Disastri ambientali, inquinamento, variazioni climatiche. Il mondo sulla soglia di un collasso ambientale. 1a parte

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I prodromi della catastrofe

«La fame si sviluppa nei paesi del terzo mondo e ben presto raggiungerà i paesi che si pretendevano “socialisti”, mentre in Europa occidentale e nel Nord America si distruggono stock di prodotti agricoli, si pagano i contadini perché coltivino sempre meno terra, si penalizzano se producono più delle quote imposte. In America Latina, le epidemie, come quella del colera, uccidono migliaia di persone, mentre questo flagello era stato vinto da tempo. Per tutto il mondo inondazioni o terremoti uccidono decine di migliaia di individui in poche ore proprio quando la società è perfettamente in grado di costruire dighe e case che potrebbero evitare una simile ecatombe. Non si può neanche invocare la “fatalità” o i “capricci della natura” quando a Chernobyl, nel 1986, l’esplosione di una centrale atomica uccise centinaia (se non migliaia) di persone e contaminò parecchie province, quando, nei paesi più sviluppati, assistiamo a catastrofi micidiali nel cuore stesso delle grandi città: 60 morti in una stazione parigina, più di 100 morti in un incendio della metropolitana a Londra non molto tempo fa. Ugualmente questo sistema si rivela incapace di contrastare il degrado dell’ambiente, le piogge acide, l’inquinamento di tutti i generi e soprattutto nucleare, l’effetto serra, la desertificazione, cose che mettono in gioco la stessa sopravvivenza della specie umana.»[1]

Se la questione ambientale è stata sempre presente nella propaganda dei rivoluzionari, dalle denunce di Marx ed Engels delle condizioni invivibili della Londra a metà del XIX secolo a quelle di Bordiga sui disastri ambientali provocati dall’irresponsabilità del capitalismo, oggi essa assume una valenza ancora più forte e richiede uno sforzo accresciuto da parte delle organizzazioni rivoluzionarie per mostrare come l’alternativa storica che si pone di fronte all’umanità, socialismo o barbarie, non si gioca più soltanto a livello di guerre, locali o generalizzate che siano, perché si manifesta in maniera sempre più chiara all’orizzonte il rischio di un collasso ecologico-ambientale.

Con questa serie di articoli la CCI intende sviluppare la questione ambientale affrontando, progressivamente, i seguenti aspetti:

  • in questo primo articolo una denuncia dello stato attuale delle cose, cercando di mostrare l’entità del rischio di fronte al quale si trova l’umanità ed in particolare i fenomeni più laceranti che esistono a livello planetario come:
    • l’incremento dell’effetto serra,
    • la gestione dei rifiuti;
    • la sempre maggiore diffusione dei contaminanti con i relativi processi di biomagnificazione,
    • l’esaurimento delle risorse naturali e/o la loro compromissione per contaminazione;
  • nel secondo articolo cercheremo di mostrare come i problemi ambientali non possono essere attribuiti a delle singole persone - benché esistano anche chiare responsabilità personali – nella misura in cui la vera responsabilità è del capitalismo e della sua logica di massimo profitto. A tale proposito vedremo come la stessa evoluzione della scienza e della ricerca scientifica non sono casuali ma subordinate all’imperativo capitalista della realizzazione del massimo profitto;
  • nel terzo articolo analizzeremo le risposte date dai vari movimenti verdi, ecologisti, ecc. per dimostrarne - malgrado la buona fede e tutta la buona volontà di chi vi partecipa – la totale inefficacia e per affermare al contrario che l’unica soluzione possibile è la rivoluzione comunista internazionale;

1. I prodromi della catastrofe

Di problemi ambientali ormai si parla sempre più frequentemente, non fosse altro per il fatto che sono nati addirittura dei partiti nei vari paesi del mondo che hanno fatto della questione ambientale la loro bandiera. Ma possiamo stare tranquilli? Tutt’altro. Tanto clamore su questo tema ha la sola funzione di confonderci ancora più le idee. Motivo per cui abbiamo scelto di partire proprio dalla descrizione dei singoli fenomeni che nel loro insieme stanno spingendo la nostra società sempre più speditamente verso il collasso ambientale. Come vedremo – e contrariamente a quello che ci raccontano per televisione o sulle riviste patinate più o meno specializzate – la situazione è ben più grave e rischiosa di quanto si voglia far credere e soprattutto non è responsabilità di questo o quel mafioso o camorrista, di questo o quel capitalista avido e irresponsabile, ma del sistema capitalista in quanto tale.

1.1 L’incremento dell’effetto serra

L’effetto serra è una di quelle cose di cui tutti parlano ma non sempre con cognizione di causa. Cominciamo dunque col dire che l’effetto serra è un fenomeno del tutto benefico per la vita sulla terra - almeno per il tipo di vita che conosciamo - nella misura in cui permette che sulla superficie del nostro pianeta vi sia una temperatura media (sulle quattro stagioni e alle varie latitudini) di circa +15°C piuttosto che di -17°C, temperatura prevista in assenza di effetto serra. C’è da immaginarsi cosa sarebbe un mondo permanentemente sotto gli 0°C, con mari ghiacciati, fiumi ghiacciati … Ma a cosa dobbiamo questo surplus di ben 32°C di temperatura? All’effetto serra, ovvero al fatto che mentre la luce del sole attraversa gli strati bassi dell’aria senza essere assorbita (il sole non riscalda l’aria!), la radiazione che emana dalla terra (così come da qualunque altro corpo celeste), essendo costituita essenzialmente di radiazioni infrarosse, viene intercettata e assorbita abbondantemente da alcune componenti dell’aria come l’anidride carbonica, il vapor d’acqua, il metano ed altri composti di sintesi come i CFC (clorofluorocarburi). Ciò fa sì che il bilancio termico della terra usufruisca di questo calore trattenuto dagli strati bassi dell’atmosfera incrementando la temperatura della propria superficie del valore citato. Il problema dunque non sta nell’effetto serra in quanto tale, quanto nel fatto che, con lo sviluppo della società industriale, sono state immesse in atmosfera molte sostanze “ad effetto serra” facendone aumentare sensibilmente la concentrazione e incrementando di conseguenza lo stesso effetto serra. Ad esempio è stato dimostrato, attraverso studi condotti sull’aria intrappolata in carote di ghiaccio estratte dalle calotte polari e risalenti fino a 650.000 anni fa, che la concentrazione di anidride carbonica attuale, di 380 parti per milione (ppm), è la più elevata in tutto questo periodo e forse addirittura degli ultimi 20 milioni di anni. Ancora che le temperature registrate durante il 20° secolo risultano essere le più elevate degli ultimi 20.000 anni. Il ricorso forsennato ai combustibili fossili come fonte di energia e la crescente deforestazione della superficie terrestre hanno compromesso, a partire dall’era industriale, l’equilibrio naturale dell’anidride carbonica dell’atmosfera, che si basa da un lato sulla sua liberazione in atmosfera attraverso la combustione e la degradazione di materiali organici, dall’altro sulla cattura dall’atmosfera della stessa anidride carbonica attraverso il processo di fotosintesi per trasformarla in zucchero e dunque in materiali organici complessi. Lo squilibrio tra liberazione (combustione) e cattura (fotosintesi) della CO2 è alla base dell’attuale effetto serra.

