberativo. È in vista di questo congresso che Lenin redige "La malattia infantile del comunismo". Bisogna notare che in questo opuscolo, Lenin scrive che: "l'errore rappresentato dal dottrinarismo di sinistra nel movimento comunista è, attualmente, mille volte meno pericoloso e meno grave di quello rappresentato dal dottrinarismo di destra".
Sia da parte dell'IC e dei bolscevichi che da quella del KAPD, esisteva la volontà che quest’ultimo fosse integrato nell'Internazionale, e quindi nel KPD, ma il raggruppamento di quest’ultimo con la Sinistra dell'USPD nel dicembre 1920 per formare il VKPD (Partito Comunista Unificato di Germania), raggruppamento al quale erano ostili tutte le correnti di sinistra dell'IC, sbarra la strada a questa possibilità. Il KAPD acquista tuttavia lo statuto di "Partito simpatizzante dell'IC", disponendo di un rappresentante permanente nel suo Comitato esecutivo, ed invia alcuni delegati al suo 3° congresso nel giugno 1921. Nel frattempo, questo lavoro in comune si è fortemente alterato, in seguito soprattutto alla "azione di marzo" (una "offensiva" avventurista promossa dal VKPD), ed alla repressione dell'insurrezione di Kronstadt (repressione che la Sinistra in un primo tempo ha sostenuto credendo che questa insurrezione fosse in realtà opera dei Bianchi come sosteneva la propaganda del governo sovietico). Allo stesso tempo, la direzione di destra del PCN (Wijnkoop è chiamato il "Levi olandese") che ha la fiducia di Mosca, intraprende una politica di espulsioni anti statutaria dei militanti della Sinistra. Alla fine, questi militanti fonderanno a settembre un nuovo partito, il KAPN, sul modello del KAPD.
La politica del Fronte unico adottata dal 3° congresso dell'IC non fa che aggravare le cose, così come l'ultimatum inviato al KAPD di fondersi con il VKPD. Nel luglio 1921, la direzione del KAPD, col sostegno di Gorter, adotta una risoluzione che taglia i ponti con l'IC e chiama alla costituzione di una "Internazionale comunista operaia", e ciò due mesi prima del congresso del KAPD previsto in settembre. Evidentemente questa fu una decisione totalmente precipitosa. A questo congresso, viene discussa la questione della fondazione di una nuova internazionale; i militanti di Berlino, ed in particolare Jan Appel, si oppongono, ed il congresso alla fine decide di creare un Bureau d’informazione in vista di una tale costituzione. Questo Bureau di informazione agisce come se la nuova internazionale fosse stata già formata mentre la sua conferenza costitutiva non avrà luogo che nell'aprile 1922. In quel momento, il KAPD conosce una scissione tra, da una parte, la "tendenza di Berlino", maggioritaria, che è ostile alla formazione di una nuova internazionale, e la "tendenza di Essen" (che rigetta le lotte salariali). Solo quest’ultima partecipa a questa conferenza che conta tuttavia sulla presenza di Gorter, redattore del programma della KAI, (Internazionale Comunista Operaia), nome della nuova internazionale. I gruppi partecipanti sono di piccolo numero e rappresentano forze molto limitate: oltre la tendenza di Essen, c'è il KAPN (Partito Comunista Operaio dei Paesi bassi), i comunisti della Sinistra bulgari, il Communist Workers Party (CWP) di Sylvia Pankhurst, il KAP dell'Austria, qualificato "villaggio Potemkin" dal KAPD di Berlino. Alla fine, questa "Internazionale" sparirà con la scomparsa o il ritiro progressivo dei suoi costituenti. È così che la tendenza di Essen conosce molteplici scissioni e che il KAPN si disgrega, innanzitutto per l'apparizione nel suo seno di una corrente che si ricollega alla tendenza di Berlino, ostile alla formazione della KAI, poi per le lotte intestine di ordine clanico più che di principio.
In effetti, l'elemento essenziale che permette di spiegare l'insuccesso pietoso e drammatico della KAI è costituito dal riflusso dell'ondata rivoluzionaria che era servita da trampolino alla fondazione dell'IC: "L'errore di Gorter e dei suoi sostenitori di proclamare artificialmente il KAI, mentre rimanevano nell'IC frazioni di sinistra che potevano essere raggruppate all’interno di una stessa corrente comunista di sinistra internazionale, è stato molto pesante per il movimento rivoluzionario. (…) Il declino della rivoluzione mondiale, molto netto in Europa a partire da 1921, non permetteva di considerare la formazione di una nuova Internazionale. Credendo che il corso era sempre verso la rivoluzione, con la teoria della "crisi mortale del capitalismo", le correnti di Gorter e di Essen avevano una certa logica nella proclamazione della KAI. Ma le premesse erano false". (Dal nostro libro, La Sinistra olandese, Capitolo V.4.d)
Il dissesto finale del KAPD e del KAPN illustra in modo sorprendente la necessità per i rivoluzionari d’avere una visione più chiara possibile dell'evoluzione del rapporto di forze tra proletariato e borghesia.
Se è con molto ritardo che la Sinistra tedesco-olandese ha preso coscienza del riflusso dell'ondata rivoluzionaria[9], così non è stato per i Bolscevichi ed i dirigenti dell'Internazionale Comunista e neanche per la Sinistra Comunista d'Italia. Ma le risposte che gli uni e gli altri hanno portato a questa situazione sono state radicalmente differenti:
- per i bolscevichi e la maggioranza dell'IC, bisognava "andare verso le masse" poiché le masse non andavano più verso la rivoluzione, e ciò si traduceva in una politica sempre più opportunista, soprattutto verso i partiti socialisti e le correnti "centriste", così come verso i sindacati;
- per la Sinistra italiana, al contrario, bisognava continuare a dare prova della stessa intransigenza che aveva caratterizzato i bolscevichi durante la guerra e fino alla fondazione dell'IC; era fuori questione provare a prendere delle scorciatoie verso la rivoluzione negoziando sui princìpi ed attenuando la loro incisività; tali scorciatoie costituivano la strada più sicura verso la disfatta.
In realtà, il corso opportunista che ha colpito l'IC, fin dal 2° congresso ma soprattutto a partire dal 3°, e che rimetteva in causa la chiarezza e l'intransigenza affermata al suo 1° congresso, esprimeva non solo le difficoltà incontrate dal proletariato mondiale a proseguire ed a rafforzare la sua lotta rivoluzionaria, ma anche la contraddizione insolubile nella quale sprofondava il partito bolscevico che di fatto dirigeva l'IC. Da un lato, questo partito aveva il dovere di essere l’avanguardia della rivoluzione mondiale dopo esserlo stato nella rivoluzione in Russia. Del resto, aveva sempre affermato che quest’ultima era solamente una piccola tappa della prima ed era molto cosciente che una disfatta del proletariato mondiale significava la morte della rivoluzione in Russia. Dall’altro, in quanto detentore del potere in un paese, era sottoposto alle esigenze specifiche della funzione di uno Stato nazionale, ed in particolare quella di assicurare la "sicurezza" esterna ed interna, condurre cioè una politica estera conforme agli interessi della Russia ed una politica interna che garantisse stabilità al potere. In questo senso, la repressione degli scioperi di Pietrogrado e lo schiacciamento sanguinoso dell'insurrezione di Kronstadt nel marzo 1921 erano l'altro lato della medaglia di una politica di "mano tesa", con la scusa del "Fronte unico", verso i partiti socialisti nella misura in cui questi ultimi potevano esercitare una pressione sui governi per orientare la loro politica estera in un senso favorevole alla Russia.
L'intransigenza della Sinistra comunista italiana che dirigeva, di fatto, il PCI (le "Tesi di Roma" adottate dal suo 2° congresso nel 1922 sono state redatte da Bordiga e Terracini), si è espressa in particolare, ed in modo esemplare, di fronte all’ascesa del fascismo in Italia in seguito alla sconfitta delle lotte del 1920. Sul piano pratico, questa intransigenza si è manifestata attraverso un totale rifiuto a riallacciare alleanze con i partiti della borghesia (liberali o "socialisti) di fronte alla minaccia fascista: il proletariato non poteva combattere il fascismo che sul proprio campo, lo sciopero economico e l'organizzazione di milizie operaie di autodifesa. Sul piano teorico, si deve a Bordiga la prima analisi seria (e che resta sempre valida) del fenomeno fascista, un'analisi che lui ha presentato davanti ai delegati del 4° congresso dell'IC confutando l'analisi fatta da quest'ultima:
- "Il fascismo non è prodotto degli strati medi e della borghesia agraria. È la conseguenza della disfatta che ha subito il proletariato che ha gettato gli strati piccolo-borghesi indecisi dietro la reazione fascista" (La Sinistra comunista di Italia, capitolo I)
- "Il fascismo non è una reazione feudale. È nato nelle grandi concentrazioni industriali come Milano"… e ha ricevuto il sostegno della borghesia industriale. (Ibid.)
- "Il fascismo non si oppone alla democrazia. Le bande armate sono un supplemento indispensabile quando ‘lo Stato non riesce più a difendere il potere della borghesia’” (Ibid.)
Questa intransigenza si è espressa anche riguardo alla politica del Fronte unico, di "mano tesa" verso i partiti socialisti ed il suo corollario, la parola d’ordine di "Governo operaio" la quale "va a negare in pratica il programma politico del comunismo, e cioè la necessità di preparare le masse alla lotta per la dittatura del proletariato". (Citazione di Bordiga ne La Sinistra comunista d'Italia)
Si è espressa anche a proposito della politica dell'IC che mira a fondere i PC e le correnti di sinistra dei partiti socialisti o "centristi" che, in Germania, hanno portato alla formazione del VKPD e che, in Italia, si è manifestata nell'entrata, nell'agosto 1924, di 2.000 "terzini" (sostenitori della 3a Internazionale), in un partito che non contava più di 20.000 membri a causa della repressione e della demoralizzazione.
Essa si è espressa infine verso la politica di "bolscevizzazione" dei PC a partire dal 5° congresso dell'IC nel luglio 1924, una politica combattuta anche da Trotski e che, a grandi tratti, consisteva nel rafforzare la disciplina nei partiti comunisti, una disciplina burocratica destinata a fare tacere le resistenze contro la sua degenerazione. Questa bolscevizzazione consisteva anche nel promuovere un modo di organizzazione dei PC a partire dalle "cellule di fabbrica" ciò che polarizzava gli operai sui problemi che si ponevano nella "loro" fabbrica a scapito, evidentemente, di una visione e di una prospettiva generale della lotta proletaria.
Mentre la Sinistra è ancora largamente maggioritaria in seno al partito, l'IC impone una direzione di destra (Gramsci, Togliatti) che sostenga la sua politica, un'operazione che è facilitata dall'imprigionamento di Bordiga tra febbraio ed ottobre 1923. Tuttavia, alla conferenza clandestina del PCI di maggio 1924 le tesi presentate da Bordiga, Grieco, Fortichiari e Repossi, e che sono molto critiche verso la politica dell'IC, sono approvate da 35 segretari di federazione su 45 e da 4 segretari interregionali su 5. É nel 1925 che si scatena in seno all'IC la campagna contro le opposizioni, a cominciare dall'opposizione di Sinistra condotta da Trotski. "Nel marzo-aprile 1925, l'esecutivo allargato dell'IC mette all'ordine del giorno l'eliminazione della tendenza 'bordighista' in occasione del 3° congresso del PCd'I. Vieta la pubblicazione dell'articolo di Bordiga favorevole a Trotski. La bolscevizzazione della sezione italiana comincia dalla destituzione di Fortichiari dal suo posto di segretario federale di Milano. Allora, improvvisamente, in aprile, la Sinistra del partito, con Damen, Repossi, Perrone e Fortichiari mette su un "Comitato di intesa (…) per coordinare una controffensiva. La direzione di Gramsci attacca violentemente il 'Comitato di intesa' denunciandolo come 'frazione organizzata'. In realtà, la Sinistra non vuole ancora costituirsi in frazione: non vuole fornire un pretesto alla sua espulsione, rimanendo ancora maggioritaria nel partito. In principio, Bordiga rifiuta di aderire al Comitato, non volendo rompere con il quadro della disciplina imposta. È solamente a giugno che si riunisce con Damen, Fortichiari e Repossi. Viene incaricato di redigere una 'Piattaforma della sinistra' che è la prima demolizione sistematica della bolscevizzazione". (Ibid.)
"Sotto la minaccia di espulsione, il 'Comitato di intesa' deve sciogliersi… è il principio della fine della Sinistra italiana come maggioranza". (Ibid.)
Al congresso di gennaio 1926 che si tiene all'estero a causa della repressione fascista, la Sinistra presenta le "Tesi di Lione" che raccolgono solamente il 9,2% dei voti: la politica condotta, in applicazione delle consegne dell'IC, di reclutamento intensivo di elementi giovani e poco politicizzati ha dato i suoi frutti… Queste tesi di Lione orienteranno la politica della Sinistra italiana nell'emigrazione.
Bordiga condurrà un’ultima lotta all'epoca del 6° Esecutivo allargato dell'IC di febbraio-marzo 1926. Denuncia la deriva opportunista dell'IC e evoca la questione delle frazioni, senza però prospettandone l'attuazione immediata, affermando che "la storia delle frazioni è la storia di Lenin"; esse non sono una malattia, ma il sintomo di questa malattia. Sono una reazione di "difesa contro le influenze opportuniste".
In una lettera a Karl Korsch, nel settembre 1926, Bordiga scriveva: "Non bisogna volere la scissione dei partiti e dell'Internazionale. Bisogna lasciare compiersi l'esperienza della disciplina artificiale e meccanica rispettando questa disciplina fino nelle sue assurdità procedurali finché ciò sarà possibile, senza rinunciare mai alle posizioni di critica ideologica e politica e senza solidarizzare mai con l'orientamento dominante. (…) In genere, penso che ciò che deve essere messo oggi in primo piano, è, più dell'organizzazione e la manovra, un lavoro preliminare di elaborazione di un'ideologia politica di sinistra internazionale, basata sulle esperienze eloquenti che ha conosciuto il Komintern. Siccome questo punto è lontano dall’essere realizzato, ogni iniziativa internazionale appare difficile". (Citato ne La Sinistra comunista d'Italia)
Anche in questo vi sono delle basi su cui alla fine andrà a costituirsi la Frazione di Sinistra del Partito comunista d'Italia e che terrà la sua prima conferenza nell'aprile 1928 a Pantin, nella periferia di Parigi. Essa allora conta 4 "federazioni": Bruxelles, New York, Parigi e Lione con militanti anche nel Lussemburgo, a Berlino ed a Mosca.
Questa conferenza adotta all'unanimità una risoluzione che definisce le sue prospettive di cui riportiamo alcuni brani:
1. Costituirsi in frazione di sinistra dell'Internazionale Comunista.
2. (…)
3. Pubblicare un bimensile che si chiamerà Prometeo.
4. Costituire dei gruppi di sinistra che avranno per compito la lotta senza quartiere contro l'opportunismo e gli opportunisti. (…)
5. Assegnarsi come scopo immediato:
a. La reintegrazione di tutti gli espulsi dall'Internazionale che si richiamano al Manifesto comunista ed accettano le tesi dell'II Congresso mondiale.
b. La convocazione della 5° Congresso mondiale sotto la presidenza di Léon Trotski.
c. Mettere all'ordine del giorno al 5° Congresso mondiale l'espulsione dall'Internazionale di tutti gli elementi che si dichiarano solidali con le risoluzioni del XV congresso russo".
Come si vede:
- la Frazione non si concepisce come "italiana" ma come frazione dell'IC;
- considera che esiste ancora una vita proletaria in questa’ultima e che ancora si può salvare;
- ritiene che il partito russo deve sottoporsi alle decisioni del Congresso dell'IC e "fare pulizia nelle sue fila" espellendo tutti quelli che hanno tradito apertamente (come già fino ad ora è stato per gli altri partiti dell'Internazionale);
- non si dà per compito l'intervento tra gli operai in generale ma la precedenza è tra i militanti dell'IC.
La Frazione va allora ad intraprendere un notevole lavoro fino al 1945, un lavoro proseguito e completato dalla GCF fino al 1952. Abbiamo già rievocato spesso questo lavoro nei nostri articoli, testi interni e discussioni e non è il caso di ritornarvi qui.
Uno dei contributi essenziali della Frazione italiana, e che è al centro del presente rapporto, è proprio l'elaborazione della nozione di Frazione sulla base di tutta l'esperienza del movimento operaio. Questa nozione è già definita, a grandi tratti, all'inizio del rapporto. Inoltre, in un allegato, portiamo a conoscenza dei compagni una serie di citazioni di testi della Frazione italiana e della GCF che permette di farsi un'idea più precisa di questa nozione. Ci accontenteremo qui di riportare un brano della nostra stampa in cui è stata definita la nozione di Frazione ("La frazione italiana e la sinistra comunista di Francia", Révue Internationale n°90):
"La minoranza comunista esiste continuamente come espressione del divenire rivoluzionario del proletariato. Tuttavia, l’impatto che può avere sulle lotte immediate della classe è condizionato strettamente dal livello di queste e dal grado di coscienza delle masse operaie. È solamente nei periodi di lotte aperte e sempre più coscienti del proletariato che questa minoranza può sperare di avere un impatto su queste lotte. È solamente in queste circostanze che si può parlare di questa minoranza come un partito. Di contro, nei periodi di riflusso storico del proletariato, di trionfo della controrivoluzione, è vano sperare che le posizioni rivoluzionarie possano avere un impatto significativo e determinante sull'insieme della classe. In tali periodi, il solo lavoro possibile, ed è indispensabile, è quello di una frazione: preparare le condizioni politiche della formazione del futuro partito quando il rapporto di forze tra le classi permetterà di nuovo che le posizioni comuniste abbiano un impatto nell'insieme del proletariato". (Brano della nota 4)
"La Frazione di Sinistra si forma in un momento in cui il partito del proletariato tende a degenerare vittima dell'opportunismo, e cioè della penetrazione nel suo seno dell'ideologia borghese. È responsabilità della minoranza che mantiene il programma rivoluzionario di lottare in modo organizzato per fare trionfare quest’ultimo in seno al partito. O la Frazione riesce a fare trionfare i suoi principi ed a salvare il partito, o quest’ultimo prosegue il suo corso degenerativo e finisce allora per passare armi e bagagli nel campo della borghesia. Il momento del passaggio del partito proletario nel campo borghese non è facile da determinare. Tuttavia, uno degli indizi più significativi di questo passaggio è che comincia a non apparire più vita politica proletaria in seno al partito. La frazione di Sinistra ha la responsabilità di condurre la lotta in seno al partito finché rimane una speranza che quest’ultimo possa essere raddrizzato: è per ciò che negli anni 1920 ed all'inizio degli anni 1930, non sono state le correnti di sinistra a lasciare i partiti dell’IC ma esse ne sono state espulse, spesso attraverso sordide manovre. Ciò detto, una volta che un partito del proletariato è passato nel campo della borghesia, non c'è possibilità di recuperarlo. Necessariamente, il proletariato dovrà fare nascere un nuovo partito per riprendere la sua strada verso la rivoluzione ed allora il ruolo della Frazione è costituire un "ponte" tra il vecchio partito passato al nemico ed il futuro partito del quale dovrà elaborare le basi programmatiche e costituirne l'ossatura. Per il fatto che dopo il passaggio del partito nel campo borghese non possa esistere vita proletaria nel suo seno significa anche che è completamente vano, e pericoloso, per i rivoluzionari di praticare "l'entrismo" che costituisce una delle "tattiche" del trotskismo e che la Frazione ha sempre rigettato. Volere mantenere una vita proletaria in un partito borghese, e dunque sterile per le posizioni di classe, non ha avuto mai come altro risultato che accelerare la degenerazione opportunista delle organizzazioni che vi hanno provato senza riuscire in nessun modo a raddrizzare questo partito. Quanto al "reclutamento" che questi metodi hanno permesso, esso era particolarmente confuso, corrotto dall'opportunismo e non ha potuto costituire mai un'avanguardia per la classe operaia.
In effetti, una delle differenze fondamentali tra le Frazioni italiane ed il trotskismo risiedeva nel fatto che la Frazione, nella politica di raggruppamento delle forze rivoluzionarie, metteva sempre in avanti la necessità di una grande chiarezza, del più elevato rigore programmatico, anche se era aperta alla discussione con tutte le altre correnti che si erano impegnate nella lotta contro la degenerazione dell'IC. Di contro, la corrente trotskista ha tentato di costituire delle organizzazioni in modo precipitoso, senza una discussione seria ed una decantazione preliminare delle posizioni politiche, puntando essenzialmente su degli accordi tra "personalità" e sull'autorità acquistata da Trotski come uno dei principali dirigenti della rivoluzione del 1917 e dell'IC alla sua origine".
Questo passaggio rievoca i metodi della corrente trotskista che non abbiamo, per mancanza di spazio, rievocato sopra. Ma è significativo che due delle caratteristiche di questa corrente, prima che raggiunga il campo borghese, sono le seguenti:
- in nessun momento ha integrato nelle sue concezioni la nozione di Frazione; per lei, si passava da un partito ad un altro, e se nei periodi di riflusso della classe i rivoluzionari erano una piccola minoranza, bisognava considerare che la loro organizzazione era un "partito in piccolo", una nozione che era apparsa in seno alla stessa Frazione italiana nel mezzo degli anni 30, e che è quella di oggi della TCI poiché la sua principale componente si chiama Partito comunista internazionalista;
- Trotski, ma non è stato il solo, non ha compreso per niente l'ampiezza della controrivoluzione, a tal punto che ha considerato gli scioperi di maggio-giugno 1936 in Francia come "inizio della rivoluzione". In questo senso, la nozione di corso storico (rigettato anche dalla TCI) è essenziale e costitutiva di quella di Frazione.
La volontà di chiarezza che ha sempre animato la Sinistra italiana come condizione fondamentale per compiere il suo compito è evidentemente inseparabile della preoccupazione per la teoria e dalla necessità permanente di essere capace di rimettere in causa delle analisi e delle posizioni che sembravano definitive.
Per concludere questa parte del rapporto, occorre ritornare molto brevemente sulla traiettoria delle correnti che sono uscite dall'IC e di cui abbiamo sopra rievocato l'origine.
La corrente generata della Sinistra tedesco-olandese si è mantenuta anche dopo la scomparsa del KAPD e del KAPN. Il suo principale rappresentante è stato il GIK (Gruppo dei comunisti internazionalisti) in Olanda, un gruppo che ha avuto un'influenza all'infuori di questo paese, per esempio Living Marxism, animato da Paul Mattick negli Stati Uniti. Durante uno dei momenti più tragici e critici degli anni 1930, la Guerra di Spagna, questo gruppo ha difeso una posizione perfettamente internazionalista, senza nessuna concessione all'antifascismo. Ha stimolato la riflessione dei Comunisti di Sinistra ivi compreso di Bilan (che riprende la posizione di Rosa Luxemburg e della Sinistra tedesca sulla questione nazionale), come quella della GCF che ha rigettato la posizione classica della Sinistra italiana sui sindacati per riprendere quella della Sinistra tedesco-olandese. Tuttavia, questa corrente ha adottato due posizioni che le sarebbero state fatali (e che non erano quelle del KAPD):
- l'analisi della Rivoluzione del 1917 come borghese;
- il rigetto della necessità del partito.
Queste posizioni l'hanno condotta a rigettare alla fine nel campo borghese tutta una serie di organizzazioni proletarie del passato, a rigettare la storia del movimento operaio e le lezioni che essa poteva dare per il futuro, nonchè a rigettare anche ogni ruolo di frazione poiché il compito di quest’ultima è preparare un organismo che la corrente consiliarista non vuole, il partito.
Conformemente a queste due debolezze, essa si rifiuta di giocare un ruolo significativo nel processo che condurrà al futuro partito, e dunque alla rivoluzione comunista, anche se le idee consiliariste continuano ad avere un'influenza sul proletariato.
Un ultimo punto introduttivo alla 2a parte del rapporto: la CCI può considerarsi come una frazione? La risposta che salta agli occhi è evidentemente no, poiché la nostra organizzazione, non si è mai costituita in seno ad un partito proletario. Ma questa risposta, era già stata data all'inizio degli anni 50 dal compagno MC in una lettera agli altri compagni del gruppo Internationalisme:
"La Frazione era una continuazione organica, diretta, perché esisteva solamente per un tempo relativamente breve. Spesso continuava a vivere in seno alla vecchia organizzazione fino al momento della rottura. La sua rottura equivaleva spesso alla sua trasformazione in nuovo Partito (esempio della frazione Bolscevica e dello Spartakusbund) come quasi tutte le frazioni di sinistra del vecchio Partito. Questa continuità organica è oggi quasi inesistente. (…) Perché la Frazione non aveva da rispondere ai problemi fondamentalmente nuovi come lo pone il nostro periodo di crisi permanente e di evoluzione verso il capitalismo di Stato e non si trovava collocata in un pulviscolo di piccole tendenze, essa era ancorata più nei suoi principi rivoluzionari acquisiti che chiamata a formulare nuovi principi, doveva più mantenere che costruire. Per questa ragione e per quella della sua continuità organica diretta in un lasso di tempo relativamente corto, essa era il nuovo Partito in gestazione. (…)
[Il gruppo], se in parte ha come compiti quelli della Frazione, e cioè: riesame dell'esperienza, formazione dei militanti, ha in più quello dell'analisi dell'evoluzione nuova e la prospettiva nuova, ed in meno quella di ricostruire il programma del futuro Partito. Esso è solo un apporto a questa ricostruzione, come è solo una componente del futuro Partito. La sua funzione nel suo apporto programmatico è parziale a causa della sua natura organizzativa".
Oggi, al momento dei 40 anni della CCI, è lo stesso comportamento che dobbiamo avere ricordandoci di ciò che abbiamo scritto in occasione dei suoi 30 anni:
"La capacità della CCI a fare fronte alle sue responsabilità in tutti i suoi trent’anni di esistenza, la dobbiamo in gran parte agli apporti della Frazione italiana della Sinistra comunista. Il segreto del bilancio positivo che traiamo dalla nostra attività durante questo periodo, è nella nostra fedeltà agli insegnamenti della Frazione e, più generalmente, al metodo ed allo spirito del marxismo di cui essa si era pienamente appropriata". ("I trent'anni della CCI: appropriarsi del passato per costruire l'avvenire", Revue Internationale n°123).
[1] Bisogna notare che, secondo una lettera di Marx ad Engels inviata poco dopo questa riunione, Marx aveva accettato l'invito di Eccarius perché questa volta la faccenda gli sembrava seria, contrariamente ai tentativi precedenti di costituire delle organizzazioni alle quali era stato invitato e che riteneva artificiali.
[2] In questa parte, come nella seguente, ci fermiamo sulle frazioni che sono nate in quattro partiti differenti, quello di Russia, di Olanda, di Germania e d'Italia senza interessarci ai partiti di due paesi maggiori, la Gran Bretagna e la Francia. In realtà, in questi ultimi partiti, non ci sono state frazioni di Sinistra degne di questo nome a causa, in particolare, dell'estrema debolezza del pensiero marxista nel loro seno. Così, in Francia, la prima reazione organizzata contro la Prima guerra mondiale non proviene da una minoranza in seno al Partito socialista ma da una minoranza in seno alla centrale sindacale CGT, il nucleo intorno a Rosmer e Monatte che pubblicava La Vita operaia.
[3] "Ho detto continuamente contro la redazione di De Tribune: dobbiamo fare del tutto per attirare gli altri verso noi, ma se ciò fallisce dopo che ci siamo battuti fino alla fine e che tutti i nostri sforzi siano falliti, allora dobbiamo cedere [in altre parole accettare la soppressione di De Tribuna]. (Lettera di Gorter a Kautsky, 16 febbraio 1909). "La nostra forza nel partito può crescere; la nostra forza all'infuori del partito non potrà mai crescere". (Intervento di Gorter al congresso di Deventer). Nell'articolo "La sinistra olandese (1900-1914): Il movimento ‘Tribunista’ 3a parte", Révue Internationale n°47)
[4] Tra i numerosi militanti colpiti dalla repressione, si può segnalare Rosa Luxemburg che passa buona parte della guerra in prigione, Liebknecht che viene prima arruolato poi chiuso in fortezza dopo avere preso la parola per denunciare la guerra ed il governo nella manifestazione del 1° maggio 1916; anche Mehring, a più di 70 anni, è incarcerato.
[5] Le altre due posizioni sono quella di Trotski che vuole integrare i sindacati nello Stato per farne degli organi di inquadramento degli operai (sul modello dell'esercito Rosso) per una maggiore disciplina al lavoro, e di Lenin che, al contrario, ritiene che i sindacati devono sostenere un ruolo di difesa degli operai contro lo Stato a cui riconosce "forti deformazioni burocratiche".
[6] In seguito al "pericolo" che il Bureau di Amsterdam costituisse un polo di raggruppamento della Sinistra in seno all'IC, il Comitato Esecutivo di questa annuncia per radio il suo scioglimento il 4 maggio 1920.
[7] In questa epoca, la Sinistra olandese e Pannekoek sono particolarmente chiari nel combattere la visione sviluppata da Otto Rühle che rigetta la necessità del partito all'immagine della posizione che sarà più tardi quella dei consiliaristi … e di Pannekoek.
[8] Conosciamo in che modo questi delegati sono giunti in Russia (mentre la guerra civile ed il "cordone sanitario" rendono quasi impossibili un accesso per via terrestre): hanno dirottato una nave commerciale fino a Mourmansk.
[9] Nei suoi ultimi scritti, alla vigilia della sua morte, Gorter dimostra di aver compreso i suoi errori ed incita i suoi compagni a fare altrettanto ed a trarne le lezioni (Vedere La gauche hollandaise - La sinistra olandese- fine del capitolo V.4.d)
Nello scorso novembre è scomparso il compagno Sandro Saggioro, morto alla prematura età di 66 anni. Medico di professione, Sandro lavorò in diversi ospedali della provincia di Padova. Di formazione “bordighista”, entrò in contatto con il gruppo francese Révolution Internationale, uno dei precursori della CCI e, dopo una fase di discussioni, fu integrato nella tendenza internazionale che avrebbe in seguito costituito la CCI, formando, con un altro compagno, il primo nucleo di Rivoluzione Internazionale, l'attuale sezione della CCI in Italia. Come tale, Sandro partecipò al primo congresso della CCI (1975) diventando così uno dei fondatori della nostra Corrente. Il nucleo realizzò i primi numeri del periodico Rivoluzione Internazionale e questo inizio di lavoro politico in Italia consentì l'avvicinarsi di altri compagni e la loro integrazione.
Ben presto però le posizioni di Sandro non si ritrovarono più con quelle della CCI e nel 1977 diede le sue dimissioni. Al fondo, Sandro era rimasto bordighista ed infatti, dopo aver lasciato la CCI, egli aderì a Programma Comunista, gruppo in cui militò fino all'implosione di questo, nel 1982[1]. La crisi di Programma significò l’abbandono della militanza da parte di molti compagni e la nascita di altri piccoli nuclei, ognuno dei quali rivendicava le posizioni d’origine del “partito”. Sandro restò in contatto con il nucleo di Schio e con il gruppo di Torino che pubblica la rivista N+1. Ma, soprattutto, Sandro si dedicò a quella che era la sua passione, la storia della Sinistra Comunista italiana[2]. Il risultato dei suoi studi e delle sue riflessioni sono i diversi contributi che egli ha scritto su questa storia.
Tra questi contributi possiamo ricordare “Nè con Truman né con Stalin. Storia del Partito Comunista Internazionale (1942-1952)”, ed. Colibrì, 2010, in cui Sandro racconta la storia del Partito Comunista Internazionale dalla sua nascita fino alla separazione tra il PC Internazionale (Programma Comunista) di Bordiga e il PC Internazionalista di Damen, e in cui riporta dei dibattiti importanti come, per esempio, il dibattito che ci fu, in particolare, fra Amadeo Bordiga e Onorato Damen sui compiti e il destino del partito, dibattito che, toccando le fondamentali questioni della valutazione del corso storico e della funzione dell'organizzazione rivoluzionaria in rapporto a questo, è ancora di attualità oggi.
O, ancora, “In attesa della grande crisi. Storia del Partito Comunista Internazionale (Il Programma Comunista) dal 1952 al 1982”, ed. Colibrì, ottobre 2014, in cui Sandro ci parla della storia di quella che fu la più numerosa organizzazione della Sinistra Comunista fino alla sua implosione nel 1982, che costituì un vero disastro per la perdita di militanti che provocò.
Nella maniera in cui Sandro ci riporta quegli anni e quei dibattiti ritroviamo tutta la passione del militante (con ovviamente l’evidenza del lato per cui lui pendeva), e ce lo dice chiaramente nella Premessa del primo libro: “Chi ha affrontato il presente lavoro non ha certo la pretesa di imparzialità; sta tutto dalla parte della formazione rivoluzionaria di cui ha narrato (...)”[3], perché Sandro, pur non militando più in una organizzazione, non ha mai abbandonato la fiducia nella prospettiva rivoluzionaria del proletariato, come sente il bisogno di dirci nella Conclusione del secondo libro: “ (Noi) pensiamo che lo scontro violento tra le forze della rivoluzione e quelle della controrivoluzione deve ancora prodursi. Oggi viviamo l'epoca dell'impazienza e questo è un periodo di falsa quiete e falsa pace e preannuncia (…) l'entrata in azione della classe dei diseredati e dei senza riserve.”[4]
E’ questa l’eredità che Sandro ci ha lasciato e che ci permette di non dimenticare questo compagno, con cui abbiamo condiviso una parte del nostro cammino, e con cui i nostri militanti che l'hanno conosciuto personalmente hanno passato dei momenti piacevoli per le conversazioni che lui sapeva animare anche al di fuori delle riunioni politiche ufficiali.
CCI, marzo 2016
[1] Su questa crisi di Programma Comunista, vedi Révue Internationale n. 32, 1983: “Convulsions dans le milieu révolutionnaire: le PCI (Programme Communiste) à un tournant de son histoire” https://fr.internationalism.org/rinte32/pci.htm [307], e “Le Parti communiste Internationale (Programme Communiste) à ses origines, tel qu'il prétend être, tel qu'il est” https://fr.internationalism.org/rint/32_PCInt [371].
[2] Le “Note per una storia della Sinistra Comunista (frazione italiana 1926 – 39)”, pubblicate in Révue Internationale n. 9, 1977, https://fr.internationalism.org/rinte9/italie [372], (in italiano in Rivista Internazionale n. 1, https://it.internationalism.org/rint/1_Note [373] ) furono scritte da Sandro.
[3] “Né con Truman né con Stalin”, p.17.
[4] “In attesa della grande crisi”, p. 350.
Fin dalle sue origini, la CCI ha sempre cercato di analizzare la lotta di classe nel suo contesto storico. La stessa esistenza della nostra organizzazione è dovuta non solo agli sforzi dei rivoluzionari del passato e di quelli che si sono assunti il compito di ponte tra una generazione di rivoluzionari e l'altra ma, anche, al cambiamento del corso storico, apertosi con il riemergere del proletariato a livello mondiale dopo 1968 e che ha messo fine ai "quarant’anni di controrivoluzione", iniziata con la fine delle ultime lotte della grande ondata rivoluzionaria del 1917-27. Ma oggi, dopo quaranta anni dalla sua fondazione, la CCI si trova di fronte al compito di riesaminare tutto il corpus del lavoro considerevole che ha condotto rispetto alla ricomparsa storica della classe operaia ed alle immense difficoltà che quest’ultima incontra sulla via della sua emancipazione.
Questo rapporto non costituisce che l'inizio di questo esame. Non è possibile ritornare nei dettagli sulle stesse lotte né sulle differenti analisi che sono state fatte dagli storici o da altri elementi del campo proletario. Dobbiamo limitarci a quello che è già un compito abbastanza importante: esaminare come la stessa CCI ha analizzato lo sviluppo della lotta di classe nelle sue pubblicazioni, principalmente nel suo organo teorico internazionale, la Revue Internationale, che globalmente contiene la sintesi delle discussioni e dei dibattiti che hanno animato la nostra organizzazione durante la sua esistenza.
Prima della CCI, prima di Maggio 1968, erano già apparsi i segni di una crisi della società capitalista: sul piano economico, i problemi delle valute americana e britannica; sul piano socio-politico, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam e contro la segregazione razziale negli Stati Uniti; nella lotta di classe, gli operai cinesi si ribellavano contro la pretesa "rivoluzione culturale", gli scioperi selvaggi esplodevano nelle fabbriche automobilistiche americane, ecc. (vedere per esempio l'articolo di Accion Proletaria pubblicato da World Revolution n°15 e 16 che parla di un'ondata di lotte iniziata in realtà nel 1965). Tale è il contesto in cui Marc Chirik (MC)[1] ed i suoi giovani compagni in Venezuela formularono il pronostico spesso citato (almeno da noi): "Non siamo dei profeti, e non pretendiamo indovinare quando ed in che modo si svolgeranno gli avvenimenti futuri. Ma ciò di cui siamo effettivamente coscienti e sicuri, che riguarda il processo in cui è immerso attualmente il capitalismo, è che non è possibile fermarlo con le riforme, con certe svalutazioni né con alcun tipo di misure economiche capitaliste e che conduce direttamente alla crisi". "E noi siamo ancora sicuri che il processo inverso di sviluppo della combattività della classe, che attualmente si vive in modo generale, condurrà la classe operaia ad una lotta sanguinosa e diretta alla distruzione dello Stato borghese". (Internacionalismo n°8, "1968: inizia una nuova convulsione del capitalismo").
Qui risiede tutta la forza del metodo marxista ereditato dalla Sinistra comunista: una capacità a discernere i cambiamenti maggiori nella traiettoria della società capitalista, molto prima che siano diventati troppo evidenti per potere essere negati. E così MC che aveva trascorso grande parte della sua vita militante nell'ombra della controrivoluzione, fu capace di annunciare il cambiamento del corso storico: la controrivoluzione era finita, il boom del dopoguerra stava terminando e s'affacciava la prospettiva di una nuova crisi del sistema capitalista mondiale e la rinascita della lotta di classe proletaria.
Ma c'era una debolezza-chiave nella formulazione utilizzata per caratterizzare questo cambiamento di corso storico perché poteva dare l'impressione che si stesse già entrando in un periodo rivoluzionario - in altri termini in un periodo in cui la rivoluzione mondiale fosse all'ordine del giorno a breve termine, come lo fu nel 1917. L'articolo sicuramente non diceva che la rivoluzione fosse dietro l'angolo di strada e MC aveva appreso la virtù della pazienza nelle più dure delle circostanze. Sicuramente non commise lo stesso errore dei Situazionisti che pensavano che Maggio 1968 costituisse veramente l'inizio della rivoluzione. Ma questa ambiguità stava per avere delle conseguenze per la nuova generazione di rivoluzionari che stavano per costituire la CCI. In seguito, per la grande parte della sua storia, anche dopo avere riconosciuto l'inadeguatezza della formulazione "corso alla rivoluzione" sostituita con "corso agli scontri di classe" all'epoca del suo 5 Congresso[2], la CCI avrebbe continuato a patire in permanenza della tendenza a sottovalutare sia la capacità del capitalismo a sostenere se stesso malgrado la sua decadenza e la sua crisi aperta, e sia la difficoltà per la classe operaia di superare il peso dell'ideologia dominante, di costituirsi in quanto classe sociale con la sua propria prospettiva.
La CCI si è costituita nel 1975 sulla base dell'analisi secondo la quale una nuova era di lotte operaie si era aperta, generando anche una nuova generazione di rivoluzionari il cui primo compito era di riappropriarsi delle esperienze politiche ed organizzative della Sinistra comunista e lavorare al raggruppamento su scala mondiale. La CCI era convinta di essere la sola ad avere un tale ruolo da giocare in questo processo, definendosi come "l'asse" del futuro partito comunista mondiale. ("Rapporto sulla questione dell'organizzazione della nostra corrente internazionale", Revue Internationale n°1).
Tuttavia, l'ondata di lotte inaugurate dal movimento di massa in Francia nel maggio-giugno 1968 era finita più o meno quando la CCI si era formata, in generale si sviluppò dal 1968 al 1974, sebbene importanti lotte avranno luogo in Spagna, in Portogallo, in Olanda, ecc. nel 1976-77. Poiché non c'è un legame meccanico tra la lotta immediata e gli sviluppi dell'organizzazione rivoluzionaria, la crescita relativamente veloce all'inizio della CCI proseguì malgrado il riflusso. Ma questo sviluppo era influenzato sempre profondamente dall'atmosfera di Maggio 1968 quando agli occhi di molti la rivoluzione sembrava quasi a portata di mano. Raggiungere un'organizzazione che era apertamente per la rivoluzione mondiale non sembrava all'epoca una scommessa perdente.
Questo sentimento che già si vivesse negli ultimi giorni del capitalismo, che la classe operaia sviluppava la sua forza in modo quasi esponenziale, era rafforzato da una caratteristica del movimento della classe all'epoca in cui non c’erano che brevi pause con quelle che si identificavano come "ondate" di lotta di classe internazionale.
Tra i fattori che la CCI ha analizzato nel riflusso della prima ondata, c'è la controffensiva della borghesia che, se era stata sorpresa nel 1968, successivamente aveva sviluppato velocemente una strategia politica allo scopo di deviare la classe su una falsa prospettiva. Ciò fu riassunto nella strategia de "la sinistra al potere" che prometteva la fine veloce delle difficoltà economiche che all'epoca erano ancora relativamente leggere.
La fine della prima ondata coincise, in effetti, più o meno con lo sviluppo più aperto della crisi economica dopo il 1973, ma fu questa evoluzione che creò le condizioni di nuove esplosioni di movimenti di classe. La CCI analizzò l'inizio de "la seconda ondata" nel 1978, con lo sciopero degli autotrasportatori, il Winter of Discontent ("l'inverno del malcontento"), quello dei siderurgici in Gran Bretagna, la lotta degli operai del petrolio in Iran organizzata negli shoras ("consigli"), dei vasti movimenti di sciopero in Brasile e dei portuali di Rotterdam col suo comitato di sciopero indipendente, il movimento combattivo degli operai siderurgici a Longwy e Denain in Francia e, soprattutto, l'enorme movimento di sciopero in Polonia nel 1980.
Questo movimento che partì dai cantieri navali di Danzica fu un'espressione chiara del fenomeno dello sciopero di massa e ci permise di approfondire la nostra comprensione di questo fenomeno ritornando sull'analisi fatta da Rosa Luxemburg dopo gli scioperi di massa in Russia culminati nella rivoluzione del 1905 (vedere per esempio l’articolo "Note sullo sciopero di massa" Revue internationale n°27). Abbiamo visto nella riapparizione dello sciopero di massa il punto più alto della lotta dal 1968 che rispondeva a molte domande che erano state poste nelle lotte precedenti, in particolare sull'autorganizzazione e l'estensione. Allora difendevamo - contro la visione di un movimento di classe condannato a girare a vuoto finché "il partito" non fosse stato capace di dirigerlo verso il capovolgimento rivoluzionario - che le lotte operaie seguivano una traiettoria, che tendevano ad avanzare, a tirare delle lezioni, a rispondere alle domande poste nelle lotte precedenti. Peraltro, fummo capaci di vedere che la coscienza politica degli operai polacchi era in ritardo rispetto al livello di combattività della lotta. Formulavano delle rivendicazioni generali che andavano al di là di semplici questioni economiche, ma la presa del sindacalismo, della democrazia e della religione era molto forte e tendeva a deformare ogni tentativo di avanzamento sul campo esplicitamente politico. Abbiamo visto anche la capacità della borghesia mondiale ad unirsi contro lo sciopero di massa in Polonia, in particolare attraverso la creazione di Solidarinosc.
Ma i nostri sforzi per analizzare le manovre della borghesia contro la classe operaia hanno anche dato nascita ad una tendenza fortemente empirica, contrassegnata dal "comune buonsenso", chiaramente espressa dal "clan" Chénier (vedere nota 3). Quando abbiamo osservato la strategia politica della borghesia alla fine degli anni 1970 - strategia della destra al potere e della sinistra all'opposizione nei paesi centrali del capitalismo - abbiamo dovuto approfondire la questione del machiavellismo della borghesia. Nell'articolo della Revue Internationale n°31 sulla coscienza e l'organizzazione della borghesia, si esaminava come l'evoluzione del capitalismo di Stato abbia permesso a questa classe di sviluppare attivamente delle strategie contro la classe operaia. In gran parte, la maggioranza del movimento rivoluzionario aveva dimenticato che l'analisi marxista della lotta di classe è un'analisi delle due classi principali della società, non solamente degli avanzamenti e dei riflussi del proletariato. Quest’ultimo non è impegnato in una facile battaglia ma si scontra con la più sofisticata classe della storia, la quale, malgrado la sua falsa coscienza, ha mostrato una capacità a tirare delle lezioni dagli avvenimenti storici, soprattutto quando si tratta del suo nemico mortale, ed è capace di manipolazioni e di inganni senza fine. L'esame delle strategie della borghesia era evidente per Marx ed Engels, ma i nostri tentativi di perseguire questa tradizione sono stati spesso rigettati da molti elementi come fatti che sollevavano la "teoria del complotto" trovandosi loro stessi "ammaliati" dalle apparenze delle libertà democratiche.
Analizzare "il rapporto di forza" tra le classi ci porta di conseguenza alla questione del corso storico. Nella stessa Revue Internationale dove è stato pubblicato il primo testo più importante sulla sinistra all'opposizione (Revue n°18, 2 trimestre 1979, che contiene i testi del 3° Congresso della CCI), ed in risposta alle confusioni delle Conferenze internazionali e nei nostri ranghi (per esempio la tendenza RC/GCI[3] che annunciava un corso alla guerra), abbiamo pubblicato un contributo cruciale sulla questione del corso storico che era un'espressione della nostra capacità a proseguire e sviluppare l'eredità della Sinistra comunista. Questo testo si impegnava a confutare alcune false idee tra le più comuni nel campo rivoluzionario, in particolare l'idea empirica che non è possibile per il rivoluzionario fare delle previsioni generali sul corso della lotta di classe. Contro ciò, il testo riafferma che la capacità di definire una prospettiva per il futuro - e non solamente l'alternativa generale socialismo o barbarie - è una delle caratteristiche del marxismo, e lo è sempre stata. Ed in particolare il testo insiste sul fatto che i marxisti hanno sempre fondato il loro lavoro sulla loro capacità di comprendere il particolare rapporto di forze tra le classi in un dato periodo, come abbiamo visto precedentemente nella prima parte di questo rapporto. Allo stesso modo, il testo mostra che l'incapacità a comprendere la natura del corso storico aveva portato nel passato dei rivoluzionari a commettere seri errori (per esempio, le disastrose avventure di Trotsky negli anni 1930).
Un'estensione di questa visione agnostica del corso storico è stato il concetto, difeso in particolare dal BIPR (Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario che diventerà successivamente la TCI - Tendenza Comunista Internazionalista - di cui si parlerà nel seguito di questo articolo), di un corso "parallelo" verso la guerra e verso la rivoluzione: "Recentemente sono sorte altre teorie secondo le quali ''con l'aggravamento della crisi del capitalismo, saranno i due termini della contraddizione a rafforzarsi contemporaneamente: guerra e rivoluzione non si escluderebbero reciprocamente ma avanzerebbero in modo simultaneo e parallelo senza che si possa sapere quale delle due arriverà al suo termine prima dell'altra'.” “L'errore maggiore di una tale concezione è che essa trascura totalmente il fattore lotta di classe nella vita sociale, proprio come la concezione sviluppata dalla Sinistra italiana [la teoria dell'economia di guerra] peccava per una sopravvalutazione dell'impatto di questo fattore. Partendo dalla frase de Il Manifesto comunista secondo la quale 'la storia di ogni società fino ai nostri giorni è la storia della lotta di classi', essa ne faceva un’implicazione meccanica all'analisi del problema della guerra imperialista considerando quest’ultima come una risposta alla lotta di classe senza vedere, al contrario, che non poteva avere luogo che nell'assenza di questa o grazie alla sua debolezza. Ma per falsa che fosse, questa concezione si basava su uno schema corretto, l'errore che proviene da una delimitazione scorretta del suo campo di applicazione. Invece, la tesi del 'parallelismo e della simultaneità del corso verso la guerra e la rivoluzione' fanno decisamente fede a questo schema di base del marxismo perché suppone che le due principali classi antagoniste della società possano preparare le loro risposte rispettive alla crisi del sistema - la guerra imperialistica per una e la rivoluzione per l'altra - in modo completamente indipendente l’una dall'altra, dal rapporto tra le loro rispettive forze, dei loro scontri. Se non può applicarsi anche a ciò che determina tutta l'alternativa storica della vita della società, lo schema de Il Manifesto comunista non ha più ragione di esistere e può essere riposto con tutto il marxismo in un museo nel settore delle invenzioni 'strampalate' dell'immaginazione umana" [4].
Sebbene siano stati necessari quattro anni prima che cambiassimo in modo formale la formulazione "corso alla rivoluzione", innanzitutto perché conteneva l'implicazione di un tipo di progresso inevitabile ed anche lineare verso gli scontri rivoluzionari, avevamo compreso che il corso storico non era né statico né predeterminato, ma che era assoggettato ai cambiamenti nell'evoluzione del rapporto di forze tra le classi. Da cui il nostro "slogan" all'inizio degli anni 1980 in risposta all'accelerazione tangibile delle tensioni imperialistiche (in particolare l'invasione dell'Afghanistan da parte della Russia e la risposta che aveva provocato da parte dell'Occidente): gli Anni della Verità. Verità non solo nel linguaggio brutale della borghesia e delle sue nuove equipe di governo di destra ma anche nei termini in cui si sarebbe deciso lo stesso avvenire dell'umanità. Certamente ci sono degli errori in questo testo, in particolare l'idea de "il fallimento totale" dell'economia e di una "offensiva" proletaria già esistente, quando le lotte operaie erano ancora necessariamente su un terreno fondamentalmente difensivo. Ma il testo mostrava una reale capacità di previsione, non solo perché gli operai polacchi ci avevano offerto velocemente una chiara prova che il corso alla guerra non era aperto e che il proletariato era capace di fornire un'alternativa ma, anche, perché gli avvenimenti del 1980 si sono rivelati decisivi, pur se non nel modo con cui li avevamo considerati all’inizio. Le lotte in Polonia sono state un momento chiave nel processo che avrebbe determinato il crollo del blocco dell'Est e l'apertura definitiva della fase di decomposizione, espressione del vicolo cieco sociale in cui nessuna classe era capace di attuare la sua alternativa storica.
La "seconda ondata" è stata anche il periodo durante il quale MC ci ha esortati a "scendere dal balcone" ed a sviluppare la capacità a partecipare alle lotte ed a sostenere proposte concrete per l'autorganizzazione e l'estensione come, per esempio, durante lo sciopero dei siderurgici in Francia. Ciò ha dato adito ad un certo numero di incomprensioni, per esempio la proposta di distribuire un volantino che chiamava gli operai di altri settori a raggiungere il corteo dei siderurgici a Parigi è stata considerata come una concessione al sindacalismo perché questa marcia era organizzata dai sindacati. Ma la domanda da porsi non era astratta - denunciare in generale i sindacati - bisognava mostrare come, nella pratica, i sindacati si opponevano all'estensione della lotta e spingere avanti le tendenze a rimettere in causa i sindacati ed a prendere in mano l'organizzazione della lotta. Che ciò fosse una possibilità reale, lo dimostra l'eco che certi nostri interventi, nelle riunioni di massa formalmente chiamate dai sindacati, hanno ricevuto, come a Dunkerque. Fu posta anche la questione dei "gruppi operai" che nascevano da queste lotte[5]. Ma tutto questo sforzo di intervento attivo nelle lotte ha avuto anche un aspetto "negativo", la comparsa di tendenze immediatiste ed attiviste che riducevano il ruolo dell'organizzazione rivoluzionaria a portare un'assistenza pratica agli operai. Nello sciopero dei portuali di Rotterdam, abbiamo sostenuto il ruolo di "portatori d’acqua" per il comitato di sciopero, ciò che diede adito ad un contributo estremamente importante di MC[6] che stabiliva in modo sistematico come il passaggio dall’ascendenza alla decadenza aveva portato dei profondi cambiamenti nella dinamica della lotta di classe proletaria e dunque alla funzione primaria dell'organizzazione rivoluzionaria che non poteva più considerarsi come "l'organizzatrice" della classe, ma solo una minoranza lucida che fornisce una direzione politica. Malgrado questo vitale chiarimento, una minoranza dell'organizzazione cadde ancora più nell'operaismo e l'attivismo, caratterizzati dall'opportunismo verso il sindacalismo manifestato nel clan Chénier che vedeva i comitati di sciopero sindacali dello sciopero della siderurgia in Gran Bretagna come organi di classe, pure negando allo stesso tempo di riconoscere il significato storico del movimento della Polonia. Il testo della Conferenza straordinaria del 1982 sulla funzione dell'organizzazione identificava molto di questi errori[7].
La seconda ondata di lotte ha conosciuto la sua fine con la repressione in Polonia e ciò ha accelerato anche una crisi nel campo rivoluzionario, la rottura delle conferenze internazionali, la scissione nella CCI[8], il crollo del PCInt: vedere la Revue Internationale n°28 e 32. Comunque abbiamo continuato a sviluppare la nostra comprensione teorica, in particolare sollevando la questione della generalizzazione internazionale come prossima tappa della lotta, ed attraverso il dibattito sulla critica della teoria dell'anello debole (vedere Revue n°31 e 37). Queste due questioni connesse tra loro fanno parte dello sforzo per comprendere il significato della sconfitta in Polonia. Attraverso queste discussioni abbiamo visto che la chiave di nuovi e maggiori sviluppi della lotta di classe mondiale - che noi definivavamo non solo in termini di autorganizzazione e di estensione, ma di generalizzazione e di politicizzazione internazionale - risiedeva in Europa occidentale. I testi sulla generalizzazione ed altre polemiche riaffermavano anche che non era la guerra che costituiva le migliori condizioni per la rivoluzione proletaria come continuavano a sostenere la maggior parte dei gruppi della tradizione della Sinistra italiana, ma la crisi economica aperta; e fu precisamente questa prospettiva che venne aperta dopo il 1968. Alla fine, sull'ondata della sconfitta in Polonia, certe analisi chiaroveggenti sulla rigidità di base dei regimi stalinisti furono anticipate negli articoli come "La crisi economica nell'Europa dell'Est e le armi della borghesia contro il proletariato" nella Revue Internationale n°34. Queste analisi furono la base della nostra comprensione dei meccanismi del crollo del blocco dell'Est dopo 1989.
Una nuova ondata di lotte fu annunciata dagli scioperi del settore pubblico in Belgio e fu confermata negli anni seguenti dallo sciopero dei minatori in Gran Bretagna, dalle lotte dei ferrovieri e della sanità in Francia, delle ferrovie e della scuola in Italia, da lotte massicce in Scandinavia, e di nuovo in Belgio nel 1986, ecc. Quasi ogni numero della Revue Internationale di questo periodo conteneva un articolo editoriale sulla lotta di classe ed abbiamo pubblicato le differenti risoluzioni dei congressi sulla questione. Sicuramente abbiamo sempre tentato di localizzare queste lotte in un contesto storico più largo. Nella Revue Internationale n°39 e 41, abbiamo pubblicato degli articoli sul metodo necessario per analizzare la lotta di classe, cercando di rispondere all'empirismo ed alla mancanza di quadro dominante nel campo proletario che poteva passare da una grande sottovalutazione ad improvvise ed assurde esagerazioni. Il testo della Revue n°41 riaffermava in particolare certi elementi fondamentali sulla dinamica della lotta di classe - il suo carattere irregolare, fatto di "ondate", derivante dal fatto che la classe operaia è la prima classe rivoluzionaria ad essere una classe sfruttata e che non può avanzare di vittoria in vittoria come la borghesia, ma deve passare attraverso un processo di sconfitte che possono essere il trampolino di nuovi avanzamenti della coscienza. Questo avanzamento irregolare, con degli alti e bassi della lotta di classe, è ancora più marcato nel periodo di decadenza così che, per comprendere il significato di un'esplosione particolare di lotta di classe, non possiamo esaminarla all’istante come una "fotografia": dobbiamo localizzarla in una traiettoria più generale che ci riporti alla questione del rapporto di forze tra le classi e del corso storico.
Allo stesso tempo si sviluppava il dibattito sul centrismo rispetto al consiliarismo che è apparso per prima sul piano teorico - il rapporto tra la coscienza e la lotta e la questione della maturazione sotterranea della coscienza (vedere l'articolo nella Revue Internationale n°43). Questi dibattiti permisero alla CCI di effettuare un'importante critica della visione consiliarista, secondo la quale la coscienza si sviluppa solo nei momenti delle lotte aperte, e di elaborare la distinzione tra le dimensioni di estensione e di profondità ("la coscienza della - o nella - classe e la coscienza di classe", una distinzione che fu considerata immediatamente come "leninista" da quella che in futuro diventerà la tendenza FECCI). Nella polemica con la CWO sulla questione della maturazione sotterranea si notavano delle similarità tra le visioni consiliariste della nostra "tendenza" con chi, in quel momento, difendeva apertamente la teoria kautskyana della coscienza di classe, secondo la quale quest’ultima sarebbe inculcata dall'esterno e cioè da intellettuali borghesi alla classe operaia. L'articolo cercava di avanzare nella visione marxista dei rapporti tra l'inconscio ed il conscio pur criticando la visione del "buonsenso" comune della CWO.
C'è un altro campo in cui la lotta contro il consiliarismo non è stata condotta fino alla fine: pur riconoscendo in teoria che la coscienza di classe può svilupparsi all'infuori dei periodi di lotta aperta, c'era una tendenza già da tempo in voga nello sperare che, non vivendo più in un periodo di controrivoluzione, la crisi economica apporterebbe salti improvvisi nella lotta di classe e nella coscienza di classe. Ciò faceva rientrare dalla finestra la concezione consiliarista attraverso un legame automatico tra le crisi e la lotta di classe, e spesso è tornata a perseguitarci, anche nel periodo che è seguito al crash del 2008.
Applicando l'analisi che avevamo sviluppato nel dibattito sull'anello debole, i nostri principali testi sulla lotta di classe in questo periodo riconoscono l'importanza di un nuovo sviluppo della lotta di classe nei paesi centrali dell'Europa. Le "Tesi sulla lotta di classe" (1984) pubblicate nella Revue Internationale n°37 sottolineano le caratteristiche di questa ondata:
"Le caratteristiche della presente ondata, come si sono già manifestate e che vanno a delinearsi sempre più, sono le seguenti:
- tendenza a movimenti di notevole ampiezza che implicano un numero elevato di operai, toccando simultaneamente settori interi o parecchi settori in uno stesso paese, ponendo in tal modo le basi dell'estensione geografica delle lotte, tendenza all'apparizione di movimenti spontanei che manifestano, in particolare al loro inizio, un certo straripamento dai sindacati,
- crescente simultaneità delle lotte a livello internazionale, che gettano le fondamenta per la futura generalizzazione mondiale delle lotte,
- sviluppo progressivo, in seno all'insieme del proletariato, della sua fiducia in se stesso, della coscienza della sua forza, della sua capacità di opporsi come classe agli attacchi capitalisti,
- ritmo lento dello sviluppo delle lotte nei paesi centrali e particolarmente dell'attitudine alla loro autorganizzazione, fenomeno che risulta dallo spiegamento da parte della borghesia di questi paesi di tutto il suo arsenale di trappole e mistificazioni e che si è realizzato ancora una volta negli scontri di questi ultimi mesi". (Tesi sull'attuale ripresa della lotta di classe)
La più importante di queste "trappole e mistificazioni" è stata l’utilizzazione del sindacalismo di base contro le vere tendenze all'autorganizzazione degli operai, una tattica abbastanza sofisticata capace di creare dei falsi coordinamenti antisindicali che, in realtà, servivano da ultimo baluardo di difesa del sindacalismo. Ma pure non essendo affatto ciechi nei confronti dei pericoli ai quali era confrontata la lotta di classe, le Tesi, come il testo sugli Anni della Verità, contenevano sempre la nozione di un'offensiva del proletariato e prevedevano che la terza ondata avrebbe raggiunto un livello superiore alle precedenti, e ciò significava che essa necessariamente avrebbe raggiunto lo stadio della generalizzazione internazionale.
Il fatto che il corso fosse verso scontri di classe non significava che il proletariato fosse già all'offensiva: fino alla vigilia della rivoluzione, le sue lotte saranno essenzialmente difensive di fronte agli incessanti attacchi della classe dominante. Tali errori erano il prodotto di una tendenza di lunga data a sopravvalutare il livello di quel momento della lotta di classe. Era spesso in reazione all'incapacità del campo proletario a vedere più lontano della punta del suo naso, tema spesso sviluppato nelle nostre polemiche e, anche, nella Risoluzione sulla situazione internazionale del 6° Congresso della CCI nel 1985, pubblicate nella Revue Internationale n°44 che contiene un lungo passo sulla lotta di classe. Questa parte è un'eccellente dimostrazione del metodo storico della CCI per analizzare la lotta di classe, una critica dello scetticismo e dell'empirismo che dominava il campo, ed essa identificò anche la perdita delle tradizioni storiche e la rottura tra la classe e le sue organizzazioni politiche come debolezze chiave del proletariato. Ma, retrospettivamente, essa insisteva troppo sulla disillusione verso la sinistra ed in particolare verso i sindacati, e sulla crescita della disoccupazione come fattori potenziali di radicalizzazione della lotta di classe. Non ignorava gli aspetti negativi di questi fenomeni ma non riusciva a vedere che, con l'arrivo della fase di decomposizione, il disincanto passivo nei confronti delle vecchie organizzazioni operaie e la generalizzazione della disoccupazione, in particolare tra i giovani, sarebbero diventati potenti fattori di demoralizzazione del proletariato e destabilizzatori della sua identità di classe. Anche nel 1988 (Revue Internationale n°54), per esempio, continuavamo a pubblicare una polemica sulla sottovalutazione della lotta di classe nel campo proletario. Gli argomenti sono in generale corretti ma mostrano anche la mancanza di coscienza di ciò che si profilava - il crollo dei blocchi ed il riflusso più lungo che abbiamo conosciuto.
Ma verso la fine degli anni 1980, diventava chiaro, almeno per una nostra minoranza, che la spinta in avanti della lotta di classe che era stata analizzata in tanti articoli e risoluzioni durante questo periodo, si arenava. Ci fu un dibattito su questo argomento all’8° Congresso della CCI (Revue Internationale n°59), in particolare rispetto alla questione della decomposizione e dei suoi effetti negativi sulla lotta di classe. Una parte considerevole dell'organizzazione vedeva la "terza ondata" rafforzarsi e sottovalutava l'impatto di certe sconfitte. Come per esempio lo sciopero dei minatori in GB la cui sconfitta non fermò l'ondata ma ebbe un effetto a lungo termine sulla fiducia della classe operaia in se stessa e non solamente in GB, il tutto rafforzando l'impegno della borghesia nello smantellamento delle "vecchie" industrie. L’8° Congresso fu anche quello in cui fu formulata l'idea che le mistificazioni borghesi duravano oramai non più di tre settimane.
La discussione sul centrismo verso il consiliarismo aveva sollevato il problema della fuga del proletariato nei confronti della politica ma non fummo capaci di applicare questa questione alla dinamica del movimento di classe, in particolare a quella della sua mancanza di politicizzazione, della sua difficoltà a sviluppare una prospettiva anche quando le lotte erano autorganizzate e mostravano una tendenza all’estensione. Possiamo anche dire che la CCI non ha sviluppato mai una critica adeguata dell'impatto dell'economicismo e dell'operaismo nelle sue righe, che l’hanno portata a sottovalutare l'importanza dei fattori che spingono il proletariato al di là dei limiti del posto di lavoro e delle rivendicazioni economiche immediate.
È solamente con il crollo del blocco dell'Est che abbiamo potuto veramente comprendere tutto il peso della decomposizione e che allora abbiamo previsto un periodo di nuove difficoltà per il proletariato (Revue Internationale n°60). Queste difficoltà derivavano precisamente dall'incapacità della classe operaia a sviluppare la sua prospettiva, ma che sarebbero state attivamente rafforzate dalla vasta campagna ideologica della classe dominante sul tema de "la morte del comunismo” e della fine della lotta di classe.
In seguito all'affondamento del blocco dell'Est, confrontata al peso della decomposizione e delle campagne anticomuniste della classe dominante, la lotta di classe ha subito un riflusso che è stato molto profondo.
Sebbene ci siano state alcune espressioni di combattività all'inizio degli anni 1990 e di nuovo alla fine del decennio, il riflusso doveva persistere nel secolo successivo, mentre la decomposizione avanzava in modo visibile, espressa chiaramente nell'attacco alle Twin Towers e nelle successive invasioni dell'Afghanistan e dell'Iraq. Di fronte all'avanzata della decomposizione, siamo stati obbligati a riesaminare tutta la questione del corso storico in un Rapporto per il 14° Congresso, pubblicato nella Revue Internationale n°107. Altri notevoli testi su questo tema sono "Perché il proletariato non ha ancora rovesciato il capitalismo" nelle Revue n°103 e 104 e la Risoluzione sulla situazione internazionale del 15° Congresso della CCI (2003), Revue n°113.
Il Rapporto sul corso storico del 2001 dopo avere riaffermato le acquisizioni teoriche dei rivoluzionari del passato ed il nostro quadro come sviluppato nel documento del 3° Congresso, è incentrato sulle modifiche portate dall'entrata del capitalismo nella sua fase di decomposizione, dove la tendenza alla guerra mondiale è contrastata non solo dall'incapacità della borghesia a mobilitare il proletariato ma, anche, dalla dinamica centrifuga del "ciascuno per sé", e ciò avrebbe significato che la riformazione di blocchi imperialisti avrebbe incontrato crescenti difficoltà. Tuttavia, poiché la decomposizione contiene rischi di una discesa graduale nel caos e la distruzione irrazionale, essa crea enormi pericoli per la classe operaia ed il testo riafferma il punto di vista delle Tesi di origine secondo cui la classe gradualmente potrebbe essere schiacciata dall'insieme del processo al punto di non essere più capace di insorgere contro la marea della barbarie. Il testo tenta anche di distinguere tra gli avvenimenti materiali ed ideologici implicati nel processo di "stritolamento": gli elementi ideologici che emergono spontaneamente dal terreno del capitalismo in declino e le campagne consapevolmente orchestrate dalla classe dominante, come la propaganda incessante sulla morte del comunismo. Nello stesso tempo, il testo identificava certi elementi materiali più diretti come lo smantellamento dei vecchi centri industriali che spesso erano stati il cuore della combattività operaia durante le precedenti ondate di lotte (le miniere, la siderurgia, i portuali, le fabbriche automobilistiche, ecc.). Pur non cercando di mascherare le difficoltà che la classe affrontava, questo nuovo rapporto esaminava anche i segni di ripresa della combattività e le difficoltà persistenti della classe dominante a trascinare la classe operaia nelle sue campagne guerriere e concludeva che le potenzialità di rivitalizzazione della lotta di classe erano sempre intatte; e ciò si sarebbe confermato due anni dopo, con i movimenti sulle "riforme delle pensioni" in Austria ed in Francia (2003).
Nel rapporto sulla lotta di classe nella Revue Internationale n°117, identifichiamo una svolta, una ripresa della lotta manifestata in questi movimenti sulle pensioni ed in altre espressioni. Ciò si confermò nei nuovi movimenti nel 2006 e nel 2007 come all'epoca del movimento contro il CPE in Francia e nelle lotte massicce nell'industria tessile ed in altri settori in Egitto. Il movimento degli studenti in Francia fu in particolare una testimonianza eloquente di una nuova generazione di proletari confrontati ad un avvenire molto incerto (vedere le "Tesi sul movimento degli studenti in Francia" nel Revue n°125 ed anche l'editoriale di questo stesso numero). Questa tendenza fu in seguito confermata dalla "gioventù" in Grecia nel 2008-2009, dalla rivolta studentesca in Gran Bretagna nel 2010 e, soprattutto, dalla primavera araba e dai movimenti degli Indignados e di Occupy nel 2011-2013 che hanno dato luogo a parecchi articoli della Revue Internationale, in particolare quello della Revue n°147. Chiaramente in questi movimenti ci furono delle acquisizioni - l'affermazione della forma assembleare, un impegno più diretto verso le questioni politiche e morali, un chiaro senso internazionalista, elementi sul significato dei quali noi vi ritorneremo. Nel nostro rapporto al BI plenario di ottobre 2013 abbiamo criticato il rigetto economista ed operaista di questi movimenti ed il tentativo di vedere il cuore della lotta di classe mondiale nelle nuove concentrazioni industriali dell'Estremo Oriente. Ma non abbiamo nascosto il problema fondamentale rivelato in queste rivolte: la difficoltà per i loro giovani protagonisti di concepirsi come parte della classe operaia, l'enorme peso dell'ideologia della cittadinanza e dunque del democraticismo. La fragilità di questi movimenti fu indicata chiaramente in Medio Oriente dove abbiamo potuto vedere chiare regressioni della coscienza (come in Egitto ed in Israele) ed in Libia ed in Siria una caduta quasi immediata nella guerra imperialista. Ci sono state autentiche tendenze alla politicizzazione in questi movimenti poiché hanno posto delle questioni profonde sulla natura stessa del sistema sociale esistente e, come all'epoca delle precedenti apparizioni negli anni 2000, essi diedero adito ad una minuscola minoranza di elementi alla ricerca ma, in seno a questa minoranza, c'è stata un'immensa difficoltà ad andare verso un impegno militante rivoluzionario. Anche quando queste minoranze sembravano essere sfuggite alle catene più evidenti dell'ideologia borghese in decomposizione, esse le hanno ritrovate spesso sotto le forme più sottili e più radicali che sono cristallizzate nell'anarchismo, la teoria della "comunizzazione" ed altre tendenze simili, fornendo tutte una prova supplementare sul fatto che avevamo perfettamente ragione nel vedere "il consiliarismo come il pericolo maggiore" negli anni 1980 poiché tutte queste correnti falliscono precisamente sulla questione degli strumenti politici della lotta di classe e, innanzitutto, l'organizzazione rivoluzionaria.
Un bilancio completo di questi movimenti, e delle nostre discussioni su questo argomento, non è stato ancora fatto e nè possiamo farlo qui. Ma sembra che il ciclo del 2003-2013 tocchi la sua fine e che siamo di fronte ad un nuovo periodo di difficoltà[9]. Ciò è particolarmente evidente in Medio Oriente dove le proteste sociali hanno incontrato la più rude repressione e la barbarie imperialistica; e questa orribile involuzione non può che avere un effetto deprimente sugli operai del mondo intero. In ogni modo, se ci ricordiamo della nostra analisi sullo sviluppo irregolare della lotta di classe, è inevitabile il riflusso dopo queste esplosioni e, per qualche tempo, ciò tenderà ad esporre di più la classe all'impatto nocivo della decomposizione.
"... Secondo i rapporti, avete detto che avevo previsto il crollo della società borghese nel 1898. C'è un leggero errore da qualche parte. Tutto ciò che ho detto, è che potremmo prendere forse il potere da qui al 1898. Se ciò non accade, la vecchia società borghese potrebbe ancora vegetare un momento, purché una spinta dell'esterno non faccia crollare tutto il vecchio edificio putrefatto. Un vecchio imballaggio ammuffito come questo può anche sopravvivere alla sua morte essenziale interna ancora alcuni decenni se l'atmosfera non è turbata" (Engels a Bebel, 24-26 ottobre 1891).
In questo breve passo, l'errore è così evidente che non è necessario commentarlo: l'idea che la classe operaia arrivasse al potere nel 1898 era un'illusione probabilmente generata dalla crescita veloce del partito socialdemocratico in Germania. Una deriva riformista si mescola ad un ottimismo esagerato e ad un'impazienza che, nel Manifesto comunista, aveva dato adito alla formulazione secondo cui "la caduta della borghesia e la vittoria del proletariato sono inevitabili" e forse non così lontano. Ma accanto a ciò, c'è un'idea molto valida: una società condannata dalla storia può anche mantenere per molto tempo il suo "vecchio imballaggio ammuffito" dopo di che sorge il bisogno di sostituirlo. In effetti, non decenni ma un secolo dopo la Prima guerra mondiale, vediamo la sinistra determinazione della borghesia di mantenere il suo sistema in vita qualunque ne sia il prezzo per l'avvenire dell'umanità.
La maggior parte dei nostri errori in questi ultimi quarant’anni sembra risiedere nella sottovalutazione della borghesia, della capacità di questa classe a mantenere il suo sistema putrefatto e dunque dell'immensità di ostacoli contro cui la classe operaia deve scontrarsi per assumere i suoi compiti rivoluzionari. Per fare il bilancio delle lotte di 2003-2013, questo deve essere un elemento chiave.
Il rapporto per il 21° Congresso della sezione in Francia (Révolution Internationale) nel 2014 riafferma l'analisi della svolta: le lotte del 2003 hanno sollevato la questione chiave della solidarietà ed il movimento del 2006 contro il CPE in Francia è stato un movimento profondo che prese la borghesia di sorpresa e la costrinse ad arretrare perché poneva il reale pericolo di un'estensione ai lavoratori attivi. Ma di seguito si è avuta una tendenza a dimenticare la capacità della classe dominante a recuperare tali shock ed a rinnovare la sua offensiva ideologica e le sue manovre, in particolare restaurare l'influenza dei sindacati. Abbiamo visto ciò in Francia negli anni 1980 con lo sviluppo dei coordinamenti e l'abbiamo visto di nuovo nel 1995 ma, come sottolinea il rapporto dell'ultimo Congresso di Révolution Internationale, abbiamo dimenticato nelle nostre analisi i movimenti in Guadalupa e nelle lotte sulle pensioni nel 2010 che hanno effettivamente sfinito il proletariato francese, impedendogli di essere ricettivo al movimento dell'anno seguente in Spagna. E di nuovo, malgrado la nostra insistenza sull'enorme impatto delle campagne anticomuniste, il rapporto di questo congresso suggerisce anche che abbiamo velocemente dimenticato che le campagne contro il marxismo e contro il comunismo hanno sempre un peso considerevole sulla nuova generazione che è apparsa durante il precedente decennio.
Altre debolezze durante questo periodo cominciano ad essere riconosciute.
Nelle nostre critiche dell'ideologia degli "anticapitalisti" degli anni 1990, con la loro insistenza sulla mondializzazione come una fase totalmente nuova nella vita del capitalismo - e delle concessioni fatte nel movimento proletario a questa ideologia, in particolare da parte del BIPR che sembrava mettere in questione la decadenza - non abbiamo riconosciuto elementi di verità al centro di questa mitologia: che la nuova strategia della "mondializzazione" ed il neoliberismo abbiano permesso alla classe dominante di resistere alle recessioni degli anni 1980 ed anche di aprire vere possibilità di espansione nelle zone dove le vecchie divisioni tra blocchi ed i modelli economici semiautarchici avevano eretto considerevoli barriere al movimento del capitale. L'esempio più evidente di questo sviluppo è evidentemente la Cina di cui non abbiamo anticipato pienamente l’ascesa allo statuto di "superpotenza", sebbene dagli anni 1970 e dalla rottura tra Russia e Cina abbiamo sempre riconosciuto che questa era una specie di eccezione alla regola dell'impossibile "indipendenza" rispetto al dominio dei due blocchi. Abbiamo dunque ritardato nel comprendere l'impatto che sarebbe stato prodotto da queste enormi concentrazioni industriali in alcune di queste regioni, sullo sviluppo globale della lotta di classe. Le ragioni teoriche che stavano alla base della nostra incapacità a prevedere l’ascesa della Nuova Cina dovranno essere ricercate più in profondità nelle discussioni sulla nostra analisi della crisi economica.
In un modo forse più significativo, non abbiamo investigato adeguatamente il ruolo giocato dall'affossamento di molti antichi centri di combattività di classe nei paesi centrali nel sabotare l'identità di classe. Abbiamo avuto ragione di essere scettici verso le analisi puramente sociologiche della coscienza di classe ma il cambiamento di composizione della classe operaia nei paesi centrali, la perdita delle tradizioni di lotta, lo sviluppo delle forme di lavoro più atomizzato, tutto ha certamente contribuito all'apparizione di generazioni di proletari che non si vedono più come parte della classe operaia, anche quando intraprendono la lotta contro gli attacchi dello Stato, come abbiamo visto durante i movimenti degli Occupy e degli Indignados nel 2011-2013. Particolarmente importante è il fatto che l'entità delle "delocalizzazioni", che hanno avuto luogo nei paesi occidentali, risultava spesso da sconfitte maggiori – come per esempio i minatori in GB, i siderurgici in Francia. Queste questioni, sebbene poste nel rapporto del 2001 sul corso storico, non sono state veramente trattate e sono state riaffermate nel rapporto del 2013 sulla lotta di classe. È là un ritardo molto importante e non sempre abbiamo incorporato questo fenomeno nel nostro quadro, ciò che richiederebbe certamente una risposta ai tentativi erronei di correnti come gli autonomi e la TCI per teorizzare la "ricomposizione" della classe operaia.
Nello stesso tempo, la prevalenza della disoccupazione a lungo termine o dell'impiego precario hanno inasprito la tendenza all'atomizzazione ed alla perdita d'identità di classe. Le lotte autonome dei disoccupati, capaci di ricollegarsi alle lotte degli operai attivi, furono ben meno significative di quanto noi avessimo previsto negli anni 1970 e 1980 (cf. Le "Tesi sulla disoccupazione" nella Revue internationale n°14 o la Risoluzione sulla situazione internazionale del 6° Congresso della CCI di cui si parla sopra), e numerosi disoccupati ed impiegati precari sono caduti in una condizione sottoproletaria, nella cultura di bande o ideologie politiche reazionarie. I movimenti degli studenti in Francia nel 2006 e le rivolte sociali verso la fine del decennio del nuovo secolo cominciarono a portare delle risposte a questi problemi, offrendo la possibilità di integrare i disoccupati nelle manifestazioni di massa e le assemblee di strada, ma era sempre un contesto dove l'identità di classe era ancora molto debole.
La nostra principale insistenza per spiegare la perdita dell'identità di classe si è spostata sul piano ideologico, sia come prodotto immediato della decomposizione (ciascuno per sé, cultura di banda, fuga nell'irrazionalità, ecc.) sia per l'utilizzazione deliberata degli effetti della decomposizione da parte della classe dominante - in modo più evidente, le campagne sulla morte del comunismo ma, anche, l'assalto ideologico giornaliero dei media e della pubblicità intorno a false rivolte, l'ossessione del consumismo e delle celebrità, ecc. Ciò è evidentemente di vitale importanza ma, in un certo modo, siamo solo all’inizio di una investigazione su come questi meccanismi ideologici operano a livello più profondo - un compito teorico chiaramente posto dalle "Tesi sulla morale"[10] e nei nostri sforzi per sviluppare ed applicare la teoria marxista dell'alienazione.
L'identità di classe non è, come l'ha difesa talvolta la TCI, una specie di semplice sentimento istintivo o semicosciente che avrebbero gli operai, che andrebbe distinto dalla vera coscienza di classe preservata dal partito. È essa stessa una parte integrante della coscienza di classe, fa parte del processo in cui il proletariato si riconosce in quanto classe distinta con un ruolo ed un potenziale unici nella società capitalista. Inoltre, non è limitata al campo puramente economico ma fin dall'inizio comporta un potente elemento culturale e morale: come Rosa Luxemburg scriveva, il movimento operaio non si limita ad una questione di "coltello e forchetta" ma è "un grande movimento culturale". Il movimento operaio del diciannovesimo secolo ha incorporato dunque non solo le lotte per le rivendicazioni economiche e politiche immediate ma anche l'organizzazione dell'educazione, dei dibattiti sull'arte e sulla scienza, delle attività sportive e di tempo libero, ecc. Il movimento forniva tutto un ambiente in cui i proletari e le loro famiglie potevano associarsi all'infuori dei posti di lavoro, rafforzando la convinzione che la classe operaia era la vera erede di tutto ciò che era sano nelle precedenti espressioni della cultura umana. Questo genere di movimento della classe operaia ha raggiunto il suo culmine nel periodo della socialdemocrazia ma in quest’ultimo c’erano anche le premesse della sua caduta. Ciò che venne perso nel grande tradimento del 1914, non fu solo l'Internazionale e le vecchie forme di organizzazione politica ed economica ma, anche, un terreno culturale più vasto che sopravvisse solamente nella caricatura costituita dalle "feste" dei partiti stalinisti e gauchisti. Il 1914 costituì dunque il primo di tutta una serie di colpi contro l'identità di classe durante il secolo passato: la diluizione politica della classe nella democrazia e nell'antifascismo negli anni 1930 e 1940, l'assimilazione del comunismo con lo stalinismo, la rottura della continuità organica con le organizzazioni e le tradizioni del passato portata dalla controrivoluzione: molto prima dell’inizio della fase di decomposizione, questi traumi già pesavano insistentemente sulla capacità del proletariato a costituirsi in classe con un reale senso di sé in quanto forza sociale che porta con lei "l’annullamento di tutte le classi". Così, ogni investigazione sul problema della perdita dell'identità di classe dovrà ritornare sull'insieme della storia del movimento operaio e non restringersi agli ultimi decenni. Anche se in questi ultimi decenni il problema è diventato così acuto e minaccioso per l'avvenire della lotta di classe, esso non è che l'espressione concentrata di un processo che ha una storia ben più lunga.
Per ritornare al problema dalla nostra sottovalutazione della classe dominante: il culmine della nostra sottovalutazione di lunga data del nemico - e che costituisce anche la maggiore delle debolezze delle nostre analisi - è stato raggiunto dopo il crash finanziario del 2007-08, al seguito di una vecchia tendenza a considerare che la classe dominante al centro del sistema avrebbe esaurito tutte le opzioni, che l'economia si sarebbe infilata in un vicolo cieco totale. Ciò non poteva che aumentare i sentimenti di panico, inasprire l'idea spesso non espressa e tacita secondo la quale la classe operaia ed il minuscolo movimento rivoluzionario si confrontavano con la loro ultima opportunità, o che avevano "già mancato la buona occasione". Certe formulazioni sulla dinamica dello sciopero di massa avevano nutrito questo immediatismo. In realtà, non avevamo torto nel vedere dei "germi" dello sciopero di massa nel movimento degli studenti in Francia nel 2006, o in altri come quello dei siderurgici in Spagna lo stesso anno, quello dell'Egitto nel 2007, in Bangladesh o altrove. Il nostro errore risiedeva nel fatto di avere preso il seme per il fiore e di non avere compreso che il periodo di germinazione non poteva che essere lungo. È chiaro che questi errori di analisi erano legati molto alle deformazioni attiviste ed opportuniste del nostro intervento durante questo periodo, tuttavia essi devono essere compresi anche nella discussione più larga del nostro ruolo come organizzazione (vedere il testo sul lavoro della frazione).
"Se il proprietario della forza-lavoro ha lavorato oggi, deve potere ricominciare domani nelle stesse condizioni di vigore e di salute. Occorre dunque che la somma dei mezzi di sussistenza basti per intrattenerlo nel suo stato di vita normale. I bisogni naturali, come cibo, vestiti, riscaldamento, abitazione, ecc., differiscono secondo il clima ed altre particolarità fisiche di un paese. Sotto un altro aspetto lo stesso numero dei sedicenti bisogni naturali, ed anche il modo di soddisfarli, è un prodotto storico e dipende così, in grande parte, dal grado di civiltà raggiunto. Le origini della classe salariata in ogni paese, l'ambiente storico in cui si è formata, continuano per molto tempo ad esercitare la massima influenza sulle abitudini, le esigenze e per contraccolpo i bisogni che essa apporta nella vita. La forza lavoro racchiude dunque, dal punto di vista del valore, un elemento storico e morale, ciò che la distingue dalle altre merci". (Marx, Il Capitale, volume I, capitolo 6).
Leggere Il Capitale senza veramente cogliere che Marx cerca di comprendere il funzionamento di particolari rapporti sociali che sono il prodotto di migliaia di anni di storia e che, come altri rapporti sociali, sono condannati a sparire, significa trovarsi ammaliati dalla visione reificata del mondo che lo studio di Marx ha per scopo di combattere. Questo è un atteggiamento di tutti gli intellettuali studiosi di Marx, che si considerano come professori rassicuranti o dei comunisti ultraradicali che tendono ad analizzare il capitalismo come un sistema autosufficiente, dalle leggi eterne, operante allo stesso modo in tutte le condizioni storiche, durante la decadenza di un sistema come nella sua ascendenza. Ma le osservazioni di Marx sul valore della forza lavoro ci aprono gli occhi su questo punto di vista puramente economico del capitalismo e mostrano in che cosa i fattori "storici e morali" sostengono un ruolo cruciale nella determinazione di un fondamento "economico" di questa società: il valore della forza lavoro. In altri termini, contrariamente alle affermazioni di Paul Cardan (alias Castoriadis, il fondatore del gruppo Socialismo o Barbarie) per il quale Il Capitale è un libro senza lotta di classe, Marx sostiene che l'affermazione della dignità umana da parte della classe sfruttata - la dimensione morale per eccellenza - non può, per definizione, essere detratta da un esame scientifico del modo con cui opera il sistema capitalista. Nella stessa frase, Marx risponde anche a coloro che lo considerano come un relativistico morale, come un pensatore che rigetta ogni morale come un insieme di frasi vuote ed ipocrite provenenienti da una qualsiasi classe dominante.
Oggi, la CCI è obbligata ad approfondire la sua comprensione "dell’elemento storico e morale" nella situazione della classe operaia - storico non solo nel senso delle lotte degli ultimi 40 anni, 80 o 100 anni, o anche di tutti i primi movimenti operai all'alba del capitalismo, ma nel senso della continuità e della rottura tra le lotte della classe operaia e quelle delle precedenti classi sfruttate e, al di là di ciò, la loro continuità e la loro rottura con tutti i tentativi precedenti della specie umana per superare le barriere per la realizzazione delle sue vere potenzialità, liberare le "sue facoltà che sonnecchiano", come Marx definisce la caratteristica centrale del lavoro umano in sé. È là che la storia e l'antropologia si congiungono, e parlare di antropologia è parlare della storia della morale. Da cui l’importanza delle "Tesi sulla morale" e della loro discussione.
Estrapolando dalle Tesi, possiamo notare certi momenti chiave che segnano la tendenza all'unificazione della specie umana: il passaggio dall'orda al comunismo primitivo, l'avvento del "Periodo assiale" collegato alla nascente generalizzazione dei rapporti commerciali che hanno visto la nascita della maggior parte delle religioni del mondo, espressioni nel "senso" dell'unificazione di un'umanità che tuttavia non poteva essere unita in realtà; l'espansione globale del capitalismo ascendente che, per la prima volta, tendeva ad unificare l'umanità sotto il regno, anche se brutale, di un solo modo di produzione; la prima ondata rivoluzionaria che conteneva la promessa di una comunità umana materiale. Questa tendenza ha ricevuto un terribile colpo con il trionfo della controrivoluzione e non è a caso se, alla vigilia della guerra più barbara della storia, Trotsky nel 1938 poteva parlare già di "crisi dell'umanità". È chiaro che aveva in mente come prova di questa crisi la Prima guerra mondiale, la Russia stalinista, la Grande Depressione e la marcia verso la Seconda guerra mondiale, ma era forse soprattutto l'immagine della Germania nazista (anche se non è vissuto per essere testimone delle più orribili espressioni di questo barbaro regime) che confermava questa idea, quella che la stessa umanità era sottomessa ad un test, perché qui aveva luogo un processo senza precedenti di regressione in seno ad uno delle culle della civiltà borghese: la cultura nazionale che aveva dato nascita a Hegel, Beethoven, Goethe adesso soccombeva al dominio di teppisti, di occultisti e di nichilisti, motivati da un programma che cercava di mettere un punto finale ad ogni possibilità di una umanità unificata.
Nella decomposizione, questa tendenza alla regressione, questi segnali di un collasso su se stessi dell'insieme dei progressi dell'umanità fatti finora, sono diventati “normalità” sul pianeta. Ciò viene espresso innanzitutto nel processo di frammentazione e del ciascuno per sé: ad uno stadio in cui la produzione e la comunicazione sono più unificate che mai, l'umanità sta correndo il pericolo di dividersi e suddividersi in nazioni, regioni, religioni, razze, gang, tutto ciò corredato da una regressione altrettanto distruttrice a livello intellettuale con l’ascesa di numerose forme di fondamentalismo religioso, di nazionalismo e di razzismo. L’ascesa dello Stato islamico fornisce una sintesi di questo processo a scala storica: là dove in passato l'Islam fu il prodotto di un avanzamento morale ed intellettuale attraverso ed al di là di tutta la regione, oggi l'islamismo, sotto la sua forma sunnita o anche sciita, è una pura espressione di negazione dell'umanità, di pogromismo, di misoginia e di adorazione della morte.
Chiaramente, questo pericolo di regressione contamina lo stesso proletariato. Per esempio, certe parti della classe operaia europea, che hanno visto la disfatta di tutte le lotte degli anni 1970 e 1980 contro la decimazione dell'industria e degli impieghi, sono entrate con successo nelle mire di partiti razzisti che hanno trovato dei nuovi capri espiatori da biasimare per la loro miseria - le ondate verso i paesi centrali degli immigranti che fuggono dal disastro economico, ecologico, militare delle loro regioni. Questi immigranti sono generalmente più "visibili" rispetto agli ebrei nell'Europa degli anni 1930, e coloro fra loro che adottano la religione musulmana possono legarsi direttamente alle forze impegnate nei conflitti imperialisti dei loro paesi di "accoglienza". Questa capacità della destra piuttosto che della sinistra a penetrare delle parti della classe operaia (in Francia per esempio, vecchi "bastioni" del Partito comunista sono caduti nel Fronte Nazionale) è un'espressione significativa di una perdita di identità di classe: là dove si potevano vedere in passato gli operai perdere le loro illusioni nella sinistra avendo fatto esperienza sul ruolo che quest’ultima sosteneva nel sabotaggio delle loro lotte, oggi l'influenza declinante di questa sinistra è più un riflesso del fatto che la borghesia ha meno bisogno di forze di mistificazione che pretendono di agire in nome della classe operaia perché questa ultima è decisamente meno capace di vedersi come una classe. Ciò riflette anche uno dei prodotti più significativi del processo globale di decomposizione e dello sviluppo impari della crisi economica mondiale: la tendenza dell'Europa e del Nord America a diventare isolette di "salvezza" relativa in un mondo diventato folle. L'Europa somiglia in particolare sempre più ad un bunker provvisto di scorte da difendere contro le masse disperate che cercano rifugio contro un'apocalisse generale. La risposta di "buonsenso comune" di tutti gli assediati, qualunque sia la durezza del regime in seno al bunker, è di stringere le righe ed assicurarsi che le porte del bunker vengano chiuse accuratamente. L'istinto di sopravvivenza diventa allora totalmente separato da ogni sentimento o da ogni impulso morale.
Le crisi de "l'avanguardia" devono essere localizzate anche in seno a questo processo di insieme: l'influenza dell'anarchismo sulle minoranze politicizzate generate dalle lotte del 2003-13, con la sua fissazione sull'immediato, il posto di lavoro, la "comunità"; la crescita dell'operaismo come il Movimento comunista e al suo polo opposto, la tendenza "comunizzatrice" che rigetta la classe operaia come soggetto della rivoluzione; lo scivolamento verso la bancarotta morale in seno alla stessa Sinistra comunista che analizzeremo in altri rapporti. In breve, l'incapacità dell'avanguardia rivoluzionaria di cogliere la realtà della regressione al tempo stesso morale ed intellettuale che sta imperversando nel mondo, e di lottare contro.
In realtà, la situazione sembra molto grave. Pertanto ha ancora un senso parlare di un corso storico verso gli scontri di classe? Oggi, la classe operaia è anche lontana dal 1968 quanto il 1968 lo era dagli inizi della controrivoluzione e, di più, la sua perdita di identità di classe significa che la capacità a riappropriarsi delle lezioni delle lotte che si sono avute durante i decenni precedenti è diminuita. Allo stesso tempo, i pericoli inerenti al processo di decomposizione - di uno sfinimento graduale della capacità del proletariato a resistere alla barbarie del capitalismo - non restano statici ma tendono ad amplificarsi man mano che il sistema sociale capitalista affonda più profondamente nel declino.
Il corso storico non è mai per sempre stabilito e la possibilità di scontri di classe massicci nei paesi-chiave del capitalismo non è una tappa prestabilita nel viaggio verso il futuro.
Tuttavia, continuiamo a pensare che il proletariato non abbia detto la sua ultima parola, anche quando quelli che prendono la parola non hanno talmente consapevolezza di parlare per il proletariato.
Nella nostra analisi dei movimenti di classe del 1968-89, avevamo notato l'esistenza di alcuni momenti alti che fornivano un'ispirazione per le lotte future ed uno strumento per misurare il loro progresso. Così l'importanza del 1968 in Francia che solleva la questione di una nuova società; delle lotte in Polonia nel 1980 che riaffermavano i metodi dello sciopero di massa; dell'estensione e dell'autorganizzazione delle lotte, ecc. In grande misura, queste sono domande restate senza risposta. Ma possiamo dire che le lotte dell'ultimo decennio hanno conosciuto anche dei punti alti, innanzitutto perché hanno cominciato a porre la questione-chiave della politicizzazione identificata da noi come una debolezza centrale delle lotte del ciclo precedente. In più, ciò che c'è di più importante in questi movimenti - come quello degli studenti in Francia nel 2006 o la rivolta degli Indignados in Spagna - è di avere posto molte domande mostrando che, per il proletariato, la politica non è "sapere se bisogna tenersi o cacciare i membri del governo", ma il cambiamento dei rapporti sociali, che la politica del proletariato porta alla creazione di una nuova morale opposta alla visione del mondo del capitalismo dove l'uomo è un lupo per l'uomo.
Nella loro "indignazione" contro lo scempio di potenziale umano ed il carattere distruttore del sistema attuale, nei loro sforzi per guadagnare i settori più alienati della classe operaia (l’appello degli studenti francesi ai giovani delle periferie), attraverso il ruolo di avanguardia giocato dalle ragazze, per il loro atteggiamento verso la questione della violenza e la provocazione poliziesca, nel desiderio per il dibattito appassionato nelle assemblee e l'internazionalismo nascente in tanti slogan del movimento[11], questi movimenti hanno portato un colpo all'avanzamento della decomposizione e hanno affermato che cedere passivamente non era la sola possibilità, che era sempre possibile rispondere al no-future della borghesia con i suoi attacchi incessanti contro la prospettiva del proletariato per la riflessione ed il dibattito sulla possibilità di un altro tipo di rapporti sociali. E, nella misura in cui questi movimenti erano costretti ad elevarsi da soli ad un livello generale, di porre delle domande su tutti gli aspetti della società capitalista - economici, politici, artistici, scientifici ed ambientalisti - ci hanno dato un'idea del modo con cui un nuovo "grande movimento culturale" potrebbe riapparire nei fuochi della rivolta contro il sistema capitalista.
Certamente ci sono stati dei momenti in cui abbiamo avuto una tendenza ad essere coinvolti dall'entusiasmo di questi movimenti ed a perdere di vista le loro debolezze, rafforzando le nostre tendenze all'attivismo ed a forme di intervento che non erano guidate da un chiaro punto di partenza teorico. Ma non abbiamo avuto torto, nel 2006 per esempio, a vedere elementi dello sciopero di massa nel movimento contro il CPE. Sicuramente abbiamo visto quest’ultimo in modo immediatista piuttosto che in una prospettiva a lungo termine, ma non c'era da mettere in questione il fatto che queste rivolte stavano riaffermando la natura di base della lotta di classe in decadenza: lotte che non sono organizzate prima dagli organi permanenti ma che tendono ad estendersi a tutta la società, che pongono il problema di nuove forme di autorganizzazione, che tendono ad integrare la dimensione politica con la dimensione economica.
Evidentemente la grande debolezza di queste lotte fu che, per la gran parte di esse, non si consideravano come proletarie, come espressioni della guerra di classe. E se questa debolezza non viene superata, i punti forti di tali movimenti tenderanno a diventare punti deboli: le preoccupazioni morali declineranno in una forma vaga di umanesimo piccolo-borghese che cade facilmente nelle politiche democratiche e "cittadine", e cioè apertamente borghesi; le assemblee diventeranno semplici parlamenti di strada dove i dibattiti aperti sulle questioni fondamentali sono sostituiti dalle manipolazioni delle élite politiche e di rivendicazioni che limitano il movimento all'orizzonte della politica borghese. E questo evidentemente è stato il destino delle rivolte sociali del 2011-2013.
È necessario collegare la rivolta di strada alla resistenza dei lavoratori attivi, ai diversi prodotti del movimento della classe operaia, e di comprendere che questa sintesi può basarsi solamente su una prospettiva proletaria per l'avvenire della società che, a sua volta, implica che l'unificazione del proletariato deve includere la restaurazione del legame tra la classe operaia e le organizzazioni dei rivoluzionari. Tale è la domanda senza risposta, la prospettiva insoddisfatta, posta non solo dalle lotte degli ultimi anni ma anche da tutte le espressioni della lotta di classe dal 1968.
Contro il buonsenso comune dell'empirismo che riesce a vedere il proletariato solo quando quest’ultimo appare in superficie, i marxisti riconoscono che il proletariato è come Albion, il gigante addormentato di Blake il cui risveglio metterà sottosopra il mondo. Sulla base della teoria della maturazione sotterranea della coscienza, che la CCI è, più o meno, la sola a difendere, riconosciamo che il vasto potenziale della classe operaia resta per la sua maggior parte nascosto ed anche i rivoluzionari più lucidi possono dimenticare facilmente che questa "facoltà che sonnecchia" può avere un impatto enorme sulla realtà sociale anche quando, apparentemente, si è ritirata della scena. Marx fu capace di vedere nella classe operaia la nuovo forza rivoluzionaria nella società sulla base di quelle che potevano sembrare prove molto deboli, come alcune lotte dei tessitori in Francia che non avevano ancora completamente superato lo stadio artigianale dello sviluppo. E malgrado le immense difficoltà alle quali è confrontato il proletariato, malgrado tutte le nostre sopravvalutazioni delle lotte e le nostre sottovalutazioni del nemico, la CCI vede ancora abbastanza elementi nei movimenti di classe durante questi ultimi 40 anni per concludere che la classe operaia non ha perso la sua capacità di offrire all'umanità, una nuova società, una nuova cultura ed una nuova morale.
Questo Rapporto è già molto più lungo del previsto e si è limitato spesso a porre delle domande piuttosto che a rispondere. Ma non cerchiamo delle risposte immediate; il nostro scopo è di sviluppare una cultura teorica dove ogni domanda è esaminata con profondità, collegandola al prezioso patrimonio intellettuale della CCI, alla storia del movimento operaio ed ai classici del marxismo come guide indispensabili nell'esplorazione di nuovi problemi sollevati dalla fase finale del declino del capitalismo. Una domanda-chiave implicitamente sollevata in questo Rapporto - nella sua riflessione sull'identità di classe o sul corso storico - è la nozione stessa di classe sociale ed il concetto di proletariato come classe rivoluzionaria di questa epoca. La CCI ha dato importanti contributi in questo campo, in particolare "Il proletariato è sempre la classe rivoluzionaria" nella Revue n°73 e 74 e "Perché il proletariato non ha rovesciato ancora il capitalismo" nella Revue n°103 e 104, due articoli che cercano di rispondere ai dubbi in seno al movimento politico proletario sulla stessa possibilità della rivoluzione. È necessario ritornare a questi articoli ma, anche, ai testi ed alle tradizioni marxiste su cui si basano, pure saggiando contemporaneamente i nostri argomenti alla luce dell'evoluzione reale del capitalismo e della lotta di classe negli ultimi decenni. È chiaro che un tale progetto non può essere intrapreso che a lungo termine. Ne va parimenti per altri aspetti del Rapporto che abbiamo potuto solamente sfiorare, come la dimensione morale della coscienza di classe ed il suo ruolo essenziale nella capacità della classe operaia a superare il nichilismo e la mancanza di prospettiva inerente al capitalismo nella sua fase di decomposizione, o la necessità di una critica molto dettagliata delle differenti forme di opportunismo che hanno colpito sia l'analisi della lotta di classe da parte della CCI e del suo intervento, in particolare le concessioni al consiliarismo, all'operaismo ed all'economicismo.
Può essere che una delle debolezze che appare chiaramente nel Rapporto sia la nostra tendenza a sottovalutare le capacità della classe dominante a mantenere il suo sistema in declino, sia sul piano economico (elemento che deve essere sviluppato nel Rapporto sulla crisi economica), sia sul piano politico attraverso la sua capacità ad anticipare ed a deviare lo sviluppo della coscienza nella classe attraverso tutta una panoplia di manovre e di stratagemmi. Il corollario di questa debolezza da parte nostra è che siamo stati troppo ottimisti sulla capacità della classe operaia a bloccare gli attacchi della borghesia e ad avanzare verso una chiara comprensione della sua missione storica, una difficoltà che è anche riflessa spesso nello sviluppo estremamente lento e tortuoso dell'avanguardia rivoluzionaria. È una caratteristica dei rivoluzionari essere impazienti nel vedere la rivoluzione: Marx ed Engels consideravano che le rivoluzioni borghesi della loro epoca "avrebbero potuto essere trasformate" velocemente in rivoluzione proletaria; i rivoluzionari che hanno costituito l'IC erano fiduciosi che i giorni del capitalismo erano contati; anche il nostro compagno MC sperava che avrebbe vissuto abbastanza per vedere l'inizio della rivoluzione. Per i cinici ed i venditori ambulanti del buon vecchio senso comune, ciò sarebbe dovuto al fatto che la rivoluzione e la società senza classe sono nella migliore delle ipotesi illusioni ed utopie, che si possono anche aspettare il giorno dopo o fra cent’anni. D’altro canto, per i rivoluzionari questa impazienza di vedere l'alba della nuova società è il prodotto della loro passione per il comunismo, una passione che non "si basa per niente su delle idee, dei principi inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo" ma che è semplicemente "l'espressione generale delle condizioni reali di una lotta di classe esistente, di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi" (Il Manifesto comunista). Evidentemente la passione deve anche essere guidata e talvolta temperata dalla più rigorosa delle analisi, dalla capacità più seria nel testare, verificare ed autocriticare; ed è questo, in primo luogo, che cerchiamo di fare per il 21° Congresso della CCI. Ma, per citare ancora una volta Marx, una tale autocritica "non è una passione della testa ma la testa della passione".
[1] Per una presentazione del militante MC vedere l'articolo "Che bilancio e quali prospettive per la nostra attività"? Nel presente numero della Revue Internationale.
[2] "La stessa esistenza di un corso allo 'scontro di classi' significa che la borghesia non ha le mani libere per scatenare una nuova carneficina mondiale; prima, dovrà affrontare e sconfiggere la classe operaia. Ma ciò non pregiudica la sorte di questo scontro, né in un senso, né nell'altro. È per tale motivo che è preferibile utilizzare questo termine piuttosto che quello di 'corso alla rivoluzione'”. (Risoluzione sulla situazione internazionale; pubblicata nella Revue Internationale n°35)
[3] Per ulteriori informazioni su questa tendenza, leggere il nostro articolo della Revue Internationale n° 109 "La questione del funzionamento dell'organizzazione nella CCI" (https://fr.internationalism.org/rinte109/fonctionnement.htm [374])
[4] "Il corso storico", nella Revue Internationale n°18.
[5] Cf. "L'organizzazione del proletariato all'infuori dei periodi di lotte aperte (gruppi, nuclei, circoli, ecc.") nella Revue Internationale n°21.
[6] Cf. "La lotta del proletariato nella decadenza del capitalismo" nella Revue Internationale n°23.
[7] Cf. "Rapporto sulla funzione dell'organizzazione rivoluzionaria" nella Revue Internationale n°29.
[8] Per maggiori informazioni su questa scissione vedere il nostro articolo della Revue internationale n°109, "La questione del funzionamento dell'organizzazione nella CCI" da cui è estratto il seguente passo: "All'epoca della crisi del 1981, si era sviluppata (col contributo dell'elemento torbido Chénier, ma non solo), una visione che considerava che ogni sezione locale potesse (SI) (ai quali si rimproverava particolarmente la loro posizione sulla sinistra all'opposizione e di provocare una avere una sua specifica politica in materia di intervento, contestando violentemente il Bureau International(BI) ed il suo Segretariato degenerazione stalinista), e che, pur riconoscendo la necessità degli organi centrali, attribuiva loro un ruolo di semplice cassetta postale".
[9] Questa questione è ancora in discussione nella CCI.
[10] Un documento interno ancora in discussione nell'organizzazione.
[11] Possiamo parlare di una espressione aperta di solidarietà tra le lotte negli Stati Uniti ed in Europa e quelle del Medio Oriente, in particolare in Egitto o gli slogan del movimento in Israele che definiscono Netanyahou, Moubarak ed Assad come un unico nemico.
Invitiamo i nostri lettori a una discussione sul bilancio del nostro 21° Congresso Internazionale, sulla base del nostro articolo A 40 anni dalla fondazione della CCI, quale bilancio e quali prospettive per la nostra attività? [375]
La riunione si terrà a Napoli, venerdì 26 febbraio 2016, alle ore 17.00, presso La Citta del Sole in vico G. Maffei 4, Napoli
Invitiamo i nostri lettori a una discussione sul bilancio del nostro 21° Congresso Internazionale, sulla base del nostro articolo A 40 anni dalla fondazione della CCI, quale bilancio e quali prospettive per la nostra attività? [375]
La riunione si terrà a Napoli, venerdì 26 febbraio 2016, alle ore 17.00, presso La Citta del Sole in vico G. Maffei 4, Napoli
Il primo articolo, Islamismo: un sintomo della decomposizione del capitalismo [376] ha evidenziato il ritorno in forza dell'Islam in quanto ideologia capace di mobilitare le masse. Abbiamo visto come l'Islam è stato adattato ai bisogni del capitalismo in decomposizione nei paesi sottosviluppati, prendendo la forma di un sedicente 'Islam politico', il fondamentalismo, che ha poche cose in comune con la fede di Maometto, il suo fondatore, ma che si presenta come il difensore di tutti gli oppressi. Abbiamo mostrato anche che, contrariamente a Marx che pensava che la nebbia religiosa sarebbe stata dispersa velocemente dallo stesso capitalismo, i suoi continuatori hanno riconosciuto che il capitalismo, nella sua fase di decadenza, ha determinato una rinascita della religione, espressione evidente di una totale bancarotta della società borghese. Nei paesi sottosviluppati questa ha preso la forma particolare di una recrudescenza di movimenti 'fondamentalisti'. Nei paesi evoluti, la situazione è più complessa: la rigorosa osservanza dei riti delle religioni stabilite è più o meno in declino da cinquanta anni, mentre altri culti religiosi alternativi, come la 'New Age', si sviluppano.
Nello stesso momento in cui certi settori della popolazione si allontanano dalla religione e dalla fede in Dio, altrove si vedono risorgere credenze 'fondamentaliste'.
Queste tendenze si osservano particolarmente negli ambienti tradizionali religiosi e riguardano tutte le grandi religioni, salvo forse il Buddismo. Le popolazioni immigrate provenienti dal Terzo Mondo tendono ad aggrapparsi alla loro religione, non solo per 'consolarsi' ma anche perché quest’ultima costituisce un simbolo della loro eredità culturale persa, un mezzo per mantenere la loro identità culturale in un ambiente crudele ed ostile.
Queste tendenze non sono uniformi in tutti i paesi evoluti, nonostante la loro evidente evoluzione comune verso il laicismo. Così, secondo un articolo de Le Monde diplomatique (Dominique Vidal, "Una società secolare", novembre 2001), "solamente il 5% degli americani dice di non avere una religione" e a dispetto dei progressi secolari della società, sarebbe impensabile che un presidente degli Stati Uniti non intonasse il God bless America (Dio benedica l’America) ogni volta che si rivolge alla nazione. Tuttavia, mentre in Francia, dove la separazione tra Chiesa e Stato ha rappresentato la ragion d'essere della borghesia dal 1789 e che "la metà della popolazione non frequenta più la chiesa, il tempio o la moschea", si sviluppa un'ondata crescente di 'fondamentalismo' tra gli immigrati dell'Africa del nord. Così dunque, malgrado una disaffezione verso le principali religioni, la pratica religiosa perdura. La fine del periodo ascendente del capitalismo, la sua entrata nel suo periodo di decadenza, ed ora nella sua fase terminale di decomposizione generalizzata, non hanno solo prolungato la vita dell'irrazionalità religiosa ma anche fatto nascere molteplici varianti, che riteniamo essere ancora più pericolose per l'umanità.
Questo articolo costituisce un primo tentativo di esaminare da un punto di vista marxista, nelle condizioni attuali, il problema della lotta contro l'ideologia religiosa in seno al proletariato. Vedremo come, su questo argomento, molti insegnamenti possono essere tratti dalla storia del movimento operaio.
Come dimostrato nella prima parte, Marx vedeva la religione come una pericolosa mistificazione che permette di fuggire dalla realtà ("l'oppio del popolo"), ma anche come "il sospiro della creatura oppressa"; in altri termini un grido soffocato contro l'oppressione. Lenin aggiungeva a ciò il seguente consiglio ai comunisti: avanzare prudentemente nella propaganda anti-religiosa, senza per questo nascondere il suo materialismo ateo. In generale l’atteggiamento di Lenin su questa delicata questione rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per il pensiero comunista e la pratica rivoluzionaria. E non solo perché ne ha tracciato il quadro con citazioni di Marx ed Engels (e ciò significherebbe abbassare la scienza marxista a livello di una religione), ma anche perché questo quadro tratta tutti i principali problemi in modo razionale e scientifico. È utile esaminare innanzitutto le riflessioni di Lenin su questa questione prima di ritornare sulla situazione attuale per capire dunque quale deve essere l'atteggiamento dei marxisti.
È interessante segnalare che il primo commento di Lenin sulla religione che sia stato tradotto, è una difesa appassionata della libertà religiosa. Si tratta di un testo scritto nel 1903, indirizzato ai contadini poveri di Russia, nel quale dichiara che i marxisti "esigono che ciascuno abbia il pieno diritto di professare la religione che si desidera". Lenin denunciava come particolarmente 'vergognose' le leggi in vigore in Russia e nell'impero ottomano ("le scandalose persecuzioni poliziesche contro la religione") così come le discriminazioni in favore di certe religioni (rispettivamente la Chiesa ortodossa e l'Islam). Per lui tutte queste leggi sono così ingiuste, arbitrarie e scandalose, e ciascuno deve essere perfettamente libero non solo di professare la religione che desidera, ma anche di diffonderla o cambiarla.
Le idee di Lenin su numerosi aspetti della politica rivoluzionaria nel tempo cambiarono, ma non su questo argomento. È questo che dimostra la sua prima dichiarazione importante "Socialismo e religione" - un testo del 1905 – che, in fondo, non si discosta di molto dai suoi ultimi scritti su tale argomento.
"Socialismo e religione" rappresenta l’indispensabile cornice entro cui si muovono i bolscevichi verso la religione. Quest’articolo riassume, in uno stile accessibile, le conclusioni già raggiunte da Marx ed Engels sull'argomento: la religione, dice Lenin, è "una sorte di alcol spirituale che incoraggia gli operai a subire il loro sfruttamento nella speranza di essere ricompensati nella vita eterna. Ma a coloro che vivono del lavoro degli altri, la religione insegna a praticare quaggiù la carità, ciò che a buon conto permette di giustificare tutta la loro esistenza in quanto sfruttatori e di poter acquistare un biglietto a tariffa ridotta per la beatitudine nell'aldilà".
Lenin prediceva con fiducia che il proletariato avrebbe fuso la sua lotta con la scienza moderna, in rottura con "la nebbia della religione" e "oggi stesso starebbe combattendo per una migliore vita terrestre".
Per Lenin, nel quadro della dittatura del proletariato, la religione era un fatto privato. Affermava che i comunisti volevano uno Stato assolutamente indipendente da ogni affiliazione religiosa e non contribuente con alcun aiuto materiale alle spese delle organizzazioni religiose. Allo stesso tempo, ogni discriminazione verso le religioni doveva essere bandita, ed ogni cittadino doveva "essere libero di professare qualsiasi religione" o magari "alcuna religione".
Di contro, per il partito marxista, la religione non fu considerata mai come un fatto privato: "Il nostro partito è un'associazione di elementi animati di una coscienza di classe, all'avanguardia del combattimento per l'emancipazione del proletariato. Una tale associazione non può e non deve essere indifferente al vero significato delle credenze religiose: ignoranza, oscurantismo e perdita di coscienza di classe. Esigiamo la completa separazione della Chiesa e dello Stato, per essere capaci di combattere la nebbia religiosa con armi puramente e semplicemente ideologiche, per mezzo della nostra stampa e dei nostri interventi. Ma per noi, il combattimento ideologico non è un fatto privato, è un fatto di tutto il partito, il fatto di tutto il proletariato".
E Lenin aggiungeva che non si potrebbe giungere ad una fine della religione unicamente attraverso una propaganda vuota ed astratta: "Bisognerebbe essere un borghese dalla mente ristretta per dimenticare che il giogo della religione... è solamente il prodotto ed il riflesso del giogo economico che pesa sulla società. Tutti gli opuscoli e tutti i discorsi non potranno illuminare il proletariato se non è, lui stesso, illuminato dalla sua lotta contro le forze oscure del capitalismo. L'unità, in questo combattimento realmente rivoluzionario della classe oppressa per la creazione di un paradiso sulla terra, è più importante per noi dell'unità dell'opinione dei proletari su un paradiso nei cieli".
I comunisti, scriveva Lenin, si oppongono in modo intransigente ad ogni tentativo di attizzare "le differenze secondarie" su questioni religiose, ciò che potrebbe essere utilizzato dai reazionari per dividere il proletariato. Dopo tutto, la vera fonte del "ciarlatanismo religioso" è la schiavitù economica.
Gli stessi temi furono sviluppati nel 1909, in un testo intitolato "Sull'atteggiamento del partito operaio al riguardo della religione": "La base filosofica del marxismo, così come l'hanno più volte proclamata Marx ed Engels, è il materialismo dialettico..., materialismo indiscutibilmente ateo, risolutamente ostile ad ogni religione...” “La religione è l'oppio del popolo” (Karl Marx, Contributo alla critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione). Questa sentenza di Marx costituisce la pietra angolare di tutta la concezione marxista in materia di religione. Il marxismo considera sempre le religioni e le chiese, le organizzazioni religiose di ogni tipo esistenti attualmente, come organi della reazione borghese che servono a difendere lo sfruttamento ed ad intossicare la classe operaia.
Nello stesso tempo, Engels non mancò di condannare i tentativi di coloro che, desiderosi di mostrarsi più 'a sinistra' o 'più rivoluzionari' della socialdemocrazia, volevano introdurre nel programma del partito operaio una proclamazione esplicita di ateismo, ciò che significava una dichiarazione di guerra alla religione. Lenin si appoggia sulla condanna di Engels della guerra alla religione condotta dai blanquisti per considerarla il migliore mezzo per ravvivare l'interesse per la religione e rendere più difficile il suo effettivo deperimento: "Engels imputa ai blanquisti di non comprendere che solo la lotta di classe delle masse operaie, portando i più larghi strati del proletariato a praticare a fondo l'azione sociale, cosciente e rivoluzionaria, può liberare nei fatti le masse oppresse dal giogo della religione, e che proclamare la guerra alla religione come compito politica del partito operaio, è solamente fraseologia anarchicheggiante" (id.).
Lo stesso avvertimento è stato lanciato da Engels nell'anti-Dühring, in relazione alla guerra che Bismarck faceva alla religione: "Attraverso questa lotta, Bismarck non ha fatto che riaffermare il clericalismo militante dei cattolici; ha nuociuto alla causa della vera cultura; mettendo in primo piano le divisioni religiose, al posto delle divisioni politiche, ha deviato l'attenzione di certi strati della classe operaia e della democrazia, dai compiti essenziali che comportano la lotta di classe rivoluzionaria, verso l'anticlericalismo il più superficiale e borghesemente menzognero. Accusando Dühring, che voleva mostrarsi ultrarivoluzionario, di volere riprendere sotto un'altra forma quella stessa stupidità di Bismarck, Engels esigeva che il partito operaio lavorasse pazientemente all'opera di organizzazione e di educazione del proletariato, che porta al deperimento della religione, e non di gettarsi nelle avventure di una guerra politica contro la religione (..) Engels (..) ha sottolineato di proposito (..) che la socialdemocrazia considera la religione come un affare privato di fronte allo Stato, ma non verso se stessa, non verso il marxismo, non verso il partito operaio".(id.)
Questo atteggiamento flessibile verso la religione, ma fondato su dei principi, che era quello di Marx, Engels e Lenin, è stato attaccato dai "parolai anarchici" (espressione di Lenin) che non sono riusciti ad afferrare quello che l'approccio marxista di questa questione aveva di logico e di coerente.
Come spiega Lenin: "Sarebbe un grossolano errore pensare che l'apparente 'moderazione' del marxismo verso la religione sia dovuta a pretese considerazioni 'tattiche', il desiderio di non 'urtare', ecc. Al contrario, la linea politica del marxismo, anche per questa questione, è legata indissolubilmente ai suoi principi filosofici.
Il marxismo è un materialismo (...) Noi dobbiamo combattere la religione, è l'ABC di tutto il materialismo e, partendo dal marxismo. Ma il marxismo non è un materialismo che si sarebbe fermato all'ABC. Il marxismo va più lontano, dice: bisogna sapere lottare contro la religione e, per farlo, dobbiamo spiegare la fonte della fede e della religione delle masse in un modo materialista. Non si deve confinare la lotta contro la religione in una predicazione ideologica astratta, non la si deve minimizzare; bisogna legare questa lotta alla pratica concreta del movimento di classe che mira a fare sparire le radici sociali della religione". (id.)
Secondo "il borghese progressista, il radicale ed il borghese ateo", continua Lenin, la religione mantiene il suo ascendente "sul popolo a causa della sua ignoranza". "I marxisti dicono: ciò è falso. È un punto di vista superficiale, il punto di vista di un borghese dalla mente ristretta che vuole elevare le masse. Non spiega le radici della religione in modo sufficientemente profonda, le spiega in un modo idealistico e non materialista. Nei paesi capitalisti moderni, queste radici sono soprattutto sociali. Oggi, la religione è radicata profondamente alle condizioni sociali di oppressione delle masse lavoratrici e alla completa impotenza a cui esse sono manifestamente ridotte di fronte alle forze cieche del capitalismo, che infliggono ad ogni ora di ogni giorno agli operai le più orribili sofferenze e i tormenti più brutali, mille volte più rigorosi di quelli inflitti dagli avvenimenti straordinari come le guerre, i terremoti, ecc.".
"La paura ha creato gli dei". La paura davanti alle forze cieche del capitale - cieche perché non possono essere previste dalle masse popolari - che minacciano ad ogni tappa della loro vita il proletario ed il piccolo padrone e portano loro la rovina 'improvvisa', 'inattesa' e 'accidentale' che causa la loro fine, che ne fanno un mendicante, un declassato, una prostituta e li riducono a morire di fame. Tali sono le radici della religione moderna, e questo deve avere in mente, prima di ogni cosa, il marxista, se non vuole rimanere un materialista primitivo. Nessun libro divulgatore potrà estirpare la religione dalla mente delle masse inebetite dall'inferno capitalista, e che sono alla mercé delle forze cieche e distruttrici del capitalismo, finché queste masse non apprenderanno da sole a combattere queste radici della religione, a combattere il regno del capitale sotto tutte le sue forme, in un modo unitario, organizzato, sistematico e cosciente.
Ciò significherebbe che il libro divulgativo contro la religione sarebbe nocivo o inutile? No. La conclusione che si impone è tutt'altra. Ciò significa che la propaganda atea della socialdemocrazia deve essere subordinata al suo compito fondamentale: lo sviluppo della lotta di classe delle masse sfruttate contro i loro sfruttatori". (id.)
Lenin insisteva sul fatto che ciò poteva essere compreso solamente in modo dialettico. Altrimenti, in certe circostanze, la propaganda atea può essere nociva. Cita l'esempio di uno sciopero condotto da un'associazione operaia cristiana. In questo caso, i marxisti devono "porre al di sopra di tutto il successo del movimento di sciopero", opporsi ad ogni divisione tra gli operai "tra atei e cristiani", saranno, infatti, i progressi della lotta di classe a "convertire gli operai cristiani alla socialdemocrazia ed all'ateismo, cento volte più efficaci di un semplice sermone per l'ateismo".
"Il marxista deve essere un materialista, nemico della religione, ma un materialista dialettico, deve cioè considerare la lotta contro la religione non in modo speculativo, non sul campo astratto e puramente teorico di una propaganda sempre identica a se stessa, ma in modo concreto, sul terreno della lotta di classe realmente in corso, che educa le masse più di tutto e meglio di tutto.
Il marxista deve sapere considerare l'insieme della situazione concreta, deve sempre trovare il punto di equilibrio tra l'anarchismo e l'opportunismo (questo equilibrio è relativo, leggero, variabile, ma esiste), non cadere né nel 'rivoluzionarismo' astratto, verbale e praticamente vuoto dell'anarchico, né nel filisteismo e l'opportunismo del piccolo borghese o dell'intellettuale liberale, che teme la lotta contro la religione, dimentica la missione che gli compete in questo campo, si adatta alla legge di Dio, e si ispira non agli interessi della lotta di classe ma ad un meschino e miserabile piccolo calcolo: non urtare nessuno, non ferire nessuno, non impaurire nessuno, alla massima: 'vivere e lasciare vivere', ecc". (id.)
Lenin ha sempre allertato sui pericoli dell'impazienza piccolo-borghese nella lotta contro i danni determinati dalla religione. E così in un discorso davanti al primo congresso panrusso delle operaie, nel novembre 1918, notò i successi stupefacenti ottenuti dalla giovane Repubblica dei soviet nelle zone più urbanizzate, nella sua capacità di fare arretrare l'oppressione delle donne. Ma avvertì: "Per la prima volta nella storia, le nostre leggi hanno soppresso tutto ciò che privava le donne dei loro diritti. Ma la cosa importante non è la legge. Nelle grandi città e nelle zone industriali, questa legge sulla completa libertà del matrimonio si applica senza problemi, ma nelle campagne è rimasta lettera morta. Là, è il matrimonio religioso che predomina ancora. E questo è dovuto all'influenza del clero, una piaga che è più difficile da combattere della vecchia legislazione.
Dobbiamo essere estremamente prudenti nella nostra lotta contro la nocività della religione; alcuni hanno causato molti danni offendendo i sentimenti religiosi. Dobbiamo servirci della propaganda e dell'educazione. Con attacchi frontali, troppo brutali, non faremo che svegliare il risentimento del popolo, e tali metodi di lotta tendono a perpetuare le divisioni in seno al popolo secondo criteri religiosi, mentre la nostra forza risiede nella sua unità. La povertà e l'ignoranza sono le fonti più profonde delle nocività della religione, ed è questo il male che dobbiamo combattere".
Nel suo progetto di programma del Partito comunista di Russia stabilito l'anno successivo, Lenin reiterò la rivendicazione della completa separazione tra Chiesa e Stato e rinnovò i suoi avvertimenti di non "urtare i sentimenti religiosi dei credenti, perché ciò può servire solamente ad aumentare il fanatismo".
Due anni dopo, all'epoca di una riunione dei delegati non bolscevichi al 9° congresso panrusso dei soviet, quando Kalinin (a cui più tardi Stalin diede il controllo dell'educazione) rese noto che Lenin potrebbe dare l'ordine di "bruciare tutti i libri di preghiere", Lenin si affrettò a chiarire con una certa insistenza che lui "mai aveva suggerito una tale cosa e non avrebbe potuto mai farla. Voi sapete che, secondo la nostra Costituzione, la legge fondamentale della Repubblica, la libertà di coscienza, per ciò che riguarda la religione, è pienamente garantita a ciascuno".
Qualche tempo prima, nel 1921, Lenin aveva scritto a Molotov (un altro dei futuri pilastri dell'apparato di Stalin), per criticare le parole d'ordine come "denunciare le menzogne della religione" che comparvero in una circolare riguardante il 1° maggio. "È un errore, una mancanza di tatto" scrisse Lenin, sottolineando ancora una volta la necessità "di evitare assolutamente di attaccare la religione frontalmente". In effetti, Lenin aveva tale consapevolezza dell'importanza di questa questione che chiese una circolare addizionale a correzione della precedente. E se la Segreteria non fosse stata d'accordo, allora avrebbe proposto di portare l'argomento davanti al Politburo. Di conseguenza, il Comitato centrale fece pubblicare una lettera nella Pravda del 2l aprile 1921, esigendo che nelle celebrazioni del 1° maggio "niente sarebbe fatto o detto che potesse offendere i sentimenti religiosi delle masse popolari".
Il punto di vista di Lenin sui rapporti tra socialismo e religione sono definiti con chiarezza. Ora, possiamo brevemente esporre come Marx, Engels e Lenin vedono la lotta contro l'oscurantismo religioso. In primo luogo, la religione è vista come una forma di oppressione in una società divisa in classi, un mezzo per ingannare le masse e far loro accettare questa oppressione. Esiste e si sviluppa nelle condizioni materiali specifiche che Lenin definiva "la schiavitù economica". L'entrata del capitalismo nella sua fase di decadenza significa, più che mai, che il proletariato e gli altri strati oppressi soffrono "la paura delle forze cieche del capitale", le catastrofi economiche del capitalismo che trascina le masse lavoratrici nell'abisso senza fondo "della mendicità, della prostituzione e della carestia".
Le religioni prendono forme estremamente varie. Ma ogni religione, pur deviando indiscutibilmente l'essere umano dalla sua vera liberazione, funziona precisamente da diversivo per il conforto che dispensa a ciascuno contro l'avversità. Sembra offrire la speranza di una vita migliore, che sia dopo la morte o attraverso qualche trasformazione soprannaturale del mondo materiale. Ed attraverso questa speranza di liberazione, 'la salvezza dell'anima' nell'aldilà o nella futura Apocalisse, può svilupparsi l'illusione che la sofferenza patita quaggiù non è vana, poiché questa sarà ricompensata generosamente in Paradiso, se il credente si sottopone alle leggi di Dio. In questo mondo freddo, disumano e senza pietà, conseguenza della crisi permanente ed approfondita della decadenza capitalista, la religione fornisce quindi agli oppressi un apparente calo di tensione parziale della loro schiavitù. Infatti, la religione afferma che ogni persona è veramente preziosa agli occhi del suo divino creatore.
Per gli anarchici, "i borghesi dalla mente ristretta che vogliono elevare le masse" ed i radicali impazienti, generati dalle classi medie, l'ascendente della religione sulle masse è dovuto alla loro ignoranza. I marxisti, al contrario, sanno che la religione affonda le sue radici nel profondo del capitalismo moderno, e prima ancora fino alle origini della società di classe e persino alle stesse origini dell'umanità. È per tale motivo che non è possibile arrivare alla sua fine basandosi semplicemente, e neanche principalmente, sulla propaganda. I comunisti sicuramente devono fare propaganda anti-religiosa, ma questa deve essere sempre subordinata alla ricerca dell'unità effettiva del proletariato nella lotta di classe. Il discorso anti-religioso "deve essere collegato alla pratica concreta del movimento della classe il cui scopo è eliminare le radici sociali della religione". E questa è la sola strategia materialista per estirpare tali radici. Tutti i tentativi per risolvere il problema attraverso una dichiarazione di guerra politica alla religione, attaccandola frontalmente senza precauzioni, o sostenendo misure il cui scopo è restringere l'osservanza delle pratiche religiose, ignorano le radici ben reali e materiali della religione. Da un punto di vista proletario, una tale condotta è irragionevole, perché inasprisce le divisioni in seno al proletariato e spinge gli operai nelle braccia dei fanatici religiosi.
Se i comunisti si oppongono alla religione, ciò non significa che essi danno sostegno alle misure prese dallo Stato contro le credenze o le pratiche religiose, o contro gruppi religiosi particolari.
Sul piano ideologico e politico, i comunisti si oppongono alla religione: non dovrebbe esserci una questione religiosa considerata come un fatto privato nelle stesse righe di un'organizzazione rivoluzionaria, essendo questa costituita da militanti animati da una coscienza di classe e che hanno già rotto con ogni forma di religione. Nella loro lotta contro i danni inflitti dalla religione tra le masse, i comunisti non devono essere solamente materialisti, in quanto basano la loro convinzione e la loro azione sul fatto fondamentale che sono gli esseri umani a fare la loro storia e che dunque possono liberare se stessi attraverso la loro attività cosciente. Essi devono essere dei materialisti dialettici, e cioè agire considerando la situazione nel suo insieme, in quanto coscienti di tutte le interazioni cruciali tra le differenti componenti politiche. Ciò implica che la propaganda anti-religiosa deve essere concretamente legata alla lotta di classe ben reale, al posto di condurre un combattimento astratto, puramente ideologico, contro la religione. È solamente attraverso la vittoria del movimento proletario che le radici sociali delle nocività religiose legate allo sfruttamento della classe operaia potranno essere estirpate.
La religione non può essere abolita per decreto e le masse operaie devono superarla basandosi sulla loro esperienza. I comunisti eviteranno dunque ogni misura (come la condanna delle pratiche religiose), che tendono infatti a ravvivare i sentimenti religiosi, ciò che sarebbe contrario allo scopo ricercato. Così lo Stato del periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, attuato dalla dittatura del proletariato, dovrà guardarsi da ogni discriminazione religiosa così come da ogni affiliazione o legame materiale con la religione.
Proprio per mostrare quali interessi di classe serve oggigiorno la religione, le organizzazioni rivoluzionarie devono integrare, nella loro propaganda, l'evoluzione del ruolo della religione nella società. Le credenze e le pratiche, che caratterizzavano le grandi religioni alla loro origine, si sono trasformate in una sorte di caricatura, per il fatto che le gerarchie religiose si sono adattate alla società di classi e che queste le ha assorbite. È questo che sentiva profondamente Rosa Luxemburg nel rivolgere un appello agli operai animati da sentimenti religiosi nel quale accusava le chiese: "Oggi siete voi, con le vostre menzogne ed i vostri insegnamenti ad essere dei pagani, invece siamo noi che annunciamo ai poveri ed agli sfruttati la buona novella della fratellanza e dell'uguaglianza. Siamo noi a marciare per conquistare il mondo, come l'aveva fatto prima colui che proclamava che era più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago che per un uomo ricco entrare nel regno dei cieli" (Rosa Luxemburg, Il socialismo e le chiese, tradotto da noi).
Si vede chiaramente che l'eredità rivoluzionaria del passato, attualmente è ancora molto utile. Gli scritti militanti di Marx ed Engels datano l'epoca della piena ascesa del capitalismo, mentre Lenin è stato un pioniere rivoluzionario della praxis comunista all'alba della decadenza del capitalismo. Oggi la fase finale della decadenza capitalista ha raggiunto il suo parossismo: la decomposizione capitalista. Allora o il proletariato riscoprirà la sua eredità rivoluzionaria, o l'umanità nel suo insieme sarà condannata all'estinzione. Evidentemente, ciò significa che non basta ripetere i testi pertinenti tratti dai classici del marxismo, ma che è imperativo identificare ciò che il periodo attuale ha di nuovo, e gli insegnamenti che da questo nuovo devono trarre nella loro pratica il proletariato e le sue organizzazioni politiche.
In effetti, la prima questione da chiarire si è posta all'alba della decadenza, verso il 1914, ma all’epoca non fu identificata con chiarezza dai rivoluzionari. Si tratta della parola d'ordine ereditata dalla rivoluzione francese e ripresa dalla 1a e 2a Internazionale: la separazione tra Chiesa e Stato. Questa parola d'ordine, completamente appropriata e necessaria all'epoca in cui fu lanciata, era un'esigenza borghese e democratica del capitalismo nella sua fase ascendente che non è stata mai soddisfatta. Bisogna comprendere che solo il proletariato ed il suo partito possono soddisfarla realmente, considerando i numerosi legami che uniscono le religioni ed il capitalismo. Questa era già una verità universalmente riconosciuta nel diciannovesimo secolo, ed è ancora più evidente in questa epoca di capitalismo di Stato, specifico della decadenza capitalista. Rivendicare la separazione della Chiesa dallo Stato capitalista non significa niente e, di più, rappresenta un'illusione pericolosa verso la quale tendevano Lenin ed i Bolscevichi.
La seconda questione, menzionata nell'introduzione del presente articolo e nel precedente, è la seguente: il capitalismo, da quando è entrato nella sua fase di decomposizione, è più irrazionale e barbaro di quanto non lo sia mai stato prima (vedere: "La decomposizione, fase estrema della decadenza del capitalismo", Rivista Internazionale n°14). La decomposizione è la conseguenza di una situazione nella quale il capitalismo, allorché ha da molto tempo smesso di giocare un ruolo progressista ed utile all'umanità, si trova confrontato a un proletariato che è ancora pesantemente contrassegnato da lunghi decenni di controrivoluzione e che manca di fiducia in sé, sebbene sia l'unica forza capace di rovesciare questo sistema e di sostituirlo con un'altra società. Durante il periodo che va dal 1968 al 1989, la ripresa dell'attività della classe operaia ha indebolito seriamente certi effetti della controrivoluzione capitalista. Ma durante l'ultimo decennio, ed è questo periodo che caratterizziamo come corrispondente alla fase di decomposizione capitalista, la classe operaia ha subito numerosi attacchi contro la coscienza della sua identità di classe, in particolare attraverso le campagne orchestrate dalla borghesia su 'la morte del comunismo' e 'la fine della lotta di classe'. A questi effetti negativi sulla coscienza della classe operaia si sono aggiunti quegli insidiosi e sornioni risultanti dalla decomposizione sociale.
Nella sua ultima fase, perversa ed altamente irrazionale, niente potrà arrestare il capitalismo dal suo tentativo di ostacolare lo sviluppo della fiducia della classe operaia in se stessa, e della sua coscienza politica. Di più, le organizzazioni rivoluzionarie non sono immunizzate contro l'influenza dell'irrazionalità del capitalismo decadente. Già dopo il 1905, come conseguenza della sconfitta dell'assalto rivoluzionario e del trionfo della reazione di Stolypin, una parte dei Bolscevichi fu afferrata da una frenesia religiosa. Più recentemente, un gruppo bordighista che pubblica il giornale Il Partito Comunista, si è anche dedicato al misticismo (vedere: "Marxismo e misticismo", Revue Internationale n°94, ed il numero di maggio 1997 di Programme Communiste). Parimenti, la CCI è stata costretta, nel mezzo degli anni 90, a condurre una lotta al suo interno contro l'infatuazione di alcuni militanti per l'esoterismo e l'occultismo.
I pericoli accresciuti che la decomposizione del capitalismo rappresenta non devono essere sottovalutati. L'umanità nel suo insieme è, per natura, un animale sociale. La decomposizione è un tipo di acido sociale che erode i legami naturali di solidarietà che gli esseri umani che vivono in società tessono, spargendo al loro posto il sospetto e la paranoia. In altri termini, la decomposizione genera una tendenza spontanea nella società a raggruppamenti tribali e in bande. Tutti i tipi di 'fondamentalismi', le differenti varietà di culti, lo sviluppo di gruppi e di pratiche 'New Age', la recrudescenza di bande di giovani delinquenti, tutto questo rappresenta dei tentativi, destinati all'insuccesso, che mirano a colmare il vuoto della sparita solidarietà sociale, in un mondo sempre più duro ed ostile. Poiché non si basano sulla vitalità latente della sola classe rivoluzionaria della nostra epoca, ma su repliche individualistiche delle relazioni sociali fondate sullo sfruttamento, tutti questi tentativi sono, per loro stessa natura, condannati a produrre solamente più alienazione e sconforto e, in effetti, ad inasprire ancora oltre gli effetti della decomposizione.
Così dunque, la lotta contro un revival religioso, contro tutte le forme di irrazionalismo oggi fiorenti, è oggi ancora più inseparabile dalla necessità per la classe operaia di riannodarsi alla lotta per i suoi reali interessi. Solo questa lotta è in grado di bloccare gli effetti distruttori di un ordine sociale che va disgregandosi. Il proletariato, nella lotta per la difesa dei suoi interessi materiali, non ha altra scelta che creare le premesse di una vera comunità umana. La vera solidarietà che l'anima nella lotta è l'antidoto a questo falso sentimento di solidarietà che procura la cultura delle bande ed il fondamentalismo. Allo stesso modo, la lotta per svegliare la coscienza di classe del proletariato - e all'avanguardia di questa lotta si trovano le minoranze comuniste - è sempre più l'antidoto contro queste mitologie avvilenti e disumane, secretate da una società in putrefazione. E questa lotta indica la strada verso un avvenire dove l'essere umano diventerà infine pienamente cosciente di sé e del suo posto nella natura, e dove avrà lasciato lontano dietro di lui tutti gli dei.
Dawson
1. Per un bilancio della sua analisi della situazione internazionale nel corso degli ultimi 40 anni, la CCI può prendere esempio dal Manifesto comunista del 1848, prima dichiarazione aperta della corrente marxista nel movimento operaio. Le acquisizioni del Manifesto sono note: l'applicazione del metodo materialistico al processo storico, che mostra la natura transitoria di tutte le formazioni sociali che esistevano in precedenza; il riconoscimento del fatto che mentre il capitalismo gioca ancora un ruolo rivoluzionario nell’unificare il mercato mondiale e sviluppa le forze produttive, le sue contraddizioni intrinseche, che si esprimono in ripetute crisi di sovrapproduzione, indicano anche che esso rappresenta solo una tappa transitoria nella storia dell’umanità; l'identificazione della classe operaia come il becchino del modo di produzione borghese; la necessità per la classe operaia di sviluppare le sue lotte a livello della presa del potere politico, per costruire le fondamenta di una società comunista; il necessario ruolo di una minoranza comunista, come un prodotto e fattore attivo nella lotta di classe del proletariato.
2. Questi punti sono ancora una parte fondamentale del programma comunista di oggi. Ma Marx ed Engels, fedeli a un metodo che è allo stesso tempo storico ed autocritico, sono stati in grado poi di riconoscere che alcune parti del Manifesto erano state superate o smentite dall'esperienza storica. Così, in seguito agli eventi della Comune di Parigi nel 1871, conclusero che la presa del potere da parte della classe operaia avrebbe dovuto comportare la distruzione, non la conquista, dello Stato borghese. E molto tempo prima, nei dibattiti della Lega dei Comunisti, che seguirono la sconfitta delle rivoluzioni del 1848, si resero conto che il Manifesto si era sbagliato nel credere che il capitalismo fosse già entrato una crisi definitiva per cui si sarebbe potuta avere una rapida transizione dalla rivoluzione borghese a quella proletaria.
Contro la tendenza iper-attivista sviluppatasi intorno a Willich e Schapper, misero in evidenza la necessità per i rivoluzionari di sviluppare una riflessione più profonda sulle prospettive di un società capitalista ancora in ascesa. Tuttavia, pur riconoscendo questi errori, non misero in discussione il loro metodo, anzi lo utilizzarono per dare una base più solida alle acquisizioni programmatiche del movimento.
3. La passione del comunismo, l'ardente desiderio di vedere la fine di sfruttamento capitalista, hanno spesso condotto i comunisti a cadere in errori simili a quelli di Marx ed Engels nel 1848. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e l'immensa insurrezione rivoluzionaria avutasi negli anni 1917-1920, sono stati visti correttamente dai comunisti come prova definitiva che il capitalismo era entrato in una nuova epoca, quella del suo declino e quindi della rivoluzione proletaria. La rivoluzione mondiale era stata posta all’ordine del giorno dalla presa del potere da parte del proletariato russo nell’ottobre 1917. Ma l'avanguardia comunista del tempo aveva anche sottovaluto le enormi difficoltà a cui avrebbe dovuto far fronte il proletariato, la cui fiducia e integrità avevano subito un duro colpo a causa del tradimento delle sue vecchie organizzazioni; un proletariato consumato da anni di massacro imperialista e su cui pesavano ancora notevolmente il riformismo e le tendenze opportuniste sviluppatesi nel movimento operaio nei precedenti tre decenni.
La risposta della direzione dell'Internazionale comunista a queste difficoltà fu quello di cadere in nuove versioni dell’opportunismo allo scopo di aumentare la propria influenza tra le masse, quali la “tattica” del fronte unito con agenti della borghesia all'interno della classe operaia. Questa svolta opportunista diede luogo a sua volta a reazioni vigorose delle correnti di sinistra nell’Internazionale, in particolare la sinistra italiana e tedesca, ma esse stesse si trovarono di fronte ad ostacoli significativi nella comprensione delle nuove condizioni storiche. Nella sinistra tedesca, quelle tendenze che avevano elaborato la teoria della “crisi mortale”, si erano sbagliate di fronte all'inizio della decadenza del capitalismo. Mentre la decadenza si sarebbe dovuta intendere come un periodo di crisi e guerre, per queste correnti significava che il sistema si trovava di fronte ad un muro che non sarebbe stato più in grado di superare. Risultato di questa analisi è stato lo sviluppo di azioni avventuristiche allo scopo di spingere il proletariato ad assestare un colpo mortale al capitalismo; un altro errore fu la creazione di una effimera “Internazionale Comunista Operaia”, seguita da una fase “consiliarista” ed un crescente abbandono della nozione di partito di classe.
4. L'incapacità della maggioranza della sinistra tedesca nel rispondere al riflusso dell'onda rivoluzionaria è stato un elemento essenziale di disintegrazione della maggior parte delle sue organizzazioni. A differenza della sinistra tedesca, la sinistra italiana è stata in grado di riconoscere la profonda sconfitta subita dal proletariato mondiale alla fine degli anni ’20 e di sviluppare le risposte teoriche e organizzative richieste dalla nuova fase della lotta di classe; queste risposte sono racchiuse nel concetto di un cambiamento del corso storico, nella formazione della Frazione e nell'idea di effettuare un “bilancio” dell'ondata rivoluzionaria e delle posizioni programmatiche dell’Internazionale Comunista. Questa chiarezza ha permesso alla Frazione italiana di fare inestimabili progressi teorici, difendendo contemporaneamente le posizioni internazionaliste quando tutto intorno, si cedeva all’antifascismo e alla marcia verso la guerra. Tuttavia, anche la frazione non era immunizzata contro crisi e arretramenti teorici; nel 1938, la rivista Bilan viene chiamata Ottobre, in previsione di una nuova ondata rivoluzionaria che sarebbe dovuta nascere dalla guerra imminente e dalla conseguente “crisi dell’economia di guerra”. Nel dopoguerra, la Sinistra Comunista di Francia (GCF), nata in risposta alla crisi della Frazione durante la guerra e alla deriva immediatista che aveva portato a formare il Partito Comunista Internazionalista nel 1943, che era stata in grado, in un periodo molto fruttuoso tra il 1946 e il 1952, di sintetizzare i migliori contributi delle sinistre italiane e tedesche e sviluppare una migliore comprensione della adozione da parte del capitalismo delle forme totalitarie e di Stato, si era essa stessa disintegrata a causa di un’errata comprensione del periodo post-bellico, prevedendo erroneamente lo scoppio imminente di una terza guerra mondiale.
5. Nonostante questi gravi errori, l'approccio fondamentale di Bilan e della GCF rimase valido ed è stato essenziale per la formazione della CCI all'inizio degli anni ‘70. La CCI si è formata sulla base di una serie di acquisizioni chiave della Sinistra Comunista: non solo posizioni di classe come l'opposizione alle lotte di liberazione nazionale e a tutte le guerre capitaliste, la critica a sindacati e parlamentarismo, il riconoscimento della natura capitalistica dei partiti “operai” e dei paesi “socialisti “, ma anche:
• l'eredità organizzativa sviluppata da Bilan e dalla GCF, soprattutto la loro distinzione tra frazione e partito e la critica tanto delle concezioni consiliariste che di quelle sostituzioniste del ruolo dell'organizzazione; e in più, il riconoscimento del funzionamento del comportamento militante come una questione del tutto politica;
• un insieme di elementi essenziali che danno alla nuova organizzazione una chiara prospettiva per il periodo che le si apriva dinanzi, in particolare: la nozione del corso storico e l'analisi del rapporto di forze globali tra le classi, il concetto di decadenza del capitalismo e dell’approfondimento delle sue contraddizioni economiche; la deriva verso la guerra e la costituzione di blocchi imperialisti; il ruolo essenziale del capitalismo di Stato nella capacità del sistema di mantenere la sua esistenza, nonostante la sua obsolescenza storica.
6. La questione della capacità della CCI di riprendere e sviluppare l'eredità organizzativa della sinistra comunista è trattata in altre relazioni del 21° Congresso. Questa risoluzione si concentra sugli elementi che orientano la nostra analisi della situazione internazionale dalle nostre origini. E qui è chiaro che la CCI non ha semplicemente ereditato le conquiste del passato, ma è stata in grado di svilupparle in vari modi:
• Armata della nozione del corso storico, la CCI è stata in grado di riconoscere che gli eventi del maggio-giugno 1968 in Francia e l'ondata internazionale di lotte che seguirono, hanno annunciato la fine del periodo di contro-rivoluzione e l'apertura di un nuovo corso di scontri di classe di massa; è stata quindi in grado di continuare ad analizzare l'evoluzione del rapporto di forza tra le classi, i progressi effettivi e le battute d'arresto del movimento di classe in questo contesto globale e storico, evitando anche di rispondere empiricamente ad ogni episodio la lotta di classe internazionale.
• Sulla base della teoria della decadenza del capitalismo, i gruppi che si sono riuniti per formare la CCI avevano anche capito che quest’ondata di lotta non era causata dalla noia della società dei consumi, come sostenuto dai situazionisti, ma al ritorno della crisi aperta del sistema capitalista. Nel corso della sua esistenza, la CCI ha quindi continuato a seguire il corso della crisi economica osservandone il suo inesorabile approfondimento.
• Comprendendo che la ricomparsa della crisi economica avrebbe spinto le potenze mondiali capitaliste ad entrare in conflitto fra loro e a prepararsi per una nuova guerra mondiale, la CCI ha riconosciuto la necessità di continuare ad analizzare i rapporti di forza tra i blocchi imperialisti e tra la borghesia e la classe operaia, la cui resistenza alla crisi economica avrebbe costituito un ostacolo alla tendenza del sistema a scatenare un nuovo olocausto generalizzato.
• Con la sua concezione del capitalismo di Stato, la CCI è stata in grado di fornire una spiegazione coerente a lungo termine della natura della crisi ricomparsa alla fine degli anni '60, che ha visto la borghesia utilizzare tutti i tipi di meccanismi (nazionalizzazione, privatizzazione, uso massiccio del credito ...) per manipolare il funzionamento della legge del valore e ridurre o ritardare gli effetti più esplosivi della crisi economica. Da ciò la CCI è stata in grado di vedere come la borghesia nella sua fase decadente ha usato la sua posizione nello Stato per realizzare tutti i tipi di manovre (sul terreno elettorale, le tattiche sindacali, le campagne ideologiche, ecc.) per deviare la lotta di classe e ostacolare lo sviluppo della coscienza di classe. Ed è questo stesso quadro teorico che ha permesso alla CCI di mostrare le cause alla base della crisi nei paesi sedicenti" socialisti" e il crollo del blocco sovietico dopo il 1989.
• Sulla base della concezione sul corso storico e sull’analisi dell'evoluzione dei conflitti imperialisti e della lotta di classe, la CCI è stata l'unica organizzazione proletaria a capire che il crollo del vecchio sistema dei blocchi era il prodotto di uno stallo storico tra le classi e segnava l'ingresso del capitalismo in una nuova ed ultima fase della sua decadenza - la fase di decomposizione - che a sua volta ha creato nuove difficoltà per il proletariato e nuovi pericoli per l'umanità.
7. Insieme alla possibilità di appropriarsi e sviluppare le conquiste del movimento operaio passato, la CCI, come tutte le organizzazioni rivoluzionarie precedenti, è stata anche oggetto di molte pressioni da parte dell’ordine sociale dominante e quindi delle forme ideologiche che queste pressioni creano - prima di tutto, l'opportunismo, il centrismo e il materialismo volgare. In particolare, nella sua analisi della situazione mondiale, è stata presa anche dall’impazienza e dall’immediatismo che abbiamo identificato nelle organizzazioni del passato che rivelano, in parte, una forma di materialismo meccanicistico.
Queste debolezze si sono aggravate nella storia della CCI, a causa delle condizioni in cui era nata, in quanto pagava il prezzo della rottura organica con le organizzazioni del passato, dell'impatto della contro-rivoluzione stalinista che ha introdotto un falsa visione della lotta e della morale proletaria e della forte influenza della rivolta piccolo-borghese degli anni ‘60 – essendo la piccola borghesia, come classe senza futuro storico, l'incarnazione dell’immediatismo. Inoltre, queste tendenze si sono esacerbate nel periodo di decomposizione che è sia prodotto che un fattore attivo nella perdita di prospettiva per il futuro.
8. Fin dall'inizio, il pericolo dell’immediatismo si è espresso nella valutazione che la CCI ha espresso sul rapporto di forza tra le classi. Mentre è risultato corretto identificare il periodo successivo al 1968 come la fine della controrivoluzione, la caratterizzazione del nuovo corso storico come "un corso verso la rivoluzione" ha fatto ritenere che si sarebbe assistito ad un lineare e rapido aumento delle lotte sino a rovesciare il capitalismo, e anche dopo aver corretto questa formulazione la CCI ha conservato la visione che le ondate di lotte che seguirono tra il 1978 e il 1989, nonostante le battute d'arresto temporaneo, rappresentassero una offensiva semi-permanente del proletariato. Le immense difficoltà della classe per passare da un movimento difensivo alla politicizzazione delle sue lotte e allo sviluppo di una prospettiva rivoluzionaria non è stata sufficientemente evidenziata e analizzata. Anche se la CCI è stata in grado di riconoscere l'inizio della decomposizione e che il crollo dei blocchi avrebbe comportato un profondo arretramento nella lotta di classe, si era ancora fortemente condizionati dalla speranza che l'approfondimento della crisi economica avrebbe riprodotto le “ondate” di lotta degli anni '70 e '80; poi giustamente si è ritenuto che si fosse avuta una svolta dopo il 2003, ma spesso sottovalutando le enormi difficoltà che stanno vivendo le nuove generazioni della classe operaia per sviluppare una prospettiva chiara delle proprie lotte, fattore che influenza sia la classe operaia nel suo complesso che le sue minoranze politicizzate. Gli errori di analisi hanno anche alimentato qualche approccio falso e opportunista nell'intervento nelle lotte e nella costruzione dell'organizzazione.
9. Se la teoria della decomposizione (l'ultima eredità lasciata dal compagno MC alla CCI) è stata una guida indispensabile ed essenziale per la comprensione del periodo attuale, la CCI ha spesso fatto fatica a comprendere tutte le sue implicazioni. Ciò è particolarmente vero quando si è trattato di spiegare e riconoscere le difficoltà della classe operaia dopo gli anni ’90. Mentre eravamo in grado di vedere come la borghesia ha usato gli effetti della decomposizione per costruire enormi campagne ideologiche contro la classe operaia - in particolare il profluvio di menzogne sulla “morte del comunismo” dopo il crollo del blocco dell’Est - non abbiamo sufficientemente esaminato in modo approfondito come il processo di decomposizione tendeva a minare la fiducia e la solidarietà del proletariato. Inoltre, abbiamo faticato a comprendere l'impatto sull’identità di classe dovuto alla distruzione delle vecchie concentrazioni operaie in alcuni paesi dell'Europa centrale e il loro trasferimento nei paesi in precedenza “sottosviluppati”. Mentre abbiamo avuto almeno una conoscenza parziale della necessità per il proletariato di politicizzare le sue lotte per resistere agli effetti della decomposizione è con molto ritardo che abbiamo cominciato a capire che per il proletariato ritrovare una identità di classe e adottare una prospettiva politica implica anche una dimensione morale e culturale vitale.
10. è probabilmente nel campo della crisi economica che la CCI ha espresso le più chiare difficoltà; in particolare:
• A livello più generale, una tendenza a cadere in una visione reificata dell'economia capitalistica come una macchina guidata esclusivamente da leggi oggettive, dimenticando che il capitalismo è prima di tutto un rapporto sociale e le azioni degli esseri umani - sotto forma di classi sociali - non possono mai essere del tutto trascurate quando si analizza l'attuale crisi economica. Ciò è particolarmente vero nel periodo del capitalismo di Stato, in cui la classe dominante è costantemente di fronte alla necessità di intervenire nell'economia e addirittura di opporsi alle sue leggi “immanenti”, mentre è costretta contemporaneamente a prendere in considerazione i pericoli della lotta di classe come un elemento della sua politica economica.
• Una comprensione riduzionista della teoria economica di Rosa Luxemburg, con una falsa estrapolazione che il capitalismo avesse già esaurito tutte le possibilità di espansione dal 1914 (o anche negli anni ‘60). Infatti, quando Rosa espose la sua teoria nel 1913, riconobbe che c'erano ancora zone molto ampie a economia non-capitalistica che rimanevano da sfruttare, anche se era sempre meno possibile che ciò avvenisse senza conflitti diretti tra potenze imperialiste.
• Il riconoscimento del fatto che con la riduzione di queste zone per l'espansione il capitalismo è stato sempre più costretto a ricorrere al palliativo del debito è diventato a volte una spiegazione generale, che dimenticava che il credito si ha anche nell’accumulazione del capitale; ancora più importante, l'organizzazione ha ripetutamente previsto che i limiti del debito erano già stati raggiunti;
• Tutti questi elementi facevano parte di una visione del crollo automatico del capitalismo che è diventato prevalente al momento del “credit crunch” (la crisi del credito) del 2008. Diversi rapporti interni o articoli nella nostra stampa hanno proclamato che il capitalismo era totalmente senza uscita e si stava dirigendo verso una sorta di paralisi economica, un crollo improvviso. In realtà, come Rosa stessa ha sottolineato, la vera catastrofe del capitalismo consiste nel fatto che esso sottopone l'umanità ad un declino, ad una lunga agonia, facendo sprofondare la società in una barbarie crescente, che la “fine” del capitalismo non è una crisi puramente economica ma inevitabilmente si giocherà nel campo del militarismo e della guerra, a meno che essa non si realizzi coscientemente a causa della rivoluzione proletaria (e a fianco a queste previsioni, dobbiamo anche aggiungere la crescente minaccia di devastazione ecologica, che certamente accelererà la tendenza alla guerra). Questa idea di un crollo improvviso e completo ci fa dimenticare anche la nostra analisi sulla capacità della classe dominante, attraverso il capitalismo di Stato, di prolungare il proprio sistema con ogni sorta di manipolazioni politica e finanziaria.
• La negazione, in alcuni dei nostri testi chiave, di ogni possibilità di espansione del capitalismo nella sua fase decadente ha anche reso difficile per l'organizzazione spiegare la crescita esplosiva della Cina e di altre “economie emergenti” nel periodo successivo alla caduta dei vecchi blocchi. Mentre questi sviluppi non rimettono in questione, come molti hanno detto, la decadenza del capitalismo anzi ne sono anche una chiara espressione, essi vanno contro la posizione che nel periodo di decadenza, non c'è assolutamente alcuna possibilità di un decollo industriale in alcune parti della “periferia”. Mentre siamo stati in grado di confutare alcuni dei più facili miti sulla “globalizzazione” nella fase seguita al crollo dei blocchi (miti spacciati dalla destra che vi ha scorto un nuovo e glorioso capitolo nell’ascesa del capitalismo o dalla sinistra che lo ha utilizzato per una rivitalizzazione del vecchio nazionalismo e statalismo), non siamo stati in grado di separare la verità dalla mitologia mondialista: che la fine del vecchio modello autarchico avrebbe aperto nuove aree all’investimento capitalista, tra cui la gestione di un enorme nuova forza lavoro prelevata direttamente al di fuori dei rapporti sociali capitalisti.
• Questi errori di analisi, si sono legati al fatto che l'organizzazione ha affrontato notevoli difficoltà nello sviluppare una comprensione del problema economico in modo autenticamente associato. Una tendenza a vedere le questioni economiche come rientrante nella sfera di “esperti” è diventata visibile nel dibattito sui “30 Gloriosi” (gli anni del secondo dopoguerra) nel primo decennio del 21° secolo. Anche se la CCI ha certamente avuto bisogno di comprendere e spiegare il motivo per cui ha respinto l'idea che la ricostruzione delle economie distrutte dalla guerra stessa spiega la sopravvivenza del sistema in decadenza, in pratica, questo dibattito è stato un tentativo fallito di affrontare il problema. Questo dibattito non è stato ben compreso né dentro né fuori l'organizzazione e ci ha lasciato disorientati teoricamente. Questa questione deve essere reimpostata in rapporto a tutto il periodo di decadenza per chiarire il ruolo dell'economia di guerra e il significato della irrazionalità della guerra nel periodo di decadenza.
11. Nel campo delle tensioni imperialiste, la CCI possiede un solido quadro analitico, che mostra le varie fasi del confronto tra i blocchi negli anni ‘70 e ‘80 e pur essendo stata un po’ “sorpresa” dal crollo improvviso del blocco dell’Est e dell'URSS dopo il 1989, aveva già sviluppato gli strumenti teorici per analizzare le debolezze intrinseche nei regimi stalinisti; collegandoli alla questione del militarismo e della decomposizione che aveva cominciato a sviluppare nella seconda metà degli anni ‘80, la CCI è stato la prima organizzazione tra i gruppi proletari a prevedere la fine del sistema dei blocchi, il declino dell'egemonia degli Stati Uniti e il rapidissimo sviluppo dell’“ognuno per sé” a livello imperialista. Pur rimanendo consapevoli del fatto che la tendenza alla formazione di blocchi imperialisti non è scomparsa dopo il 1989, abbiamo mostrato le difficoltà in cui versa anche il candidato più verosimile per la guida di un blocco contro gli Stati Uniti, cioè la Germania di recente riunificata, difficoltà a realizzare un giorno le sue ambizioni imperialiste. Tuttavia, siamo stati meno in grado di predire la capacità della Russia di riemergere come una forza con cui fare i conti sulla scena mondiale e ancora più abbiamo tardato ad accorgerci dell’ascesa della Cina come nuovo attore significativo nella rivalità tra le grandi potenze che si sono sviluppate negli ultimi due o tre decenni, errore strettamente connesso al nostro problema nel riconoscere la realtà del progresso economico della Cina.
12. L'esistenza di questi punti deboli, nel loro insieme, non deve scoraggiarci, ma stimolarci per intraprendere un programma di sviluppo teorico che renderà la CCI capace di approfondire la sua visione di tutti gli aspetti del situazione mondiale. L'inizio di una revisione critica degli ultimi 40 anni, cominciato nelle relazioni del Congresso, il tentativo di andare alle radici del nostro metodo di analisi della lotta di classe e della crisi economica, la ridefinizione del nostro ruolo di organizzazione nel periodo di decomposizione del capitalismo, è il segno evidente di una vera e propria rinascita culturale nella CCI. Nel prossimo periodo, la CCI dovrà anche riprendere i temi teorici fondamentali quali la natura dell'imperialismo e la decadenza, al fine di fornire il quadro più solido per la nostra analisi della situazione internazionale.
13. Il primo passo nella valutazione critica dei 40 anni di analisi della situazione mondiale è riconoscere i nostri errori, cercando fino in fondo le loro origini. Sarebbe prematuro cercare di considerare ora tutte le loro implicazioni per l'analisi della situazione mondiale attuale e le sue prospettive. Tuttavia, possiamo dire che nonostante le nostre debolezze, la nostra prospettiva fondamentale rimane valida:
• A livello economico, ci sono tutte le ragioni per aspettarsi che la crisi economica continuerà ad approfondirsi e, anche se non ci sarà l’Apocalisse finale, con gravi convulsioni che scuoteranno il sistema sino al suo cuore, così come continuerà la situazione di insicurezza e la disoccupazione dilagante che già grava sulla classe operaia.
• Non possiamo certo sottovalutare la resilienza del sistema e la determinazione della classe dirigente nel continuare ad andare avanti, nonostante la sua obsolescenza storica, ma come abbiamo sempre detto, gli stessi rimedi che il capitale utilizza per curare la sua malattia mortale, se agiscono nel breve termine, tendono ad aggravare il male a lungo termine.
• A livello delle tensioni imperialiste, stiamo assistendo a una vera e propria accelerazione del caos militare, in particolare in Ucraina, in Medio Oriente, in Africa e nel Mar Cinese Meridionale, che porta con sé la crescente minaccia di un “ripercussione” nei paesi dell'Europa centrale (come dimostrano i recenti massacri di Parigi e Copenaghen). Il terreno del conflitto imperialista si amplia sempre più così come le alleanze che si sono formate per portarlo avanti, come possiamo vedere nel caso del conflitto tra la Russia e l' “Occidente” a proposito dell’Ucraina o nella collaborazione crescente tra la Russia e la Cina rispetto ai conflitti in Medio Oriente e altrove. Ma queste alleanze sono contingenti e non hanno le condizioni per evolvere in blocchi stabili. Il pericolo principale per l’umanità non è quindi quello di una guerra mondiale convenzionale, ma di una degenerazione dei conflitti regionali in una spirale incontrollabile di distruzione.
Gli inizi di questa spirale sono già visibili e le sue conseguenze più negative si riversano sul proletariato, le cui frazioni “periferiche” sono mobilitate direttamente o massacrate nei conflitti in corso, mentre le parti centrali non sono in grado di rispondere alla barbarie crescente, il che rafforza la tendenza a cadere nell’atomizzazione e disperazione. Ma nonostante i pericoli reali creati dalla marea di decomposizione, il potenziale della classe operaia per rispondere a questa crisi senza precedenti del genere umano non è ancora esaurito, come hanno dimostrato i periodi migliori del movimento studentesco in Francia nel 2006 o le rivolte sociali del 2011, in cui il proletariato, pur senza riconoscersi come classe, ha mostrato chiari segni della sua capacità di unificazione al di là di tutte le divisioni, nelle strade e nelle assemblee generali.
Soprattutto i giovani proletari impegnati in questi movimenti, nella misura in cui hanno iniziato a contestare la brutalità dei rapporti sociali capitalisti e posto la questione di una nuova società, hanno fatto i primi passi verso la riaffermazione che la lotta di classe non è affatto una lotta economica, ma politica e che il suo obiettivo finale rimane quello indicato in modo così ardito nel Manifesto del 1848: l'instaurazione della dittatura del proletariato e l'apertura di un nuova cultura umana.
"Il marxismo è una visione rivoluzionaria del mondo che deve chiamare a lottare senza tregua per acquisire nuove conoscenze, che niente rigetta se non le forme stereotipate e definitive e che mette alla prova la sua forza vivente nel tintinnio delle armi dell'autocritica e sotto i tuoni della storia". (Rosa Luxemburg, Critica delle critiche)
La CCI ha tenuto nella primavera scorsa il suo 21° congresso. Quest’avvenimento ha coinciso con i 40 anni di esistenza della nostra organizzazione. Per tale motivo abbiamo deciso di dare a questo congresso un carattere eccezionale, con l’obiettivo centrale di gettare le basi di un bilancio critico delle nostre analisi e della nostra attività nel corso di questi quattro decenni. I lavori del congresso si sono dunque incentrati nell’identificare, nella maniera più lucida possibile, le nostre forze e le nostre debolezze, ciò che era valido nelle nostre analisi e gli errori che abbiamo fatto, al fine di armarci per superarli.
Questo bilancio critico s’inserisce in piena continuità con l’approccio che ha sempre adottato il marxismo lungo tutta la storia del movimento operaio. In questo modo Marx ed Engels, fedeli a un metodo al tempo stesso storico e autocritico, sono stati capaci di riconoscere che certe parti del Manifesto Comunista si erano rivelate erronee o superate dall'esperienza storica. È la capacità di fare la critica dei propri errori che ha sempre permesso ai marxisti di avanzare sul piano teorico e di continuare a portare il loro contributo alla prospettiva rivoluzionaria del proletariato. Così come Marx seppe trarre le lezioni dall'esperienza della Comune di Parigi e dalla sua sconfitta, la Sinistra comunista d'Italia è stata capace di riconoscere la profonda sconfitta del proletariato mondiale alla fine degli anni 20, di fare un "bilancio"[1] dell'ondata rivoluzionaria del 1917-23 e delle posizioni programmatiche della Terza Internazionale. Questo bilancio critico le ha permesso, nonostante i suoi errori, di fare degli avanzamenti teorici inestimabili sia sul piano dell'analisi del periodo di controrivoluzione che su quello organizzativo. Le ha permesso di comprendere il ruolo e i compiti di una frazione all’interno di un partito proletario in degenerazione e come ponte verso un futuro partito quando il precedente è guadagnato dalla borghesia.
Questo Congresso eccezionale della CCI si è tenuto nel contesto della nostra ultima crisi interna che ha reso necessario, un anno, tenere una conferenza internazionale straordinaria[2]. Tutte le delegazioni hanno preparato il Congresso con grande serietà e si sono inscritte nei dibattiti con una comprensione chiara della posta in gioco e della necessità, per tutte le generazioni di militanti, di impegnarsi in questo bilancio critico dei 40 anni di esistenza della CCI. Questo Congresso e i suoi testi preparatori hanno permesso ai militanti che non erano ancora membri della CCI all'epoca della sua fondazione (e in particolare ai più giovani) di apprendere dall'esperienza della CCI e, al tempo stesso, di parteciparvi attivamente prendendo posizione nei dibattiti.
La fondazione della CCI è stata una manifestazione della fine della controrivoluzione e della ripresa storica della lotta di classe che si è evidenziata in particolare in Francia attraverso il movimento del Maggio 68. La CCI è la sola organizzazione della Sinistra comunista ad aver analizzato questo avvenimento nel quadro dell’emergere della crisi aperta del capitalismo, iniziata nel 1967. Con la fine dei "30 gloriosi" e la corsa agli armamenti durante la guerra fredda, si poneva di nuovo l'alternativa "guerra mondiale o sviluppo delle lotte proletarie". Il Maggio 68 e l'ondata di lotte operaie che si sono sviluppate a livello internazionale hanno segnato l'apertura di un nuovo corso storico: dopo 40 anni di controrivoluzione, il proletariato rialzava la testa e non era disposto a lasciarsi reclutare in una terza guerra mondiale, dietro la difesa delle bandiere nazionali.
Il Congresso ha sottolineato che l'apparizione e lo sviluppo di una nuova organizzazione internazionale e internazionalista confermavano la validità del nostro quadro di analisi su questo nuovo corso storico. Armata di questo concetto, insieme all'analisi che il capitalismo era entrato nel suo periodo storico di decadenza con lo scoppio della prima guerra mondiale, la CCI ha continuato durante tutta la sua esistenza ad analizzare i tre aspetti della situazione internazionale - l'evoluzione della crisi economica, della lotta di classe e dei conflitti imperialisti – al fine di non cadere nell'empirismo e per trarne gli orientamenti per la sua attività. Tuttavia il Congresso si è concentrato nell’esaminare nella maniera più lucida possibile gli errori che abbiamo commesso in alcune nostre analisi per permetterci di identificare l'origine di questi errori e quindi di migliorare il nostro quadro di analisi.
Sulla base del rapporto sull'evoluzione della lotta di classe a partire dal 1968, il congresso ha sottolineato che una delle principali debolezze della CCI, sin dalle sue origini, è stata quella che abbiamo chiamato l'immediatismo: cioè una impostazione politica contrassegnata dall'impazienza e che si focalizza sugli avvenimenti immediati a scapito di una visione storica ampia della prospettiva nella quale si inscrivono questi avvenimenti. Sebbene abbiamo identificato, a giusta ragione, che la ripresa della lotta di classe alla fine degli anni 60 aveva segnato l'apertura di un nuovo corso storico, la caratterizzazione di questo corso storico come "corso verso la rivoluzione" è stata sbagliata e abbiamo dovuto correggerla con l'espressione "corso agli scontri di classe". Tuttavia, questa formulazione più appropriata non ha, a causa di una certa imprecisione, sbarrato la porta a una visione schematica, lineare della dinamica della lotta di classe insieme a una certa esitazione, al nostro interno, a riconoscere le difficoltà, le sconfitte e i periodi di riflusso del proletariato.
L'incapacità della borghesia di reclutare la classe operaia dei paesi centrali in una terza guerra mondiale non significava che le ondate internazionali di lotte sviluppatesi fino al 1989 sarebbero proseguite in modo meccanico e ineluttabile, fino all'apertura di un periodo rivoluzionario. Il congresso ha messo in evidenza che la CCI ha sottovalutato il peso della rottura della continuità storica col movimento operaio del passato e dell'impatto ideologico nella classe operaia in 40 anni di controrivoluzione, impatto che si manifesta particolarmente attraverso una diffidenza, se non un rigetto, delle organizzazioni comuniste.
Il Congresso ha sottolineato anche un'altra debolezza della CCI nelle sue analisi del rapporto di forze tra le classi: la tendenza a vedere il proletariato costantemente "all'offensiva" in ogni movimento di lotta, mentre finora le sue lotte sono state di difesa degli interessi economici immediati (per quanto importanti e significative) senza riuscire a dar loro una dimensione politica.
I lavori del congresso ci hanno permesso di costatare che queste difficoltà di analisi dell'evoluzione della lotta di classe hanno avuto alla base un’erronea visione del funzionamento del modo di produzione capitalista, con una tendenza a perdere di vista che il capitale è innanzitutto un rapporto sociale. Il che significa che la borghesia è costretta a tener conto della lotta di classe nell’attuazione delle sue politiche economiche e degli attacchi contro il proletariato. Il congresso ha anche posto l’accento su una certa mancanza di padronanza da parte della CCI della teoria di Rosa Luxemburg come spiegazione della decadenza del capitalismo. Secondo Rosa Luxemburg il capitalismo, per essere in grado di continuare la sua accumulazione, ha bisogno di trovare degli sbocchi nei settori extra capitalisti. La scomparsa progressiva di questi settori condanna il capitalismo a crescenti convulsioni. Quest’analisi è stata adottata nella nostra piattaforma, anche se una minoranza di nostri compagni si appoggia su un'altra analisi per spiegare la decadenza: quella della caduta tendenziale del tasso di profitto. La mancanza di padronanza da parte della CCI dell'analisi di Rosa Luxemburg (sviluppata in L'accumulazione del capitale) si è tradotta in una visione "catastrofistica", anzi apocalittica del crollo dell'economia mondiale. Il Congresso ha costatato che durante tutta la sua esistenza, la CCI ha sempre sopravvalutato il ritmo dello sviluppo della crisi economica. Ma in questi ultimi anni, e in particolare con la crisi dei debiti sovrani, le nostre analisi avevano come sottofondo l'idea soggiacente che il capitalismo potesse crollare da sé poiché la borghesia è "in un vicolo cieco" e avrebbe esaurito tutti i palliativi che le hanno permesso fino ad ora di prolungare in modo artificiale la sopravvivenza del suo sistema.
Questa visione "catastrofista" deriva, in buona parte, da una mancanza di approfondimento della nostra analisi del capitalismo di Stato, ad una sottovalutazione delle capacità della borghesia, che pure avevamo identificato da tempo, a trarre le lezioni dalla crisi degli anni 30 e accompagnare il fallimento del suo sistema con ogni tipo di manipolazioni, di imbrogli con la legge del valore e attraverso un intervento statale permanente nell'economia. Essa deriva anche da una comprensione ristretta e schematica della teoria economica di Rosa Luxemburg con l'idea erronea che il capitalismo avrebbe già esaurito tutte le sue capacità di espansione dal 1914 o negli anni 1960. In realtà, come sottolineava Rosa Luxemburg, la catastrofe reale del capitalismo sta nel fatto che questo sottomette l'umanità a un declino, a una lunga agonia facendo sprofondare la società in una barbarie crescente.
L’errore consistente nel negare ogni possibilità di espansione del capitalismo nel suo periodo di decadenza spiega le difficoltà che ha avuto la CCI nel comprendere la crescita e lo sviluppo industriale vertiginoso della Cina (e di altri paesi periferici) dopo il crollo del blocco dell'Est. Benché questo decollo industriale non rimette per niente in discussione la nostra analisi della decadenza del capitalismo[3], la previsione secondo la quale non ci sarebbe nessuna possibilità di sviluppo dei paesi del Terzo Mondo nel periodo di decadenza non si è verificata. Quest’errore, sottolineato dal Congresso, ci ha portato a non considerare che il fallimento del vecchio modello autarchico dei paesi stalinisti avrebbe potuto aprire nuovi sbocchi agli investimenti capitalisti[4] fino allora bloccati (ivi compresa l'integrazione nel salariato di una massa enorme di lavoratori che prima viveva al di fuori di rapporti sociali direttamente capitalisti e che sono stati sottoposti a un feroce super sfruttamento).
Sulla questione delle tensioni imperialiste, il Congresso ha evidenziato che la CCI ha sviluppato in generale un quadro di analisi molto solido sia all'epoca della guerra fredda tra i due blocchi rivali che dopo il crollo dell'URSS e dei regimi stalinisti. La nostra analisi del militarismo, della decomposizione del capitalismo e della crisi nei paesi dell'Est ci ha permesso di percepire le crepe che avrebbero determinato il crollo del blocco dell'Est. La CCI è stata così la prima organizzazione ad avere previsto la scomparsa dei due blocchi, quello diretto dall'URSS e quello diretto dagli Stati Uniti, così come il declino dell'egemonia americana e lo sviluppo della tendenza al "ciascuno per sé" sulla scena imperialista con la fine della disciplina dei blocchi militari[5].
La CCI è stata in grado di vedere correttamente la dinamica delle tensioni imperialistiche perché ha potuto analizzare lo spettacolare crollo del blocco dell'Est e dei regimi stalinisti come maggiori manifestazioni dell'entrata del capitalismo nella fase estrema della sua decadenza: quella della decomposizione. Questo quadro di analisi è stato l'ultimo contributo che il nostro compagno MC[6] ha lasciato alla CCI per permetterle di affrontare una situazione storica inedita e particolarmente difficile.
Da più di venti anni, l’ascesa del fanatismo e dell'integralismo religioso, lo sviluppo del terrorismo e del nichilismo, la moltiplicazione dei conflitti armati e il loro carattere sempre più barbaro, il riemergere dei pogrom (e, più in generale, di una mentalità alla ricerca di “capri espiatori”), confermano la validità di questo quadro di analisi.
La CCI ha ben analizzato come la classe dominante ha saputo sfruttare il crollo del blocco dell'Est e dello stalinismo per rivolgere questa manifestazione della decomposizione del suo sistema contro la classe operaia, scatenando le sue campagne sul "fallimento del comunismo". Ma abbiamo ampiamente sottovalutato la profondità del loro impatto sulla coscienza del proletariato e sullo sviluppo delle sue lotte.
Abbiamo sottovalutato che l'atmosfera deleteria della decomposizione sociale (così come la deindustrializzazione e le politiche di delocalizzazione in alcuni paesi centrali) contribuisce a minare la fiducia in sé, la solidarietà del proletariato ed a rafforzare la perdita della sua identità di classe. Sottovalutando le difficoltà del nuovo periodo aperto con il crollo del blocco dell'Est, la CCI ha avuto la tendenza a conservare l’illusione che l'aggravamento della crisi economica e degli attacchi contro la classe avrebbero necessariamente, e in modo meccanico, provocato delle "ondate di lotte" che si sarebbero sviluppate con le stesse caratteristiche e sullo stesso modello di quelle degli anni 1970-80. In particolare, sebbene abbiamo salutato a giusta ragione il movimento contro il CPE in Francia e quello degli Indignati in Spagna, abbiamo però sottovalutato le enormi difficoltà alle quali è confrontata oggi la giovane generazione della classe operaia per sviluppare una prospettiva alle sue lotte (in particolare il peso delle illusioni democratiche, la paura e il rigetto della parola "comunismo", il fatto che questa generazione non ha potuto beneficiare della trasmissione dell'esperienza viva della generazione di lavoratori, oggi pensionati, che hanno partecipato agli scontri di classe degli anni 70 e 80). Difficoltà che non colpiscono solo la classe operaia nel suo insieme ma anche i giovani elementi in ricerca che vogliono implicarsi in un'attività politica.
L'isolamento e l'influenza trascurabile della CCI (come di tutti i gruppi storici usciti dalla Sinistra comunista) nella classe operaia da quattro decenni, e particolarmente dopo il 1989, indicano che la prospettiva della rivoluzione proletaria mondiale è ancora molto lontana. All'epoca della sua fondazione la CCI non immaginava che quarant’anni dopo la classe operaia non avrebbe ancora rovesciato il capitalismo. Ciò non significa che il marxismo si sia sbagliato e che questo sistema è eterno. Il principale errore che abbiamo commesso è l’avere sottovalutato la lentezza del ritmo della crisi acuta del capitalismo, ricomparsa alla fine del periodo di ricostruzione del secondo dopoguerra, e le capacità della classe dominante a frenare il crollo storico del modo di produzione capitalista.
Peraltro, il Congresso ha evidenziato che la nostra ultima crisi interna (e le lezioni che ne abbiamo tratte) hanno permesso alla CCI di cominciare a riappropriarsi di un'esperienza fondamentale del movimento operaio già messa in luce da Engels: la lotta del proletariato contiene tre dimensioni. Una dimensione economica, una dimensione politica e una dimensione teorica. Il proletariato dovrà sviluppare questa dimensione teorica nelle sue lotte future per poter ritrovare la sua identità di classe rivoluzionaria, resistere al peso della decomposizione sociale e mettere avanti la propria prospettiva di trasformazione della società. Come affermava Rosa Luxemburg, la rivoluzione proletaria è innanzitutto un vasto "movimento culturale" perché la società comunista non avrà per obiettivo la sola soddisfazione dei bisogni materiali vitali dell'umanità, ma anche la soddisfazione dei suoi bisogni sociali, intellettuali e morali. A partire dalla presa di coscienza di questa lacuna nella nostra comprensione della lotta del proletariato (che rivela una tendenza "economicista" e materialista volgare) abbiamo potuto identificare non solo la natura della nostra ultima crisi ma anche comprendere che questa crisi "intellettuale e morale", che avevamo esaminato già alla Conferenza straordinaria del 2014[7], dura in realtà da più di trenta anni. E ciò è dovuto al fatto che la CCI ha sofferto di una mancanza di riflessione e di discussioni approfondite sulle radici di tutte le difficoltà organizzative alle quali è stata confrontata dalle sue origini, e in particolare dalla fine degli anni 80.
Per iniziare un bilancio critico dei quarant’anni di esistenza della CCI, il Congresso ha messo al centro dei suoi lavori la discussione non solo di un rapporto di attività generale ma anche di un rapporto sul ruolo della CCI "in quanto frazione".
La nostra organizzazione non ha avuto mai la pretesa di essere un partito (e ancor meno IL partito mondiale del proletariato).
Come già sottolineato dai nostri testi di fondazione "Lo sforzo della nostra corrente per costituirsi in polo di raggruppamento intorno alle posizioni di classe si inserisce in un processo che va verso la formazione del partito al momento di lotte intense e generalizzate. Non pretendiamo essere un partito" (Rivista Internazionale n.1 Report on the International Conference [378]). La CCI deve fare un lavoro che comporta numerose similitudini con quello di una frazione, anche se non è una frazione.
Infatti, essa è sorta dopo una rottura organica con le organizzazioni comuniste del passato e non è stata generata da un'organizzazione preesistente. Non c'è dunque nessuna continuità organica con un particolare gruppo o un partito. Il solo compagno (MC) che veniva da una frazione del movimento operaio staccatasi dalla 3a Internazionale non poteva rappresentare la continuità di un gruppo, ma era il solo "legame vivente" col passato del movimento operaio. Poiché la CCI non si è consolidata e non è uscita da un partito degenerato, che ha tradito i principi proletari ed è passato nel campo del capitale, essa non è stata fondata nel contesto di una lotta contro la degenerazione di questo partito. Il compito primario della CCI, proprio per la rottura organica e la profondità di quarant’anni di controrivoluzione, è stato innanzitutto il riappropriarsi delle posizioni dei gruppi della Sinistra comunista che ci avevano preceduto.
La CCI doveva dunque costruirsi e svilupparsi a livello internazionale, in un certo qual modo, a partire da "zero". Questa nuova organizzazione internazionale doveva imparare “sul campo”, nelle nuove condizioni storiche e con una prima generazione di giovani militanti inesperti, usciti dal movimento studentesco del Maggio 68 e fortemente marcata dal peso della piccola borghesia, dell'immediatismo, del "conflitto generazionale" e della paura dello stalinismo che, fin dall'inizio, si è manifestato specialmente attraverso una diffidenza rispetto alla centralizzazione.
Dalla sua fondazione, la CCI si è riappropriata dell'esperienza delle organizzazioni del movimento operaio del passato (in particolare della Lega dei comunisti, dell’AIT o Prima internazionale, di Bilan, della GCF) dotandosi di Statuti, di principi di funzionamento che sono parte integrante della sua piattaforma. Ma contrariamente alle organizzazioni del passato, la CCI non si concepiva come un'organizzazione federalista, composta da una somma di sezioni nazionali con delle specificità locali. Costituendosi direttamente in organizzazione internazionale e centralizzata, la CCI si concepiva come un corpo unito internazionalmente. I suoi principi di centralizzazione erano il garante di quest’unità dell’organizzazione.
“Mentre per Bilan e la GCF - date le condizioni della controrivoluzione - era impossibile accrescersi e costruire un'organizzazione in parecchi paesi, la CCI ha intrapreso il compito di costruire un'organizzazione internazionale sulla base di posizioni solide (…) In quanto espressione del corso storico nuovamente aperto a scontri di classe (…), la CCI è stata internazionale e centralizzata internazionalmente fin dall'inizio, mentre le altre organizzazioni della Sinistra comunista del passato erano tutte confinate a uno o due paesi". (Rapporto sul ruolo della CCI come "frazione", presentato al Congresso).
Nonostante queste differenze con Bilan e la GCF, il Congresso ha sottolineato che la CCI ha un ruolo simile a quello di una frazione: costituire un ponte tra il passato (dopo un periodo di rottura) e il futuro. "La CCI definisce se stessa né come un partito, né come un ‘partito in miniatura’, ma come una “sorta di frazione” (ibidem). La CCI deve essere un polo di riferimento, di raggruppamento internazionale e di trasmissione delle lezioni dell'esperienza del movimento operaio del passato. Deve anche guardarsi da ogni approccio dogmatico, sapendo fare una critica, quando necessario, di posizioni sbagliate o diventate obsolete, per andare oltre e continuare a far vivere il marxismo.
Il processo di riappropriazione delle posizioni della Sinistra comunista nella CCI è stato fatto abbastanza velocemente, anche se la loro assimilazione è stata segnata fin dall'inizio da una notevole eterogeneità.
"Riappropriazione non voleva dire essere arrivati alla chiarezza e alla verità una volta per tutte, che la nostra piattaforma era diventata 'invariante' (…) La CCI ha modificato la sua piattaforma all'inizio degli anni 80 dopo un dibattito intenso" (Ibid.). Ed è sulla base di questa riappropriazione che la CCI ha potuto sviluppare delle elaborazioni teoriche a partire dall'analisi della situazione internazionale (per esempio, la critica della teoria di Lenin sugli "anelli deboli" dopo la sconfitta dello sciopero di massa in Polonia nel 1980[8], l'analisi della decomposizione come fase ultima della decadenza del capitalismo che annuncia il crollo dell'URSS)[9].
Fin dall'inizio la CCI ha adottato l’approccio di Bilan e della GCF che hanno insistito durante tutta la loro esistenza sulla necessità di un dibattito internazionale (anche nelle condizioni di repressione del fascismo e della guerra) finalizzato al chiarimento delle rispettive posizioni dei diversi gruppi con un’implicazione in polemiche sulle questioni di principio. Subito dopo la fondazione della CCI, nel gennaio 1975, abbiamo ripreso questo metodo impegnandoci in numerosi dibattiti pubblici e polemiche, non in vista di un raggruppamento precipitoso ma per favorire la chiarezza.
Dall'inizio della sua esistenza, la CCI ha sempre difeso l'idea che esiste un "campo politico proletario" delimitato da principi e si è impegnata a sostenere un ruolo dinamico nel processo di chiarimento all’interno di questo campo.
La traiettoria della Sinistra comunista d'Italia è stata segnata, dall'inizio alla fine, da lotte permanenti per la difesa dei principi del movimento operaio e del marxismo. Questa è stata anche una preoccupazione permanente della CCI durante tutta la sua esistenza, sia nei dibattiti polemici all'esterno che nelle lotte politiche che abbiamo dovuto affrontare all’interno dell'organizzazione, in particolare nelle situazioni di crisi.
Bilan e la GCF erano convinti che il loro ruolo era anche la "formazione di quadri". Benché questo concetto di "quadri" sia molto criticabile e possa prestarsi a confusioni, la loro principale preoccupazione era perfettamente valida: si trattava di formare la futura generazione di militanti trasmettendole le lezioni dell'esperienza storica affinché essa potesse riprendere il testimone e proseguire il lavoro della generazione precedente.
Le frazioni del passato non sono sparite unicamente a causa del peso della controrivoluzione. Anche le analisi erronee della situazione storica hanno contribuito alla loro scomparsa. La GCF si è sciolta in seguito all'analisi, non verificatasi, dello scoppio imminente e ineluttabile di una 3a guerra mondiale. La CCI è l'organizzazione internazionale che ha la vita più lunga nella storia del movimento operaio. A quarant’anni dalla sua fondazione esiste ancora. Non siamo stati spazzati via dalle nostre varie crisi. Nonostante la perdita di numerosi militanti, la CCI è riuscita a mantenere la maggior parte delle sue sezioni fondatrici e a costituirne nuove che permettono la diffusione della stampa in diverse lingue, paesi e continenti.
Tuttavia, il Congresso ha evidenziato lucidamente che la CCI è ancora sottoposta alla pressione del fardello delle condizioni storiche delle sue origini. A causa di queste condizioni storiche sfavorevoli, c'è stata al nostro interno una generazione "persa", dopo il 68, e una generazione "mancante", per l'impatto prolungato delle campagne anti-comuniste dopo il crollo del blocco dell'Est. Questa situazione ha costituito un handicap nel consolidare l'organizzazione nella sua attività sul lungo periodo. Le nostre difficoltà sono state inoltre aggravate, dalla fine degli anni 80, dal peso della decomposizione che colpisce l'insieme della società, ivi compresa la classe operaia e le sue organizzazioni rivoluzionarie.
Come Bilan e la GCF che hanno avuto la capacità di condurre la lotta "contro corrente", la CCI, per poter assumere il suo ruolo di ponte tra il passato e il futuro, deve sviluppare oggi questo stesso spirito di lotta sapendo che anche noi siamo "controcorrente", isolati e tagliati fuori dall'insieme della classe operaia (come le altre organizzazioni della Sinistra comunista). Anche se non siamo più in un periodo di controrivoluzione, la situazione storica aperta dal crollo del blocco dell'Est e le grandi difficoltà del proletariato a ritrovare la sua identità di classe rivoluzionaria e la sua prospettiva (così come tutte le campagne borghesi per screditare la Sinistra comunista) hanno rafforzato questo isolamento. "Il ponte alla cui costruzione dobbiamo contribuire sarà quello che passa al di sopra della generazione 'persa' del 1968 e al di sopra del deserto della decomposizione verso le future generazioni" (Ibid.).
Le discussioni del Congresso hanno sottolineato che la CCI col passare del tempo (e in particolare dopo la scomparsa del nostro compagno MC, avvenuta poco dopo il crollo dello stalinismo) ha perso abbondantemente di vista la necessità di continuare il lavoro delle frazioni della Sinistra comunista. Ciò si è manifestato nell’aver sottovalutato che il nostro compito principale è quello dell’approfondimento teorico[10] (che non deve essere lasciato a qualche "specialista") e la costruzione dell'organizzazione attraverso la formazione di nuovi militanti trasmettendo loro la cultura della teoria. Il Congresso ha costatato che, negli ultimi venticinque anni, la CCI ha fallito nel trasmettere ai nuovi compagni il metodo della Frazione. Invece di trasmettere il metodo col quale si costruisce sul lungo periodo un'organizzazione centralizzata, abbiamo teso a trasmettere la visione della CCI come un "mini-partito"[11] il cui compito principale sarebbe l'intervento nelle lotte immediate della classe operaia.
All'epoca della fondazione della CCI, una responsabilità immensa ricadeva sulle spalle di MC che era il solo compagno che poteva trasmettere a una nuova generazione il metodo del marxismo sulla costruzione dell'organizzazione e la difesa intransigente dei suoi principi. Oggi nell’organizzazione ci sono molti più militanti sperimentati (e che erano presenti all'epoca della fondazione della CCI), ma esiste sempre un pericolo di "rottura organica" date le nostre difficoltà a fare questo lavoro di trasmissione.
In effetti, le condizioni che hanno presieduto alla fondazione della CCI hanno costituito un enorme handicap per la costruzione dell'organizzazione sul lungo termine. La controrivoluzione stalinista è stata la più lunga e profonda di tutta la storia del movimento operaio. Non c’è mai stata prima, dalla Lega dei Comunisti, una discontinuità, una rottura organica tra le generazioni di militanti. C'è sempre stato un legame vivente da un'organizzazione all'altra e il lavoro di trasmissione dell'esperienza non è mai ricaduto sulle spalle di un solo individuo. La CCI è la sola organizzazione che abbia conosciuto questa situazione inedita. Questa rottura organica, che ha coperto parecchi decenni, ha costituito una debolezza molto difficile da superare ed è stata aggravata anche dalla resistenza della giovane generazione uscita dal Maggio 68 a "imparare" dall'esperienza della generazione precedente. Il peso delle ideologie della piccola borghesia in rivolta, dell’ambiente studentesco contestatario e fortemente contrassegnato dal "conflitto generazionale" (dovuto al fatto che la generazione precedente era stata proprio quella che aveva vissuto profondamente la controrivoluzione) ha rafforzato ulteriormente il peso della rottura organica con l'esperienza vivente del movimento operaio del passato.
Evidentemente la scomparsa di MC, all’inizio del periodo di decomposizione del capitalismo, non poteva che rendere ancora più difficile per la CCI avere la capacità di superare le sue debolezze congenite.
La perdita della sezione della CCI in Turchia è stata la manifestazione più evidente della difficoltà a trasmettere ai giovani militanti il metodo della Frazione. Il Congresso ha fatto una critica molto severa del nostro errore nell’avere integrato in modo prematuro e precipitoso questi ex-compagni quando non c’era da parte loro una reale comprensione degli Statuti e dei principi organizzativi della CCI (con una forte tendenza localista, federalista, che consisteva nel concepire l'organizzazione come una somma di sezioni "nazionali" e non come un corpo unito e centralizzato a livello internazionale).
Il Congresso ha anche sottolineato che il peso dello spirito di circolo e delle dinamiche claniche[12] che fanno parte delle debolezze congenite della CCI, hanno costituito un ostacolo permanente al suo lavoro di assimilazione e di trasmissione delle lezioni dell'esperienza del passato ai nuovi militanti.
