Autunno caldo 1969: un momento della ripresa storica della lotta di classe, II parte

Nel precedente articolo abbiamo rievocato la grande lotta portata avanti dalla classe operaia in Italia alla fine degli anni ‘60 che è rimasta nella storia con il nome di “autunno caldo”, nome che, come abbiamo già ricordato nel suddetto articolo, è troppo angusto dal punto di vista temporale per designare una fase di lotte che ha investito i proletari in Italia per almeno tutto il biennio 1968-69 e che ha lasciato una traccia profonda negli anni successivi. Ugualmente abbiamo messo in luce come questa lotta in Italia non sia stata che uno dei tanti episodi all’interno di un processo di ripresa internazionale della lotta di classe dopo il lungo periodo di controrivoluzione che aveva attraversato il mondo intero in seguito alla sconfitta dell’ondata rivoluzionaria degli anni ’20. Concludevamo questo primo articolo ricordando che questo enorme sviluppo di combattività, accompagnato da momenti di chiarificazione importanti nella classe operaia, incontrerà però, nel periodo successivo, degli ostacoli importanti. La borghesia italiana, come quella degli altri paesi che avevano dovuto far fronte al risveglio della classe operaia, non rimane a lungo con le mani in mano e, a parte gli interventi frontali messi in atto dai corpi di polizia, cerca gradualmente di aggirare l’ostacolo con strumenti diversi. Come vedremo in questa seconda parte dell’articolo, la capacità di recupero della borghesia si basa molto sulle debolezze di un movimento proletario che, nonostante un’enorme combattività, era ancora privo di una chiara coscienza di classe e le cui stesse avanguardie non avevano la maturità e la chiarezza necessarie a svolgere il loro ruolo.

Le debolezze della classe operaia nell’autunno caldo

Le debolezze della classe operaia nell’autunno caldo sono legate principalmente alla profonda rottura organica che si era prodotta nel movimento operaio dopo la sconfitta dell’ondata rivoluzionaria degli anni ’20 e il soffocante dominio dello stalinismo. Ciò aveva giocato in maniera doppiamente negativa sulla coscienza della classe operaia. Da una parte infatti era stato cancellato tutto il patrimonio politico di classe, la prospettiva del comunismo essendo confusa con interclassistici programmi di nazionalizzazioni e la stessa lotta di classe confusa sempre più con la lotta per la “difesa della propria patria”![1] D’altra parte, l’apparente continuità con cui si era passati dall’ondata rivoluzionaria degli anni ’20 alla più atroce fase controrivoluzionaria, con le purghe staliniane e i milioni di proletari trucidati “in nome del comunismo”, ha impresso nella mente della gente comune, grazie anche alla perversa propaganda della borghesia sui comunisti come gente sempre pronta ad ogni angheria e violenza sull’uomo, l’idea che effettivamente il marxismo o il leninismo andassero respinti o per lo meno profondamente rivisti. Così, quando la classe operaia si risveglia, a livello italiano e internazionale, non ha alle spalle alcuna organizzazione rivoluzionaria con delle solide basi teoriche che possa sostenerne lo sforzo di ripresa. Infatti, quasi tutti i nuovi gruppi che si ricostituiscono sull’onda della ripresa della lotta di classe della fine degli anni ‘60, pur riprendendo in mano i classici, lo fanno con un certo aprioristico criticismo che non li aiuterà a ritrovare ciò di cui hanno bisogno. D’altra parte le stesse formazioni della sinistra comunista che erano sopravvissute ai lunghi decenni della controrivoluzione, non erano rimaste politicamente indenni. Così i consiliaristi, testimonianza quasi larvale della eroica esperienza della sinistra tedesco-olandese degli anni ’20, ancora terrorizzati dal ruolo nefasto che avrebbe potuto assumere in futuro un partito degenerato che, come quello stalinista, avesse potuto assumere il comando sullo Stato e sul proletariato, si ritagliano sempre più un ruolo di “partecipatori alle lotte” senza giocare alcun ruolo di avanguardia e mantenendo dunque per sé tutto il bagaglio di lezioni del passato. Per i bordighisti e la sinistra italiana del dopo ‘43 (Programma Comunista e Battaglia Comunista), che invece tale ruolo lo rivendicano con forza, si arriva al paradosso che, per l’incapacità di comprendere la fase in cui si trovavano e per una sorta di adulazione per lo strumento partito che si congiunge ad una certa sottovalutazione delle lotte operaie sviluppatesi in assenza dei rivoluzionari, si rifiutano tutti di riconoscere, nell’autunno caldo e nelle lotte di fine anni ’60, la ripresa storica della classe a livello internazionale finendo per avere all’epoca una presenza praticamente nulla[2].

Ciò fece sì che i nuovi gruppi politici che si erano formati durante gli anni ’60, vuoi per le diffidenze che questi nutrivano nei confronti delle precedenti esperienze politiche, vuoi per l’assenza di riferimenti politici già presenti, fossero spinti a reinventarsi delle posizioni e un programma d’azione. Il problema è però che il punto da cui partivano era l’esperienza fatta all’interno del vecchio e decrepito partito stalinista. Per cui la folta generazione di militanti che viene allo scoperto in contrapposizione a tali partiti ed ai sindacati, rompendo i ponti con i partiti di sinistra li rompe un po’ anche con la tradizione marxista, andando alla ricerca di una via rivoluzionaria nelle “novità” che pensa di incontrare per strada, sviluppando molto spontaneismo e molto volontarismo. Anche perché chi si presenta nelle vesti di ufficialità è o lo stalinismo vecchia maniera (URSS e i PC classici) o quello nuova maniera dei “cinesi”.