Ma, come già detto, non c’è solo l’anidride carbonica, ma anche l’acqua e il metano. Il maggiore o minore contributo del vapore d’acqua procede parallelamente all’evolvere dell’effetto serra essendo il vapore d’acqua presente nell’atmosfera in misura tanto maggiore quanto maggiore è la temperatura. Per cui l’incremento dell’effetto serra si rinvigorisce a sua volta grazie ad una maggiore evaporazione dell’acqua. L’incremento del metano in atmosfera proviene invece da una serie di fonti naturali, ma anche dal maggiore uso che si fa di questo gas come combustibile e dalle perdite che si producono dai vari gasdotti disseminati sulla superficie terrestre. Tra l’altro il metano, detto anche gas di palude, è tipicamente quel gas che si produce dalla fermentazione di materiali organici in assenza di ossigeno e sempre più le valli boscose inondate per la costruzione di dighe di centrali idroelettriche sono all’origine di produzioni locali di metano. Ma il problema del metano, che attualmente contribuisce all’incremento dell’effetto serra per circa un terzo rispetto al biossido di carbonio, è ben più grave di quanto non possa apparire da questi elementi esposti. Anzitutto il metano ha una capacità di assorbire le radiazioni infrarosse che è 23 superiore a quella della CO2, il che è già tanto. Ma c’è di più! Tutte le previsioni attuali, già sufficientemente catastrofiche, non tengono conto dello scenario che si potrebbe presentare in conseguenza della liberazione di metano dall’enorme serbatoio naturale della terra costituito dalle sacche di gas intrappolato a circa 0°C e a qualche atmosfera di pressione in strutture particolari di ghiaccio, i cosiddetti clatrati (o gas idrati), dove 1 litro di cristallo è capace di trattenere oltre 50 litri di gas metano. Tali giacimenti si trovano soprattutto in mare lungo le scarpate continentali e all’interno del permafrost, terreno ghiacciato presente a pochi metri di profondità in varie zone della Siberia, Alaska e Nord Europa. Ecco il parere di alcuni esperti del settore:

“Se il riscaldamento globale superasse certi limiti (3-4° C) e si innalzasse la temperatura delle acque costiere e del permafrost, si potrebbe avere una enorme emissione, in tempi brevi (decine di anni) di metano liberato dagli idrati resi instabili e ciò innescherebbe un incremento dell’effetto serra di tipo catastrofico. Si tenga presente che nell’ultimo anno le emissioni di metano dal suolo svedese a nord del circolo polare artico sono aumentate del 60% e che l’aumento di temperatura degli ultimi 15 anni è limitato come media globale, ma è molto più intenso (alcuni gradi) nelle aree più settentrionali dell’Eurasia e dell’America (d’estate si è aperto il mitico passaggio a Nord-Ovest che consente di andare in nave dall’Atlantico al Pacifico).”[2]

Ma già senza questa chicca finale, le previsioni sviluppate da strutture riconosciute a livello internazionale come l’Agenzia IPCC dell’ONU e l’MIT di Boston prevedono per il secolo in corso un incremento di temperatura medio che va da un minimo di 0,5°C fino ad un massimo di 4,5°C nell’ipotesi che, come sta avvenendo, nulla si muova a livello sostanziale. E tali previsioni non tengono neanche conto dell’emergenza delle due nuove potenze industriali divoratrici di energia quali la Cina e l’India.

Un ulteriore riscaldamento di qualche grado centigrado provocherebbe una più intensa evaporazione delle acque oceaniche, ma le analisi più sofisticate suggeriscono che vi sarebbero disparità accentuate nella piovosità su differenti regioni. Le aree aride si estenderebbero e diventerebbero ancora più aride. Le zone degli oceani con temperature superficiali maggiori di 27° C, valore critico per la formazione di cicloni, aumenterebbero del 30-40%. Ciò creerebbe eventi meteorologici catastrofici in continuazione, con inondazioni e devastazioni ricorrenti. La fusione di buona parte dei ghiacciai antartici e groenlandesi e l’aumento di temperatura degli oceani farebbero innalzare l’altezza di questi ultimi (…) con l’invasione di acque salate in molte zone costieri fertili e la sommersione di intere regioni (parte del Bangladesh e molte isole oceaniche”.[3]

Non c’è qui lo spazio per sviluppare ancora in dettaglio questo tema, ma vale la pena almeno di accennare al fatto che il cambiamento climatico provocato dall’incremento dell’effetto serra, anche se non arrivasse all’effetto feed-back prodotto potenzialmente dalla liberazione di metano, rischierebbe ugualmente di essere catastrofico anche perché il mutato clima provocherebbe:

· una maggiore energia degli eventi meteorologici, un maggiore dilavamento dei terreni da parte di piogge molto più intense con una conseguente perdita di fertilità e l’innesco di processi di desertificazione anche in zone a clima meno temperato, come già sta succedendo in Piemonte (Italia);

· la creazione, nel Mediterraneo ed in altri mari una volta temperati, di condizioni ambientali favorevoli alla sopravvivenza di specie marine tropicali, con la conseguente migrazione di specie aliene e dunque con lo scombussolamento dell’equilibrio ecologico;

· il ritorno di vecchie malattie già debellate come la malaria, dovuto all’instaurazione di condizioni climatiche favorevoli alla crescita e diffusione degli organismi vettori come le zanzare, ecc.

1.2 Il problema della produzione e della gestione dei rifiuti

Un secondo tipo di problema tipico di questa fase della società capitalista è l’eccessiva produzione di rifiuti e la conseguente difficoltà a smaltirli adeguatamente. Se recentemente è arrivata all’“onore” della cronaca internazionale la notizia della presenza di cumuli di rifiuti sparsi per tutte le strade di Napoli e della Campania, questo è dovuto solo al fatto che questa regione del mondo è ancora considerata, tutto sommato, come facente parte di un paese industrializzato e dunque avanzato. Ma il fatto che le periferie di tante grandi città di paesi del terzo mondo siano diventate esse stesse discariche libere e abusive a cielo aperto è una realtà ormai consolidata.

Questo accumulo enorme di rifiuti è il risultato della logica di funzionamento del capitalismo. Infatti, se è vero che l’umanità ha sempre prodotto rifiuti, in passato questi venivano sempre reintegrati, riutilizzati, recuperati. E’ soltanto oggi, con il capitalismo, che il rifiuto diventa un problema per i meccanismi specifici secondo i quali funziona questa società e che partono tutti da un principio fondamentale: qualunque prodotto dell’attività umana viene considerato come merce, cioè qualcosa destinata ad essere venduta per realizzare il massimo profitto in un mercato dove l’unica legge è quella della concorrenza. Ciò ha una serie di conseguenze nefaste:

  1. una produzione delle merci non può essere programmata per la concorrenza tra capitalisti, segue dunque una logica irrazionale, dove ogni singolo capitalista punta sull’allargamento della propria produzione per vendere a più bassi prezzi e ricavare i suoi profitti, con la conseguenza di avere un’eccedenza di merci invendute. Peraltro proprio questa necessità di vincere la concorrenza e di abbassare i prezzi spinge i produttori ad abbassare la qualità dei manufatti, con la conseguenza che il tempo di vita della merce si riduce drasticamente trasformandosi più velocemente in rifiuto;
  2. una produzione abnorme di involucri, imballaggi, ecc. costituiti tra l’altro in larga misura da sostanze tossiche non degradabili che si accumulano nell’ambiente. Questi imballaggi, che spesso non hanno alcuna funzionalità se non quella di rendere la merce più appetibile per il potenziale acquirente, costituiscono quasi sempre una parte preminente, a livello di peso e di volume, rispetto al contenuto di merce venduta. Si pensi che ormai un sacchetto di rifiuti urbani indifferenziati è per metà occupato solo da materiali provenienti dagli imballaggi.
  3. una produzione di rifiuti accentuata da nuovi stili di vita che ci vengono imposti dalla vita moderna. Mangiare fuori casa ad un self-service in piatti di plastica e bere acqua minerale da bottiglie di plastica è ormai una realtà di centinaia di milioni di persone per il mondo tutti i giorni. Ugualmente l’uso di buste di plastica per fare acquisti è una comodità a cui quasi nessuno riesce a fare a meno. Tutto questo fa male all’ambiente evidentemente, ma fa tanto bene alle tasche del gestore del self-service che non ha l’onere di un lavapiatti al lavoro per tutta la giornata e fa ancora tanto bene alle tasche del gestore del supermercato o anche del negoziante rionale perché permette al cliente di comprare quello che vuole in ogni momento anche se non aveva programmato di fare acquisti perché il sacchetto è pronto per servirlo.

