Risoluzione sulla situazione internazionale (2019): conflitti imperialisti, vita della borghesia, crisi economica

1) 30 anni fa, la CCI ha evidenziato che il sistema capitalista era entrato nella fase finale della sua decadenza e della sua esistenza, quella della decomposizione. Quest’analisi si basava su una serie di fatti empirici, ma allo stesso tempo ha fornito un quadro per la comprensione di questi fatti: "in una situazione in cui le due classi fondamentali e antagoniste della società si affrontano tra loro senza riuscire nessuna delle due ad imporre la sua risposta decisiva, la storia non si sarebbe potuta fermare. Ancor meno degli altri modi di produzione che l'hanno preceduto, non è possibile per il capitalismo "un congelamento", una "stagnazione" della vita sociale. Mentre le contraddizioni del capitalismo in crisi non fanno che aggravarsi, l'incapacità della borghesia di offrire la minima prospettiva per la società nel suo insieme e l'incapacità del proletariato di affermare apertamente la sua nel futuro immediato non possono che tradursi in un fenomeno di decomposizione diffusa, di imputridimento dell’intera società". ("Decomposizione, fase finale della decadenza del capitalismo", punto 4, Rivista Internazionale n. 14)

La nostra analisi ha avuto cura di chiarire i due significati del termine "decomposizione"; da un lato, si applica a un fenomeno che colpisce la società, soprattutto nel periodo di decadenza del capitalismo e, in secondo luogo, designa una particolare fase storica di quest'ultimo, la sua fase finale:

"... È essenziale evidenziare la differenza fondamentale tra gli elementi di decomposizione che hanno colpito il capitalismo dall'inizio del secolo [XX secolo] e la decomposizione generalizzata in cui attualmente sta sprofondando questo sistema e che non potrà che aggravarsi. Anche qui, al di là dell'aspetto rigorosamente quantitativo, il fenomeno della decomposizione sociale sta ora raggiungendo una tale profondità e una tale ampiezza da acquisire una nuova e singolare qualità che mostra l'ingresso del capitalismo decadente in una fase specifica – la fase finale – della sua storia, quella in cui la decomposizione diventa un fattore, se non il fattore decisivo nell'evoluzione della società" (Ibid., punto 2)

È soprattutto quest'ultimo punto (il fatto che la decomposizione tende a diventare il fattore decisivo dell'evoluzione della società, e quindi di tutte le componenti della situazione mondiale, un'idea che non è per niente condivisa dagli altri gruppi della Sinistra comunista) a costituire l'asse principale di questa risoluzione.

2) Le tesi di maggio 1990 sulla decomposizione evidenziano tutta una serie di caratteristiche nell'evoluzione della società risultanti dall'ingresso del capitalismo in questa fase finale della sua esistenza. Il rapporto adottato dal 22° Congresso ha costatato il peggioramento di tutte queste caratteristiche, ad esempio:

- “la moltiplicazione delle carestie nei paesi del terzo mondo”;

- la trasformazione dello stesso “terzo mondo” in un enorme bidonville dove centinaia di milioni di esseri umani sopravvivono come ratti nelle fogne;

- lo sviluppo dello stesso fenomeno nel cuore delle principali città dei paesi “avanzati”;

- catastrofi “accidentali” che si sono moltiplicate negli ultimi tempi (...) gli effetti sempre più devastanti di disastri "naturali" sul piano umano, sociale ed economico;

- la degradazione dell'ambiente che raggiunge proporzioni sconcertanti (tesi sulla decomposizione, punto 7).

Questo stesso rapporto del 22° Congresso della CCI ha anche sottolineato la conferma e l'aggravamento delle manifestazioni politiche e ideologiche della decomposizione, come identificato nel 1990:

  • “l'incredibile corruzione che cresce e prospera nell'apparato politico (...);
  • lo sviluppo del terrorismo, la presa di ostaggi come mezzo di guerra tra gli Stati, a scapito delle "Leggi" che il capitalismo si era dato in passato per "regolamentare" i conflitti tra le frazioni della classe dominante;
  • l’aumento permanente della criminalità, dell'insicurezza, della violenza urbana (...);
  • lo sviluppo del nichilismo, del suicidio giovanile, della disperazione, dell'odio e della xenofobia (...);
  • il diffondersi della droga, che ora diventa un fenomeno di massa, partecipando in modo potente alla corruzione di Stati e di istituzioni finanziarie (...);
  • la profusione delle sette, la rinascita dello spirito religioso, anche in alcuni paesi avanzati, il rifiuto del pensiero razionale, coerente, costruito (...);
  • l'invasione di questi stessi mezzi di comunicazione con spettacoli di violenza, orrore, sangue, massacri (...);
  • la vacuità, e la venalità, di tutte le produzioni “artistiche”, della letteratura, della musica, della pittura, dell’architettura (...);
  • il “ciascuno per sé”, l’emarginazione, l’atomizzazione degli individui, la distruzione dei rapporti familiari, l'esclusione delle persone anziane, l’annientamento dell'affettività”. (Tesi sulla decomposizione, punto 8)

Il rapporto del 22° Congresso ritorna in particolare sullo sviluppo di un fenomeno già osservato nel 1990 (e che aveva svolto un ruolo importante nel riconoscimento da parte della CCI dell'ingresso del capitalismo decadente nella fase di decomposizione): l’uso del terrorismo nei conflitti imperialisti. Il rapporto rilevava che: “la crescita quantitativa e qualitativa del ruolo del terrorismo ha compiuto un passo decisivo (...) con l'attacco alle torri gemelle (...) Successivamente è stato confermato con gli attacchi a Madrid nel 2004 e Londra nel 2005 (...), la costituzione di Daesh nel 2013-14 (...) gli attacchi in Francia nel 2015-16, Belgio e Germania nel 2016.”

Ancora, il rapporto rilevava, in connessione con questi attacchi e come espressione caratteristica della decomposizione della società, la progressione dell’islamismo radicale che, se inizialmente ha avuto una ispirazione sciita (con l’introduzione nel 1979 del regime degli ayatollah in Iran) è divenuto poi argomento principale del movimento sunnita dal 1996 e dalla presa di Kabul da parte dei talebani e, ancora, dopo il rovesciamento del regime di Saddam Hussein in Iraq da parte delle truppe americane.