Le condizioni storiche in cui la CCI ha vissuto sono cambiate dalla sua fondazione a oggi. Durante i primi anni della nostra esistenza potevamo intervenire in una classe operaia che stava conducendo delle lotte significative. Oggi, dopo venticinque anni di quasi stagnazione della lotta di classe a livello internazionale, la CCI deve impegnarsi in un compito simile a quello di Bilan alla sua epoca: comprendere le ragioni del fallimento della classe operaia a ritrovare una prospettiva rivoluzionaria circa mezzo secolo dopo la ripresa storica della lotta di classe alla fine degli anni 60.
"Il fatto che siamo quasi soli oggi a esaminare dei problemi colossali può pregiudicare a priori i risultati, ma non la necessità di una soluzione" (Bilan n.22, settembre 1935, "Progetto di risoluzione sui problemi dei collegamenti internazionali").
"Questo lavoro non deve essere solo sui problemi che abbiamo bisogno di risolvere oggi per stabilire la nostra tattica ma sui problemi che si porranno domani alla dittatura del proletariato" (Internationalisme n.1, gennaio 1945, "Risoluzione sui compiti politici").
I dibattiti sul bilancio critico dei quarant'anni di esistenza della CCI ci hanno obbligati a considerare il pericolo di sclerosi e di degenerazione che hanno sempre minacciato le organizzazioni rivoluzionarie. Nessuna organizzazione rivoluzionaria è stata mai immune da questo pericolo. L’SPD (Partito Socialdemocratico della Germania) è stato incancrenito dall'opportunismo, fino ad una totale rimessa in causa dei fondamenti del marxismo, in gran parte perché aveva abbandonato ogni lavoro teorico a profitto di compiti immediati allo scopo di guadagnare influenza sulle masse operaie attraverso i successi elettorali. Ma il processo di degenerazione dell’SPD è cominciato molto prima di questo abbandono dei compiti teorici. È cominciato con la distruzione progressiva della solidarietà tra i militanti.
Dopo l'abolizione delle leggi antisocialiste (1878-1890) e con la legalizzazione dell’SPD, la solidarietà tra militanti, che era stata un'esigenza durante il periodo precedente, non era più una cosa ovvia perché non si rischiava più di essere sottoposti alla repressione e alla clandestinità. Questa distruzione della solidarietà (permessa grazie alle condizioni "confortevoli" della democrazia borghese) ha aperto la strada a una crescente depravazione morale all’interno dell’ SPD, che era comunque il partito faro del movimento operaio internazionale. Questa depravazione si è manifestata, per esempio, con la divulgazione di pettegolezzi nauseabondi contro la rappresentante più intransigente della sua ala sinistra, Rosa Luxemburg[13]. È quest’insieme di fattori, e non solamente l'opportunismo e il riformismo, ad aver aperto le porte a un lungo processo di degenerazione interna fino al tracollo dell’SPD nel 1914[14]. Per molto tempo, la CCI ha approcciato la questione dei principi morali solo da un punto di vista empirico, pratico, in particolare all'epoca della crisi del 1981 quando siamo stati confrontati, per la prima volta, a comportamenti teppistici come il furto del nostro materiale da parte della tendenza Chénier[15]. La CCI non ha affrontato questa questione da un punto di vista teorico essenzialmente perché all'epoca della fondazione della CCI esistevano un rigetto e una certa "fobia" del termine "morale". La giovane generazione uscita dal Maggio 68 non voleva (contrariamente a MC) che la parola "morale" comparisse negli Statuti della CCI, mentre l'idea di una morale proletaria era presente negli Statuti della GCF. Questa avversione per la "morale" rappresentava ancora una manifestazione dell'ideologia e dell’approccio della piccola borghesia studentesca dell'epoca.
Solo al ripetersi, nella crisi del 2001, di comportamenti teppistici da parte degli ex-militanti che costituiranno la FICCI, la CCI ha capito la necessità di una riappropriazione teorica delle acquisizioni del marxismo sulla questione della morale. Sono stati necessari diversi decenni per iniziare a capire l’importanza di colmare questa lacuna. Ed è a partire dalla nostra ultima crisi che la CCI ha cominciato una riflessione per meglio comprendere ciò che voleva dire Rosa Luxemburg quando affermava che "il partito del proletariato è la coscienza morale della rivoluzione".
Il movimento operaio nel suo insieme ha trascurato questa questione. Il dibattito all'epoca della Seconda Internazionale non è stato mai sviluppato sufficientemente (in particolare sul libro di Kautsky "Etica e concezione materialista della storia") e la perdita morale è stata un elemento decisivo nella sua degenerazione. Sebbene i gruppi della Sinistra comunista abbiano avuto il coraggio di difendere nella pratica i principi morali proletari, né Bilan, né la GCF hanno trattato questa questione in modo teorico. Le difficoltà della CCI su questo piano devono dunque essere viste alla luce delle insufficienze del movimento rivoluzionario nel corso del ventesimo secolo.
Oggi il rischio di degenerazione morale delle organizzazioni rivoluzionarie è aggravato dai miasmi della putrefazione e della barbarie della società capitalista. Questa questione non riguarda solamente la CCI ma anche gli altri gruppi della Sinistra comunista.
Dopo la nostra ultima Conferenza straordinaria che si era impegnata a identificare la dimensione morale della crisi della CCI, il Congresso si è dato l’obiettivo di discutere della sua dimensione intellettuale. Per tutta la sua esistenza, la CCI ha sempre segnalato regolarmente le sue difficoltà sul piano dell'approfondimento delle questioni teoriche. La tendenza a perdere di vista il ruolo che deve giocare la nostra organizzazione nel periodo storico presente, l'immediatismo nelle nostre analisi, le tendenze attiviste e operaiste nel nostro intervento, il disprezzo per il lavoro teorico e di ricerca della verità, hanno costituito il terreno fertile per lo sviluppo di questa crisi.
La nostra sottovalutazione ricorrente dell'elaborazione teorica (in particolare sulle questioni organizzative) trova le sue fonti nelle origini della CCI: l'impatto della rivolta studentesca con la sua componente accademica (di natura piccolo-borghese) alla quale si è opposta una tendenza attivista "operaista" (di natura gauchisteggiante) che confondeva l’anti-accademismo con il disprezzo della teoria. E ciò in un'atmosfera di contestazione infantile de "l’autorità" (rappresentata dal "vecchio" MC). A partire dalla fine degli anni 80, questa sottovalutazione del lavoro teorico dell'organizzazione è stata alimentata dall'ambiente deleterio della decomposizione sociale che tende a distruggere il pensiero razionale a profitto di credenze e pregiudizi oscurantisti, che sostituisce la cultura della teoria con la "cultura del pettegolezzo"[16]. La perdita delle nostre acquisizioni (e il pericolo di sclerosi che comporta) è una conseguenza diretta di questa mancanza di cultura della teoria. Di fronte alla pressione dell'ideologia borghese, le acquisizioni della CCI (sul piano programmatico, di analisi o organizzative) possono mantenersi solo se arricchite continuamente dalla riflessione e dal dibattito teorico.
Il Congresso ha rilevato che la CCI è ancora affetta dal suo "peccato di gioventù", l'immediatismo, che ci ha fatto perdere di vista, in modo ricorrente, il quadro storico e a lungo termine nel quale si inscrive la funzione dell'organizzazione. La CCI è stata costituita dal raggruppamento di giovani elementi che si sono politicizzati durante una ripresa spettacolare degli scontri di classe (nel Maggio 68). Molti tra questi avevano l'illusione che la rivoluzione fosse già in marcia. I più impazienti e immediatisti si sono demoralizzati e hanno abbandonato il loro impegno militante. Ma questa debolezza si è mantenuta anche tra coloro che sono restati nella CCI. L'immediatismo continua a impregnarci e si è manifestato in numerose occasioni. Il Congresso ha preso coscienza che questa debolezza può esserci fatale perché, associata alla perdita delle acquisizioni e al disprezzo della teoria, sfocia inevitabilmente nell'opportunismo, una deriva che va sempre a minare i fondamenti dell'organizzazione.
Il Congresso ha ricordato che l'opportunismo (e la sua variante, il centrismo) deriva dall'infiltrazione permanente dell'ideologia borghese e piccolo-borghese all’interno delle organizzazioni rivoluzionarie che richiedono una vigilanza e una lotta permanente contro il peso di queste ideologie. Sebbene l'organizzazione dei rivoluzionari sia un "corpo estraneo", antagonista al capitalismo, essa nasce e vive nella società di classe ed è dunque minacciata continuamente dall'infiltrazione di ideologie e pratiche estranee al proletariato, dalle derive che rimettono in causa le acquisizioni del marxismo e del movimento operaio. Durante questi quarant’anni di esistenza, la CCI ha dovuto difendere costantemente i suoi principi e ha dovuto combattere al suo interno, attraverso difficili dibattiti, tutte queste ideologie che si sono manifestate, tra l’altro, attraverso deviazioni gauchiste, moderniste, anarco-libertarie, consiliariste.
Il Congresso ha esaminato anche le difficoltà della CCI a superare un’altra grande debolezza risalente alle sue origini: lo spirito di circolo e la sua manifestazione più distruttrice, lo spirito di clan[17]. Lo spirito di circolo costituisce, come mostra tutta la storia della CCI, uno dei veleni più pericolosi per l'organizzazione. E questo per diversi motivi. Porta in sé la trasformazione dell'organizzazione rivoluzionaria in un semplice raggruppamento di amici, snaturando così la sua natura politica come emanazione e strumento di lotta della classe operaia. Attraverso la personalizzazione delle questioni politiche mina la cultura del dibattito e il chiarimento dei disaccordi attraverso il confronto, coerente e razionale di argomenti. La costituzione di clan o di circoli di amici che si scontrano con l’organizzazione o con alcune delle sue parti distrugge il lavoro collettivo, la solidarietà e l'unità dell'organizzazione. Essendo alimentato da comportamenti emozionali, irrazionali, da rapporti di forza, da animosità personali, lo spirito di circolo si oppone al lavoro del pensiero, alla cultura della teoria, a favore dell'infatuazione per i pettegolezzi, lo spettegolare "tra amici" e le calunnie, minando così la salute morale dell'organizzazione.
La CCI non è riuscita a sbarazzarsi dello spirito di circolo nonostante tutte le lotte fatte durante i suoi quarant’anni di esistenza. La persistenza di questo veleno si spiega con le origini della CCI che si è costituita a partire da circoli e in un ambiente "familista” dove gli affetti (simpatie o antipatie personali) prendono il sopravvento sulla necessaria solidarietà tra militanti che lottano per la stessa causa e sono raccolti intorno a uno stesso programma. Il peso della decomposizione sociale e la tendenza al "ciascuno per sé", ai comportamenti irrazionali, hanno ulteriormente aggravato questa debolezza originaria. E soprattutto, l'assenza di discussioni teoriche approfondite sulle questioni organizzative non ha permesso all'organizzazione nel suo insieme di superare questa "malattia infantile" della CCI e del movimento operaio. Il Congresso ha sottolineato (riprendendo la costatazione già fatta da Lenin nel 1904 in "Un passo avanti, due passi indietro") che lo spirito di circolo è veicolato essenzialmente dalla pressione dell'ideologia della piccola borghesia.
Per affrontare tutte queste difficoltà, e di fronte alla gravità della posta in gioco nell’attuale periodo storico, il Congresso ha evidenziato che l'organizzazione deve sviluppare uno spirito di lotta contro l'influenza dell'ideologia dominante, contro il peso della decomposizione sociale. Questo significa che l'organizzazione rivoluzionaria deve lottare continuamente contro la routine, la superficialità, la pigrizia intellettuale, lo schematismo, e sviluppare lo spirito critico identificando con lucidità i suoi errori e le sue insufficienze teoriche.
Nella misura in cui "la coscienza socialista precede e condiziona l'azione rivoluzionaria della classe operaia" (Internationalisme, "Natura e funzione del partito politico del proletariato"), lo sviluppo del marxismo è il compito centrale di tutte le organizzazioni rivoluzionarie. Il Congresso ha assunto come orientamento prioritario per la CCI il rafforzamento collettivo del suo lavoro di approfondimento e riflessione riappropriandosi della cultura marxista, della teoria in tutti i suoi dibatti interni.
Nel 1903, Rosa Luxemburg deplorava in questo modo l'abbandono dell'approfondimento della teoria marxista: "Solo nel campo economico possiamo trovare in Marx una costruzione quasi perfettamente compiuta. Al contrario, per quanto riguarda la parte dei suoi scritti che presenta il valore maggiore, la concezione materialista e la dialettica della storia, questa resta solo un metodo d’inchiesta, una coppia di linee guide generali che permettono di vedere un mondo nuovo (…) Eppure, anche su questo terreno, a parte piccole ricerche, l'eredità di Marx è restata incolta. Quest’arma meravigliosa viene lasciata arrugginire. La stessa teoria del materialismo storico è ancora oggi molto schematica, poco approfondita rispetto a quella lasciataci dal suo creatore. (…) Pensare che la classe operaia in piena lotta, possa, grazie al contenuto stesso della sua lotta di classe, esercitare all'infinito la sua attività creatrice nel dominio teorico, sarebbe farsi delle illusioni" ("Arresto e progresso del marxismo").
La CCI oggi si trova in un periodo di transizione. Grazie al bilancio critico che ha intrapreso, alla capacità di esaminare le sue debolezze, a riconoscere i suoi errori, essa sta facendo una critica radicale della visione dell'attività militante avuta fino ad ora, dei rapporti tra militanti e dei militanti con l'organizzazione, avente come linea guida la questione della dimensione intellettuale e morale della lotta del proletariato. È dunque in una vera e propria "rinascita culturale" che dobbiamo impegnarci per poter continuare a "imparare" e assumerci le nostre responsabilità. È un processo lungo e difficile, ma vitale per l'avvenire.
Durante tutta la sua esistenza, la CCI ha dovuto combattere in permanenza per la difesa dei suoi principi contro la pressione ideologica della società borghese, contro i comportamenti anti-proletari e le manovre di avventurieri senza fede né legge. La difesa dell'organizzazione è una responsabilità politica e anche un dovere morale. L'organizzazione rivoluzionaria non appartiene ai militanti ma all'insieme della classe operaia. È un'emanazione della sua lotta storica, uno strumento della sua lotta per lo sviluppo della coscienza in vista della trasformazione rivoluzionaria della società.
Il Congresso ha insistito sul fatto che la CCI è un "corpo estraneo" in seno alla società, antagonista e nemico del capitalismo. È proprio per tale motivo che la classe dominante è molto interessata alla nostra attività, fin dall'inizio della nostra esistenza. Questa realtà non ha niente a che vedere con la paranoia o la "teoria del complotto". I rivoluzionari non possono avere l'ingenuità degli ignoranti della storia del movimento operaio e ancora meno cedere alle lusinghe della democrazia borghese (e della sua "libertà di espressione"). Se oggi la CCI non è sottoposta alla repressione diretta dello Stato capitalista, è perché le nostre idee sono molto minoritarie e non rappresentano nell’immediato alcun pericolo per la classe dominante. Proprio come Bilan e la GCF, noi nuotiamo "controcorrente". Tuttavia, anche se oggi la CCI non ha nessuna influenza diretta e immediata nel corso delle lotte della classe operaia, diffondendo le sue idee, sparge i semi per il futuro. Pertanto la borghesia è ben interessata alla scomparsa della CCI che è la sola organizzazione internazionale centralizzata della Sinistra comunista con sezioni in diversi paesi e continenti.
Questo alimenta anche l'odio degli elementi declassati[18] che sono sempre a caccia di "segni premonitori" della nostra scomparsa. La classe dominante non può che esultare nel vedere tutta una costellazione d’individui, che dicono di richiamarsi alla Sinistra comunista, agitarsi intorno alla CCI (attraverso blogs, siti, forum Internet, Facebook e altri network) per divulgare pettegolezzi e calunnie contro la CCI, attacchi osceni e metodi polizieschi che prendono di mira, in modo ripetuto e nauseante, alcuni nostri militanti.
Il Congresso ha evidenziato che la recrudescenza degli attacchi contro la CCI, da parte di quest’ambiente parassita[19] che cerca di recuperare e snaturare il lavoro militante dei gruppi della Sinistra comunista, è una manifestazione della putrefazione della società borghese.
Il Congresso ha preso consapevolezza della nuova dimensione raggiunta dal parassitismo dall'inizio del periodo di decomposizione. Il suo obiettivo, dichiarato o meno, mira oggi non solo a seminare scompiglio e confusione, ma soprattutto a sterilizzare le potenziali forze che potrebbero politicizzarsi intorno alle organizzazioni storiche della Sinistra comunista. Mira a creare un "cordone sanitario" (in particolare agitando lo spettro dello stalinismo che imperverserebbe ancora nella CCI!) per impedire ai giovani elementi in ricerca di avvicinarsi alla nostra organizzazione. Questo boicottaggio va oggi a completare le campagne anticomuniste scatenate dalla borghesia all'indomani del crollo dei regimi stalinisti. Il parassitismo è il migliore alleato della borghesia decadente contro la prospettiva rivoluzionaria del proletariato.
Mentre il proletariato ha enormi difficoltà a ritrovare la sua identità di classe rivoluzionaria e a ricongiungersi con il suo passato, le calunnie, gli attacchi e la mentalità nauseabonda di individui che si richiamano alla Sinistra comunista e che denigrano la CCI possono fare solamente il gioco della classe dominante e difendere il suo interesse. Assumendo la difesa dell'organizzazione, non difendiamo la nostra "cappella". Per la CCI si tratta di difendere i principi del marxismo, della classe rivoluzionaria e della Sinistra comunista che rischiano di essere inghiottiti dall'ideologia del "no future" che il parassitismo drena con sé.
Il rafforzamento della difesa pubblica e intransigente dell'organizzazione è un orientamento di cui si è dotato il Congresso. La CCI è pienamente consapevole che quest’orientamento, nell’immediato, ci può portare a non essere compresi, a essere criticati per la mancanza di "fair play" e dunque a un isolamento maggiore. Ma la cosa peggiore sarebbe lasciar fare al parassitismo il suo lavoro di distruzione senza reagire. Il Congresso ha messo in evidenza che, anche su questo piano, la CCI deve avere il coraggio di "nuotare contro corrente", così come ha avuto il coraggio in questo Congresso di fare una critica implacabile dei suoi errori e difficoltà e renderne conto pubblicamente.
"Per il movimento proletario, l'autocritica, un'autocritica senza sconti, crudele, che va fino in fondo alle cose, è l'aria, la luce senza le quali non può vivere (…) Ma non siamo ancora persi e vinceremo purché non avremo disimparato a imparare. E se mai la guida attuale del proletariato, la socialdemocrazia, non sapesse più imparare, allora perirebbe "per fare posto a uomini che siano all'altezza di un mondo nuovo" (Rosa Luxemburg, La crisi della socialdemocrazia).
CCI (dicembre 2015)
[1] Bilan era, tra il 1933 e il 1938, il nome della pubblicazione in lingua francese della Frazione di Sinistra del Partito comunista d'Italia divenuta, nel 1935, la Frazione italiana della Sinistra comunista.
[2] Conferenza internazionale straordinaria della CCI: la “notizia” della nostra scomparsa è ampiamente esagerata! [379]
[3] Vedi in particolare il nostro articolo "Ressorts, contradictions et limites de la croissance en Asie de l’Est [380]
[4] Quest’analisi è al momento oggetto di una discussione e di un approfondimento all’interno dell’organizzazione.
[5] Vedi in particolare After the collapse of the Eastern Bloc, destabilization and chaos Rivista Internazionale n.61, disponibile anche in francese e spagnolo.
[6] MC, Marc Chirik, è stato un militante della Sinistra comunista, nato a Kichinev (Bessarabia) nel 1907, deceduto a Parigi nel 1990. Suo padre era rabbino e suo fratello maggiore segretario del partito bolscevico della città. È al suo fianco che Marc ha assistito alle rivoluzioni di febbraio e ottobre 1917. Nel 1919, per sfuggire ai pogrom antiebraici degli eserciti bianchi rumeni, tutta la famiglia emigra in Palestina e Marc, appena tredicenne, diventa membro del Partito comunista della Palestina fondato da suo fratello e dalle sue sorelle maggiori. Molto presto entra in disaccordo con la posizione dell'Internazionale comunista di sostegno alle lotte di liberazione nazionale, cosa che gli vale una prima espulsione nel 1923. Nel 1924, mentre alcuni membri del gruppo famigliare ritornano in Russia, Marc e uno dei suoi fratelli vanno a vivere in Francia. Marc entra nel PCF dove, rapidamente, si batte contro la sua degenerazione e da cui è espulso nel febbraio 1928. Per un certo tempo membro dell'opposizione di Sinistra internazionale animata da Trotsky, inizia la lotta contro la deriva opportunista di quest’ultima e partecipa nel novembre 1933, in compagnia di Gaston Davoust (Chazé), alla fondazione dell'Unione Comunista che pubblica l’Internationale. Al momento della Guerra di Spagna, questo gruppo adotta una posizione ambigua sulla questione dell'antifascismo. Dopo essersi battuto contro questa posizione, MC raggiunge, all’inizio del ‘38, la Frazione italiana della Sinistra comunista con la quale era in contatto e che difende una posizione perfettamente proletaria e internazionalista su questa questione. Poco dopo, inizia una nuova lotta contro le analisi di Vercesi, principale animatore di quest’organizzazione, secondo il quale i differenti conflitti militari che si svolgevano all'epoca non erano dei preparativi per una nuova guerra mondiale ma avevano per scopo schiacciare il proletariato per impedirgli di lanciarsi in una nuova rivoluzione. Di conseguenza lo scoppio della guerra mondiale nel settembre 1939 crea uno sbandamento all’interno della Sinistra italiana. Vercesi teorizza una politica di ritiro politico durante il periodo di guerra mentre Marc raggruppa nel Sud della Francia i membri della Frazione che si rifiutavano di seguire Vercesi nel suo ritiro. Nelle peggiori condizioni, Marc e un piccolo nucleo di militanti proseguono il lavoro portato avanti dalla Frazione italiana dal 1928, ma nel 1945, appreso della costituzione in Italia del Partito comunista internazionalista che si richiama alla Sinistra comunista italiana, la Frazione decide il suo scioglimento e l'integrazione individuale dei suoi membri nel nuovo partito. Marc, in disaccordo con questa decisione che andava contro tutto l'orientamento che in precedenza aveva distinto la Frazione italiana, raggiunge la Frazione francese della Sinistra comunista (della quale già ispirava le posizioni) che diventerà, di lì a poco, la Sinistra comunista di Francia (GCF). Questo gruppo pubblicherà 46 numeri della sua rivista Internationalisme, proseguendo la riflessione teorica portata avanti precedentemente dalla Frazione, in particolare ispirandosi agli apporti della Sinistra comunista tedesco-olandese. Nel 1952, considerando che il mondo s’incamminava verso una nuova guerra mondiale di cui l'Europa sarebbe stata di nuovo il principale campo di battaglia, il che avrebbe minacciato la distruzione delle minuscole forze rivoluzionarie sopravvissute, la GCF decide che diversi suoi militanti si disperdano su altri continenti. Marc andrà a vivere in Venezuela. Questo è stato uno dei principali errori commessi dalla GCF e da MC, la cui conseguenza fu la scomparsa formale dell'organizzazione. Tuttavia, dal 1964, Marc raggruppa intorno a sé un certo numero di elementi molto giovani con i quali formerà il gruppo Internacionalismo. Nel maggio 1968, appena viene a sapere dello scoppio dello sciopero generalizzato in Francia, Marc va in questo paese per ricontattare i suoi vecchi compagni e assume un ruolo decisivo (insieme a un elemento che era stato membro di Internacionalismo in Venezuela) nella formazione del gruppo Révolution Internationale. Gruppo che darà impulso al raggruppamento internazionale da cui si costituirà, nel gennaio 1975, la Corrente comunista internazionale. Fino al suo ultimo respiro, nel dicembre 1990, Marc Chirik ha sostenuto un ruolo essenziale nella vita della CCI, specialmente nella trasmissione delle acquisizioni sul piano organizzativo dell’esperienza passata del movimento operaio e nei suoi avanzamenti teorici. Per maggiori elementi sulla biografia di MC, vedi i nostri articoli nei numeri 65 e 66 della Rivista Internazionale, in inglese, francese e spagnolo su questo sito
[7] Conferenza internazionale straordinaria della CCI: la “notizia” della nostra scomparsa è ampiamente esagerata! [379]
[8] Vedi i nostri documenti pubblicati nella Rivista Internazionale: The Historic Conditions for the Generalization of Working Class Struggle [381] (n.26)
The proletariat of Western Europe at the centre of the generalization of the class struggle [314] (n. 31)
Debate: On the critique of the theory of the "weakest link" [382] (n.37)
Disponibili anche in francese e spagnolo
[9] La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [133]
[10] Il che non significa affatto che questo approfondimento non sia di attualità all'epoca di un periodo rivoluzionario o di movimenti importanti della classe operaia dove l'organizzazione può esercitare un'influenza determinante sul corso delle lotte. Per esempio, Lenin ha scritto il suo lavoro teorico più importante, Stato e rivoluzione, nel corso stesso degli avvenimenti rivoluzionari del 1917. Marx ha pubblicato Il Capitale, nel 1867, quando dal settembre 1864 era pienamente implicato nell'azione dell’AIT.
[11] Questa nozione di "mini-partito" o "partito in miniatura" contiene l'idea che anche nei periodi in cui la classe operaia non sviluppa lotte di notevole portata, una piccola organizzazione rivoluzionaria potrebbe avere lo stesso impatto di un partito nel pieno senso del termine, anche se a scala ridotta. Una tale idea è in contraddizione totale con l'analisi sviluppata da Bilan che sottolineava la differenza qualitativa fondamentale tra il ruolo di un partito e quello di una frazione. Bisogna notare che la Tendenza comunista internazionalista, che pure si richiama alla Sinistra comunista italiana, non è chiara su questa questione poiché la sua sezione in Italia continua oggi a chiamarsi "Partito comunista internazionalista".
[12] Su questa questione, vedi in particolare il nostro testo The question of organisational functioning in the ICC [383] Rivista Internazionale n.109 (anche in francese e spagnolo), in particolare il punto 3.1. e il paragrafo “I rapporti tra militanti”.
[13] Queste campagne abiette contro Rosa Luxemburg costituivano, in un certo senso, dei preparativi al suo assassinio su ordine del governo diretto dall’SPD durante la settimana di sangue a Berlino nel gennaio 1919 e più globalmente gli appelli al pogrom contro gli spartachisti lanciati da questo stesso governo.
[14] Le chemin vers la trahison de la Social-démocratie allemande [384], numero speciale della Rivista Internazionale dedicato alla Prima Guerra mondiale
[15] Su “l’affare Chénier” vedi The present convulsions in the revolutionary milieu [385], Rivista Internazionale n. 28, anche in francese e spagnolo, in particolare i paragrafi "Le difficoltà relative all’organizzazione" e "I recenti avvenimenti".
[16] “I diversi elementi che costituiscono la forza del proletariato si scontrano direttamente con i diversi aspetti di questa decomposizione ideologica:
- l’azione collettiva, la solidarietà, contro l’atomizzazione, il “ciascuno per sé”, l’“arrangiarsi individuale”;
- il bisogno di organizzazione contro la decomposizione sociale, la distruzione dei rapporti su cui poggia la vita sociale;
- la fiducia nell’avvenire e nelle sue proprie forze continuamente minate dalla disperazione generale che pervade la società, dal nichilismo, dalla “mancanza di futuro”;
- la coscienza, la lucidità, la coerenza e l’unità del pensiero, l’inclinazione per la teoria hanno difficoltà ad affermarsi di fronte alla fuga nelle chimere, la droga, le sette, il misticismo, il rigetto della riflessione e la distruzione del pensiero che caratterizzano la nostra epoca”. La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [133]
[17] Vedi nota 12.
[18] Vedi, Costruzione dell'organizzazione rivoluzionaria. Tesi sul parassitismo [386], in particolare il punto 20.
[19] Vedi "Tesi sul parassitismo", cf. nota precedente.
“Una cosa è certa, la guerra mondiale è un punto di svolta per il mondo (...) in seguito all'eruzione del vulcano imperialista, il ritmo del cambiamento ha ricevuto un impulso così violento che, per i conflitti che si avranno nella società e per i compiti che attendono il proletariato socialista nell'immediato futuro, tutta la storia del movimento operaio sembra essere stata finora un’epoca paradisiaca.” (Rosa Luxemburg, Brochure di Junius, 1916)
La spinta brutale e violenta del capitalismo decadente evocata da Rosa Luxemburg è particolarmente vera per la sorte delle popolazioni civili del XX secolo fatte oggetto di eventi senza precedenti: confino nei campi, esodi, deportazioni ed epurazioni di massa. L'effetto combinato delle guerre, della crisi economica e delle condizioni di oppressione nella decadenza del capitalismo ha creato un ingranaggio irrazionale, una violenza cieca fatta di pogrom, "pulizia etnica" ed una militarizzazione ad oltranza. Il XX secolo è uno dei più barbari della storia!
Il 1914 e l'isteria sciovinista aprono una spirale di violenza senza precedenti. Se in passato le guerre portavano spesso a massacri locali e oppressione, non hanno mai causato grandi esodi di massa, controllo delle popolazioni e una paranoia da parte degli Stati nel volerle controllare a tutti i costi. La guerra moderna invece diventa totale.
Mobilita per anni l'intera popolazione e la macchina economica dei paesi belligeranti, distrugge decenni di lavoro umano, provoca decine di milioni di morti, porta alla fame centinaia di milioni di esseri umani. I suoi effetti non si limitano più alla semplice conquista, con il suo seguito di stupri e saccheggi, ma ad una gigantesca distruzione del mondo intero. Allo sradicamento, all'esodo dalle campagne causato da rapporti sociali capitalistici, la guerra totale aggiunge la mobilitazione e il coinvolgimento brutale di tutta la società civile al servizio del fronte o direttamente in trincea. È un salto di qualità. Le popolazioni, in maggior parte i giovani, si trovano forzatamente reclutate come soldati, costrette ad affrontarsi in un bagno di sangue. I civili nelle retroguardie vengono dissanguati per lo sforzo bellico e i prigionieri delle nazioni nemiche si trovano per la prima volta concentrati nei campi. Anche se nella Grande Guerra non ci sono ancora dei campi di sterminio, tuttavia si può già parlare di reclusione e deportazione. Qualsiasi straniero diventa necessariamente sospetto. Nel Regno Unito, ad esempio, gli stranieri vengono rinchiusi nei campi da corsa di Newbury o sull'Isola di Man. In Germania, i prigionieri e i civili sono intrappolati nei campi di Erfurt, Münster e Darmstadt. In Francia, dal 1914 al 1920, vengono utilizzati 70 campi di confino sulla costa occidentale (come nella baia di Brest) e nei dipartimenti del sud.
Si tratta di edifici già esistenti o di perimetri sorvegliati e circondati da filo spinato. Il passaggio da un campo all'altro veniva già effettuato in carri bestiame ed ogni rivolta sedata con violenza. Inutile dire che il più semplice militante comunista veniva internato come ad esempio tutte quelle donne "compromesse con il nemico" e altri "indesiderati". Un campo come Pontmain permetteva di rinchiudere i turchi, gli austro-ungarici e i tedeschi (i più numerosi). Si tratta di una prefigurazione dei campi di concentramento che si sarebbero realizzati negli anni '30 per raggiungere poi il massimo sviluppo durante la Seconda guerra mondiale. Mentre venivano incoraggiati i pregiudizi xenofobi, gli indigeni di terre lontane venivano contemporaneamente spinti in Europa dai reclutatori, forzatamente arruolati e utilizzati per farsi massacrare. Dal 1917 al 1918, sotto gli ordini di Clemenceau in Francia, saranno inviati al fronte 190 mila nordafricani. 170 mila uomini dell'Africa occidentale, i famosi "soldati senegalesi", saranno mobilitati con forza. Persino dei cinesi verranno mobilitati da Francia e Gran Bretagna. L’Inghilterra invierà in guerra africani e indù (1,5 milioni solo dal subcontinente indiano). I belligeranti, come dimostrato anche dalle "divisioni selvagge" del Caucaso dell'esercito russo, fabbricheranno carne da cannone specializzata, con tutti questi "non bianchi", per le più pericolose imprese militari. Al di là dei soldati scappati, oltre 12 milioni di europei furono spinti a sfuggire dalla guerra e diventare "rifugiati".
Questo fu il caso del popolo armeno che visse una delle tragedie più significative della guerra, da considerare come il primo vero genocidio del XX secolo. Nel corso del XIX secolo, il desiderio di emancipazione degli armeni (come dei greci) divenne uno dei principali motivi della loro persecuzione da parte degli ottomani. Un movimento politico, detto dei "giovani turchi", permeato di un potente nazionalismo costituito dall’ideologia panturca avrebbe preparato questo terribile disastro. Divenuti capri espiatori durante la guerra, in particolare nel momento della sconfitta contro i russi, gli armeni furono oggetto di un massacro precedentemente pianificato e programmato dall’aprile 1915 all’autunno del 1916. Dopo aver arrestato inizialmente gli intellettuali, il resto della popolazione armena fu deportata e sistematicamente decimata dallo Stato turco. Donne e bambini vennero trasportati con barche, annegati al largo della costa o venduti come schiavi. La ferrovia e la strada verso Baghdad vennero utilizzate per una deportazione di massa nel deserto o nei campi, dove molti saranno sterminati. Molti armeni alla fine moriranno di sete nel deserto della Mesopotamia. Coloro che sfuggirono al massacro divennero profughi miserabili, tra cui migliaia di orfani. Si ebbe dunque una vera e propria diaspora (una buona parte si recò negli Stati Uniti dove c'è ancora una comunità significativa). Il tutto, naturalmente, è stato rapidamente dimenticato dalle "grandi democrazie". Eppure si è trattato di più di un milione di armeni uccisi!
Il crollo degli ultimi grandi imperi durante questa terribile guerra, aveva generato una moltitudine di tensioni nazionaliste, con conseguenze disastrose per molte altre minoranze. La formazione degli Stati-nazione, conclusasi alla vigilia della Prima guerra mondiale, si accompagnò alla frammentazione dei vecchi e agonizzanti imperi. Questo fu particolarmente vero per l’Impero austro-ungarico e quello ottomano, le cui popolazioni si distribuirono come in un mosaico, attorniate dalle potenze imperialiste europee, simili ad avvoltoi affamati. In lotta per la propria sopravvivenza, questi imperi in rovina, come ultima risorsa, cominciarono a fortificare i propri confini, a realizzare disperate alleanze militari, a spostare le popolazioni, tentando assimilazioni forzate che generarono solo ulteriori divisioni e "pulizie etniche". Il conflitto greco-turco, spesso presentato come il risultato della reazione "spontanea" delle folle turche, venne perfettamente orchestrato dal nuovo nascente Stato e dal suo moderno leader Mustafa Kemal Atatürk. Stava fondando una nazione turca ed intraprendendo una lunga e sanguinosa guerra contro i greci. Durante questo conflitto, i greci si abbandonarono a saccheggi, gruppi di civili, riuniti in bande, bruciavano i villaggi turchi, commettendo atrocità di ogni sorta contro i loro abitanti. Da parte loro, dal 1920 al 1923, anche le forze armate turche commisero ogni sorta d'atrocità e crudeli massacri contro greci e armeni. Fin dall'inizio, si ebbe un trasferimento di popolazioni: greci provenienti dalla Turchia e viceversa (1,3 milioni di greci dalla Turchia e 385.000 turchi provenienti dalla Grecia). Nel 1923, il Trattato di Losanna approvò queste pratiche violente con una serie di procedure amministrative. Migliaia di greci e turchi vennero espulsi con questo scambio ufficiale e molti di loro moriranno proprio durante l’esodo.
In queste circostanze, con tali movimenti e con una concentrazione di popolazioni indebolite e affamate in tutto il continente, non è sorprendente che si siano moltiplicati anche focolai di infezioni patogene.
L’Europa centrale e orientale fu rapidamente colpita dal tifo. In modo molto più drammatico, il mondo sarebbe stato colpito dalla "influenza spagnola" che, diffondendosi rapidamente a causa del sovraffollamento causato dalla guerra, mieté da 40 a 50 milioni di morti. Il peggior ricordo risaliva al colera del XIX secolo. Bisognava tornare al Medioevo con la grande peste dell’Occidente, per ritrovare epidemie di così grandi dimensioni (il 30% della popolazione era stato decimato). Questa realtà barbara si rese possibile perché la classe operaia era stata imbrigliata nel nazionalismo ed imbevuta di patriottismo. Ed è di fronte a queste atroci condizioni che il proletariato aveva alzato la testa, dimostrando con la sua forza che solo lui poteva fermare la carneficina ed arrestare la macchina da guerra.
È in seguito agli ammutinamenti del 1917 e all'ondata rivoluzionaria che si sarebbe avuta in Russia, ai sollevamenti operai in Germania (rivolte dei marinai di Kiel nel 1918 e insurrezioni nelle grandi città come a Berlino), che i principali belligeranti si videro costretti a firmare l'armistizio. Di fronte alla minaccia di una rivoluzione mondiale imminente fu necessario porre fine al conflitto.
Di fronte alle diserzioni, alla smobilitazione e soprattutto al rischio di deflagrazione sociale, la classe dominante aveva solo una ossessione: schiacciare i focolai della rivoluzione comunista. Per schiacciare il proletariato si sarebbe scatenata in tutto il mondo una nuova ondata di violenza. Un odio potente spinse la reazione a circondare la Russia bolscevica con gli eserciti dell'Intesa. Si scatenò la terribile guerra civile delle "armate bianche". Gli eserciti degli Stati capitalisti dell'Europa, degli Stati Uniti e del Giappone, con la loro guerra contro la classe operaia in Russia, provocarono numerose vittime. Un vero e proprio blocco produsse una grande carestia nella stessa Russia. Il proletariato era diventato il nemico comune di tutto il mondo capitalistico. Di fronte alla minaccia proletaria, era necessario “collaborare”. Ma a differenza di quella dei vincitori, la borghesia e in particolare la piccola borghesia dei paesi vinti, come la Germania, avrebbe maturato un sentimento profondo, quello di aver ricevuto una “pugnalata alla schiena”, essendo stata “umiliata” dal “nemico interno”. Le condizioni drastiche del trattato di Versailles spinsero alla ricerca di capri espiatori sviluppando l’antisemitismo e una vera e propria caccia all'uomo contro i comunisti, accusati di tutti i mali (come la caccia aperta agli spartachisti). Il punto culminante si raggiunse con la Comune di Berlino nel 1919 ed i successivi massacri di estrema ferocia: “Ben forniti, i macellai si misero all’opera. Mentre interi blocchi di case crollavano sotto il fuoco dell'artiglieria e dei mortai, seppellendo intere famiglie sotto le macerie, altri proletari morivano dinanzi alle loro case, nei cortili delle scuole, nelle stalle, fucilati, colpiti con il calcio dei fucili, trafitti da baionette, spesso denunciati da informatori anonimi. Messi al muro da soli, in coppia, in gruppi di tre o più; o uccisi da un colpo di pistola alla nuca, di notte, sulle rive della Sprea. Per settimane, il fiume ha gettato cadaveri sulla riva.”[1]
Le successive sconfitte del proletariato sono state punteggiate dall'assassinio delle grandi figure del movimento operaio, le più famose delle quali furono Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Negli anni '20, la repressione feroce contro ogni forma di opposizione si dispiegherà più facilmente della controrivoluzione stalinista, con l'espulsione e l'omicidio, la creazione dei campi di lavoro e di internamento, i gulag, ci sarà la caccia ai rivoluzionari e saranno imprigionati sempre più sistematicamente i gruppi e gli operai sospettati di “adunata sediziosa”.
Nel quadro della decadenza del capitalismo e del contesto di questa controrivoluzione, l'odio nei confronti del comunismo e l'assimilazione all’apolide ebreo avrebbe contribuito a un cambiamento qualitativo dei pogrom antisemiti.
Già nel XIX secolo c’era stata una serie di pogrom contro gli ebrei in Russia, in particolare dopo l'annessione della Polonia. Episodi di violenza contro gli ebrei erano per esempio ricorrenti a Odessa nella prima metà del XIX secolo. Tra il 1881 e il 1884, dei violenti pogrom provocarono dei massacri. La gente del posto venne incitata e incoraggiata dalle autorità locali ad effettuare saccheggi, stupri e omicidi. Nel 1903, una terribile ondata di pogrom colpì la città di Kishinev, gli ebrei furono accusati in modo del tutto irrazionale e oscurantista di “praticare crimini rituali”. Dal 1879 al 1914, quasi due milioni di ebrei divennero profughi. Nei primi anni '20, una nuova ondata di pogrom toccherà l’Europa. Durante la guerra civile in Russia, decine di migliaia di ebrei furono massacrati dalle “armate bianche”, in Ucraina e Bielorussia, in particolare quelle delle truppe di Denikin.[2]
Durante questo periodo, i pogrom nell’ex impero russo avrebbe prodotto tra i 60.000 e 150.000 morti.[3]
La sconfitta del proletariato in Germania avrebbe generato crescenti tensioni verso gli ebrei, un po’ dappertutto in Europa, spingendo ai primi esodi. Il programma del NSDAP (il partito nazista) del 24 febbraio 1920, poteva permettersi di sottolineare che “per essere un cittadino, bisogna avere sangue tedesco, poco importa la confessione. Nessun ebreo può dunque essere un cittadino”.
Con la preparazione e l'entrata in guerra, si era aperta una nuova era: quella della decadenza del capitalismo e della sua tendenza universale al Capitalismo di Stato. Oramai ogni Stato era costretto a esercitare un controllo burocratico su tutta la vita sociale. Per quanto riguarda il rafforzamento delle frontiere, i controlli e le estorsioni contro le popolazioni di esiliati e rifugiati, si moltiplicarono in nome di interessi militari o di sicurezza degli Stati. A differenza del periodo precedente, dopo la Prima guerra mondiale, le migrazioni furono ora soggette a restrizioni. Fu in questo periodo che si costruirono i principali strumenti amministrativi anti-migranti. Lo spostamento delle popolazioni avutosi durante la guerra portò gli Stati a creare un vero e proprio controllo di polizia delle identità e a sistematicamente sospettare e schedare gli stranieri.
In Francia, per esempio: “la creazione di una carta di identità nel 1917 è un vero stravolgimento delle pratiche amministrative e di polizia. Le nostre menti sono ora integrate in questa stampigliatura individuale le cui origini non sono più percepite come di polizia. Non è, pertanto, per caso che l'istituzione della carta d'identità abbia dapprima interessato gli stranieri, al fine di sorvegliarli, e questo in pieno stato di guerra”[4].
Fin dall'inizio, le forze armate hanno visto lo spostamento di civili (spontaneo o indotto) come una reale minaccia, un “ingombro” per l'attività di truppe e la logistica militare. Gli Stati hanno sin dall'inizio cercato di dare gli ordini di evacuazione, a volte strumentalizzando la situazione dei civili e dei rifugiati per utilizzarla come un'arma di guerra, come è avvenuto durante il conflitto greco-turco. La “soluzione” che si sviluppò e si impose fu, come abbiamo visto, la proliferazione dei campi di confino. Quando i rifugiati sono dovuti fuggire dalle zone di combattimento (come è stato il caso nel 1914 dei belgi di fronte agli “invasori”), anche se hanno beneficiato della solidarietà e del lavoro delle associazioni, molti civili si sono trovati direttamente sotto il controllo delle autorità terminando il proprio doloroso esodo nei campi. I prigionieri venivano divisi per nazionalità o “pericolosità” in una grande promiscuità. Ecco le decisioni degli Stati che difendono i loro sordidi interessi capitalistici, con in testa i più “democratici”, che furono i veri assassini di civili trasformati in ostaggi. Dopo la guerra, dopo la sconfitta ideologica e fisica del proletariato, l'inasprimento della vendetta apriva un periodo di preparazione di un conflitto ancor più barbaro e micidiale.
In un contesto di rovine, gli Stati europei si sono ritrovati in grande difficoltà a causa della distruzione della loro forza-lavoro. Così alcuni accordi cercarono di promuovere l'emigrazione economica. Negli anni '20, la Francia per esempio reclutò immigrati italiani, polacchi e cecoslovacchi, preludio a nuove campagne xenofobe a causa della crisi economica e della terribile depressione che ne sarebbe seguita, poco prima dell'avvio aperto a una nuova guerra mondiale.
WH (28 giugno 2015)
L'inizio di un Secondo olocausto mondiale porterà la barbarie a livelli sconosciuti per civili e rifugiati.
In un secondo articolo affronteremo questa tragedia.
[1] Fröhlich, Lindau, Schreiner, Walcher, Révolution et contre-révolution en Allemagne 1918-1920, Ed. Science marxiste.
[2] In seguito a questi pogrom, il nostro compagno MC, ad esempio, fu costretto ad esiliare con una parte della sua famiglia, rifugiandosi i Palestina (vedi Revue internationale n°65 et n°66. 2e et 3e trimestre 1991).
[3] Secondo Le livre des pogroms, antichambre d'un génocide, diretto da Lidia Miliakova.
[4] P.J Deschodt et F. Huguenin, La République xénophobe, Ed. JC Lattès)
Dalla redazione di questo editoriale, la situazione dei profughi, sempre più numerosi, che fuggono dalla spirale guerriera di zone devastate, non ha fatto che aggravarsi. Mentre l'Ungheria ha sbarrato totalmente la strada ai migranti dopo aver eretto il suo muro di fili spinati, la nuova strada presa verso la Slovenia si rivela una vera catastrofe umana. A sua volta, la Slovenia cerca di arginare il fenomeno ammassando nei suoi campi recintati migliaia di persone in condizioni drammatiche: senza nessuna coperta, le persone dormono sul suolo e cercano di scaldarsi bruciando plastiche tossiche. Dal 17 ottobre, più di 90.000 migranti sono transitati per questo piccolo paese dell'UE. La stessa Austria annuncia di voler chiudere la frontiera slovena. Dietro il folclore del mini-vertice dell'Unione Europea del 25 ottobre a Bruxelles e le concrete divisioni sui profughi, in seno alla borghesia traspare un punto di accordo unanime: la necessità di rafforzare il controllo repressivo poliziesco e costruire barriere, creare un nuovo muro e dei campi in periferia per contenere "gli indesiderabili", coloro che un buon numero di questi stessi Stati pretende ipocritamente di volere accogliere. È così che un vero muro viene eretto e che un vasto campo di 100.000 persone è previsto come emergenza nei Balcani. Più di 400 poliziotti saranno sul piede di guerra. In Grecia, lo stesso governo di Tsipras partecipa a questa impresa nauseabonda. In breve, gli Stati capitalisti si corazzano nello stesso momento in cui vengono attizzati i populismi e la xenofobia. La Germania attualmente rende drasticamente più dure le condizioni di accesso nel suo territorio ed organizza la repressione a grande scala di coloro che sono tacciati come "profughi economici". Mai come oggi, le parole di Rosa Luxemburg ben esprimono la realtà barbara e mortale di un capitalismo decadente nella sua fase di decomposizione: "oggi, niente più sorprende, nessuna cosa ha un'importanza più decisiva per la vita politica e sociale attuale quanto la contraddizione tra questo fondamenta economico comune che unisce ogni giorno sempre più saldamente e strettamente tutti i popoli in una grande totalità e la superstruttura politica degli Stati che cercano di dividere artificialmente i popoli, attraverso le stazioni di frontiera, le barriere doganali ed il militarismo, in altrettante frazioni straniere ed ostili le une agli altri"[1].
L'esistenza di frontiere ma anche le delimitazioni della proprietà privata sono altrettanto vecchie come l'esistenza della stessa proprietà. Non c'è proprietà riconosciuta senza la demarcazione e la difesa di questa. Con l'avvento dei grandi imperi come Roma o la Cina, sono stati eretti dei bastioni che delimitano le frontiere: il Muro di Adriano, i Limes, la Grande Muraglia cinese. Così, l'esistenza di tali frontiere per difendere un impero contro l'invasione di rivali non è nuova.
Tuttavia, poiché per molto tempo il pianeta non è risultato interamente "ripartito" tra i principali rivali capitalisti, le sue frontiere non sono state molto protette e la loro delimitazione poteva essere cambiata attraverso trattati firmati "al tavolo dei negoziati". Per esempio, nel 1884, alla Conferenza di Berlino, le frontiere dell'Africa potevano essere anche stabilite su una carta. All'inizio del XIX secolo, un territorio grande come l'Alaska fu venduto dallo zar della Russia agli Stati Uniti. Alla svolta del XIX secolo, la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti era appena controllata. E, al momento della Prima Guerra mondiale, le frontiere in Europa non erano ancora strettamente vigilate.
È solamente all'inizio del XX secolo, una volta che il mondo risultò diviso tra i principali rivali capitalisti, che la difesa dei territori diventò una posta più importante. Anche se la Prima Guerra mondiale ha visto grandi battaglie per i territori (come la guerra di trincee in Belgio ed in Francia, con il loro terribile costo in vite umane ed in materiale), le frontiere sono restate molto "aperte" dopo la guerra. I risarcimenti imposti ai paesi vinti dal trattato di Versailles erano o una perdita relativamente minore di territorio (la Saar tedesca "abbandonata" alla Francia, o le vecchie colonie tedesche che hanno cambiato proprietario), o un compenso finanziario conseguente. Ma non c'era ancora spartizione di paesi interi, né la fortificazione delle frontiere come quelle prodotte dopo la II guerra mondilale.
Con l'intensificazione delle rivalità imperialiste, la difesa delle frontiere e dei territori è qualitativamente cambiata. E' sorta una lotta accanita per ogni pollice di territorio. Dopo la Seconda Guerra mondiale, un certo numero di paesi fu diviso, la Germania, la Corea, la Cina, il Vietnam, l'India ed il Pakistan. Tutti hanno militarizzato le loro frontiere, attrezzandole di tunnel, di recinti, di muri, di guardie armate e di cani. La formazione dello Stato d'Israele nel 1948 ha richiesto la delocalizzazione di centinaia di migliaia di palestinesi e la necessità di trincerarsi dietro muri molto sofisticati. Il muro di frontiera d'Israele è attualmente uno dei più guardati al mondo e simbolicamente da l’immagine di un nuovo muro di Berlino… quattro volte più lungo e due volte più alto, otto metri, odiata icona della Guerra fredda. In costruzione dal 2002, è previsto estendersi per 709 km attraverso la Cisgiordania. "Una serie di lastre di cemento, di "zone-tampone" in fili spinati, di trincee, di chiusure elettrificate, torri di guardia, videocamere a percezione termica, torri di tiratori scelti, punti di controllo militare e strade per i veicoli di pattuglia, hanno smembrato le città del lato Ovest e le hanno separate da gerusalemme Est occupata (…). Il muro è costato più di 2,6 miliardi di dollari, mentre il costo annuo di manutenzione è di 260 milioni". Insomma, dalla Prima Guerra mondiale, tutti i paesi sono imperialisti e devono ubbidire alla legge di difesa dei loro interessi anche attraverso il controllo rigoroso delle loro frontiere.
La recente serie di guerre che attraversa il pianeta ha mostrato che molte frontiere sono state fortificate in previsione dell'infiltrazione delle forze nemiche, spesso bande di terroristi sostenuti dai differenti Stati. Tutto un sistema è stato creato per controllare le persone in attesa di un visto e sono state sviluppate istituzioni di sorveglianza simili al mondo descritto nel libro 1984 di George Orwell, come l'Autorità di Sicurezza interna negli Stati Uniti per braccare eventuali nemici ed impedire loro di entrare nel paese.
Se la migrazione del XIX secolo non era stata significativamente ostacolata da una legislazione complessa e da un sistema poliziesco sofisticato, di contro, nel XX sec, le frontiere hanno acquistato una seconda funzione, oltre alla "tradizionale" funzione militare: impedire l'entrata della forza lavoro non necessaria. Ciò contrasta con la permanente richiesta di forza lavoro negli Stati Uniti alla fine del XIX secolo, vera ragione della chiamata: "Mandateci i vostri poveri, le vostre masse diseredate". Oggi, gli Stati Uniti si sono messi in carreggiata nel sigillare le loro frontiere meridionali contro le ondate di proletari dell'America latina che fuggono dalla povertà e dalla violenza.
Negli anni 1960, è apparso un nuovo fenomeno: molti paesi, dominati dal blocco dell'Est, conoscevano una penuria di mano d'opera, in particolare la Germania Est. Lo Stato tedesco dell'Est eresse il muro di Berlino per impedire alla sua forza lavoro di lasciare il paese: il "nano economico" chiudeva così le sue frontiere per chiudere all'interno i suoi operai.
Oggi, le frontiere esercitano più che mai questa doppia funzione simultanea: oltre alla difesa militare classica del territorio, si costruiscono muri molto sofisticati per impedire ai profughi di entrare, scoraggiare gli altri e filtrare i "migranti economici" indesiderabili.
Così, sebbene la Cortina di ferro sia stata distrutta nel 1989, la fine del confronto tra i vecchi blocchi non ha significato per niente l'avvento di un mondo senza frontiere: al contrario!
"Tra il 1947 e 1991, undici muri sono stati costruiti, sopravvissuti alla Guerra fredda (Africa del Sud-Mozambico, Corea del Nord-Sud, India-Pakistan, Israele, Marocco-Sahara occidentale, Zimbabwe-Zambia). Tra il 1991 e 2001, sette muri sono stati eretti: intorno alle enclavi di Ceuta e Melilla, tra gli Stati Uniti ed il Messico, la Malaysia e la Tailandia, il Kuwait e l'Iraq, l'Uzbekistan, l'Afghanistan ed il Kirghizistan. Dal 2001, 22 muri sono sorti dal suolo: alle frontiere dell'Arabia saudita con gli Emirati Arabi Uniti, l'Iraq, l'Oman, il Qatar, lo Yemen, tra la Birmania ed il Bangladesh, la Botswana e lo Zimbabwe, tra Brunei e la Malaysia, la Cina e le Corea del Nord, l'Egitto e la Striscia di Gaza, gli Emirati Arabi Uniti e l'Oman, l'India ed il Bangladesh, la, l'Iran ed il Pakistan, Israele e la Giordania, la Giordania e l'Iraq, il Kazakistan e l'Uzbekistan, il Pakistan e Afgnanistan, la Tailandia e la Malaysia, il Turkmenistan e l'Uzbekistan, Israele ed Egitto"[2]. Esistono circa duecento paesi nel mondo e 250000 km di frontiere li separano: si tratta di una società smembrata![3]
Ciò dimostra il carattere totalmente irrazionale del sistema capitalista. Mentre il capitalismo "può prosperare" solamente se c'è una libera circolazione di merci e di lavoro, il movimento legato al lavoro umano è sottoposto ai più spietati controlli ed ostacoli. Ciò significa non solo un livello inedito di violenza lungo le frontiere, ma anche dei costi finanziari smisurati. Il sistema di protezione massiccia delle frontiere tra il Messico e Stati Uniti costa una fortuna: "Ma ciò alla fine puà costare caro. Si stima generalmente che le ispezioni, le pattuglie, e le infrastrutture costano ai contribuenti tra i 12 e i 18 miliardi di dollari all'anno. Ciò rappresenta un aumento di circa il 50% dall'inizio degli anni 2000, secondo il Journal, aggiungendo che le spese includono "tutto, dai recinti fino agli aerei militari, le navi, i droni, le attrezzature di sorveglianza, le torri per le videoriprese ad infrarossi ed i centri di detenzione". Più in generale, il costo della sicurezza alle frontiere è arrivato fino a 90 miliardi tra il 2002 e 2011, rivela l'Associated Press. L'agenzia di stampa riporta che le spese annue comprendono anche cani antidroga (5400 dollari ciascuno), o truppe della guardia nazionale (circa 91000 dollari per soldato)"[4].
Se consideriamo il numero totale di guardie spiegate lungo tutte le frontiere mondiali ed il loro costo, il tutto ci sembrerà assurdo. Ciò mostra realmente fino a che punto questa società riesce a sciupare le sue risorse![5]
Parallelamente ai controlli di frontiera sempre più sofisticati, si costruiscono ovunque "residenze-fortezza", con recintazioni e sistemi di protezione armata per i privilegiati. Interi quartieri sono divenuti “zone interdtte” ai non residenti.
Ma i paesi industrializzati non stanno solamente diventando vere fortezze, essi posseggono anche i più grandi "agenti di deportazione" della forza di lavoro. Mentre il numero totale di schiavi sottratti con la forza dal continente africano è salito a circa 10 o 20 milioni tra il 1445 ed il 1850, la politica di deportazione condotta dai paesi industrializzati raggiungerà probabilmente lo stesso numero in un tempo molto più breve. Alcuni esempi: più di 5 milioni di immigrati "illegali" sono stati deportati dagli Stati Uniti (sotto G.W Bush, circa 2 milioni, sotto Clinton quasi 900000 e sotto Obama più di 2 milioni). In Europa, le misure sono sempre più draconiane, e ci sono circa 400 centri di detenzione per i clandestini in attesa di espulsione. Lo stesso Messico deporta 250000 stranieri all'anno verso l'America centrale. L'Arabia saudita deporta più di un milione di persone che vivono e lavorano illegalmente nel regno.
Di fronte alla recente ondata di profughi che fuggono dalle zone di guerra in Medio Oriente (Afghanistan, Siria, Nord-Africa …), il sistema di protezione delle frontiere ha raggiunto un nuovo livello. Le autorità spiegano ancora più truppe e materiale per detenere e deportare i profughi. Più di un quarto di secolo dopo "l'apertura" della Cortina di ferro, l'Ungheria ha chiuso la sua frontiera con il filo spinato per impedire ai "miserabili" di raggiungere "luoghi più sicuri" e ha intenzione di attuare un'altra cortina di ferro lungo la frontiera rumena. Misure simili sono prese in altri paesi europei. Le frontiere precedentemente "aperte" dello spazio Schengen ora sono controllate dalla polizia di frontiera: degli "otspots" (centri di selezione dei profughi devono essere attuati in Grecia ed in Italia, con la possibilità di rinviarli verso l'inferno da cui provengono). Si creano anche avamposti per recuperare profughi fino in Africa. Alcune disposizioni sono prese per atture dei controlli alle frontiere sulle strade di transito dei profughi in Africa.
Le immagini di lunghe marce di profughi e di migliaia di profughi detenuti o respinti sui Balcani ed altrove, abbandonati senza cibo e senza riparo, ci ricordano il modo con cui la popolazione ebraica è stata trattata sotto il regime nazista o il destino dei profughi alla fine della Seconda Guerra mondiale. Esse mostrano la continuità della barbarie di questo sistema. Un secolo di profughi, di guerra, di campi, di deportazioni, di cortine di ferro, di migrazioni illegali e l'espulsione di quelli che hanno la sfrontatezza di "venire solamente per riempirsi il ventre".
Abbiamo adesso i muri più alti e più lunghi di tutti i tempi per impedire ai profughi di guerra ed ai migranti "economici" disperati di entrare (ma essi non potranno arginare sempre il flusso delle vittime degli effetti combinati della decomposizione inesorabile del capitalismo).
Creando un'economia globale, il capitalismo ha creato le condizioni di una comunità umana mondiale. Ma la sua totale incapacità a realizzarla è dimostrata oggi dalla fortificazione internazionale delle sue frontiere. Gli appelli molto forti a "l'abolizione delle frontiere" dei gruppi attivisti sono di conseguenza interamente utopici. Le frontiere potranno essere abolite solo dalla rivoluzione proletaria internazionale che smantellerà la prigione disumana dello Stato-nazione.
Wold Revolution, organo di stampa della CCI in GB, settembre 2015
[1] Introduzione all'economia politica, nelle Opere complete di Rosa Luxemburg, volume I, ed. Verso, Londra (2013), p. 121
[2] www.dandurand.uqam.ca [387]
[3] 500000 tonnellate di filo di ferro spinato sono prodotte ogni anno nel mondo, in chilometri 8 milioni di fili spinati, e cioè 200 volte la circonferenza della terra.
[4] www.fool.com [388]
[5] L'importo delle somme che i profughi devono pagare ai trafficanti di esseri umani ha raggiunto anche cifre astronomiche mai viste.
Pubblichiamo la traduzione in italiano di un nostro articolo apparso nel 2005 nella Rivista Internazionale (organo teorico della CCI), per l’importanza che assume oggi una comprensione di cosa ha rappresentato l’Islamismo nella storia e di cosa è espressione nella fase attuale.
Non è la prima volta che il capitalismo giustifica la marcia verso la guerra con lo “scontro tra due civiltà”. Nel 1914, gli operai partirono al fronte per difendere la "civiltà" moderna contro la barbarie dell’orso russo o del Kaiser tedesco; nel 1939 per difendere la democrazia contro le tenebre del Nazismo, e dal 1945 al 1989, per la democrazia contro il comunismo o per i paesi socialisti contro l'imperialismo. Oggi, ci viene offerto il ritornello della difesa dello "stile di vita occidentale" contro "il fanatismo Islamico" o, al contrario quello dell’"Islam contro i Crociati e gli ebrei". Tutti questi slogan sono grida di adunata alla guerra imperialista; in altri termini, appelli allo scontro militare tra frazioni rivali della borghesia, in piena epoca di decomposizione del capitalismo decadente.
L'articolo seguente contribuisce a combattere l’idea secondo la quale l'Islam militante sarebbe al di fuori della civiltà borghese, anzi sarebbe diretto contro di essa. Cercheremo di dimostrare esattamente il contrario: questo fenomeno non può comprendersi che come prodotto, espressione concentrata, del declino storico di questa civiltà.
Un secondo articolo studierà l'approccio marxista della lotta contro l'ideologia religiosa in seno al proletariato.
Marx vedeva la religione come “la coscienza di sé e il sentimento di sé dell'uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso”. La religione è dunque “una coscienza capovolta del mondo… realizzazione fantastica dell'essenza umana, poiché l'essenza umana non possiede una realtà vera”.[1]. Tuttavia, questa non è solo una coscienza capovolta, ma anche una risposta all'oppressione reale (risposta inadatta e che non può condurre che all’insuccesso): “La miseria religiosa è insieme l'espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l'oppio del popolo”[2].
In opposizione a quei filosofi del diciottesimo secolo che denunciavano la religione come sola opera di impostori, Marx affermava che era necessario mettere in luce le radici reali, materiali, della religione, nel quadro di rapporti di produzione economici ben determinati. Pensava con fiducia che l'umanità potrà riuscire a emanciparsi da questa falsa coscienza e raggiungere la sua piena potenzialità in un mondo comunista senza classi.
Di fatto, Marx ha evidenziato fino a che punto lo sviluppo economico del capitalismo avesse destabilizzato le basi della religione. Nella Ideologia tedesca, per esempio, afferma che l'industrializzazione capitalista è riuscita a ridurre la religione a qualcosa di poco più di una semplice menzogna. Per liberarsi, il proletariato avrebbe dovuto perdere le sue illusioni religiose e distruggere tutti gli ostacoli che gli impediscono di realizzarsi in quanto classe; ma la nebbia della religione sarebbe stata dispersa velocemente dallo stesso capitalismo. In effetti, per Marx, lo stesso capitalismo stava distruggendo la religione, a tal punto che talvolta ne parlava come se per il proletariato fosse già morta.
I successori di Marx messo in evidenza che, quando il capitalismo verso il 1871 smise di essere una forza rivoluzionaria per la trasformazione della società, la borghesia si orientò di nuovo verso l'idealismo e la religione. Nel loro testo: L'ABC del comunismo (uno sviluppo del programma del Partito comunista russo nel 1919), Boukharin e Préobrajenski spiegano le relazioni tra la chiesa ortodossa russa e il vecchio Stato feudale zarista. Sotto gli zar, spiegano, il principale contenuto dell'educazione era la religione: “la conservazione del fanatismo religioso, della stupidità e dell'ignoranza era ritenuta di capitale importanza"[3]. La chiesa e lo Stato erano "obbligati a unire le loro forze contro le masse lavoratrici e la loro alleanza serviva a rafforzare il loro dominio sui lavoratori"[4]. In Russia, la borghesia emergente si è trovata costretta a un conflitto contro la nobiltà feudale, che includeva la Chiesa, perché bramava gli immensi redditi che quest'ultima traeva dallo sfruttamento dei lavoratori: "la base reale di questa questione era il desiderio di veder trasferiti verso borghesia i redditi assegnati alla Chiesa da parte dello Stato"[5].
Così come la giovane borghesia dell'Europa occidentale, anche la borghesia che si attestava in Russia conduceva una campagna vigorosa per la completa separazione tra Chiesa e Stato. Tuttavia, da nessuna parte questa lotta è stata in grado di andare fino in fondo, e dappertutto - anche in Francia dove il conflitto fu particolarmente acuto - la borghesia finì per raggiungere un compromesso con la Chiesa: nella misura in cui sosteneva il suo ruolo di pilastro del capitalismo, essa poteva unirsi alla borghesia e portare avanti le sue attività religiose. Bukharin e Preobrajensky attribuiscono questo al fatto che “poiché la lotta sempre più accanita della classe operaia contro il capitalismo e contro la borghesia non ha permesso a quest'ultima di continuare la sua battaglia contro la Chiesa …, la borghesia ha ritenuto più vantaggioso riconciliarsi con la Chiesa, impadronirsi del frutto delle sue preghiere per lottare contro il socialismo, utilizzare la sua influenza sulle masse per conservare, fra queste, l'obbedienza servile allo Stato sfruttatore”[6].
I borghesi dell'Europa occidentale si rappacificarono allora con il Clero pur mantenendo in buona parte, in privato, un presunto materialismo. Come dimostrano Bukharin e Preobrajensky, la spiegazione di questa contraddizione va trovata nella "tasca degli sfruttatori". Nel suo testo del 1938, Lenin filosofo, Anton Pannekoek, della Sinistra comunista olandese, spiega perché il materialismo naturalistico della borghesia nascente ebbe breve vita: "Finché la borghesia ha creduto che la sua società di proprietà privata, di libertà personale, di libera competizione, potesse risolvere, attraverso lo sviluppo dell'industria, delle scienze e delle tecniche, tutti i problemi materiali dell'umanità, poteva anche credere che i problemi teorici potessero essere risolti dalla scienza, senza il bisogno di ipotizzare l'esistenza di poteri soprannaturali e spirituali. Ecco perché, nel momento in cui apparve chiaro che il capitalismo non poteva risolvere i problemi materiali delle masse, come dimostrava l'ascesa della lotta di classe del proletariato, la fiducia nella filosofia materialista sparì. Il mondo fu di nuovo percepito pieno di insolubili contraddizioni e di incertezze, di forze sinistre che minacciano la civiltà. Allora la borghesia si orientò verso varie credenze religiose, e i suoi intellettuali e scienziati furono sottomessi all'influenza di tendenze mistiche. Non ci misero molto a scoprire le debolezze e i difetti della filosofia materialista e a parlare dei limiti della scienza e degli enigmi insolubili del mondo"[7].
Presente talvolta anche durante la fase ascendente del capitalismo, questa tendenza ne diventò la regola fin dall'inizio dell'epoca di decadenza. Avendo raggiunto i limiti della sua espansione, il capitalismo in declino è stato incapace di creare un mondo totalmente a sua immagine: ha lasciato intere regioni in ritardo e non sviluppate.
Questo ritardo economico e sociale ha costituito la base dell’influenza che la religione esercita ancora su queste zone. Gli stessi Bolscevichi dovettero confrontarsi con questo problema e nel 1919 furono obbligati a includere nel loro programma una sezione che trattava specificamente della religione, "espressione dell'arretramento delle condizioni materiali e culturali della Russia".
La borghesia è costretta a contare sull'idealismo e sulla religione nel periodo di decadenza, specialmente quando il suo ottimismo vacilla; lo si è visto con il Nazismo che ha manifestato una tendenza profonda all’'irrazionalità. Nella tappa finale della decadenza capitalista - la decomposizione- queste tendenze risultano amplificate, e anche membri della borghesia, come il miliardario Osama Bin Laden, finiscono per prendere sul serio le credenze reazionarie e oscurantiste che sbandierano. Come giustamente notano Bukharin e Preobrajensky: “se la classe borghese comincia a credere in Dio e nella vita eterna, significa semplicemente che si rende conto che la sua vita quaggiù è prossima alla fine!”[8].
Il rifiorire di movimenti irrazionalisti tra le masse delle regioni più sfavorite assume sempre più importanza nel periodo di decomposizione, dove appare chiaramente l'assenza di ogni avvenire per il sistema e dove la vita sociale, nelle zone più deboli della periferia del capitalismo, tende a disgregarsi. Dappertutto, come negli ultimi giorni dei precedenti modi di produzione, assistiamo alla proliferazione di sette, di culti suicida apocalittici e di differenti fondamentalismi. È chiaro che l'Islamismo è un'espressione di questa tendenza generale. Ma prima di esaminare la sua espansione, bisogna ritornare alle origini storiche dell'Islam in quanto religione mondiale.
Alla sua fondazione, nel settimo secolo, nella regione dell’Hegiaz[9], a ovest dell'Arabia, l'Islam rappresenta, per riassumere, un miscuglio di giudaismo, di cristianesimo bizantino e assiro, di religioni antiche persiane ma anche di credenze locali monoteiste, come l’Hanifiyia. Questa ricca mescolanza era adatta ai bisogni di una società in pieno sconvolgimento sociale, economico e politico. Dominato dalla città de La Mecca, l'Hegiaz era all'epoca il principale incrocio commerciale del Medio Oriente. L'Arabia era compresa tra due grandi imperi: la Persia, dinastia dei Sasanidi[10], e Bisanzio, l'impero romano d'Oriente. In questa società la classe dominante de La Mecca incoraggiava i commercianti di passaggio a porre i loro dei pagani personali nella Ka'aba (La scatola), un santuario religioso locale, così da poterli adorare a ogni loro visita. Questa idolatria fruttava molto ai ricchi abitanti della città.
Per circa 100 anni, La Mecca fu una società prospera, diretta da un'aristocrazia tribale che utilizzava poco il lavoro degli schiavi, che praticava un commercio prospero con regioni lontane e che traeva dei redditi addizionali dalla Ka'aba. Tuttavia, quando Maometto raggiunge l'età adulta, la società si trovava già in uno stato di crisi profonda. Questa esplode, con il pericolo di far sprofondare le differenti tribù in una guerra senza fine.
Giusto all'esterno de La Mecca e di Yathrib, seconda città della regione, oggi Medina, si trovavano i Beduini, organizzati in fiere e austere tribù nomadi indipendenti che, in principio, avevano beneficiato dell'arricchimento dei centri urbani della regione; ottenendo prestiti dai ricchi cittadini avevano potuto migliorare il loro livello di vita. Tuttavia, sempre più incapaci di rimborsare i loro debiti, nel tempo si trovarono in una situazione che doveva avere conseguenze esplosive. La disintegrazione delle tribù andava accelerandosi sia nelle città sia nelle oasi del deserto; i beduini venivano "venduti come schiavi o ridotti a uno stato di dipendenza? I limiti erano stati superati”. Più precisamente:
"Inevitabilmente, queste trasformazioni economiche e sociali furono accompagnate da cambiamenti intellettuali e morali. Quelli che avevano fiuto per gli affari prosperavano. Le virtù tradizionali dei figli del deserto, i beduini, non rappresentavano più la strada del successo. Sapere afferrare la propria fortuna ed essere avido era ben più utile. I ricchi erano diventati fieri e arroganti, glorificando i loro successi come un fatto personale e che non riguardava neanche più l’intera tribù. I legami di sangue andavano indebolendosi, sostituiti da altri, basati sull'interesse”[11]. Successivamente “L'iniquità trionfava in seno alle tribù. I ricchi e i potenti opprimevano i poveri. Ogni giorno le leggi ancestrali venivano schernite. Il debole e l'orfano erano venduti come schiavi. Il vecchio codice d’onore, di decenza e moralità, era calpestato. Il popolo non sapeva nemmeno più quali Dei servire e adorare”[12].
Quest'ultima frase è molto significativa: in una società dove la religione era il solo mezzo possibile per strutturare l'esistenza quotidiana, essa esprime chiaramente la gravità della crisi sociale. L'Islam chiama questo periodo della storia dell'Arabia la jahiliyya, o era dell'ignoranza e dice che durante questo periodo non c'erano limiti alla dissolutezza, alla crudeltà, alla pratica di una poligamia senza limite e all'omicidio di neonati di sesso femminile.
L'Arabia di quest’epoca era lacerata sia dalle rivalità delle proprie tribù, in guerra tra loro, che dalle minacciose ambizioni delle civiltà attigue. Ma vi erano anche fattori più globali. In Arabia si sapeva che gli imperi persiano e romano avevano serie difficoltà, sia interne che esterne, e stavano per crollare; molti vi vedevano "la proclamazione della fine del mondo"[13]. La maggior parte del mondo civilizzato era quindi sull'orlo del caos.
Engels ha analizzato l'ascesa dell'Islam come "una reazione dei beduini contro i cittadini, potenti ma degenerati, e che in quell'epoca professavano una religione decadente, mescolanza di un culto naturalistico depravato col giudaismo e il cristianesimo”[14].
Nato a La Mecca nel 570 d. C, ma allevato in parte nel deserto dai beduini e influenzato profondamente dalle correnti intellettuali provenienti dal mondo intero che inondavano l'Arabia, e specialmente l’Hedjaz, Maometto, uomo ponderato e incline alla meditazione, divenne il vettore ideale per risolvere la crisi delle relazioni sociali che colpiva la sua città e la sua regione. L'inizio del suo ministero nel 610, fece di lui l'uomo della situazione.
L'intera Arabia era matura per il cambiamento; era in una condizione favorevole per la nascita di uno Stato pan-arabo capace di mettere fine al separatismo tribale e di dare alla società nuove basi economiche e, attraverso queste, sociali e politiche. L'Islam si mostrò essere lo strumento perfetto per compiere ciò. Maometto insegnò agli arabi che il caos crescente della loro società proveniva dal fatto che essi si erano allontanati dalle leggi di Dio, la Sharia. Pertanto, se volevano sfuggire alla dannazione eterna dovevano sottomettersi a queste leggi. La nuova religione denunciò la crudeltà e le lotte tribali, dichiarando non solo che i musulmani erano tutti fratelli, ma che in quanto uomini e donne avevano l'obbligo di unirsi. L'Islam (letteralmente sottomissione a Dio) proclamò che era Dio stesso (Allah) a chiederlo. L'Islam mise fuorilegge la dissolutezza, l'alcol, le bestemmie e i giochi di denaro, la crudeltà fu vietata (per esempio, i proprietari di schiavi furono incoraggiati a liberarli), la poligamia fu limitata a quattro spose per ogni credente di sesso maschile (ognuna doveva essere trattata con equità - ciò che condusse alcuni ad affermare che questa pratica era in realtà fuorilegge), gli uomini e le donne avevano ruoli sociali differenti, ma una donna era autorizzata a lavorare e a scegliere lei stessa il marito; l'omicidio era vietato rigorosamente, ivi compreso l'infanticidio. L'Islam insegnò così agli arabi che non bastava pregare ed evitare il peccato; la sottomissione a Dio significava che tutte le sfere dell'esistenza dovevano essere sottomesse alla volontà di Dio, in altre parole l'Islam offriva un quadro per ogni cosa, includendo la vita economica e politica di una società.
Nelle condizioni dell'epoca non sorprende che questa nuova religione abbia subito attirato numerosi fedeli, una volta falliti i tentativi delle classi dominanti de La Mecca di distruggerla fisicamente. Essa fu lo strumento ideale per rovesciare la società araba e le società circostanti. Ma l'epoca d'oro musulmana non poteva durare per sempre. Accadde che i successori di Maometto, i Califfi - scelti per dirigere il mondo musulmano in funzione della loro supposta fedeltà al messaggio di Maometto – furono in effetti sostituiti da dinastie di dirigenti sempre più corrotti che rivendicavano questo incarico come ereditario. Questa trasformazione fu completa quando accesse al Califato la dinastia degli Omàyyadi (680-750). Resta comunque vero che, all'epoca della sua comparsa, l'Islam esprimeva un avanzamento evolutivo storico, ed è da questo che trae la sua originale forza e la profondità dalla sua visione. E anche se, inevitabilmente, la civiltà musulmana medievale non riuscì a vivere secondo gli ideali di Maometto, essa costituì un quadro per degli avanzamenti folgoranti nel campo della medicina, della matematica e di altri rami dello scibile umano. Sebbene il dispotismo orientale, su cui l’Islam era fondato, lo avrebbe portato all’impasse sterile alla quale questo modo di produzione lo condannava, durante il suo massimo sviluppo, la società feudale occidentale, al suo confronto, appariva rozza e oscurantista. Classicamente ciò è simboleggiato dall'enorme fossato culturale che separava Riccardo Cuor di Leone e Saladino all'epoca delle crociate[15]. Si potrebbe aggiungere che il fossato è ancora più profondo tra la cultura musulmana al suo zenit e l'oscurantismo rappresentato dall’attuale fondamentalismo.
Ma se i marxisti hanno potuto riconoscere un carattere progressista all'Islam alle sue origini, come hanno analizzato il suo ruolo in un periodo di rivoluzione proletaria, dove tutte le religioni sono diventate un ostacolo reazionario all'emancipazione dell'umanità? È istruttivo esaminare brevemente la politica dei Bolscevichi a tale riguardo.
A meno di un mese dalla vittoria della rivoluzione di Ottobre 1917, i Bolscevichi diffusero un proclama "A tutti gli operai musulmani di Russia e dell'Est", in cui dichiararono di essere al fianco degli "operai musulmani le cui moschee e luoghi di culto sono stati distrutti, la cui fede e le tradizioni sono state calpestate dagli Zar e dagli oppressori della Russia". I Bolscevichi s’impegnavano quindi così: "Le vostre credenze e i vostri costumi, le vostre istituzioni nazionali e culturali sono per sempre libere e inviolabili. Sappiate che i vostri diritti, come quelli degli altri popoli della Russia, sono sotto l'alta protezione della Rivoluzione e dei suoi organi, i Soviet degli operai, dei soldati e dei contadini".
Una tale politica significava un cambiamento radicale rispetto a quelle zariste che avevano tentato, in modo sistematico e con la forza (spesso con violenza), di assimilare le popolazioni musulmane, dopo la conquista dell'Asia centrale, a partire dal sedicesimo secolo. Nessuna sorpresa dunque che, per reazione, le popolazioni musulmane di queste regioni si siano aggrappate all'Islam, loro eredità religiosa e culturale. A parte qualche rilevante eccezione, i musulmani dell'Asia centrale non parteciparono attivamente alla Rivoluzione di Ottobre che fu essenzialmente un fatto russo: "Le organizzazioni nazionali musulmane rimasero spettatrici indifferenti alla causa bolscevica"[16]. Sultan Galiev, il "comunista musulmano" che giocò un ruolo importante, dichiarò alcuni anni dopo la Rivoluzione: "Facendo il bilancio della Rivoluzione di Ottobre e della partecipazione dei Tartari, dobbiamo ammettere che le masse lavoratrici e gli strati diseredati tatari non vi hanno preso alcuna parte"[17].
L'atteggiamento dei Bolscevichi verso i musulmani dell'Asia centrale fu determinato da imperativi di ordine interno ed esterno. Da una parte, il nuovo regime doveva adattarsi a questa situazione: le terre del vecchio impero degli Zar erano nella stragrande maggioranza musulmana. I Bolscevichi erano convinti che queste terre dell'Asia centrale fossero essenziali, strategicamente ed economicamente, alla sopravvivenza della Russia rivoluzionaria. Quando alcuni nazionalisti musulmani si rivoltarono contro il nuovo Governo di Mosca, la risposta delle autorità, nella maggior parte dei casi, fu l'adozione di misure brutali. In seguito a una ribellione in Turkistan, per esempio, la risposta delle unità militari del Soviet di Tashkent fu quella di radere al suolo la città di Koland. Lenin vi inviò una commissione speciale nel novembre 1919 per, a suo dire, "istaurare relazioni corrette tra il regime sovietico e i popoli del Turkistan"[18].
Un esempio di quest’approccio verso i problemi posti da queste regioni musulmane, fu la creazione da parte dei Bolscevichi dell'organizzazione Zhendotel (Dipartimento delle donne operaie e contadine) per lavorare tra le donne musulmane in Asia centrale sovietica. Zhendotel concentrò in particolare la sua azione sul problema della religione in questa regione economicamente arretrata. È da notare che inizialmente Zhendotel si approcciò con molta pazienza e sensibilità verso i delicati problemi cui doveva far fronte. Le donne dell'organizzazione, durante le discussioni con le donne musulmane indossavano anche il paranja, un velo Islamico che copre completamente la testa e il volto.
Mentre qualche organizzazione nazionaliste musulmana si unì per un certo tempo alla controrivoluzione durante la guerra civile del 1918-1920, la maggior parte di esse accettò, sebbene a malincuore, il regime bolscevico. Quest’ultimo, paragonato alle violenze subite in precedenza da parte degli eserciti bianchi di Denikin, appariva loro come un male minore. Molti di questi "nazionalisti musulmani" raggiunsero il Partito comunista, e numerosi furono quelli che occuparono posti di alto rango nel governo. Tuttavia solo un piccolo numero sembrò essere convinto della validità del marxismo. Il celebre tartaro Sultan Galiev fu rappresentante bolscevico al Commissariato centrale musulmano, formato nel gennaio 1918, membro del Collegio interno del Commissariato del popolo alle nazionalità (Narkomnats), capo redattore della rivista Zhin" Natsional'nostey, professore all'università dei Popoli dell'Est, e dirigente dell'ala sinistra dei "Nazionalisti musulmani". Ma anche questa figura emblematica, reclutata tra i nazionalisti musulmani, fu nella migliore delle ipotesi un "comunista nazionale", come si definì lui stesso nel giornale tartaro Qoyash (Il Sole), nel 1918, spiegando la sua adesione al Partito bolscevico nell'ottobre 17 in questi termini: "Ho raggiunto il Bolscevismo per amore del mio popolo che pesa così gravemente sul mio cuore”[19].
D'altra parte, i Bolscevichi compresero che la loro rivoluzione, per sopravvivere, aveva bisogno dell’intervento rivoluzionario degli operai degli altri paesi. L'insuccesso delle rivoluzioni nei paesi occidentali sviluppati, in particolare in Germania, li condusse a orientarsi sempre più verso la possibilità di un'ondata "nazionalista rivoluzionaria" in Oriente. Questa politica non aveva niente di proletario, ma appena i primi segni di un indietreggiamento dell'ondata rivoluzionaria si facero sentire, e tenuto conto dell'isolamento crescente della rivoluzione russa, i Bolscevichi declinarono sempre più verso questa visione opportunista, pensando che essa avrebbe portato a una rivoluzione proletaria. Tuttavia nell’immediato, la "questione d'Oriente" - il sostegno alle lotte di "liberazione nazionale" in Medio Oriente e in Asia- era vista come il mezzo di liberare la Russia sovietica dalla presa dell'imperialismo britannico.
In questo contesto i Bolscevichi furono portati a fare evolvere l'atteggiamento dell'Internazionale comunista verso i movimenti panislamici. Al secondo congresso nel 1920, l'IC manifestò l’inizio di un suo indebolimento per le enormi pressioni esercitate dalle forze controrivoluzionarie, sia interne che esterne alla Russia. Furono fatte delle concessioni alla linea opportunista nella vana speranza di diminuire l'ostilità del mondo capitalista verso la società sovietica. I comunisti furono obbligati a organizzarsi all’interno dei sindacati borghesi, a unirsi ai partiti socialisti e laburisti, apertamente pro-imperialisti, e ad appoggiare i cosiddetti "movimenti di liberazione nazionale" nei paesi sottosviluppati. Le "Tesi sulla questione nazionale e coloniale" -che servirono a giustificare il sostegno ai "movimenti di liberazione nazionale"- furono preparate da Lenin per il congresso e adottate con solo tre astensioni.
Tuttavia, il secondo congresso tracciò le grandi linee della collaborazione con i musulmani. Nelle sue "Tesi”, Lenin dichiarava: "È necessario lottare contro i movimenti panislamici e pan-asiatici, e altre tendenze similari che tentano di combinare la lotta di liberazione contro l'imperialismo europeo e americano col rafforzamento del potere dell'imperialismo turco e giapponese così come dei tiranni locali, grandi proprietari, alti dignitari religiosi, ecc.”[20].
Sebbene avesse votato la risoluzione, Sneevliet, rappresentante delle Indie orientali olandesi, (l'attuale Indonesia), affermò che un'organizzazione di massa Islamica e radicale esisteva. Sneevliet dichiarò che Sarekat Islam (L'unione Islamica) aveva acquisito un "carattere di classe", adottando un programma anticapitalista. Insisteva sul fatto che questi "hadji comunisti" (hadji: quelli che hanno fatto il pellegrinaggio a La Mecca) erano necessari alla rivoluzione comunista[21]. Questa non era che la continuazione della politica sviluppata dalla vecchia Unione socialdemocratica indonesiana (ISDV) che più tardi costituirà il grosso del Partito comunista indonesiano (PKI), formato nel maggio 1920. Fin dall'inizio i marxisti indonesiani ebbero una relazione ambigua con l'Islam radicale, come già sottolineato dalla CCI:
"Alcuni membri indonesiani dell'ISDV, erano allo stesso tempo membri e anche dirigenti del movimento Islamico. Durante la guerra (prima guerra mondiale), l'ISDV reclutò un numero considerevole di indonesiani membri del Sarekat Islam, che ne contava circa 20.000. Questa politica prefigurava, sotto una forma embrionale, la politica adottata in Cina dopo il 1921 -con l'incoraggiamento da parte di Sneevliet e dell'internazionale comunista- di formare un fronte unito, che portava anche alla fusione di organizzazioni nazionaliste e comuniste (il Kuomintang e il PC cinese) (...) È significativo che all'interno dell'Internazionale comunista, Sneevliet rappresentava al tempo stesso il PKI e l'ala sinistra di Sarekat Islam. Questa alleanza con la classe borghese indigena musulmana durerà fino al 1923"[22].
La prima applicazione di queste "Tesi sulla questione nazionale e coloniale" fu quello che si chiamò il Congresso dei popoli d'Oriente, tenuto a Baku (Azerbaigian) nel settembre 1920, poco dopo la chiusura del secondo congresso dell'Internazionale comunista. Almeno un quarto dei delegati alla conferenza non era comunista, e tra loro c'erano borghesi nazionalisti e panislamisti, apertamente anticomunisti. A questa conferenza, presieduta da Zinoviev, si farà appello alla "guerra santa" (termini di Zinoviev) contro gli oppressori stranieri e interni, da parte dei governi operai "e contadini" attraverso il Medio Oriente e l'Asia, allo scopo di indebolire l'imperialismo, in particolare quello britannico.
L'obiettivo dei Bolscevichi era creare una "incrollabile alleanza" con questi elementi disparati, principalmente allo scopo di allentare l'accerchiamento della Russia da parte dell'imperialismo. Tutta la sostanza opportunista di questa politica fu esposta da Zinoviev alla sessione di apertura del congresso, quando descrisse l'insieme dei delegati alla conferenza, e con essi i movimenti e gli Stati che rappresentavano, come la "seconda spada" della Russia, e che la Russia "considerava come fratelli e compagni di lotta"[23]. Fu la prima conferenza "anti-imperialistica" (e cioè interclassista) tenuta in nome del comunismo.
John Reed, pioniere del comunismo negli Stati Uniti, partecipando a questo congresso stette malissimo. Angelica Balabanova[24] racconta nel suo libro la "Mia vita da ribelle", come "Jack, John Reed, parlò con amarezza della demagogia e dell'apparato che avevano caratterizzato il congresso di Bakou, così come del modo con cui erano state trattate le popolazioni indigene e i delegati d'Estremo Oriente"[25]. Nell'edizione in francese dei lavori del congresso uscì un "Appello del partito comunista dei Paesi Bassi ai popoli dell'Oriente rappresentati a Baku" che fu certamente distribuito ai delegati. Questo appello affermava che "migliaia di indonesiani" si erano trovati "riuniti nella lotta comune contro gli oppressori olandesi" attraverso il movimento pan-Islamico Sarekat Islam e che questo movimento si univa a lui nel salutare il congresso.
Durante il congresso, Radek, del Partito bolscevico, rievocò apertamente l'immagine degli eserciti conquistatori dei vecchi sultani ottomani musulmani, dichiarando: "Noi facciamo appello compagni [sic!], ai sentimenti guerrieri che un tempo ispirarono i popoli dell'Oriente, quando, guidati dai loro grandi conquistatori, avanzarono verso l'Europa"[26]. A meno di tre mesi dal congresso di Baku, in cui venne salutato il nazionalista turco Mustapha Kemal (Kemal Atatürk), quest’ultimo assassinava tutti i dirigenti del Partito comunista turco. Al suo quarto congresso, l'Internazionale comunista spingerà ancora oltre la revisione del suo programma. Introducendo le "Tesi sulla questione d'Oriente" che fu adottata all'unanimità, il delegato olandese van Ravensteyn, dichiarò che "l'indipendenza dell'insieme del mondo orientale, l'indipendenza dell'Asia, dei popoli musulmani significava di per sé la fine dell'imperialismo occidentale". In precedenza, durante il congresso, Malaka, delegato delle Indie orientali olandesi, aveva dichiarato che i comunisti avevano lavorato in questa regione in stretto legame con Sarekat Islam, fino a che dei dissensi li divisero nel 1921. Malaka affermò che l'ostilità verso il movimento pan-Islamico, espressa dalle Tesi del secondo congresso, aveva indebolito le posizioni dei comunisti. Aggiungendo il suo sostegno alla collaborazione stretta con il movimento pan-Islamico, il delegato della Tunisia notò che, contrariamente ai PC inglesi e francesi che non facevano niente sulla questione coloniale, almeno i pan-Islamisti unificavano i musulmani contro i loro oppressori[27].
La svolta opportunista dei Bolscevichi e dell'Internazionale comunista sulla questione coloniale si basava, in larga parte, sull'idea che bisognava trovare degli alleati per lottare contro l'accerchiamento della Russia sovietica da parte dell'imperialismo. I sinistroidi, apologeti di questa politica, sostengono ancora oggi che questa ha aiutato l'Unione Sovietica a sopravvivere; ma, come riconosciuto dalla Sinistra comunista italiana negli anni 30, il prezzo pagato da questa sopravvivenza è stato il completo stravolgimento di ciò che rappresentava il potere dei Soviet: da bastione della rivoluzione mondiale, era ora diventato un attore nel gioco imperialistico mondiale. Le alleanze con le borghesie delle colonie gli hanno permesso di integrarsi in questo gioco, ma ciò è avvenuto a spese degli sfruttati e degli oppressi di queste regioni: e questo è dimostrato chiaramente dal fallimento della politica dell'Internazionale comunista in Cina nel 1925-1927.
In effetti, l'abbandono del rigore del metodo marxista su questa questione dell'Islam fu solo un aspetto di un percorso più generale verso l'opportunismo. Esso ancora oggi è apertamente utilizzato dal gauchismo moderno come una giustificazione teorica all'atteggiamento controrivoluzionario che continua a presentarci Khomeini, Bin Laden e consorti come dei combattenti contro l'imperialismo, anche se la forma della loro battaglia e delle loro idee sono un po' sbagliate.
Bisogna anche notare come questo tentativo di lusinga versi i nazionalisti musulmani sia stato combinato a un falso radicalismo per cercare di sdradicare la religione attraverso delle campagne demagogiche. Questa è una caratteristica particolare dello stalinismo all'epoca della sua "svolta a sinistra" alla fine degli anni 20.
Durante questo periodo, la pazienza e la sensibilità di cui aveva dato prova Zhendotel furono abbandonate e trasformate in campagne furibonde in favore del divorzio e contro il velo. Nel 1927, secondo un rapporto di Trotsky: "Si tennero riunioni di massa nel corso delle quali migliaia di partecipanti scandivano: "Abbasso il paranja!", laceravano il loro velo che inzuppavano di paraffina e bruciavano. Protette dalla polizia, gruppi di donne povere percorrevano le strade, strappando il velo delle donne più ricche, cercando cibo nascosto e puntando il dito su quelle o quelli che restavano aggrappati alle pratiche tradizionali che venivano dichiarati allora criminali. Il giorno seguente, queste azioni settarie e brutali furono pagate col prezzo del sangue: centinaia di donne senza veli furono massacrate dalle loro famigli, e questa reazione fu inasprita dal clero musulmano che vide nei recenti terremoti la punizione di Allah per il rifiuto di portare il velo. Vecchi ribelli Basmachi si radunarono in un'organizzazione segreta controrivoluzionaria, il Tash Kuran, che si sviluppò grazie al loro impegno a preservare i valori e i costumi locali (il Narkh)"[28].
Tutto questo era tanto lontano dai metodi originari della Rivoluzione di Ottobre quanto lo era il congresso di Baku con il suo linguaggio farraginoso sulla Guerra santa. La grande forza dei Bolscevichi nel 1917 fu costituita dal loro impegno nella lotta contro le ideologie estranee al proletariato, sviluppando la sua coscienza di classe e le sue organizzazioni. E questa resta l'unica base per bloccare l'influenza della religione e delle altre ideologie reazionarie.
Da ciò che si è detto, abbiamo visto come il problema de "l'Islam politico" non sia stata una novità per il proletariato.
In effetti, tutti i gruppi Islamici "moderni" trovano le loro radici nel movimento dei Fratelli musulmani (Ikhwan al-Muslimuun), la prima organizzazione Islamica moderna importante che fu fondata in Egitto nel 1928, e che da allora si è estesa in più di settanta paesi. Il loro fondatore, Hassan al-Banna, proclamò la necessità per i musulmani di "tornare sulla diritta strada" dell'Islam sunnita ortodosso, sia come antidoto alla corruzione crescente del califfato degli Omeyyadi, sia per "liberare" il mondo musulmano dal dominio occidentale. Questa lotta avrebbe potuto portare alla nascita di un autentico Stato Islamico, il solo capace di resistere contro l'Occidente.
I Fratelli pretendevano di seguire le tracce di Ahmed ibn Taymiyyah (1260-1327) che si oppose ai tentativi dei pensatori musulmani ellenici di ridurre l'Islam e le sue regole di governo a semplici funzioni della ragione umana. Secondo Ibn Taymiyyah, un dirigente musulmano aveva l'obbligo, se necessario, di imporre ai suoi sudditi le leggi di Dio. L'Islam di Ibn Taymiyyah pretendeva di essere molto puro, sgombro da tutte le aggiunte moderne. I Fratelli musulmani modellarono il loro movimento su quello dei Salafiyyah (purificazione) puritani del diciassettesimo e diciannovesimo secolo, che anche loro tentarono di applicare le idee di Ibn Taymiyyah.
In effetti, la chiave del successo dei Fratelli musulmani sta nella loro estrema flessibilità tattica, essendo pronti a lavorare con qualsiasi istituzione (parlamento, sindacato) o organizzazione (stalinisti, liberali) che possa far avanzare i loro progetti di "re-islamizzazione" della società. Per Al-Banna, era comunque chiaro che lo Stato Islamico ricercato dal suo movimento, avrebbe vietato tutte le organizzazioni politiche. Sayyed Qoutb, che successe ad Al-Banna come leader del movimento nel 1948[29], denunciava allo stesso modo "l'idolatria socialista e capitalista", e cioè il fatto di anteporre gli obiettivi politici alle leggi di Dio. Inoltre affermava: "È necessario rompere con la logica e i costumi della società che ci circonda, costruire il prototipo della futura società Islamica con i "veri credenti", poi, al momento opportuno, impegnare la battaglia contro la nuova jahiliyya".
Verso il 1948, il movimento si era notevolmente sviluppato contando solo in Egitto tra i trecentomila e seicentomila militanti. sopravvisse a una feroce repressione dello Stato, tra la fine del 48 e l’inizio del 49, e si ricostituì. Per un breve periodo fu alleato di Nasser e del suo Movimento degli Ufficiali Liberi che fomenterà un colpo di stato nel luglio 1952. Una volta al potere, Nasser incarcerò molti Fratelli musulmani e mise il movimento fuorilegge. Nonostante ciò, il movimento ha potuto mandare dei deputati al parlamento e controllare un certo numero di organizzazioni non governative Islamiche. Ha, inoltre, trovato un sostegno crescente presso le masse urbane più povere proponendo dei servizi sociali non forniti dallo Stato.
Il successo dei Fratelli musulmani è un costante riferimento per i gruppi "fondamentalisti" più recenti - la maggior parte dei quali però se ne è separata, dicendo che questi hanno moderato i loro discorsi da quando hanno guadagnato il supporto delle masse e dei seggi in parlamento. Gruppi che comunque si ispirano a loro esistono ovunque nel "mondo musulmano" -non solo in Medio Oriente ma anche in Indonesia e nelle Filippine, e finanche in altri paesi dove i musulmani non costituiscono la maggioranza della popolazione. Tuttavia, questi gruppi in genere somigliano più ai Fratelli musulmani delle origini (nell’esaltazione della violenza terroristica) che non alla forza relativamente moderata che oggi sono diventati. E, in ogni caso, questi gruppi possono esistere solamente grazie al sostegno materiale fornito da questo o quello Stato che li manipola a favore dei loro obiettivi in materia di politica estera. È così che a Gaza fu fondato Hamas (Movimento della Resistenza Islamica) da parte di Israele che sperava di farne un contrappeso all'OLP. Ma sia Hamas che e l'organizzazione della Djihad Islamica hanno cooperato con l'OLP e con altre organizzazioni nazionaliste palestinesi - a loro volta manipolate da potenze straniere come la Siria o la vecchia Unione Sovietica. In Algeria, il GIA (Gruppo Islamico armato) riceve più o meno apertamente fondi e altri aiuti dagli Stati Uniti che tentano, in questo modo, di indebolire la concorrenza fatta dalla Francia alla sola superpotenza rimasta. Recentemente, in Indonesia alcuni gruppi Islamici sono stati manipolati dalle frazioni politico-militari prima per mettere in piedi e poi per rovesciare il Presidente. Ancora più nota è la creazione in Pakistan da parte degli Stati Uniti del movimento dei Talebani d'Afghanistan, i quali vennero addestrati con successo contro i loro vecchi alleati Islamici, le diverse frazioni moudjahidin che stavano trascinando l'Afghanistan nel caos totale. Gli Stati Uniti hanno aiutato attivamente Osama Bin Laden nella sua lotta contro l'imperialismo russo, fornendo un supporto al gruppo ora conosciuto con il nome di Al Qaïda.
Altre varianti del modello originale sono fornite da gruppi i cui membri sono usciti dalla setta musulmana Chi'a. Stato sciita più popolato, l'Iran è stato la fonte di queste varianti che includono gruppi presenti in numerosi paesi, in particolare in Libano e in Iraq. L'Iran spesso si è auto descritto come uno Stato dove il "fondamentalismo è al potere", ma è falso, perché il regime è nato più per colmare un vuoto che per l'azione di un gruppo "Islamico". Sicuramente nei suoi primi anni, il regime di Khomeini ha fornito con successo, attraverso azioni di massa, un supporto popolare allo Stato, proponendo un impossibile "ritorno" alle condizioni dell'Arabia del settimo secolo. Tuttavia è importante comprendere che i mullah iraniani (il clero) hanno raggiunto il potere solo grazie all'estrema debolezza del proletariato iraniano: gli operai dell'industria petrolifera, per esempio, sono stati in sciopero per un totale di sei mesi, paralizzando questa industria chiave per l'Iran, allo scopo di abbattere il regime dello Scià. I mullah, unica forza di opposizione con obiettivi politici chiari e in grado di funzionare nella legalità, hanno preso il controllo della mobilitazione confusa contro lo Scià. Bisogna però notare che i sostenitori di Khomeini hanno preso il potere solo dopo una deformazione fondamentale della dottrina sciita: secondo l'ultimo dirigente sciita, scomparso parecchi secoli fa, i credenti sciiti devono opporsi risolutamente a ogni potere politico temporale[30].
Una volta al potere, nel febbraio 1979, i mullah hanno colto ogni occasione per estendere la loro influenza verso gli altri paesi, armando e fornendo una base ai gruppi islamici sciiti che agivano in questi paesi, come la milizia degli Hezbollah (partito di Dio) nel Libano, che per il suo sostegno a Khomeini è stata compensata con un sostanzioso aiuto materiale dell'Iran, a partire dal 1979, e della Siria suo alleato.
L'Afghanistan ha fornito altre varianti, almeno una per ogni gruppo etnico importante che compone questo paese. Sebbene tutti questi gruppi afgani condividano la nozione di uno Stato unitario Islamico, è stato loro estremamente difficile restare uniti per molto tempo, anche e soprattutto dopo l'eliminazione di concorrenti comuni. Le lotte intestine mortali che hanno seguito il crollo del regime pro-russo nel 1992, hanno convinto l'imperialismo USA a smettere di sostenerli e creare una nuova forza più unitaria, i Talebani, che avrebbero potuto costituire un regime stabile pro-USA. Tutte queste disparate frazioni Islamiche dell'Afghanistan si sono rese colpevoli di massacri di massa, dei più orribili atti di crudeltà, come stupri, torture, mutilazioni e massacri di bambini, senza dimenticare il loro ruolo nel commercio internazionale di droga che ha fatto dell'Afghanistan il più grande esportatore di oppio grezzo nel mondo.
Non è possibile, per mancanza di spazio, descrivere la totalità di questi gruppi e tutte le loro sfaccettature. Ma come abbiamo visto, i Fratelli musulmani hanno costituito il paradigma, il modello per il "fondamentalismo Islamico" moderno. Esistono differenti versioni di questo movimento, sia sciite che sunnite, ma nessuna di esse si oppone veramente al capitalismo e all'imperialismo: esse sono parte integrante del mondo "civilizzato".
Di fronte alla propaganda borghese che ci parla di uno "scontro di civiltà”, di una lotta a morte tra "l’occidente" e "l'Islam militante", propaganda veicolata sia dagli occidentali che dai sostenitori di Bin Laden, è importante mostrare che l'Islamismo attuale è un puro prodotto della società capitalista in piena epoca della sua decadenza.
Tanto più che la vera natura dei movimenti Islamici non è neanche compresa del tutto dai gruppi del campo politico proletario. In un recente articolo[31] della sua rivista Revolutionary Perspectives, il BIPR sostiene che l'Islamismo è il riflesso dell'incapacità del capitalismo a eliminare completamente le vestigia precapitaliste, e anche che non c'è stata mai una reale "rivoluzione borghese" nel mondo musulmano. L'articolo continua così: "Contrariamente a certe ipotesi secondo cui l'Islamismo è solamente un puro riflesso del modo di produzione capitalista, esso non lo è affatto. È l'espressione confusa della coesistenza di almeno due modi di produzione".
Sempre secondo questo articolo, l'Islamismo "è diventato un'ideologia capace di mantenere l'ordine capitalista con misure ideologiche e culturali non capitaliste". Viene affermato che: "Contrariamente al Cristianesimo, l'Islam non ha seguito un lungo processo di secolarizzazione e di illuminismo. Il mondo musulmano è restato relativamente immutato in senso storico, ed è riuscito, anche all'era del capitalismo, a conservare la sua vecchia identità, perché il capitalismo non ha potuto nè voluto eliminare le strutture precapitaliste della società: di conseguenza, Dio non è morto in Oriente".
Come prova a queste affermazioni, l'articolo parla della perpetuazione di ciò che chiama "la vecchia comunità del clero che mantiene dei legami stretti con il Bazar'" che è "riuscita a non lasciarsi scuotere" dalla pressione della modernità. Perciò, l'articolo sostiene che "il mondo musulmano deve contenere nel suo seno due modi di produzione e due culture". L'Islamismo trae la sua forza da questo dualismo che gli permette di apparire come un'alternativa al capitalismo di Stato. Pur essendo "un elemento chiave dell'ordine capitalista", l'Islamismo, aggiunge l'articolo, "a certi livelli, è ironicamente in contraddizione con questo stesso ordine". Questo è un errore. È vero che nessun modo di produzione esiste in modo totalmente puro. Solo due esempi: la schiavitù è esistita in differenti epoche, in tutte le forme di società di classe: l'Inghilterra, il più vecchio Stato capitalista, non ha ancora del tutto messo fine alla sua "aristocrazia". È anche vero che la penetrazione del capitalismo nelle regioni dominate dalla religione musulmana è avvenuta tardivamente e in modo incompleto, e che queste non hanno conosciuto l'equivalente di una rivoluzione borghese. Ma, quali che siano le vestigia del passato rimaste e che pesano in queste regioni, queste sono totalmente sottoposte al dominio dell'economia capitalista mondiale, e ne fanno parte.
Il Bazar, nel mondo musulmano, non è un'istituzione fuori dal capitalismo, non più di quella reliquia vivente che è la Regina di Inghilterra o di quell’altro resto del feudalesimo che è Papa Giovanni Paolo II. In effetti, i bazaristi, i commercianti capitalisti del Bazar di Teheran, se pur hanno dato un appoggio importante alla spinta di Khomeini nel 1978-1979 in Iran, restano una frazione capitalista di importanza vitale. I disaccordi - che talvolta si esprimono in modo violento - tra i bazaristi e altre frazioni del regime iraniano, più secolarizzate o influenzate dall'Occidente, rappresentano delle contraddizioni in seno al capitalismo. Sebbene questi conflitti possano indebolire l'economia capitalista del paese, per la borghesia nel suo insieme sono un immenso beneficio politico, perché deviano il proletariato iraniano dal suo campo di classe, verso questa falsa alternativa: appoggiare la frazione "riformista" o la frazione "radicale" del capitale iraniano. Siamo ben lontani dalle "misure ideologiche e culturali non capitaliste" di cui parla l'articolo del BIPR.
Inoltre, in Iran, le relazioni tra i bazaristi e i dirigenti politici sono più forti di quanto non lo siano quelle in qualsiasi altra parte e questo è dovuto alla storia di questo paese e alla forma di Islam che vi è praticata, pertanto non si può utilizzare questo esempio per provare che l'Islamismo ha qualche cosa di "precapitalista". Al contrario, il punto comune dei paesi musulmani è l’utilizzo molto efficace di quegli aspetti sociali provienti da un passato precapitalista al servizio dei bisogni estremamente attuali dei capitalisti moderni. È per tale motivo che la famiglia reale saudita, Gamal Nasser, le frazioni politiche indonesiane e altri rappresentanti della ricca classe capitalista, hanno utilizzato e rigettato uno dopo l'altro i vari gruppi Islamici, completamente capitalisti sebbene reazionari, e che, a parole, volevano reintrodurre la società precapitalista, per preparare la loro strada verso il potere. E non può essere diversamente. Dappertutto, le frazioni capitaliste non si sono mai fatte scrupolo di mobilitare gli elementi più retrogradi per raggiungere i loro obiettivi, ben moderni, e ciò a maggior ragione nel periodo di decomposizione. Il capitalismo tedesco l'ha fatto utilizzando Hitler. Proprio come i Fratelli musulmani, i sostenitori di Khomeini e di Osama Bin Laden, così come Adolf Hitler, hanno costituito una mescolanza confusa di vecchi resti reazionari precapitalisti per servire gli interessi della loro classe dominante. Sotto questo aspetto l'Islamismo non è diverso. L'Islamismo somiglia enormemente all'ideologia nazista, in particolare nell’adottare senza riserve l'idea di una cospirazione ebraica mondiale. In più, questi tanfi di razzismo accentuano la contraddizione tra l'Islamismo e gli insegnamenti originari del Corano che predicava la tolleranza verso gli altri "Popoli del Libro".
Sotto tutte le sue forme, l'Islamismo non è per niente in contraddizione con il capitale. Certamente è il riflesso del ritardo economico e sociale dei paesi musulmani, ma fa parte integrante del sistema capitalista e, soprattutto, della sua decadenza e della sua decomposizione. Possiamo aggiungere anche che, lungi dall'essere in opposizione al capitalismo di Stato, l'idea di uno Stato Islamico che giustifica l'intervento dello Stato in ogni aspetto della vita sociale, è un vettore ideale per il capitalismo di Stato totalitario che è la forma caratteristica che prende il capitale nell'epoca della decadenza.
Il fondamentalismo Islamico si è sviluppato come ideologia di una parte della borghesia e della piccola borghesia nella loro lotta contro le potenze coloniali e i loro galoppini. È rimasto un movimento minoritario fino alla fine degli anni 70, in quanto all’epoca sulla scena principale imperversavano movimenti nazionalisti impregnati di ideologia stalinista. Questi movimenti hanno raggiunto una forza reale nei paesi dove la classe operaia è relativamente poco numerosa, di più recente formazione e quindi inesperta. Gli Islamici si autoproclamano "difensori dei popoli oppressi" (Khomeini). In Iran, per esempio, alla fine degli anni 70, i sostenitori di Khomeini sono riusciti ad attirare la massa povera dei tuguri di Tehran nel loro movimento, proclamandosi in modo menzognero i difensori dei loro interessi e definendosi mustazifin, un termine religioso che designa i miseri e gli oppressi. Il capitalismo decadente, sprofondando ancora più nella miseria della decomposizione, non ha fatto che esacerbare le condizioni di vita di questi strati. L'iniziale emarginazione degli Islamici gioca adesso a loro favore ed essi possono apparire più credibili quando proclamano che se tutte le ideologie non religiose (dalla democrazia al marxismo passando per il nazionalismo) sono fallite, è perché le masse hanno ignorano le leggi di Dio. La stessa ragione è stata rievocata dagli Islamici in Turchia per "spiegare" il terremoto dell'agosto 1999, e ancora prima dagli Islamici egiziani per un terremoto negli anni 80.
Questo genere di mistificazione attira facilmente gli strati della popolazione più colpiti dalla povertà e dalla disperazione. Ai piccoli borghesi rovinati, agli abitanti dei tuguri senza speranza di lavoro e agli stessi elementi della classe operaia, offre il miraggio di un "ritorno" verso quello Stato perfetto che la leggenda attribuisce a Maometto, che si supponeva proteggesse i poveri e impediva ai ricchi di fare troppi profitti. In altri termini, questo Stato è presentato come l'ordine sociale "anticapitalista" per eccellenza. Pertanto, i gruppi Islamici pretendono di essere né capitalisti né socialisti, ma "Islamici” che combattono per l’instaurazione di uno Stato Islamico sul modello del vecchio Califfato. Tutta questa argomentazione si basa su una falsificazione della storia: questo Stato musulmano originario è esistito molto prima dell'epoca capitalista. Era fondato su una forma di sfruttamento di classe ma, questo, come il feudalismo occidentale, non ha permesso lo sviluppo delle forze produttive come l'ha fatto il capitalismo. Ma oggi, ogni volta che un gruppo Islamico radicale prende il controllo di uno Stato, non ha altra alternativa che diventare il custode incaricato di mantenere le relazioni sociali capitaliste e di tentare di massimizzare il profitto dello Stato-nazione. I mullah iraniani, come i Talebani, non hanno potuto sfuggire a questa legge ferrea.
Questo falso "anticapitalismo" si accompagna a un altrettanto falso "internazionalismo musulmano": i gruppi Islamici radicali pretendono spesso di non dare fedeltà a nessuna nazione in particolare e chiamano alla fratellanza e all'unità dei musulmani nel mondo. Questi gruppi si descrivono, e quelli che vi si oppongono fanno lo stesso, come qualche cosa di unico - come un'ideologia e un movimento che trascendono le frontiere nazionali per formare un nuovo "blocco" spaventoso, che minaccia l'occidente come lo faceva il vecchio blocco "comunista". Questo è dovuto in parte al fatto che sono legati alle reti della criminalità internazionale: commercio delle armi (incluso certamente dei mezzi di distruzioni di massa come le armi chimiche o nucleari) e traffico di droga: l'Afghanistan, come abbiamo visto, ne è un perno. In questo contesto, Bin Laden, "Signore della guerra imperialista", può essere visto da qualcuno come il nuovo rampollo della "globalizzazione", e cioè del superamento delle frontiere nazionali. Ma ciò è vero solamente come espressione di una tendenza alla disintegrazione delle unità nazionali più deboli. Lo Stato "globale" musulmano non esisterà mai, perché andrà sempre a infrangersi sullo scoglio della competizione tra le borghesie musulmane. È per questo motivo che, nella loro lotta per inseguire questa chimera, i mujaheddin sono costretti a unirsi sempre al grande gioco imperialistico che rimane il terreno di scontro degli Stati nazionali.
Dietro la "guerra santa", alla quale chiamano le bande Islamiche, si nasconde in realtà la guerra tradizionale, che di "santo" non ha niente e che si combatte tra le potenze imperialiste rivali. I veri interessi degli sfruttati e degli oppressi del mondo intero non si trovano in una mitica fratellanza musulmana, ma nella guerra di classe contro lo sfruttamento e l'oppressione in tutti i paesi. Non si trovano in un ritorno al governo di Dio né dei Califfi, ma nella creazione rivoluzionaria della prima società realmente umana della storia.
Dawson (6/1/2002)
[1] Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, Marx 1844
[2] Ibid.
[3] 1966, edizioni Ann Harbor.
[4] Ibid.
[5] Ibid.
[6] Ibid.
[7] Anton Pannekoek, Lenin filosofo
[8] ibid.
[9] L'Hegiaz , è la regione nord-occidentale della Penisola araba, oggi parte dell'Arabia Saudita. Le sue città hanno avuto un ruolo fondamentale nella nascita e nello sviluppo del primo Islam: Mecca, Medina e Ta'if. Wikipedia [389])
[10] L'Impero sasanide o Impero persiano sasanide fu l'ultimo impero persiano preislamico, governato dalla dinastia sasanide [390] dal 224 al 651.
[11] M. Rodinson, Mohammed, Ed. Penguin, 1983
[12] Ibid.
[13] Ibid.
[14] Lettera di Engels a Marx, 6 giugno 1853
[15] Saladino non solo era più colto di Riccardo Cuor di Leone, ma anche più misericordioso verso i non combattenti di quanto non lo furono i Crociati, che si distinsero per il massacro di popolazioni intere, soprattutto degli ebrei. Benché, sia gli amici che i nemici paragonano Bin Laden a Saladino, è piuttosto ai Crociati che bisognerebbe paragonarlo, lui che ha dichiarato, dopo il primo attentato contro il World Trade Center: “Uccidere gli americani e i loro alleati, civili o militari, è un dovere per ogni musulmano”. Così furono giustificati i massacri dell'11 settembre 2001 e gli attentati/suicidi contro i civili israeliani.
[16] Alexandra Bennigsen e Chantal Lemercier, Islam in the Soviet Union, Pall Mall Press, 1967.
[17] Alexandra Bennigsen et Chantal Lemercier, Sultan Galiev, Le Père de la révolution tiers-mondiste, Ed. Fayard, 1986
[18] Alexandra Bennigsen e Chantal Lemercier, Islam in the Soviet Union, Pall Mall Press, 1967
[19] Alexandra Bennigsen et Chantal Lemercier, Sultan Galiev, Le Père de la révolution tiers-mondiste, Ed. Fayard, 1986.
[20] Jane Degras, The Communist International 1919-1943, vol. 1, Franck Cass & Co, 1971.
[21] The Second Congress of the Communist International, New Park, 1977.
[22] La Gauche Hollandaise, opuscolo della CCI
[23] Baku Congress of the Peoples of the East, New Park, 1977.
[24] Angelica Balabanova, My Life as a Rebel.
[25] E.H. Carr, Storia della Russia sovietica, Einaudi.
[26] Baku Congress of the Peoples of the East, New Park, 1977.
[27] Jane Degras, The Communist International 1919-1943, vol.1, Franck Cass & Co, 1971.
[28] Alessandra Bennigsen e Chantal Lemercier, Islam in the Soviet Union, Pall Mall Press, 1967.
[29] Hassan al Banna fu assassinato dalla polizia segreta egiziana il 12 febbraio 1949, dopo l'assassinio da parte dei Fratelli musulmani del primo ministro, il 28 dicembre 1948.
[30] Khomeini pretendeva che un religioso, discendente diretto di Maometto, avrebbe potuto servire da reggente di uno Stato sciita Islamico, aspettando il 'ritorno' eventuale del dodicesimo Iman.
[31] Revolutionary Perspectives, organo del BIPR, n°23
Perchè milioni di rifugiati fuggono dalla Siria, l'Iraq, l'Afganistan, la Libia e altri paesi del Medio Oriente, dell'Asia centrale e dell'Africa? Perchè la popolazione è disperata e cerca di scappare a uno stato di guerra permanente, a una spirale infernale di sanguinosi conflitti tra molteplici protagonisti, che vanno dagli eserciti governativi ufficiali e quelli delle bande terroriste. La Siria è l'espressione più “avanzata” della crescita del caos. Il governo Assad , che si è dimostrato pronto a ridurre la Siria in rovine piuttosto che lasciare il potere, attualmente non controlla più del 17% del territorio. Intere regioni del nord e dell'est del paese sono sotto il controllo dei fanatici jihadisti dello Stato islamico. Altri spazi sono tra le mani di quelli che i mezzi di informazione occidentali chiamano a volte gli oppositori “moderati”, ma che sono essi stessi sempre più dominati da forze jihadiste come al-Nusra, filiale di Al-Qaida: i ribelli “laici e moderati” dell'Esercito siriano libero, che sono stati apertamente sostenuti dagli Usa e dalla Gran Bretagna, sembrano avere una influenza sempre più marginale. Tra le forze anti-Assad c'è un gioco senza fine di alleanze, tradimenti e lotte armate.
Ma la situazione in Siria, come per le altre guerre nella regione, significa anche un confronto tra le grandi potenze internazionali, sottomesse all'effetto e alle conseguenze dell'intervento diretto degli aerei da guerra russi. Fin dall'inizio, la Russia ha sostenuto il regime di Assad con l'appoggio dei suoi “consiglieri”. Oggi i suoi militari bombardano degli obiettivi “terroristi” perchè il regime di Assad ha le spalle al muro e perchè c'è la minaccia che la base russa di Tartus, unico accesso navale sul Mediterraneo per la Russia, possa essere invasa dallo Stato islamico. Per la Russia tutte le forze di opposizione, comprese quelle sostenute dagli Stati Uniti, sono terroriste e i suoi recenti bombardamenti aerei hanno colpito più i ribelli che gli jihadisti. Gli Stati Uniti, che potrebbero salutare l'aiuto russo e le sue campagne di bombardamenti contro gli jihadisti in Siria e in Iraq, si rendono ben conto che l'obiettivo numero uno della Russia non è tanto quello di battere lo Stato islamico, quanto sostenere Assad. Queste due potenze agiscono dunque in uno stesso paese con interessi opposti, anche se non si affrontano direttamente. Per quanto riguarda la Francia, anch'essa si è implicata apertamente attraverso i suoi bombardamenti aerei. Se questi possono avere una efficacia immediata e relativa, alla fine non fanno che aggiungere tensioni e contribuiscono pienamente alla infernale spirale del caos. Esattamente come l'azione più spettacolarmente grossolana della Russia. Le azioni della Russia in Siria segnano così chiaramente un crescendo, ma un crescendo nel caos. Esse si oppongono alle possibilità prospettate dalle altre grandi potenze di arrivare per proprio conto a un regolamento politico di quattro anni di guerra in Siria e quindi ad ogni speranza di ridurre la marea di rifugiati che fuggono dal paese. Come dopo l'invasione americana in Iraq, le grandi potenze non ridaranno stabilità nella regione, ma aumentano l'instabilità. La loro mancanza di soluzione politica non fa che aprire ancora di più le porte alle ambizioni delle potenze regionali. Nello Yemen, per esempio, il regime saudita ha sostenuto il governo, in lotta contro i ribelli sostenuti dall'Iran che ha, a sua volta, inviato forze in Siria per sostenere Assad. Sulla frontiera turco-siro-irachena, la Turchia ha utilizzato il pretesto della lotta contro Daesh per intensificare i suoi attacchi contro il PKK curdo. La Turchia sostiene anche il gruppo Ahar al-Sham in Siria, mentre il Qatar e l'Arabia Saudita hanno i propri protetti islamici di cui alcuni hanno anche ricevuto il sostegno della CIA.
Per decenni dopo la Seconda Guerra mondiale, il mondo ha vissuto sotto la minaccia di distruzione nucleare da parte dei due blocchi imperialisti controllati dagli Stati Uniti e l'URSS. Questa "guerra fredda" implicava una certa disciplina, un certo ordine, dovendo la maggioranza dei paesi di minore importanza e le forze nazionaliste ubbidire ai diktat dell' uno o l'altro blocco. Il crollo del blocco russo all'inizio degli anni 1990 ha provocato lo sfaldamento veloce del blocco americano ed i tentativi ulteriori degli Stati Uniti per imporre il proprio ordine su queste tendenze centrifughe hanno avuto per risultato quello di accelerarle. I suoi scacchi in Afghanistan ed in Iraq sono una prova chiara di ciò, soprattutto oggi che i talebani, cacciati dal potere dall'invasione americana del 2001, si rafforzano in Afghanistan, che regioni intere dell'Iraq crollano a profitto dello Stato islamico o cadono sotto l'influenza dell'Iran che non è un amico degli Stati Uniti a dispetto dei recenti tentativi di avvicinamento. Dopo queste esperienze molto negative, gli Stati Uniti restano reticenti all'idea di intervenire mandando apertamente delle "truppe di terra". Ma l'ascesa in potenza dello Stato islamico li ha costretti a ricorrere alle forze aeree ed a rafforzare il loro sostegno ai combattenti locali come il PKK (precedentemente considerato un gruppo terroristico) che ha mostrato la sua efficacia nella lotta contro lo Stato islamico. Questa strategia ha così spinto la Turchia ad alzare il tiro nella sua guerra contro i curdi. L'intervento americano in Siria rischia anche di stimolare indirettamente il regime di Assad e le ambizioni russe nella regione. Le contraddizioni si amplificano senza che nessuna soluzione si prospetti all'orizzonte.
Insomma, nessuno "gendarme del mondo" è in grado di imporsi. L'irrazionalità della guerra capitalista è sempre più evidente: le guerre che devastano il pianeta portano dei benefici a breve termine ad una minoranza di capitalisti e di gangster, ma pesano fortemente sul sistema e non portano nessuna prospettiva di riorganizzazione del dopoguerra e di ricostruzione, come avvenne dopo la Seconda Guerra mondiale. Tuttavia, nessuna delle forze capitaliste, dai potenti Stati Uniti al più insignificante signore della guerra, può permettersi di rimanere fuori da questo sprofondamento nel militarismo e la guerra. Gli imperativi della concorrenza capitalista ed imperialista sono troppo forti. Il costo finanziario di un intervento militare può essere esorbitante, ma niente è peggiore che perdere terreno a profitto dei rivali. E dei rivali ci saranno sempre.
Per la popolazione di queste regioni, il prezzo che paga è quello della sua carne e del suo sangue, in numero di civili bombardati, violentati e decapitati dagli eserciti governativi e dalle milizie dell'opposizione, in abitazioni in rovina, in secoli di patrimonio culturale e storico volati in fumo, nella scelta tra le carestie nei campi profughi alla frontiera delle zone di guerra o intraprendere il viaggio pericoloso per l'Europa, verso un supposto "rifugio di sicurezza". Per l'umanità nel suo insieme, sembra non esistere altra prospettiva che la propagazione del caos militare attraverso il mondo, la fuga in avanti verso un punto fatidico di non ritorno.
Ma questo punto non è stato ancora raggiunto. Se l'Europa appare ancora come un'oasi di pace per i profughi del mondo intero, non è sicuramente a causa della bontà della borghesia europea, ma perché la classe operaia di questi paesi è sempre una forza sulla quale bisogna contare. La classe dominante non è in grado di stritolarla al punto di sprofondarla nell'estrema povertà o di mobilitarla per la guerra come avvenne negli anni 1930 quando la borghesia si trovò di fronte una classe operaia vinta. La situazione in Siria illustra la barbarie della classe dominante quando la classe operaia è debole ed incapace di resistere alla brutalità dello Stato. Il problema per la classe operaia dei paesi centrali è che essa non riconosce più la sua forza, non ha più fiducia nella sua capacità a rispondere, non ha ritrovato ancora una prospettiva indipendente capace di offrire un avvenire agli sfruttati ed agli oppressi. Ma questa prospettiva, quella della lotta di classe oltre le frontiere per una nuova società, resta la sola vera speranza per l'umanità.
Da World Revolution, organo di stampa della CCI in GB, 4 ottobre 2015
Più di trent'anni fa, nelle "Tesi sulla decomposizione" (Tesi: la decomposizione, fase ultima della decadenza capitalista)[1], dicevamo che la borghesia avrebbe avuto sempre più difficoltà a controllare le tendenze centrifughe del suo apparato politico. Il referendum sulla "Brexit" in Gran Bretagna e la candidatura di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ne costituiscono una prova. In entrambi i casi degli avventurieri politici senza scrupoli della classe dominante si sono serviti della "rivolta" populista di coloro che più hanno sofferto degli sconvolgimenti economici di questi ultimi trent’anni, per auto-celebrarsi.
La CCI ha preso in conto tardivamente dell’ascesa del populismo e delle sue conseguenze. Ed è per tale motivo che abbiamo pubblicato un testo generale sul populismo[2], attualmente ancora in corso di discussione in seno all'organizzazione. L'articolo che segue cerca di applicare le principali idee di questo testo di discussione alle situazioni specifiche della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. In una situazione mondiale in piena evoluzione, esso non ha nessuna pretesa di essere esaustivo, ma speriamo che porti materia di riflessione ed ulteriore discussione.
La perdita di controllo da parte della classe dominante non è stata mai finora così evidente come nello spettacolare disordine caotico offertoci dal referendum sull'Unione europea in Gran Bretagna e sulle sue conseguenze. Mai prima d’ora, la classe capitalista britannica aveva perso il controllo del processo democratico fino a tal punto, i suoi interessi vitali non sono mai stati, prima d’ora, così tanto alla mercé di avventurieri come Boris Johnson[3] o Nigel Farage[4].
La generale mancanza di preparazione sulle conseguenze di una eventuale Brexit è un indice significativo della confusione in seno alla classe dominante britannica. Dopo solo alcune ore dall'annuncio del risultato, i principali portavoce del Leave (Uscita) hanno dovuto spiegare ai loro supporter che i 350 milioni di sterline promessi al NHS[5], se avesse vinto la Brexit - una cifra affissa su tutti gli autobus dalla loro campagna -, erano in effetti solo un "errore di battitura". Alcuni giorni più tardi, Farage si è licenziato dal suo posto di dirigente UKIP, lasciando tutto il pasticcio della Brexit tra le mani di altri Leavers ("Uscenti"); Guto Harri, vecchio capo della comunicazione di Boris Johnson, dichiarava che in effetti "( Johnson) non ci ha messo il cuore" nella campagna per la Brexit, e c'è un forte sospetto che il sostegno di Johnson alla Brexit fosse solo una manovra opportunista ed interessata allo scopo di favorire il suo tentativo di impossessarsi della direzione del Partito conservatore contro Davide Cameron; Michael Gove[6], che ha gestito la campagna di Johnson durante il referendum e che avrebbe dovuto poi gestire la sua campagna per il posto di Primo Ministro, e che peraltro aveva parecchie volte manifestato la sua mancanza di interesse per questo lavoro, solo due ore prima della scadenza della deposizione delle candidature ha pugnalato Johnson alla schiena candidando sé stesso con il pretesto che il suo amico di sempre, Johnson, non aveva le capacità per compiere tale funzione; Andrea Leadsom[7], che si è lanciato nella corsa alla direzione del Partito conservatore come convinto Leaver (Uscente), solo tre anni prima dichiarava che un'uscita dalla UE sarebbe stato "un disastro" per la Gran Bretagna. Sicuramente, la menzogna, l'ipocrisia, il raggiro, tutto ciò non è niente di nuovo nell'apparato politico della classe dominante. Ma ciò che colpisce della più esperta classe dominante del mondo è la perdita di ogni senso dello Stato, dell'interesse nazionale storico che primeggia sull'ambizione personale o sulle piccole rivalità di cricche. Per trovare un episodio simile, nella vita delle classi dominanti inglesi, dovremmo risalire alla Guerra delle Due-Rose[8] (come Shakespeare l'ha descritta nella sua vita di Enrico VI), l'ultimo soffio di un ordine feudale decadente.
La mancanza di preparazione da parte del padronato finanziario ed industriale sulle conseguenze di una vittoria del Leave (Uscita) è ancora più incredibile, soprattutto se si considerano il numero di indicazioni secondo cui il risultato sarebbe stata "la cosa più incerta che si sarebbe mai vista della sua vita", se possiamo permetterci di citare il Duca di Wellington dopo la battaglia di Waterloo[9]. Il crollo del 20%, poi del 30%, della sterlina rispetto al dollaro mostra che il risultato "Brexit" non era previsto - e non aveva per niente compromesso il corso della sterlina prima del referendum. Ci hanno servito lo spettacolo poco edificante di una corsa di banche e di imprese che cercano di installarsi, o di traslocare, a Dublino o Parigi. La pronta decisione di George Osborne[10] di ridurre la tassa sulle imprese al 15% è chiaramente una misura di emergenza per trattenere le imprese in Gran Bretagna la cui economia è una delle più dipendenti del mondo dagli investimenti stranieri.
Nonostante ciò, la classe dominante britannica non è KO. La sostituzione immediata di Cameron come Primo Ministro, cosa che prima di settembre non era prevista, con Theresa May - una politica solida e competente che aveva fatto propaganda discreta per il Remain ("Rimanere") - e la demolizione attraverso la stampa ed attraverso i deputati conservatori dei suoi rivali, Gove e Leadsom, dimostra una capacità vera di pronta reazione e coerenza da parte di frazioni statali dominanti della borghesia.
Fondamentalmente, questa situazione è determinata dall'evoluzione del capitalismo mondiale e dal rapporto di forze tra le classi. È il prodotto di una dinamica più generale verso la destabilizzazione delle coerenti politiche borghesi nella fase attuale del capitalismo decadente. Le forze motrici dietro questa tendenza al populismo non sono argomento di questo articolo: sono analizzate nel "Contributo sul populismo" menzionato sopra. Ma questi fenomeni generali prendono una forma concreta sotto l'influenza di una storia e di caratteristiche nazionali specifiche. Di fatto, il Partito conservatore ha sempre avuto un’ala "euroscettica" che non ha mai accettato veramente l’appartenenza della Gran Bretagna all'UE e le cui origini possono definirsi come segue:
1. La posizione geografica della Gran Bretagna, e prima ancora dell'Inghilterra, a largo delle coste europee ha sempre permesso alla Gran Bretagna di tenersi a distanza dalle rivalità europee, cosa che non era possibile agli Stati continentali; la sua estensione territoriale relativamente piccola, la sua inesistenza in quanto potenza militare terrestre, non l’hanno mai fatta sperare di dominare l'Europa, come è avvenuto per la Francia fino al XIX secolo o la Germania dal 1870. Pertanto essa poteva difendere i suoi interessi vitali solo manovrando per mettere le principali potenze le une contro le altre ed evitando ogni contrasto con alcune di esse.
2. La situazione geografica dell'isola ed il suo statuto di prima nazione industriale del mondo hanno determinato l’ascesa della Gran Bretagna come imperialismo mondiale marittimo. Dal XVII secolo almeno, le classi dominanti britanniche hanno sviluppato una visione mondiale che, ancora una volta, ha permesso loro di conservare una certa distanza rispetto alla politica specificamente europea.
Questa situazione è cambiata radicalmente in seguito alla Seconda Guerra mondiale, innanzitutto perché la Gran Bretagna non poteva più mantenere il suo statuto di potenza mondiale dominante, poi perché la tecnologia militare (forze aeree, missili a lunga gittata, armi nucleari) non consentiva più il mantenimento di un isolamento nei confronti della politica europea. Uno dei primi a riconoscere questo cambiamento di situazione fu Winston Churchill che, nel 1946, chiamò alla formazione degli "Stati Uniti d'Europa", ma la sua posizione non è stata mai accettata realmente in seno al Partito conservatore. L'opposizione all'appartenenza alla UE[11] è andata crescendo man mano che la Germania si è rafforzata, soprattutto da quando il crollo dell'URSS e la riunificazione tedesca nel 1990 hanno aumentato in modo considerevole il peso della Germania in Europa. Durante la campagna del referendum, Boris Johnson ha fatto scandalo nel paragonare il dominio tedesco al progetto hitleriano, ma ciò non aveva niente di originale. Gli stessi sentimenti, praticamente con le stesse parole, furono espressi nel 1990 da Nicholas Ridley, allora ministro del governo Thatcher. Qui abbiamo un segno della perdita di autorità e di disciplina nell'apparato politico del dopoguerra: mentre Ridley fu costretto a lasciare immediatamente il governo, Johnson invece è diventato membro del nuovo gabinetto.
3. Il vecchio statuto di prima potenza mondiale della Gran Bretagna - e la sua perdita - ha un impatto psicologico e culturale profondamente ancorato nella popolazione britannica, ivi compreso nella classe operaia. L'ossessione nazionale di fronte alla Seconda Guerra mondiale - l'ultima volta che la Gran Bretagna ha potuto dare l'impressione di agire come potenza mondiale indipendente – lo illustra alla perfezione. Una parte della borghesia britannica e, più ancora, della piccola borghesia, non ha ancora compreso che oggi il paese è solo una potenza di secondo, addirittura di terzo ordine. Molti di quelli che hanno fatto propaganda per il Leave hanno dato l’impressione di credere che, se la Gran Bretagna si fosse liberata delle "catene" dell'UE, il mondo intero sarebbe accorso ad acquistare merci e servizi britannici - una fantasia che rischia di costare molto all'economia del paese.
Questo risentimento e questa collera contro il mondo esterno a causa della perdita di questo statuto di potenza imperiale sono comparabili al sentimento di una parte della popolazione americana di fronte a quello che si percepisce come perdita di statuto anche degli Stati Uniti (un tema costante degli appelli di Donald Trump è "fare in modo che l'America sia di nuovo grande") e la loro incapacità ad imporre il loro dominio come è stato fatto durante la Guerra fredda.
Le buffonate populiste di Boris Johnson sono state le più spettacolari, e le più diffuse dai media, rispetto a quelle del personaggio Davide Cameron, "vecchia scuola", generato dall'alta società e "responsabile". Ma, in realtà, Cameron ci dà una indicazione più forte del grado di disgregazione che sta colpendo la classe dominante. Sicuramente Johnson sarà stato l’attore principale, ma è stato Cameron ad inscenare la promessa di un referendum a profitto del suo partito, per vincere le ultime elezioni parlamentari del 2015. Per sua natura, un referendum è più difficile da controllare rispetto ad un'elezione parlamentare: perciò esso costituisce sempre una scommessa[12]. Come un giocatore patologico di casinò, Cameron si è mostrato scommettitore recidivo, innanzitutto con il referendum sull'indipendenza scozzese, che ha vinto per un pelo, nel 2014, poi con quello sulla Brexit. Il suo partito, il Partito conservatore, che si sempre è presentato come il migliore difensore dell'economia, dell'unione[13] e della difesa nazionale, è arrivato a mettere questi tre elementi in pericolo. Considerando la difficoltà a manipolare i risultati, il plebiscito su delle domande che riguardano importanti interessi nazionali rappresentano in genere un rischio inaccettabile per la classe dominante. Secondo la concezione e l’ideologia classica della democrazia parlamentare, anche sotto la sua forma decadente di falsa apparenza, tali decisioni devono essere prese dai "rappresentanti eletti", consigliati, e messi sotto pressione, dagli esperti e da gruppi di interessi - e non dalla popolazione nel suo insieme. Dal punto di vista della borghesia, è una pura aberrazione chiedere a milioni di persone di decidere su domande così complesse, come il Trattato costituzionale dell'UE del 2004, visto che, la massa degli elettori non voleva, addirittura non poteva, leggere e comprendere il testo del trattato. Quindi non c’è da sorprendersi se la classe dominante ha ottenuto spesso un "brutto" risultato nei referendum a proposito di tali trattati (come in Francia e nei Paesi Bassi nel 2005, in Irlanda al primo referendum sul Trattato di Lisbona nel 2008)[14].
All’interno della borghesia britannica, ci sono quelli che sperano che il governo May metterà a segno lo stesso colpo di quello dei governi francese ed irlandese dopo il loro fallito referendum sui trattati costituzionali, e che potrà ignorare o semplicemente aggirare il risultato del referendum. Ciò ci sembra improbabile, almeno a breve termine, non perché la borghesia britannica sia più ardentemente "democratica" delle sue sorelle minori ma proprio perché ha compreso che ignorare l'espressione "democratica" della "volontà del popolo" non farebbe che dar credito alle tesi populiste rendendole più pericolose.
La strategia di Theresa May fin qui è stata dunque di fare buon viso a cattiva sorte, imboccando la strada della Brexit ed attribuendo a tre dei Leavers (Uscenti) più noti la responsabilità di ministeri incaricati del complesso compito del disimpegno della Gran Bretagna dalla UE. Anche la nomina del clown Johnson come Ministro degli Affari esteri - accolta all'estero con una mescolanza di orrore, di ilarità e di incredulità - fa probabilmente parte di questa più vasta strategia. Mettendo Johnson sul banco dei negoziati per lasciare l'UE, May si assicura che la "grande bocca" dei Leavers sia screditata dalle probabili condizioni sfavorevoli, e che non possa giocare da franco tiratore alle sue spalle.
La percezione, in particolare da parte di quelli che votano per i movimenti populisti in Europa o negli Stati Uniti, secondo cui tutto il processo democratico è una "truffa", perché la “casta” non tiene conto dei risultati inopportuni, costituisce una vera minaccia per l'efficacia della stessa democrazia come sistema di dominio di classe. Nella concezione populista della politica, "la presa di decisione da parte del popolo stesso" è considerata come un mezzo per evitare la corruzione dei rappresentanti eletti dalle élite politiche preesistenti. È per tale motivo che in Germania referendum del genere sono stati esclusi dalla costituzione del dopoguerra, proprio in seguito all'esperienza negativa della Repubblica di Weimar e dalla loro utilizzazione nella Germania nazista[15].
Se la Brexit è stata un referendum fuori controllo, la selezione di Trump come candidato alle presidenziali americane del 2016 è un'elezione "uscita di pista". All’inizio, nessuno aveva preso sul serio la sua candidatura: il favorito era Jeb Bush, membro della dinastia Bush, scelta preferita dei notabili repubblicani e, in quanto tale, capace di attirare sostegni finanziari importanti (cosa che è sempre una considerazione cruciale nelle elezioni americane). Ma, nonostante le aspettative, Trump ha trionfato nelle prime primarie e ha guadagnato Stato dopo Stato. Bush si è spento come un petardo bagnato, gli altri candidati non sono stati che degli outsider ed i capi del Partito repubblicano sono stati costretti a confrontarsi con una sgradevole realtà secondo cui il solo candidato che potesse avere una possibilità di battere Trump era Ted Cruz, un uomo considerato dai suoi colleghi al Senato per niente degno di fiducia, solo un poco meno egoista ed interessato dello stesso Trump.
La possibilità che Trump batta Clinton è in sé un segno di quanto la situazione politica sia diventata assurda. Già la sua candidatura ha provocato uno shock che ha attraversato tutto il sistema delle alleanze imperialistiche. Da 70 anni, gli Stati Uniti sono stati i garanti dell'alleanza della NATO la cui efficacia dipende dall'inviolabilità del principio di difesa reciproca: un attacco contro uno è un attacco contro tutti. Quando un possibile presidente americano mette in discussione l'alleanza nord-atlantica o la volontà degli Stati Uniti di onorare i suoi obblighi di alleato - come ha fatto Trump dichiarando che una risposta americana ad un attacco russo contro gli Stati baltici dipenderebbe, a suo avviso, dal fatto che questi ultimi debbano "pagare il loro biglietto di entrata" – la cosa produce un brivido alla schiena di tutte le borghesie europee dell’est direttamente confrontate allo Stato mafioso di Putin, per non parlare dei paesi asiatici, il Giappone, la Corea del Sud, il Vietnam, le Filippine che confidano negli Stati Uniti per una loro difesa contro il drago cinese. Allo stesso modo risulta fortemente allarmante la possibilità che Trump non sappia affatto ciò che accade, come abbiamo potuto capire dalla sua affermazione secondo la quale non ci sarebbero truppe russe in Ucraina (sembrerebbe che non sa che la Crimea è ancora ufficialmente considerata da tutti, tranne che dai Russi, come parte dell'Ucraina).
Peggio ancora, Trump ha apprezzato l’attacco informatico da parte dei servizi russi ai sistemi informatici del Partito democratico e ha invitato Putin a fare di meglio. È difficile dire se ciò nuocerà a Trump, ma vale la pena ricordare che, dal 1945, il Partito repubblicano, accanitamente, ferocemente anti-russo, è favorevole a dotarsi di potenti forze armate e di una presenza militare massiccia in tutto il pianeta, poco importa il costo (infatti, fu l'aumento colossale delle spese militari sotto Reagan a fare esplodere il deficit di bilancio).
Non è la prima volta che il Partito repubblicano presenta un candidato che la sua direzione considera come pericolosamente estremista. Nel 1964, Barry Goldwater vinse le primarie grazie al sostegno della destra religiosa e della "coalizione conservatrice" – antesignana dell’attuale Tea Party. Almeno il suo programma era coerente: riduzione drastica del campo d’azione del governo federale, in particolare nella sicurezza sociale, potenza militare e preparazione se necessaria all'uso di armi nucleari contro l'URSS. Questo era un programma classico molto di destra ma che non corrispondeva affatto ai bisogni del capitalismo di Stato americano, e Goldwater finì per subire una cocente sconfitta alle elezioni, in parte per il fatto che la gerarchia del Partito repubblicano non l'aveva sostenuto. Trump è un Goldwater bis? Non del tutto, e le differenze sono interessanti. La candidatura di Goldwater rappresentò una presa in mano del Partito repubblicano da parte del "Tea Party" dell'epoca; e questo fu emarginato per anni in seguito alla schiacciante sconfitta elettorale di Goldwater. Non è un segreto per nessuno che durante gli ultimi due decenni, questa tendenza è ritornata e ha fatto un tentativo più o meno riuscito di prendere il controllo del GOP[16]. Tuttavia, quelli che sostenevano Goldwater erano, nel senso più vero del termine, "una coalizione conservatrice"; rappresentavano una vera tendenza conservatrice negli Stati Uniti, in un’America che stava per conoscere profondi cambiamenti sociali (il femminismo, il Movimento per i Diritti civili, l'inizio di un'opposizione alla guerra in Vietnam ed il crollo dei valori tradizionali). Benché molte "cause" del Tea Party siano le stesse di quelle di Goldwater, il contesto non è lo stesso: i cambiamenti sociali ai quali Goldwater si opponeva hanno avuto luogo, ed il Tea Party non è tanto una coalizione di conservatori ma un'alleanza reazionaria isterica.
Ciò crea crescenti difficoltà per la grande borghesia che non si cura di queste questioni sociali e "culturali" e, fondamentalmente, ha degli interessi nella forza militare americana e nel libero commercio da cui trae i suoi profitti. È diventato un’ovvietà dire che chiunque si presenti alle primarie repubblicane deve rivelarsi "ineccepibile" su tutta una serie di questioni: l'aborto (bisogna essere "per la vita"), il controllo delle armi (bisogna essere contro), il conservatorismo fiscale e tasse più basse, contro l'Obamacare - riforma sanitaria di Obama - (è socialismo, deve essere abolita: infatti, Ted Cruz aveva giustificato in parte la sua candidatura facendosi pubblicità attraverso la sua ostruzione all'Obamacare al Senato), il matrimonio (un'istituzione sacra), contro il Partito democratico (se Satana avesse un partito, sarebbe questo). Oggi, nello spazio di alcuni mesi, Trump ha eviscerato il Partito repubblicano. È un candidato su cui non "si può contare" per quanto riguarda l'aborto, il controllo delle armi, il matrimonio, lui stesso sposato tre volte, e che, nel passato, ha dato lui stesso del denaro al diavolo Hillary Clinton. Inoltre, propone di aumentare il salario minimo, vuole mantenere almeno in parte l'Obamacare, vuole ritornare ad una politica estera isolazionista, lasciare volare via il deficit di bilancio ed espellere 11 milioni di immigrati illegali il cui lavoro a buon mercato è vitale per gli affari.
Come i conservatori in Gran Bretagna con la Brexit, il Partito repubblicano - e potenzialmente tutta la classe dominante americana - si sono ritrovati con un programma completamente irrazionale dal punto di vista degli interessi di classe imperialisti ed economici.
La sola cosa che possiamo affermare con certezza, è che la Brexit e la candidatura di Trump aprono un periodo di instabilità crescente a tutti i livelli: economico, politico ed imperialistico. Sul piano economico, i paesi europei - che rappresentano, non dimentichiamolo, una parte importante dell'economia mondiale ed il più grande mercato unico - conoscono già una fragilità: hanno resistito alla crisi finanziaria del 2007-08 ed alla minaccia di un'uscita della Grecia dalla zona Euro, ma non hanno superato queste situazioni. La Gran Bretagna resta una delle principali economie europee ed il lungo processo per disfarsi dei suoi legami con l'Unione europea conterrà molti imprevisti, come sicuramente accadrà a livello finanziario: nessuno sa, per esempio, quale effetto avrà la Brexit sulla City di Londra, maggiore centro europeo per le banche, le assicurazioni e la Borsa. Il successo della Brexit non può che incoraggiare politicamente, e portare più credito ai partiti populisti del continente europeo: l'anno prossimo si terranno le elezioni presidenziali in Francia dove il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, partito populista ed anti-europeo, è già ora il più grande partito politico in termini di voti. I governi delle principali potenze europee sono divisi tra il desiderio che la separazione della Gran Bretagna si faccia possibilmente con dolcezza e facilità, e la paura che ogni concessione a quest’ultima (come per esempio l'accesso al mercato unico con nello stesso tempo restrizioni sul movimento delle persone) dia delle idee ad altri, in particolare alla Polonia ed all'Ungheria. È praticamente certo che il tentativo di stabilizzare la frontiera sud-est dell'Europa integrando dei paesi dell'ex-Iugoslavia debba essere fermata. Sarà più difficile per l'Unione europea trovare una risposta univoca al "colpo di stato democratico" di Erdogan in Turchia ed alla sua utilizzazione dei profughi siriani come pedine in un meschino gioco di ricatto.
Sebbene l'Unione Europea, in quanto tale, non sia mai stata un'alleanza imperialistica, la maggior parte dei suoi membri restano comunque membri NATO. Ogni indebolimento della coesione europea tende a compromettere seriamente la capacità della NATO a bloccare la pressione russa sul suo fianco orientale, destabilizzando ancora più l'Ucraina e gli Stati baltici. Non è un segreto per nessuno che la Russia finanzia da un certo tempo il Fronte nazionale in Francia e che utilizza, se non lo finanza, il movimento PEGIDA in Germania. In effetti, il solo vittorioso dalla Brexit è Vladimir Putin.
Come detto sopra, la candidatura di Trump ha già indebolito la credibilità degli Stati Uniti. L'idea di Trump come presidente che ha il dito sul bottone nucleare è, dobbiamo dirlo, una prospettiva spaventosa[17]. Ma come detto più volte, uno dei principali elementi della guerra e dell'instabilità oggi è la determinazione degli Stati Uniti a mantenere la loro posizione imperialistica dominante contro ogni ultimo arrivato, e questa situazione resterà immutata qualunque sia il presidente.
Boris Johnson e Donald Trump hanno in comune molto più di una "grande bocca". Sono entrambi degli avventurieri politici privi di ogni principio e di ogni senso dell'interesse nazionale. Tutti e due sono pronti ad ogni contorsione per adattare il loro messaggio a quello che il loro pubblico vuole sentire. Le loro buffonate sono gonfiate dai media fino a che esse sembrano più vere di quanto non lo siano al naturale, ma, in realtà, essi sono delle non-entità, niente di più di portavoce attraverso cui i perdenti della mondializzazione urlano la loro rabbia, la loro disperazione ed il loro odio alle ricche élite e agli immigrati che ritengono responsabili della loro miseria. Trump se l’è cavata con gli argomenti più oltraggiosi e contraddittori: i suoi supporters semplicemente se ne fregano, lui dice ciò che questi vogliono sentire.
Ciò non vuole dire che Johnson e Trump sono simili, ma ciò che li distingue ha meno a che vedere con il loro carattere personale e più con le differenze tra le classi dominanti alle quali appartengono: la borghesia britannica ha giocato un ruolo maggiore sulla scena mondiale da secoli mentre la fase di "filibustiere" egocentrico e sfrontato dell'America non si è conclusa veramente che con la sconfitta che Roosevelt ha imposto agli isolazionisti e con la conseguente entrata nella Seconda Guerra mondiale. Alcune frazioni importanti della classe dominante americana restano profondamente ignoranti del mondo esterno, si è quasi tentato di dire che sono in uno stato di adolescenza ritardata.
I risultati elettorali non saranno mai un'espressione della coscienza di classe, tuttavia possono darci delle indicazioni in quanto allo stato del proletariato. Che sia il referendum sulla Brexit, il sostegno a Trump negli Stati Uniti, al Fronte nazionale di Marine Le Pen in Francia, o ai populisti tedeschi di PEGIDA e dell'Alternativa für Deutschland (Alternativa per la Germania), tutte le cifre concordano nel suggerire che là dove questi partiti e movimenti guadagnano il sostegno degli operai, è tra quelli che hanno sofferto di più i cambiamenti operati nell'economia capitalista durante questi ultimi quarant’anni, e che alla fine hanno concluso - in modo non del tutto irragionevole dopo anni di sconfitte e di attacchi senza fine contro le loro condizioni di esistenza da parte di governi di sinistra e di destra - che il solo modo per fare paura all'élite dirigente è votare per i partiti che sono evidentemente irresponsabili, e la cui politica è un anatema per questa stessa élite. La tragedia, è che sono proprio questi operai ad essere stati tra i più massicciamente impegnati nelle lotte degli anni 1970.
Un tema comune alle campagne della Brexit e di Trump è che "noi" possiamo "riprendere il controllo". Poco importa che questo "noi" non abbia mai avuto controllo reale sulla sua vita; come diceva un abitante di Boston in Gran Bretagna: "Vogliamo semplicemente che le cose ridivengano ciò che erano". Quando c'erano impieghi ed impieghi con salari decenti, quando la solidarietà sociale nei quartieri operai non era stata rotta dalla disoccupazione e l'abbandono, quando il cambiamento appariva come qualche cosa di positivo ed avveniva ad una velocità ragionevole.
Sicuramente è vero che il voto Brexit ha provocato un'atmosfera nuova e spiacevole in Gran Bretagna, dove le persone apertamente razziste si sentono più libere di uscire allo scoperto. Ma molti - probabilmente la grande maggioranza - di quelli che hanno votato Brexit o Trump per fermare l'immigrazione non sono veramente razzisti, soffrono piuttosto di xenofobia: paura dello straniero, paura dell'ignoto. E questo ignoto, è fondamentalmente l'economia capitalista, è lei stessa ad essere misteriosa ed incomprensibile perché presenta i rapporti sociali nel processo di produzione come pretese forze naturali, così elementari ed incontrollabili quanto il tempo che fa ma i cui effetti sulla vita degli operai sono ancora più devastanti. È un'ironia terribile, in questa epoca di scoperte scientifiche dove più nessuno può pensare che il brutto tempo sia causato dalle streghe, che certe persone siano pronte a credere che le loro disgrazie economiche provengono dai loro compagni di sventura quali sono gli immigrati.
All'inizio di questo articolo, ci siamo riferiti alle nostre "Tesi sulla decomposizione", redatte praticamente trent'anni fa, nel 1990. Concluderemo citandole:
"(…) E’ particolarmente importante essere lucidi sul pericolo che rappresenta la decomposizione per la capacità del proletariato di essere all’altezza del suo compito storico. (…)
I diversi elementi che costituiscono la forza del proletariato si scontrano direttamente con i diversi aspetti di questa decomposizione ideologica:
Oggi siamo concretamente di fronte a questo pericolo.
L’ascesa del populismo è pericolosa per la classe dominante perché minaccia la sua capacità a controllare il suo apparato politico ed a mantenere la mistificazione democratica che è uno dei pilastri del suo dominio sociale. Ma non offre niente al proletariato. È al contrario, proprio la debolezza del proletariato, la sua incapacità ad offrire un'altra prospettiva al caos che minaccia il capitalismo, che ha reso possibile l’ascesa del populismo. Solo il proletariato può offrire una via di uscita al vicolo cieco in cui la società si trova oggi e non sarà capace di farlo se gli operai si lasciano prendere dai canti delle sirene di demagoghi populisti che promettono un impossibile ritorno ad un passato che, ad ogni modo, non è mai esistito.
Jens, agosto 2016.
[1] it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo [133]
[2] Sul problema del populismo: https://it.internationalism.org/cci/201612/1372/sul-problema-del-populismo [391]
[3] Boris Johnson, membro del Partito conservatore e vecchio sindaco di Londra. Uno dei principali portavoci del "Leave", cioè del "lasciare", denominazione della campagna per uscire dell'UE.
[4] Nigel Farage, dirigente del Partito per l'indipendenza del Regno Unito (United Kingdom Independence Party – UKIP). UKIP è un partito populista fondato nel 1991 e che fa principalmente campagna sui temi dell'uscita dall'UE e l'immigrazione. Paradossalmente, ha 22 membri al Parlamento europeo, risultante come il principale partito britannico rappresentato al Parlamento.
[5] NHS: National Health Service, la sicurezza sociale britannica.
[6] Membro del Partito conservatore e Ministro della Giustizia nel governo Cameron.
[7] Membro del Partito conservatore e Ministro dell'energia nel governo Cameron. Oggi Segretario di Stato all'ambiente naturale.
[8] Guerra civile tra i clan aristocratici di York e Lancaster durante il XV secolo in Inghilterra.
[9] E’ vero che il Tesoro britannico e le istanze dell'UE hanno fatto alcuni sforzi per preparare un "Piano B" in caso di vittoria della Brexit. Tuttavia, è chiaro che questi preparativi sono risultati inadeguati e, soprattutto che nessuno si aspettava che il Leave vincesse al referendum. E questo vale anche per il campo dello stesso Leave. Sembra che Farage abbia ammesso la vittoria del Remain (Restare) all’una di notte del referendum, per scoprire con suo grande stupore la mattina seguente che il Remain aveva perso.
[10] Membro del Partito conservatore e Ministro delle Finanze nel governo Cameron.
[11] La Gran Bretagna è entrata nella Comunità economica europea (CEE) sotto un governo conservatore nel 1973. L'adesione fu confermata da un referendum indetto nel 1975 da un governo laburista.
[12] Vale la pena ricordare che Margaret Thatcher è restata per più di dieci anni al potere senza avere mai guadagnato più del 40% dei voti all'epoca delle elezioni parlamentari.
[13] Cioè l'unione, in seno al Regno Unito, dell'Inghilterra, del Paese di Galles, della Scozia e dell'Irlanda del Nord.
[14] In seguito a risultati contrari alla loro volontà, i governi europei hanno lasciato cadere il Trattato costituzionale, pure conservando l'essenziale, modificando semplicemente gli accordi esistenti attraverso il Trattato di Lisbona del 2007.
[15] Bisogna fare una distinzione sui referendum: in Stati come la Svizzera o la California, essi fanno parte di un processo storicamente consolidato.
[16] Grand Old Part (il "Grande Vecchio Partito"), nome familiare per designare il Partito repubblicano, risalente al XIX secolo.
[17] Una delle ragioni della sconfitta di Goldwater è che aveva dichiarato di essere pronto ad utilizzare l'arma nucleare. La campagna di Johnson in risposta allo slogan di Goldwater: "In your heart, you know he's right" ("Nel tuo cuore, tu sai che lui ha ragione") aveva per slogan: "In your guts, you know he's nuts" ("Per istinto, tu sai che lui è pazzo").
[18] Gruppo rap americano conosciuto per le sue prese di posizione anarchicheggianti ed anti-capitaliste. Il titolo è ironico.
Le discussioni intorno al progetto di legge sul "matrimonio per tutti" nel 2013 in Francia hanno suscitato svariate posizioni, emozioni, magniloquenza e stupidità, e a maggior ragione quando "studi sul genere" sono stati branditi, da un campo o dall'altro, come argomento determinante. Poi, le appassionate e mutevoli controversie hanno preso una piega drammatica quando migliaia di profughi, cacciati dalle loro case dalla miseria e dalla guerra, sono venuti a bussare alle porte dei paesi sviluppati, e quando si sono udite le raffiche di kalashnikov destinate ad annientare, a Parigi, dei giovani per il loro stile di vita, ad Orlando altri giovani per il loro orientamento sessuale. La sinistra, la destra, l'estrema-destra e l'estrema-sinistra, tutte le famiglie dell'apparato politico della borghesia si sono fatte in quattro sulla scena del teatro mediatico - tra loro e all’interno di ciascuna - proclamando "io sono Charlie" o ancora "io non sono Charlie", raddoppiandosi in demagogia per non rimanere indietro di fronte alla concorrenza.
Abbandoniamo il teatrino della politica ufficiale e ritorniamo alle domande di fondo poste dal razzismo e dalla xenofobia, dal sessismo e dall’omofobia, da tutte queste condotte sociali che derivano dall'alienazione umana e che possono portare fino all'omicidio. Come spiegare un tale scatenamento di violenza sociale, come comprendere i pregiudizi che ne formano la base e che sembrano provenire da un'età oscura e passata? Come premunirsi, di fronte a questo tipo di problemi, contro il pensiero ideologico che il sistema borghese diffonde abbondantemente per mascherare la realtà ed accentuare le divisioni che indeboliscono il suo nemico storico, la classe dei proletari?
Intendiamoci, se la causa profonda di questi fenomeni risiede in una società divisa in classi antagoniste, fondata sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e dove la merce si è imposta come un tiranno su tutti i piani dell'esistenza, ivi compreso i più intimi, una società infine dove lo Stato, questo mostro freddo, domina e sorveglia ogni individuo, non stupisce che la violenza sociale sia estremamente elevata. In questo tipo di società, l'Altro, l'individuo che è di fronte a noi, è visto di colpo con sospetto, come un pericolo potenziale, al meglio come un concorrente, al peggio come un nemico. Viene stigmatizzato per mille ragioni, perché non ha lo stesso colore di pelle, lo stesso sesso, la stessa cultura, la stessa religione, la stessa nazionalità, lo stesso orientamento sessuale. Le molteplici sfaccettature della concorrenza, che sta alla base della società capitalista, provocano regolarmente la povertà, le guerre, i genocidi, ma anche, ad un'altra scala, lo stress, l'aggressività, l'assillo e la sofferenza psicologica, la mentalità pogromista, la superstizione, il nichilismo, lo scioglimento dei più elementari legami sociali[1].
Ma questa spiegazione non basta perché resta su un piano generale; bisogna, infatti, identificare la dinamica che genera questi pregiudizi e quegli atti che essi pretendono di giustificare, spiegare la sua sopravvivenza e le sue cause immediate e lontane.
È una delle più importanti questioni per la classe operaia. Innanzitutto perché, nelle sue lotte, è confrontata senza tregua alla necessità di riunire le sue forze, di battersi per conquistare la sua unità. La lotta per rigettare o neutralizzare i pregiudizi che dividono le sue forze, come il razzismo, il sessismo o lo sciovinismo per esempio, è indispensabile e non è per niente già vinta. Poi perché la prospettiva rivoluzionaria portata dal proletariato si dà come scopo la costruzione di una società senza classi, senza frontiere nazionali, la creazione infine di una comunità umana unificata a scala mondiale. Ciò vuol dire che la rivoluzione proletaria intende chiudere e concludere tutto un periodo della storia umana dove, dai primi raggruppamenti, mescolanze ed alleanze in seno alle società primitive fino alle lotte del XIX secolo per l'unità nazionale, ogni tappa nello sviluppo della produttività del lavoro ha condotto ad una rivoluzione dei rapporti di produzione ed ad un allargamento a scala superiore della società.
Se il proletariato, in quanto classe storica dotata del progetto comunista, in quanto rappresentante per eccellenza del principio attivo della solidarietà, è spinto dalla pratica a superare queste divisioni, il razzismo, il sessismo o la xenofobia restano per lui un problema reale che riguarda il fattore soggettivo della rivoluzione. Le condizioni oggettive non bastano; affinché la rivoluzione sia vittoriosa occorre ancora che la classe sia soggettivamente in grado di condurre fino alla fine il suo compito storico, che sia in grado di acquisire nel corso stesso del suo movimento la capacità di unificarsi ed organizzarsi, una volontà, una combattività ed una coscienza sufficientemente evoluta, una profondità teorica, una morale sufficientemente ancorata, e, dal lato della minoranza comunista, una reale capacità di dare degli orientamenti politici chiari e convincenti, ed a costituirsi in partito mondiale appena le condizioni della lotta di classe lo permettono.
Il libro di Patrick Tort, Sesso, razza e cultura, può aiutarci a comprendere meglio queste questioni e costituire un reale stimolo per la riflessione degli operai più coscienti. Si conosce il rigore scientifico di questo autore[2], che non rende sempre agevole la lettura dei suoi libri, ma qui viene rivendicata con chiarezza la volontà di rendere questo tipo di problematica accessibile a tutti. Concepito sotto forma di un colloquio, il libro è composto di due parti: la prima affronta la questione del razzismo e prende posizione sulla decisione, presa recentemente in Francia da parecchie istituzioni statali o scientifiche, di abbandonare l'utilizzazione della parola "razza"; il secondo affronta la questione del sessismo e tenta di definire i rapporti tra il sesso ed i "generi". Tutte queste domande si intersecano con la biologia e le scienze sociali, e non possono trovare un inizio di chiarimento senza una critica delle concezioni dominanti sulla "natura umana", senza una critica della vecchia e affermata opposizione tra "natura" e "cultura".
Qui l'apporto di Darwin è considerevole. Nel suo campo, che è la scienza dei viventi, Darwin propone tutta una serie di strumenti teorici ed un percorso scientifico che permettono la costruzione di una visione materialista del passaggio della natura alla cultura, dal regno animale al mondo sociale dell'uomo. Patrick Tort è a livello internazionale uno dei migliori conoscitori di Darwin del quale pubblica le opere complete in francese per le edizioni Slatkine (Ginevra) e Champion (Parigi). La pubblicazione del monumentale Dictionnaire du darwinisme et de l’évolution (Dizionario del darwinismo e dell'evoluzione) da lui diretta, ha permesso di mettere a disposizione di tutti uno strumento inestimabile. In particolarmente, attraverso la nozione di effetto reversivo dell'evoluzione, ha molto contribuito a rendere comprensibile ciò che nell’opera antropologica di Darwin era stato occultato a causa del suo contenuto sovversivo[3]. Questa lotta resta ancora attuale perché si trovano ancora resistenze davanti ai fondamentali progressi permessi da Darwin. Ci sono coloro che, per evitare le questioni di fondo, simulano la sorpresa: "Che ci trovate in questo Darwin dunque? Si tratta di un nuovo culto reso ad uno scienziato alla moda?"[4]. Ci sono quelli che Patrick Tort chiama i "giubilatori precoci" (quelli che si rallegrano troppo presto, ndt) i quali, dimenticando che Darwin non era socialista, che era un uomo della sua epoca e che dunque condivideva una parte dei pregiudizi del tempo, agitano una citazione, accuratamente isolata, come un trofeo supposto squalificare l'insieme e la logica dell’opera[5].
Beninteso, noi non siamo necessariamente d’accordo con tutte le posizioni politiche che possono scaturire dal testo di Patrick Tort. Per noi è essenziale basarsi sugli apporti delle differenti discipline scientifiche per dare più corposità, più chiarezza alle nozioni che, per la maggior parte, il marxismo ha integrato da tempo al suo patrimonio teorico. Le grandi qualità di questo autore, oltre ad un metodo materialista rigoroso, sono la sua capacità di incrociare le differenti discipline, la sua critica alle idee ricevute ed al buonsenso comune, tanto ben prodotte, secondo le sue parole, sia dalla "destra liberale" che dalla "ideologia progressista dominante", cosa che lo porta a tenersi lontano dal ciarpame dei mass media, questi "grandi apparati di influenza".
L'apporto fondamentale dell'antropologia di Darwin consiste in una descrizione coerente e materialista dell'apparizione della specie umana attraverso il meccanismo della selezione naturale che permette agli individui che presentano una variazione vantaggiosa di avere una discendenza più adattata e più numerosa. In fondo, il processo è lo stesso per tutte le specie. Nella lotta per l'esistenza i meno adatti sono eliminati, il che porta, quando si realizzano certe condizioni, alla trasformazione delle specie attraverso selezione prolungata delle variazioni vantaggiose, ed all'apparizione di nuove specie. Ciò che viene trasmesso alla discendenza, nel caso degli animali superiori[6], sono non solo le variazioni biologiche vantaggiose, ma anche gli istinti sociali, il sentimento di simpatia e l'altruismo che come tali servono da amplificatori allo sviluppo delle capacità razionali e dei sentimenti morali. Ciò che accade nell’uomo, è precisamente che lo sviluppo della simpatia e dell'altruismo va a contraddire l'eliminazione del più debole contrapponendovisi. La protezione dei deboli, l'assistenza verso i diseredati, la simpatia al riguardo dello straniero, che ci appare come simile malgrado le differenze nella cultura e nell'apparenza esterna, così come tutte le istituzioni sociali incaricate di incoraggiarle, tutte queste cose sono chiamate da Darwin civilizzazione.
Tort ne ricorda brevemente il contenuto:
"Per via degli istinti sociali, e delle loro conseguenze sullo sviluppo delle capacità razionali e morali, la selezione naturale [a sua volta] seleziona la civiltà che si oppone alla selezione naturale. È la formula semplificata e corrente di ciò che ho denominato effetto reversivo" (p.21).
È una concezione perfettamente materialista e dialettica. Nel caso dell'apparizione dell'Uomo si è operato un capovolgimento che adatta sempre più il suo ambiente ai suoi bisogni invece di adattarsi lui all’ambiente, in tal modo si libera dell'influenza eliminatoria della selezione naturale: all'inizio del processo è l'eliminazione dei deboli che predomina; poi, durante un'inversione progressiva, è la protezione dei deboli che finisce per imporsi, segno eminente, distinguibile, della solidarietà del gruppo. L'errore originario della sociobiologia consiste nel concepire la società umana come una collezione di organismi in lotta; postula dunque una semplice continuità tra il biologico (ridotto ad un'ipotetica concorrenza dei geni) ed il sociale. Anche in Darwin c’è una continuità, ma è una continuità reversiva. Difatti, il capovolgimento che abbiamo appena descritto produce non una rottura tra il biologico ed il sociale ma effetti di rottura. Questa nozione permette di comprendere secondo Tort l'autonomia teorica delle scienze dall'uomo e dalla società, pur mantenendo la continuità materiale tra natura e cultura. È un rigetto di ogni dualismo, di ogni opposizione fissa tra l'innato e l'esperienza, tra natura e cultura.
Le scoperte di Darwin alle quali si aggiungerà l'effetto reversivo come chiave indispensabile della comprensione della stessa opera, rappresentano un vero sconvolgimento delle nostre concezioni scientifiche sull'apparizione della società umana. Rimettendo in causa le vecchie certezze, la fissità delle specie, e l'apparente stabilità del mondo vivente, ed adottando la prospettiva della sua reale genealogia, Darwin apriva nuovi orizzonti. È lo stesso tipo di sconvolgimento che provò Anassimandro nell'antichità greca quando rimise in causa la concezione dominante secondo la quale il nostro pianeta doveva poggiare necessariamente su qualche cosa. In realtà, affermava, la Terra fluttua nel cielo ed in questo senso non ci sono né alti né bassi e cambiando semplicemente il punto di vista sulla realtà sensibile, Anassimandro apriva la via alla scoperta della Terra come una sfera - dove le persone che vivono agli antipodi non camminano a testa in basso - ed a tutte gli avanzamenti e scientifici che ne derivano[7].
• La selezione naturale non è più, a questo stadio dell'evoluzione, la forza principale che governa il divenire dei gruppi umani;
• "In altre parole se l'evoluzione ha preceduto la storia, oggi la storia governa l'evoluzione" (p.199).
• "occorre del biologico per fare del sociale, ma da una parte il sociale non potrebbe ridursi al biologico, e d’altra parte è il sociale che, dal punto di vista dell'Uomo attore e giudice della sua evoluzione, produce la verità del biologico nelle capacità che attraverso lui il biologico si rivela atto a svelare" (p.17).
• Poiché esiste una continuità (reversiva) tra natura e cultura, e poiché "l'uomo storico non ha comunque cessato di essere un organismo, l’evoluzione ingloba o include la storia" (p.18).
Non riproduciamo tutta la famosa citazione del capitolo IV de La Filiazione dell'uomo, ma solamente due frasi che sono fondamentali per comprendere l'importanza delle conclusioni di Darwin a proposito dell'uomo giunto allo stadio presente della "civiltà": "Una volta raggiunto questo punto, c'è solo una barriera artificiale ad impedire che le sue simpatie si estendano agli uomini di tutte le nazioni e di tutte le razze. È vero che se questi uomini sono separati tra loro per le grandi differenze di apparenza esterna o di abitudini, l'esperienza ci mostra purtroppo quanto tempo ci vuole prima che li guardiamo come nostri simili" (testo citato da Tort p.23).
Leggendo L'Autobiografia[8] che Darwin riservava unicamente alle persone a lui più vicine, si potrà constatare che aveva piena consapevolezza della natura rivoluzionaria delle sue scoperte, in particolare per il fatto che rimettevano in causa la credenza in Dio, essendo lui stesso diventato ateo. Ma era estremamente prudente per evitare che, nell'Inghilterra vittoriana così puritana e religiosa, la sua opera fosse messa all'indice. Si ritrova in questo passo la stessa visione profonda e rivoluzionaria del divenire umano: le frontiere nazionali sono per lui delle barriere artificiali che la civiltà dovrà superare ed abolire. Senza essere comunista, senza nemmeno considerare esplicitamente la distruzione delle frontiere nazionali, Darwin include, di fatto, nella sua visione l'ipotesi di una scomparsa del quadro nazionale. Nel suo spirito, la civiltà non è uno stato di fatto, è un movimento costante e doloroso ("quanto tempo ci vuole prima…"), un processo continuo di superamento che, una volta raggiunta l'unificazione dell'umanità, deve proseguire attraverso lo sviluppo del sentimento di simpatia verso tutti gli esseri sensibili, in altre parole oltre la sola specie umana.
Accostando la prospettiva forgiata da Darwin e quella forgiata da Marx, noi riteniamo che cade sulle spalle del proletariato e della sua solidarietà ricostituita il pesante compito di rovesciare la civiltà borghese per permettere il libero sviluppo della civiltà umana.
Un'altra conseguenza importante è il modo con cui possiamo concepire la famosa "natura umana". Conosciamo l'errore dei socialisti utopisti. Malgrado tutti i loro meriti, essi erano incapaci, a causa dell'epoca in cui vivevano, di definire quali erano le premesse che nella società borghese avrebbero permesso di sconvolgere i rapporti sociali e costruire una società comunista. Bisognava dunque inventare di sana pianta una società ideale che fosse conforme alla natura umana compresa come criterio assoluto. Facendo ciò, i socialisti utopisti riprendevano la visione dominante del loro tempo, una visione idealistica largamente diffusa ancora oggi secondo la quale la natura umana è immutabile ed eterna. Il problema, risponde Marx, è che la natura umana si modifica costantemente durante la storia. Nello stesso momento in cui l'uomo trasforma la natura esterna, trasforma anche la sua natura.
La concezione difesa da Darwin sui rapporti tra natura e cultura ci permette di andare ancora oltre una semplice visione astratta di una natura umana effimera, fluida. Esiste una continuità tra il biologico ed il culturale, ciò che implica l'esistenza di un nucleo costante nella natura umana che è un prodotto di tutta l'evoluzione. Marx condivideva questa visione. È ciò che emerge da questo passo del Capitale in cui, in particolare, risponde all'utilitarismo di Geremia Bentham: "Per sapere, per esempio, ciò che è utile ad un cane, bisogna studiare la natura canina, ma non si potrebbe dedurre questa stessa natura dal principio di utilità. Se si vuole fare di questo principio il criterio supremo dei movimenti e dei rapporti umani, si tratta innanzitutto di approfondire in generale la natura umana e afferrarne poi le modifiche specifiche ad ogni epoca storica”[9].
Anche se le radici profonde della natura umana sono state riconosciute, l'errore di interpretazione commessa dai socialisti utopici resta ancora dominante oggi. Patrick Tort mette bene in evidenza la sua natura: "L'errore non è affermare l'esistenza di una "natura" nell'essere umano, ma di pensarla sempre sul modo di un'eredità onnipotente che lo governerebbe secondo l'intangibile legge di un determinismo univoco e subìto" (p.83). Questo determinismo univoco e subìto è la specificità del materialismo meccanicistico. Il materialismo moderno, in quanto ad esso, aggiunge una determinazione attiva proprio come l'aveva ben compresa Epicuro con la sua teoria del clinamen. Fin dalla sua tesi di dottorato, Differenza della filosofia naturale di Democrito e di Epicuro, Marx aveva riconosciuto questo apporto considerevole di Epicuro che superava il riduzionismo presente nell'atomismo di Leucippo e Democrito e che introduceva la libertà nella materia. Questa libertà significa che all’interno della natura niente è predestinato, come lo pretenderebbe un determinismo assoluto, e c'è un posto per la spontaneità degli agenti. Essa significa che per gli organismi che hanno acquistato una certa autonomia, "all'instante, io posso decidere di un atto, di un atto contrario o di un non atto senza doverlo ad un ‘programma’” (p.83).
Questo materialismo attivo - e non più passivo e subìto -, sostenuto da Patrick Tort, conduce a questa definizione che dovrebbe inserirsi in tutte le memorie: "la 'natura umana' è l'incalcolabile somma di tutte le possibilità dell'umanità. O ancora, su un modo deliberatamente esistenzialista: la "natura umana", è ciò che è nelle nostre mani" (p.86).
Abbiamo ricordato sopra che la persistenza del razzismo, del sessismo e della xenofobia è il prodotto di una società divisa in classi. È importante ricordarci questo fatto perché attraverso di esso è possibile comprendere perché la lotta del proletariato, in quanto la sola che possa condurre all'abolizione delle classi, include la lotta contro questi differenti fenomeni. Mentre diventa falso il contrario. Appena l'antirazzismo o il femminismo pretendono di condurre una lotta autonoma, essi diventano velocemente un'arma contro la classe operaia e prendono il loro posto in seno all'ideologia dominante. La stessa cosa avviene con il pacifismo che, quando non è esplicitamente legato alla lotta rivoluzionaria del proletariato contro il capitalismo in quanto sistema sociale, si trasforma in una pericolosa mistificazione.
Ma si tratta di problemi reali per il proletariato e noi dobbiamo, con Tort, approfondire l'analisi. La xenofobia non è semplicemente un rigetto dell'altro nel quale vedremmo solamente dei tratti di carattere totalmente differenti. Ciò è palese nel caso del razzismo, ma può e deve spiegarsi diversamente: "Il razzismo è il rigetto, su un essere che si esteriorizza, di ciò che si odia più in sé" (p. 22). Fondamentalmente, ciò che è rigettato sull’altro, non è ciò che è differente, ma quello che si vorrebbe bandire da sé stesso. "Nella sua versione più estrema, il razzismo deve dunque definirsi meno come il semplicistico "rigetto dell'altro" e più come la negazione del simile nel simile attraverso la fabbricazione di un ‘altro’ immaginato come meschino e minaccioso"(p.23).
La persona o la popolazione prese di mira non rappresentano un ignoto che minaccia; esse sono considerate come una minaccia perché sono precisamente una parte di noi stessi, quella parte che consideriamo disprezzabile. Come dice Patrick Tort, ricordando che gli ebrei e i cristiani tedeschi vivevano insieme da più di sedici secoli, è il simile più prossimo a diventare la vittima da annientare. Nell’Antico Testamento, "Il rituale del "capro espiatorio" è un rituale espiatorio che in quanto tale esternalizza la parte colpevole di sé e la vota al demonio ed al nulla simbolico del deserto" (p.28). Sappiamo che la società borghese è stata molto spesso il teatro di pogrom o di genocidi e che la classe dominante ne porta interamente la responsabilità. Ma bisogna allargare la comprensione e non fermarsi alle manifestazioni spettacolari di questi fenomeni. Bisogna percepire a che punto la ricerca di un capro espiatorio e la mentalità pogromista, con la violenza estrema che contengono, hanno le loro radici nel terreno della società capitalista, dove trovano sempre cose di cui nutrirsi.
Se si rilegge il passo de La Filiazione dell’Uomo citato prima, si comprende meglio ciò che vuole sottolineare Darwin con queste parole: "ci vuole tempo prima che li guardiamo come nostri simili". Il principio stesso della civiltà è il processo dello sviluppo della simpatia e cioè del riconoscimento del simile nell'altro. Siccome la civiltà è il prodotto della selezione naturale prima di invertirne la marcia, il processo di eliminazione dell'eliminazione (l'effetto reversivo definito da Tort) è sempre in corso, ed un ritorno indietro è periodicamente sempre possibile. Ma ciò che abbiamo detto sopra ci impedisce di parlare di una "natura umana" ancora primitiva. "L'antropologia influenzata da Darwin non ha cessato di usare metaforicamente un concetto biologico per interpretare, in seno alla civiltà, la riapparizione dei comportamenti ancestrali che rinviano l'umano alle sue origini animali: questo concetto è quello del ritorno atavico, purtroppo inflazionato e strapazzato nella psichiatria ereditarista francese del XIX secolo e nell'antropologia criminale italiana che se ne ispirò, ma che è tuttavia utile per pensare ciò che alberga in noi, attraverso il possibile riaffioramento, la manifestazione di un’ancestralità eminentemente persistente" (p.27).
L'argomento più utilizzato per combattere il razzismo consiste nello spiegare che ciò che appare come grandi differenze nell'apparenza esterna degli esseri umani è obiettivamente trascurabile quando ci si pone a livelli genetici e molecolari. Si sa molto poco sulla "razza", perché designa, in effetti, una pseudo-realtà, e ciò che se ne sa sembra bastare per portarci alla conclusione della sua inesistenza. È dunque ridicolo essere razzista. Questo argomento è totalmente inefficace, risponde Patrick Tort. Se la ricerca scientifica domani affermasse, grazie a nuove scoperte, l’esistenza biologica delle "razze", ciò giustificherebbe di conseguenza il razzismo? La debolezza di questo argomento ci è data dal fatto che il razzismo si rivolge ai fenotipi[10] (biologici e culturali) e non ai genotipi[11]; agli individui interi coi loro caratteri osservabili e non alle molecole. È allora facile per il conservatorismo identitario (Alain di Benoist, Zemmour, Le Pen), e per tutti i razzisti appellarsi al buonsenso: le razze sono un'evidenza che tutti possono vedere, basta paragonare uno scandinavo ed un indiano.
Certamente l'utilizzazione non scientifica che è stata fatta della parola "razza" squalifica totalmente il suo uso e ci obbliga almeno ad incorniciarla di virgolette. Ma in realtà, le "razze" esistono, in quanto corrispondono alle "varietà" che distinguono certe suddivisioni identificabili in seno ad una specie. Certamente, è una nozione molto difficile da delimitare, non è omogenea, resta sfumata proprio come, e più ancora, la nozione di specie, perché il vivente si evolve senza tregua sotto l'effetto delle variazioni incessanti e della modifica dell’ambiente. Così le specie non sono delle entità perenni ma gruppi che la classificazione raccoglie e sistema sotto delle categorie. Tuttavia esistono. Darwin ha mostrato che le specie sono in trasformazione permanente, ma che è possibile, allo stesso tempo, distinguerle perché corrispondono ad una stabilizzazione – certo relativa e temporanea se ci si riferisce alla scala dei tempi geologici - imposta dalla presenza delle altre specie in competizione con esse nella lotta per l'esistenza e per i bisogni stessi della classificazione. C'è, sotto la regolarità delle forme specifiche, una combinazione efficace rispetto ad un ambiente dato ed ad una nicchia ecologica che spiega che gli individui di una stessa specie si somigliano. "Anche se, nella storia della scienza degli organismi, le divisioni classificatorie hanno solamente un valore temporaneo e tecnico, c'è ancora un senso naturalista nel dire che c'è una sola specie umana, e che questa specie, come pressappoco tutte le specie biologiche, comprende delle varietà. Nella tradizione naturalistica, ‘razza’ è un sinonimo di varietà" (p.33).
Il razzismo è un fenomeno sociale, ed è al livello sociale che bisogna rispondere. Da questo punto di vista il passato coloniale continua ad avere delle conseguenze nocive ed il proletariato dovrà combattere fermamente "un'ideologia che converte caratteristiche di umani in segni di inferiorità nativa e permanente, e come minaccia per altri uomini" (p.41).
La problematica è globalmente la stessa per la questione del sessismo. Il sesso è una realtà biologica, ma il "genere", da parte sua, è una realtà culturalmente costruita, e dunque un divenire, un possibile che resta aperto. L'atteggiamento radicale di certe femministe o di certi "studi di genere" che vogliono "privare" il sesso della naturalizzazione è stupido tanto quanto quello che consiste nel negare la realtà delle differenze interraziali visibili. Il combattimento per l'uguaglianza sociale degli uomini e delle donne, che nel capitalismo non finirà mai, il combattimento per la simpatia verso l'altro, cioè per il riconoscimento dell'altro come simile malgrado tutte le differenze culturali, tutti questi combattimenti sono al centro dell'antropologia di Darwin. L'etica proletaria porta in sé tutta questa eredità. È per tale motivo che la lotta per il comunismo non è opera di individui robottizzati ed indifferenziati e non ha niente a che vedere con una negazione delle differenti culture umane, essa si definisce come l'unificazione nella diversità, l'inclusione dell'altro in seno ad un'associazione, ad una comunità che ha bisogno della ricchezza di tutte le culture[12].
La critica del dualismo e l'esigenza di una continuità reversiva tra natura e cultura, tra biologia e società, ci ha condotto ad una definizione forte della natura umana ed a riprendere la nozione darwiniana di civiltà come processo sempre incompiuto. Quali conseguenze per la lotta rivoluzionaria? In seno al capitalismo, questa lotta è innanzitutto una lotta per l'emancipazione del proletariato, anche se porta in sé l'emancipazione di tutta l'umanità. Il proletariato deve prepararsi ad una guerra civile particolarmente difficile di fronte ad una borghesia che non accetterà mai di cedere il suo potere. Tuttavia, non è principalmente attraverso la forza delle armi che il proletariato l’avrà vinta. L'essenziale della sua forza si basa nella sua capacità di organizzazione, nella sua coscienza di classe e soprattutto nella sua attitudine da una parte a conquistare la sua unità, dall’altra a conquistare tutta la massa degli strati non sfruttatori, o, almeno, a neutralizzarli nei periodi di indecisione all’inizio della battaglia. Questo processo di unificazione, di integrazione, va ad operarsi automaticamente visto che l'uomo è un essere sociale e che la natura umana contiene questo vantaggio evolutivo rappresentato dalla generalizzazione del sentimento di simpatia? Certo che no! Ma i risultati ed il percorso scientifico esposti nel libro di Patrick Tort confermano la visione marxista dell'importanza del fattore soggettivo per il proletariato, in particolare della coscienza, delle mentalità e più in generale della cultura. Confermano la validità della lotta della Sinistra Comunista contro il fatalismo della socialdemocrazia in degenerazione che difendeva la posizione opportunista di un passaggio graduale, automatico e pacifico del capitalismo al socialismo. Confermano che il divenire dell'umanità si trova nelle mani del proletariato.
Avrom Elberg
[1] Sulla natura della violenza in seno alla società borghese, vedere il nostro articolo, "Terrore, terrorismo e violenza di classe". Revue internationale, n..4, 3° trimestre 1978, o il nostro sito.
[2] Se ne può avere una dimostrazione lungo le 1000 pagine di Cosa è il materialismo? Parigi, Belin, 2016. Si tratta dell'ultimo libro di Patrick Tort di cui raccomandiamo la lettura a quelli che vorrebbe approfondire tutte le questioni trattate qui.
[3] Abbiamo presentato il lavoro di questo autore e la nozione di effetto reversivo dell'evoluzione nell'articolo: "A proposito del libro di Patrick Tort, L'Effetto Darwin, Una concezione materialista delle origini della morale e della civiltà". Vedere Révolution internationale, n°400, aprile 2009, o il nostro sito.
[4] Su France Culture, Jean Gayon, filosofo specializzato in storia delle scienze ed in epistemologia, non teme la banalità dichiarando a proposito di Darwin che "questi non è né Gesù, né Marx" (La Marche des Sciences - La Marcia delle Scienze -, emissione del 4 febbraio 2016 dedicato a "Darwin, sotto i fuochi dell'attualità").
[5] Il Partito comunista internazionale che in Francia pubblica Le Prolétaire appartiene al club dei "giubilatori precoci". Si potrà verificare leggendo la sua rivista Programme communiste, n°102, febbraio 2014. In una polemica in cui prende di mira la CCI, questo gruppo, accecato dalla leggenda di un Darwin malthusiano, realizza un vero tour de force confondendo non solo Darwin con il darwinismo sociale di Spencer, ma nello stesso slancio Darwin e la sociobiologia.
[6] Per "animali superiori" si intendono tradizionalmente nella storia naturale i vertebrati omeotermici, quelli cioè a temperatura costante, come gli uccelli ed i mammiferi.
[7] Vedere il nostro articolo, "A proposito del libro di Carlo Rovelli, Anassimandro di Mileto. Il posto della scienza nella storia umana". Révolution Internationale, n°422, maggio 2011, o il nostro sito.
[8] Charles Darwin, Autobiografia, Einaudi, 1962.
[9] K. Marx, Il Capitale, Libro primo, settima sezione, capitolo XXIV: "Trasformazione del plusvalore in capitale, V., - I pretesi fondi di lavoro" , nota (b).
[10] Fenotipi: in genetica, l'insieme dei caratteri osservabili di un individuo.
[11] Genotipo: insieme dei geni di un individuo.
[12] La visione proletaria della ricchezza delle culture, considerate come un fattore positivo nella battaglia per l'unità nella lotta – in opposizione totale col multiculturalismo ed il comunitarismo borghese che riproducono l'ideologia identitaria - è sviluppata, con numerosi esempi storici, nel nostro articolo, "L'immigrazione ed il movimento operaio”, Revue internationale, n°140, 1 trimestre 2010, in italiano sul nostro sito.
Prima della nostra esplorazione dei tentativi dell’anarchismo spagnolo di affermare un “comunismo libertario” durante la guerra civile spagnola del 1936-39, avevamo pubblicato il contributo della Sinistra Comunista Francese (GCF) sulle caratteristiche del periodo di transizione[1], un testo basato sui progressi teorici della sinistra italiana e belga degli anni ’30. La GCF faceva parte di una certa rinascita delle organizzazioni politiche proletarie dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma nei primi anni ’50 il mondo proletario stava affrontando una profonda crisi visto che divenne sempre più evidente che la dura sconfitta subita dalla classe dei lavoratori non s’era dissolta con la guerra – ma, al contrario, la vittoria della democrazia sul fascismo aveva ulteriormente acuito il disorientamento del proletariato. La fine della contro-rivoluzione cominciata negli anni ’20 aveva ancora molta strada da fare.
Nel nostro libro The Dutch and German Left, in particolare al capitolo 11, “La Lega comunista-spartachista e la ‘corrente dei consigli’ (1942-50)”, abbiamo considerato i progressi significativi che furono compiuti in una parte della sinistra comunista olandese: il tentativo del gruppo Communistenbond Spartakus di aprirsi ad altre correnti (come la GCF) e di riappropriarsi di alcune vecchie posizioni del Partito Comunista Operaio Tedesco ( KAPD) – costituiva una svolta rispetto alle idee anti-partitiche sviluppate negli anni ’30. Tuttavia, questi progressi furono deboli e le idee sostanzialmente anarchiche che erano state adottate dalla maggioranza della sinistra tedesco-olandese in reazione alla degenerazione del bolscevismo riacquistarono presto forza, contribuendo a un lungo processo di frammentazione in gruppi principalmente locali e focalizzati sulla lotta immediata dei lavoratori.
Nel 1952, la GCF si sciolse: in parte a causa di una diagnosi sbagliata del corso storico che portava alla conclusione che fosse imminente una terza guerra mondiale e alla partenza di Marc Chirik, il membro più influente della GCF, verso il Venezuela; in parte per una combinazione di tensioni personali e differenze politiche non chiarite. Marc lottò contro queste difficoltà in una serie di ‘lettere da lontano’, nelle quali provava anche a delineare i compiti delle organizzazioni rivoluzionarie nelle condizioni storiche dell’epoca, ma non poté arrestare la disintegrazione del gruppo. Alcuni dei suoi membri si unirono al gruppo Socialismo o Barbarie intorno a Cornelius Castoriadis, di cui parleremo in un prossimo articolo.
Nello stesso anno, una spaccatura più importante avvenne tra le due maggiori correnti del Partito Comunista Internazionale in Italia – correnti che erano esistite più o meno fin dall’inizio, ma che erano state capaci di stabilire un certo modus vivendi quando il partito stava attraversando un’euforica fase di crescita. Quando l’arretramento nella lotta di classe divenne sempre più evidente, l’organizzazione, di fronte alla demoralizzazione di molti dei lavoratori che fin dall’inizio si erano uniti ad essa sulla base di un attivismo superficiale, fu inevitabilmente costretta a riflettere sui propri compiti e direzione futura.
Gli anni ’50 e i primi anni ’60 furono così un periodo buio per il movimento comunista, che affrontava un vero e proprio prolungamento della dura contro-rivoluzione calata sulla classe operaia negli anni ’30 e ’40, ma in questo periodo dominava l’immagine di un capitalismo vincente che sembrava essersi ripreso – forse definitivamente – dalla catastrofica crisi degli anni ’30. In particolare, era il trionfo del capitale statunitense, della democrazia, di un’economia che passava in maniera relativamente veloce dall’austerità del dopo guerra al boom dei consumi degli ultimi anni ’50 e dei primi anni ’60. Sicuramente questo periodo ‘glorioso’ aveva i suoi lati oscuri, soprattutto il rigido scontro tra i giganti imperialisti, col conseguente proliferare di guerre locali e la minaccia globale di un olocausto nucleare. Inoltre, nel blocco ‘democratico’, c’era una vera e propria ondata di paranoia verso il comunismo e la sovversione, esemplificata dalla caccia alle streghe maccartista negli USA. In quest’atmosfera, le organizzazioni rivoluzionarie, dove ancora esistevano, erano persino più ristrette, persino più isolate di quanto lo erano state negli anni ’30.
Questo periodo segnò quindi una profonda rottura con il movimento che aveva scosso il mondo in seguito alla Prima Guerra Mondiale e anche con le coraggiose minoranze che avevano resistito all’avanzata della contro-rivoluzione. Poichè il boom economico proseguiva, la forte convinzione che il capitalismo fosse un sistema passeggero, condannato a morire per le sue intime contraddizioni, appariva molto meno evidente rispetto agli anni 1914-1945, quando il sistema sembrava essere travolto da una gigantesca catastrofe dopo un’altra. Forse era il marxismo stesso ad aver fallito? Questo era sicuramente il messaggio portato avanti da una dozzina di sociologi e altri intellettuali borghesi, e tale idea sarebbe presto penetrata negli stessi movimenti rivoluzionari, come abbiamo visto nella nostra recente serie di articoli sulla decadenza[2].