Tutto ciò ha portato ad un incremento considerevole della produzione di rifiuti in tutto il mondo, arrivando a circa 1 kg al giorno per ogni cittadino del mondo, ovvero a svariati milioni di tonnellate di rifiuti … al giorno!

Si pensi che solo in Italia, negli ultimi 25 anni, a parità di popolazione, la quantità di rifiuti è più che raddoppiata grazie ai materiali che costituiscono gli imballaggi.

Il problema dei rifiuti è uno di quelli che tutti pensano di poter risolvere ma che di fatto trovano nel capitalismo degli ostacoli insormontabili. Ma tali ostacoli non sono legati alla mancanza di tecnologia, tutt’altro, ma ancora una volta alla logica secondo la quale questa società viene gestita. In realtà la gestione dei rifiuti è parte di un processo che parte dalla produzione dei beni, passa attraverso l’utilizzazione di questi ultimi fino a che questi non diventano rifiuti. Ora, fermo restando il fatto che è possibile - attraverso la raccolta differenziata - il riciclo e il riuso di materiali e oggetti vari, quest’ultima sezione ha comunque dei costi di gestione e richiede anche un certa capacità politica di coordinamento che manca in genere alle economie più deboli. Per cui nei paesi più poveri e dove le attività imprenditoriali sono in declino per la crisi galoppante di questi ultimi decenni, gestire i rifiuti diventa solo un onere.

Ma qualcuno obietta: se nei paesi avanzati la gestione dei rifiuti funziona, ciò significa che è solo questione di buona volontà, di civiltà e di buona capacità imprenditoriale. Il problema è che, come in tutti i settori della produzione, anche in quello dei rifiuti i paesi forti scaricano su quelli deboli (o al loro interno sulle loro regioni economicamente più depresse) il peso di una parte della loro gestione.

Due gruppi ambientalisti americani, Basel Action Network e Silicon Valley Toxics hanno recentemente pubblicato un rapporto che afferma che dal 50 all’80 per cento dei rifiuti elettronici degli Stati americani dell’Ovest sono caricati sui container di navi in partenza per l’Asia (Sopratutto India e Cina), dove i costi di smaltimento sono nettamente più bassi e le leggi ambientali meno severe. Non si tratta di progetti di sostegno, ma di un commercio di rifiuti tossici che i consumatori hanno deciso di gettare. Il rapporto delle due associazioni fa per esempio riferimento alla discarica cinese di Guiyu, che raccoglie soprattutto monitor e stampanti. I lavoratori di Guiyu usano strumenti di lavoro rudimentali per estrarre componenti destinate a essere rivendute: “Un’impressionante quantità di rifiuti elettronici non viene riciclata ma viene semplicemente abbandonata all’aperto nei campi, sulle rive dei fiumi, negli stagni, nelle paludi, nei fiumi e nei canali di irrigazione”. A lavorare senza nessuna precauzione vi sono donne, uomini e bambini.[4]

In Italia (…) si stima un volume di affari per le ecomafie di 26.000 miliardi annui, di cui 15.000 per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti (Rapporto Ecomafia 2007 di Lega Ambiente). (…) L’Agenzia delle Dogane ha sequestrato nel 2006 circa 286 container con oltre 9.000 t. di rifiuti. Lo smaltimento legale di un container di 15 t. di rifiuti pericolosi costa circa 60.000 euro; per la stessa quantità, il mercato illegale in Oriente ne chiede solo 5.000.

Tra le mete principali dei traffici illegali vi sono molti paesi asiatici in via di sviluppo: i materiali esportati prima vengono lavorati e poi reintrodotti in Italia, o in altri paesi occidentali, come derivati degli stessi rifiuti per essere destinati, in particolare, a fabbriche di materiali plastici.

La FAO, nel giugno del 1992, annunciò che gli Stati in via di sviluppo e soprattutto africani erano diventati una “pattumiera” a disposizione dell’Occidente. La Somalia sembra oggi essere uno degli Stati africani più a rischio, un vero e proprio crocevia di scambi e traffici di questo genere: in un recente rapporto l’UNEP fa notare il costante aumento delle falde acquifere avvelenate trovate in Somalia, che genera malattie incurabili nella popolazione. Il porto di Lagos, in Nigeria, è il più importante scalo del traffico illegale di componenti tecnologiche obsolete dirette verso l’Africa.

Nel maggio scorso il Parlamento panafricano (PAP) ha chiesto ai Paesi occidentali un risarcimento per i danni procurati dall’effetto serra e dall’abbandono di rifiuti nel continente, due problemi che, secondo le autorità africane, sono responsabilità dei paesi più industrializzati del mondo.

Ogni anno nel mondo si producono dai 20 ai 50 milioni di t. di “spazzatura elettronica”; in Europa si parla di 11 milioni di t., di cui l’80% finisce in discarica. Si stima che entro il 2008 nel mondo si conteranno almeno un miliardo di pc (uno ogni sei abitanti); entro il 2015 saranno più di due miliardi. Questo dato costituirà un ulteriore e gravissimo pericolo per il problema dello smaltimento della tecnologia obsoleta. [5]

Ma, come dicevamo prima, lo scaricare il problema dei rifiuti sulle aree più depresse avviene anche all’interno di uno stesso paese. E’ proprio il caso della Campania in Italia arrivata alle cronache internazionali per l’accumulo di rifiuti rimasti per le strade per mesi e mesi. Ma ben pochi sanno che la Campania, come - a livello internazionale - la Cina, l’India o i paesi nordafricani, è il ricettacolo di tutti i rifiuti tossici delle industrie del nord che hanno fatto delle ridenti e fertili zone agricole del casertano una delle aree più contaminate del pianeta. Nonostante le diverse azioni della magistratura che si accavallano l’una all’altra, lo scempio continua indisturbato. Ancora una volta non è la camorra, la mafia, la malavita a produrre i guasti, ma la logica del capitalismo. Infatti, mentre la procedura ufficiale per smaltire correttamente 1 chilo di rifiuti tossici comporta una spesa che può superare i 60 centesimi, attraverso dei canali illegali e con la manovalanza della malavita lo stesso servizio costa si e no una diecina di centesimi. E così che ogni fosso, ogni cava abbandonata, è diventata una discarica a cielo aperto. Addirittura in un paesino della Campania, dove stanno per costruire anche un inceneritore, questi materiali tossici, mischiati a del terreno per camuffarli, sono stati utilizzati per creare un fondo stradale di un lungo viale in “terra battuta”. Come dice Saviano, nel libro che in Italia è diventato un cult:

Se i rifiuti illegali gestiti dalla camorra fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari: la più grande montagna mai esistita sulla terra.[6]

D’altra parte, come vedremo meglio nel prossimo articolo, il problema dei rifiuti nasce anzitutto dal tipo di produzione che la società attuale porta avanti. Al di là dell’“usa e getta”, il problema sta spesso nei materiali che si utilizzano per fare i singoli oggetti. In particolare il ricorso a materiali sintetici e particolarmente ai materiali plastici praticamente indistruttibili pone dei problemi immensi all’umanità di domani. E stavolta non si tratta neanche più di paesi ricchi o poveri perché la plastica è non degradabile in qualunque paese del mondo, come possiamo evincere da questo stralcio di articolo:

Lo chiamano Pacific Trash Vortex, il vortice di spazzatura dell’Oceano Pacifico che ha un diametro di circa 2500 chilometri, è profondo 30 metri ed è composto per l'80% da plastica e il resto da altri rifiuti che giungono da ogni dove. “E' come se fosse un’immensa isola nel mezzo dell’Oceano Pacifico composta da spazzatura anziché rocce. Nelle ultime settimane la densità di tale materiale ha raggiunto un tale valore che il peso complessiva di questa “isola” di rifiuti raggiunge i 3,5 milioni di tonnellate”, spiega Chris Parry del California Coastal Commission di San Francisco (…). Questa incredibile e poco conosciuta discarica si è formata a partire dagli anni Cinquanta, in seguito all’esistenza della North Pacific Subtropical Gyre, una lenta corrente oceanica che si muove in senso orario a spirale, prodotta da un sistema di correnti ad alta pressione. (….) La maggior parte della plastica giunge dai continenti, circa l'80%, solo il resto proviene da navi private o commerciali e da navi pescherecce. Nel mondo vengono prodotti circa 100 miliardi di chilogrammi all’anno di plastica, dei quali, grosso modo, il 10% finisce in mare. Il 70% di questa plastica poi, finirà sul fondo degli oceani danneggiando la vita dei fondali. Il resto continua a galleggiare. La maggior parte di questa plastica è poco biodegradabile e finisce per sminuzzarsi in particelle piccolissime che poi finiscono nello stomaco di molti animali marini portandoli alla loro morte. Quella che rimane si decomporrà solo tra centinaia di anni, provocando da qui ad allora danni alla vita marina”.[7]

Una massa di rifiuti estesa quanto due volte la superficie degli Stati Uniti! L’hanno vista solo ora? Niente affatto: è stata scoperta nel 1997 da un ex petroliere che navigava sul suo yacht e adesso si viene a sapere che un rapporto dell’ONU del 2006 calcola che un milione di uccelli marini e oltre 100 mila pesci e mammiferi marini all’anno muoiano a causa dei detriti di plastica e che ogni miglio quadrato nautico di oceano contenga almeno 46 mila pezzi di plastica galleggiante [8].

Ma cosa è stato fatto in questi dieci anni da chi ha il mano le redini della società? Assolutamente nulla! D’altra parte situazioni simili, anche se non altrettanto drammatiche, si lamentano anche nel Mediterraneo nelle cui acque ogni anno si riversano 6,5 milioni di tonnellate di spazzatura, di cui l’80% costituita da plastica, e sui cui fondali si arrivano a contare circa 2000 pezzi di plastica per chilometro quadrato.[9]

Eppure le soluzioni esistono. La plastica biodegradabile fatta con una percentuale fino all’85% di amido di mais e completamente biodegradabile ad esempio è una realtà già oggi: esistono buste, penne e oggetti vari fatti di questo materiale. Ma l’industria difficilmente abbraccia una strada se questa non è la più redditizia, e poiché la plastica a base di amidi costa di più, nessuno si accolla i costi in più di un materiale biodegradabile per evitare di uscire dal mercato[10]. Il problema è che i capitalisti sono abituati a fare i bilanci economici escludendo sistematicamente alcune voci, che non sono esprimibili in danaro perché giustamente non si possono né comprare né vendere, e si tratta della salute della popolazione e dell’ambiente. Tutte le volte che un industriale produce un materiale che al termine del suo ciclo di vita diventa rifiuto, le spese materiali per la gestione di questo rifiuto non sono quasi mai computate, ma soprattutto non sono mai computati i danni che la permanenza di questo materiale sulla terra comporta.

C’è da fare un’ulteriore considerazione sul problema dei rifiuti, cioè che il ricorso a discariche o agli stessi inceneritori comporta uno spreco di tutto il valore energetico e di tutti i materiali utili che essi contengono. E’ provato, ad esempio, che produrre alcuni materiali come rame e alluminio da materiali riciclati comporta un abbattimento delle spese di produzione che può arrivare ad oltre il 90%. Questo fa sì che nei paesi periferici le discariche diventino una vera fonte di sussistenza per migliaia e migliaia di persone che hanno abbandonato le campagne ma che non riescono a integrarsi nel tessuto economico delle città. Si cerca tra i rifiuti qualunque cosa possa essere rivenduto:

Sono sorte così vere e proprie “città discariche”. Quelle africane della baraccopoli di Korogocho a Nairobi - più volte descritta da padre Zanotelli - e quelle meno note di Kigali in Rwanda; ma anche nello Zambia, dove il 90 per cento di spazzatura non viene raccolto e si accumula nelle strade, mentre la discarica di Olososua, in Nigeria, accoglie ogni giorno oltre mille camion di rifiuti. In Asia, a Manila, è tristemente famosa Payatas a Quezon City, una baraccopoli dove vivono oltre 25 mila persone: è sorta sul pendio di una collina di rifiuti, la “montagna fumante” dove adulti e bambini si contendono materiali da rivendere. Ma c’è anche Paradise Village che non è un villaggio turistico, bensì una bidonville cresciuta sopra un acquitrino dove gli allagamenti sono puntuali come le piogge monsoniche. E poi “Dumpsite Catmon”, la discarica sulla quale si è sviluppata la baraccopoli che sovrasta Paradise Village. In Cina, a Pechino, le discariche sono abitate da migliaia di persone che riciclano rifiuti illeciti, mentre l’India con i suoi slums metropolitani è il paese più densamente popolato dai “sopravvissuti dei rifiuti”.[11]

1.3 La diffusione dei contaminanti

I contaminanti sono sostanze, naturali o sintetiche, che risultano tossiche per l’uomo e/o per il mondo vivente. A parte le sostanze naturalmente presenti da sempre sul nostro pianeta e usate in vario modo nella tecnologia industriale, tra cui i metalli pesanti, l’amianto, ecc., di sostanze tossiche l’industria chimica ne ha prodotte a diecine di migliaia e in quantità … industriali. La mancanza di conoscenze sulla pericolosità di tutta una serie di sostanze ma soprattutto il cinismo della produzione capitalista ha prodotto disastri inimmaginabili producendo una situazione ambientale che sarà veramente difficile rimettere in sesto una volta estromessa la classe dominante attuale.

Uno degli episodi tra i più catastrofici dell’industria chimica è stato senz’altro quello di Bhopal, in India, avvenuto nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 nella fabbrica della Union Carbide, multinazionale chimica americana. Una nube tossica di 40 tonnellate di pesticidi uccise, alcune subito, altre negli anni successivi, almeno sedicimila persone e segnò per la vita con danni pesantissimi un altro mezzo milione di persone. Le indagini successive hanno poi appurato che, contrariamente a quanto era presente nell’impianto gemello collocato in Virginia, in quello di Bhopal non c’erano misuratori di pressione, sistemi di refrigerazione, la torre di raffreddamento era temporaneamente chiusa e che era noto ai dirigenti della compagnia che i sistemi di sicurezza erano inadeguati per un impianto di quelle dimensioni. Ma la verità è che l’impianto indiano, condotto con mano d’opera a bassissimo prezzo, era per gli americani un investimento a tutto tondo con ricavi eccezionali visto il ridotto investimento di capitali fissi e variabili …

Altro episodio storico è poi quello dell’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl del 1986.

