L’Italia nel quadro delle elezioni europee: difficoltà per la borghesia e trappole per i proletari

Le elezioni per il rinnovo del parlamento europeo sono state precedute da una forte campagna che chiamava alla mobilitazione dei cittadini per la difesa dell’Unione, messa in pericolo dall’avanzare delle forze populiste. In effetti, come abbiamo già analizzato a proposito della formazione del governo Conte in Italia[1], lo sviluppo a livello internazionale di forze populiste in questi ultimi anni costituisce un problema per la stessa borghesia. Per le loro politiche autarchiche, la ricerca frenetica del consenso a scapito degli interessi più generali del capitale nazionale e delle politiche comunitarie, per l’ideologia xenofoba che tende a scardinare l’indispensabile mistificazione della democrazia umanitaria, queste forze borghesi tendono a rafforzare le già forti tendenze centrifughe e disgreganti presenti nella società attuale.

I risultati elettorali non hanno rovesciato i rapporti di forza a livello di parlamento europeo, ma hanno confermato la dinamica di avanzamento delle forze populiste, come in Gran Bretagna, Francia e Italia. In quest’ultimo paese, in particolare, i rapporti di forza tra i due partiti di governo si sono addirittura rovesciati: il M5S passa dal 32% delle ultime elezioni al 17%, la Lega dal 17% al 34%). Come spiegare questa inversione dopo poco più di un anno dalle elezioni politiche? Il “popolo” italiano si sta forse “fascistizzando”, aderendo a ideologie di destra? Come valutare la mini ripresa del PD che, dato ormai per morto, passa dal 18 al 22%? E l’ulteriore fallimento di Forza Italia che scende al 8.8%?

Al di là di aspetti particolari che possono in parte spiegare l’esito delle votazioni in questo o quel paese europeo, per comprendere i risultati di queste elezioni in Italia, così come negli altri paesi, è necessario partire dalle dinamiche più generali interne alla classe dominante, anche perché, ed è quello che più ci interessa da un punto di vista di classe, queste dinamiche hanno una ricaduta nefasta sul proletariato italiano e europeo tutto.

Difficoltà della borghesia a livello europeo…

Se si esaminano i risultati nei principali paesi europei, si evince ancora una volta una notevole perdita di capacità della borghesia a mantenere il controllo del suo apparato politico. I partiti “storici”, di destra e di sinistra, sui quali un tempo questa poteva contare per il gioco dell’alternanza democratica usata a seconda delle necessità del momento, sono oggi fortemente indeboliti.

In Germania, anche se la coalizione CDU/CDS resta in testa con una percentuale del 28,9%, il Partito socialdemocratico scende al 15,8% ed a Brema, per la prima volta da 75 anni, perde la maggioranza. Il partito euroscettico AfD avanza un poco, mentre i Verdi balzano al 20%, il punteggio più alto in Europa.

In Francia, Macron è votato da meno di un quarto dell’elettorato, posizionandosi al secondo posto dopo Le Pen, il che mostra la debolezza della borghesia francese a mantenere la sua “carta vincente” trovata appena due anni fa contro l’avanzata del populismo. E Macron presenta questo risultato come una vittoria! Evidentemente temevano di peggio dopo la difficile gestione del movimento dei Gilet Gialli[2]. Anche qui i Verdi guadagnano il 13% dei consensi attestandosi al terzo posto. I partiti “classici” di sinistra e di destra praticamente non hanno alcun peso.

In Gran Bretagna il neo partito Brexit di Farage stravince. Un disastro per la borghesia britannica che, a tre anni dal referendum (che era solo consultivo) ancora non sa come venire a capo di quello che la sua componente più responsabile considera un errore madornale. I due partiti di governo crollano: i laburisti calano al 14%, i conservatori all’8,7% (alle politiche del 2017, 40% e 42% rispettivamente). Anche qui avanzano gli ecologisti superando l’11%.

In Spagna le cose sembrano non seguire la dinamica generale: il PSOE ed i Popolari recuperano rispetto alle scorse elezioni politiche, mentre Podemos, fino a poco fa presentato come “il nuovo che avanza” crolla al 10%.

Questi risultati delineano degli importanti aspetti generali.

- Innanzitutto si conferma una forte volatilità del voto. In generale, la metà dell’elettorato che ancora va a votare[3], sceglie a chi dare il voto non più sulla base di una vera adesione e fiducia in quel partito e al suo progetto politico, ma più sulla base delle promesse che nell’immediato sembrano rispondere direttamente ai propri problemi economici o di “garanzie sociali” (tipo reddito di cittadinanza o legge sulla legittima difesa) o come protesta per promesse non mantenute e incapacità di risolvere i problemi concreti della vita delle persone (vedi crollo dei socialdemocratici in Germania, dei Laburisti e Conservatori in Inghilterra, del M5S in Italia).