Allo stesso tempo, non era del tutto scomparsa la generazione di militanti che era stata forgiata dalla rivoluzione o dalla lotta contro la degenerazione delle organizzazioni politiche che essa stessa aveva creato. Alcune figure chiave della sinistra comunista rimasero attive dopo la guerra e durante il periodo di arretramento degli anni ’50 e ’60, e, al di là di tutto, per essi la prospettiva del comunismo non era affatto morta e sepolta. Pannekoek, anche se non era più legato a un’organizzazione, pubblicò il suo libro sui Consigli operai e sul loro ruolo nella costruzione di una nuova società[3], e fino alla sua vecchiaia rimase in contatto con una serie di gruppi che comparvero dopo la guerra, come Socialismo o Barbarie. I militanti che durante la guerra avevano rotto col trotskismo, come Castoriadis e Munis, mantennero un’attività politica e provarono a tratteggiare la visione di ciò che stava oltre l’orizzonte del capitalismo. E Marc Chirik, sebbene ‘non organizzato’ per più di un decennio, di sicuro non abbandonò il pensiero e la ricerca rivoluzionaria; e quando nella metà degli anni ’60 ritornò alla militanza organizzata, avrebbe chiarito la sua prospettiva su diverse questioni, non ultimo sui problemi del periodo di transizione.
Abbiamo intenzione di ritornare agli scritti di Castoriadis, Munis e Chirik in prossimi articoli. Pensiamo valga la pena parlare dei loro contributi individuali anche se il lavoro che portarono avanti fu quasi sempre fatto nel contesto di un’organizzazione politica. Un militante rivoluzionario non esiste come mero individuo, ma come parte di un organismo collettivo che, in ultima istanza, è generato dalla classe operaia e dalla sua lotta per diventare cosciente del suo ruolo storico. Un militante è per definizione un individuo che s’impegna alla costruzione e alla difesa di un’organizzazione politica, e che è perciò motivato da una profonda lealtà nei confronti dell’organizzazione e dei suoi bisogni. Ma – e qui, come vedremo in seguito, ci allontaniamo dalle concezioni sviluppate da Bordiga – l’organizzazione rivoluzionaria non è un collettivo anonimo, nel quale l’individuo sacrifica la sua personalità e quindi abbandona le sue capacità critiche; un’organizzazione politica sana è un’associazione in cui le individualità dei diversi compagni sono valorizzate piuttosto che soppresse. In un’associazione del genere, c’è spazio per i contributi teorici particolari di compagni diversi e, ovviamente, per un dibattito sulle differenze sorte tra gli individui militanti. Così, come abbiamo riscontrato in tutta questa serie, la storia del programma comunista non è solo la storia delle lotte della classe operaia, delle organizzazioni e delle correnti che si sono ispirate a queste lotte e le hanno elaborate in un programma coerente, ma anche degli individui militanti che hanno aperto la strada in questo processo di elaborazione.
In quest’articolo torniamo al lavoro della sinistra comunista italiana che, prima della guerra e sotto forma della Frazione in esilio, fornì un contributo insostituibile alla nostra comprensione dei problemi della transizione dal capitalismo al comunismo. Questo contributo era stato anche sviluppato a partire dai fondamenti marxisti stabiliti dalla corrente di sinistra in Italia durante la fase precedente, quella della guerra mondiale imperialista e dell’ondata rivoluzionaria post-bellica. Dopo la seconda guerra imperialista, nonostante gli errori e gli scismi che afflissero il Partito Comunista Internazionale, l’eredità teorica della sinistra italiana non scomparve. Anche se esamineremo in particolare la questione del periodo di transizione o altre problematiche, sarà impossibile ignorare l’interazione e spesso l’opposizione che si ebbe durante tutto questo periodo tra due leader di questa corrente: Onorato Damen e Amedeo Bordiga.
Durante i tempestosi giorni del periodo bellico e rivoluzionario 1914-1926, Damen e Bordiga dimostrarono chiaramente la caratteristica principale di un militante comunista: la capacità di opporsi all’ordine dominante. Damen fu imprigionato per agitazioni contro la guerra; Bordiga combatté instancabilmente per sviluppare il lavoro della sua frazione all’interno del Partito Socialista e quindi premere per una scissione con l’ala destra e i centristi e, in seguito, per la formazione su solidi principi di un partito comunista. Quando la stessa nuova Internazionale Comunista si assestò su posizioni opportuniste nei primi anni ’20, Bordiga fu di nuovo in prima linea all’opposizione alle tattiche dei Fronti Uniti e alla ‘bolscevizzazione’ dei partiti comunisti: ebbe il coraggio immenso di alzarsi alla riunione del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista a Mosca nel 1926 e denunciare direttamente Stalin come il becchino della rivoluzione. Quello stesso anno Bordiga fu arrestato ed esiliato sull’isola di Ustica[4]. Nel frattempo, anche Damen era attivo nella resistenza ai tentativi dell’Internazionale Comunista di imporre le sue politiche opportuniste al partito italiano, inizialmente dominato dall’ala sinistra. Insieme a Fortichiari, Repossi e altri, formò nel 1925 il Comitato di Intesa[5]. Durante il fascismo, subì più di un episodio di confino ed esilio, ma non rimase in silenzio, guidando ad esempio una rivolta di prigionieri a Pianosa.
In questa congiuntura, comunque, ci fu una differenza nella reazione dei due militanti che doveva avere conseguenze di lungo periodo. Bordiga, messo agli arresti domiciliari e costretto ad abiurare ogni attività politica (come poi sembrarono gentili i fascisti!), evitò ogni contatto coi suoi compagni e si concentrò del tutto sul suo lavoro da ingegnere. Riconobbe che la classe dei lavoratori aveva subito una sconfitta storica, ma da questo non trasse la stessa conclusione dei compagni che formarono la Frazione in esilio. Quest’ultima capì che era necessario come non mai mantenere un’attività politica organizzata, anche se non poteva più avere la forma di un partito. Così, al tempo della formazione della Frazione italiana e nel corso di tutti i decenni estremamente fertili che seguirono, Bordiga fu del tutto tagliato fuori da questi sviluppi teorici[6]. Dall’altro lato, Damen mantenne i contatti e al suo ritorno in Italia raggruppò un numero di compagni dalla Frazione con l’idea di contribuire alla formazione del partito. C’erano militanti come Stefanini, Danielis e Lecci, che erano rimasti fedeli alle posizioni principali della Frazione lungo tutti gli anni ’30 e la guerra. Nel 1943, fu proclamato nel Nord Italia il Partito Comunista Internazionale (PCInt); il partito fu poi rifondato nel 1945 in seguito a un’integrazione un po’ affrettata di elementi vicini a Bordiga nel Sud Italia[7].
Di conseguenza, il partito unito, formato intorno a una piattaforma scritta da Bordiga, fu fin dall’inizio un compromesso tra due correnti. Quella vicina a Damen, era molto più netta su molte posizioni di classe fondamentali che non erano molto lontane dagli sviluppi intrapresi dalla Frazione – per esempio, l’esplicita adozione della teoria della decadenza del capitalismo e il rifiuto della posizione di Lenin sull’autodeterminazione delle nazioni.
In tal senso – e noi non abbiamo mai nascosto le nostre critiche al profondo opportunismo implicito nella formazione del partito fin dai suoi primissimi inizi – la corrente ‘Damen’ mostrò una capacità di assimilare alcuni dei più importanti apporti programmatici della Frazione italiana in esilio, e persino di assumere alcune questioni chiave sorte all’interno della Frazione italiana per poi avanzare verso una posizione più elaborata. Fu questo il caso della questione del sindacato. All’interno della Frazione la discussione era rimasta irrisolta. In quell’occasione Stefanini era stato il primo a difendere l’idea che i sindacati fossero già stati integrati nell’ordine capitalistico. Sebbene non si possa dire che la posizione della corrente ‘Damen’ sia sempre stata totalmente coerente sulla questione del sindacato, certamente fu più netta di quella che sarebbe diventata la visione ‘bordigista’ dominante dopo la scissione del 1952.
Questo processo di chiarificazione si estese anche ai compiti di un partito comunista nella rivoluzione proletaria. Come abbiamo visto nei precedenti articoli della serie[8], la Frazione, a dispetto di alcune persistenti idee sul partito che esercitava la dittatura del proletariato, aveva sostanzialmente superato questa posizione, insistendo sul fatto che una lezione chiave della rivoluzione russa era che il partito non avrebbe dovuto identificarsi con lo Stato di transizione. La corrente Damen andò persino oltre e chiarì che il compito del partito non era l’esercizio del potere. La sua piattaforma del 1952, ad esempio, afferma che “mai e per nessuna ragione il proletariato dovrebbe cedere il suo ruolo nella lotta. Non dovrebbe delegare la sua missione storica ad altri o trasferire il suo potere ad altri – nemmeno al suo stesso partito politico”.
Come mostriamo nel nostro libro La Sinistra Comunista Italiana, queste intuizioni erano connesse quasi logicamente a certi avanzamenti sulla questione dello Stato:
“Molto più ardita è la posizione che prende il Partito Internazionalista sul problema dello Stato nel periodo di transizione, influenzato in maniera evidente da Bilan e Octobre. Damen e i suoi compagni respingono l’assimilazione della dittatura del proletariato con quella del partito, e, di fronte ad uno “Stato proletario”, rivendicano nei consigli la più ampia democrazia. Essi non rifiutano l’ipotesi, verificatasi a Kronstadt, di scontri tra lo “Stato operaio” e il proletariato, e sostengono che in questo caso il partito comunista si dovrebbe schierare a fianco di quest'ultimo: ‘La dittatura del proletariato non può in alcun caso ridursi alla dittatura del partito, anche se si tratta del partito del proletariato, intelligenza e guida dello Stato proletario. Lo Stato e il partito al potere, in quanto organi di una tale dittatura, portano in germe la tendenza al compromesso con il vecchio mondo, tendenza che si sviluppa e si realizza, come ha dimostrato l’esperienza russa, per l'incapacità momentanea della rivoluzione in un dato paese ad estendersi, collegandosi al movimento insurrezionale degli altri paesi. Il nostro partito (...) a) dovrà evitare di diventare lo strumento dello Stato operaio e della sua politica...; dovrà difendere gli interessi della rivoluzione stessa negli scontri con lo Stato operaio. b) dovrà evitare di burocratizzarsi, facendo del suo centro direttivo, come dei suoi centri periferici, un campo di manovra per il carrierismo di funzionari; c) dovrà evitare che la politica di classe sia pensata e realizzata con dei criteri formativi e amministrativi”[9].
Tuttavia, la corrente Damen abbandonò del tutto l’intuizione più importante della Frazione – il concetto stesso di ‘frazione’ come forma e funzione che un’organizzazione rivoluzionaria deve assumere in un periodo di sconfitta nella lotta di classe –, così come il concetto strettamente connesso di ‘corso storico’, la necessità di comprendere i rapporti di forza globali tra le classi che possono subire profondi mutamenti durante l’epoca di decadenza. Incapaci di svolgere una vera e propria critica dei considerevoli errori compiuti nel ’43 – la costituzione di un ‘partito’ in un solo paese in un periodo di profonda contro-rivoluzione, i damenisti sbagliarono ulteriormente nel teorizzare il partito come una necessità permanente e persino come una realtà permanente. Inoltre, nonostante si restringessero rapidamente in un ‘mini-partito’, fu conservato l’entusiasmo iniziale del gruppo del ’43-’45 nell’incrementare la presenza nella classe operaia e fornire una guida risoluta nella sua lotta, al costo di ciò che di cui realmente si aveva bisogno: una chiarificazione teorica sulle necessità e le possibilità del periodo.
La corrente opposta vicina a figure come Bordiga e Maffi, fu, in generale, molto più confusa sulle più importanti posizioni di classe. Bordiga più o meno ignorò le acquisizioni della Frazione e difese il ritorno alle posizioni del primo dei due congressi della Terza Internazionale, che per lui erano basate sulla ‘restaurazione’ del programma comunista da parte Lenin. Un forte sospetto di ‘innovazioni’ opportunistiche al marxismo (che, a dir la verità, erano cominciate a fiorire sul terreno della contro-rivoluzione), lo portarono al concetto di ‘invarianza’ del programma fissato nel 1848 e che bisognava dissotterrare dal momento che veniva periodicamente seppellito dagli opportunisti e dai traditori[10]. Come spesso abbiamo indicato, la nozione di invarianza è basata su una geometria altamente ‘variabile’, così che, per esempio, Bordiga e i suoi sostenitori potevano sia affermare che il capitalismo fosse entrato nella sua epoca di guerre e rivoluzioni (una posizione fondamentale della Terza Internazionale), sia polemizzare allo stesso tempo contro la nozione di decadenza in quanto fondata su un’ideologia “gradualista e pacifista”[11].
La questione della decadenza ebbe importanti ripercussioni quando si passò ad analizzare la natura della rivoluzione russa (definita come una rivoluzione duale, non diversamente dalla visione consiliarista), e in particolare quando si passò a caratterizzare la lotta per l’indipendenza nazionale che stava sorgendo nelle colonie di più vecchia data. Mao, invece di essere visto per ciò che era, ossia un’espressione della contro-rivoluzione stalinista e un vero e proprio prodotto della decadenza del capitalismo, fu salutato come un grande rivoluzionario borghese sulla scia di Cromwell. Successivamente, i bordighisti se ne uscirono con il medesima apprezzamento per i Khmer Rossi in Cambogia, e questa profonda incomprensione della questione nazionale dovette causare il caos nel partito bordighista alla fine degli anni ’70, con un considerevole elemento di abbandono dell’internazionalismo tout court.
Sulla questione del partito, sugli errori dei bolscevichi nella gestione dello Stato sovietico, fu come se la Frazione non fosse mai esistita. Il partito prende il potere, regge la macchina dello stato, impone il Terrore Rosso senza pietà…sembrò che erano stati dimenticati persino gli importanti avvertimenti di Lenin sulla necessità della classe dei lavoratori di fare attenzione alla burocratizzazione e all’autonomizzazione dello Stato di transizione. Come sosteniamo in un precedente articolo di questa serie[12], il più importante contributo di Bordiga sugli insegnamenti della rivoluzione russa nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, ‘Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe’ (1946), contiene certamente qualche intuizione sul problema della degenerazione, ma il suo anti-democraticismo piuttosto dogmatico non gli permette di riconoscere il problema del partito e dello Stato che si sostituiscono al proletariato (si veda l’ultima nota).
Comunque: sebbene la corrente di Bordiga non mise mai apertamente in discussione la formazione del partito nel 1943, fu capace di comprendere che l’organizzazione era entrata in un periodo molto più difficile e che compiti differenti erano all’ordine del giorno. In primo luogo, Bordiga era stato scettico circa la formazione del partito. Senza mostrare la minima conoscenza del concetto di frazione – infatti, abbandonò la sua stessa esperienza di lavoro nella frazione precedente alla Prima Guerra Mondiale con la sua successiva teoria sul partito storico e formale[13], ci fu una certa comprensione che mantenere semplicemente un intervento routinario nella lotta immediata non era la strada da seguire e che era fondamentale ritornare ai fondamenti teorici del marxismo. Per quanto concerne le posizioni programmatiche principali, avendo rifiutato il contributo della Frazione e di altre espressioni della sinistra comunista, il lavoro non fu completato, o finanche tentato. Ma quando si passò a certe questioni teoriche più generali, e in particolare a quelle riguardanti la natura della futura società comunista, ci sembra che in questo periodo fu Bordiga piuttosto che i ‘damenisti’ a lasciarci l’eredità più importante.
Bordiga et la passion du communisme, una raccolta di scritti a cura di Jacques Camatte del 1972, è la migliore testimonianza della profondità della riflessione di Bordiga sul comunismo, in particolari le due maggiori relazioni presentate all’assemblea di partito nel 1959-60 dedicate ai Manoscritti economico-filosofici: ‘Commentarii dei Manoscritti del 1844’ (1959-60) e ‘Tavole immutabili della teoria comunista di partito’ (le pagine indicate appartengono al primo dei testi indicati, prese dalla edizione italiana: A. Bordiga, Testi sul comunismo, La Vecchia Talpa, Napoli 1972).
Bordiga posiziona così i Manoscritti del ’44 nel corpo degli scritti di Marx:
“Un altro volgarissimo luogo comune è che Marx nei suoi scritti giovanili fosse hegeliano, e solo dopo sia stato materialista storico; e magari più vecchio un volgare opportunista! Compito della scuola marxista rivoluzionaria è di rendere palese a tutti i nemici (che hanno la scelta di tutto prendere o tutto rigettare) il monolitismo di tutto il sistema dal suo nascere alla morte di Marx e anche oltre (concetto base della ‘invarianza’, - rifiuto base dell’evoluzione ‘arricchitrici’ della dottrina del partito)” (p. 116).
In appena un paragrafo, abbiamo sia i punti di forza sia i punti deboli dell’approccio di Bordiga.
Da una parte, la difesa intransigente della continuità del pensiero di Marx e il rigetto dell'idea che i Manoscritti del ’44 siano il prodotto di un Marx che era essenzialmente idealista e hegeliano (o almeno feuerbachiano), una nozione che è stata associata in particolare all’intellettuale stalinista Althusser e che è già stata criticata nei precedenti articoli di questa serie[14].
Per Bordiga, i Manoscritti del ’44, con la loro accurata esposizione dell’alienazione capitalistica e la loro ispirata descrizione della società comunista che verrà, indicano già che Marx aveva compiuto una rottura qualitativa con le più avanzate forme di pensiero borghese. In particolare, i Manoscritti del ’44, che contengono un’ampia sezione dedicata alla critica della filosofia hegeliana, dimostrano che qualunque cosa Marx avesse acquisito da Hegel in materia di dialettica, la sua rottura con Hegel – che significò capovolgerlo, ‘metterlo a testa in giù’ – e l’adozione di una visione del mondo comunista, si affermano esattamente nello stesso momento. Bordiga accentua in particolare il rifiuto di Marx del vero e proprio punto di partenza del sistema hegeliano: l’Io. “Quello che è chiaro è che per Marx l’errore di Hegel consiste nel poggiare tutto il suo colossale edificio speculativo, col suo rigoroso formalismo, su su di una base astratta, quale la ‘coscienza’. Come Marx dirà tante volte, è dall’essere che bisogna partire, e non dalla coscienza che l'io ha di se stesso. Hegel è chiuso alle sue prime mosse nell'eterno vano dialogo tra il soggetto e l'oggetto. Il suo soggetto è l’Io inteso in senso assoluto…” (p. 115).
Allo stesso tempo, è evidente che per Bordiga i Manoscritti del ‘44 forniscono la prova per la sua teoria dell’invarianza del marxismo, un’idea che pensiamo essere contraddetta dagli sviluppi reali del programma comunista che abbiamo descritto lungo tutta questa serie. Ma torneremo in seguito sulla questione. Ciò che condividiamo della lettura di Bordiga dei Manoscritti del ’44 è soprattutto la centralità del concetto marxiano di alienazione, non solo nei Manoscritti, ma nella sua intera opera; una serie di fondamentali elementi nella concezione di Bordiga della dialettica della storia; e la messa in risalto della visione del comunismo che, di nuovo, Marx mai ripudiò nei successivi lavori (sebbene, dal nostro punto di vista, l’arricchì).
I riferimenti di Bordiga al concetto di alienazione nei Manoscritti del ’44, rendono conto della sua generale visione della storia, a partire dalla sua affermazione che “il massimo di alienazione dell'uomo si raggiunge nel presente tempo capitalista” (p. 119). Senza abbandonare l’idea che l’emergere e lo sviluppo del capitalismo e la distruzione del vecchio modo di sfruttamento feudale siano la precondizione per la rivoluzione comunista, egli disdegna il superficiale progressismo della borghesia, la quale vanta la sua superiorità sui precedenti modi di produzione e di vita. Bordiga argomenta che il pensiero borghese è in un certo senso vuoto a paragone con le tanto derise visioni pre-capitalistiche. Per lui, il marxismo ha dimostrato che “quei vostri richiami sono vuote ed inconsistenti menzogne, a titolo più chiaro di quello che lo siano ancora più antiche opinioni dell'umano opinare che voi borghesi credete di aver sommerso per sempre sotto la fatuità della vostra retorica illuministica” (p. 159). Di conseguenza, anche se sia la borghesia, sia il proletariato formulano una loro critica della religione, c’è di nuovo una frattura tra i punti di vista delle due classi: “anche nei casi (non generale) in cui gli ideologi della moderna borghesia hanno osato rompere apertamente con i principi della Chiesa cristiana, noi marxisti non definiamo questa sovrastruttura di ateismo, come una piattaforma comune alla borghesia e al proletariato” (p. 113).
Con affermazioni del genere, Bordiga sembra legare il suo pensiero ad alcune delle critiche ‘filosofiche’ al marxismo della Seconda Internazionale (e, per esteso, della filosofia ufficiale della Terza), come quelle di Pannekoek, di Lukacs e di Korsch, i quali rifiutarono l’idea secondo cui, dato che il socialismo è il passo logicamente successivo nello sviluppo storico e richiede solo il ‘superamento’ dell’economia e dello Stato capitalista, allora il materialismo storico è semplicemente il passo successivo nello sviluppo del materialismo classico borghese. Queste prospettive sono basate su una radicale sottovalutazione dell’antagonismo tra le visioni del mondo della borghesia e del proletariato, dell’inevitabile necessità di una rottura rivoluzionaria con le vecchie forme. C’è una continuità, naturalmente, ma è tutt’altro che graduale e pacifica. Questo modo di approcciare il problema è del tutto coerente con l’idea che la borghesia può vedere il mondo naturale e sociale solo attraverso la lente distorta dell’alienazione, che sotto il suo dominio ha raggiunto la sua fase ‘suprema’.
Lo slogan ‘contro l’immediatezza’ caratterizza più di una volta i sottotitoli di questi contributi. Per Bordiga era fondamentale evitare qualsiasi restrizione dell’indagine all’attuale momento storico e guardare oltre il capitalismo, sia prima che dopo. Nell’epoca contemporanea, il pensiero borghese è forse più immediatista che mai, più che mai concentrato sul particolare, sul qui e ora, sul breve periodo, dal momento che vive nella paura mortale che il guardare l’attuale società con la lente della storia ci permetterebbe di comprenderne la natura transitoria. Ma Bordiga sviluppa anche una polemica contro le ‘grandi narrazioni’ classiche della borghesia nella sua epoca più ottimista: non perché grandi, ma perché le narrazioni della borghesia deformano la storia reale. Proprio come la transizione dal pensiero borghese a quello proletario non è semplicemente un altro passo in avanti, così la storia in generale non è un progresso lineare dall’oscurità alla luce, ma è espressione della dialettica in movimento: “Il progresso dell’umanità e del sapere del travagliato homo sapiens non è continuo, ma avviene per grandi isolati slanci tra i quali si inseriscono sinistre ed oscure cadute in forme sociali degeneranti fino alla putrefazione” (p. 160). Questa non è un’affermazione casuale: altrove, nello stesso testo, afferma: “la concezione banale dell’ideologia dominante vede questo cammino (della storia umana) come una continua e costante ascesa; il marxismo non condivide questa visione, e definisce una serie di oscillazioni tra crescite e declini, interconnesse da violente crisi”. Una chiara risposta, uno potrebbe pensare, a coloro che rifiutano il concetto dell’ascesa e del declino di susseguentesi modi di produzione…
La lettura dialettica della storia vede il movimento come risultante dallo scontro – spesso violento – di contraddizioni. Ma contiene anche la nozione della spirale e del ‘ritorno a un livello più alto’. Così il comunismo del futuro è, in senso forte, un ritorno dell’uomo a se stesso, come Marx lo definisce nei Manoscritti del ’44, dato che non è solo una rottura con il passato, ma una sintesi di qualunque cosa l’umanità sia stata finora: “l’uomo ritorna a se stesso, in se stesso, ma non come era partito alla origine della sua lunga storia, bensì disponendo finalmente di tutte le perfezioni di uno sviluppo immenso, sia pure acquisite nella forma di tutte le successive tecniche, costumi, ideologie, religioni, filosofie, i cui lati utili erano – se ci è lecito così esprimerci – captati nella zona di alienazione” (p. 120)
Un esempio più concreto su questo lo troviamo in un breve articolo sugli abitanti dell’isola di Janitzio in Messico[15], scritto nel 1961 e incluso nella raccolta di Camatte. Qui Bordiga sviluppa l’idea che “nel comunismo naturale e primitivo” l’individuo, legato ancora ai suoi simili in una reale comunità, non prova la stessa paura della morte che emerse con l’atomizzazione sociale generata dalla proprietà privata e dalla società di classe; e questa cosa ci fornisce l’indicazione che nel comunismo del futuro, dove il destino dell’individuo sarà connesso a quello della specie, la paura della morte personale e “ogni culto della vita e della morte” verranno superati. Bordiga conferma in questo modo la sua continuità col filone centrale della tradizione marxista che afferma che in un certo senso “i membri delle società primitive erano più vicini all’essenza umana” – che il comunismo del lontano passato può anche essere compreso come una pre-figurazione del comunismo del futuro[16].
La difesa di Bordiga dei Manoscritti del ’44 è, su un piano generale, una lunga diatriba contro l’inganno del ‘socialismo reale’ nei paesi del blocco dell’Est, che avevano acquisito una nuova linfa vitale sulla scia della ‘guerra antifascista’ del 1939-45. Il suo attacco era strutturato su due livelli: negazione e affermazione. Negazione delle pretese che ciò che esisteva in URSS e in regimi simili avesse qualcosa a che fare con la concezione di Marx del comunismo, prima di tutto a livello economico; affermazione delle caratteristiche fondamentali dei rapporti di produzione comunisti.
Una barzelletta comune nella vecchia URSS racconta di un istruttore che sta facendo lezione nella scuola del partito ai giovani membri dei Comsomol sulla questione chiave ‘ci sarà il denaro nel comunismo?':
“storicamente, compagni, ci sono tre posizioni su questo problema. C’è l’ala destra, la deviazione proudhonista-bukhariniana : nel comunismo, ognuno avrà denaro. Poi c’è la deviazione infantile dell’ultra-sinistra: nel comunismo, nessuno avrà denaro. Qual è la posizione dialettica del marxismo-leninismo? È ovviamente questa: nel comunismo, alcune persone avranno denaro, e altre no”.
A prescindere se Bordiga conoscesse o meno questa barzelletta, la sua risposta allo stalinismo nei suoi Commentarii procede in una direzione simile. Una prefazione a una delle edizioni staliniste dei Manoscritti del ’44 indica che il testo di Marx contiene una polemica contro la teoria dell’eguaglianza dei salari di Proudhon, implicando che, in linea con l’autentico marxismo praticato nell’URSS, sotto il socialismo doveva esserci la diseguaglianza dei salari. Ma, nella successiva sezione intitolata ‘Aut salariato, aut socialismo’, Bordiga indica che nei Manoscritti del ’44, così come in altre opere come Miseria della filosofia e Il capitale, Marx radicalmente “[rifiuta] la vacuità proudhoniana che concepisce un socialismo che conserva i salari, come li conserva la Russia. Marx non batte la teoria dell’eguaglianza, ma la teoria del salario. Salario è non-socialismo, anche se si potesse livellarlo. Ma non livellato, non egualitario, è un non-socialismo a (cento volte) più forte ragione” (p. 124).
Il paragrafo successivo è intitolato ‘Aut denaro, aut socialismo’. Come il lavoro salariato persiste in URSS, così deve persistere il suo corollario: il dominio dei rapporti umani da parte del valore di scambio e quindi del denaro. Recuperando la dura critica del denaro come espressione dell’alienazione degli esseri umani che Marx, citando Shakespeare e Goethe, sviluppò nei Manoscritti del ’44 e ripeté nel Capitale, Bordiga insisteva che “le società dunque in cui il denaro circola sono società in cui domina l'alienazione del lavoro e dell'uomo; società di proprietà privata, restano nella preistoria barbara dell’umana specie” (p. 131).
Bordiga dimostra, infatti, che gli stalinisti hanno in comune col padre dell’anarchismo più di quanto a loro piaccia ammettere. Proudhon, in linea con la tradizione del ‘comunismo rozzo’ che già Marx riconosce come reazionaria al punto che lui stesso sposò il comunismo, prevede una società nella quale “il prodotto annuale è diviso socialmente in parti eguali tra tutti i membri della società, che sono diventati tutti dei lavoratori salariati”. In altre parole, questa nozione di comunismo o socialismo era quella in cui la miseria delle condizioni del proletariato veniva generalizzata piuttosto che abolita, e in cui la ‘società’ stessa diventa il capitalista. A coloro che – non solo gli stalinisti, ma anche i loro apologeti di sinistra, i trotskysti – negavano che l’URSS potesse essere una forma di capitalismo perché si era (più o meno) sbarazzata degli individui possessori di capitale, Bordiga replica: “La questione dove siano i capitalisti non ha senso. La risposta c’è stata fin dal 1844: la società è un capitalista astratto”.
Il destinatario polemico di questi saggi non sono solo gli espliciti difensori dell’URSS. Se il comunismo abolisce il valore di scambio, è perché ha abolito tutte le forme di proprietà[17] – non solo la proprietà statale come nel programma dello stalinismo, ma anche la versione classica dell’anarco-sindacalismo (che Bordiga attribuisce anche al contemporaneo gruppo Socialisme ou Barbarie con la sua definizione del socialismo come gestione della produzione da parte dei lavoratori): “la terra ai contadini e le fabbriche agli operai e simili vili parodie della grandiosità del programma del partito comunista rivoluzionario” (p. 170). Nel comunismo l’impresa individuale deve essere abolita come tale. Se continua ad esistere la proprietà di coloro che vi lavorano, o persino della comunità locale, essa non è stata realmente socializzata, e le relazioni tra le diverse imprese auto-gestite devono necessariamente essere fondate sullo scambio di merci. Ritorneremo su questo problema quando ci concentreremo sulla visione del socialismo sviluppata da Castoriadis e dal gruppo Socialismo o Barbarie.
Come Trotsky – che nel 1924 era improbabile potesse essere a conoscenza dei Manoscritti del ’44 – nel visionario passaggio conclusivo di Letteratura e Rivoluzione[18],così Bordiga in seguito passa dall’ambito della negazione del capitalismo e della sua alienazione, dall’insistere su ciò che il socialismo non è, all’affermazione positiva di ciò che l’umanità sarà nei superiori stadi della società comunista. I Manoscritti del ’44, come abbiamo indicato in un precedente articolo di questa serie[19], sono pieni di passaggi che descrivono in che modo saranno trasformate sotto il comunismo le relazioni tra gli uomini e tra l’umanità e la natura, e Bordiga nei suoi due testi ne cita in maniera estesa i passaggi più significativi, soprattutto lì dove trattano della trasformazione delle relazioni tra gli uomini e le donne e dove insistono sul fatto che la società comunista permetterà l’emergere di un grado più elevato di coscienza.
Per tutti i Manoscritti del ’44 Marx ripudia il ‘comunismo rozzo’ che, mentre attacca la famiglia borghese, considera ancora la donna come un oggetto e specula sulla prossima ‘comunione delle donne’. Al contrario, Bordiga cita Marx: il livello in cui le relazioni tra maschio e femmina sono state umanizzate è una misura del reale progresso della specie. Ma, allo stesso tempo, sotto il capitalismo, la donna e le relazioni tra i sessi rimarranno prigioniere del rapporto di scambio.
Dopo aver ripreso il pensiero di Marx su queste tematiche, Bordiga fa una digressione sul problema della terminologia, del linguaggio.
“Nel citare questi passi, è necessario adoperare a volte la parola uomo a volta la parola maschio, in quanto la prima espressione indica tutti i membri della specie… Quando mezzo secolo fa si fece una inchiesta sul femminismo, misera deviazione piccolo borghese dell'atroce sottomissione della donna nelle società proprietarie, il valido marxista Filippo Turati rispose con queste solo parole: donna…è uomo. Voleva dire: lo sarà nel comunismo, ma per la vostra società borghese è un animale, o un oggetto” (pag.143).
Femminismo una deviazione borghese? Questa è una posizione radicalmente rifiutata da coloro che affermano che possono esistere un ‘femminismo socialista’ o un ‘anarco-femminismo’. Ma, dal punto di vista di Bordiga, il femminismo ha un punto di partenza borghese dal momento che mira all’‘eguaglianza’ dei sessi entro i rapporti sociali esistenti; e questo porta logicamente alla pretesa che le donne dovrebbero potere ‘egualmente’ combattere negli eserciti imperialisti o diventare direttori di aziende e primi ministri.
Il comunismo non aveva bisogno dell’aggiunta del femminismo o anche di un ‘femminismo socialista’, dato che è sempre stato, fin dall’inizio, difensore della solidarietà tra uomini e donne nel qui ed ora, ma tutto questo può essere realizzato solo nella lotta di classe, nella lotta contro l’oppressione e lo sfruttamento capitalista e per la creazione di una società in cui la ‘forma originaria dello sfruttamento’ – cioè della donna da parte dell’uomo – non sarà più possibile. Inoltre, il marxismo ha anche riconosciuto che la donna – a causa della sua doppia oppressione e del suo senso morale più avanzato (legato in particolare al suo ruolo storico nella crescita dei bambini) – è spesso l’avanguardia della lotta, per esempio nella rivoluzione del 1917 in Russia che cominciò con le manifestazione delle donne contro la carenza di pane, o più recentemente nelle lotte di massa in Egitto nel 2007. Infatti, secondo la scuola di antropologia di Cris Knight, Camilla Power e altri, che si identifica nella tradizione antropologica marxista, la moralità e la solidarietà femminile giocarono un ruolo cruciale nell’affermazione di una cultura umana nella prima “rivoluzione umana”[20]. Bordiga concorda con quest’opinione nella sezione dei Commentarii intitolata ‘Amore, bisogno di tutti’, dove argomenta che la funzione passiva assegnata alla donna è meramente un prodotto dei rapporti di proprietà e che, infatti, “in effetti, secondo natura, la donna, essendo l’amore il fondamento della riproduzione della specie, è il sesso attivo, e le forme monetarie tratte con questo vaglio si rivelano contro-natura” (p. 148). E continua con un riassunto di come l’abolizione del rapporto di scambio trasformerà questa relazione: “Nel comunismo non monetario come bisogno l’amore avrà lo stesso peso e senso nei due sessi, e l’atto che lo consacra realizzerà la formula sociale che il bisogno dell’altro uomo è il mio bisogno di uomo, in quanto il bisogno di un sesso si attua come bisogno dell’altro sesso”.
Bordiga poi spiega che questa trasformazione sarà basata sul cambiamento materiale e sociale introdotto dalla rivoluzione comunista: “Questo non è ponibile come solo rapporto morale fondato su un certo modo del rapporto fisico, perché il valico sta nel fatto economico: i figli e il loro onere non riguardano i due genitori che si congiungono, ma la stessa comunità”. È a partire da questo punto che l’umanità futura potrà rompere le limitazioni imposte dalla famiglia borghese.
In un precedente articolo di questa serie[21], affermavamo che certi passaggi dei Manoscritti del ’44 avevano senso solo se li prendiamo come anticipazioni di una trasformazione della coscienza, di un nuovo modo di essere, che i rapporti sociali comunisti renderanno possibile. L’articolo considera abbastanza a lungo il passo tratto da ‘Proprietà privata e comunismo’ dove Marx parla del modo in cui la proprietà privata (compresa nel suo senso più generale) è servita a restringere la sensibilità umana, a ostruire – o, per usare un termine più preciso della psicoanalisi, reprimere – l’esperienza sensibile dell’uomo; di conseguenza, il comunismo porterà l’‘emancipazione dei sensi’, un nuovo rapporto mentale e corporeo col mondo che può essere paragonato allo stato di ‘ispirazione’ provato dagli artisti nei loro momenti maggiormente creativi.
Verso la fine del testo di Bordiga ‘Tavole immutabili della teoria comunista di partito’, c’è una sezione intitolata ‘Giù la personalità: ecco la chiave’. Riprenderemo la questione della ‘personalità’ più avanti, ma vogliamo innanzitutto soffermarci sul modo in cui Bordiga, nella sua interpretazione dei Manoscritti del ’44, immagina la trasformazione della coscienza umana nel futuro comunista.
Egli comincia affermando che nel comunismo sarà possibile “la uscita dal millenario inganno dell’individuo solo di faccia al mondo naturale, stupidamente detto dai filosofi esterno. Esterno a che? Esterno all’‘Io’, questo supremo deficiente; ma esterno alla specie umana non è più lecito dire, perché l'Uomo specie è interno alla natura stessa, è parte del mondo fisico”. E prosegue dicendo “in questo testo possente l’oggetto e il soggetto divengono, come l'uomo e la natura, una cosa stessa. Anzi tutto è natura, tutto è oggetto; l’uomo soggetto, l‘uomo ' contro natura’ sparisce, con l’illusione dell’io singolo” (p. 181).
Questo può essere solo un riferimento a un passo del capitolo ‘Proprietà privata e comunismo’ in cui Marx afferma:
“solo quando ovunque, nella società, la realtà oggettiva diventa per l’uomo realtà delle forze essenziali dell’uomo, essa diventa umana realtà, e perciò realtà delle sue proprie forze essenziali, tutti gli oggetti diventano per lui l’oggettivazione di lui stesso, oggetti che affermano e realizzano la sua individualità, oggetti suoi, cioè lui stesso diventa oggetto” (Manoscritti, Editori Riuniti, Roma, 1974, p. 240)
Continua Bordiga:
“Abbiamo visto che quando da singolo diventa di specie, lo spirito, povero assoluto, si va a dissolvere nella natura oggettiva. Ai cervelli singoli, misere macchinette passive, abbiamo sostituito il cervello sociale. Di più, Marx ha superato i sensi corporali singoli, nel senso umano, collettivo”. E prosegue citando i Manoscritti del ’44 sull’emancipazione dei sensi, insistendo che anche questo indica l’emergere di un tipo di coscienza collettiva – ciò che potremmo definire il passaggio dal “senso comune” dell’ego isolato al comunismo dei sensi.
Cosa ce ne facciamo di queste concezioni? Prima di abbandonarle come fantascienza, dovremmo ricordare che, soprattutto nella società borghese, mentre prendiamo l’ego come se fosse il centro assoluto del nostro essere (‘Io penso, dunque io sono’), c’è anche una lunga tradizione di pensiero che insiste che l’ego sia solo una realtà relativa, al massimo una particolare frazione del nostro essere. Quest’idea è sicuramente centrale nella teoria psicoanalitica, per la quale l’ego adulto emerge solo attraverso un lungo processo di repressione e divisione tra coscio e inconscio – ed è, inoltre, l’‘unica sede dell’angoscia’[22] perché, preso com’è tra le pretese della realtà esterna e gli impulsi insoddisfatti rimossi nell’inconscio, è costantemente preoccupato del suo stesso superamento o estinzione.
È anche un’idea che è stata portata avanti in molte delle tradizioni mistiche occidentali e orientali, sebbene probabilmente fu sviluppata più coerentemente dalla filosofia indiana, soprattutto dal Buddhismo con la sua dottrina dell’‘anātman’ – l’inesistenza di un io separato e permanente. Ma tutte queste tradizioni tendono a concordare sul fatto che è possibile, attraverso una penetrazione diretta negli stati inconsci, superare la coscienza dell’io quotidiano – e perciò il tormento di un’angoscia permanente. Spogliate di ogni distorsione ideologica che inevitabilmente le accompagna, le lucidissime intuizioni di queste tradizioni accrescono fortemente la possibilità che gli esseri umani siano capaci di attingere ad un altro tipo di coscienza, nel quale la parola noi non è più vista come un’alterità nemica e il centro della consapevolezza passa, non solo intellettualmente ma attraverso un’esperienza corporea diretta, dall’atomo isolato al punto di vista della specie – addirittura al punto di vista di qualcosa in più della specie: della natura, di un universo in evoluzione che diventa conscio di se stesso.
È difficile leggere i precedenti passi di Bordiga e concludere che stia parlando di qualcosa totalmente diverso. Ed è importante notare che Freud, nel capitolo di apertura de Il disagio nella civiltà, ammetteva l’esistenza di un “sentimento oceanico”, l’esperienza di un’unità erotica col mondo, sebbene poteva solo considerarla una regressione a uno stadio infantile precedente l’emergere dell’io. Tuttavia, nello stesso capitolo, accetta anche la possibilità che le tecniche mentali dello yoga possano aprire la porta a “stati primordiali della mente che sono stati a lungo nascosti”. Per noi, la questione da sviluppare teoricamente – e forse per le generazioni future da investigare più praticamente – è se le antiche tecniche di meditazione possano portare solo ad una regressione, ad una caduta all’unità indifferenziata dell’animale o del neonato, o se possono essere momenti di un dialettico ‘diventare coscienti’, un’esplorazione auto-cosciente delle nostre stesse menti. In questo caso, le istanze di un ‘sentimento oceanico’ puntano non solo al passato infantile, ma verso l’orizzonte di una coscienza umana più avanzata e più universale. Questa fu certamente la via adottata da Erich Fromm nel suo studio Psicoanalisi e Buddhismo Zen, ad esempio quando scrive su ciò che chiama lo “stato di non-repressività”, definito come “uno stato in cui una persona acquisisce di nuovo l’immediato, non distorto senso di realtà, la semplicità e la spontaneità del bambino; inoltre, dopo aver attraversato il processo di alienazione, di sviluppo della propria intelligenza, la non-repressività è il ritorno all’innocenza a un livello superiore; questo ritorno all’innocenza è possibile solo dopo che uno ha perduto la propria innocenza”[23].
Ma gli scritti teorici di Bordiga di questo periodo non posero la questione della relazione tra uomo e natura solo a un livello filosofico. Egli la sollevò anche nelle sue lungimiranti riflessioni sulla questione delle catastrofi capitalistiche e sul problema dell’ambiente. Scrivendo sui disastri a lui contemporanei come l’alluvione nella valle del Po nel 1957 e l’affondamento del transatlantico Andrea Doria nell’anno precedente, Bordiga mette di nuovo in campo la sua conoscenza specialistica come ingegnere e soprattutto il suo profondo rifiuto del ‘progresso’ borghese per mostrare come la tendenza di questo all’accumulazione contiene i germi di tali catastrofi e, in ultima istanza, della distruzione della natura stessa[24]. Bordiga è particolarmente veemente nei suoi articoli circa la frenesia dell’urbanizzazione che poteva già individuare nel periodo di ricostruzione post-bellica, denunciando l’ammassarsi degli uomini in spazi urbani sempre più limitati e la conseguente filosofia del ‘verticalismo’ nella costruzione. Egli argomenta che questa riduzione degli esseri umani al livello di formiche è un prodotto diretto dei bisogni di accumulazione che saranno rovesciati nel futuro comunista, riaffermando la pretesa di Marx ed Engels di superare la divisione tra città e campagna:
“Quando sarà possibile, dopo aver schiacciata con la forza tale dittatura ogni giorno più oscena, subordinare ogni soluzione e ogni piano al miglioramento delle condizioni del vivente lavoro, foggiando a tale scopo quello che il lavoro morto, il capitale costante, l’ arredamento che la specie uomo ha dato nei secoli e seguita a dare alla crosta della terra, allora il verticalismo bruto dei mostri di cemento sarà deriso e soppresso, e per le orizzontali distese immense di spazio, sfollate le città gigantesche, la forza e l’intelligenza dell’animale uomo progressivamente tenderanno a rendere uniforme sulle terre abitabili la densità della vita e la densità del lavoro, rese ormai forze concordi e non, come nella deforme civiltà odierna, fieramente nemiche, e tenute solo insieme dallo spettro della servitù e della fame” (‘Spazio contro il cemento’ in Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, Ed. Iskra, p.123). È importante anche notare che quando Bordiga, nel 1952, formulò una specie di “programma rivoluzionario immediato”, incluse l’istanza di arrestare ciò che aveva già considerato come la congestione e il ritmo di vita disumani portati dall’urbanizzazione capitalistica (un processo che da allora ha raggiunto livelli molto più elevati di irrazionalità). Così il settimo dei nove punti richiede “l’arresto della costruzione di case e luoghi di lavoro nelle grandi città e anche nelle più piccole, come punto di partenza per la distribuzione uniforme della popolazione nella campagna. La riduzione della velocità e del volume del traffico e il suo divieto quando è inutile” (in un prossimo articolo intendiamo tornare di nuovo agli altri punti di questo “programma”, perché contengono diverse formulazioni che, dal nostro punto di vista, possono essere fortemente criticate).
È interessante notare che, quando si passa alla dimostrazione del perché tutto questo cosiddetto progresso delle città capitalistiche non è niente del genere, Bordiga fa ricorso a quel concetto di decadenza che tende ad escludere in altre polemiche – per esempio nel titolo ‘Le strane e meravigliose storie della decadenza della società moderna’[25]. D'altra parte, tale termine è del tutto in linea con la visione generale della storia che abbiamo considerato sopra, dove le società possono “degenerare fino alla putrefazione” e attraversano fasi di crescita e declino. È come se Bordiga, una volta uscito fuori dal mondo ‘ristretto’ delle polemiche politiche e obbligato a ritornare ai fondamenti della teoria marxista, non potesse che riconoscere che il capitalismo, come tutti i precedenti modi di produzione, deve entrare anch’esso in un epoca di declino – e che quest’epoca è da tempo su di noi, a dispetto dei prodigi della ‘crescita nel declino’ del capitalismo che stanno soffocando l’umanità e minacciando il suo futuro.
Dobbiamo ora tornare all’idea di Bordiga che i Manoscritti del ’44 provano la sua teoria dell’“invarianza del marxismo”. In diverse occasioni abbiamo affermato che questa è una concezione religiosa. In una sferzante polemica col gruppo bordighista che pubblica Programma Comunista, Mark Chirik notò la stretta somiglianza tra il concetto bordighista di invarianza e l’atteggiamento musulmano di sottomissione a una dottrina immutabile[26].
Il destinatario di quest’articolo erano, è vero, soprattutto gli epigoni di Bordiga, ma cosa disse lo stesso Bordiga sulla relazione tra il marxismo e le fonti delle dottrina invarianti del passato? In un testo seminariale intitolato precisamente ‘L’invarianza storica del marxismo’[27], egli scrive:
“Per quanto dunque la dotazione ideologica della classe operaia rivoluzionaria non sia più rivelazione, mito, idealismo, come per le classi precedenti, ma positiva "scienza", essa tuttavia ha bisogno di una formulazione stabile dei suoi principii e anche delle sue regole di azione, che assolva il compito e abbia la decisiva efficacia che nel passato hanno avuto dogmi, catechismi, tavole, costituzioni, libri-guida come i Veda, il Talmud, la Bibbia, il Corano, o le Dichiarazioni dei diritti. I profondi errori sostanziali e formali contenuti in quelle raccolte non hanno tolto, anzi in molti casi hanno contribuito proprio per tali "scarti", alla enorme loro forza organizzativa e sociale, prima rivoluzionaria, poi controrivoluzionaria, in dialettica successione.
Nei suoi Commentarii, Bordiga era già conscio dell’accusa che tali idee lo riconducevano ad una visione religiosa del mondo:
“Quando, a un certo punto, il nostro banale contraddittore (…) ci dirà che noi costruiremo così una nostra mistica ,atteggiandosi lui, poverello, a mente che ha superato tutti i fideismi e le mistiche e ci deriderà coi termini di prostrati a tavole Mosaiche o talmudiche, di biblici o coranici, di evangelici e catechisti, gli risponderemo (…) che non abbiamo motivo di trattare come un’offesa l’affermazione che ancora al nostro movimento, fin quando non ha trionfato nella realtà (che nel nostro metodo precede ogni ulteriore conquista della coscienza umana) , può essere adeguata una mistica o, se si vuole, un mito.
Il mito, nelle sue innumerevoli forme, non fu un vaneggiare di menti che avevano occhi fisici chiusi alla realtà (…) ma è una tappa insostituibile della sola via di conquista reale della consapevolezza” (p. 160).
Bordiga ha ragione a considerare che il pensiero mitico fu davvero un “passaggio insostituibile” nell’evoluzione della coscienza umana, e che la Bibbia, il Corano o la Dichiarazione dei diritti dell’uomo furono, a un certo punto della storia, prodotti veramente rivoluzionari. Ha ragione anche a riconoscere che l’adesione a queste “tavole della legge” divenne, a un certo punto della storia, contro-rivoluzionaria. Ma il meccanismo attraverso il quale esse divennero contro-rivoluzionarie in circostanze storiche nuove, fu precisamente l’idea che fossero insostituibili e invariabili. L’Islam, ad esempio, considera la sua rivelazione più pura della Torah ebraica perché si afferma che mentre la seconda fu soggetta a revisioni ed edizioni successive, nemmeno una parola del Corano è stata alterata dal momento in cui l’arcangelo Gabriele lo dettò a Maometto. La differenza tra l’idea marxista del programma comunista e il mito o il dogma religioso è che il marxismo considera i suoi concetti non come una rivelazione ultima di origine sovraumana, bensì come il prodotto storico degli esseri umani e quindi li conferma o li rifiuta attraverso il successivo sviluppo storico o l’esperienza. Infatti, insiste che le rivelazioni mitiche o religiose sono esse stesse i prodotti della storia umana, e perciò limitate nei loro scopi e nella loro chiarezza persino nei loro massimi gradi di realizzazione. Accettando l’idea che il marxismo stesso è una sorta di mito, Bordiga perde di vista quel metodo storico che altrove è capace di usare così bene.
Ovviamente è vero che il programma comunista non è malleabile all’infinito e ha un nocciolo invariabile di principi generali, come la lotta di classe, la natura passeggera della società divisa in classi, la necessità della dittatura del proletariato e del comunismo. Inoltre, c’è un senso in cui queste linee guida generali possono sembrare un improvviso lampo di ispirazione. Da qui Bordiga può scrivere:
“Una nuova dottrina non può apparire in qualunque momento storico, ma vi sono date e ben caratteristiche - e anche rarissime - epoche della storia in cui essa può apparire come un fascio di abbagliante luce, e se non si è ravvisato il momento cruciale ed affisata la terribile luce, vano è ricorrere ai moccoletti, con cui si apre la via il pedante accademico o il lottatore di scarsa fede.” (‘L’invarianza storica del marxismo’)
È molto probabile che Bordiga abbia in mente la fase incredibilmente ricca di lavoro di Marx che diede la luce ai Manoscritti del ’44 e ad altri testi fondamentali. Ma Marx per primo non considerava questi testi come le ultime parole sul capitalismo, la lotta di classe o il comunismo. Anche se, dal nostro punto di vista, non abbandonò mai i contenuti essenziali di questi scritti, lui li considerava come un ‘primo abbozzo’ che doveva essere sviluppato e a cui bisognava dare fondamenta più solide con un’ulteriore ricerca, essa stessa strettamente connessa alle sperimentazioni pratico-teoriche compiute dal movimento reale del proletariato.
Nei Commentari, Bordiga riporta anche un preciso passo nei Manoscritti del ’44 come prova dell’invarianza, in cui Marx scrive che “L’intero movimento della storia, è, quindi, l’atto REALE di generazione del comunismo – l’atto di nascita di esso nella sua esistenza empirica – ma è anche, per la sua coscienza pensante, il movimento del DIVENIRE della storia stessa, COMPRESO E RESO COSCIENTE” (pag.153)
E Bordiga aggiunge che il soggetto di questa coscienza non può essere il singolo filosofo: può solo essere il partito di classe del proletariato mondiale. Ma se, come dice Marx, il comunismo è il prodotto dell’intero movimento della storia, allora esso deve essere iniziato ad emergere molto prima della comparsa della classe operaia e delle sue organizzazioni politiche, così che la fonte di questa coscienza deve essere più vecchia di entrambe – proprio come, entro la società capitalistica, è anche più estesa delle organizzazioni politiche di classe, anche se generalmente queste ne sono l’espressione più avanzata. Inoltre, dal momento che il comunismo può diventare chiaro a se stesso, “concepito e saputo”, unicamente quando diventa comunismo proletario, questa è sicuramente un’ulteriore prova che il comunismo e la coscienza comunista è qualcosa che evolve, che non è statica, ma è un processo in divenire – e quindi non può essere invariante.
Nel marxismo, la critica all’individualismo ha una lunga storia che risale alla critica di Marx a Hegel e, in particolare, al suo attacco a Max Stirner. Nell’argomentare contro il punto di vista filosofico del pensatore isolato, Bordiga si pone su un terreno solido, citando il tagliente commento dell’Ideologia tedesca su San Max: “la filosofia sta allo studio del mondo attuale come la masturbazione all’amore sessuale”. Come abbiamo visto, anche l’idea che l’ego sia in qualche modo un costrutto illusorio ha un lungo pedigree. Ma Bordiga va oltre. Come abbiamo già notato, la sezione delle ‘Tavole immutabili...’ citata in precedenza, in cui Bordiga prevede che l’umanità comunista sarà capace di accedere a un tipo di coscienza di specie o cosmica, è intitolata ‘Giù la personalità: ecco la chiave!’. È come se Bordiga volesse che l’individuo sia sussunto alla specie piuttosto che realizzato attraverso la specie.
L’esperienza di uno stato di coscienza che supera l’ego tende a essere un’esperienza limite piuttosto che uno stato permanente, ma, ad ogni modo, non abolisce necessariamente la personalità. Forse la personalità come una maschera; la personalità come un tipo di proprietà privata; la personalità come aspetto esteriore dell’illusione di un ego assoluto – si potrebbe argomentare che sono queste le forme di personalità che in futuro saranno superate. Ma la natura stessa ha bisogno della diversità per svilupparsi, e questo non è meno vero per la società umana. Persino i buddisti non affermano che l’illuminazione fa svanire l’individuo. C’è una storia Zen che racconta come uno studente approccia il suo insegnante dopo aver sentito che quest’ultimo aveva raggiunto il satori, il lampo fulmineo dell’illuminazione. Lo studente chiede al maestro “come ci si sente ad essere illuminati?”. Al che il maestro risponde: “Misero come sempre”.
Nella stessa sezione di ‘Tavole….’ Bordiga cita la “splendida espressione” dei Manoscritti del ’44 che l’umanità è un essere che soffre, e che se non soffre, non può conoscere la gioia. Quest’essere umano fatto di carne, mortale e individuale esiste ancora nel comunismo, che per Marx è “l’unica società in cui lo sviluppo libero e originale degli individui cessa di essere una mera frase” (Ideologia tedesca, ‘Il libero sviluppo degli individui’).
Sappiamo che Bordiga avanzò una tagliente critica al feticcio borghese della democrazia, basata com’è sulla falsa idea del cittadino isolato e sul fondamento reale di una società atomizzata dallo scambio di merci. L’intuizione che sviluppava in Il principio democratico e altrove ci permette di esporre l’essenziale vacuità delle strutture più democratiche dell’ordine capitalistico. Ma arriva un punto nel pensiero di Bordiga in cui egli perde di vista ciò che era autenticamente ‘progressivo’ nella vittoria dello scambio di merci su tutte le precedenti forme di comunità: la possibilità di un pensiero critico individuale senza cui la “scienza positiva” – che Bordiga stesso reclama come il punto di vista del proletariato – non sarebbe emersa. Applicata alla concezione di Bordiga del partito, questa linea di pensiero porta al concetto di un’organizzazione “monolitica”, “anonima” e persino “totalitaria” – tutti termini che sono stati usati con approvazione nel canone bordighista. Esso porta a teorizzare la negazione del pensiero individuale e quindi delle differenze e dei dibattiti interni. E come in tutti i regimi totalitari, c’è sempre almeno un individuo che diventa tutt’altro che anonimo – che diventa oggetto di culto della personalità. E questo è proprio ciò che veniva giustificato dentro il Partito Comunista Internazionale nel dopo-guerra da coloro che vedevano in Bordiga il “leader brillante”, il genio che poteva (anche quando non era ancora un membro del partito!) trovare risposte a tutti i problemi teorici che si presentavano all’organizzazione. Questo fu l’aberrante modo di pensare attaccato nell’articolo del GCF ‘Contro la concezione del capo geniale’[28].
A volte abbiamo criticato l’idea di Bordiga che un rivoluzionario è qualcuno per il quale la rivoluzione è già avvenuta. Finché questo implica l’ineluttabilità del comunismo, quelle critiche sono valide. Ma c’è anche una verità nel detto di Bordiga. I comunisti sono coloro che rappresentano il futuro nel presente, come afferma Il Manifesto del Partito Comunista, e in questo senso essi misurano il presente – e il passato – alla luce della possibilità del comunismo. La ‘passione per il comunismo’ di Bordiga – il suo insistere a dimostrare la superiorità del comunismo su qualunque cosa la società di classe e il capitalismo avessero prodotto – gli permetteva di resistere alle false visioni di progressi capitalisti e ‘socialisti’ che venivano diffuse all’interno della classe operaia negli anni ’50 e ’60 e, forse la cosa più importante, per dimostrare in pratica che, nei fatti, il marxismo non è un dogma invariante ma una teoria vivente, dal momento che non c’è dubbio che i contributi di Bordiga sul comunismo arricchiscono la nostra comprensione di esso.
All’inizio di quest’articolo abbiamo fatto riferimento al necrologio di Damen del 1970, che provò a fare una valutazione dell’intero contributo politico di Bordiga. Damen comincia con l’elencare tutto ciò che “dobbiamo a Bordiga”, innanzitutto l’immenso contributo che fornì nel suo periodo ‘classico’ sulla teoria dell’astensionismo e della relazione tra partito e classe. Ma egli, come abbiamo visto, abbastanza a ragione non risparmia Bordiga dalla critica del suo ritiro dall’attività politica dalla fine degli anni ’20 all’inizio degli anni ’40, il suo rifiuto a commentare tutti i drammi politici ed economici che affollano questo periodo. Esaminando il suo ritorno alla vita politica alla fine della guerra, Damen è anche caustico sulle ambiguità di Bordiga sulla natura capitalistica dell’URSS. Sarebbe potuto andare oltre e avrebbe potuto mostrare come il rifiuto di Bordiga di riconoscere le acquisizioni della Frazione portò a una chiara regressione politica su problematiche chiave come la questione nazionale, i sindacati e il ruolo del partito nella dittatura del proletariato. Ma ciò che manca nel testo di Damen è una valutazione del reale contributo alla nostra comprensione del comunismo che Bordiga garantì nei suoi ultimi anni – un contributo che la sinistra comunista ha ancora bisogno di assimilare, non in ultimo perché è stato assunto in seguito da altri dal dubbio programma, come la corrente ‘comunizzazione’ (di cui Camatte fu uno dei padri fondatori), che l’hanno usato per produrre risultati che Bordiga stesso avrebbe certamente disconosciuto come propri. Ma questo richiederà un altro articolo, e prima di farlo vogliamo considerare le altre ‘teorie della rivoluzione proletaria’ che furono sviluppate negli anni ’50, ’60, ’70.
C.D. Ward
[1] In the aftermath of World War Two: debates on how the workers will hold power after the revolution: https://en.internationalism.org/content/9523/aftermath-world-war-two-debates-how-workers-will-hold-power-after-revolution [392]
[2] The post-war boom did not reverse the decline of capitalism https://en.internationalism.org/internationalreview/201111/4596/post-war-boom-did-not-reverse-decline-capitalism [393].
[3] https://libcom.org/article/workers-councils-anton-pannekoek [394]. In Italiano edito da Feltrinelli: A. Pannekoek, Organizzazione rivoluzionaria e consigli operai, 1970. Si veda anche l’articolo alla nota 1.
[4] Ad Ustica, Bordiga incontrò Gramsci, il quale aveva avuto un ruolo centrale nell’imporre la linea dell’Internazionale Comunista all’interno del partito italiano e allontanare Bordiga dalla leadership. Ormai Gramsci era già ammalato e, nonostante le loro considerevoli differenze, Bordiga non esitò a prendersi cura di lui e a lavorarci insieme per la formazione di un circolo di formazione marxista.
[5] Questo testo è disponibile sul sito della Tendenza Comunista Internazionalista. https://www.leftcom.org/it/articles/1988-01-01/comitato-d-intesa-primo-campanello-d-allarme [395].
[6] I problemi pratici che Bordiga affrontò durante questo periodo furono certamente considerevoli, ad esempio veniva seguito da due agenti di polizia ovunque andasse. Tuttavia, c’era un elemento volontario nell’isolamento di Bordiga dai suoi compagni, e Damen, in una sorta di necrologio scritto poco dopo la morte di Bordiga nel 1970, fu nettamente critico rispetto al comportamento politico di Bordiga: “In questo particolare clima va considerata la sua condotta politica, il rifiuto costante ad assumere politicamente un atteggiamento che potesse qualificarlo responsabilmente. Si sono così susseguiti avvenimenti politici, a volte di importanza storica, che sono passati accanto a questa sdegnosa estraneità, senza eco alcuna: il conflitto Trotsky-Stalin; lo stalinismo; la nostra Frazione che all’estero, in Francia e Belgio, continuava storicamente la ideologia e la politica del partito di Livorno; la Seconda Guerra Mondiale e, infine, lo schieramento della Russia sul fronte della guerra dell'imperialismo. Né una parola, né un rigo proprio nello stesso spazio storico, su un piano più allargato e complesso di quello della prima guerra mondiale”. O. Damen, Bordiga, Editoriale periodici italiani 1977. Uno studio degli ‘anni oscuri’ di Bordiga è stato pubblicato in italiano: Arturo Peregalli e Sandro Saggioro, Amadeo Bordiga. – La sconfitta e gli anni oscuri (1926-1945). Edizioni Colibrì, Milano, Novembre 1998.
[7] Si veda il seguente articolo: The Second Congress of the Internationalist Communist Party, The Italian Fraction and the French Communist Left https://en.internationalism.org/internationalreview/201211/5366/italian-fraction-and-french-communist-left [396].
[8] Si veda in particolare Communism Vol. 3, Part 4 - The 1930s: debate on the period of transition (https://en.internationalism.org/ir/127/vercesi-period-of-transition [397]).
[9] Si veda p. 202. Queste intuizioni dei potenziali pericoli provenienti dallo Stato ‘proletario’ sembrano essere state dimenticate, a giudicare dalla sorpresa espressa dal delegato del Partito Comunista Internazionale/Battaglia Comunista al Secondo Congresso della Corrente Comunista Internazionale, dopo aver letto una proposta di risoluzione sullo Stato nel periodo di transizione che era basata sulle intuizioni della Frazione e della GCF. La risoluzione fu approvata definitivamente al Terzo Congresso: Resolution on the State in the Transition Period https://en.internationalism.org/node/2733 [398]. Si veda anche: The period of transition: Polemic with the P.C.Int.-Battaglia Comunista https://en.internationalism.org/node/3168 [399].
[10] Nella sua prefazione a Russie et Révolution dans la Théorie Marxiste, Spartacus 1975, Jacques Camatte mostra che il Bordiga degli anni rivoluzionari successivi alla Prima Guerra Mondiale non difendeva il concetto di ‘invarianza’, riferendosi in particolare al primo articolo della collezione, ‘Le lezioni della storia recente’, che argomenta che il movimento reale del proletariato può arricchire la teoria, e che critica apertamente certe idee di Marx sulla democrazia e alcune prescrizioni tattiche del Manifesto del Partito Comunista “il sistema di un comunismo critico può naturalmente essere compreso in relazione all’integrazione dell’esperienza storica successiva al manifesto di Marx, e, se necessario, in una direzione opposta a certi comportamenti tattici di Marx ed Engels che si sono dimostrati sbagliati”.
[11] The post-war boom did not reverse the decline of capitalism https://en.internationalism.org/internationalreview/201111/4596/post-war-boom-did-not-reverse-decline-capitalism [393].
[12] In the aftermath of World War Two: debates on how the workers will hold power after the revolution https://en.internationalism.org/content/9523/aftermath-world-war-two-debates-how-workers-will-hold-power-after-revolution [392].
[13] https://www.quinterna.org/archivio/1952_1970/considerazioni.htm [400].
[14] Si vedano in particolare: The alienation of labour is the premise for its emancipation https://en.internationalism.org/internationalreview/199207/1797/alienation-labour-premise-its-emancipation [401], The study of Capital and the foundations of Communism https://en.internationalism.org/internationalreview/199311/1570/study-capital-and-foundations-communism [402].
[15] A Janitzio la morte non fa paura.
[16] Si veda anche il precedente articolo di questa serie: The Mature Marx - Past and Future Communism (https://en.internationalism.org/internationalreview/199506/1685/mature-marx-past-and-future-communism [403]).
[17] Una esposizione piuttosto chiara della concezione di Bordiga del socialismo può essere trovata in un articolo di Adam Buik (https://libcom.org/article/bordigism [404]) del Partito Socialista della Gran Bretagna, che, con tutti i suoi difetti, ha sempre compreso chiaramente che il socialismo comporta l’abolizione del lavoro salariato e del denaro.
[18] Trotsky and the culture of communism (https://en.internationalism.org/internationalreview/200210/9651/trotsky-and-culture-communism [405] )
[19] Communism: the real beginning of human society (https://en.internationalism.org/internationalreview/199210/3571/communism-real-beginning-human-society [406]). Quest’articolo, come altri della serie, si riferisce anche agli scritti di Bordiga sul comunismo.
[20] Woman's role in the emergence of human culture (https://en.internationalism.org/internationalreview/201212/5422/womans-role-emergence-human-culture [407]), and Women's role in the emergence of human solidarity (https://en.internationalism.org/content/6964/womens-role-emergence-human-solidarity [408]).
[21] Communism: the real beginning of human society (https://en.internationalism.org/internationalreview/199210/3571/communism-real-beginning-human-society [406])
[22] Freud, New Introductory Lectures, London 1973, p. 117.
[23] Erich Fromm, Psychoanalysis and Zen Buddhism, 1960, p. 91, 1986 Allen and Unwin edition. Fromm, allievo della Scuola di Francoforte che ha anche lavorato molto sugli scritti giovanili di Marx, considera che, portata alla sua logica conclusione, il vero fine della psicoanalisi (che potrebbe essere ottenuto su larga scala solo in una “società sana”) non è semplicemente rilevare sintomi nevrotici o sottomettere le pulsioni al controllo dell’intelletto, ma rendere l’inconscio conscio e quindi raggiungere una vita non repressa. Così definisce il metodo della psicoanalisi in relazione a questo obiettivo: “esso esamina lo sviluppo fisico di una persona dall’infanzia in poi e prova a disvelare le esperienze più passate al fine di assistere la persona nel fare esperienza di ciò che ora è represso. Esso procede dal disvelare le illusioni sul mondo, passo dopo passo, così che diminuiscano le distorsioni paratattiche e le intellettualizzazioni alienate. Col diventare meno estranea a se stessa, la persona che attraversa questo processo diventa meno estraniata dal mondo; poiché si è aperta alla comunicazione con l’universo interiore, la persona si è aperta alla comunicazione col mondo esteriore. Scompare la falsa coscienza, e con essa la polarità conscio-inconscio” (ivi, p. 107 – nostra traduzione dall’inglese). Altrove (p. 105) compara questo metodo con quello Zen, che usa sì concetti differenti, ma anch’esso procede attraverso una serie di più piccole realizzazioni o ‘satori’ verso livelli qualitativamente superiori di essere nel mondo.
[24] Si veda la raccolta Amadeo Bordiga Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, Iskra 1978. Si veda anche il nostro articolo Flooding: the shape of things to come [409] (https://en.internationalism.org/worldrevolution/201403/9567/flooding-shape-things-come [409]), che esamina l’idea di Bordiga sul ruolo distruttivo nell’accumulazione capitalistica.
[25] https://www.marxists.org/archive/bordiga/works/1956/weird.htm [410].
[26] International Review n. 14, A caricature of the Party: the Bordigist Party (https://en.internationalism.org/node/2647 [411] ).
[27] https://www.quinterna.org/archivio/1952_1970/invarianza_falsarisorsa.htm [412].
[28] Against the concept of the "brilliant leader" https://en.internationalism.org/ir/033/concept-of-brilliant-leader [413].
Per tutti quelli che pensano ancora che l’ultima speranza del genere umano sia il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo mondiale, è impossibile salutare l’inizio del 2017 senza ricordare che quest’anno ricorre il 100° anniversario della rivoluzione russa. E sappiamo pure che tutti coloro che insistono sul fatto che non vi è alcuna alternativa all’attuale sistema sociale ricorderanno a modo loro questo evento.
Molti di loro la ignoreranno, naturalmente, o ne sminuiranno il significato dicendoci che è storia vecchia, che è cambiato tutto da allora o chiedendoci che senso abbia parlare di una rivoluzione della classe operaia quando questa classe non esiste più, o si è così degradata che il termine “rivoluzione della classe operaia” può anche essere assimilato ai voti di protesta a favore della Brexit o di Trump nei vecchi centri industriali decimati dalla globalizzazione.
Se lo sconvolgimento che scosse il mondo nel 1917 torna alla mente, nella maggior parte dei casi è dipinto come una sorta di storia dell’orrore, ma con una ben precisa “morale”: ecco, questo è quello che avviene quando si sfida il sistema attuale, quando si cede all’illusione che una forma superiore di vita sociale sia possibile. Si ottiene qualcosa di molto peggio. Si ottiene il terrore, il gulag, lo stato totalitario onnipresente. Tutto è iniziato con Lenin e la sua banda di fanatici bolscevichi, il cui colpo di Stato, nell'ottobre del 1917, ha ucciso la giovane democrazia russa, e si è conclusa con Stalin, con tutta la società trasformata in un campo di lavoro forzato. Poi tutto è crollato, il che dimostra ancora una volta che è impossibile organizzare una società moderna diversa da quella capitalista.
Siamo ben consapevoli che spiegare cosa ha significato realmente la rivoluzione russa del 1917 non è cosa facile. Questo è un periodo di estrema difficoltà per la classe operaia e le sue piccole minoranze rivoluzionarie, un periodo che è dominato da sentimenti di disperazione e di perdita di ogni prospettiva per il futuro, dalla crescita sinistra del nazionalismo e del razzismo che servono a dividere la classe operaia al suo interno, dalla demagogia piena di odio dei populisti di destra, e a sinistra da appelli clamorosi a difendere la “democrazia” contro questo nuovo autoritarismo.
Tuttavia questo è anche il momento, per noi, di ricordare il lavoro dei nostri antenati politici - le frazioni comuniste di sinistra che sono sopravvissute alle terribili sconfitte dei movimenti rivoluzionari seguite agli eventi della Russia 1917 - che hanno cercato di comprendere le cause della degenerazione risultante e della scomparsa dei partiti comunisti che erano stati formati per aprire la strada verso la rivoluzione. Resistendo sia al terrore aperto della controrivoluzione, nelle sue forme stalinista e fascista, che agli inganni più velati della democrazia, le più lucide correnti comuniste di sinistra, come quelle raggruppate intorno alle riviste Bilan negli anni ‘30 e Internationalisme negli anni '40, cominciarono l’enorme compito di tracciare il “bilancio” della rivoluzione. Prima di tutto, contro tutti i suoi denigratori, essi riaffermarono gli aspetti essenziali e positivi della rivoluzione russa. In particolare che:
Allo stesso tempo, i rivoluzionari degli anni ’30 e ’40 dettero inizio anche alla dolorosa analisi dei gravi errori commessi dai bolscevichi a fronte di una situazione senza precedenti per qualunque partito operaio, in particolare:
La CCI, dal suo inizio, ha continuato questo lavoro di bilancio cercando di tirare tutte le lezioni della rivoluzione russa e dell'ondata rivoluzionaria internazionale del 1917-23. Nel corso degli anni abbiamo prodotto un gran numero di articoli e di opuscoli che trattano di questo periodo assolutamente vitale nella storia della nostra classe. Durante quest’anno, e non solo, faremo in modo che questi testi siano più accessibili ai nostri lettori, compilando un dossier aggiornato dei nostri articoli più importanti sulla rivoluzione russa e sull’ondata rivoluzionaria internazionale. Ci saranno articoli che corrispondono o direttamente allo sviluppo cronologico del processo rivoluzionario o che contengono risposte ai più importanti quesiti posti dagli attacchi della propaganda borghese o anche alle discussioni dentro e intorno all’ambiente politico proletario. Abbiamo già cominciato con un articolo sulla rivoluzione di febbraio scritto nel 1997. Questo sarà seguito da articoli sulle Tesi di Aprile di Lenin, sui giorni di Luglio, sull’insurrezione di Ottobre, e così via. Noi abbiamo intenzione di continuare queste pubblicazioni anche nel prossimo anno nella misura in cui il dramma della rivoluzione e della controrivoluzione è durato per anni e non era assolutamente limitato alla Russia, ma ha avuto un’eco nel mondo intero, da Berlino a Shangai, da Torino alla Patagonia, da Clydeside a Seattle.
Allo stesso tempo cercheremo di aggiungere a questa collezione degli articoli nuovi che trattino di questioni che non abbiamo ancora esaminato in profondità (come l’attacco contro la rivoluzione da parte della classe dominante del momento, il problema del “terrore rosso”, e così via); articoli che rispondano alle attuali campagne del capitalismo finalizzate a cancellare la memoria rivoluzionaria della classe operaia; articoli che riflettano sulle condizioni per una rivoluzione proletaria oggi, a ciò che queste hanno in comune con il tempo della rivoluzione russa, ma anche e soprattutto ai cambiamenti significativi che sono intervenuti nel corso degli ultimi 100 anni.
Lo scopo di questa iniziativa editoriale non è semplicemente quello di “celebrare” o “ricordare” eventi storici del lontano passato. E’ invece difendere l’idea che la rivoluzione proletaria è oggi ancora più necessaria di quanto non lo fosse nel 1917. Di fronte agli orrori della prima guerra imperialista mondiale, i rivoluzionari dell’epoca conclusero che il capitalismo era entrato nella sua epoca di decadenza, ponendo all’umanità l’alternativa tra socialismo o barbarie; e gli orrori ancora più grandi - simboleggiati da nomi come Auschwitz e Hiroshima - che seguirono la sconfitta dei primi tentativi di fare la rivoluzione socialista, confermarono crudamente la loro diagnosi. Un secolo più tardi, la prolungata esistenza del capitalismo costituisce una minaccia mortale per la sopravvivenza dell'umanità.
Scrivendo dalla cella della prigione in cui era rinchiusa nel 1918, e alla vigilia della rivoluzione in Germania, Rosa Luxemburg espresse la sua fondamentale solidarietà alla rivoluzione russa e al partito bolscevico, nonostante tutte le sue pesantissime critiche agli errori dei Bolscevichi, e in particolare alla politica del terrore rosso. Le sue parole conservano oggi per il nostro futuro tutta l’importanza che ebbero all’epoca per il futuro cui lei stessa era confrontata:
“Ciò che conta nella politica dei bolscevichi è distinguere l’essenziale dall’accessorio, il sostanziale dal casuale. In questo ultimo periodo alla vigilia delle decisive battaglie finali in tutto il mondo, il problema fondamentale del socialismo è stato ed è appunto la questione all’ordine del giorno: non questo o quel dettaglio nella tattica, ma la capacità d’azione del proletariato, la forza d’azione delle masse, la volontà di raggiungere il potere con il socialismo in generale. A questo riguardo i Lenin e i Trotsky con i loro compagni sono stati i “primi” all’avanguardia nei confronti del proletariato mondiale con il loro esempio; sono finora ancora i “soli” che possano esclamare con Ablich de Hutten: “Io ho osato questo!”.
E’ l’essenziale e ciò che rimane della politica bolscevica. In tal senso resta loro il merito imperituro nella storia d’essersi messi alla testa del proletariato internazionale conquistando il potere politico e mettendo in pratica il problema della realizzazione del socialismo, come d’aver potentemente spinto innanzi la liquidazione fra Capitale e Lavoro nel mondo.
In Russia il problema poteva solo essere posto ma non risolto. E’ in tal senso che l’avvenire appartiene ovunque al ‘bolscevismo’”[1].
CCI
[1] Rosa Luxemburg, La Rivoluzione Russa. Cap. V: Democrazia e dittatura, pag. 31. Edizioni Prometeo.
I sopravvissuti dell’incendio della torre di Grenfell, quelli che vivono vivono nella sua ombra, tutti quelli che vivono altrove in torri simili, quelli che sono venuti a manifestare la loro solidarietà, la cui collera li ha portati ad occupare il Municipio di Kensington e a marciare su Downing Street, tutti avevano perfettamente chiaro il fatto che questo orrore non era una “tragedia” astratta, e tanto meno un atto di Dio, ma come riportato su uno striscione improvvisato, “un crimine contro i poveri”, una questione di classe resa ancora più evidente dal fatto che la Royal Borough di Kensington e Chelsea rappresentano tipicamente l’osceno contrasto di ricchezza che è la caratteristica di questo sistema sociale, riassumendolo nella forma molto visibile e tangibile della “questione delle abitazioni”.
Molto tempo prima dello scoppio dell’incendio, un gruppo di azione dei residenti aveva messo in guardia rispetto allo stato di pericolo in cui versava la torre Grenfell, ma questi avvertimenti sono stati sistematicamente ignorati dal consiglio comunale e dal suo agente, la Kensington and Chelsea Tenant Management Organisation. C'è anche il forte sospetto che il rivestimento che è stato identificato come la causa principale della rapida diffusione dell’incendio sia stato installato non per il benessere dei residenti della torre ma per migliorare l'aspetto esteriore dell’edificio per i residenti più ricchi del quartiere. Ancora una volta, è ben noto che tutta quella zona è infestata da questa nuova generazione di proprietari terrieri non residenti che, spinti dalla smania della borghesia inglese di incoraggiare gli investimenti stranieri, comprano degli edifici estremamente costosi e in molti casi non si preoccupano nemmeno di affittarli, lasciandoli vuoti semplicemente per specularvi sopra. Ed è stata proprio la speculazione sulle case – completamente incoraggiata dallo Stato – ad essere un elemento centrale del crash del 2008, un disastro economico il cui risultato netto è stato quello di allargare ulteriormente l’enorme fossato tra i ricchi e i poveri. Comprare oggi una casa costa caro, specialmente a Londra che resta il fulcro di un’economia da casinò basata sul debito.
La profondità e l’estensione dell’indignazione provocata da una tale politica è stata tale che i media controllati da quelli che sono in cima alla scala della ricchezza non hanno avuto altra scelta che seguire l’ondata di rabbia. Alcuni dei quotidiani pro-Brexit hanno cercato di addossare la responsabilità dell’incendio ai regolamenti dell’UE, ma hanno dovuto fare abbastanza rapidamente marcia indietro di fronte alla rabbia popolare (ma solo quando è emerso che il tipo di rivestimento utilizzato per “rigenerare” Grenfell è vietato in paesi come la Germania). Un giornale noto non proprio per il suo radicalismo, il Metro di Londra, ha titolato a grandi lettere “Fermate gli assassini!”, frase riportata non come citazione, ma come richiesta, anche se basata sulla retorica del deputato di Tottenham David Lammy che è stato uno dei primi a descrivere l’incendio come un “omicidio colposo d’impresa”. E tutti, con l’eccezione di una piccola minoranza di troll razzisti, hanno evitato qualunque riferimento negativo al fatto che le vittime fossero per la gran parte non solo povere, ma anche migranti e finanche rifugiati. Le tante manifestazioni di solidarietà che abbiamo visto all’indomani dell’incendio, le donazioni di cibo, vestiti, coperte, alloggio, di lavoro nei centri di emergenza, è venuto dalla gente del posto, di tutte le etnie e religioni, senza chiedere la storia personale delle vittime come condizione per fornire il loro aiuto e supporto.
I dimostranti hanno ragione ad esigere delle risposte sulle cause di questo incendio, a fare pressione sullo Stato per dare con urgenza assistenza e provvedere al reinsediamento nella stesso quartiere degli sfollati, alcuni dei quali hanno fatto riferimento alla dolorosa esperienza degli sfollati dell'uragano Katrina, che è stato usato per fare una sorta di pulizia etnica e di classe nei quartieri “ambiti” di New Orleans. Comprensibilmente, quelli che vivono in altri grattacieli vogliono dei controlli sulla sicurezza degli edifici e dei miglioramenti delle strutture il più presto possibile. Ma dobbiamo assolutamente esaminare le cause più profonde di questa catastrofe per capire che la disuguaglianza, che è stata così spesso identificata come un elemento chiave, è radicata nella struttura stessa della società attuale. Ciò è particolarmente importante perché gran parte della rabbia che tutti si sentono è diretta contro delle persone o delle istituzioni private (Theresa May perché aveva paura del contatto diretto con i residenti di Grenfell, il Consiglio comunale o la KCTMO) piuttosto che contro il modo di produzione che genera tali catastrofi dalle sue proprie viscere. Se manca questa comprensione, si lascia la porta aperta a qualsiasi illusione su soluzioni alternative del capitalismo, in particolare quelle proposte dalla sinistra del capitale. Abbiamo già visto Corbyn prendere di nuovo l’iniziativa nella corsa alla popolarità davanti alla May con la sua risposta più “sensibile” e “concreta” per i residenti di Grenfell, tra cui la richiesta di soluzioni apparentemente radicali come la “requisizione” di case vuote per dare alloggio agli sfollati[1].
Il capitalismo è all’origine della crisi degli alloggi
Ecco come Marx definiva il problema, concentrandosi in particolare sulla ricerca spietata del profitto nel processo di produzione:
“Poichè l’operaio dedica la maggior parte della sua vita al processo di produzione, le condizioni di questo processo costituiscono in gran parte le condizioni del processo attivo della sua esistenza, le sue condizioni di vita; e il far economia nel campo di queste con dizioni di vita è un metodo per rialzare il saggio del profitto, proprio come, e l’abbiamo già precedentemente messo in rilievo , l’eccesso di lavoro, la trasformazione dell’operaio in bestia da lavoro è un metodo per accelerare l’autovalorizzazione del capitale, la produzione del plusvalore. Siffatta economia giunge fino al sovraffollamento di operai in locali ristretti, malsani, ciò che si chiama in termini capitalistici risparmio di costruzioni; all’ammassamento di macchine pericolose negli stessi ambienti, senza adeguati mezzi di protezione contro questo pericolo; all’assenza di misure di precauzione nei processi produttivi che per il loro carattere siano dannosi alla salute o importino rischi (come nelle miniere) ecc. Per non dire della mancanza di ogni provvidenza volta ad umanizzare il processo produttivo, a renderlo gradevole o quanto meno sopportabile. Ciò sarebbe, dal punto di vista capitalistico, uno spreco senza scopo e insensato.” [2]
Ma questa tendenza a ridurre lo spazio, a ignorare le misure di sicurezza e a tagliare i costi di produzione per aumentare il tasso di profitto si applica beninteso anche all’industria edilizia per case destinate ai proletari. Engels, ne La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845) descriveva con grande minuzia la sovrappopolazione, la sporcizia, l’inquinamento e il decadimento di case e strade costruite in fretta per ospitare i lavoratori di fabbrica a Manchester e in altre città. Ne “La questione delle abitazioni” (1872), egli sottolineava che queste condizioni inevitabilmente avrebbero prodotto delle epidemie:
“Il colera, il tifo, la febbre tifoidea, il vaiolo ed altre malattie devastatrici diffondono i loro germi nell’aria appestata e nell’acqua inquinata di quei quartieri; non vi si estinguono quasi mai, per svilupparsi, non appena lo consentano le circostanze, in morbi epidemici, e allora sconfinano dai loro luoghi d’incubazione per invadere anche le parti della città più ariose e salubri, quelle abitate dai signori capitalisti. Lor signori i capitalisti non possono permettersi impunemente il piacere di provocare malattie per la classe lavoratrice; le conseguenze ricadono anche su di loro, e l’angelo sterminatore imperversa fra i capitalisti con la stessa spietata imparzialità che tra i lavoratori”[3].
È ben noto che la costruzione della rete fognaria a Londra nel diciannovesimo secolo, un titanico lavoro di ingegneria che ha notevolmente ridotto l’impatto del colera e che è in funzione ancora oggi, ha ricevuto un grande impulso solo dopo il “Grande fetore” del 1858 che proveniva dal Tamigi inquinato arrivò alle narici dei politici di Westminster. Le lotte e le rivendicazioni dei lavoratori per delle case migliori sono state naturalmente un fattore determinante per convincere la borghesia a demolire le baraccopoli e ad offrire delle costruzioni più sicure e sane ai suoi schiavi salariati. Per proteggere se stessi dalle malattie ed evitare la decimazione della forza-lavoro, il capitale fu obbligato a introdurre questi miglioramenti, tanto più tenendo in conto i sostanziali profitti che si potevano realizzare investendo nel campo delle costruzioni e degli immobili. Ma, come sottolineato dallo stesso Engels, anche in questa epoca di riforme sostanziali, rese possibili da un modo di produzione in piena ascesa, la tendenza del capitalismo era di spostare semplicemente le bidonville da una zona all'altra. Ne La questione delle abitazioni, Engels mostra come ciò ebbe luogo nell’area di Manchester. Nell’epoca attuale, segnata dalla spirale della decadenza del sistema capitalista a livello globale, lo spostamento ha evidentemente avuto luogo dai paesi capitalisti più “avanzati” verso le immense bidonville che circondano tante grandi città del cosiddetto “terzo mondo”.
Il comunismo e la questione delle abitazioni
E’ perciò che, rigettando l’utopia proudhoniana (ulteriormente attualizzata dal progetto della Thatcher che ciascuno si costruisca il suo proprio alloggio sociale, cosa che ha enormemente esasperato il problema della casa) secondo cui ogni operaio possiede la sua propria piccola abitazione, Engels insisteva :
“E finché sussiste il modo di produzione capitalista, è una follia pretendere di risolvere isolatamente la questione delle abitazioni o qualsiasi altra questione sociale che concerna il destino degli operai. La soluzione sta nell’abolire il modo di produzione capitalista, e nel far sì che la classe lavoratrice si appropri di tutti i mezzi di sussistenza e di lavoro”[4].
La rivoluzione proletaria in Russia del 1917 ci ha fornito una prima idea di quello che, nelle sue prime fasi, questa “appropriazione” potrebbe significare: i palazzi e le dimore dei ricchi furono espropriati per ospitare le famiglie più povere. Nella Londra di oggi, accanto a palazzi e dimore di lusso, il vertiginoso incremento dell’edilizia speculativa degli ultimi decenni ci ha lasciato un enorme numero di palazzi di prestigio, alcuni dei quali abitati solo da pochi residenti ricchi, altri utilizzati per ogni sorta di attività commerciale parassitaria, mentre la gran parte di essi resta semplicemente invenduta e inutilizzata. Ma certamente i sistemi di sicurezza antincendio di questi edifici sono migliori di quelli di Grenfell. Questo tipo di edifici è l’argomento fondamentale per fare dell'espropriazione una soluzione immediata allo scandalo degli alloggi non a misura d’uomo e dei senzatetto.
Ma Engels, come Marx, era per un programma molto più radicale rispetto alla semplice requisizione delle case esistenti. Di nuovo, rigettando le fantasie proudhoniane di un ritorno all’industria artigianale, Engels puntava sul ruolo progressivo giocato dalle grandi città che raccoglievano masse di proletari capaci di agire assieme e così di sfidare l’ordine capitalista. E insisteva anche sull’idea che il futuro comunista avrebbe messo fine alla brutale separazione tra città e campagna et che ciò avrebbe significato lo smantellamento delle grandi città – un progetto ancora più grandioso nell’epoca attuale di metropoli stracolme che rendono le grandi città dei tempi di Engels come delle piccole borgate.
“La soluzione borghese della questione della casa è, per propria ammissione, fallita; fallita nel contrasto fra città e campagna. E qui siamo giunti al cuore della questione. Il problema delle abitazioni potrà essere risolto solo se la società sarà rivoluzionata abbastanza perché si possa procedere all’abolizione di quel contrasto fra città e campagna che nell’odierna società capitalista è spinto all’estremo. Ben lungi dal poter abolire tale contrasto, la società capitalista deve al contrario acuirlo ogni giorno di più. E l’hanno giustamente già riconosciute i primi socialisti utopisti moderni, Owen e Fourier. Nei loro caseggiati modello non esiste più contrasto fra città e campagna. Avviene, quindi, il contrario di quel che pretende il signor Sax: non è la stessa soluzione del problema delle abitazioni che risolve al tempo stesso la questione sociale, ma solo la soluzione di questa rende possibile al tempo stesso quella del problema della casa. Pretendere di risolvere quest’ultimo mantenendo in vita moderne metropoli è un controsenso. Ma le moderne metropoli saranno eliminate solo con l’abolizione dei modi di produzione capitalistici, e quando si sarà cominciato a far questo, si tratterà di ben altre cose che di procurare ad ogni lavoratore una casetta di sua proprietà”[5].
In continuità con questa tradizione radicale, il comunista della Sinistra italiana Amadeo Bordiga ha scritto un testo in risposta all’infatuazione sviluppatasi nel secondo dopoguerra per i grossi agglomerati di torri e grattacieli, una moda tornata con forza questi ultimi anni nonostante una serie di disastri e l’evidenza che vivere in un grosso agglomerato esaspera l’atomizzazione della vita urbana e genera tutta una serie di difficoltà sociali e psicologiche. Per Bordiga, i grandi grattacieli sono un segno evidente della tendenza del capitalismo a stipare il più alto numero di esseri umani nel più piccolo spazio possibile, ed egli ebbe delle parole particolarmente dure, lui che era un ingegnere, per quei progettisti brutali che ne cantavano le lodi. “Verticalismo, si chiama questa deforme dottrina; il capitalismo è verticalista.”[6].
Il comunismo, al contrario, sarà “orizzontale”. Più avanti, nello stesso articolo, Bordiga spiega cosa vuole dire:
“Quando sarà possibile, dopo aver schiacciata con la forza tale dittatura ogni giorno più oscena, subordinare ogni soluzione e ogni piano al miglioramento delle condizioni del vivente lavoro, foggiando a tale scopo quello che è il lavoro morto, il capitale costante, l'arredamento che la specie uomo ha dato nei secoli e seguita a dare alla crosta della terra, allora il verticalismo bruto dei mostri di cemento sarà deriso e soppresso, e per le orizzontali distese immense di spazio, sfollate le città gigantesche, la forza e l'intelligenza dell'animale uomo progressivamente tenderanno a rendere uniforme sulle terre abitabili la densità della vita e la densità del lavoro, resi ormai forze concordi e non, come nella deforme civiltà odierna, fieramente nemiche, e tenute solo insieme dallo spettro della servitù e della fame.”
Amos, 18 giugno 2017
[1] Nella visione da capitalista di Stato di Corbyn, la requisizione degli appartamenti non è il risultato di un’auto-iniziativa della classe operaia, ma un'azione legale presa dallo Stato, la stessa cosa che requisire delle navi in tempo di guerra.
[2] K. Marx, Il Capitale, vol. III, capitolo 5.
[3] F. Engels, La questione delle abitazioni, Newton Compton Editori, pag. 38.
[4] Engels, La questione delle abitazioni, Newton Compton Editori, pag. 72.
[5] Engels, La questione delle abitazioni, Newton Compton Editori, pag. 49.
[6] Amadeo Bordiga, “Spazio contro cemento” in Specie umana e crosta terrestre.
Pubblicando qui di seguito una dichiarazione inviata dal gruppo International Communist Perspective (Corea del Sud) sulle tensioni imperialiste nella penisola coreana.
Abbiamo alcune critiche da fare a questa dichiarazione, in particolare alla focalizzazione sull'installazione del sistema missilistico THAAD, che potrebbe dare origine all'idea che delle singole campagne siano equivalenti alla lotta dei lavoratori per difendere i propri interessi rispetto alle esigenze della macchina di guerra. Non è attraverso la campagna contro questo o quel sistema di armi che la classe operaia può sviluppare la propria coscienza. Il compito dei rivoluzionari è di esporre l'impasse di tutto il sistema, mentre partecipa alle lotte per le richieste di classe che possono strappare le illusioni di una "unità nazionale" e sviluppare una reale solidarietà con i lavoratori di altri paesi.
Tuttavia, in questa dichiarazione riconosciamo la voce della classe operaia internazionale, una voce che denuncia gli imperialisti dell’intera classe capitalista (inclusi quelli presunti “comunisti”). Siamo quindi senza riserve solidali con i compagni dell’ICP e con tutti quelli che lottano per un reale internazionalismo in questa regione.
Per l’analisi della CCI della situazione, cliccare qui.
Critichiamo il governo di Moon Jae‐In e gli Stati Uniti per l’installazione dei missili THAAD.
Rimozione dei missili THAAD! Lotta contro lo stato capitalista! Lotta contro i governi capitalisti e la minaccia della guerra imperialista!
Il 7 settembre, il governo di Moon Jae‐In e gli Stati Uniti hanno coercitivamente schierato dei missili Terminal High Altitude Area Defence (THAAD) sul Sungju-gun Sogong-ri contro l’opposizione della maggior parte della popolazione coreana, inclusi i residenti. Il dispiegamento dei THAAD nella Corea del Sud non contribuisce alla soluzione dei problemi relativi agli armamenti nucleari della Corea del Nord e alla pace nell'Asia orientale. È solo un ipocrita gioco sulla sicurezza. Questo programma non solo aumenta la minaccia di guerra a favore della forza imperialista americana, ma finisce anche per assegnare alla Corea del Sud il ruolo di frontiera della guerra imperialista.
Affermiamo ancora una volta che lo scopo dello sviluppo di armi nucleari da parte della Corea del Nord è un massacro genocida contro la popolazione, in particolare contro la classe operaia, anche se la Corea del Nord insiste che l'arma nucleare è a garanzia del suo regime. Inoltre, non dimentichiamo mai che l'unica forza che ha usato armi nucleari e che ha massacrato civili indiscriminatamente in guerra è stato l'imperialismo americano. La storia ha dimostrato che i due sistemi, che sono diversi nella penisola coreana, sono gli stessi in termini di sfruttamento della classe operaia e sono il nemico assoluto della classe operaia. I lavoratori non dovrebbero stare da nessuno dei due lati.
L’acutizzazione delle tensioni nell’Asia Orientale mostra le tendenze distruttive del capitalismo. Tuttavia, i recenti conflitti hanno aumentato i rischi per l'umanità molto più di prima. Questa volta, c'è uno scontro crescente tra molte forze. Gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e la Corea del Nord stanno accelerando la corsa agli armamenti.
Due guerre mondiali, la guerra di Corea e numerose guerre hanno sempre recato un dolore insostenibile alla classe operaia. Oggi, la classe operaia in Asia Orientale non dovrebbe più sacrificarsi nel mortale ciclo vizioso del capitalismo. Solo la classe operaia può salvare l'umanità dalla barbarie. A tal fine, la classe operaia deve sfuggire al circolo vizioso del nazionalismo e del militarismo. L'unica soluzione è che i lavoratori della Corea del Sud e della Corea del Nord, inclusi i lavoratori della Cina, degli Stati Uniti e del Giappone, combattono contro la propria classe dirigente.
Il dispiegamento dei missili THAAD da parte del governo Moon, che finge di perseguire la denuclearizzazione della penisola coreana, non contribuirebbe a limitare lo sviluppo nucleare della Corea del Nord, ma piuttosto a versare olio sul fuoco del confronto militare connesso con la concorrenza delle armi nucleari. La decisione di aggiungere e dispiegare i missili THAAD mostra anche l’ipocrisia e l’incompetenza della dichiarazione del governo di Moon che persegue una politica di pace, un processo democratico e una diplomazia indipendente. È un’espressione della natura politica e di classe dell’attuale governo che serve gli interessi delle classi imperialiste e dominanti.
Contro il governo di Moon Jae-In, che ha commesso crimini non minori di quello del governo della Corea del sud di Park Geun-hae in meno di quattro mesi dalla vittoria alle elezioni presidenziali,
La classe operaia deve rompere con la "fantasia Moon Jae-In", secondo cui il governo di Moon perseguirebbe una pulizia dei mali accumulati e un cambiamento di regime.
La classe operaia dovrebbe rifiutare di formare un fronte unito e di collaborare con il governo di Moon.
La classe operaia dovrebbe combattere contro il dispiegamento dei missili THAAD, così come contro il governo capitalista e la minaccia di guerra in Corea.
I lavoratori non hanno patria da difendere!
Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!
7 Settembre 2017
International Communist Perspective
Col ritorno della crisi economica a metà degli anni 1970, le politiche immigratorie dovevano cambiare. Esse diventarono molto più restrittive sulle ammissioni alle frontiere. Il capitale continuava ancora ad assumere una mano d'opera immigrata a buon mercato, malgrado la disoccupazione fosse diventata massiccia, ma esso non poteva più assorbire tutta la massa degli stranieri diretti verso i grandi centri industriali.
Crisi, Stati “bunker” ed esplosione del numero dei migranti e profughi
Fin dalla fine degli anni 1980 ed all'inizio degli anni 1990, interi charter riconducevano gli immigrati verso il loro paese di origine. Ciò, mentre il contesto di esacerbazione dei conflitti e l'approfondimento della crisi economica moltiplicavano contemporaneamente il numero dei candidati alle migrazioni. Un nuovo fenomeno andava così ad esplodere ovunque nel mondo: quello dei "clandestini". Con la chiusura delle frontiere, l'immigrazione illegale, difficile da quantificare, aumentava in modo spettacolare. Tutta un'economia mafiosa, fatta di reti sovranazionali, ha potuto allora estendersi coperta da ogni impunità, favorendo dei traghettatori senza scrupoli, permettendo di alimentare tutte le forme di schiavitù moderna, come la prostituzione ed il mercato del lavoro nero e sotto pagato, in particolare nell'edilizia e l'agricoltura. Gli stessi Stati Uniti approfitteranno di questa situazione per sfruttare all'eccesso il sudore dei migranti illegali giunti soprattutto dall'America latina. Così, per esempio, “il numero di Messicani registrati all'esterno dell'America latina (la maggior parte negli Stati Uniti) è triplicato tra il 1970 e 1980, raggiungendo più di due milioni. Se si considera l'enorme numero dei migranti clandestini, la cifra esatta è dunque molto più elevata: tra il 1965-1975, il numero di clandestini è oscillato intorno ai 400.000 ad anno, per raggiungere tra il 1975 e 1990 circa 900.000 migranti”[1].
La caduta del muro di Berlino, la fine della guerra fredda e quella dei regimi stalinisti quasi autarchici hanno accelerato questo processo ed aperto una nuova spirale di guerre, di caos, di crisi e di sconvolgimenti inediti. Mentre dopo il 1945 gli spostamenti erano essenzialmente quelli delle vittime di guerra, principalmente dei tedeschi espulsi, poi delle persone che fuggivano dal regime della Repubblica democratica tedesca prima della costruzione del muro nel 1961, le migrazioni dopo il 1989 hanno costituito un nuovo flusso internazionale. Fino al 1989, i migranti dell'Europa dell'est erano stati bloccati dalla cortina di ferro. I flussi migratori si orientavano dunque piuttosto dal sud verso il nord, in particolare dall'Africa del nord e dai paesi del Mediterraneo verso i grandi centri urbani dei paesi europei. Dopo la caduta del muro di Berlino e con l'integrazione dei paesi dell’Europa centrale nell'unione europea (UE), una mano d'opera dei paesi dell'est è potuta orientarsi di nuovo verso i paesi dell'ovest. Allo stesso periodo, la crescita veloce e massiccia in Cina produceva l'inizio della più grande migrazione interna, attraendo verso le città centinaia di milioni di persone dalle campagne. A causa della crescita dell'economia cinese, queste masse potevano essere assorbite. Al contrario, con la crisi avanzata nei paesi dell’Europa e degli Stati Uniti, i flussi provenienti da altri paesi si restringevano a causa dei “respingimenti”.
Gli orrori generati dal militarismo
La dinamica del militarismo e del caos mondiale che hanno fatto seguito alla disgregazione del blocco dell'est ed alla disintegrazione delle alleanze intorno agli Stati Uniti andava ad aggravare il ciascuno per sé e le tensioni tra le differenti nazioni, spingendo le popolazioni a fuggire dai combattimenti e/o dalla miseria crescente. I fossati, che dividevano l'est e l’ovest, che avevano avuto per obiettivo non solo di segnare le frontiere sul piano imperialistico, ma anche di contenere i migranti, sparivano lasciando posto alle angosce dei governi europei dell'ovest di fronte alla presunta minaccia di una "immigrazione massiccia" dai paesi dell'est. Dopo il 1989, un fiume di migranti si diresse verso l'occidente, in particolare dalla Romania, dalla Polonia e dall'Europa centrale, alla ricerca di un lavoro, anche se pagato una miseria. Nonostante il tragico episodio della guerra dei Balcani tra il 1990 e 1993 e del recente conflitto in Ucraina, i flussi migratori in seno all’Europa “sono stati relativamente controllati”. Mentre la pressione migratoria alla periferia diventava sempre più forte sull'UE[2].
All'inizio degli anni 1990, le nuove guerre causate dal caos seminato in Medio Oriente, nei Balcani, nel Caucaso ed in Africa, hanno provocato pulizie etniche e pogrom di ogni tipo (Ruanda, Congo, Sudan, Costa d'Avorio, Nigeria, Somalia, Iraq, Siria, Myanmar, Tailandia, ecc.). Milioni di persone sono state costrette a cercare un rifugio, ma la maggior parte dei profughi rimaneva ancora nella loro regione. Solo un numero limitato di costoro si è diretto verso l'Europa occidentale. Durante la prima guerra del Golfo, la “coalizione” diretta dagli Stati Uniti strumentalizzò così sul posto le popolazioni curde e sciite per il suo intervento provocando almeno 500.000 morti e nuovi rifugiati [3]. L'alibi "umanitario" e/o "pacificatore" permise di coprire i peggiori soprusi imperialisti in nome della "protezione dei profughi" e delle popolazioni, in particolare delle minoranze curde. La borghesia all’epoca promise un'era di “pace”, di “prosperità” ed il trionfo della democrazia. In realtà, come oggi possiamo vedere, le grandi potenze e tutti gli Stati stavano per essere trascinati nella logica del militarismo, quella di un sistema la cui spirale diventa sempre più omicida e distruttrice. Del resto, la guerra ritornò velocemente in Europa, nell'ex-Iugoslavia, facendo più di 200.000 morti. Nel 1990, 35.000 albanesi del Kosovo cominciavano a fuggire verso l'Europa occidentale. Un anno dopo, in seguito alla dichiarazione di indipendenza della Croazia, 200.000 persone lasciarono l’orrore del conflitto e altre 350.000 vennero dislocate all’interno del vecchio territorio spezzettato. Nel 1995, la guerra si estese in Bosnia e cacciò altre 700.000 persone, soprattutto in seguito ai bombardamenti quotidiani su Sarajevo [4]. Un anno prima, il genocidio del Ruanda, anche con la complicità dell'imperialismo francese, aveva provocato un milione di vittime (principalmente tra la popolazione di origine tutsi, ma anche degli Hutu), inducendo l'afflusso massiccio e tragico di profughi ruandesi scampati verso la provincia del Kivu in Congo (1,2 milioni di rifugiati e migliaia di morti a causa del colera, di regolamenti di conti, ecc.). Ed ogni volta, i profughi diventavano vittime ed ostaggi dei peggiori soprusi, considerati come "danni collaterali", semplici oggetti imbarazzanti agli occhi della logica militare.
Per molti ormai lo spettro della guerra si era allontanato, ma in realtà la logica del capitalismo, la spirale guerriera non potevano che proseguire la loro follia distruttrice. Intere zone del pianeta si ritrovarono razziate dai signori della guerra e dall'appetito delle grandi potenze. Perseguitando e terrorizzando le popolazioni queste erano obbligate a fuggire sempre più dalle zone di combattimento, dalla barbarie, e dalle atrocità delle gang e delle mafie. La stessa cosa capitava in America latina con i narcotrafficanti, o in quei resti lasciati da Stati in brandelli come in Iraq intorno alle nebulose Al-Qaïda, poi Daesh ed il suo "Stato islamico"; intanto in Africa, tensioni interetniche e bande armate di terroristi tagliagole moltiplicano gli attentati e seminano ovunque il caos. Gli interventi delle grandi potenze, in particolare degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan, risvegliando le ambizioni delle potenze regionali, destabilizzeranno ulteriormente questi paesi già estremamente fragili. Così vennero devastate zone sempre più estese consegnandole alla guerra ed aggravando il fenomeno dei profughi, moltiplicando i campi e le tragedie. I profughi divennero preda delle mafie, subivano sevizie, furti, stupri; le donne erano spesso arruolate o immesse nelle reti della prostituzione[5].
Un po' ovunque sul globo, questi stessi fenomeni, fortemente alimentati dalla guerra nei punti più caldi, come in Medio Oriente, condanneranno intere famiglie ad errare nell'esilio o ad imputridire nei campi.
Per diverso tempo, la maggior parte delle vittime delle guerre rimaneva nella loro regione. Invece, da alcuni anni, a causa di zone di guerra sempre più estese, particolarmente in Medio Oriente ed in Africa, un numero più elevato di profughi si dirige verso l'Europa dell'ovest; aggiungendosi ai migranti "economici" dell'Europa dell'est, dei Balcani, dei paesi mediterranei o altri colpiti dalla crisi economica e dal caos. La stessa cosa succede sul continente americano: aumentano gli emigranti provenienti dal Messico, un numero crescente di profughi, in fuga dalla violenza in America centrale, cerca di raggiungere il Messico per passare negli Stati Uniti.
La guerra in Siria e l'afflusso massiccio dei profughi
L'Iraq, la Libia e la Siria sono oramai in preda ad un caos incontrollabile che spinge ancora più le popolazioni a fuggire in massa. Allo stesso tempo, migliaia di persone sono prese in ostaggio in loco da rivali imperialisti, come ad Aleppo per esempio, dove sono condannati a morire o sotto i massicci bombardamenti, o colpiti da proiettili o semplicemente a crepare di fame e di sete. Oggi sono circa 15 milioni di persone a doversi spostare in Medio Oriente. Nel 2015, più di un milione di persone sono esiliate, contando solo gli afflussi verso la Germania! Per la prima volta dal 1945, ondate di profughi vittime della guerra e dei bombardamenti si dirigono massicciamente verso una Europa-fortezza percepita come un "eldorado", ma che li respinge brutalmente. In Ucraina è ricomparsa la guerra e migliaia di ucraini sono fuggiti dalle zone di combattimento, chiedendo asilo nei paesi vicini, in particolare la Polonia che mostra sempre più ostilità ai profughi.
Tra gli anni 2000 e 2014, 22.400 persone sono morte o scomparse nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere questa Unione europea idealizzata, malgrado i dispositivi polizieschi che rendono l'accesso alle frontiere molto difficili, cosa che facilita il lavoro di traghettatori mafiosi senza scrupoli, le cui organizzazioni prosperano oramai a scala industriale. Gli Stati più ricchi diventano perciò dei veri bunker che moltiplicano i muri, le recinzioni con i fili spinati, le pattuglie, e il numero di poliziotti, tutti ostacoli che per evitarli spesso si paga un caro prezzo: la morte. Ironia della sorte, gli Stati Uniti, campioni delle "libertà democratiche" che non avevano abbastanza parole dure per stigmatizzare il "muro della vergogna" a Berlino, ora anche loro hanno costruito un muro gigantesco alla frontiera sud per sbarrare la strada ai "chicanos!"[6].
In molti paesi, i profughi sono diventati non solo degli indesiderabili, ma anche additati come criminali o potenziali terroristi, giustificando una paranoia sulla sicurezza, sostenuta di proposito per dividere, controllare le popolazioni e preparare la repressione delle future grandi lotte sociali. Alla repressione poliziesca si aggiunge, oltre la fame ed il freddo, l'assillo amministrativo e burocratico. Le grandi potenze hanno schierato così un arsenale giuridico destinato a filtrare i "buoni migranti" (quelli che possono essere utili per valorizzare il capitale, in particolare i cervelli, il "Brain Drain"), i "richiedenti asilo" ed i "cattivi migranti", per lo più poveracci, senza qualifica che devono... "crepare a casa loro". In ogni caso, altrove! Secondo i bisogni demografici ed economici, i differenti Stati e capitali nazionali "regolano" così il numero di profughi suscettibili di integrare il mercato del lavoro.
Un buon numero è respinto brutalmente. Uomini, donne e bambini, particolarmente nei campi in Turchia [7], sono vittime di poliziotti che, se le scariche elettriche e i colpi di bastone non bastano non esitano a sparare loro a sangue freddo. L'UE, perfettamente informata di queste pratiche terribili e dei cadaveri che continuano ad arenarsi sulle spiagge del Mediterraneo, non solo lascia fare le cose freddamente, ma organizza tutto un apparato militare e di caccia all'uomo per respingere i profughi. Per lei, è questo, al di là della vigliaccheria e dell'ipocrisia, il semplice prezzo da pagare per dissuadere i candidati all'esilio!
Una posta immensa ed una battaglia morale per il proletariato
Con questo quadro generale della storia dei profughi e dei flussi migratori, abbiamo tentato di mostrare che il capitalismo ha sempre utilizzato la forza e la violenza in maniera diretta o indiretta per costringere i contadini ad abbandonare la loro terra e vendere la loro forza lavoro, là dove possono. Abbiamo visto che queste migrazioni, il loro numero, il loro statuto (clandestini o legali), il loro orientamento, dipendono dalle fluttuazioni del mercato mondiale e cambiano a seconda della situazione economica. La guerra che diventa sempre più intensa, frequente e diffusa durante il XXI secolo, fa sì che il numero di profughi e vittime di guerra sia in costante aumento. Con i recenti conflitti, questo flusso si dirige con nuove proporzioni verso l'Europa e gli altri grandi centri industriali.
A questo si aggiungono, da un certo tempo, sempre più profughi legati alle distruzioni dell'ambiente naturale. Oggi, i cambiamenti climatici e i disastri ecologici si aggiungono a tutti questi mali. Nel 2013, si contavano già 22 milioni di profughi climatici. Secondo certe fonti, sarebbero tre volte più numerosi dei profughi di guerra. Per il 2050, l'ONU prevede un afflusso di 250.000 profughi climatici, una cifra di fantasia e necessariamente sottovalutata dal momento che certe zone o città, come Pechino o Nuova Delhi, sono diventate già oggi irrespirabili. La convergenza di questi fattori combinati aumenta le tragedie. Un numero crescente di profughi che il capitale non può più integrare sufficientemente nella produzione a causa della sua crisi storica.
Così, la tragica sorte dei profughi pone oramai un vero problema morale per la classe operaia. Di fatti, il sistema capitalista pratica la caccia agli illegali, la repressione, la deportazione, l'imprigionamento nei campi, moltiplica le campagne xenofobe, sostiene alla fine ogni tipo di violenza contro qualsiasi migrante. In più, cercando di dividere i “veri richiedenti asilo”, diventati velocemente troppo numerosi, dai “profughi economici” indesiderabili, la borghesia accentua le divisioni. Di fronte alla realtà della crisi economica, l’Europa, sfruttando di nuovo le paure ed il terrorismo, suggerisce un po' ovunque la necessità di una "soluzione ragionevole", lasciando planare con sapiente dosaggio, la paura ed il soffio della xenofobia su una parte della popolazione. In tal modo può presentare lo Stato come il solo bastione che possa garantire la stabilità di fronte alle minacce “di invasioni” e che abbia la falsa pretesa di poter "lottare contro la xenofobia". La propaganda che accentua il timore della concorrenza per il lavoro, l'alloggio e la salute per i profughi, favorisce oggi una mentalità reazionaria e persecutoria sempre più presente. Tutto ciò costituisce il suolo fertile per la nascita del populismo[8].
La borghesia, come abbiamo visto, non smette mai di dividere gli operai e le popolazioni tra loro, di alimentare e sfruttare i sentimenti xenofobi che attecchiscono attraverso il populismo, particolarmente contro i migranti. Ed è questo che da alcuni anni ha confermato l’ascesa di partiti politici reazionari e conservatori contro gli immigrati in Europa e negli Stati Uniti, infestando particolarmente le parti del proletariato più emarginate nelle regioni anticamente industrializzate. Il risultato del referendum in Gran Bretagna, con la Brexit, come il fenomeno Trump in America, confermano ciò in modo evidente. Particolarmente con la questione spinosa dei migranti, la classe operaia deve assumere oramai delle responsabilità crescenti, le occorrerà bandire necessariamente i discorsi astiosi sul "tener fuori gli immigranti" e quelli che, nel loro slancio patriottico e democratico, pensano che non "si può accogliere tutta la miseria del mondo". Bisogna disinnescare le trappole della propaganda ufficiale, le costrizioni che ostacolano l'affermazione della necessaria solidarietà come espressione cosciente di questo combattimento morale. Se la cifra dei migranti esplode, apportando sempre più sofferenze, tuttavia essa non rappresenta che il 3% della popolazione mondiale. La borghesia che teme di perdere il controllo di una situazione sempre più caotica, sostiene dunque volontariamente le paure, esercita un clima di terrore che spinge gli individui isolati a rimettersi sotto la "protezione dello Stato". Contro i discorsi ufficiali ansiogeni e sulle misure di sicurezza degli apparati statali, i proletari devono agire assolutamente in modo cosciente e devono rigettare i riflessi di paura condizionata dai media, prendere coscienza che i profughi sono innanzitutto vittime del capitalismo e delle barbare politiche di questi stessi Stati. È questo che ha tentato di mostrare la nostra serie di articoli. La classe operaia dovrà, infine, essere capace di percepire che dietro la questione dei migranti si pone l'unità internazionale del combattimento rivoluzionario contro il sistema capitalista.
“Se la nostra classe riesce a ritrovare la sua identità di classe, la solidarietà può essere un importante mezzo unificatore nella sua lotta. Se invece non vede nei profughi che concorrenti e minacce, se non riesce a formulare un’alternativa alla miseria capitalista, permettendo ad ogni individuo di non essere più costretto a fuggire sotto la minaccia della guerra o della fame, allora saremmo sotto la minaccia di un'estensione massiccia della mentalità pogromista dalla quale il cuore del proletariato non riuscirebbe ad essere risparmiato”.[9]
WH, novembre 2016
[1] Véronique Petit, Les migrations internationales [416], pubblicato in: CHARBIT Yves dir., La population des pays en développement. Paris, La Documentation Française, 2000. Chapitre 5, pp.99-128. www.ladocumentationfrançaise.fr [417].
[2] Per questa ragione, l'UE creò uno spazio unico, lo spazio Schengen, per avere un controllo drastico e poliziesco più stretto alle frontiere, pur permettendo la “libera circolazione” della forza lavoro all’interno di questo spazio.
[3] Vedere il nostro opuscolo: La Guerre du Golfe [418] (in francese).
[4] All’epoca dell’offensiva serba nell'enclave di Srebrenica, i militari francesi del FORPRONU, con l'ordine del loro Stato Maggiore, mantennero la loro "neutralità", permettendo il massacro di oltre 8.000 bosniaci...
[5] Il fenomeno della prostituzione, che coinvolge anche minorenni, è in piena espansione nel mondo. Si contano circa 40 milioni di prostitute che provengono dal mondo intero, spesso spostate con la forza.
[6] Vedere gli articoli sul nostro sito in francese: Migrants et réfugiés: la cruauté et l'hypocrisie de la classe dominante [419] e Prolifération des murs anti-migrants: le capitalisme, c’est la guerre et les barbelés [420].
[7] La Turchia e il Messico occupano un posto cruciale per Europa e Stati Uniti per il loro ruolo strategico nel trattenere un gran numero di rifugiati/migranti.
[8] Vedi gli articoli: Degli scivoloni per la borghesia che non presagiscono niente di buono per il proletariato [421], e Sul problema del populismo [391].
[9] Vedi l’articolo sul nostro sito: La politica tedesca e il problema dei rifugiati: un pericoloso gioco col fuoco [422].
Gli avvenimenti del luglio 1917 a Pietrogrado, noti come “Giornate di luglio”, rappresentano uno degli episodi più significativi della rivoluzione russa. In effetti, nel cuore dell’effervescenza operaia dell’inizio del luglio 1917, è toccato al Partito bolscevico aver saputo impedire che il processo rivoluzionario in corso non portasse ad una tragica sconfitta in seguito ad un confronto prematuro provocato dalle forze borghesi. Le lezioni che si possono tirare ancora oggi da questi avvenimenti sono fondamentali per la lotta del proletariato sulla via che conduce alla sua emancipazione.
L’insurrezione di febbraio aveva portato a una situazione di doppio potere: quello della classe operaia, organizzato attraverso i suoi soviet di deputati dei lavoratori e dei soldati, e quello della borghesia, rappresentato dal governo provvisorio e sostenuto dai “conciliatori” menscevichi e socialrivoluzionari, specialmente all’interno del Comitato Esecutivo eletto dai Soviet[1]. Questa situazione di doppio potere, con lo sviluppo della rivoluzione, diveniva sempre più insostenibile.
Il montare della rivoluzione
Illusi e addormentati all’inizio dalle promesse mai mantenute dei demagoghi menscevichi e socialdemocratici sulla pace, la “soluzione del problema agrario”, l’applicazione della giornata di lavoro di otto ore, ecc., i lavoratori, particolarmente a Pietrogrado, cominciarono a rendersi conto che l’esecutivo dei Soviet non rispondeva affatto alle loro richieste ed esigenze. Essi percepivano al contrario che questo serviva da paravento al governo provvisorio per realizzare i suoi obiettivi, vale a dire, prima di tutto, a ripristinare l’ordine nelle retrovie e al fronte per poter continuare la guerra imperialista. La classe operaia, nel suo bastione più radicale di Pietrogrado, si sentiva sempre più ingannata, raggirata, tradita da quelle stesse persone cui aveva affidato la direzione dei suoi consigli. Anche se ancora confusamente, gli operai d’avanguardia tendevano a porsi la vera questione: chi esercita realmente il potere, la borghesia o il proletariato? La radicalizzazione operaia e la presa di coscienza più decisa dei problemi avverrà dalla metà di aprile, a seguito di una nota provocatoria del ministro liberale Miliukov che riaffermava l’impegno della Russia con gli alleati nella continuazione della guerra imperialista. Già provati da privazioni di ogni genere, i lavoratori e i soldati risposero immediatamente con dimostrazioni spontanee, con grandi assemblee nei quartieri e nelle fabbriche. Il 20 aprile, una gigantesca dimostrazione portò alle dimissioni di Milyukov. La borghesia doveva fare, temporaneamente, marcia indietro rispetto ai suoi piani di guerra. I bolscevichi sono intanto molto attivi in questo fermento proletario e la loro influenza si accresce tra le masse operaie. La radicalizzazione del proletariato si svolge intorno alla parola d’ordine proposta da Lenin nelle sue Tesi di aprile, “Tutto il potere ai soviet” che, nel corso dei mesi di maggio e giugno, diventa l’aspirazione di larghe masse di lavoratori. Durante tutto il mese di maggio, il partito bolscevico apparve sempre più come il solo partito realmente impegnato a fianco dei lavoratori. Una frenetica attività di organizzazione si svolge in tutti gli angoli della Russia, segno del fermento rivoluzionario. Tutto il lavoro di spiegazione e di impegno dei bolscevichi per il potere dei soviet si concretizza alla Conferenza degli operai industriali di Pietrogrado, a fine maggio, poiché questa frazione del proletariato, la più combattiva, dà loro la maggioranza nei comitati di fabbrica. Il mese di giugno conosce un’intensa agitazione politica culminante in modo spettacolare il 18 in una gigantesca manifestazione. Questa, inizialmente convocata dai menscevichi per sostenere il governo provvisorio - che aveva appena deciso una nuova offensiva militare - e l’esecutivo del Soviet di Pietrogrado, che essi dominavano ancora, si rivolge contro i “conciliatori”. In effetti, la manifestazione riprende nella sua stragrande maggioranza le parole d’ordine dei bolscevichi: “Abbasso l’offensiva!”, “Abbasso i dieci ministri capitalisti!”, “Tutto il potere ai Soviet!”
I Bolscevichi evitano la trappola dello scontro prematuro
Mentre le notizie del fallimento dell’offensiva militare raggiungono la capitale, alimentando il fuoco rivoluzionario, queste non raggiungono ancora il resto di questo paese gigantesco. Per far fronte a una situazione molto tesa, la borghesia cerca allora di provocare una rivolta prematura a Pietrogrado, di schiacciare i lavoratori e i bolscevichi per poi addossare la responsabilità del fallimento dell’offensiva militare al proletariato della capitale, che avrebbe dato “una pugnalata alle spalle” a quelli che erano al fronte.
Una tale manovra è possibile per il fatto che le condizioni della rivoluzione non sono ancora mature. Per quanto in crescita in tutto il paese tra i lavoratori e i soldati, il malcontento non raggiunge infatti, neanche lontanamente, la profondità e l’omogeneità che esiste a Pietrogrado. I contadini hanno ancora fiducia nel governo provvisorio. Tra gli operai stessi, inclusi quelli di Pietrogrado, l’idea dominante non è quella di prendere il potere, ma di obbligare, attraverso un’azione di forza, i dirigenti “socialisti” a prenderlo realmente. Era certo che con la rivoluzione schiacciata a Pietrogrado e il Partito bolscevico decimato, il proletariato in Russia così decapitato sarebbe stato sconfitto nel suo insieme.
Pietrogrado è in effervescenza. I mitraglieri che, con i marinai di Kronstadt, costituiscono un’ala avanzata della rivoluzione all’interno dell’esercito, vogliono agire immediatamente. Gli operai in sciopero fanno il giro dei reggimenti invitando i soldati a uscire in strada e a tenere delle riunioni. In questo contesto, una serie di misure adottate “al momento giusto” dalla borghesia sono sufficienti a scatenare la rivolta nella capitale. Così, il partito cadetto prende la decisione di ritirare i suoi quattro ministri dal governo “provvisorio” allo scopo di rilanciare, tra gli operai e i soldati, la rivendicazione del potere immediato ai soviet. In effetti, il rifiuto dei menscevichi e dei socialisti rivoluzionari della parola d’ordine “Tutto il potere ai Soviet!”, basato fino a quel momento sulla presunta necessità di collaborare con i rappresentanti della “borghesia democratica”, non ha più alcun senso. Allora, tra le altre provocazioni, il governo minaccia di trasferire immediatamente i reggimenti rivoluzionari combattivi dalla capitale al fronte. In poche ore, il proletariato di tutta la città si solleva, si arma e si raccoglie intorno alla parola d’ordine “Tutto il potere ai Soviet!”.
Di fatto è dalla manifestazione del 18 giugno che i bolscevichi avevano messo pubblicamente in guardia i lavoratori contro un’azione prematura. Valutando che non sarebbe stato possibile fermare il movimento, essi decidono di appoggiarlo e di mettersene alla testa, ma dando alla manifestazione armata di 500.000 lavoratori e soldati un “carattere pacifico e organizzato”. La sera stessa, gli operai si rendono conto dell’impasse momentanea della situazione, legata all’impossibilità immediata della presa del potere. Il giorno dopo, seguendo i suggerimenti dei bolscevichi, essi rimasero a casa. Fu allora che arrivarono a Pietrogrado le truppe “fresche” venute per sostenere la borghesia e i suoi accoliti menscevichi e socialisti-rivoluzionari. Per “vaccinarle” subito contro il bolscevismo, queste sono accolte dai colpi di fucile di provocatori armati della borghesia, che però vengono presentati come bolscevichi. Comincia allora la repressione. La caccia ai bolscevichi è aperta. Essa viene posta dalla borghesia sotto il segno di una campagna che li accusa di essere agenti tedeschi incaricati di aizzare le truppe contro i lavoratori. Di conseguenza, Lenin e altri leader bolscevichi sono costretti a nascondersi, mentre Trotsky e altri vengono arrestati. “Quello inferto in luglio alle masse e al partito fu un colpo molto grave, ma non un colpo decisivo. Le vittime si contarono a decine, non a decine di migliaia. La classe operaia non uscì dalla prova decapitata o esangue. Mantenne integralmente i suoi quadri combattenti e questi quadri avevano imparato molte cose.”[2]
Le lezioni del luglio 1917
Contro le attuali campagne della borghesia che presentano la rivoluzione d’ottobre come un complotto bolscevico contro la “giovane democrazia” instaurata dalla rivoluzione di febbraio, e contro i partiti altrettanto democratici che essa ha portato al potere, cadetti, socialrivoluzionari e menscevichi, gli avvenimenti di luglio di per sé tendono a smentire questa tesi. Infatti essi mostrano chiaramente come i cospiratori fossero gli stessi partiti democratici, in collaborazione con gli altri settori reazionari della classe politica russa e con la borghesia dei paesi imperialisti alleati con la Russia, nel tentativo di infliggere un’emorragia decisiva all’interno del proletariato.
Il luglio 1917 ha anche mostrato che il proletariato deve diffidare soprattutto di tutti i partiti ex operai che hanno tradito, e dunque superare le sue illusioni nei loro confronti. Una tale illusione pesava ancora fortemente sulla classe operaia nei giorni di luglio. Ma questa esperienza ha chiarito definitivamente che i menscevichi e i socialisti rivoluzionari erano passati irrevocabilmente alla controrivoluzione. Già dalla metà di luglio, Lenin tira chiaramente questa lezione: “Dopo il 4 luglio la borghesia controrivoluzionaria, a braccetto con i monarchici e dei centoneri, ha legato a sé i piccoli borghesi socialisti-rivoluzionari e menscevichi, anche intimidendoli, e ha dato il potere effettivo ai Cavaignac, alla cricca militare che fucila gl’indocili al fronte e massacra i bolscevichi a Pietrogrado”[3].
La storia mostra che una tattica temibile della borghesia contro il movimento della classe operaia consiste nel provocare scontri prematuri. Nel 1919 e nel 1921 in Germania, il risultato fu una sanguinosa repressione del proletariato. Se la rivoluzione russa è l’unico grande esempio in cui la classe operaia è stata capace di evitare una tale trappola e una sconfitta sanguinosa, questo è soprattutto perché il partito bolscevico è riuscito a svolgere il suo ruolo decisivo come avanguardia, di direzione politica della classe.
Il partito bolscevico è infatti convinto che sia sua responsabilità analizzare in permanenza i rapporti di forza tra le due classi nemiche, per essere in grado di rispondere correttamente ad ogni momento dello sviluppo della lotta. E’ convinto della necessità assoluta di studiare la natura, la strategia e la tattica della classe nemica per identificare, capire e far fronte alle sue manovre. Esso ha una profonda comprensione marxista che la conquista rivoluzionaria del potere è una sorta di arte o di scienza ed è ben consapevole che un’insurrezione prematura è altrettanto fatale quanto il fallimento di una presa del potere tentata al momento giusto. La fiducia profonda del partito nel proletariato e nel marxismo, la sua capacità di basarsi sulla forza che questi rappresentano storicamente, gli permettono di opporsi fermamente alle illusioni della classe operaia. E gli permettono ancora di respingere la pressione degli anarchici e degli “interpreti occasionali dell’indignazione delle masse”, come li chiamava Trotsky[4] che, guidati dalla loro impazienza piccolo-borghese, eccitano le masse per un’azione immediata.
Ma ciò che fu ugualmente decisivo nelle giornate di luglio fu la profonda fiducia degli operai russi nel loro partito di classe, consentendo a quest’ultimo di intervenire tra di loro ed anche di assumere il suo ruolo di direzione, benché fosse chiaro a tutti che non condivideva né i loro obiettivi immediati né le loro illusioni.
I bolscevichi affrontarono la repressione iniziata il 5 luglio, senza alcuna illusione sulla democrazia e battendosi ogni volta contro le calunnie di cui erano il bersaglio. Oggi, cento anni più tardi, la borghesia, che non ha cambiato natura e che è ancora più sperimentata e cinica, conduce con la stessa “logica” contro la Sinistra comunista una campagna simile a quella sviluppata nel luglio 1917 contro i bolscevichi. Nel luglio del 1917 essa cercò di far credere che i bolscevichi, rifiutando di sostenere l’Intesa, fossero necessariamente schierati con la Germania! Oggi essa cerca di far credere che, se la Sinistra comunista ha rifiutato di sostenere il campo imperialista “antifascista” nella Seconda Guerra mondiale, è perché essa e i suoi successori sono per il nazismo. Oggi, i rivoluzionari che tendono a sottostimare il significato di tali campagne contro di loro - che sono poi il preludio dei pogrom futuri - hanno ancora molto da imparare dall’esperienza dei bolscevichi che, dopo le giornate di luglio, hanno fatto l’impossibile per difendere la loro reputazione all’interno della classe operaia.
Durante queste giornate decisive, l’azione del partito bolscevico ha permesso alla rivoluzione montante di schivare le trappole tese dalla borghesia. Ciò non ha nulla a che vedere con l’esecuzione di un piano prestabilito da parte di uno stato maggiore esterno alla classe operaia, come la borghesia di solito parla della Rivoluzione d'Ottobre. Essa è, al contrario, l’opera di un’emanazione vivente della classe operaia. In effetti, tre mesi prima, il partito bolscevico non capiva che la Rivoluzione di febbraio metteva all’ordine del giorno la presa del potere in Russia da parte della classe operaia, trovandosi in uno stato di disorientamento di fronte alla situazione. Dopo essersi dotato di un orientamento chiaro, è stato però capace, appoggiandosi sulla propria esperienza e su quella di tutto il movimento operaio, di drizzarsi all’altezza delle sue responsabilità assumendo la direzione politica della lotta.
KB
[1] Cf. Febbraio 1917 in Russia. La rivoluzione proletaria in marcia [423] e Avril 1917 en Russie: Le rôle fondamental de Lénine dans la préparation de la Révolution d'Octobre [424].
[2] Trotsky, Storia della Rivoluzione russa, cap. 27, pag. 619-620. Edizioni Oscar Mondadori
[3] Lénine, “Sulle parole d’ordine”, in Opere Scelte in Sei Volumi, vol. IV, pag. 215. Editori Riuniti.
[4] Trotski, Storia della Rivoluzione russa.
Nel settembre del 1867, un gruppo di Feniani (nazionalisti irlandesi), membri dell’Irish Republican Brotherhood (Fratellanza repubblicana irlandese), fece saltare il muro della prigione di Clerkenwell a Londra per cercare di liberare un membro dell’organizzazione. L’esplosione, che non consentì del resto di liberare il prigioniero, causò il crollo di un vicino caseggiato operaio, uccidendo 12 persone e ferendo più di un centinaio di residenti. A quell’epoca, Karl Marx e altri rivoluzionari sostenevano la causa dell’indipendenza irlandese, in particolare perché la consideravano come una condizione essenziale per spezzare i legami tra la classe operaia in Gran Bretagna e la propria classe dirigente, che usava allora la sua dominazione sull’Irlanda per creare tra i lavoratori inglesi l’illusione di essere dei privilegiati, e anche per separarli dai loro fratelli e sorelle di classe irlandesi.
Tuttavia, Marx ha reagito con collera all’azione dei Feniani. In una lettera a Engels scriveva:
“L’ultima impresa dei Feniani a Clerkenwell è una cosa del tutto stupida. Le masse londinesi, che hanno dimostrato una grande simpatia per la causa irlandese, ne saranno furiose, e ciò le condurrà direttamente nelle braccia del partito al governo. Non ci si può aspettare che i proletari di Londra accettino di farsi massacrare a beneficio degli emissari feniani. Le segrete cospirazioni melodrammatiche di tale genere sono, in generale, più o meno destinate al fallimento [1].
La collera di Marx era tanto maggiore in quanto, poco tempo prima dell’esplosione di Clerkenwell, parecchi operai inglesi avevano partecipato a manifestazioni di solidarietà con cinque Feniani giustiziati dal governo britannico in Irlanda.
In questa breve citazione di Marx c’è un riassunto pertinente di due dei principali motivi per i quali i comunisti hanno sempre rigettato il terrorismo: il fatto che sostituisce l’azione di massa e autorganizzata della classe operaia con delle cospirazioni di piccole pretese élite; e il fatto che, per di più, quali che siano le intenzioni di coloro che compiono tali atti, il loro unico risultato è di consegnare l’indipendenza della classe operaia nelle mani del governo e della classe dirigente.
Molte cose sono cambiate da quando Marx ha scritto queste parole. Il sostegno ai movimenti di indipendenza nazionale, che aveva un senso in un’epoca in cui il capitalismo non aveva ancora esaurito il suo ruolo progressista, si è, a partire dalla Prima guerra mondiale, inestricabilmente trasformato nel sostegno di un campo imperialista contro un altro. Per Marx il terrorismo era un metodo sbagliato usato da un movimento nazionale che meritava di essere sostenuto. Nella nostra epoca, quando solo la rivoluzione proletaria può offrire una via da seguire per l’umanità, i movimenti nazionali sono diventati essi stessi reazionari. Legate agli interminabili conflitti imperialisti che affliggono l’umanità, le tattiche terroristiche riflettono sempre più il deterioramento brutale che caratterizza la guerra oggi. Mentre una volta i gruppi terroristici prendevano di mira principalmente simboli e figure della classe dirigente (come il gruppo russo Volontà del Popolo che assassinò lo zar Alessandro II nel 1881), la maggior parte dei terroristi di oggi riflettono la logica degli Stati che conducono la guerra imperialista utilizzando gli attentati e gli omicidi indiscriminati (come i bombardamenti aerei di intere popolazioni), colpendo una popolazione che è accusata dei crimini dei governi che li dirigono.
Secondo gli pseudo-rivoluzionari di sinistra di oggi[2], dietro gli slogan religiosi dei terroristi di Al Qaida o dello Stato Islamico, assisteremmo alla stessa vecchia lotta contro l’oppressione nazionale di quella che i Feniani avevano ingaggiato nel passato, e i marxisti dovrebbero sostenere oggi tali movimenti, anche se è necessario prendere le distanze dalla loro ideologia religiosa e dai loro metodi terroristici. Ma come Lenin aveva dichiarato rispondendo ai socialdemocratici che hanno usato gli scritti di Marx per giustificare la loro partecipazione alla Prima guerra mondiale imperialista: “Chi si richiama adesso all'atteggiamento di Marx verso le guerre del periodo progressivo della borghesia e dimentica le parole di Marx: "gli operai non hanno patria" - parole che si riferiscono precisamente all'epoca della borghesia reazionaria, superata, all'epoca della rivoluzione socialista - deforma spudoratamente Marx e sostituisce al punto di vista socialista il punto di vista borghese”[3]. I mezzi cruenti che utilizzano dei gruppi come l’ISIS e i loro simpatizzanti sono appieno compatibili con i loro obiettivi; questi non consistono nel far cadere l’oppressione, ma nel sostituire una forma di oppressione con un’altra, e cercare di “vincere” a qualunque costo la battaglia orribile che oppone un insieme di potenze imperialiste a un altro che li sostiene (come l’Arabia Saudita o il Qatar, ad esempio). E il loro “ultimo” ideale (il califfato mondiale) anche se è irrealizzabile quanto il “Reich di 1000 anni” di Hitler, è comunque un’impresa imperialista, che richiede misure ben sperimentate di rapina e di conquista.
Marx aveva sottolineato che l’azione dei Feniani a Londra avrebbe portato a una rottura tra il movimento operaio in Gran Bretagna e la lotta per l’indipendenza irlandese. Questa avrebbe creato tra i lavoratori inglesi e irlandesi delle divisioni da cui avrebbe tratto vantaggi la sola classe dirigente. Oggi i terroristi islamici non nascondono il fatto che il loro obiettivo è precisamente creare divisioni attraverso le atrocità che praticano: la maggior parte delle azioni iniziali dell’ISIS in Iraq hanno avuto come bersaglio la popolazione musulmana sciita, che considerano eretica, con lo scopo di provocare settarismo e guerra civile. La stessa logica è dietro gli attentati terroristici di Londra o di Manchester: rafforzare il divario tra i musulmani e i non-credenti, i kefir (coloro che rigettano l’Islam) e dunque accelerare lo scoppio della jihad nei paesi centrali. È una testimonianza ulteriore che persino il terrorismo può degenerare in una società che si sta decomponendo.
Oltre all’estrema destra apertamente razzista che, come i jiahdisti, sostiene una sorta di “guerra razziale” nelle strade, la principale reazione dei governi e dei politici agli attentati terroristici in Europa consiste nel brandire la bandiera nazionale e proclamare che “i terroristi non ci divideranno”. Parlano anche di solidarietà e di unità contro l’odio e la divisione. Ma dal punto di vista della classe operaia si tratta di una falsa solidarietà, lo stesso tipo di solidarietà con i nostri sfruttatori che stabiliscono un legame tra i lavoratori e gli sforzi patriottici di guerra dello Stato imperialista. E, in effetti, tali appelli all’ “unità nazionale” sono spesso un preludio alla mobilitazione per la guerra, come avvenne dopo la distruzione delle Twin Towers a New York nel 2001, con l’invasione americana dell’Afghanistan e dell’Iraq. È di questo che Marx aveva parlato evocando i lavoratori spinti nelle braccia del partito di governo. In un’atmosfera di paura e di insicurezza, quando si è di fronte alla prospettiva di stragi imprevedibili nelle strade, nei bar, nelle discoteche, la risposta comprensibile di quelli che sono minacciati da tali attacchi è di esigere la protezione dello Stato e delle sue forze di polizia. In seguito alle recenti atrocità a Manchester e a Londra, la questione della sicurezza è stata di primaria importanza durante la recente campagna elettorale del Regno Unito, i conservatori sospettando il laburista Corbyn di essere troppo lassista di fronte al terrorismo, e Corbyn accusando May di ridurre il numero di poliziotti.
Di fronte ai terroristi da un lato e allo Stato capitalista dall’altro, la posizione proletaria è di rifiutare entrambi, di battersi per gli interessi della classe operaia e per le sue esigenze. La classe operaia ha un profondo bisogno di organizzarsi in maniera indipendente, di organizzare la sua difesa contro la repressione dello Stato e le provocazioni terroriste. Ma, tenuto conto dell’attuale debolezza della classe operaia oggi, questa necessità resta in prospettiva. Esiste una tendenza di molti lavoratori a non vedere altra alternativa che ricercare la protezione dello Stato, mentre un piccolo numero di proletari tra i più svantaggiati possono essere attratti dall’ideologia putrefatta dello jihadismo. E queste due tendenze compromettono attivamente il potenziale della classe operaia a prendere coscienza di se stessa e ad aut organizzarsi. In tal modo, ogni attacco terroristico e ogni campagna di “solidarietà” sponsorizzata dallo Stato in risposta a questo devono essere considerati come colpi contro la coscienza di classe e, infine, come colpi contro la prospettiva di una società fondata su una vera solidarietà umana.
Amos, 12 giugno 2017
[1] Estratto da K. Marx e F. Engels. Ireland and the Irish question (in inglese). Mosca, 1971, p. 150
[2] Vedere ad esempio :www.marxists.org/history/etol/writers/jenkins/2006/xx/terrorism.html [425], estratto dal giornale International Socialism, del gruppo trotzkista inglese SWP, primavera 2006.
[3] Lenin, Il socialismo e la guerra [426], 1915.
A complemento del nostro articolo sulle giornate di luglio 1917, ripubblichiamo qui di seguito degli estratti del capitolo che Trotsky consacra a questo episodio nella sua Storia della Rivoluzione russa. Dal nostro punto di vista, questi passaggi presentano un interesse maggiore: la necessità della trasmissione delle acquisizioni per le generazioni presenti e future di tirare le lezioni dell’esperienza del movimento operaio espresse nei più alti momenti della sua lotta. Ma soprattutto, mettono l’accento sulla necessità primordiale per i rivoluzionari d’analizzare con la più grande lucidità il rapporto di forza reale esistente tra le classi in un dato momento, e di valutare secondo dei criteri precisi il livello globale di maturità e di coscienza raggiunto dal proletariato nella sua lotta.
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“In un proclama dei due Comitati esecutivi sulle giornate di luglio, i conciliatori si appellarono con indignazione agli operai e ai soldati contro i manifestanti che, secondo loro, “cercavano di imporre ai vostri rappresentanti elettivi la loro volontà con la forza delle armi” (...) Concentrandosi attorno al Palazzo di Tauride, le masse gridavano al Comitato esecutivo la stessa espressione che un anonimo operaio aveva lanciato a Cernov mostrandogli il suo pugno ruvido: “Prendi il potere quando te lo danno!”. In risposta, i conciliatori fecero appello ai Cosacchi. I signori democratici preferivano iniziare una guerra civile contro il popolo piuttosto che prendere il potere senza spargimento di sangue. Le guardie bianche furono le prime a sparare. Ma l’atmosfera da guerra civile fu creata dai menscevichi e dai socialrivoluzionari.
Scontrandosi alla resistenza armata della stessaistituzione cui volevano rimettere il potere, gli operai e i soldati non ebbero più chiaro l’obiettivo. Il potente movimento di massa aveva perduto il suo asse politico. La campagna di luglio si riduceva così a una manifestazione in parte effettuata con i mezzi propri di una insurrezione armata. Ma si potrebbe dire con altrettanto fondamento che si trattò di una semi-insurrezione con un obiettivo che richiedeva metodi propri di una manifestazione. (...).
Quando all’alba del 5 luglio le truppe “fedeli” penetrarono nei locali del palazzo di Tauride, il loro comandante fece sapere che il suo distaccamento si sottometteva completamente e senza riserve al Comitato esecutivo centrale. Non una sola parola del governo! Quando la fortezza di Pietro e Paolo si arrese, la guarnigione dovette solo dichiarare di obbedire al Comitato esecutivo. Nessuno esigeva che si sottomettesse alle autorità ufficiali. Le stesse truppe provenienti dal fronte si mettevano completamente a disposizione del Comitato esecutivo. A che cosa era servito allora il sangue versato? (...)
Per quanto fosse paradossale il regime di febbraio che peraltro i conciliatori adornavano di geroglifici marxisti e populisti, i veri rapporti di classe erano abbastanza trasparenti. I piccolo-borghesi colti si appoggiavano sugli operai e sui contadini, ma fraternizzavano con i proprietari e con i grossi industriali dello zucchero. Inserendosi nel sistema sovietico, attraverso il quale le rivendicazioni della base giungevano sino al potere statale ufficiale, il Comitato esecutivo serviva anche da paravento politico per la borghesia. Le classi possidenti si “sottomettevano” al Comitato esecutivo nella misura in cui spostava il potere dalla loro parte. Le masse si sottomettevano al Comitato esecutivo nella misura in cui speravano che sarebbe divenuto l’organo del potere degli operai e dei contadini. Al palazzo di Tauride si incrociavano tendenze di classe contrastanti, che si servivano entrambe del nome del Comitato esecutivo: l’una per scarsa comprensione e per credulità, l’altra per freddo calcolo. E la posta della lotta era né più né meno questa: chi avrebbe governato il paese, la borghesia o il proletariato?
Ma se i conciliatori non volevano prendere il potere e se la borghesia non avesse avuto la forza sufficiente per mantenerlo, in luglio non avrebbero forse potuto i bolscevichi impadronirsi del timone? (...) Si sarebbero potuti anche impadronire d’autorità di alcune località di provincia. E allora, aveva ragione il partito bolscevico a rinunciare alla presa del potere? Non poteva, dopo essersi rafforzato nella capitale e in alcune regioni industriali, estendere poi il suo dominio su tutto il paese? La questione è importante.
Alla fine della guerra, niente contribuì di più alla vittoria dell’imperialismo e della reazione in Europa quanto i pochi brevi mesi di kerenskismo che esaurirono la Russia rivoluzionaria e recarono un pregiudizio incalcolabile alla sua autorità morale agli occhi degli eserciti belligeranti e delle masse lavoratrici europee, che si attendevano dalla rivoluzione una parola nuova. Se i bolscevichi avessero ridotto di quattro mesi – formidabile lasso di tempo! – le doglie del parto della rivoluzione proletaria, si sarebbero trovati con un paese meno esaurito e l’autorità della rivoluzione in Europa sarebbe stata meno compromessa. Ciò non solo avrebbe comportato enormi vantaggi per i soviet nelle trattative con la Germania, ma avrebbe anche avuto una grandissima influenza sull’andamento della guerra e della pace in Europa. La prospettiva era anche troppo allettante! Tuttavia, la direzione del partito ebbe assolutamente ragione di non impegnarsi sulla via dell’insurrezione armata.
Prendere il potere non basta. Bisogna conservarlo. Quando, in ottobre, i bolscevichi ritennero che la loro ora fosse suonata, il periodo più difficile venne dopo la presa del potere. Ci volle la massima tensione di forze da parte della classe operaia per resistere agli innumerevoli attacchi dei nemici. Nel luglio, una simile disposizione a una lotta intrepida non esisteva ancora, neppure tra gli operai di Pietrogrado. Pur avendo la possibilità di prendere il potere, lo offrivano tuttavia al Comitato esecutivo. Il proletariato della capitale che, nella sua schiacciante maggioranza era già incline ai bolscevichi, non aveva ancora reciso il cordone ombelicale che lo legava ai conciliatori. C’erano ancora non poche illusioni sulla possibilità di far tutto con le parole e con le manifestazioni, di indurre con l’intimidazione i menscevichi e i socialrivoluzionari a seguire la stessa politica dei bolscevichi.
Neppure l’avanguardia della classe operaia aveva una idea chiara delle strade da battere per giungere al potere. Lenin scriveva poco dopo: “Il vero errore commesso dal nostro partito nelle giornate del 3 e 4 luglio, ora messo in luce dagli avvenimenti, consistette solo nel fatto … che il partito credeva ancora possibile uno sviluppo pacifico delle trasformazioni politiche tramite un mutamento della politica dei soviet, mentre in realtà i menscevichi e i socialrivoluzionari si erano talmente smarriti e si erano talmente legati alla borghesia - e la borghesia era divenuta tanto controrivoluzionaria - che non si poteva più prospettare un qualsiasi sviluppo pacifico”.
Se il proletariato non era politicamente omogeneo né abbastanza risoluto, ciò valeva ancora di più per l’esercito contadino. Con il suo atteggiamento nelle giornate del 3 e 4 luglio, la guarnigione aveva senz’altro offerto ai bolscevichi la possibilità di prendere il potere. Ma nella guarnigione c’erano contingenti neutri che già verso la sera del 4 luglio si orientarono decisamente verso i partiti patriottici. Il 5 luglio, i reggimenti neutrali si schierano dalla parte del Comitato esecutivo, mentre i reggimenti favorevoli al bolscevismo cercano di assumere una tinta neutrale. Per questo, molto più che per il ritardato arrivo delle truppe dal fronte, le autorità avevano le mani legate. Se i bolscevichi, in un eccesso di ardore, si fossero impadroniti del potere il 4 luglio, la guarnigione di Pietrogrado non solo non l’avrebbe difeso, ma avrebbe impedito agli operai di difenderlo nell’eventualità certa di un colpo sferrato dal di fuori.
Ancor meno favorevole la situazione nell’esercito al fronte. La lotta per la pace e per la terra lo rendeva straordinariamente accessibile alle parole d’ordine bolsceviche, soprattutto dopo l’offensiva di giugno. Ma il cosiddetto bolscevismo spontaneo dei soldati non si identificava affatto con la fiducia in un determinato partito, nel suo Comitato centrale e nei suoi dirigenti. Le lettere dei soldati di quel periodo mettono bene in luce questo stato d’animo dell’esercito. (...) Una irritazione estrema contro le sfere dirigenti che li ingannano si unisce in queste righe a una confessione di impotenza: “Noi, non comprendiamo bene i partiti”.
Contro la guerra e il corpo degli ufficiali, l’esercito era in continua rivolta e si serviva allo scopo delle parole d’ordine del vocabolario bolscevico. Ma a insorgere per trasmettere il potere al partito bolscevico l’esercito non era ancora affatto disposto. I contingenti sicuri, destinati a schiacciare Pietrogrado, furono prelevati dal governo dalle truppe più vicine alla capitale, senza un’attiva resistenza da parte degli altri contingenti, e furono trasportati per reparti senza alcuna resistenza da parte dei ferrovieri. Scontento, ribelle, facilmente infiammabile, l’esercito restava politicamente amorfo: nelle sue file c’erano ancora troppo pochi nuclei bolscevichi consistenti, capaci di indirizzare in modo uniforme le idee e le azioni della massa gelatinosa dei soldati.
D’altra parte, i conciliatori, per contrapporre il fronte a Pietrogrado e ai contadini delle retrovie, si servivano non senza successo dell’arma avvelenata di cui la reazione aveva invano cercato di servirsi in marzo contro i soviet. I socialrivoluzionari e i menscevichi dicevano ai soldati del fronte: la guarnigione di Pietrogrado, sotto l’influenza dei bolscevichi, non viene a darvi il cambio; gli operai non vogliono lavorare per le necessità del fronte; se i contadini danno ascolto ai bolscevichi e si impadroniscono subito della terra, non ne resterà più per i combattenti. I soldati avevano ancora bisogno di un’esperienza supplementare per comprendere se il governo volesse conservare la terra per i combattenti o per i proprietari.
Tra Pietrogrado e l’esercito al fronte c’erano le province. La reazione delle province dinanzi agli avvenimenti di luglio può servire di per sé come un importantissimo criterio a posteriori per giudicare se i bolscevichi avessero avuto ragione di evitare in luglio una lotta immediata per la conquista del potere. Già a Mosca il polso della rivoluzione era assai più debole che a Pietrogrado (...)”.
Lev Trotski[1]
[1] Lev Trotsky, Storia della Rivoluzione russa. Estratti dal capitolo: I bolscevichi avrebbero potuto prendere il potere in luglio?, pagg. 600-606. Oscar Mondadori.
L’escalation dell’indipendentismo catalano lungo l’iter e le difficoltà riscontrate dal governo del Partito Popolare, e più in generale dall’intero apparato statale nell’affrontare il problema in una cornice di accordi e negoziazioni, configurano una crisi politica rilevante per la borghesia in Spagna, oltre a fungere da catalizzatore nell’opera di rottura dell'“Accordo del 1978” (le regole del gioco che lo Stato si era dato a partire dalla transizione democratica del 1975) che già risultava fortemente indebolito dalla crisi del bipartitismo (PP-PSOE), e dallo sforzo di garantire un’alternativa con la costituzione di nuovi partiti (Podemos y Ciudadanos)[1].
Le ragioni contingenti di questo stato di cose coincidono con l’intensificarsi dei contrasti interni alle frazioni della borghesia e con la tendenza ad un approccio irresponsabile che pone in primo piano gli interessi particolari agli interessi globali dello Stato e il capitale nazionale; oltre al mutamento repentino della formazione politica che ha svolto il ruolo di partito di Stato, dalla transizione fino ad oggi: il PSOE (Partido Socialista Obrero Español). Le motivazioni storiche corrispondono all’acuirsi della crisi e della decomposizione del capitalismo[2].
In assenza, per il momento, di una alternativa proletaria a questa situazione, i lavoratori non hanno nulla da guadagnare e molto da perdere. Le mobilitazioni in Catalogna, l’assedio al Ministero dell’Economia e gli scontri con la guardia nazionale in seguito agli arresti di diversi funzionari delle istituzioni della Generalitat (il governo autonomo della Catalogna) o il boicottaggio dei lavoratori portuali nei confronti delle navi della polizia, non esprimono la forza dei lavoratori che al contrario si vedono pressati:
- Dai partiti apertamente indipendentisti in difesa dei membri distaccati del governo autonomo (lo stesso che taglia i salari e che indebolisce il tenore di vita dei lavoratori) e dai dirigenti di partiti come il PdCat o l’ERC (Esquerra Republicana de Catalunya) che sono palesemente di estrazione borghese e che per il fatto di essere catalani non sono da preferire per i nostri interessi ai loro rivali del PP o dei Ciudadanos;
- Dai Podemos o i “Comunes” della Colau in “difesa dello Stato Democratico”, contro la repressione del PP.
Pertanto esiste il pericolo per noi lavoratori di venire trascinati al di fuori del nostro terreno di classe, che è quello della lotta contro la borghesia, per essere dirottati verso il terreno corrotto dei tafferugli interni alle frazioni della stessa, e venire così incatenati per difendere uno Stato democratico che altro non è che l’espressione della dittatura della boeghesia. Forse lo sfruttamento, la barbarie morale, la distruzione dell’ambiente, le guerre, dovrebbero mutare in qualcos’altro a seconda che la democrazia si travesta con la bandiera spagnola o catalana?
Ma prendiamo le distanze. Cerchiamo di comprendere il conflitto catalano all’interno di un quadro internazionale e storico.
Iniziamo dal contesto internazionale. L’impasse della rivendicazione catalana ha luogo mentre il referendum kurdo spruzza benzina al fuoco della tensione in Medio Oriente e lo scontro nell’ambito della minaccia nucleare, tra due bulli – la Corea del Nord e gli Stati Uniti – mostra un deterioramento crescente del fronte imperialista. Tutto ciò in un contesto in cui la situazione economica mondiale presenta grosse nubi all’orizzonte.
Passiamo ora all’analisi storica. Abbiamo già rivendicato in precedenza nei nostri articoli l’analisi Marxista che chiarisce come in Spagna non esista un problema di «prigione delle nazioni»[3], quanto di cattiva saldatura del capitale nazionale[4]. Il capitalismo avanza in Spagna portandosi dietro un forte squilibrio tra le regioni più aperte al commercio e all’industria – quelle della linea costiera – e il resto del paese, più limitato dall’isolamento e dal ritardo nella crescita. Il paese giunse al declino del capitalismo (1914 Prima Guerra Mondiale) senza che la borghesia avesse trovato delle soluzioni a tale questione che al contrario - rispetto ai contraccolpi della crisi - acuiva le tensioni in particolare tra gli strati della borghesia in Catalogna, le regioni basche e la borghesia centrale.
Ogni volta che il capitale spagnolo si è imposto la necessità di risanare la propria organizzazione economica o politica, le frange separatiste hanno fatto valere le loro aspirazioni con tutti i mezzi a disposizione, ricorrendo anche alla violenza (ETA o Terra Lliure) e cercando di servirsi del proletariato come carne da macello.
In questo modo analizzava il separatismo catalano e gli avvenimenti del ’36 la pubblicazione della Sinistra Comunista Italiana, BILAN:
“I movimenti indipendentisti lungi dall’essere una componente della rivoluzione borghese sono espressione delle contraddizioni insanabili e insiti nella struttura della società capitalista spagnola che realizzò l’industrializzazione nelle zone della periferia mentre gli altopiani centrali venivano colpiti dal regresso economico. Il separatismo catalano invece di aspirare all’indipendenza totale viene bloccato dalla struttura della società spagnola, facendo sì che le forme estreme in cui si manifesta varino in funzione dalle necessità di canalizzare il movimento proletario”[5]
Di fatto la relazione tra il separatismo catalano e il proletariato, a sentire i discorsi attuali “di sinistra” della CUP (Candidatura d'Unitat Popular), non è di compagni di strada, bensì di antagonismo di classe.
Maciá, fondatore dell’ERC, viene dal carlismo reazionario e in una traiettoria che molti anni più tardi lo avrebbe portato al nazionalismo basco, introdusse nel nazionalismo catalano elementi del discorso ideologico stalinista. Il suo partito iniziò ad organizzare durante la 2° Repubblica un esercito specializzato nel cercare e torturare i militanti operai: gli Escamots.
Cambó, dirigente della Lega Regionalista, si accordò con la borghesia centralista per far fronte agli scioperi che in Spagna incarnavano l’onda rivoluzionaria a livello mondiale nel 1917-19 e appoggiò la dittatura di Primo De Riveira.
Companys nel 1936 fece della Generalitat de Cataluña Indipendiente una roccaforte a sostegno dello Stato nazionale, e che mobilitò gli operai verso il fronte della guerra imperialista contro Franco, distogliendoli dalla lotta di classe contro lo stato e la Generalitat[6].
E Tarradellas, allora leader dell’ERC, scese a patti con la destra tardo-franchista nel 1977 in favore della restaurazione della Generalitat.
L’assetto che favorì la transizione democratica di fronte al problema dei separatismi fu quello inaugurato dalle autonomie che senza giungere a delineare uno Stato federale conferivano competenze nella riscossione delle imposte, nella sanità, l’educazione, la sicurezza etc., alle varie regioni e in particolare alla Catalogna e alle regioni basche.
Il pilastro di questa politica fu il PSOE che ha saputo attribuirsi una struttura “federale” mantenendo disciplinate le organizzazioni regionali. Ad esso si sommarono - opportunamente spinti[7] – il Partido Nacionalista Vasco (PNV) e Convergència i Unió (CiU) catalano.
Tanto il PNV che il CiU finirono per fungere da tamponi canalizzando le rivendicazioni delle frange nazionaliste - dai più moderati ai più anarchici – nel quadro della contrattazione fungendo da supporto principalmente ai governi di destra; e anche al PSOE quando è stato necessario per governare[8].
Questo non significa tuttavia che il mare di conflitti nazionalisti fosse calmo. Dietro la facciata del fairplay parlamentare del PNV si è sviluppato l’indipendentismo intransigente dell’HB (HERRI BATASUNA) e dell’ETA. Lo stesso vale per CiU e l’ERC. D’altro canto nel PSOE si erano andate sviluppando forme di baronie regionali che hanno sempre di più messo in discussione la dimensione statale. Gli ambienti del nazionalismo basco si sono serviti degli attentati dell’ETA nel corso dei loro negoziati nella stessa misura in cui si sono visti pressati dall’HB e dall’ETA nel porre di nuovo sul piatto la disciplina delle autonomie e nel proseguire verso l’indipendenza.
E non si tratta solo di questo, ma entro le coordinate del problema del separatismo in Spagna, che non ha via d’uscita se non quella di acuirsi sempre di più, l’incidenza dell’inasprimento della crisi e la disgregazione ha generato il fenomeno di “una crescente spirale di difficoltà sempre più evidenti che conducono a vicoli ciechi ancor più insuperabili per il capitale spagnolo” dove inoltre “i settori più radicali, dall’Abertzalismo (movimento socio-politico volto alla difesa più o meno radicale del nazionalismo basco, ammettendo l’uso della violenza per servire la propria causa, ndr) fino al nazionalismo spagnolo più ultramontano, invece di perdere importanza guadagnano al contrario un più accentuato protagonismo”[9].
Nel paese basco, il Piano Ibarretxe, autentica dichiarazione di indipendenza, fu una conferma di questa tendenza. Il governo centrale tuttavia fu in grado di disinnescare l’ordigno separatista, facendo credere che avrebbe potuto rientrare nella legalità costituzionale. Ibarretxe portò il suo piano in Parlamento dove fu ignorato e bocciato immediatamente.
In Catalogna è stata la formazione sia della tripartizione di Maragall e Montilla sia del logoramento del CiU e della sua implicazione nei casi di corruzione, a mettere fuori gioco gli indipendentisti radicali. Di fronte alle sue rilevanti perdite di appoggio elettorale e, di fatto, dinanzi alla minaccia di dissolversi nel medio termine nell’ascesa dell’ERC oltre che nell’impatto del Pujolismo (il movimento politico sorto intorno alla figura di Jordi Pujol presidente della Generalidad de Cataluña tra il 1980 ed il 2003), il CiU una volta riconvertito nel PdCat per coprire le proprie pecche di corruzione, ha avviato una campagna ostile all’indipendentismo dell’ERC; eppure a conti fatti, invece di guadagnare spazio elettorale dell’ERC, ha reso il PdCat ostaggio di quest’ultimo, e di rimbalzo della CUP.
D’altra parte il PSOE intraprese una manovra di “riforma delle autonomie” che si concluse con un clamoroso fallimento e che ha finito per compromettere la propria coesione come partito. Nella Risoluzione sulla situazione nazionale che abbiamo pubblicato in Accion Proletaria n.179 rendevamo conto di questo fiasco: “La verità è che il famoso spirito ZP (Zapatero) non è riuscito a ridimensionare le ambizioni sovraniste del nazionalismo basco, tutt’altro, poiché che il piano Ibarretxe è stato ratificato nella sua mossa finale dal nazionalismo spagnolo. Altrettanto si può dire della situazione in Catalogna, dove il tentativo di controllare gli ambienti più radicali dell’ERC - attraverso il governo tripartito presieduto da Maragall - sta degenerando nel fatto che Maragall appaia (volente o nolente non è dato saperlo) come un ostaggio dell’ultra nazionalista Carod Rovira. Le difficoltà di coesione del capitale spagnolo tendono ad aggravarsi, in quanto la politica dei “gesti” del ZP, senza contentare i nazionalisti baschi e catalani (che definiscono la sua proposta di riforma della costituzione come una truffa), sta riuscendo più che altro a stimolare negli altri nazionalismi periferici quel medesimo sentimento di “irredentismo”, di “svantaggio comparativo”, etc., che a propria volta sta aprendo il vaso di Pandora del nazionalismo spagnolo che non si limita al PP, bensì può contare su ramificazioni rilevanti interne allo stesso PSOE”.
Le due tripartiti catalani non sono serviti né a placare le pulsioni indipendentiste in Catalogna né a tenere a bada l’ERC che al contrario si è radicalizzato nelle sue pretese “sovraniste” ottenendo di slogare il braccio catalano del PSOE che ha perso gran parte della sua frazione pro-catalana. Essi hanno contribuito in realtà a creare le premesse dell’enorme radicalizzazione odierna.
Quanto detto conferma quello che abbiamo formulato nelle nostri Tesi sulla decomposizione: “Tra le caratteristiche principali della decomposizione della società capitalista bisogna sottolineare la difficoltà crescente della borghesia a controllare l’evoluzione della situazione sul piano politico. (…) L’assenza di una prospettiva (che non sia quella di “salvare il salvabile” procedendo alla giornata) verso la quale essa possa mobilitarsi come classe - e nella misura in cui il proletariato non costituisce ancora una minaccia per la sua sopravvivenza - determina all'interno della classe dominante, ed in particolare del suo apparato politico, una tendenza crescente all’indisciplina e al “si salvi chi può”[10].
E si arriva così alla situazione attuale in cui il governo del PP e più in generale la borghesia spagnola, hanno sottovalutato ampiamente l’invito del 1-10.
L’impressione è che dopo il fallimento del piano Ibarretxe, essi abbiano pensato di poter convivere ugualmente con la sfida indipendentista catalana, convinti che dopo l’insuccesso del referendum del 2014, le frange indipendentiste avrebbero fatto marcia indietro. Al contrario, non solo hanno rafforzato la loro determinazione, ma la borghesia “spagnolista” non ha tenuto conto dell’impatto della decomposizione sull’apparato politico dello Stato, in particolare:
- Della crisi del PSOE, un partito diviso in regni feudali regionali e che ha perso una parte della sua capacità di iniziativa politica e di articolazione dell’insieme dei partiti del capitale nazionale[11];
- Della deriva indipendentista del CiU; il partito si è visto sempre più indebolito da una banda di talebani ultranazionalisti affermatisi nei distretti meno sviluppati della Catalogna, cosa che lo ha spinto a liberarsi in seguito di tutti i sospettati di “inclinazione spagnolista”: il primo fu Duran i Lleida ed in seguito tutti quelli che proponevano la vecchia politica del “grido nazionalista e azione di collaborazione” con l’insieme del capitale spagnolo;
- Dell’ERC, un vecchio partito indipendentista che pur avendo prestato grandi servigi al capitale spagnolo (vedi sopra) ha adottato come bandiera l’attuazione immediata dell’indipendenza (prima era un obiettivo “storico”) sviluppando un discorso nazionalista e xenofobo[12], tutte cose che possono contribuire a farlo diventare il partito centrale dello scenario politico catalano, spodestando la vecchia CIU, oggi PDCat;
- Dell’irruzione della CUP, una miscela indigesta di stalinisti, vecchi terroristi catalani e anarchici, che porta avanti un discorso di catalanismo estremo, trasfigurato, esclusivo, di una quasi purezza etnica intrisa di xenofobia, che parla di “Paesi Catalani” indipendenti e repubblicani e la cui iniziativa è volta a pregiudicare l’unione ERC-PDCat per obbligarli ad allontanarsi sempre di più dalle sfide della borghesia centrale spagnola.
Il Piano Ibarretxe fu “risolto” e in apparenza fu ristabilita la “quiete”. Il PNV si convertì in un “alunno esemplare” del maestro Urkullu (Íñigo Urkullu Rentería). Il che lo ha spinto ad affidarsi alla borghesia centrale spagnola credendo che la storia sarebbe tornata a ripetersi con la prova catalana. Fin dall’inizio i “catalanisti” non hanno commesso il grave errore di Ibarretxe di rivolgersi al Parlamento spagnolo. Hanno perseguito l’unica via possibile, quella del referendum unilaterale così da privare la borghesia centrale di qualsiasi margine di manovra, poiché la sua costituzione non consente di “mettere a repentaglio la sovranità nazionale” in 17 stati autonomi.
Quello a cui stiamo assistendo è la crisi dell'“Accordo del 1978”, gli accordi che tra il 1977-78 furono firmati da tutte le forze politiche, al fine di assicurare una “democrazia” il cui perno è stato molto di recente il bipartitismo, l’alternanza PSOE-PP, seppur il primo con un peso politico e una capacità di orientamento di gran lunga maggiori.
Tutto questo è andato in mille pezzi e la borghesia spagnola è andata a scontrarsi con il rischio che la prima regione economica della Spagna – che rappresenta il 19% del suo PIL – potesse sottrarsi al suo controllo. Ha investito tutto in una risposta repressiva: misure giudiziarie, detenzioni, sospensione di fatto dell’autonomia catalana…
Si è in pratica dimostrata incapace di far scendere in campo alternative politiche che consentissero un controllo della situazione. I sostenitori di questa strada (Podemos, Colau…) non dispongono della forza necessaria per metterla in pratica ed essi stessi risultano divisi per posizioni conflittuali. L’interlocutore di Podemos, l’IU (Izquierda Unida), ha dichiarato fermamente la propria opposizione al referendum catalano e la sua difesa incondizionata dell’“unità spagnola”. Ma d’altra parte Iglesias (Pablo Iglesias Turrión) deve affrontare la ribellione della sua variante catalana, incline ad appoggiare “criticamente” l’indipendentismo. Da parte sua, Ada Colau, gioca da mediatrice, vedendosi vincolata ad equilibri improbabili tra gli uni e gli altri, il che le ha valso l’appellativo scherzoso di Cantinflas (attore comico Messicano, ndr) catalana.
Lo stesso PSOE non è in grado di intraprendere una politica coerente. Un giorno appoggia il governo fino a difendere persino l’articolo 155 della Costituzione che permette di sospendere l’autonomia catalana. Un altro giorno proclama che la Spagna è una “nazione di nazioni”. La sua proposta di una “commissione parlamentare finalizzata al dialogo intorno alla questione catalana” è stata rifiutata con sdegno dai vari avversari.
Tuttavia, il fallimento della soluzione politica non ha come motivazione principale l’ottusità degli uni o degli altri bensì dall’imputridimento della situazione, dall’impossibilità stessa di trovare una soluzione. E ciò si spiega solo attraverso l’analisi globale che abbiamo sviluppato sulla decomposizione del capitalismo.
Questa comporta, come abbiamo già visto qualcosa che oggi è evidente: la crisi generale dell’apparato politico spagnolo che, con la questione catalana, ne uscirà ancor più danneggiato.
Ma occorre segnalare un altro elemento di analisi molto importante e che risulta allo stesso tempo connesso alla decomposizione: lo stallo politico. Anche se la situazione lì è molto diversa, questo è un aspetto che riscontriamo in Venezuela: nessuna delle due fazioni in lizza è capace di assicurarsi la vittoria. Si osserva la stessa cosa nei conflitti imperialisti dove l’autorità degli Stati Uniti come gendarme del mondo tende a indebolirsi – ancor di più con il trionfo di Trump – e ciò provoca un imputridimento insanabile dei numerosi conflitti internazionali.
Il fronte indipendentista ha un “limite”: la sua forza sta nei distretti catalani delle zone interne, ma è più debole nelle grandi città e in particolare nella fascia industriale di Barcellona.
L’alta borghesia catalana lo guarda con riserva dal momento che sa che i propri affari sono vincolati all’odiata Spagna. La piccola borghesia procede divisa, sebbene ovviamente nelle circoscrizioni della “Catalogna profonda” appoggi massivamente la separazione dalla Spagna. Ma l’enorme concentrazione economica di Barcellona – più di 6 milioni di abitanti – risulta più incline all’indifferenza. Questa concentrazione ha ben poco di quella “purezza di razza catalana”, è un enorme melting pot dove convivono persone appartenenti a più di 60 nazionalità diverse.
Dobbiamo completare l’analisi mettendo in evidenza l’importanza delle tendenze centrifughe, interne, identitarie, di rifugio esclusivo “nelle piccole comunità chiuse”, che alimenta senza sosta la decomposizione capitalista. Il capitalismo decadente tende fatalmente alla “dislocazione e disintegrazione dei suoi componenti. La tendenza del capitalismo decadente è lo scisma, il caos, da qui l’esigenza essenziale del socialismo che vuole costruire il mondo come una unità”[13]. La crescente impotenza, acuita dalla crisi, porta ad “aggrapparsi sugli specchi di ogni tipo di false comunità - come quella nazionale - che offrono una sensazione illusoria di sicurezza, di «sostegno collettivo»”[14].
Nei tre partiti favorevoli all’indipendenza catalana lo si vede chiaramente. La propaganda completamente assurda che prefigura una Catalogna “libera” come un’oasi di progresso e di crescita economica perché così “ci potremmo liberare del fardello di Madrid”, l’azione persecutoria dei turisti da parte della CUP giacché “aumenterebbero il costo della vita in Catalogna”, le allusioni sfacciate ai migranti e agli andalusi, tutto questo mostra delle tendenze xenofobe, identitarie, che poco si discostano dalle prediche populiste di Trump o di Alternativa per la Germania.
Queste tendenze esclusioniste sono parte integrante della società e sono cinicamente favorite dai tre alleati del JuntsXSi, anche se la palma se la conquista la CUP (Candidatura d'Unitat Popular).
Eppure il monopolio di questa barbarie non lo detengono in esclusiva gli indipendentisti catalani. I loro rivali “spagnolisti” praticano un discorso duplice: i grandi dirigenti si riempiono la bocca con parole come “costituzione”, “democrazia”, “solidarietà tra gli spagnoli”, “convivenza” etc., mentre di nascosto istighino all’odio contro “i catalani” e “il catalano”, propugnano il boicottaggio dei prodotti “catalani”, invitano a “rafforzare l’identità del popolo spagnolo” e la sua politica anti-emigrazione tende a connotarsi di tinte razziste.
In realtà il conflitto pacchiano tra spagnolisti e indipendentisti catalani mostra in entrambi gli schieramenti ciò che ha detto in modo chiaro Rosa Luxemburg: “Imbarazzata, disonorata, mentre nuota nel sangue e cola fango: così vediamo la società capitalista. Non come la vediamo sempre, mentre riveste il ruolo di pace e di giustizia, di ordine, di filosofia, di etica, ma come una bestia ululante, un'orgia anarchica, pestilente nebbia, distruttrice della cultura e dell’umanità, così ci appare in tutta la sua orribile crudezza” (La crisi della socialdemocrazia, cap I).
La situazione attuale sta svelando il vero volto dello Stato democratico. Tutte le forze politiche in campo rivendicano la democrazia, la libertà, i diritti che costituirebbero il patrimonio dello Stato. Gli uni in nome della “difesa della costituzione” e la “sovranità nazionale” (PP, Ciudadanos, PSOE). Gli altri in nome della “libertà democratica” di organizzare referendum e della costituzione (Podemos, Comunes, independentistas).
Ma dietro il discorso democratico ufficiale, ciò che viene elargito nella realtà dei fatti si risolve in colpi bassi, scandali di corruzione che si mettono in piazza e si nascondono all’occorrenza, inganni, etc.
Gli uni distribuiscono “colpi” nel senso stretto del termine, mandando la Guardia civile e la polizia (per quanto sia sulle navi dipinte della Warner[15]), gli altri “colpi ad effetto”; però la questione è che ciò che conta non sono le urne (a prescindere dal tipo di urna) né il voto; bensì le relazioni di forza, i ricatti in puro stile mafioso.
Gli “antisistema” della CUP non sono da meno in questo, con i loro striscioni e manifesti di delazione, mettendo all’indice i sindaci che si oppongono al referendum.
Questo è il reale funzionamento dello Stato democratico. I suoi ingranaggi non si muovono per effetto del voto, dei diritti, delle libertà e altre farse, ma grazie alle manovre, ai colpi bassi, alle cospirazioni segrete, alle calunnie, alle campagne di intimidazione e colpi bassi…
Il proletariato è disorientato. La sua perdita di identità, il riflusso del movimento, molto debole ma con potenzialità per il futuro, del 15 M[16], lo inducono in uno stato confusionale, ad una difficoltà a farsi guidare dai suoi interessi di classe. Il pericolo più grande è che tutto il suo pensiero rimanga rinchiuso in quel pozzo infestato che è il conflitto tra la Catalogna e la Spagna, costretto a ragionare, sentire, in base al dilemma “con la Spagna o con l’indipendenza”.
I sentimenti, le riflessioni, le aspirazioni già non gravitano più intorno alla lotta per le condizioni di vita, il futuro dei figli, su come sarà il mondo etc., idee che riguardano la classe operaia, sebbene siano in uno stadio embrionale. Ma sono radicalizzati sul fatto che “Madrid ci deruba” o “la Spagna ci ama”, sulla bandiera stellata o rosso-oro, su una ragnatela di concetti borghesi: democrazia, diritto di decidere, autodeterminazione, sovranità, costituzione…
Il pensiero del proletariato nella più elevata concentrazione operaia di Spagna è stato dirottato da questa discarica concettuale che mira unicamente al passato, al contraccolpo, alla barbarie. In queste condizioni le misure repressive adottate dal governo centrale il 20 settembre, possono provocare una serie di martiri, possono alimentare il vittimismo irrazionale, e in tal modo spingere in una condizione emotiva di alta tensione a scegliere con chi schierarsi e probabilmente propendere per il fronte nazionalista.
Tuttavia il maggior rischio è quello di vedersi deviati verso la difesa della democrazia.
La borghesia spagnola ha una larga esperienza nell’affrontare il proletariato sviandolo verso un terreno di difesa della democrazia al fine di massacrarlo in continuazione o inasprire violentemente lo sfruttamento.
Non dimentichiamo che la lotta iniziata in un terreno di classe, il 18 luglio del 1936 davanti all’insurrezione di Franco, fu deviata sul terreno della difesa della democrazia contro il fascismo, e sulla possibilità di scegliere tra due nemici: la repubblica o Franco, che diede come risultato UN MILIONE DI MORTI.
Così come non dimentichiamoci che nel 1981 per scongiurare i rischi rappresentati dagli ultimi residui del franchismo, il “colpo di stato” del 23 febbraio permise un’ampia mobilitazione democratica del “popolo spagnolo”. Nel 1997, un passo fondamentale per isolare l’ETA furono le ingenti mobilitazioni “per la democrazia contro il terrorismo”.
Il groviglio catalano si trova in una strada senza uscita, e con o senza referendum del 1° ottobre, potrà avere solamente una conclusione: lo scontro tra gli indipendentisti e i nazionalisti continuerà a radicalizzarsi, come nel quadro di Goya Duelo a Bastonazos, seguiteranno a sferrarsi colpi senza pietà, in ogni caso questo dilanierà il corpo sociale, accentuerà le divisioni e i conflitti più irrazionali. Il pericolo più grande è che il proletariato venga intrappolato in questa battaglia campale, specie perché tutti i contendenti si servono senza sosta dell’arma della Democrazia per legittimare i loro propositi, avanzando pretese verso nuove elezioni e nuovi “diritti di decidere”.
Siamo coscienti della situazione di fragilità in cui oggi versa il proletariato, tuttavia, questo non può impedirci di riconoscere che solamente dalla sua lotta autonoma come classe potrà emergere una soluzione. Il contributo a questo orientamento richiede di opporsi alla mobilitazione democratica, alla scelta tra la Spagna e la Catalogna, al terreno nazionale. La lotta del proletariato e il futuro dell’umanità potranno avere una prospettiva solo al di fuori da questi putridi terreni.
Acción Proletaria, 27 settembre 2017
[1] Vedi: “Che succede al PSOE?” https://es.internationalism.org/revista-internacional/201611/4182/que-le-pasa-al-psoe [427] e le analisi che sviluppiamo in “Referendum catalano: l’alternativa è Nazione o lotta di classe del proletariato”, https://es.internationalism.org/accion-proletaria/201708/4224/referendum-catalan-la-alternativa-es-nacion-o-lucha-de-clase-del-prole [428].
[2] Vedi “Tesi sulla decomposizione [429]”.
[3] L’espressione si riferisce alle nazioni che per interessi imperialisti sono state create artificialmente, assoggettando nazionalità differenti: uno degli esempi più significativi è la Yugoslavia.
[4] Vedi in Acción Proletaria n. 145, “Né il nazionalismo basco, né quello spagnolo; autonomia politica del proletariato”: “Come si può spiegare il singolare fenomeno durato quasi tre secoli e cioè che sotto una dinastia asburgica seguita da un’altra borbonica - ciascuna delle quali basta e avanza per soffocare un popolo - siano più o meno sopravvissute le libertà locali in Spagna, che proprio nel paese in cui a partire da un insieme di stati feudali è riuscita a insediarsi la monarchia assoluta nelle modalità meno mitigate, e che la centralizzazione non sia in ogni caso riuscita a mettere radici? La risposta non è complicata. Le grandi monarchie si sono formate nel secolo XVI e si stabilirono ovunque grazie alla decadenza delle classi antagoniste. Eppure negli stati principali d’Europa la monarchia si è presentata come un fuoco civilizzatore, come promotrice dell’unità sociale… In Spagna al contrario, mentre la nobiltà affondava nella degradazione senza perdere i suoi peggiori privilegi, le città furono private del loro potere feudale senza avere un’importanza in età moderna. Dai tempi dell’instaurazione della monarchia assoluta è subentrato il crollo del commercio, dell’industria, dei trasporti marittimi e dell’agricoltura. Il declino della vita industriale e commerciale rese sempre più rado il traffico interno e meno frequente l’interscambio tra gli abitanti delle diverse regioni… La monarchia assoluta trovò una base naturale che, per sua propria natura, rifiutava la centralizzazione ed essa stessa ha fatto tutto quel che poteva per impedire che si facessero strada interessi comuni basati su di una divisione nazionale del lavoro e una proliferazione del traffico interno… Perciò la monarchia spagnola a prescindere dalla sua somiglianza superficiale con le monarchie assolute europee, deve essere ben identificata al fianco delle forme di governo asiatiche. Come la Turchia, la Spagna continua ad essere un conglomerato di repubbliche mal rette con alla testa un sovrano nominale. Il dispotismo presentava caratteri diversi nelle distinte regioni a causa dell’arbitraria interpretazione della legge generale dei viceré e dei governatori; nonostante il suo dispotismo, il governo centrale non ha contrastato la sussistenza nelle varie regioni dei diversi diritti e costumi, delle monete e dei regimi fiscali. Il dispotismo orientale non aggredisce l’autonomia municipale fino a quando esso non si oppone direttamente ai suoi interessi, permettendo di buon grado a tali istituzioni di continuare la loro vita, il che non fa che risparmiare alle sue delicate spalle la fatica di qualsiasi onere, sottraendole al peso dell’amministrazione regolare» («Revolución en España», Marx/Engels, Ariel 1970, pag 74-76)
[5] BILAN, “La lezione degli avvenimenti in Spagna”, pubblicato nel nostro opuscolo in lingua spagnola “Franco y la República masacran al proletariado”.
[9] https://es.internationalism.org/accion-proletaria/200602/572/el-plan-ibarretxe-aviva-la-sobrepuja-entre-fracciones-del-aparato-polit [431]
[10] "La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [133]"
[11] Vedi: https://es.internationalism.org/content/4214/primarias-y-congreso-del-psoe-el-engano-democratico-de-las-bases-deciden [432] e https://es.internationalism.org/revista-internacional/201611/4182/que-le-pasa-al-psoe [427]
[13] Internationalisme, (pubblicazione della Sinistra Comunista di Francia) “Rapporto sulla situazione internazionale”, 1945
[15] L’ubicazione della polizia nazionale nel porto di Barcellona su di una nave dipinta con disegni enormi di Road Runner e Titti ricorda il film di Blake Edwards: “Operazione sottoveste”, in cui il sottomarino americano dipinto di rosa e che lancia indumenti intimi femminili come siluri, lascia perplesse le corazzate giapponesi; questo aneddoto dimostra il grado di improvvisazione insito nella risposta del PP nella misura in cui ha compreso che la sfida catalana gli sarebbe scivolata di mano.
Il secondo numero di Forward, la rivista dell'RWG, contiene una discussione internazionale tra la nostra corrente (Internacionalismo; "Difesa del carattere proletario della Rivoluzione d'Ottobre") e l'RWG. ("Gli errori d'Internacionalismo sulla Rivoluzione russa"). Nella critica al nostro articolo l'RWG solleva questioni importanti senza però dare un quadro generale che permetta la comprensione globale dell'esperienza russa.
Forward non vuole, nei fatti, discutere il problema della natura proletaria d’Ottobre, è d'accordo su questo punto; ciò che lo preoccupa è la natura controrivoluzionaria degli avvenimenti successivi, benché Internacionalismo tratti solo in modo secondario questo problema. Del resto nessun articolo della nostra stampa può trattare da solo tutti i problemi della storia. Malgrado questo malinteso di base è tuttavia con stupore che leggiamo:
“Per i compagni di Internacionalismo come per i trotskjsti ed i bordighisti c'e una frontiera insormontabile tra ‘l'epoca di Lenin’ e ‘l'epoca di Stalin’. Per essi il proletariato non poteva essere sconfitto prima che Lenin non fosse al sicuro nella sua tomba e Stalin chiaramente installato a capo del PCR”. (Forward, n.2, pag.42)
Noi siamo d'accordo che questa toccante professione di fede sia caratteristica dei vari gruppi trotskjsti da cui provengono i compagni di Forward, ma mai essa ha fatto parte della nostra Corrente:
“La non comprensione da parte dei leader del partito bolscevico del ruolo dei soviet (Consigli Operai) e la loro errata concezione del processo di sviluppo della coscienza di classe, hanno contribuito al processo di degenerazione della Rivoluzione russa. Questo processo ha infine trasformato il partito bolscevico, autentica avanguardia del proletariato nel 17, in strumento attivo della controrivoluzione… Già dall'inizio della rivoluzione, la tendenza del partito bolscevico era di trasformare i soviet in organo del Partito-Stato”. (Dichiarazione di principi, Internacionalismo, in Bulletin d'Etude et Discussion di Révolution Internationale, n.7, giugno 74)
Ed ancora:
“La Rivoluzione d'Ottobre ha portato a termine il primo compito della rivoluzione proletaria: la presa del potere politico. La sconfitta della rivoluzione a livello internazionale e l’impossibilità di costruire il socialismo in un solo paese, hanno reso impossibile il passaggio ad un livello superiore, cioè l'inizio di un processo di trasformazione economica… Il Partito bolscevico ha avuto un ruolo attivo nel processo rivoluzionario che ha portato all'Ottobre, ma ha anche avuto un ruolo attivo nella degenerazione della rivoluzione e nella sconfitta internazionale… Identificandosi organizzativamente ed ideologicamente con lo Stato e considerando suo primo compito la difesa di questo Stato, il Partito bolscevico era destinato a diventare - soprattutto dopo la fine della guerra civile - l'agente della controrivoluzione e del capitalismo di stato”. (Piattaforma di Révolution Internationale).
Queste righe sembrano chiaramente indicare che la vittoria della controrivoluzione fu un processo che aveva le sue basi nel soffocamento del potere dei soviet e nella soppressione dell'attività autonoma del proletariato, un processo che portò al massacro da parte dello Stato di una parte della classe operaia a Kronstadt. Il tutto mentre Lenin era ancora vivo.
Perché la Rivoluzione russa è degenerata? La risposta non la si può trovare nel quadro di una sola nazione, nella sola Russia. Come la Rivoluzione russa fu il primo bastione della rivoluzione internazionale nel ‘17, la prima di una serie di insurrezioni proletarie internazionali, così la sua degenerazione in controrivoluzione fu espressione di un fenomeno internazionale, il risultato della sconfitta della lotta di una classe internazionale: il proletariato. In passato le rivoluzioni borghesi hanno costruito uno Stato nazionale, quadro logico per lo sviluppo del capitale, e queste rivoluzioni borghesi potevano aver luogo con un secolo o più di scarto tra i diversi paesi. La rivoluzione proletaria, invece, è per sua essenza una rivoluzione internazionale, che, o si estende al mondo intero, oppure è condannata ad una morte rapida.
La Prima Guerra Mondiale, fine del periodo ascendente del capitalismo, ha segnato il punto di non ritorno assoluto per il movimento operaio del 19° secolo ed i suoi obbiettivi immediati. Il malcontento popolare contro la guerra ha preso rapidamente un carattere politico di lotta contro lo Stato nei principali paesi di Europa. Ma la maggioranza del proletariato non è stata capace di rompere con i resti del passato (adesione alla politica della 2a Internazionale che era ormai passata nel campo borghese) e di rendersi completamente conto di tutte le implicazioni del nuovo periodo. Né il proletariato nel suo insieme, né le sue organizzazioni politiche compresero pienamente gli imperativi della lotta di classe in questo nuovo periodo di "guerra o rivoluzione", di "socialismo o barbarie". Malgrado le lotte eroiche del proletariato di quell'epoca, l'ondata rivoluzionaria fu schiacciata e la classe operaia europea massacrata. La rivoluzione russa era il faro che guidava tutta la classe operaia del tempo, ma ciò non toglie nulla al grave pericolo costituito dal suo isolamento. Anche solo una breccia temporanea fra due insurrezioni rivoluzionarie è piena di pericoli. Quella che si aprì nel 20 divenne un precipizio.
Il contesto del riflusso internazionale e dell'isolamento della rivoluzione russa è della più grande importanza. Ma all’interno di questo contesto hanno giocato un loro ruolo gli errori più gravi dei Bolscevichi. Questi errori devono essere messi in relazione con l'esperienza e le lotte della classe operaia stessa. Gli errori e i contributi positivi di un'organizzazione della classe non cadono dal cielo né si producono arbitrariamente e per caso. Essi sono, nel senso più ampio del termine, il riflesso della coscienza di classe del proletariato nel suo insieme.
Il partito bolscevico fu costretto ad evolvere teoricamente e politicamente in relazione all'offensiva del proletariato russo nel 1917 e alla prospettiva di movimenti internazionali, in Germania ed altrove. Esso è stato anche il riflesso dell'isolamento e della sconfitta del proletariato nel periodo in cui ingrandiva la vittoria della controrivoluzione. Sia nel caso dei bolscevichi che degli spartachisti o di ogni altra organizzazione politica dell'epoca, confrontata ai compiti nuovi del periodo di decadenza che si è aperto con la I guerra mondiale, la loro comprensione incompleta è servita da base a errori politici molto gravi.
Ma il partito del proletariato non è un semplice riflesso passivo della coscienza; ne è un fattore attivo di sviluppo ed estensione. I bolscevichi, esprimendo chiaramente gli obiettivi di classe del periodo della 1a guerra mondiale (“trasformare la guerra imperialista in guerra civile"), e durante il periodo rivoluzionario (opposizione al governo democratico-borghese, "tutto il potere ai soviet", formazione dell'Internazionale sulla base di un programma rivoluzionario) hanno contribuito a tracciare il cammino della vittoria. Malgrado ciò, le posizioni prese dai bolscevichi nel contesto del declino dell'ondata rivoluzionaria, (alleanza con le frazioni centriste a livello internazionale, sindacalismo, tattica del fronte unico, Kronstadt) hanno contribuito ad accelerare il processo controrivoluzionario a livello internazionale come in Russia. Una volta scomparso il focolaio di prassi rivoluzionaria sotto i colpi della controrivoluzione trionfante in Europa, gli errori della rivoluzione russa furono privati di ogni possibilità di correzione. Il partito bolscevico era diventato lo strumento della controrivoluzione.
A causa dell'impossibilità della costruzione del socialismo in un solo paese, la questione della degenerazione della rivoluzione russa è prima di tutto una questione di sconfitta internazionale del proletariato. La controrivoluzione ha trionfato in Europa prima di penetrare totalmente il contesto russo “dall'interno". Questo non deve, lo ripetiamo, servire a "giustificare" gli errori della rivoluzione russa o del partito bolscevico. Né questi errori devono "assolvere" il proletariato dal fatto di non aver saputo fare la rivoluzione in Germania o in Italia per esempio. I marxisti non hanno il compito di assolvere o condannare la storia. Il loro compito è spiegare perché questi avvenimenti hanno avuto luogo e trarne lezioni per la lotta proletaria futura.
Questo quadro generale manca nell'analisi del RWG. che discute sulla "rivoluzione e controrivoluzione in Russia" (documento del RWG.) in termini quasi esclusivamente russi. Questo modo di procedere può sembrare utile per isolare teoricamente un problema particolare. Ma non offre nessun quadro che consenta di comprendere perché questi avvenimenti si sono verificati in Russia e conduce a girare a vuoto sul fenomeno puramente russo che ne esce fuori. Come scriveva Rosa Luxemburg : "Il problema non poteva che essere posto in Russia. Esso non poteva essere risolto in Russia."
Gli aspetti specifici della degenerazione della rivoluzione
Nei limiti di quest'articolo, dovremo necessariamente accontentarci di uno sguardo d’insieme del processo di degenerazione, lasciando da parte i dettagli dei diversi episodi.
La rivoluzione russa fu anzitutto considerata come la prima vittoria della lotta internazionale della classe operaia. Nel marzo 1919, bolscevichi proclamarono il 1° Congresso di una nuova Internazionale per segnare la rottura con la socialdemocrazia traditrice, e per riunire le forze della rivoluzione per la lotta futura. Purtroppo la rivoluzione tedesca era già stata schiacciata nel gennaio 1919, e l'ondata rivoluzionaria rifluiva. Tuttavia, malgrado il blocco quasi totale della Russia e le notizie deformate che vi giungevano sul proletariato occidentale, la rivoluzione ripose tutte le sue speranze sulla sola uscita possibile, l'unione delle forze rivoluzionarie sotto un programma che definiva chiaramente gli obiettivi di classe:
“Il sistema sovietico concede la possibilità di una democrazia proletaria reale, di una democrazia per il proletariato e all’interno del proletariato, diretta contro la borghesia. In questo sistema, il posto principale è dato al proletariato industriale ed a questa classe spetta il ruolo di classe dominante, per la sua organizzazione e coscienza politica, e perché la sua egemonia politica permetterà agli strati vicini alla classe operaia ed ai contadini poveri di accedere gradualmente a questa coscienza.” (Piattaforma dell’Internazionale, 1919).
“Le condizioni indispensabili per la vittoria sono: la rottura con i servi del capitale e i massacratori della rivoluzione comunista (l'ala destra socialdemocratica), ma anche con il “centro” (il gruppo di Kautsky) che ha abbandonato il proletariato nel momento critico per raggiungere il nemico di classe.” (Piattaforma)
Questa era la posizione nell’alleanza nel 1919, e non l'alleanza con i centristi, a cui furono in seguito aperti i partiti comunisti e l'Internazionale, arrivando infine al “fronte unico”.
“Schiavi delle colonie d'Africa e d'Asia: il giorno della dittatura proletaria in Europa suonerà per voi come il giorno della vostra liberazione” (Manifesto dell'Internazionale Comunista, 1919).
E non il contrario, come predicano gli extraparlamentari oggi, seguendo le formule controrivoluzionarie sulla liberazione nazionale, frutto della degenerazione dell'Internazionale.
“Chiediamo a tutti gli operai del mondo di unirsi sotto la bandiera del comunismo che è già la bandiera delle prime vittorie per tutti i paesi !” (Manifesto)
E non il socialismo in un solo paese.