L’ideologia dominante dell’Autunno caldo: l’operaismo

E’ in questo contesto che si sviluppa l’operaismo, l’ideologia dominante dell’autunno caldo. La giusta reazione dei proletari che si risvegliavano alla lotta di classe contro le strutture burocratizzate e asfittiche del PCI[3] e dei sindacati li spinse a togliere a queste strutture ogni fiducia e a riporla solo nella classe operaia medesima. Questo sentimento viene bene espresso nell’intervento di un operaio della Om di Milano al Palasport di Torino in occasione di un coordinamento della nascente Lotta Continua nel gennaio 1970:

A differenza del Partito comunista, non siamo guidati da quattro borghesi. (…) Noi non faremo come il Pci, perché saranno gli operai a guidare questa organizzazione[4].

E’ il momento magico in cui nelle manifestazioni si grida: “Siamo tutti delegati!”.

Il giudizio sui sindacati è infatti particolarmente forte:

«Non pensiamo né che si possa cambiare il sindacato “dall’interno”, né che si debba costruirne uno nuovo più “rosso”, più “rivoluzionario”, più “operaio”, senza burocrati. Noi pensiamo che il sindacato sia una rotella del sistema dei padroni … e quindi vada combattuto come i padroni»[5].

Qui di seguito cercheremo di presentare i principali aspetti dell’operaismo, in particolare nella versione difesa da Toni Negri - che resta a tutt’oggi uno degli esponenti più accreditati di questa corrente politica – in modo da poterne valutare gli elementi di forza ma anche quelli che ne hanno sancito il successivo fallimento. Per fare questo faremo riferimento all’opera di Toni Negri Dall’operaio massa all’operaio sociale. Intervista sull’operaismo[6]. Cominciamo proprio da una definizione di operaismo:

Il cosiddetto “operaismo” nasce e si forma come un tentativo di risposta politica alla crisi del movimento operaio degli anni Cinquanta, crisi determinata fondamentalmente dalla vicenda storica del movimento operaio attorno al XX congresso.”[7]

Come si vede già da questo passaggio, nonostante la rottura anche profonda con le forse ufficiali di sinistra, la concezione che si ha di queste – ed in particolare del PCI – è del tutto inadeguata perché basata solo su elementi empirici e non radicata su una comprensione teorica di fondo. Si parte infatti da una cosiddetta “crisi del movimento operaio degli anni cinquanta”, quando invece all’epoca quello che viene definito “movimento operaio” è solo l’internazionale della controrivoluzione stalinista nella misura in cui l’ondata rivoluzionaria era stata sconfitta già negli anni ‘20 e la gran parte dei quadri politici operai ormai annientata perché dispersa e massacrata. Questa ambiguità nei confronti del PCI si esprimerà attraverso un rapporto di odio-amore verso il partito di origine e spiegherà come mai, nel tempo, tantissimi elementi non troveranno niente di male nel tornare all’ovile![8]

L’operaismo si fonda in origine sulla  quella che viene definita la figura dell’operaio massa, ovvero la nuova generazione di proletari che, proveniente in larga misura dal meridione in una fase di espansione e di modernizzazione dell’industria dalla seconda metà degli anni ‘50 ai primi anni ‘60, va a sostituire la vecchia figura dell’operaio professionalizzato, svolgendo in genere un lavoro dequalificato e ripetitivo. Il fatto che questa componente proletaria, giovane e senza storia, fosse molto meno sensibile alle sirene dello stalinismo e del sindacalismo e molto più pronta a porsi sul piano della lotta, ha indotto gli operaisti dell’epoca a lasciarsi prendere da un’analisi sociologica secondo cui il PCI sarebbe stato l’espressione politica degli strati di operai professionalizzati, di una aristocrazia operaia[9]. Vedremo più avanti dove condurrà questa sorta di purismo sociale a livello di scelte politiche.

Dalla concezione partitista allo scioglimento nel movimento

Il contesto degli anni ‘60, la grande forza e durata del movimento di classe in Italia di quel periodo, la mancanza di esperienze trasmesse per via diretta da organizzazioni proletarie preesistenti, suggerisce alla generazione di giovani militanti dell’epoca l’idea secondo cui si era ormai arrivati ad una situazione rivoluzionaria[10] e che occorreva stabilire, nei confronti della borghesia, un rapporto di conflitto permanente, una sorta di dualismo di potere. Ciò impone ai gruppi che difendono questa idea (principalmente Potere Operaio) di assumersi un ruolo dirigente nei confronti del movimento (“l’agire da partito”) e di sviluppare un’azione continua e sistematica contro lo Stato. Ecco come si esprime a proposito Tony Negri:

L’attività politica di Potere Operaio sarà dunque tale da ricomporre sistematicamente il movimento di classe, le varie situazioni, i vari settori della classe operaia e del proletariato, e da portarli verso scadenze, verso momenti di scontro di massa che possano intaccare questa realtà dello Stato così come ci si presenta dinnanzi. L’esercizio di un contropotere, come contropotere legato alle singole esperienze, ma che si tratta di volta in volta di garantire ed esercitare contro il potere dello Stato: anche questo è un soggetto fondamentale dell’analisi e una funzione dell’organizzazione.”[11]