3) Oltre a confermare le tendenze già individuate nelle tesi del 1990, il rapporto adottato dal 22° Congresso ha rilevato l'emergenza di due nuovi fenomeni risultanti dal proseguimento della decomposizione e chiamati a svolgere un ruolo importante nella vita politica in molti paesi:

  • un drammatico aumento dei flussi migratori a partire dal 2012 con un picco nel 2015, flussi provenienti principalmente dal Medio Oriente devastato dalla guerra, in particolare dopo la "primavera araba" del 2011;
  • il continuo aumento del populismo nella maggior parte dei paesi europei e, nella prima potenza mondiale, con l'elezione di Donald Trump nel novembre 2016.

Gli spostamenti di massa delle popolazioni non sono fenomeni specifici della fase di decomposizione. Tuttavia, oggi acquisiscono una dimensione che li rende un elemento singolare di questa decomposizione sia in termini di cause attuali (in particolare il caos guerriero prevalente nei paesi di origine) che rispetto alle loro conseguenze politiche nei paesi di destinazione. In particolare, l'afflusso massiccio di rifugiati nei paesi europei è stato un alimento di prim’ordine per l'ondata populista che si sta sviluppando in Europa, anche se quest’ondata ha cominciato a manifestarsi ben prima (soprattutto in un paese come la Francia con la crescita del Fronte nazionale).

4) Infatti, negli ultimi vent'anni i partiti populisti hanno visto il numero di voti a loro favore triplicarsi in Europa (dal 7% al 25%) con forti progressioni a seguito della crisi finanziaria del 2008 e della crisi migratoria del 2015. In una dozzina di paesi, questi partiti partecipano al governo o alla maggioranza parlamentare: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Austria, Danimarca, Norvegia, Svizzera e Italia. Inoltre, anche quando le formazioni populiste non sono coinvolte nel governo, esse pesano significativamente sulla vita politica della borghesia. Si possono citare tre esempi:

- in Germania, è stata l'ascesa elettorale dell'AfD ad indebolire gravemente Angela Merkel costringendola ad abbandonare la propria leadership nel suo partito;

- in Francia, “l’uomo della provvidenza”, Macron, apostolo di un "nuovo mondo", se è riuscito ad imporsi largamente su Marine Le Pen nelle elezioni del 2017, non è in alcun modo riuscito a ridurre l'influenza del partito di quest'ultima che tallona il suo partito, la République en Marche che, nondimeno, è “sia di destra che di sinistra” con un personale politico recuperato in entrambi i campi (ad esempio un primo ministro della destra e un ministro degli interni del partito socialista);

- in Gran Bretagna, la borghesia tradizionalmente più abile del mondo ci ha dato per più di un anno lo spettacolo di un profondo disordine derivante dalla sua incapacità a gestire la "Brexit" impostale da correnti populiste.

Che le correnti populiste siano nel governo o semplicemente che perturbino il classico gioco politico, ciò non corrisponde a un’opzione razionale di gestione del capitale nazionale o a una carta giocata deliberatamente dai settori dominanti della classe borghese che, in particolare attraverso i loro mezzi di informazione, denunciano costantemente queste correnti. Ciò che realmente esprime l'ascesa del populismo è l'aggravamento di un fenomeno già annunciato nelle tesi del 1990: “tra le principali caratteristiche della decomposizione della società capitalista, dobbiamo sottolineare la crescente difficoltà della borghesia a controllare nel futuro la situazione politica. (Punto 9)”. Un fenomeno che si trova chiaramente nel rapporto del 22° Congresso: “quello che deve essere sottolineato nella situazione attuale è la piena conferma di questo aspetto che abbiamo identificato 25 anni fa: la tendenza a una perdita di controllo crescente dell’apparato politico da parte della classe dominante”.

L’ascesa del populismo costituisce, nelle attuali circostanze, un'espressione della crescente perdita di controllo da parte della borghesia sul funzionamento della società, risultante fondamentalmente da ciò che sta al centro della decomposizione, l’incapacità delle due classi fondamentali della società di rispondere alla crisi insolubile in cui l’economia capitalista sta sprofondando. In altre parole, la decomposizione è fondamentalmente il risultato di un’impotenza da parte della classe dirigente, che trova la sua fonte nell’incapacità di superare la crisi del suo modo di produzione e che tende sempre più a influenzare il suo apparato politico. Tra le cause attuali dell'ondata populista ci sono le principali manifestazioni di decomposizione sociale: l'ascesa della disperazione, il nichilismo, la violenza, la xenofobia, insieme a un crescente rifiuto delle “élite” (i “ricchi”, i politici, i tecnocrati) e in una situazione in cui la classe operaia non è in grado di presentare, anche in modo embrionale, un'alternativa.

Ovviamente è possibile che il populismo perda in futuro la sua influenza o perché lui stesso avrà mostrato la sua impotenza e corruzione, o perché una rinascita delle lotte dei lavoratori taglierà l’erba sotto i suoi piedi. Questo però non può in alcun modo rimettere in discussione la tendenza storica del naufragio della società nella decomposizione, né le varie manifestazioni della stessa, compresa la perdita di un crescente controllo da parte della borghesia del suo gioco politico. E questo ha conseguenze non solo nella politica interna di ciascuno Stato, ma anche in termini di rapporto globale tra gli Stati e tra le configurazioni imperialiste.

5) Nel 1989-90, di fronte all’implosione del blocco dell’Est, abbiamo analizzato e considerato questo fenomeno senza precedenti nella storia, il crollo di un intero blocco imperialista in assenza di scontri generalizzati, come la prima grande manifestazione del periodo di decomposizione. Allo stesso tempo abbiamo esaminato la nuova configurazione mondiale che derivava da questo evento storico: “la scomparsa del gendarme imperialista russo, e quello che ne conseguirà per il gendarme americano verso i suoi principali "partner" di ieri, aprono la porta allo scatenamento di tutta una serie di rivalità più locali. Queste rivalità e scontri non possono, al momento, degenerare in un conflitto globale (anche supponendo che il proletariato non sia più in grado di opporsi). (...) Finora, nel periodo di decadenza, una tale situazione di dispersione degli antagonismi imperialisti, l'assenza di una spartizione del mondo (o delle sue aree decisive) tra i due blocchi, non si è mai prolungata. La scomparsa delle due costellazioni imperialiste emerse dalla seconda guerra mondiale porta, con essa, la tendenza a ricomporre  due  nuovi  blocchi. Tuttavia, una tale situazione non è ancora all'ordine del giorno, la tendenza a una nuova divisione del mondo tra due blocchi militari è destabilizzata, e può anche essere definitivamente compromessa, dal fenomeno sempre più profondo e generalizzato della decomposizione della società capitalista come abbiamo già evidenziato.