“Sotto la bandiera dei Consigli Operai, della lotta rivoluzionaria per il potere della dittatura del proletariato, sotto la bandiera della III Internazionale, operai del mondo intero, unitevi." (Manifesto).
Queste posizioni sono il riflesso dell'enorme passo in avanti compiuto dal proletariato negli anni precedenti. Le posizioni che i bolscevichi mettevano allora avanti e difendevano erano spesso in rottura netta con i loro programmi precedenti e costituivano un appello alla classe operaia tutta intera, perché riconoscesse le nuove necessità politiche della situazione rivoluzionaria.
Ma nel 1920, durante il II Congresso della stessa Internazionale, la direzione bolscevica avrebbe fatto un voltafaccia, ritornando alle “tattiche” del passato. La speranza della rivoluzione s'indeboliva rapidamente, ed il partito bolscevico difendeva allora le 21 condizioni di ammissione all'Internazionale, comprendenti: il riconoscimento delle lotte di liberazione nazionale, della partecipazione alle elezioni, dell’infiltrazione nei sindacati, insomma un ritorno al programma socialdemocratico che era completamente inadatto alla nuova situazione. Il partito bolscevico divenne in effetti la direzione preponderante dell'I.C., e l'Ufficio di Amsterdam fu chiuso. E soprattutto, la direzione bolscevica riuscì ad isolare i comunisti di sinistra: la Sinistra italiana con Bordiga e i compagni inglesi attorno alla Pankhurst, e Pannekoek con Gorter e il KAPD (che fu escluso al III Congresso). I bolscevichi e le forze dominanti dell'Internazionale operavano in favore di un riavvicinamento ai centristi, ambigui traditori come erano stati definiti solo due anni prima, e riuscirono effettivamente a sabotare ogni tentativo di creare una base di principi per la formazione di partiti comunisti in Inghilterra, in Francia o altrove, grazie alle loro manovre ed alle loro calunnie sulla sinistra. Il cammino del “Fronte Unico” del 1922 al IV Congresso e infine della difesa della patria russa e del “socialismo in un solo paese” era già aperto da queste azioni.
L'indebolimento dell'ondata rivoluzionaria ed il cammino verso la controrivoluzione è così chiaramente segnato dalla firma del trattato segreto di Rapallo[1] con il militarismo tedesco. Qualunque sia l'analisi dei punti positivi e negativi del trattato di Brest-Litovsk, esso fu stipulato alla luce del sole, dopo un lungo dibattito in seno al partito bolscevico, e fu presentato al proletariato mondiale come una cosa imposta da una situazione critica. Ma il trattato di Rapallo, solamente due anni dopo, era un tradimento di tutto quello che avevano difeso i bolscevichi, un trattato militare segreto concluso con lo Stato tedesco.
I germi della controrivoluzione si sviluppavano con la rapidità di un periodo di grandi rivolgimenti storici, quando enormi cambiamenti si producono in qualche anno o anche in qualche mese. Infine, ogni segno di vita scomparve dal corpo dell'Internazionale quando fu proclamata la dottrina del "socialismo in un solo paese".
La storia tormentata dell’I.C. non può essere ridotta ad un piano machiavellico dei bolscevichi, che avrebbero progettato di tradire la classe operaia sia in Russia sia a livello internazionale. Questa definizione infantile non può spiegare nulla nella storia. Ma la classe operaia non ha potuto reagire per mettere in piedi le sue organizzazioni a causa della disfatta e del riflusso dell'ondata rivoluzionaria; questa stessa sconfitta ha provocato la degenerazione definitiva di queste organizzazioni e dei loro principi rivoluzionari.
Marx ed Engels avevano constatato che un partito o l’Internazionale non potevano restare uno strumento della classe quando c'era un corso generale di reazione. Questo strumento della classe non può restare un'unità organizzativa quando non c'è più un'attività della classe (anche perché non può non penetrarvi il riflusso e la disfatta, trasformandolo in strumento della confusione o della controrivoluzione). Per questo Marx ha sciolto la Lega dei Comunisti dopo il riflusso dall'ondata rivoluzionaria del 1848 ed ha sabotato la I Internazionale (trasferendola a New York), quando la sconfitta della Comune di Parigi aveva segnato la fine di un periodo. La II Internazionale, malgrado il suo autentico contributo al movimento operaio, ha conosciuto un lungo processo di corruzione durante il periodo ascendente del capitalismo, in cui si era sempre più legata al riformismo e dava una visione nazionale ad ogni partito. Il suo passaggio definitivo nel campo borghese si produsse nel 1914, quando collaborò allo sforzo della guerra imperialista. Durante questo periodo di crisi per la classe operaia, il compito di progressiva elaborazione teorica e sviluppo della coscienza di classe ricadde sulle spalle delle "frazioni" rivoluzionarie della classe uscite dalle vecchie organizzazioni, che preparavano il terreno per la costruzione di una nuova organizzazione.
La III Internazionale fu costruita come espressione dell'ondata rivoluzionaria degli anni che seguirono la I guerra mondiale, ma la sconfitta dei tentativi rivoluzionari e la vittoria della controrivoluzione decretarono la sua fine come strumento della classe. Il processo di controrivoluzione fu compiuto (benché già iniziato da tempo) con la dichiarazione del “socialismo in un solo paese”, scomparsa definitiva di ogni possibilità oggettiva per le frazioni rivoluzionarie di permanere nell'Internazionale e fine di tutto un periodo.
L'ideologia borghese può penetrare, in periodi di riflusso, nella lotta proletaria, a causa della forza delle idee della classe dominante nella società. Ma, quando un'organizzazione è definitivamente passata nel campo borghese, non c'è alcun recupero possibile. Come nessuna frazione vivente che esprima la coscienza di classe proletaria può sorgere da un'organizzazione borghese (incluse quelle staliniste, maoiste e trotskiste), il che non impedisce che individui siano capaci di una tale rottura, anche l’I.C. e tutti i partiti rimasti al suo interno sono da giudicare da quel momento irrimediabilmente perduti alla causa proletaria.
Purtroppo questo processo è più facile da comprendere con il riflusso che verifichiamo oggi che in quell'epoca, da parte di tutta la classe o di molti dei suoi elementi più politicizzati. Il processo di controrivoluzione che ha condannato l'I.C. ha provocato una terribile confusione nel movimento operaio nel corso di questi ultimi 50 anni. Anche quelli che hanno perseguito lo sforzo di elaborazione teorica nei cupi anni 30 e 40, quelli che rimanevano del movimento della sinistra comunista, impiegarono molto tempo a vedere tutte le implicazioni del periodo di sconfitta. Lasciamo pure ai modernisti arroganti[2], che hanno "scoperto tutto" negli anni 74-75, il compito di insegnare alle ombre quello che la storia avrebbe dovuto essere.
IL CONTESTO RUSSO
La politica internazionale dei bolscevichi, il loro ruolo nel processo di controrivoluzione nazionale non è praticamente messo in discussione nel documento di RWG. “Rivoluzione e controrivoluzione in Russia” ed è solo incidentalmente ricordato nel testo di Forward. Per questi compagni, la controrivoluzione comincia essenzialmente con la NEP (Nuova Politica Economica). La NEP fu, per loro, “la svolta della storia dell'Unione Sovietica. Nello stesso anno, il capitalismo fu restaurato, la dittatura politica sconfitta e l'Unione Sovietica divenne uno Stato operaio.” (Rivoluzione e controrivoluzione in Russia, pag.7)
Anzitutto, è necessario dire che, indipendentemente dagli avvenimenti prodottisi nel contesto russo, una rivoluzione internazionale o una internazionale non muoiono per una cattiva politica economica in un paese. Il lettore cercherà invano un quadro coerente che consenta di analizzare la NEP o gli avvenimenti successivi in Russia in generale.
La degenerazione della rivoluzione in terra russa si esprimeva essenzialmente con il declino graduale ma mortale dei Soviet e con la loro riduzione a semplice appendice del Partito-Stato bolscevico. L'attività autonoma del proletariato, la democrazia operaia all'interno del sistema dei soviet erano la base principale della vittoria di Ottobre. Ma, già dal 1918, appariva in modo chiaro che il potere politico dei Consigli Operai stava per essere intaccato e soffocato dall'apparato statale. Il punto culminante del periodo di declino dei Soviet in Russia fu il massacro di una parte della classe operaia a Kronstadt. Il RWG, maniaco della NEP, non ha neanche ricordato il massacro di Kronstadt in relazione all'analisi dello Stato russo. Questo fatto non è sorprendente. Kronstadt non è ricordata in nessuno dei due testi principali sulla Russia, e nemmeno Rapallo. È forse comprensibile che i compagni del RWG, usciti di recente del dogmatismo trotskista, non avessero ancora compreso quando hanno scritto questi articoli, che Kronstadt non era “l'ammutinamento controrivoluzionario” di cui parlavano Lenin e Trotski. Quello che è meno comprensibile è il fatto che accusano i nostri compagni di Internacionalismo di non essere capaci di vedere "la degenerazione della rivoluzione quando Lenin era ancora vivo ".
L'errore fondamentale del partito Bolscevico in Russia era la concezione secondo cui il potere doveva essere esercitato da una minoranza della classe, il Partito. I bolscevichi credevano che il Partito potesse portare il socialismo alla classe e non hanno visto che proprio la classe nel suo insieme, organizzata in Soviet, era il soggetto della trasformazione socialista. Questa concezione che vede il Partito prendere il potere statale esisteva in tutta la sinistra, a diversi gradi, anche in Rosa Luxemburg, fino agli scritti del KAPD nel 1921. L'esperienza russa del partito al potere, che il proletariato pagava con il suo sangue, segna una frontiera definitiva sulla questione della presa del potere da parte di un partito o di una minoranza della classe, “in nome della classe operaia”. A partire da questa esperienza, la lezione della non identità di Stato e partito è diventata un segno distintivo delle frazioni rivoluzionarie della classe; in seguito anche l'acquisizione che il ruolo delle organizzazioni politiche della classe é quello di contribuire allo sviluppo della sua coscienza e non di sostituirsi all'insieme di essa.
Gli interessi storici della classe operaia, in quanto destinata a distruggere il capitalismo, non sono sempre stati compresi dall'inizio, e non potevano esserlo, perché lo sviluppo della coscienza politica della classe è costantemente ostacolato dall'ideologia borghese dominante. Marx scrisse il Manifesto Comunista senza vedere che il proletariato non poteva impadronirsi dell'apparato statale per servirsene per i propri fini. L'esperienza vivente della Comune di Parigi era necessaria per provare in modo irrefutabile che il proletariato doveva distruggere lo Stato borghese per poter esercitare la sua dittatura sulla società. Inoltre, la questione del ruolo del Partito era dibattuta nel movimento operaio fino al 17, ma l'esperienza russa segna una frontiera di classe su questo punto. Tutti quelli che ripetono o teorizzano la ripetizione degli errori dei bolscevichi sono dall'altra parte delle frontiere di classe.
Quello che lo Stato russo ha distrutto indebolendo i Soviet era la forza del socialismo. In assenza dell'attività autonoma, organizzata, dell'insieme della classe, ogni speranza di rigenerazione fu progressivamente eliminata. La politica economica dei bolscevichi era dibattuta, cambiata, modificata, ma la loro azione politica in Russia fu fondamentalmente un processo continuo che ha scavato la tomba della rivoluzione. Tutto questo processo diventa ancora più chiaro quando lo si esamina nel contesto della sconfitta internazionale del movimento cui il partito bolscevico apparteneva.
LA DITTATURA DEL PROLETARIATO
Una delle prime, delle più importanti lezioni che si devono trarre dall'esperienza rivoluzionaria del periodo del primo dopoguerra è che la lotta proletaria è prima di tutto una lotta internazionale e che la dittatura del proletariato (che sia in un settore o a livello mondiale) è prima e innanzitutto una questione politica.
Il proletariato, al contrario della borghesia, è una classe sfruttata e non sfruttatrice. Non ha dunque alcun privilegio economico sul quale poggiare il suo avvenire di classe. Le rivoluzioni borghesi erano essenzialmente un riconoscimento politico di una realtà economica acquisita. La classe capitalista era diventata la classe economica dominante della società molto prima di fare la sua rivoluzione. La rivoluzione proletaria, invece, comincia una trasformazione economica a partire da un fondamento politico: la dittatura del proletariato. La classe operaia non ha alcun privilegio economico da difendere nella vecchia società come nella nuova, e non possiede che la capacità di organizzarsi e la sua coscienza di classe, il suo potere politico organizzato in Consigli Operai per guidarla nella trasformazione della società. La distruzione del potere borghese e l'espropriazione della borghesia deve essere vittoriosa a livello mondiale prima che possa essere intrapresa - sotto la direzione della dittatura del proletariato - una qualsiasi reale trasformazione sociale.
La legge economica fondamentale dell'economia capitalista, la legge del valore, si basa sull'insieme del mercato capitalista mondiale e non può in alcun modo e con qualunque mezzo essere eliminata in un solo paese, (anche in uno dei paesi più sviluppati) o in più paesi, ma solo su scala mondiale. Non esiste scappatoia a questo fatto - nemmeno riconoscendolo devotamente per poi ignorarlo parlando di possibilità di abolire di botto in un paese il denaro e il lavoro salariato - corollari della legge del valore e del sistema capitalista complessivo. Le uniche armi a disposizione del proletariato per condurre a buon termine la trasformazione della società - la qual cosa segue e non precede la presa del potere da parte dei Consigli Operai internazionalmente – sono:
1) la forza organizzata e armata per giungere alla vittoria della rivoluzione in tutto il mondo;
2) la coscienza del suo programma comunista, orientamento politico per la trasformazione economica della società.
La vittoria del proletariato non dipende dalla sua abilità nel “gestire” una fabbrica o anche tutte le fabbriche di un paese. Gestire la produzione mentre il sistema capitalista continua ad esistere condanna questa “gestione” ad essere la gestione della produzione di plusvalore e dello scambio. Il primo compito del proletariato vincitore in un paese o settore non è quello di preoccuparsi di come creare un “mitico isolotto di socialismo” che è impossibile, ma quello di dare tutto l'aiuto possibile per la realizzazione della sua sola speranza: la vittoria della rivoluzione mondiale.
È della massima importanza stabilire delle priorità su questo punto. Le misure economiche che il proletariato prenderà in un paese o in un settore sono una questione secondaria. Nel migliore dei casi, queste non sono che misure destinate a parare il peggio e tendenti ad andare in un senso positivo: ogni errore può essere corretto se la rivoluzione avanza. Ma se il proletariato perde la sua coerenza politica, la sua forza armata, o se i Consigli Operai perdono il controllo politico e la chiara coscienza della via da percorrere, allora non vi è più speranza di correggere gli errori o di instaurare il socialismo. Oggi molte voci si alzano contro questo modo di vedere; alcune proclamano che bloccare la lotta proletaria sul terreno politico è un non senso, una vecchia fissazione reazionaria. Infatti per loro anche la concezione secondo cui la classe rivoluzionaria è una classe definita oggettivamente, il proletariato è superata e dovrebbe cedere il posto a una “classe universale” che raggruppi tutti quelli che sono “oppressi”, tormentati psicologicamente o che hanno una tendenza filosofica per la rivoluzione.
I “rapporti comunisti” o, secondo un gruppo inglese dello stesso nome, la “pratica comunista” possono essere realizzati immediatamente, basta che le persone lo desiderino. Per loro, la cosa più importante non è la presa del potere da parte del proletariato a livello internazionale e l'eliminazione della classe capitalista, ma l'immediato instaurarsi dei cosiddetti “rapporti comunisti” sotto la spinta spontanea delle “persone in generale” .
Gli elementi astratti e mitici che stanno alla base di questa teoria non rendono meno pericoloso il fatto che essa può servire perfettamente da copertura all'ideologia autogestionaria. Di fronte all'accrescerei del malcontento della classe operaia che si esprime con movimenti da massa con l'approfondirsi della crisi capitalista, una delle reazioni della borghesia potrà essere di dire agli operai: i vostri interessi non sono di lanciarvi in problemi “politici” come la distruzione dello Stato borghese, ma di prendere le fabbriche e farle funzionare “per voi stessi” nell'ordine. La borghesia tenterà di fiaccare la forza degli operai con un programma economico di autogestione dello sfruttamento e durante questo periodo la classe capitalista e il suo Stato staranno in attesa per cogliere i frutti. È ciò che è successo in Italia nel 1920, dove “Ordine Nuovo” e Gramsci esaltavano le possibilità economiche che aprivano le occupazioni di fabbrica, mentre la frazione di sinistra con Bordiga affermava che i Consigli Operai, anche se avevano le loro radici nella fabbrica, dovevano portare un attacco frontale contro lo Stato e il sistema NEL SUO INSIEME o morire.
I compagni del RWG non rifiutano la lotta politica. Si limitano a dire che il contesto politico e le misure economiche sono ugualmente importanti e cruciali. In un certo senso essi non fanno che ripetere banalmente un'evidenza marxista: il proletariato, classe sfruttata, non si batte per prendere il potere politico sulla borghesia con il fine di soddisfare una qualsiasi mania di potere, ma per gettare le basi di una trasformazione sociale attraverso la lotta di classe e l'attività autonoma e organizzata della sola classe rivoluzionaria che, liberandosi dallo sfruttamento, libererà per sempre l'Umanità tutta intera dallo sfruttamento. Ma i compagni del RWG non hanno alcuna idea concreta del modo in cui può svolgersi questo processo di trasformazione sociale. La rivoluzione è un assalto rapido contro lo Stato, ma la trasformazione economica della società è un processo che ai sviluppa a livello mondiale ed è di una complessità estrema. Per portare a buon termine questo processo economico, il quadro politico della dittatura della classe operaia deve essere chiaro. Prima di tutto, bisogna riconoscere che la presa del potere da parte del proletariato non vuol dire che il socialismo può essere instaurato per decreto. Dunque:
1) La trasformazione economica non può che seguire e non precedere la rivoluzione proletaria (non vi possono essere “costruzioni di socialismo” durante il potere della classe capitalista). La trasformazione economica, inoltre, non si compie simultaneamente alla presa di potere della classe sulla società.
2) Il potere politico del proletariato apre la via alla trasformazione socialista, ma il principale bastione che protegge la marcia della rivoluzione è l'unità e la coesione della classe. La classe può fare degli errori economici che devono essere corretti; ma se lascia il potere ad un'altra classe o ad un partito o minoranza, ogni trasformazione economica diventa per definizione impossibile.
A partire dalla nostra affermazione che la dittatura politica del proletariato è il quadro e la condizione preliminare per la trasformazione sociale, il RWG con spirito semplicista conclude "sembra che Internacionalismo neghi la necessità per il proletariato di condurre una guerra economica contro il capitalismo". (Forward, pag. 44).
Contrariamente a quanto sostiene Forward, non è tutto immediatamente della stessa importanza, o di uguale gravità, per la lotta rivoluzionaria. In un paese in cui la rivoluzione ha appena trionfato, i consigli operai possono ritenere necessario lavorare 10 o 12 ore al giorno per produrre armi o materiale da inviare ai loro fratelli di classe assediati in un'altra regione. È socialismo? No, se si considera che i principi di base del socialismo sono la produzione per i bisogni umani (e non per la distruzione) e la riduzione della giornata di lavoro. Deve allora questa misura essere denunciata come una proposta controrivoluzionaria? Evidentemente no, poiché il primo compito e la prima speranza dì salvezza della classe operaia è di aiutare l'estensione della rivoluzione e livello internazionale. Non dobbiamo allora ammettere che il programma economico è sottoposto alle condizioni della lotta di classe e che non c'è possibilità di creare un paradiso economico operaio in un solo paese? In tutto ciò, dobbiamo insistere sul fatto che ogni indebolimento politico del potere dei Consigli nelle prese di decisione e l'orientamento della lotta sarà fatale.
I rivoluzionari mentirebbero alla loro classe se la cullassero in sogni dorati pieni di latte, di miele e di miracoli economici, invece di insistere sulla necessità della lotta mortale e delle terribili distruzioni che la guerra civile impone. Non farebbero che demoralizzare quella stessa classe dichiarando che gli inevitabili rinculi economici, (in uno o più paesi) significano la fine della rivoluzione. Mettendo queste questioni sullo stesso piano immediato della solidarietà politica, della democrazia proletaria o del potere di decisione del proletariato, esse devierebbero la forza decisiva della lotta di classe e comprometterebbero così la sola speranza di instaurare un periodo di transizione al socialismo a livello mondiale.
Il RWG risponde che “dopo la rivoluzione, tutto non può essere come prima” e pone l’accento sulle tragiche condizioni degli operai russi nel 1921. Ma non ci dicono a quali condizioni si riferiscono. Forse al fatto che le organizzazioni di massa della classe operaia erano escluse da ogni reale partecipazione allo “Stato Operaio”? Che si reprimevano gli operai in sciopero a Pietrogrado? Se è di questo che parlano, toccano il fulcro della degenerazione della rivoluzione. O si riferiscono semplicemente alla fame? Ancora una volta, è inutile, secondo noi, pretendere che le difficoltà e i pericoli di fame non possano esistere dopo la rivoluzione. O invece parlano del fatto che gli operai dovevano ancora lavorare nelle fabbriche, che esistevano ancora i salari (lì si può abolire in un solo paese?) e lo scambio? Benché queste cose non siano evidentemente il socialismo, esse tuttavia sono inevitabili a meno che non si pretenda che si possa eliminare la legge del valore in un batter d'occhi. Come dice il RWG, “bisogna tirare una linea da qualche parte”. Ma dove? Mescolando l'importanza cruciale di una coerenza politica e il potere della classe con i rinculi economici, i problemi della lotta futura vengono ridotti ad una speranza di realizzazione miracolosa dei nostri desideri più sinceri.
Il socialismo (o i rapporti sociali comunisti - questi termini sono qui utilizzati in maniera interscambiabile) si definisce essenzialmente attraverso l’eliminazione completa di tutte le “cieche leggi economiche” e soprattutto della legge del valore, fondamento della produzione capitalista, eliminazione che permetterà di soddisfare i bisogni dell'umanità. Il socialismo è la fine di tutte le classi (l'integrazione dei settori non capitalisti nella produzione socializzata e l'inizio del lavoro associato che decide di suoi propri bisogni), la fine dello sfruttamento, della necessità di uno Stato (espressione di una società divisa), dell'accumulazione del capitale con il suo corollario che è il lavoro salariato e dell'economia di mercato. È la fine del dominio del lavoro morto (capitale) sul lavoro vivo. Dunque il socialismo non è una questione dì creazione di nuove leggi economiche, ma l'eliminazione delle basi delle vecchie leggi sotto l'egida del programma comunista proletario.
Il capitalismo non è un mercante borghese con un grosso sigaro, ma tutta l'organizzazione attuale del mercato mondiale, la divisione del lavoro su scala mondiale, la proprietà privata dei mezzi di produzione, compresa quella contadina, il sottosviluppo e la miseria, la produzione per la distruzione, etc... Tutto ciò deve essere estirpato ed eliminato dalla storia umana per sempre. Per ciò è necessario un processo di trasformazione economica e sociale a livello mondiale di proporzioni gigantesche, che prenderà almeno una generazione. Ciò su cui bisogna insistere è che nessun marxista può prevedere i dettagli della nuova situazione che il proletariato si troverà di fronte dopo la rivoluzione mondiale. Marx ha sempre evitato di “costruire castelli in aria” per il futuro, e tutto quanto può apportare l'esperienza russa sono delle linee di orientamento molto generali per la trasformazione economica. I rivoluzionari verrebbero meno al loro compito, se il loro unico contributo fosse il rigetto della rivoluzione russa perché essa non ha realizzato il socialismo in un solo paese, o l'elaborazione di sogni sulla simultaneità di costruzione del quadro politico e della trasformazione economica.
Il vero pericolo del programma economico della rivoluzione è che lo grande linee direttive non siano chiare, che non si sappia quali sono le misure che vanno nel senso della distruzione dei rapporti di produzione capitalista (e dunque verso il comunismo) che dovranno essere applicate appena possibile. Una cosa è dire che in certe condizioni potremo essere costretti a lavorare molte ore, o non essere capaci di abolire immediatamente il denaro in un settore. Un’altra è affermare che il socialismo significa lavorare più duramente o ancor peggio che le nazionalizzazioni, e il capitalismo di Stato sono un passo in avanti verso il socialismo. I bolscevichi non devono essere condannati per essere andati dal caos del Comunismo di guerra alla NEP (da un piano inadeguato a un altro) ma per il fatto di aver presentato le nazionalizzazioni o anche il capitalismo di Stato come un aiuto alla rivoluzione o aver preteso che la “competizione economica con l'ovest” sarebbe stata una prova della grandiosità delle capacità produttive socialiste. Un programma di trasformazione economica chiaro è una necessità assoluta, e oggi, dopo cinquant'anni di riflusso, noi possiamo esaminare la questione con maggior chiarezza dei bolscevichi o di ogni altra espressione politica del proletariato dell'epoca.
La classe operaia ha bisogno di un orientamento chiaro del suo programma politico, chiave della trasformazione economica, ma non di false promesse, di rimedi immediati alle difficoltà o di mistificazioni sulla possibilità di eliminare con un decreto la legge del valore.
LA NEP
Il RWG non è il solo ad insistere sulla NEP. Molti di coloro che hanno appena rotto con il “gauchisme”, ed in particolare con le diverse varietà del trotskismo, fanno Io stesso. Dopo aver difeso la teoria folle secondo la quale oggi esistono degli “Stati operai” - il carattere socialista della Russia attuale sarebbe “provato dalla collettivizzazione nelle mani dello Stato - essi cercano ora “il punto in cui si è prodotto il cambiamento tra il 17 e oggi” (Forward, pag. 44 ) in Russia. È la solita domanda che pongono con soddisfazione i trotskisti: “in quale momento è dunque tornato il capitalismo?”
La NEP non era un'invenzione prodotta dal cervello dei capi bolscevichi. D'altronde essa riprende per larga parte, il programma della rivolta di Kronstadt... La rivolta di Kronstadt avanza una rivendicazione politica chiara per salvare la rivoluzione: la restituzione del potere ai Consigli Operai, la democrazia proletaria e la fine della dittatura bolscevica tramite lo Stato. Ma economicamente, gli operai di Kronstadt, spinti dalla fame allo scambio individuale con i contadini per ottenere delle vettovaglie, hanno proposto un “programma” che chiedeva semplicemente una regolarizzazione dello scambio, sotto la direzione degli operai - una regolarizzazione del commercio per finirla con la fame e la stagnazione economica. I carichi di vettovaglie inviati alle città russe erano presi d'assalto dalla popolazione affamata e dovevano es-sere scortati da guardie armate. Gli operai erano spesso ridotti a scambiare arnesi con vettovaglie con i contadini. La situazione era catastrofica e Kronstadt, così come i bolscevichi, non poteva proporre niente altro che un ritorno ad una specie di normalizzazione economica, cioè niente altro che il capitalismo.
Il RWG attacca la NEP senza tenere conto del contesto storico nel quale questa è stata adottata. Inoltre, fa delle confusioni su alcuni dei punti essenziali della guerra economica contro il capitalismo che pretende di difendere.
1) “Se gli eventi spingevano verso la restaurazione della proprietà capitalista in Russia, come era in parte questo il caso,....” (Rivoluzione e controrivoluzione in Russia, pag. 7 ); “la restaurazione del capitalismo significava la restaurazione del proletariato come classe in sé, ... “ (?) (idem, pag. 17); “ci si domanda cosa si sarebbe dovuto concedere di più al capitalismo per giungere alla sua restaurazione" (Forward, pag. 46) (sottolineature nostre).
Tutto ciò è la prova lampante della confusione che si fa. La NEP non era la “restaurazione del capitalismo, dato che questo non era mai stato eliminato in Russia. Il RWG fa più avanti la stessa confusione aggiungendo: “se la NEP non era il riconoscimento dei rapporti economici capitalistici normali, cioè legali” (Rivoluzione e contro-rivoluzione in Russia, pag. 7). Ecco una cosa ancora più assurda: che i rapporti capitalistici siano o no legali, cioè che la loro esistenza, sia o no riconosciuta, non è che una questione giuridica. Quale “purezza” si guadagna a pretendere che la realtà non esista? Ad ogni modo la realtà economica, sia riconosciuta legalmente o no, rimane la stessa. Se la NEP rappresentava un momento decisivo, non è certo perché essa reintroducesse ( o riconoscesse) l'esistenza delle forze economiche capitaliste- le leggi fondamentali dell'economia capitalista dominavano il contesto russo perché esse dominavano il mercato mondiale[3].
Sulla base di ciò qualcuno dirà di sapere bene che la Russia è sempre stata capitalista e che è proprio questa la prova che non c’è mai stata una rivoluzione proletaria. Non potremo mai riconoscere una rivoluzione proletaria, se ci ostiniamo a concepirla come una trasformazione economica completa dall'oggi al domani. Una volta ancora ritorniamo al tema del “socialismo in un solo paese” che è sospeso come una nube minacciosa al di sopra dell'esperienza russa. La NEP, con le sue nazionalizzazioni delle industrie più importanti, fu un passo avanti verso il capitalismo di Stato, ma non fu il punto di viraggio del “socialismo” (o di un altro sistema diverso dal capitalismo) verso il capitalismo.
2) “Essa (la NEP) rappresenta un vero e proprio tradimento dei principi, un tradimento programmatico delle frontiere di classe (Rivoluzione e controrivoluzione.., pag. 7). È questo l'argomento centrale, che, però, è la conseguenza naturale di quello precedente. Nessuno può essere così pazzo da pretendere che la classe operaia non abbia mai cedimenti. Per quanto, in generale, la rivoluzione o avanza o è sconfitta, non si può, tuttavia, interpretare questo fatto in modo unilaterale e credere che si possa avanzare linearmente e senza problemi.
Si pone allora questo problema: che cos’è una ritirata inevitabile, che cos’è il vacillamento dei principi? Il programma bolscevico, nella misura in cui faceva un'apologia mistificatrice del capitalismo di Stato, era un programma anti-proletario, ma l'incapacità di abolire la legge del valore o dello scambio in un solo paese non è affatto un “tradimento delle frontiere di classe”. O si capisce a fondo questo fatto o si arriva alla posizione secondo cui il proletariato avrebbe dovuto realizzare il socialismo integrale in Russia. Essendo ciò impossibile per definizione, i rivoluzionari avrebbero dovuto mascherare l'incapacità di applicare il programma, mentendo su ciò che veniva realmente fatto.
Ritirate sul terreno economico saranno certamente inevitabili in molti casi (malgrado la necessità di un orientamento economico chiaro) ma una ritirata sul terreno politico significa la morte per il proletariato. È questa la differenza fondamentale che c'è tra la NEP e il massacro di Kronstadt, tra la NEP e il trattato di Rapallo o le tattiche di “Fronte unico”.
“Che avrebbero fatto i compagni di Internacionalismo in questa situazione? Avrebbero restaurato l'economia mercantile.
Avrebbero decentralizzato l'industria per affidarne la direzione ai manager? In breve si sarebbero presi la responsabilità di una “ritirata” che nei fatti era una sconfitta?... Avrebbero subordinato gli interessi della rivoluzione proletaria mondiale agli interessi del capitale nazionale russo?” (Forward, pag. 45).
Quest'approccio storico consistente nel “che avreste fatto?” è sterile per definizione; la storia non può essere cambiata o giudicata con la coscienza (o mancanza di coscienza) attuale. Comunque, le ingenue domande poste dal RWG dimostrano che essi non hanno capito la differenza tra una ritirata e una sconfitta.
L'economia mercantile? Non è mai stata distrutta a livello internazionale, che è l'unico modo per eliminarla, così nessuno ha potuto restaurarla in Russia - vi è sempre esistita. Il rublo? Ancora una domanda assurda dal punto di vista dell'analisi marxista del capitalismo mondiale e del ruolo della moneta, La decentralizzazione dell'industria? Questo è un problema politico che indebolì fortemente il potere dei Consigli Operai e appartiene a tutt'altro campo. Difendere gli interessi del capitale russo? Questa era chiaramente la campana che suonava la morte della rivoluzione.
“le trasformazione economica non poteva essere compiuta per decreto, ma il decreto era il primo passo da compiere” .
Se il RWG intende per decreto il programma della classe operaia, non ci resta più che da “decretare” il comunismo integrale immediato. E dopo? Come lo realizzeremo? Dovremo: o abbandonare la lotta, o mentire e pretendere che sia possibile realizzare il socialismo in delle piccole repubbliche socialiste.
Una rivoluzione in un paese come l'Inghilterra, per esempio, (che è ben lungi dall'essere un paese con economia arretrata e sottosviluppata come la Russia del 1917) non potrebbe resistere che poche settimane, prima di essere schiacciata dalla fame (nel caso di un blocco). Che senso avrebbe il parlare di una guerra economica sempre vittoriosa contro il capitalismo, quando la prospettiva è il morire di fame a breve termine? La sola politica che protegge e difende un bastione rivoluzionario è l'offensiva della rivoluzione a livello internazionale e la sola speranza è la solidarietà politica della classe, la sua organizzazione autonoma e la lotta di classe internazionale.
ALCUNE MISURE PER UN PROGRAMMA DI TRANSIZIONE
Il RWG, con tutte le sue chiacchiere sulla NEP, non suggerisce nulla che possa servire ad orientare in modo socialista l'economia nella futura lotta rivoluzionaria. In che direzione dovremo andare fintantoché la lotta di classe ce lo permetterà?
1) Socializzazione immediata delle grosse concentrazioni capitaliste e dei principali centri di attività proletaria.
2) Pianificazione della produzione e della distribuzione da parte dei Consigli Operai, secondo il criterio della massima soddisfazione possibile dei bisogni (dei lavoratori e della lotta di classe) e non dell'accumulazione.
3) Tendenza a ridurre l'orario di lavoro.
4) Aumento sostanzioso del livello di vita degli operai, che comprende l'organizzazione immediata di trasporti, di abitazioni, di servizi medici gratuiti, il tutto sotto la direzione dei Consigli Operai.
5) Tentativi da parte dei Consigli Operai di eliminare, per quanto è possibile, la forma salariale e il denaro in tutta la società anche se è necessario per questo ricorrere al razionamento dei beni, nel caso questi siano in quantità insufficiente. Questo sarà piú facile nelle zone in cui il proletariato é fortemente concentrato ed ha molte risorse a sua disposizione.
6) Organizzazione delle relazioni tra i settori socializzati e i settori in cui la produzione resta individuale (soprattutto nelle campagne), orientata verso uno scambio organizzato e collettivo, in un primo tempo attraverso le cooperative (che porterebbero eventualmente all'eliminazione della produzione privata e dello scambio, se la lotta di classe vince nelle zone rurali); misura questa che rappresenta un passo avanti verso la scomparsa dell’economia di mercato e degli scambi individuali.
Questi punti devono essere considerati suggerimenti per l'orientamento futuro, come un contributo al dibattito che va avanti all'interno della classe su questi problemi.
L'OPPOSIZIONE OPERAIA
I compagni del RWG non capiscono la situazione russa, par cui vi si perdono. Essi cercano di dare un orientamento per il futuro richiamandosi a qualcuna delle frazioni russe dissidenti. Come tutti quelli che rigettano completamente il passato e pretendono che la coscienza rivoluzionaria sia nata ieri (assieme a loro, naturalmente), il RWG ragiona all'incontrario e risponde alla storia a modo suo. Non si tratta di un arricchimento delle lezioni del passato, ma di un desiderio di riviverlo e di “fare meglio”, anziché cercare che cosa se ne può trarre fuori oggi.
Il RWG scrive dunque: “il nostro programma è quello dell'Opposizione Operaia, cioè quello di stimolare l'attività autonoma della classe operaia contro la burocratizzazione ed i tentativi di restaurazione del capitalismo”. Ciò rivela una fondamentale mancanza di comprensione di ciò che significa realmente l'Opposizione Operaia nel contesto dei dibattiti che si svolgevano in Russia. L'Opposizione Operaia è stato uno dei numerosi gruppi che hanno lottato contro l'evolvere degli avvenimenti in Russia verso la degenerazione. Pur non rigettando assolutamente i loro sforzi spesso coraggiosi, è tuttavia necessario considerare qual era il loro programma.
L'Opposizione Operaia non era contro il “burocratismo”, ma contro la burocrazia di Stato e per l'utilizzazione della burocrazia sindacale. A gestire il capitale in Russia dovevano essere i sindacati e non l'apparato del partito-Stato. L'Opposizione Operaia voleva forse difendere la iniziativa operaia, ma per lei questa doveva esprimersi all'interno del contesto sindacale. La vera vita della classe all'interno dei soviet era stata quasi del tutto soffocata nel 1920-21 ma questo non voleva dire che fossero i sindacati e non i consigli operai lo strumento della dittatura del proletariato. È lo stesso tipo di ragionamento che ha portato i bolscevichi a concludere che fosse necessario ritornare a certi aspetti del vecchio programma socialdemocratico (infiltrazione nei sindacati, partecipazione al parlamento, alleanza coi centristi, etc.) dato che il programma del primo congresso dell'Internazionale Comunista non poteva essere facilmente attuato a causa della sconfitta delle insurrezioni proletarie in Europa. Anche se i soviet erano tati schiacciati, l'attività autonoma della classe (per non parlare della sua attività rivoluzionaria) non poteva più esercitarsi all'interno dai sindacati in periodo di decadenza del capitalismo. Tutto il dibattito sui sindacati si basava su un falso assunto: che i sindacati potessero sostituirsi ai soviet come organizzazioni unitarie della classe. Su questo punto gli insorti di Kronstadt che lanciavano come parola d'ordine la rigenerazione dei Soviet erano molto più chiari. All'epoca l’Opposizione Operaia appoggiò l'annientamento militare di Kronstadt.
È fondamentale la comprensione storica che nel contesto della situazione russa il dibattito portato avanti dall'Opposizione Operaia si limitava al modo dì “gestire” la degenerazione e che quindi sarebbe il colmo dell’assurdità richiamarsi oggi ad un tale programma. Ancora, il RWG afferma:
“ma noi siano sicuri di una cosa: se il programma dell'Opposizione Operaia, il programma dell'attività autonoma del proletariato, fosse stato adottato, la dittatura proletaria in Russia sarebbe morta (ammesso che lo sarebbe stata) combattendo il capitalismo e non adattandovisi. E ci sarebbe stata qualche possibilità di salvezza con una vittoria in Occidente. Se questo programma di lotta fosse stato adottato, non ci sarebbe stata forse una ritirata a livello internazionale. Ci sarebbe stata forse qualche possibilità che la Sinistra Internazionale predominasse nell'Internazionale Comunista” (Forward, pagg. 48, 49)
Questo prova soltanto che c'è una convinzione radicata nello RWG che se in Russia le cose fossero andate meglio, tutto sarebbe stato diverso. Per loro la Russia era l'elemento decisivo del tutto. Essi affermano anche, come abbiamo visto, che se fossero state prese misure economiche diverse, il tradimento politico sarebbe stato evitato e non viceversa. Ma l'assurdità storica di quest'ipotesi è dimostrata dal: “ci sarebbe stata forse qualche possibilità che la sinistra internazionale predominasse nell'Internazionale Comunista”. La Sinistra Internazionale, di cui presumiamo che parlino, non aveva le idee molto chiare a quell'epoca sul programma economico. Ma il KAPD, per esempio, si basava sul rigetto del sindacalismo e della sua burocrazia. L'Opposizione Operaia ha trovato ben poco da ridire sulla strategia bolscevica in Occidente ed ha sempre fatto da tampone alla politica bolscevica ufficiale su questa questione, ivi comprese le 21 condizioni del secondo congresso dell'Internazionale Comunista (come fece Ossinsky). La visione di un'Opposizione Operaia che diventa il punto di riferimento della Sinistra Internazionale è una pura invenzione del RWG, che non conosce la storia di cui parla con tanta leggerezza.
Il RWG, mentre scrive che “interrogare la sfera di cristallo non è un'attività rivoluzionaria” (Forward, pag. 48), si perde qualche riga più in basso nella descrizione degli infiniti orizzonti che l'Opposizione Operaia avrebbe aperto alla classe operaia. Si potrebbe dire che più che stare attenti ad evitare le sfere dì cristallo sarebbe meglio sapere di cosa si sta parlando.
LE LEZIONI D'OTTOBRE
Il nostro scopo principale in quest'articolo non è di polemizzare, benché sia sicuramente utile per fare chiarezza su certi punti. Il compito principale dei rivoluzionari è trarre dalla storia dei punti di orientamento per il futuro. La discussione su quale è il momento in cui la rivoluzione ha cominciato a degenerare è meno importante del:
1) Vedere se questa degenerazione c'è stata.
2) Capire perché c'è stata.
3) Cercare di contribuire alla presa di coscienza della classe mettendo in evidenza gli apporti positivi e quelli negativi di quella epoca.
È in questo senso che vorremmo contribuire e dare una visione generale delle principali eredità lasciateci dall'esperienza dell'ondata rivoluzionaria del dopoguerra, per oggi e per domani.
1) La rivoluzione proletaria è una rivoluzione internazionale, ed il primo compito della classe operaia in un paese è di contribuire alla rivoluzione mondiale.
2) Il proletariato è la sola classe rivoluzionaria, il solo soggetto della rivoluzione e della trasformazione sociale. È chiaro oggi che ogni alleanza “operai – contadini” è da rigettare.
3) Il proletariato organizzato nel suo insieme in Consigli, costituisce la dittatura del proletariato. Il ruolo del partito politico della classe non è di impadronirsi del potere Statale, di “dirigere in nome della classe”, ma di contribuire a sviluppare e a generalizzare la coscienza di classe all'interno di questa. Nessuna minoranza politica può costituirsi alla classe nell'esercizio del potere politico.
4) Il proletariato deve esercitare il suo potere armato contro la borghesia. Benché il principale modo di unificare la società debba essere quello d'integrare gli elementi non proletari e non sfruttatori nella produzione socializzata, in alcune occasioni può essere necessario utilizzare la violenza contro questi settori; ma questa non può essere utilizzata come mezzo per risolvere le discussioni all'interno del proletariato e delle sue organizzazioni di classe. Bisognerà fare ogni sforzo per rafforzare l'unità e la solidarietà del proletariato.
5) Il capitalismo di Stato è la tendenza dominante dell'organizzazione capitalista in periodo di decadenza. Le misure di capitalismo di. Stato, ivi comprese le nazionalizzazioni, non sono in alcun modo un programma per il socialismo né una “tappa progressiva”, né una politica che possa “aiutare” la marcia verso il socialismo.
6) Le linee generali delle misure economiche che tendono a eliminare la legge del valore, la socializzazione della produzione industriale e agricola per i bisogni dell'umanità, menzionate sopra, rappresentano un contributo all'elaborazione di un nuovo orientamento economico per la dittatura del proletariato.
Questi punti, qui rapidamente illustrati, non hanno la pretesa di fare una panoramica della complessità dell'esperienza rivoluzionaria, ma possono servire da punti di riferimento per una elaborazione futura.
Oggi, con la ripresa della lotta di classe, ci sono molti piccoli gruppi come il RWG che si sviluppano ed è importante capire le implicazioni del loro lavoro ed incoraggiare gli scambi di idee tra i rivoluzionari. Ma c'è il pericolo che dopo tanti anni di controrivoluzione, questi gruppi non siano capaci di riappropriarsi della eredità del passato rivoluzionario. Come il RWG, molti di questi gruppi pensano di essere i primi a “scoprire” la storia, come se prima di loro ci fosse stato il nulla. Questo puó portare ad aberrazioni di questo genere: fissarsi sul programma dell'Opposizione Operaia o dei gruppi dì sinistra russi, nel vuoto, come se si “scoprisse” ogni giorno un “nuovo pezzo del puzzle”, senza inserire i nuovi elementi in un contesto più ampio. Senza conoscere il lavoro della Sinistra Comunista (ed esaminarlo in modo critico) (KAPD, Gorter, Sinistra Olandese, Pannekoek, “Workers Dradnought ", la Sinistra Italiana, la rivista Bilan negli anni 30 e Internationalisme negli anni 40, il Comunismo dei Consigli e Living Marxisme, come i Comunisti di Sinistra russi), e senza vederlo come pezzi separati di un puzzle, ma comprendendolo in termini generali di sviluppo della coscienza rivoluzionaria della classe, il nostro lavoro sarà condannato alla sterilità e all'arroganza del dilettante.
Quelli che fanno lo sforzo indispensabile di rompere col gauchisme dovrebbero capire che non sono i soli a marciare sul cammino della rivoluzione e in tutta la storia e al giorno d'oggi.
Judith Allen
[1] Il trattato di Rapallo tra Russia e Germania (aprile 1922) viene preparato dagli incontri di Radek in prigione con Rathman ed altri esponenti militari ed economici tedeschi. La collaborazione militare segreta tra le due nazioni, nascosta dietro un'innocente facciata commerciale, viene alla luce nel 1926 (“scandalo delle granate”), quando si rivela che fabbriche russe forniscono armi all'esercito tedesco, al quale viene concessa la possibilità di addestrarsi in territorio russo.
[2] Vedi “Dal modernismo al niente” su World Revolution n. 3 e Révolution Internationale n. 18.
[3] La politica di comunismo di guerra in Russia durante la guerra civile, tanto vantata dal RWG, non era “meno capitalista” della NEP. L'espropriazione violenta dei beni ai contadini, pur essendo una misura necessaria per l'offensiva proletaria all'epoca, non costituiva affatto un “programma” economico (il saccheggio?). È facile vedere che queste misure temporanee, intervenendo con la forza sulla produzione agricola, non potevano durare indefinitamente. Prima, durante e dopo il comunismo di guerra, la base essenziale della produzione restava la proprietà privata. Il RWG ha ragione di sottolineare l'importanza della lotta di classe degli operai agricoli in Russia, ma questa lotta non annientò automaticamente e immediatamente il ceto contadino ed il suo sistema di produzione, anche nel migliore dei casi.
Pubblichiamo qui di seguito la traduzione di un volantino realizzato dai compagni della nostra sezione in Spagna che è stato diffuso in tutto il paese dopo gli scontri e la repressione in Catalogna seguiti al referendum del 1° ottobre organizzato dagli indipendentisti. Si tratta della riaffermazione dell'internazionalismo proletario di fronte a una situazione che costituisce una ulteriore dimostrazione dell'attuale sprofondamento del sistema capitalista in un processo di decomposizione sociale che ha effetti pericolosi per la classe operaia e l'umanità tutta.
Il primo ottobre scorso, le masse popolari portate dagli indipendentisti catalani alla farsa del referendum sono state brutalmente colpite dalla repressione del governo spagnolo. Le due frazioni rivali si sono entrambe vestite con il mantello della democrazia per meglio giustificare, l'una la repressione, e l'altra il voto. I Catalanisti si sono presentati come le vittime della repressione per sostenere la loro rivendicazione di indipendenza. Il governo Rajoy ha giustificato la sua barbarie repressiva in nome della Costituzione e dei diritti democratici di tutti gli spagnoli. I partiti “neutrali” (Podemos, il partito della Colau, ecc.[1] ) hanno invocato la democrazia per criticare Rajoy e spingerlo a “trovare una soluzione” al conflitto catalano.
Noi denunciamo questa trappola creata dalla lotta tra frazioni del capitale che spinge a scegliere, da un lato, l'imbroglio di un referendum truccato, e, dall'altro, la repressione brutale del governo spagnolo. Da entrambi i lati, è la classe operaia e tutti gli sfruttati che ne sono le vittime.
Tutti ci presentano la democrazia come il Bene supremo. Ci vogliono far dimenticare che dietro la maschera della democrazia, si nasconde lo Stato totalitario. Esattamente come i regimi militari o totalitari, lo Stato democratico rappresenta la dittatura esclusiva del capitale che impone in nome del voto popolare i suoi interessi e i suoi obiettivi contro l'interesse di tutti gli sfruttati e di tutti gli oppressi.
Durante la Prima Guerra mondiale, con i suoi 20 milioni di morti, tutte le potenze hanno giustificato la loro barbarie in nome della difesa della democrazia. Durante la Seconda Guerra mondiale, se il campo nazista dei vinti aveva istallato un regime di terrore che si appoggiava su delle ideologie apertamente reazionarie come la “supremazia della razza ariana”, il campo dei vincitori, che riuniva non solo le potenze “democratiche”, ma anche il brutale regime stalinista dell'URSS, si è nascosto dietro la scusa della democrazia per giustificare la sua partecipazione a una barbarie che si è conclusa con 60 milioni di morti, con anche l'utilizzazione diretta della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. E' in nome della difesa della democrazia che la Repubblica spagnola riuscì a trascinare operai e contadini nel terribile massacro della guerra civile del 1936 tra le due frazioni della borghesia (repubblicani e franchisti) che ha fatto un milione di morti.
E' in nome della democrazia, utilizzando il regime costituzionale del 1978 che tutti, i franchisti che si erano rifatti la faccia come i campioni della democrazia, ci hanno imposto una degradazione inesorabile delle nostre condizioni di vita e di lavoro che ci ha portato all'attuale situazione in cui il lavoro stabile è stato rimpiazzato dalla precarietà generalizzata. A questa degradazione hanno contribuito tanto i dirigenti nazionalisti catalani che i dirigenti nazionalisti spagnoli. Ricordiamoci che il governo autonomo di Artur Mas nel 2011-2012 fu il pioniere dei tagli nel settore della sanità, dell'insegnamento, delle indennità di disoccupazione, ecc., e che queste misure sono state in seguito generalizzate a tutta la Spagna dal governo Rajoy!
Sia i dirigenti spagnoli che quelli catalani hanno le mani sporche del sangue della loro repressione delle lotte operaie. La democrazia ha debuttato nella Spagna postfranchista con la morte di cinque operai nel corso del grande sciopero di Vitoria nel 1976. Sotto il governo “socialista” di Felipe Gonzales, tre operai furono assassinati durante lotte a Gijon, Bilbao e Reinosa. Il governo autonomo catalano di Artur Mas ha scatenato una brutale repressione contro le assemblee generali degli Indignados, facendo cento feriti. In precedenza, nel 1934, i suoi attuali alleati dell'ERC[2] avevano organizzato una milizia (gli Escamots) specializzata nella tortura dei militanti operai
E tutti si permettono di inneggiare alle loro regole democratiche che proclamano come il loro ideale. Abbiamo visto la frazione catalanista imporre con la forza, grazie a una forzatura parlamentare la sua procedura per l'indipendenza con le sue urne truccate, riempite fino all'orlo di schede in favore del “SI”.
In nome della sacrosanta democrazia si scatena una guerra a morte intorno ad un altro pilastro della dominazione capitalista: la Nazione. La nazione non è il raggruppamento “fraterno” di tutti quelli che sono nati in uno stesso territorio, ma è la proprietà privata dell'insieme dei capitalisti di un paese che organizzano attraverso lo Stato lo sfruttamento e l'oppressione di tutti i loro assoggettati. Gli aspiranti a una nuova “madre-patria”, gli indipendentisti catalani, si presentano come le vittime della barbarie dei loro rivali e sostengono che “Madrid ci deruba” per mobilitare della carne da cannone in nome della “difesa di una vera democrazia”. La loro “vera democrazia” consiste nell'esclusione di quelli che non condividono i loro obiettivi. La vessazione di quelli che non vanno a votare, la messa all'indice e le offese per i non seguaci della loro causa, il ricatto morale verso quelli che, semplicemente, vogliono mantenere uno spirito critico. In tutte le zone sotto la loro influenza, hanno imposto la dittatura delle loro associazioni “civiche” e, con l'arma dell'insulto, della calunnia, dell'ostracismo, della persecuzione, del controllo, cercano di “omogeneizzare” la popolazione intorno alla Catalogna. Con un atteggiamento ogni volta più insolente, i gruppi indipendentisti, mettono in atto i loro metodi nazisti e teorizzano la “purezza” della “razza catalana”.
Dal canto loro, i democratici nazionalisti spagnoli non sono da meno. L'odio contro i catalani, la manovra del trasferimento delle sedi delle grandi aziende fuori dalla Catalogna, le mobilitazioni sedicenti “spontanee” in appoggio alle forze di repressione incoraggiate con l'incitamento barbaro “Forza, prendiamoli!” che ricorda il sinistro “Forza ETA, ammazzateli!”[3] dei nazionalisti baschi, l'appello ad esporre alle finestre le bandiere rosse e oro della Spagna, tutto questo mostra lo scatenamento della bestia rossiccia di sinistra memoria che, con il franchismo, servì da leva per istallare un regime di terrore.
Quello che le due bande rivali condividono è l'esclusione e la xenofobia, entrambe si ricongiungono in uno stesso odio del migrante, nello stesso disprezzo verso i lavoratori arabi, latino-americani o asiatici, con i loro slogan ripugnanti: “ci levano il pane di bocca”, “rubano i nostri posti di lavoro”, “allungano le code alle porte dei servizi sanitari”, ecc., mentre è la crisi del capitalismo e l'incapacità dei suoi Stati, che sia quello di Spagna o della Autonomia catalana, che sono responsabili della degradazione delle condizioni di vita di tutti e che spingono migliaia di giovani verso una nuova ondata di emigrazione che ricorda quella degli anni 50-60, durante il franchismo.
In mezzo a questo selvaggio confronto, i “neutrali” del partito Podemos o del partito di Ana Colau cercano di farci credere che la Democrazia, con il suo famoso “diritto di decidere noi stessi” sarebbe il rimedio che permetterebbe un negoziato e una “soluzione civile”. In questo concerto di illusioni finalizzata a confonderci, è apparsa una iniziativa: “Parliamo insieme”, che vuole mettere da parte le due bandiere nazionali (quella della Spagna e quella della Catalogna) ed alzare la “bandiera bianca” del dialogo e della democrazia.
Il proletariato e tutti gli sfruttati non possono farsi illusioni. Il conflitto nato in Catalogna è dello stesso tipo dei conflitti populisti e avventuristi che hanno portato alla Brexit in Gran Bretagna o alla elezione di un irresponsabile, Trump, alla testa della prima potenza mondiale. E' l'espressione della degenerazione e della decomposizione che provoca l'aggravarsi di una crisi che non è solo economica, ma allo stesso tempo politica, in seno ai differenti Stati capitalisti.
Il capitalismo attuale presenta l'apparenza che “tutto va bene nel migliore dei mondi”, che “usciremo dalla crisi”, che c'è un “progresso tecnologico” e un dinamismo mondiale. Ma sotto questo strato superficiale di vernice brillante, quello che matura sotterraneamente con sempre maggior forza, è la violenza delle contraddizioni del capitalismo, la guerra imperialista, la distruzione dell'ambiente, la barbarie morale, le tendenze centrifughe verso il ciascuno per sé su cui si appoggiano (e allo stesso tempo nutrono) la proliferazione di concezioni e di azioni xenofobe, di esclusione endogamica.
Questo vulcano su cui sediamo è entrato in eruzione parecchie volte, come recentemente in Estremo Oriente con il pericolo di guerra fra Corea del Nord e Stati Uniti, ma si manifesta anche attraverso il conflitto catalano. Sotto una forma apparentemente civile e democratica, inframmezzata da presunte “negoziazioni” e “tregue”, la situazione si sta degradando progressivamente e corre il rischio di incistarsi e diventare insolubile, il che non può che generare tensioni ogni volta più brutali. Anche se finora non ci sono stati morti, il rischio diventa sempre più grande. Un clima sociale di frattura, di scontri violenti e di intimidazione si sta radicando in tutta la società, non solo in Catalogna, ma in tutta la Spagna. Già adesso cresce il numero di persone che, non potendo più sopportare la loro situazione, abbandonano i loro amici, i propri figli, il proprio lavoro...
Quello che vediamo svilupparsi sotto i nostri occhi è quella che, di fronte alla barbarie della Prima Guerra mondiale, nel 1915, scriveva la rivoluzionaria Rosa Luxemburg in maniera profonda e profetica:
"Svergognata, disonorata, sguazzante nel sangue, coperta di sudiciume; ecco come si presenta la società borghese, ecco cos’è. Essa non è come quando, ben vestita e tutta onesta ci parla di cultura e filosofia, di morale e di ordine, della pace e del diritto, ma è quando somiglia a una bestia feroce, quando danza il sabba dell’anarchia, quando diffonde la peste sulla civilizzazione e sull’umanità che essa si mostra nuda, come è veramente." (La Crisi della Socialdemocrazia – Juniusbroshure, capitolo 1 : Socialismo o barbarie ?)
Il pericolo per il proletariato e per il futuro dell'umanità è di restare paralizzato in questa atmosfera soffocante generata dall'imbroglio catalano che spinge al fatto che i sentimenti, le aspirazioni, le riflessioni non gravitino più intorno a “quale futuro è possibile per l'umanità”? Quale risposta dare alla precarietà e ai salari di miseria? Quale uscita esiste di fronte alla degradazione generale delle condizioni di vita? Al contrario, l'attenzione si polarizza sulla scelta fra Spagna e Catalogna, sulla Costituzione, sul diritto all'autodeterminazione, sulla nazione... cioè su fattori che hanno precisamente contribuito a portarci nell'attuale situazione e che minacciano di portarla al parossismo.
Noi siamo coscienti dello stato di debolezza che il proletariato presenta oggi, tuttavia questo non ci impedisce di riconoscere che è solo dalla sua lotta autonoma come classe che può emergere una soluzione. Per contribuire a questa soluzione bisogna opporsi oggi alla mobilitazione in favore della democrazia, alla falsa scelta tra Spagna e Catalogna, al terreno nazionale. La lotta del proletariato e l'avvenire dell'umanità non possono avanzare che al di fuori e contro questi terreni putridi che sono la democrazia e la Nazione.
Corrrente Comunista Internazionale (9 ottobre 2017
[1] Sindaca di Barcellona dal maggio 2015, Ada Colau è stata eletta alla testa di una coalizione, Barcelona en Comú [436] (BC), che riunisce diversi “movimenti di cittadini” catalani (tra cui Esquerra Unida i Alternativa, comprendente il Partito Comunista Catalano, Verdi, Democracia Real Ya !) presunti difensori dei diritti sociali, della democrazia e degli interessi della Catalogna.
[2] Ezquerra Republicana de Catalunya (Sinistra repubblicana di Catalogna).
[3] Euskadi Ta Askatasuna : braccio armato del nazionalismo basco, responsabile di attentati terroristi, di assassini, di rapimenti, di sequestri che hanno fatto più di 800 morti, civili e militari, a partire dal 1960. Come contropartita lo Stato centrale organizzò i Gruppi aniterroristi di liberazione (GAL), autori di numerosi attentati ed omicidi tra il 1983 e il 1987, di cui alcuni avevano l'obiettivo di provocare il terrore tra i civili allo scopo di scoprire i militanti (o supposti tali) dell'ETA.
1917-2017 A CENTO ANNI DALLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE
UNA GIORNATA DI RIFLESSIONE E CONFRONTO SULLA RIVOLUZIONE RUSSA E SULLE PROSPETTIVE ATTUALI DI UNA LIBERA SOCIETÀ UMANA
Già a partire dagli ultimi anni del XIX secolo, il modo di produzione capitalistico versava in una crisi sempre più profonda. Nel fuoco della prima guerra imperialista mondiale, il proletariato rispose con un’ondata rivoluzionaria che attraversò l’Europa. Era la fine del 1917 quando, nel rigido inverno russo, il proletariato dimostrò che quel potere borghese non era né invincibile né l’ultima parola della storia.
Organizzandosi nei suoi Consigli e con la guida del Partito bolscevico, un partito comunista forgiatosi in anni di battaglie teoriche e di lotte di classe, il proletariato russo riuscì nell’assalto al cielo. Lo slogan “Tutto il potere ai Soviet!”, cioè la distruzione dello Stato borghese e l’instaurazione del potere proletario rivoluzionario finalizzato a una società senza classi e senza Stato, divenne con l’Ottobre una realtà. Una realtà che avrebbe dovuto estendersi ai paesi capitalisti più sviluppati, primo tra tutti la Germania, per non lasciare isolato il bastione proletario russo e stabilire il potere della classe operaia a livello mondiale.
Quell’esperienza finì invece soffocata da lì a pochi anni, soprattutto dal suo isolamento internazionale: la controrivoluzione, che prese la forma dello stalinismo, continuò ad ammantarsi di “socialismo”, gettandone nel fango il drappo rosso internazionalista, mentre ne trucidava i militanti e ne sovvertiva le posizioni rivoluzionarie.
A distanza di cento anni, la crisi in cui si dimena oggi il capitalismo contemporaneo ha una portata probabilmente inimmaginabile a inizio Novecento. Per i proletari l’unica prospettiva garantita da questo sistema è quella di un peggioramento su tutti i fronti: sfruttamento e dominio sociale sempre più brutali e violenti, guerra permanente, diffusa disoccupazione cronica, distruzione ambientale del pianeta.
La Rivoluzione russa ha però dimostrato che un’alternativa a questo sistema sociale è possibile.
È indispensabile comprendere questa straordinaria esperienza della nostra classe, del proletariato internazionale, e riflettere criticamente sui suoi insegnamenti, sulla sua attualità, come sugli errori che si sono potuti presentare e sulle differenze che la situazione di oggi comporta.
Non è una commemorazione dunque quello che ci suggerisce il centenario dell’Ottobre 1917, ma un orientamento: la prospettiva di lottare contro la barbarie capitalista, consapevoli della possibilità di una vittoria in nome di una società mondiale finalmente umana, di liberi produttori associati, che progetti razionalmente e solidalmente la vita sociale umana e il suo rapporto con la natura.
Sabato 25 Novembre 2017
Ore 14.30 – 20.00
c/o La Città del Sole, Vico Giuseppe Maffei 4, 80132 Napoli
(traversa di Via San Gregorio Armeno, affianco all’ex Asilo Filangieri)
Corrente Comunista Internazionale Istituto Onorato Damen
[email protected] [39] [email protected] [437]
Il 28 dicembre, le prime scintille di un movimento che ricorda quelle della "Primavera araba" hanno cominciato a scuotere il territorio dell'Iran. A questo movimento che sta perdendo slancio, nel momento in cui stiamo scrivendo, fanno eco altre espressioni di rabbia contro il deterioramento delle condizioni di vita, come in Marocco e in particolare in Tunisia.
Un'esplosione di rabbia spontanea
L'Iran è un paese con forti ambizioni imperialiste, le cui spese militari per l’intervento in tutta la regione mediorientale sono cresciute significativamente[1]. Nel contesto di aspettative deluse a seguito dell'accordo sul nucleare, la crisi economica e l'austerità aggravata dalla corruzione e dalle sanzioni internazionali hanno fatto sprofondare la maggior parte della popolazione nella precarietà e nella miseria. Da mesi, i pensionati, i disoccupati (il 28% dei giovani), gli insegnanti, i lavoratori che non erano stati pagati, stavano già mostrando il loro malcontento. Infine, l'aumento del 50% della benzina e dei prodotti alimentari, come il raddoppio del prezzo delle uova[2], ha dato fuoco alle polveri. Il movimento ha fatto irruzione da Mashhad, seconda città nel nord-est, e si è propagato, toccando la capitale Teheran, immediatamente a macchia d’olio in tutti i principali centri urbani: al nord a Rasht e nel sud a Chabahar.
Tra le folle mobilitate che rifiutano la politica statale, la classe operaia era presente anche se piuttosto diluita nel resto dei manifestanti: operai, insegnanti, molti disoccupati, un sacco di giovani senza un lavoro, così come molti studenti. È significativo che molte donne si siano mobilitate. Tuttavia, nonostante una presenza combattiva e un grande coraggio, la classe operaia non è stata in grado di dare un reale orientamento a questa lotta, non ha potuto affermarsi in modo totalmente autonomo come una vera e propria forza politica[3]. Certo, nonostante il peso delle illusioni democratiche e delle debolezze politiche, la borghesia era preoccupata che questa esplosione di rabbia fosse "senza leader". La grande "Guida Suprema" Ali Khamenei si chiudeva fin dall’inizio in un silenzio assordante, il presidente Rohani è apparso molto più cauto che rigido, infine il governo ha annunciato che l'aumento del carburante sarebbe stato cancellato!
È vero che i simboli del potere politico e religioso sono stati rapidamente presi di mira, incendiati: banche, edifici governativi, istituzioni religiose e soprattutto le sedi delle Guardie Rivoluzionarie, milizia islamica del regime. Violenti scontri con la polizia hanno portato a numerosi arresti, spesso di giovani, e si contano dozzine di manifestanti morti. A poco a poco il tono delle autorità e la loro reazione sono diventati più rigidi. Rohani annunciava che le "violenze" e gli "atti illegali" di "leader" e "facinorosi" sarebbero stati "puniti severamente" e Khamenei ha accusato direttamente i manifestanti di essere "nemici dell'Iran"[4]. Lasciando marcire la situazione e preparando il terreno per la repressione, con la benedizione di tutti i grandi stati democratici che cercano di approfittarne, il governo ha approfittato della mancanza di prospettiva per appoggiare delle contro-manifestazioni a sostegno del regime e del suo ayatollah. Questi dimostranti a favore del regime scandivano slogan come "morte all’America", "morte a Israele" contro i "sediziosi". Un tale soprassalto patriottico permetteva al capo di Stato di giocare su divisioni e ricatti: "Noi o il caos"[5].
Il movimento popolare spontaneo a cui abbiamo assistito è il più importante dal 2009 quando una crisi sociale, il "movimento verde", ha minacciato di trascinare i proletari dietro l'una o l'altra delle cricche borghesi in competizione. A quel tempo scrivemmo: "Di fronte al campo corrotto e sanguinario di Ahmadinejad, troviamo gente che gli somigliano come gocce d'acqua! Anche loro sono chiaramente per una repubblica islamista e per la continuazione della fabbricazione dell'arma atomica iraniana. Gli uni e gli altri si somigliano perché difendono tutti i loro interessi nazionalistici e personali.” Oggi, molto più che nel 2009, il movimento è stato una vera espressione degli sfruttati e dei diseredati, senza che la classe operaia fosse stata in grado di svolgere un vero ruolo di guida al di fuori di alcune minoranze molto isolate. Sebbene le lotte operaie in Iran si siano sviluppate e integrate nella lotta del proletariato mondiale dalla fine degli anni '60, specialmente nei settori chiave dell'industria petrolifera, dei trasporti, dell'istruzione, ecc., queste lotte sono sempre state troppo deboli per andare oltre il modesto impatto che hanno avuto al loro apice nel 1978-79, che riuscirono solo a provocare la caduta dello scià. Le debolezze politiche del proletariato furono poi sfruttate da un'intera orda di fanatici religiosi e dall'ayatollah Khomeini, sostenuto occasionalmente dagli stalinisti dal nazionalismo viscerale. Le battaglie di classe divennero sempre più rare, fortemente represse dopo questa "rivoluzione islamica". Molti operai combattivi furono giustiziati sotto questo regime dei mullah durante gli scioperi che seguirono. In seguito i proletari soffrirono la terribile guerra tra Iran e Iraq, dal 1980 al 1988, che ha ucciso più di un milione di persone.
Da allora, sebbene alcune lotte siano state in grado di svilupparsi nonostante tutto, come nel 2007, quando ai 100.000 insegnanti si sono uniti migliaia di operai di fabbrica in solidarietà, la debolezza della classe operaia sull'intero campo sociale è rimasta un dato essenziale della situazione. Questa difficoltà non poteva che essere sfruttata dalla classe dominante, sotto una cappa di piombo di un regime in cui lo Stato si era fuso con i gruppi religiosi e il potere dei mullah. Questa relativa assenza di un proletariato cosciente, segnato da pregiudizi nazionalisti e illusioni democratiche, ha aperto le porte ai peggiori effetti della decomposizione sociale e del militarismo.
Nonostante il fortissimo spirito combattivo e il fatto che le rivendicazioni in Iran siano state sul terreno di richieste economiche che favoriscono la lotta proletaria, la lotta si è esaurita per mancanza di unità politica e affermazione di una vera identità e prospettiva di classe. Inoltre, i lavoratori sono costantemente confrontati con le lotte tra le frazioni borghesi rivali le cui manovre costituiscono un pericolo molto grande per il proletariato che rischia di essere catturato o preso in ostaggio da una o dall'altra di queste cricche. Non solo queste difficoltà erano già un ostacolo, ma a queste si sono aggiunte le condizioni oggettive legate all'isolamento dell'Iran favorendo così la repressione. Circondati da paesi in guerra, senza possibilità per gli operai di poter sperare nella solidarietà dei proletari dei paesi vicini dove, anche lì, il nazionalismo pesa in modo significativo, queste lotte in Iran si sono trovate di fronte importanti ostacoli. È in questo che le debolezze del proletariato in Iran sono soprattutto quelle del proletariato mondiale.
Quindi, il principale handicap di queste ultime lotte rimane soprattutto l'incapacità del proletariato internazionale, anche là dove è più concentrato ed esperto, cioè nell'Europa occidentale, a concepirsi come una classe capace di offrire una prospettiva a tutte le lotte. Quello che si è accaduto in Iran deve essere un incoraggiamento, una lezione per capire il potenziale che possono nascondere le rivendicazioni operaie sul terreno economico. Lottare contro l'austerità, battersi per la difesa delle nostre condizioni di vita è una necessità. Questa è la prima lezione essenziale! La seconda è che la vera solidarietà, l'unica che può essere portata dal proletariato mondiale ai suoi fratelli di classe in Iran, rimane quella dell'assunzione consapevole di resistenza e lotta contro l'austerità e contro il sistema capitalista.
WH, 5 gennaio 2018
[1] L'Iran ha subito sanzioni imposte dagli Stati Uniti, ha versato ingenti somme di denaro nella guerra in Yemen, ha sostenuto Hezbollah, il regime di Assad e le sue bande armate che operano a livello internazionale e, naturalmente, gli armamenti contro l'Arabia Saudita. Tutto questo alimentando l'austerità a spese della popolazione
[2] Al punto che si è parlato di una "rivoluzione delle uova"
[3] Sebbene delle minoranze studentesche si siano distinte, specialmente a Teheran e in alcune altre città, opponendosi chiaramente a slogan reazionari come "né Gaza, né Libano, morirò solo per l'Iran”, sostenendo un autentico internazionalismo proletario: "da Gaza all'Iran, abbasso gli sfruttatori". Allo stesso modo, questi elementi difendevano il principio dei "consigli operai", rifiutando anche di essere trascinati dietro una cricca borghese, che fosse "riformista" o "fondamentalista". Di fronte a questo pericolo, le autorità hanno arrestato molti di loro, prendendo di mira in particolare gli studenti (vedi il forum libcom in inglese)
[4] Dietro questi dimostranti "nemici", sono stati additati gli Stati Uniti e le monarchie del Golfo, in particolare l'Arabia Saudita. Sui social network come Twitter, la maggior parte degli hashtag che invitavano a manifestare provenivano dall'Arabia Saudita. Allo stesso modo, l'Organizzazione dei Mojahedin, che si oppone al regime iraniano (con sede a Parigi e vicino ai sauditi), ha sostenuto i manifestanti. Ma il movimento ha avuto inizio all'interno dell'Iran. Naturalmente, sia Trump, con le sue provocazioni, che le altre potenze straniere rivali potevano solo sperare nell'indebolimento dell'Iran. Per il regime iraniano, questo movimento è davvero un sasso nella scarpa.
[5] Riferendosi alla tragedia che ha seguito i movimenti di opposizione in Siria e la situazione di guerra in Iraq, il capo dello stato non aveva altro scopo che minacciare i manifestanti insinuando l'idea che il loro movimento avrebbe potuto causare un caos simile.
1. L’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, avvenuta poco dopo gli inattesi risultati del referendum nel Regno-Unito sull’Unione Europea (Brexit), oltre ad un'ondata di malessere e di timore ha creato anche una serie di interrogativi a livello mondiale. Come è stato possibile che i "nostri" dirigenti, quelli supposti di vegliare sull’ordine mondiale, abbiano consentito che si arrivasse a una tale situazione - una stortura che sembra andare contro gli interessi "razionali" della classe capitalista? Come è stato possibile che si sia permesso ad uno spaccone, uno sguaiato, un truffatore narcisista che dice tutto ed il contrario di tutto, di trovarsi alla testa dello Stato attualmente più potente del mondo? E, più importante: che cosa ci insegna tutto ciò sulla direzione verso cui attualmente va il mondo? Stiamo forse sprofondando in una crisi di civiltà, o della stessa umanità?
Su queste domande i rivoluzionari sono obbligati a dare delle risposte chiare e convincenti.
2. Secondo noi, la condizione reale della società umana può essere compresa da un solo punto di vista: la lotta di classe, della classe sfruttata di questa società, il proletariato, che non ha interesse a nascondere la verità e la cui lotta l’obbliga a superare tutte le mistificazioni del capitalismo in vista del suo rovesciamento. Non è nemmeno possibile comprendere gli "attuali" avvenimenti, immediati o locali, se non inscrivendoli in una cornice storica mondiale. E’ questa l’essenza metodologica marxista. Di conseguenza, siamo obbligati a fare un salto indietro di un secolo, non solo perché nel 2017 ricorre il centenario della rivoluzione in Russia, ma anche per meglio comprendere l'epoca storica in cui hanno avuto luogo i più recenti sviluppi della situazione mondiale: quella del declino o decadenza del modo di produzione capitalista.
La rivoluzione in Russia fu la risposta della classe operaia agli orrori della prima guerra imperialistica mondiale. Proprio come fu affermato dall'Internazionale Comunista nel 1919, questa guerra segnò l’inizio di una nuova epoca, la fine del periodo ascendente del capitalismo e della prima grande esplosione di "globalizzazione" capitalista perché quest’ultima entrava in collisione con gli ostacoli posti dalla divisione del mondo tra Stati nazionali rivali: "l'epoca di guerre e rivoluzioni". La capacità della classe operaia di rovesciare lo Stato borghese in un intero paese e di dotarsi di un partito politico capace di guidarla verso la "dittatura del proletariato" mostrava che la prospettiva di abolire la barbarie capitalista non solo era possibile ma anche storicamente necessaria.
Inoltre, il Partito bolscevico che, nel 1917, era all'avanguardia del movimento rivoluzionario, seppe comprendere che la presa del potere da parte dei consigli operai in Russia poteva mantenersi solamente se esso rappresentava l’inizio della nascente rivoluzione mondiale. La rivoluzionaria tedesca, Rosa Luxemburg, capì anche che se il proletariato mondiale non avesse risposto alla sfida posta dall'insurrezione di Ottobre, mettendo fine al sistema capitalista, l'umanità sarebbe sprofondata in un'epoca di barbarie crescente, in una spirale di guerre e di distruzione tale da mettere in pericolo la civiltà umana.
In vista della rivoluzione mondiale, e con la necessità di creare per il proletariato un polo di riferimento alternativo alla Socialdemocrazia controrivoluzionaria, il Partito bolscevico si fece promotore in prima persona della creazione dell'Internazionale Comunista il cui primo congresso si tenne a Mosca nel 1919. I nuovi partiti comunisti, particolarmente quelli in Germania ed in Italia, rappresentarono la punta più avanzata dell'estensione della rivoluzione proletaria verso l'Europa dell'ovest.
3. La rivoluzione in Russia fu senza dubbio la scintilla di una serie di scioperi di massa a scala mondiale e di sommosse che costrinsero la borghesia a mettere fine al macello imperialista, ma la classe operaia internazionale non fu capace di prendere il potere in altri paesi, a parte alcuni tentativi limitati nel tempo come in Ungheria ed in alcune città tedesche. Tuttavia, scontrandosi con la grande minaccia del suo potenziale becchino, la classe dirigente fu capace di superare le sue più acute rivalità per unirsi contro la rivoluzione proletaria: isolò il potere dei soviet in Russia con il blocco, l'invasione ed il sostegno alla controrivoluzione armata, e poi si servì dei partiti operai socialdemocratici e dei sindacati, che avevano già dimostrato la loro lealtà al capitale partecipando allo sforzo bellico imperialista, per infiltrare o neutralizzare i consigli operai in Germania e deviarli verso un accomodamento col nuovo regime borghese "democratico". Ma la sconfitta della rivoluzione non solamente dimostrò la capacità a governare di una nuova classe dirigente reazionaria che intanto era riuscita a mantenersi, ma anche una certa immaturità della classe operaia, che fu costretta a compiere una transizione veloce. Infatti, dalle sue lotte per le riforme dovette passare alla lotta rivoluzionaria, nel mentre che in lei sussistevano ancora molte illusioni profonde sulla possibilità di migliorare il regime capitalista grazie al voto democratico, alla nazionalizzazione delle industrie chiave e alla gratuità dei servizi sociali per gli strati più poveri della società. Inoltre, la classe operaia gravemente traumatizzata dagli orrori della guerra nella quale il fior fiore della gioventù era stato decimato, ne uscì con profonde divisioni tra operai delle nazioni "vittoriose" e "vinte".
In Russia, il partito bolscevico, confrontato all'isolamento, alla guerra civile, ed al crollo economico, ed inoltre, implicato nell'apparato dello Stato sovietico, commise una serie di disastrosi errori che lo condussero a conflitti sempre più violenti con la classe operaia. In particolare la politica del "terrore rosso" che impose la soppressione delle manifestazioni e delle organizzazioni politiche, culminò con lo schiacciamento della rivolta di Kronstadt nel 1921, quando quest’ultima chiedeva la restaurazione del potere autentico dei soviet esistito nel 1917. A livello internazionale, l’Internazionale Comunista, sempre più legata ai bisogni dello Stato sovietico piuttosto che a quelli della rivoluzione mondiale, cominciò a ricorrere a politiche opportuniste, come la tattica del fronte unico adottata nel 1922, che cominciarono ad inquinare la sua chiarezza originaria. Questa degenerazione produsse, soprattutto nel partito tedesco ed italiano, la nascita di un'importante opposizione di Sinistra. Ed è a partire da quest’ultima che la Frazione italiana fu capace, alla fine degli anni 1920, di trarre e delineare le lezioni della sconfitta finale della rivoluzione.
4. La sconfitta dell'ondata rivoluzionaria mondiale avrebbe dunque confermato la messa in guardia dei rivoluzionari del 1917-18 a proposito delle conseguenze di un tale insuccesso: un nuovo sprofondamento nella barbarie. La dittatura del proletariato in Russia, non solo degenerò, ma si trasformò anche in dittatura capitalista contro il proletariato (un processo di sola conferma, dal momento che esso era già cominciato prima). Ed esso culminò con la vittoria dell'apparato stalinista con la sua dottrina del "socialismo in un solo paese". La "pace" firmata per stoppare la minaccia della rivoluzione condusse velocemente a nuovi conflitti imperialistici che furono accelerati ed intensificati dallo scoppio della crisi di sovrapproduzione nel 1929, un ulteriore segno che l'espansione del capitale era entrata in collisione con i suoi limiti. La classe operaia nei paesi centrali del sistema, specialmente negli Stati Uniti ed in Germania, subì in pieno i colpi della depressione economica, ed avendo un decennio prima tentato di fare la rivoluzione, fallendola, fondamentalmente risultò una classe sconfitta, malgrado alcune reali espressioni di resistenza di classe, come negli Stati Uniti ed in Spagna. Essa pertanto fu incapace di opporsi ad una nuova marcia verso la guerra mondiale.
5. Il forcone della contro-rivoluzione aveva tre denti principali: lo stalinismo, il fascismo, la democrazia, e ciascuno di questi lasciò profonde cicatrici nella psiche della classe operaia.
La controrivoluzione raggiunse la sua massima espressione nei paesi in cui la fiamma rivoluzionaria era stata più alta. Ma ovunque, confrontato alla necessità di esorcizzare lo spettro proletario, per fare fronte alla più grande crisi economica della sua storia, e per preparare la guerra, il capitalismo cominciò ad assumere in maniera crescente una forma totalitaria, che avrebbe penetrato tutti i pori della vita sociale ed economica. Il regime stalinista ne intonò la prima nota: una completa economia di guerra, la repressione di tutti i dissidenti, tassi di sfruttamento mostruosi, un vasto campo di concentramento. Ma la peggiore eredità dello stalinismo – sia da vivo che decenni dopo il suo crollo - è che esso si mascherò da vero erede della rivoluzione di Ottobre. La centralizzazione del capitale nelle mani dello Stato fu venduta al mondo come socialismo, l'espansione imperialistica come internazionalismo proletario. Negli anni in cui la rivoluzione di Ottobre era ancora un ricordo vivo, molti operai continuavano a credere al mito della madrepatria socialista, intanto però altrettanti si erano allontanati da ogni idea di rivoluzione a causa delle successive rivelazioni della vera natura del regime stalinista. I danni che ha fatto lo stalinismo alla prospettiva del comunismo, alla speranza che la rivoluzione della classe operaia possa inaugurare una forma superiore di organizzazione sociale, sono incalcolabili, e non perché lo stalinismo sia caduto dal cielo sul proletariato: fu possibile realizzarlo, infatti, grazie alla sconfitta internazionale del movimento di classe e soprattutto alla degenerazione del suo partito politico. Dopo il traumatizzante tradimento dei partiti socialdemocratici nel 1914, per la seconda volta, nello spazio di meno 20 anni, le organizzazioni che la classe operaia aveva potentemente lavorato a creare e difendere tradirono e divennero il suo peggiore nemico. Poteva cadere una mazzata più grande sulla fiducia in sé del proletariato, sulla sua convinzione nella possibilità di portare l'umanità ad un livello di vita sociale più elevato?
Il fascismo, inizialmente un movimento di esclusi dalle classi dominanti e medie, ed anche di rinnegati del movimento operaio, fu poi adottato dalle fazioni più potenti del capitale tedesco ed italiano perché coincideva con i loro bisogni: portare a termine lo schiacciamento del proletariato e la mobilitazione per la guerra. Si era specializzato nell'utilizzazione di tecniche "moderne" per scatenare le oscure forze dell'irrazionalità che troviamo sotto la superficie della società borghese. Il nazismo, in particolare, prodotto da una sconfitta molto più devastante della classe operaia in Germania, raggiunse nuovi livelli d'irrazionalità, statalizzando ed industrializzando il pogrom medievale e conducendo le masse demoralizzate in una marcia folle verso la loro autodistruzione. La classe operaia, nel suo insieme, non cedette a nessuna credenza positiva nel fascismo – ma essa risultò molto più vulnerabile all'illusione dell'antifascismo che era il principale grido di adesione per la futura guerra. Ma l'orrore senza precedente dei campi di morte nazisti non fu da meno del gulag stalinista, un colpo portato alla fiducia nel futuro dell'umanità - e dunque alla prospettiva del comunismo.
La democrazia, la forma dominante del potere borghese nei paesi industriali avanzati, si presentò come opposizione a queste formazioni "totalitarie" – ma ciò non le impedì di sostenere il fascismo quando quest’ultimo doveva terminare lo sterminio del movimento operaio rivoluzionario, o di allearsi col regime stalinista nella guerra contro la Germania di Hitler. Ma la democrazia si rivelava essere una forma molto più intelligente e duratura di totalitarismo rispetto al fascismo che crollò nelle rovine della guerra, o dello stalinismo che (ad eccezione della Cina e del regime atipico della Corea del Nord) crollò sotto il peso della crisi economica e della sua incapacità ad essere competitivo sul mercato mondiale del quale aveva tentato di aggirare le leggi per decreto di Stato.
Costretti dalla crisi del sistema, i gestori del capitalismo democratico dovettero utilizzare lo Stato ed il potere del credito per piegare le forze del mercato, ma essi non furono obbligati ad adottare la forma estrema di centralizzazione dei regimi del blocco dell'Est, che si era imposta loro a causa di una situazione di debolezza materiale e strategica. La democrazia è sopravvissuta ai suoi rivali ed è diventata la sola opzione nei paesi centrali capitalisti d’occidente. Ancora oggi risulta scioccante rimettere in discussione il fatto che durante la 2a guerra mondiale sostenere le democrazie contro il fascismo sia stata per l’umanità intera una necessità vitale, e coloro che dicono che dietro la facciata democratica c'è la dittatura della classe dominante sono additati come teorici del complotto. Già durante gli anni 1920 e 1930 lo sviluppo dei media nelle democrazie costituiva un modello per la diffusione della propaganda ufficiale, tanto da fare invidia ad un Goebbels, nel mentre la penetrazione dei rapporti commerciali nelle sfere del tempo libero e della vita di famiglia, introdotta dal capitalismo americano, forniva un canale più subdolo al dominio totalitario del capitale rispetto al semplice ricorso agli spioni ed al terrore aperto.
6. Contrariamente alle speranze della minoranza rivoluzionaria, estremamente ridotta ma che seppe mantenere posizioni internazionaliste durante gli anni ‘30 e ‘40, la fine della guerra non provocò una nuova manifestazione rivoluzionaria. Al contrario, fu la borghesia, con Churchill all'avanguardia, a trarre le lezioni dal 1917 e a distruggere sul nascere ogni possibilità di rivolta proletaria, con il suo bombardamento a tappeto sulle città tedesche e la sua politica di "lasciare gli italiani cuocere nel loro brodo", durante lo scoppio nel 1943 di scioperi massicci nel nord Italia. La fine della guerra dunque avrebbe aggravato la sconfitta della classe operaia. E, contrariamente alle attese di molti rivoluzionari, la guerra non fu seguita da una nuova depressione economica e da una nuova marcia alla guerra mondiale, anche se gli antagonismi imperialisti tra i "blocchi vittoriosi" rimasero una pesante e permanente minaccia sull'umanità. Il periodo post-bellico, invece, conobbe una fase di reale espansione dei rapporti capitalisti sotto la leadership americana, anche se una parte del mercato mondiale, blocco russo e Cina, cercava di chiudersi ad ogni penetrazione di capitale occidentale. Il proseguimento dell'austerità e della repressione nel blocco dell'Est provocò importanti rivolte operaie, Germania dell'Est, 1953; Polonia e Ungheria, 1956; ma ad ovest, dopo alcune espressioni di malcontento, come gli scioperi del 1947 in Francia, ci fu un'attenuazione graduale della lotta di classe, ad un punto tale che i sociologi potettero teorizzare "l'imborghesimento" della classe operaia, conseguenza dell'espansione del consumismo e dello sviluppo dello Stato assistenziale. Del resto, dal 1945, questi due aspetti del capitalismo avrebbero costituito un importante peso in più nell’ostacolare maggiormente la classe operaia a ricostituirsi in forza rivoluzionaria: il consumismo atomizzava la classe operaia, e diffondeva l'illusione che ciascuno poteva raggiungere il paradiso della proprietà individuale; l'assistenzialismo statale - che spesso veniva introdotto dai partiti di sinistra e presentato come una conquista della classe operaia, rappresentava uno strumento ancora più significativo del controllo capitalista. Esso sabotava la fiducia della classe operaia in sé stessa e la rendeva dipendente della benevolenza dello Stato; in seguito, in una fase di massiccia immigrazione, la sua organizzazione in Stato-nazione significò che la questione dell'accesso alle cure, all'alloggio, e ad altre prestazioni sarebbe diventata un potente fattore di isolamento degli immigrati e di divisioni nella classe operaia. Infine, con l’apparente scomparsa della lotta di classe negli anni 1’50 e ‘60, il movimento politico rivoluzionario conobbe il maggiore isolamento della sua storia.
7. Alcuni rivoluzionari, che mantennero una certa attività durante questo periodo nero, cominciarono a dire che il capitalismo aveva, grazie ad una gestione burocratica statale, imparato a controllare le contraddizioni economiche analizzate da Marx. Ma altri, più chiaroveggenti, come il gruppo Internacionalismo in Venezuela, riconoscevano che i vecchi problemi - i limiti del mercato, la tendenza alla caduta del saggio di profitto - non potevano essere scongiurati, e che le difficoltà finanziarie sopraggiunte alla fine degli anni 1960, segnavano una nuova fase di crisi economica aperta. Essi salutarono così una nuova generazione di proletari che cominciava a rispondere alla crisi attraverso la riconferma della lotta di classe - una predizione ampiamente confermata dal formidabile movimento di maggio 1968 in Francia, dall'ondata di lotte internazionali che seguirono e che dimostrarono che i decenni di controrivoluzione stavano per finire, e pertanto la lotta del proletariato diventava un ostacolo all'apertura per la nuova crisi di un corso alla guerra mondiale.
8. La ricomparsa proletaria alla fine degli anni ‘60 ed all'inizio degli anni ‘70, fu preceduta da un fermento politico crescente in seno a larghi strati della popolazione nei paesi capitalisti avanzati e, in particolare, tra i giovani. Negli Stati Uniti, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam e la segregazione razziale, in Germania i movimenti degli studenti che manifestavano un interesse per un approccio più teorico dell'analisi del capitalismo contemporaneo; in Francia, l'agitazione degli studenti contro la guerra in Vietnam ed il regime repressivo nelle università; in Italia, gli "operaisti" o tendenze autonome che riaffermavano l'inevitabilità della lotta di classe quando i saggi sociologi proclamavano la sua obsolescenza. Ovunque, un'insoddisfazione crescente nei confronti della vita disumanizzata presentata come il frutto delizioso della prosperità economica di dopoguerra. Una piccola minoranza, attirata in Francia ed in altri paesi industriali dall'apparizione delle lotte, poté partecipare alla formazione di un'avanguardia politica cosciente, internazionalista, anche perché una minoranza nel suo seno aveva cominciato a riscoprire il contributo della Sinistra Comunista.
9. Come purtroppo sappiamo, durante i movimenti della fine degli anni ‘60 ed inizio ‘70 l'appuntamento tra la minoranza ed i movimenti più ampi di classe non ebbe luogo se non episodicamente. Ciò in parte dipese dal fatto che la minoranza politicizzata era pesantemente dominata da una piccola borghesia scontenta: il movimento studentesco, in particolare, non aveva allora una forte componente proletaria che sarebbe apparsa solo alcuni decenni dopo a causa dei cambiamenti strutturali del capitalismo. Però, malgrado potenti movimenti di classe nel mondo, e seri scontri tra gli operai e le forze di controllo al loro interno - sindacati e partiti di sinistra - la maggioranza delle lotte di classe rimaneva su di un piano difensivo, solo raramente poneva direttamente questioni politiche. In più, la classe operaia, come classe mondiale, doveva confrontarsi con importanti divisioni nei suoi ranghi: la "cortina di ferro" tra l'Est e l'Ovest, le divisioni tra i lavoratori sedicenti "privilegiati" dei centri del capitale e le masse diseredate nelle vecchie zone coloniali. In tutto questo la maturazione di un'avanguardia politica veniva frenata da una visione immediatista della rivoluzione, e da pratiche attiviste, tipiche dell'impazienza piccolo-borghese, che non riusciva a comprendere la necessità del carattere a lungo termine del lavoro rivoluzionario ed il livello gigantesco dei compiti teorici a cui doveva far fronte la minoranza politicizzata. La predominanza dell'attivismo rese grandi parti della minoranza rivoluzionaria vulnerabile al recupero dei gruppi extraparlamentari o, quando le lotte si indebolirono, alla demoralizzazione. Intanto, coloro che rigettavano l'estremismo piccolo-borghese venivano spesso influenzati da concezioni consiliariste che a loro volta rigettavano l'insieme del problema della costruzione dell'organizzazione. Tuttavia, una piccola minoranza fu capace di superare questi ostacoli e di riappropriarsi della tradizione della Sinistra comunista, iniziando una dinamica di crescita e di raggruppamento che si mantenne durante gli anni ‘70, ma che conobbe la sua fine all'inizio degli anni ‘80, contrassegnata simbolicamente dall'arresto delle Conferenze Internazionali. L'insuccesso delle lotte di questo periodo a raggiungere un livello politico più alto, a gettare i semi di ciò che, nelle strade e le riunioni del 1968, aveva posto il problema della sostituzione del capitalismo all'Est ed all’Ovest con una nuova società, avrebbe avuto conseguenze molto significative nel decennio seguente.
Tuttavia, questa enorme spinta di energia proletaria "non rappresentò l'ultimo respiro", e per deviarla, farla deragliare e reprimerla la classe dominante dovette ricorrere ad uno sforzo concertato. Fondamentalmente, quest’ultimo si sviluppò a livello politico, utilizzando al massimo le forze della sinistra capitalista ed i sindacati che avevano avuto un'influenza considerevole nella classe operaia. Che sia con la promessa di eleggere governi di sinistra, o con una successiva strategia di "sinistra nell'opposizione" associata allo sviluppo del sindacalismo radicale durante i due decenni post sessantotto, la strumentalizzazione degli organi che gli operai vedevano in una certa misura come loro fu indispensabile all'inquadramento delle lotte della classe. Allo stesso tempo, la borghesia tirava tutti i vantaggi che poteva dai cambiamenti strutturali imposti dalla crisi mondiale: da una parte, l'introduzione di cambiamenti tecnologici, che andavano a sostituire la mano d'opera qualificata e non, nelle imprese come le banchine portuali, l'automobile e la tipografia; dall'altra, il movimento verso la "mondializzazione" del processo di produzione che decimava intere reti industriali nei vecchi centri del capitale e spostava la produzione verso le regioni periferiche dove la mano d'opera risultava incomparabilmente meno cara ed i profitti molto più importanti. Questi cambiamenti nella composizione della classe operaia nel cuore del capitalismo che colpiva spesso settori che erano stati al centro della lotta negli anni 70 ed all'inizio degli anni 80, diventarono fattori supplementari nell'atomizzazione della classe e nella distruzione della sua identità di classe.
10. Malgrado qualche eccezione, la dinamica di lotta scoppiata nel 1968 si mantenne durante gli anni ‘70. Il punto culminante nella maturazione della capacità del proletariato di auto-organizzarsi e di estendere la sua lotta fu raggiunto negli scioperi di massa in Polonia nel 1980. Tuttavia, questo zenit avrebbe contrassegnato l'inizio di un declino. Sebbene gli scioperi in Polonia rivelavano l'interazione classica tra rivendicazioni economiche e politiche, mai gli operai in Polonia hanno avanzato la questione di una nuova società. Sotto questo aspetto, gli scioperi furono "al di sotto" del movimento del 68, quando l'auto-organizzazione era ancora alquanto embrionale, ma che forniva un contesto ad un dibattito molto più radicale sulla necessità della rivoluzione sociale. Il movimento in Polonia, con qualche eccezione molto limitata, considerava "l'occidente libero" come la società alternativa desiderata, l'ideale di governi democratici, "sindacati liberi", e tutto il resto. Nello stesso Occidente, vi furono alcune espressioni di solidarietà con gli scioperi in Polonia, ed a partire dal 1983, di fronte ad una crisi economica che si approfondiva velocemente, si sviluppò un'ondata di lotte che risultarono sempre più simultanee e globali nella loro ampiezza; in un gran numero di caso, esse mostravano un conflitto crescente tra lavoratori e sindacati. Ma la giustapposizione delle lotte nel mondo non significò automaticamente che c’era una consapevolezza della necessità dell'internazionalizzazione cosciente della lotta, né che il confronto con i sindacati, che fanno ben parte dello Stato, implicava una politicizzazione del movimento nel senso di una presa di coscienza che lo Stato deve essere rovesciato, né una capacità crescente di mettere avanti una prospettiva per l'umanità. Ancora più che negli anni ‘70, le lotte degli anni ‘80 nei paesi avanzati rimasero nel campo delle rivendicazioni settoriali, ed in questo senso, risultavano vulnerabili al sabotaggio da parte delle forme radicali di sindacalismo. Certamente, l'aggravamento delle tensioni imperialistiche tra i due blocchi durante questo periodo fece nascere una preoccupazione crescente verso la minaccia di guerra, ma essa fu deviato largamente verso i movimenti pacifisti che impedivano, di fatto, lo sviluppo di una connessione cosciente tra resistenza economica e pericoli di guerra. Per ciò che riguarda i piccoli gruppi di rivoluzionari che mantenevano un'attività organizzativa durante questo periodo, anche se intervenivano più direttamente in certe iniziative della classe operaia, andavano, ad un livello più profondo, controcorrente di fronte alla diffidenza della "politica" che prevaleva nella classe operaia nel suo insieme - e questo stesso fossato crescente tra le classi e la minoranza politica rappresentava un fattore supplementare dell'incapacità della classe a sviluppare la sua prospettiva.
11. La lotta in Polonia, e la sua sconfitta, avrebbero fornito una sintesi del rapporto di forza globale tra le classi. Gli scioperi indicavano chiaramente che gli operai dell’Est Europa non erano pronti a combattere una guerra in nome dell'impero russo, e tuttavia, non erano capaci di offrire un'alternativa rivoluzionaria alla crisi del sistema che si approfondiva. Del resto, lo schiacciamento fisico degli operai polacchi ebbe delle conseguenze politiche estremamente negative in tutta questa regione. Soprattutto per la classe operaia assente (in quanto classe) nei sollevamenti iniziali della fine dei regimi stalinisti, e per questa ragione vulnerabile ad un'ondata di sinistra propaganda nazionalista che oggi è personificata nei regimi autoritari che regnano in Russia, Ungheria e Polonia. La classe dominante stalinista, incapace di trattare la crisi e la lotta di classe senza repressione brutale, dimostrò che essa mancava di duttilità politica per adattarsi alle circostanze storiche mutevoli. Così, nel 1980-1981, lo scenario per il crollo del blocco dell'Est nel suo insieme già era preparato, segnando in tal modo una nuova fase nel declino storico del capitalismo. Ma questa nuova fase, che definiamo come quella della decomposizione del capitalismo, trovò le sue origini in una situazione di blocco tra le classi molto più ampio. I movimenti di classe che erano sorti nei paesi avanzati dopo il 1968 segnarono la fine della controrivoluzione, e la resistenza mantenuta della classe operaia avrebbe costituito un ostacolo alla "soluzione" della borghesia alla crisi economica: la guerra mondiale. C’erano tutte le premesse per definire questo periodo come un "corso a scontri di classe di massa", e di insistere sul fatto che un corso alla guerra non poteva aprirsi senza una sconfitta diretta di una classe operaia insorta. In questa nuova fase, la disintegrazione dei due blocchi imperialistici eliminò la guerra mondiale dall'ordine del giorno indipendentemente dal livello della lotta di classe. Ma ciò significò che la questione del corso storico non poteva più essere posta negli stessi termini. L'incapacità del capitalismo a superare le sue contraddizioni significa sempre che non può offrire all'umanità che un futuro di barbarie di cui si possono prefigurare già i contorni in una combinazione infernale di guerre locali e regionali, di disastri ecologici, di persecuzioni e di violenza sociale fratricida. Ma a differenza della guerra mondiale che richiede una sconfitta fisica diretta nonché ideologica della classe operaia, questa "nuova" discesa nella barbarie opera in modo più lento, più insidioso, imbrigliando gradatamente la classe operaia fino a renderla incapace di ricostituirsi in quanto classe. Il criterio per valutare l'evoluzione del rapporto di forza tra le classi non può essere più quello legato all’impedimento dello scoppio della guerra mondiale, e per questo, in generale, è diventato più difficile da prevedere.
12. Nella fase iniziale della rinascita del movimento comunista dopo il 1968, la tesi della decadenza del capitalismo guadagnò numerosi adepti, fornendo la base programmatica di una sinistra comunista ravvivata. Oggi, non è più così: la maggioranza dei nuovi elementi che cercano nel comunismo una risposta ai problemi ai quali è confrontata l'umanità trova ogni tipo di ragioni per opporsi al concetto di decadenza. E quando si arriva alla nozione di decomposizione, che noi difendiamo, come fase finale del declino del capitalismo, la CCI sembra essere alquanto sola. Altri gruppi accettano l'esistenza delle principali manifestazioni del nuovo periodo - la generalizzazione della lotta inter-imperialistica, il ritorno di ideologie profondamente reazionarie come il fondamentalismo religioso, ed il nazionalismo strisciante, la crisi nei rapporti tra l'uomo ed il mondo naturale - ma solo alcuni tra loro traggono la conclusione che questa situazione deriva da una impasse nel rapporto di forza tra le classi; e solo pochi tra questi sono anche d'accordo che tutti questi fenomeni sono espressione di un cambiamento qualitativo nella decadenza del capitalismo, di tutta una fase o periodo che può essere rovesciato solo con la rivoluzione proletaria. Questa opposizione al concetto di decomposizione prende spesso forma di diatribe contro le tendenze "apocalittiche" della CCI, poiché noi ne parliamo come fase terminale del capitalismo; o contro il nostro "idealismo" poiché, pur vedendo le conseguenze a lungo termine della crisi economica come fattore chiave della decomposizione, non vediamo i semplici fattori economici come elemento decisivo nell'entrata in questa nuova fase. Dietro queste obiezioni, c'è una incapacità a comprendere che il capitalismo, come ultima società di classe nella storia, è destinato ad entrare in questa specie di vicolo cieco storico. E ciò in quanto, a differenza della decadenza delle società di classe precedenti, dove era possibile lo sviluppo di un sistema sociale superiore (almeno da un punto di vista economico), il capitalismo non può dare nascita nel suo seno ad un nuovo modo di produzione più dinamico, dal momento che la sola via verso una forma superiore di vita sociale deve essere costruita, non sul prodotto automatico di leggi economiche, ma su un movimento cosciente dell'immensa maggioranza dell'umanità, e questo per definizione resta il compito più difficile mai intrapreso nella storia.
12. La decomposizione è stata il prodotto di un blocco nella lotta tra le due principali classi. Ma si è anche rivelata come un fattore attivo nelle crescenti difficoltà della classe operaia dal 1989. Le campagne molto ben orchestrate sulla morte del comunismo che hanno corredato la caduta del blocco russo - mostrando la capacità della classe dominante di utilizzare le stesse manifestazioni della sua decomposizione contro gli sfruttati - sono state un elemento molto importante nel lavoro di sabotaggio della fiducia in sé della classe e della sua capacità a riaffermare la sua missione storica. Il comunismo, il marxismo, la lotta di classe sono stati così dichiarati superati, niente più che storia morta. Ma gli effetti negativi, enormi e duraturi, degli avvenimenti del 1989 sulla coscienza, la combattività e l'identità di classe del proletariato non sono solamente il risultato della gigantesca campagna anti-comunista. L'efficacia di questa campagna deve essere spiegata. Essa può essere compresa solamente nel contesto dello sviluppo specifico della rivoluzione e della controrivoluzione dal 1917. Con l'insuccesso della controrivoluzione militare contro la stessa URSS neonata e, allo stesso tempo, la sconfitta della rivoluzione mondiale, è emersa una situazione completamente inattesa, senza precedenti: una controrivoluzione che viene dall'interno di un bastione proletario, ed un'economia capitalista in Unione sovietica senza nessuna classe capitalista storicamente evoluta. E ciò che risulta non è per niente l'espressione di una necessità storica più elevata, ma una sua aberrazione: la direzione di un'economia capitalista da parte di una burocrazia di Stato borghese controrivoluzionario, una burocrazia totalmente non qualificata e non adatta ad un tale compito. Sebbene l'economia a direzione stalinista si sia mostrata efficace per l'URSS nella prova della seconda guerra mondiale, essa è fallita completamente, sul lungo termine, nel generare un capitale nazionale competitivo.
Sebbene i regimi stalinisti siano stati forme particolarmente reazionarie della società borghese decadente, e non una ricaduta in un qualsiasi tipo di regime feudale o dispotico, essi non sono stati in nessuno senso delle economie capitaliste "normali". Col suo crollo, lo stalinismo ha fatto un ultimo favore alla classe dominante. Innanzitutto, le campagne sulla morte del comunismo sembrano aver trovato una conferma nella stessa realtà. Poi, le deviazioni dello stalinismo rispetto ad un capitalismo funzionante erano così gravi da apparire effettivamente “non capitaliste” agli occhi della popolazione. Soprattutto, e per tutto il tempo che si è mantenuto, il regime stalinista sembrava dimostrare che le alternative al capitalismo fossero possibili. Anche se questa particolare alternativa al capitalismo era tutto tranne che attraente per la maggioranza degli operai, la sua esistenza, tuttavia lasciava una breccia potenziale nell'armamento ideologico della classe dominante. Il riemergere della lotta di classe negli anni ‘60 fu capace di trarre profitto da questa breccia per sviluppare la visione di una rivoluzione che sarebbe dovuta essere al tempo stesso anticapitalista ed antistalinista e basata non su una burocrazia di Stato o su una partito Stato, ma sui consigli operai. Se, durante gli anni ‘60 e ‘70, la rivoluzione mondiale era vista da molti come un'utopia irrealizzabile, un vano sogno, ciò era dovuto all’immenso potere della classe dominante o a quella che veniva considerata come un marchio egoista e distruttivo insito nella nostra specie.
Tuttavia, tali sentimenti di disperazione potevano trovare, e talvolta lo trovavano, un contrappeso nelle lotte massicce e nella solidarietà del proletariato. Dopo il 1989, con il crollo dei regimi "socialisti", sorse un nuovo fattore qualitativo: l'impressione dell'impossibilità di una società moderna non basata su dei principi capitalisti. In queste circostanze, era assai più difficile per il proletariato sviluppare, non solo la sua coscienza e la sua identità di classe, ma anche le sue lotte economiche difensive, nella misura in cui la logica dei bisogni dell'economia capitalista pesa molto più se essa non sembra avere nessuna alternativa.
In questo senso, sebbene non sia certamente necessario che tutta la classe operaia diventi marxista, o sviluppi una chiara visione del comunismo per fare una rivoluzione proletaria, la situazione immediata della lotta di classe cominciava a risultare notevolmente alterata, dipendente dal fatto se larghi settori della classe vedono o non il capitalismo come un sistema da rimettere in discussione.
13. Ma, agendo in modo più subdolo, l'avanzamento della decomposizione in generale e "in sé stessa" ha eroso nella classe operaia la sua identità di classe e la sua coscienza di classe. Ciò è stato particolarmente evidente tra i disoccupati di lunga durata o tra i lavoratori impiegati a tempo parziale bistrattati dai cambiamenti strutturali introdotti negli anni ‘80: mentre nel passato i disoccupati erano stati all'avanguardia delle lotte operaie, in questo periodo, essi sono molto più vulnerabili alla sotto-proletarizzazione, al gangsterismo ed alla diffusione di ideologie come il jihadismo o il neofascismo. Come la CCI aveva previsto immediatamente nel periodo dopo gli avvenimenti del 1989, la classe si accingeva ad entrare in un lungo periodo di riflusso. Ma la lunghezza e la profondità di questo riflusso si sono rivelate anche peggio di ciò che avevamo previsto. Successivamente, importanti movimenti di una nuova generazione della classe operaia nel 2006 (il movimento anti-CPE in Francia) e tra il 2009 e il 2013 in numerosi paesi attraverso il mondo (Tunisia, Egitto, Israele, Grecia, Stati Uniti, Spagna…), nello stesso momento in cui emergeva un certo interesse per le idee comuniste in particolari settori proletari, ci hanno fatto pensare che la lotta di classe andava di nuovo ad occupare il centro della scena, e che si stava aprendo una nuova fase dello sviluppo del movimento rivoluzionario. Ma i diversi avvenimenti avutisi durante l'ultimo decennio hanno giustamente mostrato fino a che punto si sarebbero approfondite le difficoltà con cui la classe operaia e la sua avanguardia si dovevano confrontare.
14. Le lotte intorno al 2011 erano legate esplicitamente agli effetti della crisi economica che si approfondiva; i loro protagonisti spesso mettevano al centro la precarietà del lavoro e la mancanza di opportunità per i giovani, anche dopo parecchi anni di studi universitari. Ma non c'è legame automatico tra gli aggravamenti della crisi economica e lo sviluppo qualitativo della lotta di classe - una lezione essenziale degli anni ‘30, quando la Grande Depressione portò alla demoralizzazione, una classe che era già sconfitta. E, considerando i lunghi anni di riflusso e di disorientamento che l'hanno preceduto, il terremoto finanziario del 2007-2008, avrebbe avuto un impatto largamente negativo sulla coscienza del proletariato.
Un elemento importante a tale riguardo è stata la proliferazione dello stesso sistema di credito che era stato al centro dell'espansione economica degli anni ‘90 e 2000, ma le cui contraddizioni intrinseche ora ne acceleravano il crollo. Questo processo di "finanziarizzazione" operava allora non solo a livello delle grandi istituzioni finanziarie ma anche della vita di milioni di lavoratori. Per questo motivo, la situazione è molto differente da quella degli anni ‘20 e ‘30, quando la maggiore parte delle sedicenti classi medie (piccoli proprietari, liberi professionisti, ecc., ma non gli operai), avevano dei risparmi da perdere; e quando la protezione dello Stato bastava appena ad impedire ai proletari di morire di fame. Se, da un lato, la situazione materiale immediata di molti lavoratori in tali paesi è dunque sempre meno drammatica in rapporto a 8 o nove decenni fa, dall’altro, milioni di lavoratori, proprio in tali paesi, si ritrovano in un impiccio che negli anni ‘30 esisteva molto poco: sono diventati dei debitori, spesso ad un livello importante. Durante il diciannovesimo secolo, ed ancora in grande misura prima del 1945, i soli che facevano credito ai lavoratori erano i bar locali, i caffè e la drogheria. I lavoratori dovevano far ricorso alla loro solidarietà di classe nei momenti di particolari difficoltà. Il credito concesso ai proletari è cominciato su grande scala con i crediti per l'abitazione e per la costruzione, ed è esploso poi negli ultimi decenni con lo sviluppo del credito al consumismo delle masse. Lo sviluppo sempre più raffinato, astuto e perfido di questa economia del credito per gran parte della classe operaia, ha avuto delle conseguenze estremamente negative per la coscienza di classe proletaria. L'espropriazione del reddito della classe operaia da parte della borghesia è nascosta ed appare incomprensibile quando prende la forma di una svalutazione del risparmio, del fallimento delle banche o delle compagnie di assicurazione, o della confisca della proprietà della casa. La precarietà crescente dell’assistenza dello "Stato Sociale" e del loro finanziamento, facilita la divisione dei lavoratori tra coloro che pagano per questi sistemi pubblici, e quelli che ne beneficiano senza avere pagato l'equivalente. Ed il fatto che milioni di lavoratori siano caduti nell'indebitamento, è un mezzo nuovo, supplementare e potente per disciplinare il proletariato.
Anche se il risultato del crash è stato per lo più l'austerità ed un trasferimento ancora più sfrontato di ricchezza a profitto di una piccola minoranza, in senso generale esso non ha acuito e sviluppato una comprensione del funzionamento del sistema capitalista: il risentimento contro la disuguaglianza crescente è stato in grande misura diretto contro "l'élite urbana corrotta", un tema che è diventato il cavallo di battaglia del populismo di destra. E anche quando la reazione alla crisi ed alle ingiustizie che a queste ultime sono legate ha fatto nascere forme più proletarie di lotta, come il movimento Occupy negli Stati Uniti, queste ultime erano in grande misura bloccate da una tendenza a far cadere la colpa alla cupidigia dei banchieri o anche a società segrete che hanno deliberatamente pianificato il crash per rinforzare il loro controllo sulla società.
15. L'ondata rivoluzionaria del 1917-1923, come i movimenti insurrezionali precedenti della classe operaia, (1871, 1905), erano stati scatenati da una guerra imperialista, conducendo i rivoluzionari dell'epoca a considerare che la guerra determinasse le condizioni più favorevoli alla rivoluzione proletaria. In realtà, la sconfitta dell'ondata rivoluzionaria ha mostrato che la guerra poteva creare delle divisioni profonde nella classe, in particolare tra i proletari delle nazioni "vittoriose" e quelli delle nazioni "vinte". In più, come hanno dimostrato gli avvenimenti alla fine della 2a Guerra Mondiale, la borghesia ha tratto le lezioni necessarie da ciò che è avvenuto nel 1917, e ha mostrato la sua capacità a limitare le possibilità di reazioni proletarie alla guerra imperialistica, in particolare sviluppando delle strategie e delle forme di tecnologia militare che rendono la fraternizzazione tra eserciti contrapposti sempre più difficili.
Contrariamente alle promesse della classe dominante occidentale dopo la caduta del blocco imperialista russo, la nuova fase storica che si apriva non era in nessuno modo un'epoca di pace e di stabilità ma una propagazione del caos militare, di guerre sempre più insolubili che hanno devastato lembi interi dell'Africa e del Medio Oriente e hanno colpito anche le frontiere d'Europa. Ma mentre la barbarie che si estendeva in Iraq, Afghanistan, Ruanda ed adesso Yemen e Siria, ha suscitato certamente l'orrore e l'indignazione di sezioni notevoli del proletariato mondiale - ivi compreso nei centri capitalisti dove la borghesia è stata implicata direttamente in queste guerre - le guerre della decomposizione solo raramente hanno dato nascita a forme proletarie di opposizione. Nei paesi colpiti direttamente, la classe operaia è stata troppo debole per organizzarsi contro i gangster militari locali ed i loro sponsor imperialistici. Ciò è flagrante nell’attuale guerra in Siria che ha visto non solo una carneficina ininterrotta della popolazione da parte di bombardamenti aerei, anche e soprattutto da parte delle forze ufficiali dello Stato, ma anche la deviazione di un malcontento sociale iniziale attraverso la creazione di fronti militari ed il reclutamento degli oppositori al regime in una miriade di gang armate, ciascuna più brutale dell'altra. Nei centri capitalisti, tali scenari spaventosi hanno generato soprattutto sentimenti di disperazione e di impotenza – e ciò perché sembra che ogni tentativo di ribellarsi contro il sistema attuale possa finire solamente in una situazione ancora peggiore. La triste sorte della "primavera araba" è stata facilmente utilizzata contro una possibile rivoluzione. Ma lo smembramento selvaggio di interi paesi alla periferia dell'Europa ha, durante gli ultimi anni, cominciato ad avere un effetto boomerang sulla classe operaia al centro del sistema. Ciò può essere riassunto in due questioni: da un lato, lo sviluppo sempre più caotico a scala mondiale di una crisi dei profughi che è veramente planetaria e, dell'altro, lo sviluppo del terrorismo.
16. Il momento scatenante della crisi dei profughi in Europa, è stato l'apertura delle frontiere della Germania e dell'Austria ai profughi della "strada dei Balcani" nell'estate 2015. I motivi di questa decisione della cancelliera Merkel erano doppi. Innanzitutto, la situazione economica e demografica in Germania (un'industria fiorente confrontata alla prospettiva di una penuria di mano d'opera qualificata e "motivata"). Secondariamente, il pericolo del crollo dell'ordine pubblico del Sud-est Europa a causa della concentrazione di centinaia di migliaia di profughi in paesi incapaci di gestirli.
Tuttavia, la borghesia tedesca aveva calcolato male le conseguenze della sua decisione unilaterale sul resto del mondo, in particolare in Europa. In Medio Oriente ed in Africa, milioni di profughi e di altre vittime della miseria capitalista hanno cominciato a fare dei piani per raggiungere l'Europa, in particolare la Germania. In Europa, le regole dell'UE, come "Schengen" o il "Patto di Dublino per i profughi" ha fatto del problema della Germania quello dell'Europa nel suo insieme. Perciò, uno dei primi risultati di questa situazione è stata una crisi dell'Unione Europea - che sembrerebbe la più grave della sua storia.
L'arrivo di tanti profughi in Europa ha incontrato in principio un'ondata spontanea di simpatia presso vasti settori della popolazione - uno slancio che è ancora forte in paesi come l'Italia o la Germania. Ma questo slancio è stato soffocato molto rapidamente da una reazione xenofoba in Europa orchestrata non solo dai populisti ma anche dalle forze di sicurezza e dai difensori professionisti della legge e dell'ordine borghese allarmati dall'afflusso improvviso ed incontrollato di persone non identificate. La paura di un arrivo di agenti terroristici è andata di pari passo col timore che l'arrivo di tanti musulmani rafforzi lo sviluppo delle sotto-comunità di immigrati in seno all'Europa, che non si identificano alla Stato-nazione del paese dove vivono. Queste paure si sono rinforzate ulteriormente con l'incremento di attacchi terroristici in Francia, Belgio e Germania. Nella stessa Germania c'è stato un netto incremento di attacchi terroristici di destra contro i profughi. In alcune zone della vecchia RDT, una vera atmosfera di pogrom si è sviluppata. Nell’Europa dell'ovest nel suo insieme, dopo la crisi economica, la "crisi dei profughi", con l’aggiunta dell’aumento del terrorismo fondamentalista, è diventata il secondo fattore che ha alimentato le fiamme del populismo di destra.
Se la crisi economica dopo 2008 creò gravi divisioni in seno alla borghesia sul modo migliore di gestire l'economia mondiale, l'estate 2015 ha segnato l'inizio della fine del suo consenso sull'immigrazione. La base di questa politica fino ad ora era stata il principio della frontiera semi-permeabile. Il muro contro il Messico, che Donald Trump vuole costruire esiste già, proprio come quello che cinge l'Europa, anche se qui sotto forma di imbarcazioni militari di pattuglia e di prigioni negli aeroporti. Ma lo scopo dei muri attuali è di rallentare e regolamentare l'immigrazione, non di impedirla. Fare entrare illegalmente degli immigrati espone quest'ultimi ad azione penale, obbligandoli così a lavorare per un salario di miseria nelle condizioni abominevoli senza nessuno diritto ai servizi sociali. Inoltre, obbligando le persone a rischiare la loro vita per ottenere l'ammissione, il regime di frontiera diventa una specie di meccanismo selettivo barbarico, che consente il passaggio soli ai più audaci, determinati e dinamici.
L'estate 2015 segna, in effetti, l'inizio del crollo del sistema di immigrazione esistente. Lo squilibrio tra il numero continuamente crescente di quelli che cercano di arrivare da un lato e l'indebolimento dall'altro della domanda di forza lavoro nel paese dove essi entrano (la Germania costituisce un'eccezione) è diventato insostenibile. E come al solito i populisti hanno a portata di mano una soluzione facile: la frontiera semi-permeabile deve essere resa impermeabile, qualunque sia il livello di violenza richiesto. Qua, di nuovo, ciò che propongono sembra molto plausibile dal punto di vista borghese. Non equivale a nient’altro che all'applicazione della logica delle "comunità chiuse" a livello di paesi interi.
Qua, di nuovo, gli effetti di questa situazione per la coscienza della classe operaia sono, per il momento, molto negativi. La caduta del blocco dell'est venne presentata come il trionfo estremo del capitalismo democratico occidentale. Di fronte a ciò, c'era la speranza, dal punto di vista del proletariato, che la crisi della società capitalista, a tutti i livelli ed ad un livello globale, alla fine avrebbe contribuito ad offuscare questa immagine del capitalismo come il migliore sistema possibile. Ma oggi - e malgrado lo sviluppo della crisi - il fatto che milioni di persone, non solamente profughi, siano pronti a rischiare la loro vita per avere accesso ai vecchi centri capitalisti, quali sono l'Europa ed il Nordamerica, può solo rinforzare l'impressione che queste zone sono (almeno comparativamente) se non proprio un paradiso, almeno delle isolette di prosperità e di relativa stabilità.
A differenza con l'epoca della Grande Depressione degli anni ‘30, quando il crollo dell'economia mondiale si focalizzò sugli Stati Uniti e la Germania, oggi, grazie ad una gestione globale capitalista di Stato, i paesi centrali capitalisti verosimilmente sembrano gli ultimi a crollare. In questo contesto, si è determinata una situazione che somiglia a quella di una fortezza assediata, in particolare (ma non solamente) in Europa ed negli Stati Uniti. In queste zone, è reale il pericolo che la classe operaia, anche se non è mobilitata attivamente dietro l'ideologia della classe dominante, cerchi la protezione dei suoi "propri" sfruttatori ("l'identificazione con l'aggressore" per utilizzare un termine psicologico) contro ciò che è percepito come un pericolo comune che viene dall'esterno.
17. Il "contraccolpo" degli attacchi terroristici risultanti dalle guerre in Medio Oriente è cominciato molto prima dell'attuale crisi dei profughi. Gli attacchi di Al-Qaïda contro le Twin Towers nel 2001, seguiti da altre atrocità nei trasporti a Madrid ed a Londra, mostravano già che i principali Stati capitalisti cominciavano a raccogliere ciò che avevano seminato in Afghanistan ed Iraq. Ma la serie più recente di omicidi attribuiti allo Stato Islamico in Germania, Francia, Belgio, Turchia, negli Stati Uniti, ed altrove, sebbene aventi spesso apparentemente un carattere più dilettantesco ed anche casuale, in cui diventa sempre più difficile distinguere un "soldato" terrorista vero ed integrato da un individuo isolato e perturbato, e che si produce contemporaneamente con la crisi dei profughi, ha ulteriormente intensificato i sentimenti di diffidenza e di paranoia nella popolazione, portandola ad orientarsi verso lo Stato per chiedere la sua protezione nei confronti di un "nemico interno" informe ed imprevedibile. Nello stesso tempo, l'ideologia nichilista dello Stato Islamico e dei suoi emuli offre un breve momento di gloria ai giovani immigrati ribelli che non vedono un loro futuro nei semi-ghetti delle grandi città occidentali. Il terrorismo che, nella fase di decomposizione, è diventato più uno strumento mezzo di guerra tra Stati e proto-Stati, rende molto più difficile l'espressione dell'internazionalismo.
18. L'attuale ascesa del populismo è stata dunque alimentata da questi differenti fattori - la crisi economica del 2008, l'impatto della guerra, il terrorismo, e la crisi dei profughi - ed appare come un'espressione concentrata della decomposizione del sistema, dell'incapacità dell'una o dell'altra delle principali classi della società ad offrire una prospettiva per il futuro all'umanità. Dal punto di vista della classe dominante, ciò significa l'esaurimento del consenso "neoliberista" che aveva permesso al capitalismo di mantenersi ed anche di allargare l'accumulazione dall'inizio della crisi economica aperta negli anni 1970, ed in particolare, l’esaurimento delle politiche keynesiane che avevano predominato nel boom del dopoguerra. Nella scia del crash del 2008 che già aveva allargato l'immenso divario di prosperità tra una minoranza molto ricca e la grande maggioranza, la dérégulation e la globalizzazione, come la "libera circolazione" del capitale e del lavoro in un quadro inventato dagli Stati più potenti del mondo, sono stati rimessi in discussione da una parte crescente della borghesia di cui la destra populista è tipica, anche se mescola simultaneamente neo-liberismo e neo-keynesianismo negli stessi discorsi in campagna elettorale. L'essenza della politica populista è la formalizzazione politica, amministrativa e giudiziaria della disuguaglianza della società borghese. Ciò che la crisi del 2008 ha, in particolare, contribuito ad evidenziare, è che questa uguaglianza formale è il vero fondamento di una disuguaglianza sociale più chiara che mai. In una situazione in cui il proletariato è incapace di porre la sua soluzione rivoluzionaria - l'instaurazione di una società senza classe - la reazione populista è di volere sostituire la pseudo-uguaglianza ipocrita esistente con un sistema "onesto" ed aperto di discriminazione legale. È il crogiolo della "rivoluzione conservatrice" difesa dal consigliere capo del presidente Trump, Steve Bannon.
Una prima indicazione di ciò che vogliono dire slogan come "l'America innanzitutto" è data dal programma elettorale "la Francia innanzitutto" del Fronte Nazionale. Propone di privilegiare i cittadini francesi, a livello di impieghi, tasse e servizi sociali, rispetto ai cittadini di altri paesi dell'Unione Europea residenti all'estero che, a loro volta, sarebbero prioritari rispetto agli altri stranieri. Un dibattito simile esiste in Gran Bretagna sulla questione di sapere se, dopo la Brexit, i cittadini dell'UE potranno beneficiare di uno statuto intermedio tra i nazionali e gli altri stranieri. Nel Regno Unito, l'argomento principale emesso in favore della Brexit non era un'obiezione alla politica commerciale dell'UE o un qualsiasi slancio protezionistico britannico al riguardo dell'Europa continentale, ma la volontà politica di "riconquistare la sovranità nazionale" rispetto all'immigrazione ed al mercato nazionale di mano d'opera. La logica di questa argomentazione è che, in assenza di una prospettiva di crescita a lungo termine per l'economia nazionale, le condizioni di vita degli autoctoni possono essere più o meno stabilizzate solo da una discriminazione contro tutti gli altri.
18. Invece di essere un antidoto al riflusso lungo e profondo della coscienza di classe, dell'identità di classe e della combattività dopo il 1989, la pretesa crisi finanziaria e dell'Euro ha avuto l'effetto opposto. In particolare, sono notevolmente aumentati gli effetti perniciosi della perdita di solidarietà nelle fila del proletariato. Ed in più, vediamo l'ascesa del fenomeno della ricerca del capro espiatorio, un modo di pensare secondo il quale si accusano le persone - su cui si proietta tutto il male del mondo - di tutto ciò che va male nella società. Tali idee aprono la porta al pogrom. Oggi, il populismo è la manifestazione più sorprendente, ma non l'unica, di questo problema che tende ad impregnare tutti i rapporti sociali. Al lavoro e nella vita quotidiana della classe operaia, in modo crescente, indebolisce la cooperazione e rafforza l'atomizzazione e lo sviluppo della diffidenza reciproca e del mobbing.
Il movimento operaio marxista ha difeso da lungo tempo le visioni teoriche che contribuiscono a fare da contrappeso a questa tendenza. Le due visioni più essenziali erano: a) che nel capitalismo, lo sfruttamento è diventato impersonale, poiché funziona secondo le "leggi" del mercato (legge del valore), gli stessi capitalisti sono obbligati a sottoporsi a queste leggi; b) malgrado questo carattere meccanico, il capitalismo resta un rapporto sociale tra classi, poiché questo "sistema" è basato e mantenuto da un atto di volontà dello Stato borghese (la creazione ed il rafforzamento della proprietà privata capitalista); la lotta di classe non è dunque personale ma politica. Al posto di combattere delle persone, si lotta contro un sistema e la classe che l'incarna per trasformare i rapporti sociali. Queste visioni tuttavia pur non potendo immunizzare il proletariato, anche i suoi strati più coscienti, contro la visione del capro espiatorio lo rendono di fatto più resiliente. Ciò spiega in parte perché, anche nello stesso centro della controrivoluzione, ivi compreso in Germania, il proletariato, rispetto ad altre parti della società, ha più resistito e per molto tempo all'esplosione di antisemitismo. Queste tradizioni proletarie hanno continuato ad avere effetti positivi, anche quando gli operai non si sono identificati più in modo cosciente al socialismo. La classe operaia, dunque, resta l'unica vera barriera all'estensione di questo tipo di veleno anche se alcune sue parti ne sono state colpite seriamente.
19. Tutto ciò ha determinato un cambiamento nella disposizione politica della società borghese nel suo insieme, ma essa, tuttavia, per il momento non gioca per niente a favore del proletariato. Nei paesi come gli Stati Uniti o la Polonia, dove attualmente i populisti sono al governo, importanti manifestazioni di piazza hanno difeso soprattutto la democrazia capitalista esistente e la sua regolamentazione "liberale". Un'altra questione che mobilita le masse è la lotta contro la corruzione, in Brasile, in Corea del Sud, in Romania o in Russia. Il movimento delle "5 stelle" in Italia è animato principalmente dalla stessa questione. La corruzione, endemica nel capitalismo, raggiunge proporzioni epidemiche nella sua fase terminale. Nella misura in cui questa nuoce alla produttività e alla competitività, quelli che lottano contro di essa sono i migliori difensori degli interessi del capitale nazionale. La quantità di bandiere nazionali brandite durante tali manifestazioni non sono il frutto del caso. C'è anche un rinnovo d'interesse per il processo elettorale borghese. Certe parti della classe operaia sono cadute nella trappola del populismo esprimendo il loro voto in favore di quest'ultimo, influenzati dal riflusso della solidarietà, o come una protesta contro la classe politica al potere. Oggi, uno degli ostacoli allo sviluppo dell'emancipazione è l'impressione che hanno questi lavoratori che possono meglio scuotere e fare pressione sulla classe dominante attraverso un voto a favore dei populisti piuttosto che attraverso la lotta proletaria. Ma forse il pericolo maggiore è che i settori più moderni e globalizzati della classe, al centro del processo di produzione, possano, per indignazione contro la meschina espulsione esaltata dal populismo, o a partire da una comprensione più o meno chiara che questa corrente mette in pericolo la stabilità dell'ordine esistente, cadere nella trappola della difesa del regime capitalista democratico dominante.
20. L'ascesa del populismo e dell'anti-populismo presenta certe somiglianze con gli anni ‘30, quando la classe operaia è stata presa nel circolo vizioso del fascismo e dell'antifascismo. Ma malgrado queste somiglianze, la situazione storica attuale non è la stessa degli anni ’30, periodo in cui il proletariato in Unione Sovietica ed in Germania aveva subito non solo uno scacco politico ma anche una sconfitta fisica. Oggi invece, la situazione non è controrivoluzionaria. Per questa ragione, la probabilità che la classe dominante tenda ad imporre una sconfitta fisica al proletariato per ora è molto debole. C'è un'altra differenza con gli anni ‘30: oggi l'adesione ideologica dei proletari al populismo o all'anti-populismo non è per niente definitiva. Molti operai che, oggi, votano per un candidato populista possono, dall'oggi al domani, ritrovarsi in lotta al fianco dei loro fratelli di classe, e la stessa cosa vale per gli operai coinvolti nelle manifestazioni antipopuliste. La classe operaia oggi, soprattutto nei vecchi centri del capitalismo, non è pronta a sacrificare la sua vita per gli interessi della nazione, malgrado l'influenza crescente del nazionalismo su certi settori della classe, e nemmeno ha perso la possibilità di combattere per i suoi interessi e questo potenziale continua ad affiorare, anche se ciò è molto più dispersivo ed effimero rispetto al periodo 68-69 e quello tra il 2006 ed il 2013. Allo stesso tempo, un processo di riflessione e di maturazione in seno ad una minoranza del proletariato prosegue a dispetto delle difficoltà e dei riflussi, e ciò riflette un processo più sotterraneo che ha luogo in seno a strati più larghi del proletariato.
In queste condizioni, il tentativo di terrorizzare la classe sarebbe potenzialmente pericoloso e probabilmente molto controproducente. Potrebbe erodere sensibilmente le illusioni che gli operai hanno sul capitalismo democratico, che costituisce uno dei più importanti vantaggi ideologici degli sfruttatori.
Per tutte queste ragioni, è molto più nell'interesse della classe capitalista utilizzare contro la classe operaia gli effetti negativi della decomposizione.
21. Una delle principali linee d’attacco della borghesia "liberale" contro la rivoluzione di Ottobre 1917 sono stati, e continueranno ad essere, i pretesi contrasti tra le speranze democratiche del sollevamento di febbraio, ed il "colpo di Stato" di Ottobre dei Bolscevichi, che hanno fatto sprofondare la Russia nel disastro e nella tirannide. Ma la chiave per comprendere la rivoluzione di Ottobre è basata sulla necessità di rompere il fronte di guerra imperialista che era sostenuto e voluto da tutte le fazioni della borghesia ed in particolare dalla sua ala "democratica", e dunque dare il primo input alla rivoluzione mondiale. Era la prima risposta chiara del proletariato mondiale all'entrata del capitalismo nella sua epoca di declino, e ed è a questo livello che Ottobre 1917, lungi dal costituire una reliquia dei tempi passati, è l’indicatore del futuro dell'umanità.
Oggi, dopo tutti i contraccolpi che ha subito da parte della borghesia mondiale, la classe operaia sembra molto lontana dalla riconquista del suo progetto rivoluzionario. E, tuttavia, " oggi, in un certo senso, la domanda del comunismo è al centro stesso della difficile situazione dell'umanità. Essa domina la situazione mondiale attraverso il vuoto che ha creato con la sua assenza". (Rapporto sulla situazione mondiale). I molteplici atti di barbarie del 20mo e 21mo secolo, da Hiroshima, Auschwitz, a Fukushima ed Aleppo, sono i pesanti prezzi che l'umanità ha pagato per l'insuccesso della rivoluzione comunista durante tutti questi decenni; e se, in questo tempo di decadenza della civiltà borghese le speranze di trasformazione rivoluzionaria fossero definitivamente rotte, le conseguenze per la sopravvivenza della società sarebbero ancora più gravi. E tuttavia, siamo convinti che queste speranze sono sempre vive e fondate sempre su delle possibilità reali.
Da un lato, sono fondate sulla possibilità e la necessità oggettiva del comunismo, che è contenuto nel contrasto che si accentua tra le forze di produzione ed i rapporti di produzione. Questo contrasto è diventato precisamente più acuto perché il capitalismo decadente in decomposizione, contrariamente alle società di classe precedenti che hanno subito tutto un periodo di stagnazione, non ha mai fermato la sua espansione globale e la sua penetrazione in tutti i pori della vita sociale. Ciò si può vedere a parecchi livelli:
- Nella contraddizione tra il potenziale contenuto nella tecnologia moderna e la sua utilizzazione attuale nel capitalismo: lo sviluppo della tecnologia dell'informazione e dell'intelligenza artificiale che potrebbe essere utilizzata per contribuire a liberare l'umanità dai lavori noiosi ed accorciare enormemente la giornata di lavoro, ha condotto da un lato alla soppressione di posti di lavoro, e dall'altro ha prolungato la giornata di lavoro.
- Nella contraddizione tra il carattere associato a scala mondiale della produzione capitalista e la proprietà privata che, da un lato, mette in luce la partecipazione di milioni di proletari nella produzione della ricchezza sociale e, dall'altro, la sua appropriazione da parte di una piccola minoranza la cui arroganza e spreco diventano un affronto alle condizioni di vita che stentano o tendono decisamente all'impoverimento che vive la grande maggioranza. Il carattere obiettivamente globale dell'associazione del lavoro è aumentato in modo spettacolare negli ultimi decenni, in particolare, con l'industrializzazione della Cina e di altri paesi dell'Asia. Questi nuovi battaglioni proletari, che si sono mostrati spesso estremamente combattivi, costituiscono potenzialmente una nuova e forte grande fonte per la lotta di classe globale, anche se il proletariato dell'Europa occidentale resta la chiave della maturazione politica della classe operaia di fronte ad uno scontro rivoluzionario col capitale.
- Nella contraddizione tra il valore d’ uso ed il valore di scambio che si esprime soprattutto nella crisi di sovrapproduzione ed in tutti i mezzi che utilizza il capitalismo per superarla, in particolare, il ricorso massiccio al debito. La sovrapproduzione, questa assurdità intrinseca al capitalismo, mette in evidenza allo stesso tempo la possibilità dell'abbondanza e l'impossibilità di arrivarvi con il capitalismo. Un esempio di sviluppo tecnologico mette ulteriormente in evidenza questa assurdità: Internet ha reso possibile distribuire gratuitamente ogni tipo di beni (musica, libri, film, ecc.) e tuttavia, il capitalismo, a causa del bisogno di mantenere il sistema di profitto, ha dovuto creare un'enorme burocrazia per assicurarsi che una tale libera distribuzione rimanga ristretta o che operi principalmente solo come un forum che fa pubblicità per le merci. In più, la crisi di sovrapproduzione si manifesta negli attacchi continui contro il livello di vita della classe operaia e l'impoverimento della massa dell'umanità.
- Nella contraddizione tra l'espansione globale del capitale, e l'impossibilità di andare al di là dello Stato-nazione. Il livello della globalizzazione raggiunto negli anni ‘80, ci ha più che mai avvicinato al punto predetto da Marx nei Grundrisse: "l'universalità verso la quale esso tende irresistibilmente incontra delle barriere nella sua stessa natura che, ad una certa tappa del suo sviluppo, gli permetteranno di essere riconosciuto esso stesso come la più grande barriera a questa tendenza, e a partire da là lo condurrà dunque al suo superamento"[1]. Certamente, questa contraddizione fu già percepita dai rivoluzionari al tempo della prima guerra mondiale, poiché questa era la prima espressione chiara che finché lo Stato-nazione sopravviveva a sé stesso, il capitalismo non poteva realmente andare oltre. Ed oggi sappiamo che la scomparsa - in effetti la caduta - del capitale non prenderà una forma puramente economica: più si avvicina ad un'impasse economica, più grande sarà la sua deriva verso "la sopravvivenza" a scapito degli altri attraverso i mezzi militari. La belligeranza apertamente nazionalista di Trump, Putin, ed altri significa che la globalizzazione capitalista, lungi dall'unificare l'umanità, ci spinge sempre più vicino all'autodistruzione, anche se la discesa agli inferi non prenderà più necessariamente la forma di una guerra mondiale.
- Nella contraddizione tra la produzione capitalista e la natura, considerata come un "dono gratuito" agli inizi del capitalismo (Adam Smith), e che ha raggiunto livelli senza precedenti nella fase di decomposizione. Ciò si esprime in modo evidente nel vandalismo aperto di coloro che negano il cambiamento climatico e che sono al governo negli Stati Uniti e nell'ascesa del loro nemico giurato, la Cina, dove la ricerca frenetica di crescita ad ogni costo ha fatto sorgere città dove l'aria non è respirabile, e ancora nel pericolo di crescita del riscaldamento globale, e - in una combinazione bizzarra di superstizione antica e di capitalismo moderno gangster - nella accelerata distruzione completa in Africa ed altrove di specie animali, stimate per le virtù curative magiche delle loro corna o delle loro pelli. Il capitalismo non può esistere senza questa mania di crescita ma è incompatibile con la salute dell'ambiente naturale in cui vive e respira l'umanità. La perpetuazione stessa del capitale minaccia dunque l'esistenza della specie umana, e non solamente a livello militare ma anche a livello dei suoi rapporti con la natura.
L'acuirsi insopportabile delle contraddizioni sopra citate conduce ad una sola soluzione: la produzione mondiale associata per l'uso e non per il profitto, un'associazione non solamente tra esseri umani ma un'associazione tra esseri umani e natura. Può anche essere che oggi la maggiore espressione di questo potenziale - per questa trasformazione – si trovi nella nuova generazione dei settori centrali del proletariato mondiale che, sempre più cosciente della gravità della situazione storica, non cada più nella disperazione del "no futuro" dei decenni precedenti. Questa fiducia è fondata sul riconoscimento della produttività associata di ciascuno: sul potenziale rappresentato dal progresso scientifico e tecnico, su "l'accumulazione" di conoscenze e dei mezzi per accedervi, e sulla crescita di una comprensione più profonda e più critica dell'interazione tra l'umanità e la restante natura.
Allo stesso tempo, questa parte del proletariato - come abbiamo visto nei movimenti in Europa occidentale nel 2011, che nel loro punto culminante hanno gridato lo slogan di "rivoluzione mondiale" - è molto più cosciente del carattere internazionale dell'associazione del lavoro oggi, e dunque più capace di afferrare le possibilità dell'unificazione internazionale delle lotte.
Ma l'unificazione globale del proletariato è una soluzione che il capitale deve evitare ad ogni costo, anche quando deve adottare dei mezzi che mostrano i limiti insiti nella produzione per lo scambio. Lo sviluppo del capitalismo di Stato nell'epoca di decadenza è, in un certo senso, un modo di ricerca disperata per mantenere una società unita attraverso mezzi totalitari, un tentativo della classe dominante di esercitare il suo controllo sulla vita economica in un periodo in cui lo sviluppo delle "leggi naturali" del sistema lo spinge verso il proprio crollo.
22. Se il capitalismo non può scongiurare la necessità del comunismo, è anche vero che il nuovo modo di produzione non può nascere automaticamente, ma richiede l'intervento cosciente della classe rivoluzionaria, il proletariato. A dispetto delle difficoltà estreme alle quali è confrontato la classe oggi, della sua incapacità apparente a fare risorgere la sua "proprietà" del progetto comunista, noi abbiamo sottolineato già le nostre ragioni insistendo sul fatto che questo rinnovo, questa ricostituzione del proletariato in classe per il comunismo, oggi è ancora possibile. E ciò perché se il capitalismo non può scongiurare la necessità obiettiva del comunismo, esso neanche può sopprimere interamente le aspirazioni soggettive ad una nuova società, o alla ricerca della comprensione di come arrivarci, in seno alla classe associata, il proletariato.
La memoria di ciò che significava realmente l'Ottobre rosso e la rivoluzione tedesca e l'ondata rivoluzionaria mondiale scatenata dall’Ottobre non possono sparire interamente. Ciò è stato, per così dire, represso, ma tutti i ricordi repressi sono destinati a riapparire quando le condizioni sono mature. E c'è sempre, in seno alla classe operaia, una minoranza che ha mantenuto ed elaborato la storia reale e le sue lezioni ad un livello cosciente, pronta a fertilizzare la riflessione della classe quando riscoprirà la necessità di dare un senso alla propria storia.
La classe non può raggiungere questo livello di ricerca ad una scala di massa senza passare attraverso la dura scuola delle lotte pratiche. Queste lotte, in risposta agli attacchi crescenti del capitale, sono la base granitica dello sviluppo della fiducia in sé e della solidarietà senza limite generate dalla realtà del lavoro associato.
Ma l'impasse raggiunto nelle battaglie economiche, puramente difensive, del proletariato dal 1968 richiede anche una lotta teorica, una ricerca per comprendere il suo passato "in profondità" ed il suo possibile futuro, una ricerca che può condurre solamente alla necessità per il movimento di classe di passare dal locale e dal nazionale all'universale, dall'economico al politico, dalla difensiva all'offensiva. Mentre la lotta immediata della classe è più o meno una costante nella vita del capitalismo, non c'è nessuna garanzia che questo ulteriore, vitale passo sia fatto. Ma essa si manifesta, poco importa fino a che punto con le sue limitazioni e confusioni, attraverso le lotte della generazione attuale di proletari, soprattutto nei movimenti come quello degli Indignados in Spagna che, del resto, era un'espressione di indignazione autentica contro l'intero sistema, - un sistema "obsoleto" come lo proclamavano i manifestanti sulle loro bandiere - di un desiderio di comprendere come funziona questo sistema, e con che cosa si potrebbe sostituire, ed allo stesso tempo, di scoprire gli strumenti organizzativi che devono essere adoperati per uscire dalle istituzioni dell'ordine esistente. Questi mezzi essenzialmente non erano nuovi: la generalizzazione delle assemblee di massa, l'elezione di delegati eletti, un'eco molto chiara dell'epoca dei soviet nel 1917. Era una chiara dimostrazione del lavoro in profondità della "vecchia talpa" nelle fondamenta della vita sociale.
Ciò dava anche una prima apertura potenziale per uno sviluppo di quella che si può chiamare la dimensione politico-morale della lotta proletaria: l'emersione di un profondo rigetto da parte di larghi settori della classe dello stile di vita e del comportamento dominanti. L'evoluzione di questo momento è al tempo stesso un fattore molto importante nella preparazione e nella maturazione di lotte massicce su un terreno di classe e di una prospettiva rivoluzionaria.
Allo stesso tempo, l'insuccesso del movimento degli Indignados a realizzare una reale identità di classe sottolinea la necessità di legare questa politicizzazione nascente nelle strade e sui posti di lavoro alla lotta economica, al movimento sui posti di lavoro, dove la connotazione di classe operaia è più evidenta. Il futuro rivoluzionario non si basa su una "negazione" della lotta economica come proclamano i modernisti, ma su una vera sintesi delle dimensioni politiche ed economiche del movimento di classe, come è osservato e difeso nell’opuscolo Sciopero di massa di Rosa Luxemburg.
23. Nello sviluppo di questa capacità di vedere il legame tra le dimensioni politiche ed economiche delle lotte, le organizzazioni politiche comuniste hanno un ruolo indispensabile da giocare, e ciò in quanto la borghesia farà di tutto per screditare il ruolo del partito bolscevico nel 1917, presentando la sua azione come una cospirazione di fanatici e di intellettuali interessati ad impossessarsi solo del potere. Il compito della minoranza comunista non è di provocare le lotte o di organizzarle in anticipo, ma di intervenire al loro interno per chiarire i metodi e gli scopi del movimento.
La difesa dell'Ottobre rosso esige anche una energica dimostrazione che lo stalinismo, lungi dal rappresentare una qualsiasi continuità con quest’ultimo, è stato invece una controrivoluzione borghese contro di lui. Questo compito è tanto più necessario oggi di fronte al peso delle idee secondo le quali il crollo dello stalinismo avrebbe dimostrato l’inattuabilità economica del comunismo. Gli effetti negativi di questo peso sulle minoranze politiche in ricerca - il campo instabile tra la sinistra comunista e le sinistre del capitale (gauscismo) - è considerevole. Mentre prima del 1989, idee confuse ma manifestamente anticapitaliste, per esempio delle compagini consiliariste o autonome, erano relativamente influenti in tali circoli, dopo c'è stata un'avanzata importante delle concezioni basate sulla formazione di circoli di scambio reciproco a livello locale, sulla preservazione e l'estensione di aree di economie di sussistenza o sulle “comuni” ancora esistenti. L'avanzata di tali idee indica che anche i settori più politicizzati del proletariato sono oggi spesso incapaci di immaginare una società al di là del capitalismo. In queste circostanze, uno dei fattori necessari che prepara l'uscita di una futura generazione di rivoluzionari è che le esistenti minoranze rivoluzionarie espongano oggi nel modo più profondo e convincente (senza cadere nella concezione utopistica) perché il comunismo è oggi non solo una necessità, ma anche una possibilità estremamente reale e fattibile.
Data la natura ridotta e dispersa della sinistra comunista oggi, e le difficoltà enormi alle quali è confrontato un più largo campo di elementi alla ricerca di chiarezza politica, è evidente che una distanza enorme dovrà essere percorsa tra il piccolo movimento rivoluzionario attuale ed ogni capacità futura di agire come un'avanguardia autentica nei movimenti di classe di massa. I rivoluzionari e le minoranze politicizzate non sono dei semplici prodotti passivi di questa situazione, visto che le loro confusioni contribuiscono ad aggravare ancora più la disunione ed il disorientamento. Fondamentalmente, la debolezza della minoranza rivoluzionaria è un'espressione della debolezza della classe nel suo insieme, e non ci sono ricette organizzative o parole d’ordine attiviste in grado di porvi un rimedio.
Viviamo tempi che non favoriscono la classe operaia, ed essa non può essere più veloce della sua ombra. Sicuramente è costretta a ricuperare molto di quello che ha perso non solamente dal 1917, ma anche dalle lotte del 1968-89. Per i rivoluzionari, ciò esige un lavoro paziente, a lungo termine, di analisi del movimento reale della classe e delle prospettive rivelate dalla crisi del modo di produzione capitalista; e sulla base di questo sforzo teorico, fornire delle risposte alle domande poste da quegli elementi che si avvicinano alle posizioni comuniste. L'aspetto più importante di questo lavoro è che deve essere visto come una parte della preparazione politica ed organizzativa del futuro partito, quando le condizioni obiettive e soggettive verranno a porre di nuovo i problemi della rivoluzione. In altri termini, oggi, i compiti dell'organizzazione rivoluzionaria sono simili a quelli di una frazione comunista, come è stata elaborata lucidamente dalla frazione italiana della sinistra Comunista negli anni ’30.
[1] Cahier IV, Il capitolo sul capitale.
Questo è un film che sorprende per l'apparente riabilitazione del personaggio. Sorprende perché, Raoul Peck, scegliendo di trattare cinque anni della vita di Marx, forse i più decisivi, quelli che vanno dal 1843 al 1848, spera di rompere l’immagine troppo caricaturale del genio solitario che agisce al di fuori del mondo operaio. Ma ci riesce per davvero? Innegabilmente, il punto di vista con cui Raoul Peck parla della vita di Marx corregge alquanto l'idea secondo la quale Marx, e anche ad Engels sarebbero gli inventori di concetti astratti quali "lotta di classe", "rivoluzione" o "comunismo"....
Questo film mostra, anche se a volte in maniera troppo caricaturale, come questi due uomini, che giocheranno un ruolo chiave nel movimento rivoluzionario, siano stati guadagnati ad una causa già esistente, ben prima di loro, in seno al proletariato dei paesi più industrializzati del 19° secolo. In ciò, noi pensiamo che il punto di vista di Peck si distacchi molto da quello di intellettuali più scatenati nell’impegnarsi a dimostrare, non senza notevole disonestà, che le opere di Marx portano in sé i germi della tragedia stalinista.
Tuttavia, questo film non rompe del tutto con l'immagine del personaggio provvidenziale, ciò che altera in modo significativo il tentativo di mettere in evidenza la dimensione militante e ancora attuale del personaggio, ma anche del ruolo decisivo che dovrà essere giocato dal proletariato nella trasformazione della società.
Giustamente, un posto importante è dato all’incontro decisivo e alla complicità inalterabile di Karl Marx e Friedrich Engels, questo figlio d'industriali che, violando le regole, sensibilizza il giovane Marx alle potenzialità politiche del mondo operaio e all'importanza dell'economia politica. Tuttavia, bisogna deplorare la mancanza di dettagli di questo incontro dove la freddezza delle presentazioni tra i due nel soggiorno di Arnold Ruge cedette subito il posto a dichiarazioni di fascino reciproco durante una notte di libagioni e di partite a scacchi in cui i due uomini arrivarono ad un accordo perfetto, dove Marx si complimentò con Engels per avergli aperto gli occhi, e dove, in forte stato di ebbrezza, annunciò improvvisamente la famosa frase: "i filosofi fino ad ora hanno solo interpretato il mondo ora si tratta di cambiarlo".
Paradossalmente, questa è una scena centrale poiché annuncia tutta la visione che sarà data del personaggio da quel momento in poi. Un Marx né filosofo, né storico, né economista, ma un militante del movimento rivoluzionario che si rivolge ai lavoratori durante gli incontri, e che polemizza con Proudhon e il suo riformismo piccolo-borghese o con Weitling e il suo idealismo cristiano.
Inoltre, non vengono trascurate le difficoltà della vita militante. Se qualche volta la repressione è dipinta un po’ con leggerezza, tanto da sembrare che Karl e Friedrich giocano al gatto e al topo con la polizia nei sobborghi di Parigi, le contrarietà e i traumi dell’esilio, della povertà, sono mostrati nella loro cruda realtà. Questi momenti valorizzano piuttosto l’espressione e il rafforzamento dei legami di amicizia e di amore ma anche quelli frutto della passione militante. Raoul Peck riproduce dunque tutto un campo rivoluzionario, prima a Parigi, poi a Bruxelles ed infine a Londra.
Tuttavia queste scene offrono un’immagine eccessivamente personalizzata dei dibattiti e della chiarificazione nel campo rivoluzionario dell’epoca. Per esempio, Raoul Peck sembra volere attribuire unicamente a Marx il discredito subito da Weitling all’interno della Lega dei Giusti mentre i primi a mettere in discussione, non senza imbarazzo, le vuote idee idealiste e messianiche di quest’ultimo sono Schapper[1] e una larga maggioranza di operai dell’Associazione degli operai tedeschi di Londra.
Sappiamo che Marx seguì con molta attenzione questa polemica poiché essa esprimeva una rottura tra il comunismo sentimentale e il comunismo scientifico che lui stesso sosteneva. Attraverso la creazione di comitati di corrispondenza, l'Associazione di Londra si avvicinò alle concezioni di Marx sulla direzione da dare all'evoluzione del movimento allontanandosi, di conseguenza, dalle concezioni di Weitling. Pertanto l’accesa discussione del Comitato di corrispondenza di Bruxelles del 30 marzo 1846, riprodotta nel film, non fa che sancire una rottura in realtà già in fase avanzata.
In effetti, il regista resta prigioniero della visione democratica del dibattito e dell’azione politica perché l’attenzione è regolarmente portata sulla tenzone teorica tra i leader, capi carismatici, il che nasconde l’essenziale, e cioè l’effervescenza teorica e la riflessione collettiva, complessa, che già caratterizzava il movimento operaio a quell’epoca.
Questa confusione si dimostra in tutto il suo spessore nel modo in cui viene trattata la relazione tra Marx e la Lega dei Giusti. Riteniamo che Raoul Peck voglia sottolineare la comprensione da parte di Marx ed Engels che la salvezza dell’umanità risiede nel ruolo storico svolto dalla classe operaia. Questi ultimi capirono anche che era necessario staccarsi da ogni idealismo, dalle parole eteree, illusorie e utopiche sui fini e sui mezzi per raggiungere uno stadio superiore della società umana. La classe operaia aveva bisogno di una teoria pratica per capire il mondo che l'aveva generata e per convincersi che la sua situazione non era eterna ma transitoria. Dare al proletariato una teoria rivoluzionaria e convincerlo della necessità di un tale passo è ciò che il film cerca di evidenziare, ci sembra, con una certa fedeltà.
Tuttavia, il modo con cui viene presentato il riavvicinamento tra Marx e la Lega dei Giusti sostiene la visione di un Marx pronto agli intrighi, un Marx ambizioso che gioca sulla sua statura intellettuale per far pencolare la maggior parte dell'avanguardia rivoluzionaria del suo tempo dalla sua parte.
In effetti, Marx ed Engels sembrano voler sedurre i leader della Lega, fanno di tutto per entrare in contatto con loro, non esitano ad esagerare la loro vicinanza a Proudhon per avere la possibilità di sviluppare delle ramificazioni di comitati di corrispondenza fin nell’est della Francia… Contrariamente alla vaghezza del film su questo evento, fu la Lega, sotto l'egida del suo portavoce Joseph Moll, ad invitare Marx ad aderirvi.
Come riportano Boris Nicolayevsky e Otto Maenchen-Helfen nella loro “Vita di Karl Marx”, Moll “disse loro che i suoi compagni erano consapevoli della correttezza delle concezioni di Marx e che capivano la necessità di liberarsi delle vecchie tradizioni e delle forme di cospirazione. Marx ed Engels erano invitati a collaborare al nuovo orientamento teorico e alla riorganizzazione”. Tuttavia, Marx esitò ad accettare, perché ancora dubitava della vera volontà della Lega di riorganizzarsi e di gettare nella spazzatura le sue vecchie concezioni cospiratorie e utopistiche. Ma “Moll gli disse che proprio la sua adesione e quella di Engels erano indispensabili, se davvero la Lega doveva essere liberata da tutto ciò di superato che ancora conteneva. Superando i suoi scrupoli, Marx ne divenne affiliato nel febbraio 1847”.
Se in realtà il peso delle personalità era abbastanza forte nel movimento operaio del diciannovesimo secolo, il film, isolando il contributo teorico di Marx e Engels, dà alla fine l'impressione che questo movimento dipendesse esclusivamente da personalità geniali. Ciò si evidenzia in come viene presentato lo svolgimento del Congresso della Lega dei Giusti del 1° giugno 1847, dove del resto Marx non partecipò; ufficialmente per mancanza di denaro, ma presumibilmente perché voleva aspettare le decisioni del congresso prima di aderire ufficialmente alla Lega.
Questa scena è anche estremamente caricaturale perché presenta lo svolgimento del congresso come una lotta di persone dove sembra prevalere una minoranza di militanti "d'élite" sostenuta o contestata da applausi e da grida da parte di una stragrande maggioranza che rimane nella passività. In realtà, questa è una visione distorta di un congresso di un'organizzazione rivoluzionaria.
Nonostante la durezza delle loro condizioni di vita, i lavoratori politicizzati davano grande importanza all'educazione e all'approfondimento delle questioni politiche, in particolare attraverso la lettura di opuscoli. Quindi i congressi non erano una specie di contesa oratoria in cui ciascuna parte aveva il suo campione, ma il momento fondamentale della vita di un'organizzazione rivoluzionaria con lunghi dibattiti in cui ogni militante prendeva parte nell'espressione e nel confronto delle posizioni qualunque fosse la capacità teorica di ciascuno.
Nel suo contributo alla storia della Lega dei comunisti, Engels ci trasmette la realtà di studio ed elaborazione dei primi congressi rivoluzionari del proletariato. "Al secondo congresso, tenutosi a fine novembre e all'inizio di dicembre dello stesso anno [1847], Marx fu presente, e in un lungo dibattito - la durata del congresso fu di almeno dieci giorni - difese la nuova teoria"[2].
Insomma, non si tratta di negare il ruolo determinante di Marx e Engels nell'evoluzione del movimento rivoluzionario, ma di porre la loro traiettoria nell'ambiente proletario e di sottolineare che il loro inestimabile contributo non avrebbe potuto esistere senza questo grande movimento di fondo sempre presente che rende la classe operaia il soggetto attivo della storia.
La caricatura che ci dà il regista oscura questa realtà e mette l’accento sul ruolo preponderante delle personalità e il loro ruolo provvidenziale.
L'arte non ha per vocazione servire una causa politica. Tuttavia, il contenuto e la forma di un'opera possono essere portati a dare un messaggio. Se noi mettiamo in evidenza la maniera con cui Raoul Peck cerca di riesumare Marx dal cimitero della storia, è perché il modo in cui riporta alcuni momenti della sua vita tende a camuffare e a distorcere gli insegnamenti politici che si possono tirare da questi avvenimenti[3]. Ed è questo che intendiamo correggere in questo articolo.
DL, 28 ottobre 2017
[1] Come portavoce dell’Associazione dei lavoratori tedeschi a Londra
[2] Friedrich Engels, Contributo alla storia della Lega dei comunisti
[3] Tutte le opere artistiche sono influenzate, spesso inconsciamente, dall'ideologia della classe dominante di un'epoca. Lo si vede bene alla fine del film dove una successione di immagini accelerate avrebbe dovuto dare una visione delle devastazioni prodotte dal capitalismo, ma dove in realtà viene amalgamato di tutto, in particolare lo stalinismo (Che Guevara, Mao, Mandela, ...) e il marxismo, mentre fu Stalin il boia dei veri comunisti che avevano seguito l'approccio di Marx. L'odore di questo veleno sottilmente distillato è stato recepito perfettamente dal PCF (Partito Comunista Francese) che quindi, da buon partito stalinista, ha ampiamente pubblicizzato il film.
Da un lato guerre incessanti, bombardamenti che devastano intere regioni e provocano spaventosi massacri di popolazioni intere. Dall'altro, filo spinato, mura, imbarcazioni a caccia di migranti e campi recintati aspettano decine di migliaia di persone e le loro famiglie che cercano di sfuggire alla morte, alla distruzione delle loro case, alla miseria e alla fame.
La Ghouta orientale in Siria, a est di Damasco, risulta ancora una volta epicentro dei conflitti che imperversano sul pianeta. Come altri, in particolare in Medio Oriente, questo conflitto porta il marchio degli interessi e degli antagonismi imperialisti dominati dal "ciascuno per sé". Una guerra fatta di massacri, una guerra di tutti contro tutti che coinvolge in varia misura le grandi potenze e gli stati regionali con ambizioni aggressive[1]. Questo conflitto porta quindi le stigmate della caduta nella barbarie guerriera, delle contraddizioni irrisolvibili e dell'impasse dell'intero sistema capitalista.
Più a nord, apportando il suo sinistro contributo a questa situazione di caos bellico, al moltiplicarsi di massacri di civili ed esodi di massa di popolazioni, l'operazione "Ramo d'ulivo" lanciata il 20 gennaio dall'esercito turco e dai suoi bombardieri contro l'enclave d’Afrin nella provincia di Aleppo, dove sono rifugiati i combattenti kurdi del YPG (Unità di Protezione Popolare, che hanno ricevuti rinforzi dai miliziani pro-Assad), si traduce in un nuovo allargamento della zona di scontro nel paese. Oltre alle rivalità tra frazioni e bande locali, ci sono tutte le manovre delle potenze imperialiste che cercano di trarre vantaggio dalla situazione.
L’imputridimento del capitalismo semina così sempre più morte e desolazione, come dimostra il comportamento sanguinario dei vari protagonisti, che siano le truppe di Assad e i suoi alleati di circostanza, i suoi avversari "d’opposizione", ‘Isis o le grandi potenze democratiche.
Per quanto riguarda la nuova offensiva dell'esercito siriano, sostenuta dalle milizie sciite appoggiate dall'Iran e dall'aviazione russa, contro un'area occupata dall’Isis e da varie fazioni jihadiste che si ribellano al regime di Assad, essa ha scatenato un concerto di proteste, una più ipocrita dell’altra. Questa falsa indignazione dei media occidentali, delle cosiddette ONG e della cosiddetta "comunità internazionale" di fronte a questi attacchi perpetrati con l'uso sistematico dell'arma chimica (che d’altra parte anche la coalizione internazionale usa spudoratamente)[2] è pari solo all'inefficacia delle risoluzioni votate dall'ONU, sia contro l'uso di questi gas sia per la protezione delle popolazioni civili o il rispetto delle tregue. Ciò dimostra ancora una volta la totale mancanza di credibilità e la sfiducia da avere confronti di questo "covo di briganti", come lo definiva già Lenin, costituito dalle istituzioni della famosa "comunità internazionale". L’uso delle armi chimiche non è una primizia siriana: almeno dal 2012, queste sono state regolarmente utilizzate durante i bombardamenti aerei, in particolare durante le battaglie nella regione di Aleppo e di Homs e poi di Khan Cheikhoun, il 4 aprile 2017. Inoltre sono state ampiamente utilizzate nella Ghouta orientale da marzo 2013, in particolare durante il raid del 21 agosto dello stesso anno, provocando la morte di circa 2.000 persone. Il bilancio delle perdite di vite umane è aumentato costantemente grazie ai ripetuti bombardamenti di ospedali, presunti rifugi per le forze ribelli, o alla distruzione sistematica delle abitazioni. Già tra il 2013 e fino ad ottobre 2017 si sono contati 18.000 morti (con almeno 13.000 civili tra cui circa 5.000 bambini!), ai quali dobbiamo aggiungere 50.000 feriti. Tra il 18 e il 28 febbraio 2018, l'ultima offensiva aerea si è conclusa (ufficialmente) con più di 780 morti, compresi almeno 170 bambini. Tutto questo, per non parlare delle innumerevoli vittime, oggi ignorate, per la carenza di cibo che ha afflitto questa regione già devastata dal 2017. Il regime di Assad ha appena lanciato un'offensiva di terra nella Ghouta che promette di essere altrettanto barbara e omicida.
Questa situazione non può che accentuare un altro fenomeno amplificato dalla fase di decomposizione del capitalismo: la deportazione o l'esodo di massa delle popolazioni in fuga dai massacri e dalla miseria in Medio Oriente, Africa, America Latina. Masse di povera gente si riversano negli Stati più ricchi, alla ricerca disperata di una terra di asilo, specialmente in Europa o negli Stati Uniti. Tuttavia, nessuno di questi Stati ha una soluzione reale all'afflusso di migranti se non bloccarli a tutti i costi, parcheggiarli, o respingerli senza tante cerimonie inviandoli a morte, e a costruire muri e filo spinato. I governi occidentali hanno continuamente instillato la paura dell'estraneo, reprimendo severamente coloro che raggiungono i migranti per cercare di aiutarli.
Il cinismo degli Stati coinvolti, in particolare quelli europei, non ha limiti. La Turchia, con aiuti economici e finanziari, è stata incaricata di bloccare il passaggio dei migranti in Grecia ammassandoli in campi profughi in condizioni disumane. Dietro a questo accordo c'è una vero e proprio mercanteggiamento di esseri umani, selezionando con accuratezza quelli che possono raggiungere un paese europeo e quelli, la stragrande maggioranza, che devono rimanere nei campi. Anche questa non è una novità. Vanno ricordati, per esempio, il cinismo e l'ipocrisia del governo "socialista" di Zapatero in Spagna. Nel 2005 nella enclave di Ceuta e di Melilla, oltre ad aver eretto al suo confine una tripla fila di filo spinato dove molti migranti si impalavano mentre altri erano spietatamente mitragliati (con ogni probabilità, dalle sue forze democratiche), questo governo aveva subappaltato allo Stato marocchino, che interpretava nuovamente il ruolo del "cattivo" di turno, l’imbarco di migranti in autobus della morte per abbandonarli nel deserto del Sahara. Tutte le borghesie occidentali (incluso il governo spagnolo!), firmatarie degli accordi di Schengen, hanno orchestrato ipocritamente un'intensa campagna mediatica contro questa "grave intollerabile violazione dei diritti umani". Gli ultimi "contratti" di questo tipo, fatti oggi con la Turchia, e ieri, più discretamente conclusi con la Libia, hanno avuto conseguenze immediate sulle rotte dei migranti verso i paesi europei.
Tutti i media hanno espresso, ovviamente, la loro immensa soddisfazione, per la riduzione di quasi un terzo del numero di migranti clandestini che sono sbarcati sulla costa italiana nel 2017. In realtà, "l'UE ha scelto di bloccare il flusso dei migranti alla fonte invece di continuare ad aprire centri di accoglienza in Italia ed in Grecia, la scelta di questa strategia sembra moralmente molto discutibile" ha ammesso il Courrier International nel suo n.1414. A dispetto dei “buoni risultati” italiani, la Spagna ha registrato un significativo aumento degli arrivi via mare nel 2017, per cui una nuova prigione costruita a Malaga è ora utilizzata come centro di detenzione.
Un rapporto della CNN che mostra dei migranti messi all'asta come schiavi in Libia ha provocato indignazione sulla scena internazionale, almeno così ci ha riferito la stampa. Ma questa stampa in genere non si sofferma sugli accordi e le misure adottate dall'UE e dalla Libia che hanno contribuito a creare questa situazione. Lo stesso articolo del Courrier International precisa anche: "Il 3 febbraio 2017, i 28 hanno concordato una "dichiarazione" a sostegno dell'accordo dell'Italia con il governo libico di Faiez Sarraj il giorno prima. Il principio è lo stesso del patto UE-Turchia concluso due anni prima: l'Europa fornisce fondi, addestramento e attrezzature alle guardie costiere libiche, che in cambio intercettano le barche dei migranti per portarli in centri di detenzione in Libia (...) Le organizzazioni in difesa dei diritti umani e la stampa hanno ben presto denunciato i limiti di questo piano, mettendo in discussione la capacità del governo Sarraj (che è solo una delle forze rivali in Libia) di attuarlo e le conseguenze che questo piano avrebbe per i migranti, visto che erano già noti i trattamenti inumani a cui questi ultimi sono sottoposti sul suolo libico". Le preoccupazioni delle "organizzazioni per la difesa dei diritti umani" sono solo fumo negli occhi, esattamente come la veste umanitaria indossata ipocritamente dal governo spagnolo nel 2005. Questi gesti servono solo a mascherare accordi cinici e repressivi come quelli che hanno permesso a 700.000 migranti africani di essere stipati in campi di fortuna in Libia.
Al di là degli accordi e dei dispositivi volti a bloccare più efficacemente la strada dei migranti, è chiaro che l'accumularsi di guerre regionali, massacri, carestie, miseria, disintegrazione del tessuto sociale nei quattro angoli del mondo, può solo aumentare drasticamente il fenomeno dei rifugiati[3].
La crisi del sistema capitalista è indiscutibilmente al centro dell'ondata storica di migrazione a cui stiamo assistendo. Di fronte alla barbarie del suo sistema, la borghesia non ha altro da proporre se non più caos, espulsioni e divisioni ... e questo, in nome della difesa degli "interessi nazionali", termine ideologico destinato a nascondere i freddi calcoli competitivi e sanguinari del capitale.
Tuttavia, non esistono confini tra gli sfruttati, i proletari non hanno patria. La classe operaia è sempre stata una classe di immigrati, ovunque costretta a vendere la sua forza lavoro, da un paese all'altro, dalla campagna alla città, da un territorio all'altro. Classe di immigrati è anche una classe di sfruttati. Può solo resistere alla barbarie capitalista facendo affidamento sull'unica forza a sua disposizione: la sua unità internazionale, di cui la coscienza e la solidarietà sono il cemento. Di fronte alle campagne xenofobe e ansiogene della borghesia, i proletari in Europa come in tutti i paesi sviluppati devono rendersi conto che i migranti sono vittime del capitalismo e delle politiche ciniche degli Stati. Sono i loro fratelli di classe a essere bombardati, a morire in massacri di guerra, a essere rinchiusi in campi di concentramento a cielo aperto.
La necessaria e possibile affermazione della solidarietà nei loro confronti passa quindi in primo luogo attraverso lo sviluppo della lotta di classe, della resistenza agli attacchi e alla barbarie del capitalismo. Dietro la questione dei migranti si pone la prospettiva dell'unità internazionale della lotta rivoluzionaria contro il sistema capitalista. Ancora oggi il proletariato rimane l'unica classe rivoluzionaria, l'unica forza sociale capace di porre fine alle contraddizioni storiche di un sistema senza più ossigeno, di abbattere i confini nazionali e lo sfruttamento dell'uomo sull’uomo, per costruire un mondo senza classe, senza miseria e senza guerre: il comunismo!
PA - 3 marzo 2018
[1] Torneremo in un successivo articolo su questo aspetto frammentario della situazione imperialista in Siria, che è un'altra manifestazione dell'attuale decomposizione sociale.
Nel gennaio 1969, all'inaugurazione del suo primo mandato come Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon disse: "Abbiamo finalmente imparato come gestire un'economia moderna in modo da garantire la sua continua crescita". Con il senno di poi, possiamo vedere quanto tale ottimismo sia stato crudelmente negato dalla realtà: all'inizio del suo secondo mandato. Solo quattro anni dopo, gli Stati Uniti avrebbero vissuto la loro più violenta recessione dalla Seconda Guerra Mondiale, una recessione seguita da molte altre, sempre più gravi. Ma bisogna ammettere che, nel campo dell'ottimismo, Nixon era stato preceduto un anno prima da un altro capo di Stato, ben più esperto di lui: il generale De Gaulle, presidente della Repubblica francese dal 1958, e leader della "Francia Libera" durante la seconda guerra mondiale. Il Grande Uomo, negli auspici per la nazione, aveva dichiarato: "il 1968, io lo saluto con serenità". Sono stati sufficienti appena quattro mesi perché la serenità del Generale cedesse il passo allo sgomento totale. È anche vero che De Gaulle non dovette solo affrontare una rivolta studentesca particolarmente violenta e di massa, ma anche, e soprattutto, il più grande sciopero della storia del movimento operaio internazionale. Non si può certo dire che il 1968 fu un anno "sereno" per la Francia: fu addirittura, e rimane fino ad oggi, l'anno più agitato dalla seconda guerra mondiale. Ma non fu solo la Francia a vivere grandi sconvolgimenti durante quest'anno, tutt'altro. Due autori che non possono essere sospettati di "francocentrismo", l'inglese David Caute e l'americano Mark Kurlansky sono stati chiari su questo argomento: "Il 1968 è stato l'anno più turbolento dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Rivolte a catena hanno colpito l'America e l'Europa occidentale e si sono estese fino alla Cecoslovacchia; hanno messo in discussione l'ordine mondiale del periodo post-bellico"[1]. "Nessun anno era stato simile al 1968 ed è probabile che non ce ne sarà mai più un altro. In un momento in cui le nazioni e le culture erano ancora divise e molto diverse (...) uno spirito di ribellione si è acceso spontaneamente ai quattro angoli del globo. C'erano stati altri anni di rivoluzione: il 1848, ad esempio, ma a differenza del 1968, gli eventi erano rimasti circoscritti all'Europa ..."[2]
A quarant'anni di distanza, quando in diversi paesi prolificano libri e trasmissioni su questo "anno caldo", spetta ai rivoluzionari ripercorrere i principali eventi di quest'anno, non per darne un resoconto dettagliato e esaustivo ma per identificarne il vero significato. In particolare, spetta a loro esprimere un giudizio su un'idea ampiamente diffusa oggi che appare sulla prima pagina di copertina del libro di Kurlansky: “che siano storici o politologi, gli specialisti in scienze umane di tutto il mondo concordano nel dire: c'è un prima e un dopo 1968”. Diciamo subito che condividiamo pienamente questa valutazione, ma certamente non per le stesse ragioni di quelle che in genere vengono evocate: la "liberazione sessuale", la "liberazione delle donne", la rimessa in discussione dell'autoritarismo nelle relazioni familiari, la "democratizzazione" di alcune istituzioni (come l'Università), nuove forme artistiche, ecc. In questo senso, questo articolo si propone di evidenziare quello che per la CCI costituisce il vero cambiamento apportato dal 1968. Accanto a tutta una serie di fatti di per sé abbastanza importanti[3], quello che caratterizza il 1968, come sottolineano Caute e Kurlansky, è questo "spirito di ribellione che si è spontaneamente acceso nei quattro angoli del globo". E in questa messa in discussione dell'ordine regnante, è importante distinguere due componenti diverse per ampiezza e importanza. Da un lato, la rivolta studentesca che colpì quasi tutti i paesi del blocco occidentale e che si estese, in una certa misura, anche nei paesi del blocco dell’Est. Dall’altra, la vasta lotta della classe operaia che, quell'anno, colpì essenzialmente un solo paese, la Francia. In questo primo articolo affronteremo solo la prima di queste componenti, non perché la più importante, al contrario, ma perché precede la seconda e riveste un importante significato storico che va ben oltre quello delle rivolte studentesche.
I movimenti più di massa e significativi di questo periodo iniziano nel 1964 nella prima potenza mondiale.
È più precisamente all'Università di Berkeley, nel nord della California, che la sfida studentesca assumerà, per la prima volta, un carattere enorme. La prima rivendicazione per la quale si mobilitano gli studenti è quella del “free speech movement” in favore della libertà di espressione politica all'interno dell'università. Di fronte all’attivismo dei reclutatori dell'esercito americano, gli studenti cominciano a protestare contro la guerra del Vietnam e anche contro la segregazione razziale (giusto un anno dopo la "marcia per i diritti civili" del 28 agosto 1963 a Washington, dove Martin Luther King pronuncia il suo famoso discorso "I have a dream"). In un primo momento, le autorità universitarie rispondono in modo molto repressivo, in particolare con l'invio della polizia contro i "sit-in" e l'occupazione pacifica dei locali, facendo 800 arresti. Successivamente, all'inizio del 1965, le autorità universitarie permettono le attività politiche nell'università che diventerà uno dei principali centri di protesta studentesca negli Stati Uniti mentre, proprio con lo slogan "ripulire il caos a Berkeley" Ronald Reagan veniva eletto, contro ogni previsione, governatore della California alla fine del 1965. Il movimento si svilupperà in maniera massiva e si radicalizzerà negli anni successivi intorno alla protesta contro la segregazione razziale, per la difesa dei diritti delle donne e in particolare contro la guerra del Vietnam. Nello stesso tempo in cui i giovani americani, in particolare gli studenti, fuggono numerosi all'estero per evitare di essere inviati in Vietnam, la maggior parte delle università del paese vengono colpite da movimenti di massa contro la guerra e le rivolte si sviluppano nei ghetti neri delle grandi città (la percentuale di giovani neri tra i soldati inviati in Vietnam era molto più alta della media nazionale). Questi movimenti di protesta vengono spesso repressi con ferocia; così, alla fine del 1967, 952 studenti sono condannati a pesanti pene detentive per essersi rifiutati di andare al fronte e l'8 febbraio 1968, tre studenti vengono uccisi nella Carolina del Sud durante una manifestazione per i diritti civili. Nel 1968 i movimenti conosceranno la loro massima ampiezza. A marzo, gli studenti neri della Howard University di Washington occupano i locali per 4 giorni. Dal 23 al 30 aprile 1968, la Columbia University di New York è occupata per protestare contro il contributo dei suoi dipartimenti alle attività del Pentagono e in solidarietà con gli abitanti del ghetto nero vicino ad Harlem. Uno degli elementi che radicalizza il malcontento è l'assassinio di Martin Luther King, il 4 aprile, seguito da numerosi e violenti scontri nei ghetti neri del paese. L'occupazione della Columbia diventa una delle punte della protesta studentesca negli Stati Uniti che porta a nuovi scontri. A maggio, 12 università entrano in sciopero per protestare contro il razzismo e la guerra in Vietnam. La California divampa durante l'estate, con scontri violenti tra polizia e studenti dell'Università di Berkeley per due notti, spingendo il governatore della California Ronald Reagan a dichiarare lo stato di emergenza e il coprifuoco. Questa nuova ondata di scontri vive i suoi momenti più violenti tra il 22 e il 30 agosto a Chicago, con vere e proprie rivolte durante la Convention del Partito Democratico.
Sempre nel continente americano, gli studenti si mobilitano soprattutto in Brasile e in Messico. In Brasile, manifestazioni anti-governative e anti-americane scandiscono l’anno 1967. Il 28 marzo 1968, la polizia interviene durante un incontro di studenti, uccidendone uno, Luis Edson, e facendo diversi feriti gravi, uno dei quali morirà pochi giorni dopo. Il funerale di Luis Edson, il 29 marzo, dà inizio ad un'importante dimostrazione. Dall'università di Rio de Janeiro, che si mette in sciopero generale illimitato, il movimento si estende all'Università di San Paolo, dove vengono innalzate delle barricate. Il 30 e il 31 marzo, altri avvenimenti dilagano in tutto il paese. Il 4 aprile, 600 persone vengono arrestate a Rio. Nonostante la repressione e gli arresti in serie, le dimostrazioni si susseguono ad un ritmo quasi quotidiano e fino a ottobre.
Qualche mese dopo, tocca al Messico. Alla fine di luglio, la rivolta studentesca scoppia a Città del Messico e la polizia risponde usando i carri armati. Il capo della polizia del "distretto federale" del Messico giustifica così la repressione: bisogna bloccare "un movimento sovversivo" che "tende a creare un'atmosfera di ostilità nei confronti del nostro governo e del nostro paese alla vigilia dei Giochi della XIX Olimpiade". La repressione continua e si intensifica. Il 18 settembre, la polizia occupa il campus universitario. Il 21 settembre, 736 persone vengono arrestate durante nuovi scontri nella capitale. Il 30 settembre, si occupa l'Università di Veracruz. Il 2 ottobre il governo spara (usando forze paramilitari senza divisa) su una manifestazione di 10.000 studenti nella Piazza delle Tre Culture a Città del Messico. Questo evento, che sarà ricordato come il "massacro di Tlatelolco", si conclude con almeno duecento morti, 500 feriti gravi e 2000 arresti. In questo modo il presidente Diaz Ordaz può rassicurare che dal 12 ottobre i giochi olimpici potranno svolgersi "in piena calma". Tuttavia, dopo la tregua olimpica, gli studenti riprenderanno il movimento per ancora diversi mesi.
Il continente americano non è il solo a essere attraversato da questa ondata di rivolte studentesche. In effetti, sono coinvolti TUTTI i continenti.
In Asia, il Giappone diventa lo scenario di movimenti particolarmente spettacolari. Le dimostrazioni violente contro gli Stati Uniti e la guerra del Vietnam, condotte principalmente dallo Zengakuren (l'Unione nazionale dei comitati autonomi degli studenti giapponesi), hanno inizio dal 1963 e proseguono per tutti gli anni '60. Alla fine della primavera del 1968, la protesta studentesca dilaga massicciamente nelle scuole e nelle università con lo slogan "Trasformiamo il Kanda [distretto universitario di Tokyo] nel Quartiere Latino". Il movimento raggiunge il suo apice in ottobre rafforzato dagli operai. Il 9 ottobre, a Tokyo, Osaka e Kyoto, violenti scontri tra polizia e studenti provocano 80 feriti e 188 arresti. Viene reintrodotta la legge anti sommossa e 800.000 persone scendono in piazza per protestare contro questa decisione. Il 25 ottobre 6.000 studenti scioperano in risposta all'intervento della polizia nell'università di Tokyo per porre fine alla sua occupazione. L'Università di Tokyo, l'ultima roccaforte ancora nelle mani del movimento, cade a metà gennaio 1969.
In Africa, si distinguono due paesi, il Senegal e la Tunisia. Nel Senegal, gli studenti denunciano l'orientamento di destra del potere e l'influenza neo-coloniale della Francia, e chiedono la ristrutturazione dell'università. Il 29 maggio 1968 lo sciopero generale di studenti e lavoratori viene severamente represso da Leopold Sedar Senghor, un membro dell'Internazionale socialista, con l'aiuto dell'esercito. La repressione provoca un morto e 20 feriti all'Università di Dakar. Il 12 giugno, una dimostrazione di studenti liceali e universitari nella periferia di Dakar si conclude con una nuova vittima.
In Tunisia, il movimento inizia nel 1967. Il 5 giugno, a Tunisi, durante una manifestazione contro gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, accusati di sostenere Israele contro i paesi arabi, viene saccheggiato il centro culturale americano e viene attaccata l'ambasciata della Gran Bretagna. Uno studente, Mohamed Ben Jennet, viene arrestato e condannato a 20 anni di carcere. Il 17 novembre, gli studenti manifestano contro la guerra del Vietnam. Dal 15 al 19 marzo 68, si mettono in sciopero e manifestano per ottenere il rilascio di Ben Jennet. Il movimento viene represso da arresti in serie.
Ma è in Europa che il movimento studentesco conosce i suoi più importanti e spettacolari sviluppi.
In Gran Bretagna, l'effervescenza inizia nell'ottobre del 1966 nella rispettabile “London School of Economics” (LSE), una mecca del pensiero economico borghese. Qui gli studenti protestano contro la nomina a presidente di un personaggio noto per i suoi legami con i regimi razzisti in Rhodesia e in Sud Africa. Successivamente, la LSE continua a essere luogo di movimenti di protesta. Ad esempio, nel marzo 1967, nasce un sit-in di cinque giorni contro le misure disciplinari che porta alla formazione di una "università libera", proprio come gli esempi americani. Nel dicembre del 1967 si tengono sit-in al Regent Street Polytechnic e all'Holborn College of Law and Commerce, con la rivendicazione, in entrambi i casi, di una rappresentanza studentesca nelle istituzioni direttive. Nel maggio e giugno 1968, si fanno occupazioni all'Essex University, al Hornsey College of Art, Hull, Bristol e Keele, seguite da altri movimenti di protesta a Croydon, Birmingham, Liverpool, Guildford e il Royal College of Arts. Le manifestazioni più spettacolari (che coinvolgono molte persone di diversi orientamenti e con approcci altrettanto diversi) sono quelle contro la guerra del Vietnam: a marzo e ottobre 1967, a marzo e ottobre 1968 (questa molto più di massa), che portano a violenti scontri con la polizia con centinaia di feriti e arresti davanti all'Ambasciata USA a Grosvenor Square.
In Belgio, già nell'aprile 1968, gli studenti scendono in strada diverse volte, per proclamare la loro opposizione alla guerra del Vietnam e chiedere una revisione del funzionamento del sistema universitario. Il 22 maggio, occupano la Libera Università di Bruxelles, dichiarandola “aperta alla popolazione”. Lasciano i locali alla fine di giugno, dopo la decisione del Consiglio dell'Università di prendere in considerazione alcune delle loro richieste.
In Italia, già dal 1967, gli studenti occupano molte università, scontrandosi regolarmente con la polizia. L'Università di Roma viene occupata nel febbraio 1968. La polizia fa evacuare i locali, e gli studenti decidono di stabilirsi nella facoltà di architettura, a Villa Borghese. Ci sono violenti scontri, noti come “battaglia di Valle Giulia”, con le forze dell’ordine che caricarono gli studenti. Contemporaneamente, nascono movimenti spontanei di rabbia e rivolta nelle fabbriche in cui il sindacalismo è debole (come alla Marzotto in Veneto), che inducono i sindacati a dichiarare una giornata di sciopero generale nell'industria la quale vede un’adesione di massa. Alla fine, le elezioni di maggio danno il colpo di grazia al movimento che inizia a declinare in primavera.
Nel 1966, la Spagna franchista vive un'ondata di scioperi operai e di occupazioni universitarie. Il movimento prende slancio nel 1967 e continua per tutto il 1968. Studenti e operai mostrano la loro solidarietà, come quando il 27 gennaio del 1967, 100.000 lavoratori scendono in piazza contro la brutale repressione di una precedente manifestazione a Madrid, che aveva costretto gli studenti, rifugiati nello stabile di scienze economiche, a combattere contro la polizia per 6 ore. Le autorità reprimono i manifestanti con tutti i mezzi: la stampa è controllata, gli attivisti dei movimenti e dei sindacati clandestini vengono arrestati. Il 28 gennaio 1968, il governo istituisce una “polizia universitaria” in ogni università. Ciò non impedisce agli studenti di riprendere le manifestazioni contro il regime di Franco e anche contro la guerra del Vietnam, costringendo a marzo le autorità a chiudere “sine die” l'Università di Madrid.
Di tutti i paesi europei, il più potente movimento studentesco è quello in Germania.
In questo paese, alla fine del 1966 si forma una “opposizione extraparlamentare”, in particolare come reazione alla partecipazione della socialdemocrazia al governo, che si basa su assemblee studentesche sempre più numerose, tenute all’università e animate da discussioni sugli scopi e i mezzi della protesta. Seguendo l'esempio degli Stati Uniti, si formano numerosi gruppi universitari di discussione; come polo di opposizione alle "tradizionali" università borghesi, si forma una "Università critica". Ritorna così a vivere una vecchia tradizione di dibattito, di discussione in assemblee generali pubbliche. Anche se molti studenti sono attratti da azioni spettacolari, l'interesse per la teoria, per la storia del movimento operaio riemerge e, con questo interesse, anche il coraggio di prospettare il rovesciamento del capitalismo. Molti elementi esprimono la speranza della nascita di una nuova società. Da quel momento, su scala internazionale, il movimento di protesta in Germania viene considerato il più attivo nelle discussioni teoriche e, su questo piano, il più profondo e il più politico.
Parallelamente a questa riflessione, hanno luogo molte manifestazioni. Naturalmente, la guerra del Vietnam ne è il motivo principale in un paese in cui il governo sostiene pienamente la potenza militare americana, ma che è stato anche particolarmente segnato dalla seconda guerra mondiale. Il 17 e 18 febbraio si tiene a Berlino un Congresso internazionale contro la guerra del Vietnam, seguito da una dimostrazione di circa 12.000 partecipanti. Ma queste manifestazioni, iniziate nel 1965, denunciano anche lo sviluppo del carattere poliziesco dello Stato, compresi i progetti di leggi speciali che danno allo Stato la possibilità di imporre la legge marziale nel paese e di intensificare la repressione. L'SPD, che nel 1966 si unisce alla CDU in un governo di "grande coalizione", resta fedele alla sua politica del 1918-19, quando fu a capo del cruento schiacciamento del proletariato tedesco. Il 2 giugno 1967, una manifestazione contro l'arrivo a Berlino dello Scià dell'Iran viene repressa con grande brutalità dallo Stato "democratico" tedesco che mantiene ottime relazioni con questo dittatore sanguinario. Uno studente, Benno Ohnesorg, viene assassinato da una pallottola alla schiena sparata da un poliziotto in uniforme (in seguito prosciolto). Dopo questo assassinio, si intensificano le ripugnanti campagne di diffamazione contro i movimenti di protesta, specialmente contro i loro leader. La prima pagina del tabloid a grande tiratura, Bild-Zeitung, chiede “Fermate il terrore dei giovani rossi, ora". In una manifestazione pro-americana organizzata dal Senato di Berlino il 21 febbraio 1968, i partecipanti proclamano “Il nemico del popolo n.1: Rudi Dutschke”, cioè il principale portavoce del movimento di protesta. Un passante simile a “Rudi il rosso”, viene fermato dai manifestanti che minacciano di ucciderlo. L'11 aprile, una settimana dopo l'assassinio di Martin Luther King, questa campagna piena di odio culmina con il tentativo di assassinio di Dutschke da parte di un giovane esaltato, Josef Bachmann, notoriamente influenzato dalle campagne isteriche scatenate dalla stampa del magnate Axel Springer, a capo del Bild-Zeitung[4]. Ne seguono rivolte che prendono di mira questo sinistro individuo e il suo gruppo editoriale. Per diverse settimane, prima che gli occhi venissero rivolti alla Francia, il movimento studentesco in Germania consolida il suo ruolo di riferimento per i movimenti della maggior parte dei paesi europei.
L'episodio principale della rivolta studentesca in Francia inizia il 22 marzo 1968 all'Università di Nanterre, nella periferia occidentale di Parigi. Di per sé, gli eventi di questa giornata non hanno niente di insolito: per protestare contro l'arresto di uno studente dell'estrema sinistra di questa università sospettato di aver partecipato a un attacco contro l'American Express a Parigi durante una violenta manifestazione contro la guerra del Vietnam, 300 dei suoi compagni fanno una manifestazione in un anfiteatro. 142 di loro decidono di occupare durante la notte la sala del Consiglio dell'Università, nell'edificio amministrativo. Non è la prima volta che gli studenti di Nanterre esprimono il loro malcontento. Infatti, solo un anno prima, c'era stato già un braccio di ferro tra studenti e polizia all'università a proposito della libera circolazione dei ragazzi nel dormitorio universitario. Il 16 marzo 1967, un'associazione di 500 residenti, l'ARCUN, decretò l'abolizione delle regole di procedura che, tra le altre cose, consideravano gli studenti, anche i maggiorenni (oltre i 21 anni all’epoca), come minori. In seguito, il 21 marzo 1967, la polizia circondò, su richiesta dell'amministrazione, la residenza delle ragazze con il proposito di arrestare i 150 ragazzi che erano stati lì e che si erano barricati all'ultimo piano dell'edificio. Ma la mattina dopo, la stessa polizia venne circondata da diverse migliaia di studenti e alla fine ebbe l’ordine di lasciare uscire gli studenti barricati senza molestarli. Ma, né questo incidente né altre manifestazioni di rabbia degli studenti, in particolare contro il "piano Fouchet" della riforma universitaria nell'autunno del 1967, ebbe un seguito. Tutt’altra cosa dopo il 22 marzo 1968. In poche settimane, una serie di eventi portano non solo alla più forte mobilitazione studentesca dal dopo guerra, ma soprattutto al più grande sciopero della storia del movimento operaio internazionale.
I 142 occupanti, prima di uscire dalla Camera del Consiglio decidono di costituire il Movimento 22 marzo (M22) al fine di mantenere e sviluppare l'agitazione. Si tratta di un movimento informale, composto inizialmente dai trotskisti della Lega Comunista Rivoluzionaria (LCR) e anarchici (tra cui Daniel Cohn-Bendit), a cui sui aggiungono a fine aprile i maoisti dell'Unione dei giovani comunisti marxisti-leninisti (UJCML), fino ad arrivare a oltre 1200 partecipanti nelle settimane seguenti. I muri dell'università vengono tappezzati di manifesti e graffiti: "Professori, voi siete vecchi e anche la vostra cultura", "Lasciateci Vivere", "Voi scambiate i vostri desideri per la realtà". L'M22 annuncia per il 29 marzo una giornata di "università critica" prendendo ad esempio le azioni degli studenti tedeschi. Il preside decide di chiudere l'università fino al 1° aprile, ma l'agitazione riprende non appena riaperta. Di fronte a 1000 studenti, Cohn-Bendit dichiara: "Ci rifiutiamo di essere i futuri dirigenti dello sfruttamento capitalista". La maggior parte degli insegnanti reagiscono in modo reazionario: il 22 aprile 18 di questi, comprese persone di "sinistra", chiedono "misure e mezzi affinché gli agitatori siano individuati e puniti". Il preside approva una serie di misure repressive, tra cui la libera circolazione dei poliziotti nei corridoi del campus mentre la stampa si scatena contro gli “arrabbiati”, i "gruppuscoli" e gli "anarchici". Il partita “comunista” francese rincara la dose: il 26 aprile Pierre Juquin, membro del Comitato centrale, indice una manifestazione a Nanterre: "Gli agitatori figli di papà impediscono ai figli dei lavoratori di sostenere gli esami". Ma non fa in tempo a finire il discorso perché costretto alla fuga. Ne l’Umanité del 3 maggio, anche Georges Marchais, numero 2 del PCF, si scatena: "Questi falsi rivoluzionari devono essere energeticamente individuati perché oggettivamente servono gli interessi del potere gollista e dei grandi monopoli capitalisti".