Purtroppo la mancata critica alle pratiche dello stalinismo ha condotto i gruppi, operaisti e non, nati negli anni ’60, a portarsi dietro logiche riconducibili a quella stalinista. Tra queste particolarmente pesante è l’idea dell’“azione esemplare”, capace di spingere le masse ad assumere un certo comportamento:

«“Non avevo posizioni pacifiste”, dice Negarville, uno dei capi del servizio d’ordine che aveva cercato e trovato lo scontro con gli agenti in corso Traiano (3 luglio 1969: 70 poliziotti feriti, 160 manifestanti fermati). “L’idea dell’azione esemplare che provoca la reazione della polizia fa parte della teoria e della prassi di LC fin dall’inizio, gli scontri di piazza sono come le battaglie operaie per il salario, funzionali alla crescita del movimento”, dice Negarville; e non c’è nulla di peggio di una manifestazione pacifica o di un buon contratto; quel che importa non è raggiungere l’obiettivo ma la lotta, la lotta continua appunto».[12]

Questa logica è la stessa che spingerà più tardi le varie formazioni terroristiche a giocare sulla pelle della classe operaia la propria sfida allo Stato, puntando sul fatto che più avanti era portato l’attacco al cuore dello Stato, più coraggio avrebbero acquistato i proletari. L’esperienza ci ha invece dimostrato che, ogni volta che delle bande terroristiche hanno rubato alla classe l’iniziativa mettendola in una situazione di obiettivo ricatto, la conseguenza è stata sistematicamente una paralisi della classe stessa.[13]

Questa ricerca dello scontro continuo produce però, alla lunga, sia un esaurimento di energie che una difficoltà, per queste formazioni operaiste, di trovare lo spazio per una seria e necessaria riflessione politica:

Di fatto, la vita organizzativa di Potere Operaio è continuamente rotta dalla necessità di scadenze che spesso, di volta in volta, esorbitano dalla capacità di massa di sostenerle; spesso, d’altro lato, il radicamento sul livello di massa è povero ed esclude capacità di scadenza.”[14]

D’altra parte il movimento di lotta della classe, dopo aver espresso una grande spinta con lo sviluppo di importanti lotte ancora nei primi anni ’70, comincia tuttavia a declinare e ciò porta all’epilogo dell’esperienza di Potere Operaio con lo scioglimento del gruppo nel 1973:

“… appena abbiamo capito che il problema che ponevamo era, nella situazione e nel rapporto di forza dati, irrisolvibile, ci siamo sciolti. Se con le nostre forze non riuscivamo a risolvere questo problema, a questo punto era la forza del movimento di massa che doveva in qualche modo risolverlo, o per lo meno proporre una nuova impostazione al problema.”[15]

L’ipotesi da cui si era partiti secondo cui si era in presenza di un attacco operaio al capitale permanente e linearmente crescente, e quindi in presenza delle condizioni materiali per costruire un “nuovo partito rivoluzionario”, si rivela ben presto infondata e non corrispondente alla realtà negativa del “riflusso”.

Ma piuttosto che prenderne atto, gli operaisti si fanno prendere da un crescente soggettivismo, immaginando di aver messo in crisi il sistema economico con le proprie lotte e perdendo un po’ alla volta ogni supporto materialistico nelle loro analisi, raggiungendo a volte dei punti di vista decisamente interclassisti.

Dall’operaismo all’autonomia operaia

Come vedremo, i temi politici che hanno caratterizzato l’operaismo non sono sempre gli stessi e non sono portati avanti sempre con la stessa forza. In ogni caso, tutte le posizioni di Potere Operaio (e dell’operaismo in genere) sono segnate da questa esigenza di una continua contrapposizione frontale allo Stato, una contrapposizione ostentata di continuo come segnale di azione politica, come espressione di vitalità. Quello che invece cambia gradualmente è il riferimento alla classe operaia, o meglio alla figura di operaio a cui si fa riferimento che, dopo quella dell’operaio massa, con il venir meno delle lotte, sfuma progressivamente in quella di un cosiddetto “operaio sociale”. E’ questa evoluzione del riferimento sociale che spiega in qualche modo tutta l’evoluzione, o meglio l’involuzione politica, dell’operaismo.

Il tentativo di spiegare questa evoluzione di posizioni dell’operaismo si lega ad un presunto disegno del capitale tendente a vincere la combattività operaia, precedentemente concentrata in fabbrica, disperdendo la classe sul territorio:

… la ristrutturazione capitalista cominciava a identificarsi come colossale operazione sulla composizione della classe operaia, operazione di dissoluzione della forma nella quale la classe era venuta costituendosi, determinandosi negli anni Sessanta. Questi anni avevano visto una prevalenza dell’operaio massa in quanto figura cerniera della produzione capitalistica e della produzione sociale di valore concentrata sulla fabbrica. La ristrutturazione capitalistica era costretta, da questa rigidità politica interna tra produzione e riproduzione, a giocare man mano l’isolamento dell’operaio massa nella fabbrica rispetto al processo di socializzazione della produzione e alla figura operaia che veniva distendendosi socialmente. D’altra parte, nella misura stessa in cui il processo di produzione veniva estendendosi socialmente, la legge del valore cominciava a funzionare solo formalmente, cioè funzionava non sulla relazione diretta tra lavoro individuale, determinato, e plusvalore estorto, ma sul complesso del lavoro sociale.”[16]

Così la figura operaia di riferimento diventa quella di un fantomatico “operaio sociale”, figura quanto mai fumosa nella quale, nonostante le precisazioni di Negri[17], il movimento dell’epoca ci ha messo di tutto.

