L’unità e la solidarietà di classe uniche armi contro gli attacchi e contro la demoralizzazione

Ci avevano detto che la crisi era passata, che ormai si andava verso la ripresa e che, a parte qualche strascico, si poteva girare pagina. La verità è invece che il 2010 si sta prospettando anche peggio dell’anno scorso, le famiglie continuano a perdere potere di acquisto e sempre più difficilmente si arriva a coprire le spese del mese con degli stipendi che sono sempre più incerti, rarefatti e leggeri. Non vogliamo e non ci interessa in questa apertura di giornale riportare dati sull’economia. La gente che soffre sa bene qual è l’andamento reale dell’economia, lo avverte fino in fondo nella propria carne. Quello che vogliamo ricordare è invece proprio questa sofferenza che nell’immediato sta provocando un sentimento di scoraggiamento e di sfiducia nella classe operaia ma che costituisce in prospettiva la molla per dare vigore alla lotta di classe. Dopo la serie di suicidi avvenuti in Francia dal 2007 in poi, particolarmente alla Renault e a France Telecom, adesso anche l’Italia viene colpita da questo fenomeno. L’ultimo di questi è di un elettricista napoletano impiccatosi nel bosco di Capodimonte perché, dopo 23 anni di lavoro precario presso una ditta a 600 euro al mese, questa gli offre finalmente l’assunzione ma con il ricatto di non riconoscergli tutta l’attività passata a livello di contributi, privandolo così di qualunque copertura per l’anzianità e dunque non offrendogli alcun futuro. Questa situazione ha completamente gettato nello sconforto il povero operaio che non ha retto alla situazione. Le parole lasciate scritte per la moglie sono particolarmente significative: Sono umiliato. Mi vergognavo quando tu andavi a lavorare”. Ma ce ne sono tanti altri dove non sempre è facile capire le motivazioni che hanno indotto a questo atto estremo ma dove si tratta sempre di gente che soffre per le condizioni in cui vive. La crisi economica è comunque all’origine di tutti i malesseri sofferti. C’è ad esempio il caso di un operaio della Ericsson di Roma di 47 anni che si è gettato giù dal tetto della fabbrica perché temeva di essere licenziato. “Era nel gruppo degli emarginati” ha ricordato una ex dipendente licenziata, confermando quanto dicono anche altri dipendenti sull’esistenza di un gruppo di lavoratori che viene tenuto emarginato dagli altri e in cui si raggruppano disabili, sindacalisti, dipendenti con vertenza in corso, anziani, …[1] Ed ancora quello di Sergio M. che “si è suicidato perché non ha retto al dolore dell’abbandono, non ha retto alla violenza emotiva di dover vivere senza “il lavoro”. Sergio si è dato la morte per un senso di inutilità che lo aveva pervaso da quando “il lavoro lo aveva tradito”, abbandonando la sua esistenza a vuote giornate. Sergio aveva soltanto 36 anni.[2] E ancora così per un operaio bolognese di 32 anni che aveva saputo di essere stato messo in mobilità, o per l’ex operaio edile di 46 anni di Trieste o per l’insegnante di 57 anni di Benevento, tutti suicidi che si sono concentrati negli ultimi mesi. A spingere i proletari a questo atto estremo sono certamente le condizioni di miseria in cui sempre più ci spinge la crisi economica e l’accentuato ricatto padronale. Ma c’è anche il sentimento di perdere la propria dignità di lavoratore, la propria rispettabilità, di sentirsi inutile in questa società che spinge nello sconforto più totale gli elementi più sensibili, tanto più se condizioni di disoccupazione o di cassa integrazione isolano materialmente il singolo proletario dai suoi compagni di lavoro e non gli permettono di trovare nella socialità del lavoro quella valvola di compensazione così necessaria all’animo umano.

Tuttavia, come abbiamo detto più volte, la situazione attuale non è affatto proibitiva dal punto di vista dello sviluppo della lotta di classe, tutt’altro! Le condizioni oggettive per una lotta consapevole e matura ci sono tutte in seguito all’acuirsi della crisi economica. Il problema è che, sul piano soggettivo, la classe giustamente esita perché avverte che non si tratta più di strappare un piccolo aumento ma che si tratta caso mai di mettere in discussione tutto il sistema economico attuale e, pur avendo la netta sensazione che questo sistema non ha più niente da offrirle, non ha abbastanza fiducia in sé stessa per poter sferrare l’offensiva. Questo stallo in cui ci troviamo, e a cui abbiamo fatto cenno anche nel numero scorso del nostro giornale, è quello che porta da una parte allo sconforto di tanti proletari che restano isolati, ma che produce pure tutta una serie di lotte importanti ma ancora isolate in tutta una serie di città e di paesi[3] del mondo e che sta producendo anche l’emergere di una folta schiera di nuovi elementi di avanguardia che si stanno collocando su chiare posizioni internazionaliste. Perciò l’unica maniera per superare le difficoltà presenti della classe è creare il massimo di collegamenti tra proletari, unire le lotte isolate tra di loro, far sentire che si tratta della stessa lotta, che non si tratta di salvarsi affidandosi al sindacalista o al politico di turno. In una parola creare nella lotta quel clima di solidarietà che solo può permettere alla classe di maturare la fiducia in se stessa per poter osare sfidare il sistema attuale e proporsi come classe rivoluzionaria.

Ezechiele (10 febbraio 2009)

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