Nel campus di Nanterre, diventano sempre più frequenti gli scontri tra studenti d'estrema sinistra e i gruppi fascisti d’Occident venuti da Parigi per "spezzare il bolscevico”. Di fronte a questa situazione, il 2 maggio, il preside decide di chiudere nuovamente l'università che viene poi presidiata dalla polizia. Gli studenti di Nanterre decidono di riunirsi il giorno successivo nel cortile della Sorbona per protestare contro la chiusura della loro università e contro l’invio al consiglio disciplinare di 8 membri del M22, tra cui Cohn-Bendit.
L'incontro raccoglie solo 300 partecipanti: la maggior parte degli studenti è impegnata a preparare gli esami di fine anno. Tuttavia il governo, che vuole mettere fine all'agitazione, decide di dare il colpo finale facendo occupare il Quartiere Latino e circondare la Sorbona dalle forze di polizia, cosa che non accadeva da secoli. Gli studenti chiusi nella Sorbona ottengono l’assicurazione di non essere toccati se fossero usciti, ma se le ragazze riescono ad andarsene liberamente, i ragazzi non appena attraversano il cancello vengono messi uno a uno nei cellulari. Rapidamente, centinaia di studenti si riuniscono nella piazza della Sorbona insultando la polizia. Cominciano a piovere bombe lacrimogene: la piazza viene sgomberata ma gli studenti, sempre più numerosi, iniziano ad attaccare gruppi di poliziotti e le loro camionette. Gli scontri continuano nella serata per 4 ore: 72 poliziotti feriti e 400 manifestanti arrestati. Nei giorni successivi, la polizia chiude completamente tutti gli accessi della Sorbona e 4 studenti vengono condannati a pene detentive. Questa politica di fermezza, lungi dal mettere a tacere l'agitazione, le conferisce invece un carattere di massa. A partire da lunedì 6 maggio, scontri con le forze di polizia schierate attorno alla Sorbona si alternano a manifestazioni sempre più folte, indette dall'M22, dall'UNEF e dal SNESup (sindacato degli insegnanti delle scuole Superiori), riuscendo a raggruppare fino a 45.000 partecipanti al grido di "La Sorbona agli studenti", "Fuori dal Quartiere Latino i poliziotti" ed in particolare "Liberate i nostri compagni". Gli studenti universitari vengono raggiunti da un numero crescente di liceali delle scuole superiori, insegnanti, lavoratori e disoccupati. Il 7 maggio, i cortei attraversano la Senna di sorpresa e marciarono sugli Champs-Élysées, vicino al palazzo presidenziale. L'Internazionale risuona sotto l'Arco di Trionfo, dove di solito si intonava la Marsigliese o la Sonnerie aux morts. Manifestazioni cominciano ad interessare anche alcune città di provincia.
Il governo vuole dare un segnale di buona volontà riaprendo ... l'Università di Nanterre il 10 maggio. La sera dello stesso giorno, decine di migliaia di manifestanti si incontrano nel Quartiere Latino davanti alle forze di polizia che circondano la Sorbona. Alle 21, alcuni manifestanti (circa sessanta) iniziano a innalzare barricate. A mezzanotte una delegazione di 3 insegnanti e 3 studenti (tra cui Cohn-Bendit) viene ricevuta dal rettore dell'Accademia di Parigi, che, se accetta la riapertura della Sorbona, non può però promettere nulla sulla liberazione degli studenti arrestati il 3 maggio.
Alle 2 del mattino, i CRS (corpo nazionale di sicurezza) attaccano le barricate dopo averle copiosamente bombardate di lacrimogeni. Gli scontri sono estremamente violenti causando centinaia di feriti da entrambe le parti. Quasi 500 arresti fra i manifestanti. Nel Quartiere Latino, molte persone esprimono la loro simpatia accogliendoli nelle case o lanciando acqua sulla strada per proteggerli dai gas lacrimogeni e dalle granate. Tutti questi eventi, comprese le testimonianze sulla brutalità delle forze di repressione, sono seguite alla radio, minuto per minuto, da centinaia di migliaia di persone. Alle sei del mattino, "l'ordine regna" nel Quartiere Latino che apparve come devastato da un tornado.
Sabato 11 maggio, l'indignazione è immensa a Parigi e in tutta la Francia. Ovunque si formano cortei spontanei, che raggruppando non solo studenti ma centinaia di migliaia di manifestanti di ogni tipo, compresi molti giovani lavoratori e genitori di studenti. Nella provincia, vengono occupate molte università; ovunque, nelle strade, nelle piazze, si discute e si condanna il comportamento delle forze repressive.
Di fronte a questa situazione, il primo ministro Georges Pompidou in serata annuncia che, da lunedì 13 maggio, le forze di polizia dovranno ritirarsi dal Quartiere Latino, la Sorbona sarà riaperta e gli studenti imprigionati saranno rilasciati. Lo stesso giorno, tutte le centrali sindacali, compresa la CGT (una centrale gestita dal PCF che fino ad allora aveva denunciato gli studenti "di sinistra"), così come i sindacati di polizia, chiamano allo sciopero, indicendo un manifestazioni per il 13 maggio, per protestare contro la repressione e contro la politica del governo.
Il 13 maggio, tutte le città del paese sono attraversate da manifestazioni mai viste dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. La classe operaia è presente in modo massiccio accanto agli studenti. Uno degli slogan più gridato è: "Dieci anni, ora basta!" in riferimento alla data del 13 maggio 1958 che aveva visto il ritorno di De Gaulle al potere. Alla fine delle manifestazioni, praticamente tutte le università sono occupate non solo dagli studenti ma anche da molti giovani operai. Ovunque, la parola è liberata. Le discussioni non si limitano alle questioni accademiche e alla repressione. Iniziarono ad affrontare tutti i problemi sociali: condizioni di lavoro, sfruttamento, futuro della società.
Il 14 maggio, le discussioni continuano in molti luoghi di lavoro. Dopo le grandi manifestazioni del giorno prima, con l'entusiasmo e il sentimento di forza emersi, è difficile tornare al lavoro come se nulla fosse accaduto. A Nantes, i lavoratori di Sud-Aviation, trascinati dai più giovani, si lanciano in uno sciopero spontaneo decidendo di occupare la fabbrica. La classe operaia inizia a prendere il sopravvento ...
Quello che caratterizza tutti questi movimenti è chiaramente soprattutto il rifiuto della guerra del Vietnam. I partiti stalinisti, alleati con il regime di Hanoi e di Mosca, avrebbero dovuto logicamente essere alla loro testa, almeno nei paesi in cui avevano un'influenza significativa, come era avvenuto nei movimenti contro la guerra di Corea nei primi anni '50, ma non è affatto così adesso. Al contrario, questi partiti non hanno alcuna influenza e spesso sono in netta opposizione a questi movimenti[5]. Questa è una delle caratteristiche dei movimenti studenteschi della fine degli anni '60 che mostra il loro profondo significato ed è questo significato che cercheremo di chiarire. Per farlo, è necessario ricordare quali sono stati i temi principali della mobilitazione degli studenti durante questo periodo.
Se l'opposizione alla guerra condotta dagli Stati Uniti in Vietnam è stato il tema più diffuso e sentito in tutti i paesi occidentali, non è un caso se è anche uno tra i primi temi su cui iniziarono a svilupparsi le rivolte studentesche. La gioventù americana era confrontata direttamente e immediatamente alla questione della guerra perché era stata lei stessa in prima persona ad essere mandata in Vietnam a difendere il "mondo libero". Decine di migliaia di giovani americani stavano pagando con la vita per le politiche del loro governo e centinaia di migliaia di loro tornavano da quell’inferno feriti e disabili, a milioni sono stati segnati a vita da quello che avevano vissuto in quel paese. Oltre all'orrore vissuto sul posto, proprio di tutte le guerre, molti di loro si chiedevano: "Cosa stiamo facendo in Vietnam?" L’argomentazione ufficiale era la difesa della "democrazia", del "mondo libero" e della "civiltà". Ma la realtà che stavano vivendo contraddiceva in modo flagrante questi discorsi: il regime che dovevano difendere, quello di Saigon, non era "democratico" o "civilizzato": era un regime militare, dittatoriale e particolarmente corrotto. Sul territorio, i soldati americani avevano notevoli difficoltà a comprendere che loro stessero difendendo la "civiltà", visto che veniva loro richiesto di comportarsi da barbari, terrorizzando e massacrando poveri contadini disarmati, donne, bambini e anziani.
Non furono solo i soldati sul posto ad essere disgustati dagli orrori della guerra, ma anche una parte crescente della gioventù americana. Infatti i ragazzi temevano di dover andare in guerra e le ragazze di perdere i loro compagni, e tutti venivano a conoscere sempre più cose sulla barbarie che essa rappresentava dai "veterani" che tornavano, o semplicemente dai canali televisivi[6] La palese contraddizione tra i discorsi sulla "difesa della civiltà e della democrazia" rivendicati dal governo americano e le sue azioni in Vietnam fu uno dei primi alimenti di una rivolta contro le autorità e i valori tradizionali della borghesia americana[7]. Questa rivolta aveva alimentato in un primo momento il movimento Hippie, un movimento pacifista e non violento che rivendicava il "Flower Power" e uno degli slogan era “Make Love, not War” ("Fate l'amore, non la guerra"). Probabilmente non fu per caso che la prima grande mobilitazione studentesca ebbe luogo all'Università di Berkeley, nella periferia di San Francisco, che era appunto la mecca degli hippy. I temi e soprattutto i mezzi di questa mobilitazione avevano ancora delle somiglianze con il movimento precedente: l'uso di "sit-in" non violenti per rivendicare "la libertà di espressione". Tuttavia, come in molti altri paesi in seguito, in particolare in Francia nel 1968, la repressione scatenata a Berkeley fu un fattore importante per la "radicalizzazione" del movimento. Dal 1967, con la fondazione del Youth International Party (Partito Internazionale della Gioventù) da parte di Abbie Hoffman e Jerry Rubin, che era transitato nel movimento della non violenza, il movimento di rivolta si diede una prospettiva "rivoluzionaria" contro il capitalismo. I nuovi "eroi" del movimento non erano più Bob Dylan o Joan Baez, ma figure come Che Guevara (che Rubin aveva incontrato nel 1964 a L'Avana). L'ideologia di questo movimento era molto confusa. Conteneva ingredienti anarchici (come il culto della libertà, compresa la libertà sessuale o l'uso di droghe) ma anche ingredienti stalinisti (Cuba e Albania erano considerati dei modelli). Le modalità di azione somigliavano molto a quelli degli anarchici, come la derisione e la provocazione. Così, una delle prime imprese della coppia Hoffman-Rubin fu quella di far planare pacchetti di banconote contraffatte sulla Borsa di New York provocando uno scompigli tra gli astanti per afferrare i soldi. Sempre loro, alla Convention democratica estiva del '68, presentarono come candidato alla presidenza degli Stati Uniti[8] il maiale Pegasus e nello stesso momento preparavano uno scontro violento con la polizia.
Per riassumere, le principali caratteristiche dei movimenti di rivolta che hanno agitato gli Stati Uniti negli anni '60, si sono presentate come protesta contro la guerra del Vietnam, la discriminazione razziale, la disuguaglianza tra i sessi e contro la morale e i valori tradizionali dell'America. Come notato dalla stessa maggior parte dei suoi protagonisti (che si presentavano come i figli dei borghesi ribelli), questo movimento non ha avuto alcun carattere di classe proletaria. Non è un caso se uno dei suoi "teorici", il professore di filosofia Herbert Marcuse, ritenesse che la classe operaia si fosse "integrata" e che le forze della rivoluzione contro il capitalismo dovevano essere trovate in altri settori come i Neri vittime della discriminazione, i contadini del terzo mondo e gli intellettuali ribelli.
Nella maggior parte degli altri paesi occidentali i movimenti che hanno agitato il mondo degli studenti durante gli anni '60 hanno avuto forti somiglianze con quelli degli Stati Uniti: il rifiuto dell'intervento americano in Vietnam, la rivolta contro le autorità nell’università, contro l’autorità in genere, contro la morale tradizionale, in particolare la morale sessuale. Questo è uno dei motivi per cui i partiti stalinisti, simbolo di autoritarismo, non hanno avuto alcuna eco in queste rivolte, anche quando questi partiti denunciavano l'intervento americano in Vietnam contro le forze militari tenute a una certa distanza dal blocco sovietico, e nonostante si reclamassero all’"anti-capitalismo".
Era vero che l'immagine dell'URSS era stata fortemente offuscata dalla repressione dell'insurrezione ungherese del 1956 e che il ritratto del vecchio apparatcik (funzionario di partito) Brezhnev non faceva sognare. I rivoltosi degli anni '60 preferivano mostrare nella loro stanza i poster di Ho Chi Minh (un altro vecchio apparatchik, ma più presentabile ed "eroico") e ancor più il volto romantico di Che Guevara (un altro membro di un partito stalinista, ma "esotico") o Angela Davis (anche lei membro del partito stalinista americano, ma che aveva il doppio vantaggio di essere nera e donna, con in più un bel "look" come Che Guevara).
La componente anti-Vietnam e "libertaria" si è vista in particolare in Germania. Il maggiore portavoce del movimento, Rudi Dutschke, proveniva dalla DDR (sotto tutela sovietica) dove, molto giovane, si era opposto alla repressione della rivolta ungherese. Condannava lo stalinismo come una distorsione burocratica del marxismo e considerava che l'Unione Sovietica appartenesse alla stessa catena di regimi autoritari che governavano il mondo. I suoi riferimenti ideologici erano il "giovane Marx", la Scuola di Francoforte (di cui Marcuse faceva parte), e anche l'Internazionale Situazionista (alla quale si rivendicava il gruppo Subversive Aktion la cui sezione di Berlino viene fondata da Rudi nel 1962)[9].
Infatti, durante le discussioni iniziate nel 1965 nelle università tedesche, la ricerca di un "vero marxismo antiautoritario" ebbe un grande successo, il che spiega perché furono ripubblicati molti testi del movimento consiliarista.
I temi e le esigenze del movimento studentesco in Francia nel 1968 sono sostanzialmente gli stessi. Ciò detto, nel corso del movimento i riferimenti alla guerra del Vietnam vengono ampiamente oscurati da tutta una serie di slogan d’ispirazione situazionista o anarchica (vedi surrealista) che coprono i muri ("I muri hanno la parola").
I temi anarchici si trovano in particolare in:
- La passione della distruzione è una gioia creativa (Bakunin)
- È vietato vietare
- La libertà è il crimine che contiene tutti i crimini
- Elezioni, trappole per coglioni!
- L'insolenza è la nuova arma rivoluzionaria
Completati da quelli che chiamano alla "rivoluzione sessuale" con:
- Amatevi gli uni sugli altri
- Sbottonate tanto spesso il vostro cervello quanto sbottonate le vostre brache
- Più faccio l'amore, più voglio fare la rivoluzione. Più faccio la rivoluzione, più voglio fare l'amore
Il riferimento situazionista si trova in:
- Abbasso la società dei consumi!
- Abbasso la spettacolare società mercantile!
- Abolizione dell'alienazione!
- Non lavorare mai!
- Prendo i miei desideri per la realtà perché credo nella realtà dei miei desideri
- Non vogliamo un mondo in cui la certezza di non morire di fame viene scambiata contro il rischio di morire di noia
- La noia è controrivoluzionaria
- Vivere senza tempi morti e godere senza ostacoli
- Siamo realistici, chiediamo l'impossibile!
Inoltre, il tema del conflitto generazionale (molto diffuso negli Stati Uniti e in Germania) si ritrova (anche in forme odiose) in:
- Corri compagno, il vecchio mondo è dietro di te!
- I giovani fanno l'amore, i vecchi fanno gesti osceni.
Così come, nella Francia del maggio 1968, che si copre regolarmente di barricate, non sorprende trovare:
- La barricata chiude la strada ma apre la via
- La conclusione di ogni pensiero è un sasso nella tua gola, CRS
- Sotto i sassi, la spiaggia!
Infine, la grande confusione di pensiero che accompagna questo periodo è ben riassunta da questi due slogan:
- Non ci sono pensieri rivoluzionari. Solo azioni rivoluzionarie.
- Ho qualcosa da dire, ma non so cosa.
Questi slogan, come la maggior parte di quelli messi avanti in altri paesi, indicano chiaramente che il movimento studentesco degli anni '60 non aveva affatto una natura proletaria di classe, sebbene in molti posti (come in Francia, ovviamente, e anche in Italia, Spagna o Senegal) c’è stata la volontà di stabilire un ponte con le lotte della classe operaia. Questo approccio mostrava del resto una certa accondiscendenza nei confronti di quest'ultima mista ad un fascino verso questo essere mitico, l'operaio in tuta blu, eroe di letture mal digerite dei classici del marxismo.
Fondamentalmente, il movimento studentesco degli anni '60 era di natura piccolo-borghese. Uno degli aspetti più chiari, oltre al suo carattere anarchico, è la volontà di "cambiare la vita subito", e l'impazienza e l'immediatismo sono le caratteristiche principali di una classe sociale, nel nostro caso la piccola borghesia, che non ha futuro a livello storico.
Anche il radicalismo "rivoluzionario" dell'avanguardia di questo movimento, incluso il culto della violenza promosso da alcuni dei suoi settori, è un tratto della sua natura piccolo-borghese[10]. In effetti, le preoccupazioni "rivoluzionarie" degli studenti del 1968 erano indiscutibilmente sincere, ma erano fortemente segnate dal terzomondismo (guevarismo e maoismo) se non dall'antifascismo. La loro base era una visione romantica della rivoluzione senza alcuna idea del vero processo di sviluppo del movimento portato avanti dalla classe operaia. In Francia, per gli studenti che si credevano "rivoluzionari", il movimento del maggio 68 era già la rivoluzione, e le barricate che si alzavano giorno dopo giorno venivano presentate come le eredi di quelle dell'insurrezione del giugno 1848 e della Comune del 1871.
Una delle componenti del movimento studentesco degli anni '60 è il "conflitto generazionale", il divario importante tra la nuova generazione e quella dei suoi genitori, alla quale venivano mosse molte critiche. In particolare, poiché questa generazione aveva lavorato duramente per uscire dalla miseria e dalla situazione di fame della seconda guerra mondiale, fu accusata di preoccuparsi solo del benessere materiale. Da qui il successo delle fantasie sulla "società dei consumi" e slogan come "Mai lavorare!". Figlia di una generazione che aveva sofferto in pieno la controrivoluzione, la gioventù degli anni '60 le rimproverava il conformismo e la sottomissione alle richieste del capitalismo. Di contro, molti genitori non capivano e avevano difficoltà ad accettare che i loro figli trattassero con disprezzo i sacrifici che avevano fatto per offrire loro una situazione economica migliore.
Tuttavia, esisteva una reale fattore economico per la rivolta studentesca degli anni '60: all'epoca, non c'era una grande minaccia di disoccupazione o precarietà alla fine degli studi, come oggi. La principale preoccupazione che riguardava i giovani studenti era che ora non potevano accedere allo stesso status sociale che era stato garantito alla precedente generazione di laureati. Infatti, la generazione del 1968 fu la prima a doversi confrontare con una certa brutalità al fenomeno della "proletarizzazione dei quadri" ampiamente studiato dai sociologi del tempo. Questo fenomeno era iniziato qualche anno prima, ancor prima che la crisi aperta si manifestasse, a seguito di un aumento significativo del numero di studenti nelle università (ad esempio, il numero di studenti in Germania passò da 330.000 a 1.1 milioni tra il 1964 e il 1974). Questo aumento era frutto dei bisogni dell'economia, ma anche della volontà e della possibilità per la generazione dei loro genitori di fornire ai propri figli una situazione economica e sociale migliore della loro. Tra le altre cose, questa "massificazione" della popolazione studentesca aveva provocato un crescente disagio derivante dalla permanenza all'interno dell'Università di strutture e pratiche ereditate da un tempo in cui solo una élite poteva accedervi, tra cui un forte autoritarismo.
Tuttavia, se il movimento studentesco che inizia nel 1964 si sviluppa in un periodo di "prosperità" per il capitalismo, non è lo stesso a partire dal 1967, quando la situazione economica inizia a deteriorarsi seriamente rafforzando il disagio della gioventù studentesca. Questo è uno degli elementi che ci permette di capire perché questo movimento ha avuto il suo apice nel 1968. Questo spiega anche perché, nel maggio 1968, il movimento della classe operaia prende il sopravvento. E’ questo aspetto che vedremo nel prossimo articolo.
Fabienne
[1] David Caute, 1968 nel mondo. Parigi: Laffont, 1988; tradotto da Sixty-Eight: The Year of the Barricades (L’anno delle barricate), Londra: Hamilton, 1988; pubblicato anche negli Stati Uniti con il titolo: The Year of the Barricades: A Journey through 1968 (L'anno delle barricate: Un viaggio nel 1968), New York: Harper & Row, 1988.
[2] Mark Kurlansky, 1968: l'anno che ha sconvolto il mondo. Parigi: Presses of the City, 2005; tradotto da 1968: The Year That Rocked the World. New York: Ballantine Books, 2004
[3] Avvenimenti quali, ad esempio, l’Offensiva del Têt in Vietcong a febbraio, che, se alla fine venne respinta dall'esercito statunitense, dimostrò che quest’ultimo non avrebbe mai potuto vincere la guerra in Vietnam, oppure come l'intervento dei carri armati in Cecoslovacchia.
[4] Rudi Dutschke sopravvisse all'attacco ma subì gravi conseguenze neurologiche che in parte sono state responsabili della sua prematura scomparsa all'età di 39 anni, il 24 dicembre 1979, 3 mesi prima della nascita di suo figlio, Rudi Marek. Bachmann fu condannato a 7 anni di carcere per tentato omicidio. Dutschke contattò il suo attentatore per iscritto per spiegare che non aveva alcun risentimento personale verso di lui e per cercare di convincerlo della correttezza di un impegno socialista. Bachmann si suicidò in carcere il 24 febbraio 1970. Dutschke si pentì di non avergli scritto più spesso: "la lotta per la liberazione è appena iniziata; sfortunatamente, Bachmann non sarà più in grado di partecipare ...".
[5] Anche nei paesi stalinisti si hanno dei movimenti studenteschi nel 1968. In Cecoslovacchia, questi vengono coinvolti nella "Primavera di Praga" promossa da una sezione del partito stalinista e non possono essere considerati movimenti che mettono in discussione il regime. Tutt’altra è la situazione in Polonia. Dimostrazioni studentesche di protesta, innescate dal divieto di uno spettacolo considerato anti-sovietico, sono represse l'8 marzo dalla polizia. Durante il mese di marzo, la tensione aumenta, gli studenti moltiplicano le occupazioni di università e manifestazioni. Sotto la guida del Ministro degli Interni, il generale Moczar, leader della corrente "partigiani" nel partito stalinista, questi movimenti vengono brutalmente repressi e nello stesso momento in cui gli ebrei del partito vengono espulsi per "sionismo".
[6] Durante la guerra del Vietnam, i media americani non erano soggetti alle autorità militari. Questo è un "errore" che il governo degli Stati Uniti non ripeterà nelle guerre contro l'Iraq nel 1991 e nel 2003.
[7] Un tale fenomeno non si ebbe all'indomani della seconda guerra mondiale: anche all’epoca i soldati americani vivevano all'inferno, specialmente quelli che sbarcarono in Normandia nel 1944, ma il loro sacrificio fu accettato da quasi tutti loro e dalla popolazione grazie alla propaganda che le autorità e dei media facevano sulla barbarie del regime nazista.
[8] All'inizio del ventesimo secolo, anarchici francesi presentarono un asino alle elezioni legislative
[9] Per una presentazione sintetica delle posizioni politiche del situazionismo, vedi il nostro articolo "Guy Debord: La seconda morte dell'Internazionale situazionista" pubblicato sulla Rivista Internazionale n. 80, in inglese [444] e francese [445].
[10] Va notato che nella maggior parte dei casi (sia in paesi "autoritari" che "democratici") le autorità hanno reagito in modo estremamente brutale alle proteste studentesche, anche quando inizialmente pacifiche. Praticamente ovunque, la repressione, lungi dall'intimidire i manifestanti, ha costituito un fattore di forte mobilitazione e radicalizzazione del movimento. Molti studenti che inizialmente non si consideravano "rivoluzionari" non hanno esitato, dopo poco, a definirsi tali in seguito allo scatenarsi di una repressione che, più di tutti i discorsi di Rubin, Dutschke o Cohn-Bendit, ha mostrato il vero volto della democrazia borghese.
Gli eventi della primavera del 1968 hanno avuto una dimensione internazionale, sia nelle loro radici che nelle loro conseguenze. Alla loro base c’erano i riflessi dei primi sintomi della crisi economica mondiale, che stava riapparendo dopo ben oltre un decennio di prosperità capitalista, sulla classe operaia.
Dopo decenni di sconfitte, disorientamento e sottomissione, nel maggio 1968 la classe operaia ritorna sulla scena della storia. Mentre l’agitazione studentesca - che si era sviluppata in Francia dall'inizio della primavera - e le lotte radicali dei lavoratori - scoppiate l'anno precedente - avevano già cambiato l'atmosfera sociale, l'ingresso in massa della lotta di classe (10 milioni in sciopero) ha sconvolto l'intero panorama sociale.
Molto presto altri settori nazionali della classe operaia mondiale entreranno in lotta. Le stesse lotte operaie in Italia nel ‘68, le lotte in Argentina (il Cordobazo) e l’Autunno caldo in Italia nel ‘69, gli scioperi in Polonia del ’70 e molte altre lotte in diversi paesi del mondo segnano la fine del periodo di controrivoluzione seguito alla seconda Guerra mondiale. A differenza di quella del 1929, la crisi che si stava sviluppando non avrebbe portato a una guerra mondiale, ma a uno sviluppo di lotte di classe che avrebbero impedito alla classe dominante di imporre una nuova carneficina mondiale come risposta alle convulsioni della sua economia.
Per discutere di questo importante momento della storia della classe lavoratrice a cinquant’anni dal suo sviluppo, il suo significato e gli insegnamenti che possiamo trarre per la prospettiva di cambiamento radicale della società, la CCI organizza
Ore 14.30 – 20.00
(Traversa di Via San Gregorio Armeno, ex Asilo Filangieri)
Nella prima parte di questo articolo[1] abbiamo analizzato la prima delle componenti degli "avvenimenti del maggio 68", la rivolta studentesca, a livello internazionale e in Francia. Qui riprendiamo la componente essenziale di questi eventi: il movimento della classe operaia.
Nel primo articolo, abbiamo concluso la narrazione degli eventi in Francia dicendo: “Il 14 maggio, le discussioni continuano in molti luoghi di lavoro. Dopo le grandi manifestazioni del giorno prima (in solidarietà con gli studenti vittime della repressione), con l'entusiasmo e il sentimento di forza emersi, è difficile tornare al lavoro come se nulla fosse accaduto. A Nantes, i lavoratori di Sud-Aviation, trascinati dai più giovani, si lanciano in uno sciopero spontaneo decidendo di occupare la fabbrica. La classe operaia inizia a prendere il sopravvento”.
Da questo punto riprendiamo la nostra storia
Lo sciopero generalizzato in Francia
A Nantes, furono i giovani lavoratori, stessa età degli studenti, ad iniziare il movimento; il loro ragionamento era semplice: "Se gli studenti, che non possono fare pressione con lo sciopero, hanno avuto la forza di respingere il governo, i lavoratori possono anche batterlo". Da parte loro, gli studenti della città venivano a portare la loro solidarietà agli operai, unendosi ai loro picchetti: la fraternizzazione. Qui, risultò chiaro che le campagne del PCF[2] e l'avvertimento della CGT[3] contro i "provocatori di sinistra pagati dai padroni e dal ministero degli interni" che si sarebbero infiltrati nella comunità studentesca avrebbero avuto un impatto molto limitato. In totale, la sera del 14 maggio c'erano 3.100 scioperanti.
Il 15 maggio il movimento si estese allo stabilimento Renault di Cléon, in Normandia, e ad altre due fabbriche della regione: sciopero totale, occupazione illimitata, sequestro della Direzione, bandiera rossa sulle porte. A fine giornata, a scioperare erano in 11.000.
Il 16 maggio, le altre fabbriche Renault si unirono al movimento: bandiere rosse su Flins, Sandouville, Le Mans e Billancourt (vicino alla periferia di Parigi). Quella sera, a scioperare furono 75.000 persone in tutto, ma l'ingresso di Renault-Billancourt nella lotta fu un segnale forte: si trattava della più grande fabbrica francese (35.000 lavoratori) e da molto tempo, c'era questo modo di dire: "Quando la Renault starnutisce, la Francia si raffredda".
Il 17 maggio si contarono 215.000 scioperanti: lo sciopero cominciava a colpire tutta la Francia, soprattutto nelle province. Era un movimento totalmente spontaneo; i sindacati potevano solo seguirlo. Ovunque, in prima fila c'erano i giovani operai. Ci furono molti episodi di fraternizzazioni tra studenti e giovani operai: quando quest’ultimi arrivavano alle facoltà occupate invitavano gli studenti a mangiare alle loro mense.
Non c’erano rivendicazioni specifiche: era un maremoto che montava: su un muro di una fabbrica in Normandia c’era scritto "E' il tempo di vivere e più degnamente!" Quel giorno, temendo di essere "sopraffatto dalla base" e anche dalla CFDT[4] presente nelle mobilitazioni molto più dei primi giorni, la CGT chiese l'estensione dello sciopero: "aveva preso il treno in corsa" come si diceva all'epoca. Il suo comunicato stampa sarà conosciuto solo il giorno successivo.
Il 18 maggio, a mezzogiorno c'erano 1 milione di lavoratori a scioperare, anche prima che si conoscessero gli appelli della CGT. Quella sera gli scioperanti raggiunsero i 2 milioni.
Lunedì 20 maggio 4 milioni e 6 milioni e mezzo il giorno dopo.
Il 22 maggio, i lavoratori in sciopero illimitato raggiunsero gli 8 milioni. Fu il più grande sciopero della storia del movimento operaio internazionale. Molto più massiccio dei due precedenti: lo "sciopero generale" del maggio 1926 in Gran Bretagna (che durò una settimana) e gli scioperi di maggio-giugno 1936 in Francia.
Tutti i settori furono coinvolti: industria, trasporti, energia, poste e telecomunicazioni, istruzione, pubblica amministrazione (diversi ministeri vennero completamente paralizzati), media (la televisione nazionale era in sciopero, gli operai denunciarono in particolare la censura imposto a loro), i laboratori di ricerca, ecc. Persino le pompe funebri furono paralizzate (morire a maggio '68 non era una buona idea). Si potevano persino vedere sportivi professionisti entrare nel movimento: la bandiera rossa sventolava sull'edificio della Federcalcio francese. Gli artisti non rimasero fuori e il Festival di Cannes venne interrotto su istigazione dei registi.
Durante questo periodo, le facoltà occupate (così come altri edifici pubblici, come il Teatro de l'Odéon a Parigi) diventarono luoghi di discussione politica permanente. Molti operai, compresi i giovani, ma non solo, partecipavano a queste discussioni. Alcuni lavoratori chiesero a coloro che difendevano l'idea della rivoluzione di andare a difendere il loro punto di vista nelle loro imprese occupate. Così, a Tolosa, il piccolo nucleo che poi fonderà la sezione della CCI in Francia fu invitato ad esporre l'idea dei consigli operai nella fabbrica JOB (carta e cartone) occupata. E la cosa più sorprendente fu che questo invito proveniva da attivisti ... della CGT e del PCF. Questi ultimi furono costretti a negoziare per un'ora con la CGT presente nella grande fabbrica Sud Aviation, giunta a "rafforzare" il picchetto dello sciopero, per ottenere l’autorizzazione a lasciare entrare degli "estremisti" in fabbrica. Per più di sei ore, operai e rivoluzionari, seduti su rotoli di cartone, discuteranno della rivoluzione, della storia del movimento operaio, dei soviet ed anche dei tradimenti ... del PCF e della CGT ...
Molte discussioni si svolgono anche in strada, sui marciapiedi (in tutta la Francia nel maggio 68 è bel tempo!). Esse nacquero spontaneamente, ognuno aveva qualcosa da dire ("Si parla e si ascolta" era uno slogan). Ovunque, c'era un'atmosfera festosa, tranne che nei "quartieri bene" dove si accumulavano paura e odio.
Ovunque in Francia, nei quartieri, in alcune grandi aziende o nei dintorni di esse, emergevano "Comitati d'azione": si discuteva su come condurre la lotta, della prospettiva rivoluzionaria. Questi erano generalmente animati da gruppi di sinistra o anarchici, ma raccolsero molte più persone rispetto ai membri di queste organizzazioni. Anche all'ORTF, la radio e la televisione di Stato, venne creato un Comitato d'azione, guidato da Michel Drucker[5], al quale partecipava l'incommensurabile Thierry Rolland[6].
Di fronte a una tale situazione, la classe dominante stava vivendo un periodo di disorientamento, che si esprimeva con iniziative scomposte e inefficaci.
Così, il 22 maggio, l'Assemblea nazionale, dominata dalla destra, discusse (per rigettare alla fine) una mozione di censura presentata dalla sinistra due settimane prima: le istituzioni ufficiali della Repubblica francese sembravano vivere in un altro mondo. Lo stesso valeva per il governo, che stava prendendo nello stesso giorno la decisione di vietare il rientro a Cohn-Bendit che intanto era andato in Germania. Questa decisione non fece che accrescere il malcontento: il 24 maggio ci furono molte manifestazioni, in particolare per denunciare il divieto di residenza a Cohn-Bendit: "Ce ne fottiamo delle frontiere!", "Siamo tutti ebrei tedeschi!" Nonostante il cordone sanitario della CGT contro gli "avventurieri" e "provocatori" (vale a dire gli studenti "radicali") molti giovani operai si unirono a questi eventi.
In serata, il presidente della Repubblica, il generale de Gaulle, fece un discorso: propose un referendum per i francesi affinché si pronunciassero sulla "partecipazione" (una sorta di associazione capitale-lavoro). Non si poteva essere più lontani dalle realtà. Quel discorso fu un flop completo rivelando il disorientamento del governo e della borghesia in generale[7].
Per strada, i manifestanti avevano ascoltato il discorso sulle radio portatili e la rabbia aumentò: "Il suo discorso, non ci interessa!" Ci furono scontri e barricate durante la notte a Parigi e in diverse città di provincia. Furono rotte molte vetrine, bruciate automobili, e questi atti rivolsero una parte dell’opinione pubblica contro gli studenti considerati ora come "vandali". D’altra parte era pur vero che molto probabilmente tra i manifestanti si erano infiltrati membri della milizia gollista o poliziotti in borghese al fine di "alimentare il fuoco" e spaventare la popolazione. Ma era anche chiaro che molti studenti immaginavano di "fare la rivoluzione" costruendo barricate o bruciando automobili, simboli della "società dei consumi". Ma soprattutto tutti questi atti esprimevano la rabbia dei manifestanti, studenti e giovani operai, davanti alle ridicole e provocatorie risposte delle autorità di fronte al più grande sciopero della storia. Illustrazione di questa rabbia contro il sistema: il simbolo del capitalismo, la Borsa di Parigi, fu dato alle fiamme.
Alla fine, solo il giorno seguente la borghesia iniziò a prendere iniziative efficaci: sabato 25 maggio si aprirono delle trattative al Ministero del lavoro (rue de Grenelle) tra sindacati, padroni e governo.
Fin dall'inizio, i padroni si mostrarono pronti a concedere molto più di ciò che immaginavano i sindacati: chiaramente la borghesia aveva paura. Il primo ministro, Pompidou, presiedeva. Si incontrò da solo per un'ora, la domenica mattina, con Séguy, capo della CGT[8]: i due principali responsabili del mantenimento dell'ordine sociale in Francia dovevano discutere senza testimoni per ripristinare quest’ultimo[9].
Nella notte tra il 26 ed il 27 maggio si conclusero gli "accordi di Grenelle":
- aumenti salariali per tutti del 7% il 1 giugno, più del 3% il 1 ottobre;
- aumento del salario minimo di circa il 25%;
- riduzione del "ticket" dal 30% al 25% (importo delle spese sanitarie non coperte dall’assistenza sociale);
- riconoscimento della sezione sindacale all'interno dell'azienda;
- più una serie di promesse poco chiare d’apertura di negoziati, in particolare sulla durata del lavoro (che in media era dell'ordine di 47 ore settimanali).
Data l'importanza e la forza del movimento, questa fu una vera provocazione:
- il 10% sarebbe stato cancellato dall'inflazione (importante in quel momento);
- nulla sulla compensazione salariale per l'inflazione;
- niente di concreto sulla riduzione dell'orario di lavoro; ci si limitava a sbandierare l'obiettivo di "ritorno progressivo a 40 ore" (già ottenuto ufficialmente nel 1936!); al ritmo proposto dal governo, si sarebbe arrivati al ... 2008! ;
- gli unici che guadagnano qualcosa di significativo erano i lavoratori più poveri (si voleva dividere la classe operaia riportandoli al lavoro) e i sindacati (si voleva ricompensarli per il loro ruolo di sabotatori).
Lunedì 27 maggio, gli "accordi di Grenelle" furono respinti all'unanimità dalle assemblee dei lavoratori.
Alla Renault Billancourt, i sindacati organizzarono un grande "spettacolo" in gran parte coperto da radio e televisione: lasciando i negoziati, Séguy disse ai giornalisti: "La ripresa non dovrebbe tardare" e sperava che i lavoratori di Billancourt avrebbero dato l’esempio. Tuttavia, 10.000 di loro, radunati sin dall'alba, decisero di continuare il movimento ancor prima dell'arrivo dei leader sindacali.
Benoît Frachon, leader "storico" della CGT (presente anche ai negoziati del 1936) dichiarò: "Gli accordi di Grenelle porteranno a milioni di lavoratori un benessere che non avrebbero sperato": silenzio di morte!
André Jeanson, della CFDT, si felicitò per il voto iniziale a favore della continuazione dello sciopero e parlò della solidarietà dei lavoratori con gli studenti universitari e della lotta dei liceali: applausi a piene mani.
Infine, Séguy presentò "un resoconto oggettivo" di ciò che "era stato conquistato a Grenelle": sibilò un fischio generale di diversi minuti. Séguy fece una piroetta: "Se giudico in base a ciò che sento, voi non vi lascerete fare": applausi ma nella folla si sentiva: "Non gli importa niente della nostra sorte!".
La migliore prova del rifiuto degli "accordi di Grenelle": il 27 maggio il numero degli scioperanti aumentò ancora per raggiungere i 9 milioni.
Lo stesso giorno si svolse allo stadio Charléty, a Parigi, una grande manifestazione indetta dal sindacato studentesco UNEF, dalla CFDT (maggioritaria rispetto alla CGT) e da gruppi di estrema sinistra (gauchistes). Il tono dei discorsi fu molto rivoluzionario: si trattava infatti di dare uno sfogo al crescente malcontento verso la CGT e il PCF. Accanto ai gauchistes, si notò la presenza di politici socialdemocratici come Mendes-France (ex capo del governo negli anni '50). Cohn-Bendit, con i capelli tinti di nero, fece la sua apparizione (lo si era già visto il giorno prima alla Sorbona).
Il 28 maggio è il giorno dei gracidii dei partiti di sinistra. Al mattino, François Mitterrand, presidente della Federazione della Sinistra Democratica e Socialista (che raggruppava il Partito Socialista, il Partito Radicale e vari piccoli gruppi di sinistra) tenne una conferenza stampa; considerando che c'era un vuoto di potere, annunciò la sua candidatura alla presidenza della Repubblica. Nel pomeriggio, Waldeck Rochet, capo del PCF, propose un governo "a partecipazione comunista": si trattava di impedire ai socialdemocratici di sfruttare la situazione a loro esclusivo beneficio. Viene sostituito, il giorno successivo, 29 maggio, da una grande manifestazione indetta dalla CGT che rivendicava un "governo popolare". La destra urlò immediatamente contro la "trama comunista".
Quello stesso giorno si notò la "scomparsa" del generale de Gaulle. Alcuni dissero che si era ritirato, in realtà era andato in Germania per farsi rassicurare sulla fedeltà degli eserciti dal generale Massu, comandante delle truppe d'occupazione francesi.
Il 30 maggio fu un giorno decisivo per il recupero della situazione da parte della borghesia. De Gaulle fece un nuovo discorso:
"Nelle circostanze attuali, non mi ritirerò. (...) Io oggi sciolgo l'Assemblea Nazionale ..."
Allo stesso tempo, si svolse a Parigi sugli Champs-Élysées un'enorme dimostrazione a sostegno di de Gaulle. Giunti dai quartieri bene, dagli opulenti sobborghi e anche dalla "Francia profonda" grazie a camion dell'esercito, il "popolo" della paura e del denaro, istituzioni borghesi e religiose con i loro figli, vecchi dirigenti imbevuti della loro "superiorità", piccoli commercianti che tremavano per le loro vetrine, veterani ulcerotici per gli attacchi alla bandiera tricolore, agenti infiltrati in combutta con la malavita, ma anche vecchi appartenenti all'Algeria francese e dell'OAS[10], giovani membri del gruppo fascista Occident, vecchi nostalgici di Vichy (che tutti odiavano de Gaulle); tutto questo bel mondo venne a proclamare il suo odio per la classe operaia e il suo "amore per l'ordine". Tra la folla, accanto ai veterani della "Francia libera", si sentì gridare "Cohn-Bendit a Dachau!".
Ma il "Partito dell'ordine" non si riduceva a coloro che dimostrarono sugli Champs-Elysees. Lo stesso giorno, la CGT chiese negoziati per ramo per "migliorare i risultati di Grenelle" era il modo di dividere il movimento per liquidarlo.
Da questa data (un giovedì), il lavoro iniziò a riprendere, ma lentamente perché, il 6 giugno, ci furono altri 6 milioni di scioperanti. La ripresa del lavoro avviene in maniera dispersa:
- 31 maggio: industria siderurgica della Lorena, tessili nordici;
- 4 giugno: arsenali, assicurazioni;
- 5 giugno: EDF[11], miniere di carbone;
- 6 giugno: poste, telecomunicazioni, trasporti (a Parigi, la CGT costringeva a riprendere: in ogni deposito i dirigenti sindacali annunciavano che altri depositi erano tornati al lavoro, la qualcosa era falsa);
- 7 giugno: scuola primaria;
- 10 giugno: occupazione della fabbrica Renault a Flins da parte delle forze di polizia; uno studente liceale di 17 anni, Gilles Tautin, in zona per portare la sua solidarietà agli operai, caricato dalla polizia cade nella Senna annegando;
- 11 giugno: intervento del CRS[12] nello stabilimento Peugeot di Sochaux (2° stabilimento in Francia): due operai vennero uccisi, di cui uno con proiettili di arma da fuoco.
Nuove manifestazioni violente in tutta la Francia: "Hanno ucciso i nostri compagni!" A Sochaux, di fronte alla decisa resistenza degli operai, il CRS sgombrò la fabbrica: il lavoro riprese solo 10 giorni dopo.
Temendo che l'indignazione potesse far riprendere gli scioperi (c’erano ancora 3 milioni di scioperanti), i sindacati (CGT in testa) e i partiti di sinistra guidati dal PCF sollecitarono la ripresa del lavoro "perché le elezioni possano tenersi e completare la vittoria della classe operaia". Il quotidiano del PCF, L'Humanité, titolava: "Forti della loro vittoria, milioni di lavoratori stanno tornando al lavoro".
L'appello sistematico allo sciopero dei sindacati dal 20 maggio trovava ora la sua spiegazione: “non solo dovremmo evitare di essere travolti dalla "base", ma dobbiamo controllare il movimento per poter, giunto il momento, provocare la ripresa dei settori meno combattivi e demoralizzare gli altri”.
Waldeck Rochet, nei suoi discorsi elettorali affermò che "Il Partito Comunista era un partito dell'ordine". E l'"ordine" borghese stava a poco a poco tornando:
- 12 giugno: ripresa della scuola secondaria;
- 14 giugno: Air France e Merchant Marine;
- 16 giugno: la Sorbona veniva occupata dalla polizia;
- 17 giugno: ripresa caotica alla Renault Billancourt;
- 18 giugno: de Gaulle rilasciò i capi dell'OS che erano ancora in prigione;
- 23 giugno: 1° turno delle elezioni legislative con una forte avanzata della destra;
- 24 giugno: ripresa dei lavori nello stabilimento di Citroën Javel, in piena Parigi (Krasucki, numero 2 della CGT, intervenne insistentemente nell'assemblea generale per invitare a mettere fine allo sciopero);
- 26 giugno: Usinor Dunkerque;
- 30 giugno: 2° turno delle elezioni con una storica vittoria della destra.
Una delle ultime aziende a tornare a lavorare il 12 luglio fu l'ORTF: molti giornalisti non volevano reintegrato il controllo e la censura che fino ad allora avevano subito da parte del governo. Dopo la "ripresa del controllo", molti tra loro furono licenziati. L'ordine ritornò ovunque, compreso nelle informazioni ritenute utili da divulgare nella popolazione.
Così, il più grande sciopero della storia si concluse con una sconfitta, contrariamente alle affermazioni della CGT e del PCF. Un'amara sconfitta sancita dal ritorno in forza dei partiti e delle "autorità" denigrate durante il movimento. Ma il movimento operaio da tempo sapeva che: "Il vero risultato delle loro lotte non è tanto il successo immediato ma la crescente unione degli operai" (il Manifesto comunista). Inoltre, in Francia nel 1968 dietro la loro sconfitta immediata gli operai conquistarono una grande vittoria, non per se stessi ma per il proletariato mondiale. Questo è quello che vedremo nello stesso momento in cui cercheremo di evidenziare le cause profonde e le questioni storiche e globali del "gioioso mese di maggio francese".
Nella maggior parte dei molti libri e programmi televisivi sul maggio 1968 che hanno occupato lo spazio mediatico di diversi paesi in quest’ultimo periodo, si sottolinea il carattere internazionale del movimento studentesco che ha colpito la Francia durante quel mese. Tutti concordano nel notare, come abbiamo sottolineato nel nostro precedente articolo, che gli studenti francesi non furono i primi a mobilitarsi in modo massiccio; che in qualche modo "sono saltati su un treno in corsa" di un movimento iniziato nelle università americane nell'autunno del 1964. A partire dagli Stati Uniti, quel movimento, che aveva colpito la maggior parte dei paesi occidentali, dal 1967 aveva conosciuto in Germania i suoi sviluppi più spettacolari, che resero gli studenti di questo paese il "riferimento" per quelli di altri paesi europei. Tuttavia, gli stessi giornalisti o "storici" che amano sottolineare la portata internazionale della protesta studentesca degli anni '60 di solito non dicono una parola sulle lotte sindacali che hanno avuto luogo nel mondo durante questo periodo. Ovviamente, non possono ignorare l'enorme sciopero che costituisce l'altro aspetto, ovviamente la parte più importante degli "eventi" del 68 in Francia: è difficile per loro mettere in sordina lo sciopero più grande della storia del movimento operaio Ma se li seguiamo, per loro questo movimento del proletariato costituisce ancora una volta una sorta di "eccezione francese".
In effetti, allo stesso modo, e forse ancor più, del movimento studentesco, il movimento della classe operaia in Francia è stato parte integrante di un movimento internazionale e può essere realmente compreso solo in questo contesto internazionale.
È vero che nel maggio 1968 esisteva in Francia una situazione che non si trovava in nessun altro paese, se non in modo molto marginale: un massiccio movimento della classe operaia che decolla dalla mobilitazione degli studenti. È chiaro che la mobilitazione studentesca, la repressione che ha subito - e che l'ha alimentata - così come la ritirata finale del governo dopo la "notte delle barricate" del 10-11 maggio, hanno avuto un ruolo, non solamente nello scatenamento, ma anche nell’ampiezza dello sciopero degli operai. Detto ciò, se il proletariato francese si è impegnato in un tale movimento, non è stato sicuramente solo per "fare come gli studenti", ma perché c'era un profondo malcontento, diffuso, e anche forza politica per impegnarsi nella lotta.
Questo fatto generalmente non è oscurato da libri e programmi televisivi su Maggio 68: viene spesso ricordato che nel 1967, i lavoratori avevano condotto lotte importanti con caratteristiche in contrasto con quelle del periodo precedente. In particolare, se gli "scioperetti" e le giornate d’azione sindacali non suscitarono grande entusiasmo, si verificarono conflitti molto duri, molti determinati dalla violenta repressione padronale e di polizia con scavalcamenti sindacali a più riprese. Così, all'inizio del 1967 si avranno scontri significativi a Bordeaux (la fabbrica di aerei Dassault), a Besançon e nella regione di Lione (sciopero con occupazione a Rhodia, a Berliet che induce i padroni alla serrata e l'occupazione dello stabilimento da parte dei CRS), nelle miniere della Lorena, nei cantieri navali di Saint-Nazaire (che l'11 aprile venne paralizzato da uno sciopero generale).
Fu a Caen, in Normandia, che la classe operaia effettuò una delle sue più importanti battaglie prima del maggio 68. Il 20 gennaio 1968, i sindacati della Saviem (camion) avevano chiamato a scioperare per un'ora e mezza, ma la base, giudicando questa azione insufficiente, il 23 si lanciò in sciopero spontaneo. Il giorno seguente, alle 4 del mattino, i CRS smantellarono il picchetto permettendo ai quadri e ai crumiri di entrare fabbrica. Gli scioperanti decisero di andare in centro città dove vennero raggiunti da lavoratori di altre fabbriche anche loro in sciopero. Alle 8 del mattino, 5000 persone convennero pacificamente nella piazza centrale: le Guardie mobili[13] le caricarono brutalmente, anche con colpi col calcio dei fucili. Il 26 gennaio, i lavoratori di tutti i settori della città (compresi gli insegnanti) e molti studenti dimostrarono la loro solidarietà: alle 18 un concentramento sulla piazza centrale raccolse 7000 persone. Alla fine dell'incontro, le Guardie mobili caricarono per sgombrare il posto, ma furono sorpresi dalla resistenza degli operai. Gli scontri dureranno tutta la notte; ci saranno 200 feriti e dozzine di arresti. Sei giovani manifestanti, tutti lavoratori, ricevettero pene detentive da 15 giorni a tre mesi. Ma lungi dal far arretrare la classe operaia, questa repressione provocò solo l'estensione della sua lotta: il 30 gennaio, vi furono 15.000 scioperanti a Caen. Il 2 febbraio, le autorità e i padroni furono costretti a fare marcia indietro: le proteste furono revocate, gli aumenti salariali del 3-4%. Il giorno dopo, il lavoro riprese, ma, sotto l'impulso di giovani operai, gli scioperi continuarono per un mese alla Saviem.
Ad aprile 67 ed a gennaio 68, Saint-Nazaire e Caen non furono le uniche città colpite da scioperi generali da parte dell'intera popolazione operaia. Anche altre città più piccole come Redon a marzo e ad aprile Honfleur vennero interessate da proteste operaie. Questi massicci scioperi di tutti gli sfruttati di una città prefiguravano ciò che sarebbe accaduto a partire dalla metà di maggio in tutto il paese.
Quindi, non possiamo dire che la tempesta del maggio 1968 esplose come un fulmine a cielo sereno. Il movimento studentesco diede "fuoco alle polveri", ma queste erano già pronte ad infiammarsi.
Ovviamente, gli "specialisti", in particolare i sociologi, hanno cercato di evidenziare le cause di questa "eccezione" francese. In particolare, hanno sottolineato l'altissimo tasso di sviluppo industriale in Francia durante gli anni '60, trasformando questo vecchio paese agricolo in una moderna potenza industriale. Questo fatto spiega la presenza e il ruolo di un gran numero di giovani lavoratori nelle fabbriche che spesso erano state da poco costruite. Questi giovani operai, provenienti spesso da zone rurali, sono poco sindacalizzati e hanno difficoltà a sopportare la disciplina da caserma di fabbrica dal momento che ricevono retribuzioni per lo più irrisorie, anche quando hanno una certificazione di competenza professionale. Questa situazione rende possibile capire perché sono stati i settori più giovani della classe operaia a impegnarsi per primi nella lotta, e anche perché la maggior parte dei movimenti maggiori che hanno preceduto il maggio 68 hanno avuto luogo nell'ovest della Francia, una regione prevalentemente rurale e tardivamente industrializzata. Tuttavia, le spiegazioni dei sociologi non riescono a spiegare perché non furono solo i giovani lavoratori a scioperare nel 1968, ma la stragrande maggioranza dell'intera classe operaia, di tutte le età.
Di fatto, dietro un movimento della grandezza e della profondità di quello del maggio '68, c'erano necessariamente cause molto più profonde, cause che andavano ben oltre il quadro della Francia. Se tutta la classe operaia di questo paese ha iniziato uno sciopero quasi generale, è perché tutti i suoi settori cominciavano a risentire della crisi economica che, nel 1968, era solo all'inizio, una crisi non "francese" ma dell'intero capitalismo mondiale. Sono gli effetti in Francia di questa crisi economica globale (aumento della disoccupazione, congelamento degli aumenti salariali, intensificazione dei tassi di produzione, attacchi alla sicurezza sociale) che spiegano in gran parte l'aumento della combattività dei lavoratori in questo paese dal 1967:
"In tutti i paesi industrializzati, in Europa e negli Stati Uniti, la disoccupazione è in crescita e le prospettive economiche si fanno sempre più scure. L'Inghilterra, nonostante una moltiplicazione di misure per salvaguardare l'equilibrio, alla fine del 1967 è costretta ad una svalutazione della sterlina, che innesca svalutazioni in un certo numero di paesi. Il governo Wilson proclama un programma di austerità eccezionale: massiccia riduzione della spesa pubblica ..., blocco dei salari, riduzione del consumo interno e delle importazioni, sforzo per aumentare le esportazioni. Il 1° gennaio 1968, è il turno di Johnson [Presidente degli Stati Uniti] a sollevare l'allarme e annunciare dure misure necessarie per salvaguardare l'equilibrio economico. A marzo scoppia la crisi finanziaria del dollaro. La stampa economica ogni giorno più pessimista, evoca sempre più lo spettro della crisi del 1929 (...) Maggio 1968 appare in tutto il suo significato come una delle prime e più importanti reazioni della massa operaia a un peggioramento della situazione economica mondiale" (Révolution internationale (vecchia serie) n°2, primavera 1969).
In realtà, circostanze particolari hanno reso possibile che in Francia il proletariato mondiale stesse portando avanti la sua prima grande lotta contro i crescenti attacchi che il capitalismo in crisi non poteva che moltiplicare. Ma, abbastanza rapidamente, altri settori nazionali della classe operaia sarebbero entrati in lotta. Stesse cause, stessi effetti.
Così, dall'altra parte del mondo, in Argentina, il mese di maggio del 1969 sarebbe stato segnato da ciò che è rimasto da allora nei ricordi come il "cordobazo". Il 29 maggio, in seguito a una serie di proteste nelle città operaie contro i violenti attacchi economici e la repressione della giunta militare, gli operai di Cordoba sopraffecero completamente la polizia e l'esercito (per lo più dotati di carri armati) diventando padroni della città (la seconda del paese). Il governo fu in grado di "ristabilire l'ordine" solo il giorno successivo grazie al massiccio invio di truppe militari.
In Italia, allo stesso tempo, iniziava il più importante movimento di lotte sindacali dalla seconda guerra mondiale. Gli scioperi cominciarono ad intensificarsi alla Fiat a Torino, prima nella fabbrica principale della città, ed in particolare a Fiat-Mirafiori, per poi estendersi agli altri stabilimenti del gruppo a Torino e dintorni. Il 3 luglio 1969, durante una giornata di azione sindacale contro gli aumenti degli affitti, i cortei operai, uniti a cortei studenteschi, confluirono nella fabbrica di Mirafiori. Di fronte a essa scoppiarono violenti scontri con la polizia. Essi durarono quasi tutta la notte estendendosi ad altre zone della città.
Alla fine di agosto, quando i lavoratori ritornarono dalle vacanze estive, gli scioperi ripresero alla Fiat, ma anche alla Pirelli (pneumatici) a Milano e in molte altre aziende.
Tuttavia, la borghesia italiana, resa esperta dall'esperienza del maggio '68, non venne presa di sorpresa come l'anno precedente era successo alla borghesia francese. Doveva assolutamente impedire al profondo scontento sociale che stava emergendo di portare a una conflagrazione generale. Ecco perché il suo apparato sindacale userà la scadenza dei contratti collettivi, specialmente in metallurgia, chimica e edilizia, per sviluppare la sua manovra di dispersione delle lotte, fissando agli operai come obiettivo un "buon contratto" nei loro rispettivi settori. I sindacati stavano sviluppando le cosiddette tattiche di attacco "articolate": un giorno sciopero degli operai siderurgici, l'altro i lavoratori della chimica e gli altri lavoratori edili. Gli scioperi "generali" vengono indetti solo per provincia o per città, contro il caro vita o l'aumento delle tasse. A livello aziendale, i sindacati promuovono scioperi a rotazione, un laboratorio dopo l'altro, con il pretesto di causare maggior danno possibile ai padroni a un costo minimo per gli operai. Allo stesso tempo, i sindacati adottano misure necessarie per riprendere il controllo di una base che tende a sorpassarli: mentre, in molte aziende, i lavoratori, insoddisfatti delle tradizionali strutture sindacali, eleggono delegati sindacali, questi ultimi vengono istituzionalizzati sotto forma di "consigli di fabbrica", presentati come "organi di base" dell'unione unitaria che le tre confederazioni, CGIL, CISL e UIL affermano di voler costruire insieme. Dopo diversi mesi in cui la conflittualità operaia si esaurisce in una serie di "giornate d’azione" per settore e "scioperi generali" per provincia o per città, i contratti collettivi settoriali sono firmati successivamente tra l'inizio di novembre e la fine di dicembre. Ed è poco prima della firma dell'ultimo contratto, il più importante dal momento che riguarda la metallurgia del settore privato, in prima linea nel movimento, il 12 dicembre esplode una bomba in una banca di Milano, uccidendo 16 persone. L'attentato subito è attribuito agli anarchici (uno di loro, Giuseppe Pinelli, muore nelle mani della polizia milanese), ma molto più tardi emergerà che esso proveniva da alcuni settori dell'apparato statale. Le strutture segrete dello Stato borghese entravano in campo per aiutare i sindacati a confondere i ranghi della classe operaia nello stesso momento in cui venivano rafforzati i mezzi della repressione.
Il proletariato italiano non fu il solo a mobilitarsi nell'autunno del 1969. Su una scala molto più piccola ma alquanto significativa, anche quello tedesco entrò in lotta da quando in settembre scoppiarono in questo paese scioperi selvaggi contro la firma del sindacato degli accordi di "moderazione salariale". Questi ultimi erano presentati come "realistici" di fronte al deterioramento della situazione dell'economia tedesca che, nonostante il "miracolo" del dopoguerra, non fu risparmiata dalle difficoltà del capitalismo mondiale che si accumulavano dal 1967 (quell'anno, la Germania conobbe la sua prima recessione dalla guerra).
Questo risveglio del proletariato tedesco, anche se ancora timido, ha un significato molto speciale. Da un lato, è il più grande e concentrato in Europa. Ma soprattutto, questo proletariato ha avuto nella storia e sarà chiamato a trovare in futuro una posizione di leadership nella classe operaia mondiale. Fu in Germania che si giocò il destino dell'ondata rivoluzionaria internazionale che, dall'ottobre 1917 in Russia, minacciò il dominio capitalista del mondo. La sconfitta subita dagli operai tedeschi durante i loro tentativi rivoluzionari, tra il 1918 e il 1923, aprì le porte alla più terribile contro-rivoluzione che cadde nella sua storia sul proletariato mondiale. E fu qui, dove la rivoluzione si era spinta più lontano, Russia e Germania, che questa controrivoluzione prese le forme più profonde e barbare: lo stalinismo e il nazismo. Questa controrivoluzione durò quasi mezzo secolo e culminò con la Seconda Guerra Mondiale, che, a differenza della prima, non permise al proletariato di alzare la testa, ma lo spinse ancora più in profondità, grazie, in particolare, alle illusioni create dalla vittoria dei campi "democratici" e "socialisti".
L'immenso sciopero del maggio 1968 in Francia, poi "l'autunno caldo" italiano, avevano dimostrato che il proletariato mondiale era uscito da questo periodo di controrivoluzione, che, a differenza della crisi del 1929, ciò che si stava sviluppando non avrebbe portato alla guerra mondiale, ma a uno sviluppo di lotta di classe che avrebbe impedito alla classe dominante di dare la sua risposta barbara alle convulsioni della sua economia. Le lotte degli operai tedeschi del settembre 1969 avevano confermato questo, come lo confermarono, e su una scala più significativa, le lotte degli operai polacchi durante l'inverno del 1970-71.
Nel dicembre 1970, la classe operaia polacca reagì spontaneamente e in modo massiccio a un aumento dei prezzi superiore al 30%. I lavoratori distrussero il quartier generale del partito stalinista a Danzica, Gdynia ed Elbląg. Il movimento di sciopero si estese dalla costa baltica fino a Poznań, Katowice, Breslavia e Cracovia. Il 17 dicembre, Gomulka, segretario generale del partito stalinista al potere, inviò i suoi carri armati ai porti del Baltico. Diverse centinaia di lavoratori vengono uccisi. Battaglie di strada si svolgono a Szczecin e Danzica. La repressione non riescì a schiacciare il movimento. Il 21 dicembre scoppiò un'ondata di scioperi a Varsavia. Gomulka venne dimesso. Il suo successore, Gierek, personalmente negozierà immediatamente con gli operai del Cantiere di Stettino. Gierek fece alcune concessioni ma si rifiutò di annullare gli aumenti di prezzo. L'11 febbraio esplose uno sciopero di massa a Łódź, provocato da 10.000 lavoratori tessili. Gierek finì per arrendersi: gli aumenti di prezzo vennero annullati.
I regimi stalinisti sono stati la più pura incarnazione della controrivoluzione: era nel nome del "socialismo" e "degli interessi della classe operaia" che quest’ultima subiva uno dei peggiori terrori. L'inverno "caldo" dei lavoratori polacchi, così come gli scioperi che verificarono all'annuncio delle lotte in Polonia oltre confine, in particolare a Lvov (Ucraina) e a Kaliningrad (Russia dell’ovest) dimostravano che anche laddove la controrivoluzione aveva mantenuto il suo regime più pesante, i regimi "socialisti", era stata sconfitta.
Non possiamo qui elencare tutte le lotte operaie che, dopo il 1968, hanno confermato questo fondamentale cambiamento nell'equilibrio di forze tra borghesia e proletariato su scala mondiale. Citeremo solo due esempi, quello della Spagna e quello dell'Inghilterra.
In Spagna, nonostante la feroce repressione esercitata dal regime di Franco, la combattività dei lavoratori si espresse massicciamente durante il 1974. La città di Pamplona, in Navarra, conobbe un numero di giorni di sciopero per operaio superiore a quello degli operai francesi del 1968. Tutte le regioni industriali furono coinvolte (Madrid, Asturie, Paesi Baschi), ma fu nelle immense concentrazioni operaie delle periferie di Barcellona che gli scioperi presero la massima estensione, interessando tutte le aziende della regione, con dimostrazioni esemplari di solidarietà operaia (spesso, lo sciopero iniziava in una fabbrica unicamente per solidarietà con gli operai di altre fabbriche).
Anche l'esempio del proletariato inglese è molto significativo poiché resta il proletariato più antico del mondo. Nel corso degli anni '70, combatté massicce lotte contro lo sfruttamento (con 29 milioni di giorni di sciopero nel 1979, i lavoratori britannici si classificarono al secondo posto nelle statistiche, dietro ai lavoratori francesi nel 1968). Questa combattività costrinse persino la borghesia britannica a cambiare due volte il primo ministro: nell'aprile del 1976 (Callaghan sostituì Wilson) e all'inizio del 1979 (Callaghan fu dimissionato dal Parlamento).
Quindi, il significato storico fondamentale del 68 maggio non si trova né nelle "specificità francesi", né nella rivolta studentesca, né nella "rivoluzione dei costumi" come ci viene propagandato oggi. Esso è nell'uscita del proletariato mondiale dalla controrivoluzione e nel suo ingresso in un nuovo periodo storico di scontri contro l'ordine capitalista. Un periodo che è stato anche illustrato da un nuovo sviluppo di correnti politiche proletarie, compresa la nostra, e che, come vedremo ora, la controrivoluzione aveva praticamente eliminato o messo a tacere.
All'inizio del XX secolo, durante e dopo la prima guerra mondiale, il proletariato si impegnò in lotte titaniche che quasi sconfissero il capitalismo. Nel 1917 rovesciò il potere borghese in Russia. Tra il 1918 e il 1923, nel principale paese europeo, la Germania, guidò molteplici assalti per raggiungere lo stesso obiettivo. Questa ondata rivoluzionaria si diffuse in tutte le parti del mondo, ovunque ci fosse una classe operaia sviluppata, dall'Italia al Canada, dall'Ungheria alla Cina. Quella fu la risposta del proletariato mondiale all'ingresso del capitalismo nel suo periodo di decadenza, di cui la prima guerra mondiale fu il primo grande evento.
Ma la borghesia mondiale riuscì a contenere questo gigantesco movimento della classe operaia, e non si fermò qui. Scatenò la più terribile controrivoluzione nella storia del movimento operaio. Questa contro-rivoluzione prese forme di barbarie inimmaginabile, di cui lo stalinismo ed il nazismo furono le due espressioni più significative, proprio nei paesi in cui la rivoluzione si era spinta ben lontano, Russia e Germania.
In questo contesto, i partiti comunisti che erano stati all'avanguardia dell'ondata rivoluzionaria si trasformarono in partiti della controrivoluzione.
Ovviamente, il tradimento dei partiti comunisti causò l'emergere al loro interno di frazioni di sinistra in difesa delle vere posizioni rivoluzionarie. Un simile processo aveva già avuto luogo all'interno dei partiti socialisti durante la loro permanenza nel campo borghese nel 1914 con il loro sostegno alla guerra imperialista. Tuttavia, mentre coloro che avevano lottato all'interno dei partiti socialisti contro la loro deriva e il loro tradimento opportunisti avevano acquisito forza e crescente influenza nella classe operaia tale da fondare, dopo la rivoluzione russa, una nuova Internazionale, non fu così, a causa del crescente peso della controrivoluzione, per le correnti di sinistra che emersero all'interno dei partiti comunisti.
Se inizialmente queste correnti riuscirono a raggruppare gran parte dei militanti nei partiti tedesco e italiano, esse gradualmente persero la loro influenza nella classe e la maggior parte delle loro forze militanti, quando non furono disperse in molti piccoli gruppi, come avvenne in Germania ancor prima che il regime di Hitler le sterminasse o costringesse gli ultimi militanti all'esilio.
Infatti, negli anni '30, accanto alla corrente animata da Trotsky sempre più conquistata dall'opportunismo, i gruppi che continuarono a difendere fermamente le posizioni rivoluzionarie, come il Gruppo dei Comunisti Internazionalisti (GIC) in Olanda ( che sosteneva il "Comunismo dei consigli" e rigettava la necessità di un partito proletario) e la frazione di sinistra del Partito comunista italiano (che pubblicava la rivista Bilan) contavano solo poche dozzine di militanti e non avevano più alcuna influenza sul corso delle lotte operaie.
La seconda guerra mondiale non consentì, contrariamente alla prima, un'inversione del rapporto di forze tra il proletariato e la borghesia. Al contrario, educata dall'esperienza storica, e grazie al prezioso sostegno dei partiti stalinisti, la classe dominante si assicurò sul nascere la morte di ogni nuovo sfogo proletario. Nell'euforia democratica della "Liberazione", i gruppi della Sinistra Comunista risultarono ancora più isolati rispetto al 1930. In Olanda, il Communistenbond Spartacus si rifece al GIC nella difesa delle posizioni "posizioni consiliariste". Posizioni che saranno anche difese, dal 1965 da Daad en Gedachte (Azione e Pensiero), una scissione del Communistenbond. Questi due gruppi fecero tutto un lavoro di pubblicazione anche se ostacolati dalla posizione consiliarista che rigetta il ruolo di un'organizzazione d'avanguardia per il proletariato. Tuttavia, il più grande handicap era il peso ideologico della controrivoluzione. E così anche in Italia la Costituzione nel 1945, intorno a Damen e Bordiga (due ex fondatori della Sinistra italiana nel 1920) del Partito Comunista Internazionalista (che pubblica Battaglia Comunista e Prometeo), non mantenne le promesse a cui avevano creduto i suoi militanti. Se, alla sua fondazione, l'organizzazione aveva 3.000 membri, essa si indebolì progressivamente vittima di demoralizzazione e di divisioni, tra cui quella del 1952 animata da Bordiga che costituirà il Partito Comunista Internazionale (che pubblica Programma Comunista), scissione di cui una delle cause risiede anche nella confusione che aveva presieduto al raggruppamento del 1945, che si era basato sull'abbandono di una serie di acquisizioni sviluppato da Bilan nel 1930.
In Francia, il gruppo che si era formato nel 1945, la Gauche Communiste de France (GCF) (Sinistra Comunista di Francia), nella continuità delle posizioni di Bilan (ma integrando anche un certo numero di posizioni programmatiche della sinistra tedesco-olandese) e che pubblicò 42 numeri della rivista Internationalisme, scompare nel 1952.
Nello stesso paese, oltre ai pochi elementi legati al Partito Comunista Internazionale che pubblicavano Le Prolétaire (Il proletario), un altro gruppo difese fino agli inizi degli anni '60 posizioni di classe con la rivista Socialisme ou Barbarie (S ou B). Ma questo gruppo, derivante da una scissione del trotskismo dopo la seconda guerra mondiale, abbandonò gradualmente ed esplicitamente il marxismo arrivando alla sua fine nel 1966. Tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60, diverse scissioni di S ou B, specialmente di fronte al suo abbandono del marxismo, portarono alla formazione di piccoli gruppi che si unirono all’ambiente consiliarista, in particolare alla ICO (Informazione e Corrispondenza Operaia).
Potremmo ancora citare l'esistenza di altri gruppi in altri paesi, ma ciò che contraddistingue la situazione delle correnti che hanno continuato a difendere le posizioni comuniste durante gli anni '50 e inizio degli anni '60 è la loro estrema debolezza, il carattere riservato della loro stampa, il loro isolamento internazionale così come regressioni che hanno portato alla loro totale scomparsa o ad una chiusura settaria, come quella del Partito Comunista Internazionale, che si considerava l'unica organizzazione comunista al mondo.
Lo sciopero generale del 1968 in Francia, poi i diversi movimenti di massa della classe operaia riportati in precedenza, hanno posto all'ordine del giorno l'idea della rivoluzione comunista in molti paesi. La menzogna che lo stalinismo era "comunista" e "rivoluzionario" ha cominciato a fare acqua da tutte le parti. Di ciò hanno ovviamente beneficiato le correnti che avevano criticato l'Unione Sovietica in quanto "patria del socialismo", come i maoisti e le organizzazioni trotskiste. Il movimento trotskista, in particolare a causa della sua lotta storica contro lo stalinismo, nel 1968 ha conosciuto una nuova giovinezza ed è venuto fuori dall'ombra nella quale per lungo tempo l’avevano tenuto i partiti stalinisti. Le sue fila in alcuni momenti hanno raggiunto numericamente livelli spettacolari, specialmente in paesi come Francia, Belgio o Gran Bretagna. Ma questa corrente dalla fine della seconda guerra mondiale aveva cessato di appartenere al campo proletario, in particolare per la sua posizione in "difesa delle conquiste operaie in URSS", vale a dire in difesa del campo imperialista dominato da quel paese.
In effetti, l'evidenziazione da parte degli scioperi operai sviluppatisi dalla fine degli anni '60 del ruolo anti-operaio dei partiti e dei sindacati stalinisti, della funzione della farsa elettorale e democratica come strumento di dominio borghese ha portato molte persone in tutto il mondo ad orientarsi verso quelle correnti politiche che, in passato, avevano più chiaramente denunciato il ruolo dei sindacati e del parlamentarismo, e che meglio avevano espresso la lotta contro lo stalinismo, quelle della Sinistra comunista.
In seguito al maggio 1968, gli scritti di Trotsky ebbero una larghissima diffusione, ma anche quelli di Pannekoek, Gorter[14], Rosa Luxemburg che, per prima, poco prima del suo assassinio nel gennaio 1919, aveva avvertito i suoi compagni bolscevichi di alcuni pericoli che avrebbero minacciato la rivoluzione in Russia.
Appaiono nuovi gruppi che guardano l'esperienza della sinistra comunista. In realtà, è più verso il consiliarismo che verso la sinistra italiana che si rivolgeranno quegli elementi che capiscono che il trotskismo era diventato una sorta di ala sinistra dello stalinismo. E ciò era dovuto a diverse ragioni. Da un lato, il rifiuto dei partiti stalinisti spesso si accompagnava al rifiuto della stessa nozione del partito comunista. In un certo senso, è stato il tributo pagato dai nuovi elementi che si sono rivolti alla prospettiva della rivoluzione proletaria alla menzogna staliniana della continuità tra il bolscevismo e lo stalinismo, tra Lenin e Stalin. Questo equivoco fu in parte alimentato anche dalle posizioni della corrente bordighista, l'unica della sinistra italiana con un'estensione internazionale, che difendeva l'idea della presa del potere da parte del Partito comunista e rivendicava "il monolitismo" delle sue fila. D'altra parte, questo era la conseguenza del fatto che le correnti che continuavano a rivendicarsi alla Sinistra italiana essenzialmente sfiorarono solo il maggio 1968, non comprendendo il suo significato storico e riducendolo solo ad una dimensione studentesca.
Nello stesso momento in cui apparivano nuovi gruppi ispirati al consiliarismo, quelli che già esistevano conobbero un successo senza precedenti, videro crescere i loro ranghi in maniera spettacolare e furono anche in grado in grado di agire da polo di riferimento. Ricordiamo in particolare l'ICO, che nel 1969 organizzò un incontro internazionale a Bruxelles, in cui parteciparono Cohn-Bendit, Mattick (ex attivista della sinistra tedesca emigrato negli Stati Uniti dove pubblicava diverse riviste consiliariste) e Cajo Brendel, animatore di Daad a Gedachte.
Tuttavia, i successi del consiliarismo "organizzato" fu di breve durata. l'ICO pronunciò la sua auto-dissoluzione nel 1974. I gruppi olandesi cessarono di esistere contemporaneamente ai loro principali animatori.
In Gran Bretagna, il gruppo Solidarity, ispirato alle posizioni di Socialisme ou Barbarie, dopo un successo simile a quello dell’ICO, conobbe una serie di scissioni fino ad esplodere nel 1981 (tuttavia il gruppo di Londra continuò a pubblicare la rivista fino al 1992).
In Scandinavia, i gruppi consiliaristi sviluppatisi dopo il 1968 furono in grado di organizzare una conferenza a Oslo nel settembre 1977, ma essa non ebbe un seguito.
Alla fine, la tendenza che si sviluppò maggiormente negli anni '70 fu quella che si rivendicava alle posizione di Bordiga (deceduto a luglio 1970). In particolare, essa beneficiò di un "afflusso" di elementi prodotti dalle crisi che durante quel periodo colpirono alcuni gruppi gauchistes (in particolare i gruppi maoisti). Nel 1980, il Partito comunista internazionale era l'organizzazione della sinistra comunista più grande e influente del mondo. Ma questa "apertura" della corrente bordighista a elementi fortemente segnati dal gauchisme portò alla sua esplosione nel 1982, riducendola da allora allo stato di una moltitudine di piccole sette.
In effetti, la manifestazione più significativa, sul lungo termine, della rinascita delle posizioni della Sinistra Comunista fu lo sviluppo della nostra organizzazione[15].
Essa si costituì principalmente giusto 40 anni fa, nel luglio 1968 a Tolosa, con l'adozione di una prima dichiarazione di principi da parte di un piccolo nucleo di elementi che aveva formato un circolo di discussione l'anno precedente intorno a un compagno, RV, che politicamente aveva debuttato nel gruppo Internacionalismo in Venezuela. Questo gruppo fu fondato nel 1964 dal compagno MC[16], che era stato il principale animatore del Sinistra Comunista di Francia (1945-52) dopo essere stato membro della Frazione italiana della Sinistra Comunista dal 1938 e che era già militante comunista dal 1919 (all'età di 12 anni) prima nel Partito Comunista di Palestina, poi nel PCF.
Durante lo sciopero generale del maggio 1968, alcuni elementi del circolo di discussione pubblicarono diversi volantini firmati Movimento per l'istituzione dei consigli operai (MICO) ed avviarono discussioni con altri elementi con i quali infine si formò il gruppo che da dicembre 1968 avrebbe pubblicato Révolution Internationale. Questo gruppo già stava in contatto e in continua discussione con altri due gruppi appartenenti al movimento consiliarista, l'Organizzazione consiliarista di Clermont-Ferrand e quella che pubblicava i Cahiers du Communisme de Conseils (Quaderni del Comunismo dei Consigli) con sede a Marsiglia.
Infine, nel 1972, i tre gruppi si fusero per formare quella che sarebbe diventata la sezione in Francia della CCI che iniziò la pubblicazione di Révolution Internationale (nuova serie).
Questo gruppo, nella continuità politica condotta da Internacionalismo, dalla GCF e da Bilan, avviò discussioni con diversi gruppi che erano sorti anche loro dopo il 1968, in particolare negli Stati Uniti (Internationalism). Nel 1972, Internationalism inviò una lettera a una ventina di gruppi sostenendo che la Sinistra comunista chiedeva l'istituzione di una rete di corrispondenza e di un dibattito internazionale. Révolution internationale rispose caldamente a questa iniziativa, proponendo al contempo la prospettiva di una conferenza internazionale. Gli altri gruppi che aderirono appartenevano tutti al movimento consiliarista. I gruppi che si rivendicano alla Sinistra italiana invece fecero orecchie da mercante o ritennero prematura questa iniziativa.
Sulla base di questa iniziativa si svolsero numerosi incontri nel 1973 e nel 1974 in Inghilterra e Francia, ai quali in particolare parteciparono per la Gran Bretagna: World Revolution (Rivoluzione mondiale), Revolutionary Perspective (Prospettiva rivoluzionaria) e Workers' Voice, (Voce operaia), le prime due sorte da una scissione di Solidarity (Solidarietà) e l'ultima risultante da una scissione del trotskismo.
Infine, questo ciclo di incontri culminò nel gennaio 1975 con lo svolgimento di una conferenza in cui i gruppi che condividevano lo stesso orientamento politico - Internacionalismo, Révolution Internationale, Internationalism, World Revolution, Rivoluzione Internazionale (Italia) et Accion Proletaria (Spagna) decisero di unificarsi come Courant Communiste International (Corrente Comunista Internazionale).
Quest'ultima decise di continuare questa politica di contatti e discussioni con gli altri gruppi della Sinistra Comunista, ciò che la condusse a partecipare alla conferenza di Oslo del 1977 (contemporaneamente a Revolutionary Perspective) e a rispondere favorevolmente all'iniziativa lanciata nel 1976 da Battaglia Comunista per lo svolgimento di una conferenza internazionale di gruppi della Sinistra Comunista.
Le tre conferenze tenutesi a maggio 1977 (Milano), a novembre 1978 (Parigi) e a maggio 1980 (Parigi) suscitarono un crescente interesse tra gli elementi che si rivendicavano alla Sinistra Comunista, ma la decisione di Battaglia Comunista e della Communist Workers' Organisation (nata dal raggruppamento di Revolutionary Perspective e della Workers' Voice in Gran Bretagna) di escludere la CCI suonò la campana a morto di questo sforzo[17]. In un certo senso, il ripiegamento settario (almeno nei confronti della CCI) di BC e CWO (entrambe raggruppate nel 1984 nel Bureau International pour le Parti Révolutionnaire - BIPR) fu un segno che si era esaurito l'impulso iniziale dato al movimento della Sinistra Comunista dal sorgere storico del proletariato mondiale nel maggio 1968.
Tuttavia, nonostante le difficoltà incontrate dalla classe operaia negli ultimi decenni, comprese le campagne ideologiche sulla "morte del comunismo" dopo il crollo dei regimi stalinisti, la borghesia mondiale non è riuscita a infliggerle una sconfitta decisiva. Ciò ha portato al fatto che la corrente della Sinistra comunista (rappresentata principalmente dal BIPR[18] e soprattutto dalla CCI) ha mantenuto le sue posizioni e ora gode di un crescente interesse tra gli elementi che, con la lenta ripresa delle lotte dal 2003, si stanno orientando verso una prospettiva rivoluzionaria.
Il cammino del proletariato verso la rivoluzione comunista è lungo e difficile. Non può essere altrimenti poiché questa classe ha l'immenso compito di portare l'umanità dal "regno della necessità al regno della libertà". La borghesia non perde nessuna occasione per proclamare che "il comunismo è morto!" ma l'accanimento con cui lo seppellisce è indicativo della paura che continua a provare davanti a questa prospettiva. Quarant'anni dopo, ci invita a "liquidare" il maggio 68 (Sarkozy) o a "dimenticarlo" (Cohn-Bendit, diventato un notabile "verde" del Parlamento europeo e recentemente ha pubblicato un libro dal titolo significativo: "Forget 68" (Dimentica) e questo è normale: il maggio 1968 ha aperto una breccia nel suo sistema di dominio, una lacuna che non è riuscita a tappare e si allargherà nella misura in cui diventa più evidente la bancarotta storica di questo sistema.
Fabienne (6/07/2008)
[1] Maggio 68 e la prospettiva rivoluzionaria (1) Il movimento degli studenti nel mondo negli anni '60 [447]
[2] Partito Comunista Francese
[3] Confederazione generale del lavoro. È la centrale sindacale più potente, in particolare tra i lavoratori dell'industria e dei trasporti e tra i dipendenti pubblici. È controllata dal PCF.
[4] Confederazione francese democratica del lavoro. Questa centrale sindacale era originariamente di ispirazione cristiana, ma nei primi anni '60 rigetta i riferimenti al cristianesimo ed è fortemente influenzato dal Partito Socialista e da un piccolo partito socialista di sinistra, il Partito Socialista Unificato, oggi sparito.
[5] Un animatore di successo.
[6] Commentatore sportivo dallo sciovinismo sfrenato.
[7] Il giorno dopo questo discorso, i dipendenti comunali in molti luoghi annunciarono che essi si sarebbero rifiutati di organizzare il referendum. Contemporaneamente, le autorità non sapevano come stampare le schede: la Stampa Nazionale era in sciopero e le tipografie private in sciopero si rifiutavano: i loro padroni non volevano ulteriori problemi con i loro operai.
[8] Georges Seguy era anche membro dell'Ufficio politico del PCF.
[9] Si saprà più tardi che Chirac, Segretario di Stato per gli affari sociali, aveva incontrato (in un granaio!) Krasucki, numero 2 della CGT.
[10] Organizzazione segreta dell'esercito: gruppo clandestino di soldati e sostenitori del mantenimento della Francia in Algeria, che si è distinto all'inizio degli anni '60 per attacchi terroristici, omicidi e persino un tentato omicidio di de Gaulle.
[11] Elettricità di Francia
[12] Compagnie repubblicane di sicurezza: forze di polizia nazionale specializzate nella repressione delle proteste di strada.
[13] Forze della gendarmeria nazionale (cioè l'esercito) con lo stesso ruolo dei CRS.
[14] I due principali teorici della sinistra olandese.
[15] Per una storia più dettagliata della CCI, leggere i nostri articoli: 1995: 20 years of the ICC [448] disponibile anche in francese in Revue Internationale no 80 [449]e in spagnolo in Revista internacional n° 80. Vedi inoltre I trent'anni della CCI: appropriarsi del passato per costruire l'avvenire [450]
[16] Sul contributo di MC al movimento rivoluzionario, vedi Marc, Part 1: From the Revolution of October 1917 to World War II [451] e Marc, Part 2: From World War II to the present day [452]. Disponibili anche in spagnolo nella Revista Internacional nº 65, 2º trimestre 1991 [453] e in francese nella Revue Internationale no 65 - 2e trimestre 1991 [454]
[17] A proposito di queste conferenze vedi il nostro articolo The International Conferences of the Communist Left (1976-80) [455], disponibile anche in spagnolo in Rev. Internacional nº 122, 3er trimestre 2005 [456] e francese Revue Internationale n° 122 - 3e trimestre 2005 [457].
[18] Il minore sviluppo del BIPR rispetto a quello della CCI è dovuto principalmente al suo settarismo e alla sua politica di raggruppamento opportunistico (che spesso lo porta a costruire sulla sabbia). Vedi il nostro articolo Polemica col BIPR: una politica opportunista di raggruppamento che porta solo ad insuccessi [458]
Non è certo la prima volta che la borghesia italiana vive una forte crisi del suo apparato politico che si ripercuote sulla capacità di formare un governo, come ad esempio per il Governo Monti nel 2011 e il Governo Letta nel 2013, che durerà solo 10 mesi. Tuttavia, la travagliata gestazione del governo Lega-5Stelle ha assunto una dimensione e un significato politico particolarmente gravi tali da rischiare finanche una crisi costituzionale, con la minaccia di richiesta di impeachment per il capo dello Stato da parte del Movimento 5 Stelle e di Fratelli d’Italia.
Dopo una campagna elettorale caratterizzata da uno scontro durissimo tra le forze politiche in campo, in cui ognuno affermava che mai avrebbe accettato di governare con gli altri, dove sono fioccate le promesse più ardite in nome della “difesa delle famiglie, dei precari, dei giovani”, il risultato elettorale ha visto il trionfo del populismo, ma senza una chiara maggioranza di governo e una serie di veti incrociati (La Lega mai con PD, il PD mai con la Lega, il M5S mai con Berlusconi, etc.). Dopo vari tentativi da parte di Mattarella, distinguo, rifiuti, passi indietro e patteggiamenti da parte dei partiti in gioco, finalmente si riesce a trovare un accordo per formare un governo politico, scongiurando lo spettro di un ritorno immediato alle urne che avrebbe costituito un ulteriore problema per la borghesia italiana sia perché avrebbe prolungato la situazione di forte instabilità con ripercussioni economiche importanti, sia perché l’esito di questa nuova votazione non era certo prevedibile e rischiava solo di rimandare il problema. Come spiegare questa bufera?
Un primo problema importante è che la borghesia è confrontata a livello internazionale allo sviluppo del populismo. Come abbiamo già argomentato in altri testi[1], questo sviluppo del populismo è una conseguenza della fase storica attuale. Larghi strati della popolazione, e soprattutto il proletariato, vivono quotidianamente un aumento dell’instabilità economica, dell’immiserimento, dell’insicurezza sociale rispetto ai quali c’è una enorme difficoltà a comprenderne le cause. Questo genera molta rabbia ma anche un profondo smarrimento, un senso di impotenza e una paura rispetto a tutto quello che sembra mettere ancora di più in pericolo la propria condizione presente e futura. Inoltre i partiti “storici”, che per la loro esperienza politica hanno rappresentato per la borghesia uno strumento essenziale per deviare e contenere il malcontento nel gioco dell’alternanza democratica, hanno subito una forte erosione del loro credito. In particolare i partiti socialdemocratici, visti storicamente come i difensori dei lavoratori, hanno dovuto assumere da tempo, in prima persona, tutte le misure e le riforme economiche che hanno degradato pesantemente la situazione della classe lavoratrice, rivelando così la loro natura antiproletaria.
Come abbiamo detto a proposito della vittoria della Brexit “Il populismo non è un altro attore nei giochi tra i partiti di sinistra e di destra; esso esiste a causa del malcontento diffuso che non riesce a trovare alcun modo di esprimersi. È interamente sul terreno politico della borghesia, ma si basa sull'opposizione alle élite e ‘all'establishment’, sull'antagonismo verso l'immigrazione, sulla diffidenza verso le promesse di sinistra e l'austerità di destra, che esprimono una perdita di fiducia nelle istituzioni della società capitalista, ma non vedono, per ora, l'alternativa rivoluzionaria della classe operaia”[2].
In una tale situazione, dove i lavoratori si vedono come cittadini, come popolo, e non come parte di una classe, assumono forza quelle formazioni politiche che, pur essendo parte integrante del sistema capitalista, si fanno portatrici del malcontento di strati popolari, tra cui molti proletari, che non si sentono più garantiti dallo Stato di fronte agli effetti devastanti della crisi economica. Queste forze riescono ad avere un’influenza importante anche sui proletari perché sono quelle che più sanno sfruttare il malcontento, la rabbia e le paure presenti nella società e tra i lavoratori proponendosi come difensori dell’ordine, dei diritti del cittadino contro la pressione dello Stato o contro l’ingerenza delle potenze straniere, dell’autoctono contro lo straniero.
Da questo punto di vista queste forze, in una certa misura, possono anche svolgere un utile servizio alla borghesia perché convogliano la rabbia e la sfiducia sul terreno democratico-istituzionale. Come ha rivendicato Di Maio in questi giorni, è stato il M5S a riportare sul terreno della protesta democratica e al voto gran parte di quelli che se ne stavano allontanando perché disgustati, disillusi e arrabbiati verso la classe politica e le istituzioni. Ma, a differenza dei partiti “storici” della borghesia (di destra o di sinistra) che, nonostante tutto, conservano ancora un certo senso dello Stato, la visione delle forze populiste si traduce nel concreto in politiche che spesso vanno contro gli stessi interessi globali delle borghesie nazionali sia sul piano di politica economica e internazionale, che su quello ideologico della democrazia[3] e per questo costituiscono un pericolo per la stessa classe dirigente.
La presenza del fenomeno populista e il discredito dei partiti storici spiegano anche la difficoltà crescente per la borghesia internazionale e, in particolare in Italia, a pilotare il gioco elettorale e prevederne l’esito. Questa difficoltà di previsione la si è vista per esempio con il PD dove Renzi, basandosi sul 40,8% ottenuto alle elezioni del 2014, si è lanciato nel referendum sulla costituzione nel 2016 ricevendo una sonora batosta che anticipava il crollo attuale. Nel passato l’elettorato manteneva una certa fedeltà ai partiti perché questo corrispondeva anche a degli “ideali politici” e a dei programmi che, almeno a parole, prospettavano delle scelte diverse. La destra e la sinistra del capitale esprimevano opzioni di gestione diverse della società e l’elettore, seppure in maniera critica, si riconosceva in questo o quel partito. Oggi questa distinzione non esiste più perché la crisi economica non consente opzioni globalmente alternative. Ogni partito o coalizione al governo non può che portare avanti una politica di impoverimento per la stragrande maggioranza della popolazione, né può eliminare il degrado sugli altri piani (precarietà, insicurezza sociale, degrado ambientale, ecc.). Il voto viene quindi dato a quella forza politica che in quel momento sembra il “meno peggio”, quella che forse almeno una promessa la porta avanti o a quella che più risponde in quel momento alla sua incazzatura. Non a caso il cavallo vincente per il M5S è stato il “reddito di cittadinanza” e il taglio dei vitalizi, soprattutto nel sud Italia dove la miseria, la precarietà e la mancanza di prospettive pesano nel quotidiano della maggior parte della popolazione. Per la Lega sono stati invece la sicurezza sociale, con la cacciata dei migranti e più polizia nelle strade, il diritto all’autodifesa e la Flat tax che agevola i piccoli e medi imprenditori particolarmente presenti al Nord.
Un fenomeno simile lo abbiamo già visto recentemente con le difficoltà della borghesia inglese a gestire gli effetti della Brexit, di quella americana a contenere le politiche irresponsabili di Trump, di quella tedesca a formare un governo di coalizione che, pur dovendo includere il Cdu anti europeista, mantenesse una politica interna e internazionale rispondente agli interessi dello Stato tedesco. Solo in Francia, di fronte al pericolo di una possibile vittoria di Le Pen, la borghesia è riuscita a trovare la soluzione Macron che assicurava la continuità delle scelte politiche interne e internazionali e che, al contempo, si presentava come “il nuovo”, “né di destra, né di sinistra”, sapendo così rispondere alla sfiducia e al malcontento dilagante.
Questo spiega anche perché, rispetto alle elezioni in Italia (nella fase pre-elettorale e durante la crisi politica), c’è stata una forte preoccupazione - in particolare da parte dei paesi Europei - e tutta una pressione da parte di personaggi influenti dell’UE e del mondo imprenditoriale, sul fatto che, qualunque fosse stata la composizione del nuovo governo, questo non doveva mettere in discussione i risultati ottenuti dall’Italia con le riforme messe in opera negli ultimi anni, con la forte raccomandazione quindi a non cambiare rotta verso politiche avventuristiche e irresponsabili per il capitale italiano che creerebbero instabilità internazionale.
Diamo adesso un’occhiata più da vicino alla situazione italiana per capire une serie di passaggi importanti nella politica della borghesia nazionale. Ad esempio, perché il presidente della repubblica Mattarella si è rifiutato di sottoscrivere la nomina di Savona come ministro dell’economia? Come mai questo braccio di ferro su un solo nome?
In realtà Mattarella, che rappresenta la parte della borghesia nazionale più responsabile e con una visione più ampia e a lungo termine degli interessi globali del capitale nazionale e degli strumenti necessari per difenderli, si è trovato a dover gestire una situazione caratterizzata da:
- La vittoria elettorale di due forze che, seppure in maniera diversa, sono espressione di un populismo caratterizzato da una forte irresponsabilità associato all’assenza di esperienza e spessore politico. Il M5S, nato con lo slogan “vaffanculo” contro “la casta”, i buffoni parlamentari eil malaffare, una volta in parlamento ha dovuto assumere una veste più moderata e istituzionale, ma resta una forza totalmente priva di esperienza nella gestione dello Stato e fortemente caratterizzata da una politica che si basa sugli umori viscerali immediati della gente per allargare il suo consenso e arrivare nelle stanze del potere. Questo significa che è una forza altalenante, sulla quale è difficile fare affidamento in una situazione che richiede rigore e responsabilità nel prendere misure anche drastiche e impopolari. Del resto basta vedere la reazione infantile e irresponsabile di Di Maio e Di Battista (in buona compagnia della Meloni) immediatamente dopo la bocciatura di Mattarella della loro proposta di governo. Le ripetute minacce di impeachment espresse in varie interviste e nel comizio di Napoli, insieme alle dichiarazioni della Lega per bocca di Salvini, hanno alimentato sul web un clima di attacco alle istituzioni ed in particolare verso Mattarella, massima carica dello Stato, del tipo «dovremmo fargli fare la fine del pezzo di merda del fratello»[4]. Infine, nonostante le rassicurazioni attuali, il M5S si è sempre caratterizzato contro l’ingerenza dell’UE nella politica economica dell’Italia e per il ritorno alla moneta nazionale.
La Lega, avendo assunto già in passato delle responsabilità di governo con Bossi, si presenta meno ballerina e più coerente e - abbandonato il suo carattere regionalista (la Lega Nord) - si pone come forza nazionale. Tuttavia resta una forza con una forte connotazione antieuropeista (“l’Italia non deve essere al guinzaglio della Germania”), filo russa e xenofoba (“se vado al governo la prima cosa “ripulire, mettere regole, blindare e proteggere i confini dalle Alpi alla Sicilia”[5]).
Entrambi questi partiti potrebbero mettere in discussione le scelte di alleanza imperialista dell’Italia essendo entrambe orientate, più o meno esplicitamente, ad una “apertura” alla Russia.
- Un Programma di governo (il Contratto di governo di Lega e M5S) che dietro un fiume di parole cela l’inconsistenza totale su alcuni nodi centrali di politica economica, quali l’occupazione, mentre su altri prospetta misure come il reddito di cittadinanza, la Flat tax e l’abolizione della riforma Fornero sulle pensioni che non solo non hanno alcuna copertura finanziaria, ma mettono pericolosamente in discussione quei risultati scarsi, ma positivi dal punto degli interessi del capitale italiano, ottenuti dallo Stato negli ultimi anni. Un Contratto che comunque sottintende chiaramente una demarcazione dalla Comunità europea e al quale era stato associato un ministro per l’economia come Savona che, seppure oggi rassicuri di non voler proporre di uscire subito dall’EU, essendo un dichiarato e fervido antieuropeista avrebbe certamente impostato la sua politica in questa direzione con evidenti problemi per lo Stato italiano all’interno dell’Unione.
- Un rimanente apparato politico fortemente screditato (PD e Forza Italia, quest’ultima vincente solo come coalizione insieme alla Lega e a Fratelli d’Italia) incapace di costruire una reale alternativa alle forze populiste, anche perché dilaniato da scontri, distinguo e scissioni interne.
Tutto questo in un contesto in cui, al di là delle belle frasi sulla “difesa degli interessi degli italiani”, ognuno ha cercato di difendere i propri interessi, di mantenere e rafforzare il posto raggiunto sulla scena politica a danno degli altri. Come ad esempio nel caso del rifiuto del PD di scendere a patti con il M5S, cosa che probabilmente lo avrebbe screditato ancora di più, o della Lega, che si è giocata al meglio il successo elettorale sia nella contrattazione con il M5S che all’interno della coalizione di centro destra.
Dato questo quadro e data la priorità assoluta per lo Stato italiano di assicurare una relativa stabilità ai suoi conti, la capacità contrattuale acquisita faticosamente all’interno dell’UE e il rispetto delle attuali alleanze imperialiste, è chiaro che la compagine di governo che si prefigurava destava molte preoccupazioni alla classe dirigente. Da qui il veto su Savona di Mattarella che ha assolto pienamente il ruolo conferito dalla Costituzione al presidente della repubblica quale garante della difesa degli interessi nazionali. Di Maio in effetti ha ragione quando nel comizio a Fiumicino ha detto “In questo Paese puoi essere un criminale condannato, un condannato per frode fiscale, … puoi avere fatto reati contro la pubblica amministrazione, puoi essere una persona sotto indagine per corruzione e il ministro lo puoi fare. Ma se hai criticato l’Europa non puoi permetterti neanche di fare il ministro dell’Economia”. Nei fatti è così che funziona perché, contrariamente a quanto vogliono farci credere lui, Grillo, Salvini, la Meloni, Travaglio e tutti gli altri, la Costituzione italiana, così come quella di ogni altro Stato, non è altro che uno strumento nelle mani della classe dirigente per controllare e gestire al meglio il suo dominio, in veste democratica, sulla società per la salvaguardia del capitale nazionale sul piano economico e di politica internazionale.
Tuttavia la borghesia, in Italia così come in Germania, in Gran Bretagna o negli USA, ha anche un altro problema: non può escludere dalla formazione di governo le forze populiste che escono vincitrici dalla consultazione elettorale perché questo demolirebbe tutta la mistificazione democratica che costituisce l’arma più potente del suo dominio. Da qui l’andamento estremamente cauto, paziente e di attesa di Mattarella nel tentativo di formare un governo quanto più affidabile possibile, così come ha cercato di fare la Merkel in Germania. Il problema ulteriore nell’attuale situazione in Italia è che qui non c’è stata la possibilità di affiancare a Salvini e Di Maio una terza forza da mettere in campo. Non è un caso che il primo tentativo di Mattarella sia stato quello di provare a formare un governo dell’intero centro-destra con il M5S perché, nonostante tutto il discredito subito, Berlusconi, nella sua esperienza di governo, ha comunque dimostrato fedeltà sia alla NATO che all'UE, e quindi la presenza nel governo di FI avrebbe garantito un po' di più la borghesia.
Il governo Conte, partorito alla fine, mantiene tutta la sua problematicità e dovrà essere comunque tenuto sotto controllo, ma la fermezza di Mattarella sul ministero dell’economia e sul ruolo istituzionale del presidente della repubblica hanno per lo meno costretto M5S e Lega a retrocedere rispetto a precedenti atteggiamenti di contestazione irresponsabile ed a pronunciarsi esplicitamente sulla collocazione dell’Italia sul piano internazionale.
Come abbiamo già detto il programma di questo nuovo governo non ha nulla che possa migliorare realmente una situazione in cui l’aumento della povertà e della precarietà, la mancanza di prospettiva, il degrado sociale sono vissuti drammaticamente dalla stragrande maggioranza delle persone che non riescono neanche più a vendere l’unica cosa che hanno, la propria forza lavoro, o se ci riescono è solo a condizioni di schiavitù che spesso non consente neanche la sopravvivenza. Le grandi conquiste sarebbero il “reddito di cittadinanza” e la Flat tax. Il primo, già ampiamente ridimensionato rispetto alle promesse preelettorali, nella sostanza non è molto di più degli 80 euro di Renzi con in più un aumento della condizione di ricatto perché o accetti qualsiasi tipo di lavoro a qualsiasi salario o non avrai più niente. In realtà significa che devi vivere con 780 euro al mese, una cifra che non copre neanche l’affitto per un tetto sulla testa. La Flat tax, da parte sua, non toglie e non mette nulla per i bassi redditi ma fa risparmiare parecchio agli alti redditi. Paradossalmente favorisce i Berlusconi vari, certamente non i redditi da salario. E’ certo che, a giudicare dai primi passi del governo Conte, il risanamento dei conti pubblici e le politiche internazionali non potranno che farsi a spese dei lavoratori che sono i produttori della ricchezza nazionale.
Comunque la ricaduta più pesante per i proletari di tutta questa farsa elettorale e degli ultimi avvenimenti è sul piano ideologico.
E’ indubbio che gli avvenimenti di questi mesi suscitano incredulità, confusione, ma anche discredito e disillusione nei confronti di una classe politica che si mostra divisa, balbuziente e incapace rispetto a una situazione drammatica. E’ anche indubbio che questo susciti una riflessione, un porsi delle domande per cercare di capire il perché di tutto questo, al di là della contingenza della formazione di questo governo. Ma questo processo di riflessione viene ostacolato e deviato da tutta una serie di mistificazioni utilizzate in particolare da Lega e 5Stelle che spingono i proletari a ricercare la causa delle proprie sofferenze in questo o quel soggetto, questa o quella istituzione, ma mai nel sistema economico capitalista che, basato sullo sfruttamento, la concorrenza, la lotta tra Stati nazionali, non può che favorire una ristretta minoranza dominante a scapito del resto dell’umanità. Così i profughi, gli immigrati diventano gli invasori da cui proteggerci, la Germania quella che ci fa tartassare di tasse, i vitalizi e le auto blu le cose che ci fanno perdere il posto di lavoro, ci costringono a vivere con salari da fame e tolgono alla nuova generazione ogni possibilità di una vita decente.
Tuttavia, le mistificazioni più dannose che in questo ultimo mese hanno ritrovato pieno vigore sono la difesa della democrazia e il nazionalismo. Il no di Mattarella su Savona ha scatenato un coro altisonante dai 5Stelle, Lega, Fratelli d’Italia e tutta una serie di esponenti dei media come Travaglio, secondo i quali si sarebbe calpestata la democrazia, volendo impedire ai partiti liberamente scelti dal “popolo sovrano” di governare. Per questo Mattarella e compagni sarebbero dei fantocci agli ordini di altre nazioni che vogliono dettare legge al popolo italiano.
Questa campagna ha avuto una certa eco nella popolazione ed anche tra i proletari, provocando una divisione tra due schieramenti contrapposti, tra chi si è fatto difensore delle istituzioni (rappresentate da Mattarella in questo caso) e chi si è fatto difensore della sovranità del “popolo italiano” contro l’ingerenza degli Stati stranieri. Una contrapposizione solo apparente perché l’idea che unisce entrambi i posizionamenti è la difesa dello Stato democratico come espressione degli interessi dei “cittadini” di una data nazione che decidono le proprie sorti attraverso il voto.
Ma è esattamente il peso di questa mistificazione che ostacola lo sviluppo di una presa di coscienza sulla natura di fondo di questo sistema e dei suoi apparati da parte della classe lavoratrice. La democrazia porta in sé l’idea che la base della società non sono le classi ma il singolo l’individuo e che questi, in quanto come cittadino, può agire solo delegando ad un insieme più ampio (partito, sindacato, o istituzione) la difesa dei tuoi interessi. Ed è questo che porta milioni di proletari alle urne, ad illudersi ancora che questo o quel partito possa cambiare qualcosa, nonostante la disillusione e lo sdegno crescenti per i partiti, nonostante la rabbia per le condizioni di vita imposte e la consapevolezza che la stessa dignità di essere umano viene calpestata in questa società. Il nazionalismo rafforza questa idea presentandosi come unico ambito di difesa per l’individuo come parte di un insieme nazionale, dove i tuoi interessi di sfruttato possono trovare un compromesso con chi ti sfrutta e ti opprime, per salvaguardare un minimo di sicurezza di fronte ad un nemico comune che potrebbe metterla in discussione (le ingerenze delle altre potenze o l’afflusso di migranti). Questo contribuisce alla difficoltà per i proletari di concepirsi come parte di una classe dagli interessi distinti dal resto della società, una classe mondiale dove milioni di lavoratori si trovano nelle stesse condizioni e devono difendersi dagli stessi attacchi del capitale, sia che si trovino in Italia, in Germania, in Cina o in America. Entrambi gli aspetti di questa mistificazione tendono quindi a mantenere legati i lavoratori allo Stato e alle sue istituzioni, ma soprattutto ostacolano il concepirsi come una forza che in prima persona può non solo difendersi realmente ma anche cambiare concretamente e radicalmente la società.
Il populismo alimenta con forza queste mistificazioni che costituiscono le principali armi del dominio della borghesia.
E’ solo riappropriandosi di questa identità di classe, una classe al tempo stesso sfruttata e rivoluzionaria, è solo riacquistando fiducia nella propria forza che il proletariato potrà costituire un ostacolo alla crescita del populismo, ma soprattutto combattere alla radice il sistema capitalista e le sue conseguenze nefaste per l’umanità.
Eva, 13-6-2018
[1] Sul problema del populismo [391] e Risoluzione sulla situazione internazionale [459]del 22° Congresso della CCI, Italia: il Populismo non è una risposta ai problemi dei lavoratori [460]
[2] Growing difficulties for the bourgeoisie and for the working class [461], (Luglio 2016)
[3] Trump con i suoi “muri”, Le Pen e la stessa Lega contro gli immigrati, che mal si conciliano con i dettami dei diritti democratici.
[4] Dalla pagina facebook del M5S. Piersanti Mattarella, esponente della Democrazia Cristiana assassinato da Cosa nostra nel 1980, quando era presidente della Regione Siciliana.
[5] Intervista a Salvini di Fatti e Misfatti del 29/1/2018 https://www.facebook.com/salviniofficial/videos/10155498209483155/ [462]
Pubblichiamo qui un articolo della nostra sezione in Francia di denuncia della repressione che il “democratico” Stato francese ha scatenato contro gli studenti in lotta contro una legge che riforma la possibilità di accesso all'Università. Un esempio della vera natura dello Stato e della democrazia borghese.
Abbasso la repressione poliziesca! Abbasso la brutalità delle forze dello Stato capitalista! Il governo non ci è andato leggero nella repressione brutale degli studenti mobilitatisi contro la legge Vidal che riforma gli accessi agli studi universitari: Bordeaux, Montpellier, Lille, Nantes, Strasburgo, Nanterre, Parigi, Grenoble, Metz, Nancy, Tolosa ed altri centri la lista delle facoltà dove, dall'inizio di marzo alla fine di aprile, si sono scatenati i brutali interventi dei CRS (celerini) “al fine di liberare gli accessi all'insieme dei locali universitari” e di “procedere alla evacuazione degli immobili occupati illegalmente”, con il loro seguito di ferite da manganello, fermi ed arresti.
Il controllo poliziesco crescente, con i rastrellamenti della polizia e anche dell'esercito nei campus, lo spiegamento dei CRS e l'uso della forza repressiva nel recinto delle università non sono certo una novità, ma quello che è inedito nella situazione attuale dal 1968, è la presenza e il carattere sistematico dell'intervento brutale della polizia. Insulti, minacce e gesti di vandalismo, ogni cosa era buona per reprimere ed intimidire per dissuadere i manifestanti dal partecipare alla lotta. Questo corrisponde alla volontà arrogante dell'attuale governo e dei partiti dell'ordine di piegare i lavoratori e i futuri lavoratori, tutti gli sfruttati, alle necessità dell'economia nazionale e alle leggi del capitale. Gli studenti che protestano, come gli operai che difendono le loro condizioni di vita o di lavoro, o che lottano contro la perdita del posto di lavoro, non sono, per loro (e per la borghesia) che dei “fautori di disordine” che bisogna rimettere in riga o ridurre al silenzio utilizzando la forza e la brutalità[1], e questo in nome della legalità democratica e dello “Stato di diritto” che deve essere ristabilito “ovunque” e “in particolare nelle facoltà” (G. Collomb, ministro dell'interno)
Ciò facendo l'attuale governo agisce rispetto ai lavoratori e agli studenti come degno figlio della borghesia francese che non è mai riuscita a digerire il Maggio '68. Se Sarkozy aveva sognato di mettere fine allo “spirito del Maggio '68”, Macron si vanta di riuscirci lui, riutilizzando e riabilitando il manganello.
Il governo Macron si afferma come potere forte, che fa regnare l'ordine, fino nella ZAD di Notre Dame des Landes[2], un luogo dove le scene degne di un campo di battaglia servono a seminare il terrore. Un giovane ha avuto la mano distrutta in seguito all'uso di vere armi da guerra da parte dello Stato e dei suoi sbirri. La violenza e la brutalità sono così salite di intensità, in particolare con l'uso di mezzi potenziati, come la granata offensiva GLI-F4 (granata a lacrimazione immediata o granata assordante) che è regolarmente denunciata per la sua pericolosità. L'obiettivo è chiaramente quello di terrorizzare e paralizzare quante più persone è possibile e di isolare quelli che cercano di opporsi alla politica governativa di attacchi in corso e a venire.
Su tutti i piani lo Stato rafforza il suo arsenale repressivo, rendendo permanente lo stato d'emergenza, o con la legge anti-radicalizzazione che lungi dal riguardare unicamente il terrorismo punta anche esplicitamente tutto quello che è suscettibile di mettere in discussione la democrazia borghese e il suo Stato, in particolare i movimenti della classe operaia e le sue minoranze politiche.
Oltre ad essersi dovuti confrontare con l'arsenale classico dei professionisti del sabotaggio delle lotte (i sindacati) e con la repressione poliziesca, gli studenti in lotta contro la legge Vidal hanno anche dovuto far fronte al riapparire delle provocazioni e delle intimidazioni provenienti dall'estrema destra. A metà marzo, secondo l'AFP, “il liceo autogestito di Parigi è stato preso di mira da militanti del GUD (un sindacato studentesco di estrema destra, noto per la sua violenza), armati di sbarre di ferro, che hanno (…) aggredito due alunni”. Il 26 marzo, a Lille, “una Assemblea Generale degli studenti alla Facoltà di legge è stata disturbata da un piccolo gruppo di estrema destra”, secondo Liberation. Il 4 aprile “scaramucce sono scoppiate nel campus di Tolbiac quando un gruppo di giovani con i caschi, armati di mazze da baseball, hanno lanciato oggetti contro gli studenti e i militanti che bloccano il sito” (Europa 1). A Tours, il 17 aprile, “una liceale è stata aggredita con un coltello da 3 uomini incappucciati (…) aggressori che farebbero parte delle gioventù monarchiche” (Nouvelle Republique).
Nell'attuale situazione storica e nel contesto della volontà del governo di “ripresa in mano sociale”, le carogne di estrema destra, che hanno in odio ogni forma di rimessa in discussione della conservazione sociale, si sentono chiamate in gioco. Ma, soprattutto, lo Stato democratico ha sempre saputo, come mostrato da tanti esempi storici, incoraggiare sotto mano, manipolare e mettere a profitto, secondo i suoi bisogni, l'azione di gruppi che possono costituire una forza di appoggio o specializzarsi nella repressione dei movimenti sociali[3]. Lo sgombero della facoltà di Montpellier il 22 marzo ha rivelato questa connivenza: in effetti sono il decano e almeno un complice, professore alla Facoltà di legge, che hanno organizzato l'intrusione e l'intervento di sgherri incappucciati e armati di bastoni a fianco dei vigilanti della facoltà per disperdere una Assemblea Generale di studenti. “La polizia che è arrivata rapidamente sul posto non ha proceduto all'arresto delle persone incappucciate armate di mazze di legno. Non li ha nemmeno identificati. Per meglio dire, li ha gentilmente accompagnati fuori per farli rientrare a casa. Che ruolo ha giocato veramente la polizia in questa situazione? Che ruolo ha giocato la prefettura?”[4]. Poi, prima che la verità si imponesse grazie ai filmati postati sulle reti sociali, le autorità non hanno esitato a mentire per soffocare e coprire l'accaduto, “la prefettura, dal canto suo, [ha parlato] di 'scaramucce fra studenti' all'interno della facoltà, precisando che la polizia era intervenuta all'esterno nel quadro di un 'turbamento dell'ordine pubblico' e per soccorrere 3 feriti” (L'OBS). Poi, per dissolvere gli effetti disastrosi dell'evidenza della collusione tra le autorità e gli ambienti di estrema destra i due uomini di paglia dello Stato sono (con gran dispiacere) stati indagati con la promessa del ministero di “conseguenze giudiziarie” e che “sarà fatta chiarezza”. Ecco come lo Stato gioca affidando gli affari sporchi ai suoi servitori con la complicità della polizia e scaricando le colpe sui sottoposti quando è in difficoltà!
Più in generale le provocazioni dell'estrema destra fanno pienamente parte della strategia repressiva dello Stato. Per le Assemblee Generali degli studenti, ostaggi della strategia di divisione della “convergenza delle lotte” dei sindacati e dei partiti di sinistra, sempre più isolate e minoritarie, private della solidarietà attiva del resto della classe, le aggressioni di cui, parallelamente, sono state vittime sono servite ad accentrare l'attenzione sulla violenza, sul “pericolo fascista” e a fare in maniera che il movimento (in particolare a Parigi) si riducesse, o sembrasse ridursi, ad uno scontro fra gruppi di estrema sinistra ed estrema destra. E la prima vittima è stata la lotta stessa, poco a poco distolta dal suo obiettivo iniziale di risposta ad un attacco statale e di sviluppo della necessaria riflessione sui mezzi per farvi fronte. Alla fine il governo è riuscito a disaggregare, discreditare il movimento e a trovare un pretesto per legittimare la repressione legale: “Adesso assistiamo a un ritorno di una certa estrema sinistra e di una certa estrema destra, che cercano di scontrarsi” ha aggiunto Vidal. “Il risultato sono state le scaramucce [a Tolbiac] che fortunatamente sono state spente dall'arrivo delle forze di polizia intervenute rapidamente” (Europa 1). Il movimento poteva così essere liquidato con la scusa di “ripulire le facoltà” dai “professionisti di disordini di ogni tipo” in nome della difesa del diritto e dei valori repubblicani “contro gli estremisti”.
E' nello scontro fra le classi che lo Stato democratico borghese rivela il suo vero volto e la sua natura repressiva. Lo Stato democratico non è che lo strumento più efficace della dittatura della borghesia per imporre e difendere il suo ordine sociale di oppressione e di sfruttamento. Come dimostra la sua pratica su tutti i piani, e ancora di più quando esso affronta il proletariato e la lotta delle classi, tutti i mezzi ufficiali e occulti sono buoni e ogni colpo è permesso contro il suo nemico di classe, e non esiste un limite fra legalità e illegalità.
La classe operaia dovrà quindi inevitabilmente, anche essa, usare la violenza contro questo nemico di classe. Ma la natura di questa violenza sarà radicalmente differente, opposta al terrore di Stato come dal vandalismo dei blak-bloc. Essa non sarà quella di una vendetta repressiva o cieca e nemmeno volta alla distruzione in sé dei beni materiali. Essa sarà al contrario una violenza liberatrice, quella di una forza sociale di massa e cosciente, desiderosa di abolire l'ordine del capitale per mettere fine allo sfruttamento[5]. Nel suo movimento di emancipazione contro un sistema, la classe operaia non deve avere nessuna illusione rispetto alla borghesia e al suo Stato. Questo è e sarà il suo nemico più impietoso.
Scott, 25 mai 2018
[1] Bisogna dire che una dimostrazione di forza” di tale portata è stata possibile solo a causa della grande debolezza del movimento.
[2] Zona occupata da agricoltori ed attivisti per impedire la costruzione del nuovo aeroporto di Nantes
[3] Vedere i nostri articoli di denuncia del ruolo giocato dai “razzialisti”: Le racialisme (Première partie): d’où vient-il et qui sert-il? [463]
[4] Comunicato dell'intersindacale
[5] Per meglio capire la nostra posizione su quello che è la violenza della classe operaia, leggere il nostro articolo “Terrore, terrorismo e violenza di classe” (disponibile in forma cartacea in italiano), e il libro di Engels “Il ruolo della violenza nella storia”.
Pubblichiamo qui un articolo scritto a metà maggio. Dopo c'è stato l'incontro fra Trump e Kim Jong-un dove sembrava essere scoppiata la pace con l'annuncio che la Corea del Nord avrebbe sospeso il suo programma di armamento nucleare, annuncio che è stato smentito pochissime settimane dopo. Insomma, a parte qualche dettaglio che può cambiare nel tempo, il quadro delineato nell'articolo rimane quello della minaccia che il capitalismo in decomposizione costituisce per l'umanità.
Alcuni mesi fa, sembrava che il mondo stesse compiendo un passo avanti verso uno scontro nucleare intorno alla Corea del Nord, con le minacce di Trump di reagire con "fuoco e rabbia" e con le spacconerie del "capo supremo" della Corea del Nord sulle sue capacità di rappresaglia. Oggi, i leader della Corea del Nord e del Sud si danno la mano in pubblico e ci promettono un vero progresso verso la pace. Trump si incontrerà faccia a faccia con Kim Jong-un il 12 giugno a Singapore.
Solo poche settimane fa si parlava di una terza guerra mondiale che sarebbe scoppiata a partire dalla guerra in Siria e, ultimamente, Trump ha avvertito la Russia che la risposta con i suoi missili intelligenti era imminente come rappresaglia per l’attacco di Duma con armi chimiche. I missili sono stati lanciati, nessuna unità militare russa è stata colpita, ed è come se stessimo tornando al "normale" massacro nella sua forma quotidiana in Siria.
Poi Trump ha rialzato il tiro annunciando che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dal "Bad Deal" (pessimo accordo) che Obama aveva concluso con l'Iran sul suo programma di armi nucleari. Ciò ha immediatamente creato delle divisioni tra gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali che considerano l'accordo con l'Iran funzionante, e che ora, se continuano a commerciare o cooperare con l’Iran, devono affrontare la minaccia delle sanzioni statunitensi. E nello stesso Medio Oriente, l'impatto non è stato meno immediato: per la prima volta, una raffica di missili è stata lanciata contro Israele dalle forze iraniane in Siria, e non solo dal loro rappresentante locale, Hezbollah. Israele - il cui primo ministro Netanyahu precedentemente aveva lanciato la sua denuncia sulle violazioni del trattato nucleare da parte dell'Iran – ha reagito senza pietà con la sua solita prontezza, colpendo un certo numero di basi iraniane nel sud della Siria.
Nel frattempo, la recente dichiarazione di Trump a sostegno di Gerusalemme come "nuova" capitale israeliana ha infiammato l'atmosfera nella Cisgiordania occupata, in particolare a Gaza, dove Hamas ha promosso dimostrazioni “al martirio”, e in un solo giorno sanguinoso, Israele ha risposto massacrando più di 60 manifestanti (di cui otto sotto i 16 anni), ferendone più di 2.500, colpiti da tiratori scelti, da armi automatiche, da schegge di granate di fonti sconosciute o dopo aver inalato gas lacrimogeni per aver commesso il "crimine" di avvicinarsi ai recinti di confine e, in alcuni casi, per possesso di pietre, fionde e bottiglie di benzina attaccate ad aquiloni.
È facile farsi prendere dal panico in un mondo che sembra sempre più fuori controllo o rassicurare se stesso quando la causa delle nostre paure scompare o i mortali campi di battaglia spariscono dall'agenda delle notizie. Ma per capire i pericoli reali dell'attuale sistema e delle sue guerre, è necessario fare un passo indietro, considerare lo svolgersi degli eventi su scala storica e globale.
Nella Brochure di Junius, scritta in carcere nel 1915, Rosa Luxemburg affermava che la guerra mondiale significava che la società capitalista già stava affondando nella barbarie: "il trionfo dell'imperialismo porta alla distruzione della cultura, sporadicamente durante una guerra moderna e per sempre, se lasciamo che il periodo delle guerre mondiali, che sono appena iniziate, segua il suo odioso percorso fino alle sue ultime conseguenze".
La "predizione" storica della Luxemburg fu ripresa dall'Internazionale comunista fondata nel 1919: se la classe operaia non avesse rovesciato il sistema capitalista, entrato ormai in un'era di declino, la "Grande Guerra" sarebbe stata seguita da guerre ancora più vaste, distruttive e barbare, mettendo in pericolo la stessa sopravvivenza della civiltà. E ciò si è effettivamente avverato con esattezza: la sconfitta dell'ondata rivoluzionaria mondiale scatenata in risposta alla prima guerra mondiale ha aperto la porta a un secondo conflitto ancora più da incubo. E dopo sei anni di massacri, in cui la popolazione civile è stata il primo obiettivo, l'invio di bombe atomiche da parte degli Stati Uniti contro il Giappone ha dato una forma concreta del pericolo che avrebbe corso l'umanità con le guerre future.
Per i successivi quattro decenni, abbiamo vissuto sotto l'ombra minacciosa di una terza guerra mondiale tra i blocchi che dominavano il pianeta ed in possesso di armi nucleari. Ma sebbene la minaccia fosse sul punto di diventare realtà, ad esempio durante la crisi cubana del 1962, l'esistenza stessa dei blocchi americani e russi aveva imposto una sorta di disciplina sulla naturale tendenza del capitalismo a condurre la guerra di tutti contro tutti. Questo è un fattore limitante circa la possibilità che i conflitti locali - che di solito sono state guerre per procura tra blocchi – sfuggissero ad ogni controllo. Un altro elemento è stato rappresentato dal fatto che, in seguito alla ripresa globale della lotta di classe dopo il 1968, la borghesia non era sicura di poter controllare la classe operaia e irreggimentarla per una guerra generalizzata.
Nel 1989-1991, il blocco russo crollava, confrontato con il crescente accerchiamento degli Stati Uniti e la bancarotta del suo modello di capitalismo di Stato nel tentativo di adattarsi disperatamente alle necessità della crisi economia mondiale. Gli uomini di Stato del campo americano vittorioso si sono vantati dell’oramai fuori gioco del nemico "sovietico", e del fatto che ci stavano conducendo in una nuova "era di prosperità e pace". Per quanto ci riguarda, come rivoluzionari, abbiamo insistito sul fatto che il capitalismo, anche dopo questo evento, non sarebbe stato meno imperialista, e meno militarista, e che la marcia verso la guerra iscritta nella natura stessa del sistema avrebbe assunto una forma più caotica e meno prevedibile[1]. E anche questa previsione è risultata corretta. È importante capire quanto questo processo, questo tuffo nel caos militare, sia peggiorato negli ultimi tre decenni.
Nei primi anni di questa nuova fase, la superpotenza americana, consapevole che la scomparsa del suo nemico russo stava per provocare tendenze centrifughe nel proprio blocco, ha subito reagito riuscendo ad esercitare ancora una certa disciplina sui suoi ex alleati. Durante la Prima Guerra del Golfo, ad esempio, i suoi precedenti subordinati (Gran Bretagna, Germania, Francia, Giappone, ecc.) hanno aderito o appoggiato la coalizione a guida Usa contro Saddam, ed in più questo intervento è stato sostenuto anche da Gorbaciov in Russia e dal regime siriano. Ben presto però sono iniziate a comparire delle crepe: la guerra nella ex Jugoslavia ha visto la Gran Bretagna, la Germania e la Francia assumere posizioni che spesso si opponevano direttamente agli interessi degli Stati Uniti, e dieci anni dopo, Francia, Germania e Russia si sono opposte apertamente all'invasione americana dell'Iraq nel 2003.
La "indipendenza" degli ex alleati occidentali degli Stati Uniti non ha mai raggiunto un livello tale da poter costituire un nuovo blocco imperialista opposto a Washington. Ma negli ultimi 20 o 30 anni, abbiamo visto emergere una nuova potenza che pone una sfida più grande agli Stati Uniti: la Cina, la cui sorprendente crescita economica è stata accompagnata da un'influenza imperialista in espansione, non solo in Estremo Oriente, ma anche, attraverso le terre asiatiche fino al Medio Oriente e all'Africa. La Cina ha effettivamente dimostrato la sua capacità di attuare una strategia a lungo termine per soddisfare le sue ambizioni imperialiste - come dimostra la paziente costruzione della "nuova via della seta" a ovest e la graduale costruzione di basi militari nel Mar della Cina.
Anche se, allo stato attuale, le iniziative diplomatiche nord e sud coreane come l’annunciato vertice Usa-Corea danno l'impressione che "la pace" e il "disarmo" possano essere negoziati, e che la minaccia di distruzione nucleare possa essere contrastata da "dirigenti rinsaviti", le tensioni imperialiste tra gli Stati Uniti e la Cina continueranno a dominare le rivalità nella regione, e ogni futuro movimento intorno alla Corea sarà, in ultima analisi, determinato da questo antagonismo. Così, la borghesia cinese ha intrapreso un'offensiva globale a lungo termine, minando non solo le posizioni degli Stati Uniti ma anche quelle della Russia, di altri paesi dell'Asia centrale e dell'Estremo Oriente; ma allo stesso tempo, gli interventi russi in Europa orientale e in Medio Oriente hanno costretto gli Stati Uniti a confrontarsi col dilemma di dover competere con due rivali con diversi livelli di potere e in diverse regioni. Le tensioni tra la Russia e un certo numero di paesi occidentali, in particolare gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, sono aumentate notevolmente negli ultimi tempi. Così, insieme alla rivalità già esistente tra gli Stati Uniti e il loro sfidante globale più serio (Cina), la controffensiva russa è diventata un'ulteriore sfida diretta all'autorità degli Stati Uniti.
È importante vedere come la Russia sia effettivamente impegnata in una controffensiva, una risposta alla minaccia di strangolamento da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Il regime di Putin, con la sua fiducia nella retorica nazionalista e la forza militare ereditata dall'era "sovietica", non è stato solo il prodotto di una reazione contro la politica economica dell'occidente di spoliazione dei beni della Federazione Russa durante i primi anni della sua esistenza, ma anche, soprattutto, contro la continuazione e persino l'intensificazione dell'accerchiamento della Russia iniziato durante la Guerra Fredda. La Russia è stata privata dei suoi ex confini protettivi in Occidente con l’estensione dell’UE e della NATO alla maggioranza degli Stati dell'Europa orientale. Negli anni '90, con la sua brutale politica di terra bruciata in Cecenia, la Russia ha voluto mostrare come avrebbe reagito a qualsiasi accenno di indipendenza all'interno della stessa Federazione. Da allora, ha esteso la sua politica alla Georgia (2008) e all'Ucraina (dal 2014) – Stati che non facevano parte della Federazione, ma che potrebbero diventare focolai di influenza occidentali sui suoi confini settentrionali. In entrambi i casi, Mosca ha usato le forze separatiste locali, così come le sue forze militari a malapena camuffate, per contrastare i regimi filo-occidentali.
Queste azioni avevano già acuito le tensioni tra Russia e Stati Uniti, i quali hanno reagito imponendo sanzioni economiche alla Russia, più o meno supportate da altri Stati occidentali, nonostante le differenze che questi avevano con gli Stati Uniti riguardo alla politica russa, basata generalmente sui loro particolari interessi economici (cosa particolarmente vera per la Germania). Ma il successivo intervento della Russia in Siria ha portato questi conflitti ad un altro livello.
In realtà, la Russia ha sempre sostenuto il regime di Assad in Siria con armi e consulenti. La Siria è stata a lungo il suo ultimo avamposto in Medio Oriente in seguito al declino dell'influenza sovietica in Libia, Egitto e altrove. Il porto siriano di Tartus è assolutamente vitale per i suoi interessi strategici; è il suo principale sbocco nel Mediterraneo dove ha sempre voluto mantenere la sua flotta. Ma di fronte alla minaccia di una sconfitta del regime di Assad da parte delle forze ribelli e all'avanzamento delle forze dello Stato islamico verso Tartus, la Russia ha fatto il grande passo intervenendo apertamente con le sue truppe e la sua flotta di guerra aerea al servizio del regime di Assad, senza esitare minimamente a prendere parte alla devastazione quotidiana delle città e dei sobborghi tenuti dai ribelli, al caro prezzo del massacro di civili.
Ma anche gli Stati Uniti verosimilmente hanno disposto forze in Siria, in risposta all'ascesa dello Stato islamico. E non hanno fatto segreto del loro sostegno ai ribelli anti-Assad - inclusa l'ala jihadista che ha permesso l'ascesa dello Stato islamico. Pertanto, già da tempo in questa regione esiste il potenziale per uno scontro diretto tra le forze russe e americane. Le due risposte militari statunitensi al probabile uso di armi chimiche da parte del regime sono più o meno simboliche, non da ultimo perché l'uso da parte del regime di armi "convenzionali" ha ucciso molte più persone rispetto all'uso di derivati clorurati o altri agenti chimici. Ci sono segnali molto forti che l'esercito statunitense abbia ostacolato Trump e che si sarebbe preoccupato con molta accuratezza di colpire solo le installazioni del regime di Assad e non le truppe russe[2]. Ma questo non significa che in futuro il governo degli Stati Uniti, o il governo russo, possano evitare ulteriori confronti diretti tra di loro; le forze che lavorano per la destabilizzazione e il disordine sono semplicemente troppo radicate e si stanno dimostrando sempre più virulente.
Tra le due guerre mondiali, il Medio Oriente è stato un teatro di conflitti importanti, ma tuttavia secondario: la sua importanza strategica è aumentata con lo sviluppo delle sue enormi riserve di petrolio nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Tra il 1948 e il 1973, la principale scena dello scontro militare è stata rappresentata dal susseguirsi di guerre tra Israele e i vicini Stati arabi, ma queste guerre tendevano ad essere di breve durata e l'esito in gran parte andava a beneficio del blocco americano. Ciò era un'espressione della "disciplina" imposta alle potenze di secondo e terzo rango dal sistema del blocco imperialista. Ma anche in questo periodo, ci sono stati segnali di una tendenza centrifuga - molto significativa la lunga "guerra civile" in Libano e la "rivoluzione islamica" che hanno minato il dominio degli Stati Uniti in Iran, facendo precipitare lo scoppio della guerra Iran-Iraq negli anni '80 (in cui i paesi occidentali sostenevano principalmente Saddam come contrappeso all'Iran).
La fine definitiva del sistema dei blocchi ha notevolmente accelerato queste forze centrifughe e la guerra in Siria li ha portati a un livello culminante. Così, in Siria, o intorno ad essa, possiamo assistere al susseguirsi di una serie di battaglie contraddittorie:
Abbiamo già visto come le dichiarazioni avventate di Trump hanno reso la situazione in Medio Oriente ancora più imprevedibile. Esse esprimono i sintomi delle profonde divisioni all'interno della borghesia americana. Il presidente è attualmente indagato dall'apparato di sicurezza che cerca prove del coinvolgimento della Russia (attraverso le sue tecniche avanzate di guerra cibernetica, irregolarità finanziarie, ricatti ecc.) nella sua campagna elettorale. Trump, fino a poco tempo fa, non ha fatto quasi mistero della sua ammirazione per Putin, riflettendo una possibile opzione per un'alleanza con la Russia per controbilanciare l'ascesa della Cina. Ma l'antipatia nei confronti della Russia all'interno della borghesia americana è profondamente radicata e, quali che siano i suoi motivi personali (come la vendetta o il desiderio di dimostrare che non è un tirapiedi dei russi) Trump è stato costretto ad alzare il tono e ad orientare il suo discorso contro la Russia. L'accesso al potere di Trump è piuttosto una prova dell'avanzamento del populismo e della crescente perdita di controllo della borghesia sul suo apparato politico, espressione politica diretta di decomposizione sociale. E tali tendenze nell'apparato politico non possono che aumentare lo sviluppo dell'instabilità a livello imperialista, dove il pericolo è molto più grave.
In un contesto così volatile, è impossibile evitare il pericolo di azioni improvvise irrazionali e aggressive. La classe dominante non è ancora sprofondata nella follia suicida: riesce ancora a comprendere che lo scatenamento del suo arsenale nucleare rischia di distruggere lo stesso sistema capitalista. Tuttavia, sarebbe insensato affidarsi al buon senso delle bande imperialiste che attualmente governano il pianeta – che stanno attualmente studiando come utilizzare le armi nucleari per vincere una guerra.
Come Rosa Luxemburg insisteva nel 1915, l'unica alternativa alla distruzione della cultura da parte dell'imperialismo è "la vittoria del socialismo, cioè della lotta cosciente del proletariato internazionale contro l'imperialismo e contro il suo modo di vivere: la guerra. Questo è un dilemma della storia del mondo, un "o - o" ancora indecisi, i cui piatti della bilancia oscillano ancora di fronte alla decisione del proletariato cosciente".
L'attuale fase della decomposizione capitalista, dello sviluppo del caos imperialista, è il prezzo pagato dall'umanità per l'incapacità della classe operaia di realizzare le speranze del 1968 e dell'ondata internazionale di lotta di classe che sono seguite: una lotta cosciente della trasformazione socialista del mondo. Oggi la classe operaia si trova di fronte all'avanzamento della barbarie, che prende la forma di una moltitudine di conflitti imperialisti, disintegrazione sociale e devastazione ecologica. E - a differenza del 1917-1918, quando la rivolta operaia pose fine alla guerra – oggi è molto più difficile opporsi a queste forme di barbarie. Esse sono certamente al loro massimo livello nelle regioni in cui la classe operaia ha poco peso sociale - la Siria è l'esempio più ovvio, ma anche in paesi come la Turchia dove la questione della guerra, posta ad una classe operaia con una lunga tradizione di lotta, non dà prove di resistenza diretta allo sforzo bellico. Per quanto riguarda la classe operaia nei paesi centrali, le sue lotte contro quella che ora è una crisi economica più o meno permanente sono attualmente ad un livello molto basso, non hanno alcun effetto diretto sulle guerre che, sebbene geograficamente situate alla periferia dell'Europa, hanno un impatto sempre maggiore - e principalmente negativo - sulla vita sociale, attraverso l'aumento del terrorismo, la repressione e la cinica manipolazione della questione dei rifugiati[4].
Ma la guerra di classe è tutt'altro che finita. Qua e là, dà segni di vita: in manifestazioni e scioperi in Iran, che hanno mostrato una reazione decisa contro le avventure militariste dello Stato; nella lotta nel settore dell'istruzione nel Regno Unito e negli Stati Uniti; attraverso il crescente malcontento contro le misure di austerità del governo in Francia e in Spagna. Ciò rimane, ovviamente, ben al di sotto del livello richiesto per rispondere alla decomposizione dell'intero ordine sociale, ma la lotta difensiva della classe operaia contro gli effetti della crisi economica rimane la base indispensabile per una rimessa in discussione più profonda del sistema capitalista.
Amos
[1] Vedi in particolare il nostro testo d’orientamento: "Militarismo e decomposizione” in Rivista Internazionale n°15, https://it.internationalism.org/content/militarismo-e-decomposizione [464]
[2] "Il segretario alla Difesa americano James Mattis è riuscito a frenare il presidente sull'estensione degli attacchi aerei in Siria ... È stato Jim Mattis a salvare la situazione. Il segretario alla difesa degli Stati Uniti, capo del Pentagono ed Ammiraglio in pensione ha la reputazione di essere un duro, il suo soprannome è stato "Crazy Dog" (cane pazzo). Quando la scorsa settimana la pressione è salita in Siria, è stato Mattis - e non il Dipartimento di Stato o il Congresso – ad ergersi di fronte a un Donald Trump che stava chiedendo sangue col suo abbaiare. Mattis, in effetti, ha detto a Trump che la Terza Guerra Mondiale non sarebbe iniziata col suo patrocinio. Nel momento in cui gli attacchi aerei sono iniziati presto sabato, Mattis sembrava essere lui più presidente del presidente. Il regime di Assad, ha detto, "ancora una volta ha sfidato le norme dei popoli civilizzati ... usando armi chimiche per uccidere donne, bambini e altre persone innocenti, e noi ed i nostri alleati troviamo queste atrocità imperdonabili". A differenza di Trump, che ha usato un discorso televisivo per castigare la Russia e il suo presidente, Vladimir Putin, con termini molto personali ed emotivi, Mattis ha considerato la vera posta in gioco. Gli Stati Uniti attaccano le capacità degli armamenti chimici della Siria, ed è per questo, ha detto, né più né meno, che i bombardamenti aerei stanno avendo luogo. Mattis ha anche inviato un messaggio più rassicurante per Mosca: "Voglio sottolineare che questi attacchi sono diretti contro il regime siriano ... Ci siamo tenuti alla larga per evitare vittime civili e straniere". In altre parole, le truppe di terra e le installazioni russe non erano un obiettivo. Inoltre, gli attacchi avrebbero avuto luogo una volta sola. Tutto finiva lì" (Simon Tisdall, The Guardian, 15 aprile 2018).
[3] Guerra in Yemen: un conflitto decisivo per l'influenza imperialista in Medio Oriente.
[4] Per una valutazione generale dello stato della lotta di classe, vedere la risoluzione del 22° Congresso sulla lotta di classe internazionale sul nostro sito italiano: /content/1410/risoluzione-sulla-lotta-di-classe-internazionale [465]
Gli eventi della primavera del 1968 hanno avuto una dimensione internazionale, sia nelle loro radici che nelle loro conseguenze. Alla loro base c’erano i riflessi dei primi sintomi della crisi economica mondiale, che stava riapparendo dopo ben oltre un decennio di prosperità capitalista, sulla classe operaia.
Dopo decenni di sconfitte, disorientamento e sottomissione, nel maggio 1968 la classe operaia ritorna sulla scena della storia. Mentre l’agitazione studentesca - che si era sviluppata in Francia dall'inizio della primavera - e le lotte radicali dei lavoratori - scoppiate l'anno precedente - avevano già cambiato l'atmosfera sociale, l'ingresso in massa della lotta di classe (10 milioni in sciopero) ha sconvolto l'intero panorama sociale.
Molto presto altri settori nazionali della classe operaia mondiale entreranno in lotta. Le stesse lotte operaie in Italia nel ‘68, le lotte in Argentina (il Cordobazo) e l’Autunno caldo in Italia nel ‘69, gli scioperi in Polonia del ’70 e molte altre lotte in diversi paesi del mondo segnano la fine del periodo di controrivoluzione seguito alla seconda Guerra mondiale. A differenza di quella del 1929, la crisi che si stava sviluppando non avrebbe portato a una guerra mondiale, ma a uno sviluppo di lotte di classe che avrebbero impedito alla classe dominante di imporre una nuova carneficina mondiale come risposta alle convulsioni della sua economia.
Per discutere di questo importante momento della storia della classe lavoratrice a cinquant’anni dal suo sviluppo, il suo significato e gli insegnamenti che possiamo trarre per la prospettiva di cambiamento radicale della società, la Corrente Comunista Internazionale organizza
(tram 3, bus 59, 90, 91, Metrò 2 stazione Romolo, tel. 02.58.10.56.88)
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Al di là delle chiacchiere sul presunto “governo del cambiamento”, l’essenza antiproletaria di questo governo emerge con sempre maggiore chiarezza: guerra ai migranti e agli occupanti di case, flat tax che non cambia nulla per i proletari ma aiuta solo i grandi redditi, nessuna abolizione della “famigerata legge Fornero” che verrà solo riformata. Infine il decantato reddito di cittadinanza, riservato, se verrà mai realizzato, ad una cerchia sempre più ristretta di persone, non eliminerà certo precarietà, licenziamenti, mancanza di lavoro, salari da fame, ma al contrario aumenterà il ricatto del rapporto salariale: accettare qualsiasi lavoro e fare il servizio civile, pena la perdita del diritto a ogni sussidio.
D’altra parte, il crollo del ponte Morandi e la tenuta in ostaggio dei profughi sulla nave Diciotti hanno messo in piena luce non solo l’ipocrisia e il cinismo dell’intera classe borghese, con il rimpallo di responsabilità fatto sulla pelle dei morti - a mare o sotto le macerie del ponte - ma anche i fattori distintivi del populismo, ovvero la ricerca del consenso politico attraverso l’attribuzione dei mali di questa società a un capro espiatorio che faccia da parafulmine per tutta la rabbia che cova nella società civile. Così, se cade il ponte, è colpa di Autostrade spa che non ha fatto la manutenzione; se c’è delinquenza nelle città, è colpa dei migranti che vengono in Italia solo per violentare, rubare e spacciare droga; se i conti dell’economia italiana non tornano è per il predominio dell’UE, della Germania, della Francia… Insomma, per ogni problema è pronto un “nemico esterno” responsabile da dare in pasto al rancore delle folle, così da permettere finalmente “la difesa degli Italiani”!
Il carattere populista di questo governo rappresenta un problema per la stessa borghesia. L’attuale sciagurato iter del DEF, con lo spread che supera quota 300, è l’espressione dell’irresponsabilità politica delle forze al governo rispetto alle stesse esigenze del capitale nazionale e della politica internazionale, mettendo in pericolo non solo l’economia italiana, ma anche la già precaria stabilità dell’unione Europea, dando forza a quel processo di sfilacciamento iniziato con la Brexit e il referendum in Catalogna.
E’ per questo che la borghesia europea e le sue istituzioni sono estremamente preoccupate che il governo di un membro fondatore dell’EU sia nelle mani di forze caratterizzate dall’irresponsabilità politica rispetto alle esigenze globali della borghesia.
Su questi temi la CCI invita ad una riunione di riflessione e dibattito
Sabato 20 ottobre 2018, alle ore 16
presso la La Città del Sole, vico Giuseppe Maffei 4, Napoli
(traversa di via S. Gregorio Armeno, Edificio dell’ex Asilo Filangieri)
La nostra compagna Elisabeth ci ha lasciato all'età di 77 anni. E' deceduta nella notte tra sabato e domenica 18 novembre in seguito ad una crisi respiratoria che le ha provocato un arresto cardiaco. Elisabeth è nata durante la seconda guerra mondiale, il 19 maggio 1941 a Bane, un villaggio nel Giura intorno a Besançon. Suo padre possedeva una segheria e sua madre era una casalinga. Elisabeth è cresciuta in un ambiente rurale, in una famiglia cattolica di nove figli e relativamente benestante. È stata sua zia, insegnante, a farle scuola prima di essere messa in un collegio gestito da suore, prima a Besançon e poi a Lione, dove avrebbe continuato la sua istruzione secondaria[1]. Poi è andata all'università di Lione appassionandosi all'oceanologia. Nel 1968, all'età di 27 anni, si trasferisce a Marsiglia, affittando una vecchia casa con un piccolo giardino e una terrazza sul tetto, a pochi passi dal mare. Elisabeth dopo un anno trascorso in Canada viene assunta al centro Oceanology del CNRS di Marsiglia. Nel 1983 consegue la tesi di dottorato che le permette di insegnare e dirigere il lavoro di ricerca dei suoi studenti.
Elisabeth ha fatto parte di quella generazione di giovani elementi in cerca di una prospettiva rivoluzionaria sulla scia del movimento del maggio 68. Ha iniziato a politicizzarsi quando era ancora studentessa, entrando a far parte del Partito socialista unificato a Lione[2].
È a Marsiglia che scopre che la classe operaia è l'unica forza della società capitalista capace di trasformare il mondo. Elisabeth aveva incontrato in una manifestazione, Robert, un giovane elemento che si era politicizzato, prima del 1968, nel movimento anarchico. Parteciperà con Robert alle riunioni del gruppo Informations et Correspondances Ouvrières (ICO), che dal 1968 pubblicherà "Les Cahiers du Communisme de Conseils" (Quaderni del comunismo dei Consigli). È così che Elisabetta ha scoperto il movimento operaio, il marxismo e la prospettiva rivoluzionaria del proletariato. Dopo aver ricevuto un'educazione cattolica, ha rotto con la religione divenendo atea, pur mantenendo stretti legami con la sua famiglia.
Nel 1972, il gruppo dei Cahiers du Communisme de Conseils si unisce al gruppo che pubblicava la rivista Révolution Internationale (RI), il nuovo gruppo conserva il mone R.I.; ed è nel 1973 che Elizabeth diventa simpatizzante di RI. Nel 1974 aderisce a questo gruppo che diventerà in seguito la sezione della CCI in Francia.
Elisabeth partecipa alla Conferenza internazionale di fondazione della CCI nel 1975 e al primo congresso della nostra organizzazione nel 1976. Con la sua scomparsa è quindi un membro fondatore della CCI e una militante della prima generazione che improvvisamente viene a mancare.
Elisabeth ha assunto importanti responsabilità nell'organizzazione e sempre con immancabile dedizione. Scriveva regolarmente rapporti sulla lotta di classe internazionale. Ha viaggiato molto nella CCI ed aveva imparato l'italiano per partecipare al lavoro dell'organizzazione in Italia. Conoscendo molto bene l'inglese, ha fatto molte traduzioni, senza mai concepire questo compito come un'attività di routine o noiosa. Al contrario, traducendo i testi per i nostri Bollettini di discussione interna, Elisabeth è stata una delle prime compagne di lingua francese a conoscere le posizioni e i contributi dei suoi compagni di lingua inglese. E soprattutto, Elisabeth ha contribuito a costruire il nucleo della CCI a Marsiglia. Per 45 anni, e al fianco di un altro compagno, ha mantenuto la presenza politica della CCI in questa città.
Ciò che ha animato il suo impegno militante è stata la sua rivolta contro la barbarie del capitalismo, la sua volontà di lottare contro questo sistema decadente, la sua passione per il comunismo e la sua convinzione del ruolo fondamentale dell'organizzazione rivoluzionaria per l'emancipazione del proletariato. L’attività militante è stata al centro della sua vita. Elisabeth aveva un profondo attaccamento non solo per l'organizzazione, ma anche per i suoi compagni di lotta.
Nonostante il suo status sociale come ricercatrice al CNRS, Elisabeth era estremamente modesta. Accettava la critica politica, senza mai avere una reazione di orgoglio ferito, cercando costantemente di "capire" e di mettere gli interessi generali dell'organizzazione al di sopra della sua stessa persona. Nonostante i suoi studi universitari, il suo dottorato e la sua grande cultura generale, non era una "accademica", una "intellettuale" segnata da ciò che Lenin chiamava (in “Un passo avanti due passi indietro”) "L'anarchismo del grande signore", caratteristico della piccola borghesia.
Elisabeth non ha mai sentito il suo impegno militante nella CCI come un "peso" o un impedimento alla "realizzazione" della sua vita personale. Elisabeth avrebbe potuto fare carriera nel mondo accademico, pubblicare articoli e libri scientifici, nel suo campo di competenza, perché aveva le capacità e amava il suo lavoro. Ma come Marx e altri militanti, ha scelto di dedicare la sua vita alla causa del proletariato. Possiamo aggiungere che lei, come tutti i suoi compagni della CCI, aveva la stessa concezione di Marx di cosa ti soddisfa nella vita: la lotta![3]
Così, alla fine della sua vita, lungi dall'essere "logorata" o "annientata” dalla militanza, Elisabeth dava ancora prova di un dinamismo sorprendente. Nonostante la sua insufficienza respiratoria e l'indebolimento del suo stato di salute (soprattutto dopo la frattura del collo del femore poco dopo il suo ultimo compleanno), ha partecipato con entusiasmo, all'ultimo fine settimana di Studio e di Discussione internazionale della CCI dove è intervenuta nel dibattito in modo molto chiaro e pertinente. Prima di separarsi dai suoi compagni per tornare a Marsiglia, Elizabeth ha accompagnato alcuni di loro, compresi compagni di altri paesi, a visitare il cimitero del Père Lachaise; ha mostrato loro il muro dei Comunardi. Mancavano 15 giorni alla sua morte.
Tutti i militanti della CCI sono rimasti quindi scioccati dalla tragica notizia della sua improvvisa scomparsa. Nessun compagno poteva immaginare che ci avrebbe lasciato così in fretta, senza "preavviso". Perché non aveva età. Nonostante i suoi 77 anni, aveva mantenuto la freschezza della sua giovinezza (aveva amici personali anche nella generazione giovanile).
Elisabeth amava i bambini. Uno dei più grandi rimpianti della sua vita di donna è stato quello di non aver avuto figli. Tra le altre cose, questo è stato il motivo per cui ha avuto stretti legami di amicizia con i figli dei suoi compagni che lei ha sempre ospitato a casa sua con molto affetto. Elisabeth è stata una persona estremamente calorosa ed accogliente. Aveva un profondo senso di ospitalità. La sua vecchia casa, affittata per 45 anni, è stata un luogo di passaggio dove i suoi compagni, non solo della sezione CCI in Francia, ma di altre sezioni territoriali, sono stati sempre i benvenuti insieme alle loro famiglie. È sempre con gioia che ha accolto tutti i militanti della CCI senza eccezioni. Elizabeth odiava la proprietà privata. Quando era lontana da casa, lasciava sempre una chiave a disposizione dei compagni (a volte si scusava per non aver avuto il tempo di fare le faccende domestiche!).
Naturalmente anche Elisabeth ha avuto dei difetti. Ma i suoi erano difetti delle sue qualità. Aveva il suo "caratterino". A volte alla "nostra Elisabetta nazionale" che ha sempre avuto uno spirito fortemente internazionalista, capitava di discutere animatamente con alcuni compagni (compresi quelli che le erano più vicini). Ma sapeva passare la spugna, sempre alla ricerca di riconciliazione, perché non ha mai perso di vista ciò che unisce i militanti della CCI: una piattaforma e dei principi comuni, la lotta che essi conducono insieme contro il capitalismo e contro la pressione dell'ideologia dominante. Elisabeth ha avuto una profonda stima politica per i militanti della CCI, compresi quelli di cui non apprezzava lo "stile" o il carattere. Nei nostri dibattiti interni, ascoltava attentamente tutti gli interventi, tutti gli argomenti, spesso prendendo note personali per approfondire la sua riflessione e, come essa diceva, per il "bisogno di chiarirsi".
Elisabeth era anche molto sentimentale e ha avuto la tendenza a concepire l'organizzazione dei rivoluzionari come una grande famiglia o un gruppo di "amici". Si era un poco illusa che il gruppo Révolution Internationale a cui aveva aderito (in un periodo molto segnato dal movimento studentesco del Maggio 68) potesse diventare una sorta di isola del comunismo. Quello che ha permesso a Elizabeth di superare questa confusione sono state le nostre Giornate di studio e discussione sullo spirito di circolo nel movimento operaio, così come i nostri dibattiti interni sulle difficoltà che la nostra sezione ha avuto in Francia a passare da "un circolo di amici al gruppo politico"[4].
Grazie alla sua capacità di riflessione, Elisabeth è stata in grado di comprendere che l'organizzazione dei rivoluzionari, benché l’"inizio della risposta" ai rapporti sociali capitalistici, non può essere già "la risposta" (secondo le parole del nostro compagno MC), una piccola isola di comunismo all'interno di questa società. Sono stati questo suo incrollabile impegno per la causa della classe operaia e la dedizione disinteressata alla CCI che hanno permesso a Elisabeth di "tenere” e di resistere, con pazienza, a tutte le crisi che hanno attraversato la CCI fin dalla sua fondazione. Nonostante il suo approccio "sentimentale" per l'organizzazione ed il dispiacere che essa provava di fronte alla diserzione di alcuni suoi amici, Elizabeth non si è mai lasciata trascinare fuori dalla CCI per lealtà nei loro confronti. Ogni volta che si trovava di fronte a un "conflitto di lealtà " Elizabeth si è sempre pronunciata a favore della CCI e della sua lotta per il comunismo (a differenza di altri militanti che hanno lasciato l'organizzazione per fedeltà ai loro amici e con ostilità alla CCI). Non ha perso le sue convinzioni. E’ rimasta fino alla fine leale e fedele alla CCI.
Fino al suo ultimo respiro, Elisabeth è rimasta una vera combattente della causa del proletariato, una militante che ha dato il meglio di sé al lavoro collettivo e associato del principale gruppo della sinistra comunista. Elisabeth adorava leggere. Amava il mare, i fiori e l'arte. Amava la musica barocca, la letteratura, la pittura ... Ma lei amava la specie umana sopra ogni altra cosa. Il suo amore per l'umanità era la spina dorsale della sua passione per il comunismo e il suo impegno militante verso la CCI.
La scomparsa della nostra compagna ci lascia oggi un grande vuoto. Per la CCI, ogni militante è un anello insostituibile. Elisabeth è dunque insostituibile. L'unico modo per "riempire" questo vuoto, per rendere omaggio alla sua memoria è, per noi, continuare la nostra lotta, la sua lotta.
Elizabeth aveva dato il suo corpo alla scienza. Ci ha lasciato senza fiori o corone.
A suo fratello Pierre e a tutta la sua famiglia;
ai suoi amici Sara e Fayçal che ci hanno immediatamente informato della sua morte;
alle sue amiche di Marsiglia, Chantal, Dasha, Josette, Margaux, Marie-Jo, Rémi, Sarah ..., che ci hanno aiutato a riordinare la sua casa, con il massimo rispetto per la sua attività politica e le sue ultime volontà, inviamo tutta la nostra simpatia e solidarietà.
Ciao, Elisabeth! Sei partita, in una notte di novembre, da sola in questa casa che, anch’essa, ci mancherà. Ma tu non eri sola. Per ognuno di noi, tu rimarrai viva, nei nostri cuori come nei nostri pensieri e nella nostra coscienza.
A gennaio, la CCI terrà un incontro come omaggio politico alla nostra compagna. I nostri lettori, simpatizzanti e compagni di viaggio, così come i militanti dei gruppi della Sinistra Comunista che hanno conosciuto Elisabeth, possono scrivere alla CCI se desiderano partecipare a questo omaggio che si terrà a Marsiglia.
Révolution Internationale, sezione dell'CCI in Francia (24 novembre 2018)
[1]Elizabeth conservava un brutto ricordo della sua istruzione presso le "buone" suore.
[2] PSU: Partito fondato nel 1960 e sciolto nel 1989, che raggruppava alla sua fondazione da membri del Partito socialista che si opponevano a questo partito per la sua politica colonialista, da cristiani di sinistra e da elementi del trotskismo e del maoismo, e di cui uno dei principali leader è stato Michel Rocard prima di unirsi al Partito socialista per prendere il comando della sua ala destra. Nel movimento del maggio 1968, il PSU prese una posizione molto più "radicale" rispetto al PCF e sostenne "l'autogestione".
[3] Vedi "La confessione di Karl Marx" pubblicato da David Ryazanov nel 1923 https://www.marxists.org/francais/riazanov/works/1923/00/confession.htm#... [467]
[4] Questa formulazione si trovava in un contributo molto importante al dibattito interno del nostro compagno MC nel 1980, il cui passaggio seguente è stato pubblicato in una nota nel nostro testo "La questione del funzionamento dell'organizzazione nella CCI [383]" (Rivista Internazionale n.109).
"È nell'ultima metà degli anni '60 che si costituiscono piccoli nuclei, piccoli circoli di amici, i cui elementi sono per la maggior parte molto giovani, senza alcuna esperienza politica, che vivono nell'ambiente studentesco. A livello individuale il loro incontro sembra essere una pura coincidenza. Sul piano oggettivo - l'unico in cui si può trovare una spiegazione reale - questi nuclei corrispondono alla fine della ricostruzione postbellica, e i primi segni che il capitalismo sta entrando di nuovo in una fase acuta della sua crisi permanente, che fa risorgere la lotta di classe. A dispetto di ciò che possono pensare gli individui che compongono questi nuclei, immaginando che ciò che li univa era la loro affinità oggettiva, l'amicizia, il desiderio di realizzare insieme la loro vita quotidiana, questi nuclei sopravvivranno solo nella misura in cui diventeranno politicizzati, in cui diverranno gruppi politici, ciò che si può attuare soltanto compiendo e assumendo consapevolmente il loro destino. I nuclei che non raggiungeranno questa coscienza saranno inghiottiti e si decomporranno nella palude gauchista, modernista o semplicemente si disperderanno. Questa è la nostra storia. E non è senza difficoltà che abbiamo seguito questo processo di trasformazione da un circolo di amici a un gruppo politico, in cui l'unità basata sull'affettività, sulle simpatie personali, sullo stesso modo di vivere quotidiano deve lasciare spazio ad una coesione politica e una solidarietà basate sulla convinzione che siamo impegnati nella stessa lotta storica: la rivoluzione proletaria".
Il presidente della repubblica Emmanuel Macron ha rotto il suo silenzio rivolgendosi ai francesi il 10 dicembre alle ore 20.00 su tutte le reti televisive: “donne e uomini francesi, eccoci qui insieme all'appuntamento del nostro paese e del futuro. Gli eventi delle ultime settimane (...) hanno mescolato richieste legittime con un'esplosione di violenza inaccettabile. (...) Questa violenza non beneficerà di alcuna indulgenza. Non c’è rabbia che possa giustificare l’attacco a un agente di polizia o a un gendarme, il danneggiamento di un negozio o di un edificio pubblico. (...) Quando scoppia la violenza, cessa la libertà. È quindi giunto il momento di far prevalere la calma e l’ordine repubblicano. Faremo tutto ciò che è in nostro potere per farlo. (...) Ho dato al governo le istruzioni più rigorose a tal fine.
Ma, all'inizio di tutto questo, non dimentico che c’è rabbia, indignazione. E questa indignazione, molti di noi, molti francesi possono condividerla. (...) Ma questa rabbia è più profonda, la sento come giusta sotto molti aspetti, e può essere la nostra occasione. (…) Sono quarant'anni di disagio che riappaiono.
Senza dubbio nell’ultimo anno e mezzo non siamo stati in grado di dare una risposta rapida e forte. Mi assumo la mia parte di responsabilità. So di aver ferito alcuni di voi in passato con le mie parole. (...) Non torneremo al normale corso della nostra vita, come troppo spesso in passato durante le crisi. Siamo in un momento storico nel nostro paese. Voglio anche che mettiamo d'accordo la nazione con se stessa su quale sia la sua profonda identità. Che affrontiamo la questione dell'immigrazione”.
Nessuna “applicazione della legge repubblicana” giustifica, infatti, che i poliziotti sparino flashball (dispositivo anti sommossa che spara cilindri di gomma) su degli adolescenti minorenni (senza elmetti o scudi), scolari i cui traumi sono molto più profondi di quelli dei poliziotti assaliti, sabato 1 dicembre, davanti alla tomba del Milite Ignoto. Nessuna “applicazione della legge repubblicana” giustifica il bombardamento con granate di gas lacrimogeni da parte della polizia contro i manifestanti che marciano pacificamente sull’Avenue des Champs-Élysées, manifestanti tra cui c’erano persone anziane (molte delle quali erano donne). Nessuna “applicazione della legge repubblicana” giustifica che degli adolescenti siano storpiati, con le mani strappate dall’esplosione di una granata offensiva (arma non utilizzata in altri paesi europei).
Quando la violenza della polizia viene scatenata contro gli adolescenti, può solo portare a disordini urbani (come nel 2005), non può che aggravare il caos sociale. La violenza non può che generare violenza! Sparare sugli adolescenti è un crimine. Se i funzionari del mantenimento dell’“ordine repubblicano” uccidono bambini (come è quasi accaduto con questo liceale gravemente ferito in un comune del Loiret), significa che questo ordine repubblicano non ha futuro da offrire all’umanità! Questa violenza infanticida della polizia è spregevole e rivoltante! Non è certo con intimidazioni e minacce che torneranno “calma” e “pace sociale”.
Il discorso del Presidente della Repubblica è rivolto solo a “uomini e donne francesi”, mentre molti lavoratori che pagano le tasse non sono “francesi”. I nostri antenati non erano “Galli”, ma africani (non dispiaccia alla Gallica Madame Le Pen!): l’Africa è la culla della specie umana, come sanno gli scienziati, antropologi e primatologi. Solo le chiese affermano ancora che Dio ha creato l’uomo. Come diceva il filosofo Spinoza: “l'ignoranza non è un argomento”.
Macron ha dichiarato lo “stato di emergenza economica e sociale”.
Tutti gli indicatori economici sono di nuovo in rosso. Dieci anni dopo la crisi finanziaria del 2008, che ha ulteriormente aggravato il debito sovrano, la minaccia di una nuova crisi finanziaria si profila ancora una volta con il rischio di un nuovo crollo dei mercati azionari. Ma ora il “popolo” si ribella! Perché al “popolo” è stata fatta pagare la crisi del 2008 da tutti i governi con piani di austerità. Ai lavoratori è stato chiesto di accettare ulteriori sacrifici per uscire dalla crisi “tutti insieme” (dal 2008, la perdita media del potere d’acquisto dei lavoratori è di 440 euro per famiglia). Lo Stato doveva “proteggerci” dal rischio di una catena di fallimenti bancari in cui le “persone” collocavano i loro piccoli risparmi per poter garantirsi la vecchiaia. Questi sacrifici, in particolare sul potere d’acquisto delle famiglie, erano destinati a ripristinare la crescita e a proteggere i posti di lavoro.
Dopo dieci anni di sacrifici per salvare le banche dal fallimento e assorbire il deficit di bilancio dello stato nazionale, è normale che il “popolo” non possa più sbarcare il lunario e sia indignato nel vedere i “ricchi” vivere nel lusso mentre i “poveri” non hanno più abbastanza soldi per riempire il frigorifero o comprare giocattoli per i loro figli a Natale.
Il Presidente ha quindi ragione a dichiarare lo “stato di emergenza economica e sociale”. Ha assolutamente bisogno di nuovi “pompieri sociali” per spegnere il “fuoco” della lotta di classe, poiché i grandi centri sindacali hanno fatto con cura il loro sporco lavoro sabotando le lotte dei lavoratori per aiutare il governo e i datori di lavoro a far passare i loro attacchi alle nostre condizioni di vita. I “ricchi” sono quelli che sfruttano la forza lavoro dei “poveri” per fare il profitto, il plusvalore e per mantenere i loro privilegi. Questo è ciò che Karl Marx spiegò chiaramente nel 1848 nel “Manifesto del Partito Comunista”[1].
Per uscire dalla crisi del potere esecutivo e aprire il “dialogo”, il “nostro” Presidente ha annunciato le seguenti misure: aumento del salario minimo di 100 euro al mese, cancellazione dell’aumento del CSG (contributo sociale generalizzato) per i pensionati che ricevono meno di 2.000 euro al mese, esenzione fiscale per gli straordinari. Ha inoltre chiesto ai padroni che possono farlo di versare ai loro dipendenti dei bonus di fine anno (che saranno anch’essi esenti da imposte). “Il nostro Presidente della Repubblica in marcia” ha quindi fatto “un passo avanti”. La lezione da imparare sarebbe quindi che solo i metodi “moderni” (e non “antiquati”) di lotta dei cittadini con i gilet gialli pagano e possono far sì che il governo “indietreggi”!
Da parte nostra, rimaniamo degli “antiquati”, convinti che le palle da bowling e altri proiettili per contrastare i bombardamenti intensivi di gas lacrimogeni siano totalmente inefficaci e possono solo contribuire all’escalation della violenza, al caos sociale e al rafforzamento dello stato di polizia. La lotta di classe proletaria non è una fionda. Le armi principali del proletariato rimangono la sua organizzazione e la sua coscienza. Perché “quando la teoria s'appropria delle masse, diventa una forza materiale”, come diceva Karl Marx. A differenza del movimento dei “gilet gialli”, il nostro riferimento “Gallico” non è la Rivoluzione Francese del 1789 (con la sua ghigliottina, la sua bandiera tricolore e il suo inno nazionale “antiquato”), ma la Comune di Parigi.
Il caos sociale in Francia e la crisi del potere esecutivo
Dal “sabato nero” del 1° dicembre, i media ci hanno regalato un vero e proprio thriller dal vivo su tutti gli schermi televisivi e sui social network: il “Presidente dei ricchi”, Emmanuel Macron, si “tirerà finalmente indietro” sotto la pressione del movimento dei gilet gialli? Si arrenderà alla determinazione dei gilet gialli che si accampano alle rotatorie e hanno seguito le parole d’ordine di Éric Drouet, figura di spicco e iniziatore del movimento?
La marcia dei gilet gialli sugli Champs-Élysées, sabato 1 dicembre, si è trasformata in una vera e propria guerriglia urbana e poi in una rivolta, con allucinanti scene di violenza sotto l’Arco di Trionfo come nei viali Kléber e Foch nel 16° arrondissement. Due settimane prima, il 17 novembre, le “forze dell’ordine” non avevano esitato a lanciare gas lacrimogeni e a caricare gruppi di “cittadini”, uomini e donne in gilet giallo, che camminavano tranquillamente sugli Champs-Élysées cantando La Marsigliese e sventolando la bandiera tricolore. Queste provocazioni della polizia non potevano che suscitare la rabbia dei cittadini in gilet gialli contro il cittadino in abito e cravatta del palazzo dell’Eliseo. L’appello all’“Atto III” dei gilet gialli ha così provocato l’emulazione tra gli elementi declassati del “popolo” francese. Gruppi organizzati di vandali professionisti, black block, teppisti di estrema destra, “anarchici” e altri misteriosi e non identificati “teppisti” hanno colto l’occasione per venire a fare un pasticcio sul “viale più bello del mondo”.
Ma ciò che ha dato fuoco alle polveri è stato un errore nella “strategia” del Ministero dell’Interno nel mantenimento dell’ordine: la creazione di una “zona chiusa” su una parte degli Champs-Élysées per proteggere i quartieri alti. All’indomani del “sabato nero”, il ministro degli Interni, Christophe Castaner, ha riconosciuto il suo errore: “Abbiamo fatto un errore!” Un altro errore è stato anche riconosciuto: la mancanza di mobilità dei CRS e dei gendarmi, completamente sopraffatti dalla situazione (nonostante i loro cannoni ad acqua e il tiro incessante di granate di gas lacrimogeni), terrorizzati dal pestaggio di uno di loro e dai lanci di proiettili che li hanno attaccati. Per tutta la settimana i media hanno continuato a trasmettere questa grottesca scena dei CRS costretti a ritirarsi incalzati da gruppi di gilet gialli intorno all’Arco di Trionfo. I commenti registrati, raramente trasmessi dai media: “sabato prossimo torneremo con le armi”, così come la rabbia dei commercianti e degli abitanti dei quartieri alti contro la negligenza delle forze di polizia, sono stati chiaramente ascoltati dal governo e dall’intera classe politica. Il pericolo che la Repubblica francese si impantani nel caos sociale è stato ulteriormente rafforzato dalla volontà di una parte della popolazione del 16° e 8° arrondissement di difendersi da soli se la polizia non fosse stata in grado di proteggerli dalla spirale di violenza durante la quarta “dimostrazione” dei gilet gialli prevista per sabato 8 dicembre (Atto IV con lo slogan infantile: “tutti all'Eliseo!”).
L'evento più drammatico della crisi del potere esecutivo è la perdita di credibilità dello “Stato protettore” e del suo apparato di “mantenimento dell’ordine”. Questo difetto del potere di Macron (e la sottovalutazione della profondità del malcontento che ruggisce nelle viscere della società) non poteva che dare le ali non solo ai gilet gialli, ai “radicali”, ma anche a tutti coloro che vogliono “picchiare i poliziotti” per dare fuoco ovunque di fronte alla mancanza di un futuro, soprattutto tra le giovani generazioni che affrontano la disoccupazione e la precarietà. Molti giovani laureati non trovano lavoro e sono costretti a fare i “pony express” per sopravvivere.
Di fronte al rischio di perdere il controllo della situazione e alla fuga del governo, il presidente Macron, dopo aver constatato i danni (anche in termini di “morale delle truppe” dei CRS, scioccate dalla guerriglia urbana a cui non erano preparate), ha deciso di chiudersi nel suo bunker all’Eliseo per “riflettere”, compromettendo l’intera classe politica e inviando “al fronte” il suo primo ministro, Edouard Philippe, sostenuto dal ministro dell’Interno, Christophe Castaner.
Oltre alla faccia da funerale mostrata dal più giovane Presidente della Repubblica francese, costui è apparso come un codardo che “si nasconde” dietro al suo Primo Ministro e incapace di uscire dall’ombra per “parlare al suo popolo”. I media hanno persino diffuso la voce che Emmanuel Macron avrebbe usato Edouard Philippe, o addirittura il Ministro degli Interni, come “scaricabarile”, rendendoli responsabili dei suoi errori.
In tutta la classe politica, dopo il “sabato nero”, c’è stata la sfilata contro il suo capro espiatorio, Giove Macron, designato come il solo e unico responsabile del caos sociale. Il “Presidente piromane” avrebbe dato fuoco al braciere con il suo “peccato originale”: l’abolizione della tassa sul patrimonio e il suo atteggiamento arrogante e provocatorio. L’annuncio delle ultime misure di austerità (aumenti delle tasse sul carburante, sul gas e sull’elettricità) avrebbe poi prodotto la scintilla che ha dato fuoco alle polveri. Dall’estrema destra all’estrema sinistra, tutte le cricche borghesi urlavano dappertutto e cercavano di sdoganarsi. Tutte le cricche dell’apparato politico borghese che “sostenevano” il movimento cittadino dei gilet gialli hanno abbandonato vigliaccamente il piccolo Presidente e lo hanno invitato infine a sentire il grido del “popolo” che non riesce più a sbarcare il lunario. Alcuni hanno chiesto un referendum, altri lo scioglimento dell’Assemblea nazionale. Tutti hanno invitato il Presidente ad assumersi le sue responsabilità. Anche i capi di Stato degli altri paesi (Trump, Erdogan, Putin...) hanno iniziato a sparare a zero contro il giovane presidente della Repubblica francese, coprendolo con un berretto d’asino per aver usato una forte repressione contro il suo popolo. Da che pulpito viene la predica, lo scatenarsi del ciascuno per sé e Dio per tutti!
Il vaso di Pandora del governo Macron
Già lunedì 3 dicembre, il primo ministro ha annunciato tre misure per uscire dalla crisi, “allentare” le tensioni sociali e prevenire l’escalation di violenza: una sospensione di sei mesi della tassa sul carburante, una sospensione di tre mesi dell’aumento del prezzo del gas e dell’elettricità e una riforma della revisione dei veicoli che, in nome della “transizione ecologica”, condannava molti a rottamare. Ma questo “scoop” non faceva che aggravare la rabbia dei lavoratori poveri in gilet gialli. Nessuno è stato ingannato: “Macron sta cercando di fregarci!” “pensa che siamo stupidi!” Anche il PCF ha cantato il suo versetto: “non siamo piccioni a cui diamo briciole!” Un incendio non può essere spento con un contagocce (e neanche con i cannoni ad acqua).
Di fronte alle proteste causate da questo “annuncio”, il primo ministro Edouard Philippe è tornato il giorno dopo, con notevole compostezza, a parlare al “popolo” francese per annunciare che, finalmente, gli aumenti delle tasse sul carburante non sarebbero stati sospesi ma semplicemente cancellati. Dopo l’annuncio dell’ultimo “mettersi da parte” del governo repubblicano (l’esenzione fiscale sui bonus degli straordinari), il “gilet verde” Benoit Hamon ha detto che “i conti non tornano”. Il governo non aveva altra alternativa che rinunciare ai suoi sforzi per “calmare” gli spiriti e impedire che la guerriglia urbana sugli Champs-Élysées si intensificasse ulteriormente, anche se questa violenza non portava al discredito del movimento dei gilet gialli.
Dal “sabato nero”, il governo ha maneggiato il bastone e la carota. Queste piccole concessioni diplomatiche sono state accompagnate da una gigantesca campagna mediatica sull’impiego “eccezionale” della polizia per l’“Atto IV” dei gilet gialli, sabato 8 dicembre. Per non danneggiare la “democrazia” borghese, il governo non ha vietato la manifestazione. Né si tratta di dichiarare lo stato di emergenza (come previsto e addirittura richiesto da alcuni settori dell’apparato politico).
Dopo aver discusso il “problema” con tutti gli alti funzionari responsabili della sicurezza interna, il nostro affabile Ministro dell'Interno ha cercato di rassicurare “tutti”, annunciando che un’altra strategia di ordine pubblico era stata sviluppata in collaborazione con il Ministero della Giustizia. La polizia non doveva più battere in ritirata nella capitale come lo era in tutto il paese. Non era necessario lo stato di emergenza: non c'era "pericolo imminente" per la Repubblica.
Quello che è successo nei quartieri alti di Parigi, soprattutto i saccheggi, è più simile ai moti della fame, come quelli in Argentina nel 2001, e ai disordini suburbani come quelli in Francia nel 2005. Lo slogan “Macron dimettiti!” è della stessa natura del “togliti di mezzo” della Primavera araba del 2011, che ha circolato su tutti i social network. Per questo motivo leggiamo anche sui manifesti: "Macron sgombra!”
Questo spiegamento eccezionale delle forze di polizia non è riuscito a rassicurare “tutti”, al punto che il Ministro dell’Interno ha dovuto spiegare pazientemente sugli schermi televisivi che i blindati della gendarmeria non sono carri armati, ma semplici veicoli destinati a sgombrare qualsiasi barricata e a proteggere la polizia nella loro missione. Lo scopo di tale sistema è quello di evitare la morte di manifestanti e forze di polizia, anche se ci sono stati molti feriti e 1.723 arresti (per non parlare dei danni materiali).
Il Presidente ha quindi “riflettuto” molto, con l’appoggio della sua stretta guardia di “specialisti” e “consiglieri” e, dietro le quinte, con tutti gli “organismi intermedi” e dei pompieri professionisti che sono i sindacati. Lo sciopero illimitato dei camionisti indetto dalla CGT è stato annullato 48 ore dopo poiché il ministro dei trasporti ha immediatamente garantito ai camionisti il mantenimento dell’aumento delle ore di straordinario prima ancora che entrassero in sciopero!
Il Presidente della Repubblica si è trovato di fronte ad un “puzzle” cinese. Costretto a lasciare andare (troppo tardi!) la zavorra di fronte al “grido del popolo”, ha aperto un vaso di Pandora: tutto il “popolo” rischia di mobilitarsi, come abbiamo visto anche con le massicce manifestazioni di studenti delle scuole superiori (senza gilet gialli o bandiere tricolori) contro la riforma del Bac e del Parcours Sup (sistema di gestione delle scelte degli studenti). Ma, se Emmanuel Macron ha continuato a rifiutarsi di arrendersi, ha corso il rischio di un’ondata di gilet gialli che gli chiedeva le dimissioni.
Come farà il governo a chiudere questo vaso di Pandora? Il governo ha affrontato un altro dilemma che ha dovuto risolvere rapidamente per contenere il pericolo di una spirale di violenza, con morti, durante la manifestazione dell’8 dicembre. Dopo gli attacchi ai CRS costretti a ritirarsi davanti all’Arco di Trionfo, la priorità era dimostrare che “la forza deve tornare alla legge” e ripristinare la credibilità dello Stato “che protegge” e garantisce “l’unità nazionale”. Il governo Macron non poteva correre il rischio di far apparire lo Stato democratico francese come una comune repubblica delle banane del “terzo mondo” che resiste solo con una forte giunta militare al potere.
La focalizzazione sul giorno “X” e sul problema della violenza aveva lo scopo di garantire che il governo non si “tirasse indietro” su una delle questioni centrali: quella degli aumenti salariali. Soprattutto, il “Presidente dei ricchi” è rimasto “fermo nei suoi principi” per quanto riguarda l'abolizione dell’Imposta sul patrimonio, vista come una profonda ingiustizia. È fuori questione “svelare ciò che abbiamo fatto per 18 mesi”, secondo le sue stesse parole riportate dai media.
Questo ha permesso, alla vigilia del giorno “X”, a Marine Le Pen di fare una nuova dichiarazione per parlare ancora di Macron, “quest’uomo” la cui funzione “disincarnata” dimostra che è “privo di empatia per il popolo”. Pura ipocrisia! Nessun capo di stato ha “empatia per il popolo”.
Se Madame Le Pen, che aspira a diventare un giorno “capo di stato”, ha una tale “empatia per il popolo”, come mai ha detto alla tv di non essere favorevole all’aumento del salario minimo per non penalizzare i piccoli imprenditori delle PMI, che costituiscono una parte della sua clientela elettorale?
Tutti questi partiti borghesi, che sostengono i gilet gialli e concentrano tutta la loro attenzione sulla detestabile personalità di Macron, vogliono farci credere che il capitalismo è personificato da questo o quell’individuo mentre invece è un sistema economico mondiale che deve essere distrutto. Questo non accadrà tra pochi giorni, data la lunghezza della strada che rimane da percorrere, non crediamo nel mito del “grande giorno”. Le dimissioni di Macron e la sua sostituzione con un’altra “marionetta dell0’informazione” non cambierà la crescente miseria dei proletari. La povertà non può che continuare a peggiorare con le scosse di una crisi economica globale senza via d’uscita.
Nel movimento interclassista dei “gilet gialli”, si rivela la piccola borghesia.
Il movimento interclassista dei gilet gialli non poteva che dividersi tra “estremisti” e “moderati”. Éric Drouet, l'iniziatore del movimento sui social network, pensava di poter mettere in scena uno spettacolo teatrale con i suoi diversi “Atti”. Invitato dai media televisivi, ha dichiarato chiaramente che la sua chiamata all’“Atto IV” di sabato 8 dicembre aveva lo scopo di addestrare i gilet gialli per andare al Palazzo dell’Eliseo per un incontro diretto con il “Re” Macron. Questo piccolo avventuriero megalomane forse immaginava che i gilet gialli potessero resistere alla Guardia repubblicana che protegge il palazzo presidenziale. Non si entra all’Eliseo come in un vecchio edificio dove non c’è un custode o un codice digitale! Rimesse le cose a posto, il “Re” avrebbe potuto sculacciare il capo dei “sanculotti”.
Alla vigilia della manifestazione dell'8 dicembre, è stato riferito che questo giovane camionista sarebbe stato oggetto di un’inchiesta giudiziaria per “provocazione a commettere un crimine o un delitto”, che potrebbe costargli cinque anni di prigione! I metodi avventuristi e attivisti di Eric Drouet (e dei suoi “amici” virtuali) sono tipici della piccola borghesia. Essi rivelano la disperazione degli strati sociali “intermedi” (situati tra le due classi fondamentali della società: la borghesia e il proletariato) anch’essi colpiti dall’impoverimento.
Il governo ha anche cercato di riprendere il controllo della situazione creando un collettivo di “liberi gilet gialli” che si sono distinti dai “radicali” radunati dietro la bandiera del “cattivo cittadino” Éric Drouet. I tre principali rappresentanti di questo “collettivo” di gilet gialli “moderati” si sono dissociati dai loro “compagni” dopo aver partecipato al “sabato nero”. Chi sono queste tre nuove stelle in gilet giallo?
- un fabbro artigiano, Christophe Chalençon, che aveva chiesto le dimissioni del governo e suggerito di nominare primo ministro il generale De Villiers, dopo aver annunciato su Facebook il 28 giugno 2015 di essere contro gli immigrati e di aver preso in considerazione l’adesione al Fronte Nazionale prima di diventare un “macronista” e poi uno sfortunato candidato alle ultime elezioni parlamentari!
- una donna, Jacline Mouraud, ipnoterapista liberale e fisarmonicista;
- un quadro dinamico e di estrema destra, Benjamin Cauchy.
Questi “liberi gilet gialli” sono diventati più realisti del re. Mentre il governo non aveva vietato la manifestazione dell’8 dicembre a Parigi, questo autoproclamato triumvirato ha invitato i gilet gialli a non partecipare, per non fare il “gioco dell’esecutivo”! Questi tre portavoce del movimento sono stati ricevuti, insieme ad altri quattro, dal Primo ministro come interlocutori privilegiati per i “liberi gilet gialli”. Hanno mostrato la loro immagine come “buoni cittadini”, responsabili, aperti al dialogo e pronti a collaborare con il governo affinché “si possa parlare”. Come ha detto Jacline Mouraud dopo l’incontro con Edouard Philippe a Matignon: il Primo Ministro “ci ha ascoltato”, ha riconosciuto che il governo ha commesso errori e “abbiamo potuto parlare di tutto”.
Abbiamo anche visto in televisione, dopo il “sabato nero”, dei gilet gialli che affermano di voler ora proteggere i CRS dai “teppisti”. È il mondo sottosopra! Sugli schermi televisivi è stato trasmesso anche il pietoso spettacolo di un gruppo di gilet gialli che offrono croissant alla stazione di polizia del Fréjus e alla gendarmeria per fare “amicizia” con la polizia. Il gendarme che li ha accolti si è stupito di sentire questi gilet gialli, imbarazzati e pentiti, scusarsi per la violenza del “sabato nero”: “Avremmo voluto che voi foste con noi, ma poiché questo non è possibile, volevamo dirvi, con i croissant, che siamo con voi e che stiamo combattendo anche per voi”. Che in un movimento sociale, i manifestanti cerchino di demoralizzare le forze repressive, o addirittura di invitarli a cambiare lato, è un gioco leale, come molti esempi nella storia hanno confermato. Ma non abbiamo mai visto i repressi scusarsi con i repressori! La polizia si è mai scusata per le varie violenze prodotte, come quella che ha portato al ferimento grave di un giovane studente del Loiret con un proiettile di flashball? Per non parlare della morte di due bambini che fu all’origine delle rivolte suburbane nell’autunno del 2005!
Sono questi errori della polizia che hanno alimentato l’odio verso i poliziotti e l’impulso degli adolescenti di andare a “picchiare i poliziotti”, dando fuoco non solo ai rifiuti ma anche alle scuole. Questi moti della disperazione contengono l’idea che “non ha senso andare a scuola” per poter apprendere un mestiere, dato che il papà è disoccupato e la mamma deve fare i lavori domestici per mettere qualcosa in pentola e condire gli spinaci con del burro. Un mercato parallelo continua a svilupparsi in alcuni quartieri popolari di Parigi con tutti i tipi di piccoli traffici, furti e ora anche con la merce saccheggiata nei negozi! Per non parlare di quei bambini migranti che vivono per le strade del ghetto del “Goutte d’Or” (sic!) del 18° arrondissement di Parigi, senza famiglia, senza poter andare a scuola e che sono veri “delinquenti” (ma non è “genetico”, come immaginava l’ex presidente Nicolas Sarkozy).
Mentre alcuni settori della piccola borghesia impoverita si buttano in atti di violenza, altri hanno ora un atteggiamento di rispetto. Alla fine, nelle circostanze attuali, questo strato sociale intermedio instabile e opportunista non si sposta verso il proletariato, come ha potuto fare in altri momenti della storia, ma dalla parte della grande borghesia.
Proprio perché il movimento dei gilet gialli è interclassista, è stato infiltrato non solo dal veleno ideologico del nazionalismo patriottico, ma anche dal fetore dell’ideologia populista anti immigranti. Infatti, si può trovare nel bel mezzo della lista (alla Prévert!) delle “42 richieste” dei gilet gialli quella dell'espulsione degli immigrati clandestini alle frontiere! Ecco perché il “nostro” Presidente si è permesso, nel suo discorso del 10 dicembre, di dare un piccolo piacere ai membri o sostenitori del Rassemblement national di Marine Le Pen (ex FN), sollevando la questione dell’immigrazione (anche se questo partito ha guadagnato il 4% nei sondaggi dall’inizio del movimento).
Questa “rivolta popolare” di tutti questi “poveri” della “Francia lavoratrice” che non possono più “sbarcare il lunario” non è, in quanto tale, un movimento proletario, nonostante la sua composizione “sociologica”. La stragrande maggioranza dei gilet gialli sono infatti lavoratori salariati, sfruttati, precari, alcuni dei quali non ricevono nemmeno il salario minimo, per non parlare dei pensionati che non hanno nemmeno il diritto alla “vecchiaia minima”. Vivendo in zone periferiche urbane o rurali, senza mezzi pubblici per recarsi al lavoro o per accompagnare i figli a scuola, questi poveri lavoratori sono costretti ad avere un’auto. Sono stati quindi i primi a essere colpiti dall’aumento delle tasse sul carburante e dalla riforma della revisione dei loro veicoli.
Questi settori minoritari e dispersi del proletariato nelle aree rurali e periferiche non hanno esperienza di lotta di classe. Sono persone che, nella grande maggioranza, sono “alla prima manifestazione”, non hanno mai avuto l’opportunità di partecipare a scioperi, assemblee generali o manifestazioni di strada. Per questo motivo la loro prima esperienza di manifestazione in grandi concentrazioni urbane, in particolare a Parigi, ha preso la forma di un movimento di folla disorganizzato, vagando ciecamente senza bussola e scoprendo per la prima volta dal vivo le forze dell'ordine con le loro granate di gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, flashball e blindati di gendarmeria. Chi sa quanti di loro hanno visto anche questo cecchino armato di fucile col cannocchiale sul tetto di un edificio il “sabato nero”, come mostrato da un’immagine trasmessa dall’agenzia Reuters.
L’esplosione di rabbia perfettamente legittima dei gilet gialli contro la miseria delle loro condizioni di vita è stata annegata in un conglomerato interclassista di presunti liberi individui-cittadini. Il loro rifiuto delle “élite” e della politica “in generale” li rende particolarmente vulnerabili all’infiltrazione delle ideologie più reazionarie, compresa quella dell’estrema destra xenofoba. La storia del XX secolo ha ampiamente dimostrato che sono stati gli strati sociali intermedi tra borghesia e proletariato, soprattutto la piccola borghesia, a costituire la base del regime fascista e nazista, con l'appoggio delle bande di sottoproletariato, odiose e vendicative, accecate da pregiudizi e superstizioni che risalgono alla notte dei tempi.
Solo in situazioni di lotte massicce e pre-rivoluzionarie, dove il proletariato si afferma apertamente sulla scena sociale come classe autonoma e indipendente, con i propri metodi di lotta e la propria organizzazione, cultura e morale di classe, la piccola borghesia - e persino alcuni elementi illuminati della borghesia - può abbandonare il suo culto dell’individualismo e del “cittadino”, perdere il suo carattere reazionario, unendosi alla prospettiva del proletariato, l’unica classe sociale capace di offrire un futuro alla specie umana.
Il movimento dei gilet gialli, per la sua natura interclassista, non può portare ad alcuna prospettiva. Non poteva che assumere la forma di una fionda disperata per le strade della capitale prima di irrompere in diverse tendenze, quella dei radicali, “amici” di Eric Drouet, e quella dei moderati del “Collettivo dei liberi gilet gialli”. Indossando il gilet giallo, i poveri proletari che si sono impegnati con le parole d’ordine della piccola borghesia sono ora come i tacchini della farsa (o i cornuti della storia, di cui giallo è anche il colore). Non volevano dei rappresentanti che negoziassero alle loro spalle con il governo, come hanno sempre fatto i sindacati: il governo ha rifiutato qualsiasi registrazione delle discussioni con i “portavoce” dei gilet gialli.
Ora hanno dei rappresentanti che non hanno eletto: in particolare il “Collettivo dei liberi gilet gialli”. Questo movimento informale e non organizzato, iniziato sui social network, ha iniziato a strutturarsi dopo il 1° dicembre. I principali rappresentanti autoproclamati di questo presunto movimento apolitico hanno preso in considerazione la possibilità di presentare una lista per le elezioni europee. Ecco allora che arriva la piccola borghesia in un “gilet giallo” che sogna di poter giocare in serie A!
Ancor prima del ritorno dell’“ordine pubblico”, è stata proposta, dallo stesso Emmanuel Macron, l’idea di organizzare nelle province delle conferenze “pedagogiche” sulla “transizione ecologica”. I cittadini dei “territori” potranno contribuire con le loro idee a questo vasto dibattito democratico, che dovrebbe aiutare a rimettere in carreggiata la Repubblica, dopo un periodo di “stallo” nel potere esecutivo. Questo cosiddetto movimento cittadino apolitico è pieno di sindacalisti, membri di organizzazioni politiche e di ogni tipo di individui poco chiari. Chiunque può indossare il gilet giallo, compresi i teppisti. La maggior parte dei cittadini in “gilet giallo” costituisce la clientela elettorale di Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen. Per non parlare dei trotzkisti, in particolare dell’NPA di Olivier Besancenot e di Lutte ouvrière. Queste organizzazioni trotzkiste ci raccontano sempre la stessa favola: “bisogna prendere i soldi dalle tasche dei ricchi”. Il proletariato non è una classe di borseggiatori! Il denaro nelle “tasche dei ricchi” è il risultato dello sfruttamento del lavoro dei “poveri”, cioè dei proletari. Non si tratta di “frugare nelle tasche” dei ricchi, ma di lottare oggi per limitare questo vero furto che lo sfruttamento capitalista significa e, così facendo, raccogliere le forze per abolire lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.
Durante la Marcia per il clima a Parigi l’8 dicembre, molti gilet gialli si sono mescolati alla processione dei gilet verdi, con la consapevolezza, soprattutto tra i giovani manifestanti, che “la fine del mese e la fine del mondo”, “sono collegati”. Nella marcia dei gilet gialli, alcuni hanno deciso di dare fuoco ai loro gilet e alle loro carte elettorali. È vero che la difficile fine del mese e la fine del mondo sono collegate, sono due facce della stessa medaglia, quella di un sistema che si basa sul profitto di una piccola minoranza e non sui bisogni del genere umano.
Dopo il “sabato nero”, un sindacato della polizia nazionale ha evocato uno “sciopero illimitato” da parte degli agenti di polizia che vogliono anch’essi indossare l’uniforme gialla! Non riescono più a sbarcare il lunario e sono stufi delle “cadenze infernali”, del burn-out dovuto allo stress e della paura di essere colpiti alla testa da una palla di bocce. Il governo ha quindi dovuto sbloccare fondi per fornire un bonus natalizio ai CRS e ad altre categorie professionali responsabili del mantenimento dell’ordine. Il governo dovrà creare nuovi posti di lavoro in questo settore totalmente improduttivo, e quindi aumentare ulteriormente il deficit, nel tentativo di mantenere l'ordine in una società in decomposizione, dove le divisioni sociali non possono che aumentare con il peggioramento delle condizioni di vita e il rafforzamento della repressione. Tutti sanno che i poliziotti gallici non fanno merletti: prima colpiscono e poi “discutono”!
Quale prospettiva per il proletariato?
Ciò che ha preoccupato il governo e l’intera classe borghese è stato il fatto che, nonostante lo scoppio di violenza dei teppisti in gilet giallo durante il “sabato nero”, la popolarità del loro movimento non è diminuita: dopo il 1° dicembre, i sondaggi hanno annunciato che il 72% della popolazione francese ha continuato a sostenere i gilet gialli (anche se l’80% condanna la violenza e il 34% li capisce). I gilet gialli sono persino diventati una star mondiale: in Belgio, Germania, Paesi Bassi, Bulgaria e persino in Iraq, a Bassora, è stato indossato il gilet giallo! Per quanto riguarda il governo egiziano, questo ha deciso di limitare la vendita di gilet gialli per paura di “contaminazione”; per comprarne uno, è necessario il permesso della polizia!
Tale popolarità è dovuta essenzialmente al fatto che l’intera classe operaia, che costituisce la maggioranza del “popolo”, condivide la rabbia, l’indignazione e le richieste economiche dei gilet gialli contro l’alto costo della vita, contro l’ingiustizia sociale e fiscale. Dopo aver fatto i suoi studi con l'ex Presidente di sinistra, François Hollande, il nostro Presidente della repubblica ha spiegato, come è sua abitudine, una teoria del tutto incomprensibile al “popolo”: la teoria dello “scorrimento”. Secondo questa teoria, più soldi hanno i ricchi, più possono farli fluire ai poveri. Questo è l’argomento delle dame di carità che fanno beneficiare i poveri della loro generosità attingendo un po’ dal loro bottino. Quello che dimenticano di dire è che la ricchezza dei ricchi non cade dal cielo. Nasce dallo sfruttamento dei proletari.