È stato stimato che il rilascio di radioattività dal reattore n.4 di Chernobyl sia stato circa 200 volte superiore alle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki messe insieme. In tutto, sono state seriamente contaminate aree in cui vivono 9 milioni di persone tra Russia, Ucraina e Bielorussia, dove il 30 per cento del territorio è contaminato dal cesio-137. Nei tre paesi circa 400 mila persone sono state evacuate, mentre altre 270 mila vivono in aree in cui vigono restrizioni all’uso del cibo prodotto localmente.[12]

Ovviamente resta la miriade di disastri ambientali prodotti dalla cattiva gestione di impianti o da incidenti, come le innumerevoli dispersioni di greggio in mare, tra cui quello provocato dalla petroliera Exxon Valdez il 24 marzo 1989 che, incagliatasi sulla costa dell’Alaska, provocò la fuoriuscita di almeno 30.000 tonnellate di petrolio, o ancora la prima guerra del Golfo conclusasi con i vari pozzi petroliferi in fiamme e con un disastro ecologico prodotto da dispersione di petrolio nel golfo persico che è a tutt’oggi il più grave della storia. Più in generale si pensi che, secondo la U.S. National Academy of Sciences, la quantità di idrocarburi che si perde ogni anno in mare si aggirerebbe su una media di 3-4 milioni di tonnellate, con tendenza ad aumentare nonostante i vari interventi preventivi a causa del continuo incremento dei consumi.

Ma, al di là dei contaminanti che, per le dosi a cui si trovano nell’ambiente, provocano un’intossicazione acuta, non bisogna sottovalutare un altro meccanismo di intossicazione, più lento e più subdolo, che è quello dell’intossicazione cronica. Infatti un tossico assorbito lentamente e a piccole dosi, se chimicamente stabile, si può accumulare progressivamente negli organi e tessuti di un organismo vivente fino a raggiungere concentrazioni tali da risultare letale. Questo è quello che, dal punto di vista eco-tossicologico, prende il nome di bioaccumulo. Esiste poi un altro meccanismo che prende il nome di biomagnificazione e che corrisponde al fatto che un tossico si possa trasmettere, attraverso la rete alimentare, da stadi trofici inferiori a stadi trofici superiori, aumentando ogni volta la propria concentrazione di due o tre ordini di grandezza.

Per capire questo fenomeno la cosa migliore è riferirsi immediatamente ad un caso reale che si è verificato nel 1953 nella baia di Minamata, in Giappone, dove viveva una povera comunità di pescatori che si alimentavano essenzialmente del pesce da loro stessi pescato. Nelle prossimità di quella baia esisteva un insediamento industriale che produceva acetaldeide, un composto chimico di sintesi per la cui preparazione era necessario l’uso di un derivato del mercurio. Gli scarichi a mare di questa industria comportavano anche una leggera contaminazione da mercurio, che però era dell’ordine di grandezza di 0,1 microgrammi per litro di acqua marina, ovvero una concentrazione che, con le strumentazioni ben più sofisticate oggi disponibili, si prova ancora difficoltà a determinare. Quale fu la conseguenza di questa contaminazione apparentemente appena percettibile? 48 persone morirono in pochi giorni, 156 rimasero intossicati con gravi conseguenze, i gatti dei pescatori, che si erano essi stessi cibati a lungo degli avanzi di pesce, finirono “suicidi” a mare, assumendo un comportamento del tutto inusuale per un felino. Cosa era successo? Il mercurio presente nelle acque del mare era stato assorbito e organicato dal fitoplancton, poi successivamente si era trasferito da questo allo zooplancton, poi ancora ai piccoli molluschi, successivamente ai pesci di taglia piccola e media, seguendo sempre le linee di sviluppo della rete trofica in cui lo stesso materiale contaminante, chimicamente indistruttibile, si trasmetteva nel nuovo organismo ospite ad una concentrazione crescente ed inversamente proporzionale al rapporto tra la taglia del predatore e la massa di alimento predato nella propria vita. Così si scoprì che nei pesci questo metallo era arrivato alla concentrazione di 50 milligrammi per ogni kilogrammo, cioè si era concentrato di ben 500.000 volte, ed ancora che in alcuni pescatori colti dalla “sindrome di Minamata”, nei cui organismi si era prodotto un ulteriore incremento di concentrazione, era stata riscontrata una concentrazione che superava il mezzo grammo di mercurio per ogni chilo di capelli.

Nonostante il fatto che dall’inizio degli anni ’60 il mondo scientifico fosse consapevole del fatto che, nei confronti delle sostanze tossiche, non è affatto sufficiente un’azione di diluizione in natura perché, come mostrato, i meccanismi biologici sono capaci di concentrare quello che l’uomo diluisce, l’industria chimica ha continuato e continua ancora a contaminare in lungo e in largo il nostro pianeta, e stavolta senza neanche più la scusa che “non si sapeva quello che sarebbe potuto succedere …”.

Così una seconda Minamata si produce in anni molto più recenti a Priolo, in Sicilia (Italia), in una striscia di terra avvelenata che ospita nel raggio di pochi chilometri ben cinque raffinerie, dove viene accertato che l’Enichem scarica illegalmente mercurio dall’impianto di produzione elettrolitica di cloro e soda. Tra il 1991 e il 2001 circa 1000 bambini nascono con gravi handicap mentali e forti malformazioni sia al cuore che all’apparato urogenitale, famiglie intere vengono stroncate da tumori e numerose donne disperate sono costrette ad abortire per liberarsi dei figli-mostri che avevano concepito. Eppure l’episodio di Minamata aveva già mostrato tutti i rischi del mercurio sulla salute umana! Quella di Priolo non è più dunque una distrazione, un tragico errore, ma un atto di banditismo vero e proprio perpetrato dal capitalismo italiano, anzi proprio da quel capitalismo “statale” che alcuni vorrebbero più “di sinistra” rispetto a quello privato. Nella realtà si è scoperto che la dirigenza dell’Enichem agiva come la peggiore ecomafia: per risparmiare i costi dello smaltimento (si parla di diversi milioni di euro risparmiati) i rifiuti contenenti mercurio venivano miscelati con altri liquami e gettati in mare, nei tombini oppure sotterrati; inoltre si producevano certificati falsi, si utilizzavano cisterne con doppi fondi per camuffare il traffico di rifiuti pericolosi, e così via. Quando finalmente la magistratura si è messa in moto arrestando la dirigenza dell’industria, la responsabilità è stata così palese che l’Enichem si è decisa a rimborsare le famiglie colpite con 11 milioni di euro, una cifra equivalente a quella che avrebbe dovuto pagare in caso di condanna da parre del tribunale.

Ma al di là delle fonti di contaminazione puntuali, è tutta la società che, per come funziona oggigiorno, produce continuamente contaminanti che vanno ad accumularsi nell’aria, nelle acque e nei terreni e - come già detto - in tutta la biosfera, compresi noi umani. L’uso massiccio di detergenti e altri prodotti hanno condotto a fenomeni di eutrofizzazione di fiumi, laghi e mari. Negli anni ’90, per ogni anno, il Mare del Nord ha ricevuto 6.000-11.000 tonnellate di piombo, 22.000-28.000 t di zinco, 4.200 t di cromo, 4.000 t di rame, 1450 t di nickel, 530 t di cadmio, 1.5 milioni di tonnellate di azoto combinato ed oltre 100.000 t di fosfato. Questi scarichi così ricchi di materiali inquinanti sono particolarmente pericolosi proprio in mari caratterizzati da estesa platea continentale (ovvero poco profondi anche al largo), come appunto il mare del Nord, ma anche il Baltico, l’Adriatico settentrionale, il Mar Nero, perché la scarsa massa di acqua marina, oltre alla difficoltà di miscelamento tra le acque dolci di fiume e quelle saline e più dense del mare, non permette un’opportuna diluizione della contaminazione.