- In secondo luogo, queste elezioni confermano un generale indebolimento dei partiti storici della borghesia che hanno perso credibilità per tutti gli attacchi economici di cui sono stati protagonisti quando erano al governo e che hanno colpito in primo luogo i proletari, ma che hanno portato duri colpi anche ad ampi settori del ceto medio. Questo è un problema per la borghesia, non solo rispetto alla capacità di mistificazione giocata dai partiti di sinistra nei confronti del proletariato, ma anche perché i partiti storici, in decenni di alternanza al governo, avevano maturato un’esperienza politica nel gestire il rapporto economico/politico con le altre nazioni ma soprattutto avevano espresso una fedeltà alla causa della borghesia come classe nella gestione del capitale nazionale che forze, come il M5S in Italia o Podemos in Spagna, hanno ampiamente dimostrato di non avere. L’Unione Europea non è nata per “abbattere le frontiere” e “unire i popoli” di questa parte di mondo o perché non c’è concorrenza tra gli stati aderenti, ma è stata creata proprio da quella borghesia più lungimirante e con una visione più ampia, per meglio reggere la guerra di mercato in questa zona e costituire una difesa per i singoli Stati nazionali, una maggiore forza e difesa nella concorrenza con gli USA e le altre potenze mondiali.

- In questo quadro un elemento nuovo che sembra delinearsi è la decisa avanzata dei Verdi. Questa forte crescita, soprattutto in Germania e Francia, sembra essere un tentativo delle frazioni più lucide e lungimiranti della borghesia di trovare una risposta alla crescita del populismo di destra. L’uso che la borghesia e i media hanno fatto del movimento Fridays for future e la popolarità data a Greta Thunberg richiedono una riflessione[4]. Greta ha parlato alla Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, al World Economic Forum di Davos, al FMI, al parlamento europeo, è stata ricevuta da Macron, e dal Papa, … Tutta la borghesia internazionale ha sostenuto la sua protesta. Perché? La borghesia ha capito che Greta e la mobilitazione delle giovani generazioni, giustamente preoccupate per la questione climatica, poteva diventare un’arma importante da usare sia contro i populisti di destra che contro la classe operaia e i suoi giovani.

Contro le forze populiste perché, uno degli argomenti più deboli di questi è che non c’è alcun cambiamento climatico, o quanto meno questo non ha nulla a che fare con il sistema di produzione o comunque è un problema secondario rispetto al dilagare della delinquenza a causa degli immigrati.

Contro i proletari perché, ponendo il cambiamento climatico come IL problema centrale e urgente dell'umanità oggi, come la principale “contraddizione del capitalismo”, la borghesia vuole convincere in particolare le nuove generazioni che le altre questioni sociali, che la guerra e la barbarie, la disoccupazione e la precarietà di chi vive al limite della sopravvivenza, la mancanza di prospettiva, tutto questo è diventato secondario. Il cambiamento climatico, che è certamente un problema fondamentale, e l’idea che “è già troppo tardi”, diventano un modo per far sparire la divisione in classi, far sentire i proletari come parte di una popolazione indifesa ma al tempo stesso colpevole di fronte alle generazioni future e crea una falsa divisione tra “ecologisti” - per lo più per l’accoglienza dei profughi - e “populisti” contro gli immigrati, tra buoni e cattivi, tra democratici e fascistoidi.

Questo utilizzo sembra aver dato i suoi frutti in particolare in Germania dove se su internet si chiede di sciogliere il partito della Merkel, la CDU, perché non ha fatto niente per l’ambiente, i ragazzi che manifestavano per l’ambiente hanno chiamato i giovani a votare alle elezioni europee dicendo “Se non siete abbastanza grandi, spingete i vostri genitori e nonni a votare”. In altre parole, punire chi in quel momento si ritiene responsabile dell’inerzia di fronte alla distruzione del pianeta, ma al tempo stesso sostenere l’apparato politico e la mistificazione elettorale proprio di questi stessi responsabili.

Quanto la carta dei Verdi riuscirà a svilupparsi e quanto durerà è difficile dirlo, ma questa falsa polarizzazione tra le forze ecologiste e quelle populiste, che sono entrambe parte integrante dell’apparato della classe che causa tutti i disastri climatici, sociali, politici e umani, resta una trappola molto pericolosa per il proletariato e per le sue nuove generazioni.

… e in Italia

A parte l’aspetto dell’avanzata dei Verdi che in Italia non sembrano al momento avere avuto un’eco particolare, la situazione in Italia s’inscrive appieno in queste dinamiche più generali.

L’anno di vita del governo Conte conferma tutte le sue difficoltà a gestire la situazione italiana, con importanti ripercussioni anche a livello europeo. Le divisioni nella maggioranza di governo sono all’ordine del giorno, con Lega e M5S che giocano ognuno in proprio per far passare le promesse fatte ai propri elettori. Questo governo si regge essenzialmente sulla base del continuo patteggiamento tra M5S e Lega: chiusura dei porti anti immigrati contro reddito di cittadinanza, Flat tax contro salario minimo, intercalato da scontri che Conte è costretto a risolvere solo con la minaccia delle proprie dimissioni. Di fronte alla stagnazione economica, alla minaccia di chiusura di grosse aziende (ILVA, Alitalia, Almaviva, Whirpool…), e di tante altre più piccole che non fanno più notizia, il governo mostra una sconcertante inconsistenza a livello economico, in particolare sulle misure da adottare per non sforare il debito pubblico e impedire l’aumento dell’IVA, mentre rispetto all’UE ci si barcamena tra i “pugni sul tavolo sui migranti” e “non è l’Europa che decide per gli italiani” di Salvini da una parte e i tentativi del ministro Tria e del presidente del Consiglio Conte di venire a patti con la commissione europea per scongiurare la procedura di infrazione dell’UE e le relative sanzioni, senza però retrocedere completamente su reddito di cittadinanza e flat tax per non mettere in difficoltà i due vicepresidenti del Consiglio dei ministri.

A loro volta, i partiti dell’opposizione, PD e Forza Italia, non sanno fare altro che incolpare la maggioranza d’incapacità e litigiosità, di portare gli italiani nel baratro, e solfe simili, ma in quanto a programmi alternativi concreti mostrano il vuoto pneumatico. E tutti, maggioranza e minoranza, continuano a blaterare sulla priorità di piani d’investimento per rilanciare l’economia, di difesa dei cittadini, di dare una prospettiva di lavoro ai giovani.

Questo quadro desolante ci permette di capire l’esito delle votazioni in Italia per le europee.

Di Maio e i suoi ministri, che dovevano essere il “nuovo che avanza”, hanno mostrato la loro incompetenza e debolezza politica sia nella gestione dei ministeri di loro competenza che nel rapporto di forza con la Lega. Per l’elettorato penta-stellato, che aveva un’importante componente democratica e di “sinistra”, Di Maio appare come il porta borsa del vero leader di governo, il Salvini della destra più razzista e fascistoide. Inoltre, nella spartizione degli incarichi di governo, al M5S sono taccati i ministeri più difficili da gestire: quello dello Sviluppo Economico e del Lavoro, dell’Infrastrutture e della Sanità. Difficili perché direttamente legati all’economia e ai problemi avvertiti sulla pelle dai cittadini quotidianamente, per cui le misure prese o le mancate promesse hanno un impatto immediato sui lavoratori. Il problema di Di Maio è che le sue promesse hanno un costo che non è sostenibile da parte dello Stato, per cui mentre si dà una piccola cosa da una parte, si taglia dall’altra. La possibilità di andare prima in pensione per qualcuno con la “quota cento”, o di avere qualche briciola di reddito di cittadinanza non riesce a compensare il peggioramento della condizione della stragrande maggioranza delle persone, che si esprime attraverso i licenziamenti, il blocco delle pensioni, la chiusura d’interi reparti negli ospedali, il blocco delle opere pubbliche. In particolare il reddito di cittadinanza, ben lungi dall’essere la ricetta sbandierata da Di Maio per “eliminare la miseria” e “ridare dignità alle persone” e sul quale una larga fetta di disoccupati, precari e soprattutto giovani avevano posto delle speranze, si è dimostrato un bluff sia per le numerose restrizioni inserite che per la mancanza di copertura finanziaria. Intanto sul fronte dell’impiego si moltiplicano le minacce di chiusura di stabilimenti e le vertenze “storiche” tipo Ilva di Taranto, Alitalia e altre non vedono una via d’uscita.

