Dibattito sulla violenza. E’ necessario superare il falso dilemma tra pacifismo socialdemocratico e violenza minoritaria

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Vista l'attualità che ha assunto la questione ed il dibattito sulla violenza in seguito alla manifestazione del 15 ottobre scorso a Roma, ripubblichiamo, in lingua italiana, questo articolo che, in origine, è stato concepito come il proseguimento di un dibattito sulla violenza che si è svolto sul nostro sito web in spagnolo ed in francese in seguito al nostro articolo sui sabotaggi dei binari ferroviari della SNCF[1]].

Il 12 dicembre scorso (2008, ndr), uno dei nostri lettori ha scritto un commento[2] che si può leggere, in spagnolo, di seguito al nostro articolo “Sabotaggio delle linee SNCF: atti sterili strumentalizzati dalla borghesia contro la classe operaia”. Questo compagno pensa che la sola motivazione di tale articolo da parte nostra non può che essere quella “di prendere le distanze da queste azioni, attaccando quelli che sono stati arrestati ed inviando un messaggio alto e chiaro allo Stato: ‘non siamo stati noi, noi non siamo dei terroristi’, pur di non subire degli attacchi” e che avremmo agito come un gruppo di vecchie donne terrorizzate dal rumore degli stivali dei cani dello Stato”.

Contrariamente a ciò che lascia intendere questo intervento, lo scopo dell’articolo non era affatto “di attaccare gli accusati”, ma di denunciare l’infame manovra dello Stato francese che ha utilizzato le 10 persone incolpate per scatenare una delle sue abituali campagne contro la lotta operaia e l’attività dei rivoluzionari. L’articolo si proponeva, in particolare, di mettere in guardia rispetto a delle pratiche condotte talvolta con la migliore fede del mondo, ma che lo Stato strumentalizza sottomano per obiettivi che sono opposti alle intenzioni di quelli che compiono tali azioni[3].

Questo compagno afferma “Io non mi aspetto che la CCI abbandoni le sue posizioni sulla violenza, ma che le esponga con chiarezza e che sia pronta a discuterle”. Siamo pienamente d’accordo con questa proposta. Esponiamo dunque la nostra posizione con la volontà di aprire un dibattito che non deve rimanere uno scambio tra noi e questo compagno ma che, al contrario, è aperto a tutti con l’obiettivo di sviluppare una sintesi che ci permetta di fugare le confusioni e le carenze di spiegazioni.

La situazione attuale ed il falso dilemma in cui la borghesia vorrebbe intrappolare le lotte operaie: pacifismo socialdemocratico o violenza minoritaria

Il dibattito sulla violenza è una questione bruciante, pienamente all’ordine del giorno. La lotta del proletariato è violenta, ma quali sono i mezzi che gli occorrono? Come si costruiscono questi mezzi? E’ valida qualunque forma di violenza? E, per essere più concreti: le azioni di violenza minoritaria condotte da gruppi isolati e specializzati rappresentano un contributo alla lotta proletaria?[4]

La situazione attuale è caratterizzata da una maturazione lenta e difficile della lotta operaia. Anche se si stanno vivendo delle esperienze significative di cui bisognerà tirare le lezioni - in Grecia, in Francia, in Germania - non abbiamo assistito ancora a dei movimenti di lotta di massa dove siano state prodotte esperienze concrete di violenza proletaria, per potersi veramente pronunciare su queste esperienze e poterle ben differenziare dalla violenza che proviene da altri strati sociali. Tuttavia, contribuire alla preparazione di questi movimenti di massa e, più concretamente, a che al loro interno la violenza di classe sia posta nel senso della classe, implica la riappropriazione dell’esperienza storica del proletariato su questo terreno, dibattito al quale invitiamo questo compagno ma anche tutti quelli che vi sono interessati[5].

La combattività operaia si sviluppa lentamente e faticosamente in mezzo a tutte le trappole e le lusinghe che la borghesia - e soprattutto i sindacati – usano per sabotarla. Più concretamente assistiamo ad un tentativo ideologico della borghesia per intrappolare gli operai in un falso dilemma che potremmo così formulare: “Se vuoi lottare in massa, va alle manifestazioni pacifiste e legaliste dei sindacati, tutte ben collocate sul terreno riformista, di sostegno alle alternative borghesi di gestione della crisi, con degli slogan tipo “i banchieri devono pagare”, ecc. Ma, attenzione, se sei contro ciò, ti resta solo da intraprendere delle azioni minoritarie radicali di scontro isolato con la polizia”.

Si potrebbe ribattere che è sbagliato pensare che la borghesia possa aver posto questo dilemma vista la “grande indignazione” mostrata da questa nei confronti degli “atti di vandalismo” dei giovani proletari greci, che sono stati additati come dei nemici peggiori dei terroristi. Ma non è così: al di là delle reazioni soggettive di questo o quel borghese, basta vedere come la borghesia ingigantisca e sottolinei ogni volta le azioni di scontro minoritario con la polizia, occultando volutamente l’iceberg di cui questi episodi sono soltanto la punta emergente: ovvero l’esistenza di un’agitazione sociale espressa nelle manifestazioni di massa dei lavoratori, di giovani, di studenti, di insegnanti ecc., le assemblee generali, gli scioperi, le iniziative spontanee dei gruppi di operai?

E - al di là di ciò che vorrebbe la borghesia - noi proletari dovremmo forse scegliere tra queste due opzioni? Tra una manifestazione pacifica di massa ed un’azione radicale minoritaria? Non è forse questa una trappola che il proletariato deve fare saltare per ritrovare la strada della propria lotta di classe che non ha niente a che vedere né col pacifismo socialdemocratico né con la violenza minoritaria?[6]

Esistono molte forme di violenza

Per comprendere in che modo il proletariato può sviluppare la propria violenza di classe, è necessario affrontare la questione della violenza, senza pretendere di fare qui un’analisi generale[7]. Esporremo alcune riflessioni che pensiamo siano necessarie per iniziare un dibattito.

La violenza è un elemento di base nella società di classe. Questa non può funzionare senza violenza e non potrà essere abolita senza la violenza. La pace è impossibile nelle società di classe. Quando si parla di “pace sociale”, si parla, in verità, della sottomissione e dell’atomizzazione dei lavoratori consegnati alla violenza dello Stato borghese e dei rapporti capitalisti di produzione.

Tuttavia, da questa verità, valida per tutte le società di classe, si tira spesso una conclusione sbagliata: si mette la violenza al livello di un concetto astratto, intangibile, indipendente dalla storia e dalle classi sociali. Come dicevamo nella Revue Internationale nº14 “Dire e ridire questa tautologia “violenza = violenza” e contentarsi di dimostrare che tutte le classi ne fanno uso, per stabilire la sua identica natura, è tanto intelligente, geniale (si fa per dire) quanto vedere una identità tra l’azione del chirurgo che fa un taglio cesareo per dare nascita alla vita e l’atto dell’assassino che sventra la sua vittima per darle la morte, per il fatto che l’uno e l’altro si servono di strumenti che si somigliano: il coltello che esercita un’azione su uno stesso oggetto: il ventre, e ricorrendo ad una stessa tecnica apparentemente molto simile: quella di aprire il ventre.

Dobbiamo invece fare la differenza. La violenza delle classi sfruttatrici non è la stessa di quella delle classi sfruttate. Durante tutta la storia, la violenza e le sue forme si sono evolute, hanno avuto delle espressioni differenti. Ed una stessa classe sociale adotta lungo la sua traiettoria storica mezzi e forme di violenza differenti.

Fare questa analisi è essenziale per portare avanti questo dibattito, altrimenti ci imbarchiamo in una discussione sterile e totalmente lontana dai veri problemi, con argomenti del tipo “tutto è violenza”, “alla violenza bisogna rispondere con la violenza”, “se non sei per la violenza in quanto tale, è perché sei un pacifista” e così via, che non portano da nessuna parte.

La violenza della borghesia e la violenza del proletariato sono radicalmente differenti. Non solo non perseguono gli stessi scopi, ma non utilizzano nemmeno gli stessi mezzi, non hanno le stesse forme né la stessa espressione. È un errore identificarle sulla base del fatto che, nei due casi, ci sarebbe uno stesso elemento chimico nella loro composizione: la violenza in generale.

Anche la violenza del proletariato e quella di strati piccolo-borghesi non sono né identici né tantomeno paragonabili. Il proletariato non identifica la violenza di questi strati con quella della borghesia e, peraltro, prova della simpatia e della solidarietà per questi e cerca di guadagnarli alla sua causa. Ma ciò non impedisce al proletariato di rigettare categoricamente le forme e gli strumenti di violenza di questi strati, che non hanno niente a vedere con la violenza propria della classe.

Violenza della borghesia e violenza del proletariato

La violenza della borghesia è basata sul terrore. È evidente che il terrore degli Stati apertamente dittatoriali non è lo stessa cosa di quella esercitata dagli Stati democratici. In questi ultimi, lo Stato dà la preminenza ai mezzi politici e psicologici senza per questo rinunciare ad un vasto arsenale di repressione fisica, sia legale che illegale, affidandola sia a corpi specializzati dello Stato che a bande “private”. Va da sé, inoltre, che la borghesia non esiti a ricorrere al terrorismo come arma per regolare i suoi conflitti interni o quelli imperialistici, ma anche come mezzo per intimidire e reprimere il proletariato. La violenza della borghesia viene portata avanti da corpi specializzati, è minoritaria, cerca di dividere e di affrontare i proletari, tenta di provocare in questi ultimi sentimenti di paralisi, di sottomissione e di docilità; incoraggia i sentimenti più distruttori ed irrazionali: il nazionalismo, il razzismo, la xenofobia, l’odio...

La violenza del proletariato può essere della stessa natura? Del resto il compagno sottolinea: “E’ forse vero che ogni forma di violenza utilizzata dai proletari è in sé stessa buona? NO. La violenza in quanto tattica deve essere in accordo con il fine che persegue. Lo scopo dei rivoluzionari è quello di rovesciare lo Stato capitalista, ed il solo modo reale di giungervi è di rendere possibile il cambiamento nei rapporti di forze tra le classi. Per ciò, il proletariato deve, attraverso la sua lotta, prendere coscienza di ciò che è storicamente ed agire di conseguenza. Questo processo non può essere portato a buon fine che allargando l’autorganizzazione e l’unità della classe operaia. Ogni tattica che contribuisce all’autorganizzazione ed all’unità della classe operaia è di conseguenza rivoluzionaria. Lo sciopero ed il sabotaggio, per esempio, possono essere rivoluzionari? Sì, se contribuiscono ad un tale fine e se non lo bloccano”.

Il compagno riconosce che la violenza del proletariato non può essere in contraddizione con il fine rivoluzionario per cui lotta. Afferma anche che la violenza proletaria deve contribuire alla sua autorganizzazione e alla sua unità. Noi siamo pienamente d’accordo con ciò. Il problema, tuttavia, è quando il compagno riduce la violenza ad una questione di tattica o quando mette sullo stesso piano lo sciopero ed il sabotaggio.

Presentare la violenza come una tattica significa trasformarla in una specie di strumento che potremmo utilizzare in modo opzionale, significa considerarla sotto l’angolo più superficiale: vediamo la pistola, il coltello, lo scontro fisico, ma non chi l’afferra o l’impugna né in che contesto generale lo fa. Ecco la questione essenziale che permette di comprendere la natura radicalmente differente e totalmente antagonista tra la violenza delle altre classi e quella del proletariato: “La lotta del proletariato, come ogni lotta sociale, è necessariamente violenta, ma la pratica della sua violenza è distinta dalla violenza delle altre classi come sono distinti i loro progetti ed i loro scopi. La sua pratica, ivi compresa la violenza, è l’azione di immense masse e non di minoranze; è liberatrice, è l’atto di generazione di una nuova società armoniosa e non la perpetuazione di uno stato di guerra permanente, con ciascuno contro tutti e tutti contro ciascuno. La sua pratica non mira a perfezionare e perpetuare la violenza, ma a bandire dalla società le azioni criminali della classe capitalista e ad immobilizzarla. (...) La sua forza invincibile non risiede tanto nella sua forza fisica e militare ed ancor meno nella repressione, quanto nella sua capacità di mobilitare le sue larghe masse, di associare la maggior parte degli strati e delle classi lavoratrici non proletarie alla lotta contro la barbarie capitalista. Risiede nella sua presa di coscienza e nella sua capacità di organizzarsi in modo autonomo ed unitario, nella fermezza delle sue convinzioni e nel vigore delle sue decisioni. Tali sono le armi fondamentali della pratica e della violenza di classe del proletariato"[8].

Sabotaggio e sciopero non sono la stessa cosa e partono da pratiche di classe différenti[9]. Lo sciopero contiene due elementi che non sono comparabili. Da un lato, possiede un potenziale liberatore che dà al proletariato una forza considerevole: l’unione, la solidarietà, l’iniziativa comune, il superamento della concorrenza e della divisione tra operai. Dall’altro, possiede un elemento di pressione: l’arresto della produzione. Questo secondo elemento è inevitabile, fa parte della società di classe dalla quale il proletariato non può astrarsi.

Ma il più importante è il primo elemento. Il compagno critica il modo in cui i sindacati snaturano gli scioperi ed ha completamente ragione. Ma da dove viene questo esproprio? Di fatto esso consiste nel fatto che si nega e si distrugge il primo elemento, quello che dà la forza al proletariato, e si ammette solo il secondo, così che i sindacati riducono lo sciopero ad un semplice blocco della produzione, dove i lavoratori se ne vanno a casa loro o al bar dell’angolo; lo trasformano in un semplice strumento tattico destinato a “fare pressione” sui padroni. La borghesia concede il “diritto di sciopero” per snaturarlo, riducendolo ad una semplice protesta, ad una semplice pressione contrattuale “tra associati che negoziano”.

Con questa amputazione, lo sciopero finisce per somigliare al sabotaggio. Entrambi sono mezzi di pressione. Ma la pressione o la nocività degli uni verso gli altri non sono dei mezzi rivoluzionari né liberatori, ma degli aspetti tra i più quotidiani della vita sotto il capitalismo e che partecipano attivamente alla sua riproduzione. Gli Stati sono dei maestri in materia di sabotaggio per contrastare i rivali; le imprese fanno ricorso a colpi bassi di ogni genere. La violenza del proletariato invece vuol dire forza, imposizione, attacchi, ma attraverso mezzi radicalmente differenti e che contengono in sé una prospettiva di liberazione dell’umanità: è la violenza della massa, dell'unità, della solidarietà, dell’esercizio della capacità di riflettere insieme e di prendere collettivamente delle decisioni, di agire in quanto classe autorganizzata che sa imporre con forza i suoi obiettivi.

La concezione meccanicista, del tutto superficiale, vede la violenza solo quando ci sono degli scontri fisici, bottiglie Molotov, assalti, distruzioni... Invece, la massa, la solidarietà di classe, l’autorganizzazione, tutto ciò non appare loro come “violenza” perché in apparenza è “pacifica”, una specie di “pacifismo alla Gandhi”.

La violenza va ben oltre dei colpi d’arma da fuoco, degli scontri o delle bombe, è essenzialmente un cambiamento nei rapporti di forza tra le classi. La violenza per il proletariato è una questione politica: come stabilire un rapporto di forza nei confronti della classe capitalista e del suo Stato in modo da resistere ai loro attacchi e passare all’offensiva fino alla loro abolizione definitiva?

Quando gli operai riescono ad unirsi, superano la violenza del capitale che li riduce all’atomizzazione, impongono la violenza della loro azione in quanto classe unita. Quando gli operai arrivano ad estendere la loro lotta, è segno che stanno vincendo la divisione con la quale il capitale li incatena per impresa, per settore, per categoria; mettono avanti ciò che rimette più in discussione questa società costruita sulla concorrenza e sugli attacchi degli uni contro gli altri: la solidarietà. Quando gli operai si organizzano in Assemblee generali e sviluppano le proprie reti di collegamento, fanno saltare il cerchio di ferro dei sindacati che li mantengono nella passività, la dispersione e la disorganizzazione ed esprimono la sfida di una classe organizzata. Quando gli operai discutono, riflettono e decidono collettivamente, stanno vincendo la violenza quotidiana che fa di loro degli esseri perdenti, gregari, chiusi nei loro problemi e producono una forza che oppone allo Stato la propria alternativa.

Questo processo non ha niente di pacifico. Anzitutto perché esso implica l’esistenza di iniziative di scontro, di difesa e di attacco, cosa che richiede in ogni momento dei mezzi adeguati. In secondo luogo perché si deve affrontare la repressione dello Stato borghese, che impiega ogni tipo di mezzi, dalle pallottole e i gas lacrimogeni fino alle provocazioni e alle trappole di ogni genere, passando per le più distruttrici: le campagne di calunnia, di linciaggio morale e fisico, l’odio... Di fronte a ciò, la più grande violenza che il proletariato possa esercitare contro il capitale è la sua capacità di affermarsi come massa unita, solidale, cosciente della sua missione e della sua forza, pronta a lottare fino alla fine e ad accogliere al suo interno le altre classi non sfruttatrici della società. Questa determinazione, questa fermezza è quella che crea le basi per portare a termine il compito di distruggere lo Stato, in cui l’insurrezione gioca un ruolo decisivo.

Nel proletariato, non è la violenza che produce la coscienza ma è la coscienza che utilizza e ricorre a mezzi violenti, in funzione dell’evoluzione della lotta.

La violenza del proletariato è cosciente. Il compagno crede che, poiché mettiamo in guardia il proletariato dal pericolo della provocazione e della presenza dei provocatori, gli negheremmo il “diritto a difendersi”: “Se domani i miei compagni di lavoro ed io stesso, usciamo in strada a manifestare e rispondiamo alle provocazioni poliziesche o all’attacco diretto della polizia, saremo qualificati dalla CCI come provocatori polizieschi? Forse che noi, operai, non abbiamo il diritto di difenderci dagli attacchi dello Stato borghese e della sua polizia? Non abbiamo il diritto di contrattaccare i nostri nemici? Se la CCI o qualsiasi altra organizzazione ci rifiutano questo diritto, non fanno che consegnarci mani e piedi legati alla repressione[10].

Certo che bisogna difendersi! E che sia chiaro, è ugualmente certo che bisogna passare all’offensiva! Ma questo si deve fare consapevolmente e non agendo come un toro che corre dietro a tutto ciò che si muove.

Il compagno dice: “Io non credo che dovremmo preoccuparci tanto di ciò che fa lo Stato (sappiamo molto bene come risponderà), ma dovremmo occuparci soprattutto di ciò che fa o non fa la nostra classe”. Noi non siamo d’accordo con quest’idea: il proletariato ha bisogno di conoscere la politica della borghesia e di avere pienamente coscienza delle sue manovre, delle sue campagne, ecc. per imparare così ad anticiparle e smontarle. Non dobbiamo cadere nelle stesse trappole in cui lo Stato tenta continuamente di farci cadere! Questa capacità di comprendere come la borghesia agisce e manovra è una delle componenti di base dell’azione cosciente del proletariato. Il proletariato è una classe storica. Non è come le precedenti classi sfruttate che l’hanno preceduto, gli schiavi ed i servi della gleba, che erano capaci di rivoltarsi, ma che non potevano portare a termine una lotta cosciente.

La storia del proletariato è piena di provocazioni che la borghesia ha teso alla nostra classe e che sono state talvolta un fattore importante di sconfitta. In Austria nel 1919, nel momento in cui c’era una possibilità di estensione della rivoluzione dall’Ungheria - dove aveva trionfato - la borghesia mandò un agente provocatore che trascinò una parte del giovane partito comunista in un’insurrezione prematura e mal preparata che contribuì a bloccare la maturazione di una possibile insurrezione di massa. La borghesia tedesca provocò il proletariato di Berlino nel gennaio 1919 per portarlo ad uno scontro prematuro che le permise di smantellare la classe operaia pezzo per pezzo, prima a Berlino, poi a Brema, più tardi ad Amburgo, poi in Baviera, ecc.

Per parafrasare il nostro compagno, sì, il proletariato “ha il diritto” di conoscere e di riappropriarsi della sua storia per evitare così di ricadere nelle trappole e nelle provocazioni che la borghesia gli ha teso già nel passato.

Violenza degli strati piccolo-borghesi e violenza del proletariato

Il proletariato coabita con altri strati sociali: piccola-borghesia, emarginati urbani, ecc. Questi strati sociali non sono dei nemici del proletariato. Questo deve guadagnarli alla sua causa, perché ciò può rendere più efficace la violenza che può opporre allo Stato isolandolo socialmente, cosa che è una condizione preliminare per portare a termine l’assalto contro di esso e la sua distruzione rivoluzionaria.

Ora, per guadagnare questi strati, è cruciale che il proletariato affermi il suo terreno di classe, i suoi metodi di lotta, la sua propria organizzazione e la sua prospettiva rivoluzionaria.

Non è il proletariato che deve scendere sul terreno confuso, disperato ed interclassista di questi strati sociali, ma sono questi che devono essere tirati sul terreno di classe, rivoluzionario e liberatore, proprio del proletariato.

Questa posizione non è valida solamente per ciò che riguarda le rivendicazioni sociali e politiche, riguarda anche i metodi di violenza e l’azione di questi strati sociali. Gli strati emarginati urbani esprimono la loro violenza attraverso esplosioni di rabbia di massa e di disperazione come fiammate spettacolari che si spengono velocemente. Gli strati piccolo-borghesi disperati, quanto a loro, tendono a compiere atti di sabotaggio e di terrorismo organizzato in gruppi minoritari.

Il proletariato non può perdersi in questo genere di violenza sterile che è solo l’espressione degli strati senza avvenire storico. Deve invece fare il contrario: guadagnare questi strati sociali non sfruttatori alla violenza rivoluzionaria, di massa e cosciente.

Il proletariato deve comunque esprimere simpatia e solidarietà sia nei confronti degli strati piccolo-borghesi disperati che degli emarginati urbani. Ma ciò non deve mai portarlo ad accettare come suoi i metodi di lotta caotici e senza avvenire praticati da questi strati sociali. Ciò è particolarmente importante nei confronti di gruppi e movimenti - come quest’area “autonoma” - che fanno riferimento a dei “principi” fumosi che, nel migliore dei casi, si trovano a metà strada tra la borghesia ed il proletariato e che, di fatto, assumono come “principio dei principi” la pratica di una violenza minoritaria radicale[11].

In genere, tre sono gli argomenti che vengono avanzati per reclamare un preteso “contributo” alla lotta operaia da parte di questi movimenti che praticano violenza minoritaria:

1) essi “rompono la pace sociale”, cosa che aiuterebbe il proletariato a prendere coscienza ed a lanciarsi nella lotta;

2) possono produrre le battaglie “preliminari” nello scontro violento con lo Stato borghese;

3) sviluppano un lavoro “d’avanguardia”, sul campo militare, per ciò che riguarda l’organizzazione della violenza armata.

Esaminiamo questi argomenti.

1) Queste azioni “non rompono la pace sociale” ma, al contrario, la rafforzano. Al di là della possibile simpatia che il proletariato potrebbe provare per alcuni di questi elementi che si rivoltano contro l’oppressione esistente, il carattere minoritario ed isolato di questo genere di azioni rafforza i sentimenti di atomizzazione, di isolamento e diffonde di più l’impotenza e la passività. Peraltro, che tipo di coscienza possono sviluppare queste “azioni esemplari di forza”? La coscienza proletaria viene dall’esperienza collettiva di lotta, dalla comprensione, dal dibattito, dalla situazione, dalla preoccupazione dell’avvenire ed in nessun modo dallo “scalpore” che tali azioni potrebbero produrre. Per caso il proletariato è un gregge di pecore a cui qualche “eroe” deve mostrare “come lottare”?

2) Tutto il processo che va dalle lotte di resistenza fino all’insurrezione rivoluzionaria internazionale deve essere assunto collettivamente dal proletariato e nessuno può sostituirlo in nessuno dei differenti aspetti o fasi. Il sostituzionismo è la visione che consiste nel pretendere che una minoranza possa iniziare a preparare le lotte armate “preliminari” alla rivoluzione. Il sostituzionismo - in tutte le sue manifestazioni[12] – riesce solo a favorire la passività e la smobilitazione del proletariato conducendolo ad una subordinazione verso una minoranza che pretende di portare la chiarezza, se non “l’illuminazione”.

3) La violenza, ancora una volta, non è qualche cosa di tecnico, di specifico, estranea alla lotta di classe del proletariato, ma è la sua stessa espressione di fronte allo Stato borghese, è la stessa classe in lotta, in massa ed autorganizzata, cosa che vuole già dire violenza contro lo Stato borghese, che implica una sfida contro l’ordine costituito. Da questo punto di vista, anche se il proletariato crea dei reparti “specializzati”, come i picchetti di lotta, le squadre di controllo, la guardia rossa nel caso delle rivoluzioni russe del 1905 e 1917, lo fa dopo una decisione collettiva e sotto il controllo collettivo delle assemblee generali e dei Consigli operai. Così, per esempio, il Comitato militare rivoluzionario che diresse l’insurrezione d’Ottobre 1917 era un organo creato dai Soviet nel settembre 1917 ed al quale partecipavano dei bolscevichi, degli anarchici internazionalisti, dei socialisti-rivoluzionari ed anche dei menscevichi!

Il proletariato non ha niente da sperare dalla pratica, e meno ancora dai principi - generalmente inesistenti - degli strati sociali senza avvenire. Al contrario, sono proprio gli elementi singoli che si staccano da questi strati che devono unirsi alla lotta del proletariato se vogliono avere un avvenire.

CCI 23-12-08

 

[2] Vedere questo ed altri commenti sia sulle pagine in spagnolo che in francese del nostro sito.

[3] Senza andare lontano, i lettori possono convincersene leggendo nel nostro articolo la riproduzione di una parte dell’intervista fatta ad un esperto in manipolazioni e provocazioni borghesi: l’onorevole Cossiga, parecchie volte ministro, (in particolare dell’Interno e della Difesa), primo ministro ed ex presidente della Repubblica italiana.

[4] Bisogna precisare che gli scontri con la polizia di gruppi di lavoratori o di studenti - anche minoritari - e l’organizzazione di azioni di violenza da parte dei gruppi minoritari specializzati non sono affatto la stessa cosa.

[5] Questo compagno dice “In occasione della rivoluzione russa, i rivoluzionari non hanno preso d’assalto il palazzo di Inverno con i lecca-lecca, ed all’epoca della rivoluzione tedesca, gli operai non difendevano le barricate a Berlino con delle caramelle”. Ha completamente ragione. Così, l’invitiamo a riflettere sui differenti contributi che abbiamo elaborato su questo argomento. Tra gli altri, per esempio, “La révolution d'octobre 1917: oeuvre collective du prolétariat, (2)”, Revue internationale n°72, in particolare il capitolo “L'insurrezione, opera dei soviet”, ed ancora “La révolution russe : l'insurrection d’Octobre, une victoire des masses ouvrières”, ed in particolare il capitolo “Il proletariato prende la strada dell'insurrezione”, Revue internationale n°91.

[6] Quando si parla di manifestazione di massa, si pensa immediatamente a qualche cosa di legale, pacifico, ben ordinata, perfettamente controllata. Niente di più falso: le vere manifestazioni operaie richiedono la rottura con l’inquadramento sindacale, l’organizzazione di picchetti di vigilanza e, all’occorrenza, lo scontro con la polizia. Tutto ciò non ha niente a che vedere con qualunque “pacifismo” o legalismo. Allo stesso modo un’assemblea operaia non è un mare calmo. Bisogna affrontare al suo interno la polizia sindacale, organizzare le azioni di difesa, la requisizione di locali, ecc. L’iniziativa recente di un settore di operai e di studenti greci sta là a dimostrarlo. Vedere Grecia: una dichiarazione di lavoratori in lotta.

[7] Abbiamo già fatto delle analisi generali su questa questione: vedi Revue internationale n°14 “Terreur, terrorisme et violence de classe” e Revue internationale n°15 “Résolution sur la terreur, le terrorisme et la violence de classe”. Salvo indicazione particolare, le citazioni nel seguito di questo articolo sono tratte da questi due articoli.

[8] Résolution sur la terreur, le terrorisme et la violence de classe”, nella Revue internationale n°15, 1978.

[9] Per evitare ogni malinteso, vogliano fare tre chiarimenti preliminari: 1) il sabotaggio non ha niente a che vedere con il terrorismo; 2) non escludiamo che in certi momenti della lotta proletaria, delle azioni di sabotaggio siano necessarie contro i propri nemici; 3) comprendiamo che certi elementi operai minoritari lo praticano come espressione di disperazione e di rabbia, soprattutto a livello individuale.

[10] Recentemente - nel 2007 - gli operai egiziani ci hanno dato una dimostrazione di difesa cosciente contro la polizia: essi avevano occupato una fabbrica ma, avendo saputo che la polizia arrivava per sgomberare, hanno chiamato con i telefonini operai di altre fabbriche, i vicini dei loro quartieri, le donne, ecc. Un’ora dopo l’arrivo della polizia, questa, con grande sorpresa, si è ritrovata accerchiata da una folla di persone che aumentava di continuo ... Durante lo sciopero generale a Vigo nel 2006, apprendendo che dei compagni erano stati fermati e portati nel palazzo di giustizia, più di 10.000 operai vi si sono concentrati intorno minacciando di prenderlo d’assalto. Vedi Révolution Internationale n°380, juin 2007 «Grèves en Egypte: la solidarité de classe, fer de lance de la lutte», Révolution Internationale n°369, juin 2006: «Grève de la métallurgie à Vigo en Espagne: une avancée dans la lutte prolétarienne».

[11] Questo compagno afferma “che bisogna sapere distinguere; e allora, si possono mettere sullo stesso piano l’ETA (organizzazione separatista basca, ndr) ed il MIL (Movimento Iberico di Liberazione, ndr), Max Hölz e Michael Collins? Sinceramente, non penso che ci sia qualcuno così limitato. Ed io immagino che anche la CCI si sarebbe seduta con il MIL e Max Hölz, mentre avrebbe messo gli altri nel loro campo, quello della borghesia.” Per restare nel campo del MIL, Révolution Internationale, tra i gruppi iniziali della CCI, discusse con i compagni del MIL ed espresse la sua solidarietà nei confronti di Puig Antich quando questi fu assassinato dallo Stato franchista. Il MIL era animato da posizioni proletarie, ma queste erano contaminate da posizioni erronee come quella della violenza sostituzionista. Col MIL, il dibattito era possibile. Ciò detto, il compagno ha ragione a fare la distinzione: il MIL o Max Hôlz effettivamente non hanno niente a che vedere con l’ETA o con altri gruppi terroristici che non sono altro che i rappresentanti nazionalisti di una frazione della borghesia che lotta con questi mezzi contro un’altra. Del resto, il terrorismo fondamentalmente è, come noi diciamo, un tipico metodo utilizzato nella lotta tra frazioni nazionaliste della borghesia.

[12] Spesso si ha una visione molto restrittiva e riduzionista del sostituzionismo che si limiterebbe all’idea della socialdemocrazia secondo cui è il partito che prende il potere in nome della classe operaia per “iniettarle” la coscienza dall’esterno. Ci sono altri sostituzionismi ugualmente nocivi, come quello delle minoranze “armate”, che pretendono di “risvegliare” la classe o, sempre dall’esterno, “preparare la sua lotta armata”.