In realtà, con la transizione dall’operaio massa all’operaio sociale lo stesso operaismo organizzato si scioglie (Potere Operaio) o degenera verso il parlamentarismo (Lotta Continua) e si presenta un nuovo fenomeno che è quello dell’autonomia operaia[18], che vuole essere la continuazione, in forma di movimento, dell’esperienza operaista.

L’Autonomia Operaia nasce di fatto nel 1973 al congresso di Bologna, in una fase in cui tutta una parte della gioventù si riconosce nella figura dell’operaio sociale coniata da Toni Negri. Per questo “proletariato giovanile” la liberazione non passa più attraverso la conquista del potere, ma attraverso lo sviluppo di una “area sociale capace di incarnare l’utopia di una comunità che si risveglia e che si organizza al di fuori del modello economico, del lavoro e del salario[19] e dunque attraverso la messa in atto di un “comunismo immediato”. La politica diviene “libidine”, dettata e sottoposta al desiderio e ai bisogni. Articolato intorno a Centri sociali, dove si riuniscono i giovani dei quartieri popolari, questo “comunismo immediato” si traduce nella pratica della diffusione di azioni dirette, tra cui principalmente “espropri proletari”, immaginati come prelievo di un “salario sociale”, auto-riduzioni, occupazioni di alloggi pubblici e privati, e una diffusa esperienza di autogestione e di vita alternativa. Inoltre si rafforza l’atteggiamento volontarista che scambia i propri desideri per realtà, fino a immaginare una situazione in cui la borghesia sia sotto l’attacco da parte dell’operaio sociale:

… oggi ormai la situazione italiana è dominata da un contropotere irriducibile, radicale, che non ha nulla più a che fare, semplicemente, con l’esistenza operaia nelle fabbriche, con la situazione registrata dallo “Statuto dei lavoratori” o da determinate articolazioni istituzionali post-sessantottesche. Ci troviamo invece in una situazione nella quale, all’interno dell’intero processo di riproduzione - é questo che va sottolineato -, l’auto-organizzazione operaia è data in termini ormai definitivi.[20]

Ma questa analisi non è limitata alla sola situazione italiana, ma viene estesa a livello internazionale, soprattutto a paesi dall’economia più avanzata come Usa e Gran Bretagna. La convinzione che il movimento operaio sia in una posizione di forza è talmente alta da far credere a Toni Negri (e agli autonomi dell’epoca) che ormai gli Stati abbiano deciso di porre mano ai loro portafogli per cercare di arginare l’offensiva proletaria attraverso la distribuzione di maggiori quote di reddito:

“… questi sono fenomeni che conosciamo perfettamente in economie più mature delle nostre, fenomeni che tutti gli anni Sessanta hanno visto completamente in atto sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna, dove appunto la possibilità di blocco del movimento è stata cercata, da un lato, attraverso la distruzione delle avanguardie soggettive del movimento, dall’altro, in maniera importante, attraverso la capacità di controllo che si fondava su un’enorme disponibilità di cash, su un’enorme articolazione della distribuzione del reddito. [21]

Anzi, in una situazione in cui “tutto il processo del valore è saltato”, i padroni sarebbero stati anche disposti a non guadagnarci più niente pur di “restaurare le regole dell’accumulazione” e “socializzare in maniera completa strumenti di controllo, di comando[22]. In altri termini ci si immagina di aver destabilizzato lo Stato, di averlo messo in crisi con la propria lotta senza neanche rendersi conto che ormai chi rimaneva in piazza era sempre più una gioventù che con il mondo delle fabbriche e del lavoro aveva sempre meno a che vedere e che di conseguenza aveva sempre meno capacità di imporre un rapporto di forza nei confronti della borghesia.

Caratteristico di questo periodo è il concetto di “autovalorizzazione operaia” che, al di là degli aspetti relativi alle conquiste materiali, si riferiva “a momenti di contropotere”, cioè a momenti politici di autodeterminazione, di separazione della propria realtà di classe da quella che è complessivamente la realtà della produzione capitalistica.”[23] In questo contesto “la conquista proletaria di reddito” sarebbe stata capace di “distrugge[re] di volta in volta l’equazione della legge del valore[24]. Qui si confonde la capacità della classe di strappare più alti salari e di ridurre dunque la quota di plus valore estorto dai capitalisti con una pretesa “distruzione” della legge del valore. La legge del valore invece, come ha dimostrato tutta la storia del capitalismo, è ben dura a morire ed è sopravvissuta finanche nei paesi del cosiddetto “socialismo reale” (i paesi dell’est che all’epoca venivano chiamati, subdolamente, comunisti).

Dall’insieme delle cose che abbiamo visto possiamo vedere come esistesse, all’interno dell’area dell’autonomia operaia, la forte illusione che il proletariato potesse, all’interno della società borghese, crearsi e godere di posizioni di contropotere relativamente “stabili” laddove il rapporto di doppio potere è una condizione particolarmente precaria tipica delle fasi rivoluzionarie che o evolvono nell’offensiva vincente della rivoluzione proletaria con l’affermazione del potere esclusivo della classe operaia e l’annientamento del potere borghese, o degenerano nella sconfitta della classe.