In un tale contesto di perdita di controllo della situazione da parte della borghesia mondiale, non è detto che i settori dominanti di quest’ultima siano ora in grado di attuare l'organizzazione e la disciplina necessaria per la ricostituzione dei blocchi militari.” ("Dopo il crollo del blocco dell’Est, la destabilizzazione e il caos", Revue Internationale n. 61)

Così, il 1989 segna un cambiamento fondamentale nella dinamica generale della società capitalista:

  • Prima di quella data, il rapporto di forze tra le classi costituiva l'elemento decisivo di questa dinamica: era da questo rapporto di forze che dipendeva l’esito dell'esacerbazione delle contraddizioni del capitalismo: o lo scatenamento della guerra o lo sviluppo di scontri di classe con, in prospettiva, il rovesciamento del capitalismo.
  • Dopo questa data, questa dinamica non è più determinata dal rapporto di forze tra le classi. A prescindere da quale sia questo rapporto di forza, la guerra mondiale non è più all'ordine del giorno, ma il capitalismo continuerà a sprofondare nella sua decomposizione.

6) Nel paradigma che ha dominato la maggior parte del XX secolo, la nozione di "corso storico" definiva l’esito di una tendenza storica: o la guerra mondiale o gli scontri di classe, e quando il proletariato aveva subito una sconfitta decisiva (come alla vigilia del 1914 o dopo la sconfitta dell'ondata rivoluzionaria del 1917-23), la guerra mondiale diventava inevitabile. Nel paradigma che definisce la situazione attuale (finché non vengono ricostruiti due nuovi blocchi imperialisti, che possono anche non farsi mai) è anche possibile che il proletariato subisca una sconfitta così profonda da impedirgli definitivamente di risollevarsi, ma è altrettanto possibile che il proletariato subisca una sconfitta profonda senza che ciò abbia una conseguenza decisiva per l'evoluzione generale della società. Ecco perché la nozione di "corso storico" non è più in grado di definire la situazione del mondo attuale e il rapporto di forza tra borghesia e proletariato.

In qualche modo, la situazione storica ha somiglianze con quella del XIX secolo. In effetti, a quel tempo:

  • Un’ondata di lotte proletarie non significava la prospettiva di un periodo rivoluzionario in un momento in cui la rivoluzione proletaria non era ancora all’ordine del giorno e non poteva impedire lo scoppio di una grande guerra (come ad esempio la guerra tra la Francia e la Prussia nel 1870 che aveva luogo nello stesso momento in cui cresceva la potenza del proletariato con lo sviluppo dell’AIT);
  • una grande sconfitta del proletariato (come lo schiacciamento della Comune di Parigi) non ha avuto come risultato una nuova guerra.

Detto questo, è importante sottolineare che la nozione di “corso storico” utilizzata dalla frazione italiana negli anni 1930 e dalla CCI tra il 1968 e il 1989 era perfettamente valida e costituiva il quadro fondamentale per la comprensione della situazione globale. In nessun modo, il fatto che la nostra organizzazione sia stata portata a prendere in considerazione nuovi ed inediti dati di questa situazione dal 1989 in poi può essere interpretato come una messa in discussione del nostro quadro analitico fino a tale data.

7) Già nel 1990, nello stesso momento in cui abbiamo visto la scomparsa dei blocchi imperialisti che dominavano la "guerra fredda", abbiamo insistito sul permanere e perfino sul peggioramento degli scontri guerrieri:

Nel periodo di decadenza del capitalismo, TUTTI gli Stati sono imperialisti e prendono misure per affrontare questa realtà: economia di guerra, armamenti, ecc. Ecco perché il peggioramento delle convulsioni dell'economia mondiale non potrà che aumentare le lacerazioni tra questi differenti Stati, tra cui, e sempre più, quelle sul piano militare. (...) Queste rivalità e scontri non possono, al momento, degenerare in un conflitto globale (...). D’altra parte, a causa della scomparsa della disciplina imposta dalla presenza dei blocchi, questi conflitti sono suscettibili di essere più violenti e più numerosi, in particolare, naturalmente, nelle aree in cui il proletariato è più debole.” (Revue Internationale n°61, “Dopo il crollo del blocco dell’Est, destabilizzazione e caos”)

... l'attuale scomparsa dei blocchi imperialisti non può implicare alcuna messa in discussione dell'influenza dell'imperialismo sulla vita della società. La differenza fondamentale è che (...) la fine dei blocchi apre solo la porta a una forma ancora più barbara, aberrante e caotica dell'imperialismo.” (Rivista Internazionale n°15, “Militarismo e decomposizione”)

Da allora, la situazione globale non ha fatto che confermare questa tendenza all'aggravamento del caos, come abbiamo constatato un anno fa:

Lo sviluppo della decomposizione ha portato a uno scatenamento sanguinoso e caotico dell’imperialismo e del militarismo. L'esplosione della tendenza al ciascuno per sé ha portato all'ascesa delle ambizioni imperialiste delle potenze di secondo e terzo livello, nonché al crescente indebolimento della posizione dominante degli Stati Uniti nel mondo. La situazione attuale è caratterizzata da tensioni imperialiste ovunque e da un caos sempre meno controllabile, ma soprattutto dalla sua natura altamente irrazionale e imprevedibile, legata all'impatto delle pressioni populiste, in particolare ora che la potenza più forte del mondo è guidata da un presidente populista dalle reazioni capricciose”. ("Rapporto sulle tensioni imperialiste - giugno 2018", CCI on line)

8) Il Medio Oriente, dove l’indebolimento della leadership americana è più evidente e dove l’incapacità americana a impegnarsi sul piano militare più intensamente in Siria ha lasciato il campo aperto ad altri imperialismi, offre un concentrato di queste tendenze storiche: in particolare, la Russia si è imposta sul teatro siriano grazie alla sua forza militare e si è affermata come una potenza ineludibile per preservare la sua base navale di Tartus.