Questa teoria macronista si è concretizzata con l’abolizione dell’imposta sul patrimonio: questa donazione fiscale è fatta per permettere ai “ricchi”, di fatto la grande borghesia, di utilizzare il denaro che è stato loro restituito per fare investimenti che possano alla fine creare posti di lavoro, ridurre la disoccupazione e, quindi, andare a beneficio dei proletari. Pertanto, abolire l’imposta sul patrimonio sarebbe proprio nell’interesse della classe operaia! I “poveri” in gilet giallo hanno capito perfettamente, nonostante il loro “analfabetismo” di “galli refrattari”, che il macronismo cerca di “fregarli”, come ha detto un pensionato in gilet giallo intervistato alla televisione. In attesa che la soppressione dell’imposta sul patrimonio giovi ai proletari, si deve ancora chiedere loro di stringere la cinghia mentre la classe capitalista continua a crogiolarsi nel lusso. Non sorprende che siamo riusciti a leggere, su un cartellone, nella dimostrazione dell'8 dicembre: “Anche noi vogliamo pagare l’imposta sul patrimonio! Restituite i soldi!”.
Nonostante la rabbia generale di tutto il “popolo” della “Francia lavoratrice”, la stragrande maggioranza dei proletari non vuole unirsi ai gilet gialli anche se possono avere simpatia per la loro mobilitazione. Non si riconoscono nei metodi di lotta di un movimento sostenuto da Marine Le Pen e da tutta la destra. Non si riconoscono nella violenza indiscriminata dei black block, nelle minacce di morte, nella mentalità pogromista, negli attacchi verbali xenofobi e omofobi di alcuni gilet gialli.
La popolarità di questo movimento, anche dopo la violenza del “sabato nero”, è indicativa dell’immensa rabbia che ruggisce nelle viscere della società. Ma, per il momento, la stragrande maggioranza dei proletari - lavoratori dell'industria, dei trasporti o della distribuzione di massa, operatori sanitari o dell’istruzione, piccoli funzionari delle amministrazioni o dei servizi sociali... - sono ancora paralizzati dalla difficoltà di recuperare la loro identità di classe, cioè la consapevolezza di appartenere alla stessa classe sociale che subisce lo stesso sfruttamento. La stragrande maggioranza è stanca di sterili “giornate d’azione”, di manifestazioni passeggiate indette dai sindacati e altri scioperi “a singhiozzo”, come lo sciopero dei ferrovieri della scorsa primavera. Finché il proletariato non avrà ritrovato la via del ritorno alla sua lotta e affermato la sua indipendenza come classe autonoma, sviluppato la sua coscienza, la società può solo continuare a impantanarsi nel caos. Può solo continuare a marcire nello scatenarsi bestiale della violenza.
Il movimento interclassista dei gilet gialli ha rivelato un pericolo che riguarda anche il proletariato in Francia come in altri paesi: l’ascesa del populismo dell’estrema destra. Questo movimento dei gilet gialli non può che incoraggiare una nuova spinta elettorale, in particolare nelle prossime elezioni europee, da parte del partito di Marine Le Pen, principale e primo sostenitore del movimento. Questo avvocato invoca la causa del “protezionismo francese”: le frontiere devono essere chiuse alle merci straniere e soprattutto agli “stranieri” dalla pelle scura che fuggono dalla povertà assoluta e dalla barbarie guerriera dei loro paesi d’origine. Il partito di Marine Le Pen aveva già annunciato che per aumentare il potere d'acquisto dei francesi, il governo avrebbe dovuto fare “risparmi” sull’immigrazione. Il partito del Rassemblement national troverà un altro argomento per allontanare i migranti: il nostro “popolo” che non può sbarcare il lunario “non può accogliere tutta la miseria del mondo”, come ha detto il primo ministro socialista Michel Rocard il 3 dicembre 1989 sul programma "7 su 7" ospitato da Anne Sinclair!
Gli attacchi verbali xenofobi, la denuncia alle forze di polizia dei clandestini nascosti in un camion cisterna (perché è ancora con le nostre tasse che pagheremo per questi “coglioni”, dice un gilet giallo!), la pretesa di alcuni gilet gialli di riportare i clandestini fuori dai “nostri” confini, non deve essere banalizzata! L’empatia che tutti provano per questo movimento sociale non deve accecare il proletariato e i suoi elementi più lucidi.
Per poter recuperare la sua identità di classe, e la strada della propria prospettiva rivoluzionaria, il proletariato in Francia come altrove non deve calpestare (o seppellire sotto la bandiera tricolore) il vecchio slogan “fuori moda” del movimento operaio: “I proletari non hanno patria. Proletari di tutti i paesi, unitevi”.
Nell'atmosfera di violenza e isteria nazionalista che ha inquinato il clima sociale in Francia, un piccolo barlume potrebbe tuttavia essere emerso dopo il “sabato nero”. Questo piccolo bagliore è dato dai poveri studenti costretti a fare piccoli lavori e che messo in evidenza, nelle loro mobilitazioni e assemblee generali, la domanda di ritiro dell’aumento delle tasse scolastiche per i loro compagni di classe stranieri che non appartengono alla comunità europea. Alla Facoltà di Parigi Tolbiac un cartello recita: “solidarietà con gli stranieri”. Questo slogan, contro il maremoto nazionalista dei gilet gialli, mostra al proletariato la via del futuro.
È grazie alla loro “cassetta dei suggerimenti” che gli studenti che lottano contro il primo contratto di lavoro del governo di Dominique de Villepin, sono riusciti, nel 2006, a riscoprire spontaneamente i metodi del proletariato. Si sono organizzati in modo da non essere attaccati dai piccoli “teppisti” della periferia. Si sono rifiutati di lasciarsi coinvolgere nella spirale di violenza che non può che rafforzare l’ordine del Terrore.
Di fronte al pericolo del caos sociale nel cuore dell’Europa, oggi più che mai, il futuro appartiene alla lotta di classe delle giovani generazioni di proletari. Spetta a queste nuove generazioni prendere in mano la fiaccola della lotta storica della classe sfruttata, quella che produce tutta la ricchezza della società. Non solo ricchezza materiale, ma anche ricchezza culturale. Come ha detto Rosa Luxemburg, la lotta del proletariato non è solo una questione di “coltelli e forchette” per riempire lo stomaco.
I proletari in Francia non sono più dei “sanculotti”. Devono continuare a dare l’esempio a tutti i loro fratelli e sorelle di classe in altri paesi, come fecero i loro antenati durante le Giornate di giugno 1848, durante la Comune di Parigi del 1871 e nel Maggio 1968. È l’unico modo per riacquistare la loro dignità, per continuare a camminare dritti per guardare lontano, e non a quattro zampe come gli animali selvatici che vogliono imporci la legge della giungla.
Di fronte al pericolo di un caos sociale causato dalla “sacra unione” di tutti gli sfruttatori e teppisti:
Proletari di tutti i paesi, unitevi!
Marianne 10 dicembre 2018
[1] Vedi in particolare il capitolo intitolato: “Borghesi e Proletari”.
Lo scorso 10 ottobre, due camionisti di Seine-et-Marne lanciano un appello su Facebook per manifestare il 17 novembre con il titolo «Blocco nazionale contro l'aumento del carburante». Molto presto il loro messaggio è rilanciato su tutte le reti social, raggiungendo fino a 200.000 persone «interessate». Le iniziative e gli appelli si moltiplicano. Senza sindacati o partiti politici, in maniera spontanea, si programmano tutta una serie di azioni, di manifestazioni e di blocchi. Risultato: il 17 novembre, secondo il governo 287.710 persone, ripartite su 2034 punti, paralizzano incroci stradali, rotonde, autostrade, caselli, parcheggi di supermercati... Queste cifre ufficiali (di una precisione ammirevole!), provenienti dal ministero dell'interno, sono largamente e volontariamente sottostimate. I gilet gialli, da parte loro, stimano di essere almeno il doppio. Nei giorni successivi, vengono mantenuti alcuni blocchi, altri sono più puntuali ed aleatori mobilitando qualche migliaia di persone ogni giorno. Una decina di raffinerie della Total sono bloccate da un'azione simultanea dei gilet gialli e della CGT (l'equivalente francese della CGIL). Una nuova grande giornata d'azione è lanciata per il 24 novembre, con il nome: «Atto 2: tutta la Francia a Parigi». L'obiettivo è quello di bloccare i luoghi di prestigio e di potere della capitale: il viale degli Champs-Elisées, piazza della Concordia, il Senato, e, soprattutto l'Eliseo, la sede della presidenza della repubblica. «Bisogna dare un colpo decisivo e arrivare tutti a Parigi con ogni mezzo possibile (automobili condivise, treno, autobus, ecc.). Parigi, perchè è qui che si trova il governo! Aspettiamo tutti, camionisti, autisti di autobus, di taxi, di auto a noleggio, agricoltori, ecc. Tutti!» proclama Eric Drouet, il camionista di Melun, co-iniziatore del movimento ed esponente di punta della mobilitazione. Alla fine questa grande adunata unitaria non avrà luogo, perchè molti gilet gialli preferiscono manifestare localmente, spesso a causa dei costi di trasporto. Soprattutto, la mobilitazione è in forte ribasso. Solo 8.000 manifestanti a Parigi, 106.301 in tutta la Francia distribuiti in 1.600 azioni. Anche se queste cifre provenienti dal governo sottostimano fortemente la realtà della mobilitazione, la tendenza è chiaramente in decrescita. Tuttavia nel movimento molte voci parlano di essere sul punto di raggiungere una vittoria. La cosa più importante, per i gilet gialli, sono le immagini dei Champs-Elisées «tenuti, occupati per tutta una giornata», la testimonianza della «forza del popolo contro i potenti»[1] Così, la sera stessa, viene lanciata, sempre via Facebook, l'appello per una terza giornata d'azione, prevista per il sabato 1 dicembre: «Atto 3: Macron si dimette!» con due rivendicazioni: «Aumento del potere di acquisto e annullamento delle tasse sul carburante».
Tutti i giornalisti, i politici e altri «sociologi» mettono in evidenza la natura inedita del movimento: spontaneo, fuori da ogni quadro sindacale o politico, proteiforme, organizzato essenzialmente attraverso le reti social, relativamente di massa, globalmente disciplinato, che evita generalmente le distruzioni e gli scontri, ecc. Il movimento è qualificato, sulle colonne dei giornali e sugli schermi televisivi, di “UFO” sociologico.
La collera contro gli attacchi del governo!
Iniziato da alcuni conducenti di TIR, questo movimento mobilita, come scrive il suo iniziatore Eric Drouet, “camionisti, autisti di autobus, di taxi, di auto a noleggio, agricoltori”, ma non solo. Numerosi piccoli imprenditori, “massacrati dalle tasse”, sono presenti. Operai salariati, precari, disoccupati e pensionati, indossano il gilet giallo e costituiscono la parte più consistente. “I gilet gialli sono la Francia degli impiegati, dei cassieri dei supermercati, dei tecnici, delle baby sitter, che vogliono difendere il modo di vivere che essi si sono scelti: vivere fuori città, nella calma, con vicini di casa che li accolgono, in un villino con giardino, e per i quali aumentare le spese di trasporto con l’aumento delle tasse sul gasolio, è un po’ come rimettere in causa il loro spazio privato” analizza Vincent Tiberi. Secondo questo professore di Scienze Politiche di Bordeaux, i gilet gialli non “rappresentano solo la Francia periferica, la Francia dei dimenticati. Essi rappresentano innanzitutto quello che il sociologo Olivier Schwartz chiama ceto medio. Quelli che lavorano, pagano le tasse e guadagnano troppo per avere sussidi statali ma non abbastanza per vivere bene[cf1] ”[2].
In realtà l’ampiezza di questa mobilitazione testimonia prima di tutto l’immensa collera che pervade le viscere della società, e in particolare nella classe operaia, di fronte alla politica di austerità del governo Macron. Ufficialmente, secondo l’Osservatorio francese della congiuntura economica, il reddito netto annuale delle famiglie (cioè quello che resta dopo tasse e contributi) è diminuito di 480 euro in media fra il 2008 e il 2016. E questa non è che una piccolissima parte degli attacchi subiti dalla classe operaia. A questo aumento generalizzato delle tasse di ogni tipo si aggiungono l’aumento della disoccupazione, l’estensione della precarietà degli impieghi, compreso tra gli statali, l’inflazione che tocca in particolare i generi di prima necessità, gli inaccessibili prezzi degli affitti, ecc. La pauperizzazione si aggrava inesorabilmente e, con essa, la paura del futuro. Ma, più ancora, quello che alimenta questa immensa collera, secondo i gilet gialli, è il “sentimento di essere disprezzati”.[3]
E’ questo sentimento dominante di essere «disprezzati», ignorati dai governanti, la voglia di essere ascoltati e riconosciuti da quelli « che stanno in alto », per riprendere la terminologia dei gilet gialli, che spiega i mezzi d’azione scelti: essere visti portando dei gilet gialli fluorescenti, bloccando le strade, andando al Senato o all’Eliseo sotto le finestre dei grandi borghesi, oppure occupando “la più bella strada del mondo”.[4]
I mezzi di comunicazione e il governo mettono avanti le distruzioni e le violenze per far credere che ogni lotta contro il carovita e la degradazione delle condizioni di esistenza degli sfruttati non può portare che al caos e all’anarchia con atti di violenza cieca e col vandalismo. I mezzi di comunicazione al servizio della borghesia, specialisti nella mistificazione, vogliono far credere che i gilet gialli sono degli “estremisti” che vogliono anche “scontrarsi con la polizia”[5]. Sono state soprattutto le forze di repressione che hanno aggredito e provocato! A Parigi, il 24 novembre, i lanci di candelotti lacrimogeni sono stati incessanti, come le cariche dei celerini su gruppi di uomini e donne che camminavano pacificamente sugli Champs-Elisées. D’altra parte ci sono state pochissime vetrine rotte[6], al contrario di quanto avvenuto durante i festeggiamenti per la vittoria ai campionati del mondo di calcio quattro mesi prima nella stessa zona. Anche se alcuni gilet gialli mascherati erano degli esagitati che volevano scontarsi con le forze dell’ordine (black bloc o estremisti di destra), la grande maggioranza non vuole rompere o distruggere. Non vogliono essere dei vandali, ma solamente dei cittadini “rispettati” ed “ascoltati”. E’ per questo che l’appello all’”Atto3” mette avanti che “ bisogna farlo in maniera pulita. Nessun vandalismo e 5 milioni di francesi a manifestare.” Ed ancora “Per rendere sicuri i nostri prossimi appuntamenti proponiamo di organizzare dei gilet rossi che avranno la responsabilità di espellere i vandali dalle nostre fila. Soprattutto non bisogna mettersi la popolazione contro. Curiamo la nostra immagine”.
Un movimento di «cittadini», interclassista…
Per contro, il movimento dei gilet gialli ha un punto in comune, rivelatore, con la celebrazione della vittoria della squadra francese ai campionati mondiali di calcio: la presenza diffusa della bandiera tricolore e di quelle regionali, dell’inno nazionale cantato regolarmente, della fierezza palpabile di essere il «popolo francese». Un “popolo francese che, unito, sarebbe capace di far cedere i potenti. Il riferimento in molte teste è alla Rivoluzione francese del 1789 o anche alla resistenza del 1939-45.[7]
Questo nazionalismo spinto, questo riferimento al «popolo», questa implorazione indirizzata ai potenti, rivelano la natura reale di questo movimento. La grande maggioranza dei gilet gialli sono dei lavoratori o pensionati impoveriti, ma essi sono là in quanto cittadini del “popolo di Francia” e non in quanto membri della classe operaia. Si tratta molto chiaramente di un movimento interclassista in cui sono mescolati tutte le classi e strati non sfruttatori della società. Si ritrovano insieme operai (lavoratori, disoccupati, pensionati, precari) e piccolo borghesi (artigiani, professionisti, piccoli imprenditori, agricoltori ed allevatori). Una parte della classe operaia si è mobilitata a rimorchio degli iniziatori del movimento (padroncini, autisti di camion, di taxi, di ambulanze). Nonostante la legittima collera dei gilet gialli, tra i quali ci sono molti proletari che non arrivano alla fine del mese, questo movimento non è un movimento della classe operaia. E’ un movimento che è stato lanciato da piccoli padroni arrabbiati per l’aumento del prezzo del carburante. Come testimoniano queste parole del conducente di Tir che ha iniziato il movimento: “Aspettiamo tutti, camionisti, autisti di autobus, di taxi, di auto a noleggio, agricoltori, ecc. Tutti!” “Tutti” e “tutto il popolo francese” dietro camionisti gli autisti dei taxi, gli agricoltori, ecc. Gli operai si ritrovano là diluiti nel “popolo”, atomizzati, separati gli uni dagli altri come altrettanti individui-cittadini, mescolati con i piccoli padroni (di cui molti fanno parte dell’elettorato del Rassemblement Nationale – l’ex Fronte Nazionale – di Marine Le Pen).
Il terreno marcio su cui un gran numero di proletari, fra i più impoveriti, si è imbarcato non è quello della classe operaia! In questo movimento “apolitico” e “antisindacale”, non c’è nessun appello allo sciopero e alla sua estensione in tutti i settori! Nessun appello per assemblee generali sovrane nelle fabbriche per discutere e riflettere assieme sulle azioni da compiere per sviluppare e unificare la lotta contro gli attacchi del governo! Questo movimento di rivolta “cittadina” è una trappola per annegare la classe operaia nel “popolo di Francia”, dove tutte le cricche borghesi si ritrovano come “sostenitori” del movimento. Da Marine Le Pen a Olivier Besancenot, passando per Melenchon e Laurent Wauquiez, [8] “tutti” stanno là, dall’estrema destra all’estrema sinistra del capitale, per sostenere questo movimento interclassista, col suo veleno nazionalista.
… con il sostegno di tutte le cricche borghesi
E’ in effetti proprio la natura interclassista del movimento dei gilet gialli che spiega perchè Marine Le Pen saluta un «movimento legittimo » del « popolo francese »; perché Nicolas Dupont-Aignan, presidente di Debout la France (Francia in piedi), sostiene questo movimento: “Bisogna bloccare tutta la Francia (…) è necessario che la popolazione francese dica a questo governo: ora basta!”; perché Laurent Wauquiez qualifica i gilet gialli delle “persone degne, determinate e che chiedono solo che si ascolti le difficoltà della Francia che lavora”; perché il deputato Jean Lassalle, capo di “Resistiamo”, è uno degli esponenti del movimento e fa mostra del suo gilet giallo all’Assemblea Nazionale (il Parlamento) come per le strade. La destra e l’estrema destra riconoscono nei gilet gialli un movimento che non mette in pericolo il sistema capitalista. Ci vedono soprattutto un mezzo molto efficace per indebolire il loro principale concorrente alle prossime elezioni, la cricca di Macron, la cui autorità e capacità di gestire la pace sociale sono messe a dura prova.
Per quanto riguarda la sinistra e l’estrema sinistra, queste denunciano l’intervento della destra e dell’estrema destra, rigettano i “fasci che inquinano il movimento”, e sostengono anche esse, più o meno apertamente, il movimento. Dopo un primo momento di incertezza, Jean-Luc Melenchon, capo di “La Francia che non si sottomette”, ci mette ora tutta la sua energia, salutando “Il movimento in giallo”, movimento “popolare” e “di massa”. E ci si ritrova come un pesce nell’acqua, lui e la sua “Francia che non si sottomette”, le sue bandiere bleu-bianco-rosse, la sua sciarpa tricolore esibita ad ogni occasione, e la sua volontà di “federare il popolo contro l’oligarchia” attraverso le urne.
Il sostegno di tutti i lati dello scacchiere politico borghese[9] e soprattutto della destra e dell’estrema destra, dimostra che il movimento dei gilet gialli non ha una natura proletaria e non ha niente a vedere con la lotta di classe! Se tutti questi partiti dell’apparato politico della borghesia utilizzano i gilet gialli per indebolire Macron, sperando di averne vantaggi elettorali, è perché sanno che questo movimento non rafforza in niente la lotta del proletariato contro il suo sfruttamento e la sua oppressione[10].
In questo tipo di movimento interclassista il proletariato non ha niente da guadagnare perchè è sempre la piccola borghesia che dà il suo colore al movimento (d’altra parte il giallo è sempre stato il colore dei crumiri!). Non a caso fra gli otto portavoce che sono stati designati il 26 novembre, si conta una schiacciante maggioranza di piccoli padroni o di auto-imprenditori.
Così, sono gli obiettivi della piccola borghesia, le sue parole d’ordine, i suoi metodi di lotta che prevalgono su tutti. Apparentemente questo strato sociale manifesta una grandissima radicalità. Poiché essa è schiacciata, declassata dal Capitale, la sua collera può esplodere violentemente, denunciando l’ingiustizia e anche la barbarie della grande borghesia e del suo Stato. Ma al fondo quello a cui essa aspira è di poter essere “riconosciuta”, di non essere “disprezzata” da quelli che stanno “in alto”, o, meglio, per alcuni dei suoi membri, essa sogna di elevarsi verso gli strati superiori della borghesia, e per arrivare a questo bisogna che i loro affari fioriscano. Ecco quello che spiega le sue rivendicazioni attraverso il movimento dei gilet gialli: un gasolio meno caro e meno tasse perché le loro imprese funzionino e si sviluppino, azioni di blocco stradale con la veste gialla per essere vista ed onorata, una focalizzazione sulla persona di Macron (“Macron dimissiona!”) che simbolizza la voglia di essere Califfo al posto del Califfo, e una occupazione della “strada più bella del mondo”, vera vetrina del lusso capitalista.
Questo movimento dei gilet gialli è anche intriso, anche se non in maniera massiccia, dall’ideologia del populismo. Un movimento “inedito”, “proteiforme” che si dice contro i partiti politici, che denuncia l’inerzia dei sindacati e… sostenuto fin dall’inizio da Martine Le Pen! Non è per un caso sfortunato, o il frutto di un piccolo gruppo di individui in controcorrente rispetto al movimento, se il 20 novembre, dei gilet gialli, scoprendo dei migranti nascosti in un’autocisterna, li hanno denunciati alla polizia. Alcuni manifestanti volevano salvare questi migranti che rischiavano la loro vita o di essere imprigionati, ma altri li hanno scientemente fermati. Gli atteggiamenti di certi gilet gialli al momento degli arresti filmati e diffusi danno la nausea: “Hai il sorcio in culo!”, “Che banda di inculati!”, “Questi vanno ancora a carico delle nostra tasse!”, ecc.
L’ampiezza di questo movimento interclassista si spiega con la difficoltà della classe operaia ad esprimere la sua combattività a causa di tutte le manovre sindacali di sabotaggio delle lotte (come si è visto recentemente con il lungo sciopero a singhiozzo alla SNCF [ferrovie, ndt]). E’ per questo che il malcontento contro i sindacati che esiste in seno alla classe operaia è stato recuperato da quelli che hanno lanciato il movimento. Quello che molti dei sostenitori del movimento vogliono far passare è che i metodi della lotta dei proletari (sciopero, assemblee generali sovrani e manifestazioni di massa, comitati di sciopero…) non portano a niente. Bisogna quindi avere fiducia ora nei piccoli padroni (che protestano contro le tasse e l’aumento delle imposte) per trovare altri metodi di lotta contro il carovita e radunare tutto il “popolo di Francia”!
Molti operai con i gilet gialli rimproverano i sindacati perchè «non fanno il loro lavoro». Ed allora si vede la CGT tentare di recuperare chiamando a una nuova “giornata di azione” per il 1 dicembre. Si può essere certi che la CGT e gli altri sindacati faranno ancor “il loro lavoro” di inquadramento della combattività operaia per impedire ogni movimento spontaneo su un terreno di classe.
I proletari devono difendere la loro autonomia di classe e non contare che su se stessi!
Molti operai si sono mobilitati contro la povertà, gli attachi economici incessanti, la disoccupazione, la precarietà del lavoro… Ma congiungendosi con i gilet gialli questi operai si sono momentaneamente smarriti, si sono messi a rimorchio di un movimento che porta in un vicolo cieco.
La classe operaia deve difendere le sue condizioni di vita sul proprio terreno, come classe autonoma, contro la sacra unione di tutti gli « anti-Macron” che manipolano la collera dei gilet gialli per arraffare il massimo di voti alle elezioni! Essa non deve delegare ed affidare la sua lotta né a degli strati sociali reazionari, né ai partiti che dicono di volerla sostenere, né ai sindacati che sono i suoi falsi amici. Tutto questo “bel mondo”, ognuno con il proprio credo, occupa e controlla il terreno sociale per impedire che si affermi la lotta di classe autonoma dei proletari.
Quando la classe operaia si afferma come classe autonoma sviluppando una lotta di massa, sul suo terreno di classe, essa trascina dietro di sè una parte sempre più larga della società, dietro i suoi metodi di lotta e le sue parole d’ordine unitarie, dietro il proprio progetto rivoluzionario di trasformazione della società. Nel 1980, in Polonia, un immenso movimento di massa partì dai cantieri navali di Danzica in seguito all’aumento dei generi di prima necessità. Per affrontare il governo e farlo ritornare indietro, gli operai si erano uniti, si erano organizzati in quanto classe di fronte alla borghesia “rossa” e al suo Stato stalinista[11]. Gli altri strati della popolazione si erano largamente aggiunti a questa lotta di massa della classe sfruttata.
Quando il proletariato sviluppa la sua lotta, sono le assemblee generali di massa, sovrane ed aperte a tutti, che sono al centro del movimento, luoghi in cui i proletari possono organizzarsi, riflettere sulle parole d’ordine unitarie, sull’avvenire. Allora non c’è spazio per il nazionalismo, ma, al contrario, i cuori vibrano per la solidarietà internazionale perché “I proletari non hanno patria”[12]. Gli operai devono dunque rifiutare di cantare la marsigliese e di sbandierare il tricolore, la bandiera dei versagliesi che assassinarono 30.000 proletari al momento dell’insurrezione della Comune di Parigi nel 1871!
Oggi la classe sfruttata ha una difficoltà a riconoscersi come classe, e come la sola forza della società capace di sviluppare un rapporto di forze a suo favore di fronte alla borghesia. La classe operaia è la sola classe della società capace di offrire un avvenire all’umanità, sviluppando le sue lotte, sul suo proprio terreno, al di là di ogni divisione corporativa, settoriale e nazionale. Oggi, i proletari ribollono di collera, ma essi non sanno come lottare per difendere le loro condizioni di esistenza di fronte agli attacchi crescenti della borghesia. Essi hanno dimenticato le loro esperienze di lotta, la loro capacità di unirsi e di organizzarsi senza aspettare le indicazioni dei sindacati.
Nonostante la difficoltà del proletariato a ritrovare la sua identità di classe, l’avvenire appartiene sempre alla lotta di classe. Tutti quelli che hanno coscienza della necessità della lotta proletaria devono cercare di raggrupparsi, discutere, tirare le lezioni degli ultimi movimenti sociali, ritornare sulla storia del movimento operaio e di non cedere alle sirene, in apparenza radicali, delle mobilitazioni “dei cittadini”, “popolari” e interclassiste della piccola borghesia!
“L’autonomia del proletariato di fronte a tutte le altre classi della società è la condizione fondamentale per l’estensione della sua lotta verso il fine rivoluzionario. Tutte le alleanze, ed in particolare quelle con frazioni della borghesia, non possono avere come risultato che il suo disarmo davanti al proprio nemico, nella misura in cui gli fa abbandonare il solo terreno in cui esso possa temprare le sue forze: il suo terreno di classe.” (Piattaforma della CCI)[13]
Révolution Internationale, Organo di stampa della CCI in Francia, 25 novembre 2018
[1]. Testimonianza raccolta dai militanti della CCI sugli Champs-Elisées.
[2] “I gilet gialli, un movimento inedito per la Francia”, Le Parisien, 24 novembre 2018.
[3] Questa idea è onnipresente sulle reti social.
[4] Così vengono chiamati gli Champs-Elisées.
[5] Bisogna precisare che, in generale, non è in maniera diretta che viene fatto passare questo messaggio, ma in maniera “subliminale” : su BFM-TV, per esempio, mentre i giornalisti e gli esperti insistono sul fatto che bisogna distinguere « i veri gilet gialli » dai “casseurs” [i vandali di professione, ndr], sullo schermo passano le immagini delle distruzioni sugli Champs Élysées.
[6] I danneggiamenti sono soprattutto legati alla fabbricazione di barricate improvvisate con gli arredi urbani e ai proiettili tirati dalla polizia.
[7] Sugli Champs-Élysées, si è anche potuto sentire un gilet giallo affermare che «bisogna fare con Macron come la Resistenza fece con le truppe tedesche, perseguitarlo fino a che non se ne va”.
[8] Olivier Besancenot è un esponente del NPA, Nuovo Partito Anticapitalista; Jean-Luc Melenchon è il fondatore del Partito di Sinistra; Laurent Wauquiez è il presidente del Partito Repubblicano.
[9] Compreso l’NPA e la trotskysta LO (Lutte Ouvrière).
[10] Solo il mondo sindacale ha fortemente criticato i gilet gialli, probabilmente solo perchè una gran parte di questi rigetta ogni controllo sindacale.
[11] Vedere il nostro articolo nella Rivista Internazionale n° 6, “Note sullo sciopero di massa” https://it.internationalism.org/content/note-sullo-sciopero-di-massa [468]
[12] Uno dei principali slogan degli Indignati nel 2011 era « Da piazza Tahrir alla Puerta del sol » [dalla Turchia alla Spagna], sottolineando così il sentimento dei manifestanti spagnoli di sentirsi legati a quelli che, rischiando la loro vita, si erano mobilitati qualche settimana prima nei paesi arabi,.
[13] Piattaforma della CCI, https://it.internationalism.org/piattaforma [469]
Annata 2019
150 anni fa, nei primi anni dopo il 1860, il movimento operaio internazionale era ancora agli albori e le sue varie componenti non avevano ancora acquisito una grande esperienza nella costruzione e nella difesa delle organizzazioni politiche. Dopo l’ondata di repressione seguita alle lotte del 1848, molti membri della Lega dei Comunisti dovettero andare in esilio o furono assicurati alla giustizia, come nel processo contro i comunisti a Colonia del 1852.
In Germania, in questo stesso periodo, non esisteva un’organizzazione politica indipendente dalla classe operaia. In molte città vi erano le Arbeiterbildungsvereine (Associazioni d’istruzione dei lavoratori), ma non ancora un’organizzazione politica proletaria con una chiara demarcazione dalla borghesia. Il dibattito per determinare se la classe operaia potesse ancora sostenere alcune frazioni della borghesia nella sua lotta per l’unificazione nazionale o se l’antagonismo di classe con la borghesia dovesse essere al centro della lotta era in pieno sviluppo. In questo contesto, in cui la borghesia non era ancora riuscita a liberarsi dalle catene dell’aristocrazia e degli Junkers e dove il capitale tedesco non era ancora riuscito a unirsi come capitale nazionale, si svilupparono i tentativi per creare il primo partito politico della classe operaia in Germania.
Allo stesso tempo, la classe operaia tedesca si trovava ad affrontare una delle sfide politiche più difficili: quella di affrontare le attività di avventurieri politici. Sebbene non esista un unico profilo di questo tipo d’individui, la loro caratteristica comune è l’uso delle organizzazioni politiche non per rafforzare la lotta della classe operaia, ma piuttosto per metterle al proprio servizio, prendendo da loro quanto necessario per promuovere le proprie ambizioni personali. La sfida più grande è quella di smascherare gli avventurieri, perché questi non agiscono alla luce del sole e non mostrano le proprie intenzioni apertamente. Al contrario, tendono ad avere una grande capacità di mobilitare numerosi sostenitori dietro di loro, rendendo molto più difficile smascherare figure così “altamente considerate”.
Come vedremo, la vera natura dell’avventuriero Lassalle non fu mai completamente smascherata durante la sua vita. E mentre il vero volto dell’avventuriero Schweitzer fu rivelato per la prima volta in una conferenza di partito nella primavera del 1869 a Wuppertal, lo sforzo di smascherarlo non ebbe molto successo. Fu solo alcuni anni dopo che la classe operaia riuscì, grazie agli sforzi del Consiglio Generale della Prima Internazionale, a rivelare le attività di un altro avventuriero, Mikhail Bakunin, al Congresso dell’Aja. I casi di Lassalle, Schweitzer e Bakunin dimostrano che la classe operaia e le sue organizzazioni politiche si sono confrontate fin dall’inizio con le attività degli avventurieri politici.
In quest’articolo tratteremo i casi di Lassalle e Schweitzer. In articoli precedenti, abbiamo già dato un resoconto dettagliato della lotta contro l’avventurismo di Bakunin. [1]
La formazione dell’ADAV
Nel 1862, a Lipsia, i lavoratori di un’associazione chiamata Vorwärts (Avanti) proposero la preparazione di un congresso generale dei lavoratori. Nel gennaio 1863, i promotori di Lipsia contattarono Ferdinand Lassalle.[2] In diverse conferenze, Lassalle si era espresso criticamente contro la borghesia nella sua disputa con gli Junker e, allo stesso tempo, aveva sottolineato l’importanza della classe operaia per il progresso storico. Lassalle, tuttavia, si distingueva dalle visioni comuniste esposte una buona dozzina di anni prima nel Manifesto Comunista.
La proposta che Lassalle scrivesse il programma dell’Associazione Generale dei Lavoratori Tedeschi (ADAV), finalmente fondata a Lipsia il 23 maggio 1863, si rivolgeva a un uomo che da anni voleva avere un ruolo di primo piano nella vita politica tedesca.
Il fatto che la leadership fosse affidata a una persona che - a parte una breve attività durante le lotte del 1848 - non aveva mai partecipato a un’organizzazione proletaria e che non poteva rappresentare la continuità con la Lega dei Comunisti, un uomo cui era stata negata in precedenza l’ammissione a quella stessa Lega, e che ora doveva agire da “salvatore” di fatto “esterno”, rivendicando subito un ruolo da grande leader, tutto questo rifletteva l’immaturità del movimento operaio dell’epoca.
All’età di 20 anni, Lassalle aveva incontrato Sophie Gräfin von Hatzfeldt, che allora aveva il doppio della sua età. Per “liberarla” dal matrimonio forzato con il marito, Lassalle la difese come avvocato. Non solo riuscì a vincere la causa della contessa, ma fece anche una fortuna straordinaria, poiché la contessa lo finanziò e divenne il suo alleato politico.[3] Allo stesso tempo, come membro della nobiltà, la contessa manteneva intensi rapporti con varie parti della classe dirigente. Nel 1856 e 1857, Lassalle visse nella sua casa di Düsseldorf e nel 1858 si trasferì con lei a Berlino.[4]
Il resoconto di un avventuriero: “Il resoconto di un informatore su se stesso”
Incoraggiato dal successo del processo di Hatzfeldt e trascinato dalla sua ambizione di fare carriera, a metà degli anni ‘50 cominciò a lamentarsi della “ristrettezza di provincia” del suo luogo di residenza, Düsseldorf, la città natale della contessa. Nel maggio 1855 chiese al commissario di polizia di Berlino il necessario permesso di trasferirsi da Düsseldorf a Berlino.[5] Nello stesso mese, egli stesso scrisse un “rapporto dell’informatore su se stesso”, da consegnare nelle mani del capo della polizia di Berlino Hinkeldey (non è chiaro se sia stato davvero messo nelle sue mani o se doveva esserlo). Gustav Mayer ha sottolineato “l’immorale, astuta, sofisticata, infame scaltrezza che è stata usata qui” per convincere e impressionare il capo della polizia dell’importanza della propria persona. Lassalle si vantava di essere così stimato dagli operai di Düsseldorf “che sembrano considerare Lassalle come il loro capo e considerare come un’ingiustizia contro di loro e contro i loro reciproci rapporti se avesse lasciato la provincia del Reno; loro non ruppero con lui ma, come dimostra la conversazione, minacciarono con forza di rompere con lui”. A proposito del luogo di residenza degli ex redattori della Neue Rheinische Zeitung (compreso Marx) dopo la repressione seguita al 1848, Lassalle si vantava, nel suo “Spitzelbericht” (rapporto di spionaggio) di conoscere il domicilio di Marx: “Ho finto di supporre che fossero emigrati in America ma Lassalle mi ha detto che vivevano a Londra e che lui era apparentemente ben informato sulle loro condizioni di vita”. Allo scopo di aumentare ulteriormente l’interesse del capo della Polizia, si vantava di sapere che “per conseguenza, con assoluta certezza, Lassalle deve essere in continua e ininterrotta corrispondenza con queste persone a Londra, almeno con Marx”. E, sapendo bene quanto fosse interessata la polizia a ottenere informazioni sulle reti di corrispondenza tra Marx e i suoi compagni di lotta, scrisse: “Ho […] già detto che Lassalle deve corrispondere con Londra, almeno con Marx. Devo aggiungere che sembra probabile (come ho concluso da una dichiarazione) che egli riceva queste lettere con un falso nome del mittente.”
Per attirare il capo della polizia con informazioni ancora più chiare, Lassalle aggiunge: “La ragione principale del suo trasferimento è la monotonia della vita a Düsseldorf, che per lui è diventata insopportabile. Inoltre, c’è una certa tendenza godereccia e soprattutto alle distrazioni femminili che, nonostante la sua grande capacità di lavoro, non è meno fortemente espressa nel suo temperamento, una tendenza che non può soddisfare a Düsseldorf ma che spera di soddisfare molto di più a Berlino. Ha ripetuto il motivo del suo desiderio di trasferirsi a Berlino. (...) Anche se non ci fosse stata l’influenza della Contessa a spingerlo fuori della provincia, c’era soprattutto la sua grande inclinazione già descritta per il piacere e il divertimento sensuale e l’insopportabile monotonia della sua vita a Düsseldorf che sarebbero stati per lui fattori decisivi...”. Si definì “molto ambizioso e di carattere vanitoso”.
Sempre per impressionare la polizia (e le forze politiche che la sostengono), Lassalle si vantava così: “Poiché considero Lassalle uno dei più importanti rappresentanti della democrazia dal punto di vista intellettuale, e dotato di un'energia eccezionale, a mio avviso, quest'uomo molto pericoloso non viene mai sorvegliato abbastanza da vicino ...”. Lassalle aggiunge un altro elemento interessante per la polizia: l'autore della lettera, il misterioso informatore, ha la prospettiva di poter lavorare come segretario di Lassalle. “Ho già guadagnato molta della sua fiducia. L’ho acquisita in parte grazie a un uso attento della sua vanità. [...]. In breve tempo, nella posizione di segretario, diventerei non solo il confidente dei suoi pensieri più segreti, ma anche una persona completamente indispensabile per lui”. Pronto a consegnare nelle mani della polizia quelli che erano pronti a rovesciare il regime (Lassalle e i suoi amici), Lassalle completa il suo rapporto di spionaggio in questo modo: “Non avrò alcuna difficoltà, legittimato dalla mia posizione presso Lassalle e dalla sua amicizia, a farmi conoscere da tutti gli altri membri più o meno eminenti della democrazia e a indagare sulle loro vicende fin dall'inizio; in una parola, in questo modo consegnerò lui e i suoi collaboratori nelle mani delle autorità, in modo tale che dipenderà solo dalla loro discrezione distruggere questi incorreggibili sostenitori della sconfitta, quando gli sembrerà loro opportuno”.[6]
Questo rapporto di spionaggio su se stesso, che è stato trovato nei suoi archivi solo dopo la sua morte, fa molta luce sulle sue attività di avventuriero nelle fila del movimento operaio tedesco.
Le vere motivazioni dell'avventuriero
Abbiamo qui una prima caratteristica degli avventurieri. A differenza dei sinceri combattenti che si uniscono disinteressatamente a un’organizzazione rivoluzionaria per aiutare la classe operaia a svolgere il suo ruolo storico, gli avventurieri si uniscono alle organizzazioni rivoluzionarie solo per compiere la propria “missione storica”. Essi vogliono mettere il movimento al loro servizio e sono costantemente alla ricerca di riconoscimenti a questo scopo. Il rapporto di spionaggio di Lassalle su se stesso non è altro che uno “show pubblicitario” fatto per sottolineare le sue presunte eccezionali capacità. Di conseguenza, le organizzazioni proletarie servono solo come trampolino di lancio per le loro carriere, sia all’interno delle stesse organizzazioni proletarie che nelle fila della classe dominante. Convinti che le loro capacità sono maggiori di quelle loro riconosciute, cercano il riconoscimento sia all’interno del movimento operaio che nella stessa borghesia.
Evidenziare o nascondere le loro rivendicazioni di leadership ...
Quando l’ADAV fu fondata nel maggio 1863, Lassalle riuscì a essere nominato presidente per cinque anni, con un potere quasi dittatoriale sulle sezioni locali. Lassalle aveva insistito con l’ADAV sul fatto che avrebbe partecipato solo se fosse stato invitato ad assumere direttamente il ruolo di guida. In altre parole, invece di unirsi a una lotta collettiva, rivendicò subito la leadership dell’organizzazione.
Qui abbiamo un altro tratto distintivo, spesso presente tra gli avventurieri. Non solo aspirano ad assumere un ruolo di leadership in un’organizzazione, ma spesso rivendicano direttamente un’autorità specifica (e anche se non la ricevono da un mandato, aspirano per sé stessi una politica di azione arbitraria e indipendente). Come se fosse stato incoronato imperatore, dichiarò: “Sono in grado di rispondere positivamente alle richieste della posizione che mi state offrendo, e quindi mi dichiaro pronto a rispondere alla vostra richiesta e ad assumere la guida del movimento operaio”[7] . Le sezioni locali dell’associazione non avevano diritti, eseguivano solo gli ordini del capo.
Si trattava di un importante passo indietro rispetto alla Lega dei Comunisti, che era un’organizzazione centralizzata che aveva istituito un comitato centrale eletto dal Congresso e dei responsabili distrettuali che assicuravano un funzionamento collettivo, e dove le assemblee locali avevano potere decisionale. A questo riguardo, Lassalle era riuscito a far girare all’indietro la ruota della storia assumendo un “ruolo di leader” su misura per le sue esigenze.
Al servizio della classe operaia o dei propri interessi?
Bebel scrisse nella sua autobiografia: “Lassalle non si accontentava degli applausi delle masse, dava grande importanza ad avere al suo fianco uomini di prestigio e influenti del campo borghese, e faceva di tutto per attirarli”[8] . Mentre l’apparato di potere in Prussia e in altre parti della Germania avevano inviato loro agenti a monitorare il movimento operaio emergente e cercare possibili forze “cooperative” da attirare verso Bismarck, allo stesso tempo Lassalle, come rivela chiaramente il suo rapporto di spionaggio, aveva dispiegato le sue antenne per raccogliere l'orecchio di Bismarck.
Cooperazione segreta con i leader
Due settimane prima che l’ADAV fosse fondato il 23 maggio 1863, Lassalle iniziò uno scambio di lettere con Bismarck. Bismarck, che voleva unire la Germania “col sangue e col ferro”, invitò Lassalle a incontrarsi con lui. In una serie di quattro discussioni, Lassalle non solo cercò di dare consigli a Bismarck, ma diede anche suggerimenti concreti per la collaborazione.
Lassalle disse a Bismarck, che era il braccio destro del re prussiano, che la classe operaia “si sente istintivamente incline ad accettare la dittatura”[9] . Gli operai riconoscerebbero la monarchia come un “vettore naturale della dittatura sociale”, se la monarchia si trasformasse da “regalità delle classi privilegiate in una regalità popolare, sociale e rivoluzionaria”. Secondo Lassalle, la monarchia prussiana era capace di diventare una regalità sociale. Questo fu l’argomento della prima conversazione con Bismarck. In un’altra conversazione furono discussi il suffragio universale e le campagne contro le fazioni borghesi ostili a Bismarck. Poiché la polizia di Düsseldorf aveva preso provvedimenti contro gli scritti di Lassalle al tempo del terzo incontro del 23 ottobre 1863, Bismarck offrì a Lassalle una protezione per le sue opere. A tal fine, Bismarck inviò ai pubblici ministeri una circolare che vietava la confisca delle opere di Lassalle. Lassalle rispose a Bismarck che era contrario a quest’offerta. Egli pensava che le misure repressive contro di lui avrebbero rafforzato la sua credibilità, mentre se i suoi scritti fossero stati risparmiati dalla repressione, la sua credibilità ne avrebbe risentito. Nel corso di questa terza discussione, fu anche discussa la possibilità e la necessità di un blocco elettorale tra i conservatori e l’ADAV. Il 12 gennaio 1864, in occasione della successiva riunione, Lassalle offrì una cooperazione politica diretta per la riforma della legge elettorale, per la quale desiderava formulare un progetto. Lo stesso Lassalle disse a Bismarck di temere la rivoluzione, questo “percorso oscuro e sinistro”. E per evitarla, propose a Bismarck di introdurre immediatamente il suffragio universale per non affrontare un assalto rivoluzionario. Poiché, secondo Lassalle, la borghesia tedesca era incapace di una rivoluzione, il partito operaio doveva dare l’impulso e Bismarck doveva incoraggiare il re a fare questo cambiamento. Infine, Lassalle offrì il suo sostegno alla Prussia nella guerra contro la Danimarca (compresa l’annessione dello Schleswig-Holstein) se Bismarck avesse modificato la legge elettorale.
Quando Wilhelm Liebknecht mise in guardia Lassalle nei confronti di Bismarck, Lassalle rispose: “Beh, io mangio ciliegie con il sig. von Bismarck, ma è lui che ha i noccioli”[10] . Nel settembre 1878, all’epoca delle leggi antisocialiste, quando Bebel interrogò Bismarck nel Reichstag sui suoi contatti con Lassalle, Bismarck rispose che “Lassalle lo aveva attirato straordinariamente, era stato una delle persone più spirituali e gentili con cui era stato in contatto. Né era stato un repubblicano: l’idea cui Lassalle aspirava era quella dell’impero tedesco. Su questo, essi avevano dei punti di contatto/di accordo. Lassalle era stato molto ambizioso”[11] . Lassalle confessò a Helene von Dönniges, come Bebel scoprì più tardi in una conversazione con lei, che sia Bismarck che Lassalle pensavano di essere troppo furbi per ingannarsi reciprocamente. [12]
Lassalle scrisse dei suoi incontri con i leader del movimento nazionale italiano dopo il suo viaggio in Italia e dichiarò, da vero megalomane, di aver appena “impedito l’intervento della Prussia con il suo “opuscolo sulla guerra d’Italia” e di aver, infatti, guidato con decisione “la storia degli ultimi tre anni” ”. (Torneremo su questo più avanti). In questo senso, un avventuriero non è la stessa cosa di un agente di polizia o di un informatore che vende le sue informazioni. Gli avventurieri non hanno bisogno di essere corrotti per servire un regime. Per loro, il desiderio di “fama” e di “riconoscimento”, cioè dei fattori psicologici, sono in un certo senso motivazioni più importanti delle semplici ricompense materiali.
Duplicità ...
Dopo che Lassalle fu eletto presidente dell’ADAV nel maggio 1863, egli presentò spesso l’orientamento programmatico dell’ADAV in modo completamente diverso a seconda della persona con cui stava parlando. Questa duplicità è un’altra caratteristica degli avventurieri - non giocare a “carte scoperte” e non entrare apertamente in gioco. Mentre Marx ed Engels, per esempio, scrissero molte polemiche, Lassalle evitava il dibattito e cambiava d’abito in funzione degli ascoltatori che aveva.
... e metodi di reclutamento opportunisti
Lassalle non credeva veramente nella forza della classe operaia (che, a suo avviso, doveva ancora svilupparsi), ma voleva guadagnare alla causa dell’ADAV il maggior numero possibile di personalità della classe dirigente perché, a suo avviso, queste persone erano chiamate a liberare la classe operaia dalle sue catene. Così Lassalle cercò di conquistare Johann Karl Rodbertus, un rappresentante del cosiddetto socialismo di stato. Rodbertus sosteneva che gli “amici della questione sociale”, cioè i conservatori e la borghesia, potevano anch’essi aderire all’associazione. Lassalle scrisse a Rodbertus: “Più dei buoni membri della borghesia aderiscono all'associazione, meglio è”. [13]
Poiché non era tanto interessato alla liberazione della classe operaia quanto alla promozione del movimento democratico generale, sostenne anche l’ammissione dei liberali e dei conservatori nell’ADAV. Pertanto si oppose all’idea di un partito politico indipendente dei lavoratori. Allo stesso tempo, tutti quelli che lo desideravano, potevano diventare membri e aderire immediatamente. Di conseguenza, l’ADAV fu inondata di borghesi e piccoli borghesi. Anche in questo caso ci fu un passo indietro rispetto alla Lega dei Comunisti che prevedeva un’adesione dei nuovi membri basata sulla difesa dei principi organizzativi sanciti nei suoi statuti.
Orientamento programmatico di Lassalle: il socialismo di Stato ...
Lassalle sostenne la causa dello Stato presso i lavoratori facendo intravedere che questo “avrebbe potuto fornire loro dei capitali attraverso il credito, in modo che essi potessero entrare in libera ed equa concorrenza con il capitale”. Lassalle non pensava nemmeno alla distruzione dello Stato prussiano, ma sperava nell’intervento socialista dello Stato prussiano! Egli ha così suscitato la speranza che, con l’aiuto dello Stato esistente, si sarebbe aperto un cammino pacifico verso il socialismo. [14]
... e opposizione alle lotte economiche in nome della sua teoria sulla “legge bronzea dei salari”
Secondo Lassalle, nella società capitalista, i lavoratori non possono ricevere un salario superiore al minimo necessario per mantenere e rigenerare la propria forza lavoro. Su questa base, si oppose alle lotte dei lavoratori per delle rivendicazioni, agli scioperi contro i licenziamenti e rifiutò la necessità che la classe si organizzasse in sindacati. In breve, l’ADAV doveva essere una setta.
Invece, i lavoratori dovevano essere elevati allo status d’imprenditori. Lo Stato doveva prestare denaro, costruire e finanziare cooperative di consumatori.
I rapporti di Lassalle con Marx ed Engels
Anche se Lassalle affermava di conoscere a fondo il Manifesto del Partito Comunista, non è mai stato un marxista. E sebbene conoscesse Marx, e più tardi Engels, dopo il 1848, ed avesse scambiato molta corrispondenza con loro e malgrado il fatto che Marx avesse trascorso alcuni giorni nel suo appartamento di Berlino nel 1862, sia Marx che Engels entrarono presto in conflitto con Lassalle. Le ragioni furono le profonde divergenze politiche (ad esempio, il sostegno alla Prussia, la richiesta d’introduzione del diritto di voto, e molte altre) così come il suo comportamento. Marx scrisse in una lettera a Engels il 30 luglio 1862, dopo la visita che Lassalle fece a lui e alla sua famiglia a Londra: “Il soggiorno a Zurigo (con Rüstow, Herwegh, ecc.) e il suo successivo viaggio in Italia, poi il suo "Herr Julian Schmidt"[15] , ecc. gli hanno fatto completamente girare la testa. Egli è adesso non solo il più grande studioso, il più profondo pensatore, il più brillante ricercatore, ecc., ma allo stesso tempo un Don Giovanni e un cardinale “rivoluzionario” di Richelieu. [...] In gran segreto, ha confessato a mia moglie e a me che aveva consigliato a Garibaldi di non fare di Roma l’obiettivo dell’attacco, ma di andare a Napoli, di farsi proclamare dittatore (senza che il re Vittorio Emanuele ne rimanesse ferito), di fare appello all’esercito del popolo per una campagna contro l’Austria. […] Come leva per l'azione: l'influenza politica di Lassalle e della sua penna a Berlino. E di mettere Rüstow alla testa di un corpo di spedizione tedesco con la partecipazione dello stesso Garibaldi. Inoltre, Bonaparte sarebbe stato paralizzato da questo "colpo di stato" lasalliano. Era così anche con Mazzini, ed “anche lui” approvava e “ammirava” il suo piano. Lui si è presentato a queste persone come un “rappresentante della classe operaia rivoluzionaria tedesca" e Itzig[16] si è attribuito (letteralmente!) il merito di una conoscenza che “impediva l’intervento della Prussia” grazie al suo opuscolo sulla guerra d’Italia che, infatti, “avrebbe permesso di servire da guida alla storia di questi ultimi tre anni”. Lassalle era molto arrabbiato con me e mia moglie perché ci prendevamo gioco dei suoi piani, lo prendevamo in giro definendolo un "bonapartista illuminato", ecc. Si arrabbiò, si offese, fece dei salti, e infine si convinse profondamente che io ero decisamente troppo “astratto” per poter capire la politica.
Queste dichiarazioni di Marx sul carattere, l'autoritratto, la megalomania e tutto il suo comportamento mostrano quanto Marx fosse indignato da Lassalle. Quando Marx ed Engels hanno condiviso le loro impressioni sul suo comportamento, non sapevano nulla dei suoi contatti e della sua alleanza con Bismarck. Jenny Marx, moglie di Marx, scrisse di Lassalle dopo la sua visita a loro nel 1861. Lo prende in giro anche per il modo in cui si è presentato: "Era quasi sopraffatto dal fardello di fama che ha guadagnato come studioso, pensatore, poeta e politico. Una corona di allori freschi riposava ancora sulla fronte olimpica e sulla testa riccia e sui capelli lisci per mascherare la loro rigidità. Aveva appena concluso con successo la sua campagna d'Italia (grazie ad un nuovo colpo di stato politico scatenato da grandi uomini d'azione). La sua mente era agitata da grandi battaglie interiori. Non era ancora entrato in certi campi della scienza. C'era l'egittologia, che non aveva ancora esplorato in profondità. Si è chiesto: ‘Dovrei sorprendere il mondo come egittologo, o dovrei mostrare la mia conoscenza universale come uomo d'azione, come politico, come combattente o come stratega militare?”[17]
Ciò che Marx pensava delle posizioni programmatiche di Lassalle e del suo comportamento è specificato anche in una lettera inviata a Engels il 9 aprile 1863: "D'altra parte, l'altro ieri mi ha inviato la sua "Lettera di risposta aperta" al Comitato Centrale dei Lavoratori per il Congresso dei Lavoratori di Lipsia. Si è comportato (vantandosi con il lancio di frasi che aveva copiato dai nostri scritti) come un futuro dittatore operaio". Marx aveva, inoltre, riconosciuto in una lettera a Engels del 28 gennaio 1863 che il famoso "Programma dei lavoratori" non era altro che una cattiva volgarizzazione del Manifesto Comunista.
Dopo che Marx ed Engels vennero a conoscenza dei negoziati tra Lassalle e Bismarck, Marx scrisse a Engels: "Inoltre, poiché ora sappiamo che Itzig [Lassalle] (cosa che finora non ci era affatto noto) voleva "offrire" il Partito dei Lavoratori a Bismarck per farsi conoscere come "Richelieu del proletariato", non avrò nessun ritegno a indicare con sufficiente chiarezza nella prefazione del mio libro che è un semplice pappagallo e un comune plagiaro". In questa prefazione alla prima edizione del Capitale, Marx ha ritenuto necessario ricordare il metodo con cui Lassalle aveva "preso in prestito" le idee dai suoi scritti.[18]
Manipolazione e denigrazione delle posizioni di Marx ed Engels
Già allora, essi consideravano i discorsi e gli scritti di Lassalle come "realisti e totalmente spregevoli" [19].
Marx scrive a Kugelmann: "Caro amico, ieri ho ricevuto la tua lettera molto interessante e ora risponderò ai vari punti. Prima di tutto, vorrei spiegare brevemente il mio rapporto con Lassalle. Durante i suoi disordini politici, il nostro rapporto fu sospeso: 1. a causa della sua tendenza a lodare la sua reputazione e la sua negligenza, mentre allo stesso tempo era il più palese plagiaro dei miei testi, ecc.; 2. perché avevo condannato la sua tattica politica; 3. perché gli avevo già spiegato dettagliatamente prima che iniziasse la sua attività qui a Londra, e perché avevo dimostrato che l'immediato intervento socialista dello Stato prussiano non aveva senso"[20] . "Non appena si convinse a Londra (fine 1862) di non poter giocare il suo gioco con me, decise contro di me e il vecchio partito di porsi come "dittatore operaio"[21]. "Questo tizio ora lavora solo per Bismarck...."
Il tentativo di Lassalle di isolare Marx ed Engels dal movimento operaio in Germania
Lassalle, infatti, impedì la diffusione delle posizioni di Marx ed Engels tra i lavoratori e cercò di isolarli dalla classe operaia tedesca. Si presentava come il vero "genio", oltre che per cercare di ritardare e ostacolare la pubblicazione e la diffusione dei testi di Marx ed Engels, anche per diffondere le proprie posizioni, spesso diverse dalle loro, o ad esse diametralmente opposte. Oppure Lassalle pubblicò testi spesso plagiosi degli articoli di Marx ed Engels, senza citarne le fonti. Marx scrisse un apposito su questo, intitolato "Plagio".
Lassalle si presentava come un "vero conoscitore" delle condizioni di vita della classe operaia e della situazione in Germania, mentre Marx ed Engels vivevano all'estero e non potevano avere le conoscenze necessarie.
Lassalle contro la lotta di Marx ed Engels per difendere l'organizzazione rivoluzionaria
Nella sua corrispondenza con Marx, Lassalle difende l'agente di Bonaparte, Karl Vogt. Consigliò a Marx di non intraprendere azioni pubbliche contro Vogt, di non "agitare" il caso, perché ciò non sarebbe stato gradito dal "pubblico" tedesco. Marx aveva trascorso un anno intero nel 1860 a scrivere una risposta al libro di Karl Vogt, Il mio processo contro la Allgemeine Zeitung, in cui quest'ultimo contaminava le attività politiche di Marx e dei suoi compagni con sudicie calunnie. "Scriverò un opuscolo non appena avrò il suo testo diffamatorio (di Karl Vogt). Ma allo stesso tempo spiego nella prefazione che non me ne frega niente del giudizio del vostro "pubblico tedesco". [22] Quando fu pubblicata l'opera di Marx, “Herr Vogt”, Lassalle non fece nulla per promuoverne la diffusione in Germania. La stampa borghese era ansiosa di ignorare gli scritti di Marx. Il presidente dell'ADAV, da parte sua, ha sabotato la lotta difensiva di Marx.
La resistenza nei ranghi dell’ADAV contro le posizioni e le pratiche di Lassalle
Alla fine del 1863, all'inizio del 1864, si era sviluppata una resistenza contro le posizioni di Lassalle, in particolare contro le sue posizioni a favore della monarchia prussiana. L'11 aprile 1864, chiese apertamente di sostenere la monarchia. Wilhelm Liebknecht, che si era stabilito a Berlino nel luglio 1862 dopo il suo esilio a Londra, fu uno dei primi ad opporsi fortemente a Lassalle. Marx mette in guardia Liebknecht contro le sue apparizioni pubbliche accanto a Lassalle e gli consiglia di non entrare in strette relazioni con lui. Liebknecht risponde: "Nell'associazione Lassalle[ADAV] qualcosa fermenta. Se Lassalle non abbandona l'atteggiamento dittatoriale e il suo flirt con la reazione, ci sarà uno scandalo (…) Sta giocando un gioco così complesso che presto non riuscirà a trovare una via d'uscita".
Insieme ad altre forze come Julius Vahlteich, segretario dell'ADAV, cercarono di liberare l'ADAV dalle grinfie del suo presidente dittatoriale. Quando Lassalle si accorse di questa resistenza e sentì che presto avrebbe dovuto rispondere all'organizzazione e quindi esporsi a una richiesta di spiegazioni pubbliche, cercò un modo per lasciare il movimento operaio. Le sue ultime lettere rendono chiara la ricerca di una "uscita". Ma la morte improvvisa di Lassalle pose una fine inaspettata alle sue attività.
Il 31 agosto 1864, fu gravemente ferito in un duello per una donna e morì tre giorni dopo per le sue ferite.[23] Prima della sua morte, Lassalle aveva scritto un testamento come presidente dell'ADAV in cui aveva scelto Bernhard Becker come suo successore come presidente, il quale, con l'aiuto della contessa Hatzfeldt, fece tutto il possibile per assumere la presidenza e rapidamente iniziò a pronunciare gli insulti più infami nei confronti del “Partito di Marx”.
Per preservare l'esistenza settaria dell'ADAV, il successore Becker combattè contro l'affiliazione alla Prina Internazionale, fondata nel frattempo a Londra il 28 settembre 1864, quasi un mese dopo la morte di Lassalle.
Non possiamo entrare nei dettagli sull'importanza della formazione della Prima Internazionale. Tuttavia, sebbene la sua fondazione sia stato un enorme passo avanti per l'intero movimento operaio, le forze intorno a Lassalle non contribuirono alla partecipazione dei lavoratori in Germania alla sua formazione, né fecero sforzi nella prospettiva della costruzione della Prima Internazionale.
La situazione materiale di Lassalle
Lassalle si era assicurato un reddito finanziario attraverso la contessa avendo vinto il suo processo come avvocato..... e, allo stesso tempo, divenne dipendente dalla contessa. Quindi, anche se non doveva guadagnarsi da vivere come avvocato, aveva uno status privilegiato molto speciale. Tali situazioni veramente parassitarie dal punto di vista finanziario lo fecero apparire come "indipendente" rispetto ai rappresentanti della classe dirigente con cui aveva rapporti. Lassalle non ha mai avuto dipendere da un salario o da difficoltà materiali.
L’articolo di “necrologio” di Engels su Lassalle
"Era in quel momento un amico molto insicuro per noi, in futuro un nemico molto sicuro."[24]
Nel loro "necrologio" su Lassalle, Marx ed Engels scrissero : "Il bravo Lassalle si rivela gradualmente essere un comune mascalzone. Non abbiamo mai giudicato le persone su quello che immaginavano di essere, ma su quello che erano, e non vedo perché dovremmo fare un'eccezione per Itzig[Lassalle]. Soggettivamente, la sua vanità avrebbe potuto fargli vedere le sue posizioni come difendibili, oggettivamente si trattava di un tradimento dell'intero movimento operaio a beneficio dello stato prussiano. Ma questo stupido non sembra aver preteso nulla in cambio da Bismarck, nessuna contropartita, nessuna garanzia. Sembra che si sia accontentato di fare affidamento sul fatto che aveva dovuto ingannare Bismarck, proprio come non poteva evitare di uccidere Racowitza nella sua mente. Questo atteggiamento è significativo per descrivere il barone Itzig[Lassalle]. Inoltre, non ci vorrà molto perchè non solo sia auspicabile, ma necessario, pubblicare tutto questo. Questo può servirci solo se l'affare con l'ADAV viene pubblicato e se il nostro giornale in Germania continua, allora presto l'eredità [al movimento operaio] di questa persona dovrà essere liquidata. Nel frattempo, il proletariato in Germania vedrà presto quanto vale Bismarck.”
Lassalle era un avventuriero il cui vero ruolo nella sua vita era riconosciuto solo da poche persone e solo poco alla volta. Come accennato sopra, anche Marx, Engels, Bebel e Liebknecht, che lo avevano conosciuto meglio, non avevano un quadro completo di lui.
Gli errori di Rosa Luxemburg e Franz Mehring a proposito dell’avventuriero
Allo stesso tempo, il caso di Lassalle mostra che all'epoca vi erano differenze significative tra i rivoluzionari nell'apprezzamento di questo tipo di individui. Perché decenni dopo, anche menti politiche importanti come Rosa Luxemburg o Franz Mehring commettono un errore piuttosto banale su Lassalle.
Ad esempio, nel 1913, cinquant'anni dopo la fondazione dell'ADAV, Rosa Luxemburg scrisse una lode a Lassalle: "Lassalle ha certamente commesso errori nelle sue tattiche di lotta. Tuttavia, è solo un piacere a buon mercato per i piccoli delinquenti della ricerca storica trovare errori nel grande lavoro di una vita. Per valutare una personalità e il suo lavoro, è molto più importante riconoscere la vera causa, la particolare fonte da cui sono nati i suoi errori e i suoi meriti. Lassalle ha spesso peccato per la sua tendenza alla "diplomazia", a "imbrogliare" con le idee, come ha fatto nelle trattative con Bismarck sul suffragio universale, e nei suoi progetti di associazioni produttive finanziate da un prestito dello Stato. Nelle sue lotte politiche con la società borghese e nelle lotte giudiziarie con la magistratura prussiana, amava porsi al livello del suo avversario, dandogli così a prima vista una concessione dal suo punto di vista, vedendosi come un audace acrobata: come scriveva Johann Philipp Becker, spesso si avventurava a saltare sull'orlo dell’abisso, il che distingue una strategia rivoluzionaria da un patto con la reazione. Ma la causa che lo portò a questi salti audaci non era l'insicurezza interiore, il dubbio interiore sulla forza e la fattibilità della causa rivoluzionaria che rappresentava, ma, al contrario, un'eccessiva fiducia nell'indomito potere di questa causa. Lassalle a volte ha camminato sul terreno dell'avversario nella lotta, pur non volendo abbandonare nessuno dei suoi obiettivi rivoluzionari, ma avendo l'illusione di una potente personalità. Egli credeva di essere in grado di strappare così tanto per i suoi obiettivi rivoluzionari sulla propria terra che la terra stessa avrebbe dovuto crollare sotto i piedi dell'avversario. Se Lassalle, per esempio, ha innestato la sua idea di associazioni produttive basate sul credito dello Stato su una finzione idealistica e non storica dello Stato, il grande pericolo di questa finzione sta nel fatto che, in realtà, ha idealizzato solo il patetico Stato prussiano. Ma ciò che Lassalle, sulla base della sua finzione, voleva esigere e imporre a questo Stato in termini di compiti e doveri della classe operaia, non solo avrebbe scosso la miserabile caserma dello stato prussiano, ma anche lo Stato borghese in quanto tale.” [25]
Considerando la visione lussemburghiana secondo cui Lassalle era "un acrobata audace e spericolato, spesso si avventurava a saltare sull'orlo dell’abisso, il che distingue una strategia rivoluzionaria da un patto con la reazione", l'esperienza mostra in realtà il contrario : dimostra che affermazioni politiche importanti e corrette, che un avventuriero può sostenere su alcuni punti, non cambiano il suo carattere o il suo contributo complessivo. La valutazione di Franz Mehring, probabilmente lo storico del partito più famoso e che è stato a lungo al fianco di Rosa Luxemburg, non era meno sbagliata. Perché, dal suo punto di vista, Lassalle era un rivoluzionario e, come tale, "quasi uguale" a Marx.[26] Secondo Mehring, Lassalle era una persona "che la storia della socialdemocrazia tedesca menzionerà sempre con lo stesso respiro di lui [Marx] ed Engels". Gli scritti di Lassalle sull’agitazione hanno "dato nuova vita a centinaia di migliaia di lavoratori tedeschi". Secondo Mehring, Marx "non ha mai completamente superato i suoi pregiudizi" contro Lassalle. Mehring si rammaricava che Marx "giudicasse Lassalle da morto ancora più amaramente e ingiustamente di quando Lassalle era vivo".
A causa di circostanze storiche, Lassalle non è mai stato completamente smascherato durante la sua vita. Come accennato in precedenza, Marx ed Engels si sono lasciati con lui su questioni programmatiche e a causa del suo comportamento intorno al 1861/62, ma non erano completamente consapevoli della natura del suo rapporto con Bismarck. La sua morte improvvisa aumentò le difficoltà nel cogliere e smascherare tutta la sua personalità.
Schweitzer, un secondo avventuriero.
Dopo la morte di Lassalle nel 1864, Jean-Baptiste von Schweitzer fu eletto presidente dell'ADAV nel 1867 all'età di 34 anni. Per avere un'idea del personaggio di Schweitzer, riportiamo qui in dettaglio August Bebel: "Jean-Baptiste von Schweitzer è una delle principali personalità che, dopo la morte di Lassalle, ha assunto la gestione dell'associazione che Lassalle aveva fondato. Con Schweitzer, l'associazione ha ricevuto un leader che possedeva un gran numero di qualità di grande valore per tale posizione. Aveva la necessaria formazione teorica, un'ampia visione politica e una mente calma. Come giornalista e agitatore, aveva la capacità di far capire al lavoratore più semplice le questioni e i problemi più difficili; sapeva affascinare, anche fanatizzare, le masse come pochi sono in grado di fare. Nell'ambito del suo lavoro giornalistico, ha pubblicato nella sua rivista "Il Social-Democratico" una serie di articoli scientifici popolari, che sono tra i migliori della letteratura socialista. (.....) Sapeva cogliere rapidamente una data situazione e capire come sfruttarla. Infine, è stato anche un oratore capace e calcolatore in grado di fare una forte impressione sulle masse e sugli avversari.
Ma oltre a queste qualità, in parte brillanti, Schweitzer aveva una serie di vizi che lo rendevano pericoloso come leader di un partito operaio nelle prime fasi del suo sviluppo. Per lui, il movimento a cui si è unito dopo varie peregrinazioni non era un fine in sé, ma un mezzo per raggiungere un fine. Entrò nel movimento non appena vide che nella borghesia non c'era futuro per lui, essendo stato bandito molto presto dal suo stile di vita, c'era solo la speranza che egli potesse svolgere il ruolo che la sua ambizione e, per così dire, le sue capacità lo predestinavano, nel movimento operaio. Né voleva essere semplicemente uno dei leader del movimento, ma il suo leader, e cercò di sfruttarlo per fini egoistici e personali. Formatosi per diversi anni in un istituto gesuita di Aschaffenburg, poi dedicatosi allo studio della giurisprudenza, aveva acquisito gli strumenti intellettuali della casistica gesuita e della demagogia giuridica che sono per natura astuti e subdoli. Era un politico che cercava senza scrupoli di raggiungere il suo obiettivo, di soddisfare a tutti i costi la sua ambizione, di soddisfare il suo grande stile di vita, che non era possibile senza adeguati mezzi materiali, che non possedeva".[27]
La morale di Schweitzer
Dopo l'elezione a presidente del Frankfurter Arbeiterbildungsverein (Associazione per l’educazione dei lavoratori di Francoforte), ancor prima della fondazione dell'ADAV nel novembre 1861, Schweitzer era conosciuto non solo come presidente dello Schützenverein (club di tiro a segno) e del Turnclub (club di ginnastica), ma aveva anche stabilito i primi rapporti con i leader aristocratici locali ; nell'estate del 1862 fu accusato di appropriazione indebita o furto di fondi dello Schützenverein e di un contatto pedofilo con un ragazzino di 12 anni in un parco. Fu condannato a due settimane di carcere per l'aggressione sessuale del ragazzo e per aver provocato collera pubblica con questo scandalo.
Anche se il ragazzo non è mai stato trovato e anche se Schweitzer ha negato l'intero caso, l'accusa di abusi su minori e abusi sessuali è stata costantemente sospesa su di lui. Non ha mai negato l'appropriazione indebita dei soldi di Schützenverein. Tuttavia, Lassalle lo ha protetto e lo ha accettato nell'ADAV, nominandolo anche nel consiglio di amministrazione.
In seguito Bebel scrisse a proposito del comportamento di Schweitzer e del suo sostegno da parte di Lassalle: « Capì subito che questa era un'opportunità per acquisire in futuro una posizione importante che corrispondeva alla sua ambizione, che gli era stata tagliata per sempre all'interno del mondo borghese a causa degli eventi sopra descritti. In questi circoli, tutte le porte erano chiuse per lui. »[28]
Contatti con la classe dirigente........
Seguendo le orme di Lassalle, Schweitzer cercò rapidamente di stabilire contatti con la classe dirigente, in particolare con Bismarck e il suo entourage, attraverso l'intermediazione del consigliere privato Hermann Wagener.[29]
Come Lassalle, anche Schweitzer offrì il suo sostegno politico a Bismarck. Ad esempio, una dichiarazione di Bebel nella sua autobiografia mostra quanto Hatzfeldt fosse consapevole degli sforzi di Schweitzer: "La contessa Hatzfeldt, secondo la quale la politica di Schweitzer a favore di Bismarck non era andata abbastanza lontano, aveva già cercato di giustificare questa politica in una lettera alla signora Herweghs della fine del 1864, in cui scriveva: ‘C'è un abisso formale tra il vendersi ad un avversario, lavorare per lui, segretamente o apertamente, e cogliere l'attimo come un grande politico, approfittando degli errori dell'avversario, lasciando che un nemico sia eliminato dall'altro, spingendolo verso il basso e approfittando della situazione favorevole, indipendentemente da chi l'ha creata. Le persone che hanno semplici convinzioni oneste, quelle che si pongono sempre e solo dal punto di vista ideale delle cose a venire, fluttuando nell'aria, e che agiscono solo per impulso momentaneo, possono essere considerate in privato come bravissime persone, ma sono del tutto incapaci di essere utili a qualcosa, ad azioni che influenzino realmente gli eventi, insomma, le grandi masse hanno bisogno di seguire un leader lucido che le guidi’.
Possiamo vedere qui il punto di vista che spesso troviamo negli avventurieri: le masse sono stupide e devono essere guidate, hanno bisogno di una mente pensante che possa agire efficacemente contro l'avversario. L'avventuriero è "il prescelto, quello chiamato". E parte di questo comportamento consiste nell'agire con un doppio linguaggio. Come ha scritto Bebel: "Il modo in cui Schweitzer ha lusingato le masse, anche se interiormente le disprezzava, non ho mai visto nessun altro esercitarlo così tanto".[30]
....che vanno di pari passo con l'opportunismo
Poiché Schweitzer diceva che "Sua Maestà il nostro venerato re è amico dei lavoratori" e che il principale nemico dell'ADAV erano i sostenitori del "partito borghese liberale", sottolineava che "la lotta del partito socialdemocratico deve essere diretta soprattutto contro di loro. Ma se difendete questo punto di vista, signori, penserete: perché Lassalle non avrebbe dovuto rivolgersi a Bismarck?"[31] E Bebel continua: "Schweitzer sapeva che il punto di vista che predicava era fondamentalmente reazionario, un tradimento degli interessi dei lavoratori, ma lo diffondeva perché credeva che sarebbe servito a promuovere il suo progresso sociale. (.....) Era ovvio che Bismarck e i feudatari accettarono prontamente tale aiuto dall'estrema sinistra e forse sostennero il difensore di tale visione. (.....) I tentativi di rendere l'Associazione Generale dei Lavoratori Tedeschi accettabile per la grande politica prussiana di Bismarck, sono stati quindi intrapresi molto presto e in modo permanente. Sta a me dimostrare che Schweitzer ha consapevolmente servito gli sforzi di Bismarck. " Gli sforzi per realizzare le proprie ambizioni personali attraverso contatti diretti o indiretti con i dirigenti sono stati quindi spesso accompagnati da debolezze e imposture programmatiche, come si può vedere nella questione della legge elettorale.[32] Engels scrisse in seguito: "A quel tempo, fu fatto un tentativo di porre l'ADAV (allora l'unica associazione organizzata di lavoratori socialdemocratici in Germania) sotto l'ala del Ministero di Bismarck, dando ai lavoratori la prospettiva del suffragio universale da parte del governo. Il ‘diritto di voto universale, uguale e diretto’ era stato predicato da Lassalle come l'unico modo infallibile per la classe operaia di conquistare il potere politico".
Engels scrisse poi due importanti testi programmatici, la questione militare prussiana e il Partito dei lavoratori tedeschi, nonché una risposta a "Su Proudhon" di Schweitzer. Come ha commentato Engels, "questo articolo aveva come soggetto Proudhon, ma in realtà dovrebbe essere anche una risposta allo stesso lassallismo".
Allo stesso tempo, Schweitzer reagì alla critica della sua posizione sulla Prussia. Dato che Marx ed Engels vivevano in Inghilterra e non in Germania, non potevano avere una conoscenza precisa e profonda della situazione generale della Germania. Secondo Schweitzer, è solo se si ha una visione "locale" o "nazionale" che si può giudicare correttamente: "Per quanto riguarda le questioni pratiche di tattiche momentanee, tuttavia, vi chiedo di considerare che, per giudicare queste cose, dovete essere al centro del movimento". Ne Il Socialdemocratico del 15 dicembre 1864, un articolo, "La nostra agenda", difendeva questo punto di vista nazionale: "Non vogliamo un paese impotente e lacerato, impotente all'esterno e pieno di arbitrarietà all'interno; vogliamo l'onnipotenza della Germania, l'unico stato libero del popolo".[33] Una visione nazionalista così forte veniva presentata proprio nel momento in cui la Prima Internazionale sottolineava il principio essenziale e indispensabile dell'internazionalismo per tutta la classe operaia del mondo.
Il 15 dicembre 1865, Schweitzer pubblicò sul giornale socialdemocratico un articolo che elogiava i "meriti" di Lassalle, come se non ci fosse stato alcun movimento operaio prima di lui. In risposta, Marx inviò il suddetto articolo su Proudhon per incoraggiare discretamente la riflessione critica sul ruolo di Lassalle. Oltre all'esaltazione di Lassalle, Il Socialdemocratico di Schweitzer voleva ampliare ulteriormente il sostegno a Bismarck. Il 23 febbraio 1865 Marx ed Engels rinunciarono alla loro collaborazione con Il Socialdemocratico, dopodiché Schweitzer falsificò nuovamente le posizioni di Marx ed Engels.[34]
Il culto della personalità intorno a Lassalle
L'opposizione all'interno dell'ADAV iniziò a discutere contro "le disposizioni organizzative dittatoriali degli Statuti dell'Associazione volte a circondare con una sorta di gloria l'opera di Lassalle. Il culto di Lassalle è stato promosso sistematicamente e tutti coloro che hanno osato esprimere un punto di vista diverso sono stati stigmatizzati come profanatori. »[35] Bebel continuò dicendo: "Schweitzer sostenne queste stupide opinioni, che alla fine divennero una sorta di credenza religiosa. (.....) Nel corso degli anni, il tema "Cristo e Lassalle" è stato oggetto di numerosi incontri pubblici. "[36]
Fonti "oscure" di finanziamento
Come Lassalle, Schweitzer non si basava esclusivamente su fonti di finanziamento dubbie. Non ha mai spiegato da dove provenissero gli importanti fondi per la produzione e la distribuzione de Il Socialdemocratico, per cui si avanzò il sospetto che stesse ricevendo fondi dal governo. Il solo sospetto che dipendesse dai fondi governativi, che non solo potesse essere ricattato, ma anche direttamente corrotto, non avrebbe dovuto essere lasciato senza risposta da Schweitzer. Invece, egli ha sempre evitato di rispondere a questa accusa.[37] (37)
Né ha fatto nulla quando si è saputo che un informatore di polizia di nome Preuß era attivo nell'organizzazione ed era anche in contatto con il capo della polizia, con il quale Schweitzer stesso aveva contatti.
Trattamento preferenziale da parte della polizia
Si potrebbe replicare: le pene detentive o le azioni repressive contro gli avventurieri non sono una prova della loro "innocenza"?
Nel novembre 1865, Schweitzer fu imprigionato e avrebbe dovuto scontare una condanna di un anno per aver insultato il re e violato le leggi, privandolo così dei suoi diritti civili. "È stato affermato che le varie condanne penali sono una prova contro l'accusa che Schweitzer era l'agente di Bismarck. Questa visione è completamente sbagliata. Le relazioni di un governo con i suoi agenti politici non li vincolano a pubblici ministeri e giudici. La condanna temporanea di un agente sotto copertura per atti di opposizione è anche molto appropriata per eliminare la sfiducia dell'interessato e rafforzare la fiducia in lui/lei. È risaputo che all'epoca in cui Lassalle e Bismarck avevano conversazioni politiche e "relazioni cordiali", i tribunali berlinesi non esitavano a condannarlo a una serie di severe pene detentive, anche se all'epoca si sapeva come Bismarck e Lassalle si comportavano l'uno nei confronti dell'altro."[38]
Mentre la polizia berlinese terrorizzava i sospetti durante le perquisizioni mattutine, comprese le perquisizioni domiciliari, « Schweitzer [.....] non ha mai dovuto lamentarsi di misure simili. E' andato in prigione ed è uscito come in un hotel. » [39] In effetti, Schweitzer fu più volte rilasciato dal carcere e, a differenza degli altri membri della comunità internazionale, è stato quasi in grado di entrare e uscire di prigione continuando la sua attività, a differenza degli altri membri dell'ADAV che ci marcivano.
Nei fatti l'amica di Lassalle, la contessa Hatzfeldt, denunciò anche Liebknecht alla polizia quando questo soggiornava "illegalmente" a Berlino nel 1865, per cui Liebknecht fu espulso dalla città.[40]
Crescente resistenza a Schweitzer nell'ADAV
Nella primavera del 1869, all'interno dell'ADAV si formò una resistenza contro il potere dittatoriale di Schweitzer. Prima di tutto contro il suo costoso stile di vita: "Schweitzer è uno di quei personaggi che spendono sempre almeno il doppio di quanto guadagnano, e il cui slogan è: i bisogni non devono dipendere dal reddito, ma il reddito deve dipendere dai bisogni, cosa che richiede loro di prendere il denaro senza farsi scrupolo di dove lo trovano. Nel 1862, Schweitzer aveva preso 2.600 fiorini della Schützenfestkasse, ma più tardi, quando era presidente dell'ADAV e quindi aveva i soldi a sua disposizione, dirottava i soldi raccolti dai lavoratori mal pagati per soddisfare i suoi desideri. Non si trattava di somme ingenti, ma erano destinate al modesto contenuto del fondo dell'associazione e non a Schweitzer. Fu accusato di cattiva gestione, anche di illeciti e questo fu dimostrato anche in varie assemblee generali dell'ADAV, e Bracke, che per molti anni era stato il tesoriere dell'associazione e aveva dovuto anticipare dei soldi su ordine di Schweitzer, lo accusò pubblicamente di queste infami attività, senza che Schweitzer osasse dire una parola in sua difesa. Ma chiunque sia capace di una cosa del genere deve anche essere considerato capace di vendere se stesso politicamente, il che potrebbe essere un affare ancora più redditizio per lui. Nessuno può provare l'importo sottratto, perché le relative transazioni non sono emerse. "[41] Quando la sezione locale di Erfurt volle controllare la gestione dei fondi da parte di Schweitzer, egli minacciò di sciogliere l'associazione.... e tre settimane dopo, la polizia organizzò una spedizione punitiva e colse l'occasione per sciogliere l'associazione. In seguito, dopo essersi circondato da una piccola cerchia di fedeli, fondò una nuova associazione. Il suo statuto prevedeva: "Il nuovo statuto conteneva disposizioni assolutamente scandalose. Per esempio, il presidente doveva essere eletto sei settimane prima dell'assemblea generale ordinaria dai membri dell'associazione, vale a dire prima che l'assemblea generale avesse esaminato la sua gestione esprimendosi in merito".[42]
Denigrazione di Marx e Engels
"Schweitzer inoltre accusò Marx ed Engels di essersi ritirati dal ‘Il Socialdemocratico’ non appena si erano resi conto di non poter svolgere il ruolo di primo piano nel partito. A differenza di loro, Lassalle non era l'uomo di sterile astrazione ma un politico in senso stretto, non uno scrittore dottrinario, ma un uomo di azione pratica.
Non va dimenticato, tuttavia, che Schweitzer in seguito ha lusingato l'uomo di ‘astrazione sterile’, il ‘letterato dottrinario’ Karl Marx, e ha cercato di convincerlo".[43]
All'assemblea generale dell'ADAV a Wuppertal Barmen-Elberfeld alla fine di marzo 1869, durante la quale Schweitzer doveva rispondere, Bebel riferì a Marx: "Io e Liebknecht siamo seduti qui a Elberfeld in una piccola cerchia di persone che la pensano allo stesso modo, per preparare il piano per la battaglia di domani. Qui abbiamo sentito una tale abbondanza di atti malevoli e vili da parte di Schweitzer che i capelli ci si sono rizzati in testa. Sembra anche che Schweitzer proponga di accettare il programma dell'Internazionale solo per sferrare un colpo contro di noi e per rovesciare molti degli elementi dell'opposizione o piuttosto per attirarli verso di lui".[44] Bebel aggiunse che "Schweitzer usa tutti i mezzi di inganno e intrighi contro di noi". Bebel e Liebknecht volevano accusare Schweitzer in questa sessione plenaria. "[45] Il pomeriggio seguente siamo entrati nella sala affollata, accolti dagli sguardi furiosi dei fanatici sostenitori di Schweitzer. Liebknecht ha parlato per primo, circa un'ora e mezza, dopo sono intervenuto io e ho parlato molto più brevemente. Le nostre accuse contenevano ciò che avevo precedentemente fatto valere contro Schweitzer. Diverse volte ci sono state violente interruzioni, soprattutto quando ho presentato Schweitzer come agente governativo. Avrei dovuto ritirare questa accusa. Mi sono rifiutato di farlo. Pensavo di avere il diritto di parlare liberamente, loro, gli ascoltatori, non erano obbligati a credermi. (.....) Schweitzer, che era seduto sul podio dietro di noi durante i nostri interventi, non ha aperto bocca. Così abbiamo lasciato la sala, con alcuni delegati che camminavano davanti e dietro di noi per proteggerci dagli attacchi dei fanatici sostenitori di Schweitzer. Ma parole lusinghiere come ‘bandito’, ‘traditore’, ‘bastardo’, ‘ti meriti di avere le ossa rotte’, ecc. sono uscite dalla folla mentre cercavamo di arrivare all'uscita. Una delle persone presenti ha anche cercato di farmi cadere dal palco colpendomi al ginocchio. Davanti alla porta, i nostri amici ci hanno accolto per scortarci fino al nostro albergo come delle guardie del corpo."
Schweitzer chiese un voto di fiducia da parte dei delegati. Dopo un vivace dibattito, fu confermato come Presidente, anche se con un numero di voti molto limitato: "Anche se Schweitzer fu rieletto dall'Assemblea Generale, i suoi poteri erano fortemente limitati. Schweitzer ha prelevato il verbale dell'assemblea generale e l’ha fatto scomparire. (.....) Nulla di ciò che lo ha compromesso deve essere portato all'attenzione di tutti i membri dell'associazione e reso pubblico."[46]
Per un breve periodo di tempo, le due ali in cui l'ADAV si era diviso avevano proclamato la loro riunificazione sotto l'autorità di Schweitzer. Ma l'ala dell'opposizione intorno a Bracke concluse che "il signor von Schweitzer usa l'associazione solo per soddisfare le sue ambizioni e trasformarla in uno strumento di politica reazionaria contro i lavoratori".[47] L'opposizione chiese allora un congresso di tutti i lavoratori socialdemocratici in Germania (a Eisenach). Si dimisero dall'ADAV esprimendosi così: "Diventerà chiaro se la corruzione, la malizia, le tangenti da un lato prevarranno o se l'onestà e la sincerità di intenti dall'altro alla fine vinceranno.
Il nostro slogan è: Abbasso il bigottismo! Abbasso il culto della personalità! Abbasso i gesuiti che riconoscono il nostro principio a parole e lo tradiscono con i fatti! Lunga vita alla socialdemocrazia, lunga vita all'Associazione Internazionale dei Lavoratori!
Il fatto che in questa dichiarazione, e più volte in seguito, abbiamo usato l'onestà delle nostre intenzioni contro tutti i disonesti Schweitzers sul terreno, ha successivamente guadagnato al partito appena fondato dagli oppositori il soprannome di ‘The Honest Party’. (…) La controffensiva di Schweitzer arrivò presto. Il Socialdemocratico osservava ora la tattica di proclamare costantemente che la nostra organizzazione non era composta da operai ma da intellettuali, precettori e altri borghesi".[48] Soprattutto, l'opposizione doveva essere screditata con abusi di potere, col ridicolo e con le insinuazioni. "Dietro il nostro Congresso - diceva l'articolo - c'era tutta la borghesia liberale in tutte le sue sfumature. Naturalmente, dietro il suo battaglione di scrittori, dotti, professori, mercanti, ecc. non si può parlare di un'organizzazione rigida e uniforme. Ognuna di queste persone sente il bisogno di rendersi molto importante. Tutta la stampa borghese era ai nostri ordini, ha continuato. Egli voleva fare in modo che un numero significativo di delegati venisse al Congresso di Eisenach, ma non letterati e borghesi, ma veri e propri lavoratori. "[49] Infine, Tölcke, che era stato eletto presidente dell'ADAV nel 1865, accusò Bebel ne Il Socialdemocratico del 28 luglio 1869 di "ottenere 600 talleri al mese dall'ex re di Hannover", una pura calunnia!
Al congresso di fondazione a Eisenach in agosto, i membri temettero una violenta intrusione da parte dei fanatici sostenitori di Schweitzer. Un centinaio di sostenitori del circolo "Schweitzer" si sono presentarono effettivamente al Congresso di Eisenach, ma non furono ammessi per mancanza di mandati.
Con la fondazione del partito Eisenach nel 1869, che era stato costruito sulla base dell'opposizione all'interno dell'ADAV, fu fondato un primo partito: il Sozialdemokratische Arbeiterpartei Deutschland (SDAP - Partito socialdemocratico dei lavoratori tedeschi).
In una lettera indirizzata direttamente a Schweitzer nel 1868, Marx parlava del passo essenziale che il movimento doveva fare per andare oltre una setta e indirizzarsi verso un vero movimento di classe a cui Schweitzer non solo si rifiutava di contribuire, ma a cui si opponeva anche: "Inoltre, fin dall'inizio, come colui che dichiara di avere in tasca una panacea per la sofferenza delle masse, [Lassalle] ha dato alla sua agitazione un carattere religioso e settario. Ogni setta è di fatto religiosa. Inoltre, non è perché era il fondatore di una setta che ha negato qualsiasi legame naturale con il movimento precedente, sia in Germania che all'estero. Cade nello stesso errore di Proudhon: invece di cercare tra gli elementi autentici del movimento operaio la vera base della sua agitazione, cerca di imporre i propri orientamenti su questi elementi applicando una determinata ricetta dogmatica.
Quello che oggi ricordo qui, lo avevo predetto in gran parte a Lassalle nel 1862, quando venne a Londra e mi invitò a prendere l'iniziativa con lui nel nuovo movimento.
Lei stesso ha sperimentato di persona l'opposizione tra il movimento di una setta e il movimento di una classe. La setta vede la giustificazione della sua esistenza e del suo "punto d'onore", non in ciò che ha in comune con il movimento di classe, ma nel particolare "shibboleth" (segno di riconoscimento specifico per gli iniziati) che la distingue da essa. Pertanto, ad Amburgo, quando avete proposto la formazione di sindacati al Congresso, avete potuto sconfiggere l'opposizione della setta solo minacciando di dimettersi da presidente. Inoltre, lei è stato obbligato a usare una doppia lingua e ad annunciare che, in un caso, ha agito come leader della setta e nell'altro come rappresentante del movimento di classe.
Lo scioglimento dell'Associazione generale dei lavoratori tedeschi vi ha dato l'opportunità storica di compiere un importante passo avanti e di dichiarare, se necessario, che era stato raggiunto un nuovo stadio di sviluppo e che era giunto il momento che il movimento settario si fondesse nel movimento di classe e ponesse fine a qualsiasi rapporto di dipendenza personale da questo culto. Per quanto riguarda il contenuto reale della setta, esso, come per tutte le sette operaie precedenti, si sarebbe sviluppato nel movimento generale come elemento che lo arricchisce andando oltre questa fase. Invece, lei ha chiesto che il movimento di classe si subordini al movimento di una particolare setta.
Coloro che non sono suoi amici hanno concluso che, qualunque cosa accada, lei voglia preservare il suo ‘movimento operaio’. »[50]
Nel luglio 1871, la sezione Braunschweig del partito emise questo appello: "Ma di fronte al signor von Schweitzer che, nel modo più malizioso e riprovevole possibile, cerca di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, i socialdemocratici contro i socialdemocratici, siamo obbligati a difendere la causa dei lavoratori con tutte le nostre energie. Per questo chiediamo ai compagni del partito di Barmen-Elberfeld (.....) di adottare senza indugio le misure necessarie a tal fine; il partito è colpevole e obbligato a liberarsi del movimento generale di un uomo che, sotto la maschera di un atteggiamento radicale, ha finora fatto tutto nell'interesse del governo dello Stato prussiano per danneggiare questo movimento. Il partito sosterrà i compagni di Barmen-Elberfeld. Ora avanti, con vigore!"[51] Nella primavera del 1871, Schweitzer fu escluso dall'ADAV.[52]
Come nel caso di Lassalle, Schweitzer non fu mai completamente smascherato durante la sua vita (morì nel 1875 di polmonite). È stato espulso dall'ADAV, ma le lezioni non sono state sufficientemente apprese.
Fu solo nella lotta contro le attività di Bakunin che la Prima Internazionale e il suo Consiglio Generale svilupparono la capacità di riconoscere con efficacia le azioni di un avventuriero.
La lotta contro gli avventurieri non è possibile senza assimilare l'esperienza del movimento rivoluzionario.
Il ruolo di questi due avventurieri, entrambi avvocati, che per anni hanno saputo fare il loro sporco lavoro nell'ADAV (mentre agli occhi di molti sembravano agire nell'interesse della classe operaia) dimostra quanto sia difficile identificare ed esporre il comportamento, gli obiettivi e i metodi di un avventuriero.
Esporre e scoprire il loro comportamento, la loro carriera, le loro interazioni, le loro reazioni e le loro vere motivazioni è una delle maggiori sfide per un'organizzazione rivoluzionaria. Come il passato ha dimostrato, il fatto che queste persone hanno guadagnato la fiducia di molti membri dell'organizzazione con l'inganno e godono di un'alta reputazione in tutta la classe operaia è un grosso ostacolo, ma questo non deve compromettere la capacità di riconoscere e comprendere la vera natura di tali individui. Lo smascheramento di questi avventurieri incontra generalmente l'orrore e la resistenza di coloro che si sentono più vicini a loro e che non sono in grado o non vogliono riconoscere la realtà a causa della fedeltà di lunga data, "fedeltà personale" e/o affinità emotiva. Poiché queste persone possono essere figure "molto stimate", da cui "nessuno si aspetta una cosa del genere", è tanto più importante accettare la dolorosa esperienza storica del movimento rivoluzionario. Engels scrisse poco prima della fine della sua vita, nel 1891, che "non avrebbe più permesso che la falsa reputazione di Lassalle fosse mantenuta e predicata nuovamente a spese di Marx".[53]
Così Engels riassume le esitazioni, i dubbi, gli scetticismi all'interno del partito, e perché era importante smascherare Lassalle apertamente e senza concessioni: "Voi dite che Bebel vi scrive che il trattamento che Marx ha riservato a Lassalle ha causato risentimento tra gli ex lasalliani. Forse e' così. La gente, naturalmente, non conosce la storia vera, e sembra che non sia stato fatto nulla per informarli. Se queste persone non sanno che la grandezza di Lassalle si basava sul fatto che Marx gli permetteva di adornarsi per anni con i risultati della ricerca di Marx come se fosse la sua, e per di più deformarli per mancanza di conoscenza economica, non è colpa mia. Ma io sono l'esecutore letterario del testamento di Marx e come tale, ho i miei doveri.
Negli ultimi 26 anni, Lassalle ha fatto parte della storia. Se durante le leggi antisocialiste, la critica delle sue posizioni è stata sospesa, è giunto il momento di convalidare questa critica e di chiarire la posizione di Lassalle su Marx. La leggenda che nasconde e glorifica la figura di Lassalle non può diventare una professione di fede nel Partito. Per quanto possano essere apprezzati i meriti di Lassalle per il movimento, il suo ruolo storico in questo movimento rimane duplice. Il Lassalle socialista è accompagnato ogni volta dal Lassalle demagogico. Dietro l'agitatore e l'organizzatore Lassalle, si illumina il vero volto della stella del processo Hatzfeld: ovunque lo stesso cinismo nella scelta dei mezzi, la stessa preferenza a circondarsi di persone sgradevoli e corrotte che possono essere usate o buttate via come semplici strumenti. Fino al 1862, in pratica, era un volgare democratico prussiano con una forte tendenza bonapartista (ho appena letto le sue lettere a Marx), cambiò improvvisamente per motivi puramente personali e iniziò le sue agitazioni attiviste in tutte le direzioni; e in meno di due anni, esige che gli operai si schierano dalla parte della monarchia contro la borghesia e ha tramato con Bismarck che ha il suo stesso carattere, in un modo che porterebbe al tradimento degli interessi di classe se non fosse soffocato in tempo per assicurare la sopravvivenza del movimento operaio stesso. Nei suoi scritti sull'agitazione, le cose giuste che ha preso in prestito da Marx sono così regolarmente intrecciate con false affermazioni che le due cose difficilmente possono essere separate. La parte degli operai che si sentono scioccati dal giudizio di Marx conosce solo i due anni di agitazione di Lassalle e questo solo attraverso la distorsione di vetri prismatici. Ma di fronte a tali pregiudizi, tuttavia, la critica alla storia non può limitarsi a un atteggiamento rispettoso e passivo per sempre. Era mio dovere chiarire finalmente il rapporto tra Marx e Lassalle. E' fatta. Posso accontentarmi di questo per ora. Ora ho anche altre cose da fare. E il giudizio spietato di Marx su Lassalle, pubblicato, farà il suo lavoro da solo e incoraggerà gli altri. Ma se dovessi farlo di nuovo, non avrei scelta: dovrei spazzare via una volta per tutte la leggenda di Lassalle."[54]
Lo smascheramento delle attività di Bakunin attraverso il Consiglio Generale della Prima Internazionale ha dimostrato che questa lotta era possibile solo grazie alla consapevolezza politica e alla determinazione a smascherare questi avventurieri. Ciò può essere fatto solo stabilendo una relazione specifica come quella del Consiglio generale al Congresso dell'Aia.[55] Quando Bebel e Liebknecht denunciarono Schweitzer nel 1869 alla conferenza del partito di Wuppertal, lo fecero senza aver presentato una relazione formale e senza fornire un quadro completo del suo potere di manipolatore, che certamente contribuì a far sì che lo smascheramento fosse solo "fatto a metà", e questo non impedì a Schweitzer di essere rieletto, nonostante la crescente resistenza.
La lotta contro gli avventurieri, che, come ha dimostrato l'esperienza di Marx ed Engels nella loro lotta contro Lassalle e Schweitzer, è una sfida formidabile. E' stato innalzato ad un livello molto più alto e più efficace dal Consiglio Generale della Prima Internazionale al Congresso dell'Aia. Imparando dalle debolezze e dalle difficoltà della lotta contro Lassalle e Schweitzer, il Consiglio Generale ha offerto le armi per affrontare Bakunin. Spetta ora alle organizzazioni rivoluzionarie recuperare le lezioni di questa lotta.
Dino, luglio 2019
[1] "Questioni di organizzazione, IV: la lotta del marxismo contro l'avventurismo politico" Révue Internationale n° 88 (1° trimestre 1997).
[2] Ferdinand Lassalle nacque nel 1825 a Breslau, figlio di un ricco commerciante di seta ebreo. Già nella sua adolescenza si distinse per le sue attività molto indipendenti e le sue ambizioni. Come studente, aspirava a un posto di professore universitario
[3] A causa della sua stretta relazione con la contessa Hatzfeld, la Lega dei Comunisti rifiutò di accettarlo nelle sue file.
[4] Uno dei suoi biografi, Schirokauer, ha menzionato il suo sontuoso stile di vita da giovane e il suo alto consumo di vini e champagne costosi. Nella residenza berlinese, dove lui e la contessa vivevano, è stato riferito che anche il consumo di hashish e oppio era una pratica comune. Per maggiori dettagli, vedi in tedesco: Arno Schirokauer : Lassalle. La macchina dell'illusione, l'illusione della macchina, pubblicato da Paul List, Lipsia 1928.
[5] A causa della legge sulle associazioni del 1854, le associazioni politiche dei lavoratori erano proibite, così come i collegamenti tra associazioni autorizzate dalle autorità.
[6] Gustav Mayer, Il rapporto dell'informatore Lassalle su se stesso, ripubblicato nell'archivio Grünberg. Vedi anche, in tedesco, dello stesso autore: Bismarck e Lassalle, la loro corrispondenza e le interviste (1928) e Johann Baptist von Schweitzer e Social Democracy (1909).
[7] A. K. K. Worobjowa, La storia del movimento operaio in Germania e la lotta di Karl Marx e Friedrich Engels contro Lassalle e il Lassalismo (1961).
[8] August Bebel: la mia vita. Più tardi, Bebel interrogò nuovamente pubblicamente Bismarck sui suoi legami con Lassalle. "Per quanto riguarda i rapporti con Lassalle di cui gli rimproveravo, egli rispose che non era lui, ma Lassalle, che aveva espresso il desiderio di parlare con lui, e non gli aveva reso difficile l'accesso alla realizzazione di questo desiderio. Neanche lui se ne era pentito. Per quanto riguarda le trattative tra loro, non era affatto questa la domanda: cosa avrebbe potuto offrirgli quel povero diavolo di Lassalle?
[9] Gustav Mayer: Bismarck e Lassalle.
[10] Bebel, la mia vita.
[11] Bebel, la mia vita.
[12] "Hélène von Rakowicza, ex amante di Lassalle, per la quale provocò il duello che gli costò la vita, ha raccontato nel suo libro: Von anderen und mir, (1909), che in una conversazione notturna ha posto a Lassalle la domanda: "È vero quello che dicono? Sei stato in grado di estrarre segreti da Bismarck?". Rispose: "E Bismarck cosa si aspettava da me e me da lui? Dovrebbe essere sufficiente per voi sapere che questo non è accaduto e non è potuto accadere. Eravamo entrambi troppo furbi (abbiamo capito la furbizia dell'altro e non potevamo che ridere ironicamente delle reciproche opinioni politiche. Ma siamo troppo istruiti per questo). Quindi abbiamo avuto solo interviste e scambi all’altezza delle nostre menti. "
[13] Lassalle, Archivio delle sue lettere e dei suoi scritti (1925).
[14] Cfr. anche Engels, La questione militare della Prussia e del Partito dei lavoratori tedeschi e Sulla dissoluzione dell'Associazione dei lavoratori Lassalliani.
[15] Il libro di Lassalle dedicato ad un famoso giornalista e storico della letteratura dell'epoca.
[16] Soprannome dato da Marx a Lassalle
[17] Jenny Marx, Breve panoramica di una vita movimentata (1865).
[18] "Itzig [Lassalle] mi mandò inevitabilmente il suo discorso difensivo (fu condannato a quattro mesi di prigione) in tribunale. In primo luogo, questo millantatore aveva tra le mani l'opuscolo che avete tra le mani, il discorso su "La classe operaia", ristampato in Svizzera con il pomposo titolo: "Programma per i lavoratori". Sapete che la cosa non è altro che una cattiva volgarizzazione del "Manifesto" e di altre cose così spesso predicate da noi che sono, per così dire, già diventate un luogo comune. (Questo energumeno, per esempio, parla di "posizioni" quando si parla della classe operaia). Beh, nel suo discorso alla corte di Berlino, non ha mostrato vergogna nel proclamare: "Affermo inoltre che questo opuscolo non è solo un'opera scientifica che, come molte altre, riassume risultati già noti, ma è per molti aspetti una conquista scientifica, uno sviluppo di nuove idee scientifiche..... In vari e difficili campi scientifici, ho scoperto molti lavori, non ho risparmiato sforzi e nessuna notte insonne per spingere i limiti della scienza stessa, e posso, forse, dire con Orazio: militavi non sine gloria [non ho combattuto senza gloria]. Ma ve lo spiegherò io stesso: no, nel mio lavoro più ampio, non ho mai scritto una riga che fosse più strettamente scientifica di questa produzione dalla prima pagina all'ultima..... Quindi date un'occhiata al contenuto di questa brochure. Questo contenuto non è altro che una filosofia della storia compressa in 44 pagine..... È uno sviluppo del pensiero razionale oggettivo che è stato alla base della storia europea per più di un millennio, un fiorire dell'anima interiore, ecc..... Non è incredibile questa indecenza? Questo tizio pensa di essere l'uomo che gestisce il nostro lavoro. E' grottesco e ridicolo!".
[19] Marx a Engels, 24 novembre 1864.
[20] 20 Marx a Kugelmann, 23 febbraio 1865.
[21] Engels, 11 giugno 1863 (tre giorni prima della fondazione dell'ADAV).
[22] Marx a Lassalle, 30 gennaio 1860.
[23] "Lassalle si era innamorato di una giovane donna di nome Hélène von Dönniges durante un soggiorno alle terme. Voleva sposarla, ma i suoi genitori si opposero. Per perseguire con successo il padre, il diplomatico bavarese Wilhelm von Dönniges, per il rapimento della figlia, il 16 o 17 agosto 1864 cercò di guadagnare il re Ludovico II di Baviera alla sua causa. (.....) Lassalle decise poi di andare in Svizzera e sfidare Wilhelm von Dönniges a duello. Come membro di una società aristocratica, Lassalle chiese un risarcimento al padre di Elena, membro di un altro club aristocratico. Il padre cinquantenne ha poi chiesto al fidanzato della figlia, il boiardo rumeno Janko von Racowitza, di sostenere il duello per suo conto.
Il duello si svolse la mattina del 28 agosto 1864 nel sobborgo ginevrino di Carouge. L'assistente di Lassalle era Wilhelm Rüstow. Alle 7:30 del mattino, gli avversari si sono scontrati tra loro con la pistola. Racowitza ha tirato il primo e toccato Lassalle nell'addome. Tre giorni dopo, il 31 agosto 1864, Ferdinand Lassalle muore a Carouge all'età di 39 anni. Potremmo banalizzare il fatto di combattere in duello come comportamento macho tipico degli aristocratici o, come nel caso di Lassalle, della borghesia. La sua coltivazione di intense rivalità nella sua giovinezza (all'età di 12 anni chiese per la prima volta di combattere un duello per una ragazza di 14 anni) potrebbe ancora essere attribuita allo zelo puberale. Ma per un trentanovenne adulto che fingeva di fronte ai lavoratori di perseguire obiettivi rivoluzionari, di voler eliminare un "avversario" mettendo in pericolo la propria vita, è stata una grave perversione contro gli obiettivi della classe operaia.
[24] Engels a Marx, 4 settembre 1864.
[25] Rosa Luxemburg: Lassalle e la rivoluzione (1904).
[26] Mehring, storia della sua vita.
[27] Bebel, La mia vita.
[28] Bebel, La mia vita.
[29] Il suo assistente in questi casi era il consigliere privato più anziano del governo, Hermann Wagener. C'era anche l'agente di polizia Preuß, manipolato da Wagener. Preuß aveva denunciato la presenza di Wilhelm Liebknecht a Berlino nell'autunno del 1866 in violazione dell'ordine della polizia, che valse tre mesi di prigione a Liebknecht. Vedi A.K. Worobjowa.
[30] Bebel, La mia vita
[31] Bebel, ibidem
[32] Si veda, ad esempio, l'articolo di Schweitzer: "Il ministero di Bismarck e il governo degli Stati centrali e piccoli Stati".
[33] Bebel, La mia vita.
[34] "Una decina di giorni fa scrissi a Schweitzer che doveva combattere contro Bismarck, e anche sull'impressione di un flirt del Partito dei Lavoratori con Bismarck. Quindi questa politica ha dovuto essere abbandonata, ecc. In risposta, si è dimostrato ancora più disposto a spingere il suo flirt con Bismarck". (Lettere di Marx a Engels, 3 e 18 febbraio 1865)
[35] Bebel, La mia vita.
[36] Bebel, Ibid: "Le prime due pubblicazioni di prova contenevano già molti punti dubbi. Ho fatto una rimostranza. E ho espresso la mia indignazione in particolare per il fatto che, in una lettera privata che ho scritto alla contessa Hatzfeldt sulla morte di Lassalle, sono state estratte alcune parole di conforto, pubblicate senza la mia firma e usate spudoratamente per "proclamare e fare" una servile lode a Lassalle" (Marx, 15 marzo 1865).
[37] “Nelle successive relazioni dei membri del partito, è risultato chiaro che egli aveva sottratto i fondi del partito” (Bebel, la mia vita).
[38] Bebel, La mia vita.
[39] Bebel, ibidem.
[40] A.K. Worobjowa, op. cit.
[41] Bebel, La mia vita.
[42] Bebel, ibidem.
[43] Bebel, ibidem
[44] Bebel, ibidem.
[45] Infatti, la pratica e la tradizione del movimento operaio richiedeva che se uno o più membri dell'organizzazione sospettavano un comportamento anti-organizzativo o esprimevano dubbi sulla credibilità di un altro membro, un organo appositamente designato dell'organizzazione doveva intervenire per condurre un'indagine con discrezione e metodo appropriati. Tale organismo non esisteva nell'ADAV e la situazione era ulteriormente complicata dal fatto che il sospettato era il presidente dell'organizzazione.
[46] Bebel, la mia vita.
[47] Bebel, ibidem.
[48] Bebel, ibidem.
[49] Bebel, ibidem.
[50] Marx a Schweitzer, 13 ottobre 1868.
[51] Bebel, La mia vita.
[52] Bebel riferisce che i sostenitori di Schweitzer all'epoca della guerra franco-prussiana erano sospettati di aver attaccato l'appartamento di Liebknecht. (August Bebel, La mia vita)
[53] Engels a Bebel, 1-2 maggio 1891.
[54] Engels a Kautsky, 23 febbraio 1891.
[55] Vedi gli articoli della nostra Révue Internationale: nn. 84, 85 e 87.
Secondo Emmanuel Macron e i suoi ministri lo sciopero del 5 dicembre è “una mobilitazione contro la fine dei regimi speciali”, contro “l’equità e la giustizia sociale”. Chiaramente i ferrovieri e gli altri lavoratori che dispongono di un “regime speciale” sarebbero egoisti irresponsabili che lottano per conservare i loro pretesi “privilegi”. MENZOGNE! Il governo cerca di metterci gli uni contro gli altri per dividerci e renderci impotenti.
Tutta la classe operaia è sotto attacco!
Ovunque nelle fabbriche come nelle amministrazioni, in tutte le corporazioni, in tutti i settori pubblici e privati la borghesia impone le stesse condizioni di lavoro insostenibili. Ovunque i lavoratori sono sempre di meno per un carico di lavoro che aumenta. Ovunque l’impoverimento minaccia i salariati, i disoccupati, i pensionati e i giovani. Ovunque le nuove “riforme” annunciano un futuro ancora più duro. I colpi portati dal governo di Macron sono estremamente violenti. Il suo obiettivo è rendere l’economia francese la più competitiva possibile sulla scena internazionale quando con l’aggravarsi della crisi economica mondiale la concorrenza tra gli stati è sempre più spietata. Per aumentare la produttività la borghesia francese, il suo Presidente, il suo governo e il suo padronato stanno aumentando i ritmi di lavoro e diminuendo il personale, aumentando la flessibilità, smantellando la Funzione pubblica, riducendo gli assegni dei disoccupati e dei pensionati, stanno drasticamente riducendo i fondi per l’istruzione e per l’assistenza sociale (riforma dei licei, soppressione degli aiuti per l’affitto.. ). Essi colpiscono e colpiscono ancora in nome della redditività “necessaria”, della competitività “obbligatoria”, del pareggio di bilancio “indispensabile” mentre aumentano in modo indecente i profitti dei capitalisti.
Tutta la classe operaia deve lottare!
Non passa un giorno che lavoratori allo stremo si mettano in sciopero. In queste ultime settimane i ferrovieri, i lavoratori ospedalieri, gli universitari precari hanno alzato la testa. Ma non sono soli. Da mesi ci sono state numerose interruzioni del lavoro. A settembre hanno scioperato (in ordine cronologico): i paramedici, i pompieri, i fattorini di Deliveroo, i piloti di Transavia, gli autisti di autobus di Metz e di Caen, i postini delle Alpi Marittime e dei Pirenei Orientali, i dipendenti dei trasporti parigini (RATP), quelli della Finanza pubblica, gli infermieri non ospedalieri, i marittimi, l’insieme dei dipendenti pubblici, i postini di Saint-Quentin, i dipendenti di EDF (elettricità), gli autisti di autobus di Orléans e Lorient, di nuovo i dipendenti pubblici, i tecnici di laboratorio, ancora i dipendenti pubblici, gli autisti di Nancy, etc… Alcuni di questi movimenti vanno avanti dalla primavera! Il fenomeno è cresciuto a ottobre e novembre, toccando, ad esempio, la grande distribuzione. Certo gli scioperi sono tanti. Certo, il malcontento sociale è grande. Certo, la misura è colma! Ma tutte queste lotte restano isolate le une dalle altre, a compartimenti, separate da rivendicazioni particolari e corporative. Di fronte alla borghesia, organizzata dietro il suo Stato e il suo governo, però la divisione è mortale. Per resistere, per costruire un rapporto di forza di fronte agli stessi attacchi che colpiscono tutti i settori, i lavoratori devono lottare insieme, uniti e solidali.
Mentre il governo colpisce, i sindacati ci dividono!
La giornata del 5 dicembre rappresenta l’inizio di questa unità? Questa è la promessa dei sindacati: uno sciopero generale, intersettoriale, nazionale e ad oltranza.
Durante tutto il mese di settembre, i sindacati hanno frammentato il movimento di contestazione sociale in più giornate di mobilitazione corporative (RATP, Finanza pubblica, Istruzione nazionale, Ministero della Giustizia, EDF, pompieri). All’inizio di ottobre, hanno finalmente promesso una grande giornata di mobilitazione che avrebbe unito tutti i dipendenti pubblici per … il mese di dicembre. E cosa hanno fatto negli ultimi due mesi? Dividerci, come fanno sempre! Essi hanno mantenuto i lavoratori già in lotta nel loro isolamento, ognuno in sciopero nella sua azienda con la sua parola d’ordine specifica, mentre noi tutti subiamo gli stessi attacchi, lo stesso deterioramento delle nostre condizioni di vita e di lavoro.
La caricatura di questa opera di indebolimento è l’appello dei collettivi di collegamento dei Pronto soccorso e degli ospedali (interamente pilotati dalle centrali sindacali) a non aderire allo sciopero del 5 dicembre, in nome della “specificità” delle rivendicazioni ospedaliere, sostituito da una giornata di mobilitazione il 30 novembre. Stessa strategia di isolamento da parte dell’intersindacale degli Specializzandi che indice uno sciopero ad oltranza a partire dal…10 dicembre! Tuttavia, nel corso dell’assemblea generale dei lavoratori ospedalieri che si è svolta il 14 novembre a Parigi, dopo una giornata di mobilitazione di tutto il settore, con la partecipazione di 10 000 manifestanti, c’è stato un aspro scontro tra i partecipanti all’Assemblea Generale (AG) e i sindacati sulla questione dell’unità. Molti operatori ospedalieri hanno sottolineato la necessità di portare avanti una sola stessa lotta, al di là dei settori, mentre i sindacati hanno difeso l’idea che “noi siamo un collettivo che dovrebbe parlare dell’ospedale”, difendendo con le unghie e con i denti “una data specifica per gli ospedali’’. Abbiamo potuto sentire su France Info degli infermieri uscire dall’AG dicendo “Non siamo riusciti a terminare perché siamo divisi. I sindacati hanno completamente affossato questa riunione, o ancora: “Ci sono troppe divergenze. Il 5 dicembre sarà uno sciopero generale e noi siamo preoccupati. Oltre ai nostri problemi all’ospedale, ci sono anche le nostre pensioni e noi saremo futuri pensionati. Non vedo il problema di andare a manifestare il 5”. Ma i sindacati hanno deciso diversamente. Il settore ospedaliero, in sciopero da nove mesi, agitato da una grande rabbia per le condizioni di lavoro sempre più insostenibili, è esortato dai sindacati a continuare il suo movimento da solo, isolato e impotente. E la situazione è analoga per i ferrovieri.
I sindacati si riempiono oggi di radicalismo minacciando uno sciopero ad oltranza, ma questi sono ogni volta scioperi corporativi, isolati, gli uni contro gli altri e destinati all’impotenza che essi prorogano fino allo sfinimento dei settori più combattivi. Questa è la sorte che vorrebbero riservare soprattutto ai ferrovieri più determinati della SNCF dopo il 5 dicembre e degli ospedali dopo il 10: che finiscano col lottare da soli durante le feste di fine anno. Del resto non bisogna essere ingenui: perché i sindacati hanno rinviato al 5 e al 10 dicembre queste grandi mobilitazioni, poco prima delle feste? È chiaro che essi puntano sulla tregua di Natale per affossare il movimento nel caso in cui questo proseguisse dopo queste giornate di mobilitazione.
“La convergenza delle lotte” dei sindacati è un inganno
Sotto la bandiera del “Tutti insieme” i sindacati organizzano in realtà una vera e propria frammentazione. Durante queste giornate di “unità sindacale”, i lavoratori non lottano insieme, in nessun momento. Al massimo, essi si trovano, gli uni dietro gli altri, a battere i marciapiedi suddivisi per settori e corporazioni, separati gli uni dagli altri da striscioni, palloncini e altoparlanti diversi …… a seconda che si è ferroviere, insegnante, puericultrice, segretaria, agente delle tasse, operaio della Renault, della Peugeot, di Conforama, studente, pensionato, disoccupato. Ognuno nel proprio spazio.
La nostra unità è vitale, dobbiamo costruirla e difenderla!
Gli scioperi dei ferrovieri della fine di ottobre mostrano in parte la strada da seguire. A Châtillon, in seguito all’annuncio di un piano di riorganizzazione del lavoro, che comprendeva, tra l’altro, la soppressione di dodici giorni di congedo, i dipendenti del centro hanno subito bloccato il lavoro e dichiarato lo sciopero, senza aspettare le indicazioni del sindacato.
Il piano è stato ritirato 24 ore dopo. Qualche giorno più tardi, il 16 ottobre, in seguito a una collisione con un convoglio eccezionale in Champagne- Ardenne, che evidenziava la pericolosità di avere un solo macchinista sul treno, i ferrovieri della linea, anche loro, si erano spontaneamente rifiutati di garantire la circolazione dei treni in tali condizioni. La contestazione si è estesa rapidamente, già dal giorno dopo, alle linee dell’Île de France. Non è un caso che siano i ferrovieri che indichino per primi come i lavoratori possano prendere in mano la loro lotta. È la conseguenza, da un lato, dell’esperienza e della combattività storica di questo settore della classe operaia in Francia, ma anche della riflessione che matura al suo interno dopo un anno dall’amara sconfitta del lungo movimento del 2018 guidato …dai sindacati. Con il loro famoso “sciopero a singhiozzo", essi avevano bloccato i ferrovieri in una lotta, isolati, fino a quando le loro forze si erano esaurite.
Ma oggi, questi ferrovieri in sciopero non hanno saputo estendere il movimento al di fuori della loro azienda, sono rimasti chiusi all'interno della SNCF. Non c’è stata un'assemblea generale autonoma che decidesse di inviare delegazioni massicce, o addirittura l'intera assemblea, ai centri di lavoro più vicini (un ospedale, una fabbrica, un'amministrazione....) per trascinarli nella lotta, per estendere geograficamente il movimento. È fondamentale sottolineare che i lavoratori hanno tutti gli stessi interessi, che stanno combattendo la stessa lotta, che è unita e solidale, al di là dei settori e delle corporazioni, che la classe operaia è forte. Questo passo è difficile. Questa necessaria unità nella lotta implica riconoscere se stessi non più come ferrovieri, infermieri, cassieri, insegnanti o informatici, ma come lavoratori sfruttati.
Ricordiamoci: nella primavera del 2006 il governo ha dovuto ritirare il suo "Contratto di primo impiego” (CPE) in risposta allo sviluppo della solidarietà tra le generazioni lavoratrici. Gli universitari precari avevano organizzato massicce assemblee generali nelle università, aperte ai lavoratori, ai disoccupati e ai pensionati, e avevano proposto uno slogan unificante: la lotta contro la precarietà e la disoccupazione. Queste AG sono state i polmoni del movimento, dove si sono svolti i dibattiti, dove sono state prese le decisioni. Come risultato, ogni fine settimana, le manifestazioni hanno riunito sempre più settori. I lavoratori dipendenti e i pensionati si sono uniti agli studenti con lo slogan "Pancetta giovane, crostini vecchi, ma siamo la stessa insalata". La borghesia francese e il governo, di fronte a un'estensione e a una tendenza a unificare il movimento iniziato dagli universitari precari, non hanno avuto altra scelta che ritirare il loro CPE. Ecco perché, oggi, Macron e i suoi ministri stanno avviando un nauseante dibattito sulla "clausola del nonno" (le nuove misure non interesserebbero tutti i salariati, ma solo i giovani che entrano nel mercato del lavoro): quello che vogliono è piantare un cuneo tra le generazioni dei lavoratori.
Nel 1968, quando la crisi economica globale ricominciò a colpire e, con essa, il ritorno della disoccupazione e l'impoverimento dei lavoratori, il proletariato francese si era unito nella lotta. Dopo le grandi manifestazioni del 13 maggio per protestare contro la repressione della polizia subita dagli studenti, le interruzioni dal lavoro e le assemblee generali si erano diffusi a macchia d'olio nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro per culminare, con i suoi 9 milioni di scioperanti, nel più grande sciopero della storia del movimento operaio internazionale. Molto spesso, questa dinamica di estensione e unità si è sviluppata al di fuori della piega sindacale e molti lavoratori hanno strappato le loro tessere sindacali dopo gli accordi di Grenelle del 27 maggio tra sindacati e datori di lavoro, accordi che avevano sepolto il movimento.
Oggi, i lavoratori salariati, i disoccupati, i pensionati, gli universitari non hanno fiducia in se stessi, nella loro forza collettiva, per osare di prendere in mano la loro lotta. Ma non c'è altro modo. Tutte le "azioni" proposte dai sindacati portano alla divisione, alla sconfitta e alla demoralizzazione. Solo riunirsi in assemblee generali aperte e massicce, autonome, che decidono realmente sulla direzione del movimento, può costituire la base di una lotta unita, portata avanti dalla solidarietà tra tutti i settori, tutte le generazioni. Assemblee generali che permettano a infermieri, a paramedici, a disoccupati, a lavoratori di qualsiasi settore, così come a tutti coloro che non possono smettere di lavorare, di partecipare al movimento. Assemblee che avanzino richieste che riguardano tutti noi: la lotta contro la precarietà, contro il calo del numero di dipendenti, contro l'aumento dei ritmi di lavoro, contro l'impoverimento.... Assemblee nelle quali possiamo sentirci uniti e fiduciosi nella nostra forza collettiva.
Quale prospettiva?
Il capitalismo, in Francia come in tutto il mondo, continuerà a far precipitare l'umanità in una miseria sempre più spaventosa. Solo la classe operaia rappresenta una forza sociale in grado di contenere questi attacchi. I lavoratori più combattivi e determinati devono raggrupparsi, discutere, recuperare le lezioni del passato, per preparare la lotta autonoma di tutta la classe operaia. Solo il proletariato potrà, alla fine, aprire le porte dell’avvenire per le generazioni future di fronte a questo decadente sistema capitalista che porta in sé sempre più miseria, sfruttamento e barbarie, che porta guerra e massacri come la nube porta la tempesta. Un sistema che sta distruggendo l'ambiente in cui vive la specie umana e che ne minaccia la sopravvivenza.
Solo la lotta massiccia e unitaria di tutti i settori della classe sfruttata può fermare e respingere gli attuali attacchi della borghesia.
Solo lo sviluppo di questa scontro può aprire la strada alla lotta fondamentale e storica della classe operaia per l'abolizione dello sfruttamento e del capitalismo.
Corrente Comunista Internazionale
(1 dicembre 2019)
Dopo un lungo periodo di proteste di massa e un aumento della pressione lungo le strade, il capo dell'esecutivo di Hong Kong, un vero burocrate e burattino di Pechino, ha finito il 4 settembre col cedere ritirando il controverso disegno di legge che riguardava le estradizioni (dei cosiddetti criminali) in Cina.
Dal ritiro britannico da Hong Kong all’impero di Mezzo nel 1997, la morsa cinese si è gradualmente irrigidita e gli eventi degli ultimi mesi riflettono una delle crisi politiche più gravi che hanno scosso questo centro finanziario dove vivono sette milioni di persone.
Nel 2014, la cosiddetta “Rivoluzione degli ombrelli” aveva già mobilitato coloro che difendevano la democrazia, ma era stata duramente colpita dall'inflessibilità del predecessore dell'attuale Dama di ferro, Carrie Lam. Ma da giugno, mobilitazioni simili sembrano portare stavolta ad un intrusione di Pechino: il ritiro della legge sull'estradizione in Cina. Come spiegarlo, mentre finora Pechino era rimasta fedele ai suoi principi e aveva già dimostrato la sua capacità di reprimere molto duramente tutte le controversie, in particolare quella di PiazzaTienanmen nel 1989? Inoltre, la pressante presenza dello stato cinese e dei suoi torturatori alle porte del’ “l’isola” di Hong Kong, riflette solo l'intenzione di reprimere fortemente i manifestanti. La repressione ha già colpito i leader più importanti e tutti coloro che lo stato cinese paragona senza esitazioni a dei “terroristi”[1].
Di per sé, le mobilitazioni di milioni di persone ogni volta più determinate (a giudicare dal fatto che il gesto di Carrie Lam è “troppo piccolo e troppo tardivo”) non spiegano completamente la marcia indietro di Pechino. Ciò, soprattutto perché la relativa autonomia di Hong Kong, in teoria fino al 2047, rimane in fondo intollerabile per il partito unico stalinista che è il PCC. Ciò che cambia radicalmente la situazione è l'equilibrio di potere tra le grandi potenze e la realtà di un inasprimento delle tensioni imperialiste, in particolare tra gli Stati Uniti e la Cina[2].
Di fronte alle ambizioni imperialiste mostrate da quest'ultima e alla realtà della sua potenza crescente, sconvolgendo l'equilibrio in particolare con il suo gigantesco progetto “la via della seta”, gli Stati Uniti sono stati portati a rispondere con una vera offensiva il cui obiettivo è, in gran parte, impedire a questo nuovo avversario di diventare sempre più fastidioso e pericoloso.
Oltre all'acuirsi delle tensioni commerciali di quest'estate e alle pressioni militari statunitensi nel Golfo Persico,[3] le manifestazioni di Hong Kong costituiscono un’arma di ulteriore destabilizzazione contro la Cina. Pechino non si sbaglia accusando apertamente i manifestanti di “collusione con l’occidente” e affermando che “siamo fortemente contrari a qualsiasi forza esterna coinvolta negli affari legislativi di Hong Kong”[4].
Il caso della “fuga” di notizie relative alle dichiarazioni private di Carrie Lam che pretendeva di “dimettersi” dal suo incarico sembra attestare la famosa “collusione” che la Cina denuncia con gli “occidentali”. Certo, se gli “occidentali” tanto incriminati da Pechino si sono così rapidamente “indignati” per la famosa legge di estradizione verso la Cina (prima di tutto Trump), non è certo perché questa sarebbe “contraria ai diritti dell’uomo” e perché è utilizzata per torturare o rinchiudere tutti coloro che sfidano l'ordine stabilito da Pechino, siano essi giornalisti, ONG e, naturalmente, i militanti di ogni tipo. No!
Tutto ciò rivela solo un interesse politico, per motivi esclusivamente imperialisti. In realtà, gli Stati Uniti o altri “occidentali” incriminati, non hanno a cuore il destino degli estradati, dei prigionieri, dei torturati da parte degli scagnozzi dello stato cinese. Ricordiamo anche che essi stessi hanno usato senza esitazione gli stessi metodi in determinate circostanze (come le pratiche barbariche dei soldati dell'esercito americano in Iraq o in Afghanistan, in un periodo in cui i leader occidentali erano un po’ più "presentabili” di un Trump)[5]. Pertanto, se gli oppositori di Hong Kong godono di tanta simpatia e sostegno (almeno ideologico se non materiale) da parte delle grandi potenze occidentali e dei loro leader, non è solo per ragioni imperialiste, ma anche perché un tale movimento è totalmente innocuo per il sistema capitalista e consente persino di difenderlo.
In effetti, i manifestanti di Hong Kong non sono affatto l'espressione di un movimento di classe rivoluzionario che mette in discussione il capitalismo: Non è importante quanti siano e quanti lavoratori siano stati coinvolti in questo movimento, le proteste di strada non sono una manifestazione della lotta della classe operaia. A Hong Kong, il proletariato non è e non è stato presente nella lotta come classe autonoma. Al contrario; gli operai di Hong Kong sono stati completamente sommersi, quasi annullati nell’insieme degli abitanti”[6].
Questo movimento rappresenta quindi un grande pericolo per la classe operaia, in quanto rafforza l'ideologia della classe dominante, in quanto sostiene il mito democratico a svantaggio della lotta e dell'autonomia di classe del proletariato.
Quando l'imperialismo soffia sulle braci dell'ideologia democratica per nascondere i suoi sordidi interessi capitalistici, indipendentemente dall'esito presente e futuro, ciò può portare solo a una maggiore confusione nella coscienza dei lavoratori, favorendo la barbarie, promuovendo lo sfruttamento, le tensioni, le guerre e il caos
WH, 6 settembre 2019
[1] Più di 1.100 arresti, l'uso massiccio di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua hanno caratterizzato la “democrazia francese”.
[2] I portavoce del movimento sospettano che il governo sia stato spinto a reagire all'approccio del Senato degli Stati Uniti per riprendere in considerazione l’Hong Kong Human Rights and Democracy Act che, se adottato, avrebbe potuto mettere in discussione lo speciale status fiscale e commerciale di Hong Kong nei confronti degli Stati Uniti.
[3] Le minacce di ritorsioni contro l'Iran hanno portato a un maggiore controllo dello Stretto di Hormuz da parte degli Stati Uniti a spese delle ambizioni della Cina in questa vitale regione geostrategica.
[4] “Cinque domande sulla crisi a Hong Kong”, France Info (10 giugno 2019).
[5] Si può prendere l'esempio del “waterboarding”, che consiste nel simulare un annegamento. Le foto del Pentagono hanno mostrato “piramidi di detenuti nudi, prigionieri al guinzaglio, minacciati dai cani o costretti a masturbarsi (Stati Uniti: il Pentagono pubblica foto di abusi su prigionieri in Iraq e in Afghanistan, France 24, 6 febbraio 2016).
[6] Manifestazioni di massa per le strade di Hong Kong: le illusioni democratiche sono una pericolosa trappola per il proletariato, da leggere sul sito francese della CCI [470]
Ciò che è accaduto in Cile ha come origine la crisi economica internazionale come dimostra il deficit fiscale che lo Stato cileno si trascina da diversi anni. Organizzazioni internazionali come la Banca mondiale, il FMI e il CEPAL[1] indicano una graduale riduzione della crescita negli ultimi 3-4 anni. Nonostante gli sforzi per diversificare l'economia, il Cile dipende essenzialmente dal rame e, come espressione dell'aggravarsi della crisi, il suo prezzo è fortemente diminuito. Le misure per aumentare le tariffe della metropolitana sono destinate a rispondere alla situazione di deficit dello Stato cileno. A livello globale, si stanno compiendo i primi passi di un grande sconvolgimento economico e, come in altri momenti della crisi capitalistica, i paesi più deboli sono i primi ad essere colpiti: Brasile, Turchia, Argentina, Ecuador e ora Cile.
L'idea che il Cile è una "eccezione" in Sud America per la sua situazione economica, il presunto "benessere" della sua classe operaia, etc. subiscono una chiara smentita. Piñera ha dovuto ingoiare le sue affermazioni trionfalistiche su di un Cile come "un'oasi di pace e prosperità in Sud America".
Dietro questa cortina fumogena ci sono i salari di 368 euro, la precarietà generalizzata, il costo sproporzionato del cibo e dei servizi, le forti carenze nell'istruzione e nella sanità, il sistema pensionistico che condanna i pensionati alla povertà. Una realtà che mostra il crescente deterioramento delle condizioni di vita della classe operaia e dell'intera popolazione.
Il governo di Piñera ha sottovalutato il grado di disagio sociale. Un attacco apparentemente piccolo, l'aumento della tariffa della metropolitana di Santiago, ha scatenato la rabbia generale. Tuttavia la risposta non è emersa nel terreno di classe del proletariato, ma su un terreno sfavorevole e pericoloso: la rivolta popolare e in seguito, forse favorita dallo Stato, la violenza minoritaria e del sottoproletariato (o lumpen)[2].
Approfittando di questa debolezza nella risposta sociale, il governo ha lanciato una brutale repressione che secondo i dati ufficiali ha causato 19 morti. Lo stato d'assedio è stato decretato da più di una settimana e l'"ordine" è stato affidato ai militari. La tortura è tornata come nei giorni peggiori di Pinochet, dimostrando che la democrazia e la dittatura sono due forme dello Stato capitalista.
L'irruzione del lumpen con il suo vandalismo, i saccheggi, gli incendi, la violenza irrazionale e minoritaria, tipica della decomposizione capitalistica[3], è stata usata dallo Stato per giustificare la repressione, per mettere paura nella popolazione e intimidire il proletariato, deviando i suoi tentativi di lotta verso il terreno della violenza nichilista senza prospettiva[4].
Tuttavia, la borghesia cilena ha capito che la brutalità repressiva non basta a calmare il malcontento. Per questo motivo il governo di Piñera ha intonato il mea culpa, l'arrogante presidente ha adottato un atteggiamento "umile" dicendo che bisogna "capire" il "messaggio del popolo", ha ritirato "provvisoriamente" le misure e ha aperto la porta alla "concertazione sociale". Tradotto: gli attacchi saranno imposti attraverso la "negoziazione" al tavolo del "dialogo" dove siederanno i partiti di opposizione, i sindacati, i padroni, cioè quelli che “rappresentano la nazione".
Perché questo cambio di scena? Perché la repressione non è efficace se non è accompagnata da un inganno democratico, dalla trappola dell'unità nazionale e dalla dispersione del proletariato nella massa amorfa del "popolo". L'attacco economico richiesto dalla crisi ha bisogno dell'offensiva repressiva, ma soprattutto dell'offensiva politica.
Il proletariato, pur attraversando una situazione di importante debolezza in Cile e nel mondo, continua ad essere la minaccia storica allo sfruttamento capitalista e alla barbarie. Il proletariato del Cile è uno dei più concentrati in Sudamerica e con una certa esperienza politica, poiché, ad esempio, ha partecipato alla tendenza allo sciopero di massa del 1907 (Iquique)[5] e ha subito il terribile colpo dell'inganno di Allende (1970-73) che ha preparato il terreno per la brutale dittatura di Pinochet (1973-90).
L'offensiva politica della borghesia ha avuto una prima tappa con le mobilitazioni sindacali che chiedono uno "sciopero generale" più di una settimana dopo. Che cinismo! Quando il governo ha aumentato il prezzo della metropolitana i sindacati non hanno chiesto nulla. Quando il governo ha dispiegato l'esercito per le strade hanno mantenuto un silenzio complice. Di fronte agli attacchi ed ai soprusi dell'esercito e dei poliziotti non hanno alzato un dito. E ora chiamano alla "mobilitazione".
Quando i lavoratori devono combattere, i sindacati li paralizzano. Quando i lavoratori si lanciano nella lotta, i sindacati li bloccano. E quando i lavoratori non hanno più forza o sono disorientati, allora i sindacati li chiamano alla “lotta". I sindacati agiscono sempre contro i lavoratori. Sia quando si oppongono a uno sciopero spontaneo, sia quando invocano la lotta in momenti in cui i lavoratori sono deboli, confusi o divisi. I sindacati smobilitano la mobilitazione dei lavoratori e si mobilitano per ottenere la smobilitazione dei lavoratori.
I gruppi di sinistra di obbedienza trotskista, stalinista o maoista rifiniscono la trappola con la proposta di "continuare lo sciopero generale fino in fondo" e con la loro parodia di "auto-organizzazione dei lavoratori", dove invece di assemblee e comitati eletti e revocabili c'è un "coordinamento" di sindacalisti e gauchisti. La loro "alternativa politica" è "buttare giù Piñera". Per cosa? Per sostituirlo con Bachelet che nei suoi due mandati ha fatto lo stesso o peggio ancora? Per eleggere una "assemblea costituente"? Con il loro radicalismo di corto respiro, con i loro appelli alla "classe operaia", queste forze della sinistra borghese difendono il capitalismo perché ingabbiano i lavoratori sul terreno della democrazia e nei metodi sindacali di "lotta".
La seconda fase dell'offensiva è stata l'entrata in scena dei partiti dell'opposizione (Nueva Mayoria, il PC e il Frente Amplio) che hanno chiesto "negoziazione" e "consenso" e hanno salutato come una "vittoria" le miserabili briciole che Piñera ha concesso. In collaborazione con il governo e l'esercito[6], la borghesia cilena ha fornito un quadro politico adeguato in cui colpire ideologicamente il proletariato, dissolvere ogni tendenza ad agire come classe, legarlo al carro della Nazione, agganciarlo alle ideologie nemiche, in particolare alla democrazia. Importanti mobilitazioni sono state organizzate nel weekend 25-27 ottobre con i seguenti assi:
• L’unità nazionale: nella manifestazione di Santiago, dove partecipano un milione di persone, si grida il Cile si è svegliato. Vale a dire, si propone che non è stato un confronto di classe ma una presunta lotta della "nazione" contro una minoranza di corrotti e ladri. Ai tempi di Allende si gridava “El pueblo unido jamás será vencido”. Contro quest'inganno che torna a rinverdirsi dobbiamo ricordare che IL PROLETARIATO UNITO AL POPOLO E ALLA NAZIONE SARÀ SEMPRE VINTO.
• Si chiede "una nuova costituzione", una "assemblea costituente". E' una sporca trappola. In Spagna nel 1931 la "nuova costituzione" diceva che la Spagna era una "repubblica operaia", quella repubblica causò 1500 morti nella repressione degli scioperi operai tra il 1931-33. Nel 1936 Stalin proclamò per l'URSS "la costituzione più democratica del mondo" e contemporaneamente diede inizio ai processi di Mosca, dove liquidò gli ultimi bolscevichi e scatenò il terrore più iniquo. La Repubblica di Weimar schiacciò il tentativo di rivoluzione proletaria in Germania (1918-23) e permise l'ascesa legale di Hitler e il terrore nazista nel 1933.
• L’obiettivo è disgregare il proletariato nella massa amorfa e manipolabile del "popolo", dove tutte le classi sociali si "uniscono" nel corpo della nazione. A Plaza Italia, a Santiago, era appeso un enorme striscione che diceva: "Per la dignità del nostro popolo, in piazza senza paura”. La parola d'ordine nei media cileni è TRASVERSALITA', con questa verbosità vogliono dire che non c'è una lotta di classe ma "un movimento di tutte le persone" in cui sarebbero inclusi anche i bambini della grande borghesia dei quartieri residenziali di Santiago. Il presidente Piñera ha pubblicato questo Twitter: "La folta, gioiosa e pacifica marcia di oggi, dove i cileni chiedono un Cile più giusto e solidale, apre grandi strade per il futuro e la speranza. Abbiamo tutti sentito il messaggio. Siamo tutti cambiati. Con l'unità e l'aiuto di Dio, percorreremo la strada verso un Cile migliore per tutti”. E' il colmo del cinismo! Ma ci dà anche la misura della manovra politica della borghesia. Anche il capo della metropolitana di Santiago ha esposto con orgoglio la foto di sua figlia che partecipa alla manifestazione!
Denunciamo questa manovra politica della borghesia che ha come cornice la democrazia. La democrazia è la forma più perversa e contorta di dominio capitalistico. In nome della democrazia sono stati perpetrati i peggiori massacri contro i lavoratori. Per limitarci al caso del Cile dobbiamo ricordare che nel massiccio sciopero di Iquique del 1907, 200 lavoratori furono uccisi solo nel massacro della Scuola di Santa Maria. Il "campione della democrazia", Salvador Allende represse brutalmente le lotte dei minatori contro l'aumento dei ritmi e il calo dei salari: “Nel maggio-giugno 1972 i minatori si mobilitano nuovamente: 20.000 scesero in scioperi nelle miniere di El Teniente e Chuquicamata. I minatori di El Teniente chiedevanoo un aumento salariale del 40%. Allende pose le province di O'Higgins e Santiago sotto il controllo militare, perché la paralisi di El Teniente ‘minacciava seriamente l'economia’. I dirigenti ‘marxisti’ dell'Union Popular espulsero i lavoratori e misero al loro posto i crumiri. Cinquecento poliziotti attaccarono i lavoratori con gas lacrimogeni e cannoni idroelettrici. Quattromila minatori marciarono a Santiago per manifestare l'11 giugno e la polizia si lanciò contro di loro senza esitazione. Il governo trattava i minatori come "agenti del fascismo". Il PC organizzò sfilate a Santiago contro i minatori, invitando il governo a dar prova di fermezza”[7]
Tutte le frazioni della borghesia e soprattutto la sua sinistra serrarono i ranghi in difesa dello Stato capitalista "democratico". "Nel novembre 1970 Fidel Castro venne in Cile per rafforzare le misure contro i lavoratori di Allende. Castro rimproverò i minatori, trattandoli come agitatori e "demagoghi"; alla miniera di Chuquicamata, dichiarò che "cento tonnellate in meno al giorno significa una perdita di 36 milioni di dollari all'anno" (Ibid.).
Allende inviò l'esercito per reprimere i lavoratori, ma, peggio ancora, in una manifestazione davanti al palazzo La Moneda nel giugno 1972, fece applaudire Pinochet presentandolo come "un militare fedele alla costituzione.
La restaurazione della democrazia dal 1990 non ha portato alcun miglioramento delle condizioni di lavoro. I diversi presidenti (da Alwyn a Bachelet, da Lagos al primo mandato di Piñera) hanno mantenuto e rafforzato la politica economica promossa dalla Scuola di Chicago che impose dalla dittatura di Pinochet. Non hanno modificato affatto il sistema pensionistico che condanna a una pensione al di sotto del salario minimo e obbliga a lavori precari fino a 75 anni o più. Un sistema che nega qualsiasi pensione futura ai tanti giovani condannati al precariato. Il Cile è oggi uno dei paesi al mondo con la maggiore diseguaglianza che si è aggravata proprio con la democrazia: "Quando abbiamo riconquistato la democrazia, il governo militare, che era stato feroce anche in campo economico, ha lasciato un tasso di povertà del 4,7%. Oggi il nostro PIL è più che raddoppiato, siamo molto più ricchi di allora. Ma la percentuale dei poveri sale al 35%"[8].
La sinistra, in qualità di portavoce privilegiato della borghesia, ci chiama a sostenere la democrazia e a vedere la dittatura come il male supremo che avrebbe il monopolio della repressione e sfrutterebbe i proletari. Il suo motto è "Dittatura no, democrazia parlamentare sì". Tutto questo è dannoso per classe operaia perché fa credere di essere "liberi", di "poter scegliere", che con il voto si può "avere il potere" e, soprattutto, atomizza e isola i lavoratori, cercando di cancellare la loro solidarietà e unità intrappolandoli in un ingranaggio di competizione, di "a chi ce la fa", da "togliti tu per mettermi io" (in altri termini di “ciascuno per sé”.
I lavoratori e le loro minoranze più consapevoli devono respingere questa trappola della borghesia e preparare metodicamente il terreno per l'emergere di vere e proprie lotte operaie. Questa prospettiva è ancora molto lontana e non nascerà da una somma di processi in ogni paese ma da una dinamica internazionale in cui sarà fondamentale il ruolo delle grandi concentrazioni operaie nell’Europa occidentale[9].
La classe operaia cilena e di tutto il mondo deve riappropriarsi degli autentici metodi di lotta proletaria mostrati dalle numerose lotte nel corso della storia (maggio 68 in Francia, Polonia 1980, il movimento anti-CPE in Francia 2006, il movimento degli indignati in Spagna 2011). Metodi di lotta e di organizzazione radicalmente opposti a quelli del sindacalismo:
- Lo sciopero di massa che i lavoratori scatenano con le proprie decisioni al di fuori dei canali legali e sindacali;
- Le assemblee generali aperte a tutti i lavoratori, attivi e disoccupati, pensionati, futuri studenti lavoratori, emigranti e autoctoni, TUTTI UNITI;
- Estensione diretta delle lotte attraverso delegazioni massicce;
- Coordinamento e unificazione attraverso comitati eletti e revocabili.
E’ necessario concludere chiaramente che:
1. Di fronte ad attacchi brutali come quelli in Ecuador o in Cile, la risposta non è la rivolta popolare, il saccheggio o la violenza delle minoranze ma la lotta autonoma di classe.
2. La lotta deve essere controllata dagli stessi lavoratori contro il sabotaggio sindacale.
3. Contro la repressione i lavoratori devono unirsi e difendersi attraverso la solidarietà e una risposta ferma e combattiva. Estendere la lotta e raggiungere l'UNITÀ DI CLASSE è l'unica difesa.
4. Nelle rivolte in Cile, come si è già visto in Ecuador, è stata sventolata la bandiera nazionale cilena. Questa è la bandiera dello sfruttamento, della repressione e della guerra. È la bandiera del Capitale.
5. Il capitalismo sta sprofondando in una crisi mondiale che provocherà molta più miseria e sofferenza e si unirà a nuove guerre imperialistiche e a maggiori distruzioni ambientali.
6. Il problema è globale e non ha soluzioni nazionali. C'è un'unica soluzione mondiale e questo può essere raggiunta solo con la lotta internazionale dei lavoratori.
Sappiamo che questa prospettiva di lotta costerà molto. Saranno necessarie molte lotte, molte sconfitte, molte lezioni dolorose. Tuttavia, possiamo contare sulle lezioni di TRE SECOLI DI LOTTE OPERAIE che, elaborate dalla teoria marxista, ci danno i mezzi teorici, organizzativi e politici per contribuire alla lotta di oggi e quella futura. L'organo che difende questa continuità storica del proletariato è l'ORGANIZZAZIONE COMUNISTA INTERNAZIONALE. I suoi principi programmatici, politici, organizzativi e morali sono la sintesi critica globale di questa esperienza storico-mondiale di tre secoli di lotta di classe. Costruire l'organizzazione, difenderla, rafforzarla è il miglior contributo alla lotta del proletariato, oggi controcorrente rispetto a tutta la campagna per l’Unione Nazionale intorno alla Democrazia e domani a favore della rinascita della lotta di classe del proletariato.
Corrente comunista internazionale 1-11-2019
[1] Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi
[2] Vedi il nostro volantino: Chile: Ante los ataques del Gobierno la respuesta no es la revuelta popular sino la lucha de clase del proletariado [471]
[3] Vedi le nostre Tesi sulla decomposizione La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [133]
[4] Il proletariato ha bisogno di violenza, la violenza di classe, ma questo non ha nulla a che vedere e si oppone al terrore della borghesia, al terrorismo della piccola borghesia e al vandalismo selvaggio del lumpen. Vedi Terror, Terrorism and Class Violence [472] e Resolution on terrorism, terror and class violence [473]
[6] Il capo della Difesa Nazionale, il militare Iturriaga del Campo, ha smentito il Capo di Stato che aveva detto di essere "in guerra" affermando "sono un uomo felice, la verità è che non sono in guerra con nessuno"
[7] Vedi 30 years after the fall of the Allende regime in Chile-- democracy and dictatorship: two faces of capitalist barbarism [476], anche in spagnolo e francese sul nostro sito
[9] Vedi Resolution on the balance of forces between the classes (2019) [478] del nostro 23° Congresso. Disponibile anche in spagnolo, francese e presto anche in italiano
Nella prima parte di quest'articolo, abbiamo ricordato le circostanze in cui fu fondata la Terza Internazionale (Internazionale Comunista). L'esistenza del partito mondiale dipende innanzitutto dall'estensione della rivoluzione su scala mondiale e la sua capacità ad assumere le proprie responsabilità nella classe dipende dal modo con cui viene effettuato il raggruppamento delle forze rivoluzionarie da cui quest'ultimo proviene. Ora, come abbiamo sottolineato nella prima parte, il metodo adottato durante la fondazione dell'Internazionale Comunista (IC), secondo il quale si preferì più la partecipazione numerica piuttosto che la chiarezza delle posizioni e dei principi politici, non riuscì ad armare il nuovo partito mondiale. Peggio ancora lo rese vulnerabile all'opportunismo strisciante all'interno del movimento rivoluzionario. Questa seconda parte mira ad evidenziare la lotta politica che le frazioni di sinistra condussero all’epoca contro la linea dell'IC, che consisteva nell'aderire alle vecchie tattiche rese obsolete dall'apertura della fase di decadenza del capitalismo.
Questa nuova fase della vita del capitalismo rese necessaria la ridefinizione di alcune posizioni programmatiche e organizzative al fine di consentire al partito mondiale di orientare il proletariato sul proprio terreno di classe.
Come da noi riportato nella prima parte di questo articolo, il 1°Congresso dell'Internazionale Comunista aveva messo in evidenza che la distruzione della società borghese era all'ordine del giorno della storia. In effetti, il periodo 1918-1919 vide una spinta del proletariato mondiale[1], prima di tutto in Europa:
• Marzo 1919: proclamazione della Repubblica dei Consigli in Ungheria;
• Aprile-maggio 1919: episodio Repubblica dei consigli in Baviera;
• Maggio/Giugno 1919: reazioni degli operai in Svizzera e Austria.
L'ondata rivoluzionaria si estese anche nel continente americano:
• Gennaio 1919: "settimana di sangue" a Buenos Aires, in Argentina, dove gli operai vennero repressi selvaggiamente;
• Febbraio 1919: sciopero nei cantieri navali di Seattle, Stati Uniti, che in pochi giorni si estese in tutta la città. Gli operai riuscirono a prendere il controllo dei rifornimenti e della difesa contro le truppe inviate dal governo;
• Maggio 1919: sciopero generale a Winnipeg, Canada.
Ma anche in Africa ed Asia:
• In Sudafrica, nel marzo del 1919, lo sciopero dei tram si estese in tutta Johannesburg, con assemblee e manifestazioni in solidarietà con la rivoluzione russa;
• In Giappone, nel 1918, avvennero i famosi "meeting del riso" contro la spedizione del riso alle truppe giapponesi inviate contro la rivoluzione in Russia.
In queste condizioni, sebbene venisse sopravvalutata la realtà del rapporto di forza, i rivoluzionari dell'epoca avevano reali ragioni per dire che "la vittoria della rivoluzione proletaria è garantita in tutto il mondo. La fondazione della Repubblica Internazionale dei Soviet è in marcia”[2].
L'estensione dell'ondata rivoluzionaria in Europa e altrove, confermava le tesi del Primo Congresso:
• "1) L'attuale periodo è quello della decomposizione e del collasso dell'intero sistema capitalistico mondiale, e sarà quello del crollo della civiltà europea in generale, se il capitalismo, con le sue insormontabili contraddizioni, non è sconfitto.
• 2) Il compito del proletariato è ora di impadronirsi del potere statale. L’appropriazione del potere statale significa la distruzione dell'apparato statale della borghesia e l'organizzazione di un nuovo apparato del potere proletario".
Il nuovo periodo che si stava aprendo, quello delle "guerre e rivoluzioni", spingerà il proletariato mondiale e il suo partito mondiale a scontrarsi con nuovi problemi. L'ingresso del capitalismo nella sua fase di decadenza poneva direttamente la necessità della rivoluzione e modificava la forma che la lotta di classe doveva prendere.
L'ondata rivoluzionaria aveva attestato la forma infine trovata della dittatura del proletariato: i consigli operai. Ma aveva anche dimostrato che le forme e i metodi di lotta ereditati dal XIX secolo, come i sindacati o la tribuna parlamentare, erano ormai superati.
“Nel nuovo periodo, è la prassi stessa degli operai a mettere in discussione le vecchie tattiche parlamentari e sindacali. Il parlamento, il proletariato russo l'aveva sciolto dopo la presa del potere e in Germania una massa significativa di operai si era espressa nel dicembre 1918 per il boicottaggio delle elezioni. Sia in Russia che in Germania, la forma dei Consigli è emersa come l'unica forma di lotta rivoluzionaria al posto della struttura sindacale. Ma la lotta in Germania aveva mostrato l'antagonismo tra il proletariato e i sindacati”[3]
Le correnti di sinistra nell'Internazionale tenderanno a strutturarsi su una chiara base politica quella dell'entrata del capitalismo nella sua fase decadente che imponeva un solo ed unico percorso: la rivoluzione proletaria e la distruzione dello Stato borghese per abolire le classi sociali ed erigere la società comunista. Da questo momento la lotta per le riforme e la propaganda rivoluzionaria nei parlamenti borghesi non avrebbe avuto più senso. In molti paesi, per le correnti della sinistra, il rigetto delle elezioni diventava la linea delle vere organizzazioni comuniste:
• Nel marzo 1918, il Partito comunista polacco boicotta le elezioni.
• Il 22 dicembre 1918 viene pubblicato a Napoli l'organo della Frazione Comunista Astensionista del Partito Socialista Italiano (PSI), Il Soviet, sotto la guida di Amedeo Bordiga. La frazione si fissava come "obiettivo eliminare i riformisti dal partito per garantire a questo un atteggiamento più rivoluzionario". Secondo lei, "deve essere rotto ogni contatto con il sistema democratico", un vero partito comunista è possibile solo se rinuncia a "l'azione elettorale e parlamentare"[4].
• Nel settembre 1919 la Workers’ Socialist Federation (Federazione socialista dei lavoratori) in Gran Bretagna si espresse contro il parlamentarismo "rivoluzionario".
• Lo stesso valse in Belgio per "De Internationale" nelle Fiandre e per il Gruppo Comunista di Bruxelles.
L'antiparlamentarismo fu anche difeso da una minoranza del Partito comunista bulgaro, da una parte del gruppo di comunisti ungheresi esiliati a Vienna, dalla Federazione dei Giovani socialdemocratici in Svezia e da una minoranza del Partido Socialista Internacional d'Argentina (futuro Partito Comunista d'Argentina).
• Gli olandesi rimasero divisi sulla questione parlamentare. Una maggioranza di Tribunisti rimase a favore delle elezioni mentre la minoranza con Gorter rimaneva indecisa. Pannekoek invece sosteneva una posizione non parlamentare.
• Anche il KAPD si opporrà alla partecipazione alle elezioni.
Per tutte queste organizzazioni il rigetto del parlamentarismo era ormai una questione di principio. Si trattava effettivamente di mettere in pratica le analisi e le conclusioni adottate al primo congresso. Tuttavia, la maggior parte dell'IC non la intendeva allo stesso modo, a cominciare dai bolscevichi. Se non c’era alcuna ambiguità sulla natura reazionaria dei sindacati e della democrazia borghese, non per questo la lotta al loro interno doveva essere abbandonata. La circolare del Comitato Esecutivo dell'IC del 1°settembre 1919 approvò questo passo indietro ritornando alla vecchia concezione socialdemocratica del parlamento come luogo di conquista rivoluzionaria: "(... i militanti) vanno in parlamento per impadronirsi di questa macchina e aiutare le masse, dietro le mura del Parlamento, a farla esplodere"[5].
I primi episodi dell'ondata rivoluzionaria sopra citati avevano mostrato chiaramente che i sindacati erano organismi di lotta superati, peggio ancora, erano ormai contro la classe operaia[6]. Ma più che altrove, fu in Germania che questo problema venne posto in modo cruciale e che i rivoluzionari compresero chiaramente la necessità di rompere con i sindacati e il sindacalismo. Per Rosa Luxemburg i sindacati non erano più "organizzazioni operaie, ma i più forti protettori dello Stato e della società borghese. Di conseguenza, diviene ovvio che la lotta per la socializzazione non può essere portata avanti senza includere quella per la liquidazione dei sindacati"[7].
La direzione dell'IC non era così lungimirante. Se denunciava i sindacati dominati dalla socialdemocrazia, comunque conservava l'illusione di poterli riorientare su un percorso proletario: “I sindacati riprenderanno ancora una volta la vecchia via logora e riformista, vale a dire efficacemente borghese? [...] Crediamo fermamente che ciò non accadrà. Un flusso di aria fresca è entrato negli edifici soffocanti dei vecchi sindacati. La decantazione è già iniziata nei sindacati. [...] La nuova era produrrà una nuova generazione di leader proletari nei sindacati rinnovati"[8].
Fu per questo motivo che nei suoi primi giorni l'IC accettò nei suoi ranghi sindacati nazionali e regionali di mestiere e d'industria. In particolare, si potevano trovare elementi sindacalisti-rivoluzionari come gli IWW. Questi ultimi respingevano sia il parlamentarismo che l'attività nei vecchi sindacati ma rimanevano comunque ostili all'attività politica e quindi alla necessità di un partito politico del proletariato. Ciò non poteva che rafforzare la confusione all'interno dell'IC sulla questione organizzativa poiché includeva gruppi che erano già "anti-organizzazione".
Il gruppo più lucido sulla questione dei sindacati rimaneva inequivocabilmente la maggioranza di sinistra del KPD che sarebbe stata espulsa dal partito dal centro diretto da Levi e Brandler. Questa non era solo contro i "sindacati reazionari" nelle mani dei socialdemocratici, ma ostile a qualsiasi forma di sindacalismo compreso il sindacalismo rivoluzionario anti-politico e l'anarco-sindacalismo. Questa maggioranza fondò il KAPD nell'aprile 1920 il cui programma affermava chiaramente che "al fianco del parlamentarismo borghese, i sindacati costituiscono il principale baluardo contro l'ulteriore sviluppo della rivoluzione proletaria in Germania. Il loro atteggiamento durante la guerra è ben noto. [...] Hanno mantenuto la loro tendenza controrivoluzionaria fino ad oggi, durante tutto il periodo della rivoluzione tedesca". Di fronte alla posizione centrista di Lenin e alla direzione dell'IC, il KAPD replicava che "il diventare rivoluzionario dei sindacati non è una questione di persone: il carattere controrivoluzionario di queste organizzazioni risiede nella loro struttura e nel loro sistema specifico. É questo che decreta la condanna a morte per i sindacati e solo la distruzione stessa dei sindacati può liberare il cammino della rivoluzione sociale"[9].
Certo, queste due importanti questioni non potevano essere risolte dall'oggi al domani. Ma le resistenze che venivano espresse riguardo al rifiuto del parlamentarismo e del sindacalismo dimostravano le difficoltà dell'IC nel trarre tutte le implicazioni della decadenza del capitalismo nel programma comunista. L'espulsione della maggioranza del KPD, quindi il riavvicinamento tra il KPD epurato e gli Indipendenti (USPD, che controllava l'opposizione nei sindacati ufficiali - furono un ulteriore segnale dell'aumento dell'opportunismo programmatico e organizzativo all'interno del partito mondiale.
All'inizio del 1920 l'IC sostenne la formazione di partiti di massa. O attraverso la fusione di gruppi comunisti con correnti centriste, come nel caso della Germania tra KPD e USPD. O con l'ingresso di gruppi comunisti nei partiti della Seconda Internazionale, come ad esempio in Inghilterra, dove l'IC sostenne l'entrata del Partito Comunista nel Partito Laburista. Questo nuovo orientamento voltava completamente le spalle ai lavori del primo congresso che aveva dichiarato il fallimento della socialdemocrazia. Questa decisione opportunista veniva giustificata dalla convinzione che la vittoria della rivoluzione passava inesorabilmente attraverso la partecipazione di un numero elevatissimo di operai organizzati. A questa posizione si oppose il bureau di Amsterdam composto dalla sinistra dell'IC[10].
Il secondo congresso dell'IC, che ebbe luogo dal 17 luglio al 7 agosto 1920, prefigurava una dura battaglia tra la maggioranza guidata dai bolscevichi e le correnti di sinistra sulle questioni tattiche ma anche sui principi organizzativi. Il congresso si svolse in piena "guerra rivoluzionaria"[11] dove l'Armata Rossa marciava sulla Polonia lasciando credere un congiungimento con la rivoluzione in Germania. Pur essendo consapevole del pericolo dell'opportunismo, dal momento che riconosceva che il partito rimaneva minacciato da "l'invasione di gruppi titubanti e indecisi che non sono ancora riusciti a rompere con l'ideologia della Seconda Internazionale"[12] questo secondo congresso cominciò a fare concessioni rispetto alle analisi del primo congresso poiché accettò la parziale integrazione di alcuni partiti socialdemocratici ancora fortemente segnati dalle concezioni della Seconda Internazionale[13].
Per premunirsi da un simile pericolo, erano state scritte le 21 condizioni di ammissione all'IC contro gli elementi di destra e centristi. Nella discussione sulle 21 condizioni, Bordiga, che riprese la posizione dei bolscevichi al secondo congresso della POSDR nel 1903, si distinse per la sua determinazione a difendere il programma comunista e mise in guardia l'intero partito contro qualsiasi concessione in termini di adesioni:
La realizzazione rivoluzionaria in Russia ci riconduceva sul terreno del marxismo, e il movimento rivoluzionario comunista salvatosi dalle rovine della II Internazionale si orientò in base a questo programma. Il lavoro così iniziato portò alla costituzione ufficiale di un nuovo organismo mondiale. E io credo che, nella situazione attuale – che non ha nulla di fortuito, ma che è determinata dal corso stesso della storia – corriamo il pericolo di vedere insinuarsi nelle nostre file elementi tanto della prima quanto della seconda categoria, di destra e di centro, che avevamo già allontanati[14]. (…) Sarebbe un grave pericolo, per noi, se commettessimo l’errore di accettare questa gente nei nostri ranghi. (…) Gli elementi di destra accettano le nostre tesi, ma in modo incompleto, con mille reticenze. Noi comunisti dobbiamo esigere che questa accettazione sia totale e senza riserve, sia nel campo della teoria che nel campo dell’azione (…). Io penso, compagni, che l’Internazionale Comunista debba essere intransigente e mantenere fermamente il suo carattere politico rivoluzionario. Contro i socialdemocratici bisogna erigere barriere insormontabili. (…) Il programma è una cosa comune a tutti, non una cosa stabilita dalla maggioranza dei militanti. È questo che deve essere imposto ai partiti che vogliono essere ammessi nella III Internazionale. È oggi la prima volta, infine, che si stabilisce una differenza tra il desiderio di aderire all’Internazionale e il fatto di esservi accettati. Ritengo che, dopo questo Congresso, si debba lasciare al Comitato Esecutivo il tempo di fare eseguire tutti gli obblighi imposti dall’Internazionale comunista. Dopo questo periodo, per così dire, di organizzazione, la porta dovrebbe essere chiusa e non ci dovrebbe essere altra via di ammissione che quella dell’adesione individuale al Partito comunista del rispettivo paese. (…). Bisogna combattere l’opportunismo dovunque. Ma questo compito sarà reso estremamente difficile se, al momento in cui si prendono provvedimenti per epurare la III Internazionale, si aprono le porte per fare entrare quelli che ne sono rimasti fuori. A nome della sinistra del Partito socialista italiano, dichiaro che ci impegniamo a combattere e scacciare gli opportunisti in Italia. Ma non vorremmo che, se escono dalle nostre file, rientrino nell’Internazionale per altra via. Vi diciamo: avendo qui lavorato insieme, dobbiamo tornare nei nostri paesi e formare un fronte mondiale unico contro i socialtraditori, contro i sabotatori della Rivoluzione Comunista”[15]
Certo, le 21 condizioni servivano per allontanare elementi opportunistici che avrebbero potuto bussare alla porta del partito. Ma contrariamente a ciò che pensava la direzione dell'IC, anche se Lenin affermava che la corrente di sinistra era "mille volte meno pericolosa e meno grave dell'errore rappresentato dal dottrinarismo di destra ...", i numerosi passi indietro sulla questione della tattica indebolirono notevolmente l'Internazionale, soprattutto di fronte al periodo seguente caratterizzato dal ripiego e dall'isolamento. Inesorabilmente, queste messe in guardia non permetteranno all'IC di resistere alla pressione dell'opportunismo. Nel 1921 il Terzo Congresso cedette definitivamente al miraggio del numero adottando le Tesi sulla tattica di Lenin, che sostenevano il lavoro in Parlamento e nei sindacati nonché la formazione di partiti di massa. Con questa virata di 180° il partito gettava fuori dalla finestra il programma del KPD del 1918, una delle due basi fondanti dell'IC.
In opposizione alla politica opportunista del KPD nacque nell'aprile 1920 il KAPD. Sebbene il suo programma fosse più ispirato alle tesi della sinistra olandese che a quelle dell'IC, questo chiese di far parte immediatamente della Terza Internazionale. Quando Jan Appel e Franz Jung[17] arrivarono a Mosca, Lenin consegnò nelle loro mani il manoscritto che sarebbe diventato: Estremismo, malattia Infantile del Comunismo, che lui aveva scritto per il secondo congresso per esporre quelle che secondo lui erano le "incoerenze” delle correnti di sinistra.
La delegazione olandese aveva avuto l'occasione di conoscere l'opuscolo di Lenin durante il II Congresso dell'IC. Pertanto, Herman Gorter fu incaricato di scrivere La risposta a Lenin su “La malattia infantile del comunismo", che apparve nel luglio 1920. Gorter si basò abbastanza sul testo scritto da Pannekoek qualche mese prima intitolato Rivoluzione mondiale e tattica comunista. Non è il caso di entrare qui nei dettagli di questa polemica[18]. Tuttavia vogliamo sottolineare che i vari elementi sollevati fanno perfettamente eco alla questione di fondo: l'entrata nell'era delle guerre e delle rivoluzioni imponeva nuovi principi nel movimento rivoluzionario? O erano ancora possibili "compromessi"?
Per Lenin il "dottrinarismo" della sinistra era una "malattia di crescita". Questi "giovani comunisti" ancora "inesperti" cedevano all'impazienza e si abbandonavano agli "infantilismi degli intellettuali" invece di difendere "la tattica seria di una classe rivoluzionaria" secondo la "particolarità di ciascun paese", tenendo conto del movimento in generale della classe operaia.
Per Lenin, rigettare il lavoro nei sindacati e nei parlamenti, opporsi alle alleanze tra i partiti comunisti e i partiti socialdemocratici era pura assurdità. Secondo lui l'adesione delle masse al comunismo non dipendeva solo dalla propaganda rivoluzionaria. Riteneva che queste stesse masse dovessero fare "la propria esperienza politica". Per questo era essenziale arruolarne il maggior numero nelle organizzazioni rivoluzionarie, qualunque fosse il loro livello di chiarezza politica. Le condizioni oggettive erano mature, il percorso della rivoluzione era tutto tracciato ...
Ma qui, come sottolineato Gorter nella sua risposta, la vittoria della rivoluzione mondiale dipendeva soprattutto dalle condizioni soggettive, in altre parole dalla capacità della classe operaia mondiale di estendere e approfondire la sua coscienza di classe. Come segnalato da Gorter, la debolezza di questa coscienza di classe generale era illustrata dalla quasi assenza di vere avanguardie del proletariato nell'Europa occidentale. Pertanto l'errore dei bolscevichi nell'IC fu di "voler recuperare il ritardo cercando scorciatoie tattiche che si sono espresse nel sacrificare la chiarezza e il processo di sviluppo organico per forzare la crescita numerica ad ogni costo"[19].
Questa tattica, basata sulla ricerca di un successo immediato, era animata dalla constatazione che la rivoluzione non si stava sviluppando abbastanza velocemente, che la classe stava impiegando troppo tempo ad estendere la sua lotta e che, di fronte a questa lentezza, era necessario fare "concessioni" accettando il lavoro nei sindacati e nei parlamenti.
Mentre l'IC vedeva in un certo senso la rivoluzione come un fenomeno inevitabile, le correnti di sinistra consideravano che "la rivoluzione in Europa occidentale [sarebbe stato] un processo a lungo termine" (Pannekoek) costellato di battute d'arresto e sconfitte per citare Rosa Luxemburg. La storia ha confermato le posizioni sviluppate dalle correnti di sinistra all'interno dell'IC. Quindi "l'estremismo" non era una malattia giovanile del movimento comunista, ma piuttosto una salutare reazione all'infezione opportunistica che conquistava i ranghi del partito mondiale.
Quali lezioni possiamo dunque trarre dalla creazione dell'Internazionale Comunista? Se il primo congresso aveva mostrato la capacità del movimento rivoluzionario di rompere con la Seconda Internazionale, i congressi successivi segnarono una vera e propria battuta d'arresto. In effetti, mentre il congresso di fondazione aveva riconosciuto il passaggio della socialdemocrazia nel campo della borghesia, il terzo congresso riabilitò o fece dimenticare il suo ruolo anti-operaio sostenendo una tattica di alleanza con quest'ultima nel "Fronte unico". Questo cambiamento di rotta confermava che l'IC non era in grado di rispondere alle nuove problematiche poste dal periodo di decadenza. Gli anni che seguirono la sua fondazione sono segnati dal riflusso e dalla sconfitta dell'ondata rivoluzionaria internazionale e quindi dal crescente isolamento del proletariato in Russia. Questo isolamento costituì la ragione decisiva per la degenerazione della rivoluzione. In queste condizioni, mal armata, l'IC non fu in grado di resistere allo sviluppo dell'opportunismo. Anch’essa si sarebbe svuotata del suo contenuto rivoluzionario e diventare un organo della controrivoluzione operante per i soli interessi dello Stato sovietico.
All’interno dell'IC stessa apparvero le frazioni di sinistra al fine di combattere contro la sua degenerazione. Espulse una dopo l'altra durante gli anni '20, esse continuarono la lotta politica per mantenere la continuità tra l'IC che degenerava e il "partito di domani" tirando le lezioni dal fallimento dell'onda rivoluzionaria. Le posizioni difese ed elaborate da questi gruppi hanno risposto ai problemi sollevati nell'IC dal periodo di decadenza. Oltre alle questioni programmatiche, le sinistre concordarono sul fatto che il partito doveva "rimanere un nucleo forte come l'acciaio e puro come il cristallo" [Gorter]. Ciò implica una rigorosa selezione di militanti invece di raggruppare enormi masse a detrimento dei principi. Fu esattamente questo che i bolscevichi abbandonarono nel 1919, quando fu creata
[1] Vedi The First Revolutionary Wave of the World Proletariat [480], International Review n°80, 1995. Disponibile anche in francese e spagnolo alle rispettive pagine web sul nostro sito.
[2] Lenin, discorso conclusivo del 1° Congresso dell'Internazionale Comunista
[3] La Sinistra Olandese. Contributo a una storia del movimento rivoluzionario, libro della CCI che può essere richiesto al nostro indirizzo
[4] La Sinistra Comunista d'Italia. Contributo a una storia del movimento rivoluzionario, CCI, p.19, libro della CCI
[5] Op. Cit., La Sinistra Olandese p. 105.
[6] Vedi "Lezioni dell'ondata rivoluzionaria 1917-1923", The First Revolutionary Wave of the World Proletariat, [480]Rivista Internazionale n.80, anche in spagnolo e francese
[7] Citato da Prudhommeaux, Spartacus e la Comune di Berlino, 1918-1919, Spartacus, p. 55.
[8] "Discorso ai sindacati di tutti i paesi", Dal 1° al 2° Congresso dell'IC, Ed. EDI
[9] "Programma del KAPD", Né in Parlamento né nei sindacati: i Consigli operai! Il comunismo di sinistra nella Rivoluzione tedesca (1918-1922), Les nuits rouges, 2003.
[10] Nell'autunno del 1919 l'IC istituì un segretariato temporaneo con sede in Germania composto dall'ala destra del KPD e un ufficio temporaneo in Olanda che raggruppava i comunisti di sinistra ostili alla sterzata a destra del KPD
[11] Questa "guerra rivoluzionaria" fu una scelta politica catastrofica perché la borghesia polacca fu capace di usarla per orientare parte della classe operaia polacca contro la Repubblica dei Soviet.
[12] “Premessa alle condizioni di ammissione dei Partiti nell'Internazionale Comunista”
[13] Ecco ciò che stabiliva il punto 14 dei "Compiti principali dell'Internazionale Comunista": "Il grado di preparazione del proletariato dei paesi più importanti, dal punto di vista economico e politico mondiale, alla realizzazione della dittatura operaia è caratterizzato dalla massima obiettività e accuratezza, per il fatto che i partiti più influenti della Seconda Internazionale, come il Partito Socialista Francese, il Partito Socialdemocratico Indipendente Tedesco, il Partito Operaio Indipendente Inglese, il Partito Socialista Americano sono usciti da questa Internazionale Gialla e hanno deciso, sotto condizione, di aderire alla Terza Internazionale. [...] L'essenziale ora è saper completare questo passaggio e solidamente rafforzare attraverso l'organizzazione ciò che è stato realizzato, in modo che sia possibile andare avanti su tutta la linea senza la minima esitazione”.
[14] Rispettivamente i social-patrioti e i socialdemocratici, “quei socialisti della II Internazionale che ammettevano la possibilità della emancipazione del proletariato senza una lotta di classe spinta fino al ricorso alle armi, senza la necessità di realizzare la dittatura del proletariato dopo la vittoria nel periodo insurrezionale”. (Vedi nota 15)
[15] A. Bordiga, Discorso al II Congresso dell'IC sulle condizioni di ammissione.
[16] Qui questo termine corrisponde all'allora comunismo di sinistra che apparve nel cuore stesso dell'IC in opposizione al centrismo e all'opportunismo che gradualmente guadagnavano il partito. Esso non ha nulla a che fare con gli attuali termini estremismo o gauchisme che corrispondono alle organizzazioni appartenenti alla sinistra del capitale.
[17] I due delegati incaricati dal KAPD al 2° Congresso dell’IC per esporre il programma del partito.
[18] Per ulteriori dettagli, vedi: Op. Cit., La sinistra olandese, Capitolo IV: "La sinistra olandese nella Terza Internazionale".
[19] Op. Cit., La sinistra olandese, p 119
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NAPOLI, SABATO 16 NOVEMBRE 2019 ore 15.00
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La telefonata di Trump a Erdogan del 6 ottobre è apparsa come il "via libera" ad una grande invasione turca del nord della Siria ed a una brutale operazione di pulizia contro le forze curde che finora hanno controllato l'area con il sostegno degli Stati Uniti. Questo ha provocato una tempesta di indignazione sia tra gli "alleati" della NATO degli Stati Uniti in Europa che in gran parte dell'establishment militare e politico di Washington, in particolare da parte dell'ex segretario alla difesa di Trump, il "Mad Dog" Mattis. La critica principale dell'abbandono dei curdi da parte di Trump è stata che questo avrebbe minato tutta la credibilità degli Stati Uniti come alleato su cui si può contare: in breve, un disastro a livello diplomatico. Ma c'è anche la preoccupazione che la ritirata dei curdi porti a una rinascita delle forze islamiche, il cui contenimento è stato quasi esclusivamente opera delle forze curde sostenute dalla potenza aerea statunitense. I curdi hanno trattenuto migliaia di prigionieri dell'IS, e più di un centinaio di loro sono già usciti di prigione.
L'azione di Trump ha fatto scattare campanelli d'allarme all'interno della borghesia statunitense, aumentando la preoccupazione che il suo stile di presidenza imprevedibile ed egoistico stia diventando un pericolo reale per gli Stati Uniti e persino che stia perdendo quella poca stabilità mentale che possiede sotto la pressione dell'ufficio politico e soprattutto dell'attuale campagna di impeachment contro di lui. Certamente il suo comportamento sta diventando sempre più bizzarro, mostrandosi non solo come un ignorante (i curdi non ci hanno sostenuto sullo sbarco in Normandia...) ma come un comune mafioso (la sua lettera a Erdogan che lo avverte di non essere uno sciocco o un duro, lettera che il leader turco ha prontamente gettato nella spazzatura, e le sue minacce di distruggere l'economia turca...). Governa con un i tweet, prende decisioni impulsive, ignora i consigli del suo staff e poi deve fare marcia indietro il minuto dopo - come testimoniano la lettera e la spedizione affrettata di Pence e Pompeo ad Ankara per mettere insieme un cessate il fuoco nel nord della Siria.
Ma non soffermiamoci troppo sulla personalità di Trump. In primo luogo, egli è solo un'espressione della progressiva decomposizione della sua classe, un processo che sta dando luogo ovunque a "uomini forti" che incitano le passioni più basse e gioiscono nel disprezzo della verità e delle regole tradizionali del gioco politico, da Duterte a Oban e da Modi a Boris Johnson. E anche se Trump è andato giù di testa con Erdogan, la politica di ritiro delle truppe dal Medio Oriente non è una invenzione di Trump, ma risale all'amministrazione Obama che ha riconosciuto il totale fallimento della politica mediorientale statunitense fin dai primi anni '90 e la necessità di creare un "perno" in Estremo Oriente per contrastare la crescente minaccia dell'imperialismo cinese.
L'ultima volta che gli Stati Uniti hanno dato il via libera in Medio Oriente è stato nel 1990, quando l'ambasciatore statunitense April Glaspie ha fatto sapere che gli Stati Uniti non avrebbero interferito se Saddam Hussein avesse marciato in Kuwait. Si trattava di una trappola ben organizzata, nata con l'idea di condurre una massiccia operazione statunitense nella zona e di costringere i suoi partner occidentali a unirsi a una grande crociata. Era un momento in cui, dopo il crollo del blocco russo nel 1989, il blocco occidentale stava già cominciando a disfarsi e gli Stati Uniti, in quanto unica superpotenza rimasta, avevano bisogno di affermare la propria autorità con una spettacolare dimostrazione di forza. Guidati da un'ideologia "neo conservativa" quasi messianica, la prima guerra del Golfo fu seguita da ulteriori avventure militari statunitensi, in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003. Ma il calo del sostegno a queste operazioni da parte dei suoi ex alleati e soprattutto il caos totale che queste hanno scatenato in Medio Oriente, intrappolando le forze statunitensi in conflitti insormontabili contro le ribellioni locali, hanno dimostrato il forte declino della capacità degli Stati Uniti di controllare il mondo. In questo senso, c'è una logica dietro le azioni impulsive di Trump, sostenute da parti considerevoli della borghesia statunitense. L'imperialismo americano ha riconosciuto che non può governare il Medio Oriente mettendo le truppe sul terreno o attraverso la propria potenza aerea. Si affiderà quindi sempre più ai suoi alleati più affidabili nella regione - Israele e l'Arabia Saudita - per difendere i suoi interessi attraverso azioni militari, dirette in particolare contro la crescente potenza dell'Iran (e, a lungo termine, contro la potenziale presenza della Cina come serio contendente nella regione).
Il cessate il fuoco negoziato da Pence e Pompeo - che secondo Trump salverà "milioni di vite" - non altera seriamente la politica di abbandono dei curdi poiché il suo scopo è semplicemente quello di dare alle forze curde l'opportunità di ritirarsi mentre l'esercito turco afferma il suo controllo della Siria settentrionale. E va detto che questo tipo di "tradimento" non è una novità. Nel 1991, nella guerra contro Saddam Hussein, gli Stati Uniti sotto Bush Senior incoraggiarono i curdi dell'Iraq settentrionale a ribellarsi contro il regime di Saddam e poi lasciarono Saddam al potere, ben disposto e capace di schiacciare la rivolta curda con la massima ferocia. L'Iran ha anche cercato di usare i curdi dell'Iraq contro Saddam. Ma tutte le potenze della regione, e le potenze internazionali che le sostengono, si sono costantemente opposte alla formazione di uno Stato unificato del Kurdistan che significherebbe la rottura degli accordi nazionali esistenti in Medio Oriente.
Le forze armate curde, nel frattempo, non hanno mai esitato a vendersi al miglior offerente. Questo sta accadendo sotto i nostri occhi: le milizie curde si sono immediatamente rivolte alla Russia e allo stesso regime di Assad per proteggerle dall'invasione turca. Peraltro questo è stato il destino di tutte le lotte di "liberazione nazionale" almeno dalla prima guerra mondiale: hanno potuto prosperare solo sotto l'ala dell'una o dell'altra potenza imperialista. La stessa triste necessità vale particolarmente in tutto il Medio Oriente: il movimento nazionale palestinese ha cercato l'appoggio della Germania e dell'Italia negli anni '30 e '40, della Russia durante la guerra fredda, di varie potenze regionali nel disordine mondiale scatenato dal crollo del sistema dei blocchi. Allo stesso tempo, la dipendenza del Sionismo dal sostegno imperialista (soprattutto, ma non solo, dagli Stati Uniti) non ha bisogno di alcuna dimostrazione, ma non fa eccezione alla regola generale. I movimenti di liberazione nazionale possono adottare molti striscioni ideologici - stalinismo, islamismo, anche, come nel caso delle forze curde a Rojava, una sorta di anarchismo - ma possono solo intrappolare gli sfruttati e gli oppressi nelle infinite guerre del capitalismo nella sua epoca di decadenza imperialista[1].
Il beneficiario più ovvio del ritiro degli Stati Uniti dal Medio Oriente è stata la Russia. Durante gli anni '70 e '80, l'URSS era stata costretta a rinunciare a gran parte delle sue posizioni in Medio Oriente, in particolare la sua influenza in Egitto e soprattutto i suoi tentativi di controllare l'Afghanistan. Il suo ultimo avamposto, punto vitale di accesso al Mediterraneo, è stato la Siria e il regime di Assad, minacciato di collasso dalla guerra che ha travolto il Paese dopo il 2011 e dai progressi dei ribelli "democratici" e soprattutto dello Stato islamico. Il massiccio intervento russo in Siria ha salvato il regime di Assad e gli ha restituito il controllo della maggior parte del paese, ma non è certo che ciò sarebbe stato possibile se gli Stati Uniti, nel disperato tentativo di evitare di rimanere bloccati in un altro pantano dopo Afghanistan e Iraq, non avessero effettivamente ceduto il paese ai russi. Questo ha seminato divisioni nella borghesia statunitense, con alcune delle sue fazioni più consolidate nell'apparato militare ancora profondamente sospettose di tutto ciò che i russi potrebbero fare mentre Trump, e quelli dietro di lui, hanno visto in Putin un uomo con cui fare affari e soprattutto un possibile baluardo contro l'ascesa apparentemente inesorabile della Cina.
Parte dell'ascesa della Russia a tale posizione dominante in Siria ha comportato lo sviluppo di un nuovo rapporto con la Turchia, che si è gradualmente allontanata dagli Stati Uniti, non da ultimo per il sostegno di quest'ultimo ai curdi nella sua operazione contro l’IS nel nord della Siria. Ma la questione curda sta già creando difficoltà al riavvicinamento russo-turco: poiché una parte delle forze curde si rivolgono ora ad Assad e ai russi per protezione, e man mano che i militari siriani e russi si spostano per occupare le aree precedentemente controllate dai combattenti curdi, c'è il rischio incombente di un confronto tra la Turchia da un lato e la Siria e i suoi sostenitori russi dall'altro. Per il momento questo pericolo sembra essere stato scongiurato dall'accordo concluso tra Erdogan e Putin a Sochi il 22 ottobre. L'accordo dà alla Turchia il controllo di una zona cuscinetto nella Siria settentrionale a spese dei curdi, confermando al contempo il ruolo della Russia come principale mediatore di potere nella regione. Resta da vedere se questo accordo supererà gli antagonismi di lunga data tra la Turchia e la Siria di Assad. La guerra di ognuno contro tutti, una delle caratteristiche centrali dello scontro imperialista dalla fine dell’ordinamento in blocchi, è chiaramente illustrata in Siria.
Per il momento la Turchia di Erdogan può anche congratularsi per la rapida avanzata militare nella Siria settentrionale e per la pulizia dei "covi dei terroristi" curdi. L'incursione è arrivata anche come una manna dal cielo per Erdogan a livello nazionale: dopo alcune gravi battute d'arresto per il suo partito AKP alle elezioni dell'anno scorso, l'ondata di isteria nazionalista scatenata dall'avventura militare ha diviso l'opposizione composta da "democratici" turchi e dall'HDP[2] curdo.
Erdogan può, per il momento, tornare a vendere il sogno di un nuovo impero ottomano, la Turchia è tornata al suo antico splendore di attore globale prima di diventare "l'uomo malato d'Europa" all'inizio del XX secolo. Ma marciare in quella che è già una situazione profondamente caotica potrebbe facilmente essere una trappola pericolosa per i turchi nel lungo periodo. E soprattutto, questa nuova escalation del conflitto siriano aumenterà considerevolmente il suo già gigantesco costo umano. Più di 100.000 civili sono già stati sfollati, aumentando enormemente l'incubo dei rifugiati interni della Siria, mentre uno degli obiettivi secondari dell'invasione è quello di scaricare circa 3 milioni di rifugiati siriani, che attualmente vivono in condizioni disastrose nei campi turchi, nel nord della Siria in gran parte a spese della popolazione curda locale.
L'infondato cinismo della classe dirigente si rivela non solo nell'assassinio di massa fatto dai suoi aerei, dalle bombe di artiglieria e dalle bombe terroristiche che piovono sulla popolazione civile di Siria, Iraq, Afghanistan e Gaza, ma anche nel modo in cui utilizza coloro che sono costretti a fuggire dalle zone di massacro. L'Unione Europea, esempio di virtù democratica, si è affidata da tempo a Erdogan per fare da guardia carceraria ai rifugiati siriani sotto la sua "protezione", impedendo loro di aumentare le ondate di profughi che si dirigono verso l'Europa. Ora Erdogan vede una soluzione a questo fardello nella pulizia etnica della Siria settentrionale e minaccia - se l'UE critica le sue azioni - di incanalare una nuova marea di rifugiati verso l'Europa.
Gli esseri umani sono utili al capitale solo se possono essere sfruttati o utilizzati come mangime. E l'aperta barbarie della guerra in Siria è solo un assaggio di ciò che il capitalismo ha in serbo per l'intera umanità se gli viene permesso di continuare. Ma le principali vittime di questo sistema, tutti coloro che sfrutta e opprime non sono oggetti passivi. Nell'ultimo anno o giù di lì abbiamo intravisto la possibilità di reazioni di massa contro la povertà e la corruzione della classe dirigente nelle rivolte sociali in Giordania, Iran, Iraq e più recentemente in Libano. Questi movimenti tendono ad essere molto confusi, infettati dalle illusioni nazionaliste e richiedono di una chiara guida della classe operaia che agisce sul terreno della propria classe. Ma questo è un compito non solo per i lavoratori del Medio Oriente ma anche per i lavoratori del mondo e soprattutto per i lavoratori dei vecchi centri del capitale dove è nata e affonda le radici più profonde la tradizione politica autonoma del proletariato.
Amos, 23.10.19
[1] Per una analisi della storia del nazionalismo Curdo, vedi https://en.internationalism.org/icconline/201712/14574/kurdish-nationalism-another-pawn-imperialist-conflicts [486]
[2] Il Partito Democratico dei Popoli in curdo Partiya Demokratik a Gelan, sigla HDP
Dopo mezzo secolo di controrivoluzione, che permise alla borghesia di sprofondare una seconda volta l'umanità nelle atrocità della guerra mondiale, il proletariato finalmente rialzò la testa contro le prime espressioni di una nuova crisi economica aperta. Fu il maggio 1968 in Francia dove milioni di lavoratori in sciopero tornarono alla lotta di classe, non sotto l’egida dei sindacati o del partito stalinista (PCF), ma spontaneamente. Questa lotta, tuttavia, non si fermò alle frontiere della Francia, ma fu solo il primo d’innumerevoli movimenti di lotta in Europa e altrove: Argentina o Germania nel 1969, Polonia nel 1970, Spagna e Regno Unito nel 1972. Quest’ondata trovò un'eco finanche in Israele nel 1969 e in Egitto nel 1972.
Anche se viene ricordato come “autunno caldo”, in realtà quello che è avvenuto in Italia è stato un’esplosione di combattività che è andata dagli inizi del 1968 a tutto il 1969. Questi due anni hanno innegabilmente rappresentato un momento spettacolare della ripresa della lotta di classe a livello internazionale. Ma, come per il “maggio francese”, la borghesia ha continuato a nascondere le vere lezioni dell’“Autunno caldo” italiano, riducendolo spesso a un semplice “movimento studentesco”.
Pertanto oggi è essenziale che il proletariato tragga il massimo di lezioni dalla sua esperienza storica, lezioni sulle quali i futuri assalti del proletariato potranno basarsi per contrastare le trappole tese dalla classe dominante che, come mostra molto bene l’“autunno caldo”, impara costantemente dai suoi errori. Per quello che ha rappresentato in termini di combattività, così come per i suoi punti deboli, l’“autunno caldo” italiano rimane un’esperienza preziosa per il proletariato che costituirà uno strumento prezioso per le lotte future. Ecco perché ripubblichiamo qui questi articoli già comparsi nella Rivista Internazionale in occasione dei quarant'anni di questo evento:
Ottanta anni fa si poneva fine a uno dei fatti più importanti del 20° secolo: la guerra di Spagna. Questo avvenimento, di grande rilevanza, fu al centro della situazione mondiale nel decennio del 1930. E fu al centro dell’attualità politica internazionale per molti anni. Costituì una prova decisiva per tutte le tendenze politiche che si consideravano proletarie e rivoluzionarie. Per esempio, fu in Spagna che si poté vedere lo stalinismo in azione, per la prima volta fuori dall’URSS, nel suo ruolo di carnefice del proletariato. Fu ancora intorno alla questione spagnola che si produsse una decantazione fra le correnti che avevano lottato contro la degenerazione e il tradimento dei partiti comunisti negli anni venti: da un lato quelli che manterranno una posizione internazionalista durante la Seconda Guerra Mondiale, dall’altro quelli che appoggiarono questa carneficina, come per esempio la corrente trotskista[1]. E ancora oggi gli avvenimenti del 1936-39 in Spagna restano presenti nelle prese di posizione e nella propaganda delle correnti che dicono di far parte della rivoluzione proletaria. E’ il caso, per esempio, delle differenti tendenze dell’anarchismo e del trotskismo che, al di là delle loro differenze, concordano sul fatto che ci fu una “rivoluzione” in Spagna nel 1936. Una rivoluzione che, secondo gli anarchici, sarebbe andata molto più lontano di quelle del 1917 in Russia grazie alla costituzione delle “collettivizzazioni” promosse dalla CNT, la centrale anarcosindacalista. Un’analisi che a suo tempo fu respinta dalle diverse correnti della Sinistra Comunista, la sinistra italiana ed anche la sinistra tedesco-olandese.
La prima domanda a cui dobbiamo rispondere è: ci fu una rivoluzione in Spagna nel 1936?
Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo ovviamente metterci d’accordo su cosa intendiamo per “rivoluzione”. Questo è un termine di cui si abusa, tant’è che è utilizzato tanto dall’estrema sinistra (per esempio il francese Melenchon con la sua “Rivoluzione Cittadina”) come dall’estrema destra (la “Rivoluzione Nazionale”). Perfino lo stesso Macron intitolò così il libro in cui esponeva il suo programma. “Rivoluzione”.
Quello che è certo è che al di là di tutte le sue interpretazioni fantasiose, questo temine “Rivoluzione” rappresenta nella storia un cambiamento violento di regime politico che esprime un rovesciamento nel rapporto di forze tra le classi sociali a favore di quelle che rappresentano un progresso per la società. Fu questo il caso della rivoluzione inglese degli anni 1640, e della rivoluzione francese del 1789. Entrambe significarono un attacco al potere politico dell’aristocrazia in favore della borghesia.