E’ questo forte disancoraggio dalla realtà materiale, dalla base economica della lotta, a produrre lo sviluppo fantasioso e goliardico delle posizioni politiche dell’autonomia.

Tra le posizioni particolarmente in voga tra i militanti dell’autonomia operaia c’era quella sul rifiuto del lavoro a cui si lega strettamente quella sulla teoria dei bisogni. Alla giusta osservazione secondo cui l’operaio deve tendere a non rimanere invischiato nella logica degli interessi padronali e a reclamare il soddisfacimento dei propri sacrosanti bisogni, i teorici dell’autonomia sovrappongono una teoria che va oltre, identificando l’autovalorizzazione operaia con il sabotaggio della macchina padronale, fino a pretendere che ci sia un gusto in questa stessa azione di sabotaggio. E’ quanto emerge dalla descrizione soddisfatta che fa Toni Negri parlando della libertà che si prendono gli operai dell’Alfa quando, per le prime volte, si mettono a fumare sulle linee senza preoccuparsi del danno prodotto alla produzione. Non c’è dubbio che, in certi momenti, si prova una soddisfazione profonda a fare qualcosa che ti viene inutilmente proibito, a fare comunque qualcosa che ti viene negato con la prepotenza della forza. C’è una soddisfazione psicologica e finanche fisica. Ma che c’entra questo con le conclusioni che ne trae Toni Negri secondo cui questa fumata sarebbe “una cosa importantissima […] importante, dal punto di vista teorico, quasi quanto la scoperta che la classe operaia determina lo sviluppo del capitale.”??? Secondo Negri, la “sfera dei bisogni” non è più quella dei bisogni materiali, oggettivi, naturali, ma qualcosa che si crea di volta in volta, “che passava attraverso, e riusciva a dominare, tutte le occasioni che la controcultura offriva”.

In qualche modo il giusto rifiuto di rimanere alienati, non solo materialmente ma anche mentalmente, sul posto di lavoro, cosa che viene espressa attraverso degli strappi alla disciplina di fabbrica, viene fatto passare come “un fatto qualitativo formidabile; un fatto che riferisce esattamente la dimensione dell’espansione dei bisogni. Che cosa significa infatti godere il rifiuto del lavoro, che cos’altro può significare se non aver costruito dentro se stessi una serie di capacità materiali di godimento che sono completamente alternative al ritmo lavoro-famiglia-bar, e funzionali alla rottura di questo mondo chiuso, scoprendo nell’esperienza di rivolta delle capacità e un potere di alternativa radicale?[25].

In realtà, è perdendosi dietro queste chimere vuote e prive di ogni prospettiva che l’operaismo, nella sua versione di operaio sociale, degenera completamente dissolvendosi in tante iniziative separate, ognuna volta a rivendicare il soddisfacimento dei bisogni di qualche categoria, ben lontani dall’esprimere quella solidarietà di classe che si era espressa nell’autunno caldo e che ritornerà soltanto più tardi quando la parola tornerà alla classe operaia.

Reazioni dello Stato ed epilogo dell’autunno caldo

Come abbiamo anticipato nell’introduzione, la capacità di recupero della borghesia si è basata molto sulle debolezze del movimento proletario che abbiamo finora evocato. Occorre però anche dire che la borghesia, dopo un primo momento in cui è apparsa parzialmente sorpresa, è stata poi capace di sferrare un attacco senza precedenti contro il movimento operaio, sia in maniera diretta sul piano della repressione, che sul piano delle manovre di tutti i tipi.

A livello di repressione

E’ l’arma classica della borghesia contro il proprio nemico di classe, anche se non è l’arma decisiva che le permette veramente di realizzare un rapporto di forza contro il proletariato. Tra l’ottobre 1969 e il gennaio 1970 ci sono state oltre tredicimila denunce contro studenti e operai.

Studenti e operai, oltre tredicimila tra l’ottobre 1969 e il gennaio 1970, vengono denunciati. Vengono riesumati gli articoli del codice fascista che puniscono la “propaganda sovversiva” e la “istigazione all’odio tra le classi”. Polizia e carabinieri sequestrano opere di Marx, Lenin, Che Guevara.”[26]

A livello del gioco fascismo/antifascismo

Questa è l’arma classica giocata contro il movimento studentesco, meno nei confronti della classe operaia, che consiste nel distrarre i movimenti in sterili scontri di strada tra bande rivali con il necessario appello, ad un certo punto, alle componenti cosiddette “democratiche e antifasciste” della borghesia. Insomma una maniera per ricondurre le pecore smarrite all’ovile!

A livello di strategia della tensione

Questo è stato sicuramente il capolavoro della borghesia italiana di quegli anni che è riuscita a cambiare profondamente il clima politico che si viveva. Tutti ricordano la strage della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, che provocò 16 morti e 88 feriti. Ma non tutti sanno o ricordano che a partire dal 25 aprile ‘69 l’Italia è stata martoriata da una serie infinita di attentati:

Il 25 aprile due bombe esplodono a Milano, una alla stazione centrale e l’altra, che provoca il ferimento di venti persone, allo stand Fiat della Fiera. Il 12 maggio tre ordigni esplosivi, due a Roma e uno a Torino, non esplodono per puro caso. In luglio il settimanale “Panorama” riferisce voci di un colpo di stato di destra. Gruppi neofascisti lanciano un appello alla mobilitazione, il Pci mette in stato di vigilanza le sue sezioni. Il 24 luglio un ordigno simile a quelli scoperti in maggio a Roma e a Torino, viene rinvenuto inesploso nel palazzo di Giustizia di Milano. L’8 e il 9 agosto otto attentati ferroviari provocano danni ingenti e alcuni feriti. Il 4 ottobre, a Trieste, un ordigno collocato in una scuola elementare e predisposto per esplodere all’ora di uscita dei bambini, non esplode per un difetto tecnico; viene incriminato un militante di Avanguardia nazionale. A Pisa, il 27 ottobre, il bilancio di una giornata di scontri tra polizia e dimostranti, che reagiscono a una manifestazione di fascisti italiani e greci, è di un morto e centoventicinque feriti. (…) il 12 dicembre quattro ordigni esplosivi vengono fatti esplodere a Roma e Milano. I tre di Roma non fanno vittime, ma quello di Milano, a piazza Fontana di fronte alla Banca dell’Agricoltura, provoca sedici morti e ottantotto feriti. Un quinto ordigno, sempre a Milano, viene rinvenuto inesploso. Inizia così, per l’Italia, quella che è stata efficacemente definita la lunga notte della Repubblica”.[27]

E per quanto riguarda il periodo successivo il ritmo è solo leggermente calato, ma non si è mai fermato. Dal 1969 al 1980 in Italia si sono verificati 12690 attentati ed altri episodi di violenza ispirati da ragioni politiche, che hanno provocato 362 morti e 4490 feriti. Di questi, 150 e 551 sono rispettivamente i morti e i feriti da stragi, undici in tutto, la prima nel dicembre 1969 a piazza Fontana a Milano, la più grave (85 morti e 200 feriti) alla stazione di Bologna nell’agosto 1980.[28]

“… lo Stato violento si rivelò al di là di ogni aspettativa: organizzava le stragi, depistava le indagini, arrestava innocenti, ne uccideva uno, Pinelli, oltretutto con l’avallo di alcuni giornali e della tv. Il 12 dicembre rappresentò la scoperta di una dimensione imprevista della lotta politica e anche la rivelazione dell’ampiezza del fronte contro cui dovevamo batterci. […] Con piazza Fontana si scoprì dunque un nuovo nemico: lo Stato. Prima gli avversari erano il professore, il caposquadra, il padrone. E i riferimenti erano transnazionali, de territorializzati: il Vietnam, il Maggio francese, le Black Panthers, la Cina. La rivelazione dello Stato stragista spalancò un nuovo orizzonte alle lotte: quello delle trame occulte, dell’uso strumentale dei neofascisti.”[29]

L’obiettivo evidente di questa strategia era quella di spaventare e disorientare il più possibile la classe operaia, trasmettere il terrore delle bombe e dell’insicurezza, cosa che in parte riuscì. Ma ci fu anche un altro effetto, certamente più nefasto. Nella misura in cui con piazza Fontana si scoprì, almeno a livello di minoranze, che era lo Stato il vero nemico con cui fare i conti, una serie di componenti proletarie e studentesche virarono verso il terrorismo come metodo di lotta politica.

Favorendo la dinamica terrorista

La pratica del terrorismo è diventata così la maniera in cui una serie di compagni coraggiosi ma avventurosi hanno bruciato la loro esistenza e il loro impegno politico in una pratica che con la lotta di classe non ha nulla a che fare. Che anzi ha prodotto i peggiori risultati provocando un arretramento dell’intera classe operaia stretta dalla doppia minaccia della repressione dello Stato da una parte e del ricatto del mondo brigatista e terrorista dall’altra.

Recupero dei sindacati tramite i CdF

L’ultimo elemento, ma non certo per importanza, su cui ha puntato la borghesia in questo periodo è stato il sindacato. Non potendo più far conto sulla repressione per tenere a bada il proletariato, il padronato, che per tutti gli anni del dopoguerra fino alla vigilia dell’autunno caldo aveva così fortemente osteggiato il sindacato, adesso si riscopre democratico e amante delle buone relazioni aziendali. Il trucco ovviamente è che, quello che non si riesce a ottenere con le cattive, si cerca di averlo con le buone, ricercando il dialogo con i sindacati considerati gli unici interlocutori in grado di controllare le lotte e le rivendicazioni operaie. Questo maggiore spazio democratico fornito ai sindacati, che si espliciterà con la diffusione dei Consigli di fabbrica, una forma di sindacalismo sviluppato dal basso e con una partecipazione non necessariamente di tesserati, dà agli operai l’illusione di essere stati loro ad aver realizzato questa conquista e di potersi fidare di queste nuove strutture per continuare la loro lotta. Come abbiamo visto infatti la lotta degli operai, sebbene spesso fortemente critica nei confronti del sindacato, non arriva a farne una critica radicale, limitandosi a denunciarne le inconseguenze.

Per concludere …

In questi due articoli abbiamo cercato di mostrare, da una parte, la forza e le potenzialità della classe operaia, dall’altra l’importanza che la sua azione sia sorretta da una chiara consapevolezza della strada da percorrere. Il fatto che i proletari che si erano risvegliati, alla fine degli anni ’60, alla lotta di classe, in Italia e nel mondo intero, non disponessero della memoria di esperienze precedenti e che dovessero puntare solo sulle acquisizioni empiriche che di volta in volta potevano accumulare, costituì l’elemento di maggiore debolezza del movimento.