L’Iran, grazie alla sua vittoria militare a sostegno del regime alleato di Assad e per garantire un corridoio terrestre Irak-Siria che colleghi l'Iran direttamente al Mediterraneo e agli Hezbollah del Libano, è il principale  beneficiario  raggiungendo il suo obiettivo di porsi in prima linea in questa regione, soprattutto attraverso il dispiegamento di truppe al di fuori del suo territorio.

La stessa Turchia opera militarmente in Siria, ossessionata com’è dalla paura dell’istituzione di zone autonome curde che la destabilizzerebbero.

Le “vittorie” militari in Iraq e in Siria contro lo Stato islamico e il mantenimento di Assad al potere non offrono alcuna prospettiva di stabilità. In Iraq, la sconfitta militare dell’ISIS non ha eliminato il risentimento della vecchia frazione sunnita creata proprio da S. Hussein: l’esercizio del potere, per la prima volta da parte degli sciiti, non fa che alimentarlo ancora di più. In Siria, la vittoria militare del regime non significa stabilizzazione o pacificazione dello spazio siriano condiviso e sottoposto a imperialismi dagli interessi concorrenti. La Russia e l'Iran sono profondamente divise sul futuro dello Stato siriano e sulla presenza di truppe sul suo territorio.

Né Israele, ostile al rafforzamento di Hezbollah in Libano ed in Siria, né l’Arabia Saudita, che si mobilita contro l’ascesa dell’Iran, possono tollerare questo avanzamento iraniano; mentre la Turchia non può accettare le ambizioni regionali troppo grandi dei suoi due rivali.

Gli Stati Uniti e gli occidentali non possono loro stessi rinunciare alle loro ambizioni in questa zona strategica del mondo.

L’azione centrifuga delle varie potenze, piccole e grandi, i cui appetiti imperialisti divergenti si scontrano costantemente, alimenta solo la persistenza dei conflitti attuali, come nello Yemen, così come la prospettiva di future conflagrazioni e l'estensione del caos.

9) Bisogna considerare anche che, a seguito del crollo dell'URSS nel 1989, la Russia, che sembrava condannata a non poter più svolgere un ruolo di primo piano, ha fatto un ritorno in forza sul piano imperialista. Potenza in declino e priva di capacità economiche per sostenere la concorrenza militare con altre importanti potenze sul lungo termine, dimostra grazie al ripristino delle sue capacità militari dal 2008 la sua importante aggressività militare e la sua forza di disturbo internazionale:

- ha così dato scacco al "contenimento" americano (con l'integrazione dei suoi ex alleati del patto di Varsavia nella NATO) sul continente europeo con l'annessione della Crimea nel 2014 e l'amputazione separatista del Donbass, eliminando qualsiasi possibilità di fare dell’Ucraina un luogo centrale di dispositivo anti-russo.

- ha approfittato delle difficoltà americane per spingersi verso il Mediterraneo: il suo intervento militare in Siria ha permesso di rafforzare la sua presenza militare navale in questo paese e nel bacino dell’Est del Mediterraneo. La Russia è riuscita anche ad avvicinarsi per il momento alla Turchia, un membro della NATO che si allontana dall'orbita americana.

L’attuale riavvicinamento della Russia alla Cina sulla base dell’opposizione alle alleanze americane nella regione asiatica costituisce una fragile prospettiva di alleanza per la notevole divergenza d’interessi tra i due Stati, per cui l’instabilità dei rapporti di forza tra potenze conferisce al continente euroasiatico russo una nuova importanza strategica in vista della sua possibile posizione di contenimento della Cina.

10) Soprattutto, la situazione attuale è segnata dalla rapida ascesa in potenza della Cina. Quest’ultima si dà come prospettiva (investendo massicciamente in nuovi settori tecnologici, in particolare l'intelligenza artificiale) di ergersi a potenza economica leader entro il 2030-50 e di dotarsi da qui al 2050 di un “esercito di livello mondiale capace di vincere qualsiasi guerra moderna”. La manifestazione più visibile delle sue ambizioni è il lancio dal 2013 della “nuova via della seta” (creazione di corridoi di trasporto sul mare e sulla terraferma, accesso al mercato europeo e garanzia delle sue rotte commerciali) concepito come mezzo per rafforzare la sua presenza economica, ma anche come strumento per lo sviluppo del suo potere imperialista nel mondo e nel lungo termine, minacciando direttamente la preminenza americana.

Quest’ascesa della Cina provoca una destabilizzazione generale delle relazioni tra potenze in cui la potenza dominante, gli Stati Uniti, tenta di contenere e s’impegna a contrastare l'ascesa della potenza cinese che li minaccia. La risposta americana iniziata da Obama - ripresa e amplificata da Trump con altri mezzi - rappresenta un punto di svolta nella politica americana. La difesa dei suoi interessi come Stato nazionale è quella del ciascuno per sé che domina le relazioni imperialiste: gli Stati Uniti passano dal ruolo di gendarme dell'ordine mondiale a quello del principale agente moltiplicatore del ciascuno per sé, del caos e della rimessa in causa dell'ordine mondiale stabilito dal 1945 sotto la loro egida.

Questa “battaglia strategica per il nuovo ordine mondiale tra gli Stati Uniti e la Cina”, che si gioca in tutti i settori contemporaneamente, aumenta ulteriormente l'incertezza e l'imprevedibilità già sancite dalla situazione particolarmente complessa, instabile e mutevole di decomposizione: questo grande conflitto obbliga tutti gli Stati a riconsiderare le loro opzioni imperialiste in piena evoluzione.

11) I passi dell’ascesa della Cina sono inseparabili dalla storia dei blocchi imperialisti e dalla loro scomparsa nel 1989: la posizione della Sinistra comunista, che affermava “l’impossibilità di qualsiasi apparizione di nuove nazioni industrializzate nel periodo di decadenza e la condanna degli Stati che non sono riusciti a decollare industrialmente prima della prima guerra mondiale a ristagnare nel sottosviluppo, o a conservare un’arretratezza cronica rispetto ai paesi che avevano primeggiato”, era perfettamente valida nel periodo dal 1914 al 1989. Era l’imbrigliamento forzato dell'organizzazione del mondo in due blocchi imperialisti opposti (permanenti tra 1945 e 1989) in vista della preparazione della guerra mondiale ad impedire qualsiasi sconvolgimento della gerarchia tra potenze. L'ascesa della Cina è iniziata con l'aiuto americano che pagava il suo cambio di campo imperialista a favore degli Stati Uniti nel 1972. Fondamentalmente è continuato dopo la scomparsa dei blocchi nel 1989. La Cina appariva come il principale beneficiario della “globalizzazione” a seguito della sua adesione all’OMC nel 2001, quando è diventata l’atelier del mondo e il destinatario delle delocalizzazioni e degli investimenti occidentali, raggiungendo infine il rango di seconda potenza economica mondiale. Sono sopraggiunte circostanze senza precedenti del periodo storico di decomposizione per consentire l’ascesa della Cina, senza le quali essa non avrebbe avuto luogo.

Tuttavia la potenza cinese porta tutte le stigmate del capitalismo in fase terminale: essa si basa sul sovra-sfruttamento della forza lavoro proletaria, sullo sviluppo sfrenato dell’economia bellica attraverso il programma nazionale di “fusione militare-civile” e si accompagna a una catastrofica distruzione dell’ambiente, mentre la “coesione nazionale” si basa sul controllo poliziesco delle masse assoggettate all'educazione politica del partito unico e dalla feroce repressione delle minoranze etniche dello Xinjiang musulmano e dei tibetani. In effetti, la Cina è solo una gigantesca metastasi del cancro militaristico generalizzato dell'intero sistema capitalista: la sua produzione militare sta crescendo a un ritmo veloce, il suo budget per la difesa si è moltiplicato per sei in 20 anni e occupa dal 2010 il 2° posto mondiale.

12) La creazione della "nuova via della seta" e l’avanzamento graduale, persistente e a lungo termine della Cina (l'instaurazione di accordi economici o di partenariati inter-statali in tutto il mondo - con l'Italia, l'acquisizione del porto di Atene nel Mediterraneo, in America Latina; la creazione di una base militare a Gibuti - ingresso alla sua crescente influenza sul continente africano) - colpisce tutti gli Stati e rende altalenanti tutti gli “equilibri" esistenti.

In Asia, la Cina ha già alterato l'equilibrio delle forze imperialiste a scapito degli Stati Uniti. Tuttavia, non è possibile per lei colmare automaticamente il "vuoto" lasciato dal declino della leadership americana in ragione anche del ciascuno per sé imperialista e della sottostima che la sua potenza ispira. Importanti tensioni imperialiste si cristallizzano in particolare con:

  • L’India, che denuncia la creazione delle vie della seta nelle sue immediate vicinanze (Pakistan, Birmania, Sri Lanka) come strategia di accerchiamento e d’invasione della sua sovranità, ha intrapreso un importante programma di modernizzazione del suo esercito e ha quasi raddoppiato il suo bilancio dal 2008.
  • E il Giappone, che esprime la stessa volontà di opposizione. Tokyo ha iniziato a mettere in discussione lo statuto, in vigore dalla seconda guerra mondiale, che limita la sua capacità giuridica e materiale di ricorrere alla forza militare e sostiene direttamente gli Stati regionali, diplomaticamente ma anche militarmente, per far fronte alla Cina.

L’ostilità di questi due stati verso la Cina favorisce la loro convergenza e il ravvicinamento con gli Stati Uniti. Quest'ultimi lanciano un'alleanza quadripartita tra Giappone, Stati Uniti, Australia e India, fornendo un quadro per il riavvicinamento diplomatico, ma anche militare, tra i diversi Stati che si opponevano all'ascesa della Cina.

In questa fase di “recupero” del potere degli Stati Uniti sulla Cina, quest’ultima tenta di mascherare le sue ambizioni egemoniche al fine di evitare il confronto diretto con il suo sfidante che risulterebbe dannoso per i suoi progetti a lungo termine, mentre gli Stati Uniti prendono l’iniziativa di far barriera fin da ora e di riconcentrare la maggior parte della loro attenzione imperialista nello spazio Indopacifico.

13) Nonostante il populismo di Trump, nonostante i disaccordi all'interno della borghesia americana su come difendere la loro leadership e in particolare le divisioni per quanto riguarda la Russia, l'amministrazione Trump adotta una politica imperialista in continuità e in coerenza con gli interessi imperialisti fondamentali dello Stato americano, con ampio consenso nei settori di maggioranza della borghesia americana: difendere il rango di prima potenza mondiale indiscussa degli Stati Uniti. Di fronte al gioco cinese, gli Stati Uniti stanno attuando un’importante mutazione della loro strategia imperialista globale. Questa svolta si basa sull'osservazione che il quadro della “globalizzazione” non ha garantito la posizione degli Stati Uniti, ma la ha addirittura indebolita.

L’ufficializzazione da parte dell'amministrazione Trump di far prevalere su qualsiasi altro principio quello della difesa dei loro soli interessi come Stato nazionale e l'imposizione di rapporti di forza favorevoli agli Stati Uniti come base principale delle relazioni con altri Stati, conferma e trae le implicazioni del fallimento della politica degli ultimi 25 anni di lotta contro il ciascuno per sé e come gendarme del mondo e della difesa dell'ordine mondiale ereditato dal 1945. La svolta degli Stati Uniti si concretizza attraverso:

  • il loro ritiro (o la rimessa in causa) dagli accordi e istituzioni internazionali che sono diventati impedimenti alla loro supremazia o contraddittori con le attuali esigenze dell'imperialismo americano: ritiro dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, riduzione dei contributi alle Nazioni Unite e il loro ritiro dall'UNESCO, dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani, dal patto globale sui migranti e i rifugiati.
  • la volontà di adattare la NATO, l’alleanza militare ereditata dai blocchi che ha perso oggi gran parte della sua rilevanza nell’attuale configurazione delle tensioni imperialiste, imponendo agli alleati una presa in carico finanziaria più importante della loro protezione e rivedendo l’automaticità del dispiegamento dell’ombrello americano a loro favore.
  • la tendenza ad abbandonare il multilateralismo a favore di accordi bilaterali (sulla base della sua forza militare ed economica) utilizzando le leve del ricatto economico, del terrore e della minaccia dell'uso della forza bruta militare (come gli attacchi atomici contro la Corea) per imporsi.
  • la guerra commerciale con la Cina svolta in gran parte al fine di impedire a quest’ultima una qualsiasi possibilità di accedere alla statura economica e sviluppare settori strategici che consentano di sfidare direttamente la loro egemonia.
  • la rimessa in discussione degli accordi multilaterali sulla limitazione degli armamenti (FNI et START) al fine di mantenere il loro vantaggio tecnologico e di rilanciare la corsa agli armamenti per esaurire i propri rivali (secondo la comprovata strategia che ha portato al crollo dell'URSS): gli Stati Uniti hanno approvato nel 2018 uno dei più alti bilanci militari della loro storia, rilanciando le loro capacità nucleari, e prevedono la creazione di una VI componente dell'esercito statunitense per "dominare lo spazio" al fine di contrastare le minacce della Cina nel campo satellitare.

Il comportamento da vandalo di un Trump che può rinnegare dall’oggi al domani gli impegni internazionali americani sfidando regole consolidate rappresenta un nuovo e potente fattore d’incertezza e impulso del ciascuno per sé. Ciò costituisce un ulteriore indice della nuova tappa che il sistema capitalista attraversa nello sprofondamento nella barbarie e nell’abisso del militarismo senza limiti.

14) Il cambiamento di strategia americana è evidente su alcuni dei principali teatri imperialisti:

- in Medio Oriente, l'obiettivo dichiarato degli Stati Uniti verso l'Iran (e le sanzioni contro di esso) è di destabilizzare e rovesciare il regime giocando sulle sue divisioni interne. Mentre cercano di eseguire il loro graduale disimpegno militare dai pantani dell'Afghanistan e della Siria, gli Stati Uniti ora si affidano unilateralmente ai loro alleati, Israele e soprattutto l’Arabia Saudita (facendola diventare la principale potenza militare regionale), come spina dorsale della politica di contenimento dell'Iran. In questa prospettiva forniscono a ciascuno di questi due Stati e ai loro rispettivi leader un sostegno indefettibile su tutti i fronti (fornitura di attrezzature militari all’avanguardia e sostegno di Trump all’Arabia nello scandalo dell'assassinio dell’oppositore Khashoggi, riconoscimento di Gerusalemme est come capitale e sovranità israeliana sull'altopiano siriano del Golan per Israele) per garantirsi la loro alleanza. La priorità del contenimento dell'Iran è accompagnata dalla prospettiva di abbandonare gli accordi di Oslo sulla soluzione dei "due Stati" (israeliano e palestinese) per la questione palestinese. La cessazione degli aiuti americani ai palestinesi e all'OLP e la proposta del "grande affare" (abbandonando qualsiasi pretesa di creazione di uno Stato palestinese in cambio di un "gigantesco" aiuto economico americano) mirano a tentare di assorbire la mela della discordia strumentalizzata da tutti gli imperialismi regionali contro gli Stati Uniti per facilitare il riavvicinamento de facto tra gli alleati arabi e israeliani;

- in America Latina, gli Stati Uniti sono impegnati in una controffensiva per garantire un migliore controllo imperialista nella sua tradizionale area d’influenza. La salita al potere di Bolsonaro in Brasile non è solo il risultato di una semplice spinta populista, ma è il risultato di una vasta operazione di pressione americana sulla borghesia brasiliana tramata dallo Stato americano con l'obiettivo, raggiunto, di riportare questo Stato nel suo grembo imperialista. Prologo di un piano generale per rovesciare i regimi anti-americani della "troika della tirannia" (Cuba, Venezuela e Nicaragua), è stato il tentativo, per il momento abortito, di respingere la clicca chavista del regime di Maduro in Venezuela.

Washington, tuttavia, sta infliggendo chiaramente una battuta d'arresto alla Cina, che aveva reso il Venezuela un alleato politico di prima scelta per ampliare la sua influenza e che si rivela impotente ad opporsi alla pressione americana. Non è impossibile che questa offensiva americana della riconquista imperialista del suo cortile latino-americano inauguri un'offensiva più sistematica contro la Cina in altri continenti. Per il momento, essa solleva la prospettiva della precipitazione del Venezuela nel caos di uno scontro   a morte, così come una maggiore destabilizzazione di tutta questa zona sudamericana.

15) L'attuale peggioramento generale delle tensioni imperialiste si riflette sul rilancio della corsa agli armamenti e della supremazia tecnologica militare, non solo dove le tensioni sono più evidenti (in Asia e in Medio Oriente), ma per tutti gli Stati, grandi potenze in testa. Tutto ciò indica che c'è una nuova tappa negli scontri inter-imperialisti e nell'affondamento del sistema nella barbarie guerriera.

In questo contesto, l'Unione europea, a causa di questa situazione imperialista, continuerà ad affrontare la tendenza alla frammentazione, come evidenziato nel rapporto sulle tensioni imperialiste del giugno 2018 (In italiano sul sito web).

16) Sul piano economico, la situazione del capitalismo è stata, dall'inizio del 2018, segnata da un brusco rallentamento della crescita globale (dal 4% nel 2017 al 3,3% nel 2019), che la borghesia prevede duraturo e che peggiorerà nel 2019-20. Questo rallentamento è stato più veloce del previsto nel 2018, con il FMI che ha dovuto rivedere al ribasso le sue previsioni nei prossimi due anni, e tocca quasi simultaneamente le diverse parti del capitalismo: la Cina, gli Stati Uniti e l'area dell'euro. Nel 2019 il 70% dell'economia mondiale ha rallentato e in particolare nei paesi "avanzati" (Germania, Regno Unito). Alcuni dei paesi emergenti sono già in recessione (Brasile, Argentina, Turchia) mentre la Cina, rallentando dal 2017 e con una crescita valutata del 6,2% per il 2019 incassa i suoi dati di crescita più bassi degli ultimi trent'anni.

Il valore della maggior parte delle valute dei paesi emergenti si è indebolito, a volte con forza, come in Argentina e Turchia. Alla fine del 2018, il commercio mondiale ha registrato una crescita zero, mentre sul piano finanziario Wall Street ha conosciuto nel 2018 le più estese "correzioni" degli ultimi 10 anni. La maggior parte degli indicatori lampeggia e annuncia la prospettiva di un nuovo sprofondamento dell'economia capitalista.

17) La classe capitalista non ha futuro da offrire, il suo sistema è stato condannato dalla storia. Dalla crisi del 1929, la prima grande crisi del tempo della decadenza del capitalismo, la borghesia non ha cessato di sofisticare l’economia attraverso l'intervento dello Stato per esercitare il controllo generale su quest’ultima. Sempre più confrontato alla crescente riduzione dei mercati extra-capitalisti, sempre più minacciato dalla diffusa sovrapproduzione "il capitalismo è così rimasto vivo grazie all'intervento cosciente della borghesia che non può più permettersi di poter contare sulla mano invisibile del mercato. Anche se è vero che le soluzioni diventano esse stesse parti del problema:

- il ricorso all’indebitamento accumula chiaramente enormi problemi per il futuro

- l’ipertrofia dello Stato e del settore degli armamenti generano terribili pressioni inflazionistiche.

Fin dagli anni 70, questi problemi hanno generato diverse politiche economiche, alternando il "keynesianesimo" o il "neoliberalismo", ma poiché nessuna politica può affrontare le vere cause della crisi, nessuna procedura sarà in grado di riportare una soluzione vittoriosa. Ciò che è rimarchevole è la determinazione della borghesia a mantenere ad ogni costo tutta la sua economia in marcia e la sua capacità di frenare la tendenza al crollo attraverso un debito gigantesco". (Risoluzione situazione internazionale del 16° Congresso della CCI, in Rivista Internazionale n. 27)

Prodotto delle contraddizioni della decadenza e dell'impasse storica del sistema capitalistico, il capitalismo di Stato istituito a livello di ogni capitale nazionale, non obbedisce però a un rigido determinismo economico; al contrario, la sua azione, essenzialmente di natura politica, integra e contemporaneamente unisce nella sua organizzazione e nelle sue opzioni i piani economici e sociali (come far fronte al suo nemico di classe secondo il rapporto di forza tra classi) e imperialiste (la necessità di mantenere un enorme settore d’armamenti al centro di qualsiasi attività economica) per preservare e difendere il sistema di sfruttamento borghese su tutti i piani vitali. Così il capitalismo di Stato ha sperimentato diverse fasi e modalità di organizzazione durante la storia della decadenza.

18) Negli anni 1980, sotto l'impulso delle grandi potenze economiche, è stata inaugurata una nuova fase: quella della "globalizzazione". In un primo momento, ha preso la forma della Reaganomics, rapidamente associata ad una seconda, che ha approfittato della situazione storica inedita della caduta del blocco dell’Est, per ampliare e approfondire una vasta riorganizzazione della produzione capitalista globale tra il 1990 e il 2008. Il mantenimento della cooperazione tra gli Stati, utilizzando in particolare le vecchie strutture del blocco occidentale, e la conservazione di un certo ordine nel commercio, erano modi per far fronte al peggioramento della crisi (le recessioni del 1987 e 1991-93) ma anche ai primi effetti della decomposizione, che, in campo economico, sono stati quindi largamente attenuati.

Sul modello di riferimento dell'UE che elimina le barriere doganali tra gli Stati membri, l'integrazione di molti rami della produzione mondiale è stata rafforzata sviluppando catene di produzione reali su scala globale. Combinando la logistica, l'informatica e le telecomunicazioni, ottenendo economie di scala, il maggiore sfruttamento della forza lavoro del proletariato (attraverso una maggiore produttività, l'introduzione della concorrenza internazionale, la libera circolazione della forza lavoro per imporre salari più bassi), la sottomissione della produzione alla logica finanziaria della massima redditività, il commercio mondiale ha continuato ad aumentare, anche se più debolmente, fornendo all'economia globale un "secondo" respiro e prolungando l'esistenza del sistema capitalista.

19) La crisi del 2007-09 ha segnato una pietra miliare nello sprofondamento del sistema capitalista nella sua crisi irreversibile: dopo quattro decenni di ricorso al credito e al debito per contrastare la crescente tendenza alla sovrapproduzione, scandita da recessioni sempre più profonde e riprese sempre più limitate, la recessione del 2009 è stata la più importante dopo la grande depressione. È stato l'intervento massiccio degli Stati e delle loro banche centrali a salvare il sistema bancario dal fallimento completo di un debito pubblico sconcertante, riscattando i debiti che non potevano più essere rimborsati. Il capitale cinese, anch'esso gravemente colpito dalla crisi, ha svolto un ruolo importante nella stabilizzazione dell'economia globale attraverso l'attuazione di piani di rilancio nel 2009, 2015 e 2019 basati su massicci debiti statali. Non solo le cause della crisi 2007-2011 non sono state risolte o superate, ma la serietà e le contraddizioni della crisi si sono spostate in una fase più alta: ora sono gli stessi Stati che si confrontano con il peso schiacciante del loro indebitamento ("debito sovrano") che incide ulteriormente sulla loro capacità di intervenire per rilanciare le rispettive economie nazionali. "l’indebitamento è stato un mezzo per compensare l'insufficienza dei mercati solvibili, ma esso non può essere aumentato a tempo indeterminato, come l’ha evidenziato la crisi finanziaria a partire dal 2007. Tuttavia, tutte le misure che possono essere adottate per limitare l'indebitamento riposizionano il capitalismo di fronte alla sua crisi di sovrapproduzione, in un contesto economico internazionale che limita sempre più il suo margine di manovra". (Risoluzione della situazione internazionale 20° Congresso della CCI, su CCI on line 2014).

20) L'attuale sviluppo della crisi con le crescenti perturbazioni che esso provoca nell’organizzazione della produzione in una costruzione multilaterale unificata attraverso regole comuni internazionali mostra i limiti della “globalizzazione”: il bisogno sempre maggiore di unità (che non ha mai significato altro che l'imposizione della legge del più forte sui più deboli) a causa dell’interconnessione “transnazionale” della produzione altamente segmentata paese per paese (in cui ogni prodotto è concepito qui, assemblato là con l'ausilio di elementi prodotti altrove) si scontra con la natura nazionale di ogni capitale, con i limiti stessi del capitalismo, irrimediabilmente diviso in nazioni concorrenti e rivali, che è il massimo grado di unità che il mondo borghese può raggiungere. Il peggioramento della crisi (così come le esigenze delle rivalità imperialiste) ha gravemente eroso le istituzioni e i meccanismi multilaterali.