Al contrario, nella competizione tra le due forze “alleate”, la Lega esce vincente. A differenza del M5S, la Lega è un partito populista con un’esperienza politica più solida, un’esperienza di partecipazione al governo e una macchina di propaganda molto rodata ed efficiente. Salvini si presenta come un leader che mantiene quello che dice, anche a costo di rischiare personalmente (come nel caso della Nave Diciotti: “mi indaghino pure, io difendo gli italiani”). Peraltro la chiusura dei porti italiani contro gli immigrati, la nuova legge sulla legittima difesa, corrispondono a misure concrete rispondenti a quanto promesso da Salvini sul piano della sicurezza e allo slogan “gli italiani prima di tutto”. Naturalmente Salvini ha potuto farlo perché tutto questo è a costo zero per l’economia italiana. Anche se, com’è tristemente noto, tutto questo non è privo di conseguenze in un prossimo futuro per l’economia italiana e per le tasche di ognuno di noi, Infatti, rispetto allo sforamento del debito pubblico, rispetto alle dichiarazioni altisonanti di Salvini contro la Commissione UE e le sue “letterine” di messa in guardia, "Sforare il 3%? Non solo si può ma si deve", finanche Di Maio reagisce: "Basta sparate pesano sullo spread” e un presidente fantoccio come Conte deve darsi da fare a Bruxelles per evitare la procedura di infrazione.

Per chiudere sul PD possiamo chiederci se il recupero di 4 punti percentuali possa essere attribuito a un recupero di credibilità. Noi non lo crediamo. Nonostante i mea culpa dopo il tracollo dello scorso anno e il cambio della guardia Renzi/Martina/Zingaretti, il PD ha usufruito soprattutto della campagna “democratica” e “europeista” della borghesia centrata sul pericolo populista in Europa e delle forze più “retrograde”, “antidemocratiche” e “disgreganti” che, come abbiamo detto, costituiscono un problema per la stessa borghesia. Questo in Italia si è tradotto per una parte dell’elettorato anti populista nell’idea che “bisogna andare a votare per fermare la Lega” e, di fronte alla disillusione verso il M5S, il meno peggio è stato il PD.

Populismo/anti populismo: una trappola per il proletariato

Le elezioni, di qualunque genere siano, nazionali, europee, politiche o amministrative, non sono il terreno del proletariato, ma dove la mistificazione democratica gioca maggiormente il suo ruolo di ingabbiamento dietro la borghesia nazionale. Non è questo il terreno dove il proletariato può difendere i propri interessi di classe sfruttata, né ritrovare la propria identità di forza antagonista alla barbarie di questo sistema. Non è quindi il risultato delle elezioni europee a indicare le dinamiche che si muovono nella classe o ad esprimere l’adesione o meno dei proletari all’ideologia della borghesia ed ai suoi partiti. Naturalmente le illusioni democratiche e l’idea che bisogna delegare questo o quel partito per ottenere un miglioramento della propria situazione sono ancora forti. Ma quello che ci sembra importante sottolineare è l’insidia nascosta in tutto il battage che ha preceduto e seguito queste elezioni, ovvero che ci sia un obiettivo primordiale per cui combattere, la lotta contro il populismo come stadio propedeutico a qualunque altra azione, proponendo così una falsa alternativa populismo/anti populismo. Ma tutti questi partiti, indistintamente, sono forze del dominio della borghesia. La realtà è che se noi oggi abbiamo a che fare con queste forze irresponsabili e sprezzanti delle più elementari regole di convivenza è perché ieri tutti gli altri partiti che sono oggi in affanno hanno sistematicamente tradito le aspettative della popolazione. Cadere in questa trappola porta alla divisione all’interno del proletariato tra chi vota Lega e chi M5S, chi vota PD e chi Forza Italia, facendo dimenticare che la reale divisione è tra chi detiene i mezzi di produzione e chi invece per sopravvivere è costretto a vendere la propria forza lavoro, tra chi ha tutto l’interesse a mantenere questo sistema di sfruttamento e chi invece ha tutto l’interesse a costruire una società diversa. Facendo dimenticare che i profughi della Diciotti di ieri e della Sea Watch di oggi subiscono lo stesso disprezzo per la vita umana e vengono usati da tutte le forze borghesi per i loro scontri di potere, allo stesso modo dei proletari che muoiono nei cantieri, che vengono licenziati o sono costretti a lavorare per un salario da fame. I peggiori nemici, da questo punto di vista, non sono quelli che come Salvini difendono apertamente questo stato di cose, ma quelli che tendono a mascherare questa divisione sociale, facendo credere che con un voto si possa cambiare qualcosa. Viceversa, la sola possibilità di cambiamento sta nell’azione diretta dei proletari che riconoscendosi come classe antagonista si muove a livello internazionale.

Eva, 30-6-2019

 

[3] Seppur in crescita in alcuni paesi, come Francia o Germania, la media percentuale dei votanti resta del circa 50%, con una diminuzione significativa in Gran Bretagna e in Portogallo. Il che significa che la vittoria di una forza politica non rappresenta assolutamente la maggioranza degli elettori. Ad esempio in Italia meno di 2 italiani su 10 hanno votato per Salvini.

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