Oggi, nelle varie rievocazioni del 68 francese e dell’autunno caldo italiano, non poche persone si lasciano andare a sospiri di nostalgia pensando che siamo lontani da un’epoca come quella e che simili lotte non potranno più riprodursi. Noi pensiamo che sia vero proprio il contrario. Infatti l’Autunno caldo, il Maggio francese e l’insieme di lotte che hanno scosso la società mondiale alla fine degli anni ’60 sono stati solo l’inizio della ripresa della lotta di classe, ma gli anni successivi hanno mostrato uno sviluppo e una maturazione della situazione. Oggi in particolare esiste, a livello mondiale, una presenza più significativa di avanguardie politiche internazionaliste (benché ancora ultraminoritarie) che, contrariamente ai gruppi sclerotizzati del passato, sono capaci di interloquire tra di loro e di lavorare e di intervenire assieme, essendo le sorti della lotta di classe l’obiettivo comune di tutte queste formazioni.[30] Inoltre è presente nella classe, a livello internazionale, non più soltanto una combattività di fondo che permette lo scatenarsi di lotte un po’ in tutto il mondo[31], ma anche una sensazione diffusa che ormai questa società in cui viviamo non ha più nulla da offrire a nessuno, sul piano economico come su quello della sicurezza rispetto a catastrofi ambientali o a guerre, ecc. Questo sentimento è così diffuso che si sente talvolta parlare della necessità di una rivoluzione da parte di persone che non hanno alcuna esperienza politica alle spalle, anche se la maggior parte di queste persone considera che la rivoluzione non sia possibile, che gli sfruttati non avranno la forza di rovesciare il sistema capitalista:

Si può riassumere questa situazione nel modo seguente: alla fine degli anni ’60, l’idea che la rivoluzione fosse possibile poteva essere relativamente diffusa, ma non quella della sua necessità. Oggi, al contrario, l’idea che la rivoluzione sia necessaria ha un impatto non trascurabile, ma non altrettanto quella della sua possibilità.

Perché la coscienza della possibilità della rivoluzione comunista possa guadagnare un terreno significativo in seno alla classe operaia è necessario che questa possa riacquistare fiducia nelle proprie forze e questo passa attraverso lo sviluppo di lotte di massa. L’enorme attacco che essa subisce attualmente a scala internazionale dovrebbe costituire la base oggettiva per tali lotte. Tuttavia, la forma principale che prende oggi questo attacco, quella dei licenziamenti di massa, non favorisce, in un primo momento, l’emergenza di tali movimenti. In generale, (…) i momenti di forte aumento della disoccupazione non sono quelli in cui si sviluppano lotte importanti. La disoccupazione, i licenziamenti di massa, tendono a provocare una certa paralisi momentanea della classe. (…) Perciò anche se, nel prossimo periodo, non si assisterà a una risposta poderosa della classe operaia di fronte agli attacchi, non bisognerà considerare questo fatto come una rinuncia a lottare in difesa dei propri interessi. Sarà in un secondo momento, quando essa sarà capace di resistere ai ricatti della borghesia, quando si imporrà l’idea che sono la lotta unita e solidale può frenare la brutalità degli attacchi della classe dominante, in particolare quando questa cercherà di far pagare a tutti i lavoratori gli enormi deficit statali che si accumulano oggi con i piani di salvataggio delle banche e di “rilancio” dell’economia, che lotte operaie di grande ampiezza potranno svilupparsi molto di più.” (XVIII Congresso della CCI. Risoluzione sulla situazione internazionale, ICConline 2009)

Questa empasse ha pesato e pesa ancora sull’attuale generazione di proletari e talvolta spiega le esitazioni, i ritardi, le mancate reazioni agli attacchi della borghesia. Ma noi dobbiamo guardare alla nostra classe con la fiducia che ci proviene dalla conoscenza della sua storia e delle sue lotte passate; dobbiamo lavorare per riannodare le esperienze del passato con le lotte del presente; dobbiamo essere partecipi alle lotte e al loro interno infondere coraggio e fiducia nel futuro, accompagnando e stimolando nel proletariato il recupero della coscienza che il futuro dell’umanità riposa sulle sue spalle e che esso ha la capacità si svolgere questo compito immenso.

Ezechiele (23/08/2010)



[1] Vedi in particolare il ruolo nefasto della “resistenza al fascismo” che, in nome di una presunta lotta per la libertà, porterà i proletari a farsi massacrare per una frazione della borghesia contro un’altra prima nella guerra di Spagna (1936-39) e poi nella Secondo Guerra mondiale.

[2] “Avendo formato il Partito nel 1945, mentre la classe era sottomessa ancora alla controrivoluzione e non avendo poi fatto la critica di questa formazione prematura, questi gruppi (che continuavano a chiamarsi “partito”) non sono stati più capaci di fare la differenza tra la controrivoluzione e l’uscita dalla controrivoluzione. Nel movimento del maggio 1968 come nell’autunno caldo italiano del 1969, questi non vedevano niente di fondamentale per la classe operaia ed attribuivano questi avvenimenti all’agitazione degli studenti. Coscienti invece del cambiamento del rapporto di forze tra le classi, i nostri compagni di Internacionalismo (e in particolare MC, vecchio militante della Frazione e della Sinistra Comunista di Francia, GCF) hanno compreso la necessità di intraprendere tutto un lavoro di discussione e di raggruppamento con i gruppi che il cambiamento del corso storico stava producendo. A più riprese, questi compagni hanno chiesto al PCInt di lanciare un appello per l’apertura di una discussione tra questi gruppi e per una convocazione di una conferenza internazionale, dal momento che questa organizzazione aveva un’importanza che non si poteva paragonare col nostro piccolo nucleo in Venezuela. Ogni volta, il PCInt ha rigettato la proposta con il pretesto che non c’era niente di nuovo sotto il sole. Finalmente, un primo ciclo di conferenze si è potuto tenere a partire dal 1973 in seguito all’appello lanciato da Internationalism, il gruppo degli Stati Uniti che si era avvicinato alle posizioni di Internacionalismo e di Révolution Internationale, fondata in Francia nel 1968. È in grande parte grazie alla tenuta di queste conferenze, che avevano permesso una decantazione di tutta una serie di gruppi e di elementi venuti alla politica in seguito al maggio 68, che si è potuta costituire la CCI nel gennaio 1975”. (da “Les trente ans du CCI : s’approprier le passé pour construire l’avenir”, Revue Internationale n°123).