Ancora prodotti di sintesi come lo storico insetticida DDT, messo fuori legge nei paesi industrializzati ormai da una trentina di anni, o ancora i PCB, policlorobifenili, usati una volta nell’industria elettrica ed anch’essi ormai fuori produzione perché proibiti dalla normativa attuale, entrambi di una solidità chimica indescrivibile, si ritrovano attualmente inalterati un po’ dappertutto, nelle acque, nei terreni e … nei tessuti degli organismi viventi. Grazie sempre alla biomagnificazione questi materiali si sono a volte concentrati pericolosamente in alcune specie animali provocandone una forte moria o il declino della popolazione per danni importanti all’apparato riproduttivo degli animali. Naturalmente va preso in considerazione in questo ambito quanto abbiamo riportato più sopra a proposito dei traffici di rifiuti pericolosi che, collocati spesso in maniera abusiva in luoghi privi di ogni protezione per le matrici ambientali, provocano dei danni incalcolabili all’ecosistema e a tutta la popolazione della zona.

Per chiudere con questo argomento - ma in tutta evidenza ci sarebbe ancora da riportare le centinaia e centinaia di casi reali che si presentano a livello mondiale – c’è ancora da ricordare che proprio questa contaminazione diffusa del territorio sta portando ad un fenomeno nuovo e drammatico: la creazione di aree della morte, come appunto in Italia il triangolo tra Priolo, Melilli e Augusta in Sicilia - una zona dove la percentuale di bambini con gravi malformazioni congenite è quattro volte superiore alla media nazionale - o ancora l’altro triangolo della morte vicino Napoli, tra Giugliano, Qualiano e Villaricca, dove l’incidenza di casi di tumore è decisamente superiore alla media nazionale.

1.4 L’esaurimento delle risorse naturali e/o la loro compromissione per contaminazione

L’ultimo esempio di fenomeno globale che sta portando il mondo verso la catastrofe è quello relativo alle risorse naturali, che si stanno in parte esaurendo e in parte compromettendo per problemi di contaminazione. Prima di sviluppare in dettaglio questo argomento vogliamo far presente che problemi di questo tipo, in scala ridotta, il genere umano li ha già incontrati, e con conseguenze catastrofiche. Se oggi siamo qui a raccontarne una è solo perché la regione interessata dal collasso è solo una piccola parte della terra. Riportiamo qui di seguito alcuni passaggi tratti da un saggio di Jared Diamond, Collasso, relativi alla storia di Rapa Nui, l’Isola di Pasqua, terra famosa per le grandi statue di pietra. Come è noto l’isola fu scoperta dall’esploratore olandese Jacob Roggeveen il giorno di Pasqua del 1722 (da cui il nome) ed è stato ormai accertato scientificamente che l’isola “era ricoperta da una fitta foresta subtropicale ricca di grossi alberi e arbusti legnosi” e che era ricca di uccelli e selvaggina. Ma all’arrivo dei colonizzatori l’impressione fu tutt’altra:

Roggeveen si scervellava per capire come fossero state erette quelle enormi statue. Per citare ancora una volta il suo diario: “Le immagini di pietra ci fecero grande meraviglia, perché non riuscivamo a capire come questo popolo, sprovvisto di legno spesso e robusto necessario alla costruzione di un qualsiasi strumento meccanico, e completamente privo di funi resistenti, fosse stato capace di erigere tali effigi alte 9 metri (…). All’inizio, da una certa distanza, avevamo creduto che l’isola di Pasqua fosse un deserto, poiché avevamo scambiato per sabbia la sua erba ingiallita, il fieno e gli arbusti inariditi e bruciati (…)”. Che cosa era accaduto a tutti gli alberi che un tempo dovevano esserci stati? Per scolpire, trasportare e innalzare le statue ci volevano molti uomini, che dunque dovevano vivere in un ambiente sufficientemente ricco da poterli sostenere. (…) La storia dell’isola di Pasqua è il caso più eclatante di deforestazione mai verificatosi nel Pacifico, se non nel mondo intero: tutti gli alberi sono stati abbattuti e tutte le specie arboree si sono estinte”.[13]

“La deforestazione iniziò da subito, raggiunse il suo culmine nel 1400, e si completò, in varie date, da zona a zona, concludendosi alla fine del XVII secolo. Le conseguenze immediate furono la perdita di materie prime per la costruzione di moai (le grandi statue, ndr) e di canoe per la navigazione in alto mare. Dal 1500, privi di canoe, gli abitanti dell’isola non poterono più cacciare delfini e tonni.

La deforestazione impoverì l’agricoltura esponendo il suolo all’azione corrosiva e depauperante del vento e della pioggia, eliminando altresì il concime frutto delle foglie e dei frutti degli alberi.

La mancanza di proteine animali e la riduzione della terra coltivabile portò ad un’estrema pratica di sopravvivenza: il cannibalismo. Nelle tradizioni orali dei suoi abitanti compariva spesso il richiamo a questo modo di alimentarsi. L’insulto tipico fatto ad un nemico era: “Mi è rimasta tra i denti la carne di tua madre”.[14]

Per il loro completo isolamento, gli abitanti di Pasqua costituirono un chiaro esempio di società che si auto distrusse attraverso lo sfruttamento eccessivo delle sue risorse. (…) I paralleli che si possono tracciare tra l’isola di Pasqua e il mondo moderno sono così ovvi da apparirci agghiaccianti. Grazie alla globalizzazione, al commercio internazionale, agli aerei a reazione e a Internet, tutti i paesi sulla faccia della terra condividono, oggi, le loro risorse e interagiscono, proprio come i dodici clan dell’isola di Pasqua, sperduti nell’immenso Pacifico come la Terra è sperduta nello spazio. Quando gli indigeni si trovarono in difficoltà, non poterono fuggire né cercare aiuto al di fuori dell’isola, come non potremmo noi, abitanti della Terra, cercare soccorso altrove, se i problemi dovessero aumentare. Il crollo dell’isola di Pasqua, secondo i più pessimisti, potrebbe indicarci il destino dell’umanità nel prossimo futuro”.[15]

Questa premessa recuperata per intero dal saggio di Diamond ci ammonisce sul fatto che la capacità dell’ecosistema Terra non è illimitata e che, come ad un certo punto si è verificato per l’isola di Pasqua in scala ridotta, qualcosa di simile può riprodursi nel prossimo futuro se l’umanità non saprà amministrare adeguatamente le sue risorse.

In verità esiste un parallelo immediato che potremmo fare proprio a livello di deforestazione, che è andata avanti dalle origini delle civiltà primitive ad oggi a livello serrato e che sciaguratamente continua ad andare avanti distruggendo i polmoni verdi residuali della Terra, come la foresta amazzonica. Come è noto, mantenere queste parti verdi sulla superficie terrestre è importante non solo per preservare una serie di specie animali e vegetali, ma anche per assicurare un adeguato equilibrio tra biossido di carbonio ed ossigeno (la vegetazione si sviluppa appunto consumando CO2 e producendo glucosio ed ossigeno).

Come abbiamo già visto rispetto al caso della contaminazione da mercurio, la borghesia è consapevole dei rischi che corre su questi piani, come dimostrato dal nobile intervento di uno scienziato del secolo 19°, Rudolf Julius Emmanuel Clausius, che sul problema dell'energia e delle risorse si era espresso in maniera molto chiara, anticipando di ben oltre un secolo i cosiddetti discorsi sulla sostenibilità ambientale: “Nell’economia di una nazione c’è una legge di validità generale: non bisogna consumare in ciascun periodo più di quanto è stato prodotto nello stesso periodo. Perciò dovremmo consumare tanto combustibile quanto è possibile riprodurre attraverso la crescita degli alberi.”[16]

Ma a giudicare da quanto sta avvenendo oggi possiamo dire che si sta facendo giusto l’opposto di quanto raccomandava Clausius e stiamo andando dritto nella direzione fatale dell’isola di Pasqua.

