ISRAELE: le proteste continuano nonostante le tensioni della guerra

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Come abbiamo riportato in un precedente articolo[1], nei mesi di luglio ed agosto in Israele, centinaia di migliaia di persone hanno manifestato per le strade per protestare contro l’aumento vertiginoso del costo della vita, la crescente difficoltà per il ceto medio di farsi una casa, lo smantellamento dei servizi di welfare.

Nell’articolo sul movimento sulla giustizia sociale’ in Israele pubblicato sulla pagina in lingua inglese del nostro sito il 7 agosto scorso[2], abbiamo scritto che “numerosi manifestanti hanno espresso la loro frustrazione per il modo in cui il ritornello incessante sullasicurezza’ e sulla ‘minaccia del terrorismo’ è utilizzato per far sopportare la crescente miseria economica e sociale. Alcuni hanno apertamente messo in guardia dal pericolo che il governo avrebbe potuto provocare scontri militari o addirittura una nuova guerra per ripristinare l’'unità nazionale' e dividere il movimento di protesta.

Questi timori si sono rivelati ben fondati. Il 18 agosto c’è stata una serie di attacchi armati contro civili israeliani e pattuglie militari. Due autobus di trasporto pubblico nel sud di Israele sono stati rastrellati con armi da fuoco, lasciando diversi morti e feriti. C’è stata una certa confusione su chi abbia condotto questi attacchi, se i Comitati di Resistenza Popolare o Hamas: di fatto nessuno ne ha rivendicato la responsabilità. In ogni caso, il governo israeliano ha risposto nel suo modo tipicamente brutale, con attacchi aerei a Gaza che hanno ucciso membri del PRC ma anche bambini ed un gruppo di guardie di frontiera egiziane. Questo a sua volta ha provocato ulteriori lanci di razzi lanciati da Gaza su città del sud di Israele.

Chiunque abbia iniziato questa nuova spirale di violenza, un aumento delle tensioni di guerra non possono che giovare ai nazionalisti di entrambi i fronti del conflitto arabo-israeliano. Esso creerà maggiori difficoltà per lo sviluppo del movimento di protesta e farà esitare molti rispetto a continuare con le tendopoli e le manifestazioni in un momento in cui c'è una pressione enorme per mantenere ‘l’unità nazionale’. Appelli ad annullare le proteste sono venuti da personaggi quali il leader dell’Unione Nazionale degli Studenti Itzik Shmuli, ma un nucleo significativo di manifestanti ha respinto questo appello. Nella notte di Sabato 20 agosto le manifestazioni sono andate avanti, anche se hanno dovuto essere ‘mute’, e di dimensioni molto più ridotte che nelle settimane precedenti. Lo stesso é valso per le manifestazioni di Sabato 27 agosto.[3]

Eppure quello che conta è che queste manifestazioni hanno avuto luogo, attirando fino a 10.000 persone a Tel Aviv e diverse migliaia in altre città. E non c’è stata alcuna riluttanza rispetto alla questione della guerra: al contrario, gli slogan principali delle dimostrazioni riflettevano una crescente comprensione della necessità di resistere alla marcia verso la guerra e - per gli oppressi di entrambe le parti – la necessità di lottare per i loro interessi comuni: “Ebrei ed Arabi rifiutano di essere nemici”, “giustizia sociale è richiesta in Israele e nei territori”, “Una vita dignitosa a Gaza e ad Ashdod”, “No ad un’altra guerra che seppellirà la protesta”. La “Tenda 1948” del gruppo palestinese-ebraico su Rothschild Boulevard ha rilasciato una dichiarazione a sé stante: “Questo è il momento di mostrare la vera forza”, recitava la dichiarazione. “Resta per la strada, condanna la violenza e rifiuta di andare sia a casa o nell’esercito a prendere parte all’attacco di ritorsione su Gaza”.

Un discorso di Raja Za'atari ad Haifa ha anche espresso l’emergere di sentimenti internazionalisti, anche se ancora imbrigliati in un linguaggio democratici sta e pacifista: Alla fine della giornata, una famiglia senza casa è una famiglia senza casa, e un bambino affamato è un bambino affamato, indipendentemente dal fatto che parli in arabo, ebraico, amarico o in russo. Alla fine della giornata, fame e umiliazioni, come la ricchezza, non hanno patria e non hanno lingua ... Noi diciamo: è tempo di parlare di pace e giustizia allo stesso tempo! Oggi più che mai, è ovvio a tutti che per frenare questo parlare di giustizia, questo governo sarebbe capace di cominciare un’altra guerra”. http://onedemocracy.co.uk/news/we-will-be-a-jewish-arab-people/

Il fatto che questi slogan e questi sentimenti siano diventati tanto più diffusi di quanto non fossero solo uno o due anni fa, indica che qualcosa di profondo sta accadendo in Israele, specialmente all’interno della giovane generazione. Delle espressioni simili di protesta, anche se in chiave ridotta, si sono viste anche da parte della gioventù contro lo status quo islamico a Gaza[4].

Come in Israele, la ‘Gioventù di Gaza’ è una piccola minoranza appesantita da tutti i tipi di illusioni - in particolare dal nazionalismo palestinese. Ma in un contesto globale di rivolta crescente contro l’ordine esistente, si stanno ponendo le basi per lo sviluppo di un autentico internazionalismo basato sulla lotta di classe e sulla prospettiva di un’autentica rivoluzione degli sfruttati.

Amos 28/8/11

Ultimissima: le manifestazioni continuano, eccome! Ieri notte 3 settembre ci sono state ben quattrocentomila persone per le strade delle varie città di Israele che, per un paese di soli 7 milioni di abitanti, è quanto dire. Ecco uno dei tanti articoli (Manifestazione in Israele, 400mila in piazza per chiedere più giustizia sociale) che riportano la notizia, che è stata data oggi 4 settembre anche al telegiornale di RAI3.


[3] Come ulteriore segno che le proteste in Israele non sono scomparse, The Guardian del 28 agosto ha riportato che un certo numero di edifici disoccupati a Gerusalemme sono stati presi dai manifestanti che chiedono che questi vengano usati come case popolari con affitti accessibili. http://www.guardian.co.uk/world/2011/aug/28/israel-squatting-campaign-housing.

[4] ‘Un manifesto radicale da Gaza’: https://en.internationalism.org/icconline/2011/gaza.

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