[3] Sul PCI vedi i due articoli Breve Storia del P.C.I. (1921-1936) ad uso dei proletari che non vogliono credere più a niente ad occhi chiusi e BREVE STORIA DEL PCI (1936-1947) ad uso dei proletari che non vogliono più credere a niente ad occhi chiusi (Rivoluzione Internazionale n°63 e 64). E’ particolarmente interessante, per comprendere la pesantezza dei rapporti all’interno del PCI di quegli anni, la lettura del romanzo storico di Ermanno Rea, Mistero napoletano, Einaudi.

[4] Aldo Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. 1968-1978 Storia critica di Lotta continua. Sperling e Kupfer Editori, pag. 82.

[5]Tra servi e padroni”, in Lotta Continua del 6 dicembre 1969, riportato anche in Aldo Cazzullo, op. cit., pag. 89.

[6] Antonio Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale. Intervista sull’operaismo, Ombre corte.

[7] Antonio Negri, op. cit., pag. 36-37.

[8] E’ a dir poco impressionante la quantità di elementi che nel mondo di oggi sono figure pubbliche di politici, giornalistici o scrittori, con posizioni politiche di centro-sinistra o addirittura di destra, che ieri sono passati per dei gruppi della sinistra extraparlamentare ed in particolare per l’operaismo. Ne citiamo giusto qualcuno: Massimo Cacciari, deputato PD (già Margherita) e due volte sindaco di Venezia; Alberto Asor Rosa, scrittore e critico letterario; Adriano Sofri, opinionista moderato de La Repubblica e de Il Foglio; Mario Tronti, tornato nel PCI a livello di Comitato Centrale ed eletto senatore; Paolo Liguori, giornalista con responsabilità direttive nei vari TG e testate editoriali di Berlusconi … e l’elenco potrebbe continuare con decine e decine di altri nomi.

[9] Noi non condividiamo l’analisi di Lenin sull’esistenza di una aristocrazia operaia all’interno della classe operaia. Leggi a tale proposito la nostra brochure L’aristocrazia operaia: una teoria sociologica per dividere la classe operaia.

[10] Idea questa diffusa parecchio anche a livello internazionale.

[11] Antonio Negri, op. cit., pag. 105.

[12] Aldo Cazzullo, op. cit., pag. XII.

[14] Antonio Negri, op. cit., pag. 105.

[15] Antonio Negri, op. cit., pag. 108.

[16] Antonio Negri, op. cit., pag. 113.

[17] “Quando si dice “operaio sociale” si dice fino in fondo, con estrema precisione, che da questo soggetto si estrae plusvalore. Quando parliamo di “operaio sociale” parliamo di un soggetto che è produttivo; e quando diciamo che è produttivo diciamo che è produttivo di plusvalore, mediatamente o immediatamente.” Antonio Negri, op. cit., pag. 18.

[18] Sull’argomento vedi pure i nostri articoli: L'Area della Autonomia: la confusione contro la classe operaia (I) (Rivoluzione Internazionale n°8) e L'Area dell'Autonomia: la confusione contro la classe operaia (II) (Rivoluzione Internazionale n°10).

[19] N. Balestrini, P. Moroni, L’orda d’oro, Milano, SugarCo Edizioni, 1988, pag.334.

[20] Antonio Negri, op. cit., pag. 138.

[21] Antonio Negri, op. cit., pag. 116-117.

[22] Antonio Negri, op. cit., pag. 118.

[23] Antonio Negri, op. cit., pag. 142.

[24] Idem.

[25] Antonio Negri, op. cit., pag. 130-132.

[26] Alessandro Silj, Malpaese, Criminalità, corruzione e politica nell’Italia della prima Repubblica 1943-1994, Donzelle Editore, pagg. 100-101.

[27] Alessandro Silj, op. cit., pag. 95-96.

[28] Alessandro Silj, op. cit., pag. 113.

[29] Testimonianza di Marco Revelli, all’epoca militante di Lotta Continua, in Aldo Cazzullo, op. cit., pag. 91.

[30] Non essendo possibile riportare qui l’elenco dei vari articoli relativi a questa nuova generazione di internazionalisti, invitiamo i lettori a consultare il nostro sito web www.internationalism.org dove potranno trovare abbondanza di informazioni.

[31] Anche sullo sviluppo attuale della lotta di classe rimandiamo al nostro sito web, suggerendo in particolare la lettura degli articoli su Vigo (Spagna), Grecia, sulla Tekel (Turchia), …

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