Per affrontare adeguatamente il problema delle risorse occorre tenere presente anche un’altra variabile fondamentale, che è quella della variazione della popolazione mondiale:

Fino al 1600 la crescita della popolazione mondiale era così lenta da far registrare un aumento del 2-3% per ogni secolo: furono necessari ben 16 secoli perché dai 250 milioni di abitanti all'inizio dell'era cristiana si passasse a circa 500 milioni di abitanti. Da questo momento in poi il tempo di raddoppio della popolazione è andato sempre diminuendo tanto che, oggi, in alcuni Paesi del mondo ci si avvicina al cosiddetto "limite biologico" nella velocità di crescita di una popolazione (3-4% l'anno). Secondo l’ONU si supereranno gli otto miliardi di abitanti intorno al 2025 (…).

Bisogna considerare le notevoli differenze che, attualmente, si registrano fra Paesi avanzati, arrivati quasi al "punto zero" della crescita, e Paesi in via di sviluppo che contribuiscono al 90% dell'incremento demografico odierno. (…) Nel 2025, secondo le previsioni dell'ONU, la Nigeria ad esempio, avrà una popolazione superiore a quella degli Stati Uniti e l'Africa supererà di tre volte l'Europa per numero di abitanti. Il sovrappopolamento, unito ad arretratezza, analfabetismo e mancanza di adeguate strutture igienico-sanitarie, costituisce sicuramente un grave problema non solo per l'Africa a causa delle inevitabili conseguenze di tale fenomeno a livello mondiale. Si verifica, infatti, uno squilibrio tra domanda e offerta di risorse disponibili, dovuto anche all'utilizzo di circa l'80% delle risorse energetiche mondiali da parte dei Paesi industrializzati.

Il sovrappopolamento comporta un forte abbassamento del tenore di vita in quanto diminuisce la produttività per addetto e la disponibilità pro capite di generi alimentari, acqua potabile, servizi sanitari e cure mediche. La forte pressione antropica in atto sta portando ad un degrado ambientale che, inevitabilmente, si ripercuote sugli equilibri dell'intero sistema Terra.

Lo squilibrio, negli ultimi decenni, si sta accentuando: la popolazione continua non solo a crescere in modo non omogeneo ma si addensa sempre più nelle aree urbane.[17]

Come si vede da queste brevi notizie, l’incremento della popolazione non fa che acuire il problema dell’esaurimento delle risorse, anche perché, come indicato dallo stesso documento, questa carenza si avverte soprattutto dove è più forte l’esplosione demografica, con scenari per il futuro che disegnano crescenti calamità di massa.

Cominciamo dunque a esaminare la prima risorsa naturale per eccellenza, l’acqua, un bene così universalmente necessario e così fortemente compromesso oggi dall’azione irresponsabile del capitalismo.

L’acqua è una sostanza che si trova abbondante sulla superficie terrestre (si pensi solo agli oceani, le calotte polari, le acque sotterranee e quelle superficiali), ma solo una parte molto piccola è adatta all’uso potabile, quella che si trova confinata nelle falde sotterranee e alcune acque di corsi d’acqua incontaminati. Purtroppo lo sviluppo di attività industriali condotte senza alcun rispetto per l’ambiente e lo scarico diffuso di reflui urbani hanno contaminato porzioni consistenti di falde acquifere, che sono il deposito naturale delle acque potabili della collettività. Ciò ha condotto, da una parte, all’insorgenza di tumori e patologie di varia natura nelle popolazioni, dall’altra alla riduzione crescente delle fonti di approvvigionamento di questo bene così prezioso.

Entro la metà del XXI secolo, secondo la più pessimistica delle previsioni, sette miliardi di persone in 60 paesi non avranno acqua a sufficienza. Se le cose dovessero andare invece per il meglio, saranno “solo” due miliardi di persone in 48 paesi a soffrire della penuria d’acqua. (…) Ma i dati più preoccupanti del documento dell’Onu sono probabilmente quelli sulle morti per l’acqua inquinata e le cattive condizioni igieniche: 2,2 milioni all’anno. L’acqua è inoltre il vettore di molte malattie, fra le quali la malaria, che uccide ogni anno circa un milione di persone.[18]

La rivista scientifica inglese New Scientist, riportando i risultati del simposio sull’acqua di Stoccolma dell’estate del 2004, ha riferito che: Nel passato sono stati impiantati decine di milioni di questi pozzi, molti senza alcun controllo, e le quantità d'acqua estratte dalle potenti pompe elettriche sono di gran lunga superiori all'acqua piovana che va a riempire le falde (…) L’estrazione di acqua consente a molti paesi abbondanti raccolte di riso e zucchero di canna (sementi che hanno un estremo bisogno di acqua per poter crescere, ndr), ma il boom è destinato ad una vita breve. (…) L’India è l’epicentro della rivoluzione degli emungimenti. Usando la tecnologia dell’industria estrattiva petrolifera, i piccoli coltivatori agricoli hanno scavato 21 milioni di pozzi nei loro campi, ed ogni anno il numero di pozzi aumenta di circa un altro milione. (…) In Cina: nelle pianure del nord, dove si produce la maggior quantità di prodotti agricoli, ogni anno i coltivatori estraggono 30 km cubi di acqua in più di quelli portati dalle piogge. (…). Nell’ultima decade il Vietnam ha quadruplicato il numero di pozzi, toccando quota 1 milione. Nel Punjab, regione del Pakistan dove si produce il 90% delle risorse alimentari del paese, le falde freatiche si stanno prosciugando”.[19]

Se dunque la situazione è in generale grave, anche molto grave, nei paesi cosiddetti emergenti come India e Cina la situazione è catastrofica e rischia di arrivare al collasso a breve:

La siccità che attanaglia la provincia di Sichuan e Chongqing ha causato perdite economiche per almeno 9,9 miliardi di yuan e fa scarseggiare l'acqua da bere per oltre 10 milioni di persone, mentre nell'intera nazione almeno 18 milioni hanno carenza d'acqua.[20]

La Cina è colpita dalle peggiori inondazioni degli ultimi anni, con 60 milioni di persone colpite nella Cina centrale e meridionale, almeno 360 morti e perdite economiche dirette già pari a 7,4 miliardi di yuan, 200mila case distrutte o danneggiate, 528mila ettari di terre agricole distrutte e altri 1,8 milioni sommersi. Intanto avanza veloce la desertificazione, che copre un quinto delle terre e provoca tempeste di sabbia che arrivano fino al Giappone. (…) Se la Cina centrale e meridionale soffrono di inondazioni, a nord continua ad espandersi il deserto, che ormai copre un quinto delle terre, lungo il corso superiore del Fiume Giallo, sull’altopiano del Qinghai-Tibet e in parte della Mongolia interna e del Gansu.

La Cina ha il 20% circa della popolazione mondiale, ma solo il 7% della terra coltivabile.

Secondo Wang Tao, membro dell’Accadenia cinese delle scienze a Lanzhou, nell’ultimo decennio i deserti cinesi sono aumentati di 950 chilometri quadrati ogni anno. Ogni primavera le tempeste di sabbia flagellano Pechino e l’intera Cina settentrionale e giungono fino a Corea del Sud e Giappone.[21]

Tutto questo ci deve fare riflettere sulla decantata forza del capitalismo cinese. In realtà il recente sviluppo dell’economia cinese, piuttosto che dare vigore ed energia al capitalismo mondiale senescente, esprime piuttosto l’orrore della sua agonia, con le sue città devastate dallo smog a stento mascherato nelle recenti olimpiadi, con i corsi d’acqua prosciugati e contaminati e con le mattanze quotidiane di operai che vengono falcidiati a migliaia nelle miniere e nelle fabbriche da condizioni di lavoro incredibilmente dure e prive di qualunque requisito di sicurezza.

Tante altre sono le risorse in via di esaurimento e, in chiusura di questo primo articolo, faremo solo un rapido accenno a due di queste.