Ciò è illustrato dall'atteggiamento attuale delle due principali potenze che competono per l'egemonia globale:

  • La Cina ha reso possibile la sua crescita economica sia utilizzando le leve del multilateralismo dell'OMC, sia sviluppando la propria politica di partenariato economico (come attraverso il progetto delle "nuove vie della seta" volto a contrastare il rallentamento della sua crescita) senza preoccuparsi di norme ambientali o “democratiche” (specifiche della politica di globalizzazione per imporre le norme occidentali e la concorrenza a scala globale tra i beneficiari e i perdenti della globalizzazione). Ideologicamente essa sfida l’ordine liberale occidentale che considera in declino e tenta, creando fin dal 2012 istituzioni (l’Organizzazione di Shanghai, la Banca asiatica di sviluppo ...) di porre le basi di un ordine internazionale concorrente alternativo, che la borghesia qualifica come “illiberale”.
  • Lo Stato americano sotto l’amministrazione Trump (sostenuta da una maggioranza della borghesia americana) ritenendosi il perdente della “globalizzazione” contro le “frodi” della Cina e dei suoi rivali, tende ad aggirare le istituzioni di regolamentazione (OMC, G7 e G20), sempre più incapaci di preservare la posizione americana (loro vocazione primaria), cercando accordi bilaterali che garantiscano una migliore difesa dei suoi interessi.

21) L’influenza della decomposizione rappresenta un ulteriore fattore di destabilizzazione. In particolare, lo sviluppo del populismo va ad aggravare ulteriormente la situazione economica introducendo un fattore d’incertezza e d’imprevedibilità di fronte alla tormenta della crisi. L’arrivo al potere dei governi populisti, con programmi poco realistici per il capitale nazionale, che indeboliscono il funzionamento dell'economia mondiale e il commercio, è un disastro, solleva il rischio di indebolire i mezzi imposti dal capitalismo dal 1929-1945 per evitare qualsiasi ripiegamento autarchico sul quadro nazionale e il contagio incontrollato della crisi economica. Il pasticcio della Brexit e l'uscita spinosa dalla UE forniscono un'altra illustrazione: l'incapacità dei partiti della classe dirigente britannica di pronunciarsi sulle condizioni della separazione e sulla natura delle relazioni future con l'Unione europea, le incertezze intorno al "ridisegno" delle frontiere, in particolare tra l’Irlanda del Nord e l’Eire, il destino incerto della Scozia pro-europea che minaccia di separarsi dal Regno Unito colpendo l'economia inglese (destabilizzando il valore della sterlina), nonché quella degli ex partner dell'UE, privati della stabilità regolamentare necessaria per portare a termine gli affari. I disaccordi sulla politica economica in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e altrove mostrano l’esistenza di divisioni crescenti su questo piano non solo tra nazioni rivali, ma anche all’interno di ogni borghesia nazionale tra ‘multilateralisti’ e ‘unilateralisti’ e anche all’interno di ognuna di queste opzioni (ad esempio tra “soft” e “hard” brexiters nel Regno Unito). Non solo non c'è più un consenso minimo sulla politica economica, anche tra i paesi dell'ex blocco occidentale, ma questa questione è anche sempre più conflittuale all'interno della borghesia nazionale.

22) L'accumulazione di tutte queste contraddizioni nel contesto attuale della crisi economica, nonché la fragilità del sistema monetario e finanziario e il massiccio indebitamento degli Stati a livello internazionale dopo il 2008 aprono un periodo di gravi convulsioni nel prossimo futuro e pongono nuovamente il sistema capitalista davanti alla prospettiva di un nuovo tonfo. Tuttavia, non dobbiamo perdere di vista il fatto che il capitalismo non ha certamente esaurito tutte le risorse per accompagnare lo sprofondamento nella crisi ed evitare situazioni incontrollate, soprattutto nei paesi centrali. La situazione di sovra indebitamento degli Stati, che assorbe una buona parte della ricchezza nazionale per il pagamento degli interessi, ha un forte impatto sui bilanci nazionali e riduce notevolmente il loro margine di manovra di fronte alla crisi. Tuttavia, è certo che questa situazione:

- non porrà fine alla politica di indebitamento, come principale palliativo alla crisi di sovrapproduzione e mezzo per posticipare le scadenze, nella fuga in avanti per preservare il suo sistema, al prezzo di future convulsioni sempre più gravi;

- né porrà alcun ostacolo alla folle corsa agli armamenti a cui ogni Stato è irrimediabilmente condannato. Quest’ultima prende sempre più una forma manifestamente irrazionale attraverso il peso crescente dell’economia di guerra e della produzione di armi, con il peso crescente di queste spese sul PIL (che ora raggiunge il suo più alto livello dal 1988, epoca del confronto tra blocchi imperialisti).

23) Per quanto riguarda il proletariato, queste nuove convulsioni possono portare solo ad attacchi ancora più forti ed estesi contro le sue condizioni di vita e di lavoro su tutti i fronti e in tutto il mondo, in particolare:

-  rafforzando lo sfruttamento della forza lavoro, continuando ad abbassare i salari e aumentando i tassi e la produttività in tutti i settori;

- il proseguimento dello smantellamento di quel che resta dello stato sociale (ulteriori restrizioni ai vari sistemi di indennizzo concessi ai disoccupati, all'assistenza sociale e ai regimi pensionistici); e più in generale l'abbandono "morbido" del finanziamento di tutte le forme di aiuto o di sostegno sociale nei settori associativi o para pubblici;

- la riduzione da parte degli Stati dei costi dell'istruzione e della salute nella produzione e nel mantenimento della forza lavoro del proletariato (e quindi gravi attacchi contro i proletari di questi settori pubblici);

- il peggioramento e lo sviluppo ancora maggiore della precarizzazione come mezzo per imporre e far pesare lo sviluppo della disoccupazione di massa in tutte le parti della classe.

- attacchi camuffati dietro le transazioni finanziarie, come i tassi d’interesse negativi che erodono i piccoli conti di risparmio e piani pensionistici. E benché i tassi d’inflazione ufficiali per i beni di consumo siano bassi in molti paesi, le bolle speculative hanno contribuito a una vera esplosione del costo dell'alloggio.

- l’aumento del costo della vita, comprese le tasse e il prezzo dei beni di prima necessità.

Ciononostante, anche se la borghesia di tutti i paesi è sempre più costretta a rafforzare i suoi attacchi contro la classe operaia, il suo margine politico è tutt'altro che esaurito. Si può essere certi che farà tutto il possibile per impedire al proletariato di rispondere sul suo terreno di classe contro il crescente deterioramento delle condizioni di vita imposte dalle convulsioni dell'economia mondiale.

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