Durante il 19° secolo gli avanzamenti della borghesia a scapito della nobiltà rappresentavano un progresso per la società. E questo perché allora il capitalismo era un sistema in piena prosperità, lanciato alla conquista del mondo. Ma questa situazione cambiò radicalmente nel 20° secolo. Le potenze borghesi conclusero la spartizione del mondo. Qualunque nuova conquista, che fosse coloniale o commerciale si doveva fare dando l’assalto ai domini di una potenza rivale. Di conseguenza si sviluppò il militarismo e un crescendo di tensioni imperialiste che ebbero come sbocco la Prima Guerra Mondiale. E questo fu il segno del fatto che il capitalismo era diventato un sistema decadente ed obsoleto. Le rivoluzioni borghesi erano ormai finite. L’unica rivoluzione che restava all’ordine del giorno era quella destinata a distruggere il sistema capitalista e stabilire una nuova società liberata dallo sfruttamento e dalla guerra, il comunismo. Il soggetto storico di questa rivoluzione è la classe dei lavoratori salariati che produce la maggior parte della ricchezza sociale, il proletariato.
Tra le rivoluzioni borghesi e la rivoluzione proletaria ci sono differenze fondamentali. Una rivoluzione borghese significa la presa del potere politico da parte dei rappresentanti della classe borghese di un paese come risultato di tutto un periodo storico durante il quale la borghesia ha progressivamente acquisito un peso decisivo nella sfera economica tramite lo sviluppo del commercio e delle tecniche produttive. La rivoluzione politica, cioè l’abolizione dei privilegi della nobiltà, costituisce un passo importante (benché non indispensabile) nel controllo crescente della borghesia sulla società che le permette di facilitare ed aumentare questo processo di controllo.
La rivoluzione proletaria non si situa per niente alla fine del processo di trasformazione economica della società, ma, al contrario, al suo inizio. La borghesia poté costituire delle isole di economia borghese all’interno della società feudale, città che usavano come mercati, reti commerciali. Questi isolotti si espansero e si fortificarono gradualmente. Non è così per il proletariato. Non possono esistere degli isolotti di comunismo in una economia mondiale dominata dal capitalismo e dalle relazioni mercantili. Questo fu il sogno di socialisti utopisti come Fourier, Saint Simon o Owen. Ma, malgrado la loro buona volontà e le loro analisi spesso acute delle contraddizioni del capitalismo, i loro sogni fallirono e svanirono davanti alla realtà della società capitalista. La prima tappa della rivoluzione comunista consiste nella presa del potere politico da parte del proletariato su scala mondiale. Grazie a questo potere politico, come classe rivoluzionaria, il proletariato potrà trasformare gradualmente tutta l’economia socializzandola, abolendo la proprietà privata dei mezzi di produzione e lo scambio di merci.
E ci sono altre due differenze fondamentali tra le rivoluzioni borghesi e la rivoluzione proletaria:
- innanzitutto, mentre le rivoluzioni borghesi si sono potute sviluppare in momenti distinti legati allo sviluppo economico di ogni paese (ci sono, per esempio, più di un secolo tra la rivoluzione inglese e quella francese), la rivoluzione proletaria deve svolgersi in uno stesso momento storico. Se rimane isolata in un solo paese o un piccolo numero, si condanna alla sconfitta. E’ quello che si è visto con l’esempio della rivoluzione russa del 1917[2]
- in secondo luogo, le rivoluzioni borghesi, anche quando furono estremamente violente, conservarono l’essenziale dell’apparato dello Stato della società feudale (l’esercito, la polizia, la giustizia, la burocrazia). Di fatto, le rivoluzioni borghesi consistettero nel modernizzare, perfezionare l’apparato statale esistente. Questo fu possibile e necessario perché in questo tipo di rivoluzione erano due classi sfruttatrici, la nobiltà e la borghesia, che si succedevano nella dominazione sulla società. Nella rivoluzione proletaria non è così. Il proletariato, la classe sfruttata nella società capitalista, non può in alcun modo utilizzare a suo beneficio un apparato statale concepito ed organizzato per garantire questo sfruttamento, per reprimere le lotte contro questo sfruttamento. Il primo compito del proletariato nella rivoluzione consiste nell’armarsi per distruggere da cima a fondo l’apparato statale, e mettere in marcia i suoi organi di potere basati sulle sue organizzazioni unitarie di massa, con delegati eletti e revocabili dalle assemblee generali: i Consigli Operai[3].
Il 18 luglio 1936, di fronte al golpe militare perpetrato contro il governo del Fronte Popolare, il proletariato prese le armi. Questo fece sì che nella maggioranza delle grandi città l’impresa criminale diretta da Franco e dai suoi accoliti fallì. Ma il proletariato approfittò di questa situazione, della sua posizione di forza, per attaccare lo Stato borghese? Uno Stato borghese che, dall’instaurazione della Repubblica nel 1931, si era distinto nella sanguinosa repressione della classe operaia, in particolare nelle Asturie nel 1934 con 3.000 morti. Assolutamente no!
La risposta dei lavoratori fu all’inizio, senza dubbio, un’azione di classe, che impedì che il colpo di Stato trionfasse. Però, sfortunatamente, l’energia dei lavoratori fu rapidamente canalizzata e recuperata ideologicamente nella difesa dello Stato, grazie alla forza mistificatrice dell’” antifascismo” del Fronte Popolare. Invece di attaccare e distruggere lo Stato borghese come avvenne nell’ottobre del 1917 in Russia, i lavoratori furono deviati e reclutati per la difesa dello Stato repubblicano. In questa tragedia la CNT anarchica, la centrale sindacale più consistente, svolse un ruolo capitale nel disarmare i lavoratori, spingendoli ad abbandonare il terreno della lotta di classe per, invece di questo, capitolare e ingannarli consegnandoli mani e piedi allo Stato borghese. Invece di attaccare lo Stato per distruggerlo, come avevano sempre promesso di fare, gli anarchici occuparono ministeri, dichiarando, per bocca di Federica Montseny, ministra anarchica del governo repubblicano: “Oggi il governo, come strumento di controllo degli organi dello Stato, ha cessato di essere una forza di oppressione contro la classe operaia, al punto che lo Stato già non rappresenta un’organizzazione che divide la società in classi. Entrambi opprimeranno meno il popolo ora che i membri della CNT partecipano ad essi.” Gli anarchici, che hanno la presunzione di essere i maggiori “nemici dello Stato” riuscirono così, utilizzando questo tipo di retorica, a trascinare i lavoratori spagnoli nella difesa pura e semplice dello Stato democratico. La classe operaia fu deviata dai suoi propri obiettivi politici per, in cambio, dedicarsi ad appoggiare la frazione “democratica” della borghesia contro quella “fascista”. Questo dà la misura dell’ampiezza della bancarotta politica, morale, storica, dell’anarchismo. Essendo la forza politicamente dominante nella Penisola iberica, l’anarchismo mostrò la sua totale incapacità a sviluppare una politica di classe, di emancipazione della classe operaia. Al suo posto, spinse a questa difesa della borghesia democratica, dello Stato capitalista. Però la bancarotta dell’anarchismo non si limita a questo. Quando affermava che si stava portando avanti la rivoluzione privilegiando le “azioni locali” come le “collettivizzazioni” del 1936, in realtà stava rendendo un prezioso servizio allo Stato borghese:
- da un lato, permettendo la riorganizzazione dell’economia spagnola a favore dello sforzo di guerra dello Stato repubblicano, cioè del rappresentante della borghesia democratica, contro la frazione “fascista” della stessa borghesia;
- dall’altro lato, allontanando il proletariato da un’azione politica unitaria, privilegiando al posto di questa la gestione immediata delle unità di produzione, sempre a beneficio dello Stato e, per questo, della borghesia. Obbligati ad occuparsi del controllo della produzione giorno per giorno, i lavoratori inquadrati nelle “collettività” si videro obbligati ad abbandonare ogni attività politica globale in favore della gestione delle imprese locali, senza legami gli uni con gli altri, e nemmeno con le necessità reali della classe operaia.
E se il proletariato nel luglio del 1936 si era impadronito delle strade, meno di un anno più tardi si ritrovava già sottomesso alla coalizione delle forze politiche repubblicane. Il 3 maggio del 1937 ci fu un ultimo tentativo di opporsi a questa sottomissione. Quel giorno, le “guardie d’assalto”, unità di polizia del governo repubblicano di cui gli stalinisti già si erano impadroniti, volevano occupare il palazzo della società dei telefoni che era nelle mani della CNT. La parte più combattiva del proletariato rispose a questa provocazione riversandosi nelle strade, innalzando barricate e proclamando uno sciopero che fu quasi generale. Il proletariato era massicciamente mobilitato, disponeva di armi, ma mancava di prospettive. Lo Stato democratico era rimasto intatto. Mantenne sempre l’iniziativa e l’offensiva, e, contrariamente a quanto hanno cercato di far credere gli anarchici, in nessuna maniera aveva rinunciato a reprimere i tentativi di resistenza proletaria. Così, mentre le truppe franchiste mantenevano volontariamente la loro offensiva al fronte, gli stalinisti e il governo repubblicano attaccavano quegli stessi lavoratori che, nel luglio 1936, avevano fermato il colpo di Stato fascista. Fu allora che Federica Montsey, la ministra anarchica più rappresentativa, chiamò i lavoratori ad arrestare la lotta, a deporre le armi, perpetrando un’autentica pugnalata alle spalle della classe operaia, un vero tradimento e una sconfitta bruciante. Bilan, la pubblicazione della Sinistra Comunista Italiana, scrisse in questa occasione: “Il 19 luglio del 1936 i proletari di Barcellona, a mani nude, affrontarono i battaglioni di Franco ARMATI FINO AI DENTI. Il 4 maggio del 1937, questi stessi proletari, ARMATI, lasciarono nelle strade molte più vittime che nel luglio quando cercarono di opporsi a Franco, ed è il governo antifascista – inclusi la CNT-FAI e il POUM che lo sosteneva indirettamente- che dà il via libera alla canaglia delle forze repressive contro gli operai.”
Nella repressione generale che seguì la sconfitta del sollevamento del maggio 1937, gli stalinisti si dedicarono a procedere all’eliminazione fisica degli “elementi disturbatori”. Fu il caso, per esempio, del militante anarchico italiano Camillo Berneri, che ebbe la lucidità e il coraggio di fare una critica profonda della politica della CNT e dell’azione dei ministri anarchici in una “Lettera aperta alla compagna Federica Montseny”.
Dire che quello che avvenne in Spagna nel 1936 fu una rivoluzione di livello “superiore” rispetto a quella che si ebbe in Russia nel 1917 non solo volta le spalle alla realtà, ma costituisce un importante attacco alla coscienza del proletariato in quanto oscura e rigetta le esperienze più preziose della rivoluzione russa: innanzitutto la costruzione dei Consigli Operai (Soviet), la distruzione dello Stato borghese e l’internazionalismo proletario, dal momento che questa rivoluzione fu concepita come la prima tappa della rivoluzione mondiale e diede impulso alla formazione della Internazionale Comunista. Un internazionalismo proletario che, secondo le sue stesse affermazioni, risulta estraneo al movimento anarchico, come vedremo dopo[4].
Il primo elemento che ci permette di dire che la Guerra di Spagna fu solo un preludio della Seconda Guerra Mondiale e non una rivoluzione sociale, è la natura stessa della lotta tra le diverse frazioni borghesi dello Stato –quella repubblicana e quella fascista- e tra le nazioni. Il nazionalismo della CNT la portò a fare appello esplicitamente a una guerra mondiale per salvare la “nazione spagnola”:
“La Spagna libera compirà il suo dovere. E di fronte a questo atteggiamento eroico cosa faranno le democrazie? Aspettare che l’inevitabile non tardi ad arrivare? L’atteggiamento provocatore e grossolano della Germania sta già diventando insopportabile. (…) Tutto il mondo sa che, in ultima istanza, le democrazie tenderanno ad intervenire con le proprie truppe ed eserciti per sbarrare il passo a queste orde di delinquenti (…)” (Solidaridad Obrera, giornale della CNT, 6 gennaio 1937, citato da Revolucion Proletaria n.238, gennaio 1937)
Le due frazioni in lotta cercarono immediatamente un appoggio esterno: non solo ci fu un intervento militare massiccio da parte degli Stati fascisti, che fornirono aerei e un moderno esercito blindato ai franchisti, ma anche l’URSS si implicò molto attivamente nel conflitto con invii di armamenti e dei suoi “consiglieri militari”. In tutto il mondo si produsse un appoggio politico e mediatico a favore dell’una o dell’altra banda borghese. Esattamente il contrario di quello che avvenne in Russia nel 1917, quando non solo nessuna delle nazioni capitaliste la appoggiò, ma tutte si adoperarono per isolarla e combatterla militarmente, cercando di soffocarla nel sangue![5]
Una delle illustrazioni più evidenti del ruolo giocato dalla Guerra di Spagna nella preparazione della Seconda Guerra Mondiale è l’atteggiamento che assunsero molti militanti anarchici di fronte a questa. Molti di essi si impegnarono nella Resistenza, cioè nell’organizzazione che rappresentava il campo imperialista angloamericano nel territorio francese occupato della Germania. Alcuni si inserirono anche nell’esercito regolare francese, in particolare nella Legione Straniera o nella 2^ Divisione Blindata del generale Lecrerc, quello stesso Lecrerc che avrebbe continuato la sua carriera nella guerra coloniale in Indocina. Per questo i primi carri da combattimento che entrarono a Parigi il 24 agosto del 1944 erano guidati da carristi spagnoli e mostravano il ritratto di Durruti, il leader anarchico che diresse la famosa “colonna Durruti”, e che morì nei dintorni di Madrid nel novembre 1936.
Tutti quelli che, pur rivendicando la rivoluzione proletaria, si sono schierati con la Repubblica, con la “banda democratica”, lo hanno fatto in generale invocando il “male minore” e contro il “pericolo fascista”. Gli anarchici sono stati i promotori di questa ideologia democratica in nome dei loro principi “antiautoritari”. Secondo loro, pur ammettendo che la “democrazia” è una delle espressioni del capitale, considerano che essa costituisce un “male minore” in confronto al fascismo perché, ovviamente, è meno autoritaria. Questa è una cecità totale! La democrazia non è un “male minore”. Al contrario! Precisamente perché essa è capace di creare più illusioni rispetto ai regimi fascisti o autoritari, costituisce l’arma prediletta della borghesia contro il proletariato.
Inoltre, la democrazia non si tira indietro quando si tratta di reprimere la classe operaia. Furono i “democratici”, e ancor più i “socialdemocratici” Erbert e Noske che assassinarono Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, insieme a migliaia di lavoratori, durante la rivoluzione tedesca del 1919, frenando così la propagazione della rivoluzione mondiale. Quanto alla Seconda Guerra Mondiale, le atrocità commesse dal campo “fascista” sono ben note e diffuse, mentre quelle della “banda democratica” vengono taciute: non fu Hitler che lanciò due bombe atomiche contro la popolazione civile, ma il “democratico” Truman, presidente della grande “democrazia” statunitense.
E se guardiamo oltre il caso della Guerra di Spagna, dobbiamo ricordare l’accoglienza che riservò la Repubblica francese, campione dei “diritti umani” e della “Libertà-Uguaglianza-Fratellanza”, ai 400.000 rifugiati che fuggirono dal territorio spagnolo nell’inverno del 1939, alla fine della guerra civile. La maggior parte di essi furono stipati come bestiame in campi di concentramento, circondati da filo spinato, sotto la guardia armata dei gendarmi della democrazia francese[6]
Il proletariato deve imparare le lezioni della guerra di Spagna:
- Contrariamente a quelli che vogliono seppellire il proletariato e cercano di discreditare la sua lotta, a quelli che pensano che la tradizione della sinistra comunista è “obsoleta” o “antiquata”, che sarebbe necessario disfarsi del passato rivoluzionario del proletariato, che la Spagna sarebbe un’esperienza “superiore”, che infine bisognerebbe dimenticare il passato e “sperimentare altre cose”, noi affermiamo che la lotta operaia resta l’unica strada per il futuro dell’umanità. E che, pertanto, dobbiamo difendere imperativamente la memoria operaia e le sue tradizioni di lotta. In particolare la necessità della sua autonomia di classe, di una lotta intransigente per i suoi propri interessi di classe, sul suo terreno di classe, con il proprio metodo di lotta, con i suoi principi.
- Una rivoluzione proletaria non ha niente a che vedere con la lotta “antifascista” e gli avvenimenti di Spagna degli anni 1930. Al contrario, essa deve situarsi nel campo politico della lotta operaia cosciente, basata sulla forza politica dei Consigli Operai. Il proletariato deve preservare la sua autorganizzazione, la sua indipendenza politica rispetto a tutte le frazioni della borghesia, a tutte le ideologie che le sono estranee. Questo è quello che fu incapace di fare in Spagna e, al contrario, si vide legato, e pertanto sottomesso, alle forze di sinistra del capitale.
- La Guerra di Spagna mostra anche che non è possibile cominciare a “costruire una nuova società” attraverso iniziative locali sul terreno dell’economia, come vogliono credere gli anarchici. La lotta di classe rivoluzionaria è, innanzitutto e soprattutto, un movimento politico internazionale e non si limita a riforme o ricette economiche preparatorie (nemmeno mediante “esperimenti” apparentemente molto radicali). Il primo compito della rivoluzione proletaria, come ha mostrato la Rivoluzione Russa, deve essere politica: la distruzione dello Stato borghese e la presa del potere da parte della classe operaia a livello internazionale. Senza di questo essa è inevitabilmente condannata all’isolamento e alla sconfitta.
- Infine, l’ideologia democratica è la più pericolosa di tutte quelle avanzate dal nemico di classe. È la più perniciosa, quella che cerca di presentare il lupo capitalista come un agnello protettore e “favorevole” ai lavoratori. L’antifascismo fu in Spagna e altrove l’arma perfetta che i fronti popolari utilizzarono per portare i proletari a essere massacrati nella guerra imperialista. Lo Stato e la sua “democrazia”, come espressione ipocrita e perniciosa del capitale, continua ad essere il nostro nemico. Il mito democratico non è solo una maschera dello Stato e della borghesia per nascondere la sua dittatura, la sua dominazione e il suo sfruttamento, ma anche, e soprattutto, l’ostacolo più poderoso e difficile da superare per il proletariato. Gli avvenimenti del 1936/37 in Spagna lo dimostrano abbondantemente e costituiscono uno dei suoi principali insegnamenti.
Corrente Comunista Internazionale, giugno 2019
[1] Vedi il nostro libro “España 1936: Franco y la República masacran al proletariado” (in spagnolo)
[2] Vedi il Manifesto de nostro 22º Congresso Internazionale sulla Rivoluzione del 1917 https://it.internationalism.org/cci/201709/1397/manifesto-sulla-rivoluzione-di-ottobre-russia-1917 [489]
[3] Vedi la serie “Cosa sono i consigli operai” sulla Révue Internationale dal n. 140, al n.145 (in francese, spagnolo ed inglese) e, in italiano, il Manifesto citato in nota 2.
[4] Munis, un rivoluzionario di origine trotskista che, senza dubbio, rimase per tutta la sua vita fedele al proletariato, sosteneva questa “teoria”: non solo che ci fu una “rivoluzione” in Spagna, ma che questa sarebbe stata “più profonda” della rivoluzione del 1917 in Russia. Abbiamo criticato questa analisi nella “Critica del libro Jalones de derrota promesas de victoria (segnali di sconfitta promesse di vittoria) (in spagnolo): https://es.internationalism.org/cci/200602/753/1critica-del-libro-jalones-de-derrota-promesas-de-victoria [490]
E in “Una rivoluzione più profonda della rivoluzione russa del 1917?” (in spagnolo)
[5] Vedi “La borghesia contro la rivoluzione” (I parte) (in spagnolo, francese e inglese)
[6] Vedi “Rifugiati della guerra di Spagna del 1939: l’ipocrita "asilo democratico" dei campi di internamento” (in spagnolo) https://es.internationalism.org/content/4404/refugiados-de-la-guerra-de-espana-de-1939-el-hipocrita-asilo-democratico-de-los-campos [493]
Il populismo fa male alla stessa borghesia …
La storia del mondo è sempre più un’unica storia e non è possibile comprendere l’evoluzione di un paese se non lo si inquadra nel contesto della situazione internazionale. La nostra organizzazione ha più volte segnalato l’esistenza di un fenomeno di dimensione mondiale, il populismo[1], che oltre a essere una trappola per i proletari, costituisce un problema per la stessa borghesia di vari paesi, tanto da richiedere a volte il concorso della comunità internazionale per farvi fronte:
“Che le correnti populiste siano nel governo o semplicemente che perturbino il classico gioco politico, ciò non corrisponde a un’opzione razionale di gestione del capitale nazionale o a una carta giocata deliberatamente dai settori dominanti della classe borghese che, in particolare attraverso i loro mezzi di informazione, denunciano costantemente queste correnti. (…) L’ascesa del populismo costituisce, nelle attuali circostanze, un'espressione della crescente perdita di controllo da parte della borghesia sul funzionamento della società, risultante fondamentalmente da ciò che sta al centro della decomposizione, l’incapacità delle due classi fondamentali della società di rispondere alla crisi insolubile in cui l’economia capitalista sta sprofondando.”[2]
Giusto per ricordare i casi più clamorosi, possiamo citare, ad esempio, il caso di Donald Trump[3], personaggio dal piglio volubile e capriccioso che, da presidente dello Stato di gran lunga più potente del mondo, gli USA, sta facendo una serie di mosse che stanno smarcando la comunità internazionale, a partire dalla denuncia e il ritiro del proprio paese da una serie di accordi sull’ambiente alla messa in sordina di strutture come l’Alleanza atlantica, dalla proclamazione della preminenza degli accordi bilaterali rispetto alla multilateralità alla politica protezionista perseguita applicando dazi non solo nei confronti della Cina, ma anche della stessa Europa. A cui bisogna aggiungere tutti gli aspetti della politica più propriamente imperialista che mira a recuperare il prestigio appannato della superpotenza americana attraverso iniziative dall’incerto futuro come un possibile attacco all’Iran e altre spericolate avventure.
Un secondo caso ben presente all’attenzione dei mass-media è l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, sancita da un referendum popolare nel giugno 2016, la cosiddetta Brexit[4]. Anche qui, e ancor di più, le conseguenze di questo atto inconsulto cavalcato da forze populiste e irresponsabili per gli interessi della stessa borghesia, si sono fatte sentire presto. I governi che hanno cercato di gestire la Brexit si stanno bruciando le mani l’uno dopo l’altro senza tuttavia riuscire a trovare una soluzione a una situazione rispetto alla quale la borghesia britannica si mostra completamente impotente.
Naturalmente in questa rapida carrellata di casi eccellenti non poteva mancare l’Italia con l’ex governo populista di Salvini e Di Maio con Conte premier burattino:
“L’anno di vita del governo Conte conferma tutte le sue difficoltà a gestire la situazione italiana, con importanti ripercussioni anche a livello europeo. Le divisioni nella maggioranza di governo sono all’ordine del giorno, con Lega e M5S che giocano ognuno in proprio per far passare le promesse fatte ai propri elettori. Questo governo si regge essenzialmente sulla base del continuo patteggiamento tra M5S e Lega: chiusura dei porti anti immigrati contro reddito di cittadinanza, Flat tax contro salario minimo, intercalato da scontri che Conte è costretto a risolvere solo con la minaccia delle proprie dimissioni. Di fronte alla stagnazione economica, alla minaccia di chiusura di grosse aziende (ILVA, Alitalia, Almaviva, Whirlpool…), e di tante altre più piccole che non fanno più notizia, il governo mostra una sconcertante inconsistenza a livello economico, in particolare sulle misure da adottare per non sforare il debito pubblico e impedire l’aumento dell’IVA, mentre rispetto all’UE ci si barcamena tra i “pugni sul tavolo sui migranti” e “non è l’Europa che decide per gli italiani” di Salvini da una parte e i tentativi del ministro Tria e del presidente del Consiglio Conte di venire a patti con la commissione europea per scongiurare la procedura di infrazione dell’UE e le relative sanzioni, senza però retrocedere completamente su reddito di cittadinanza e flat tax per non mettere in difficoltà i due vicepresidenti del Consiglio dei ministri.”[5]
Questo è il quadro in cui è possibile comprendere la caduta di questo governo e i fattori che l’hanno provocata.
… ma la borghesia non se ne sta con le mani in mano!
Il fatto che lo sviluppo di queste frazioni populiste irresponsabili esprima una certa perdita di controllo da parte della borghesia sulla sua azione politica - e particolarmente nell’orientare il “voto popolare” - non significa che questa abbia esaurito tutte le sue risorse. Tutt’altro. Di fatto, la borghesia non se ne sta con le mani in mano e cerca, nella misura del possibile, di contrastare e/o di addomesticare i partiti populisti. E per farlo cerca di utilizzare tutti i sistemi possibili, tra cui in particolare lo sviluppo del movimento ecologista, la “scoperta” di trame internazionali che coinvolgono i vari leader populisti fino al ricorso a procedimenti penali contro gli stessi per la “scoperta” di traffici di capitali.
La prima misura di respiro internazionale è la promozione di una ragazzina sedicenne di nome Greta a leader del movimento ecologista. Dopo decenni di inutili proteste, ma anche di preoccupati rapporti da parte di stimate squadre di ricercatori del settore a livello internazionale, adesso la borghesia si riscopre verde ed ecologista ricevendo Greta in tutte le più elevate assise mondiali (UE, ONU, Papa, etc.) facendosi finanche tirare le orecchie dalla stessa ragazzina (“come osate parlare di economia”, “ci avete rubato il futuro”) a cui risponde con applausi scroscianti. Com’è possibile tutto ciò? Un buon motivo può essere che la borghesia ha bisogno di spostare l’attenzione della popolazione su altri problemi, come quello dell’ambiente che, guarda caso, è una delle bestie nere del populismo (vedi posizioni di Trump, Bolsonaro e compagnia). Non è un caso che le recenti elezioni europee abbiano già espresso un significativo aumento di popolarità dei verdi e una crescita al di sotto delle aspettative dei populisti. Tra l’altro questo permette di gestire un problema reale di sofferenza della popolazione attraverso un movimento completamente guidato dalla borghesia[6].
A questa prima manovra si aggiungono poi operazioni che potremmo definire ad personam. Nel caso di Trump, a partire dalla sua elezione, i settori più responsabili della borghesia americana stanno cercando di contenere l’iperattivismo del presidente populista attraverso la spada di Damocle dell’impeachment, portata avanti sulla base di sospetti di influenze straniere nelle vicende interne americane[7]. Nel caso di Boris Johnson, attuale focoso premier inglese fautore di una Brexit realizzata senza alcuna trattativa con l’UE e quindi come un atto di forza, ci ha pensato l’Alta Corte del Regno Unito. Questa gli ha bocciato come illegale, con un giudizio politico molto duro, il provvedimento di sospensione per ben cinque settimane dell’attività legislativa del parlamento, in modo da portare a termine l’operazione Brexit senza fastidi. In Austria, abbiamo potuto assistere allo scandalo della trattativa segreta di Ibiza tra Strache - capo politico del populismo austriaco, FPÖ, e vicecancelliere d’Austria - e una sedicente figlia di un magnate russo, che si offriva di investire circa 250 milioni di euro per acquisire quote della stampa austriaca con soldi in nero di provenienza ignota. In realtà era tutta una balla, la giovane donna era un’adescatrice e Strache ci è cascato con tutte le scarpe: una telecamera nascosta l’ha registrato mentre consigliava all’avvenente biondina di comprare un giornale austriaco a lui ostile e di farlo diventare l’organo ufficiale del suo partito. In cambio le prometteva di regalarle tutti i contratti dell’impresa di costruzioni Strabag, il cui proprietario è nemico del FPOE. Il video è stato registrato nel luglio 2017, ma soltanto nel maggio 2019 è finito sullo Spiegel e sulla Suddeutsche Zeitung, giusto in tempo per scatenare la crisi di governo a Vienna alla vigilia delle elezioni europee. L’epilogo di questa storia è che Strache ha deciso di lasciare la politica dal 1 ottobre 2019.
Come ha agito la borghesia italiana nei confronti di Salvini
Nel caso dell’Italia possiamo dire che la frazione più responsabile della borghesia le ha provate tutte per addomesticare Salvini. Sul piano giudiziario, con le indagini sui 49 milioni di euro della Lega scomparsi nel nulla; ancora sul piano giudiziario, ma con un potenziale sviluppo sul piano delle relazioni internazionali, con le rivelazioni giornalistiche circa il coinvolgimento di Savoini, braccio destro di Salvini, in una trattativa per l’acquisto, da parte dell’ENI, di una grossa partita di petrolio venduta dalla Russia con un forte sconto di 65 milioni di dollari che sarebbe entrato, in nero, nelle tasche della Lega[8] sul piano della sua azione di ministro dell’Interno, cercando di metterlo in difficoltà nella sua politica anti-immigrati.[9]
Ma alla fine non è stato necessario far ricorso a nessuna di queste soluzioni - che dunque restano delle carte di riserva per il futuro - perché a determinare la caduta di Salvini è stata la vigile azione della parte più responsabile della borghesia italiana, che possiamo ad esempio identificare con tutto l’apparato della presidenza della Repubblica italiana, che ha semplicemente profittato del primo errore senza possibilità di ritorno compiuto da Salvini, la sua maldestra decisione di far cadere il governo. Vediamo nei vari passaggi come si è consumata la tragedia leghista.
Forte del consenso guadagnato con le sue campagne mediatiche e convinto di poter tesaurizzare in termini di elezioni politiche il forte guadagno di popolarità sancito dalle elezioni europee, dove era riuscito a invertire i rapporti di forza con l’alleato di governo M5S, Salvini ha deciso in piena estate di far saltare il tavolo e di chiedere le dimissioni del capo del governo Conte, di cui lui e altri ministri della Lega facevano parte, senza tuttavia dare le proprie dimissioni. L’ingenuità di Salvini non aveva però messo in conto il gioco della politica che prevede la libertà di applicare l’aritmetica e valutare la possibilità di comporre maggioranze diverse. Così, con la santa benedizione della presidenza della repubblica, un nuovo governo M5S, PD, LEU ha visto la luce. Invano Salvini ha provato prima a tornare indietro, offrendo finanche la presidenza del Consiglio a Di Maio, poi ad accusare i vecchi alleati di accordi sotto banco per spartirsi le poltrone. Di fatto Salvini resta l’unico responsabile di quello che è accaduto, e la borghesia italiana e internazionale ha tirato un profondo sospiro di sollievo per l’esito degli avvenimenti. D’altra parte, se si guarda l’evoluzione dello spread del mese di agosto (vedi figura 1), si vede chiaramente che più il governo Salvini-Di Maio andava a rotoli, più lo spread si riduceva, manifestando in maniera chiara l’aspettativa dei mercati che l’operato del precedente governo arrivasse a una conclusione.
Figura 1. Andamento dello spread nei giorni della crisi di governo.
Così Salvini, da che era divenuto, di fatto, chi dettava la linea al governo stando sempre in primo piano nei mass media e guadagnando continuamente in popolarità, è stato alla fine elegantemente messo in un angolo. In questo bisogna riconoscere una grande esperienza e una grande capacità di manovra dei poteri forti della borghesia italiana, che anche se in maniera non visibile, hanno tessuto la tela del nuovo governo in carica.
Che ci dobbiamo aspettare dalla formazione del governo Conte bis?
A questo punto c’è da chiedersi: cosa possiamo aspettarci da questo nuovo governo? Quale sarà la sua durata e la sua stabilità? Quale sarà la politica nei confronti dei proletari? Intanto possiamo sicuramente affermare che l’accoglienza nella comunità internazionale non poteva essere più favorevole di com’è stata. Che Salvini non fosse solo un problema italiano ma per tutta la comunità internazionale, lo dimostra tutto quello che ha fatto seguito alla formazione del governo Conte bis. La soddisfazione dell’UE per la sua formazione e la promessa di aiutarlo lo confermano. Il cambiamento di atteggiamento verso l’UE ha ottenuto risultati immediati, con la distribuzione dei migranti sbarcati tra i diversi paesi europei. Di fatto la politica dei “porti chiusi” era più uno slogan propagandista di Salvini che una reale politica capace di far fronte al problema dell’arrivo dei migranti: infatti, i porti erano chiusi soltanto per le ONG, quando il numero di migranti recuperati da queste erano soltanto il 10% del totale di quelli sbarcati in Italia.
Anche sul piano economico la borghesia italiana potrà contare dell’aiuto della borghesia europea, che potrà concedere una maggiore flessibilità a livello di legge finanziaria con aumento del deficit, cosa che invece l'Europa aveva rimproverato al governo Salvini-Di Maio.
Anche Trump ha salutato questa conclusione, cosa che potrebbe sembrare strana ma data la possibilità che la Lega possa manifestare sempre più apertamente un orientamento pro-russo, per gli USA è meglio un’Italia legata all’UE che un’Italia fedele alla Russia di Putin. E, dietro l’incredibile cambiamento di Conte da burattino nelle mani di Salvini e Di Maio a personaggio politico di spessore, non si può escludere che ci siano stati consigli e appoggi anche da parte di governi europei. Questa conclusione anti-populista della crisi politica in Italia si aggiunge alla carta Macron utilizzata in Francia contro la minaccia di una presidenza populista Le Pen e a tutte le altre politiche già richiamate in precedenza.
La forza di questo governo sta nell’avere recuperato la partecipazione del PD, partito storico e di grande esperienza politica, con grande responsabilità e lealtà nei confronti dello Stato borghese, che avrà un’influenza anche nei confronti del M5S, formazione con decisi tratti populisti ma di natura molto diversa dal populismo di destra. La collaborazione con il PD limiterà fortemente questi aspetti populisti e già queste prime settimane di governo lo stanno dimostrando.
Ciò detto, le prospettive per questo governo non sono tutte rose e fiori. Tutt’altro. I problemi riguardano, da una parte, la sua coesione politica, dall’altra le misure economiche che esso sarà costretto a prendere. Infatti, solo qualche giorno dopo la sua formazione, si è consumata la scissione di Renzi dal PD e la formazione di “Italia viva”. Con la formazione di questo gruppo, che si colloca in una posizione di centro, tra il PD e Forza Italia, Renzi esprime l’ambizione di risucchiare al suo interno parte di quest’ultimo partito ormai alla deriva oltre a tutti i moderati del PD, seguendo delle velleità del tutto personali e irresponsabili. Nonostante le ripetute dichiarazioni di appoggio al governo Conte e di non belligeranza nei confronti del PD, è chiaro che la formazione di un partito personale di Renzi risponde al proposito di poter fare da ago della bilancia e di ricattare il governo Conte. D’altra parte lo stesso M5S non può essere sdoganato dal suo velleitarismo populista del Grillo-pensiero e rimane un soggetto fortemente sotto osservazione.
Ma i problemi più grossi sono forse sul piano di cosa sarà costretto a fare il governo sul piano economico. L’Italia deve fare delle scelte importanti per rivitalizzare l’economia ormai a crescita zero e con fabbriche che vanno verso la chiusura, come la Whirlpool tra le altre, e certamente non sarà facile risolvere questi problemi con una recessione che si profila all’orizzonte che lascerà ancor meno margini di manovra di quanti ce ne siano oggi. Al tempo stesso, le difficili condizioni economiche e le difficoltà che incontrerà questo governo potranno costituire una base per la ripresa dell’azione populista, con Salvini spalleggiato da Fratelli d’Italia della Meloni.
Qualunque sia l’epilogo di questa storia, quello che è sicuro è che i lavoratori, i giovani, i pensionati, i disoccupati, i migranti, i proletari in genere, non avranno pace e non potranno contare su un futuro a meno che non prendano nelle proprie mani il loro destino.
Ezechiele 10 ottobre 2019
[1] Vedi esempio il nostro articolo “Sul problema del populismo [391]”, pubblicato sulla Rivista Internazionale n°157.
[2] “Risoluzione sulla situazione internazionale (2019): conflitti imperialisti, vita della borghesia, crisi economica [495]”, su Rivista Internazionale n°34 (ediz. it.).
[5] L’Italia nel quadro delle elezioni europee: difficoltà per la borghesia e trappole per i proletari [498] in Rivoluzione Internazionale n°183.
[7] Naturalmente non mancano le contromisure prese dallo stesso Trump, come quella di inviare il ministro della giustizia americano in Europa per indagare di persona e in gran segreto sull’origine delle indiscrezioni che lo riguardano.
[8] Questo episodio, che non è andato in porto, getta un’ulteriore ombra sugli orientamenti in politica estera della Lega. Dietro la propaganda contro “l’Europa dell’austerità”, “l’Europa dei burocrati”, si svela un atteggiamento sostanzialmente anti-UE, che arriva fino alla minaccia di uscire dall’euro. Per contro, c’è l’esaltazione della Russia di Putin, considerato “uno dei migliori leader della storia”. Tra l’altro vi è un procedimento penale della magistratura su una possibile sovvenzione russa alla Lega.
[9] La standing ovation ricevuta il 3 ottobre scorso davanti alla Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni (Libe) del Parlamento europeo da Carola Rackete, la capitana della Sea Watch 3 rimasta con l'equipaggio e 53 migranti salvati dal mare per oltre due settimane al largo di Lampedusa, è molto significativa. Ancora una volta l’elogio a chi arriva finanche a mettere sotto accusa i potenti “Dove eravate quando abbiamo chiesto aiuto in tutti i modi attraverso canali mediatici e diplomatici di sbarcare” sembra essere soprattutto una stangata contro tutti populismi.
Nella prima parte di quest’articolo abbiamo esaminato alcuni degli sviluppi più importanti dell'ambiente proletario internazionale dopo gli eventi del 68 maggio in Francia. Abbiamo notato che, mentre la rinascita della lotta di classe ha dato un impulso significativo alla rinascita del movimento politico proletario, e quindi al raggruppamento delle sue forze, questa dinamica ha cominciato ad incontrare difficoltà all'inizio degli anni '80. Riprendiamo la storia da questo punto. Questa "storia" non pretende affatto di essere esaustiva e non ci scusiamo per il fatto che sia presentata dal punto di vista "partigiano" della CCI. Può essere integrata in futuro da contributi di coloro che possono avere esperienze e prospettive diverse.
Lo sciopero di massa in Polonia nel 1980 ha dimostrato la capacità della classe operaia di organizzarsi indipendentemente dallo Stato capitalista, di unificare le sue lotte in un intero paese, di unire le esigenze economiche con quelle politiche. Ma, come abbiamo detto all'epoca: come in Russia nel 1917, il problema poteva essere posto in Polonia, ma poteva essere risolto solo su scala internazionale. Soprattutto alla classe operaia dell'Europa occidentale era stata lanciata una sfida: di fronte all'approfondimento irreversibile della crisi capitalistica, sarebbe stato necessario raggiungere gli stessi livelli di autorganizzazione e unificazione delle sue lotte, ma nello stesso tempo andare oltre il movimento in Polonia a livello di politicizzazione. I lavoratori polacchi, combattendo un regime brutale che sosteneva che i sacrifici richiesti erano tutti passi verso un futuro comunista, non erano riusciti, a livello politico, a respingere tutta una serie di mistificazioni politiche borghesi, in particolare l'idea che le loro condizioni potevano essere migliorate instaurando un regime democratico che consentisse ai "sindacati liberi" di organizzare la classe operaia. Era compito specifico dei lavoratori occidentali, che avevano vissuto anni di amara esperienza della frode della democrazia parlamentare e del ruolo sabotante dei sindacati formalmente separati dallo Stato capitalista, sviluppare una prospettiva autenticamente proletaria: lo sciopero di massa che maturava in un confronto diretto con il sistema capitalista, obiettivo di una società autenticamente comunista.
E non c'è dubbio che i lavoratori occidentali abbiano raccolto la sfida nel senso di combattere contro un nuovo ciclo di attacchi al loro tenore di vita, condotti in gran parte dalla destra al potere pronta ad “abbattere”, attraverso massicci livelli di disoccupazione, il gonfio apparato economico ereditato dal periodo keynesiano del dopoguerra. In Belgio nel 1983 i lavoratori hanno fatto passi importanti verso l'estensione della lotta - basandosi non sulle delibere dei funzionari sindacali, ma inviando massicce delegazioni in altri settori per invitarli ad aderire al movimento. Nei due anni successivi, gli scioperi dei lavoratori del settore automobilistico, dell'acciaio, dei tipografi e soprattutto dei minatori del Regno Unito furono la risposta del proletariato al nuovo regime "Thatcheriano". Contengono un reale potenziale di unificazione se solo potessero liberarsi dell'obsoleta idea sindacalista che si può sconfiggere il nemico capitalista resistendo il più a lungo possibile nei confini di un unico settore. Altrove in Europa i lavoratori - ferrovieri e operatori sanitari in Francia, dell'istruzione in Italia - si sono spinti oltre nel tentativo di staccarsi dalla morsa paralizzante dei sindacati, organizzandosi in assemblee generali con comitati di sciopero eletti e revocabili, e compiendo tentativi di coordinamento di questi comitati.
Come abbiamo sostenuto nella prima parte di questo articolo, era assolutamente necessario che le piccole organizzazioni rivoluzionarie che esistevano allora, partecipassero a queste lotte, anche con mezzi limitati, facessero sentire la loro voce attraverso la stampa, attraverso opuscoli, intervenendo alle manifestazioni, ai picchetti e nelle assemblee generali, avanzassero proposte concrete per l'estensione e l'autorganizzazione della lotta, partecipassero alla formazione di gruppi di lavoratori militanti che cercavano di stimolare la lotta e ne traessero le lezioni più importanti. La CCI ha dedicato molte delle sue risorse negli anni '80 allo svolgimento di questi compiti, abbiamo prodotto una serie di discussioni con altre organizzazioni proletarie che, a nostro avviso, non avevano colto a sufficienza il potenziale di queste lotte, soprattutto perché mancava una visione generale e storica della "linea di marcia" del movimento di classe.[1]
Eppure, come abbiamo accettato anche altrove[2], noi stessi eravamo meno chiari sulle crescenti difficoltà della lotta. Si tendeva a sottovalutare il significato delle pesanti sconfitte subite da settori importanti come i minatori nel Regno Unito e la reale esitazione della classe a rifiutare i metodi e l'ideologia sindacale. Anche quando c'è stata una forte tendenza a organizzarsi al di fuori dei sindacati, l'estrema sinistra della borghesia ha creato falsi sindacati di base, persino "coordinamenti", per mantenere la lotta entro i limiti del localismo e, in ultima analisi, del sindacalismo. Soprattutto, nonostante la determinazione e la militanza dei lavoratori in queste lotte, non ci sono stati molti progressi verso l'elaborazione di una prospettiva rivoluzionaria. La politicizzazione del movimento è rimasta nella migliore delle ipotesi embrionale.
Dalla fine degli anni '80 sosteniamo che questa situazione - di una classe operaia abbastanza forte da resistere alla spinta verso un'altra guerra mondiale, ma non in grado di offrire all'umanità la prospettiva di una nuova forma di organizzazione sociale - costituiva una sorta di stallo che apriva quella che chiamiamo la fase di decomposizione sociale. Il crollo del blocco orientale nel 1989, che segnò l'inizio definitivo di questa nuova fase di declino del capitalismo, fu come un campanello d'allarme che ci fece riflettere profondamente sul destino del movimento di classe internazionale che dal 1968 si era manifestato in ondate successive. Cominciammo a capire che il nuovo periodo avrebbe posto notevoli difficoltà alla classe operaia, anche (ma non solo) a causa del furioso assalto ideologico della borghesia che proclamava la morte del comunismo e la confutazione finale del marxismo.
Nella prima parte di questo articolo abbiamo notato che, già all'inizio degli anni '80, l'ambiente politico proletario aveva attraversato una grande crisi, segnalata dal fallimento delle conferenze internazionali della sinistra comunista, dalle scissioni nella CCI e dall'implosione del Partito Comunista Internazionale bordighista (Programma Comunista). Le principali organizzazioni politiche della classe operaia entrarono così in questo nuovo e incerto periodo in una condizione di debolezza e dispersione. L'incapacità generale della classe di politicizzare le sue lotte significava anche che la crescita molto evidente dell'ambiente politico proletario alla fine degli anni '60 e '70 aveva cominciato a rallentare o a ristagnare. Inoltre, a nostro avviso, nessuna delle organizzazioni esistenti al di fuori della CCI aveva il quadro teorico che consentisse loro di comprendere le caratteristiche della nuova fase di decadenza: alcune di esse, come quelle bordighiste, hanno più o meno rifiutato del tutto il concetto di decadenza, mentre altre, come Battaglia Comunista e la CWO (Communist Workers Organisation), ora raggruppate come BIPR (Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario) avevano un concetto di decadenza ma non avevano interesse a misurare il rapporto di forza storico tra le classi (quella che abbiamo chiamato la questione del "corso storico"). L'idea di una situazione di stallo sociale non aveva quindi alcun significato per loro.
L'impatto della decomposizione
Il pericolo principale della decomposizione per la classe operaia è che essa mina gradualmente le basi stesse della sua natura rivoluzionaria: la sua capacità, anzi il suo bisogno fondamentale, di associazione. La tendenza verso "ognuno per sé" è insita nel modo di produzione capitalistico, ma assume una nuova intensità, anche una nuova qualità, in questa fase finale di decadenza capitalistica. Questa tendenza può essere guidata sia da fattori materiali che ideologici - dalla dispersione fisica delle concentrazioni proletarie come risultato di licenziamenti e delocalizzazioni di massa, e dalla deliberata creazione di divisioni tra i lavoratori (nazionali, razziali, religiosi, ecc.); dalla competizione per l'occupazione o i benefici sociali e da campagne ideologiche sulle "gioie" del consumismo o della democrazia. Ma il suo effetto complessivo è quello di rosicchiare la capacità del proletariato di vedersi come una classe con interessi distinti, di unirsi come classe contro il capitale. Questo è intimamente legato all'effettiva diminuzione delle lotte della classe operaia negli ultimi tre decenni.
La minoranza rivoluzionaria, come parte della classe, non viene risparmiata dalle pressioni di un sistema sociale in disintegrazione che chiaramente non ha futuro. Per i rivoluzionari, il principio di associazione si esprime nella formazione di organizzazioni rivoluzionarie e nell'impegno nell'attività militante organizzata. La controtendenza è la fuga verso soluzioni individuali, verso la perdita di fiducia nell'attività collettiva, la sfiducia nelle organizzazioni rivoluzionarie e la perdita di speranza per il futuro. Quando il blocco orientale è caduto e la prospettiva di un profondo ritiro della lotta di classe ha cominciato a rivelarsi, il nostro compagno Marc Chirik, che aveva sperimentato la forza della controrivoluzione e aveva resistito al suo impatto attraverso la sua attività militante nelle frazioni della sinistra comunista, ha detto una volta che "ora vedremo chi sono i veri militanti". Purtroppo, Marc, morto nel 1990, non sarebbe stato presente di persona per aiutarci ad adattarsi a condizioni in cui spesso nuotavamo controcorrente, anche se aveva certamente fatto tutto il possibile per trasmettere i principi di organizzazione che sarebbero serviti come miglior mezzo di difesa contro le successive tempeste.
Nella prima parte di questo articolo abbiamo già spiegato che le crisi sono un prodotto inevitabile della situazione delle organizzazioni rivoluzionarie nella società capitalista, del bombardamento incessante dell'ideologia borghese nelle sue varie forme. La CCI è sempre stata aperta sulle proprie difficoltà e sulle proprie differenze interne, anche se si propone di presentarle in modo coerente piuttosto che limitarsi a "mettere tutto sul tavolo". E abbiamo anche insistito sul fatto che le crisi dovrebbero sempre obbligare l'organizzazione ad imparare da esse e quindi a rafforzare il proprio arsenale politico.
La progressiva decomposizione della società capitalistica tende a rendere tali crisi più frequenti e pericolose. Questo è stato certamente il caso della CCI negli anni '90 e all'inizio del secolo. Tra il 1993 e il 1995, ci siamo trovati di fronte alla necessità di confrontarci con le attività di un clan che si era profondamente radicato nell'organo centrale internazionale della CCI, una "organizzazione all'interno dell’organizzazione" che aveva una strana somiglianza con la Fratellanza Internazionale dei bakuninisti all'interno della Prima internazionale, compreso il ruolo guida svolto da un avventuriero politico, JJ, intriso di pratiche manipolatorie della massoneria. Tali predilezioni per l'occultismo erano già espressione della potente marea di irrazionalità che tende a spazzare la società in questo periodo. Allo stesso tempo, la formazione di clan all'interno di un'organizzazione rivoluzionaria, qualunque sia la loro ideologia specifica, è parallela alla ricerca di false comunità che sono una caratteristica sociale molto più ampia di questo periodo.
La risposta della CCI a questi fenomeni è stata quella di portarli alla luce del giorno e di approfondire la conoscenza del modo in cui il movimento marxista si era difeso contro di loro. Abbiamo così prodotto un testo di orientamento sul funzionamento che affonda le sue radici nelle battaglie organizzative della Prima Internazionale e del Partito operaio socialdemocratico russo[3], e una serie di articoli sulla lotta storica contro il settarismo, l'avventurismo, la massoneria e il parassitismo politico[4]. In particolare, questi articoli identificavano Bakunin come esempio dell'avventuriero declassato che usa il movimento operaio come trampolino di lancio per le proprie ambizioni personali, e la Fratellanza Internazionale come primo esempio di parassitismo politico - di una forma di attività politica che, pur lavorando superficialmente per la causa rivoluzionaria, svolge un'opera di denigrazione e distruzione che può servire solo al nemico di classe.
Lo scopo di questi testi non era solo quello di armare la CCI per evitare di essere infettati dalla moralità e dai metodi di classi estranee al proletariato, ma di stimolare un dibattito in tutto l'ambiente proletario intorno a queste questioni. Purtroppo, abbiamo ricevuto poca o nessuna risposta a questi contributi da parte dei gruppi seri dell'ambiente politico proletario, come il BIPR, che tendeva a vederli solo come strane ossessioni della CCI. Coloro che erano già apertamente ostili alla CCI - come i resti del Communist Bulletin Group (CBG) - li hanno colti come prova definitiva che la CCI è degenerata in una setta bizzarra che dovrebbe essere evitata a tutti i costi[5]. I nostri sforzi per fornire un quadro chiaro per comprendere il crescente fenomeno del parassitismo politico - le Tesi sul Parassitismo pubblicate nel 1998[6] - hanno incontrato lo stesso tipo di reazione. E molto rapidamente, la mancata comprensione di questi problemi da parte del milieu non si è semplicemente tradotta in un atteggiamento di neutralità nei confronti di elementi che possono solo svolgere un ruolo distruttivo nei confronti del movimento rivoluzionario. Come vedremo, ha portato dalla "neutralità" alla tolleranza e poi alla cooperazione attiva con tali elementi.
La crescita del parassitismo politico
All'inizio degli anni 2000 la CCI si è trovata di nuovo ad affrontare una grave crisi interna. Un certo numero di militanti dell'organizzazione, sempre membri dell'organo centrale internazionale, che avevano partecipato attivamente a rivelare le attività del clan JJ, si sono riuniti in un nuovo clan riprendendo alcuni degli stessi temi del precedente, in particolare i loro attacchi ai compagni che si erano battuti con maggiore fermezza per la difesa dei principi organizzativi, diffondendo addirittura la voce che uno di loro era un agente di polizia che manipolava gli altri.
La "Frazione interna della Corrente comunista internazionale" (FICCI) ha da allora ampiamente dimostrato che spesso esiste una linea sottile tra l'attività di un clan all'interno dell'organizzazione e quella di un'organizzazione parassitaria a pieno titolo. Gli elementi che hanno costituito la FICCI sono stati esclusi dalla CCI per azioni indegne dei militanti comunisti, tra cui il furto dei fondi dell'organizzazione e la pubblicazione di sensibili informazioni interne che avrebbero potuto mettere in pericolo i nostri militanti dalla polizia. Da allora, questo gruppo, che successivamente ha cambiato nome in Gruppo Internazionale della Sinistra Comunista (IGCL), ha dato ulteriore prova di incarnare una forma di parassitismo così rabbioso da essere indistinguibile dall'attività della polizia politica. Nel 2014 siamo stati obbligati a pubblicare una denuncia di questo gruppo che era riuscito ancora una volta a rubare materiale interno alla CCI e cercava di usarlo per denigrare la nostra organizzazione e i suoi militanti[7].
Chiaramente un gruppo che si comporta in questo modo è un pericolo per tutti i rivoluzionari, indipendentemente dalle posizioni politiche formalmente corrette che difende. La risposta di un milieu comunista che comprendeva la necessità di solidarietà tra le sue organizzazioni sarebbe stata quella di escludere dal campo proletario tali pratiche, e coloro che le attuavano; quanto meno, avrebbe dovuto rinnovare le tradizioni del movimento operaio che riteneva che comportamenti di questo tipo, o accuse contro la probità di un militante o organizzazione rivoluzionaria, richiedevano la formazione di una "Giuria d'Onore" per stabilire la verità su tali comportamenti o accuse[8]. Nel 2004, tuttavia, una serie di eventi che abbiamo chiamato "Circulo" ha mostrato fino a che punto il movimento politico proletario di oggi si è allontanato da queste tradizioni.
Nel 2003, la CCI è entrata in contatto con un nuovo gruppo argentino, il Nucleo Comunista Internationalista (NCI). Dopo intense discussioni con la CCI, c'è stato un deciso spostamento verso le posizioni della nostra organizzazione ed è stata posta la questione della formazione di una sezione della CCI in Argentina. Tuttavia, un membro di questo gruppo, che abbiamo chiamato "B", deteneva il monopolio delle attrezzature informatiche a disposizione dei compagni e quindi della comunicazione con altri gruppi e individui, e nel corso delle nostre discussioni è risultato chiaro che questo individuo si considerava una sorta di guru politico che si era arrogato il compito di rappresentare il NCI nel suo insieme. Durante la visita della delegazione della CCI nel 2004, B ha chiesto che il gruppo fosse immediatamente integrato nella CCI. La nostra risposta è stata che eravamo interessati soprattutto alla chiarezza politica e non alla fondazione di concessioni commerciali e che era ancora necessaria una buona dose di discussione prima di poter compiere un tale passo. Vanificatasi la sua ambizione di utilizzare la CCI come trampolino di lancio per il suo prestigio personale, allora B ha fatto un improvviso voltafaccia: all'insaputa degli altri membri del NCI, è entrato in contatto con la FICCI e con il loro sostegno ha improvvisamente dichiarato che l'intero NCI ha rotto con la CCI a causa dei suoi metodi stalinisti e ha formato un nuovo gruppo, il Circulo de Comunistas Internacionalistas. Giubilo da parte della FICCI che ha felicemente pubblicato questa grande notizia nel loro bollettino. Ma il peggio di tutto ciò fu che il BIPR - che era entrato in contatto anche con la FICCI, senza dubbio lusingato dalla dichiarazione della FICCI che il BIPR, "ora che la CCI era completamente degenerata", era il vero polo di raggruppamento dei rivoluzionari - pubblicò anche la dichiarazione del Circulo sul loro sito web, in tre lingue.
La risposta della CCI a questa deplorevole vicenda è stata molto accurata. Avendo stabilito i fatti della questione - che il nuovo gruppo era in realtà una pura invenzione di B, e che gli altri membri del NCI non sapevano nulla della presunta rottura con la CCI - abbiamo scritto una serie di articoli che denunciano il comportamento avventuriero di B, l'attività parassitaria della FICCI e l'opportunismo del BIPR, che era disposto a prendere letteralmente un intero cumulo di calunnie contro la CCI, senza alcun tentativo di indagine, con l'idea di dimostrare che "qualcosa si stava muovendo in Argentina" .... lontano dalla CCI e verso se stessi. Solo quando la CCI ha dimostrato senza ombra di dubbio che B era davvero un impostore politico, e quando gli stessi compagni del NCI hanno fatto una dichiarazione in cui negano di aver rotto con la CCI, il BIPR ha tranquillamente cancellato il materiale offensivo del Circulo dal loro sito web, senza offrire alcuna spiegazione e ancor meno un'autocritica. Un atteggiamento altrettanto ambiguo si è manifestato nello stesso periodo in cui è risultato evidente che il BIPR ha utilizzato una lista di indirizzi della CCI rubati dalla FICCI quando sono stati espulsi dalla CCI per pubblicizzare una riunione pubblica del BIPR a Parigi[9].
Questa vicenda dimostra che il problema del parassitismo politico non è una mera invenzione della CCI, tanto meno un mezzo per zittire chi si oppone alle nostre analisi, come alcuni hanno sostenuto. È un pericolo reale per la salute del milieu proletario e un serio ostacolo alla formazione del futuro partito di classe. E così le nostre tesi sul parassitismo ne sono la conclusione:
“Quello che era valido ai tempi dell'AIT, resta valido ancora oggi. La lotta contro il parassitismo costituisce una delle responsabilità essenziali della Sinistra Comunista, che si collega strettamente alla tradizione delle grandi lotte contro l'opportunismo. In questo momento, uno dei fronti fondamentali per la preparazione del partito di domani e, per questo stesso fatto, ha il suo peso nel determinare sia il momento in cui il partito sorgerà, sia la sua capacità di svolgere il suo ruolo nelle lotte decisive del proletariato.”
I gruppi parassiti hanno la funzione di seminare divisioni nel campo proletario diffondendo voci e calunnie, introducendo in esso pratiche estranee alla morale proletaria, come furti e manovre dietro le quinte. Il fatto che il loro obiettivo principale sia stato quello di costruire un muro intorno alla CCI, di isolarla da altri gruppi comunisti e di distogliere gli elementi emergenti dall'impegnarsi con noi non significa che essi danneggiano solo la CCI – ma l'intero milieu e la sua capacità di cooperare in vista della formazione del partito del futuro è indebolita dalla loro attività. Inoltre, poiché i loro atteggiamenti nichilisti e distruttivi sono un riflesso diretto del crescente peso della decomposizione sociale, possiamo aspettarci una loro presenza crescente nel prossimo periodo, soprattutto se l'ambiente proletario rimane spensieratamente ignorante del pericolo che rappresentano.
2004-2011: l'emergere di nuove forze politiche e le difficoltà incontrate.
L'articolo sulla nostra esperienza con il NCI parla della ripresa della lotta di classe e della comparsa di nuove forze politiche. La CCI aveva notato segni di questa ripresa nel 2003, ma la prova più evidente che qualcosa stava cambiando è stata fornita dalla lotta degli studenti contro la legislazione del Contratto di Primo Impiego (CPE) in Francia nel 2006, un movimento che ha mostrato una reale capacità di autorganizzazione nelle assemblee e che ha minacciato di estendersi ai settori lavorativi, obbligando così il governo a cancellare il CPE. Nello stesso anno la forma assembleare è stata adottata dai lavoratori siderurgici di Vigo che hanno anche mostrato una reale volontà di incorporare altri settori nel movimento. E sulla scia del crollo finanziario del 2008, nel 2010, abbiamo visto una lotta significativa da parte di studenti universitari e delle scuole superiori sulle tasse e sulle borse di studio nel Regno Unito, e un movimento contro la "riforma" delle pensioni in Francia. L'anno successivo, il 2011, ha visto lo scoppio della "primavera araba", un'ondata di rivolte sociali in cui l'influenza del proletariato variava da paese a paese ma che in Egitto, Israele e altrove ha fornito al mondo l'esempio dell'occupazione delle piazze pubbliche e dell'organizzazione di assemblee regolari - un esempio ripreso dal movimento Occupy negli Stati Uniti, da assemblee in Grecia e soprattutto dal movimento degli Indignados in Spagna. Quest'ultimo, in particolare, ha fornito la base per un certo grado di politicizzazione attraverso animati dibattiti sull'obsolescenza del capitalismo e sulla necessità di una nuova forma di società.
Questa politicizzazione a livello più generale è stata accompagnata dalla comparsa di nuove forze in cerca di risposte rivoluzionarie allo stallo dell'ordine sociale. Alcune di queste forze erano orientate verso le posizioni e le organizzazioni della sinistra comunista. Due diversi gruppi della Corea del Sud sono stati invitati ai congressi della CCI durante questo periodo, così come il gruppo EKS in Turchia e nuovi contatti negli USA. Le discussioni sono iniziate con gruppi o circoli di discussione in Sud America, nei Balcani e in Australia; alcuni di questi gruppi e circoli sono diventati nuove sezioni della CCI (Turchia, Filippine, Ecuador, Perù). Anche la TCI ha acquisito nuove forze da questo periodo.
C'è stato anche un notevole sviluppo di una corrente internazionalista nell'anarchismo, che si è visto ad esempio nelle discussioni sul forum internet di libcom e nella crescita di nuovi gruppi anarco-sindacalisti critici nei confronti del sindacalismo "istituzionalizzato" di organizzazioni come la CNT.
La CCI ha risposto a questi sviluppi nel modo più ampio possibile, e questo era assolutamente necessario: senza trasmettere l'eredità della sinistra comunista ad una nuova generazione, non c'è speranza di un movimento verso il partito del futuro.
Ma ci sono state importanti debolezze nel nostro intervento. Quando diciamo che l'opportunismo e il settarismo sono malattie del movimento operaio, frutto della costante pressione dell'ideologia di altre classi sul proletariato e sulle sue organizzazioni politiche, non li usiamo solo come strumento di critica nei confronti di altre organizzazioni, ma come metro di valutazione della nostra capacità di resistere a questa pressione e di mantenere i metodi e le acquisizioni della classe operaia in tutti i settori della nostra attività.
La sezione turca della CCI, integrata nel 2009, ha lasciato la CCI nel 2015 per formare un gruppo di breve durata, Pale Blue Jadal. Nel nostro tentativo di tracciare un bilancio di questo fallimento, abbiamo acceso la luce sui nostri errori opportunisti nel processo di integrazione:
"La nostra integrazione del gruppo EKS come sezione turca della CCI era un processo infestato da opportunismo. Non proponiamo qui di capirne le ragioni: basti dire che abbiamo cercato di forzare il ritmo della storia, e questa è una ricetta classica dell'opportunismo.
Forzare il ritmo, naturalmente, era al nostro piccolo livello; principalmente, significava "accelerare" le discussioni con il gruppo EKS che sarebbe diventato la nostra sezione in Turchia. In particolare abbiamo deciso:
1. Ridurre drasticamente il tempo dedicato alla discussione organizzativa con i membri dell'EKS prima della loro integrazione,
sulla base del fatto che l'arte di costruire un'organizzazione si impara essenzialmente dall'esperienza.
2. Integrare l'EKS come gruppo, non come individui. Sebbene il nostro statuto lo preveda, c'è il pericolo che i nuovi militanti si vedano non come singoli militanti di un'organizzazione internazionale, ma come membri del loro gruppo originario".[10]
Come abbiamo sostenuto nella prima parte di questo articolo, opportunismo e settarismo spesso vanno di pari passo. E alcuni elementi retrospettivi della nostra risposta all'affare Circulo possono certamente essere considerati settari. Data l'ascesa di nuove forze politiche da un lato, data l’ultima prova della difficoltà della TCI a comportarsi secondo i principi, e l'inalterabile e rigido settarismo dei bordighisti, c'era una certa tendenza nella CCI a concludere che il "vecchio milieu" era già stato spazzato via e che le nostre speranze per il futuro avrebbero dovuto risiedere nelle nuove forze che stavamo iniziando a incontrare.
Questo è stato il lato settario della nostra reazione. Ma, ancora una volta, aveva anche un lato opportunista. Per convincere il nuovo milieu che non eravamo settari, nel 2012 abbiamo fatto nuove aperture alla TCI, sostenendo una ripresa delle discussioni e del lavoro comune che era stato interrotto sin dal crollo delle conferenze internazionali all'inizio degli anni Ottanta. Questo era di per sé corretto, ed era la continuazione di una politica che avevamo, senza molto successo, portato avanti negli anni '80 e '90[11]. Ma per avviare questo processo, abbiamo preso per buona la spiegazione del comportamento della TCI sull'affare Circulo: che si trattava essenzialmente del lavoro di un compagno che in seguito era morto. A parte la dubbia moralità di un tale approccio da parte loro, non ha portato assolutamente alcun chiarimento da parte della TCI circa la loro volontà di stringere un'alleanza con elementi che in realtà non avevano alcun posto nell'ambiente proletario. E alla fine le discussioni che abbiamo iniziato con la TCI si sono presto arenate su questa lacuna finora incolmabile del parassitismo - la questione di quali gruppi ed elementi possono essere considerati come componenti legittimi della sinistra comunista. E questo non è stato l'unico esempio di una tendenza da parte della CCI a mettere da parte questa questione vitale perché decisamente impopolare nel milieu proletario. Comprendeva anche l'integrazione dell'EKS che non è stato mai d'accordo con noi sulla questione del parassitismo, e gli approcci a gruppi che noi stessi consideravamo parassiti, come il CBG (approcci che non portavano da nessuna parte).
Gli articoli della CCI in questo periodo mostrano un comprensibile ottimismo sul potenziale contenuto nelle nuove forze (si veda per esempio l'articolo sul nostro 18° congresso)[12]. Ma c'era allo stesso tempo una sottovalutazione di molte delle difficoltà incontrate da questi nuovi elementi che erano apparsi nella fase di decomposizione.
Come abbiamo detto, alcuni degli elementi derivanti da questo incremento sono venuti verso la sinistra comunista e alcuni sono stati integrati nelle sue principali organizzazioni. Allo stesso tempo, molti di questi elementi non sono sopravvissuti a lungo - non solo la sezione turca della CCI, ma anche il NCI, il gruppo di discussione formatosi in Australia[13], e una serie di contatti che sono apparsi negli Stati Uniti. Più in generale, c'è stata un'influenza molto diffusa dell'anarchismo su questa nuova ondata di elementi "in ricerca" - in una certa misura espressione del fatto che il trauma dello stalinismo e l'impatto che ha avuto sulla nozione di organizzazione politica rivoluzionaria era ancora un fattore importante nel secondo decennio dopo il crollo del blocco russo.
Lo sviluppo dell'ambiente anarchico in questo periodo non è stato del tutto negativo. Ad esempio, il forum internet libcom, che è stato al centro di molti dibattiti politici internazionali nel primo decennio della sua esistenza, è stato gestito da un collettivo che tendeva a respingere il gauchismo e lo stile di vita anarchico e a difendere alcune basi dell'internazionalismo. Alcuni di loro erano passati attraverso l'attivismo superficiale dell'ambiente "anticapitalista" degli anni '90 e avevano cominciato a guardare alla classe operaia come forza di cambiamento sociale. Ma questa ricerca fu in gran parte bloccata dallo sviluppo dell'anarco-sindacalismo, che riduce il riconoscimento del ruolo rivoluzionario della classe operaia ad una visione economista incapace di integrare la dimensione politica della lotta di classe, e che sostituisce l'attivismo limitato alla strada all'attivismo sul posto di lavoro (la nozione di addestrare "organizzatori" e formare "sindacati rivoluzionari"). Per quanto paradossale possa sembrare, questo ambiente è stato influenzato anche dalle teorie della "comunizzazione", che è l'espressione molto esplicita di una perdita di convinzione che il comunismo può avvenire solo attraverso la lotta della classe operaia. Ma il paradosso è più apparente che reale, poiché sia il sindacalismo che la comunizzazione riflettono un tentativo di aggirare la realtà che una lotta rivoluzionaria è anche una lotta per il potere politico, e richiede la formazione di un'organizzazione politica proletaria. Più recentemente, libcom e altre espressioni del movimento anarchico sono state risucchiate in varie forme di politica identitaria, che continuano ad allontanarsi da un punto di vista proletario[14]. Nel frattempo, altri settori del movimento anarchico sono stati completamente risucchiati dal nazionalismo curdo che pretende di aver stabilito una sorta di Comune rivoluzionaria a Rojava.
Va anche detto che il nuovo milieu - e persino i gruppi rivoluzionari affermati - avevano poche difese contro la nociva atmosfera morale di decomposizione e in particolare contro l'aggressione verbale e l'atteggiamento che spesso infesta internet. Su libcom, per esempio, i membri e simpatizzanti dei gruppi della Sinistra comunista, e la CCI in particolare, hanno dovuto lottare duramente per superare un muro di ostilità in cui le calunnie di gruppi parassitari come il CBG erano di solito date per scontate. E mentre alcuni progressi a livello di cultura del dibattito sembravano aver luogo nei primi anni di libcom, l'atmosfera ha preso una svolta negativa dopo il coinvolgimento del collettivo libcom nello scandalo di "Aufhebengate", dove la maggioranza del collettivo ha adottato una posizione da cricca in difesa di uno dei loro amici del gruppo Aufheben che si era chiaramente dimostrato cooperare con le strategie della polizia contro le proteste di strada[15].
Altri esempi di questo tipo di degrado morale tra coloro che professano la causa del comunismo potrebbero essere dati, il membro del gruppo di comunizzazione greco Blaumachen che divenne ministro nel governo Syriza è forse uno dei più evidenti[16]. Ma anche i gruppi della sinistra comunista non sono stati risparmiati da tali difficoltà: abbiamo già menzionato le dubbie alleanze che la TCI ha stabilito con alcuni gruppi parassiti. E più recentemente, la TCI è stato costretta per la prima volta a sciogliere la sua sezione in Canada, che aveva adottato un atteggiamento di scusa nei confronti di uno dei suoi membri che aveva commesso abusi sessuali, mentre un gruppo di simpatizzanti greci è caduto nel nazionalismo più rabbioso di fronte alla crisi dell'immigrazione[17]. E la stessa CCI ha vissuto quella che abbiamo definito una "crisi morale e intellettuale" quando uno dei nostri compagni, più attivo nell'opporsi alle politiche opportuniste che avevamo adottato in alcune delle nostre attività (e che era stato in precedenza il bersaglio dei clan degli anni '90) è stato sottoposto a una campagna come capro espiatorio[18]. Una "Giuria d'Onore" istituita all'interno dell'organizzazione ha ritenuto nulle tutte le accuse a suo carico. Questi eventi dimostrano che la questione del comportamento, dell'etica e della morale è sempre stata un elemento chiave nella costruzione di un'organizzazione rivoluzionaria degna del suo nome. Il movimento rivoluzionario non potrà superare le sue divisioni senza affrontare questa questione.
Problemi contemporanei e prospettive future
I segni di una rinascita della lotta di classe apparsa nel 2006-2011 sono stati ampiamente eclissati da un'ondata di reazione che ha assunto la forma dell'ascesa del populismo e dell'insediamento di una serie di regimi autoritari, in particolare in un paese come l'Egitto che era al centro della "primavera araba". La recrudescenza dello sciovinismo e della xenofobia ha colpito proprio alcune delle aree in cui, nel 2011, sembravano apparire i primi germogli di una nuova fioritura internazionalista, in particolare l'ondata di nazionalismo in Catalogna, che in precedenza era stata al centro del movimento degli Indignados. E mentre la crescita del nazionalismo mette in evidenza il pericolo di sanguinosi conflitti imperialisti nel periodo a venire, sottolinea anche la totale incapacità del sistema esistente, dilaniato da rivalità e concorrenza, nell'affrontare la crescente minaccia di distruzione ambientale. Tutto ciò contribuisce a creare stati d'animo diffusi sia di negazione del futuro capitalismo apocalittico che ci attende, sia di nichilismo e disperazione.
In breve, il cupo clima sociale e politico non sembra essere propizio allo sviluppo di un nuovo movimento rivoluzionario, che può essere presagio solo nella convinzione che un futuro alternativo è possibile.
E ancora, pochi progressi sono stati fatti per migliorare le relazioni tra i gruppi comunisti esistenti, dove sembra che si tratti di un passo avanti, due passi indietro: così, mentre nel novembre 2017 la CWO ha accettato l'invito della CCI a fare una presentazione nel nostro giorno di discussione sulla rivoluzione di Ottobre, da allora hanno sempre respinto ogni altra iniziativa di questo tipo.
Questo significa, come ha recentemente affermato un membro della CWO, che la CCI è caduta nella demoralizzazione e nel pessimismo sul futuro della lotta di classe e sul potenziale per la formazione del partito di domani?[19]
Non vediamo certamente alcun senso nel negare le difficoltà reali che la classe operaia deve affrontare e nello sviluppare una presenza comunista al suo interno. Una classe che ha sempre più perso il senso della propria esistenza come classe non accetterà facilmente le argomentazioni di chi, contro ogni previsione, continua ad insistere sul fatto che il proletariato non solo esiste, ma detiene la chiave per la sopravvivenza dell'umanità.
Eppure, nonostante i pericoli molto tangibili di quest'ultima fase di decadenza capitalistica, non pensiamo che la classe operaia abbia detto la sua ultima parola. Restano alcuni elementi che indicano la possibilità di un eventuale recupero dell'identità di classe e della coscienza di classe tra le nuove generazioni del proletariato, come abbiamo sostenuto al nostro 22° Congresso nella nostra risoluzione sulla lotta di classe internazionale[20]. E vediamo anche un rinnovato processo di politicizzazione comunista in una piccola ma significativa minoranza di questa nuova generazione, spesso sotto forma di interazione diretta con la sinistra comunista. Individui in cerca di chiarimenti e nuovi gruppi e circoli sono apparsi in particolare negli Stati Uniti, ma anche in Australia, Gran Bretagna, Sud America... Questa è una vera testimonianza del fatto che la "vecchia talpa" di Marx continua a scavare sotto la superficie degli eventi.
Come i nuovi elementi apparsi una decina d'anni fa, questo ambiente emergente si trova di fronte a molti pericoli, anche a causa dell'offensiva diplomatica di alcuni gruppi parassitari e dell'indulgenza dimostrata nei loro confronti da organizzazioni proletarie come la TCI. È particolarmente difficile per molti di questi giovani compagni comprendere il carattere necessariamente a lungo termine dell'impegno rivoluzionario e la necessità di evitare l'impazienza e le precipitazioni. Se la loro apparizione esprime un potenziale che risiede ancora nelle viscere della classe operaia, è fondamentale per loro riconoscere che i dibattiti e le attività attuali hanno senso solo come parte di un'opera per il futuro. Torneremo su questa questione in articoli successivi.
Evidentemente, le organizzazioni esistenti della sinistra comunista hanno un ruolo chiave nella lotta per il futuro a lungo termine di questi nuovi compagni. E loro stesse non sono immune da pericoli, come abbiamo già detto a proposito della precedente ondata di "elementi di ricerca". In particolare, devono evitare di corteggiare ogni facile popolarità astenendosi da discussioni su questioni difficili o annacquando le loro posizioni con l'obiettivo di "guadagnare un pubblico più ampio". Un compito centrale delle organizzazioni comuniste esistenti è sostanzialmente lo stesso che è stato per le frazioni che si sono staccate dall'Internazionale comunista degenerata per porre le basi di un nuovo partito quando l'evoluzione dell'obiettivo, e soprattutto le condizioni soggettive, lo hanno posto all'ordine del giorno: una lotta intransigente contro l'opportunismo in tutte le sue forme, e per il massimo rigore nel processo di chiarificazione politica.
Amos
[1] Vedi per esempio: International Review 55, “Decantazione del milieu politico proletario e oscillazione del BIPR', https://en.internationalism.org/internationalreview/198810/1410/decantation-ppm-and-oscillations-ibrp [501] - IR 56, '20 anni dal Maggio 68 L'evoluzione del milieu politico proletario': https://en.internationalism.org/content/3062/20-years-1968-evolution-proletarian-political-milieu-iii [502].
[2] Si veda, ad esempio, il rapporto sulla lotta di classe al 21° Congresso della CCI (ICConline): https://it.internationalism.org/cci/201603/1358/rapporto-sulla-lotta-di-classe [503]
[3] International Review 109, La questione del funzionamento organizzativo nella CCI
[4] Pubblicato in International Review n. 84,85, 87, 88.
[5] International Review 83, Parassitismo politico: Il "CBG" fa il lavoro della borghesia https://en.internationalism.org/content/3667/political-parasitism-cbg-does-bourgeoisies-work [504]
[6] Rivista Internazionale 22, Tesi sul parassitismo: https://it.internationalism.org/rint/22_parassitismo [386].
[7] Comunicato ai nostri lettori: La CCI sotto attacco da parte di una nuova agenzia dello Stato borghese (CCI-online): https://it.internationalism.org/cci/201405/1310/comunicato-ai-nostri-lettori-la-cci-attaccata-da-una-nuova-officina-dello-stato-borg [311]
[8] Giuria d'Onore:un'arma per la difesa [505]delle organizzazioni rivoluzionarie [505]( [505]p [505]art [505]e [505] 1) [505]; ( [506]p [506]art [506]e [506] 2) [506].
[9] Sulla vicenda "Circulo", si veda, ad esempio, IR 120: "Nucleo Comunista Internacional: [507]un episodio nella lotta del proletariato per la coscienza [507]"; IR 121:"B [508]I [508]P [508]R [508]: una politica opportunista di raggruppamento che non porta ad altro che all'aborto [508]’ [508]”.
[11] Ad esempio, gli appelli al milieu proletario dei nostri congressi del 1983, 1991 e 1999, questi ultimi due accompagnati da una proposta di intervento congiunto contro le guerre nel Golfo e nei Balcani; l'organizzazione di un incontro comune con la CWO sulla questione della coscienza di classe nel 1984 e sulla rivoluzione russa nel 1997, ecc.
[12] (CCI-online): 18° Congresso della CCI: verso il raggruppamento delle forze internazionaliste [510]
[16] dialectical-delinquents.com/articles/war-politics/the-minister-of-sic
[17] https://www.leftcom.org/en/articles/2017-01-06/ict-statement-on-the-dissolution-of-the-gio-canada [514];
https://www.leftcom.org/en/articles/2017-03-26/under-a-false-flag [515]
[18] Conferenza internazionale straordinaria della CCI: la "notizia" della nostra scomparsa è ampiamente esagerata! [516]
[19] "E dov'è la CCI oggi? Un residuo demoralizzato e sconfitto di un'organizzazione una volta più grande, costruita sull'illusione che la rivoluzione fosse dietro l'angolo. Oggi si consola con il parlare di caos e decomposizione (che è vero, ma è il risultato dell'approfondimento della crisi capitalistica e non di una qualche paralisi nella guerra di classe come sostiene la CCI). Quando la CCI sostiene che oggi sono solo una "frazione" (e poi mente apertamente dicendo che è sempre stata solo una frazione!) quello che dicono è che non c'è niente da fare se non scrivere stupide polemiche ad altre organizzazioni (ma poi questa è la metodologia della CCI dal 1975)". Messaggio firmato dal direttore del forum Cleishbotham sul forum della TCI a seguito di una discussione sul rapporto di forza tra le classi con un simpatizzante della CCI: https://www.leftcom.org/en/forum/2019-01-21/the-party-fractions-and-periodisation [517].
[20] (CCI-online), "22° congresso CCI: Risoluzione sulla lotta di classe internazionale [465]".
Introduzione
La rivoluzione comunista può essere vittoriosa solo se il proletariato si dota di una partito politico di avanguardia capace di essere all’altezza dei suoi compiti, come fu il partito bolscevico nel primo tentativo rivoluzionario del 1917. La storia ha dimostrato quanto sia difficile costruire un tale tipo di partito, compito che richiede molti e svariati sforzi. Soprattutto richiede la massima chiarezza sulle questioni programmatiche e sui principi di funzionamento dell’organizzazione, una chiarezza che necessaramente deve basarsi su tutta l’esperienza passata del movimento operaio e delle sue organizzazioni politiche.
In ogni tappa della storia del movimento operaio, ci sono state correnti che si sono distinte come le migliori espressioni di questa chiarezza, come quelle che hanno dato un contributo decisivo al futuro della lotta. E’ questo il caso della corrente marxista nel 1848, quando gran parte del proletariato era ancora influenzato da teorie che pagavano un alto prezzo alle concezioni piccolo-borghesi, alla cui critica fu dedicato il capitolo 3 del Manifesto Comunista, “Letteratura socialista e comunista”. E lo fu ancora di più all’interno dell’Associazione Internazionale dei lavoratori (AIT, Prima Internazionale) fondata nel 1864:
“questa Associazione, che era stata fondata con uno scopo specifico – unire le forze combattive del proletariato dell’Europa e dell’America in un solo corpo – non poteva proclamare immediatamente i principi stabiliti nel Manifesto.Il programma dell’Internazionale doveva essere sufficientemente ampio per essere accettato sia dai sindacati inglesi come dai seguaci di Proudhon in Francia, Belgio, Italia e Spagna, e dai lassalliani in Germania. Marx, che scrisse questo programma in maniera da soddisfare tutti questi partiti, confidava interamente sullo sviluppo intellettuale della classe operaia, che sarebbe sicuramente uscito dall’azione e dalla discussione collettiva. (…) Marx aveva ragione. Quando, nel 1876 l’Internazionale cessò di esistere, i lavoratori non erano gli stessi di quando questa era stata formata. (…) Per essere onesti, i principi del Manifesto avevano conosciuto un grande sviluppo tra i lavoratori di tutti i paesi.” (Engels, prefazione all’edizione inglese del Manifesto Comunista del 1888).
Infine, fu in seno alla II Internazionale, fondata nel 1889, che la corrente marxista divenne egemonica, grazie in particolare alla sua influenza nel Partito Socialdemocratico Tedesco. E fu in nome del marxismo che fu lanciata la lotta, in particolare da parte di Rosa Luxemburg, contro l’opportunismo che dalla fine del 19° secolo infestava questo partito e tutta la Internazionale. Fu ancora in suo nome che gli internazionalisti condussero la lotta durante la prima Guerra Mondiale contro il tradimento della maggioranza dei partiti socialisti, e che fondarono, nel 1919, sotto la spinta dei bolscevichi, la Terza Internazionale, l’Internazionale Comunista. E dopo il fallimento della rivoluzione mondiale e l’isolamento della rivoluzione in Russia, fu la corrente marxista della sinistra comunista – rappresentata in particolare dalla sinistra italiana e quella tedesco-olandese – che iniziò la lotta contro la degenerazione dell’Internazionale. Come la maggioranza dei partiti della II Internazionale, anche quelli della III Internazionale finirono, con il trionfo dello stalinismo, nel campo del nemico capitalista. Questo tradimento, la sottomissione dei partiti comunisti alla diplomazia imperialista dell’URSS, provocò, innanzitutto da parte della sinistra comunista, molte reazioni. Alcune proponevano un semplice ritorno “critico” in seno alla socialdemocrazia. Altre mostrarono la volontà di rimanere nel campo del proletariato e della rivoluzione comunista, come fu il caso, a partire dal 1926, dell’Opposizione di Sinistra guidata da Trotsky, uno dei grandi nomi della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e della fondazione dell’Internazionale Comunista.
Il Partito Comunista Mondiale, che si porrà all’avanguardia della rivoluzione proletaria di domani, dovrà basarsi sull’esperienza e la riflessione delle frazioni di sinistra che si formarono nell’Internazonale Comunista durante la sua degenerazione. Ognuna di questa frazioni ha tirato le sue proprie lezioni da questa esperienza storica. E questi insegnamenti non sono equivalenti. Così esistono profonde differenze fra le analisi e le politiche delle correnti della sinistra comunista che si formarono agli inizi degli anni venti e la corrente “tratskysta” che si formò molto più tardi e che, sebbene si situasse nel campo proletario, era, fin dall’inizio, fortemente marcata dall’opportunismo. Non è quindi un caso che la maggiornza della corrente trotskysta si unirà al campo borghese durante la prova della verità della seconda Guerra Mondiale, mentre le correnti della Sinistra Comunista rimasero fedeli all’internazionalismo.
Perciò, il futuro partito mondiale della rivoluzione comunista, per contribuire realmente ad essa, non potrà basarsi sull’eredità dell’Opposizione di Sinistra. Dovrà necessariamente basare il suo programma e i suoi metodi d’azione sull’esperienza della sinistra comunista. Ci sono differenze fra i gruppi che uscirono da questa tradizione, ed è loro responsabilità affrontare queste differenze politiche, soprattutto affinchè le generazioni più giovani che si avvicinano possano capire meglio le loro origini e la loro attuale portata. E’ questo il senso delle polemiche che abbiamo pubblicato e che continueremo a produrre con la Tendenza Comunista Internazionalista e i gruppi bordighisti. Sicuramente, al di là di queste differenze, c’è una eredità comune della sinistra comunista che la distingue da altre correnti di sinistra che si formarono nell’Internazionale Comunista. Perciò, chiunque afferma di appartenere alla Sinistra Comunista ha la responsabilità di sforzarsi per conoscere e far conoscere la storia di questa componente del movimento operaio, le sue origini in reazione alla degenerazione dei partiti dell’Internazionale Comunista, i differenti gruppi legati a questa tradizione per aver partecipato alla sua lotta, i diversi rami politici che la compongono (la Sinistra Comunista Italiana, la Sinistra tedesco-Olandese, ecc.). In particolare è importante chiarire i contorni storici della sinistra comunista e le differenze che la distinguono da altre correnti di sinistra, in particolare quella trotskysta. E’ quello che vogliamo fare in questo articolo.
Nel blog Nuevo Curso si può leggere un articolo che pretende di spiegare quale è l’origine della Sinistra Comunista[1]:
“Chiamiamo Sinistra Comunista il movimento internazionalista che iniziò lottando contro la degenerazione della III Internazionale, cercando di correggere gli errori ereditati dal passato riflessi nel suo programma, per, a partire dal 1928, affrontare il trionfo del Termidoro[2] in Russia e il ruolo controrivoluzionario dell’Internazionale e dei partiti stalinisti”.
Che si vuole dire esattamente? Che la Sinistra Comunista cominciò la sua lotta nel 1928? Se è questo quello che pensa Nuevo Curso, si sbaglia, perché la Sinistra Comunista si sollevò contro la degenerazione della Internazionale Comunista già nel 1920-21, nel Secondo e Terzo Congresso dell’Internazionale. In questo agitato periodo in cui si stavano giocando le ultime possibilità della rivoluzione proletaria mondiale, gruppi e nuclei di Sinistra Comunista in Italia, Olanda, Germania, Bulgaria, nella stessa Russia e successivamente in Francia e altri paesi, cominciarono una lotta contro l’opportunismo che stava corrompendo fin nelle sue radici il corpo rivoluzionario della Terza Internazionale[3]. Due delle espressioni di questa Sinistra Comunista si manifestarono con chiarezza nel Terzo Congresso dell’IC (1921) avanzando una critica severa, benchè fraterna, delle posizioni adottate dall’Internazionale:
“Così, nel 3° Congresso dell’IC, quelli che Lenin chiamò ‘estremisti’, raggruppati nel KAPD, si sollevano contro il ritorno al parlamentarismo e al sindacalismo, e mostrano come queste posizioni andavano contro quelle adottate nel primo congresso che cercavano di trarre le implicazioni per la lotta del proletariato derivanti dal nuovo periodo aperto dalla prima Guerra Mondiale. E’ ancora in questo congresso che la sinistra italiana che guidava il Partito Comunista d’Italia reagisce vivacemente – anche se era in profondo disaccordo con il KAPD – contro la politica senza principi di alleanza con i ‘centristi’ e lo snaturamento dei PC con l’entrata in massa di frazioni uscite dalla socialdemocrazia”[4].
Nello stesso Partito Bolscevico, “dal 1918, il ‘Komunist’ di Bucharin e Ossinsky mette in guardia il partito contro il pericolo di adottare una politica di capitalismo di Stato. Tre anni più tardi, dopo essere stato escluso dal partito bolscevico, il ‘Gruppo Operaio’ di Miasnikov si batte in clandestinità in relazione stretta con il KAPD e il PCO di Bulgaria fino al 1924, quando sparì sotto i colpi ripetuti della repressione di cui era oggetto. Questo gruppo critica il partito bolscevico per sacrificare gli interessi della rivoluzione mondiale in nome della difesa dello Stato russo, riaffermando che solo la rivoluzione mondiale poteva permettere il mantenimento della rivoluzione in Russia” (idem).
Quindi, di fronte alla degenerazione dell’Internazionale Comunista tra il 1919 e 1921, si sviluppa un’alternativa chiara, basata su posizioni programmatiche profonde – anche se ancora in elaborazione. Ciononostante, per Nuevo Curso “si può dire che il tempo storico della Sinistra Comunista si conclude nella decade fra il 1943 e il 1953, quando le principali correnti che hanno mantenuto una prassi internazionalista in seno alla IV Internazionale denunciano il tradimento dell’internazionalismo da parte di questa e elaborano una nuova piattaforma che parte dalla denuncia della Russia stalinista come capitalismo di Stato imperialista.”
Questo passaggio ci dice, da un lato, che la IV Internazionale avrebbe compreso gruppi con una “prassi internazionalista” e, dall’altro, che dopo il 1953 “si sarebbe esaurito il tempo storico della Sinistra Comunista”. Esaminiamo queste affermazioni.
Cosa fu la IV Internazionale e che apportò la sua progenitrice, l’Opposizione di Sinistra?
La IV Internazionale si costituisce nel 1938 a partire dall’Opposizione di Sinistra la cui prima origine ha le sue radici in Russia con il Manifesto dei 46 dell’ottobre 1923 a cui si aggiunse Trotsky e, a livello internazionale, con l’apparizione di gruppi, individualità e tendenze che dal 1925-26 cercano di opporsi al trionfo sempre più schiacciante dello stalinismo nei partiti comunisti.
Queste opposizioni rappresentano indubbiamente una reazione proletaria. Ciononostante, questa reazione è confusa, debole e molto contraddittoria. Esprime più un rifiuto epidermico e superficiale dell’avanzare dello stalinismo. L’Opposizione in URSS, nonostante le sue lotte eroiche, “si mostra incapace di comprendere la natura reale del ‘fenomeno stalinista’ e ‘burocratico’, prigioniera com’era delle sue illusioni sulla natura dello Stato russo. Si fa anche l’alleato del capitalismo di Stato cui vuole dare un impulso mediante una industrializzazione accelerata. Quando lotta contro la teoria del socialismo in un paese solo non arriva a rompere con le ambiguità del partito bolscevico sulla difesa della ‘Patria sovietica’. E i suoi membri, Trotsky in testa, si presentano come i migliori sostenitori della difesa ‘rivoluzionaria’ della ‘patria socialista’. Concepisce se stessa non come una frazione rivoluzionaria che cercava di salvaguardare teoricamente ed organizzativamente le grandi lezioni della Rivoluzione di ottobre, ma una opposizione leale al Partito Comunista Russo, cosa che la portò ad alleanze senza principi (per esempio Trotsky cercò l’appoggio di Zinoviev e Kamenev che non smettevano di calunniarlo dal 1923[5])” (ibidem).
Per quanto riguarda l’Opposizione di Sinistra internazionale, essa “si richiama ai quattro primi congressi dell’IC. D’altro canto continua con il manovrismo che caratterizzava già l’Opposizione di Sinistra in Russia. In larga misura questa opposizione è un raggruppamento senza principi che si limita a fare una critica ‘di sinistra’ dello stalinismo. Rinuncia ad ogni vera chiarificazione politica al suo interno e dà a Trotsky, nel quale vede il simbolo stesso della Rivoluzione di Ottobre, il compito di farsi portavoce e ‘teorico’” (ibidem).
Con queste fondamenta così fragili, l’Opposizione di Sinistra fondò nel 1938 una “IV Internazionale” che nasce morta per la classe operaia. Negli anni ’30 l’Opposizione era stata capace di “resistere agli effetti della controrivoluzione che si sviluppava a scala mondiale sulla base della sconfitta del proletariato internazionale.” (ibidem). In seguito, rispetto alle differenti guerre locali che preparavano l’olocausto della Seconda Guerra Mondiale, l’Opposizione sviluppò una “prospettiva tattica” di “appoggio a un campo imperialista contro un altro (senza ammetterlo apertamente): appoggio alla ‘resistenza coloniale’ in Etiopia, Cina e Messico, appoggio alla Spagna repubblicana, ecc. L’appoggio del trotskysmo ai preparativi di guerra dell’imperialismo russo fu altrettanto chiaro durante tutto questo periodo (Polonia, Finlandia 1939) nascondendosi dietro la consegna della ‘difesa della patria sovietica”[6].
Questo, unitamente all’entrismo nei partiti socialisti (deciso nel 1934) farà sì che “il programma politico adottato nel congresso di fondazione della IV Internazionale, redatto da Trotsky stesso, riprende ed aggrava gli orientamenti che avevano preceduto questo congresso (difesa dell’URSS, fronte unico operaio, analisi sbagliata del periodo…) e in più ha come asse una ripetizione del programma minimo di tipo socialdemocratico (rivendicazioni ‘transitorie’), programma divenuto caduco per l’impossibilità di riforme da quando il capitalismo era entrato nella sua fase di decadenza, di declino storico” (op.cit.in nota 4).
La IV Internazionale difende “la partecipazione ai sindacati, l’appoggio critico ai partiti detti ‘operai’, ai ‘fronti unici’ e ai ‘fronti antifascisti’, ai governi ‘operai e contadini’, alle misure capitaliste di Stato (prigioniera della esperienza dell’URSS) mediante la ‘espropriazione delle banche private’, la ‘statalizzazione del sistema del credito’. La ‘espropriazione di certi rami dell’industria’ (…) la difesa dello Stato operaio degenerato russo. E a livello politico preconizza la rivoluzione democratico-borghese nelle nazioni oppresse che devono passare per la ‘lotta di liberazione nazionale’, un programma clamorosamente opportunista che preparò il tradimento dei partiti trotskysti quando, nel 1939-40, si precipitarono a difendere i rispettivi Stati nazionali”.
Solo alcuni individui e piccoli circoli, in qualche maniera “correnti con una prassi internazionalista”, come afferma Nuevo Curso, opposero una resistenza a questo uragano reazionario. Tra questi, Natalia Sedova, la vedova di Trotsky, che ruppe nel 1951, e soprattutto Munis, di cui parleremo dopo. [7]
La continuità dela Sinistra Comunista, una continuità programmatica e organizzativa
E’ dunque necessario capire che la lotta per darsi un quadro programmatico che serva per lo sviluppo della coscienza proletaria e stabilisca le premesse della formazione del suo partito mondiale non è un compito di personalità e circoli incoerenti, ma il frutto di una lotta collettiva organizzata che si iscrive nella continuità storica critica delle organizzazioni comuniste. Questa continuità passa, come detto nelle nostre Posizioni di Base, per “gli apporti successivi della Lega dei Comunisti di Marx ed Engels (1847-52), delle tre Internazionali (l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, 1864-72, l’Internazionale Socialista, 1884-1914, l’Internazionale Comunista (1919-28), delle Frazioni di Sinistra che si separarono negli anni 20-30 dalla Terza Internazionale (l’internazionale Comunista) in fase di degenerazione, e più particolarmente delle sinistre tedesca, olandese e italiana”[8].
Abbiamo già visto che tanto l’opposizione di Sinistra come la IV Internazionale si separano da questa continuità[9]. Solo le Sinistre Comuniste l’assicurano. Però, secondo Nuevo Curso, il “tempo storico della Sinistra Comunista finisce nel 1943-53”. A questo non dà spiegazione, e nel suo articolo aggiunge un’altra frase: “Le sinistre comuniste che rimasero a margine del raggruppamento internazionale – italiani e loro derivati francesi – arrivarono, comunque non tutte, non completamente e non sempre su posizioni coerenti, a un quadro simile nello stesso periodo”.
Questo passaggio contiene numerosi “enigmi”. Per cominciare: quali sono le Sinistre Comuniste che rimasero a margine del “raggruppamento internazionale”? A quale raggruppamento internazionale si riferisce? Certamente Bilan e le altre correnti di Sinistra Comunista rifiutarono di “andare verso una IV Internazionale”[10]; ciononostante, fin dal 1929 fecero tutto il possibile per discutere con l’Opposizione di Sinistra, riconoscendo che era una corrente proletaria, anche se incancrenita dall’opportunismo. Ma Trotsky rifiutò ostinatamente ogni dibattito[11]; solo alcune correnti come la Lega dei Comunisti Internazionalisti del Belgio o il Gruppo Marxista del Messico accettarono il dibattito incamminandosi in una evoluzione che le condusse alla rottura con il trotskysmo[12].
Ancora, Nuevo Curso ci dice che questi gruppi che rimasero “al margine del raggruppamento internazionale” “arrivarono, comunque non tutte, non completamente e non sempre su posizioni coerenti, a un quadro simile nello stesso periodo”. Cosa gli mancava? Che avevano di “incoerente”? Nuevo Curso non chiarifica. Andiamo a dimostrare, recuperando un quadro che facemmo in un articolo intitolato “Quali sono le differenze fra la Sinistra Comunista e la IV Internazionale?”[13], che questi gruppi avevano posizioni coerenti con la fedeltà al programma del proletariato e che non erano in niente simili alla palude opportunista della Opposizione e dei gruppi dalla presunta “prassi internazionalista” della IV Internazionale:
Sinistra comunista |
Opposizione di sinistra |
Si basa sul primo congresso dell’IC e considera criticamente gli apporti del 2°. Rigetta globalmente la maggioranza degli accordi del terzo e quarto congresso |
Si basa sui quattro primi congressi senza analisi critica |
Analizza criticamente quello che succede in Russia arrivando alla conclusione che non si deve appoggiare l’URSS perché è caduta nelle mani del capitalismo mondiale |
Vede la Russia come uno Stato operaio degenerato che deve essere appoggiato malgrado tutto |
La Sinistra Tedesco-Olandese rifiuta di lavorare nei sindacati, mentre la Sinistra Comunista Italiana arriverà con Internationalisme (Sinistra Comunista di Francia) alla stessa conclusione basandola su posizioni teoriche e storiche più solide |
Considera i sindacati come organi operai e considera necessario lavorare al loro interno |
La Sinistra Comuista Tedesco-Olandese, Bilan e Internationalisme denunciano chiaramente le “lotte di liberazione nazionale” |
Appoggia le lotte di liberazione nazionale |
Denuncia il parlamentarismo e la partecipazione alle elezioni |
Appoggia la partecipazione alle elezioni e il “parlamentarismo rivoluzionario” |
Intraprende un lavoro di Frazione per tirare le lezioni della sconfitta e gettare le basi di una futura ricostituzione del Partito Mondiale del proletariato |
Concepisce un lavoro di “opposizione” che può arrivare fino all’entrismo nei partiti socialdemocratici |
Già negli anni ’30, e specialmente con Bilan, considera che la strada del mondo è verso la 2^ Guerra Mondiale e che in tali condizioni non si può costruire il partito, ma che bisogna trarre le lezioni e preparare il futuro. Per questo Bilan dirà: “La consegna dell’ora è non tradire” |
In piena controrivoluzione Trotsky crede che ci sono le condizioni per formare il partito e nel 1938 si forma la IV Internazionale |
Denuncia la Seconda Guerra Mondiale; condanna entrambe le parti in conflitto e preconizza la rivoluzione proletaria mondiale |
Chiama a scegliere tra i contendenti della Seconda Guerra Mondiale abbandonando l’internazionalismo |
A questo quadro aggiungiamo un punto che ci sembra molto importante per contribuire realmente alla lotta proletaria e avanzare verso il partito mondiale della rivoluzione: mentre la Sinistra Comunista realizzava un lavoro organizzato, collettivo e centralizzato, basato sulla fedeltà ai principi organizzativi del proletariato e nella continuità storica delle sue posizioni di classe, l’Opposizione di Sinistra si considerava come un agglomerato di personalità, circoli e gruppi eterogenei, tenuti insieme solamente dal carisma di Trotsky nelle cui mani si lasciava “l’elaborazione politica”.
Il colmo è che Nuevo Curso mette nello stesso sacco la Sinistra Comunista e i comunistizzatori (un movimento modernista radicalmente estraneo al marxismo):
“Il cosiddetto ‘comunismo di sinistra’ (‘left communism’) è un concetto che comprende la Sinistra Comunista – soprattutto le correnti italiana e tedesco-olandese – i gruppi e tendenze che ne sono la continuità (dal ‘consiliarismo’ al ‘bordighismo’) e i pensatori della ‘comunizzazione’.” Bisognerebbe chiedersi: a che risponde questa amalgama? Amalgama che si completa con la collocazione di una foto di Amadeo Bordiga[14] in mezzo alla denuncia dei comunistizzatori, cosa che farebbe capire che la Sinistra Comunista sarebbe legata ad essi o che condividerebbe delle posizioni con essi.
Munis e una pretesa “Sinistra Comunista Spagnola”
Dunque, secondo Nuevo Curso, i rivoluzionari attuali non dovrebbero cercare le basi della propria attività nei gruppi della Sinistra Comunista (la TCI, la CCI, ecc.) ma potrebbero trovarle nel programma di capitolazione di fronte al capitalismo che elaborò la IV Internazionale e concretamente, come vedremo di seguito, nell’opera del rivoluzionario Munis. In maniera confusa e complicata, Nuevo Curso dà ad intendere, senza affermarlo chiaramente, che Munis sarebbe l’anello più importante di una supposta “Sinistra Comunista Spagnola”, corrente che secondo Nuevo Curso “fondò il Partito Comunista Spagnolo nel 1920 e creò il gruppo spagnolo dell’Opposizione di Sinistra allo stalinismo nel 1930, poi Sinistra Comunista Spagnola, partecipando alla fondazione dell’Opposizione Internazionale e funzionando da seme e riferimento per le sinistre comuniste in Argentina (1933-43) e Uruguay (1937-43). Prende una posizione rivoluzionaria di fronte all’insurrezione operaia del 19 luglio 1936 ed è l’unica tendenza marxista che prende parte all’insurrezione rivoluzionaria del 1937 a Barcellona. Si converte nella sezione spagnola della IV Internazionale nel 1938 e dal 1943 lotta contro il centrismo al suo interno; denuncia il suo tradimento dell’internazionalismo e la conseguente uscita dal terreno di classe nel suo secondo congresso (1948) guidando la rottura degli ultimi elementi internazionalisti e la formazione della “Unione Operaia Internazionale” con i fuoriusciti.”
Prima di passare ad analizzare l’apporto di Munis, analizziamo questa «continuità» tra il 1920 e il 1948.
Ora non possiamo sviluppare un’analisi delle origini del Partito Comunista in Spagna. Nel 1918 ci furono alcuni piccoli nuclei interessati alle posizioni di Gorter et Pannekoek che discussero con il Bureau di Amsterdam della terza Internazionale che raggruppava i nuclei di sinistra all’interno della Terza Internazionale. Da questi nuclei nasce il primo Partito Comunista di Spagna, che però fu obbligato dall’IC a fondersi con l’ala centrista del PSOE, sostenitore della Terza Internazionale. Quando ci sarà possibile faremo uno studio delle origini del PCE, ma quello che è chiaro è che, al di là di alcune idee e di una indubbia combattività, questi nuclei non costituirono un organo reale di Sinistra Comunista e non trovarono nessuna continuità. Nel mezzo degli anni ’20 sorsero gruppi di Opposizione di Sinistra che effettivamente presero il nome di “Sinistra Comunista di Spagna”, diretti da Nin. Questo raggruppamento si divise tra i sostenitori della fusione con il Bloc Obrer i Camperol (un gruppo stalinista nazionalista catalano) e quelli che preconizzavano l’entrismo nel PSOE, sedotti dalla radicalizzazione di Largo Caballero (già consigliere di Stato del dittatore Primo de Rivera) che si faceva passare come il “Lenin spagnolo”. Munis si trovava tra questi ultimi, mentre la maggioranza, capeggiata da Nin, si fuse con il Bloc per formare il POUM. Quindi di “Sinistra Comunista” non tenevano che il nome che si diedero per essere “originali”, ma il contenuto delle loro posizioni e della loro attuazione non si distingue in niente dalla tendenza opportunista che dominava l’Opposizione di Sinistra.
Quanto all’esistenza di una Sinistra Comunista in Uruguay ed Argentina, abbiamo studiato gli articoli che Nuevo Curso ha pubblicato per giustificare la sua esistenza. Per quanto riguarda l’Uruguay si tratta della Lega Bolscevica Leninista che è uno dei rari gruppi che all’interno del trotskysmo prese una posizione internazionalista contro la Seconda Guerra Mondiale. Una cosa meritevole e che salutiamo calorosamente come espressione di uno sforzo proletario, però la lettura dell’articolo di Nuevo Curso mostra che questo gruppo riuscì appena a sviluppare una attività organizzata e si muoveva in un ambiente politico dominato dall’APRA peruviano, un partito borghese dalla testa ai piedi che civettava con l’Internazionale Comunista già degenerata: “Sappiamo che la Lega si incontrò con gli “antidifensivisti” a Lima nel 1942 a casa del fondatore dell’APRA, Victor Raùl Haya de la Torre, solo per constatare le profonde differenze che li separavano. (…) Dopo il fallimento di questo contatto “antidifensivista” soffrì fortemente la terra bruciata organizzata contro i trotskysti dal governo e dal Partito Comunista. Senza riferimenti internazionali – la IV Internazionale diede loro come unica opzione di abiurare alla loro critica della “difesa incondizionata dell’URSS” – il gruppo si sbanda”.[15]
Quello che Nuevo Curso chiama Sinistra Comunista Argentina sono due gruppi che si fusero per formare la Lega Comunista Internazionalista che rimarrà attiva fino al 1937 per essere infine distrutta dall’azione dei sostenitori di Trotsky in Argentina. E’ certo che la Lega rifiuta il socialismo in un solo paese e si richiama alla rivoluzione socialista contro la “liberazione nazionale”, ciononostante i suoi argomenti furono molto deboli, anche se bisogna riconoscere il merito della sua battaglia. In Nuevo Curso troviamo una citazione di uno dei suoi membri più rappresentativo del gruppo, Gallo, che afferma:
“Che significa la lotta di liberazione nazionale? Per caso il proletariato come tale non rappresenta gli interessi storici della Nazione nel senso che tende a liberare tutte le classi sociali con la sua azione e a superarle con la loro sparizione? Ma per fare questo ha bisogno, giustamente, di non confondersi con gli interessi nazionali (che sono quelli della borghesia giacchè questa è la classe dominante) che tra il campo interno e quello esterno si contraddicono profondamente. Questo significa che questa indicazione è chiaramente falsa. (…) confermandosi la nostra posizione che solo la rivoluzione socialista può essere la tappa che corrisponde ai paesi coloniali e semicoloniali.” Prigioniero dei dogmi dell’Opposizione sulla liberazione nazionale e incapace di liberarsi di questi, il gruppo afferma ”la IV Internazionale non ammette nessuna indicazione di “liberazione nazionale” che tenda a subordinare il proletariato alle classi dominanti e, al contrario, assicura che il primo passo della liberazione nazionale proletaria è la lotta contro queste”[16]. La confusione è terribile, il proletariato dovrebbe fare una “liberazione nazionale” proletaria! Come a dire che il proletariato dovrebbe svolgere un compito proprio della borghesia.
Esame critico dell’apporto di Munis
Molto tardi, (nel 1948!), dal tronco marcio della IV Internazionale emersero delle tendenze promettenti (le ultime del movimento trotskista)[17]: quelle intorno a Munis e Castoriadis. Nell'articolo “Castoriadis, Munis, e il problema della rottura con il trotskismo”[18] facciamo una distinzione molto chiara tra Castoriadis, che finì per essere un fedele propagandista del capitalismo occidentale, e Munis, che rimase sempre fedele al proletariato.[19]
Questa fedeltà è ammirevole e fa parte dei tanti sforzi per avanzare verso una coscienza comunista. Tuttavia, questa è una cosa; un'altra è che il lavoro di Munis è stato più un esempio di attività individuale che qualcosa legato a un'autentica corrente proletaria organizzata, qualcosa che poteva fornire la base teorica, programmatica e organizzativa per continuare il lavoro di un'organizzazione comunista oggi. Abbiamo dimostrato in diversi articoli che Munis, a causa delle sue origini trotskiste, non è stato in grado di svolgere questo compito.[20]
Le ambiguità sul trotskismo
In un articolo scritto nel 1958, Munis fa un'analisi molto chiara denunciando i capi americani e inglesi della Quarta Internazionale che vergognosamente rinnegarono l'internazionalismo, concludendo correttamente che "la Quarta Internazionale non ha alcuna ragione storica per esistere; è superflua, la sua stessa fondazione deve essere considerata un errore, e il suo unico compito è quello di seguire più o meno criticamente lo stalinismo"[21]. Tuttavia, egli ritiene che possa essere di qualche utilità per il proletariato, in quanto sembrerebbe che "ha un possibile ruolo da svolgere nei paesi dominati dallo stalinismo, soprattutto in Russia. Lì il prestigio del trotskismo sembra ancora enorme. I processi di Mosca, la gigantesca propaganda condotta per quasi quindici anni in nome della lotta contro il trotskismo, la calunnia incessante a cui è stato sottoposto sotto Stalin e che i suoi successori sostengono, contribuiscono a fare del trotskismo una tendenza latente di milioni di uomini. Se domani - e questo è un evento molto possibile - la controrivoluzione dovesse cedere ad un attacco frontale del proletariato, la Quarta Internazionale potrebbe rapidamente emergere in Russia come organizzazione molto potente".
Munís ripete, rispetto al trotskismo, lo stesso argomento che usa contro lo stalinismo e la socialdemocrazia: che OGNI COSA PUO' SERVIRE AL PROLETARIATO. Perché? Perché lo stalinismo l’ha definito "nemico pubblico numero uno", così come i partiti di destra presentano socialdemocratici e stalinisti come pericolosi rivoluzionari. Aggiunge un altro argomento, altrettanto tipico del trotskismo per quanto riguarda i socialdemocratici e gli stalinisti: "Ci sono molti lavoratori che sono seguaci di questi partiti".
Il fatto che i partiti di sinistra siano rivali della destra e siano diffamati da essa non li rende "favorevoli al proletariato", e allo stesso modo la loro influenza tra i lavoratori non giustifica il loro sostegno. Al contrario, devono essere denunciati per il ruolo che svolgono al servizio del capitalismo. Dire che il trotskismo ha abbandonato l'internazionalismo e aggiungere immediatamente che "potrebbe ancora avere un possibile ruolo da svolgere a favore del proletariato" è una pericolosissima incoerenza che ostacola il necessario lavoro di distinzione tra veri rivoluzionari e i lupi capitalisti che portano la pelle di un agnello "comunista" o "socialista". Nel Manifesto comunista, il terzo capitolo intitolato "Letteratura socialista e comunista" stabilisce chiaramente il confine tra il "socialismo reazionario" e il "socialismo borghese" che vede come nemici e le correnti del "socialismo critico utopico" che riconosce come parte del campo proletario.
L'impronta trotskista si ritrova ancora in Munís quando propone "rivendicazioni transitorie" sulla falsariga del famoso Programma di transizione presentato da Trotsky nel 1938. Questo è qualcosa che abbiamo criticato nel nostro articolo "Dove sta andando il FOR?": “Nel suo 'Per un secondo manifesto comunista' il FOR ha ritenuto corretto avanzare ogni tipo di rivendicazioni transitorie in assenza di movimenti rivoluzionari del proletariato. Queste vanno dalle 30 ore settimanali, la soppressione del lavoro a cottimo e degli studi su tempi e metodi nelle fabbriche alla 'domanda di lavoro per tutti, disoccupati e giovani' sul terreno economico. Sul piano politico il FOR esige 'diritti' e 'libertà' democratiche dalla borghesia: libertà di parola, di stampa, di riunione; il diritto dei lavoratori di eleggere delegati permanenti di officine, fabbriche o uffici 'senza alcuna formalità giudiziaria o sindacale'.
Tutto ciò rientra nella logica trotskista, secondo la quale è sufficiente porre le giuste rivendicazioni per arrivare gradualmente alla rivoluzione. Per i trotskisti, il trucco è quello di saper essere un pedagogo per i lavoratori, che non capiscono nulla delle loro richieste, di brandire davanti a loro le carote più appetitose per spingere i lavoratori verso il loro 'partito'".
Vediamo qui una visione gradualista in cui "il partito guida" somministra le sue pozioni miracolose per condurre le masse alla "vittoria finale", che viene fatta al prezzo di seminare pericolose illusioni riformiste nei lavoratori e di abbellire lo Stato capitalista nascondendo la verità che le sue "libertà democratiche" sono un mezzo per dividere, ingannare e deviare le lotte operaie. I comunisti non sono una forza al di fuori del proletariato, che mediante la loro arte di direzione rivoluzionaria lo orientano nella giusta direzione. Già nel 1843, Marx criticava l'idea che i profeti portassero la redenzione: “Allora non affronteremo il mondo in modo dottrinario, con un nuovo principio «qui è la verità, inginocchiati!»; bensì esibiremo al mondo nuovi principi tratti dai principi del mondo. Anziché dirgli: «Cessa le tue lotte, sono sciocchezze; noi ti grideremo la vera parola d'ordine della lotta», gli esibiremo solo perché effettivamente combatte, poiché la coscienza è ciò che deve far proprio, benché nolente.”[22]
Il volontarismo
Il lavoro come frazione che l'Opposizione di Sinistra era incapace di concepire permette ai rivoluzionari di capire in quale momento siamo nel rapporto di forze tra borghesia e proletariato, di sapere se siamo in una dinamica che ci permette di avanzare verso la formazione del partito mondiale o, al contrario, se ci troviamo in una situazione in cui la borghesia può imporre la sua traiettoria alla società, portandola alla guerra e alla barbarie.
Privo di quella bussola, Trotsky credeva che tutto si riducesse alla capacità di riunire una grande massa di affiliati che potessero servire da "direzione rivoluzionaria". Così, mentre la società mondiale si muoveva verso i massacri della seconda guerra mondiale punteggiati dai massacri dell'Abissinia, la guerra di Spagna, la guerra russo-giapponese, ecc., Trotsky credeva di vedere l'inizio della rivoluzione negli scioperi francesi del luglio 1936 e la coraggiosa risposta iniziale dei lavoratori spagnoli al colpo di stato di Franco.
Incapace di rompere con questo volontarismo, Munís ripete lo stesso errore. Come abbiamo scritto nella seconda parte del nostro articolo su Munis e Castoriadis,
"Alla base di questo rifiuto (di Munis) di analizzare la dimensione economica della decadenza del capitalismo c'è un volontarismo irrisolto, le cui basi teoriche possono essere ricondotte al documento che annuncia la sua rottura con l'organizzazione trotskista in Francia, il Partito Comunista Internazionalista, dove sostiene fermamente la nozione di Trotsky, presentata nelle linee di apertura del Programma di transizione, che la crisi dell'umanità è la crisi della direzione rivoluzionaria".
Munis ha scritto: "La crisi dell'umanità - lo ripetiamo mille volte insieme a L.D. Trotsky - è una crisi di direzione rivoluzionaria. Tutte le spiegazioni che cercano di attribuire la responsabilità del fallimento della rivoluzione alle condizioni oggettive, al divario ideologico o alle illusioni delle masse, al potere dello stalinismo o all'attrazione illusoria dello "stato operaio degenerato", sono sbagliate e servono solo a scusare i responsabili, a distogliere l'attenzione dal problema reale e ad ostacolarne la soluzione. Un’autentica direzione rivoluzionaria, dato l'attuale livello delle condizioni oggettive per la presa del potere, deve superare tutti gli ostacoli, superare tutte le difficoltà, trionfare su tutti i suoi avversari"[23].
Così, una "vera direzione rivoluzionaria" sarebbe sufficiente a spazzare via tutti gli ostacoli, tutti gli avversari. Il proletariato non dovrebbe fare affidamento sulla sua unità, solidarietà e coscienza di classe, ma affidarsi alla bontà di una "direzione rivoluzionaria". Questo messianismo porta Munis a una conclusione delirante: “L'ultima guerra ha offerto opportunità più rivoluzionarie di quella del 1914-18. Per mesi, tutti gli Stati europei, compresa la Russia, sono apparsi maltrattati e screditati, suscettibili di essere sconfitti da un'offensiva proletaria. Milioni di uomini armati aspiravano confusamente a una soluzione rivoluzionaria (.....) il proletariato, organizzato su base rivoluzionaria, avrebbe potuto lanciare un'insurrezione in diversi paesi e diffonderla in tutto il continente. I bolscevichi nel 1917 non godevano, da molto tempo, di possibilità così vaste"[24].
A differenza della prima guerra mondiale, la borghesia si era preparata coscienziosamente per la sconfitta del proletariato prima della seconda guerra mondiale: massacrato in Germania e in Russia, arruolato sotto la bandiera dell'"antifascismo" nelle potenze democratiche, il proletariato non poteva che opporre una debole resistenza al massacro. C'è stato un grande soprassalto proletario nell'Italia settentrionale nel 1943 che gli alleati democratici hanno lasciato che i nazisti schiacciassero sanguinosamente[25], alcuni scioperi e diserzioni in Germania (1943-44) che gli alleati hanno stroncato sul nascere con i terribili bombardamenti di Amburgo, Dresda, eccetera, bombardamenti senza alcun obiettivo militare ma volti solo a terrorizzare la popolazione civile. Anche la Comune di Varsavia (1944) che l'esercito russo fece sopprimere dai nazisti.
Solo abbandonandosi alle illusioni più suicide si potrebbe pensare che alla fine della seconda guerra mondiale "il proletariato, organizzato su base rivoluzionaria, avrebbe potuto lanciare un'insurrezione in diversi paesi". Con queste fantasie poco può contribuire alla formazione di un'organizzazione proletaria.
Il settarismo
Un pilastro fondamentale dell'organizzazione rivoluzionaria è la sua apertura e disponibilità a discutere con le altre correnti proletarie. Abbiamo già visto come il Manifesto Comunista considerasse con rispetto e spirito di dibattito i contributi di Babeuf, Blanqui e del socialismo utopico. Perciò, nella Risoluzione sui gruppi politici proletari adottata dal nostro secondo Congresso Internazionale, abbiamo sottolineato che "la caratterizzazione delle varie organizzazioni che sostengono di difendere il socialismo e la classe operaia è estremamente importante per la CCI. Questa non è affatto una questione puramente teorica o astratta; al contrario, è direttamente rilevante per l'atteggiamento della Corrente nei confronti di queste organizzazioni, e quindi per il suo intervento nei loro confronti: se le denuncia come organi e prodotti del capitale; o se si polemizza e discute con loro per aiutarle ad evolvere verso una maggiore chiarezza e rigore programmatico; o per aiutare la comparsa di tendenze al loro interno che cercano tale chiarezza"[26].
Contrariamente a questa posizione, Trotsky, come abbiamo visto prima, ha respinto il dibattito con Bilan e, invece, ha aperto le porte a una cosiddetta "ala sinistra della socialdemocrazia".
Munis è stato preso anche dal settarismo. Il nostro articolo in omaggio a Munis[27] riconosce con apprezzamento che "nel 1967, insieme ai compagni del gruppo venezuelano Internacionalismo, ha partecipato agli sforzi per ristabilire i contatti con l'ambiente rivoluzionario in Italia. Così, alla fine degli anni '60, con il risorgere della classe operaia sulla scena della storia, prende il suo posto accanto alle deboli forze rivoluzionarie esistenti all'epoca, comprese quelle che formeranno Révolution Internationale in Francia. Ma all'inizio degli anni '70, purtroppo, è rimasto al di fuori delle discussioni e dei tentativi di raggruppamento che hanno portato, in particolare, alla costituzione della CCI nel 1975". Questo sforzo non ebbe continuità e come si dice nel suddetto articolo ("Castoriadis, Munis e il problema della rottura con il trotskismo, seconda parte") "il gruppo soffrì di una tendenza al settarismo che indebolì ulteriormente la sua capacità di sopravvivenza.
L'esempio di questo atteggiamento cui si riferisce l'omaggio è la partenza piuttosto vistosa di Munis e del suo gruppo dalla seconda conferenza della sinistra comunista, basato sul suo disaccordo con gli altri gruppi sul problema della crisi economica".
Per quanto importante, un disaccordo sull'analisi della crisi economica non può portare all'abbandono del dibattito tra i rivoluzionari. Questo deve essere fatto con la massima tenacia, con l'atteggiamento di "convincere o essere convinti", ma mai sbattendo la porta ai primi scambi senza aver esaurito tutte le possibilità di discussione. Il nostro articolo sottolinea giustamente che un tale atteggiamento influisce su qualcosa di vitale: la costruzione di una solida organizzazione in grado di mantenere la continuità. Il FOR non è sopravvissuto alla morte di Munís ed è scomparso definitivamente nel 1993, come indicato nell'articolo.
"Oggi il FOR non esiste più. È sempre stato fortemente dipendente dal carisma personale di Munis, che non è riuscito a trasmettere una solida tradizione di organizzazione alla nuova generazione di militanti che si sono radunati intorno a lui, e che avrebbe potuto servire come base per il funzionamento del gruppo anche dopo la sua morte".
Come il peso negativo dell'eredità trotskista ha impedito a Munis di contribuire alla costruzione dell'organizzazione, così l'attività dei rivoluzionari non è quella di una somma di individui, tanto meno quella delle guide carismatiche: si basa su uno sforzo collettivo organizzato. Come si dice nel nostro "Rapporto sulla funzione dell'organizzazione rivoluzionaria" del 1982, "Il periodo delle guide illustri e dei grandi teorici è finito. L'elaborazione teorica è diventata un compito veramente collettivo. Nell'immagine di milioni di "anonimi" combattenti proletari, la coscienza dell'organizzazione si sviluppa attraverso l'integrazione e il superamento della coscienza individuale in un'unica coscienza collettiva"[28]. Più profondamente, "La classe operaia non dà origine a militanti rivoluzionari ma ad organizzazioni rivoluzionarie: non c'è un rapporto diretto tra i militanti e la classe. I militanti partecipano alla lotta di classe nella misura in cui diventano membri e svolgono i compiti dell'organizzazione"[29].
Conclusione
Come abbiamo affermato nell'articolo che abbiamo pubblicato alla sua morte nel 1989 (31): "Tuttavia, nonostante i gravi errori che può aver commesso, Munis è rimasto fino alla fine un militante profondamente fedele alla lotta della classe operaia. Era uno di quei rarissimi militanti che resistevano alle pressioni della più terribile controrivoluzione che il proletariato abbia mai conosciuto, quando molti hanno disertato o addirittura tradito la lotta militante; ed egli era di nuovo al fianco della classe con la rinascita storica delle sue lotte alla fine degli anni '60.”
Lenin disse che i rivoluzionari, "dopo la loro morte vengono trasformati in icone innocue, canonizzate, i loro nomi consacrati alla 'consolazione' delle classi oppresse, per ingannarli". Perché Nuevo Curso riempie il suo blog con foto di Munis, pubblica alcuni dei suoi testi senza il minimo occhio critico? Perché lo elevano come icona di una "nuova scuola"?
Forse si tratta di un culto sentimentale di un ex combattente proletario. Se è così, dobbiamo dire che si tratta di un'impresa destinata a creare più confusione perché le sue tesi, trasformate in dogmi, distilleranno solo il peggio dei suoi errori. Ricordiamo l'accurata analisi del Manifesto Comunista rispetto ai socialisti utopici e a coloro che in seguito cercarono di rivendicarli:
"Pertanto, sebbene i creatori di questi sistemi socialisti siano stati, per molti aspetti, rivoluzionari, i loro discepoli hanno formato, in ogni caso, mere sette reazionarie. Esse resistono e mantengono imperterrite le vecchie idee dei loro maestri in opposizione al progressivo sviluppo storico del proletariato".
Un'altra possibile spiegazione è che l'autentica Sinistra Comunista venga attaccata con la "dottrina" delle spam costruite durante la notte utilizzando i materiali di quel grande rivoluzionario. Se questo è il caso, è l'obbligo dei rivoluzionari di combattere tale impostura con la massima energia.
C.Mir 4-luglio-1919
[1] es.communia.blog/la-izquierda-comunista-no-fue-comunista-de-izquierda.
[2] In un articolo della serie sul comunismo, “1924-28: le triomphe du capitalisme d'État stalinien [520]”, Rivista Internazionale n°102, abbiamo criticato l’uso del termine “Termidoro”, molto tipico del trotskismo, per caratterizzare l’ascesa e lo sviluppo dello stalinismo. Il Termidoro della Rivoluzione francese (28 luglio 1794), a dire ilvero, non fu una “controrivoluzione”, ma un passo necessario nel consolidamento del potere borghese che, al di là di una serie di concessioni, non sarebbe mai tornato all’ordine feudale. D'altro canto, l’ascesa dello stalinismo dal 1924 significò il definitivo ripristino dell’ordine capitalista, e l’URSS di Stalin non rappresentò, come Trotsky aveva sempre erroneamente pensato, un “terreno socialista” dove sarebbero rimaste “alcune conquiste dell’Ottobre”. Questa è una differenza fondamentale che Marx notò già nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte: “Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo decimottavo, passano tempestosamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l’un l’altro, gli uomini e le cose sembrano illuminati da fuochi di bengala, l’estasi è lo stato d’animo d’ogni giorno. Ma hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto culminante: e allora una nausea s’impadronisce della società prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta.” Il Termidoro fu precisamente uno di quei momenti di “assimilazione” delle conquiste politiche della borghesia, dando spazio alle fazioni più moderate di questa classe e più inclini a stringere un patto con le forze feudali, che rimasero potenti.
[3] I lettori possono trovare diversi materiali sulla sinistra comunista storica sul nostro sito web: https://en.internationalism.org/go_deeper [521] (in inglese) o nella pagina in italiano https://it.internationalism.org/ [522].
[4] “Trotskyism, child of the counter-revolution” in World Revolution 11, pubblicato anche in spagnolo online https://es.internationalism.org/cci/200605/914/el-trotskismo-hijo-de-la-contrarrevolucion [523].
[5] “Il Trotskyismo, difensore della guerra imperialista”, pubblicato in lingua spagnola all’indirizzo https://es.internationalism.org/cci/200605/917/el-trotskismo-defensor-de-la-guerra-imperialista [524].
[6] Tutto ciò è ampiamente documentato in https://es.internationalism.org/cci/200605/917/el-trotskismo-defensor-de-la-guerra-imperialista [524].
[7] Tra gli individui e i piccoli gruppi che si opposero al tradimento delle organizzazioni della IV Internazionale dobbiamo anche aggiungere l’RKD d’Austria (vedi dopo in questo articolo) e il rivoluzionario greco Stinas, che rimase fedele al proletariato e denunciò il nazionalismo e la barbarie della guerra. Vedi la Rivista Internazionale n°17, Memorie di un rivoluzionario (A. Stinas, Grecia): nazionalismo e antifascismo [525].
[8] Vedi ad esempio “Note per una storia della Sinistra Comunista 1926-1939 [373]”, Rivista Internazionale n°1 e “The communist left and the continuity of marxism [526]”.
[9] Come scrisse la Gauche Communiste de France nel suo giornale Internationalisme: “Il trotskismo, lungi dal favorire lo sviluppo del pensiero rivoluzionario e degli organismi (frazioni e tendenze) che lo esprimono, è un ambiente organizzato per minarlo. Questa è una regola generale valida per qualsiasi organizzazione politica estranea al proletariato e l’esperienza ha dimostrato che si applica allo stalinismo e al trotskismo. Conosciamo il trotskismo da oltre 15 anni di crisi perpetua, attraverso divisioni e unificazioni, seguite da ulteriori divisioni e crisi, ma non conosciamo esempi che hanno dato origine a tendenze rivoluzionarie reali e praticabili. Il trotskismo non secerne alcun fermento rivoluzionario. Al contrario, lo annienta. La condizione per l’esistenza e lo sviluppo di un fermento rivoluzionario è al di fuori del quadro organizzativo e ideologico del trotskismo”.
[10] Vedi ad esempio in Bilan n°1, 1933, organo della Frazione Italiana della Sinistra Comunista, l’articolo “Verso l'Internazionale due e tre quarti? [527]”, ripubblicato dalla CCI in italiano nella Rivista Internazionale n°3, che critica la prospettiva di Trotsky di andare verso la la formazione di una IV Internazionale.
[11] Vedi ad esempio, Trotsky y la Izquierda italiana (Testi della Sinistra comunista degli anni ‘30 sul trotskismo) https://es.internationalism.org/cci/200605/919/anexo-trotsky-y-la-izquierda-italiana-textos-de-la-izquierda-comunista-de-los-anos-30 [528].
[12] Vedi ad esempio “Un manifesto dei comunisti messicani sul massacro di Barcellona (Bilan n° 42, luglio-agosto 1937) [529]” e “Sinistra messicana 1938 [530]” nei numeri 1 e 6 della Rivista Internazionale.
[13] https://es.internationalism.org/cci-online/200706/1935/cuales-son-las-diferencias-entre-la-izquierda-comunista-y-la-iv-internacional [531].
[14] Nato nel 1889 e morto nel 1970, è stato uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia e ha dato un importante contributo alle posizioni della Sinistra comunista, particolarmente fino al 1926.
[15] es.communia.blog/hubo-izquierda-comunista-en-uruguay-y-chile.
[16] es.communia.blog/la-izquierda-comunista-argentina-y-el-internacionalismo.
[17] Una terza tendenza occorrerebbe aggiungere: il gruppo austriaco RKD, che si separò dal trotskyismo nel 1945. Internationalisme discusse seriamente con loro, anche se alla fine questi si spostarono verso l’anarchismo.
[18] “Castoriadis, Munis, and the problem of breaking with Trotskyism” in International Reviews 161 and 162; https://en.internationalism.org/content/14445/communism-agenda-history-castoriadis-munis-and-problem-breaking-trotskyism [532], e https://en.internationalism.org/international-review/201808/16490/castoriadis-munis-and-problem-breaking-trotskyism-second-part-cont [533]
[19] Negli anni 1948-49, Munis discusse molto con il compagno MC, un membro della GCF; e fu in questo periodo che maturò la sua definitiva rottura con il trotskyismo.
[20] “Polemic: Where is the FOR going”, International Review 52, https://en.internationalism.org/content/2937/polemic-where-going [534]; “The confusions of Fomento Obrero Revolucionario (FOR): Russia 1917 and Spain 1936”, International Review 25, https://en.internationalism.org/content/3100/confusions-fomento-obrero-revolucionario-russia-1917-and-spain-1936 [535]. Book review: JALONES DE DERROTA PROMESAS DE VICTORIA, https://es.internationalism.org/cci/200602/753/1critica-del-libro-jalones-de-derrota-promesas-de-victoria [490]. See “Farewell to Munis, a revolutionary militant” https://en.internationalism.org/internationalreview/200908/3077/farewell-munis-revolutionary-militant [536]; Le “rivendicazioni transitorie”.
[21] marxismo.school.
[22] Lettera ad Arnold Ruge, https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Carteggio1843.htm [537].
[23] https://www.marxists.org/francais/4int/postwar/1947/06/nt_19470600.htm [538]. Dovremmo aggiungere, come esempio di questo volontarismo cieco e in un contesto di sconfitta, la tragica esperienza dello stesso Munis. Nel 1951 un boicottaggio di tram esplose a Barcellona. Fu una reazione molto combattiva da parte degli operai nella notte nera della dittatura di Franco. Munis si trasferì lì nella speranza di “promuovere la rivoluzione”, senza comprendere il rapporto di forze tra le classi. Internationalisme e MC lo misero in guardia contro quest’avventura. Tuttavia, egli insistì e fu arrestato, trascorrendo sette anni nelle carceri di Franco. Noi apprezziamo la combattività militante e siamo solidali con lui; tuttavia, la lotta rivoluzionaria richiede un’analisi consapevole e non un semplice volontarismo o, peggio ancora, un messianismo, credendo che essendo “presenti” tra loro, le masse saranno in grado di raggiungere la “Nuova Gerusalemme”.
[24] Dall’articolo di Munis “La IV Internacional” marxismo.school.
[25] Vedi “La lotta di classe contro la guerra imperialista. Le lotte operaie nell'Italia del 1943 [539]”, Rivista Internazionale n°17.
[26] Risoluzione sui gruppi politici proletari, International Review n°11, https://en.internationalism.org/content/4091/resolution-proletarian-political-groups [540].
[27] “Farewell to Munis, a revolutionary militant”, citato nella nota 20.
[28] “Rapporto sulla funzione dell’organizzazione rivoluzionaria”, International Review n°29 https://en.internationalism.org/specialtexts/IR029_function.htm [303].
COSA SI DEVE FARE PER SALVARE VERAMENTE IL PIANETA?
E’ vero che il pianeta è in pericolo. E’ vero che è urgente fare qualcosa. Il problema è: cosa?
E per sapere cosa bisogna chiedersi: quale è la vera causa di questa situazione? L’eccesso di consumi o un sistema economico-sociale che risponde solo all’esigenza del profitto e non al soddisfacimento dei bisogni umani (tra cui rientra avere un ambiente sano)?
E’ possibile allora porre rimedio a questo processo senza rimettere in discussione questo sistema di produzione?
E chi può fare questo? Dei politici più “chiaroveggenti”? O solo una classe sociale che soffre di tutte le contraddizioni di questo sistema, che siano di natura economica o di natura ambientale, una classe che spesso è messa di fronte alla terribile alternativa di mangiare o avere un ambiente pulito (vedi Taranto) e che può emancipare se stessa solo realizzando una società che metta al centro il soddisfacimento dei bisogni umani e non il profitto?
Per discutere di questi temi la Corrente Comunista Internazionale invita tutti a una
Uno degli slogan più popolari nelle proteste contro il cambiamento climatico è: “Cambiare il sistema, non il clima”.
Non c’è dubbio che l’attuale sistema sta portando l’umanità verso una catastrofe ambientale. Le prove materiali si accumulano quotidianamente: ondate di calore senza precedenti, incendi boschivi inediti in Amazzonia, scioglimento dei ghiacciai, inondazioni, estinzione di intere specie – il tutto avente come scenario finale l’estinzione della specie umana. E oltre al riscaldamento globale, il suolo, l’aria, i fiumi e i mari continuano a essere avvelenati e degradati in maniera pesantissima.
Non sorprende dunque che così tante persone, soprattutto tanti giovani che affrontano un futuro minaccioso, siano profondamente preoccupate per questa situazione e vogliano fare qualcosa al riguardo.
L'ondata di proteste organizzata dalla “Youth for the Climate” (Giovani per il clima), “Extinction Rebellion” (Estinzione Ribellione), i Verdi e i partiti di sinistra ci viene presentata come la via da seguire. Ma quelli che attualmente seguono il loro esempio dovrebbero chiedersi: perché queste proteste sono così ampiamente sostenute da coloro che gestiscono e difendono l’attuale sistema? Perché Greta è invitata a parlare nei parlamenti, ai governi, alle Nazioni Unite?
Sicuramente personaggi come Trump, Bolsonaro o Farage ingiuriano continuamente Greta e i “guerrieri dell’ecologia”. Essi affermano che il cambiamento climatico è una bufala e che le misure per ridurre l’inquinamento rappresentano una minaccia per la crescita economica, specialmente in settori come l’automobile e i combustibili fossili. Questi sono gli sfacciati difensori del profitto capitalista. Ma che dire della Merkel, di Macron, Corbyn, Alexandria Ocasio-Cortez e di altri che hanno elogiato le proteste contro i cambiamenti climatici? Non fanno parte anch’essi dell’attuale sistema?
Molti partecipanti alle attuali proteste concorderanno sul fatto che la distruzione dell’ambiente cui assistiamo affonda le sue radici nel sistema attuale, che è il sistema capitalista. Ma questo non è quello che le organizzazioni alle origini delle proteste, e i politici che affermano ipocritamente di sostenerle, difendono, nascondendo la vera natura del capitalismo.
Consideriamo uno dei principali programmi tra i più radicali di questi politici: il cosiddetto “New Green Deal”. Tale programma ci offre una serie di misure che gli Stati dovrebbero adottare che richiedono ingenti investimenti di capitale per sviluppare industrie “non inquinanti” che dovrebbero essere in grado di realizzare un profitto decente. In altre parole, esso è interamente inquadrato nei confini del sistema capitalista. Come il New Deal degli anni ‘30, il suo vero obiettivo è di salvare il capitalismo in questi tempi difficili, non di sostituirlo.
Che cosa è il sistema capitalista?
Il capitalismo non scompare se è gestito da burocrati statali invece che da padroni privati, anche se si dipingono di verde. Il capitale è un rapporto mondiale tra le classi, basato sullo sfruttamento del lavoro salariato e sulla produzione per la vendita al fine di realizzare profitti. La costante ricerca di sbocchi per i propri prodotti porta a una spietata concorrenza tra gli Stati per il dominio del mercato mondiale. E questa concorrenza esige che ogni capitale nazionale o cresca o muoia. Un capitalismo che non cerca più di penetrare nell’ultimo angolo del pianeta e crescere senza limiti non può esistere. Allo stesso modo, il capitalismo è totalmente incapace di cooperare a livello mondiale per rispondere alla crisi ecologica, come già dimostrato dal triste fallimento dei vari vertici e protocolli climatici.
La caccia al profitto, che non ha nulla a che fare con i bisogni umani, è all’origine della spoliazione della natura fin dall’inizio del capitalismo. Ma il capitalismo ha una storia, e da un secolo esso ha smesso di essere un fattore di progresso e sprofonda ormai in una profonda crisi storica. Il capitalismo è una civiltà in declino perché la sua base economica, costretta a crescere senza limiti, genera crisi di sovrapproduzione che tendono a diventare permanenti. E, come dimostrato dalle guerre mondiali e dalla “guerra fredda” del XX secolo, questo processo di declino non può che accelerare la corsa del capitale verso la distruzione. Ancor prima che il massacro mondiale della natura diventasse evidente, il capitalismo stava già minacciando di annientare l’umanità con i suoi incessanti scontri e guerre imperialiste, che continuano ancora oggi su gran parte del pianeta, dal Nord Africa e Medio Oriente al Pakistan e India. Tali conflitti possono solo essere aggravati dalla crisi ecologica, poiché gli Stati nazionali si disputano delle risorse sempre più scarse, mentre la corsa alla produzione - e soprattutto all’uso - di armi sempre più spaventose non può che contaminare ancor più il pianeta. Questa scandalosa combinazione di devastazioni capitaliste sta già rendendo inabitabili alcune parti del pianeta, costringendo milioni di persone a diventare dei rifugiati.
La necessità e la possibilità del comunismo
Questo sistema non può superare la crisi economica, la crisi ecologica o la corsa alla guerra.
È quindi ingannevole chiedere ai governi di tutto il mondo di “mettersi insieme” e di fare qualcosa per salvare il pianeta - una richiesta formulata da tutti i gruppi che organizzano le marce e le manifestazioni attuali. La sola speranza dell’umanità sta nella distruzione del sistema attuale e nella creazione di una nuova forma di società. E’ quello che noi chiamiamo comunismo: una comunità umana globale senza Stati nazionali, senza sfruttamento del lavoro, senza mercati e senza denaro, in cui tutta la produzione è pianificata su scala mondiale al solo scopo di soddisfare i bisogni umani. Va da sé che questa società non ha nulla a che vedere con la forma di capitalismo di Stato che si trova in paesi come la Cina, la Corea del Nord o Cuba, o prima ancora in Unione Sovietica.
Il comunismo autentico è la sola base per stabilire un nuovo rapporto tra l’uomo e il resto della natura. E non è un’utopia. Ciò è possibile perché il capitalismo ha creato le basi materiali per questa nuova società: lo sviluppo della scienza e della tecnologia, che possono essere liberate dalle distorsioni subite in questo sistema, e l’interdipendenza globale di tutte le attività produttive, che possono essere liberate dalla concorrenza capitalista e dagli antagonismi nazionali.
Questa trasformazione sarà possibile soprattutto perché il capitalismo si basa sull’esistenza di una classe che non ha nulla da perdere se non le proprie catene, una classe che ha interesse a resistere allo sfruttamento e a sopprimerlo: la classe operaia internazionale, il proletariato di tutti i paesi. È una classe che include non solo quelli che sono sfruttati sul lavoro, ma anche quelli che studiano per trovare un posto nel mercato del lavoro e coloro che il capitale getta nella disoccupazione e nell’annientamento.
Manifestazioni di cittadini o lotta dei lavoratori?
Ed è qui in particolare che l’ideologia alla base delle marce sul clima ci impedisce di impadronirci dei mezzi per combattere questo sistema. Ci dice, ad esempio, che il mondo è nei guai perché la “vecchia generazione” è abituata a consumare troppo. Ma parlare genericamente di generazioni nasconde il fatto che, ieri come oggi, il problema risiede nella divisione della società in due classi principali, la classe capitalista o borghese, che ha tutto il potere, e una classe molto più ampia che viene sfruttata e privata di ogni potere decisionale, anche nei paesi più “democratici”. Sono i meccanismi impersonali del capitale che ci hanno messo nei pasticci attuali, e non il comportamento individuale di questo o quel politico o imprenditore, né tantomeno l’avidità della generazione precedente.
Lo stesso vale per tutti i discorsi sul “popolo” o sui “cittadini” che sarebbero la forza che può salvare il mondo. Queste sono categorie che non hanno senso perché coprono interessi di classi antagoniste. Il superamento di un sistema che non può esistere senza lo sfruttamento di una classe da parte di un'altra può essere fatta solo con il rilancio della lotta di classe, a partire dalla difesa degli interessi fondamentali dei lavoratori contro gli attacchi alle loro condizioni di vita e di lavoro portate da tutti i governi e da tutti i padroni in risposta alla crisi economica - attacchi che vengono sempre più spesso presi in nome della necessità di proteggere l’ambiente. Questo è l'unico modo per la classe operaia di sviluppare il senso della propria esistenza contro tutte le bugie secondo le quali essa sarebbe già una “specie estinta”. E questo è l’unico modo in cui la lotta di classe può fondere la dimensione economica e politica - collegando la crisi economica, la guerra e le catastrofi ecologiche - e riconoscendo che solo una rivoluzione mondiale può superarle.
Nel periodo che ha preceduto la Prima Guerra mondiale, centinaia di migliaia di persone hanno partecipato a manifestazioni pacifiste. Esse erano incoraggiate dalle classi dirigenti “democratiche” che diffondevano l’illusione che potesse esistere un capitalismo pacifico. Oggi è invece l’illusione di un capitalismo verde che si sta diffondendo sempre di più. Il pacifismo, con il suo appello a tutte le persone di buona volontà, nascondeva il fatto che solo la lotta di classe può davvero opporsi alla guerra, come fu dimostrato nel 1917-18 quando lo scoppio della rivoluzione russa e di quella tedesca costrinse i leader mondiali a porre rapidamente fine a questa guerra. Come il pacifismo non ha mai fermato nessuna guerra, così le attuali campagne ecologiste, che propongono false soluzioni al disastro climatico, servono solo a creare un ostacolo alla vera soluzione del problema.
Corrente Comunista Internazionale (27/08/2019)
Introduzione
Il centenario della fondazione dell’Internazionale comunista ci ricorda che la rivoluzione di Ottobre in Russia aveva posto la rivoluzione proletaria mondiale all’ordine del giorno. La rivoluzione tedesca era già in corso ed era cruciale sia per la sopravvivenza del potere dei soviet in Russia, sia per l’estensione della rivoluzione ai principali centri del capitalismo. In quel momento, tutti i diversi gruppi e tendenze rimasti fedeli al marxismo rivoluzionario erano convinti che la formazione e l’azione del partito di classe fossero indispensabili per la vittoria della rivoluzione. Con il senno di poi possiamo però dire che la formazione tardiva dell’IC - quasi due anni dopo la presa del potere in Russia e diversi mesi dopo lo scoppio della rivoluzione in Germania - così come le sue ambiguità e gli errori su questioni programmatiche e organizzative vitali, sono stati egualmente un elemento della sconfitta dell’ondata rivoluzionaria internazionale.
Dobbiamo tenere conto di ciò quando ripensiamo a un altro anniversario: il Maggio francese del ‘68 e l’ondata di movimenti di classe che l’ha seguito. Nei due precedenti articoli di questa serie, abbiamo esaminato il significato storico di questi movimenti, espressione del risveglio della lotta di classe dopo decenni di controrivoluzione: la controrivoluzione inaugurata dal crollo delle speranze rivoluzionarie del 1917-23. Abbiamo anche cercato di capire sia le origini degli avvenimenti del Maggio ‘68 sia il corso della lotta di classe nei successivi cinquant'anni, concentrandoci in particolare sulle difficoltà che incontra la classe per riappropriarsi della prospettiva della rivoluzione comunista.
In quest’articolo vogliamo esaminare specificamente l’evoluzione dell’ambiente politico proletario dal 1968 in poi e capire perché, nonostante i notevoli progressi a livello teorico e programmatico registrati sin dalla prima ondata rivoluzionaria, e nonostante che i gruppi proletari più avanzati abbiano compreso la necessità di compiere i passi essenziali verso la formazione di un nuovo partito mondiale, in anticipo rispetto agli scontri decisivi con il sistema capitalista, quest’orizzonte sembra ancora molto lontano e a volte addirittura scomparire dalla scena.
1968-80: lo sviluppo di un nuovo ambiente rivoluzionario incontra i problemi del settarismo e dell'opportunismo.
Il revival globale della lotta di classe alla fine degli anni '60 portò con sé una rinascita globale del movimento politico proletario, un fiorire di nuovi gruppi che cercavano di riapprendere ciò che era stato cancellato dalla controrivoluzione staliniana, così come una certa rianimazione delle rare organizzazioni sopravvissute a questo periodo buio.
Possiamo avere un'idea delle componenti di questo ambiente se guardiamo la lista molto variegata di gruppi contattati dai compagni di Internationalism negli Stati Uniti con l’obiettivo di mettere in piedi una Rete di Corrispondenza Internazionale[1]:
Nella sua introduzione Internationalism aveva aggiunto che altri gruppi avevano preso contatto chiedendo di partecipare: World Revolution, che nel frattempo si era separato dal gruppo Solidarity nel Regno Unito; Pour le Pouvoir International des Conseils Ouvriers et Les Amis de 4 Millions de Jeunes Travailleurs (Francia); Internationell Arbearkamp (Svezia) e Rivoluzione Comunista et Iniziativa Comunista (Italia).
Non tutte queste correnti erano un prodotto diretto delle lotte aperte alla fine degli anni '60 e primi anni '70: molti tra loro le avevano precedute, come nel caso di Battaglia Comunista in Italia e del gruppo Internacionalismo in Venezuela. Altri gruppi che si erano sviluppati prima delle lotte raggiunsero il loro apogeo intorno al ‘68 e poi declinarono rapidamente – come nel caso più chiaro dei situazonisti. Tuttavia, l'emergere di questo nuovo milieu di elementi alla ricerca di posizioni comuniste fu l’espressione di un profondo processo di crescita “sotterranea”, di una crescente disaffezione per la società capitalista che aveva colpito sia il proletariato (e questo prese anche la forma di lotte aperte come i movimenti di sciopero in Spagna e in Francia prima del ‘68) e ampi strati di una piccola borghesia che già era in procinto di essere proletarizzata. In effetti, la ribellione di questi ultimi strati in particolare aveva già assunto una forma aperta prima del 68 - in particolare la rivolta nelle università e le proteste strettamente collegate contro la guerra e il razzismo che raggiunsero i livelli più spettacolari negli Stati Uniti e in Germania, e naturalmente in Francia, dove la rivolta studentesca giocò un ruolo evidente nello scoppio del movimento esplicitamente operaio della classe nel maggio del ‘68. Il massiccio riemergere della classe operaia dopo il ‘68, tuttavia, diede una risposta chiara a quelli, come Marcuse, che avevano iniziato a teorizzare l'integrazione della classe operaia nella società capitalista e la sua sostituzione come avanguardia rivoluzionaria da parte di altri strati, come gli studenti. Esso riaffermò che le chiavi del futuro dell’umanità sono nelle mani della classe sfruttata proprio come nel 1919 e convinse molti giovani ribelli ed elementi alla ricerca, a prescindere dal loro background sociologico, che il loro futuro politico stava nella lotta dei lavoratori e nel movimento politico organizzato della classe operaia.
Il legame profondo tra il risorgere della lotta di classe e questo nuovo strato politicizzato fu una conferma dell’analisi materialista sviluppata negli anni ‘30 dalla Frazione italiana della Sinistra Comunista: il partito di classe non esiste al di fuori della vita della classe. Esso è certamente un fattore vitale e attivo nello sviluppo della coscienza di classe, ma è anche un prodotto di questo sviluppo, e non può esistere nei periodi in cui la classe ha vissuto una sconfitta storico-mondiale come negli anni '20 e '30. I compagni della sinistra italiana sperimentarono questa verità sulla loro pelle poiché vissero un periodo che vide la degenerazione dei partiti comunisti e il loro recupero da parte della borghesia, e la contrazione delle vere forze comuniste in piccoli gruppi, assediati come il loro. Essi tirarono la conclusione che il partito poteva riapparire solo quando la classe nel suo insieme si sarebbe ripresa dalla sconfitta su scala internazionale e avrebbe posto ancora una volta la questione della rivoluzione: il compito principale della frazione era quindi quello di difendere i principi di comunismo, trarre gli insegnamenti dalle passate sconfitte e fungere da ponte per il nuovo partito che si sarebbe formato quando il corso della lotta di classe si sarebbe profondamente modificato. E quando alcuni compagni della sinistra italiana dimenticarono questa lezione essenziale e si precipitarono in Italia per formare un nuovo partito nel 1943 in un momento in cui, nonostante alcune importanti espressioni di rivolta proletaria contro la guerra, soprattutto in Italia, la controrivoluzione regnava ancora suprema, i compagni della Sinistra Comunista di Francia presero la torcia abbandonata dalla frazione italiana che si dissolse precipitosamente nel Partito Comunista Internazionalista (PCInt).
Ma poiché, tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70, la classe stava finalmente liberandosi dalle catene della controrivoluzione, nuovi gruppi proletari apparivano in tutto il mondo e una dinamica di dibattito, di confronto e di raggruppamento tra queste nuove correnti si stava sviluppando, la prospettiva della formazione del partito – certo non nell’immediato – era ancora una volta posta su una base seria.
La dinamica verso l'unificazione delle forze proletarie prese varie forme, dai primi viaggi di Mark Chirik e altri compagni del gruppo Internacialismo in Venezuela per far rivivere la discussione con i gruppi della Sinistra italiana, le conferenze organizzate dal gruppo francese Information et Correspondance Ouvrières (ICO), o la rete internazionale di corrispondenza lanciata da Internationalism. Quest'ultima si è concretizzata attraverso gli incontri di Liverpool e Londra di diversi gruppi nel Regno Unito (Workers Voice, World Revolution, Revolutionary Perspectives, che si era ugualmente separato da Solidarity ed era il precursore dell’attuale Communist Workers Organisation), insieme a RI e al GLAT dalla Francia.
Questo processo di confronto e di dibattito non è stato sempre facile: l’esistenza oggi di due gruppi della sinistra comunista in Gran Bretagna - una situazione che molti elementi alla ricerca di una politica di classe trovano estremamente confusa - può essere ricondotta all’immaturità e al fallimento del processo di raggruppamento che ha seguito le conferenze nel Regno Unito. Alcune delle divisioni che si sono verificate all’epoca avevano scarse giustificazioni poiché erano provocate da differenze secondarie - ad esempio, il gruppo che costituì Pour une Intervention Communiste (PIC) in Francia si separò da RI esattamente sulla questione di quando produrre un volantino sul colpo di stato militare in Cile. Ciò nonostante, si stava svolgendo un vero processo di decantazione e raggruppamento. I compagni del RI in Francia sono intervenuti energicamente nelle conferenze di Information et Correspondance Ouvrières (ICO) per insistere sulla necessità di un’organizzazione politica basata su una piattaforma chiara, in contrasto con le nozioni operaiste, consiliariste e “anti-leniniste” che erano estremamente influenti all’epoca, e questa attività accelerò la loro unificazione con dei gruppi di Marsiglia (Cahiers des Communistes de Conseils) e di Clermont Ferrand. Il gruppo RI è stato anche molto attivo a livello internazionale e la sua crescente convergenza con WR, Internationalism, Internacialismo e nuovi gruppi in Italia e Spagna ha portato alla formazione della CCI nel 1975, mostrando la possibilità di organizzarsi su scala internazionale in maniera centralizzata. La CCI si considerava, al pari della GCF degli anni ‘40, come l’espressione di un movimento più ampio e non vedeva la sua formazione come il punto finale di un processo di raggruppamento più generale. Il nome di “Corrente” esprime quest’approccio: noi non eravamo una frazione di una vecchia organizzazione, sebbene continuassimo gran parte del lavoro delle vecchie frazioni, e facciamo parte di una corrente più ampia che va verso il partito del futuro.
Le prospettive per la CCI sembravano molto ottimistiche con la felice unificazione di tre gruppi in Belgio, che aveva permesso di tirare le lezioni dal recente fallimento nel Regno Unito, e il considerevole accrescimento di alcune sezioni della CCI, specialmente in Francia e in Gran Bretagna. Ad esempio WR aveva quadruplicato i suoi militanti rispetto al suo nucleo d’origine e RI, a un certo punto, aveva tanti membri da formare a Parigi due sezioni locali separate, una sezione nord e una sud nella stessa città. Naturalmente stiamo ancora parlando di numeri molto piccoli, ma ciò nonostante era una significativa espressione di un reale sviluppo nella coscienza di classe. Nel frattempo, il Partito Comunista Internazionale bordighista (Programma/Le Prolétaire) creò delle sezioni in una serie di nuovi paesi e divenne rapidamente la più grande organizzazione della sinistra comunista.
Di particolare importanza in questo processo fu la tenuta di Conferenze internazionali della Sinistra Comunista, inizialmente convocate da Battaglia Comunista e sostenute entusiasticamente dalla CCI, anche se abbiamo criticato la base originale dell’appello alle conferenze (per discutere il fenomeno dell’“Eurocomunismo”, che Battaglia aveva chiamato la “socialdemocratizzazione” dei partiti comunisti.
Per circa tre anni, le conferenze hanno costituito un polo di riferimento, un quadro di dibattito organizzato che ha attirato al loro interno gruppi provenienti da contesti diversi[2]. I testi e gli atti degli incontri sono stati pubblicati in una serie di opuscoli; i criteri di partecipazione alle conferenze sono stati definiti più chiaramente che nell’invito originale e gli argomenti in discussione si sono concentrati maggiormente su questioni cruciali come la crisi capitalista, il ruolo dei rivoluzionari, la questione delle lotte nazionali, e così via. Il dibattito ha inoltre permesso a dei gruppi che condividevano delle prospettive comuni di avvicinarsi ulteriormente, come nel caso della CWO con Battaglia, o della CCI con För Kommunismen in Svezia.
Nonostante questi sviluppi positivi, tuttavia, il rinascente movimento rivoluzionario fu gravato da molte debolezze ereditate dal lungo periodo di controrivoluzione.
Per prima cosa, un gran numero di quelli che sarebbero potuti essere conquistati alla politica rivoluzionaria furono assorbiti dal gauchisme, che era anch’esso cresciuto considerevolmente sulla scia dei movimenti di classe dopo il ‘68. Le organizzazioni maoiste e soprattutto trotskiste erano già formate e offrivano un’alternativa apparentemente radicale ai partiti stalinisti “ufficiali” il cui ruolo di sabotatori di scioperi durante le lotte Maggio francese e successive era stato chiaro. Daniel Cohn-Bendit, “Danny il Rosso”, il celebre leader studentesco del ‘68, aveva scritto un libro attaccando la funzione del Partito Comunista e proponendo un’“alternativa di sinistra” che si riferiva alla sinistra comunista degli anni ‘20 e ai gruppi consiliaristi di quest’epoca, come ICO[3]. Ma come tanti altri, Cohn-Bendit ha perso la pazienza all’idea di rimanere nel piccolo mondo dei veri rivoluzionari e se n’è andato alla ricerca di soluzioni più immediate che gli offrissero anche la possibilità di una carriera, e oggi è un membro dei Verdi tedeschi, servendo il suo partito all’interno dello stato borghese. La sua traiettoria – che da idee potenzialmente rivoluzionarie è arrivata all’impasse nel gauchisne - è quella che ha caratterizzato migliaia e migliaia di persone.
Ma alcuni dei maggiori problemi affrontati dall’ambiente emergente erano “interni”, anche se alla fine riflettevano la pressione dell’ideologia borghese sull’avanguardia politica proletaria.
I gruppi che avevano mantenuto un’esistenza organizzata durante il periodo della controrivoluzione - in gran parte i gruppi della Sinistra italiana - erano diventati più o meno sclerotici. In particolare, i bordighisti dei vari partiti comunisti internazionali[4] si erano protetti contro la pioggia perpetua di nuove teorie che “trascendevano il marxismo” facendo di quest’ultimo un dogma, rimanendo così incapaci di rispondere ai nuovi sviluppi, come dimostrato dalla loro reazione ai movimenti di classe dopo il ‘68 – che ci ricorda in sostanza la derisione usata da Marx nella sua lettera a Ruge nel settembre 1843: “Qui è la verità (il partito), inginocchiati!” Inseparabile dalla nozione bordighista di “invarianza” del marxismo si trovava associato un settarismo[5] estremo che rigettava ogni nozione di dibattito con altri gruppi proletari, un atteggiamento concretizzato nel rifiuto categorico di tutti i gruppi bordighisti di partecipare alle Conferenze internazionali della Sinistra Comunista. Ma se l’appello di Battaglia era solo un piccolo passo avanti per uscire dall’atteggiamento consistente nel vedere il proprio piccolo gruppo come l’unico guardiano della politica rivoluzionaria, questo non era affatto esente esso stesso da un atteggiamento settario: infatti l’invito inizialmente escludeva i gruppi bordighisti e non veniva inviato alla CCI come tale, ma alla sua sezione in Francia, tradendo una tacita concezione secondo cui per il movimento rivoluzionario varrebbe una divisione di competenze tra i vari gruppi per i diversi paesi, con Battaglia detentrice ovviamente dell’esclusiva sul territorio italiano.
In più il settarismo non si limitava agli eredi della sinistra italiana. Le discussioni sul raggruppamento nel Regno Unito sono state silurate proprio da questo. In particolare, Workers Voice, per paura di perdere la propria identità di gruppo locale a Liverpool, ha rotto i rapporti con la tendenza internazionale attorno a RI e WR sulla questione dello Stato nel periodo di transizione, tema che non poteva che essere una questione aperta per dei rivoluzionari che sono d’accordo sui parametri di classe essenziali del dibattito. La stessa ricerca di una scusa per interrompere le discussioni fu successivamente adottata da RP e dalla CWO (prodotto di una fusione di breve durata di RP e WV) che dichiarò la CCI controrivoluzionaria perché non accettava che il partito bolscevico e l’IC avessero perduto ogni vita proletaria a partire dal 1921 e non un momento dopo. La CCI era meglio armata contro il settarismo perché essa tirava le sue origini dalla Frazione italiana e dalla GCF, che si erano sempre considerate come parti di un più ampio movimento politico proletario e non come le uniche depositarie della verità. Ma la convocazione delle conferenze aveva mostrato l’esistenza di elementi di settarismo anche nei suoi stessi ranghi; all’inizio alcuni compagni avevano reagito all’appello dichiarando che i Bordighisti e persino Battaglia non erano dei gruppi proletari a causa delle loro ambiguità sulla questione nazionale. E’ significativo che il dibattito successivo sui gruppi proletari, che ha portato a una grande chiarificazione nella CCI[6], sia stato lanciato da un testo di Marc Chirik, che si era “formato” nella Sinistra Italiana e in quella Francese per capire che la coscienza di classe proletaria non è affatto omogenea, nemmeno tra le minoranze politicamente più avanzate, e che non è possibile determinare la natura di classe di un’organizzazione isolata dalla sua storia e dalle risposte che essa dà agli eventi storici maggiori, in particolare alla guerra mondiale e alla rivoluzione.
Con i nuovi gruppi, invece, questi atteggiamenti settari erano più l’espressione della loro immaturità e di una rottura con le tradizioni e le organizzazioni del passato che il prodotto di un lungo processo di sclerosi. Questi gruppi si trovavano di fronte alla necessità di definirsi rispetto all’atmosfera prevalente del gauchisme, così che una sorta di rigidità di pensiero spesso sembrava essere un mezzo di difesa contro il pericolo di essere risucchiati dalle organizzazioni molto più grandi della sinistra borghese. Eppure, allo stesso tempo, il rifiuto dello stalinismo e del trotskismo assumeva spesso la forma di una fuga verso atteggiamenti anarchici e consiliaristi – cosa che manifestava non solo la tendenza a rigettare l’intera esperienza bolscevica, ma anche il diffuso sospetto verso qualunque discussione sulla formazione di un partito proletario. Più concretamente, tali approcci hanno favorito le concezioni federaliste dell’organizzazione, come conseguenza dell’identificazione delle forme centralizzate di organizzazione con la burocrazia e persino con lo stalinismo. Il fatto che molti aderenti dei nuovi gruppi siano usciti da un movimento studentesco molto più marcato dalla piccola borghesia rispetto all’ambiente studentesco di oggi ha rafforzato queste idee democratiste e individualiste, espresse molto chiaramente nello slogan neo-situazionista “la militanza: stadio supremo dell’alienazione”[7]. Il risultato di tutto ciò è che il movimento rivoluzionario ha trascorso decenni a lottare per comprendere la questione organizzativa, e questa mancanza di comprensione è stata al centro di molti conflitti e divisioni nel movimento. Naturalmente, la questione organizzativa è stata necessariamente un campo di battaglia costante all’interno del movimento operaio (come testimoniato dalla divisione tra marxisti e bakunisti nella Prima Internazionale, o tra bolscevichi e menscevichi in Russia). Ma il problema del riemergere del movimento rivoluzionario alla fine degli anni '60 fu esacerbato dal lungo periodo di rottura con le organizzazioni del passato, così che molte delle lezioni lasciate in eredità da precedenti lotte organizzative sono dovute essere riapprese quasi da zero.
Fu essenzialmente l’incapacità del milieu nel suo insieme a superare il settarismo che portò al blocco e all’eventuale sabotaggio delle conferenze[8]. Sin dall’inizio, la CCI aveva insistito sul fatto che le conferenze non dovessero rimanere mute, ma avrebbero dovuto emettere, quando possibile, un minimo di dichiarazioni congiunte, per chiarire al resto del movimento quali punti di accordo e di disaccordo erano stati raggiunti. Ma anche - di fronte agli eventi internazionali più importanti, come il movimento di classe in Polonia o l’invasione russa dell’Afghanistan - per fare dichiarazioni pubbliche comuni su questioni che erano già criteri essenziali per le conferenze, come l’opposizione alla guerra imperialista. Queste proposte, sostenute da alcuni, furono rigettate da Battaglia e dalla CWO sulla base del fatto che era “opportunista” fare dichiarazioni congiunte quando rimanevano altre differenze. Allo stesso modo, quando Munis e il FOR uscirono dalla seconda conferenza perché si rifiutavano di discutere la questione della crisi capitalista, in risposta alla proposta della CCI di formulare una critica congiunta al settarismo del FOR, BC semplicemente rifiutò l’idea che il settarismo fosse un problema: il FOR era partito perché aveva posizioni diverse, quindi qual era il problema?
Chiaramente, al di là di queste divisioni, vi erano disaccordi abbastanza profondi su cosa fosse una cultura proletaria di dibattito, e le cose raggiunsero un punto di svolta quando BC e la CWO improvvisamente introdussero un nuovo criterio per la partecipazione alle conferenze - una formulazione sul ruolo del partito che conteneva ambiguità sul suo rapporto con il potere politico che loro sapevano che non sarebbe stato accettabile per la CCI e che effettivamente la escluse. Questa esclusione era di per sé un’espressione concentrata di settarismo, ma mostrava anche che il rovescio della medaglia del settarismo è l’opportunismo: da una parte, perché la nuova definizione “dura” di partito, non impediva a BC e alla CWO di tenere una quarta grottesca conferenza alla quale parteciparono solo loro stessi e i gauchiste iraniani dell’UCM (Unity of Communist Militants)[9]; e d’altra parte perché, con l’avvicinamento tra BC e CWO, BC aveva probabilmente valutato di aver guadagnato tutto ciò che poteva dalle conferenze, un caso classico di sacrificio del futuro del movimento per un profitto immediato. E le conseguenze della disgregazione delle conferenze sono state davvero pesanti: la perdita di qualsiasi struttura organizzata di dibattito, di reciproca solidarietà e di una pratica comune tra le organizzazioni della Sinistra Comunista, che non è stata mai più ripristinata, nonostante gli sforzi occasionali di lavoro comune negli anni successivi
Gli anni ‘80: la crisi nel MPP
Il crollo delle conferenze si è rivelato presto essere un aspetto di una crisi più ampia dell'ambiente proletario, espressa molto chiaramente dall’implosione del PCI bordighista e dal “caso Chenier” nella CCI, che portò alla perdita di un certo numero di membri dell’organizzazione, in particolare nel Regno Unito.
L’evoluzione della principale organizzazione bordighista, che pubblicava Programma Comunista in Italia e Le Proletaire in Francia (tra gli altri), confermò i pericoli dell’opportunismo nel campo proletario. Il PCI aveva conosciuto una crescita regolare lungo tutti gli anni ’70 ed era diventato probabilmente il più grande gruppo di sinistra comunista del mondo. Tuttavia la sua crescita era stata in gran parte assicurata dall’integrazione di un numero di elementi che non avevano mai veramente rotto con il gauchisme e il nazionalismo. Certamente, le profonde confusioni del PCI sulla questione nazionale non erano nuove: esso pretendeva di difendere le tesi del Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista sulla solidarietà con le rivolte e le rivoluzioni borghesi nelle regioni coloniali. Le tesi dell'IC si sarebbero presto rivelate fatalmente inadeguate in se stesse, ma contenevano alcune clausole atte a preservare l’indipendenza dei comunisti di fronte alle ribellioni guidate dalle borghesie nazionali nelle colonie. Il PCI aveva già preso delle misure pericolose che lo allontanavano da tali precauzioni, come quando aveva salutato il terrore stalinista in Cambogia come esempio del vigore necessario di una rivoluzione borghese[10]. Ma le sezioni del Nord Africa organizzate attorno al giornale El Oumami andarono anche oltre poiché, di fronte ai conflitti militari in Medio Oriente, chiamarono apertamente alla difesa dello Stato siriano contro Israele. Era la prima volta che un gruppo bordighista chiamava senza vergogna a partecipare a una guerra tra Stati capitalisti. È significativo che, all’interno del PCI, vi siano state delle forti reazioni contro queste posizioni, testimoniando di fatto che l’organizzazione aveva mantenuto il suo carattere proletario, ma tutto ciò ha portato a ulteriori divisioni, alla partenza di intere sezioni e di molti singoli militanti, riducendo il PCI a un gruppo molto più ridotto che non è mai stato in grado di trarre tutte le lezioni da questi eventi.
Ma una tendenza opportunistica apparve anche nella CCI all’epoca con un gruppo di militanti che, in risposta alle lotte di classe della fine degli anni ‘70 e dei primi anni ‘80, iniziò a fare serie concessioni al sindacalismo di base. Ma il problema posto da questo gruppo si situava soprattutto a livello organizzativo, giacché esso aveva cominciato a rimettere in discussione il carattere centralizzato della CCI e a sostenere che gli organi centrali dovevano funzionare principalmente come cassette postali piuttosto che come organi eletti per dare un orientamento politico all’organizzazione nell’intervallo tra due congressi o due riunioni generali. Tutto ciò non implicava per nulla che questo gruppo di militanti fosse tenuto assieme da una profonda unità programmatica. In realtà era tenuto insieme da affiliazioni basate su relazioni personali e risentimenti comuni contro l’organizzazione - in altre parole, era un “clan” segreto piuttosto che una tendenza reale e, in un’organizzazione immatura, esso produsse a sua volta un “contro-clan” nella sezione inglese, con dei risultati catastrofici. A suscitare risentimenti e conflitti fu l’equivoco elemento Chénier, che aveva una storia pregressa di passare da un’organizzazione rivoluzionaria all’altra fomentando crisi, e che si impegnò nella più vergognosa manipolazione di coloro che lo circondavano. La crisi precipitò nell’estate del 1981 quando i membri della “tendenza” entrarono in casa di un compagno mentre questi era assente per rubare del materiale dell’organizzazione adducendo a giustificazione che stavano solo recuperando l’investimento fatto nell’organizzazione. Questa tendenza si trasformò in un nuovo gruppo che crollò dopo una sola pubblicazione e Chénier “tornò” al Partito Socialista e al sindacato CFDT, per i quali probabilmente aveva lavorato da sempre, molto probabilmente nel “Settore delle Associazioni” che monitora lo sviluppo di correnti a sinistra del PS.
Questa scissione ebbe una risposta molto irregolare all’interno della CCI nel suo insieme, soprattutto dopo che l’organizzazione ebbe fatto un tentativo risoluto di recuperare le attrezzature rubate visitando le case degli elementi sospettati di essere coinvolti nei furti e domandando la restituzione di questo materiale. Un certo numero di compagni in Gran Bretagna abbandonò semplicemente l’organizzazione, incapace di prendere coscienza della necessità che un’organizzazione rivoluzionaria debba difendersi in questa società e che questa possa includere anche delle azioni fisiche oltre che la propaganda politica. Le sezioni di Aberdeen/Edimburgo non solo se ne uscirono rapidamente, ma in più denunciarono pubblicamente le azioni della CCI minacciando di chiamare la polizia se esse stesse fossero state oggetto di visite (poiché anche loro avevano conservato una certa quantità di materiali appartenenti all’organizzazione, anche se a nostra conoscenza loro non erano state coinvolti direttamente nei furti iniziali). E quando la CCI pubblicò sulla stampa una necessaria messa in guardia sulle attività di Chénier, loro si precipitarono a difendere il suo onore. Questo fu l’inglorioso inizio del Communist Bulletin Group (CBG), le cui pubblicazioni erano in gran parte dedicate agli attacchi contro lo stalinismo e persino la follia della CCI. In breve, questo fu un primo esempio di parassitismo politico che sarebbe diventato un fenomeno rilevante nei decenni successivi[11]. Mentre all’interno del più ampio ambiente proletario ci furono poche, quasi nessuna espressione di solidarietà con la CCI, al contrario la versione del CBG degli eventi è ancora in circolazione su Internet e ha una forte influenza, in particolare nell’ambiente anarchico.
Possiamo citare altre espressioni di crisi negli anni che seguirono. Il bilancio dei gruppi che avevano preso parte alle conferenze internazionali fu essenzialmente negativo: con la scomparsa di gruppi che avevano solo di recente rotto con il gauchisme (L’Eveil Internationaliste, l’OCRIA, il Marxist Workers Group negli Stati Uniti); mentre altri furono trascinati nella direzione opposta: il NCI, una scissione con i bordighisti di Programma che aveva mostrato un certo livello di maturità sulle questioni organizzative durante le conferenze, si fuse con il gruppo Il Leninista, proveniente da Lotta Comunista, seguendolo nell’abbandono dell’internazionalismo fino a cadere completamente nel gauchisme con l’incorporazione del Centro di Iniziative Marxiste (CIM), proveniente dal PCI stalinista, per formare l’Organizzazione Comunista Internazionalista (OCI). Il Groupe Communiste Internationaliste, giunto alla terza conferenza solo per denunciarla, esprimendo già in questo modo il suo carattere distruttivo e parassitario, iniziò ad adottare posizioni apertamente reazionarie (sostegno ai maoisti peruviani e alla guerriglia de El Salvador, culminanti in una grottesca giustificazione alle azioni del “centrista” al Qaida e nelle minacce fisiche contro la CCI in Messico[12]). Il GCI, a prescindere dalle sue motivazioni, è un gruppo che essenzialmente fa il lavoro della polizia, non solo minacciando violenza contro le organizzazioni proletarie, ma anche dando l’impressione che esista un legame tra gli autentici gruppi comunisti e l’oscuro ambiente del terrorismo.
Nel 1984 abbiamo anche visto la formazione del Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario, un raggruppamento tra la CWO e Battaglia. Il BIPR, attualmente Tendenza Comunista Internazionalista, (TCI), si è mantenuto su un terreno internazionalista, ma a nostro avviso il raggruppamento è stato prodotto su una base opportunistica, con una concezione federalista dei gruppi nazionali, una mancanza di dibattito aperto sulle differenze tra di loro e una serie di tentativi affrettati di integrare nuove sezioni che, nella maggior parte dei casi, hanno portato al fallimento. [13].
Il 1984-5 vide la scissione nella CCI che diede luogo alla “Frazione Esterna della CCI”. La FECCI all’inizio dichiarò di essere il vero difensore della piattaforma della CCI contro le presunte deviazioni sulla questione della coscienza di classe, sull’esistenza dell’opportunismo nel movimento operaio, sul presunto monolitismo e persino sullo “stalinismo” dei nostri organi centrali, ecc. Ma in realtà, tutto l’approccio per “ritrovare il vero programma” della CCI è stato abbandonato molto rapidamente, dimostrando che la FECCI non era affatto quello che pensava di essere: una vera frazione nata per lottare contro la degenerazione dell’organizzazione di origine. In realtà si trattava di un’altra formazione clanica che poneva i legami personali al di sopra delle esigenze dell’organizzazione e la cui attività, una volta uscita dalla CCI, forniva un ulteriore esempio di parassitismo politico[14].
Il proletariato, secondo Marx, è una classe della società civile che non è una classe della società civile – che fa parte del capitalismo ma che ne è tuttavia in un certo senso estranea [15]. E l’organizzazione proletaria, che incarna soprattutto il futuro comunista della classe operaia, non è da meno un corpo estraneo essendo parte del proletariato. Come il proletariato nel suo complesso, l’organizzazione è soggetta alla costante pressione dell’ideologia borghese, ed è questa pressione, o piuttosto la tentazione di adattarsi a essa, a conciliarsi con essa, che è la fonte dell’opportunismo. Questo è anche la ragione per cui le organizzazioni rivoluzionarie non possono avere una vita “pacifica” all’interno della società capitalista e sono inevitabilmente condannate a passare attraverso crisi e divisioni, mentre scoppiano conflitti tra l’“anima” proletaria dell’organizzazione e coloro che hanno ceduto alle ideologie di altre classi sociali. La storia del bolscevismo, per esempio, è anche una storia di lotte politiche sul piano organizzativo. I rivoluzionari non cercano né auspicano le crisi, ma quando scoppiano, è essenziale mobilitare le loro forze per difendere i loro principi centrali se questi vengono indeboliti, e lottare per chiarire le divergenze e le loro radici invece di scappare via da questi obblighi. E, naturalmente, è fondamentale imparare le lezioni che queste crisi inevitabilmente portano con sé, allo scopo di rendere l’organizzazione più resistente in futuro.
Per la CCI, le crisi sono state frequenti e talvolta molto dannose, ma non sempre sono state del tutto negative. Così la crisi del 1981, seguita dalla Conferenza Straordinaria del 1982, portò all’elaborazione di testi fondamentali sia sulla funzione che sul funzionamento delle organizzazioni rivoluzionarie in questa epoca[16], e produsse lezioni vitali sulla necessità permanente, per un’organizzazione rivoluzionaria, di difendersi non solo contro la repressione diretta dello Stato borghese, ma anche contro elementi dubbi o ostili che si fanno passare come parte del movimento rivoluzionario e possono persino infiltrarsi le sue organizzazioni.
Allo stesso modo, la crisi che ha portato alla uscita della FECCI ha visto una maturazione della CCI su una serie di questioni chiave: la reale esistenza dell’opportunismo e del centrismo come malattie del movimento operaio; il rifiuto delle visioni consiliariste della coscienza di classe come puro prodotto della lotta immediata (e quindi la necessità dell’organizzazione rivoluzionaria come espressione principale della dimensione storica e profonda della coscienza di classe); e, collegato a questo, la comprensione dell’organizzazione rivoluzionaria come organizzazione di lotta, capace di intervenire nella classe a vari livelli: non solo a livello teorico e della propaganda, ma anche dell’agitazione, fornendo orientamenti per l’estensione e l’autorganizzazione della lotta, partecipando attivamente alle assemblee generali e ai gruppi di lotta.
Nonostante le chiarificazioni prodotte dalla CCI in seguito alle sue crisi interne, queste non garantivano che il problema organizzativo, in particolare, fosse ormai risolto e che non ci sarebbero state più ricadute. Ma per lo meno, la CCI aveva riconosciuto che la questione organizzativa era una questione politica in sé. D’altra parte, il milieu politico proletario in generale non ha visto l’importanza della questione organizzativa. Gli “anti-leninisti” di varie tendenze (anarchici, consiliaristi, modernisti, ecc.) videro il tentativo stesso di mantenere un’organizzazione centralizzata come intrinsecamente stalinista, mentre i bordighisti hanno commesso l’errore fatale di pensare che su questa questione fosse stata già detta l’ultima parola e che non ci fosse più niente da discutere. Il BIPR era meno dogmatico, ma tendeva a trattare la questione organizzativa come secondaria. Ad esempio, nella loro risposta alla crisi che ha colpito la CCI a metà degli anni '90, essi non hanno affrontato le questioni organizzative, ma hanno sostenuto che esse erano essenzialmente una conseguenza degli errori della CCI nel valutare il rapporto di forze tra le classi.
Non c’è dubbio che un errato apprezzamento della situazione mondiale può essere un fattore importante nelle crisi organizzative: nella storia della sinistra comunista, ad esempio, possiamo ricordare l’adozione, da parte della maggioranza della frazione italiana, della teoria di Vercesi dell’economia di guerra, che riteneva che la marcia accelerata verso la guerra alla fine degli anni ‘30 fosse la prova che la rivoluzione era imminente. Chiaro dunque che lo scoppio della guerra imperialista produsse un totale disorientamento nella Frazione.
Allo stesso modo, la tendenza dei gruppi sorti dall’ondata del ‘68 a sovrastimare la lotta di classe, a vedere la rivoluzione “giusto dietro l’angolo”, significava che la crescita delle forze rivoluzionarie negli anni ‘70 era estremamente fragile: molti di coloro che si unirono alla CCI in quel periodo non ebbero né la pazienza né la convinzione per resistere nel tempo quando divenne chiaro che la lotta per la rivoluzione si poneva sul lungo periodo e che l’organizzazione rivoluzionaria sarebbe stata impegnata in una lotta permanente per la sopravvivenza, anche quando la lotta di classe stesse seguendo globalmente un corso ascendente. Ma le difficoltà derivanti da questa visione immediata degli eventi mondiali hanno avuto anche un’importante componente organizzativa: non solo per il fatto che, durante questo periodo, i membri erano spesso integrati in maniera frettolosa, superficiale, ma soprattutto per il fatto che essi erano integrati in un’organizzazione che non aveva ancora una chiara visione del suo ruolo e della sua funzione, che non era quella di agire come se fosse già una sorta di mini-partito, ma soprattutto quella di vedere sé stessa come un ponte verso il futuro partito comunista. L’organizzazione rivoluzionaria nel periodo iniziato nel 1968 conservava quindi molte caratteristiche di una frazione comunista, pur non avendo una continuità organica diretta con le parti o le frazioni del passato. Ciò non significa affatto che dovremmo rinunciare al compito di intervento diretto nella lotta di classe. Al contrario, abbiamo già sostenuto che uno degli elementi chiave del dibattito con la tendenza che aveva costituito la “Frazione Esterna” era proprio l’insistenza sulla necessità di un intervento comunista nelle lotte della classe - un compito che può variare nella portata e intensità, ma che non scompare mai, nelle diverse fasi della lotta di classe. Ma ciò significa che la maggior parte delle nostre energie si è necessariamente concentrata nella difesa e nella costruzione dell’organizzazione, nell’analisi di una situazione mondiale in rapida evoluzione e nella preservazione e ulteriore elaborazione delle nostre acquisizioni teoriche. Questa focalizzazione diventava ancora più importante nelle condizioni della fase di decomposizione sociale dagli anni '90 in poi, che hanno fortemente accresciuto le pressioni e i pericoli cui sono confrontate le organizzazioni rivoluzionarie. Esamineremo l'impatto di questa fase nella seconda parte di quest’articolo.
Amos
Annesso
Nota introduttiva agli opuscoli contenenti i testi e gli atti della Seconda Conferenza Internazionale dei Gruppi della Sinistra Comunista, 1978, redatta dal comitato tecnico internazionale:
“Con questo primo opuscolo iniziamo la pubblicazione dei testi della Seconda Conferenza Internazionale dei gruppi della Sinistra Comunista, svoltasi a Parigi l’11 e 12 novembre 1978 su iniziativa del Partito Comunista Internazionalista, Battaglia Comunista. I testi della Prima Conferenza Internazionale, svoltasi a Milano il 30 aprile e il 1 maggio 1977, sono stati pubblicati in italiano sotto la responsabilità del PCI/BC e in francese e in inglese sotto la responsabilità della CCI.
Il 30 giugno 1977, il PCI/BC, conformemente a quanto deciso dalla Conferenza di Milano e ai successivi contatti con la CCI e la CWO, ha inviato una lettera circolare invitando i seguenti gruppi a una nuova conferenza da tenere a Parigi:
Corrente Comunista Internazionale (Francia, Belgio, Gran Bretagna, Spagna, Italia, Germania. Olanda, USA, Venezuela)
Communist Workers Organisation (Gran Bretagna)
Partito Comunista Internazionale (Programma Comunista: Italia, France, etc.)
Il Leninista (Italia)
Nucleo Comunista Internazionalista (Italia)
Iniziativa Comunista (Italia)
Fomento Obrero Revolucionario (Francia, Spagna)
Pour Une Intervention Communiste (Francia)
Forbundet Arbetarmakt (Svezia)
För Komunismen (Svezia)
Organisation Communiste Révolutionnaire Internationaliste d’Algérie (Algeria)
Kakamaru Ha (Giappone)
Partito Comunista Internazionale/Il Partito Comunista (Italia)
Spartakusbond (Olanda)
Nel volume II pubblicheremo la seguente lettera:
“Dei gruppi invitati, Spartakusbond e Kakamaru Ha non hanno risposto.
Programma Comunista e Il Partito Comunista hanno rifiutato di partecipare attraverso articoli pubblicati sui loro rispettivi giornali. Entrambi hanno respinto lo spirito dell’iniziativa così come il contenuto politico dello stesso lavoro da fare (in particolare sul partito e sulle guerre di liberazione nazionale).
Il PIC si è rifiutato di partecipare con una lettera-documento a un incontro basato sul riconoscimento dei primi due congressi della Terza Internazionale, che essi considerano essenzialmente come socialdemocratici fin dall’inizio (vedi Vol II).
Forbundet Arbetarmakt ha respinto l’invito poiché dubitava di potersi riconoscere nei criteri di partecipazione (vedi Vol. II).
Iniziativa Comunista non ha dato alcuna risposta scritta e all’ultimo minuto - dopo aver accettato di partecipare a una riunione congiunta di Battaglia e de Il Leninista - ha rifiutato di partecipare alla conferenza, giustificando il proprio atteggiamento in un numero del proprio bollettino apparso dopo la conferenza di Parigi.
Il Leninista, sebbene avesse confermato il proprio accordo a partecipare, non è stato in grado di farlo per problemi tecnici nel momento in cui i suoi compagni sono partiti per la Conferenza.
L’OCRIA degli immigrati algerini in Francia non è stata in grado di partecipare fisicamente all'incontro per motivi di sicurezza, ma ha chiesto di essere considerata come un gruppo partecipante.
Il FOR, sebbene avesse partecipato all’inizio della conferenza - cui si era presentato come osservatore ai margini - si è rapidamente dissociato, affermando che la sua presenza era incompatibile con quella di gruppi che riconoscono attualmente l’esistenza di una crisi strutturale del capitale (vedi vol. II) ...”
Tra la seconda e la terza conferenza, il gruppo svedese För Komunismen era diventato la sezione della CCI in Svezia e Il Nucleo Comunista Internazionalista e Il Leninista si erano fusi per diventare un’unica organizzazione, Il Nuclei Leninisti.
L’elenco dei gruppi partecipanti era:
CCI, Battaglia, CWO, Groupe Communiste Internationaliste, L’Éveil Internationaliste, Il Nuclei Leninisti e l’OCRIA, che ha inviato contributi scritti. L’American Marxist Workers’ Group si è associato anch’esso alla Conferenza e avrebbe inviato un delegato, ma è stato impedito a farlo all’ultimo minuto.
[1] Pubblicato in Internationalism n°4, non datato, ma circa del 1973.
[2] Per una lista dei gruppi che hanno partecipato o sostenuto le conferenze, vedi l’annesso.
[4] Tutti questi gruppi hanno avuto la loro origine nella scissione del 1952 all’interno del Partito Comunista Internazionalista in Italia. Il gruppo attorno a Damen mantenne il nome di Partito Comunista Internazionalista; i “Bordighisti” presero il nome di Partito Comunista Internazionale che, dopo successive scissioni, si presenta oggi nelle vesti di diverse organizzazioni con lo stesso nome.
[6] Questo dibattito diede luogo ad una risoluzione sui gruppi politici proletari al Secondo Congresso della CCI (vedi: Resolution on proletarian political groups [540] (o Les groupes politiques prolétariens [543] o Resolución sobre los grupos políticos proletarios [544]), Rivista Internazionale n.11, 1977.
[7] Ref: https://libcom.org/article/militancy-highest-stage-alienation-organisation-des-jeunes-travailleurs-revolutionnaires [545]. I primi anni ‘70 videro anche l’ascesa di gruppi “modernisti” che iniziarono a mettere in dubbio il potenziale rivoluzionario della classe operaia e che tendevano a vedere le organizzazioni politiche, anche quando erano chiaramente per la rivoluzione comunista, come nient’altro che fastidio. Cfr. gli scritti di Jacques Camatte. Questi furono gli antenati dell’attuale tendenza alla “comunizzazione". Numerosi gruppi contattati da Internationalism nel 1973 andarono in questa direzione e furono irrimediabilmente persi: Mouvement Communiste in Francia (non il gruppo autonomista esistente, ma il gruppo intorno a Barrot/Dauvé che inizialmente aveva dato un contributo scritto al meeting di Liverpool), Komunisimen in Svezia, e in un certo senso Solidarity UK, che condivise con questi altri gruppi l’enorme presunzione di essere andati oltre il marxismo.
[8] Vedi: Third Conference of groups of the Communist Left [546] (o Le sectarisme, un héritage de la contre- révolution à dépassé [547]o El sectarismo, una herencia de la contrarrevolución que hay que superar [548]), Rivista Internazionale n° 22, 1980.
[9] Un’espressione precoce della tendenza “Hekmatista” che oggi esiste nella forma dei Partiti Comunisti Operai dell’Iran e dell’Iraq - una tendenza che è ancora spesso descritta come comunista di sinistra, ma che in realtà è una forma radicale di stalinismo. Vedi a tale proposito il nostro articolo “Worker Communist Parties of Iran and Iraq: The dangers of radical Stalinism [549]”, in World Revolution n°293, 2006.
[10] Vedi : The present convulsions in the revolutionary milieu [550] (o Convulsions actuelles du milieu révolutionnaire [551]), Rivista Internazionale n°28, 1982; e Convulsions in the revolutionary milieu [552] (o Convulsions dans le milieu révolutionnaire : le P C I (Programme Communiste) à un tournant de son histoire [307]), Rivista Internazionale n°32.
[11] Vedi : Political Parasitism: The "CBG" Does the Bourgeoisie's Work [504] (o Parasitisme politique: le “C.B.G” fait le travail de la bourgeoisie [553] o Parasitismo político - El CBG hace la faena de la burguesía [554]), Rivista Internazionale n° 83, 1995. Noi torneremo sul problema del parassitismo politico nella seconda parte dell’articolo.
[12] Vedi: How the Groupe Communiste Internationaliste spits on proletarian internationalism [555] su ICConline 2006 o Comment le Groupe Communiste Internationaliste crache sur l'internationalisme [556] su ICConline 2007.
[13] Vedi: IBRP: An opportunist policy of regroupment that leads to nothing but ‘abortions’ [508] (o Polémique avec le BIPR: Une politique opportuniste de regroupement qui ne conduit qu'à des "avortements" [557] o Polémica con el BIPR: una política oportunista de agrupamiento que no lleva mas que a "abortos" [558]), Rivista Internazionale n° 121, 2005.
[14] Vedi: The “External Fraction” of the ICC [559] o La "fraction externe du CCI" (polémique) [560] o La "Fracción Externa de la CCI" [561], Rivista Internazionale n° 45, 1986.
[15] Vedi l’introduzione a Per la critica della filosofia del diritto di Hegel [562], di Marx.
[16] Vedi i due Rapporti sulle questioni organizzative presentati alla Conferenza Straordinaria del 1982: Report on the function of the revolutionary organisation [303], (o Rapport sur la fonction de l'organisation revolutionnaire [305] o Informe sobre la función de la organización revolucionaria [304]), Rivista Internazionale n°29, 1982; e Report on the structure and functioning of the revolutionary organisation [563], (o Rapport sur la structure et le fonctionnement des organisations revolutionnaires - conference internationale (janvier 82) [564] o Estructura y funcionamiento de la organización revolucionaria [565]), Rivista Internazionale n°33, 1983).
Gaza, Libano, Siria, Iraq, Afghanistan, Yemen ... la spirale infernale del conflitto imperialista continua a spingere il Medio Oriente nella barbarie più profonda. Questa regione è un concentrato di tutto ciò che è più disgustoso nel capitalismo decadente. Dopo decenni d’instabilità, invasioni, guerre “civili” e di ogni tipo di conflitto omicida, l’Iran è ora nell’occhio del ciclone.
Nel 2015, durante gli anni di Obama, l’Iran ha firmato, insieme ai membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e alla Germania, un accordo volto a controllare il suo programma nucleare in cambio della revoca delle sanzioni economiche che paralizzavano il paese da decenni. Ma da quando è salito al potere, sostenuto dai falchi americani, dal primo ministro israeliano e dalla monarchia saudita, Donald Trump ha denunciato il “peggior affare della storia” prima di annunciare, nel maggio 2018, che gli Stati Uniti sarebbero usciti dall’accordo[1].
Da allora abbiamo visto un acuirsi delle provocazioni e delle tensioni da entrambe le parti. Gli Stati Uniti hanno aperto le danze ristabilendo un feroce embargo. Un anno dopo, l’Iran ha minacciato di sospendere i suoi impegni aumentando i livelli di uranio arricchito, scatenando una nuova serie di sanzioni. Pochi giorni prima, invocando oscure “indicazioni di una minaccia credibile”, gli Stati Uniti hanno inviato la portaerei Abramo Lincoln e un certo numero di bombardieri nel Golfo Persico. Secondo il New York Times, il Pentagono ha previsto di schierare non meno di 120.000 soldati extra in Medio Oriente. L’USS Arlington e il sistema missilistico di difesa aerea Patriot sono già stati inviati nello Stretto di Hormuz, una via di transito per una parte importante della produzione mondiale di petrolio.
Il 13 giugno, un mese dopo il sabotaggio di quattro navi nelle stesse acque, la pressione è aumentata di nuovo a seguito di un attacco a due petroliere, una norvegese e l’altra giapponese. Trump ha accusato l’Iran nonostante le smentite sia dei portavoce iraniani che di quelli norvegesi e giapponesi[2]. Una settimana dopo l’Iran ha abbattuto un drone americano accusato di sorvolare il territorio iraniano. Questa volta è stato Trump a negare e a mobilitare i suoi bombardieri, per cancellare l’incursione aerea solo all’ultimo minuto. E tutto ciò ha alimentato un’ondata d’invettive, retoriche e minacce bellicose[3].
Sembrerebbe che Trump, che quasi non si preoccupa più delle mistificazioni sulle guerre “pulite” e “umanitarie”, stia di nuovo usando la strategia che lui chiama della “massima pressione”. L’esercito americano non è nelle condizioni di invadere l’Iran. Ma bisogna dire che si stanno producendo le condizioni per una spirale di guerra: una strategia la cui inefficacia è stata già dimostrata nel caso della Corea del Nord, con truppe pronte a combattere su entrambi i lati della frontiera, cinici guerrieri di guerra alla testa sia del regime americano che di quello iraniano ... La strategia della “massima pressione” contiene soprattutto il massimo rischio di guerra!