La prima è quasi scontata e obbligata: il petrolio. Come è noto è dagli anni ’70 che si parla dell’esaurimento delle scorte naturali di petrolio ma adesso, anno 2008, sembra che siamo veramente arrivati al picco di produzione di petrolio, il cosiddetto picco di Hubbert, ovvero il momento in cui avremmo già esaurito e consumato la metà delle risorse naturali di petrolio previste dalle varie prospezioni geologiche. Il petrolio rappresenta oggi quasi il 40% dell'energia primaria generata e circa il 90% dell’energia usata nei trasporti; importanti sono anche le sue applicazioni nell'industria chimica, in particolare quella dei fertilizzanti per l'agricoltura, nonché plastiche, colle,vernici, lubrificanti, detersivi. Tutto questo è stato possibile perché il petrolio ha costituito una risorsa a basso costo e apparentemente senza limiti. Ma adesso che la carenza di petrolio ne fa aumentare vertiginosamente il prezzo, il mondo capitalista si volge verso delle alternative meno onerose. Ma, ancora una volta, l’invito di Clausius a non consumare in una generazione più di quello che la natura è capace di riprodurre resta senza ascolto e il mondo capitalista è proiettato in una corsa folle ai consumi di energia dove paesi come la Cina e l’India la fanno da padroni, bruciando tutto quello che c’è da bruciare, tornando al tossico carbon fossile, pur di creare energia, e producendo tutto intorno una contaminazione senza precedenti.

Naturalmente anche il ricorso miracoloso al cosiddetto biodiesel ha fatto il suo tempo e ha mostrato tutte le sue insufficienze. Produrre combustibile dalla fermentazione alcolica di amido di mais o da prodotto vegetali oleaginosi non solo non riesce a coprire l’esigenza di combustibile che richiede il mercato oggi ma soprattutto innesca un rialzo dei prezzi alimentari che porta ad affamare le popolazioni povere contadine. Il vantaggio, ancora una volta, è delle singole aziende capitaliste, come quelle alimentari che si stanno riconvertendo verso il business dei biocarburanti. Ma per i poveri mortali questo significa solo che vasti tratti di foresta vengono abbattuti per fare posto alle piantagioni (milioni e milioni di ettari). Infatti la produzione di biodiesel comporta l’utilizzazione di grandi distese di terreno. Per avere un’idea del problema basti pensare che un ettaro di terra coltivata a colza o girasole o altri semi oleaginosi produce circa 1000 litri di biodiesel, che sono in grado di far marciare un automezzo per circa 10.000 km. Se ipotizziamo che in media le automobili di un certo paese sviluppano un chilometraggio di 10.000 km per anno, ogni singola automobile consuma tutto il biodiesel prodotto da 1 ettaro di terreno. Ciò comporta che un paese come l’Italia, dove circolano 34 milioni di autovetture, se volesse recuperare il suo combustibile per autotrazione dall’agricoltura, avrebbe bisogno di una superficie coltivabile di 34 milioni di ettari. Se alle auto aggiungiamo i circa 4 milioni di camion, che hanno motori più grossi e fanno almeno 10 volte più Km/anno, si ha un consumo almeno doppio, arrivando ad impegnare una superficie di circa 70 milioni di ettari, che corrisponde a una superficie grande quasi due volte e mezzo la penisola italiana, comprese le montagne, le città, ecc. ecc.

Anche se non se ne parla allo stesso modo, un problema analogo a quello dei combustibili fossili si pone, naturalmente, per qualunque altra risorsa di tipo minerale, ad esempio per quei minerali da cui si estraggono metalli. E’ vero che, in questo caso, il metallo non viene distrutto dall’uso, come succede per il petrolio o il gas metano, ma l’incuria della produzione capitalista finisce per disperdere sulla superficie della terra e dentro le discariche quantitativi significativi di metalli, con la conseguenza che la disponibilità di questi materiali va anch’essa, prima o dopo, verso l’esaurimento. Tra l’altro l’uso di certi materiali in leghe o in materiali poliaccoppiati rende ancora più ardua l’impresa di un eventuale recupero del singolo materiale “puro”.

Per avere un’idea del problema si pensi che, entro pochi decenni, risulteranno quasi esaurite le seguenti risorse: uranio, platino, oro, argento, cobalto, piombo, manganese, mercurio, molibdeno, nichel, stagno, tungsteno e zinco. Come si vede si tratta di materiali praticamente indispensabili alla moderna industria e la cui carenza peserà gravemente sul prossimo futuro. Ma anche altri materiali non sono inesauribili: si calcola che vi siano disponibili ancora (nel senso di economicamente convenienti da estrarre): 30 miliardi di tonnellate di ferro, 220 milioni di tonnellate di rame, 85 milioni di tonnellate di zinco. Per avere un’idea delle quantità basti pensare che per portare i paesi poveri al livello dei paesi avanzati occorrerebbero rispettivamente 30 miliardi di tonnellate di ferro, 500 milioni di tonnellate di rame, 300 milioni di tonnellate di zinco, cioè decisamente di più di quanto tutto il pianeta Terra potrebbe offrire.

Di fronte a questa catastrofe annunciata c’è da chiedersi se progresso e sviluppo si debbano coniugare necessariamente con inquinamento e sconvolgimento dell’ecosistema Terra. C’è da chiedersi se tali disastri siano da attribuire alla cattiva educazione degli uomini o se siano da attribuire ad altro. E’ quanto vedremo appunto nel prossimo articolo.

14 agosto 2008 Ezechiele


[1] Rivoluzione comunista o distruzione dell’umanità, Manifesto adottato dal IX Congresso della CCI di luglio 1991 (Revue Internationale n° 67, ott.-dic. 1991).

[2] G. Barone et al., Il metano e il futuro del clima, in Biologi Italiani, n°8 del 2005.

[3] idem

[5]Vivere di rifiuti

[6] Roberto Saviano, Gomorra, viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Arnoldo Mondadori Editore, 2006

[7] La Repubblica on-line, 29/10/07

[8] La Repubblica, 6/02/08. In the USA alone every year more than 100 billion plastic bags are used, 1.9 million tons of oil are needed to produce them, most of them end up being thrown away, they take years before being decomposed. The US- production of some 10 billion paper bags requires the chopping of some 15 million trees alone.

[9] Vedi l’articolo: Mediterraneo, un mare di plastica, da La Repubblica del 19 luglio 2007.

[10] Non è escluso naturalmente che il rincaro vertiginoso del petrolio, a cui stiamo assistendo dalla fine dell’anno scorso, non metta in discussione l’uso di questa materia prima per la produzione di plastiche sintetiche non biodegradabili, inducendo nel prossimo futuro un processo di conversione alla nuova fede ecologica da parte di attenti imprenditori, attenti ancora una volta a salvaguardare i propri interessi!

[11] R. Troisi, Le discarica del mondo luogo di miseria e di speranza nel ventunesimo secolo.

[12] Vedi l’articolo “Alcuni effetti collaterali dell’industria. La Chimica, la diga, il nucleare” 

[13] Jared Diamond, Collasso, edizioni Einaudi.

[15] Jared Diamond, Collasso, edizioni Einaudi.

[16] R.J.E. Clausius (1885), nato a Koslin (Prussia, ora Polonia) nel 1822 e morto a Bonn nel 1888.

[17] Associazione Italiana Insegnanti Geografia, La crescita della popolazione, in 

[18] G. Carchella, Acqua: l’oro blu del terzo millennio, su “Lettera22, associazione indipendente di giornalisti”.

[19] Asian farmers sucking the continent dry, 28 agosto 2004, su Newscientist, 

[20] PB, Cina: oltre 10 milioni di persone assetate dalla siccità, su Asianews, www.asianews.it/index.php?l=it&art=6977

[21] La Cina stretta tra le inondazioni e il deserto che avanza, 18/08/2006, su Asianews, www.asianews.it/index.php?l=it&art=9807

Questioni teoriche: