Da Piazza Tahrir alla Puerta del Sol

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Gli avvenimenti che si stanno svolgendo in Spagna, quale che sia la loro conclusione finale e quali che siano le confusioni o le illusioni dei protagonisti, stanno facendo storia, segnano un punto nell’evoluzione della lotta di classe. 

Un anello nella catena internazionale della lotta di classe

C’è un tentativo di spiegare questi avvenimenti a partire da supposti fattori nazionali, cosa che viene riassunta nella famosa denominazione “Rivoluzione Spagnola”.

Niente di più falso e ingannevole! Il disincanto verso la cosiddetta “classe politica” è un fenomeno mondiale. E’ molto difficile trovare un paese i cui abitanti abbiano fiducia nei loro “rappresentanti”, siano stati legittimati nel circo elettorale o imposti con metodi dittatoriali. La corruzione, che è l’altro argomento portato come possibile spiegazione, è anch’esso un fenomeno mondiale a cui non sfugge nessun paese[1]. Certo, sia nella “qualità” dei politici, come nella corruzione, ci sono gradi diversi a seconda dei paesi, ma queste differenze sono solo degli alberi che impediscono di vedere il fenomeno storico e mondiale della degenerazione e della putrefazione del capitalismo.

Altri ragionamenti messi in campo sono la disoccupazione massiccia, soprattutto fra i giovani. Si è parlato anche della precarietà, dei tagli sociali generalizzati già fatti e quelli che si preparano per dopo le elezioni. Tutto questo non ha niente di spagnolo. Lo si vede non solo in Grecia, in Irlanda o in Portogallo, ma anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Anche se è vero che questi attacchi alla classe lavoratrice e alla maggioranza della popolazione variano di intensità a seconda dei paesi – il capitalismo è una fonte permanente di disuguaglianze – è un errore stare a sottilizzare se X è meno povero di Y quando tutti tendiamo ad essere sempre più poveri!

Il volto amaro della disoccupazione lo vediamo tanto a Madrid quanto al Cairo, tanto a Londra quanto a Parigi, tanto ad Atene quanto a Buenos Aires. E’ assurdo e sterile cercare ostinatamente quello che c’è di diverso quando quello che dobbiamo vedere è ciò che c’è di comune. Nella situazione attuale si vede sempre più chiaramente che quello che predomina è la degradazione generale delle condizioni di vita degli sfruttati di tutto il mondo. Tutti ci vediamo uniti nella stessa caduta nell’abisso, che non si manifesta solo nella disoccupazione, nell’inflazione, nella precarietà, nell’eliminazione delle prestazioni sociali, ma anche nella moltiplicazione dei disastri nucleari, delle guerre e in un poderoso sfilacciamento delle relazioni sociali accompagnata da una crescente barbarie morale.

E’ evidente che la pressione dell’ideologia dominante, estremamente nazionalista, cerca di rinchiudere il movimento che stiamo vivendo nelle quattro mura della “Rivoluzione spagnola”. E’ certo che la difficoltà nella presa di coscienza fa sì che molti dei protagonisti vedano le cose attraverso questo prisma deformante tanto che, nelle Assemblee, è scarsa la riflessione sulla situazione mondiale o sulla situazione dell’immensa maggioranza dei lavoratori[2].

Come è possibile però che parliamo di un anello nel movimento internazionale della classe operaia quando la grande maggioranza dei manifestanti, anche se sono proletari (disoccupati, giovani lavoratori precari, impiegati, licenziati, studenti, immigrati…) non si riconoscono come appartenenti alla classe operaia e questo termine viene a mala pena pronunciato nelle assemblee?[3]

Diversi fattori spiegano questa difficoltà: la classe operaia soffre un forte problema di identità e di fiducia in se stessa. D’altro canto, il malcontento generalizzato non tocca solo la classe operaia, ma vari strati della popolazione non sfruttatrice, il che denota una proletarizzazione degli strati sociali piccolo-borghesi o delle professioni libere[4]. Tutto questo fa sì che il movimento può sembrare, ad uno sguardo superficiale, come interclassista, caoticamente assorbito da una varietà di preoccupazioni, molto sensibile agli argomenti democratici…, ma se lo guardiamo più profondamente il movimento appartiene interamente alla lotta internazionale della classe operaia. Siamo dentro un processo verso lotte di massa che faranno sì che il proletariato cominci a prendere fiducia nelle sue proprie forze e cominci a vedersi come una casse sociale autonoma, capace di dare un’alternativa a questa società che va alla rovina. La faglia tettonica che corre dalla Francia del 2006[5], alla Grecia del 2008[6] per tornare di nuovo in Francia nel 2010[7], continuare in Gran Bretagna nel 2010 e poi in Egitto e Tunisia nel 2011[8], si manifesta ora nell’enorme sisma spagnolo. Si stanno preparando le basi per grandi terremoti sociali che apriranno la via dolorosa verso l’emancipazione dell’umanità.

Le motivazioni immediate del movimento

Un’analisi internazionale e storica è più chiara se riesce ad integrare i fattori particolari, nazionali o congiunturali. Allo stesso tempo non è possibile capire i fatti se si parte da questi fattori specifici. Il movimento che stiamo vivendo è partito da una protesta “contro i politici” organizzata da Democracia Real Ya (Democrazia reale adesso). Le manifestazioni del 15 maggio hanno avuto un risultato spettacolare: il malcontento generalizzato, il malessere di fronte alla mancanza di futuro, hanno trovato in esse un canale inaspettato. Apparentemente tutto doveva finire lì, ma a Madrid e a Granada alla fine delle manifestazioni ci sono state violente cariche della polizia con più di 20 arrestati che sono stati trattati con violenza nei commissariati.

I fermati si sono raggruppati in un’Assemblea che ha fatto un comunicato[9] la cui diffusione ha prodotto una forte impressione ed una fulminea reazione di indignazione e solidarietà. Un gruppo di giovani ha quindi deciso di stabilire un presidio nella piazza Puerta del Sol di Madrid – piazza centrale della città. Il lunedì stesso l’esempio si estende a Barcellona, Granada e Valencia. Un nuovo atto di repressione ha inasprito ancora di più gli animi e da allora i concentramenti hanno iniziato ad estendersi in più di 70 città e l’affluenza è andata crescendo vertiginosamente.

Il martedì pomeriggio è stato un momento decisivo. Gli organizzatori avevano programmato atti di protesta silenziosi o inutili scenette scherzose (dette “perfomances”) ma la partecipazione è cresciuta ed ha chiesto ad alta voce la tenuta di Assemblee. Alle otto di martedì sera si sono tenute Assemblee a Madrid, Barcellona, Valencia e altre città, ma a partire dal mercoledì la valanga diventa dirompente, i concentramenti si trasformano in Assemblee Aperte.

Per darsi un simbolo il movimento si è auto denominato del 15D, giorno della prima mobilitazione, la quale non ha creato il movimento ma gli ha semplicemente dato un primo involucro. E questo involucro è in realtà una corazza che lo imprigiona per poi dargli un obiettivo tanto utopico quanto mistificatorio: il “rinnovamento democratico” dello Stato spagnolo[10].

Si tenta di canalizzare l’enorme malcontento sociale verso quella che viene chiamata “Seconda Transizione”. Dopo 34 anni di democrazia, la maggioranza della popolazione è molto delusa ma questo viene spiegato con il fatto che “stiamo subendo una democrazia imperfetta e limitata” a causa del patto che fu fatto con i “settori intelligenti” del franchismo, per cui ci vuole una “seconda transizione” che ci porti ad una “democrazia piena”.

Il proletariato in Spagna è vulnerabile a questa mistificazione dato che la destra spagnola è fortemente autoritaria, arrogante ed irresponsabile, Il che rende poco credibile la “democrazia esistente”. Spingendo il “popolo” a “ribellarsi contro i politici” e ad esigere una “Democrazia reale adesso” la borghesia cerca di nascondere che questa è l’unica democrazia possibile e che non ce n’è un’altra.

Il governo Zapatero non è stato molto tenero di fronte a una situazione esplosiva con più del 40% dei giovani disoccupati, chiamando mascalzoni quelli che osavano dubitare delle “grandi conquiste sociali” del suo governo, il che ha riscaldato gli animi dei giovani. Ma c’è anche qualcosa di più profondo: il gioco democratico propone come alternativa al Partito Socialista (PSOE), un Partito Popolare (PP) che tutti temono perché già ne conoscono l’arroganza, la brutalità ed i riflessi autoritari. La Spagna non è la Gran Bretagna dove Cameron – appoggiato dai “moderni” liberali – godeva in partenza di una migliore immagine, qui – benché nella pratica sia stato il PSOE a portare i peggiori attacchi – la destra ha una meritata fama di nemica delle classi lavoratrici oltre ad essere composta da una serie di personaggi bigotti e corrotti[11].

La grande maggioranza della popolazione assiste impaurita alla carrellata di bestialità degli “amici” socialisti e di quelle, se possibile ancor più bestiali, dei nemici dichiarati del PP. E come aver fiducia nel gioco democratico e dei suoi risultati elettorali? Di fronte a una situazione insopportabile e un avvenire terrorizzante, la gente è scesa per strada. Le loro confusioni ed illusioni, unite alla propaganda democratica, hanno fatto si che nelle assemblee avesse un grosso ascolto la proposta di mettere fine al bipartitismo. Si tratta di qualcosa di irrealistico e semplicemente mistificatorio. Il ceto politico spagnolo è fortemente bipartitista – sulla scia dell’epoca bipartitista di Canovas[12]- e, come dimostrato dai risultati delle elezioni comunali e regionali, tende a rafforzarsi in questa direzione[13].

Le Assemblee, un’arma carica di futuro

Tuttavia, di fronte a questa democrazia che riduce la “partecipazione” allo scegliere ogni 4 anni il politico di turno che non manterrà mai le promesse ed eseguirà sempre il “programma occulto” del quale non aveva mai parlato, il movimento in Spagna ha trovato un’arma gigantesca dove veramente la gran maggioranza può unirsi, pensare e decidere: le Assemblee di massa cittadine.

Nella democrazia borghese il potere decisionale è proprio di un corpo burocratico di politici di professione che a sua volta obbedisce senza fiatare agli ordini del Partito, il quale non è altro che un difensore ed interprete dell’interesse del Capitale.

Invece nelle Assemblee il potere di decisione è esercitato direttamente dai partecipanti che pensano, discutono e decidono insieme e sono loro stessi ad organizzarsi per mettere in pratica le decisioni.

Nella democrazia borghese si consacra e rafforza l’atomizzazione individuale, la concorrenza e la chiusura in se stessi, che caratterizza questa società. Al contrario, nelle Assemblee si sviluppa un pensiero collettivo, ognuno può dare il meglio di sé, ognuno può sentire la forza e la solidarietà comune, si crea uno spazio in cui creare l’antidoto contro la divisione e la lacerazione della società capitalista e forgiare le fondamenta di una nuova società basata sull’abolizione dello sfruttamento e delle classi, per la costruzione di una comunità umana mondiale.

Se è vero che la democrazia borghese ha rappresentato un indiscutibile progresso rispetto al potere assoluto dei monarchi, l’evoluzione dello Stato dall’inizio del ventesimo secolo ha sancito il potere assoluto di una combinazione tra quella che viene chiamata la classe politica e i grandi poteri economici e finanziari, ossia il Capitale nel suo complesso. Per quanto possano essere aperte le liste elettorali o per quanto sia limitato il bipartitismo, il potere è detenuto comunque da questa minoranza privilegiata ed è ancora più assoluto e dittatoriale che il più assolutista dei monarchi feudali. Ma a differenza di questi, la dittatura del capitale si legittima periodicamente con la farsa elettorale.

Le Assemblee si riallacciano alla tradizione proletaria dei Consigli Operai del 1905 e del 1917[14] in Russia e che si estesero alla Germania ed altri paesi del mondo durante l’ondata rivoluzionaria del 1917-23. Successivamente sono riapparsi nel 1956 in Ungheria e nel 1980 in Polonia.

Com’è penosa l’atmosfera di un seggio elettorale dove i “cittadini” vanno in silenzio, come chi adempie un obbligo della cui utilità dubita fortemente e avverte un senso di colpa per il voto dato che, alla fine, risulta essere sempre “sbagliato”!

Quanto invece è emozionante il clima che stiamo vivendo in questi giorni nelle Assemblee! Si avverte un grande entusiasmo e un enorme desiderio di partecipare. In tanti prendono la parola per sollevare ogni tipo di questione. Finita l’assemblea generale ci sono riunioni di commissione che durano fino a mezzanotte. Si prendono contatti, si conosce gente, si riflette ad alta voce, vengono esaminati da cima a fondo tutti gli aspetti politici, sociali, culturali, economici ... Si scopre che si può parlare, che si possono affrontare collettivamente tutte le questioni ... Nelle piazze occupate si montano biblioteche, si organizza un “banco de tiempo”[15] per insegnare tutte le materie, sia scientifiche che culturali, artistiche, politiche o economiche.

Si esprimono sentimenti di solidarietà, si ascolta attentamente senza che nessuno impone nulla a nessuno, si apre un canale per l’empatia generale. Timidamente si sta creando una cultura del dibattito di massa[16]. Riflessioni molteplici, proposte, idee varie, sembra che i partecipanti vogliano esternare i propri pensieri, i propri sentimenti per tanto tempo rimuginati nella solitudine dell’atomizzazione. Le piazze sono inondate da una gigantesca e collettiva tormenta di idee, la massa riesce ad esprimere il meglio e il più profondo di se stessa. Questa massa anonima di persone, che in genere viene considerata come “i perdenti nella vita”, racchiude capacità intellettuali, sentimenti attivi, emozioni sociali insospettati, immensi, profondi.

La gente si sente liberata e gode con passione del piacere immenso di discutere collettivamente. Apparentemente il torrente di pensieri non è sfociato in nulla. Non ci sono proposte concrete. Ma questo non è necessariamente una debolezza. Dopo lunghissimi anni di oppressiva normalità capitalista, dove la stragrande maggioranza soffre la dittatura del disprezzo, della routine più alienante, di negativi sentimenti di colpa, di frustrazione e atomizzazione, è inevitabile una prima fase di esplosione disordinata. Non c’è altro modo, non ci sono piani di pedanti perché il pensiero della stragrande maggioranza possa esprimersi. Bisogna percorrere questo cammino - che in apparenza non va da nessuna parte - per trasformare se stessi e trasformare da cima a fondo il panorama sociale.

E’ certo che gli organizzatori presentano più volte manifesti democratici e nazionalisti. In parte riflettono le illusioni e le confusioni ancora presenti nella maggioranza, ma al tempo stesso, il percorso che sta seguendo la riflessione di molti partecipanti va in un’altra direzione che lotta per venire in superficie. Per esempio, a Madrid, uno slogan che sta diventando popolare ma che non è stato raccolto dai portavoce è “Tutto il potere alle Assemblee”, o ancora “Senza lavoro, senza casa, senza paura”, “Il problema non è la democrazia, il problema è il capitalismo”, “Lavoratore, svegliati!”. A Valencia una donna diceva “Hanno ingannato i nonni, hanno ingannato i figli, nipoti non lasciatevi ingannare!” e “600 euro al mese, questa si che è violenza!”.

Le Assemblee sono state testimoni di un dibattito dove si sono confrontate insistenze differenti polarizzatesi in tre assi essenziali:

1. Bisogna limitarsi a un rinnovamento democratico[17], oppure i problemi hanno origine nel capitalismo, il quale non può essere riformato e deve essere distrutto da cima a fondo?

2. Il movimento deve darsi per concluso il 22, giorno delle elezioni, o, al contrario, bisogna continuare a lottare in massa contro i tagli sociali, la disoccupazione, la precarietà del lavoro, gli sgomberi forzati?

3. Non dovremmo estendere le assemblee ai posti di lavoro, nei quartieri, negli uffici di collocamento, nelle scuole e nelle università in modo che il movimento si possa radicalizzarsi tra i lavoratori, gli unici ad avere la forza e le basi per sviluppare una lotta generalizzata?

Nelle assemblee convivono due “anime”: l’anima democratica che costituisce un freno conservatore e l’anima proletaria che cerca di definirsi su di un piano di classe.

Guardando serenamente al futuro

Le assemblee che si sono tenute domenica 22 hanno risolto il secondo punto del dibattito decidendo di proseguire il movimento. In molti interventi si è detto: “Non siamo qui per le elezioni, anche se queste sono state il detonatore”. Per quanto riguarda il terzo punto, molti interventi hanno insistito per “andare verso la classe operaia”, proponendo di adottare delle rivendicazioni contro la disoccupazione, la precarietà, i tagli sociali. Così come si è deciso di estendere le Assemblee ai quartieri e hanno iniziato ad emergere voci che chiedevano la loro estensione ai luoghi di lavoro, università, uffici di collocamento ...

A Malaga, Barcellona e Valencia è stato proposto di fare una manifestazione contro i tagli sociali chiamando ad un nuovo sciopero generale che, come ha sostenuto un partecipante, “sia veramente tale”.

La fase iniziale dello scendere in piazza è già di per sé una grande conquista del movimento. Si dovrebbe continuare, come espressione del fatto che una massa importante di sfruttati cominciare a resistere al “vivere come finora”. L’indignazione porta alla necessità di un rinnovamento morale, di un cambiamento culturale, le proposte che si fanno - anche se sembrano ingenue o peregrine -manifestano un’ansia, ancora timida e confusa, di voler “vivere in modo diverso”.

Ma al tempo stesso, il movimento può rimanere a questo livello senza darsi degli obiettivi concreti?

E’ difficile rispondere: ci sono due risposte che stanno lottando in sordina, espressioni delle due “anime” dette prima, la democratica e la proletaria. La democratica pianta le sue radici nella mancanza di fiducia della classe nelle sue proprie forze, nel peso degli strati non proletari ma non sfruttatori, nell’impatto della decomposizione sociale[18], e si aggrappa al chiodo rovente di uno Stato “giusto” ed “egualitario”.

L’altra via, quella di estendere le assemblee ai posti di lavoro, ai centri di studio, agli uffici di collocamento, ai quartieri, polarizzandosi nella lotta contro gli effetti della disoccupazione e della precarietà, in risposta ai numerosi attacchi che abbiamo subito e che ancora devono venire, si incarna in un settore molto combattivo. A Barcellona, lavoratori di Telefonica, ospedalieri, vigili del fuoco, studenti universitari, tutti mobilitati contro i tagli alla spesa sociale, si sono uniti alle assemblee e iniziano a dare a queste un tono diverso. L’Assemblea centrale di Barcellona è la più distante dagli approcci di rinnovamento democratico. L’Assemblea centrale di Madrid ha convocato assemblee nei quartieri e nei distretti. A Valencia c’è stata l’unione con la protesta dei tranvieri ed anche con una manifestazione contro i tagli nel settore dell’istruzione. A Saragozza, i tranvieri si sono uniti all’assemblea con grande entusiasmo.

Questa seconda via presenta una difficoltà supplementare. Esiste un pericolo reale che la “proroga” del movimento possa alla fine portare al suo dissipamento e confinamento in approcci settoriali e corporativi. Questa è una contraddizione reale. Da un lato, il movimento può continuare solo se riesce a raccogliere, o almeno iniziare a risvegliare, la partecipazione della classe operaia in quanto tale. Senza dubbio una tale estensione può spingere i sindacati a prendere l’auto in corsa e cercare di spingere verso approcci settoriali, di quartieri, a consumarsi in rivendicazioni localiste, ecc. Senza negare questo pericolo, bisogna però chiedersi: il fatto stesso di provarci, anche se si fallisce, non ci fornisce le premesse di una lotta collettiva che può avere una grande forza per il futuro?

Qualunque sia la direzione che prenderà il movimento è comunque indiscutibile il contributo che già dà alla lotta internazionale della classe operaia:

• è un movimento di massa e generale, con il coinvolgimento di tutti i settori sociali;

• il riferimento non è un attacco preciso come in Francia o in Inghilterra, ma l’indignazione per la situazione che stiamo vivendo. Questo rende difficile focalizzarsi su delle rivendicazioni specifiche, il che rende al movimento più difficile esprimere il suo carattere proletario[19]. Ma al tempo stesso, esso esprime un chiaro risveglio di massa ai problemi della società e apre la strada alla sua politicizzazione.

• ha avuto come cuore pulsante le assemblee.

La comprensione di quanto sta accadendo ci spinge ad abbandonare i vecchi schemi. La Rivoluzione russa del 1905 mostrò chiaramente un nuovo modo di azione di massa. Questo tuffò nella perplessità e più tardi nel rifiuto di porre fine alla tradizione molti leader sindacali e socialdemocratici (tra i quali importanti teorici come Kautsky e Plekhanov) che si aggrappavano disperatamente ai vecchi schemi della “metodica accumulazione di forze” attraverso un graduale lavoro sindacale e parlamentare[20].

Oggi dobbiamo evitare una trappola simile. I fatti non avvengono come previsto secondo uno schema legato alle lotte degli anni 70 e 80. E’ vero che un proletariato che ha difficoltà di identità e di fiducia in se stesso, non si mostra a “voce alta”; è vero anche che insieme a lui si sono mobilitati strati non sfruttatori. Il movimento verso lotte di massa, verso una lotta rivoluzionaria, non scorre su binari ben definiti e delimitati che tracciano in maniera chiara e inequivocabile il suo terreno di classe. Questo presenta dei rischi - un proletariato ancora debole potrebbe sentirsi disorientato e confuso in mezzo a un vasto movimento sociale, potrebbe anche apparire completamente perso, come è successo in Argentina nel 2001.

Ciò non toglie nulla al potenziale insito in ciò che sta accadendo:

• Oggi le grandi concentrazioni industriali hanno minor peso e appaiono sfumate in una grande rete nazionale e internazionale rendendo difficile la lotta tradizionale a partire dalle grandi fabbriche. Per superare questa difficoltà, il proletariato trova il modo per guadagnare in massa la strada accompagnato da altri ceti sociali. Tutto questo fa si che il carattere di classe non appaia tanto facilmente e direttamente come in passato, ma la sua pista può essere seguita attraverso un maggiore sforzo di coscienza e chiarificazione.

• Di fronte alla decomposizione sociale regnante, che distrugge i legami sociali e accresce la barbarie morale, le Assemblee costituiscono un’agorà, cioè un luogo, dove la vita umana è al centro della riflessione che punta ad una risposta, anche se confusamente, dove si possono tessere legami sociali, affermare la morale proletaria, la solidarietà, l’alternativa rispetto ad una società di concorrenza mortale.

• E’ vero che, come espressione di una situazione disperata e che imputridisce da lungo tempo, il proletariato si sta lanciando in un lotta di massa accompagnato da strati sociali non sfruttatori che non necessariamente condividono lo stesso obiettivo rivoluzionario e tendono a disperderlo in una massa confusa. Questo comporta seri rischi, ma allo stesso tempo produce il vantaggio di creare una vita collettiva nella lotta, di poter affrontare i problemi con metodo, di una maggiore comprensione reciproca, cose che saranno di vitale importanza per il futuro scontro rivoluzionario con lo Stato borghese.

CCI, 25 maggio 2011

(da Accion Proletaria, organo della CCI in Spagna)



[1] La corruzione sta nel DNA stesso del capitalismo, dal momento che la sua “morale” consiste nel “tutto è lecito” per raggiungere il massimo di profitto. Con questa premessa congenita e con il peso dell’acuirsi della crisi che propaga la massima irresponsabilità tanto nella classe imprenditoriale che in quella politica, la corruzione diventa inevitabile in ogni Stato, quali che siano le sue leggi.

[2] Senza dubbio nelle assemblee cominciano ad apparire prese di posizione internazionaliste. Domenica a Valencia, un partecipante all’assemblea si è proclamato “cittadino del mondo” ed ha detto che non ci si può limitare a cambiare la Spagna. Si sta anche facendo uno forzo per tradurre i comunicati delle Assemblee in tutte le lingue possibili, il che contrasta con l’impostazione iniziale “ispano-spagnolo”. Se è vero che le mobilitazioni al di fuori della Spagna in numerosi paesi si sono caratterizzate come opera di “spagnoli nel mondo”, sembra che alcune concentrazioni iniziano a prendere un segno diverso.

[3] Comunque a partire dalle assemblee di domenica 22 maggio comincia a sentirsi più spesso.

[4] Non solo nei paesi del “Terzo Mondo” (terminologia così obsoleta!) ma anche nei paesi centrali. Informatici altamente qualificati, avvocati, giornalisti ed altri, si vedono relegati al rango di precari o freelance in una situazione altamente instabile. Piccoli impresari si trasformano in padroni di sé stessi lavorando giorno e notte …

[5] Vedi “Tesi sul movimento degli studenti nella primavera 2006 in Francia”, https://it.internationalism.org/rint/28_tesi_studenti

[6] Vedi “Grecia: le rivolte giovanili confermano lo sviluppo della lotta di classe”, https://it.internationalism.org/node/761

[7] Vedi “Breve cronologia della lotta in Francia contro la riforma delle pensioni”, https://it.internationalism.org/node/963

[8] Vedi “Che succede in Medio Oriente?”, https://it.internationalism.org/node/1035

[9] Vedi su https://madrid.indymedia.org/node/17370 il comunicato dei detenuti, che rispecchia in modo eloquente il trattamento ricevuto.

[10] Lo Stato è l’organo della classe dominante. Per quanto si presenti sotto la forma democratica la sua struttura si basa sulla delega del potere, il che non pone alcun problema per la minoranza sfruttatrice che, possedendo i mezzi di produzione, ha “la scopa dalla parte del manico” e può sottomettere i politici di professione ai propri interessi. Certo è molto diverso per la classe operaia e la stragrande maggioranza dell’umanità: la loro “partecipazione” si riduce a dare un assegno in bianco a questi signori che, pur se agiscono con la massima onestà e rinunciano ad ogni interesse personale, sono totalmente intrappolati nella tenaglia burocratica dello Stato. D’altro canto, più specificamente, le riforme proposte, anche a volerle prendere sul serio, comporterebbero procedure parlamentari lunghissime per cui possono essere facilmente denaturate e la loro applicazione sarebbe più che incerta.

[11] È significativo che la strategia adottata dal candidato del PP, Rajoy, consiste nel non dire assolutamente niente, facendo un discorso vuoto pieno dei più patetici luoghi comuni. Mantenere un silenzio assordante è l’unico modo per evitare che gli elettori di sinistra si mobilitino contro di lui.

[12] Dopo la rivoluzione del 1868, chiamata la Gloriosa, e gli anni turbolenti che seguirono, nel 1876 si instaurò una turnazione tra il partito conservatore di Cánovas e quello liberale di Sagasta, che durò fino al 1900.

[13] I piccoli partiti, in cui molti interventi nelle assemblee riponevano tanta speranza, oltre ad avere un programma di difesa del capitalismo esattamente come quello dei grandi partiti e darsi una struttura interna altrettanto burocratica e dittatoriale, non hanno alcun ruolo proprio, sono una specie di sacco che si gonfia quando qualcuno dei grandi cala e si sgonfia quando i due grandi partiti hanno bisogno di occupare tutto lo spazio nel governo e all’opposizione.

[14] Vedi la serie “Cosa sono i consigli operai?”, in inglese, spagnolo e francese sul nostro sito www.internationalism.org

[15] Letteralmente “banco di lezione”

[16]  Vedi “La cultura del dibattito: un’arma della lotta di classe”, https://it.internationalism.org/node/807

[17] Espressa nel Decalogo democratico approvato dall’Assemblea di Madrid: liste aperte, la riforma elettorale ...

[18] Vedi “La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo”, https://it.internationalism.org/node/976

[19] A differenza di quanto accaduto in Francia e Gran Bretagna, dove le manifestazioni erano apertamente una risposta agli attacchi molto duri dei rispettivi governi.

[20] Rispetto a questi, Rosa Luxemburg, con Sciopero di massa, partito e sindacati, e Trotsky, con Bilancio e Prospettive, seppero captare le caratteristiche e la dinamica della nuova era della lotta di classe.

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