Annata 2020
Il movimento contro la riforma delle pensioni è stato condotto dall'inizio alla fine sotto il controllo dei sindacati. Sono loro che hanno indetto lo sciopero, loro che hanno scelto e organizzato le giornate d’azione, loro che hanno guidato le rare assemblee generali. E sono loro che ci hanno portato volontariamente alla sconfitta. Non bisogna essere ingenui, il governo e i sindacati hanno lavorato insieme per 2 anni per prepararsi e riuscire a far passare questa riforma!
Il governo ha dovuto fare tutto il possibile perché questo attacco su larga scala, annunciato da Macron nel 2017 come un vero "big bang", non provocasse una risposta massiccia da parte dell'intera classe lavoratrice. Edouard Philippe, Primo Ministro francese, ha quindi fatto affidamento sulla collaborazione delle "parti sociali", i sindacati, per sabotare l'inevitabile esplosione di rabbia nell’insieme dei lavoratori.
Questo attacco generale contro l'intera classe operaia non poteva che innescare una reazione di indignazione e rabbia spontanea in un settore particolarmente combattivo, quello dei trasporti. Per i lavoratori delle ferrovie, "il troppo è troppo": dopo aver guidato diversi movimenti negli ultimi anni, in particolare lo "sciopero delle perle" del 2018, contro il deterioramento delle loro condizioni di lavoro, contro la rimessa in discussione del loro Statuto, e con cui non avevano ottenuto nulla, l'attacco al loro piano pensionistico non poteva che sfociare nella volontà di riprendere la lotta in modo ancora più determinato con la parola d'ordine: "Ora basta! Non ci arrenderemo!”.
Questo spirito combattivo nel settore dei trasporti ha rischiato di portare a un'esplosione incontrollabile con il pericolo di estendersi a macchia d’olio poiché l'attacco generale alle pensioni ha sollevato la rabbia generale dell'intera classe operaia.
La classe dirigente ha molteplici mezzi per "tastare il polso" del malcontento sociale (in un paese in cui Macron, il "Presidente dei ricchi", è diventato l'uomo più odiato nella maggioranza della popolazione): sondaggi di opinione, indagini di polizia per “misurare la temperatura" dei settori "a rischio", e prima di tutto della classe lavoratrice. Ma lo strumento più importante di questo "termometro sociale" è l’apparato sindacale, che è molto più efficiente dei sociologi degli istituti di sondaggio o dei funzionari di polizia. In effetti, questo dispositivo ha la funzione di strumento per eccellenza per il controllo degli sfruttati al servizio della difesa degli interessi del capitale. L'apparato sindacale dello Stato capitalista ha quasi un secolo di esperienza. È particolarmente attento all’umore dei lavoratori, alla loro volontà e alla loro capacità di impegnarsi nella lotta contro la borghesia. Le forze di controllo della classe operaia hanno il compito di avvertire costantemente i padroni e il governo del pericolo della lotta di classe. Questo è lo scopo delle riunioni periodiche e delle consultazioni tra leader sindacali e datori di lavoro o governo: lavorare insieme, mano nella mano, la migliore strategia che consente al governo e ai datori di lavoro di attaccare la classe lavoratrice con la massima efficienza.
I sindacati hanno capito perfettamente che la classe operaia francese non era più disposta a piegare di nuovo la testa e a sopportare i nuovi attacchi senza batter ciglio. La classe dirigente sa anche che il proletariato oggi non si fa più illusioni su una possibile "uscita dal tunnel": tutti i lavoratori sono ormai consapevoli che "andrà sempre peggio" e che non avranno altra scelta se non quella di combattere a testa alta tutti insieme per difendere le loro condizioni di vita e il futuro dei loro figli. Il livello di popolarità del movimento dei Gilet Gialli contro il carovita e la miseria, di appena un anno fa, è stato un buon indicatore della rabbia che ruggiva nelle viscere della società: l'80% della popolazione diceva di sostenere, comprendere o simpatizzare per questa ondata anti-Macron (anche se la classe operaia non si riconosceva nei metodi di contestazione di questo movimento interclassista[1] iniziato dai piccoli imprenditori asfissiati dalle tasse sui carburanti). La borghesia, quindi, aveva perfettamente percepito, negli ultimi due anni, un reale aumento dello spirito combattivo dei lavoratori. La tenacia dei medici di pronto soccorso o degli impiegati alle poste, in sciopero da mesi, ne era un indice. Un altro era il moltiplicarsi delle lotte nei settori della grande distribuzione, degli autisti di autobus e del trasporto aereo.
Di fronte al crescente malcontento degli sfruttati la borghesia francese doveva "accompagnare" l'applicazione della riforma pensionistica con un "paraurti" per incanalare, inquadrare, dividere, estenuare l'inevitabile risposta del proletariato.
Odiate oggi all'interno dei cortei di manifestanti per aver “pugnalato il movimento alle spalle", la CFDT (Confederazione francese democratica del lavoro) e l'UNSA (Unione nazionale dei sindacati autonomi) hanno svolto perfettamente il loro ruolo di "sindacati responsabili e riformisti". È stata una vera e propria messa in scena teatrale[2]:
- Atto 1: il CFDT per 2 anni tesse un testo con il governo affermando che vuole un regime universale "equo ed equilibrato" ma che rifiuta la nozione di "età cardine” (“âge pivot”, prevista a 64 anni). Una vera e propria provocazione il cui unico scopo è quello di focalizzare tutta la rabbia su di essa e quindi distogliere l'attenzione dal soggetto reale, l'attacco generale alle pensioni. Il governo riflette.
- Atto 2: l'11 dicembre il governo annuncia ufficialmente... con rullo di tamburi... che l'età pivot sarà presente nella riforma. La CFDT reagisce perché la "linea rossa" è stata oltrepassata e si unisce al "fronte sindacale". Tutto lo spazio mediatico è occupato da questo "dibattito": età pivot si o no. (Nel mondo teatrale questa è "la grande scena del II atto").
- Atto 3: a sorpresa, il venerdì 10 gennaio, a Matignon, il governo fa marcia indietro sull’ "età pivot"; la CFDT e l'UNSA gridano vittoria e abbandonano il movimento.
Gli spettatori se ne vanno con il "sistema pensionistico a punti" in tasca, ovvero anni di lavoro in più e una pensione ridotta.
Venticinque anni fa, il governo Juppé aveva usato più o meno la stessa strategia: un attacco generale alla classe (la riforma della previdenza sociale che ha significato una minore possibilità di accesso all'assistenza sanitaria) e un attacco specifico contro un settore particolare (la riforma del regime speciale per i lavoratori delle ferrovie, che imponeva loro di lavorare per altri 8 anni!). Dopo un mese di sciopero, con i combattivi lavoratori delle ferrovie in prima linea, Juppé fece marcia indietro e i sindacati gridarono alla vittoria... lo Statuto dei lavoratori delle ferrovie era stato salvato. Questo settore, "locomotiva" della protesta sociale riprese il lavoro ponendo così fine a tutto il movimento di lotta. Il governo poté quindi mantenere la sua riforma della previdenza sociale.
Oggi questa abusata manovra sembra funzionare meno bene. Nessuno rivendica la vittoria, tranne il CFDT e l'UNSA. Tutti denunciano questa trappola per quello che è: una finzione, uno stratagemma per far ingoiare la pillola. Anche per la stampa non è più un segreto. Se, nonostante la loro determinazione, le centinaia di migliaia di manifestanti oggi stanno gradualmente cessando la lotta senza che il governo abbia ritirato l'attacco generale alle pensioni, è perché la manovra è stata più ampia e complessa. Accanto ai sindacati "riformisti" quelli "radicali", la CGT, la FO e i Solidaires[3], hanno fatto la loro parte per isolare e sfiancare gli scioperanti. Dato il livello di rabbia e di combattività della nostra classe, questa usura programmata è stata semplicemente più lunga del previsto. C'è voluta anche tutta l'abilità di questi specialisti del sabotaggio delle lotte per raggiungere i loro obiettivi.
Settembre
A settembre viene ufficialmente lanciata la campagna sulla riforma delle pensioni. FO, Solidaires e CGT utilizzano ogni mezzo a loro disposizione. Come? Moltiplicando il numero di giorni di mobilitazione settoriale. Ogni settore ha il suo giorno di sciopero e le sue specifiche rivendicazioni. "Ognuno per sé, i sindacati per tutti". L'obiettivo è quello di logorare la volontà di lottare prima di lanciare un movimento più ampio e controllato.
Tuttavia questa frammentazione organizzata è molto criticata. Nelle manifestazioni i lavoratori che esprimono la loro insoddisfazione per questa divisione non sono pochi, vogliono che i sindacati si riuniscano perché "siamo tutti nella stessa barca, dobbiamo lottare tutti insieme". A questa spinta risponde l'annuncio del 20 settembre per la grande manifestazione unitaria del 5 dicembre. Ancora una volta niente è lasciato al caso: questa data è scelta perché è abbastanza lontana (più di due mesi) per poter continuare nel frattempo l’opera di frammentazione e sfinimento. Cade anche poco prima delle feste di fine anno e della famosa trêve des confiseurs (“tregua dei pasticcieri”, come i francesi chiamano questo periodo di festività dove tutto è sospeso) che rendono impopolare qualsiasi blocco dei trasporti e isolano i più combattivi.
Ottobre
Durante i mesi di ottobre e novembre, i sindacati "radicali" continuano a minare il movimento attraverso scioperi isolati e settoriali. Mentre la rabbia dei lavoratori è palpabile in molti settori, essi si guardano bene dal proporre Assemblee Generali di massa e aperte a tutti per unificare tra loro aziende e settori inviando delegazioni per discutere ed estendere lo sciopero. Niente di tutto questo! Solo scioperi e azioni isolate in attesa della promessa della grande manifestazione del 5 dicembre. Ma questa strategia di sfinimento e demoralizzazione è ancora una volta insufficiente. La classe operaia continua a premere e la combattività continua a crescere.
Il 16 ottobre i lavoratori delle ferrovie improvvisamente interrompono il lavoro a seguito di un incidente ferroviario nelle Ardenne. Spontaneamente, attraverso i cellulari si passano la voce e estendono lo sciopero a tutta una sezione della SNCF. Il personale dell'Île-de-France è particolarmente combattivo. Le linee RER sono bloccate. I sindacati colgono la palla al balzo e si pongono alla guida dello sciopero appellandosi al "diritto di sciopero". In altre parole, si aggrappano alla mobilitazione in corso. Alla borghesia non piacerà l'autonomia di questi lavoratori e questa dinamica di prendere nelle proprie mani le lotte ed estenderle, tanto che governo e padronato denunciano l'illegalità di questo "sciopero selvaggio" e minacciano sanzioni per gli scioperanti. Questo permetterà ai sindacati di riprendere il controllo della situazione una volta per tutte, ponendosi come protettori degli scioperanti e difensori del diritto di sciopero. Durante questo mese di ottobre, la SNCF subirà una serie di scioperi selvaggi, in particolare nel centro di manutenzione di Châtillon dove, senza aver consultato i sindacati, 200 lavoratori su 700 si riuniscono per protestare contro le misure che peggiorano le condizioni di lavoro, misure che vengono rapidamente ritirate per fermare immediatamente lo sciopero e impedire così che il movimento acquisti notorietà e spinga i lavoratori a riflettere[4].
Novembre
I sindacati sono quindi avvertiti, devono essere più combattivi e aderire al movimento per averne il pieno controllo. Il 9 novembre la CGT si unisce a UNSA-Ferroviaire[5] e Sud/Solidaires nell'appello per uno sciopero a oltranza del 5 dicembre. Annuncia che questa azione coinvolgerà anche la SNCF. In seguito anche il CFDT-Ferrovieri si unisce al movimento[6].
Ma dietro il "fronte sindacale" e la retorica dell'unità di tutti i settori, tutti continuano dietro le quinte la stessa opera di indebolimento e divisione. Il sabotaggio dell'unità del movimento nel settore ospedaliero è particolarmente significativo: da marzo i sindacati e i loro "collettivi inter-emergenza" svolgono azioni ultra-corporative separando la protesta dei medici di pronto soccorso da tutti gli altri servizi ospedalieri. Ma sotto la crescente pressione della volontà di "combattere tutti insieme" cambiano discorso e chiamano a due manifestazioni "unitarie", il 14 e il 30 novembre, unitarie alla... struttura ospedaliera! Questo per separare meglio questa lotta dal movimento generale contro la riforma delle pensioni in nome della "specificità degli ospedali" (e quindi, soprattutto, per dividere meglio). Questa decisione sindacale creerà una grande rabbia all'interno delle Assemblee generali del personale ospedaliero e molti si mobiliteranno comunque, al di là delle indicazioni dei sindacati, il 5 dicembre.
Dicembre
Durante le grandi manifestazioni di dicembre, il bisogno di solidarietà tra settori e generazioni, di lottare tutti insieme, trova eco negli slogan sparati dagli altoparlanti dei furgoni del sindacato. Per fare cosa? Niente. Basta ripetere questi slogan più e più volte in ogni giorno di mobilitazione. Ma in concreto ogni settore è chiamato a marciare nel suo orticello sindacale, a volte addirittura delimitato, rinchiuso, tagliato fuori dagli altri da una corda e da un "servizio d'ordine", l'ordine sindacale. Nessun grande raduno per discutere alla fine della manifestazione, anche se molti lavoratori vogliono farlo. I sindacati e i poliziotti disperdono la folla. Il tempo stringe: gli autobus devono partire.
A metà dicembre, i lavoratori delle ferrovie in sciopero della SNCF e della RATP sono consapevoli che se rimangono isolati il movimento è destinato alla sconfitta. Allora, cosa fanno i sindacati? Organizzano una parvenza di estensione: alcuni rappresentanti della CGT vanno ad incontrare altri rappresentanti della CGT di un'altra azienda.
Durante le manifestazioni del sabato, organizzate ufficialmente dai sindacati per permettere ai lavoratori del settore privato di partecipare al movimento, la CGT, la FO e Solidaires non fanno alcuno sforzo per mobilitare le fabbriche. Al contrario, tutti i loro discorsi si concentrano sul coraggio dei ferrovieri "che si battono per tutti noi", sulla forza di blocco di questo settore (il che implica che gli altri lavoratori sono impotenti) e sulla necessità di sostenerli... alimentando i fondi di solidarietà organizzati soprattutto dalla CGT invece della solidarietà attiva dei lavoratori nella lotta e nell'estensione del movimento (anche se era comprensibile che tutti sentissero la necessità di aiutare finanziariamente i ferrovieri per la perdita di un mese di stipendio!)
Per tutto il mese di dicembre i sindacati coltivano l’idea dello sciopero per procura!
In questo modo, da soli in uno sciopero “a oltranza”, i ferrovieri sono incoraggiati a resistere, "a qualsiasi costo" durante i 15 giorni di feste di fine anno con la parola d'ordine: nessuna “tregua dei pasticcieri”!
Gennaio
Ma ancora una volta, nonostante i media che denunciano "la presa in ostaggio di famiglie che vogliono semplicemente riunirsi per Natale", queste due settimane di "tregua" durante le quali i ferrovieri lottano da soli, non bastano a esaurire la rabbia e la combattività generale, né a rendere "impopolare" lo sciopero.
Il 9 gennaio, la nuova giornata di mobilitazione multisettoriale, vede di nuovo scendere in piazza centinaia di migliaia di manifestanti, sempre decisi a respingere la riforma.
Il 10 gennaio Philippe negozia con i sindacati e annuncia "un dialogo costruttivo e dei progressi", promettendo di chiedere il giorno dopo al presidente Macron se è possibile ritirare l'"âge pivot". Tutti i sindacati accolgono con favore questa vittoria, una grande vittoria per la CFDT e l'UNSA, un piccolo passo avanti per la CGT, FO e Solidaire, che avrebbe portato il governo a fare un passo indietro sotto la pressione della piazza e degli scioperanti nel settore dei trasporti.
Il giorno dopo una nuova manifestazione. Sabato 11 gennaio, a Marsiglia, i sindacati organizzano degli spettacoli al termine della manifestazione per rendere impossibile qualsiasi discussione. A Parigi lasciano campo libero alla polizia per usare di nuovo i lacrimogeni, disperdere e persino picchiare i manifestanti. Bisogna impedirgli di discutere. Ma soprattutto l'affluenza è in forte calo, i treni ricominciano a circolare, lo sfinimento si fa sentire e l'atmosfera nei cortei è meno imponente e meno combattiva.
Il colpo di grazia può essere dato. Phillipe annuncia il ritiro dell'"âge pivot"... ma temporaneamente. Il tempismo è perfetto.
Ora che il movimento si sta esaurendo, che i lavoratori delle ferrovie in sciopero non ne possono più e, dissanguati economicamente, stanno gradualmente tornando al lavoro, cosa fanno i sindacati "radicali"? Naturalmente chiedono l'estensione di un movimento che è in una dinamica di riflusso, arringando il settore privato a "prendere il testimone", denunciando la "vigliaccheria dello sciopero per procura"! Il 9 gennaio abbiamo dovuto sentire il signor Mélenchon dire su tutti i canali: “Lo sciopero per procura comincia a funzionare, ora tutti devono darsi da fare!”
Ora parlano solo di "assemblee generali sovrane" per far credere alla gente che loro sono solo i portavoce dei lavoratori e che se alcuni continuano a logorarsi in scioperi isolati, loro non possono farci niente, "è l’Assemblea Generale e la base che decidono se i ferrovieri vogliono perdere altri giorni di salario" (così il leader della CGT, Philippe Martinez in TV).
Adesso si danno da fare per dimostrare che i lavoratori non vogliono rafforzare e generalizzare la mobilitazione in modo da addossare a loro la colpa della sconfitta! In una settimana i sindacati chiamano ad almeno tre giorni di mobilitazione, il 14, 15 e 16 gennaio, anche se i ferrovieri stanno tornando gradualmente al lavoro.
Adesso il leader della CGT, Martinez, facendo eco al leader del partito La France Insoumise (La Francia non sottomessa) di Mélenchon è su ogni palco, su tutte le radio e in mezzo agli scioperanti per denunciare la violenza della polizia... che va avanti da mesi! Eppure i sindacati (CGT in testa) hanno finora permesso il pestaggio dei manifestanti, la dispersione dei capannelli alla fine delle manifestazioni con il lancio di lacrimogeni, senza battere ciglio e senza protestare. Mélenchon ha dovuto chiedere le dimissioni del prefetto di polizia di Parigi perché anche i sindacati cominciassero a gridare (a squarciagola) contro la repressione degli scioperanti.
Adesso tutti i sindacati stanno facendo il gioco della trattativa con il governo per " tenere conto delle difficoltà e dell’usura del lavoro", un nuovo passo per una frammentazione corporativista del movimento quando tutti lavorano sotto pressione e lo sfruttamento è doloroso per tutti! Questo "aspetto della trattativa" viene attentamente esaminato con un unico obiettivo: dividere o addirittura mettere in competizione i lavoratori in trattative destinate al fallimento, ramo per ramo, per determinare se un certo lavoro e più logorante di altri. Il "fronte del sindacato" farà senza dubbio una bella figura quando la CGT-Ferrovieri e la CFDT-Carrefour faranno a gara per sapere chi fa il lavoro più "duro"!
I sindacati avevano fatto la stessa cosa durante lo sciopero dei lavoratori delle ferrovie nell'inverno del 1986, chiedendo un prolungamento dello sciopero alla fine del movimento, quando i lavoratori delle ferrovie cominciavano a tornare al lavoro[7]. In realtà, questi pompieri sociali cercano solo l’estensione e il rafforzamento della sconfitta per tagliare l'erba sotto i piedi e cercare di spezzare le reni della classe operaia. L’obiettivo è dare tutte le garanzie al governo affinché questa riforma possa passare in Parlamento senza difficoltà (e quindi permettere al governo di far passare ulteriori attacchi)!
No, la classe operaia non deve lasciarsi colpevolizzare dai sindacati!
No, quelli che tornano al lavoro non sono crumiri!
No, ai settori che non sono tornati a lottare non è mancato il coraggio e la solidarietà!
Sono stati i sindacati, mano nella mano con il governo, a pianificare e orchestrare questa sconfitta!
Sono stati i sindacati, mano nella mano con il governo, a impedire ogni possibile unità, ogni reale estensione del movimento! La classe operaia, al contrario, deve essere consapevole del passo che ha compiuto. Dopo dieci anni di inerzia, in seguito al lungo, estenuante e impotente movimento del 2010 indetto da tutti i sindacati, i lavoratori hanno cominciato a raddrizzare la testa, a voler lottare insieme, a volersi unire, a volersi riconoscere come fratelli di classe. Gli ultimi mesi sono stati animati dallo sviluppo della solidarietà tra settori e tra generazioni!
Questa è la vittoria del movimento perché il vero guadagno della lotta è la lotta stessa dove tutte le categorie professionali, tutte le generazioni si sono finalmente ritrovate insieme nella stessa lotta di piazza contro una riforma che è un attacco a tutti gli sfruttati! Questo è ciò che il governo e i sindacati cercheranno di cancellare nelle settimane e nei mesi a venire.
Sta a noi riunirci per discutere, per trarre insegnamenti, per non dimenticare e per, nelle lotte di domani, essere ancora più numerosi e più forti man mano che iniziamo a capire e a contrastare i sindacati, i professionisti... della sconfitta. I sindacati saranno sempre gli ultimi bastioni dello Stato nelle fila dei lavoratori in difesa dell'ordine capitalista!
Léa, 14 gennaio 2020
[1] L'occupazione delle rotatorie, l'ostentato sventolio di simboli repubblicani e nazionalisti come le bandiere tricolori o la Marsigliese
[2] Vedi i nostri volantini dove annunciavamo la manovra già dall'inizio di dicembre Unifichiamo le nostre lotte contro gli attacchi dei nostri sfruttatori! [2]; Contro gli attacchi del governo, la lotta massiccia e unita di tutti gli sfruttati! Volantino della CCI in Francia [3]
[3] Rispettivamente Confederation Génerale du Travail, Force ouvrière, Unione sindacale Solidale
[4] La dichiarazione dei lavoratori di Châtillon è stata pubblicata in Révolution International n. 479. Ecco un brevissimo estratto: "Noi personale in sciopero delle attrezzature del centro tecnico di Châtillon, sulla rete TGV Atlantique, abbiamo smesso di lavorare in modo massiccio dalla sera di lunedì 21 ottobre, senza consultarci né essere guidati dai sindacati. (...) La nostra rabbia è reale e profonda, siamo determinati a batterci fino in fondo per le nostre rivendicazioni, per il rispetto e la dignità. (...) Stanchi di riorganizzazioni, di bassi salari, di tagli al personale e della carenza di personale! Chiediamo a tutti i lavoratori delle ferrovie di alzare la testa con noi, perché la situazione oggi a Châtillon è in realtà il riflesso di una politica nazionale".
[5] ... mentre l'UNSA (Unione nazionale sindacati autonomi) degli altri settori non chiede lo sciopero! Anche in questo caso, infatti, l'UNSA-ferrovie è costretta ad adattarsi alla combattività del settore per evitare di essere completamente screditata.
[6] ... mentre a livello nazionale la CFDT non richiede nemmeno uno sciopero!
[7] In Revolution Internationale n. 480, articolo in francese sulle lezioni dello sciopero del 1986: “I lavoratori possono lottare senza i sindacati”
https://fr.internationalism.org/files/fr/ri_4_80_bat.pdf [4]
Oggi le strade di Madrid saranno teatro di ambulanze, caos nei servizi sanitari e dolore come quello degli attentati di Atocha del 2004 (193 morti e più di 1400 feriti). Ma questa volta sarà un giorno in più di questa pandemia che ha già causato 2300 morti e quasi 35mila contagiati (ufficialmente) in Spagna, diffondendosi a una velocità superiore a quella raggiunta in Italia che, pochi giorni fa, ha battuto tutti i record in termini di morti giornaliere (651), e di impatto letale dell'epidemia (oltre 7000 decessi), in quella che è già considerata la peggiore catastrofe sanitaria di entrambi i Paesi dalla seconda guerra mondiale. E questi paesi sono un annuncio di ciò che probabilmente attende le popolazioni di metropoli come New York, Los Angeles, Londra, ecc. Una realtà che sembrerà rosea quando si faranno i conti con l'impatto dell’epidemia in America Latina, in Africa, dove i sistemi sanitari sono ancora più precari o completamente inesistenti.
Ma da settimane i governanti di questi Paesi - e anche della Francia, come mostra l'articolo della nostra pubblicazione in Francia[1], e senza dubbio di altre potenze capitalistiche - potevano immaginare il caos che questa epidemia avrebbe potuto causare. Eppure, come gli altri Stati capitalisti - e non solo il populista Johnson in Gran Bretagna o Trump negli Stati Uniti, ecc. – hanno deciso di anteporre le esigenze dell'economia capitalista alla salute della popolazione. Adesso, nei loro istrionici e ipocriti discorsi, questi stessi governanti affermano di essere disposti a fare qualsiasi cosa per proteggere la salute dei loro cittadini, e danno la colpa al "virus" al quale dichiarano "guerra". Ma il colpevole non può essere qualcosa che non è nemmeno detto che sia un essere vivente. La responsabilità della mortalità causata da questa pandemia è interamente attribuibile alle condizioni sociali, a un modo di produzione che, invece di sfruttare le forze produttive, le risorse naturali, il progresso della conoscenza per favorire la vita, immola la vita umana e la natura tutta sull'altare delle leggi capitalistiche dell'accumulazione e del profitto.
Ci dicono sempre che questa pandemia colpisce tutti senza distinguere tra ricchi e poveri. Divulgano i casi di alcune "celebrità" colpite o addirittura uccise da Covid-19. Ma questo serve a nascondere il fatto che sono le condizioni di sfruttamento dei lavoratori a spiegare l'aumento e la diffusione di questa pandemia.
In primo luogo, a causa delle condizioni di sovraffollamento in quartieri malsani in cui vivono spesso gli sfruttati, che sono un terreno fertile che favorisce il diffondersi di epidemie. Ciò è facilmente verificabile vedendo la maggiore incidenza di questa pandemia nelle regioni industriali ad alta concentrazione umana e soprattutto produttiva (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna in Italia; Madrid, Catalogna e Paesi Baschi in Spagna), rispetto alle regioni più spopolate (Sicilia, Andalusia) per queste stesse esigenze di sfruttamento. L'aggravarsi del problema abitativo per i lavoratori accentua ulteriormente questa vulnerabilità. Nel caso di Madrid, gli ospedali che soffrono la maggiore saturazione e i cui servizi stanno crollando corrispondono essenzialmente a quelli che servono la popolazione delle città industriali del sud. Inoltre, in queste case al di sotto degli standard è più difficile sopportare la quarantena decretata dalle autorità sanitarie. Negli "chalet" di Somosierra o nella villa di Nizza dove Berlusconi si rifugia con i suoi figli, il confinamento è più sopportabile. Gli sfruttatori vogliono (che cinismo!) vantarsi di "civiltà".
E per non parlare delle ripercussioni su questa popolazione dal lavoro precario derivanti dal dover prendersi cura dei bambini piccoli o degli anziani ammassati in case malsane ed affollate Il caso degli anziani è particolarmente scandaloso, sfruttati per tutta una vita, ora sono costretti a vivere da soli, o dimenticati in strutture governate dalle stesse leggi del profitto capitalista. Con un assistente ogni 18 pazienti nei reparti di grave dipendenza, le case di riposo sono diventate una delle principali fonti di diffusione della pandemia, come si è visto in Spagna, ma anche in Italia, non solo tra i cosiddetti "ospiti", ma anche tra gli stessi lavoratori che con contratti a tempo determinato e salari da fame sono stati costretti a curare i pazienti a rischio, mancando, in molti casi, misure minime di autoprotezione[2]. Ma la stessa situazione si vede anche in Francia, fino a poco tempo fa presentata come il paradigma dello Stato sociale. In Spagna ci sono casi in cui i pazienti ricoverati devono rimanere isolati nelle loro stanze accanto ai corpi dei loro compagni perché i servizi funebri, che traboccano di lavoro o mancano di misure di autoprotezione, non riescono a raccogliere le salme. Allo stesso modo, si ritardano i ricoveri dei malati negli ospedali che sono in gran parte collassati e dove il futuro che li attende è spesso relegato a pazienti di terza o quarta categoria in base alle regole del "triage" che determinano l'utilizzo delle risorse materiali e del personale in base a criteri costi/benefici Criteri che costituiscono autentici attacchi alla dignità umana e alla vita, agli istinti sociali che hanno permesso all'umanità di arrivare ai giorni nostri e che oggi vengono attuate senza scrupolo dalle autorità italiane, spagnole[3], francesi, etc.
E questo si aggiunge al noto super sfruttamento e alla sovraesposizione degli operatori sanitari, che rappresentano tra l'8 e il 12% di tutte le infezioni. Solo in Spagna più di 5000. E queste statistiche sono piuttosto fuorvianti poiché buona parte di questi lavoratori non è stata ancora testata per l'infezione da coronavirus. Eppure sono costretti a lavorare senza i guanti, le maschere e gli abiti protettivi necessari, per essere stati considerati una spesa "sacrificabile" per la sanità e l'economia capitalista. Così come gli ospedali, i letti per terapia intensiva, i respiratori, la ricerca sui coronavirus e i possibili rimedi e vaccini - tutto questo è stato sacrificato in favore della redditività dello sfruttamento.
Oggi i piagnistei dei "media", soprattutto quelli di "sinistra", cercano di concentrare la rabbia della popolazione contro la "privatizzazione" dell'assistenza sanitaria. Ma chiunque sia il titolare dell'ospedale, il proprietario del laboratorio farmaceutico o della casa di cura, la verità è che la salute della popolazione è soggetta alla regola del profitto di una minoranza sfruttatrice dell'intera società.
Questa dittatura delle leggi del capitale sui bisogni umani è stata chiaramente dimostrata nell'attuazione delle quarantene in Italia, Spagna e Francia, che hanno imposto restrizioni draconiane sull’andare a fare la spesa, sulle visite agli anziani, sul confinamento di bambini o di pazienti disabili, ma che hanno avuto manica larga nel mantenere che si andasse a lavorare nei cantieri, per stivare navi con container di ogni tipo di materiale, per mantenere la produzione nelle fabbriche tessili, di elettrodomestici e di automobili. Per "assicurare" queste condizioni di sfruttamento, mentre si persegue quelli che vanno a “correre” o i lavoratori che prendono l'auto in piccoli gruppi per andare a lavorare (e risparmiare una parte delle spese di viaggio), viene permesso l'uso di metropolitane o treni pendolari per mantenere in marcia il “processo produttivo". Molti lavoratori sono indignati per questo cinismo criminale della borghesia ed esprimono la loro rabbia attraverso i social network, poiché nelle condizioni attuali è impossibile farlo insieme nelle strade, nelle assemblee, ecc. Così, di fronte alla campagna ideata dai principali "media" con lo slogan "Stai a casa", è stato lanciato un hastag altrettanto popolare #IoNonPossoRestareACasa in cui si esprimono i "riders" (Deliveroo, Uber), i badanti, i lavoratori del vasto settore dell'economia sommersa, ecc.
Sono scoppiate anche proteste, manifestazioni e scioperi contro il mantenimento del lavoro in queste condizioni a disprezzo della vita e della sicurezza dei lavoratori. Come si è gridato nelle proteste in Italia. "I vostri profitti valgono più delle nostre vite".
In Italia, dalla settimana del 10 marzo alla FIAT di Pomigliano, dove lavorano quotidianamente 5.000 lavoratori, sono in sciopero per protestare contro le condizioni di insicurezza in cui sono stati costretti a lavorare. In altre fabbriche del settore metalmeccanico, a Brescia, ad esempio, è stato dato un ultimatum alle aziende per adattare la produzione alle esigenze di tutela dei lavoratori o si sarebbe fatto sciopero. Alla fine le aziende hanno deciso di chiudere gli stabilimenti. E quando, più recentemente, il 23 marzo, un successivo decreto del presidente del Consiglio dei ministri Conte ha aperto le porte al proseguimento del lavoro in settori non essenziali, sono scoppiati nuovamente scioperi spontanei che hanno portato il sindacato Cgil a “fingere” di convocare uno "sciopero generale".
Anche in Spagna ci sono state delle reazioni. Inizialmente alla Mercedes di Vitoria, in seguito alla comparsa del contagio di un compagno gli operai hanno deciso di interrompere immediatamente il lavoro. La stessa cosa è successa alla fabbrica di elettrodomestici Balay a Saragozza (1000 lavoratori) e alla Renault di Valladolid. Va detto che, in molti casi, è stata la stessa azienda a chiudere i battenti (Airbus a Madrid, SEAT a Barcellona o FORD a Valencia, poi la PSA a Saragozza o Michelin a Vitoria) in modo che le casse dello Stato - in altre parole, il valore aggiunto estratto dalla classe operaia nel suo complesso – si facessero carico del pagamento di parte dei salari dei loro lavoratori, quando la realtà è che prima della pandemia c'erano già piani di licenziamento (alla FORD o alla Nissan a Barcellona).
Ma ci sono anche manifestazioni aperte di combattività di classe come lo sciopero selvaggio, cioè ai margini e contro i sindacati, che si è svolto negli autobus di Liegi (Belgio) contro l'irresponsabilità dell'azienda di far lavorare i propri dipendenti in condizioni completamente esposte al contagio, quando il Belgio era stato uno dei primi paesi a decretare la chiusura di un paese. Lo stesso vale, ad esempio, per l'approccio adottato dai lavoratori del panificio e del cantiere navale di Neuhauser a Nantes o della società SNF ad Andrézieux (Francia)[4]. In Francia ci sono state fortissime manifestazioni di protesta nei cantieri navali di Saint Nazare. Un operaio del cantiere ha detto alla televisione: “Mi costringono a lavorare in piccoli spazi con 2 o 3 colleghi in cabine di soli 9 metri quadrati e senza alcuna protezione. Poi devo tornare a casa mia, dove mia moglie e i miei figli sono confinati. E mi sono chiesto con grande preoccupazione se non rappresento un pericolo per loro. Non posso accettarlo”.
Mentre l'epidemia si diffonde e i suoi effetti nefasti sui lavoratori, seppure minoritari, sorgono focolai di protesta dei lavoratori contro l'imposizione della logica e delle esigenze dello sfruttamento capitalistico: lo abbiamo visto alla FIAT Chrysler negli stabilimenti di Tripton (Indiana/USA) che hanno protestato contro il fatto di dover andare a lavorare quando è proibito riunirsi fuori dalle fabbriche. Reazioni simili si sono avute anche negli stabilimenti della Lear a Hammond, sempre in Indiana, negli stabilimenti Fiat di Windsor (Ontario/Canada) o nella fabbrica di camion Warren alla periferia di Detroit. Anche gli autisti di autobus della città di Detroit hanno smesso di lavorare fino a quando l'azienda non ha assicurato loro un minimo di sicurezza nelle loro condizioni di lavoro. È molto significativo che, in queste lotte negli Stati Uniti, i lavoratori abbiano dovuto imporre la loro decisione di interrompere il lavoro contro la direttiva stabilita dal sindacato - in questo caso l'UAW - che li incoraggiava a continuare a lavorare per non danneggiare l'azienda.
E anche nel porto di Santos (Brasile) ci sono state proteste da parte dei lavoratori contro l’imposizione delle autorità di continuare il lavoro. E sempre qui cresce la preoccupazione tra i lavoratori delle fabbriche Volkswagen, Toyota, GM, ecc. contro la continuazione della produzione come se non ci fosse una pandemia.
Per quanto limitate siano state queste proteste, esse costituiscono una parte importante della risposta di classe del proletariato alla pandemia che ha un carattere indubbiamente di classe capitalista. Anche su un terreno puramente difensivo, gli sfruttati rifiutano di accettare di essere carne da cannone degli sfruttatori.
La stessa borghesia è consapevole del potenziale di sviluppo della combattività e della coscienza del proletariato contenuto in questo accumulo di inquietudini, indignazione e sacrifici richiesti ai lavoratori. Ora anche i principali protagonisti dell'"austericidio"[5] (come Merkel, Berlusconi, o lo spagnolo Luis de Guindos) si riempiono la bocca con promesse di benefici sociali. Ma le armi della classe sfruttatrice rimangono quelle tradizionali in tutta la storia della lotta di classe: l'inganno e la repressione.
L'ipocrisia delle campagne di elogi per gli operatori sanitari.
Naturalmente questi compagni di classe meritano tutto il riconoscimento e la solidarietà perché sono loro, in sostanza, che con il loro sforzo e il loro sostegno tengono a galla quel minimo di assistenza sanitaria. Lo fanno da anni contro i tagli al personale e il deterioramento delle risorse materiali. Ciò che è ripugnante è vedere il cinismo con cui le autorità che hanno favorito proprio queste condizioni di sovrasfruttamento e di impotenza di questi compagni di classe, vogliano unirsi a questa "solidarietà" con il fatto che siamo tutti sulla stessa barca, cantando l'inno nazionale ed esaltando i valori patriottici come rimedio (“uniti si vince”) contro il dilagare della pandemia. Il nazionalismo ripugnante di molte di queste "mobilitazioni" promosse dallo Stato stesso cerca di nascondere il fatto che non può esistere una comunità di interessi tra sfruttatori e sfruttati, tra i beneficiari e coloro che sono danneggiati dal degrado delle infrastrutture sanitarie, tra quelli che vogliono preservare la produzione e la competitività del capitale nazionale, e quelli che mettono la vita e i bisogni umani al primo posto. Per i lavoratori la patria è una trappola, sia che lo dicano Salvini e Vox, o che lo dicano Podemos, Macron o Conte.
Proprio invocando questa "solidarietà nazionale", i cittadini sono chiamati a denunciare coloro che presumibilmente "rompono" la quarantena, creando un clima di "caccia alle streghe" a volte pagate da madri con figli autistici, coppie di anziani che vanno a fare la spesa, o anche operatori sanitari che vanno in ospedale. È particolarmente cinico far ricadere la colpa della diffusione della pandemia, dei decessi da essa provocati, o dello stress subito dagli operatori sanitari su alcuni "trasgressori". Non c'è niente di più antisociale - cioè contrario alla comunità umana - dello Stato capitalista che difende gli interessi di classe della minoranza sfruttatrice, e questo è nascosto proprio dalla foglia di fico di questa presunta solidarietà. Ed è doppiamente ipocrita e criminale cercare di usare il disastro causato dalla negligenza dello Stato che difende gli interessi della classe nemica, come strumento per mettere alcuni lavoratori contro altri. Se gli operatori ospedalieri rifiutano di accettare un lavoro senza mezzi di protezione, vengono bollati come non solidali[6] e minacciati di sanzioni, come ha recentemente dimostrato il licenziamento del direttore medico dell'ospedale di Vigo (Galizia) per aver osato denunciare il "bla bla bla" dei politici borghesi riguardo alle misure di protezione. Il governo di Valencia (formato dagli stessi partiti della coalizione "progressista" che governa la Spagna) minaccia di censurare le immagini che mostrano lo stato terribile dell'assistenza sanitaria[7] in quella regione, invocando il diritto alla "privacy" dei pazienti quando questi stanno ammucchiati nei reparti di emergenza, ecc.
Se gli operai dell’Impresa Municipale di Trasporto Funebre si rifiutano di lavorare con i cadaveri di persone uccise dal Covid-19 senza protezione, sono accusati di impedire di piangerne la perdita alle famiglie, agli amici … Come nelle case al limite delle condizioni necessarie per vivere, come quando siamo stipati come animali sui mezzi pubblici verso i luoghi di lavoro, come nei luoghi di lavoro dove l'ergonomia è progettata in termini di produttività e non di necessità fisiologiche dei lavoratori, anche coloro che muoiono di coronavirus vengono ammassati in obitori come il Palazzo del Ghiaccio di Madrid.
Tutta questa brutalità disumana viene però presentata come la summa dell'unione di tutta la società. Non è un caso che nelle conferenze stampa del Governo spagnolo, che mente senza alcun rimorso (Quando arriveranno i test? E le maschere? E i respiratori? Risposta perenne del ministro della Salute: "nei prossimi giorni") compaiono i generali dell'Esercito, della Polizia, della Guardia Civile, con tutte le loro medaglie. Si tratta di impregnare la popolazione del noto spirito militare: "Obbedire senza lamentarsi". Si tratta anche di abituare la popolazione ad ogni sorta di restrizione delle proprie libertà civili a discrezione dell'Autorità, con l'effetto dell'applicazione di effetti molto discutibili ma che incoraggiano l'autodisciplina sociale e la denuncia, come abbiamo visto prima, spacciati come unica diga contro le malattie e il caos sociale. Non è un caso che la borghesia occidentale esprima oggi un'ammirazione non dissimulata per il controllo che certe tirannie, come quella del capitalismo cinese[8], esercitano sulla popolazione. Oggi lodano il successo della "via cinese" contro il coronavirus per mimetizzare la loro ammirazione per gli strumenti di questo controllo totalitario dello Stato (riconoscimento facciale, tracciamento e controllo dei movimenti e degli incontri delle persone, uso di queste informazioni per classificare la popolazione in categorie per il loro pericolo sociale?), e per poter presentare questa via di maggiore controllo totalitario dello Stato sfruttatore come la via per "proteggere la popolazione" dalle epidemie e da altre conseguenze dell'attuale caos capitalista.
Abbiamo mostrato come di fronte a una crisi sociale si manifesta l'esistenza di due classi antagoniste: il proletariato e la borghesia. Il primo è quello che sta guidando il meglio degli sforzi dell'umanità per cercare di fermare l'impatto di questa epidemia. È essenzialmente questo lavoro degli operatori sanitari, dei trasportatori, dei lavoratori dei supermercati e dell'industria alimentare che è stata l'ancora di salvezza a cui aggrapparsi nel bel mezzo della débâcle dello Stato. È stato dimostrato ancora una volta che il proletariato è, a livello mondiale, la classe che produce ricchezza sociale e che la borghesia è una classe parassita che approfitta di questa dimostrazione di tenacia, creatività e lavoro di squadra per ampliare il suo capitale. Ognuna di queste classi antagoniste offre una prospettiva completamente diversa al caos mondiale in cui il capitalismo ha fatto sprofondare l'umanità oggi: il regime di sfruttamento capitalistico fa sprofondare l'umanità in più guerre, epidemie, miserie, disastri ecologici; la prospettiva rivoluzionaria libera la specie umana dalla sottomissione alle leggi della sua appropriazione privata da parte di una minoranza sfruttatrice.
Ma gli sfruttati non possono sfuggire individualmente a questa dittatura. Non possono sfuggire attraverso azioni particolari alle caotiche direttive di uno Stato che agisce a beneficio di un modo di produzione che domina il mondo intero. Il sabotaggio o la disobbedienza individuale sono il sogno impossibile di classi che non hanno futuro da offrire all'insieme dell’umanità. La classe operaia non è una classe di vittime indifese. È una classe che porta con sé la possibilità di un nuovo mondo liberato proprio dallo sfruttamento, dalle divisioni tra classi e nazioni, dalla sottomissione dei bisogni umani alle leggi dell'accumulazione.
Un filosofo, (Buyng Chul Han) molto di moda per la sua descrizione del caos delle attuali relazioni sociali capitalistiche, ha recentemente affermato che "non possiamo lasciare la rivoluzione al virus”. E’ vero. Solo l'azione consapevole di una classe mondiale per sradicare coscientemente le radici della società di classe può costituire una vera rivoluzione.
Valerio 24 marzo 2020
[2] https://elpais.com/espana/madrid/2020-03-21/el-dano-del-coronavirus-en-las-residencias-de-mayores-sera-imposible-de-conocer.html [7]
[3] https://www.elespanol.com/espana/20200320/criterios-decidir-prioridad-falten-camas-uci/475954325_0.html [8]
[5] Omicidio tramite austerità: nome dato alle misure decretate dall'Unione Europea in risposta alla crisi del 2008, che ha comportato, tra l'altro, lo smantellamento delle strutture sanitarie
[6] https://www.elconfidencial.com/espana/2020-03-24/sanitarios-ramon-cajal-plante-mascarillas_2513959/ [9]
[7] https://www.lasprovincias.es/comunitat/sindicatos-exigen-generalitat-20200325192618-nt.html [10]
[8] E non certo comunismo: la Russia, la Cina, Cuba e le loro varianti non sono che l'espressione di una versione del capitalismo: il capitalismo di Stato.
Recentemente abbiamo subito la perdita di due compagni, due comunisti, due persone di grande spessore umano e intellettuale. Due persone diverse per il rispettivo percorso politico e per la diversa chiarezza politica: una militante dell’Istituto Onorato Damen, combattente comunista da giovanissima età; l’altra nostro compagno simpatizzante che stava compiendo ancora un percorso per definirsi in maniera compiuta rispetto al marxismo e alle nostre posizioni politiche. Ma in entrambe le figure emergeva un tratto comune, inconfondibile, cioè una profonda fiducia nell’azione delle minoranze rivoluzionarie e nella possibilità di cambiare questo mondo, di realizzare una società liberata dal capitalismo, senza classi e senza sfruttatori, finalmente a misura d’uomo. E’ questa fiducia, elemento così importante per l’azione della classe operaia oggi, che ha permesso a Gianfranco di militare per tutta una vita, con la buona o la cattiva sorte, in tempi di battaglie operaie e di crescita dell’organizzazione o di riflussi lunghi e scoraggianti come quello da cui ancora adesso stentiamo a uscire. E’ la stessa fiducia che ha permesso a Massimo di seguire l’invito di un suo amico a partecipare a delle prime riunioni pubbliche della CCI, e poi appassionarsi sempre di più fino a diventare uno dei soggetti più attivi di queste, pur reputandosi lui stesso come un principiante per il fatto di non avere delle esperienze pregresse.
Questa fiducia nel futuro della nostra classe e nelle minoranze che oggi, con tutte le loro difficoltà, lottano per aiutare il proletariato a ritrovare la sua identità e la sua coscienza, è un elemento prezioso che dobbiamo imparare a valorizzare e a trasmettere. E’ per questo che Gianfranco e Massimo ci mancheranno tanto. Ma se sappiamo recuperare e fare nostra questa fiducia che pervadeva i due compagni, la loro vita politica non sarà passata invano.
Per rendere più pieno e personalizzato il nostro omaggio a questi due compagni, pubblichiamo qui di seguito, per Gianfranco, il messaggio di solidarietà che abbiamo inviato ai compagni dell’Istituto Onorato Damen e, per Massimo, un testo scritto da un suo caro amico e una poesia dedicatagli da un altro compagno.
CCI
La CCI allo IOD
Cari compagni, con questo breve messaggio vogliamo partecipare con voi a rendere un doveroso omaggio al compagno Gianfranco, che ci ha lasciato all’alba del 14 novembre scorso dopo un travagliato periodo di sofferenze. Noi conserviamo solo un vago ricordo della figura fisica di Gianfranco, non ne ricordiamo il timbro della voce, forse perché nelle poche riunioni comuni cui ha partecipato a Napoli non è neanche intervenuto spesso. Ma nonostante questo non riusciamo a pensare a lui come a un estraneo, come qualcuno per il quale ostentare solo un interesse di circostanza, e questo per dei motivi che vogliamo qui di seguito sviluppare.
La prima cosa da dire è che Gianfranco è stato un militante internazionalista, un rivoluzionario, un compagno della sinistra comunista, vale a dire che Gianfranco, al di là del fatto che militasse in una organizzazione oggi diversa da quella di noi altri, combatteva la nostra stessa battaglia, aspirava allo stesso futuro. Questo è qualcosa che unisce molto più delle differenze di analisi o di programma che possono esistere tra lo IOD e la CCI o con altre formazioni dello stesso campo rivoluzionario. I rivoluzionari sono un patrimonio incredibilmente prezioso per la classe operaia e occorre che i singoli militanti, senza farsi prendere da stupide vanaglorie, assumano fino in fondo la consapevolezza della responsabilità che questo comporta. Riuscire a diventare un militante rivoluzionario, partecipare a portare avanti quell’opera magnifica di schiudere finalmente all’umanità l’alba di una società liberata da ogni rapporto di sfruttamento di una classe sull’altra, è il più grande privilegio che un uomo possa vivere. E noi avvertiamo, dalla descrizione che ce ne hanno fatto i compagni dello IOD, che Gianfranco era pienamente consapevole della responsabilità che la sua militanza comportava, onorandola fino alla fine dei suoi giorni. Il fatto che l’ultimo numero della rivista DMD’ contenga un articolo di Gianfranco mostra come il compagno sia stato attivo fino alla fine, senza perdere mai la fiducia nel futuro della classe operaia e senza mai pensare di “passare la mano” ad altri. I rivoluzionari non vanno in pensione, e anche Gianfranco, come altri nobili predecessori, non è mai andato in pensione ma è morto da rivoluzionario.
In un periodo difficile come quello che attraversiamo l’esempio di una vita intera spesa per la causa rivoluzionaria, per la classe operaia, è un elemento importante da mostrare alle nuove generazioni di giovani potenziali militanti che si affacciano alle posizioni della sinistra comunista. Non dobbiamo trascurare questi elementi di trasmissione del patrimonio non solo programmatico ma anche di valori etici, comportamentali, di concezione del senso della militanza e della stessa organizzazione, che sono così difficili da acquisire ma che sono così fondamentali nella vita politica di un’organizzazione rivoluzionaria. Per tutto questo noi consideriamo la perdita di Gianfranco non solo come una perdita dello IOD, ma anche nostra e di tutto il movimento operaio. Allo stesso modo noi prendiamo ispirazione dalla militanza di Gianfranco per continuare la nostra lotta con ancora più determinazione e coraggio.
Cari compagni, un grande abbraccio e un fraterno saluto a tutti voi dai vostri compagni della CCI.
Onore al compagno Gianfranco
Corrente Comunista Internazionale, 23 gennaio 2020
A Max
Erano gli anni 60, primi anni di liceo, e fu allora che incontrai Massimo per la prima volta. Un giovanottino, non protagonista, non irruente anzi abbastanza distaccato dal resto del branco, ma senza puzza sotto il naso. Sempre corretto verso gli altri, non ricordo mai uno screzio da parte sua nei confronti di altri né tanto meno di altri nei suoi confronti. Lui in classe era attento, responsabile e studioso, il suo rendimento scolastico era buono ma non risultava il primo della classe, non era per niente un secchione o un pavone che ostentava la sua bravura scolastica. Non si faceva mai coinvolgere dalle numerose goliardie di un gruppetto abbastanza vivace, del quale facevo parte anche io, e che in alcuni momenti riusciva irresponsabilmente persino ad organizzare nei confronti soprattutto di alcuni docenti certi “scherzi” che rasentavano la cattiveria. Erano bravate di cattivo gusto che si ripetevano di tanto in tanto e che unite al fatto che si studiava poco e male alla fine avrebbero danneggiato solo noi stessi. Infatti, alcuni appartenenti a quel gruppo, me compreso, quell’anno vennero bocciati. Con Massimo in quel periodo non ci furono legami particolari e così dopo quella mia bocciatura le nostre strade si divisero.
Molti, ma molti anni dopo, inizio anni 80, inserito in un ospedale da dipendente mi trovai un giorno ad essere donatore di sangue per la mamma di un collega e venni inviato nell’emoteca dello stesso ente per effettuare la donazione. Grande sorpresa, vi trovai Massimo, come medico infusore. Ricordo che fu un incontro molto cordiale e finita la trasfusione mi chiese se avevo bisogno di una certificazione che mi avrebbe consentito di usufruire di una giornata di riposo. Io rifiutai con garbo e dopo ci mettemmo un po’ a parlare raccontandoci brevemente come erano andate le nostre cose dopo che ci eravamo allontanati. Non so perché ma ebbi subito la sensazione che quello non sarebbe stato un incontro formale tra due persone destinate ad ignorarsi per il resto della vita. Ed ebbi ragione. I nostri incontri all’interno dell’azienda, della quale, ripeto, eravamo entrambi dipendenti, inizialmente fortuiti divennero pian piano sempre più cercati, vuoi per esigenze mediche personali (lui per aver avuto bisogno di alcune mie prestazioni e viceversa) e sia perché cominciavamo a stimarci reciprocamente, scoprendo di avere alcuni interessi comuni, come la pittura, la scultura ed anche la passione per alcune espressioni di artigianato regionale. E fu così che i nostri incontri diventarono programmatici e in questi incontri si parlava un po’ di tutto e chiaramente anche di politica. Scoprimmo così di essere entrambi ex sessantottini e di condividere ancora politicamente la stessa ideologia: entrambi i nostri cuori continuavano a pulsare a sinistra, ma non quella istituzionale. Lui mi disse di avermi trovato molto cambiato in meglio chiaramente rispetto a quello che avevo dimostrato di essere durante i primi anni di liceo, e questo apprezzamento mi fece molto piacere, ma mi confidò anche che io e gli altri del gruppo avevamo all’epoca, cito le sue parole, una bella testa di c. Quasi arrossendo per la vergogna mi difesi maldestramente dicendo che in quel periodo si rasentavano i quattordici anni di età ed a quell’età le stronzate erano all’ordine del giorno. Il fatto vero è che noi di quel gruppo ne facevamo troppe. Però, o perché si accorse del mio imbarazzo o perché veramente lo sentiva, o entrambe le cose, aggiunse che sotto sotto ci invidiava perché agivamo in piena libertà vivendo la nostra giovinezza con sfrontatezza e strafottendoci di tutti e soprattutto delle conseguenze. Ma questa cosa non servì a consolarmi ed ad autoassolvermi.
Tuttavia, questa sua rivelazione, vera al cento per cento o solo in parte, svelò un aspetto particolare del carattere di Massimo che poi frequentandoci ho riscontrato in più occasioni: una certa indole istintiva ed anarchicheggiante che, secondo me, lo ha caratterizzato fino alla fine. A conferma di ciò, faccio riferimento per esempio, tra altri che ho potuto constatare di persona, ad un episodio, da lui raccontatomi, vissuto un giorno uscendo dalla metropolitana. Lì nei pressi c’era un giovanotto che stava diffondendo giornali comunisti (identificati da me al momento del racconto come quelli di un gruppo sinistrorso, ma Massimo all’epoca non sapeva ancora la differenza tra la sinistra gauchista del capitale e la sinistra comunista del campo politico proletario). Proseguendo, mi disse che aveva di poco superato il giovanotto quando sentì un tizio, che gli era passato vicino, scagliarsi verbalmente ed animosamente verso il giovanotto con i giornali con parole offensive tipo “ancora con questo comunismo, ma buttatevi nel cesso voi comunisti”, e mentre continuava con improperi simili verso i comunisti si guardava attorno per raccogliere consenso tra i passanti tra cui il più vicino, risultava proprio lui, Massimo. Stizzito dal comportamento di questo individuo verso i comunisti ed il comunismo, Massimo disse che istintivamente, senza pensarci nemmeno un attimo, si rigirò e facendo alcuni passi indietro, comprò in maniera vistosa, senza però scomporsi più di tanto, il giornale dal giovanotto a mo’ di sfida a questo provocatore.
Dal punto di vista umano e professionale da bravo medico quale è stato criticava con una certa durezza l’organizzazione sanitaria e la stessa scienza medica ridotta a puro e brutale mercato, e a mistificazioni di ogni sorta che sebbene sostenute da un agire burocratico, come - diceva lui - vuole l’attuale legislazione sanitaria, risultavano sempre più pericolose per la salute umana. Nel suo ambito lavorativo non ha mai legato con nessuno di quella schiera di lecchini, suoi colleghi, che per avere un ruolo di comando erano disposti a vendere anche i propri genitori al migliore offerente. E manco a farla apposta parlando di alcune di queste persone ci trovavamo, ognuno per proprio conto, per vissute esperienze personali, sempre con le stesse valutazioni, chiaramente negative. Nonostante ciò per le sue elevate competenze e la sua serietà professionale la direzione generale (in carica in quel periodo) dell’azienda gli aveva offerto la nomina di dirigente medico di primo livello del settore in cui lavorava (una volta si diceva da primario). Per un certo periodo ha anche svolto tale ruolo, ma si rese subito conto che dietro quell’incarico così prestigioso si celavano alti costi che la sua morale, la sua etica, la sua professionalità e soprattutto la sua umanità avrebbero dovuto pagare a caro prezzo, e quindi preferì rinunciarvi. Mostrava anche un’elevata avversione verso i sindacati, lui diceva per i loro comportamenti da gangster e da piccoli padroncini. La qual cosa corrispondeva a verità.
Massimo si sentiva un comunista, anche se, come lui stesso ha ammesso più volte pubblicamente, era cosciente di essere pieno di lacune della storia del movimento operaio e delle sue avanguardie rivoluzionarie.
Alla fine, dopo una serie di discussioni politiche avute con me, che intanto già ero diventato simpatizzante della sinistra comunista e anche per delle letture più specifiche su quest’ultima che gli avevo proposto, ha avuto la necessità di avvicinarsi a tali posizioni ed in particolare a quelle della CCI (Corrente comunista internazionale). E tutti ricordiamo la sua attenta ed attiva partecipazione alle riunioni pubbliche, dalle quali raramente è mancato e dove spesso era solito invitare anche altre persone di sua conoscenza.
Max, purtroppo durante le prime ore di questo 9 febbraio del 2000 ci ha lasciato dopo una breve ed improvvisa malattia, le cui cause non sono state del tutto trovate, e forse in questo ha sperimentato sulla sua persona ciò che di solito affermava: la medicina nonostante sembri aver fatto passi avanti naviga ancora nell’oscurità.
Ciao Massimo ti piango come compagno, ma anche come un sincero e leale amico. Mi mancherai molto, R.
**********************
Ciao Massimo,
te ne sei andato così,
in un mattino di febbraio,
lasciandoci senza parole …
Tu, che con i tuoi dubbi, le tue domande,
la tua immensa curiosità per la ricerca di una strada
che porti a un mondo migliore,
hai suscitato in noi momenti di profonda riflessione
e fiumi di parole, fiumi di tentativi di risposte …
Oggi l’agghiacciante notizia
ci ha lasciati muti,
ci ha gelato il cuore,
e ci fa sentire un po’ più soli …
Ma noi continueremo, anche per te
e grazie anche al tuo grande contributo
fatto di partecipazione, di gentilezza e di grande umanità,
in quella ricerca che, siamo sicuri,
porterà l’umanità intera a trovare
quello che tu insieme a noi cercavi.
Stefano, Napoli 9 febbraio 2020
La pandemia di coronavirus sta causando migliaia di morti in tutto il mondo. Perché sta succedendo tutto questo? Perché la ricerca su questo tipo di virus, nota da tempo, è stata abbandonata perché considerata non redditizia! Perché quando è iniziata l'epidemia, agli occhi della borghesia cinese era più importante fare tutto il possibile per mascherare la gravità della situazione, per proteggere la sua economia e la sua reputazione, non esitando a mentire e far pressione sui medici che davano l'allarme! Perché in tutti i paesi le misure di contenimento sono state adottate troppo tardi, la preoccupazione principale degli Stati è stata "non bloccare l'economia", "non far soffrire le imprese"! Perché, ovunque, mancano maschere, gel disinfettanti, mezzi per individuare le malattie, letti d'ospedale, respiratori e luoghi per la terapia intensiva! Bisogna ricordare che in Francia i medici di pronto soccorso e gli stagisti sono in sciopero da più di un anno per denunciare la catastrofica mancanza di risorse umane e di materiali negli ospedali?[1] I dirigenti politici osano oggi parlare di proteggere i più indigenti dal virus, gli anziani, mentre gli stessi operatori delle case di cura (EHPAD), sono in sciopero da più di un anno, indignandosi per i maltrattamenti dei "residenti" a causa della mancanza di personale e quindi di tempo per prendersi cura di loro! In Francia, pur essendo la seconda potenza economica europea per dimensioni, è impossibile impossessarsi della minima maschera. Anche all'interno dei reparti di pneumologia, in prima linea nella pandemia, i medici devono accontentarsi di tre maschere al giorno! In Italia prevale la stessa vergognosa e indecorosa situazione. Molti dipendenti sono costretti ad andare a lavorare, spesso stipati a milioni sui mezzi pubblici, perché sono ufficialmente "indispensabili per la continuità economica del Paese"... come le fabbriche del settore automobilistico! Si ritrovano stipati in linee di produzione, senza precauzioni, senza maschere, senza sapone. Negli ultimi giorni sono scoppiati scioperi in questo paese. Ecco un breve estratto da una testimonianza che viene da Bologna: "I lavoratori non sono carne da macello". "Gli scioperi nelle catene di produzione si moltiplicano. Costretti a lavorare senza alcuna tutela per la loro salute, i lavoratori sono in rivolta: ‘Sono costretto a lavorare in un ambiente di lavoro che mette in pericolo la mia salute, quella dei miei parenti, dei miei colleghi, delle persone che incontro. (...) All'interno dei magazzini e delle fabbriche non valgono tutti i saggi precetti che ascoltiamo ogni giorno. In molti di questi luoghi vi è una quasi totale assenza delle condizioni minime necessarie per prevenire la proliferazione del virus:
- la presenza di lavoratori in numero significativo in spazi ridotti e pieni di merci non è mai stata messa in discussione;
- (...) c'è persino una mancanza di sapone nei bagni!
- guanti e maschere? Inutili pretese di chi non vuole lavorare dicono i capii. (…)
- Interventi pubblici per verificare il rispetto di queste piccole attenzioni? È da parte delle forze di polizia in caso di sciopero".
Il grido d'allarme di questi scioperi è: "I vostri profitti valgono più della nostra salute! Questa è di fatto la realtà sotto il capitalismo, questo decadente sistema di sfruttamento. Ma queste lotte dimostrano anche che c'è una speranza. La classe operaia è portatrice di solidarietà, dignità e unità. È portatrice di un mondo dove la ricerca del profitto non sarà più la regola, dove "l'internazionale sarà il genere umano".
Di fronte a questa pandemia, dobbiamo non solo sviluppare la solidarietà e prenderci cura dei più bisognosi, ma anche sviluppare la riflessione su cosa è il capitalismo, sul perché sta marcendo sulle proprie gambe, e discuterne ogni volta che è possibile, per alimentare la coscienza collettiva della necessità di rovesciarlo. L'articolo che segue vuole essere un contributo a questa riflessione.
Alla fine del nostro primo articolo sulla pandemia di Covid-19 dicevamo:
“Qualunque cosa accada con questo nuovo virus Covid-19, sia che diventi una nuova pandemia, o che si estingua come la SARS, o che si stabilisca come un nuovo virus respiratorio stagionale, questa nuova malattia è l'ennesimo avvertimento che il capitalismo è diventato un pericolo per l'umanità, e per la vita su questo pianeta. L'enorme capacità delle forze produttive, compresa la scienza medica, di proteggerci dalle malattie, si scontra con la ricerca assassina del profitto, l'ammassamento di una parte sempre più grande della popolazione in grandi città, con tutti i rischi di nuove epidemie. Il rischio del capitalismo non finisce qui, ci sono anche i rischi di inquinamento, di distruzione ecologica e di guerre imperialiste sempre più caotiche”
Adesso questa pandemia è diventata un problema di prima grandezza in tutto il mondo e ha causato un autentico “tsunami” economico dalle conseguenze disastrose. Per ragioni di spazio non tratteremo qui queste implicazioni per l’economia. Lo faremo in un prossimo articolo. In questo ci dedichiamo ad analizzare come questa epidemia rivela il disastroso stato di salute del capitalismo
Adesso si confermano tutti i presagi più cupi e l’OMS deve riconoscere che si tratta di una pandemia estesa a 117 paesi di tutti i continenti, che il numero di contagiati supera i 120mila, che i morti in queste prime settimane della pandemia sono più di 4.000, e così via. Quello che iniziò come un “problema” cinese, è diventato oggi una crisi sociale nelle principali potenze capitaliste del pianeta (Giappone, USA, Europa Occidentale, ecc.). Solo in Italia il numero di morti supera quelli causati in tutto il mondo dall’epidemia di Sars del 2002-2003.I mezzi di controllo draconiano sulla popolazione che un mese fa furono prese dalle “tiranniche” autorità cinesi, come l’isolamento di milioni di persone[2], e quelle proprie di un autentico “darwinismo sociale” consistente nella esclusione dai servizi ospedalieri di tutti quelli che non sono “prioritari” nella lotta per contenere l’epidemia, sono moneta corrente in molte delle principali città di tutti i paesi coinvolti in tutti i continenti.
I mezzi di informazione borghesi ci bombardano ad ogni ora con una serie di dati, raccomandazioni e “spiegazioni” su quello che cercano di presentare come una specie di piaga, una nuova catastrofe “naturale”. Ma questa catastrofe non ha nulla di “naturale”, è piuttosto il risultato dell’asfissiante dittatura del modo di produzione capitalista, senile e obsoleto, contro la natura e con questa contro la specie umana.
I rivoluzionari non hanno competenza per fare studi epidemiologici o pronostici sul corso delle malattie. Il nostro ruolo è spiegare, su una base materialista, le condizioni sociali che rendono possibile e inevitabile l’insorgere di questi eventi catastrofici. Così, abbiamo messo in evidenza che l’essenza del sistema capitalista è porre lo sfruttamento, il profitto e l’accumulazione prima dei bisogni umani. Che un altro capitalismo non è possibile. Ma anche che questi stessi rapporti di produzione capitalisti che, in una certa fase storica, favorirono un enorme avanzamento delle forze produttive, (della scienza, di un certo dominio della natura per ridurre le sofferenze che questa imponeva agli esseri umani,…) si sono trasformati oggi in un ostacolo per il suo sviluppo. Abbiamo spiegato anche come il prolungarsi per decenni di questa tappa della decadenza capitalista ha dato impulso, in mancanza di una soluzione rivoluzionaria, all’entrata in una nuova fase: quella della decomposizione sociale[3], in cui si concentrano sempre più queste tendenze distruttive portando a una moltiplicazione del caos, della barbarie, del progressivo disgregarsi delle proprie strutture sociali che garantivano un minimo di coesione sociale, arrivando a minacciare la stessa sopravvivenza della vita sul pianeta Terra.
Elucubrazioni di quattro marxisti sorpassati? Certo che no. Gli scienziati che si stanno esprimendo in maniera più rigorosa sull’attuale pandemia di Covid 19 affermano che la proliferazione di questo tipo di epidemie ha la sua causa, tra le altre, nell’accelerato deterioramento dell’ambiente naturale che porta ad un aumento dei contagi provenienti dagli animali (zoonosis), che si avvicinano alle concentrazioni umane per poter sopravvivere, e allo stesso tempo all’affollarsi di milioni di esseri umani in megalopoli che provocano curve di infezione veramente vertiginose. Come abbiamo già scritto nel nostro precedente articolo sul Covid 19[4], alcuni medici in Cina avevano provato, fin dal dicembre 2019, ad avvertire circa un nuovo rischio di epidemia per coronavirus SRAS, ma furono censurati e repressi dallo Stato, perché questo minacciava l’immagine di potenza mondiale di prima fila a cui il capitale cinese aspira.
Nè è la CCI la prima ad insistere sul fatto che uno dei principali fattori di impulso della propagazione di questa pandemia è il crescente scoordinamento delle politiche dei diversi paesi, che è una delle caratteristiche del capitalismo, ma che si è rafforzata sempre più per l’avanzare del “ciascuno per se” e il “ripiegamento” su se stessi che caratterizza gli Stati e i capitalisti nella fase di decomposizione di questo sistema e che tende ad impregnare tutte le relazioni sociali.
Non scoprivamo niente di nuovo quando segnalavamo che la pericolosità di questa malattia non sta tanto nel virus stesso, ma nel fatto che questa pandemia si verifica in un contesto di enorme deterioramento, per decenni e su scala mondiale, delle infrastrutture sanitarie. Che infatti è la gestione di queste strutture sempre più scarse e poco efficaci che spinge i vari Stati a cercare di diluire nel tempo l'emergere di nuovi casi, anche se questo significa prolungare l’effetto di questa pandemia nel tempo.
Questo degrado irresponsabile delle risorse - della conoscenza, della tecnologia, ecc. - accumulate in decenni di lavoro umano, l'assoluta mancanza di prospettiva, la totale mancanza di preoccupazione per il futuro che la specie umana può avere, non sono la caratteristica di una forma di organizzazione sociale - il capitalismo - in decomposizione?
Nella storia dell’umanità si sono avute altre epidemie estremamente letali. In questi giorni è facile ritrovare sui mezzi di informazione borghesi servizi o supplementi su come il vaiolo e il morbillo, il colera o la peste causarono milioni di morti. Quello che manca in questo tipo di affermazioni è spiegare che la causa di queste mortalità era essenzialmente la penuria che affliggeva l’umanità, sia dal punto di vista delle condizioni di vita che delle conoscenze sulla natura. Il capitalismo rappresenta proprio la possibilità storica di superare questa tappa della penuria materiale e, attraverso lo sviluppo delle forze produttive, porre le basi di un’abbondanza che potrà permettere un’autentica unificazione e liberazione dell’umanità in una società comunista. Se si guarda al 19° secolo, cioè al momento della massima espansione capitalista, si può vedere come la salute, e quindi la malattia, non sono più percepiti come una fatalità, in quanto c'è un progresso non solo nella ricerca ma anche nella comunicazione tra i diversi ricercatori, e un reale cambiamento verso un approccio più "scientifico" alla medicina[5]. E tutto questo si ripercuoteva sulla vita quotidiana della popolazione: dai mezzi per migliorare l’igiene pubblica ai vaccini, dalla formazione di medici esperti alla creazione di ospedali. La causa dell’aumento della popolazione (da mille a duemila milioni di persone) e soprattutto della speranza di vita (da 30 a 40 anni all’inizio del 19° secolo, fino ai 50-60 del 1900) è dovuta essenzialmente a questi miglioramenti della scienza e dell’igiene. Niente di questo fu fatto dai borghesi per uno spirito altruista o a favore delle necessità della popolazione. Il capitalismo nacque “grondando sangue e fango”, come diceva Marx. Però in mezzo a questo orrore, il suo interesse ad ottenere la massima redditività dalla forza lavoro, dalle conoscenze acquisite dai loro schiavi salariati in decenni di apprendimento di nuove procedure di produzione, di assicurare la stabilità del trasporto di forniture e merci, etc., hanno reso la classe sfruttatrice "interessata" - al minor costo, beninteso - a prolungare la vita attiva dei loro salariati, ad assicurare la riproduzione di questa merce che è la forza lavoro, aumentando il plusvalore relativo attraverso l’aumento della produttività della classe sfruttata.
Questa situazione si trasformò con il cambio del periodo storico tra la fase ascendente del capitalismo e la sua decadenza, che i rivoluzionari hanno situato, fin dalla Internazionale Comunista, nella Prima Guerra Mondiale[6].
Non è per niente un caso che intorno al 1918 si verificò una delle epidemie più mortifere della storia dell’umanità: l’influenza detta “spagnola” del 1918-19. In questa epidemia si può vedere che non è tanto la virulenza dell’agente patogeno ma le condizioni sociali caratteristiche della guerra imperialista nella decadenza capitalista (dimensione mondiale del conflitto, impatto della guerra sulla popolazione civile delle principali nazioni, ecc.) che spiega la grandezza della catastrofe: 50 milioni di morti, mentre la Prima Guerra Mondiale ne causò 10 milioni.
Questa guerra e questo orrore ebbero un secondo episodio ancora più terrificante nella 2^ Guerra Mondiale. Le atrocità della prima carneficina imperialista come l’utilizzazione dei gas asfissianti si rivelarono poca cosa rispetto alle barbarie della Guerra Mondiale del 1939-45 messe in campo da parte di tutte le potenze contendenti: utilizzazione di esseri umani per esperimenti da parte di tedeschi e giapponesi ma anche da parte delle potenze “democratiche” (i britannici sperimentarono l’antrax, i nordamericani iniziarono le prove con il napalm contro il Giappone e le anfetamine sui propri soldati) per arrivare al culmine con l’utilizzazione della bomba atomica ad Hiroshima e Nagasaki.
E con la successiva “pace”? Certamente le principali potenze capitaliste misero in piedi sistemi sanitari, con il modello dell’HNS britannico creato nel 1948 – e che viene considerato come una delle pietre miliari del cosiddetto Welfare State – per consentire un’assistenza sanitaria “universale” che aveva come obiettivo, tra l’altro, di evitare epidemie come l’influenza spagnola. Il capitalismo si era trasformato in umanitario? Si trattò di una conquista dei lavoratori? Certamente NO. Queste misure avevano per obiettivo la riparazione, al minor costo possibile, della forza lavoro (una merce divenuta scarsa dal momento che la guerra aveva sepolto importanti settori del proletariato) e assicurare il processo produttivo per la ricostruzione. Questo non significa che i “rimedi” impiegati non si convertirono in nuove fonti di disastri. Si può vedere l’esempio degli antibiotici usati per frenare le infezioni che, a causa delle necessità della produttività capitalista, si usano abusivamente per accorciare i periodi di incapacità lavorativa. Questo ha finito col causare un importante problema di resistenze batteriche – i cosiddetti “superbatteri” – che stanno riducendo l’arsenale terapeutico per aggredire le infezioni. Si vede anche con l’aumento di infermità come l’obesità o il diabete causati dal deterioramento dell’alimentazione della classe lavoratrice – vale a dire, lo sminuire della riproduzione della classe sfruttata - e degli strati più poveri della società nella misura in cui l'uso della tecnologia alimentare da parte del capitalismo produce l'obesità nella miseria. Si vede ugualmente come i farmaci dispensati per alleviare il crescente dolore che questo sistema di sfruttamento infligge alla popolazione lavoratrice hanno portato a fenomeni come la cosiddetta “epidemia degli oppiacei” che, fino all’arrivo del coronavirus, era per esempio il primo problema sanitario negli Stati Uniti, avendo causato più morti della guerra del Vietnam.
La pandemia del Covid-19 non può essere separata dal resto dei problemi che pesano sulla salute dell'umanità. Al contrario, essi dimostrano che la situazione può solo peggiorare se rimane assoggetta al sistema sanitario disumanizzato e commercializzato che è il sistema sanitario capitalista del XXI secolo. L'origine delle malattie oggi non è tanto la mancanza di conoscenza o tecnologia da parte dell'umanità. Allo stesso modo, le attuali conoscenze in epidemiologia dovrebbero consentire di contenere una nuova epidemia. Ad esempio: appena due settimane dopo la scoperta della malattia, i laboratori di ricerca erano già riusciti a sequenziare il virus all'origine del Covid-19. L'ostacolo che la popolazione deve superare è che la società è sottoposta a un modo di produzione che sfrutta una minoranza sociale e che è diventato un freno a questa lotta. Quello che possiamo vedere è che la corsa allo sviluppo di un vaccino, anziché essere uno sforzo collettivo e coordinato, è in realtà una guerra commerciale tra i laboratori. I veri bisogni umani sono subordinati alle leggi della giungla capitalista. La lotta accanita per essere i primi a guadagnare quote di mercato è l'unica cosa che conta per qualsiasi capitalista.
Al nostro recente 23 ° Congresso internazionale, abbiamo adottato una risoluzione sulla situazione internazionale, in cui abbiamo ripreso e rivendicato la validità di ciò che avevamo scritto nelle nostre tesi sulla decomposizione:
"Le tesi del maggio 1990 sulla decomposizione evidenziano tutta una serie di caratteristiche nell'evoluzione della società derivanti dall'ingresso del capitalismo in questa fase finale della sua esistenza. Il rapporto adottato al 22° congresso ha osservato il peggioramento di tutte queste caratteristiche, come ad esempio:
(Tesi sulla decomposizione, punto 7)
Ciò che possiamo vedere oggi, è che queste manifestazioni sono diventate il fattore decisivo dell'evoluzione della società capitalista, e che solo a partire da esse possiamo interpretare la nascita e lo sviluppo di eventi sociali su larga scala. Se guardiamo ciò che sta accadendo con la pandemia del Covid-19, possiamo vedere l'importanza dell'influenza di due elementi caratteristici di questa fase terminale del capitalismo:
Innanzitutto, la Cina non è solo il quadro geografico dell'origine delle più recenti epidemie (SARS nel 2002-2003 o Covid-19). Al di là di questo elemento circostanziale, è necessario comprendere le caratteristiche dello sviluppo del capitalismo cinese nella fase di decomposizione del capitalismo mondiale e la sua influenza sulla situazione attuale. La Cina è diventata in pochi anni la seconda potenza mondiale con un'enorme importanza nel commercio e nell'economia mondiale, grazie prima al sostegno che gli Stati Uniti le ha accordato dopo che la Cina aveva cambiato blocco imperialista (nel 1972) e poi, dopo la scomparsa di questi blocchi nel 1989, diventando il principale beneficiario della cosiddetta globalizzazione (che ha implicato la corsa di capitali occidentali in Cina). Ma, proprio per questo, "la potenza della Cina porta tutte le stigmate del capitalismo terminale: essa si basa sullo sfruttamento eccessivo della forza lavoro del proletariato, sullo sviluppo frenetico dell'economia di guerra del programma nazionale di "fusione militare-civile" ed è accompagnato dalla catastrofica distruzione dell'ambiente, mentre la "coesione nazionale" si basa sul controllo poliziesco delle masse sottoposte all'educazione politica del Partito unico (...) Infatti, la Cina è solo una gigantesca metastasi del cancro militarista generale dell'intero sistema capitalista: la sua produzione militare si sta sviluppando a un ritmo sfrenato, il suo bilancio della difesa è stato moltiplicato per sei in 20 anni e dal 2010 si colloca al secondo posto nella classifica mondiale"[7].
Questo sviluppo della Cina, che viene spesso proposto come dimostrazione della eternità della forza del capitalismo, è in effetti la principale manifestazione della sua decomposizione. La luce delle sue conquiste tecnologiche o della sua espansione in tutto il mondo grazie a iniziative spettacolari come la nuova "via della seta", non può farci perdere di vista le enormi condizioni di sfruttamento estremo (giornate lavorative estenuanti, stipendi di miseria, ecc.) in cui sopravvivono centinaia di milioni di lavoratori, in condizioni di alloggio, cibo, cultura, che sono enormemente arretrate e che, inoltre, si esauriscono sempre di più. Ad esempio, le scarse spese sanitarie pro capite sono già diminuite del 2,3%. Un altro esempio edificante: alimenti prodotti con pochissimi standard igienici o direttamente al di fuori di essi, come nel consumo di carne di animali selvatici dal mercato nero. Negli ultimi due anni, la peggiore epidemia nella storia dell'influenza suina africana si è diffusa in Cina, costringendo l'abbattimento del 30% di questi animali e causando un aumento del 70% del prezzo della carne suina.
Il secondo elemento che mostra il crescente impatto della decomposizione capitalista è l'erosione del minimo di coordinamento esistente tra i differenti capitali nazionali. È vero che, come analizzato dal marxismo, la massima unità alla quale il capitalismo può aspirare - anche con riluttanza - è lo stato nazionale, e quindi un super imperialismo non è possibile. Ciò non significa che, durante la divisione del mondo in blocchi imperialisti, non sia stata creata un'intera serie di strutture, dall'UNESCO all'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel tentativo di gestire un minimo di interessi comuni tra i differenti capitali nazionali. Ma questa tendenza verso un minimo di coordinamento è andata deteriorandosi con il progredire della fase di decomposizione capitalista. Come abbiamo anche analizzato nella summenzionata risoluzione sulla situazione internazionale del nostro 23° congresso: "Il peggioramento della crisi (così come le esigenze della rivalità imperialista) sta mettendo a dura prova le istituzioni e i meccanismi multilaterali" (Punto20).
Ciò è evidente, ad esempio, dal ruolo svolto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Il coordinamento internazionale in risposta all'epidemia di SARS nel 2002-2003, nonché la velocità di alcune scoperte[8] nei laboratori di tutto il mondo, spiegano la bassa incidenza di un virus generato da una famiglia molto simile a quella dell'attuale Covid-19. Questo ruolo, tuttavia, è stato messo in discussione dalla risposta sproporzionata dell'OMS all'epidemia di influenza A del 2009, in cui l'allarmismo dell'istituzione è stato utilizzato per causare vendite massicce dell'antivirale "Tamiflu" fabbricato da un laboratorio in cui l'ex segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld aveva un interesse diretto. Da allora, l'OMS è stata quasi relegata al ruolo di una ONG che pontifica "raccomandazioni" ma che non è in grado di imporre le sue direttive ai differenti capitali nazionali. Non sono nemmeno in grado di unificare i criteri statistici per il conteggio delle persone infette, il che apre la strada a ciascun capitale nazionale per cercare di nascondere il più a lungo possibile l'impatto dell'epidemia nei rispettivi paesi. Ciò è accaduto non solo in Cina, che ha cercato di nascondere i primi segni dell'epidemia, ma anche negli Stati Uniti, che tentano di nascondere sotto il tappeto il numero di persone colpite per non rivelare un sistema di salute basato su un'assicurazione privata, alla quale il 30% dei cittadini americani non ha praticamente accesso. L'eterogeneità dei criteri per l'applicazione dei test diagnostici, o le differenze tra i protocolli di azione nelle diverse fasi, hanno indubbiamente ripercussioni negative per contenere la diffusione di una pandemia globale. Peggio ancora, ogni capitale nazionale adotta misure per vietare l'esportazione di dispositivi di protezione e di igiene o di apparecchiature respiratorie, come ad esempio la Germania di Merkel o la Francia di Macron. Si tratta di misure che promuovono la difesa dell'interesse nazionale a detrimento di bisogni che possono essere più urgenti in altri paesi.
La propaganda dei media ci bombarda costantemente con appelli alla responsabilità individuale dei cittadini al fine di prevenire il collasso dei sistemi sanitari che, in molti paesi, mostrano segni di esaurimento (sfinimento dei lavoratori, mancanza di materiale e risorse tecniche, ecc.) La prima cosa da denunciare è che ci troviamo di fronte alla cronaca di un disastro annunciato. E non a causa dell’” irresponsabilità" dei "cittadini" ma a causa di decenni di tagli alla spesa sanitaria, del numero di operatori sanitari e dei budget per la manutenzione degli ospedali e della ricerca medica[9]. Così, ad esempio, in Spagna, uno dei paesi più vicini a questo "collasso" che noi siamo chiamati a evitare, la successione dei piani di riduzione ha portato la scomparsa di 8000 letti ospedalieri[10], con letti di terapia intensiva inferiore alla media europea e con attrezzature in cattivo stato di conservazione (il 67% dei dispositivi respiratori ha più di 10 anni). La situazione è molto simile in Italia e Francia. Nel Regno Unito, che, come abbiamo ricordato all’inizio, era stato presentato come modello di assistenza sanitaria universale, negli ultimi 50 anni si è verificato un continuo deterioramento della qualità dell'assistenza, con oltre 100.000 posti vacanti di personale sanitario. E tutto questo accadeva già molto prima della Brexit!
E sono questi stessi operatori sanitari che hanno visto sistematicamente peggiorare le loro condizioni di vita e di lavoro, sottoposti a una pressione crescente per fornire assistenza (più pazienti e più malattie) con degli effettivi sempre più ridotti, e che ora soffrono per un'ulteriore pressione dovuta al collasso dei servizi sanitari a seguito della pandemia; quelli che chiedono applausi per il coraggio e l'altruismo di questi impiegati del servizio pubblico, sono gli stessi che li stanno portando allo sfinimento eliminando le pause regolamentari, trasferendole forzatamente da un posto di lavoro a un altro, facendoli lavorare - di fronte ad una pandemia di cui non conosciamo l'evoluzione - senza dispositivi di protezione individuale sufficienti (maschere, vestiari, attrezzature usa e getta), né formazione adeguata. Far lavorare gli operatori sanitari in queste condizioni li rende ancora più vulnerabili all'impatto stesso dell'epidemia, come abbiamo visto in Italia dove almeno il 10% di loro è stato infettato dal virus.
E per costringere i lavoratori a obbedire a queste richieste, ricorrono all'arsenale repressivo dello "stato di emergenza" minacciando ogni tipo di sanzione, multe e azione penale contro coloro che si rifiutano di eseguirle. Questi ordini e questa politica delle autorità sono stati, in molti casi, la causa diretta di un tale caos.
Di fronte a questa situazione, che impone al personale sanitario il "fatto compiuto" del disastroso stato della sanità, i lavoratori di questo settore sono anche costretti a essere coloro che devono applicare metodi vicini all'eugenetica, scegliere di dedicare le scarse risorse disponibili ai pazienti con maggiori possibilità di sopravvivenza, come abbiamo visto con le linee guida sostenute dall'associazione di anestesisti e medici di emergenza italiani[11], che caratterizza la situazione come quella di "stato di guerra”. In effetti, questa è davvero una guerra ai bisogni umani condotta dalla logica del capitale, in cui i lavoratori in questo settore soffrono sempre più di ansia perché devono lavorare in funzione di queste leggi disumane. L'ansia espressa da molti di questi lavoratori è il risultato del fatto che non possono nemmeno ribellarsi a tali criteri, né rifiutare di lavorare in condizioni indegne, né rifiutare nemmeno i sacrifici delle loro condizioni di vita, perché farlo, ad esempio attraverso gli scioperi, danneggerebbe gravemente i loro fratelli e sorelle di classe, il resto degli sfruttati. Non possono nemmeno incontrarsi, riunirsi con altri compagni, esprimere fisicamente solidarietà tra i lavoratori perché ciò contravviene ai protocolli di "dispersione sociale" richiesti dal contenimento dell'epidemia.
I nostri compagni nel settore sanitario non possono combattere apertamente nella situazione attuale, ma il resto della classe operaia non può lasciarli soli. In Italia emergono notizie di fabbriche e luoghi di lavoro in cui i lavoratori smettono di lavorare esigendo di uscire dai luoghi di lavoro e tornare a casa visto che sono stati decretati i confinamenti. Ci sono anche state proteste per chiedere che le imprese forniscano loro mezzi di protezione (mascherine, guanti, ecc.) per continuare a lavorare. Tutti i lavoratori sono vittime di questo sistema e tutti i lavoratori finiranno per pagare, prima o poi, i costi di questa epidemia. O a causa di tagli sanitari "non prioritari" (sospensione delle operazioni chirurgiche, consultazioni mediche, ecc.) o a causa delle decine di migliaia di annullamenti di contratti temporanei, o addirittura per la riduzione dei salari dovuta ai congedi per malattia, etc ... E accettare ciò significherebbe dare il via libera ai nuovi attacchi anti-operai ancora più brutali in preparazione. Dobbiamo quindi continuare ad affilare con rabbia l'arma della solidarietà operaia, come abbiamo visto di recente nelle lotte in Francia contro la riforma delle pensioni.
L'esplosione delle insormontabili contraddizioni del capitalismo nel cuore del sistema sanitario sono sintomi inequivocabili che segnano la senilità nella sua fase terminale e il vicolo cieco del sistema capitalista. Proprio come i virus colpiscono gli organismi più malandati causando episodi più gravi di malattia, il sistema sanitario è irreversibilmente alterato da anni di austerità e "gestione" basati non sui bisogni delle persone ma sulle esigenze di un capitalismo in crisi e in pieno declino. Lo stesso vale per l'economia capitalista, sostenuta artificialmente dalle costanti manipolazioni delle leggi capitaliste sul valore e dalla fuga in avanti del debito, rendendola così fragile che un'epidemia la potrebbe sprofondare in una nuova recessione mondiale più brutale.
Ma il proletariato non è solo la vittima di questa catastrofe per l'umanità che è il capitalismo. È anche la classe che ha il potenziale e la capacità storica di sradicarla definitivamente dalla sua lotta, sviluppando la sua riflessione cosciente, la sua solidarietà di classe. Solo la sua rivoluzione comunista può e deve sostituire le relazioni umane basate sulla divisione e sulla competizione con quelle basate sulla solidarietà. Organizzando la produzione, il lavoro, le risorse dell'umanità e della natura sulla base dei bisogni umani e non sulla base delle leggi del profitto di una minoranza di sfruttatori.
Valerio (13 marzo 2020)
[1] Macron in Francia, Conte in Italia fanno hanno fatto discorsi odiosamente ipocriti sull'"eccellenza del sistema sanitario che sarebbe gratuito e accessibile a tutti, e hanno elogiato l'abnegazione degli operatori sanitari. La risposta in Francia è stata immediata: in tutte in rete sono apparse numerose foto di infermieri, assistenti sanitari e medici che brandiscono un cartello indirizzato al presidente Macron: "Voi potete contare su di noi! Il contrario non è ancora stato dimostrato!"
[2] E’ chiaro che impedire gli spostamenti o restare a casa sono mezzi che sono imposti dalla necessità di impedire la progressione dei contagi. Però la forma con cui vengono imposte (con quasi nessun aiuto per la cura dei bambini o degli anziani da parte dello Stato, e in forma selettiva - non toccano per esempio il lavoro nelle fabbriche - e sviluppando una vera e propria schedatura della popolazione da parte della polizia) porta il marchio del modus operandi del totalitarismo statale capitalista. Nei prossimi articoli torneremo anche sull'impatto di queste azioni sulla vita quotidiana degli sfruttati di tutto il mondo
[3] Vedi: La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo, https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo [13] e il Rapporto sulla decomposizione oggi, del 22° Congresso della CCI, https://it.internationalism.org/content/1504/rapporto-sulla-decomposizione-oggi-22deg-congresso-della-cci-maggio-2017 [14]
[5] Cercando cause oggettive alle infezioni e non religiose o fantastiche (i 4 umori, per esempio), cercando di avere un approccio materialista all’anatomia e alla fisiologia umane, ecc.
[6] Vedi l’articolo della nostra Rivista Internazionale sulla nascita dell’Internazionale Comunista: https://it.internationalism.org/content/1478/linternazionale-dellazione-rivoluzionaria-della-classe-operaia [17]
[7] [6] Risoluzione sulla situazione internazionale –crisi del 23° congresso della CCI, Risoluzione sulla situazione internazionale (2019): conflitti imperialisti, vita della borghesia, crisi economica [18] (punto 11).
[8] Come per esempio il ruolo di trasmettitore intermedio delle civette, che portò all’eliminazione fulminea di questi animali in Cina, cosa che arrestò rapidamente la diffusione della malattia.
[9] In Francia, ad esempio, sono iniziate le ricerche sulla famiglia dei coronavirus a seguito dell'epidemia del 2002-2003, interrotta bruscamente nel 2005 a causa di tagli al bilancio.
[10] Questa tendenza è una dinamica che può essere vista in tutti i paesi e sotto i governi di tutti i colori politici, come si può vedere in questo grafico gráfico de Euroestat [19]
[11] Raccomandazioni UCI en Italia.
Da diversi mesi, la regione di Idlib, nel nord della Siria, è stata devastata dalle forze di Bashar El Assad e dall’esercito russo. Quasi tre milioni di civili (di cui un milione bambini) sono intrappolati in quest’ultimo avamposto della ribellione[1]. Come per Aleppo e per il Ghouta orientale, il regime di Assad sta cercando di riconquistare questa regione attraverso il terrore e la politica della terra bruciata. Gli aerei russi stanno bombardando indiscriminatamente condomini, edifici pubblici come scuole e ospedali, mercati e campi. Secondo le Nazioni Unite più di mille persone sono morte dalla fine di aprile 2018 e quasi un milione sta cercando di sfuggire al massacro, affamati, senza una casa, sottoposti alle temperature glaciali dell’inverno. In questo scenario di barbarie e caos, le popolazioni rassegnate hanno una sola via d’uscita: fuggire per salvare la pelle. Dirigersi verso il confine turco o cercare di raggiungere la frontiera greca, la porta più vicina per entrare in Europa.
Solo qui la frontiera tra Siria e Turchia è ora chiusa. Mentre dal 2015 lo stato turco svolge un servizio ben pagato per le democrazie europee accogliendo i flussi di rifugiati che gli europei si sono rifiutati di gestire, trattandoli come degli appestati, l’offensiva turca nel nord della Siria ha ora cambiato la situazione. I tre milioni di abitanti di Idlib sono ora diventati ostaggi, prigionieri delle potenze imperialiste della regione. Come abbiamo visto, la Turchia e la Russia e il loro vassallo, la Siria di Hassad, sono capaci di tutto, compreso il salasso d’intere regioni, terrorizzando le popolazioni e massacrandole per soddisfare i loro appetiti rapaci. Oggi la regione di Idlib è diventata un macabro gioco da tavolo per l’imperialismo, una regione che il capitalismo moribondo ha disseminato di miseria e morte.
I migranti, “merci” da vendere o da smaltire
Se Erdogan si rifiuta di accogliere i nuovi esiliati, egli vuole anche sbarazzarsi dei tre milioni e mezzo già presenti in Turchia. Per lui e il suo regime, queste persone non sono altro che oggetti venduti all’asta, degli ostaggi da usare come merce per soddisfare le loro ambizioni politiche. Sul piano interno, i migranti sono già oggetto di una disgustosa campagna di denigrazione volta a restituire popolarità dell’AKP all’interno della popolazione turca. Ma è soprattutto a livello imperialista che i rifugiati hanno il loro “valore”, dal momento che vengono utilizzati per ricattare le potenze dell’UE. Per mesi Erdogan ha minacciato di aprire i confini occidentali del paese per costringere le potenze europee a sostenere la sua campagna militare nel nord della Siria e a dargli un aiuto finanziario. Il 28 febbraio ha messo in atto le sue minacce e decine di migliaia di rifugiati hanno cercato, con enormi rischi, di entrare in Europa attraverso la Grecia, nonostante il rifiuto categorico delle autorità greche, sostenute in questa scelta dalle grandi democrazie dell'UE. Almeno 13.000 rifugiati si trovano ormai ammassati alla frontiera, in preda alla crudeltà di tutte le parti. Altri stanno cercando di raggiungere per mare le isole di Chios o Lesbo dove li attendono le stesse condizioni: ammassati, ammucchiati e isolati come animali, in mancanza di acqua, riscaldamento, cibo e igiene la più elementare. A Lesbo, nel campo di Moria, progettato per contenere 2.300 persone, ne sono ammassate 20.000 dietro il filo spinato. Il quotidiano la Repubblica ci fornisce questa abominevole descrizione: “I primi a soccombere sono i bambini. Qui non c’è nulla per loro, nemmeno letti, servizi igienici o luce. Qui c'è solo fango, freddo e l’attesa. Un purgatorio assurdo ed esasperante. Al punto che, giorno dopo giorno, via via che la speranza di raggiungere l’Europa si allontana all’orizzonte, non resta altro da fare ai più fragili che tentare il suicidio (...) ma poiché hanno paura, raramente riescono ad andare fino in fondo. Di tanto in tanto, un adulto bussa alla porta della clinica in fondo alla collina, portando tra le braccia un bambino con segni molto eloquenti sul suo corpo. Tutti sanno cosa è avvenuto. Tra qualche mese ci riproverà”. Dopo oltre tre quarti di secolo da Auschwitz si ripete la stessa spaventosa realtà per quelle popolazioni che il capitalismo giudica “indesiderabili”.
Quelli che cercano di raggiungere questo “Eldorado” vengono fermati con la massima violenza e brutalità dalle autorità greche. Si sono viste immagini insopportabili e rivoltanti della guardia costiera greca che cercava di affondare un gommone gonfiabile pieno di migranti e di allontanarli sparandogli addosso. Nella regione di Evros, la polizia e l’esercito pattugliano la zona e i 212 chilometri di frontiera sono invalicabili. I migranti che cercano di attraversarla si imbattono in gas lacrimogeni e persino in proiettili veri che, secondo informazioni interne alla Turchia, avrebbero provocato morti e feriti. Gli arrestati vengono picchiati, spogliati, umiliati e rispediti al punto di partenza. Pensando di essere a pochi metri dal “paradiso”, si trovano di fronte alla crudele realtà della fortezza Europa, per la quale essi sono solo dei rifiuti, degli animali randagi cui nessuno Stato vuole dare una mano. Con un cinismo incredibile e un’ipocrisia senza limiti, ogni Stato incolpa l’altro, ma tutti hanno lo stesso obiettivo: il rifiuto categorico di accogliere queste popolazioni vittime della barbarie provocata dalle potenze imperialiste[2].
L’ipocrisia delle democrazie di fronte all’ondata migratoria
Poco dopo che il regime turco aveva annunciato l’apertura delle porte ai migranti verso l’Europa, la reazione dei principali Stati dell’UE è stata chiara: tutti i rappresentanti della borghesia europea hanno gridato contro la politica “inaccettabile” di Erdogan (Angela Merkel). Il capo del governo austriaco Sebastian Kurz, eletto specificatamente sulla base della sua politica contraria alle immigrazioni, ha fatto finta di preoccuparsi per “questi esseri umani usati per fare pressione sull’UE”.
Le grandi democrazie europee possono anche usare le frasi più compassionevoli, possono attribuire tutta la responsabilità ai loro rivali russi e turchi, ma la realtà della politica migratoria europea rivela la loro ignobile ipocrisia. È la “madrepatria dei diritti dell’uomo” che ha meglio espresso le reali intenzioni degli Stati dell’UE: “L’Unione europea non si arrenderà a questo ricatto, le frontiere della Grecia e lo spazio di Schengen sono chiusi e faremo in modo che restino chiusi, che sia chiaro”, ha dichiarato categoricamente Jean-Yves Le Drian, il ministro francese per gli Affari esteri. Così, milioni di persone possono morire di fame e di freddo: gli Stati europei non faranno nulla per loro, se non rendere ancora più difficile la loro situazione rafforzando il sigillo ermetico sul confine greco. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha garantito che “tutto l’aiuto necessario” sarebbe stato fornito allo Stato greco. L’agenzia Frontex ha già inviato rinforzi di polizia e 700 milioni di euro a tal fine. L’intransigenza dei leader europei riflette anche il loro desiderio di tagliare l’erba sotto i piedi dei governi e dei movimenti populisti che non esiteranno a usare questo nuovo esodo a proprio beneficio.
Le potenze europee possono anche provare a farsi passare per vittime del malvagio manipolatore Erdogan e a versare lacrime di coccodrillo sulla sorte dei migranti, sostenendo che non possono far nulla, ma sono tutte responsabili di ciò così come lo sono per aver permesso che centinaia di migliaia di persone morissero sotto le bombe russe, ai proiettili greci o al cinismo turco.
Le loro vomitevoli tirate sui diritti dell’uomo e la loro falsa indignazione sono solo una cortina di fumo per nascondere le loro politiche anti-migranti. I respingimenti, la caccia agli immigrati e lo smantellamento di campi profughi, la costruzione di muri e di recinzioni di filo spinato, la militarizzazione delle frontiere e l’aumento delle misure amministrative e dei criteri d’accesso ai territori, tutte queste misure sono anzitutto istituite e messe in opera con il massimo rigore dagli Stati democratici[3], ovvero là dove la dittatura del capitale si esprime nella maniera più perversa e cinica. Le democrazie occidentali, di sinistra o di destra, non sono solo dei complici, ma fanno subire esattamente gli stessi maltrattamenti ignobili, degradanti e indegni dei “cattivi” della storia, come Erdogan, Putin e consorti, ma con una spolverata d’ipocrisia in più.
La barbarie e il caos sono tutto ciò che il capitalismo ha da offrire
Dopo che una trentina di soldati turchi sono stati uccisi in un attacco condotto dalle truppe di Assad, suscitando timori per un’escalation delle tensioni, Mosca e Ankara hanno firmato un cessate il fuoco il 5 marzo. Questa è una farsa cui nessuno può credere poiché le ambizioni di entrambi i poteri possono solo spingerli verso ulteriori scontri. Non esiste alcun segnale di stabilizzazione in Medio Oriente. Il continuo ritiro degli Stati Uniti e, di conseguenza, della Francia e della Germania, comporta una serie di pericoli di cui la popolazione civile, come sempre, sarà la prima vittima. È innegabile che Assad sia ben deciso a riconquistare l’intero territorio che possedeva prima del 2011. Per questo, non esiterà a versare il sangue di centinaia di migliaia di persone innocenti. Tanto più che Putin, l’unico in grado di assecondare le ambizioni del “macellaio di Damasco”, non sembra essere completamente contrario a questo obiettivo. Ma allo stesso tempo il capo del Cremlino ha interesse a mantenere relazioni cordiali con Erdogan per fare pressione sulla NATO e mantenere la sua preziosa base navale a Tartus, nella parte occidentale della Siria. Da parte sua, la Turchia ha campo libero per spazzare via i Curdi, negando loro il mantenimento dell’autonomia del loro territorio nel nord, per paura che questa possa servire da punto di appoggio alle rivendicazioni nazionaliste dei Curdi della Turchia. Lo scorso ottobre, dopo violente battaglie, la Turchia è riuscita a stabilire una “zona di sicurezza”, rompendo la continuità territoriale del Rojava. Se dunque finora la presenza americana dava una garanzia di protezione ai Curdi, la partenza delle truppe statunitensi dalla Siria segna probabilmente il loro mandato di morte.
Questo è tanto più vero che le potenze europee, come Francia e Gran Bretagna, hanno perso molto terreno e non sono più veramente in grado di perseguire la loro strategia di lotta contro Daesh e il regime di Assad attraverso un gioco di alleanze con i ribelli e i Curdi. Pertanto, tutti gli elementi sono oggi riuniti per nuovi massacri che creeranno ancora milioni di rifugiati.
Quello che sta accadendo al confine tra Turchia e Grecia non è un’eccezione, ma un’illustrazione tra tante dell’orrore che il capitalismo agonizzante fa pesare su centinaia di milioni di persone. Le moltitudini di migranti africani alla frontiera marocchina, l’inferno vivente in Libia[4] o la situazione in America Latina tra Messico e Stati Uniti rappresentano situazioni del tutto simili. Tutti sono in fuga da guerre, violenze, criminalità e disastri ecologici. Oggi, oltre sette milioni di persone si trovano nella situazione di esiliati che lottano per sopravvivere. Essi fuggono la barbarie del capitale, ma sono le pedine e le vittime delle borghesie nazionali che non cessano di giocare con loro e di strumentalizzare la “questione dei migranti” per i loro sinistri interessi imperialisti.
Vincent, 8.3.20
[1] I ribelli contro il regime di Assad sono solo una fazione rivale all’interno della borghesia siriana, ma sono usati dagli Stati Uniti, dall’Arabia Saudita, dalla Turchia e da altre potenze imperialiste come pedine a difesa dei loro interessi imperialisti.
[2] Vedi per esempio Bombardamenti in Siria: l'intervento delle grandi potenze amplifica il caos [20], ottobre 2015.
[3] Vedi sulle nostre pagine francesi : Le “droit d’asile”: une arme pour dresser des murs contre les immigrés [21], luglio 2019.
[4] Vedi a tale proposito l’articolo Guerra, terrore e schiavitù moderna in Libia [22], novembre 2019.
In Gran Bretagna la propaganda della borghesia sulla pandemia di Covid-19 ha una serie di temi, ma nessuno tanto ripetuto e falso come quello del "Siamo tutti coinvolti in questo", "Siamo tutti sulla stessa barca". Il primo ministro Boris Johnson è arrivato persino a rifiutare una pietra miliare del Thatcherismo e a dire: "Una cosa che credo la crisi del coronavirus abbia già dimostrato è che esiste davvero una cosa come la società". In realtà, mentre chiunque può contrarre il virus, compreso Johnson, il Segretario della Sanità, il Responsabile Capo della Sanità, e il Principe Carlo, la società di classe rimane e la crisi si ripercuote pesantemente sul servizio sanitario, sulla vita politica della borghesia, sull'economia e sul proletariato, ma in modo molto diverso. La pandemia è un disastro per l'economia, aumenterà il disorientamento della classe operaia e peggiorerà le sue condizioni di vita. In più, ha stimolato la propaganda per l'unità nazionale con la quale la borghesia cercherà di cavarsela addossando tutta la colpa al Covid-19. L'unica cosa su cui non può farla franca è la responsabilità della classe dirigente nell’aver lasciato che il coronavirus si diffondesse tra la popolazione. Non ci sono statistiche affidabili perché sono stati fatti pochissimi test ma sicuramente sono state colpite molte più persone di quante ne mostrino le cifre ufficiali. La responsabilità è della borghesia e già si prevede che la Gran Bretagna avrà il maggior numero di morti in Europa, nonostante l'allarme preventivo ricevuto dai morti in Cina, Iran, Italia e Spagna.
Il Servizio Sanitario Nazionale (NHS, National Health Service) non è stato in grado di far fronte allo sviluppo della crisi in atto. Già a gennaio la rivista medica The Lancet diceva: "I piani di emergenza dovrebbero essere pronti per un impiego con breve preavviso, compresa la messa in sicurezza delle catene di fornitura di prodotti farmaceutici, dei dispositivi di protezione individuale, delle forniture ospedaliere e delle risorse umane necessarie per affrontare le conseguenze di un'epidemia globale di questa portata" (20/1/20). Questo non è stato fatto e l'editore del Lancet ha attaccato questo fallimento "Ha fallito, in parte, perché i ministri non hanno seguito il consiglio dell'OMS di 'testare, testare, testare' ogni caso sospetto. Non hanno isolato e messo in quarantena. Non hanno fatto una tracciatura dei contatti. Questi principi di base della sanità pubblica e del controllo delle malattie infettive sono stati ignorati, per ragioni che rimangono oscure. Il risultato è stato il caos e il panico in tutto il servizio sanitario nazionale (NHS)". E per quanto riguarda le misure che sono state messe in atto "Questo piano, concordato troppo tardi nel corso dell'epidemia, ha lasciato l’NHS del tutto impreparato all'impennata di pazienti in situazione critica o gravemente malati che arriverà presto" (27/3/20).
Le carenze dell’NHS non sono una novità. Negli ultimi 30 anni il numero di letti d'ospedale è sceso da 299.000 a 142.000. La Germania ha 621 posti letto ospedalieri ogni 100.000 persone, mentre la Gran Bretagna ne ha 228 ogni 100.000. La Germania ha 28.000 posti letto per la terapia intensiva – che presto saranno raddoppiati - rispetto ai 4.100 della Gran Bretagna. In Gran Bretagna un posto di infermiere su otto è vacante. Tra i paesi sviluppati la Gran Bretagna è al penultimo posto per medici e infermieri per abitante, con rispettivamente 2,8 e 7,9 ogni 1.000 abitante.
Una domanda che viene posta frequentemente è: “Come mai la Germania può fare 500.000 test a settimana, ma il Regno Unito non può farne nemmeno 10.000 al giorno?” C'è una tempesta crescente su questo aspetto, poiché diventa sempre più chiaro quanto sia mal preparato il servizio sanitario. Inoltre, la questione dei dispositivi di protezione individuale (DPI) è diventata una delle principali preoccupazioni per gli operatori sanitari e sociali. Non si tratta solo della mancanza di fornitura, ma anche della qualità dei DPI da indossare quando si curano i pazienti Covid. Inizialmente il servizio sanitario nazionale utilizzava i DPI raccomandati dall'OMS ma poi ha cambiato seguendo dei propri criteri, il che ha portato a una diffusa diffidenza. C'è anche lo scandalo dei DPI inviati dalla Gran Bretagna in Cina all'inizio dell'epidemia, nonostante che le forniture in Gran Bretagna fossero seriamente limitate.
E la conversione dei centri espositivi di Londra e Birmingham in ospedali temporanei, il ritorno degli operatori sanitari in pensione, insieme ai volontari che svolgeranno compiti non medici, dimostrano ulteriormente le carenze dell’NHS.
La mancanza di efficacia del servizio sanitario era nota da tempo. Nel 2016 il governo organizzò un'esercitazione di 3 giorni (Exercise Cygnus) per vedere come gli ospedali, le direzioni sanitarie e altri vari enti governativi sarebbero stati preparati ad affrontare una pandemia di influenza respiratoria per sette settimane. L’NHS non ha superato il test e il rapporto non è mai stato pubblicato. Il Daily Telegraph (28/3/20) ha descritto i risultati dell'esercitazione: "Il picco dell'epidemia non era ancora arrivato, ma i forum locali sulla resilienza, gli ospedali e gli obitori di tutto il paese erano già sopraffatti. Non c'erano abbastanza dispositivi di protezione individuale (DPI) per i medici e gli infermieri della nazione. Il servizio sanitario nazionale stava per "crollare" a causa della carenza di ventilatori e di letti per i malati critici. Gli obitori erano pronti a traboccare ed era diventato terribilmente evidente che la messaggistica d'emergenza del governo non riusciva a raggiungere il pubblico". Tra le ragioni addotte per non pubblicare il rapporto c'era il fatto che i risultati erano "troppo terrificanti" e c'erano preoccupazioni "di sicurezza nazionale".
Tra le carenze individuate vi era la mancanza di letti per la terapia intensiva e di DPI, ma le misure di austerità del governo hanno impedito qualsiasi azione in proposito. Sebbene il rapporto non sia stato pubblicato, le sue implicazioni sono state prese in considerazione da diversi organismi, come ad esempio il fatto che se i vertici del NHS non fossero stati in grado di operare, sarebbero stati chiamati i militari a coordinare il sistema sanitario. Infatti, a mano a mano che il servizio sanitario nazionale diventa sempre più stiracchiato, le risorse militari e quelle dei volontari vengono rapidamente utilizzate per far fronte alle difficoltà. Va anche detto che non è solo l’NHS ad essere in difficoltà, ma l'intero sistema di assistenza sociale è messo a dura prova. Il fatto che il numero di decessi nelle case di cura per anziani sia stato enormemente sottovalutato dimostra che non è solo il servizio sanitario nazionale, ma tutta una serie di istituzioni che sono al punto di rottura.
Mentre la classe dirigente della maggior parte dei paesi ha risposto in modo simile alla crescente pandemia, la Gran Bretagna, pur non comportandosi come Trump negli Stati Uniti o Bolsonaro in Brasile, ha agito diversamente. Come dice un articolo dell'Observer (15 marzo 2020): "Piuttosto che imparare da altri Paesi e seguire i consigli dell'OMS, che provengono da esperti con decenni di esperienza nell'affrontare le epidemie in tutto il mondo, il Regno Unito ha deciso di seguire la propria strada. Questa sembra accettare il fatto che il virus è inarrestabile e che probabilmente diventerà un'infezione annuale e stagionale. Il piano, come spiegato dal capo consulente scientifico, è quello di lavorare per "l'immunità del gregge", che consiste nel far sì che la maggior parte della popolazione contragga il virus, sviluppi anticorpi e poi ne diventi immune".
L'idea che la Gran Bretagna potesse andare avanti da sola, con i “propri” esperti, ignorando le linee guida dell'OMS è propria dell’ideologia del governo Brexit. In particolare l’idea che il Covid-19 dovesse essere lasciato liberato di agire per sviluppare una "immunità del gregge" tra i sopravvissuti, a spese di quelli che sarebbero morti. Questo cinico approccio avrebbe dovuto proteggere l'economia e se molti pensionati fossero morti… beh "peccato"! Detto o no esplicitamente questo è in sintesi l'atteggiamento di chi è al governo.
Il governo, guidato dai suoi esperti scelti, ha avuto una politica di “sopravvivenza del più forte”, che sarebbe stata una condanna a morte per i più vulnerabili, i vecchi, i sovrappeso e quelli con condizioni mediche difficili. A febbraio Johnson ha criticato la "bizzarra retorica autarchica" e difeso "il diritto delle popolazioni della Terra di comprare e vendere liberamente tra loro". Tuttavia, dopo che un rapporto dell'Imperial College ha suggerito che la politica del governo avrebbe significato 250.000 morti, il governo ha fatto marcia indietro. Il 16 marzo Johnson è apparso in televisione dicendo che tutti i contatti non essenziali con gli altri dovevano cessare e che le persone dovevano dal quel momento restare a casa. Il fatto che elementi vicini al governo dicessero poi che meno di 20.000 morti sarebbe stato "un ottimo risultato" per il Regno Unito dimostra come la borghesia stesse ancora giocando con la vita della gente, come se fosse tutto un macabro sport.
I critici della politica del governo hanno attribuito questo alla specifica negligenza dei Conservatori, senza alcun riconoscimento del fatto che la risposta della borghesia internazionale è stata inadeguata e sopraffatta, a prescindere da ciò che è stato detto in elogio alla Germania, alla Corea del Sud, ecc. Con il passare del tempo la risposta dello Stato britannico è diventata più simile a quella di altri Paesi. Tuttavia il populismo ha ancora la sua influenza. Per esempio, il Regno Unito era in trattative con l'UE per l'acquisto di 8.000 ventilatori, ma ha fatto marcia indietro perché (ha detta di un portavoce del Primo Ministro) il Regno Unito "non ne è più membro" e sta "facendo gli sforzi per proprio conto".
In seguito l'UE è stata accusata di un "problema di comunicazione". Le implicazioni di tutto questo si vedranno presto. Per i vecchi e per quelli con problemi sanitari preesistenti, l'approccio della borghesia, alla luce della mancata produzione di ventilatori, sarà quello di curare i giovani e lasciar perdere il resto.
Molti di questi stessi critici dell'indubbia complicità e arroganza del governo nell'attuale crisi, ci invitano a concentrare l'attenzione sul governo Tory appena eletto, così come sui suoi predecessori di destra. Ma dimenticano il ruolo storico e continuo della “Leale Opposizione a Sua Maestà”, il Partito Laburista, nel ridurre i "servizi pubblici", per esempio espandendo notevolmente la politica dell'Iniziativa di Finanza Privata che ha prosciugato circa 80 miliardi di sterline dalle risorse del Sistema sanitario nazionale tra il 1997 e il 2010, che rappresentano fino a un sesto dei bilanci delle autorità sanitarie locali (Trust), lasciando i debiti da pagare fino al 2050.
Nonostante tutto l'antagonismo passato di Johnson/Cummings nei confronti della funzione pubblica è chiaro che il ruolo dello Stato è stato accettato in questo periodo di crisi, con l’insieme delle misure adottate. Lo slogan "Proteggere il servizio sanitario nazionale" è stato propagandato da tutti e, allo stesso tempo, si fa ricadere la colpa sugli "individui egoisti" per aver fatto scorta di cibo, disinfettante per le mani o rotoli di carta igienica, o per essere andati al lavoro anche se non essenziale, o per aver fatto troppo esercizio fisico all’aperto. Cosi come, con la campagna di guerra al lavoro nero, gli attacchi ai piccoli approfittatori servono a distogliere l'attenzione dal vero colpevole - la classe capitalista.
Un qualcosa di “straniero” che la borghesia britannica ha fatto proprio sono gli applausi per gli operatori sanitari facendone una indicazione istituzionale: applausi ogni giovedì alle ore 20. Non costa nulla e si aggiunge alla campagna "Proteggi il Servizio sanitario nazionale". Ma cosa è questo servizio sanitario da proteggere? La sua inadeguatezza è stata evidente fin dall'inizio. Il personale viene trattato con disprezzo non fornendo alcuna protezione, i ventilatori mancano, così come i DPI, i test, ecc. questo è il servizio che il Sistema sanitario nazionale è in grado di fornire. Il fatto che il governo abbia dovuto fare appello ai volontari ne è una ulteriore dimostra dimostrazione. Quando 750.000 persone hanno risposto alla chiamata, sono state accolte dalla stampa popolare lodandole per la loro umanità: "Un esercito popolare di generosità", "una nazione di eroi", "un esercito di cuori buoni". Da parte dei volontari è senza dubbio l'espressione di un desiderio di dare aiuto nel momento del bisogno. In pratica, la necessità di attingere alle risorse dell'esercito e alle masse di volontari dimostra che quello che si vuole proteggere è solo il mito del Servizio sanitario nazionale. Non ci sono eroi, ma solo una forza lavoro pesantemente sovraccaricata che è costretta a lavorare in condizioni disperatamente inadeguate.
Mentre in altri paesi si è fatto ricorso all'immagine della guerra, in Gran Bretagna si rievoca lo spirito del Blitz durante la seconda guerra mondiale[1]. Il Regno Unito è sotto attacco da un nemico invisibile e tutti devono "fare la loro parte". Sia che si tratti del Servizio sanitario nazionale, del volontariato, di fare altri lavori essenziali o semplicemente di stare a casa, dobbiamo essere tutti uniti... dietro la borghesia che è responsabile di migliaia di tragedie.
Con la chiusura di tutte le attività non essenziali e la popolazione che deve rimanere a casa, ogni sorta di impresa si trova ad affrontare il fallimento e i lavoratori di fronte alla disoccupazione cercando di rivendicare sovvenzioni, pagare l'affitto e provvedere al pagamento dei debiti già accumulati. Le previsioni per l'aumento della disoccupazione sono di 1,4 milioni di persone in più, per un totale di 2,75 milioni entro giugno.
Per quanto riguarda il PIL, la Nomura Bank International UK prevede che ci sarà un crollo del 13,5%, altri del 15%. Il governo ha stanziato l'enorme somma di 266 miliardi di sterline quest'anno per affrontare tutte le eventualità derivanti da Covid-19. Questo potrebbe significare un debito di almeno 200 miliardi di sterline e il tasso di indebitamento del Regno Unito potrebbe raggiungere i 2.000 miliardi di sterline entro 12 mesi, cosa che il bilancio dell'11 marzo non si aspettava fino al 2025. Questo livello di indebitamento, equivalente al 9 per cento del PIL, spazzerebbe via quasi tutte le riduzioni del debito dell'ultimo decennio di austerità.
L'Office for Budget Responsibility ha ipotizzato che l'economia del Regno Unito potrebbe ridursi del 35% questa primavera, con la disoccupazione al 10% e, con il debito pubblico che cresce ai tassi più veloci dalla seconda guerra mondiale, il debito crescerà oltre il 100% del PIL. E’ stata prevista la recessione più profonda degli ultimi 300 anni.
La Banca d'Inghilterra ha tagliato i tassi di interesse per due volte, fino ad un tasso marginale dello 0,1%. Il programma di agevolazione quantitativo della Banca, che fondamentalmente significa stampare denaro per stimolare l'economia, è stato esteso a 645 miliardi di sterline.
L'intervento dello Stato nell'economia non è una sorta di "svolta a sinistra", come sostengono quelli di sinistra, ma la risposta inevitabile del capitalismo ad ogni svolta della crisi economica. Tra le misure adottate dal governo troviamo:
- Il governo coprirà l'80% delle spese salariali dei datori di lavoro per mantenere i dipendenti, fino a 2.500 sterline al mese.
- Accordi simili per i lavoratori autonomi
- Differimenti delle fatture IVA del valore di 30 miliardi di sterline
- Aumento di 7 miliardi di sterline delle prestazioni sociali
- Aumento di 1 miliardo di sterline dell'assistenza abitativa per aiutare gli inquilini
- Uno incentivo di bilancio di 30 miliardi di sterline, di cui 2 miliardi direttamente per la lotta contro i coronavirus, con più soldi per il Sistema sanitario nazionale
- Garanzie sui prestiti garantiti dal governo per un valore di 330 miliardi, pari al 15% del PIL
- Pacchetto da 20 miliardi di sterline per le aziende, inclusi 12 mesi di ferie per tutte le aziende del settore della vendita al dettaglio, del tempo libero e dell'ospitalità, e sovvenzioni in contanti fino a 25.000 sterline per le piccole imprese;
- Sospensione ipotecaria di tre mesi per i proprietari di casa;
- Divieto di sfratto di tre mesi per gli inquilini.
Questo è solo l'inizio. Il governo Johnson aveva già iniziato un regime di spesa che non era stato valutato in termini di costi; ora si stanno aggiungendo tutta una serie di misure. L'economia sta subendo un duro colpo, senza sapere dove verranno presi questi soldi. Quello che è certo è che sarà la classe operaia a pagarne le spese. Quale che sia la forma che prenderanno le misure attuali, le misure di austerità degli ultimi 10 anni sembreranno insignificanti al confronto. Ma mentre è stato possibile dare la colpa degli attacchi precedenti ai "banchieri" e al "neoliberismo", gli attacchi futuri saranno attribuiti all'impatto della pandemia.
Va detto che il lavoro - e lo sfruttamento - non è cessato in GB. Gli ospedali e le case di cura sono diventati come fabbriche che devono far fronte ad un'accelerazione della domanda per i loro servizi. Le vittime del virus sono state numerose tra i lavoratori del trasporto pubblico e gli autotrasportatori continuano a portare rifornimenti. Nei centri di distribuzione di cibo e abbigliamento ci sono state proteste contro l’insufficiente protezione. Al personale del Ministero della Difesa – nella regione del Clyde e altrove - è stato chiesto di tornare alle postazioni di lavoro "igienizzate" con solo 2 metri di "nastro distanziatore" come protezione in nome della "sicurezza nazionale", mentre il personale dei supermercati è salutato come "fieri proletari patriottici" che fanno la loro parte per la Regina e il Paese.
Tuttavia, dal punto di vista della sopravvivenza immediata, diversi milioni di lavoratori hanno poche alternative se non seguire le direttive di restare a casa e, quando sono fuori, di praticare il "distanziamento sociale". Ma allo stesso tempo queste condizioni fungono da grande barriera allo sviluppo di qualsiasi resistenza aperta al sistema. Questa nebulizzazione forzata per milioni di persone va di pari passo con il presentare come eroi quelli che lavorano nella sanità. Mentre l'associazione fa parte della condizione della classe operaia, attualmente gran parte della forza lavoro è bloccata a casa, soggetta alla propaganda mediatica 24 ore su 24. Ci viene continuamente detto che è tutta colpa di un coronavirus, non di qualcosa che deriva dalla decomposizione di un modo di produzione in declino da più di un secolo.
È comprensibile che i lavoratori siano presi dalla preoccupazione per aspetti immediati. Devo muovermi? Dove posso trovare da mangiare? Come faccio a mantenere la distanza tra me e gli altri che potrebbero essere portatori? Se sono licenziato, da dove arriveranno i soldi?
L’Universal Credit è la sovvenzione da richiedere, ma le richieste hanno sopraffatto il Dipartimento per il Lavoro e le Pensioni (DWP). In due settimane 950.000 lavoratori hanno fatto domanda. I lavoratori hanno chiamato il DWP fino a 100 volte senza poter parlare con nessuno. La stragrande maggioranza non è riuscita a ottenere la sovvenzione per il volume della richiesta. E per chi ci riesce c'è un'attesa di almeno cinque settimane.
Nei sondaggi 1,5 milioni di persone dicono di non riuscire a procurarsi cibo a sufficienza, e 3 milioni di aver dovuto prendere in prestito denaro a causa del cambiamento della propria situazione economica causato dalla crisi.
Tutto questo, in una situazione di isolamento sociale, renderà nell’immediato più difficile per i lavoratori sviluppare una risposta collettiva. Aumenterà il senso di atomizzazione e creerà un ostacolo alla percezione di appartenere ad una classe. Al contrario, ci stiamo trasformando in un esercito di individui che chiedono credito allo Stato capitalista.
È normale che tutte queste preoccupazioni dei lavoratori vengano prima di tutto, prima della riflessione sulla natura della crisi sociale o sulla necessità di rovesciare il capitalismo. E la sinistra esiste proprio per contribuire al disorientamento della classe operaia. Il SWP[2], per esempio, critica Corbyn, il Labour Party e il TUC[3] per aver espresso il loro accordo con le misure del governo, chiedendo allo stesso tempo che lo Stato "prenda in consegna i servizi essenziali dai padroni privati per assicurarsi che le persone ottengano ciò di cui hanno bisogno". C'è anche il tentativo di identificare le persone come responsabili, come nel caso di Alan Thornett (di Socialist Resistance) che ha detto che "la profondità e la gravità della crisi che stiamo per affrontare in Gran Bretagna è stata creata a Westminster da Boris Johnson e Dominic Cummings". Altri hanno chiesto le dimissioni del segretario alla Sanità, Matt Hancock. Cercare un colpevole tra la classe dirigente - come se la sostituzione di alcuni di questi "leader" cambiasse qualcosa - serve solo a distogliere la riflessione dalla crisi di fondo del capitalismo come sistema mondiale.
Il capo della Croce Rossa Internazionale ha detto che, poiché milioni di persone hanno visto diminuire il loro reddito o dipendono dai sussidi statali, mancano poche "settimane" al "disordine civile". Ha detto che i disordini stanno per "esplodere da un momento all'altro", dato che le più grandi città europee stanno lottando con i bassi o inesistenti redditi a causa della pandemia. "Questa è una bomba sociale che può esplodere da un momento all'altro, perché non hanno modo di avere un reddito". "Nei quartieri più difficili delle maggiori città temo che tra qualche settimana avremo problemi sociali". In Gran Bretagna, ci sono state alcune lotte sulla sicurezza sul lavoro, in particolare scioperi selvatici dei lavoratori postali preoccupati per la sicurezza in Scozia e sia nel nord che nel sud dell'Inghilterra[4], mentre del Kent lavoratori del settore caseario hanno minacciato uno sciopero per preoccupazioni simili. Ma, a nostra conoscenza, queste azioni sono state più deboli degli scioperi che si sono avuti in Italia, in Spagna e negli Stati Uniti, per esempio. E dobbiamo essere consapevoli che i "disordini sociali", soprattutto a causa delle caratteristiche del periodo di decomposizione sociale, potrebbero assumere qualsiasi forma, non necessariamente quella della lotta dei lavoratori su un terreno di classe.
Stiamo però comunque assistendo a una certa riflessione sulla situazione. Mentre continuano i battibecchi all’interno della borghesia su chi è “il colpevole” delle carenze, lo stato del servizio sanitario o il cambiamento della politica di governo, c'è una minoranza in ricerca che comprende che il capitalismo come sistema è alla base della pandemia ed è aperta alla discussione sulla natura del capitalismo. La questione della pandemia è qualcosa che non può essere evitata, poiché è stato colpito ogni aspetto della vita sociale e sono state sollevate questioni profonde sulla realtà della società capitalista. E questa riflessione si accompagna a una grande rabbia per il modo in cui i lavoratori sono stati trattati, gli anziani lasciati a morire, gli operatori sanitari lasciati senza protezione. C'è la prospettiva che questi elementi possano combinarsi nelle lotte future. Per il momento è fondamentale la necessità di una discussione -, al momento non faccia a faccia, ma nei forum e nei canali online. Il capitalismo è messo a nudo per quello che è e cerca di nascondersi sotto le menzogne. I lavoratori possono sviluppare la capacità di vedere attraverso la propaganda e rendersi conto che solo la classe operaia può fermare il processo del capitalismo verso la distruzione.
Barrow, 19 aprile 2020
Questo silenzio è una conferma eclatante della carriera di Gaizka, quella di un arrivista e un avventuriero. Non dicono niente perché non hanno niente da dire.
Questo silenzio è un tipo di reazione ben conosciuta che non può che rafforzare la fondatezza della nostra accusa. A questo proposito, Paul Frolich[2] riporta nella sua autobiografia un aneddoto edificante sul comportamento di uno dei redattori della stampa:
«Aveva un istinto per il comportamento tattico. Una volta io ero stato sorpreso dal fatto che egli non rispondesse ai ripetuti attacchi lanciati contro di lui da un altro giornale del partito: “E’ molto semplice – aveva risposto – io avevo torto su una questione importante e ora li lascio sgolare fino a che non diventino afoni e la storia non sia dimenticata. Fino allora, io resto sordo»[3].
Viceversa, ogni volta che dei rivoluzionari sono stati accusati di essere degli agenti provocatori o di collaborare con la borghesia, o semplicemente sospettati di comportamenti indegni, essi hanno dedicato tutte le loro energie per negarlo. Marx passò un anno a preparare un intero libro in risposta alle accuse di Herr Vogt secondo le quali sarebbe stato un agente infiltrato[4]. Ancora, un po’ più tardi con Engels, come si può vedere nella loro corrispondenza, Marx ha partecipato a tutte le battaglie necessarie contro il tentativo di discreditare l’AIT e loro stessi.
Bebel fu accusato di aver rubato del denaro dalla cassa dell’ADAV (Associazione Generale dei lavoratori tedeschi) e non cessò di battersi fino a quando non poté dimostrare la falsità di queste accuse.
Trotsky, completamente isolato e perseguitato da Stalin, raccolse ancora abbastanza forze per profittare del poco terreno che gli restava e convocare la commissione Dewey per la sua difesa[5], e potremmo continuare.
Al contrario, i veri avventurieri e provocatori hanno sempre fatto di tutto per eclissarsi o nascondersi al fine di scivolare tra le maglie della ricerca della verità.
Un silenzio assordante
Bakunin, per esempio, di fronte alla circolare interna dell’AIT sulle “Pretese scissioni nell’Internazionale” riconobbe, con un apparente tono scandalizzato, che non aveva potuto fare altro che opporvi… un silenzio prolungato: “Per due anni e mezzo abbiamo sopportato in silenzio questa immonda aggressione. I nostri calunniatori hanno prima cominciato con delle accuse vaghe, mescolate a vigliacche reticenze e ad insinuazioni velenose, ma allo stesso tempo così stupide che, anche senza altre ragioni per tacere, il cattivo gusto insieme al disprezzo che esse avevano provocato nel mio ritiro sarebbe bastato per spiegare e legittimare il mio silenzio.”[6]
Sarebbe vano cercare in questa lettera l’esistenza di un argomento, che invece brilla per la sua assenza. Ciononostante Bakunin aveva annunciato che avrebbe convocato un jurì d’onore e che avrebbe scritto un articolo prima del Congresso dell’Aia del 1872: “D’altra parte, io mi sono riservato il diritto di convocare tutti i miei calunniatori davanti a un jurì d’onore, cosa che il prossimo Congresso certo non mi rifiuterà. Bisogna ristabilire la verità, contribuendo nella misura del possibile alla demolizione dell’intreccio di menzogne costruito da Marx e dai suoi accoliti, questo sarà lo scopo di una comunicazione che intendo pubblicare prima dello svolgimento del Congresso.”
E’ inutile dire che Bakunin non ha mai convocato questo jurì d’onore, né scritto alcun articolo in proposito. Al contrario, venendo a sapere della pubblicazione, da parte dell’Internazionale[7], del rapporto sull’Alleanza della Democrazia Socialista, la struttura segreta da lui costruita, il 25 settembre 1873 scrisse una lettera al Giornale di Ginevra in cui, oltre agli insulti contro Marx, citato allo stesso tempo come “comunista, tedesco ed ebreo”, espresse una capitolazione: “Confesso che tutto ciò mi ha profondamente sconvolto nella vita pubblica. Ne ho abbastanza. Dopo aver passato tutta la mia vita a combattere sono stanco. Ho più di sessanta anni e un problema cardiaco che si aggrava con l’età e rende la mia esistenza sempre più difficile. Che altri più giovani si mettano al lavoro. Quanto a me, non sento più la forza, né forse la fiducia, di continuare a spingere questo macigno di Sisifo contro la reazione trionfante. Mi ritiro dunque dalla lotta e non chiedo altro ai miei cari contemporanei che una cosa: l’oblio.”[8]
Qui Bakunin mette in atto un’altra delle strategie classiche degli avventurieri, che consiste nel presentarsi come delle sventurate vittime quando il proprio comportamento è stato smascherato.
Alla stessa maniera, quando Schwitzer[9] fu accusato di aver rubato e distolto denaro dalla cassa di sostegno ai lavoratori malati che non potevano più lavorare, per spenderlo in champagne e antipasti, contrariamente a Bebel, non è mai stato capace di difendersi: « Schweitzer è stato pubblicamente accusato più di una volta di questa azione ignominiosa, ma non ha mai osato difendersi.”[10]
Ancora, quando Bebel e Wilhelm Liebnecht lo hanno denunciato come agente del governo durante il congresso di Barmen-Elberfeld (provincia del Wuppertal), lui, che era presente nello stesso posto seduto dietro di loro, non disse niente, lasciando che i suoi accoliti proferissero insulti e minacce: “I nostri discorsi contenevano un riassunto di tutte le accuse che abbiamo avanzato contro Schweitzer: Ci sono parecchie interruzioni violente, soprattutto quando l’abbiamo accusato di essere un agente del governo; ma io ho rifiutato di ritirare qualcosa… Schweitzer, che era seduto dietro di noi quando abbiamo parlato, non ha pronunciato una sola parola. Siamo usciti protetti da alcuni delegati rispetto agli assalti dei difensori fanatici di Schweitzer, in mezzo a una tempesta d’imprecazioni e d’insulti come ‘lacchè!’, ‘traditori!’, ‘pagliacci!’, ecc. Sulla porta abbiamo ritrovato i nostri amici che ci hanno scortato sotto la loro protezione per farci arrivare all’hotel in tutta sicurezza.”[11]
Si può ancora citare l’esempio storico di Parvus, accusato da Gorki di aver sottratto dei soldi dagli incassi del suo pezzo teatrale I bassifondi in Germania, denunciato come avventuriero e socialpatriota da Trotsky[12], che era stato suo amico, rifiutato da Rosa Luxemburg, Clara Zetkin e Leo Jogiches per aver cercato di vendersi all’imperialismo tedesco, e che Lenin impedì di tornare a Pietrogrado dopo la rivoluzione perché aveva “le mani sporche”. Ebbene, Parvus non si è mai preso la pena di difendersi contro tutte queste accuse, lasciando ad altri (Radek in particolare) la preoccupazione di difenderlo nell’ambiente degli esiliati in Svizzera.
E si potrebbe continuare: Lassalle, Azev, ecc., hanno tutti cercato di far dimenticare le accuse che erano state portate contro di loro innalzando un muro di silenzio, sparendo, o, come Parvus, facendo finta di niente.
Ma non è necessario andare così lontano. Nel 2005 abbiamo visto come il “cittadino B”, che si è proclamato “all’unanimità” (visto che c’era solo lui) “Circolo dei comunisti internazionalisti” d’Argentina, mettendosi al servizio della FICCI[13] (oggi Gruppo Internazionale della sinistra comunista –GIGC) per denigrare la CCI, ha poi disertato il forum dopo che noi abbiamo denunciato la sua impostura.[14]
Ci sono altri esempi di silenzio assordante che si sono avuti in occasione della denuncia della CCI di avventurieri tra i suoi ranghi. Come nel caso della scoperta delle manovre del militante conosciuto con il nome di Simon[15] a cui seguì una sanzione alla quale lui rispose con un silenzio ostinato che provocò anche una “Risoluzione sul silenzio del compagno Simon”, in cui si diceva “Dopo che il compagno Simon si è ritirato dalla vita della CCI alla fine del mese di agosto 1994, egli non ha mai risposto alla richiesta dell’organizzazione di far conoscere, per iscritto, i disaccordi che aveva con le sue analisi e le sue prese di posizione, che avevano, a suo dire, in parte motivato il suo ritiro… Questo silenzio di Simon è tanto più inammissibile dal momento che lui aveva dei disaccordi fondamentali con le due risoluzioni adottate dalla riunione allargata del Segretariato Internazionale del 3 dicembre 1994.”
Ma questo silenzio ostinato degli avventurieri e degli elementi dubbi quando sono presi in flagranza di reato non è solo una conferma delle accuse portate contro di loro o una maniera per cercare di farsi dimenticare, è anche una strategia perché altri prendano le difese al loro posto.
Gli amici di Gaizka e compagnia
Se dopo la pubblicazione delle nostre accuse Gaizka non ha aperto bocca, i suoi amici non hanno perso tempo ad assumerne la difesa. Per esempio il GIGC ha pubblicato, solo 4 giorni dopo, una dichiarazione dal titolo: “Nuovo attacco della CCI contro il campo proletario internazionale.” Noi non siamo sorpresi che un gruppo di parassiti, dal comportamento da gangster e da teppisti, qual è il GIGC prenda le difese di un avventuriero. D’altra parte questo gruppo ha fatto la stessa cosa nel 2005, difendendo la causa del “cittadino argentino B”. Forse dovremmo cominciare a pensare che il GIGC ha dei poteri premonitori, visto che all’epoca pubblicò e distribuì un comunicato del “Circolo” d’Argentina, prima ancora che il “cittadino B” lo pubblicasse sul proprio sito web. La disgrazia è che il GIGC (all’epoca FICCI) ingannò il BIPR (ora TCI)[16] che, benché con discrezione, senza prendere direttamente la parola, pubblicò i comunicati della FICCI e del “cittadino B” che denigravano la CCI, incoraggiando così i comportamenti indegni da parte di questi due imbroglioni.
Ovviamente il GIGC nel suo comunicato non arreca nessuna smentita a quello che noi denunciamo nel nostro articolo, eccetto la dichiarazione secondo cui loro « non hanno rilevato niente » : “dobbiamo sottolineare che finora noi non abbiamo costatato nessuna provocazione, manovra, denigrazione, calunnia o insinuazione, lanciata da parte dei membri di Nuevo Curso, anche a titolo individuale, nè alcuna politica di distruzione contro altri gruppi o militanti rivoluzionari”. Dichiarazione su cui non vale la pena di soffermarsi nemmeno un secondo.
In realtà, l’obiettivo del comunicato è unicamente quello di attaccare la CCI, perché sarebbe questa “che ha sviluppato queste pratiche di nascosto, sotto la copertura della sua teoria della decomposizione e del parassitismo che ora riprende”. Inoltre, la CCI scivolerebbe “sul terreno putrido della personalizzazione delle questioni politiche”.
Il sito Pantopolis del dottor Bourrinet[17] ha immediatamente riprodotto l’articolo del GIGC preceduto da un’introduzione che fa concorrenza e supera pure il GIGC stesso quanto ad odio contro la CCI.
L’altro gruppo che ha condannato la nostra dichiarazione su Gaizka è il GCCF[18], che ha dichiarato[19]: “non possiamo che condannare questo assemblaggio scandaloso e immorale di rabbiose personalizzazioni completamente al di fuori di un terreno politico.”[20]
Riassumendo, ci sono due recriminazioni: 1) che non è Gaizka, ma la CCI che si comporterebbe in maniera indegna dal punto di vista proletario, che farebbe prova di denigrazione e provocazione; 2) che nella nostra denuncia le questioni politiche sono sostituite da questioni personali.
Non è la prima volta che, di fronte al rigore espresso nella difesa del campo politico proletario e nella denuncia di comportamenti indegni, le organizzazioni rivoluzionarie sono attaccate con calunnie per il loro presunto « autoritarismo » e le loro « manovre », come se esse adoperassero gli stessi strumenti degli avventurieri e dei provocatori smascherati. Fu così con l’AIT: “Cosciente del pericolo storico che le lezioni tirate dalla Prima Internazionale avrebbero rappresentato per i suoi interessi di classe, la borghesia, in risposta alle rivelazioni del Congresso dell’Aia, fece tutto quello che era in suo potere per discreditare questo sforzo. La stampa e i politici borghesi dichiararono che la lotta contro il bakuninismo non era una lotta per dei principi, ma una sordida lotta per il potere in seno all’Internazionale. Così Marx fu sospettato di aver eliminato il suo rivale Bakunin mediante una campagna di menzogne. In altri termini, la borghesia cercò di convincere la classe operaia che le sue organizzazioni utilizzavano gli stessi metodi e funzionavano esattamente nella stessa maniera dei suoi sfruttatori e quindi non erano migliori. Il fatto che una grande maggioranza dell’Internazionale appoggiasse Marx fu presentato come il ‘trionfo dello spirito dell’autoritarismo’ nei suoi ranghi e come la presunta tendenza alla paranoia dei suoi membri a vedere nemici dell’Associazione dappertutto. I bakuninisti e i lassalliani fecero anche circolare delle voci secondo cui Marx fosse un agente di Bismark”.[21]
Bakunin stesso non esitò a presentare la lotta dell’Internazionale per la difesa dei suoi statuti e del suo funzionamento contro lo spirito settario e i suoi intrighi come “una lotta fra sette”. Così, nelle Lettere ai fratelli di Spagna, Bakunin si lamentò che la risoluzione della Conferenza di Londra (1872) contro le società segrete fosse stata adottata dall’Internazionale solo “per aprire la via alla propria cospirazione di società segreta che esiste dal 1848 sotto la direzione di Marx, che è stata fondata da Marx, Engels e Wolff, ora morto, e che non è nient’altro che una società quasi esclusivamente tedesca di comunisti autoritari. (…) Bisogna riconoscere che la lotta che si è svolta nell’Internazionale non è nient’altro che una lotta fra due società segrete”.[22]
Nella visione del mondo di elementi come Bakunin, il GIGC o Gaizka, non c’è posto per l’onestà, i principi di organizzazione o la morale proletaria; essi non fanno che proiettare sugli altri la loro maniera di comportarsi. Come dice la saggezza popolare “il ladro crede che tutti siano come lui”.
Tuttavia, “quello che è più grave e molto più pericoloso, è che tali infamie trovano una certa eco nelle file dell’ambiente rivoluzionario stesso. Fu così, per esempio, nella biografia di Marx fatta da Franz Mehring. In questo libro, Mehring, che apparteneva all’ala sinistra combattiva della Seconda Internazionale, dichiara che l’opuscolo del Congresso dell’Aia contro l’Alleanza era ‘imperdonabile’ e ‘indegna dell’Internazionale’. Nel suo libro Mehring difende non solo Bakunin, ma anche Lassalle e Schweitzer, contro ‘le accuse di Marx e dei marxisti’”[23]
Il discredito gettato da Mehring sulla lotta marxista contro il bakuninismo e il lassallismo ha avuto degli effetti devastanti sul movimento operaio nei decenni successivi, perché non solo ha portato a una certa riabilitazione di avventurieri politici come Bakunin e Lassalle, ma, soprattutto, ha permesso all’ala opportunista della socialdemocrazia di prima del 1914 di cancellare le lezioni delle grandi lotte per la difesa delle organizzazioni rivoluzionarie degli anni 1860 e 1870. Questo fu un fattore decisivo nella strategia opportunista mirante a isolare i bolscevichi nella Seconda Internazionale, laddove la loro lotta contro il menscevismo appartiene alla migliore tradizione della classe operaia. Anche la Terza Internazionale ha sofferto dell’eredità di Mehring. Nel 1921, un articolo di Stoecker (“Sul bakuninismo”), sempre basato sulle critiche di Mehring a Marx, giustificò gli aspetti più pericolosi e avventuristici della cosiddetta Azione di marzo del KPD (il partito comunista tedesco) in Germania. Il fatto che il BIPR si sia fatto trascinare dietro la FICCI e il “cittadino B” nel 2005 ha dato forza al parassitismo, rendendo più difficile la lotta contro di questo e la sua denuncia nell’ambiente proletario.
Ma veniamo alla seconda accusa, quella della personalizzazione delle questioni politiche. Per cominciare, la nostra accusa non era basata sulla diffusione di storie sulla vita privata, ma sulla messa in evidenza di un comportamento politico pubblico, che è largamente documentato. Quelli che noi abbiamo esposto su Gaizka sono dei fatti che appartengono alla sfera dell’attività pubblica dei politici borghesi, e quindi dovrebbero essere accuratamente presi in conto dai militanti comunisti. Che faceva nel campo della Sinistra comunista un individuo che aveva frequentato a più riprese i circoli politici di alto livello dello Stato borghese?
In secondo luogo, ci sono fatti « privati » (intrighi, manovre, contatti segreti, relazioni oscure, ecc.) che devono essere conosciuti per comprendere e poter denunciare le azioni distruttive contro il proletariato o contro le organizzazioni rivoluzionarie. Denunciarli non ha niente a che vedere con il pettegolezzo.
Invece che rispondere noi stessi, lo lasceremo fare ad Engels. In uno dei numerosi articoli che lui e Marx hanno dovuto scrivere per difendere l’AIT messa sotto accusa da tutta la stampa borghese, dagli agenti provocatori e dai partigiani di Bakunin. Interrogato da alcuni militanti indecisi, Engels risponde a un articolo di Piotr Lavrov[24], nel suo giornale Vpered[25], che metteva in discussione il rapporto della commissione del Congresso dell’Aia sulla “Alleanza della democrazia socialista e l’AIT”[26] perché non sarebbe stata che una “feroce disputa su delle questioni puramente personali e private con informazioni che non possono provenire che da pettegolezzi”.
Ecco come risponde : «La principale accusa [contro il rapporto sull’Alleanza] è che il rapporto è pieno di questioni personali la cui veridicità non potrebbe essere stabilita dagli autori, perché non avrebbero potuto raccoglierli che attraverso dei pettegolezzi. Non ci viene detto come “l’amico Pietro”[27] sappia che un’organizzazione come l’Internazionale, i cui organi ufficiali sono diffusi nel mondo intero, potrebbe raccogliere i fatti solo tramite pettegolezzi. La sua dichiarazione è in ogni caso fatta con leggerezza. I fatti in questione sono documentati con prove autentiche e le persone messe in questione non si sono prese la pena di rispondere.
Ma “l’amico Pietro” è dell’avviso che le questioni sulla vita privata, come le lettere personali, sono sacre e non dovrebbero essere pubblicate in dibattiti politici. Accettare la validità di questi argomenti significherebbe rendere impossibile scrivere la storia. Quindi, se si descrive la storia di una banda di gangster come l’Alleanza, in cui si trova un buon numero di scrocconi, di avventurieri, di ladri, di spie della polizia, d’imbroglioni e di sospetti, così come di quelli abusati da loro, bisogna forse falsificare questa storia nascondendo consapevolmente le bassezze individuali di questi signori come se fossero degli ‘affari privati’?
Quando il redattore di Vpered descrive il rapporto come una compilazione maldestra di questioni essenzialmente private, commette un atto difficile da caratterizzare. Chi scrive una tale cosa o non ha per niente letto il rapporto in questione, o è troppo limitato o troppo parziale per capirlo, oppure scrive deliberatamente qualcosa che sa che è falsa. Nessuno può leggere ‘Un complotto contro l’Internazionale’ senza essere convinto che le questioni private esposte ne costituiscono la parte più significativa, che esse sono delle illustrazioni per dare un’immagine più dettagliata dei personaggi coinvolti, e che non potrebbero essere soppresse senza rimettere in questione il punto principale del rapporto.
L’organizzazione di una società segreta il cui solo scopo è di sottomettere il movimento operaio in Europa alla dittatura nascosta di qualche avventuriero, le infamie commesse a questo scopo, in particolare da Necthaiev in Russia, sono il tema centrale del rapporto, e sostenere che tutto gira unicamente intorno a questioni private è perlomeno irresponsabile”.[28]
Conclusione
Il silenzio acido di Gaizka è una conferma della sua collaborazione con lo Stato borghese che noi abbiamo denunciato. La sua attività al servizio dei liberali e poi del PSOE[29], i suoi contatti con la Sinistra comunista e la sua sparizione al momento dell’inchiesta sugli aspetti problematici del suo comportamento per un militante comunista, costituiscono la traiettoria di un avventuriero.[30]
L’aspirazione di un gruppo formato intorno a questo elemento a essere considerato come parte della Sinistra comunista, se si dovesse realizzare anche occasionalmente, significherebbe l’introduzione di un cavallo di Troia il cui scopo non potrebbe essere altro che deformare e demolire l’eredità della tradizione della Sinistra comunista. E questo indipendentemente dall’onestà degli altri membri del gruppo di Gaizka che possono essere stati ingannati.
In questo senso, e fatte tutte le proporzioni del caso, proprio come Bakunin, come dice Engels, voleva imporre la sua dittatura all’Internazionale che raggruppava il movimento operaio in Europa, Gaizka vuole essere, nascondendosi sotto la copertura di un gruppo (Nuevo Curso) dove possono esserci anche elementi ingannati, un riferimento della Sinistra comunista, soprattutto per dei giovani elementi in ricerca di posizioni politiche proletarie. Ma il suo preteso legame con la Sinistra comunista non può che seminare confusioni sulle posizioni di quest’ultima facendo passare i principi e i metodi avventurosi della sinistra borghese o dello stalinismo per posizioni della Sinistra comunista.
In questa impresa criminale Gaizka ha il sostegno organizzato del gruppo di parassiti e teppisti del GIGC, che lo presenta precisamente come un campione del raggruppamento; ma egli beneficia anche del consenso tacito di altri gruppi del campo politico proletario che restano muti di fronte alle sue iniziative.
CCI, 11 aprile 2020
[1] Ci riferiamo al sedicente Gruppo Internazionale della Sinistra Comunista (GIGC) e al sito web del signor Bourrinet: Pantópolis. Ci torneremo in seguito.
[2] Membro della Sinistra di Brema durante le lotte rivoluzionarie in Germania. Fu anche il delegato inviato dai Comunisti Internazionalisti di Germania (IKD) al Congresso di fondazione del Partito Comunista Tedesco (KPD).
[3] Paul Frölich, “Im radikalen Lager” Politische Autobiografie 1890-1921, capitolo: “Leipzig”, Berlino (2013), p. 51. Frolich si riferisce a Paul Lensch (1873-1926), un personaggio dubbio rispetto al movimento operaio, che aveva lavorato con Frolich come redattore di talento nel giornale socialdemocratico Leipziger Volkszeitung, da lui stesso caratterizzato come un « bulldog dal corpo massiccio e dalle zampe forti, capace di azzannare senza pietà (…) che si compiaceva nel credere di avere l’eleganza di Mehring, ma il cui carattere brutale finiva sempre per emergere. Un fanfarone manovriero (…) senza niente che possa legarlo alla classe operaia.” Era anche capace di prendere una “posizione politica giusta” se questo serviva al suo carrierismo; nel 1910 faceva parte dell’ala sinistra della socialdemocrazia, ma ebbe un ruolo losco nell’affare Radek. In seguito era presente nell’appartamento di Rosa Luxemburg la notte del 4 agosto 1914 (con quelli che si opponevano alla guerra imperialista) e, poco tempo dopo, nel 1915 lo si ritrova con l’estrema destra della socialdemocrazia come difensore, a fianco di Cunow e Haenish, del “socialismo di guerra” (che difendeva la guerra con una argomentazione “marxista”) nella rivista Die Glocke di Parvus ed altri. Lensch non era semplicemente un socialdemocratico che si era lasciato trascinare dalla destra per finire a tradire il proletariato; pur essendo un individuo senza alcuna convinzione militante e non avendo alcuna fiducia nella classe operaia, era innanzitutto un carrierista disonesto che si nascondeva dietro una facciata marxista e che era capace di mantenere il silenzio quando lo giudicava necessario per i suoi interessi.
[4] In questo libro, costatogli un anno di lavoro, Marx non si è limitato a difendersi dalle accuse grossolane di Vogt, ma ha anche preso le difese della Lega dei Comunisti, anche se questa si era già dissolta. Difendere la tradizione che essa rappresentava, il Manifesto comunista, i principi di organizzazione, la continuità del movimento operaio, era di un’importanza vitale, contrariamente a tutti quelli che considerano che Marx avrebbe perso il suo tempo su dei dettagli, o anche che avrebbe sacrificato la chiarezza del suo giudizio politico e la sua devozione disinteressata alla lotta del proletariato.
[5] Poichè Stalin aveva massacrato ogni residuo del ceto operaio del periodo rivoluzionario, la Commissione dovette essere composta da membri dell’ambiente intellettuale e culturale riconosciuti per la loro indipendenza d’opinione e la loro integrità. Dewey fu uno di loro. Le sessioni della commissione ebbero luogo in Messico.
[6] In spagnolo: Jacques Freymond, La Primera Internacional, Ed. ZERO (1973), p. 355.
[7] Per il congresso dell’Aia dell’AIT (1872) era stata formata una commissione d’inchiesta per preparare un rapporto. Dopo aver ascoltato e discusso il rapporto, il Congresso prese la decisione di escludere Bakunin ed alcuni suoi discepoli dall’Internazionale.
[8] Fonte in portoghese, tradotto da noi: Bakunin por Bakunin – Lettres. “Lettre au Journal de Genève” ("Biblioteca Virtual Sit Inn") : “o Sr. Marx, o chefe dos comunistas alemães, que, sem dúvida por causa de seu tríplice caráter de comunista, alemão e judeu, me odiou”.“Eu vos confesso que tudo isso me enojou profundamente da vida pública. Estou farto de tudo isso. Após ter passado toda minha vida na luta, estou cansado. Já passei dos sesenta anos, e uma doença no coração, que piora com a idade, torna minha existência cada vez mais difícil. Que outros mais jovens ponham-se ao trabalho. Quanto a mim, não sinto mais a força, nem talvez a confiança necessária para empurrar por mais tempo a pedra de Sysipho contra a reação triunfante em todos os lugares. Retiro-me, pois, da liça, e peço a meus caros contemporâneos apenas uma coisa : o esquecimento”.
[9] Vedere l’articolo Lassalle e Schweitzer: la lotta contro gli avventurieri politici nel movimento operaio [26] sul nostro sito internet.
[10] Bebel, La mia vita, The University of Chicago press, The Baker & Taylor co., New York, p. 152. Pubblicato in inglese, tradotto da noi: “Schweitzer was more than once publicly accused of this shameful action, but he never dared to defend himself”.
[11] Ibid., p. 156: “Our speeches contained a summary of all the accusations we had levelled against Schweitzer. There were several violent interruptions, especially when we accused him of being a Government agent; but I refused to withdraw anything… Schweitzer, who sat behind us when we spoke, did not utter a Word in reply. We left at once, some of the delegates guarding us against assault from the fanatical supporters of Schweitzer, amid a storm of imprecations, such as “Knaves!” “Traitors!” “Rascals!” and so forth. At the doors our friends me thus and took us under their protection, escorting us in safety to our hotel”.
[12] Vedere in Nashe Slovo nº 2 : “Epitaphy for a living friend”.
[13] La presunta “Frazione interna della CCI” è un gruppo parassita che è stato escluso dalla CCI rifiutando di difendere le sue posizioni e le sue azioni davanti alla Commissione d’investigazione nominata dal 15° Congresso della CCI. Uno dei suoi eminenti membri, conosciuto sotto il nome di Jonas, era stato espulso in precedenza per comportamento indegno per un militante rivoluzionario.
[14] Vedere: Comunicato ai nostri lettori: La CCI attaccata da una nuova officina dello Stato borghese [27].
[15] Simon fu escluso nell’ 11° Congresso della CCI per comportamenti incompatibili con la militanza comunista.
[16] Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario, erede della tendenza Damen del Partito Comunista Internazionalista, attualmente Tendenza Comunista Internazionalista (TCI).
[17] Vedere, in francese, il nostro articolo: Conférence-débat à Marseille sur la Gauche communiste : le Docteur Bourrinet, un faussaire qui se prétend historien [28].
[18] Gulf Coast Communist Fraction.
[19] Dobbiamo precisare che non abbiamo nessuna intenzione di mettere sullo stesso piano il GIGC/Bourrinet e la GCCF. Il GIGC è un gruppo parassita che non esiste che per attaccare la CCI. Anche se noi avessimo pubblicato un articolo per denunciare Mata Hari, avrebbe detto che “Noi non abbiamo rilevato niente” per poter passare direttamente all’attacco contro di noi. La stessa cosa si può dire di Bourrinet. La GCCF invece è un gruppo giovane senza esperienza e in cerca di chiarificazione, sensibile alle interessate adulazioni di Gaizka e del GIGC/Bourrinet.
[20] Tradotto dall’inglese da noi : “we have nothing but condemnation for this egregious and immoral hit-piece of personalized gossips completely removed from a political terrain”.
[21] Vedere il nostro articolo in francese: Questions d'organisation, IV : la lutte du marxisme contre l'aventurisme politique [29] Revue Internationale n° 88.
[22] Ibidem
[23] Ibidem
[24] Lavrov Pyotr Lavrovich (1823-1900) filosofo, sociologo e giornalista russo legato alla branca populista; fu membro della I Internazionale e partecipò alla Comune di Parigi.
[25] Vpered (Avanti!) era un giornale in lingua russa edito in Gran Bretagna, di tendenza narodniki (populisti).
[26] In Germania il rapporto era stato tradotto col titolo « Un complotto contro l’Internazionale » ed è per questo che nelle opere citate in lingua inglese Engels fa riferimento con questa denominazione al rapporto della commissione di investigazione dell’Aia, invece del titolo ”L’Alleanza della democrazia socialista e l’AIT”, ma si tratta dello stesso rapporto.
[27] Qui Engels fa riferimento a Pyotr Lavrov, ma come spiega all’inizio dell’articolo, al fine di mantenere l’anonimato che questo chiedeva di rispettare scrupolosamente e che ridicolizza, visto che il vero nome dell’editore di Vpered era ben conosciuto, tanto in Gran Bretagna quanto in Russia, indica l’autore con il soprannome di “amico Pietro”, nome molto diffuso in Russia.
[28] Engels, Refugiee Literature III, Marx/Engels Collected Works (2010), Lawrence & Wishart Electric Book, Vol. 24, pp. 21-22 (tradotto dall’inglese da noi) : “The main charge, however, is that the report is full of private matters the credibility of which could not have been indisputable for the authors, because they could only have been collected by hearsay. How Friend Peter knows that a society like the International, which has its official organs throughout the civilised world, can only collect such facts by hearsay is not stated. His assertion is, anyway, frivolous in the extreme. The facts in question are attested by authentic evidence, and those concerned took good care not to contest them. But Friend Peter is of the opinion that private matters, such as private letters, are sacred and should not be published in political debates. To accept the validity of this argument on any terms is to render the writing of all history impossible. Again, if one is describing the history of a gang like the Alliance, among whom there is such a large number of tricksters, adventurers, rogues, police spies, swindlers and cowards alongside those they have duped, should one falsify this history by knowingly concealing theindividual villainies of these gentlemen as “private matters”?… When, however, the Forward describes the report as a clumsy concoction of essentially private facts, it is committing an act that ishard to characterise. Anyone who could write such a thing had either not read the report in question at all ; or he was too limited or prejudiced to understand it ; or else he was writing something he knew to be incorrect. Nobody can read the “Komplott gegen die Internationale” without being convinced that the private matters interspersed in it are the most insignificant part of it, are illustrations meant to provide a more detailed picture of the characters involved, and that they could all be cut without jeopardising the main point of the report. The organisation of a secret society, with the sole aim of subjecting the European labour movement to a hidden dictatorship of a few adventurers, the infamies committed to further this aim, particularly by Nechayev in Russia – this is the central theme of the book, and to maintain that it all revolves around private matters is, to say the least, irresponsible”.
[29] Partito Socialista Operaio Spagnolo, attualmente al governo.
[30] Vedi Chi c’è in “Nuevo Curso”? [25].
L'omicidio a sangue freddo di George Floyd da parte della polizia ha provocato indignazione in tutta l'America e in tutto il mondo. Tutti sanno che questo è l'ultimo di una lunga serie di uccisioni di polizia, le cui principali vittime sono i neri e gli immigrati. Non solo negli Stati Uniti, ma anche nel Regno Unito, in Francia e in altri Stati “democratici”. Negli Stati Uniti, a marzo, la polizia ha sparato e ucciso Breonna Taylor nella sua casa. In Francia, Adama Traoré è stato asfissiato durante il suo arresto nel 2016. In Gran Bretagna, nel 2017, Darren Cumberbatch è stato picchiato a morte dalla polizia. Questa è solo la punta dell'iceberg.
E rispondendo alle proteste scoppiate per la prima volta negli Stati Uniti, la polizia ha dimostrato di essere ancora una forza di terrore militare, con o senza il sostegno dell'esercito. La brutale repressione dei manifestanti (10.000 arresti negli Stati Uniti) dimostra che la polizia, negli Stati Uniti come in altri paesi “democratici”, agisce allo stesso modo della polizia di regimi apertamente dittatoriali come la Russia o la Cina. La rabbia è tangibile ed è condivisa sia dai bianchi che dai neri, dai latinoamericani, dagli asiatici e dai giovani in particolare. Ma viviamo in una società materialmente e ideologicamente dominata da una classe dirigente: la borghesia, la classe capitalista. E la rabbia in sé, per quanto giustificata, non è sufficiente a sfidare il sistema che sta dietro la violenza della polizia, né ad evitare le tante insidie tese dalla borghesia. Le proteste non sono state innescate dalla classe dominante. Ma è già riuscita ad attirarle sul proprio terreno politico.
Durante il primo scoppio di rabbia negli Stati Uniti, le proteste hanno preso la forma di sommosse: i supermercati sono stati saccheggiati, gli edifici simbolici bruciati. Le azioni provocatorie della polizia hanno certamente contribuito alla violenza dei primi giorni di rabbia. Alcuni dei manifestanti hanno giustificato le rivolte riferendosi a Martin Luther King, che affermava “la rivolta è la voce di coloro che non sono ascoltati”. E, in effetti, le rivolte sono espressione di impotenza e disperazione. Non portano assolutamente a nulla, se non ad una maggiore repressione da parte dello Stato capitalista, che sarà sempre a suo agio contro azioni disorganizzate e frammentate.
Ma l'alternativa proposta da organizzazioni ufficiali di attivisti come Black Lives Matter (“Le vite nere contano”: marce pacifiche che chiedono giustizia e uguaglianza) è comunque un vicolo cieco e, per certi versi, ancora più insidioso perché sfida direttamente le forze politiche del capitale. Prendiamo, ad esempio, l'invito a smettere di finanziare la polizia (“defund the police”), o addirittura all'abolizione della polizia. Da un lato, è del tutto irrealistico in questa società: è come se lo Stato capitalista si sciogliesse volontariamente. Dall’altra, si fa illusioni sulla possibilità di riformare lo Stato esistente nell'interesse degli sfruttati e degli oppressi, mentre la sua funzione è quella di tenerli sotto controllo nell'interesse della classe dominante. Il fatto che la classe dirigente si senta a proprio agio con rivendicazioni dall’aspetto così radicale è dimostrato dal fatto che pochi giorni dopo le prime proteste, i media e gli uomini politici (principalmente, ma non solo, quelli di sinistra) “si sono inginocchiati”, letteralmente e simbolicamente, per condannare con forza l'assassinio di George Floyd e sostenere con entusiasmo le manifestazioni. L'esempio dei principali politici del Partito Democratico è il più evidente, ma sono stati rapidamente imitati dai loro omologhi in tutto il mondo, compresi i rappresentanti più lucidi della polizia. È il recupero borghese della rabbia legittima. Non possiamo farci illusioni: le dinamiche di questo movimento non possono essere trasformate in un’arma degli sfruttati e degli oppressi, perché è già diventato uno strumento nelle mani della classe dominante. Le attuali mobilitazioni non sono un “primo passo” verso una vera e propria lotta di classe, ma sono utilizzate per bloccarne lo sviluppo e la maturazione.
Il capitalismo non avrebbe potuto diventare il sistema globale che è oggi senza il commercio degli schiavi e la schiavitù coloniale delle popolazioni indigene in Asia, Africa e Americhe. Il razzismo è quindi nei suoi geni. Fin dall'inizio, ha usato le differenze razziali e di altro tipo per mettere gli sfruttati l'uno contro l'altro, per impedire loro di riunirsi contro il loro vero nemico, la minoranza che li sfrutta. Ma ha anche fatto ampio uso dell'ideologia dell’ “antirazzismo”: l'idea che si possa combattere il razzismo uniti non come classi sociali, ma intorno a una particolare comunità oppressa. Tuttavia, organizzarsi sulla base della propria “comunità” razziale o nazionale è un altro modo per offuscare la divisione di classe alla base di questo sistema: quindi, non c'è nessuna “comunità nera” in quanto tale perché ci sono capitalisti neri e lavoratori neri, e non hanno alcun interesse in comune. Ricordiamo semplicemente il massacro dei minatori neri in sciopero a Marikana nel 2012 da parte dello Stato sudafricano “post-apartheid”. L'assassinio di George Floyd non è stato il risultato di un piano deliberato da parte della borghesia. Ma ha permesso alla classe dirigente di concentrare tutta l'attenzione sulla questione della razza mentre il sistema capitalista nel suo complesso ha rivelato la sua totale bancarotta.
La società capitalista è in uno stato di profonda putrefazione. I barbari massacri che continuano a diffondersi in Africa e in Medio Oriente, le incessanti guerre tra bande in America Latina (che costringono milioni di persone a diventare rifugiati) ne sono un chiaro sintomo, così come l'attuale pandemia di Covidi-19, un sottoprodotto della devastazione ambientale causata dal capitalismo. Allo stesso tempo, il sistema è impantanato in una crisi economica irrisolvibile. Dopo il crollo del 2008, gli Stati capitalisti hanno lanciato una brutale strategia di austerità volta a far pagare la crisi agli sfruttati. La conseguente devastazione dei servizi sanitari è uno dei motivi principali per cui la pandemia ha avuto un impatto così catastrofico. Il confinamento a livello mondiale globale, a sua volta, ha spinto il sistema in una crisi economica ancora più profonda, certamente paragonabile alla depressione degli anni ‘30. Questo ulteriore sprofondamento nella crisi economica sta già provocando un impoverimento diffuso, un aumento del numero di senzatetto e persino la fame, soprattutto negli Stati Uniti, che forniscono ai lavoratori un’assistenza sociale minima di fronte alla disoccupazione o alle malattie. Non c'è dubbio che la miseria materiale che ne è scaturita ha alimentato la rabbia dei manifestanti. Ma di fronte all'obsolescenza storica di un intero modo di produzione, una sola forza può unirsi contro di essa e offrire la prospettiva di una società diversa: la classe operaia internazionale. La classe operaia non è immune alla decomposizione della società capitalista: soffre di tutte le divisioni nazionali, razziali e religiose, acuite dal sinistro approfondimento della decomposizione sociale, la cui espressione più evidente è la diffusione di ideologie populiste. Ma questo non cambia la realtà fondamentale: gli sfruttati di tutti i paesi e di tutti i colori hanno lo stesso interesse a difendersi dai crescenti attacchi alle loro condizioni di vita, contro i tagli salariali, la disoccupazione, le espulsioni, la riduzione delle pensioni e delle prestazioni sociali, nonché contro la violenza dello Stato capitalista. Questa lotta da sola è la base per superare tutte le divisioni che avvantaggiano i nostri sfruttatori e per resistere agli attacchi e ai pogrom razzisti in tutte le loro forme. Quando la classe operaia si organizza per unire le forze, dimostra anche di avere la capacità di organizzare la società su nuove basi. I consigli operai che sono emersi in tutto il mondo dopo la rivoluzione del 1917 in Russia, i comitati di sciopero interaziendali emersi durante lo sciopero di massa in Polonia nel 1980: questa è la prova che la lotta della classe operaia sul proprio terreno offre la prospettiva di creare un nuovo potere proletario sulle rovine dello stato capitalista e riorganizzare la produzione per i bisogni dell'umanità.
Da diversi decenni, la classe operaia non ha più la coscienza di sé, di essere una classe opposta al capitale, frutto sia di vaste campagne ideologiche (come la campagna sulla “morte del comunismo” in seguito al crollo della forma stalinista del capitalismo) che di evoluzioni materiali radicali (come lo smantellamento dei centri tradizionali di lotta della classe operaia nei paesi più industrializzati). Ma poco prima che la pandemia di Covid-19 si diffondesse nel mondo, gli scioperi del settore pubblico in Francia avevano cominciato a mostrarci che la classe operaia non è morta e sepolta L'insorgenza della pandemia e del confinamento globale hanno ostacolato il potenziale di diffusione di questo movimento. Ciò non ha impedito, nella prima fase del confinamento, le reazioni molto determinate della classe operaia in molti paesi contro il fatto di essere considerati come “pecore portate al macello”, contro l’essere costretti a lavorare senza adeguate attrezzature di sicurezza, il tutto per proteggere i profitti della borghesia. Queste lotte, in particolare negli Stati Uniti, ad esempio alla General Motors, si intersecano con le divisioni razziali e nazionali. Allo stesso tempo, il confinamento ha messo in evidenza il fatto che il funzionamento del sistema capitalista dipende interamente dal lavoro “indispensabile” della classe sfruttata in modo così spietato.
La domanda centrale per il futuro dell'umanità è questa: la minoranza capitalista può continuare a dividere la maggioranza sfruttata secondo criteri razziali, religiosi o nazionali e trascinarla così nella sua marcia verso l'abisso? O la classe operaia, in tutti i paesi del mondo, si riconoscerà per quello che è: la classe che, come affermato da Marx, è “rivoluzionaria o non è nulla"?
Amos, 11 maggio 2020
Prima che l'ondata della crisi di Covid-19 spazzasse il pianeta, le lotte della classe operaia in Francia, Finlandia, Stati Uniti e altrove sono state il segno di un nuovo stato d’animo all'interno del proletariato, una riluttanza a inchinarsi alle richieste imposte da una crescente crisi economica. In Francia, in particolare, abbiamo potuto cogliere i segni del recupero dell'identità di classe erosa da decenni di decomposizione capitalista, che ha visto l'ascesa di una corrente populista che falsifica le vere divisioni della società e che è scesa in piazza in Francia con indosso un gilet giallo. In tal senso, la pandemia di Covid-19 non avrebbe potuto giungere in un momento peggiore per la lotta del proletariato: nel momento in cui cominciava a ritrovarsi nelle strade, a radunarsi in manifestazioni per resistere agli attacchi economici il cui legame con la crisi capitalista resta difficile da nascondere, la maggior parte della classe operaia non ha avuto altra scelta che rinchiudersi nella propria abitazione, evitare ogni grande assembramento, "confinarsi" sotto l'occhio di un apparato statale onnipotente che è riuscito a lanciare forti appelli di "unità nazionale" di fronte a un nemico invisibile che, ci viene detto, non discrimina tra ricchi e poveri, tra datori di lavoro e lavoratori.
Le difficoltà che la classe operaia deve affrontare sono reali e profonde. Ma ciò che è in qualche modo notevole è il fatto che, nonostante l'onnipresente paura del contagio, nonostante l'apparente onnipotenza dello Stato capitalista, i segni della combattività di classe che si erano manifestati in inverno, non sono svaniti. Nella prima fase e di fronte alla sconvolgente negligenza e impreparazione della borghesia, abbiamo assistito a movimenti difensivi molto estesi della classe operaia. I lavoratori di tutto il mondo si sono rifiutati di essere mandati come "pecore al macello", e hanno combattuto con determinazione per difendere la loro salute, la loro stessa vita, chiedendo adeguate misure di protezione o la chiusura delle aziende non impegnate nella produzione essenziale (come le fabbriche automobilistiche).
- Si sono svolte su scala globale, data la natura globale della pandemia. Ma uno degli elementi più importanti è che esse sono state più evidenti nei paesi centrali del capitalismo, in particolare nei paesi che sono stati i più colpiti dalla malattia: in Italia, ad esempio, la Tendenza Comunista Internazionalista menziona scioperi spontanei [31] in Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Puglia. E sono stati soprattutto i lavoratori delle fabbriche italiane a lanciare per primi lo slogan "non siamo pecore da portare al macello". In Spagna, ci sono stati scioperi alla Mercedes, alla FIAT, alla fabbrica di elettrodomestici Balay a Saragozza; i lavoratori di Telepizza si sono messi in sciopero contro le sanzioni per coloro che non volevano rischiare la loro vita consegnando le pizze, e ci sono state altre proteste di raider di pizze à Madrid. Ma forse le più importanti di tutte, principalmente perché esse mettono in discussione l'immagine di una classe operaia americana che si sarebbe assoggettata senza esitazione alla demagogia di Donald Trump, sono state altre lotte diffusesi negli Stati Uniti: scioperi negli stabilimenti FIAT-Chrysler a Tripton, Indiana, nello stabilimento di produzione di camion Warren alla periferia di Detroit, tra autisti di autobus a Detroit e Birmingham (Alabama), nei porti, ristoranti, nella distribuzione alimentare, nei settori delle pulizie e delle costruzioni; scioperi hanno avuto luogo ad Amazon (che è stato colpito da scioperi anche in molti altri paesi), Whole Foods, Instacart, Walmart, FedEx, ecc. Abbiamo anche visto molti scioperi sugli affitti negli Stati Uniti. È una forma di lotta che, se non coinvolge automaticamente i proletari, non è neppure estranea alle tradizioni di classe (si potrebbe citare, per esempio, gli scioperi dell'affitto di Glasgow che sono stati parte integrante delle lotte dei lavoratori durante la prima guerra mondiale o lo sciopero degli affitti del Merseyside nel 1972, che ha accompagnato la prima ondata internazionale di lotte dopo il 1968). Negli Stati Uniti, in particolare, esiste una reale minaccia di sfratto che incombe su numerosi settori "bloccati" della classe operaia.
In Francia e in Gran Bretagna, tali movimenti sono stati meno estesi, ma abbiamo assistito a scioperi selvaggi dei postali e degli operai edili, magazzinieri e addetti alle pulizie in Gran Bretagna e, in Francia, scioperi nei cantieri navali di Saint-Nazaire, ad Amazon a Lille e a Montélimar, alla ID logistics... In America Latina, possiamo citare il Cile (Coca-Cola), lavoratori portuali in Argentina e Brasile o d’imballaggi in Venezuela. In Messico, "gli scioperi si sono diffusi nella città messicana di Ciudad Juárez, ai margini della città texana di El Paso, coinvolgendo centinaia di maquiladoras che chiedono la chiusura di fabbriche non essenziali mantenute aperte nonostante il crescente numero di morti per la pandemia di Covid-19, inclusi tredici impiegati nella fabbrica di sediolini auto Lear, di proprietà degli Stati Uniti. Gli scioperi […] fanno seguito ad azioni simili da parte dei lavoratori nelle città di confine di Matamoros, Mexicali, Reynosa e Tijuana”[1]. In Turchia, si sono verificati scioperi di protesta nella fabbrica tessile di Sarar (contro il parere dei sindacati), nel cantiere navale Galataport e di lavoratori postali e telegrafici. In Australia ci sono stati scioperi da parte dei lavoratori portuali e nel settore della distribuzione. L'elenco potrebbe essere facilmente esteso.
- Numerosi scioperi sono stati spontanei, come in Italia, nelle fabbriche automobilistiche americane e nei centri Amazon, e i sindacati sono stati ampiamente criticati talvolta in opposizione frontale rispetto alla loro aperta collaborazione con la direzione. Secondo un articolo su libcom.org [32], che offre un'ampia panoramica delle recenti lotte negli Stati Uniti: “Lavoratori negli impianti di assemblaggio Fiat-Chrysler a Sterling Heights (SHAP) e Jefferson North (JNAP) nella regione di Detroit hanno preso in mano la situazione ieri sera e stamattina e hanno deciso di interrompere la produzione per fermare la diffusione del coronavirus. Le interruzioni del lavoro sono iniziate a Sterling Heights la scorsa notte, poche ore dopo che la United Auto Workers[2] e le case automobilistiche di Detroit hanno raggiunto un accordo putrido per mantenere le fabbriche aperte e operative durante la pandemia globale ... Lo stesso giorno, decine di lavoratori nell'impianto Lear Seating di Hammond, Indiana, si sono rifiutati di lavorare, forzando la chiusura dell'impianto di accessori e dell'impianto di assemblaggio di Chicago situato là vicino”. L'articolo contiene anche un'intervista a un lavoratore automobilistico:
“La UAW dovrebbe effettivamente battersi per farci interrompere il lavoro. Il sindacato e la società sono più interessati alla produzione di camion che alla salute di tutti. Sento che non faranno nulla se non agiamo. Dobbiamo riorganizzarci. Non possono licenziarci tutti".
- Questi movimenti si situano su un terreno di classe: sulle condizioni di lavoro (richiesta di adeguati dispositivi di protezione) ma anche per indennità di malattia, salari non pagati, contro sanzioni ai lavoratori che hanno rifiutato di lavorare in condizioni pericolose, ecc. Testimoniano il rifiuto del sacrificio che fa parte della continuità della capacità della classe di resistere alla spinta verso la guerra, un fattore alla base della situazione mondiale dalla ripresa delle lotte di classe nel 1968.
- Gli operatori sanitari, se hanno mostrato uno straordinario senso di responsabilità che è un elemento di solidarietà proletaria, hanno anche espresso la loro insoddisfazione per le loro condizioni, la loro rabbia per gli appelli ipocriti e le lodi dei governi, anche se per lo più hanno assunto la forma di proteste e dichiarazioni individuali [3]; ma ci sono state azioni collettive, tra cui scioperi, in Malawi, Zimbabwe, Papuasia- Nuova Guinea, come certe manifestazioni di infermieri a New York.
Ma questo senso di responsabilità del proletariato, che incita anche milioni di persone a seguire le regole di autoisolamento, mostra che la maggior parte della classe operaia accetta la realtà di questa malattia, anche in un paese come gli Stati Uniti, che è il "centro" di varie forme di negazione della pandemia. Pertanto, le lotte che abbiamo visto si sono necessariamente limitate ai lavoratori dei settori "essenziali" che lottano per condizioni di lavoro più sicure (e queste categorie rimarranno necessariamente in minoranza, anche se il loro ruolo è vitale) o ai lavoratori che si sono ben presto interrogati sulla reale necessità del proprio lavoro, come i lavoratori automobilistici in Italia e negli Stati Uniti; e quindi la loro domanda centrale è stata quella di essere mandati a casa (con un risarcimento da parte della società o dello Stato piuttosto che essere licenziati, come molti lo sono stati). Ma questa rivendicazione, per quanto necessaria, poteva solo implicare una specie di ritirata tattica nella lotta, piuttosto che la sua intensificazione o estensione. Ci sono stati tentativi (ad esempio tra i lavoratori di Amazon negli Stati Uniti) di tenere riunioni di lotta online, di effettuare dei picchetti di sciopero osservando le distanze di sicurezza, ecc. ma non si può ignorare il fatto che le condizioni di isolamento e di confinamento costituiscono un enorme ostacolo a qualsiasi sviluppo immediato della lotta.
In condizioni di isolamento, è più difficile resistere alla gigantesca raffica di propaganda e offuscamento ideologico.
Inni all'unità nazionale vengono cantati ogni giorno dai media, basandosi sull'idea che il virus è un nemico che non discrimina nessuno: nel Regno Unito, il fatto che Boris Johnson e il Principe Carlo siano stati infettati dal virus è presentato come prova[4]. Il riferimento alla guerra, lo spirito del "Blitz" durante la seconda guerra mondiale (esso stesso prodotto di un importante esercizio di propaganda volto a nascondere qualsiasi malcontento sociale) è incessante nel Regno Unito, in particolare con l'applauso dato a un veterano dell'aviazione centenario che ha raccolto milioni per l’NHS (Servizio Sanitario Nazionale). In Francia, anche Macron si è presentato come un capo guerra; negli Stati Uniti, Trump ha cercato di definire Covid-19 come il "virus cinese", distogliendo l'attenzione dalla triste gestione della crisi da parte della sua amministrazione e giocando sul solito tema di "America First" (l'America prima di tutto). Ovunque (anche nell'area Schengen dell'Unione Europea), la chiusura delle frontiere è stata proposta come il modo migliore per arginare il contagio. I governi di unità nazionale si sono formati dove una volta appariva una divisione apparentemente insolubile (come in Belgio), dove i partiti di opposizione stanno diventando più che mai "leali" allo "sforzo di guerra" nazionale.
L'appello al nazionalismo va di pari passo con la presentazione dello Stato come la sola forza in grado di proteggere i cittadini, sia attraverso la vigorosa applicazione delle chiusure sia nella sua forma più lieve di fornitore di assistenza alle persone in necessità, sia con le migliaia di miliardi distribuiti per mantenere i lavoratori licenziati, nonché i lavoratori autonomi le cui società hanno dovuto chiudere, o i servizi sanitari amministrati dallo Stato. In Gran Bretagna, il Servizio sanitario nazionale è stato a lungo un'icona sacra di quasi tutta la borghesia, ma soprattutto della sinistra, che lo considerava come un grande risultato, da quando è stato introdotto dal governo laburista post-guerra che lo presenta come al di fuori della mercificazione capitalista dell'esistenza, nonostante le invasioni "malvagie" degli imprenditori privati. Questo vanto per il NHS e istituzioni simili è supportato da rituali settimanali di applausi e elogi incessanti degli “eroici” operatori sanitari, in particolare da parte degli stessi politici che hanno contribuito a smantellare il sistema sanitario negli ultimi decenni o anche di più.
Secondo Michael Foot, rappresentante dell'ala sinistra del Partito Laburista, la Gran Bretagna non è mai stata così vicina al socialismo se non come durante la Seconda Guerra Mondiale. Oggi, mentre lo Stato deve mettere da parte le preoccupazioni per il profitto immediato per mantenere la coesione della società, la vecchia illusione che "oggi siamo tutti socialisti" (che era un'idea comunemente espressa dalla classe dirigente durante l'ondata rivoluzionaria dopo il 1917) ha ricevuto un nuovo rilancio grazie alla massiccia spesa imposta ai governi dalla crisi di Covid-19. L'influente filosofo di sinistra Slavo Zizek, in un'intervista su Youtube intitolata "Comunismo o barbarie [33]", sembra indicare che la stessa borghesia sia ora obbligata a trattare il denaro come un semplice meccanismo contabile, una sorta di buono orario del lavoro, totalmente distaccato dal valore attuale. In breve, i barbari diventano comunisti. In realtà, la crescente separazione tra denaro e valore è il segno del completo esaurimento delle relazioni sociali capitalistiche e quindi della necessità del comunismo, ma il disprezzo delle leggi del mercato da parte dello Stato borghese è tutt'altro che un passo verso un modo di produzione superiore: è l'ultimo baluardo di questo ordine in declino. Ed è soprattutto compito della sinistra del capitalismo nasconderlo alla classe operaia, deviarla dal proprio cammino che significa uscire dalla morsa dello Stato e prepararsi alla sua distruzione rivoluzionaria.
Ma nell'era del populismo, la sinistra non ha il monopolio delle false critiche al sistema. La realtà certa che lo Stato utilizzerà questa crisi ovunque per intensificare la sorveglianza e il controllo della popolazione (e quindi la realtà di una classe dirigente che "cospira" costantemente per mantenere il suo dominio di classe) dà origine a un nuovo lotto di "teorie complottiste", in cui il vero pericolo del Covid-19 viene respinto o negato categoricamente: si tratterebbe di una "Scamdemia"[5] sostenuta da una sinistra cabala di mondialisti per imporre il loro programma di "governo mondiale unico". E queste teorie, che sono particolarmente influenti negli Stati Uniti, non si limitano al cyberspazio. La frazione di Trump negli Stati Uniti ha agitato questo spaventapasseri, sostenendo che ci sono prove che il Covid-19 sia fuggito da un laboratorio a Wuhan (anche se i servizi di intelligence americani hanno già escluso questa ipotesi). La Cina ha risposto con accuse simili contro gli Stati Uniti. Ci sono state anche grandi proteste negli Stati Uniti per chiedere di tornare al lavoro e di porre fine al confinamento, proteste incoraggiate da Trump e spesso ispirate a teorie cospirative ambientali (così come a fantasie religiose: la malattia è reale, ma noi possiamo superarla attraverso il potere della preghiera). Ci sono stati anche alcuni attacchi razzisti contro persone provenienti dall'Estremo Oriente, identificati come responsabili del virus. Non vi è dubbio che tali ideologie colpiscono anche alcune parti della classe operaia, in particolare quelle che non ricevono alcuna forma di sostegno finanziario dai datori di lavoro o dallo Stato, ma sembra che le proteste per il ritorno al lavoro negli Stati Uniti siano state realizzate principalmente da elementi della piccola borghesia ansiosa di rilanciare le proprie imprese. Come abbiamo visto, molti lavoratori hanno lottato per andare nella direzione opposta!
Questa vasta offensiva ideologica rafforza l'atomizzazione oggettiva, imposta dal confinamento, la paura che chiunque al di fuori della propria casa possa essere la fonte della malattia e della morte. E il fatto che il lock-down durerà probabilmente per qualche tempo, che non ci sarà ritorno alla normalità e che potrebbero esserci altri periodi di confinamento se la malattia presenterà una seconda ondata, tenderà ad aggravare le difficoltà della classe operaia. E noi non possiamo permetterci di dimenticare che queste difficoltà non sono iniziate con il confinamento, ma che esse hanno una lunga storia alle spalle, soprattutto dall'inizio del periodo di decomposizione dopo il 1989, che ha visto un profondo riflusso sia della combattività che della coscienza, una crescente perdita dell'identità di classe, un'esacerbazione della tendenza all’ "ognuno per sé" a tutti i livelli. Pertanto, la pandemia, come ovvio prodotto del processo di decomposizione, segna una nuova fase del processo, un'intensificazione di tutti i suoi elementi più caratteristici[6].
Tuttavia, la crisi del Covid-19 ha anche attirato l'attenzione sulla dimensione politica ad un livello senza precedenti: le conversazioni quotidiane e le chiacchiere incessanti dei media sono quasi interamente incentrate sulla pandemia e sul confinamento, sulla risposta dei governi, la difficile situazione degli operatori sanitari e degli altri lavoratori "essenziali" e i problemi di sopravvivenza quotidiana di gran parte della popolazione nel suo insieme. Non vi è dubbio che il mercato delle idee è stato in gran parte accaparrato dalle varie forme dell'ideologia dominante, ma ci sono ancora posti in cui una minoranza significativa può porre domande fondamentali sulla natura di questa società. La questione di sapere ciò che è "essenziale" nella vita sociale, di sapere chi svolge il lavoro più vitale e chi è comunque pagato in modo così miseramente per esso, la negligenza dei governi, l'assurdità delle divisioni nazionali e del ciascuno per sé di fronte a una pandemia globale, il tipo di mondo in cui vivremo dopo questa pandemia: queste sono domande che non possono essere completamente nascoste o dirottate. E le persone non sono completamente atomizzate: le persone confinate usano i social media, i forum su Internet, i video o le conferenze audio non solo per continuare il lavoro retribuito o rimanere in contatto con la famiglia e gli amici, ma anche per discutere della situazione e porre domande sul suo vero significato. L'incontro fisico (se si svolge alla distanza sociale richiesta ...) con i vicini dell'edificio o del quartiere può anche diventare uno spazio di discussione, anche se il rituale settimanale degli applausi non deve essere confuso con la vera solidarietà o i gruppi locali di auto-aiuto con una lotta contro il sistema.
In Francia, uno slogan che è diventato popolare è "il capitalismo è il virus, la rivoluzione è il vaccino". In altre parole, le minoranze della classe portano la discussione e la riflessione alla loro logica conclusione. L’"avanguardia" di questo processo è costituita dagli elementi, alcuni dei quali molto giovani, che hanno chiaramente capito che il capitalismo è totalmente in bancarotta e che l'unica alternativa per l'umanità è la rivoluzione proletaria mondiale (in altre parole, coloro che si stanno muovendo verso posizioni comuniste, e quindi verso la tradizione della sinistra comunista). L'apparizione di questa generazione di minoranze "alla ricerca" del comunismo conferisce ai gruppi esistenti della sinistra comunista un'immensa responsabilità nel processo di costruzione di un'organizzazione comunista che può svolgere un ruolo importante nelle future lotte del proletariato.
Le lotte difensive che abbiamo visto all'inizio della pandemia, il processo di riflessione che ha avuto luogo durante il confinamento, sono indicazioni dell'intatto potenziale della lotta di classe, che può anche essere "confinata" per un periodo considerevole, ma che a lungo termine potrebbe maturare al punto da potersi esprimere apertamente. L'incapacità di reintegrare un gran numero di lavoratori licenziati al culmine della crisi, la necessità per la borghesia di recuperare i "doni" che ha distribuito nell'interesse della stabilità sociale, la nuova ondata di austerità che la classe dominante sarà costretta a imporre: tale sarà certamente la realtà della prossima tappa della storia di Covid-19, che è contemporaneamente la storia della crisi economica storica del capitalismo e della sua graduale decomposizione. È anche la storia del peggioramento delle tensioni imperialiste, poiché varie potenze cercano di usare la crisi Covid-19 per perturbare maggiormente l'ordine mondiale: in particolare, potrebbe esserci una nuova offensiva del capitalismo cinese volta a sfidare gli Stati Uniti come potenza leader mondiale. In ogni caso, i tentativi di Trump di addossare la colpa della pandemia alla Cina già preannunciano un atteggiamento sempre più aggressivo dagli Stati Uniti. Ai lavoratori verrà chiesto di fare sacrifici per "ricostruire" il mondo post-Covid e difendere l'economia nazionale dalla minaccia esterna.
Ancora una volta, dobbiamo mettere in guardia contro ogni rischio di immediatismo in questo campo. Un probabile pericolo (dato l'attuale basso livello di coscienza di un'identità di classe e la crescente miseria che colpisce tutti gli strati della popolazione mondiale) sarà che la risposta ai nuovi attacchi agli standard di vita possa assumere forma di rivolte interclassiste, "popolari", in cui i lavoratori non si presentano come una classe distinta con i loro metodi di lotta e le loro rivendicazioni. Abbiamo assistito a un'ondata di tali rivolte prima del confinamento e, anche durante quest'ultimo queste sono già riapparse in Libano, Cile e altrove, sottolineando che questo tipo di reazione è un problema particolare nelle regioni più "periferiche" del sistema capitalista. Un recente rapporto delle Nazioni Unite ha avvertito che alcune parti del mondo, in particolare l'Africa e i paesi devastati dalla guerra come lo Yemen e l'Afghanistan, sperimenteranno carestie di "proporzioni bibliche" sulla scia della crisi pandemica, che tenderà anche ad aumentare il pericolo di reazioni disperate che non offrono alcuna prospettiva.
Sappiamo anche che la disoccupazione di massa può, all'inizio, tendere a paralizzare la classe operaia: la borghesia può usarla per disciplinare i lavoratori e creare divisioni tra occupati e disoccupati, ed è intrinsecamente comunque più difficile lottare contro la chiusura delle fabbriche che resistere agli attacchi ai salari e alle condizioni di lavoro. Sappiamo che, in tempi di aperta crisi economica, la borghesia cercherà sempre degli alibi per nascondere il fallimento del sistema capitalista: all'inizio degli anni '70, fu la "crisi petrolifera"; nel 2008, "gli avidi banchieri". Oggi, se perdi il lavoro, verrà incolpato il virus. Ma questi alibi sono necessari per la borghesia proprio perché la crisi economica, e in particolare la disoccupazione di massa, sono un atto d'accusa del modo di produzione capitalista, le cui leggi, alla fine, le impediscono di nutrire i suoi schiavi.
Più che mai, i rivoluzionari devono essere pazienti. Come afferma il Manifesto del Partito comunista, i comunisti si distinguono per la loro capacità di comprendere "le condizioni, la marcia e i fini generali del movimento proletario". Le lotte massicce della nostra classe, la loro generalizzazione e la loro politicizzazione, è un processo che si sviluppa su un lungo periodo e che passa per molti avanzamenti e battute d'arresto. Noi non ci affidiamo a dei pii desideri quando insistiamo, come abbiamo fatto alla fine del nostro volantino internazionale [34] sulla pandemia, che "il futuro appartiene alla lotta di classe".
Amos, 12 maggio 2020
[1] “Workers strike across Ciudad Juárez, Mexico as COVID-19 death toll rises in factories [35]” (I lavoratori colpiscono Ciudad Juárez, in Messico, mentre il bilancio delle vittime di COVID-19 aumenta nelle fabbriche), Sito web socialista mondiale (20 aprile 2020). Le maquiladoras sono aziende di assemblaggio che agiscono in zona franca.
[2] L’UAW è uno dei principali sindacati del Nord America.
[3] Per quanto riguarda le reazioni degli operatori sanitari in Belgio e Francia, vedi: "Covid 19: Reazioni di fronte alla negligenza della borghesia"(in francese: https://fr.internationalism.org/content/10107/covid-19-des-reactions-face-a-lincurie-bourgeoisie [36] La posizione di un medico belga è disponibile in inglese sul nostro forum: https://en.internationalism.org/comment/27197#comment-27197 [37] .
[4] In una certa misura, questo ritornello è stato messo in crisi dalla crescente evidenza che gli elementi più poveri della società, comprese le minoranze etniche, sono molto più gravemente colpiti dal virus.
[5] Dall’inglese to scam, imbrogliare, quindi imbroglio a livello mondiale
[6] Abbiamo esaminato alcune di queste difficoltà all'interno della classe in vari testi recenti, in particolare: “Rapporto sulla lotta di classe per il 23° Congresso Internazionale della CCI (2019): Formazione, perdita e riconquista dell'identità di classe proletaria”. https://it.internationalism.org/content/1533/rapporto-sulla-lotta-di-classe-il-23deg-congresso-internazionale-della-cci-2019 [38]
Nel suo numero 530, datato ottobre/novembre 2018, Le Prolétaire, organo del Partito Comunista Internazionale (PCInt) ha pubblicato una risposta (” Le divagazioni della CCI sul populismo”) a due articoli che avevamo scritto con il titolo: “I difetti del PCInt sul tema del populismo” (Révolution Internationale n.468 e 470)[1]. Questi articoli erano già una prima risposta al loro precedente articolo: “Populismo, avete detto populismo?” (Le Prolétaire n.523) che criticava la nostra visione e la nostra analisi del populismo attuale. Continuiamo quindi questa polemica che riteniamo essenziale, sia per il confronto tra due metodi diversi nella lotta per la difesa degli interessi della classe operaia, sia per l'indispensabile chiarimento dell'analisi della situazione attuale nell’ambiente politico proletario.
Per i rivoluzionari, un periodo e una situazione storica vanno visti come un rapporto di forza tra le due classi principali della società: la borghesia e il proletariato. Questa analisi è la massima responsabilità delle organizzazioni rivoluzionarie ed è stata decisiva nei momenti chiave della lotta proletaria. Per esempio, attraverso l'analisi del rapporto di forza e della dualità di potere nelle sue Tesi dell'aprile 1917, Lenin corresse la direzione del partito bolscevico nei confronti del governo provvisorio del principe Lvov e Kerenski. Allo stesso modo, durante i giorni del luglio 1917, poiché aveva compreso la realtà del rapporto di forza tra il proletariato e la borghesia, il partito bolscevico fu in grado di superare la trappola di un'insurrezione prematura, predisposta dal governo provvisorio. D'altra parte, il giudizio errato di questo rapporto di forza da parte di un'organizzazione rivoluzionaria, qualunque sia il suo livello di influenza sulla classe operaia, ha sempre avuto conseguenze molto gravi, anche catastrofiche. Così, nonostante gli intensi movimenti sociali nel paese, la decisione di Karl Liebknecht di lanciare l’appello all'insurrezione a Berlino nel gennaio 1919, quando le condizioni non erano mature, ebbe conseguenze tragiche per l'intero proletariato internazionale, portando allo schiacciamento nel sangue della rivoluzione in Germania e permettendo alla borghesia di sferrare un colpo decisivo all'estensione della rivoluzione mondiale.
Allo stesso modo, l'atteggiamento opportunistico e attivista di Trotsky negli anni ‘30, derivante dalle sue illusioni su una possibile evoluzione positiva della fazione stalinista e dalla sua incomprensione della necessità di un lavoro di frazione, fu ulteriormente aggravato dal fatto che egli non aveva compreso l’ampiezza della controrivoluzione globale e il rapporto di forza totalmente sfavorevole al proletariato in quel momento. Questo lo portò, in particolare, a sostenere, contro l'ascesa del fascismo, la formazione di fronti uniti con partiti borghesi, nonché ad adottare una posizione altrettanto catastrofica durante la guerra civile spagnola affermando che “c'era una rivoluzione ibrida, confusa, metà cieca e mezza sorda” che avrebbe potuto finalmente trasformarsi in una “rivoluzione socialista” se ci fossero stati “leader rivoluzionari” a capo dello Stato borghese. Alcuni di questi errori derivavano dalle sue confusioni circa il rapporto di forza tra le classi, che lo portò persino a sbandare nella creazione di una IV Internazionale nel 1938, quando le forze dei rivoluzionari non solo erano completamente disperse, ma anche fortemente decimate.
Questi tragici passi falsi portarono a terribili massacri di proletari nella guerra spagnola, che fu una prova generale per il sanguinoso scontro imperialista del 1939-1945 e a sua volta portò le organizzazioni trotskiste al tradimento ed al loro passaggio nel campo borghese durante la seconda guerra mondiale. Ecco perché la CCI, dopo Bilan e la Sinistra Comunista di Francia in particolare, ha sempre sottolineato l'importanza cruciale per le organizzazioni rivoluzionarie dell'analisi del rapporto di forze tra le classi.
Quando la società entrò in un nuovo periodo storico, quello delle guerre e delle rivoluzioni, come chiaramente proclamò il primo Congresso dell'Internazionale Comunista, divenne cruciale per le Organizzazioni Rivoluzionarie trarre tutte le conseguenze che questo cambiamento nel periodo storico implicava. La Sinistra comunista continuò questo lavoro dopo il trionfo della controrivoluzione derivante dalla sconfitta dell'ondata rivoluzionaria del 1917-1923. Inserendosi su questa strada, la CCI è stata in grado di identificare il quadro generale dell’analisi dell'ingresso del capitalismo nel periodo di decadenza. E’ riuscita ad andare oltre identificando, durante la caduta del blocco dell’est, l'ingresso del capitalismo nella sua fase finale di decomposizione[2]. È con questo quadro teorico, basato sull'analisi storica e globale del rapporto di forza tra le classi, che è in grado di sviluppare un'analisi di fenomeni come il populismo, tipico di questa fase finale del capitalismo. Naturalmente, il PCInt non è d'accordo con questo quadro di analisi, cosa che evidenzia un'interpretazione completamente riduttiva del metodo marxista.
Quando Le Prolétaire afferma perentoriamente, in risposta alla CCI, che “non sono fattori “ideologici”, ma determinazioni materiali che spingono e spingeranno i proletari nei movimenti di lotta, a superare le loro divisioni, a riconoscere che appartengono alla stessa classe sociale, soggetta allo stesso sfruttamento, e che spingeranno gli elementi d'avanguardia in questi movimenti a cercare un'organizzazione di partito per condurre la lotta”, resta ad una fase elementare della lotta di classe. Anche noi riconosciamo pienamente che le condizioni materiali dei proletari come combinazione di fattori oggettivi (il livello della crisi economica, l'entità degli attacchi da parte della borghesia, ecc.) svolgono un ruolo essenziale nello sviluppo della coscienza di classe. Ma il PCInt qui dimentica che i fattori soggettivi (lotta, forza di volontà, moralità, solidarietà, organizzazione, coscienza, teoria) svolgono rapidamente un ruolo importante per il proletariato, fino a diventare decisivi in un periodo rivoluzionario.
Questo è stato ciò che ha fatto dire a Marx: “Chiaramente, l'arma della critica non può sostituire la critica delle armi: la forza materiale deve essere rovesciata da una forza materiale, ma anche la teoria diventa forza materiale, non appena si impadronisce delle masse”.[3] Ciò è stato confermato chiaramente dal corso stesso della rivoluzione in Russia. È questo ruolo vitale della coscienza che Trotsky pose al centro della sua Storia della Rivoluzione Russa quando scrisse, per esempio, che “il grado di coscienza delle masse popolari, fattore decisivo nella politica rivoluzionaria, escludeva così la possibilità che i bolscevichi prendessero il potere a luglio”[4] e quindi riportò le parole di Lenin. “Non siamo ciarlatani: dobbiamo affidarci esclusivamente alla coscienza delle masse.”[5]. Fu questa dimenticanza che portò Bordiga, al suo ritorno alla vita militante dopo la seconda guerra mondiale (che segnò la nascita del bordighismo), a rigettare completamente la coscienza fuori dalla lotta proletaria fino alla rivoluzione, e a confinarla solo all'interno del Partito. Pertanto, per il PCInt, la lotta di classe è ridotta a una somma o a una catena di determinazioni materiali quasi automatiche e meccanicistiche, valide in qualsiasi momento nell'esistenza del capitalismo. Qualsiasi altra considerazione sarebbe “idealismo”. Di questo, naturalmente, egli accusa la CCI nel suo articolo con i termini “divagazioni”, “stravaganze” o “elucubrazioni” che accompagnano la sua risposta. Allo stesso tempo, negando l'importanza del fattore di coscienza nella lotta del proletariato, nega anche la dimensione storica dell'evoluzione del capitalismo, che lo porta a rifiutare anche la nozione della decadenza del capitalismo che noi difendiamo. Attenendosi a questo, il PCInt abbandona la dimensione storica e il contesto concreto del corso della lotta di classe, che tuttavia rientrano in una dimensione essenziale del marxismo: la coscienza di classe non è affatto un fattore astratto ma una forza materiale, come Marx e Engels hanno sempre chiaramente stabilito. La coscienza e lo stato di questa coscienza in un dato momento storico non sono solo un fattore attivo ma determinante in una situazione che è essenziale e indispensabile per tener conto nell'analisi del rapporto di forza tra le classi. In altre parole, non ci sono solo fattori oggettivi, ma anche fattori soggettivi, cioè legati allo stato e al livello di sviluppo della coscienza di classe del proletariato, che determina la sua forza sul campo politico. Ecco perché abbiamo sempre affermato che nel capitalismo, il proletariato, nella misura in cui non ha alcun potere economico e materiale, ha solo due armi per la sua lotta: la sua coscienza e la sua organizzazione. Più in generale, le idee e le ideologie secrete e sfruttate dalla borghesia sono anche forze materiali al servizio del suo dominio e sfruttamento. Le mistificazioni e le illusioni propagate dalla classe borghese svolgono un ruolo attivo in situazioni concrete: c'è dunque una lotta concreta che il proletariato deve condurre per contrastare le manovre della propaganda ideologica della borghesia, e in particolare la mistificazione democratica che grava su di essa o contro qualsiasi ideologia che mira a dividere la classe operaia: razzismo/antirazzismo, populismo/anti-populismo, totalitarismo….
Il PCInt trascura il ruolo importante e attivo dello sviluppo della coscienza del proletariato nel processo rivoluzionario trasferendo questa coscienza solo al Partito che ne avrebbe quindi (e solo) il “monopolio”. Riducendo lo sviluppo della coscienza di classe a questo insieme di determinazioni materiali, il PCInt cade in un determinismo puramente meccanicistico, in altre parole nella trappola di un approccio che è quello del materialismo volgare, che contrappone, nella sostanza, il pensiero e la materia; la determinazione dai rapporti materiali ed economici della produzione escludendo “il mondo delle idee”, cioè negando e rifiutando la forza materiale del pensiero e della riflessione nella classe stessa. Ma questa visione ristretta ha conseguenze che portano il PCInt a prendere a suo conto e a chiudersi in false teorizzazioni ereditate dal passato.
C'è, infatti, un altro aspetto della sua critica al nostro preteso idealismo che testimonia la stessa inversione delle fondamenta del marxismo da parte del PCInt: “La CCI ha una visione completamente idealizzata di una classe operaia senza contraddizioni, senza vari strati, senza divisioni al suo interno (...). A differenza di questa favola, è importante capire che le divisioni e la sottomissione della classe operaia hanno fondamenta materiali” Questa concezione lo porta ad aggrapparsi alla teoria della “aristocrazia della classe operaia” che avevamo già criticato nel nostro precedente articolo. Al di là della facile ironia della sua risposta (“Su questo punto, siamo in buona compagnia, poiché la CCI riconosce che questa concezione era già un errore di Engels e Lenin!”), Le Prolétaire in realtà si basa su una visione sbagliata ereditata da Lenin[6] nell'Imperialismo, la fase suprema del capitalismo[7]. Non si può negare che vi siano differenze di salario, condizioni di vita e condizioni di lavoro tra i lavoratori che la borghesia si sforza sempre di realizzare, evidenziare e strumentalizzare per mascherare la natura e il carattere storico della classe associata e unitaria del proletariato. Ma abbiamo sempre criticato questa nozione perché ignora l'unità fondamentale del proletariato come classe politica e il suo grido di protesta: “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”, per evidenziare categoriche divisioni sociologiche e, quindi, presunti antagonismi di interessi competitivi all'interno della classe operaia. Il PCInt si attiene a questa visione sociologica e fotografica della classe operaia, perdendo di vista il suo significato, il suo ruolo, il suo orientamento politico e, appunto, cade in una trappola ideologica parlando di divisioni in strati del proletariato. Ciò che spinge i proletari a reagire non sono solo le condizioni materiali che vivono, ma anche il livello di sviluppo della loro coscienza di classe nella lotta che non è assolutamente lineare o continua. A causa delle sue debolezze sul metodo marxista, il PCInt dimentica che il proletariato è in grado di unirsi nella sua lotta allo sfruttamento, e che lo ha dimostrato nei momenti più alti della sua storia (dalla Comune del 1871 alla Polonia 1980 fino al 1917 in Russia, ovviamente, e nel maggio 1968 in Francia), anche nelle aree in cui il proletariato è meglio pagato. La borghesia, d'altra parte, cerca di presentare la classe operaia come una classe fatalmente divisa, che difende interessi corporativi e antagonisti. Al contrario, la realtà stessa della classe operaia, del proletariato come classe, poggia sulla sua profonda unità. Il proletariato, come ha sempre affermato il marxismo, può riconoscere la sua identità di classe e affermarsi come classe rivoluzionaria, e quindi superare le sue divisioni molto reali, solo attraverso la lotta e l'affermazione della sua unità e solidarietà basata sul carattere associato del suo lavoro all'interno del capitalismo. Il PCInt qui confonde l'esistenza stessa del proletariato con il processo effettivamente eterogeneo e diseguale in atto nello sviluppo delle sue lotte e della sua coscienza di classe.
Quando l'articolo di le Prolétaire afferma, per giustificare il suo punto di vista sull’”aristocrazia operaia”, che "si tratta di un'analisi materialistica per spiegare l'influenza borghese (e in particolare l'influenza dei partiti e delle organizzazioni collaborazioniste) sul proletariato”, accredita di fatto l'idea che i partiti di sinistra e i sindacati siano organizzazioni “collaborazioniste” quando, di fatto, dovrebbero essere denunciate come organi borghesi, perché passati definitivamente nel campo borghese..
Ed aggiunge, nella difesa di questa teoria: È abbastanza consapevolmente che i capitalisti concedano alcuni vantaggi e certe “garanzie” (statuti speciali, ecc.) a pochi strati del proletariato per garantire la pace sociale in particolari settori dell'economia o nell'economia nel suo complesso. Questi strati costituiscono la base di massa delle organizzazioni riformiste. E’ vero è che in certi momenti storici particolari, la borghesia ha saputo fare volontariamente certe concessioni economiche in modo pienamente consapevole, ma a quale scopo? Non per “comprare” parte del proletariato come sottintende il PCInt “per perpetuare l'ideologia riformista”, ma per dividerla, per cercare di mettere i lavoratori l'uno contro l'altro, accettando le richieste di un particolare settore o di una società mentre la maggior parte dei proletari fanno i conti solo con l'amarezza della sconfitta, come è avvenuto nella lotta negli ospedali in Francia nel 1988, dove solo gli infermieri hanno ottenuto qualche briciola, o in molte lotte come durante il recente sciopero alla General Motors negli Stati Uniti, stimolando la concorrenza tra proletari, rinchiudendoli in difesa della fabbrica, dell'azienda, della regione o del paese. Le strategie borghesi per controllare il proletariato non sono nuove, soprattutto attraverso tutta la legislazione sullo sfruttamento, come sottolinea Rosa Luxemburg nella sua Introduzione all'economia politica sul significato delle leggi sulla protezione del lavoro: “Era quindi necessario che, nel proprio interesse, per consentire uno sfruttamento futuro, il capitale imponesse alcuni limiti all'attuale sfruttamento. Era necessario risparmiare un po’ la forza del popolo per garantire la continuazione del suo sfruttamento. Era necessario passare da un'economia di saccheggio non redditizia allo sfruttamento razionale. Da ciò derivano le prime leggi della giornata lavorativa massima, come pure il varo di tutte le riforme sociali borghesi. Le leggi sulla caccia ne sono una replica. Proprio come le leggi stabiliscono un tempo proibito per la caccia alla selvaggina, in modo che possa moltiplicarsi razionalmente ed essere disponibile regolarmente per la caccia, così le riforme sociali garantiscono un tempo proibito per la forza lavoro del proletariato, in modo che possa essere utilizzato razionalmente per lo sfruttamento capitalista. O come dice Marx: la limitazione del lavoro in fabbrica è stata dettata dalla stessa necessità che costringe l'agricoltore a mettere fertilizzante nei suoi campi. La legislazione delle fabbriche vede la luce, prima di tutto per i bambini e le donne, in una lotta tenace di decenni contro la resistenza dei capitalisti individualisti.” Ma il movimento operaio è pieno di molti altri esempi storici che dimostrano che la classe dominante non solo si è presa cura di razionalizzare lo sfruttamento della forza lavoro, ma ha avuto come preoccupazione principale sempre quella di esercitare uno stretto controllo sui proletari, ad esempio creando strutture sindacali a partire da zero: già, nella Russia prima del 1905, c'è il noto esempio dei “Sindacati Zubatov” sotto il controllo e gli ordini diretti della polizia zarista. Ma ancora di più dopo il 1945, con lo statuto speciale degli impiegati pubblici e di alcuni settori chiave dell'industria (EDF-GDF, lavoratori ferroviari...) con aumenti salariali che consentivano un aumento del tenore di vita dei lavoratori, ecc., perché ha permesso alla classe dominante di tenere gli operai sotto il giogo dello sfruttamento post-bellico al servizio dello “sforzo di ricostruzione nazionale” (il famoso “rimboccatevi le maniche!” del ministro Thorez e dei suoi accoliti stalinisti in un governo di unità nazionale nato dalla Resistenza). E questo, attraverso la mistificazione delle “nazionalizzazioni” e il presunto carattere “operaio” di queste misure. Questo è stato anche il caso negli anni successivi, durante il periodo detto dei “Trenta Gloriosi”, quando la borghesia è stata in grado di preservare l'illusione di una riqualificazione economica senza precedenti del capitalismo che aveva superato le sue crisi. In quel momento, infatti, la borghesia dei paesi occidentali doveva far credere ai lavoratori di avere qualcosa da guadagnare nel capitalismo, di far accettare la continuazione della militarizzazione dell'economia, la corsa agli armamenti e un'economia di guerra permanente, al fine di prepararli a mobilitarsi in scontri bellici contro i nemici del blocco avversario. In Francia, ad esempio, nel contesto della guerra fredda, il sindacato Force Ouvrière (FO) è stato deliberatamente creato nel 1947 su iniziativa della borghesia occidentale, in particolare del Partito socialdemocratico (SFIO), che ha svolto un ruolo fondamentale nel governo negli anni ‘50 per mantenere i lavoratori nel campo occidentale ed nel blocco filo-atlantico. L'obiettivo era quello di contrastare l'influenza della CGT controllata dal partito stalinista, la cui influenza costituiva il rischio di un passaggio al blocco avversario. Lo stesso vale, ad esempio, in Italia nel 1950 con la nascita della CISL (sponsorizzato dal Partito Democristiano al governo) e della UIL (sponsorizzata dal Partito Socialdemocratico) di fronte alla CGIL
Ma se la concessione di “certi benefici e garanzie” in campo economico a particolari settori o anche a tutta la classe può davvero essere una politica deliberata della borghesia in una particolare circostanza o contesto storico, il PCInt trae un'interpretazione totalmente erronea che porta a una conclusione fuorviante sul cosiddetto “collaborazionismo di classe delle organizzazioni riformiste”. Dietro la visione limitata della realtà proposta dalla teorizzazione della “aristocrazia operaia”, la vera questione che si pone al proletariato e che il PCInt non è in grado di vedere, è la realizzazione del capitalismo di Stato come forma universale di dominio della borghesia. Questa è una caratteristica fondamentale del periodo successivo alla sconfitta dell'ondata rivoluzionaria mondiale del 1917-1923 e il segno della decadenza e della sopravvivenza di questo sistema, direttamente e brutalmente come sotto i regimi stalinisti, o indirettamente sotto forma di controllo dello Stato “democratico” sull'economia e sulla società nel suo complesso. Invece di mettere in discussione e sviluppare un quadro per l'analisi vivente delle esperienze e delle lezioni da imparare da un punto di vista di classe, Le Prolétaire persiste nel rinchiudersi in modelli “invarianti” e ripetere le formule del passato senza realmente tener conto dell'evoluzione storica della dominazione capitalista. Così continua a parlarci di “organizzazioni riformiste” o di “collaborazione di classe” o “strati che sono espressione di un’aristocrazia della classe operaia”, mentre i sindacati e gli ex partiti operai non solo sono diventati definitivamente organizzazioni di natura chiaramente borghese, ma sono anche pienamente integrati nell'apparato statale di cui costituiscono essenziali ingranaggi di dominio e sfruttamento. La loro funzione specifica all'interno di questo apparato statale è la difesa esclusiva dei suoi interessi, consentendo di inquadrare e mettere il bavaglio al proletariato. In questo senso, sono entrambi i migliori difensori della borghesia e i peggiori e più pericolosi nemici del proletariato. Descrivere parte dell'apparato statale borghese come “organizzazioni riformiste” ignorando il fatto che queste ex organizzazioni operaie si sono spostate irrimediabilmente nelle fila della borghesia (sindacati, PS, PC, organizzazioni trotskiste) all’atto della guerra o della rivoluzione e sono diventate nemiche dichiarate del proletariato, permette di mantenere l'illusione che siano sempre organizzazioni operaie.[8] Questo atteggiamento è irresponsabile da parte di un'organizzazione del campo proletario perché mantiene un fattore fondamentale di confusione utilizzato dal nemico contro lo sviluppo della coscienza di classe. Legandosi a una visione fissa del passato, senza tener conto delle dinamiche dialettiche attuali sui rapporti di forza fra le classi, senza tener conto delle lezioni e delle esperienze del movimento operaio, un'organizzazione proletaria rischia di commettere gravi errori di analisi e di trarre non solo false lezioni da una situazione, ma anche molto pericolose. Con una visione così ristretta e riduttiva utilizzata come quadro e metodo di analisi, il PCInt ha sempre implicitamente creduto che il proletariato dei paesi centrali del capitalismo non sia mai veramente uscito dalla controrivoluzione.
Come non è stato in grado di rilevare la ricomparsa a livello internazionale delle lotte proletarie apertesi con il maggio 1968 in Francia, il PCInt non è stato in grado di valutare il pericolo rappresentato dall'indebolimento della coscienza di classe dopo il crollo dei regimi stalinisti dell’Est alla fine degli anni ‘80, legato alla propaganda borghese che identificava lo stalinismo col comunismo e che ha minato la fiducia di gran parte del proletariato nella prospettiva di una società comunista. Le Prolétaire ci accusa di cadere nella trappola della propaganda borghese nella nostra analisi del populismo (torneremo su questo in particolare nella seconda parte di questo articolo). Ma non riesce a capire la nostra analisi del populismo come una delle caratteristiche della fase di decomposizione del capitalismo, perché rifiuta il nostro quadro della decadenza del capitalismo e delle sue implicazioni per la lotta del proletariato. (Continua)
Wim, 4 febbraio 2020
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Il Partito Comunista Internazionalista (Le Prolétaire) appartiene alla lunga tradizione della Sinistra Comunista d'Italia, alla quale fa riferimento anche la nostra organizzazione, la CCI. Per noi è un gruppo appartenente al movimento politico proletario, al di là dei disaccordi che ci separano. Le nostre polemiche, franche e talvolta amare, sono quindi per noi l'espressione del dibattito necessario e vitale che deve svilupparsi all'interno del campo rivoluzionario. Nato nel 1943 come Partito Comunista Internazionalista (PCInt), ma esistente nella sua forma attuale dal 1952 (la data della scissione dal gruppo Damen, che continua la sua attività intorno al giornale Battaglia Comunista), il PCInt è ora raggruppato in Francia e in Italia intorno Le Prolétaire e Il Comunista rispettivamente. Pur affermando di rifarsi all’Internazionale Comunista e della Sinistra Italiana, fu in nome dell”invarianza del marxismo” che il PCInt voltò le spalle all'intera eredità della rivista Bilan, anche se negli anni '30 e fino alla fine della seconda guerra mondiale, gli elementi rivoluzionari della sinistra comunista d'Italia si erano riuniti attorno a questa rivista e avevano fatto vivere il marxismo sapendo di affrontare la controrivoluzione e tirando le vere lezioni di questo periodo atroce. Sull'antifascismo, la decadenza del capitalismo, i sindacati, la liberazione nazionale, il significato della degenerazione della rivoluzione russa, la natura borghese dei partiti stalinisti, sullo Stato nel periodo di transizione o la costruzione del “Partito”, tutti i progressi del Bilan sono stati gettati nella spazzatura dal PCInt, sin dalla sua costituzione. Questi passi falsi politici e teorici hanno portato il PCInt a svolgere attività politiche dannose per la classe operaia. Così, sulla base di un approccio totalmente contrario ai contributi di Bilan sulla questione della Frazione e del Partito, il PCInt si è costituito in “partito rivoluzionario” mentre la classe operaia è stata spazzata via dalla seconda guerra mondiale, incapace di alzare la testa. È stata questa stessa rinuncia alle conquiste fondamentali di Bilan che ha portato il PCInt a considerare i partiti stalinisti come “riformisti” o quelli trotskisti come “opportunisti” e non per quello che sono realmente: partiti borghesi. Per il PCInt, questa frontiera di classe non esiste. Allo stesso modo, deviando l'antiparlamentarismo della Sinistra italiana storica (la “Frazione astensionista” nata nel 1919 e di cui Bordiga era il principale rappresentante) su un terreno di semplice “tattica”, il PCInt ha potuto chiedere la partecipazione a elezioni e referendum, difendendo al contempo i “diritti democratici”, compreso il diritto di voto per i lavoratori migranti. Inoltre, per il PCInt, qualsiasi “tattica” sindacale, di comitati frontisti, di sostegno “critico” a gruppi terroristici come Azione Diretta in Francia, gli permette di "organizzare" le masse. Nel 1980, durante i grandi scioperi in Polonia, il PCInt vide nel sindacato Solidarnosc, la cui unica attività era quella di sabotare la lotta, l’“organizzatore” della classe operaia. Ma se la creazione del Partito Comunista Internazionale (PCInt) nel 1943, composto da molti attivisti della Sinistra Comunista d'Italia, non era priva di confusione teorica e organizzativa, questo gruppo tuttavia deve all'esperienza di lotta a cui si collega l’essersi sempre mantenuto su un terreno di classe e rimane come tale, un’organizzazione del proletariato.
[1] https://fr.internationalism.org/revolution-internationale/201801/9654/polemique-failles-du-pci-question-du-populisme-partie-i [39]
[2] Vedere a questo proposito: “Decomposizione: fase finale della decadenza del capitalismo”, su Rivista Internazionale n.14, https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo [13]
[3] Marx, Critica alla Filosofia del diritto di Hegel (1843).
[4] Storia della rivoluzione russa (Tomo 2): La rivoluzione d'ottobre, capitolo "I bolscevichi avrebbero potuto prendere il potere a luglio?”, edizione Oscar Mondadori, 1978, pag. 609
[5] Ibid., capitolo “I bolscevichi e i Soviet”
[6] Lenin riprende, certamente, un termine già usato da Marx ma in un senso completamente diverso. Nel Libro I del Capitale, Marx designa così la parte più pagata del proletariato per dimostrare, al contrario, che essa stessa è colpita dalla crisi e sprofonda nella miseria sotto gli effetti della crisi.
[7] In quest’opera, Lenin si basa su un passaggio di una lettera di Engels a Marx in cui egli parla di “imborghesimento di parte del proletariato inglese”: “per quanto riguarda i lavoratori, godono tranquillamente con loro [i capitalisti] del monopolio coloniale dell'Inghilterra e del suo monopolio sul mercato mondiale”. Da lì, Lenin teorizzò due concezioni pericolose: da un lato, la divisione dei proletari tra gli strati “superiori” (l’aristocrazia operaia) e quelli “inferiori”, secondo lui caratteristici della fase “imperialista e monopolistica” di dominio del capitalismo e, d'altra parte, che il proletariato dei principali paesi colonialisti avrebbe goduto di privilegi legati allo sfruttamento del proletariato dei paesi colonizzati. Si tratta di una messa in discussione dell’unità del proletariato come classe sfruttata, che è al centro della visione marxista a favore di una visione sociologica terzo-mondista che ha alimentato la propaganda dell’ideologia gauchiste che rivendica le lotte di “liberazione nazionale”.
[8] In questo senso, questi partiti sono chiamati opportunisti o centristi o “operai degenerati” anche da organizzazioni gauchistes che utilizzano anche la teorizzazione della “aristocrazia operaia”, ma per renderla deliberatamente un fattore di divisione del proletariato.
Tutti i media riconoscono che la pandemia globale SARS-CoV2 (Covid 19), che ha contagiato più di 10 milioni di persone e ha causato 500.000 morti, secondo i dati ufficiali mentre scriviamo, sta spingendo la "comunità" scientifica in una "corsa contro il tempo" per trovare un vaccino. Ma sono anche costretti ad ammettere che questa "corsa” è ancora lontana dalla tappa dello "sprint finale". Mentre dal XIX secolo e dalla creazione nel 1881 da parte di Louis Pasteur del primo vaccino antirabbico basato sul principio dell'inoculazione, sono stati fatti enormi progressi nei metodi di coltura delle cellule virali basati sulla biotecnologia e sull'ingegneria genetica che hanno permesso la nascita di diversi vaccini virali, ci viene detto che il vaccino contro il Covid-19 sarà disponibile solo alla fine del 2021! Ma in realtà, tutti gli specialisti concordano sul fatto che ci vogliono in media tra i 10 e i 15 anni per trovare e mettere a punto un nuovo vaccino "affidabile" perché, oltre al tempo necessario per progettarlo e produrlo, è necessario un determinato tempo e tre fasi indispensabili di sperimentazione su larga scala: test del vaccino su animali, test su una popolazione non infetta e infine test sui pazienti. "Ci saranno molti tentativi ed errori, ma abbiamo molte opzioni da esplorare", dice Benjamin Neuman, un virologo della Texas A&M University-Texarkana. “Perché è mai stato studiato per l'uomo nessun vaccino efficace contro nessun virus della famiglia dei coronavirus”.
Affermazione sorprendente perché il coronavirus non è sconosciuto agli scienziati! La SARS-CoV1 (apparsa alla fine del 2002 nel sud-est della Cina) e la MERS-CoV (apparsa nel settembre 2012 in Arabia Saudita), i due fratelli maggiori della SARS-CoV2, hanno già dato vita a ricerche scientifiche per la creazione di vaccini. Nel primo caso, la ricerca è stata interrotta e il progetto del vaccino è stato sepolto prima ancora che fosse stato testato sull'uomo. Nel secondo caso, la ricerca è ancora in corso e testata sugli animali. Nonostante il fatto che per anni gli scienziati abbiano previsto "la minaccia di una pandemia come quella di Covid-19", gli studi scientifici sui coronavirus e lo sviluppo di vaccini sono stati considerati ... "non redditizi"! Il campo della ricerca scientifica al servizio della salute pubblica è costantemente vessato e ostacolato dalla mancanza di mezzi finanziari e logistici. Questo è stato uno dei primi settori a subire i tagli al bilancio, indipendentemente dalla frazione politica a cui appartengono i governi: "Donald Trump, nel maggio 2018, ha abolito un'unità speciale del Consiglio di sicurezza nazionale, composta da eminenti esperti, incaricata di combattere le pandemie”[1]. "Dopo l'influenza suina nel 2009, i funzionari della Commissione europea hanno pubblicato un rapporto contenente delle raccomandazioni politiche. Ma la Commissione è stata successivamente rinnegata dagli Stati membri [...]. Dopo la SARS nel 2003, è stato istituito il Centro europeo per il controllo delle malattie (ECDC). Sta facendo un lavoro eccellente. Ma ha solo 180 collaboratori [...] A Sciensano (istituto di ricerca e istituto nazionale di sanità pubblica del Belgio), ci sono persone molto competenti... ma l'istituto è debole, perché non si investe abbastanza"[2].
Ora ci viene detto: "Per sviluppare un vaccino contro la SARS-CoV2, i ricercatori si stanno basando sui loro studi sulla SARS-CoV1 e sulla MERS-CoV"[3]. Sono passati 17 anni dalla comparsa del primo virus! 17 anni persi nella ricerca di un vaccino che avrebbe potuto salvare decine di migliaia di vite umane!
Di fronte alle dimensioni e alla devastazione dell'attuale pandemia mondiale, la logica naturale che dovrebbe prevalere sarebbe quella di sviluppare la cooperazione e il coordinamento internazionale, di concertare gli sforzi scientifici e operare in maniera centralizzata in modo da mobilitare il progresso tecnologico e le conoscenze scientifiche nella ricerca di un vaccino per ridurre il più possibile il tempo necessario per combattere questo flagello. Ma nella realtà attuale non è affatto così. Al contrario. L'attuale corsa mondiale alla ricerca di vaccini e cure si sta svolgendo in modo frenetico, caotico e disordinato: "Sono stati lanciati più di cento progetti in tutto il mondo e una dozzina di test clinici sono in corso per cercare di trovare una cura per la malattia"[4]. Secondo i media, tutti i colossi farmaceutici come Sanofi (società farmaceutica francese), Gilead Sciences (laboratorio farmaceutico americano), GlaxoSmithKline (gigante farmaceutico britannico), Regeneron Pharmaceuticals (società con sede a New York), Johnson & Johnson (società americana), la società cinese CanSino, per citarne solo alcuni, non fanno che questo. Ma lo stanno facendo ognuno per proprio conto.
Perché ci troviamo in una situazione del genere? Sono le leggi stesse del capitalismo, riflesse nel giogo delle ambizioni di tutti gli Stati e nella reciproca competizione, che impediscono alla società di funzionare se non attraverso la legge del profitto e della concorrenza generalizzata, nel ciascuno per sé, gli uni contro gli altri, in ordine sparso e in modo caotico. Così come queste leggi del capitalismo hanno frenato, ritardato, sabotato e ostacolato ogni misura preventiva e i finanziamenti per la ricerca in tutti i settori della sanità, il funzionamento del capitalismo e delle sue leggi è in diretta opposizione alla messa in comune dei dati e all'indispensabile centralizzazione delle risorse, delle ricerche e alla scoperta di un vaccino efficace.
Questa corsa alla ricerca del vaccino e della "cura miracolosa" per Covid-19 non è priva di tragiche conseguenze per la salute del resto del mondo: ricercatori e virologi di tutto il mondo mettono in guardia contro i pericoli derivanti da questa corsa precipitosa: “Morti dovute a una ricerca incauta. ... Oggi la scienza si muove troppo velocemente e questo ha conseguenze di vasta portata ... Non c'è abbastanza tempo per una riflessione critica sui risultati scientifici, il che ha gravi conseguenze”[5].
Attualmente si sta lavorando molto sui “vaccini surrogati”, concentrandosi sul riciclaggio di vecchi trattamenti virali o sulla ripresa della ricerca su vaccini abbandonati, come quelli contro la malaria o l'Ebola, considerati “non redditizi” in passato[6], ma che da un giorno all'altro diventano una “prospettiva interessante” per l'accesso al nuovo mercato aperto dalla pandemia SARS-CoV2. Questo riflette l'impotenza e lo smarrimento della “comunità” scientifica.
Ma soprattutto, questo porterà a mettere sul mercato dei vaccini "economici" e di scarsa qualità, non sufficientemente testati. Questo significa anche che un numero incalcolabile e vertiginoso di nuove vittime ne pagherà le conseguenze, a costo della loro vita.
In realtà il capitalismo, la classe borghese e i suoi Stati non hanno alcun interesse per la salute delle popolazioni: “Se le somme folli investite nella ricerca e nella spesa in campo militare fossero state destinate alla salute e al benessere delle popolazioni, una tale epidemia non avrebbe mai potuto svilupparsi”[7].
"Tra le aziende che sviluppano un vaccino contro il coronavirus, chi sarà la prima a portarlo sul mercato?"[8], “Vaccino contro il coronavirus: un paese arriverà per primo?”[9]: ecco le grandi domande che pone la borghesia attraverso i suoi media!
I fatti sono chiari: invece di centralizzare e unire tutto il lavoro degli scienziati per arrivare ad una cura e un vaccino il più rapidamente possibile, ogni azienda farmaceutica custodisce gelosamente i risultati raggiunti con la propria ricerca, nei propri laboratori per essere la prima a trovare il vaccino, per ottenere il brevetto che le concede il monopolio di produzione per almeno 7-12 anni. Per coprire gli immensi costi necessari per il loro lavoro, si rivolgono agli investitori che offrono di più in cambio di sordidi affari commerciali. Tra questi il colosso farmaceutico francese Sanofi che ha annunciato, senza alcuno scrupolo, che distribuirà un possibile vaccino in via prioritaria agli Stati Uniti, che hanno investito 30 milioni di dollari per sostenere la sua ricerca, in aggiunta al contratto di 226 milioni di dollari del governo americano già concluso nel dicembre 2019 con questa azienda per la produzione di vaccini contro i virus influenzali. Lo scandalo causato da questa rivelazione di Sanofi e in particolare l'indignazione di Macron sono una pura farsa. In realtà, dietro le loro dichiarazioni ipocrite, le loro parole “umanitarie” del tipo che un vaccino non può essere soggetto alle “leggi del mercato”, che “deve essere un bene pubblico” e che “l'accesso ad esso deve essere equo e universale”, c'è il timore dell'Europa di perdere punti nella corsa internazionale per un vaccino sul mercato mondiale. Al di là della volontà delle aziende farmaceutiche di realizzare un profitto per conto proprio, secondo la logica della concorrenza, principale motore della società capitalistica, esse non possono sfuggire alla legge del capitalismo di Stato, per la quale ogni Stato nazionale esercita in ultima analisi un forte controllo e una rigorosa vigilanza sulla direzione e la gestione della propria economia nazionale e delle aziende che da essa dipendono, anche se sono potenti “multinazionali"[10]. In altre parole, è lo Stato che dirige la politica finanziaria delle sue imprese.
Come la “guerra delle mascherine”, la guerra dei vaccini è “un esempio edificante della cinica e sfrenata competizione tra tutti gli Stati”[11] che perseguono un semplice obiettivo: essere i primi a mettere le mani sul vaccino e a detenerne il monopolio, o ottenerlo in modo privilegiato, o ancora, per evitare di essere spinti fuori dalla corsa e di dover “mendicare” un aiuto, non essere tra i grandi perdenti in questo braccio di ferro. I commentatori borghesi lo riconoscono: “Tra le rivalità americano-europee per un futuro vaccino e le nuove tensioni tra Donald Trump e la Cina, le divisioni tra le grandi potenze si sono approfondite”[12]. Di fronte ai potenti Stati americani e cinesi, “l'Europa sta gettando miliardi nella battaglia per ottenere i vaccini [...] Nessuno Stato membro [...] ha il potere di sviluppare un portafoglio completo di vaccini”[13]. Ad esempio, l'amministrazione Trump ha sovvenzionato la ricerca di AstraZeneca con 1,2 miliardi di euro in cambio della promessa di 300 milioni di dosi di vaccino. E gli Stati dell'UE (Germania, Francia, Paesi Bassi, Italia) vogliono attingere a un “fondo di emergenza” di circa 2,4 miliardi di euro per accelerare le trattative sulle forniture preferenziali di vaccini con le aziende farmaceutiche. Resta da vedere se questo tentativo di creare un fondo comune avrà successo, vista l'incapacità dell'UE di mettere in atto misure concertate in termini di contenimento e gestione della carenza di attrezzature mediche.
Lo sgambetto degli Stati Uniti all'OMS, ritirando il loro contributo a questa organizzazione guidata dall'etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, accusato da Trump di essere controllato in modo subdolo dalla Cina, è un altro esempio eloquente della selvaggia e spietata guerra commerciale e imperialista che si fanno i tre squali più grandi (Cina, USA, UE) del pianeta[14]. Ipocritamente e in maniera interessata, ognuno accusa per questa mancanza di coordinamento: mentre gli USA accusano l'OMS di “collusione” con la Cina, l’Unione Europea fustiga il comportamento “egoista” degli Stati Uniti.
I giornali di “sinistra”, come The Guardian e tanti altri, sono costretti a riconoscere la mancanza di coordinamento, ma le loro lamentele non sono altro che piagnistei che servono a nascondere la responsabilità del sistema capitalista nel suo complesso.
In definitiva, la battaglia per i vaccini mostra che la salute delle popolazioni non è affatto la preoccupazione centrale degli Stati e della classe dirigente. Si preoccupano solo di usare la salute delle persone come strumento per imporsi e rafforzare il proprio posto nell'arena mondiale imperialista.
Il vero grande perdente in questa guerra del vaccino è l'umanità, che dovrà pagare un prezzo ancora più alto in termini di vittime per la sopravvivenza di questo sistema incurabilmente malato, che non porta da nessuna parte se non ad una sofferenza ancora maggiore. Solo una società capace di mobilitare, unire e centralizzare i propri sforzi in modo associato a livello globale partendo dai reali bisogni umani potrà superare questa situazione.
Aube, 30 giugno 2020
[1] Vedi COVID-19: Barbarie capitalista generalizzata o Rivoluzione proletaria mondiale (Volantino internazionale) [34]
[2] Intervista a un virologo belga, De Standaard (30-31 maggio 2020).
[3] RTL infos (29 maggio 2020).
[4]) La Croix (15 maggio 2020).
[5] De Standaard (20-21 maggio).
[6] Ad esempio, la ricerca di un vaccino per il virus Ebola è stata cinicamente abbandonata perché gli Stati africani sono stati qualificati come "insolventi" a scapito delle numerose vittime tra la popolazione.
[7] COVID-19: Barbarie capitalista generalizzata o Rivoluzione proletaria mondiale (Volantino internazionale) [34].
[8] etoro (18 marzo 2020), https://www.etoro.com [42]
[9] Rtbf (18 maggio 2020) https://www.rtbf.be/ [43]
[12] La Croix (15 maggio 2020).
[13] De Standaard (5 giugno 2020).
[14] Il contratto di esclusività, arraffato dal governo americano sulla produzione di Remdésivir (un antivirale già utilizzato nel trattamento dell'Ebola ma di dubbia efficacia nel limitare gli effetti del Covid) sotto il naso e in barba all’UE, che ne aveva appena raccomandato l'uso diffuso in Europa, conferma la morale gangsteristica di questa guerra dove tutti i colpi sono permessi.
Pubblichiamo qui di seguito la lettera di un lettore che sottolinea con chiarezza i pericoli delle campagne ideologiche generate da vari attori della società borghese sui recenti disordini negli Stati Uniti. Le poche righe che pubblichiamo sottolineano che queste campagne costituiscono un vero e proprio veleno contro la coscienza di classe del proletariato.
L'interesse di questa breve lettera è quindi quello di evidenziare la trappola che queste campagne insidiose possono costituire quando propongono, ad esempio, "percorsi falsamente contrapposti e sterili che non rimettono affatto in discussione il sistema esistente". Si rivelano quindi essere vicoli ciechi molto pericolosi. È inoltre interessante come questa lettera, nel denunciare con forza i propagandisti borghesi, richiami esplicitamente alla necessaria vigilanza politica per difendere un'idea che noi consideriamo centrale: "i membri della classe operaia non hanno alcun interesse ad allearsi con elementi della classe dominante, qualunque sia il colore della loro pelle". Sosteniamo questo spirito combattivo e questa intransigenza rigorosa che condividiamo pienamente e che giustamente pone in prospettiva la necessità fondamentale e vitale di una "unità internazionale della classe operaia contro la reazione".
Non è raro vedere aziende che sostengono i recenti movimenti negli Stati Uniti: nell’account Twitter di Netflix c’era il messaggio “Tacere è diventare complici”, mentre la Nike ha pubblicato un video accompagnato da musica strappalacrime che ci invitava a “partecipare al cambiamento”.
Nei media, la rigida divisione tra “rivoltosi” e “manifestanti pacifici” è ampiamente presente. I disordini in cui vengono distrutte proprietà dei proletari, come le automobili, sono accolti con compiacimento da parte di alcune organizzazioni dell'estrema sinistra del capitale. Dall'altra parte, la strategia sostenuta dalle organizzazioni per i diritti civili è quella di fare appello al processo democratico/riformista. In realtà, si tratta di due percorsi falsamente contrapposti e sterili che non mettono affatto in discussione il sistema esistente.
Poiché la polizia è uno degli organi di difesa della classe dominante, non è illogico che tra le sue fila si sviluppino i pregiudizi più reazionari. Contrariamente a quanto suggeriscono alcuni gruppi come la NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), non sarà una riforma miracolosa della polizia che fermerà il razzismo.
Il razzismo affonda le sue radici nella divisione della società in classi presente nel capitalismo. Tutti i partiti e le organizzazioni politiche borghesi hanno l'obiettivo di difendere gli interessi del capitale nazionale. Quindi non c'è nulla di eccezionale nel fatto che, ad esempio, il numero di espulsioni di immigrati è stato più alto sotto il mandato di Obama che sotto quello di Trump, anche se il Partito Democratico cerca di spacciarsi per partito progressista. In realtà, il sostegno ipocrita al “cambiamento sociale” da parte delle suddette imprese è solo un'altra cortina fumogena che presenta l'intera popolazione di un paese come composta da cittadini isolati che dovrebbero essere uniti nella difesa dello Stato.
È vero che molti neri subiscono la violenza della polizia (e questo non è un'esclusiva degli Stati Uniti). Tuttavia, i membri della classe operaia non hanno alcun interesse ad allearsi con elementi della classe dominante, indipendentemente dal colore della loro pelle. Al contrario, questo non farà che rafforzare il dominio della classe borghese e sottovalutare il ruolo progressista dell'unità internazionale della classe operaia contro la reazione.
B.J.
Dopo il “trionfo” di Alexander Lukashenko alle elezioni presidenziali bielorusse del 9 agosto 2020, una vittoria macchiata da massicci brogli e intimidazioni, decine di migliaia di persone sono scese in piazza in manifestazioni convocate dall'opposizione per protestare contro il regime, sventolando la bandiera nazionale e chiedendo “libere elezioni”. Prima delle elezioni, la principale candidata dell’opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, aveva già radunato la folla ai suoi comizi. Poco dopo l’annuncio dei risultati elettorali, i sindacati legati all’opposizione hanno indetto uno sciopero generale. Come le manifestazioni contro il governo, gli scioperi si sono moltiplicati in tutto il Paese, colpendo anche degli “emblemi nazionali”, come la fabbrica di BelAZ (macchine per le miniere) e MTZ (trattori). L’“ultimo dittatore d'Europa”, al potere da un quarto di secolo, ha brutalmente represso i manifestanti, moltiplicando gli arresti e i pestaggi (che hanno causato diversi morti).
Lukashenko, il leader di un Paese rimasto sotto l'influenza russa dopo l’implosione dell’URSS, oggi vacilla. Mentre trent’anni fa i regimi dell’Europa orientale sono caduti uno dopo l’altro, chiara espressione del crollo dell’apparato statale falsamente presentato come “sovietico” e del fallimento della propria strategia imperialista, il regime bielorusso è rimasto al potere grazie a una feroce repressione. Il fatto che l’ultimo residuo di stalinismo nell’Europa dell’Est stia ora vacillando dimostra che un anacronismo potrebbe essere sul punto di finire. E a determinare ciò sono le scosse rinforzate dello stesso processo di disgregazione delle alleanze imperialiste, anche “tradizionali”, che hanno fatto scomparire l’ex blocco dell’Est. Un nuovo Paese, situato in una posizione strategica per la Russia, potrebbe così cercare di spostarsi più a ovest e generare maggiore caos, come nel caso dell’attuale disintegrazione dell'Ucraina.[1]
L'opposizione filo-occidentale, con a capo la Tikhanovskaya, ha potuto contare sulla disastrosa situazione economica (che ha generato disoccupazione di massa, aumento della precarietà, ecc.) e sulla gestione catastrofica della pandemia di Covid per far scendere in piazza la popolazione e chiamare allo sciopero. Ma la classe operaia non ha nulla da guadagnare a farsi trascinare nei conflitti delle fazioni della borghesia bielorussa, ciascuna sostenuta da avvoltoi imperialisti pronti ad attaccare le loro prede.
Al contrario! Tutte le presunte rivoluzioni per liberarsi dal “comunismo” o dal “grande fratello maggiore” russo hanno portato a regimi democratici ugualmente borghesi e sfruttatori che, sotto il peso della crisi, hanno solo peggiorato le condizioni di vita degli sfruttati. Tutte queste presunte rivoluzioni per la democrazia sono state teatro di sfide imperialiste particolarmente ciniche: quando non è stato il blocco occidentale a mettere le sue pedine per indebolire il campo avversario, è stata l'URSS a spingere i leader a dimettersi per mantenere la sua influenza, come nel 1989, quando il leader “socialista” rumeno Ceausescu è caduto a vantaggio di una cricca … filo-russa. Nel 2004, molto tempo dopo l’esplosione dell'URSS, in Ucraina è scoppiata la “rivoluzione arancione” che ha portato al potere piccoli malfattori filo-occidentali e corrotti: il burocrate Viktor Yushchenko e la “principessa del gas” Yulia Tymochenko. La “rivoluzione arancione” alla fine è sfociata in una guerra civile e ha portato all’intervento militare della Russia, alla frammentazione del Paese e all’aumento del caos e della miseria. Oggi, tutti questi Paesi sono spesso guidati da governi corrotti e autoritari, le condizioni di vita restano deplorevoli e la disoccupazione è di massa.
In Bielorussia, la borghesia filoeuropea sta anche usando la popolazione come massa di manovra contro il governo al potere. Il 14 agosto, dalla Lituania, dove si è rifugiata, la Tikhanovskaya ha annunciato la creazione di un consiglio di coordinamento per assicurare una “transizione pacifica del potere” e lo “svolgimento di nuove elezioni”.[2] Per la borghesia filodemocratica si tratta di strappare il potere a Lukashenko e di addormentare la classe operaia con la stessa grande corda elettorale che molti Stati stringono regolarmente al collo dei “cittadini”. Non c’è nulla da aspettarsi dalle elezioni: sia che rispondano a “standard internazionali” (come sostiene il consiglio di coordinamento), sia che si rivelino una vasta manipolazione, rimangono una pura mistificazione la cui funzione essenziale è quella di ridurre il proletariato all'impotenza. Alla fine, sono la borghesia e i suoi interessi di classe a prevalere. Le contraddizioni del capitalismo non scompariranno, lo sfruttamento dei lavoratori, la miseria e le guerre che ne derivano non scompariranno perché la borghesia avrà organizzato “elezioni libere”.
Basta guardare il pedigree dei sette membri del “presidium” del consiglio di coordinamento per convincersene. A parte la Tikhanovskaya, che si è affrettata a prendere contatto con le cancellerie occidentali per sponsorizzare la sua “rivoluzione”, la personalità più in vista non è altro che Svetlana Aleksievitch che, dopo essere stata una scrittrice ben disciplinata sotto Breznev e poi una scribacchina di Stato nell’Unione degli scrittori sovietici, ha opportunamente cambiato bandiera denunciando l’“uomo rosso”, cosa che le è valso il premio Nobel per la letteratura nel 2015. Il consiglio comprende anche avvocati, un sindacalista, Sergei Dylevsky (capo del comitato di sciopero di MTZ), un ex ministro, Pavel Latouchko (che deve aver sentito cambiare il vento) e un leader del Partito Democratico Cristiano Bielorusso, un’organizzazione di fanatici omofobi per i quali “cristiano” non è altro che una parola!
Ma non ci sono scioperi nelle aziende? I comitati di sciopero e le assemblee generali non sono la prova inconfutabile che si tratta di un “movimento proletario”? Questo è l’argomento addotto dai partiti di sinistra, trotskisti in testa, per far prendere lucciole per lanterne.[3] Ma non basta che i lavoratori siano presenti a una manifestazione per farne l’inizio di un movimento operaio. In realtà, gli scioperi sono interamente guidati dai sindacati vicini all’opposizione, tra cui il Congresso bielorusso dei sindacati democratici che, preoccupato per il “destino della Patria”, intende garantire “il rapido trasferimento del potere” e “far uscire [il Paese] dall’acuta crisi politica”.[4] Sono stati i sindacati, cani da guardia del capitale, a promuovere le assemblee e a spingere il “popolo” a scioperare, con il solo scopo di far dimettere Lukashenko. Il Congresso bielorusso dei sindacati democratici ha manovrato inoltre in tutti gli uffici sindacali internazionali (Confederazione Internazionale dei Sindacati, Organizzazione Internazionale del Lavoro...) e gode pertanto del sostegno dei sindacati più esperti nell’inquadramento della classe operaia e nel sabotaggio delle sue lotte.
Questi scioperi non sono quindi né un “passo avanti” né l’“inizio” di un “movimento di classe”. È un terreno interamente minato che disarma il proletariato su tutti i fronti, legandolo mani e piedi alla borghesia. Al di là delle illusioni che semina nella stessa Bielorussia, la classe dominante usa questo movimento in tutto il mondo per far credere ai lavoratori che la democrazia borghese è il migliore dei regimi politici.
La classe operaia non deve scegliere un campo borghese contro un altro, né deve lasciarsi trascinare dai sindacati o da un partito borghese più “democratico”. Gli attacchi alle condizioni di vita e di lavoro portati avanti dal regime di Lukashenko sono gli stessi che tutti i governi democratici impongono agli sfruttati nel mondo. Il capitalismo è un sistema in crisi che non ha nulla più da offrire all’umanità se non una maggiore miseria.
Di fronte alla crisi, l’unica prospettiva che può far uscire l’umanità dalla barbarie verso cui ci spinge il capitalismo è ancora la rivoluzione proletaria mondiale, la sola che può portare a una vera società senza classi, senza frontiere e senza sfruttamento. Ma la strada per raggiungere questo obiettivo è ancora lunga, difficile e tortuosa. La classe operaia deve innanzitutto lottare per le proprie rivendicazioni, soprattutto contro le politiche di austerità dello Stato, per armarsi facendo esperienza dei conflitti con la borghesia e delle trappole che essa tende continuamente (come il sindacalismo o la difesa della democrazia). Trarre insegnamento da questi movimenti è vitale per il proletariato per recuperare la sua identità di classe e preparare il terreno per le future lotte rivoluzionarie.
Ma per andare avanti in questa direzione, è anche essenziale che la classe si riappropri delle lezioni delle lotte del passato, come quella del 1980 in Polonia. Quarant’anni fa, infatti, nei cantieri navali di Danzica, iniziò uno sciopero che si diffuse a macchia d’olio ai quattro angoli del paese. Le assemblee generali erano veramente sovrane e massicce. Le trattative con il governo Jaruzelski erano pubbliche e non condotte nel segreto delle alcove statali. Questo sciopero di massa è stato sconfitto dal sindacato “libero e democratico” Solidarnosc, che ha consegnato i lavoratori alla repressione! Dopo il crollo del blocco dell’Est, le prime elezioni “libere” (con generosi finanziamenti americani) hanno portato alla presidenza il leader di Solidarnosc, Lech Wałesa. Sotto il suo governo, le politiche di austerità si sono moltiplicate.
Democratiche o autoritarie, di destra o di sinistra, tutte le fazioni della borghesia sono reazionarie, anche quando assumono le sembianze di una simpatica (apparentemente) insegnante di inglese. Oggi in Bielorussia, come ieri in Polonia, gli sfruttati non hanno nulla da guadagnare da elezioni apparentemente libere! Tikhanovskaya o Lukashenko, si tratta dello stesso sfruttamento capitalista!
EG, 31 agosto 2020
[1] Torneremo in seguito sulle questioni imperialiste che riguardano la Bielorussia e sul peso della decomposizione negli eventi. Allo stesso tempo, il tentato assassinio di Alexei Navalny, avversario filoeuropeo di Vladimir Putin, rientra nella stessa dinamica delle rivalità imperialiste.
[2] Cfr. il sito web del Consiglio di coordinamento.
[3] È alquanto deplorevole, a questo proposito, che questa visione deformata della lotta di classe attecchisca all’interno dello stesso ambiente politico proletario attraverso delle prese di posizione che vedono in questa mobilitazione degli operai un “primo passo in avanti” invece di denunciare la natura borghese del movimento e la pericolosissima trappola che esso costituisce per il proletariato. Nell’articolo “Bielorussia: tra faide imperialiste e moti di classe [47]”, i compagni della Tendenza Comunista Internazionalista affermano che “In questo quadro in movimento, la nota positiva, va da sé, è la forte partecipazione della classe operaia, con il fermo della produzione e l’interruzione della catena del profitto, unico elemento genuinamente di classe; ovviamente però tutto ciò non basta: è una buona partenza, certamente, ma occorre altro.” https://www.leftcom.org/it/articles/2020-08-19/bielorussia-tra-faide-imperialiste-e-moti-di-classe [47].
[4] “Sulla creazione di un comitato nazionale di sciopero: procrastinare è la morte!”, traduzione di un’intervista del 17 agosto, rilasciata al sito Le partisan bélarusse, pubblicata sul sito di Médiapart.
Nota redazionale: questo articolo è stato scritto, in inglese, all’inizio del diffondersi dell’epidemia, prima che l’Italia diventasse il secondo paese per rischio contagi. Ma tutto quello che si dice nell’articolo, in particolare sul legame tra lo sviluppo capitalistico oggi e il diffondersi delle epidemie, sulla scarsa o nulla importanza che questo sistema dà alla vita e alla salute delle persone, sul cinismo della borghesia nell’affrontare il problema, restano pienamente valide anche per l’Italia.
L'emergere di questo nuovo virus e la reazione della borghesia dimostrano come lo sviluppo delle forze produttive si scontri con la morte e la distruzione causata dal capitalismo. Così, la Cina, diventata la seconda potenza economica mondiale, è stata messa al tappeto da un'epidemia virale, e mentre la scienza medica avanza, il capitalismo non può proteggere la sua popolazione dalle malattie, così come non può proteggere la sua popolazione dalle crisi economiche, dalla guerra o dall'inquinamento.
Il Covid-19 è una delle nuove malattie infettive che sono emerse, soprattutto negli ultimi 50 anni, tra cui HIV (AIDS), Ebola, SARS, MERS, febbre di Lassa, Zika. Come molte altre nuove malattie, Covid-19 è un'infezione da virus animale che ha fatto un salto di specie infettando gli esseri umani e diffondendosi, a causa delle mutate condizioni causate dal capitalismo in questo periodo. Abbiamo catene di approvvigionamento e una urbanizzazione sempre più globali; per la prima volta nella storia la maggior parte della popolazione mondiale vive in città, spesso con affollamento e infrastrutture igieniche inadeguate. Per esempio in Cina ci sono molti lavoratori non solo concentrati nelle città ma anche nei dormitori delle fabbriche affollatissime, ad esempio i lavoratori della Foxconn vivono in 8 in una stanza. Accanto a questo c'è l'uso di carne di animali selvatici, e a Wuhan si pensa che la fonte della nuova infezione sia stata un mercato illegale di animali selvatici. Inoltre la distruzione dell'ambiente naturale e gli effetti del cambiamento climatico stanno portando sempre più animali nelle città in cerca di cibo. Le città affollate sono un potenziale terreno fertile per le epidemie, come dimostra Wuhan, e l'aumento dei collegamenti internazionali è un mezzo per trasmetterle all'estero.
Queste condizioni sono il risultato della spinta del sistema capitalistico decadente a sconvolgere e inquinare ogni angolo del pianeta per far fronte alla sua crisi di sovrapproduzione. L'impatto distruttivo di questa espansione globale è stato chiaramente dimostrato dalla prima guerra mondiale, che ha segnato l'inizio di questa epoca di declino. Alla fine della guerra arrivò la mortale pandemia di influenza spagnola che si stima abbia infettato circa un terzo della popolazione mondiale e ucciso oltre 50 milioni di persone in tre fasi. Il tasso di mortalità era legato alle condizioni della guerra imperialista, tra cui la fame e la malnutrizione, la scarsa igiene e lo spostamento dalle trincee dei soldati malati, tutti elementi che resero questo virus particolarmente letale.
Nel periodo più recente si può notare che l'HIV ha ucciso 32 milioni di persone, soprattutto in Africa, ed è diventato endemico. Nonostante i progressi della medicina che hanno trasformato l'HIV da killer a malattia cronica, l'AIDS ne ha uccisi 770.000 nel 2018 per mancanza di accesso alle cure. Molte altre malattie che la scienza medica può prevenire continuano a causare malattie e morte. Abbiamo sentito parlare dei casi di morbillo negli Stati Uniti, forse a Samoa, e dell'importanza dell'immunizzazione per prevenire la sua trasmissione. Ma i media tacciono sui quasi 300.000 casi di morbillo nella Repubblica Democratica del Congo, con la morte di quasi 6.000 bambini, dove le pietose strutture sanitarie stanno cercando di affrontare anche l'Ebola. Queste morti non sono di grande interesse per la classe dirigente perché, a differenza della pandemia di influenza suina del 2009 o dell'attuale epidemia di Covid-19, non minacciano la sua produzione e i suoi profitti nella stessa misura. Ma il capitalismo è responsabile delle condizioni che danno origine a queste epidemie: in questo caso, un paese instabile, frutto della spartizione dell'Africa da parte delle potenze imperialiste, costantemente devastato dalla lotta per le sue risorse naturali (oro, diamanti, petrolio e cobalto) che ha mietuto milioni di vittime. Il 50% delle esportazioni della RDC va in Cina. È un esempio particolarmente evidente di ciò che intendiamo per decomposizione del capitalismo, il periodo in cui la classe dirigente non ha il controllo sufficiente per portare avanti la sua risposta alla crisi, una nuova guerra mondiale, perché la classe operaia non è sconfitta, ma allo stesso modo la classe operaia non ha la forza di portare la sua lotta a un livello che possa minacciare il capitalismo. Essa è stata annunciata dal crollo del blocco imperialista russo, ed è caratterizzata, tra l'altro, da guerre caotiche e localizzate[1].
La persistenza della polio è anche direttamente correlata alla decomposizione, in quanto gli scontri o il fondamentalismo impediscono l'immunizzazione, con gli operatori sanitari assassinati dai jihadisti, ad esempio in Pakistan. Qualsiasi pubblicità su questo argomento è totalmente ipocrita. Le grandi potenze che lo condannano sono perfettamente disposte a ricorrere a combattenti irregolari e terroristi - come l'Occidente, che ha usato i Mujahadin in Afghanistan contro i russi negli anni '80 e da allora in molti altri conflitti. In realtà l'ascesa del terrorismo è una caratteristica del conflitto imperialista nel periodo della decomposizione.
Nel frattempo, invece di spendere per la salute o l'istruzione, nel 2019 la spesa per la difesa globale è aumentata del 4% rispetto al 2018. Per gli Stati Uniti e la Cina è aumentata di oltre il 6% e per la Germania di oltre il 9%. Per dare un'idea delle agghiaccianti priorità della borghesia, mentre il budget del CDC (Centro per il controllo delle malattie) negli Stati Uniti è stato tagliato da 10,8 miliardi di dollari nel 2010 a 6,6 miliardi di dollari nel 2020, gli Stati Uniti hanno appena superato un budget per il riarmo di 738 miliardi di dollari. Il budget annuale per la difesa della Cina è stimato a 250 miliardi di dollari. L'Organizzazione Mondiale della Sanità aveva un budget di soli 5,1 miliardi di dollari nel 2016-2017.
Attualmente ci sono molte malattie che causano più morti di Covid-19, eppure la borghesia prende questa minaccia sul serio, come fa per ogni nuova malattia che può diventare una pandemia e quindi può causare un aumento delle minacce alla sua produttività e ai suoi profitti, per esempio attraverso maggiori assenze dei lavoratori per malattia – come si vede con questo nuovo virus in Cina- oppure per le minacce alla salute umana e alla vita. Ci sono molti aspetti della malattia che possono contribuire al suo potenziale pandemico - l'infettività, la natura della malattia. È anche significativo che sia insorta in una grande città di 11 milioni di abitanti in un paese che è ben collegato a livello internazionale per il commercio e il turismo, e questo rende più difficile contenere la diffusione del virus. Più difficile da contenere che se fosse sorto, come l'Ebola, in Africa, dove ci sono molte meno opportunità di viaggiare all'estero, o se fosse sorto nel 2003, come l'epidemia di SARS, quando l'economia e le connessioni della Cina erano minori.
Gran parte della risposta iniziale a questo nuovo virus da parte dello Stato cinese è stata criminalmente negligente e senza scrupoli. Mentre il 26 dicembre avevano già ottenuto dati genetici preliminari che indicavano un virus simile alla SARS, le autorità cinesi hanno perseguitato il dottor Li Wenliang che avrebbe voluto avvertire del pericolo il 30 dicembre. Allo stesso tempo, mettevano in guardia l'OMS sul virus. Ciononostante le autorità di Wuhan hanno continuato a soffocare le informazioni sull'epidemia, organizzando un enorme pasto comune e un ballo del Capodanno lunare il 18 e 19 gennaio, fingendo che non passasse di persona in persona, prima di chiudere la città il 23 gennaio, quando 5 milioni di persone, quasi la metà della popolazione, erano già partite per le vacanze di Capodanno.
Tutto ciò ha suscitato un'enorme rabbia nella popolazione, infuriata per il fatto che il governo nascondesse la malattia al pubblico e avesse fatto firmare a un medico una falsa confessione per aver "sparso voci" mettendo in guardia le autorità. Questo ha dato vita a una campagna democratica per la libertà di parola in Cina. I media e i politici dei paesi occidentali hanno fatto eco a questa campagna con prediche sui benefici della democrazia e della libertà di parola. Tuttavia, non dovremmo pensare nemmeno per un momento che la nostra classe dirigente abbia maggiori scrupoli morali nel mentire e nel nascondere le informazioni quando gli fa comodo, anche se ciò mette a rischio la vita umana. Le aziende farmaceutiche sopprimono le sperimentazioni cliniche che mettono a rischio i loro profitti, il che significa, per esempio, non avvertire che alcuni antidepressivi hanno aumentato il rischio di suicidio per adolescenti e giovani adulti (vedi Bad Pharma di Ben Goldacre, un intero libro su tale disonestà). E i governi statunitense e britannico hanno vergognosamente mentito sulle armi di distruzione di massa in mano a Saddam per giustificare l'invasione dell'Iraq del 2003.
Lo Stato cinese si è, a sangue freddo, preoccupato di mantenere la sua autorità al di sopra della preoccupazione per la salute e la vita della popolazione, per coprire l'inizio di un'epidemia quando sarebbe stata necessaria un'azione tempestiva per ridurre e rallentare la diffusione del virus. Questo dimostra la brutalità del regime che tiene poco conto della vita umana, ma anche la sua irrazionalità, poiché un'azione tempestiva in risposta all'epidemia non solo avrebbe salvato vite umane, ma avrebbe anche salvato gran parte delle perdite che possiamo aspettarci per l'economia e gran parte dei danni al prestigio della Cina come potenza in crescita nel mondo con la sua ambiziosa iniziativa della nuova Via della Seta. Questa irrazionalità del regime cinese nella sua risposta all'epidemia è legata alla sua paranoia per qualsiasi perdita di potere o di controllo, una paranoia che si manifesta nei suoi grandi campi di lavoro e di "rieducazione" per gli Uiguri e altri, nella sua passione per la tecnologia di riconoscimento facciale e nel suo sistema di credito sociale per mantenere la popolazione sulla “giusta via”. Per preservare la sua autorità osa negare la realtà dei fatti stessi.
Mettere in quarantena una città di 11 milioni di abitanti chiudendo tutti i collegamenti di trasporto e creando blocchi stradali è una novità assoluta. E farlo dopo che metà della popolazione ha avuto il permesso di andarsene peggiora la situazione. Costruire due nuovi ospedali per ospitare 2.600 pazienti in più in 10 giorni è una propaganda impressionante, e anche un'impresa impressionante di ingegneria prefabbricata (anche se alla fine i lavori non sono stati ultimati nei tempi previsti). Ma non ha fornito le attrezzature o i medici e gli infermieri necessari – ricorrendo anche a medici dell'esercito o ai volontari di altre regioni. Gli ospedali di Wuhan sono stati sopraffatti, così come i centri di quarantena dotati di 10.000 posti letto. Le persone malate di coronavirus non possono entrare nei centri di quarantena, figuriamoci negli ospedali. I pazienti con altre patologie, tra cui il cancro, non possono ricevere cure ospedaliere per mancanza di posti letto. I pazienti malati e morenti nelle stazioni di quarantena non hanno assistenza infermieristica. Nei centri di quarantena ci sono centinaia di persone ammassate nei letti o sui materassi per terra con piccole maschere di carta di dubbia utilità, con servizi igienici e impianti di lavaggio inadeguati, talvolta con toilette portatili e docce all'esterno. È chiaro che chiunque entri in una stazione di quarantena senza Covid-19 lo prenderà presto. I sospetti portatori del virus sono stati portati con la forza nelle stazioni di quarantena - un ragazzo disabile è morto di fame dopo che i parenti su cui contava sono stati presi. Si tratta più di una misura di polizia che di una misura sanitaria.
Ammassare le persone nei centri di quarantena, che possono diventare solo centri per la trasmissione del virus, ricorda gli ospedali per i poveri esistenti fino al XIX secolo in Europa, che erano anche fonti di infezione (ad esempio l'aumento della mortalità materna per la febbre puerperale dal XVII al XIX secolo, prima che si comprendesse la necessità dell’igiene).
Mancano le attrezzature, compresi gli indumenti protettivi per il personale ospedaliero; medici e infermieri lavorano con orari di lavoro estremamente lunghi, il che li rende più vulnerabili alle malattie. 1700 di loro sono stati infettati e 6 sono morti.
In queste circostanze è chiaro che ci saranno molti pazienti che moriranno e che si sarebbero potuti salvare con un'adeguata assistenza medica. Covid-19 sembra avere più del doppio della mortalità a Wuhan che altrove per questo motivo. Tuttavia, indipendentemente dal fatto che le autorità cinesi continuino o meno a mentire sui numeri di contagiati, le cifre sono sospette perché non tutti i casi possono essere confermati. Da qui un picco nel numero di casi segnalati a Wuhan l'11 febbraio, quando sono stati inclusi quelli diagnosticati clinicamente - senza test - portando il totale dei casi registrati a oltre 60.000.
Non è solo in Cina che le cifre relative alle malattie sono probabilmente imprecise. A differenza di Singapore, un Paese ricco con numerose connessioni che si prepara a un'epidemia dalla SARS del 2003, molti altri Paesi più poveri non sono preparati. "Qualsiasi Paese che ha viaggi significativi avanti e indietro con la Cina e non ha trovato casi dovrebbe essere preoccupato" dice un professore di epidemiologia di Harward[2]. L'Indonesia, per esempio, ha evacuato 238 cittadini da Wuhan e li ha messi in quarantena per due settimane, ma non li ha sottoposti a test per la malattia perché troppo costosa. E per quanto riguarda il commercio africano della Cina e i clienti della Nuova Via della Seta? Ci saranno molti posti senza le infrastrutture sanitarie per diagnosticare e curare i pazienti con il virus.
Quello che è impressionante è che il nuovo virus è stato sequenziato entro il 12 gennaio. In seguito a ciò, la Coalizione per l’Innovazione in materia di Preparazione per le Epidemie (CEPI in inglese), istituita nel 2017 dopo l'epidemia di Ebola in Africa occidentale, ha lavorato per un vaccino, nella speranza che possa essere pronto se il Covid-19 si diffonde, e in particolare se diventa una malattia stagionale come l'influenza. Infatti, mentre scriviamo questo articolo, il lavoro sul vaccino è in corso, utilizzando un nuovo metodo basato sul sequenziamento dei geni, che è più sicuro che lavorare con un virus mortale, e ha già accelerato la produzione di vaccini per Zika, Ebola, SARS e MERS. Naturalmente, prima di poterlo utilizzare, saranno necessari test di sicurezza ed efficacia, e questo richiederà del tempo.
Tuttavia, questo sorprendente potenziale per le forze produttive non pone fine della storia. Mancano le fabbriche per produrre vaccino sufficiente, e poiché con il rischio di una pandemia i governi non esporteranno il vaccino fino a quando non avranno accumulato abbastanza scorte per il loro uso personale "invocando la difesa o la sicurezza nazionale"[3] il CEPI deve pianificare la sua produzione in diversi siti.
L'economia della Cina si è fermata perché è andata in isolamento per contenere il nuovo virus. Per reagire sta pompando denaro nell'economia, l'autorità di regolamentazione bancaria sta allentando le regole sui crediti inesigibili. Tuttavia, la Cina è ora responsabile del 16% del PIL globale, 4 volte superiore a quello del 2003 al momento dell'epidemia di SARS che ha tagliato l'1% del suo PIL per l'anno. La sua economia è molto più integrata nelle catene di fornitura globali rispetto a 17 anni fa. Questo ha già costretto la Hyundai a chiudere stabilimenti automobilistici in Corea del Sud, la Nissan a chiuderne uno in Giappone e la Fiat-Chrysler ad avvertire che potrebbe chiudere alcune produzioni europee. La produzione di smartphone potrebbe scendere fino al 10% quest'anno. Il tessile (la Cina produce il 40% delle esportazioni mondiali), l'arredamento e i prodotti farmaceutici potrebbero essere colpiti. Così come il turismo. E la Cina ora rappresenta quasi il 20% delle importazioni minerarie globali, e sta cercando di annullare le consegne di petrolio, gas e carbone di cui non ha bisogno. Le azioni delle imprese statunitensi con un'elevata esposizione alle vendite cinesi sono deprezzate del 5%. Con la sua guerra commerciale con gli Stati Uniti non risolta, questo è un cattivo tempo - per la Cina e per l'economia globale.
A lungo termine questo potrebbe far sembrare la Cina un partner commerciale meno affidabile per le multinazionali e su cui investire. Di certo la fa sembrare meno un partner commerciale potente e un sostenitore imperialista per i suoi clienti sulla Nuova Via della Seta. Dipenderà dalla rapidità con cui riuscirà a riportare l'economia alla normalità.
Qualunque cosa accada con questo nuovo virus Covid-19, sia che diventi una nuova pandemia, o che si estingua come la SARS, o che si stabilisca come un nuovo virus respiratorio stagionale, questa nuova malattia è l'ennesimo avvertimento che il capitalismo è diventato un pericolo per l'umanità, e per la vita su questo pianeta. L'enorme capacità delle forze produttive, compresa la scienza medica, di proteggerci dalle malattie, si scontra con la ricerca assassina del profitto, l'ammassamento di una parte sempre più grande della popolazione in grandi città, con tutti i rischi di nuove epidemie. Il rischio del capitalismo non finisce qui, ci sono anche i rischi di inquinamento, di distruzione ecologica e di guerre imperialiste sempre più caotiche.
Alex, 15.2.20
[1] La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo, https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo [13]
[2] The Economist, 15 febbraio 2020
[3] The Economist, 8 febbraio 2020
"Luci brillanti, grande città, che sono andate alla testa del mio bambino" – (canzone di Jimmy e Mary Reed, 1961)
Introduzione. Questo articolo è scritto nel bel mezzo della crisi globale di Covid-19, una sorprendente conferma che stiamo vivendo la fase terminale della decadenza capitalistica. La pandemia, che è il prodotto di un rapporto profondamente distorto tra l'umanità e il mondo naturale sotto il regno del capitale, mette in evidenza il problema della urbanizzazione capitalista che i precedenti rivoluzionari, in particolare Engels e Bordiga, hanno analizzato in modo approfondito. Anche se abbiamo esaminato i loro contributi su questa questione in precedenti articoli di questa serie[1], ci sembra opportuno sollevare nuovamente la questione. Siamo anche vicini al 50° anniversario della morte di Bordiga nel luglio 1970, quindi l'articolo può anche servire come un nostro omaggio a un comunista di cui apprezziamo molto il lavoro, nonostante i nostri disaccordi con molte delle sue idee. Con questo articolo, iniziamo un nuovo "volume" della serie sul comunismo, specificamente rivolta ad esaminare le possibilità e i problemi della rivoluzione proletaria nella fase di decomposizione capitalistica.
In una precedente parte di questa serie, abbiamo pubblicato degli articoli in cui si esaminava il modo in cui i partiti comunisti emersi durante la grande ondata rivoluzionaria del 1917-23 avevano tentato di portare il programma comunista dall'astratto al concreto - formulare una serie di misure da adottare da parte dei consigli dei lavoratori nel processo di sottrazione del potere dalle mani della classe capitalista[2]. E pensiamo che sia ancora perfettamente valido per i rivoluzionari porre la domanda: quali sarebbero i fondamenti del programma che l'organizzazione comunista del futuro - il partito mondiale - sarebbe costretto a proporre in un autentico movimento rivoluzionario? Quali sarebbero i compiti più urgenti che la classe operaia deve affrontare quando si muove verso l'assunzione del potere politico su scala globale? Quali sarebbero le principali misure politiche, economiche e sociali da attuare da parte della dittatura del proletariato, che rimangono il presupposto politico necessario per la costruzione di una società comunista?
I movimenti rivoluzionari del 1917-23, come la guerra imperialista mondiale che li ha alimentati, sono stati la prova evidente che il capitalismo era entrato nell'epoca della sua decadenza "decisiva per la rivoluzione sociale". Da quel momento in poi il progresso e persino la sopravvivenza dell'umanità sarebbero stati sempre più minacciati a meno che il rapporto sociale capitalista non venga superato su scala mondiale. In questo senso gli obiettivi fondamentali di una futura rivoluzione proletaria sono in piena continuità con i programmi che sono stati presentati all'inizio del periodo di decadenza. Ma questo periodo è ormai durato più di un secolo e a nostro avviso le contraddizioni accumulate in questo secolo hanno aperto una fase terminale del declino capitalistico, la fase che chiamiamo decomposizione, in cui la continuazione del sistema capitalistico contiene il crescente pericolo che le stesse condizioni per una futura società comunista vengano minate. Ciò è particolarmente evidente a livello "ecologico": nel 1917-23 i problemi posti dall'inquinamento e dalla distruzione dell'ambiente naturale erano di gran lunga meno sviluppati di quanto lo siano oggi. Il capitalismo ha così distorto lo "scambio metabolico" tra l'uomo e la natura che, come minimo, una rivoluzione vittoriosa dovrebbe dedicare una enorme quantità di risorse umane e tecniche semplicemente per ripulire dei rifiuti che il capitalismo ci avrà lasciato in eredità. Allo stesso modo, l'intero processo di decomposizione, che ha esacerbato la tendenza alla atomizzazione sociale, verso l'atteggiamento di "ognuno per sé" insito nella società capitalista, lascerà un'impronta molto dannosa sugli esseri umani che dovranno costruire una nuova comunità fondata sull'associazione e sulla solidarietà. Abbiamo anche da ricordare una lezione della rivoluzione russa: data la certezza che la borghesia resisterà alla rivoluzione proletaria con tutte le sue forze, la vittoria di quest'ultima comporterà una guerra civile che potrebbe causare danni incalcolabili, non solo in termini di vite umane e di ulteriori danni ecologici, ma anche a livello di coscienza, poiché il terreno militare non è propizio alla fioritura dell'autorganizzazione proletaria, della coscienza e della moralità proletaria. In Russia nel 1920, lo stato Sovietico emerse vittorioso nella guerra civile, ma il proletariato aveva in gran parte perso il controllo. Così, quando si cerca di capire i problemi della società comunista "come essa sorge dalla società capitalistica, che porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le impronte materne della vecchia società dal cui seno essa è uscita"[3], dobbiamo riconoscere che queste impronte materne saranno probabilmente molto più brutte e potenzialmente più dannose di quanto non lo fossero ai tempi di Marx e persino di Lenin. Le prime fasi del comunismo non saranno quindi un idilliaco risveglio in una mattina di maggio, ma un lungo e intenso lavoro di ricostruzione a partire dalle rovine. Questo riconoscimento dovrà illuminare la nostra comprensione di tutti i compiti del periodo di transizione, anche se continuiamo a basare le nostre anticipazioni del futuro sulla convinzione che il proletariato possa effettivamente svolgere la sua missione rivoluzionaria – nonostante tutto.
Nel corso di questa lunga serie abbiamo cercato di capire lo sviluppo del progetto comunista come frutto della reale esperienza storica della lotta di classe e della riflessione sull'esperienza delle minoranze più consapevoli del proletariato. E in questo articolo vogliamo procedere con questo metodo storico, cercando di elaborare una versione aggiornata dei "programmi immediati" del 1917-23, che sono entrati a loro volta a far parte della storia del movimento comunista. Ci riferiamo al testo scritto da Amadeo Bordiga nel 1953 e pubblicato Sul Filo del Tempo, "Il programma immediato della rivoluzione", che abbiamo già menzionato in un precedente articolo di questa serie[4] con la promessa di ritornare su di esso in modo più dettagliato. A nostro avviso, è essenziale che ogni futuro tentativo di formulare un programma così immediato si basi sui punti di forza di questi sforzi precedenti, al posto di criticare radicalmente le debolezze. Tutto il testo, che ha il merito di essere molto succinto, è il seguente:
1) Col gigantesco movimento di ripresa dell'altro dopoguerra, potente alla scala mondiale, e in Italia costituito nel solido partito del 1921, fu chiaro il punto che il postulato urgente è prendere il potere politico e che il proletariato non lo prende per via legale ma con l'azione armata, che la migliore occasione sorge dalla sconfitta militare del proprio paese, e che la forma politica successiva alla vittoria è la dittatura del proletariato. La trasformazione economica sociale è compito successivo, di cui la dittatura pone la condizione prima.
2) Il «Manifesto dei Comunisti» chiarì che le successive misure sociali che si rendono possibili o che si provocano «dispoticamente» sono diverse - essendo la via al pieno comunismo lunghissima - a seconda del grado di sviluppo delle forze produttive del paese in cui il proletariato ha vinto, e della rapidità di estensione di tale vittoria ad altri paesi. Indicò quelle adatte allora, nel 1848, per i più progrediti paesi europei, e ribadì che quello non era il programma del socialismo integrale, ma un gruppo di misure che qualificò: transitorie, immediate, variabili, ed essenzialmente «contraddittorie».
3) Successivamente (e fu uno degli elementi che ingannò i fautori di una teoria non stabile, ma di continuo rielaborata da risultati storici) molte misure allora dettate alla rivoluzione proletaria furono prese dalla borghesia stessa in questo o quel paese; esempi: istruzione obbligatoria, banca di stato, ecc. Ciò non doveva autorizzare a credere che fossero mutate le precise leggi e previsioni sul trapasso dal modo capitalista a quello socialista di produzione con tutte le forme economiche, sociali e politiche, ma significava solo che diveniva diverso e più agevole il primo periodo postrivoluzionario: economia di transizione al socialismo, precedente il successivo del socialismo inferiore e l'ultimo del socialismo superiore o comunismo integrale.
4) L'opportunismo classico consistette nel far credere che tutte quelle misure, dalla più bassa alla più alta, le potesse applicare lo Stato borghese democratico sotto la pressione o addirittura la legale conquista del proletariato. Ma in tal caso quelle varie «misure», se compatibili col modo capitalista di produzione, sarebbero state adottate nell'interesse della continuazione del capitalismo e per il rinvio della sua caduta, se incompatibili non sarebbero state mai attuate dallo Stato.
5) L'opportunismo attuale, colla formula della democrazia popolare e progressiva, nei quadri della costituzione parlamentare, ha un compito storico diverso e peggiore. Non solo illude il proletariato che alcune delle misure sue proprie possano essere attirate nel compito di uno Stato interclassista e interpartitico (ossia, quanto i socialdemocratici di ieri, fa il disfattismo della dittatura) ma addirittura conduce le masse inquadrate a lottare per misure sociali «popolari e progressive» che sono direttamente opposte a quelle che il potere proletario sempre, fin dal 1848 e dal «Manifesto», si è prefisse.
6) Nulla mostrerà meglio tutta la ignominia di una simile involuzione che un elenco di misure che, quando si ponesse in avvenire, in un paese dell’Occidente capitalista, la realizzazione della presa del potere, si dovrebbe formulare, al posto (dopo un secolo) di quelle del “Manifesto”, incluse tuttavia le più caratteristiche di quelle di allora.
7) Un elenco di tali rivendicazioni si presenta così:
• «Disinvestimento dei capitali», ossia destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali e non di consumo.
• «Elevamento dei costi di produzione» per poter dare, fino a che vi è salario mercato e moneta, più alte paghe per meno tempo di lavoro.
• «Drastica riduzione della giornata di lavoro» almeno alla metà delle ore attuali, assorbendo disoccupazione e attività antisociali.
• Ridotto il volume della produzione con un piano «di sottoproduzione» che la concentri sui campi più necessari, «controllo autoritario dei consumi» combattendo la moda pubblicitaria di quelli inutili dannosi e voluttuari, e abolendo di forza le attività volte alla propaganda di una psicologia reazionaria.
• Rapida «rottura dei limiti di azienda» con trasferimento di autorità non del personale ma delle materie di lavoro, andando verso il nuovo piano di consumo.
• «Rapida abolizione della previdenza» a tipo mercantile per sostituirla con l'alimentazione sociale dei non lavoratori fino ad un minimo iniziale.
• «Arresto delle costruzioni» di case e luoghi di lavoro intorno alle grandi città e anche alle piccole, come avvio alla distribuzione uniforme della popolazione sulla campagna. Riduzione dell'ingorgo velocità e volume del traffico vietando quello inutile.
• «Decisa lotta» con l'abolizione delle carriere e titoli «contro la specializzazione» professionale e la divisione sociale del lavoro.
• Ovvie misure immediate, più vicine a quelle politiche, per sottoporre allo Stato comunista la scuola, la stampa, tutti i mezzi di diffusione, di informazione, e la rete dello spettacolo e del divertimento.
8) Non è strano che gli stalinisti e simili oggi richiedano tutto l'opposto, coi loro partiti di Occidente, non solo nelle rivendicazioni «istituzionali» ossia politico-legali, ma anche nelle «strutturali» ossia economico-sociali. Ciò consente la loro azione in parallelo col partito che conduce lo Stato russo e i connessi, nei quali il compito di trasformazione sociale è il passaggio da precapitalismo a capitalismo pieno, con tutto il suo bagaglio di richieste ideologiche, politiche, sociali ed economiche, tutte orientate allo zenit borghese; volte con orrore solo contro il nadir feudale e medioevale. Tanto più sporchi rinnegati questi sozii di Occidente, in quanto quel pericolo, fisico e reale ancora dalla parte dell'Asia oggi in subbuglio, è inesistente e mentito per chi guarda alla tronfia capitalarchia di oltreatlantico, per i proletariati che di questa stanno sotto lo stivale civile, liberale e nazionunitario.
Da «Il Programma Comunista», Nr.1, 1953
Il testo è stato pubblicato nell'anno successivo alla scissione del Partito comunista internazionalista che si era formata in Italia durante la guerra, a seguito di un'importante ondata di lotte operaie[5]. La scissione, tuttavia - come l'incapacità di mantenere in vita la Gauche Communiste de France – malgrado gli sforzi di Marc Chirik – in seguito alla decisione di scioglierla nel 1952 - era l'espressione del fatto che, contrariamente alle speranze di molti rivoluzionari, la guerra non aveva dato origine a una nuova insurrezione proletaria, ma all'approfondimento della controrivoluzione. I disaccordi tra “damenisti” e “bordighisti” nel seno del Partito Comunista Internazionalista in Italia riguardavano in parte gli apprezzamenti divergenti sul dopoguerra. Bordiga e i suoi seguaci tendevano ad avere una migliore comprensione del fatto che il periodo era quello di un aumento della reazione[6]. Eppure qui abbiamo un Bordiga che formula una lista di richieste che sarebbe più adatta a un momento di aperta lotta rivoluzionaria. Questo testo appare così più come una sorta di esperimento di pensiero che come una piattaforma da adottare per un movimento di massa. Questo potrebbe in qualche modo spiegare alcune delle più evidenti debolezze e lacune del documento, anche se in senso più profondo sono il prodotto di contraddizioni e incoerenze che erano già inerenti nella visione del mondo bordighista.
Leggendo le osservazioni che introducono e concludono questo testo, possiamo anche vedere che è stato scritto come parte di una più ampia polemica contro quelle che i bordiglisti descrivono come le correnti "riformiste", in particolare gli stalinisti, questi falsi eredi della tradizione di Marx, Engels e Lenin. La ragione principale per cui i bordighisti hanno descritto i partiti comunisti ufficiali come riformisti non era perché condividevano l'illusione dei trotskisti che si trattasse ancora di organizzazioni di lavoratori, ma soprattutto perché gli stalinisti erano diventati sempre più partigiani nel formare fronti nazionali con i partiti borghesi tradizionali e sostenevano una graduale "transizione" al socialismo attraverso la formazione di "democrazie popolari" e di varie coalizioni parlamentari. Contro queste aberrazioni, Bordiga riafferma i fondamenti del Manifesto comunista che considera come punto di partenza la necessità di una violenta conquista del potere da parte del proletariato (retrospettivamente, possiamo anche indicare qui l'abisso che separa Bordiga da molti dei suoi “portaparola", in particolare le correnti di "comunizzazione" che spesso citano Bordiga ma che imbavagliano il suo insistere sulla necessità della dittatura del proletariato e di un Partito comunista). Allo stesso tempo, sempre mirando agli stalinisti, Bordiga chiarisce che mentre le specifiche misure "transitorie" raccomandate alla fine del secondo capitolo del Manifesto del 1848 - imposta progressiva sul reddito pesante e progressiva, formazione di una banca statale, controllo statale delle comunicazioni e delle industrie più importanti ecc. - possono costituire la spina dorsale del programma economico dei "riformisti", esse non devono essere viste come verità eterne: il Manifesto stesso sottolineava che esse "non devono essere trattate come socialismo completo ma come tappe che devono essere comprese come preliminari, immediate ed essenzialmente contraddittorie", e corrispondevano al basso livello di sviluppo capitalistico all'epoca in cui sono state redatte; e in effetti molte di esse sono già state implementate dalla stessa borghesia.
Si potrebbe essere perdonati per aver preso ciò come una confutazione dell'invarianza, cioè l'idea che il programma comunista è rimasto sostanzialmente invariato dal 1848. Infatti, Bordiga castiga gli stalinisti perché "non seguivano una teoria fissa, ma credevano che richiedesse degli sviluppi continui come risultato del cambiamento storico". E ancora una volta, sostiene che le “correzioni” che egli propone al programma immediato "sono diverse da quelle elencate nel Manifesto; tuttavia le loro caratteristiche sono le stesse". Troviamo questo contraddittorio e poco convincente. Se è vero che alcuni elementi chiave del programma comunista, come la necessità della dittatura del proletariato, non cambiano, l'esperienza storica ha infatti portato profondi sviluppi nella comprensione di come questa dittatura possa nascere e delle forme politiche che la comporranno. Questo non ha nulla a che vedere con il "revisionismo" dei socialdemocratici, degli stalinisti o di altri che potrebbero aver usato la scusa del "cambiamento con i tempi" per giustificare la loro diserzione dal campo proletario.
Guardando le "correzioni" apportate da Bordiga alle misure proposte dal Manifesto, si potrebbe anche essere perdonati per aver visto solo le loro debolezze, in particolare:
- Nonostante tutte le lezioni dei movimenti rivoluzionari tra il 1905 e il 1923, non c'è qui alcuna indicazione delle forme di potere politico proletario più adatte a realizzare la transizione al comunismo. Non vi è alcun riferimento ai soviet, nessun tentativo di attingere ad esempi come il programma del KPD del 1918, che poneva particolare enfasi sulla necessità di smantellare le istituzioni statali borghesi locali e centrali e di installare al loro posto il potere dei consigli dei lavoratori; nessuna lezione appresa dalla degenerazione della rivoluzione russa sulle relazioni tra il partito e la classe o tra il partito e lo Stato. In effetti, l'unica menzione di qualsiasi forma di potere politico dopo la rivoluzione è quella dello "Stato comunista", una contraddizione atroce in termini, come sostiene il precedente articolo di questa serie, attraverso i contributi di Marc Chirik[7]. Anche in questo caso, ci troviamo di fronte alle debolezze di fondo della "dottrina" bordighista: le forme di organizzazione non sono importanti, ciò che conta è il contenuto iniettato dal partito, che è destinato ad esercitare la dittatura del proletariato per conto delle masse. Inoltre, mentre Bordiga ha naturalmente ragione ad insistere al punto 5 che la produzione e il consumo si baseranno su un piano globale, la sua ignoranza della questione di come la classe operaia prenderà e terrà il potere nelle proprie mani a tutti i livelli, dal più locale al più globale, implica una visione gerarchica della centralizzazione. Ciò è particolarmente evidente nel paragrafo relativo ai settori dell'istruzione e della cultura, in cui è chiaramente auspicata una sorta di monopolio di Stato. Possiamo contrastare questo con l'opinione di Trotsky secondo cui lo Stato post-rivoluzionario dovrebbe avere un approccio "anarchico" alla questione dell'arte e della cultura - con ciò intendeva dire che lo Stato dovrebbe intervenire il meno possibile in questioni di stile artistico, di gusto o di creatività, e non dovrebbe pretendere che tutta l'arte sia usata come propaganda per la rivoluzione. Più in generale, il suo elenco di misure non fa menzione della necessità di un'ampia lotta politica, morale e culturale per superare le abitudini e gli atteggiamenti ereditati non solo dal capitalismo, ma anche da migliaia di anni di società di classe. Dice giustamente della necessità di lottare contro la "specializzazione professionale e la divisione sociale del lavoro", ma tale lotta richiede qualcosa di più di un divieto di titoli onorifici, mentre la richiesta di abolire le "opportunità di carriera" ha senso solo nel contesto di una riorganizzazione globale della produzione e dell'eliminazione del sistema salariale.
- Bordiga sapeva bene che l'abolizione di "salari, denaro e mercato" è una caratteristica centrale del comunismo, e sappiamo che non sarà possibile farne a meno da un giorno all'altro. Ma a parte il fatto che egli sostiene "più paga per meno tempo di lavoro", Bordiga non ci dà alcuna indicazione su quali misure si possano prendere - fin dall'inizio della rivoluzione - per eliminare queste categorie chiave del capitalismo. In questo senso, le correzioni di Bordiga non si basano sulle proposte di Marx nella Critica del Programma di Gotha (il sistema dei voucher per l'orario di lavoro, su cui dovremo tornare in un altro articolo), né le criticano in modo coerente.
Eppure, il documento rimane di notevole interesse per noi nel cercare di capire quali sarebbero stati i principali problemi e le priorità di una rivoluzione comunista che avrebbe avuto luogo, non all'alba della decadenza del capitalismo, come nel 1917-23, ma dopo un intero secolo in cui lo scivolamento verso la barbarie ha continuato ad accelerare, e in cui la minaccia alla sopravvivenza stessa dell'umanità è molto più grande di quanto non fosse cento anni fa.
Il documento di Bordiga non fa alcun tentativo di fare un bilancio dei successi e dei fallimenti della rivoluzione russa a livello politico, e di fatto fa solo un superficiale riferimento all'ondata rivoluzionaria che seguì la prima guerra mondiale. Da un lato, però, egli cerca di applicare una lezione importante delle politiche economiche adottate dai bolscevichi: le proposte di Bordiga sono rilevanti perché riconoscono che la via dell'abbondanza materiale e di una società senza classi non può basarsi su un programma di "accumulazione socialista", in cui il consumo è sempre soggetto a "produzione in nome della produzione" (che è di fatto produzione per il valore), con il lavoro vivo soggetto al lavoro morto. Certo, la rivoluzione comunista è diventata una necessità storica perché le relazioni sociali capitalistiche sono diventate un ostacolo allo sviluppo delle forze produttive. Ma dal punto di vista comunista, lo sviluppo delle forze produttive ha un contenuto molto diverso da quello che ha nella società capitalistica, dove è motivato dalla ricerca del profitto e quindi dal desiderio di accumulare. Il comunismo sfrutterà certamente appieno il progresso scientifico e tecnologico raggiunto sotto il capitalismo, ma lo metterà al servizio dell'uomo, affinché diventi il servitore del vero "sviluppo" che il comunismo propone: la piena fioritura delle forze produttive, cioè del potere creativo degli individui. Qui basterà un esempio: con lo sviluppo dell'informatizzazione e della robotizzazione, il capitalismo ci ha promesso la fine della fatica e una "società del tempo libero". In realtà, questi potenziali benefici hanno portato la miseria della disoccupazione o del lavoro precario ad alcuni, e un aumento del carico di lavoro ad altri, con una crescente pressione sui dipendenti affinché continuino a lavorare al computer ovunque e in qualsiasi momento della giornata.
In concreto, i primi quattro punti del suo programma prevedono: smettere di concentrarsi sulla produzione di macchine per produrre più macchine e orientare la produzione verso il consumo diretto. Sotto il capitalismo, naturalmente, quest'ultimo ha significato la produzione di sempre più "beni di consumo inutili, nocivi e di lusso" - illustrata oggi dalla produzione di computer o telefoni cellulari sempre più sofisticati, progettati per rompersi dopo un periodo di tempo limitato e che non possono essere riparati, o dalle immensamente inquinanti industrie automobilistiche e della moda effimera, in cui la "domanda dei consumatori" è spinta fino alla frenesia dalla pubblicità e dai social media. Per la classe operaia al potere, il riorientamento dei consumi si concentrerà sull'urgente necessità di soddisfare i bisogni fondamentali della vita di tutti gli esseri umani in ogni parte del pianeta. Dovremo tornare su questi temi in altri articoli, ma possiamo citare alcuni dei più ovvi:
• Cibo. Il capitalismo in declino ha presentato all'umanità una gigantesca contraddizione tra le possibilità di produrre cibo a sufficienza per tutti e la reale e permanente denutrizione che affligge gran parte del pianeta, comprese fasce di popolazione dei paesi più avanzati, mentre sia nei paesi centrali che in quelli più periferici milioni di persone soffrono di obesità e di diete povere deliberatamente mantenute dalle aziende di produzione e commercializzazione di prodotti agroalimentari, che contribuiscono enormemente anche alle emissioni globali di anidride carbonica, alla deforestazione e ad altre minacce all'ecologia globale come l'inquinamento da materie plastiche. Anche l'approvvigionamento idrico globale è diventato un problema fondamentale, esacerbato dal riscaldamento globale. La classe operaia dovrà quindi nutrire il mondo, ma senza ricorrere ai metodi capitalistici che ci hanno condotto in questa impasse, tra cui la contemporanea "agricoltura industriale" con la sua rivoltante crudeltà verso gli animali e il suo probabile legame con le malattie pandemiche. Dovrà risolvere l'antagonismo tra una alimentazione abbondante e una alimentazione sana. E tutto questo sulla base di una trasformazione socio-economica che non può essere risolta immediatamente: una cosa è, ad esempio, espropriare le grandi aziende "agroalimentari" e le fonti statali di produzione alimentare, un'altra integrare i piccoli proprietari terrieri o i contadini nella produzione cooperativa e poi associata, il che richiederà tempo perché sarà impossibile andare subito oltre i rapporti di scambio tra il settore socializzato e i piccoli proprietari.
• Casa: il problema dei senzatetto è diventato endemico in tutti i Paesi capitalisti, soprattutto nelle città del centro capitalista; milioni di persone sono raccolte nelle vaste baraccopoli che circondano le città del "Sud globalizzato" (e, ancora una volta, in parti del "Nord globalizzato"); e negli ultimi decenni, il proliferare delle guerre e la distruzione dell'ambiente hanno creato un problema di rifugiati su una scala che non si vedeva dalla fine della seconda guerra mondiale, con milioni di altre persone che vivono in condizioni disperate in campi che offrono poca protezione dalle malattie e da ogni tipo di sfruttamento, comprese le moderne forme di schiavitù. Allo stesso tempo, le grandi città del mondo si sono lanciate in una frenesia edilizia, soprattutto per la speculazione, con appartamenti di lusso e attività economiche che non avrebbero avuto posto in una società comunista. L'espropriazione su larga scala di questi edifici mal utilizzati e mal progettati può fornire una soluzione temporanea alle peggiori espressioni della mancanza di una casa, ma a lungo termine, l'edilizia abitativa dell'umanità comunista non può basarsi sull'armeggiare con un patrimonio abitativo già inadeguato e sempre più fatiscente, dove i residenti sono ammassati in grandi blocchi di appartamenti o dormitori simili a delle gabbie. Il reinsediamento di gran parte della popolazione mondiale pone una sfida molto più grande: superare la contraddizione tra città e campagna, che non ha nulla in comune con la sfrenata espansione delle città a cui assistiamo in questa fase del capitalismo. Torneremo su questo più tardi.
• Assistenza sanitaria: la salute, come conclude ogni rapporto sulla salute pubblica, è una questione sociale e di classe. Chi è malnutrito e mal alloggiato, con un accesso limitato all'assistenza sanitaria, muore molto prima di chi mangia bene, ha un alloggio decente e può ricevere cure mediche adeguate quando è malato. L'attuale pandemia di Covid-19, tuttavia, espone i limiti di tutti i "servizi sanitari" esistenti anche nei paesi capitalisti più potenti, anche perché non sfuggono alla logica della competizione tra unità capitalistiche nazionali, mentre una pandemia non rispetta i confini nazionali e questo sottolinea la necessità di qualcosa che non può che essere un incubo non solo per i grandi consorzi farmaceutici e tutti i Trump di questo mondo, ma anche per quella versione di sinistra del nazionalismo che rifiuta di farci vedere oltre il "nostro servizio sanitario nazionale": medicina, assistenza sanitaria e ricerca che non siano gestite dallo Stato, ma realmente socializzate, non nazionali ma "senza confini": insomma, un servizio sanitario globale.
Allo stesso tempo, però, questi compiti immensi, che sono solo il punto di partenza per una nuova cultura umana, non possono essere visti come il risultato di un improvviso aumento della giornata lavorativa. Al contrario, esse devono essere legate a una drastica riduzione dell'orario di lavoro, senza la quale, aggiungiamo, non sarà possibile la partecipazione diretta dei produttori alla vita politica delle assemblee generali e dei consigli. E questa riduzione deve essere ottenuta in larga misura attraverso l'eliminazione degli sprechi: lo spreco della disoccupazione e delle "attività socialmente inutili e dannose".
Già all'inizio del capitalismo, in un discorso a Elberfeld nel 1845, Engels stigmatizzò il fatto che il capitalismo non poteva evitare un terribile uso improprio dell'energia umana e insistette sul fatto che solo una trasformazione comunista poteva risolvere il problema.
“Dal punto di vista economico l'odierna organizzazione della società è certamente la meno razionale e pratica che sia possibile immaginare. La contrapposizione degli interessi porta con sé che una gran massa di forza-lavoro viene usata in modo che la società non ne tragga alcun utile e una notevole quantità di capitale va inutilmente perduta senza riprodursi. Basta osservare le crisi commerciali; vediamo come masse di prodotti, che pure sono tutti frutto della fatica degli uomini, vengono liquidate a prezzi che lasciano in perdita il venditore; vediamo come nei fallimenti scompaiano dalle mani del proprietario masse di capitali che pure sono stati accumulati con fatica. Ma esaminiamo più da vicino l'odierna circolazione. Si consideri attraverso quante mani deve passare ogni prodotto prima di giungere in quelle del consumatore reale, considerino, signori, quanti intermediari superflui e speculatori si sono intrufolati oggi fra i produttori e i consumatori! Facciamo un esempio, prendiamo una balla di cotone fabbricata nell'America del nord. La balla passa dalle mani del piantatore in quelle dell'agente commerciale in un qualsiasi scalo del Mississippi, poi viaggia giù per il fiume verso New Orleans. Qui viene venduta, — per la seconda volta, perché l'agente l'aveva già comprata dal piantatore, — venduta, per me, a uno speculatore, il quale a sua volta la vende all'esportatore. La balla va ora, supponiamo, a Liverpool, dove nuovamente un avido speculatore vi mette le mani sopra e se ne impadronisce. Costui la tratta con un commissionario il quale compra per conto, diciamo, di una casa tedesca. Così la balla viaggia per Rotterdam, risale il Reno, passa tra le mani di una dozzina di spedizionieri, viene scaricata e caricata una dozzina di volte, e solo dopo giunge fra le mani, non del consumatore, ma del fabbricante, il quale soltanto la trasforma in un prodotto adatto al consumo, può darsi però che dia il suo filo al tessitore, questi passa il tessuto allo stampatore, costui al grossista e questo a sua volta al dettagliante, il quale infine fornisce la merce al consumatore. E tutti questi intermediari, speculatori, agenti commerciali, esportatori, commissionari, spedizionieri, grossisti e dettaglianti, che pure non fanno nulla alla merce, vogliono tutti vivere e tirarci fuori il loro profitto, e in realtà in complesso lo hanno questo profitto, perché altrimenti non esisterebbero.
Signori, per portare una balla di cotone dall'America in Germania e far giungere il prodotto finito nelle mani del consumatore reale, non c'è una strada più semplice, più economica, di questo lungo cammino attraverso dieci vendite, cento trasbordi e viaggi da un magazzino all'altro? Non è questa una prova convincente del grande spreco di forza-lavoro causato dal frazionamento degli interessi? Nella società organizzata razionalmente non c'è nemmeno da parlare di tali circostanziati trasporti. Allo stesso modo in cui è facile sapere, tanto per restare all'esempio, quale quantità di cotone o di prodotti di cotone impiega una singola colonia, allo stesso modo è facile per l'amministrazione centrale venire a sapere qual è la quantità impiegata nel complesso dai villaggi e dai comuni del paese. Una volta che sia stata organizzata una tale statistica, il che può avvenire facilmente in due o tre anni, la media del consumo annuale cambierà soltanto in rapporto all'aumento della popolazione; è dunque cosa facile stabilire in anticipo, a tempo opportuno, quale quantità di ogni articolo richiederà il fabbisogno della popolazione: l'intero, grosso quantitativo verrà ordinato direttamente alla fonte e lo si potrà far venire direttamente, senza intermediari, senza più soste e trasbordi che non siano realmente fondati nella natura delle comunicazioni, cioè con un grande risparmio di forza-lavoro; non sarà necessario pagare il loro utile agli speculatori, ai commercianti all'ingrosso e al minuto. Ma non è tutto: questi intermediari in tal modo saranno resi non solamente innocui per la società, ma addirittura utili. Mentre adesso, con svantaggio di tutti gli altri, fanno un lavoro che nel migliore dei casi è superfluo, pur procurando loro di che vivere, anzi in molti casi procura loro grandi ricchezze, mentre dunque adesso sono direttamente dannosi al bene generale, dopo avranno le mani libere per un'attività utile, e potranno darsi a un'occupazione in cui dimostrare di essere membri effettivi, non soltanto apparenti, finti, della società umana e partecipare realmente alla sua attività generale.”[8]
Engels prosegue elencando altri esempi di questo spreco: la necessità, in una società basata sulla concorrenza e sulla disuguaglianza, di mantenere istituzioni estremamente costose ma totalmente improduttive come eserciti permanenti, forze di polizia e carceri; il lavoro umano dedicato a servire quello che William Morris chiamava "il lusso sontuoso dei ricchi"; e infine, l'enorme spreco di forza lavoro generato dalla disoccupazione, che raggiunge livelli particolarmente scandalosi durante le periodiche crisi "commerciali" del sistema. Egli contrappone poi lo spreco del capitalismo alla semplicità essenziale della produzione e della distribuzione comunista, che si calcola in base alle esigenze degli esseri umani e al tempo complessivo necessario per il lavoro che soddisferà tali esigenze.
Tutti questi mali capitalistici, osservabili durante il periodo dell'ascesa e dell'espansione del capitalismo, sono diventati molto più distruttivi e pericolosi durante il periodo del declino del capitalismo: la guerra e il militarismo hanno preso sempre più il sopravvento sull'intero apparato economico e costituiscono una tale minaccia per l'umanità che certamente una delle priorità più urgenti della dittatura del proletariato (che Bordiga non cita, anche se "l'era atomica" era già chiaramente iniziata al momento in cui ha scritto questo testo) sarà quello di liberare il pianeta dalle armi di distruzione di massa accumulate dal capitalismo - tanto più che non c'è alcuna garanzia che, di fronte al suo definitivo rovesciamento da parte della classe operaia, la borghesia o le sue fazioni non preferirebbero distruggere l'umanità piuttosto che sacrificare il loro dominio di classe.
Anche il capitalismo militarizzato può funzionare solo attraverso la crescita cancerosa dello Stato, con un proprio esercito permanente di burocrati, poliziotti e spie. I servizi di sicurezza, in particolare, hanno assunto proporzioni gigantesche, così come la loro immagine speculare, le bande mafiose che fanno rispettare il loro ordine brutale in molti paesi della periferia capitalista.
Allo stesso modo, la decadenza capitalistica, con il suo vasto apparato bancario, finanziario e pubblicitario più che mai indispensabile per la circolazione delle merci prodotte, ha fortemente gonfiato il numero di persone coinvolte in forme di attività quotidiana fondamentalmente inutili; e le successive ondate di "globalizzazione" hanno reso ancora più evidenti le assurdità della circolazione delle merci su scala globale, per non parlare del suo crescente costo ecologico. E la mole di lavoro dedicata alle richieste dei cosiddetti "straricchi" oggi non è meno scioccante che ai tempi di Engels - non solo nel loro inesauribile bisogno di servitù, ma anche nella loro sete di lussi davvero inutili come jet privati, yacht e palazzi. E al polo opposto, in un momento in cui la crisi economica del sistema stesso tende a diventare permanente, la disoccupazione è più una piaga permanente che ciclica, anche quando si nasconde sotto la proliferazione di posti di lavoro a breve termine e nella sottoccupazione. Nel cosiddetto Terzo Mondo, la distruzione delle economie tradizionali ha portato allo sviluppo intensivo del capitalismo in alcune regioni, ma ha anche creato un gigantesco "sottoproletariato" che vive nelle condizioni più precarie nelle "township" dell'Africa o nelle "favelas" del Brasile e del resto dell'America Latina.
Così, Bordiga - anche se non era coerente nella sua comprensione della decadenza del sistema - aveva capito che attuare il programma comunista di allora non significava andare verso l'abbondanza attraverso un processo di industrializzazione molto rapido, come i bolscevichi tendevano ad assumere, date le condizioni "arretrate" che si trovavano ad affrontare in Russia dopo il 1917. Certo, richiederà lo sviluppo e l'applicazione delle tecnologie più avanzate, ma inizialmente assumerà la forma di uno smantellamento pianificato di tutto ciò che è dannoso e inutile nell'apparato produttivo esistente, e di una riorganizzazione globale delle risorse umane reali che il capitalismo sta costantemente sperperando e distruggendo.
Il movimento comunista di oggi - anche se è stato lento a riconoscere la portata del problema - non può fare a meno di essere consapevole del costo ecologico dello sviluppo capitalistico nell'ultimo secolo, e soprattutto dalla fine della seconda guerra mondiale. È più ovvio per noi che per i bolscevichi che non possiamo realizzare il comunismo attraverso i metodi dell'industrializzazione capitalistica, che sacrifica sia la forza lavoro umana che la ricchezza naturale alle esigenze del profitto, all'idolo del valore e alla sua accumulazione. Ora comprendiamo che uno dei compiti principali del proletariato è quello di porre fine alla minaccia del riscaldamento globale e di ripulire il gigantesco pasticcio che il capitalismo ci ha lasciato in eredità: la distruzione massiccia delle foreste e della natura selvaggia, la contaminazione dell'aria, della terra e dell'acqua da parte dei sistemi di produzione e di trasporto esistenti. Alcune parti di questa "eredità" richiederanno molti anni di ricerca e di paziente lavoro per essere superate - l'inquinamento dei mari e della catena alimentare causato dai rifiuti di plastica è solo un esempio. E come abbiamo già detto, la soddisfazione dei bisogni più elementari della popolazione mondiale (cibo, alloggio, salute, ecc.) dovrà essere coerente con questo progetto globale di armonizzazione tra uomo e natura.
È merito di Bordiga aver preso coscienza di questo problema all'inizio degli anni Cinquanta: la sua intuizione della centralità di questa dimensione si manifesta soprattutto nella sua posizione sul problema delle "grandi città", che è pienamente in linea con il pensiero di Marx e soprattutto di Engels.
La città e la civilizzazione hanno le stesse radici, storicamente ed etimologicamente. A volte il termine "civilizzazione" viene esteso a tutta la cultura e la morale umana[9]: in questo senso, anche i cacciatori-raccoglitori dell'Australia o dell'Africa costituiscono una civiltà. Ma non c'è dubbio che il passaggio alla vita urbana, che è la definizione più diffusa di civilizzazione, abbia rappresentato uno sviluppo qualitativo nella storia dell'umanità: un fattore di progresso della cultura e della storia stessa, ma anche l'inizio definitivo dello sfruttamento delle classi, e dello Stato. Anche prima del capitalismo, come dimostra Weber, la città è inseparabile dal commercio e dall'economia monetaria[10]. Ma la borghesia è la classe urbana per eccellenza, e le città medievali divennero i centri della resistenza all'egemonia dell'aristocrazia feudale, la cui ricchezza si basava soprattutto sul possesso della terra e sullo sfruttamento dei contadini. Il proletariato moderno è comunque una classe urbana, formata dall'esproprio dei contadini e dalla rovina degli artigiani. Spinta negli agglomerati urbani frettolosamente costruiti di Manchester, Glasgow o Parigi, è lì che la classe operaia ha preso coscienza di se stessa come classe distinta e opposta alla borghesia e ha iniziato a immaginare un mondo al di là del capitalismo.
A livello di rapporto dell'uomo con la natura, la città presenta lo stesso duplice aspetto: è il centro dello sviluppo scientifico e tecnologico, aprendo il potenziale di liberazione dalla scarsità e dalle malattie. Ma questa crescente "padronanza della natura", che avviene in condizioni di alienazione dell'uomo da se stesso e dalla natura, è anche inseparabile dalla distruzione della natura e dai ricorrenti disastri ecologici. Così, il declino delle culture urbane sumeriche o maya può essere spiegato da una forma di superamento della città da sola, esaurendo l'ambiente circostante di foreste e agricoltura, e il cui crollo ha inferto colpi terribili all'orgoglio delle civiltà che avevano cominciato a dimenticare la loro intima dipendenza dalla natura. Allo stesso modo, le città, nella misura in cui accatastavano gli esseri umani come le sardine, non riuscivano a risolvere il problema fondamentale dello smaltimento dei rifiuti e invertivano il rapporto secolare tra uomini e animali, diventavano il terreno fertile per flagelli come la peste nera nell'epoca del declino feudale o il colera e il tifo che devastavano le città industriali del capitalismo primitivo. Ma anche in questo caso dobbiamo considerare l'altro lato della dialettica: la borghesia nascente ha saputo capire che le malattie che colpivano i suoi schiavi salariati potevano raggiungere anche le porte dei palazzi capitalisti e minare tutto il loro edificio economico. È stata così in grado di iniziare e realizzare stupefacenti prodezze ingegneristiche nella costruzione di sistemi fognari ancora oggi funzionanti, mentre le competenze mediche in rapida evoluzione sono state mobilitate per eliminare forme di malattia fino ad allora croniche.
In particolare nell'opera di Friedrich Engels si possono trovare gli elementi fondamentali per una storia della città dal punto di vista proletario. Ne suo testo Le origini della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, egli ripercorre la dissoluzione delle antiche "gens", l'organizzazione tribale basata sui legami di parentela, che cede il passo alla nuova organizzazione territoriale della città, segnata dalla divisione irreversibile in classi antagoniste e con essa l'emergere del potere statale, il cui compito è quello di evitare che queste divisioni lacerino la società. In Le condizioni della classe operaia in Inghilterra, dipinge un quadro delle condizioni di vita infernali del giovane proletariato, della sporcizia e delle malattia quotidiane delle baraccopoli di Manchester, ma anche del ribollire della coscienza e dell'organizzazione di classe che alla fine giocheranno il ruolo decisivo nel costringere la classe dirigente a concedere riforme significative ai lavoratori.
In due opere successive, l'Anti-Duhring e La questione degli alloggi, Engels si imbarca in una discussione sulla città capitalista in un momento in cui il capitalismo ha già trionfato nel cuore dell'Europa e degli Stati Uniti ed è sul punto di conquistare il mondo intero. E si nota che egli conclude già che le grandi città hanno superato i limiti della loro vitalità e dovranno scomparire per soddisfare la richiesta del Manifesto comunista: l'abolizione della separazione tra città e campagna. Ricordiamo qui che negli anni sessanta del XIX secolo, Marx si preoccupava sempre più dell'impatto distruttivo dell'agricoltura capitalista sulla fertilità del suolo e notava, nell'opera di Liepig, che la distruzione della copertura forestale in alcune regioni d'Europa aveva un impatto sul clima, con l'aumento delle temperature locali e la diminuzione delle precipitazioni[11]. In altre parole: così come Marx scorgeva i segni della decadenza politica della classe borghese dopo lo schiacciamento della Comune di Parigi, e nella corrispondenza con i rivoluzionari russi verso la fine della sua vita cercava il modo in cui le regioni in cui il capitalismo non aveva ancora trionfato pienamente potessero evitare il purgatorio dello sviluppo capitalistico, lui ed Engels avevano cominciato a chiedersi se, per quanto riguarda il capitalismo, fosse sufficiente[12]. Forse le basi materiali di una società comunista globale erano già state gettate e ulteriori "progressi" per il capitale avrebbero avuto un risultato sempre più distruttivo? Sappiamo che il sistema, attraverso la sua espansione imperialista negli ultimi decenni del XIX secolo, avrebbe prolungato la sua vita per diversi altri decenni e fornito la base per una fase di crescita e sviluppo sorprendente, che avrebbe portato alcuni elementi del movimento operaio a mettere in discussione l'analisi marxista dell'inevitabilità della crisi e del declino del capitalismo, tale che le contraddizioni irrisolte del capitale sarebbero esplose durante la guerra del 1914-18 (che anche Engels aveva previsto). Ma le domande di ricerca sul futuro che essi avevano cominciato a porsi proprio quando il capitalismo aveva raggiunto il suo apice erano perfettamente valide all'epoca e sono oggi più attuali che mai.
In "La trasformazione dei rapporti sociali"[13] abbiamo esaminato come i rivoluzionari del XIX secolo - in particolare Engels, ma anche Bebel e William Morris - avevano sostenuto che la crescita delle grandi città era già arrivata al punto in cui l'abolizione dell'antagonismo tra città e campagna era diventata una necessità reale, da cui la necessità di porre fine all'espansione delle grandi città a favore di una maggiore unità tra industria e agricoltura e di una più equa distribuzione delle abitazioni umane sulla Terra. Era una necessità non solo per risolvere problemi urgenti come lo smaltimento dei rifiuti e la prevenzione della sovrappopolazione, dell'inquinamento e delle malattie, ma anche come base per un ritmo di vita più umano in armonia con la natura.
In "Damen, Bordiga e la passione per il comunismo"[14], abbiamo dimostrato che Bordiga - forse più di ogni altro marxista del XX secolo - è rimasto fedele a questo aspetto essenziale del programma comunista, citando ad esempio il suo articolo del 1953 Spazio contro cemento[15], che è un'appassionata polemica contro le tendenze contemporanee dell'architettura e dell'urbanistica (campo in cui lo stesso Bordiga era professionalmente qualificato), motivate dalla necessità del capitale di raccogliere il maggior numero possibile di esseri umani in spazi sempre più ristretti - una tendenza caratterizzata dalla rapida costruzione di torri presumibilmente ispirate alle teorie architettoniche di Le Corbusier. Bordiga è spietato nei confronti dei fornitori della moderna ideologia urbanistica:
- "Chi applaude tali tendenze non deve essere considerato solo come un difensore delle dottrine, degli ideali e degli interessi capitalistici, ma come un complice delle tendenze patologiche dello stadio supremo della decadenza e della dissoluzione del capitalismo" (quindi, nessuna esitazione sulla decadenza qui!). Altrove nello stesso articolo, egli afferma: "Il verticalismo, è così che si chiama questa dottrina distorta; il capitalismo è verticalista. Il comunismo sarà 'orizzontalista'". E alla fine dell'articolo anticipa con gioia il giorno in cui "i mostri di cemento saranno ridicolizzati e soppressi" e "le città gigantesche saranno sgonfiate" per "rendere uniforme la densità di vita e di lavoro su terreni abitabili".
In un'altra opera, Specie umana e crosta terrestre[16], Bordiga cita ampiamente La questione degli alloggi di Engels, e non possiamo non cedere alla tentazione di fare lo stesso. Questa è l'ultima parte della brochure, in cui Engels attacca Mülberger, un discepolo di Proudhon, per aver affermato che è utopistico voler superare l'"inevitabile" antagonismo tra città e campagna:
- L'abolizione del contrasto fra città e campagna non è un'utopia, né più né meno di quanto non è utopia l'abolizione del contrasto fra capitalisti e salariati. Giorno per giorno essa diventa un'esigenza pratica della produzione tanto industriale quanto agricola. Nessuno l'ha postulata più a gran voce di quanto l'abbia fatto Liebig nei suoi scritti sulla chimica dell'agricoltura, in cui la prima esigenza è sempre che l'uomo restituisca al terreno ciò che ne riceve, ed in cui l'autore mostra che ad impedirlo è solo l'esistenza delle città, soprattutto delle grandi città. Se si considera come, nella sola Londra, venga gettato in mare ogni giorno, con l'impiego di spese ingenti, un quantitativo di concime maggiore di quello che produce l'intera Sassonia, e quali impianti colossali si rendano necessari per impedire che questo concime intossichi interamente Londra, ecco che l'utopia dell'abolizione del contrasto fra città e campagna riceve un fondamento pratico insospettato. Ed anche Berlino, relativamente insignificante al confronto, da almeno trent'anni si ammorba dei suoi propri escrementi. D'altro canto è una pura utopia il pretendere, come fa Proudhon, di rivoluzionare l'odierna società borghese per mantenere i contadini quali sono attualmente. Solo una ripartizione il più possibile uniforme della popolazione in tutto il paese, solo uno stretto collegamento fra la produzione industriale e quella agricola, oltre all'estendersi perciò necessario dei mezzi di comunicazione (ed in tal caso va data per scontata l'abolizione del modo di produzione capitalista) è in grado di strappare la popolazione rurale all'isolamento e all'abbruttimento in cui vegeta quasi immutatamente da millenni[17].
In questo passaggio vengono proposte diverse linee di pensiero, e Bordiga ne è ben consapevole. In primo luogo, Engels insiste sul fatto che il superamento dell'antagonismo tra città e campagna è intimamente legato al superamento della divisione generale del lavoro capitalista - un tema sviluppato successivamente nell'Anti-Dühring, in particolare la divisione tra lavoro intellettuale e manuale che sembra così insormontabile nel processo produttivo capitalista. Il superamento delle condizioni di queste due separazioni, così come quelle della divisione tra il capitalista e il lavoratore salariato, è indispensabile per la nascita di un essere umano completo. E contrariamente agli schemi dei proudhoniani retrogradi, l'abolizione del rapporto sociale capitalista non implica la conservazione della piccola proprietà dei contadini o degli artigiani; è trascendendo le divisioni tra città-paese e industria-agricoltura che i contadini potranno essere salvati dall'isolamento e da uno stato intellettuale che vegeta mentre gli abitanti delle città potranno essere liberati dal sovraffollamento e dall'inquinamento.
In secondo luogo, Engels solleva qui, come altrove, il semplice ma spesso trascurato problema degli escrementi umani. Nelle loro prime forme "selvagge", le città capitaliste non prevedevano praticamente alcun trattamento dei rifiuti umani, e presto ne pagarono il prezzo generando epidemie, tra cui dissenteria e colera - flagelli che ancora oggi infestano le baraccopoli della periferia capitalista, dove le strutture igieniche di base sono notoriamente assenti. La costruzione del sistema fognario è stato certamente un passo avanti nella storia della città borghese. Ma il semplice fatto di smaltire i rifiuti umani è di per sé una forma di spreco, poiché potrebbero essere utilizzati come fertilizzanti naturali (come avveniva nella storia precedente della città).
Guardando indietro ai tempi di Londra o di Manchester di Engels, si potrebbe facilmente dire: pensavano che queste città fossero già diventate troppo grandi, troppo lontane dal loro ambiente naturale. Cosa avrebbero fatto con gli avatar moderni di queste città? L'ONU ha stimato che circa il 55% della popolazione mondiale vive ora nelle grandi città, ma se l'attuale crescita della città continua, questa cifra salirà a circa il 68% entro il 2050[18].
Questo è un vero esempio della "crescita della decadenza" del capitalismo, e Bordiga ha avuto la lungimiranza di vederlo nel periodo della ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale. Gli antropologi che cercano di definire l'apertura del periodo di quella che chiamano "era antropocenica" (che significa essenzialmente l'epoca in cui l'attività umana ha avuto un impatto fondamentale e qualitativo sull'ecologia del pianeta) in genere la fanno risalire alla diffusione dell'industria moderna all'inizio del XIX secolo - in breve, alla vittoria del capitalismo. Ma c'è chi parla anche di una "Grande Accelerazione" avvenuta dopo il 1945, e il suo peso può essere visto accelerare ancora di più dopo il 1989 con l'ascesa della Cina e di altri Paesi "in via di sviluppo".
Le conseguenze di questa crescita sono ben note: il contributo della megalopoli al riscaldamento globale attraverso l'edilizia incontrollata, il consumo di energia e le emissioni dell'industria e dei trasporti, che rendono l'aria in molte città irrespirabile (già notato da Bordiga nel libro La specie umana e la crosta terrestre: "Per quanto riguarda la democrazia borghese, si è abbassata al punto di rinunciare alla libertà di respirare"). L'espansione incontrollata dell'urbanizzazione è stata un fattore chiave nella distruzione degli habitat naturali e nell'estinzione delle specie; infine, le megalopoli hanno rivelato il loro ruolo di incubatrici di nuove malattie pandemiche, la più mortale e contagiosa delle quali – Covid-19- sta attualmente paralizzando l'economia mondiale e lasciando una scia di morte e sofferenza in tutto il mondo. In effetti, gli ultimi due "contributi" si sono probabilmente uniti nell'epidemia di Covid-19, che è una delle tante epidemie in cui un virus è saltato da una specie all'altra. È diventato un problema importante in paesi come la Cina e in molte parti dell'Africa dove gli habitat animali vengono distrutti, portando a un enorme aumento dei consumi attraverso la vendita clandestina di carne di animali selvatici su mercati paralleli con specie ormai brulicanti ai margini dei centri urbani, e dove le nuove città, costruite in risposta alla frenetica crescita economica della Cina, hanno controlli igienici minimi.
Nell'elenco delle misure rivoluzionarie contenute nell'articolo di Bordiga, il punto 7 è il più rilevante per il progetto di abolizione dell'antagonismo tra città e campagna:
“Interrompere la costruzione di abitazioni e posti di lavoro alle periferie delle grandi città e anche dei piccoli centri, come misura per procedere verso una distribuzione uniforme della popolazione su tutto il territorio. Riduzione della congestione, della velocità e del volume di traffico vietando il traffico inutile".
Questo punto sembra particolarmente rilevante oggi, quando quasi ogni città è teatro di un'implacabile ascesa "verticale" (la costruzione di enormi grattacieli, soprattutto nei centri urbani) e di un'estensione "orizzontale", che divora la campagna circostante. La richiesta è semplicemente questa: stop! Il rigonfiamento delle città e l'insostenibile concentrazione della popolazione in esse presente sono il risultato dell'anarchia capitalistica e sono quindi essenzialmente non pianificate, non centralizzate. Le possibilità energetiche e tecnologiche umane attualmente impegnate in questa crescita cancerosa devono, fin dall'inizio del processo rivoluzionario, essere mobilitate in un'altra direzione. Anche se la popolazione mondiale è aumentata notevolmente da quando Bordiga ha calcolato, in Spazio contro Cemento, che "in media, la nostra specie ha un chilometro quadrato per ogni venti dei suoi membri" [19], rimane la possibilità di una distribuzione molto più razionale e armoniosa della popolazione sul pianeta, anche tenendo conto della necessità di preservare vaste aree di natura selvaggia - necessità che oggi è meglio compresa perché l'enorme importanza di preservare la biodiversità sul pianeta è stata scientificamente stabilita, ma era già qualcosa che Trotsky aveva previsto in Letteratura e Rivoluzione[20].
L'abolizione dell'antagonismo urbano-rurale è stata distorta dallo stalinismo in un senso: pavimentare tutto, costruire "caserme di operai" e nuove fabbriche in ogni campo e in ogni foresta. Per un vero comunismo, questo significherà coltivare campi e piantare foreste in mezzo alle città, ma significherà anche che le comunità vitali potranno stabilirsi in una sorprendente varietà di luoghi senza distruggere tutto ciò che le circonda, e che non saranno isolate perché avranno a disposizione i mezzi di comunicazione che il capitalismo ha effettivamente sviluppato ad una velocità impressionante. Engels aveva già sollevato questa possibilità in La questione degli alloggi e Bordiga la riprende in Spazio contro Cemento:
"Le forme più moderne di produzione, utilizzando reti di stazioni tecnologicamente avanzate di ogni tipo, come le centrali idroelettriche, le comunicazioni, la radio e la televisione, danno sempre più una disciplina operativa unica ai lavoratori sparsi in piccoli gruppi a distanze enormi. Ciò che si acquisisce è il lavoro associato, con i suoi sempre più vasti e meravigliosi intrecci, mentre la produzione autonoma scompare sempre più. Ma la densità tecnologica di cui abbiamo parlato è in costante diminuzione. Se l'agglomerato urbano e produttivo sussiste, non è perché permetterebbe di realizzare la produzione nelle migliori condizioni, ma per la permanenza dell'economia del profitto e della dittatura sociale del capitale".
La tecnologia digitale ha, naturalmente, avanzato questo potenziale. Ma nel capitalismo, il risultato generale della "rivoluzione di Internet" è stato quello di accelerare l'atomizzazione dell'individuo, mentre la tendenza a "lavorare a casa" - evidenziata in particolare dalla crisi legata a Covid-19 e dalle misure di accompagnamento all'isolamento sociale - non ha affatto ridotto la tendenza all'agglomerazione urbana. Il conflitto tra, da un lato, il desiderio di vivere e lavorare in associazione con gli altri e, dall'altro, la necessità di trovare spazio per muoversi e respirare, può essere risolto solo in una società dove l'individuo non è più in contrasto con la comunità.
Come per la costruzione di abitazioni umane, così anche per la folle corsa dei trasporti moderni: fermatevi, o almeno rallentate!
Anche in questo caso, Bordiga è in anticipo sui tempi. I mezzi di trasporto capitalistici via terra, mare e aria, basati in gran parte sulla combustione di energie fossili, sono responsabili di oltre il 20% delle emissioni globali di anidride carbonica[21], mentre nelle città sono diventati una delle principali fonti di malattie cardiache e polmonari, che colpiscono in particolare i bambini. Il numero annuale di vittime della strada nel mondo è di 1,35 milioni, di cui oltre la metà sono gli utenti della strada più "vulnerabili": pedoni, ciclisti e motociclisti[22]. E questi sono solo gli svantaggi più evidenti dell'attuale sistema di trasporto. Il rumore costante che genera rosicchia i nervi degli abitanti delle città, e la subordinazione della pianificazione urbanistica alle esigenze dell'auto (e dell'industria automobilistica, così centrale nell'odierna economia capitalistica) produce città sempre più frammentate, con aree residenziali divise l'una dall'altra dall'incessante flusso del traffico. Nel frattempo, la atomizzazione sociale, caratteristica essenziale della società borghese e della città capitalista in particolare, non solo è illustrata, ma è rafforzata dal fatto che il proprietario e il guidatore di un'auto è in competizione per lo spazio stradale con milioni di simili anime atomizzate.
Naturalmente, il capitalismo ha dovuto adottare misure per cercare di mitigare gli effetti peggiori di tutto questo: la "carbon tax" per frenare gli spostamenti eccessivamente inquinanti, la "moderazione del traffico" e le isole pedonali senza auto nei centri città, il passaggio alle auto elettriche.
Nessuna di queste "riforme" può risolvere il problema, perché nessuna di esse affronta il rapporto sociale capitalista che ne è alla radice. Prendiamo l'esempio dell'auto elettrica: l'industria automobilistica ha previsto quello che si aspettava e tende sempre più a orientarsi verso questa forma di trasporto. Ma anche mettendo da parte il problema dell'estrazione e dello smaltimento del litio necessario per le batterie, o la necessità di aumentare la produzione di energia elettrica per alimentare questi veicoli, che hanno tutti un alto costo ecologico, una città piena di veicoli elettrici sarebbe leggermente più silenziosa e un po' meno inquinata, ma comunque pericolosa per i pedoni e le auto.
È possibile che il comunismo faccia un uso esteso (ma probabilmente non esclusivo) dei veicoli elettrici. Ma il vero problema è altrove. Il capitalismo deve operare a velocità vertiginosa perché "il tempo è denaro" e il modo di trasporto delle merci è dettato dalle esigenze dell'accumulazione, che include nei suoi calcoli complessivi il tempo di "rotazione" e quindi di trasporto. Il capitalismo è anche motivato dalla necessità di vendere il maggior numero possibile di prodotti, da cui la costante pressione affinché ogni individuo sia in possesso di un'auto personale - ancora una volta, l'auto privata è diventata un simbolo di ricchezza e prestigio personale, la chiave per "la libertà sulla strada" in un'era di incessanti ingorghi.
Il ritmo di vita nelle città di oggi è molto più elevato (anche con gli ingorghi) di quanto non fosse nella seconda metà dell'Ottocento, ma in La donna e il socialismo[23], pubblicato per la prima volta nel 1879, August Bebel immaginava già la città del futuro, dove "il rumore agonizzante, l'affollamento e la fretta delle nostre grandi città con le loro migliaia di veicoli di ogni tipo cessano sostanzialmente: la società assume un aspetto più riposante" (p. 300).
La fretta e la congestione che rendono la vita urbana così stressante può essere superata solo quando è stata eliminata la voglia di accumulare, a favore di una produzione pianificata per distribuire liberamente i valori d'uso necessari. Nella progettazione delle reti di trasporto del futuro, un fattore chiave sarà ovviamente quello di ridurre significativamente le emissioni di gas serra e altre forme di inquinamento, ma la necessità di ottenere un "maggior riposo", un certo grado di calma e tranquillità sia per i residenti che per i viaggiatori, sarà certamente presa in considerazione nel problema complessivo. Poiché ci sarà molta meno pressione per andare dal punto A al punto B al ritmo più veloce possibile, i viaggiatori avranno più tempo per godersi il viaggio stesso: forse, in un mondo così, i cavalli torneranno in alcune parti del mondo, i velieri in mare, i dirigibili in cielo, mentre sarà anche possibile utilizzare mezzi di trasporto molto più veloci se necessario[24]. Allo stesso tempo, il volume di traffico sarà notevolmente ridotto se la dipendenza dalla proprietà personale dei veicoli potrà essere interrotta e se i viaggiatori potranno accedere a vari tipi di trasporto pubblico gratuito (autobus, treni, barche, taxi e veicoli senza proprietario). Dobbiamo anche tener presente che, a differenza di molte città capitalistiche occidentali dove la metà degli appartamenti è occupata da singoli proprietari o inquilini, il comunismo sarà un'esperienza di forme di vita più comuni; e in una società di questo tipo, viaggiare in compagnia di altri può diventare un piacere piuttosto che una corsa disperata tra concorrenti ostili.
Dobbiamo anche tenere presente che molti dei viaggi che intasano il sistema dei trasporti, quelli che forniscono posti di lavoro non necessari come quelli legati alla finanza, alle assicurazioni o alla pubblicità, non avranno posto in una società senza soldi. Le "ore di punta" giornaliere saranno un ricordo del passato.
Le strade di una città dove il fragore del traffico è stato ridotto a un ronzio torneranno ad alcuni dei loro precedenti benefici e usi, come ad esempio i parchi giochi per bambini.
Anche in questo caso, non sottovalutiamo la portata del compito da svolgere. Anche se la possibilità di vivere in modo più comunitario o associato è contenuta nella transizione verso un modo di produzione comunista, i pregiudizi egoistici che sono stati fortemente esacerbati da diverse centinaia di anni di capitalismo non scompariranno automaticamente e costituiranno anzi spesso gravi ostacoli al processo di comunitarizzazione. Come diceva Marx:
"La proprietà privata ci ha reso così stupidi e unilaterali che un oggetto è nostro solo quando lo possediamo, quando esiste per noi come capitale, o quando lo possediamo direttamente, lo mangiamo, lo beviamo, lo indossiamo, ci viviamo dentro, ecc. Anche se la proprietà privata concepisce tutte queste realizzazioni immediate del possesso solo come mezzi di vita, e la vita che servono è la vita della proprietà privata, del lavoro e della capitalizzazione. Pertanto, tutti i sensi fisici e intellettuali sono stati sostituiti dal semplice allontanamento di tutti questi sensi - il senso della proprietà". (Manoscritti economici e filosofici del 1844, capitolo "Proprietà privata e comunismo").
Rosa Luxemburg ha sempre sostenuto che la lotta per il socialismo non è solo una questione di "pane e burro", ma che "Dal punto di vista morale, la lotta dei lavoratori rinnoverà la cultura della società"[25]. Questo aspetto culturale e morale della lotta di classe, e soprattutto della lotta contro il "sentimento della proprietà", continuerà certamente per tutto il periodo di transizione al comunismo.
CDW
[1] The Transformation of Social Relations [49], International Review n.85; Gli anni ’50 e ’60: Damen, Bordiga, e la passione per il comunismo [50]. Tutti gli articoli della Rivista Internazionale (organo teorico della CCI) citati in questo articolo sono disponibili sul nostro sito in inglese, spagnolo e francese. Nel caso di versione anche in italiano, sarà riportato direttamente il riferimento alla pagina italiana.
[2] 1918: The programme of the German Communist Party [51], International Review n. 93; 1919: the programme of the dictatorship of the proletariat [52], International Review n. 95; 1920: The Programme of the KAPD [53], International Review n. 97
[3] Marx, Critica del programma di Gotha.
[5] Si noti che questo testo è stato adottato come "documento di partito" della nuova organizzazione, e non è un semplice contributo individuale.
[6] Ma i damenisti erano più chiari su molte delle lezioni della sconfitta della Rivoluzione russa e sulle posizioni del proletariato nel periodo del capitalismo decadente. Vedi, “Damen, Bordiga e la passione per il comunismo”, nota 1.
[7] Marc Chirik and the state in the period of transition [54], International Review n.165.
[8] "Discorsi di Elberfeld [55]".
[9] Si veda, ad esempio, A proposito del libro di Patrick Tort, "Effetto Darwin". Una concezione materialista delle origini della morale e della civiltà [56]
[10] Max Weber, La città, 1921.
[11] Vedi Kohei Saito, L'ecosocialismo di Karl Marx, New York, 2017.
[12] Su Marx e la questione russa, si veda un precedente articolo di questa serie, The Mature Marx - Past and Future Communism [57], International Review n. 81.
[13] Serie “Il comunismo non è un bell'ideale ma una necessità materiale” [13a parte] in International Review n.85;
[14] Vedi nota 1
[15] Il Programma Comunista, n. 1 dell'8-24 gennaio 1953.
[16] Il Programma Comunista n. 6/1952, 18 dicembre 1952.
[17] Engels: la questione degli alloggi [58]
[18] Two-thirds of global population will live in cities by 2050, UN says [59] (Due terzi della popolazione mondiale vivranno in città entro il 2050, [59] dice l'ONU).
[19] Bordiga ha dato il numero di 2,5 miliardi e mezzo. Oggi sono piuttosto 6,8 miliardi (Nations Unies).
[20] Letteratura e rivoluzione [60] Vedi anche Trotsky and the culture of communism [61], International Review n. 111.
[22] Vedi "Road safety facts".
[24] Naturalmente, le persone potranno ancora godere del piacere di viaggiare a velocità vertiginose, ma forse in una società razionale questi piaceri saranno limitati ai luoghi riservati a questo scopo.
Dopo anni di atonia, il movimento sociale contro la riforma delle pensioni mostra un risveglio della combattività del proletariato in Francia. Nonostante tutte le sue difficoltà, la classe operaia ha iniziato a sollevare la testa. Mentre un anno fa l'intero terreno sociale era occupato dal movimento interclassista dei gilè gialli, oggi gli sfruttati di tutti i settori e di ogni generazione hanno approfittato delle giornate di lotta organizzate dai sindacati per scendere in piazza, determinati a lottare sul proprio terreno di classe contro questo attacco frontale e massiccio da parte del governo che colpisce l'insieme degli sfruttati.
Se per quasi dieci anni, i salariati sono rimasti paralizzati, completamente isolati ciascuno nel proprio angolo sul posto di lavoro, nelle ultime settimane essi sono riusciti a ritrovare il cammino della lotta collettiva.
Le aspirazioni all'unità e alla solidarietà nella lotta mostrano che i lavoratori in Francia stanno ricominciando a riconoscersi come parte di una sola e stessa classe con gli stessi interessi da difendere. Così, nei vari cortei, e in particolare a Marsiglia, abbiamo potuto ascoltare: "La classe operaia esiste!" A Parigi, gruppi di manifestanti che non hanno sfilato dietro gli stendardi sindacali, hanno cantato: "Siamo lì, siamo lì per onorare i lavoratori e per un mondo migliore”. Nella manifestazione del 9 gennaio, degli spettatori che camminavano sui marciapiedi, ai margini della processione sindacale, hanno intonato la vecchia canzone del movimento operaio: "L'Internazionale", mentre gli studenti cantavano, dietro i propri striscioni: "I giovani in galera, i vecchi nella miseria!"
È chiaro che rifiutandosi di continuare a piegare la schiena la classe operaia in Francia è sulla giusta strada per ritrovare la sua dignità.
Un altro elemento, molto significativo di un cambiamento nella situazione sociale, è stato l'atteggiamento e lo stato d'animo degli "utenti" nello sciopero dei trasporti. È la prima volta, dal movimento del dicembre 1995, che uno sciopero dei trasporti non è "impopolare" nonostante tutte le campagne orchestrate dai media agli ordini della borghesia sugli "utenti" presi in ostaggio e impediti dall’andare al lavoro, a casa o in vacanza durante le festività di fine anno. Da nessuna parte, tranne che nei media su citati, abbiamo ascoltato che i ferrovieri della SNCF o della RATP stavano prendendo in ostaggio gli utenti. Sulle fermate o sui treni e metropolitane affollati, si aspettava pazientemente. Per spostarsi nella capitale, ci si arrangiava senza lamentarsi dei lavoratori delle ferrovie in sciopero; auto condivise, biciclette, scooter ... Ma, ancora di più, il sostegno e la stima verso i ferrovieri si sono concretizzati attraverso le numerose donazioni ai fondi di solidarietà per gli scioperanti che hanno sacrificato più di un mese di salario (più di tre milioni di euro sono stati raccolti in poche settimane!) lottando non solo per se stessi ma anche per gli altri.
Tuttavia, dopo un mese e mezzo di scioperi, dopo manifestazioni settimanali che hanno radunato centinaia di migliaia di persone, questo movimento non è riuscito a respingere l’attacco governativo.
Sin dall'inizio, la borghesia, il suo governo e le sue "parti sociali" avevano orchestrato una strategia per fare passare l'attacco sulle pensioni. La questione della "età di riferimento"[1] era la carta nella manica per sabotare la risposta della classe operaia e far passare la "riforma" attraverso la classica strategia di divisione del "fronte sindacale".
Inoltre, la borghesia blinda il suo Stato di polizia in nome del mantenimento de "l'ordine repubblicano". Il governo dispiega, in modo incredibile, le sue forze repressive per intimidirci. Gli sbirri continuano a gasare e picchiare indiscriminatamente i lavoratori (compresi donne e pensionati) supportati dai media che fanno un sol fascio della classe sfruttata, dei black blocs e di altri "teppisti". Al fine di impedire ai lavoratori di riunirsi alla fine delle dimostrazioni per discutere, i plotoni di celerini (CRS) le disperdono, su ordine della Prefettura, con granate di "de-accerchiamento". Le violenze poliziesche non sono in alcun modo il risultato di semplici "eccessi" individuali da parte di alcuni CRS eccitati e incontrollabili. Annunciano la repressione spietata e feroce che la classe dominante non esiterà a scatenare contro i proletari in futuro (come ha fatto in passato, ad esempio, durante la "settimana di sangue" della Comune di Parigi nel 1871).
Per essere in grado di affrontare la classe dominante e respingere l'attacco del governo, i lavoratori devono prendere nelle loro mani la propria lotta. Non devono affidarla ai sindacati, a questi "partner sociali" che hanno sempre negoziato sulle loro spalle e nel segreto dei gabinetti ministeriali.
Se continuiamo a chiedere ai sindacati di "rappresentarci", se continuiamo ad aspettare che organizzino la lotta per noi, allora sì che siamo "fottuti"! Per poter prendere in mano la nostra lotta, estenderla e unificarla, dobbiamo organizzare assemblee generali di massa (AG), sovrane e aperte a tutta la classe operaia. È in queste AG che possiamo discutere tutti insieme, decidere collettivamente quali azioni intraprendere, formare comitati di sciopero con delegati eletti e revocabili in qualsiasi momento.
I giovani lavoratori che hanno preso parte al movimento contro il CPE (Contratto di Primo impiego) nella primavera del 2006, quando erano ancora studenti, hanno dovuto trasmettere questa esperienza ai loro compagni di lavoro, giovani o anziani. Come hanno potuto respingere il governo Villepin costringendolo a ritirare il suo "CPE"? Grazie alla loro capacità di organizzare da soli la loro lotta nelle loro massicce assemblee generali in tutte le università e senza alcun sindacato. Queste AG non erano chiuse. Al contrario: gli studenti hanno invitato tutti i lavoratori, attivi e in pensione, a parteciparvi per discutere con loro nelle loro AG e a partecipare al movimento in solidarietà con le giovani generazioni che dovevano scontrarsi con la disoccupazione e la precarietà. Il governo di Villepin ha dovuto ritirare il CPE senza alcuna "negoziazione". Gli studenti, i giovani precari e i futuri disoccupati non erano rappresentati dai "partner sociali" e hanno vinto.
I lavoratori delle ferrovie che hanno guidato questa mobilitazione non possono continuare il loro sciopero da soli senza che gli altri settori si impegnino nella lotta con loro. Nonostante il loro coraggio e determinazione, non possono combattere "al posto" di tutta la classe operaia. Non è lo "sciopero per procura" che può respingere il governo, per quanto determinato possa essere.
Oggi la classe operaia non è ancora pronta a impegnarsi in modo massiccio nella lotta, anche se molti lavoratori di tutti i settori, di tutte le categorie professionali (principalmente del servizio pubblico), di tutte le generazioni erano presenti nelle manifestazioni organizzate dai sindacati dal 5 dicembre. Ciò di cui abbiamo bisogno per frenare gli attacchi della borghesia è sviluppare una solidarietà attiva nella lotta e non solo impegnandoci a raccogliere fondi di solidarietà per consentire agli scioperanti di "resistere".
La ripresa del lavoro che è già iniziata nel settore dei trasporti (in particolare alla SNCF) non è una capitolazione! Prendersi una "pausa" dalla lotta è anche un modo per non esaurirsi in uno sciopero lungo e isolato, che può portare solo a una sensazione di impotenza e amarezza.
La stragrande maggioranza dei lavoratori mobilitati pensano che se perdiamo questa battaglia, se non riusciamo a costringere il governo a ritirare la sua riforma, siamo "fottuti". Questo non è vero! L'attuale mobilitazione e il massiccio rifiuto a questo attacco sono solo un inizio, una prima battaglia che ne annuncia altre domani. Perchè la borghesia, il suo governo e i suoi padroni continueranno a sfruttarci, ad attaccare il nostro potere d'acquisto, a spingerci in una povertà e miseria crescente. La rabbia non può che aumentare fino a quando non porta a nuove esplosioni, a nuovi movimenti di lotta.
Anche se la classe operaia perde questa prima battaglia, non ha perso la guerra. Non deve arrendersi alla demoralizzazione!
La "guerra di classe" è fatta di avanzate e battute d'arresto, momenti di mobilitazione e di pause per poter ripartire con ancora più forza. Essa non è mai una lotta lineare in ascesa dove si vince subito. L'intera storia del movimento operaio ha dimostrato che la lotta della classe sfruttata contro la borghesia può portare alla vittoria solo dopo una serie di sconfitte.
L'unico modo per rafforzare la lotta è approfittare dei periodi di ripiego in buon ordine per riflettere e discutere insieme, riunendosi ovunque, nei nostri luoghi di lavoro, nei nostri quartieri e in tutti i luoghi pubblici.
I lavoratori più combattivi e determinati, attivi o disoccupati, pensionati o studenti, devono cercare di formare dei "comitati di lotta" interprofessionali aperti a tutte le generazioni per prepararsi alle future lotte. Dobbiamo imparare a trarre le lezioni di questo movimento, capire quali sono state le sue difficoltà per poterle superare nelle prossime battaglie.
Questo movimento sociale, nonostante tutti i suoi limiti, le sue debolezze e difficoltà, è già una prima vittoria. Dopo anni di paralisi, disorientamento e atomizzazione, ha permesso a centinaia di migliaia di lavoratori di scendere in strada per esprimere la loro volontà di combattere contro gli attacchi del Capitale. Questa mobilitazione ha permesso loro di esprimere il loro bisogno di solidarietà e unità. Ha anche permesso loro di fare esperienza delle manovre della borghesia per far passare questo attacco.
È solo attraverso la lotta e nella lotta che il proletariato può prendere coscienza di essere la sola forza sociale in grado di abolire lo sfruttamento capitalistico per costruire un nuovo mondo. La strada che porta verso la rivoluzione proletaria mondiale, verso il rovesciamento del capitalismo, sarà lunga e difficile. Sarà disseminata di insidie e sconfitte, ma non ce ne sono altre.
Più che mai, il futuro appartiene alla classe operaia!
Corrente Comunista Internazionale, 13 gennaio 2020
[1] L’età al di sopra della quale non si applicava il nuovo criterio di calcolo (ndt)
Chi c’è in “Nuevo Curso”?
Il proletariato può liberare l’umanità dalle catene sempre più soffocanti del capitalismo mondiale solo se la sua lotta sarà ispirata e fecondata dalla continuità storica critica delle sue organizzazioni comuniste, quel filo storico che va dalla Lega dei comunisti nel 1848 fino alle organizzazioni attuali che si richiamano alla Sinistra Comunista. Privati di questa bussola, le loro reazioni contro la barbarie e la miseria imposte dal capitalismo saranno condannate ad azioni cieche e disperate, che possono portare a una catena definitiva di sconfitte.
Il blog di Nuevo Curso cerca di far passare il lavoro di Munis come parte della “Sinistra comunista”, ma Munis non è mai riuscito a rompere veramente con l’approccio e gli orientamenti sbagliati dell’Opposizione di sinistra che sarebbe degenerata nel trotskismo, una corrente che dagli anni ‘40 si è chiaramente posizionata dietro la difesa del capitalismo, assieme ai suoi fratelli maggiori, lo Stalinismo e la Socialdemocrazia.
Abbiamo risposto a questa pretesa con l’articolo Nuevo Curso e una “Sinistra Comunista Spagnola”. Da dove viene la Sinistra Comunista?[1], mettendo in evidenza il fatto che “il futuro partito mondiale della rivoluzione comunista, per contribuire realmente ad essa, non potrà basarsi sull’eredità dell’Opposizione di Sinistra. Dovrà necessariamente basare il suo programma e i suoi metodi d’azione sull’esperienza della sinistra comunista. […] c’è una eredità comune della sinistra comunista che la distingue da altre correnti di sinistra che si formarono nell’Internazionale Comunista. Perciò, chiunque afferma di appartenere alla Sinistra Comunista ha la responsabilità di sforzarsi per conoscere e far conoscere la storia di questa componente del movimento operaio, le sue origini in reazione alla degenerazione dei partiti dell’Internazionale Comunista, i differenti gruppi legati a questa tradizione per aver partecipato alla sua lotta, i diversi rami politici che la compongono (la Sinistra Comunista Italiana, la Sinistra tedesco-Olandese, ecc.). In particolare è importante chiarire i contorni storici della sinistra comunista e le differenze che la distinguono da altre correnti di sinistra, in particolare quella trotskysta.”
Quest’articolo, scritto nell’agosto 2019, è stato totalmente ignorato da Nuevo Curso. Il suono del suo silenzio ha risuonato forte nelle orecchie di tutti noi che difendiamo l’eredità e la continuità critica della Sinistra Comunista. Ciò è ancora più scioccante quando si vede che Nuevo Curso pubblica ogni giorno un nuovo articolo trattando qualunque argomento immaginabile, da Netflix al messaggio natalizio del re spagnolo e l’origine della festa di Natale. Tuttavia, non ha ritenuto necessario dedicare nulla a qualcosa di così vitale come giustificare in maniera argomentata la sua pretesa di far passare come parte della Sinistra Comunista la continuità più o meno critica tra Munis e l’Opposizione di sinistra che ha dato origine al trotskismo.
Il nostro articolo si chiudeva ponendo la questione seguente: “Forse si tratta di un culto sentimentale di un ex combattente proletario [Munis]. Se è così, dobbiamo dire che si tratta di un’impresa destinata a creare più confusione che altro perché le sue tesi, trasformate in dogmi, distilleranno solo il peggio dei suoi errori. […] Un’altra possibile spiegazione è che l’autentica Sinistra Comunista venga attaccata con una “dottrina” spam […] utilizzando i materiali di quel grande rivoluzionario. Se questo è il caso, è obbligatorio per i rivoluzionari combattere tale impostura con la massima energia.”
La cosa peggiore della sconfitta dell’ondata rivoluzionaria mondiale del 1917-23 è la gigantesca distorsione perpetrata facendo passare lo stalinismo per “comunismo”, “marxismo” e come “principi proletari”. Le organizzazioni rivoluzionarie di oggi non possono permettere che tutta l’eredità che è stata dolorosamente sviluppata nel corso di quasi un secolo dalla sinistra comunista sia sostituita da una dottrina spam basata sulla confusione e la gangrena opportunista che fu l’Opposizione di Sinistra. Questo sarebbe un colpo brutale e decisivo alla prospettiva della rivoluzione proletaria mondiale.
Le origini di Nuevo Curso
Nel settembre 2017 abbiamo scoperto un sito web (un blog) di un gruppo chiamato Nuevo Curso[2], che inizialmente si è mostrato interessato alle posizioni della sinistra comunista e aperto al dibattito. Questo è almeno ciò che NC scriveva nella sua risposta alla prima lettera che la CCI inviò loro. Ecco la loro risposta:
“Noi non ci consideriamo come un gruppo politico, un proto-partito o qualcosa del genere ... Al contrario, vediamo il nostro lavoro come qualcosa di “formativo”, che ci aiuta a discutere nei luoghi di lavoro, tra i giovani, ecc. e una volta chiariti alcuni elementi di base, che servono da ponte tra le nuove persone che scoprono il marxismo e le organizzazioni internazionaliste (essenzialmente la TCI e voi, la CCI) che, a nostro avviso, devono essere le forze naturali fondanti del futuro partito anche se oggi esse sono molto deboli (come, ovviamente, lo è l’intera classe operaia)”. (7.11.2017, dal [email protected] [67] a [email protected] [68]).
Questo approccio è scomparso pochi mesi dopo, senza una spiegazione dettagliata e convincente, quando NC ha dichiarato di essere la continuazione di una cosiddetta Sinistra Comunista Spagnola, le cui origini sarebbero state Munis e il suo gruppo, il FOR[3]. Abbiamo già sottolineato che questa pretesa filiazione non era altro che una confusione tra la Sinistra Comunista e il trotskismo e che, dal punto di vista della continuità dei principi politici, le posizioni di NC non erano in continuità con quelle della Sinistra Comunista, ma con quelle del Trotskismo o, nella migliore delle ipotesi, con i tentativi di rottura con il trotskismo[4]. Non esiste dunque alcuna continuità programmatica tra NC e la sinistra comunista.
E la continuità organica? Ecco quello che essi stessi hanno detto all’inizio:
“Dietro il blog e la “Scuola di marxismo”, c’è un piccolo gruppo di cinque persone che hanno lavorato e vissuto insieme per 15 anni in una cooperativa di lavoro che funziona come una comunità di beni. Questo è il nostro modo di resistere alla precarietà e di guadagnarci da vivere. E anche per mantenere uno stile di vita in cui potessimo discutere, imparare ed essere utili alle nostre famiglie e ai nostri amici in un periodo difficile”(idem).
E, come hanno anche riconosciuto, la loro attività principale era ben lungi dall’essere caratterizzata da un atteggiamento critico marxista; in generale, in assenza di qualcosa di più concreto, consisteva nel dedicare i loro sforzi “a rendere possibile un lavoro organizzato in maniera produttiva (un nuovo movimento cooperativo o comunitario che rendesse evidente la possibilità tecnologica di una società de-mercificata, cioè una società comunista” [5] (idem).
D’altra parte, oltre a questo nucleo centrale, e apparentemente provenienti da dinamiche diverse di riflessione e di discussione, vari gruppi di giovani convergevano verso questo gruppo in diverse città[6].
Ciò che sorprende è come, nei confronti di tali elementi, il sito web di NC si sia presentato sin dall’inizio facendo riferimento alle posizioni della Sinistra Comunista. Il ruolo di uno degli elementi che hanno contribuito a questo è spiegato in questa lettera:
“Uno di noi [cioè del nucleo della cooperativa, nota editoriale], Gaizka[7], che è stato uno dei vostri vecchi contatti negli anni ‘90 e che, come ha detto lui stesso, aveva imparato molto di marxismo da voi. Il fatto che abbiamo potuto contare su di lui e sulla biblioteca che ha portato con sé è stato una parte importante del nostro processo” (idem).
In realtà questo “membro della cooperativa” è apparso nel dicembre 2017 alla nostra riunione pubblica a Madrid sul centenario della Rivoluzione russa ed era qualcuno che già conoscevamo, il summenzionato Gaizka, che negli anni ‘90 aveva preso parte a una discussione programmatica con la CCI. Alla fine della riunione, ci ha informato che era in contatto con un gruppo di giovani, ai quali stava “dando una formazione marxista”, incoraggiandoci a riprendere i contatti.
La nostra risposta alla sua proposta di riprendere i contatti è stata che lui avrebbe dovuto prima chiarire alcuni comportamenti politici che non era riuscito a spiegare negli anni ‘90 e che riguardavano dei sui atteggiamenti carrieristici e dei rapporti stretti e consolidati con il Partito Socialista Operaio Spagnolo[8] (PSOE) pur rivendicando al tempo stesso le posizioni della sinistra comunista[9].
Lui non ci ha risposto nel dicembre 2017 né, successivamente, alle quattro lettere che gli abbiamo inviato negli stessi termini. Ecco perché, secondo la tradizione proletaria di cercare di chiarire questo tipo di episodi “oscuri” nella vita politica, abbiamo continuato a chiedere spiegazioni. In assenza di queste spiegazioni, il monitoraggio della sua attività politica[10] da quando lo abbiamo incontrato mostra che i collegamenti con il PSOE sono stati mantenuti.
La tortuosa traiettoria di Gaizka.
1992-94: contatto con la CCI, fuga e scomparsa
Nel 1992, Gaizka prese contatto con la CCI, presentandosi come membro di un gruppo chiamato “Unión Espartaquista”, che sosteneva di difendere le posizioni della sinistra comunista tedesca (posizioni che oggi non sembrano più di suo gusto). In realtà, questo gruppo era essenzialmente lui e la sua compagna[11]; e all’epoca la loro conoscenza delle posizioni programmatiche e delle tradizioni della sinistra comunista era più un’aspirazione che una realtà.
Fin dall’inizio, si mostrò interessato a integrarsi quanto prima nella nostra organizzazione e si sentiva a disagio quando le discussioni si dovevano prolungare per fare i necessari chiarimenti o quando alcuni dei suoi comportamenti venivano messi in discussione, in particolare per quanto riguarda un altro elemento che si era unito a un circolo di discussione a Madrid a cui partecipava occasionalmente anche Battaglia Comunista.
Anche la discussione sulla sua traiettoria politica pose problemi. Benché ci avesse informato di essere stato in contatto con la Gioventù Socialista (del PSOE), mostrò una sorta di fascinazione per l’esperienza dei kibbutz[12] e fece commenti che sembravano collegarlo a Borrell[13] e alla lobby socialista filoisraeliana[14]. Inoltre, Gaizka non ha mai chiarito i suoi rapporti organizzativi con il PSOE o una sua rottura con questo[15].
Nel 1994, nella CCI, si era sviluppato un dibattito sul problema del peso dello spirito di circolo nel movimento operaio dal 1968 e sulle relazioni di affinità sviluppate sotto la copertura di progetti “comunitari” di vita. Durante le discussioni sui nostri principi organizzativi, abbiamo presentato a Gaizka le nostre posizioni su tutto questo. Ed è forse per questo motivo che, quando gli abbiamo chiesto direttamente spiegazioni su degli aspetti della sua traiettoria personale che ci sembravano poco chiari[16], prima di tutto non sembrava affatto sorpreso, nonostante il fatto che avessimo presentato questo incontro come un confronto che sarebbe stato registrato (non avevamo mai registrato una discussione con lui prima). E in secondo luogo, non ci ha dato alcuna spiegazione ed è scomparso dall’ambiente della sinistra comunista … Fino ad ora!
I legami sono continuati con il PSOE ...
Ciò che è problematico nella traiettoria politica di Gaizka non è il fatto che, in un certo momento, sia stato simpatizzante o militante della gioventù socialista e che non lo abbia detto chiaramente. Ciò che merita una spiegazione è il fatto che, nonostante la sua pretesa convinzione nelle posizioni della Sinistra comunista, la sua storia personale contenga tante tracce che rivelavano rapporti politici con personaggi che sono o sono stati funzionari di alto rango nel PSOE.
Nel 1998-99, Gaizka partecipa come “consigliere”, senza mai precisare a cosa corrispondesse questo ruolo, nella campagna di Borrell nelle primarie del PSOE, come si può vedere da alcuni dei suoi account su Internet. Uno dei nostri militanti l’ha visto in televisione nell’ufficio del candidato[17]. Gaizka ha cercato di minimizzare la questione dicendo che stava lì solo come “ragazzo d’ufficio” nella campagna, qualcuno che Borrell non aveva mai nemmeno notato. Ma la verità è che alcuni leader del PSOE, come Miquel Iceta[18] per esempio, hanno dichiarato pubblicamente di aver incontrato Gaizka durante questa campagna. E non sembra molto logico che i vertici del PSOE vadano da Borrell per chiedergli di presentarli al suo ragazzo d’ufficio.
Inoltre, durante questi stessi anni, Gaizka ha anche partecipato a una “missione umanitaria” organizzata dal Consiglio europeo per l’azione e la cooperazione umanitaria in Kosovo[19] insieme a David Balsa, attuale presidente della Conferenza euro-centro americana, e poi presidente del Consiglio europeo per l’azione e la cooperazione umanitaria, ex leader della Gioventù Socialista ed ex membro dell’Esecutivo del Partito Socialista in Galizia. In una lettera al Partito Radicale Italiano, Gaizka dice di D. Balsa che costui era “il ragazzo che andò in Albania al mio posto”.
A parte il fatto che tutto ciò rafforza i sospetti di una più stretta relazione tra Gaizka e il PSOE di quanto lui ammettesse, ciò implica anche una partecipazione attiva a una guerra imperialista sotto la copertura di un’“azione umanitaria” e dei “diritti dell’uomo”[20].
Nel 2003 è stato anche consigliere nella campagna per Belloch[21] del PSOE come sindaco di Saragozza, e questa volta egli ha ammesso: “Sono stato molto coinvolto nella campagna per il sindaco Juan Alberto Belloch, per ridefinire la città come uno spazio urbano, come paesaggio economico, dove ci possa essere uno sviluppo di tipi di imprese legate a comunità reali, molto trans-nazionalizzate e iper-connesse”.
Nel 2004, dopo gli attacchi terroristici dell’11 marzo e la vittoria elettorale nazionale del PSOE, Rafael Estrella scrisse un prologo per un libro di Gaizka, pieno di elogi per le sue qualità. Questo signore era un membro del PSOE, un portavoce della Commissione per gli affari esteri del Congresso dei deputati e presidente dell’Assemblea parlamentare della NATO[22]. Il libro sottolineava l’incapacità dell’ala destra del Partito Popolare di comprendere gli attacchi di Atocha, ma non c’è una sola parola di critica nei confronti del PSOE. Felipe Gonzalez lo ha citato alcune volte.
Questo stesso deputato del PSOE è diventato successivamente nel 2007 (fino al 2012) ambasciatore della Spagna in Argentina e ha invitato Gaizka a presentare il suo libro all’ambasciata, mettendolo in contatto con l’ambiente politico ed economico di questo paese.
Un altro “padrino” che ha avuto un ruolo importante nell’avventura sudamericana di Gaizka è stato Quico Maňero, di cui lui dice in una dedica in un altro dei suoi libri: “A Federico Maňero, amico, connettore di mondi e tante volte un maestro, che per anni ci ha spinto a “vivere nella danza” dei continenti e delle conversazioni, che ci ha accolto e preso cura di noi ovunque andassimo. Senza di lui, non avremmo mai potuto vivere come dei neo-veneziani”.
Ecco quello che dice la Izquierda Socialista (una corrente di sinistra nel PSOE) su questo signore:
“La filiale di REPSOL[23] di proprietà dell’Argentina è affare del Sig. Quico Maňero, ex marito di Elena Valenciano[24], leader storico del PSOE (segretario generale della gioventù socialista), consigliere e acquirente di imprese vicine a Felipe Gonzalez, nominato nel 2005 membro del Consiglio di amministrazione argentino di REPSOL-YPF. Attualmente egli è oggetto di un’inchiesta sullo scandalo di Invercaria e sui fondi andalusi dei “rettili” (uno scandalo finanziario) da cui ha ricevuto 1,1 milioni di euro” [25].
Nello stesso periodo, nel 2005, Gaizka ha lavorato per la Fondazione Jaime Vera del PSOE che, tradizionalmente, è un’istituzione per la formazione dei quadri politici del partito, e sembra che a partire dal 2005 questa istituzione abbia dato inizio a un programma internazionale per la formazione di quadri con l’obiettivo di guadagnare un’influenza oltre i confini della Spagna. In questo contesto, Gaizka ha partecipato alla formazione dei “Cyberattivisti K” in Argentina, che hanno sostenuto la campagna di Cristina Kichner nel 2007, quando costei è diventata presidente.
“L’idea è nata due anni fa da un accordo politico con il governo. È stato nel 2005, tra una ventina di giovani selezionati dalla Casa Rosada [sede del presidente argentino, ndr], per essere formati dalla Fondazione Jaime Vera, la scuola governativa dei dirigenti del PSOE, il Partito socialista spagnolo. Includevano i creatori dei Cyberattivisti K: il militante Sebastian Lorenzo (www.sebalorenzo.co,ar [69]) e Javier Noguera (www.nogueradeucuman.blogspot.com [70]), segretario del governo di José Alperovich, governatore di Tucumán ... Eravamo stupiti quando ci ha parlato di blog e social network, ha dichiarato Noguera a La Nación. Questo era il minimo: il “professore” spagnolo era il riferimento mondiale della cyber-attività ... lo stesso che, un mese fa, accompagnato da Rafael Estrella, ha presentato il suo nuovo libro a Buenos Aires” [26].
Nel corso degli anni dopo il 2010, e specialmente dopo la sconfitta elettorale del PSOE, ci sono meno prove del coinvolgimento con questo partito.
... e a volte con il liberalismo di destra
Infatti, prima della vittoria del PSOE nel 2004, Gaizka cercò di profittare anche del Partito Popolare (PP), e ha collaborato con la Gioventù del PP, fondando Los Liberales.org che, secondo i termini degli organizzatori, servivano a “creare un repertorio nel quale mettere un po’ di ordine nel liberalismo spagnolo online. Questo fine settimana ci siamo messi al lavoro e, dopo diverse ore davanti al computer, abbiamo delineato ciò che esisteva su Internet, il prodotto di diverse famiglie liberali e libertarie (da non confondere con gli anarchici) che a volte sono in contrasto le une con le altre. È così che è nato Los Liberales.org, un progetto non partigiano per i liberali e per coloro che sono interessati a questo tipo di pensiero” [27].
Questa famiglia comprendeva persone come Jiménez Losantos[28] e la sua testata Libertad digital, per cui Gaizka ha scritto numerosi articoli, o dei conservatori cristiano-liberali, sui quali gli altri non erano sicuri se dovessero essere visti come liberali o come parte dell’estrema destra.
Come ha scritto il giornalista Ignacio Escolar[29] nel libro La Blogoesfera hispana, questo club “non è durato a lungo. Disaccordi ideologici tra i fondatori hanno posto fine al progetto”.
Che ci fa uno come Gaizka nella sinistra comunista?[30]
Un esame del Curriculum Vitae politico di Gaizka mostra chiaramente i suoi stretti rapporti con il PSOE. Da quando ha abbandonato definitivamente il campo proletario nel suo congresso straordinario dell’aprile 1921[31], il PSOE ha vissuto una lunga storia al servizio dello Stato capitalista: sotto la dittatura di Primo de Rivera (1923-30), il suo sindacato, l’UGT, fungeva da informatore della polizia, spiando molti militanti della CNT; e Largo Caballero, che fungeva da ponte tra il PSOE e l’UGT, prestò servizio come consigliere del dittatore. Nel 1930, il PSOE cambiò rapidamente tono e si mise al comando delle forze che, nel 1931, costituirono la Seconda Repubblica, dove guidò un governo in collaborazione con i repubblicani dal 1931 al 1933. Va notato che durante questi due anni, 1500 lavoratori furono uccisi nella repressione di scioperi e rivolte. Più tardi, il PSOE fu l’asse del governo del Fronte popolare che guidò lo sforzo bellico e il processo di militarizzazione, dando carta bianca ai criminali stalinisti per reprimere l’insurrezione dei lavoratori a Barcellona nel maggio 1937. Con il ristabilimento della democrazia nel 1975, il PSOE è stato la spina dorsale dello Stato, essendo il partito che più a lungo è stato alla testa del governo (1982-1996, 2004-2011 e dal 2018). Le misure più brutali contro le condizioni della classe operaia sono state imposte dai governi del PSOE, in particolare i piani di riconversione degli anni ‘80 che hanno comportato la perdita di un milione di posti di lavoro, o il programma di tagli sociali lanciato dal governo Zapatero e che il governo popolare di Rajoy avrebbe continuato.
È con questo bastione dello stato borghese che Gaizka ha collaborato; e non stiamo parlando di “elementi di base”, più o meno ingannati, ma di personaggi ai vertici del partito, come con Borrell, che è stato nominato responsabile della politica estera della Commissione Europea, Belloch, che è stato ministro degli interni, Estrella, che è stato presidente dell’assemblea parlamentare della NATO.
Nel CV di Gaizka non si trova la minima traccia di una ferma convinzione nelle posizioni della sinistra comunista; per essere chiari, è come se non avesse alcuna convinzione politica, dal momento che non ha esitato a flirtare a un certo punto con la destra. Il “marxismo” di Gaizka è piuttosto una forma di “Groucho-marxismo”: ricorda il celebre comico Groucho Marx quando scherzava dicendo: “ecco i miei principi. Non ti piacciono ? Ne ho altri in tasca”.
Ecco perché la domanda è: cosa ha indotto Gaizka a creare Nuevo Curso come collegamento “storico” con la cosiddetta “sinistra comunista spagnola”? Cosa c’entra questo signore con le posizioni della Sinistra Comunista e con la lotta storica della classe operaia?
E in continuità con ciò, che ci fa un gruppo parassita come il “Groupe International de la Gauche Communiste” (GIGC) di cui alcuni elementi erano membri dell’organo centrale della CCI nel 1992-1994 ed erano dunque al corrente del comportamento di Gaizka, proprio come lo sono oggi del fatto che egli è il principale animatore di Nuevo Curso. Ma questi preferiscono distogliere lo sguardo, tacendo e cercando di nascondere la sua traiettoria e dichiarando che questo gruppo è il futuro della sinistra comunista e cose del genere.
“Nuevo Curso è un blog di compagni che hanno iniziato a pubblicare regolarmente sulla situazione e su questioni più ampie, comprese le questioni teoriche. Purtroppo il loro blog è solo in spagnolo. L’insieme di posizioni che loro difendono sono posizioni di classe che fanno parte del quadro programmatico della sinistra comunista ... Siamo molto colpiti non solo dalla loro affermazione senza concessioni delle posizioni di classe, ma anche dalla ‘qualità marxista’ dei testi dei compagni ...” [32].
“Così la costituzione di Emancipacion[33] come gruppo politico a pieno titolo esprime il fatto che il proletariato internazionale, benché soggiogato e molto lontano dall’essere in grado di respingere i vari attacchi del capitale, tende a resistere attraverso la lotta e a rompere con la presa ideologica del capitale e che il suo futuro rivoluzionario rimane intatto. Esprime la ‘vitalità’ (relativa) del proletariato” [34].
Nella tradizione del movimento operaio, la cui continuità storica è rappresentata oggi dalla Sinistra comunista, i principi di organizzazione, di funzionamento, di comportamento e di onestà dei militanti sono importanti quanto i principi programmatici. Alcuni dei congressi più importanti nella storia del movimento operaio, come il Congresso dell’Aia del 1872, sono stati dedicati a questa lotta per la difesa del comportamento proletario (e questo nonostante il fatto che il congresso avesse luogo un anno dopo la Comune di Parigi e si trovasse di fronte alla necessità di trarne le lezioni)[35]. Lo stesso Marx dedicò un libro intero, che gli portò via più di un anno, interrompendo il suo lavoro sul Capitale, alla difesa del comportamento proletario contro gli intrighi del sig. Vogt, un agente bonapartista che aveva organizzato una campagna di calunnie contro Marx e i suoi compagni. Di recente abbiamo pubblicato un articolo sulla denuncia da parte di Bebel e Liebknecht del comportamento disonesto di Lassalle e Schweitzer[36]. E nel 20° secolo, Lenin dedicò un libro - Un passo avanti, due passi indietro - per tirare le lezioni del II Congresso del Partito Socialdemocratico Operaio Russo sul peso dei comportamenti estranei al proletariato. Possiamo anche citare Trotsky che ha fatto appello a un giurì d’onore per difendere la sua integrità contro le calunnie di Stalin.
Il fatto che un personaggio che ha dei legami stretti con i vertici del PSOE arrivi improvvisamente nel campo della Sinistra comunista dovrebbe mettere in guardia tutti i gruppi e i militanti che lottano per gli interessi storici della nostra classe, compresi quegli stessi che partecipano al blog Nuevo Curso che lo fanno in buona fede, credendo di lottare per i principi della Sinistra comunista.
Nel 1994, abbiamo chiesto a Gaizka di chiarire la sua traiettoria e le sue relazioni già dubbie a quel tempo. Ma scomparve dalla scena. Nel 2018, dopo essere tornato con un’intera valigia di contatti nelle sfere alte del PSOE, glielo abbiamo chiesto di nuovo e lui è rimasto in silenzio. Per la difesa della sinistra comunista, la sua integrità e il suo contributo futuro, dobbiamo chiedergli di rendere conto di tutto ciò.
20.01.2020
[1] https://it.internationalism.org/content/1490/nuevo-curso-e-una-sinistra-comunista-spagnola-da-dove-viene-la-sinistra-comunista [71].
[2] Dal giugno 2019, Nuevo Curso si è in effetti trasformato in un gruppo politico con il nome Emancipación, nonostante il fatto che il suo blog sia ancora attivo sotto il nome di Nuevo Curso. Questa evoluzione non influisce affatto sul contenuto di questo articolo.
[3] Vedi, tra l’altro, i seguenti articoli, disponibili in lingua inglese, francese o spagnola:
[5] Che significa questa frase? Da parte nostra, non cercheremo di capire cosa rappresenti esattamente questo tipo di attività. Basti dire per ora che, nonostante vi si appiccichi un’etichetta di “comunista” sopra, resta qualcosa che non ha nulla a che fare con una vera attività comunista o rivoluzionaria, come riconosce la stessa lettera quando afferma che, per passare al marxismo, si deve iniziare con una critica di questo tipo di attività.
[6] “Ma per un anno e mezzo o due anni, abbiamo iniziato a notare un cambiamento intorno a noi. Possiamo parlare in modo diverso e una dozzina di giovani sono apparsi con uno spirito che ci piace molto ma che sono caduti nelle forme più classiche di stalinismo o di trotskismo” (dalla lettera citata di NC, op cit).
[7] Nella lettera viene usato il suo vero nome; qui useremo il nome con cui lo conosciamo dagli anni ’90.
[9] Tuttavia, non abbiamo avuto problemi – tutt’altro – a incontrare i gruppi di giovani, ed è quello che abbiamo fatto con uno di loro a novembre 2018.
[10] Con il suo vero nome e cognome, Gaizka è un personaggio pubblico sul web e questo ci consente di seguire la sua presenza e partecipazione a diverse iniziative politiche. Tuttavia non possiamo fornire tutta la documentazione qui senza rivelare la sua identità.
[11] All’inizio c’erano altre persone che poi lasciarono il gruppo.
[12] Questa fascinazione rimane nel più recente discorso di Gaizka, ma è mascherata dalla difesa dell’esperienza comunitaria del kibbutz, in particolare nella sua fase iniziale all’inizio del 20° secolo, senza fare alcun riferimento al ruolo politico che questo ha giocato nell’interesse imperialista dello Stato di Israele: “Gli ‘indiani’ [cioè la comune di Gaizka, nota redazionale] sono comunità simili ai kibbutz (non ci sono risparmi individuali, le stesse cooperative sono sotto il controllo collettivo e democratico, ecc.), ma vi sono anche importanti distinzioni, come l’assenza di un’ideologia nazionale o religiosa condivisa; e sono distribuiti in diverse città piuttosto che concentrarsi in alcune installazioni, e una comprensione del fatto che alcuni criteri vanno oltre la razionalità economica”(estratto da un’intervista a Gaizka).
[13] Ingegnere aeronautico ed economista, Borrell è entrato in politica negli anni '70 come militante del PSOE durante la transizione spagnola verso la democrazia e ha occupato diversi incarichi di responsabilità nel governo di Felipe Gonzales, prima in Economia e Finanze come segretario generale per il bilancio e le spese pubbliche (1982-1984) e segretario di Stato per le finanze (1984-1991); poi nel Consiglio dei ministri con un portafoglio per l’industria e i trasporti. All’opposizione dopo le elezioni generali del 1996, Borrell fu candidato nel 1998 come primo ministro dal PSOE, ma si dimise nel 1999. Da allora, focalizzato sulla politica europea, divenne membro del parlamento europeo nel periodo 2004-2009 e presidente della camera nella prima metà della legislatura. Dopo essersi ritirato dal fronte politico, è tornato al Consiglio dei Ministri nel giugno 2018, con la sua nomina alla carica di Ministro degli Affari Esteri, Unione Europea e Cooperazione del governo guidato da Pedro Sanchez (da Wikipedia). Recentemente è stato il Commissario europeo per gli affari esteri.
[14] Nel 1969 Borrell era in un kibbutz e la sua prima moglie e madre dei suoi due figli è di origine ebraica. È noto per essere un difensore degli interessi filo-israeliani all’interno del Partito socialista.
[15] Questa non è l’unica relazione che rimane poco chiara. Abbiamo appreso solo di recente che durante lo stesso periodo in cui voleva aderire alla CCI, faceva parte ed era il principale animatore in Spagna della tendenza chiamata cyberpunk, essendo un promotore del cyber attivismo.
[16] Il desiderio di uno stile di vita “comunitario”, che spiega il suo fascino per il kibbutz, e che era presente nell’Unione Spartachista, dove c’era un tentativo di vivere in comune, ne era un esempio.
[17] Negli anni ‘80 un elemento chiamato “Chenier” fu scoperto e denunciato sulla nostra stampa come avventuriero. Non molto tempo dopo, lo vedemmo lavorare agli ordini del Partito Socialista Francese. Questo ci mise in allerta per una possibile relazione tra Gaizka e il PSOE che era molto più stretta di quanto lui avesse mai riconosciuto.
[18] Segretario generale attuale del PSC (Partito socialista della Catalogna); militante della Gioventù Socialista e del PSOE dal 1978; nel 1998-99 deputato di Barcellona al Congresso dei deputati. https://pp.one/ [89].
[19] Poiché l'istituzione non è poco conosciuta, vedi qui un riferimento alla sua fondazione dal quotidiano Ultima Hora di Maiorca, basato su un articolo dell’agenzia Efe: https://www.ultimahora.es/noticias/sociedad/1999/03/01/972195/espanol-preside-nuevo-consejo-europeo-accion-humanitaria-cooperacion.html [90]
[20] Fu proprio la guerra nell’ex Jugoslavia (i primi bombardamenti e massacri in Europa dalla II Guerra Mondiale) a essere condotta sotto la bandiera dell’“umanitarismo”; e gli attacchi aerei della NATO furono presentati come “aiuti alla popolazione” contro i para-militari. Per conoscere la nostra posizione sul conflitto imperialista del 1999 nel Kosovo, consultare il nostro sito « La “paix” au Kosovo, un moment de la guerre impérialiste”, https://fr.internationalism.org/french/rint/98_edito_kosovo [91].
[21] Juan Alberto Belloch è stato Ministro della Giustizia e degli Interni con Felipe González (1993-96) prima di assumere la carica di sindaco di Saragozza.
[23] REPSOL è la prima azienda specializzata in estrazione, raffinazione e commercio di petrolio e derivati. Tiene una importante presenza internazionale, specialmente in America del Sud.
[24] Leader del PSOE e numero due di Alfredo Pérez Rubalcaba, un defunto Ministro degli Interni e autentico “Richelieu” dei governi socialisti, che costrinse i controllori del traffico aereo a tornare al lavoro con la mitragliatrice.
[25] web.psoe.es/izquierdasocialista/docs/648062/page/patriotas-por-dios-por-patria-repsol.html.
[26] Dal giornale La Nación, Argentina.
[27] Questo blog non esiste più, quindi non possiamo fornire un link, ma possediamo le schermate pertinenti.
[28] Un giornalista che era stato in precedenza militante del gruppo maoista Bandera Roja e del partito stalinista in Catalogna (PSUC) e che oggi sostiene Vox e l’estrema destra del PP. Ha scritto per ABC ed El Mundo ed è stato speaker di Radio COPE. Oggi è animatore del giornale on-line Libertad e della sua es.radio.
[29] Fondatore della rivista Público che ha poi abbandonato per promuovere Dairio.es come suo principale conduttore. È analista nel talk-show della catena televisiva La Sexta.
[30] “Che ci fa una brava ragazza come te in un posto come questo?”, espressione presa da una canzone del gruppo di Madrid Burning che ebbe molto successo negli anni ‘80, al punto che a partire da questa fu girato un film diretto da Fernando Colomo e interpretato da Carmen Maura.
[31] In questo congresso vi era una separazione tra le ultime tendenze proletarie che ancora stavano combattendo all’interno del PSOE, sebbene fossero molto confuse (centriste). Il tema di questo congresso era se aderire alla Terza Internazionale, proposta che fu respinta con 8269 mandati contro e 5016 a favore. I partigiani dell’adesione al Comintern abbandonarono il Congresso per fondare il Partito Comunista dei Lavoratori spagnolo.
[32] Revolution or War, n°9 (GIGC).
[33] Vedi nota 1.
[34] Revolution or War n° 12. Lettera del GIGC a Emancipación sul suo 1° Congresso.
I testi di discussione che pubblichiamo qui sono il prodotto di un dibattito interno alla CCI sul significato e la direzione della fase storica della vita del capitalismo decadente che si è definitivamente aperta con il crollo del blocco imperialista russo nel 1989: la fase della decomposizione, la fase terminale della decadenza capitalistica.
Al 23° Congresso della CCI ho presentato una serie di emendamenti alla risoluzione sulla situazione internazionale. Questo contributo si concentrerà su quelli dei miei emendamenti, respinti dal Congresso, che ruotano intorno alle due divergenze centrali che ho con la posizione del Congresso: sulle tensioni imperialiste, e sul rapporto di forze tra proletariato e borghesia. C'è un filo rosso che collega queste divergenze, e ruota intorno alla questione della decomposizione.
Sebbene tutta l'organizzazione condivida la stessa analisi della decomposizione come fase terminale del capitalismo decadente, quando si tratta di applicare questo quadro alla situazione attuale emergono differenze di interpretazione. Ciò su cui siamo tutti d'accordo è che questa fase terminale non solo è stata inaugurata da, ma ha le sue radici più profonde nell'incapacità di ciascuna delle due principali classi della società capitalistica di attuare le loro opposte soluzioni alla crisi del capitalismo decadente: la guerra generalizzata (la borghesia) o la rivoluzione mondiale (il proletariato). Ma, dal punto di vista della posizione attuale dell'organizzazione, sembrerebbe esserci una seconda causa essenziale e caratteristica di questa fase terminale, che è la tendenza al “ciascuno contro tutti” (o ciascuno per sé, ndt): tra gli Stati, all'interno della classe dirigente, all'interno della società borghese in generale. Su questa base, per quanto riguarda l'imperialismo, la CCI tende attualmente a sottovalutare la tendenza alla bipolarità (e quindi alla eventuale ricostituzione di blocchi imperialisti), e con essa il crescente pericolo di scontri militari tra le grandi potenze stesse. Su questa stessa base, la CCI oggi, per quanto riguarda l'equilibrio delle forze tra le classi, tende a sottovalutare la gravità dell'attuale perdita di prospettiva rivoluzionaria da parte del proletariato, portandoci a pensare che essa possa riconquistare la sua identità di classe e cominciare a riconquistare una prospettiva rivoluzionaria essenzialmente attraverso le lotte operaie difensive.
Da parte mia, pur concordando sul fatto che il ciascuno per sé è una caratteristica molto importante della decomposizione (che gioca un ruolo enorme nell'inaugurazione di questa fase terminale con la disintegrazione dell'ordine mondiale imperialista del secondo dopoguerra), non sono d'accordo che sia una delle sue cause principali. Al contrario, rimango convinto che lo stallo tra le due classi principali, causato dalla loro incapacità di imporre la propria prospettiva di classe, sia la causa essenziale - e non il ciascuno per sé. Per me, la CCI si sta allontanando dalla nostra posizione originaria sulla decomposizione, dando al "ciascuno per sé" un'importanza causale simile a quella dell'assenza di prospettiva. Per come la vedo io, l'organizzazione si sta muovendo verso la posizione che, con la decomposizione, c'è un nuovo fattore che non esisteva ancora nelle fasi precedenti del capitalismo decadente. Questo fattore è la predominanza del ciascuno contro tutti, delle forze centrifughe, mentre, prima della decomposizione, la tendenza alla disciplina dei blocchi, le forze centripete, tendevano a prendere il sopravvento. Per me, al contrario, nella fase di decomposizione non c'è una tendenza maggiore che non esisteva già prima nel periodo di decadenza. La nuova qualità della fase di decomposizione consiste nel fatto che tutte le contraddizioni già esistenti sono esacerbate fino all'eccesso. Questo vale per la tendenza al ciascuno contro tutti, che si esacerba anche essa con la decomposizione. Ma si esacerba anche la tendenza alla guerra tra le grandi potenze, così come tutte le tensioni intorno al passaggio a nuovi blocchi, i tentativi degli Stati Uniti di contrastare nuovi sfidanti, ecc.
Per questo motivo ho presentato il seguente emendamento al punto 15 della risoluzione, ricordando il perdurare della bipolarità imperialista (lo sviluppo di una rivalità principale tra due grandi potenze) e i pericoli che ciò comporta per il futuro dell'umanità:
"Durante il periodo dei blocchi militari dopo il 1945, c'erano due tipi di guerra principalmente all'ordine del giorno:
- un'eventuale terza guerra mondiale, che avrebbe probabilmente portato all'annientamento dell'umanità
- guerre locali più o meno ben controllate dai leader dei due blocchi.
Attualmente, anche se la terza guerra mondiale non è all'ordine del giorno, ciò non significa che sia scomparsa la tendenza al bipolarismo degli antagonismi imperialisti. L'ascesa e l'espansione della Cina, che potrebbe alla fine riuscire a sfidare gli Stati Uniti, è attualmente l'espressione principale di questa tendenza (per il momento ancora chiaramente secondaria) alla formazione di nuovi blocchi.
Per quanto riguarda il fenomeno delle guerre locali, esse sono ovviamente continuate senza sosta in assenza di blocchi, ma hanno una tendenza molto più forte ad andare fuori controllo, dato il numero delle regioni e delle grandi potenze coinvolte, e il grado e l'estensione della distruzione e del caos che causano. In questo contesto, il pericolo dell'uso di bombe atomiche e di altre armi di distruzione di massa, e di scontri militari diretti anche tra le stesse grandi potenze è maggiore di prima".
Il rifiuto di questo emendamento da parte del Congresso parla da sé. Stiamo voltando le spalle a quello che è probabilmente il più importante pericolo di guerra tra le grandi potenze nei prossimi anni: che gli Stati Uniti utilizzino la loro superiorità militare ancora esistente contro la Cina nel tentativo di fermare l'ascesa di quest'ultima. In altre parole, il pericolo attuale non è, in realtà, quello di una guerra mondiale tra due blocchi imperialisti, ma di avventure militari volte a montare o a prevenire una sfida allo status quo imperialista esistente, e che tenderebbero a diventare un'incontrollabile conflagrazione globale molto diversa dalle due guerre mondiali del XX secolo. La rivalità sino-americana di oggi assomiglia a quella che, all'epoca della prima guerra mondiale, si era instaurata tra la Germania, la sfidante in ascesa, e l'allora prima potenza mondiale, la Gran Bretagna. Quest'ultimo conflitto portò al declino di entrambe. Ma questo avveniva su scala europea, mentre oggi avviene su scala mondiale, per cui non c'è più nessun terzo (come l'America nelle due guerre mondiali) che aspetta di intervenire dall'esterno per raccoglierne i frutti. Oggi, il "no futuro" sarà molto probabilmente per tutti. Lungi dall'essere esclusi dalla nostra teoria della decomposizione, i conflitti contemporanei tra le grandi potenze la confermano fortemente.
In una risposta sul nostro sito web a una critica di questa parte della risoluzione del 23° Congresso da parte di un simpatizzante della CCI (Mark Hayes), dopo aver affermato che "il militarismo e la guerra imperialista sono ancora caratteristiche fondamentali di questa fase finale di decadenza", aggiungiamo "anche se i blocchi imperialisti sono scomparsi e probabilmente non si formeranno più". Nella stessa risposta, sosteniamo: "La prospettiva è verso le guerre locali e regionali, la loro diffusione verso i centri stessi del capitalismo attraverso la proliferazione del terrorismo, insieme al crescente disastro ecologico e alla putrefazione generale". Guerre regionali, proliferazione del terrorismo, disastri ecologici: sì! Ma perché escludere così accuratamente da questa prospettiva il pericolo di scontri militari tra le grandi potenze? E perché affermiamo che probabilmente non si formeranno più blocchi imperialisti? In realtà, ciò che tendiamo a dimenticare è che "ognuno contro tutti" non è che un polo di una contraddizione, l'altro polo della quale è la tendenza al bipolarismo e ai blocchi imperialisti.
La tendenza verso l'uno contro tutti e la tendenza al bipolarismo esistono entrambe in modo permanente e simultaneo nel capitalismo decadente. La tendenza generale è che l'uno abbia il sopravvento sull'altro, in modo che l'uno sia principale e l'altro secondario. Ma nessuno dei due scompare mai. Anche nel momento culminante della guerra fredda (quando il mondo era diviso in due blocchi rimasti stabili per decenni) la tendenza verso il ciascuno contro tutti non è mai del tutto scomparsa (ci sono stati scontri militari tra membri dello stesso blocco da entrambe le parti). Anche nel punto culminante del ciascuno contro tutti e la schiacciante superiorità degli Stati Uniti (dopo il 1989) la tendenza verso i blocchi non è mai del tutto scomparsa (la politica della Germania verso i Balcani e l'Europa orientale dopo la sua unificazione). Inoltre, il dominio dell'una tendenza può passare rapidamente all'altra, poiché non si escludono a vicenda. L'imperialismo del ciascuno contro tutti negli anni Venti, per esempio, (mitigato solo dalla paura della rivoluzione proletaria) si è trasformato nella costellazione dei blocchi della seconda guerra mondiale. Il bipolarismo del dopoguerra si è rapidamente trasformato in un inedito ciascuno contro tutti nel 1989. Tutto questo non è una novità. È la posizione che la CCI ha sempre difeso.
Il principale ostacolo alla tendenza al bipolarismo imperialista nel capitalismo decadente non è il ciascuno contro tutti, ma l'assenza di un candidato abbastanza forte da lanciare una sfida globale alla potenza leader. Questo è stato il caso dopo il 1989. Il rafforzamento della tendenza bipolare negli ultimi anni è quindi soprattutto il risultato dell'ascesa della Cina.
A questo livello, abbiamo un problema di assimilazione della nostra stessa posizione. Se pensiamo che l'ognuno contro tutti sia una delle principali cause di decomposizione, l'idea stessa che il polo opposto, quello della bipolarità, stia attualmente riguadagnando forza, e potrebbe un giorno anche prendere il sopravvento, appare necessariamente una messa in discussione della nostra posizione sulla decomposizione. È vero che, intorno al 1989, è stato il crollo del blocco orientale (che ha reso superflua la sua controparte occidentale) a inaugurare la fase di decomposizione, innescando la più grande esplosione dell’“ognuno contro tutti" della storia moderna. Ma questo "ciascuno contro tutti" è stato il risultato, non la causa, di sviluppi più profondi: lo stallo tra le classi. Al centro di questi sviluppi c'è stata la perdita di prospettiva, il "nessun futuro" prevalente che caratterizza questa fase terminale. Più recentemente, l'ondata contemporanea del populismo politico è un'altra manifestazione di questa fondamentale mancanza di prospettiva da parte di tutta la classe dirigente. Per questo motivo ho proposto il seguente emendamento al punto 4 della risoluzione:
"Il populismo contemporaneo è un altro chiaro segno di una società che va verso la guerra:
- l'ascesa del populismo stesso è un prodotto della crescente aggressività e degli impulsi di distruzione generati dalla società borghese attuale
- poiché, tuttavia, questa aggressività "spontanea" non è di per sé sufficiente a mobilitare la società per la guerra, i movimenti populisti di oggi sono necessari a questo scopo da parte della classe dirigente.
In altre parole, essi sono allo stesso tempo un sintomo e un fattore attivo della spinta alla guerra".
Anche questo emendamento è stato respinto dal Congresso. Secondo le parole della commissione per gli emendamenti:
"Non siamo in disaccordo con il fatto che il populismo faccia parte di un crescente clima di violenza nella società, ma pensiamo che ci sia una differenza di concezione sulla marcia verso la guerra che non corrisponde all'approccio generale della risoluzione".
Questo è molto vero. L'intenzione dell'emendamento era di modificare, anzi correggere la risoluzione su questo punto. (La commissione emendamenti, tra l'altro, ha fornito lo stesso argomento per il suo rifiuto dell'emendamento al punto 15, vedi sopra). Esso voleva non solo far suonare il campanello d'allarme in relazione al crescente pericolo di guerra, ma anche mostrare che la particolare irrazionalità del populismo è solo una parte dell'irrazionalità della classe borghese nel suo complesso. Questa irrazionalità è già una delle principali caratteristiche del capitalismo decadente, molto prima della decomposizione: la tendenza di parti crescenti della classe dirigente ad agire in modo dannoso per i propri interessi. Così, tutte le principali potenze europee sono emerse indebolite dalla prima guerra mondiale, e la sfida a tutto il resto del mondo da parte della Germania e del Giappone nella seconda guerra mondiale costituiva già una sorta di impeto suicida.
Ma questa tendenza non era ancora del tutto prevalente. In particolare, gli Stati Uniti hanno tratto profitto sia economicamente che militarmente dalla loro partecipazione ad entrambe le guerre mondiali. E si potrebbe anche sostenere che, per il blocco occidentale, la Guerra Fredda si rivelò avere una certa razionalità, poiché la sua politica di contenimento militare e di strangolamento economico contribuì al crollo della sua controparte orientale senza una guerra mondiale. Al contrario, nella fase di decomposizione, è la stessa prima potenza mondiale, gli Stati Uniti, che è all'avanguardia nel creare il caos, nell’impazzire, ed è difficile capire come qualcuno possa trarre beneficio dalle guerre tra gli Stati Uniti e la Cina. Irrazionalità e "nessun futuro" sono le due facce della stessa medaglia, una grande tendenza del capitalismo decadente. In questo contesto, quando alcune delle correnti populiste dell'Europa occidentale continentale ora sostengono di poter fare in futuro affari preferibilmente con la Russia o la Cina, e sono pronte a rompere con i loro nemici "anglosassoni" preferiti (Stati Uniti e Gran Bretagna), questa è chiaramente un'espressione di "nessun futuro". Ma, nell'opporvisi, la razionalità di Angela Merkel consiste nel riconoscere che, se la polarizzazione tra America e Cina continua ad accentuarsi come oggi, la Germania non avrebbe altra scelta che schierarsi dalla parte degli Stati Uniti, sapendo che non permetterebbe in nessun caso all'Europa di cadere sotto il dominio "asiatico".
Passando alla parte della risoluzione sulla lotta di classe, fondamentalmente diventa evidente la stessa divergenza sull'applicazione del concetto di decomposizione. Una parte fondamentale della risoluzione è il punto 5, poiché affronta i problemi della lotta di classe negli anni '80 - il decennio alla fine del quale inizia la fase di decomposizione. Riassumendo le lezioni di questo decennio, si conclude come segue:
"Ma peggio ancora, con questa strategia di dividere i lavoratori e di incoraggiare l’ “ognuno per sé”, la borghesia e i suoi sindacati sono riusciti a presentare le sconfitte della classe operaia come vittorie.
I rivoluzionari non devono sottovalutare il machiavellismo della borghesia nell'evoluzione del rapporto di forze tra le classi. Questo machiavellismo non può che continuare con l'aggravarsi degli attacchi alla classe sfruttata. La stagnazione della lotta di classe, poi il suo riflusso alla fine degli anni Ottanta, è il risultato della capacità della classe dirigente di volgere alcune manifestazioni della decomposizione della società borghese, soprattutto la tendenza all' "ognuno per sé", contro la classe operaia".
Il punto 5 ha ragione nel sottolineare l'importanza dell'impatto negativo dell' "ognuno per sé" sulle lotte dei lavoratori di allora. È anche giusto sottolineare il machiavellismo della classe dirigente nel promuovere questa mentalità. Ciò che colpisce, tuttavia, è che il problema della mancanza di prospettiva è assente da questa analisi sulle difficoltà della lotta di classe. Il che è tanto più notevole in quanto gli anni Ottanta sono passati alla storia come il decennio del "niente futuro". È lo stesso approccio che abbiamo già incontrato per quanto riguarda l'imperialismo. Gli eventi sono analizzati soprattutto dal punto di vista del ciascuno contro tutti, a scapito del problema della mancanza di prospettiva. Per correggerlo, ho proposto il seguente emendamento, da aggiungere alla fine del punto:
"Tuttavia, questi scontri con i sindacati non hanno in alcun modo invertito, o addirittura arrestato, la regressione a livello della prospettiva rivoluzionaria. Questo è stato ancora più vero negli anni Ottanta che negli anni Settanta. Le due più importanti e massicce lotte operaie del decennio (Polonia 1980, i minatori britannici) hanno portato ad un aumento del prestigio dei sindacati coinvolti".
Il Congresso ha respinto questo emendamento. L'argomento addotto per questo dalla Commissione emendamenti (CE) è stato:
"La regressione nella prospettiva rivoluzionaria è iniziata con la caduta dei regimi stalinisti nel 1989. La Polonia 1980 non aveva le stesse caratteristiche della lotta settoriale dei minatori in Gran Bretagna nel 1984-5. In Polonia c'è stata una dinamica di sciopero di massa, con l'estensione geografica del movimento e l'auto-organizzazione in assemblee generali sovrane (MKS) in un paese stalinista, prima della fondazione del sindacato Solidarnosc. La Polonia del 1980 fu l'ultimo movimento della seconda ondata di lotte. Data la perdita delle nostre acquisizioni, dobbiamo rileggere le nostre analisi della terza ondata di lotte".
Questo almeno ha il merito di essere chiaro: prima del 1989 non c'è stata alcuna regressione nella prospettiva rivoluzionaria. Ma come si correla con la nostra analisi della decomposizione? Secondo questa analisi, è stata l'incapacità delle due classi principali a far avanzare le proprie soluzioni che ha causato e portato alla fase di decomposizione. Se quest'ultima inizia nel 1989, ciò che l'ha causata deve essere già esistita in precedenza: l'assenza di prospettiva - sia da parte della borghesia che del proletariato. La Commissione emendamenti, ma anche il punto 5 della risoluzione stessa, citano la Polonia come prova che non c'è stata alcuna regressione nella prospettiva prima dell'89. Ma, semmai, la Polonia dimostra il contrario. La prima ondata di lotte di una nuova e imbattuta generazione di proletari, a partire dal 1968 in Francia e dal 1969 in Italia, ha prodotto una nuova generazione di minoranze rivoluzionarie. La stessa CCI è il prodotto di questo processo. Al contrario, l'ondata di lotte della fine degli anni Settanta, culminata nello sciopero di massa del 1980 in Polonia, non ha prodotto nulla del genere. E ciò che ne è seguito, negli anni Ottanta, è stata una crisi che ha colpito l'intero milieu politico proletario esistente. Nessuna delle grandi lotte operaie degli anni Ottanta ha prodotto né uno slancio politico nella classe nel suo complesso, né uno slancio rivoluzionario tra le sue minoranze rivoluzionarie come quello del decennio precedente. Ignorando questo, la risoluzione presenta le cose come se l'ognuno per sé fosse la principale debolezza, accuratamente separata dalla questione della prospettiva. Questo approccio del Congresso è sottolineato anche nella bocciatura di un'altra mia formulazione di emendamento che diceva che "già prima degli eventi storici mondiali del 1989, la lotta di classe stava 'segnando il passo' a livello di combattività e regredendo rispetto alla prospettiva rivoluzionaria".
L'argomentazione della Commissione Emendamenti. "Questo emendamento introduce l'idea che ci fosse una continuità tra le difficoltà della lotta di classe negli anni '80 (segnare il passo) e la rottura provocata dal crollo del blocco orientale". Quindi non c'è "continuità"? Si può naturalmente sostenerlo. Ma questo ha qualcosa a che fare con la nostra analisi dello stallo tra le classi che è la causa della decomposizione? Il 1989 è stato davvero una rottura, ma con una preistoria di lotta di classe, oltre che di lotta imperialista. Anche se questa idea dell' "l’ognuno per sé" come centrale per la decomposizione, qualcosa di simile all'assenza di prospettiva, non è (o non è ancora?) la posizione ufficiale dell'organizzazione, direi che è almeno implicita nell'argomentazione di questa risoluzione.
Al punto 7 della risoluzione, gli eventi del 1989 e il loro legame con la lotta di classe sono trattati in questo modo:
" Quando la terza ondata di lotte cominciò ad esaurirsi verso la fine degli anni ’80, un evento fondamentale nella situazione internazionale, il crollo spettacolare del blocco dell’Est e dei regimi stalinisti nel 1989, ha portato un duro colpo alla dinamica della lotta di classe, modificando così in modo rilevante il rapporto di forza tra proletariato e borghesia a favore di quest’ultima. Questo avvenimento ha segnato con forza l’entrata del capitalismo nella fase ultima della sua decadenza: quella di decomposizione. Crollando, lo stalinismo ha reso un ultimo servizio alla borghesia. Ha consentito alla classe dominante di porre un freno alla dinamica della lotta di classe che, con progressi e battute di arresto, si era sviluppata per due decenni.
In effetti, dal momento che non è stata la lotta del proletariato ma la decomposizione in atto del capitalismo che aveva messo fine allo stalinismo, la borghesia ha potuto sfruttare questo avvenimento per scatenare una gigantesca campagna ideologica tesa a perpetuare la più grande menzogna della Storia: l’identificazione del comunismo con lo stalinismo. Così, la classe dominante ha sferrato un colpo estremamente violento alla coscienza del proletariato. Le campagne assordanti della borghesia sul preteso “fallimento del comunismo” hanno provocato una regressione del proletariato nel suo cammino verso la prospettiva storica di abbattimento del capitalismo. Hanno sferrato un colpo alla sua identità di classe."
Qui, i drammatici eventi del 1989 sembrano non avere nulla a che fare con l'equilibrio del rapporto di forze tra le classi. Questo assunto, tuttavia, è in contraddizione non solo con la nostra teoria della decomposizione, ma anche con la nostra teoria del corso storico. Secondo la CCI, era il blocco orientale, dopo il 1968, che, essendo sempre più arretrato sui vari livelli, aveva bisogno di cercare una soluzione militare alla guerra fredda. Attaccando in Europa con mezzi di guerra "convenzionali" (dove l'equilibrio delle forze non gli era così sfavorevole), il Patto di Varsavia avrebbe dovuto riporre le sue speranze nel fatto che il suo nemico occidentale non osasse reagire a livello nucleare (per paura della MAD - "Mutually Assured Destruction" – la reciproca sicura distruzione). Ma, durante gli anni '70 e '80, il blocco orientale non era in grado di giocare questa carta, e una delle ragioni principali era che non poteva contare sull'acquiescenza della sua "propria" classe operaia. Questo però sarebbe stato essenziale per una guerra di tale portata. A questo livello, lo sciopero di massa del 1980 in Polonia fu una massiccia conferma della nostra analisi. Le truppe sovietiche, mobilitate all'epoca vicino al confine in preparazione di un'invasione della Polonia, si ammutinarono, i soldati si rifiutarono di marciare contro le loro sorelle e fratelli di classe in Polonia. Ma la Polonia del 1980 ha dimostrato non solo che il proletariato era un ostacolo alla guerra mondiale, ma anche che non era in grado di andare oltre questa capacità di bloccare il suo avversario per far avanzare la propria alternativa rivoluzionaria. La classe operaia occidentale avrebbe dovuto scendere in campo. Ma negli anni Ottanta non è stata in grado di farlo. Si preparava così il terreno per la fase di stallo che avrebbe portato alla fase di decomposizione alla fine del decennio. La risoluzione è perfettamente giusta: il crollo dello stalinismo del 1989, e l'uso massimo che ne ha fatto la propaganda borghese, è stato il principale colpo contro la combattività, l'identità di classe, la coscienza di classe del proletariato. Ciò che contesto è l'affermazione che ciò non sia stato preparato prima dallo stallo tra le classi, e in particolare dall'indebolimento della presenza della prospettiva nel proletariato. Apparentemente senza rendersene conto, la risoluzione stessa ammette l'esistenza di questo legame tra il 1989 e prima quando scrive (punto 6) che la borghesia ha potuto sfruttare questo evento "in quanto non è stata la lotta del proletariato, ma l'imputridimento della società capitalista a porre fine allo stalinismo".
Le lotte operaie della fine degli anni Sessanta hanno posto fine alla controrivoluzione, non solo perché erano massicce, spontanee e spesso auto-organizzate, ma anche perché sono uscite dalla stretta ideologica della guerra fredda, secondo la quale si doveva stare o dalla parte del "comunismo" (il blocco orientale) o della "democrazia" (il blocco occidentale). Con la lotta operaia degli anni '60 è apparsa l'idea di una lotta contro la classe dirigente sia a est che a ovest, del marxismo contro lo stalinismo, di una rivoluzione per mezzo di consigli operai che portasse al vero comunismo. Questa prima politicizzazione (come sottolinea la risoluzione) è stata contrastata con successo dalla classe dirigente negli anni Settanta. Di fronte alla conseguente depoliticizzazione, la speranza degli anni Ottanta era che le lotte economiche, in particolare il confronto con i sindacati, potessero diventare il crogiolo di una ri-politicizzazione, forse anche ad un livello più alto. Ma anche se negli anni '80 ci sono state lotte di massa, anche se ci sono stati scontri con i sindacati, e persino con il sindacalismo di base radicale, soprattutto in Occidente, ma anche, per esempio, in Polonia contro il nuovo sindacato "libero", non sono riusciti a produrre l'auspicata politicizzazione. Questo fallimento è già riconosciuto dalla nostra teoria della decomposizione, poiché definisce la nuova fase come una fase senza prospettiva, e questa assenza di prospettiva come causa dello stallo. La politicizzazione proletaria è sempre politica in relazione a un obiettivo che va oltre il capitalismo. Data la centralità dell'idea di una sorta di stallo tra le due classi principali per la nostra teoria della decomposizione, le differenze di valutazione delle lotte degli anni Ottanta sono di particolare rilevanza per la stima della lotta di classe fino ad oggi. Secondo la risoluzione, la lotta proletaria, nonostante tutti i problemi con cui si è scontrato, si stava sostanzialmente sviluppando positivamente fino a quando, nel 1989, è stato fermato nel suo percorso da un evento storico mondiale che gli era fondamentalmente estraneo. Poiché anche gli effetti di tali eventi, anche i più opprimenti, sono destinati ad esaurirsi con il tempo, dovremmo essere abbastanza fiduciosi nella capacità della classe di riprendere il suo viaggio interrotto lungo lo stesso percorso. Questo percorso è quello della sua radicalizzazione politica attraverso le sue lotte economiche. Inoltre, questo processo sarà accelerato dall'aggravarsi della crisi economica, che obbliga subito i lavoratori a lottare e fa perdere loro le illusioni, aprendo loro gli occhi sulla realtà del capitalismo. È così che la risoluzione sostiene il modello degli anni Ottanta come via da seguire. Riferendosi allo sciopero di massa del 1980, dice:
"Questa gigantesca lotta della classe operaia in Polonia ha rivelato che è nella lotta massiccia contro gli attacchi economici che il proletariato può prendere coscienza della propria forza, affermare la propria identità di classe, antagonista del capitale, e sviluppare la propria fiducia in se stesso".
La risoluzione forse pensa a queste lotte economiche quando conclude il punto 13 con una citazione dalle nostre Tesi sulla Decomposizione:
"Oggi la prospettiva storica rimane completamente aperta. Nonostante il colpo che il crollo del blocco orientale ha inferto alla coscienza proletaria, la classe non ha subito grandi sconfitte sul terreno della sua lotta (...) Inoltre, e questo è l'elemento che in ultima analisi determinerà l'esito della situazione mondiale, l'inesorabile aggravamento della crisi capitalistica costituisce lo stimolo essenziale per la lotta di classe e lo sviluppo della coscienza, il presupposto per la sua capacità di resistere al veleno distillato dal marciume sociale. Infatti, mentre non vi è alcuna base per l'unificazione della classe nelle lotte parziali contro gli effetti della decomposizione, la sua lotta contro gli effetti diretti della crisi costituisce la base per lo sviluppo della sua forza e unità di classe".
Perfettamente vero. Ma la lotta proletaria contro gli effetti della crisi capitalistica non ha solo una dimensione economica, ma anche politica e teorica. La dimensione economica è indispensabile: una classe incapace di difendere i propri interessi immediati non sarebbe mai in grado di fare una rivoluzione. Ma le altre due dimensioni non sono meno indispensabili. A maggior ragione oggi, quando il problema centrale è la mancanza di prospettiva. Già negli anni Ottanta, la principale debolezza della classe non era a livello delle sue lotte economiche, ma a livello politico e teorico. Senza uno sviluppo qualitativo a questi due livelli, le lotte economiche difensive avranno difficoltà crescenti a rimanere su un terreno proletario di solidarietà di classe. Questo è tanto più vero oggi che siamo arrivati a una fase in cui la depoliticizzazione, che era una caratteristica così importante già negli anni Ottanta, viene sostituita da diverse versioni di putrida politicizzazione come il populismo e l'anti-populismo, l'anti-globalizzazione, le cause identitarie e le rivolte inter-classiste. È sulla base dell'avanzamento di tutte queste putride politicizzazioni negli ultimi anni che ho presentato al congresso la seguente analisi dell'attuale equilibrio nel rapporto di forze tra le classi:
"Tuttavia, queste prime reazioni proletarie non sono riuscite a invertire il riflusso mondiale di combattività, identità di classe e di coscienza nella classe dal 1989. Al contrario, ciò che stiamo vivendo attualmente non è solo il prolungamento, ma anche l'approfondimento di questo riflusso. A livello di identità di classe, la modificazione del discorso della classe dominante è l'indicazione più chiara di questa regressione. Dopo anni di propaganda sulla sua presunta scomparsa nei vecchi centri capitalisti, oggi è la destra populista che ha 'riscoperto' e 'riabilitato' la classe operaia come 'vero cuore della nazione' (Trump)".
E
"A livello della prospettiva rivoluzionaria, il modo in cui anche i classici rappresentanti istituzionali dell'ordine dominante (come il Fondo Monetario Internazionale) rendono il capitalismo responsabile del cambiamento climatico, della distruzione ambientale o del crescente divario nel reddito tra ricchi e poveri, mostra il grado in cui la borghesia, come classe dirigente, è, per il momento, seduta in sella con sicurezza e fiducia. Finché il capitalismo è considerato come parte della "natura umana" (la forma contemporanea, per così dire, della "natura umana"), questo discorso anticapitalista, lungi dall'essere indice di una maturazione, è un segno di un ulteriore arretramento della coscienza all'interno della classe".
Il Congresso ha respinto questa analisi dell'approfondimento del riflusso dal 1989. Né ha condiviso la mia preoccupazione di ricordare che le lotte difensive, di per sé, sono tutt'altro che una garanzia che la causa proletaria è sulla strada giusta:
"Tuttavia, che la crisi economica possa essere l'alleato della rivoluzione proletaria, e lo stimolo dell'identità di classe, dipende da una serie di fattori, il più importante dei quali è il contesto politico. Durante gli anni Trenta, anche le lotte difensive più militanti, radicali e massicce (occupazioni di fabbrica in Polonia, proteste dei disoccupati in Olanda, scioperi generali in Belgio e in Francia, scioperi selvaggi in Gran Bretagna (anche durante la guerra) e negli Stati Uniti, e persino un movimento che assumeva una forma insurrezionale (Spagna) non riuscirono a invertire la regressione della coscienza all'interno della classe. Nella fase attuale, le sconfitte parziali della classe, anche a livello di coscienza di classe, sono tutt'altro che escluse. Esse, a loro volta, ostacolerebbero il ruolo della crisi come alleato della lotta di classe.
Ma, a differenza degli anni Venti e Trenta, tali sconfitte non porterebbero a una controrivoluzione, poiché non sono state precedute da alcuna rivoluzione. Il proletariato sarebbe ancora in grado di riprendersi da tali sconfitte, che avrebbero meno probabilità di avere un carattere definitivo". (Emendamento respinto, fine del punto 13)
La questione se ci sia o meno un ulteriore indebolimento del proletariato nel rapporto di forze tra le classi è stata una delle due principali divergenze al Congresso sulla lotta di classe.
L'altra riguardava la maturazione sotterranea che, secondo la risoluzione, si starebbe attualmente verificando all'interno della classe. Si tratta di una maturazione sotterranea della coscienza non ancora visibile, la famosa "Vecchia Talpa" a cui si riferisce Marx. La divergenza al Congresso non riguardava la validità generale di questo concetto di Marx - che tutti noi condividiamo. E non si trattava nemmeno della possibilità o meno che un tale processo possa avere luogo anche quando le lotte dei lavoratori sono in riflusso - tutti noi affermiamo che è possibile. La questione in discussione era se un tale processo si stia svolgendo o meno in questo momento. Il problema è che la risoluzione non è in grado di fornire alcuna prova empirica a sostegno di questa affermazione. O il suo postulato è il prodotto di un'illusione, oppure di una logica puramente deduttiva, secondo la quale si può supporre che ciò che dovrebbe avvenire - secondo la nostra analisi - stia avvenendo. L'evidenza fornita è molto lacunosa: la continua esistenza di organizzazioni rivoluzionarie, l'esistenza di contatti di queste organizzazioni. Sebbene la Vecchia Talpa scavi nel sottosuolo, lascia tracce della sua operosità in superficie. Criticando l'inadeguatezza delle indicazioni fornite nella risoluzione, ho avanzato delle critiche:
"In questo senso, lo sviluppo qualitativo della coscienza di classe da parte delle minoranze rivoluzionarie non ci dà di per sé un'indicazione di ciò che sta accadendo momentaneamente a livello di maturazione sotterranea all'interno della classe nel suo complesso - poiché questo può avvenire sia durante una fase rivoluzionaria che controrivoluzionaria, sia durante le fasi di sviluppo che di riflusso della classe nel suo complesso. Allo stesso modo, l'emergere di piccole minoranze e di giovani elementi alla ricerca di una prospettiva di classe e di posizioni comuniste di sinistra è possibile anche nelle ore più buie della controrivoluzione, poiché esse sono prima di tutto espressione della natura rivoluzionaria del proletariato (che non scompare mai finché esiste ancora la classe operaia); sarebbe diverso se cominciasse ad apparire un'intera nuova generazione di militanti rivoluzionari. Ma è ancora troppo presto per esprimere un giudizio su questa possibilità". (Emendamento respinto).
E ho proposto i seguenti criteri:
"Non è, per definizione, facile individuare una maturazione sotterranea al di fuori dei periodi di lotta aperta: difficile, ma non impossibile. Ci sono due indicatori delle attività sotterranee della vecchia talpa a cui dobbiamo prestare particolare attenzione
a) la politicizzazione di settori più ampi degli elementi di ricerca della classe, come abbiamo visto negli anni '60/'70
b) lo sviluppo di una cultura della teoria e di una cultura del dibattito (come ha cominciato ad esprimersi in modo embrionale nel movimento anti-CPE in quello degli Indignados) come manifestazioni fondamentali del proletariato come classe della coscienza e dell’associazione. Sulla base di questi due criteri, c'è un alto grado di probabilità che stiamo attraversando una fase di "regressione sotterranea" (dove la Vecchia Talpa ha preso una pausa temporanea), caratterizzata da un rinnovato rafforzamento del sospetto nei confronti delle organizzazioni politiche, da una maggiore attrazione della piccola politica borghese e da un indebolimento dell'impegno teorico e della cultura del dibattito".
Senza l’obiettivo di andare al di là del capitalismo, il movimento operaio non può difendere efficacemente i suoi interessi di classe. Né le lotte economiche in se stesse - per quanto indispensabili - possono bastare a recuperare la coscienza rivoluzionaria di classe (compresa la sua dimensione di identità di classe). Infatti, nel quarto di secolo successivo al 1989, il fattore singolo più importante della lotta di classe proletaria non è stato quello delle lotte di difesa economica, ma il lavoro teorico e analitico delle minoranze rivoluzionarie, soprattutto nello sviluppo di una profonda comprensione della situazione storica esistente e di una profonda e convincente riabilitazione della reputazione del comunismo. Questa può sembrare una valutazione strana, dato che le minoranze rivoluzionarie sono una manciata di militanti, rispetto ai diversi miliardi che compongono il proletariato mondiale nel suo complesso. Tuttavia, nel corso della storia, minuscole minoranze hanno regolarmente sviluppato, senza alcuna partecipazione di massa, idee capaci di rivoluzionare il mondo, capaci alla fine di "conquistare le masse". Una delle principali debolezze del proletariato nei due decenni successivi al 1989 è stata infatti l'incapacità delle sue minoranze di realizzare questo lavoro. I gruppi storici della sinistra comunista hanno una responsabilità particolare per questo fallimento. Il risultato è stato che, quando una nuova generazione di proletari politicizzati (come gli Indignados in Spagna o i diversi movimenti "Occupy" nati sulla scia della crisi della "finanza" e della crisi dell'"Euro" dopo il 2008), l'attuale milieu politico proletario non è stato in grado di armarli a sufficienza con le armi politiche e teoriche di cui avrebbero avuto bisogno per orientarsi e sentirsi ispirati ad affrontare il compito di inaugurare l'inizio della fine del riflusso proletario.
Steinklopfer, 24/05/2020
I testi di discussione che pubblichiamo qui sono il prodotto di un dibattito interno alla CCI sul significato e la direzione della fase storica della vita del capitalismo decadente che si è definitivamente aperta con il crollo del blocco imperialista russo nel 1989: la fase della decomposizione, la fase terminale della decadenza capitalistica. Una delle idee chiave del testo di orientamento che abbiamo pubblicato nel 1991, le Tesi sulla Decomposizione[1], è che la storia non si ferma mai: come il periodo della decadenza capitalistica ha una sua storia, così anche la fase della decomposizione ce l'ha, ed è essenziale per i rivoluzionari analizzare i cambiamenti o gli sviluppi più importanti che avvengono al suo interno. Questa è la motivazione alla base del testo del compagno Steinklopfer, il cui punto di partenza è il riconoscimento – che al momento attuale appartiene solo alla CCI - che stiamo effettivamente vivendo la fase di decomposizione, e che le sue radici affondano in uno stallo sociale tra le due grandi classi sociali, la borghesia e il proletariato, nessuno delle quali, di fronte a una crisi economica ormai permanente, ha saputo imporre la propria prospettiva alla società: per la borghesia, la guerra imperialista mondiale, per il proletariato, la rivoluzione comunista mondiale. Ma nel corso del dibattito sulla decomposizione, che comprende l'evoluzione delle rivalità imperialiste e l'equilibrio delle forze tra le classi, sono apparse divergenze che pensiamo siano maturate al punto da poter essere pubblicate all'esterno. A nostro avviso, la posizione attuale del compagno Steinklopfer tende a indebolire la nostra comprensione del significato della decomposizione, ma questo è qualcosa che dovremo dimostrare attraverso un confronto aperto di idee.
Il contributo del compagno inizia sostenendo - almeno implicitamente, come egli stesso afferma in seguito - che la CCI sta rivedendo la sua posizione sulle cause della decomposizione; che insieme allo stallo sociale, una causa di decomposizione alla radice è anche la tendenza crescente all'ognuno per sé: "dal punto di vista della posizione attuale dell'organizzazione, sembrerebbe esserci una seconda causa essenziale e caratteristica di questa fase terminale, che è la tendenza del ciascuno contro tutti: tra gli Stati, all'interno della classe dirigente, all'interno della società borghese in generale".
La conseguenza dell'aggiunta di questa seconda causa viene poi riassunta: "Su questa base, per quanto riguarda l'imperialismo, la CCI tende attualmente a sottovalutare la tendenza alla bipolarità (e quindi alla eventuale ricostituzione di blocchi imperialisti), e con essa il crescente pericolo di scontri militari tra le grandi potenze stesse. Su questa stessa base, la CCI oggi, per quanto riguarda il rapporto di forza tra le classi, tende a sottovalutare la gravità dell'attuale perdita di prospettiva rivoluzionaria da parte del proletariato, portandoci a pensare che esso possa riconquistare la sua identità di classe e cominciare a riconquistare una prospettiva rivoluzionaria essenzialmente attraverso le lotte operaie difensive".
Il compagno Steinklopfer sembra anche pensare di essere l'unico a considerare che "non c'è una tendenza maggiore nella fase di decomposizione che non esisteva già prima nel periodo di decadenza. La nuova qualità della fase di decomposizione consiste nel fatto che tutte le contraddizioni già esistenti sono esacerbate fino all'eccesso".
Prima di rispondere alle critiche del compagno alla nostra posizione sui conflitti imperialisti e sullo stato della lotta di classe, pensiamo sia necessario dire che nessuna delle sue descrizioni della comprensione generale della decomposizione dell'organizzazione è precisa.
Le Tesi sulla Decomposizione presentano già questa fase come "la conclusione, la sintesi di tutte le successive contraddizioni ed espressioni della decadenza capitalistica": possiamo aggiungere che è anche la "conclusione" di alcuni tratti chiave dell'esistenza del capitalismo fin dall'inizio, come la tendenza alla atomizzazione sociale che Engels, per esempio, segnalava nelle sue Condizioni della classe operaia in Inghilterra del 1844.
Già nel 1919 l'Internazionale Comunista, al suo Primo Congresso, lo aveva notato.
"Sull'umanità, la cui civiltà è stata oggi abbattuta, incombe la minaccia della distruzione totale. Una sola forza può salvarla, e questa forza è il proletariato. L'antico 'ordine' capitalista non esiste più, non può più esistere. Il risultato finale del processo produttivo capitalistico è il caos, e questo caos può essere superato soltanto dalla più grande classe produttrice: la classe operaia."[2].
E in effetti questo giudizio era del tutto giustificato se si considera lo stato dei paesi centrali del capitalismo a seguito della prima guerra mondiale: milioni di cadaveri, milioni di rifugiati, crisi economica e fame - e una pandemia mortale. Un incubo simile ha perseguitato l'Europa e gran parte del mondo nell'immediato dopoguerra della seconda guerra imperialista. Ma se guardiamo alla situazione del capitalismo per la maggior parte del periodo tra il 1914 e il 1989, possiamo vedere che la tendenza al caos totale è stata in gran parte tenuta sotto controllo (anche se, come riconosce anche il compagno Steinkopfler, non scompare mai del tutto) dalla capacità della classe dirigente di imporre le sue soluzioni e le sue prospettive alla società: la spinta verso la guerra negli anni Trenta del secolo scorso, la divisione del mondo dopo il 1945 e la formazione di blocchi, infine un lungo periodo di ripresa economica. Con il protrarsi della crisi economica della fine degli anni Sessanta e il crescente stallo tra le classi, la tendenza alla frammentazione e al caos a tutti i livelli si scatena a tal punto da assumere una nuova qualità. Contrariamente a quanto afferma il compagno Steinklopfer, non ne concludiamo che sia diventata retrospettivamente una "causa" della decomposizione, ma certamente è diventata un fattore attivo nella sua accelerazione. È questa comprensione del cambiamento qualitativo che opera nella fase di decomposizione che pensiamo manchi nel testo del compagno Steinkopfler.
Vogliamo anche chiarire che, come i segni di decadenza si sono fatti sempre più evidenti prima della prima guerra mondiale (capitalismo di Stato, corruzione dei sindacati, corsa agli armamenti tra grandi potenze...), così la CCI ha notato segni di decomposizione anche prima del 1989: la vittoria dei mullah in Iran, gli attentati terroristici di Parigi del 1986, la guerra in Libano, e le difficoltà della lotta di classe, di cui parleremo in seguito. Quindi il crollo del blocco dell'est non è stato affatto un accidente della storia, ma il risultato di un lungo sviluppo precedente.
Per quanto riguarda le differenze concrete a livello degli antagonismi imperialisti, siamo stati certamente in ritardo nel comprendere il significato dell'ascesa della Cina, ma negli ultimi anni abbiamo chiaramente integrato questo fattore nella nostra analisi sia delle rivalità imperialiste globali che dell'evoluzione della crisi economica mondiale. Non respingiamo l'idea che anche in un mondo dominato dall' ognuno per sé a livello imperialista, possiamo vedere una tendenza certa alla "bipolarizzazione", cioè che le rivalità tra i due Stati più potenti diventino un fattore importante della situazione mondiale. Infatti, questa è sempre stata la nostra posizione, come si evince dal testo di orientamento su "Militarismo e decomposizione", scritto all'inizio della nuova fase, dove abbiamo affermato che "E' perciò che la presente situazione porta con sé, sotto l'impulso della crisi e dell'acuirsi delle tensioni militari, una tendenza verso la riformazione di due nuovi blocchi imperialisti."[3]. Abbiamo poi valutato la possibilità che altre potenze (Germania, Russia, Giappone...) potessero sfidare gli Stati Uniti candidandosi al ruolo di leader di un nuovo blocco. A nostro avviso, a quel punto, nessuno di questi contendenti aveva le "qualifiche" necessarie per svolgere questo ruolo, e abbiamo concluso che era molto probabile che i nuovi blocchi imperialisti non sarebbero mai stati riformati, pur insistendo sul fatto che questo non significava affatto un'attenuazione dei conflitti imperialisti. Al contrario, questi conflitti avrebbero assunto la forma di una sempre più caotica libertà per tutti, per molti versi una minaccia più pericolosa per l'umanità rispetto al periodo precedente in cui i conflitti nazionali o regionali erano in qualche modo tenuti sotto controllo dalla disciplina dei blocchi. Pensiamo che questa prognosi sia stata in gran parte confermata, come si può vedere più chiaramente negli attuali conflitti a più fronti in Siria e in Libia.
Naturalmente in questa fase, come abbiamo detto, abbiamo sottovalutato la possibilità che la Cina emergesse come una grande potenza mondiale e come seria contendente agli Stati Uniti. Ma l'ascesa della Cina è essa stessa un prodotto della fase di decomposizione[4] e se da un lato fornisce una prova certa della tendenza alla bipolarizzazione, dall'altro c'è una grande differenza tra lo sviluppo di questa tendenza e un processo concreto che porti alla formazione di nuovi blocchi. Se guardiamo ai due poli principali, gli atteggiamenti sempre più aggressivi di entrambi tendono a minare questo processo piuttosto che a rafforzarlo. La Cina è fortemente mal vista da tutti i suoi vicini, non ultima la Russia, che spesso si allinea con la Cina in questioni di immediato interesse (come la guerra in Siria) ma ha il terrore di diventare subordinata alla Cina a causa della forza economica di quest'ultima, ed è uno dei più accaniti oppositori dell'iniziativa "Via della seta" di Pechino. L'America nel frattempo sta attivamente smantellando quasi tutte le vecchie strutture del vecchio blocco che aveva usato in precedenza per preservare il suo "Nuovo Ordine Mondiale" e così resiste allo scivolamento verso l'"ognuno per sé" nelle relazioni internazionali. Tratta sempre più i suoi alleati nella NATO come nemici, e in generale - come afferma con fermezza lo stesso compagno Steinklopfer - è diventato uno dei principali fattori che oggi aggravano il carattere caotico delle relazioni imperialiste.
In questa situazione, il pericolo di guerra riflette questo processo di frammentazione. Non possiamo certo escludere la possibilità di scontri militari tra Stati Uniti e Cina, ma non possiamo nemmeno escludere scoppi sempre più irrazionali che coinvolgano l'India contro il Pakistan, Israele contro l'Iran, l'Iran contro l'Arabia Saudita, ecc. Ma questo è proprio il significato, e la terribile minaccia, dell’ognuno per sé come fattore che aggrava la decomposizione e mette in pericolo il futuro stesso dell'umanità. Continuiamo a pensare che questa tendenza non solo è molto più avanti rispetto alla tendenza alla riformazione dei blocchi, ma è in diretto conflitto con essa.
Come abbiamo visto, il compagno Steinklopfer suggerisce che la risoluzione sul rapporto di forze del 23° Congresso non si occupa più del problema della prospettiva rivoluzionaria, e che questo fattore è scomparso dalla nostra comprensione delle cause (e delle conseguenze) della decomposizione. In realtà, la questione della politicizzazione della lotta di classe e degli sforzi della borghesia per impedirne lo sviluppo è al centro della risoluzione. Il tono è dato dal punto uno della risoluzione, che parla della rinascita della lotta di classe alla fine degli anni '60 e della ricomparsa di una nuova generazione di rivoluzionari: : "Di fronte a una dinamica di politicizzazione delle lotte operaie, la borghesia (sorpresa dal movimento del maggio 1968) ha subito sviluppato una controffensiva su larga scala e a lungo termine per impedire alla classe operaia di dare una propria risposta alla crisi storica dell'economia capitalista: la rivoluzione proletaria". In altre parole: per la classe operaia politicizzazione significa essenzialmente porre la questione della rivoluzione: è esattamente la stessa questione della "prospettiva rivoluzionaria". E la risoluzione prosegue mostrando come, di fronte alle ondate di lotta di classe nel periodo tra il 1968 e il 1989, la classe dirigente ha usato tutte le sue risorse e mistificazioni per impedire alla classe operaia di sviluppare questa prospettiva.
Per quanto riguarda la questione delle lotte in Polonia, che hanno un ruolo centrale nell'argomentazione del compagno Steinklopfer: non c'è disaccordo tra noi sul fatto che la Polonia 1980 sia stato un momento chiave nell'evoluzione del rapporto di forze tra le classi nel periodo aperto dagli eventi del maggio 1968 in Francia. Il compagno ha ragione ad affermare che, a differenza del maggio 68 e della conseguente ondata internazionale di movimenti di classe il cui epicentro era nell'Europa occidentale, le lotte in Polonia non hanno dato origine a tutta una nuova generazione di elementi politicizzati, alcuni dei quali (dal 68 in poi) hanno trovato la loro strada verso le posizioni della sinistra comunista. Ma ha posto comunque una sfida profonda alla classe operaia mondiale: la questione dello sciopero di massa, dell'organizzazione autonoma e dell'unificazione dei lavoratori come forza nella società. Gli operai polacchi si sono elevati a questo livello anche se non hanno saputo resistere ai canti delle sirene del sindacalismo e della democrazia a livello politico. La questione, come dicevamo all'epoca, parafrasando Rosa Luxemburg sulla rivoluzione russa, è stata posta in Polonia, ma poteva essere risolta solo a livello internazionale, e soprattutto dai battaglioni della classe politicamente più avanzata dell'Europa occidentale. I lavoratori dell'Occidente avrebbero raccolto il guanto di sfida e sviluppato sia l'auto-organizzazione che l'unificazione ed offrire la prospettiva di una nuova società? La CCI ha contribuito con una serie di testi all'inizio degli anni '80 per valutare questo potenziale[5][5].
In particolare, la nuova ondata di lotte iniziata in Belgio nel 1983 sarebbe stata in grado di raccogliere la sfida? Mentre la CCI ha notato molti importanti progressi in questa ondata di lotte (le tendenze all'auto-organizzazione e il confronto con il sindacalismo di base in Francia e in Italia, per esempio), questo passo vitale della politicizzazione non è stato fatto, e la terza ondata ha cominciato ad incontrare delle difficoltà. All'ottavo congresso della CCI nel 1988, ci fu un animato dibattito tra quei compagni che sentivano che la terza ondata stava avanzando inesorabilmente, e quella, che allora era una minoranza, che sottolineava che la classe operaia stava già soffrendo per l'impatto della decomposizione in termini di atomizzazione, perdita di identità di classe, l'ideologia dell' ognuno per sé sotto forma di corporativismo, eccetera - tutto ciò era il risultato dell'incapacità della classe di sviluppare una prospettiva per il futuro della società. Così - e qui dobbiamo prendere in considerazione una formulazione della Commissione Emendamenti per la risoluzione della lotta di classe del 23° congresso, a cui il compagno Steinklopfer fa riferimento nel suo testo - c'è in effetti una continuità tra le difficoltà della classe negli anni '80 (l'influenza della decomposizione) e il riflusso del periodo post-89 (dove abbiamo visto un'enorme regressione a livello sia di coscienza che di combattività). Ma anche in questo caso, a nostro avviso, il compagno Steinklopfer sottovaluta il cambiamento qualitativo provocato dagli eventi del 1989, che erano sembrati scendere dal cielo alla classe operaia, anche se in realtà erano da tempo in fermento all'interno della società borghese. Hanno portato a un riflusso della coscienza di classe e della combattività che sarebbe stato molto più profondo e duraturo di quanto sospettassimo, anche se lo avevamo predetto nell'immediato dopo crollo del blocco sovietico.
Non c'è quindi disaccordo sul fatto che la classe operaia negli ultimi decenni abbia attraversato un lungo processo di disorientamento, caratterizzato da una perdita di identità di classe e della sua prospettiva per il futuro. Siamo anche d'accordo sul fatto che alcuni movimenti che hanno avuto luogo in questo periodo di riflusso generale hanno indicato la possibilità di una ripresa della lotta, sia a livello di combattività, sia di consapevolezza dell'impasse della società capitalistica: come dice il compagno Steinklopfer, in questi movimenti abbiamo visto "lo sviluppo di una cultura della teoria e di una cultura del dibattito (come ha cominciato ad esprimersi in modo nascente dall'anti-CPE agli Indignados) come manifestazioni fondamentali del proletariato come classe di coscienza e di associazione".
Tuttavia siamo in forte disaccordo con due delle conclusioni del compagno sulle attuali difficoltà della classe:
- Che l'ascesa del populismo è l'espressione di una società che si prepara alla guerra
- Che ora non stiamo assistendo a una maturazione sotterranea della coscienza, ma a una vera e propria "regressione sotterranea".
In primo luogo, non pensiamo che il populismo sia il prodotto o l'espressione di un chiaro corso verso la guerra da parte della classe dirigente dei maggiori paesi capitalisti. Certamente è il prodotto di un nazionalismo e di un militarismo accentuato, di quella violenza nichilista e di quel razzismo che trasuda dalla decomposizione di questo sistema. In questo senso, naturalmente, ha molte analogie con il fascismo degli anni Trenta. Ma il fascismo era il prodotto di una vera e propria controrivoluzione, una sconfitta storica subita dalla classe operaia, ed esprimeva direttamente la capacità della classe dirigente di mobilitare il proletariato per una nuova guerra imperialista mondiale. Il populismo, invece, è il risultato dello stallo tra le classi, che implica una mancanza di prospettiva non solo da parte della classe operaia, ma anche della stessa borghesia. Esso esprime una crescente perdita di controllo da parte della borghesia del suo apparato politico, una crescente frammentazione sia all'interno di ogni Stato nazionale che a livello di relazioni internazionali. Se l'ascesa del populismo significasse davvero che la borghesia ha recuperato la possibilità di far marciare la classe operaia verso la guerra, dovremmo concludere che il concetto di decomposizione, così come l'abbiamo definito finora, non è più valido. Significherebbe che la borghesia ha ora una "prospettiva" da offrire alla società anche se è totalmente irrazionale e suicida.
L'emendamento del compagno Steinklopfer sostiene che "il populismo contemporaneo è un altro chiaro segno di una società che va verso la guerra:
- l'ascesa del populismo stesso è non da ultimo un prodotto della crescente aggressività e degli impulsi di distruzione generati dalla società borghese attuale
- Poiché, tuttavia, questa aggressività "spontanea" non è di per sé sufficiente a mobilitare la società per la guerra, i movimenti populisti di oggi sono necessari a questo scopo da parte della classe dirigente.
In altre parole, essi sono allo stesso tempo un sintomo e un fattore attivo della spinta alla guerra".
In altre parole, fenomeni come la Brexit nel Regno Unito o il trumpismo negli Stati Uniti non sarebbero, in primo luogo, il risultato della perdita di controllo da parte della borghesia del suo apparato politico (e, sempre più, economico), espressione concentrata della visione a breve termine e della frammentazione della classe dirigente. Al contrario: le fazioni populiste sarebbero i migliori rappresentanti di una borghesia che si sta realmente unendo dietro la mobilitazione per la guerra.
Di fronte a questa visione di dove vanno le cose, non sorprende che il compagno Steinklopfer veda poco la spinta della borghesia verso la guerra: nonostante le embrionali espressioni della natura rivoluzionaria della classe nel 2006 e nel 2011, oggi non riusciamo ancora a discernere i segni di una maturazione sotterranea della coscienza, che potrebbe implicare che la borghesia non abbia tutte le carte in regola a suo favore.
Certo, come ci ricorda il compagno, abbiamo sempre sostenuto che la coscienza proletaria può svilupparsi in profondità - in gran parte, ma non del tutto, come risultato dell'opera delle organizzazioni rivoluzionarie - anche in un periodo di controrivoluzione in cui è fortemente limitata nella sua azione, come abbiamo visto con l'opera delle frazioni italiana e francese della sinistra comunista degli anni '30 e '40. Ma se continua anche in questi periodi di controrivoluzione, qual è il significato del termine "regressione sotterranea"? Non significherebbe che la situazione oggi è ancora peggiore di quella degli anni Trenta? Non è chiaro dal testo del compagno quanto sia durato questo processo di regressione sotterranea: se noi abbiamo visto uno sviluppo generale della coscienza tra le giovani generazioni nel 2006 e nel 2011, sarebbe logico sostenere che questi movimenti siano stati preceduti da un processo di maturazione "sotterraneo". In ogni caso, siamo d'accordo che, a livello di lotte aperte e di estensione della coscienza di classe, questi progressi sono stati, come praticamente accade dopo il culmine di ogni movimento di classe verso l'alto, seguiti da una fase di riflusso e di regressione: per esempio, alcuni anni dopo il movimento degli Indignados, particolarmente forte a Barcellona, alcuni degli stessi giovani che nel 2011 avevano partecipato ad assemblee e manifestazioni che avevano proposto slogan chiaramente internazionalisti, stavano ora cadendo nel vicolo cieco del nazionalismo catalano.
Ma questo non prova che la Vecchia Talpa abbia deciso di riposarsi, né nel 2012 né prima. Il periodo 2006-2011 è stato accompagnato dall'emergere di una minoranza politicizzata che ha dimostrato di essere molto promettente, ma che è in gran parte affondata nelle paludi dell'anarchismo e del modernismo, tanto che il loro contributo netto al reale sviluppo dell'ambiente rivoluzionario è stato estremamente limitato. Le minoranze in ricerca che si sono sviluppate negli ultimi anni, con tutta la loro giovinezza e inesperienza, sembrano partire a un livello più alto di quelle che abbiamo incontrato un decennio prima: sono, in particolare, più consapevoli della natura terminale del sistema capitalista e della necessità di ricongiungersi con la tradizione della sinistra comunista. A nostro avviso, tali progressi sono proprio il prodotto di una maturazione sotterranea.
Secondo il compagno Steinklopfer, il fatto che i recenti movimenti che si collocano su un terreno riformista, come le manifestazioni intorno alla questione del clima, spesso pretendono di collocare il problema a livello del sistema, della stessa società capitalista, non esprime altro che la fiducia della classe dirigente, che può permettersi di soffiare aria fritta sulla necessità di andare oltre il capitalismo proprio perché non ha paura che la classe operaia prenda sul serio tale discorso. Ma non è meno plausibile che questo discorso anticapitalista sia un tipico anti-corpo della società borghese, che ha un profondo bisogno di far deragliare ogni incipiente messa in discussione delle sue basi fondamentali. In altre parole: man mano che la natura apocalittica di questo sistema diventa sempre più evidente, diventa sempre più necessario che l'ideologia borghese impedisca un'autentica comprensione delle sue radici e della vera alternativa.
Alla fine del testo del compagno Steinklopfer, è difficile capire da dove verrà la rinascita dell'identità di classe e della prospettiva rivoluzionaria e ci rimane l'impressione che lui sia caduto in un profondo pessimismo. Il compagno non sbaglia a sottolineare che le lotte economiche, la resistenza immediata agli attacchi al tenore di vita, non sono di per sé sufficienti a generare una chiara coscienza rivoluzionaria, ma rimangono comunque assolutamente vitali se si vuole che la classe operaia ritrovi il senso di sé come forza sociale distinta, soprattutto in un periodo in cui i crescenti scontri con lo stato della società capitalista sono spinti verso una serie di mobilitazioni interclassiste e apertamente borghesi. Negli anni Trenta, in mezzo a tutto il clamore sulle conquiste rivoluzionarie dei lavoratori spagnoli, i compagni di Bilan si trovarono quasi soli nell'affermare che in tali condizioni il più piccolo sciopero intorno alle richieste economiche (soprattutto nelle industrie belliche controllate dalla CNT!) sarebbe stato un primo passo verso il ritorno della classe operaia sul proprio terreno. I recenti scioperi intorno alla questione delle pensioni in Francia, e in alcuni Paesi intorno alla salute e alla sicurezza sul lavoro all'inizio della pandemia di Covid, sono stati molto meno "degni di nota" delle marce dei Venerdì per il Clima e del Black live matter, ma danno un contributo reale ad un futuro recupero dell'identità di classe, mentre questi altri non possono che ostacolarla.
Siamo d'accordo con il compagno Steinklopfer, naturalmente, che il recupero dell'identità di classe e lo sviluppo di una coscienza rivoluzionaria sono inseparabili: perché la classe operaia capisca veramente cos'è, deve anche capire cosa deve essere storicamente, come diceva Marx: portatrice di una nuova società. E siamo anche d'accordo sul fatto che le organizzazioni della sinistra comunista hanno un ruolo indispensabile in questo processo dinamico. Il compagno ci lascia un giudizio molto severo sul ruolo effettivo che queste organizzazioni hanno svolto nell'ultimo decennio e anche di più: “Nel corso della storia, minuscole minoranze hanno regolarmente sviluppato, pur senza alcuna partecipazione di massa, idee capaci di rivoluzionare il mondo, capaci alla fine di 'conquistare le masse'. Una delle principali debolezze del proletariato nei due decenni successivi al 1989 è stata infatti l'incapacità delle sue minoranze di realizzare questo lavoro. I gruppi storici della sinistra comunista hanno una responsabilità particolare per questo fallimento. Il risultato è stato che, quando una nuova generazione di proletari politicizzati (come gli Indignados in Spagna o i diversi movimenti di "occupay" sviluppatisi sulla scia delle crisi finanziaria e dell'"euro" dopo il 2008), l'attuale milieu politico proletario non è stato in grado di armarli a sufficienza con le armi politiche e teoriche di cui avrebbero avuto bisogno per orientarsi e sentirsi ispirati ad affrontare il compito di inaugurare l'inizio della fine del riflusso proletario".
Non è affatto chiaro da questo come, e con quali contributi teorici, le organizzazioni della sinistra comunista avrebbero potuto armare la nuova generazione al punto da evitare il riflusso che ha seguito i movimenti del 2011. Ma sembra esserci un problema metodologico dietro questo giudizio. Le organizzazioni della sinistra comunista devono certamente fare una severa critica agli errori che hanno commesso di fronte alla "nuova generazione di proletari politicizzati", errori soprattutto di natura opportunistica. Questa critica è necessaria soprattutto perché avviene in un ambito di circostanze che i piccoli gruppi rivoluzionari possono influenzare direttamente: il raggruppamento dei rivoluzionari, i passi necessari per costruire un milieu rivoluzionario vivace e responsabile e quindi per gettare le basi del partito del futuro. Ma sembrerebbe quasi un sostituzionismo suggerire che i nostri sforzi teorici/politici da soli avrebbero potuto arrestare il riflusso che è seguito dopo il 2011, che è stato essenzialmente la continuazione di un processo che era in pieno vigore dal 1989. Le discussioni future determineranno se vi sia una reale divergenza sulla questione dell'organizzazione.
CCI, 24 agosto 2020
[1] La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [13], Rivista Internazionale n. 14,
[2] Piattaforma dell'Internazionale Comunista, in: Aldo Agosti, La terza Internazionale, Editori Riuniti, 1974, https://www.associazionestalin.it/IIIint_1_piattaforma.html [94]
[3] Militarismo e decomposizione [95], Rivista Internazionale n. 15
[4] Risoluzione sulla situazione internazionale (2019): conflitti imperialisti, vita della borghesia, crisi economica [18], (in particolare i punti 10-13) Rivista Internazionale n. 34
[5] Vedi per esempio: “Una breccia si è aperta in Polonia”, Perspectives for the International Class Struggle: (A Breach is opened in Poland) [96] International Review 26
La Pandemia Covid-19 continua a occupare la scena mondiale, ma non è certamente l’unica catastrofe che il capitalismo sta provocando. La migrazione di migliaia di esseri umani alla ricerca di una salvezza, le condizioni barbare che sono costretti a subire continuano a essere una realtà quotidiana. Per questo ci sembra importante pubblicare anche in italiano questo articolo della CCI sulla tragedia dei migranti nel campo di Moria in Grecia del settembre scorso.
Nella notte di mercoledì 9 settembre il campo profughi di Moria a Lesbo è andato a fuoco. Quasi 13.000 rifugiati, un terzo dei quali minorenni e circa la metà dei bambini sotto i dodici anni, hanno dovuto fuggire dalle fiamme - oramai senza alcun riparo e più o meno lasciati a se stessi. Il campo profughi, progettato per 2.900 persone, ospitava circa 13.000 rifugiati. Poco dopo la diffusione della notizia del contagio da Coronavirus di alcuni detenuti e l’ordine della quarantena da parte delle autorità, è scoppiato l'incendio. Le autorità hanno accusato i rifugiati che non volevano essere messi in quarantena di aver appiccato il fuoco. I politici parlano di una catastrofe umanitaria, ma in realtà sono stati loro a gettare benzina al fuoco.
Fatto sta che da anni l’UE persegue una politica di chiusura delle frontiere ai rifugiati bloccandoli lungo la rotta balcanica, confinandoli nei campi, rimpatriando gli “illegali”, dissuadendo chi vuole imbarcarsi verso il Mediterraneo, non accettando o ritardando l'accoglienza dei sopravvissuti.
Questa politica di costruzione di muri, chiusure ed espulsioni non si limita alla sola UE. È guidata dagli Stati Uniti - molto prima che Trump promettesse il suo “muro” - e da innumerevoli altri paesi. Secondo i dati ufficiali 80 milioni di persone nel mondo sono in fuga, alla disperata ricerca di un posto dove vivere e di un futuro. Nel frattempo, i giganteschi campi profughi permanenti dei Rohingyas in Bangladesh, i rifugiati somali in Kenya (Dadaab), Sudan, Libia o i più piccoli campi di fortuna, per esempio sulla costa francese di fronte all'Inghilterra, sono diventati una realtà quotidiana, oltre alle innumerevoli persone che sono fuggite a causa del crescente caos politico ed economico, come in Venezuela, o della distruzione ambientale o del disastro ecologico e che stanno contribuendo alla rapida crescita delle baraccopoli nelle megalopoli dell'Africa, del Sud America e dell'Asia. I campi profughi e le bidonvilles metropolitane sono le due facce di una spirale di distruzione, guerre e barbarie. Inoltre, il regno del terrore (ad esempio contro gli Ouïgouri, i Kurdi, ecc.) e i progrom in molte aree stanno rendendo la vita un inferno a sempre più persone.
Solo una piccola parte di questa massa di sfollati ha raggiunto le rive del Mediterraneo o i confini degli Stati Uniti, dove spera di trovare un modo per raggiungere i paesi industrializzati, quasi sempre a rischio della propria vita. Ma la classe dirigente ha chiuso i confini. Sono finiti i giorni in cui gli schiavi venivano rubati dall’Africa e sfruttati senza limiti nelle piantagioni negli Stati Uniti, sono finiti i giorni in cui si pagava per avere manodopera a basso costo dal Mediterraneo, come negli anni ‘50 e ‘60. Oggi, l’economia globale geme sotto il peso della sua crisi e non solo dopo la pandemia del Covid-19, dove tutto è ancor più deteriorato in maniera drammatica. Oggi sono per lo più i lavoratori specializzati ad essere reclutati in modo molto selettivo ... il resto è destinato a sopravvivere o morire.
Poiché la combinazione di diversi fattori (guerra, distruzione dell'ambiente, crisi economica, repressione, catastrofi di ogni tipo) spinge sempre più persone a fuggire e un numero considerevole di loro si dirige nei centri industriali, i livelli di dissuasione si sono innalzati il più possibile.
Ad esempio, il 10 settembre, alla radio di Stato tedesca Deutschlandfunk, il consigliere del governo tedesco Gerald Knaus dell'Iniziativa europea per la stabilità ha dichiarato: “Il ministro greco per i rifugiati Notis Mitarakis afferma che le persone dovrebbero rimanere a Moria o Lesbo. Il campo è bruciato, le persone non hanno riparo, sono sedute per strada, è la totale perdita di controllo. (...) Eppure, il governo greco non chiede sostegno esterno. Perché? La risposta è ovvia. Queste malsane condizioni sono deliberate. Questa è una politica di deterrenza. Sull'isola le tensioni sono enormi. I nazionalisti greci hanno attaccato le organizzazioni di aiuto umanitario. Ci sono gruppi radicali che attaccano anche i richiedenti asilo (...). Convincere le persone a partire rapidamente è interesse dell'isola e dei migranti. Perché sono trattenuti lì quando sanno (...) che nessuno tornerà in Turchia. (...) Non ci sono praticamente più espulsioni per le restrizioni del Covid. (...) Ciò significa che abbiamo tante, tante persone bisognose di protezione e tanti migranti irregolari (...) che sono detenuti per un solo motivo: essere dissuasi.”
La chiusura della rotta balcanica mira a “impedire alle persone di lasciare la Grecia attraverso il confine settentrionale, il che ha senso solo se si dice loro che in Grecia incontrerebbero condizioni pessime, in modo da far sì che l'afflusso in Grecia, cioè nell'UE, si fermi”. Questo ha una conseguenza ovvia: condizioni insopportabili non solo nei campi profughi, ma anche per gli abitanti locali, alcuni dei quali poi attaccano violentemente i rifugiati. Questi si trovano quindi di fronte al filo spinato, al potere armato dello Stato e alla violenza delle bande nazionaliste... La stessa politica viene portata avanti anche al largo delle coste italiane dove i rifugiati, salvati da imbarcazioni in cattive condizioni nel Mediterraneo, devono aspettare il più possibile prima di raggiungere il Continente europeo.
La stessa tattica di dissuasione viene esercitata sui potenziali rifugiati attraverso i social media dalle istituzioni governative tedesche ed europee in Africa e in altri centri di “accoglienza” per rifugiati. Il messaggio è: “Vi tratterremo il più a lungo possibile, il più brutalmente possibile, in modo disumano come prigionieri e vi lasceremo morire miseramente nei campi profughi anche peggio che in Africa e in Asia, circondati da filo spinato e fortificazioni; restate dove siete, anche se non avete più una casa”. Quando i politici parlano di “catastrofe umanitaria” in questa situazione, nascondono il fatto che queste persone sono in realtà ostaggi della politica di questo sistema, che è difeso dalla classe dominante con tutti i mezzi e in tutti i paesi.
Il Mediterraneo orientale è anche un focolaio delle tendenze distruttive del capitalismo: un secolo fa Turchia e Grecia si sono scontrate in una guerra che ha visto la prima “pulizia etnica” organizzata; oggi, i due rivali imperialisti si affrontano di nuovo sulla disputa sulle risorse di petrolio e gas della regione. Ma oltre alla minaccia di una guerra locale, il capitalismo minaccia anche le popolazioni con crisi economiche ed esplosioni come quelle di Beirut, fattori che spingeranno ancora più persone a fuggire.
L'infamia nell’atteggiamento della classe dirigente non può certo essere mitigata dalla pretesa di mostrare un po’ di “pietà” verso i “più deboli” tra i profughi. Solo dopo che le pressioni di alcune forze tra le file dei partiti borghesi, preoccupate per la perdita di prestigio delle democrazie occidentali, e la disponibilità delle amministrazioni locali ad accettarne un contingente limitato, Francia e Germania hanno chiesto che fosse consentito l'ingresso a 400 giovani “non accompagnati”. E dopo quasi una settimana di tattiche dilatorie, 1.500 bambini e le loro famiglie possono entrare in Germania. I restanti 10.000 di Moria resteranno in Grecia, per non parlare delle molte altre migliaia bloccate in altri campi profughi sulle isole greche. I dirigenti si nascondono dietro la minaccia dell’avanzata dei populisti e dei capi di Stato in Ungheria, Polonia, Paesi Bassi e Austria, che non sono disposti ad accettare i rifugiati. Nessun paese vuole sostenere da solo il destino dei rifugiati e con questo pretesto insistono su un approccio europeo unitario.
In effetti, non vogliono attirare una nuova ondata di rifugiati come nel 2015 e al tempo stesso non vogliono permettere ai populisti di continuare la loro ascesa. Il governo greco preferisce rinchiudere i rifugiati in campi di nuova costruzione piuttosto che lasciarli entrare nella terraferma, da dove potrebbero poi continuare a fuggire. I leader dell'Unione Europea si sono ispirati a tutti i manuali sulla costruzione di campi a Guantánamo, in Siberia, ai campi speciali nella RDT o nello Xinjiang. Prevenire la fuga a tutti i costi, dissuadere con tutti i mezzi! Le loro azioni non sono guidate dalla necessità di proteggere i poveri, ma dal loro bisogno di aggrapparsi al potere. E difendono questo principio con tutti i mezzi, sia costruendo confini invalicabili e campi di prigionia, sia con le belle frasi sulla democrazia e l’umanitarismo.
La repressione dei manifestanti in Bielorussia, le squadre di assassini di Putin o i campi di prigionia uiguri nello Xinjiang sono denunciati dagli Europei, ma essi stessi cooperano da anni con questi regimi, anche se a volte la collaborazione - in particolare i contratti sule armi - viene rinviata o annullata.
Negli Stati Uniti, Democratici e Repubblicani condannano, mano nella mano, i metodi dittatoriali della Cina che a Hong Kong usa commandos mascherati contro i manifestanti, ma Washington manda la Guardia Nazionale assistita da squadroni mascherati di polizia americana, che “tolgono di mezzo” i manifestanti caricandoli in auto “anonime”. Che si tratti di Lukashenko in Bielorussia, Putin in Russia, Erdogan in Turchia, Duterte nelle Filippine, Mohammed ben Salman in Arabia Saudita, Xi Jinping in Cina, Trump negli Stati Uniti, ecc. tutti difendono senza pietà e con mezzi spesso identici lo stesso sistema e il loro potere.
È inutile contare sulla pietà dei governanti. Nella migliore delle ipotesi, è una pericolosa illusione credere che i problemi che il capitalismo deve affrontare possano essere risolti da operazioni di soccorso umanitario.
La richiesta di “Nessun confine, nessuna nazione” viene da una reale preoccupazione, ma questo può essere raggiunto solo attraverso una lotta rivoluzionaria che abolirà tutti gli Stati. Non basta quindi essere indignati per le condizioni barbare che devono affrontare i profughi. Il primo passo deve essere riconoscere da dove viene il male e poi denunciarlo. Solo così potremo arrivare alla radice del problema, il che significa attaccare il capitalismo nel suo insieme.
Toubkal, 15-09-2020
Gli Stati Uniti, il paese più potente del pianeta, sono diventati la vetrina della decomposizione progressiva dell'ordine mondiale capitalista. La corsa alle elezioni presidenziali ha gettato una luce sinistra su un paese dilaniato da divisioni razziali, da conflitti sempre più brutali all'interno della classe dirigente, da una scioccante incapacità di affrontare la pandemia Covid-19 che ha causato quasi un quarto di milione di morti, dall'impatto devastante della crisi economica ed ecologica, dalla diffusione di ideologie irrazionali e apocalittiche. Eppure queste ideologie, paradossalmente, riflettono una verità di fondo: che stiamo vivendo gli “ultimi giorni” di un sistema capitalista che pure regna su tutto il paese.
Ma anche in questa fase finale del suo declino storico, mentre la classe dominante dimostra sempre più la sua perdita di controllo sul proprio sistema, il capitalismo sa ancora ritorcere il suo marciume contro il suo vero nemico, contro la classe operaia e il pericolo che essa rappresenta nel momento in cui diventa cosciente dei suoi veri interessi. L'affluenza record in queste elezioni, le proteste così come i festeggiamenti chiassosi di entrambi i campi rappresentano un potente rafforzamento dell'illusione democratica, della falsa idea che cambiare un presidente o un governo possa fermare lo scivolamento del capitalismo nell'abisso, che il voto possa permette al “popolo” di prendere nelle proprie mani il suo destino.
Oggi questa ideologia è alimentata dalla convinzione che Joe Biden e Kamala Harris “salveranno” la democrazia americana dal bullismo e dal gioco sporco autoritario di Trump, che guariranno le ferite della nazione, che restaureranno la razionalità e l'affidabilità nel rapporto degli Stati Uniti con le altre potenze mondiali. E queste idee trovano eco in una gigantesca campagna internazionale che saluta il rinnovamento della democrazia e il rinculo dell’assalto populista contro i valori liberali.
Ma noi proletari dobbiamo stare allerta: se Trump e il suo "America First" si sono schierati apertamente per inasprire il conflitto economico e persino militare con altri Stati capitalisti -la Cina in particolare- anche Biden e Harris perseguiranno la politica di dominio imperialista dell’America, forse con metodi e retorica leggermente diversi. Se Trump era favorevole ai tagli delle tasse per i ricchi e il suo regno si è concluso con un enorme aumento della disoccupazione, un'amministrazione Biden, di fronte a una crisi economica mondiale che la pandemia ha severamente aggravato, non avrà altra scelta che far pagare la crisi alla classe sfruttata attraverso crescenti attacchi alle sue condizioni di vita e di lavoro. Se i lavoratori immigrati e “illegali” pensano che saranno più al sicuro sotto un'amministrazione Biden, ricordino che sotto il presidente Obama e il vicepresidente Biden milioni di lavoratori “illegali” sono stati espulsi dagli Stati Uniti.
Senza dubbio gran parte dell'attuale sostegno a Biden arriva in reazione ai veri orrori del Trumpismo: le bugie sfacciate, i messaggi razzisti subliminali, la dura repressione delle proteste, la totale irresponsabilità di fronte al Covid-19 e al cambiamento climatico. Non c'è dubbio che Trump sia un chiaro riflesso di un sistema sociale in putrefazione. Ma Trump pretende anche di parlare in nome del “popolo”, di agire come un outsider in contrapposizione alle “élite” incomprensibili. E anche quando mina apertamente le "regole" della democrazia capitalista, rafforza ulteriormente la contro-argomentazione che dovremmo, più che mai, schierarci in difesa di queste "regole". In questo senso, Biden e Trump sono le due facce della stessa medaglia, quella della truffa democratica.
Ciò non significa che questi due rivali lavoreranno insieme pacificamente. Anche se Trump viene rimosso dalla carica di presidente, il trumpismo non scomparirà. Trump ha normalizzato le milizie armate di estrema destra che marciano per le strade e ha portato sette cospirazioniste come QAnon nella corrente ideologica. In reazione, tutto questo ha alimentato la crescita di squadre antifasciste e di milizie pro-black power pronte ad opporsi armi alla mano ai sostenitori della supremazia dei bianchi. E dietro a tutto ciò, l'intera classe borghese e la sua macchina statale sono lacerate da interessi contrastanti di politica economica ed estera che non possono essere eliminati dai discorsi di “guarigione” di Biden. E’ molto probabile che questi conflitti diventino più intensi e più violenti nel periodo a venire.
La classe operaia non ha alcun interesse ad essere coinvolta in questo tipo di "guerra civile", a dare la sua energia e perfino il suo sangue alla battaglia tra fazioni populiste e anti-populiste della borghesia.
Queste due fazioni non esitano a propagandare una visione tronca della "classe operaia". Trump si presenta come il paladino dei caschi blu i cui posti di lavoro sono stati messi in pericolo o distrutti dalla concorrenza straniera “sleale”. Anche i Democratici, in particolare figure di sinistra come Sanders o Ocasio-Ortez, affermano di parlare a nome degli sfruttati e degli oppressi.
Ma la classe operaia ha i suoi interessi che non coincidono con nessuno dei partiti della borghesia, repubblicano o democratico che sia. Né coincidono con gli interessi de “l’America”, del “popolo”, o della “nazione” questo luogo mitico dove sfruttati e sfruttatori vivono in armonia (anche se in spietata competizione con altre nazioni). I lavoratori non hanno nazione. Fanno parte di una classe internazionale che in tutti i paesi è sfruttata dal capitale e oppressa dai suoi governi, compresi quelli che osano definirsi socialisti, come la Cina o Cuba solo perché hanno nazionalizzato il rapporto tra il capitale e i loro schiavi salariati. Questa forma di capitalismo di Stato è l'opzione preferita dell'ala sinistra del Partito Democratico, nella quale tuttavia, come ha detto Engels, "gli operai restano dei salariati, dei proletari. Il rapporto capitalista non è soppresso, ma al contrario portato al suo culmine”[1].
Il vero socialismo è una comunità umana mondiale in cui sono state abolite le classi, la schiavitù salariale e lo Stato. Sarà la prima società nella storia in cui gli esseri umani avranno un reale controllo sul prodotto attraverso le loro mani e le loro menti. Ma per fare il primo passo verso una tale società è necessario che la classe operaia si riconosca come una classe contrapposta al capitale. Una tale consapevolezza può svilupparsi solo se i lavoratori combattono con le unghie e con i denti per difendere le proprie condizioni di vita contro gli sforzi della borghesia e del suo Stato di abbassare i salari, tagliare i posti di lavoro e allungare la giornata lavorativa. E non c'è dubbio che la depressione globale che si sta delineando sulla scia della pandemia renderà tali attacchi il programma inevitabile di tutte le parti della classe capitalista. Di fronte a questi attacchi, i lavoratori dovranno entrare massicciamente in lotta per la difesa del loro tenore di vita. Non può esserci spazio per l'illusione: Biden, come ogni altro governante capitalista, non esiterà a ordinare una brutale repressione della classe operaia se questa minaccerà il loro ordine.
La lotta dei lavoratori per le proprie rivendicazioni di classe è una necessità non solo per contrastare gli attacchi economici lanciati dalla borghesia, ma soprattutto come base per superare le proprie illusioni in questo o quel partito o leader borghese, e per sviluppare la propria prospettiva, la propria alternativa a questa società in declino.
Nel corso delle sue lotte, la classe operaia sarà obbligata a sviluppare le proprie forme di organizzazione attraverso assemblee generali e comitati di sciopero eletti e revocabili, forme embrionali dei consigli operai che, in passati momenti rivoluzionari, si sono rivelati esseri gli strumenti attraverso i quali la classe operaia può prendere il potere nelle proprie mani e iniziare la costruzione di una nuova società. In questo processo, un autentico partito politico proletario avrà un ruolo vitale da svolgere: non nel chiedere ai lavoratori di portarlo al potere, ma nel difendere i principi proletari ereditati dalle lotte del passato e nell'indicare la via verso il futuro rivoluzionario. Come dice l’Internazionale[2] “Non ci sono supremi salvatori. Né Dio, né Cesare, né tribuno”. Nessun Trump, nessun Biden, niente falsi messia: la classe operaia può emanciparsi solo contando su se stessa e, così facendo, liberare tutta l'umanità dalle catene del capitale.
Amos
L'ultima volta che si è affrontato specificamente il problema dello Stato nel periodo di transizione è stato nella nostra introduzione alle tesi sullo Stato, prodotte dalla Sinistra Comunista di Francia (GCF) nel 1946[1].
Avevamo presentato questo testo come un'importante continuazione del lavoro della Sinistra italiana che, durante gli anni ‘30, aveva prodotto una serie di articoli che analizzavano le lezioni della sconfitta della rivoluzione russa, in cui il problema dello Stato è stata una questione centrale.
Basandosi sugli ammonimenti di Marx ed Engels contro la tendenza dello Stato a rendersi autonomo in relazione alla società, la caratterizzazione dello Stato come un flagello temporaneo che il proletariato dovrà utilizzare limitando al massimo i suoi aspetti più dannosi, gli articoli di Vercesi e in particolare di Mitchell (membro della Frazione belga) avevano già distinto tra la funzione necessaria dello “Stato proletario” e il potere reale ed efficace del proletariato[2]. Il testo della GCF va più lontano affermando che lo Stato, per sua stessa natura, è estraneo al proletariato come portatore del comunismo e quindi di una società senza lo Stato.
Nella nostra introduzione alle Tesi, abbiamo notato alcune debolezze o ambiguità nel testo del 1946 (sui sindacati, il ruolo del partito, il programma economico della rivoluzione), la maggior parte delle quali dovevano essere ampiamente superate attraverso il processo di discussione e chiarimento che era al centro delle attività della GCF. Questi progressi - in particolare sui sindacati e sul partito - sono stati presi in considerazione in altri testi[3] e, a nostra conoscenza, il gruppo non ha prodotto ulteriori documenti sulla questione del periodo di transizione stesso.
Le tesi del 1946 furono il risultato del lavoro collettivo della GCF e furono scritte da Marc Chirik, che giocò un ruolo chiave nella formazione e nello sviluppo teorico del gruppo. Quando il gruppo si disperse dopo il 1952 (nonostante gli sforzi di Marc per mantenerlo), Marc si rifugiò in Venezuela dove non partecipò ad alcuna attività politica organizzata per più di un decennio. Tuttavia, questo periodo non è stato per lui un periodo di disimpegno dalla riflessione politica e, non appena i tempi hanno cominciato a cambiare, nei primi o alla metà degli anni '60, Marc ha formato un circolo di discussione con alcuni elementi giovani, il cui risultato è stato fu la formazione del gruppo Internacionalismo nel 1964. Questo gruppo divenne poi la sezione venezuelana della CCI.
Marc ritornò in Europa per partecipare agli eventi storici del maggio-giugno 1968 e rimase per contribuire a formare il gruppo Révolution Internationale, che sarebbe diventata la sezione in Francia della CCI.
Per la generazione di rivoluzionari nata dall'ondata internazionale di lotte scatenata dal maggio ‘68, la rivoluzione non sembrava una prospettiva così lontana. Un certo numero di nuovi gruppi e militanti, dopo aver riscoperto la tradizione della sinistra comunista, non solo si sono posti l’obiettivo di prendere le distanze dall'ala sinistra del capitale, riappropriandosi delle posizioni fondamentali di classe sviluppate durante il periodo della controrivoluzione, ma si sono anche inseriti nel dibattito sul carattere della rivoluzione anticipata e il percorso verso una società comunista. L'approccio al periodo di transizione e al suo semi-stato che era stato proposto dalla GCF e ulteriormente elaborato da Marc è diventato rapidamente il centro di molte discussioni appassionate tra i nuovi gruppi. La maggior parte di RI e dei gruppi che si sono uniti erano convinti dalle argomentazioni di Marc, ma è stato chiarito fin dall'inizio che questa particolare analisi non poteva essere considerata un confine di classe perché la storia non aveva ancora stabilito definitivamente la sua verità. Le discussioni sono proseguite all'interno della CCI formatasi successivamente e con altri gruppi coinvolti nelle discussioni sul raggruppamento internazionale delle forze rivoluzionarie emergenti che ha segnato questa fase.
Il primo numero della Revue Internationale conteneva contributi sul periodo di transizione di Marc (a nome di Révolution Internationale) e un lungo articolo che sviluppava idee simili scritte da un giovane, CD Ward, a nome di World Revolution, del Regno Unito, oltre a un testo di Rivoluzione Internazionale in Italia che sostiene il carattere proletario dello stato di transizione e un altro contributo di Revolutionary Perspectives, che era il nucleo della futura Organizzazione dei lavoratori comunisti ("Communist Worker’s Organisation", CWO). Questi testi furono scritti per la conferenza del 1975 che vide la costituzione ufficiale della CCI; sebbene non ci fosse stato il tempo per discuterne durante la riunione, furono pubblicati come contributi a un dibattito in corso.
Non è esagerato affermare che questi dibattiti erano appassionati. Il gruppo Workers Voice (WV) di Liverpool si staccò rapidamente dalle discussioni del gruppo, citando la posizione di maggioranza della futura CCI sul periodo di transizione come prova del suo carattere controrivoluzionario, poiché ciò avrebbe significato, in un futuro processo rivoluzionario, sostenere uno stato che avrebbe dominato i consigli dei lavoratori. Come abbiamo sostenuto all'epoca (“Un settarismo illimitato” su Révolution Internationale n°3), non era solo una falsa accusa, ma anche, in larga misura, un pretesto mirato a preservare l'autonomia locale di WV dalla minaccia di essere inserito in una più grande organizzazione internazionale; ma altre reazioni dell'epoca rivelarono fino a che punto le acquisizioni della Sinistra comunista italiana si erano perse nella nebbia della controrivoluzione. Così, al secondo Congresso della CCI nel 1977, dove una risoluzione (ed una contro-risoluzione) sullo Stato nel periodo di transizione erano all'ordine del giorno, un delegato di Battaglia Comunista, che all'epoca e ancora oggi afferma di essere il più coerente continuatore della tradizione della Sinistra italiana, sembrava sbalordito dall'idea stessa di mettere in discussione il carattere proletario dello stato di transizione, anche se questo punto di vista non rappresentava che una conclusione logica tratta dai contributi di Bilan negli anni '30.
In effetti, sebbene la risoluzione che esprimeva la posizione di maggioranza fosse stata finalmente adottata al terzo congresso della CCI nel 1979, il congresso del 1977 sostenne che il dibattito non era maturato sufficientemente e che avrebbe dovuto continuare. Numerosi contributi a questo dibattito sono stati successivamente pubblicati sotto forma di opuscolo che mostrano la ricchezza del dibattito[4]. All'interno della CCI, la minoranza non era omogenea, ma tendeva all'idea che la posizione di Bilan sullo Stato nel periodo di transizione fosse stata quella giusta, mentre la GCF si era discostata dalla concezione marxista. Alcuni dei compagni della minoranza si sono poi allineati alla posizione di maggioranza, mentre altri hanno iniziato a mettere in discussione altri sviluppi importanti realizzati dalla GCF e ripresi dalla CCI, in particolare sulla questione del partito. La maggior parte di essi si è dispersa in diverse direzioni: una verso una posizione bordighista più ortodossa, un’altra ha intrapreso un breve tentativo di formare una nuova versione di Bilan (Fraction Communiste Internationaliste), mentre altri si sono imbevuti della pericolosa mescolanza di anarchismo, bordighismo e difesa del cosiddetto “terrorismo operaio” che ha segnato la traiettoria del Groupe Communiste Internationaliste[5].
In questo articolo, ci concentreremo su tre contributi alla discussione all'interno della CCI di questo periodo, scritti da Marc Chirik. Questo approccio continua e conclude i tre precedenti articoli di questa serie che hanno esaminato il contributo alla teoria comunista apportato da particolari individui all'interno del movimento politico proletario durante il periodo della controrivoluzione (cioè Damen, Bordiga, Munis e Castoriadis). Non ci occupiamo di questi singoli comunisti come fanno le riviste accademiche in cui la teoria è ancora vista come proprietà intellettuale di questo o quello specialista; al contrario, come militanti della classe, questi compagni potevano dare il loro contributo solo allo scopo di sviluppare qualcosa che, lungi dall'essere il diritto d'autore degli individui, esiste solo per diventare proprietà universale del proletariato: il programma comunista. Ma per noi, il programma comunista è un lavoro collettivo, in cui i singoli compagni possono dare il loro contributo particolare all'interno di una comunità più ampia. E l'eccezionale qualità di Marc Chirik era proprio la sua capacità di “universalizzare” ciò che aveva acquisito, attraverso la sua esperienza di vita, a livello organizzativo e programmatico - per trasmetterlo ad altri compagni. E l'eccezionale qualità di Marc Chirik era proprio la sua capacità di “universalizzare” ciò che aveva acquisito, attraverso la sua esperienza di vita, a livello organizzativo e programmatico - per trasmetterlo ad altri compagni. Pertanto, nella storia della CCI, ci sono stati un certo numero di importanti contributi a questo sforzo generale per illuminare la strada al comunismo da parte di altri compagni dell'organizzazione - alcuni dei quali saranno citati in questo articolo. Ma non c'è dubbio che i testi scritti da Marc sono esempi della sua profonda comprensione del metodo marxista e meritano di essere riesaminati in dettaglio. Ci scusiamo in anticipo per la lunghezza di alcune citazioni di questi articoli, ma pensiamo che sia meglio lasciare che le parole di Marc parlino da sole il più possibile.
L'articolo pubblicato sulla Revue Internationale n°1 è importante per aver posto la questione dei “periodi di transizione” in un ampio contesto storico:
- “La storia umana è fatta di diverse società stabili legate a un determinato modo di produzione e quindi a relazioni sociali stabili. Queste società si basano sulle leggi economiche dominanti che sono loro inerenti. Sono costituite da classi sociali fisse e si basano su determinate sovrastrutture. Le società stabili di base nella storia scritta sono state: la società schiavistica, la società asiatica, la società feudale e la società capitalista.
Ciò che distingue i periodi di transizione dai periodi in cui la società è stabile è la decomposizione di vecchie strutture sociali e la formazione di nuove strutture. Questi due fenomeni sono legati allo sviluppo di forze produttive e sono accompagnati dall'emergere e dallo sviluppo di nuove classi, nonché dallo sviluppo di idee e istituzioni corrispondenti a queste classi. Il periodo di transizione non è una modalità di produzione propria, ma un groviglio di due modi di produzione, il vecchio e il nuovo. Questo è il periodo in cui i germi del nuovo modo di produzione si sviluppano lentamente a spese del vecchio, fino a soppiantare il vecchio modo di produzione e costituiscono un nuovo modo dominante di produzione. Tra due società stabili e questo sarà tanto vero tra capitalismo e comunismo come era vero in passato, il periodo di transizione è una necessità assoluta. Ciò è dovuto al fatto che l'esaurimento delle condizioni della vecchia società non implicano automaticamente la maturazione delle condizioni della nuova società. In altre parole, il declino della vecchia società non implica automaticamente la maturazione del nuovo, ma ne è solo la condizione.
La decadenza e il periodo di transizione sono due fenomeni molto distinti. Qualsiasi periodo di transizione presuppone la decomposizione della vecchia società i cui modi e rapporti di produzione hanno raggiunto il limite estremo del loro possibile sviluppo. Tuttavia, ogni periodo di decadenza non significa necessariamente un periodo di transizione, in quanto il periodo di transizione rappresenta un passo verso una nuova modalità di produzione più avanzata. Allo stesso modo, l'antica Grecia non ha beneficiato delle condizioni storiche necessarie per il superamento della schiavitù, né l'antico Egitto. Decadenza significa l'esaurimento del vecchio modo sociale di produzione; la transizione significa l'emergere di nuove forze e condizioni che ci permetteranno di risolvere e trascendere le vecchie contraddizioni”.
(Problemi relativi al periodo di transizione [98]).
Quando questo testo fu scritto, il nascente movimento rivoluzionario era già confrontato con l'influenza dei precursori dell'attuale movimento “comunizzatore”, in particolare negli scritti di Jacques Camatte e Jean Barrot (Dauvé). Infatti, la CCI aveva già subito una scissione da parte di un gruppo di membri usciti dell'organizzazione trotzkista Lutte Ouvrière, ma che era rapidamente caduto nelle posizioni pseudo radicali che segnavano quello che chiamavamo all'epoca il “modernismo”: che il la classe operaia era diventata, in sostanza, una classe per il capitale, che la sua lotta per le richieste immediate era un vicolo cieco e che la rivoluzione comunista significava l'immediata auto-negazione della classe operaia piuttosto che la sua affermazione politica con la dittatura del proletariato.
In questa visione, l'idea di un periodo di transizione guidato dal proletariato è stata denunciata come nient’altro che la perpetuazione del capitale: il processo di comunizzazione ha reso inutile ogni fase di transizione tra capitalismo e comunismo[6].
L'evoluzione di uno dei gruppi presenti alla conferenza - il Revolutionary Workers Group di Chicago, anch'esso nato dal trotzkismo, ma che ha scoperto l'inutilità della lotta per le rivendicazioni economiche (vedi prefazione a RI n°1) - ha anch’esso mostrato che tali idee si stavano diffondendo nel movimento rivoluzionario. Nel frattempo, il gruppo Revolutionary Perspectives ha insistito sul fatto che una roccaforte proletaria isolata dovrebbe consapevolmente allontanarsi dal mercato mondiale, attuando ogni sorta di misure comuniste all'interno dei suoi confini: questa costituiva un’aberrazione modernista piuttosto che una scusa tardiva per il “comunismo di guerra” del periodo 1918-21 in Russia, ma ha condiviso con i comunizzatori l'idea che sarebbe stato possibile introdurre vere e proprie misure comuniste in un solo paese o una sola regione[7].
Il testo di Marc ci fornisce un solido punto di partenza per criticare tutti questi approcci. Da un lato, insiste sul fatto che ogni nuovo modo di produzione è stato il prodotto di un periodo di transizione più o meno lungo, che “non è un modo di produzione vero e proprio, ma un groviglio di due modi di produzione - il vecchio e il nuovo”. Questo vale certamente per il periodo di transizione al comunismo, che è tutt'altro che un modo stabile di produzione (a volte travisato come “socialismo”). Al contrario, sarà teatro di una lotta sostenuta per promuovere la trasformazione comunista delle relazioni sociali contro l'immenso peso economico e ideologico della vecchia società e persino di migliaia di anni di società di classi che hanno preceduto il capitalismo. Questo sarà vero anche dopo che il proletariato avrà acquisito potere su scala globale e si applicherà ancora di più alle situazioni in cui i primi avamposti proletari dovranno affrontare un ambiente capitalista ostile.
Allo stesso tempo, il testo spiega che il periodo di transizione al comunismo differisce profondamente da tutte le transizioni precedenti:
La conseguenza di tutto ciò è che il periodo di transizione al comunismo non può iniziare all'interno del capitalismo, da un'accumulazione di cambiamenti economici che servono come base per il potere della nuova classe dirigente, ma solo dopo un atto essenzialmente politico - il violento smantellamento della macchina statale esistente. Questo è il punto di partenza per rifiutare qualsiasi idea secondo la quale un vero processo di comunizzazione[8] possa iniziare prima della distruzione del potere mondiale della borghesia. Tutti i cambiamenti economici e sociali intrapresi prima di raggiungere questo punto sono essenzialmente dei palliativi, misure contingenti e di emergenza che non dovrebbero essere descritte come una sorta di “comunismo reale” e il loro principale obiettivo sarà quello di rafforzare il predominio politico della classe operaia in una determinata area.
In effetti, anche dopo l'inizio del periodo di transizione stesso, il testo mette in guardia contro l'idealizzazione di misure immediate adottate dalla classe operaia:
- “Sul piano economico, il periodo di transizione è costituito da una politica economica (non più un’economia politica) del proletariato al fine di accelerare il processo di socializzazione universale della produzione e della distribuzione. Questo programma di comunismo integrale a tutti i livelli, pur essendo l'obiettivo perfezionato e perseguito dalla classe operaia, sarà ancora nel periodo di transizione soggetto nella sua realizzazione alle condizioni immediate, cicliche, contingenti, che sarebbe puro volontarismo utopico di voler ignorare. Il proletariato cercherà immediatamente di raggiungere il maggior numero possibile di conquiste, pur riconoscendo la necessità di inevitabili concessioni, che sarà obbligato a sopportare. Due insidie minacciano una tale politica:
L'intero spirito che attraversa il testo è quello del realismo rivoluzionario. Stiamo parlando della trasformazione sociale più radicale dall'avvento della specie umana ed è assurdo pensare che questo processo - che per la stragrande maggioranza dell'umanità è oggi considerato impossibile, in contrasto con la natura umana, nella migliore delle cose “un bellissimo ideale che non avrebbe mai funzionato” - potrebbe infatti svolgersi in un colpo solo - in termini storici, dalla sera al mattino.
Il testo spiega alcuni aspetti più specifici di questa “politica economica”, che in realtà sono abbastanza generali:
Il testo di Marc inizia con il seguente avvertimento: “È sempre con grande cautela che i rivoluzionari affrontano la questione del periodo di transizione. Il numero, la complessità e soprattutto la novità dei problemi che il proletariato deve risolvere impediscono qualsiasi sviluppo di piani dettagliati per la società futura e qualsiasi tentativo di farlo rischia di trasformarsi in una camicia di forza per l'attività rivoluzionaria della classe”.
È abbastanza comprensibile che Marc ci fornisca solo uno schema molto generale di una possibile “politica economica” del proletariato. Uno dei punti è un po’ troppo generico – “sostanziale aumento del tenore di vita” - ma gli altri indicano chiaramente la direzione generale; e uno di questi segna chiaramente un passo avanti rispetto al testo del 1946, vale a dire quando afferma che “il criterio per produzione deve essere la massima soddisfazione dei bisogni e non l'accumulazione”, poiché il testo del 1946 tendeva ancora a considerare lo “sviluppo delle forze produttive” del proletariato come un processo di accumulazione che può significare solo l'espansione del valore. In effetti, siamo fin troppo consapevoli oggi che le crisi economiche ed ecologiche del sistema sono il risultato di un “eccesso di accumulo” e che lo sviluppo reale dovrà necessariamente assumere la forma di una profonda trasformazione e riorganizzazione delle forze produttive accumulate sotto il capitalismo (comportando, ad esempio, la conversione di forme di produzione, energia e trasporti altamente inquinanti, la riduzione delle megalopoli capitaliste su una scala molto più umana, un massiccio rimboschimento, ecc.)
Per quanto riguarda la distribuzione del prodotto sociale durante il periodo di transizione, il testo non si pronuncia sul dibattito relativo ai “buoni per il tempo di lavoro” basato sulle proposte di Marx nella critica al programma di Gotha e fortemente sostenuto, ad esempio, dai comunisti dei consigli olandesi del GIC nel Grundprinzipien[9] e dalla CWO nel loro ultimo articolo sul periodo di transizione[10], ma il testo di Marc insiste sia sul tentativo di sbarazzarsi delle forme salariali e monetarie, sia sulla socializzazione generale dei consumi: trasporti gratuiti, pasti in comune, ecc. Nel testo della Revue Internationale n°1 la posizione è più esplicita nel suo rifiuto dei buoni per il tempo di lavoro. Sebbene Marx non consideri questi buoni come una forma di denaro in quanto non possono essere accumulati, l'articolo sostiene che il sistema del tempo di lavoro non va realmente oltre la nozione capitalista del lavoro come uno “scambio” tra l'individuo, il lavoratore atomizzato e la società: “Il sistema dei buoni sulla base del tempo di lavoro tenderebbe a dividere i lavoratori capaci di lavorare da coloro che non lo sono (situazione che potrebbe benissimo estendersi in un periodo di crisi rivoluzionaria mondiale) e potrebbe ampliare ulteriormente un divario tra proletari e altri strati, ostacolando il processo di integrazione sociale. Questo sistema richiederebbe un'enorme supervisione burocratica del lavoro di ogni lavoratore e potrebbe degenerare molto più facilmente in denaro salariale in un momento di riflusso della rivoluzione (queste battute d'arresto possono avvenire sia durante la guerra civile che durante il periodo di transizione stesso). Un sistema di razionamento sotto il controllo dei Consigli Operai si presterebbe più facilmente a un regolamento democratico di tutte le risorse di un bastione proletario e incoraggerebbe sentimenti di solidarietà all'interno della classe. Ma non facciamoci illusioni: questo sistema, come altri, non può rappresentare una 'garanzia' contro un ritorno alla schiavitù salariale nella sua forma più cruda”. (La rivoluzione proletaria). Tuttavia, non pensiamo di poter dire, come abbiamo già detto nel 1975, che questo dibattito sulle misure economiche immediate del proletariato al potere è stato risolto una volta per tutte. Al contrario, se può e deve continuare ancora oggi (torneremo su questo argomento in un futuro articolo di questa serie), può essere risolto solo da una futura pratica rivoluzionaria.
Dopo aver definito la natura generale del periodo di transizione, il testo continua a riaffermare la posizione sullo Stato che era già stata stabilita nel testo della GCF nel 1946:
“La società di transizione è ancora una società divisa in classi e, in quanto tale, porta necessariamente al suo interno questa istituzione specifica per tutte le società divise in classi: lo STATO. Con tutte le amputazioni e le misure precauzionali che possono circondare questa istituzione (funzionari eletti e revocabili, remunerazione pari a quella di un lavoratore, unificazione tra il legislativo e l’esecutivo, ecc.) che rendono questo Stato un mezzo Stato, non dobbiamo mai perdere di vista la sua natura storica anticomunista e quindi anti-proletaria ed essenzialmente conservatrice. Lo Stato rimane il custode dello statu quo.
Riconosciamo l'inevitabilità di questa istituzione che il proletariato dovrà usare come un male necessario
- per rompere la resistenza della classe capitalista decaduta
- per preservare un quadro amministrativo e politico unito alla società in un momento in cui è ancora lacerata da interessi antagonisti
Dobbiamo respingere categoricamente l'idea di fare di questo stato la bandiera e il motore del comunismo. Per sua natura statale (“la natura borghese di cui è l’essenza” Marx), è fondamentalmente un organo per la conservazione dello status quo e un freno al comunismo.
Come tale, non può identificarsi con il comunismo o la classe che lo porta con sé: il proletariato che, per definizione, è la classe più dinamica della storia in quanto porta la soppressione di tutte le classi compresa se stessa. Ecco perché, mentre usa lo Stato, il proletariato esprime la sua dittatura non attraverso lo Stato, ma sullo Stato. Pertanto, il proletariato non può riconoscere alcun diritto a questa istituzione di intervenire attraverso la violenza all'interno della classe o di arbitrare le discussioni e l'attività delle organizzazioni di classe: Consigli e partito rivoluzionario.
La società di transizione è ancora una società divisa in classi e ci sarà necessariamente al suo interno questa istituzione specifica per tutte le società divise in classi: lo STATO. Con tutte le limitazioni e le misure precauzionali con cui circonderemo questa istituzione (i funzionari saranno eletti e revocabili, la loro remunerazione sarà uguale a quello di un lavoratore, esisterà un'unificazione tra funzioni legislative ed esecutive, ecc.), e che rendono questo stato un “semi-stato”, non dobbiamo mai perdere di vista la natura storicamente antisocialista, e quindi antiproletaria ed essenzialmente conservatrice dello Stato. Lo Stato rimane il custode dello status quo.
Riconosciamo l'inevitabilità di questa istituzione, che il proletariato dovrà usare come un male necessario per spezzare la resistenza della classe capitalista in declino e preservare un quadro amministrativo e politico unito in un momento in cui la società sarà ancora afflitta da interessi antagonisti.
Ma respingiamo categoricamente l'idea di rendere questo Stato il portabandiera del comunismo. Per sua stessa natura (“la natura borghese nella sua essenza” - Marx), è essenzialmente un organo per la conservazione dello status quo e la limitazione del comunismo. Così, lo Stato non può essere identificato con il comunismo o il proletariato che è portatore del comunismo. Il proletariato è per definizione la classe più dinamica della storia, in quanto sopprime tutte le classi, inclusa la propria. Ecco perché, mentre usa lo Stato, il proletariato esprime la sua dittatura non attraverso lo Stato, ma sullo Stato. Questo è anche il motivo per cui il proletariato non può in alcun modo permettere a questa istituzione (lo Stato) di intervenire attraverso la violenza all'interno della classe, né di essere l'arbitro delle discussioni e delle attività degli organi di classe - i consigli e il partito rivoluzionario”[11].
È questa particolare posizione - la natura conservatrice e non proletaria dello Stato - che è stata oggetto di argomenti divergenti all'interno della CCI, non solo per quanto riguarda lo Stato del periodo di transizione, ma anche lo Stato in generale.
L'opuscolo del 1981 includeva un testo di Marc intitolato “Le origini dello Stato e il resto”, che era una risposta a un testo[12] scritto da due compagni di minoranza, M e S, che difendevano la nozione di uno Stato proletario sulla base di un'analisi delle origini storiche dello Stato. Il loro testo sosteneva che, poiché lo Stato è essenzialmente la creazione e lo strumento di una classe dirigente, può svolgere un ruolo rivoluzionario in tempi in cui tale classe è essa stessa una forza rivoluzionaria o almeno attivamente progressista, mentre è condannato a svolgere un ruolo reazionario solo quando quella classe stessa diventa decadente o obsoleta. Il loro testo respinge pertanto la definizione dello Stato come “conservatore” nella sua natura essenziale. Per quanto riguarda la sua funzione essenziale, è quella di uno strumento di repressione di una classe su un'altra. Pertanto, durante il periodo di transizione, lo Stato può e deve anche avere un carattere proletario, dal momento che non è altro che la creazione della classe operaia allo scopo di esercitare la sua dittatura.
Nella sua risposta, Marc fornisce una breve ma perspicace storia di come il movimento proletario ha, attraverso i propri dibattiti e soprattutto le proprie esperienze nella lotta di classe, sviluppato la sua comprensione della questione dello Stato: dalle prime idee di Babeuf e degli Eguali sulla conquista dello Stato da parte della rivoluzione armata, alle intuizioni degli utopisti sul comunismo come società senza Stato; dalla critica del culto dello Stato di Hegel da parte del giovane Marx alle lezioni apprese dalla Lega Comunista dalle rivoluzioni del 1848 e in particolare da Marx ed Engels dalla Comune di Parigi del 1871, quando divenne chiaro che lo Stato esistente doveva essere smantellato e non conquistato.
L'indagine prosegue con gli studi sul comunismo primitivo di Morgan che hanno permesso ad Engels di analizzare le origini storiche dello Stato, passando per i punti di forza, le debolezze e le intuizioni incomplete di Lenin in relazione all'esperienza della rivoluzione russa, e infine agli sforzi della sinistra comunista per sintetizzare e sviluppare tutti i progressi compiuti dalle precedenti espressioni del movimento. L'obiettivo qui è dimostrare che la nostra comprensione del problema dello Stato e del periodo di transizione non è il prodotto di un'ortodossia marxista invariante, ma che si è evoluta e continuerà ad evolversi alla luce della reale esperienza e della riflessione su questa esperienza.
Il nucleo centrale del testo è il riferimento al famoso passaggio di Engels su come lo Stato appare per la prima volta nel lungo periodo di transizione in cui la società comunista primitiva dà il passo all'emergere di divisioni di classe definite - non come la creazione cosciente ex nihilo di una classe dirigente, ma come un'emanazione della società in una fase del suo sviluppo: “Lo Stato non è quindi affatto un potere imposto alla società dall'esterno; è altrettanto poco “la realtà dell'idea morale”, “l'immagine e la realtà della ragione”, come sostiene Hegel.
Piuttosto, “è un prodotto della società in una certa fase del suo sviluppo. Costituisce l’ammissione che questa società si è bloccata in una contraddizione insolubile con se stessa, che si è divisa in antagonismi inconciliabili da cui non riesce a liberarsi. Ma affinché queste classi, con interessi contrastanti, non si divorino a vicenda e divorino la società in una lotta sterile, è necessaria una forza apparentemente al di sopra della società, destinata a soffocare i conflitti, tenendola entro i confini dell’'ordine'. Questa forza che viene dalla società, ma in piedi sopra di essa e si sta allontanando sempre più da essa, è lo Stato”[13].
Marc spiega che ciò non significa che lo Stato abbia un ruolo neutrale o di mediazione nella società, ma dimostra che la semplice definizione dello Stato come “corpo di uomini armati” la cui funzione è quella di esercitare la repressione contro le classi sfruttate o oppresse è inadeguata, perché il ruolo primario dello Stato è quello di mantenere la coesione della società e che questa repressione da sola non può mai essere sufficiente. Da qui la necessità di usare istituzioni ideologiche, forme di rappresentanza politica, ecc. Come dice Marx in “Il re di Prussia e la riforma sociale” (1844), “Da un punto di vista politico, lo Stato e l'organizzazione della società non sono due cose diverse. Lo Stato è l'organizzazione della società”[14] - con la precisazione, naturalmente, che stiamo sempre parlando di una società divisa in classi.
Marc ritorna poi a Engels per sottolineare che questa funzione di organizzare la società, mantenere l'unità, rappresenta la conservazione delle relazioni produttive esistenti e quindi “Come lo Stato è nato - scrive Engels – dalla necessità di controllare gli antagonismi di classe, allo stesso tempo ha avuto origine dai conflitti stessi di queste classi (meditate bene su queste premesse, MC), è in linea di principio lo Stato della classe più potente, della classe economicamente dominante che, grazie ad esso, diventa anche la classe politicamente dominante e quindi acquisisce nuovi modi di opprimere e sfruttare la classe dominata”[15]).
Tuttavia, questa necessaria identificazione con lo Stato per lo sfruttamento delle classi del passato non si applica al proletariato perché, come classe sfruttata, non ha una propria economia. E possiamo aggiungere: di fronte a una situazione in cui l'ex Stato è stato smantellato e la vecchia società borghese è in dissoluzione, il proletariato avrà ancora bisogno di uno strumento per evitare che i conflitti tra se stesso e altre classi non sfruttatrici distruggano la società. E poiché questa situazione è, in un certo senso, un ritorno alle condizioni iniziali che hanno portato alla formazione dello Stato, forme di Stato appariranno, emergeranno, si manifesteranno che la classe operaia lo voglia o no. Ed è proprio per questo motivo che lo Stato di transizione, qualunque sia la capacità del proletariato di dominarlo, non sarà un organo puramente proletario ma avrà - come l'Opposizione Operaia ha già visto nei confronti dello Stato sovietico nel 1921 - una natura “eterogenea”[16], basata su comuni territoriali oppure organismi tipo soviet in cui l'intera popolazione non sfruttatrice è necessariamente rappresentata.
Per quanto riguarda il ruolo “conservatore” dello Stato, è necessario un chiarimento del testo originale del 1946, dove si afferma che “nella storia, lo Stato è emerso come un fattore conservatore e reazionario”. In effetti, conservatore e reazionario non significano esattamente la stessa cosa. La funzione dello Stato è sempre conservatrice nel senso che protegge, codifica, stabilizza gli sviluppi che avvengono nell'economia e nella società. A seconda delle epoche, questo ruolo può generalmente servire il graduale sviluppo delle forze produttive; in periodi di decadenza, lo stesso ruolo diventa apertamente reazionario nel senso di retrogrado, di preservare tutto ciò che è passato e obsoleto. La differenza essenziale con la minoranza non era lì, ma nella loro idea che il movimento dinamico - il movimento verso il futuro - provenisse dallo Stato e non dalla società. Un articolo[17] pubblicato sulla Revue Internationale n°11, firmato RV, sostiene fortemente la seguente idea cara ai compagni della minoranza che erano molto desiderosi di citare un esempio di Stato come strumento rivoluzionario della rivoluzione borghese: “il movimento veramente radicale che ha spinto a rovesciare il vecchio regime è venuto 'dal basso', dal movimento 'plebeo' nella strada, dalle assemblee generali nelle 'sezioni', o dalla prima Comune di Parigi del 1793 - che si scontrava costantemente con i limiti economici e politici imposti dal potere centrale dello Stato della borghesia, nella sua ricerca dell'ordine e della stabilità”. Ciò avverrà ancor più per la rivoluzione proletaria in cui la trasformazione comunista guidata dalla classe operaia dovrà superare costantemente i limiti legalmente definiti dall'organizzazione ufficiale della società di transizione, lo Stato.
Nel terzo testo, pubblicato nel 1978 sulla Revue Internationale n°15[18], Marc espone una serie di domande poste nei due articoli precedenti, ma riprende e sviluppa in particolare un'idea chiave della citazione di Engels utilizzata nel precedente articolo: “Questo potere, nato dalla società, ma che si pone sopra di essa diventando sempre più estraneo, è lo Stato”[19]).
Come fa notare Marc, riconoscere lo Stato come una delle manifestazioni più primordiali dell'alienazione dell'uomo da se stesso o da ciò che può essere, è una delle prime intuizioni politiche di Marx ed è stata la chiave della sua critica della filosofia hegeliana:
“Nella sua Critica della filosofia del diritto di Hegel [99], con la quale inizia la sua vita di pensatore e attivista rivoluzionario, Marx non solo combatte l'idealismo di Hegel, secondo il quale il punto di partenza di tutto il movimento sarebbe l'Idea (rendendo ovunque "dell'Idea il soggetto, e del soggetto propriamente detto, il predicato") (…) ma denuncia con veemenza le conclusioni di questa filosofia, che rende lo Stato il mediatore tra l'uomo sociale e l’uomo politico universale, il riconciliatore della frattura tra l'uomo privato e l'uomo universale. Hegel, notando il crescente conflitto tra la società civile e lo Stato, vuole che la soluzione a questa contraddizione si trovi nell'autolimitazione della società civile e nella sua integrazione volontaria nello Stato, perché ha detto “è solo nello Stato che l'uomo ha un'esistenza coerente con la ragione” e “tutto ciò che l'uomo è, lo deve allo Stato, è là che il suo essere risiede. Tutto il suo valore, tutta la sua realtà spirituale, li ha solo dallo Stato” (Hegel, La ragione nella Storia).
A questa delirante valorizzazione dello Stato, che rende Hegel il suo più grande apologeta, Marx oppose: “L'emancipazione umana si ottiene solo quando l'uomo ha riconosciuto e organizzato le proprie forze come forza sociale e quindi non separa più da lui la forza sociale sotto forma di forza politica” (...), cioè lo Stato (da “La questione ebraica”)”.
Fin dall'inizio, il lavoro teorico di Marx prese così posizione contro lo Stato come tale, che era un prodotto, un'espressione e un fattore attivo dell'alienazione dell'umanità. Contro la proposta di Hegel di rafforzare lo Stato e di integrare la società civile, Marx insistette risolutamente sul fatto che l’indebolimento dello Stato è sinonimo di emancipazione dell'umanità e questo concetto fondamentale sarà arricchito e sviluppato nel corso della sua vita e del suo lavoro.
Ciò è stato più esplicitamente affermato nella parte delle critiche dedicate alla questione del voto, che, per Hegel, manteneva rigorosamente la separazione tra l'assemblea legislativa e la società civile, poiché gli elettori non esercitano un mandato sugli eletti. Marx vedeva un potenziale diverso, se il voto doveva diventare universale e se “gli elettori avevano la scelta di deliberare e decidere sugli affari pubblici per se stessi, o delegare a individui specifici l'esecuzione di questi compiti in loro nome”. Il risultato di una tale "democrazia diretta" sarebbe il seguente:
Queste parole possono ancora essere formulate nel linguaggio della democrazia, ma tendono anche a superarla, perché anticipano non solo lo scioglimento dello Stato, ma anche della società civile, cioè borghese. E l'anno seguente Marx scrisse l’“Introduzione” al Contributo alla Critica della filosofia del diritto di Hegel, che, a differenza di quest'ultima, fu effettivamente pubblicata negli Annali franco-tedeschi (Deutsch-Französische Jahrbücher del 1844) e comporre i Manoscritti economici e filosofici. Nel primo, Marx identifica il proletariato come l'agente del cambiamento rivoluzionario e nel secondo, si dichiara definitivamente a favore del comunismo come l'unico futuro possibile per la società umana.
Tornando al testo di Marc, è significativo che riscriva tutta la sua ricerca in un arco storico molto ampio. Come nel testo precedente sulle origini dello Stato, dove parla a lungo della società “gentile” e della sua scomparsa, inizia con la dissoluzione della società comunista primitiva e la prima apparizione dello Stato. Definisce quest'ultimo come l'antitesi o la negazione iniziale che assicura che tutte le società di classe successive, nonostante i cambiamenti che hanno avuto luogo da un modo di produzione all'altro, mantengano un’unità e continuità essenziale - fino alla futura abolizione delle classi e quindi il declino dello Stato, che è in sintesi, la “Negazione della Negazione, il ripristino della comunità umana ad un livello superiore”.
Durante tutto il lungo periodo della prima Negazione, della società di classe, lo Stato è sempre più incline a perpetuarsi e perpetuare i propri interessi privati, per separarsi sempre di più dalla società. Così, il potere sempre più totalitario dello Stato raggiunge il suo culmine nella forma del capitalismo di Stato che appartiene al periodo del declino del capitalismo. “Con il capitalismo, lo sfruttamento e l'oppressione sono stati spinti al culmine perché il capitalismo è il riassunto condensato di tutte le società di sfruttamento dell’uomo sull’uomo che si sono succedute. Lo Stato, con il capitalismo ha finalmente completato il suo destino diventando quel mostro orribile e sanguinoso che conosciamo oggi. Con il capitalismo di Stato, realizza l’assorbimento della società civile, diviene il garante dell'economia, il capo della produzione, il maestro assoluto e indiscusso di tutti i membri della società, delle loro vite e le loro attività scatenando il terrore, seminando la morte e presiedendo la barbarie diffusa”.
L'intero processo è quindi fondamentale per misurare la distanza tra l'umanità come potrebbe essere e l'umanità come è oggi, insomma la spirale dell'alienazione dell'umanità, che ha raggiunto il suo punto più estremo nella società borghese. A ciò si oppone il “movimento reale”, la realizzazione del comunismo, che, come condizione preliminare per il suo sviluppo futuro, deve garantire l’eliminazione dello Stato, adempiendo alla promessa di Marx di un tempo, “quando l'uomo ha riconosciuto e organizzato le proprie forze come forza sociale”.
Questa visione panoramica della storia ci permette di comprendere meglio la natura essenzialmente conservatrice dello Stato, il suo necessario antagonismo alle dinamiche che emergono dalla sfera sociale, dalla sfera umana:
Nell'articolo di Marc, nel paragrafo che apre questa sezione, si sottolinea che l'errore fondamentale di Hegel sulla storia, in cui vede lo Stato come vera forza del progresso, è ugualmente commesso a livello logico, nella confusione tra soggetto e predicato, idea e realtà, che Marx critica così a lungo nella Critica: “La famiglia e la società civile sono i presupposti dello Stato; sono cose davvero attive; ma nella filosofia speculativa accade il contrario. Ma se l'idea viene fatta oggetto, allora i veri soggetti - la società civile, la famiglia, le circostanze, il capriccio, ecc. - diventano irreali, e assumono un significato diverso dei momenti oggettivi dell'Idea”[20].
La forma dello stato di transizione
L'articolo della Revue Internationale n°15 descrive anche la forma dello Stato di transizione:
“Possiamo prendere come principi la seguente struttura della società del periodo di transizione:
1) L'intera popolazione non sfruttatrice è organizzata sulla base dei Soviet-Comuni territoriali centralizzati dal basso verso l'alto, dando vita a questo organismo che è lo Stato-Comune.
2) I lavoratori partecipano a questa organizzazione sovietica, individualmente come tutti gli altri membri della società, e collettivamente attraverso la loro organizzazione di classe autonoma, a tutti i livelli di questa organizzazione sovietica.
3) Il proletariato assicura una preponderanza nella rappresentazione, a tutti i livelli, ma soprattutto a quelli alti.
4) Il proletariato mantiene la sua piena e intera libertà in rapporto allo Stato. In nessun caso il proletariato può riconoscere il primato della decisione degli organi dello Stato rispetto a quella della sua organizzazione di classe: i consigli operai, e dovrebbe imporre il contrario.
5) In particolare, non può tollerare l'interferenza e la pressione di qualsiasi tipo di Stato nella vita e nell'attività della classe organizzata escludendo qualsiasi diritto e possibilità di repressione dello Stato nei confronti della classe operaia.
6) Il proletariato mantiene il suo armamento fuori da qualsiasi controllo dello Stato”.
Queste prospettive non sono ricette per i libri di cucina del futuro; esse “non sono affatto basate su idee, principi inventati o scoperti da qualsiasi riformatore del mondo” (Manifesto comunista). Al contrario, queste sono le conclusioni che devono essere tratte dalla reale esperienza della rivoluzione russa. Qui, nel suo primo periodo eroico, gli organi specifici della classe operaia - comitati di fabbrica, Guardie Rosse, Soviet eletti dalle assemblee dei lavoratori - facevano parte di una più ampia rete di soviet che comprendeva l'intera popolazione non sfruttatrice. Ma il profilo della struttura dello stato di transizione presentato da Marc rende più esplicita la necessità per la classe operaia di esercitare il controllo su questo apparato statale generale, un'idea che non era ancora implicita nella rivoluzione russa, ad esempio nell'idea che i voti delle assemblee dei lavoratori e dei delegati debbano contare più dei voti dei delegati dei contadini e di altre classi non sfruttatrici. Allo stesso tempo, il progetto supera alcuni errori chiave commessi in Russia nel 1917, tra cui il fatto che, dall'inizio della guerra civile nel 1918, le milizie di fabbrica, le Guardie Rosse, furono sciolte nell'Armata Rossa Territoriale. Di conseguenza, i lavoratori sono stati privati di uno strumento cruciale per difendere i loro interessi specifici, anche contro lo Stato di transizione e il suo esercito, ove necessario. Il seguente paragrafo del testo di Marc sottolinea anche un'altra lezione essenziale dell'esperienza russa:
- “Dobbiamo ancora dire che il Partito politico non è un organo statale. Per molto tempo, i rivoluzionari hanno vissuto in questa ottica, evidenziando così l'immaturità della situazione oggettiva e la propria mancanza di esperienza. L'esperienza della rivoluzione russa ha dimostrato l'inutilità di questa visione. La struttura dello Stato, basata su partiti politici, è specifica dello Stato borghese e più specificamente della democrazia borghese. La società del periodo di transizione non delega il suo potere ai partiti, vale a dire agli organismi specializzati. Il semi-Stato di questo periodo ha come struttura il sistema dei Soviet, cioè una partecipazione costante e diretta delle masse nella vita e nel funzionamento della società. È a questa condizione che le masse possono, in qualsiasi momento, revocare i loro rappresentanti, sostituirli ed esercitare un controllo permanente su di loro. La delega del potere a qualsiasi partito equivale a reintrodurre la divisione tra potere e società, e quindi il più grande ostacolo alla sua emancipazione. Inoltre, come ha dimostrato l'esperienza della Rivoluzione d'Ottobre, l'assunzione o la partecipazione del partito del proletariato nello Stato compromette profondamente le sue funzioni. Senza entrare nella discussione della funzione del partito e del suo rapporto con la classe che rientra in un altro dibattito, è sufficiente ricordare semplicemente che le ragioni contingenti e le ragioni dello Stato finiscono per prevalere sul partito, identificandolo con lo Stato e separandolo dalla classe, fino ad opporsi ad essa”.
Occorre porsi una domanda su questo schizzo di un possibile Stato transitorio del futuro. Esso si fonda sul principio fondamentale che il proletariato, come unica classe comunista, deve in ogni momento mantenere la sua autonomia da tutte le altre classi. La conseguenza diretta di questo concetto è l'appello affinché i consigli operai esercitino la loro dittatura sullo Stato e la composizione sociale di questi consigli è chiara: sono consigli urbani composti da delegati eletti in tutti i luoghi di lavoro della città. Il problema per noi è che questa nozione è stata avanzata in un momento - negli anni '70 - quando la classe operaia aveva ancora un senso ben definito di identità di classe e, nei paesi centrali del capitalismo, era concentrata in grandi posti di lavoro come fabbriche, miniere, cantieri navali, ecc. Ma negli ultimi decenni, queste concentrazioni sono state in gran parte spezzate dal processo di “globalizzazione” e la classe operaia non solo è stata materialmente atomizzata da questi cambiamenti, ma è stata anche sottoposta a un'offensiva ideologica inesorabile, soprattutto dopo il crollo del cosiddetto “comunismo” dopo il 1989: un'offensiva basata sull'idea che la classe operaia non esista più, che è ora al massimo una sorta di sottoclasse, o anche una sottoclasse razziale, come nell'idea disgustosa che la classe operaia sia per definizione “bianca”. Allo stesso modo, la nostra classe si è trovata ancora più frammentata con il processo di “uberizzazione” che cerca di presentare ogni lavoratore come un singolo imprenditore. Ma soprattutto, è stata investita da una propaganda che afferma che la lotta di classe è un anacronismo totale e può solo condurre, non alla formazione di una società più umana, ma alle peggiori forme di terrore di Stato, come nell'URSS di Stalin[21].
Questi cambiamenti e queste campagne hanno creato grandi difficoltà per la classe operaia e pongono problemi reali nella formazione dei futuri consigli operai. Non è che l'idea dei consigli sia completamente scomparsa o si sia trasformata in una mera appendice della democrazia borghese. Il concetto di fondo è emerso, ad esempio, nelle assemblee di massa del movimento degli Indignados in Spagna nel 2011 - e contro gruppi come Democrazia Reale Ora (Democracia real ya) che volevano utilizzare le assemblee per dare una sorta di vita vampiresca al sistema parlamentare, c'erano quelli che, nel movimento, sostenevano che queste assemblee fossero una forma di autonomia superiore al vecchio sistema parlamentare. La maggior parte dei componenti di queste assemblee erano infatti proletari, ma principalmente studenti, disoccupati, lavoratori precari, e superavano la loro atomizzazione incontrandosi nelle piazze o nelle assemblee di quartiere. Allo stesso tempo, c'era poca o nessuna tendenza equivalente a tenere assemblee nei grandi posti di lavoro.
In un certo senso, questa forma di organizzazione delle assemblee era un ritorno alla forma della Comune del 1871, che era composta da delegati dei quartieri (ma soprattutto dei quartieri operai) di Parigi. I consigli operai o soviet del 1905 o 1917 furono un progresso rispetto alla Comune, in quanto erano un mezzo preciso per permettere alla classe di organizzarsi come tale. La forma “territoriale”, d'altra parte, è molto più vulnerabile per il fatto che siano i cittadini a riunirsi, non una classe con il proprio programma, e abbiamo visto questa debolezza molto chiaramente nel movimento Indignados. E più recentemente, le rivolte sociali che hanno travolto il mondo, dal Medio Oriente al Sud America hanno dimostrato ancora più chiaramente il pericolo dell'interclassismo, del proletariato annegato nelle proteste della popolazione in generale, dominate da un'ideologia democratica da un lato e, dall'altro, dalla violenza disperata e disorganizzata che caratterizza il programma del sottoproletariato[22].
Non possiamo sapere come questo problema sarà affrontato in un futuro movimento di massa, che potrebbe vedere il proletariato organizzato da un insieme di assemblee di massa sul posto di lavoro e per strada. Può anche darsi che l'autonomia della classe operaia debba assumere in futuro un carattere più direttamente politico: in altre parole, che gli organi di classe della prossima rivoluzione si definiscano molto più che in passato sulla base della loro capacità di assumere e difendere posizioni politiche proletarie (come l'opposizione al parlamento e ai sindacati, lo smascheramento della sinistra capitalista, ecc.). Ciò non significa che i luoghi di lavoro, e i Consigli che ne emaneranno, cesseranno di essere un centro cruciale per la riunione della classe operaia come classe. Questo sarà certamente il caso in paesi come la Cina, la cui frenetica industrializzazione è stata la conseguenza della deindustrializzazione di certe parti del capitalismo in Occidente. Ma, anche in quest'ultimi, vi sono ancora notevoli concentrazioni di lavoratori in settori quali la sanità, i trasporti, le comunicazioni, l'amministrazione e l'istruzione (e anche nel settore manifatturiero...). E abbiamo visto alcuni esempi di come i lavoratori possano superare gli svantaggi della dispersione nelle piccole imprese, ad esempio nella lotta dei lavoratori siderurgici a Vigo in Spagna nel 2006, dove assemblee di scioperanti nel centro della città hanno raggruppato lavoratori di diverse piccole fabbriche siderurgiche. Torneremo su questi problemi in un prossimo articolo. Ma ciò che è certo è che in ogni futuro sconvolgimento rivoluzionario l'autonomia di classe del proletariato richiederà una reale assimilazione dell’esperienza delle rivoluzioni precedenti, e in particolare dell'esperienza dello Stato postrivoluzionario. Possiamo dire con una certa fiducia che la critica dello Stato, sviluppata da una linea di rivoluzionari che va da Marx, Engels e Lenin a Bilan e Marc Chirik sia nella GCF che nella CCI, sarà indispensabile per la riappropriazione, da parte della classe operaia, della propria storia, e quindi all'attuazione del suo futuro comunista.
C D Ward, Agosto 2019
[1] “Dopo la seconda guerra mondiale: dibattiti su come i lavoratori eserciteranno il potere dopo la rivoluzione [100]” (in francese)
[2] Vedi in particolare: “Il comunismo (III): Gli anni '30: Il dibattito sul periodo di transizione [101]” e “Il comunismo (IV): l'ingresso dell'umanità nella sua vera storia - I problemi del periodo di transizione [102]” (in francese)
[3] Ad esempio: Sulla natura e la funzione del partito politico del proletariato [103] (Internazionalisme n°38 – ottobre 1948) Rivista Internazionale n°3
[4] Il periodo di transizione [104] (in francese). La brochure originale è esaurita, ma le copie possono essere fatte su richiesta
[5] L’evoluzione di questo gruppo, in particolare la sua apologia del terrorismo e i suoi violenti attacchi contro i compagni della CCI, lo hanno portato fuori dai confini del campo proletario. Vedi: Come il Groupe Communiste Internationaliste sputa sull'internazionalismo proletario [105]; Il GCI attacca le assemblee operaie e difende il sabotaggio sindacale della lotta [106]; A che serve il Groupe Communiste Internationaliste? [107]
[6] Uno dei più recenti convertiti a questa idea è il gruppo Perspective Internationaliste. Una risposta interessante a coloro che rifiutano la necessità del periodo di transizione è stata pubblicata nel 2014 dalla Communist Workers’ Organisation (CWO), Il periodo di transizione ed i suoi negatori [108] ( articolo del 2014 pubblicato dalla TCI)
[7] Vedere la nostra recensione di Dauvé sugli eventi in Spagna del 1936 Review of “When Insurrections Die”: modernist ideas hinder a break from anarchism [109] (in inglese)
[8] Il termine comunizzazione è valido di per sé, perché è perfettamente vero che le relazioni sociali comuniste non sono il prodotto di decreti o leggi dello Stato, ma del “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, come ha detto Marx. Ma respingiamo l'idea che questo processo possa avvenire senza che la classe operaia prenda potere.
[9] Il comunismo non è un “bell’ideale”, Vol.3 Parte 10, “Bilan, la sinistra olandese e la transizione al comunismo [110]”, Revue Internationale n°151
[10] Il periodo di transizione e i suoi negatori [108](articolo del 2014 pubblicato dalla TCI)
[11] Problemi del periodo di transizione [98] (in francese)
[12] “Lo Stato nel periodo di transizione [111]”, S e M, maggio 1977 (in francese)
[13] Le origini della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, capitolo IX.
[14] Critiche marginali all'articolo: “Il re di Prussia e la riforma sociale da un prussiano [112]” (in francese)
[15] Engels usa il termine “in linea di principio” perché continua a dire “Eccezionalmente, ci sono momenti in cui le classi in lotta sono così vicine a bilanciarsi che il potere dello Stato, come pseudo-mediatore, mantiene per un tempo una certa indipendenza da entrambi. Così, la monarchia assoluta del XVII e XVIII secolo mantenne lo stesso equilibrio tra la nobiltà e la borghesia; così, il Bonapartismo del Primo e in particolare quello del Secondo Impero francese, facendo giocare il proletariato contro la borghesia e la borghesia contro il proletariato”. Marc commenta queste eccezioni in “Le origini dello Stato e il resto”, fornendo esempi in cui, nel quadro della società di classe, la forma di Stato che generalmente corrisponde al modo di produzione dominante può essere utilizzata anche per proteggere i rapporti di produzione che riapparvero dopo una lunga assenza - l'esempio della schiavitù nel XVII e XIX secolo ne è un esempio.
[16] Leggi "Il Proletariato e lo Stato di Transizione [113]", nella serie Il comunismo non è un bellissimo ideale, è all'ordine del giorno della storia. Revue Internationale n°100 (in francese)
[17] “Dibattito: Risposta a E. [114]”
[18] “Lo Stato nel periodo di transizione [115]”, Revue Internationale n°15
[19] Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Capitolo IX.
[20] Critica alla Filosofia del diritto di Hegel [99]di Karl Marx, 1843. Nostra traduzione.
[21] Il rapporto sulla lotta di classe all'ultimo Congresso della CCI si concentra su questo tema dell'identità di classe: Formazione, perdita e riconquista dell'identità di classe proletaria. [38]
Dopo l'assassinio mirato da parte degli Stati Uniti del principale stratega militare iraniano Qaseem Soleimani, in molte capitali del mondo, soprattutto in Europa occidentale - che si esprimesse o meno un esplicito sostegno all'azione statunitense - si è parlato della necessità di evitare una "escalation" delle tensioni militari in Medio Oriente. Commentando la natura limitata della risposta iniziale dell'Iran - un attacco missilistico contro le basi aeree statunitensi in Iraq che sembrava aver causato pochi danni o perdite di vite umane - le stesse voci tiravano un sospiro di sollievo, sperando che l'Iran si fermasse.
Ma l'escalation degli scontri militari in Medio Oriente - e il particolare contributo degli Stati Uniti ad essa - ha radici più profonde e più ampie dell'attuale stallo tra l'Iran e il governo Trump. Già nel periodo della guerra fredda la regione, strategicamente vitale, era stata teatro di una serie di guerre per procura tra il blocco americano e quello russo, in particolare le guerre arabo-israeliane del 1967 e del 1973 e le "guerre civili" che hanno lacerato il Libano e l'Afghanistan o la guerra tra Iran e Iraq negli anni Ottanta. Con il crollo del blocco russo alla fine di quel decennio, gli Stati Uniti hanno cercato di imporsi come l'unica superpotenza del mondo, chiedendo che i loro ex partner del blocco occidentale si unissero alla prima guerra del "Nuovo Ordine Mondiale" di Bush Senior contro l'Iraq di Saddam nel 1991.
Ma questo Nuovo Ordine Mondiale si rivelò presto un'illusione. Invece di raggiungere una nuova stabilità globale - che sarebbe stata dominata dagli Stati Uniti, naturalmente - ogni nuova avventura militare americana non ha fatto altro che accelerare uno scivolamento nel caos: lo stato attuale dei due Paesi che gli USA hanno invaso all'inizio del nuovo secolo, Afghanistan e Iraq, lo dimostra ampiamente. Sotto Obama, gli Stati Uniti invertono la rotta in questi Paesi, e la necessità di "fare perno" verso l'Estremo Oriente per affrontare la crescente sfida della Cina ha ulteriormente sottolineato l'indebolimento della presa dell'imperialismo americano sul Medio Oriente. In Siria ha dovuto cedere sempre più terreno alla Russia di Putin, che ha ora stretto un'alleanza con la Turchia (membro della Nato) per disperdere le forze curde che prima detenevano la Siria settentrionale con l'appoggio degli Usa[1].
Tuttavia, se gli Stati Uniti si sono ritirati in Siria, non si sono affatto ritirati dalla regione. Hanno invece spostato la loro strategia verso l'indefettibile sostegno ai loro due alleati più affidabili della regione - Israele e Arabia Saudita. Con Trump gli USA hanno praticamente abbandonato ogni pretesa di fare da arbitro tra Israele e i palestinesi, sostenendo le mosse apertamente annessioniste di Netanyahu, senza alcuno scrupolo. Allo stesso modo, non si fanno scrupoli a sostenere il regime saudita che sta conducendo una guerra brutale nello Yemen e che uccide sfacciatamente i portavoce dell'opposizione come il giornalista Jamal Khashoggi, ucciso e smembrato nell'ambasciata saudita di Istanbul. E soprattutto hanno aumentato le pressioni contro il loro principale nemico nella regione, l'Iran.
L'Iran è una spina nel fianco degli Usa fin dalla cosiddetta Rivoluzione islamica, che ha rovesciato lo scià, fortemente favorevole agli Usa, nel 1979. Negli anni '80 hanno sostenuto la guerra di Saddam contro l'Iran per indebolire il nuovo regime. Ma il rovesciamento di Saddam nel 2003 ha aperto gran parte dell'Iraq all'influenza iraniana: il governo iracheno di Baghdad, dominato dagli sciiti, è strettamente allineato al regime di Teheran. Questo ha aumentato notevolmente le ambizioni imperialiste dell'Iran in tutto il Medio Oriente: ha creato una sorta di Stato all'interno di uno Stato attraverso Hezbollah in Libano ed è il principale sostegno alle forze Huthi che combattono contro l'Arabia Saudita e i suoi delegati nello Yemen. E Soleimani è stato il principale architetto dell'imperialismo iraniano in queste e altre avventure.
La decisione di Trump di procedere con l'assassinio di Soleimani non si è quindi basata su un mero capriccio di questo presidente statunitense, ma fa parte di una strategia imperialista sostenuta da una parte considerevole della borghesia statunitense - anche se il perseguimento della sua logica ha certamente acuito le divisioni all'interno dell'apparato militare/politico della classe dirigente statunitense. In particolare ha fatto arrabbiare chi ha sostenuto l'approccio più conciliante di Obama nei confronti dell'Iran, incarnato dall'accordo sul programma nucleare iraniano, uno dei primi accordi diplomatici che Trump ha abbandonato quando è diventato presidente. Questo tentativo di costruire ponti con l'Iran è stato anche l'approccio delle principali potenze europee, tra cui la Gran Bretagna, che hanno nuovamente espresso i loro dubbi sulla politica di Trump dopo l'uccisione di Soleimani.
Questi critici borghesi di Trump si sono lamentati dicendo di non riuscire a vedere l’obiettivo a lungo termine dietro l'assassinio di Soleimani, e che Trump non ha riflettuto a fondo. Continuano ad affermare il loro impegno a favore di soluzioni razionali, politiche e diplomatiche ai conflitti bellici e alle rivalità che si stanno diffondendo in tutto il mondo. Ma lo scivolamento del capitalismo nel militarismo non è il prodotto di Trump o di altri cattivi leader, ma dell'impasse storica del sistema capitalistico, e queste fazioni borghesi "responsabili" non dipendono dalla macchina militare meno di Trump e di altri populisti - l'uso della guerra dei droni in Medio Oriente e nelle regioni circostanti è cominciato con Obama.
L'amministrazione Trump parte dal riconoscimento che sia il vecchio ordine di disciplinate alleanze militari, che ha retto durante la Guerra Fredda, sia il progetto del Nuovo Ordine Mondiale post-1989, sono ugualmente morti e che la vera dinamica nel mondo dal 1989 è "ognuno per sé e il diavolo prende il più debole": questo è il vero significato dello slogan di Trump "America First". E questa, a sua volta, è l'espressione, a livello di relazioni internazionali, della decomposizione di fondo della stessa società capitalista - della fase finale del declino del capitalismo come modo di produzione, che è stato chiaramente segnalato per la prima volta dallo scoppio della prima guerra mondiale. In questo contesto, gli Stati Uniti non sono più il gendarme del mondo, ma il fattore principale dello scivolamento nel caos. Trump è solo la personificazione di questa tendenza spietata. Ecco perché “l’obiettivo a lungo termine" che si gioca dietro l'uccisione di Soleimani, indipendentemente dalle fantasie soggettive di Trump o dei suoi accoliti e sostenitori, può avere un solo risultato: l'escalation della barbarie militare, che si svolga o meno a breve o a lungo termine. E, come l'incubo in Siria dimostra chiaramente, la prima vittima di questa escalation sarà la massa della popolazione, il "danno collaterale" del militarismo. In questo senso, intenzionale o meno, l'abbattimento dell'aereo di linea ucraino su Teheran lo stesso giorno dell'attacco missilistico iraniano contro le basi aeree statunitensi dimostra il vero costo umano di questi scontri militari.
L'ala sinistra dell’apparato politico capitalista - i Democratici e i "Socialisti Democratici" negli Stati Uniti, i Corbinisti in Gran Bretagna, i Trotzkisti ovunque - hanno una loro idea quando accusano Trump o l'imperialismo statunitense di aver scatenato tensioni in Medio Oriente: che l'America o le potenze occidentali sono gli unici imperialisti, e che sono osteggiati da paesi non imperialisti o addirittura antimperialisti come la Russia, la Cina - o l'Iran. Questa è una menzogna: in quest'epoca tutti i paesi sono imperialisti, dagli Stati più grandi e influenti alle potenze più piccole e meno globali. L'Iran, non meno di Israele, ha le sue proprie pulsioni imperialiste, espresse nei suoi tentativi di usare forze vicine per diventare la potenza leader in Medio Oriente. E dietro di esse si annidano i più grandi Stati imperialisti di Russia e Cina. Al contrario, gli sfruttati dal capitale, qualunque sia lo Stato nazione che presiede al loro sfruttamento, non hanno alcun interesse a identificarsi con le avventure imperialiste della propria classe dirigente.
La sinistra, pur chiedendo la difesa delle nazioni e degli Stati nazionali cosiddetti "oppressi", pretende di stare dalla parte degli sfruttati e degli oppressi in questi Paesi, dove il lungo regno dell'economia di guerra insieme all'impatto della crisi economica mondiale - a cui si aggiunge il peso delle sanzioni statunitensi in un Paese come l'Iran[2] - ha certamente portato a un massiccio accumulo di malcontento sociale e di opposizione ai regimi esistenti in tutto il Medio Oriente. Lo hanno dimostrato le rivolte popolari in Paesi come il Libano, l'Iraq e l'Iran degli ultimi due anni. Ma se da un lato i sinistrorsi sostengono questi movimenti, dall'altro, essi minano la possibilità che in questi paesi emerga un movimento di classe indipendente, perché si rifiutano di criticare le debolezze di queste rivolte in cui si fondono interessi di classe diversi. Infatti, con il suo sostegno al "nazionalismo degli oppressi", la sinistra non può che rafforzare ulteriormente la tendenza di queste rivolte ad assumere una direzione nazionalista (come nel caso degli slogan anti-iraniani sollevati nelle proteste in Iraq, o dello sventolio della bandiera libanese come falsa soluzione alle divisioni settarie in Libano). E ora che i regimi in Iran e in Iraq, per il momento, stanno cercando di deviare il malcontento nei confronti del regime verso una campagna isterica di unità nazionale antiamericana, la sinistra, facendo eco agli slogan anti-americani, si rivela un’alleata dello sforzo bellico degli ayatollah. Ed è una delle ironie della situazione che l'assassinio statunitense di Soleimani permetta al regime di Teheran di utilizzare queste campagne per rafforzare la sua credibilità come difensore degli "interessi nazionali" iraniani.
Eppure, nonostante le immagini ben pubblicizzate di centinaia di migliaia di persone nelle strade che piangono per Soleimani, dubitiamo che gli sfruttati e gli oppressi dell'Iran e dell'Iraq siano stati interamente implicati: in fondo si tratta di quello stesso Soleimani le cui forze speciali sono state in prima linea nella repressione spietata delle proteste contro il regime, che ha lasciato centinaia di cadaveri nelle strade. Le manifestazioni rabbiose antigovernative scoppiate in Iran subito dopo che le autorità hanno ammesso di aver abbattuto l'aereo di linea ucraino dimostrano che la "Sacra Unione" promossa dal regime dopo l'uccisione di Soleimani non ha una vera solidità.
La classe operaia iraniana ha intrapreso negli ultimi due anni lotte coraggiose, rivelando ancora una volta di avere il potenziale - come abbiamo visto in certi momenti del 1978-79 - di fornire una leadership alla massa della popolazione, di integrare il suo malcontento in un movimento autenticamente proletario.
Ma perché ciò avvenga, i lavoratori dell'Iran, dell'Iraq e di altri Paesi in prima linea nel conflitto imperialista dovranno sviluppare la capacità di evitare tutte le trappole poste sul loro cammino, sia sotto forma di nazionalismo che di illusioni nella superiorità della "democrazia occidentale". E non potranno fare questo vitale passo avanti senza la solidarietà attiva della classe operaia internazionale, soprattutto nei Paesi centrali del sistema. Le attuali lotte della classe operaia in Francia indicano che questa non è una speranza disperata.
Contro l'escalation della barbarie militare, l'unica via d'uscita per l'umanità è l'escalation della lotta di classe internazionale contro il capitale, le sue rivalità nazionali, la sua repressione e le sue guerre.
Amos, 12.1.2020
[1] Il "cambio di casacca" della Turchia di Erdogan funziona comunque in tutti e due i sensi, come la maggior parte delle alleanze in questo periodo: in Medio Oriente, si è schierata verso la Russia contro gli Stati Uniti, ma in Libia, ha inviato truppe a sostegno del governo di accordo nazionale riconosciuto dall'ONU, contro le forze sotto Khalifa Haftar, che sono sostenute dalla Russia...
[2] Ricordiamo anche che lo stesso Trump che ipocritamente dichiara il suo sostegno alle proteste della popolazione iraniana contro la povertà e la disoccupazione minaccia ora di rendere ancora più disperate le loro condizioni di vita infliggendo all'Iran sanzioni economiche ancora più penalizzanti. Non meno ipocrita è la pretesa di Trump di sostenere le proteste che hanno fatto seguito all'abbattimento della compagnia aerea, un tentativo di strumentalizzare l'errore dell'Iran e di diffondere illusioni sugli scrupoli morali delle potenze occidentali
Mentre il mondo è alle prese con la pandemia Covid-19, la CCI il 26 marzo 2020 ha dovuto affrontare anche la dolorosa prova della morte del nostro compagno Kishan. È stata una grande perdita per la CCI e la sua sezione in India, e ci mancherà moltissimo. Kishan ha contribuito notevolmente alla vita della CCI ed è stato un compagno di immensa combattività fino al suo ultimo respiro.
Kishan è nato nel 1939 in un remoto villaggio del Bengala occidentale, in India. Entra all'università negli anni '60, prima che la classe operaia facesse la sua apparizione nello sciopero di nove milioni di lavoratori in Francia nel 1968, seguito dall'autunno caldo in Italia nel 1969, dalle lotte operaie polacche nel 1970, segnando così la fine del periodo della controrivoluzione. Il periodo degli anni Sessanta è stato segnato da numerose proteste nelle università di tutto il mondo, soprattutto contro la guerra del Vietnam e il razzismo. I giovani che hanno preso parte a questi movimenti erano sinceri nel loro desiderio di cambiamento “rivoluzionario” ma hanno agito principalmente su terreno piccolo-borghese con l'illusione di poter “cambiare le cose subito”. Tuttavia, sia prima che dopo il 1968, c'erano organizzazioni gauchiste, cioè organizzazioni borghesi dell'estrema sinistra del capitale, pronte ad ingannare i giovani e ad ostacolare il loro interesse per le posizioni della classe operaia. Queste erano le condizioni globali che hanno permesso a Kishan di essere coinvolto nel movimento naxalita[1].
Dal 1963 al 1965 ha conseguito un master in fisica presso l'Università del Bengala settentrionale. Ha conseguito un master con il massimo dei voti e la lode. Allora studente del terzo ciclo di laurea, faceva parte di una giovane generazione sedotta dal movimento naxalita. A poco a poco, il termine naxalismo divenne sinonimo di maoismo. Da giovane studente, Kishan si gettò anima e corpo nel movimento, lasciando da parte i suoi studi e finendo in galera per le sue attività. Dopo otto anni di prigione, è stato rilasciato nel 1978. Le indicibili torture subite in carcere lo hanno toccato fino alla fine della sua vita. Chiuso in una cella stretta e cibo insufficiente, a volte non commestibile, Kishan ha contratto la tubercolosi e questa infezione dei polmoni lo ha accompagnato fino all'ultimo giorno della sua vita. Durante il periodo di detenzione ha letto in particolare Marx e questo lo ha aiutato a rimanere aperto al dibattito sulle idee marxiste della Sinistra comunista una volta incontrate.
Kishan è stato uno dei pochi che, accalappiato dal maoismo, una forma particolarmente subdola dell'ideologia borghese di sinistra, è stato in grado di staccarsene completamente e dedicare la sua vita al proletariato abbracciando le tradizioni della Sinistra comunista. Una tale rottura ha richiesto inevitabilmente un chiarimento attraverso un lungo e paziente lavoro di discussione con la CCI durante gli anni '80 e '90. Nel 1989, la formazione del nucleo della CCI in India ha stimolato questa dinamica di chiarificazione. Quando Kishan entra in contatto con la CCI, scopre la vera storia della Sinistra comunista. È rimasto sorpreso quando si è reso conto, grazie all'elaborazione teorica della CCI, che il maoismo non è altro che un'altra forma di ideologia borghese, una corrente politica controrivoluzionaria.
“Il maoismo non ha niente a che fare con la lotta, né con la coscienza, né con le organizzazioni rivoluzionarie della classe operaia. Non ha nulla a che fare con il marxismo, non ne è né una parte né una tendenza, né uno sviluppo della teoria rivoluzionaria del proletariato. Al contrario, il maoismo è solo una grossolana falsificazione del marxismo, la sua unica funzione è seppellire tutti i principi rivoluzionari, oscurare la coscienza di classe del proletariato e sostituirla con l'ideologia nazionalista più stupida e ottusa. In quanto "teoria", il maoismo è solo una delle forme miserabili che la borghesia ha potuto adottare nel suo periodo di decadenza, durante la controrivoluzione e la guerra imperialista”[2]. Queste spiegazioni della CCI sul maoismo hanno avuto un impatto considerevole sul compagno Kishan. La capacità politica di criticare completamente il suo passato è stata essenziale perché Kishan diventasse un militante di una vera organizzazione rivoluzionaria.
Il Partito Comunista dell'India è stato istituito nel 1925, quando l'Internazionale comunista stava già degenerando e le più importanti lotte dell'ondata rivoluzionaria erano state sconfitte, in particolare le rivoluzioni russa e tedesca. La volontà del Partito Comunista in India era quella di diventare un movimento anticoloniale, anti-britannico, legato a molti altri movimenti nazionalisti. Il nazionalismo e il patriottismo hanno avuto un grande impatto sul Partito Comunista in India. La classe operaia in India soffre della mancanza di tradizione e continuità dalla Sinistra comunista. Ciò sottolinea l'importante responsabilità della CCI in India per far conoscere l’eredità storica della Sinistra comunista.
Percorrendo la strada dello studio approfondito e della discussione permanente, Kishan è diventato gradualmente un militante della CCI. La sua lealtà alla CCI e alla lotta internazionale del proletariato lo ha reso un vero proletario internazionalista. Ha sempre difeso le posizioni della CCI con immensa dedizione. Era determinato a partecipare ai dibattiti della CCI a livello internazionale e nella nostra sezione in India attraverso i suoi frequenti contributi. Il compagno Kishan ha messo il suo ardore al servizio della CCI in diversi modi. Ha viaggiato in tutto il paese per trovare nuove librerie in cui vendere la stampa della CCI. Ha partecipato a circoli di discussione e riunioni pubbliche tutte le volte che ne aveva possibilità. Ha svolto un ruolo notevole nell'aumentare il numero di abbonati alla nostra stampa. Ha preso parte e ha svolto un ruolo molto attivo in vari congressi internazionali della CCI e nelle conferenze locali della nostra sezione indiana. I suoi preziosi e ponderati contributi sono stati un apporto al processo di chiarificazione politica. La sua forza più grande è stata quella di difendere la nostra organizzazione da tutti gli attacchi e le calunnie di cui era oggetto.
Il compagno Kishan ha avuto la capacità di superare gli innumerevoli pericoli della vita. La sua ferma convinzione nella politica della CCI e il suo carattere ottimista lo hanno aiutato a resistere nelle situazioni politiche più difficili. È difficile rendere in un testo così breve il giusto omaggio al contributo di Kishan alla lotta politica per l'emancipazione della classe operaia.
Vorremmo anche aggiungere che Kishan era molto ospitale. Molti compagni della CCI, di altri paesi o della stessa India, hanno potuto conoscere la sua generosa ospitalità. Inviamo i nostri saluti rivoluzionari e la nostra solidarietà alla sua famiglia. La CCI porta a sua figlia e a sua moglie tutta la sua simpatia e la sua solidarietà.
CCI, ottobre 2020
[1] Movimento di influenza maoista che si radica nelle campagne del Bengala occidentale. Il suo nome deriva da Naxalbari, un villaggio della regione
[2] Maoism: a monstrous offspring of decadent capitalism [119], sul nostro sito.
Un simpatizzante della CCI fa un appello alle organizzazioni del campo proletario affinché si assumano le proprie responsabilità per far fronte alle pericolose manovre di un avventuriero.
Vorrei esprimere il mio pieno sostegno al testo su Gaizka pubblicato dalla CCI[1]. Innanzitutto, va sottolineato che la CCI non ha pubblicato l'articolo su Gaizka per attaccarlo (il suo vero nome è stato accuratamente omesso) ma per identificare un elemento opportunistico e avventuriero che è in grado di confondere il campo politico proletario (ndr, in seguito indicato come milieu). Più in generale, il documento della CCI tende a mettere in luce la debolezza programmatica e organizzativa di questo milieu, espressa dall'accettazione di Nuevo Curso (NC) al suo interno. L'ultimo articolo, insieme a quello sulla storia della cosiddetta "Sinistra Comunista Spagnola"[2], rivela la natura fraudolenta della politica di Nuevo Curso. Le sue aperture al trotskismo storico sono state giustamente criticate in quanto contrarie alle posizioni programmatiche della Sinistra Comunista. Allora perché pubblicare un articolo sull’elemento motore in Nuevo Curso? L'esistenza di NC dimostra quanto sia facile essere sedotti da elementi avventurieri. Nello scritto che segue voglio evidenziare alcune questioni che l'ascesa di Gaizka pone per il campo proletario.
Il mio obiettivo non è quello di ripetere ciò che è già stato confermato riguardo alla natura di questo particolare elemento in Spagna. Ma mi sembra che la natura di questi avventurieri debba essere compresa in una prospettiva storica. La storia del proletariato e la storia delle sue organizzazioni politiche è stata macchiata dalla comparsa di "grandi leader" che hanno cercato di usare questi movimenti per la propria gloria personale. Uno degli esempi principali è stato Lassale, ma ce ne sono stati altri. L'avventurismo, però, deve trovare terreno fertile per poter covare. Dobbiamo considerare le ragioni per cui alcuni elementi sparsi e debolmente politicizzati sono in grado di creare un altro gruppuscolo che rivendica di essere della "Sinistra Comunista" che può altrettanto facilmente riunirsi sotto la guida di qualsiasi altro gruppo appartenente all'ambiente proletario. E perché altri gruppi sono inclini ad accettare l'esistenza di tendenze che sono chiaramente in contraddizione con il loro stesso programma?
Storicamente, come hanno dimostrato i testi pubblicati dalla CCI sull'avventurismo, la predominanza di elementi avventurieri si basa soprattutto sulla debolezza del campo proletario in un determinato momento storico. Ciò non significa che le organizzazioni siano incapaci di agire in un momento storico difficile per i comunisti, ma è necessaria una forte solidità organizzativa e teorica per poter andare controcorrente.
In altre parole, è imperativo che il milieu sia in grado di far fronte a un attacco ai principi teorici. Dovrebbe esserci una riflessione globale sul perché e sul come siamo attualmente perseguitati da elementi che cercano di allontanarsi dalla tradizione della Sinistra Comunista. Nel complesso, il problema sembra risiedere nella debolezza del milieu. Ma prima di andare oltre su questo argomento, sarebbe interessante capire come una nuova organizzazione può legittimamente diventare parte integrante del milieu. Così facendo, difendiamo il concetto di campo politico proletario, proprio perché ci permette di non mettere in dubbio il nostro patrimonio ogni volta che appare un nuovo gruppo e perché definisce ciò che può essere legittimamente mantenuto per essere considerato "comunista". D'altra parte, questo ci permette di escludere quello che, sulla base dell'esperienza storica, non potrà mai essere una posizione della classe operaia.
Nonostante ciò è possibile far parte dell'ambiente proletario con nuove idee e unirsi ad esso sia come nuovo gruppo, sia all'interno di gruppi già esistenti, con posizioni che sembrano contrastare l'opinione comune. Infatti, è proprio la dura lotta contro il dogma della Seconda Internazionale che ha permesso alle Frazioni di Sinistra di rompere su basi chiare con la vecchia organizzazione e la tenuta del nucleo proletario. Tuttavia, non ci può essere teoria che non si sviluppi senza il confronto con la realtà o attraverso il dibattito con altri gruppi politici esistenti. E non possiamo ignorare ciò che è già stato più volte dimostrato dalla storia, per esempio il ruolo reazionario dei sindacati. Per noi comunisti non è possibile scoprire l’acqua calda: al momento attuale, data la fragilità della nostra corrente politica e la distribuzione demografica dei nostri militanti e, soprattutto, il difficile momento politico in cui ci troviamo (con frontiere, populismo, politiche di colpevolizzazione, ecc.), ogni germe di dubbio politico sui principi fondamentali è quasi suicida. Nella difesa del milieu e dei punti di consenso (non riconosciuti) che esso rappresenta, sarebbe del tutto impensabile che un gruppo rappresenti sia un'organizzazione comunista sia un'organizzazione borghese.
È chiaro che è impossibile vivere e lavorare sotto il capitalismo senza esserne influenzati, ma c'è una notevole differenza tra questo e il fatto di lavorare come consigliere per una personalità politica sostenendo attivamente un partito borghese e la sua ideologia. Se una tale doppia rappresentanza della causa borghese e comunista venisse accettata, si oscurerebbe il significato del comunismo e si offuscherebbe il cammino verso il quale la classe operaia deve dirigere la sua attenzione.
Come già detto, la rottura è necessaria. Nessuna di queste due condizioni, per quanto elementari, è stata garantita dalla figura dominante di Nuevo Curso. Non è stata fornita alcuna spiegazione delle oscillazioni politiche di Gaizka, e la sua organizzazione non ha neppure definito le sue differenze rispetto ad altri gruppi. E, va notato, non ha neanche fornito una vera e propria difesa dell'esistenza della cosiddetta Sinistra Spagnola. La chiarezza della teoria comunista deve essere garantita attraverso il dibattito, sviluppando apertamente un insieme di posizioni condivise che definiscono la politica comunista. Purtroppo, il campo politico proletario sembra incapace di farlo.
Questo ci mette in una posizione politica particolarmente difficile, in cui elementi avventurieri sono in grado di crescere senza inibizioni e di acquisire una legittimità immeritata. Sarebbe ridicolo negare la possibilità di legittime differenze sui punti programmatici tra i gruppi comunisti. Ma è di vitale importanza non lasciare le porte aperte alle manovre degli avventurieri e alle posizioni gauchiste, cosa che non sembra scontata se si lascia entrare senza ostacoli elementi come Nuevo Curso. I gruppi parassiti, come il cosiddetto Groupe International de la Gauche Communiste (GIGC), continueranno senza dubbio a difendere l'esatto opposto della posizione della CCI, accogliendo con favore la comparsa di una nuova corrente, tra le altre, nella misura in cui questa serve al loro obiettivo di far implodere il milieu per i propri scopi, che sono quelli di liquidare la teoria e l'organizzazione. Questo dimostra ulteriormente il loro obiettivo finale e l'odio di fondo per il chiarimento, il loro amore per la "scelta", cioè la democrazia, e la loro incapacità di impegnarsi in discussioni senza considerare le loro opinioni come loro proprietà personale. Questo errore li porta a distorcere le attuali critiche a Nuevo Curso equiparandole alla diffamazione, e poiché questo è il loro stesso modus operandi, non sono effettivamente in grado di vedere le cose sotto un'altra prospettiva.
Non possiamo contestare il fatto che nuove argomentazioni o teorie riesaminate potrebbero non essere valide nel dibattito politico tra i gruppi. Il richiamo a una cosiddetta "Sinistra Spagnola" è al tempo stesso la conseguenza e il sintomo di un rifiuto a discutere all'interno del campo proletario, cioè a delineare ciò che dovrebbe legittimamente rimanere valido, e questo è, quindi, un ostacolo alla capacità del milieu di portare avanti una piattaforma comune. La creazione di una nuova tradizione comunista equivale a schivare il dibattito ed è espressione della natura fondamentalmente parassitaria di questo gruppo. Dobbiamo quindi chiederci: cosa ha fatto il milieu finora? In generale, ha accettato l'esistenza di elementi nuovi e ha fallito nell’ingaggiarsi in una critica partendo dalle proprie posizioni. I testi tradotti da Nuevo Curso sono presentati da altri gruppi con pochi o nessun commento sulle sue deviazioni politiche. A quanto pare, per alcuni elementi del milieu, la riverenza verso il "miracolo" dell'emergere di nuovi elementi li porta ad adottare un atteggiamento quasi devoto nei confronti di ogni nuovo elemento che appare.
Il periodo sembra ingannare la maggior parte dei gruppi politici attuali. Alcuni giovani elementi, autonomamente arrivati alle posizioni comuniste, tendono a credere che il partito sarà fondato in un futuro (molto) prossimo. L'errore fondamentale è pensare che se anche riuscissimo a raggruppare la Sinistra Comunista in un'unica organizzazione, questa diventerebbe immediatamente il "partito".
Questo non potrebbe essere un partito perché al momento non avrebbe alcun impatto sulla classe operaia: sarebbe solo l'ennesimo partito, impossibile da distinguere da tutti gli altri piccoli partiti gauchiste dai contenuti vuoti. Sarebbe assurdo "unirsi" solo per il gusto di unirsi. Al contrario, ciò che serve al momento è una forte discussione teorica affinché in futuro sia possibile una tale raggruppamento su solide basi organizzative e teoriche.
Saluto il lavoro svolto dalla CCI per individuare da un punto di vista teorico le radici di Nuevo Curso e per precisare come un avventuriero come Gaizka sia riuscito, sotto le spoglie di una "nuova teoria", a coinvolgere degli elementi ricerca nella palude tra comunismo e gauchismo. Posso solo sperare con tutto il cuore che il milieu sia in grado di superare le sue debolezze, in modo da poter ricominciare i dibattiti indispensabili per avviare quel processo di necessario consolidamento delle posizioni programmatiche, e di conseguenza, per escludere quegli elementi che non si avvicinano fattivamente a queste posizioni.
Merwe, 10-07-2020
I media oggi regalano immagini degli orrori del regime di Bashar al-Assad (come quelli della sinistra prigione di Saydnaya), mentre si rallegrano dei festeggiamenti della popolazione per la “fine dell'incubo”. Ma il sollievo dopo la fine di questo regime di terrore è solo una vana illusione. La verità è che la popolazione (sia in Siria che nel resto del mondo) è vittima di un nuovo e criminale inganno, di una nuova dimostrazione dell’ipocrisia fraudolenta della classe dominante: far credere che il terrore, la guerra e la miseria fossero solo responsabilità di Assad, un “pazzo” che doveva essere fermato per ristabilire la pace e la stabilità
In realtà, tutti gli imperialismi, dalle più piccole potenze della regione alle grandi potenze mondiali, si sono spudoratamente adeguati alle atrocità di quel regime: non dimentichiamo come Obama, “Premio Nobel per la Pace”, ha guardato dall’altra parte, nel 2013, quando Bashar Al Assad bombardava o usava gas tossici contro la sua popolazione; o quante potenze “democratiche”, che oggi accolgono con favore la “caduta del tiranno”, sono state accolte dalla famiglia Assad per decenni, o addirittura ne sono state complici palesi, per difendere i loro sordidi interessi nella regione. Queste stesse grandi “democrazie” mentono ancora una volta spudoratamente quando cercano di rendere credibili i nuovi leader del paese, definiti solo pochi anni fa “terroristi”: questi “moderati”, capaci di trovare una soluzione “pacifica”, non sono altro che un branco di islamisti e tagliagole provenienti dalle file di Al Qaeda o di Daesh.
L’inesorabile caos che ci attende
Un anno fa, quando è scoppiato il conflitto a Gaza, abbiamo distribuito un volantino in cui denunciavamo la diffusione della barbarie che questi massacri stavano già preparando: “Sia l'attacco di Hamas che la risposta di Israele hanno una cosa in comune: la politica della terra bruciata. Il massacro terroristico di ieri e gli attentati a tappeto di oggi non possono portare a una vittoria reale e duratura. Questa guerra sta facendo precipitare il Medio Oriente in un periodo di destabilizzazione e scontri. Se Israele continua a radere al suolo Gaza e a seppellire i suoi abitanti sotto le macerie, c’è il rischio che la Cisgiordania vada a fuoco, che Hezbollah trascini il Libano in guerra, che l'Iran finisca per interferire troppo(...) Se la competizione economica e bellica tra Cina e Stati Uniti è sempre più brutale e oppressiva, le altre nazioni non si piegano agli ordini di nessuno di questi due colossi, ma fanno la loro parte, nel disordine, nell’imprevedibilità e nella cacofonia. La Russia ha attaccato l’Ucraina contro il parere della Cina. Israele sta schiacciando Gaza contro il parere americano. Questi due conflitti incarnano il pericolo che minaccia la morte di tutta l’umanità: il moltiplicarsi delle guerre il cui unico scopo è quello di destabilizzare o distruggere l’avversario; una catena infinita di abusi irrazionali e nichilisti; ognuno per sé, sinonimo di caos incontrollabile.”[1] (Volantino internazionale, 7 novembre 2023)
L'offensiva lampo dei jihadisti e, dietro di loro, di forze diverse come l'HTS e l'esercito nazionale siriano (SNA) ha approfittato del crescente caos nella regione: Assad e il suo regime corrotto erano appesi a un filo poiché l’esercito russo, impantanato in Ucraina, non era più in grado di sostenerlo ed Hezbollah, invischiato nella sua guerra con Israele, aveva abbandonato le sue posizioni in Siria. Nel caos della barbarie in corso in Siria, questa coalizione di milizie eterogenee è stata in grado di entrare a Damasco senza incontrare molta resistenza. Ciò a cui stiamo assistendo oggi in Siria, come ieri in Libano e in Ucraina, è il diffondersi e l’amplificarsi di queste guerre di terra bruciata in cui nessuno degli avversari ottiene una posizione solida, un’influenza duratura o un’alleanza stabile, ma al contrario alimenta un’inesorabile corsa a capofitto nel caos.
Chi può affermare di aver ottenuto una solida vittoria? Il nuovo regime siriano sta già affrontando una situazione di frammentazione e lacerazione che ricorda la Libia post-Gheddafi. La caduta del regime di Assad è anche una grave battuta d'arresto per l’Iran, che perde un prezioso alleato mentre Hamas e Hezbollah vengono dissanguati, ma anche per la Russia, che potrebbe veder scomparire le sue preziose basi militari sul Mediterraneo e contemporaneamente la sua credibilità nella difesa dei suoi alleati... Anche coloro che, come Israele o gli Stati Uniti, potrebbero rallegrarsi dell’arrivo di nuovi padroni più concilianti a Damasco, hanno una fiducia più che relativa, come dimostrano i bombardamenti israeliani per distruggere gli arsenali e impedire che cadano nelle mani del nuovo regime. La Turchia, che sembra essere il principale beneficiario della caduta di Assad, sa anche che dovrà affrontare un maggiore sostegno degli Stati Uniti ai curdi e una situazione ancora più caotica ai suoi confini. La “caduta del tiranno” non promette altro che altra guerra e caos!
La decomposizione capitalista sta trascinando l'umanità verso la barbarie e la distruzione.
Se il caos, il terrore e i massacri sono effettivamente opera dei governanti di questo mondo, della borghesia, sia autoritaria che democratica, sono soprattutto il risultato della logica del capitalismo decadente. Il capitalismo è la competizione di tutti contro tutti, è saccheggio e guerra! Il fatto che questa guerra si stia estendendo a un numero sempre maggiore di regioni del pianeta, che stia causando devastazioni insensate e massacri di massa, è un'espressione dell’impasse storica in cui si trova il sistema capitalista. In occasione della guerra a Gaza, abbiamo scritto: “Qualunque misura venga adottata, la dinamica della destabilizzazione è inevitabile. Si tratta fondamentalmente di un altro passo significativo nell’accelerazione del caos globale [...] Questa tendenza all’irrazionalità strategica, alla miopia, all’instabilità delle alleanze ed al ciascuno per sé non è una politica arbitraria di questo o quello Stato, né il prodotto della semplice stupidità di questa o quella fazione borghese al potere. È una conseguenza delle condizioni storiche, quelle della decomposizione del capitalismo, che tutti gli Stati stanno vivendo. Con lo scoppio della guerra in Ucraina, questa tendenza storica e il peso del militarismo nella società si sono aggravati profondamente. La guerra di Gaza conferma fino a che punto la guerra imperialista è ora il principale fattore destabilizzante della società capitalista. Prodotto delle contraddizioni del capitalismo, il soffio della guerra alimenta a sua volta il fuoco di queste stesse contraddizioni, aumentando, sotto il peso del militarismo, la crisi economica, il disastro ambientale, lo smembramento della società”[2]. Questa dinamica tende a far marcire ogni parte della società, a indebolire ogni nazione, a cominciare dalla più importante: gli Stati Uniti.
Come conseguenza di questa decomposizione della società capitalista, abbiamo assistito all’emergere di fenomeni come gli esodi di massa dei rifugiati, come quello innescato dalla guerra in Siria nel 2015 con quasi 15 milioni di sfollati (7 milioni nella stessa Siria, 3 milioni in Turchia, circa 1 milione tra Germania e Svezia). Abbiamo denunciato allora [3] che l’ipocrita “I profughi sono benvenuti” della borghesia non significava una riconversione degli sfruttatori alla solidarietà, ma piuttosto un tentativo di contenere le esplosioni del caos approfittando della manodopera a basso costo. Questi stessi benefattori stanno ora spingendo i rifugiati a tornare nell’inferno che resta in Siria, perché “il regime oppressivo non esiste più” e “il Paese si sta muovendo verso il ripristino della normalità democratica”. Il disgustoso cinismo di queste “democrazie” che mettono in pratica le politiche propugnate dai partiti populisti e dall’estrema destra da cui pretendono di prendere le distanze. L’alternativa alla distruzione dell’umanità che implica la sopravvivenza del capitalismo è la solidarietà internazionale di classe, una solidarietà di lotta, di guerra contro il capitalismo mondiale.
Valerio, 13 dicembre 2024
(versione emendata il 24 dicembre 2024. Ringraziamo Internationalist Voice per le precisazioni suggerite).
[2] «Spirale d'atrocità nel Medio Oriente: la terrificante realtà della decomposizione del capitalismo», International Review n°171, in inglese (gennaio 2024).
“È così che i risultati elettorali vengono contesi in una repubblica delle banane”. Questa dichiarazione ha fatto seguito all'invasione del Campidoglio del 5 gennaio da parte di diverse centinaia di partigiani di Donald Trump, venuti a interrompere la proclamazione della vittoria di Joe Biden. Si potrebbe pensare che un giudizio così severo sulla situazione politica degli Stati Uniti possa provenire da qualcuno visceralmente ostile all’America, o da un americano “di sinistra”. Niente affatto: è stato l’ex presidente George W. Bush, membro dello stesso partito di Trump. Questo ci dice molto sulla gravità di quello che è successo a Washington quel giorno. Qualche ora prima, davanti alla Casa Bianca, il presidente sconfitto, come un demagogo del terzo mondo, aveva riscaldato i suoi sostenitori affermando “Non ci arrenderemo mai. Non ve lo concederemo mai... non vi riprenderete mai il nostro Paese con la debolezza... So che tutti voi qui presto marcerete verso il Campidoglio per far sentire la vostra voce in modo pacifico e patriottico”.
In seguito a questo sottile e velato richiamo alla rivolta, la folla furiosa, guidata da bande semi-fasciste trumpiste come i Proud Boys, non ha dovuto far altro che camminare lungo il National Mall verso il Campidoglio e attaccare l’edificio, sorvegliato da una forza di sicurezza che è stata totalmente travolta. Come mai i cordoni di poliziotti, il cui compito era quello di sorvegliare l'accesso al Campidoglio, hanno permesso agli aggressori di superarli quando la forza impressionante messa davanti allo stesso edificio durante le dimostrazioni di Black Lives Matter è stata in grado di evitare qualsiasi perdita di controllo? Immagini così impressionanti possono solo alimentare l’ipotesi che l’assalto a questo emblema della democrazia americana sia stato un “11 settembre politico”.
Di fronte a questo caos, le forze sono state comunque dispiegate piuttosto rapidamente: sono state inviate truppe antisommossa e la Guardia Nazionale, un dimostrante è stato ucciso e altri tre sono morti, è stato imposto il coprifuoco mentre l'esercito pattugliava le strade di Washington. Queste immagini sorprendenti assomigliavano davvero alle notti post-elettorali nelle “repubbliche delle banane” del terzo mondo, lacerate da sanguinose rivalità tra cricche mafiose. Ma questi eventi, che hanno fatto notizia in tutto il mondo, non sono stati opera di qualche megalomane generale dell’esercito. Si sono svolti nel Paese più potente del pianeta, nella “più grande democrazia del mondo”.
La prima potenza mondiale al centro di un caos crescente
La “profanazione del tempio della democrazia americana” da parte di una folla composta da suprematisti bianchi armati di bastoni per selfie, da milizie armate di fanatici, da un teorico della cospirazione che indossava un elmo di pelliccia con le corna, è una flagrante espressione della crescente violenza e dell’irrazionalità che infetta la società americana. Le fratture nel suo apparato politico, l'esplosione del populismo dopo l'elezione di Trump, sono un’eloquente dimostrazione del fatto che la società capitalista sta marcendo. Infatti, come abbiamo sostenuto dalla fine degli anni Ottanta[1], il sistema capitalista, entrato nel suo periodo di decadenza con la I Guerra Mondiale, negli ultimi decenni sta sprofondando nella fase finale di questa decadenza, la fase della decomposizione. La dimostrazione più spettacolare di questa situazione è stata il crollo del blocco dell’est nel 1989. Questo grande evento non è stato semplicemente un’indicazione della fragilità dei regimi che governavano i Paesi di questo blocco. Ha espresso un processo storico che ha interessato l'intero sistema capitalistico globale e che da allora è andato sempre peggio. Finora gli Stati più potenti erano riusciti a spingere gli effetti più evidenti di questo processo verso i paesi già molto deboli della “periferia”: folle inferocite che fungono da carne da cannone per gli interessi di questa o quella cricca borghese, violenza estrema quotidiana, la povertà più nera visibile ad ogni angolo di strada, la destabilizzazione degli Stati e di intere regioni... tutto questo sembrava essere quello che accadeva solo nelle “repubbliche delle banane”.
Ma da alcuni anni questa tendenza generale colpisce sempre più esplicitamente i paesi "centrali". Certo, non tutti gli Stati sono stati colpiti allo stesso modo, ma è chiaro che la decomposizione colpisce ora i Paesi più potenti: il moltiplicarsi di attacchi terroristici in Europa, le vittorie a sorpresa di individui irresponsabili come Trump o Boris Johnson, l'esplosione di ideologie irrazionali e, soprattutto, la risposta disastrosa alla pandemia del Coronavirus che di per sé esprime un'accelerazione della decomposizione senza precedenti. Tutto il mondo capitalista, comprese le sue parti più "civili", sta evolvendo inesorabilmente verso la barbarie e convulsioni sempre più acute.
Se oggi, tra i paesi più sviluppati, gli Stati Uniti sono i più colpiti da questa putrefazione, questa rappresenta anche uno dei principali fattori di instabilità. L’incapacità della borghesia americana di impedire a un clown miliardario nutrito di Reality TV di accedere alla presidenza ha già mostrato il crescente caos dell’apparato politico statunitense. Durante il suo mandato, Trump non ha smesso di aggravare le divisioni nella società americana, in particolare quelle razziali, e di alimentare il caos in tutto il pianeta, attraverso ogni tipo di dichiarazioni pungenti e di accordi nebulosi presentati con orgoglio come sottili manovre di un abile uomo d'affari. Ricordiamo il suo scontro con il comando militare americano che gli ha impedito, all’ultimo minuto, di bombardare l’Iran, o il suo “storico incontro” con Kim Jong-un che solo poche settimane prima aveva soprannominato “Rocket Man”.
Dopo lo scoppio della pandemia da Covid-19, dopo decenni di crisi dei sistemi sanitari, tutti gli Stati hanno dato prova di una negligenza criminale. Ma anche in questo caso lo Stato americano guidato da Donald Trump è stato in prima linea nel disastro, sia a livello nazionale, con un numero record di morti[2], sia a livello internazionale, attraverso la destabilizzazione di un’istituzione di cooperazione mondiale come l'Organizzazione mondiale della sanità.
L'assalto al Campidoglio da parte di bande di fanatici trumpisti fa pienamente parte di questa esplosione di caos a tutti i livelli della società. E’ stata un’espressione della crescita di conflitti totalmente irrazionali e violenti tra diverse parti della popolazione (bianchi contro neri, persone contro élite, uomini contro donne, gay contro eterosessuali, etc.) - la cui caricatura è rappresentata dalle milizie razziste pesantemente armate e dai teorici deliranti della cospirazione.
Ma queste “fratture” sono soprattutto il riflesso di scontri aperti tra cricche della borghesia americana: i populisti intorno a Trump da un lato, quelli con una maggiore preoccupazione per gli interessi a lungo termine del capitale nazionale americano dall’altro. All'interno del Partito democratico, insieme a elementi del Partito repubblicano, negli ingranaggi dello Stato e dell’esercito, nei grandi mezzi di informazione o nelle cerimonie hollywoodiane, le campagne di opposizione contro le gesticolazioni del presidente populista sono state costanti e talvolta molto virulente.
Questi scontri tra diversi settori della borghesia non sono una novità. Ma in una “democrazia” come quella statunitense, e contrariamente a quanto avviene nei Paesi del terzo mondo, essi avvengono normalmente nel quadro delle istituzioni, con un certo “rispetto dell’ordine”. Il fatto che stiano ora assumendo questa forma violenta in un Paese “modello di democrazia” testimonia lo spettacolare aggravamento del caos all’interno dell’apparato politico della classe dirigente, e questo segna un passo significativo nello scivolamento del capitalismo verso la decomposizione.
Aizzando la sua base di fan, Trump ha superato una nuova linea nella sua politica della “terra bruciata” che ha fatto seguito alla sconfitta alle elezioni presidenziali, che ancora si rifiuta di riconoscere. Il suo attacco contro il Campidoglio, simbolo legislativo della democrazia americana, ha aperto un abisso all’interno del Partito Repubblicano con la sua ala più “moderata” che non ha altra scelta che denunciare questo “colpo di Stato” contro la democrazia e prendere le distanze da Trump per salvare il partito di Abramo Lincoln. Per quanto riguarda i democratici, questi hanno alzato la posta in gioco facendo una grossa sceneggiata e gridando contro il comportamento criminale di Trump.
Per cercare di restituire l’immagine dell’America di fronte a una borghesia mondiale sconvolta, per contenere l’esplosione del caos nella “Terra della Libertà”, Joe Biden e la sua cricca si sono subito lanciati in una lotta a morte contro Trump, denunciando le sue azioni irresponsabili e chiedendo la sua destituzione dal potere anche nel breve periodo che precede l’insediamento del nuovo presidente.
La successione di dimissioni di ministri repubblicani, gli appelli per le dimissioni o per l’impeachment di Trump, così come gli inviti al Pentagono di sorvegliare da vicino il Presidente e di assicurarsi che non prema il bottone nucleare, sono testimoni di una volontà di eliminarlo dal gioco politico. Il giorno dopo l’attacco al Campidoglio, la crisi politica si è espressa col fatto che una metà della base elettorale di Trump lo ha rinnegato, mentre l’altra metà continua a sostenere e giustificare l’attacco. La carriera politica di Trump sembra essere seriamente compromessa. In particolare, si stanno prendendo misure per garantire che non possa essere più eleggibile alle elezioni nel 2024. Oggi, il presidente sconfitto ha un solo obiettivo: salvare la pelle di fronte alla minaccia di un procedimento giudiziario per istigazione all’insurrezione. La sera stessa dell’attacco al Campidoglio, Trump, pur rifiutandosi di condannare le loro azioni, ha invitato le sue truppe a “tornare a casa”. Due giorni dopo ha finito di mangiare il rospo descrivendo questo attacco come “atroce” e dicendo di essere “indignato dalla violenza, dall’illegalità e dal caos”. E, mantenendo un basso profilo, ha riconosciuto in silenzio la sua sconfitta elettorale e ha dichiarato che avrebbe lasciato il trono per Biden, pur insistendo sul fatto che non sarebbe stato presente all’inaugurazione del 20 gennaio.
È possibile che Trump venga eliminato una volta per tutte dal gioco politico, ma non sarà lo stesso per il populismo! Questa ideologia reazionaria e oscurantista è una piaga che può solo estendersi con l'aggravarsi della decomposizione sociale, di cui gli USA oggi sono l'epicentro. La società americana è più che mai divisa e lacerata. La violenza continuerà a crescere con il pericolo permanente di scontri (anche armati) all'interno della popolazione. La retorica di Biden sulla “riconciliazione” per il popolo americano mostra una comprensione della gravità della situazione, ma qualunque sia il successo parziale o temporaneo che questo possa avere, non può fermare la tendenza di fondo alla dislocazione sociale della prima potenza mondiale.
Il pericolo maggiore per il proletariato negli USA sarebbe quello di essere trascinato in questo confronto tra diverse fazioni della borghesia. Gran parte dell’elettorato di Trump è composto da lavoratori che rifiutano le “élite” e cercano un “uomo del destino”. Le promesse di Trump di rilanciare l’industria gli avevano permesso di raccogliere molti proletari disoccupati dalla "cintura di ruggine". C'è il rischio di scontri tra lavoratori pro-Trump e altri pro-Biden. Inoltre, la discesa nella decomposizione minaccia anche di accentuare il divario razziale endemico negli Stati Uniti, alimentando ideologie identitarie e mettendo il nero contro il bianco.
La gigantesca campagna democratica è una trappola per la classe operaia!
La tendenza alla perdita di controllo del suo gioco politico da parte della borghesia, come abbiamo visto con l’arrivo di Trump alla presidenza, non significa che la classe operaia possa trarre vantaggio dalla decomposizione del capitalismo. Al contrario, la classe dirigente non smette di scaricare gli effetti della decomposizione sulla classe operaia. Già nel 1989, quando il crollo del blocco dell’est era un'espressione lampante della decomposizione del capitalismo, la borghesia dei principali Paesi ha utilizzato questo evento per scatenare una gigantesca campagna democratica volta a tracciare un segno di uguaglianza tra la barbarie dei regimi stalinisti e l’autentica società comunista. I discorsi menzogneri sulla “morte della prospettiva rivoluzionaria” e sulla “scomparsa della classe operaia” hanno disorientato il proletariato, provocando un profondo riflusso nella sua coscienza e nella sua combattività. Oggi la borghesia sta strumentalizzando gli eventi in Campidoglio per lanciare una nuova campagna internazionale per la gloria della democrazia borghese.
Quando gli “insorti” stavano ancora occupando il Campidoglio, Biden ha subito dichiarato: “Come tanti altri Americani, sono sinceramente scioccato e rattristato che la nostra nazione, così a lungo faro di luce e speranza per la democrazia, sia giunta a un momento così buio... Il lavoro del momento e il lavoro dei prossimi quattro anni deve essere la restaurazione della democrazia”. A questo è seguita una cascata di dichiarazioni che vanno nella stessa direzione, anche all’interno del Partito Repubblicano. Dichiarazioni simili oltreoceano, in particolare da parte dei leader dei principali Paesi dell'Europa occidentale. “Queste immagini mi hanno fatto arrabbiare e rattristato. Ma sono sicura che la democrazia americana si dimostrerà più forte degli aggressori e dei rivoltosi”, ha dichiarato Angela Merkel. “Non cederemo alla violenza di coloro che vogliono mettere in discussione la democrazia” ha dichiarato Emmanuel Macron. E Boris Johnson ha aggiunto: “Per tutta la mia vita l’America è stata sinonimo di cose molto importanti. Un’idea di libertà, un’idea di democrazia”.
Dopo le mobilitazioni intorno alle elezioni presidenziali, che hanno visto una partecipazione record, e il movimento Black Lives Matter che chiede una polizia più “giusta” e “pulita”, grandi settori della borghesia mondiale stanno cercando di mobilitare il proletariato dietro la difesa dello Stato democratico contro il populismo. Il proletariato è chiamato a schierarsi dietro la fazione “Democratica” contro il “Dittatore” Trump. Questa falsa scelta è una pura mistificazione, una trappola per la classe operaia!
Sulla scia del caos internazionale che Trump ha alimentato, riuscirà il democratico Biden a stabilire un ordine mondiale più giusto? Certamente no! Il premio Nobel per la pace Barack Obama e il suo vice presidente Joe Biden hanno vissuto 8 anni di guerra ininterrotta. Le tensioni con la Cina, la Russia, l’Iran e tutti gli altri squali imperialisti non scompariranno miracolosamente.
Biden offrirà un futuro più umano ai migranti? Basta guardare a quanto crudelmente tutti i suoi predecessori, come tutte le “grandi democrazie”, hanno trattato questi “indesiderabili”. Basta ricordare che durante gli otto anni di presidenza Obama, con Biden come vicepresidente, ci sono state più deportazioni di immigrati che durante gli otto anni sotto George W. Bush. Le misure dell’amministrazione Obama contro gli immigrati non hanno fatto altro che aprire la porta all’escalation anti-immigrazione sotto Trump.
Forse che gli attacchi economici contro la classe operaia finiranno con il “ritorno alla democrazia”? Certo che no! Il crollo dell'economia mondiale in una crisi senza soluzione, ulteriormente aggravata dalla pandemia da Covid-19, porterà un’esplosione di disoccupazione, di povertà, di attacchi contro le condizioni di vita e di lavoro degli sfruttati in tutti i Paesi centrali guidati da governi “democratici”. E se Joe Biden riuscirà a “ripulire” la polizia, le forze repressive dello Stato democratico, negli Stati Uniti come in tutti i Paesi, si scateneranno ancora contro qualsiasi movimento della classe operaia, contro tutti i suoi sforzi di lotta per la difesa delle sue condizioni di vita e dei suoi bisogni più elementari.
Non c'è nulla da sperare nel “ritorno alla democrazia” in America. La classe operaia non deve lasciarsi cullare e intrappolare dai canti delle sirene delle fazioni democratiche dello Stato borghese. Non deve dimenticare che è stato in nome della difesa della democrazia contro il fascismo che la classe dirigente è riuscita a mobilitare decine di milioni di proletari nella seconda guerra mondiale, in gran parte sotto la guida della sinistra e dei fronti popolari. La democrazia borghese è solo il volto nascosto e ipocrita della dittatura del capitale!
L'attacco al Campidoglio è un nuovo sintomo di un sistema morente che sta trascinando l’umanità in una graduale discesa all’inferno. Di fronte alla realtà di una società borghese che sta marcendo in piedi, solo la classe operaia mondiale, sviluppando la lotta sul proprio terreno di classe contro gli effetti della crisi economica, può rovesciare il capitalismo e porre fine alla minaccia della distruzione del pianeta e della specie umana.
CCI 10 gennaio 2021
[1] Leggi l’articolo “La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [122]” nella Rivista Internazionale n°14 e il “Rapporto sulla decomposizione oggi” (22° Congresso della CCI, maggio 2017) [14].
[2] Al momento in cui scriviamo, ci sono stati ufficialmente 363.581 morti per Covid-19 negli Stati Uniti, e 22 milioni di persone infettate. (Fonte: “Coronavirus : el mapa que muestra el número de infectados y muertos en el mundo por covid-19 [123]”, BBC News Mundo).
Quando nel maggio 2020 l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarò che il vaccino SARS-CoV-2 sarebbe diventato un "bene pubblico mondiale", solo coloro che nutrono ancora illusioni sulla capacità del mondo capitalista a svolgere un ruolo progressista per l'umanità, per di più nel mezzo di una crisi globale senza precedenti, poterono crederci. Così come, sarebbe stata solo una candida utopia la richiesta di una "licenza obbligatoria"[1].
In effetti, nulla lasciava presagire che il vaccino contro il Covid-19 sarebbe potuto sfuggire alle leggi del capitalismo e alle sue conseguenze: concorrenza, corsa ai mercati, spionaggio, furto di tecnologia, anche quando si tratta di salvare milioni di vite umane. E per una buona ragione perché l'attuale crisi sanitaria si sta verificando in un mondo che è in uno stato di decomposizione.
Fin dall'esordio della malattia, la comunità scientifica sapeva che solo un vaccino avrebbe potuto curarla. Le industrie farmaceutiche si misero quindi in marcia, ognuna per conto proprio, per essere le prime a produrre il prezioso vaccino. Ma al di là del considerevole interesse commerciale per i laboratori di ricerca e i gruppi farmaceutici, c’era l’ovvio interesse politico per gli Stati in grado di accedervi.
Come nelle precedenti epidemie, fin dalle prime ore della pandemia è iniziata la guerra dei vaccini e gli esempi non mancano: la battaglia contro l'AIDS[2] è iniziata con la scoperta dell'agente responsabile di questa malattia inedita. Le equipe di Luc Montagnier all'Istituto Pasteur erano tallonate da quelle di Robert Gallo al National Cancer Institute negli Stati Uniti. Il motivo conduttore del lavoro di queste equipe ovviamente non era identificare rapidamente l'agente per cominciare a combatterlo, ma essere i primi in grado di acquisirne la proprietà e quindi di assumere un ruolo guida su futuri trattamenti e vaccini. Alla fine fu l'equipe francese ad imporsi per prima nel gennaio 1983. Ma la guerra era appena iniziata e infatti continuò in seguito sul terreno dei test dove questa volta saranno gli americani a cercare la loro rivincita. Ad imporsi ampiamente in questo promettente mercato fu il laboratorio Abott, offrendo potenzialmente la possibilità di vendere miliardi di test che potevano essere eseguiti in pochi anni in tutto il mondo.
Poi arrivò la guerra dei trattamenti, dove viene alla luce tutto il disprezzo per la vita umana, con la Francia che si prende la rivincita dopo la sconfitta nella guerra dei test. Non appena furono annunciate le prime speranze per la Ciclosporina, l'allora ministro della Salute, Georgina Dufoix, le assegnò pubblicamente il "marchio Francia", prima ancora di vedere queste speranze deluse dai primi test effettuati sulla molecola. Dall'altra parte dell'Atlantico, il sottosegretario generale per la sanità annunciava la soluzione miracolosa dell'AZT anche se i test in corso non avevano ancora dato risultati.
Questi annunci scandalosi, incarnando i freddi interessi di due Stati concorrenti, dimostrarono ulteriormente il totale disinteresse per le migliaia di pazienti che potevano riporre le loro speranze solo in un trattamento rapido per essere salvati da una morte certa. Ma per ognuno di questi Stati, ciò che contava era la necessità di essere il primo al mondo.
Lo scandalo del "sangue contaminato" in Francia negli anni 1980-90 ha rivelato che lo Stato aveva ritardato di almeno sei mesi lo screening dell'HIV e dell'epatite C sui donatori di sangue, mentre la tecnica era già conosciuta dall'ottobre 1984, come dimostrato da uno studio americano. La "guerra dei test" e l'ossessione per i tagli al budget lo avevano portato a mantenere pratiche deliberatamente criminali con trasfusioni di sangue contaminato agli emofiliaci e ad altri pazienti per liquidare le sue scorte e risparmiare denaro a tutti i costi, causando il decesso di migliaia di pazienti tra il 1984 e il 1985.
Oggi la guerra intorno al vaccino contro il virus dell'AIDS continua, anche se, essendo "redditizia" come solo trattamento a lungo termine (a vita, appunto), ne rallenta di molto la ricerca, perché i piani di austerità, avendo portato gli Stati a raschiare il fondo del barile, riducono notevolmente i budget per la ricerca di base.
Nel 2019 in Africa la situazione era più o meno simile per l'epidemia Ebola[3], in un clima di accuse di appropriazione indebita, favoritismi nei confronti dei leader congolesi ma anche dell'OMS quando si trattava di scegliere un vaccino piuttosto che un altro, ecc. Mentre il laboratorio tedesco Merck proponeva un vaccino efficace ma in quantità insufficiente, il laboratorio americano Johnson & Johnson proponeva un altro vaccino, annunciato come complementare ma mai testato sull'uomo! La battaglia iniziò per introdurre questo nuovo arrivato con lobbying e con altri mezzi di pressione.
La situazione attuale utilizza gli stessi schemi. Mentre si moltiplicano i grandi discorsi, per meglio dire le chiacchiere, intorno alla cooperazione internazionale per creare un vaccino, mentre il "buon senso comune" sembra suggerire che l'unione delle forze della ricerca farmaceutica potrebbe portare a risultati più rapidi ed efficaci, lo scorso novembre c'erano 259 candidati-vaccini nel mondo, dieci dei quali erano nella fase 3 (l'ultima prima della procedura di autorizzazione all'immissione in “commercio”). Quindi 259 equipe lavorano ciascuna per conto proprio, vigilando sui progressi degli altri per non essere superati, ricercando non l'efficacia ma l'esclusività del procedimento. I primi a farsi avanti, Pfizer e BioNTech, hanno annunciato un'efficacia del 90% del loro vaccino. Pochi giorni dopo i russi annunciavano un'efficacia del 92%. Moderna poi ha annunciato un'efficacia del 94%. E allora Pfizer dichiara di aver rivisto i suoi calcoli annunciando alla fine un'efficacia del 95%! Chi offre di più?
Questa cinica, agghiacciante e spaventosa escalation di marketing per promuovere e vendere il proprio prodotto, mentre sono in gioco le vite di decine di milioni di vittime, riassume il funzionamento mortale di questa società in decomposizione.
Molti sono coloro che denunciano questa corsa alla manna finanziaria rappresentata dal futuro vaccino, ma essi si sbagliano quando danno la colpa ai “Big Pharma”, questi giganteschi laboratori che stanno combattendo nel mercato della salute. Sbagliano anche quando chiedono che le autorità pubbliche regolino la situazione e "costringano" gli industriali a "cooperare" per il bene pubblico. Perché la posta in gioco qui non è l'avidità di pochi azionisti, ma una logica che abbraccia tutto il pianeta, tutta l'attività umana: la logica capitalista. La ricerca scientifica non è immune dalle leggi del capitalismo, ha bisogno di soldi per andare avanti e il denaro va solo dove ci si può aspettare un profitto: i prestiti vanno solo ai ricchi!
Possiamo aspettarci che gli Stati apportino una regolamentazione in questo libero mercato mondiale? No di certo, perché sono proprio gli Stati capitalisti ad essere al centro della battaglia e sono i primi a orientare la ricerca attraverso i loro finanziamenti. In un mondo assediato dalle rivalità imperialiste, la ricerca più finanziata è ovviamente nel campo della difesa e degli armamenti. Ma il settore sanitario non è esente! Dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, le autorità americane hanno rivisto la loro strategia sulla ricerca sui vaccini, fino ad allora piuttosto trascurata, per finanziare la ricerca sui cosiddetti vaccini "ad ampio spettro" in grado di immunizzare contro diversi virus, perché preoccupati dalla minaccia crescente del bioterrorismo. In un altro campo, la politica sanitaria della Cina negli ultimi decenni molto attiva in Africa è stata guidata esclusivamente dai suoi interessi imperialisti. Tutto è buono per prendere piede ed esercitare la propria influenza sul pianeta. La Cina ha da tempo aumentato la sua presenza in Africa attraverso investimenti, impianti economici, sostegno politico, militare, umanitario e quindi ... supporto sanitario.
Oggi tutti gli Stati stanno dietro ai propri laboratori e tutti difendono i propri interessi senza la minima preoccupazione per qualsiasi equità. Con costante disprezzo per le conseguenze mortali della malattia, gli Stati si battono per accaparrarsi quanti più vaccini possibili, sapendo che in questa battaglia solo i più ricchi avranno gioco e che, di conseguenza, la maggior parte dell'umanità non avrà accesso ai vaccini se non con molto ritardo. Lo scorso aprile è stata creata la COVAX, una piattaforma multilaterale dedicata all'acquisto e alla distribuzione di futuri vaccini e che promette un accesso equo per tutti. Tutti i capi di Stato hanno accolto con favore questa cooperazione. Ma dietro le quinte, ciascuno ha fatto accordi sottobanco con i laboratori per riservarsi le dosi. Mentre l'industria prevede di produrre da tre a quattro miliardi di dosi entro la fine del 2021, le prenotazioni effettuate in sordina ammontano a 5 miliardi, destinate solo a pochi paesi: Stati Uniti, Russia, Cina, l'Unione Europea e alcuni paesi meno ricchi che cercano di distinguersi dalla massa, come il Brasile.
Attualmente, la COVAX ha solo il vaccino britannico ad un costo inferiore rispetto a quello dei suoi concorrenti, ma è stato dimostrato che la sua efficacia fino ad oggi non supera il 62%[4]. I paesi più poveri, privi in particolare delle attrezzature necessarie per lo stoccaggio e il trasporto dei vaccini Pfizer o Moderna, dovranno accontentarsi dell’Oxford-AstraZeneca, attingendo alle scorte che il Regno Unito lascerà.
In questo periodo, le persone stanno morendo. Intanto la borghesia continua ad essere travolta dagli eventi, continua a reagire giorno per giorno, con la stessa incuria, la stessa carenza di risorse ospedaliere e logistiche. Al centro delle più grandi potenze industriali, la campagna di vaccinazione è pesantemente ostacolata da carenze logistiche nei paesi membri dell'UE, come in Germania, dove la consegna e la distribuzione del vaccino è stata interrotta in diverse città in seguito a dei dubbi sul rispetto della catena del freddo nel trasporto di migliaia di dosi. Negli Stati Uniti, nonostante un'impressionante mobilitazione logistica sotto il controllo dell'esercito, "ci sono stati dei fallimenti", secondo l'ammissione del celebre dottor Fauci. Solo poco più di 4,2 milioni di persone hanno ricevuto la prima dose di uno dei due vaccini autorizzati nel Paese (Pfizer e Moderna), ben lungi dalla promessa del governo di vaccinare 20 milioni di persone, mentre la pandemia raggiunge i record giornalieri di contaminazioni e decessi in ospedali saturi (quasi 21,5 milioni di casi e più di 360.000 decessi al 4 gennaio), al punto che il responsabile del programma ha suggerito, per accelerare il ritmo della campagna, la possibilità di somministrare il vaccino a… metà dose! La decisione britannica di posticipare la somministrazione della seconda dose di vaccino di diverse settimane, in modo che più persone possano ricevere una prima dose è, da un punto di vista immunologico, altrettanto irrazionale ... Le procedure vaccinali sono eccessivamente lente e totalmente inadatte all'emergenza e alle esigenze più urgenti. In Francia ad esempio, in maniera caricaturale, l'ultima settimana di dicembre è stata oggetto di una patetica operazione mediatica con la vaccinazione davanti alle telecamere di alcune nonne famose mentre decine di migliaia di altre dovranno sicuramente aspettare la fine del mese di gennaio per ricevere la prima iniezione, con in più incredibili scuse del tipo “ci vuole molto tempo per vaccinare gli anziani”. Ma in questo paese non viene neanche nascosto che, se sono i residenti delle EHPAD (residenze per anziani) ad avere la priorità rispetto agli operatori sanitari, è perché non ci sono dosi sufficientemente disponibili per questi ultimi!
Dietro questi nuovi "scandali sanitari", che rivelano ancora una volta l'incapacità del capitalismo di reagire se non nella difesa dei suoi interessi a breve termine, nella mancanza di preparazione e improvvisazione totale, si osservano situazioni, come in Francia, dove la logistica finisce per essere basata sulla buona volontà di farmacisti e medici di fronte a costi limitati al minimo indispensabile: la carenza di super congelatori nelle farmacie ospedaliere ha costretto lo Stato a centralizzare lo stoccaggio dei vaccini nelle farmacie cittadine che devono organizzarsi per poi distribuire i flaconi negli ospedali. In queste condizioni, non siamo sicuramente alla fine di questa crisi sanitaria.
Ma l'aspetto più fraudolento della situazione è che la vaccinazione non ci viene presentata solo come la panacea per la crisi sanitaria ma tutta la borghesia ce la presenta anche come l'unica via d'uscita dalla crisi economica e dal deterioramento accelerato delle condizioni di vita che peggiorano ovunque, cercando di mascherare l'impasse e le contraddizioni insormontabili del suo modo di produzione. Perché ciò che colpisce l'umanità oggi non è il risultato di una sfortunata coincidenza. È il prodotto di un sistema alla fine della sua corsa, che decomponendosi trascina tutto nella sua rovina. L'incuria della borghesia, quindi, non è causata dall'incompetenza di pochi dirigenti, ma dalla crescente incapacità della classe dominante di contenere gli effetti del decadimento del proprio sistema. Finché questa logica è all'opera, l'umanità non sarà in grado di sfuggire ai flagelli che ne derivano.
GD, gennaio 2021
[1] Processo che richiede agli inventori di un farmaco, di un trattamento o di un vaccino di consentire la produzione di generici, permettendo un accesso più rapido, più diffuso e con costi inferiori.
[2] Vedi ad esempio “AIDS: La guerra dei laboratori”, Le Monde (7 febbraio 1987)
[3] Vedi “Repubblica del Congo: la guerra dei vaccini ostacola la lotta contro l'Ebola”, Le Soir (2 agosto 2019)
[4] Covid-19: Perché il vaccino Oxford-AstraZeneca, autorizzato dal Regno Unito, potrebbe cambiare l'accordo?" (The Conversation 4 gennaio 2021)
Le tensioni razziali negli Stati Uniti sono, in parte, legate al ruolo svolto dal sistema schiavista nello sviluppo dell'accumulazione primitiva in quel paese. La schiavitù esisteva ovunque (Brasile, colonie spagnole, Caraibi insulari e continentali...) ma in nessun altro paese sviluppato questo sistema ha condizionato i rapporti sociali e l'unità della classe operaia come negli Stati Uniti. Il caso del Sudafrica presenta alcune analogie anche se ad un diverso livello di sviluppo e di importanza[1].
Le origini del capitalismo, dopo la "scoperta" delle Americhe, sono state segnate dalla schiavitù[2].
È soprattutto nelle Americhe, e non solo negli Stati Uniti, che questo sistema ha messo radici. Per comprendere la storia dell'avvento del capitalismo, della formazione della classe operaia e anche la situazione attuale, è necessario affrontare il problema della schiavitù.
Come scriveva Marx: “La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica”[3].
L'accumulazione primitiva del capitale sotto i vecchi regimi, ancora segnati dal feudalesimo, era spesso ottenuta con il lavoro degli schiavi. E l'Africa, disgraziatamente per questo continente, è stata, dal XVII e XVIII secolo e fino a gran parte dell'Ottocento, "terra della caccia agli schiavi".
Questo tipo di sfruttamento, tuttavia, non è lo stesso del capitalismo, sebbene sia stato utilizzato nell'originaria (o "primitiva") accumulazione nelle sue fasi iniziali: "L'applicazione sporadica della cooperazione su larga scala nel mondo antico, nel Medioevo e nelle moderne colonie, si poggia su rapporti immediati di signoria e servitù, e per la maggior parte dei casi sulla schiavitù. Invece la forma capitalistica presuppone fin dall’inizio l’operaio salariato libero, il quale vende al capitale la sua forza lavoro. Tuttavia storicamente questa forma si sviluppa in antagonismo all’economia contadina e all'esercizio indipendente degli artigiani, abbia questo forma corporativa o meno. Di fronte al contadino o all’artigiano indipendenti, non è la cooperazione capitalistica che si presenta come una forma storica particolare della cooperazione; ma è proprio la cooperazione di per sé che si presenta come una forma storica peculiare del processo di produzione capitalistico, la quale lo distingue specificamente. Come la forza produttiva sociale del lavoro sviluppata mediante la cooperazione, si presenta quale forza produttiva del capitale, così la cooperazione stessa si presenta quale forma specifica del processo produttivo capitalistico, in opposizione al processo produttivo dei singoli operai indipendenti o anche dei piccoli mastri artigiani. E’ il primo cambiamento al quale soggiace il reale processo di lavoro per il fatto della sua sussunzione sotto il capitale. Questo cambiamento avviene in maniera naturale e spontanea. Il suo presupposto è che l'impiego simultaneo di un numero considerevole di salariati nello stesso processo lavorativo, costituisce il punto di partenza della produzione capitalistica"[4].
Ciò significa che, come il capitalismo è nato e si è sviluppato in un ambiente non capitalista, all'inizio predominante, si è sviluppato anche in mezzo e attraverso altre forme di sfruttamento e di "cooperazione", perché il capitalismo non produce alcuna forma particolare di cooperazione al di fuori del capitalismo stesso. Il feudalesimo ha sottomesso al suo controllo le antiche comunità comuniste primitive, che "lasciava fare" fintanto che pagavano regolarmente tributi in natura (prodotti agricoli, animali o di artigianato) e in esseri umani (servi e soldati). D'altra parte, il capitalismo tende a trasformare tutti i rapporti sociali in rapporti commerciali e salariali, ma procedendo in questo senso è in grado di utilizzare vecchie forme di sfruttamento come la schiavitù, rendendole molto più redditizie attraverso una raffinata e sistematica barbarie.
Nel XIX secolo, la schiavitù continuò su una scala pari a quella degli Stati produttori di cotone del sud degli Stati Uniti (c'erano ben cinque milioni di schiavi) fino ad oltre la metà del secolo. Questi vendettero la loro produzione agli Stati del nord e, cosa più importante, al primo grande paese capitalista dell'epoca, la Gran Bretagna. Per decenni dopo l'indipendenza del Nord America, il sistema schiavista è rimasto molto importante, al servizio dell'accumulazione in questo immenso paese.[5] Ma il conflitto tra il capitalismo degli Stati del Nord e quello degli Stati schiavisti del Sud è diventato inevitabile, soprattutto a causa del dinamismo espansionistico verso l'Ovest, che ha portato alla guerra di Secessione.
Dopo la colonizzazione dell'Egitto, la Gran Bretagna ha iniziato a non comprare più cotone dagli Stati Uniti del Sud, rafforzando, a questo punto, con il solito cinismo delle classi dominanti, la campagna antischiavista di gran parte della borghesia britannica[6].
Il maggiore effetto non fu solo l'insolita persistenza, ma l'aumento esponenziale del numero di schiavi nel corso dei decenni: "Quando nel 1790 fu fatto il primo censimento degli schiavi negli Stati Uniti, il loro numero ammontava a 697.000; nel 1861 invece si aggirava sui quattro milioni" come ci ricorda Marx ne Il capitale (Libro I, Sezione IV, Cap. XV "Macchine e grande industria", Parte 6: La teoria della compensazione). E questo, nel primo paese al mondo "liberato" dal vecchio regime, faro, accanto alla Francia, del "modello democratico" per le borghesie ascendenti di altri paesi.
"Negli stati meridionali dell'Unione americana il lavoro dei negri conservò un carattere patriarcale moderato finchè la produzione fu prevalentemente orientata ai bisogni locali immediati. Ma quando l'esportazione del cotone divenne l'interesse vitale di questi stati, il sovraccarico di lavoro del negro, e il consumo della sua vita in sette anni di lavoro, divenne parte di un sistema calcolato freddamente. Non si trattava più di ottenere da lui una certa massa di prodotti utili. Si trattava ora di produrre il plusvalore stesso. Analogo il processo per la corvée del stesso per il servo della gleba, per esempio nei principati danubiani".[7] Nonostante questi enormi profitti, tuttavia, la schiavitù rimaneva un sistema non del tutto capitalista.
Le conseguenze dell'oltraggio alla morale umana rappresentato dalla schiavitù nel paese che sarebbe diventato il più potente del pianeta non sono scomparse per magia dopo la guerra di Secessione. La schiavitù è scomparsa, ma non le sue conseguenze nella difficile lotta della classe operaia. Per quanto fosse nell'interesse della borghesia porre fine alla schiavitù, sappiamo perfettamente che i mali delle società classiste del passato si concentrano nel capitalismo come se fosse un misto di tutti questi mali. La sanguinosa guerra civile[8] accelerò la diffusione del lavoro salariato in tutti gli Stati Uniti, i lavoratori neri furono gradualmente incorporati nel lavoro "libero", ma questa "libertà di essere sfruttati" è stata trasformata quasi fin dall'inizio in un sistema di segregazione razziale che ha aggiunto orribili sofferenze a questa parte della nostra classe e ha creato una pericolosa divisione all'interno del proletariato.
Le leggi sulla segregazione razziale rimasero in vigore in quasi tutti gli Stati, sostenute da ripetute sentenze della Corte Suprema. Appena tre anni dopo la fine della guerra di secessione (nel 1868), la Corte Suprema stabilì, massimo del cinismo, che "i neri devono vivere separatamente". L'uomo bianco li chiamava con il solo nome di battesimo e poteva maltrattarli per qualsiasi motivo. I neri potevano votare, ma solo se pagavano una tassa speciale e conoscevano a memoria i nomi di tutti i presidenti e giudici della Corte Suprema.
Il sistema giuridico della segregazione proteggeva e incoraggiava un sistema parallelo, cosiddetto "popolare" (grazie al sostegno fanatico della piccola borghesia bianca) di aggressioni, omicidi di massa e linciaggi sistematici. La piccola borghesia, soprattutto, ma non solo, negli Stati del Sud scatenò la sua furia distruttiva con la regolarità di un metronomo per terrorizzare i proletari in origine schiavi. Il razzismo della piccola borghesia nordamericana riflette una delle caratteristiche ideologiche del capitalismo nordamericano: una cultura intrisa di un puritanesimo violento di ispirazione biblica, tra le cui basi c'è l'orrore furioso, viscerale e disgustoso per qualsiasi miscela di "razze". È vero che il razzismo e il rifiuto dell'altro esprimono una mentalità ampiamente condivisa in tutte le società classiste, ma nel caso degli Stati Uniti è un elemento fondante del paese.
A Opelousas (Louisiana, 1868), a New Orleans e a Memphis (1866), la plebaglia bianca rispose con linciaggi ai tentativi dei neri di esercitare "nuovi diritti". "A Thibodaux, in Louisiana, nel 1887, più di 300 tagliatori di canna da zucchero morirono durante uno sciopero per conquistare il diritto di lasciare i loro ex quartieri di schiavi"[9].
Il XX secolo è stato anche peggiore: "Nel 1928, a Wilmington, nel North Carolina, morirono non meno di 250 persone, tra donne e bambini, quando una folla bianca attaccò uno dei loro giornali a causa di un articolo anti-segregazionista. Altre centinaia morirono nel 1917 a East St. Louis, nel Missouri, quando si sparse la voce che un operaio nero aveva parlato con una donna bianca durante una riunione sindacale. A Elaine, in Arkansas, nel 1919, la causa scatenante della morte di oltre 200 neri, tra cui donne e bambini, fu una rivendicazione salariale dei raccoglitori nei campi dei proprietari terrieri bianchi. A Tulsa, in Oklahoma, nel 1921, tutto ebbe inizio quando un gruppo di uomini bianchi cercò di linciare un giovane nero accusato di furto. Quasi 300 persone morirono e 8.000 persero la casa quando la popolazione bianca arrabbiata diede fuoco a Black Wall Street e al quartiere nero circostante"[10]
Il sistema di segregazione razziale fu rafforzato dal Ku Klux Klan, una organizzazione ai margini della legalità che perseguitava i lavoratori neri e infliggeva brutali torture durante atti rituali. Sciolta ufficialmente nel 1871, riapparve nel 1915 e viene ancora mantenuta da gruppi locali che difendono un'ideologia xenofoba e razzista, rivendicando la supremazia dei bianchi. I maggiori partiti democratici americani hanno talvolta incoraggiato apertamente queste espressioni barbare del capitalismo, altre volte hanno finto di "indignarsi" per incoraggiare la trappola dell'"antirazzismo", ma le hanno sempre tollerate come strumento complementare.
Quando la schiavitù negli Stati Uniti aveva raggiunto l'apice, Marx descrisse la vita dei proletari in Inghilterra[11], una "vita" atroce già descritta da Engels nel suo famoso libro del 1845[12]. Non c'è dubbio che la vita dei proletari dell'epoca fosse miserabile e faticosa come quella di molti schiavi. Ma per il futuro della classe rivoluzionaria, lo sfruttamento degli schiavi non è come "l'esistenza di lavoratori liberi e salariati che vendono la loro forza lavoro al capitale". Il proletariato sta vivendo una nuova forma di sfruttamento che contiene la possibilità, se è in grado di sviluppare una lotta consapevole, di superare le contraddizioni del capitalismo attraverso la società comunista[13]. Lo sfruttamento del proletariato contiene una sofferenza universale che comprende tutte le forme di oppressione e di sfruttamento esistite nelle società classiste e che, quindi, può essere risolta solo con una rivoluzione universale che vada alle radici di ogni sfruttamento e di ogni oppressione che esistono nel capitalismo e, in definitiva, in tutte le società classiste. Ecco perché uno degli aspetti della lotta della classe operaia doveva essere la lotta contro la schiavitù, soprattutto in un paese come gli Stati Uniti. La AIT (Associazione Internazionale dei Lavoratori, la I Internazionale), prima della guerra civile nordamericana, non ha esitato a inviare un messaggio di sostegno, scritto da Marx, ai Nordisti di Lincoln. Non si trattava di sostenere una frazione della borghesia contro un'altra classe reazionaria (i grandi proprietari terrieri del Sud)[14].
Marx pensava giustamente che la fine della schiavitù avrebbe dato un impulso all'unità della classe operaia. Così scrive ne Il Capitale (più o meno alla fine della guerra di Secessione negli Stati Uniti e alla fine "ufficiale" della schiavitù nel 1865), facendo un collegamento alla lotta unitaria per la giornata lavorativa di 8 ore: "Negli Stati Uniti d'America, il movimento operaio non poteva uscire dalla sua paralisi finché una parte della repubblica rimaneva macchiata dalla schiavitù. Il lavoro dei bianchi non può essere emancipato dove il lavoro nero è schiavizzato. Dalla morte della schiavitù scaturisce immediatamente una vita nuova e ringiovanita. Il primo frutto della guerra civile fu la campagna di agitazioni per le otto ore, che si diffuse alla velocità della locomotiva dall'Atlantico al Pacifico, dalla Nuova Inghilterra alla California[15]".
Sia i marxisti che gli anarchici mettono chiaramente in evidenza l'unità della classe operaia, indipendentemente dal colore della pelle. Questa tradizione si è incarnata all'inizio del XX secolo nell'Industrial Workers of the World (IWW), il famoso sindacato rivoluzionario degli Stati Uniti, che si è formato a favore della politica internazionalista, contro la guerra e, naturalmente, per l'unificazione della classe operaia. Conosciamo i limiti del sindacalismo rivoluzionario e il fallimento degli IWW. Ma nella memoria degli operai rimarrà, come ricordano i nostri articoli della Rivista Internazionale n. 124 e 125,"l'esperienza dell'IWW, il coraggio esemplare dei suoi militanti di fronte a una classe dominante che non si sottrae alla più grande e vile violenza e all'ipocrisia. Questa esperienza dell'IWW è quindi lì per ricordarci che gli operai degli Stati Uniti sono decisamente fratelli di classe degli operai di tutto il mondo, che i loro interessi e le loro lotte sono gli stessi e che l'internazionalismo non è una parola vuota per il proletariato, ma piuttosto la pietra angolare della sua esistenza"[16].
"Per molto tempo, il movimento operaio negli Stati Uniti si è molto preoccupato per le divisioni tra lavoratori nativi, lavoratori di lingua inglese (anche se erano già immigrati di seconda generazione) e lavoratori immigrati appena arrivati che parlavano e leggevano poco o per niente l'inglese ... Nella sua corrispondenza con Sorge nel 1893, Engels metteva in guardia contro l'uso cinico da parte della borghesia delle divisioni all'interno del proletariato che ostacolavano lo sviluppo del movimento operaio negli Stati Uniti. La borghesia, infatti, utilizza sapientemente tutti i pregiudizi razziali, etnici, nazionali e linguistici per dividere i lavoratori e ostacolare così lo sviluppo di una classe operaia capace di concepire se stessa come una classe unita. Queste divisioni costituivano un serio ostacolo per la classe operaia statunitense, separando i lavoratori nati negli Stati Uniti dalla grande esperienza maturata in Europa dai lavoratori neo-immigrati. Queste divisioni hanno reso difficile per i lavoratori americani più consapevoli stare al passo con i progressi teorici del movimento operaio internazionale."
In questa lettera di Engels a Sorge del 2 dicembre 1893[17], Engels rispondeva a una domanda di Friedrich Adolf Sorge sull'assenza di un forte partito socialista negli Stati Uniti, spiegando che "la situazione negli Stati Uniti presenta difficoltà molto importanti e particolari che ostacolano il costante sviluppo di un partito operaio. Tra queste difficoltà, una delle più importanti è "l'immigrazione, che divide i lavoratori in due gruppi: nativi e stranieri, questi ultimi divisi tra loro 1) in irlandesi, 2) in tedeschi, 3) in tanti piccoli gruppi di diverse nazionalità, ognuno dei quali capisce solo la propria lingua: cechi, polacchi, italiani, scandinavi, ecc. E infine i neri. Costruire un solo e unico partito su questa base richiede motivazioni forti che si possono trovare solo in rare circostanze. Spesso ci sono spinte vigorose, ma basta che la borghesia aspetti senza fare nulla che le diverse parti della classe operaia si ritrovino di nuovo disperse" (traduzione della CCI).
I lavoratori neri, che avevano già iniziato a fuggire al Nord durante la schiavitù (anche negli Stati nordisti dove potevano essere perseguitati e rispediti al Sud), cominciarono a trasferirsi nelle zone industriali soprattutto a partire dall'inizio del XX secolo. E questa "divisione" di cui parla Engels ha preso forma nella nascita dei ghetti, tendenza accentuata dalla controrivoluzione. L'abominevole ignominia della schiavitù "moderna" aveva la particolarità di basarsi sulla sua unica origine "razziale" (popolazione originaria dell'Africa subsahariana) (a differenza della schiavitù antica, medievale o orientale dove gli schiavi potevano essere di origini molto diverse), cosicché gli schiavi appena proletarizzati venivano immediatamente considerati come merce venduta, appena usciti dalla loro condizione precedente. La borghesia americana, invece, ha proibito fino a poco tempo fa l'emigrazione "colorata", favorendo nei grandi anni dell'emigrazione verso gli USA dalla fine dell'Ottocento fino agli anni Trenta del Novecento le popolazioni europee. È vero che la "tradizione" dell'insediamento urbano negli Stati Uniti era quella dei quartieri "etnici", ma con i ghetti la separazione era molto più chiara.
La segregazione razziale è stata ufficialmente abolita nel 1964, un secolo dopo l'abolizione della schiavitù. L'obiettivo era quello di fornire una possibilità a una parte crescente della borghesia nera che era ostacolata nei suoi affari da queste leggi. Il "grande frutto" delle leggi sui diritti civili è stata la promozione dei neri ai vertici della politica e dell'economia. Si sono distinti sotto l'amministrazione Bush con Colin Powell, il macellaio dell'Iraq, e il segretario di Stato Condoleezza Rice, e con l'elezione di Obama nel 2008 come primo presidente nero.
Tuttavia, per i lavoratori neri, non era cambiato nulla. Hanno continuato ad essere vittime di discriminazioni giudiziarie e di polizia che fanno sì che un nero corra sette volte più rischi di finire in prigione rispetto a un bianco.
Il comportamento della polizia (che comprendeva sempre più neri tra le sue fila) nei confronti dei neri è stato particolarmente crudele. Il crimine di Los Angeles del 1992 che ha scatenato violente proteste è stato orribile. Durante il mandato di Obama, ci sono stati più omicidi da parte di agenti di polizia che mai prima[18].
L'assassinio di Georges Floyd il 26 maggio, "per mano" di quattro poliziotti di Minneapolis, è stata un'altra tragica dimostrazione di questa continua violenza ufficiale da parte della classe dominante. Le classi dominanti, attraverso i loro Stati, hanno il monopolio della violenza. Generalmente la usano per imporre il loro dominio, soprattutto contro la classe operaia. Accanto alle forze dell’ordine "ufficiali”, ci sono milizie, gruppi armati più o meno illegali. Nel corso degli anni, gli Stati Uniti sono diventati il modello della violenza più estrema. E in molti altri paesi questa estrema violenza, sia essa ufficiale, non ufficiale o illegale (citiamo il Messico come esempio), resterà radicata, finché durerà questo sistema criminale. Tutti questi flagelli sono vecchi, sì, ma la tendenza di questo modello si è diffusa, è diventata più acuta in ogni angolo del pianeta. Oggi stiamo vivendo la decomposizione del sistema capitalista e questa violenza criminale ufficiale, non ufficiale o illegale ne è il marchio di fabbrica. Democrazie, dittature, con partiti singoli o pluralisti, il destino è oggi segnato da questa estrema violenza di un sistema criminale, il capitalismo.
Di fronte a tali oltraggi, questa volta ben noti grazie alle immagini dell'agonia di Floyd trasmesse in tutto il mondo, persone di ogni razza e condizione sono scese in strada, piene di indignazione, per chiedere finalmente... una polizia più democratica! E altre richieste che consistono nell'esigere che il boia sia più umano. Da un lato Trump sta gettando più benzina sul fuoco, incoraggiando i suprematisti pronti a sparare a chiunque non sia bianco; dall'altro, le frazioni democratiche dello spettro politico americano (e molti repubblicani, come l'ex presidente Bush) si stanno genuflettendo, fanno appello ad artisti e star indignate che sostengono manifestazioni "patriottiche".
Con la controrivoluzione legata alla sconfitta dell'ondata rivoluzionaria degli anni Venti e, a partire dagli anni Trenta, si moltiplicano gli omicidi e i linciaggi. Durante la depressione del 1929, la piccola borghesia bianca (ben manipolata dai media, che approfittarono della sua ricerca di capri espiatori) attribuì la crisi ai "neri": "Ad Harlem (New York), in seguito alla presunta rapina di un giovane nero in un negozio di un bianco, ci furono un numero imprecisato di morti e più di cento feriti, oltre a numerosi saccheggi. Questa è stata la prima rivolta moderna perché ha colpito i negozi. Da allora, Harlem ha sopportato episodi di violenza razziale quasi continua fino agli anni '60"[19].
In realtà, la "macchia" della schiavitù che aveva sporcato lo sviluppo capitalista negli Stati Uniti e altrove, alla fine ha creato una barriera difficile da superare nelle lotte operaie statunitensi.
Queste barriere sono state inasprite dal processo sociale di decomposizione capitalistica[20], che ha portato a un decadimento dei rapporti sociali che spinge alla frammentazione della società in gruppi etnici, religiosi, locali, di "affinità", che si rinchiudono nel loro "piccolo ghetto" per darsi un falso senso di comunità, di protezione da un mondo sempre più disumano. Questa tendenza favorisce la divisione nelle file dei lavoratori (accentuata fino al parossismo dall'azione velenosa di partiti, sindacati, istituzioni, mezzi di comunicazione, ecc.) in “comunità” per razza, religione, origine nazionale ecc. Per soffiare sul fuoco delle divisioni razziali e linguistiche del proletariato americano, l'emigrazione dei lavoratori dall'America Latina, divenuta massiccia a partire dagli anni Settanta, è stata utilizzata dalla borghesia per creare più ghetti, sottoporre i lavoratori immigrati all'illegalità e peggiorare le condizioni di vita di tutti i lavoratori.
Tuttavia, alcune lotte operaie degli ultimi cinquant'anni hanno superato questa barriera: a Detroit nel 1965, lo sciopero selvaggio della Chrysler nel 1968, lo sciopero selvaggio delle poste nel 1970, lo sciopero della metropolitana di New York nel 2005, lo sciopero di Oakland durante il movimento Occupy nel 2011... Nonostante i loro limiti, queste lotte sono un'esperienza da cui si possono trarre lezioni nella lotta per l'unità di classe.
Nel XIX secolo, combattere contro la schiavitù era combattere per la classe operaia. Oggi, la brutalità della polizia, dei suprematisti bianchi e dello Stato in generale (e delle sue prigioni) da un lato, e i movimenti antirazzisti dall'altro, stanno sottomettendo la parte "nera" della classe operaia, cercando di trasformarla in popolazione a pieno titolo.
Infatti, il razzismo e l'antirazzismo sono le armi della borghesia contro la classe operaia.
Ecco perché la parola d'ordine del proletariato è: Non siamo né bianchi, né neri, né di nessun colore! Noi siamo la classe operaia!
Come diceva uno striscione durante le proteste contro la legge 187 della California sull'immigrazione: "NON SIAMO COLOMBIANI, NON SIAMO MESSICANI, SIAMO LAVORATORI!".
Pinto, 11 giugno 2020
[1] Vedi la serie della nostra Revue Internationale sul movimento operaio in Sudafrica:
- "Contributo a una storia del Movimento dei lavoratori in Sudafrica: dalla nascita del capitalismo alla vigilia della seconda guerra mondiale", Revue Internationale n° 154 (2° semestre 2014) Contribution à une histoire du mouvement ouvrier en Afrique du Sud: de la naissance du capitalisme à la veille de la Seconde Guerre mondiale [126].
- "Contributo a una storia del movimento operaio in Sudafrica: dalla seconda guerra mondiale alla metà degli anni Settanta" Contribution à une histoire du mouvement ouvrier en Afrique du Sud: de la Seconde Guerre mondiale au milieu des années 1970 [127]
- "Dal movimento di Soweto nel 1976 all'ascesa al potere della ANC nel 1993", Revue Internationale n° 158 (Inverno / Primavera 2017). Du mouvement de Soweto en 1976 à l’arrivée au pouvoir de l’ANC en 1993 [128]
- "Dall'elezione del presidente Nelson Mandela nel 1994 al 2014", Revue Internazionale n° 163 (2° trimestre 2019). De l’élection du président Nelson Mandela en 1994 à 2014 [129]
[2] Vedi "1492: Scoperta dell'America - La borghesia celebra 500 anni di capitalismo". Revue Internazionale n° 70 (3° trimestre 1992). 1492 : Découverte de l’Amérique – La bourgeoisie célèbre les 500 ans du capitalisme [130]
[3] Marx, Il Capitale, Libro I, Sezione VII: "Il processo di accumulazione del capitale", Capitolo XXIV-5. "Genesi del capitalista industriale". Editori Riuniti, 1980.
[4] Marx, Il Capitale, libro I, Sezione IV, Cap. XI, "La cooperazione". Editori Riuniti, 1980
[5] La tesi di maggioranza degli storici nordamericani degli anni Settanta era che il Sud aveva perso perché era un precapitalismo inefficiente e non redditizio. Negli ultimi anni, la tesi di maggioranza è stata che il sistema schiavista era interamente capitalista. È difficile sapere cosa vogliono mostrare o dimostrare, forse quello che cercano è sapere quale sistema sia stato il più brutale, il più esplosivo e il più disumano. E per questo usano il marxismo, per il quale il capitalismo è soprattutto un rapporto sociale, l'ultima società classista che deve essere rovesciata per porre fine allo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. Così, secondo un noto storico francese, Nicolas Barreyre, parlando recentemente del sistema dei produttori di cotone nel Sud degli Stati Uniti: "Negli anni Settanta, l'idea dominante tra gli storici, come tra gli economisti, era che il Sud schiavista viveva in un'economia precapitalistica inefficiente e non redditizia che non poteva sopravvivere di fronte Nord, che era entrato nella rivoluzione industriale e capitalista all'inizio del XIX secolo. Dopo la crisi del 2008, gli storici hanno rivolto ancora una volta la loro attenzione alle origini del sistema economico americano, formulando quella che è stata definita la "nuova storia del capitalismo". L'idea è che l'economia schiavista del Sud fosse interamente capitalista, e che ha contribuito all'ascesa del capitalismo nel Nord.” (Intervista a Le Monde del 28 giugno 2020).
Non abbiamo alcuna intenzione di scusarci con questi eminenti storici. La logica degli storici degli anni Settanta secondo cui l'economia degli Stati del Sud era "inefficiente e non redditizia" perché "pre-capitalista" sembra derivare da una visione "marxista" piuttosto volgare. Il capitalismo, al suo apice, ha utilizzato altre economie non capitalistiche per la sua espansione, sia per i mercati che per le fonti di materie prime e di capitale. E fino alla loro piena assimilazione o distruzione, molte di queste economie hanno potuto arricchirsi e servire all'accumulazione primitiva di capitale, soprattutto quando appartenevano alla stessa nazione. In tutto il mondo, nel XIX secolo, esistevano sistemi non ancora dominati dal capitalismo con cui si facevano affari, minacciandoli se necessario.
[6] L'ipocrisia della borghesia inglese non conosce limiti. Da un lato, tollerava la schiavitù nei paesi che potevano servire come alleati e nelle colonie dove serviva per i suoi interessi, per poi giocare al "martello per spezzare la schiavitù" contro rivali come la Spagna, il Portogallo o il Brasile, che non avevano sufficiente potere economico per fare a meno della schiavitù e che l’hanno abolita molto tardi (nel 1886 in Spagna e nel 1888 in Brasile).
[7] Il Capitale, Libro I, Sezione III, Cap. VIII. "La giornata lavorativa", parte 2, "La voracità del pluslavoro – Fabbricante e Boiardo".
[8] È stata una delle più sanguinose della storia: "Sono morte 630.000 persone. Ancora oggi questo dato rappresenta la metà delle vittime che gli Stati Uniti hanno subito in tutte le guerre che hanno combattuto da allora, compresa quella in Afghanistan" (La Vanguardia, giugno 2020), https://www.lavanguardia.com/internacional/20200603/481582308546/violencia-racial-eeuu-historia-racismo.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_content=claves_de_hoy [131]
[9] Fonte: La Vanguardia, https://www.lavanguardia.com/internacional/20200603/481582308546/violencia-racial-eeuu-historia-racismo.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_content=claves_de_hoy [131]
[10] Ibidem
[11] Il Capitale, Libro I, cap. VIII: "La giornata lavorativa", parte 3:"Settori industriali inglesi senza limiti legali allo sfruttamento" (un capitolo particolarmente edificante, con l'esempio dello sfruttamento dei bambini e le 15 ore di lavoro quotidiano per un bambino di 7 anni!).
[12] Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra.
[13] Vedi Engels, Principi del comunismo, in particolare i punti VI e VII.
[14] "Nel luogo stesso in cui, un secolo prima, era nata l'idea di una grande repubblica democratica insieme alla prima dichiarazione dei diritti umani che insieme hanno dato il primo impulso alla rivoluzione europea del XVIII secolo - quando in quel luogo, la controrivoluzione si vantava, con sistematica violenza, di rovesciare ‘le idee dominanti dell'epoca della formazione della vecchia Costituzione’ e presentava ‘la schiavitù come un'istituzione benefica, se non l'unica soluzione al grande problema del rapporto tra lavoro e capitale’, proclamando cinicamente che il diritto di proprietà sull'uomo era la pietra angolare del nuovo edificio - allora le classi operaie d'Europa capirono subito, e ancor prima che l'adesione fanatica delle classi superiori alla causa dei confederati le avesse messe in guardia, che la ribellione degli schiavisti suonava l'allarme per una generale crociata della proprietà contro il lavoro e che, per gli uomini del lavoro, la lotta del gigante portata oltreoceano metteva in gioco non solo le loro speranze per il futuro, ma anche le loro passate conquiste". (Messaggio dell'AIT ad Abramo Lincoln, 1864).
Nel 1864, più di 150 anni fa, quando la classe operaia si stava ancora affermando come classe per la trasformazione della società, le sue organizzazioni sostenevano e dovevano sostenere frazioni della borghesia che lottavano contro i residui (ancora grandi e forti) dei vecchi sistemi di sfruttamento. Oggi, la ragione per cui i comunisti rifiutano il sostegno alle "repubbliche democratiche", ai "diritti umani" e ad altri slogan borghesi non è perché sono slogan "d'altri tempi", ma perché sono soprattutto bufale e armi contro il proletariato. E questo fin dall'ingresso del capitalismo nella fase di decadenza.
[15] Il Capitale, Libro I, cap. VIII, "La giornata lavorativa", cap. 2, "La voracità del plusvalore". Fabbricante e Boiardo".
[16] Vedere i nostri articoli sugli IWW:– “Les IWW (1905-1921) : l’échec du syndicalisme révolutionnaire aux États-Unis (I) [132]”, Revue Internationale n° 124 ; – “Les IWW (1905–1921) : L’échec du syndicalisme révolutionnaire aux États-Unis (II) [133]”, Revue Internationale n° 125.
[17] Marx e Engels, Scritti fondamentali di politica e filosofia, ed. Lewis Feuer, 1959, pp.457-458.
[18] Si veda il rapporto: Conflitti razziali nell'era di Obama. Les conflits raciaux dans l’ère Obama [134].
[19] Sito web del quotidiano La Vanguardia, 4 giugno 2020.
[20] Vedi le nostre "Tesi sulla decomposizione", Rivista Internazionale n. 14, https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo [13]
L'anno scorso è stato segnato, ancora una volta, da una serie di catastrofi, tra cui una pandemia globale che finora ha fatto più di 2 milioni di vittime e ha comportato un significativo aggravamento della crisi economica del capitalismo, facendo precipitare milioni di persone nella miseria e nella precarietà. L'anno 2021 è appena iniziato, ma è stato immediatamente segnato da un nuovo evento di portata storica: l'assalto al Campidoglio da parte di orde fanatiche trumpiste. Questi due eventi non sono separati l'uno dall'altro. Al contrario, per la CCI, entrambi rivelano un'intensificazione della decomposizione sociale, l'ultima fase della decadenza del capitalismo.
Questo incontro pubblico vuole quindi essere una opportunità per presentare questo quadro di analisi, per individuarne la validità ma anche per metterlo in discussione attraverso il prisma dei fatti e dell'evoluzione storica della società capitalista.
Per preparare questo incontro, i partecipanti possono già fare riferimento al seguente testo:
"Tesi sulla decomposizione" La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [13], (Rivista Internazionale n° 14).
Questa riunione fa parte di una serie di incontri pubblici virtuali che la CCI sta tenendo a livello internazionale. L'incontro per i compagni in lingua italiana si terrà
Se siete interessati a partecipare, scriveteci al nostro indirizzo di posta elettronica [email protected] [124] o entrando nella sezione "contatti" del nostro sito. Le modalità tecniche per connettersi alla riunione saranno comunicate attraverso una mail di risposta.
Nell'ultimo anno, il mondo è stato scosso da due eventi senza precedenti e di estrema importanza nella vita del capitalismo: la pandemia da Covid-19 e, più recentemente, l’assalto al Campidoglio a Washington avvenuto dopo le elezioni americane che hanno sancito la sconfitta di Donald Trump. Questi due eventi non sono né insignificanti né separati l’uno dall'altro e possono essere compresi solo in un quadro storico che presenteremo in questa presentazione.
La crisi sanitaria che stiamo vivendo oggi è l'evento più grave dal crollo del blocco dell’Est.
Questa pandemia si è diffusa a macchia d'olio da un’epidemia in Cina lo scorso inverno. Il virus ha attraversato ogni confine e ogni continente, uccidendo più di 2 milioni di persone. Ovunque, in ogni paese, c’è uno stato di emergenza sanitaria, una corsa contro il tempo per vaccinare la popolazione per evitare una catastrofe globale.
Ma qual è l'origine di questa pandemia? Ci è stato detto che questo virus ci è stato trasmesso da specie animali introdotte nell’ambiente umano. In effetti gli animali selvatici non sono affatto particolarmente infestati da agenti patogeni mortali pronti a contagiarci. La maggior parte dei loro microbi vive in loro senza far loro del male. Il problema è che con la dilagante deforestazione, l'urbanizzazione, l'industrializzazione, e la conseguente distruzione di ecosistemi si sono create le condizioni di una maggiore probabilità di contatto stretto e ripetuto con l'uomo, che permette ai microbi di passare nel nostro corpo, diventando agenti patogeni mortali. Per esempio diversi studi hanno è stato dimostrato un legame tra l'insorgenza di epidemie e la deforestazione per quanto riguarda agenti patogeni trasmessi dalle zanzare. Le condizioni di miseria, di mancanza di condizioni igieniche adeguate nei paesi sottosviluppati ma sempre più anche nelle grandi metropoli hanno favorito il propagarsi e lo sviluppo di malattie contagiose.
La pandemia da Covid-19 non è dunque un disastro imprevedibile che risponderebbe alle oscure leggi del caso e della natura! Il capitalismo stesso è responsabile di questa catastrofe planetaria, di questi milioni di morti. Un sistema basato non sulla soddisfazione dei bisogni umani, ma sulla ricerca del profitto, della redditività attraverso lo sfruttamento feroce della classe operaia. Un sistema basato sulla concorrenza sfrenata tra aziende e tra Stati. Una competizione che impedisce qualsiasi coordinamento e cooperazione internazionale per sradicare questa pandemia. Questo è ciò che vediamo oggi con la "guerra dei vaccini", dopo l’altrettanto miserabile "guerra delle mascherine".
Finora, erano i paesi più poveri e sottosviluppati ad essere regolarmente colpiti dalle epidemie. Ora sono i paesi più sviluppati ad essere scossi dalla pandemia da Covid-19. È il cuore stesso del sistema capitalista che è sotto attacco, soprattutto la prima potenza mondiale.
Negli Stati Uniti si contano attualmente almeno 25 milioni di persone infette e più di 410.000 morti, più dei soldati americani uccisi nella seconda guerra mondiale! Lo scorso aprile, il numero di morti aveva già superato le perdite subite durante la guerra del Vietnam! La diffusione della pandemia è stata ulteriormente aggravata dalla mutazione del virus. Nella grande metropoli di Los Angeles, 1 abitante su 10 è infetto! In California, gli ospedali sono pieni fino a scoppiare. All’inizio della crisi sanitaria, l’intera popolazione americana è rimasta sbalordita di fronte alle enormi fosse in cui venivano ammucchiati i morti “non reclamati” nello Stato di New York, a Hart Island.
Con la politica irresponsabile di Trump, la gestione calamitosa di questa pandemia è stata ancora peggio che in altri paesi. L’ex presidente aveva scommesso sull’immunità collettiva, senza indossare una mascherina, senza porre alcuna barriera. Trump è arrivato persino a evocare l’idea completamente delirante di iniettarsi nelle vene un gel idroalcolico per uccidere il virus.
Nel paese più sviluppato del mondo, all’avanguardia della scienza, è fiorita ogni sorta di teorie complottiste. Mentre la pandemia aveva già iniziato a spazzare il continente americano, una gran parte della popolazione degli Stati Uniti immaginava che il Covid-19 non esistesse e che fosse un complotto per contrastare la rielezione di Trump!
Oggi, con 2 vaccini disponibili, ogni Stato americano va per conto proprio, nel modo più disorganizzato e disordinato possibile. In Europa, di fronte alla recrudescenza dell'epidemia e alle varianti del virus, assistiamo ad un’ecatombe in Gran Bretagna. Ovunque la classe dominante si affretta a vaccinare e deve ora gestire la carenza di dosi, in attesa che i laboratori accelerino la produzione di vaccini.
L'esplosione di questa pandemia globale ha rivelato:
1) una perdita di controllo della classe dominante sul proprio sistema.
2) un peggioramento senza precedenti del “ciascuno per sé” con una concorrenza sfrenata tra laboratori per essere il primo a trovare un vaccino e venderlo sul mercato mondiale. In questa corsa ai vaccini, sono gli Stati Uniti che si sono imposti con Pzifer-BionTech e Moderna. E se lo Stato d'Israele ha potuto ottenere così tante dosi da poter vaccinare tutta la sua popolazione, è perché ha comprato il vaccino Pfizer pagando il 43% in più del prezzo negoziato dall’Unione Europea.
È chiaro che la principale preoccupazione della borghesia di tutti i paesi è salvare soprattutto il capitale nazionale di fronte ai concorrenti.
Se tutti gli Stati stanno lottando così tanto per produrre vaccini, non è certo per la preoccupazione della vita umana. L'unica cosa che interessa alla classe dominante è preservare la forza lavoro di coloro che sfrutta per prolungare ulteriormente l’agonia del suo sistema.
Questa pandemia, e l’incapacità della classe dominante di contenerla, è innanzitutto la manifestazione più evidente della totale bancarotta del capitalismo. Infatti, di fronte all’aggravarsi della crisi economica i governi di tutti i paesi, sia di destra che di sinistra, per decenni hanno continuato a tagliare le spese sociali, sanitarie e di ricerca. Dato che il sistema sanitario non è redditizio, hanno tagliato i posti-letto, chiuso i servizi ospedalieri, eliminato i posti di lavoro del personale ospedaliero e peggiorato le loro condizioni di lavoro. In Italia la spesa pubblica per la ricerca è stata tagliata del 21% in dieci anni, dal 2007 al 2016; a questo taglio dal 2008 al 2014 si è accompagnato quello del 14% alle università statali, per un totale di circa 2 miliardi di euro.
Tutta la ricerca scientifica e tecnologica avanzata negli Stati Uniti è stata dedicata essenzialmente al settore militare, compresa la ricerca sulle armi batteriologiche. Da parte sua, la Cina vende i propri vaccini, in particolare ai paesi del Maghreb e dell'Africa orientale. Il mercato cinese dei vaccini sta quindi seguendo la Via della Seta.
Questa incontrollabile pandemia globale conferma che il capitalismo è diventato, a partire dal cataclisma della prima guerra mondiale, un sistema decadente che mette in gioco la sopravvivenza dell'umanità.
E dopo un secolo di sprofondamento nella decadenza, il capitalismo è ora entrato nella fase finale di questa decadenza: quella della decomposizione.
Perché il capitalismo è entrato nella sua fase di decomposizione e quali ne sono le principali manifestazioni?
Nel 1989, dopo 20 anni di crisi economica globale, un grande evento, il più importante dalla seconda guerra mondiale, ha scosso il mondo: il crollo del blocco orientale e dei regimi stalinisti. È stata la manifestazione più spettacolare della decadenza del capitalismo. Questa situazione ha anche causato una dislocazione del blocco occidentale con una tendenza allo sviluppo del “ciascuno per sé”.
Questa decomposizione del capitalismo è dovuta al fatto che al problema della crisi non si è potuto rispondere né alla maniera della borghesia, scatenando una nuova guerra mondiale (come nel caso della crisi degli anni 30), né con una rivoluzione proletaria. Infatti il proletariato non si è mostrato così soggiogato ideologicamente da farsi reclutare dietro le bandiere nazionali per andare a combattere sui campi di battaglia, ma al tempo stesso non ha maturato una coscienza di classe sufficiente per sviluppare delle lotte rivoluzionarie per rovesciare il capitalismo. Per cui il permanere di un problema irrisolto, quello della crisi, in una società senza futuro come il capitalismo di oggi, porta necessariamente al marcire, alla completa decomposizione, di tutta la società capitalista dalla fine degli anni '80.
Da 30 anni, questa decomposizione si è manifestata in tanti tipi di tragedie mortali: la moltiplicazione di massacri guerrieri, che non risparmiano la civilissima Europa (vedi conflitti nell’ex Jugoslavia), lo sviluppo di attacchi terroristici, le ondate di rifugiati che cercano disperatamente asilo nei paesi sviluppati, i ripetuti disastri cosiddetti naturali e quelli nucleari come a Chernobyl nel 1986 e a Fukushima nel 2011, e più recentemente la catastrofe che ha completamente distrutto il porto di Beirut il 4 agosto 2020.
Oggi siamo di fronte a un disastro sanitario globale che non risparmia nessun paese, nessun continente, con un massacro impressionante. Durante la prima ondata della pandemia, di fronte alla saturazione degli obitori, alcuni Stati europei, come la Spagna, hanno dovuto addirittura ammassare i cadaveri sulle piste di pattinaggio!
La borghesia ha dovuto imporre ovunque misure medievali con confinamenti, coprifuoco, distanziamento sociale. Tutti dobbiamo coprirci con le mascherine con controlli di polizia per la strada. Le frontiere sono bloccate, tutti i luoghi pubblici e culturali sono chiusi nella maggior parte dei paesi europei. Mai, dalla seconda guerra mondiale, l’umanità ha vissuto una tale prova. La pandemia Covid-19 è dunque oggi la principale manifestazione dell’accelerazione della decomposizione del capitalismo.
È quest’epoca senza apparenti prospettive che alimenta lo sviluppo di ideologie tra le più irrazionali, reazionarie e oscurantiste. L’aumento del fanatismo religioso ha portato alla creazione dello Stato islamico con sempre più giovani kamikaze arruolati nella “guerra santa” in nome di Allah. La barbarie degli attacchi terroristici colpisce regolarmente le popolazioni, principalmente in Europa e in Francia in particolare.
Tutte queste ideologie reazionarie sono state anche il terreno di coltura che ha permesso lo sviluppo della xenofobia e del populismo nei paesi centrali e soprattutto negli Stati Uniti.
L’arrivo di Trump al potere, e poi il suo rifiuto di ammettere la propria sconfitta elettorale nelle ultime elezioni presidenziali, ha causato una spaventosa esplosione di populismo. A Washington, le sue truppe d’assalto con i relativi commando, le milizie armate completamente fanatiche, hanno preso d'assalto il Campidoglio senza che le forze di sicurezza che dovevano proteggere l’edificio potessero fermarle. Questo sconcertante attacco al tempio della democrazia americana ha dato al mondo intero un’immagine disastrosa della prima potenza mondiale. Il paese della Democrazia e della Libertà è apparso come una volgare repubblica delle banane (come ha riconosciuto lo stesso ex presidente George Bush) con il rischio di scontri armati tra la popolazione civile.
L’aumento della violenza sociale, la criminalità, la frammentazione della società americana, la violenza razzista contro i neri, tutto questo dimostra che gli Stati Uniti sono diventati un concentrato e uno specchio dell’imputridimento della società borghese.
Anche se il nuovo presidente, Joe Biden, cercherà di contenere il più possibile la cancrena del populismo (con l’ambizione di “riconciliare il popolo americano” come dice lui), non potrà fermare la dinamica generale di decomposizione. Certo, farà tutto il possibile per riparare i gravi danni causati da Trump nella gestione della crisi sanitaria. Ma il caos è tale che la pandemia continuerà a provocare ulteriori danni e molte altre vittime. Questo nonostante la scoperta di vaccini che non permetteranno di immunizzare tutta la popolazione ancora per molti mesi.
L’accumulo di tutte queste manifestazioni di decadenza, su scala globale e a tutti i livelli della società, mostra che il capitalismo negli ultimi trent'anni è entrato in un nuovo periodo storico: la fase finale della sua decadenza, quella della decomposizione. Tutta la società tende a disgregarsi, il sistema capitalista diventa sempre più folle. Trascinato in una spirale infernale, esala un'atmosfera sociale sempre più irrespirabile e nauseante.
Questa situazione di caos generalizzato dà una visione apocalittica del mondo. Ma il futuro è completamente bloccato? La nostra risposta è: no.
In mezzo al pozzo senza fondo della decomposizione, c'è una forza capace di rovesciare il capitalismo per costruire un nuovo mondo. Questa forza sociale è la classe operaia. È la classe operaia che produce la maggior parte della ricchezza mondiale. Ma essa è anche la principale vittima di tutte le catastrofi generate dal capitalismo. È la classe operaia che pagherà il prezzo del peggioramento della crisi economica mondiale. La crisi sanitaria non può che aggravare ancora di più la crisi economica. E possiamo già vederlo con l'esplosione della disoccupazione dall'inizio di questa pandemia.
Di fronte al peggioramento della miseria, alla degradazione di tutte le sue condizioni di vita in tutti i paesi, la classe operaia non avrà altra scelta che combattere contro gli attacchi della borghesia. Anche se oggi subisce lo shock di questa pandemia, anche se la decomposizione sociale le rende molto più difficile sviluppare le sue lotte, non avrà altra scelta che lottare per la sopravvivenza. È nelle sue lotte future, sul suo proprio terreno di classe, che il proletariato dovrà trovare il modo di ritrovare e affermare la sua prospettiva rivoluzionaria.
Nonostante tutte le sofferenze che genera, la crisi economica rimane il miglior alleato del proletariato. Non dobbiamo quindi vedere nella miseria solo la miseria, ma anche le condizioni per superare questa miseria. Il futuro dell'umanità appartiene sempre al proletariato.
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Ci scusiamo con i lettori, ma per motivi tecnici riusciamo a pubblicare solo ora il n.186 di Rivoluzione Internazionale del dicembre scorso e solo qui come allegato pdf
Nel 2017, nel suo libro Pale Rider, la giornalista scientifica Laura Spinney ha dimostrato come il contesto internazionale e il funzionamento della società nel 1918 abbiano dato un contributo decisivo agli esiti della pandemia della cosiddetta influenza "spagnola": "Fondamentalmente, ciò che l'influenza spagnola ci ha insegnato è che un'altra influenza pandemica è inevitabile, ma che il suo bilancio totale - che sia di 10 o 100 milioni di vittime - dipenderà solo dal mondo in cui essa si produrrà". Sebbene il pianeta si sia dovuto confrontare per diversi mesi con Covid-19, questa lezione ci porta a chiederci che lezione trarre da questa pandemia sul mondo in cui viviamo.
Il legame tra lo sviluppo di un'infezione, da un lato, e l'organizzazione e lo stato della società, dall'altro, non è esclusivo dell'influenza spagnola del 1918-1920. Il marxismo ha infatti scoperto che, in generale, il modo di produzione di un'epoca condiziona l'organizzazione sociale e, per estensione, tutto ciò che riguarda gli individui che compongono questa società.
Nel periodo di decadenza dell'Impero Romano d'Occidente, le condizioni di esistenza e la politica espansionistica dell'Impero permisero al bacillo della peste di diffondersi in modo spettacolare e di realizzare una vera e propria ecatombe tra la popolazione: "i bagni pubblici erano brodi di coltura; le fogne ristagnavano sotto le città; i granai erano una benedizione per i topi; le rotte commerciali che collegavano l'intero Impero permettevano alle epidemie di diffondersi dal Mar Caspio al Vallo di Adriano con un'efficacia fino ad all'ora sconosciuta" [1].
La peste nera che imperversò nel XIV secolo in Europa, trovò le condizioni per la sua espansione sia nello sviluppo del commercio con l'Asia, la Russia, il Medio Oriente, che nello sviluppo della guerra, in particolare legata alla Islamizzazione delle regioni asiatiche.
Questi due episodi pandemici hanno ampiamente contribuito al declino delle società schiaviste e medievali, spazzando via parti importanti della società e destabilizzando quest'ultima. Non fu la malattia a causare il collasso di questi sistemi produttivi, ma fu soprattutto il declino di questi sistemi a favorire la diffusione di agenti infettivi. La peste di Giustiniano come la peste nera contribuirono, e senza dubbio accelerarono fortemente, una distruzione già in gran parte avanzata.
Dall'avvento del capitalismo, la malattia non ha smesso di ostacolare il corretto funzionamento della produzione, rendendo inadeguate le forze di lavoro essenziali per la creazione di valore. È stata anche un ostacolo alle attività imperialiste provocando l’indebolimento degli uomini mobilitati sui campi di battaglia.
Quando il virus dell'influenza spagnola iniziò a contagiare la specie umana, il mondo capitalista aveva bisogno della forza umana al suo più alto livello di rendimento. Questa esigenza, però, era legata a condizioni che sarebbero state esse stesse terreno fertile per una pandemia che andò poi a decimare tra i 50 e i 100 milioni di esseri umani, ovvero tra il 2,5% e il 5% della popolazione mondiale. Il mondo dell'influenza spagnola era un mondo in guerra. Iniziata quattro anni prima e sul punto di finire, la prima guerra mondiale aveva già segnato il nuovo mondo, quello della decadenza capitalista, delle crisi economiche senza sbocco, delle tensioni imperialiste sempre crescenti.
Ma la guerra non era ancora finita. Le truppe rimasero ammassate al fronte e nelle retrovie, creando ambienti favorevoli al contagio. Il trasporto di soldati dall'America all'Europa in particolare, avveniva con imbarcazioni in condizioni deplorevoli: il virus si stava diffondendo ampiamente e gli uomini stavano sbarcando, ovviamente, già infettati dal virus pronto a contagiare le popolazioni locali. Con la fine della guerra, la smobilitazione e il ritorno dei soldati alle proprie case costituirono un potente vettore per lo sviluppo dell'epidemia, soprattutto perché i soldati erano indeboliti da quattro anni di guerra, denutriti, senza la minima cura.
Quando si parla di influenza spagnola si pensa necessariamente alla guerra, ma questa non è l'unico fattore che spiega la diffusione della malattia. Quello del 1918 era un mondo in cui il capitalismo aveva già imposto il suo modo di produzione ovunque i suoi interessi lo spingessero e dove aveva creato spaventose condizioni di sfruttamento. Era un mondo in cui i lavoratori erano raggruppati, ammassati nei pressi delle fabbriche in quartieri caratterizzati da condizioni antiigieniche, da malnutrizione e servizi sanitari in gran parte inesistenti. Era un mondo in cui il lavoratore malato veniva rispedito a casa senza cure, nel suo villaggio, dove finiva per contagiare la maggior parte degli abitanti. Era un mondo di minatori confinati tutto il giorno in gallerie sotterranee, a tagliare la roccia per estrarre carbone o oro, con l'uso di molte sostanze chimiche che distruggevano i loro corpi e indebolivano il loro sistema immunitario, e a sera parcheggiati in minuscole casupole. Era anche il mondo dello sforzo bellico, dove la febbre non doveva impedire all'operaio di andare in fabbrica, anche a costo di contaminare tutti i lavoratori presenti.
Più in generale, il mondo dell'influenza spagnola era anche un mondo in cui le conoscenze sull'origine delle malattie e sui vettori di contagio erano in gran parte sconosciute. La teoria dei germi, che riconosceva il ruolo nella malattia di agenti infettivi esterni al corpo, stava appena emergendo. Si cominciava appena a poter osservare i microbi, per cui l'esistenza di virus veniva ipotizzata solo da rari scienziati: venti volte più piccolo di un batterio, un virus non era osservabile dai microscopi ottici dell'epoca. La medicina era ancora sottosviluppata e inaccessibile alla stragrande maggioranza della popolazione. Rimedi tradizionali e credenze di ogni tipo predominavano in modo schiacciante nella lotta contro questa malattia sconosciuta, terrificante e spesso devastante.
L'entità del disastro umano causato dalla pandemia di influenza spagnola avrebbe dovuto renderla l'ultima grande catastrofe per la salute umana. Le lezioni che si sarebbero potuto trarre, gli sforzi che si sarebbero potuto orientare verso la ricerca sulle infezioni, lo sviluppo senza precedenti della tecnica dall'avvento del capitalismo lasciavano pensare che l'umanità avrebbe potuto vincere la battaglia contro la malattia.
La borghesia prese coscienza del pericolo che i problemi di salute rappresentano per il suo sistema. Non dobbiamo vedere in questa presa di coscienza alcuna dimensione umana o progressista, ma solo come il desiderio di garantire che la forza lavoro sia il meno possibile indebolita e più produttiva e redditizia possibile. Questa volontà era già germogliata nel periodo di ascesa del capitalismo dopo la pandemia di colera in Europa negli anni 1803 e 1840. Lo sviluppo del capitalismo è stato accompagnato da un'intensificazione del commercio internazionale e allo stesso tempo dalla consapevolezza che i confini non fermavano gli agenti patogeni[2]. La borghesia iniziò quindi ad attuare una politica sanitaria multilaterale con le prime convenzioni internazionali nel 1850 e soprattutto con la creazione nel 1907 dell'Ufficio internazionale d'igiene pubblica (OIHP). A quel tempo, il disegno della borghesia era pienamente visibile, queste misure erano essenzialmente incentrate sulla protezione dei paesi industrializzati e sulla protezione del loro commercio essenziale per la crescita economica. L'OIHP comprendeva solo tredici paesi membri. Nel dopoguerra, la Società delle Nazioni (SDN) creò al suo interno un comitato per l'igiene la cui vocazione era già più internazionale (la sua azione riguarderà circa il 70% del pianeta), ma con un esplicito programma finalizzato ad assicurare a tutti gli ingranaggi della macchina capitalista un funzionamento ottimale con la promozione di politiche igieniche. Dopo la seconda guerra mondiale, un approccio più sistematico alla salute è apparso con la creazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e, soprattutto, con un programma per il miglioramento della salute rivolto non solo agli Stati membri ma all'intera popolazione mondiale. Dotata di notevoli risorse, l'OMS organizza e finanzia operazioni su molte malattie con un forte accento sulla prevenzione e sulla ricerca.
Anche là, ovviamente, non dobbiamo vedere un'improvvisa vocazione umanitaria della classe dirigente. Ma in un mondo nel pieno della Guerra Fredda, la salute era vista come un mezzo per garantire, dopo la fine della guerra, la possibilità di ricorrere ad una forza lavoro più numerosa e produttiva possibile, in particolare durante il periodo di ricostruzione, così come, successivamente, per mantenere una presenza e un dominio sui paesi in via di sviluppo e sulle loro popolazioni; la prevenzione è vista come una soluzione meno costosa rispetto alla cura dei pazienti negli ospedali.
Parallelamente si sono sviluppate la ricerca e la medicina che consentono di acquisire una migliore conoscenza degli agenti infettivi, del loro funzionamento e dei mezzi per combatterli, in particolare con gli antibiotici, che hanno permesso di curare un numero crescente di malattie di origine batterica, e con lo sviluppo di vaccini. Tant'è che dagli anni '70 la borghesia iniziò a pensare che la battaglia fosse stata vinta e che molte malattie infettive appartenessero ormai a un passato superato: lo sviluppo della vaccinazione, soprattutto dei bambini, l'accesso a una migliore igiene, hanno portato malattie infantili come il morbillo e la parotite a diventare rare e il vaiolo è stato addirittura eradicato, proprio come la poliomielite è stata eliminata da quasi tutto il globo[3]. Il capitale ora si apprestava a contare su una forza lavoro invulnerabile, sempre disponibile per essere sfruttata.
Lo sviluppo anarchico del capitalismo nella sua fase di decadenza iniziata all'inizio del XX secolo ha generato una forte transizione demografica, una maggiore distruzione dell'ambiente (deforestazione, in particolare), un'intensificazione dei movimenti delle persone, un’urbanizzazione incontrollata, instabilità politica e cambiamento climatico, che sono tutti fattori che favoriscono l'insorgenza e la diffusione di malattie infettive[4]. Così alla fine degli anni '70 apparve un nuovo virus nella specie umana, provocando una pandemia ancora oggi presente, quella dell'AIDS. Le speranze della borghesia svanivano con la stessa rapidità con cui esse erano apparse. Allo stesso tempo, infatti, il sistema capitalistico era entrato nella fase finale della sua esistenza, quella della sua decomposizione. Elaborare le origini e le conseguenze della decomposizione del capitalismo non è l'oggetto di questo articolo. Tuttavia, possiamo notare che le manifestazioni più evidenti di questa decomposizione interesseranno molto rapidamente i problemi di salute: il ciascuno per sé, la visione a breve termine e la progressiva perdita di controllo della borghesia sul suo sistema, tutto questo in un contesto di una crisi economica sempre più profonda e sempre più difficile da combattere.
Oggi la pandemia COVID-19 si distingue come una manifestazione esemplare della decomposizione capitalista. È il risultato di una crescente incapacità della borghesia di farsi carico di una questione che essa stessa aveva stabilito come principio quando fu creata l'OMS nel 1947: portare tutte le popolazioni al più alto livello di salute possibile. A un secolo dall'influenza spagnola, le conoscenze scientifiche sulle malattie, le loro origini, sugli agenti infettivi, sui virus, si sono sviluppate a un livello assolutamente incomparabile. Oggi, l'ingegneria genetica consente di identificare i virus, di seguirne le mutazioni, di produrre vaccini più efficaci. La medicina ha fatto enormi progressi e si è sempre più imposta di fronte alle tradizioni e alle religioni. Ha anche assunto una dimensione preventiva molto importante.
Eppure l'impotenza dello Stato, il panico per l'ignoto dominano di fronte alla pandemia COVID-19. Mentre negli ultimi cento anni l'umanità è gradualmente arrivata a dominare la natura, oggi ci troviamo in una situazione in cui ciò è sempre più difficile.
Infatti, Covid-19 è, ben lungi dall'essere stato un fulmine a ciel sereno: c'era l'HIV, ovviamente, che ci ha ricordato che nuove pandemie dovevano ancora arrivare. Ma da allora ci sono stati anche le SARS, le MERS, l'influenza suina, Zyka, Ebola, Chikungunya, prioni, ecc. E sono addirittura ricomparse malattie che erano quasi scomparse come la tubercolosi, il morbillo, la rosolia, lo scorbuto, la sifilide o la scabbia e persino la poliomielite.
Tutti questi allarmi avrebbero dovuto portare a un rafforzamento della ricerca e delle azioni preventive; ma non s’è fatto niente. Non per negligenza o scarsa valutazione dei rischi, ma perché con la decomposizione il capitalismo è necessariamente sempre più prigioniero di una visione di breve periodo che lo porta anche a perdere gradualmente il controllo degli strumenti regolatori che, fino a quel momento, hanno permesso di limitare i danni causati dalla concorrenza sfrenata che tutti gli attori del mondo capitalista attuano l'uno contro l'altro.
Negli anni '80, apparvero le prime critiche tra gli Stati membri dell'OMS che ritenevano che la politica di prevenzione fosse diventata troppo costosa, soprattutto quando non andava a beneficio diretto del proprio capitale nazionale. La vaccinazione ha cominciato a diminuire. L'accesso alla medicina è diventato più difficile a causa dei netti tagli apportati ai sistemi sanitari pubblici. Ma restringendosi ha lasciato spazio anche a "medicine" alternative che si nutrono del clima irrazionale favorito dalla decomposizione. Cento anni dopo, quindi, i "rimedi" consigliati contro il virus (SARS Cov2) sono gli stessi di quelli consigliati per l'influenza spagnola (riposo, alimentazione, idratazione), però di un momento in cui non sapevamo che la causa della malattia era un virus.
La scienza, nel suo insieme, perde il suo prestigio e, di conseguenza, i suoi crediti e le sue sovvenzioni. La ricerca sui virus, sulle infezioni e su come combatterle è stata quasi interrotta ovunque per mancanza di risorse. Non perché sia troppo costosa, ma mancando di una redditività immediata, è per forza di cose considerata troppo costosa. L'Oms abbandona le operazioni per la tubercolosi ed è sollecitata dagli Stati Uniti, pena la perdita del proprio contributo finanziario (il più elevato, il 25% delle entrate), a concentrarsi sulle malattie che essi ritengono prioritarie.
Le esigenze della scienza, che sta ancora cercando di porsi in una visione di lungo periodo, non sono compatibili con i vincoli di un sistema in crisi che pone l'urgenza di una redditività diretta per qualsiasi investimento. Ad esempio, nel momento in cui il virus Zika è riconosciuto in tutto il mondo come un patogeno che può causare deficit di nascite, non c'è quasi nessuna ricerca o vaccino in fase avanzata di sviluppo. Due anni e mezzo dopo, gli studi clinici vengono rinviati. La mancanza di un mercato redditizio tra due epidemie non incoraggia gli Stati o le società farmaceutiche a investire in questo tipo di ricerca.[5]
Oggi l'OMS è quasi zittita e la ricerca sulle malattie è nelle mani della Banca Mondiale, che impone un approccio di redditività (con l'implementazione del suo indicatore DALY basato sul rapporto costi / benefici in numero di anni di vita persi).
Così, quando uno specialista dei coronavirus, Bruno Canard, evoca "un lavoro a lungo termine, che sarebbe dovuto iniziare dal 2003 con l'arrivo della prima SARS", e un collega virologo, Johan Neyts, osserva con rammarico che "con 150 milioni di euro, avremmo avuto, in dieci anni, un antivirale ad ampio spettro contro i coronavirus, che avremmo potuto dare già da gennaio ai cinesi. Oggi non saremmo a questo punto"[6] essi si pongono controcorrente all'attuale dinamica del capitalismo.
Ciò è quanto ha scritto Marx già nel 1859 nel Contributo alla critica dell'economia politica: "Ad un certo stadio del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti [...] Da forme di sviluppo delle forze produttive che sono stati, questi rapporti ne diventano ostacoli". Mentre l'umanità possiede i mezzi scientifici e tecnologici per combattere le malattie come mai prima d'ora, il mantenimento dell'organizzazione capitalista costituisce un ostacolo alla realizzazione di questi mezzi.
Così ci troviamo che nel 2020 un’umanità, capace di conoscere gli organismi viventi in tutte le loro forme e di descriverne il funzionamento, si vede costretta a riprendere i rimedi di un passato dove l'oscurantismo regnava ancora sovrano. Le borghesie chiudono le loro frontiere per proteggersi dal virus: nel XVIII secolo fu costruito un muro per isolare la Provenza nella morsa della peste. Le persone che sono malate o sospettate di essere malate vengono messe in quarantena, proprio come vennero chiusi i porti alle navi straniere ai tempi della peste nera. Confiniamo la popolazione, chiudiamo luoghi pubblici, vietiamo attività ricreative e raduni, decretiamo coprifuoco proprio come si faceva in particolare nelle grandi città degli Stati Uniti al tempo dell'influenza spagnola.
Dunque da allora non è stato più inventato nulla e il ritorno di questi metodi violenti, arcaici e antiquati significa l'impotenza della classe dominante di fronte alla pandemia.
La concorrenza, questo fondamento del capitalismo, non scompare di fronte alla gravità della situazione: ogni capitale deve vincere gli altri o morire. Così, in un momento in cui i morti si accumulano e gli ospedali non possono più ospitare un solo altro paziente, gli Stati fanno a gara a chi applica il più tardi possibile i rispettivi confinamenti. Poche settimane dopo, si fa a gara tra chi avrebbe deconfinato prima possibile, riavviando la propria macchina economica, per conquistare i mercati della concorrenza. Tutto questo in spregio alla salute umana e nonostante gli allarmi della comunità scientifica sulla presenza ancora viva del virus SARS-Cov2. Le borghesie sono incapaci di andare oltre il ciascuno per sé che regna a tutti i livelli della società e non riescono, come nella lotta al riscaldamento globale, ad esempio, a sviluppare strategie comuni per combattere la malattia.
La peste di Giustiniano fece precipitare l'Impero Romano e il suo sistema schiavista; la peste nera fece precipitare il sistema feudale. Queste pandemie erano il prodotto di questi sistemi decadenti, in cui "le forze produttive materiali della società [entravano] in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti" e allo stesso tempo furono un acceleratore della loro caduta. Anche la pandemia COVID-19 è il prodotto di un mondo decadente (e persino in decomposizione); anch'essa sarà un acceleratore delle contraddizioni di un sistema obsoleto e agonizzante.
Dovremmo allora essere felici di vedere la caduta del capitalismo accelerata dalla pandemia? Può il comunismo nascere come è nato dalle macerie del feudalesimo il capitalismo? Il confronto con le passate pandemie finisce qui. Nel mondo schiavista e nel mondo feudale erano già presenti al loro interno le basi di un'organizzazione adeguata al livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive. I modi di produzione esistenti, giunti ai propri limiti, lasciarono spazio all'imposizione di una nuova classe dominante, già portatrice di rapporti di produzione più adeguati. Alla fine del Medioevo, il capitalismo aveva già acquisito una parte importante nella produzione sociale.
Il capitalismo è l'ultima società di classe nella storia. Avendo posto sotto il suo controllo quasi tutta la produzione umana, non lascia spazio a un'altra organizzazione prima della sua scomparsa e nessuna società di classe potrebbe sostituirla. La classe rivoluzionaria, il proletariato, deve innanzitutto distruggere il sistema attuale prima di gettare le basi per una nuova era. Se una serie di pandemie o altre catastrofi precipitano la caduta del capitalismo senza che il proletariato sia in grado di reagire e imporre la propria forza, allora tutta l'umanità sarà trascinata verso l’abisso.
La posta in gioco del periodo sta nella capacità della classe operaia di resistere alla negligenza capitalista, a comprenderne gradualmente le ragioni e ad assumersi la sua responsabilità storica. Ecco come finisce la citazione di Marx riportata sopra:
"Ad un certo stadio del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti […]. Da forme di sviluppo delle forze produttive che erano, queste relazioni diventano ostacoli. Allora si apre un'era di rivoluzione sociale".
GD (ottobre 2020)
[1] Com’è crollato l'Impero romano, Kyle Harper (2019).
[2] cfr.: “Una nuova scienza del XXI secolo per una risposta efficace alle epidemie”, Nature, Anniversary Collection n° 150 vol.575, novembre 2019, p.131.
[3] Ibidem, p.130.
[4] Ibidem
[5] Ibidem, p.134
[6] “Covid-19: sulle tracce dei trattamenti futuri”, Le Monde (6 ottobre 2020).
Questo articolo è in continuità con quelli che abbiamo già pubblicato denunciando un tentativo di falsificare le vere origini della Sinistra comunista da parte di un blog chiamato Nuevo Curso[1] (recentemente ribattezzato Communia). Questo tentativo è orchestrato da un avventuriero, Gaizka[2], il cui scopo non è quello di contribuire a chiarire e difendere le posizioni di questa corrente ma di "farsi un nome" nel campo politico proletario. Questo attacco contro la corrente storica della Sinistra comunista mira a trasformarla in un movimento dai contorni sfumati, al di fuori dei rigorosi principi proletari che presiedettero alla sua formazione, il che costituisce un ostacolo alla trasmissione alle future generazioni di rivoluzionari delle acquisizioni della lotta delle frazioni di sinistra contro l'opportunismo e la degenerazione dei partiti dell'Internazionale Comunista. Per quanto riguarda l’avventuriero Gaizka, abbiamo fornito una grande quantità di informazioni, finora non confutate, circa le relazioni di questo signore con il mondo delle personalità politiche borghesi (principalmente di sinistra borghese ma anche di destra). Si tratta di un comportamento e un tratto di personalità che costui condivide con avventurieri più famosi nella storia, come Ferdinand Lassalle e Jean Baptiste von Schweitzer, che operavano all'interno del movimento operaio in Germania nel 19° secolo[3], anche se lui è ben lontano, ovviamente, dall’avere la statura di questi personaggi.
Di fronte alla nostra denuncia, Gaizka è rimasto completamente in silenzio: confutare la realtà delle sue turpitudini, da noi denunciate, è per lui "missione impossibile". Allo stesso tempo, ha ricevuto pochissimo appoggio, il più esplicito e quasi unico proveniente da un gruppo, il GIGC (Groupe International de la Gauche Communiste) che, prima di cambiare nome nel 2014, si chiamava FICCI (Fraction Interne du Courant Communiste International). Un gruppo la cui vocazione primaria, da una ventina d'anni a questa parte, è stata quella di calunniare la CCI e la cui presa di posizione a favore di Nuevo Curso è stata accompagnata da un nuovo odioso attacco contro la nostra organizzazione[4].
Dopo aver denunciato la frode che costituisce questa cosiddetta "sinistra comunista" chiamata Nuevo Curso e la vera natura del suo animatore Gaizka, ci tocca esaminare il profilo dei suoi "amici". La questione non è ovviamente irrilevante. La Santa Alleanza tra Nuevo Curso e il GIGC la dice lunga sulla vera natura di ciascuno dei due gruppi e sul loro "contributo" agli sforzi dei giovani elementi che cercano le posizioni di classe. Ma prima di esaminare il pedigree del GIGC, vale la pena dare una rapida occhiata a come questo gruppo si è posizionato rispetto a Nuevo Curso al momento della sua comparsa.
Il GIGC ha accolto l’entrata nell'arena politica del blog Nuevo Curso con grande entusiasmo: “Nuevo Curso è un blog di compagni che ha cominciato a pubblicare con regolarità da settembre scorso posizioni sulla situazione e su questioni più ampie, anche teoriche. Purtroppo sono solo in spagnolo. L’insieme delle posizioni che difende sono molto chiaramente posizioni di classe e si situano nel quadro programmatico della Sinistra comunista ... siamo molto favorevolmente impressionati, non solo dal loro richiamo senza concessioni alle posizioni di classe, ma soprattutto dalla qualità "marxista" dei testi dei compagni ...". (sottolineato da noi. Rivoluzione o guerra n.9, "Nuove voci comuniste": Nuevo Curso (Spagna) e Worker's Offensive (Stati Uniti).
O ancora, "La costituzione di Emancipación come gruppo politico comunista a tutti gli effetti [che anima il blog Nuevo Curso] è un passo importante il cui significato politico e storico va ben oltre la semplice apparizione di un nuovo gruppo comunista. (...) Così, la costituzione di Emancipación come gruppo politico a parte intera esprime il fatto che il proletariato internazionale, sebbene sottomesso e lontano dal poter respingere minimamente gli attacchi di ogni tipo imposti dal capitale, tende a resistere attraverso la lotta e a liberarsi dalla presa ideologica di questo e che il suo divenire rivoluzionario resta d’attualità. Essa esprime l'attuale "vitalità" (relativa) del proletariato". (sottolineato da noi. Rivoluzione o guerra n.12, “Lettera del GIGC a Emancipación sul suo 1° Congresso”).
Tuttavia, il GIGC non poteva evitare di sollevare il problema posto dall’interpretazione di Nuevo Curso della filiazione storica della Sinistra comunista che include in essa la corrente "trotskista" prima del suo tradimento durante la Seconda Guerra Mondiale. In effetti, l’assenza di qualsiasi critica da parte del GIGC su questa questione avrebbe reso evidente che questo gruppo non si sente affatto interessato alla difesa reale della Sinistra comunista, che la sua proclamazione di farne parte e la sua pretesa di difenderla sono solo un'esca al servizio delle sue sordide manovre volte a screditare la CCI. Detto questo, la "timidezza" e la "gentilezza" della critica del GIGC rivolta a Nuevo Curso fa fatica a nascondere un'evidente benevolenza di fronte all'attacco di questo gruppo contro la Sinistra comunista: "Vogliamo soprattutto richiamare l'attenzione dei compagni sull'impasse programmatico, teorico e politico nel quale la rivendicazione di una continuità con la Quarta Internazionale sta imbarcando Emancipación. (...) Il passaggio verso un gruppo politico a pieno titolo è estremamente positiva in sé e, allo stesso tempo, solleva nuove questioni e responsabilità. Queste sono state evidenti fin dal congresso. E una di queste, la rivendicazione della IV Internazionale, deve essere discussa - e secondo noi combattuta - per permettere a Emancipación e ai suoi membri di assolvere il compito storico che il proletariato ha loro affidato". (sottolineato da noi. “Lettera del GIGC a Emancipación sul suo 1° Congresso luglio 2019 - R o G n.12). Invece di denunciare chiaramente un attacco contro la Sinistra comunista, il GIGC elude questo problema fondamentale cercando di imbambolarci con "l'impasse programmatica, teorica e politica in cui si sta imbarcando Nuevo Curso (Emancipación)" e evocando, niente meno, che "il compito storico che il proletariato gli ha affidato". Morale: Il GIGC si fa di fatto beffa della difesa della Sinistra comunista ma si preoccupa, invece, del futuro di Emancipación.
Inoltre, una volta che la nostra organizzazione aveva dato ai lettori informazioni sufficienti per caratterizzare Gaizka (il principale animatore di Nuevo Curso) come un avventuriero con la particolarità di aver mantenuto, nel 1992-94, relazioni con il più importante partito della borghesia in Spagna in quel momento, il PSOE, non c'era più dubbio possibile sul significato dell'approccio di Nuevo Curso di snaturare la Sinistra comunista. E ancora meno dubbi erano concessi ai membri del GIGC poiché negli anni 1992-94 erano ancora militanti della CCI e avevano quindi piena conoscenza della traiettoria e delle azioni di questo individuo.
Tuttavia, non sono state queste informazioni, accessibili a tutti (e ripetiamo, non negate da nessuno), a impedire al GIGC di volare in soccorso dell'avventuriero Gaizka di fronte alla denuncia che ne abbiamo fatto: "dobbiamo sottolineare che fino ad oggi non abbiamo visto nessuna provocazione, manovra, denigrazione, calunnia o diceria, lanciata dai membri di Nuevo Curso, anche come individui, né alcuna politica di distruzione contro altri gruppi o militanti rivoluzionari"[5]. Effettivamente Gaizka non procede nello stesso modo del GIGC, poiché la lista di comportamenti ripugnanti a cui il GIGC si riferisce qui è una buona sintesi del suo proprio modo di agire. E ci vuole davvero l'aplomb di canaglie e meschini imbroglioni come i membri di questo gruppo per cercare di far credere che non ci sono problemi con Gaizka, visto che non si comporta come loro.
Nel caso di Gaizka, è la personalità politica che è in questione distinguendosi, come altri avventurieri meglio conosciuti prima di lui, per il fatto che "A differenza dei combattenti sinceri che si uniscono in modo disinteressato a un'organizzazione rivoluzionaria per aiutare la classe operaia a compiere il suo ruolo storico, gli avventurieri si uniscono alle organizzazioni rivoluzionarie solo per soddisfare la loro "propria missione storica". Vogliono mettere il movimento al loro servizio e, a questo scopo, cercano costantemente un riconoscimento"[6]. Per Gaizka, è la riscrittura, distorta, della storia della Sinistra comunista che potrà mettere al suo attivo e di cui sarà orgoglioso se l'operazione dovesse riuscire[7].
La FICCI si è formata nel 2001 sotto il segno dell'odio per la CCI e della volontà di distruggerla. Non riuscendoci, ha cercato di danneggiarla il più possibile. Con il pretesto di voler "raddrizzare la CCI" minacciata, secondo loro, di "degenerazione opportunistica", i pochi militanti della CCI all'origine della FICCI si sono caratterizzati, fin dall'inizio, per l'intrigo (tenendo riunioni segrete[8]), per atti di delinquenza come il furto e il ricatto, e per l'opera di provocatori, in particolare attraverso una campagna diffamatoria contro una compagna accusata pubblicamente da loro di essere un agente dello Stato che manipolava indirettamente la nostra organizzazione.
Non potendo dare un resoconto dettagliato delle turpitudini della FICCI-GIGC, rimandiamo il lettore ai principali articoli di denuncia che abbiamo scritto su questo argomento[9] e ci limitiamo qui ad alcune illustrazioni concrete di queste.
I membri della FICCI si sono deliberatamente posti essi stessi al di fuori dalla nostra organizzazione come conseguenza dei seguenti comportamenti:
• Violazioni ripetute dei nostri statuti (in particolare il rifiuto di pagare interamente le loro quote) e il loro rifiuto di impegnarsi a rispettarli in futuro;
• Rifiuto di venire a difendere il loro comportamento nell'organizzazione di fronte alle nostre critiche in merito, di fronte a una conferenza straordinaria dell'organizzazione che ha messo specificamente questo tema all'ordine del giorno;
• Furto di denaro e materiale della CCI (archivio degli indirizzi e documenti interni).
Alla fine, i membri della FICCI sono stati esclusi[10] dalla nostra organizzazione, non per questi comportamenti intollerabili ma per le loro attività di informatori con, al loro attivo, diversi atti di delazione. Per esempio, hanno pubblicato sul loro sito web la data di una Conferenza della CCI in Messico dove c’erano anche militanti di altri paesi. Questo atto ripugnante della FICCI, che consiste nel facilitare il lavoro delle forze repressive dello Stato borghese contro i militanti rivoluzionari, è tanto più spregevole in quanto i membri della FICCI sapevano bene che alcuni dei nostri compagni in Messico erano già stati, in passato, direttamente vittime della repressione e che alcuni erano stati costretti a fuggire dal loro paese di origine.
Ma i comportamenti da delatore dei membri della FICCI non si limitano a questo episodio. Prima e dopo la loro esclusione dalla CCI, questi hanno sistematizzato il loro lavoro di spionaggio della nostra organizzazione e regolarmente riportato i risultati ottenuti nei loro bollettini. Alcune delle "informazioni" pubblicate, degne della stampa scandalistica (tipo delle "rivelazioni" su una coppia di militanti), possono avere un interesse solo per quei pochi imbecilli (se ne esistono al di fuori dei membri della FICCI) che si divertono a fantasticare su un'oligarchia familiare all'interno della CCI. Ma accanto a queste ce ne sono altre che, lungi dall'essere inoffensive, sono direttamente espressione di un lavoro da informatori della polizia. Ecco un piccolo esempio:
- il bollettino della FICCI n. 14 si caratterizza per una prosa degna dei più zelanti rapporti di polizia: "Questo testo è di CG[11], alias Peter, come è provato dallo stile e soprattutto dal riferimento (piuttosto fantasioso) a una deplorevole operazione di recupero effettuata sotto la sua direzione. Questo stesso Peter è quello che dirige la CCI e che, dopo aver escluso o spinto fuori la maggior parte dei membri fondatori della CCI, pretende di essere l'unico erede di MC[12]. Ma bisogna anche sapere che se Peter sta guidando questa cabala d'odio contro il nostro compagno Jonas, è per la semplice ragione che Louise (alias Avril), la militante su cui Jonas ha osato esprimere chiari dubbi, non è altro che la compagna del leader".
- Nel Bollettino n. 18, abbiamo diritto a un rapporto dettagliato (tipico dei rapporti informatori trovati negli archivi della polizia) su una riunione pubblica del Partito Comunista Internazionale (PCI- Le Prolétaire), dove sono riportate tutte le azioni di "Peter alias C.G."
- Il bollettino n° 19 torna alla carica su Peter "che faceva la diffusione da solo" in questa e quella manifestazione e solleva una questione "altamente politica": "Infine, e capirete se poniamo anche questa questione: dov'è Louise? Assente dalle manifestazioni, assente dalle riunioni pubbliche, è di nuovo 'malata'?".
Il suddetto campionario della sordida raccolta di informazioni da parte dei membri della FICCI è abbastanza significativo del modo in cui queste persone concepiscono il loro "lavoro di frazione" (pettegolezzi, rapporti di polizia). In effetti, l'esibizione di tali informazioni è rivolta anche all'insieme della CCI, per mettere sotto pressione i suoi militanti facendo loro intendere che sono "sotto sorveglianza", che nulla di quello che fanno e dicono sfuggirà alla vigilanza della "Fazione interna". Lo dimostra l'innocente informazione pubblicata nel Bollettino n. 13, che riferisce che la CCI ha affittato una "sala di lusso" per una riunione pubblica, informazione la cui unica funzione è quella di contribuire a questa atmosfera di sorveglianza permanente. È con lo stesso obiettivo che i membri della CCI, così come i nostri contatti, ricevevano regolarmente nelle loro cassette postali, anche quando alcuni di loro avevano cambiato indirizzo, il famoso “Bulletin communiste” (Bollettino Comunista), nonostante le proteste e le ripetute richieste di cessazione di tali invii. Era un modo per dire ai destinatari: "Vi teniamo d’occhio e non vi molliamo".
Non è perché emana dai cervelli malati di persecutori ossessivi che un tale lavoro di polizia della nostra organizzazione, e specialmente di alcuni dei suoi membri, non dovrebbe essere preso sul serio.
Per concludere sul comportamento poliziesco della FICCI, vale la pena menzionare la pubblicazione da parte della FICCI di un testo di 118 pagine in formato A4 e in caratteri piccoli (circa 150.000 parole!) intitolato "L'Histoire du Secrétariat international du CCI" (La storia del Segretariato Internazionale della CCI"). Questo testo, secondo il suo sottotitolo, pretende di raccontare “Come l'opportunismo si è imposto negli organi centrali prima di contaminare e iniziare la distruzione dell'intera organizzazione...". È un racconto che, per molti versi, si potrebbe qualificare come "romanzo poliziesco".
Innanzitutto è appunto un romanzo, cioè una finzione e niente affatto un testo storico, anche se si riferisce a fatti e personaggi reali. È un po' come considerare "I Tre Moschettieri" di Alexandre Dumas come la vera storia di d'Artagnan (realmente esistito) e dei suoi amici. Comunque, anche se non c'è paragone possibile tra l'immaginazione romanzesca di Dumas e quella malata e paranoica degli autori di questa "storia", ci viene offerto un "thriller" con personaggi ben caratterizzati, soprattutto Louise e Peter. Louise è la principale "cattiva" della storia, una vera Lady Macbeth. Questa aveva spinto suo marito ad assassinare il re Duncan per impossessarsi del trono. Louise, in legame con i servizi speciali dello Stato, ha subdolamente manipolato il suo compagno Peter per incitarlo a commettere misfatti contro la CCI e i suoi militanti[13]. Peter è così diventato il "capo", colui "che dirige la CCI" (sic) dopo aver eliminato "la maggior parte dei membri fondatori della CCI" e che "pretende di essere il solo erede di MC". Non abbiamo più a che fare con un Peter-Macbeth ma con un Peter-Stalin. Ed è qui che la natura poliziesca di questo testo è ancora una volta evidente. Infatti, esso spiega la presunta "evoluzione opportunista" della CCI con gli intrighi di alcuni personaggi malfattori, come se la degenerazione e il tradimento del partito bolscevico fossero stati il risultato dell'azione del megalomane Stalin e non la conseguenza del fallimento della rivoluzione mondiale e dell'isolamento della rivoluzione in Russia. Questo testo proviene dalla più pura concezione poliziesca della storia, che è sempre stata combattuta dal marxismo, e bisogna riconoscere ai suoi autori un certo anticipo su tutti i "complottisti" che oggi pullulano sui social e nell'entourage di Donald Trump.
Ma il carattere poliziesco più odioso di questo testo è il fatto che rivela molti dettagli sul funzionamento interno della nostra organizzazione, che sono una manna per i servizi di polizia. La bassezza dei membri del GIGC decisamente non ha limiti.
Non essendo riuscito a convincere i militanti della CCI della necessità di escludere il "capo" e la "compagna del capo", questo gruppuscolo parassita si è dato come obiettivo quello di trascinare dietro le sue calunnie gli altri gruppi della Sinistra comunista per formare un cordone sanitario intorno alla CCI e screditarla (vedi qui di seguito gli episodi del "Circulo" e della "riunione pubblica del BIPR[14] a Parigi"). La FICCI ha chiesto al PCI (Le Prolétaire), in una lettera del 27 gennaio 2002 ad esso indirizzata e contemporaneamente inviata ad altri gruppi della Sinistra comunista, di prendere posizione a suo favore contro la CCI: "Oggi non vediamo che una sola soluzione: rivolgerci a voi affinché chiediate alla nostra organizzazione di aprire gli occhi e ritrovare il senso delle sue responsabilità. (...) Poiché noi siamo in disaccordo, oggi la CCI sta facendo di tutto per emarginarci e demolirci moralmente e politicamente"[15]. Nonostante questa lettera, la FICCI ha il coraggio di scrivere nel suo Bollettino n.13: "vogliamo affermare che, da parte nostra, non abbiamo mai chiesto a nessuno di schierarsi tra la CCI e la Frazione".
La volontà di isolare la CCI era rivolta ad un perimetro che andava al di là della Sinistra comunista poiché si trattava di fare scudo, laddove possibile e attraverso vari mezzi, tra la CCI e tutti coloro che, in un momento o nell'altro, potevano essere interessati al contenuto del nostro intervento. Questo è il senso delle sue campagne diffamatorie sul suo sito web, a volte anche attraverso volantini dedicati a questo scopo, in tutti i luoghi di discussione che gli erano accessibili.
Se non potevamo proibire ai membri della FICCI di andare alle manifestazioni di strada per tenerci d'occhio, potevamo però impedirgli di fare il loro sporco lavoro da poliziotti nelle nostre riunioni pubbliche. Ecco perché la CCI ha infine deciso di vietare la presenza dei membri della cosiddetta "Fazione interna" della CCI alle sue riunioni pubbliche e alle sue permanenze[16]. In diverse occasioni abbiamo dovuto affrontare minacce (compresa quella gridata a gran voce di sgozzare uno dei nostri compagni[17]) e aggressioni da parte di questi teppisti.
La FICCI si presenta come "il vero continuatore della CCI" che avrebbe conosciuto una degenerazione "opportunista" e "stalinista". Dichiara di continuare il lavoro, secondo lei abbandonato dalla CCI, di difesa nella classe operaia delle "vere posizioni di questa organizzazione" minacciate dallo sviluppo dell'opportunismo al suo interno. Opportunismo che riguarderebbe, in primo luogo, la questione del suo funzionamento. Abbiamo visto nella pratica la sua concezione del rispetto degli statuti e come si è fatta beffa delle più elementari regole di comportamento del movimento operaio.
Inoltre, da nessuna parte si trova traccia di un'argomentazione "politica" della FICCI che evidenzi chiaramente le sue "divergenze di fondo" con la CCI, che avrebbero giustificato la costituzione di una "frazione interna" che si vuole in continuità di tutte le frazioni di sinistra del movimento operaio, dalla Lega Spartakus fino alla Frazione della Sinistra Italiana[18]. Essendo sempre stata incapace di porre a se stessa tale necessità di rigore politico ispirandosi all'esperienza del movimento operaio, preferisce alzare lo spauracchio della vendetta popolare ripetendo a sazietà che la CCI è una setta "senza speranza di ritorno ormai, e che si è ampiamente marginalizzata, addirittura messa fuori gioco, dal campo proletario con le sue posizioni opportuniste”. (Rapporto di attività della seconda Riunione generale del GIGC. Révolution ou Guerre n.12).
Perché e come la CCI si sarebbe messa "fuori gioco dal campo proletario", concetto che non troviamo da nessuna parte nei nostri predecessori Bilan e Internationalisme[19] (la cui filiazione la FICCI-GIGC ha l'indecenza di rivendicare e in particolare quella del nostro compagno MC[20]).
La FICCI-GIGC suggerisce che avremmo tradito l'internazionalismo proletario o saremmo in procinto di farlo, il che costituirebbe effettivamente un motivo valido per denunciare l'opportunismo che l’avrebbe prodotto. Ma, fino ad oggi, la FICCI-GIGC non ha dimostrato in alcun modo come la nostra caratterizzazione della fase attuale della decadenza capitalista, quella della sua decomposizione[21] - che, secondo queste persone, è un punto centrale dell'opportunismo della CCI - sia un'illustrazione di questo tradimento!
La FICCI-GIGC suggerisce che il nostro settarismo si esprime nella concezione che ci sono gruppi parassitari che agiscono nell'ambiente della Sinistra comunista[22]. Così come nell'idea che il parassitismo rappresenti un pericolo per il milieu politico proletario, ci emarginerebbe rispetto a questo milieu e costituirebbe addirittura una minaccia per esso. In realtà, questa concezione costituisce un pericolo solo per i parassiti e noi rivendichiamo la sua validità nello stesso modo in cui rivendichiamo la lotta di Marx ed Engels contro l'Alleanza di Bakunin all'interno dell'AIT: "È giunto il momento, una volta per tutte, di porre fine alle lotte interne quotidiane provocate nella nostra Associazione dalla presenza di questo organismo parassitario". (Engels, "Il Consiglio Generale a tutti i membri dell'Internazionale", avvertimento contro l'Alleanza di Bakunin").
Il metodo che consiste nel "suggerire" evitando il problema politico di fondo fa appello al buon senso comune popolare[23], ai metodi di caccia alle streghe praticati nel Medioevo. Un metodo questo che sta guadagnando nuova vitalità nella società decadente di oggi con la ricerca a oltranza di capri espiatori per tutti i mali della società.
In realtà, la FICCI GIGC non ha mai spiegato che, quando i suoi membri facevano parte della CCI, hanno sempre sostenuto le tesi sul parassitismo e quelle sulla decomposizione. L'attacco che hanno intrapreso contro la nostra organizzazione nel 2000 non faceva per niente riferimento a disaccordi su questi temi. Solo più tardi hanno "scoperto", molto convenientemente, che non erano d'accordo con queste analisi. Era per loro necessario rimuovere gli ostacoli alla giustificazione del loro nuovo progetto politico:
• Diventando a loro volta dei parassiti caricaturali, ovviamente non hanno sostenuto l'immagine di se stessi e del loro comportamento riflessa nello specchio della nostra analisi del parassitismo. Hanno dovuto rompere questo specchio per rendere la CCI colpevole dei loro stessi abusi e per cercare di privare la CCI di un metodo adeguato per combatterli;
• Rifiutando la teoria della decomposizione del capitalismo elaborata dalla CCI, che è la sola a difenderla all'interno della Sinistra comunista, la FICCI può lisciare nel verso del pelo gli altri gruppi della Sinistra comunista molto critici verso questa analisi.
Inoltre, la CCI è stata il bersaglio di molte altre accuse da parte della FICCI che non abbiamo menzionato finora. In genere, queste vengono espresse con "frasi ad effetto" basate su menzogne e deformazioni, degne del motto di Goebbels, capo della propaganda nazista, secondo il quale: "Una grande menzogna porta con sé una forza che allontana il dubbio". Fortunatamente l'oscurantismo medievale non impedisce che la stupidità venga espressa e, con essa, la possibilità di risvegliare l'incredulità dei sostenitori del GIGC. All’attenzione di questi riproduciamo un piccolissimo campione delle accuse portate contro di noi dalla FICCI: la CCI sarebbe marchiata oggi dallo stigma di “un progressivo allontanamento dal marxismo e una tendenza sempre più affermata a proporre (e difendere) valori borghesi e piccolo-borghesi in voga ("giovanilismo", femminismo e soprattutto "non violenza")”[24]; la CCI è accusata anche di fare "il gioco della repressione"[25].
Non appena la vecchia sigla "FICCI" è messa da parte e viene annunciata la nuova, "GIGC", questo gruppo parassita tenta un nuovo colpo di testa, ancora una volta di natura poliziesca, contro la CCI.
Anche se le campagne anti-CCI della FICCI hanno avuto inizialmente un certo impatto sull'ambiente politico proletario, non sono tuttavia riuscite ad emarginare la nostra organizzazione, soprattutto perché le abbiamo combattute vigorosamente. La FICCI si era dovuta rassegnare a questa situazione fino a quando la storia sembra sorriderle di nuovo grazie al provvidenziale arrivo nelle sue mani dei bollettini interni della CCI[26].
Pensando che la loro ora di gloria fosse finalmente arrivata, questi parassiti, rinvigoriti dal nuovo "atout" nelle loro mani, hanno scatenato una propaganda isterica contro la CCI, come dimostra il manifesto pubblicitario (giubilante) affisso sul loro sito web: "Una nuova (ultima?) crisi interna della CCI!", accompagnato naturalmente da un "Appello al campo proletario e ai militanti della CCI". Per diversi giorni, hanno svolto un'attività frenetica, indirizzando una lettera dopo l'altra a tutto "il milieu proletario" così come ai nostri militanti e ad alcuni dei nostri simpatizzanti (di cui hanno continuato ad usare gli indirizzi dopo averli rubati alla CCI). Questo cosiddetto "Gruppo Internazionale della Sinistra Comunista" (il nuovo nome che si era dato la FICCI) suona il campanello d’allarme e grida a squarciagola di essere in possesso dei Bollettini interni della CCI. Esibendo il loro trofeo di guerra e facendo un tale baccano, il messaggio che questi spioni brevettati stavano cercando di far passare era molto chiaro: c'era una "talpa" nella CCI che stava lavorando mano nella mano con l'ex-FICCI! Un chiaro lavoro di polizia con nessun altro obiettivo se non quello di seminare il sospetto generalizzato, disordine e discordia all'interno della nostra organizzazione. Questi erano gli stessi metodi usati dalla GPU, la polizia politica di Stalin, per distruggere dall'interno il movimento trotskista degli anni ‘30. Questi sono gli stessi metodi che i membri dell'ex FICCI (tra cui due di loro, Juan e Jonas, membri fondatori del "GIGC") avevano già usato quando fecero viaggi "speciali" in diverse sezioni della CCI nel 2001 per tenere riunioni segrete e diffondere voci che uno dei nostri compagni (la "donna del capo della CCI", come la chiamavano loro) era uno "sbirro”.
Come il GIGC ha potuto beneficiare di un tale dono dal cielo? Un complice sotto copertura all'interno della nostra organizzazione? La polizia stessa li avrebbe avuti entrando nei nostri computer e per poi passarli al GIGC in qualche modo? Se, invece di essere una banda di canaglie, il GIGC fosse stato un'organizzazione responsabile, si sarebbe preoccupato di risolvere questo enigma e di informare il milieu politico del risultato delle sue indagini.
Il nostro articolo di denuncia di questo nuovo attacco è bastato a calmare di colpo l'ardore del GIGC, ma è interessante notare la sua risposta: "Il nostro gruppo prende atto del silenzio e dell'assenza di smentita della CCI sulla realtà di una grave crisi organizzativa all'interno della CCI e sulla nuova messa in discussione all'interno della stessa CCI dei comportamenti della ‘militante’ Avril-Louise-Morgane. Il GIGC non risponderà alla raffica di insulti che la CCI sta attualmente riversando sul nostro gruppo (come ha fatto ieri sulla FICCI). Abbiamo altre cose da fare. (…)". Questa risposta è stata rivelatrice per molti aspetti:
• Il GIGC, rifiutandosi di rispondere alla "raffica di insulti", ha evitato di dover rispondere alla sola questione di reale interesse e, come facilmente comprensibile, imbarazzante per lui: come ha ottenuto i nostri bollettini interni?
• Ha accusato la CCI di nascondere i suoi problemi organizzativi, mentre la lettura dell’insieme della nostra stampa mostra che questa è una menzogna e una calunnia, poiché, come i bolscevichi (vedi in particolare il libro di Lenin "Un passo avanti due passi indietro"), noi siamo l'unica organizzazione che ne rende conto sistematicamente tirandone le lezioni.
•- Essendo in possesso dei nostri Bollettini interni, il GIGC sapeva perfettamente che, ancora una volta, i nostri problemi non sarebbero stati nascosti. Pertanto, la ripercussione all’esterno dei problemi organizzativi che toccavano la CCI non poteva essere prevista prima della tenuta di una riunione generale dell'organizzazione (un congresso, una conferenza) incaricata di trattarli; poteva quindi avvenire solo nel quadro di un bilancio dei lavori di una tale riunione. Il bilancio dei lavori della nostra conferenza straordinaria di maggio 2014 è stato pubblicato in un articolo nel settembre 2014, nella Rivista Internazionale n. 153 (in inglese, francese e spagnolo) e sul sito italiano con il titolo, Conferenza internazionale straordinaria della CCI: la “notizia” della nostra scomparsa è ampiamente esagerata! [136]
Abbiamo mostrato come la FICCI ha cercato di usare il PCI (spedendogli una lettera) perché la sostenesse contro la CCI e adesso illustreremo come ha usato lo stesso approccio, ma "più grande" nei confronti del BIPR. Questo tentativo di corrompere queste due organizzazioni trascinandole su un terreno estraneo alle regole che governano i rapporti all'interno della Sinistra comunista costituisce un attacco parassitario contro quest’ultima.
Il BIPR è stato oggetto, in particolare, di una manovra audace da parte della FICCI che è consistita nell'organizzargli una riunione pubblica a Parigi il 2 ottobre 2004. In realtà, come dimostreremo, si trattava di una riunione pubblica che doveva servire alla reputazione della FICCI, a scapito di quella del BIPR, e al fine di portare un attacco contro la CCI.
L'annuncio di questa riunione da parte del BIPR indicava che il suo tema era la guerra in Iraq. Invece, l'annuncio che ne faceva la FICCI metteva in risalto tutta l'importanza del proprio approccio: "Su nostro suggerimento e con il nostro sostegno politico e materiale, il BIPR organizzerà una Riunione pubblica a Parigi (RP che speriamo non sia l'ultima) alla quale chiamiamo tutti i nostri lettori a partecipare" (sottolineato da noi)". Ciò che emerge da questo appello è che, senza la FICCI, questa organizzazione della Sinistra comunista, che esiste a livello internazionale ed è conosciuta da decenni, non avrebbe potuto prendere l'iniziativa e organizzare la riunione pubblica!
In realtà, questo gruppo parassitario ha utilizzato il BIPR come "uomo di paglia" per la propria pubblicità, al fine di ottenere un certificato di rispettabilità, di riconoscimento della sua appartenenza alla Sinistra comunista. E questa piccola teppaglia sfacciata non ha esitato ad usare la rubrica dei contatti della CCI (che aveva rubato prima di lasciare l'organizzazione) per diffondere il suo appello per questa riunione pubblica.
Come abbiamo fatto notare all'epoca, la FICCI non aveva ritenuto utile scrivere sul suo avviso per la riunione pubblica neanche una sola frase di analisi che denunciasse la guerra in Iraq (contrariamente all'annuncio fatto dal BIPR). Il suo avviso era dedicato esclusivamente a una questione: "come ricostruire un polo di raggruppamento rivoluzionario nella capitale francese dopo il crollo della CCI, un crollo dopo il quale le sue riunioni pubbliche sono ormai deserte e non costituiscono più un luogo di dibattito".
Nei fatti lo svolgimento della riunione pubblica del BIPR ha messo in evidenza esattamente il contrario. Secondo la FICCI, questa riunione doveva essere la prova che il BIPR era ormai "l'unico polo serio" di discussione e di riferimento per la Sinistra comunista. In realtà questo sarebbe stato invece un fiasco totale se la CCI non avesse partecipato e invitato i suoi contatti a fare lo stesso. Infatti, era presente un'importante delegazione di militanti della CCI e una decina di simpatizzanti della nostra organizzazione.
Tutti i complimenti fatti dal GIGC-FICCI al BIPR non erano altro che pura ipocrisia. Fin dalla sua costituzione, la FICCI ha cercato l'appoggio dell'ambiente politico proletario, principalmente del BIPR, nella sua crociata parassitaria contro la CCI, in particolare "eleggendo" il BIPR come unico polo di raggruppamento delle forze rivoluzionarie. Come la mosca cavallina della favola di Jean de La Fontaine, dava consigli, distribuiva buoni punti al milieu politico, riproduceva alcuni dei suoi articoli... All'epoca, le relazioni tra il BIPR e la FICCI erano in piena “luna di miele”. Il resoconto fatto dalla FICCI di una riunione con il BIPR nel giugno 2004 faceva la seguente analisi delle dinamiche esistenti nel campo proletario: "Questi vari piani esaminati ci permettono di concludere che ci sono effettivamente due dinamiche nel campo proletario attuale che vanno in due direzioni opposte: l’una per creare un quadro di raggruppamento delle energie rivoluzionarie, promuovere e orientare i dibattiti e la riflessione collettiva, per permettere l'intervento più ampio possibile all'interno della classe operaia. Questa dinamica, nella quale la nostra frazione si inscrive, è portata, oggi, essenzialmente dal BIPR; l'altra che va nella direzione opposta, quella di mantenere, anzi aumentare la dispersione, la confusione politica, è portata dalla CCI e contro la quale anche la frazione si batte apertamente". (Compte rendu d'une réunion entre le BIPR et la fraction [137], settembre 2004 - Bulletin communiste FICCI 27).
Quindici anni dopo, il Rapporto di attività della seconda assemblea generale del GIGC (aprile 2019) dipinge un quadro molto meno idilliaco del suo rapporto con l’attuale ITC (ex BIPR). Infatti, informa i suoi lettori che "...sono emerse nuove forze comuniste di cui Nuevo Curso ne è espressione e un fattore, mettendo così direttamente i gruppi storici della Sinistra Comunista partitista di fronte alle loro responsabilità storiche di fronte a questa nuova dinamica e di fronte alla quale la Tendenza Comunista Internazionalista, la principale organizzazione di questo campo, ha cominciato a chiudersi in un atteggiamento, o riflessi, relativamente settario nei nostri confronti e immediatista rispetto a queste nuove forze". (sottolineato da noi - Rapport d’activités de la 2 [138]e [138] Réunion générale du GIGC [138]. Révolution ou Guerre n.12)
Ancora di più, "la TCI, pur essendo organicamente legata al PC d’Italia e alla Sinistra Comunista Italiana, subisce il peso di un relativo informalismo, personalismo e individualismo, e quindi dello spirito di circolo" (sottolineato da noi - Idem) che, secondo il GIGC, ostacola l'applicazione di un metodo di partito da parte della TCI soprattutto nel rapporto con i suoi contatti.
Cosa è successo perché la FICCI-GIGC, questi leccapiedi patentati della TCI, si ribelli in questo modo? Oggi scoprono che la TCI, ex BIPR, indulgerebbe in quello che assomiglia a un approccio opportunistico nell’intervento verso i contatti: "L'articolo, scritto da un membro della CWO, il gruppo britannico della TCI, rigetta chiaramente "frazioni o circoli di discussione". Al di là del rigetto della forma organizzativa di per sé e più grave, esso sottovaluta, ignora, e di fatto respinge, qualsiasi processo di confronto e chiarificazione politica come mezzo centrale e momento indispensabile della lotta per il partito". (sottolineato da noi - Idem)
Nei fatti, Il GIGC non è certo turbato da un approccio che caratterizza come opportunistico (senza usarne il termine), ma piuttosto che l’azione da fedele leccapiedi ha molto meno successo con i nuovi elementi che si avvicinano alla Sinistra comunista di quanto avuto con la TCI. Soprattutto, il GIGC ha difficoltà a digerire il fatto che i suoi membri in Canada l'abbiano abbandonato per unirsi alla TCI.
Questa critica del GIGC alla TCI è indicativa, non tanto dei metodi di reclutamento della TCI, ma soprattutto dell'inaudita ipocrisia del GIGC. Infatti, oltre ai compromessi politico-teorici fatti dalla FICCI per essere più in sintonia con il Milieu politico proletario (abbandono della teoria della decomposizione e delle tesi sul parassitismo), i suoi membri soffocarono un'altra divergenza con il BIPR, di grande importanza e che la CCI aveva sempre avuto (e che questi signori condividevano quando erano nella nostra organizzazione), circa i principi che devono governare la formazione del partito. Improvvisamente, i membri della FICCI "dimenticarono" le critiche che loro e la CCI avevano precedentemente mosso al Partito Comunista Internazionalista (PCInt) e al BIPR su questo tema, in particolare l'approccio opportunistico che aveva presieduto alla formazione del Partito nel 1945. Oggi, il GIGC sta "scoprendo" che i metodi di reclutamento della TCI sono un po' opportunistici, ma non è, come loro vorrebbero far credere, la TCI che ha cambiato i suoi metodi, ma il GIGC che sta abbandonando il suo atteggiamento da leccapiedi per l’amarezza di essere stato ingannato dalla TCI, che gli ha portato via dei suoi membri.
Ci sono effettivamente disaccordi tra la TCI e la CCI sul metodo di raggruppamento che dovrebbe portare alla costituzione del partito mondiale, ma questo disaccordo è all'interno del campo proletario e darà luogo a dibattiti e confronti politici tra compagni che lottano per la stessa causa. Ed è inaccettabile che sia inquinato dai piagnistei del GIGC.
Per concludere sulle prodezze del GIGC-FICCI, e sul loro carattere eminentemente nocivo, è necessario ritornare su un episodio che presenta delle similitudini con la recente situazione in cui il parassitismo del GIGC è venuto a sostenere gli intrallazzi di un avventuriero. Un episodio in cui l'alleanza tra questi due elementi ha avuto effetti distruttivi, soprattutto rispetto agli elementi che si avvicinano alle posizioni di classe.
Nel 2004, la CCI aveva instaurato una relazione politica con un piccolo gruppo in ricerca in Argentina, il NCI (Nucleo comunista internacional)[27]. Avendo intrapreso lo studio delle posizioni delle correnti della Sinistra comunista, i suoi membri si orientavano verso le posizioni della CCI. Le discussioni sulla questione di comportamenti organizzativi inaccettabili all'interno del proletariato hanno convinto questi compagni, sulla base dello studio delle prese di posizione della FICCI e dei nostri stessi articoli sull'argomento, che la FICCI "aveva adottato un comportamento estraneo alla classe operaia e alla Sinistra comunista". Questo aveva poi dato origine ad una presa di posizione in questo senso scritta il 22 maggio 2004 da questi compagni[28].
Si scoprì che all'interno del NCI cominciava a sorgere un problema dovuto al fatto che uno dei suoi membri - che chiameremo cittadino B. - aveva una pratica in totale opposizione a un funzionamento collettivo e unitario, condizione fondamentale di esistenza per un'organizzazione comunista. Una volta iniziati i contatti con la CCI (era l'unico che poteva usare Internet), costui faceva discussioni individuali con ciascuno dei membri del gruppo, ma manovrava per evitare lo sviluppo di qualsiasi discussione seria e sistematica del gruppo nel suo insieme, il che gli permetteva di "mantenere il controllo" dello stesso. Questa pratica organizzativa, radicalmente estranea al proletariato, è tipica dei gruppi borghesi, specialmente quelli di sinistra o di estrema sinistra del capitale. Il signor B. si proponeva in realtà di usare i suoi compagni come trampolino di lancio per diventare una "personalità" all'interno del campo politico proletario. Tuttavia, il lavoro sistematico di discussione delle posizioni politiche con la CCI nel corso del tempo, così come la nostra insistenza sulle riunioni comuni di tutti i compagni, vanificò sempre più i suoi piani immediati di avventuriero.
Pertanto, alla fine del luglio 2004, il signor B. tentò una manovra audace: chiese l'integrazione immediata del gruppo nella CCI. Impose questa richiesta nonostante la resistenza degli altri compagni del NCI che, pur prefiggendosi anch'essi l'obiettivo di aderire alla CCI, sentivano la necessità di realizzare prima un profondo lavoro di chiarificazione e di assimilazione, poiché la militanza comunista non può che basarsi su solide convinzioni. La CCI respinse questa richiesta in linea con la nostra politica contro le integrazioni affrettate e immature che possono contenere il rischio di distruggere dei militanti e sono dannose per l'organizzazione.
Parallelamente, si era formata un'alleanza tra la FICCI e l'avventuriero B (certamente su iniziativa di B) per una manovra contro la CCI utilizzando il NCI a sua insaputa.
La manovra consisteva nel far circolare nell'ambiente politico proletario una denuncia contro la CCI e i suoi "metodi nauseabondi" che sembrava emanare indirettamente dal NCI, poiché questa denuncia era firmata da un misterioso e fittizio "Circulo de comunistas internacionalistas" (cioè, in sigla, "CCI"!), guidato dal cittadino B e che, secondo lui, avrebbe dovuto costituire il "superamento politico" del NCI. Queste calunnie sono state trasmesse per mezzo di un volantino del "Circulo" diffuso dalla FICCI in occasione della riunione pubblica del BIPR a Parigi il 2 ottobre 2004.
Queste sono state messe online anche in diverse lingue sul sito web del BIPR. Oltre a colpire direttamente la CCI, il volantino in questione difendeva la FICCI, rimettendo totalmente in discussione la posizione del NCI del 22 maggio 2004 che aveva denunciato questo gruppo.
Quando scoprirono le manovre del cittadino B. alle loro spalle, in particolare la creazione del fantoccio "Círculo de Comunistas Internacionalistas", così come la posizione di quest'ultimo a sostegno della FICCI e la denuncia della CCI, i membri del NCI analizzarono la situazione come segue: "È altamente probabile che lui (B.) aveva già preso contatto sotto banco con la FICCI, pur continuando ad ingannarci al punto di voler precipitare l'integrazione del NCI nella CCI" (Alcuni internazionalisti in Argentina - Presentazione della dichiarazione del NCI)[29].
Il modo in cui il cittadino B è stato portato ad elaborare la sua manovra è tipico di un avventuriero, delle sue ambizioni e della sua totale mancanza di scrupoli e di preoccupazione per la causa del proletariato. Il ricorso ai servizi di un avventuriero da parte della FICCI per soddisfare il suo odio verso la CCI e per cercare di stabilire, attraverso la denigrazione pubblica, l'isolamento politico della nostra organizzazione, è degno dei personaggi patetici e spregevoli che popolano il meschino mondo della piccola e della grande borghesia.
All'epoca, la CCI ha risposto, a volte giorno per giorno, alla campagna falsa e usurpatrice del cittadino B, finché, incapace di confutare l'esposizione pubblica delle sue manovre, quest’ultimo decise di scomparire politicamente. Sfortunatamente, gli altri membri del NCI, profondamente demoralizzati dal modo in cui erano stati usati e manipolati dal cittadino B., non sono riusciti a risollevarsi e continuare il loro sforzo di riflessione, e hanno finito per abbandonare ogni attività politica.
Quanto alla FICCI, immersa fino al collo in questo affare e che aveva fatto molto affidamento sul cittadino B. per screditare la CCI, sembra non aver imparato la lezione da questa disavventura in cui si è resa ridicola poiché, recentemente, si è nuovamente affidata alle azioni di un altro avventuriero.
Oggi, a differenza dell'episodio di Cittadino B, non è la CCI ad essere specificamente presa di mira dalla politica dell'avventuriero Gaizka ma tutta la Sinistra comunista[30] la cui reputazione subirà un danno politico se quest'ultimo non sarà smascherato e quindi messo nell’impossibilità di nuocere politicamente. Come insegna la tradizione del movimento operaio, e come dimostra la recente esperienza della CCI nell'affrontare le manovre e le calunnie del cittadino B, non c'è altra scelta che difendere l'onore delle organizzazioni che sono il bersaglio di attacchi parassitari e dell'azione di avventurieri[31], anche se questo richiede una grande quantità di energia che potrebbe essere utilmente impiegata in altri compiti organizzativi[32].
Oggi, in diverse parti del mondo, stiamo assistendo all'emergere di un crescente interesse per le posizioni della Sinistra comunista da parte di giovani elementi. Ed è qui che il GIGC e il cittadino Gaizka hanno un ruolo da svolgere. Non per contribuire alla riflessione e all'evoluzione di questi elementi verso la Sinistra comunista, ma al contrario per approfittare della loro inesperienza al fine di condurli in vicoli ciechi, per sterilizzare e distruggere la loro convinzione militante[33]. Se il GIGC e Gaizka si reclamano alla Sinistra comunista, è soprattutto per intrappolare questi giovani elementi a solo vantaggio dei loro sordidi interessi. Nel caso del GIGC, lo scopo è costruire un cordone sanitario intorno alla CCI dando libero sfogo al suo odio verso la nostra organizzazione. Nel caso di Gaizka, si tratta di soddisfare le sue ambizioni megalomani di avventuriero. Le motivazioni non sono identiche, ma se, come nel 2004 con l'episodio del cittadino B., c'è una convergenza tra parassiti e avventurieri, è ovviamente perché sono, ognuno a suo modo, nemici mortali della Sinistra comunista, delle sue tradizioni e dei suoi principi. Nel difficile cammino verso la piena comprensione di queste tradizioni e principi, sarà necessario, sulla base di tutta l'esperienza del movimento operaio, affrontare le manipolazioni e le trappole di questi nemici patentati del movimento operaio.
CCI (22-02-2021)
[4] Nouvelle attaque du CCI contre le camp prolétarien international [140] (1 febbraio 2020). Il fatto che tra i gruppi o blog che sostengono di essere della Sinistra comunista, solo quelli specializzati nel diffamare la CCI hanno attaccato la nostra messa a punto sul signor Gaizka o hanno cercato di difenderlo, illustra la natura irrefutabile delle informazioni che riportiamo su di lui.
[5] "Nouvelle attaque du CCI contre le camp prolétarien international [140]" (1 febbraio 2020)
[7] Chi c’è in “Nuevo Curso”? [25]; Gaizka tace: un silenzio assordante [139]; Communist Organisation: The Struggle of Marxism against Political Adventurism [141] (International Review n.88, anche in francese e spagnolo)
[8] Nelle quali un metodo di lotta politica per questo gruppo di scontenti è tutto in queste poche parole: "Bisogna destabilizzarli", il "bersaglio" di questa destabilizzazione erano, ovviamente, tutti coloro che non condividevano il loro atteggiamento ostile alla CCI e di denigrazione ignobile di alcuni dei suoi militanti.
[9] Ecco una lista non esaustiva di questi articoli:
"Conferenza straordinaria della CCI: la lotta per la difesa dei principi organizzativi", Rivoluzione Internazionale n. 126, giugno 2002; (ICC Extraordinary Conference [142], International Review n. 110, anche in francese e spagnolo).
“Comunicato ai nostri lettori: la CCI ha escluso uno dei suoi membri”, Rivoluzione Internazionale n. 125
(Communiqué à nos lecteurs : le CCI vient d'exclure un de ses membres [143] pubblicato su Révolution Internationale n.321, marzo 2002).
“I metodi polizieschi della FICCI”, Rivoluzione Internazionale n. 130, aprile 2003
"Les réunions publiques du CCI interdites aux mouchards [144], Révolution Internationale n.338, settembre 2003.
"Intervention de la FICCI à la Fête de 'Lutte Ouvrière' : Le parasitisme au service de la bourgeoisie", Révolution Internationale n.348, luglio 2004.
"Défense de l'organisation : Des menaces de mort contre des militants du CCI [145]", Révolution Internationale n.354, febbraio 2005.
[10] 15th Congress of the ICC, Today the Stakes Are High--Strengthen the Organization to Confront Them [146], International Review n.114, aprile 2003 (anche in francese e spagnolo)
[11] Queste sono le vere iniziali di questo compagno gentilmente fornite alla polizia dalla FICCI!
[12] MC (Marc Chirik - maggio 1907, dicembre 1990) è stato il principale fondatore della CCI dove ha apportato tutta un'esperienza di militante rivoluzionario all'interno dell'Internazionale Comunista, dell'Opposizione di Sinistra e della Sinistra Comunista (Sinistra Italiana e Sinistra Comunista di Francia). "Con Marc, non è solo la nostra organizzazione che perde il suo militante più sperimentato e fecondo; è tutto il proletariato mondiale ad essere privato di uno dei suoi migliori combattenti". Queste parole fanno da introduzione al primo di due articoli scritti in omaggio alla vita militante del nostro compagno. Vedi a questo proposito gli articoli Marc, Part 1: From the Revolution of October 1917 to World War II [147] e Marc, Part 2: From World War II to the present day [148], International Review, n.65 e 66 (anche nella versione francese e spagnola)
[13] Una commissione speciale nominata dalla CCI, composta da militanti con esperienza, aveva esaminato tutte le "prove" portate dagli accusatori di Louise e aveva concluso che queste erano totalmente assurde. Louise stessa aveva chiesto un confronto con i suoi principali accusatori. Quello con Olivier permise di mettere in evidenza la poltiglia che aveva invaso il cervello di Olivier e che lo aveva portato a cambiare completamente posizione almeno tre volte in poche settimane prima di diventare uno dei principali fondatori della FICCI, che in seguito ha lasciato per seguire la sua strada. Quanto a Jonas, indiscutibilmente il più intelligente della banda ma anche il più codardo, rifiutò categoricamente un tale confronto.
[14] Bureau Internazionale del Partito Rivoluzionario, diventata poi l'attuale Tendenza Comunista Internazionalista dopo un cambio di nome
[15] “Il PCI (Le Proletaire) a rimorchio della « frazione interna » della CCI”, Rivoluzione Internazionale, n. 128 e 129; ("Défense de l'organisation - Le PCI ( [149]Le Prolétaire [149]) à la remorque de la 'fraction' interne du CCI [149]")
[16] Les réunions publiques du CCI interdites aux mouchards [144]" ; Révolution Internationale n.338, settembre 2003
[17] Défense de l'organisation : Des menaces de mort contre des militants du CCI [145]", Révolution Internationale n.354, février 2005, e MINACCE DI MORTE CONTRO LA CCI. Solidarietà con i nostri militanti minacciati! [150] Rivoluzione Internazionale n. 140
[18] Fraction interne [151]' [151] du CCI : Tentative d'escroquerie vis-à-vis de la Gauche Communiste [151]" ; Revue Internationale n.112.
[19] Per porsi al fuori dal campo proletario la CCI dovrebbe aver tradito i principi fondamentali di quest'ultimo come l'internazionalismo, la prospettiva della rivoluzione comunista, il rifiuto di sostenere tutte le istituzioni dell'apparato politico della classe dominante (sindacati, partiti politici, democrazia borghese, ecc.) La FICCI-GIGC non riesce a trovare tali tradimenti nelle nostre posizioni ed è per questo che non può evitare di includere la nostra organizzazione nella lista dei "Gruppi e organizzazioni del campo proletario" sul suo sito web. Detto questo, l'appartenenza al campo proletario non si riduce al rifiuto delle posizioni politiche borghesi. Si basa anche su una lotta decisa contro i comportamenti propri della classe dominante, di cui lo stalinismo è stato una delle incarnazioni più pure: la menzogna sistematica, il gangsterismo, i metodi polizieschi, cioè i comportamenti che sono alla base dell'attività dei teppisti e spioni della FICCI-GIGC.
[20] Ha la faccia tosta di rivendicare il merito della lotta organizzativa condotta dal compagno MC durante tutta la sua vita, in particolare quando era attivo nella Frazione Italiana negli anni '30. Tanto da affermare nel n. 29 del suo “Bulletin communiste": "La nostra concezione dell'organizzazione è quella che MC ha sempre difeso".
[21] Come illustrazione del livello della critica da parte della FICCI, e di altri, alla nostra analisi della fase di decomposizione, la fase ultima del capitalismo, il lettore può consultare il seguente articolo: Understanding the decomposition of capitalism: Marxism at the roots of the concept of capitalism's decomposition [152], nella Rivista Internazionale n.117 (anche versione francese e spagnola). Per quanto riguarda più specificamente la FICCI, il lettore può consultare l'articolo "Sur la théorie de la décomposition du CCI [153]", FICCI Bulletin n.4, febbraio 2011. In questo testo, i membri della FICCI dimostrano ancora una volta la loro disonestà: invece di riconoscere che stanno mettendo in discussione la posizione che hanno difeso per più di dieci anni nella CCI, sostengono che la loro nuova "analisi" è in linea con questa posizione. Ecco cosa si può leggere: "... come avevamo avanzato la questione della decomposizione [all'interno della CCI]: come un blocco tra le classi, nessuna delle quali poteva imporre la sua prospettiva. L'11 settembre manifesta il fatto che la borghesia è costretta a rompere questo "equilibrio" e a forzare il passaggio: la marcia verso la guerra. (...) Dire, nel 2002, che la borghesia cerca di sbloccare la situazione di 'equilibrio' degli anni '90 significa che il 'blocco decompositivo' scompare". In altri termini, la fase di decomposizione sarebbe stata solo un momento circostanziale e reversibile che avrebbe potuto essere superato con una nuova configurazione della politica imperialista della borghesia. In realtà l'analisi della CCI condivisa dai membri della FICCI quando erano nella nostra organizzazione dice esattamente il contrario: "Il corso della storia è irreversibile: la decomposizione porta, come indica il suo nome, alla dislocazione e alla putrefazione della società, al nulla." (La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [13] (Rivista Internazionale n.14)
[22] Possiamo solo raccomandare ai nostri lettori che non l'hanno ancora fatto di leggere (o rileggere) Costruzione dell'organizzazione rivoluzionaria. Tesi sul parassitismo [154], Rivista Internazionale n.22.
[23] Cioè, e soprattutto, ai pregiudizi del nostro tempo
[24] "Les nouvelles calomnies de la FICCI [155]", pubblicato on line il 18 novembre 2006
[25] Vedi il nostro articolo "La prétendue 'solidarité du CCI avec les CRS' : comment la FICCI essaie de masquer ses propres comportements policiers" [156]
[26] Leggi Comunicato ai nostri lettori: La CCI attaccata da una nuova officina dello Stato borghese [27]; ICC on line maggio 2014
[27] Nucleo Comunista Internacional: an episode in the proletariat's striving for consciousness [157], International Review, n.120 (anche in francese e spagnolo)
[28] Pubblicata in Révolution internationale n.350 e Acción proletaria n.179
[29] Presentazione della Dichiarazione del Nucleo Comunista Internacional (NCI) del 27 ottobre 2004 [158]; Dichiarazione del Nùcleo Comunista Internacional a proposito delle dichiarazioni del “Circulo de Comunistas Internacionalista [159]; Ultime notizie dall’Argentina . IL NCI NON HA ROTTO CON LA CCI! [160]; Le Núcleo Comunista Internacional : Un effort de prise de conscience du prolétariat en Argentine [161]
[30] Gaizka si "interessa" alla Sinistra comunista, mostrando benevolenza verso di essa - per meglio silurarla - e verso certi gruppi che la compongono. In una lettera che Gaizka ci inviò alcuni anni fa, ci informò dell'importanza dell'esistenza politica che dava alla CCI e alla TCI, e anche dell'influenza positiva che la CCI aveva avuto sulla sua stessa evoluzione. Questo è da prendere in considerazione, non per relativizzare la pericolosità della sua azione, ma al contrario per comprenderla meglio e comprendere meglio l'approccio dell'avventuriero che è. Ecco come ha presentato il suo progetto "Nuevo Curso": “Non ci consideriamo un gruppo politico, un proto partito o qualcosa del genere... Al contrario, vediamo il nostro lavoro come qualcosa di "formativo", per aiutare la discussione nei luoghi di lavoro, tra i giovani, ecc. e, una volta chiariti alcuni elementi di base, servire da ponte tra queste nuove persone che stanno scoprendo il marxismo e le organizzazioni internazionaliste (essenzialmente la TCI e voi, CCI) che, come noi la vediamo, dovrebbero essere gli agglutinanti naturali del futuro partito anche se ora siete molto deboli (come, ben inteso, tutta la classe)". (7 novembre 2017 - Da [email protected] [67] a [email protected] [162])
[31] I tre articoli citati che abbiamo scritto su Nuevo Curso e Gaizka sono tutti in difesa della Sinistra comunista.
[32] In una Circolare a tutti i membri dell'Internazionale, il Consiglio Generale dell'AIT dichiarava che era giunto il momento di porre fine una volta per tutte alle lotte interne causate dalla "presenza di un corpo parassitario". E aggiungeva: "Paralizzando l'attività dell'Internazionale contro i nemici della classe operaia, l'Alleanza serve magnificamente la borghesia e i suoi governi".
Questions of Organisation, Part 3: The Hague Congress of 1872: The Struggle against Political Parasitism [93], International Review n.87 (anche in spagnolo e francese
[33] Le grandi lotte condotte dal proletariato nel maggio 1968 in Francia e successivamente in molti altri paesi provocarono l'emergere di un'intera generazione di elementi che si rivolgevano alla prospettiva della rivoluzione comunista rifiutando lo stalinismo. I gruppi gauchiste, in particolare maoisti e trotskisti, ebbero come funzione storica deviare la speranza di questi elementi verso vicoli ciechi, sterilizzando la loro volontà militante, demoralizzandoli e rendendoli addirittura oppositori dichiarati della prospettiva rivoluzionaria (come nel caso di Daniel Cohn Bendit). Questo è il tipo di funzione che, al loro livello, svolgono oggi i gruppi parassitari e gli avventurieri nei confronti dei giovani elementi che si avvicinano alla Sinistra comunista.
La pandemia sta colpendo brutalmente tutta la popolazione e soprattutto la classe operaia. Attualmente ci sono 118 milioni di infetti, 2,6 milioni di morti nel mondo e un paese come l’Italia ha superato la dolorosa cifra di 100.000 morti. Ma un’altra terribile minaccia incombe: l'aggravarsi della crisi economica, con più di 50 milioni di disoccupati solo negli Stati Uniti.
Di fronte a questa valanga di sciagure, come risponderà la classe operaia? Come può rispondere? Per rispondere vogliamo basarci non solo sulle risposte recenti (le lotte in Francia alla fine del 2019 o le mobilitazioni nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro in Italia, Francia, USA all’inizio della pandemia), ma soprattutto sulla natura del proletariato come classe storica e sulla sua esperienza storica. “Non si tratta di ciò che questo o quel proletario o anche tutto il proletariato si rappresenta provvisoriamente come scopo. Si tratta di ciò che è e di ciò che sarà costretto a fare storicamente conforme a questo essere. Il suo scopo e la sua azione storica sono tracciati nella sua propria base di esistenza, come in tutta l’organizzazione dell’odierna società borghese, in modo evidente ed irrevocabile.” (La Sacra Famiglia, Marx ed Engels).
Per prepararsi a questo incontro, i compagni possono consultare il seguente testo:
Quale approccio per comprendere la lotta di classe? [163]
L'incontro pubblico si terrà su Internet sabato 10 aprile alle 17.00.
Tutti coloro che desiderano partecipare possono farlo inviando un messaggio a: [email protected] [124] o alla sezione Contatti del nostro sito it.internationalism.org.
Questo rapporto analizza la crisi sociale derivante dalla pandemia di Covid-19 come la più significativa nella storia del mondo dalla seconda guerra mondiale. È un prodotto della decomposizione del capitalismo e costituisce un nuovo stadio dello sprofondamento della società in questa fase finale della sua decadenza.
Il disastro continua e peggiora: ufficialmente, ci sono attualmente 36 milioni di persone contagiate e più di mezzo milione di morti in tutto il mondo[1]. Dopo aver sconsideratamente posticipato le misure preventive contro la diffusione del virus, imponendo poi una brutale chiusura di ampi settori dell'economia, le varie fazioni della borghesia mondiale hanno continuato a scommettere su una ripresa economica, a scapito di un numero ancora maggiore di vittime, "liberando" la società dalle misure di contenimento mentre la pandemia si era solo temporaneamente attenuata in alcuni paesi. Con l'avvicinarsi dell'inverno, è chiaro che la scommessa non ha dato frutti, il che suggerisce un peggioramento, almeno nel medio termine, sia dal punto di vista economico che medico. Il peso di questa catastrofe è caduto sulle spalle della classe operaia internazionale.
Fino ad ora, una delle difficoltà nel riconoscere che il capitalismo fosse entrato nella fase finale del suo declino storico - quella della decomposizione sociale – era legata al fatto che l'epoca attuale, aperta definitivamente dal crollo del blocco dell’Est nel 1989, è apparsa superficialmente come una proliferazione di sintomi senza apparente interconnessione, a differenza dei precedenti periodi di decadenza del capitalismo che erano definiti e dominati da punti di riferimento evidenti come la guerra mondiale o la rivoluzione proletaria.[2] Ma ora, nel 2020, la pandemia Covid, la più grande crisi nella storia del mondo dalla seconda guerra mondiale, è diventata una rappresentazione indiscutibile di questo intero periodo di decomposizione, riunendo in sé una serie di fattori di caos che esprimono una putrefazione diffusa del sistema capitalista. In particolare:
La pandemia ha così riunito più chiaramente di prima i principali aspetti della vita della società capitalista toccati dalla decomposizione: economico, imperialista, politico, ideologico e sociale.
La situazione attuale ha anche dissipato l'importanza di una serie di fenomeni che sembravano contraddire l'analisi secondo cui il capitalismo fosse entrato in una fase terminale di caos e collasso sociale. Questi fenomeni, secondo i nostri critici, avrebbero dimostrato che la nostra analisi doveva essere "messa in discussione" o semplicemente ignorata. In particolare, alcuni anni fa gli sbalorditivi tassi di crescita dell'economia cinese sembravano per i nostri critici smentire l'idea che ci fosse un periodo di decomposizione e persino di decadenza. Questi osservatori erano infatti rimasti intrappolati dal "profumo di modernità" emanato dalla crescita industriale cinese. Oggi, a seguito della pandemia di Covid, non solo l'economia cinese ha subito una stagnazione, ma ha rivelato un ritardo cronico con l'odore meno piacevole del sottosviluppo e della decadenza.
La prospettiva delineata dalla CCI nel 1989 secondo cui il capitalismo mondiale era entrato in una fase finale di disgregazione dall'interno, basata sul metodo marxista dell’analisi delle tendenze di fondo e di lungo periodo, invece di inseguire novità temporanee o attenersi a formule obsolete, è stata confermata in modo evidente.
L'attuale catastrofe sanitaria rivela soprattutto una crescente perdita di controllo della classe capitalista sul suo sistema e la sua crescente perdita di prospettiva per la società umana nel suo insieme. La progressiva perdita di padronanza dei mezzi che la borghesia ha finora sviluppato per limitare e incanalare gli effetti del declino storico del suo modo di produzione è diventata più tangibile.
Inoltre, la situazione attuale rivela come la classe capitalista non solo sia meno capace di impedire lo sviluppo di un crescente caos sociale, ma aggravi anche sempre più la decomposizione stessa, mentre in precedenza la controllava.
Per capire meglio perché la pandemia di Covid è il simbolo del periodo di decomposizione del capitalismo, dobbiamo esaminare perché quest’ultima non si sarebbe potuta produrre in epoche precedenti come accade oggi.
Le pandemie erano ovviamente note nelle precedenti formazioni sociali e hanno avuto un effetto devastante e acceleratore sul declino delle precedenti società di classe, come la peste di Giustiniano alla fine della vecchia società schiavista o la peste nera alla fine della servitù feudale. Ma la decadenza feudale non ha vissuto un periodo di decomposizione perché un nuovo modo di produzione (il capitalismo) stava già prendendo forma all'interno e accanto a quello vecchio. Le devastazioni della peste hanno persino accelerato lo sviluppo della classe borghese.
La decadenza del capitalismo, il sistema di sfruttamento del lavoro più dinamico della storia, coinvolge necessariamente l'intera società e impedisce che ogni nuova forma di produzione emerga al suo interno. Ecco perché, in assenza di un percorso verso la guerra mondiale e di una rinascita dell'alternativa proletaria, il capitalismo è entrato in un periodo di "ultra-decadenza", come affermano le nostre Tesi sulla decomposizione[4]. Pertanto, l'attuale pandemia non lascerà spazio a nessuna rigenerazione delle forze produttive dell'umanità all'interno della società esistente, ma al contrario ci costringe a prevedere l'inevitabilità del collasso dell’intera società umana se il capitalismo mondiale non viene rovesciato nella sua totalità. L'uso di metodi di quarantena medievali in risposta al Covid, sebbene il capitalismo abbia sviluppato i mezzi scientifici, tecnologici e sociali per comprendere, prevenire e contenere lo scoppio di pestilenze (ma non è in grado di utilizzarli), testimonia l'impasse in cui si trova una società che "marcisce sui suoi piedi" e che è sempre più incapace di utilizzare le forze produttive che ha messo in moto.
La storia dell'impatto sociale delle malattie infettive nella vita del capitalismo ci offre un’altra visione della distinzione da fare tra la decadenza di un sistema, aperta nel 1914, e la fase specifica di decomposizione all'interno di questo periodo di declino. L'ascesa del capitalismo e persino la storia della maggior parte della sua decadenza mostra in realtà un crescente controllo della scienza medica e della salute pubblica sulle malattie infettive, specialmente nei paesi avanzati. La promozione dell'igiene pubblica e dei servizi igienico-sanitari, la conquista di vaccini contro il vaiolo e la poliomielite e il declino della malaria, per esempio, testimoniano questo progresso. Dopo la seconda guerra mondiale, sono le malattie non trasmissibili a diventare le principali cause di morte prematura nei paesi centrali del capitalismo. Non dobbiamo immaginare che questo miglioramento del potere dell'epidemiologia sia stato una conseguenza delle preoccupazioni umanitarie che la borghesia rivendicava all'epoca. L'obiettivo primario era creare un ambiente stabile per l'intensificazione dello sfruttamento richiesto dalla crisi permanente del capitalismo e soprattutto per la preparazione e la mobilitazione finale delle popolazioni per gli interessi militari dei blocchi imperialisti.
A partire dagli anni '80, la tendenza positiva della lotta alle malattie infettive ha iniziato a invertirsi. Nuovi patogeni o agenti in evoluzione hanno iniziato a comparire, come HIV, Zika, Ebola, SARS-CoV, MERS-CoV, Nipah, virus dell’influenza aviaria (H5N1), della dengue, ecc. I patogeni debellati hanno mostrato maggiore resistenza ai farmaci. Questo sviluppo, in particolare dei virus zoonotici, è legato alla crescita e alla concentrazione urbana incontrollata nelle regioni periferiche del capitalismo - in particolare attraverso la proliferazione di bidonvilles sovraffollate che rappresentano il 40% di questa crescita -, alla deforestazione e al cambiamento climatico emergente. Sebbene l'epidemiologia sia stata in grado di conoscere e monitorare questi virus, l'attuazione di misure appropriate da parte dello Stato non è riuscita a tenere il passo con la minaccia. La risposta insufficiente e caotica delle borghesie al Covid-19 è una conferma lampante della crescente negligenza dello Stato capitalista di fronte alla recrudescenza delle malattie infettive e verso la salute pubblica, e quindi del disprezzo per l'importanza della protezione sociale ai livelli più elementari. Questa crescente incapacità dello Stato borghese è legata a decenni di riduzione del "salario sociale", in particolare dei servizi sanitari. Ma il crescente disprezzo per la salute pubblica può essere pienamente spiegato solo nel quadro della fase di decomposizione che favorisce le reazioni irresponsabili e a breve termine di gran parte della classe dominante.
Le conclusioni da trarre da questa inversione di tendenza nell'andamento della lotta alle malattie infettive negli ultimi decenni sono inevitabili: si tratta di un esempio del passaggio del capitalismo decadente all'ultima fase della sua agonia, la sua decomposizione.
Naturalmente, l'aggravarsi della crisi economica permanente del capitalismo è la causa principale di questa transizione, una crisi comune a tutti i periodi del suo declino. Ma è la gestione - o meglio la crescente cattiva gestione - degli effetti di questa crisi che è cambiata e che è un elemento chiave dei disastri presenti e futuri che caratterizzano lo specifico periodo di decomposizione.
Le spiegazioni che non tengono conto di questa trasformazione, come quelle di Tendenza Comunista Internazionale (TCI) per esempio, finiscono con l’ovvietà che il profitto è responsabile della pandemia. Per loro, le circostanze specifiche, i tempi e l'entità della calamità rimangono un mistero.
La reazione della borghesia alla pandemia non può nemmeno essere spiegata con un ritorno allo schema del periodo della guerra fredda, come se le potenze imperialiste avessero "militarizzato" il virus Sars-CoV2 per scopi militari imperialisti e le quarantene di massa costituissero una mobilitazione della popolazione in questa direzione. Questa spiegazione dimentica che le principali potenze imperialiste non sono più organizzate in blocchi imperialisti rivali e che esse non hanno mano libera per mobilitare la popolazione dietro i loro obiettivi di guerra. Questo punto è alla base dell'impasse tra le due classi determinanti della prospettiva storica della società che è la causa fondamentale dell'ingresso in questa fase di decomposizione.
In generale, non sono i virus ma i vaccini ad alimentare le ambizioni militari dei blocchi imperialisti[5] . La borghesia ha fatto tesoro dell’esperienza dell'influenza spagnola del 1918. Le infezioni incontrollate costituiscono un enorme handicap per l'esercito, come dimostrato dalla smobilitazione di diverse portaerei americane e una portaerei francese a causa della pandemia Covid-19. Al contrario, mantenere uno stretto controllo dei patogeni mortali è sempre stata una condizione della capacità di guerra biologica di qualsiasi potenza imperialista.
Questo non vuol dire che le potenze imperialiste non abbiano utilizzato la crisi sanitaria per promuovere i propri interessi a scapito dei loro rivali. Ma questi sforzi hanno complessivamente rivelato che il vuoto lasciato dagli Stati Uniti nella leadership mondiale imperialista sta crescendo, senza che nessun’altra potenza, compresa la Cina, possa assumere questo ruolo o sia in grado di creare un polo di attrazione alternativo. Il caos a livello dei conflitti imperialisti è stato confermato dal disastro Covid.
Il confinamento di massa decretato dagli Stati imperialisti è certamente accompagnato oggi da una maggiore militarizzazione della vita quotidiana e dal suo utilizzo per lanciare esortazioni bellicose. Ma l'immobilizzazione forzata della popolazione è motivata in larga misura dalla paura dello Stato di fronte alla minaccia del disordine sociale in un momento in cui la classe operaia, anche se tranquilla, non è stata sconfitta.
La tendenza fondamentale all'autodistruzione che è la caratteristica comune a tutti i momenti della decadenza capitalista ha cambiato la sua forma dominante nel periodo di decomposizione, dalla guerra mondiale al caos mondiale, e ciò non fa che aumentare la minaccia del capitalismo per la società e l'umanità nel suo insieme.
La perdita di controllo della borghesia che ha caratterizzato la pandemia è attutita dallo strumento dello Stato. Cosa rivela questa calamità sul capitalismo di Stato nel periodo di decomposizione?
Per aiutare a comprendere questo aspetto, richiameremo questa osservazione dall'opuscolo della CCI La decadenza del capitalismo [165] sul "rovesciamento delle sovrastrutture" secondo cui la crescita del ruolo dello Stato nella società è una caratteristica della decadenza di tutti i modi di produzione. Lo sviluppo del capitalismo di Stato è l'espressione estrema di questo fenomeno storico generale.
Come la GCF sottolineava nel suo organo di stampa Internationalisme[6] nel 1952, il capitalismo di Stato non è una soluzione alle contraddizioni del capitalismo, anche se può ritardarne gli effetti, ma ne è l’espressione. La capacità dello Stato di mantenere la coesione di una società in declino, per quanto pervasiva possa essere, è quindi destinata a indebolirsi nel tempo e a diventare alla fine un fattore aggravante proprio delle contraddizioni che cerca di contenere. La decomposizione del capitalismo è il periodo in cui una crescente perdita di controllo della classe dominante e del suo Stato diventa la tendenza dominante nell'evoluzione sociale, come la pandemia rivela in modo così drammatico.
Tuttavia, sarebbe sbagliato immaginare che questa perdita di controllo si sviluppi in modo uniforme a tutti i livelli dell'azione dello Stato, o che colpisca tutte le nazioni allo stesso modo o che sia semplicemente un fenomeno a breve termine.
A livello internazionale
Con il crollo del blocco dell’Est e la conseguente inutilità delle strutture del blocco occidentale, le strutture militari come la NATO hanno mostrato la tendenza a perdere coesione, come ha dimostrato l'esperienza delle guerre dei Balcani e del Golfo. La disgregazione a livello militare e strategico è stata inevitabilmente accompagnata dalla perdita di potere - a ritmi diversi - di tutte le agenzie interstatali che sono state create sotto l'egida dell'imperialismo statunitense dopo la seconda guerra mondiale, come l'Organizzazione mondiale della sanità e l'UNESCO a livello sociale, l'Unione Europea (in continuità con la sua forma precedente, la CEE), la Banca mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l'Organizzazione mondiale del commercio a livello economico. Questi organismi interstatali sono stati progettati per mantenere la stabilità e “il power soft ma fermo” del blocco occidentale sotto la guida degli Stati Uniti.
Il processo di disgregazione e indebolimento di queste organizzazioni interstatali si è particolarmente intensificato con l'elezione del presidente degli Stati Uniti Trump nel 2016.
La relativa impotenza dell'OMS durante la pandemia la dice lunga al riguardo ed è legata al fatto che ogni Stato sta giocando la sua carta in modo caotico con gli esiti letali che stiamo vedendo. La "guerra delle mascherine" e ora la guerra dei vaccini, la volontà dichiarata degli Stati Uniti di ritirarsi dall'OMS, il tentativo della Cina di manipolare questa istituzione a proprio vantaggio, non hanno certo bisogno di essere commentati.
L'impotenza degli organismi interstatali e il conseguente “ciascuno per sé” degli Stati nazionali in competizione ha contribuito a trasformare la minaccia patogena in una catastrofe mondiale.
Tuttavia, a livello dell'economia mondiale - nonostante l'accelerazione della guerra commerciale e le tendenze alla regionalizzazione - le borghesie sono comunque riuscite a coordinare misure essenziali, come l'azione della Federal Reserve Bank per preservare la liquidità in dollari in tutto il mondo a marzo del 2020, all'inizio della contrazione economica. La Germania, dopo una iniziale riluttanza, ha deciso di provare a coordinare con la Francia un piano di salvataggio economico per l'intera Unione Europea.
Tuttavia, se la borghesia internazionale è ancora in grado di impedire un crollo completo di parti importanti dell'economia mondiale, non ha potuto evitare gli enormi danni a lungo termine alla crescita economica e al commercio mondiale causati dalla chiusura dell'attività economica resasi necessaria per la risposta tardiva, eterogenea e talvolta contraddittoria alla pandemia. Rispetto alla risposta del G7 al crollo finanziario del 2008, la situazione attuale mostra che la borghesia perde sempre più la capacità di coordinare le azioni per rallentare la crisi economica.
Naturalmente, la tendenza al "ciascuno per sé” è sempre stata un segno distintivo della natura competitiva del capitalismo e della sua divisione in Stati-nazione. Ma è la mancanza della disciplina di “blocco” (imperialista) e di prospettiva che ha favorito la rinascita di questa tendenza in un periodo di stallo e declino economico. Mentre in precedenza veniva mantenuto un certo grado di cooperazione internazionale, la pandemia rivela la sua crescente assenza.
A livello nazionale
Nelle Tesi sulla decomposizione, al punto 10, abbiamo scritto che la scomparsa della prospettiva di una guerra mondiale inasprisce le rivalità tra le cricche all'interno di ogni Stato-nazione così come tra gli Stati stessi. La disgregazione e l'impreparazione di fronte al Covid-19 a livello internazionale hanno avuto ripercussioni, in misura maggiore o minore, in ogni Stato-nazione, in particolare a livello esecutivo:
"Una delle principali caratteristiche della decomposizione della società capitalista che dobbiamo sottolineare è la crescente difficoltà di controllare l'evoluzione della situazione politica. "[7]
Questo è stato un fattore essenziale nel crollo del blocco dell’Est, aggravato dalla natura aberrante del regime stalinista (uno Stato monopartitico che sceglie da se stesso la classe dirigente). Ma le cause profonde dei conflitti all'interno dei poteri esecutivi dell'intera borghesia - crisi economica cronica, perdita di prospettiva strategica e fallimenti nella politica estera, disaffezione della popolazione - colpiscono ora gli Stati capitalisti avanzati, cosa che appare più evidente nella crisi attuale soprattutto nei grandi paesi dove sono saliti al potere governi populisti o influenzati dal populismo, come quelli guidati da Donald Trump e Boris Johnson. I conflitti in questi grandi Stati si estendono inevitabilmente ad altri Stati che hanno seguito, per il momento, una politica più razionale.
In precedenza, questi due paesi erano simboli della relativa stabilità e della forza del capitalismo mondiale; oggi, il triste spettacolo delle loro borghesie mostra che sono piuttosto diventati fari di irrazionalità e disordine.
L'amministrazione statunitense e il governo del Regno Unito, guidati dalle spavalderie nazionaliste, hanno volontariamente ignorato e ritardato gli interventi contro la calamità Covid e persino incoraggiato la popolazione a non rispettare le regole di fronte a questo pericolo; hanno minato il parere delle autorità scientifiche e ora stanno aprendo l'economia mentre il virus infuria ancora. Entrambi i governi hanno smantellato le task force contro la pandemia alla vigilia della crisi pandemica.
Questi due governi, in modi diversi, vandalizzano deliberatamente le procedure statali stabilite dallo Stato democratico e creano discordia tra diversi dipartimenti dello Stato, Trump abrogando il protocollo militare in risposta alle proteste del Black Lives Matter e manipolando in modo fraudolento il sistema giudiziario, Johnson rimettendo in discussione l’intera struttura della Funzione pubblica.
È vero che, in un'epoca del “ciascuno per sé”, ogni Stato-nazione inevitabilmente è andato per la sua strada. Tuttavia, gli Stati che hanno dato prova di maggiore intelligenza si trovano egualmente di fronte a divisioni crescenti e perdita di controllo.
Il populismo dimostra l'idea delle Tesi sulla decomposizione secondo cui il capitalismo senile sta tornando a una "seconda infanzia". L'ideologia del populismo afferma che il sistema può tornare a un periodo giovanile di dinamismo capitalista e con minore burocrazia, semplicemente attraverso affermazioni demagogiche e iniziative dirompenti. Ma in realtà, il capitalismo decadente nella sua fase di decomposizione sta esaurendo tutti i palliativi.
Mentre il populismo fa appello alle illusioni xenofobe e piccolo-borghesi di una popolazione scontenta che è temporaneamente disorientata dall'assenza di una rinascita proletaria, emerge chiaramente dall'attuale crisi sanitaria che il programma - o l'anti-programma - del populismo si è sviluppato all'interno della borghesia e dello Stato stesso, e non è il risultato del presunto impazzimento delle popolazioni in generale.
Non è un caso che Stati Uniti e Regno Unito, tra i paesi più sviluppati, abbiano registrato i tassi di mortalità più elevati durante la pandemia.
Tuttavia, va ricordato che gli organismi economici statali nella maggior parte dei paesi sviluppati sono rimasti comunque stabili e hanno adottato rapidamente misure di emergenza per evitare che le loro economie cadessero in caduta libera e per ritardare l'effetto della disoccupazione sulla popolazione.
Infatti, grazie all'azione delle Banche Centrali, vediamo lo Stato aumentare notevolmente il proprio ruolo nell'economia. Ad esempio:" Morgan Stanley [la banca d'investimento] osserva che le banche centrali dei paesi del G4 - Stati Uniti, Giappone, Europa e Regno Unito - aumenteranno collettivamente i loro bilanci del 28% della produzione interna lorda nel corso di questo ciclo. La cifra equivalente durante la crisi finanziaria del 2008 era del 7% ". (Financial Times del 27 giugno 2020).
Tuttavia, la prospettiva di sviluppare un capitalismo di Stato, in fondo, è un segno che la capacità dello Stato di contenere la crisi e mitigare gli effetti della decomposizione del capitalismo si sta indebolendo.
Il peso crescente dell'intervento statale in ogni aspetto dell’intera vita sociale non è una soluzione alla sua crescente decomposizione.
Non va dimenticato che c'è una forte resistenza, all'interno di questi Stati e da parte dei liberali o socialdemocratici o di frazioni significative di questi, al vandalismo del populismo. In questi paesi, questo settore della borghesia di Stato costituisce una forte opposizione, in particolare attraverso i media, che, oltre al fatto di ridicolizzare le buffonate populiste, possono dare alla popolazione la speranza di un ritorno all'ordine democratico e alla razionalità, anche se oggi non c'è una reale capacità di chiudere il vaso di Pandora populista.
E possiamo essere certi che la borghesia di questi paesi non ha affatto dimenticato il proletariato e che, quando sarà il momento, potrà schierare contro di esso tutte le sue agenzie specializzate.
Il Rapporto sulla decomposizione del 2017 evidenzia il fatto che nei primi decenni successivi all'emergere della crisi economica alla fine degli anni '60, i paesi più ricchi hanno spostato gli effetti della crisi verso i paesi alla periferia del sistema, mentre nel periodo di decomposizione la tendenza tende a invertirsi o a tornare al cuore del capitalismo, ai suoi centri vitali – come si vede con la diffusione del terrorismo, il massiccio afflusso di rifugiati e migranti, la disoccupazione di massa, la distruzione dell'ambiente e ora le epidemie mortali in Europa e in America. La situazione attuale, in cui è il paese capitalista più forte del mondo a soffrire maggiormente la pandemia, conferma questa tendenza.
Il rapporto sottolineava anche in modo lungimirante che: " ... abbiamo considerato che [la decomposizione] non ha avuto un impatto reale sull'evoluzione della crisi del capitalismo. Se l'attuale ascesa del populismo dovesse portare alla crescente influenza di questa corrente in alcuni principali paesi europei, tale impatto della decomposizione si svilupperebbe ".
Uno degli aspetti più significativi dell'attuale calamità è che la decomposizione ha travolto effettivamente l'economia in modo devastante. E questa esperienza non ha smorzato il gusto del populismo per l'ennesimo disastro economico, come evidenziato dalla continua guerra economica degli Stati Uniti contro la Cina, o dalla determinazione del governo britannico a continuare il percorso suicida e distruttivo della Brexit.
La decomposizione della sovrastruttura prende la sua "rivincita" sulle basi economiche del capitalismo che l'ha generata.
" Quando l'economia trema, tutta la sovrastruttura su cui si appoggia va in crisi e si decompone .....Prima conseguenze di un sistema, poi più spesso diventano fattori di accelerazione nel processo di declino". (Opuscolo su La decadenza del capitalismo, capitolo 1)
CCI, 16.7.20
[1] Questo era il dato ad agosto 2020. Attualmente, marzo 2021, i morti sono già diventati 2 milioni e 740mila
[2] Questo problema di percezione è stato sottolineato nel Rapporto sulla decomposizione del 22° Congresso della CCI, Rivista Internazionale n. 35, https://it.internationalism.org/content/1504/rapporto-sulla-decomposizione-oggi-22deg-congresso-della-cci-maggio-2017 [14]
[3] Questa crisi economica di lunga durata, che ha attraversato più di cinque decenni, è iniziata alla fine degli anni '60, dopo due decenni di prosperità postbellica nei paesi avanzati.
[4] https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo [13]
[5] Le proprietà antibiotiche della penicillina furono scoperte nel 1928. Durante la seconda guerra mondiale il farmaco fu prodotto in massa dagli Stati Uniti e furono preparate 2,3 milioni di dosi per lo sbarco in Normandia nel giugno 1944.
[6] GCF: Sinistra comunista di Francia, precursore della CCI.
[7] Tesi sulla decomposizione, punto 9.
Lo scorso dicembre, la CCI ha scritto alla TCI chiedendo di pubblicare la correzione di gravi falsificazioni sulla nostra organizzazione presenti sul sito web della TCI all’interno di un articolo intitolato “Sul quarantacinquesimo anniversario della fondazione della CWO[1]”.
La CCI non avrebbe richiesto tali rettifiche a un gruppo borghese. Non ci aspettiamo altro che bugie da quella parte, e denunciamo semplicemente tali calunnie come il marchio della classe nemica.
Se abbiamo chiesto alla TCI di correggere le importanti diffamazioni sulla CCI è perché consideriamo la TCI, nonostante le differenze politiche esistenti con questa tendenza, come facente parte del campo proletario internazionalista e abbiamo un interesse comune a correggere importanti deviazioni dalla verità sulla storia della Sinistra comunista[2].
Speravamo che la TCI riconoscesse queste importanti imprecisioni e allo stesso tempo accettasse di correggerle, o che ci fornisse prove per confutare le nostre correzioni.
Purtroppo, la TCI ha risposto con rabbia alla nostra richiesta, rifiutando di pubblicare qualsiasi correzione, e affermando che la nostra richiesta era una “provocazione” o un “gioco politico”. Nella sua risposta ha dichiarato che questa era la sua ultima parola sull’argomento e che questa corrispondenza era ormai chiusa[3].
Nonostante questo rifiuto, la CCI ha scritto di nuovo sperando di creare un cambiamento di stato d’animo, spiegando che la nostra richiesta di rettifica non era una provocazione o un gioco, né una polemica sull’interpretazione che la CWO dà della propria storia o un tentativo di imporre la nostra interpretazione di questa, ma il desiderio di mettere le cose in chiaro. E abbiamo notato nella nostra seconda lettera che, nonostante il rabbioso rifiuto della CWO di pubblicare le nostre correzioni, la sua risposta non confutava affatto i fatti in questione, che erano effettivamente come li avevamo descritti. Ma la TCI è stata coerente su un punto: ha mantenuto il suo rifiuto unilaterale e tre mesi dopo non aveva ancora risposto alla nostra seconda lettera.
Se oggi pubblichiamo questa corrispondenza con la TCI è perché è visibilmente impossibile raggiungere un accordo negoziato con loro, e perché consideriamo le falsificazioni abbastanza gravi da richiedere una correzione pubblica. A causa del rifiuto della TCI di discutere in privato di una correzione pubblica reciprocamente accettabile, che avremmo preferito, siamo costretti noi stessi a rendere pubblici i fatti.
La nostra prima lettera:
La CCI alla TCI
08/12/2020
Cari compagni,
Vi chiediamo di pubblicare la seguente correzione sul vostro sito web:
“Abbiamo scoperto sul vostro sito web un articolo intitolato “On the Forty-Fifth Anniversary of the Founding of the CWO [166]” che contiene una serie di falsità che diffamano la nostra organizzazione. Tre di queste sono particolarmente rilevanti e devono essere corrette:
In primo luogo, l’articolo afferma che la CCI ha “calunniato” Battaglia Comunista riguardo alle sue origini nel Partito Comunista Internazionalista nel 1943: “Abbiamo anche scoperto che le calunnie della CCI secondo cui [il PCInt] avrebbe lavorato “all’interno dei Partigiani” erano false, la questione è che il PCInt ha lavorato ovunque fosse presente la classe operaia”.
Una lettera di Battaglia Comunista alla CCI, ripresa nell’articolo “Les ambiguïtés sur les «partisans» dans la constitution du parti communiste internationaliste en Italie [167]” pubblicato nel numero 8 della Rivista Internazionale nel 1977 (e in italiano nel n°7 di Rivoluzione Internazionale), diceva:
“I compagni che lo costituirono [il Partito Comunista Internazionalista] provenivano da quella Sinistra che in Italia e all’estero per prima aveva denunciato la politica controrivoluzionaria del blocco democraticista (comprendente i partiti d’osservazione staliniana e trotskista) ed aveva per prima e da sola operato all'interno delle lotte operaie e delle stesse file partigiane per chiamare il proletariato alla lotta contro il capitalismo, di qualunque regime si ammantasse.
I compagni, che Révolution Internationale vorrebbe far passare come “resistenziali”, erano quei militanti rivoluzionari che facevano opera di penetrazione nelle stesse file partigiane per diffondere principi e tattica del movimento rivoluzionario e che per questo impegno giunsero anche a pagare con la vita”.
Il Partito Comunista Internazionalista, da cui si è formata Battaglia Comunista, ha agito e penetrato le fila dei Partigiani, secondo la sua stessa testimonianza. Così, l'affermazione e la critica di questo fatto da parte della CCI non sono in alcun modo una calunnia.
In secondo luogo, l’articolo afferma:
“nel 1980, la Terza Conferenza della Sinistra Comunista Internazionale (a Parigi) ha portato all’abbandono delle Conferenze da parte della CCI e di altri piccoli gruppi”.
Affermare che la CCI ha abbandonato le Conferenze è una pura falsificazione della realtà, una falsificazione che è di fatto contraddetta da ciò che è scritto prima nel vostro articolo:
“Alla riunione [della Terza Conferenza], la CWO e il GCI belga hanno annunciato separatamente che non avrebbero partecipato alla conferenza successiva. La CWO non ha consultato il PCInt [cioè Battaglia Comunista] prima di ciò, ma il PCInt, nella qualità di promotore delle Conferenze, ha cercato di recuperare qualcosa proponendo un nuovo criterio per la conferenza successiva che avrebbe soddisfatto (o così pensava) alcuni elementi come la CWO e il GCI, e che avrebbe costretto la CCI a prendere una posizione più chiara. Non è andata come suggerisce la CCI, cioè che il solo scopo della risoluzione era di escluderla. Questa ha cercato di ottenere dal PCInt una modificazione dei criteri per continuare a mantenere una posizione poco chiara sulla questione del partito. Il PCInt si è attenuto alla formulazione originale e la delegazione della CWO ha deciso di sostenerla.”
Come si vede, non è stata la CCI ma la CWO che voleva abbandonare le Conferenze. Il PCInt, per “salvare qualcosa”, introdusse un nuovo criterio (che si rifiutò di cambiare, ma che la CWO sostenne) per la partecipazione alla conferenza, criterio che la CCI non poteva accettare. Il dibattito sulla natura del partito tra i gruppi presenti alle Conferenze è stato artificialmente chiuso. La CCI è stata di fatto esclusa dai due gruppi, non ha mai abbandonato le Conferenze.
In terzo luogo, l'articolo afferma:
“Quando la CCI ha cominciato a fare irruzione nelle case private (apparentemente per recuperare ciò che gli apparteneva), compresa la casa di JM che era uscito assieme agli scissionisti, Aberdeen l’ha minacciata di chiamare la polizia”.
L’affermazione secondo cui la CCI “avrebbe fatto irruzione nelle case private” è una bugia maliziosa ripetuta più e più volte dai parassiti come il defunto “Communist” Bulletin Group di Aberdeen, che gli ha permesso di giustificare il furto di materiale della CCI e di giustificare le sue minacce di chiamare la polizia contro la CCI. L’insinuazione dell’articolo, che utilizza l’avverbio “apparentemente”, suggerendo così l’idea che il recupero del suo materiale da parte della CCI non fosse che un pretesto per intimidire, è un’altra menzogna messa in giro dai parassiti per giustificare le proprie nefandezze.
Uno dei principi che ha permesso di differenziare la tradizione della Sinistra Comunista dallo stalinismo e dal trotskismo è quello di dire la verità e di smascherare le bugie della controrivoluzione, specialmente la falsificazione dei fatti storici da parte di quest’ultima. Questo principio sull’accuratezza dei fatti è particolarmente importante nella storia della Sinistra Comunista. Le falsificazioni dell’articolo devono essere corrette per dare un quadro veritiero di questa storia alle nuove generazioni di militanti comunisti.
L’articolo è presente sul vostro sito web già da un bel po’ di tempo, e può essere stato visto da numerosi lettori; è per questo che chiediamo che la correzione di cui sopra appaia entro due settimane con il testo in un posto ben visibile sul vostro sito web.
Saluti comunisti,
La CCI”
La nostra seconda lettera
Anche se ha rifiutato di pubblicare questa lettera, la TCI ha effettivamente confermato le nostre correzioni, come abbiamo esposto nella nostra seconda lettera:
“Abbiamo preso nota che nella vostra lettera confermate la validità delle correzioni che vi avevamo richiesto:
I fatti in questione, che noi rettifichiamo nella nostra prima lettera e confermiamo nella seconda, e che la CWO non contesta ma si rifiuta di rettificare pubblicamente, non sono evidentemente una banalità, ma riguardano direttamente aspetti importanti dell’integrità delle posizioni della CCI. L’articolo della CWO vorrebbe far credere che il diverso comportamento espresso nei confronti dei partigiani in Italia durante la Seconda Guerra mondiale dagli antenati della CCI - la Sinistra Comunista di Francia - rispetto al PCInt, che permette di comprendere la diversa traiettoria intrapresa dalle due diverse organizzazioni nel corso degli anni '40 – sarebbe costruita sulla “calunnia”.
Poi l’articolo dice che abbiamo abbandonato le Conferenze Internazionali della Sinistra Comunista degli anni ‘70 laddove invece le abbiamo difese con le unghie e con i denti. L’impatto negativo del fallimento di queste Conferenze si fa sentire ancora oggi. E infine, l’articolo sostiene che la CCI, che ha sempre difeso l’organizzazione rivoluzionaria e il suo comportamento onesto, avrebbe utilizzato lo stesso tipo di comportamento da canaglie di coloro che hanno cercato di distruggerla con furti, calunnie e minacce di chiamare la polizia. In una parola, in un modo che è totalmente contrario ai fatti, siamo noi che siamo ritratti nell’articolo come calunniatori, canaglie e disertori.
Non si tratta di esagerazioni polemiche, ma di menzogne che ci diffamano.
È ovvio che la CCI è obbligata a difendersi pubblicamente da tali calunnie.
La CWO ha voluto che la sua storia permettesse ai nuovi membri e ai contatti di conoscere il “fondamento della nostra coscienza e delle nostre prospettive politiche attuali”. E come tale, la sua storia non poteva non avere un taglio polemico, dato che il suo passato si sovrappone in vari casi a quello della CCI. Ma questa è una ragione in più per attenersi ai fatti in modo da permettere ai nuovi militanti di conoscere la storia reale delle sue differenze con le altre tendenze. La convinzione profonda di nuovi militanti nelle posizioni della TCI, o di qualsiasi altra tendenza della Sinistra Comunista, non può basarsi su denigrazioni e falsificazioni di altre tendenze. Al contrario, la formazione di nuovi militanti della Sinistra Comunista richiede la conoscenza dei fatti.
Purtroppo, come dimostra l’esito della richiesta della CCI alla TCI, la determinazione collettiva a difendere la verità all’interno di tutta la sinistra comunista – una parte della sua tradizione storica - nonostante i reciproci disaccordi politici è sempre più dimenticata, e il tentativo di rettificare le falsificazioni viene considerato dalla TCI come un tentativo di “fare giochetti”. Per esempio, la richiesta fatta dalla CCI di essere onesti nei fatti è considerata essa stessa disonesta. E quindi negata.
Questo miserabile disinteresse per la messa in chiaro, tuttavia, è una deviazione abbastanza recente dalla tradizione della sinistra marxista e della sinistra comunista in particolare.
“La verità è rivoluzionaria” - Marx
La natura rivoluzionaria della verità ha un significato generale per il marxismo in quanto la sequenza dei cambiamenti storici da un modo di produzione ad un altro nel corso della storia umana può essere compresa scientificamente e quindi accuratamente solo come il risultato della lotta di classe. E ha un significato particolare per la lotta della classe operaia, che cerca di smascherare le bugie che la classe capitalista usa per giustificare il suo regno di sfruttamento spietato, di crisi economica e miseria, di guerra senza fine e di catastrofi. Poiché la prospettiva comunista del proletariato rivoluzionario non è quella di giustificare una nuova forma di sfruttamento, ma di abolire le classi e di creare una società di libera associazione di produttori, la ricerca della verità è la principale arma politica e teorica della classe operaia e delle sue minoranze comuniste, sia contro la borghesia che per rafforzare le proprie file.
Lo sviluppo teorico, politico e organizzativo della tradizione marxista si è svolto principalmente attraverso una polemica accurata sui fatti. Si ricordano le famose polemiche condotte da Marx ed Engels contro gli Hegeliani di sinistra (La Sacra Famiglia, L’ideologia tedesca), contro Proudhon (Miseria della filosofia), l’Anti-Dühring, la Critica del Programma di Gotha, la polemica di Rosa Luxemburg contro Eduard Bernstein (Riforma sociale o rivoluzione?), la polemica di Lenin contro i populisti russi in Che cosa sono gli amici del popolo e come lottano contro i socialdemocratici?, ecc. Sono tutte basate su ampie citazioni di scritti e resoconti precisi ed evidenti di azioni di coloro che sono oggetto di critica, e sono quindi tanto più forti e veementi. Al tempo stesso, la tradizione marxista è stata risoluta a rispondere pubblicamente alle accuse sulla sua politica, e più in particolare a smascherare calunnie e manovre al servizio del campo nemico, come attraverso il libro di Marx sulla spia di polizia Herr Vogt, o il rapporto della Prima Internazionale sulla cospirazione di Bakunin.
Questi principi di onestà e di precisione cominciarono a indebolirsi nel campo marxista con la degenerazione opportunista della Seconda Internazionale. Dopo il crollo di quest’ultima nel 1914 e l’appoggio della maggior parte dei partiti socialdemocratici alla guerra imperialista, seguiti dall’odio attivo contro l’ondata rivoluzionaria che emerse nel 1917, le calunnie contro la sinistra marxista internazionale si intensificarono e furono il preludio al tentativo di sterminare i suoi militanti. Le calunnie contro Rosa Luxemburg sulla stampa socialdemocratica, per esempio, crearono il clima per il suo assassinio nel 1919. Lenin e Trotsky sfuggirono allo stesso destino nell’estate del 1917 dopo essere stati accusati di essere agenti tedeschi dai menscevichi e da altri.
La lunga controrivoluzione staliniana che seguì l’ondata rivoluzionaria del 1917-23 intensificò questo attacco ai principi e all’onore dell’avanguardia rivoluzionaria in nome dello stesso marxismo e della classe operaia, un’ipocrisia senza precedenti nella storia. Gli attacchi staliniani, presentati sotto la veste di “polemiche marxiste”, miravano a distruggere coloro che avevano conservato l’essenza internazionalista del programma marxista di fronte alla degenerazione della Rivoluzione d’Ottobre e dell’Internazionale Comunista, cioè l’Opposizione di Sinistra di Trotsky, ma soprattutto le Sinistre Comuniste di Germania e Italia. Le falsificazioni della storia, le menzogne e le denigrazioni furono il terreno fertile per le espulsioni, le incarcerazioni, le torture, i processi farsa e gli assassinii.
Trotsky ha cercato di mantenere la vera tradizione marxista con la Commissione Dewey che, nel 1936, ha svelato le macchinazioni dei processi di Mosca con prove sistematiche e dettagliate.
Ma il trotskismo si è unito al campo borghese nella seconda guerra mondiale abbandonando l’internazionalismo, e in questo modo i suoi metodi sono diventati più o meno quelli della controrivoluzione staliniana e socialdemocratica. La menzogna e la calunnia sono diventate dei comportamenti normali nella sinistra e nell'estrema sinistra della controrivoluzione borghese. Solo la Sinistra Comunista è rimasta dalla parte del proletariato e della difesa della verità durante il massacro imperialista del 1939-45. E anche oggi, la Sinistra Comunista deve far fronte e prendere chiaramente le distanze dai metodi spregevoli della sinistra controrivoluzionaria.
Con la rinascita della tradizione della Sinistra Comunista dopo il 1968, nonostante il peso del settarismo all’interno dei vari gruppi e la difficoltà per i nuovi militanti a rompere con le tare del gauchisme, la necessità di uno sforzo comune per ristabilire la verità fu reciprocamente riconosciuta dai vari gruppi. Come dimostra la lettera della CCI alla CWO, la CCI pubblicò nel 1977 nella sua Rivista Internazionale la richiesta di Battaglia Comunista (cioè il PCInt/TCI) di una correzione dell’articolo sui Partigiani e le origini del PCInt. E all’epoca la richiesta del PCInt faceva riferimento al principio rivoluzionario della verità storica, episodio che ricordiamo nella nostra seconda lettera alla TCI:
“Nel 1976, il compagno Onorato Damen, a nome dell’esecutivo del Partito Comunista Internazionalista, ha inviato una lettera alla nostra sezione in Francia chiedendo che fossero rettificate alcune affermazioni contenute in una polemica con il PCI bordighiano pubblicata nel n. 29 del nostro giornale Révolution Internationale. Protestava, in particolare, contro ciò che avevamo scritto sulla politica del Partito riguardo alla questione dei partigiani. E concludeva la sua lettera con le seguenti righe: “vorremmo che tutti i rivoluzionari sapessero condurre un serio esame critico delle posizioni sui principali problemi politici della classe operaia di oggi, documentandosi con la serietà che è propria dei rivoluzionari, quando si tratta di ritornare (e questo è qualcosa che è sempre necessario) sugli errori del passato.” Abbiamo pubblicato l'intera lettera nella Rivista Internazionale n. 8, con, naturalmente, la nostra risposta.
Pertanto vi chiediamo: pensate forse che il compagno Damen e l’esecutivo del PCint fossero impegnati in qualche tipo di provocazione, o qualche “gioco politico”, quando ci hanno chiesto di pubblicare una rettifica?
Naturalmente, ci può essere una controversia sulla realtà dei fatti. Nella Rivista Internazionale n°87, per esempio, abbiamo pubblicato una lettera della CWO (scritta come “provocazione” o come “gioco politico”?) che sosteneva che c’erano falsificazioni in una precedente polemica con il PCInt. Noi sostenemmo invece che in realtà gli elementi in questione erano veri.”
Più recentemente, nel corso dell’ultimo decennio, questa tradizione rivoluzionaria ricordata da Onorato Damen è stata dimenticata, in parte a causa del fallimento delle Conferenze della Sinistra Comunista di cui abbiamo parlato prima, e a causa dell’emergere di una mentalità, anche se combattuta con tutte le sue forze dalla CCI, di andare “ognuno contro tutti gli altri”, in cui il principio di onestà all’interno della Sinistra comunista è stato sempre più dimenticato. Il principio della discussione e dell’azione comune stabilito da Marx nella Prima Internazionale, così come l’etica di tutte le tendenze all’interno del movimento proletario, sono stati sempre più ignorati. In concomitanza con questo fallimento, ed esacerbandolo, c’è stata una proliferazione di gruppi, spesso nient’altro che blogger scontenti, che dichiarano a parole di appartenere alla Sinistra Comunista, ma la cui vera funzione è di denigrare e calunniare questa tradizione organizzata del Comunismo di Sinistra. Quest’ultimo, nel suo insieme, non è riuscito finora a serrare i ranghi contro questo fenomeno maligno che indebolisce ulteriormente il principio di onestà all’interno della sinistra comunista[4].
L’affare del Circulo
La contaminazione da parte delle pratiche disoneste del gauchisme, i cui sintomi appaiono nelle falsificazioni della CWO nell’articolo sulla sua storia, ricorda un precedente episodio dello stesso tipo, l’infame scandalo dell’“Affare del Circulo”, quando la TCI (che si chiamava ancora Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario, BIPR) ripubblicò sul proprio sito web, senza l’ombra di una critica, una sfilza di calunnie contro la CCI, la cui origine era un gruppo immaginario dell’America Latina chiamato “Circulo de Comunistas Internacionalistas”.
Nei primi anni 2000, la CCI cominciò a discutere con un gruppo in Argentina sulle posizioni e i principi organizzativi della Sinistra Comunista e sull’analisi del movimento dei piqueteros che si era sviluppato in quel paese nel dicembre 2001. Di conseguenza, questo gruppo, il Nucleo Comunista Internacionalista, lanciò un appello internazionale ai gruppi della Sinistra Comunista per organizzare delle discussioni, appello al quale purtroppo solo la CCI rispose positivamente. Il NCI pubblicò anche una presa di posizione di condanna delle azioni di un gruppo parassita contro la CCI[5].
Tuttavia, le difficoltà che incontrano i nuovi gruppi che si avvicinano alla sinistra comunista sono state messe a nudo da un episodio strano e distruttivo.
Un individuo ambizioso all’interno del NCI (che chiameremo il Cittadino B) sviluppò un comportamento chiaramente da avventuriero all’interno del gruppo, assumendo le sembianze di un guru, e richiese di essere immediatamente integrato nella CCI. Quando le condizioni di questa richiesta furono respinte, si vendicò sostenendo che il NCI si era trasformato nel “Circulo de Comunistas Internacionalistas”, un gruppo politico immaginario! Questa scandalosa usurpazione veniva effettuata all’insaputa degli altri membri del NCI.
In nome di questo fantomatico gruppo, il “Circulo”, il cittadino B iniziò a pubblicare delle prese di posizione su Internet e sul suo account personale, ribaltando le precedenti posizioni del NCI contro il parassitismo, anzi appoggiando gli attacchi di quest'ultimo contro la CCI.
La prima di queste prese di posizione fu distribuita in forma cartacea ad una riunione pubblica della TCI a Parigi proprio dal gruppo parassita GIGC[6]. In essa si poteva leggere:
“È la voce unilaterale della CCI che, adottando le nefaste lezioni dello stalinismo del 1938 per liquidare la vecchia guardia bolscevica, cerca oggi di fare la stessa cosa: liquidare politicamente i compagni rivoluzionari per il semplice fatto di non essere d’accordo con la sua linea politica.”
E non abbiamo solo Stalin, ma anche Goebbels:
“È necessario porre fine alla calunnia e alla politica di Goebbels di mentire e mentire ancora e ancora, in modo che rimanga qualcosa.”
Tutta questa spazzatura calunniosa contro la CCI, che proviene dalle prese di posizione di questo falso “Circulo” senza la minima prova a sostegno, è stata pubblicata senza commento e senza il minimo tentativo di verifica, in diverse lingue, sul sito web della TCI. L’inesistente Circulo fu addirittura salutato da quest’ultima come un reale contributo nelle file dei rivoluzionari.
La CCI, allarmata dal fatto che sul sito web di un gruppo della Sinistra Comunista fossero pubblicate delle calunnie contro un’altra tendenza della Sinistra Comunista, scrisse immediatamente alla TCI fornendo le prove che il Circulo era la grottesca invenzione di un avventuriero e chiedendo alla TCI di pubblicare il suo testo di rettifica contro questa oltraggiosa calunnia. Ci sono volute tre lettere della CCI e tre settimane prima che questo avvenisse. Ma il problema non si ferma lì.
Intanto la CCI aveva contattato gli altri membri del NCI per corroborare i fatti, scoprendo così che questi erano rimasti sbalorditi nell’apprendere dell’usurpazione e delle calunnie del Cittadino B e del suo Circulo, decidendo di scrivere loro stessi una presa di posizione per denunciare questa impostura e sostenere i fatti presentati dalla CCI[7].
Venendo a sapere di questo contatto, il cittadino B raddoppiò le calunnie del suo primo testo producendo una seconda invettiva:
“… queste telefonate non erano innocenti. Avevano la subdola intenzione di distruggere il nostro piccolo nucleo o i suoi singoli militanti, provocando sfiducia reciproca e gettando i semi della divisione nelle file del nostro piccolo gruppo.
… l’attuale politica della CCI sta provocando dubbi e un’atmosfera interna di sfiducia reciproca. Essa usa la tattica staliniana della "terra bruciata", cioè non solo la distruzione del nostro piccolo e modesto gruppo, ma anche un’opposizione attiva a qualunque tentativo di raggruppamento rivoluzionario che non sia guidato dalla CCI attraverso la sua politica settaria e opportunista. E per fare questo, non esita a utilizzare tutta una serie di manovre ripugnanti il cui obiettivo principale è di demoralizzare i suoi avversari e, in questo senso, eliminare ogni "potenziale nemico"”.
Il cittadino B è stato così preso dalle sue manovre e calunnie che ha finito per accusare la CCI di aver distrutto un gruppo che lui stesso aveva cercato di sostituire con un altro gruppo completamente fittizio creato dalla sua immaginazione! Ma quando questa seconda dichiarazione calunniosa del “Circulo” è apparsa sul sito web della TCI, questa ha rifiutato di pubblicare la dichiarazione del NCI che, da un lato, smascherava completamente la frode del "Circulo" e, dall’altro, permetteva di chiarire e verificare in modo indipendente l’intera storia. La TCI non l’ha fatto neanche quando i fatti sono diventati evidenti e il Circulo e il Cittadino B sono scomparsi senza lasciare traccia, né ha pubblicato alcuna ritrattazione o chiarimento sul perché queste calunnie siano apparse sul suo sito web, né ha riconosciuto il danno che tutto ciò ha potuto provocare non solo alla reputazione della TCI, ma di tutta la Sinistra Comunista. La dichiarazione menzognera del Circulo è persino rimasta sul sito web della TCI per diverse settimane prima di essere alla fine rimossa, come se nulla fosse accaduto.
La CCI ha successivamente scritto una lettera aperta ai militanti della TCI sull’estrema gravità di favorire l’infiltrazione dei metodi marci del gauchisme nei comportamenti della Sinistra Comunista. Abbiamo promesso in quella lettera aperta che qualunque azione dello stesso tipo dello scandalo del Circulo sarebbe stata smascherata, specialmente se la TCI avesse cercato di nuovo di uscire dallo scandalo trattando le nostre lettere con il silenzio[8]. Questo articolo è la concretizzazione di quella promessa.
Invece di imparare da questa esperienza e riconoscere gli attacchi del Circulo per quello che erano, così come il proprio grave errore nel pubblicarli, la TCI rispose all’epoca aggiungendo l’insulto al danno subito dalla CCI. Invece di denunciare la frode del Circulo, denunciò la CCI come un’organizzazione paranoica in pieno processo di disintegrazione, presentando sé stessa come una vittima degli attacchi “volgari e violenti” della CCI.
Pertanto il crimine del fiasco del Circulo, secondo questo scenario, non fu che la TCI facilitò un infame attacco ad un altro gruppo della Sinistra Comunista, ma il fatto che la CCI abbia reagito a questo scandalo denunciando la frode per quello che era.
Purtroppo l’impudenza non si è fermata lì. Dopo aver giocato un ruolo importante all’origine del disastro del Circulo, la TCI ha poi affermato di essere troppo occupata per aiutare a sistemare la questione e rispondere alle critiche della CCI. Questo significa che il suo importante lavoro per la lotta di classe non le consentiva del tempo per delle dispute tra piccoli gruppi, come se il tentativo di trascinare un gruppo della Sinistra Comunista nel fango fosse una preoccupazione minore.
Se ricordiamo questa storia del Circulo in questo articolo è per mostrare come non siano state tirate le opportune lezioni dal passato e i pregiudizievoli errori che ancora una volta ne derivano. In modo simile all’episodio del Circulo, le recenti affermazioni diffamatorie sulla CCI contenute nell’articolo sulla storia della CWO sono ancora presenti sul suo sito. Non solo la TCI ha rifiutato di pubblicare la confutazione della CCI, ma ha anche rifiutato di discutere la questione con la CCI, anche se privatamente non nega i fatti contestati.
Di fatto, nella sua lettera la TCI risponde alla nostra richiesta di ristabilire i fatti con degli insulti simili a quelli che ci ha lanciato nel 2004. A sentire la TCI, il problema non sarebbero le falsificazioni presenti nell’articolo, ma la CCI che fomenta confusione chiedendo che queste vengano pubblicamente corrette. La CWO sostiene che la CCI sta facendo un gioco politico per screditarla. E finge di essere troppo occupata per portare avanti la questione, ciao!
In realtà, il "gioco politico" sta in questo tentativo di mascherare le falsificazioni contenute nell’articolo rendendole ancora peggiori. Il principale discredito sta lì. La rettificazione pubblica delle falsificazioni originali avrebbe invece costituito un elemento di merito per la CWO.
La Sinistra Comunista: posizioni rivoluzionarie + un comportamento rivoluzionario
L’implicazione delle risposte della TCI alla nostra critica è che la CCI non si preoccupa della lotta di classe, ma solo dei conflitti tra gruppi rivoluzionari. Uno sguardo al lavoro della CCI sul suo sito negli ultimi 45 anni rivela immediatamente che questo non è vero.
Non serve a niente pretendere, per nascondere le proprie mancanze a tale riguardo, che la questione del comportamento onesto tra le organizzazioni rivoluzionarie sia secondaria o irrilevante rispetto agli obiettivi politici generali, alle analisi e agli interventi della Sinistra Comunista. L’onestà organizzativa di quest’ultima nella classe operaia è indispensabile al suo successo finale. Al contrario, adottare o scusare comportamenti vicini al gauchisme può solo far correre il rischio di demoralizzare chi rompe con la sinistra controrivoluzionaria per avvicinarsi a posizioni internazionaliste.
Anche se il Cittadino B e il suo Circulo non sono riusciti a far sparire immediatamente il NCI nel 2004, come aveva desiderato, il NCI non è comunque riuscito a sopravvivere a questo episodio del tutto fraudolento che era, come abbiamo spiegato, più tipico del gauchisme da cui il NCI stava cercando di scappare che dell’ambiente della Sinistra Comunista a cui pensava di aver aderito. L’esperienza ha avuto effetti demoralizzanti a lungo termine sui suoi membri.
Oggi, senza un comportamento rivoluzionario dei gruppi della Sinistra Comunista, esiste un pericolo reale di distruggere il potenziale di nuovi militanti che si avvicinano alle posizioni di classe.
Senza un comportamento rivoluzionario, i nuovi militanti rivoluzionari avranno difficoltà a distinguere non solo la Sinistra Comunista da tutti gli strati del gauchisme, ma la vera Sinistra Comunista da quella falsa. Gli innumerevoli microgruppi, avventurieri e individui pieni di rancore che oggi pretendono di far parte della tradizione della Sinistra Comunista, quando invece si dedicano a screditarla, come nel caso del famigerato Circulo, sono la prova che la piattaforma internazionalista è ben più di un documento, è uno stile di vita e di integrità organizzativa.
Se però i vari gruppi aderissero a uno standard comune di comportamenti, ciò rafforzerebbe la presenza dei gruppi di Sinistra Comunista all’interno della classe operaia.
Il programma politico della Sinistra Comunista, cioè l’elaborazione nella classe operaia della verità rivoluzionaria della lotta proletaria, dipende da un comportamento organizzativo coerente con queste idee politiche. La lotta per l’unità internazionalista del proletariato contro le menzogne dell’imperialismo e di tutti i suoi ideologi, per esempio, non può essere portata avanti con gli stessi valori morali di questi ultimi e il loro disprezzo per la verità.
Questo non è un appello a un’idea morale eterna, ma il riconoscimento che il fine e i mezzi di un’organizzazione rivoluzionaria, l’obiettivo e il movimento, sono inseparabili e in costante interazione.
La CCI, nell’esporre le falsificazioni presenti nell’articolo sulla storia della CWO, non sta facendo un “gioco”. Essa è molto seria e continuerà a fare della questione dell’onestà rivoluzionaria e della correttezza un aspetto centrale dell’intervento comunista.
“Partecipare alla lotta della Sinistra Comunista non significa solo difendere le sue posizioni politiche. Significa anche denunciare i comportamenti politici come le maldicenze, le menzogne, le calunnie e i ricatti che voltano le spalle ai principi della lotta del proletariato per la sua emancipazione.[9]”
[1] Communist Workers Organisation, gruppo affiliato alla TCI in Gran Bretagna. L’articolo On the Forty-Fifth Anniversary of the Founding of the CWO [166] è pubblicato sul sito www.leftcom.org [168].
[2] Oltre alla CWO, la principale organizzazione della TCI è il Partito Comunista Internazionalista (Battaglia Comunista) in Italia. Come per la CCI, queste organizzazioni sono eredi della tradizione della Sinistra comunista, conosciuta soprattutto per le sue posizioni internazionaliste durante la seconda guerra mondiale. Tra il 1984, quando iniziò la formazione del raggruppamento formale della CWO e del PCInt, e il 2009, la TCI si chiamava BIPR (Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario).
[3] La risposta della TCI è stata inviata dal “Comitato esecutivo della CWO”.
[4] Questo non vuol dire che il PCInt/TCI sia stato incapace di reagire a tali calunnie contro sé stesso. Nel 2015, è apparsa sul sito della TCI una presa di posizione, “A proposito di alcune infami calunnie [169]”, che denunciava le menzogne di ex militanti contro dei membri della TCI: “Nulla – registrando anche da questo punto di vista la perdita di senso politico – ci è stato da loro risparmiato: paura, viltà, tradimento, opportunismo personale, fino all’accusa di legami con forze dello Stato borghese. (…). Non è mai stato prodotto uno straccio di prova. Ma visto che è chi accusa ad aver l’onere di produrre delle prove, è la stessa assenza di evidenze concrete a testimoniare l’infamia di questi individui e delle loro manovre. (…) Nella storia del nostro Partito una cosa così grave può trovare il suo corrispettivo – fatte le debite proporzioni – solo durante la seconda guerra mondiale, quando i militanti internazionalisti erano nel mirino degli sgherri togliattiani, che giustificavano la loro azione persecutoria, fino all'omicidio politico, accusandoci di “essere al servizio della Gestapo”.
Tuttavia, la TCI ha rifiutato di generalizzare questa esperienza e di tracciare gli ovvi paralleli che esistono in simili attacchi contro la CCI. Pertanto non è stata in grado di difendere il campo della Sinistra Comunista nel suo insieme contro un ambiente ostile di calunniatori e di denigratori. Peggio ancora, la TCI ha fatto il grande errore di cercare di reclutare nuovi membri e sezioni all’interno di tali fogne, venendone inevitabilmente contagiata, a scapito della Sinistra Comunista nel suo insieme.
La CCI da parte sua ha sempre cercato di difendere gli altri gruppi della Sinistra Comunista dalle calunnie, anche se la solidarietà della CCI non è mai stata ricambiata. Ha ad esempio sostenuto la TCI nel caso delle “infami calunnie” denunciate sopra con una Dichiarazione di solidarietà con la TCI [170]. La CCI ha fatto lo stesso quando il gruppo Los Angeles Worker’s Voice ha lanciato una campagna per diffamare la TCI (vedi Révolution Internationale n°325 : Milieu politique prolétarien - Une attaque parasitaire contre le BIPR [171]).
[5] Vedi Le Núcleo Comunista Internacional: Un effort de prise de conscience du prolétariat en Argentine [161] per una storia di questo gruppo.
[6] GIGC, gruppo che prima si chiamava FICCI. Per una storia di questo gruppo, vedi: L'avventuriero Gaizka ha i difensori che si merita: le canaglie del GIGC [172].
[7] I compagni del NCI hanno anche cercato di incontrare faccia a faccia il cittadino B. a Buenos Aires, per metterlo di fronte ai fatti. Ma questi si è reso irreperibile.
Per quanto riguarda la crisi economica, possiamo chiaramente sostenere le due seguenti prospettive:
1. La crisi che si profila già da ora sarà, nella sua portata storica, la più grave della decadenza, superando sotto questo aspetto quella iniziata nel 1929.
2. La novità nella storia del capitalismo è che gli effetti della decomposizione avranno un peso molto importante sull'economia e sullo sviluppo della nuova fase aperta dalla crisi.
Tuttavia, al di là della validità di queste previsioni generali, la situazione senza precedenti che si è aperta sarà più che mai dominata da una forte incertezza. Più precisamente, allo stadio attuale raggiunto dalla crisi storica da sovrapproduzione, l'irruzione della decomposizione sul terreno economico sconvolge profondamente i meccanismi del capitalismo di Stato, intesi ad accompagnare e limitare l'impatto della crisi. Pertanto, sarebbe falso e pericoloso trarne come conseguenza il fatto che la borghesia non utilizzerà al massimo le sue capacità politiche per rispondere, al meglio dei suoi interessi, alla crisi economica globale che sta cominciando a manifestarsi. L'irruzione del peso della decomposizione significa un ulteriore fattore di instabilità e fragilità nel funzionamento economico che rende particolarmente difficile analizzare l'evoluzione della situazione.
In passato, troppo spesso, abbiamo puntato gli occhi solo sugli aspetti della situazione che spingevano la crisi economica del capitale verso il suo inesorabile aggravamento non tenendo sufficientemente conto di tutti i fattori che tendevano a frenarne lo sviluppo. Tuttavia, per essere fedeli al metodo di analisi marxista consistente nell'individuare le tendenze, certamente storicamente pesanti, dobbiamo tracciare delle prospettive, ma anche le controtendenze che la borghesia non tarderà ad attuare. Bisogna quindi individuare, il più chiaramente possibile, le linee generali di sviluppo futuro, senza cadere in previsioni azzardate ed incerte. Dobbiamo armarci per affrontare la situazione, assicurandoci di sviluppare e attuare la nostra capacità di riflessione e di risposta rapida agli eventi di grandissima importanza che sicuramente si presenteranno. Il nostro metodo deve essere ispirato al seguente approccio: "Il marxismo può tracciare con certezza solo linee principali e tendenze storiche generali. Il compito delle organizzazioni rivoluzionarie deve ovviamente essere quello di individuare delle prospettive per il loro intervento nella classe, ma queste prospettive non possono essere "previsioni" basate su modelli matematici deterministici (e tanto meno prendendo alla lettera le previsioni degli "esperti" della borghesia, o nel senso di un falso "ottimismo" o di un altrettanto mistificante "allarmismo")" (estratto da un contributo interno).
La crisi del 2008 ha rappresentato un momento molto importante per il capitalismo. La ripresa (2013-2018) è stata molto debole, la più debole dal 1967. È stata descritta dalla borghesia come una ripresa "morbida". Per il decennio 2010-2020, prima della crisi del Covid19, il sito di Cycle Business Bourse ha stimato, sembra realisticamente, una crescita mondiale di poco inferiore al 3% in media annua. La crisi economica venuta alla luce con la pandemia aveva già visto le sue prime chiare espressioni, soprattutto a partire dal 2018. Lo abbiamo evidenziato nel Rapporto e nella Risoluzione sulla situazione internazionale del 23° Congresso della CCI (2019): "La situazione del capitalismo è stata segnata, dall'inizio del 2018, da un netto rallentamento della crescita mondiale (passata dal 4% nel 2017 al 3,3% nel 2019), che la borghesia prevede come duratura e che dovrebbe peggiorare nel 2019-20. Questo rallentamento si è rivelato più rapido del previsto nel 2018, poiché l'FMI ha dovuto rivedere al ribasso le sue previsioni nei prossimi due anni e cointeresserà contemporaneamente differenti parti del capitalismo: Cina, Stati Uniti, zona euro. Nel 2019, Il 70% dell'economia mondiale ha rallentato ed in particolare i paesi "avanzati" (Germania, Regno Unito). Alcuni paesi emergenti sono già in recessione (Brasile, Argentina, Turchia), mentre la Cina, rallentando dal 2017 e con una crescita stimata al 6,2% per il 2019, incassa dati di crescita tra i più bassi degli ultimi trent'anni" (Punto 16 della Risoluzione).
È in questo contesto di rallentamento della crescita che la pandemia da Covid 19 è diventata un potente acceleratore della crisi economica, mettendo in primo piano tre fattori:
La più importante manifestazione della gravità della crisi è che, a differenza del 2008, ad essere i più colpiti soni i paesi più centrali (Germania, Cina e soprattutto Stati Uniti); anche se essi hanno tutti i mezzi per attutire la crisi, l'onda d'urto destabilizzerà fortemente l'economia mondiale.
Prima che scoppiasse la crisi sanitaria, il forte calo dei prezzi del petrolio ha colpito duramente gli Stati Uniti: c'era stata una "guerra dei prezzi" sul petrolio. Di conseguenza, i prezzi del petrolio sono diventati, forse per la prima volta nella storia, negativi. Anche i più ottimisti analisti in materia di energia prevedono il fallimento di un centinaio di compagnie petrolifere negli Stati Uniti. Alcuni hanno accumulato miliardi di dollari di debiti, molti dei quali ad alto rischio: "Il primo focolaio di rischio nel debito delle imprese è l'energia", afferma Capital Economics, sebbene Macadam ritenga che non si tratti di un rischio sistemico. Ma una catena di fallimenti nel settore petrolifero aumenterebbe il rischio di una crisi finanziaria. E se uno dei colossi petroliferi più indebitati del mondo - Shell, per esempio, che ha un debito di 77 miliardi di dollari, uno dei più alti al mondo - si trovasse nei guai, le ripercussioni sarebbero devastanti"[1].
Questi prezzi negativi sono una perfetta illustrazione del livello di irrazionalità del capitale. La sovrapproduzione di petrolio e la speculazione sfrenata in questo settore fanno sì che i proprietari di petrolio paghino per sbarazzarsi del petrolio in eccesso che non può essere immagazzinato per mancanza di spazio.
Mentre nel 2008 il fallimento delle banche è stato principalmente prodotto dalla speculazione immobiliare, oggi sono direttamente le imprese produttive a mettere in pericolo il settore bancario: "Le quattro maggiori società americane, JP Morgan, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo hanno investito ciascuna più di 10 miliardi di dollari nel settore del fracking petrolifero [tecnica di estrazione del petrolio che si basa sulla fratturazione dei pozzi petroliferi in profondità per aumentare le possibilità di estrazione] nel solo 2019, secondo Statista. E ora queste compagnie petrolifere corrono il serio rischio di diventare insolventi, lasciando carta straccia sui bilanci delle loro banche (...) Secondo Moody's, il 91% dei fallimenti di imprese statunitensi nell'ultimo trimestre dello scorso anno sono stati nel settore del petrolio e del gas. I dati forniti da Energy Economics and Financial Analysis indicano che le imprese di fracking non sono state, lo scorso anno, in grado di ripagare 26 miliardi di dollari di debiti"[2]. Con la pandemia, la situazione sta seriamente peggiorando: "la Consulting Rystad Energy stima che anche se il barile dovesse recuperare i 20 $ al barile, 533 compagnie petrolifere statunitensi potrebbero diventare insolventi entro il 2021. Ma se i prezzi restassero a 10 $, potrebb ero esserci più di 1.100 fallimenti, praticamente tutte le società"[3].
Il capitalismo - attraverso il capitalismo di Stato - compie uno sforzo enorme per proteggere i centri vitali del sistema e prevenire una brusca caduta, come afferma il rapporto sulla crisi del 23° Congresso della CCI: "Facendo affidamento sulle leve del capitalismo di Stato e traendo le lezioni del 1929, il capitalismo è in grado di preservare i suoi centri vitali (in particolare Stati Uniti e Germania), di accompagnare la crisi, di attenuarne gli effetti respingendoli verso i paesi più deboli, di rallentare il loro ritmo prolungandoli nel tempo".
Il capitalismo di Stato ha seguito diverse fasi che abbiamo iniziato ad affrontare, in particolare in occasione di una delle nostre Giornate di Studio del 2019. Dal 1945, le esigenze dei blocchi imperialisti hanno imposto un certo coordinamento della gestione statale dell'economia al livello internazionale, in particolare nel blocco americano, con la creazione di organizzazioni internazionali di "cooperazione" (OCSE -Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico; FMI - Fondo monetario Internazionale, inizio della UE - Europa Unita e dell’organizzazione commerciale GATT - Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio).
Negli anni '80, il capitale dei paesi centrali, travolto dalla montata della crisi e colpito da una caduta brusca dei profitti, cerca di spostare intere sezioni della produzione in paesi dove la forza lavoro era molto meno cara, come la Cina. A tal fine è stata necessaria una fortissima "liberalizzazione" finanziaria su scala globale che ha consentito di mobilitare il capitale per effettuare gli investimenti necessari. Negli anni '90, dopo il crollo del blocco dell'Est, si sono rafforzate le organizzazioni internazionali, dando vita a una struttura di "cooperazione internazionale" a livello monetario e finanziario, per il coordinamento delle politiche economiche, l'instaurazione di filiere produttive internazionali, lo stimolo del commercio mondiale attraverso l'eliminazione delle barriere doganali, ecc. Questo quadro è stato messo in atto a beneficio dei paesi più forti: essi potevano conquistare nuovi mercati, delocalizzare la loro produzione e appropriarsi di alcune delle aziende più redditizie dei paesi più deboli. Questi ultimi sono stati costretti a cambiare la propria politica statale. D'ora in poi, la difesa dell'interesse nazionale non è più passata attraverso la protezione doganale delle industrie chiave ma attraverso lo sviluppo delle infrastrutture, la formazione della forza lavoro, l'espansione internazionale delle proprie aziende chiave, la captazione degli investimenti internazionali, ecc.
C'è stata "una vasta riorganizzazione della produzione capitalistica su scala planetaria tra il 1990 e il 2008. Sul modello di riferimento dell'UE, eliminazione delle barriere doganali tra gli stati membri, l'integrazione di molti rami della produzione mondiale è stata rafforzata sviluppando vere catene di produzione su scala planetaria. Combinando logistica, informatica e telecomunicazioni, consentendo economie di scala [Per economia di scala si intende la possibilità di realizzare una diminuzione del costo unitario del prodotto], il maggiore sfruttamento della forza lavoro del proletariato (attraverso l'aumento della produttività, la concorrenza internazionale, la libera circolazione di mano d'opera per imporre salari più bassi), la sottomissione della produzione alla logica finanziaria di massimo rendimento, il commercio mondiale ha continuato ad aumentare, anche se più debolmente, stimolando l'economia mondiale, di un "secondo" respiro che ha prolungato l'esistenza del sistema capitalista" (punto 18 della Risoluzione sulla situazione internazionale adottata al 23° Congresso della CCI).
Questa "cooperazione internazionale" ha costituito una politica molto rischiosa e audace per alleviare la crisi e mitigare alcuni degli effetti della decomposizione sull'economia, cercando di limitare l'impatto della contraddizione del capitalismo tra la natura sociale e globale della produzione e la natura privata dell'appropriazione del plusvalore da parte delle nazioni capitaliste concorrenti. Una tale evoluzione del capitalismo decadente è spiegata nella nostra brochure sulla decadenza quando, criticando la visione secondo la quale la decadenza sarebbe sinonimo di blocco definitivo e permanente dello sviluppo delle forze produttive, si afferma: "Se ci poniamo nell'ipotesi [che non è la nostra] di un blocco definitivo e permanente di questo sviluppo, solo un restringimento "assoluto" dello sviluppo costituito dai rapporti di produzione esistenti potrebbe spiegare un movimento netto di approfondimento di questa contraddizione. Ora, possiamo constatare che il movimento che generalmente si verifica durante le varie decadenze della storia (compreso il capitalismo) tende più verso un allargamento dell'involucro fino ai suoi limiti estremi che ad un restringimento. Sotto l'egida dello Stato e sotto la pressione delle necessità economiche e sociali, il guscio si distende spogliandosi di tutto ciò che può rivelarsi superfluo ai rapporti di produzione non essendo strettamente necessario alla sopravvivenza del sistema". Questo è ancora più vero per il capitalismo, il modo di produzione più duttile e dinamico della storia fino ad oggi.
Come dimostrano il Rapporto sulla crisi economica e la Risoluzione sulla situazione internazionale del 23° Congresso della CCI, questa "organizzazione mondiale della produzione" ha iniziato a subire scosse nella seconda decina degli anni 2000: la Cina, dopo aver abbastanza beneficiato dei meccanismi mondiali di commercio (l'OMC), ha iniziato a sviluppare un meccanismo economico, commerciale e imperialista parallelo (la nuova Via della Seta). La guerra commerciale si è accelerata con l'ascesa al potere di Trump... Questi fenomeni esprimono chiaramente che il capitalismo stava incontrando difficoltà sempre più grandi nella sua tendenza ad ampliare questo famoso involucro citato nella nostra brochure sulla decadenza del capitalismo.
"Dagli anni '60, questo indicatore [che misura la proporzione tra esportazioni e importazioni in ciascuna economia nazionale] ha seguito una tendenza al rialzo che ha subito un rallentamento negli ultimi 18 mesi. Nel corso di questo periodo è passato da circa il 23% a una stabilizzazione intorno al 60%, e dal 2010 è costantemente diminuito”[4].
Tre fattori all'origine della crisi pandemica mostrano l'irruzione degli effetti della decomposizione sul terreno economico: "ciascuno per sé", incuria e irresponsabilità degli Stati. Due tra questi trovano la loro origine direttamente nella decomposizione capitalista: ciascuno per sé e l'irresponsabilità. Si tratta di fattori molto delicati che la borghesia - almeno nei paesi centrali - era riuscita a controllare il più possibile, anche se con difficoltà crescenti. Allo stadio attuale raggiunto dallo sviluppo delle contraddizioni interne del capitalismo, e visto come queste ultime si manifestano nell'evoluzione della crisi, l'esplosione degli effetti di decomposizione diventa ora un fattore di aggravamento della crisi economica, di cui abbiamo visto solo le prime conseguenze. Questo fattore influenzerà lo sviluppo della crisi costituendo un ostacolo all'effettiva efficacia delle attuali politiche di capitalismo di Stato. "Rispetto alle risposte alle crisi del 1975, 1992, 1998 e 2008, vediamo come prospettiva una notevole riduzione della capacità della borghesia di limitare gli effetti della decomposizione sul terreno economico. Fino ad ora, attraverso una "cooperazione internazionale" dei meccanismi di capitalismo di Stato - quella che è stata chiamata "mondializzazione", la borghesia era riuscita a preservare il terreno vitale dell'economia e del commercio mondiale dagli effetti centrifughi altamente pericolosi della decomposizione. Alla più grave delle convulsioni economiche del 2007-2008 e nel 2009-2011, con la crisi del "debito sovrano", la borghesia ha potuto coordinare le sue risposte che le hanno permesso di attenuare un poco i colpi della crisi e di garantire una ripresa "anemica" nella fase 2013-2018" (contributo interno alla CCI sulla crisi economica).
Con la pandemia, abbiamo visto come la borghesia cerca di raggruppare la popolazione dietro lo Stato rilanciando l'unità nazionale. A differenza del 2008, quando il tono nazionalista non era così forte, ora le borghesie di tutto il mondo hanno chiuso le loro frontiere, diffondendo così il messaggio: "dietro i confini nazionali si trova protezione, i confini aiutano a contenere il virus". È un modo per i diversi Stati di cercare di radunare la popolazione dietro di loro; parlano dappertutto in termini marziali: "siamo in guerra, e la guerra ha bisogno di unità nazionale", con i messaggi "lo Stato vi aiuterà", "vi salveremo"; "chiudendo le frontiere, allontaneremo il virus". Imponendo piani di emergenza, organizzando chiusure, gli Stati vogliono far passare il messaggio: "uno Stato forte è il vostro migliore alleato".
L'OMS è stata completamente inoperante anche se la sua azione era vitale per lo sviluppo di un'azione medica efficace. Ogni Stato temendo una perdita di posizione competitiva rispetto agli altri ha ritardato in maniera suicida le misure per far fronte alla pandemia. L'ottenimento di attrezzature sanitarie ha visto lo spettacolo sbalorditivo di furti di ogni tipo, di colpi bassi tra Stati (e anche all'interno di ciascuno Stato). Nell'Unione Europea, dove la "cooperazione tra Stati" era arrivata il più lontano possibile, abbiamo assistito alla crescita brutale ed incontrollata del protezionismo e del "ciascuno per sé" economico. Non solo l'UE non ha alcuna possibilità giuridica di imporre le proprie regole nel settore sanitario, ma soprattutto ogni Paese ha adottato misure per difendere i propri confini, le proprie catene d'approvvigionamento e si è assistito, per la prima volta, a un vero e proprio blocco delle merci, alla confisca di attrezzature sanitarie - e al divieto di consegnarle ad altri paesi europei.
Abbiamo qui un'illustrazione, ancora più grave, della prospettiva espressa dalla Risoluzione sulla situazione internazionale dell'ultimo Congresso della CCI: " L'attuale sviluppo della crisi, con le crescenti perturbazioni che esso provoca nell’organizzazione della produzione in una costruzione multilaterale unificata attraverso regole comuni internazionali, mostra i limiti della "globalizzazione": il bisogno sempre maggiore di unità (che non ha mai significato altro che l'imposizione della legge del più forte sui più deboli) a causa della interconnessione "transnazionale" della produzione altamente segmentata paese per paese (in cui ogni prodotto è concepito qui, assemblato là con l'ausilio di elementi prodotti altrove) si scontra con la natura nazionale di ogni capitale, con i limiti stessi del capitalismo, irrimediabilmente diviso in nazioni concorrenti e rivali, il massimo grado di unità che il mondo borghese non può superare. Il peggioramento della crisi (così come le esigenze delle rivalità imperialiste) ha gravemente eroso le istituzioni e i meccanismi multilaterali." (punto 20).
Quello che stiamo vedendo è che in risposta alla pandemia si è sviluppato un ritorno molto significativo alle misure di "ricollocazione nazionale" della produzione, di preservazione dei settori chiave in ogni capitale nazionale, sviluppo di ostacoli alla circolazione internazionale di merci e persone, ecc., tutti fattori che possono solo determinare gravi conseguenze sullo sviluppo dell'economia mondiale e sulla capacità complessiva della borghesia di rispondere alla crisi. Il ripiego nazionale non può che aggravare la crisi portando a una frammentazione delle catene di produzione che in precedenza avevano una dimensione globale, e ciò non può che seminare caos nelle politiche monetarie, finanziarie, commerciali ... Questa situazione può portare al blocco e persino al collasso parziale di alcune economie nazionali. È troppo presto per valutare le conseguenze di questa relativa paralisi dell'apparato economico. Ciò che è più grave e significativo, tuttavia, è che questa paralisi si stia verificando a livello internazionale.
La risposta generalizzata degli Stati alla pandemia ha illustrato la validità di un'analisi del Rapporto sulla crisi economica del 23° Congresso della CCI: “Una delle maggiori contraddizioni del capitalismo è quella derivante dal conflitto tra la natura sempre più globale della produzione e la struttura necessariamente nazionale del capitale. Spingendo al limite le possibilità di "associazioni" di nazioni a livello economico, finanziario e produttivo, il capitalismo ha ottenuto una significativa "boccata d'aria" nella sua lotta contro la crisi che lo sta incancrenendo, ma allo stesso tempo si è messo in una situazione rischiosa. Questa corsa precipitosa al multilateralismo si sta sviluppando in un contesto di decomposizione, cioè in una situazione in cui l'indisciplina, le tendenze centrifughe, il radicamento nella struttura nazionale, sono sempre più potenti e colpiscono non solo le frazioni di ogni borghesia nazionale ma coinvolgono anche ampi settori della piccola borghesia e perfino frange di proletari che credono erroneamente che il loro interesse sia legato alla nazione. Tutto questo si cristallizza in una sorta di "rivolta nazionalista nichilista" contro la <<globalizzazione>>".
Esaminiamo di seguito la risposta avviata dalla borghesia, che va ad articolarsi in 3 parti:
1) proseguimento dell’indebitamento abissale;
2) ripiego nazionale;
3) attacco brutale alle condizioni di vita della classe operaia.
Il debito globale era pari a 255.000 miliardi di $ nel 2020, il 322% del PIL globale, mentre prima della crisi del 2008 era pari a 60.000 miliardi di $, con il PIL globale che da allora è progredito solo relativamente e "lentamente". Abbiamo qui un quadro dello sviluppo dell'indebitamento pubblico e privato degli ultimi tredici anni e che ha contribuito a sostenere quella che la borghesia ha chiamato crescita "morbida". Di fronte alla violenta accelerazione della crisi economica causata dalla pandemia, la borghesia ha reagito ovunque nel mondo stampando moneta attraverso le banche centrali di tutti i paesi, sviluppati ed emergenti. A differenza della crisi del 2008, non è stato attuato alcun coordinamento tra le principali banche centrali del mondo. Questa massiccia creazione di moneta centrale e di debiti è stata dettata dalla elevata preoccupazione che ha immediatamente investito la classe borghese di fronte alla portata della recessione che sembra aprirsi davanti. Prendendo una media dei dati forniti dalla borghesia alla fine di maggio, abbiamo le seguenti previsioni di cali di crescita:
Se prendiamo l'ipotesi più bassa avanzata dalla borghesia e in assenza di una seconda ondata di pandemia, la crescita mondiale nel 2020 dovrebbe registrare una forte contrazione di almeno il 3%, cioè un calo molto più marcato rispetto al periodo della crisi del 2008-2009.
Di seguito una sintesi delle prospettive incerte espresse dal FMI (che è in linea con le previsioni formulate dagli organi ufficiali a livello internazionale):
Paesi 2019 2020 |
Paesi avanzati 2,9 - 3 |
Zone euro 1,7 - 6,1 |
Germania 0,6 - 7 |
Francia 1,3 - 7,2 |
Italia 0,3 - 9,1 |
Spagna 2 - 8 |
Giappone 0,7 - 5,2 |
Regno Unito 1,4 - 6,5 |
Cina 6,1 1,2 |
India 4,2 1,9 |
Brasile 1,1 - 5,3 |
Russia 1,3 - 5,5 |
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Crescita mondiale 2,4 - 4,2 |
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Volume del commercio mondiale 2019 2020 |
Importazioni dei paesi avanzati 1,5 - 11,5 |
Importazioni dei paesi emergenti e in sviluppo 0,8 - 8,2 |
Esportazioni dei paesi emergenti e in sviluppo 0,8 - 9,6 |
Queste tabelle forniscono una panoramica non solo del processo di recessione previsto, ma anche della contrazione prevista del commercio mondiale.
Una sintesi della discussione all'interno della CCI fornisce i seguenti dati molto significativi: "La situazione è sostenibile solo perché i debiti degli Stati e il loro rimborso sono sostenuti dalle banche centrali; così la FED immette nell'economia americana 625 miliardi di dollari a settimana mentre il Piano Paulson lanciato nel 2009 per fermare il fallimento delle banche è stato globalmente di 750 miliardi di dollari (anche se è vero che altri piani di riacquisto dei debiti da parte della FED furono lanciati negli anni successivi)", "La risposta più eclatante di tutte è giunta dalla Germania, sebbene essa fosse solo una parte di una più ampia risposta europea all'accelerazione della crisi economica. Il motivo per cui le misure previste dal governo tedesco sono di particolare importanza è spiegato in un articolo del Financial Times di lunedì 23 marzo 2020: le misure proposte da Olaf Scholtz, ministro delle Finanze, rappresentano una decisa rottura con la stretta adesione del governo alla politica di "schwarze Null" o "black zero", che consiste nel bilanciare i bilanci e non contrarre nuovi debiti"[5]. (...) "Da febbraio sono stati sbloccati 14.000 miliardi di dollari per evitare il collasso. Tutto questo in un contesto completamente diverso dal passato. Come possono queste politiche "espansive" - che hanno superato le differenze tra banche centrali e Stati, la ripresa, i piani di salvataggio - come possono essere efficaci?"[6].
Un esempio meno noto riguarda la Cina, che è uno dei Paesi più indebitati al mondo, anche se possiede degli asset (beni di proprietà, che possano essere monetizzati e quindi usati per il pagamento di debiti) significativi da non sottovalutare. Il debito complessivo della Cina nel 2019 è pari al 300% del suo PIL, ovvero 43.000 miliardi di dollari. Inoltre, il 30% delle aziende in Cina è classificato come "imprese zombie", ed è la percentuale più alta al mondo. E’ ancora in questo paese che il tasso di utilizzazione delle capacità produttive è il più basso, anche se tutti i paesi sviluppati conoscono questo fenomeno di sovracapacità di produzione. Ufficialmente, i tassi di utilizzo delle capacità industriali delle due prime potenze mondiali - e questo prima del Covid-19 - erano del 76,4% in Cina e del 78,2% negli Stati Uniti. Il piano di rilancio messo in atto in Cina ammonterebbe a 64.000 miliardi di dollari, una somma faraonica e sicuramente destinata in gran parte alla propaganda ideologica. Il piano di rilancio dovrebbe estendersi su un periodo da cinque a vent'anni e, sebbene non si sappia quale sarà la realtà, può essere collegato solo agli obiettivi di egemonia economica e imperialista della Cina. Il piano di rilancio degli Stati Uniti ha raggiunto i 10.000 miliardi di dollari. In confronto, il piano di rilancio dell'UE appare quasi ridicolo, poiché ammonterebbe, secondo le ultime informazioni, a 1290 miliardi di dollari sotto forma di prestiti, finanziati in parte dai mercati finanziari e in parte direttamente dalla BCE. In realtà, il denaro immesso dalla BCE nell'insieme dell'economia, banche private, finanziamenti occulti e imprese, ammonta a parecchi miliardi di euro. Gli Stati, in particolare la Germania, garantiscono per mutualizzazione [condivisione del debito tra più soggetti, che ne diventano contemporaneamente garanti] parte di questo piano che sarà fatto sotto forma di sovvenzioni e prestiti rimborsabili tra il 2028 e il 2058! In realtà, la classe borghese ammette che gran parte del debito mondiale non sarà mai ripagato. Il che ci riporta agli aspetti di cui parleremo ora.
Nel quadro di questo rapporto, non possiamo rendere conto di tutta l’entità delle creazioni monetarie in corso, né dettagliare tutti i piani di ripresa. Un'altra statistica al momento della stesura di questo rapporto riguarda il debito degli Stati Uniti che ha raggiunto i 10.000 miliardi di $. Per quanto tutto ciò possa sembrare superare qualsiasi immaginazione, resta il fatto che il capitalismo usa questa creazione monetaria astronomica per investire e per vendere i suoi beni. Da questo punto di vista, la creazione monetaria centrale e privata deve crescere in modo esponenziale (in varie forme) per consentire di mantenere il più possibile l'accumulazione di capitale e, nella situazione attuale, rallentare lo sprofondamento nella depressione. Questa depressione porta con sé il pericolo di deflazione ma soprattutto quello della stagflazione (presenza di stagnazione ed inflazione). La svalutazione delle valute, anche al di là della guerra monetaria in corso che la favorisce, è inscritta nella prospettiva della crisi del capitalismo. L'accelerazione dell'attuale crisi è un passo molto significativo in questa direzione. La questione di fondo è la seguente: in ogni paese e sempre di più, il capitale globale ipoteca il valore futuro da produrre e di cui realizzare il plusvalore per consentire la crescita attuale e continuare l'accumulazione di capitale. È quindi in gran parte grazie a questa anticipazione che il capitalismo riesce a capitalizzare e ad investire. Questo processo si concretizza nel fatto che, sempre di più, il colossale debito emesso è sempre meno coperto dal plusvalore già prodotto e realizzato. Ciò apre la prospettiva a crolli finanziari sempre maggiori e alla distruzione sempre più importante del capitale finanziario. Logicamente, questo processo implica che il mercato interno al capitale non può crescere all'infinito, anche se non ci sono limiti fissi in materia. È in questo contesto che la crisi della sovrapproduzione allo stadio attuale del suo sviluppo pone un problema di redditività e profitto per il capitalismo. La borghesia stima che quasi il 20% delle forze produttive mondiali siano inutilizzate. La sovrapproduzione dei mezzi di produzione è particolarmente visibile e colpisce l'Europa, Stati Uniti, India, Giappone, ecc.
Questo è importante se vogliamo stabilire come il capitalismo di Stato debba assolutamente rafforzarsi di fronte alla crisi incombente, ma anche come i piani di ripresa contengano limiti molto forti e effetti perversi crescenti. E come il ciascuno per sé, in questo contesto, non sia solo il prodotto della decomposizione, ma anche del crescente stallo economico, una tendenza a cui il capitalismo non può sfuggire, che è anche storicamente una dinamica mortale. Sarà importante in questo senso, nel periodo a venire, studiare e confrontare la storia delle crisi aperte del capitalismo. In particolare quelle del 1929, 1945, 1975, 1998, 2008.
La situazione che si apre con la profonda accelerazione dell'attuale crisi riporta in primo piano il ruolo degli Stati (e quindi della loro banca centrale visto che il mito della sua indipendenza è finito). Sarà interessante mostrare quali sono state le politiche economiche, il ruolo degli Stati e il keynesianesimo in termini concreti nei periodi 1930 e 1945. Quindi mostrare la differenza con il modo in cui la borghesia ha affrontato il 2008. Durante tutto questo periodo ci sono differenze di grande importanza, ad esempio l'esistenza di mercati e zone extra-capitaliste, ma anche l'estensione dell'economia mondiale e delle grandi potenze imperialiste ed economiche, nonché la questione dei blocchi imperialisti, ecc. Ma in questa crisi, i piani di rilancio sono realizzati sotto forma di deficit pubblico e debito statale e non, come negli anni '30 e '40, in cui si è sfruttato essenzialmente il plusvalore già raggiunto e accumulato e a cui veniva aggiunto una quota di debito che non ha nulla in comune con quello di oggi. Gli attuali piani di rilancio si dimostreranno sempre più difficili da sostenere nel loro finanziamento, visto i livelli di indebitamento che, richiesti da loro, si discosteranno dalla crescita che genereranno. Tuttavia, sorgono una serie di domande.
Gli insegnamenti della crisi del 1929 portarono la borghesia, malgrado e contro la propria "natura", a muoversi verso una maggiore cooperazione al fine di rallentare il più possibile lo sviluppo della sua crisi economica, sia attraverso le politiche keynesiane sia attraverso l'orchestrazione della mondializzazione da parte degli Stati. Anche se, nella situazione attuale, ci sarà un ritorno a politiche di tipo keynesiano nel contesto di una tendenza crescente verso il ciascuno per sé, l'efficacia di queste politiche, per quanto riguarda i mezzi messi in atto, non sarà paragonabile ai periodi del passato.
Dobbiamo vedere a questo proposito la maggiore tendenza - rispetto al periodo precedente - delle risposte isolate date dalla borghesia su scala nazionale. Ad esempio, questa nuova tendenza di chiudere le frontiere per fermare il trasporto di passeggeri da un continente all'altro - o chiudere le frontiere nazionali, come se il virus rispettasse l'isolamento nazionale. Tutto questo è molto più il riflesso di un'impotenza e di uno stato d'animo piuttosto che una decisione scientificamente fondata di messa in quarantena e destinata a tenere lontano il virus. In effetti, è più probabile che si contragga il virus su un treno internazionale tra Stoccarda e Parigi o tra Stoccarda e Amburgo su un treno nazionale? La chiusura delle frontiere nazionali non è di alcuna utilità, esprime i "limiti" dei mezzi della borghesia.
Il rimpatrio della produzione nei paesi centrali è in aumento con la pandemia. Così, 208 aziende europee hanno deciso di ritirare la produzione dalla Cina. "Secondo una recente inchiesta condotta su 12 industrie mondiali, 10 tra queste - comprese le industrie automobilistiche, dei semiconduttori e delle apparecchiature mediche - stanno già spostando le loro catene di approvvigionamento, principalmente fuori dalla Cina. Il Giappone offre 2 miliardi di dollari alle imprese purché esse spostino le loro fabbriche fuori dalla Cina riportandole nell'arcipelago giapponese"[7]. Un presidente come Macron che sembra essere un sostenitore del multilateralismo ha dichiarato che "delegare forniture alimentari e mediche è da folli. Il suo ministro delle finanze, Bruno Le Maire, fa appello al "patriottismo economico" affinché i francesi consumino prodotti nazionali" (ibidem.). In tutti i paesi hanno privilegiato piani di economia locale, preferibilmente per consumare prodotti locali o nazionali. È un ripiegarsi su sé stessi che tende a spezzare le catene della produzione industriale, alimentare, ecc., progettate su scala globale e che hanno notevolmente ridotto i costi.
Le tendenze centrifughe del "ciascuno per sé" hanno raggiunto un livello più elevato, mentre allo stesso tempo, in ogni paese, lo Stato e ogni banca nazionale, hanno pompato o promesso somme gigantesche (illimitate nel caso della Germania) all'industria. Nessuna di queste misure è stata adottata o concordata dalla BCE o dall'FMI; va aggiunto che non è solo il populista Trump ad aver agito da campione del "ciascuno per sé". La Germania - con l'accordo dei principali partiti politici - ha agito nella stessa direzione, così come Macron. Quindi, che siano populisti o no, tutti i governi hanno agito nella stessa direzione - ritirandosi dietro i confini nazionali - "ognuno per sé" - con solo un minimo di coordinamento internazionale o europeo.
Le conseguenze di queste politiche sembrano controproducenti per ogni capitale nazionale e anche peggio per l'economia mondiale. "Tra il 2007 e il 2008, a causa di una fatale convergenza di fattori sfavorevoli - raccolti scarsi, prezzi del petrolio e dei fertilizzanti in aumento, boom dei biocarburanti... - 33 paesi hanno limitato le loro esportazioni per proteggere la loro "sovranità alimentare". Ma la cura è stata peggiore della malattia. Le restrizioni hanno prodotto un aumento dei prezzi del riso (116%), del grano (40%) e del mais (25%), secondo le stime della Banca Mondiale (…) L'esempio della Cina, primo paese colpito dall'epidemia, non è di buon augurio: le minacce che pesano sulle catene di approvvigionamento globali hanno già causato un aumento del 15% e del 22% delle derrate alimentari in questo paese asiatico dall'inizio dell'anno" (idem).
Sicuramente la borghesia reagirà. A livello dell'UE, la Germania ha finalmente accettato il "debito in comune", il che dimostra che le controtendenze sono all'opera di fronte all'accelerazione della decomposizione sociale. Forse la borghesia americana licenzierà Trump nelle prossime elezioni presidenziali a beneficio dei democratici che sono i tradizionali sostenitori del "multilateralismo"[8]. D'altra parte, "lo scorso 22 aprile, i 164 paesi membri dell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC), che rappresentano il 63% delle esportazioni agroalimentari mondiali, si sono impegnati a non intervenire sui loro mercati. Allo stesso tempo, i ministri dell'agricoltura di 25 paesi dell'America Latina e dei Caraibi hanno firmato un accordo vincolante per garantire forniture a 620 milioni di persone"[9].
Con il piano di "transizione ecologica" e la promozione di una "economia verde" si compiranno sforzi per riorganizzare l'economia - almeno a livello UE: con il massiccio sviluppo delle telecomunicazioni, l'applicazione della robotica e dell'informatica, nuovi materiali molto più leggeri, la biotecnologie, i droni, auto elettriche, ecc., l'industria pesante tradizionale basata sui combustibili fossili tende ad essere superata, anche in ambito militare. L'imposizione dei "nuovi standard" di organizzazione economica sta diventando una risorsa per i paesi centrali, in particolare Germania, Stati Uniti e Cina.
La borghesia combatterà passo dopo passo questa marea di frammentazione nazionale dell'economia. Ma si scontra con l'accresciuta forza della sua contraddizione storica tra la natura nazionale del capitale e la natura globale della produzione. Questa tendenza di ciascuna borghesia a voler salvare la propria economia a scapito degli altri è una tendenza irrazionale e disastrosa per tutti i paesi e per l'intera economia mondiale (anche se ci saranno differenze tra i paesi). La tendenza al "ciascuno per sé" può essere addirittura irreversibile e l'irrazionalità che l'accompagna mette in discussione gli insegnamenti che la borghesia aveva tratto dalla crisi del 1929.
Come diceva la Piattaforma dell’Internazionale Comunista, "Il risultato finale del modo di produzione capitalista è il caos"; il capitalismo ha resistito a questo caos in diversi modi durante il periodo di decadenza e ha continuato a resistere durante la sua fase di decomposizione. Emergeranno ancora controtendenze. Tuttavia, la situazione che si apre oggi è quella di un significativo aggravamento del caos, in particolare sul piano economico, ciò che storicamente è molto pericoloso.
La Risoluzione sulla situazione internazionale del 23° Congresso della CCI, 2019, ha fornito il seguente quadro:
Questo quadro è stato chiaramente confermato e la situazione è gravemente peggiorata con l'irruzione della pandemia. Il cuore della situazione economica è l'attacco alle condizioni di vita del proletariato in tutto il mondo.
Nel 2019, secondo l'ONU, 135 milioni di persone hanno sofferto la fame. Nell'aprile 2020, con lo scoppio della pandemia, l'ONU ha previsto che 265 milioni di persone si troveranno in questa situazione[10]. La Banca mondiale ha dichiarato a marzo che la popolazione povera avrebbe raggiunto il numero di 3,5 miliardi di persone con una brusca accelerazione di oltre 500.000 al mese. Da allora, questo ritmo sembra essere effettivamente proseguito, soprattutto in Centro e Sud America, così come in Asia, comprese le Filippine, India e Cina. L'impoverimento dei lavoratori accelererà, secondo il rapporto dell'OIT (Organizzazione Internazionale del Lavoro) "la pressione sui redditi derivante dal calo dell'attività economica avrà un effetto devastante sui lavoratori vicini o al di sotto della soglia di povertà". Tra l'8,8 e 35 milioni di lavoratori in più vivranno in povertà a livello globale, rispetto alla stima iniziale per il 2020 (che prevedeva un calo di 14 milioni a livello globale).
In India e in Cina, il numero dei proletari licenziati è secondo il FMI nell'ordine delle centinaia di migliaia. Alcuni siti come il Business bourse parlano di diversi milioni di lavoratori che hanno perso ogni impiego in Cina. Tutti questi numeri dovrebbero in realtà essere presi con molta cautela poiché spesso variano da un sito di notizie all'altro. Quello che va ricordato del fenomeno è la sua imponenza e rapidità di espansione, dovute al confinamento e alla chiusura di gran parte dell'attività economica globale. Nello stesso periodo la disoccupazione di massa ha raggiunto i 35 milioni di persone negli Stati Uniti e, nonostante gli aiuti eccezionali di Stato, le code ai punti di distribuzione alimentare si allungano, ricordando le immagini degli anni '30 negli Stati Uniti. Lo stesso fenomeno si sta verificando in Brasile dove i disoccupati non sono più nemmeno ufficialmente registrati. In Francia, la disoccupazione entro pochi mesi dovrebbe colpire quasi 7 milioni di persone. L'esplosione della disoccupazione di massa sta accelerando allo stesso ritmo in Italia e in Spagna. Attualmente, i piani per massicci licenziamenti stanno iniziando ad affluire come nel trasporto aereo e nella produzione aereonautica. Ma anche nell'industria automobilistica, nella produzione di petrolio, ecc. L'elenco si allungherà ancora di più nel prossimo periodo.
In una prima valutazione delle conseguenze della pandemia, l'OIT ha stimato che la pandemia causerebbe la perdita definitiva di 25 milioni di posti di lavoro nel mondo, mentre la precarietà aumenterebbe drasticamente: "Anche la sottoccupazione dovrebbe aumentare in modo esponenziale, perché le conseguenze economiche dell'epidemia virale si traducono in riduzioni dell'orario di lavoro e dei salari. Nei paesi in via di sviluppo, le restrizioni alla circolazione delle persone (ad esempio, i fornitori di servizi) e delle merci possono questa volta annullare l'effetto tampone che il lavoro autonomo di solito ha in questi paesi"[11]. Inoltre, nell'economia informale, decine di migliaia di lavoratori - che non rientrano in nessuna statistica e altro sostegno finanziario dallo Stato - si trovano senza attività. Al momento è troppo presto per avere un'idea del livello di deterioramento globale del tenore di vita.
Attraverso salari più bassi, aumento dell'orario di lavoro, tasse, pensioni e assegni sociali più bassi… Sembra anche che la borghesia stia cercando di allungare l'orario di lavoro reale (come in Francia). Ma si tratta anche di abbassare i salari diretti, in particolare attraverso nuove tasse "giustificate" dalla pandemia. L'Unione Europea, ad esempio, sta studiando seriamente una tassa Covid, un intero programma!
L'indebitamento è sempre più colossale, implica necessariamente una contropartita: l'intensificazione delle misure di austerità nei confronti dei lavoratori. È in questo contesto che dobbiamo esaminare il significato del reddito universale, un mezzo per contenere le tensioni sociali e per infliggere un duro colpo alle condizioni di vita della classe operaia. Questo è un ulteriore passo organizzato dallo Stato verso l'impoverimento universale.
Nei paesi centrali e in particolare nell'Europa occidentale, la borghesia cercherà di attuare i suoi attacchi nel modo più giudizioso possibile e far sì che siano condotti in modo "politico", provocando le maggiori divisioni all'interno del proletariato. Sebbene il margine di manovra della borghesia in questo settore tenderà a ridursi sempre di più, non dobbiamo perdere di vista il fatto che: "i paesi più sviluppati del Nord Europa, gli Stati Uniti o il Giappone sono ancora molto lontani da una situazione del genere ed è più che improbabile che un giorno vi rientreranno, da un lato per la maggiore resistenza della loro economia nazionale a la crisi, d'altro, e soprattutto, per il fatto che oggi il proletariato di questi paesi, e in particolare quello dell'Europa, non è pronto ad accettare un simile livello di attacchi contro le sue condizioni di esistenza. Così una delle componenti maggiori dell'evoluzione della crisi sfugge al rigoroso determinismo economico e conduce sul piano sociale, sui rapporti di forza tra le due classi principali della società” (Risoluzione sulla situazione internazionale del XX Congresso della CCI).
[1] Estratto da La Vanguardia del 25 aprile 2020 "Las zonas de riesgo del sistema financiero" (La zona di rischio del sistema finanziario)
[2] Estratto da La Vanguardia del 22 aprile 2020 "La quiebra de las petroleras golpeará a los mayores bancos de EE.UU" [Il fallimento delle compagnie petrolifere colpirà le maggiori banche statunitensi]
[3] Ibidem
[4] La Vanguardia del 23 aprile 2020 "Cómo el coronavirus está acelerando el proceso de desglobalización" [Come il coronavirus sta accelerando il processo di deglobalizzazione]
[5] BBC World Service, 6-4-20
[6] Presentazione a una riunione dell'organizzazione.
[7] Leggi di più in Política exterior.
[8] Tuttavia, all'interno del Partito Democratico si stanno sviluppando posizioni protezionistiche, simili a quelle di Trump. Due membri del Congresso democratico hanno presentato nel marzo 2020 una proposta per gli Stati Uniti di ritirarsi dall'OMC.
[9] Política exterior.
[10] Política exterior.
[11] Rapporto dell'OIT di marzo 2020.
150 anni fa, il 18 marzo 1871, iniziò il primo assalto rivoluzionario del proletariato, dando nascita alla Comune di Parigi. Di fronte alla guerra totale che le dichiarò la borghesia, la Comune resistette per 72 giorni, fino al 28 maggio 1871: la sua spietata repressione costò la vita a 20.000 proletari. Da allora, per la classe operaia, di generazione in generazione, la Comune di Parigi è stata un esempio, un riferimento, un patrimonio appartenente agli sfruttati di tutto il mondo; sicuramente non al suo carnefice, la borghesia, che ora moltiplica commemorazioni indecenti per falsificare la sua storia e gettare nell'oblio le preziose lezioni che il movimento operaio ne ha tratto.
Per diverse settimane i giornali, le televisioni e le radio vedranno storici, giornalisti, politici, scrittori, a fare tutti il loro sporco lavoro di propaganda al servizio della loro classe. Da destra a sinistra, passando per l'estrema sinistra, l'intera borghesia andrà dalle sue bugie più sfacciate a quelle più subdole.
Se la destra si era indignata per la timidezza con cui lo Stato intendeva "commemorare" il bicentenario della morte di Napoleone I, ovviamente ha mostrato tutta la sua alterigia nei confronti dei comunardi[1], questi "assassini", questi "turbatori", questi “agenti del disordine” che dovrebbero solo restare dove sono, cioè sei piedi sotto terra. Dobbiamo tornare al 2016 per vedere Le Figaro, noto quotidiano francese di destra, avanzare crudelmente quello che il “partito dell'ordine” ha sempre pensato nel merito, e questo inequivocabilmente: “I comunardi hanno distrutto Parigi, massacrato la gente onesta e perfino affamata Parigi distruggendo le immense scorte del granaio dell'abbondanza, il granaio delle riserve di grano che riforniva i fornai di Parigi”. La malvagità e l'ignominia qui sono senza limiti. È così che gli insorti, già trattati come parassiti all'epoca, divennero responsabili della loro stessa fame e allo stesso tempo affamatori di "persone oneste". In altre parole, se la classe operaia di Parigi si riduceva a mangiare topi, era colpa loro! Come è sua abitudine, e soprattutto all'indomani dell'evento, la destra, da sempre terrorizzata dalle "classi pericolose", ripete il suo odioso discorso a volontà, equiparando i comunardi a selvaggi assetati di sangue.
Ma questa campagna di accuse grossolane, condotta con evidente maldestrezza, gravemente priva di finezza, ben presto si è fatta riconoscere dalla classe operaia. Spetta quindi alle forze di sinistra del capitale compiere l'essenziale e reale opera di falsificazione del significato della Comune di Parigi.
Dal prossimo 18 marzo e per 72 giorni, il municipio di Parigi organizzerà non meno di cinquanta eventi per celebrare presumibilmente il 150° anniversario della Comune. L’avvio sarà fissato dal 18 marzo in piazza Louise Michel (18a circoscrizione di Parigi), alla presenza di Anne Hidalgo, sindaco “socialista” della capitale.
Questo posto non è scelto a caso. Louise Michel è stata una delle combattenti più famose ed eroiche della Comune che, durante il suo processo, ha persino rifiutato la pietà dei carnefici della Comune gettandogli in faccia: "Poiché sembra che ogni cuore che batte per la libertà abbia solo diritto ad un po' di piombo, rivendico la mia parte! Se non siete codardi, uccidetemi”. Chi sono dunque queste persone che oggi vogliono mettere in scena la memoria della Comune in modo del tutto falsificato. Chi sono Madame Hidalgo e tutto il suo consiglio comunale “socialista”? Niente di meno che i discendenti dei traditori socialdemocratici che passarono irrimediabilmente nel campo della borghesia durante la prima guerra mondiale.
Da allora, all'opposizione o al governo, i “socialisti” hanno sempre agito contro gli interessi della classe operaia. È quindi in tutta ipocrisia e per fini di recupero politico che il primo vice di Anne Hidalgo durante le votazioni del 2021 avrebbe cinicamente strumentalizzato la memoria di Louise Michel citandola: “Ognuno cerca la sua strada, noi cerchiamo la nostra e crediamo che il giorno in cui arriverà il regno della libertà e dell'uguaglianza la razza umana sarà felice”. Per i comunardi, queste parole significavano la fine della schiavitù salariata, la fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, la distruzione dello Stato borghese.
Ecco qual era per loro il significato delle parole "libertà" e "uguaglianza". Ecco perché al posto della bandiera tricolore dei Versaillais (truppe dell'Assemblea Nazionale) che sventola oggi sul tetto del municipio di Parigi, i comunardi vi issarono la bandiera rossa, simbolo della lotta dei lavoratori del mondo intero. Ma per questa classe di sfruttatori e massacratori, il "regno della libertà" non è altro che il regno del commercio, del dominio e dello sfruttamento dei proletari nelle carceri industriali.
Il Partito socialista può benissimo moltiplicare gli spettacoli in gloria della democrazia borghese ai quattro angoli della capitale, gli intellettuali, gli scrittori, i cineasti della sinistra possono ben distribuire film e opere a profusione per diluire il carattere rivoluzionario della Comune, la stampa può benissimo, come The Guardian[2] farla passare come una "lotta popolare" paragonandola al movimento interclassista dei "gilet gialli" per negare il suo carattere inconfondibilmente proletario, la Comune di Parigi non fu né una lotta per l'attuazione dei valori della democrazia borghese, questa forma la più sofisticata di dominio di classe e del capitale, né una lotta del "popolo di Parigi", o anche della "piccola borghesia artigianale". Al contrario, essa ha incarnato una lotta all'ultimo sangue per abbattere il potere della classe borghese, di cui il Partito socialista e tutti i notabili della “sinistra” sono oggi degni rappresentanti.
I gauchisti (estrema sinistra) non sono da meno quando si tratta di dare un contributo alla falsificazione delle esperienze del movimento operaio. Il più delle volte, si tratta delle deformazioni più insidiose.
Così, i trotzkisti dell'NPA (Nuovo Partito Anticapitalista) cavalcano l'onda della "democrazia diretta" per snaturare il significato della Comune. Questi gauchisti ammettono che i comunardi hanno attaccato lo Stato, ma per trarre false lezioni, per trarre conclusioni innocue per il capitale che essi difendono con zelo. Il NPA di Loiret, ad esempio, in un bollettino pubblicato il 13 marzo, apre le sue colonne allo storico Roger Martelli[3] la cui prosa è un vero appello alla democrazia borghese: "Senza dottrine fisse, senza nemmeno un programma compiuto, la Comune ha fatto in poche settimane quello che la Repubblica impiegherebbe molto tempo a decidere. Ha aperto la strada a una concezione del 'vivere insieme', basata sull'uguaglianza e la solidarietà. Infine, ha delineato la possibilità di una richiesta meno strettamente rappresentativa e più direttamente orientata ai cittadini. In breve, ha voluto mettere in pratica quel "governo del popolo per il popolo" che il presidente Lincoln aveva annunciato anni prima”. Che vergogna! Martelli sputa senza scrupoli sulla tomba dei comunardi! Il NPA, in maniera del tutto aperta e "senza pudore", spaccia la Comune come una semplice riforma democratica radicale travestita da partecipazione popolare. Alla fine, il futuro che la Comune prefigurava si riduce all'ideale democratico borghese! Jean Jaurès, nonostante i suoi pregiudizi riformisti, ebbe almeno l'onestà intellettuale, a differenza dei falsificatori del NPA, di dire che: "la Comune fu nella sua essenza, fu nel suo profondo la prima grande battaglia campale del lavoro contro il capitale. Ed è anche perché essa è stata soprattutto questo che è stato sconfitta, che le è stata tagliata la gola[4].
Da parte sua, Lutte ouvrière (LO), l'altro principale partito trotzkista francese, contribuisce con il suo linguaggio falsamente radicale a questa campagna di falsificazione, fingendo di opporre la democrazia parlamentare (alla quale LO ha partecipato senza riluttanza per decenni) alla dittatura del proletariato, cioè, ai suoi occhi, una forma più radicale di democrazia borghese. Ecco cosa spiegava questo partito elettoralista nel 2001: "In un programma che non hanno avuto il tempo di sviluppare, i comunardi proponevano che tutti i comuni, dalle grandi città alle più piccole frazioni di campagna, si organizzassero secondo il modello della Comune di Parigi e che costituissero la struttura di base di una nuova forma di Stato veramente democratico”[5] Per questo LO si affretta a precisare: "Questo non significa che i comunisti rivoluzionari siano indifferenti alle cosiddette libertà democratiche, al contrario, se non altro perché permettono ai militanti di difendere più apertamente le loro idee”[6].
Le organizzazioni della sinistra del capitale giocano senza dubbio il ruolo più perfido, che consiste nel presentare la Comune come un esperimento di democrazia "radicale", che non avrebbe avuto altro orizzonte che migliorare il funzionamento dello Stato. Niente di più! 150 anni dopo, la Comune di Parigi si trova di nuovo di fronte alla Santa Alleanza di tutte le forze reazionarie borghesi, così come si trovava di fronte alla Santa Alleanza dello Stato prussiano e della Repubblica francese. Sono i tesori politici lasciati in eredità dalla Comune che la classe borghese cerca di nascondere e sotterrare.
In realtà, come Marx ed Engels affermarono forte e chiaro all'indomani dell'evento, la Comune di Parigi lanciò il primo assalto rivoluzionario del proletariato cercando di distruggere lo stato borghese. La Comune cercò immediatamente di stabilire il suo potere abolendo l'esercito permanente e le amministrazioni statali e stabilendo la revocabilità permanente dei membri della Comune, che erano responsabili verso tutti coloro che li avevano eletti. Molto prima delle rivoluzioni del 1905 e del 1917 in Russia, quando le condizioni storiche non erano ancora mature, i comunardi intrapresero la via della formazione dei consigli operai, "la forma finalmente trovata della dittatura del proletariato" come disse Lenin. Non era quindi la costruzione di uno stato "veramente democratico" quello a cui lavoravano i comunardi, ma la messa in discussione del dominio della classe borghese. La Comune di Parigi ha dimostrato che la "classe operaia non può accontentarsi di prendere la macchina statale già pronta e farla funzionare da sola"[7]. Questa è una delle lezioni essenziali che Marx e il movimento operaio hanno tratto da questa tragica esperienza.
Se la Comune di Parigi fu un assalto prematuro che finì nel massacro del fior fiore del proletariato mondiale, fu tuttavia una lotta eroica del proletariato parigino, un contributo inestimabile alla lotta storica degli sfruttati. Per questo, rimane fondamentale che la classe operaia del XXI secolo possa appropriarsi e far vivere l'esperienza della Comune e le preziose lezioni che i rivoluzionari ne hanno tratto.
Paul, 18 marzo 2021
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Per approfondire le lezioni della Comune di Parigi, si consiglia la lettura dei seguenti articoli:
- "La Comune di Parigi, primo assalto rivoluzionario del proletariato [179]". (in francese)
- 1871: la prima rivoluzione proletaria della storia. Il comunismo: una società senza stato [180]
- "Glorificazione del Sacro Cuore: un nuovo crimine contro la Comune di Parigi [181]
[1] Nel Consiglio di Parigi, gli eletti di destra si sono opposti alla celebrazione del 150° anniversario della Comune, conducendo un'assordante campagna sulla legittimità e persino sul dovere nazionale di celebrare la morte di Napoleone Bonaparte.
[2] "Viva la Comune? L'insurrezione operaia che ha scosso il mondo", The Guardian (7 marzo 2021)
[3] Legato alla corrente rinnovatrice del partito stalinista in Francia, il PCF, ormai vicino al partito di sinistra, La France insoumise, con un discorso nazionalista molto energico.
[4] Jean Jaurès, Storia socialista.
[5] "Democrazia, democrazia parlamentare, democrazia comunale". Circolo Léon Trotzki intitolato n°89 (26 gennaio 2001). In questo articolo, che la dice lunga sull'ideologia democratica di LO, il partito trotzkista aggiunge senza battere ciglio: "Tra tutte le istituzioni borghesi, i comuni [cioè gli ingranaggi della democrazia borghese dove LO ha le migliori possibilità di ottenere rappresentanti eletti] sono ancora oggi potenzialmente i più democratici, perché sono i più vicini alla popolazione e i più soggetti al suo controllo”. No comment...
[6] "La Comune di Parigi e le sue lezioni per oggi", Lutte de classe n° 214 (marzo 2021).
[7] Marx ed Engels, Prefazione al Manifesto del Partito Comunista (24 giugno 1872).
Marc Chirik ci ha lasciati 30 anni fa, nel dicembre del 1990. In omaggio ai preziosi contributi del nostro compagno, di questo grande rivoluzionario nel solco di Marx, Engels, Lenin e Rosa Luxemburg, ripubblichiamo (in inglese, spagnolo e francese) la serie di due articoli pubblicati sulla nostra rivista teorica n. 65 e 66, subito dopo la sua morte. Questi due articoli ripercorrono le linee principali della sua vita e ricordano i suoi inestimabili contributi alla causa del movimento operaio e alla difesa del metodo marxista. In questa breve presentazione dei due testi, vorremmo solo sottolineare tre aspetti essenziali che hanno caratterizzato la sua vita e la sua attività rivoluzionaria.
In primo luogo, durante una vita militante attiva di oltre 70 anni, è stato, dalla sua giovinezza fino al suo ultimo respiro, un combattente implacabile e instancabile per la causa rivoluzionaria del proletariato e del comunismo. Ha dedicato tutte le sue energie alla difesa intransigente e ferma dei principi internazionalisti proletari e del marxismo. Non ha mai smesso di essere in prima linea nella lotta utilizzando tutta la sua esperienza politica, teorica e organizzativa. La militanza rivoluzionaria è stata una bussola costante nella sua vita. Anche durante il terribile periodo della controrivoluzione, Marc non ha mai smesso di lavorare con pazienza e determinazione all'elaborazione e al chiarimento delle posizioni della Sinistra comunista. In quegli anni terribili, ha combattuto instancabilmente contro i tradimenti del campo proletario ma ha anche combattuto all'interno di tutte le organizzazioni in cui ha militato, contro manovre e derive opportuniste, contro atteggiamenti centristi, combattendo fermamente le concezioni e le derive accademiche e attiviste. Seppe tenere la stessa rotta e perseguire la stessa lotta con la stessa determinazione, partecipando attivamente alla rinascita del proletariato sulla scena storica nel maggio 1968 con un entusiasmo traboccante, implicandosi totalmente nel riunire le forze rivoluzionarie che hanno dato vita all'attuale CCI. Marc ha portato tutta la sua energia militante, la sua convinzione e la sua esperienza nell'orientamento e nella costruzione di questa organizzazione, così come in seguito nei tentativi di raggruppamento e chiarimento delle posizioni delle organizzazioni del campo politico proletario negli anni '80.
Un altro tratto fondamentale del suo temperamento era la capacità di mantenere vive le conquiste teoriche del movimento rivoluzionario, in particolare quelle prodotte dalla frazione di sinistra del Partito Comunista d'Italia. Ha così potuto orientarsi in modo critico e lucido nell'analisi dell'evoluzione della situazione mondiale. Questo "fiuto" politico, basato sull'analisi globale dei rapporti di forza tra le classi, gli ha permesso di mettere in discussione alcuni "dogmi" del movimento operaio, senza tuttavia discostarsi dall'approccio e dal marxisti metodo del materialismo storico ma, al contrario, ancorandolo alla dinamica dell'evoluzione della realtà storica concreta. Alla fine della sua vita ha dato un ultimo contributo teorico, fu infatti uno dei primi nella CCI a evidenziare che il capitalismo era entrato nella fase finale del suo periodo di decadenza, quella della sua decomposizione. Sviluppò inoltre l’analisi che il proletariato non avrebbe potuto alcun modo usare a proprio vantaggio questo deterioramento in atto del sistema capitalista, ma che questa situazione implicava nuove sfide decisive per il proletariato e per la sopravvivenza dell'umanità.
L'ultimo elemento che vogliamo sottolineare è la sua determinazione a trasmettere alle nuove generazioni le lezioni del movimento operaio e l'esperienza organizzativa dei rivoluzionari al fine di formare nuovi militanti e permettere alla CCI di assicurare la continuità politica nelle future lotte di classe. Era profondamente convinto della necessità indispensabile dell’organizzazione rivoluzionaria per il proletariato, della necessità di un ponte che collegasse passato, presente e futuro della lotta di classe e della necessità vitale di preservare una continuità organica vivente delle organizzazioni rivoluzionarie. Era consapevole di rappresentare lui stesso questo filo tenue che legava la continuità organica e storica dell'esperienza di classe e la memoria viva del movimento operaio. Sottolineando costantemente che “il proletariato produce organizzazioni rivoluzionarie e non individui rivoluzionari”, insisteva molto anche sulle responsabilità individuali di ogni militante e sul sentimento di solidarietà e di rispetto tra di loro.
Niente potrebbe esprimere meglio la vita di Marc di quello che Rosa Luxemburg ha sintetizzato in una semplice frase: “Io ero, io sono, io sarò”.
Leggi: MARC: 70 anni di vita e di lotta per la classe operaia [184].
Dopo la rivoluzione russa nel 1917, la rivoluzione in Germania nel 1918, la creazione dell'Internazionale comunista nel 1919, la CCI ritorna oggi sul centesimo anniversario della tragica repressione della rivolta dei marinai, soldati e operai di Kronstadt di marzo 1921 con la ripubblicazione di un documento, Le lezioni di Kronstadt [185], pubblicato su Rivoluzione Internazionale n° 6 [186] per trarre le lezioni essenziali di questo avvenimento per le lotte future.
Nel marzo del 1921, lo Stato sovietico, guidato dal partito bolscevico, mise fine con la forza militare al sollevamento dei marinai e soldati della guarnigione di Kronstadt sull'isola di Kotlin nel Golfo di Finlandia, a 30 km da Pietrogrado (oggi San Pietroburgo). I 15.000 soldati e marinai insorti furono assaliti da 50.000 soldati dell’Armata Rossa fin dalla sera del 7 marzo. Dopo dieci giorni di aspri combattimenti, la rivolta di Kronstadt fu schiacciata. Non è disponibile una cifra affidabile del numero delle vittime, ma si stima che il numero di morti e giustiziati tra gli insorti sia di oltre 3.000 e a più di 10.000 dalla parte dell'Armata Rossa. Secondo un comunicato della Commissione straordinaria datata 1 maggio 1921, 6.528 insorti furono arrestati, 2.168 giustiziati (un terzo), 1.955 condannati al lavoro forzato (di cui 1.486 a cinque anni) e 1.272 rilasciati. Le famiglie degli insorti furono deportate in Siberia. 8.000 marinai, soldati e civili riuscirono a fuggire in Finlandia.
A meno di 4 anni dalla presa del potere da parte della classe operaia in Russia nell'ottobre 1917, questi eventi esprimono in modo tragico il processo di degenerazione di una rivoluzione isolata ed in affanno. In effetti, questa rivolta operaia fu promossa da sostenitori del regime dei Soviet, quegli stessi che nel 1905 e nel 1917 erano stati all’avanguardia del movimento e che durante la Rivoluzione d’Ottobre vennero considerati “l’onore e la gloria della rivoluzione”. Nel 1921, i ribelli di Kronstadt chiesero la concessione delle loro rivendicazioni unendosi a quelle degli operai di Pietrogrado in sciopero da febbraio: liberazione di tutti i socialisti imprigionati, fine dello stato d’assedio, libertà di espressione, di stampa e di riunione di tutti coloro che lavoravano, una razione uguale per tutti gli operai ... Ma ciò che sottolinea l'importanza di questo movimento ed esprime il suo profondo carattere proletario, fu non solo la reazione alle misure restrittive ma soprattutto la reazione alla espropriazione e alla perdita di potere politico dei consigli operai a vantaggio del Partito e dello Stato, che si sostituirono ad essi con la pretesa di rappresentare l'orientamento e gli interessi del proletariato. Ciò venne espresso nel primo punto della loro risoluzione: “Poiché gli attuali soviet non esprimono la volontà degli operai e dei contadini, organizzare immediatamente le rielezioni dei soviet con voto segreto, avendo cura di organizzare una libera propaganda elettorale”.
La borghesia, riferendosi alla repressione dei rivoltosi da parte dell’Armata Rossa, ha sempre cercato di dimostrare ai proletari che c'è un filo ininterrotto che collega Marx e Lenin a Stalin e ai Gulag. L’obiettivo della borghesia è fare in modo che i proletari si allontanino dalla storia della loro classe e non si riapproprino delle proprie esperienze. Le tesi degli anarchici giungono alle stesse conclusioni basandosi sulla presunta natura autoritaria e controrivoluzionaria del marxismo e dei partiti che agiscono in suo nome. In effetti, gli anarchici assumono una visione astrattamente "morale" degli eventi. Partendo dal postulato dell’autoritarismo intrinseco del Partito bolscevico, non sono in grado di spiegare il processo di degenerazione della rivoluzione in generale e dell’episodio di Kronstadt, in particolare: una rivoluzione che si sta esaurendo dopo sette anni trascorsi tra guerra mondiale e guerra civile, con un’infrastruttura industriale in rovina, una classe operaia decimata e affamata, che si deve confrontare con le insurrezioni contadine nelle province. Una rivoluzione drammaticamente isolata, per la quale la prospettiva di un'estensione internazionale è sempre meno probabile dopo il fallimento della rivoluzione in Germania, su tutti questi problemi che furono affrontati dalla classe operaia e dal partito bolscevico, gli anarchici chiudono gli occhi.
La principale lezione storica, fondamentale per la prospettiva di una rivoluzione proletaria mondiale, della repressione della rivolta di Kronstadt riguarda la violenza di classe. Se la violenza rivoluzionaria è un'arma del proletariato per abbattere il capitalismo di fronte ai suoi nemici di classe, in nessun caso può essere usata ed esercitata all'interno della stessa classe operaia contro altri proletari. Non è con la forza e la violenza che il comunismo può essere imposto al proletariato perché questi mezzi si oppongono categoricamente allo sviluppo del carattere cosciente della sua rivoluzione che può acquisire solo attraverso la propria esperienza e l'esame critico costante di questa esperienza. La decisione da parte del partito bolscevico di reprimere Kronstadt può essere compresa solo nel contesto dell’isolamento internazionale della rivoluzione russa e della terribile guerra civile che allora affliggeva la regione. Una tale decisione resta comunque un tragico errore commesso a spese di quegli operai che si erano sollevati per difendere la loro principale arma di trasformazione politica cosciente della società e vero organo vitale della dittatura proletaria: il potere dei Soviet.
Corrente Comunista Internazionale, marzo 2021
Vedi sullo stesso argomento nella Revue Internationale e nel nostro giornale Révolution Internationale i seguenti articoli:
“ [113]Le communisme n’est pas un bel idéal, il est à l’ordre du jour de l’histoire [8° partie]”, [113]Revue internationale n° 100 (1er semestre 2020). [113]
“ [187]1921 comprendre Kronstadt”, [187]Revue internationale n° 104, (1er trimestre 2006). [187]
“ [188]Le soulèvement de Kronstadt”, [188]Révolution internationale n° 84 (avril 1981). [188]
“ [189]Kronstadt : contre les thèses anarchistes, les leçons tirées par la Gauche communiste”, [189]Révolution internationale n° 310 (mars 2001). [189]
90 years after Kronstadt: a tragedy that's still being debated in the revolutionary movement [190]
Understanding Kronstadt [192]
Quattordici persone sono morte a Stresa, domenica 23 maggio, a causa della caduta della cabina della funivia. Come al solito dopo tali disastri, non sono mancate le lacrime di coccodrillo e l’ipocrita indignazione da parte dello Stato e di tutti i suoi responsabili politici. Poi rapidamente sono stati trovati i capri espiatori: "C'è stato un malfunzionamento sulla funivia, la squadra di movimentazione non ha risolto il problema, o solo parzialmente. Per evitare di interrompere il collegamento, hanno scelto di lasciare al suo posto la forcella che impedisce il funzionamento del freno d'emergenza", ha spiegato un ufficiale dei carabinieri a Radiotre. Secondo il procuratore incaricato dell'inchiesta, Olimpia Bossi, questi tre funzionari sapevano che la funivia funzionava senza freno di emergenza dal 26 aprile, giorno della riapertura dell'impianto. L’analisi dei rottami trovati sul posto ha permesso di dimostrare che "il sistema di frenata d'emergenza della cabina caduta nel vuoto era stato manomesso". Secondo gli inquirenti, si è trattato di un "atto materiale realizzato in modo consapevole", per "evitare interruzioni e l'arresto della funivia", mentre "l'impianto presentava anomalie che avrebbero richiesto un intervento più radicale con conseguente arresto" dell'impianto.
Perché questo "intervento più radicale" non è stato effettuato? Ovviamente, i tre proprietari hanno una pesante parte di responsabilità. Non c'è dubbio sulla loro ignobile colpa. Ma come possono dei professionisti della sicurezza essere indotti a disattivare un sistema di frenata su una tale struttura? Semplicemente per riaprire subito l’impianto, appena c’è stata un po’ di via libera alla circolazione delle persone, e mantenerlo a pieno ritmo durante il periodo estivo con una sola preoccupazione: garantire il massimo profitto! Dopo un fermo di quasi due stagioni per le restrizioni sanitarie causate dal Covid-19, questa stazione di sci alpino era in grande difficoltà finanziaria (perdita di diversi milioni di euro di fatturato) e si è affrettata a riaprire le sue strutture in barba alle più elementari norme di sicurezza...
Questa funivia è una risorsa importante in questa regione. La sua chiusura è stata accolta molto male dalle autorità locali e dalla società che la gestisce che hanno spinto per mantenerla in funzione "a tutti i costi", ignorando deliberatamente i principi di sicurezza di base. Se i tre "colpevoli" designati hanno agito in questo modo, le motivazioni stanno nelle contingenze economiche, in questo caso dell'industria turistica.
Ora la classe dominante, e in particolare la borghesia italiana, assolve sé stessa da ogni responsabilità per questa tragedia. Hanno dei "colpevoli" ad hoc da dare in pasto ai media e alla giustizia. Ma al di là delle apparenze, il vero colpevole è il capitalismo che, nella sua logica di redditività per generare sempre più profitto, non esita a farsi beffe di tutte le regole di base della sicurezza o a costringere i suoi “esecutori” a violarle. Questa tragedia della funivia non è purtroppo la prima: diversi "incidenti" mortali di funivie e teleferiche sono avvenuti in Europa negli ultimi cinquant’anni. Sono gli stessi responsabili, manager, finanziatori, autorità locali e nazionali che, quando accadono tragedie "prevedibili", vengono a spargere le loro condoglianze e piangere e rammaricarsi davanti ai media, a fingere sorpresa e incredulità per la tragedia!
L’episodio della funivia ci riporta naturalmente alla memoria tutte le altre tragedie provocate dall’avidità del capitalismo, a partire dal crollo del Ponte Morandi a Genova nel 2018, al crollo di un intero palazzo a Miami nell’aprile scorso, alle varie inondazioni e colate di fango che avvengono ogni anno in Italia, spesso negli stessi luoghi, che uccidono persone e distruggono case e attività lavorative, ma anche alla tragedia del 14 luglio scorso in Germania in seguito al nubifragio che ha fatto più di cento morti, 1.300 dispersi (fino a questo momento) e prodotto danni incalcolabili. Anche qui, come altrove, la scusa della Merkel è bell’e trovata: “Tutta colpa dei cambiamenti climatici”. Il copione cui siamo costretti ad assistere periodicamente e con sempre maggiore frequenza è sempre lo stesso: nonostante sia noto che ci sono gravi problemi strutturali o la necessità di interventi preventivi radicali, in Italia come nel resto del mondo, non si fa nulla. Quando la tragedia annunciata si concretizza: stupore, sdegno e caccia al colpevole, poi inchieste interminabili per far trionfare la “verità” e la “giustizia”, sperando nel frattempo che la cosa vada nel dimenticatoio e si possa continuare come prima.
Come dicevamo nell’articolo sul crollo del Ponte Morandi nel 2018, Morti di Stato a Genova, ostaggi di Stato sulla nave Diciotti. Il cinismo e l’ipocrisia senza ritegno della borghesia [197], “Ci sono degli avvenimenti che, sgrossati di tutte le retoriche, le false lacrime, le frasi altisonanti propinate da politici, opinionisti e mass media, mostrano con chiarezza la vera essenza ipocrita e cinica della borghesia verso le sofferenze e le sorti degli essere umani; quanto poco valore ha, ed ha sempre avuto, per la classe dominante la vita dell’uomo se non come elemento indispensabile nell’ingranaggio produttivo del capitale. Attraverso l’attacco del Giappone a Pearl Harbor, il bombardamento di Dresda, l’attacco alle Torri Gemelle, le bombe di Stato in Italia, la storia ci dimostra che la borghesia di qualsiasi Stato e colore, di fronte ai propri interessi, non ha mai avuto alcuno scrupolo morale a far morire degli esseri umani. Così come i terremoti, le tempeste, i disastri ambientali che ogni anno mietono centinaia di vittime ci mostrano come la messa in sicurezza delle popolazioni non sia la sua preoccupazione prioritaria, nonostante la conoscenza scientifica e tecnologica di cui dispone che permetterebbe un’azione preventiva di salvaguardia di strutture e vite umane”.
Ma come diceva Bordiga già negli anni ‘50: “Il capitalismo non è innocente neppure nelle catastrofi dette “naturali” […]. Che piova senza sosta (o non piova affatto) per intere settimane è certamente un fatto naturale; ma che ne segua un’inondazione (o una siccità) è un fatto sociale. Analogamente, le scosse sismiche delle Ande sfuggono all’uomo; ma il fatto che distruggano le città del Perù, mentre Macchu Picchu vi resiste da secoli, ha cause sociali […]. Non solo la civiltà borghese può essere causa diretta di queste catastrofi per la sua sete di profitto e per l’influenza predominante dell’affarismo sulla macchina amministrativa (si veda il ruolo del disboscamento nelle inondazioni o […] la costruzione di case in zone di valanghe e d’inondazioni), ma si rivela impotente ad organizzare una protezione efficace nella misura in cui la prevenzione non è un’attività redditizia”. (Prefazione a Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, raccolta di scritti di A. Bordiga degli anni 1951-53 sui disastri nel capitalismo moderno, pag. 8-9. Edizioni Iskra)
Basato sull’articolo Accident de téléphérique à Stresa (Italie): Un nouveau drame sur l’autel du profit [198].
Un lettore ci ha scritto: “Come può la CCI continuare a sostenere che il capitalismo è un sistema in decadenza dal 1914 quando c’è stata una tale enorme crescita nel capitalismo da allora?” Questa questione ci è stata posta diverse volte e in diversi modi: come si spiega l’enorme crescita dopo la Seconda Guerra Mondiale? E l’enorme crescita della Cina negli ultimi decenni? Tutto questo non è in contrasto con l'idea che il capitalismo sia un sistema in declino, in decadenza?
Noi pensiamo che la questione sia mal posta, ma che sia importante rispondere proprio perché ci viene posta spesso. A questo scopo guardiamo un passaggio piuttosto significativo dei Grundisse di Marx[1]
“Mentre dunque il capitale deve tendere, da una parte, ad abbattere ogni ostacolo spaziale al traffico, ossia allo scambio, e a conquistare tutta la terra come suo mercato, dall’altra esso tende ad annullare lo spazio attraverso il tempo; ossia a ridurre al minimo il tempo che costa il movimento da un luogo all’altro. Quanto più il capitale è sviluppato, quanto più è esteso perciò il mercato su cui circola e che costituisce il tracciato spaziale della sua circolazione, tanto più esso tende contemporaneamente ad estendere maggiormente il mercato e ad annullare maggiormente lo spazio attraverso il tempo…Qui si manifesta la tendenza universale del capitale, che lo distingue da tutti gli altri precedenti stadi della produzione. Sebbene limitato per la sua tessa natura, il capitale tende ad uno sviluppo universale delle forze produttive e diventa cosi la premessa di un nuovo modo di produzione, che non è basato su uno sviluppo delle forze produttive inteso a riprodurre e tutt’al più ad ampliare una situazione determinata, ma nel quale lo sviluppo libero, articolato, progressivo e universale delle forze produttive costituisce la premessa stessa della società e perciò della sua riproduzione; nel quale l’unica premessa è il superamento del punto di partenza. Questa tendenza - che è propria del capitale, ma che al tempo stesso rappresenta una contraddizione col capitale in quanto forma di produzione limitata, e perciò spinge alla sua dissoluzione - distingue il capitale da tutti i precedenti modi di produzione e implica, al tempo stesso, che esso sia posto come semplice punto di transizione”.
Naturalmente questo passaggio può essere interpretato in diversi modi. E i Grundrisse non costituiscono un lavoro finito. Ma, secondo noi, questa è una magnifica anticipazione del punto in cui il capitalismo diventa un sistema decadente. Innanzitutto Marx insiste sulla tendenza del capitale a conquistare l’intero pianeta e lo fa attraverso un formidabile sviluppo delle forze produttive, in questo caso sviluppando mezzi di trasporto il più veloci possibile da un capo all’altro del pianeta. Questo dinamismo, questo potenziale per una rapidissima estensione e sviluppo tecnologico distingue il capitalismo dai precedenti modi di produzione, che tendevano ad essere più statici e più confinati in particolari regioni del globo. Questa tendenza del capitale a universalizzare crea necessariamente anche un proletariato mondiale, una classe rivoluzionaria internazionale e quindi una vitale precondizione perché la società umana possa raggiungere un nuovo stadio qualitativo della sua storia. Come Marx sottolinea in una diversa sezione dello stesso capitolo dei Grundisse:“Vedremo più oltre che la forma più estrema di alienazione in cui, nel rapporto tra capitale e lavoro salariato, il lavoro, l’attività produttiva si presenta rispetto alle sue stesse condizioni e al suo stesso prodotto, è un necessario punto di passaggio - e pertanto contiene già in sé, solamente ancora in forma rovesciata, a testa in giù, la dissoluzione di tutti i presupposti limitati della produzione, e anzi crea e produce i presupposti incondizionati della produzione e quindi tutte le condizioni materiali per lo sviluppo totale, universale delle forze dell'individuo”.[2]
Così, per Marx, nella misura in cui il capitale sviluppa le forze produttive fino al punto in cui la produzione e la distribuzione comunista globale diventa possibile, la sua soppressione dei modi di produzione precedenti, anche se brutale e spietata, può essere vista come il segno di un sistema sociale ascendente o progressivo. Ma una volta raggiunto questo punto, l'ulteriore "sviluppo delle forze produttive" assume un significato completamente diverso, in cui la ricchezza non si misura più in tempo rubato, ma in tempo libero; non più in termini monetari, o accumulo di capitale costante, o le astrazioni del "valore", ma come lo sviluppo delle capacità creative di ogni individuo in associazione con altri.
Ma non si tratta solo di guardare la storia del capitale oltre un certo punto e lamentarsi che le cose sarebbero potute andare molto meglio. Marx sostiene anche che questo momento culminante è precisamente il punto in cui il modo contraddittorio in cui il capitale si universalizza "lo spinge verso la dissoluzione". L'evoluzione storica dall'inizio del XX secolo ha reso più chiara la forma che assume questo processo di "dissoluzione": da questo punto in poi, il capitale non può più continuare a sviluppare le forze di produzione senza scatenare una spirale di distruzione, una successione di crisi economiche mondiali, guerre globali e, come è diventato sempre più evidente negli ultimi decenni, la devastazione dell'ambiente naturale. Possiamo anche dire che più il capitale continua a crescere, ad accumularsi, in un'epoca in cui è diventato obsoleto, più questa stessa crescita aumenta il pericolo che esso distrugga l'umanità e metta fine a qualsiasi possibilità di un futuro comunista. Questo è evidente quando guardiamo l’efficiente produzione militare che è diventata una parte centrale dell'economia capitalista nell'ultimo secolo e più. È altrettanto evidente quando vediamo le conseguenze ecologiche dell'espansione capitalista negli ultimi angoli del pianeta. Dobbiamo anche riconoscere che gli stessi mezzi utilizzati per continuare la crescita in un'epoca in cui la crisi economica tende a diventare permanente attestano l'obsolescenza del sistema, in particolare il ricorso a gigantesche iniezioni di debito per creare una sorta di mercato artificiale. Il capitale cresce violando le sue stesse leggi.
Questo è quello che pensiamo volesse concludere Marx quando continua il primo passaggio che abbiamo citato affermando: “Il più alto sviluppo di questa base stessa (…) è il punto in cui essa si è elaborata, sviluppata, nella forma in cui è compatibile con il più alto sviluppo delle forze produttive, e per ciò stesso con il più ricco sviluppo degli individui. Non appena questo punto è raggiunto, l’ulteriore sviluppo si presenta come decadenza, e il nuovo sviluppo comincia da una base nuova”.
La crescita della Cina di questi ultimi decenni è una classica illustrazione di questo “sviluppo nella decadenza”: gestito da uno spietato apparato statale totalitario; finanziato da livelli astronomici di debito, protetto da un vasto esercito e da una serie di armi nucleari, con la costruzione di nuovi centri industriali e megalopoli a un costo terribile per l'ambiente, sia locale che globale. Possiamo dire con certezza che questi sono tutti i segni distintivi di un sistema decadente.
Perché il 1914 è il punto di svolta definitivo? Ricordiamo che questa non è una conclusione a posteriori della CCI, ma la posizione adottata dai rivoluzionari che hanno formato l'Internazionale Comunista, e che hanno riconosciuto che il capitalismo era effettivamente entrato nella sua epoca di "disintegrazione interna", l'epoca delle guerre e delle rivoluzioni. La guerra del 1914-18 mostrò che il capitalismo era spinto inesorabilmente verso guerre imperialiste di crescente ferocia, mettendo l'umanità di fronte all'alternativa tra socialismo e barbarie. E la risposta della classe operaia internazionale a partire dal 1917 dimostrò che la nuova epoca era effettivamente l'epoca della "rivoluzione comunista del proletariato", come scritto nella Piattaforma dell'Internazionale Comunista, del marzo 1919.
Ancora una volta sottolineiamo che la guerra non significava che il capitalismo avesse esaurito tutte le ulteriori possibilità di espansione. Nel 1913, nel suo libro L'accumulazione del capitale, Rosa Luxemburg sottolineava che il capitale dominava ancora direttamente solo una piccola parte del pianeta, e che obiettivamente ci sarebbero stati ancora molti settori precapitalistici da assorbire e nuovi mercati da conquistare. E insisteva anche sul fatto che non esiste un collasso puramente economico del sistema. "Quanta maggiore è la potenza con cui il capitale, grazie al militarismo, fa piazza pulita, in patria e all’estero, degli strati non-capitalistici e deprime il livello di vita di tutti i ceti che lavorano, tanto più la storia quotidiana dell’accumulazione del capitale sulla scena del mondo si tramuta in una catena continua di catastrofi e convulsioni politiche e sociali, che, insieme con le periodiche catastrofi economiche rappresentate dalla crisi, rendono impossibile la continuazione dell’accumulazione e necessaria la rivolta della classe operaia internazionale al dominio del capitale, prima ancora che, sul terreno economico, esso sia andato ad urtare contro le barriere naturali elevate dal suo stesso sviluppo." (Accumulazione del capitale, capitolo 32, pag. 469 nell’edizione Einaudi).
In sintesi: noi abbiamo sempre respinto l'idea che il capitalismo possa essere in declino o decadenza solo quando si è verificato un arresto completo dello sviluppo delle forze produttive[3]. Anche nelle epoche discendenti della schiavitù e del feudalesimo ci potevano essere momenti e centri di crescita significativi, non ultima la crescita cancerosa del potere statale, gonfiato in proporzioni mostruose per tentare di contenere le contraddizioni che dilaniavano la società. Ma queste rimanevano società in cui la crisi dell'economia prendeva la forma della sottoproduzione, al contrario del capitalismo in cui la crisi appare come una crisi di sovrapproduzione (o, ciò che equivale alla stessa cosa alla fine, una crisi di sovraccumulazione). Meno di qualsiasi modo di produzione precedente, il capitalismo può cessare di "rivoluzionare" le forze produttive. Ma i rivoluzionari che rivendicano un metodo scientifico devono essere capaci di riconoscere il punto in cui la prospettiva del comunismo unisce i regni della possibilità e della necessità; in altre parole, quando le forze di produzione esistenti si trasformano sempre più in forze di distruzione[4], e quando l'umanità può sopravvivere solo se opera un cambiamento fondamentale nei rapporti sociali di produzione, in modo che lo sviluppo delle forze produttive possa coincidere con "lo sviluppo totale e universale delle forze produttive dell'individuo".
Amos
Annesso sulla Cina
La Cina è un ottimo esempio dell'aumento relativo della ricchezza, e delle enormi forze distruttive messe in moto per ottenere questa ricchezza relativa:
Si potrebbe aggiungere un intero articolo sull'enorme peso del settore militare in Cina e sul grado in cui la sua crescita è stata alimentata dal debito.
[1] http://www.criticamente.com/marxismo/grundrisse/Marx_Karl_-_Grundrisse_3b_-_Il_Capitale.pdf [200]
[2] http://www.criticamente.com/marxismo/grundrisse/Marx_Karl_-_Grundrisse_3b_-_Il_Capitale.pdf [200]
[3] Vedi la serie di articoli sulla decadenza pubblicati all’inizio degli anni ’70 in Révolution Internationale e riprodotti in inglese in un opuscolo, in particolare il capitolo: 4. Decadence: A total halt to the productive forces? | International Communist Current (internationalism.org) [201]
[4] Qui stiamo solo confermando ciò che Marx aveva già anticipato in una delle sue prime opere, L'ideologia tedesca del 1845/6, in un passaggio che riassume le conclusioni fondamentali derivanti dalla concezione materialista della storia. La prima di queste conclusioni è che “Nello sviluppo delle forze produttive si presenta uno stadio nel quale vengono fatte sorgere forze produttive e mezzi di scambio che nelle situazioni esistenti fanno solo del male, che non sono più forze produttive ma forze distruttive (macchine e denaro) e, in connessione con tutto ciò, viene fatta sorgere una classe che deve sopportare tutto il peso della società senza goderne i vantaggi; che, estromessa dalla società, è costretta al più spinto antagonismo con tutte le altre classi; una classe che forma la maggioranza di tutti i membri della società e dalla quale prende le mosse la coscienza della necessità di una rivoluzione che vada al fondo, la coscienza comunista, la quale naturalmente si può formare anche fra le altre classi, in virtù della considerazione della posizione di questa classe…”
Non biasimiamo Marx ed Engels per aver commesso l'errore, in quest'opera come nel Manifesto Comunista di qualche anno dopo, di pensare che questa svolta epocale avesse già avuto luogo, che la rivoluzione proletaria fosse già all'ordine del giorno nell'immediato. In buona misura Marx stesso ha potuto riconoscere questo errore nel periodo di riflusso che seguì gli eventi eroici del 1848.
Mentre la crisi del Covid-19 persiste da quasi due anni con il suo pesante impatto sanitario, sociale, politico ed economico sulla maggior parte degli Stati del mondo, questi non hanno in alcun modo moderato i loro appetiti imperialisti. L’aumento delle tensioni è stato particolarmente marcato negli ultimi mesi da una chiara esacerbazione dell’opposizione tra gli Stati Uniti e la Cina, evidenziata più recentemente dal cosiddetto accordo “Aukus” tra gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Australia, ed esplicitamente rivolto contro la Cina.
Polarizzazione delle tensioni nel Mar della Cina
L’amministrazione Biden non si è limitata a mantenere le misure economiche aggressive contro la Cina attuate da Trump, ma ha soprattutto aumentato la pressione sul piano politico (difesa dei diritti degli uiguri e di Hong Kong, riavvicinamento con Taiwan con cui sta negoziando un accordo commerciale, accuse di hackeraggio informatico) e anche sul piano militare nel Mar Cinese, e questo in modo piuttosto spettacolare dall’inizio di aprile:
- Il 7 aprile, gli Stati Uniti hanno schierato un gruppo di portaerei (la USS Theodore Roosevelt, accompagnata dalla sua flottiglia) nel Mar Cinese meridionale e il cacciatorpediniere missilistico USS John S. McCain è transitato nello stretto di Taiwan (situato tra la Cina e Taiwan);
- L'11 maggio, navi americane, francesi (la portaelicotteri anfibia Tonnerre e la fregata Surcouf), giapponesi e australiane hanno iniziato esercitazioni militari congiunte (ARC21) nel Mar Cinese Orientale, le prime del loro genere in questa zona strategica, non lontano dalle Senkaku, isolotti disabitati amministrati dal Giappone nel Mar Cinese Orientale e rivendicati da Pechino, che li chiama Diaoyu. Prima di queste esercitazioni, le navi francesi avevano partecipato alle esercitazioni di La Pérouse nel Golfo del Bengala con navi americane, australiane, giapponesi e indiane. Poi, la Tonnerre è passata a sud di Taiwan per raggiungere il Giappone, mentre la Surcouf ha scelto anch’essa lo stretto di Taiwan;
- La presenza francese in Giappone sarà seguita nel 2021 da quella della fregata tedesca Hessen, con Berlino che ha espresso nel 2020 il desiderio di avere una maggiore presenza nell’Indo-Pacifico, e l’arcipelago ospiterà il gruppo aereo-navale britannico Queen Elizabeth nel 2022.
- A settembre, Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia hanno annunciato un nuovo accordo di difesa, noto come "Aukus", incentrato sull’espansione della presenza militare di questi paesi nei mari intorno alla Cina. I tre paesi condivideranno l’intelligence militare e le conoscenze tecnologiche che permetteranno all’Australia di costruire sottomarini a energia nucleare. Il patto Aukus rappresenta un vero schiaffo per la Francia, visto che l’Australia ha annullato un contratto da un miliardo di dollari con la Francia per costruire una flotta di sottomarini. Reagendo con furia, la Francia ha ritirato i suoi ambasciatori dagli Stati Uniti e dall’Australia[1]. La Cina, da parte sua, ha denunciato il patto come l’inizio di una nuova guerra fredda, anche se sarà contenta di queste nuove divisioni tra i suoi rivali occidentali.
La Cina ha anche reagito furiosamente a queste pressioni politiche e militari, in particolare quelle riguardanti Taiwan:
- all’inizio di aprile, in risposta alla presenza della flotta statunitense, la portaerei Liaoning accompagnata da 5 navi da guerra ha operato nelle acque a est dell’“isola ribelle”. I caccia taiwanesi hanno dovuto decollare in fretta e furia per respingere l’ingresso di quindici aerei cinesi nella zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan;
- il 19 maggio, un think tank (centro studi) con sede a Hong Kong, affiliato al Partito comunista cinese, ha pubblicato uno studio in cui si sottolinea il fatto che le tensioni nello stretto di Taiwan sono diventate così acute da indicare un rischio di guerra “alto” tra la Cina continentale e Taiwan;
- il 15 giugno, in risposta alla riunione della NATO che segnava un certo accordo tra gli Stati Uniti e l’UE sulla questione cinese, ventotto jet da combattimento cinesi sono entrati nella Zona di Identificazione della Difesa Aerea (ADIZ) dell’ex Formosa, la più grande incursione di caccia e bombardieri dell’Esercito di Liberazione Popolare (PLA) mai registrata;
- all'inizio di luglio, la rivista cinese Naval and Merchant Ships ha pubblicato un piano per un attacco a sorpresa in tre fasi di Taiwan, che avrebbe portato a una sconfitta totale delle forze armate della “provincia ribelle”. Infine, alla fine di agosto, il rapporto annuale del Ministero della Difesa di Taiwan ha avvertito che la Cina “può ora combinare operazioni digitali del suo esercito che inizialmente paralizzerebbero le nostre difese aeree, i centri di comando marittimo e le capacità di contrattacco, rappresentando un’enorme minaccia per noi”[2].
Avvertimenti, minacce e intimidazioni si sono così susseguiti negli ultimi mesi nel Mar della Cina, sottolineando la crescente pressione esercitata dagli Stati Uniti sulla Cina. In questo contesto, gli Stati Uniti stanno facendo di tutto per attirare dietro di loro gli altri paesi asiatici, preoccupati dalle ambizioni espansionistiche di Pechino (“L’esercizio ARC21 è un mezzo di dissuasione di fronte al comportamento sempre più aggressivo della Cina nella regione”, dice Takashi Kawakami, direttore dell’Istituto di studi Internazionali dell’Università Takushoku, Giappone)[3]. Gli Stati Uniti stanno quindi cercando di creare una sorta di NATO asiatica, la QUAD, che riunisce Stati Uniti, Giappone, Australia e India. D’altra parte, e nello stesso senso, Biden vuole far rivivere la NATO per coinvolgere i paesi europei nella sua politica di pressione contro la Cina.
Per completare il quadro, non bisogna nemmeno trascurare le tensioni tra la NATO e la Russia: dopo l’incidente del volo Ryanair dirottato e intercettato dalla Bielorussia per arrestare un dissidente che si era rifugiato in Lituania, ci sono state le manovre della NATO nel Mar Nero al largo dell’Ucraina in giugno, dove si è verificato uno scontro tra una fregata britannica e navi russe e, a settembre, le manovre congiunte tra l’esercito russo e bielorusso ai confini della Polonia e dei paesi baltici.
Questi eventi confermano che le crescenti tensioni imperialiste stanno generando una polarizzazione tra gli Stati Uniti e la Cina da un lato e la NATO e la Russia dall’altro, che a sua volta sta spingendo la Cina e la Russia a rafforzare i loro legami tra loro per affrontare gli Stati Uniti e la NATO.
La decomposizione genera instabilità
Tuttavia, la “debacle di Kabul”[4] sottolinea come la decomposizione e la persistente destabilizzazione accelerata dalla crisi del Covid-19 stimolano le forze centrifughe ed esacerbano l’atteggiamento del “ciascuno per sé” dei vari imperialismi, vanificando così costantemente qualsiasi stabilizzazione delle alleanze:
- Il precipitoso ritiro statunitense dall’Afghanistan, destinato a concentrare le forze militari di fronte alla Cina, è stato effettuato senza consultare gli alleati, mentre Biden aveva promesso solo qualche mese prima al vertice del G7 e alla riunione della NATO che sarebbero stati ripresi le consultazioni e il coordinamento; questo ritiro significa anche che gli USA stanno abbandonando i loro alleati sul terreno (cfr. il precedente abbandono dei Curdi e il raffreddamento delle relazioni con l’Arabia Saudita) e può solo rafforzare la diffidenza di paesi come l’India e la Corea del Sud verso un alleato che si sta dimostrando inaffidabile, così come la determinazione dell’Europa a creare strutture di difesa più indipendenti dagli Stati Uniti;
- D’altra parte, il ritorno al potere dei talebani costituisce un serio pericolo potenziale per l’infiltrazione islamista in Cina (attraverso il “problema uiguri”), soprattutto perché i loro alleati, i talebani pakistani (il TTP), sono impegnati in una campagna di attacchi contro i cantieri della “Nuova via della seta”, che ha già portato alla morte di una decina di “cooperanti” cinesi. Questo sta spingendo la Cina a intensificare i suoi tentativi di stabilirsi nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale (Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan) per contrastare il pericolo. Ma queste repubbliche fanno tradizionalmente parte della sfera d’influenza russa, il che aumenta il pericolo di un confronto con questo “alleato strategico”, con il quale i suoi interessi a lungo termine sono comunque fondamentalmente opposti: la Nuova Via della Seta aggira la Russia e quest’ultima diffida della crescente presa economica della Cina sui suoi territori siberiani;
- Il caos e l’imperialistico “ciascuno per sé” nel mondo accentuano costantemente l’imprevedibilità del posizionamento dei vari Stati: gli Stati Uniti sono costretti a mantenere la pressione con regolari bombardamenti aerei sulle milizie sciite che molestano le loro forze in Iraq; i Russi devono fare da pompieri nel confronto armato tra Armenia e Azerbaigian, istigato dall’interesse imperialista della Turchia; la diffusione del caos nel Corno d’Africa attraverso la guerra civile in Etiopia, con il Sudan e l’Egitto che sostengono la regione del Tigray e l’Eritrea che sostiene il governo centrale etiope, sta sconvolgendo in particolare i piani cinesi di utilizzare l’Etiopia come base per il loro progetto “Belt and Road[5]” nell’Africa nord-orientale, e a tal fine hanno installato una base militare a Gibuti.
- L’espansione incontrollata della pandemia legata alla generalizzazione della variante Delta richiede una maggiore attenzione degli Stati alla situazione interna, che può avere un impatto imprevedibile sulle loro politiche imperialiste. Per esempio, la stagnazione della vaccinazione negli Stati Uniti, dopo una forte partenza, sta provocando una nuova ondata di infezioni negli Stati del centro e del sud. Questo porta a nuove misure coercitive da parte dell’amministrazione Biden, che a sua volta ravviva le recriminazioni dei sostenitori di Trump. Allo stesso modo, in Russia, il governo si trova di fronte a una recrudescenza dell’epidemia, mentre la vaccinazione è allo stallo e la popolazione è estremamente sospettosa dei vaccini russi, portando il sindaco di Mosca (dove solo il 15% della popolazione è vaccinata) a prendere misure che rendono la vaccinazione quasi obbligatoria.
In Cina, dove il governo conta sull’immunità di gregge prima di aprire il paese, la preoccupante situazione sanitaria richiede un’attenzione costante. Da un lato, fino a quando questa immunità non sarà raggiunta, la Cina impone rigidi blocchi ogni volta che vengono identificate delle infezioni, e questo ostacola gravemente le attività commerciali. Per esempio, lo scorso maggio, dopo che alcuni portuali del porto di Yantian si sono infettati, il terzo porto container più grande del mondo è stato totalmente isolato per una settimana, con i lavoratori costretti a mettersi in quarantena sul posto. Ora di nuovo, intere regioni sono confinate a causa della diffusione della variante Delta, la più forte eruzione da quella di Wuhan del dicembre 2019. In secondo luogo, questa ricerca dell’immunità di gregge ha spinto diverse province e città cinesi a imporre pesanti sanzioni ai recalcitranti. Queste iniziative sono state ampiamente criticate sui social network cinesi e sono state fermate dal governo perché tendevano a “mettere in pericolo la coesione nazionale”. Infine, forse il problema più grave, è l’evidenza che si va confermando della limitata efficacia dei vaccini cinesi.
In un tale contesto, l’aumento delle tensioni di guerra è inevitabile. Da un lato, indica una certa polarizzazione, soprattutto tra gli Stati Uniti e la Cina, sottolineata da una crescente aggressività degli Stati Uniti che sanno che, nonostante gli enormi investimenti della Cina nella modernizzazione delle sue forze armate, queste non possono ancora competere con la potenza militare degli Stati Uniti, soprattutto in aria, in mare e in termini di arsenale nucleare.
Tuttavia, il caos e l’esacerbazione del “ciascuno per sé” rendono instabile qualsiasi alleanza, stimolando gli appetiti imperialisti in tutte le direzioni e spingendo le grandi potenze a evitare un confronto diretto tra i loro eserciti, con un massiccio impegno di personale militare sul terreno, come illustrato dal ritiro dei soldati USA dall'Afghanistan. Ricorrono invece a compagnie militari private (organizzazione Wagner dai Russi, Blackwater/Academi dagli USA, ecc.) o a milizie locali per condurre azioni sul terreno: uso di milizie siriano-sunnite da parte della Turchia in Libia e Azerbaigian, milizie curde da parte degli USA in Siria e Iraq, Hezbollah o milizie iracheno-sciite dall’Iran in Siria, milizie sudanesi dall’Arabia Saudita in Yemen ...
La forma che l’espansione di queste tensioni sta assumendo preannuncia quindi una moltiplicazione di scontri bellici sempre più sanguinosi e barbari in un ambiente segnato dall’instabilità e dal caos.
18.09.21/ R. Havanais
[1] Analizzeremo il significato e le implicazioni di questo nuovo patto in un articolo successivo.
[2] P.-A. Donnet, La Chine en mesure de paralyser la défense taïwanaise, selon Taipei [202], Asialyst, 02.09.21.
[3] Citato il 18 maggio in L’homme nouveau [203].
[4] Vedi il nostro articolo Dietro il declino dell'imperialismo USA, il declino del capitalismo mondiale [204]
Vent'anni fa, nel 2001, il rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) metteva in evidenza un documento del Global Scenario Group (GSG), convocato dallo Stockholm Environment Institute, che delineava tre possibili scenari per il futuro dell'umanità derivanti dalla crisi climatica:
"Il quadro GSG include tre grandi categorie di scenari per analizzare il futuro: "Mondi convenzionali", "Barbarie" e "Grande transizione", con variazioni all'interno di ogni categoria. Tutte sono coerenti con i modelli e le tendenze attuali, ma hanno implicazioni molto diverse per la società e l'ambiente nel 21° secolo... Negli scenari dei "Mondi convenzionali", la società globale si sviluppa gradualmente dai modelli attuali e dalle tendenze dominanti, con uno sviluppo guidato principalmente dai mercati in rapida crescita, con i paesi in via di sviluppo che convergono verso il modello di sviluppo dei paesi industriali avanzati ("sviluppati"). Negli scenari di "barbarie", le tensioni ambientali e sociali generate dallo sviluppo convenzionale non vengono risolte, le norme umanitarie si indeboliscono e il mondo diventa più autoritario o anarchico. Le “Grandi transizioni" esplorano soluzioni visionarie alla sfida della sostenibilità, descrivendo l'ascesa di nuovi valori, nuovi modi di vivere e nuove istituzioni”[1].
Nel 2021, dopo o accompagnato da ondate di calore senza precedenti dal Canada alla Siberia, inondazioni nel Nord Europa e in Cina, siccità e incendi boschivi in California, nuovi segni di fusione dei ghiacciai artici, la prima parte del rapporto dell'IPCC, la parte che si concentra sull'analisi scientifica delle tendenze climatiche, ha reso chiaro che il perseguimento "convenzionale" dell'accumulazione capitalista ci sta portando verso la "barbarie". In vista della conferenza sul clima COP26 a Glasgow in ottobre-novembre, il rapporto sostiene con forza che senza un'azione globale drastica e concertata per ridurre le emissioni nei prossimi decenni, non sarà possibile limitare l'aumento delle temperature a 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali, la soglia considerata necessaria per evitare le peggiori conseguenze del cambiamento climatico. E non è tutto: il rapporto si riferisce a una serie di "limiti globali" o punti di ribaltamento che potrebbero portare a un'accelerazione incontrollabile del riscaldamento globale, rendendo grandi parti della Terra inadatte alla vita umana. Secondo molti esperti citati nel rapporto, quattro di questi confini sono già stati superati, tra cui il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e le pratiche agricole non sostenibili, e molti altri, come l'acidificazione degli oceani, l'inquinamento da plastica e l'esaurimento dello strato di ozono, minacciano di portare al rafforzamento reciproco con altri fattori[2].
Il rapporto chiarisce anche che questi pericoli derivano principalmente dall'"intervento umano" (che, in sostanza, significa la produzione e l'espansione del capitale) e non da processi naturali come l'attività solare o le eruzioni vulcaniche, spiegazioni che sono spesso l'ultima risorsa dei sempre più screditati negazionisti del cambiamento climatico. La parte del rapporto che si occupa delle possibili vie d'uscita dalla crisi non è ancora stata pubblicata, ma sappiamo da tutti i rapporti precedenti che il "Gruppo di esperti intergovernativo", mentre parla di "transizioni" verso un nuovo modello economico che smetta di emettere gas serra a livelli totalmente insostenibili, non ha altra risposta che invitare i governi, cioè gli stati capitalisti, a rinsavire, a lavorare insieme e ad accettare cambiamenti radicali nel modo in cui funzionano le loro economie. In altre parole, il modo di produzione capitalista, la cui inarrestabile corsa al profitto è al centro della crisi, deve diventare ciò che non potrà mai essere: una comunità unificata dove l'attività produttiva è regolata non dalle richieste del mercato ma da ciò di cui gli esseri umani hanno bisogno per vivere.
Questo non vuol dire che le istituzioni capitaliste siano totalmente ignare dei pericoli posti dal cambiamento climatico. La proliferazione delle conferenze internazionali sul clima e l'esistenza stessa dell'IPCC lo testimoniano. Man mano che le catastrofi che ne derivano diventano più frequenti, è chiaro che avranno costi enormi: economici, naturalmente, attraverso la distruzione di case, agricoltura e infrastrutture, ma anche sociali: impoverimento diffuso, numero crescente di rifugiati che fuggono dalle regioni devastate, ecc. E tutti, tranne i politici e i burocrati più illusi, capiscono che questo graverà pesantemente sulle casse dello Stato, come la pandemia di Covid (anch'essa legata alla crisi ambientale) ha chiaramente dimostrato. Anche le singole aziende capitaliste stanno reagendo: praticamente tutte le aziende ora mostrano le loro credenziali ecologiche e il loro impegno verso nuovi modelli sostenibili. L'industria automobilistica è un buon esempio: consapevoli che il motore a combustione interna (e l'industria petrolifera) è una delle principali fonti di emissioni di gas serra, quasi tutti i principali produttori di automobili passeranno alle auto elettriche nel prossimo decennio. Ma non possono smettere di competere per vendere il maggior numero possibile delle loro "auto verdi", anche se la produzione di auto elettriche ha le sue significative conseguenze ambientali - soprattutto a causa dell'estrazione di materie prime, come il litio, necessario per produrre le batterie delle auto, che si basa su massicci progetti minerari e lo sviluppo di reti di trasporto globale. Lo stesso vale per le economie nazionali. La conferenza COP prevede già che sarà molto difficile convincere le economie "in via di sviluppo" come la Russia, la Cina e l'India a ridurre la loro dipendenza dai combustibili fossili per ridurre le emissioni. E stanno resistendo a questa pressione per ragioni capitalistiche perfettamente logiche: perché ridurrebbe notevolmente il loro vantaggio competitivo in un mondo già sovraccarico di materie prime.
Fin dai tempi del Manifesto Comunista, i marxisti hanno insistito sul fatto che il capitalismo è spinto dalle sue crisi di sovrapproduzione e dalla ricerca di nuovi mercati a "conquistare la terra", a diventare un sistema mondiale, e che questa "tendenza universalizzante" crea la possibilità di una nuova società in cui il bisogno umano, il pieno sviluppo dell'individuo, diventa lo scopo di tutta l'attività sociale. Ma allo stesso tempo, questa stessa tendenza contiene anche i semi della dissoluzione, dell'autodistruzione del capitale, e quindi la necessità imperativa di una transizione a una nuova comunità umana, al comunismo[3]. E al tempo della Prima guerra mondiale, marxisti come Bukharin e la Luxemburg mostrarono più concretamente come questa minaccia di autodistruzione si sarebbe materializzata: più il capitalismo diventava globale, più sarebbe stato consumato da una mortale competizione militare tra nazioni imperialiste determinate a ritagliarsi nuove fonti di materie prime, manodopera più economica e nuovi sbocchi per la loro produzione.
Ma se Marx, Engels e altri potevano vedere presto che il sistema capitalista stava avvelenando l'aria ed esaurendo il suolo, non hanno potuto vedere le piene conseguenze ecologiche di un mondo in cui il capitale era penetrato in quasi tutte le regioni nelle quattro direzioni, subordinando l'intera Terra alla sua urbanizzazione galoppante e ai suoi metodi tossici di produzione e distribuzione. L'espansione capitalista, guidata dalle contraddizioni economiche contenute nel rapporto tra capitale e lavoro salariato, ha portato all'estremo l'alienazione dell'umanità in rapporto alla natura. Proprio come c'è un limite alla capacità del capitalismo di realizzare il plusvalore che estrae dai lavoratori, il saccheggio delle risorse naturali della terra per il profitto crea un nuovo ostacolo alla capacità del capitalismo di nutrire i suoi schiavi e perpetuare il suo dominio. Il mondo non è più abbastanza grande per il capitalismo. E lungi dal far ragionare gli stati capitalisti e lavorare insieme per il bene del pianeta, l'esaurimento delle risorse e le conseguenze del cambiamento climatico tenderanno a esacerbare le rivalità militari in un mondo dove ogni stato cerca di salvarsi dalla catastrofe. Lo stato capitalista, che sia apertamente dispotico o ammantato da una patina di democrazia, può solo far rispettare le leggi del capitale che sono alla radice delle profonde minacce al futuro dell'umanità.
Il capitalismo, se lasciato continuare, può solo far sprofondare il mondo in una "barbarie" accelerata. L'unica "transizione" che può impedirlo è la transizione al comunismo, che a sua volta non può essere il prodotto di appelli ai governi, voti per partiti "verdi" o proteste di "cittadini responsabili". Questa transizione può essere presa in mano solo dalla lotta comune e internazionale della classe sfruttata, il proletariato, che sarà il più delle volte la prima vittima della crisi climatica come già avviene per la crisi economica. La lotta dei lavoratori contro gli attacchi alle loro condizioni di vita contiene da sola i germi di un movimento rivoluzionario generalizzato che chiederà conto al capitalismo di tutta la miseria che infligge al genere umano e al pianeta che lo sostiene.
Amos
[1] Estratto della pagina 140 del rapporto del 2001 del gruppo di lavoro 3 dell'IPCC sulla mitigazione.
[2]) Limiti planetari – Wikipedia [206] (in francese) - Sostenibilità - wikipedia [207]
[3] Vedi la citazione dai Grundrisse di Marx nel nostro recente articolo Growth as decay [208]
L’eruzione del populismo nel paese più potente del mondo, che è stato coronato dal trionfo di Donald Trump nel 2016, ha portato a quattro anni di decisioni contraddittorie ed erratiche, a denigrare le istituzioni e gli accordi internazionali, intensificando il caos globale e portando all’indebolimento e al discredito del potere americano e accelerando ulteriormente il suo declino storico. La situazione sta diventando più grave e le divisioni interne nella vita sociale americana stanno apparendo apertamente. A questo si aggiunge la pandemia, la cui gestione ha mostrato la grande irresponsabilità dell’approccio populista, ignorando le misure preventive proposte dagli scienziati al punto che gli Stati Uniti hanno il maggior numero di morti al mondo. Ed ancora il terrore statale, la violenza nelle manifestazioni antirazziste (BLM), la crescita dei gruppi armati suprematisti, l’aumento della criminalità; e, nel quadro di questa feroce escalation di eventi, il 6 gennaio 2021, con le bande trumpiste che si sono impadronite del Campidoglio, il “simbolo dell’ordine democratico”, per cercare di impedire la ratifica del risultato a favore della fazione Biden.[1] La pandemia ha accelerato le tendenze alla perdita di controllo della situazione sociale; le divisioni interne della borghesia americana si sono acuite in un’elezione dove, per la prima volta nella storia, il presidente e candidato alla rielezione ha accusato il sistema del paese più democratico del mondo di “frode elettorale” nello stile di una “repubblica delle banane”. Gli Stati Uniti sono ora l’epicentro della decomposizione sociale.
Per spiegare, attraverso un’analisi marxista, questa “nuova” situazione della vecchia superpotenza, abbiamo bisogno di un approccio storico. Prima di tutto, dobbiamo spiegare in che modo gli Stati Uniti sono diventati la maggiore potenza mondiale, il paese che ha dominato il commercio, la politica e la guerra, e come la loro moneta è diventata una moneta mondiale. Nella prima parte di questo articolo esamineremo il percorso storico intrapreso dagli Stati Uniti, dalla loro fondazione al loro punto più alto, la loro ascesa come poliziotto mondiale incontrastato, esamineremo cioè gli eventi dalla fine del XVIII secolo alla caduta del blocco orientale nel 1989. Questo è il periodo storico che è stato marcato dalla supremazia del capitale americano a livello mondiale. Il collasso del blocco orientale ha segnato l’inizio della fase finale dell’evoluzione del capitalismo: la decomposizione sociale[2]. Con questa fase inizia anche il declino della leadership americana e lo scivolamento del sistema borghese nel caos e nella barbarie. La seconda parte di questo articolo tratterà il periodo dal 1990 ad oggi. In 30 anni di decomposizione della società borghese, gli Stati Uniti sono diventati un fattore di aggravamento del caos, e la loro leadership mondiale non potrà essere recuperata, qualunque cosa la presidenza Biden proclami nei suoi discorsi. Non è una questione di desideri; sono le caratteristiche di questa fase finale del capitalismo che determinano le tendenze che quest’ultimo è obbligato a seguire, conducendo l’umanità inesorabilmente nell’abisso se il proletariato non vi porrà un termine attraverso la rivoluzione comunista mondiale.
1. La formazione degli Stati Uniti: dal sogno americano alla realtà del capitalismo
Quando Marx scrisse Lavoro salariato e Capitale, e soprattutto Il Capitale, quei grandi classici del marxismo, egli esaminò il funzionamento interno del paese capitalista più sviluppato dell'epoca: La Gran Bretagna, patria della rivoluzione industriale e culla del capitalismo moderno. Nel XVIII secolo, gli Stati Uniti avevano appena iniziato a consolidarsi come paese nel nuovo continente. La Dichiarazione d’Indipendenza da parte delle 13 colonie il 4 luglio 1776 e la stesura della Costituzione degli Stati Uniti avrebbero portato avanti il vertiginoso sviluppo del capitalismo in Nord America.
In questo articolo non approfondiremo la storia delle 13 colonie britanniche. Tuttavia, vorremmo sottolineare che una delle grandi lamentele delle colonie nacque a causa dell’aumento delle tasse e della mancanza di “rappresentanza”, ecco perché lo slogan era “One Man, One Vote” o “No taxation without representation”[3]. La democrazia cominciò ad apparire come la migliore cornice per lo sviluppo della “libera impresa e della proprietà privata” e non fu una coincidenza se gli Stati Uniti cominciarono a considerarsi il garante della democrazia in tutto il mondo.
Il XVIII secolo fu dominato dalle grandi potenze coloniali: Gran Bretagna, Francia, Spagna e, in misura minore, Olanda e Portogallo. Ecco perché il riconoscimento dell’indipendenza degli Stati Uniti avvenne in un clima di rivalità e conflitti territoriali tra queste potenze. Il trattato di Parigi del 1783 riconosceva l’indipendenza degli Stati Uniti e i loro diritti territoriali fino al Mississippi. La Francia possedeva la Louisiana; la Spagna dominava la Florida e aveva il controllo assoluto sul vice-regno della Nuova Spagna, che poi divenne il Messico.
Nel 1787, la Convenzione Costituzionale decise di creare una Costituzione per i 13 nuovi Stati, eliminando così gli scontri tra loro (tra New Jersey e New York per esempio). L’obiettivo era quello di risolvere il problema delle casse vuote per far fronte all’invasione da ovest di Gran Bretagna e Spagna. Contemporaneamente all’approvazione della Costituzione nel 1789, fu approvata anche la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”. Poiché la crescente borghesia era una nuova classe sfruttatrice e il capitalismo era un sistema basato sull’estrazione di plusvalore dalla classe operaia, tutte queste dichiarazioni sui “diritti”, come nel motto della rivoluzione francese “Liberté, égalité et fraternité”, erano solo coperture ideologiche per giustificare i moderni rapporti di sfruttamento capitalistico, un programma per raggiungere il consolidamento del capitalismo contro il vecchio regime feudale e le sue conseguenze. Queste grandiose “dichiarazioni” sarebbero presto diventate solo una copertura per uno sfruttamento feroce senza alcuna parvenza di umanità: la schiavitù, il razzismo e la lotta per i diritti civili negli Stati Uniti sono una dimostrazione dell’abisso tra le “affermazioni” della democrazia e la realtà della vita sotto il capitalismo.
Le navi arrivavano ai porti della costa orientale piene di immigrati che aspiravano ai nuovi e fertili territori e volevano creare le loro imprese; in altre parole, il “sogno americano” era una possibilità per milioni di immigrati di migliorare la propria situazione. La legge permise la migrazione e numerosi Europei partirono per colonizzare il west americano. La popolazione americana aumentò enormemente grazie all’immigrazione. Nel 1850, c’erano 23 milioni di abitanti che diventarono 92 milioni nel 1910, cioè più della popolazione della Gran Bretagna e della Francia messe insieme. Nella fase ascendente del capitalismo l’emigrazione era diversa da quella di oggi. All’epoca dell’espansione del capitalismo, la possibilità di condizioni di vita migliori era reale mentre oggi si tratta semplicemente di una fuga cieca e suicida, un vero e proprio vicolo cieco. Così oggi, le carovane di migliaia di migranti che partono dall’America Centrale cercando di raggiungere gli Stati Uniti via terra si scontrano con la fame, le bande di trafficanti e la repressione statale, così che la maggior parte di loro trova solo sofferenze indicibili o la morte pura e semplice.
L’espansione del capitalismo verso occidente era conosciuta, in una frase coniata nel 1845, come "Destino Manifesto[4]". Il capitalismo si diffuse e si aprì attraverso la canna del fucile, con i Winchester in pugno; le popolazioni indigene furono sfollate o sterminate e i sopravvissuti di questo esproprio violento e forzato furono confinati nelle riserve. “La frontiera” fu estesa per tutto il XVIII secolo in nome di una cosiddetta predestinazione con “una missione dettata dalla volontà divina”. Il “Destino manifesto” esprimeva l’ideologia dei primi coloni, protestanti e puritani, che si vedevano come una nazione “eletta” destinata a diffondersi dall’Atlantico al Pacifico. Questa espansione accompagnò l’arrivo delle ferrovie[5] e la crescente necessità di approvvigionamento di merci. Sembrava che il capitalismo subisse un’espansione illimitata, basata sull’idea di un progresso permanente in uno Stato quasi autonomo. Questa “espansione interna” continuò fino all’inizio del XX secolo.
All’inizio del XIX secolo, la giovane repubblica americana adottò una dottrina che avrebbe segnato la sua storia: la Dottrina Monroe. Elaborata nel 1823 da Quincy Adams e presentata al Congresso degli Stati Uniti da James Monroe, questa dottrina costituì una pietra miliare della politica estera americana che poteva essere riassunta nella frase “l’America per gli Americani”. Già dalla Dottrina fu chiaro che gli Stati Uniti non solo proclamavano la loro volontà di porre fine alla presenza degli Europei sul suolo americano, ma anche che la base di questa dottrina era di fatto insufficiente rispetto ai territori che gli Stati Uniti avrebbero dominato sul pianeta.
Questa mitica “frontiera” ha subito un’espansione vertiginosa nel XIX secolo. Napoleone Bonaparte aveva rivenduto la Louisiana e tutto il bacino del Mississippi, poi gli americani hanno portato via la Florida alla Spagna (1821) e vinto la guerra contro il Messico nel 1846, guadagnando più della metà del territorio messicano e raggiungendo così la costa del Pacifico. Più tardi, nel 1898, la guerra tra Stati Uniti e Spagna si concluse con una vittoria americana, che prese il controllo di Cuba, di altre isole caraibiche e delle lontane Filippine. Questo dimostrava già il declino dell’impero spagnolo e la crescita degli Stati Uniti come potenza regionale[6]. “Lo stesso anno in cui George Washington divenne presidente degli Stati Uniti, quindici navi cariche di seta e tè arrivarono dall’esotico e leggendario porto asiatico di Canton, mentre le navi da New York, Boston e Filadelfia penetravano coraggiosamente nella zona monopolizzata dalla Compagnia delle Indie Orientali. E in meno di quindici anni le navi battenti bandiera americana, armate dei loro valorosi marines, facevano scalo a Calcutta, nelle Filippine, in Giappone, Turchia, Egitto e Marocco. La storia del commercio estero degli Stati Uniti iniziò in modo spettacolare[7]. Nel Pacifico, dalla metà del XIX secolo, gli Stati Uniti cominciarono a far sentire la loro presenza contribuendo all’“apertura” del Giappone al capitalismo. Allo stesso tempo, la Gran Bretagna penetrò in Cina e stabilì le sue relazioni con questo paese asiatico. Tuttavia, in questa fase, gli Stati Uniti non avevano abbastanza potere per diffondere la loro presenza e difendere i loro possedimenti, cosa che avvenne soprattutto all’inizio del XX secolo.
Il lungo processo di incorporazione degli Stati nell’Unione iniziò nel 1787 fino alle ultime annessioni del 1959. L’Alaska fu portata via ai Russi nel 1867, ma fu solo nel gennaio 1959 che l’Alaska divenne il 49° Stato, mentre le Hawaii ne divennero il 50° nell’agosto dello stesso anno. Stiamo parlando di più di 170 anni, un periodo durante il quale il territorio si è esteso fino alla conquista dell’“ultima frontiera”, cioè fino alla costa pacifica della California. Nella frenetica avanzata del capitalismo sulle immense terre del Nord America, era necessario affrontare gli Stati schiavisti del Sud per due motivi: da un lato, consolidare l’unità dello Stato nazionale, mettendo fine al secessionismo sudista che minacciava costantemente l’indipendenza e, dall’altro, eliminare il sistema arcaico della schiavitù, cosa che permise allora di avere “cittadini liberi” ... liberi di vendere la propria manodopera! Era questa un’impresa ancora più necessaria visto che, fino alla prima guerra mondiale, gli Stati Uniti soffrivano di una carenza di forza lavoro.
Nel XIX secolo, gli Stati Uniti divennero il più grande importatore di schiavi. Il lavoro di questi schiavi agricoli era concentrato negli Stati del Sud. D’altra parte, il Nord industriale si basava sullo sviluppo dello sfruttamento del lavoro salariato, il che poneva un problema al capitalismo: l’industria dominava il paese e il lavoro doveva “circolare liberamente” affinché il capitale potesse utilizzarlo indiscriminatamente. I proprietari di schiavi resistettero a questa logica del capitale e si staccarono dal Nord industriale. La sanguinosa guerra civile (1861-1865) portò a una vittoria totale del capitalismo e diede una dura lezione alle tentazioni separatiste. Questa avanzata del capitalismo era stata salutata dal marxismo perché i rapporti di produzione borghesi portavano con sé i loro becchini: il moderno proletariato. Ecco perché “In un discorso di congratulazioni al signor Lincoln per la sua rielezione a presidente, abbiamo espresso la nostra convinzione che la guerra civile americana si sarebbe dimostrata di grande importanza per il progresso della classe operaia come la guerra d’indipendenza americana si era dimostrata per quella della borghesia”.[8]
Mentre gli Stati Uniti erano impegnati nella loro guerra di secessione, in Messico, la Francia aveva imposto un membro della casa d’Asburgo come imperatore messicano. Napoleone III intendeva così contendere agli Stati Uniti la zona d’influenza. Se questo accadeva non era una questione di “compiacenza” dello zio Sam o perché la Dottrina Monroe fosse una fantasia, no; semplicemente gli Stati Uniti erano occupati dalla guerra civile, ma una volta che questa finì, gli US furono in grado di espellere la Francia dalla loro naturale zona di influenza. Per dare una lezione agli Europei e tenere sotto controllo le loro future pretese, gli Stati Uniti spararono all’imperatore Maximillian nonostante gli appelli dell’aristocrazia europea e di scrittori come Victor Hugo. Fu un episodio che doveva dare il tono della futura politica globale.
All’inizio del XX secolo “gli Stati Uniti costituivano la società capitalista più vigorosa del mondo e avevano la più potente produzione industriale (...) La produttività aumentava più che mai, lo stesso per i profitti, i salari e le entrate nazionali”. “Ma quando Marx morì negli anni 1880, il capitalismo statunitense aveva raggiunto la produzione industriale britannica, e poi l’aveva superata definitivamente, per fare degli Stati Uniti la prima potenza industriale del mondo (...) La prima guerra mondiale provocò un notevole calo della produzione europea e un aumento della produzione statunitense, tanto che al tempo della rivoluzione russa gli Stati Uniti producevano quasi quanto l'intera Europa”[9].
Per la borghesia americana e tutti i suoi ideologi, sembrava che la manna capitalista fosse una “caratteristica naturale” del sistema; tuttavia, la realtà si basava sulla conquista di un vasto territorio in cui, man mano che la “frontiera” avanzava verso ovest, aumentava la domanda di ogni sorta di forniture e merci, un processo che era anche capace di assorbire un gran numero di immigrati; e, mentre le cifre della crescita salivano, i prestiti che sostenevano questa espansione venivano dall’Europa. Nel 1893, Chicago divenne la sede dell'Esposizione Mondiale, che mise gli Stati Uniti al primo posto tra le potenze industriali. Ma il “Sogno Americano” stava in realtà raggiungendo i suoi limiti; l’inizio del XX secolo e la prima guerra mondiale annunciavano l’entrata del capitalismo nella sua decadenza storica con l’apparire di nuove condizioni che rendevano conto dell’evoluzione degli Stati Uniti nel loro emergere come potenza mondiale.
2. La Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione del 1929
La prima guerra mondiale mostrò la necessità di una “nuova divisione del mondo”. Potenze industriali come la Germania arrivarono tardi alla divisione del mercato mondiale. Mentre la Francia e la Gran Bretagna avevano guadagnato molto attraverso l’estensione delle loro conquiste coloniali, e gli Stati Uniti dominavano il continente americano avendo consolidato la loro espansione da est a ovest, la Germania non aveva quasi nulla e voleva una nuova divisione del mondo. Sotto il capitalismo non c’è modo di trovare altri territori se non attraverso la guerra e dal 1914, la guerra divenne il modo di vita del capitalismo decadente[10].
La “Grande Guerra” trascinò tutta l’Europa nella distruzione, nei massacri e nella barbarie pura e semplice. La Germania scatenò le ostilità. Era la prima volta nell’era moderna che l'Europa viveva una situazione così drammatica.
Gli Stati Uniti mantennero la loro “neutralità” fino al 1917. C’era un enorme peso di illusioni sullo sviluppo illimitato del capitalismo in un paese che era lontano dai problemi dell’Europa. Nonostante l’affondamento della RMS Lusitania da parte di un sottomarino tedesco nel 1915, il presidente Woodrow Wilson mantenne la “neutralità”; una neutralità molto utile perché gli Stati Uniti aumentarono la produzione in modo notevole, diventando il grande fornitore di munizioni dell’Intesa: provviste militari di ogni tipo, alimenti, ecc. Le navi americane andavano avanti e indietro attraverso l'Atlantico cariche di merci e materiali per rifornire il fronte di guerra. Ecco perché la Germania sapeva che doveva dichiarare guerra agli Stati Uniti per porre fine a questo supporto logistico alla Gran Bretagna e alla Francia. Nel 1917, la Germania rinnovò i suoi attacchi sottomarini senza limiti. Inoltre, la Germania interferì in Messico, approfittando degli sconvolgimenti sociali in quel paese. Berlino chiese al governo messicano di dichiarare guerra agli Stati Uniti, aggiungendo che la vittoria del campo tedesco avrebbe permesso al Messico di riconquistare i territori perduti[11]. Perché gli Stati Uniti potessero mantenere il loro ruolo di principale fornitore e proteggere le loro navi, il loro canale di Panama e una “zona d’influenza” in preda alle convulsioni, la “neutralità” era già inutile e l’entrata in guerra era una necessità imperiosa per la borghesia americana, nonostante i tentativi di Wilson di bloccare questa via. In ultima analisi, la logica del capitalismo prevalse contro le intenzioni puritane e sincere di mantenere la pace.
“L'entrata in guerra dell’America cambiò decisamente il rapporto di forza industriale tra i combattenti e, di conseguenza, il rapporto di forza militare. Senza gli Stati Uniti la forza industriale della Gran Bretagna e della Francia da un lato e della Germania e dei suoi alleati dall’altro era almeno comparabili, ma con gli Stati Uniti il rapporto di forza cambiò arrivando a un valore di circa tre a uno a sfavore della Germania. Con questo la prospettiva di una vittoria militare tedesca divenne senza speranza”[12]. Gli Stati Uniti inviarono un milione di uomini sul fronte occidentale, il principale teatro di guerra, la loro industria fu il grande braccio strategico che costrinse la Germania ad arrendersi, e il trattato di Versailles stabilì le condizioni perché i vinti pagassero le riparazioni di guerra. Gli Stati Uniti spinsero per la creazione della Società delle Nazioni sulla base dei “Quattordici Punti” proposti da Woodrow Wilson. Tuttavia, gli Stati Uniti non aderirono mai a questa organizzazione per mantenere la loro “neutralità” in caso di futuri conflitti.
Mentre i centri industriali d’Europa e le loro popolazioni furono duramente colpiti da distruzioni e massacri, gli Stati Uniti, situati a migliaia di chilometri dai campi di battaglia, mantennero l’industria in piena crescita e la popolazione lontana dalle sofferenze dirette prodotte dalla guerra. Francia e Gran Bretagna, i paesi “vittoriosi”, non recuperarono la loro forza industriale. Nel 1919, tutti i belligeranti europei ebbero una crescita inferiore di oltre il 30%, mentre gli Stati Uniti uscirono dalla guerra rafforzati e con una concentrazione di oro nei loro forzieri più accresciuta che mai. A metà del XIX secolo, la Gran Bretagna era la potenza mondiale incontrastata e il suo Impero, sul quale “il sole non tramonta mai”, era lì a dimostrarlo; ma dopo la Prima Guerra mondiale dovette accettare a malincuore la sua posizione dietro gli Americani. Gli Stati Uniti passarono dallo stato di debitore a quello di maggior creditore e prestatore dell’Europa durante il periodo dopo la guerra. Il declino del capitalismo inaugurò una nuova organizzazione all’interno della costellazione imperialista.
“La situazione dell’economia britannica, un tempo potente, è stata esemplificata dalla situazione del 1926, quando questa ha fatto ricorso a tagli salariali diretti nel vano tentativo di ripristinare il suo vantaggio competitivo sul mercato mondiale (...). L’unico vero boom fu quello degli Stati Uniti, che beneficiarono sia delle sofferenze dei loro antichi rivali che dello sviluppo accelerato della produzione di massa, simboleggiato dalle catene di montaggio di Detroit che sfornavano il Modello T Ford. L’incoronazione dell’America come prima potenza economica mondiale rese anche possibile tirare su l’economia tedesca grazie all’iniezione di prestiti massicci”.[13]
In realtà, dopo la guerra, non ci fu né ripresa dell’economia né espansione di nuovi mercati. Per gli Stati Uniti, fu grazie alla guerra che aumentarono massicciamente le loro esportazioni verso l’Europa, e il fatto di aver mantenuto intatta la loro forza industriale rafforzò l’idea nella borghesia americana di una “crescita illimitata”. Tuttavia, il 1929 e la Grande Depressione infransero questa ideologia e ricordarono a tutti che il capitalismo era entrato nella sua fase di decadenza e che la crisi e la guerra sarebbero stati d’ora in poi il suo modus operandi.
La Grande Depressione colpì l’America come una maledizione biblica. Una fortissima disoccupazione, imprese in bancarotta, fame nelle strade... le immagini di desolazione si ripeterono in tutto il paese e le devastazioni si estesero al resto del mondo. Lo Stato americano, sotto la direzione di Franklin D. Roosevelt, decise di intervenire. Il capitalismo di Stato, che aveva preso forma dalla Prima Guerra mondiale, divenne onnipresente e intervenne in salvataggio dell’economia. Il “New Deal” non era altro che keynesianimo, con l’investimento dello Stato nelle infrastrutture che aveva la funzione di rivitalizzare l’intera industria. L’attuazione di questo piano fu ritardata e gli effetti positivi attesi tardarono ad arrivare. Così, negli anni ‘30, la borghesia mondiale cercò una via d’uscita dalla situazione e l’unica che la borghesia riuscì a trovare fu una nuova guerra mondiale, che fu possibile solo grazie allo schiacciamento del proletariato. Questa volta la guerra sarebbe stata più devastante e mortale e gli Stati Uniti ne sarebbero usciti ancora meglio posizionati come potenza mondiale incontrastata.
3. La seconda guerra mondiale
Ancora una volta fu la Germania a dover mettere in discussione lo status quo. L’annessione dell’Austria e l’invasione lampo della Polonia nel 1939 aprirono nuove ostilità. Gli Stati Uniti, il cui territorio era al riparo dai campi di battaglia, mantennero ancora una volta la loro neutralità. Mentre la Francia veniva invasa da un esercito di occupazione e la Gran Bretagna subiva i bombardamenti tedeschi, gli Stati Uniti riattivarono il loro ruolo di fornitori per il fronte; la disoccupazione venne riassorbita e l’industria americana riprese la sua frenetica produzione. Non fu il New Deal ma la guerra a permettere la ripresa dell’apparato produttivo americano.
La Germania sembrava inarrestabile. All’interno degli Stati Uniti c’era una forte resistenza a un’entrata in conflitto, l’ala “isolazionista”, normalmente concentrata nel Partito Repubblicano, non era d’accordo con l’entrata in guerra dell’America, e c’era una forte simpatia di settori della società americana verso le potenze dell’Asse e in particolare verso la Germania. La borghesia americana sapeva che la Germania avrebbe preso il controllo dell’Europa se non fosse intervenuta. Contrariamente alla prima guerra mondiale, questa volta il Giappone, che aveva già diffuso le sue ambizioni imperialiste in Manciuria e occupato gran parte della Cina, entrò immediatamente in guerra dalla parte dell’Asse (Berlino-Roma-Tokyo) e cercò di dominare il Pacifico.
Per poter entrare in guerra era necessario per la borghesia americana rompere con gli isolazionisti, ma anche convincere la popolazione e neutralizzare la classe operaia dietro la bandiera a stelle e strisce. Un attacco era necessario per giustificare la sua entrata in guerra senza trovare resistenze. Le crescenti provocazioni contro il Giappone diedero i loro frutti e nel dicembre 1941 l’impero di Hirohito abboccò all’amo e attaccò Pearl Harbour nelle Hawaii. Il machiavellismo della borghesia americana è degno di studio: la perdita di vite umane e le distruzioni materiali sono secondarie quando si tratta di obiettivi imperialisti[14]. Ancora una volta, l’entrata in guerra dell’America fece pendere l’ago della bilancia a favore degli alleati e tutta la sua industria fu destinata al rifornimento di armi e altro materiale per gli alleati. Il New Deal non aveva mantenuto la sua promessa di piena occupazione: nel 1938 c'erano 11 milioni di disoccupati e nel 1941 erano ancora più di 6 milioni. Fu solo quando tutto l’apparato industriale fu approntato per rispondere alle esigenze della guerra che la disoccupazione finalmente calò. E con ciò il miraggio di aver superato la crisi economica riapparve all’orizzonte americano.
La borghesia americana aveva messo su un esercito moderno capace di intervenire in tutto il mondo e la ricerca scientifica aveva già sfruttato la fissione nucleare. La sua “neutralità” pacifica era armata fino ai denti. Essere una potenza economica è intimamente legato alla capacità dello Stato nazionale di difendere i propri interessi a livello mondiale.
“Sotto il capitalismo non c’è un’opposizione fondamentale tra guerra e pace, ma c’è una differenza tra le fasi ascendente e decadente della società capitalista e, di conseguenza, una differenza nella funzione della guerra (e nel rapporto tra guerra e pace) nelle due rispettive fasi. Mentre nella fase ascendente la guerra aveva la funzione di allargare il mercato in vista di una maggiore produzione di beni di consumo, in quella di decadenza la produzione si concentra essenzialmente sulla produzione di mezzi di distruzione, cioè in vista della guerra. La decadenza della società capitalista si manifesta in modo impressionante nel fatto che mentre nel periodo ascendente le guerre portavano allo sviluppo economico, nel periodo decadente l’attività economica è orientata essenzialmente alla guerra.
Questo non significa che la guerra sia diventata lo scopo della produzione capitalistica, che rimane la produzione di plusvalore, ma significa che la guerra, assumendo un carattere permanente, è diventata il modo di vita del capitalismo decadente”.[15]
La Seconda Guerra mondiale fu chiaramente molto più distruttiva della prima. Globalmente morirono più di 50 milioni di persone, tra cui un gran numero di civili. La distruzione di fabbriche e di quartieri operai nei paesi nemici introdusse un nuovo elemento perché, per indebolire le capacità dell’avversario, era essenziale distruggere i centri della forza lavoro, le fabbriche di munizioni e gli impianti per la produzione di alimenti e medicine, ecc. La distruzione dell’Europa permise l’ascesa di una potenza di secondo livello, l’URSS, i cui appetiti imperialisti sembravano insaziabili. Gli Stati Uniti dovevano usare la loro nuova potenza, la bomba atomica, per negoziare con Stalin da una posizione di forza. Ecco perché a Yalta, nel febbraio 1945, mentre gli americani non avevano ancora completato la costruzione delle loro armi atomiche, Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill fecero credere ai russi il contrario, volendo questi ultimi invadere il Giappone prima di maggio. Sotto Harry S. Truman, l’accordo di Potsdam fu completato all’inizio di agosto 1945, ma Truman ricevette dei telegrammi che confermavano il successo dei test della bomba atomica nel New Mexico e fu così in grado di esercitare una maggiore pressione sull’URSS sapendo di possedere già l’arma che gli avrebbe garantito una superiorità nei confronti dei russi. Gli Stati Uniti sganciarono le loro bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, su un Giappone già sconfitto e che non rappresentava più una minaccia per gli Alleati, soprattutto per impressionare i russi. Il bombardamento atomico mise fine alle ambizioni dell’URSS. La Seconda Guerra Mondiale non era ancora finita ed era già cominciata la Guerra Fredda.
4. La guerra fredda: una conseguenza del “secolo americano”
Gli Stati Uniti si sono assicurati il controllo globale alla fine della Seconda Guerra mondiale. La creazione dell’ONU, l’accordo di Bretton Woods (nel 1945, l’80% dell’oro mondiale si trovava negli Stati Uniti), la Banca Mondiale, il FMI, il GATT, la NATO... rappresentavano tutta un’architettura organizzativa che assicurava la superiorità mondiale americana a livello economico, politico e, soprattutto, militare. Le basi americane si moltiplicarono in tutto il pianeta, 800 in totale più basi segrete esistenti probabilmente in paesi come Israele e Arabia Saudita. Durante la guerra gli Stati Uniti, con oltre 12 milioni di uomini sotto le armi, avevano raddoppiato il loro Prodotto Nazionale Lordo, e alla fine della guerra rappresentavano “la metà della capacità produttiva mondiale, la maggior parte delle eccedenze alimentari, e quasi tutte le riserve finanziarie. Gli Stati Uniti erano in testa in una vasta gamma di tecnologie essenziali per la guerra moderna e la prosperità economica. Il possesso di ampie scorte di petrolio nazionale e il controllo dell’accesso alle vaste riserve di petrolio dell’America Latina e del Medio Oriente contribuirono alla posizione di dominio globale degli Stati Uniti” (D. S. Painter, Encyclopaedia of US Foreign Policy)[16].
Così, “la forza americana è stata favorita dai vantaggi derivanti dal relativo isolamento geografico dell’America. Distante dall’epicentro di entrambe le guerre mondiali, la patria americana non aveva subito nessuna delle massicce distruzioni dei mezzi di produzione che le nazioni europee avevano sperimentato, e la sua popolazione civile era stata risparmiata dal terrore dei raid aerei, dei bombardamenti, delle deportazioni e dei campi di concentramento che portarono alla morte di milioni di non combattenti in Europa (più di 20 milioni di civili nella sola Russia)”.[17]
Dal 1945, l’asse principale della politica estera americana nella Guerra Fredda fu il “contenimento dell'URSS” e del blocco falsamente chiamato “comunista”. Le ambizioni dell’URSS si videro presto apertamente: la Russia inghiottì gli Stati baltici, installò il suo governo in Polonia, negoziò l’accesso al Mar Nero con la Turchia, alimentò la guerra civile in Grecia e non nascose le sue pretese verso il Giappone e le isole Curìli con le quali avrebbe rafforzato il suo potere dall’Europa al Pacifico. Gli Stati Uniti concepirono la loro strategia con il “Piano Marshall” nel 1947: più di 12,5 miliardi di dollari per la ricostruzione urbana, per alleviare la fame e fornire beni in tutta Europa. In breve, il Piano Marshall serviva a permettere agli europei di continuare a comprare beni americani. Per il resto, l’obiettivo principale era di impedire lo sviluppo in Europa di condizioni che permettessero all’URSS, e ai partiti “comunisti” fedeli a Mosca, di fomentare una situazione socialmente instabile e integrare nuovi membri nel blocco russo, il caso della Cecoslovacchia essendo un esempio eloquente che non poteva essere ripetuto.[18]
Alla fine della guerra, George Marshall arrivò in Cina per cercare di formare una coalizione. Tuttavia Mao Tse Tung del PCC e Chiang Kai-Shek del Kuomintang, consigliati da Mosca, misero da parte le loro rivalità e fecero fronte comune contro gli americani e ruppero i negoziati nella primavera del 1946.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’URSS e gli Stati Uniti si incontrarono per dividere la Corea lungo il 36° parallelo, ma nel 1950, il Nord, sostenuto dai Russi, invase la Corea del Sud, che era sotto il controllo americano. Gli orrori della Guerra Fredda erano giunti al macabro compimento[19]: la guerra durò 3 anni e costò 3 milioni di morti, con famiglie divise e un’angoscia duratura per la popolazione coreana. Gli Stati Uniti riuscirono ad avere la meglio e respinsero le forze nordcoreane verso la frontiera inizialmente concordata. Questa guerra segnò l’inizio di una situazione in cui gli Stati Uniti furono la prima e incontrastata superpotenza mondiale per i successivi 40 anni.
L’Europa era divisa dalla “cortina di ferro”. La NATO fu creata nel 1949 per la protezione militare dell’Europa occidentale, e nel 1955 l’URSS rispose con il Patto di Varsavia. Il mondo fu immerso in una minaccia permanente di conflitto, missili e ogni sorta di armamenti venivano esibiti da entrambe le parti mentre la “pace” capitalista diventava una nuova spada di Damocle.
A poco a poco gli Stati Uniti imposero la loro autorità. Nel 1956, quando il Regno Unito e la Francia, con la connivenza di Israele, agirono impulsivamente nel tentativo di riprendere il canale di Suez, gli americani imposero la loro disciplina e relegarono la Francia e il Regno Unito a un ruolo secondario dietro gli Stati Uniti.
L’unico scontro diretto tra i due leader di blocco, USA e URSS, fu la “crisi dei missili di Cuba” nel 1962, che terminò con un accordo segreto tra l’amministrazione Kennedy e Nikita Kruscev. Altri scontri di questo periodo sono stati fatti per mezzo di intermediari.
L’ostacolo più importante per il “secolo americano” fu la guerra in Vietnam. Il Vietnam era diviso tra Nord e Sud, il Sud sotto l’influenza di Washington e il Nord sotto l’URSS e la Cina. Questa guerra portò a numerose divisioni all’interno della borghesia americana e l’idea di essere “impantanati nella palude vietnamita”, così come i progressi di Mosca in Medio Oriente, contribuirono a far sì che gli americani terminassero questa guerra e riorientassero la loro politica estera. Anche se più di 500.000 uomini erano stati inviati in Vietnam nel 1968, questi dovettero abbandonare l’ex colonia francese e, nel 1973, furono firmati gli “Accordi di Parigi” che stabilivano la partenza degli americani dal Vietnam del Sud. Questo portò presto alla presa di Saigon da parte del Vietnam del Nord nel 1975 e alla riunificazione del paese nel 1976 sotto l’egida “comunista” con il grandioso nome di Repubblica Socialista del Vietnam.
A parte questo fiasco, che non fu insignificante, gli Americani riuscirono a raggiungere la Luna e a primeggiare nella ricerca scientifica e tecnologica in campo militare. Nelle rivalità con il blocco “comunista” essi riuscirono a contenere l’URSS in tutto il continente americano. Cuba fu un’eccezione che Washington si promise che non si sarebbe ripetuta: la Dottrina Monroe fu applicata alla lettera. L’influenza cubana si limitò al romanticismo intorno alla rivoluzione di uomini con la barba che alimentò il gauchisme guerrigliero simboleggiato da Che Guevara. In Medio Oriente gli Stati Uniti fecero di Israele la loro testa di ponte per contenere i flirt arabi con Mosca. In Estremo Oriente, invece, il fallimento della guerra del Vietnam portò qualcosa di positivo per Washington: riuscì ad attirare la Cina nel blocco occidentale, con una rottura definitiva di questa con i Russi. Naturalmente, gli Stati Uniti dovettero abbandonare la loro precedente posizione che riconosceva Taiwan come governo della Cina; l’imperialismo non ha rimorsi né vergogna, questi sentimenti non esistono per esso perché ciò che prevale è il freddo calcolo degli interessi più sordidi per assicurare il potere e il controllo sugli altri. La guerra fredda ha visto quattro decenni di manovre, di “contenimento” e infine l’accerchiamento dell’URSS.
Gli Stati Uniti non intervennero nella rivolta ungherese del 1956, ma quando l’URSS invase l’Afghanistan all’inizio degli anni ’80, fu costretta a sostenere e parteggiare per la “resistenza” contro l’invasione sovietica, dando così vita ai Mujaheddin e a quella che poi divenne al-Qaeda, guidata da Osama Bin Laden, che combatterono a fianco degli Americani. All’inizio del ventunesimo secolo, tutti questi “alleati” avevano cominciato a fare i loro giochi fino al punto di osare ribellarsi e attaccare il loro vecchio padrone.
Conclusione
Dalla fine del XVIII secolo, la costituzione degli Stati Uniti ha permesso loro di conquistare un territorio immenso e di accogliere un flusso costante di emigrati. L’industrializzazione del Nord ebbe la meglio sull’anacronistico sistema schiavista del Sud e, con esso, il capitalismo consolidò le basi della sua espansione. Alla fine del XIX secolo gli Stati Uniti erano già un paese il cui territorio si estendeva dall’Atlantico al Pacifico. Dobbiamo qui notare che gli Stati Uniti sono letteralmente la somma di Stati che genera un’unità nazionale mantenuta sotto vincoli. Ma il “Destino Manifesto” era che gli Stati Uniti si sarebbero diffusi in tutto il mondo; dopo tutto, questo “destino” era quello del capitalismo americano, espresso nei sogni dei primi pionieri. La fine dell’espansione americana sul proprio territorio nazionale e la delimitazione della Dottrina Monroe (di fronte alle potenze europee) della zona d’influenza degli Stati Uniti in tutto il continente americano coincise con l’apertura del XX secolo e l’inizio della decadenza del capitalismo. La prima guerra mondiale fu l’espressione aperta della fine della fase progressiva del capitalismo e dell’inizio del suo declino storico.
Gli Stati Uniti uscirono dalla Prima Guerra Mondiale molto rafforzati, e i prestatori di ieri divennero debitori; in contrasto con quanto avvenne in Europa, dove anche i vincitori Gran Bretagna e Francia furono incapaci di riprendere il loro antico posto sullo scacchiere internazionale e dove gli Stati Uniti si posizionarono come prima potenza mondiale, divenendo il grande fornitore dell’Intesa. Essendo geograficamente lontani dai campi di battaglia, la loro produzione industriale e la loro popolazione rimasero intatte e si concentrarono sulla produzione per rifornire il fronte. La Grande Depressione mostrò fino a che punto il capitalismo di Stato aveva già preso il controllo della vita economica, sociale e militare. Anche se il New Deal non risolse la crisi, mostrò il ruolo dello Stato. La Seconda Guerra Mondiale ha più che confermato il ruolo degli Stati Uniti come potenza mondiale. Questa volta il suo ruolo di fornitore fu superiore, le riserve di oro erano concentrate nei forzieri americani e il suo esercito era presente su tutto il pianeta, in cielo, mare e terra. Tutto il suo apparato produttivo e scientifico era subordinato alle necessità della guerra. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, abbiamo visto il coronamento del grande vincitore di due guerre mondiali: gli Stati Uniti. La guerra fredda fu completamente dominata dagli Americani, mentre il blocco russo implose nel 1989 senza che un colpo fosse sparato o un missile lanciato dall’Occidente. Ma il dominio americano era fondato su sabbie mobili, mentre il suo impero era incancrenito dal cancro del militarismo. Mentre il blocco sovietico, con la Russia in testa, era esausto e dissestato per l’esaurimento del suo apparato produttivo dopo decenni di tentativi di tenere il passo nella corsa agli armamenti, gli stessi Stati Uniti hanno minato la loro supremazia sotto il peso di un’economia soggetta alle esigenze della guerra. La posizione di prima potenza mondiale non si difende con la poesia ma con il mantenimento e l’espansione di un potente esercito. È lo stesso in questo periodo in cui finisce il “secolo americano”. Il peso delle spese militari aveva spinto l’URSS al fallimento, ma l’industria degli armamenti è uno spreco puro e semplice per il capitale mondiale, per il capitale nel suo insieme, e così l’URSS non è sola a soffrire di questo peso. Analizzeremo nella seconda parte di questo articolo come questi sviluppi hanno avuto un effetto negativo anche sulla capacità competitiva del capitale americano.
Gli Stati Uniti possono essere considerati come il classico paese della decadenza del capitalismo. Se la Gran Bretagna e la Francia erano le potenze dell’ascesa del capitalismo, gli Stati Uniti sono diventati la più grande potenza attraverso le condizioni create dalla decadenza del capitalismo, in particolare la guerra come “stile di vita” di un sistema in declino. Questa decadenza ha aperto la sua fase terminale, la decomposizione sociale che, dalla fine degli anni '80, ha segnato un’accentuazione qualitativa delle contraddizioni di questo modo di produzione. Trent’anni di decomposizione sociale hanno portato i paesi centrali del capitalismo, e soprattutto gli Stati Uniti, a diventare la forza motrice del caos.
Marsan
[1] Vedi Assalto al Campidoglio di Washington: gli USA nel cuore della decomposizione mondiale del capitalismo [210].
[3] “Un uomo, un voto” o “nessuna tassa senza una rappresentanza”.
[5] Il presidente Abramo Lincoln firmò il Pacific Railroad Act (Legge sulle ferrovie del Pacifico) nel 1862. Questa legge autorizzava la costruzione di una ferrovia transcontinentale da parte di due compagnie, la Union Pacific Railroad e la Central Pacific Railroad.
[6] Il pretesto per questa guerra fu l’affondamento della corazzata USS Maine nel porto dell’Avana il 15 febbraio 1898. La Spagna si rifiutò di vendere Cuba agli americani e l’invio della corazzata senza preavviso fu un’aperta provocazione. Ancora oggi si specula su “chi ha affondato la Maine”. Quello che è certo è che il crimine andò a vantaggio degli Stati Uniti che, dopo la guerra contro la Spagna, controllavano Cuba, Puerto Rica e persino le Filippine. Il machiavellismo della borghesia statunitense ha una lunga storia.
[7] Eugenio Pereira Salas: Los primeros contactos entre Chile y los Estados Unidos. 1778-1809 (Santiago: Ed. Andres Bello, 1971.) (In spagnolo).
[8] Il Messaggio all’Unione Nazionale del Lavoro degli Stati Uniti (Address to the National Labour Union of the United States [212]) fu scritto da Marx e letto da lui alla riunione del Consiglio Generale della Prima Internazionale nel maggio 1869. Vedi anche la lettera del dicembre 1864 scritta da Marx e indirizzata ad Abraham Lincoln a nome della Prima Internazionale, che fu pubblicata in Gran Bretagna nel Daily News, nel Reynolds Newspaper e nel Bee-Hive (Messaggio dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori ad Abraham Lincoln, Presidente degli Stati Uniti d'America – Address of the International Working Men's Association to Abraham Lincoln, President of the United States of America [213]).
[9] Fritz Sternberg, Capitalism and Socialism on Trial.
[10] Vedi “Guerra, militarismo e blocchi imperialisti nella decadenza del capitalismo” in International Review 52 [214] and 53 [215] (disponibile in inglese, francese e spagnolo). Sulla base delle analisi della Gauche Communiste de France, questo articolo spiega la diversa natura delle guerre nel periodo del capitalismo ascendente e di quelle nel suo periodo di decadenza.
[11] Vedi l’articolo La borghesia messicana nella storia dell'imperialismo, nella Rivista Internazionale n° 77 (in inglese, The Mexican bourgeoisie in the history of imperialism [216], francese e spagnolo) e il libro La guerra secreta en Mexico, di Friedrich Katz, edizione ERA.
[12] Fritz Sternberg, Capitalism and socialism on trial.
[13] Vedi Decadence of Capitalism (x): For revolutionaries, the Great Depression confirms the obsolescence of capitalism [217], in Rivista Internazionale n° 146 (in inglese, francese e spagnolo).
[14] Per meglio comprendere come i mass-media americani hanno confrontato l’11 settembre con il 1941, vedi Pearl Harbor 1941, Twin Towers 2001: Machiavellianism of the US bourgeoisie [218] nella Rivista Internazionale n°108 (in inglese, francese e spagnolo).
[15] Rapporto della Conferenza della Sinistra Comunista di Francia del luglio 1945 ripreso nel Rapporto sul corso storico adottato al 3° Congresso della CCI, citato in War, militarism and imperialist blocs in the decadence of capitalism [214], Rivista Internazionale n°52, (in inglese, francese e spagnolo).
[16] History of US foreign policy since World War II [219] (Storia della politica estera Americana dalla II Guerra mondiale), in Rivista Internazionale n° 113, in inglese, francese e spagnolo.
[17] Ibidem.
[18] Gli accordi di Yalta (1944) unirono i Cechi e gli Slovacchi in un’unica repubblica governata da Edouard Benes con l’approvazione degli alleati. L’idea era che l’URSS avrebbe permesso alla Cecoslovacchia di agire da cuscinetto, ma Stalin lavorò per radicalizzare il partito socialdemocratico ceco (CSK), che prese il ministero degli interni e la carica di primo ministro (Gottwald), tra gli altri. Fu organizzato un colpo di stato legale, ci furono intrighi, “suicidi” (Jan Masaryk, ministro degli esteri), ecc. fino a che, nel febbraio 1948, gli stalinisti presero il controllo totale. Gli Stati Uniti non reagirono in tempo, cosa di cui si lamentò Churchill.
[19] Il tonnellaggio delle bombe atomiche era già superiore a quello della seconda guerra mondiale, e l’uso di sostanze chimiche, come il napalm in Vietnam, fu una drammatica conferma di una guerra fredda sempre più barbara.
Qui di seguito pubblichiamo una lettera ricevuta da un nostro simpatizzante a proposito di una intervista trasmessa per televisione di un’operaia della GKN, l’azienda di Campi Bisenzio, Firenze, appartenente ad una multinazionale britannica che si occupa principalmente della realizzazione di componenti destinate alle industrie del settore automobilistico. Come è noto i 422 lavoratori di questa azienda sono stati tutti licenziati in tronco da un giorno all’altro, senza alcun preavviso, e la cosa che ha fatto ghiacciare il sangue a questi lavoratori e all’opinione pubblica è il fatto che, oltre alla mancanza di preavviso, il licenziamento sia arrivato in maniera del tutto anonima, tramite posta mail agli organi sindacali. È su questo che l’operaia dell’intervista interviene, e il nostro contatto insiste, parlando giustamente di un padrone sempre più impersonale, sempre più lontano e irraggiungibile, tanto che non puoi neanche sapere e capire chi sia e come sia fatto. Ma proprio l’impersonalità del padrone, non più identificabile in una persona fisica ma piuttosto in una finanziaria, in una S.p.a. o altra entità astratta, deve incoraggiare i proletari a capire che la lotta non va portata contro questo o quel padrone, ma contro l’intero sistema capitalista che sorregge e cui appartengono i vari padroni. L’altro aspetto molto interessante della lettera è il suggerimento che l’intervista all’operaia della GKN esprima una presa di coscienza da parte di alcuni proletari e che sia una manifestazione di una più generale maturazione sotterranea della coscienza di classe. Noi siamo d’accordo anche su questa seconda riflessione. Anche se con grandi difficoltà, la classe non è politicamente spenta e cerca di tirare le lezioni dalle proprie sconfitte, come nel caso dei licenziamenti di questo periodo. L’obiettivo è dunque che questi sprazzi di lucidità non restino isolati, pena il loro possibile inaridimento, ma che si connettano con quelli di altri gruppi di proletari in un processo di mutuo rafforzamento, in una dinamica di crescita collettiva in cui chi sta più avanti trascina gli altri nel processo di chiarimento e di presa di coscienza. Naturalmente i rivoluzionari e tutti i compagni di avanguardia della classe hanno in questo un ruolo importante da svolgere.
La lettera del compagno
Cari compagni, vi invio questo contributo per la prossima riunione online, perché voglio farvi partecipi di una certa sensazione che ho provato nell’ascoltare in video un’intervista di un giornalista ad un’operaia della GKN, in presidio permanente, dopo che una mail inviata lo scorso 9 luglio dai dirigenti dell’azienda ai soli rappresentanti sindacali annunciava la chiusura dell’impianto ed il licenziamento per tutti i 422 lavoratori. Ecco cosa risponde l’operaia alla giornalista che le chiedeva cosa si prova di fronte ad una situazione del genere:
Operaia: “Innanzitutto rabbia e poi inquietudine. Inquietudine verso un sistema che manca completamente di rispetto alla persona. Un sistema che è invisibile come lo abbiamo visto con il covid. Ed è il nemico peggiore. Un ente finanziario invisibile fatto di dividendi di percentuali ecc. ecc. è come una sorta di virus. Il sentimento che prevale è rabbia ed inquietudine per non sapere chi hai davanti, di non avere un interlocutore visibile. Pur non essendo una persona come me, entra però in casa tua e si prende tutto.”
Come vi dicevo sopra, sono stato molto colpito da questa breve intervista perché mi aspettavo una delle solite risposte che ascoltiamo spesso da parte di operai in lotta - e soprattutto da elementi sindacalizzati - di aziende che stanno chiudendo. Risposte cariche di illusioni nell’Azienda e nello Stato, tipo: noi produciamo degli ottimi prodotti, ricercati sul mercato, l’azienda è in attivo, l’azienda siamo noi, è la nostra casa, siamo increduli e non ci spieghiamo il comportamento dei dirigenti. Speriamo che lo Stato possa fare qualcosa. Ecc. ecc.
Invece, nel suo volto e nelle sue parole, ho colto un qualcosa di diverso, un qualcosa di intenso, di genuinamente proletario che forse è frutto di una importante riflessione da parte di questa operaia. Una riflessione che l’ha fatta andare oltre le solite frasi, soprattutto nell’esprimere quella certa impotenza di fronte ad un sistema che oramai è impersonale e che si prende tutto. Intendiamoci, il termine sistema può essere, nella testa di questa operaia, anche riferito a quello finanziario. Ma l’impersonalità del nemico di classe è una definizione che troviamo nella tradizione marxista e che attualmente, insieme ad altri, costituisce uno dei fattori di disorientamento del proletariato e dell’ulteriore abbassamento della sua coscienza di classe. Non credo che io stia dando i numeri se a partire da questa intervista, ma non solo perché vi sono tante altre espressioni similari, penso che una certa riflessione di classe cominci a serpeggiare nei ranghi operai e tra i più colpiti dalla crisi e nella giusta direzione. In altre parole ho avuto la sensazione che l’operaia intervistata - arrabbiata ed indignata - si stia chiedendo, anche se con domande non ancora nette, in che mondo disumano si vive, che futuro abbiamo di fronte a noi e soprattutto chi ne possa essere il vero responsabile. E secondo me ciò non è cosa da poco.
La talpa, di fronte ai durissimi colpi della crisi economica, se in questo momento, pur lottando, dimostra ancora stupore e disorientamento, sta comunque sforzandosi di comprendere meglio che cosa le stia accadendo. E nonostante la martellante mistificazione svolta dalla borghesia per nascondere il fallimento globale del proprio sistema, sostenuta in questo da tutti i partiti, quelli di sinistra in particolare, e dai sindacati più “radicati” nei ranghi operai, la classe, costretta a scavare e a riscavare per la sua sopravvivenza, sta comunque riflettendo e soprattutto si sta chiedendo se ci può essere qualche reale via d’uscita da questo putrido impasse sociale.
Un saluto
R.
Negli ultimi tempi, siamo stati colpiti da una serie di eventi catastrofici che rendono la vita sempre più insopportabile per una gran parte dell'umanità e alcuni dei quali arrivano a causare la morte di milioni di esseri umani.
L'intervento delle truppe americane in Afghanistan e il loro precipitoso ritiro hanno lasciato il paese nel caos. Un caos che fa sprofondare la maggior parte della popolazione nella miseria e nella disperazione assoluta.
I disastri climatici sono ormai una costante: dalle terrificanti ondate di calore agli incendi, dalle gigantesche inondazioni ai tifoni anche nelle zone dal clima temperato come l’Italia.
La Pandemia, con le sue conseguenze devastanti sul piano sanitario, economico e sociale.
Questi eventi sono casuali né tano meno separati e indipendenti l’uno dall’altro ma sono intrinsecamente collegati da un’unica matrice: Il capitalismo, la sua decadenza come sistema sociale e la sua entrata una fase di impasse storico.
La barbarie della guerra, le epidemie e le molteplici calamità ambientali, economiche e sociali, la loro simultaneità e ampiezza, il loro accumularsi e la loro interconnessione sono espressione dello sprofondamento in un'impasse totale di un sistema che non ha alcun futuro da offrire alla maggioranza della popolazione mondiale, se non quello di una barbarie crescente.
Solo analizzando il declino storico del capitalismo è possibile comprendere questi eventi catastrofici e come la classe lavoratrice può opporvi una prospettiva per l’intera umanità.
La CCI invita tutti i lettori a partecipare al dibatto pubblico che si terrà via internet
Tutti coloro che desiderano partecipare possono farlo inviando un messaggio a: [email protected] [124] o alla sezione Contatti del nostro sito it.internationalism.org. Le modalità tecniche per partecipare all’incontro saranno comunicate in seguito ai partecipanti.
Per prepararsi a questo incontro, suggeriamo la lettura dei seguenti testi disponibili sul nostro sito:
- Risoluzione sulla situazione internazionale (2021) [225], del 24° Congresso internazionale. Sul sito sono anche disponibili i rapporti del congresso su Pandemia e Decomposizione, crisi economica, lotta di classe
- Afghanistan: Dietro il declino dell'imperialismo USA, il declino del capitalismo mondiale [204]
- Rapporto dell’IPCC sulla crisi climatica: La necessità di una transizione... al comunismo [227]
- Volantino internazionale sul clima [228]: Il capitalismo minaccia il pianeta e la sopravvivenza dell’umanità: solo la lotta mondiale del proletariato può mettere fine a questa minaccia [229]
- Tesi su: La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [13]
Oggi, una serie di scioperi negli Stati Uniti, sta scuotendo ampie parti del paese. Questo movimento chiamato "striketober" (contrazione di "strike" e "october") mobilita migliaia di salariati che denunciano le condizioni di lavoro insopportabili, la fatica fisica e psicologica, l'aumento scandaloso dei profitti dei proprietari di gruppi industriali come Kellog's, John Deere, PepsiCo o del settore sanitario e delle cliniche private, come a New York, per esempio. È difficile contare il numero esatto di scioperi perché il governo federale conta solo quelli che coinvolgono più di mille dipendenti. Il fatto che la classe operaia possa reagire e mostrare combattività in un paese che è ora al centro del processo di decomposizione globale del sistema capitalistico è un segno che il proletariato non è sconfitto.
Per quasi due anni, in tutto il mondo, una coltre di piombo è calata sulla classe operaia con l'emergere della pandemia Covid-19, le ripetute serrate, i ricoveri d'urgenza e i milioni di morti. In tutto il mondo la classe operaia è stata vittima della negligenza generalizzata della borghesia, dei fatiscenti servizi sanitari, sovraccarichi e sempre soggetti alle esigenze della redditività. La vita precaria e la paura del domani hanno rafforzato un sentimento di attesa già forte nelle file dei lavoratori, accentuando ulteriormente il ripiegamento su se stessi. Dopo la ripresa della combattività che si era espressa in diversi paesi durante il 2019 e all'inizio del 2020, lo scontro sociale ha subito una battuta d'arresto. Se il movimento contro la riforma delle pensioni in Francia ha mostrato un nuovo dinamismo nel confronto sociale, la pandemia Covid-19 ha teso a soffocare questo dinamica.
Tuttavia, in piena pandemia, sono emerse delle lotte sul terreno della classe operaia in Spagna, Italia e Francia, attraverso movimenti sporadici che già esprimevano una relativa capacità di reazione di fronte a condizioni di lavoro insopportabili, in particolare di fronte all'aumento dello sfruttamento e del cinismo della borghesia in settori come la sanità, i trasporti e il commercio. L'isolamento imposto dal virus mortale e il clima di terrore trasmesso dalla borghesia hanno tuttavia reso queste lotte impotenti ad affermare una reale alternativa al palpabile degrado sanitario, economico e sociale. Peggio ancora, queste espressioni di malcontento per le condizioni di lavoro infernali e pericolose per la salute, il rifiuto (minoritario) di andare al lavoro senza maschere e protezioni, sono stati presentati dalla borghesia come richieste egoistiche, irresponsabili e, soprattutto, colpevoli di minare l'unità sociale ed economica di ogni nazione nella sua lotta contro la crisi sanitaria.
Mentre da anni la popolazione americana è costretta ad affidarsi allo Stato onnipotente, che ha imposto la sua logica sanitaria, economica e sociale, alimentata, come ovunque, dalle menzogne populiste di un Donald Trump, che voleva essere il campione della piena occupazione, e poi dalla tiritera del "nuovo Roosevelt", Joe Biden, oggi migliaia di lavoratori stanno lentamente creando le condizioni per recuperare una forza collettiva che un tempo avevano dimenticato. Stanno lentamente riscoprendo la fiducia nelle proprie forze e la capacità di rifiutare l'ignominioso "sistema salariale a due livelli"[1], dimostrando così la solidarietà tra le generazioni, dove la maggioranza dei lavoratori esperti e "protetti" si batte a fianco dei loro giovani e più precari colleghi.
Questa solidarietà tra le generazioni si era già manifestata in Francia nel 2014, durante le lotte alla SNCF e Air France contro le identiche riforme. È stata espressa anche in Spagna, durante il movimento degli Indignados nel 2011, e in Francia, nel 2006, durante la lotta contro il CPE. Questa solidarietà tra generazioni rappresenta un grande potenziale per lo sviluppo delle lotte future, è il segno di una ricerca di unità nelle file della classe operaia mentre la borghesia vuole dividere i "vecchi, approfittatori" e la "i giovani, scansafatiche", come possiamo vedere nel movimento "Giovani per il clima", per esempio, riattivato in occasione della COP 26.
Anche se questi scioperi sono molto ben controllati dai sindacati (il che ha peraltro permesso alla borghesia di presentare queste mobilitazioni come il "grande ritorno" dei sindacati negli Stati Uniti), abbiamo visto alcuni segni di messa in discussione degli accordi firmati proprio da questi sindacati. Questa protesta è embrionale e la classe operaia è ancora lontana da un confronto diretto e consapevole con questi cani da guardia dello Stato borghese. Ma è un segno molto reale di combattività. Qualcuno potrebbe immaginare che queste lotte negli Stati Uniti siano l'eccezione che conferma la regola: non è così! Altre lotte sono emerse nell’ultimo periodo:
- In Iran, quest'estate, gli scioperi nel settore petrolifero contro i bassi salari e l'alto costo della vita hanno visto i lavoratori di più di 70 siti partecipare al movimento. Era la prima volta che questo accadeva nei 42 anni dall'avvento della repubblica islamica. Anche altri settori hanno sostenuto gli scioperanti;
- In Corea, i sindacati hanno dovuto organizzare uno sciopero generale in ottobre per la protezione sociale, contro la precarietà e le disuguaglianze;
- In Italia, in settembre e ottobre, ci sono state numerose manifestazioni, scioperi e richieste di sciopero generale contro i licenziamenti, anche contro gli incontri tra la CGIL, il governo e gli imprenditori per un "patto sociale" per uscire dal Covid. In breve: per licenziamenti più facili e l'abolizione del salario minimo;
- In Germania, il sindacato dei servizi pubblici “ver.di” è costretto a brandire la minacciare di scioperi nel tentativo di ottenere aumenti salariali.
Se si ascoltano gli economisti borghesi, l'inflazione attuale che spinge verso l'alto i prezzi dell'energia e dei beni di prima necessità, prosciugando così il potere d'acquisto negli Stati Uniti, in Francia, nel Regno Unito o in Germania e in Italia, è solo un prodotto ciclico della "ripresa economica". Legata ad "aspetti specifici", come le strozzature nel trasporto marittimo o stradale, il "surriscaldamento" della produzione industriale, in particolare l'aumento spettacolare dei prezzi del carburante e del gas, l’inflazione sarebbe solo un brutto momento da subire prima di un regolamento, un equilibrio nella produzione di beni. Tutto viene fatto per rassicurare e giustificare un processo inflazionistico "necessario"... che, nonostante tutto, è destinato a durare.
Il denaro a pioggia, le centinaia di miliardi di dollari, euro, yen e yuan che i governi hanno stampato e riversato senza contare il costo, per mesi e mesi, per affrontare le conseguenze economiche e sociali della pandemia ed evitare il caos diffuso, ha solo indebolito il valore delle monete e sta spingendo ad un processo inflazionistico cronico.
Ci sarà un prezzo da pagare e la classe operaia è in prima linea in questi attacchi. Anche se non c'è stata ancora una reazione diretta e massiccia contro questo attacco, l'inflazione può servire come un potente fattore di sviluppo e di unificazione delle lotte: l'aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, gas, pane, elettricità, ecc., non può che degradare direttamente le condizioni di vita di tutti i lavoratori, che lavorino nel settore pubblico o privato, che siano attivi, disoccupati o pensionati. De resto i governi non si sbagliano. Anche se non hanno ancora imposto programmi formali di austerità e, al contrario, hanno iniettato massicciamente milioni e milioni di dollari, yuan ed euro, sanno che è assolutamente necessario rilanciare l'attività e che esiste una bomba sociale. Mentre i governi pensavano di porre rapidamente fine a tutte le misure di sostegno legate al Covid e di "normalizzare" i conti il più presto possibile, Biden (per evitare il disastro sociale) ha messo in atto un "piano storico" di intervento che "creerà milioni di posti di lavoro, farà crescere l'economia, investirà nella nostra nazione e nella nostra gente"[2]. Si direbbe che sta sognando! Lo stesso vale per la Spagna, dove il socialista Pedro Sanchez sta attuando un massiccio piano di 248 miliardi di euro per una spesa sociale a oltranza, con grande dispiacere di una parte della borghesia, che non sa come verrà pagato il conto. Anche in Francia, dietro tutto il trambusto e la retorica elettorale per le elezioni presidenziali del 2022, il governo cerca di anticipare il malcontento e lo scontento sociale con "buoni energia" e una "indennità di inflazione" per milioni di contribuenti senza risolvere il problema.
Ma riconoscere ed evidenziare la capacità di reazione del proletariato non deve portare all'euforia e all'illusione che si apra una strada maestra per la lotta dei lavoratori. A causa della difficoltà della classe operaia a riconoscersi come classe sfruttata e a prendere coscienza del suo ruolo rivoluzionario, il cammino delle lotte significative che permettono di aprire la strada a un periodo rivoluzionario è ancora lontano. In queste condizioni, lo scontro resta fragile, poco organizzato, in gran parte inquadrato dai sindacati, quegli organi statali specializzati nel sabotaggio delle lotte e che giocano sempre più sul corporativismo e sulla divisione. In Italia, per esempio, le rivendicazioni iniziali e la combattività delle ultime lotte sono state deviate dai sindacati e dalla sinistra del capitale verso una pericolosa impasse parlando di "primo sciopero industriale di massa in Europa contro il pass sanitario".
Allo stesso modo, mentre alcuni settori sono pesantemente colpiti dalla crisi, dalle chiusure, dalle ristrutturazioni e dall'aumento dei ritmi di lavoro, altri settori si trovano di fronte a una mancanza di manodopera e/o a un boom produttivo una tantum (come nel trasporto merci dove mancano centinaia di migliaia di autisti in Europa). Questa situazione contiene un pericolo di divisione all'interno della classe attraverso richieste di categoria che i sindacati non esiteranno a sfruttare o a favorire.
Aggiungiamo gli appelli della sinistra "radicale" del capitale a mobilitarsi anche sul terreno borghese: contro l'estrema destra e i "fascisti" o a favore delle "marce dei cittadini" per il clima... Questa è un'ulteriore espressione della vulnerabilità dei proletari ai discorsi della sinistra "radicale", capace di sfruttare ogni occasione per deviare la lotta su un terreno non proletario, in particolare quello dell'interclassismo.
Allo stesso modo, se l'inflazione può agire come fattore di unificazione delle lotte, colpisce anche la piccola borghesia, con l'aumento del prezzo della benzina e delle tasse, elementi che avevano peraltro dato origine all'emergere del movimento interclassista dei "gilet gialli" in Francia. Il contesto attuale rimane, infatti, favorevole al verificarsi di rivolte "popolari" in cui le richieste proletarie rimangono sepolte nelle preoccupazioni sterili e reazionarie degli stessi piccoli padroni colpiti duramente dalla crisi. Questo è, per esempio, il caso della Cina dove il crollo del gigante immobiliare Evergrande simboleggia in modo molto spettacolare la realtà di una Cina sovra indebitata e fragile, ma che porta alla protesta dei piccoli proprietari che sono stati derubati e che reagiscono come tali.
Le lotte interclassiste sono una vera trappola e non permettono affatto alla classe operaia di affermare le proprie rivendicazioni, la propria combattività, la propria autonomia per una prospettiva rivoluzionaria. Il marciume della società capitalista, aumentato dalla pandemia, pesa e continuerà a pesare sulla classe operaia, che è ancora in grande difficoltà.
Sono aumentati in questi ultimi mesi l'assenteismo sul lavoro, le dimissioni a catena nelle aziende, il rifiuto di tornare al lavoro, che spesso è un duro lavoro per un salario da fame. Ma queste sono reazioni individuali che sono più il riflesso di un tentativo (illusorio) di sfuggire allo sfruttamento capitalista che di affrontarlo attraverso una lotta collettiva con i compagni di classe. La borghesia non esita a sfruttare questa debolezza per denigrare e far sentire in colpa questi "dimissionari", questi salariati "esigenti", presentandoli come i diretti "responsabili" della mancanza di personale negli ospedali o nella ristorazione, per esempio, in altre parole, per seminare più divisione nelle file dei lavoratori!
Nonostante tutte le difficoltà e le insidie, quest'ultimo periodo ha aperto una breccia e conferma chiaramente che la classe operaia è capace di affermarsi sul proprio terreno di lotta. Lo sviluppo della sua coscienza passa attraverso questo rinnovamento della combattività ed è ancora una lunga strada piena di insidie. Al loro livello, i rivoluzionari devono accogliere e accompagnare queste lotte, ma la loro responsabilità primaria è quella di lottare al meglio per la loro estensione, per la loro politicizzazione, che è necessaria per mantenere viva la prospettiva rivoluzionaria, pur sapendo riconoscere i loro limiti e le loro debolezze, denunciando con fermezza le trappole tese dalla borghesia e le illusioni che le minacciano da qualunque parte provengano.
Stopio, 3 novembre 2021
[1] Un sistema di salari più bassi per i nuovi assunti, la cosiddetta "clausola del nonno", sottoscritta da molti sindacati.
[2] Questo programma, tipico del capitalismo di Stato, ha anche lo scopo di modernizzare l'economia americana per affrontare meglio i suoi concorrenti, in particolare la Cina.
Mentre la pandemia e il disastro ecologico imperversano, la crisi economica ci colpisce con prezzi alle stelle, disoccupazione crescente e precarietà, e in questo contesto i capitalisti ci spremono ancora più ferocemente. Lo vediamo a Cadice dove nell'accordo nella siderurgia intendono eliminare due pagamenti extra, una perdita di 200 euro al mese.
La baia di Cadice è un orribile ritratto di ciò che è la crisi capitalista: più del 40% di disoccupazione, numerose imprese chiuse, la chiusura di AIRBUS Puerto Real, la chiusura di Delphi[1]..., giovani costretti a emigrare in Norvegia e altri paesi presumibilmente più "fortunati".
Contro questa minaccia alla vita e al futuro di tutti i lavoratori, i metalmeccanici stanno lottando con una fermezza e una combattività che non si vedeva da molto tempo.
Questa non è l'unica lotta. I dipendenti pubblici della Catalogna hanno manifestato massicciamente contro l'intollerabile abuso del lavoro interinale (più di 300.000 lavoratori statali sono precari); ci sono lotte nelle ferrovie di Maiorca, a Vestas (Coruña) contro 115 licenziamenti; Unicaja contro più di 600 licenziamenti; i metalmeccanici di Alicante; le proteste in diversi ospedali contro il licenziamento dei lavoratori con un contratto a tempo per il COVID.
Queste lotte coincidono con quelle di altri paesi: Stati Uniti, Iran, Italia, Corea ecc[2].
Vogliamo esprimere la nostra solidarietà ai lavoratori di Cadice. La loro lotta contribuisce a rompere la passività e la rassegnazione, esprime l'indignazione per gli oltraggi di questo sistema, e tutto questo può favorire i primi passi di una risposta proletaria alla crisi e alla barbarie del capitalismo.
Nei negoziati della contrattazione collettiva il padronato ha proposto di “congelare i salari nel 2020 e 2021, eliminare due pagamenti extra, aumentare le ore di lavoro, creare una nuova categoria al di sotto dello specialista e non negoziare il recupero del lavoro tossico, doloroso e pericoloso”[3]. Si tratta di un attacco brutale contro il quale i sindacati hanno cercato di abbassare la tensione con due sterili giorni di lotta, tuttavia, di fronte all'agitazione e alla combattività, hanno finito per indire uno sciopero a tempo indeterminato dal 16 novembre, che è stato seguito in modo massiccio e si è esteso alla baia di Gibilterra.
Il 17 e il 18, il sindacalismo “radicale” ha intrappolato i lavoratori in blocchi del traffico che hanno portato a scontri con la polizia in una sterile "guerriglia urbana" che dà munizioni alla stampa, alla TV, alle reti sociali, per calunniarli come "terroristi", ecc. Così El Mundo lancia un'accusa odiosa contro i lavoratori: “Annullamento di interventi chirurgici, un parto in ambulanza... Lo sciopero dei metalmeccanici impedisce l'accesso all'ospedale di La Línea ai sanitari e agli ammalati” (17-11-21).
Come è stato dimostrato a Euzkalduna 1984, a Gijon 1985 e nelle lotte precedenti a Cadice, questi scontri servono solo a isolare, a impedire l'adesione di altri lavoratori e ad alienare le possibili simpatie della popolazione. Rafforzano il capitale e il suo Stato e gli danno i mezzi per scatenare una repressione feroce.
Ma i lavoratori hanno cercato altri mezzi per essere forti. Il 19, si è formato un picchetto di più di 300 lavoratori per chiedere la solidarietà dei lavoratori di Navantia a San Fernando. Il 19 stesso sono state organizzate manifestazioni nei quartieri popolari di Cadice, Puerto Real e San Fernando. Dopo una manifestazione davanti alla sede dei datori di lavoro, i lavoratori hanno fatto il giro della città, seguendo un percorso improvvisato, spiegando le loro richieste ai passanti. Il 20, c’è stata una massiccia manifestazione nel centro di Cadice e raduni nei quartieri per sostenere i compagni di lotta.
Possiamo essere forti solo se estendiamo la lotta agli altri lavoratori, se con manifestazioni, picchetti e assemblee, organizziamo L'ESTENSIONE DELLA LOTTA. La lotta è forte se si estende rompendo le barriere dell'azienda, del settore, della città, forgiando la lotta unita di tutta la classe operaia nelle strade.
Fin dall'inizio, i sindacati hanno monopolizzato le trattative con i padroni, con l'intermediazione del Consejo Andaluz de Relaciones Laborales (Consiglio andaluso delle relazioni di lavoro). Sappiamo già cosa sono questi "negoziati": una parodia in cui alla fine firmano ciò che vuole il Capitale. Questo è successo molte volte a Cadice: in Delphi, i sindacati hanno fatto ingoiare ai lavoratori i licenziamenti, lo stesso è successo nelle diverse lotte nei cantieri navali o più recentemente in AIRBUS. Ricordando queste pugnalate alle spalle, il 20, una manifestazione di lavoratori davanti alla sede dei sindacati ha gridato “Dove sono? Non si vedono, Commissioni e UGT”.
Per essere forte, la seconda necessità è che la lotta sia guidata dall’Assemblea generale di tutti i lavoratori e che essa organizzi comitati eletti e revocabili per difendere le rivendicazioni, promuovere azioni di lotta, ecc.
Questa le lezioni del 1905 e del 1917-23: le lotte dove la classe operaia ha una forza sono organizzate dagli stessi lavoratori in assemblee generali aperte al resto della classe operaia: disoccupati, pensionati, precari, ecc. Questa è stata l'esperienza dei metalmeccanici di Vigo nel 2006[4] e del movimento degli Indignados nel 2011[5].
I lavoratori non possono lasciare la lotta nelle mani dei sindacati. Una dichiarazione di una Coordinadora de Trabajadores del Metal de Cádiz dice che “i sindacati devono consigliarci e rappresentarci NON prendere decisioni per noi e in segreto”. Assolutamente no! Qual è il loro "consiglio"? Accettare ciò che i padroni chiedono e per quanto riguarda la lotta, la loro "mobilitazione" consiste in atti isolati senza alcuna forza di pressione o scontri minoritari con la polizia. Non rappresentano noi, ma il Capitale e il suoSstato. Nella loro stessa funzione di apparati del Capitale c'è questo "prendere decisioni per noi e in segreto".
Vogliono racchiudere la lotta in un "movimento di cittadini" per "salvare Cadice". È vero che le industrie stanno chiudendo, che un giovane su tre deve emigrare. Ma questo è quello che vediamo in tutti i paesi. Detroit, un tempo centro dell'industria automobilistica statunitense, è oggi un deserto di rovine di ferro e cemento. Lo stesso sta accadendo nell'industria mineraria asturiana. Ci sono migliaia di esempi. Non è Cadice che sta affondando, è il capitalismo mondiale che sta affondando in un processo di crisi economica, distruzione ecologica, pandemie, guerre, barbarie generalizzata.
"Salvare Cadice" porta la lotta dei lavoratori su di un terreno localista totalmente impotente. Per 40 anni ci hanno fatto lottare per il "carico di lavoro per i cantieri navali di Cadice", gli investimenti nella baia, ecc. Sempre più disoccupazione, più precarietà, più bisogno di emigrare.
Il grande pericolo per questa lotta è che la solidarietà che comincia a manifestarsi sia incanalata verso "Salvare Cadice". Questo ci fa sprofondare nell'interclassismo, che è il peggior veleno per la lotta dei lavoratori. Questa viene dirottata verso un obiettivo capitalista di "sviluppo economico", col pretesto di "creare posti di lavoro" e verso "l'unità" con i piccoli imprenditori che ci sfruttano, i poliziotti che ci picchiano, i politici che ci vendono, la borghesia egoista e meschina.
Hanno messo la lotta a Cadice nello stesso sacco delle proteste dei padroni dei trasporti. Così, Kichi, il sindaco “radicale” di Cadice dice: “Abbiamo dovuto appiccare il fuoco perché Madrid ci ascoltasse”. Questo è adulterare e falsificare la lotta dei lavoratori trasformandola in un “movimento di cittadini arrabbiati” che “incendiano” affinché le "autorità democratiche" gli diano quello che gli spetta.
No! La lotta dei lavoratori non è una lotta egoistica per richieste parziali. Come dice il Manifesto Comunista “Finora tutti i movimenti sociali sono stati movimenti scatenati da una minoranza o nell'interesse di una minoranza. Il movimento proletario è il movimento autonomo della grande maggioranza nell'interesse della grande maggioranza”. La lotta per le rivendicazioni è parte del movimento storico della classe operaia per costruire una società dedicata alla piena soddisfazione dei bisogni umani.
Non è verso la "Baia di Cadice" che dobbiamo guardare perché la lotta vada avanti. È verso tutta la classe operaia che soffre come i suoi fratelli di Cadice: inflazione, precarietà, tagli ai contratti collettivi, tagli alle prestazioni sociali, caos negli ospedali, la minaccia della continuazione del COVID. Ma, reciprocamente, i lavoratori delle altre regioni devono vedere nei loro compagni di Cadice, la LORO LOTTA e unirsi in solidarietà con loro presentando le proprie richieste.
Contrariamente alle menzogne democratiche, la società di oggi non è una somma di cittadini "uguali davanti alla legge". È divisa in classi, una minoranza sfruttatrice che ha tutto e non produce nulla e di fronte ad essa la classe operaia, la maggioranza sfruttata che produce tutto e ha sempre meno. Solo la lotta di classe può far sì che le richieste dei lavoratori di Cadice siano realizzate, solo la lotta di classe può aprire un futuro di fronte alla crisi e alla barbarie del capitalismo.
Corrente Comunista Internazionale, 21-11-21
[1] Per il nostro intervento nelle precedenti lotte dei lavoratori a Delfi vedi: Delphi: la fuerza de los trabajadores es la solidaridad [230] e Cierre de Delphi: Sólo con la lucha masiva y solidaria seremos fuertes [231]
[2] Lotte negli Stati Uniti, in Iran, in Italia, in Corea... Né la pandemia né la crisi economica hanno spezzato lo spirito combattivo del proletariato! [232]
[3] Da un comunicato della Coordinadora de Trabajadores del Metal de la Bahía de Cádiz (Comitato di coordinamento dei lavoratori del metallo della Baia di Cadice)
Migliaia di migranti intrappolati per diverse settimane al confine polacco, abbandonati al loro destino in foreste umide e gelate, senza acqua né cibo. Famiglie che vagano in mezzo al nulla, costrette a bere l'acqua delle paludi circostanti, a dormire per terra a temperature sotto zero. Esuli sfiniti, spesso malati, picchiati dai soldati dell'esercito bielorusso che li hanno consapevolmente condotti ai confini dell'Unione Europea. Isteriche autorità polacche che non esitano a rimandare nei boschi donne, bambini, handicappati e anziani e a colpire chi cerca di attraversare clandestinamente i muri di filo spinato dispiegati lungo il confine. Questo triste spettacolo ne ricorda purtroppo molti altri, altrettanto rivoltanti. Ma la strumentalizzazione dei migranti per fini dichiaratamente imperialistici aggiunge a questo quadro angosciante il colore del più spregevole cinismo.
L'improvvisa presenza di migranti in questa regione ostile, rotta raramente percorsa dai rifugiati, non è affatto casuale: il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko, in aperto conflitto con l'UE dalla sua contestata rielezione nell'agosto 2020, ha favorito, addirittura ha organizzato, il trasporto dei migranti offrendo loro un'illusoria via d'uscita verso l'Europa, e li ha gettati oltre la frontiera polacca. Minsk avrebbe persino noleggiato dei charter per trasportare i candidati all'esilio.
Per Lukashenko e la sua cricca i migranti sono solo una merce di scambio contro le sanzioni e le pressioni occidentali. Inoltre, appena avviati i negoziati con l'UE e la Russia, il governo bielorusso ha rimandato, come gesto di "buona fede", alcune centinaia di migranti al punto di partenza, su base "volontaria” (che eufemismo!). Peccato per i morti! Peccato per il trauma! Tanto peggio per le speranze deluse!
Il ricorso ai profughi nell'ambito delle rivalità imperialiste è cresciuto vertiginosamente negli ultimi anni, approfittando di un contesto in cui gli Stati più ricchi si sono trasformati in vere e proprie fortezze e sguazzano ogni giorno di più in discorsi sempre più xenofobi. Di recente abbiamo visto la Turchia minacciare di aprire le porte dell'emigrazione al confine greco, o il Marocco al confine spagnolo, giocando ogni volta al "ricatto migratorio" in nome della difesa dei loro sordidi interessi nazionali. Anche la Francia, nel contesto delle tensioni post-Brexit, suggerisce, più o meno sottilmente, che potrebbe lasciare il Regno Unito ad occuparsi da solo dei migranti di Calais. È anche probabile che dietro i profughi bielorussi la Russia di Putin stia avanzando le sue pedine.
"I polacchi rendono un servizio molto importante a tutta l'Europa", ha affermato Horst Seehofer, ministro degli Interni tedesco. E che servizio! La Polonia e il suo governo populista non hanno esitato a dispiegare migliaia di truppe al confine e a minacciare esplicitamente i profughi: “Se attraversi questo confine, useremo la forza. Non esiteremo.”[1] Almeno il messaggio è chiaro e gli atti intimidatori sono stati praticati con zelo: lacrimogeni su persone affamate ed esauste, percosse regolari, nessuna cura per i malati ...
L'UE, che si dichiara così intransigente sul "rispetto della dignità umana", ha anche chiuso un occhio quando la Polonia il 14 ottobre, a dispetto delle "convenzioni internazionali si è arrogata il "diritto" di respingere sistematicamente i migranti in Bielorussia senza controllare se le richieste di asilo fossero valide, anche secondo le strette regole della legalità borghese. La borghesia si è così dotata di un arsenale normativo e legale totalmente sfavorevole ai migranti e non esita a barare con le proprie regole quando se ne presenta la necessità!
Lo stesso vale per i muri eretti contro i migranti. Quando il Regno Unito volle ristabilire un confine nell'Irlanda del Nord, la borghesia si è indignata di tanta audacia che "minacciano la pace" e "ricordano le ore peggiori della guerra fredda". Quando Lituania e Polonia decidono di erigere muri di filo spinato per migliaia di chilometri, si parla di "proteggere i confini europei" e "rendere un servizio molto importante"...
Il governo populista in Polonia, dopo essere stato ampiamente rimproverato per le sue misure anti-aborto e le dichiarazioni euroscettiche, si trova improvvisamente sotto i riflettori. Questa crisi è una vera manna per ripristinare l'immagine polacca con i suoi “partner europei”. Chiaramente se lo Stato polacco sta rendendo un così grande "servizio", è perché fa, senza lamentarsi, il lavoro sporco di altri Stati dell’UE.
Ricordiamoci che le "grandi democrazie" europee, quando non parcheggiano esse stesse i richiedenti asilo in campi di concentramento abietti, come Moria in Grecia, subappaltano la "gestione dei flussi migratori" a regimi ben noti per il loro "rispetto della dignità umana": Turchia, Libano, Marocco o Libia, dove i mercanti di schiavi della peggior specie operano ancora sotto l'occhio benevolo (e la borsa) dell'Unione europea! Dall'altra parte dell'Atlantico, il presidente Biden, che avrebbe dovuto rompere con la ripugnante politica migratoria del suo predecessore, è altrettanto brutale: la sua amministrazione "evacua" da settembre migliaia di migranti verso l'inferno haitiano, quasi 14.000 secondo i media americani.
Gli Stati "democratici" possono sempre presentarsi come garanti della "dignità umana", ma la realtà mostra che non attribuiscono più importanza a quest'ultima rispetto ai regimi più "autoritari". Per entrambi contano solo i loro freddi interessi nell'arena imperialista.
Spetta ai partiti della sinistra del capitale, dagli ambientalisti ai trotzkisti, brandire una parvenza di indignazione altrettanto ipocrita. Abbiamo così assistito in Polonia e in altri paesi europei a piccole manifestazioni, inquadrate dalla sinistra, che chiedevano l'applicazione del "diritto internazionale" e l'accoglienza dei rifugiati in nome del "diritto di asilo".
Tuttavia, il diritto borghese, con le sue convenzioni internazionali e i suoi "diritti umani", ben si adatta alle disumane barriere fisiche e normative poste ai migranti: il "diritto d'asilo" viene applicato col contagocce, secondo criteri ultra-selettivi e di fronte agli abusi della Polonia, di fatto incompatibili con la Convenzione di Ginevra, è sufficiente che gli Stati europei distolgano pudicamente lo sguardo.
“Combattendo per l'applicazione dei diritti dei rifugiati” Ong e associazioni di sinistra abbandonano, di fatto, i migranti alle forche caudine dell'amministrazione, esponendoli alla repressione poliziesca permanente e all'altrettanto invalicabile muro della burocrazia. Non c'è nulla da sperare dal diritto borghese che esprime solo gli interessi sinistri della classe dominante e la sua barbarie. I “centri di smistamento”, le guardie costiere che respingono le fragili barche dei migranti (come appunto la Frontex), gli innumerevoli muri, i sussidi ai paesi che usano la tortura, tutto questo nel rigoroso rispetto del “diritto”.
L'unica risposta ai crimini della borghesia contro i migranti è la solidarietà internazionale del proletariato. Questo è il metodo che il movimento operaio ha sempre difeso: quando l'Associazione Internazionale dei Lavoratori è stata fondata nel 1864, ha subito dovuto opporsi ai discorsi che accusavano gli immigrati di abbassare i salari. Di fronte a questo riflesso nazionalista affermò al contrario "che l'emancipazione del lavoro, non essendo un problema né locale né nazionale, ma sociale, abbraccia tutti i paesi in cui esiste la società moderna". Ieri come oggi, non sono i migranti a portare gli attacchi contro le nostre condizioni di vita, ma il capitale.
EG, 21 novembre 2021
[1] Faute de politique d’accueil commune, l’Europe déstabilisée par la Biélorussie», Mediapart, 11 novembre 2021 (“In assenza di una politica comune di accoglienza, l'Europa destabilizzata dalla Bielorussia”)
Nella scorsa estate la borghesia ha organizzato una vasta campagna di propaganda sul tema: "non dobbiamo più preoccuparci, abbiamo i vaccini". Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha quindi dichiarato di non essere preoccupato che la variante Delta potesse causare un nuovo grande focolaio di Covid-19 a livello nazionale (2 luglio 2021). Il direttore esecutivo dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), Mike Ryan, ha affermato che la fase peggiore della crisi del Covid era passata (12 luglio 2021). A sostegno anche Boris Johnson, Primo ministro del Regno Unito, che ha affermato: “quasi tutti gli scienziati sono d'accordo su questo punto: la fase peggiore della pandemia è alle spalle” (15 luglio 2021)[1].
Tutti i dati sul numero di decessi e di nuovi casi giornalieri negli ultimi mesi hanno contraddetto queste affermazioni e confermato che la pandemia non è affatto alle nostre spalle. Le misure e le raccomandazioni quotidiane della borghesia mostrano che la pandemia ha ancora un impatto enorme sulla società e sull'economia: settori della sanità inondati di nuovi pazienti, misure coercitive nei confronti di chi rifiuta di vaccinarsi, nuovi lockdown con la chiusura di attività commerciali, scuole e luoghi di svago. Per la maggior parte della popolazione mondiale la crisi sanitaria è tutt'altro che finita. Lei ancora seriamente minacciata dagli effetti del virus a tutti i livelli, soprattutto quella parte che ha ricevuto solo una dose del vaccino, o nessuna, come si può vedere in Giappone o in Australia. In alcuni dei principali paesi asiatici in particolare, le politiche di contenimento del coronavirus relativamente efficaci nel 2020 hanno creato l'illusione che il virus fosse più o meno sotto controllo, quindi il tasso di vaccinazione è rimasto piuttosto basso.
Gli scienziati concordano sul fatto che la vaccinazione sia la principale difesa contro la diffusione del virus. Ma la borghesia è incapace di sviluppare una politica unitaria per vaccinare la popolazione mondiale e controllare globalmente la pandemia. Non esiste una consultazione a livello internazionale che consenta il necessario aumento della produzione di vaccini. Al contrario, tutti i paesi hanno intrapreso una corsa ai vaccini, con i paesi più ricchi che accumulano scorte nel tentativo di essere i primi a ottenere l'immunità di gruppo.
I dati dell'OMS di novembre hanno rivelato che i paesi del G20 hanno ricevuto più dell'80% dei vaccini contro il Covid-19, mentre i paesi a basso reddito hanno ricevuto solo lo 0,6%[2]. Di fronte a questa tendenza, il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha già lanciato un monito contro “il nazionalismo e l'accumulo di vaccini [che] ci mettono tutti in pericolo. Questo significa più morti, sistemi sanitari in crisi, maggiore miseria economica”[3] Ogni Stato adotta la propria strategia e solo gli Stati più potenti hanno i mezzi per affrontare la pandemia. Nel cercare di garantire la vaccinazione delle rispettive popolazioni, alcuni hanno firmato degli accordi preventivi con le aziende farmaceutiche, cioè hanno sborsato denaro per accaparrarsi dei futuri vaccini più efficaci. Questa politica ha portato a enormi disparità nella distribuzione dei vaccini, anche all'interno dell'Unione Europea. Alcuni paesi dell'UE hanno dovuto ripiegare sul vaccino russo Sputnik V (Ungheria, Slovacchia), meno efficace, o sul vaccino cinese Sinopharm (Ungheria). La maggior parte delle nazioni ricche è colpevole di un accumulo senza scrupoli di vaccini. Airfinity, una società di analisi con sede a Londra, ha previsto che entro la fine del 2021 il surplus di vaccini avrebbe raggiunto 1,2 miliardi di dosi. Mentre 600 milioni di dosi in eccesso devono essere donate ad altri paesi, le altre 600 milioni restano inutilizzate nelle scorte, quasi la metà negli Stati Uniti e il resto in altri paesi ricchi[4]. Questa politica di accumulazione ha già sprecato milioni di vaccini.
L'accumulo di vaccini è una delle ragioni delle disparità di distribuzione, ma un altro problema importante è l'enorme costo dei vaccini per i paesi poveri. I produttori farmaceutici non applicano prezzi standard ma variano i loro prezzi in base alla quantità acquistata. Fanno pagare prezzi più alti quando la quantità è inferiore. Ad esempio, mentre gli Stati Uniti hanno pagato 15 milioni di dollari per 1 milione di dosi di vaccino Moderna, il Botswana ha dovuto pagare quasi il doppio, circa 29 milioni di dollari.
La distribuzione non uniforme dei vaccini e il conseguente ritardo nella vaccinazione a livello globale compromette ogni strategia nazionale di immunizzazione. Una politica che promuove le vaccinazioni nei paesi ricchi e non previene la diffusione della pandemia nei paesi poveri corre il rischio di un ritorno del virus nei paesi più potenti, con inoltre la possibilità di vedere emergere varianti resistenti ai vaccini. Il “ciascuno per sé” globale è un potente acceleratore per la diffusione delle varianti Delta e Omicron e di tutte le prossime nuove varianti.
Nella lotta contro il Covid-19 ogni borghesia è costantemente costretta a dare priorità all'economia pur mantenendo un minimo di coesione sociale, correndo deliberatamente il rischio che i lavoratori si ammalino più a lungo o addirittura muoiano a causa del virus. Questa situazione porta a raccomandazioni e a misure incoerenti e contraddittorie in tutto il mondo e persino tra regioni dello stesso paese. Qualche esempio:
- Nessun accordo tra le organizzazioni sanitarie. Il Centro statunitense per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) ha annunciato il 13 maggio 2021 che le persone completamente vaccinate, a due settimane dall'ultima iniezione, potevano muoversi senza mascherina all'esterno e nella maggior parte degli ambienti interni. Ma l'OMS ha emanato linee guida differenti, esortando tutti gli americani, anche quelli vaccinati, a continuare a indossare le mascherine a causa della minaccia rappresentata dalla variante Delta altamente trasmissibile, rilevata in tutti e cinquanta gli Stati degli Usa.
- Nessun coordinamento tra regioni limitrofe. Venerdì 17 settembre, il comitato di consultazione in Belgio ha proposto che indossare la mascherina non fosse più obbligatorio nei negozi e nei ristoranti dal 1 ottobre 2021. Le Fiandre hanno detto di sì, Bruxelles ha detto di no e la Vallonia ha rimandato la decisione... Ogni regione ha voluto decidere in base alla situazione. I vari governi regionali hanno conservato il potere decisionale, tirando acqua al proprio mulino, come se il virus si fermasse ai confini regionali o linguistici.
- Le direttive emanate vengono abrogate nei mesi successivi. A luglio, il governo britannico ha annunciato che tutte le regole sul distanziamento sociale sarebbero state rimosse e che l'obbligo della mascherina sarebbe stato abrogato dal 19 luglio. Ma i supermercati hanno subito annunciato il mantenimento delle mascherine, mentre i sindaci delle grandi metropoli hanno reso obbligatorio l'uso delle mascherine sul trasporto pubblico. Alla fine, il governo britannico ha ceduto e ha annunciato l'obbligo delle mascherine nei negozi e nei trasporti pubblici da lunedì 29 novembre.
- Una "riapertura" seguita da ancora più quarantene. Con l'aumento delle vaccinazioni e il calo dei casi a fine giugno 2021, il governo olandese ha spinto per una "riapertura". Le mascherine sono state abbandonate quasi ovunque e i giovani sono stati incoraggiati a uscire di nuovo. Ma quando i bambini hanno terminato la loro prima settimana di scuola dopo la pausa estiva a Utrecht, ogni giorno da 10 a 15 classi sono state rimandate a casa a causa dei test positivi, mentre a L'Aia e nei dintorni 34 classi della scuola elementare sono state messe in quarantena e rimandate a casa durante quella prima settimana.
- Un miscuglio di restrizioni di viaggio. In Europa i viaggiatori devono affrontare le misure specifiche di ogni Stato. Ogni paese ha le proprie misure di sicurezza e quarantena per i viaggiatori. In alcuni paesi è sufficiente il certificato di vaccinazione europeo per entrare nel paese, mentre altri applicano ulteriori restrizioni, come quarantene o test PCR. Inoltre, solo le persone che entrano nel Paese in aereo o in treno sono rigorosamente controllate.
Dallo scoppio della pandemia, abbiamo assistito a un aumento della sfiducia nei confronti dei governi e dei vaccini, accompagnato da un aumento della disinformazione e delle teorie del complotto:
- La sfiducia nei confronti dei governi in Russia, Bulgaria, ma anche in vari paesi dell'UE come Polonia, Olanda, Grecia che, a sua volta, è stata rafforzata da affermazioni irrazionali e palesi menzogne da parte dei governi per coprire la loro negligenza e impotenza.
- La diffusa sfiducia e paura dei vaccini è alimentata da campagne populiste e complottiste[5], con un impatto particolarmente forte negli Stati Uniti, portando a un'estrema polarizzazione tra 'pro' e anti-vax.
La Bulgaria è uno dei paesi in cui l'entità della disinformazione e della sfiducia nei confronti dei vaccini ha un impatto reale sul tasso di vaccinazione, che è solo del 20%. A fine ottobre 2021 il Paese si stava avvicinando a un nuovo picco di contagi, con oltre 5.000 casi di Covid-19 e 100 decessi al giorno; il 95% dei deceduti non era stato vaccinato. Mentre il bilancio delle vittime saliva il sistema sanitario era sovraccaricato e le unità di terapia intensiva erano strapiene. Ma la maggior parte dei bulgari rifiuta ancora i vaccini contro il Covid-19.
Lo stesso si può dire della Russia. Da più di un anno le agenzie di propaganda russe e i trolls su internet sono impegnati in una campagna di disinformazione sistematica e aggressiva, volta ad alimentare dubbi e riserve sui vaccini. Questa campagna di disinformazione ha fortemente alimentato lo scetticismo sui vaccini che, insieme alla sfiducia nei confronti del governo, è responsabile dell'alto livello di riluttanza al vaccino tra i russi. Con meno del 45% della popolazione completamente vaccinata, il virus si è diffuso al suo ritmo più veloce negli ultimi mesi.
Questa polarizzazione, soprattutto negli Stati Uniti, ha causato una reazione a catena di assoluta irrazionalità che si è diffusa nei paesi europei, in Australia e in Sud Africa. Leggendo su discutibili siti Web che diffondono rapporti più o meno falsi, le preoccupazioni reali sul virus o sul vaccino vengono facilmente confuse con teorie inverosimili e una sfiducia totalmente irrazionale nei confronti della scienza. Una delle principali teorie del complotto riguarda l'origine stessa della pandemia secondo la quale la comparsa del virus è dovuta alla tecnologia 5G che si dice sia stata progettata per controllare a distanza le menti e che l'OMS fa parte del complotto.
La pandemia ha creato un ambiente favorevole ad aggressioni e violenze[6]. Secondo la Croce Rossa (CICR) nei primi sei mesi della pandemia, 611 episodi di aggressioni fisiche o verbali, minacce o discriminazioni sono stati diretti contro operatori sanitari, pazienti e strutture mediche in più di quaranta paesi. I sostenitori delle teorie del complotto si sono resi colpevoli di aggressioni verbali e persino fisiche contro gli operatori sanitari in paesi come la Slovacchia e gli Stati Uniti. Inoltre, abbiamo anche assistito a diversi attacchi ai lavoratori dei principali media.
I politici continuano a ripetere: "mai più", "dobbiamo imparare le lezioni della storia", ma lungi dal far sentire ragione agli Stati capitalisti e farli lavorare insieme, la classe dirigente, per sua stessa natura, è incapace di cambiare le regole del capitalismo in decadenza, in cui l'agguerrita concorrenza per i mercati è la regola e tutte le forme di cooperazione più che mai sono l'eccezione. Negli ultimi cento anni, nel capitalismo decadente, il mondo è diventato non solo un'arena di competizione tra imprese capitalistiche, ma soprattutto un campo di battaglia tra Stati capitalisti.
La concorrenza è il motore che spinge il capitalismo, ma è anche la fonte della maggior parte dei suoi problemi. La pandemia lo ha mostrato chiaramente: da anni i governi tagliano i budget sanitari per aumentare la propria competitività, con il risultato che molti sistemi sanitari sono stati travolti dai ricoveri legati al Covid. Certo, tutti sono d'accordo che prevenire le zoonosi (trasmissione di malattie dagli animali all'uomo) rallentando la distruzione massiccia e caotica dell'ambiente costerà molto meno che pagarne le conseguenze… ma è preferibile che sia un altro Stato ad agire per primo o a subirne le conseguenze. A causa della concorrenza internazionale, nessuno degli Stati coinvolti è disposto a limitare la distruzione delle foreste e di altre aree naturali a spese delle proprie economie nazionali. Nessun pensiero razionale è abbastanza forte per cambiare la situazione.
L’ambito nazionale è l'espressione più alta dell'unità che la società borghese può raggiungere. Anche di fronte alla pandemia, che richiederebbe un approccio globale unificato, non è in grado di andare oltre questo ambito. Durante le precedenti crisi sanitarie, come l'epidemia di Ebola, ad esempio, la borghesia è riuscita almeno a mantenere le apparenze istituendo un certo (e spesso cinico) coordinamento internazionale (con l'OMS in particolare, sul piano medico) per difendere gli interessi generali del capitalismo anche nel contesto della decadenza del sistema. Ma in questa fase di decomposizione, la tendenza al ciascuno per sé è cresciuta a tal punto che la classe dirigente non è più nemmeno in grado di realizzare una cooperazione minima per difendere gli interessi generali del proprio sistema. Al contrario, ogni Stato sta cercando di salvarsi da solo dalla catastrofe in corso.
La pandemia ha solo intensificato la corsa imperialista per l'influenza e i mercati. La stessa distribuzione dei vaccini viene strumentalizzata per fini imperialisti. Stati Uniti e Europa, ma anche Russia, Cina o India, utilizzano la distribuzione di vaccini come parte della strategia dell'imperialismo "morbido" (detto "soft power") per rafforzare le rispettive posizioni imperialiste nel mondo:
- Il sostegno della Cina al programma Covax dell'OMS e alla "Via della seta della salute" fa parte della sua "offensiva diplomatica" per promuovere la leadership globale nel campo della salute. Nel frattempo la Cina ha consegnato vaccini a quasi 100 paesi in tutto il mondo.
- Il Cremlino ha lanciato la sua "offensiva diplomatica" attorno allo Sputnik V, attualmente registrato e certificato in 71 paesi. La sua offensiva mette anche alla prova l'unità dell'UE. Alcuni Stati membri hanno iniziato a utilizzare il vaccino, mentre l'Italia ha accettato di produrre lo Sputnik V russo anche se non autorizzato.
- L'India è il più grande esportatore mondiale di vaccini. Con lo slogan "prima i vicini" ha concluso accordi con 94 paesi per l'esportazione di 66 milioni di dosi. Il vaccino indiano, il Covaxin di Bharat Biotech, farà parte del programma di esportazione nel 2022.
Incapaci di proteggere la propria popolazione, questi Stati usano quindi i vaccini per fini imperialisti. L'India, dove solo il 35% della popolazione è completamente vaccinata, ha esportato il triplo delle dosi somministrate alla propria popolazione.
La crisi globale e mortale della pandemia sta portando a crescenti divisioni e a un'intensificazione delle tensioni tra le fazioni delle borghesie nazionali che aumenta ulteriormente la perdita di controllo della borghesia sull'evoluzione della pandemia. Importanti fazioni politiche della borghesia in Europa, come il Freiheits Partei Österreich in Austria, Alternative Für Deutschland in Germania, il Rassemblement National in Francia, ma anche il Partito Repubblicano negli Stati Uniti, fomentano con veemenza l'insoddisfazione della società per le vaccinazioni obbligatorie, i passaporti sanitari e le chiusure. Partecipano sempre di più a manifestazioni per la “libertà” che spesso si concludono con violenti scontri con le forze dei repressione.
La pandemia si è estesa a tutto il mondo e lo ha trasformato radicalmente in pochi mesi. Questo è il fenomeno più importante dall'ingresso del capitalismo nella fase di decomposizione e conferma la nostra tesi secondo la quale “L’ampiezza dell’impatto della crisi da Covid-19 si spiega non solo con questo accumulo, ma anche attraverso l’interazione delle espressioni ecologiche, sanitarie, sociali, politiche, economiche e ideologiche della decomposizione in una specie di spirale mai vista prima, che ha portato a perdere il controllo di sempre più aspetti della società[7]. Mostra chiaramente la decomposizione della sovrastruttura della società capitalista e i suoi effetti sulle basi economiche che l'hanno generata.
Allo stesso tempo, non è solo la pandemia a evidenziare gli effetti significativamente peggiorativi della decomposizione, ma anche il moltiplicarsi di disastri "naturali" come incendi boschivi, inondazioni e tornado, ogni tipo di violenza strutturale, conflitti militari sempre più irrazionali e la conseguente migrazione di milioni di persone in cerca di un posto dove sopravvivere. L'interazione di tutti questi aspetti è l'espressione della putrefazione accelerata dei fondamenti stessi del modo di produzione capitalistico. È una terribile manifestazione del contrasto tra l'enorme potenziale delle forze produttive e l'atroce miseria che si sta diffondendo nel mondo.
Il capitalismo ha fatto il suo tempo: è un morto che cammina ancora e che non può più offrire una prospettiva all'umanità. Ma nella sua agonia, è ancora in grado di portare il mondo intero sull'orlo dell'abisso. La classe operaia ha la capacità e la responsabilità di prevenire l'annientamento dell'umanità. Di conseguenza, deve sviluppare sul proprio terreno la sua lotta contro gli effetti della crisi economica, come l'inflazione, la disoccupazione, la precarietà. Le attuali lotte operaie[8], per quanto timide possano essere, portano i semi del superamento di questa barbarie quotidiana e della creazione di una società libera dai tanti flagelli che affliggono il capitalismo del XXI secolo.
Dennis, 18 dicembre 2021
[1] “Highly probable” that worst of Covid pandemic is behind us, says Johnson”, Evening Standard (15 luglio 2021
[2] “EU mulls mandatory vaccination, while urging booster for all”, EU-Observer (2 dicembre 2021).
[3] Videomessaggio al Vertice mondiale della Sanità a Berlino, 24-26 ottobre 2021.
[4] “Why low income countries are so short on Covid vaccines. Hint: It's not boosters”, National Public Radio (10 novembre 2021).
[5] Théories du complot: un poison contre la conscience de la classe ouvrière [237] (Teorie del complotto: un veleno contro la coscienza della classe operaia [237]), Révolution internationale n.484 (settembre-ottobre 2020).
[6] Navigating Attacks Against Health Care Workers in the Covid-19 Era [238] (Navigare tra gli attacchi contro gli operatori sanitari nell'era Covid-19). JAMA Network (21 April 2021).
[7] Rapporto su pandemia e sviluppo della decomposizione [239],20 agosto 2021.
Questo rapporto si iscrive nel quadro della risoluzione sulla situazione internazionale del 24° Congresso Internazionale della CCI[1] e in particolare sui seguenti punti:
«8. Se la progressione della decomposizione capitalista, parallelamente all’acuirsi caotico delle rivalità imperialiste, prende principalmente la forma di una frammentazione politica e di una perdita di controllo da parte della classe dirigente, questo non significa che la borghesia non possa più fare ricorso al totalitarismo di Stato nei suoi sforzi per mantenere la coesione della società. (…) L’elezione di Biden, sostenuta da una enorme mobilitazione dei mezzi di informazione, di certe parti dell’apparato politico e anche dell’esercito e dei servizi segreti, esprime questa reale controtendenza al pericolo di disintegrazione sociale e politica molto chiaramente incarnata dal trumpismo. Nel breve termine tali “successi” possono funzionare come un freno al caos sociale crescente.
9. La natura evidente della decomposizione politica ed ideologica della prima potenza mondiale non significa che gli altri centri del capitalismo mondiale siano capaci di costituire delle fortezze alternative di stabilità (...)
12. In questo panorama caotico non c’è alcun dubbio che il confronto crescente tra gli Stati Uniti e la Cina tende ad essere in primo piano. La nuova amministrazione ha così dimostrato la sua propensione alla “inclinazione verso l’est”.”
In questo quadro, questo rapporto prende in considerazione gli avvenimenti di questi ultimi mesi per contribuire alla riflessione sulle seguenti 3 questioni:
“Confermatasi come sola superpotenza esistente, gli USA faranno tutto quello che è in loro potere per assicurarsi che nessuna nuova superpotenza – in realtà nessun nuovo blocco imperialista- possa affermarsi e sfidare il suo ‘Nuovo Ordine Mondiale’” (Risoluzione sulla situazione internazionale del 15° Congresso della CCI, 2003). La storia degli ultimi 30 anni è caratterizzata da un declino sistematico della loro leadership, nonostante una politica persistente volta a mantenere la loro posizione egemonica nel mondo.
1.1 Breve riassunto del declino dell’egemonia degli USA
Ci sono diverse tappe che caratterizzano gli sforzi degli Stati Uniti per mantenere la loro leadership di fronte alle minacce che si sviluppano. Esse sono anche marcate da dissensi interni in seno alla borghesia americana sulla politica da adottare e che accentuano le difficoltà.
a) Il “Nuovo Ordine Mondiale” sotto la direzione degli USA (Bush I e Clinton: 1990-2001)
Il presidente Bush senior sfruttò l’invasione del Kuwait da parte delle forze irachene per mobilitare una larga coalizione militare internazionale intorno agli USA per “punire” Saddam Hussein. La 1^ guerra del Golfo voleva costituire un “esempio”: di fronte a un mondo sempre più guadagnato dal caos e dal “ciascuno per sé” si trattava di imporre un minimo di ordine e di disciplina, e in primo luogo ai paesi più importanti dell’ex blocco occidentale. La sola superpotenza che si era mantenuta voleva imporre alla “comunità internazionale” un “nuovo ordine mondiale” sotto la sua egida, perché era la sola che ne aveva i mezzi, ma anche perché era il paese che aveva più da perdere nel disordine mondiale.
Tuttavia essa non sarà capace di mantenere questo ruolo se non rinchiudendo in maniera crescente l’insieme del mondo nel corsetto di ferro del militarismo e della barbarie guerriera, come al momento della sanguinosa guerra civile nella ex-Jugoslavia dove doveva contrastare gli appetiti imperialisti dei paesi europei (Germania, Gran Bretagna e Francia) imponendo sotto la sua autorità la “pax americana” nella regione (accordi di Daytona, dicembre 1995).
b) Gli USA come «Sceriffo/Gendarme Mondiale» (Bush 2: 2001-2008)
Gli attentati di Al-Qaeda dell’11 settembre del 2001 portarono il presidente Bush junior a scatenare una «Guerra contro il terrore» contro l’Afghanistan e soprattutto l’Iraq nel 2003. Malgrado tutte le pressioni e l’utilizzazione di menzogne finalizzate a mobilitare la “comunità internazionale” dietro gli USA contro “l’asse del male”, gli USA fallirono nell’intento di mobilitare gli altri imperialismi contro lo “Stato canaglia” di Saddam e invasero quasi da soli l’Iraq con un solo alleato significativo, l’Inghilterra di Tony Blair.
Il fallimento di questi interventi, sottolineato dal ritiro dall’Iraq (2011) e dall’Afghanistan (2021), ha messo in evidenza l’incapacità degli Stati Uniti di giocare allo “sceriffo del mondo” per imporre il suo “ordine” al mondo. Al contrario, questa “guerra contro il terrore” ha aperto il vaso di Pandora della decomposizione in queste regioni, favorendo l’espansione del “ciascuno per sé, che si è manifestato in particolare attraverso una moltiplicazione su scala planetaria delle ambizioni imperialiste di potenze come la Cina e la Russia, ovviamente dell’Iran, ma anche della Turchia, l’Arabia Saudita, o ancora gli Emirati del Golfo o il Qatar. Il crescente vicolo cieco della politica degli Stati Uniti e la fuga aberrante nella barbarie guerriera, ha messo in evidenza il netto indebolimento della loro leadership mondiale.
L’amministrazione Obama ha provato a ridurre l’impatto della catastrofica politica portata avanti da Bush (l’esecuzione di Bin Laden nel 2011 ha sottolineato la superiorità tecnologica e militare assoluta degli Stati Uniti) e ha individuato sempre più chiaramente l’ascesa della Cina come il pericolo principale per l’egemonia USA, cosa che ha scatenato intensi dibattiti in seno alla borghesia americana e al suo apparato statale.
c) La politica «America First» (Trump, e sostanzialmente proseguita da Biden: 2017)
La politica dell’”America first” sul piano imperialista messa in atto da Trump a partire dal 2017, costituisce in realtà il riconoscimento ufficiale del fallimento della politica imperialista americana di questi ultimi 25 anni: “L’ufficializzazione da parte dell'amministrazione Trump di far prevalere su qualsiasi altro principio quello della difesa dei loro soli interessi come Stato nazionale e l'imposizione di rapporti di forza favorevoli agli Stati Uniti come base principale delle relazioni con altri Stati, conferma e trae le implicazioni del fallimento della politica degli ultimi 25 anni di lotta contro il ciascuno per sé e come gendarme del mondo e della difesa dell'ordine mondiale ereditato dal 1945.(…)”[2]
Se questa politica implica una forte limitazione delle operazioni militari sul terreno data la mancanza di irreggimentazione delle masse operaie rispetto a impegni militari massicci con le conseguenti perdite che questo implicherebbe (vedi le difficoltà di reclutamento già incontrate da Bush junior per la guerra in Iraq), essa va comunque di pari passo con una polarizzazione crescente e una aggressività accentuata verso la Cina, sempre più riconosciuta come il pericolo principale. Se questa posizione era discussa in seno all’amministrazione Obama e se delle tensioni apparivano ancora in seno all’amministrazione Trump tra i sostenitori della lotta contro gli “Stati canaglia”, come l’Iran (Posizione di Pompeo, Kushner), e i sostenitori del “maggiore pericolo cinese” (servizi segreti ed esercito), la polarizzazione su quest’ultima opzione è incontestabilmente l’asse centrale della politica estera di Biden. Per gli USA si tratta di una scelta strategica per concentrare le loro forze sul confronto militare e tecnologico con la Cina, al fine di mantenere e anche di accentuare la loro supremazia, di difendere la loro posizione di “Padrino” del clan dominante di fronte ai clan avversari (la Cina e in parte la Russia) che minacciano più direttamente la loro egemonia. Già in quanto gendarme mondiale gli USA favorivano la violenza guerriera, il caos e il ciascuno per sé; la loro attuale politica non è per niente meno distruttiva, al contrario.
1.2. Polarizzazione delle tensioni nel mar della Cina
La polarizzazione degli USA verso la Cina e il conseguente ridispiegamento delle forze iniziate dall’amministrazione Trump sono stati pienamente ripresi da Biden, che non solo ha mantenuto le aggressive misure economiche contro la Cina messe in atto da Trump, ma ha soprattutto accentuato la pressione:
Taiwan ha sempre giocato un ruolo importante nella strategia americana verso la Cina. Se durante la “guerra fredda” essa costituiva una pedina importante nel dispositivo di contenimento del blocco sovietico, negli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000 ha rappresentato la vetrina della società capitalista globalizzata in cui la Cina era integrata. Ma con la crescita della potenza di quest’ultima l’obiettivo è cambiato e Taiwan gioca di nuovo un ruolo geostrategico per sbarrare l’accesso al Pacifico ovest alla marina cinese. D’altra parte, su un piano strategico, “le fonderie dell’isola producono in effetti la maggior parte dei semiconduttori di ultima generazione, componenti indispensabili all’economia elettronica mondiale (smartphone, dispositivi di connessione, intelligenza artificiale, ecc.)” (Le Monde diplomatique, ottobre 2021, pag. 7).
La Cina da parte sua ha reagito furiosamente a queste pressioni politiche e militari, soprattutto quelle riguardanti Taiwan: organizzazione di massicce manovre navali ed aeree davanti all’isola, pubblicazione di studi allarmisti che indicano un rischio di guerra “mai così elevato” con Taiwan, o piani di attacchi a sorpresa contro Taiwan, che porterebbe a una sconfitta totale delle forze armate dell’isola.
In questi ultimi mesi nel mare della Cina si sono succeduti avvertimenti, minacce e intimidazioni. Essi sottolineano la crescente pressione esercitata dagli USA sulla Cina. In questo contesto gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per tirarsi dietro altri paesi asiatici, inquieti per le velleità espansioniste di Pechino, cercando per esempio di creare una specie di NATO asiatica, il QUAD, che riunisce gli USA, il Giappone, l’Australia e l’India con la volontà di aggiungervi la Corea del Sud. D’altra parte e nello stesso senso Biden ha voluto rivitalizzare la NATO allo scopo di trascinare i paesi europei nella sua politica di pressione contro la Cina. Paradossalmente, la costituzione dell’AUKUS indica i limiti dell’allineamento delle altre nazioni dietro gli USA. L’AUKUS significa innanzitutto uno schiaffo alla Francia e azzera le belle parole di Biden sul “partenariato” in seno alla NATO. D’altronde, questo accordo conferma anche il nervosismo di paesi come l’India, con le sue proprie ambizioni imperialiste, e soprattutto della Corea del Sud e del Giappone, stretti tra la paura del rafforzamento militare della Cina e i loro considerevoli legami industriali e commerciali con essa.
Dopo lo sprofondamento di Iraq e Siria nel caos e in una barbarie sanguinosa, gli avvenimenti del settembre 2021 in Afghanistan confermano pienamente la tendenza dominante del periodo: il declino della leadership USA e la crescita del caos e del ciascuno per sé.
2.1. Il disastro USA in Afghanistan
Il crollo totale del regime e dell’esercito afghano, l’avanzata dei Talebani, nonostante un intervento militare americano nel paese durato 20 anni e le centinaia di miliardi di dollari inghiottiti nella “costruzione della nazione”, così come l’evacuazione nel panico di cittadini americani e collaboratori confermano in maniera eclatante che gli USA non sono più in grado di svolgere il ruolo di “gendarme del mondo”. Più specificamente, la ritirata drammatica e caotica delle truppe USA dall’Afghanistan ha portato a una sconfitta interna ed esterna dell’amministrazione Biden.
Nella misura in cui lo stesso segretario della NATO, J. Stoltenberg, ha dovuto riconoscere che gli USA non garantiscono più di difendere gli alleati europei contro i loro nemici, ogni operazione accattivante di Biden verso la NATO e gli alleati è stata annichilita. L’assenza totale di concertazione in seno alla NATO e l’azione solitaria degli USA hanno provocato delle reazioni indignate a Londra, Berlino e Parigi. Quanto ai collaboratori degli americani in Afghanistan (come i curdi in Iraq, traditi da Trump), questi temono giustamente per la loro vita: ecco una prima potenza mondiale incapace di garantire la vita dei suoi collaboratori e il sostegno ai suoi alleati. Essa non merita dunque fiducia (come sottolineato sarcasticamente da Xi Jimping!).
La risoluzione sulla situazione internazionale del 24° Congresso della CCI sottolinea che “L’elezione di Biden, sostenuta da una enorme mobilitazione dei mezzi di informazione, di certe parti dell’apparato politico e anche dell’esercito e dei servizi segreti, esprime questa reale controtendenza al pericolo di disintegrazione sociale e politica molto chiaramente incarnata dal trumpismo. Nel breve termine tali “successi” possono funzionare come un freno al caos sociale crescente.” Tuttavia il disastro afghano ha messo in evidenza non solo la mancanza di affidabilità degli USA verso i propri alleati, ma accentua anche le tensioni in seno alla borghesia USA e apre un’autostrada a tutte le forze avversarie (Repubblicani e populisti) che condannano questa ritirata frettolosa e umiliante da parte di una amministrazione che “disonora gli USA sul piano internazionale”. E questo in un momento in cui la politica di rilancio industriale e di grandi lavori, voluta dall’amministrazione Biden e ritenuta poter contenere i danni causati dal populismo, si scontra con una opposizione feroce dei Repubblicani al Congresso e di Trump mentre, di fronte a una politica vaccinale anti-Covid che ristagna, Biden è stato costretto a prendere delle misure di restrizione per la popolazione.
2.2. Imprevedibilità della situazione per gli altri imperialismi
L’assenza di una centralizzazione del potere da parte dei Talebani, la miriade di correnti e gruppi che compongono il movimento e gli accordi con i signori della guerra locali per impadronirsi rapidamente dell’insieme del paese fanno sì che il caos e l’imprevedibilità siano le caratteristiche della situazione, come dimostrato dai recenti attentati contro la minoranza Hazara. Questa situazione non può che intensificare la volontà di intervento dei differenti imperialismi ma anche l’imprevedibilità della situazione, e di conseguenze il caos ambientale.
La Cina tende a contrastare il pericolo in Afghanistan istallandosi nelle vecchie repubbliche sovietiche dell’Asia centrale (Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan). Ma queste repubbliche fanno tradizionalmente parte della zona di influenza russa, cosa che aumenta il pericolo di confronto con questo “alleato strategico”, al quale comunque l’oppongono fondamentalmente i suoi interessi a lungo termine (la “nuova via della seta”) – vedi il punto 4.2 sull’alleanza cino-russa.
La Cina ha conosciuto in questi ultimi decenni una crescita sfolgorante sul piano economico e imperialista, che l’ha resa lo sfidante più importante degli Stati Uniti. Tuttavia, come dimostrato già dagli avvenimenti in Afghanistan del settembre 2021, essa non ha potuto approfittare né del declino degli USA, né della crisi del Covid-19 e delle sue conseguenze per rafforzare le sue posizioni sul piano dei rapporti imperialisti, al contrario. Vediamo le difficoltà a cui la borghesia cinese è confrontata sul piano della gestione del Covid, della gestione dell’economia, dei rapporti imperialisti e delle tensioni nel suo seno.
3.1. Difficoltà nella gestione del Covid
La Cina punta sull’immunità collettiva prima di aprire il paese, ma la politica di lockdown stretto che nel frattempo applica in città e regioni intere ogni volta che vengono identificate infezioni pesa fortemente sulle attività economiche e commerciali: per esempio la chiusura del porto di Yantian, terzo porto di container del mondo, nello scorso maggio ha condotto al blocco di migliaia di container e centinaia di navi sono state bloccate per mesi, disorganizzando totalmente il traffico marittimo mondiale.
Questa ricerca dell’immunità collettiva d’altra parte spinge province e città cinesi a imporre delle sanzioni finanziarie ai ritardatari. Di fronte alle numerose critiche sui social cinesi, il governo centrale ha bloccato questo tipo di misure che tendevano a “mettere in pericolo la coesione nazionale”.
Infine, la cosa più grave sono senza dubbio i dati sull’efficacia limitata dei vaccini cinesi comunicati da diversi paesi che li utilizzano: “In totale, la campagna di vaccinazione cilena – con il 62% della popolazione vaccinata attualmente – non sembra avere nessun importante impatto sulla proporzione di decessi” (H. Testard: “Covid-19: la vaccinazione in Asia decolla, ma aumentano i dubbi sui vaccini cinesi”, Asualyst, 21/07/2021). I responsabili cinesi oggi stanno prendendo in considerazione accordi per importare Pfizer o Moderna per rimediare all’inefficacia dei propri vaccini.
Al di là della innegabile responsabilità della Cina nello scoppio della pandemia, la gestione poco efficiente della crisi del Covid pesa sulla politica generale del capitalismo di Stato cinese.
3.2. Cumulazione di problemi per l’economia cinese
La forte crescita che la Cina conosce da 40 anni – anche se le cifre già diminuivano nell’ultimo decennio – sembra arrivare alla sua fine. Gli esperti si aspettano una crescita del PIL cinese inferiore al 6% nel 2021, contro il 7% medio dell’ultimo decennio e più del 10% del decennio precedente. Diversi sono i fattori che accentuano le attuali difficoltà dell’economia cinese:
Tuttavia se l’immobiliare cinese basa il suo modello economico su un enorme debito, numerosi altri settori sono in rosso: alla fine del 2020 il debito globale delle imprese cinesi rappresentava il 160% del Prodotto Interno Lordo del paese, contro l’80% circa per quello delle società americane, e gli investimenti “tossici” dei governi locali rappresentano, secondo gli analisti di Goldman Sachs, da soli 53.000 miliardi di yuan, cioè una somma che rappresenta il 52% del PIL cinese. Così lo scoppio della bolla immobiliare rischia non solo di contaminare altri settori dell’economia, ma anche di generare una instabilità sociale (quasi 3 milioni di posti diretti e indiretti sono legati a Evergrand), il grande timore del Partito Comunista Cinese.
3.3. Sgonfiamento del progetto della «nuova via della seta”
La realizzazione della “nuova via della seta” diventa sempre più difficile, a causa dei problemi finanziari legati alla crisi del Covid e alle difficoltà dell’economia cinese, ma anche per le reticenze dei partner;
- da una parte il livello di indebitamento dei paesi “partner” è cresciuto a causa della crisi del Covid, e quindi essi si ritrovano nell’incapacità di pagare gli interessi sui prestiti cinesi. Paesi come lo Sri-Lanka, il Bangladesh, il Kirzikistan, il Pakistan, il Montenegro, e diversi paesi africani, hanno chiesto alla Cina di ristrutturare, ritardare o annullare il pagamento dei loro debiti dovuti quest’anno.
- da un’altra parte, c’è una crescente diffidenza da parte di numerosi paesi rispetto alle azioni della Cina (Unione Europea, Cambogia, Filippine, Indonesia), ed in più ci sono anche le conseguenze del caos prodotto dalla decomposizione, che destabilizza certi paesi chiave della “nuova via”, come per esempio l’Etiopia.
In breve, non bisogna meravigliarsi che nel 2020 si sia avuto un crollo del valore finanziario degli investimenti fatti nel progetto della “Nuova via della seta” (-64%), e la Cina ha prestato più di 461 miliardi di dollari dal 2013.
3.4. Accentuazione degli antagonismi in seno alla borghesia cinesi.
Con Deng Xiao Ping il capitalismo di Stato di tipo stalinista cinese, sotto la coperta di una politica di “creare dei ricchi per condividere la loro ricchezza”, ha stabilito delle zone “libere” (Hong Kong, Macao, ecc.) al fine di sviluppare un capitalismo di tipo “libero mercato” permettendo l’entrata dei capitali internazionali e favorendo anche un settore capitalista privato che, con il crollo del blocco dell’Est e la “globalizzazione” dell’economia degli anni ’90, si è sviluppato in maniera esponenziale, anche se il settore pubblico sotto il controllo diretto dello Stato rappresenta sempre il 30% dell’economia. Come ha preso la rigida e repressiva struttura dello Stato stalinista e del partito unico in carico questa “apertura” al capitalismo privato? Dagli anni ’90 il partito si è trasformato integrando massicciamente imprenditori e capi di impresa privati. “All’inizio degli anni 2000 il presidente di allora, Jang Zemin aveva eliminato il divieto di reclutare degli imprenditori del settore privato, visti fino ad allora come dei nemici di classe, (…). Gli uomini e le donne d’affari così selezionati diventano membri della élite politica, cosa che garantisce che le loro imprese siano, almeno parzialmente, protette dalle tendenze predatrici”. (Che resta del comunismo in Cina? Le Monde diplomatique 68, luglio 2021). Oggi i professionisti e i manager diplomati costituiscono il 50% degli aderenti del PCC.
I contrasti tra le differenti frazioni si esprimeranno quindi non solo all’interno delle strutture statali ma in seno allo stesso PCC. Da diversi anni (vedi Rapporto sulle tensioni imperialiste del 20° Congresso della CCI, 2013) le tensioni fra le diverse frazioni della borghesia cinese crescono, in particolare tra quelle più legate ai settori capitalistici privati, dipendenti dagli scambi e dagli investimenti internazionali, e quelle legate alle strutture e al controllo finanziario a livello regionale o nazionale, cioè tra quelle che vorrebbero un’apertura al commercio mondiale e quelle che difendono una politica più nazionalista. In particolare:
In breve, lungi dal tirare profitto dalla situazione attuale, la borghesia cinese, come le altre borghesie, è confrontata al peso della crisi, al caos della decomposizione e alle tensioni interne, che essa cerca con tutti i mezzi di contenere in seno alle sue desuete strutture capitaliste di Stato.
I dati analizzati nei punti precedenti mostrano certo che le tensioni fra gli USA e la Cina tendono ad occupare un posto predominante nella situazione imperialista, senza tuttavia che esse inducano una tendenza alla formazione di blocchi imperialisti. In effetti, al di là di certe alleanza limitate come l’AUKUS, la principale potenza del pianeta, gli USA, oggi non solo non riesce a mobilitare la altre potenze dietro la sua linea politica (contro l’Iraq o l’Iran prima, contro la Cina oggi) ma è in più incapace di difendere i suoi alleati e di darsi l’aspetto di un “leader di blocco”. Questo declino della leadership USA contribuisce ad un’accentuazione del caos che coglie sempre più la politica dell’insieme degli imperialismi dominanti, ivi compresa la Cina che a sua volta non riesce a imporre in maniera durevole la sua leadership ad altri paesi.
4.1. Caos e guerra
Il fatto che i Talebani abbiano “battuto” gli americani incoraggerà tutti questi piccoli squali che non esiteranno ad avanzare le proprie pedine in assenza di qualcuno capace di “imporre delle regole”. Stiamo entrando in una accelerazione del mondo senza legge e del più grande caos della storia. Il ciascuno per sé diventa il fattore dominante delle relazioni imperialiste e la barbarie guerriera minaccia intere zone del pianeta.
Oltre alla barbarie della guerra civile in Iraq, Siria, Libia o Yemen e lo sprofondamento dell’Afghanistan nell’orrore, sono forti le tensioni tra l’Armenia e l’Azerbaigian, istigate dalla Turchia che provoca la Russia; è scoppiata la guerra civile in Etiopia (appoggiata dall’Eritrea) contro la “provincia ribelle” del Tigray (appoggiata dal Sudan e dall’Egitto); infine crescono le tensioni tra l’Algeria e il Marocco. La “Somalizzazione” degli Stati, e le zone di instabilità e dell’assenza di legge non cessano di crescere: il caos regna attualmente da Kabul ad Addis-Abeba, da Sanaa a Erevan, da Damasco a Tripoli, da Bagdad a Barmako.
Il Covid colpisce duramente il subcontinente americano (1/3 dei decessi mondiali nel 2020 a fronte di 1/8 della popolazione mondiale) e lo fa precipitare nella sua peggiore recessione da 120 anni: contrazione del PIL del 7,7% e crescita della povertà del 10% nel 2020 (Le Monde Diplomatique, ottobre 2021). Il caos cresce, come ad Haiti, sprofondata in una situazione disperata, sotto il regno sanguinoso delle gang, e in una miseria orribile; la situazione è ugualmente catastrofica nell’America Centrale: centinaia di migliaia di disperati fuggono dalla miseria e dal caos e minacciano di inondare la frontiera meridionale degli Stati Uniti. La regione subisce delle convulsioni crescenti legate alla decomposizione: rivolte sociali in Colombia e in Cile, confusione populista in Brasile dove la prospettiva di destabilizzazione è ulteriormente accentuata nella prospettiva delle elezioni e di una nuova eventuale candidatura di Lula. Il Messico cerca di giocare le proprie carte (proposta di una nuova Organizzazione del Sudamerica), ma è troppo dipendente dagli USA per affermare le sue proprie aspirazioni. Gli Stati Uniti non sono stati capaci di rovesciare Maduro in Venezuela, a cui Cina, Russia e anche l’Iran continuano ad apportare un sostegno “umanitario”, come anche a Cuba. La Cina si è infiltrata, soprattutto dal 2008, nell’economia della regione ed è diventata un creditore importante di numerosi Stati latino-americani, ma la controffensiva degli USA esercita una forte pressione su alcuni Stati (Panama, Equador, Cile) per indurli a prendere le distanze rispetto alla “attività economica predatrice” di Pechino.
Le tensioni fra la NATO e la Russia negli ultimi mesi si sono intensificate: dopo l’incidente del volo Ryanair dirottato e intercettato dalla Bielorussia per arrestare un dissidente rifugiatosi in Lituania, ci sono state in giugno le manovre della NATO nel Mar Nero al largo dell’Ucraina, in cui c’è stato uno scontro tra una fregata inglese e delle navi russe, e, a settembre, manovre congiunte tra gli eserciti russo e bielorusso alla frontiera della Polonia e dei Paesi Baltici a fronte di esercitazioni della NATO in territorio ucraino, una vera provocazione agli occhi di Putin.
4.2. Instabilità crescente
Il crescente caos aumenta anche le tensioni in seno alle singole borghesie e rafforza l’imprevedibilità del loro posizionamento imperialista: è il caso di paesi come il Brasile, dove la catastrofica situazione sanitaria e la gestione irresponsabile del governo Bolsonaro porta a una crisi politica sempre più intensa, e di altri paesi dell’America Latina (instabilità politica in Equador, in Perù, in Colombia e in Argentina). Nel vicino e medio oriente le tensioni fra i clan e le tribù che dirigono l’Arabia Saudita rischiano di destabilizzare il paese, mentre Israele è preda di una opposizione di una larga parte delle frazioni politiche di destra e di sinistra contro Netanyahu e i partiti religiosi, ma anche di pogrom all’interno del paese contro gli arabi “israeliani”. Infine c’è la Turchia che cerca una soluzione alle sue difficoltà politiche ed economiche in una fuga in avanti suicida in avventure imperialiste (dalla Libia all’Azerbaigian).
In Europa la disfatta in Afghanistan e la questione dei sottomarini, insieme al dopo-Brexit accentuano la destabilizzazione di organizzazioni provenienti dal periodo dei blocchi, come la NATO e la UE. In seno alla NATO, alcuni paesi europei hanno sempre più dubbi sull’affidabilità degli USA. Così la Germania non ha ceduto alle pressioni americane rispetto al gasdotto con la Russia nel mar Baltico e la Francia non digerisce l’affronto inflitto dagli USA con l’accordo sui sottomarini con l’Australia, mentre altri paesi europei continuano a vedere negli USA il loro principale protettore. La questione dei rapporti con la Gran Bretagna per implementare gli accordi sulla Brexit (su Irlanda del Nord e quota pesca) dividono i paesi della UE e ci sono forti tensioni tra la Francia e l’Inghilterra. In seno alla stessa UE i flussi di rifugiati continuano ad opporre gli Stati, con paesi come l’Ungheria e la Polonia che rimettono sempre più apertamente in questione i “poteri sovranazionali” definiti dai trattati europei, e l’idra del populismo minaccia la Francia nelle elezioni della primavera 2022.
Caos e accentuazione del ciascuno per sé tendono anche ad ostacolare la continuità dell’azione degli imperialismi maggiori: gli USA si vedono obbligati a mantenere la pressione con bombardamenti aerei regolari sulle milizie sciite che perseguitano le rimanenti forze americane in Iraq; i russi devono fare la parte dei “pompieri” nel confronto armato fra Armenia e Azerbaigian, istigato dal ciascuno per sé imperialista della Turchia; l’estensione del caos nel Corno d’Africa attraverso la guerra civile in Etiopia, con il coinvolgimento del Sudan e dell’Egitto che sostengono la regione del Tigray, e l’Eritrea il governo centrale etiope. Sconvolge in particolare i piani cinesi che facevano dell’Etiopia, vantata come un polo di stabilità, un punto di appoggio per il loro progetto di “nuova via della seta” in Nordafrica e avevano stabilito per questo una base militare a Gibuti. L’impatto continuo delle misure e delle incertezze legate alla pandemia è un ulteriore fattore destabilizzante nella politica imperialista dei diversi Stati: stagnazione della vaccinazione negli USA dopo una partenza alla grande, nuovi confinamenti in intere regioni e mancanza patente di efficacia dei vaccini in Cina, esplosione delle contaminazioni e della mortalità (660.000), diffidenza della popolazione verso i vaccini in Russia (il tasso di vaccinazione è poco più del 30%).
Questa instabilità caratterizza anche le alleanze, come quella tra la Cina e la Russia. Se questi paesi sviluppano una “cooperazione strategica” (formulazione del comunicato cino-russo del 28/06/2021) contro gli USA e in rapporto al Medio Oriente, all’Iran o alla Corea del nord, e organizzano anche delle esercitazioni comuni dei loro eserciti e navi, le loro ambizioni politiche sono radicalmente differenti: l’imperialismo russo mira soprattutto alla destabilizzazione di regioni e non può puntare a più che dei “conflitti congelati” (Siria, Libia, Ucraina, Georgia,…), mentre la Cina ha una politica economica ed imperialista di lungo termine, la “nuova via della seta”. D’altra parte la Russia è perfettamente cosciente del fatto che i percorsi della “via della seta”, per terra e per la via artica, sono direttamente in contrasto con i suoi interessi nella misura in cui minacciano direttamente le zone di influenza russe in Asia centrale e in Siberia e che, sul piano dell’apparato industriale, non può competere con la 2^ economia mondiale, dal momento che il suo PIL corrisponde a quello dell’Italia.
4.3. Sviluppo dell’economia di guerra
“L’economia di guerra (…) non è una politica economica che può risolvere le contraddizioni del capitalismo o creare le fondamenta di una nuova tappa dello sviluppo capitalista. (…) La sola funzione dell’economia di guerra è…la GUERRA! La sua ragion d’essere è la distruzione effettiva e sistematica dei mezzi di produzione e delle forze produttive e la produzione di mezzi di distruzione – la vera logica della barbarie capitalista” (Dalla crisi all’economia di guerra, Révue Internationale n.11, 1977). Il fatto che la prospettiva non sia verso la costruzione di larghe e stabili alleanze, di “blocchi” imperialisti pronti ad impegnarsi in un confronto mondiale e quindi che una guerra mondiale non si ponga attualmente non elimina per niente una accentuazione dell’economia di guerra. Sottomettere l’economia alle necessità militari pesa fortemente sull’economia, ma questa irrazionalità non è una scelta: è il prodotto del vicolo cieco in cui sta il capitale e che la decomposizione sociale accelera.
La corsa agli armamenti divora somme fenomenali nel caso degli USA, che hanno ancora un vantaggio su questo piano, ma anche della Cina che ha aumentato in maniera significativa le sue spese militari durante gli ultimi due decenni. “L'aumento del 2,6% delle spese militari mondiali arriva nell'anno in cui il PIL mondiale è diminuito del 4,4% (proiezione del Fondo Monetario Internazionale, ottobre 2020), principalmente per l'impatto economico della pandemia di Covid-19. Conseguentemente le spese militari in percentuale sul PIL hanno raggiunto una media mondiale del 2,4% nel 2020, contro il 2,2% del 2019. Si tratta del più forte aumento annuo di questo tipo di spese dopo la crisi economica e finanziaria del 2009” (comunicato stampa del SIPRI, aprile 2021). Questa corsa non riguarda solo le armi convenzionali e nucleari, ma anche la militarizzazione sempre più netta dei programmi spaziali e l'estensione della corsa in zone una volta risparmiate, come le regioni artiche.
Vista l'espansione terrificante del ciascuno per sé imperialista, la corsa agli armamenti non si limita agli imperialismi maggiori, ma coinvolge tutti gli Stati, in particolare nel continente asiatico che conosce una crescita significativa delle spese militari; l'inversione del peso rispettivo dell'Asia e dell'Europa fra il 2000 e il 2018 è fenomenale: nel 2000 l'Europa e l'Asia rappresentavano rispettivamente il 27% e il 18% delle spese mondiali di difesa. Nel 2018 questo rapporto si è rovesciato, l'Asia ne rappresenta il 28% e l'Europa il 20% (dati del SIPRI).
Questa militarizzazione si esprime oggi anche attraverso uno sviluppo impressionante delle attività cibernetiche degli Stati (attacchi di hacker, spesso legati direttamente o indirettamente agli Stati, come l'attacco cibernetico di Israele contro i siti nucleari iraniani), come pure dell'intelligenza artificiale e della robotica militare (robot, droni), che giocano un ruolo sempre più importante nelle attività di spionaggio o nelle operazioni militari.
Tuttavia, “la vera chiave della costituzione dell'economia di guerra (…) [è] la sottomissione fisica e/o ideologica del proletariato allo Stato, [il] grado di controllo che lo Stato ha sulla classe operaia”. (Idem, Révue Internationale n.11). Ebbene, questo aspetto è lungi dall'essere acquisito. Questo spiega perché l'accelerazione della corsa agli armamenti va di pari oggi con una forte reticenza tra le maggiori potenze imperialiste (USA, Cina, Russia, Gran Bretagna o Francia) all'impegno massiccio di soldati sul terreno (boots on the ground) per timore dell'impatto di un ritorno massiccio di “body bags” (bare) sulla popolazione e in particolare sulla classe operaia. Va anche rilevato l'uso di milizie private (organizzazione Wagner per la Russia, Blackwater/Academi per gli USA...) o l'uso di milizie locali per svolgere missioni militari: utilizzazione di milizie sunnite siriane da parte della Turchia in Libia e in Azerbaigian, di milizie curde da parte degli USA in Siria e in Iraq, degli Hezbollah o delle milizie sciite irachene da parte dell'Iran in Siria, di milizie sudanesi da parte dell'Arabia Saudita nello Yemen, di una forza regionale (Ciad, Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso) “ingaggiate” dalla Francia e dalla UE nella regione del Liptako,...
Quindi la prospettiva è a una moltiplicazione di conflitti barbari e sanguinosi:
“11. Nello stesso tempo proliferano i massacri causati da innumerevoli piccole guerre, mentre il capitalismo, nella sua fase finale, sprofonda in un ciascuno per se imperialista sempre più irrazionale”.
“13. Questo non significa che noi viviamo in un’era di più grande sicurezza rispetto all’epoca della guerra fredda, sottoposta alla minaccia di un Armageddon nucleare. Al contrario, se la fase di decomposizione è marcata da una perdita di controllo crescente da parte della borghesia, questo riguarda anche gli enormi mezzi di distruzione – nucleari, convenzionali, biologici e chimici – che sono stati accumulati dalla classe dirigente, e che sono ora più largamente distribuiti attraverso un numero di Stati-nazione molto più importante che in precedenza”[3].
Nella misura in cui noi sappiamo che la borghesia è capace di ritorcere I peggiori effetti della decomposizione contro il proletariato, dobbiamo essere coscienti del fatto che questo contesto di barbarie mortale non faciliterà per niente la lotte operaia:
Di conseguenza il nostro intervento deve denunciare la progressione della barbarie e il carattere insidioso della situazione, dobbiamo costantemente mettere il proletariato in guardia contro la sottostima dei pericoli che la situazione caotica dei conflitti genera nel contesto del ciascuno per sé come dinamica dominante:
“Lasciata alla sua propria logica, alle sue ultime conseguenze, essa [la decomposizione] conduce l’umanità allo stesso risultato di una guerra mondiale. Essere annientati brutalmente da una pioggia di bombe termonucleari in una guerra generalizzata o dall’inquinamento, la radioattività delle centrali nucleari, la fame, le epidemie ed i massacri delle differenti guerre locali (dove potrebbe anche essere usata l’arma atomica), il risultato è lo stesso. La sola differenza tra queste due forme di annientamento è che la prima è più rapida mentre la seconda è più lenta e quindi molto più sofferta”[4].
[1] https://it.internationalism.org/content/1640/risoluzione-sulla-situazione-internazionale-2021 [225]
[2] Risoluzione sulla situazione internazionale (2019): conflitti imperialisti, vita della borghesia, crisi economica [18], 23° Congresso della CCI, 2019, punto 13.
Putin giustifica il rafforzamento militare al confine con l’Ucraina denunciando le intenzioni “aggressive” della NATO e delle potenze occidentali. I portavoce politici e mediatici delle “democrazie” occidentali invitano a rimanere fermi contro le minacce “aggressive” della Russia alla sovranità dell’Ucraina, indicando l’intervento delle forze speciali russe per “ripristinare l’ordine” in Kazakistan come ulteriore prova delle ambizioni di Putin di “costruire (o ricostruire) l’impero”.
Queste sono le accuse reciproche delle potenze capitaliste e imperialiste, ma la posizione della nostra classe, dei lavoratori che “non hanno patria”, è di rifiutarsi di entrare in queste dispute, ancor meno di fare qualsiasi sacrificio, economico o fisico, in nome dei loro sfruttatori, siano essi americani, europei, russi o ucraini.
Ma per smascherare la propaganda che viene riversata da entrambe le parti, il compito dei rivoluzionari non è solo quello di denunciare tutte le menzogne che spargono, ma anche di fornire un’analisi coerente, di scavare fino alle radici di questo inasprimento delle tensioni inter-imperialiste.
La caduta degli imperi
Prima del 1989, Mosca era a capo della seconda potenza mondiale, leader di un intero blocco imperialista. L’Ucraina e molte delle altre repubbliche “indipendenti” che circondano la Federazione Russa facevano parte dell’URSS, la cosiddetta “Unione Sovietica”. Ma nel 1989-91, al culmine di una lunga crisi economica e politica le cui origini abbiamo analizzato altrove[1], il blocco orientale crollò e la stessa URSS fu spazzata via dallo tsunami.
Uno dei mezzi principali di questa vittoria senza precedenti del blocco guidato dagli USA fu la politica di accerchiamento dell’URSS, stringendo un’alleanza con la Cina, usando la Turchia come base missilistica, cercando una “Pax Americana” in tutto il Medio Oriente. Questo fu accompagnato da un’intensa corsa agli armamenti che accelerò la bancarotta dell’URSS. Il blocco russo, sempre più assediato, cercò di rompere il cerchio, in particolare invadendo l’Afghanistan nel 1979, ma questa mossa verso l’accesso ai “mari caldi” si è ritorta contro, poiché le truppe russe si impantanarono in una guerra impossibile da vincere contro le forze islamiche sostenute dagli Stati Uniti e dai loro alleati. E più o meno nello stesso momento, gli scioperi di massa della classe operaia in Polonia mostrarono ai governanti dell’URSS quanto poco potessero contare sui lavoratori del loro stesso blocco in qualsiasi ulteriore avventura militare, soprattutto nella stessa Europa.
Gli Stati Uniti emersero così come la sola e unica “superpotenza” e Bush Senior proclamò l’avvento di un “Nuovo Ordine Mondiale” di pace, prosperità e democrazia, mentre gli strateghi militari statunitensi pianificavano il “Dominio a tutto spettro” e il “Nuovo secolo americano”. Ma nel giro di pochi anni, il trionfo degli USA si rivelò vano. Con il nemico comune a est messo in ginocchio, lo stesso blocco occidentale cominciò a spaccarsi, e il principio del “ciascuno per sé” sostituì sempre più la vecchia disciplina di blocco – un’espressione, nelle relazioni internazionali, dell’alba di una nuova e terminale fase nel lungo declino del sistema capitalista. Questo processo si è visto chiaramente con la guerra dei Balcani all’inizio degli anni '90, dove gli alleati più “leali” degli Stati Uniti si sono trovati in disaccordo con questi, arrivando a sostenere fazioni diverse nei sanguinosi massacri che hanno accompagnato la disgregazione della ex Jugoslavia.
La risposta americana a questa minaccia alla propria egemonia fu di cercare di riaffermare la sua autorità facendo appello alla sua schiacciante superiorità militare - con un certo successo - nella prima guerra del Golfo del 1991, ma con risultati molto più negativi con le invasioni dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nel 2003. Ora era il turno degli Stati Uniti di rimanere impantanati in conflitti senza possibilità di vittoria con le bande islamiche. Invece di bloccare la tendenza al “ciascuno per sé”, queste avventure hanno accelerato le tendenze centrifughe in tutta la regione strategicamente vitale del Medio Oriente. In particolare il principale nemico degli USA nella regione, l’Iran, ha approfittato del disordine nel vicino Iraq, facendo avanzare le sue pedine in Libano, Yemen, Siria e altrove.
Allo stesso tempo, questo nuovo disordine mondiale ha creato uno spazio per la Cina - che aveva già beneficiato dei massicci investimenti economici occidentali volti a trovare una via d'uscita dalle recessioni economiche degli anni '70 e '80 - per emergere come un vero rivale imperialista degli USA.
La rinascita imperialista della Russia
Dopo un breve periodo - gli anni di Eltsin - in cui la Russia sembrava pronta a vendersi al miglior offerente, l’imperialismo russo, guidato dall’ex uomo del KGB Putin, ha cominciato a riaffermarsi, contando sulle sue uniche vere risorse: l’enorme macchina militare ereditata dal periodo della guerra fredda e le sue notevoli riserve energetiche, soprattutto di gas naturale, che potevano essere utilizzate per ricattare i paesi più dipendenti dall’energia. E anche se non poteva affrontare direttamente i suoi rivali imperialisti, poteva fare del suo meglio per peggiorare le divisioni tra loro, in particolare attraverso l'uso giudizioso della guerra cibernetica e della pirateria informatica. Un esempio ovvio sono stati i suoi sforzi per indebolire l’UE attraverso il sostegno alle forze populiste nel referendum sulla Brexit, in Francia, nell’Europa orientale e così via. Negli Stati Uniti, i suoi troll agendo sui social media hanno sostenuto la candidatura di Trump.
La rinascita imperialista della Russia è passata attraverso diverse tappe - sul piano interno, ponendo fine alla svendita di Eltsin e imponendo un controllo molto più stretto sull’economia nazionale, ma soprattutto attraverso azioni militari: in Cecenia, che dal 1999 agli anni 2000 è stata ridotta in macerie come monito contro futuri tentativi di secessione dalla Federazione Russa; in Georgia nel 2008, dove le forze russe sono intervenute a sostegno della secessione dell’Ossezia del Sud e per bloccare il passaggio della Georgia alla NATO; l’annessione della Crimea nel 2014, il culmine di una reazione russa alla “rivoluzione arancione” in Ucraina e l’emergere di un governo filo-occidentale che cercava l’adesione alla NATO; e ancora in Siria, dove le armi e le forze russe sono state decisive nell’impedire la caduta di Assad e la possibile perdita della base navale russa a Tartus. Negli anni '70 e '80, gli Stati Uniti erano in gran parte riusciti a scacciare l’influenza russa dal Medio Oriente (ad esempio in Egitto, Afghanistan...). Ora la Russia è tornata e sono gli USA che si sono ritirati. In molte di queste azioni militari la Russia ha goduto dell’appoggio aperto o tacito della Cina - non perché non ci siano divisioni imperialiste tra i due paesi, ma perché la Cina ha visto il beneficio di politiche che indeboliscono la presa degli USA.
L’offensiva imperialista dell’America non è finita
Tuttavia, nonostante la ripresa della Russia e le numerose battute d’arresto degli Stati Uniti, questi ultimi non hanno rinunciato a tutti i passi avanti fatti nei paesi confinanti con la Russia; per molti versi la vecchia politica di accerchiamento continua. L’espansione della NATO è stata la punta di diamante di questa politica, attirando Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Bulgaria, Croazia, Albania, Montenegro, Macedonia del Nord e Slovenia, la maggior parte dei quali erano precedentemente parte del blocco russo. Tutto questo è avvenuto negli ultimi due decenni. Quindi non sorprende che la Russia si senta minacciato dagli sforzi per attirare Georgia e Ucraina nella NATO. Una delle richieste chiave di Putin per “disinnescare” la crisi ucraina è la promessa che l’Ucraina non entri mai nella NATO e che le truppe straniere o le armi siano rimosse dai paesi che hanno aderito alla NATO dal 1997.
Oltre a ciò, gli Stati Uniti hanno anche dato il massimo sostegno a varie “rivoluzioni colorate”, in particolare in Ucraina, cercando di incanalare le proteste contro la miseria economica e i dispotici governanti filorussi a sostegno delle forze politiche pro-UE e pro-USA.
La Russia rimane quindi essenzialmente sulla difensiva in questa situazione. Tuttavia, Mosca sa anche che gli stessi Stati Uniti stanno affrontando grandi difficoltà, preoccupati dall’ascesa della Cina e ansiosi di non essere impegnati su troppi fronti allo stesso tempo, come chiaramente illustrato dall’umiliante ritiro dall’Afghanistan. È quindi un momento “buono” per Putin per agitare le sciabole che, come sempre, può aiutare a rafforzare la sua immagine di uomo forte in patria, soprattutto quando la sua popolarità è andata scemando sulla scia degli scandali di corruzione, delle politiche sempre più repressive contro i politici dell’opposizione e i giornalisti, e delle crescenti difficoltà economiche del paese.
Tutto ciò non significa che l’Ucraina sia la “parte innocente” all’interno di questo confronto militare. L’Ucraina tiene ogni anno esercitazioni militari congiunte con gli alleati della NATO ed è uno dei 26 paesi che partecipano a NATO’s Defender-Europe 2021, le operazioni militari guidate dall’esercito americano “per costruire prontezza e inter-operatività tra gli USA, la NATO e i partner militari” in tutta Europa (Vedi: “Defender-Europe 21 Fact Sheet”).
Kiev ha adottato misure per aggiornare i suoi equipaggiamenti e strutture militari per soddisfare i criteri di adesione alla NATO. Nel giugno 2020, l’Ucraina è diventata addirittura un “partner di opportunità rafforzata” della NATO, approfondendo la cooperazione con l’alleanza militare.
All’inizio del 2021 il ministro degli Esteri dell’Ucraina ha annunciato che il Consiglio di sicurezza e di difesa nazionali ha approvato una strategia volta a riprendere e reintegrare la Crimea nel paese. L’amministrazione Zelensky cerca la “piena sovranità ucraina” non solo sulla Crimea, ma anche sulla città portuale di Sebastopoli.
La guerra è lo stile di vita del capitalismo
Stiamo andando verso un conflitto diretto tra la Russia e gli Stati Uniti sull’Ucraina, persino una terza guerra mondiale, come suggeriscono alcuni dei rapporti più allarmistici?[2]
Né gli Stati Uniti né la Russia sono parte di un blocco militare stabile che sia disciplinato al punto di mobilitarsi per una guerra globale. E nessuno dei due ha interesse a uno scontro militare immediato e diretto. Nonostante le considerevoli risorse agricole e industriali[3] dell’Ucraina, invadere e annettere questo paese è stato paragonato al pitone che ha ingoiato una mucca per poi esplodere[4]: invaderla è una cosa, tenerla un’altra. E come abbiamo detto, l’America ha preoccupazioni più pressanti sul fronte imperialista, da cui l’avvertimento piuttosto inefficace di Biden che accadranno brutte cose se la Russia invade, e il suo impegno a colloqui diplomatici di alto livello.
Non dobbiamo dimenticare, tuttavia, che un conflitto a bassa intensità con le forze separatiste russe nell’est dell’Ucraina è continuato nonostante vari tentativi di cessate il fuoco. Anche se la Russia si ferma prima di una vera e propria invasione, potrebbe essere spinta ad aumentare il suo sostegno a tali forze separatiste, o a rosicchiare l’integrità dell’Ucraina come stato su altri fronti. E anche se l’ultima cosa che l’“occidente” vuole è intervenire militarmente sul territorio ucraino, non è del tutto impotente. Può continuare a fornire armi e addestramento all’esercito ucraino, e può anche rispondere con alcune misure economiche dannose per la Russia, come il blocco totale delle principali banche statali russe e delle agenzie di investimento, e nuove sanzioni per includere l’industria mineraria, i metalli, le spedizioni e le assicurazioni.[5]
La fase di decomposizione in cui il capitalismo mondiale è entrato trent’anni fa è segnata da caotici conflitti militari e da una crescente perdita di controllo da parte della classe dirigente. In precedenza, durante la guerra fredda, le grandi potenze planetarie tenevano sospesa la spada nucleare di Damocle sulla testa dell’umanità. Questa minaccia è ancora appesa lì in un mondo che non obbedisce più ai diktat di blocchi coerenti, e dove più paesi che mai sono armati con armi di distruzione di massa. Insomma, quali che siano i calcoli "razionali" dei giocatori della scacchiera imperialista, non si possono escludere scoppi improvvisi, escalation o tuffi nella distruttività irrazionale. La guerra rimane lo stile di vita di questo sistema decadente, e il fatto che le potenze siano pronte a giocarsi la vita dell’umanità e del pianeta stesso è già una ragione per condannare questo sistema e lottare per una comunità umana globale che ha consegnato gli Stati e le frontiere nazionali al museo delle antichità.
Amos
[1] Vedi ad esempio Tesi sulla crisi economica e politica in URSS e nei paesi dell'est [240] (Rivista Internazionale n°13).
[2] Il giornale di destra britannico The Daily Express è specializzato in questo tipo di allarmismo: World War 3 warning: Russia invasion to spark devastating global conflict – urgent alert | World | News | Express.co.uk [241].
[3] Vedi ad esempio l’articolo del gruppo bordighista Il Partito Comunista,: https://www.international-communist-party.org/CommLeft/CL36.htm#UkraineLeaf [242]
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Stiamo distribuendo questo volantino in tutti i paesi dove sono presenti le nostre forze militanti. Chiediamo a tutti i lettori di scaricare il pdf allegato e diffonderlo a loro volta come meglio possono. Vi invitiamo anche a scrivere al nostro indirizzo [email protected] [124] per farci conoscere commenti e riflessioni che questo volantino ha suscitato.
In tutti i paesi, in tutti i settori, la classe operaia vive una degradazione insopportabile delle condizioni di vita e di lavoro. Tutti i governi, di destra o di sinistra, tradizionali o populisti, attaccano senza sosta. Gli attacchi piovono sotto il peso dell'aggravarsi della crisi economica globale.
Nonostante la paura di una crisi sanitaria opprimente, la classe operaia comincia a rispondere. Negli ultimi mesi ci sono state lotte negli Stati Uniti, in Iran, Italia, Corea, Spagna e Francia. Certo, non si tratta di movimenti di massa: gli scioperi e le manifestazioni sono ancora troppo esili, troppo dispersi. Tuttavia la borghesia li sorveglia come il latte sul fuoco, consapevole della portata della rabbia che ribolle.
Come affrontare gli attacchi della borghesia? Rimanere isolati e divisi, ognuno nella “propria” impresa, nel proprio” settore di attività? Questo sicuramente ci rende impotenti! Allora come possiamo sviluppare una lotta unita e di massa?
I prezzi si stanno impennando, soprattutto per i beni di prima necessità: cibo, energia e trasporti. L'inflazione nel 2021 ha già superato quella registrata dopo la crisi finanziaria del 2008. Negli Stati Uniti stata del 6,8%, il livello più alto degli ultimi 40 anni. In Europa il costo dell'energia è salito del 26% negli ultimi mesi! Dietro queste cifre c’è la realtà di un numero crescente di persone che hanno difficoltà a nutrirsi, avere una casa, riscaldarsi e spostarsi. I prezzi mondiali delle derrate alimentari sono aumentati del 28%, minacciando direttamente di malnutrizione quasi un miliardo di persone nei paesi più poveri, soprattutto in Africa e in Asia.
L'aggravarsi della crisi economica globale significa una concorrenza sempre più feroce tra gli Stati. Per mantenere i profitti la risposta è sempre la stessa, dappertutto e in tutti i settori, nel privato e nel pubblico: riduzione degli effettivi, aumento dei ritmi di lavoro, tagli di bilancio, anche sul materiale necessario alla sicurezza dei salariati. A gennaio, in Francia, gli insegnanti sono scesi in piazza in massa per protestare contro le loro indegne condizioni di lavoro. Anche loro vivono nel quotidiano l'inferno capitalista per la mancanza di fondi e personale. Nelle manifestazioni appariva sugli striscioni un'idea profondamente giusta: “Quello che ci sta succedendo risale a molto prima del Covid!”
Il destino inflitto agli operatori sanitari lo mostra perfettamente. La pandemia ha solo messo in evidenza la carenza di medici, assistenti sanitari, infermieri, posti letto, maschere, camici, ossigeno... di tutto! Il caos e lo sfinimento che regnano negli ospedali dall'inizio della pandemia non sono altro che la conseguenza dei tagli fatti da tutti i governi, in tutti i paesi, per decenni. Tanto che l'OMS è costretta, nel suo ultimo rapporto, a lanciare l'allarme: “Più della metà dei bisogni sono insoddisfatti. C'è una carenza di 900.000 ostetriche e 6 milioni di infermieri in tutto il mondo. (…) Questa carenza preesistente è stata esacerbata con la pandemia e la pressione che grava su questa forza lavoro sovraccaricata di lavoro!”. In molti paesi poveri una gran parte della popolazione non ha neanche potuto accedere ai vaccini per la sola ragione che il capitalismo si basa sulla ricerca del profitto.
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La classe operaia non si riduce ai soli lavoratori dell'industria. Questa comprende l’insieme dei lavoratori salariati (dai precari ai dipendenti pubblici), i disoccupati, molti studenti, i pensionati...
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Quindi, sì, “quello che ci sta succedendo risale a molto prima del Covid!”! La pandemia è il prodotto del capitalismo moribondo di cui aggrava una crisi insormontabile. Questo sistema non solo ha dimostrato la sua impotenza e disorganizzazione di fronte a una pandemia che ha già fatto più di dieci milioni di morti, soprattutto tra gli sfruttati e i più poveri, ma continuerà a degradare le nostre condizioni di vita e di lavoro, continuerà a licenziare, a spremere, a precarizzare, a impoverire. Sotto il peso delle sue contraddizioni, continuerà ad essere coinvolto in guerre imperialiste senza fine, a provocare nuove catastrofi ecologiche - tutto ciò provocherà ulteriore caos, conflitti e pandemie ancora peggiori. Questo sistema di sfruttamento non ha altro da offrire all'umanità che sofferenza e povertà.
Solo la lotta della classe operaia offre un'altra prospettiva, quella del comunismo: una società senza classi, senza nazioni, senza guerre, dove ogni forma di oppressione è abolita. L'unica prospettiva è la rivoluzione comunista mondiale!
Nel 2020, in tutto il mondo, è caduta una coltre di piombo con ripetute chiusure, confinamenti, ricoveri d'urgenza e milioni di morti. Dopo la ripresa della combattività che si era espressa in diversi paesi durante il 2019, in particolare durante il movimento contro la riforma delle pensioni in Francia, le lotte dei lavoratori hanno subito una brusca frenata. Ma oggi, ancora una volta, la rabbia sale e la combattività ribolle:
- Negli Stati Uniti, una serie di scioperi ha colpito gruppi industriali come Kellog's, John Deere, PepsiCo, ma anche il settore sanitario e le cliniche private, come a New York.
- In Iran, quest'estate, i lavoratori di più di 70 siti del settore petrolifero hanno scioperato contro i bassi salari e l'alto costo della vita. Una cosa che non si vedeva da 42 anni!
- In Corea i sindacati hanno dovuto organizzare uno sciopero generale per la protezione sociale, contro la precarietà e la disuguaglianza.
- In Italia ci sono state molte giornate di azione contro i licenziamenti e la sparizione nel Recovery plan della proposta iniziale di introdurre un salario minimo.
- In Germania, il sindacato dei servizi pubblici si è sentito obbligato a minacciare scioperi per cercare di ottenere salari più alti di fronte alla crescente mobilitazione.
- In Spagna, a Cadice, i lavoratori metalmeccanici si sono mobilitati contro un taglio salariale di 200 euro al mese in media. I lavoratori del servizio pubblico in Catalogna hanno manifestato contro l'intollerabile ricorso a lavori temporanei (più di 300.000 lavoratori statali hanno lavori precari). Ci sono state lotte nelle ferrovie di Maiorca, alla Vestas, all'Unicaja, trai i metalmeccanici di Alicante, in vari ospedali, e ogni volta contro i licenziamenti.
- In Francia lo stesso malcontento è stato espresso attraverso scioperi e manifestazioni nel settore dei trasporti, tra i netturbini, i ferrovieri e gli insegnanti.
Tutte queste lotte sono importanti perché mostrano che la classe operaia non è pronta ad accettare tutti i sacrifici che la borghesia cerca di imporle. Ma dobbiamo anche riconoscere le debolezze della nostra classe. Tutte queste azioni sono controllate dai sindacati che, dappertutto, dividono e isolano i proletari intorno a richieste corporative, inquadrano e sabotano le lotte. A Cadice i sindacati hanno cercato di rinchiudere i lavoratori in lotta nella trappola localista di un “movimento cittadino” per “salvare Cadice” come se gli interessi della classe operaia risiedessero nella difesa degli interessi regionali o nazionali e non nel legame con le loro sorelle e fratelli di classe al di là dei settori e delle frontiere! I lavoratori hanno ancora difficoltà a organizzarsi, a prendere in mano l'organizzazione delle lotte, a raggrupparsi in assemblee generali sovrane, a lottare contro le divisioni imposte dai sindacati.
Un ulteriore pericolo minaccia la classe operaia, quello di rinunciare a difendere le sue rivendicazioni di classe unendosi a movimenti che non hanno nulla a che vedere con i suoi interessi e i suoi metodi di lotta. Lo abbiamo visto con i “gilet gialli” in Francia o, più recentemente, in Cina durante il crollo del gigante immobiliare Evergrande (un simbolo spettacolare del massiccio indebitamento della Cina), che ha provocato soprattutto le proteste dei piccoli proprietari rovinati. In Kazakistan, gli scioperi di massa nel settore dell'energia sono stati alla fine deviati in una rivolta “popolare” senza speranza, intrappolata nei conflitti tra cricche borghesi che aspirano al potere. Ogni volta che i lavoratori si diluiscono nel “popolo”, in quanto “cittadini” che chiedono allo Stato borghese di “cambiare le cose”, si condannano all'impotenza.
Per prepararci a combattere dobbiamo, ovunque possiamo, riunirci per discutere e imparare dalle lotte passate. È vitale lottare con gli strumenti che hanno reso forte la classe operaia e le hanno permesso, in certi momenti della sua storia, di far vacillare la borghesia e il suo sistema:
- la ricerca del sostegno e della solidarietà al di là della “propria” azienda, del “proprio” settore di attività, della “propria” città, della “propria” regione, del “proprio” paese;
- la più ampia discussione possibile sulle necessità della lotta, qualunque sia l'azienda, il settore di attività o il paese;
- l'organizzazione autonoma della lotta, in particolare attraverso assemblee generali, senza lasciare il controllo ai sindacati o a qualsiasi altro organo di controllo borghese.
L'autonomia della lotta, l'unità e la solidarietà sono le pietre miliari indispensabili per preparare le lotte di domani!
Corrente comunista internazionale, gennaio 2022
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Il movimento contro il CPE deve ispirare le nostre lotte future
Nel 2006, in Francia, la borghesia è stata costretta a fare marcia indietro e a ritirare il suo attacco di fronte a una lotta di massa che minacciava di estendersi ad altri settori.
All'epoca gli studenti, in quanto futuri lavoratori precari, erano in rivolta contro una riforma che introduceva un “Contratto di Premo Impiego”, sinonimo di lavoro sottopagato e sovra-sfruttato. Gli studenti rigettarono slogan specifici, riuscendo così ad impedire di venire isolati e divisi.
Contro i sindacati, aprirono le loro assemblee generali a tutte le categorie di lavoratori e ai pensionati. Capirono che dovevano proporre la lotta contro la precarietà dei giovani come simbolo della precarietà di tutti.
Questo movimento, manifestazione dopo manifestazione, seppe assumere un’ampiezza importante perché spinto dalla solidarietà tra settori e tra generazioni. Fu questa dinamica di unità e si massa che spaventò la borghesia e la costrinse a ritirare il CPE.
Dimostrazione di forza dell’esercito russo con “manovre” di grande portata lungo le frontiere ucraine da gennaio, annunci quasi giornalieri da parte degli Stati Uniti di una imminente invasione russa, invio di truppe della NATO nei paesi baltici e in Romania, intenso balletto diplomatico “per salvare la pace”, campagna mediatica russa per denunciare l’isteria occidentale e annuncio di un ritiro delle truppe, immediatamente smentita da Stati Uniti e NATO, scontri fra esercito ucraino e separatisti nel Donbass: in questo macabro sabba guerriero tra borghesie imperialiste le intenzioni sono diverse e complesse, legate alle ambizioni dei diversi protagonisti e all’irrazionalità che caratterizza il periodo di decomposizione. Il che rende la situazione più pericolosa e imprevedibile: ma quale che sia la soluzione concreta della “crisi ucraina”, questa implica fin da ora una intensificazione notevole della militarizzazione, delle tensioni guerriere e delle contraddizioni imperialiste in Europa.
1. Gli Stati Uniti all’offensiva con un presidente sotto pressione
L’isterica campagna degli Stati Uniti di denuncia di una imminente invasione russa dell’Ucraina fa seguito ad una campagna simile orchestrata dagli USA nell’autunno del 2021 circa “l’imminente invasione” di Taiwan da parte della Cina. Confrontata a un declino sistematico della leadership americana, l’amministrazione Biden porta avanti una politica imperialista che consiste, in continuità con l’orientamento iniziato da Trump, innanzitutto a concentrare i suoi mezzi economici, politici, ma anche militari contro il nemico principale, la Cina; in questo senso, la posizione intransigente rispetto ai russi rafforza il segnale dato a Pechino nell’autunno del 2021. In seguito, creando degli “hotspot » nel mondo, Biden persegue una politica di tensione volta a convincere le diverse potenze imperialiste in campo che esse hanno tutto l’interesse a mettersi sotto la protezione del padrino dominante. Questa politica si era scontrata con i limiti imposti dalla decomposizione e aveva raggiunto un successo relativo nel Pacifico con la creazione dell’AUKUS, che raggruppa solo i paesi anglofoni “bianchi” (Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia), mentre il Giappone, la Corea del sud e l’India si sono tenuti a distanza. Questa stessa politica è ora indirizzata contro la Russia per ricondurre i paesi europei sotto l’obbedienza americana nel seno della NATO: la propaganda americana denuncia continuamente l’invasione russa precisando cinicamente che gli Stati Uniti non interverranno militarmente in Ucraina perché essi non hanno accordi di difesa con questo paese, contrariamente a quelli esistenti in seno alla NATO. Si tratta di un perfido messaggio indirizzato ai paesi europei. Se Boris Johnson si schiera, come in Asia, come fedele luogotenente degli Americani, il recente balletto diplomatico verso Mosca, orchestrato da Macron e Scholz, sottolinea come le borghesie tedesca e francese cercano con tutti i mezzi di preservare i loro particolari interessi imperialisti.
Allo stesso tempo Biden spera, con questa politica di scontro, di ridorare il suo blasone, fortemente offuscato dal ritiro delle forze americane dall’Afghanistan e dai ripetuti insuccessi dei suoi piani economici: “Il Presidente Joe Biden ha, dopo un anno in carica, il peggior indice di gradimento di quasi tutti i presidenti eletti, ad eccezione dell'ex presidente Donald Trump” (CNN politics, 6/06/2021) e di conseguenza “il suo partito si avvia, a novembre, verso una sconfitta alle elezioni di medio termine” (La Presse, Montreal, 23 gennaio 2022). In breve, se gli Stati Uniti sono all’offensiva, il margine di manovra del loro presidente è nondimeno ridotto a causa della sua impopolarità interna, ma anche per il fatto che, dopo le esperienze irachena e afgana, non è il caso oggi impegnare massicciamente truppe sul campo (boots on the ground). La presenza di truppe americane alle frontiere dell’Ucraina resta quindi piuttosto simbolica.
2. La Russia caduta in trappola e sulla difensiva
Da una decina d’anni noi abbiamo messo in evidenza che la Russia gioca un ruolo di “piantagrane” nel mondo, pur essendo un nano economico, grazie alla potenza delle sue forze armate e delle sue armi, eredità del periodo in cui essa era alla testa di un blocco imperialista. Questo non significa tuttavia che essa sia oggi globalmente all’offensiva. Al contrario, essa si ritrova in una situazione generale in cui subisce sempre più pressione lungo tutte le sue frontiere.
- In Asia centrale, con i Talebani al potere a Kabul, la minaccia mussulmana preme sui suoi alleati asiatici (Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan); tra il Mar Nero e il Caspio la Russia è in una guerra latente con la Georgia, dopo l’occupazione dell’Ossezia e dell’Abkhazia nel 2008, e cerca di mantenere lo status quo tra l’Armenia e l’Azerbaigian dopo la guerra nell’Alto-Karabakh del 2020, con il secondo paese fortemente corteggiato dalla Turchia. Infine, la recente destabilizzazione del Kazakistan costituisce un incubo per la Russia, perché questo paese occupa un posto centrale nella difesa del suo lato orientale.
- Sul versante europeo, l’Ucraina e la Bielorussia, che sono dei territori strategici del suo confine occidentale (la frontiera ucraina è a 450 chilometri da Mosca), sono sottoposti a forti pressioni in questi ultimi anni. La Russia sperava fortemente di conservarvi dei regimi a lei favorevoli, ma la Rivoluzione Arancione a Kiev del 2014 ha visto il paese inclinarsi verso l’Europa, e la stessa cosa ha rischiato di avvenire in Bielorussia nel 2020.
Attraverso l’occupazione della Crimea nel 2014 e il sostegno ai secessionisti russofoni nell’est dell’Ucraina (Donetsk e Lougansk), Putin sperava di conservare il controllo sull’insieme dell’Ucraina: “in effetti Putin contava sugli accordi di Minsk [struttura federale del paese con una grande autonomia delle regioni], firmati nel settembre 2014, per ottenere un diritto di controllo sulla politica ucraina attraverso l’intermediario delle repubbliche del Donbass Quello che è avvenuto è esattamente il contrario : non solo la loro applicazione è a un punto morto, ma in più il presidente Zelensky, la cui elezione nel 2019 aveva fatto sperare al Cremlino un riavvicinamento con Kiev, ha amplificato la politica di rottura con il “mondo russo” iniziato dal suo predecessore Pis, la cooperazione tecnico-militare tra l’Ucraina e la NATO continua a intensificarsi, mentre la Turchia, anch’essa membro dell’Alleanza, ha fornito dei droni di combattimento che fanno temere al Cremlino che Kiev possa essere tentato di riconquistare militarmente il Donbass. Quindi per Mosca si trattava di riprendere l’iniziativa, fin quando è ancora in tempo.” (Le Monde diplomatique, febbraio 2022, pag. 8).
Vedendo la tendenza degli Stati Uniti a polarizzarsi sempre più sulla Cina, Putin ha pensato che il momento fosse favorevole per accrescere la pressione sull’Ucraina e così “negoziare il suo posto sulla scena imperialista”; ha quindi iniziato una politica di “guerra ibrida”, fatta di diversi tipi di pressioni, basate sulle tensioni militari, sui cyberattacchi, sulle minacce economiche (il gas russo) e politiche (riconoscimento delle repubbliche secessioniste). Tuttavia l’offensiva politica e mediatica americana lo hanno preso in trappola: a forza di annunciare a voce alta una operazione militare di occupazione dell’Ucraina da parte della Russia, gli Stati Uniti fanno sì che ogni azione più limitata da parte della Russia sarà intesa come un passo indietro, provocandola quindi in qualche maniera ad impegnarsi in una rischiosa azione militare e probabilmente di lungo termine, laddove anche la popolazione russa non è pronta ad andare alla guerra e a vedere tornare numerose casse da morto. La borghesia russa lo sa perfettamente; così il politologo russo, esperto della politica internazionale della Russia, Fyodor Lukyanov, sottolinea che “attraversare la linea fra la dimostrazione di forza e la sua utilizzazione significa una transizione verso un altro livello di rischi e di conseguenze. Le società moderne non sono pronte a questo e i loro dirigenti lo sanno” (citato nel giornale belga De Morgen l’11.02.2022).
3. Crescita delle tensioni e della militarizzazione in Europa
Attualmente gli avvenimenti in Ucraina hanno un impatto molto importante sulla situazione in Europa, su un duplice piano:
innanzitutto, l’acutizzarsi delle confrontazioni imperialiste, la pressione americana e l’accentuazione del “ciascuno per sé” esercitano una pressione estremamente forte sul posizionamento dei diversi Stati europei. Le dichiarazioni intransigenti di Biden li obbligano a prendere posizione così da accentuare le distanze tra di loro, cosa che comporterà delle conseguenze profonde tanto per la NATO che per l’Unione Europea. Da un lato la Gran Bretagna, liberata dalla costrizione al consenso in seno alla UE, si posiziona come luogotenente fedele a fianco degli Stati Uniti: il suo ministro degli affari esteri ha definito come una “seconda Monaco”[1] i tentativi franco-tedeschi di trovare un compromesso. Diversi paesi dell’est europeo come la Romania, la Polonia o i Paesi baltici chiedono fermezza alla NATO e si pongono risolutamente sotto la protezione degli Stati Uniti. Dall’altro lato, la Francia o la Germania sono nettamente più esitanti e cercano di sviluppare i loro orientamenti rispetto al conflitto, come evidenziato dagli intensi negoziati di Macron e Scholz con Putin. Il conflitto mette in evidenza che interessi particolari di tipo economico, ma anche imperialista, spingono questi paesi a seguire una propria politica nei confronti della Russia, ed è precisamente questo l’obiettivo delle pressioni degli Stati Uniti.
Ad un livello più generale, con il confronto in Ucraina i rumori di guerra e la tendenza alla militarizzazione dell’economia sono destinati di nuovo a marcare il continente europeo, e questo ad un livello molto più profondo di quanto abbiamo potuto vedere al momento della guerra nella ex-Yugoslavia negli anni ’90 o anche al momento dell’occupazione della Crimea da parte della Russia nel 2014, visto l’approfondimento delle contraddizioni in un contesto di caos e di ciascuno per sé. Il posizionamento dei diversi paesi (in particolare della Germania e della Francia) in difesa dei loro interessi imperialisti non possono che accentuare le tensioni in seno all’Europa, aggravare ulteriormente il caos legato allo sviluppo del ciascuno per sé e aumentare l’imprevedibilità della situazione a breve e medio termine.
4. Quale prospettiva ?
Senza dubbio, nessuno dei protagonisti cerca di scatenare una guerra generale perché, da un lato, l’intensificazione del ciascuno per sé fa sì che le alleanze non siano affidabili e d’altra parte, e soprattutto, in alcuni dei paesi coinvolti la borghesia non ha le mani libere: gli Stati Uniti restano concentrati sul loro nemico principale, la Cina, e il presidente Biden, come Trump prima di lui, evita ad ogni costo di schierare truppe sul terreno (vedi il disimpegno delle truppe in Iraq e in Afghanistan e la delega sempre più frequente di compiti a dei “contractors” (milizie) privati); la Russia teme una guerra lunga e impegnativa che intaccherebbe la sua economia e la sua forza militare (la sindrome dell’Afghanistan) ed evita anch’essa di impegnare troppo fortemente le sue unità regolari, facendo fare il lavoro sporco ad aziende private (il gruppo Wagner). In più, la popolazione russa diffida profondamente dello Stato, come testimoniato della persistente difficoltà ad accrescere il tasso di vaccinazione. Infine, per l’Europa una tale prospettiva significherebbe un suicidio economico e la popolazione è profondamente contraria.
Il mancato scatenamento di una guerra totale e massiccia non significa tuttavia in nessun caso che non scoppieranno azioni guerriere; d’altra parte esse già si sviluppano per il momento in Ucraina attraverso la guerra “di bassa intensità” (sic!) con le milizie secessioniste di Kharkov e Lougansk. Le ambizioni imperialiste dei diversi imperialismi, coniugate all’accrescimento del ciascuno per sé e dell’irrazionalità legati alla decomposizione implicano irrimediabilmente una prospettiva di moltiplicazione di conflitti in Europa stessa, che rischiano di prendere una forma sempre più caotica e sanguinosa: moltiplicazione di conflitti “ibridi” (con la combinazione di pressioni militari, economiche e politiche), nuove ondate di rifugiati verso l’Europa occidentale, tensioni in seno alle borghesie, negli USA (vedi la “benevolenza” di Trump verso Putin) come in Europa (per esempio in Germania) e una perdita di controllo crescente di queste sul loro apparato politico (vedi le ondate populiste).
Contro l’odiosa campagna di nazionalismo, la Sinistra Comunista denuncia le menzogne imperialiste di ogni campo, che non servono se non gli interessi delle diverse borghesie, russa, americana, tedesca, francese, … o ucraina, e a trascinare gli operai in conflitti barbari. La classe operaia non ha patria, la lotta operaia contro lo sfruttamento capitalista è internazionale e rigetta ogni divisione basata sul sesso, sulla razza o su una base nazionale. Gli operai devono prendere coscienza che se essi non contrastano con le loro lotte l’acuirsi dei confronti fra briganti imperialisti, questi scontri si moltiplicheranno a tutti i livelli in un contesto di accentuazione del ciascuno per sé, della militarizzazione e dell’irrazionalità. In questa ottica lo sviluppo delle lotte operaie in particolare nei paesi centrali del capitalismo costituisce anche un’arma essenziale per opporsi all’estensione della barbarie guerriera.
18.02.2022 / R. Havanais
[1] Il riferimento è alla Conferenza di Monaco (detta anche accordo di Monaco) del 1938.
Durante il nostro ultimo incontro pubblico online (in lingua francese) del novembre 2021 che ha affrontato “l'aggravarsi della decomposizione del capitalismo, i suoi pericoli per l'umanità e la responsabilità del proletariato”, diversi partecipanti hanno messo in dubbio la validità del concetto di decomposizione del capitalismo, sviluppato e difeso dalla CCI. Con questo articolo desideriamo continuare il dibattito fornendo nuove risposte alle obiezioni espresse durante questo incontro.
Senza riprendere testualmente il contenuto dei vari interventi, le principali critiche formulate possono essere raggruppate in tre punti:
Prima critica: un'innovazione che non è nella tradizione marxista. “Dall'inizio del marxismo, nessuno prima della CCI aveva sviluppato una tale teoria della decomposizione del capitalismo, né la Lega dei Comunisti, né le tre Internazionali, né qualsiasi altra organizzazione, passata o presente, della Sinistra Comunista, e nessuno oltre la CCI vi aderisce oggi. Perché allora questa innovazione rispetto al marxismo quando il quadro della decadenza del capitalismo basta a spiegare la situazione attuale?”
Seconda critica: un approccio idealistico alla storia. “La CCI sostiene che la fase di decomposizione è il risultato di una situazione di stallo tra le classi fondamentali della società, consistente nell'impossibilità sia per la borghesia che per il proletariato di offrire la propria risposta alla crisi storica del capitalismo: guerra mondiale per l'una, rivoluzione mondiale per l'altro. In questa ottica, il proletariato sarebbe stato sufficientemente cosciente da impedire alla borghesia di scatenare la guerra mondiale, ma non abbastanza cosciente per porre la sua prospettiva di rivoluzione mondiale. Le difficoltà incontrate dal proletariato sarebbero ulteriormente aumentate in seguito alla campagna anticomunista scatenata durante il crollo dello stalinismo, portando il capitalismo a sprofondare in questa fase di decomposizione. Ma dare tanta importanza ai fattori soggettivi nel corso della storia non è un approccio idealistico alla storia?”
Terza critica: un approccio fenomenologico unito a una visione tautologica. “La CCI inizia con la stesura di un elenco di catastrofi che si verificano nel mondo e si basa su questo elenco per elaborare, adottando un approccio fenomenologico, la sua teoria della decomposizione del capitalismo; segue una visione tautologica del periodo attuale, dove la decomposizione è spiegata dagli eventi e dove gli eventi sono spiegati dalla decomposizione, cosa che alla fine non spiega nulla e non permette una comprensione globale della situazione”.
Il capitalismo, sia nella sua ascesa che nel suo declino, ha attraversato diverse fasi storiche distinte. È il caso, ad esempio, della fase imperialista, che inizia con l'ingresso del capitalismo nel suo periodo di decadenza. Fu affidandosi fermamente al metodo scientifico del marxismo che i rivoluzionari dell'epoca, tra cui Lenin e Luxemburg, poterono identificare questa nuova fase nella vita del capitalismo, quando il concetto stesso di imperialismo non era stato teorizzato da Marx e Engels.
In effetti, il marxismo, o il metodo del socialismo scientifico, non può in alcun modo essere fissato in un dogma invariante per cogliere una realtà sempre in movimento. Inoltre, Marx ed Engels stessi hanno sempre cercato di sviluppare, arricchire, anche rivedere se necessario, le posizioni che si sono rivelate insufficienti o superate, come illustra la loro prefazione alla riedizione tedesca del 1872 del Manifesto del Partito Comunista: “Come dichiara lo stesso Manifesto, l'applicazione pratica di questi principi dipende ovunque e sempre dalle condizioni storiche del momento […] Di fronte all'immenso progresso della grande industria negli ultimi venticinque anni e allo sviluppo parallelo dell'organizzazione partitica della classe operaia; di fronte alle esperienze pratiche, prima della rivoluzione di Febbraio poi e soprattutto della Comune di Parigi dove, per la prima volta, il proletariato ha potuto tenere in mano il potere politico per due mesi, questo programma ha perso, in alcuni punti, la sua attualità ”.
Questo era anche l'atteggiamento della Luxemburg quando si batteva contro la posizione difesa fino ad allora dal movimento operaio sulla questione nazionale: “Come disse e dimostrò molto chiaramente, difendere alla lettera, nel 1890, l'appoggio dato da Marx all'indipendenza della Polonia nel 1848, non era solo rifiutare di riconoscere che la realtà sociale era cambiata, ma anche trasformare lo stesso marxismo, rendere un metodo vivo per indagare la realtà un dogma quasi religioso inaridito”[1]. Possiamo anche citare tutto il lavoro critico svolto dalla Sinistra Comunista, a partire dagli anni '20, sui problemi inediti posti dalla degenerazione della Rivoluzione Russa e dall'Internazionale Comunista, in particolare sulla questione dello Stato nel periodo di transizione e il suo rapporto con la dittatura del proletariato.
Le reali “innovazioni” (si fa per dire) in relazione al marxismo sono, invece, rappresentate allo stesso tempo sia dalla teoria dell' “invarianza del marxismo dal 1848”, elaborata da Bordiga nel pieno della controrivoluzione, ripresa e sostenuta dai bordighisti del Partito Comunista Internazionale (PCI), e dall'atteggiamento equivoco dei Damenisti del Partito Comunista Internazionalista (PCIint) nei suoi confronti, che dal puro e semplice rifiuto dei bordighisti della nozione di decadenza del capitalismo, nonostante questo concetto sia presente fin dalle origini del materialismo storico![2]. Sono in effetti queste stesse “innovazioni” rispetto al marxismo che portano queste correnti della Sinistra comunista a rifiutare come non marxista il concetto di decomposizione del capitalismo.
Al tempo della decadenza del feudalesimo la borghesia, in quanto classe sfruttatrice in possesso dei propri mezzi di produzione e di scambio, poteva contare essenzialmente sul suo crescente potere economico nella società feudale, su cui si basava la coscienza alienata dei suoi interessi di classe, per riuscire finalmente a conquistare il potere politico. Nell'epoca della decadenza del capitalismo, il proletariato, in quanto classe sfruttata che non possiede niente altro che la sua forza lavoro, non può contare e fare affidamento su alcun potere economico nella società; per conquistare il potere politico non può che contare sullo sviluppo della sua coscienza di classe e della sua capacità di organizzazione, la cui maturazione costituisce di conseguenza un elemento essenziale del rapporto di forza tra le classi.
Dal momento che le condizioni oggettive per il rovesciamento del capitalismo e la sua sostituzione con il comunismo sono soddisfatte con l'ingresso del modo di produzione capitalistico nel suo periodo di decadenza, il futuro della rivoluzione comunista mondiale dipende esclusivamente dalle condizioni soggettive, dalla profondità e dall'ampiezza della maturazione della coscienza di classe del proletariato. Ecco perché è essenziale per la borghesia attaccare continuamente la coscienza della classe operaia.
Questo aspetto è particolarmente chiaro se si analizzano le vicende che portarono allo scoppio della prima guerra mondiale. Nel luglio 1914 i blocchi imperialisti rivali erano pronti a confrontarsi militarmente. All’epoca per la borghesia resta una sola incertezza: l'atteggiamento della classe operaia nei confronti della guerra. Si lascerà trascinare, come carne da macello, dietro le bandiere nazionali? Questa incertezza cade il 4 agosto 1914 con il tradimento della socialdemocrazia che, incancrenita per anni dall' opportunismo, passa definitivamente nel campo della borghesia votando i crediti di guerra. Questo atto di tradimento fu una mazzata per il proletariato e il declino della sua coscienza di classe fu immediatamente sfruttato dalla borghesia per mobilitare i proletari nella prima guerra imperialista mondiale nel 1914, con il prezioso aiuto delle vecchie organizzazioni operaie da poco passate al nemico di classe: i partiti socialdemocratici e i sindacati. Fu il colpo alla coscienza di classe del proletariato a permettere infine alla borghesia di lanciarsi nella Prima Guerra mondiale nel 1914.
Fu anche la debolezza di questa stessa coscienza di classe negli anni '80, aggravata dal colpo inferto dalle campagne anticomuniste successive al crollo dello stalinismo, che ha impedito al proletariato di proporre con forza la prospettiva storica della rivoluzione comunista mondiale e che ha portato all'ingresso del capitalismo decadente nella sua fase di decomposizione; in altre parole, l'assenza di prospettiva per la classe operaia equivale attualmente a un'assenza di prospettiva per l'intera società. Tutto ciò illustra il carattere centrale e determinante dei fattori soggettivi nel periodo di decadenza del capitalismo per il futuro dell'umanità.
Inoltre, lungi dal costituire un approccio idealistico alla storia, l'importanza data ai fattori soggettivi nel cammino della storia costituisce un approccio autenticamente materialista dialettico. Secondo Marx, come per tutti i materialisti coerenti, la coscienza di classe è una forza materiale. La rivoluzione comunista è una rivoluzione in cui la coscienza gioca un ruolo centrale: “Il comunismo si differenzia da tutti i movimenti che l'hanno preceduto finora in quanto sconvolge le basi di tutti i precedenti rapporti di produzione e di scambio e, per la prima volta, affronta consapevolmente tutte le condizioni naturali fondamentali come creazioni di uomini che ci hanno preceduto finora, spogliandole del loro carattere naturale e sottoponendole al potere di individui uniti”[3].
Il declino della società feudale è stato caratterizzato dal verificarsi di elementi o fenomeni di decomposizione, di cui le atrocità e la disintegrazione morale che hanno segnato la Guerra dei Trent'anni sono un perfetto esempio. Detto questo, lo sprofondare del feudalesimo nella decadenza è andato di pari passo con lo sviluppo del capitalismo, il cui dinamismo economico ha impedito alla società nel suo insieme di sprofondare in una fase di decomposizione.
È del tutto diverso nella società capitalista decadente. Quest'ultima non vede crescere al suo interno una nuova classe sfruttatrice il cui crescente potere economico farebbe da contrappeso all'inevitabile sprofondare della società nella decadenza, non vede lo sviluppo al suo interno di un nuovo modo di produzione che porti alla sostituzione di quello vecchio. Come mai?
Perché la nuova società che deve emergere da quella vecchia, il comunismo, è il “movimento reale che abolisce lo stato presente”. Il comunismo può essere eretto solo sulla base della distruzione dei vecchi rapporti capitalistici di produzione. Finché questo “movimento che abolisce lo stato attuale” non è compiuto dalla classe portatrice di una nuova società, gli elementi di decomposizione che si accumulano e si amplificano con il progredire del periodo di decadenza non trovano nella società alcuna forza antagonista in grado di limitarne l’espressione. Senza un modo di produzione in grado di prendere il posto del capitalismo morente, la società finisce per marcire in piedi.
Armati di questo quadro generale per analizzare la decadenza del capitalismo abbiamo osservato i fenomeni che si sono verificati a partire dagli anni '80. Tuttavia, non li abbiamo osservati “in sé”, ma appoggiandoci saldamente sul metodo scientifico del marxismo. È questo approccio, e non un approccio fenomenologico alla situazione, che ha permesso di identificare la disgregazione del blocco orientale come la dissoluzione della politica dei blocchi, rendendo temporaneamente e materialmente impossibile la marcia del capitalismo verso un nuovo conflitto mondiale. Allo stesso modo è questo quadro che ci ha permesso di analizzare il crollo dello stalinismo come un fenomeno decisivo che ha segnato l'evoluzione durante gli anni '80 della fase di decomposizione del capitalismo, rafforzando nel contempo per il proletariato la sua responsabilità cruciale per il futuro stesso dell'umanità. Così facendo, abbiamo adottato lo stesso approccio dei rivoluzionari che hanno dovuto affrontare il fenomeno della Prima Guerra mondiale e lo hanno identificato come inizio di un'era “di guerre e rivoluzioni”, quando, come affermava Lenin, “l'epoca della borghesia progressista” aveva lasciato il posto “all'epoca della borghesia reazionaria”; in breve, dando inizio alla fase di decadenza del capitalismo[4].
Contrariamente alle obiezioni che ci sono state mosse, non è quindi tanto l'accumulo di fenomeni propri della decomposizione che porta alla nostra comprensione di questa fase finale della vita del capitalismo, ma fondamentalmente un'analisi storica del rapporto tra le due classi fondamentali della società. In questo, il nostro punto di partenza metodologico è coerente con il marxismo, fare affidamento sulla lotta di classe e sulle sue dinamiche, su ciò è il “motore della storia” e non sui semplici “fenomeni” accumulati dalle circostanze.
Questo approccio ci ha anche permesso di capire che la decomposizione del capitalismo “si autoalimenta”. Questo vale in particolare per il fenomeno della pandemia Covid-19, che è un prodotto della decomposizione del capitalismo (maggiore distruzione sia dell'ambiente naturale planetario che dei sistemi sanitari e di ricerca medica, “ciascuno per sé” generalizzato nel mondo della borghesia culminato nella “guerra delle mascherine” e nella “guerra dei vaccini”) ma anche fattore di accelerazione di questa stessa decomposizione (maggiore sprofondamento nella crisi economica, accelerata corsa a capofitto nell'indebitamento, aumento delle tensioni imperialiste)[5]. Questo approccio alla realtà non è quindi in alcun modo tautologico, ma adotta il rigore metodologico del materialismo dialettico.
Incoraggiamo i lettori a continuare la loro riflessione su questo argomento, in particolare leggendo il nostro articolo Comprendere la decomposizione del capitalismo: il marxismo alla base del concetto di decomposizione del capitalismo [152], pubblicato in diverse lingue nel n.117 nel nostro organo teorico, Rivista Internazionale. Ma anche a scriverci per continuare il dibattito.
DM, 29 dicembre 2021
[1] The national question 100 years after the Easter Rising [249], International Review n. 157, 2016 (anche in spagnolo e rancese alle pagine corrispondenti)
[2] 1 - The theory of decadence lies at the heart of historical materialism, part, International Review n. 118, 2004 (Idem)
[3] Marx, Engels, L'ideologia tedesca, 1846
[4] 4 - The theory of decadence at the heart of historical materialism [250], International Review n.121, 2005 (Idem)
[5] Vedi a tale proposito i numerosi articoli sulla pandemia Covid-19 sul nostro sito
La guerra imperialista torna a colpire l’Europa. I combattimenti infuriano in Ucraina. Questo conflitto su larga scala, che coinvolge una delle più importanti potenze imperialiste del pianeta, ci ricorda in maniera drammatica la vera natura del capitalismo: un sistema le cui contraddizioni portano inevitabilmente a scontri militari e al massacro di popolazioni. Naturalmente, tutti i belligeranti invitano i proletari a schierarsi con un campo imperialista in nome della “democrazia”, della “pace” o della “patria”. Ma poiché “i proletari non hanno patria”, come ci ricorda la storica parola d’ordine del movimento operaio, la classe operaia deve rifiutare ogni sacrificio che la borghesia voglia imporle. Torneremo molto presto su questa situazione attraverso la stampa e nelle nostre prossime riunioni pubbliche.
La guerra in Ucraina conferma pienamente il quadro di analisi della decomposizione e la realtà della sua accelerazione. Per questo invitiamo i nostri lettori a leggere o rileggere:
- Testo di orientamento Militarismo e decomposizione [95], un testo che abbiamo pubblicato nel 1991, dopo la dissoluzione dell’URSS.
- così come la " Risoluzione sulla situazione internazionale (2021) [225]" adottata dal 24° Congresso della CCI.
Di fronte ai gravi sviluppi della guerra imperialista in Ucraina, la CCI ha risposto con un volantino internazionale, IL CAPITALISMO È GUERRA, GUERRA AL CAPITALISMO! [251], denunciando la barbarie del conflitto e le bugie ipocrite della classe dominante in entrambi i campi, e insistendo sul fatto che lo sviluppo della lotta di classe in tutti i paesi è l’unica via d’uscita dall’incubo di questo sistema in putrefazione. Incoraggiamo tutti coloro che simpatizzano con le nostre posizioni a distribuirlo in giro, sia digitalmente che su carta.
In più, la CCI invita tutti i compagni e i lettori che lo vogliano, a partecipare a una Riunione Pubblica che si terrà
Sabato 12 marzo 2022 alle ore 17.00 via internet.
L'incontro si concentrerà sul significato di questo conflitto e sulle responsabilità delle minoranze internazionaliste. Se vuoi partecipare all'incontro e non hai ancora chiesto di essere coinvolto, scrivici al più presto a [email protected] [124] o inviando un messaggio nella Sezione Contatti del nostro sito. Ti invieremo i dati di accesso.
Corrente Comunista Internazionale
Continuiamo ad analizzare e a denunciare il sanguinoso conflitto in Ucraina, e le menzogne della borghesia volte a mobilitare la classe operaia a sostegno della guerra.
Se cerchi di fuggire con la tua famiglia dalle zone di guerra in Ucraina, come centinaia di migliaia di altre persone, sarai separato con la forza da tua moglie, dai tuoi figli e dai tuoi genitori se sei un uomo tra i 18 e i 60 anni: ora sei reclutato per combattere l'esercito russo che avanza. Se rimanete nelle città, sarete sottoposti a bombardamenti e missili, presumibilmente mirati a obiettivi militari, ma che comunque causano gli stessi “danni collaterali” di cui l'Occidente ha sentito parlare per la prima volta nella gloriosa guerra del Golfo del 1991: abitazioni, scuole e ospedali vengono distrutti e centinaia di civili vengono uccisi. Se sei un soldato russo, ti sarà stato detto che il popolo ucraino ti avrebbe accolto come un liberatore, ma pagherai con il tuo sangue per aver creduto a questa menzogna. Questa è la realtà della guerra imperialista di oggi e più va avanti, più morte e distruzione ci sono. Le forze armate russe hanno dimostrato di essere capaci di radere al suolo intere città, come hanno fatto in Cecenia e in Siria. Le armi occidentali che arrivano in Ucraina aumenteranno ulteriormente la devastazione.
In uno dei suoi recenti articoli sulla guerra in Ucraina, il giornale conservatore britannico The Daily Telegraph ha titolato: “Il mondo sta scivolando in una nuova epoca buia di povertà, irrazionalità e guerra [253]”. In altre parole, è sempre più difficile nascondere il fatto che stiamo vivendo in un sistema mondiale che sta affondando nella sua stessa decadenza. Che si tratti dell'impatto della pandemia globale da Covid, delle ultime allarmanti previsioni sul disastro ecologico del pianeta, della crescente povertà derivante dalla crisi economica, della minaccia fin troppo evidente dell'inasprimento dei conflitti imperialisti, o dell’ascesa di forze politiche e religiose alimentate da leggende apocalittiche e teorie del complotto un tempo marginali, il titolo del Telegraph è né più né meno che una descrizione della realtà, anche se i suoi editorialisti difficilmente cercano le radici di tutto questo nelle contraddizioni del capitalismo.
Dal crollo del blocco orientale e dell'URSS nel 1989-91, abbiamo sostenuto che questo sistema sociale globale, già obsoleto dall'inizio del XX secolo, stava entrando in una nuova e definitiva fase di declino. Contro la promessa che la fine della guerra fredda avrebbe portato ad un “nuovo ordine mondiale di pace e prosperità”, abbiamo insistito sul fatto che questa nuova fase sarebbe stata segnata da un crescente disordine e dall’escalation del militarismo. Le guerre nei Balcani all’inizio degli anni '90, la guerra del Golfo del 1991, l'invasione di Afghanistan, Iraq e Libia, la polverizzazione della Siria, le innumerevoli guerre nel continente africano, l'ascesa della Cina come potenza mondiale e la rinascita dell'imperialismo russo hanno confermato questa pronostico.
L'invasione russa dell'Ucraina segna una nuova tappa in questo processo in cui la fine del vecchio sistema dei blocchi ha dato luogo a una frenetica lotta di tutti contro tutti, dove le potenze precedentemente subordinate o indebolite rivendicano ora una nuova posizione nella gerarchia imperialista.
L'importanza di questo nuovo ciclo di guerra aperta sul continente europeo non può essere minimizzata. La guerra dei Balcani segnò già la tendenza del caos imperialista a tornare dalle regioni più periferiche verso i centri del sistema, ma si trattava di una guerra “all’interno” di uno Stato in disintegrazione, in cui il livello di confronto tra le grandi potenze imperialiste era molto meno diretto. Oggi stiamo assistendo a una guerra europea tra Stati e a un confronto molto più aperto tra la Russia e i suoi rivali occidentali. Se la pandemia Covid ha segnato un'accelerazione della decomposizione capitalista a diversi livelli (sociale, sanitario, ecologico, ecc.), il conflitto in Ucraina ci ricorda chiaramente che la guerra è diventata lo stile di vita del capitalismo nel suo periodo di decadenza, e che le tensioni e i conflitti militari si stanno diffondendo e intensificando su scala globale.
La velocità dell'offensiva russa in Ucraina ha colto di sorpresa molti esperti ben informati e noi stessi non eravamo certi che sarebbe stata così repentina e pesante[1] Non crediamo che questo sia dovuto a qualche difetto nel nostro quadro di analisi di base. Al contrario, derivava da una esitazione ad applicare pienamente questo quadro. Quadro che era già stato elaborato all'inizio degli anni '90 in alcuni testi di riferimento[2] dove si sosteneva che questa nuova fase di decadenza sarebbe stata caratterizzata da conflitti militari sempre più caotici, brutali e irrazionali. Irrazionali, cioè, anche dal punto di vista del capitalismo stesso[3]: mentre nella sua fase ascendente le guerre, soprattutto quelle che aprivano la strada all'espansione coloniale, portavano evidenti benefici economici ai vincitori, nel periodo della decadenza la guerra ha assunto una dinamica sempre più distruttiva e lo sviluppo di un'economia di guerra più o meno permanente ha costituito un enorme salasso per la produttività e i profitti del capitale. Tuttavia, anche fino alla seconda guerra mondiale, ci sono sempre stati dei “vincitori” alla fine del conflitto, soprattutto gli Stati Uniti e l'URSS. Ma nella fase attuale le guerre lanciate anche dalle nazioni più potenti del mondo si sono rivelate un fiasco sia militare che economico. L'umiliante ritiro degli Stati Uniti dall'Iraq e dall'Afghanistan ne è una chiara prova.
Nel nostro precedente articolo, abbiamo sottolineato che un'invasione o un'occupazione dell'Ucraina potrebbe far sprofondare la Russia in una nuova versione del pantano che ha incontrato in Afghanistan negli anni '80 e che è stato un potente fattore nel crollo della stessa URSS. Ci sono già dei segni che questa è la prospettiva alla quale è confrontata l’invasione dell'Ucraina, che ha incontrato una notevole resistenza armata ed è impopolare tra ampi strati della società russa, compreso in alcune parti della stessa classe dirigente. Il conflitto ha anche provocato una serie di sanzioni e ritorsioni da parte dei principali rivali della Russia, che non faranno che aggravare la miseria della maggioranza della popolazione russa. Allo stesso tempo, le potenze occidentali stanno alimentando il sostegno alle forze armate ucraine, sia sul piano ideologico che attraverso la fornitura di armi e consigli militari.
Nonostante le prevedibili conseguenze, le pressioni esercitate sull'imperialismo russo prima dell'invasione riducevano sempre di più la possibilità che la mobilitazione delle truppe intorno all'Ucraina fosse si limitasse ad una semplice dimostrazione di forza. In particolare, il rifiuto di escludere l'Ucraina da un'eventuale adesione alla NATO non poteva essere tollerato dal regime di Putin, e la sua invasione ha ora il chiaro obiettivo di distruggere gran parte delle infrastrutture militari dell'Ucraina e installare un governo filorusso. L'irrazionalità dell'intero progetto, legato a una visione quasi messianica della restaurazione del vecchio impero russo, e la forte possibilità che questo sfociasse prima o poi a un nuovo fiasco, non potevano affatto dissuadere Putin e il suo entourage dall’assumere il rischio.
A prima vista la Russia si trova ora di fronte a un “fronte unito” delle democrazie occidentali e a una NATO rinvigorita, in cui gli Stati Uniti hanno chiaramente un ruolo di primo piano. Gli Stati Uniti saranno i principali beneficiari della situazione se la Russia si impantanerà in una guerra impossibile da vincere in Ucraina e della maggiore coesione della NATO di fronte alla minaccia comune dell'espansionismo russo. Questa coesione è però fragile: fino all'invasione, Francia e Germania hanno cercato di giocare le proprie carte, insistendo sulla necessità di una soluzione diplomatica e tenendo colloqui separati con Putin. Lo scoppio delle ostilità li ha costretti a fare marcia indietro, accettando di attuare le sanzioni, anche se queste danneggiano le loro economie molto più direttamente di quanto non facciano per degli Stati Uniti (per esempio, la Germania deve rinunciare alle forniture energetiche russe, di cui ha un gran bisogno).
Ma l'Unione Europea tende anche a sviluppare le proprie forze armate, e la decisione della Germania di aumentare considerevolmente il suo budget di armi deve essere vista in questa luce. Bisogna anche ricordare che la stessa borghesia statunitense si trova di fronte a grandi divisioni rispetto all’atteggiamento nei confronti del potere russo: Biden e i democratici tendono a mantenere l'approccio tradizionalmente ostile alla Russia, ma gran parte del partito repubblicano ha un atteggiamento molto diverso. Trump, in particolare, non ha potuto nascondere la sua ammirazione per il “genio” di Putin quando è iniziata l'invasione...
Se siamo lontani dalla formazione di un nuovo blocco americano, l'avventura russa non ha certo marcato un passo verso la costituzione di un blocco sino-russo. Anche se recentemente si sono impegnati in esercitazioni militari congiunte, e nonostante le precedenti espressioni della Cina di sostegno alla Russia su questioni come la Siria, la Cina in questa occasione ha preso le distanze dalla Russia, astenendosi sul voto di condanna della Russia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e presentandosi come un “onesto mediatore” che chiede la cessazione delle ostilità. E si sa che nonostante gli interessi comuni di fronte agli Stati Uniti, Russia e Cina hanno le loro differenze, in particolare sulla questione del progetto cinese della “Nuova via della seta”. Dietro queste differenze c'è la paura della Russia di essere subordinata alle ambizioni espansionistiche della Cina.
Anche altri fattori di instabilità giocano in questa situazione, in particolare il ruolo giocato dalla Turchia, che ha in qualche misura corteggiato la Russia nei suoi sforzi per migliorare il suo status globale, ma che allo stesso tempo è entrata in conflitto con la Russia nella guerra tra l’Armenia e l’Azerbaijan e nella guerra civile in Libia. La Turchia ha ora minacciato di bloccare l'accesso delle navi da guerra russe al Mar Nero attraverso lo stretto dei Dardanelli. Ma anche qui, l’azione sarà interamente calcolata sulla base degli interessi nazionali turchi.
Come abbiamo scritto nella nostra Risoluzione sulla situazione internazionale (2021) [225] del 24° Congresso della CCI, il fatto che le relazioni imperialiste internazionali siano ancora segnate da tendenze centrifughe “non significa che viviamo in un’era di più grande sicurezza rispetto all’epoca della guerra fredda, sottoposta alla minaccia di un Armageddon nucleare. Al contrario, se la fase di decomposizione è marcata da una perdita di controllo crescente da parte della borghesia, questo riguarda anche gli enormi mezzi di distruzione – nucleari, convenzionali, biologici e chimici – che sono stati accumulati dalla classe dirigente, e che sono ora più largamente distribuiti attraverso un numero di Stati-nazione molto più importante che in precedenza. Anche se non assistiamo a una marcia controllata verso una guerra condotta da blocchi militari disciplinati, non possiamo escludere il pericolo di fiammate militari unilaterali o anche di incidenti spaventosi che segnerebbero una nuova accelerazione allo scivolamento verso la barbarie”.
Di fronte a un'assordante campagna internazionale per isolare la Russia e a misure concrete per bloccare la sua strategia in Ucraina, Putin ha messo in allerta le sue difese nucleari. Forse, al momento, si tratta solo di una minaccia appena velata, ma gli sfruttati del mondo non possono permettersi di fidarsi della sola ragione di una parte della classe dirigente.
Per mobilitare la popolazione e soprattutto la classe operaia a favore della guerra, la classe dominante deve sferrare, insieme alle bombe ed ai proiettili d’artiglieria, anche un attacco ideologico. In Russia sembra che Putin si sia basato principalmente su grossolane menzogne sui “nazisti e drogati” che governano l'Ucraina, e non ha investito molto nella costruzione di un consenso nazionale intorno alla guerra. Questo potrebbe rivelarsi un errore di calcolo dato che ci sono voci di dissenso all'interno dei suoi stessi circoli dirigenti, tra gli intellettuali e in settori più ampi della società. Ci sono state diverse manifestazioni di strada e circa 6.000 persone sono state arrestate per aver protestato contro la guerra. Ci sono anche rapporti che parlano di demoralizzazione di alcune delle truppe inviate in Ucraina. Ma finora sembra non esserci segnali di un movimento contro la guerra sul terreno della classe operaia in Russia. Una classe che è stata tagliata fuori dalle sue tradizioni rivoluzionarie da decenni di stalinismo.
In Ucraina la situazione cui è confrontata la classe operaia è ancora più nera: di fronte all'orrore dell'invasione russa, la classe dominante è riuscita in larga misura a mobilitare la popolazione per la “difesa della patria”, con centinaia di migliaia di volontari che si sono offerti di resistere agli invasori con qualsiasi arma a disposizione. Non bisogna dimenticare che anche centinaia di migliaia di persone hanno scelto di fuggire dalle zone di combattimento, ma l'appello a combattere per gli ideali borghesi di democrazia e nazionalità è stato certamente sentito da interi settori del proletariato che si sono così diluiti nel “popolo” ucraino dove la realtà della divisione di classe è dimenticata. La maggior parte degli anarchici ucraini sembra fornire l'ala di estrema sinistra di questo fronte popolare.
La capacità delle classi dirigenti russa e ucraina di trascinare i “loro” lavoratori nella guerra dimostra che la classe operaia internazionale non è omogenea. La situazione è diversa nei principali paesi occidentali, dove da diversi decenni la borghesia è confrontata alla riluttanza della classe operaia (nonostante tutte le sue difficoltà e battute d'arresto) a sacrificarsi sull'altare della guerra imperialista. Di fronte all'atteggiamento sempre più bellicoso della Russia, la classe dirigente occidentale ha accuratamente evitato di inviare “uomini sul terreno” e rispondere all'avventura del Cremlino direttamente con la forza militare. Ma questo non significa che i nostri governanti accettino passivamente la situazione. Al contrario, stiamo assistendo alla campagna ideologica pro-guerra la più coordinata da decenni: la campagna di “solidarietà con l'Ucraina contro l'aggressione russa”. La stampa, sia di destra che di sinistra, pubblicizza e sostiene le manifestazioni pro-Ucraina, facendo della “resistenza ucraina” il portabandiera degli ideali democratici dell'Occidente, ora minacciati dal “pazzo del Cremlino”. E non nascondono che si dovranno fare dei sacrifici, non solo perché le sanzioni contro le forniture energetiche della Russia aggraveranno le pressioni inflazionistiche che già rendono difficile il riscaldamento delle case, ma anche perché, ci dicono, se vogliamo difendere la “democrazia”, dobbiamo aumentare le spese per la “difesa”.
Come ha detto questa settimana il principale commentatore politico del liberale Observer, Andrew Rawnsley “Dalla caduta del muro di Berlino e dal disarmo che ne è seguito, il Regno Unito e i suoi vicini hanno speso i ‘dividendi della pace’ principalmente per fornire alle popolazioni che invecchiano una migliore assistenza sanitaria e pensioni di cui altrimenti non avrebbero potuto godere. La riluttanza a spendere di più per la difesa è continuata, anche se la Cina e la Russia sono diventate sempre più bellicose. Solo un terzo dei 30 membri della NATO rispetta attualmente l'impegno di spendere il 2% del PIL per le loro forze armate. Germania, Italia e Spagna sono lontane da questo obiettivo.
Le democrazie liberali hanno urgente bisogno di ritrovare la volontà di difendere i loro valori contro la tirannia di cui hanno dato prova durante la guerra fredda. Gli autocrati di Mosca e Pechino credono che l'Occidente sia diviso, decadente e in declino. Bisogna dimostrare che hanno torto. Altrimenti, tutta la retorica sulla libertà non è che rumore prima della sconfitta”[4]. Non si potrebbe essere più espliciti: come disse Hitler, puoi avere armi o burro, ma non puoi avere entrambi.
In un momento in cui, in diversi paesi, la classe operaia dava segni di una nuova volontà di difendere le sue condizioni di vita e di lavoro[5], questa massiccia offensiva ideologica della classe dominante, questa chiamata al sacrificio in difesa della democrazia, sarà un duro colpo contro il potenziale sviluppo della coscienza di classe. Ma le prove crescenti che il capitalismo vive di guerra può anche, alla lunga, rappresentare un fattore favorevole alla presa di coscienza che tutto questo sistema, in Oriente come in Occidente, è effettivamente “decadente e in declino”, che i rapporti sociali capitalistici devono essere distrutti.
Di fronte all'attuale assalto ideologico, che trasforma la vera indignazione per l'orrore di cui siamo testimoni in Ucraina in un sostegno alla guerra imperialista, il compito delle minoranze operaie internazionaliste non sarà facile. Questo richiede innanzitutto una risposta a tutte le menzogne della classe dominante e un’insistenza sul fatto che, lungi dal sacrificarsi in difesa del capitalismo e dei suoi valori, la classe operaia deve lottare con le unghie e con i denti per difendere le proprie condizioni di lavoro e di vita. È attraverso lo sviluppo di queste lotte difensive, così come attraverso la riflessione più ampia possibile sull'esperienza delle lotte del proletariato, che la classe operaia potrà ricongiungersi alle lotte rivoluzionarie del passato, specialmente le lotte del 1917-18 che costrinsero la borghesia a porre fine alla Prima guerra mondiale. Questo è l'unico modo per combattere le guerre imperialiste e preparare la strada per liberare l'umanità dalla loro fonte originaria: l'ordine capitalista mondiale!
Amos, 1 marzo 2022.
[1] Crisi Russia-Ucraina: la guerra è lo stile di vita del capitalismo [254] e Ucraina: acutizzazione delle tensioni guerriere nell’Est Europa [255]
[2] Vedi in particolare, Militarismo e decomposizione [256]
[3] Questa irrazionalità di fondo di un sistema sociale senza futuro è naturalmente accompagnata da una crescente irrazionalità a livello ideologico e psicologico. L'attuale isteria sullo stato mentale di Putin è basata su una mezza verità, perché Putin è solo un esempio del tipo di leader che la decomposizione del capitalismo e la crescita del populismo hanno prodotto. I media hanno già dimenticato il caso di Donald Trump?
[4] Liberal democracies must defend their values and show Putin that the west isn’t weak [257] », The Guardian (27 febbraio 2022).
Introduzione della CCI
Pubblichiamo una dichiarazione sulla guerra in Ucraina del KRAS, un gruppo anarco-sindacalista legato alla IWA, International Workers’ Association (Associazione Internazionale dei Lavoratori). Sappiamo che, in Russia, qualsiasi protesta contro la guerra viene accolta con una feroce repressione da parte dello stato russo, quindi salutiamo il coraggio e la convinzione dei compagni del KRAS nel pubblicare questa dichiarazione, che è chiaramente internazionalista, denunciando entrambi i campi come imperialisti e chiamando la classe operaia alla lotta contro la guerra.
La nostra solidarietà con i compagni del KRAS non implica che siamo d’accordo con tutti i contenuti della dichiarazione, come ad esempio la richiesta di “una fine immediata delle ostilità”, che sembra essere una concessione all’idea che i due campi borghesi possano fare la pace. Anche se la Russia dovesse ritirarsi dall’invasione e dal bombardamento dell’Ucraina, non abbiamo dubbi che le ostilità continuerebbero a un livello inferiore, come hanno fatto negli ultimi 8 anni. A questo proposito, la dichiarazione del gruppo serbo anch’esso affiliato all’IWA, l’Anarcho-Syndicalist Initiative (Iniziativa Anarco-Sindacalista), è più chiara nel denunciare le illusioni pacifiste diffuse da parti della borghesia: “Di fronte agli orrori della guerra, è molto facile commettere un errore e far appello impotenti alla pace. Tuttavia, la pace capitalista non è pace. Tale “pace” è in realtà una guerra di marca diversa contro la classe operaia. In questa situazione, una posizione antimilitarista coerente implica fare sforzi diretti per fermare la guerra capitalista, ma allo stesso tempo prendere il controllo della situazione nel paese, e cambiare radicalmente il sistema socio-economico - cioè, è necessaria la guerra di classe organizzata” [1].
Dobbiamo anche sottolineare che questi due gruppi fanno parte di una rete anarchica internazionale che non è affatto omogenea nella sua reazione contro la guerra. Se, per esempio, si va alla pagina web della sezione britannica, la Solidarity Federation, non si trova, al momento in cui scriviamo, nulla sulla guerra, ma solo resoconti di dispute locali e altre attività. D’altra parte la dichiarazione sulla guerra della sezione francese, la CNT, se si oppone all’inumanità della guerra, non menziona affatto la necessità di una risposta sul terreno della classe operaia[2].
Il KRAS, al contrario, ha mostrato un percorso politico coerente di difesa delle posizioni proletarie e internazionaliste contro le azioni turpi della “propria” classe dirigente, come dimostrato da un certo numero di loro dichiarazioni in passato[3] che abbiamo riprodotto nella nostra stampa.
ICC 20 marzo 2022
KRAS-IWA contro la guerra
NO ALLA GUERRA! DICHIARAZIONE DELLA SEZIONE DELL’IWA NELLA REGIONE DELLA RUSSIA
La guerra è iniziata.
Ciò di cui la gente aveva paura, ciò che temeva, ciò a cui non voleva credere, ma che era inevitabile, è accaduto. Le élite al potere in Russia e Ucraina, istigate e provocate dal capitale mondiale, avide di potere e gonfie di miliardi rubati al popolo lavoratore, si sono unite in una battaglia mortale. La loro sete di profitto e di dominio viene ora pagata con il sangue dalla gente comune - proprio come noi.
Il primo colpo è stato sparato dal più forte, quello più predatore e arrogante dei banditi: il Cremlino. Ma, come sempre accade nei conflitti imperialisti, dietro la causa immediata si nasconde tutto un groviglio di ragioni disgustosamente puzzolenti: la lotta internazionale per i mercati del gas, e il desiderio delle autorità di tutti i paesi di distogliere l'attenzione della popolazione dalla tirannia delle dittature “sanitarie”, e la lotta delle classi dirigenti dei paesi dell’ex Unione Sovietica per la divisione e la ridistribuzione dello “spazio post-sovietico”, e contraddizioni più grandi e globali, e la lotta per il dominio mondiale tra la NATO, guidata dagli USA e la Cina, che sfida il vecchio egemone legando il “fratellino” del Cremlino al suo carro. Oggi queste contraddizioni danno luogo a guerre locali. Domani, minacciano di trasformarsi in una terza guerra imperialista mondiale.
Qualunque sia la retorica “umanitaria”, nazionalista, militarista, storica o altro che giustifichi l’attuale conflitto, dietro ci sono solo gli interessi di coloro che hanno il potere politico, economico e militare. A noi, lavoratori, pensionati, studenti, la guerra porta solo sofferenza, sangue e morte. I bombardamenti di città pacifiche, i cannoneggiamenti, l’uccisione di persone non hanno alcuna giustificazione.
Esigiamo la cessazione immediata delle ostilità e il ritiro di tutte le truppe ai confini e alle linee che esistevano prima dell'inizio della guerra.
Chiediamo ai soldati mandati a combattere di non spararsi l’un l’altro, e ancor più di non aprire il fuoco sulla popolazione civile.
Li esortiamo a rifiutare in massa di eseguire gli ordini criminali dei loro comandanti.
FERMATE QUESTA GUERRA!
BUTTATE I FUCILI A TERRA!
Invitiamo le persone nelle retrovie di entrambi i fronti, i lavoratori della Russia e dell’Ucraina, a non appoggiare questa guerra, a non fornire alcun aiuto - al contrario, a opporre resistenza con tutte le proprie forze!
Non andate in guerra!
Non un solo rublo, non una sola grivnia dalle nostre tasche per la guerra!
Sciopero contro questa guerra dove possibile!
Un giorno - quando avranno abbastanza forza - i lavoratori in Russia e Ucraina presenteranno il conto a tutti i presuntuosi politici e oligarchi che ci mettono l’uno contro l’altro.
Ricordiamo: NESSUNA GUERRA TRA I LAVORATORI DELLA RUSSIA E DELL’UCRAINA!
NESSUNA PACE TRA LE CLASSI!
PACE ALLE CASE - GUERRA AI PALAZZI!
Sezione dell’IWA, International Workers Association, nella Regione Russa.
26.2.22
KRAS-IWA against the War | International Workers Association (iwa-ait.org) [258]
[1] Let's turn capitalist wars into a workers' revolution! | International Workers Association (iwa-ait.org) [259]
[2] Peace in the cottages, War in the Palaces! | International Workers Association (iwa-ait.org) [260]
[3] Russia: An internationalist voice against the Chechen war | International Communist Current (internationalism.org) [261]
Volantino del KRAS (Russia) sulla guerra in Georgia [262]
Internationalist declaration from Russia | International Communist Current (internationalism.org) [264] (sulle tensioni Russia/Ucraina nel 2014)
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Nel pieno fragore del Primo conflitto mondiale, socialisti di entrambi gli schieramenti si riunirono a Zimmerwald e Kienthal per iniziare una lotta internazionale che ponesse fine al massacro. I rivoluzionari portarono avanti i principi dell'internazionalismo contro la guerra imperialista, rifiutando le illusioni pacifiste e opponendosi ai vari fronti dell’imperialismo.
Nel corso della Seconda guerra mondiale, questi principi internazionalisti furono difesi solo dalla corrente della Sinistra Comunista, l’unica ad opporsi attivamente a tutti gli schieramenti, incluso quello stalinista dell’imperialismo russo, contrastando sia le giustificazioni del massacro fasciste che quelle antifasciste.
Sulla scorta di quanto prodotto dalla generazione di Zimmerwald e dalla sinistra comunista nella sua storia risulta oggi fondamentale esprimere con una sola voce la denuncia della barbarie capitalista della guerra da parte delle varie organizzazioni internazionaliste, a partire da quelle che sono l’espressione dell’eredità della sinistra comunista. Il momento attuale, pur nelle sue differenze di epoca e di contesti, non è meno importante di quello che dette origine a Zimmerwald. Perciò proponiamo questo momento di discussione come momento di preparazione alla lotta, valutando reciprocamente come meglio utilizzare questo processo di azione comune per amalgamare, con le organizzazioni rivoluzionarie oggi aderenti, anche la disponibilità dei singoli compagni. Come ieri Zimmerwald ha dato luogo alla III Internazionale, noi oggi dobbiamo rispondere alle responsabilità del momento, che sono difendere e diffondere il più possibile i principi internazionalisti, più attuali che mai, nella consapevolezza di dover costruire l’organizzazione politica di classe intorno alla quale rilanciare la prospettiva della rivoluzione comunista del proletariato come unica strada per porre fine alla barbarie del sistema capitalistico, basato sullo sfruttamento della forza lavoro e causa della guerra imperialista.
L’incontro sarà tenuto via internet, e tutti coloro che vorranno partecipare sono invitati a inviare un messaggio a [email protected] [124] o ad [email protected] [267] per poter ricevere istruzioni sulle modalità tecniche per partecipare alla riunione.
Corrente Comunista Internazionale Istituto Onorato Damen
Carissimi compagni, abbiamo partecipato con molto entusiasmo alla Riunione Pubblica online del 4 maggio 2022 su: “La guerra imperialista in Ucraina e i compiti dei rivoluzionari”
A nostro avviso il percorso iniziato dalla vostra organizzazione, e che ha portato ad una dichiarazione comune sulla guerra in Ucraina di alcune organizzazioni della Sinistra Comunista Internazionale, crediamo sia il percorso più giusto e necessario e forse l’unico possibile in questo momento così drammatico e, a nostro avviso, molto pericoloso per la vita stessa del nostro pianeta che rende ancora più incerto e oscuro il futuro dell’umanità intera.
Non crediamo sia necessario soffermarci in questo momento ulteriormente sulla gravità di questa guerra, né sul perché alcune organizzazioni della Sinistra Comunista abbiano risposto in maniera negativa e/o abbiano preferito non aderire a questa iniziativa, adducendo pretesti che a nostro avviso denotano una scarsa comprensione della gravità di questa guerra e del vero attacco che questa guerra significa nei confronti della classe e di una sua possibile e auspicabile presa di coscienza, venendo meno alla tradizione del Movimento Operaio e della Sinistra Comunista che da Zimmerwald ebbe le sue origini.
Concordiamo pienamente sul fatto che in questo momento di tale gravità “i rivoluzionari non possono attendere il risveglio del proletariato, devono loro prendere l’iniziativa e assumere le loro responsabilità.”
La Conferenza di Zimmerwald ci ha insegnato che in un momento come questo è assolutamente necessario denunciare la guerra come espressione della barbarie del capitalismo, difendendo le posizioni internazionaliste, e affermare con forza che non sono gli appelli alla pace che fermeranno la guerra ma la risposta della classe alla barbarie capitalista attraverso la trasformazione della guerra imperialista in guerra di classe per il rovesciamento del sistema capitalista.
Vogliamo pertanto sottolineare con forza l’importanza di questa dichiarazione comune che non è certo “fare chiacchiere e non fatti”, anzi è proprio il contrario, è l’inizio di quel percorso necessario per avviare una discussione e un confronto “fattivo” fra rivoluzionari, che porti a sviluppare un’analisi la più lucida e chiara possibile degli avvenimenti in corso e che porti ad esprimerci con una sola voce contro questa guerra espressione avanzata della barbarie capitalista.
Pertanto aderiamo con grande convinzione alla dichiarazione comune e ci dichiariamo pronti a diffonderla il più possibile, auspicando un forte consenso ad essa e che rappresenti un primo momento di preparazione a lotte future.
Saluti comunisti
Corrado, Marta, N, PDP, Ra, Renato, Ro (7/5/2022)
**************
Cari compagni, se pur presente per vari motivi non mi è stato possibile intervenire direttamente nella interessante discussione durante la riunione pubblica online indetta da voi e dallo IOD. Ho intenzione quindi di recuperare ringraziandovi innanzitutto per aver preso l’importante iniziativa contro questo ennesimo macello imperialista in Ucraina, condivisa anche dalla Internationalist Voice e dall’International Communist Perspective (Korea), con la vostra Dichiarazione congiunta come gruppi appartenenti alla sinistra comunista internazionale.
Per quanto riguarda la riunione, vi dico subito che concordo pienamente con la vostra relazione introduttiva e vi faccio merito per lo sforzo e la capacità, nonostante le vostre divergenze, di essere stati in grado di parlare con una voce sola nel denunciare questa guerra, e soprattutto per aver ritenuto d’importanza primaria il riferimento alla conferenza di Zimmerwald.
In particolare mi riferisco ad uno dei suoi più importanti insegnamenti, e cioè a quello spirito unitario e non settario espresso da Lenin e dai bolscevichi che ha consentito loro, nel denunciare quella carneficina come guerra imperialista del capitalismo, di far conoscere le loro idee agli altri internazionalisti che proprio su quest’ultima e su quale indicazione dare contro di essa avevano le idee più confuse. Non mi dilungo sull’ulteriore importanza di tale conferenza perché è stata ben spiegata nella vostra relazione introduttiva e da altri interventi.
Inoltre volevo aggiungere che, a partire dalle giuste critiche che avete avanzato nei confronti delle altre organizzazioni appartenenti al campo politico proletario (in particolare le organizzazioni bordighiste e la TCI) relative al loro rifiuto alquanto fuori luogo, incongruente ed in netto contrasto proprio con lo spirito di Zimmerwal, ad aderire alla Dichiarazione congiunta, mi trovo in disaccordo con il compagno Joseph quando lui dice di procedere… “sulla strada che abbiamo iniziato fregandocene della posizione della TCI. La nostra capacità deve essere di definire e chiarire i dati della situazione storica e creare con questo il confronto, guardiamo avanti e non indietro…”
Sicuramente è vero che “…la nostra capacità deve essere di definire e chiarire i dati della situazione storica e di guardare avanti …” ma ciò non basta ad attuare un altro dei compiti principali delle attuali organizzazioni internazionaliste, che se non ho capito male è emerso proprio da questa riunione, e cioè quello di fare chiarezza oltre che fra noi anche verso quegli elementi proletari che pur esistono e che sono alla ricerca di una posizione di classe più coerente relativa a tale guerra. E questi elementi li troviamo anche vicino a questi gruppi proletari e possono, pertanto, essere confusi per esempio dal settarismo dei bordighisti, oppure dal prurito attivistico, velleitario e controproducente proprio della TCI con il suo appello alla costituzione di comitati contro la guerra. Pertanto criticare (cioè guardare indietro) la TCI e le altre organizzazioni, che sbagliando si sono defilate dal suddetto appello, è più che giusto perché significa dare a tali elementi una possibilità di essere investiti da queste critiche e magari di addivenire ad una riflessione più profonda sulle cause della stessa guerra e soprattutto di raggiungere una maggiore chiarezza su ciò che in questo momento è uno dei compiti principali dei rivoluzionari: il vero significato e la vera difesa dell’Internazionalismo proletario.
In effetti, prendendo atto che attualmente il proletariato internazionale come massa è sottoposto ad un riflusso così avanzato da ignorare qualsiasi appello all’internazionalismo, come giustamente sottolineato da alcuni interventi, il compito attuale dei rivoluzionari è quello di difenderlo con la schiena diritta in quanto principio basilare, anche se questo significa andare contro corrente con scarsissima audience sulla classe in generale. Ma andare controcorrente come ci ha insegnato Bilan significa proprio mettere in discussione con severità ed onestà senza alcuna concessione il proprio passato, i propri errori come condizione per prepararsi alle lotte che ci riserva il futuro. E queste polemiche esprimono proprio l’insegnamento di Bilan in quanto, non essendo affatto cose personali interne a queste organizzazioni come supponeva qualche partecipante, sono necessarie a portare più chiarezza nel campo politico proletario ed evitare magari a questi compagni in ricerca di cadere nelle trappole per esempio di uno sterile attivismo immediatista (come quello della TCI). E come si sa dalla storia del movimento operaio, i relativi ma effimeri successi immediati dopo un certo tempo si possono trasformare in clamorosi insuccessi che potrebbero aumentare la confusione e la demoralizzazione di questi compagni con il grave rischio di perderli definitivamente. Un lusso che attualmente ed a maggior ragione gli internazionalisti non possono permettersi.
Avrei altre cose da dire ma credo che forse saranno argomenti più appropriati per la prossima riunione.
Saluti comunisti, Ro (7/5/2022)
La guerra in Ucraina, che manifesta e acuisce la diffusione del caos alle porte dell’Europa, è un passo importante nell’accelerazione della barbarie verso cui ci sta portando il sistema capitalista. In effetti, noi assistiamo alla convergenza esplosiva delle varie contraddizioni del capitalismo sotto forma di disastri ecologici, di recrudescenza di pandemie, di inflazione galoppante, di guerre sempre più irrazionali, di esodi migratori che riguardano milioni di persone, della disgregazione crescente della società a tutti i livelli in nome del ciascuno per sé, con una destabilizzazione delle alleanze sul piano internazionale e una frammentazione politica e sociale sul piano interno, dove ogni tentativo capitalista di mantenere l’ordine costituisce un passo verso il disordine. Ma non è questa autodistruzione del capitalismo che ci porterà al comunismo, perché il proletariato ne sarebbe trascinato dentro, ma la sua distruzione rivoluzionaria portata avanti in maniera cosciente dal proletariato.
Per orientare fin da ora la maniera in cui dobbiamo preparare la risposta che la classe sarà capace di sviluppare, e darle una prospettiva, dobbiamo fare lo sforzo di capire la situazione. Vi sono due questioni che dobbiamo risolvere:
Per discutere e dare una risposta a questi – ed eventualmente ad altri quesiti che saranno posti – invitiamo i compagni interessati a partecipare alla:
Mercoledì 29 giugno 2022 ore 19.30
L’incontro sarà tenuto via internet, e tutti coloro che vorranno partecipare sono invitati a inviare un messaggio a [email protected] [124] per poter ricevere istruzioni sulle modalità tecniche per partecipare alla riunione.
Abbiamo pubblicato il nuovo numero di Rivoluzione Internazionale nella colonna a destra. Per motivi tecnici non appare in chiaro, ma cliccando sull'immagine si trova il sommario e si può aprire il file pdf.
In continuità con la Dichiarazione congiunta dei gruppi della Sinistra Comunista Internazionale sulla guerra in Ucraina, il 4 maggio scorso si è tenuta in Italia una riunione pubblica on line organizzata dalla CCI e dall’Istituto O. Damen (IOD) dal titolo “La guerra imperialista in Ucraina e i compiti dei rivoluzionari”. La discussione, che ha visto la partecipazione di un numero significativo di compagni, si è sviluppata a partire da una introduzione comune CCI-IOD e pienamente condivisa da Internationalist Voice, che ha anche partecipato alla riunione stessa attraverso un contributo al dibattito, e da International Communist Perspective (Korea). La stessa riunione pubblica, con la stessa introduzione, è stata organizzata anche in lingua inglese, spagnola e francese, coinvolgendo nel dibattito un gran numero di elementi da diversi paesi del mondo.
Tutte le riunioni hanno sostenuto la gravità della situazione storica attuale espressa dalla guerra imperialista in Ucraina e della responsabilità delle avanguardie rivoluzionarie di fronte ad essa, sostenendo pertanto sia la Dichiarazione congiunta che l’introduzione alla discussione. Un bilancio sull’importanza politica di queste riunioni e degli elementi centrali del dibattito sarà pubblicato in seguito.
Qui pubblichiamo l’introduzione fatta a queste riunioni e due contributi che dei nostri simpatizzanti ci hanno inviato come riflessione ulteriore a seguito della riunione del 4 maggio.
Salutiamo caldamente questi due contributi. Non solo per il loro contenuto, ma anche e soprattutto perché esprimono una consapevolezza dell’importanza del ruolo delle organizzazioni politiche del proletariato per la prospettiva rivoluzionaria ed al tempo stesso l’idea che la difesa dei principi e dei metodi propri del movimento operaio non possono essere delegati alle sole organizzazioni ma devono essere fatte proprie da ogni compagno che li condivide.
Introduzione
1. Gli orrori cui cercano di abituarci giorno dopo giorno con la guerra in Ucraina costituiscono la vera natura della società capitalista. Le migliaia di morti che si accumulano settimana dopo settimana, soprattutto tra civili inermi oltre che tra giovani russi e ucraini mandati ad ammazzarsi sotto l’imposizione delle leggi marziale, intere città completamente distrutte da un dispiegamento di armi di primo ordine, milioni di profughi di donne, bambini e anziani alla ricerca di un rifugio, spesso colpiti essi stessi nella fuga o bloccati affamati e senza risorse in scantinati bui. Il capitalismo mostra così, ancora una volta, il suo vero volto, un volto di morte e distruzione che appartiene a tutti i paesi, grandi e piccoli, cosiddetti aggressori e aggrediti.
2. Per trascinare i proletari nell’atmosfera di guerra la propaganda occidentale non esita a battere sulla questione della difesa del popolo aggredito dall’invasore. Non passa giorno che Zelensky non compaia in televisione per chiedere nuove armi per difendersi. Cambiano le guerre, i tempi, ma la borghesia non rinuncia mai a far passare i suoi interessi per quelli di tutto il popolo, le sue guerre come guerre di difesa nazionale. L’ha fatto nella II guerra mondiale chiamando alla lotta partigiana contro il fascismo e il nazismo, l’aveva già fatto nella I guerra mondiale quando ogni singolo paese belligerante dichiarava di essere l’aggredito e che occorreva rispondere all’aggressore. Oggi il copione si ripete immutato. Quelle stesse potenze che cercano di presentarsi come i difensori dell’Ucraina aggredita, USA e paesi europei principalmente, sono essi stessi degli aggressori provocando la Russia con la sottrazione alla sua influenza dei vari paesi della ex-area sovietica e la loro annessione nella NATO, alleanza prettamente militare. Lo stesso stato ucraino non smette di pretendere la carneficina di migliaia di uomini costretti a non lasciare il paese per servire la patria, ovvero gli interessi dell’imperialismo ucraino.
3. La gravità di questa guerra, che riporta il conflitto in piena Europa coinvolgendo direttamente Russia e Ucraina, i due più grandi paesi del continente, e con alle spalle immediatamente la NATO e gli USA e sullo sfondo la Cina, con in più il rischio di incidenti nucleari o finanche dell’uso di armi nucleari, non ha certo bisogno di essere spiegata. D’altra parte la situazione si presenta particolarmente delicata per il proletariato che in questa fase si ritrova stordito dagli avvenimenti e finanche con una certa difficoltà a riconoscersi come classe sociale sfruttata da questo sistema. Di fronte a questo scenario i rivoluzionari non possono attendere il risveglio del proletariato, devono loro prendere l’iniziativa e assumere le loro responsabilità. Ma quali sono oggi i compiti delle avanguardie rivoluzionarie? Per rispondere dobbiamo guardare all’indietro nella storia del Movimento Operaio.
4. E naturalmente il riferimento più immediato non può che essere Zimmerwald. Quello che ha animato i partecipanti alla Conferenza di Zimmerwald del settembre 1915 è la denuncia della guerra come un’espressione della barbarie del capitalismo, smascherando e denunciando le posizioni difensive dell’uno o dell’altro campo in lotta, senza cadere nella trappola di difendere l’uno o l’altro. Non sono gli appelli alla pace rivolti ai potenti del mondo che potranno fermare la guerra, ma la risposta della classe alla barbarie capitalista attraverso la trasformazione della guerra imperialista in guerra di classe per rovesciare il sistema, come rivendicato già nel VII Congresso della II Internazionale a Stoccarda nel 1907 sia da Lenin che dalla Luxemburg. Questo spirito di unirsi sui principi malgrado le divergenze nell’analisi permetterà appunto a Zimmerwald di diventare il riferimento che è oggi per noi rivoluzionari. E proprio a proposito di Zimmerwald lo stesso Lenin, noto per la sua intransigenza, sviluppava le seguenti considerazioni a proposito del Manifesto di Zimmerwald subito dopo la Conferenza:
“Il nostro Comitato centrale doveva firmare questo manifesto timoroso e inconseguente? Noi pensiamo di sì (…). Noi non abbiamo nascosto le nostre opinioni, le nostre parole d’ordine, la nostra tattica. (…). Abbiamo diffuso, stiamo diffondendo e continueremo a diffondere le nostre opinioni con la stessa energia con cui lo farà il manifesto. È un fatto che questo manifesto è un passo avanti verso una vera lotta contro l'opportunismo, verso una rottura con esso. Sarebbe settario rifiutarsi di fare questo passo avanti insieme alla minoranza dei socialisti tedeschi, francesi, svedesi, norvegesi e svizzeri, quando abbiamo piena libertà e piena possibilità di criticare l'incoerenza e di lavorare per cose più grandi. Sarebbe una cattiva tattica di guerra rifiutarsi di aderire al crescente movimento internazionale di protesta contro il social-sciovinismo solo perché questo movimento è lento, perché fa "solo" un passo avanti e perché è pronto e disposto a fare un passo indietro domani e fare la pace con il vecchio Ufficio Socialista Internazionale.”[1]
Come si vede da questo passaggio di Lenin, le divergenze tra i rivoluzionari dell’epoca non hanno mai impedito di prendere delle posizioni in comune, pur proseguendo nella polemica reciproca. Nell’aprile del 1915 Rosa Luxemburg scrive Junius brochure e Lenin nel 1916 polemizza con Rosa con L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Pertanto, una dichiarazione in comune non è né il sostituto né un impedimento a una discussione e un confronto tra rivoluzionari, può essere piuttosto uno stimolo.
5. Dunque, rispetto alla situazione attuale, che compiti hanno oggi i rivoluzionari? Noi pensiamo che, sulla traccia di quanto prodotto dalle precedenti generazioni di rivoluzionari, un primo compito sia sviluppare un’analisi la più lucida possibile degli avvenimenti in corso, confrontandosi e polemizzando con altre posizioni presenti nel campo rivoluzionario per promuovere la massima chiarezza di cui ha bisogno il proletariato in questo momento. Ma che un secondo compito, non secondario rispetto al primo enunciato, sia quello di esprimere con una sola voce la denuncia della barbarie capitalista della guerra da parte delle varie organizzazioni internazionaliste, a partire da quelle che sono l’espressione dell’eredità della sinistra comunista. In questo senso la CCI ha promosso un appello a tali organizzazioni per redigere una dichiarazione congiunta di condanna della guerra[2], per dire quale è la posizione del proletariato di fronte alla situazione attuale, per affermare la necessità di difendere l'internazionalismo di fronte alla guerra imperialista. Come sapete questa dichiarazione è stata sottoscritta per il momento da altre tre organizzazioni a livello mondiale: l’Istituto Onorato Damen, Internationalist Voice e International Communist Perspective (Corea). Per quanto ridotto sia il numero di gruppi che hanno sottoscritto la dichiarazione contro la guerra, non deve sfuggire l’enorme importanza che questa assume per il futuro della lotta di classe. Nel caso del Manifesto di Zimmerwald, indirizzato ai proletari di tutta l’Europa e adottato all’unanimità dai socialisti di dodici paesi, questo ebbe un notevole impatto sugli operai e sui soldati. Tradotto e diffuso in diverse lingue, per lo più sotto forma di volantini e opuscoli clandestini, il Manifesto apparve come una protesta vivente degli internazionalisti contro la barbarie. Di fronte alla gravità della situazione, le ambiguità contenute nel Manifesto passarono in secondo piano nella mente dei lavoratori che videro in esso la prima manifestazione dell'internazionalismo. Noi dobbiamo dunque difendere e rafforzare questa Dichiarazione comune che è solo il primo atto, il primo nucleo di attività intorno al quale progressivamente sarà possibile aggregare altre forze rivoluzionarie nella chiarezza delle reciproche posizioni verso la costruzione del futuro partito.
6. Occorre anche segnalare che, se le organizzazioni che hanno risposto positivamente sono solo 3, è perché altre o non hanno risposto (PCI - Le Proletaire e PCI - Il Partito) o hanno risposto negativamente (PCI - Il Programma e la TCI). In particolare, mentre Il Programma ha declinato l’invito dicendo che:
“non è il momento delle chiacchiere, ma di mettere in pratica le immutate e immutabili direttive della preparazione rivoluzionaria”
la TCI ha dato la seguente risposta:
“In passato abbiamo sempre trovato che le nostre prospettive sono completamente diverse e rendono impossibile qualsiasi dichiarazione congiunta più profonda e questo è diventato ancora più pronunciato nel tempo. Così, anche se non siamo in linea di principio contrari ad una qualche forma di dichiarazione congiunta, potremmo trovare gli stessi vecchi problemi.”
Per aggiungere poco dopo: “… può darsi che sia anche necessario guardare oltre la “sinistra comunista” (che nonostante la nostra recente crescita rimane tristemente piccola) ma a coloro che condividono la nostra prospettiva di classe se non la nostra precisa politica. Lo slogan "NO War But the Class War" non solo pone questa domanda agli altri gruppi politici ma li avvicina ulteriormente alla prospettiva della sinistra comunista.”[3]
7. Di fatto il rifiuto della TCI va di pari passo con l’adesione a iniziative di base che non corrispondono, a nostro avviso, alle esigenze del momento. Noi pensiamo che questi gruppi, rifiutando di aderire all’appello per una iniziativa comune tra le forze della sinistra comunista, vengano meno alla tradizione del Movimento Operaio e specificamente della Sinistra Comunista che proprio da Zimmerwald ebbe le sue origini. Noi proponiamo dunque che la discussione si focalizzi in particolare su questa iniziativa della Dichiarazione comune e di ciò che essa comporta e che la discussione stessa sia un momento di preparazione alla lotta, valutando reciprocamente come meglio utilizzare questo processo di azione comune per amalgamare, con le organizzazioni rivoluzionarie oggi aderenti, anche la disponibilità dei singoli compagni.
Corrente Comunista Internazionale Istituto Onorato Damen
[1] Lenin, Il primo passo, 11 ottobre 1915 https://www.marxists.org/archive/lenin/works/1915/oct/11.htm [268]
A seguito della pubblicazione della Dichiarazione congiunta dei gruppi della Sinistra Comunista Internazionale sulla guerra in Ucraina [269] Dichiarazione congiunta dei gruppi della Sinistra Comunista (Corrente Comunista Internazionale, Internationalist Voice e Istituto Onorato Damen)[1], sono stati organizzati da questi gruppi due incontri pubblici online, uno in italiano e uno in inglese, per discutere e chiarire la necessità della Dichiarazione congiunta e i compiti dei rivoluzionari di fronte alla guerra imperialista e alle nuove condizioni mondiali. Gli incontri si sono svolti in un'atmosfera seria e cordiale; le differenze di opinione non hanno impedito il cameratismo e la vivacità della discussione. Il significato della Dichiarazione congiunta sta nel fatto che questa ricalca lo spirito della Conferenza di Zimmerwald del 1915, dove i rivoluzionari riuscirono a redigere una dichiarazione internazionalista congiunta di fronte alla Prima Guerra Mondiale. Negli anni Trenta, invece, i comunisti di sinistra italiani e olandesi si opposero alla guerra di Spagna, ma non riuscirono a redigere una dichiarazione congiunta. Allo stesso modo, durante la guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale e la guerra di Corea, i comunisti internazionalisti non riuscirono a pubblicare una dichiarazione congiunta. È innegabile che oggi i gruppi della sinistra comunista non hanno l'influenza che avevano i rivoluzionari nel 1915. Tuttavia, una voce comune è necessaria, non per le sue conseguenze immediate, ma per la prospettiva delle battaglie future. Non è possibile rispecchiare le discussioni di entrambe le sessioni in un breve articolo, ma vogliamo dare una sintesi dei temi discussi.
Nell'incontro in lingua italiana, tutti i partecipanti, senza eccezioni, hanno valutato la natura della guerra come imperialista e hanno sottolineato la necessità di difendere l'internazionalismo, cioè di non sostenere nessuno degli schieramenti imperialisti. Rifiutando ogni illusione pacifista, hanno visto nella classe operaia e nella lotta di classe l'unica forza in grado di opporsi alla guerra. I partecipanti, senza eccezioni, hanno sottolineato l'importanza della Dichiarazione congiunta. I partecipanti ritengono che, sebbene la situazione odierna non sia paragonabile a quella del 1915 e i rivoluzionari non abbiano l'influenza che avevano sulla classe operaia nel 1915, lo spirito della conferenza di Zimmerwald, come una bussola, è ancora valido oggi. La conferenza di Zimmerwald è un riferimento per i rivoluzionari, a cui fanno riferimento nella loro lotta contro la guerra imperialista. Solo un partecipante ha dichiarato non valido il riferimento alla conferenza di Zimmerwald, sostenendo che le correnti che hanno firmato la dichiarazione congiunta non hanno l'influenza di Lenin o della Luxemburg sulla classe operaia. Altri hanno risposto che l'importanza di una dichiarazione congiunta risiede nel fatto di poter esprimere con una sola voce le posizioni internazionaliste, cosa che in precedenza le correnti della sinistra comunista non erano state in grado di esprimere di fronte alla guerra.
Il fatto che altri gruppi della sinistra comunista si siano rifiutati di firmare la dichiarazione congiunta riflette la debolezza dell'ambiente politico proletario. La maggioranza dei partecipanti ha deplorato il rifiuto di altri gruppi della sinistra comunista di fare riferimento a Lenin sulla necessità di una risposta comune nonostante le differenze teoriche. A Zimmerwald, i partecipanti avevano differenze di opinione e di analisi, ma questo non ha impedito loro di fare una dichiarazione comune. La maggioranza dei partecipanti non ha condiviso le ragioni addotte dalla Tendenza Comunista Internazionalista[2] per non firmare la dichiarazione congiunta. Mentre alcuni partecipanti hanno parlato di continuare la discussione con la TCI per incoraggiarla a firmare la dichiarazione congiunta o, almeno, a sviluppare un'azione comune con loro, altri hanno sottolineato che dovremmo evitare di entrare in discussioni polemiche e andare avanti senza prestare attenzione agli altri. In ogni caso, tutti i partecipanti all'incontro hanno condiviso l'opinione che la proposta No War But the Class War elaborata dalla TCI rappresenti un enorme passo indietro rispetto alla propria tradizione politica, delegando di fatto alla classe operaia in generale le funzioni che dovrebbero invece svolgere le avanguardie rivoluzionarie.
I partecipanti hanno sottolineato che non è possibile combattere la guerra senza combattere il capitalismo. Dopo la guerra, l'inflazione è aumentata non solo nella periferia del capitalismo, ma anche nei centri metropolitani, e quindi il costo della vita per il proletariato è aumentato, il che significa che il tenore di vita della classe operaia è diminuito. Le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia, con lo scoppio della guerra imperialista in corso, sono destinate a peggiorare e potrebbero indurre, in un futuro più o meno prossimo, il proletariato a reagire ai continui attacchi lanciati dal capitale.
Un altro punto di discussione ha sottolineato che la lotta del proletariato può svilupparsi in una direzione rivoluzionaria solo se si basa sulla continuità storica delle posizioni della sinistra comunista. Naturalmente, ciò non significa che solo i gruppi di sinistra comunista possano sostenere queste posizioni, ma che esse devono servire come punto di riferimento per indicare la strada da seguire. Durante la discussione si è convenuto che è compito dei rivoluzionari lavorare per costruire il futuro partito internazionale e internazionalista del proletariato, senza il quale tutte le eventuali lotte della classe operaia saranno inevitabilmente destinate alla sconfitta. E questa è la prospettiva della dichiarazione contro la guerra imperialista firmata dai vari gruppi aderenti.
Nella sessione in lingua inglese (alla quale i compagni dello IOD non hanno potuto partecipare), come in quella in lingua italiana, i partecipanti hanno identificato in modo inequivocabile la natura della guerra come imperialista e, rigettando ogni illusione pacifica, hanno individuato nella classe operaia e nella lotta di classe l'unica forza in grado di contrastare la guerra. Durante l'incontro, ad eccezione del delegato della TCI/CWO, i partecipanti hanno sottolineato l’importanza della Dichiarazione congiunta. Un partecipante ha dichiarato che, sebbene non fosse pienamente d'accordo con la Dichiarazione congiunta, la sosteneva comunque. Come nella riunione in lingua italiana, i partecipanti, ad eccezione del delegato della TCI/CWO, hanno anche affermato che, sebbene la situazione odierna non sia paragonabile a quella del 1915 e che i rivoluzionari non abbiano l'influenza che avevano nella classe operaia nel 1915, lo spirito della Conferenza di Zimmerwald deve fungere da bussola, valida ancora oggi, un punto di riferimento per i rivoluzionari nella lotta contro la guerra imperialista.
Durante l'incontro, il delegato della TCI/CWO ha avuto l'opportunità di esporre le ragioni del suo gruppo per rifiutare di firmare la dichiarazione congiunta. Ha esposto tali ragioni, ma le sue argomentazioni non solo non hanno convinto il pubblico, ma hanno anche alimentato ulteriori discussioni. Il rappresentante della TCI/CWO ha affermato che la mancata firma della dichiarazione non è una questione di principio, ma che la TCI/CWO riteneva che i criteri per coloro che dovrebbero firmare fossero troppo ristretti. Secondo il compagno, si vuole mettere assieme quelli che sono d'accordo con l'iniziativa No War but the Class War. Invece, firmando la Dichiarazione congiunta, la TCI approverebbe implicitamente il punto di vista della CCI sul parassitismo. La TCI lavora con Controverses e il Gruppo Internazionale della Sinistra Comunista, mentre la CCI non lo fa; la CCI ha etichettato compagni che hanno lottato per anni come parassiti. Forse la TCI può farli rientrare nella Sinistra Comunista attraverso il NWBCW.
Diversi partecipanti, ex membri della CCI, hanno respinto l’affermazione del rappresentante della TCI/CWO secondo cui ogni militante che lascia la CCI viene etichettato come parassita, affermando di non essere mai stati privati di qualunque attività e che i compagni della CCI sono sempre molto aperti alla discussione e alla solidarietà. Hanno sottolineato che il problema del parassitismo è legato a comportamenti non proletari.
Alcuni partecipanti sono intervenuti criticando l'iniziativa NWBCW; tuttavia, il presidium ha chiesto ai partecipanti di rimandare la discussione sulla questione NWBCW alla prossima riunione pubblica. Nel corso della discussione è stato argomentato che gli internazionalisti non hanno potuto esprimere una dichiarazione congiunta di fronte alla guerra di Spagna, alla Seconda guerra mondiale, alla guerra di Corea, ecc. Oggi l'adozione della Dichiarazione congiunta è stata un colpo al settarismo nell'ambiente politico proletario e un passo avanti. Alcuni compagni, che all’inizio avevano dato credito alla TCI per aver rifiutato di firmare la Dichiarazione congiunta, si sono convinti, nel corso della discussione, della necessità di quest'ultima. Un compagno ha detto nelle conclusioni che riteneva la discussione costruttiva, anche se le differenze tra la CCI e la TCI sono significative. Queste differenze devono essere articolate maggiormente e sviluppate in discussioni comuni. Un altro partecipante ha affermato che, pur essendo in disaccordo con alcune posizioni della CWO, era convinto che la Sinistra Comunista non sarebbe stata in grado di svolgere i suoi compiti storici senza la partecipazione di gruppi come i Bordighisti o la TCI. A suo avviso, è un peccato che tali gruppi non abbiano compreso l'importanza di questa azione sulla guerra in Ucraina.
L'opinione prevalente della riunione è stata che, sebbene solo una minoranza di tutti i gruppi della Sinistra Comunista abbia firmato la Dichiarazione congiunta, quest'ultima sarebbe comunque diventata un punto di riferimento nella tradizione della sinistra comunista, a cui altri gruppi e militanti avrebbero potuto fare riferimento.
Internationalist Voice
Istituto Onorato Damen
Corrente Comunista Internazionale
15 giugno 2022
L'imperialismo non è l'imposizione internazionale dello Stato più forte sul resto degli Stati nazionali, è un fenomeno storico legato allo sviluppo mondiale del modo di produzione capitalista. Il capitalismo è competizione e lotta di tutti contro tutti. La globalizzazione dell'economia, l'espansione globale del capitalismo, l'esaurimento della produzione di valore dovuto all'espulsione del lavoro vivo aggrava la crisi capitalista, che raggiunge i suoi limiti interni e il mercato mondiale non è in grado di assumere una controtendenza rispetto alla crisi. Tutto ciò esaspera la concorrenza e trasforma la guerra in una continuazione dell'economia del capitale con altri mezzi, piuttosto che in un fenomeno che supera le crisi cicliche, cercando di accaparrarsi risorse, materie prime, mercati, vantaggi competitivi rispetto ad altri Stati nazionali. Nelle guerre il proletariato viene ingannato e usato come carne da cannone. Non c'è Stato nazionale che non sia imperialista, o come diceva Lenin: “tutti sono peggiori.
L'internazionalismo è un principio fondamentale del proletariato, che è internazionale e internazionalista. La rivoluzione sarà internazionale e internazionalista o non sarà. Il proletariato come classe difende gli interessi dell'umanità nel suo insieme al di là di ogni divisione nazionale imposta dalla borghesia e dai suoi Stati nazionali. L'internazionalismo è legato all'autonomia di classe, alla necessità che la classe sviluppi la sua coscienza, unità e organizzazione indipendentemente dalla borghesia e dai suoi apparati politici. Non c'è possibilità di alleanza tattica con nessuna frazione della borghesia (tutte imperialiste) che non comporti un tradimento del proletariato e dei principi del programma rivoluzionario.
Il gauchisme (sinistra borghese) è l'ideologia che difende il capitale sulla base di argomenti che denaturano il programma rivoluzionario, anteponendo le questioni tattiche ai principi e affrontando la realtà partendo dalla difesa del male minore o della borghesia più debole. È l'ideologizzazione del tradimento storico della socialdemocrazia, della difesa dei blocchi borghesi e imperialisti, della difesa dell'interclassismo dilagante. Il gauchisme ci chiede continuamente di firmare nuovamente i “crediti di guerra”, di scontrarci con i nostri fratelli e sorelle di classe nella difesa dell'economia nazionale contro la difesa dei bisogni umani.
Guerra e militarismo sono quindi inseparabili dalle dinamiche stesse del capitalismo. Non ci sono guerre buone, tutte rispondono agli interessi del capitale e della sua borghesia. La risposta storica del proletariato alla guerra è la rivoluzione mondiale, che implica l'affermazione dei nostri bisogni umani al di sopra di tutte le divisioni imposte. Le conseguenze della guerra si manifestano sotto forma di morte e miseria e sono immediate. L'aumento dei prezzi e la precarizzazione delle condizioni di vita sono un fatto immediato che riguarda tutti noi, anche quei lavoratori che non sono (ancora) sotto le bombe.
La lotta di classe si esprime, nell'attuale momento di debolezza del proletariato internazionale, nella difesa delle condizioni di vita. Di recente in Kazakistan i lavoratori hanno lottato (scioperi di massa, rivolte urbane, ecc.) contro il proprio Stato di fronte all'aumento dei prezzi del gas e di tutti i prodotti di base, difendendo le loro vite contro il capitale. La rivolta (indubbiamente debole per la sua mancanza di prospettiva e di organizzazione) è stata affogata nel sangue dagli eserciti della Federazione Russa, in collusione con lo Stato kazako e il blocco imperialista occidentale. Il movimento in Kazakistan (uno dei tanti che segnano la nostra storia di classe sfruttata e rivoluzionaria) mostra come le varie borghesie e i loro blocchi imperialisti non abbiano problemi a unirsi contro i lavoratori. Come hanno detto alcuni compagni, Il Kazakistan rappresenta oggi il mondo. Con le sue indubbie debolezze, esprime in modo fotografico la prospettiva del futuro: guerra imperialista e/o rivoluzione, catastrofe capitalista o comunismo.
CONTRO TUTTE LE GUERRE!
CONTRO OGNI IMPERIALISMO!
CONTRO TUTTI I CAPITALISTI!
PER LA DIFESA DEI BISOGNI UMANI!
PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNIAMOCI!
Accogliamo con favore la difesa dell'internazionalismo proletario da parte del compagno. Questa difesa deve essere incrollabile all'interno dell'ambiente politico proletario. Poiché ciò che caratterizza la posizione marxista sulla guerra è la sua capacità di rimanere fedele e coerente agli interessi, alla prospettiva e alle posizioni storiche della classe operaia, dobbiamo basare la nostra risposta su un metodo storico in continuità con il filo rosso della storia del proletariato. Il metodo che dobbiamo seguire per la discussione e per il raggruppamento delle forze rivoluzionarie è quello di Zimmerwald, che nel 1915 servì come base per la costruzione della Terza Internazionale, del Partito del proletariato. Questo metodo consisteva nel partire da ciò che c'era in comune tra le posizioni politiche che nella pratica avevano dimostrato la loro fedeltà al proletariato, e sviluppare da questo una polemica diretta, senza mezze misure. Camminare poggiando saldamente su questi due piedi, quello dell'unità e del confronto schietto e diretto, è il metodo per promuovere lo sviluppo della coscienza di classe e combattere la penetrazione dell'ideologia borghese nelle nostre fila.
Per questo iniziamo da ciò che condividiamo con il compagno:
Così come ci siamo alzati con il piede dell'unità, per iniziare a camminare ora mettiamo a terra il piede del confronto:
Il compagno non tiene conto del quadro marxista dell'ascesa e del declino di un modo di produzione, senza il quale le sue posizioni rischiano di diventare una critica puramente viscerale e una difesa puramente morale dell'internazionalismo, estremamente fragile e impotente di fronte alla penetrazione dell’ideologia borghese.
Ci sono tre aspetti fondamentali che vorremmo criticare della sua posizione. In questa risposta ci concentreremo solo sul primo, anche se citeremo gli altri due per favorire il confronto futuro e non lasciarli a se stessi.
Oggi il gauchisme non ci chiama direttamente a firmare i crediti di guerra, come dice la lettera, ma al contrario, vediamo gli incendiari trotskisti, gli anticapitalisti e gli anarchici ufficiali (CNT, CGT, ecc.) gridare contro Putin e contro la NATO, contro l'invasione e per la “solidarietà internazionalista tra i popoli”, perché non ci sia “né guerra tra i popoli né pace tra le classi”[2]. Queste campagne di mobilitazione sono comunque una negazione della lotta e della prospettiva del proletariato. Per comprendere la natura del gauchisme come braccio del totalitarismo di Stato è necessario comprendere la decadenza del capitalismo. Non identificare correttamente il gauchisme può dare adito a speranze che questi facciano parte della palude della confusione o siano gruppi proletari in degenerazione.
Dopo queste precisazioni, che riteniamo necessarie e che potrebbero incoraggiare discussioni future, passiamo all'elemento centrale di questa risposta, che dividiamo in due punti: la decadenza del capitalismo e la natura della guerra.
Nella fase ascendente del capitalismo, Marx segnalò che le crisi cicliche erano il risultato delle contraddizioni del capitalismo. Il capitale tende per natura a crescere, la sua dinamica è l'accumulazione e lo sviluppo delle forze produttive in sé a dispetto del consumo e dell'uso, lo sviluppo del valore di scambio. In questa fase ascendente di espansione mondiale del capitalismo ci sono stati momenti di saturazione del mercato interno capitalista, momenti di crisi che hanno svalutato il capitale costante e abbassato il prezzo delle merci al punto da portare alcuni capitali a non essere più redditizi. Queste svalutazioni del capitale costante nelle crisi cicliche si sono risolte con una nuova espansione capitalista, sia del mercato interno che, soprattutto, del mercato estero.
In questo modo, attraverso il fallimento di alcuni capitali nella concorrenza, la fusione e concentrazione del capitale in mostri capitalistici più grandi, c’è stato uno slancio per la conquista di nuovi mercati extra-capitalistici, cioè l'espansione del capitale in tempi di prosperità. Fu in questi periodi di prosperità che la classe operaia ebbe la reale possibilità di strappare delle riforme, cioè di costringere la borghesia attraverso lo sciopero e la lotta parlamentare a investire di più nei salari e in altri miglioramenti delle condizioni di vita.
Questo processo di conquista di nuovi mercati mise a disposizione del capitalismo nuove forze produttive e pertanto lo sviluppo di queste convertendole in capitale. E questo è avvenuto sia per le nuove terre produttive e gli altri mezzi di produzione, sia per la forza lavoro. Ad esempio, la borghesia si appropriava delle terre da cui la popolazione dipendeva per il proprio consumo (e alle quali era spesso incatenata a vita attraverso i tributi al feudatario), e proletarizzava sempre più le masse lavoratrici.
Il capitale tende all'espansione illimitata, ma il mondo è limitato. La decadenza del sistema iniziò nel momento in cui il capitale si vide sempre più confrontato con se stesso, quando si scontrò con un muro insormontabile nella realizzazione del plusvalore sotto forma di sovrapproduzione, rispetto alla quale l'unica possibilità di espansione apparve essere quella di muovere guerra ad altre potenze capitalistiche centrali, con la prospettiva di sottrarre loro territori o la loro posizione nel mercato mondiale. Questa unica possibilità non significava che ogni singolo capitale potesse realmente metterla in atto e certamente non sarebbe stata uno sbocco economico per il capitale globale. Questa è la nuova era dell'imperialismo analizzata dalla Terza Internazionale. L’epoca in cui lo sviluppo delle forze produttive entrò in netta contraddizione con i rapporti di produzione (il che non significava che le forze produttive avessero cessato di svilupparsi o che i nuovi mercati fossero esauriti). E’ l’epoca in cui la crisi diventa permanente (non è più l’epoca delle crisi cicliche), e l'unico modo per evitarla è rimandarla a un futuro in cui diventerà sempre più grave e inevitabile. Attraverso l’indebitamento, ad esempio. Da questo blocco storico del sistema nasce essenzialmente una tendenza al caos e all'autodistruzione. La decadenza mostra che il capitalismo non può, nella realtà concreta, continuare per saecula saeculorum.
Perché l'analisi della decadenza è così importante per la lotta proletaria? Perché apre l'era delle reali possibilità della rivoluzione comunista. E con essa, a sua volta, ogni lotta per le riforme diventa obsoleta poiché non ci sono più momenti di reale prosperità del capitalismo in cui lottare per strappare riforme al capitale. Il parlamentarismo e la lotta sindacale vengono assorbiti dallo Stato che, in controtendenza al caos crescente, assume un carattere sempre più totalitario. L'analisi della decadenza ha quindi importanti conseguenze sul piano militante.
La natura della guerra
Nella fase ascendente del capitalismo, la guerra ha svolto una funzione economica di conquista di nuovi mercati: sia nel senso di formazione di nuove nazioni (guerra franco-prussiana), sia nel senso di debellare i settori più arcaici del capitale (guerra civile negli USA), sia nel senso delle guerre coloniali. Tutti questi aspetti hanno partecipato all'espansione del capitalismo, ad esempio distruggendo i precedenti rapporti di produzione o annientando la popolazione autoctona per disporre delle forze produttive della terra che abitavano. La guerra era un'arma essenziale per raggiungere questi obiettivi. Poiché la guerra aveva lo scopo progressivo di espandere i rapporti di produzione capitalistici (e quindi di porre le basi materiali per la rivoluzione proletaria), il proletariato sostenne le sezioni più progressiste della borghesia in alcune di queste guerre.
La domanda che dobbiamo porci qui è: qual è la differenza nella fase decadente? Nella decadenza la guerra:
Da dove viene l'idea che la guerra imperialista svolga una funzione equivalente alle crisi cicliche della fase ascendente? È un'idea che si è sviluppata nel movimento operaio in quel momento critico di passaggio alla fase decadente e nel dibattito per comprendere la natura della guerra imperialista. Questa idea, sviluppata da Bukharin nel 1915, confonde la riduzione del valore del capitale costante nelle crisi cicliche della fase ascendente con la distruzione e la sterilizzazione della forza-lavoro, dei mezzi di produzione e del capitale a causa della tendenza alla guerra imperialista. Distruggere e sterilizzare il capitale non equivale a svalutarlo. La tendenza alla guerra imperialista produce una massa crescente di spese improduttive per armi che, se non utilizzate, sterilizzano il capitale e, se utilizzate, distruggono mezzi di sussistenza e di produzione, impianti produttivi, esseri umani, abitazioni, ecc. Questa è la polemica di Internazionalisme con Vercesi ("Il Vercesi rinnegato", maggio 1944, nel Bollettino internazionale della Frazione italiana della Sinistra comunista, n. 5): la tendenza alla guerra imperialista non contribuisce affatto al ciclo successivo di produzione, alla riproduzione allargata del capitale[4].
La guerra imperialista nella fase di decadenza ha la funzione strategica di strappare i mercati a un imperialismo rivale oppure di annientare entrambi. La guerra imperialista nasce storicamente e globalmente dalle contraddizioni economiche del capitalismo e, fattore fondamentale, dal fatto che il sistema ha sempre meno aree di espansione extra capitalistiche. Tuttavia, la guerra imperialista non ha alcuna funzione economica per lo sviluppo del capitalismo, ma è l'esplosione irrazionale delle sue contraddizioni. Al contrario, perde ogni razionalità economica man mano che la decadenza si approfondisce verso l'attuale fase di decomposizione. La prima guerra mondiale non è nata direttamente dalla crisi economica (cioè, come impulso al capitalismo come era stato nelle crisi cicliche del periodo ascendente), ma da una situazione politica, strategica e militare di spartizione del mondo in cui alcune potenze erano arrivate troppo tardi alla divisione della torta. Un secolo dopo vediamo che tale razionalità economica è quasi assente anche dal punto di vista di ogni capitale nazionale: la provocazione statunitense per spingere la Russia ad avviare la sua impresa bellica in Ucraina non è stata in definitiva quella di vendere il suo petrolio all'UE, ma di mantenere disciplinate le potenze europee, per isolare e ostacolare altre potenze, principalmente la Cina, e per indebolire la posizione imperialista della Russia impantanandola in una guerra senza fine. In effetti, la strategia degli Stati Uniti è la politica machiavellica di dare all'Ucraina il minimo di armi in modo che non perda la guerra, ma non possa nemmeno vincerla. Possiamo solo immaginare cosa significhi questo freddo calcolo militare in termini di sofferenza umana! Il compagno sbaglia, quindi, ad attribuire alla guerra imperialista una funzione di “via d’uscita dell'economia con altri mezzi”. Con questa visione non è possibile comprendere la natura della guerra imperialista e ancor meno la natura della guerra nell'attuale fase di decomposizione, che ha importanti risvolti nella lotta di classe.
Questa critica diretta che sviluppiamo non ci impedisce di salutare la sua difesa dell'internazionalismo. Incoraggiamo sia lui che altri rivoluzionari a continuare la discussione sulla base di questa risposta, nonché ad andare a fondo nella comprensione delle posizioni storiche del proletariato.
CCI 19-5-22
[1] Debate: La lucha de los revolucionarios contra la suplantación de la continuidad del marxismo [274]
[2] https://www.elsaltodiario.com/guerra-en-ukrania/putin-otan-grito-asamblea-popular-contra-guerra-madrid [275]
[4] Per approfondire l’argomento vedi: Economic theories and the struggle for socialism [277], International Review n.16, 1979, anche in spagnolo e francese sul nostro sito e Replica al BIPR: LA NATURA DELLA GUERRA IMPERIALISTA [278], Rivista Internazionale n. 19, 2017
“L’Europa si militarizza e annuncia il più grande dispiegamento di truppe dalla guerra fredda”, “La guerra della Russia contro l’Ucraina ha rotto la pace e ha seriamente alterato il nostro sistema di sicurezza”, sono questi i minacciosi titoli del vertice di Madrid. La Russia, ma anche la Cina, sono apertamente designati come “nemici della democrazia”. Il vertice di Madrid è stato un esercizio chiaramente bellicista. E le parole sono accompagnate dalle decisioni. Si parla di spendere 200 miliardi di euro in armamenti, di dispiegare fino a 300.000 soldati nei paesi dell’Europa dell’est, dal Baltico al mar Nero. Minacciano la Cina. Sfidano Putin. Si è trattato di un vertice sulla e per la guerra.
Nel 1949, nel quadro del confronto imperialista tra gli Stati Uniti e il blocco sovietico, gli Stati Uniti fondarono la NATO (Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico) come uno strumento chiave contro il blocco nemico. Si trattava di un’alleanza militare e politica che permetteva agli Stati Uniti di controllare i loro alleati, i cui eserciti, servizi segreti, cellule di informazione ed armamenti dipendevano sempre più dai dispositivi, dai brevetti, dalle forniture e dai protocolli americani. Tutte le basi militari di un paese alleato potevano essere utilizzate dalla NATO, cioè dagli Stati Uniti.
Con il crollo del blocco sovietico nel 1989, i paesi precedentemente sotto tutela americana hanno cercato di liberarsi del loro controllo. Il blocco americano si è disintegrato e oggi non ci sono più blocchi imperialisti. Tuttavia questo non ha inaugurato un «nuovo ordine mondiale» di pace, democrazia e prosperità, come aveva promesso il presidente americano dell’epoca, Bush padre. Al contrario, quello che noi abbiamo visto negli ultimi 30 anni è una moltiplicazione di guerre sempre più caotiche e sanguinose (Iraq, Afghanistan, ex Jugoslavia, Siria, Libia, Yemen, ecc.) che, oltre ai numerosi altri danni, hanno portato al più grande esodo di rifugiati della storia: 26 milioni nel 2017, 86 milioni nel 2020, fino a superare la soglia dei 100 milioni nel maggio 2022.[1]
Attualmente la guerra in Ucraina e 52 altri conflitti inondano il pianeta di sangue. Come dicevamo nel testo Militarismo e decomposizione, scritto nel 1990, “Nel nuovo periodo storico in cui siamo entrati, e gli avvenimenti del Golfo lo confermano, il mondo si presenta con un carattere di instabilità, dove regna la tendenza al "ciascuno per sé", dove le alleanze tra Stati non avranno più il carattere di stabilità che caratterizzava i blocchi, ma saranno dettati dalla necessità del momento. Un mondo di disordine cruento, di caos sanguinoso nel quale il gendarme americano tenterà di far regnare un minimo di ordine con l'uso sempre più massiccio e brutale della propria potenza militare.”[2]
Gli Stati Uniti non hanno sciolto la NATO, ma hanno continuato ad utilizzarla come un mezzo per controllare i loro vecchi alleati. La Germania, per esempio, conta 20 basi militari americane e il suo esercito dipende strettamente dai dispositivi e dalle infrastrutture informatiche della NATO.
Nel febbraio del 1990, James Baker, allora Segretario di Stato degli USA, promise al presidente russo Gorbaciov che “se gli Stati Uniti mantengono la loro presenza in Germania nel quadro della NATO, nessun pezzetto della giurisdizione militare attuale della NATO sarà esteso verso l’est”.[3]
Tra capitalisti, e ancora di più tra gli Stati, gli accordi più sacri diventano lettera morta nel giro di qualche minuto. Gli Stati Uniti hanno fatto il contrario di quanto avevano promesso. A partire dalla metà degli anni ’90 hanno esteso la NATO ai paesi della vecchia influenza sovietica: Polonia, Stati Baltici, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria, ecc.
Questo allargamento rappresentava un interesse reciproco per entrambe le parti. Integrando gli antichi “satelliti” russi, gli Stati Uniti hanno scavato un fossato tra Germania e Russia, mantenendole entrambe sotto pressione politica e militare. Dal canto loro i vecchi paesi sovietici hanno guadagnato un potente sponsor per difendersi contro le ambizioni imperialiste dei due loro grandi vicini e, protetti dall’ombrello della NATO, poter perseguire i loro propri appetiti imperialisti.
Questa strategia di allargamento verso est si è scontrata con gli interessi della Russia che, dopo essersi fragilmente ripresa dall’enorme disastro del 1989, cerca, grazie alla mano di ferro di Putin, di giocare un ruolo mondiale sullo scacchiere imperialista, implicandosi nella guerra in Siria e in diverse guerre in Africa, e stabilendo delle alleanze con il Venezuela, l’Iran, il Nicaragua, ecc.
In questa politica di ricerca della gloria imperialista perduta, la Russia si è scontrata con la cortina di ferro imposta dagli Stati Uniti sul loro fianco occidentale. In particolare, i tentativi di integrare l’Ucraina e la Georgia nella NATO hanno costituito una linea rossa che la Russia non poteva tollerare e ha risposto con le brutali “operazioni militari speciali”.
Nel 2008 la Russia ha teso una trappola alla Georgia trascinandola in una guerra e imponendo due repubbliche “indipendenti” che costituiscono un cuneo russo nel territorio georgiano: l’Ossezia del sud e l’Abkazia.
Nel 2014 ha ripetuto l’operazione nei confronti dell’Ucraina, occupando la Crimea e proclamando due repubbliche “popolari” nel Donbass che agiscono come una riserva militare del padrino russo.
L’attuale esplosione della barbara guerra in Ucraina ha le sue radici in questo scontro imperialista tra la Russia e gli Stati Uniti, anche se, come abbiamo detto, questi ultimi hanno teso una trappola al Cremlino: per mesi essi hanno annunciato l’invasione dell’Ucraina affermando allo stesso tempo che non sarebbero intervenuti. Si tratta di una ripetizione della stessa trappola che gli Stati Uniti avevano teso all’Iraq nel 1990, quando lasciarono intendere a Saddam Hussein che aveva via libera per invadere il Kuwait. Putin ha abboccato all’amo e si è lanciato sull’Ucraina.
Gli Stati Uniti hanno utilizzato la guerra in Ucraina per stringere la presa della NATO sui suoi antichi alleati. Questi, in particolare la Francia e la Germania, vorrebbero sbarazzarsi di questa alleanza fastidiosa che impedisce loro di dare libero sfogo alle loro proprie aspirazioni imperialiste. Macron ha parlato di una NATO “in stato di morte cerebrale”. Ha dovuto rimangiarsi le sue parole, almeno per qualche tempo, gli Stati Uniti hanno ristabilito la forza della NATO e Biden a Madrid ha proclamato che “Vladimir Putin cercava di finlandizzare l’Europa”. Quello che ha ottenuto è una “NATizzazione dell’Europa”.
Nel vertice di Madrid gli Stati Uniti utilizzeranno a pieno il “sostegno all’Ucraina”, la “difesa del Davide ucraino contro il Golia russo” per tenere legati gli “alleati europei”. In un nuovo intervento su internet, Zelensky rimprovera ancora una volta alla Francia e alla Germania il loro pretesto di non “umiliare la Russia” per scambiare “la pace con dei territori”. Il vertice della NATO riafferma la politica americana consistente nel trascinare la Russia nell’inferno sanguinoso di una lunga guerra che si consuma attualmente nel Donbass con un costo umano e produttivo enorme: secondo Zelensky ogni giorno muoiono tra 60 e 100 soldati, e tace sui morti civili, mentre la Russia perde 150 soldati al giorno. Una delle conseguenze più gravi di questa guerra è che essa paralizza il trasporto dei cereali verso i paesi dell’Africa e dell’Asia, provocando delle carestie che, secondo l’ONU, toccano 197 milioni di persone.
Uno degli obiettivi del vertice è che il contingente di truppe atlantiste dispiegate lungo la frontiera con l’orso russo, dal Mar Nero al Baltico, passi da 40.000 soldati a 300.000! Gli Stati Uniti impiegheranno 100.000 soldati, la Germania ha promesso di impiegarne 20.000, la Francia ne ha istallato 1000 in Romania. Allo stesso scopo, la NATO apre una gigantesca base militare in Polonia, gli Stati Uniti inviano due cacciatorpediniere in Spagna e istallano uno scudo antimissile nella base di Rota.
Se mettiamo a confronto il vertice di Madrid con i precedenti vertici della NATO, possiamo misurare la netta crescita del bellicismo: “La risposta degli alleati in questo nuovo contesto sarà di mobilitare più truppe, più armi, più munizioni sul fronte orientale, per mostrare i loro muscoli contro Mosca.” Il linguaggio ipocrita della pace è messo da parte per lasciare campo solo ai canti di guerra. L’adesione alla NATO della Finlandia e della Svezia, paesi storicamente defilati e “neutrali”, getta ancora più benzina sul fuoco guerriero. Non c’è dubbio che tutte queste decisioni, sia quelle pubbliche che quelle segrete, si iscrivono in una dinamica di confronto bellicista e contribuiranno ad attizzare nuove tensioni imperialiste che sono i germi di una nuova guerra.
Approfittando di questa forte dinamica di militarizzazione in Europa dell’est, la Polonia e i paesi baltici chiedono costantemente più armi, più truppe, manifestando senza vergogna le loro ambizioni. “Il primo ministro polacco Mateus Morawiecki ha annunciato lunedì la costruzione di centinaia di poligoni di tiro pubblici in tutto il paese, e una nuova legge sul possesso delle armi da fuoco per ‘formare’ la società alla difesa nazionale. Egli ha dichiarato che “se la Russia pensa un giorno di attaccare la Polonia, sappia che 40 milioni di polacchi sono pronti a difenderla con le armi.”[4]
Un altro punto affrontato nel vertice è la “modernizzazione tecnologica” delle armi, dei sistemi di difesa, dei mezzi per la cyber-guerra, ecc. Questo implica degli investimenti enormi che saranno pagati dagli stati membri e, soprattutto, aumenterà la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti.
In questo contesto, il rinnovamento della “visione strategica” della NATO rafforza ulteriormente l’atmosfera bellicista che è stata imposta a Madrid e che si è tradotta simbolicamente nell’occupazione della città da parte di più di 10.000 poliziotti in uniforme. Per la prima volta nella storia della NATO si punta il dito direttamente verso la Cina: la visione strategica “annuncia una nuova era nella sicurezza transatlantica, marcata dalle azioni di attori autoritari che sfidano gli interessi, i valori e il modo di vivere delle democrazie”, con la conclusione che la Cina “cerca di sovvertire l’ordine internazionale fondato su regole, compreso nel campo spaziale, cibernetico e marittimo”. Passando dalle parole ai fatti, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Giappone e la Corea del Sud, i rivali della Cina nel Pacifico, sono stati invitati a Madrid. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro.
La principale minaccia per la leadership imperialista americana nel mondo viene dalla Cina. Il gigante asiatico ha organizzato una strategia economico-imperialista, la Via della seta[5], per sfidare il dominio americano. La trappola che gli Stati Uniti hanno teso alla Russia è diretta in fin dei conti contro la Cina. Presa in una lunga e penosa guerra in Ucraina, la Russia è diventata più un peso che un aiuto per la Cina. La Cina è stata molto reticente nel sostenere il suo alleato russo. D’altra parte la guerra ucraina destabilizza la Via della Seta cinese, tanto sul piano economico che militare.
La messa all’indice della Cina nella visione strategica della NATO costituisce una nuova tappa nella crescita delle tensioni guerriere nel mondo. Con questo movimento strategico gli Stati Uniti sviluppano una politica di “accerchiamento della Cina”: da una parte, nel Pacifico, gli USA hanno formato un’alleanza con i rivali della Cina (Australia, Giappone, Corea del Sud, Filippine, Vietnam); dall’altra indeboliscono fortemente l’alleato russo della Cina; infine, i progetti di espansione della Via della seta sono destabilizzati dalla guerra in Ucraina.
Ma altrettanto significativa in questa escalation imperialista è l’inclusione del “fianco sud”, cioè l’Africa, nella visione strategica della NATO. Qui la Spagna gioca grosso perché questo tocca i suoi interessi (Sahara, Marocco, difesa degli insediamenti di Ceuta e Melilla, protezione contro le ondate migratorie, ecc.). Tuttavia l’obiettivo ultimo è innanzitutto bloccare l’espansione russa e cinese in Africa. La Russia usa i suoi mercenari della Wagner in diversi conflitti africani, mentre la Cina costruisce una rete di accordi militari e commerciali. Per esempio, essa ha stabilito una base militare a Gibuti.
Questo vertice dà una accelerazione al confronto guerriero che si espande attualmente nel mondo. E in questo confronto si rafforza il ruolo preponderante degli Stati Uniti e la forza del loro braccio politico-militare, la NATO.
Tuttavia questo successo è temporaneo. A partire dal crollo del blocco sovietico abbiamo potuto constatare il deterioramento della capacità degli Stati Uniti di imporre il loro “ordine mondiale”. In un mondo in cui ogni Stato-nazione va avanti per la sua strada senza rispettare nessuna disciplina, in cui si moltiplicano conflitti locali sempre più distruttivi, in cui le ambizioni imperialiste di tutti gli Stati si scatenano fortemente, il gendarme americano ha come solo mezzo per arrestare il caos il militarismo, la guerra, la proliferazione degli armamenti. Tuttavia queste dimostrazioni di forza non arrestano il caos, ma non fanno che acuirlo. “Quando gli Stati Uniti vantano la loro superiorità militare, tutti i loro rivali indietreggiano, ma l’arretramento è tattico e momentaneo. Più gli Stati Uniti si sforzano di affermare il loro dominio imperialista, ricordando brutalmente chi è il più forte, più i contestatari dell’ordine americano sono determinati a contestarlo, perché per essi la loro capacità di conservare il loro rango nell’arena imperialista è una questione di vita o di morte.”[6]
Questa analisi è cruciale per smontare la trappola tesa dai gruppi dell’estrema sinistra del capitale e anche dai ministri spagnoli legati a Podemos o ai resti di Izquierda Unida, che attribuiscono la tensione guerriera alla NATO e si permettono anche una posizione “neutrale”: né Putin, né la NATO. La NATO è uno strumento del confronto imperialista, ma essa non è né la causa delle guerre, né di questo confronto. Il suo rafforzamento e le sue fanfaronate militariste non porteranno la pace e la democrazia, come promettono i dirigenti atlantisti con sempre meno convinzione, ma nondimeno essi non sono la sola causa della barbara guerra che insanguina il mondo. Tutti gli Stati, che siano filo-NATO o anti-NATO, sono degli agenti di guerra, tutti concorrono allo scivolamento del pianeta in una spirale di conflitti caotici.
Quando gridano “no alla NATO, fuori le basi” questi gruppi di sinistra servono la guerra e l’imperialismo. Vogliono che si faccia la guerra in nome della difesa nazionale, rigettando il “multinazionalismo” della NATO. In Francia Melenchon, il capo della coalizione di sinistra, si oppone alla NATO proponendo che la Francia “si armi fino ai denti come una forza di mantenimento della pace”. In questa concezione ultramilitarista, arriva fino a proporre il ristabilimento del servizio militare di leva!
Il proletariato deve rigettare la guerra e il militarismo, che siano condotti “all’interno della NATO” o dispiegati “all’esterno della NATO”. Questi bellicisti di estrema sinistra che “si oppongono alla NATO” iniettano il veleno della difesa della patria, veleno con cui vogliono spingerci ad uccidere ed assassinare per difendere la Spagna e ad accettare l’inflazione, i licenziamenti, gli attacchi portati alle nostre condizioni di vita per “poter inviare armi in Ucraina”. Un gruppo trotskysta che reclama il “disarmo della NATO” propone che “i lavoratori europei diano prova della più larga solidarietà internazionalista, inviando forniture e milizie operaie internazionali, come negli anni ’30 durante la guerra civile spagnola”[7]. Con gli argomenti “anti-NATO” questi servitori del capitale propongono quello che vogliono la NATO e gli Stati Uniti: che i lavoratori si coinvolgano nel massacro imperialista in Ucraina, che ci sacrifichiamo sul fronte economico e diventiamo carne da cannone sul fronte militare.
Opero e Smolny, 30-06-22
[2] Militarismo e decomposizione, Rivista Internazionale n. 15, https://it.internationalism.org/content/militarismo-e-decomposizione [95]
[5] La Route de la Soie de la Chine vers la domination impérialiste [282] , in francese su Révue Internationale n. 164
[6] Tensions impérialistes : derrière les accords de paix, la guerre de tous contre tous [283] in francese in Révue Internationale n. 84
[7] ¡Fuera el pacto entre la OTAN y su gendarme Putin para repartirse Ucrania! (Democracia Obrera) (Abbasso il patto tra la NATO e il suo gendarme Putin per ripartirsi l’Ucraina!)
Mentre la Russia scarica continuamente bombe a tappeto sulle città ucraine, al termine della riunione del G7, tenutasi nella bucolica cornice delle Alpi bavaresi il 28 giugno, i rappresentanti delle grandi potenze “democratiche” hanno ripetuto in coro: “La Russia non può e non deve vincere!” (Macron), falsamente indignati dall'orrore degli scontri, dalle decine di migliaia di morti e milioni di rifugiati, dalla distruzione sistematica di intere città, dall’uccisioni di civili, dai bombardamenti irresponsabili delle centrali nucleari, dalle considerevoli conseguenze economiche per l’intero pianeta. Simulando il terrore in questo modo, questa banda di cinici ha anche cercato di nascondere l’evidente responsabilità dell’Occidente in questo massacro, in particolare l’azione destabilizzante degli Stati Uniti che, attraverso i loro tentativi di contrastare il declino della loro leadership mondiale, non hanno esitato a fomentare il caos e la barbarie alle porte del centro storico del capitalismo.
Oggi, gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali si presentano come i campioni della pace, della democrazia e dell'Ucraina povera e innocente di fronte allo spregevole attacco dell'orco russo. Se gli orrori dell'imperialismo russo sono più difficili da nascondere, né gli Stati Uniti né l'Ucraina presentano un pedigree da “cavaliere bianco”. Al contrario, hanno svolto un ruolo attivo nello scoppio e nella perpetuazione del massacro.
La borghesia ucraina, corrotta fino all'osso, aveva già sabotato gli accordi di pace di Minsk del 2014, che implicavano, tra le altre cose, una certa autonomia del Donbass e la protezione della lingua russa in Ucraina. Oggi, mostrandosi particolarmente intransigente ha dichiarato guerra alla Russia, con alcune fazioni che rivendicano persino la riconquista della Crimea.
Ma la politica americana si rivela ben più ipocrita e calcolatrice. Nei primi anni 1990, gli Stati Uniti avevano, infatti, promesso “informalmente” a Mosca di non approfittare dell’implosione del blocco orientale per estendere la propria influenza ai confini della Russia. Tuttavia non hanno esitato a integrare uno ad uno i paesi dell’ex blocco orientale nella loro sfera di influenza, così come non hanno esitato ad armare massicciamente Taiwan e sostenere il suo desiderio di prendere le distanze da Pechino, dopo aver promesso di rispettare il principio di “una sola Cina”. La politica degli Stati Uniti nei confronti dell'Ucraina non ha quindi nulla a che fare con la difesa della vedova e dell’orfanello o della democrazia, né con i bei principi umanitari che nessun paese esita a gettare nel sangue e nel fango in difesa dei suoi sordidi interessi imperialisti.
Sfidando Putin a invadere l’Ucraina (e spingendolo a farlo precisando che non sarebbero intervenuti), trascinandolo in una guerra su vasta scala, gli Stati Uniti, con una manovra machiavellica, hanno momentaneamente segnato dei punti importanti nell’arena imperialista, perché la strategia americana mira soprattutto a contrastare l’irrimediabile declino della loro leadership nel mondo.
La borghesia americana è stata così in grado di ripristinare il controllo della NATO sugli imperialismi europei. Mentre questa organizzazione sembrava essere in difficoltà, “in uno stato di morte cerebrale” secondo Macron, la guerra in Ucraina ha permesso un ritorno alla ribalta di questo strumento di sottomissione degli imperialismi europei agli interessi americani. Washington ha sfruttato l’invasione russa per richiamare all’ordine gli “alleati” europei dissenzienti: Germania, Francia e Italia sono stati indotti a tagliare i loro legami commerciali con la Russia e a lanciare in tutta fretta gli investimenti militari che gli Stati Uniti chiedevano da 20 anni.
Allo stesso tempo, gli Stati Uniti stanno infliggendo colpi decisivi alla potenza militare della Russia. Ma dietro la Russia, gli Stati Uniti stanno fondamentalmente prendendo di mira la Cina, mettendola sotto pressione. L’obiettivo fondamentale della manovra machiavellica degli Stati Uniti è quello di continuare il contenimento della Cina, già iniziato nel Pacifico, indebolendo la coppia russo-cinese. Il fiasco della Russia difronte agli aiuti militari statunitensi all’esercito ucraino è quindi un chiaro avvertimento per Pechino. La Cina del resto ha reagito in modo impacciato all’invasione russa: pur disapprovando le sanzioni, Pechino evita di oltrepassare la linea rossa che porterebbe a sanzioni statunitensi. Inoltre, il conflitto ucraino consente di bloccare una vasta area, dal Baltico al Mar Nero, essenziale per il dispiegamento delle “nuove vie della seta”, che è senza dubbio un obiettivo non trascurabile della manovra americana.
Qualunque sia la fazione della borghesia al governo, fin dall’inizio del periodo di decomposizione, gli Stati Uniti, nel loro desiderio di difendere la propria supremazia in declino, sono stati la forza principale per l’estensione del caos e della barbarie bellica attraverso i loro interventi e manovre: hanno creato il caos in Afghanistan, in Iraq e favorito l’emergere sia di al-Qaeda che di Daesh. Durante l’autunno del 2021, hanno consapevolmente intensificato le tensioni con la Cina intorno a Taiwan nel tentativo di radunare le altre potenze asiatiche dietro di loro. La loro politica in Ucraina oggi non è diversa, anche se la loro strategia machiavellica consente di presentarsi come una nazione pacifica che si oppone all’aggressione russa. Con la propria schiacciante supremazia militare, gli Stati Uniti fomentano il caos bellico che costituisce per loro la barriera più efficace contro il dispiegamento della Cina come sfidante. Ma, lungi dal stabilizzare la situazione mondiale, questa politica intensifica la barbarie bellica ed esacerba gli scontri imperialisti in tutte le direzioni, in un contesto caotico, imprevedibile e particolarmente pericoloso.
Mettendo la Russia alle corde, Washington sta intensificando le minacce di caos e barbarie bellica in Europa. La guerra in Ucraina sta portando a perdite sempre più disastrose per la Russia. Tuttavia Putin non può fermare le ostilità in questa fase perché ha bisogno di trofei a tutti i costi per giustificare l’operazione a livello nazionale e salvare ciò che può ancora essere salvato del prestigio militare della Russia, il tutto senza rinunciare a strappare dall’influenza americana questo territorio altamente strategico per lei. D’altra parte, più a lungo si trascina la guerra, più la potenza militare e l’economia russa si sgretoleranno. Gli Stati Uniti non hanno quindi alcun interesse a promuovere una cessazione delle ostilità, anche se ciò significa sacrificare cinicamente la popolazione in Ucraina. Nelle condizioni attuali, la carneficina non può che continuare e la barbarie diffondersi, probabilmente per mesi o addirittura anni e questo in forme particolarmente sanguinose e pericolose, come la minaccia rappresentata dalle armi nucleari “tattiche”.
Ripristinando il dominio della NATO, gli Stati Uniti stanno anche esacerbando le ambizioni imperialiste e il militarismo delle borghesie europee. I paesi europei hanno potuto nutrire l’illusione, dopo il 1989, di poter portare avanti una propria politica imperialista basata essenzialmente sulle loro risorse economiche. Ma la presidenza Trump e ancora più chiaramente poi la politica aggressiva dell’amministrazione Biden, basata sulla superiorità militare degli Stati Uniti, che ora si sta materializzando in Ucraina, li rende consapevoli della loro dipendenza sul piano militare e quindi dell’urgenza di rafforzare la loro politica degli armamenti, anche se, in un primo momento, non possono prendere le distanze troppo chiaramente dalla NATO. La decisione della Germania di riarmarsi massicciamente, raddoppiando così il suo budget militare, è un fatto imperialista importante a medio termine perché, dalla seconda guerra mondiale, la Germania aveva mantenuto modeste forze armate. All’interno della NATO stanno già emergendo dissensi tra un polo “intransigente” che vuole “mettere Putin in ginocchio” (Stati Uniti, Gran Bretagna e Polonia, paesi baltici) e un polo più “conciliante” (“tutto questo deve finire con dei negoziati”, “dobbiamo evitare di umiliare la Russia”).
Aumentando la pressione sulla Cina, la borghesia americana aumenta anche il rischio di nuovi scontri di guerra. La crisi ucraina ha conseguenze pericolosamente destabilizzanti per il posizionamento imperialista del principale sfidante degli Stati Uniti. Pechino continua a perseguire una politica di sostegno formale a Putin senza un coinvolgimento compromettente, ma la guerra sta colpendo pesantemente le sue “nuove vie della seta” e i contatti con i paesi dell'Europa centrale che la Cina era riuscita a sedurre. Questo quando diventa sempre più evidente il rallentamento della sua economia, con una crescita attualmente stimata al 4,5% del PIL. Mentre gli Stati Uniti non esitano ad accentuare queste difficoltà e a sfruttarle nel confronto con Pechino, la situazione aggrava le tensioni all'interno della borghesia cinese e accentua il rischio di un’accelerazione degli scontri sul piano economico e persino militare.
L’assenza di qualsiasi motivazione economica per le guerre era evidente con l’entrata del Capitalismo nella sua fase decadente: “La guerra era il mezzo indispensabile per il capitalismo per aprire possibilità di ulteriore sviluppo, in un momento in cui queste possibilità esistevano e potevano essere aperte solo per mezzo della violenza. Allo stesso modo, il crollo del mondo capitalista, avendo storicamente esaurito tutte le possibilità di sviluppo, trova nella guerra moderna, nella guerra imperialista, l’espressione di questo crollo che, senza aprire alcuna possibilità di ulteriore sviluppo per la produzione, inghiotte solo le forze produttive nell’abisso e accumula rovine su rovine a un ritmo accelerato”[1].
Il conflitto in Ucraina illustra in modo eclatante come la guerra abbia perso non solo ogni funzione economica, ma fa capire anche che la corsa al caos bellico tende sempre più a ridurre i benefici della guerra a livello strategico. La Russia si è lanciata in una guerra in nome della difesa dei russofoni, ma sta massacrando decine di migliaia di civili nelle regioni prevalentemente di lingua russa, trasformando queste città e regioni in campi di rovine e subendo a sua volta notevoli perdite materiali e infrastrutturali. Se nel migliore dei casi, alla fine di questa guerra, si impadronirà del Donbass e dell'Ucraina sud-orientale, avrà conquistato un campo di rovine (il prezzo della ricostruzione è attualmente stimato in 750 miliardi di euro), una popolazione che lo odia e avrà subìto una significativa battuta d'arresto strategica in termini di ambizioni di grande potenza.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, nella loro politica di contenimento della Cina, sono portati a incoraggiare una cinica politica di “terra bruciata”, creando un’incommensurabile esplosione di caos economico, politico e militare. L'irrazionalità della guerra non è mai stata così evidente.
Questa tendenza alla crescente irrazionalità degli scontri di guerra va di pari passo con una crescente irresponsabilità delle frazioni dominanti che arrivano al potere, come illustrato dall’avventura irresponsabile di Bush junior e dei "neo-con" in Iraq nel 2003, quella di Trump dal 2018 al 2021 o la frazione legata a Putin in Russia. Queste sono l’emanazione dell’esacerbazione del militarismo e della perdita di controllo della borghesia sul suo apparato politico che potrebbe portare, a lungo termine, a un avventurismo fatale per queste frazioni ma pericoloso, soprattutto, per l’umanità.
Allo stesso tempo, le conseguenze della guerra per la situazione economica di molti paesi saranno drammatiche. La Russia è un importante fornitore di fertilizzanti ed energia, il Brasile dipende da questi fertilizzanti per le sue colture. L’Ucraina è un importante esportatore di prodotti agricoli e i prezzi delle materie prime come il grano sono suscettibili di aumenti. Stati come l'Egitto, la Turchia, la Tanzania o la Mauritania dipendono al 100% dal grano russo o ucraino e sono sull'orlo di una crisi alimentare. Lo Sri Lanka e il Madagascar, già sovraindebitati, sono in bancarotta. Secondo il segretario generale delle Nazioni Unite, la crisi ucraina rischia di “spingere fino a 1,7 miliardi di persone (più di un quinto dell'umanità) nella povertà, nella miseria e nella fame”. Le conseguenze economiche e sociali saranno globali e incalcolabili: impoverimento, miseria, fame...
Lo stesso vale per le minacce ecologiche al pianeta. I combattimenti che imperversano in Ucraina, paese con il terzo potenziale nucleare più grande d'Europa, in una regione con un’industria che invecchia, eredità dell'era “sovietica”, presentano enormi rischi di disastri ecologici e nucleari. Ma più in generale, in Europa e nel mondo, se ufficialmente la transizione energetica rimane la priorità, la necessità di sbarazzarsi dei combustibili russi e rispondere all’impennata dei prezzi dell’energia stanno spingendo le principali economie a cercare già di rilanciare la produzione di carbone, petrolio, gas ed energia nucleare. Germania, Paesi Bassi e Francia hanno già annunciato misure in questa direzione.
L’imprevedibilità dello sviluppo degli scontri, la possibilità che sfuggano di mano, pericoli oggi maggiori che durante la Guerra Fredda, segnano l’attuale fase di decomposizione e costituiscono una delle dimensioni particolarmente preoccupanti di questa accelerazione del militarismo. Più che mai, l’attuale barbarie bellica evidenzia l’attualità per l’umanità dell'alternativa “socialismo o distruzione dell'umanità”. Al posto della morte e della barbarie capitalista: il socialismo!
R. Havannais, 4 luglio 2022
[1] “Rapporto alla Conferenza della Sinistra Comunista di Francia del luglio 1945”.
Nel marzo 2022 abbiamo pubblicato una prima dichiarazione sulla guerra in Ucraina del gruppo anarcosindacalista KRAS in Russia, una coraggiosa espressione di internazionalismo che si oppone a entrambe le parti di questa guerra imperialista[1]. Abbiamo anche pubblicato un articolo sull'incoerenza della risposta anarchica alla guerra, che comprende posizioni genuinamente internazionaliste come quelle del KRAS, ma anche dichiarazioni apertamente borghesi a favore della difesa militare dell'Ucraina, e persino la partecipazione diretta allo sforzo bellico ucraino da parte delle "milizie" anarchiche[2]. Il gruppo Black Flag in Ucraina, ad esempio, ha costituito un proprio plotone all'interno delle forze di difesa territoriale istituite dallo Stato ucraino. E mentre parla di anarco-comunismo per il futuro, non può nascondere il suo sostegno alla nazione in questo preciso momento: “grazie per il sostegno e per la lotta per la libertà in alcuni battaglioni ucraini. La verità vince, quindi l'Ucraina vincerà”[3]. E all'interno della stessa Russia, ci sono anarchici come il gruppo Anarchist Fighter che afferma di essere contro il regime di Putin e chiede persino la sconfitta dell'imperialismo russo in questa guerra, ma al tempo stesso sostiene anche che “Per quanto riguarda l'Ucraina, la sua vittoria aprirà anche la strada al rafforzamento della democrazia di base - dopotutto, se sarà raggiunta, sarà solo attraverso l'auto-organizzazione popolare, l'assistenza reciproca e la resistenza collettiva”[4]. Questa è una spudorata distorsione dello slogan del “disfattismo rivoluzionario” lanciato da Lenin durante la Prima guerra mondiale: quando Lenin insisteva sulla necessità della lotta di classe contro il regime zarista, anche se questo significava la sconfitta militare della Russia, non significava mai sostenere il campo avverso guidato dall'imperialismo tedesco. Mentre il sostegno alla vittoria ucraina offerto da questi anarchici può solo significare sostegno alla macchina da guerra della NATO.
L'attuale dichiarazione del KRAS chiarisce che i “difensori” sono completamente dalla parte dell'ordine capitalista. Questo include degli anarchici in Ucraina che equiparano l'internazionalismo del KRAS, la sua opposizione al nazionalismo di entrambi i campi, con il sostegno al regime di Putin e alla sua guerra brutale. In realtà, questi elementi, pubblicando i nomi e gli indirizzi dei militanti del KRAS, li hanno esposti direttamente alla repressione delle forze di sicurezza russe. Pubblichiamo questa nuova dichiarazione del KRAS come attestato basilare di solidarietà con questi compagni[5].
CCI
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La sezione dell’International Workers’ Association nella regione della Russia chiama al boicottaggio dei provocatori e degli informatori che si nascondono dietro il nome di “anarchici” e denunciano i militanti della nostra organizzazione
La nostra posizione contro la guerra condotta dalle oligarchie capitaliste per la spartizione dello “spazio post-Sovietico” è stata accolta con comprensione e sostegno dagli internazionalisti anarchici in Ucraina, Moldavia e Lituania, con i quali manteniamo contatti.
Ma fin dall'inizio della guerra russo-ucraina, i cosiddetti “anarchici”, che hanno abbandonato la tradizionale posizione internazionalista anarchica di combattere tutti gli Stati e le nazioni e che sostengono una delle parti in conflitto, hanno lanciato una campagna di diffamazione contro la nostra organizzazione.
Ad esempio, gli ex anarchici Anatoly Dubovik e Oleksandr Kolchenko, che vivono in Ucraina, hanno pubblicato su internet i nomi e gli indirizzi dei nostri militanti. Il primo di questi ha scritto il testo corrispondente, il secondo gli ha fornito il suo account Facebook per la pubblicazione e lo ha approvato. Il motivo è che la nostra organizzazione ha preso una posizione internazionalista coerente e condanna sia l'invasione Russa dell'Ucraina sia il nazionalismo ucraino e la politica espansionistica del blocco NATO.
I signori Dubovik e Kolchenko hanno cercato in modo sfacciato e impudente di diffamare la nostra sezione IWA cercando di attribuirci, senza alcun fondamento, una posizione di difesa del Cremlino essi ammettono che stiamo chiedendo ai soldati ucraini e russi di rifiutarsi di combattere.