L’indebolimento della leadership americana
Trump può interpretare il ruolo del duro tutte le volte che vuole, ma queste tensioni sono davvero una chiara espressione dello storico indebolimento della leadership americana. Nelle avventure militari in Iraq (1990 e 2003) e Afghanistan (2001), gli Stati Uniti hanno mostrato la loro incontestabile superiorità militare, ma hanno anche mostrato la crescente incapacità a mantenere un minimo di stabilità nella regione e a obbligare i loro alleati nell’ex blocco occidentale a unirsi a loro. Questo indebolimento doveva finalmente portare all’incapacità degli Stati Uniti di impegnare le proprie forze terrestri in Siria, lasciando così campo libero ai loro rivali nella regione, in primo luogo la Russia ma anche l’Iran.
Teheran è stata quindi in grado di aprire un corridoio militare attraverso l’Iraq e la Siria verso il suo alleato storico, l’Hezbollah in Libano, provocando la rabbia del suo principale rivale arabo nella regione, l’Arabia Saudita, e di Israele che ha già compiuto dei raid aerei contro le posizioni iraniane in Siria. Allo stesso modo nello Yemen, teatro di una guerra tra le più atroci, l’Iran sta seriamente intaccando la credibilità dell’Arabia Saudita, principale potenza militare nella regione e perno americano nel Medio Oriente.
In questo contesto l’ex presidente Obama si era dovuto rassegnare a negoziare un accordo con Teheran: gli Stati Uniti avrebbero permesso all’Iran di trovare un posto nell’economia mondiale se Teheran avesse accettato di frenare le sue ambizioni imperialiste, in particolare rinunciando al suo programma nucleare. Obama aveva in mente la vecchia strategia di destabilizzare uno stato nemico attraverso l’apertura della sua economia, indebolendo così la presa della borghesia locale sulla popolazione e quindi incoraggiando le rivolte a spodestare il regime esistente.
Ancora impantanati in Afghanistan, con degli alleati europei che si mostravano sempre più restii, gli Stati Uniti sono stati costretti a contare sempre di più sui propri alleati regionali per far passare la loro politica d’isolamento dell’Iran. Questo è il motivo per cui Trump ha recentemente moltiplicato il suo impegno nel sostenere Israele e l’Arabia Saudita: massicci approvvigionamenti di armi all’Arabia Saudita per la sua guerra nello Yemen, riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello stato ebraico, continuo appoggio di Trump al principe ereditario saudita dopo l’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi ... Se i gesti muscolosi e spettacolari di Trump sono in linea con considerazioni tattiche immediate, questa strategia finirà per accelerare ulteriormente l’indebolimento della leadership americana in generale e del caos in Medio Oriente in particolare.
"Populista" o "progressista", la borghesia semina il caos
Se è chiaro che la borghesia americana mira alla caduta del regime degli ayatollah, rimane tuttavia divisa sulla strada da percorrere. L’entourage di Trump è in parte composto di noti guerrafondai, come il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, cowboy senza fede né legge e dal grilletto facile. Bolton si era già mostrato un ardente difensore dell’invasione dell’Iraq sotto la presidenza di Bush junior. L’Iran e le sue ambizioni imperialiste sono ora il suo obiettivo. Ecco quello che il responsabile della politica estera americana scriveva già nel 2015 nel New York Times: “La scomoda verità scomoda è che solo l’azione militare ... può portare a termine ciò che è richiesto ... Gli Stati Uniti potrebbero fare un accurato lavoro di distruzione [delle installazioni nucleari iraniane], ma solo Israele può fare ciò che è necessario. Tale azione dovrebbe essere combinata con un vigoroso sostegno americano all’opposizione iraniana, finalizzata al cambio di regime a Teheran”.[4] Non si potrà rimproverare Bolton di non seguire le proprie idee o di essere ipocrita! Neanche una parola, un’oncia di compassione per chi cadrà sotto le bombe americane o iraniane.
Ma le ambiguità e le decisioni contraddittorie di Trump, lasciando da parte la sua tendenza ad agire senza pensare, possono anche essere spiegate dal fatto che una parte della borghesia americana, più consapevole dell’indebolimento degli Stati Uniti, è ancora attaccata ai metodi più abili di Obama. Tre membri del Congresso repubblicani, guidati da Kevin McCarthy, hanno firmato un comunicato, in armonia con il Partito Democratico, invitando il governo ad agire in modo più “misurato” nei confronti dell’Iran. Ma la “misura” di cui parlano questi politici borghesi è solo un sinonimo di “contorsione” visto che gli Stati Uniti si trovano di fronte a un dilemma insolubile: o incoraggiano l’offensiva dei loro rivali, non intervenendo direttamente, o alimentano ancor più la contestazione e il caos, schierando le loro truppe. Qualunque cosa facciano, gli Stati Uniti non possono sfuggire, come qualunque altra potenza imperialista, alla logica e alle contraddizioni del militarismo.
Dalle grandi potenze mondiali a quelle di rango regionale o locale, dalle bande di fanatici ai ricchi regni petroliferi, tutti questi avvoltoi hanno sete di sangue. Preoccupati solo della difesa dei loro sordidi interessi imperialisti, non si curano dei cadaveri che si accumulano, degli innumerevoli rifugiati buttati per strada, delle città in rovina, delle vite distrutte dalle bombe, della miseria e della desolazione. Tutti questi guerrieri vomitano ogni giorno parole ipocrite su “pace”, “negoziati” e “stabilità”, ma la barbarie estrema risultante dalle loro azioni testimonia la totale putrefazione del loro sistema: il capitalismo.
EG, 1.7.19
[1] Attratti dalla prospettiva di un nuovo mercato da conquistare, gli altri paesi che avevano firmato il trattato, compresi gli europei, hanno cercato di mantenere l’accordo con l’Iran. Per vendetta, Trump ha minacciato di sanzionare le imprese che non si sarebbero attenute al nuovo embargo americano, cosa che ha chiaramente messo a freno le ambizioni europee.
[2] Al momento in cui scriviamo, occorre essere cauti su chi ha compiuto quest’attacco. Mentre è perfettamente possibile che l’Iran abbia voluto inviare un messaggio a Trump, data la tradizione di manipolazione da parte delle grandi democrazie (come nel caso dell’invenzione delle “armi di distruzione di massa” irachene), non si può escludere che gli Stati Uniti o uno dei suoi gli alleati abbiano organizzato un colpo per innalzare le tensioni.
[3] Al momento le tensioni continuano a salire: Teheran ha appena annunciato di aver superato i livelli di uranio arricchito permessi dall’accordo del 2015 e Israele ha di nuovo bombardato le postazioni iraniane in Siria.
[4] “Per fermare la bomba iraniana, bombardare l'Iran” The New York Times, 26 marzo 2015.
Crisi economica, spettro di una repressione sempre maggiore, approfondimento della miseria, insicurezza crescente, previsione di profondi attacchi anti-operai, minacce di guerra, rischi di caos legati alla personalità stessa del nuovo presidente, Bolsonaro, entrato in carica il 1 gennaio 2019. Oltre la persona di Bolsonaro che simboleggia da solo ciò che i tempi che viviamo può produrre di più sinistro e ripugnante, una legge sicuramente continuerà a verificarsi: quale che sia l'etichetta politica del nuovo presidente e dei suoi ministri, qualunque sia la sua personalità, non mancherà di far pagare agli sfruttati, ancor più dei suoi predecessori, la crisi del capitalismo che si acuisce sempre più.
Di fronte a tutti questi pericoli solo la classe operaia, attraverso le sue lotte di resistenza, è in grado di opporsi alla logica di morte del capitalismo e aprire un'altra prospettiva. Pur riconoscendo le difficoltà del proletariato mondiale a comprendere se stesso come una classe con interessi antagonistici a quelli del capitalismo, è basandosi sulle esperienze di lotta di un passato a volte recente che il proletariato dovrà rispondere ai drastici attacchi che si annunciano e questo, nel difficile contesto sociale di una società in decomposizione[1]. Ma più la coscienza del proletariato si libera da tutti gli inganni e le mistificazioni della classe borghese, di destra e di sinistra, più la sua lotta potrà rafforzarsi e più sarà possibile in futuro riaffermare esplicitamente lo scopo di questa lotta, l'istituzione di un'altra società senza classi né sfruttamento.
L'inferno brasiliano della delinquenza e i rimedi di Bolsonaro
Delinquenza e criminalità sono, naturalmente, il risultato della miseria economica e morale della società, il risultato della putrefazione della società capitalista. I livelli attuali rendono la vita quotidiana insopportabile in alcuni paesi dell'America Latina come l'Honduras e il Venezuela; spesso costituiscono la prima causa di emigrazione di massa e selvaggia. In Brasile la situazione si è gravemente deteriorata negli ultimi anni, spingendo il paese, e in particolare in alcune delle sue città, ad essere molto in alto nella classifica mondiale della criminalità. Le statistiche sottostanti danno un'idea concreta dell'inferno quotidiano affrontato dalle fasce più svantaggiate della popolazione:
“Il Brasile è una delle capitali mondiali di omicidi, con 60.000 omicidi l'anno in una popolazione di quasi 208 milioni. Ogni anno, il 10% delle persone uccise nel mondo sono brasiliani. Quasi 50 milioni di brasiliani dell’età di 16 anni o più - quasi un terzo della popolazione adulta - conosce qualcuno che è stato ucciso, secondo una ricerca condotta per “Instinto Vida” (pulsione di vita) (...). Circa 5 milioni di persone sono state ferite da armi da fuoco e circa 15 milioni conoscono persone sono state uccise dalla polizia, una delle forze più letali del mondo. (Il più grande problema del Brasile non è la corruzione, è il crimine). “Secondo un altro studio, il tasso di omicidi nel 2017 è 32,4 per 100.000 abitanti, con 64.357 omicidi. Nel 2016, il Brasile ha registrato un record di 61.819 omicidi, o 198 omicidi al giorno in media, tasso di omicidi a 29,9 per 100.000 abitanti. Sette delle 20 città più violente del mondo sono in Brasile. (Criminalità in Brasile).
La criminalità e l'insicurezza stanno facendo precipitare una parte sempre sempre maggiore della popolazione nella più profonda disperazione. Questa piaga che rode la società non ha soluzione sotto il capitalismo, e nemmeno la minima possibilità di diminuire[2].
Nella campagna elettorale di Bolsonaro, la lotta alla violenza e alla corruzione era una delle sue promesse. Si è impegnato a "combatterli drasticamente", attraverso misure che portano fortemente il segno distintivo del personaggio. Dietro le sue promesse elettorali che dichiaravano guerra al crimine, la vera prospettiva è in realtà quella di un peggioramento della barbarie. Tirando un bilancio critico delle politiche attuate finora, si è espresso in questi termini: " non combattiamo la violenza con la politica della pace e dell'amore ", dobbiamo " aumentare le prestazioni della polizia ", " raddoppiare il numero di persone uccise dalla polizia ". Immaginiamo la carneficina in prospettiva visto che "dal 2009 al 2016, 21.900 persone hanno perso la vita a seguito di azioni di polizia. Quasi tutti sono uomini tra i 12 e i 29 anni, e i 3/4 sono di colore nero. "(Guaracy Mingardi, ex specialista in problemi di sicurezza e segretario nazionale della Pubblica Sicurezza, in un'intervista a HuffPost Brasile).
Infatti, non solo il crimine non si ridurrà, ma aumenteranno le vittime della polizia. E le prime vittime saranno quelle dei quartieri poveri che sono già i primi a soffrire per la delinquenza[3]. Inoltre, vi è ogni ragione per temere che l'accentuazione della violenza non sia attuata solo da criminali o dalla polizia, ma anche da questa sinistra e classica appendice dell'estrema destra, le bande reclutate tra i sottoproletari, che esistono in Brasile da molto tempo. Per quanto riguarda la lotta alla corruzione, Bolsonaro ha compiuto un "passo forte" nominando come Ministro della Giustizia l'ex-giudice Sergio Moro addestrato dalla CIA per l'operazione "Lava Jato "(dal 2014 al 2016) che ha preso di mira particolari personalità politiche risparmiando allo stesso tempo altri corrotti (vedi dopo).
Perché Lula è stato rimosso dalla politica ed è stato eletto Bolsonaro?
L'elezione di Bolsonaro fa parte della dinamica verificabile a livello internazionale con l’ascesa di “leader forti e con una retorica bellicosa”, come illustrato in modo caricaturale, ad esempio, dall'elezione di Duterte nelle Filippine. Questa è una conseguenza della decomposizione del capitalismo, intrappolata nelle sue inestricabili contraddizioni. Il fenomeno è molto evidente in Brasile, dove a partire dall’insicurezza e il crimine, nascono tutte quelle le paure che costituiscono il punto di riferimento per l'ascesa al potere di personaggi come Bolsonaro.
Tuttavia, per quanto sia importante, questo fattore non è stato decisivo nell'elezione di Bolsonaro. E la prova è che un altro candidato, che è stato il miglior politico al servizio del capitale nazionale brasiliano dopo Vargas, sarebbe stato, secondo tutti i sondaggi, eletto nel primo turno delle elezioni, se fosse stato effettivamente in grado di presentarsi, e questo nonostante l'accusa di corruzione che lo ha colpito. Si tratta di Lula, che è stato messo e tenuto in prigione per impedirgli di partecipare.
Come spiegare la persistenza di una tale popolarità di Lula? Semplicemente perché non sembrava essere così losco come tanti altri politici candidati alle elezioni provenienti da ogni parte. Ciò che appariva più preciso, cosa effettivamente in linea con la realtà, è che l'accusa e la sanzione contro di lui erano state particolarmente severe, tenuto conto delle accuse contro di lui e in confronto alla sorte riservata ad altri politici immersi in scandali e che ne sono usciti indenni, come Michel Temer del PMDB (Partido do Movimento Democrático Brasileiro) e Aécio Neves del PSDB, per esempio.
L'ottimo punteggio di Lula nei sondaggi non significa che la sua immagine non sia stata erosa nel tempo, specialmente all’interno della classe operaia, a causa degli attacchi anti-operai condotti durante i suoi due mandati consecutivi[4]. Ma è apparso ampiamente come un male minore, data la sua personalità, a confronto di tutti gli altri candidati. La sua popolarità era maggiore di quella del proprio partito, il PT (Partito dei lavoratori), cosa di cui soffrirà il candidato presentato da questo partito una volta che Lula non era stato in grado di presentarsi. Infatti, mentre Lula ha battuto Bolsonaro nel primo turno, Haddad, il candidato del PT, è stato ampiamente battuto da Bolsonaro nel secondo turno. Questa differenza tra Lula e il PT non è sorprendente, se consideriamo che che durante tre mandati consecutivi, quest'ultimo è stato implicato in molti casi di corruzione, ma ha anche sostenuto tutte le politiche di austerità: quelle di due mandati di Lula e quelle ancora più drastiche di Dilma Rousseff[5]. Il contrasto tra l'abilità politica di Lula da una parte e la famigerata incapacità che sembra caratterizzare Bolsonaro dall'altra è evidente. Perché allora la borghesia riserva un tale destino a uno di loro che è stato l'attore principale (durante i suoi due mandati dal 2002 al 2010) dell'emergere del Brasile sulla scena internazionale e del secondo miracolo brasiliano?[6]. In realtà, la cacciata di Lula faceva parte di una strategia in cui gli Stati Uniti giocavano un ruolo importante nel riportare il Brasile sotto la loro influenza diretta, poiché la settima più grande economia mondiale si stava liberano da essi sin dal primo mandato di Lula (mentre i governi che lo avevano preceduto erano totalmente sottomessi agli Stati Uniti).
Dopo la dissoluzione del blocco occidentale, il Brasile si liberò dalla tutela degli Stati Uniti
Da molto tempo prima della formazione di due blocchi antagonisti seguita alla seconda guerra mondiale, quello americano e quello russo, l'America Latina era stato alleata degli Stati Uniti fino a quando, con il crollo del blocco Orientale, quello Occidente scompare a sua volta. Fino al 1990, lo zio Sam poteva difendere efficacemente il suo terreno di caccia contro ogni tentativo di intromettersi del blocco imperialista rivale. In più ha integrato i diversi paesi del continente sudamericano in reti di accordi commerciali bilaterali o multilaterali di cui beneficiano principalmente gli Stati Uniti. Per servire i suoi interessi, lo zio Sam fece e disfece i governi a suo piacimento, per esempio istituendo dittature di estrema destra per combattere ogni tentativo di istituzione di governi di sinistra in grado di trasmettere l'influenza del blocco avversario. Questo è stato particolarmente il caso in Argentina, Cile e Brasile negli anni '60 e '70. E quando una tale minaccia si allontanava, gli Stati Uniti potevano sostenere il processo democratico mettendo fine alla dittatura. È stato così in Brasile nel 1984, per avere un governo democratico che mettesse fine all'eccessiva rigidità nella gestione del capitale nazionale da parte dello Stato a guida militare, rendendo così più favorevole la penetrazione americana.
Fu questa gestione militare dello Stato che ispirò Bolsonaro quando, nel 2000, difese l'idea che il presidente Fernando Henrique Cardoso fosse fucilato per aver privatizzato, anche se si trattava di una misura presa dal suo governo.
In seguito al dissolvimento del blocco occidentale, il Brasile, come altri paesi del Sud America o del mondo, ha approfittato del rallentamento delle pressioni degli Stati Uniti per giocare le proprie carte geopolitiche. Così è stato in grado di prendere le distanze dagli Stati Uniti economicamente e politicamente. Infatti, durante l'intero periodo della presidenza di Lula (2003-2006, 2007 - 2010), il paese si è distinto per uno sviluppo economico significativo ma anche per alcune posizioni politiche opposte a quelle degli Stati Uniti. In particolare, l'opposizione del governo di Lula è stata fondamentale per far fallire nel 2005 il progetto nordamericano di una Area di Libero Scambio delle Americhe, un accordo multilaterale di libero scambio che copriva tutti i paesi del continente americano, tranne Cuba. Tale opposizione si è manifestata anche attraverso la promozione di paesi non allineati agli Stati Uniti, in America Latina e altrove. Così, nel 2010 il Brasile si è opposto agli Stati Uniti sulla questione dell'Iran. Allo stesso tempo, stabiliva relazioni economiche internazionali (BRICS) che rafforzavano la sua indipendenza dagli Stati Uniti. Un passaggio che segna questa presa di distanza distanza dagli Stati Uniti, è il fatto che nell'aprile del 2009 la Cina è diventata il principale partner commerciale del Brasile, in sostituzione degli Stati Uniti.[7] In tal modo, il Brasile ha acquisito una posizione sempre più egemonica in tutto il continente sudamericano, grazie al suo potere economico e diplomatico Così, durante il governo di Lula, il Brasile è diventato il principale concorrente degli Stati Uniti nella regione. Concorrente, ma non dichiarato nemico. In effetti, Lula fu in grado di stabilire relazioni sia con gli Stati Uniti che con la Cina, ma chiaramente favorendo la Cina, dal momento che questo potente "partner" era geograficamente distante, a differenza degli Stati Uniti.
Qualche “imbroglio” che ha costituito anche il “tallone d'Achille” dell'ascesa del Brasile
Espressione e fattore dell'aumento di potere del Brasile a livello economico, grandi aziende brasiliane, sostenute dagli investimenti delle banche statali[8], si sono imposte sulla scena internazionale, in particolare nei settori dell'energia, dell’alimentazione, della costruzione navale, delle armi, dei servizi, ecc. Tra questi c'erano Petrobras (produzione di petrolio e derivati), BRF (produzione di proteine animali, carne e derivati), Odebrech (costruzioni pesanti, armi e servizi resi a Petrobras). Così ad esempio, grazie a finanziamenti pubblici intensivi, BRF è diventato il principale produttore ed esportatore di proteine animali nel mondo, presente in oltre 30 paesi. La multinazionale brasiliana, Odebrecht (XII compagnia globale), che operava in quasi tutti i paesi sudamericani, in alcune ex colonie portoghesi in Africa e oltre, è stata sicuramente un importante mezzo per la la penetrazione economica del Brasile oltre i suoi confini in Sud America. Inoltre, vennero prese anche misure protezionistiche per imporre la presenza di aziende brasiliane in diverse circostanze: la cooperazione forzata con aziende brasiliane di imprese straniere che arrivavano per estrarre petrolio sul territorio brasiliano; obbligo di incorporazione di componenti fabbricati in Brasile per qualsiasi fornitura al Brasile di beni durevoli, purché ci fossero o esistessero nel catalogo.
Ogni altro tipo di misura protezionistica che favorisse le grandi aziende brasiliane è stata utilizzata, anche se dichiarate "illegali", benchè praticate ovunque nel mondo. Odebrecht, ad esempio, aveva un servizio specializzato in tangenti per i grandi contratti in tutti i paesi in cui operava. Questa azienda, così come altre, ha organizzato un cartello nel settore delle costruzioni, premiando i dirigenti del gruppo petrolifero pubblico Petrobras e i loro complici politici, attraverso sovrafatturazioni stimate tra l'1% e il 5% del valore dei contratti. Si era istituito un sistema di appropriazione indebita di miliardi di Real (il Real è la valuta brasiliana) ai fini del finanziamento del partito politico e / o dell'arricchimento personale (Brasile: capire tutto sull'operazione Lava Jato, Le Monde, pubblicato il 26 marzo 2017 e aggiornato il 4 aprile 2018).
La pressione degli Stati Uniti sul Stato brasiliano e l'operazione "Lava Jato"
Nessuno dei rivali economici degli Stati Uniti può ovviamente opporsi al fatto che la potenza dominante del mondo stia sfruttando economicamente il suo rango a scapito di tutti i suoi concorrenti, soprattutto perché la sua valuta è anche la moneta dello scambio internazionale. D'altra parte, gli Stati Uniti sono particolarmente attenti nel garantire che ogni paese colpevole di inosservanza delle leggi sulla concorrenza sia punito. Gli imbrogli brasiliani servivano da pretesto e da obiettivo per una massiccia offensiva volta a smantellare l'intera organizzazione economica su cui si basava. Le rappresaglie erano tanto più draconiane perché attraverso di loro si trattava non solo di imporre sanzioni economiche per violazioni della legge sulla concorrenza, ma soprattutto di interrompere tutte le misure protezionistiche dell'economia brasiliana (legali o di altro tipo, come l'attribuzione sistematica di tangenti) e per riportare il Brasile sotto l'esclusiva influenza degli Stati Uniti neutralizzando le sue forze politiche più influenti e ostili a tale orientamento. Ciò è dimostrato dal trattamento del politico più popolare in Brasile, Lula, che è stato condannato a 12 anni di reclusione dopo un procedimento rapido e privo di prove del cosiddetto arricchimento personale. Non è banale che sia stata l'accusa più difficile da provare, quella dell'arricchimento personale, che è stata comunque mantenuta contro Lula, perché era più probabile che lo screditasse presso il suo elettorato, mentre altre accuse - avvalorate da molti testimoni - relative a pratiche scorrette a beneficio dello Stato brasiliano sembrano non essere state prese in considerazione.
Il nome “Lava Jato” ha fatto la sua prima apparizione pubblica marzo 2014 seguita a breve da fughe di notizie su confessioni di un ex-dirigente di Petrobras, effettuate nella speranza di una riduzione di pena, sull'esistenza di un grande sistema di tangenti corrisposto ai dirigenti di questa società, "comprati" per aggiudicare i contratti. A seguito di questo, il settimanale di opposizione Veja evoca il nome di quaranta eletti sospettati appartenenti alla coalizione di centro-sinistra al potere, principalmente membri del PMDB, PT e il PSB (Partido Socialista Brasileiro).
I fatti di corruzione risalenti al 2008 avevano motivato la mobilitazione degli organi di controllo dello Stato borghese. Ciò darà vita all'operazione “Lava Jato”, il cui gruppo di lavoro consisteva di poliziotti federali, membri del pubblico ministero e giudici. Per il suo lavoro, la task force fece appello alla Corte per la revisione dei conti dello Stato, alla magistratura, ai pubblici ministeri e alla polizia federale, con la costituzione di gruppi particolari di questi ultimi destinati a “combattere” la criminalità organizzata nelle sue varie forme. Vi sono forti prove che suggeriscono che questa mobilitazione giudiziaria sia stata condotta in stretta interazione con i più alti livelli degli Stati Uniti e possa essere il prodotto dell’aperta interferenza di questi ultimi. Ad esempio, i documenti rilasciati da Wikileaks menzionano la partecipazione a Rio de Janeiro nell'ottobre 2009 di un seminario di cooperazione con la presenza di membri selezionati della polizia federale, della giustizia, del pubblico ministero e dei rappresentanti delle autorità nordamericane.[9] In realtà, un tale seminario non sorprende dal momento che si sa quanto sia grande l’interesse degli Stati Uniti, ma anche dal fatto che dagli anni '60, il potere giudiziario e il pubblico ministero brasiliano sono stati forti sostenitori delle istituzioni americane che forniscono loro corsi, formazione, conferenze, assistenza alle indagini ... Tale cooperazione non è negata dal Procuratore generale della Repubblica, Rodrigo Janot, personaggio centrale di “Lava Jato”, quando spiega che i “risultati brasiliani” sono la conseguenza di “un intenso scambio con gli Stati Uniti, che ha fornito al Brasile corsi di formazione e riqualificazione per ricercatori brasiliani, oltre alla tecnologia e alle tecniche di ricerca” E il pubblico ministero ha sottolineato: “Tutto questo rende al Brasile una relazione da pari a pari con gli altri stati”.
Nel contesto di questa pressione da parte degli Stati Uniti sul Brasile, vale anche la pena menzionare questo episodio delle registrazioni della NSA nel 2011 delle conversazioni presidenziali, di alcuni ministri, di un direttore della banca centrale, di diplomatici e capi militari.[10]
Non ci si deve meravigliare del rilascio dei primi risultati di “Lava Jato” nel 2014 sull'esistenza di un sistema di tangenti pagato a Petrobras. Infatti “arrivano al momento giusto” per indebolire Dilma Rousseff e il PT nella campagna per l'incerta rielezione del presidente uscente, visto che, nel periodo interessato dai primi risultati in questione, la Rousself è stata presidente del consiglio di amministrazione di Petrobras, e il PT era coinvolto, attraverso alcuni dei suoi membri, nella gestione di questa impresa di proprietà statale. Tuttavia questa prima esplosione di rivelazioni di “Lava Jato” non è sufficiente per liquidare Dilma Rousseff e il PT dalla conduzione degli affari del paese. In effetti, il presidente uscente è rieletto contro un candidato del PSDB, Aécio Neves, che successivamente ha avuto la sua reputazione politica sporcata per lo stesso motivo. Ciononostante, il fatto che sia stata rieletta in questo contesto testimonia che aveva ancora in quel momento la fiducia di una parte significativa della borghesia per assumere la difesa degli interessi della capitale nazionale. In effetti, per questa consultazione elettorale, come per le precedenti, ha avuto un livello significativo di risorse finanziarie da parte di grandi aziende industriali, finanziarie e di servizi. Tuttavia, si è subito screditata ancora più profondamente a causa delle severe misure anti-operaie che è stata poi costretta a prendere (negando in tal modo le sue promesse elettorali), in particolare quelle che limitano l'accesso all'assicurazione contro la disoccupazione. È stato anche di nuovo contestata nelle strade nei primi mesi del 2015, attraverso manifestazioni su iniziativa di organizzazioni di destra che evitavano di apparire come partiti politici. In queste dimostrazioni, che riuniranno milioni di persone, si sono ritrovati conservatori, liberali e sostenitori del potere militare. Vale la pena ricordare che questi eventi serviranno come trampolino di lancio per la promozione di un discorso in difesa della candidatura del capitano della riserva e notoriamente omofobico, Bolsonaro.
Gli “alleati” di allora di Dilma Rousseff costituiranno quindi, senza di lei e del PT, una nuova e schiacciante maggioranza parlamentare in alleanza con i partiti di opposizione, in particolare il PSDB (Partito della socialdemocrazia brasiliana) e dei settori di partito come il PMDB (Partito del Movimento Democratico Brasiliano, il PDT (Partito Democratico dei lavoratori), il PSB (Partido Socialista Brasiliano), l'intero DEM (Democratici) e altri partiti minori. Dilma Rousseff fu destituita nell'agosto 2018 da un voto al Senato a seguito di una controversa procedura.
Le conseguenze di “Lava Jato” sulla vita politica della borghesia
Tutti i principali partiti politici brasiliani sono stati colpiti dalle rivelazioni di “Lava Jato”. Grandi personaggi della borghesia brasiliana sono stati il bersaglio delle sue indagini, subendo anche umiliazioni (specialmente tra i vertici di Odebrecht) dalle rivelazioni eclatanti di sospetti, prove a loro carico immediatamente lanciate alla stampa che li trasmetteva. Giornali e programmi specializzati sono diventati il teatro delle “deliberazioni giudiziarie popolari” a cui lo spettatore è stato invitato. La magistratura “onnipotente” sembrava essere a capo dello Stato, in grado di sottomettere chiunque (nessun capo o dirigente di un’azienda o leader del partito poteva sentirsi al sicuro). Ma lungi dal rafforzare l'immagine delle istituzioni e della democrazia, “Lava Jato” li ha screditati ancora di più. Se la corruzione e la decadenza sono state date pubblicamente alla vergogna, i mezzi usati a tal fine erano quantomeno discutibili: l'istituzionalizzazione e la banalizzazione della denuncia[11]. Inoltre, è diventato presto evidente che non tutti gli imputati erano uguali davanti alla corte “Lava Jato” e che le pene più pesanti si applicavano a coloro che erano voluti fuori dal potere. L'esempio di Lula da solo riassume questa situazione.
Si ritrova la stessa “ingiustizia” nei confronti delle sanzioni imposte alle aziende brasiliane che hanno “torto”. In questo caso, sono gli Stati Uniti a “punire”, ed eventualmente ad accettare accordi “generosi” per evitare alcune delle “multe” colossali. Ad esempio, il governo degli Stati Uniti ha chiesto che J & F (BRF) trasferisca il controllo operativo formando una società statunitense per evitare sanzioni. Odebrecht, nel frattempo, è stato pesantemente penalizzato.
Il ritorno del Brasile sotto l'influenza politica esclusiva degli Stati Uniti e le sue conseguenze
Durante la sua campagna elettorale, Bolsonaro mandò un forte segnale agli Stati Uniti e alla Cina, affermando che avrebbe rotto con quest'ultima se fosse stato eletto, facendo una visita ufficiale a Taiwan. Ha chiaramente mostrato la direzione che “il candidato di Washington”, sostenuto da una parte della borghesia brasiliana, avrebbe messo in atto quando la sua elezione sarebbe diventata certa dopo lo sfratto di Lula. Così finisce la posizione del Brasile in un diseguale ma relativamente confortevole equilibrio tra Stati Uniti e Cina[12].
“Lava Jato”, che era un passaggio essenziale nella “ripresa” del Brasile da parte degli USA, ha smantellato tutte le protezioni economiche - legali e illegali - e sussidi statali a favore delle compagnie brasiliane. Le conseguenze saranno molto pesanti per il Brasile. In effetti, la rimozione di queste protezioni ha già iniziato a esporre pericolosamente le aziende brasiliane alla concorrenza degli Stati Uniti. Il che non può che peggiorare con il rafforzamento della “cooperazione” economica tra i due paesi. Inoltre, in un contesto economico globale sempre più difficile, sarà anche necessario pagare l'aggiunta delle devastanti conseguenze della politica di indebitamento del paese perseguita da Lula e Dilma Rousseff.
In termini di relazioni internazionali, Bolsonaro, come un cagnolino, si adegua al percorso di Trump e della sua diplomazia delirante, appoggiando Israele nella decisione di trasferimento dell'ambasciata brasiliana a Gerusalemme. Più recentemente, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, che ha fatto il viaggio in Brasile per l'investitura di Bolsonaro, in un incontro con il nuovo presidente ha parlato della “opportunità di lavorare insieme contro regimi autoritari", riferendosi a Cuba e Venezuela, e facendo anche un riferimento velato alla necessità di frenare l'espansionismo cinese. Il Brasile si trova quindi nel vortice imperialista globale, come questo tweet dell'ex ambasciatore statunitense presso l'ONU Nikki Haley illustra ancora più chiaramente: “E' bene avere un nuovo leader filo-americano in Sud America, che si unirà alla lotta contro le dittature in Venezuela e Cuba, e che vede chiaramente il pericolo della crescente influenza della Cina nella regione”.
Con l'elezione di Bolsonaro, gli Stati Uniti riguadagnano davvero il dominio imperialista nel loro giardino di casa, dal momento che il Brasile, oltre a occupare quasi la metà del continente sudamericano, con un confine con la maggior parte degli altri paesi del continente, è la principale potenza militare della regione. E il Brasile ora svolgerà un ruolo di primo piano nella strategia statunitense per cercare di porre fine al regime di Maduro in Venezuela. Al seguito di Trump, che ha riconosciuto immediatamente il nuovo presidente autoproclamato Juan Guaidó, Bolsonaro ha agito allo stesso modo. Il Venezuela quindi è virtualmente confinato dietro i suoi confini “delimitati” dai governi di destra della Colombia e del Brasile. Questa situazione crea un clima di scontro nella regione con conseguenze militari imprevedibili, dal momento che il governo di Maduro è pronto a resistere con il sostegno di Russia, Cina e Cuba; ma anche sociale, in quanto ciò non farà che aggravare le terribili condizioni di vita della popolazione venezuelana, provocando un nuovo esodo della popolazione ed un’instabilità nelle città di confine di tre paesi, oltre la Guyana.
Cosa aspettarsi con Bolsonaro?
Attraverso un grande impegno durato diversi anni, mobilitando i mezzi più importanti (senza contare quelli mobilitati in Brasile con “Lava Jato”), gli Stati Uniti finalmente hanno raggiunto il loro scopo, vale a dire reintegrare pienamente il Brasile sotto la loro influenza. Quindi è un successo della diplomazia americana e di tutti i servizi che l’accompagnano: potere giudiziario, FBI, spionaggio, ... Il successo, cionodimeno, potrebbe non essere completo. L'ultima fase della manovra è stata quella di fornire al Brasile, per le elezioni, un candidato che fosse il portatore del nuovo orientamento. Il candidato è stato trovato, ha vinto le elezioni[13] grazie alle manovre che conosciamo. Ma il minimo che possiamo dire è che non è molto “presentabile”. È vero che non esisteva scelta, in quanto “Lava Jato” ha reso le formazioni e le forze politiche tradizionali inutilizzabili per qualche tempo, ancora più discreditate di prima e anche visto che qualcuno come Lula, incomparabilmente più esperto e fine politico, era incompatibile con il nuovo orientamento.
Se per qualche tempo Bolsonaro potrebbe essere in grado di sedurre una parte della popolazione che lo ha votato alle elezioni, potrebbe anche diventare un punto debole del dispositivo se non cambia il suo stile. Il personaggio di Bolsonaro, misogino e omofobico dichiarato, è una caricatura. Si tratta di un nostalgico della dittatura militare che c’era in Brasile tra il 1964 e il 1985. Ha promesso di ripulire il paese dagli “estremisti rossi”. Anche il suo clan politico familiare fa parte dell'apparato. Un suo figlio, Eduardo Bolsonaro (deputato federale per lo Stato di San Paolo) procede con passo deciso sulle orme del “Papà”, ma in modo ancora più marcato. Vuole che si definiscano “terroristiche” le azioni del Movimento dei lavoratori senza terra e “non è un problema” se per questo “è necessario arrestare 100.000 persone”. Vuole anche chiamare il comunismo un crimine.
Cercando di sfruttare l'effetto “Lava Jato”, Bolsonaro si era preparato a indossare il costume politico dell’incorruttibile cavaliere bianco. A tal fine, aveva iniziato col lasciare nel 2016 il suo ex partito, il Partito Progressista (PP), il partito più coinvolto negli scandali che scuotono il paese (dei 56 deputati affiliati al PP, 31 sono sotto accusa per corruzione). Ma il suo primo passo falso si è avuto già prima dell’investitura. Tra le figure politiche che ha scelto per far parte del suo futuro governo, alcune erano già sotto l'accusa di corruzione. È così che il “Signor Pulito” ha già macchiato i suoi bellissimi abiti bianchi presidenziali ancor prima di entrare in carica. Peggio ancora, la totale mancanza di “tenuta” e "moderazione" del suo clan[14] l’hanno reso già un sinistro clown. Informatosi dei disaccordi esistenti nel campo di Bolsonaro, uno dei suoi figli si è spinto fino a “regalarci” sordidi dettagli. I disaccordi sono tali, disse, che ci sono alcuni che desiderano la morte di Bolsonaro. Che questa frase sia vera o meno, espressione di stupidità o realtà, ci dice molto sull'ipocrisia del clan Bolsonaro, dei suoi legami con le milizie criminali di Rio de Janeiro [569] o il coinvolgimento del figlio Flavio in transazioni bancarie sospette (il caso Queiroz [570]). Questa è un'altra chiara dimostrazione del marciume che prevale nel clan che è stato portato alla testa dello Stato. Purtroppo, la stupidità di Bolsonaro e di parte del suo entourage, non può farci pensare che egli sia un difensore debole degli interessi della borghesia. Che sia un burattino guidato da dietro le quinte o che faccia errori, in termini di tensioni imperialiste, potrebbe causare conseguenze fatali per una parte della popolazione.
Contro le insidie dell'anti-fascismo e dell'anti-imperialismo yankee, sviluppare la lotta di classe!
Queste sono le difficoltà che attendono la classe lavoratrice in Brasile a causa di attacchi economici già o non ancora annunciati. La prima di queste, la riforma delle pensioni, è “la prima e più grande sfida” annunciata dal Ministro dell'Economia, Paulo Guedes, durante la sua inaugurazione ed è caratterizzata dai media come “La revisione molto spinosa di un regime molto costoso per lo Stato, insistentemente richiesta dai mercati”. L'attuale difficoltà globale della classe operaia a livello mondiale nel riconoscere se stessa come una classe con interessi antagonistici a quelli del capitalismo non mancherà di influenzare la sua capacità di reagire all'ondata di attacchi che la colpirà in Brasile. Ma è anche attraverso la necessaria risposta, la critica delle proprie debolezze che non mancherà di apparire in questa occasione, che essa potrà di nuovo fare passi avanti verso una lotta unita, più massiccia, più solidale e liberarsi delle mistificazioni che pesano sulla sua coscienza, specialmente quelle più perniciose trasmesse dalla sinistra (PT, ...) e dall'estrema sinistra del capitale (trotzkisti, ...). Questo è il motivo per cui dobbiamo recuperare le esperienze passate. Ricordiamo in particolare:
- la massiccia e spontanea mobilitazione dei produttori di acciaio della CBA nel 1979, che superò di gran lunga la mobilitazione lanciata dai sindacati per l'adeguamento dei salari all'inflazione;
- il modo in cui Lula ha represso i controllori del traffico aereo nel 2007 che avevano spontaneamente scioperato di fronte al drammatico deterioramento delle loro condizioni di lavoro, al di fuori di qualsiasi indicazione dei sindacati (non ce n'erano in questo settore dove lo sciopero è vietato) e nonostante le minacce di arrestarli da parte del comando militare dell'aeronautica; in particolare Lula li accusò pubblicamente in questa occasione di “irresponsabili e traditori”. (Leggi i nostri articoli in portoghese Diante dos embates do capital, os controladores aéreos respondem com a luta [571] e Repressão e marginalização do movimento dos controladores aéreos [572]
- l’esperienza del movimento del 2013 nato spontaneamente in seguito all'aumento dei prezzi del trasporto pubblico, su iniziativa dei giovani proletarizzati e che, mobilitando migliaia di persone in più di cento città, si è poi allargato con la protesta contro la riduzione di molti benefici sociali. Ha poi espresso un massiccio rifiuto dei partiti politici, principalmente il PT, così come delle organizzazioni sindacati o studentesche. Altre espressioni del carattere di classe di questo movimento sono apparse, sebbene in un modo più minoritario attraverso le assemblee che decidevano le azioni da condurre. (Leggi il nostro articolo in portoghese Junho de 2013 no Brasil: A indignação detona a mobilização espontânea de milhões [573]
Nuove difficoltà che probabilmente emergeranno come conseguenza della situazione attuale potrebbero ostacolare la lotta di classe in Brasile. È importante prepararsi per questo.
Bolsonaro è così spregevole che è in grado di polarizzare la rabbia causata dagli attacchi economici sulla sua persona. Il pericolo sarà quindi vedere dietro gli attacchi solo la persona e non il capitalismo in crisi. Esiste la possibilità di un simile pericolo per quanto riguarda l'orientamento politico di Bolsonaro, di estrema destra, che la sinistra non mancherà di indicare come responsabile del peggioramento delle condizioni di vita.
Non si può escludere che Lula e il PT siano di nuovo, in futuro, portati ad assumere la funzione di deviare verso una alternativa politica di sinistra il malcontento contro la destra e l'estrema destra. Dovrà quindi essere chiaro che qualsiasi partito, dall'estrema destra all'estrema sinistra, andasse al Governo, avrebbe come unico compito la difesa degli interessi del capitale nazionale e questo necessariamente a scapito della classe sfruttata. Inoltre, va ricordato che l'attacco palese contro Lula da parte di “Lava Jato”, mentre molti dei suoi “colleghi”, famigerati politici corrotti sono stati relativamente risparmiati, non significa che l’ex-metallurgico, uscito dai ranghi possa essere caratterizzato come onesto e ancor meno come difensore dei lavoratori.
Allo stesso modo, non farà mancare la sua voce per cercare di deviare la legittima rabbia degli operai verso l'imperialismo yankee che opprime il Brasile e di cui sarebbe necessario liberarsi. Questo è un tragico stallo che si è già visto. Significa la mobilitazione del proletariato insieme a una parte della borghesia brasiliana contro la borghesia americana.
Il proletariato non ha un paese da difendere ma solo i suoi interessi di classe. Di fronte a una tale mistificazione, un unico slogan: lotta di classe in tutti i paesi contro il capitalismo!
Può essere solo una prospettiva, un obiettivo che non può essere raggiunto immediatamente, ma è sempre questo obiettivo e questa prospettiva che deve guidare l'azione del proletariato, che, per quanto possibile, deve essere concepito come un anello della catena che porta a la rivoluzione proletaria mondiale.
Revolução Internacional (nucleo della CCI in Brasile), 6/2/2019
[1] La decomposizione della società colpisce tutti i paesi, anche se è disomogenea e si esprime attraverso una serie di fenomeni diversi che contribuiscono a rendere sempre più difficile la vita nella società e l'emergere di una prospettiva per rovesciare e superare il capitalismo. Tra le sue manifestazioni più importanti, abbiamo già spesso anticipato lo sviluppo, come mai prima d'ora, di crimine, corruzione, terrorismo, criminalità, uso di droghe, sette, spirito religioso, del ciascuno per sè ... Altra conseguenza dell'approfondimento di questo fenomeno di decomposizione della società sono anche le catastrofi “naturali”, “accidentali” con conseguenze sempre più devastanti. Una recente illustrazione è la tragedia causata dallo smembramento dello sbarramento di Vale a Brumadinho (Brasile), costituito da migliaia di metri cubi di residui minerali provenienti dalle operazioni della vicina miniera di ferro. Il risultato è di circa 200 morti o dispersi, una ulteriore illustrazione delle conseguenze mortali della irrazionalità del capitalismo al suo ultimo respiro.
[2] Secondo una certa propaganda della borghesia, c'è la possibilità di ridurre le figure criminali come illustrato dal caso della Colombia attraverso l'eliminazione dei principali cartelli di droga. Il problema è che l'esempio della Colombia non è generalizzabile, tanto più che nella maggior parte dei paesi in cui il crimine raggiunge livelli elevati, esso è principalmente dovuto a una moltitudine di piccole bande e in particolare ad individui isolati
[3] Questo potrebbe essere il motivo per cui il risultato di Bolsonaro nelle ultime elezioni era molto basso (ben al di sotto del 50%) nei quartieri più poveri.
[4] Le misure sociali per alleviare la miseria delle fasce più povere, un costo molto contenuto nel bilancio dello Stato e finanziate da un maggiore sfruttamento dei lavoratori, hanno avuto un impatto molto importante a tale riguardo tanto che hanno rafforzato il prestigio di Lula tra questi segmenti della popolazione.
[5] In effetti la durezza degli attacchi portati dai governi di Dilma Rousseff ha contribuito a confondere la memoria di quelli “meno brutali” dei precedenti governi di Lula.
[6] Quello che viene comunemente chiamato il “miracolo brasiliano” in cui, tra il 1968 e il 1973, il tasso di crescita medio dell'industria era salito a quasi il 24%, il doppio di quello dell'economia in generale in questo paese, è stato finanziato dal debito, così che nei primi anni '80 il Brasile sarà “sull'orlo della bancarotta”.
[7] “Per la prima volta nella storia del Brasile, la Cina è diventata, nell'aprile 2009, il suo primo partner commerciale, invece degli Stati Uniti. Era già diventata, un mese prima, il più grande paese importatore di beni brasiliani. (...) Dagli anni ‘30, gli Stati Uniti si erano saldamente stabiliti in prima posizione. (...) Questo cambiamento di situazione è dovuto principalmente alla contrazione del commercio americano con il resto del mondo, legato alla crisi economica. Un fenomeno che riguarda anche i paesi dell'Unione Europea nelle loro relazioni con il Brasile. Ma riflette principalmente un forte e continuo aumento degli acquisti della Cina. Le esportazioni del Brasile verso la Cina sono aumentate di un fattore di quindici tra il 2000 e il 2008. Sono aumentate del 75% tra il 2007 e il 2008. Questo aumento ha permesso al Brasile di raggiungere, durante i primi quattro mesi del 2009, un surplus commerciale doppio rispetto a quello registrato nello stesso periodo del 2008. I tre principali partner commerciali del Brasile sono ormai, nell’ordine, Cina, Stati Uniti e Argentina" (La Cina è diventata il primo partner commerciale del Brasile, Le Monde, 8 maggio 2009). “Dal 2003 al 2018, le aziende cinesi hanno investito 54 miliardi di dollari in Brasile in circa 100 progetti e solo nel 2017 gli inve-stimenti cinesi sono stati pari a circa 11 miliardi di dollari. Nel primo trimestre del 2018, le esportazioni verso la Cina hanno rap-presentato il 26% delle esportazioni brasiliane, rispetto al 2% del 2000, un afflusso di capitali benvenuto per questo paese la cui economia è stata indebolita da una recessione storica nel 2015-2016 e il debito pubblico è cresciuto enormemente negli ultimi anni.” (La Cina conquista il Brasile)
[8] Era il BNDES (Banco Nacional de Desenvolvimento) a distribuire i finanziamenti a società che beneficiavano di un regime preferenziale. Ed era Lula a dirigere direttamente la lobby, con alcuni leader del suo partito, il PT, associati ai rappresentanti aziendali
[9] Questi documenti divulgati da WikiLeaks riferiscono, in particolare, che un team di formazione americana ha insegnato a studenti brasiliani (e anche di altre nazionalità) i segreti “delle indagini e sanzioni nei casi di riciclaggio di denaro, compresa la cooperazione formale e informale tra i paesi, la confisca dei beni, i metodi di raccolta delle prove, la negoziazione dei reclami, l'uso del controllo come strumento e suggerimenti su come affrontare le organizzazioni non governative (ONG) sospettate di finanziamento illecito.” Il rapporto conclude che “la magistratura brasiliana è chiaramente molto interessata alla lotta contro il terrorismo, ma ha bisogno di strumenti e formazione per impegnare in modo efficace le proprie forze.” L'articolo citato di Wikileaks è: “Brazil: Illicit Finance Conference Uses The "T" Word, Successfully”
[10] Wikileaks: “Dilma, i suoi ministri e l'aereo presidenziale sono stati spiati dalla NSA”
[11] [14] Così, ad esempio, i 77 dirigenti di Odebrecht ascoltati dalla giustizia hanno denunciato 415 politici appartenenti a 26 partiti (su 35) in 21 stati (su 26 nella Federazione). Tra questi, cinque ex presidenti del Brasile: MM. José Sarney, Fernando Collor de Mello, Fernando Henrique Cardoso, Luiz Inacio Lula da Silva e Dilma Rousseff. Il Sig. Temer è anche citato molte volte, ma non può essere accusato di atti precedenti al suo mandato, secondo la Costituzione. Durante la sua testimonianza, Marcelo Odebrecht ha dichiarato di aver pagato 100 milioni di euro tra il 2008 e il 2015 al Partito dei lavoratori (PT), oltre ai contributi ufficiali durante le campagne elettorali. “Gli ex presidenti Lula e Dilma Rousseff erano a conoscenza del nostro sostegno” ha precisato. “(In Brasile, le ramificazioni dello scandalo Odebrecht”, Le Monde diplomatique, settembre 2017.)
[12] Ovviamente non è noto per quanto tempo durerà questo matrimonio forzato o quali saranno gli alti e bassi. Una cosa è certa, che è nell'interesse della potenza leader del mondo non correre il rischio di un ulteriore allontanamento del Brasile che inevitabilmente lascerebbe la porta aperta alle intenzioni della Cina di stabilirsi in Sud America e diventare così una minaccia diretta e pericolosa per la supremazia americana, economicamente ma soprattutto militarmente. Tuttavia, non dobbiamo perdere di vista il fatto che l'operazione di “ripresa del Brasile” è stata essenzialmente gestita per anni dall'amministrazione Obama. L'imprevedibile Trump sarà in grado di non comprometterla? D'altra parte, anche se la Cina ha ricevuto forti segnali da Bolsonaro e dall'amministrazione Trump che il suo rapporto privilegiato con il Brasile era finito, è chiaro che essa non si ritirerà completamente. Prima di tutto, sul piano economico è impossibile perché avrebbe conseguenze drammatiche per l'economia brasiliana che nemmeno gli Stati Uniti possono desiderare. Inoltre, è chiaro che la Cina è lontana dall'accettare il suo sfratto come dimostra il fatto che ha già richiesto l'acquisizione di società brasiliane che saranno privatizzate da Bolsonaro.
[13] Con il supporto ufficiale, aperto o meno, di tutti i partiti di destra.
[14] Costituito in particolare da tutti i figli di Bolsonaro che hanno fatto carriera in politica e sostengono il “papà”.
Moltiplicazione di catastrofi climatiche, zone contaminate, distruzione di foreste, frane di fango rosso, inquinamento atmosferico, massiccia scomparsa di specie ... Ogni giorno, le catastrofi ambientali fanno notizia. Ognuno di questi articoli finisce invariabilmente con un appello alla "determinazione" dei governi a salvare il pianeta o alla responsabilità individuale dei "cittadini del mondo" che dovrebbero usare correttamente il proprio voto. In breve: salva il pianeta con lo Stato borghese! Le recenti marce per il clima e le numerose mobilitazioni dei giovani non si sono discostate da questa regola: se l'indignazione dei giovani è palpabile, è palpabile anche la totale mancanza di una reale soluzione ai problemi ambientali.
Il capitalismo distrugge il pianeta
Già 170 anni fa, Friedrich Engels notava che l'industria inglese stava rendendo l'ambiente poco salutare per i lavoratori: "L'alta mortalità tra i figli degli operai, in particolare gli operai delle fabbriche, è una prova sufficiente dell'insalubrità a cui quest'ultimi sono esposti durante i loro primi anni. Queste cause colpiscono anche i bambini che sopravvivono, ma ovviamente i loro effetti sono un poco più attenuati rispetto a quelli che ne restano vittime. Nel meno peggio, portano a una predisposizione alla malattia o a un ritardo nello sviluppo e, di conseguenza, a una forza fisica inferiore alla norma" [1].
Allo stesso tempo in cui ha permesso lo sviluppo delle forze produttive, l'industria ha generalizzato, ovunque essa sia apparsa, un inquinamento sempre più tossico e pericoloso per la salute: "In questi bacini industriali, i fumi di carbone diventano una delle principali fonti di inquinamento. (...) Molti viaggiatori, investigatori sociali e romanzieri descrivono l'entità dell'inquinamento causato dai camini delle fabbriche. Tra questi, nel suo famoso romanzo "Hard Times", Charles Dickens evoca nel 1854 il fuligginoso cielo di Coketown, una città fantasmagorica di Manchester, dove si vedono solo "i mostruosi serpenti di fumo" che si trovano sopra la città[2] .
Il principale responsabile di un inquinamento che non risale ad ieri è un sistema sociale che produce accumulazione del capitale senza preoccuparsi delle conseguenze sull'ambiente e sulle persone: il capitalismo.
L'episodio dello smog di Londra del 1952[3] ha mostrato fino dove potrebbe arrivare l'inquinamento atmosferico causato dall'industria e dal riscaldamento domestico, ma oggi tutte le principali città del mondo sono minacciate da questi fenomeni sempre più permanenti, con in prima linea Nuova Delhi e Pechino[4]. Uno dei settori più inquinanti è la navigazione, la cui attività e i bassi costi sono due condizioni vitali per il funzionamento dell'intera economia mondiale. La distruzione dell'ambiente, dalle foreste ai fondali marini, come i disastri industriali rispondono alla stessa logica di redditività e sovra-sfruttamento a basso costo.
Non è un settore particolare dell'attività umana, ma la società capitalista nel suo complesso che inquina senza preoccuparsi delle conseguenze per il futuro.
Una realtà molto inquietante
Gli effetti cumulativi dell'inquinamento atmosferico, ammessi dagli scienziati, sono oggi apocalittici. Senza offesa ai circoli degli "scettici climatici", sostenuti dall'intera industria chimica e petrolifera del pianeta, le misure scientifiche del ritiro dei ghiacciai e delle banchise, dell'innalzamento del livello degli oceani vanno tutte nella stessa direzione e non lasciano alcun dubbio sulla realtà del fenomeno: a causa dell'aumento del tasso di CO2 nell'atmosfera, la temperatura media della Terra sale inesorabilmente, provocando una serie di fenomeni climatici imprevedibili le cui conseguenze sulle popolazioni umane in alcune aree sono già da ora drammatiche.
In altre parole: l'era industriale del sistema capitalista sta oggi minacciando la civiltà con una lenta ma inevitabile caduta nella distruzione e nel caos. Già oggi alcune regioni del mondo sono invivibili per le comunità umane a causa degli effetti del riscaldamento globale e della distruzione dell'ambiente. Secondo uno studio della Banca Mondiale, gli effetti aggravanti del cambiamento climatico potrebbero spingere oltre 140 milioni di persone a migrare all'interno del proprio paese entro il 2050.
Questa sinistra realtà, mascherata in gran parte dal fatto che il problema sarebbe legato a una semplice "mancanza di volontà politica" e a "l'egoismo del consumatore", insufficientemente "illuminato", dà origine a una preoccupazione diffusa perfettamente comprensibile. Alla domanda "Quale mondo lasceremo ai nostri figli?" non esiste una risposta ottimistica. È quindi logico che i principali soggetti interessati (bambini e giovani) siano i primi a preoccuparsi di dover trascorrere l'intera vita in un ambiente sempre più degradato, con conseguenze climatiche che si annunciano terrificanti.
In questo contesto, le "marce climatiche", organizzate con grande pubblicità e ampia copertura mediatica, hanno cercato di affrontare questa preoccupazione. Quando una giovane studentessa svedese ha disertato la scuola per manifestare davanti al Parlamento di Stoccolma, ha mostrato tutta la mancanza di futuro che essa sentiva. Invitata alla COP 24, all'ONU, per difendere la sua azione, Greta Thunberg è ormai la figura portabandiera di una generazione che prenderebbe coscienza che il suo futuro è singolarmente minato dall'inquinamento e dai conseguenti disturbi climatici.
Un tentativo di dividere "giovani" e "anziani"
In apparenza, avremmo potuto rallegrarci di una mobilitazione internazionale che avrebbe sollevato domande sul futuro che la società ci riserva. In realtà, è vero il contrario. In effetti sembra che questa mobilitazione è inquadrata e fortemente incoraggiata da gran parte della classe dirigente: dagli ambientalisti francesi ex ministri Cécile Duflot e Nicolas Hulot a L’Humanité e Lutte Ouvrière, da Greenpeace al Soccorso cattolico, etc. Alla fine, ovunque in Europa, l'intera borghesia dalla destra all'estrema sinistra ha sostenuto o fatto appello a partecipare alla "Marcia del secolo", come è avvenuto il 16 marzo a Parigi e un po' dappertutto nelle altre capitali o grandi metropoli. In Francia, il sindacato SUD aveva già fatto un appello a marciare per l'8 marzo 2018, legando oltretutto il problema climatico a quello dell'occupazione: "agire per il clima è agire per il lavoro!", mettendo in relazione le due preoccupazioni ben reali dei giovani e chiamando ad uno "sciopero scolastico" (come Greta Thunberg) per l'emergenza climatica.
Questo sindacato svela il suo solito gioco di divisione quando, nel suo comunicato ("Per una primavera climatica e sociale"), ci spiega che "di fronte all'inattività dei loro padri, gli scolari, gli studenti delle scuole medie e superiori hanno lanciato un appello per uno sciopero internazionale sul clima venerdì 15 marzo". In altre parole, approva, come fanno la maggior parte delle organizzazioni borghesi, l'idea che se la Terra si sta scaldando, è perché gli "anziani" non hanno "fatto niente" per impedirlo. La generazione più giovane sarebbe molto più "responsabile" perché "agisce": fa sciopero per il clima!
In realtà, non è una particolare responsabilità delle "generazioni precedenti", né comportamenti individuali "irresponsabili" nel campo dell'ambiente, né la "cattiva volontà" dei funzionari eletti o il "peso delle lobby" che generano la catastrofe ambientale che vediamo svilupparsi. È il prodotto del capitalismo minato dalle sue stesse contraddizioni interne. Il fatto che questo sistema sia basato su una concorrenza brutale, ciascuno per sé e per il profitto, ossessionato dal minor costo, senza che questa logica sia apertamente messa in discussione, spinge la vecchia generazione tanto quanto quella nuova a subire le implacabili leggi di questo stesso sistema barbaro. In altre parole, la classe dominante, con tutte le sue generazioni, deresponsabilizza il sistema capitalista in putrefazione creando una cortina di fumo per nascondere la sua diretta responsabilità.
L'obiettivo è quindi quello di spingere la popolazione tra le braccia del guardiano dell'ordine dominante, lo Stato capitalista, che dovrebbe ascoltare i cittadini ed orientarsi verso un approccio ecologico, "responsabile" o addirittura "anti-capitalista".
In fin dei conti, questo attacco ideologico, anche se globale, è rivolto in particolare alla generazione più giovane, poiché lo scopo è impedire ogni solidarietà tra generazioni e, ancora di più, nascondere ai suoi occhi il vero responsabile dei disastri. Opponendo così gli "anziani" alla "gioventù", dietro lo slogan "ci rubano il nostro futuro", la propaganda capitalista agisce sullo sfondo per "dividere e meglio regnare".
Ma il sindacato SUD non si ferma qui. L'obiettivo di questa mobilitazione è, dice lui, molto chiaro: "All'appello di oltre 140 organizzazioni, il 16 marzo, noi marceremo insieme per chiedere un cambiamento del sistema di produzione e consumo al fine di limitare il riscaldamento globale all'1,5% °C. Per questo, sono necessarie altre politiche pubbliche che coinvolgano i lavoratori e le lavoratrici nella costruzione di una società giusta, inclusiva ed ecologica che soddisfi i bisogni sociali e preservi i limiti del pianeta". SUD ci chiede dunque "altre politiche pubbliche", e naturalmente qui si rivolge allo Stato chiedendogli di ascoltare la denuncia dei giovani per "una società giusta, solidale ed ecologica".
Per questo sindacato, come per tutti gli organizzatori della "Marcia del secolo", la soluzione può trovarsi solo nello Stato; ha solo bisogno di ascoltare i cittadini. L'appello di Générations futures è ancora più chiaro: "Dobbiamo rinnovare la democrazia e costringere coloro che decidono a proteggere gli interessi di tutti piuttosto che quelli di pochi. Dobbiamo ripartire la ricchezza per ottenere la giustizia sociale, per garantire un'esistenza dignitosa per tutti"[5].
Quando Greta Thunberg si piazza in piedi di fronte al Parlamento di Stoccolma per protestare, in realtà chiede ai funzionari eletti dello Stato capitalista svedese di fare il "loro lavoro" pensando alla gioventù e al suo futuro! Quindi è una chiamata globale a votare: quando si chiede di "rinnovare la democrazia" e di mettere in atto "altre politiche pubbliche", non c'è altra scelta che votare per i "buoni" candidati, quelli che prenderanno sul serio le aspirazioni dei giovani. Questo significa dimenticare che gli Stati sono i protettori del loro capitale nazionale, la cui frenetica ricerca di accumulazione li lascia totalmente indifferenti alle conseguenze catastrofiche che questa genera sull'ambiente naturale. Nei fatti, dietro la legittima preoccupazione che genera il cambiamento climatico, si sta sviluppando la sua strumentalizzazione da parte dell'intera borghesia internazionale al fine di mobilitare i giovani di fronte alla crescente disaffezione al voto! Mentre l'astensionismo continua a crescere tra le giovani generazioni, conseguenza del crescente discredito delle istituzioni democratiche borghesi, è chiaro che la classe dominante sta cercando un modo per invertire questa tendenza e l'uso della paura del cambiamento climatico le offre questa opportunità.
La gioventù, una questione vitale per la borghesia
Se il movimento contro il riscaldamento globale è rivolto principalmente a giovani studenti delle scuole inferiori e superiori, è perché per la borghesia la gioventù rappresenta un bersaglio particolare. In tutti i regimi totalitari, i giovani sono un obiettivo fondamentale, perché sono pronti a mobilitarsi, perché sentono molto fortemente qualsiasi minaccia per il futuro, perché mancano di esperienza e sono quindi più facilmente manipolabili rispetto alle generazioni più anziane.
La gioventù è quindi una posta importante, e nei paesi sviluppati la borghesia vuole farne il "custode dei principi democratici". Che sia negli Stati Uniti con il movimento "anti-armi", in Gran Bretagna con il movimento "Estinzione ribellione" o in Francia attraverso la "Marcia del secolo", la borghesia cerca innanzitutto di mobilitare i giovani intorno a temi democratici e poi ad isolarli dagli anziani. Questa gioventù, giustamente allarmata per il suo futuro, si trova qui nella trappola democratica che mira a renderla "cittadini responsabili" e ad impedire ai giovani proletari di mobilitarsi su un terreno di classe: perché infatti limitarsi a difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro quando è il futuro di tutta l'umanità ad essere minacciato?
L'invito a sostenere la democrazia borghese è ovviamente una completa mistificazione. Non è chiamando i "giovani" a mobilitarsi nel campo elettorale (specialmente a beneficio dei partiti ecologisti o dei partiti di sinistra), né reimpiantando l'edificio statale, né obbligando gli eletti a fare "il loro lavoro" che è possibile cambiare il futuro che oggi sta prendendo forma.
L'ecologia è una macchina da guerra ideologica
Quando è la stessa borghesia a preoccuparsi per la questione del riscaldamento globale, bisogna ben sottolineare che la sua preoccupazione principale è quella di salvaguardare le condizioni per uno sfruttamento continuo e non per salvaguardare l'ambiente. La preoccupazione della borghesia è prima di tutto quella di produrre beni estraendo il plusvalore attraverso lo sfruttamento del lavoro salariato. Sappiamo già quanto sia stata capace di trarre profitto dalle mode nei confronti del cibo "bio" o del "veganismo", che inquinerebbero meno e preserverebbe meglio l'ambiente: i prezzi aumentano notevolmente non appena acquistiamo diete "bio", il divario tra ricchi che si nutrono in modo più sano e poveri condannati al "cibo spazzatura" non fa che allargarsi, e ciò per colpa di chi continua a comprare cibo industriale, il meno costoso ovviamente!
Peggio ancora, la borghesia rinvigorisce cinicamente la sua strategia industriale per giustificare gli attacchi alla classe operaia e rafforzare la guerra economica. Poichè l'inquinamento atmosferico e il riscaldamento globale che ne conseguono sono in gran parte il prodotto di utilizzo di motori a combustione interna, la borghesia europea ha sollevato la questione della sostituzione di automobili che utilizzano questo metodo di propulsione con veicoli "non inquinanti" elettrici. Questa è una nuova truffa, perché il motivo dietro lo scandalo del "dieselgate" non è e non è mai stato il destino dell'umanità. Al contrario, il guadagno per i costruttori potrebbe essere molto interessante: secondo alcuni scenari, si potrebbe quindi, in Germania, ridurre fino al 16% la forza lavoro di questo settore industriale. Dietro il cosiddetto capitalismo "verde", c'è molto da guadagnare, anche se la corsa al litio per produrre batterie avrà gravi conseguenze per l'ambiente. I rischi di inquinamento causato dalle batterie, che brucino o siano alla fine della loro vita, non vanno presi alla leggera.
Allo stesso modo, nel nome della "tassazione ecologica", le tasse si stanno moltiplicando in tutto il mondo nel contesto della guerra commerciale tra gli Stati o sotto forma di attacchi diretti contro la classe operaia. Là, come altrove, l'ecologia funge da maschera per la corsa al profitto e fa accettare agli operai gli attacchi in nome della lotta all'inquinamento. Così, quando la nuova giovane musa globale, Greta Thunberg, riecheggia la propaganda che la sta martellando, cioè che dobbiamo abbandonare la nostra "zona di benessere" e quindi fare "sacrifici", perchè l'inquinamento sarebbe il risultato del nostro consumo eccessivo, degli sprechi, in breve, del "comportamento irresponsabile di tutti", ella non fa che giustificare e dare ulteriori mezzi ai discorsi ideologici degli Stati incaricati di preparare le future misure antioperaie creando non solo un sentimento di colpa, ma bloccando tutti nella prigione delle "soluzioni" individuali, completamente sterili. Il sistema capitalista produce come se non ci fosse un limite ai bisogni, produce perché ha bisogno di plusvalore per accumulare sempre più capitale. È così che funziona, e il voler farlo funzionare in modo diverso è una pura illusione. L'unico modo per agire efficacemente, che è anche una necessità vitale, è distruggerlo per gettare le basi per una nuova società in cui il lavoro nella società sia orientato ai bisogni dell'umanità senza entrare in contraddizione con la natura e il nostro ambiente. Solo la classe operaia può farlo, con una rivoluzione mondiale.
HD, 20 aprile 2019
[1] Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra (1844).
[2] François Jarrige e Thomas Le Roux, La contaminazione del mondo (2017).
[3] Il 5 dicembre 1952, per cinque giorni, una nebbia causata da un anticiclone si mescolò al fumo di carbone causando 12.000 decessi.
[4] "Da Londra a Delhi, come lo smog è migrato verso l'Est", Le Monde (17 novembre 2017).
[5] Possiamo anche citare l'appello della Réseau Action Climat France (Rete di azione per il clima Francia): "Nel loro invito congiunto, i firmatari chiedono ai responsabili dei cambiamenti climatici di adottare le misure necessarie per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C, garantendo al contempo giustizia sociale".
Un secolo fa, un vento di speranza soffiava sull'umanità. Dapprima in Russia la classe operaia era riuscita a prendere il potere. Poi in Germania, in Ungheria e in Italia, ha coraggiosamente lottato per continuare il lavoro degli operai russi con una sola parola d'ordine: l'abolizione del modo di produzione capitalista le cui contraddizioni hanno fatto precipitare la civiltà in quattro anni di guerra. Quattro anni di barbarie senza precedenti fino ad allora che testimoniano l'ingresso del capitalismo nella sua fase di decadenza.
In queste condizioni, riconoscendo il fallimento della Seconda Internazionale, facendo affidamento su tutto il lavoro di ricostruzione dell'unità internazionale iniziato a Zimmerwald nel settembre 1915 e a Kiental nell'aprile 1916, la Terza Internazionale fu fondata il 4 marzo 1919 a Mosca.
Già, nelle Tesi di aprile del 1917, Lenin chiamava alla fondazione di un nuovo partito mondiale ma l'immaturità del movimento rivoluzionario aveva necessità di rinviarla. Per Lenin, il passo decisivo fu compiuto durante i terribili giorni di gennaio 1919 in Germania durante i quali fu fondato il Partito Comunista Tedesco (KPD). In una "Lettera ai lavoratori dell'Europa e dell'America" del 26 gennaio, Lenin scrisse: "Nel momento in cui alla Lega di Spartaco è stato dato il nome di Partito Comunista Tedesco, la fondazione della Terza Internazionale è diventata una realtà. Formalmente questa fondazione non è stata ancora sancita, ma in realtà fin da ora la Terza Internazionale esiste". A parte l'eccessivo entusiasmo di un tale giudizio, come vedremo in seguito, i rivoluzionari dell'epoca compresero che oramai era indispensabile forgiare il partito per la vittoria della rivoluzione su scala mondiale. Dopo diverse settimane di preparativi, 51 delegati si incontrarono, dal 2 al 6 marzo 1919, per stabilire le tappe organizzative e programmatiche che avrebbero consentito al proletariato mondiale di proseguire la lotta contro l'insieme delle forze borghesi.
La CCI si richiama ai contributi dell'Internazionale Comunista (IC). Pertanto, questo centenario è un'opportunità per salutare e sottolineare l'inestimabile contributo dell'IC nella storia del movimento rivoluzionario, ma anche per trarre le lezioni da questa esperienza, sottolineando le sue debolezze al fine di armare il proletariato di oggi per le lotte future.
Difendere la lotta della classe operaia nel fuoco rivoluzionario
Come affermava Trotzki nella sua "Lettera di invito al Congresso": "I partiti e le organizzazioni sottoscritti ritengono che la convocazione del primo congresso della nuova Internazionale rivoluzionaria è urgentemente necessaria. (...) L'ascesa molto veloce della rivoluzione mondiale che pone costantemente nuovi problemi, il rischio di soffocamento di questa rivoluzione da parte dell'alleanza degli Stati capitalisti contro la rivoluzione sotto l'ipocrita bandiera della "Società delle Nazioni", i tentativi dei partiti socialtraditori di riunirsi e aiutare ancora i loro governi e la loro borghesia per tradire la classe operaia dopo aver ottenuto una "amnistia" reciproca, infine la ricchissima esperienza rivoluzionaria già acquisita e il carattere mondiale di tutto il movimento rivoluzionario - tutte queste circostanze ci obbligano a mettere all'ordine del giorno della discussione la questione della convocazione di un congresso internazionale dei partiti rivoluzionari".
Come questo primo appello lanciato dai bolscevichi, la fondazione dell'IC esprimeva la volontà di raggruppamento delle forze rivoluzionarie del mondo intero. Ma anche la difesa dell'internazionalismo proletario che era stato calpestato dalla grande maggioranza dei partiti socialdemocratici costituenti la Seconda Internazionale. Dopo quattro anni di guerra atroce che avevano diviso e decimato milioni di proletari sui campi di battaglia, l'emergere di un nuovo partito mondiale testimoniava la volontà di approfondire il lavoro iniziato dalle organizzazioni rimaste fedeli all'internazionalismo. In questo, l'IC è l’espressione della forza politica del proletariato che si stava manifestando dappertutto dopo il profondo riflusso causato dalla guerra, nonché della responsabilità dei rivoluzionari di continuare a difendere gli interessi della classe operaia e della rivoluzione mondiale. È stato detto molte volte durante il congresso di fondazione che l'IC era il partito dell'azione rivoluzionaria. Come affermato nel suo Manifesto, l'IC nasceva quando il capitalismo stava chiaramente dimostrando la sua obsolescenza. L'umanità ora stava entrando nell'"era delle guerre e delle rivoluzioni".
In altre parole, l'abbattimento del capitalismo diveniva estremamente necessario per il futuro della civiltà. È con questa nuova comprensione dell'evoluzione storica del capitalismo che l'IC difende instancabilmente i consigli operai e la dittatura del proletariato: "il nuovo apparato di potere deve rappresentare la dittatura della classe operaia (...) cioè, deve essere lo strumento del rovesciamento sistematico della classe sfruttatrice e della sua espropriazione. Il potere dei consigli operai o delle organizzazioni operaie è la sua forma concreta". (Lettera d'invito al congresso). Questi orientamenti furono difesi durante tutto il congresso. Inoltre, le "Tesi sulla democrazia borghese", scritte da Lenin e adottate dal congresso, si proponevano di denunciare le mistificazioni della democrazia ma soprattutto di mettere in guardia il proletariato sul pericolo che quest'ultime avrebbero esercitato nella sua lotta contro la società borghese. Fin dall'inizio, l'IC si è posta risolutamente nel campo proletario difendendo i principi e i metodi di lotta della classe operaia e ha denunciato in modo energico l'appello della corrente centrista a un'unità impossibile tra i socialtraditori e i comunisti, "l'unità degli operai comunisti con gli assassini dei leader comunisti Liebknecht e Luxemburg", secondo gli stessi termini della "Risoluzione del primo congresso dell'IC sulla posizione verso le correnti socialiste e la conferenza di Berna".
Prova della difesa intransigente dei principi proletari, questa risoluzione, votata all'unanimità dal Congresso, fu una reazione alla recente partecipazione della maggior parte dei partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale ad una riunione[1] in cui furono adottati parecchi orientamenti apertamente diretti contro l'ondata rivoluzionaria. La risoluzione si concluse in questi termini: "Il Congresso invita i lavoratori di tutti i paesi ad iniziare la lotta più energica contro l'Internazionale gialla e a preservare le più larghe masse proletarie da questa Internazionale di menzogna e tradimento".
La fondazione dell'IC si rivelò un passo fondamentale per la continuazione della lotta storica del proletariato.
Essa seppe prendere in considerazione i migliori contributi della Seconda Internazionale pur rompendo con quest'ultima su posizioni o analisi che non corrispondevano più al periodo storico appena aperto[2].
Mentre il vecchio partito mondiale aveva tradito l'internazionalismo proletario in nome della Sacra Unione alla vigilia della Prima guerra mondiale, la fondazione del nuovo partito consentiva di rafforzare l'unità della classe operaia e di armarla nella feroce lotta che stava conducendo in molti paesi del pianeta per l'abolizione del modo di produzione capitalista. Pertanto, nonostante le circostanze sfavorevoli e gli errori commessi, come vedremo, salutiamo e sosteniamo una tale impresa. I rivoluzionari dell'epoca si sono presi la loro responsabilità, dovevano farlo e l'hanno fatto!
Una fondazione in circostanze sfavorevoli
I rivoluzionari di fronte la massiccia spinta del proletariato nel mondo
L'anno 1919 è il punto culminante dell'ondata rivoluzionaria. Dopo la vittoria della rivoluzione in Russia nell'ottobre 1917, l'abdicazione di Guglielmo II e la firma affrettata dell'armistizio di fronte agli ammutinamenti e alla rivolta delle masse operaie in Germania, si videro sorgere insurrezioni operaie, principalmente con l'instaurazione della Repubblica dei Consigli in Baviera e Ungheria. Ci furono anche degli ammutinamenti nella flotta e tra le truppe francesi, così come nelle unità militari britanniche che si rifiutarono di intervenire contro la Russia sovietica, ed anche un'ondata di scioperi, in particolare nei centri di protesta rivoluzionaria (Clyde, Sheffield, nel sud del Galles) nel Regno Unito (1919).
Ma a marzo del 1919, nel momento in cui veniva fondata a Mosca l’IC, la maggior parte di queste insurrezioni venivano soppresse o stavano per esserlo.
Non c'è dubbio che i rivoluzionari dell'epoca si trovarono in una situazione di emergenza e che furono costretti ad agire nel fuoco della lotta rivoluzionaria.
Come lo segnalò la Frazione francese della Sinistra Comunista (FFGC) nel 1946: "I rivoluzionari tentano di colmare il divario esistente tra la maturità della situazione oggettiva e l'immaturità del fattore soggettivo (l'assenza del Partito) attraverso un ampio raggruppamento di gruppi e correnti, politicamente eterogenei, e proclamano questo raggruppamento come il nuovo Partito"[3].
Non si tratta qui di discutere la validità o meno della fondazione del nuovo partito che è l'Internazionale. Era una necessità imperativa. Ma, vogliamo segnalare una serie di errori nell'approccio con cui è stata fondata.
Una sopravvalutazione della situazione in cui è stato fondato il partito
Anche se la maggior parte delle relazioni presentate dai vari delegati sulla situazione della lotta di classe in ciascuno dei paesi teneva conto della risposta della borghesia all'avanzata della rivoluzione (una risoluzione sul Terrore Bianco venne d'altronde votata alla fine del Congresso), è sorprendente constatare quanto questo aspetto sia stato ampiamente sottovalutato durante questi cinque giorni di lavoro.
Già pochi giorni dopo la notizia della fondazione del KPD (Partito Comunista Tedesco), che seguì la fondazione dei partiti comunisti d'Austria (novembre 1918) e della Polonia (dicembre 1918), Lenin considerò che i dadi erano stati lanciati: "Quando la lega Spartakus tedesca, guidata da questi illustri leader, conosciuti in tutto il mondo, questi fedeli sostenitori della classe operaia quali sono Liebknecht, Rosa Luxemburg, Clara Zetkin, Franz Mehring, hanno definitivamente rotto qualsiasi legame con i socialisti come Scheidemann, (...) quando la Lega Spartakus è stata chiamata Partito Comunista Tedesco, allora la fondazione della Terza Internazionale, dell'Internazionale Comunista, veramente proletaria, veramente internazionale, veramente rivoluzionaria, è divenuta una realtà. Formalmente, questa fondazione non è stata dichiarata, ma, di fatto, la Terza Internazionale esiste, fin da ora"[4].
Un significativo aneddoto, la scrittura di questo testo fu terminata il 21 gennaio 1919, data in cui Lenin veniva informato dell'assassinio di K. Liebknecht. Questa certezza incrollabile apparteneva all'intero congresso. Già nel discorso di apertura, Lenin ne aveva annunciato il taglio: "La borghesia può scatenarsi, potrà uccidere ancora milioni di lavoratori, la vittoria è nostra, la vittoria della rivoluzione comunista mondiale è assicurata".
Successivamente, tutti i relatori presenti trasmettevano lo stesso traboccante ottimismo; così il compagno Albert, membro del giovane KPD, il 2 marzo di fronte al congresso si esprimeva in questi termini: "Non credo di essere troppo ottimista nel dire che i partiti Comunisti tedeschi e russi proseguiranno la lotta, sperando fermamente che il proletariato tedesco condurrà la rivoluzione alla vittoria finale e che la dittatura del proletariato possa essere egualmente stabilita in Germania, nonostante tutte le assemblee nazionali, nonostante gli Scheidemann e nonostante il nazionalismo borghese (…). È questo che mi ha spinto ad accettare il vostro invito con gioia, convinto che tra non molto combatteremo fianco a fianco con il proletariato di altri paesi, in particolare d'Inghilterra e Francia per la rivoluzione mondiale per realizzare anche in Germania gli obiettivi della rivoluzione". Pochi giorni dopo, tra il 6 e il 9 marzo, una terribile repressione colpiva Berlino, l'8 marzo vennero uccise 3.000 persone, tra cui 28 marinai fatti prigionieri e poi giustiziati con mitragliatrici nella pura tradizione di Versailles! Il 10 marzo, Leo Jogiches veniva assassinato. Heinrich Dorrenbach[5] subiva la stessa sorte il 19 maggio.
Tuttavia, le ultime parole di Lenin nel discorso conclusivo dimostrarono che il Congresso non si era spostato di una virgola sull'analisi del rapporto di forza. Affermava senza esitazione che "la vittoria della rivoluzione proletaria è assicurata in tutto il mondo. È in corso la fondazione della Repubblica Internazionale dei Consigli".
Ma come osservava Amedeo Bordiga un anno dopo: "Dopo che la parola d'ordine del "regime dei soviet" fu lanciata nel mondo dal proletariato russo e dal proletariato internazionale, abbiamo visto elevarsi per prima l'ondata rivoluzionaria, dopo la fine della guerra, e il proletariato di tutto il mondo mettersi in marcia. Abbiamo visto in tutti i paesi gli ex partiti socialisti dividersi e dare vita a partiti comunisti che hanno ingaggiato la lotta rivoluzionaria contro la borghesia. Sfortunatamente, il periodo che seguì subì un arresto perché le rivoluzioni tedesche, bavaresi e ungheresi furono schiacciate dalla borghesia". In realtà, importanti debolezze della coscienza all'interno del proletariato costituirono un grosso ostacolo allo sviluppo rivoluzionario della situazione:
- una difficoltà di questi movimenti a superare la lotta contro la sola guerra per elevarsi ad un livello superiore, quello della rivoluzione proletaria. Questa ondata rivoluzionaria fu prodotta soprattutto dalla lotta contro la guerra.
Una fondazione in una situazione d'urgenza che apre la porta all'opportunismo
Il campo rivoluzionario molto indebolito alla fine della guerra
“Il movimento operaio all'indomani della prima guerra imperialista mondiale si trovò in uno stato di estrema divisione. La guerra imperialista aveva rotto l'unità formale delle organizzazioni politiche del proletariato. La crisi del movimento operaio, già esistente da prima, aveva raggiunto, a causa della guerra mondiale e delle posizioni da prendere di fronte a questa guerra, il suo punto culminante. Tutti i partiti ed organizzazioni anarchiche, sindacali e marxiste furono violentemente scossi. Le scissioni si moltiplicarono. Nascevano nuovi gruppi. Si produsse una delimitazione politica. La minoranza rivoluzionaria della II Internazionale rappresentata dai bolscevichi, dalla sinistra tedesca di Luxemburg e dai Tribunisti olandesi, già di per sé non tanto omogenea, non si trovò più davanti ad un blocco opportunista. Tra lei e gli opportunisti un arcobaleno di gruppi e tendenze politiche più o meno confusi, più o meno centristi, più o meno rivoluzionari, che rappresentavano uno spostamento generale delle masse che stavano rompendo con la guerra, con l'unione sacra, con il tradimento dei vecchi partiti della socialdemocrazia. Qui si assistette al processo di liquidazione dei vecchi partiti il cui collasso diede vita a una moltitudine di gruppi. Questi gruppi esprimevano meno il processo di costituzione del nuovo Partito che quello della dislocazione, della liquidazione, della morte del vecchio Partito. Questi gruppi contenevano certamente elementi per la costituzione del nuovo Partito, ma non ne costituivano in alcun modo la base. Queste correnti esprimevano essenzialmente la negazione del passato e non l'affermazione positiva del futuro. La base del nuovo Partito di classe risiedeva solo nella vecchia sinistra, nel lavoro critico e costruttivo, nelle posizioni teoriche, nei principi programmatici che questa Sinistra aveva elaborato durante i 20 anni della SUA ESISTENZA E DELLA SUA LOTTA DI FRAZIONE all'interno del vecchio Partito"[6].
Quindi, il campo rivoluzionario era estremamente frammentato, composto da gruppi privi di chiarezza e che mostravano ancora immaturità. Solo le frazioni di sinistra della Seconda Internazionale (i Bolscevichi, i Tribunisti e gli Spartachisti, solo in maggior parte, perché sono eterogenei o addirittura divisi) furono in grado di impostare un corso e porre solide fondamenta per la fondazione del nuovo partito.
Inoltre, a molti militanti mancava l'esperienza politica. Tra i 43 delegati del congresso fondatore, di cui si conosce l'età, 5 erano ventenni, 24 sulla trentina, solo uno aveva più di 50 anni[7].
Dei 42 delegati, la cui traiettoria politica può essere rintracciata, 17 si erano uniti ai partiti socialdemocratici prima della rivoluzione russa del 1905, mentre 8 erano diventati socialisti attivi solo dopo il 1914[8].
Nonostante il loro entusiasmo e la loro passione rivoluzionaria, a molti di loro mancava l'esperienza necessaria per questo tipo di circostanze.
Disaccordi tra l'avanguardia del proletariato
Come già segnalato dalla FFGC nel 1946: "È innegabile che una delle cause storiche della vittoria della rivoluzione in Russia e della sua sconfitta in Germania, Ungheria, Italia risieda nell'esistenza del partito rivoluzionario nel momento decisivo in questo primo paese e la sua assenza o incompletezza in altri paesi".
La fondazione della Terza Internazionale è stata per un certo tempo rinviata a causa delle varie insidie che si contrapponevano al campo proletario durante la fase rivoluzionaria. Nel 1918-19, ben consapevole che l'assenza del nuovo partito era una debolezza irrimediabile per la vittoria della rivoluzione mondiale, l'avanguardia del proletariato rimase unanime sull'imperativa necessità di fondare il nuovo partito. Tuttavia, non tutti erano d'accordo sulla data di tale fondazione e soprattutto sull'approccio da adottare. Mentre la stragrande maggioranza delle organizzazioni e dei gruppi comunisti erano a favore di una fondazione il più presto possibile, il KPD, e in particolare Rosa Luxemburg e Leo Jogiches, optarono per un rinvio, considerando che la situazione fosse prematura, che la coscienza comunista delle masse restasse ancora debole e anche che il campo rivoluzionario mancasse di chiarezza[9]. Il delegato del KPD per la conferenza, il compagno Albert, aveva avuto il mandato di difendere questa posizione e di non votare a favore della fondazione immediata dell'Internazionale Comunista.
"Quando ci viene detto che il proletariato ha bisogno nella sua lotta di un centro politico, possiamo dire che questo centro esiste già e tutti gli elementi che sono alla base del sistema dei consigli hanno già rotto con gli elementi della classe operaia che si appoggiano ancora alla democrazia borghese: costatiamo che la rottura si prepara ovunque e che si sta realizzando. Ma una Terza Internazionale non deve essere solo un centro politico, un'istituzione in cui i teorici si fanno reciprocamente discorsi calorosi, essa deve essere la base di un potere organizzativo. Se vogliamo fare della Terza Internazionale uno strumento efficace di lotta, se vogliamo farne un mezzo di scontro, allora è necessario che esistano anche queste precondizioni. La questione non deve dunque, a nostro avviso, essere discussa e decisa da un punto di vista semplicemente intellettuale, ma è necessario che noi ci chiediamo concretamente se esistano le basi d'organizzazione. Ho sempre la sensazione che i compagni che stanno spingendo in modo energico per la fondazione si lascino fortemente influenzare dall'evoluzione della Seconda Internazionale, e che vogliono, dopo lo svolgimento della conferenza di Berna, imporle una concorrente. Questo ci sembra meno importante, e quando si dice che il chiarimento è necessario, altrimenti gli elementi indecisi raggiungeranno l'Internazionale gialla, dico che la fondazione della Terza Internazionale non manterrà gli elementi che oggi raggiungono la Seconda, e che, se comunque ci vanno, è perché là è il loro posto"[10].
Come abbiamo visto, il delegato tedesco metteva in guardia contro il pericolo di fondare un partito che scendeva a compromessi sui principi e sulla chiarificazione organizzativa e programmatica. Sebbene i bolscevichi prendessero molto seriamente le riserve del KPD, non c'è dubbio che anche loro erano rimasti condizionati da questa corsa contro il tempo. Da Lenin a Zinoviev, passando per Trotzki e Markovski, tutti insistevano sull'importanza di far aderire tutti i partiti, organizzazioni, gruppi o individui che si richiamassero da vicino o da lontano al comunismo e ai consigli. Come è segnalato in una biografia di Rosa Luxemburg, "Lenin vedeva nell'Internazionale un mezzo per aiutare i vari partiti comunisti a costituirsi o a rafforzarsi"[11] attraverso la decantazione prodotta dalla lotta contro il centrismo e l'opportunismo. Per il KPD, si trattava innanzitutto di formare dei partiti comunisti "solidi", con le masse dietro di loro, prima di ratificare la creazione del nuovo partito.
Un metodo di fondazione che non arma il nuovo partito
La composizione del congresso era un'illustrazione della precipitazione e delle difficoltà imposte alle organizzazioni rivoluzionarie dell'epoca. Dei 51 delegati che avevano preso parte ai lavori, considerando i ritardi, le partenze prima della fine e le assenze momentanee, circa quaranta erano militanti bolscevichi provenienti dal partito russo, ma anche lettone, lituano, bielorusso, armeno e della Russia orientale. Oltre al partito bolscevico, solo i partiti comunisti tedesco, polacco, austriaco e ungherese avevano un'esistenza propria.
Le altre forze invitate al congresso erano composte da una moltitudine di organizzazioni, gruppi o elementi non apertamente "comunisti", ma tutti prodotti da un processo di decantazione all'interno della socialdemocrazia e del sindacalismo. La lettera di invito al congresso chiamava tutte le forze che, più o meno, sostenevano la Rivoluzione Russa e che erano ben intenzionate a lavorare per la vittoria della rivoluzione mondiale:
- “10. È necessario allearsi con quegli elementi del movimento rivoluzionario che, sebbene non appartenessero precedentemente ai partiti socialisti, oggi si pongono nell'insieme sul terreno della dittatura del proletariato sotto forma del potere dei consigli. Si tratta in primo luogo di elementi sindacali del movimento operaio.
11. È infine necessario conquistare tutti i gruppi o organizzazioni proletarie che, sebbene non si siano mobilitati apertamente con la corrente rivoluzionaria, mostrano tuttavia nella loro evoluzione una tendenza in questa direzione"[12].
Questo approccio produsse parecchie incongruenze che riflettevano la mancanza di rappresentatività di una parte del congresso. Ad esempio, l'americano Boris Reinstein non aveva un mandato dal suo partito, il Socialist Labor Party (Partito socialista laburista). L'olandese S.J. Rutgers rappresentava una lega per la propaganda socialista. Christian Rakovsky[13] avrebbe dovuto rappresentare la Federazione balcanica, la tendenza Tesniaka bulgara e il Partito comunista rumeno. Ma, dal 1915 al 1916 non aveva avuto contatti con queste tre organizzazioni[14]. Pertanto, nonostante le apparenze, questo congresso fondatore rifletteva alla lettera l'insufficienza della coscienza della classe operaia mondiale.
Tutti questi elementi mostravano anche che gran parte dell'avanguardia rivoluzionaria fece prevalere la quantità a scapito di un preliminare chiarimento dei principi organizzativi. Questo approccio voltava le spalle a tutta la concezione che i bolscevichi avevano sviluppato negli ultimi quindici anni. E fu proprio questo che nel 1946 sottolineò la FFGC: "Se il metodo 'stretto' della selezione che pretende precise basi di principio, senza considerare i successi numerici immediati, ha permesso ai bolscevichi l'edificazione del Partito che, nel momento decisivo, ha potuto integrare nei suoi ranghi e assimilare tutte le energie e i militanti rivoluzionari di altre correnti e infine portare il proletariato alla vittoria, il metodo 'largo' invece, preoccupandosi innanzitutto di raggruppare nell’immediato un grande numero di persone a scapito della precisione programmatica e di principio, ha condotto alla costituzione di Partiti di massa, ponendo le basi per la costruzione di veri giganti dai piedi d'argilla, destinati a cadere alla prima sconfitta sotto il dominio dell'opportunismo. La formazione del Partito di classe si rivela infinitamente più difficile nei paesi capitalisti avanzati - dove la borghesia possiede mille mezzi di corruzione della coscienza del proletariato - ciò che non avvenne in Russia".
Accecati dalla certezza di un'imminente vittoria del proletariato, l'avanguardia rivoluzionaria sottovalutò enormemente le difficoltà oggettive che le si presentarono davanti. Questa euforia la portò a transigere sul metodo "stretto" della costruzione dell'organizzazione, difesa soprattutto dai bolscevichi in Russia e in parte dagli spartachisti in Germania. Poiché si doveva dare priorità a un grande raggruppamento rivoluzionario che avrebbe dovuto contrastare anche "l'Internazionale gialla" riformatasi a Berna poche settimane prima, questo metodo "largo" ridusse la chiarificazione dei principi organizzativi a rango secondario. Poco importavano le confusioni che i gruppi integrati nel nuovo partito avrebbero portato, in quanto la lotta si sarebbe dovuta svolgere al suo interno. Per il momento la priorità venne data alla costituzione di un esteso raggruppamento numerico.
Questo metodo "largo" avrebbe avuto come conseguenza una pesante ricaduta poiché avrebbe indebolito l'IC nella futura lotta organizzativa. In effetti, la chiarezza programmatica del primo congresso sarebbe stata calpestata dalla spinta opportunistica in un contesto di indebolimento e degenerazione dell'ondata rivoluzionaria. Fu all'interno dell'IC che emersero frazioni di sinistra che criticarono le insufficienze della rottura con la Seconda Internazionale. Come vedremo in seguito, le posizioni difese ed elaborate da questi gruppi rispondevano ai problemi sollevati nell'IC dal nuovo periodo di decadenza del capitalismo. (A seguire)
Narek, 4 marzo 2019.
[1]La conferenza di Berna del febbraio 1919 fu "un tentativo di galvanizzare il cadavere della Seconda Internazionale" e alla quale "il Centro" aveva inviato i suoi rappresentanti.
[2]Per uno sviluppo più ampio vedi l'articolo "Marzo 1919: fondazione dell'Internazionale comunista" Rivista Internazionale n. 13, febbraio 1990.
[3]Internationalisme, "A proposito del Primo congresso del Partito comunista internazionalista d'Italia", n.7, gennaio-febbraio 1946.
[4]Lenin, Opere, t. XXVIII
[5]Comandante della divisione della marina popolare a Berlino nel 1918. Dopo la sconfitta di gennaio, fuggì a Brunswick e poi ad Eisenach. Fu arrestato e giustiziato nel maggio del 1919.
[6]Internationalisme, "A proposito del Primo Congresso del Partito comunista internazionalista d'Italia", n.7, gennaio-febbraio 1946.
[7]Founding the Communist International: The Communist International in Lenin's Time. Proceedings and Documents of the First Congress : March 1919, Edited by John Riddell, New York, 1987, Introducion, p. 19 - (Fondazione dell'Internazionale Comunista: l'Internazionale Comunista al tempo di Lenin. Atti e documenti del primo congresso: marzo 1919, a cura di John Riddell, New York, 1987, Introduzione, p. 19.)
[8]Ibidem.
[9]Questo fu il mandato che essi diedero (nella prima metà di gennaio) al delegato del KPD per il congresso di fondazione. Ciò non significa affatto che Rosa Luxemburg, ad esempio, fosse per principio contraria alla fondazione di un'internazionale. Al contrario.
[10]Intervento del delegato tedesco il 4 marzo 1919, nel Primo Congresso dell'Internazionale Comunista, testi integrali pubblicati sotto la direzione di Pierre Broué, Etudes et documentation internationales [Studi e Documentazioni Internazionali], 1974
[11]Gilbert Badia. Rosa Luxemburg. Giornalista, polemista, rivoluzionaria, Editions sociales, 1975.
[12]"Lettera di invito al congresso", in Op. Cit., Primo congresso dell'Internazionale.
[13]Uno dei delegati più influenti e determinati per una fondazione immediata dell'IC.
[14]Pierre Broué, Storia dell'Internazionale Comunista (1919-1943), Fayard, 1997, pag 79.
Lo scontro che da anni oppone le frazioni borghesi rivali dell’opposizione e del chavismo in Venezuela ha raggiunto un livello maggiore dai primi giorni del 2019. Questo nel contesto di un aggravarsi senza precedenti della crisi economica e sociale, il cui segnale più evidente è l’aumento della povertà in cui versa gran parte della popolazione, ma anche nel quadro di uno scenario in cui si acuisce la rivalità tra le grandi potenze, rivalità nella quale la cosiddetta “comunità internazionale” gioca ugualmente un ruolo importante, alcuni accordando apertamente il loro aiuto al regime di Nicolas Maduro, gli altri in sostegno della proclamazione di Juan Guaidò come Presidente. Gli Stati Uniti hanno aperto la strada, con il riconoscimento di Guaidò come Presidente del Venezuela, scatenando una strategia a larga scala per rovesciare definitivamente Nicolas Maduro. Questa minaccia non esclude, come hanno affermato alti funzionari e lo stesso Donald Tramp, un intervento militare degli Stati Uniti, usando come alibi l’” aiuto umanitario” alla popolazione. Le reazioni in sostegno di Nicolas Maduro sono arrivate soprattutto da Russia e Cina, principali alleati del chavismo. Non possiamo escludere che le attuali tensioni imperialiste portino ad una guerra tra grandi potenze, usando ognuna le proprie pedine locali (Maduro e Guaidò): tuttavia, più che un confronto militare diretto tra le grandi potenze, il pericolo potenziale più importante risiede nel vicolo cieco che rappresenterebbe l’uso della popolazione in generale e dei lavoratori in particolare come carne da macello in una guerra tra bande e un ancor maggiore spargimento di sangue. Più di 40 morti e la brutale repressione (più di 900 arresti solo nell’ultima settimana di gennaio) non sono che un piccolo esempio di questa realtà.
Prima di questo inasprimento dello scontro tra le frazioni borghesi di destra e di sinistra in Venezuela, che va ben oltre i confini di questo paese, è importante e urgente invitare il proletariato venezuelano e mondiale a rendersi conto del pericolo imminente di un massacro tra le sue file, a non legarsi a nessuna delle frazioni del capitale coinvolte, sia che venga dall’interno che dall’esterno del paese, a rimanere sul proprio terreno di classe e rifiutare questa infernale spirale di caos e barbarie nella quale è spinta sempre più la regione, espressione della decomposizione in cui ci fa sprofondare il capitalismo[1].
La comparsa sulla scena di Guaidò non è casuale: il suo lancio improvviso nell’arena politica è stato minuziosamente preparato dagli Stati Uniti, con l’appoggio dei membri dell’opposizione venezuelana nel paese e quello dei membri della cosiddetta comunità internazionale (il Gruppo di Lima in America latina, con l’eccezione del Messico) che appoggiano la strategia degli Stati Uniti contro il regime di Maduro. L’atteggiamento aggressivo e determinato degli Stati Uniti contro Maduro si fonda, e si è notevolmente rafforzato, sul trionfo elettorale di Jair Bolsonaro in Brasile (in cui gli stessi Stati Uniti hanno giocato un ruolo significativo). Non è un caso se la prima dichiarazione comune con Mike Pompeo (segretario di Stato americano) durante la cerimonia di investitura di Bolsonaro ha riguardato “la lotta contro il socialismo” e il ripristino della “democrazia” in Venezuela. In questo modo, il Venezuela è finito accerchiato sui suoi confini più importanti, a ovest dalla Colombia (principale alleato degli Stati Uniti in America del Sud) e a sud dal Brasile. Molti paesi dell’Unione europea hanno finito col riconoscere la legittimità di Guaidò, pur cercando di rafforzare il proprio intervento imperialista attraverso il cosiddetto “Gruppo di Contatto” nel tentativo di indebolire l’azione americana.
Questa energica reazione degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione sfrutta lo scenario creato dall’emigrazione di numerosi venezuelani in fuga dalla povertà e dalla barbarie imposta dal regime borghese di sinistra del chavismo e che è continuata sotto Maduro (che, secondo le cifre dell’ONU, ha portato alla migrazione di più di quattro milioni di persone). L’opposizione venezuelana si è lanciata in questa offensiva contro Maduro (la stessa opposizione che, a causa di conflitti di interesse e del peso della decomposizione nelle sue file, aveva aperto la strada all’ascesa al potere dell’avventuriero Chavez nel 1999) sfruttando le manifestazioni di rabbia che questo ha suscitato tra gli operai e tra i cittadini in generale che non hanno la forza di affrontare in modo coerente allo stesso tempo il regime chavista e i settori borghesi di opposizione a causa della divisione creata dallo scontro politico tra le frazioni del capitalismo[2].
I settori dell’opposizione, indeboliti dai conflitti di interesse al loro interno, pretendono ora di riunirsi intorno alla persona di Guaidò in un’altra impresa che trova l’appoggio nella popolazione per la disperazione indotta dalla fame e dalla povertà. L’azione della maggioranza della borghesia della regione e mondiale che si schiera oggi contro Maduro mette in evidenza l’ipocrisia delle classi sfruttatrici che parlano ora di rispetto dei diritti dell’uomo, dopo aver cantato le lodi di un Chavez “difensore dei poveri” che sarebbe riuscito a far uscire “dalla miseria e dall’invisibilità” milioni di poveri in Venezuela e avrebbe distribuito i profitti tra la popolazione grazie al prezzo elevato del petrolio mentre in realtà rafforzava le basi della barbarie dilagante oggi, arricchendo la classe dei capi militari e civili che difendono oggi i loro privilegi mettendo a ferro e fuoco il paese[3].
Da parte sua, il regime chavista si è proclamato “socialista” e “rivoluzionario” quando, in realtà, ha imposto al Venezuela un brutale regime di capitalismo di Stato spinto, dello stesso tipo dei regimi dittatoriali di Cuba, Cina, Corea del Nord o dei pretesi rappresentanti del “socialismo arabo”[4]. Questo regime si è dichiarato in lotta contro “ il neoliberismo selvaggio”, ma gli effetti di questo “socialismo” si sono rivelati altrettanto devastanti per la popolazione: lo stato di estrema povertà tocca il 61.2% della popolazione e l’87% delle famiglie vive con un reddito inferiore alla soglia di povertà, oltre il 10% dei bambini soffre di denutrizione grave, ogni settimana nel 2017 in media sono morti tra cinque e sei bambini per malnutrizione o per malattia, e, nel 2017 e 2018, l’iperinflazione ha superato 1.000.000 %, polverizzando i salari. La politica chavista non solo ha eliminato in pratica i contratti collettivi ma ha inoltre instaurato un regime repressivo nei luoghi di lavoro e nelle aziende.
Questi modelli di gestione del capitale come quello del regime chavista sono regimi che non c’entrano nulla con il comunismo per il quale hanno lottato Marx, Engels, Lenin, Rosa Luxemburg e tutti quelli che hanno riconosciuto la necessità di porre fine allo stato borghese (sotto governi sia di destra che di sinistra) e alle cieche leggi del modo di produzione capitalista. Noi non dobbiamo dimenticare che né la sinistra del capitale né le frazioni di destra della borghesia possono trovare una soluzione alla crisi del capitalismo in questa fase di decomposizione: in Argentina, ad esempio, la destra, dopo aver soppiantato i governi di sinistra dei Kirchner, è ormai precipitata in una crisi di gran lunga peggiore che fa ricadere sulla pelle degli operai. Sta per succedere lo stesso con il governo di Bolsonaro in Brasile.
Il chavismo, e i suoi seguaci gauchisti di tutto il mondo, come le diverse opposizioni di centro o di destra, hanno sfacciatamente tentato di distorcere l’eredità storica del marxismo e gli insegnamenti che le lotte del movimento operaio hanno lasciato, diffondendo ogni sorta di menzogne e confusione, quando non hanno cercato di cancellarla completamente, e questo sia quando si autoproclamano “marxisti” che quando identificano il cosiddetto “socialismo del XX secolo” con il “comunismo”. Tutti hanno cercato di mantenere il loro dominio di classe: ora è il turno della destra o del centrodestra, che afferma che bisogna estirpare il “comunismo” in America latina identificandolo con il chavismo o con il castrismo.
Come già detto, Guaidò è stato sostenuto dagli Stati Uniti che cercano di ristabilire un maggiore potere di controllo sul proprio “giardino di casa. La Cina, con l’aumento della sua influenza in America latina e in altri paesi del mondo, in particolare attraverso il suo ambizioso programma della “via della seta”, pretende non solo di ritagliarsi una quota più grande del mercato mondiale alla sua portata, ma aspira anche a un insediamento strategico imperialistico su scala mondiale. Attraverso la sua espansione sul piano economico, la Cina tenta di tessere una rete imperialista di dimensione globale per demolire il cordone di sicurezza che la circonda dal periodo della presidenza di Obama (Giappone, Corea del Sud, Filippine, India, etc.). In questo senso, le alleanze con il Venezuela, L’Ecuador, il Nicaragua, etc. assumono grande importanza nel quadro delle ambizioni imperialiste della Cina. “L’operazione Guaidò” è un contrattacco degli Stati Uniti che si aggiunge alle posizioni conquistate in Argentina e in Brasile e alla tradizionale fedeltà dell’alleanza con la Colombia.
Il primo passo dell’operazione imperialista degli Stati Uniti è l’impiego di un preteso “aiuto umanitario”. È il colmo del cinismo e dell’ipocrisia usare la fame, la mancanza di medicinali, la situazione disperata di milioni di lavoratori e di sfruttati in Venezuela per attuare la prima fase della strategia contro il regime di Maduro. I camion che portano alimenti e medicinali e che sono parcheggiati sul famoso ponte alla periferia della città colombiana di Cucuta sono l’equivalente dell’invio di missili e di bombardieri. Con essi, l’imperialismo americano cerca di mettere in una situazione scomoda il suo rivale imperialista chavista: quella di rifiutare il cibo e le medicine destinate a una popolazione che soffre la fame. I due protagonisti, americani e chavisti, i sostenitori di Guaidò come quelli di Maduro, dimostrano così il loro ripugnante cinismo. I primi, sfruttando la fame tra la popolazione come arma di guerra, con la stessa operazione già realizzata da Clinton nel 1998-99 in Serbia dove tonnellate di alimenti furono lanciati da aerei per indebolire il regime avverso di Milosevic o la manovra simile svolta ad Haiti nel 2004[5]. I secondi, con Maduro in testa, rifiutando l’aiuto e dimostrando così una realtà evidente: a loro non importa niente della fame, della sorte e delle sofferenze indicibili delle popolazioni.
Maduro resta aggrappato il più possibile al potere, e, senza dubbio, la Cina e la Russia faranno il possibile per sostenerlo. Finora l’esercito e le forze di repressione hanno seguito a ranghi compatti il chavismo. Quello che ora si prevede è indebolire la fedeltà incondizionata dell’apparato militare e poliziesco verso Maduro. La realizzazione di questa operazione di destabilizzazione fa prevedere il rischio di scontri armati. Data la gravità delle sfide imperialiste e l’elevato grado di decomposizione ideologica, politica, economica e sociale che si è sviluppata in Venezuela, esiste la reale possibilità che la situazione possa scatenare anche una guerra civile o, comunque, degeneri in una serie di scontri con ripetuti bagni di sangue, provocando una spirale di caos crescente e una moltiplicazione di regolamenti di conti di ogni genere nei quali il paese e tutta la regione finirebbero per sprofondare. La paura di questa prospettiva è, peraltro, alimentata dalle analisi dell’Osservatore venezuelano della Violenza che stima la presenza in Venezuela di otto milioni di armi da fuoco che circolano illegalmente. Mancano, inoltre, dati precisi sul numero di armi nelle mani del crimine organizzato, e a ciò si aggiunge la minaccia del governo chavista di fornire 500.000 fucili alle sue milizie paramilitari.
L’esodo massiccio della popolazione venezuelana verso i paesi della regione, come la Colombia, il Brasile, l’Argentina, il Cile, l’Ecuador e il Perù (con carovane di marciatori simili a quelle che percorrono le strade dall’Honduras fino agli Stati Uniti) contribuisce a diffondere il caos. È un problema da non sottovalutare e al quale i borghesi dei paesi più coinvolti rispondono con campagne razziste e xenofobe concepite come barriere al dilagare del caos[6].
La crisi del capitalismo è inarrestabile, essa si nutre giorno dopo giorno delle stesse contraddizioni del sistema. Per questo l’uscita dalla crisi che gli sfruttati subiscono sulla loro pelle sarà possibile solo con l’unione dei proletari del Venezuela, di tutta l’area e del mondo intero. Nell’attuale fase di decomposizione del capitalismo, non c’è alcun paese del mondo che non rischi di soffrire a causa della stessa barbarie che colpisce oggi la vita quotidiana in Venezuela. Né i populisti di sinistra e di destra, né i difensori del neoliberismo possono rappresentare una soluzione.
Gli operai in Venezuela devono rigettare qualsiasi arruolamento nelle file delle frazioni in lotta per il potere, devono respingere il richiamo di sirena della borghesia di opposizione che chiama le masse sfruttate a unirsi alla sua lotta; allo stesso modo non devono cadere nelle reti dei partiti, dei gruppi o dei sindacati di sinistra né in quelle dei gauchisti che si oppongono al regime, come quelli che si richiamano a un cosiddetto “chavismo senza Chavez” che pretendono di fornire una loro interpretazione borghese di sinistra di un regime di sfruttamento del tutto simile a quello di Maduro.
In Venezuela ci sono state numerose manifestazioni di protesta sotto il regime chavista. Solo nel 2018 ne sono state contate 5 000 (una media di trenta al giorno), la maggior parte per chiedere i diritti sociali fondamentali, come cibo, acqua, servizi sociali e migliori salari. Vanno segnalate, in particolare negli ultimi anni, le lotte dei medici e degli infermieri che non solo hanno osato sfidare le forze di repressione dello Stato, ma hanno anche mostrato una solidarietà propria di una reazione di classe, identificando i loro interessi con quelli dei loro pazienti che non hanno medicine né possibilità di cure e chiamando all’unità della loro lotta con altri settori come gli insegnanti. Tuttavia queste lotte non sono state risparmiate dalla penetrazione delle organizzazioni sindacali e corporative con lo scopo di controllarle e sabotarle, anche se va sottolineato che c’era una tendenza a rifiutare sia il chavismo che le forze di opposizione per cercare di essere più autonomi nelle lotte. Gli operai devono continuare le loro lotte contro il regime di sfruttamento della borghesia sul loro terreno di classe. In questa battaglia gli operai devono cercare di trascinare dietro di loro gli altri strati non sfruttati della società: il proletariato è la sola classe che ha la capacità di trasformare l’indignazione sociale in vero programma politico di trasformazione sociale.
Le organizzazioni rivoluzionarie che si richiamano alla Sinistra comunista, come le minoranze più politicizzate del Venezuela, della regione come del mondo intero, devono sviluppare un movimento sulle basi proletarie della solidarietà e della lotta con le masse sfruttate come quelle del Venezuela in qualunque parte del globo. Il proletariato mondiale ha una risposta da dare di fronte a questa prospettiva di sprofondamento nella barbarie: perciò deve difendere con tutte le sue forze la sua autonomia di classe, cosa che presuppone il rifiuto di tutte le fazioni borghesi rivali e l’affermazione delle proprie rivendicazioni come classe: la lotta per l’unità di tutti gli operai deve costruirsi intorno al grido di battaglia “Qui o altrove, dovunque, la stessa classe operaia!”
CCI 12 febbraio 2019
[1] Per comprendere a fondo e nella sua dimensione storica la nozione di “decomposizione del capitalismo”, leggere il nostro articolo “La decomposizione, fase ultima della decadenza capitalista”, Rivista internazionale n° 14
[2] Vedere il nostro articolo “Crisi in Venezuela”: il proletariato esposto alla miseria, al caos e alla repressione capitalista” (sul sito in francese)
[3] Vedere il nostro articolo “Il ‘socialismo’ alla Chavez: l’arte di distribuire la miseria” su Rivoluzione Internazionale n. 145 -2006, e quello scritto in occasione della morte di Chavez nel marzo 2013: “Il lascito di Chavez alla borghesia: un programma di difesa del capitale, una grande mistificazione per le masse impoverite”, sul nostro sito in francese
[4] In più occasioni abbiamo denunciato la “grande menzogna” del XX secolo, vale a dire il presunto “comunismo” dei paesi come l’URSS, la Cina, Cuba, la Corea del Nord, etc. Vedere in particolare il nostro articolo ripreso da Internationalisme, organo della Sinistra comunista di Francia (1946) e pubblicato nella Revue Internationale n°131 (4° trimestre 2007): “L’esperienza russa: proprietà privata e proprietà collettiva”. Si può rinviare anche ai nostri articoli in spagnolo: “Cinque domande sul comunismo” e “20 anni dopo la caduta dello stalinismo, l’URSS era un capitalismo di Stato o uno “Stato operaio degenerato?”
[5] Vedere in particolare l’articolo: “Dietro le operazioni “umanitarie”, le grandi potenze fanno la guerra”. Revue internationale n°71 (4°trimestre 1992), e l’articolo in spagnolo: “Haiti: Dietro l’aiuto umanitario, l’ipocrisia borghese e lo scontro imperialista
[6] Leggere il nostro articolo: “Migrazioni in America Latina: solo il proletariato può fermare la barbarie del capitalismo in decomposizione”, Révolution internationale n° 474 (gennaio-febbraio 2019)
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Un secolo fa, a cavallo degli anni 1918 e 1919, il proletariato si solleva in Germania, organizzandosi in Consigli e opponendosi alla barbarie capitalista. Saldare la rivoluzione dell’arretrata Russia e quella della più sviluppata Germania avrebbe potuto rappresentare una concreta possibilità di vittoria del proletariato, nel contesto dell’ondata rivoluzionaria internazionale tra gli anni Dieci e Venti del Novecento. La storia sarebbe potuta essere un’altra.
La sconfitta in Germania fu drammatica ma allo stesso tempo ricca di lezioni su:
- il carattere internazionale dell’ondata rivoluzionaria di quegli anni: la rivoluzione è internazionale o non è;
- il definitivo tradimento della socialdemocrazia e il ricorso alla sinistra e all’estrema sinistra borghesi da parte del dominio capitalista contro il proletariato rivoluzionario;
- le illusioni sulla democrazia e il machiavellismo borghese;
- la necessità di un Partito comunista nato prima della rivoluzione, centralizzato a livello internazionale, con basi organizzative, teoriche e programmatiche chiare e solide.
Su questi avvenimenti e sulle loro lezioni invitiamo a confrontarsi e ragionare insieme tutte/i coloro che avvertono che questa società fatta di sfruttamento, dominio e oppressione ha da offrire solo un futuro di barbarie.
Senza trarre gli insegnamenti dalla nostra storia, la prospettiva di una società finalmente umana sarebbe una chimera. Farne la nostra forza, attraverso la riflessione e la discussione, è invece la condizione di un rinnovato impegno in direzione del partito comunista mondiale e della rivoluzione comunista di domani.
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Da mesi si succedono manifestazioni di giovani in 270 città in tutto il mondo per protestare contro il deterioramento del clima e la distruzione dell’ambiente.
I giovani scendono in strada per esprimere una preoccupazione del tutto giustificata per il futuro del pianeta e per la stessa razza umana, un futuro sempre più compromesso dagli effetti di un sistema di produzione che distrugge l’ambiente naturale (mentre distrugge la vita di milioni di esseri umani attraverso lo sfruttamento, la guerra e la miseria che provoca) e che provoca cambiamenti nelle condizioni climatiche, atmosferiche e riproduttive del pianeta con conseguenze sempre più catastrofiche.
Allo stesso modo, esprimono la loro indignazione per il cinismo e l’ipocrisia dei leader che si riempiono la bocca di dichiarazioni che esprimono “la loro preoccupazione” per il “problema dell’ambiente” e che organizzano innumerevoli forum (Kyoto, Parigi, ecc.) per adottare “misure” tanto spettacolari quanto inefficaci mentre, coltivando i loro scopi imperialisti ed economici, non fanno che aggravare ulteriormente il deterioramento del pianeta.
La trappola del movimento «per il clima»
Condividiamo pienamente la preoccupazione e l’indignazione di queste decine di migliaia di giovani, ma dobbiamo chiederci se questo movimento, nei suoi obiettivi, approcci e metodi, sia la giusta lotta per risolvere il problema o se sia una trappola che può solo portare allo scoraggiamento e all’amarezza di essere usati e ingannati.
La storia degli ultimi 100 anni è piena di questo tipo di inganni ripugnanti perpetrati dai governi e dai partiti che servono il capitalismo. Negli anni ‘30 e ‘80, grandi manifestazioni “per la pace” sono state organizzate dai governi e dai partiti “democratici”, e l’esperienza ha mostrato che si trattava di una terribile manipolazione perché con queste mobilitazioni “pacifiste” stavano preparando la guerra: la Seconda Guerra mondiale con i suoi 60 milioni di morti o le innumerevoli guerre locali che continuano a portare morte, rovine e dolore in tante parti del pianeta.
Le manifestazioni attuali hanno come obiettivo di “chiedere alle autorità di fare qualcosa”, di fare pressione su di loro, persino di riempire i loro computer di mail, di tweet ecc., piene di minacce.
Ma sono queste stesse autorità che, per difendere gli interessi capitalistici del massimo profitto e l’occupazione di posizioni strategiche sul mercato mondiale, adottano misure che non fanno che peggiorare il deterioramento del clima e dell'ambiente. L’idea di fare “pressione” sui governi perché questi “si muovano” è come chiedere a un hacker di occuparsi della sicurezza informatica o a una volpe di prendersi cura dei polli.
I leader statali non sono “al servizio dei cittadini”, né cercano di “ascoltare le loro richieste”. Lo Stato non è l’organo del “popolo”, ma la macchina esclusiva e di esclusione che difende gli interessi di ogni capitale nazionale, la minoranza che ci sfrutta e che è responsabile del degrado dell’ambiente.
Gli iniziatori del movimento denunciano il fatto che “da 40 anni, i partiti politici di tutti i colori stanno perdendo la guerra contro il cambiamento climatico!" Questi partiti non fanno che promettere e ingannare la gente, mentre in pratica prendono decisioni economiche, militari o belliche che contribuiscono alla distruzione del pianeta. Uno studente diciottenne della scuola superiore di Ginevra ha denunciato questa farsa: “C’é una grande sfiducia nella politica istituzionale, ma anche nelle organizzazioni ambientaliste come Greenpeace, che sono percepite come troppo moderate e istituzionalizzate”.
Le dimostrazioni spingono per avere dei “colloqui” con ministri, parlamentari, gruppi di pressione e attivisti ambientali. Ma questo serve solo a ridare un’immagine di credibilità allo stato democratico e a perdersi nel labirinto di leggi e politiche governative. I tentativi di “dialogo” con i portavoce politici portano solo a promesse magniloquenti che non risolvono nulla.
La parola d’ordine delle manifestazioni si propone di “Salvare il clima, cambiare il sistema”, una formula vaga che, nella pratica, finisce per perdersi in una serie di trattative con sindaci locali e governatori regionali che non risolvono assolutamente nulla e causano solo stanchezza e delusione.
In diverse scuole, ad esempio, sono stati creati dei “comitati per il clima” per sviluppare dei “progetti sul clima” per la scuola. Con lo slogan “Cambiate il mondo, a cominciare da voi stessi”, l'obiettivo proposto è quello di ridurre la tua “impronta ecologica”. Questo tipo di orientamento è particolarmente perverso perché CI FA SENTIRE COLPEVOLI DEL DISASTRO CLIMATICO, trasformando un problema storico e globale causato dal capitalismo in un problema “domestico” causato dagli individui. Ridurre “la nostra impronta ecologica” significherebbe usare meno acqua per lavare i piatti, fare la doccia solo una volta la settimana e non tirare lo scarico.
Quest’approccio di “responsabilizzazione degli individui” è particolarmente pericoloso. Prima di tutto, perché serve a scagionare da ogni responsabilità il Capitale e tutti gli Stati e i relativi governi. In secondo luogo, perché trasforma queste migliaia di giovani - che oggi sono liceali o universitari ma che domani saranno lavoratori o disoccupati – in “cittadini” che “esigono e reclamano dai loro governi”. Ciò produce una falsa immagine della società in cui viviamo, che non è formata da “cittadini liberi ed eguali” ma da classi sociali divise da interessi antagonisti: una minoranza, la classe capitalista, che possiede quasi tutto e che è sempre più ricca, e un’immensa maggioranza, il proletariato, che non possiede nulla e che è sempre più povero. Infine, ed è l’aspetto più grave, l’approccio individualistico di “fare qualcosa per il clima” porta alla divisione e allo scontro all’interno della stessa classe lavoratrice. Quando le fabbriche automobilistiche o altri rami industriali o logistici vengono chiusi in nome della “lotta per il clima”, le autorità punteranno il dito contro i lavoratori che resistono al licenziamento denunciandoli come complici del degrado climatico.
Con lo stesso approccio, ma invertito (“smettiamo di parlare di cambiamenti climatici e difendiamo i posti di lavoro”), il demagogo populista Trump ha ottenuto molti voti negli Stati industriali sinistrati del Midwest degli Stati Uniti (“la cintura della ruggine”), cosa che gli ha permesso di vincere le elezioni presidenziali.
È un dilemma in cui vogliono intrappolarci: mantenere il posto di lavoro a spese del clima o perdere le condizioni di vita e il lavoro stesso per “salvare il pianeta”? È una trappola vile con cui il capitalismo salva i suoi interessi egoistici avvolti nell’attrattiva bandiera del “salvare il pianeta”.
L'alternativa è nelle mani del proletariato mondiale
I problemi della distruzione della natura, dell'esaurimento delle risorse naturali, del deterioramento e del riscaldamento globale possono essere risolti solo su scala globale. La borghesia non può e non vuole farlo perché, nel capitalismo, lo Stato nazionale è la forma più alta di unità che può raggiungere. Di conseguenza, le nazioni si scontrano come avvoltoi, per quanto "verdi" possano essere i loro governi, nonostante l'esistenza di conferenze internazionali e di organizzazioni sovranazionali come l'ONU o l'Unione Europe.
Le organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite non mirano a "risolvere i problemi della popolazione mondiale". Non esiste una "comunità internazionale delle nazioni". Al contrario, il mondo è teatro di un brutale scontro imperialista tra tutti gli Stati e di una competizione a morte per trarne il massimo profitto. L'ONU e la moltitudine di organizzazioni internazionali di "cooperazione" sono covi di briganti usati da ogni capitale nazionale per imporre i propri interessi.
L'unica classe che può affermare un vero internazionalismo è la classe operaia.
Quali forze sociali possono realizzare un cambiamento così profondo? A differenza della borghesia, la classe operaia è in grado di unirsi a livello mondiale, di superare le divisioni e le opposizioni tra Stati nazionali e non ha alcun privilegio da difendere nell’attuale società di sfruttamento. I problemi ambientali potranno essere realmente affrontati solo nel quadro di una lotta rivoluzionaria della classe operaia mondiale.
La classe operaia, in quanto classe più sfruttata della società, non ha alcun interesse a difendere questo sistema decadente e, d'altra parte, per il modo associato in cui è organizzata nel capitalismo, può gettare le basi per un'altra società. Una società che non impone la divisione tra i popoli, tra la natura e i prodotti che ne derivano, tra l'uomo e il suo ambiente naturale. Quando la classe operaia si afferma come classe autonoma sviluppando una lotta di massa, sul proprio terreno di classe, trascina dietro di sé una parte sempre più ampia della società, dietro i propri metodi di lotta e le sue parole d’ordine unitarie e, alla fine, al proprio progetto rivoluzionario per la trasformazione della società.
Il movimento contro il riscaldamento climatico si sta sviluppando in un contesto di quasi totale assenza di lotte da parte della classe operaia, la quale sta affrontando anche una perdita di fiducia in se stessa e persino della propria identità di classe. Di conseguenza, la classe operaia non è ancora in grado di rispondere alla questione che alcuni dei partecipanti al movimento climatico si porranno, vale a dire quella di una prospettiva futura di fronte ad una società capitalista che si dirige verso l'abisso.
Cosa possiamo fare? Non si tratta di non fare nulla, si tratta di rifiutare il pretesto di "fare qualcosa" per sostenere, con questo pretesto, i partiti e i governi al servizio del capitalismo.
L'indignazione e la preoccupazione per il futuro del pianeta cominceranno a trovare un quadro storico di risposta con lo sviluppo delle lotte della classe operaia mondiale contro gli attacchi alle sue condizioni di vita, i licenziamenti, ecc. perché c'è un'unità tra la lotta contro gli effetti dello sfruttamento capitalista e la lotta per la sua abolizione.
I giovani che partecipano al movimento devono capire che non sono dei " futuri cittadini " ma, nella loro grande maggioranza, dei futuri precari, futuri disoccupati, futuri sfruttati, che dovranno unire alla loro lotta contro lo sfruttamento capitalista la lotta contro la guerra, la catastrofe ambientale, la barbarie morale che questo sistema di sfruttamento emana da tutti i pori.
Questo è ciò che il movimento contro il Contratto di Primo Impiego in Francia nel 2006 e il movimento degli Indignati in Spagna e in altri paesi nel 2011 hanno iniziato a fare, seppur molto timidamente. In questi movimenti di giovani intravedevano che il loro futuro non quello di "cittadini liberi ed eguali", ma quello di persone sfruttate che devono lottare contro lo sfruttamento per abolirlo definitivamente.
Nel capitalismo non c'è soluzione: né alla distruzione del pianeta, né alle guerre, né alla disoccupazione, né alla precarietà. Solo la lotta del proletariato mondiale con tutti gli oppressi e sfruttati del mondo può aprire la strada a un'alternativa.
Corrente Comunista Internazionale (14-3-2019)
Sito Web: https://it.internationalism.org/ [522]
Indirizzo Internet: [email protected] [39]
Indirizzo postale: R. I. Casella postale 469, 80132 Napoli, Italia
Alcuni articoli sulla distruzione dell’ambiente:
https://it.internationalism.org/content/rivista-internazionale-ndeg-30 [577]
Il mondo sulla soglia di un collasso ambientale (II). Di chi è la responsabilità?
Conferenza di Copenaghen: crisi economica, crisi ecologica, il capitalismo non ha soluzioni
Recensione del libro Il mito dell’economia verde, di A. Kennis e M. Lievens
Crisi alimentare. Il prezzo dell’ingordigia capitalista che ci ucciderà con la fame (rapporto dalle Filippine)
… e sulla lotta dei giovani come futuri sfruttati:
• Tesi sul movimento degli studenti nella primavera 2006 in Francia
https://it.internationalism.org/rint/28_tesi_studenti [134]
• Movimento degli indignati in Spagna, Grecia e Israele: dall’indignazione alla preparazione delle battaglie di classe
La mobilitazione degli "indignati" in Spagna e le sue ripercussioni nel mondo: un movimento portatore di avvenire
Il proletariato deve riappropriarsi delle sue esperienze rivoluzionarie
In occasione dell'anniversario dell'assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht il 15 gennaio 1919, commissionato dal Partito socialista tedesco (SPD), ripubblichiamo questo articolo apparso per la prima volta nel 1946 nell' Étincelle, giornale della Sinistra Comunista di Francia, organizzazione alla quale è collegata politicamente la CCI. Nel 1989, durante il crollo dei regimi stalinisti, i partiti di destra e quelli "socialisti" hanno celebrato la "morte del comunismo" e la "vittoria definitiva" del capitalismo liberale e democratico: si trattava di demoralizzare la classe operaia, di distoglierla da qualsiasi aspirazione verso un'altra società, di paralizzare il suo spirito combattivo. Oggi, mentre il "grande vincitore" del preteso "comunismo" rivela sempre più l'ampiezza del suo fallimento economico e mentre il proletariato ritrova un po’ ovunque la strada della sua prospettiva storica, i partiti di sinistra, "socialisti", "comunisti" e gauchisti, s'apprestano ancora una volta ad utilizzare i nomi delle "tre L" (Lenin, Liebknecht, Luxemburg) per deviare i proletari dalla lotta a cui queste grandi figure del movimento operaio hanno dedicato e dato la vita (e in particolare contro il massacro imperialista del 1914-1918). A quel tempo, la verità sulle "tre L" era un modo per resistere alla terribile controrivoluzione che pesava sul proletariato. Oggi è uno strumento della lotta di questa classe per contrastare le insidie che la borghesia seminerà sulla strada della sua prospettiva rivoluzionaria. Ecco perché oggi questo articolo è ancora attuale.
"Quando i grandi rivoluzionari sono ancora vivi, le classi degli oppressori li ricompensano con incessanti persecuzioni; accolgono la loro dottrina con la furia più selvaggia, con l'odio più selvaggio, con le più furiose campagne di bugie e calunnie. Dopo la loro morte, tentano di renderli icone innocue, di canonizzarli, per così dire, circondandone il nome di una certa aureola per "consolare" le classi oppresse e confonderle; così facendo, la loro dottrina rivoluzionaria viene svuotata del suo contenuto, è degradata e la loro incisività rivoluzionaria viene smussata" (Lenin, Stato e Rivoluzione).
Evocare queste tre figure, la loro vita, le loro opere, la loro lotta, è evocare la storia e l'esperienza della lotta internazionale del proletariato durante il primo quarto del ventesimo secolo. Mai le vite degli uomini sono state meno private, meno personali, più interamente legate alla causa dell'emancipazione rivoluzionaria della classe degli oppressi, quanto le vite di queste tre nobili figure del movimento operaio.
Più di ogni altra classe nella storia, il proletariato è ricco di belle figure rivoluzionarie, militanti devoti, lottatori instancabili, martiri, pensatori e uomini d'azione. Ciò è dovuto al fatto che, a differenza delle altre classi rivoluzionarie della storia, che hanno lottato contro le classi reazionarie solo per sostituire il proprio dominio e mettere la società al servizio dei propri egoistici interessi di classe privilegiati, il proletariato non ha privilegi da conquistare. La sua emancipazione è l'emancipazione di tutti gli oppressi e di tutte le oppressioni, la sua missione è quella della liberazione dell'intera umanità, da tutte le ineguaglianze e ingiustizie sociali, da ogni sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, da ogni servitù: economica, politica e sociale.
Distruggendo con la rivoluzione la società capitalista e il suo Stato, costruendo la società socialista senza classi, il proletariato, compiendo la sua missione storica, aprirà una nuova era della storia umana, l'era della vera libertà e della fioritura di tutte le facoltà dell'uomo. Così, nel periodo del declino del capitalismo, solo il proletariato e la sua lotta di emancipazione offrono un terreno storico che esprime tutto ciò che è progressivo nel pensiero, nelle aspirazioni, nell'ideale e in tutto i campi dell'attività umana. È in questa lotta liberatrice del proletariato che la storia ha posto la fonte vivificante delle più alte qualità morali umane: disinteresse, abnegazione, devozione assoluta alla causa collettiva, coraggio. Ma possiamo affermare, senza paura di cadere nell'idolatria, che fino ad oggi, a parte forse i fondatori del socialismo scientifico, il proletariato non ha trovato rappresentanti migliori, guide più grandi, figure più nobili per simboleggiare il suo ideale e la sua lotta, quanto quelli di Lenin, Luxemburg e Liebknecht.
Il proletariato non ha né dei né idoli. L'idolatria è la caratteristica di uno stato arretrato e primitivo degli uomini. È anche un'arma per la conservazione delle classi reazionarie, per l'abbrutimento delle masse. Niente è più funesto alla lotta rivoluzionaria del proletariato quanto la tendenza al feticismo e l'idolatria. Il proletariato, per vincere, ha bisogno di una consapevolezza sempre più acuta della realtà e del suo futuro. Non è in un misticismo, per quanto nobile sia la causa, che può trarre la forza per avanzare e compiere la sua missione rivoluzionaria, ma solo in una coscienza critica tratta dallo studio scientifico e dall'esperienza viva delle sue lotte passate. La commemorazione della morte di Lenin, Luxemburg e Liebknecht, non può mai essere per i rivoluzionari un atto religioso.
Il proletariato, per continuare la sua lotta, ha costantemente bisogno di studiare il proprio passato per assimilarne l'esperienza, per prenderne coscienza, per fare affidamento sull'acquisizioni storiche e anche per superarne gli inevitabili errori, per correggere attraverso la critica gli errori commessi, rafforzare le sue posizioni politiche attraverso la presa di coscienza delle carenze e delle lacune per completare il suo programma e infine per risolvere i problemi la cui soluzione è rimasta incompiuta ieri.
Per i marxisti rivoluzionari riluttanti all'idolatria e al dogmatismo religioso, commemorare le "tre L" significa attingere dal loro lavoro e dalla loro vita, dalla loro esperienza, gli elementi per la continuità della lotta e l'arricchimento del programma della rivoluzione socialista. Questo compito è alla base dell'esistenza e dell'attività delle frazioni della Sinistra comunista internazionale.
Non c'è esempio più rivoltante di deformazione, della più spudorata falsificazione di un'opera di un rivoluzionario, quanto quello che la borghesia ha fatto dell'opera di Lenin. Dopo averlo perseguitato, calunniato, con un odio implacabile per tutta la sua vita, la borghesia mondiale, per ingannare meglio il proletariato, ha costruito un falso Lenin a suo uso. Il suo corpo è usato per rendere inoffensivo il suo insegnamento e la sua opera. Si serve del Lenin morto per uccidere il Lenin vivo.
Lo stalinismo, il miglior agente del capitalismo mondiale, ha usato il nome di questo leader della Rivoluzione d'Ottobre per realizzare la controrivoluzione capitalista in Russia. È citando Lenin che hanno massacrato tutti i suoi compagni di lotta. Per trascinare i lavoratori russi e del mondo nel massacro imperialista, hanno presenta Lenin come "eroe nazionale russo", sostenitore della "difesa nazionale".
L'azione di Lenin, che è stato un accanito nemico di ogni momento del capitalismo russo e mondiale e di tutti i rinnegati passati al servizio del capitalismo, non può essere scritta all'interno di un articolo. La sua opera trova la sua massima espressione nei seguenti tre punti che si situano all'alba, alla maturità e alla fine della vita.
Innanzitutto la nozione di partito che dà nel 1902 nel Che fare?
Senza un partito politico rivoluzionario il proletariato non può né fare la rivoluzione né prendere coscienza della necessità della rivoluzione. Il partito è il laboratorio di fermentazione ideologica della classe. "Senza teoria rivoluzionaria, non c'è movimento rivoluzionario". Costruire, cementare il Partito della Rivoluzione sarà la base di tutto il suo lavoro. L'ottobre 1917 fornirà la conferma storica della correttezza di questo principio. É solo grazie all'esistenza di questo partito rivoluzionario, il Partito bolscevico di Lenin, che il proletariato è riuscito ad uscire vittorioso in Ottobre.
Il secondo punto è la posizione di classe contro la guerra imperialista nel 1914. Non solo il proletariato respinge qualsiasi difesa nazionale in regime capitalistico, ma deve lavorare, attraverso le sue lotte di classe, per sconfiggere la sua stessa borghesia, per il disfattismo rivoluzionario. Deve operare attraverso la lotta di classe rivoluzionaria, con la fraternizzazione dei soldati su entrambi i lati delle frontiere imperialiste, con la trasformazione della guerra imperialista in una guerra civile, per la rivoluzione socialista.
Lenin denuncerà tutti i falsi socialisti che hanno tradito il proletariato per servire la loro borghesia; egli denuncerà violentemente tutti coloro che, mentre dicono di essere contro la guerra, esitano a rompere con i traditori e i rinnegati. Proclamerà la necessità della formazione di una nuova Internazionale e nuovi partiti, dove i traditori e gli opportunisti non avranno il diritto di cittadinanza. Infine, dimostra che la fase imperialista è l'ultimo stadio del capitalismo, il periodo di guerre imperialiste, e che solo il proletariato, attraverso la rivoluzione, può mettervi fine. Questa tesi di Lenin è stata confermata dallo scoppio della rivoluzione in Russia e poi in Germania, che mise fine alla prima guerra mondiale. Essa si è nuovamente confermata in modo tragico, quando le sconfitte della rivoluzione e lo schiacciamento fisico e ideologico del proletariato hanno posto le condizioni della ripresa della guerra imperialista mondiale del 1939-1945. Infine, Lenin ha dimostrato nel 1917, nella pratica, che la trasformazione sociale non può avvenire pacificamente attraverso delle riforme, ma richiede la distruzione violenta, e da cima a fondo, dello Stato capitalista e l'istaurazione della dittatura del proletariato contro la classe capitalista.
La vittoria della Rivoluzione d'Ottobre, la costruzione dell'Internazionale Comunista, partito della rivoluzione mondiale, le tesi fondamentali dell'Internazionale Comunista sono il coronamento dell'opera di Lenin e il punto culminante, la posizione più avanzata raggiunta dal proletariato nel periodo precedente.
La morte di Lenin coincide con il riflusso della rivoluzione e le sconfitte del proletariato. In questo periodo di riflusso, l'assenza di Lenin ha pesato fortemente sul movimento rivoluzionario. Il lavoro di Lenin per quanto ricco non è esente da errori e lacune. Spetta ai rivoluzionari di oggi correggere e superare gli errori storici del proletariato. Ma Lenin, con la sua opera e la sua azione, ha permesso un passo gigantesco e decisivo sul cammino della rivoluzione e rimarrà per questo una guida immortale del proletariato.
L'opera di Rosa Luxemburg è ancora, oggi, profondamente ignorata, non solo dalle grandi masse, ma anche da militanti politicamente formati.
Il contributo di Rosa nella teoria marxista la rende l'allieva e la continuatrice più brillante e profonda di Karl Marx.
La sua analisi dell'evoluzione dell'economia capitalista fornisce l'unica spiegazione scientifica della crisi definitiva e permanente del capitalismo. È impossibile considerare seriamente lo studio della nostra epoca, dell'imperialismo, dell'inevitabilità della crisi economica e delle guerre imperialiste, senza basarsi sull'analisi penetrante di Rosa. Nel dare una soluzione scientifica ai problemi della riproduzione allargata e all'accumulazione del capitale che risultano incompiute in Marx, Rosa ha liberato il socialismo da un impasse per collocarlo nella sua oggettiva necessità.
Ma Rosa Luxemburg non è stata solo una grande teorica ed un'erudita economista, ma soprattutto una combattente rivoluzionaria.
Riferimento indiscusso della sinistra della socialdemocrazia tedesca, denunciò, da subito, lo slittamento opportunistico della II Internazionale. Alla testa della sinistra, insieme al suo compagno di lotta Karl Liebknecht ruppe, durante la guerra del 1914-18, con la socialdemocrazia che aveva tradito la causa proletaria mettendosi al servizio della borghesia e di Guglielmo II.
Anni di reclusione per la sua azione contro la guerra non indebolirono il suo ardore. Uscita di prigione, organizzò lo Spartakusbund e ingaggiò la lotta per la rivoluzione socialista in Germania. La storia ha confermato la correttezza delle posizioni di Rosa in opposizione a Lenin su diverse questioni. In particolare sulla questione nazionale e coloniale Rosa denunciò l'errore della posizione di liberazione nazionale e del "diritto dei popoli a disporre di se stessi", una posizione essenzialmente borghese e storicamente reazionaria, che poteva solo deviare il proletariato dei piccoli paesi oppressi dal loro terreno di classe e rafforzare di conseguenza il capitalismo internazionale.
Gli eventi nei paesi baltici, la rivoluzione nazionale turca, come tutta una serie di rivoluzioni "nazionali", e la Cina nel 1927, confermarono sperimentalmente i tragici avvertimenti di Rosa.
Le organizzazioni di oggi non possono che riprendere la tesi fondamentale di Rosa sulla questione nazionale e approfondirla ulteriormente. Altre critiche e alcune messe in guardia di Rosa rispetto alla Rivoluzione russa, riguardanti la libertà e la violenza nella rivoluzione, devono servire da materiali (insieme alla successiva esperienza della Russia) per l’elaborazione di un nuovo programma dei partiti di classe.
Karl Liebknecht è l'altra grande figura della rivoluzione tedesca del 1919. Deputato del Reichstag, ruppe la disciplina del gruppo parlamentare e pronunciò dall'alto della tribuna del Parlamento l'atto d'accusa contro la guerra imperialista.
"Il nemico è nel nostro paese" proclamerà incessantemente Lieknknecht e chiamerà gli operai e i soldati alla fraternizzazione e alla rivolta. Il suo ardente impeto galvanizzerà le energie rivoluzionarie e la rivoluzione nel 1918 lo troverà con Rosa Luxemburg alla testa delle masse proletarie, nel punto culminante della battaglia.
Assassinando Karl e Rosa, mentre mummificava Lenin, la borghesia ha solo potuto ritardare la propria sconfitta.
La socialdemocrazia tedesca, per salvare il capitalismo dalla minaccia della rivoluzione, scatenerà una repressione cruenta contro il proletariato. Ma il massacro di decine di migliaia di proletari non è sufficiente. Finché Rosa e Liebknecht sono vivi, non si sente sicura. Sono loro due che cerca, a cui mira e che alla fine durante un trasferimento dalla prigione li farà assassinare dalla sua polizia. Hitler non ha inventato nulla; Noske, il ministro socialista e cane sanguinario della borghesia, gli diede la prima lezione facendogli da battistrada, proprio come Stalin gli insegnò a trasformare milioni di lavoratori e contadini in prigionieri politici, ed il massacro in massa dei rivoluzionari.
L'assassinio di Rosa e Karl decapitò la rivoluzione tedesca e la rivoluzione mondiale per anni. L'assenza di questi riferimenti rivoluzionari ha rappresentato un terribile handicap per il movimento operaio internazionale e per l'Internazionale comunista.
Ma il capitalismo può assassinare i dirigenti della rivoluzione, può momentaneamente celebrare la sua vittoria sul proletariato gettandolo nelle nuove guerre imperialiste. Tuttavia, non può risolvere le contraddizioni del suo regime che lo fanno precipitare nell'abisso della distruzione generalizzata.
Lenin, Karl e Rosa sono morti, ma il loro insegnamento rimane vivo. Rimangono il simbolo della lotta a morte contro il capitalismo e la guerra, attraverso la sola via offerta all'umanità, la rivoluzione proletaria.
È seguendo le loro tracce, continuando la loro opera, ispirata dal loro esempio e dal loro insegnamento, che il proletariato internazionale farà trionfare la causa per la quale essi sono caduti: la causa del proletariato e del socialismo.
L'Étincelle (Gennaio-febbraio 1946)
IL MOVIMENTO DEI "GILET GIALLI" PUO’ APRIRE LA STRADA ALLA LOTTA DICLASSE?
Pubblichiamo qui di seguito ampi stralci di una lettera ricevuta da un nostro lettore il quale, pur dichiarandosi d’accordo con la linea guida del nostro opuscolo sul movimento dei "gilet gialli", critica comunque alcune delle nostre posizioni, in particolare l'idea che non può aversi nulla di buono per il proletariato da questo movimento interclassista. Queste questioni toccano aspetti estremamente importanti della lotta del proletariato: che cos'è la classe operaia, la sua lotta, la sua prospettiva.
Solo attraverso un ampio, aperto e vivace dibattito saremo in grado di dare le risposte più adeguate, di partecipare allo sviluppo della coscienza di classe del proletariato, di impadronirci dell’arma della teoria. Incoraggiamo pertanto tutti i nostri lettori a scriverci, a formulare le loro critiche, i loro accordi o le loro domande, al fine di alimentare un dibattito vitale per il proletariato. È con questo spirito che accompagniamo questa lettera con la nostra risposta.
"(...) Ho esaminato le diverse posizioni, comprese quelle di diversi gruppi di sinistra che vedono questo movimento come una riedizione del 68. In effetti la differenza è ovvia, ma un tale confronto giustifica il loro sostegno sfrenato.
Possiamo riconoscere come si legge nel vostro opuscolo che lo scoppio spontaneo di questo movimento riflette una rabbia sociale molto profonda. Una rabbia molto diversificata, se non contraddittoria, che esprime il carattere interclassista e la sua espressione cittadina persino nazionalista. Concordo con la vostra critica di fondo.
Su tre punti ci potrebbe essere una discussione:
- L'idea di una trappola per i lavoratori. Qual è il significato di questa "trappola"? Una trappola coinvolge un'organizzazione che la prepara, la organizza, ecc. Ma non vediamo nulla di tutto questo nel nostro caso.
Anche nel volantino c’è l'idea che la classe operaia sia bloccata nella sua lotta: “Tutto questo bel mondo, ciascuno con il suo credo, occupa e squadra il terreno sociale per impedire ai lavoratori di mobilitarsi in massa, per sviluppare una lotta autonoma, solidale e unita contro gli attacchi della borghesia”. Gli operai sono solo “ostacolati”, altrimenti potrebbero lottare apertamente sul loro terreno di classe? No, certo.
E’ vero che si tratta di un movimento sociale misto, in cui la relazione non va a vantaggio della classe operaia e dà libero sfogo ad altri strati per sostenere i propri interessi, il che oggi non ci deve sorprendere.
In questo senso, è giusto affermare: “i proletari vogliono esprimere la loro rabbia profonda ma non sanno come combattere efficacemente per difendere le loro condizioni di esistenza contro i crescenti attacchi della borghesia e del suo governo”
- Ancora, è possibile concepire una lotta di classe autonoma come un prerequisito per un movimento successivo?
La lotta di classe non diventa autonoma quando comincia ad esprimersi come tale durante il movimento stesso?
- Sebbene condivida le critiche sul contenuto e sui metodi, rimarrei più aperto alla possibilità della loro evoluzione. [Voi avete] notato il carattere spontaneo nell'attivazione di questi blocchi, ma alcuni mostrano la preoccupazione di auto-organizzarsi, di lavorare come delle veri Assemblee Generali, ecc. (...)”
A partire da un'osservazione comune sul movimento dei “gilet gialli”[1] caratterizzati da “una rabbia molto diversificata se non contraddittoria, che esprime il carattere interclassista e la sua espressione cittadina anche nazionalista”, questa lettera solleva tre importanti domande.
Il nostro opuscolo afferma che questo movimento è una vera trappola per i proletari. Ma per il compagno “che senso dare a questa" trappola”? Una trappola coinvolge un'organizzazione che la prepara, la organizza, ecc. Ma non vediamo nulla di tutto ciò in questo caso” In effetti, questo movimento è nato spontaneamente. Un giovane imprenditore di Seine-et-Marne ha lanciato una petizione sui social network contro l'aumento delle tasse sul gasolio. Poi un autista dello stesso dipartimento ha invitato a bloccare le strade, indossando un giubbotto giallo. Da un clic all'altro, queste due grida di rabbia si sono diffuse ad altissima velocità, testimoniando una rabbia generalizzata nella popolazione.
Non è quindi una trappola imposta dalla borghesia, dal suo stato, dai suoi partiti, dai suoi sindacati o dai suoi media, ma da un movimento che, per sua natura interclassista, è di per sé una trappola per lavoratori. Perché in un movimento interclassista in cui i proletari (impiegati, studenti, pensionati, disoccupati ...) sono diluiti come individui - cittadini in mezzo a tutti gli altri strati della società (piccola borghesia, contadini, artigianato ...), questi strati intermedi dominano le aspirazioni sociali e i metodi di lotta dell’intero movimento.
Ecco perché il punto di partenza del movimento è stata l'esplosione di rabbia di camionisti, taxisti e capi di Piccole e Medie Imprese che protestano contro l'aumento delle tasse sul gasolio che penalizzano ancora di più le loro aziende. Ecco perché il mezzo privilegiato di azione è stato l'occupazione di rotatorie e caselli autostradali, e poi “la più bella strada del mondo”, gli Champs-Elysées, un gilet giallo fluorescente sulle spalle, per “farsi vedere”, “essere ascoltati” e soprattutto essere “riconosciuti “. Questo è il motivo per cui la bandiera tricolore, la Marsigliese e i riferimenti alla Rivoluzione francese del 1789, erano così onnipresenti in mezzo a questo grido del “Popolo di Francia”.
Tutti questi metodi non esprimono alcuna mobilitazione della classe operaia sul proprio terreno, che metta in discussione lo sfruttamento del capitalismo attraverso rivendicazioni come l'aumento dei salari, il ritiro di licenziamenti, ecc.
D'altra parte, i metodi di lotta della classe operaia non si sono mai espressi. L'assenza di scioperi in diversi settori della classe o delle assemblee generali, in cui gli sfruttati dibattono e riflettono sulla loro lotta e gli obiettivi da darsi, lo conferma facilmente.
Ancora peggio, il terreno marcio del populismo e della xenofobia contamina gran parte del movimento. Si sono manifestati anche alcuni degli aspetti più nauseanti dell'attuale periodo storico, come gli appelli ufficiali a rafforzare le leggi anti-immigrati o gli abusi xenofobi.[2] Oltre il 90% dei sostenitori del Rassemblement National di Martine Le Pen supporta “gilet gialli” e oltre il 40% dichiara di partecipare al movimento stesso.
Ecco in quale trappola sono stati caduti tutti questi proletari in gilet giallo. Sì, questo movimento era per loro una vera trappola ideologica.
In poche righe questa lettera pone una domanda centrale: “C'è anche nel volantino l'idea che la classe lavoratrice non possa combattere (...). Gli operai sono solo “ostacolati”, altrimenti avrebbero combattuto apertamente sul loro terreno di classe? No, certo” Quali sono le cause delle attuali difficoltà politiche della classe operaia? La risposta non è in una visione fotografica del proletariato di oggi, ma nel film della sua storia. Pertanto non possiamo rispondere completamente qui in questo articolo a questa domanda complessa[3]. Vogliamo semplicemente sottolineare un aspetto. Non dobbiamo sottovalutare l'indebolimento continuo operato dai sindacati il cui ruolo specifico per oltre un secolo è stato il sabotaggio, sul posto di lavoro, della lotta e della coscienza.
Solo un esempio: solo pochi mesi prima del movimento dei “gilet gialli”, i sindacati hanno organizzato lo “sciopero a singhiozzo dei ferrovieri”. Migliaia di lavoratori, particolarmente combattivi, hanno effettuato molti giorni di sciopero, completamente isolati, separati da altri settori del proletariato. Eppure, nello stesso tempo, nelle case di cura, nelle Poste, negli asili, negli ospedali, in alcune fabbriche, ecc., si stavano svolgendo altre lotte, ognuna nel proprio settore. Poi la CGT lanciò il suo appello per la “convergenza delle lotte”, una unità fasulla consistente nello scorrere per strada, uno dietro l'altro, con la “propria” parola d'ordine, la “propria” corporazione ", la “propria” azienda...per poi tornare a casa senza un'assemblea generale, senza discussione, senza solidarietà nella lotta.
Questi movimenti sindacali, che si ripetono anno dopo anno, hanno la sola funzione di diffondere il veleno della divisione, della disperazione, dell'impotenza. Quindi, effettivamente il sistematico sabotaggio dell'unità degli operai da parte dei sindacati è uno degli ingredienti principali dell'attuale debolezza del proletariato, una debolezza che crea un terreno fertile per l'esplosione della rabbia interclassista e, di conseguenza, senza prospettiva.
In realtà, la borghesia sfrutta le debolezze del proletariato nel tentativo di stordirlo ulteriormente. La classe lavoratrice sta attraversando un periodo difficile. Dal 1989, con le campagne sul crollo dello stalinismo identificate con il cosiddetto “fallimento del comunismo”, il proletariato non è stato in grado di riconquistare la sua identità di classe e di riconoscersi come una classe rivoluzionaria. Incapace di delineare la prospettiva di una società senza sfruttamento, la classe sfruttata rimane molto vulnerabile ma soprattutto molto passiva sul terreno delle lotte.
Se, giustamente, ampi settori del proletariato non si riconoscono nella rivolta popolare dei “gilet gialli”, allo stesso tempo questi settori centrali non sono stati in grado di mobilitarsi in modo solidale e unito, per rispondere agli attacchi del governo sul proprio terreno di classe e con i propri metodi di lotta.
Tuttavia, nonostante queste difficoltà, il proletariato non è battuto. Dato il malcontento generale e gli attacchi che si profilano, le grandi masse proletarie possono benissimo uscire da questo letargo nel prossimo periodo. Il futuro quindi appartiene sempre alla lotta di classe.
“La lotta di classe non diventa autonoma se non comincia ad esprimersi come tale durante il movimento stesso? Sebbene condivida le critiche sul contenuto e sui metodi, rimarrei più aperto alla possibilità della loro evoluzione. [Voi avete] notato il carattere spontaneo nell'attivazione di questi blocchi, ma alcuni mostrano la preoccupazione di auto-organizzarsi, di lavorare come delle vere Assemblee Generali, ecc. (...)”
Potrebbe il movimento dei “gilet gialli”, anche se è iniziato su cattive basi, trasformarsi, diventare qualcos'altro, una vera lotta della classe operaia?
A favore di questa tesi, vi è il graduale ampliamento delle rivendicazioni, poiché il rifiuto dell'aumento dell'imposta sul gasolio è passato in secondo piano rispetto a una maggiore protesta contro la povertà e per il potere d'acquisto. Inoltre, la simpatia della popolazione per questo movimento è innegabile. Se il movimento non fu mai massiccio (circa 300.000 “gilet gialli” al culmine della mobilitazione) e la maggioranza dei proletari delle grandi compagnie e del servizio pubblico sono rimasti spettatori, resta comunque vero che esso gode di una buona popolarità.
Sempre a sostegno di questa tesi, ci sono precedenti storici. Eccone solo tre, ma non meno importanti: la Comune di Parigi del 1871 aveva come premessa un'esplosione di rabbia apparentemente nazionalista e anti-prussiana; lo sciopero di massa in Russia nel 1905 iniziò sotto bandiere religiose, con un pope (Gapon) alla sua testa, il maggio del 1968 in Francia fu iniziato da un movimento di studenti che, all'epoca, erano spesso della piccola borghesia. Ogni volta, la classe operaia si è portata poi alla testa della lotta, con i suoi metodi, la sua organizzazione, la sua forza. Per parafrasare il nostro lettore, ogni volta “la lotta di classe è diventata autonoma esprimendosi come tale durante il movimento stesso”.
Quindi, il movimento dei “gilet gialli” potrebbe trasformarsi in qualcos'altro, in una vera lotta dei lavoratori? Lo stesso compagno risponde nella sua mail: “Esiste in effetti un movimento sociale misto, in cui il rapporto non va a vantaggio della classe operaia e dà libero sfogo ad altri strati per sostenere i propri interessi, il che non oggi non ci deve sorprendere “.
Ma perché? Perché oggi non siamo nel 1871, nel 1905 e nemmeno nel 1968. Nel 1871, la Comune di Parigi non è un’eccezione. In molte parti d'Europa, in particolare in Francia, la classe lavoratrice è in conflitto e molte “Comuni” stanno nascendo. Lo sciopero di massa in Russia nel 1905 è preceduto da un profondo processo di ascesa della lotta proletaria (di coscienza e organizzazione), anche a livello internazionale, dal 1890 (Rosa Luxemburg descrive magistralmente questo processo nel suo libro “Sciopero di massa, partito e sindacato”). Maggio 1968 arriva dopo un anno 1967 segnato da scioperi operai molto importanti, specialmente nelle grandi città dell'ovest della Francia.
Oggi, non vediamo nulla di tutto ciò. Come abbiamo detto prima, la classe operaia è intrappolata in grandi difficoltà. Non è nemmeno consapevole della sua esistenza come classe antagonista della borghesia e distinta dagli strati sociali intermedi (specialmente la piccola borghesia). Ha perso il ricordo del proprio passato e non riesce a riferirsi alla sua immensa esperienza storica, di cui si vergogna perfino, dal momento che la borghesia identifica costantemente la parola “operaio” con una specie “scomparsa” e la parola “comunismo” con la barbarie dello stalinismo.
In questa situazione, il movimento dei “gilet gialli” non potrebbe in alcun modo essere una sorta di trampolino o scintilla per una vera lotta della classe operaia. Al contrario, i proletari incorporati dietro gli slogan ed i metodi della piccola borghesia, annegati nell’ideologia interclassista della cittadinanza, diluito in tutti gli altri strati sociali non poteva che subire la pressione negativa del “democraticismo” borghese e del nazionalismo.
Comunque, fortunatamente, la maggioranza della classe operaia si è accontentata di un supporto platonico e i proletari non hanno partecipato in massa a questo movimento senza prospettiva. Questa riluttanza rivela che, al di là di simpatia per alcune delle affermazioni contro la povertà, la classe operaia è stata particolarmente distante, circospetta, fin dall'inizio, davanti alla focalizzazione sulle tasse e per i metodi utilizzati (l'occupazione delle rotatorie), allertata e disgustata dal supporto immediato dell'intera destra e dell'estrema destra.
Questa diffidenza dimostra che nonostante le sue difficoltà ad impegnarsi nella lotta sul proprio terreno di classe, il proletariato non è schiacciato, sconfitto, o arruolato massicciamente nelle idee putride della piccola borghesia e nel populismo xenofobo e anti-immigrati.
Ci sono stati anche, nelle ultime settimane, in mezzo a questa confusione, piccoli barlumi: gli studenti sono tornati a combattere contro la riforma della maturità (senza Marsigliese o bandiere tricolori), non per se stessi direttamente, ma in solidarietà con futuri studenti che sperimenteranno un'educazione al ribasso. Allo stesso modo, gli studenti si sono mobilitati per rifiutare l'aumento delle tasse di iscrizione nelle scuole per gli stranieri scandendo lo slogan “Solidarietà con gli immigrati”. La rabbia delle giovani generazioni istruite (e dei futuri proletari) è una risposta eclatante sia per le inique misure del governo sia per le rivendicazioni anti-immigrati dei “gilet gialli”. La solidarietà è il cemento e la forza della classe operaia.
Il proletariato ha perso momentaneamente la sua identità di classe, è tagliato fuori dalla sua storia ed esperienza. Ma è ancora vivo. Al suo interno, la riflessione sulla mancanza di prospettiva della società capitalista continua, specialmente tra gli elementi più coscienti e combattivi. Spinto dal peggioramento della crisi economica, all'inizio senza essere consapevole della sua forza, senza credere nella sua possibile unità e auto-organizzazione, il proletariato sarà costretto a combattere per difendere le sue condizioni. Il movimento dei “gilet gialli” è un segno rivelatore della profondità del malcontento che esiste in tutta la classe sfruttata e le potenzialità della prossima lotta di classe.
Di fronte alla momentanea paralisi della lotta di classe, i rivoluzionari devono essere pazienti, non debbono temere l’'isolamento, le piogge di critiche e incomprensioni; devono smascherare tutti i nemici del proletariato, tutte le trappole ideologiche, tutti i vicoli ciechi, per partecipare, con tutte le loro deboli forze, allo sviluppo della coscienza all'interno della classe operaia. Ciò con la convinzione che solo la lotta di classe è in grado di aprire una prospettiva futura per l'umanità.
Révolution Internationale, 24 dicembre 201
[1] “Di fronte alla miseria e il degrado delle nostre condizioni di vita: come lottare per respingere il governo e i datori di lavoro? (Volantino, disponibile sul nostro sito Internet).
[2] Vedi le “Tesi sul periodo di decomposizione”, Rivista internazionale n° 14.
[3] “Quando la Borghesia fa credere al proletariato che esso non esiste”, Révolution Internationale n° 447 (2014) e “Perché il proletariato non ha ancora distrutto il Capitalismo?”, Révue Internationale n° 104 (2001).
Pubblichiamo di seguito il bilancio di un collettivo di lavoratori che cerca di trarre le lezioni della lotta alla SNCF durante la scorsa primavera, preceduto da estratti di lettere che abbiamo inviato a questo collettivo per sostenere questo approccio profondo e combattivo. Questo è un evento molto importante, un'espressione della vita politica del proletariato. Questa notevole impresa è la conferma che, nonostante le grandi difficoltà che la classe sta attraversando, si sta sviluppando una maturazione sotterranea della coscienza animata, in particolare, da minoranze della classe operaia. Accogliamo calorosamente l'iniziativa di questi compagni, la qualità della loro riflessione, la loro apertura al dibattito, a combattere e resistere allo sfruttamento capitalista.
La CCI al Collettivo di operai di Nantes
Compagni,
Abbiamo letto il vostro testo “Tiriamo le lezioni dello sciopero alla SNCF” e vogliamo salutare questa presa di posizione che essenzialmente condividiamo. Questo sforzo di raggrupparsi, per discutere e riflettere insieme e diffondere il bilancio dello sciopero, è per noi un’espressione tipica di una classe, il proletariato, che, a livello internazionale, cerca di resistere allo sfruttamento capitalista, di darsi i mezzi per rafforzare le sue lotte, e che porta in sé una società liberata dalle classi, la società comunista. Il lavoro che voi avete svolto è un momento molto importante nel processo di unità, auto-organizzazione e di coscienza di classe.
Sosteniamo le lezioni che voi tirate dalla lotta dei lavoratori della SNCF della scorsa primavera e gli orientamenti che proponete per le prossime lotte. Sosteniamo in particolare:
- il rifiuto del corporativismo e la necessità dell'estensione della lotta;
- il rigetto della difesa dell'impresa, che sia sotto il controllo dello Stato nazionale o non;
- il rifiuto di orientamenti sterili come lo scontro sistematico con le forze della repressione, o la cosiddetta "solidarietà finanziaria" che mirava a scoraggiare l'entrata in lotta di altri settori;
- la necessità delle Assemblee generali veramente sovrane in cui sia possibile discutere e prendere decisioni;
- la condanna dei sindacati che hanno costantemente cercato di dividere la lotta, sia quelli corporativi che coloro che difendevano lo slogan ingannevole della “convergenza delle lotte”.
La vostra denuncia dei sindacati è molto concreta e mostra chiaramente a tutti la loro azione negativa nell'Assemblea generale, nelle manifestazioni e durante i negoziati con il padrone e lo Stato. Sulla loro natura sociale, avete assolutamente ragione nel sottolineare che " il sindacato ha un funzionamento basato sull'omogeneità di facciata, una struttura piramidale all'immagine dello Stato". Ciò si spiega, a nostro avviso, al fatto che tutti i sindacati sono stati integrati nello Stato in tutti i paesi all'epoca della Prima Guerra mondiale, che segnava l'apertura del periodo di decadenza del capitalismo. Oggi, l'organizzazione di tipo sindacale non corrisponde più ai bisogni della lotta dei lavoratori. Per noi è molto importante capire che quando sabotano le lotte, i sindacati fanno il loro lavoro, a prescindere dalla sincerità degli operai che vi aderiscono. In questo senso, avremmo una critica da fare quando voi denunciate “la strategia sindacale” e non “i sindacati” in quanto tali. Forse avremo l'opportunità di spiegare questa posizione della CCI davanti a voi[1].
(...) Come organizzazione comunista, siamo interessati a partecipare alle vostre discussioni. Come voi dite, "l'urgenza è di riunirsi per discutere ed esercitare il nostro pensiero critico". In attesa della vostra opinione su queste proposizioni, vogliate ricevere i nostri saluti fraterni,
RI, sezione in Francia della CCI
***
TRARRE LE LEZIONI DELLO SCIOPERO ALLA SNCF!
Questo testo è la sintesi delle discussioni tra i lavoratori delle ferrovie nella regione di Nantes sul movimento da marzo a luglio 2018. Risultato di scambi tra scioperanti, è inteso come un contributo al bilancio di questa lotta.
Il lungo periodo di sciopero a singhiozzo non è ancora finito, ma il risultato è lì. Sconcerto completo di fronte ai piani del governo. Questo movimento, che si rappresentava come l'ultimo blocco di un settore organizzato, ha subito una sconfitta sotto lo sguardo di tutti i lavoratori. Persino i funzionari sindacali si sono grattati la testa nel tentativo di trovare delle conquiste da attribuire allo sciopero: negoziati con il primo ministro piuttosto che con la ministra; il recupero da parte dello Stato di una parte del debito della SNCF, una ripresa già registrata dal rapporto Spinetta e resa necessaria dal cambio di statuto della società in una società anonima (S.A.) In breve: abbiamo vinto solo delle briciole!
Quindi un bilancio, per cosa? Questa sconfitta di una lotta operaia fa parte dell'impressionante insieme di battute d'arresto che ci viene inflitto dall'offensiva capitalista. Forte del suo successo, il governo moltiplicherà le sue iniziative su tutti i fronti (pensionamento, disoccupazione, ecc.) mettendo a profitto che resistere non ha alcun effetto. Se vogliamo rompere con questo sentimento, contribuire a che le lotte operaie si ergano all'altezza di questa offensiva sfrenata e ritrovare i veri punti di forza del movimento operaio, abbiamo bisogno di un bilancio senza alcuna concessione. Bilancio in positivo o negativo che deve servirci per continuare a combattere imparando dal passato.
Ci potranno dire: parlando di sconfitta mistificate la realtà, basta vedere i numeri dei partecipanti allo sciopero per convincersi del contrario. Sì, certo, la base degli scioperanti spesso era numerosa. Ma questa realtà solleva ancora di più dei problemi. In queste condizioni di alta partecipazione, come si arriva a fine lotta senza che alcuna concessione, anche la più piccola, sia stata strappata al governo? Crediamo che la critica e l'autocritica siano vitali per imparare da questo movimento.
I punti di vista qui sviluppati riflettono un'esperienza locale e limitata. Siamo quindi molto interessati ad approfondirli alla luce di altre esperienze di lotta (contatto: [email protected] [583]). È del tutto possibile che altrove la lotta abbia assunto forme diverse. Ultima cosa ma non meno importante, vogliamo aprire la discussione nell'interesse dell'insieme della nostra classe sociale, senza limitarci agli stretti confini di un'azienda. Non esiste una scorciatoia sul percorso dell'organizzazione degli operaia da parte degli stessi operai.
Prime reazioni
Il rapporto Spinetta è pubblicato il 15 febbraio. A grandi linee viene annunciato il contenuto del piano governativo: recupero del debito, trasformazione della società in S.A., messa in concorrenza, soppressione dello statuto, ecc. Il governo sta avanzando apertamente. Dall'altro lato è necessario aspettare il 22 marzo per vedere la prima reazione organizzata dai sindacati. Questa giornata di lotta a Parigi viene annunciata come una manifestazione di forza ... ma è un inganno. Diverse migliaia di manifestanti in strada, che sfilano in due cortei paralleli: ferrovieri da un lato, salariati del servizio pubblico dall'altro. Bisogna fare rumore e abbiamo fatto rumore! Ma tra i fumi, i suoni, i petardi esplosi è difficile parlare e discutere. Già appare l'opzione scelta dai sindacati (CGT in testa): mostrare la forza della corporazione organizzata dall'alto verso il basso.
Eppure manifestazioni del settore pubblico si svolgono lo stesso giorno in diverse città, a Nantes e altrove. Vediamo già che questa opzione gira le spalle alla ricerca di unità là dove i lavoratori, localmente, potrebbero controllarne lo sviluppo. Nel frattempo è noto il calendario degli scioperi: due giorni seguiti da tre giorni di ripresa del lavoro. La nostra prima impressione è negativa: è davvero diffondendo nel tempo il movimento che ci farà vincere? Con questo calendario, diamo la palla alla SNCF per farla organizzare (nessuna possibilità di prenotazione dei TGV apre nei giorni di sciopero, per esempio). Possiamo rassicurarci dicendo che mezzi d'azione diversi possano completarsi e avere più forza. Sarebbe possibile andare oltre il calendario intersindacale dopo i primi periodi di sciopero.
Ci sono discussioni sulle modalità di sciopero, ma la stragrande maggioranza è a favore. Altri sono favorevoli con alcune sfumature. Alcuni sperano in un movimento potente che vada oltre il quadro fissato. L'argomento principale di questa maggioranza è costituito dalle difficoltà nella mobilitazione. Ma nel complesso rimane difficile fare una valutazione del 22 marzo e del seguito. Ora ci sarebbe un grande bisogno di discutere sul da fare. Forte partecipazione allo sciopero visibile nelle percentuali degli scioperanti, anche alle prime Assemblee generali (240, 3 aprile) ma rapidamente si va verso la smobilitazione e la routine.
La routine dello sciopero
L'alternanza di scioperi /giorni lavorativi diventa una routine, alcuni scelgono i loro giorni in base alle loro esigenze personali, al fine settimana, ... La partecipazione alle Assemblee generali oscilla tra 60 e 150 scioperanti, con un rimbalzo a volte fino a 200. La routine si installa e si riproduce fino alla fine di questo periodo. Ci sono molte discussioni e domande. Ma perché il calendario dell'unione sindacale CGT-UNSA-CFDT non è mai stato superato?
- è ovvio che la massa degli scioperanti non è mai stata in grado di andare oltre questo quadro, che si è imposto su qualsiasi altra iniziativa. Siamo sinceri: manca la determinazione in molti di muoversi per costruire il movimento,
- come spiegarlo? La perdita del salario non può spiegare seriamente i freni allo spirito combattivo. Le minacce disciplinari sono reali, ma non generali. A volte c'è un individualismo affermato, incontriamo spesso il sentimento di impotenza. "A cosa serve combattere se Macron vuole andare fino in fondo?" Questa mancanza di determinazione, di collegamenti attivi con lo sciopero, può essere spiegata: distanza da casa al luogo di lavoro, dei collettivi di lavoro, peso delle ristrutturazioni successive, eccetera.
- ma i dubbi sui metodi sindacali sono più che giustificati. L'interesse dell'Assemblea generale come assemblea di dibattito era già stato svuotato della sua sostanza dai sindacati che organizzano il movimento. Siamo sbalorditi leggendo i lunghi comunicati stampa sindacali già pronti. D'altra parte, il dibattito in loco è inesistente. Solo pochi altri interventi "incisivi" spezzano questa monotonia, ma non sostituiscono il vero dibattito. L'esito dell'incontro è noto in anticipo.
Convergenza delle lotte?
Abbiamo ascoltato questo argomento sbalorditivo: i lavoratori delle ferrovie saranno più forti se rimarranno sulle proprie rivendicazioni per la difesa della SNCF e dello statuto. Niente di più falso! L'intersindacale ha lavorato costantemente in una prospettiva corporativa evidenziando l'unità dei ferrovieri (e quindi tra esecutori, controllori e quadri) per l'esaurimento del movimento nella famosa “vot’action - consultazione ”, etc. E alla fine parla di una "lotta esemplare"!
Ad aprile, diversi movimenti o scioperi locali (metropoli di Nantes, EDF, studenti) hanno permesso di considerare una possibile estensione del movimento. Tuttavia, le lotte o gli inizi di lotte rimarranno isolate tra loro, come la giornata di lotta (22 maggio) del settore pubblico differita a causa del preavviso della SNCF. I sindacati di ENEDIS da parte loro lanceranno un ampio sciopero proprio alla fine del movimento dei ferrovieri ...
La manifestazione del 14 aprile ha visto la successione di due manifestazioni: la prima indetta dall'intersindacale, la seconda dai sostenitori della ZAD di NDDL (zona occupata per evitare la costruzione di un aeroporto). Senza essere ridicoli, la partecipazione alla prima è limitata e i dirigenti sindacali sono esasperati perché il corteo dei ferrovieri è superato da altri elementi. Anche se la manifestazione rimane abbastanza solidale per il "secondo turno", solo una manciata di ferrovieri rimane sul posto. In ogni caso, la manifestazione viene fermata dai poliziotti e sterilizzata dagli scontri. Alla fine della manifestazione del 19 aprile, siamo stati accolti dalla polizia in fondo al ponte Anne de Bretagne con un modesto lancio di gas lacrimogeni. Abbiamo impiegato un po’ di tempo per riunirci davanti ai vecchi cantieri di Dubigeon. Un sacco di persone se n'era già andata a causa dell'attesa, del gas e della messa in piazza tardiva del camion del sindacato per far parlare la gente. Siamo rimasti in un centinaio di persone ad ascoltare gli stessi lunghi discorsi. Più tardi, la polizia non è più intervenuta e si è allontanata. Per una manifestazione intersettoriale, è stata poca roba!
È necessario sottolineare il poco interesse della base portato alle altre lotte. Vediamo poca curiosità nel condividere con gli altri le prospettive comuni. È interessante notare che nonostante i numerosi giorni di scioperi, quasi tutti gli appuntamenti si sono svolti in un raggio di 500 metri intorno alla stazione. Gli scambi si svolgeranno (intervento di un rappresentante della CGT dell'EDF, gruppi di studenti in diverse occasioni, incontro con le finanze pubbliche) senza che si verifichi alcuna mobilitazione.
Ognuno resta davanti al suo posto di lavoro piuttosto che cercare l'estensione del movimento. Queste iniziative attirano poco e veramente mancano di spirito combattivo. È chiaro che gli slogan separati, ognuno per conto proprio, non sono un terreno favorevole per la lotta collettiva. La creazione di una cassa di solidarietà e la pubblicità che riceve nei media danno credito all'idea che i lavoratori delle ferrovie servano da scudo per gli altri lavoratori. Questi dovrebbero sostenere i ferrovieri, non con le loro azioni e lotte, ma con il dono del denaro. La Tribune des cheminots (luglio-agosto 2018) apprezza questo atteggiamento da spettatore, non attore, riproducendo i messaggi ricevuti dai donatori: "grazie per aver lottato per voi e per noi", "non mollate, resistete", eccetera. Gli attori di questa cassa di solidarietà sono noti: intellettuali di sinistra che trovano lì la loro ragione di esistere e i sindacati. Se l'importanza delle donazioni riflette una sincera solidarietà alla base, la strategia sindacale di sciopero lungo e unità attraverso delegazione è un impasse per il futuro.
C'è certamente una piccola attiva minoranza di sindacalisti e politici che cerca di portare ad una convergenza. Ma non può creare condizioni che solo il movimento operaio può sviluppare, condizioni che ancora mancano. Nella primavera del 2018, la dinamica del movimento studentesco era localmente piuttosto importante e avrebbe potuto essere un campo di convergenze (l'eccezione è la lotta all'NDDL che si riferisce a un'altra composizione sociale, altri scopi e quindi altri sviluppi). Ma il movimento dei ferrovieri non è andato mai verso la solidarietà attiva, ed è qui che gli scioperanti hanno perso!
Il blocco sindacale
I sindacati sono riusciti dall'inizio alla fine a controllare la lotta. Molti colleghi sono critici, scettici, non si sentono rappresentati dai sindacati, ma non escono dall'abitudine della delega. Molti attivisti scioperanti sono stati inseriti o visualizzati con un distintivo del sindacato (90% a colpo d'occhio). Il ruolo dirigente della CGT non è mai stato contestato. Il sindacato opera basandosi sull'omogeneità di facciata, una struttura piramidale all'immagine dello Stato. Le Assemblee generali interdipartimentali sono contrassegnate in anticipo dall'intersindacale e dalle AG del sindacato (esse stesse dirette a monte).
L'unione sindacale solidale (SUD) non ha giocato un ruolo più positivo: gli interventi sono stati certamente meno corporativi, più combattivi, ma la sua posizione sul passaggio allo sciopero rinnovabile è rimasta molto timida. SUD è rimasto solidale con l'intersindacale e non ha cercato di trasformare il movimento nel senso di un'organizzazione di sciopero da parte degli scioperanti stessi. Quindi la sfida non è quella di opporre un sindacato all'altro, ma di discutere un orientamento di fondo. Il materiale sindacale è abbondante per diffondere istruzioni di azione e spiegazioni tecniche. I sindacati non mancano di proposte e inventiva, come se Macron avesse fatto solo scelte sbagliate e altre scelte sarebbero a portata di mano.
Non esiste quindi una vera spiegazione della crisi che porta allo smantellamento dell'ex monopolio SNCF. Né vi è contenuto positivo per i lavoratori (condizioni di lavoro, lavoro notturno e a turni, mobilità imposta, salari, ecc.) La CGT difende al contrario lo statuto con dei diritti come contropartita dei doveri del ferroviere verso la sua impresa.
Abbiamo appreso da queste esperienze alcune lezioni:
1° - Dopo la fine del calendario iniziale (28 giugno), la CGT lancia nuove giornate, ci chiama a "continuare la lotta" nel quadro di questa "mobilitazione inedita". Piuttosto che chiamare a nuove azioni che possono solo riprodurre il fallimento di quelle alle quali abbiamo già partecipato, l’urgenza è di riunirsi per discutere ed esercitare il nostro pensiero critico. La classe operaia non viene risparmiata dall’inculcamento, fin dalla più tenera età, di idee perniciose: competizione, ciascuno per sé, la necessità di schiacciare gli altri per cavarsela. Di fronte a tutto questo inquinamento cerebrale, la coscienza di classe è la nostra prima forza. Questa consapevolezza non può affermarsi che prendendo tempo per discutere, mettere in discussione le consegne, specialmente quando provengono dai sindacati che pretendono di essere i nostri difensori. Verranno altri movimenti: sarà necessario riorganizzarsi sin dall'inizio per favorire questo stato d'animo ed evitare di essere trascinati dagli eventi.
2° - la situazione attuale è segnata da un'insoddisfazione generale degli operai. Ma la nostra lotta non è stata presa in mano dagli stessi scioperanti, non ha cercato di andare oltre la tradizionale struttura del sindacato e degli slogan specifici della SNCF. Ma la vera consapevolezza della situazione passa attraverso rivendicazioni comuni agli operai contro tutte le divisioni di imprese, regioni, settori e così via, poiché tutti abbiamo in comune di essere salariati (o privi di lavoro) dal capitale.
3°- Oltre alla indispensabile resistenza al governo e ai padroni, dobbiamo dare alla nostra lotta un contenuto molto più ampio e radicale. Gli operai formano la classe il cui lavoro è la fonte del profitto. È con il nostro lavoro che Vinci, SNCF, Arcelor-Mittal, E. Leclerc, LU e altri capitalisti si battono nella corsa al profitto. Non abbiamo alcun dovere o rispetto da osservare per le aziende responsabili dello sfruttamento e della gerarchia. Il progresso tecnico non deve più servire ad aumentare la disoccupazione e la precarietà. Dovrebbe essere usato invece per ridurre drasticamente il tempo di lavoro. Sta diventando chiaro che il sistema capitalista sta affondando nella crisi. La difesa delle nostre condizioni di vita deve quindi sfociare in una lotta contro questo sistema nel suo complesso. Non vogliamo servire la macchina da soldi, ma sbarazzarci di essa.
Se questo testo ti interessa, se vuoi commentarlo, criticarlo, ... contattaci a: [email protected] [584]
Un collettivo di operai
Da Révolution internationale 18 settembre 2018
[1] Possiamo anche fare riferimento alla nostra stampa, in particolare nella Revue internationale n°160 e Révolution internationale n° 471 contenenti l'articolo: Movimenti sociali in Francia. Quali lezioni trarre dalle ultime lotte?
Come i compagni che ci seguono sanno già, il 1 dicembre scorso abbiamo tenuto, assieme ai compagni dell’Istituto Onorato Damen, una Riunione Pubblica a Napoli sul tema: “1818-2018 A duecento anni dalla nascita di Carlo Marx. Una prima giornata di riflessione e confronto sugli insegnamenti del grande rivoluzionario”. In occasione di questa riunione una nostra simpatizzante, che abita in Germania e che non ha potuto partecipare alla nostra riunione, ha ritenuto importante, e noi sosteniamo fortemente questa iniziativa, di inviarci un contributo su Marx che noi abbiamo voluto pubblicare tal quale per offrirne la lettura a tutti i nostri lettori.
Noi suggeriamo vivamente la lettura di questo testo che è denso di interessanti considerazioni. In particolare segnaliamo i passaggi relativi al superamento dell’hegelismo, alla questione del valore e dunque della caduta tendenziale del saggio di profitto, dell’origine delle crisi, del rapporto tra la coscienza dell’uomo e il proprio essere, fino ad arrivare al rapporto di completa schiavitù del lavoro moderno a cui si accompagna la distruzione del mondo e della natura, le derive populiste, ecc., fino ad arrivare al quesito finale che pone la compagna, che condividiamo pienamente: “dobbiamo chiederci seriamente se vogliamo un capitalismo senza mondo o un mondo senza capitalismo”.
Prima di chiudere vogliamo segnalare due punti che potranno essere essi stessi oggetto di discussione in prossime riunioni pubbliche e su cui vogliamo fare delle precisazioni. Il primo riguarda la caratterizzazione di Marx come “geniale pensatore”. Non vi è dubbio che Marx fosse geniale. Ma, come abbiamo fortemente insistito nella discussione svolta durante la Riunione Pubblica del 1 dicembre scorso, quello che caratterizza al fondo tutta l’azione di Marx non è una sua particolare capacità intellettuale ma la sua profonda dedizione alla causa della classe operaia e la sua pratica militante, di uomo di partito. Naturalmente immaginiamo che la compagna N. sia d’accordo con noi, ma pensiamo sia importante precisarlo. La seconda precisazione riguarda un disaccordo con il seguente passaggio:
“Ma a livello globale avviene quella che Marx chiama la caduta tendenziale del saggio di profitto. Meno persone lavorano, meno persone guadagnano e di conseguenza minore capacità di acquisto. Finora questo problema è stato compensato da una continua diversificazione nella produzione e nell’espansione dei mercati. Ciò ha funzionato fino agli anni ‘80, quando con lo sviluppo della microelettronica la razionalizzazione della produzione è talmente aumentata da non poter essere più compensata.” (sottolineatura nostra).
Infatti noi pensiamo che questo meccanismo di compensazione, cui fa giustamente riferimento la compagna, comincia a fare cilecca già all’inizio del secolo scorso, con l’apertura di quella che l’Internazionale Comunista definiva una nuova era di guerre e rivoluzioni e che è stata meglio caratterizzata come epoca di decadenza del capitalismo. Ma anche su questo potremo tornare in altre occasioni.
CCI
Marx a 200 anni dalla nascita
Non si può negare che i 200 anni di Marx cadano in una fase storica in cui le idee di questo geniale pensatore siano di grande attualità. Non solo negli ambienti di sinistra ma anche in quelli più conservatori si assiste a un ritorno delle idee del grande rivoluzionario. Ognuno sembra trovarne un proprio uso: l’interpretazione marxista della bibbia, le teorie sul capitale finanziario alla Wall Street, le tesi sull’economia politica a Yale. Ce n’è per tutti i gusti.
Non è un caso che in tutto questo revival concetti fondamentali della teoria marxiana passino in secondo piano: la critica allo sfruttamento e alla proprietà privata, la contraddizione lavoro-capitale, la lotta di classe, o il ruolo del proletariato come soggetto rivoluzionario.
In sostanza è la crisi economica finanziaria internazionale che spinge anche avversari ideologici ad interessarsi alle teorie marxiane. Di fronte alle molteplici interpretazioni pare opportuno avvicinarsi a Marx partendo dalla critica alla società borghese e con l’aiuto delle sue teorie cercare di capire non solo fenomeni immediati ma anche cosa sta dietro a un sistema distruttivo e devastante come il capitalismo.
Marx, proveniente da una famiglia di origine ebraica, nasce a Treviri il 5 maggio 1818. Intraprende gli studi di giurisprudenza e si laurea poi in filosofia. Il fatto che risveglia nel giovane Marx lo spirito critico iniziale è legato alla sua attività di giornalista al “Rheinischer Kurier” dove viene a conoscenza delle ingiustizie contro ex-braccianti a cui era stato tolto tutto e che cercavano di sopravvivere appropriandosi della legna nei boschi. La reazione brutale e violenta dei gendarmi contro questi colpisce profondamente Marx che inizia a chiedersi come fossero possibili tali ingiustizie. Nella produzione sociale della loro esistenza gli individui si trovano in condizioni determinate e necessarie, indipendenti dalla loro volontà. Nell’elaborazione delle sue analisi sociali Marx si avvicina alla realtà dei filosofi hegeliani, che tuttavia lascerà presto criticandoli di non andare oltre al pensiero borghese. Di loro dirà che non combattono il mondo reale se combattono solo le frasi di questo mondo. Nelle famose tesi su Feuerbach Marx inizia quel processo teorico in cui, come lui stesso afferma, Hegel viene capovolto dalla testa ai piedi: Hegel ha trasformato il mondo materiale in un mondo ideale e la storia in una storia del pensiero. Mentre Hegel cerca le spiegazioni nella coscienza, Marx le cerca nell’essere: Non è la coscienza dell’uomo che determina il suo essere, bensì il suo essere sociale che determina la sua coscienza. Marx vuole capire la causa delle ingiustizie nella società borghese e il suo fine è il superamento di questo sistema e non la sua affermazione. Per fare questo si confronta con le opere di due grandi economisti dell’epoca, Adam Smith e Ricardo. In particolare Ricardo aveva già introdotto il concetto di valore, fondamentale per comprendere la struttura del capitale. Marx non si ferma alla descrizione delle categorie – cosa tipica dell’analisi borghese positivista, ma vuole capire la provenienza del valore e quindi il meccanismo dello sfruttamento. L’operaio non viene retribuito per il lavoro effettivo che svolge, ma solo per il minimo necessario per il suo sostentamento. La differenza – il plusvalore – viene trattenuta dal capitalista e diventa la fonte del profitto. Più persone lavorano, più cresce la massa di valore prodotto e quindi di plusvalore e quindi gli utili per gli industriali. Ed è per questo che il capitalismo è il primo sistema economico della storia in cui si produce non per soddisfare bisogni, ma per realizzare profitti. Quindi, analizza Marx, ciò che si produce non sono beni ma merci. Queste consistono in un valore d’uso - devono avere qualche utilità, altrimenti nessuno le comprerebbe - e in un valore di scambio - le merci devono essere scambiate sul mercato, cioè vendute per realizzare il profitto. Questo doppio carattere delle merci è sempre presente ed è alla base di continue contraddizioni. Per esempio, il fatto che delle cose che sarebbero utili e necessarie non vengano prodotte se non c’è la forza d`acquisto necessaria per comperarle. Viceversa altre cose che soddisfano le esigenze di una minoranza, vengono prodotte perché c’è chi se le può permettere. Marx introduce a questo proposito l’interessante concetto del lavoro astratto - cioè il fatto che nel sistema capitalista il lavoro viene svuotato della specificità concreta che caratterizza la produzione di un bene secondo le esigenze reali, ma è appunto solo la messa a disposizione di energia umana, muscoli, nervi e cervello, proprio perché quello che si produce non è specifico ma interscambiabile con tutto il resto. Quantità invece di qualità. Il tavolo non viene prodotto principalmente per essere usato, ma solo per essere scambiato con altre merci o con denaro. Da denaro, creare altro denaro – questa è la sostanza del capitale. Da ciò nasce anche quell’alienazione di cu Marx parla nei Manoscritti economico filosofici - una delle sue prime opere. Già qui Marx fa capire come l’individuo solo in una società liberata dallo sfruttamento sarà in grado di sviluppare tutte quelle sensibilità e capacità che lo rendono un soggetto creativo, che realizza tutti i suoi talenti e le sue potenzialità. L’altro meccanismo tipico della produzione capitalista che Marx analizza e che spiega le crisi è quello della concorrenza. Proprio perché in questo sistema si produce per vendere, ogni imprenditore cerca di ridurre i costi di produzione per imporsi sui concorrenti. Ciò lo costringe a introdurre sempre nuove tecnologie e a ridurre di conseguenza i costi del lavoro. Ma se, come abbiamo detto, il valore si estrae solo dallo sfruttamento della forza lavoro, in termini economici generali viene prodotto sempre meno valore. Il singolo imprenditore può avere nell’immediato un grande beneficio nel razionalizzare la produzione (più tecnologie e meno personale). Ma a livello globale avviene quella che Marx chiama la caduta tendenziale del saggio di profitto. Meno persone lavorano, meno persone guadagnano e di conseguenza minore capacità di acquisto. Finora questo problema è stato compensato da una continua diversificazione nella produzione e nell’espansione dei mercati. Ciò ha funzionato fino agli anni ‘80, quando con lo sviluppo della microelettronica la razionalizzazione della produzione è talmente aumentata da non poter essere più compensata. Di conseguenza le fabbriche hanno iniziato a chiudere e la disoccupazione ad aumentare. Questo processo si è ancor più intensificato con la cosiddetta economia 4.0, ovvero la digitalizzazione. Marx, con la sua genialità, aveva individuato già 150 anni fa – un’epoca in cui esisteva solo l’industria tessile! – questo meccanismo che necessariamente doveva portare a delle crisi, che di fatto nella storia del capitalismo ci sono sempre state e che oggi hanno raggiunto evidentemente una dimensione irreversibile. Non solo – Marx aveva già intuito anche il disastro ecologico di fronte al quale oggi ci troviamo. Oltre all’inquinamento di terra, aria e acqua, non c’è terremoto o inondazione che non siano legati a costruzioni abusive o selvagge o altri effetti della modernizzazione. Questo tipo di produzione, scrive Marx, mentre da un lato favorisce la tecnica e l’organizzazione, dall’altro seppellisce la fonte di ogni ricchezza, la terra e i lavoratori. Marx inoltre ci aiuta a capire le contraddizioni di questa società dietro l’apparente funzionamento del sistema. Nella società borghese tutta una serie di strutture – diritto, tradizioni, istituzioni, mode, ideologie, morale – sono ostili all’individuo e sono qualcosa a lui estranee, che non rappresentano i suoi interessi, ma sono al contrario contro di lui. L’interagire fra gli individui non nasce dalla libera scelta ma è qualcosa di casuale, non è una forza propria, collettiva, ma un potere esteriore di cui non sanno né la provenienza né lo scopo, e che loro stessi non hanno sotto controllo, ma al contrario è una violenza del tutto indipendente dal volere e dall’agire degli uomini. Ed è questo uno degli aspetti che hanno reso Marx così affascinante per generazioni di tutto il mondo. Questa consapevolezza che le contraddizioni della società borghese nascano da ciò che gli uomini stessi hanno costruito e quindi il rinvio alla storicità del capitalismo e la conseguente possibilità del suo superamento. Essere radicali, dice Marx, significa andare alle radici – ma la radice dell`uomo è l´uomo stesso… La riflessione, l’analisi, l’approfondimento, devono portare a mettere in discussione ciò che abbiamo davanti e ci appare come un dato di fatto e una realtà irrevocabile - de omnibus dubitandum est.
In effetti da qualsiasi parte noi ci guardiamo intorno c’è l’esigenza di analizzare ciò che sta succedendo. La digitalizzazione della società porta a uno sfruttamento ancora più forte che in passato. Le persone devono essere sempre flessibili, lavorare anche fuori orario e a ritmi sempre più intensi, rispondere a e-mail in vacanza e nel fine settimana. Devono mettersi a completa disposizione della produzione, non solo con tutte le loro energie, ma anche con la loro personalità e creatività. La distruzione ecologica, la crisi climatica, l’aumento del populismo e della destra. Per tutti questi fenomeni negativi e apparentemente separati, Marx - a 200 anni dalla nascita – ci fornisce una chiave di spiegazione comune in un sistema distruttivo che non considera né l’uomo né la natura, ma che persegue esclusivamente i suoi scopi in un meccanismo che si è ormai automatizzato ed è diventato un fine a se stesso, cioè la valorizzazione del valore e la massimizzazione dei profitti.
Ma Marx ci insegna anche che da sola questa realtà non cambierà e che la società liberata non è un ideale secondo cui la realtà si modifica, bensì il movimento che supera lo stato di cose attuali. In modo che gli individui possano finalmente disporre in modo consapevole e determinato di tutti i mezzi e le risorse che finora li hanno dominati e che essi hanno subito anziché farne loro stessi un uso secondo le loro esigenze e i loro bisogni.
Se vogliamo non solo festeggiare Marx, ma anche realizzare quello che lui con la sua genialità già nell’800 ha anticipato, dobbiamo chiederci seriamente se vogliamo un capitalismo senza mondo o un mondo senza capitalismo.
N.
Collegamenti
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[4] https://fr.internationalism.org/content/3514/debat-interne-au-cci-causes-prosperite-consecutive-a-seconde-guerre-mondiale-ii
[5] https://fr.internationalism.org/content/3650/debat-interne-au-cci-causes-prosperite-consecutive-a-seconde-guerre-mondiale-iii
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[437] mailto:[email protected]
[438] https://it.internationalism.org/tag/4/84/iran
[439] https://en.internationalism.org/icconline/201803/15049/leaflet-group-yeryuzu-postasi-turkish-military-assault-afrin-international-st
[440] https://it.internationalism.org/cci/201601/1351/migranti-e-rifugiati-vittime-del-capitalismo-parte-i
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[442] https://it.internationalism.org/content/1364/migranti-e-rifugiati-vittime-del-capitalismo-parte-iii
[443] https://it.internationalism.org/cci/201708/1394/migranti-e-rifugiati-vittime-del-capitalismo-parte-iv
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[583] mailto:[email protected]
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