Che cosa ha significato il Referendum alla Fiat Mirafiori di Torino

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Ciò che è stato presentato da tutti i media borghesi, comprese le sue espressioni più radicali di sinistra, come un problema lavorativo limitato ad un ramo industriale italiano relativo alla sola produzione d’auto, quello della Fiat, quindi un qualcosa che non dovrebbe riguardare gli altri settori industriali, è invece un problema internazionale che riguarda l’insieme dell’economia capitalista e l’intera classe operaia.

Infatti, bisogna inquadrare i fatti di Mirafiori nel contesto di una crisi da sovrapproduzione generalizzata che attanaglia tutti gli Stati ed i padroni del mondo, dove ogni settore capitalista ed in particolare quello dell’auto, se vuole avere la speranza di rimanere a galla deve mettersi nella condizione di poter vincere l’accanita concorrenza, aumentare cioè la produzione ed a costi minimi. In altre parole abbassare ancora una volta il costo del lavoro attaccando con più vigore e maggiore cinismo i già bassi salariali della classe operaia e degradando ulteriormente le sue già ridotte condizioni di vita.

Nel caso particolare della produzione automobilistica della FIAT, dopo anni di sovvenzionamenti statali per evitare, forse, il suo fallimento definitivo (nel senso che non è più possibile salvarla attraverso un intervento diretto e massiccio dello Stato, tra cui bisogna ricordare i ripetuti incentivi statali per la rottamazione delle vecchie vetture) è arrivato alla sua guida come AD (amministratore delegato) Sergio Marchionne. Questi svela, senza troppi preamboli a tutti coloro che avevano creduto, si fa per dire, in un progetto “socialdemocratico” dei mercati, qual’è la vera natura della democrazia borghese quando si trova immersa nell’asfissia mercantile. Presentatosi all’Unione industriali Marchionne in modo arrogante ha informato le organizzazioni sindacali presenti che non avrebbe accettato nessuna trattativa per il suo piano di ristrutturazione aziendale: o lo si accettava oppure la Fiat sarebbe andata via da Mirafiori e dall’Italia. E forse questo è solo un bluff, visto i costi elevati per impiantare le stesse strutture tecnologiche in altri paesi che ne sono sprovvisti. Intanto, non bisogna credere che una tale politica economica sia il solo desiderio di Marchionne. Essa è agognata da tutta la borghesia italiana. Tuttavia, il metodo Marchionne serve da esperimento per aprire un varco più ampio nel mondo operaio nel tentativo di stravolgere, dopo Pomigliano D’Arco e Mirafiori, tutte le conquiste operaie (che ipocritamente vengono chiamate dai sindacati “diritti”) nell’intento di instaurare un nuovo rapporto tra capitale e lavoro a discapito chiaramente di tutti i lavoratori e su scala nazionale. Non a caso, dopo la chiusura della FIAT di Termini Imerese, soprattutto per una conduzione suicida della lotta da parte dei sindacati, in perfetta continuità con la trappola referendaria già imposta il 22 giugno del 2010 agli operai della Fiat di Pomigliano D’Arco, Marchionne passa a Torino l’11 gennaio del 2010 imponendo ai lavoratori della Fiat Mirafiori un altro referendum per approvare il nuovo piano. In particolare in entrambi i referendum, sotto il pesante ricatto di una delocalizzazione della fabbrica all’estero, si chiede ai lavoratori di accettare il seguente accordo/ricatto:

- lavorare 6 giorni alla settimana su sette su tre turni di lavoro al giorno ed all’occorrenza arrivare anche a turni di 10 ore

- abolizione dell’indennità salariale per i nuovi assunti ed una significativa riduzione per quelli già assunti

- spacco mensa spostato a fine turno

- riduzione della pausa di lavoro da 40 a 30 minuti in una giornata di lavoro

- straordinario obbligatorio fino ad 80 ore all’anno (non pensionabile)

- in caso di fermo di produzione - chiaramente non per volontà degli operai ma per motivi esterni (per esempio mancata consegna di materiale da parte di fornitori) il recupero delle ore di lavoro perse anche durante la mezz’ora di spacco, cioè il lavoratore non potrà usufruire dopo una giornata di lavoro della mensa

- l’assenza per malattia accreditato per legge da un certificato medico, dovrà essere vagliata dall’azienda (sindacati?) ed in caso che quest’ultima, e solo lei, dovesse ritenere che l’assenza possa contenere anomalie non verranno pagati i tre giorni di malattia

- contrattazione (trattative aziendali) solo per i firmatari dei contratti ossia solo per quelle organizzazioni sindacali che ubbidiscono al padrone (sic!)

- possibilità di contratti individuali e ciò è possibile in quanto Marchionne ha posto la società aziendale fuori dalla Confindustria

- lo sciopero che possa produrre danni alla produzione sarà punito fino al licenziamento.

In quest’ultimo caso, bisogna sottolineare che la Fiom, come alcuni politici, uomini di cultura, giuristi, artisti, organici o vicini alla sinistra borghese, parlano ipocritamente di attacchi al “diritto” allo sciopero quando sanno benissimo che lo sciopero non è un diritto che la borghesia, folgorata sulla strada di Damasco da un attacco altruistico, ha concesso alla classe operaia, ma una conquista delle vecchie generazioni operaie che per imporlo ai padroni hanno sacrificato finanche la loro vita. Intanto sono stati proprio i sindacati a reintrodurre, in accordo con governi di sinistra e Confindustria, i limiti dello sciopero approfittando di un abbassamento di guardia della classe operaia (accordo Governo sindacati e Confindustria 1993 – accettazione del pacchetto Treu). Tutti questi sacrifici solo per 1.150 euro al mese, salario medio di un operaio! E’ il caso di dirlo, si tratta di una schiavitù salariale che riporta i proletari ai tempi di Valletta, come è stato sottolineato da operai anziani e da pensionati Fiat. E’ toccante la visione filmata su YouTube[1] del vecchio operaio che piange di fronte a questi attacchi fuori ai cancelli di Mirafiori durante le votazioni ed alla divisione che i sindacati determinano tra i ranghi proletari!

Intanto, sia il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, sia il ministro del welfare, Sacconi, hanno sostenuto pubblicamente la validità di un tale piano avallato anche dal “super mandrillone” Presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che ha dichiarato, mentre si trovava in Germania, che in caso di sconfitta referendaria Marchionne avrebbe fatto bene ad andarsene dall’Italia.

I sindacati, FIOM in testa, i migliori difensori … del capitale

Fino ad ora però abbiamo parlato dei padroni, ma ora vediamo chi sono stati i suoi migliori alleati, gli artefici impagabili per la borghesia, che hanno consentito che passasse un tale attacco attraverso il “consenso degli stessi operai”. Ancora una volta dobbiamo sottolineare l’indispensabile azione mistificatoria dei guardiani degli interessi borghesi effettuata dagli specialisti della sconfitta operaia: i sindacati. Questi micidiali organismi, purtroppo ancora presenti nei ranghi operai, non solo accettano e sostengono i referendum proposti dai padroni in quanto essi rappresentano un terreno di lotta non proletario (non a caso tanto cari proprio ai partiti della sinistra borghese ed ai sui sindacati come la GGIL), ma poi con le loro divisioni attuate ad arte e distribuendosi in ruoli diversificati, UGL, CISL ed UIL schierati apertamente con Marchionne e FIOM e Cobas contro, mettono operai contro altri operai, li dividono, li disorientano, creando nella classe paura e mancanza di fiducia in se stessa. Sotto il ricatto di una “pistola puntata alla testa” esaltato anche dalla stessa propaganda sbandierata da politici di destra ma anche di sinistra (vedi le dichiarazioni di Fassino), la classe, così atomizzata, è costretta ad accettare un terreno di lotta che non le appartiene ma che è proprio della borghesia. Così ogni operaio, nel chiuso di una cabina, costretto a fare i conti con se stesso, ha davvero una notevole difficoltà a respingere il ricatto del padrone.  Tuttavia, la borghesia che ben conosce la reattività operaia, temendo la possibilità di scoppi di scioperi spontanei rispetto agli attacchi portati (che comunque si sono verificati durante il periodo pre-referendario) e l’eventuale perdita di controllo da parte dei sindacati sulla classe operaia, ha avuto la necessità di selezionare un’organizzazione sindacale più dura e radicale per tenere nei ranghi gli operai più decisi e determinati nel rifiutare il ricatto padronale. La scelta, vista l’esiguità delle organizzazioni sindacali più estreme della sinistra borghese (Cobas ecc.), non poteva che cadere sulla FIOM che non a caso all’occorrenza ha sostituito Rinaldini, faccia compromessa della FIOM, con una più radicale, quella di Landini. Non dimentichiamo, infatti, che la Fiom è stata firmataria insieme alle altre sigle sindacali del pacchetto antioperaio Treu e che qualche tempo fa Rinaldini fu contestato duramente durante un comizio a Torino perché a Pomigliano la FIOM aveva fatto passare un provvedimento punitivo per le operaie più combattive lasciando passare la proposta da parte dell’azienda di “esiliarle” in zone confino come veniva per esempio considerato l’insediamento Fiat nolano[2].

Un altro aspetto del ruolo di divisione tra i ranghi operai che questo sindacato ha messo in opera anche dopo i risultati del referendum è stato quello di aver affermato che la vittoria dei si è passata per i voti di quei “traditori operai” che hanno votato si ed anche per i voti degli impiegati, come se quest’ultimi fossero per natura qualcosa di diverso dalla classe operaia! Che ci siano stati voti a favore dei si tra gli operai in tuta blu e gli altri lavoratori, che vengono definiti falsamente impiegati in quanto questi appartengono ai ranghi proletari, è innegabile. Ma la responsabilità non è dei ricattati ma di chi ha consentito questo ricatto: i sindacati compresa la Fiom. Quest’ultima, infatti, invece di accettare il referendum avrebbe dovuto lavorare in favore dell’unità della classe. Risulta evidente che quello che avrebbe potuto veramente sconfiggere Marchionne non era l’urna ma un’attivazione capillare in tutti i posti di lavoro possibili (volantinaggio, convegni, comizi, assemblee aperte a tutti) e non solo tra i metalmeccanici ma nell’indotto ed anche chiedendo solidarietà alla lotta ai tanti altri proletari in lotta come i precari, gli studenti, i ricercatori ecc. per spiegare qual è la vera posta in gioco contenuta dal modello Marchionne. Per poi proclamare uno sciopero. Invece che cosa fa? Lo proclama per il 28/01, a cose ormai chiuse e di venerdì, quando gli altri lavoratori non possono andarci e regione per regione, e in luoghi decentrati come Cassino, Pomigliano ecc.

Ma la vittoria dei Si è una sconfitta per i lavoratori?

Tuttavia, quella che sul piano numerico può rappresentare una sconfitta della classe operaia, sul piano politico non deve essere ritenuta tale. La sfida tra la classe operaia ed i padroni è ancora aperta. Infatti, è lo stesso Marchionne a dichiarare la sua delusione: per i risultati raggiunti dal referendum di Pomigliano in cui fu approvato il piano di ristrutturazione degli accordi da lui proposto con la vittoria dei si 63% e la sconfitta dei no 36 %; a maggior ragione su quelli di Mirafiori dove la vittoria dei si all’accordo/ricatto è stata del 54% (2735 si) mentre la sconfitta con i suoi 2325 ha raggiunto il 46%.

Da dove nasce questa delusione di Marchionne condivisa anche dai sindacati sostenitori del si come giustamente riferisce in un intervista Maurizio Peverati della UILM? : “loro si aspettavano qualcosa di più ma li giustifica con il fatto che forse i lavoratori non abbiano capito bene l’accordo affermando che questo è un grande accordo che rilancia innanzitutto l’auto – tiene in piedi l’indotto e dà la possibilità ai 70 mila lavoratori che ruotano attorno all’indotto di avere almeno un pò di serenità”[3]. A questo punto c’è da chiedere a questi signori com’è che non hanno indetto assemblee generali per spiegare  “bene” le “delizie” di questo accordo agli operai e soprattutto perché le hanno lasciate fare (non in assemblee generali) ai vertici Fiat. In realtà i padroni insieme ai sindacati ed a tutta la borghesia italiana si aspettavano una sconfitta più netta, decisiva della classe operaia sia per avere le mani più libere e proseguire ad ampio raggio alla liberalizzazione selvaggia del costo del lavoro, ma anche per attaccare politicamente la classe inviando un messaggio molto chiaro da riprendere in altri settori e cioè: o si accettano ulteriori sacrifici o l’alternativa è il licenziamento. Dunque un messaggio ricattatorio bello e buono rivolto a tutti i proletari in vista di ulteriori attacchi che la borghesia deve fare. Infatti già stanno dicendo che in effetti la crisi non è affatto passata.

Proprio considerando il ricatto subito dalla classe da tutto un piano prestabilito dalla borghesia, l’azione perniciosa dei sindacati, un terreno di classe che non solo non le appartiene ma che addirittura le è ostile, possono mai parlare di sconfitta degli operai di Pomigliano e di Mirafiori? Assolutamente no! Bisogna considerare oltre ai no dichiarati, anche quei si che, come è stato dichiarato da moltissimi operai intervistati, erano dovuti solo al ricatto e non ad una convinzione ragionata sulle “delizie” del nuovo contratto, solo dalla paura di perdere tutto, di trovarsi con la fabbrica chiusa da un giorno all’altro senza sapere dove e come sopravvivere. E la storia ci insegna che dalla paura può nascere l’indignazione e l’indignazione di una massa di operai può rappresentare per la borghesia una bomba ad orologeria. E questo i padroni lo sanno bene. Inoltre se consideriamo in che contesto internazionale si inserisce l’episodio di Mirafiori, e cioè che ormai in ogni angolo del mondo in tutti i paesi il proletariato sta cominciando a lottare sotto i colpi della crisi economica producendo scioperi e lotte in cui cominciano a riemergere la necessità di scioperi unitari, massicci, solidali, ed anche AG, possiamo dire che anche Mirafiori, rappresenta l’indisponibilità crescente dei lavoratori ad essere trattati peggio che da schiavi. Ecco da dove nasce la preoccupazione di Marchionne, dell’intera borghesia e dei suoi cani da guardia i sindacati. E’ chiaro che i lavoratori di Pomigliano e di Mirafiori, come di altre realtà lavorative, dovranno rifiutare ogni trappola che li porta a scontrarsi su un terreno non proletario e dovranno trovare la forza di liberarsi del sindacato attuando come forme di lotta le Assemblee generali in cui possono ritrovare la forza e la loro dignità di classe sfruttata. Una classe che con le sue massicce lotte a scala internazionale possiede in se la forza di liberare, e con essa l’intera umanità, dall’oppressione del lavoro salariale e dei mercati (il capitalismo) ed essere portatrice di una nuova società in cui non ci saranno più sfruttati ne sfruttatori, né guerre né miseria.

R., 23 gennaio 2011

 


[1] Vedi YouTube : Lacrime davanti ai cancelli di Mirafiori https://www.youtube.com/results?search_query=Lacrime+davanti+ai+cancelli+di+Mirafiori&aq=f

[2] Nola, città dell’entroterra campano.

[3] YouTube: Risultato Referendum Mirafiori FIAT 14/1/11. https://www.youtube.com/watch?v=v5LrTvFX0-U

 

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