Ciò significa che questi falsi anarchici, pubblicando gli indirizzi di militanti contro la guerra che si trovano in Russia, incitano direttamente i servizi segreti russi e gli sgherri nazionalisti contro di loro, in quanto oppositori della guerra, al fine di affrontarli fisicamente!
Nelle condizioni di continue vessazioni, licenziamenti, minacce e rappresaglie fisiche contro gli antimilitaristi in Russia, tali azioni equivalgono a una vera e propria delazione con un'indicazione diretta su chi le forze repressive dovrebbero rivolgere la loro attenzione.
Ancora una volta, i nazionalisti di entrambi i fronti, seguendo la logica del “chi non è con noi è contro di noi”, sono pronti ad unirsi per distruggere i loro principali avversari, gli internazionalisti che si rifiutano di scegliere tra Stati in guerra e cricche borghesi, tra la peste e il colera.
Gli anarchici di tutto il mondo devono essere consapevoli delle vergognose azioni dei provocatori-informatori e rifiutarsi una volta per tutte di avere a che fare con loro, cacciandoli per sempre dall'ambiente anarchico e rispedendoli dai loro padroni e maestri dei servizi segreti e della polizia segreta!
La dichiarazione è stata approvata in un referendum dei membri del KRAS-IWA
[2] Between internationalism and the "defence of the nation" [285] (Tra internazionalismo e difesa della nazione [285])
[5] La dichiarazione del KRAS è stata pubblicata anche da altri internazionalisti, in particolare dalla Communist Workers Organisation [288] e dall'Anarchist Communist Group [289]. Per contro, la sezione dell'IWA in Gran Bretagna, Solidarity Federation, non sembra aver pubblicato la dichiarazione del KRAS.
La CCI ha adottato le tesi su “La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo” [13] (Rivista Internazionale n. 14), nel maggio del 1990, qualche mese dopo il crollo del blocco dell’est che avrebbe preceduto la disgregazione dell’Unione Sovietica. La trappola che gli Stati Uniti tesero a Saddam Hussein, che spinse quest’ultimo ad invadere il Kuwait nell’agosto del 1990, e la conseguente concentrazione delle forze americane in Arabia Saudita costituivano una prima conseguenza della sparizione del blocco dell’est, il tentativo della potenza americana di serrare i ranghi dell’Alleanza atlantica minacciata di disgregazione a seguito della sparizione del suo avversario dell’est.
Fu in seguito a questi avvenimenti, che preparavano l’offensiva militare contro l’Iraq dei principali paesi occidentali sotto la direzione degli Stati Uniti, che la CCI discusse ed adottò un testo di orientamento su “Militarismo e decomposizione [95]” (Rivista Internazionale n.15) che costituiva un complemento alle tesi sulla decomposizione.
Nel 22° Congresso internazionale, nel 2017, la CCI ha adottato una attualizzazione delle Tesi sulla decomposizione (“Rapporto sulla decomposizione oggi [14]”, Rivista Internazionale n.35) che, fondamentalmente, confermava il testo adottato 27 anni prima. Oggi la guerra in Ucraina ci spinge a produrre un documento complementare sulla questione del militarismo simile a quello del 1990 di cui costituisce un’attualizzazione. Questa scelta è tanto più necessaria perché noi abbiamo commesso un errore non prevedendo lo scoppio di questa guerra, risultato di una dimenticanza da parte nostra del quadro di analisi che ci eravamo dati diversi decenni fa sulla questione della guerra nel periodo di decadenza del capitalismo.
1) Il testo “Militarismo e decomposizione [95]” del 1990 nel suo punto 1 ricorda il carattere vivente del metodo marxista e la necessità di confrontare sempre le analisi che abbiamo potuto fare in passato con le nuove realtà che ci si presentano, o per confermarle o per aggiustarle e precisare. Non è necessario ritornarci in questo testo. Piuttosto, di fronte alle interpretazioni errate dell’attuale guerra in Ucraina che ci vengono fornite da certi “esperti” borghesi, ma anche dalla maggioranza dei gruppi dell’ambiente politico proletario, è utile ritornare sulle basi del metodo marxista rispetto alla questione della guerra, e più in generale sul materialismo storico.
Alla base di questo c’è l’idea che: “nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale.” (Marx, Prefazione alla critica dell’economia politica). Questa predominanza della base materiale economica sugli altri aspetti della vita della società è stata spesso l’oggetto di una interpretazione meccanica e riduzionista. Engels lo rileva e ne fa una critica in una lettera a Joseph Bloch del settembre 1890 (e in molti altri testi): “Secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa – costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. -, le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose e il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma. È in un’azione reciproca di tutti questi momenti che alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un’enorme quantità di fatti casuali (…)”
Evidentemente non possiamo chiedere agli “esperti” della borghesia di basarsi sul metodo marxista. Quello che rattrista invece è costatare che molte organizzazioni che rivendicano esplicitamente il marxismo e che difendono effettivamente questo metodo per quanto riguarda i principi fondamentali del movimento operaio, come l’internazionalismo proletario, si attengono, relativamente all’analisi delle cause delle guerre, non alla visione difesa da Engels, ma a quella che egli critica. Per esempio, a proposito della guerra del Golfo del 1990-91, abbiamo potuto leggere questo: “Gli Stati Uniti hanno definito apertamente l’interesse nazionale americano che li spingeva ad agire: garantire un approvvigionamento stabile e a un prezzo ragionevole del petrolio prodotto nel Golfo: lo stesso interesse che li faceva sostenere l’Iraq contro l’Iran li fa sostenere ora l’Arabia Saudita e le petromonarchie contro l’Iraq” (Volantino del PCInt – Le prolétaire). O ancora: “Nei fatti la crisi del Golfo è realmente una crisi per il petrolio e per chi lo controlla. Senza petrolio a buon mercato i profitti calano. I profitti del capitalismo occidentale sono minacciati ed è per questo motivo e nessun altro che gli Stati Uniti preparano un bagno di sangue in Medio Oriente…” (Volantino della CWO, sezione in Gran Bretagna della Tendenza Comunista Internazionalista). Un’analisi completata dalla sezione della TCI in Italia, Battaglia Comunista : “Il petrolio, presente direttamente o indirettamente in tutti i cicli produttivi, ha un peso determinante nel processo di formazione della rendita monopolista e, di conseguenza, il controllo del suo prezzo è di una importanza vitale (…) Con un’economia che dà chiaramente dei segni di recessione, un debito pubblico di una dimensione asfissiante, un apparato produttivo in forte deficit di produttività rispetto ai concorrenti europei e giapponesi, gli Stati Uniti non possono per niente permettersi in questo momento di perdere il controllo di una delle variabili fondamentali di tutta l’economia mondiale: il prezzo del petrolio.”
Quanto è avvenuto da più di 30 anni in Medio Oriente ha smentito questo tipo di analisi. Le diverse avventure degli Stati Uniti in questa regione (come la guerra iniziata nel 2003 da Bush junior) hanno avuto per la borghesia americana un costo economico incomparabilmente superiore a tutto quello che ha potuto apportare loro il controllo del prezzo del petrolio.
L’attuale guerra in Ucraina non ha degli obiettivi direttamente economici. Né per la Russia che ha scatenato le ostilità il 24 febbraio 2022, né per gli Stati Uniti che da più di due decenni hanno approfittato dell’indebolimento della Russia seguito al crollo del suo impero nel 1989 per spingere l’estensione della NATO fino alle frontiere di questo paese. La Russia, se pure arrivasse a stabilire il suo controllo su nuove porzioni dell’Ucraina, dovrà sostenere spese colossali per ricostruire quelle regioni che oggi sta devastando. D’altra parte, nel tempo, le sanzioni economiche prese dai paesi occidentali indeboliranno ancora di più un’economia già poco florida. Dal lato occidentale quelle stesse sanzioni implicano anche esse un costo considerevole, senza contare l’aiuto militare all’Ucraina che già ammonta a decine di miliardi di dollari. In realtà questa guerra costituisce una nuova illustrazione delle analisi della CCI per quello che riguarda la guerra nel periodo di decadenza del capitalismo e più particolarmente nella fase di decomposizione che costituisce il punto culminante di questa decadenza.
2) Dall’inizio del ventesimo secolo il movimento operaio ha messo in evidenza che l’imperialismo e la guerra imperialista costituivano la manifestazione più significativa dell’entrata del modo di produzione capitalista nella sua fase di declino storico, della sua decadenza. Questo cambiamento di periodo storico comportava una modificazione fondamentale nelle cause delle guerre. La Sinistra Comunista di Francia descrisse in modo luminoso i tratti di questa modificazione:
«Nell’epoca del capitalismo ascendente le guerre (nazionali, coloniali e di conquista imperialista) esprimevano la marcia ascendente di fermentazione, di rafforzamento e di allargamento del sistema economico capitalista. La produzione capitalista trovava nella guerra la continuazione della sua politica economica con altri mezzi. Ogni guerra si giustificava e pagava i suoi costi aprendo un nuovo campo di una più grande espansione, assicurando lo sviluppo di una più grande produzione capitalista.
Nell’epoca del capitalismo decadente, la guerra – allo stesso titolo che la pace – esprime questa decadenza e concorre potentemente ad accelerarla.
Sarebbe sbagliato vedere nella guerra un fenomeno in sé, negativo per definizione, distruttore ed ostacolo allo sviluppo della società, in opposizione alla pace che, invece, sarà presentata come il corso normale e positivo dello sviluppo continuo della produzione e della società. Significherebbe introdurre un concetto morale in un corso obiettivo, economicamente determinato.
La guerra fu il mezzo indispensabile al capitalismo che gli aprì possibilità di ulteriore sviluppo nell’epoca in cui queste possibilità esistevano e non potevano essere aperte se non attraverso lo strumento della violenza. Invece il declino del mondo capitalista, che ha esaurito storicamente tutte le possibilità di sviluppo, trova nella guerra moderna, la guerra imperialista, l’espressione del suo declino che, senza aprire alcuna possibilità di sviluppo ulteriore per la produzione, non fa che sprofondare nell’abisso le forze produttive ed accumulare ad un ritmo accelerato rovine su rovine.
Nel sistema capitalista non esiste una opposizione fondamentale tra guerra e pace, ma esiste una differenza tra le due fasi, ascendente e decadente, della società capitalista e, di conseguenza, una differenza di funzione della guerra (nel rapporto della guerra e della pace) nelle due rispettive fasi.
Se, nella prima fase, la guerra ha la funzione di assicurare un allargamento del mercato, al fine di una più grande produzione di beni di consumo, nella seconda fase la produzione è essenzialmente basata sulla produzione di mezzi di distruzione, cioè in vista della guerra. La decadenza della società capitalista trova la sua manifestazione eclatante nel fatto che dalle guerre in vista dello sviluppo economico (periodo ascendente), si arriva a che l’attività economica si restringe essenzialmente in vista della guerra (periodo decadente).
Questo non significa che la guerra sia diventata il fine della produzione capitalista, che resta sempre la produzione di plusvalore, ma significa che la guerra, prendendo un carattere permanente, è diventato il modo di vivere del capitalismo decadente” (Rapporto alla Conferenza di luglio 1945 della Sinistra Comunista di Francia – GCF -, ripreso nel "The Historic Course [290]” rapporto adottato al 3°Congresso della CCI, International Review n.18[1]).
Questa analisi, formulata nel 1945, si è rivelata fondamentalmente valida anche in seguito, anche in assenza di una nuova guerra mondiale. Dal 1945 il mondo ha conosciuto più di un centinaio di guerre, che hanno provocato almeno altrettanto morti della Seconda Guerra mondiale. Una situazione che è proseguita, ed anche intensificata dopo il crollo del blocco dell’est e la fine della “Guerra fredda” che costituivano la prima grande manifestazione dell’entrata del capitalismo nella sua fase di decomposizione. Il nostro testo del 1990 già lo indicava: “La decomposizione generale della società costituisce la fase ultima del periodo di decadenza del capitalismo. In questo senso, in questa fase non sono rimesse in causa le caratteristiche proprie del periodo di decadenza: la crisi storica dell'economia capitalista, il capitalismo di Stato, il militarismo e l'imperialismo. Di più, nella misura in cui la decomposizione si presenta come il culmine delle contraddizioni nelle quali si dibatte in modo crescente il capitalismo dall'inizio della sua decadenza, le caratteristiche proprie di questo periodo si trovano, nella fase ultima, ancora più accentuate(…) Come la fine dello stalinismo non rimette in causa la tendenza storica al capitalismo di Stato, la scomparsa attuale dei blocchi imperialisti non implica la minima rimessa in causa della presa dell'imperialismo sulla vita della società. La differenza fondamentale risiede nel fatto che se la fine dello stalinismo corrisponde all'eliminazione di una forma particolarmente aberrante del capitalismo di Stato, la fine dei blocchi non fa che aprire la porta ad una forma ancora più barbara, aberrante e caotica dell'imperialismo.” La guerra del Golfo nel 1990-91, quella nella ex-Jugoslavia lungo il1990, la guerra in Iraq durata 11 anni a partire dal 2003, quella in Afganistan che è durata una ventina d’anni e molte altre ancora di minore importanza, in particolare in Africa, sono venuti a confermare questa previsione.
Oggi la guerra in Ucraina, cioè nel cuore dell’Europa, ha nuovamente illustrato questa realtà e ad un livello ancora più importante. Essa costituisce una conferma eloquente della tesi della CCI sulla completa irrazionalità, dal punto di vista degli interessi globali di questo sistema, della guerra nella decadenza del capitalismo (vedere il testo “The significance and impact of the war in Ukraine [291]”, International Review n.168, adottato a maggio 2022).
3) In effetti, anche se la distinzione fra le guerre del 19° secolo e quelle del 20°, come viene fatta nel testo del 1945 della GCF, è perfettamente valido, anche se è globalmente giusta l’idea che “La decadenza della società capitalista trova la sua manifestazione eclatante nel fatto che dalle guerre in vista dello sviluppo economico (periodo ascendente), si arriva a che l’attività economica si restringe essenzialmente in vista della guerra (periodo decadente)”, non si può attribuire una causa direttamente economica a tutte le guerre del 19° secolo. Per esempio, le guerre napoleoniche hanno avuto un costo catastrofico per la borghesia francese, cosa che, alla fine, l’ha indebolita considerevolmente rispetto alla borghesia inglese, facilitando il cammino di questa verso la sua posizione dominante dalla metà del 19° secolo. Lo stesso si può dire per la guerra del 1870 fra la Prussia e la Francia. In questo ultimo caso Marx (nel “Primo indirizzo del Consiglio Generale sulla guerra franco-tedesca”) riprende il termine di “guerra dinastica” utilizzata dagli operai francesi e tedeschi per qualificare questa guerra. Dal lato tedesco, il re di Prussia mirava a costituirsi un impero raggruppando intorno alla sua corona la moltitudine di piccoli Stati germanici che, in precedenza, non erano riusciti che a costituire un’unione doganale (Zollverein). L’annessione dell’Alsazia-Lorena era il regalo di questo matrimonio. Per Napoleone III la guerra doveva servire fondamentalmente a rafforzare una struttura politica, il secondo Impero, minacciato dallo sviluppo industriale della Francia. Dal lato prussiano, al di là delle ambizioni del monarca, questa guerra permetteva di creare una unità politica della Germania, quello che ha gettato le basi del pieno sviluppo industriale di questo paese, mentre dal lato francese essa era totalmente reazionaria. Nei fatti l’esempio di questa guerra illustra perfettamente la presentazione che fa Engels del materialismo storico. Possiamo vedere le sovra-strutture della società, in particolare quelle politiche ed ideologiche (la forma di governo e la creazione di un sentimento nazionale), giocare un ruolo importante nel decorso degli avvenimenti. Allo stesso tempo si vede la base economica della società imporsi in ultima istanza con la realizzazione dello sviluppo industriale della Germania e quindi dell’insieme del capitalismo.
In effetti, le analisi che si vogliono “materialiste”, cercando in ogni guerra una causa economica, dimenticano che il materialismo marxista è anche dialettico. E questa “dimenticanza” diventa un ostacolo considerevole per la comprensione dei conflitti imperialisti della nostra epoca, che è proprio segnata dal notevole rafforzamento del militarismo nella vita della società.
4) Il testo “Militarismo e decomposizione [95]” del 1990 consacra una parte importante al ruolo che avrebbe preso la potenza americana nei conflitti imperialisti dell’epoca che si apriva: “Nel nuovo periodo storico in cui siamo entrati, e gli avvenimenti del Golfo lo confermano, il mondo si presenta con un carattere di instabilità, dove regna la tendenza al "ciascuno per se", dove le alleanze tra Stati non avranno più il carattere di stabilità che caratterizzava i blocchi, ma saranno dettati dalla necessità del momento. Un mondo di disordine cruento, di caos sanguinoso nel quale il gendarme americano tenterà di far regnare un minimo di ordine con l'uso sempre più massiccio e brutale della propria potenza militare.” Questo ruolo di “gendarme del mondo” gli Stati Uniti hanno continuato a giocarlo dopo il crollo del loro rivale nella Guerra fredda, come si è visto in Jugoslavia, in particolare alla fine degli anni ’90 e soprattutto in Medio Oriente dall’inizio del 21° secolo (in particolare con l’Afganistan e l’Iraq). Essi hanno ugualmente assunto questo ruolo in Europa integrando nuovi paesi nell’organizzazione militare che essi controllano, la NATO, paesi che precedentemente facevano parte del Patto di Varsavia o addirittura dell’URSS (Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia). La questione che era già posta nel 1990 con la fine della divisione del Mondo tra il blocco occidentale e il blocco dell’est, era quella dell’instaurazione di una nuova divisione del mondo come era avvenuto dopo la Seconda Guerra mondiale: “Finora, nel periodo di decadenza, una tale situazione di dispersione degli antagonismi imperialisti, di assenza di una divisione del mondo (o delle sue zone decisive) tra due blocchi, non si è mai prolungata. La sparizione delle due costellazioni imperialiste che erano uscite dalla seconda guerra mondiale porta con sé la tendenza alla ricomposizione di due nuovi blocchi.” (“After the collapse of the Eastern Bloc, destabilization and chaos”, International Review n.61).
Allo stesso tempo questo testo segnalava tutti gli ostacoli che si presentavano rispetto a un tale processo, e in particolare quello rappresentato dalla decomposizione del capitalismo: “la tendenza a una nuova divisione del mondo tra due blocchi militari è contrastata, e forse anche definitivamente compromessa, dal fenomeno sempre più profondo e generalizzato di decomposizione della società che noi abbiamo già messo in evidenza.” Questa analisi era sviluppata nel testo Militarismo e decomposizione [95], e, 3 decenni dopo, l’assenza di una tale divisione del Mondo tra due blocchi militari l’ha confermata.
Il testo "The significance and impact of the war in Ukraine [291]" sviluppa questa questione appoggiandosi largamente sul testo del 1990 per mettere in evidenza che la ricostituzione di due blocchi imperialisti che si dividano il mondo continua a non essere all’ordine del giorno. Può valere la pena di ricordare quello che scrivevamo nel 1990:
" All'inizio del periodo di decadenza, e fino ai primi anni della seconda guerra mondiale, poteva esistere una certa "parità" tra differenti! partner di una coalizione imperialista, benché il bisogno di un capo gruppo si sia sempre fatto sentire. Per esempio, nella prima guerra mondiale, non esisteva, in termini di potenza militare operativa, una fondamentale disparità tra i tre “vincitori”: Gran Bretagna, Francia e USA. Questa situazione era già cambiata in modo molto importante nel corso della seconda guerra, dove i "vincitori" erano posti sotto la dipendenza stretta degli Stati Uniti che manifestavano una considerevole superiorità sui loro "alleati". Essa si accentuava ulteriormente durante il periodo di "guerra fredda" (appena terminato), dove ogni capo blocco, Stati Uniti e URSS, soprattutto per il controllo degli armamenti nucleari più sofisticati, disponeva di una superiorità che soverchiava completamente quella degli altri paesi del proprio blocco. Una tale tendenza si spiega con il fatto che, con l'affossamento del capitalismo nella sua decadenza:
Questo ultimo fattore è come il capitalismo di Stato: più le differenti frazioni di una borghesia nazionale tendono ad affrontarsi tra di loro, con l'aggravamento della crisi che accresce la loro concorrenza, e più lo Stato deve rinforzarsi per poter esercitare la sua autorità su di esse. Allo stesso modo, più la crisi storica, e la sua forma aperta, produce danni, più un capo blocco deve essere forte per contenere e controllare le tendenze al suo smembramento tra le differenti frazioni nazionali che lo compongono. Ed è chiaro che nella fase ultima della decadenza, quella della decomposizione, un tale fenomeno non può che aggravarsi ancora fino a dimensioni considerevoli.
È per questo insieme di ragioni, e soprattutto per l'ultima, che la ricostituzione di una nuova coppia di blocchi imperialisti non solo non è possibile prima di molti anni, ma può benissimo non aver mai più luogo, intervenendo prima la rivoluzione o la distruzione dell’umanità.”
Oggi questa analisi resta completamente valida ma bisogna segnalare che nel testo del 1990 avevamo completamente omesso di considerare che la Cina potesse diventare un giorno una nuova testa di blocco, mentre è oggi chiaro che questo paese sta diventando il principale rivale degli Stati Uniti. Dietro questa omissione c’era un errore maggiore di analisi: non avevamo previsto che la Cina potesse diventare una potenza economica di primo piano, che è una pre-condizione perché un paese possa pretendere di assumere il ruolo di leader di un blocco imperialista. D’altra parte è quello che ha capito la borghesia cinese: essa non potrà fare concorrenza alla borghesia americana sul piano militare se non si dota di una potenza economica e tecnologica capace di sostenere la sua potenza militare, per non conoscere la stessa sorte che ha conosciuto l’Unione Sovietica alla fine degli anni ’80. È anche per questa ragione che la Cina, anche se allarga in maniera crescente le sue ambizioni militari (in particolare rispetto a Taiwan), non può ancora, e per un buon momento ancora, pretendere di raggruppare intorno a sé un nuovo blocco imperialista.
5) La guerra in Ucraina ha rinnovato le inquietudini rispetto a una Terza Guerra mondiale, in particolare con le allusioni di Putin sull’arma nucleare. È importante notare che per la guerra mondiale non è lo stesso che per i blocchi imperialisti. Nei fatti, una guerra mondiale costituisce la fase ultima della costituzione dei blocchi. Più precisamente, è l’esistenza di blocchi imperialisti costituiti che fa sì che una guerra che, in partenza, non coinvolge che un numero limitato di paesi, degenera, attraverso il gioco delle alleanze, in una conflagrazione generalizzata. Così, lo scoppio della Prima Guerra mondiale, le cui cause storiche profonde derivano dall’acutizzarsi delle rivalità imperialiste fra le potenze europee, prende la forma di un intreccio di situazioni in cui i differenti alleati entrano progressivamente nel conflitto: l’Austria-Ungheria, con il sostegno del suo alleato tedesco, vuole mettere a profitto l’uccisione a Sarajevo dell’erede al trono, il 28 giugno 1914, per mettere al passo il Regno di Serbia, accusato di attizzare il nazionalismo delle minoranze serbe nell’Impero austro-ungarico. Questa riceve immediatamente il sostegno del suo alleato russo che, da parte sua, ha firmato con la Gran Bretagna la “Triplice Intesa”. All’inizio di agosto del 1914 tutti questi paesi entrano in guerra l’uno contro l’altro, trascinando in seguito altri paesi, come il Giappone, l’Italia nel 1915 e gli Stati Uniti nel 1917. Analogamente, nel settembre del 1939, quando la Germania attacca la Polonia, è un trattato del 1920 tra la Polonia, il Regno Unito e la Francia che porta questi due paesi a dichiarare guerra alla Germania, mentre le loro borghesie non si auguravano un tale conflitto, come dimostrato dalla firma del trattato di Monaco un anno prima. Il conflitto fra le tre principali potenze europee si estende rapidamente all’insieme del mondo.
Oggi, l’articolo 5 del trattato NATO stabilisce che un attacco contro uno dei suoi membri sarà considerato come un attacco contro tutti gli alleati. È per questo che i paesi che prima del 1989 appartenevano al Patto di Varsavia (e anche all’Unione Sovietica, come i paesi baltici) hanno aderito con entusiasmo alla NATO: questo costituiva la garanzia che la vicina Russia non avrebbe provato ad attaccarli. Lo stesso atteggiamento che assumono adesso la Finlandia e la Svezia dopo decenni di “neutralità”. Perciò Putin non poteva accettare una situazione in cui lo Stato ucraino rischiava di aggiungersi alla NATO, come scritto nella sua Costituzione.
Quindi l’assenza di una divisione del Mondo in due blocchi significa che una terza guerra mondiale non è attualmente all’ordine del giorno, e forse non lo sarà mai più. Tuttavia sarebbe irresponsabile sottostimare la gravità della situazione mondiale. Come scrivevamo nel gennaio 1990:
“È per questo che è fondamentale mettere in evidenza che, se la soluzione del proletariato – la rivoluzione comunista – è la sola che possa opporsi alla distruzione dell’umanità (che è la sola “soluzione” che la borghesia possa apportare alla sua crisi), questa distruzione non risulterebbe necessariamente da una terza guerra mondiale. Essa potrebbe anche risultare dal procedere fino alle sue estreme conseguenze di questa decomposizione (catastrofi ecologiche, epidemie, carestie, guerre locali, ecc.).
L’alternativa storica “Socialismo o Barbarie”, messa in evidenza dal marxismo, dopo essersi concretizzata sotto la forma di “Socialismo o Guerra imperialista mondiale” per la maggior parte del 20° secolo, si era precisata sotto la terrificante forma di “Socialismo o Distruzione dell’umanità” nel corso degli ultimi decenni a causa dello sviluppo delle armi atomiche. Oggi, dopo il crollo del blocco dell’Est, questa prospettiva resta del tutto valida. Ma bisogna precisare che una tale distruzione può provenire dalla guerra imperialista O dalla decomposizione della società.” ("After the collapse of the Eastern Bloc, destabilization and chaos, idem)
I tre decenni successivi all’adozione di questo documento da parte della CCI hanno ben messo in evidenza che anche al di fuori di una terza guerra mondiale, “le catastrofi ecologiche, le epidemie, le carestie, le guerre locali” sono i quattro cavalieri dell’apocalisse che minacciano la sopravvivenza dell’umanità.
6) Il Testo di orientamento “Militarismo e decomposizione” si concludeva con una parte su “Il proletariato di fronte alla guerra imperialista”. Tenuto conto dell’importanza di questa questione, può valere la pena di citare larghi estratti di questa parte, piuttosto che parafrasarlo:
"Più che mai dunque la questione della guerra resta centrale nella vita del capitalismo e costituisce, di conseguenza, un elemento fondamentale per la classe operaia. L'importanza di questa questione non è evidentemente nuova. Essa era già centrale sin dalla prima guerra mondiale (come messo in evidenza dai congressi internazionali di Stoccarda nel 1907 e di Basilea nel 1912). Essa diventa ancora più decisiva, evidentemente, nel corso del primo macello imperialista, come messo in evidenza dall'azione di Lenin, di Rosa Luxemburg, di Liebknecht, nonché dalla rivoluzione in Russia e Germania. Essa conserva tutta la sua acutezza tra le due guerre mondiali, in particolare durante la guerra di Spagna, senza parlare, evidentemente, dell'importanza che essa riveste nel corso del più grande olocausto di questo secolo, tra il 1939 e il 1945. Essa ha conservato infine tutta la sua importanza nel corso delle differenti guerre di "liberazione nazionale" dopo il 1945, momenti dello scontro tra i due blocchi imperialisti. Nei fatti, dopo l'inizio del secolo, la guerra è stata la questione più decisiva che abbiano affrontato il proletariato e le sue minoranze rivoluzionarie, molto prima della questione sindacale o parlamentare, per esempio. E non poteva che essere così nella misura in cui la guerra costituisce la forma più concentrata della barbarie del capitalismo decadente, quella che esprime la sua agonia e la minaccia che fa pesare sulla sopravvivenza dell'umanità.
Nel periodo attuale in cui, più ancora che nei decenni passati, la barbarie guerriera sarà un dato permanente e onnipresente della situazione mondiale, implicando in modo crescente i paesi sviluppati (nei soli limiti che potrà fissarle il proletariato di questi paesi), la questione della guerra è ancora più essenziale per la classe operaia. È noto che la CCI ha messo in evidenza da molto tempo che, contrariamente al passato, lo sviluppo di una prossima ondata rivoluzionaria non verrà fuori dalla guerra, ma dall'aggravamento della crisi economica. Questa analisi resta del tutto valida: le mobilitazioni operaie, i punti di partenza dei grandi scontri di classe, proverranno dagli attacchi economici. Nello stesso modo, sul piano della presa di coscienza, l'aggravamento della crisi sarà un fattore fondamentale rivelando il fallimento storico del modo di produzione capitalista. Ma, proprio su questo piano della presa di coscienza, la questione della guerra è chiamata, ancora una volta, a giocare un ruolo di prim'ordine:
È vero che la guerra può essere utilizzata contro la classe operaia molto più facilmente che la stessa crisi e gli attacchi economici perché:
Oggi, la guerra in Ucraina provoca effettivamente un sentimento di impotenza tra i proletari, quando non si trasforma in una drammatica irreggimentazione e nel trionfo dello sciovinismo, come è il caso in questo paese e anche, in parte, in Russia. Nei paesi occidentali essa permette anche un certo rafforzamento dell’ideologia democratica grazie ai fiumi di propaganda veicolati dai mezzi di informazione. Secondo questi, noi saremmo di fronte ad uno scontro tra, da un lato, il “male”, la “dittatura” (Putin) e dall’altro il “bene”, la “democrazia” (Zelensky e i suoi sostenitori occidentali). Una tale propaganda era evidentemente meno efficace nel 2003 quando il “boss” della “Grande democrazia americana”, Bush junior, ha fatto la stessa cosa di Putin scatenando la guerra contro l’Iraq (utilizzazione di una grande menzogna, violazione della “legge internazionale” dell’ONU, uso di armi “proibite”, bombardamento delle popolazioni civili, “crimini di guerra”).
Ciò detto, è necessario avere presente l’analisi che la CCI ha sviluppato sulla questione dell’”anello debole”, mettendo avanti la differenza tra il proletariato dei paesi centrali, e in particolare quello dell’Europa occidentale, e quello dei paesi della periferia e del fu blocco “socialista” (vedere in particolare gli articoli “Critica della teoria dell’anello debole: il proletariato dell’Europa occidentale al centro della generalizzazione della lotta di classe”, Rivista Internazionale n.7, novembre 1983 – e: “Debate: On the critique of the theory of the "weakest link" [292], International Review n.37). La guerra fra la Russia e l’Ucraina sottolinea la grande debolezza politica del proletariato di questi paesi. La guerra attuale avrà un impatto politico negativo anche sul proletariato dei paesi centrali ma questo non significa che il bombardamento sulle idee democratiche a cui è sottoposto lo paralizzi definitivamente. In particolare, già adesso esso subisce le conseguenze di questa guerra attraverso gli attacchi economici che accompagnano la spettacolare crescita dell’inflazione (che era cominciata prima della guerra, ma accentuata da questa). Necessariamente esso dovrà riprendere il cammino della lotta di classe contro questi attacchi.
“Nell'attuale situazione storica, l'intervento dei comunisti all'interno della classe è determinato, oltre che dall'aggravarsi considerevole della crisi economica e degli attacchi che ne risultano contro l'insieme del proletariato, da:
È importante dunque che questa questione figuri in permanenza in primo piano nella propaganda dei rivoluzionari. E nei periodi, come quelli attuali, in cui questa questione si trova nei primi piani dell'attualità internazionale, è importante che essi mettano a profitto la particolare sensibilizzazione degli operai a questo riguardo, dandovi una priorità ed una insistenza tutta particolare.
In particolare, le organizzazioni rivoluzionarie avranno il dovere di vegliare e:
7) Questi orientamenti formulati più di 30 anni fa restano interamente validi oggi. Ma, nella nostra propaganda di fronte alla guerra imperialista, è anche necessario ricordare la nostra analisi sulla condizione della generalizzazione delle lotte rivoluzionarie, analisi sviluppata in particolare nel nostro testo del 1981 “Le condizioni storiche della generalizzazione della lotta della classe operaia” (Rivoluzione Internazionale n.27 e 28). Per decenni i rivoluzionari, basandosi sugli esempi della Comune di Parigi (seguita alla guerra franco-prussiana), della rivoluzione del 1905 in Russia (durante la guerra russo-giapponese), del 1917 in questo stesso paese, del 1918 in Germania, hanno pensato che la guerra imperialista creava le migliori condizioni per la rivoluzione proletaria, o anche che questa non poteva scaturire che dalla guerra mondiale. È un’analisi ancora molto diffusa fra i gruppi della Sinistra Comunista, cosa che spiega in parte la loro incapacità a capire la questione del corso storico. Solo la CCI ha rimesso chiaramente in discussione questa analisi per tornare all’analisi “classica” sviluppata da Marx ed Engels ai loro tempi (e in parte da Rosa Luxemburg) che considerava che la lotta rivoluzionaria del proletariato sarebbe scaturita dal crollo economico del capitalismo e non dalla guerra fra Stati capitalisti.
Possiamo riassumere così gli argomenti posti a sostegno della nostra analisi:
1. Se in un paese la guerra provoca delle reazioni di massa da parte del proletariato, la borghesia dispone di una carta maggiore per tagliare l’erba sotto i piedi di queste reazioni: l’arresto delle ostilità, l’uscita dalla guerra. È quello che è avvenuto nel novembre del 1918 in Germania, dove la borghesia, istruita dall’esempio della rivoluzione in Russia, ha immediatamente firmato l’armistizio con i paesi dell’Intesa qualche giorno dopo l’insurrezione dei marinai del Baltico. Invece nessuna borghesia è capace di superare le convulsioni economiche che sarebbero alla base delle lotte di massa e generalizzate del proletariato.
2. “… la guerra produce dei vincitori come dei vinti, nello stesso momento in cui si sviluppa la collera rivoluzionaria contro la borghesia si sviluppa nella popolazione anche una tendenza alla vendetta. E questa tendenza vendicativa penetra fino nei ranghi dei rivoluzionari, come testimoniato dalla tendenza del “nazional-comunismo” nel KAPD e la lotta contro il trattato di Versailles che diventerà l’asse della propaganda del KPD. Peggio ancora è l’effetto prodotto sugli operai dei paesi vincitori. Come dimostrato già dal primo dopoguerra e ancora di più dal secondo, quello che prevale, affianco a una reale e lenta ripresa della lotta di classe, è uno spirito di rilassamento, se non un puro e semplice spirito sciovinista”. (Rivoluzione Internazionale n. 27 e 28)
3. La borghesia ha tirato gli insegnamenti della Prima Guerra mondiale e dell’ondata rivoluzionaria che questa provocò. Da una parte essa ha constatato che aveva bisogno di uno schiacciamento politico profondo del proletariato nei paesi centrali prima di impegnarsi nella Seconda Guerra mondiale. È quello che fu realizzato con l’istaurazione del terrore nazista in Germania e dell’arruolamento antifascista nei paesi degli Alleati. Dall’altra parte la classe dominante ha preso molteplici misure per prevenire o soffocare all’origine ogni sollevazione proletaria nel corso o alla fine della guerra, in particolare nei paesi vinti.
"In Italia, dove più forte era il pericolo, la borghesia, come abbiamo visto, si affretta a cambiare regime e poi alleanze. Nell'autunno del 1943 l'Italia è divisa in due, con il sud in mano agli alleati e il resto occupato dai nazisti; su consiglio di Churchill ("bisogna lasciar cuocere l'Italia nel suo brodo"), gli alleati ritardano la loro avanzata verso il nord ottenendo così due risultati: da un lato si lascia all'esercito tedesco il compito di reprimere il movimento proletario, dall'altro si consente alle forze "antifasciste" il compito di deviare questo stesso movimento dal terreno di una lotta anticapitalista a quello della lotta antifascista.(…)
In Germania, forte dell'esperienza del primo dopoguerra, la borghesia mondiale ha condotto un'azione sistematica per evitare il ritorno di avvenimenti simili a quelli del 1918-19. In primo luogo, poco prima della fine della guerra, gli Alleati procedono a uno sterminio di massa delle popolazioni dei quartieri operai attraverso bombardamenti senza precedenti di grandi città come Amburgo o Dresda, dove, il 13 febbraio 1945, 135.000 persone (il doppio di Hiroshima) muoiono sotto le bombe. Questo obiettivo non aveva nessun valore militare (e d'altra parte le armate tedesche erano già in piena rotta): si tratta in realtà di terrorizzare ed impedire ogni organizzazione del proletariato. In secondo luogo, gli Alleati rigettano ogni proposta di armistizio fino a che non hanno occupato la totalità del territorio tedesco: essi vogliono amministrare direttamente questo territorio sapendo che la borghesia tedesca vinta rischia di non essere capace di controllare da sola la situazione. Infine, dopo la capitolazione di questa, e in stretta collaborazione con essa, gli Alleati trattengono per lunghi mesi i prigionieri di guerra tedeschi, al fine di evitare la miscela esplosiva che il loro ricongiungimento con la popolazione civile avrebbe potuto costituire.
In Polonia, nel corso della seconda metà del 1944, è l'Armata Rossa che lascia lo sporco compito di massacrare gli operai insorti a Varsavia alle forze naziste: l'Armata Rossa aspettò dei mesi a pochi chilometri da Varsavia che le truppe tedesche soffocassero la rivolta. La stessa cosa avvenne a Budapest all'inizio del 1945.” (La lotta di classe contro la guerra imperialista. Le lotte operaie nell'Italia del 1943 [293], Rivista Internazionale n. 17).
4. L’insurrezione rivoluzionaria del proletariato durante la Prima Guerra mondiale era stata favorita dalle caratteristiche di questa: predominanza di scontri tra fanterie, guerra di trincea che favoriva la fraternizzazione tra i soldati dei due campi che si trovavano per lunghi periodi a qualche metro gli uni dagli altri. La Seconda Guerra mondiale non ha preso la forma di una guerra di trincea; essa è stata caratterizzata dall’uso massiccio di mezzi meccanici e tecnologici, in particolare i blindati e l’aviazione, una tendenza che da allora non ha fatto che rafforzarsi in maniera crescente; gli Stati ricorrono ad eserciti di mestiere capaci di utilizzare armi sempre più sofisticate, il che limita in maniera maggiore la possibilità di fraternizzazione diretta fra i combattenti dei due campi. Infine, ultimo ma non meno importante, una terza guerra mondiale farebbe ricorso, prima o poi, all’arma nucleare, cosa che risolve in maniera radicale la questione di un’insurrezione proletaria durante il suo svolgimento.
8) In passato abbiamo fatto la critica della parola d’ordine del “disfattismo rivoluzionario”. Questa parola d’ordine avanzata nel corso della Prima Guerra mondiale, in particolare da Lenin, si basava su una preoccupazione fondamentalmente internazionalista: la denuncia delle menzogne dei socialsciovinisti che affermavano che era necessario che il proprio paese vincesse la guerra per permettere ai proletari di questo paese di impegnarsi nella lotta per il socialismo. Di fronte a queste menzogne, gli internazionalisti affermarono che non era la vittoria di un paese che favoriva la lotta dei proletari di questo paese contro la loro borghesia, ma, al contrario, la sua sconfitta (come avevano mostrato gli esempi della Comune di Parigi dopo la sconfitta di fronte alla Prussia e della Rivoluzione del 1905 seguita alla sconfitta della Russia rispetto al Giappone). In seguito questa parola d’ordine del “disfattismo rivoluzionario” è stato interpretato come l’augurio da parte del proletariato di ogni paese di vedere la sconfitta della propria borghesia al fine di favorire la lotta per il rovesciamento di questa, cosa che, evidentemente, volta le spalle a un vero internazionalismo. In realtà Lenin stesso (che nel 1905 aveva salutato la sconfitta della Russia di fronte al Giappone) ha soprattutto messo avanti la parola d’ordine di “trasformazione della guerra imperialista in guerra civile” che costituiva una concretizzazione dell’emendamento che aveva presentato, in compagnia di Rosa Luxemburg e di Martov, e fatto adottare al Congresso di Stoccarda dell’Internazionale Socialista nel 1907: “Nel caso in cui la guerra scoppiasse [i partiti socialisti] hanno il dovere di mobilitarsi immediatamente per farla subito cessare e di utilizzare con tutte le loro forze la crisi economica e politica creata dalla guerra per agitare gli strati popolari più profondi e accelerare la caduta del domino capitalista.”
La rivoluzione in Russia del 1917 ha costituito una concretizzazione eclatante della parola d’ordine “trasformazione della guerra imperialista in guerra civile”. I proletari hanno rivolto contro i loro sfruttatori quelle armi che questi ultimi gli avevano fornito per massacrare i loro fratelli di classe degli altri paesi. Ciò detto, come detto prima, anche se non è escluso che dei soldati possano ancora rivolgere le loro armi contro i loro ufficiali (durante la guerra in Vietnam è successo che dei soldati americani uccidessero “per caso” dei superiori gerarchici), tali fatti non potrebbero essere che di un’ampiezza molto limitata e non potrebbero in alcun modo costituire la base di un’offensiva rivoluzionaria. È per questo motivo che nella nostra propaganda conviene mettere avanti non solo la parola d’ordine “disfattismo rivoluzionario” ma anche quello della “trasformazione della guerra imperialista in guerra civile”.
Più in generale, è responsabilità dei gruppi della Sinistra Comunista fare il bilancio delle prese di posizione dei rivoluzionari di fronte alla guerra in passato, mettendo in evidenza quello che resta valido (la difesa dei principi internazionalisti) e quello che non lo è più (le parole d’ordine “tattiche”). In questo senso se la parola d’ordine “trasformazione della guerra imperialista in guerra civile” non può d’ora in avanti costituire una prospettiva realista, bisogna al contrario sottolineare la validità dell’emendamento adottato al Congresso di Stoccarda del 1907, e in particolare l’idea che i rivoluzionari “hanno il dovere di utilizzare con tutte le loro forze la crisi economica e politica creata dalla guerra per agitare gli strati popolari più profondi e accelerare la caduta del domino capitalista.” Questa parola d’ordine non è evidentemente realizzabile nell’immediato, data la situazione attuale di debolezza del proletariato, ma resta una potente indicazione per l’intervento dei comunisti nella classe.
CCI, maggio 2022
[1] Tutti gli articoli citati dalla International Review sono disponibili anche in spagnolo e francese nei rispettivi numeri della Rivista in queste lingue
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“Quando è troppo è troppo”. Questo grido è risuonato da uno sciopero all'altro nelle ultime settimane nel Regno Unito. Questo movimento di massa, soprannominato “L'estate del malcontento”, in riferimento a “L’inverno del malcontento” del 1979, ha coinvolto ogni giorno i lavoratori di un numero sempre maggiore di settori: le ferrovie, la metropolitana di Londra, la British Telecom, le Poste, i portuali di Felixstowe (un porto chiave nel sud-est della Gran Bretagna), i lavoratori della nettezza urbana e gli autisti di autobus in varie parti del Paese, i lavoratori di Amazon, ecc. Oggi sono i lavoratori dei trasporti, domani potrebbero essere gli operatori sanitari e gli insegnanti.
Tutti i giornalisti e i commentatori parlano di questa come della più grande azione della classe operaia in Gran Bretagna da decenni a questa parte; solo i grandi scioperi del 1979 hanno prodotto un movimento più grande e più diffuso. Un'azione di questa portata in un Paese grande come la Gran Bretagna non è significativa solo a livello locale, ma è un evento di portata internazionale, un messaggio per gli sfruttati di ogni Paese.
Decennio dopo decennio, come in altri Paesi sviluppati, i governi britannici che si sono succeduti hanno attaccato senza sosta le condizioni di vita e di lavoro con un'unica conseguenza: rendere tali condizioni più precarie e flessibili per migliorare la competitività e il profitto nazionale. Questi attacchi hanno raggiunto un livello tale negli ultimi anni che la mortalità infantile in Gran Bretagna ha avuto “un aumento senza precedenti a partire dal 2014” (secondo la rivista medica BJM Open[1]).
Ecco perché l'attuale impennata dell'inflazione è un vero e proprio tsunami. Con un aumento dei prezzi del 10,1% su base annua a luglio, del 13% previsto a ottobre e del 18% a gennaio, i danni sono devastanti. L'NHS (Servizio sanitario inglese) ha avvertito che “molte persone potrebbero essere costrette a scegliere tra saltare i pasti per poter riscaldare la casa, o dover vivere al freddo e all'umidità”. Con un aumento dei prezzi di gas ed elettricità del 54% il 1° aprile e del 78% il 1° ottobre, la situazione è di fatto insostenibile.
La portata della mobilitazione dei lavoratori britannici oggi è finalmente all'altezza degli attacchi che stanno affrontando, quando negli ultimi decenni, soffrendo per i contraccolpi degli anni della Thatcher, non avevano la forza di reagire.
In passato i lavoratori britannici sono stati tra i più combattivi al mondo. “L’inverno del malcontento” del 1979, in base al conteggio delle giornate di sciopero registrate, è stato il movimento più massiccio di qualsiasi altro paese dopo il Maggio 1968 in Francia, persino superiore a “l’autunno caldo” del 1969 in Italia. Il governo Thatcher riuscì a reprimere in modo duraturo questa enorme combattività infliggendo ai lavoratori una serie di cocenti sconfitte, in particolare durante lo sciopero dei minatori del 1985. Questa sconfitta segnò un punto di svolta, con un prolungato declino della combattività operaia nel Regno Unito, e preannunciò addirittura il declino generale della combattività operaia in tutto il mondo. Cinque anni dopo, nel 1990, con il crollo dell'URSS, falsamente descritta come un regime “socialista”, e il non meno falso annuncio della “morte del comunismo” e del “definitivo trionfo del capitalismo”, è stato sferrato un colpo di grazia ai lavoratori di tutto il mondo. Da allora, privati di una prospettiva, con la fiducia e l'identità di classe erose, i lavoratori britannici, più gravemente che altrove, hanno subito gli attacchi dei governi che si sono succeduti senza essere in grado di reagire realmente.
Tuttavia, di fronte agli attacchi della borghesia, la rabbia si è accumulata e oggi la classe operaia britannica dimostra di essere nuovamente pronta a lottare per la propria dignità, a rifiutare i sacrifici costantemente richiesti dal capitale. Questo è inoltre indicativo di una dinamica internazionale: lo scorso inverno, gli scioperi hanno iniziato a manifestarsi in Spagna e negli Stati Uniti; quest'estate, anche la Germania e il Belgio ci sono stati scioperi; e ora, i commentatori prevedono “una situazione sociale esplosiva” in Francia e in Italia nei prossimi mesi. Non è possibile prevedere dove e quando la combattività dei lavoratori riemergerà su scala massiccia nel prossimo futuro, ma una cosa è certa: la portata dell'attuale mobilitazione dei lavoratori in Gran Bretagna è un evento storico significativo. I giorni della passività e della sottomissione sono passati. Le nuove generazioni di lavoratori stanno alzando la testa.
L'importanza di questo movimento non sta solo nel fatto che sta ponendo fine a un lungo periodo di passività. Queste lotte si sviluppano in un momento in cui il mondo si trova ad affrontare una guerra imperialista su larga scala, una guerra che contrappone sul terreno la Russia all'Ucraina, ma che ha un impatto globale con, in particolare, una mobilitazione dei Paesi membri della NATO. Un impegno in armi ma anche a livello economico, diplomatico e ideologico. Nei paesi occidentali, i governi chiedono sacrifici per “difendere la libertà e la democrazia”. In concreto, ciò significa che i proletari di questi paesi devono stringere ancora di più la cinghia per “dimostrare la loro solidarietà con l'Ucraina” - in realtà con la borghesia ucraina e la classe dirigente dei paesi occidentali.
I governi hanno spudoratamente giustificato i loro attacchi economici facendo leva sulla catastrofe del riscaldamento globale e sui rischi di scarsità di energia e di cibo (“la peggiore crisi alimentare di sempre” secondo il Segretario Generale delle Nazioni Unite). Invitano alla “sobrietà” e dichiarano la fine dell'“abbondanza” (per usare le inqualificabili parole del presidente francese Macron). Ma allo stesso tempo stanno rafforzando la loro economia di guerra: la spesa militare globale ha raggiunto i 2.113 miliardi di dollari nel 2021! Mentre il Regno Unito è tra i primi cinque Stati per spesa militare, dallo scoppio della guerra in Ucraina, tutti i Paesi del mondo hanno accelerato la propria corsa agli armamenti, compresa la Germania, una novità assoluta sin dal 1945!
I governi ora chiedono “sacrifici per combattere l'inflazione”. E’ uno scherzo infame, nel momento in cui non fanno altro che peggiorare la situazione aumentando le spese per la guerra. Questo è il futuro che stanno promettendo il capitalismo e le sue borghesie nazionali in concorrenza: più guerre, più sfruttamento, più distruzione, più miseria.
E, anche se i lavoratori non ne sono sempre pienamente consapevoli, gli scioperi dei lavoratori in Gran Bretagna ci stanno indicando proprio questo: il rifiuto di sacrificarsi sempre di più per gli interessi della classe dominante, il rifiuto di sacrificarsi per l'economia nazionale e per lo sforzo bellico, il rifiuto di accettare la logica di questo sistema che porta l'umanità verso la catastrofe e, in ultima analisi, alla sua distruzione.
Le alternative sono chiare: il socialismo o la distruzione dell'umanità.
La capacità dei lavoratori di prendere questa strada è tanto più significativa se si considera che la classe operaia del Regno Unito è stata colpita negli ultimi anni dall'ideologia populista, che mette gli sfruttati l'uno contro l'altro, dividendoli in “nativi” e “stranieri”, bianchi e neri, uomini e donne, fino a far credere loro che il ripiegamento il ripiegamento isolazionista della Brexit potrebbe essere una soluzione ai loro problemi.
Ma ci sono altre trappole, ben più insidiose e pericolose, tese dalla borghesia sul cammino delle lotte della classe operaia.
La stragrande maggioranza degli scioperi attuali è stata indetta dai sindacati, che si presentano come l'organo più efficace per organizzare la lotta e difendere gli sfruttati. I sindacati sono molto efficaci, sì, ma solo per difendere la borghesia e organizzare la sconfitta della classe operaia.
Basta ricordare quanto la vittoria della Thatcher sia stata possibile grazie al sabotaggio dei sindacati. Nel marzo 1984, quando vennero bruscamente annunciati 20.000 tagli di posti di lavoro nell'industria del carbone, la reazione dei minatori fu immediata: il primo giorno di sciopero vennero chiusi 100 pozzi su 184. Ma un cordone sindacale d'acciaio accerchiò rapidamente gli scioperanti. I sindacati dei ferrovieri e dei marinai diedero un sostegno simbolico allo sciopero. Il potente sindacato dei portuali si limitò a lanciare due appelli tardivi all'azione di sciopero. Il TUC (il congresso nazionale dei sindacati) si rifiutò di sostenere lo sciopero. I sindacati degli elettricisti e dei lavoratori dell'acciaio si opposero. In breve, i sindacati sabotarono attivamente ogni possibilità di lotta comune. Ma soprattutto il sindacato dei minatori, il NUM (National Union of Mineworkers), completò questo lavoro sporco spingendo i minatori in inutili battaglie contro la polizia nel tentativo di impedire lo spostamento del carbone dai depositi di cokeria (e questo è durato per più di un anno!). Grazie a questo sabotaggio sindacale, a questi sterili e interminabili scontri con la polizia, la repressione dello sciopero fu condotta con intensa violenza. Questa sconfitta sarebbe stata una sconfitta per l'intera classe operaia.
Se oggi, nel Regno Unito, questi stessi sindacati usano un linguaggio radicale e fingono di sostenere la solidarietà tra i vari settori, brandendo persino la minaccia di uno sciopero generale, è perché sono consapevoli delle preoccupazioni della classe operaia e vogliono appropriarsi di ciò che anima i lavoratori, la loro rabbia, la loro combattività e il loro sentimento di dover lottare insieme, in modo da poter meglio sterilizzare e deviare questa dinamica. In realtà, sul campo, stanno orchestrando gli scioperi separandoli tra loro; dietro lo slogan unitario di salari più alti per tutti, i diversi settori sono rinchiusi e divisi in negoziati corporativi; soprattutto, si preoccupano di evitare qualsiasi discussione reale tra i lavoratori dei diversi settori. Non esistono vere e proprie assemblee generali intersettoriali. Quindi non lasciamoci ingannare quando Liz Truss, la prima candidata a sostituire Boris Johnson, dice che “non permetterà che la Gran Bretagna sia tenuta in ostaggio dai sindacalisti militanti” se diventerà Primo Ministro. Sta semplicemente seguendo le orme del suo modello di riferimento, Margaret Thatcher; sta dando credibilità ai sindacati presentandoli come i rappresentanti più combattivi dei lavoratori per meglio, insieme, condurre la classe operaia alla sconfitta.
In Francia, nel 2019, di fronte all'aumento della combattività e all'esplosione della solidarietà tra le generazioni, i sindacati hanno già utilizzato lo stesso stratagemma sostenendo la “convergenza delle lotte”, un sostituto di un movimento unitario, in cui i manifestanti che marciavano in strada erano raggruppati per settore e per azienda.
Nel Regno Unito, come altrove, per costruire un rapporto di forze che ci permetta di resistere agli attacchi incessanti alle nostre condizioni di vita e di lavoro, che domani diventeranno ancora più violenti, dobbiamo, ovunque sia possibile, riunirci per discutere e proporre i metodi di lotta che hanno reso forte la classe operaia e le hanno permesso, in alcuni momenti della sua storia, di scuotere la borghesia e il suo sistema:
- la ricerca di sostegno e solidarietà al di là della “nostra” fabbrica, della “nostra” azienda, del “nostro” settore di attività, della “nostra” città, della “nostra” regione, del “nostro” paese;
- l'organizzazione autonoma delle lotte dei lavoratori, in particolare attraverso assemblee generali, e impedendo il controllo delle lotte da parte dei sindacati, i “cosiddetti specialisti” nell'organizzazione delle lotte dei lavoratori;
- sviluppare la discussione più ampia possibile sulle esigenze generali della lotta, sulle lezioni positive da trarre dalle lotte passate - comprese le sconfitte, perché ci saranno sconfitte, ma la sconfitta più grande è subire gli attacchi senza reagire ad essi; l'entrata in lotta è la prima vittoria degli sfruttati.
Se il ritorno di estesi scioperi nel Regno Unito segna il ritorno della combattività del proletariato mondiale, è anche fondamentale che vengano superate le debolezze che ne hanno segnato la sconfitta nel 1985: il corporativismo e le illusioni nei sindacati. L'autonomia della lotta, la sua unità e la sua solidarietà sono i parametri indispensabili per preparare le lotte di domani!
E per questo, dobbiamo riconoscerci come membri della stessa classe, una classe la cui lotta è unita dalla solidarietà: la classe operaia. Le lotte di oggi sono indispensabili non solo perché la classe operaia si difende dagli attacchi, ma anche perché indicano la strada per il recupero dell'identità di classe a livello mondiale, per preparare il rovesciamento di questo sistema capitalista, che può solo portarci impoverimento e catastrofi di ogni tipo.
Non ci sono soluzioni all’interno capitalismo: né alla distruzione del pianeta, né alle guerre, né alla disoccupazione, né alla precarietà, né alla povertà. Solo la lotta del proletariato mondiale, sostenuta da tutti gli oppressi e gli sfruttati del mondo, può aprire la strada all'alternativa.
I massicci scioperi in Gran Bretagna sono una chiamata all'azione per i proletari di tutto il mondo.
Corrente Comunista Internazionale, 27 agosto 2022
Data l'importanza degli scioperi in Gran Bretagna e l'assoluto silenzio operato dai media in Italia e altrove, chiediamo ai nostri lettori di diffondere il più possibile questo volantino scaricando il testo in formato pdf allegato
[1] bmjopen.bmj.co.
In risposta alla guerra assassina in Ucraina, la CCI ha ripetutamente sottolineato la necessità di una risposta comune da parte dell'espressione più coerente dell'internazionalismo proletario - la Sinistra comunista - al fine di creare un chiaro polo di riferimento per tutti coloro che cercano di opporsi alla guerra imperialista su basi di classe.
Sebbene l'appello per una dichiarazione congiunta, e il testo che ne è scaturito, sia stato accolto positivamente da tre gruppi[1], i gruppi bordighisti hanno più o meno ignorato il nostro appello, mentre la Tendenza Comunista Internazionalista (TCI), pur dichiarandosi in linea di principio favorevole a questo tipo di dichiarazioni congiunte degli internazionalisti, ha respinto il nostro appello per ragioni che a nostro avviso restano poco chiare: prima hanno parlato di disaccordi sull'analisi, poi sono emerse divergenze di vedute su ciò che costituisce l'autentica Sinistra comunista e un rifiuto della nostra concezione del parassitismo. Riprenderemo queste argomentazioni in altra sede; qui intendiamo concentrarci sulla proposta alternativa della TCI, che è quella di spingere per la formazione di gruppi locali/nazionali “No War but the Class War”, che loro vedono come punto di partenza per un'azione internazionalista contro la guerra su una scala molto più ampia rispetto ad una dichiarazione comune firmata dai gruppi della Sinistra comunista.
Esaminando il testo del primo appello per la costituzione di gruppi No War but the Class War in risposta alla guerra in Ucraina[2], pubblicato dal NWCW di Liverpool, possiamo dire che esso è chiaramente internazionalista, in quanto si oppone a entrambi i campi imperialisti, rifiuta le illusioni pacifiste e insiste sul fatto che la discesa del capitalismo nella barbarie militare può essere fermata solo dalla lotta rivoluzionaria della classe operaia. Riteniamo tuttavia che nel testo vi sia un preciso elemento di immediatismo, nel paragrafo seguente: “Le sparute azioni contro la guerra di cui si è parlato finora - proteste in Russia, soldati che disobbediscono agli ordini in Ucraina, rifiuto di eseguire le spedizioni da parte dei portuali nel Regno Unito e in Italia, sabotaggio da parte dei ferrovieri in Bielorussia - devono assumere la prospettiva della classe operaia per essere veramente contro la guerra, per evitare che vengano strumentalizzate da una parte o dall'altra. Sostenere la Russia o l'Ucraina in questo conflitto significa sostenere la guerra. L'unico modo per porre fine a questo incubo è che i lavoratori fraternizzino al di là delle frontiere e abbattano la macchina bellica”.
L'affermazione è corretta nel sottolineare che proteste isolate contro la guerra possono essere recuperate da varie fazioni o ideologie borghesi. Ma si dà l'impressione che la classe operaia, nella sua situazione attuale, sia nelle zone di guerra che nei Paesi capitalistici più centrali, possa essere in grado di sviluppare una prospettiva rivoluzionaria a breve termine e di “abbattere la macchina bellica” per porre fine all'attuale guerra. E dietro a ciò si nasconde un'altra ambiguità: che la formazione dei gruppi NWCW potrebbe essere un momento verso questo improvviso salto dall'attuale stato di disorientamento della classe operaia a una vera e propria reazione contro il capitale. Se esaminiamo il coinvolgimento della CWO (Communist Workers’ Organisation), l'affiliata britannica della TCI, nei precedenti progetti del NWCW, è evidente che tali illusioni esistono tra questi compagni.
Presto pubblicheremo un'analisi più approfondita delle prospettive della lotta di classe in questa fase di accelerazione della barbarie, spiegando perché non pensiamo che un movimento di massa della classe operaia direttamente contro questa guerra sia una possibilità realistica. La TCI potrebbe rispondere che l'appello del NWCW mira principalmente a raggruppare tutte quelle minoranze che difendono posizioni internazionaliste e non a scatenare alcun tipo di movimento di massa. Ma anche a questo livello, è necessaria una reale comprensione della natura del progetto NWCW per evitare errori di carattere opportunistico, in cui la coerenza propria della Sinistra comunista si perde in un labirinto di confusione fortemente influenzato da idee anarchiche o addirittura gauchiste.
L'obiettivo di questo articolo è quindi quello di esaminare criticamente la storia dell'idea di NWCW per trarne insegnamenti chiari per il nostro intervento attuale. Questa dimensione è del tutto assente dalla proposta della TCI. Nel 2018, quando la CWO ha lanciato un appello simile e ha organizzato una serie di incontri sotto la bandiera del NWCW con l’Anarchist Communist Group (ACG) e una o due altre formazioni anarchiche, in uno di questi incontri abbiamo spiegato perché non potevamo accettare il loro invito a “unirci” a questo gruppo. La ragione principale era che questa nuova formazione era stata messa insieme senza alcun tentativo di comprendere gli insegnamenti, per lo più negativi, dei precedenti tentativi di costituire gruppi NWCW. La mancanza di un esame critico dell'esperienza si è ripetuta quando il gruppo è semplicemente scomparso senza alcuna spiegazione pubblica da parte della CWO o dell'ACG.
Per quanto riguarda la più recente implicazione della TCI in questo progetto, abbiamo specificamente invitato i compagni a partecipare ai nostri ultimi incontri pubblici sulla guerra in Ucraina e a fornire la loro valutazione dell'evoluzione del progetto NWCW fino ad ora. Purtroppo i compagni non hanno partecipato a questi incontri e si è persa l'opportunità di portare avanti il dibattito. Tuttavia, offriamo questo esame del background e della storia dell’idea NWCW come nostro contributo all'avanzamento del dibattito.
L'idea di creare gruppi NWCW è emersa per la prima volta nell'ambiente anarchico britannico. A nostra conoscenza, il primo tentativo di creare un gruppo di questo tipo è stato in risposta alla prima guerra del Golfo nel 1991. Ma è stato con la formazione di nuovi gruppi NWCW in risposta alla guerra nell'ex-Jugoslavia e alle invasioni dell'Afghanistan e dell'Iraq nel 2001 e nel 2003 che abbiamo potuto fare un'esperienza diretta della composizione e delle dinamiche di questa iniziativa.
La nostra decisione di partecipare agli incontri organizzati da questi gruppi, principalmente a Londra, si basava sul riconoscimento della natura “paludosa” dell'anarchismo, che comprende una serie di tendenze che vanno dal vero e proprio gauchisme borghese al genuino internazionalismo. A nostro avviso, questi nuovi gruppi del NWCW, pur essendo estremamente eterogenei, contenevano elementi che cercavano un'alternativa proletaria alle mobilitazioni “Stop the War" organizzate dalla sinistra del capitale.
Il nostro intervento nei confronti di questi gruppi si è basato sui seguenti obiettivi:
- Chiarire i principi dell'internazionalismo proletario e la necessità di una netta demarcazione dalla sinistra del capitale e dal pacifismo.
- Concentrarsi sul dibattito politico e sul chiarimento contro le tendenze attiviste che, in pratica, significavano dissolversi nelle manifestazioni di Stop the War (STW).
- Nonostante le accuse che il nostro approccio, che enfatizzava il primato della discussione politica, fosse puramente “monastico” o “inattivo”, che fossimo interessati solo alla discussione fine a se stessa, abbiamo avanzato alcune concrete proposte di azione, in particolare la possibilità di convocare un “incontro internazionalista” a Trafalgar Square al termine della grande marcia Stop the War del novembre 2001. Ciò sarebbe stato in diretta opposizione ai discorsi gauchisti provenienti dal palco di STW. Questa proposta è stata in parte accolta, non dal NWCW in quanto tale, ma dalla CWO[3]. Torneremo sul significato di questo punto più avanti.
Nel 2002, anche la CWO è intervenuta in questo processo, in particolare a Sheffield, dove ha svolto un ruolo centrale nella formazione di un nuovo gruppo NWCW, che ha assunto posizioni vicine e persino indistinguibili da quelle della Sinistra comunista. Nel nostro articolo Revolutionary intervention and the Iraq war [295] (WR, n.264), che mirava a tracciare un bilancio del nostro intervento nei confronti del NWCW, abbiamo accolto con favore questo fatto, ma abbiamo anche criticato la sopravvalutazione da parte della CWO del potenziale della rete NWCW, in particolare del suo gruppo principale a Londra, nel pensare di poter agire come una sorta di centro organizzativo per l'opposizione proletaria alla guerra, attraverso il collegamento ad alcune piccole espressioni di lotta di classe che si stavano svolgendo parallelamente al movimento “contro la guerra”[4].
Contro questa idea, il nostro articolo chiarisce che “non abbiamo mai pensato che il NWCW fosse foriero di una rinascita della lotta di classe o di un preciso movimento politico di classe a cui ci fossimo ‘uniti’. Al massimo poteva essere un punto di riferimento per una piccolissima minoranza che si poneva domande sul militarismo capitalista e sulle frodi elitarie e pacifiste che lo accompagnano. Per questo motivo abbiamo difeso le sue posizioni di classe - seppur limitate - contro gli attacchi reazionari dei gauchisti come Workers Power (in WR 250) e abbiamo insistito fin dall'inizio sull'importanza del gruppo come forum di discussione, mettendo in guardia contro le tendenze a “l’azione diretta” e alla chiusura del gruppo alle organizzazioni rivoluzionarie”.
Per le stesse ragioni, in un altro articolo In defence of discussion groups [296], (WR 259), abbiamo spiegato le nostre differenze con la CWO sulla questione degli “intermediari” tra la classe e l'organizzazione rivoluzionaria. Ci siamo sempre opposti all'idea, sviluppata dal Partito Comunista Internazionalista (oggi affiliato italiano della TCI) e poi ripresa dalla CWO, dei “gruppi di fabbrica”, definiti “strumenti del partito” per impiantarsi nella classe e persino per “organizzare” le sue lotte. Ci sembrava una regressione alla nozione di cellule di fabbrica come base dell'organizzazione politica, propugnata dall'Internazionale Comunista nella fase della “bolscevizzazione” degli anni ‘20 e fortemente contrastata dalla Sinistra comunista italiana. L'evoluzione successiva dell'idea dei gruppi di fabbrica nell'appello ai gruppi territoriali e poi ai gruppi contro la guerra ha cambiato la forma ma non il contenuto. L'idea della CWO che NWCW potesse diventare un centro organizzativo per la resistenza di classe contro la guerra tradiva un'analoga incomprensione di come si sviluppa la coscienza di classe nel periodo della decadenza capitalistica. Certamente, accanto all'organizzazione politica in sé c'è una tendenza alla formazione di gruppi più informali, che emergono dalle lotte sul posto di lavoro o dall'opposizione alla guerra capitalista, ma tali gruppi - che non fanno parte dell'organizzazione politica comunista - rimangono espressione di una minoranza che cerca di chiarirsi e di diffondere questa chiarezza all'interno della classe, e non possono sostituirsi o pretendere di essere gli organizzatori di movimenti più generali della classe. Su questo, a nostro avviso, la TCI resta ambigua[5].
Sebbene nelle prime fasi dei gruppi NWCW ci siano state alcune discussioni fruttuose, è diventato chiaro che, in quanto espressione dell'anarchismo, i NWCW erano soggetti a ogni sorta di pressioni contraddittorie: una vera e propria ricerca di posizioni e pratiche internazionaliste, ma anche l'influenza del gauchisme e di quello che chiamiamo parassitismo, gruppi ed elementi motivati essenzialmente dalla volontà di isolare e persino distruggere le autentiche correnti rivoluzionarie. Tali elementi hanno avuto un peso crescente in entrambe le fasi dei raggruppamenti NWCW. Nel 1999 la CCI è stata esclusa (anche se con un margine ristretto) dalla partecipazione al gruppo con la motivazione che eravamo leninisti, dogmatici, dominavamo le riunioni, ecc.[6]; e i principali elementi che hanno spinto per questa esclusione sono stati quelli come Juan McIver e “Luther Blisset”, che hanno prodotto due pamphlet estremamente diffamatori che denunciano la CCI come una setta paranoica stalinista, come ladruncoli di poso conto, ecc.
Nel 2002 abbiamo assistito a un'altra serie di manovre contro la Sinistra comunista, questa volta guidata da K, un elemento vicino a Luther Blisset. In Revolutionary Perspective n.27 la stessa CWO parla del ruolo irresponsabile di K e della sua “cerchia di amici” all'interno del NWCW, dopo che K aveva fatto del suo meglio per escludere sia il suo gruppo di Sheffield che la CCI dalle riunioni del NCWC. Questa volta il meccanismo utilizzato non è stato un voto “democratico” come nel 1999, ma la decisione dietro le quinte di tenere riunioni a porte chiuse, con luoghi e orari non comunicati alla CCI e al gruppo di Sheffield.
Cosa dimostra tutto ciò? Che in un ambiente dominato dall'anarchismo i gruppi della Sinistra comunista devono condurre una dura battaglia contro le tendenze distruttive e anche borghesi che saranno inevitabilmente presenti e spingeranno sempre in una direzione negativa. Dovrebbe essere una risposta elementare dei gruppi della Sinistra comunista stare insieme contro le manovre di coloro che cercano di escluderli dalla partecipazione alle formazioni temporanee ed eterogenee prodotte dal tentativo di lottare contro l'ideologia dominante. L'esperienza della stessa CWO nel 2002 dovrebbe ricordare loro che questi pericoli sono reali. Dobbiamo aggiungere che i gruppi che dicono di far parte della Sinistra comunista ma che agiscono in modo distruttivo, meritano l'etichetta di “parassitismo politico” e non dovrebbero avere diritto di cittadinanza da parte degli autentici gruppi della Sinistra comunista.
L'accusa che l'atteggiamento della CCI nei confronti dell'intervento durante questi episodi sia stato “monastico” è stata mossa dalla CWO nel suo articolo su Revolutionary Perspectives n.27, riferendosi a una manifestazione svoltasi nel settembre 2002. Ma prima della grande manifestazione che si sarebbe svolta nel novembre 2001, la CWO ci aveva scritto sostenendo la nostra proposta di un incontro internazionalista specifico a Trafalgar Square, e durante la manifestazione stessa c'è stata una proficua collaborazione tra i due gruppi. Come si leggeva nel nostro articolo su WR 264, avevamo sopravvalutato il potenziale del gruppo NWCW nell'organizzare un incontro di opposizione su larga scala a Trafalgar Square, dal momento che la maggior parte dei partecipanti (anche se non tutti) preferiva marciare con un “Blocco Anticapitalista” che aveva poca o nessuna differenza dagli organizzatori di Stop the War. Ma se alla fine c'è stata una piccola riunione è stato soprattutto grazie all'iniziativa della CCI e della CWO, sostenuta da alcuni membri del NWCW, di mettere i nostri megafoni a disposizione di quelli che erano disposti a sostenere un'alternativa internazionalista a quella dei gauchisti sul palco principale. Un'ulteriore prova che il modo migliore per aiutare coloro che sono al di fuori della sinistra comunista ad avvicinarsi a una chiara posizione e pratica internazionalista è che i gruppi della Sinistra comunista agiscano insieme.
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Tornando all'attuale progetto NWCW, in un recente articolo su un incontro NWCW a Glasgow, la TCI sostiene che il progetto sta riscuotendo un notevole successo: “Il primo gruppo si è formato a Liverpool qualche settimana fa e da allora il loro messaggio è stato raccolto da compagni di tutto il mondo, dalla Corea, passando per la Turchia, il Brasile, la Svezia, il Belgio, l'Olanda, la Francia, la Germania, l'Italia, il Canada e altri luoghi”.
Non siamo in grado di valutare la reale consistenza di questi gruppi e iniziative. L'impressione che ricaviamo dai gruppi di cui sappiamo qualcosa è che si tratti principalmente di “duplicati” della TCI o dei suoi affiliati. In questo senso, quelli di oggi non sono certo un progresso rispetto ai gruppi apparsi negli anni ‘90 e 2000, che, pur con tutte le loro confusioni, esprimevano almeno un certo movimento proveniente da elementi che cercavano un'alternativa internazionalista al gauchisme e al pacifismo. Ma su questa questione dovremo tornare in un prossimo articolo, intanto continuiamo a chiedere alla TCI di dare un contributo alla discussione.
Amos, luglio 2022
[1] Dichiarazione congiunta dei gruppi della Sinistra Comunista Internazionale sulla guerra in Ucraina [269]
[3] Vedi l’articolo “Communists work together at ‘anti-war’ demo”, in World Revolution n.250
[4] Vedi per esempio l’artiolo Communism Against the War Drive [298]” in Revolutionary Perspectives n.27
[5] The organisation of the proletariat outside periods of open struggle (workers' groups, nuclei, circles, committees) | International Communist Current (internationalism.org) [299]; vedi anche also “Factory Groups and ICC intervention” su World Revolution n.26.
[6] “Political parasitism sabotages the discussion”, World Revolution n.228
Pubblichiamo qui di seguito uno scambio di lettere principalmente tra gruppi della Sinistra comunista, dalla proposta iniziale alla stesura, alla finalizzazione e alla pubblicazione della Dichiarazione congiunta.
La corrispondenza all'interno del movimento marxista è sempre stata un aspetto importante del suo sviluppo e del suo intervento nella classe operaia. La Sinistra comunista ha continuato questa tradizione. La corrispondenza che segue è particolarmente significativa perché rende noto il processo di contatto e discussione tra i gruppi che costituiscono la Sinistra comunista sui principi e le procedure per la realizzazione di un'azione comune come la Dichiarazione congiunta sulla guerra in Ucraina.
Il fatto che gran parte della corrispondenza sia intercorsa tra la CCI e la Tendenza Comunista Internazionalista (TCI) in merito al rifiuto di quest'ultima di partecipare e firmare la Dichiarazione congiunta aiuterà i lettori a comprendere le argomentazioni contrastanti riguardanti le motivazioni della dichiarazione, i criteri di inclusione dei gruppi in essa, la questione di come affrontare le diverse analisi della situazione imperialista nella dichiarazione e altre questioni. Sebbene la TCI abbia posto fine a questo aspetto della corrispondenza, le questioni vitali in questione rimangono da chiarire e discutere[1].Includiamo qui alla fine anche la corrispondenza con due gruppi che non provengono dalla tradizione della Sinistra comunista: il KRAS, un gruppo anarco-sindacalista russo, e Internationalist Communist Perspective della Corea. Abbiamo chiesto loro di sostenere la Dichiarazione congiunta visto il loro rifiuto internazionalista della guerra in Ucraina. Per il resto, la corrispondenza è presentata in ordine cronologico.
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La CCI ai gruppi del Milieu Politico Proletario, 25/02/2022
La CCI a:
- la TCI
- Partito Comunista Internazionale (Programma Comunista)
- Il Partito Comunista Internazionale (Il Comunista)
- Istituto Onorato Damen
- Internationalist Voice
- Fil Rouge
Compagni,
la guerra imperialista ha colpito ancora una volta l'Europa su vasta scala. Ancora una volta, la guerra in Ucraina ci ricorda in modo drammatico la vera natura del capitalismo, un sistema le cui contraddizioni portano inevitabilmente a scontri militari e a massacri delle popolazioni, soprattutto di quelle sfruttate. Dall'inizio del 20° secolo, le organizzazioni politiche del proletariato, al di là delle loro differenze, hanno unito le loro forze per denunciare la guerra imperialista e per invitare il proletariato di tutti i paesi a impegnarsi nella lotta per il rovesciamento del sistema che la genera, il capitalismo. I congressi di Stoccarda del 1907, di Basilea del 1912, di Zimmerwald del 1915 e di Kienthal del 1916 aprirono la strada che avrebbe portato alla rivoluzione comunista dell'Ottobre 1917 in Russia e alla fine del massacro imperialista. Negli anni '30 e durante il secondo massacro imperialista, è onore della Sinistra comunista aver brandito con fermezza la bandiera dell'internazionalismo proletario di fronte a tutti coloro che invitavano i proletari a combattersi tra loro in nome de “l’antifascismo”, della “difesa della democrazia” o della “difesa della patria socialista”. Oggi, è responsabilità dei gruppi che affermano di far parte di questa Sinistra comunista difendere fermamente l'internazionalismo proletario e, in particolare:
- denunciare le menzogne di tutti i settori nazionali della classe dominante che mirano a coinvolgere i proletari nella guerra imperialista o per associarli alle loro politiche imperialiste chiamandoli a schierarsi con questo o quel campo imperialista;
- chiamare i proletari di tutto il mondo a rifiutare tutti i sacrifici che la classe dominante e i suoi Stati vogliono imporre loro, a condurre la lotta di classe contro questo sistema che li sfrutta ferocemente e mira a renderli carne da macello;
- ricordare l'importanza e l'attualità dei vecchi slogan del movimento operaio: “I proletari non hanno patria”, "Proletari di tutti i paesi, unitevi!”
Siamo convinti che la vostra organizzazione, come la nostra, non mancherà di assumersi la propria responsabilità internazionalista di fronte alla guerra in corso. Tuttavia, la CCI ritiene che l'affermazione dell'internazionalismo avrebbe un maggiore impatto se le posizioni assunte da ciascuna delle nostre organizzazioni fossero sostenute da una posizione comune delle nostre organizzazioni basata sulle posizioni fondamentali che tutti condividiamo. Vi chiediamo quindi di pronunciarvi sulla nostra proposta e, se siete favorevoli, di contattare al più presto la nostra organizzazione per preparare questa posizione comune. Ricevete, compagni, i nostri saluti comunisti e internazionalisti.
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Programma Comunista alla CCI, 01/03/2022
Cari amici,
non è il momento delle chiacchiere, ma di mettere in pratica le immutate e immutabili direttive della preparazione rivoluzionaria: lavorare per preparare il disfattismo rivoluzionario, staccare la classe proletaria dall'egemonia borghese e piccolo-borghese e, in prospettiva, trasformare la guerra imperialista in guerra di classe.
Cordiali saluti, Programma Comunista
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TCI alla CCI, 02/03/2022
Compagni,
Abbiamo discusso la vostra proposta. Nessuno può essere in disaccordo con la necessità che le organizzazioni della Sinistra comunista rispondano al nuovo e ancora più pericoloso corso che questo mondo imperialista ha preso e noi stessi abbiamo già risposto in vari modi.
Né siamo in disaccordo con la vostra descrizione delle posizioni proletarie di base.
“- denunciare le menzogne di tutti i settori nazionali della classe dominante che mirano a coinvolgere i proletari nella guerra imperialista o per associarli alle loro politiche imperialiste chiamandoli a schierarsi con questo o quel campo imperialista;
- chiamare i proletari di tutto il mondo a rifiutare tutti i sacrifici che la classe dominante e i suoi Stati vogliono imporre loro, a condurre la lotta di classe contro questo sistema che li sfrutta ferocemente e mira a renderli carne da macello;
- ricordare l'importanza e l'attualità dei vecchi slogan del movimento operaio: “I proletari non hanno patria”, "Proletari di tutti i paesi, unitevi!”
Tuttavia, dobbiamo andare oltre questi importanti punti propagandistici. In passato abbiamo sempre constatato che le nostre prospettive completamente diverse rendono impossibile qualsiasi dichiarazione congiunta più profonda e ciò si è accentuato anziché diminuire nel tempo. Quindi, anche se in linea di principio non siamo contrari a una qualche forma di dichiarazione congiunta, potremmo trovarci di fronte agli stessi vecchi problemi. La domanda è: qual è la vostra posizione su queste prospettive? Ci permetterebbero di produrre un documento significativo che possa essere una guida per l'azione?
La nostra seconda domanda riguarda: a chi altri state proponendo questa iniziativa congiunta? Sappiamo che tutti i partiti bordighisti non solo rifiuteranno, ma si compiaceranno di dirci che loro sono IL partito. E forse è necessario guardare anche al di là della “Sinistra comunista” (che nonostante la nostra recente crescita rimane tristemente piccola), ma a coloro che condividono la nostra prospettiva di classe, se non proprio la nostra politica. Lo slogan “No War But the Class War” non solo pone questa domanda agli altri gruppi politici, ma li avvicina ulteriormente alla prospettiva della Sinistra comunista. Ma soprattutto è un appello alla lotta per la classe operaia in generale, che collega la lotta contro gli attacchi quotidiani del capitalismo con l'orrendo futuro che il capitalismo sta preparando per noi. Un futuro che sembra essere più vicino che mai. Abbiamo diffuso l'annuncio della riunione a tutti i nostri compagni. Saluti internazionalisti
Il Bureau Internazionale della TCI
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Risposta di Internationalist Voice, 3 marzo 2022
Cari compagni!
Accogliamo con favore la vostra iniziativa di fare una dichiarazione congiunta sulla guerra e concordiamo con voi sul fatto che una dichiarazione congiunta avrebbe un impatto molto maggiore. Tuttavia, un punto essenziale per noi è chi ha ricevuto questa lettera, e possiamo confidare che solo i rivoluzionari l'abbiano ricevuta. Una dichiarazione è già stata pubblicata; vedi allegato, e la versione inglese sarà presto disponibile.
Saluti internazionalisti, Internationalist Voice
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Lettera dell'Istituto Onorato Damen, 03/03/2022
Compagni,
Accogliamo con favore la vostra proposta.
Pensiamo, come voi, che i comunisti internazionalisti di tutto il mondo abbiano la responsabilità di chiarire le cause della guerra imperialista e di prendere posizione sulla guerra. La nostra organizzazione ritiene che la prospettiva politica comunista, basata sull'internazionalismo proletario, sul disfattismo rivoluzionario e sul rifiuto di tutti i campi imperialisti, rappresenti sempre più l'unica risposta possibile della classe operaia al massacro imperialista e alla barbarie capitalista. È l'unica possibilità di futuro per l'umanità, in una società finalmente umana: una società comunista. Accogliamo con favore l'idea che i rivoluzionari, al di là delle differenze tra le organizzazioni, debbano essere uniti nel denunciare la guerra imperialista e nel sostenere tra il proletariato mondiale la prospettiva della rivoluzione comunista internazionale. La nostra organizzazione è quindi d'accordo con la preparazione di una dichiarazione comune, sostenuta da differenti gruppi comunisti rivoluzionari internazionalisti, in aggiunta alle dichiarazioni e alle analisi che ogni organizzazione pubblicherà indipendentemente. Tale dichiarazione rappresenterebbe una voce internazionalista più forte; pensiamo inoltre che possa rappresentare un passo avanti sulla strada di un confronto fraterno e franco tra i comunisti, nella prospettiva di costruire il futuro Partito Comunista Mondiale, sulla base di una chiarezza programmatica. Per quanto riguarda le modalità di preparazione di questa dichiarazione comune, suggeriamo alla CCI di preparare una bozza su cui lavorare insieme. Con i nostri fraterni saluti comunisti.
IOD
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La CCI al Campo Politico Proletario in merito all'appello, 13 marzo 2022
La CCI a:
Tendenza Comunista Internazionalista
PCI (Programma Comunista)
PCI (Il Comunista)
PCI (Il Partito Comunista)
Istituto Onorato Damen
Internationalist Voice
PCI (Le Prolétaire)
Cari compagni,
Vi scriviamo a seguito della nostra lettera del 25 febbraio 2022 che proponeva una dichiarazione pubblica comune dei fondamentali principi internazionalisti contro la guerra in Ucraina, condivisi dalla tradizione della Sinistra comunista nel suo insieme. Abbiamo ricevuto un sostegno positivo a questa proposta dall'Istituto Onorato Damen e da Internationalist Voice. Anche la Tendenza Comunista Internazionalista ha risposto positivamente ai principi fondamentali che abbiamo proposto per la dichiarazione, ma ha posto alcune domande sull'analisi della situazione, sugli invitati e sulla possibilità di altre iniziative comuni. Il PCI (Programma) ha risposto brevemente rifiutando la proposta e affermando che “è tempo di azione, non di chiacchiere”. Gli altri invitati non hanno ancora risposto. Il compito principale della Sinistra comunista oggi è quello di parlare con voce unita sui principi internazionalisti fondamentali della nostra tradizione riguardo alla natura imperialista della guerra, alla denuncia delle illusioni pacifiste e alla prospettiva alternativa della lotta della classe operaia che porta al rovesciamento del capitalismo. Dobbiamo affermare l'unica tradizione politica che ha sostenuto questi principi nelle prove del fuoco del passato.
A nostro avviso, la funzione della dichiarazione non è quindi quella di approfondire l'analisi della situazione, sulla quale esistono indubbiamente differenze di valutazione tra le organizzazioni che rivendicano l'appartenenza alla Sinistra comunista; non è nemmeno il luogo in cui pensiamo di approfondire le questioni relative ad altre iniziative comuni. Una dichiarazione comune dei gruppi della Sinistra comunista non sarebbe comunque un ostacolo alla discussione in altri contesti di differenze e approcci alternativi.
I compagni dello IOD hanno suggerito che sia la CCI a redigere la dichiarazione comune. Per accelerare il processo abbiamo accettato questo suggerimento e la bozza dell'appello è allegata a questa lettera. Abbiamo cercato di presentare i principi internazionalisti in un modo che tutti i firmatari possano accettare. Tuttavia, i compagni sono invitati a proporre formulazioni alternative a quelle esistenti, al fine di raggiungere l'obiettivo comune della dichiarazione. Ci auguriamo però che i compagni, consapevoli che il tempo stringe, si limitino alle modifiche che ritengono essenziali per la realizzazione del progetto comune, in modo che la versione finale possa essere prodotta rapidamente. Siamo certi che la dichiarazione comune della Sinistra comunista farà conoscere meglio questi principi e questa tradizione alla classe operaia di oggi.
In attesa di una vostra rapida risposta.
Saluti comunisti, CCI
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TCI alla CCI, 21 marzo 2022
Sulla proposta di dichiarazione congiunta sulla guerra in Ucraina
Compagni
Grazie per averci inviato la bozza di appello e per averci informato con chi intendete firmare. Purtroppo, dobbiamo dire che non possiamo accettare né l'una né l'altra. La dichiarazione proposta contiene diversi difetti (oltre a errori di fatto che per ora lasciamo da parte) ed è inadeguata come guida politica per la classe operaia su come combattere la guerra. In primo luogo, non affronta il significato reale di questa guerra in questo momento. Manca inoltre un'analisi coerente di ciò che sta accadendo. In quanto tale, non fornisce alcuna guida. È una dichiarazione puramente cartacea e noi dobbiamo offrire qualcosa di più. Come Lenin ha affermato molto tempo fa, “senza teoria rivoluzionaria non c'è pratica rivoluzionaria”. Un esempio di questa debolezza è che la bozza di dichiarazione fa riferimento al fatto che “la classe operaia mondiale non può evitare di sviluppare la sua lotta contro il deterioramento dei salari e dei livelli di vita”, ma non dice perché, dopo decenni in cui è accaduto il contrario, la lotta di classe dovrebbe riprendere ora. Ciò che lega l'attuale guerra e i continui attacchi ai mezzi di sussistenza dei lavoratori è la crisi economica capitalista che, dopo quasi 50 anni, rimane irrisolta. Questa guerra è una nuova e chiara indicazione che le opzioni strettamente economiche si stanno esaurendo per il capitalismo e che il mondo è molto più avanti sulla strada inter-imperialista verso la sua “soluzione” finale. Non c'è alcuna percezione nel progetto che c’è una nuova e pericolosa partenza nella storia del capitalismo. (Lo conferma, ad esempio, l'assenza di qualsiasi riferimento alla Cina e il fatto che la guerra in Ucraina abbia già contribuito a definire un più chiaro schieramento imperialista su scala globale).
Questa astratta atemporalità di fronte a una realtà emergente è rafforzata da lunghi passaggi sulla storia della Sinistra comunista. Per quanto i dettagli possano essere indiscutibili, non viviamo nello stesso mondo dei nostri predecessori e questo documento emana la sensazione che sia stato scritto solo per "il milieu", come lo chiamate voi. La Sinistra comunista può avere una storia di principio di opposizione alla guerra di cui possiamo essere orgogliosi, ma come la dichiarazione in ultima analisi ammette, oggi abbiamo poca influenza nella classe. Dalla nostra attuale posizione di oscurità politica, voi pensate che annunciare "Oggi, di fronte all'accelerazione del conflitto imperialista in Europa, solo le organizzazioni della Sinistra comunista hanno il diritto di tenere alta la bandiera di un coerente internazionalismo proletario e di fornire un punto di riferimento per coloro che sono alla ricerca dei principi della classe operaia", estenderà la nostra influenza? Non viviamo ai tempi della Seconda o della Terza Internazionale, quando c'era un seguito di massa che si è concluso con il tradimento dei lavoratori e il coinvolgimento nella guerra imperialista. Il nostro compito non è quello di reagire ai tradimenti storici di presunte Internazionali dei lavoratori, ma di continuare a gettare le basi di una nuova Internazionale. Abbiamo il compito molto più difficile di ricostruire dalle fondamenta. Questo ci porta alla vostra lista di potenziali firmatari. È molto ristretta, e ancora più ristretta di quanto sembri, dato che sappiamo tutti che ogni “partito” bordighista si considera l'unico partito internazionale possibile. Non approfondite il motivo di questa selezione così ristretta tra i gruppi della Sinistra comunista, ma sul vostro sito web troviamo questo. “Controverses, IGCL, Internationalist Perspective, Matériaux Critiques e alcuni altri appartengono al milieu parassitario e non hanno nulla a che fare con l'internazionalismo proletario, anche se ne scrivono e anche se presentano esattamente la stessa posizione. La loro attività è caratterizzata dal sabotaggio delle attività comuniste e ostacola la possibilità di un'azione unitaria dell'autentica Sinistra comunista. I gruppi che appartengono alla Sinistra comunista sono: Il Partito Comunista, Il Programma Comunista, Istituto Onorato Damen, Il Comunista, Tendenza Comunista Internazionalista e Internationalist Voice”. Quindi, quello che ci chiedete di sottoscrivere è la vostra particolare definizione di chi è, o non è, nella Sinistra comunista e, inoltre, la vostra logica di lunga data secondo cui qualsiasi organizzazione formata da coloro che hanno lasciato la CCI deve essere colpevole di “parassitismo”. Vi abbiamo a lungo criticato per questa etichetta distruttiva. Anche noi abbiamo criticato questi raggruppamenti in alcune occasioni, ma sempre in termini politici, con l'obiettivo di fare chiarezza e non con un'etichetta volta ad annientare il loro diritto di esistere.
In ogni caso, la vostra proposta è anche troppo limitata. Anche se fossimo d'accordo su chi fa parte della Sinistra comunista, non abbiamo il monopolio della verità su questa questione. L'influenza delle idee internazionaliste (spesso come risultato di tutti i nostri sforzi passati per promuovere l'internazionalismo) è penetrata in organizzazioni politiche provenienti da tradizioni diverse. In questa situazione dovremmo cercare di coinvolgerle in un movimento più ampio contro la guerra.
Per certi versi, il dibattito è una ripresa di quello che la CCI tenne nel Regno Unito con la CWO sulla promozione di No War But the Class War come organismo organizzato di resistenza di classe alla guerra. In effetti, all'epoca eravamo critici nei confronti del vostro approccio limitato proprio come lo siamo ora. Allora la CWO scrisse che riconoscevamo: “l'assoluta debolezza delle forze comuniste in tutto il mondo e certamente in Gran Bretagna. A differenza della CCI, non ci gonfiamo di autodefinizioni come movimento internazionale che è sopravvissuto più a lungo di tutte e tre le internazionali nella storia del movimento operaio. Riconosciamo il nostro dovere centrale di salvaguardare e sviluppare la teoria e la pratica comunista, ma questo è un compito impossibile se rimaniamo isolati e introversi. I comunisti possono difendere e arricchire il loro programma e la loro organizzazione solo interagendo con la realtà sociale. Dobbiamo riconoscere l'attualità delle forze che si sviluppano e sviluppare la teoria e la pratica in relazione a tali sviluppi. Questo vale sia per gli sviluppi di fondo dell'economia mondiale sia per quegli elementi che sono coinvolti in tutti i tipi di movimenti sociali e che sono ricettivi al programma comunista” (Vedi https://www.leftcom.org/en/articles/2002-12-01/communism-against-the-war... [300]
Oggi la TCI vede nella promozione di questa forma di organizzazione su scala internazionale il modo migliore per contribuire a un vero movimento di classe contro le guerre che questo sistema inevitabilmente produce. E come abbiamo detto prima, non basta fare dichiarazioni sulla carta (anche se sono un inizio necessario), dobbiamo trovare il modo di portare la questione alla classe operaia in generale, e certamente di impegnarci con i suoi elementi più interessati. Non c'è più molto tempo a disposizione e, dato l'arretramento di quattro decenni della classe, le sfide da affrontare sono enormi. Con l'aggravarsi della crisi, una nuova generazione si sta avvicinando alla Sinistra comunista e noi dobbiamo dare loro qualcosa in cui possano lavorare per costruire un vero movimento. Ciò significa che abbiamo bisogno di qualcosa di più chiaro e concreto della proposta che state avanzando ora.
Saluti internazionalisti,
Il Bureau Internazionale della Tendenza Comunista Internazionalista
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Alla TCI dalla CCI, 22.04.2022
Cari compagni
La CCI condivide i fondamentali principi internazionalisti contenuti nell'appello della TCI “No War but the Class War” sulla guerra in Ucraina. Poiché a coloro che sono in ampio accordo viene chiesto di rispondere all'appello, sottolineiamo il nostro sostegno ai principi della Sinistra comunista in esso contenuti:
- la guerra in Ucraina è di natura interamente imperialista e non è in alcun modo una guerra di difesa nazionale. La classe operaia non può sostenere nessuna parte in questa carneficina di cui è la principale vittima;
- l'attuale periodo di guerre imperialiste del capitalismo, che la guerra in Ucraina esemplifica, sta avvicinando l'estinzione dell'umanità;
- solo il rovesciamento del capitalismo può porre fine alle guerre imperialiste. Le illusioni pacifiste in un capitalismo pacifico affossano la prospettiva rivoluzionaria della classe operaia che è l'unica soluzione all'imperialismo;
- la strada verso la rivoluzione proletaria può basarsi solo sulla lotta della classe operaia per difendere le proprie condizioni di vita (e contro i sindacati, come voi sottolineate) e sull'impegno nel processo che porta alla formazione del partito politico internazionale della classe operaia. Questo processo esclude necessariamente le tradizioni controrivoluzionarie socialdemocratiche, staliniste e trotzkiste.
Dopo aver affermato il nostro accordo di fondo su queste questioni, c'è un problema legato all'appello della TCI che è importante chiarire.
Dato questo stretto accordo sulle questioni di principio internazionaliste espresse nell'appello della TCI, era perfettamente possibile per la TCI firmare la Dichiarazione congiunta dei gruppi della Sinistra comunista (pubblicata sui siti dei firmatari) che si basava proprio su questi principi e lasciava da parte i punti di disaccordo secondari tra i gruppi. La Dichiarazione congiunta, dal punto di vista del principio internazionalista, avrebbe potuto essere firmata dalla TCI anche se la vostra organizzazione la riteneva di per sé insufficiente per la lotta contro la guerra imperialista (torneremo in dettaglio sulle ragioni che ci avete inviato nella vostra lettera di rifiuto di firmare la Dichiarazione congiunta). Forse ritenete che non sia opportuno fare riferimento, in questo appello, all'esperienza e alla tradizione del movimento operaio dopo la Conferenza di Zimmerwald e in particolare alla tradizione della Sinistra comunista. Se è così, potete dirci perché? Se, al contrario, ritenete valida questa preoccupazione di iscrivere la posizione degli internazionalisti sulla guerra in Ucraina in continuità con quella dei nostri predecessori, non vediamo, sulla base delle chiare posizioni internazionaliste che condividiamo, perché non potreste sostenere la Dichiarazione congiunta dei gruppi della Sinistra comunista.
Forse la proposta iniziale di dichiarazione congiunta che vi abbiamo inviato non era sufficientemente chiara sul fatto che non doveva essere un'iniziativa esclusiva contro la guerra imperialista. I firmatari potevano svolgere altre attività - come i comitati NWBCW che proponete nel vostro appello, ad esempio - che gli altri firmatari non condividono o i cui obiettivi e modalità non sono ancora chiari per loro.
I firmatari potevano anche non essere d'accordo sull'analisi della situazione mondiale, ma erano comunque d'accordo sul fatto che il capitalismo non ha alternative alla discesa nella barbarie. Ma una necessità importante in questa situazione è quella di fare una dichiarazione comune e quindi una più forte affermazione dell'internazionalismo da parte della Sinistra comunista. Naturalmente, questi principi comuni avrebbero potuto essere riformulati o rafforzati rispetto alla bozza proposta (così come è stato fatto dallo IOD) e i criteri per i gruppi che firmano la dichiarazione avrebbero potuto essere discussi. Vi chiediamo quindi di riconsiderare il vostro rifiuto di firmare la Dichiarazione congiunta.
Al momento l'Appello della TCI, per quanto riguarda il “pubblico”, sembra essere in competizione con la Dichiarazione congiunta, cosicché coloro che si avvicinano alle posizioni di classe internazionaliste della Sinistra comunista si troveranno di fronte a due "unità" distinte e rivali.
Siamo d'accordo che questa situazione ambigua è una debolezza per l'intero campo internazionalista?
Aspettiamo i vostri suggerimenti per risolvere questo problema.
Saluti comunisti, la CCI
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Alla CCI dalla TCI, 24 aprile 2022
Compagni
Se volete sul serio cercare di convincerci a firmare la vostra dichiarazione, state sbagliando strada. In primo luogo, non affrontate il punto centrale della nostra decisione di rifiutare di firmare la dichiarazione, ovvero che non accettiamo la vostra ristretta definizione di chi fa e chi non fa parte del “milieu”. Non siamo mai stati d'accordo con la vostra idea di “parassitismo” e non vogliamo nemmeno approvarla implicitamente.
Notiamo anche che voi accettate i principi dell'appello del NWBCW, ma l'obiettivo del NWBCW non è quello di rivolgersi semplicemente alla Sinistra comunista, bensì di riunire chiunque o qualsiasi organizzazione sia genuinamente internazionalista e contraria alla guerra imperialista in modo pratico. Ci stiamo avvicinando a un punto critico della storia mondiale, in cui il sistema capitalista ha preso una svolta decisiva verso nuovi e più ampi conflitti. Assumere una posizione basata su posizioni internazionaliste è un punto di partenza necessario, ma l'obiettivo è andare oltre l'asserzione di principi. Dobbiamo generare un movimento tra la classe operaia in generale che possa preparare la strada a una risposta politica agli orrori che il sistema sta già infliggendo ad alcuni e che alla fine porterà a tutti i lavoratori.
Notiamo che la versione della dichiarazione che ci avete chiesto di firmare non è quella attualmente presente sul vostro sito web. Il 6 aprile, avete proposto quella versione con le firme delle altre organizzazioni. Oggi la versione sul vostro sito è stata modificata. È sparita la frase che avevamo criticato nella nostra precedente risposta, in cui si affermava che: “solo le organizzazioni della Sinistra comunista hanno il diritto di tenere alta la bandiera di un coerente internazionalismo proletario”. È stata eliminata anche la frase che affermava che: “la lotta persistente e consapevole della classe operaia contro il peggioramento dell'austerità che la guerra imperialista comporta è quindi l'unico serio ostacolo all'accelerazione del militarismo”. Non c'è stato alcun riconoscimento pubblico di ciò e non sappiamo se tutti i gruppi che hanno firmato la dichiarazione il 6 aprile siano stati consultati in merito alle modifiche. È difficile avere un dialogo serio se i termini del dibattito continuano a cambiare.
In ogni caso, la nostra posizione sulla firma della “dichiarazione congiunta” resta la stessa.
Saluti internazionalisti, la TCI
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La CCI alla TCI, 29 aprile 2022
Cari compagni
Grazie per la vostra risposta del 24 aprile. Ci dispiace che vi rifiutiate ancora di firmare la Dichiarazione congiunta della Sinistra comunista sulla guerra in Ucraina. Notate che la versione finale della dichiarazione congiunta della Sinistra comunista non è del tutto uguale alla bozza che abbiamo inviato per l’approvazione vostra e degli altri gruppi il 13 marzo. In quest'ultima comunicazione abbiamo chiesto ai gruppi della Sinistra comunista commenti e formulazioni alternative alla bozza, per cui era del tutto normale e logico discutere poi le modifiche alla bozza con i cofirmatari disposti a farlo per concordare la versione finale della dichiarazione congiunta. Ovviamente, i cofirmatari sono stati poi consultati e la versione finale è stata modificata a seguito di una discussione comune. Naturalmente avreste potuto partecipare a questo processo di modifica comune, ma avete deciso di non accettare l'idea di una dichiarazione congiunta nella vostra lettera del 21 marzo. (Per inciso, notiamo che il primo appello No War but the Class War sul sito web della TCI del 6 aprile aveva dodici punti da condividere, mentre il secondo del 23 aprile ne ha solo cinque. Che fine hanno fatto gli altri sette?).
Ovviamente, non c'era bisogno di pubblicare la bozza di dichiarazione congiunta della Sinistra comunista; lo scopo di una dichiarazione congiunta è che i cofirmatari si accordino su una versione finale prima della sua pubblicazione, come espressione della loro azione comune. Quindi non c'è stata alcuna “modifica” dei termini del dibattito, come voi sostenete. I termini sono rimasti gli stessi dalla prima lettera della proposta di dichiarazione congiunta alla sua realizzazione finale. In ogni caso, voi ammettete che non avreste comunque firmato la dichiarazione congiunta, quindi questi cambiamenti dalla bozza alla versione finale non sono stati il motivo del vostro rifiuto di firmare la dichiarazione comune.
Ma quali sono le ragioni del vostro rifiuto di firmare la dichiarazione comune? La vostra lettera è ancora oscura su questo punto fondamentale.
La vostra lettera mette in evidenza la motivazione della TCI alla base dell'appello No War but the Class War. A prescindere dai meriti di questo appello - siamo d'accordo con i suoi principi internazionalisti - o dalle sue debolezze, era ed è perfettamente possibile per la TCI firmare anche la dichiarazione congiunta che contiene gli stessi principi internazionalisti. Il gruppo coreano, Internationalist Communist Perspective, ha dimostrato nella pratica questa possibilità. Ma la vostra lettera non risponde a questa possibilità posta nella nostra precedente lettera. Né risponde al problema posto dall'esistenza di due appelli internazionalisti che potrebbero essere visti come in competizione tra loro.
La necessità fondamentale per il campo rivoluzionario è che i gruppi della Sinistra comunista non si limitino a produrre dichiarazioni internazionaliste separatamente, ma uniscano le loro forze nello spirito di Zimmerwald e dell'unità proletaria nell'azione. Perché rifiutate risolutamente questo principio fondamentale?
La concezione del campo della Sinistra comunista che sta dietro alla dichiarazione congiunta è troppo ristretta per voi.
È stato davvero per il fatto di voler escludere i falsi gruppi della Sinistra comunista e i blogger che attaccano questo campo piuttosto che la borghesia imperialista, che vi siete rifiutati di firmare la dichiarazione congiunta? Pur non condividendo la caratterizzazione della falsa sinistra comunista come “parassita”, voi avete comunque riconosciuto il suo ruolo negativo nella recente corrispondenza con la CCI. Quindi il rifiuto del termine “parassita” non è certo un motivo per eludere l'importante responsabilità di contribuire a unificare la vera Sinistra comunista contro la guerra imperialista.
Infine, voi affermate che stiamo percorrendo la “strada sbagliata” per convincervi a firmare la dichiarazione congiunta. Diteci quale sarebbe il “modo giusto” per convincervi.
Saluti comunisti, la CCI
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La TCI alla CCI, 30 aprile 2022
Compagni
Nella nostra precedente corrispondenza abbiamo chiaramente affermato che, pur sostenendo tutte le dichiarazioni internazionaliste contro la guerra, il vostro appello era caratterizzato dalla ristrettezza del suo obiettivo. Non solo escludete tutti i gruppi che considerate “parassiti”, ma il documento iniziale diceva che “solo le organizzazioni della Sinistra comunista hanno il diritto di tenere alta la bandiera di un coerente internazionalismo proletario” e questa era la versione che avete pubblicato il 6 aprile. Ora sostenete che il vostro Appello è della “Sinistra comunista”, il che vi mette sullo stesso livello dei Bordighisti.
Non crediamo che condividiate davvero la nostra preoccupazione per la gravità della situazione attuale. Notiamo che sul vostro sito c'è un articolo che afferma che non ci sarà una guerra imperialista generale perché “i blocchi non sono stati formati” [cfr. https://en.internationalism.org/content/17151/ruling-class-demands-sacrifices-altar-war [301]]. Il mondo ha preso una svolta decisiva verso la guerra imperialista che la Sinistra comunista sapeva sarebbe stata il risultato di questa lunga crisi del ciclo di accumulazione del capitale. Anche se si dovesse arrivare a una pace sull'Ucraina (che sembra sempre meno probabile), si tratterà solo di una tregua. Le crescenti contraddizioni del sistema stanno ora dettando la rotta che il capitalismo imperialista sta seguendo. Ci è voluto più tempo di quanto pensassimo, ma non è l'unica questione importante. Come abbiamo detto nel nostro Appello all'azione, la classe operaia è in ritirata da decenni e, come avevamo previsto, non c'è ancora un movimento di massa che porti a una confluenza teorica di punti di vista in grado di produrre una possibile nuova Internazionale. La nostra idea circa NWBCW è quella di cercare concretamente di riunire gli internazionalisti di tutte le tendenze per resistere sia alla guerra imperialista che a tutte le false risposte della sinistra capitalista (compreso il pacifismo), oltre a estendere alla più ampia classe operaia la critica internazionalista del capitalismo come generatore di guerre imperialiste. In breve, mentre il vostro Appello guarda all'interno, noi cerchiamo di guardare all'esterno.
Di certo non vogliamo essere associati in alcun modo alla vostra opinione, da sempre sostenuta, che alcuni altri gruppi siano “parassiti” ed è disonesto da parte vostra anche solo insinuare che condividiamo il vostro punto di vista su questo.
Abbiamo mosso critiche ad altri gruppi del campo proletario, ma su questioni specifiche (come la classe operaia che frena la guerra, per esempio), ma non neghiamo il loro diritto di esistenza politica né crediamo, come voi dite in questa lettera, che siano “falsi”. Allo stesso modo, non giudichiamo altri gruppi come fate voi. L'ICP coreano può prendere le proprie decisioni su ciò che deve fare e abbiamo accettato la spiegazione che ci ha inviato per firmare il vostro Appello. Il fatto importante è che anche loro possano vedere il valore reale del tentativo di sviluppare l'opposizione alla guerra e al capitalismo nel modo più ampio possibile. A questo proposito, non ci aspettiamo che tutti siano d'accordo con tutti i nostri dodici punti dell'“Appello all'Azione”, che includevano le motivazioni della TCI per la convocazione dei comitati NWBCW. Tuttavia, come nel 2002 con i gruppi NWBCW della CWO contro la guerra in Iraq, abbiamo sempre avuto una serie di criteri internazionalisti operativi che hanno permesso ad altri di unirsi a loro. In effetti, se insistessimo sulla necessità che tutti siano d'accordo su come la TCI vede il mondo, ripeteremmo il vostro errore.
Questa è la nostra ultima parola sulla questione. Finché siete disposti a considerare solo pochi eletti come degni di riconoscimento, non abbiamo altro da dire. Al contrario, abbiamo lanciato un Appello all'Azione che offre a tutti gli internazionalisti l'opportunità di rispondere. In questo modo potremmo fare un piccolo passo verso un vero movimento di classe internazionale contro il capitale prima che il tempo finisca per l'umanità.
Saluti internazionalisti, la TCI
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La CCI alla TCI, 16 maggio 2022
Compagni,
Purtroppo, la vostra ultima lettera (30 aprile) ancora una volta non spiega adeguatamente perché la TCI si rifiuta di firmare la Dichiarazione congiunta dei gruppi della Sinistra comunista sulla guerra in Ucraina, anche se la vostra organizzazione, in quanto parte della Sinistra comunista, è pienamente d'accordo con i principi internazionalisti proletari della dichiarazione.
Comprendiamo che la TCI voglia un “Appello all'Azione” sulla guerra imperialista, ma non capiamo perché, in termini di posizione comune del campo della Sinistra comunista, la TCI rimanga inattiva. La vostra organizzazione vuole un appello “ampio” in contrapposizione a quello “ristretto” della Dichiarazione congiunta. Ma rifiutando di firmare la Dichiarazione congiunta avete limitato l'impatto più ampio di una posizione comune della Sinistra comunista. Peggio ancora, poiché la TCI si rifiuta di firmare la Dichiarazione congiunta, l'appello No War but the Class War della TCI sembra creare una competizione all'interno della Sinistra comunista. Abbiamo chiesto una vostra risposta a questo problema nelle lettere precedenti, ma finora non è arrivata alcuna risposta. L'“Appello all'Azione” della TCI, a giudicare dalla vostra ultima lettera, sembra essere sempre più flessibile: coloro che sono d'accordo con esso non devono necessariamente condividere tutti i suoi 12 punti, a condizione che la TCI sia in possesso di “una serie di criteri internazionalisti operativi”. Ma nei confronti dei gruppi della Sinistra comunista, la TCI è implacabilmente rigida nel suo rifiuto di una dichiarazione comune.
Ancora una volta pretendete di essere stati ingannati sul contenuto della Dichiarazione congiunta. La realtà è che avete rifiutato il processo di revisione della bozza di dichiarazione che vi è stato offerto quando vi è stata inviata per avere suggerimenti alternativi. Il vero problema per voi non era questa o quella formulazione, ma è la volontà di avere una dichiarazione comune, il principio stesso di uno sforzo unitario, che avete rifiutato.
Ancora una volta, le differenze di analisi della situazione mondiale da parte della TCI vengono addotte come giustificazione del rifiuto. Ma le differenze sull'interpretazione degli eventi recenti non sono un ostacolo alla dichiarazione comune che la Sinistra comunista condivide sulla bancarotta del capitalismo mondiale e sull'inevitabilità della diffusione e dell'intensificazione della guerra imperialista. La Dichiarazione congiunta che difende l'asse fondamentale comune dell'analisi dell'imperialismo mondiale da parte della Sinistra comunista non preclude un successivo dibattito sulle differenze di interpretazione di questo asse. Al contrario, la Dichiarazione congiunta è la base di tale dibattito, una precondizione vitale.
Secondo voi la definizione di Sinistra comunista nel progetto della Dichiarazione Comune era troppo ristretta e quindi impossibile da sottoscrivere perché escludeva i blogger parassiti e i finti gruppi politici che rivendicano falsamente questa tradizione. Ma la TCI ha messo in discussione l'inclusione dei partiti bordighisti nella proposta originale della Dichiarazione congiunta, che sono un importante filone della tradizione della vera Sinistra comunista con cui condividete un'origine comune. L'esclusione dei gruppi bordighisti dall'invito all'appello avrebbe creato una base di partecipazione molto più ristretta e di fatto inadeguata. Naturalmente, i criteri per stabilire chi debba essere incluso in una dichiarazione congiunta della Sinistra comunista è una discussione importante. Tuttavia, la questione dei criteri non può essere usata di per sé come giustificazione per abbandonare il tentativo di forgiare una dichiarazione comune della Sinistra comunista. L'accordo su questi criteri fa parte del processo di discussione che porta a una posizione comune. Ciò che è essenziale è la volontà di raggiungerla, che è stata costantemente assente nell'atteggiamento della TCI nei confronti della Dichiarazione congiunta. In una situazione analoga, la CCI, nel rispondere positivamente all'appello di Battaglia Comunista nel 1976 per la convocazione di conferenze di discussione congiunte tra gruppi della Sinistra comunista, espresse la propria disponibilità allo sforzo, ma si rammaricò che l'iniziativa di Battaglia non contenesse alcun criterio per decidere quali gruppi avrebbero dovuto partecipare alle conferenze. Questo rammarico non ha impedito alla CCI di proseguire il lavoro comune e di partecipare alla prima Conferenza. Come scrivemmo a Battaglia all'epoca: “A questo proposito non possiamo che rammaricarci del fatto che non abbiate ritenuto utile comunicare i nomi dei gruppi invitati a questo incontro, né sulla base di quali criteri sia stata fatta la scelta di questi gruppi. Tuttavia, questa mancanza di informazioni non ci impedisce di partecipare a questo incontro con la nostra migliore volontà rivoluzionaria. Inoltre, avremmo voluto, come abbiamo già espresso, che prima dell'incontro fosse preparato e distribuito ai partecipanti un bollettino contenente le lettere di risposta e altri testi dei vari gruppi invitati” (1 marzo 1977)
Fortunatamente per la Seconda Conferenza della Sinistra comunista, furono concordati un insieme di criteri proposti dalla CCI e i partiti bordighisti furono invitati.
L'insegnamento di questo episodio di sforzo per un lavoro comune di questa natura è che non tutte le sue condizioni non sono necessariamente soddisfatte in anticipo e che i disaccordi che sorgono non devono essere usati come scusa per ritirarsi dal progetto. Ciò che è fondamentale, e che costituisce una delle principali lezioni del fallimento finale delle Conferenze Internazionali degli anni ‘70, è che è mancata la convinzione del principio di uno sforzo comune e la volontà di mantenere un forum per la discussione delle differenze nella Sinistra comunista. In effetti, la Terza Conferenza della Sinistra comunista non riuscì a fare una dichiarazione internazionalista congiunta, proposta dalla CCI, contro l'invasione dell'Afghanistan da parte dell'URSS di allora.
Nella vostra lettera del 24 aprile 2022 avete affermato che la CCI vi chiedeva di riconsiderare il vostro rifiuto di firmare la Dichiarazione congiunta nel “modo sbagliato”. Nella nostra risposta vi abbiamo quindi chiesto quale fosse il “modo giusto”. La vostra ultima lettera non risponde a questa domanda. Nel recente incontro pubblico della CCI a Londra, sabato 7 aprile, è stata posta la stessa domanda alla TCI: cosa dovrebbe fare la CCI per convincervi a firmare la Dichiarazione congiunta della Sinistra comunista contro la guerra imperialista? Il compagno della TCI presente all'incontro ha ammesso di non avere una risposta nemmeno a questa domanda.
La mancanza di risposta a questa domanda è il motivo per cui anche voi dichiarate perentoriamente che la vostra ultima lettera era la vostra “parola finale” sull'argomento? Da parte sua, la CCI rimane aperta a discutere con voi le nostre divergenze sul rifiuto della TCI di firmare la Dichiarazione congiunta dei gruppi della Sinistra comunista contro la guerra in Ucraina.
Saluti comunisti, CCI
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La CCI al Partito Comunista Internazionale (Il Partito), 20/4/2022
Cari compagni,
abbiamo letto sul vostro sito l’annuncio della Conferenza Pubblica che avete organizzato a Genova per il giorno venerdì 22 aprile sul tema della guerra in Ucraina. Abbiamo altresì letto i cinque temi che suggerite per la discussione, che ci trovano completamente d’accordo nella loro impostazione di base. Come voi giustamente affermate, la guerra è una costante del capitalismo, tanto più in questa fase di declino storico. Consideriamo pertanto la scelta della vostra organizzazione di tenere una Conferenza Pubblica su questo tema una scelta importante e responsabile per far fronte alla campagna borghese che tende a spingerci ad appoggiare uno dei due fronti in lotta, nel caso specifico l’Ucraina, come paese aggredito e dunque da aiutare inviando … armi. La propaganda borghese, attraverso un colpevole pacifismo, sta cercando di intrupparci tutti nell’orrore della guerra in corso. Tutto questo va denunciato con forza e siamo sicuri che voi lo farete nell’ambito della vostra Conferenza. Purtroppo noi abbiamo appreso tardi della tenuta di questo incontro e ci dispiace di non potervi partecipare fisicamente, né vediamo che è possibile una partecipazione da remoto tramite internet. Tuttavia permetteteci di inviarvi il testo della Dichiarazione congiunta dei gruppi della Sinistra Comunista Internazionale sulla guerra in Ucraina, una dichiarazione che abbiamo proposto anche ad altre componenti della Sinistra comunista e che pensiamo sia importante da mostrare oggi al proletariato come espressione di ciò che unisce le organizzazioni rivoluzionarie di fronte alle varie mistificazioni borghesi. Come vi abbiamo scritto in una precedente lettera, noi vi chiediamo di sottoscrivere questa dichiarazione, non per fare numero, ma per aprire, a partire dal reciproco riconoscimento dell’appartenenza allo stesso campo rivoluzionario, un processo di confronto e di discussione pubblica capace di produrre nel tempo una decantazione delle posizioni e una chiarificazione politica di fronte alla classe. Cogliamo ugualmente l’occasione per annunciarvi la tenuta di nostre prossime riunioni pubbliche su un analogo tema, che si terranno tramite internet, dunque facilmente raggiungibili, per il momento in lingua italiana, il giorno 4 maggio, e in lingua inglese, l’8 maggio. L’avviso di queste riunioni apparirà quanto prima – già domani quella in italiano – sul nostro sito web. Con la presente quindi vi invitiamo ufficialmente a queste riunioni che potrebbero offrire un’occasione preziosa per un confronto tra organizzazioni autenticamente rivoluzionarie.
In attesa di ricevere una vostra risposta vi inviamo i nostri fraterni saluti
Corrente Comunista Internazionale
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Dalla Corrente Comunista Internazionale al KRAS
Cari compagni
Vi inviamo i link alla Dichiarazione congiunta sulla guerra imperialista in Ucraina (in inglese e russo), firmata da tre gruppi della Sinistra comunista e da un altro gruppo vicino a questa tradizione. Joint statement of groups of the international communist left about the war in Ukraine [302];
Совместное заявление групп Интернациональной коммунистической левой о войне на Украине [303]
Comprendiamo che provenite da una tradizione politica diversa, ma abbiamo sempre riconosciuto che difendete con coerenza e coraggio - soprattutto nelle attuali condizioni della Russia - le posizioni internazionaliste contro le guerre del capitalismo, e per questo abbiamo recentemente pubblicato sul nostro sito web la vostra dichiarazione sulla guerra in Ucraina in diverse lingue (cfr. Una dichiarazione internazionalista dall'interno della Russia [284].
Vi chiediamo quindi di sostenere la nostra dichiarazione, sia firmandola direttamente sia annunciando il vostro ampio accordo con essa nonostante le differenze, e di pubblicarla sul vostro sito web e sugli altri mezzi di comunicazione a vostra disposizione. Saremo inoltre lieti di ricevere qualsiasi commento o critica in merito alla dichiarazione.
In solidarietà, la CCI
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Risposta del Kras 14 aprile 2022
Salve compagni,
Grazie per aver diffuso la nostra dichiarazione sulla guerra. Non possiamo di aderire alla dichiarazione che avete fatto insieme ad altre organizzazioni Marxiste della Sinistra comunista - certo non perché non condividiamo il suo orientamento internazionalista, ma a causa di disaccordi teorici, ad esempio al riferimento in positivo alla “dittatura del proletariato” - un concetto che non condividiamo. Ciononostante, abbiamo tradotto e messo sul nostro sito web (con una prefazione e una menzione dei disaccordi) il vostro testo, “Contro la guerra imperialista - lotta di classe” con le valutazioni e l'approccio internazionalista con i quali siamo fondamentalmente d'accordo:
https://aitrus.info/node/5949 [304]
In solidarietà, KRAS-IWA
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La CCI all'ICP (Corea)
Cari compagni,
Vi inviamo l'introduzione alla dichiarazione congiunta: “Le organizzazioni della sinistra comunista devono difendere in modo unitario il loro patrimonio comune di adesione ai principi dell'internazionalismo proletario soprattutto in un momento di grande pericolo per la classe operaia mondiale. Il ritorno della carneficina imperialista in Europa nella guerra in Ucraina è un tale momento. Per questo pubblichiamo qui di seguito, con altri firmatari provenienti dalla tradizione della sinistra comunista (e un gruppo con una traiettoria diversa che sostiene pienamente la dichiarazione), una dichiarazione comune sulle prospettive fondamentali per la classe operaia di fronte alla guerra imperialista”
La pubblicheremo, come già detto, mercoledì 6 aprile
2) Proponiamo di avere come "firmatari" i seguenti gruppi: Corrente Comunista Internazionale
Istituto Onorato Damen
Internationalist Voice
Internationalist Communist Perspective (Corea) sostiene pienamente la dichiarazione congiunta.
Va bene per voi?
[1] Alcuni gruppi della tradizione bordighista del PCI invitati a partecipare, come Il PCInt-Il Partito e Le Proletaire/Il Comunista, non hanno risposto alla lettera di invito e quindi non ci sono loro lettere. Il PCInt-Programma comunista ha risposto solo con un breve rifiuto che viene qui incluso. Non ha risposto nemmeno il gruppo Fil Rouge. Il nome del PCInt-Il Partito è stato omesso per errore dall'elenco dei destinatari nella originale lettera di proposta, ma la proposta è stata comunque inviata loro. Il loro nome è stato incluso tra i destinatari delle lettere successive. È stata inviata un'altra lettera a Il Partito, inclusa verso la fine, che contiene la richiesta di firmare la dichiarazione. Inoltre la CCI ha chiesto a Il Partito perché non aveva risposto all'invito all'appello in occasione di un suo incontro online sulla guerra in Ucraina il 22 maggio. Anche a questa richiesta non c'è stata risposta.
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Il capitalismo continua la sua barbarie militarista in Ucraina con migliaia di morti e distruzioni irreversibili, che si aggiungono al pericolo nucleare, sia per "incidenti" nelle numerose centrali sul territorio ucraino, sia per il dispiegamento di armi nucleari tattiche. Una guerra che a sua volta intensifica le tensioni e gli scontri imperialisti tra gli Stati centrali del capitalismo.
L’aggravamento della crisi economica mondiale, con l’aumento dell'inflazione e della precarietà del lavoro, le conseguenze sempre più devastanti del cambiamento climatico, si abbattono pesantemente su tutti i lavoratori.
Oggi ai proletari dei paesi occidentali i governi chiedono nuovi sacrifici, per far fronte all'inflazione e alla crisi energetica causata dalla guerra in Ucraina, mentre aumentano le spese militari per le loro ambizioni imperialiste.
Questo è il primo polo delle contraddizioni del capitalismo. Il polo della barbarie e della distruzione incarnato dal capitalismo.
Ma l'altro polo è la lotta di classe del proletariato. Il proletariato come classe storica ha il potenziale e la forza di distruggere il capitalismo ponendo fine alla guerra, alla miseria, alla distruzione ecologica, alla barbarie.
I recenti scioperi in Gran Bretagna, insieme ad altri momenti di lotta in Germania, Cile, Tunisia, Belgio, Spagna, sono i segni embrionali, ma significativi, dell’inizio di una risposta della classe operaia sul proprio terreno di classe della difesa delle condizioni di vita e di lavoro, nonostante la guerra e nonostante le campagne borghesi sullo stringere la cinghia per la difesa della pace e della democrazia.
Su questi temi la CCI ha organizzato una serie di incontri pubblici a livello internazionale.
Ti invitiamo a partecipare all’incontro in lingua italiana
L’incontro sarà tenuto via internet. Tutti coloro che vorranno partecipare sono invitati a inviare un messaggio a [email protected] [124] per poter ricevere istruzioni sulle modalità tecniche per partecipare alla riunione.
Sul nostro sito https://world.internationalism.org/ [306], sono disponibili numerosi articoli, in diverse lingue, per un approfondimento in preparazione al dibattito. Segnaliamo in particolare:
Gli scontri imperialisti in Ucraina intensificano il caos e la barbarie della guerra [307]
Vertice della NATO a Madrid: un vertice di guerra per la guerra [308]
Corrente Comunista Internazionale
Per iniziare questa presentazione, vorremmo innanzitutto ripercorrere le cause di questa guerra, che abbiamo già sviluppato nei nostri precedenti incontri pubblici e nella nostra stampa:
- gli Stati Uniti vogliono mantenere e rilanciare il loro ruolo di potenza leader nel mondo;
- per questo hanno ingannato la Russia per farle invadere l'Ucraina, dicendo che in caso di invasione non sarebbero intervenuti;
-dopo l'invasione, hanno scatenato una campagna di sostegno all'Ucraina, costringendo i Paesi europei a schierarsi dietro di loro;
- l'obiettivo immediato è indebolire la Russia in modo significativo, sia militarmente che economicamente, e per farlo contano su una guerra di lunga durata, che esaurirà la Russia su entrambi i fronti;
- in questo modo, indeboliscono anche la Cina, indebolendo il suo più importante alleato, e lanciano un avvertimento alla Cina su cosa può aspettarsi in caso di invasione di Taiwan (gli Stati Uniti hanno dichiarato che avrebbero difeso l'indipendenza di Taiwan);
- infine, costringono i Paesi europei ad allinearsi dietro di loro, cosa che non è esattamente l'ambizione di questi Paesi (in particolare di Francia e Germania).
Oggi, dopo 6 mesi di guerra, sembra che nulla di tutto ciò sia stato messo in discussione: la guerra continua, ed è altamente probabile che continui per molti altri mesi, se non per anni. In effetti la Russia non può porvi fine senza firmare la propria condanna a morte come attore principale sulla scena internazionale. E anche se riuscisse a ottenere il controllo totale del Donbass, dovrebbe mantenere una forte presenza militare per far fronte alla guerra “partigiana” che l'Ucraina, con l'aiuto degli Stati Uniti, scatenerebbe contro di lei.
Gli Stati Uniti, d'altra parte, hanno interesse a far proseguire la guerra per raggiungere il più possibile il loro obiettivo di dissanguare la Russia. Da parte russa come da parte statunitense, il costo, i danni materiali, i morti e le devastazioni non contano: la guerra deve continuare fino alla fine.
Il recente vertice della NATO (che ha annunciato la volontà di intervenire in tutto il mondo); la provocazione nei confronti della Cina attraverso il viaggio di Nancy Pelosi a Taiwan; l'assassinio del leader di Al Qaeda, Ayman al-Zawahiri, a Kabul; il viaggio di Biden in Arabia Saudita: tutto ciò conferma la volontà degli USA di imporsi come unica potenza globale, a qualunque costo.
Questa guerra conferma quindi pienamente il quadro di analisi che il movimento operaio ha sviluppato sulla guerra nella decadenza e che la CCI, in continuità con questa, ha sviluppato su cosa è la guerra nella fase finale della decadenza, quella della decomposizione:
- non c'è più alcuna razionalità economica per la guerra, al contrario. Nell'ascesa del capitalismo, se potevano esistere guerre senza uno scopo economico dominante (cioè con scopi prevalentemente politici), la maggior parte di esse era finalizzata all'espansione del controllo della ricchezza e dei mercati. Nella decadenza, la guerra stessa è diventata sempre più un'aberrazione economica.
Al di là degli orribili effetti diretti delle operazioni militari, questa guerra ha importanti ripercussioni sull'economia globale: l'accelerazione della recessione, l'aumento dell'inflazione e le crescenti difficoltà a mantenere la globalizzazione che aveva permesso un certo livello di crescita economica. Ha conseguenze sul piano sociale, con le carestie che provoca per la mancanza di cereali sul mercato, con l'ondata di profughi che fuggono direttamente dalla guerra o dalle sue conseguenze economiche. Ha conseguenze ambientali, con la distruzione ecologica in Ucraina (per non parlare del pericolo di incidenti nucleari con il bombardamento di aree contenenti centrali nucleari). Infine, implica una corsa all'aumento delle spese militari (la Germania che aggiunge 100 miliardi al suo bilancio militare, Francia, Italia e Giappone che aumentano i loro bilanci), e quindi uno sviluppo dell'economia di guerra, cioè la tendenza ad assoggettare l'economia alle esigenze della guerra;
- la guerra nella decadenza e nella decomposizione è quindi caratterizzata da una totale irrazionalità: nessuna parte in guerra e nessuna potenza coinvolta ne trarrà alcun vantaggio, anzi. Dell'Ucraina rimarrà solo una terra desolata e le enormi spese sostenute saranno irrecuperabili. Anche se ci fossero mercati da recuperare, gas di scisto da vendere, quanti anni, decenni, secoli addirittura, ci vorrebbero perché i profitti compensino le spese sostenute nella guerra? Gli aiuti occidentali all'Ucraina ammontano oggi a più di 75 miliardi di dollari, e non è finita!
- infine, anche in questo caso si conferma la caratteristica fondamentale delle relazioni imperialiste in fase di decomposizione: lo sviluppo del ciascuno per sé. Al di là del successo immediato ottenuto dagli USA, la loro volontà di rimanere l'unico leader del mondo è e sarà sfidata non solo da Cina e Russia, ma anche dai loro attuali “alleati” che non vogliono rinunciare a difendere i propri interessi sul piano imperialista. La Turchia lo sta già facendo in modo aperto, ma anche l'aumento delle spese militari di Germania, Francia e forse Giappone sono un chiaro segnale che questi paesi non rinunciano alle proprie ambizioni, il che significa un'esacerbazione delle tensioni imperialiste. Oggi, l'allineamento delle grandi potenze europee dietro gli Stati Uniti è un'alleanza forzata e congiunturale, che non ha affatto spento la volontà di ciascuno di questi paesi di prendere il proprio posto sulla scena imperialista.
Questa guerra è parte di una serie di fenomeni: le tensioni belliche in tutto il mondo, la pandemia, il cambiamento climatico, gli incendi incontrollabili e la forte minaccia nucleare contenuta in questa guerra... questi fenomeni non sono isolati e congiunturali, ma esprimono il fatto che il capitalismo si trova in un periodo specifico della sua decadenza, un'ulteriore fase segnata dalla decomposizione generale della società che porta in sé la minaccia dell'annientamento dell'umanità. L'unico futuro che il capitalismo promette all'umanità è quello del caos, della miseria, della fame e della disperazione. E infine, l'estinzione.
Questa è la posta in gioco nell'attuale situazione storica e i rivoluzionari hanno il dovere di mostrarlo al proletariato. Abbiamo cercato di farlo con la nostra stampa web e cartacea, con un volantino internazionale distribuito in tutti i paesi in cui è stato possibile, con incontri pubblici in presenza e online e con l'appello al campo politico proletario che ha dato vita alla Dichiarazione congiunta di tre gruppi del campo internazionalista, disponibile sulla nostra stampa.
Ma sarebbe illusorio pensare che il proletariato possa, oggi, recepire a pieno i nostri appelli e rispondere sul proprio terreno di classe alla guerra (il che significherebbe sviluppare la rivoluzione).
Innanzitutto perché la guerra non è un terreno favorevole per la classe operaia. Lo vediamo con il proletariato ucraino, che sta subendo le conseguenze peggiori della guerra, perché ha subito una grave sconfitta politica, venendo trascinato dietro la borghesia nella “difesa della patria”. Questo è anche una chiara conferma che il proletariato dei paesi periferici non è il più attrezzato per resistere al peso dell'ideologia nazionalista, democratica e bellicista della borghesia.
Nemmeno il proletariato russo è riuscito a opporsi alla guerra: anche se non è stato totalmente trascinato dietro la propria borghesia, non ha abbastanza forza per dimostrare attivamente la propria ostilità alla guerra.
Infine, anche se il proletariato dei paesi occidentali è quello che ha il maggior potenziale per opporsi alla guerra, la guerra ha comunque prodotto un momento di paralisi che, addizionandosi all'impatto della pandemia, ha interrotto la tendenza alla ripresa della combattività dimostrata dalla lotta contro la riforma delle pensioni in Francia e dagli scioperi in diversi paesi (USA, Italia, Iran, Spagna).
Anche oggi la situazione dimostra che il principale alleato della classe operaia nella sua lotta storica è la crisi. E la guerra in Ucraina, che segue la pandemia Covid, sta producendo effetti devastanti a questo livello: inflazione, un'economia orientata alla guerra che richiede aumenti di produttività, un debito sempre maggiore, ecc. La borghesia non avrà altra scelta che attaccare la classe operaia e si sta già preparando. La classe operaia di questi paesi, già sottoposta a enormi pressioni per pagare il conto della pandemia, già colpita direttamente dall'inflazione, subirà nuovi pesanti attacchi.
Ma il proletariato dei paesi occidentali non è sconfitto, non è pronto ad accettare i sacrifici che la crisi economica del capitale gli impone (e ovviamente ancor meno i sacrifici che una guerra che coinvolga direttamente questi paesi comporterebbe). Lo ha dimostrato prima della pandemia, lo ha dimostrato alla fine del 2021, sta iniziando a dimostrarlo di nuovo attraverso una serie di scioperi e manifestazioni che si stanno sviluppando in diversi paesi, alcuni dei quali come non si vedevano da diversi anni, che dimostrano che la rabbia accumulata sta iniziando a trasformarsi in volontà di lotta.
Questi scioperi e manifestazioni si sono sviluppati in diversi paesi: Stati Uniti, Spagna, lo scorso autunno e inverno, Francia, Germania, Belgio quest'estate, e sono previsti in altri paesi, come Francia e Italia. Ovunque si sta preparando un autunno caldo.
Ma innanzitutto è la classe operaia in Gran Bretagna a dirci che la classe operaia sta iniziando a reagire con determinazione alle conseguenze della crisi. Questo movimento di massa chiamato “L'estate del malcontento”, in riferimento al “L’inverno del malcontento” del 1979, coinvolge ogni giorno i lavoratori di un numero sempre maggiore di settori: i treni, poi la metropolitana di Londra, British Telecom, le Poste, i portuali di Felixstowe (un porto vitale della Gran Bretagna), i netturbini e gli autisti di autobus in diverse parti del paese, Amazon, ecc. Oggi lavoratori dei trasporti, domani operatori sanitari e insegnanti.
Tutti i giornalisti e i commentatori notano che questo è stato il più grande movimento della classe operaia in questo paese da decenni; bisogna risalire ai grandi scioperi del 1979 per trovare un movimento più grande e più esteso. Un movimento di questa portata in un paese importante come il Regno Unito non è un evento “locale”, come abbiamo detto nel nostro volantino pubblicato alla fine di agosto, è un evento di portata internazionale, un messaggio agli sfruttati di tutti i paesi.
Questi scioperi sono una risposta a decenni di attacchi e decenni di apatia da parte della classe operaia britannica, che non solo ha pagato lo smarrimento che ha colpito la classe operaia mondiale con il crollo del blocco orientale e le campagne sulla “morte del comunismo” che ne sono seguite, ma anche la pesante sconfitta dei minatori a metà degli anni ‘80. In particolare, sono una risposta alla perdita di potere d'acquisto causata dall'inflazione e dalla stagnazione dei salari. Le lotte di oggi sono indispensabili non solo per difenderci dagli attacchi, ma anche per riconquistare la nostra identità di classe su scala globale, per preparare il rovesciamento di questo sistema, che è sinonimo di miseria e catastrofi di ogni genere.
In tutto il mondo, la classe operaia vive in una situazione in cui l'inflazione erode il suo potere d'acquisto, soffre per le inondazioni e le siccità causate dal cambiamento climatico, per la precarizzazione del lavoro, ecc. Oggi ai proletari dei paesi occidentali i governi chiedono nuovi sacrifici, per far fronte all'inflazione e alla crisi energetica causata dalla guerra in Ucraina, mentre aumentano le spese militari per le loro ambizioni imperialiste. Questo è anche ciò di cui gli scioperi proletari nel Regno Unito sono portatori, anche se i lavoratori non ne sono sempre pienamente consapevoli: il rifiuto di sacrificarsi sempre di più per gli interessi della classe dominante, il rifiuto di fare sacrifici per l'economia nazionale e per lo sforzo bellico, il rifiuto di accettare la logica di questo sistema che sta portando l'umanità verso la catastrofe e, in ultima analisi, alla sua distruzione.
Se le attuali lotte nel Regno Unito annunciano questa rinascita della combattività e tutto il potenziale che essa contiene, non dobbiamo dimenticare tutti gli ostacoli e le trappole che si frappongono alla classe e che la borghesia mette in atto per impedire lo sviluppo di questo potenziale.
A livello ideologico, con:
- l'ideologia nazionalista per sostenere una parte contro un'altra, sotto la bandiera della “difesa della democrazia” contro le “autocrazie”;
- l'ideologia pacifista di fronte alla distruzione e alla morte;
Sul piano delle lotte stesse:
- il pericolo di lotte interclassiste (la crisi colpisce anche gli strati piccolo-borghesi);
- l'azione di sabotaggio dei partiti di sinistra e soprattutto dei sindacati. La grande maggioranza degli scioperi in corso è stata indetta dai sindacati, che si presentano così come indispensabili per organizzare la lotta e difendere gli sfruttati. I sindacati sono indispensabili, sì, ma per la difesa dell'ordine borghese e per organizzare la sconfitta della classe operaia. Sappiamo che i sindacati si mobilitano per impedire alla classe di lottare autonomamente, il loro compito è proprio quello di controllare e sabotare la combattività dei lavoratori. Prendendo l’iniziativa, questi servitori dello Stato borghese mirano a evitare di essere travolti dalla rabbia dei lavoratori.
Oggi dobbiamo evitare il pericolo di lasciarci prendere e cadere nell'attivismo. Dobbiamo avere chiaro che la classe operaia non ha la capacità immediata di porre fine alla guerra. Si tratta di un processo lento e accidentato che comporterà il doversi confrontare con il sabotaggio sindacale, con l'impossibilità della borghesia di concedere miglioramenti significativi alle condizioni di vita dei proletari e anche con la repressione dello Stato borghese. È attraverso questo processo che il proletariato potrà avanzare nella sua coscienza. E, sempre più spesso, di fronte a tutte le diverse manifestazioni della bancarotta del sistema (e quindi anche alla questione della guerra), il proletariato sarà costretto a riflettere sulla necessità di uno scontro frontale con il capitalismo.
I rivoluzionari hanno un ruolo essenziale da svolgere in questo processo, denunciando la guerra, evidenziando la responsabilità centrale del capitalismo nella situazione e per le sue conseguenze, insistendo sulla necessità che la classe operaia si opponga ai sacrifici imposti dalla classe dominante.
Ciò che il movimento operaio dichiarò nel 1907 al Congresso di Stoccarda della Seconda Internazionale rimane assolutamente attuale: “i rivoluzionari hanno il dovere di utilizzare con tutte le loro forze la crisi economica e politica creata dalla guerra per smuovere gli strati popolari più profondi e accelerare la caduta del dominio capitalista", L'internazionalismo proletario è un principio che deve essere difeso senza concessioni: “nessun sostegno a una parte o all'altra, i proletari non hanno patria”.
Questo slogan deve permeare il nostro intervento fin da oggi, senza alcuna illusione sul suo impatto immediato all'interno di un proletariato profondamente disorientato, ma senza il minimo dubbio sul fatto che l'alternativa oggi rimane “socialismo o distruzione dell'umanità” e che non c'è altra forza che la classe operaia in grado di fermare il precipitare del capitalismo nel caos e nella barbarie.
Corrente Comunista Internazionale, settembre 2022
Dal 27 settembre, sempre più lavoratori dei gruppi petroliferi TotalEnergies ed Esso-ExxonMobil sono in lotta. Mentre andiamo in stampa, sette raffinerie su otto sono bloccate. La loro richiesta principale è chiara: per far fronte all'impennata dei prezzi, chiedono un aumento di stipendio del 10%.
Tutti i salariati, i pensionati, i disoccupati e gli studenti precari, che oggi soffrono per l'inflazione, per l'aumento vertiginoso dei prezzi dei generi alimentari e dell'energia, si trovano di fronte allo stesso problema: stipendi, pensioni o indennità che non permettono più di vivere dignitosamente. La determinazione degli scioperanti delle raffinerie, la loro rabbia e la loro combattività, incarnano e concretizzano ciò che l'intera classe operaia sente, in tutti i settori, pubblici o privati.
I media possono far scorrere infinite volte le immagini delle code interminabili davanti alle stazioni di servizio, possono moltiplicare i servizi sul calvario degli automobilisti che vogliono raggiungere il loro posto di lavoro (loro!), ma niente da fare: questa lotta suscita, per il momento, più che della simpatia nei ranghi proletari, fa anche nascere la sensazione che i lavoratori di tutti i settori siano sulla stessa barca!
Allora i media possono anche sbraitare “Guardate questi ricconi che prendono più di 5.000 euro al mese!” ma onestamente, chi può credere a una simile menzogna? Soprattutto perché fanno la stessa cosa ogni volta che c'è uno sciopero dei lavoratori delle ferrovie o delle compagnie aeree... 5.000, 7.000, 10.000... Chi offre di più? In realtà, questi salariati non prendono più di 2.000 euro all'inizio, alcuni arrivano a 3.000 a fine carriera, come gli insegnanti, gli infermieri, gli operai specializzati, ecc. Ma questa propaganda sta diventando sempre meno ascoltata con il passare dei mesi, perché nella classe operaia sta crescendo l'idea che siamo tutti colpiti dal deterioramento dei salari e da attacchi sempre più insopportabili.
Non sorprende quindi l'aumento tangibile della rabbia e della combattività in molti settori in Francia nelle ultime settimane. Questo fa parte di una dinamica più ampia, più estesa, una dinamica internazionale, il cui segnale più significativo è stata la lotta dei lavoratori del Regno Unito di quest'estate (che continua ancora). Nel nostro volantino internazionale del 27 agosto abbiamo scritto: “Questo è il più grande movimento della classe operaia in questo Paese da decenni a questa parte; bisogna risalire ai grandi scioperi del 1979 per trovare un movimento più grande e più massiccio. Un movimento di questa portata in un Paese grande come il Regno Unito non è un evento "locale". È un evento di portata internazionale, un messaggio agli sfruttati di tutti i Paesi. [...] I massicci scioperi nel Regno Unito sono una chiamata all'azione per i proletari di tutto il mondo”. Da allora, gli scioperi in Germania o quelli annunciati in Belgio, ad esempio, hanno confermato questa tendenza.
Tuttavia, la classe operaia si trova di fronte a una debolezza: la frammentazione delle lotte. Negli ultimi due mesi sono scoppiati scioperi nel settore dei trasporti (a Metz il 7 ottobre, a Digione l'8 ottobre, a Saint Nazaire l'11 ottobre, a livello nazionale dal 17 al 23 ottobre), nel settore dell'assistenza all'infanzia e nella funzione pubblica locale (il 6 ottobre), una giornata di manifestazione il 29 settembre soprattutto nel settore pubblico, ecc.
Perché questa divisione? Perché oggi i sindacati hanno in mano l'organizzazione di questi movimenti e li stanno sparpagliando e separando in tante diverse corporazioni, settori e richieste specifiche. Perché si spartiscono il lavoro di inquadramento dei lavoratori tra organizzazioni sindacali “radicali” e “concilianti”, giocando su divisioni che finiscono per generare dubbi e sfiducia tra gli operai.
Di fronte a Macron e al suo governo, i sindacati si presentano adesso come radicali, come paladini della lotta... per meglio inquadrarci e separarci gli uni dagli altri. Dando credito all'idea di “tassare i superprofitti” e di meglio “distribuire la ricchezza”, denunciando la prescrizione degli scioperanti da parte dello Stato ed esaltando le virtù di un vero e proprio negoziato, questi “partner sociali”, attraverso il gioco della “opposizione”, stanno dando una mano allo Stato, che cerca proprio di apparire come il garante di un arbitrato benevolo. E i media, i leader della classe borghese, puntellano la loro azione presentando la CGT e le FO come “ribelli irresponsabili”, per dargli credibilità agli occhi degli sfruttati attribuendo loro una presunta combattività, mentre questi organismi sono essi stessi organi statali, perfettamente istituzionalizzati.
Oggi apprendiamo che anche i salariati della centrale nucleare di Gravelines, la più potente dell'Europa occidentale, sono in sciopero. Proprio come i lavoratori della SNCF, della RATP e della grande distribuzione. Anche loro chiedono aumenti salariali! Tra pochi giorni, il 18 ottobre, è prevista una giornata “interprofessionale” di sciopero e manifestazioni nel settore della formazione professionale, nelle cliniche, negli EHPAD privati (case di riposo per anziani) ... In altre parole, ognuno nel suo angolo, separato dagli altri. Inoltre, ai microfoni di BFM TV, il leader della CGT, Philippe Martinez, mostra di non volere soprattutto un movimento unitario della classe. Ecco perché, brandendo lo “sciopero generale”, orchestra la moltiplicazione delle azioni locali: “E’ necessario che in tutte le aziende si discuta delle azioni e generalizzare gli scioperi. Questo significa che ci devono essere scioperi ovunque”. È chiaro: i sindacati organizzano la divisione e la dispersione, azienda per azienda, con il pretesto “generalizzazione”.
Ricordiamoci della debolezza del movimento sociale contro la riforma delle pensioni nel 2019: c'era grande simpatia per i ferrovieri in sciopero, ma questa solidarietà è rimasta platonica, limitandosi a dare soldi alle casse “di solidarietà” messe su dalla CGT nei cortei dei manifestanti. Ma la forza della nostra classe non è l'incoraggiamento da lontano o la giustapposizione di scioperi isolati l'uno all'altro.
No! La nostra forza è l'unità, la solidarietà nella lotta! Non si tratta di “convergere”, di mettersi l'uno accanto all'altro. La lotta operaia è un unico movimento: scioperare e andare in delegazioni massicce a incontrare i lavoratori più vicini geograficamente (la fabbrica, l'ospedale, la scuola, il centro amministrativo...) per incontrare, discutere e conquistare sempre più lavoratori alla lotta; organizzare assemblee per discutere; unirsi su richieste comuni. È questa presa in mano delle lotte da parte dei lavoratori stessi, questa dinamica di solidarietà, estensione e unità che ha sempre fatto tremare la borghesia nel corso della storia. Insomma, l'esatto contrario di quello che fanno i sindacati.
Oggi è ancora molto difficile per gli sfruttati condurre da soli le loro lotte; gli sembra addirittura impossibile, tanto è forte l'idea inculcata in permanenza che la direzione di queste lotte debba essere affidata agli “specialisti” del sindacato. Ma la storia dei lavoratori dimostra il contrario! È quando la direzione della lotta è stata presa in mano dalle assemblee generali, che hanno deciso collettivamente la condotta della lotta, nominando comitati di sciopero eletti e revocabili, responsabili nei confronti delle assemblee e non delle diverse centrali sindacali che non esitano a mostrare le loro divisioni per demoralizzare i lavoratori, che questi ultimi sono stati i più forti e hanno potuto far indietreggiare i loro sfruttatori.
Corrente Comunista Internazionale, 13 ottobre 2022
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Un piccolo promemoria...
Macron e dietro di lui tutta la borghesia francese, come anche i sindacati, vorrebbero farci credere che lo Stato è lo strumento del “l’interesse comune”, un organismo al di sopra delle classi e dei loro piccoli interessi particolari. Ma in realtà “lo Stato moderno, qualunque sia la sua forma, è una macchina essenzialmente capitalista: lo Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale. Più forze produttive porta sotto la sua proprietà e più diventa un capitalista collettivo di fatto, più cittadini sfrutta. I lavoratori rimangono salariati, proletari. Il rapporto capitalistico non viene abolito, ma piuttosto spinto al suo limite” (Engels, Anti-Dühring, 1878). È infatti lo Stato capitalista, che sia padrone o meno, che ha contribuito al degrado dei nostri salari e delle nostre condizioni di vita, che ha intensificato per decenni lo sfruttamento dei lavoratori!
Mentre le truppe russe si precipitavano in Ucraina, il presidente Biden, nel suo discorso del 24 febbraio, ha affermato che “Putin ha commesso un attacco i principi stessi che proteggono la pace mondiale”. Il mondo si troverebbe così di fronte alla fatalità di una nuova tragedia di guerra a causa della follia di un solo uomo. Questa propaganda, che presenta l’Ucraina e gli “occidentali” come vittime che lavorano solo per la “pace” di fronte alla barbarie dell’unico orco in Russia, è una menzogna.
In realtà, questo conflitto omicida è un puro prodotto delle contraddizioni di un mondo capitalista in crisi, di una società in decomposizione e soggetta al regno del militarismo. La guerra in corso, come ogni guerra nella decadenza del capitalismo, è il risultato di un rapporto di forza imperialista permanente, che colpisce tutti i protagonisti, grandi o piccoli, coinvolti direttamente o indirettamente in questo conflitto[1]. Nella cinica lotta all’interno di questo nido di vipere planetario, gli Stati Uniti sono, in quanto unica superpotenza, in prima linea nella barbarie, non esitando a diffondere caos e miseria per difendere i loro sordidi interessi e frenare l’inevitabile declino della loro leadership.
Dopo la Guerra Fredda, parallelamente al loro desiderio di tenere sotto controllo gli ex alleati nel blocco occidentale, gli Stati Uniti non hanno mai abbandonato la loro strategia di contenimento dei territori dell’ex URSS. Il 15 febbraio 1991, è stato costituito il Gruppo di Visegrad, composto da ex paesi dell’Europa orientale (Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia), al fine di promuovere la loro integrazione nella NATO e in Europa. Tale pressione ha portato del resto le potenze europee ad esprimere la loro grande preoccupazione di non “umiliare la Russia”. Questa insistenza rivelava già una contestazione latente rispetto agli Stati Uniti.
Mentre il crollo del muro di Berlino annunciava simbolicamente la fine della Guerra Fredda, una nuova guerra, la prima Guerra del Golfo, iniziata dagli Stati Uniti[2], prefigurava il caos del secolo successivo. Lungi dall’essere una “guerra per il petrolio”, per la potenza americana si trattava, dopo la bancarotta del nemico comune (l’URSS), di esercitare questa volta pressioni direttamente sui suoi più potenti ex alleati, per tenerli sotto il controllo della sua autorità trascinandoli in questa barbara avventura militare.
Poiché il mondo aveva cessato di essere diviso in due campi imperialisti disciplinati, un paese come l’Iraq pensava di poter mettere le mani su un ex alleato dello stesso blocco, il Kuwait. Gli Stati Uniti, alla guida di una coalizione di 35 paesi, lanciarono un’offensiva omicida volta a scoraggiare ogni futura tentazione di imitare le azioni di Saddam Hussein. Pertanto, l'operazione “Tempesta del deserto”, guidata da una “coalizione internazionale” contro l'Iraq, era in realtà un’impresa dell'imperialismo americano intesa a mettere in riga i loro ex alleati che avrebbero potuto sfidare la sua leadership, affermandosi come unico “gendarme del mondo”. Tutto questo a costo di diverse decine di migliaia di morti.
Naturalmente, la vittoria del presidente Bush (padre) che prometteva “pace, prosperità e democrazia” non avrebbe ingannato a lungo. L’apparente stabilità, conquistata a costo di ferro e sangue, fu momentanea, confermando certamente gli Stati Uniti come “gendarme del mondo”, ma conservando i germi di crescenti contraddizioni e tensioni.
Mentre la Guerra del Golfo aveva momentaneamente soffocato i primi tentativi di aperta opposizione alla politica americana, questi si sono poi espressi abbastanza rapidamente, in particolare con il conflitto nell’ex Jugoslavia (dal 1991 al 2001). All'inizio degli anni ‘90, il governo del cancelliere Helmut Kohl, spingendo e sostenendo l’indipendenza di Croazia e Slovenia per dare alla Germania l'accesso al Mediterraneo, si oppose direttamente alla potenza americana, ma anche agli interessi di Francia e Regno Unito. Con le sue audaci iniziative, la Germania avviò il processo che avrebbe portato alla disgregazione della Jugoslavia.
Di fronte all’aperta contestazione alla sua autorità, gli Stati Uniti non sono rimasti a guardare. Nell’estate del 1995 hanno lanciato una vasta controffensiva, facendo affidamento sulla loro principale risorsa: la potenza militare. Gli Stati Uniti costituirono così la propria forza armata, la Implementation Force (IFOR) estromettendo l’ONU e le truppe europee, esibendo così la loro schiacciante superiorità e la loro impressionante logistica. Questa dimostrazione di forza, pilotata e accompagnata diplomaticamente sotto l’autorità del presidente Clinton, avrebbe portato ad imporre agli europei, nel dicembre 1995, la firma degli Accordi di Dayton. Anche in questo caso, il conflitto ha causato decine di migliaia di vittime.
Certo, questi accordi, firmati alle condizioni imposte dagli Stati Uniti, dalla pressione delle armi e da una diplomazia aggressiva, che giocava in particolare sulle divisioni tra Stati europei, continueranno ad essere sabotati da questi stessi Stati. La Germania, ad esempio, ha continuamente messo i bastoni tra le ruote agli Stati Uniti nei Balcani, in particolare in Bosnia, anche attraverso approcci diplomatici che tendevano a infastidire Washington, in particolare i legami intessuti tra la cancelleria turca e quella iraniana.
Anche in Medio Oriente, nonostante il controllo dello Zio Sam, i rivali europei sono stati progressivamente in grado di ostacolare la politica americana. Una simile sfida ha conquistato anche i luogotenenti più fedeli degli Stati Uniti, a cominciare da Israele, soprattutto dopo che Netanyahu ha preso il potere nel 1996, quando la Casa Bianca ha scommesso sul laburista Shimon Peres. Allo stesso modo, l’Arabia Saudita esprimeva sempre più apertamente la sua riluttanza di fronte ai diktat americani nella regione.
Successive battute d’arresto per lo zio Sam si sono quindi verificate solo pochi mesi dopo la sua riuscita controffensiva nell’ex Jugoslavia. In tutte le aree strategiche del pianeta, gli interessi americani erano sempre più contrastati.
All’alba del nuovo secolo si conferma ampiamente quello che affermavamo già a metà degli anni. Gli Stati Uniti sono stati addirittura colpiti sul proprio suolo con gli attentati omicidi dell’11 settembre 2001 a New York. Lo spaventoso e simbolico crollo delle Torri Gemelle ha segnato una nuova dimensione nello sviluppo dell’orrore e del caos capitalista.
Ma questi attacchi hanno rappresentato anche una formidabile opportunità per gli Stati Uniti di difendere i propri interessi imperialisti in una guerriera fuga in avanti. Pure in questo caso la politica americana è stata quella di impegnarsi in rappresaglie e operazioni militari sempre più vaste nel tentativo di mantenere la propria autorità, in nome della “lotta al terrorismo”. L'amministrazione di Georges W. Bush Junior, con le sue forze armate, si lancia rapidamente in attacchi aerei, poi in un’operazione di terra contro Al Qaeda ed i talebani in Afghanistan, impresa poi sostenuta da ex alleati.
Ben presto, però, la nuova crociata prospettata da Washington in Iraq, contro “l'asse del male”, sarà oggetto di critiche virulente e crescenti. Nel 2003, promuovendo la diffusione di false informazioni sulle “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein per stimolare il sostegno della sua popolazione e quella dei suoi ex partner, gli Stati Uniti si sono trovati sempre più isolati nella loro nuova impresa bellica[3]. La Francia, questa volta, sfida apertamente gli Stati Uniti, anche avvalendosi del suo diritto di veto al Consiglio di sicurezza dell'ONU.
Questa nuova dimostrazione di forza, destinata ad eliminare il terrorismo e arginare il declino della leadership americana, ha invece ulteriormente aperto il vaso di Pandora e gli attentati che ne sono seguiti in tutto il mondo hanno messo in evidenza l’irrazionalità di queste imprese militari, che in realtà hanno alimentato la stessa spirale infernale, aumentando la contestazione, il caos e la barbarie.
Gli Stati Uniti hanno proseguito, nel contempo, una determinata politica verso l'Est, con i viaggi del Segretario di Stato Condoleezza Rice a favore del “cambiamento” e della “democrazia”. Il suo lavoro avrebbe portato frutti. Nel 2003, l’imperialismo americano stava chiaramente facendo avanzare le sue pedine nel Caucaso sostenendo la “rivoluzione delle rose” in Georgia, che avrebbe consentito l’espulsione del filo-russo Shevardnadze rimpiazzato con una cricca filo-americana. La “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan nel 2005 faceva parte della stessa strategia. Tassello centrale per la Russia, l’Ucraina era già afflitta da acute tensioni politiche. Dietro la “rivoluzione arancione” del 2004, come quella del 2014, il tema principale non era quello di una presunta “lotta per la democrazia”, ma un obiettivo strategico nel gioco delle influenze delle grandi potenze e della NATO[4].
Ma la colossale forza militare e il crescente uso delle armi non potevano permettere all’imperialismo americano di sradicare la contestazione della loro leadership. Lungi dall'assicurare “pace e prosperità”, gli Stati Uniti si sono impantanati in tutti i principali punti strategici che hanno cercato di stabilizzare e difendere a proprio vantaggio.
Il ritiro americano dall’Iraq nel 2011 ha ulteriormente accentuato lo sviluppo del ciascuno per sé, nello stesso anno in cui la guerra civile in Siria ha contribuito all’esplosione del caos in una regione del mondo diventata del tutto incontrollabile. Anche il ritiro dall'Afghanistan nel 2021 è stato accompagnato da una situazione di caos inestricabile, che ha persino portato al potere i talebani. Ognuna di queste operazioni, volte a imporre “l'ordine” della Pax americana, non ha fatto che rafforzare il caos e la barbarie, costringendo gli Stati Uniti alla continua fuga in avanti bellicista.
Le ragioni del ritiro delle truppe americane dall’Iraq e dall'Afghanistan non stanno solo in questi fallimenti[5]. In effetti, già nel 2011, unendo parole e fatti, il segretario di Stato Hillary Clinton annunciava l’adozione di un “perno strategico verso l'Asia”.
Lungi da un presunto "disimpegno" dagli affari mondiali, questo orientamento politico del mandato di Barack Obama è stato ripreso da Donald Trump con lo slogan “America first”. La Cina, che in passato occupava un posto secondario nell’arena mondiale, ha gradualmente assunto le dimensioni di un vero sfidante, preoccupando e minacciando sempre più apertamente una borghesia americana determinata a preservare il suo status di leader. Di fronte all’ascesa della Cina, l’obiettivo che la frazione attorno a Joe Biden doveva perseguire e rafforzare era chiaramente posto: “porre l'Asia al centro della politica americana”. Ma lungi dall'aver “abbandonato” gli altri grandi punti caldi, questo riposizionamento ha permesso di dare nuova linfa all’imperialismo americano.
L’impressione di “disimpegno” ha portato alcuni rivali degli Stati Uniti a impegnarsi nelle proprie imprese imperialiste, dove lo zio Sam non era più apertamente presente. Molti, come la Russia, stanno pagando a caro prezzo questa sottovalutazione! Lanciando le sue truppe in una ridicola invasione militare in Ucraina, la Russia aveva in programma di allentare il cappio che ora la sta sempre più soffocando. Ma è caduta in una trappola tesa dalla borghesia americana[6].
In realtà, il disimpegno americano corrisponde a una visione planetaria, a più lungo termine, dettata dalla volontà di contenere la Cina, diventata una potenza imperialista che minaccia i suoi interessi vitali. Di conseguenza, l’attuale offensiva degli Stati Uniti, attraverso la pressione che esercita sui paesi europei, come attraverso la spettacolare controffensiva dell’Ucraina resa possibile da un sofisticato supporto logistico e materiale o il mantenimento della pressione diplomatica sull’Iran (circa il programma nucleare) e nel continente africano, con i viaggi del suo capo della diplomazia Antony Blinken, di fronte agli appetiti di Russia e Cina, restano ancora mirati a lottare contro lo storico declino della loro leadership. Contrastando le “Nuove Vie della Seta” della Cina verso l'Europa, con la guerra in Ucraina e controllando ulteriormente le rotte marittime del Pacifico meridionale, gli Stati Uniti sono riusciti, per ora, a costringere la Cina a estendere le proprie ambizioni solo via terra e in una sfera limitata.
Consapevoli che la Cina è ancora lontana dall’essere in grado di eguagliare la sua potenza militare, gli Stati Uniti stanno approfittando di questa debolezza per mantenere la pressione e persino permettersi delle provocazioni come quella del viaggio, molto politico e simbolico, della democratica Nancy Pelosi a Taiwan. Questo affronto senza precedenti, che rivela la relativa impotenza della Cina, potrebbe ripetersi in futuro, rischiando forse di spingere Pechino in pericolose avventure militari, anche se, finora, la borghesia cinese ha prudentemente evitato ogni confronto diretto con gli Stati Uniti.
Da tutta questa evoluzione legata alle azioni dell'imperialismo americano, possiamo trarre alcune lezioni:
– lungi dall’essere basata sulla semplice ragione o anche sulla semplice ricerca di un profitto economico immediato, il motivo dell’azione dell'imperialismo americano, come quello delle altre grandi potenze, è quello di difendere la propria posizione, in un mondo sempre più caotico, contribuendo così a rafforzare la confusione, il caos e la distruzione;
– per garantire questo obiettivo sempre più irrazionale, gli Stati Uniti non esitano a seminare il caos in Europa, come si è visto con la trappola tesa alla Russia, le armi sofisticate e gli aiuti militari che forniscono all'Ucraina per far proseguire la guerra esaurendo il rivale;
– per difendere la loro posizione l’unica forza su cui contare è quella delle armi. Lo dimostra tutta la traiettoria dello zio Sam, che negli ultimi decenni è diventato la punta di diamante del militarismo, dell’ognuno per sé e del caos bellico. Stiamo già vivendo il più grande caos nella storia delle società umane.
Nella sua fase finale di decomposizione, il capitalismo precipita il mondo nella barbarie e conduce inesorabilmente verso una gigantesca distruzione. Questo quadro spaventoso e l'orrore che è parte della vita quotidiana ci mostrano quanto siano cruciali la posta in gioco e la responsabilità della classe operaia globale.
Oggi è davvero in gioco a sopravvivenza della specie umana.
WH, 15 settembre 2022
[1] Per un approfondimento vedere l’Attualizzazione del testo di orientamento del 1990 Militarismo e decomposizione (maggio 2022) [310]
[2] War in the Gulf: Capitalist massacres and chaos, [311]International Review n. 65 (anche in spagnolo e francese)
[3] A parte il sostegno del Regno Unito, nessuna grande potenza militare ha preso parte a questo conflitto a fianco delle truppe americane.
[4] Le masse che hanno sostenuto Viktor Yushchenko o che si sono schierate dietro a Viktor Yanukovich, erano solo pedine, manipolate e spinte dietro l'una o l'altra delle frazioni borghesi rivali per conto di questo o quell'orientamento imperialista.
[5] Del resto, come dimostra l'assassinio del leader di Al Qaeda, Ayman Al-Zawahiri, il 31 luglio 2022, gli Stati Uniti non hanno affatto rinunciato a influenzare la situazione di questo Paese
[6] “Report on imperialist tensions (May 2022). The significance and impact of the war in Ukraine”, International Review, 169 (sul nostro sito anche in spagnolo e francese)
Alcuni eventi hanno un significato che non si limita a livello locale o immediato, ma sono di portata internazionale. Per il numero di settori interessati, la combattività dei lavoratori coinvolti nella lotta e l'ampio sostegno all'azione tra i lavoratori, l'ondata di scioperi che si è diffusa in Gran Bretagna quest'estate è un evento di innegabile importanza a livello nazionale. Ma dobbiamo anche capire che il significato storico di queste lotte va ben oltre la loro dimensione locale o che sia un singolo evento. Per decenni la classe operaia degli Stati europei ha subito la pressione soffocante della decomposizione del capitalismo. Più concretamente, dal 2020 ha subito una serie di ondate di Covid e poi l'orrore della guerra barbara in Europa con l'invasione russa dell'Ucraina. Sebbene questi eventi abbiano pesato sulla combattività dei lavoratori, non l'hanno fatta scomparire, come hanno mostrato anche le lotte negli Stati Uniti, in Spagna, Italia, Francia, Corea e Iran alla fine del 2021 e all'inizio del 2022. Tuttavia, l'ondata di scioperi in Gran Bretagna in risposta agli attacchi al loro tenore di vita causati dall'aggravarsi della crisi economica, accentuata dalle conseguenze della crisi sanitaria e, soprattutto, dalla guerra in Ucraina, è di portata diversa. In circostanze difficili, i lavoratori britannici stanno inviando un chiaro segnale ai lavoratori di tutto il mondo: dobbiamo lottare, anche se abbiamo subito attacchi e accettato sacrifici senza poter reagire; ma oggi “quando è troppo è troppo” non lo accettiamo più, dobbiamo lottare. Questo è il messaggio inviato ai lavoratori degli altri Paesi. In questo contesto, l'entrata in lotta del proletariato britannico costituisce un evento di portata storica su diversi piani
Questa ondata di lotta è guidata da una frazione del proletariato europeo che ha sofferto più di altri l'arretramento generale della lotta di classe dal 1990. Infatti, se negli anni '70, anche se con un certo ritardo rispetto ad altri Paesi come la Francia, l'Italia o la Polonia, i lavoratori britannici hanno sviluppato lotte molto importanti, culminate nell'ondata di scioperi del 1979 (“l'inverno del malcontento”), il Regno Unito è stato il Paese europeo in cui il declino della combattività è stato più marcato negli ultimi 40 anni. Negli anni '80, la classe operaia britannica ha subito un'efficace controffensiva da parte della borghesia, culminata nella sconfitta dello sciopero dei minatori del 1985 da parte della Thatcher, la “Lady di ferro” della borghesia britannica. Inoltre, la Gran Bretagna è stata particolarmente colpita dalla deindustrializzazione e dal trasferimento delle industrie in Cina, India e Europa orientale. Così, quando nel 1989 la classe operaia ha subito un declino generalizzato a livello mondiale, questo è stato particolarmente marcato in Gran Bretagna. Inoltre, negli ultimi anni, i lavoratori britannici hanno subito l'assalto dei movimenti populisti e soprattutto l'assordante campagna per la Brexit, stimolando la divisione al loro interno tra “chi resta” e “chi lascia”, e poi la crisi di Covid che ha pesato molto sulla classe operaia, soprattutto in Gran Bretagna. Infine, e più di recente, si è trovata di fronte a un intenso battage democratico pro-ucraino e a un'abietta propaganda bellica intorno alla guerra in Ucraina. La “generazione Thatcher” ha subito una grande sconfitta, ma oggi si affaccia sulla scena sociale una nuova generazione di proletari, che non risente più come la generazione precedente del peso di queste sconfitte e che sta alzando la testa, dimostrando che la classe operaia è in grado di rispondere con la lotta a questi grandi attacchi. Pur mantenendo il senso delle proporzioni, stiamo assistendo a un fenomeno del tutto paragonabile (ma non identico) a quello che ha visto emergere la classe operaia francese nel 1968: l'arrivo di una giovane generazione meno colpita dei suoi genitori dal peso della controrivoluzione.
L'“estate della rabbia” non può che essere un incoraggiamento per tutti i lavoratori del pianeta e questo per diversi motivi: si tratta della classe operaia della quinta potenza economica mondiale e di un proletariato anglofono, le cui lotte possono avere un impatto importante in Paesi come gli Stati Uniti, il Canada o in altre regioni del mondo, come l'India o il Sudafrica. Essendo l'inglese la lingua della comunicazione mondiale, l'influenza di questi movimenti supera necessariamente quella delle lotte in Francia o in Germania, ad esempio. In questo senso, il proletariato inglese indica la strada non solo ai lavoratori europei, che dovranno essere all'avanguardia nella ripresa della lotta di classe, ma anche al proletariato mondiale, e in particolare a quello americano. Nella prospettiva delle lotte future, la classe operaia britannica può quindi fungere da collegamento tra il proletariato dell'Europa occidentale e quello americano. Questa importanza può essere misurata anche dalla reazione preoccupata della borghesia, soprattutto in Europa occidentale, al pericolo dell'estensione del “deterioramento della situazione sociale”. È il caso in particolare di Francia, Belgio e Germania, dove la borghesia, contrariamente all'atteggiamento della borghesia britannica, ha adottato misure più decise per porre un tetto agli aumenti del petrolio, del gas e dell'elettricità o per compensare l'impatto dell'inflazione e dell'aumento dei prezzi attraverso sussidi o tagli alle tasse, pur proclamando a gran voce di voler proteggere il potere d'acquisto dei lavoratori. D'altra parte, l'ampia copertura mediatica della morte della regina Elisabetta e delle cerimonie funebri aveva lo scopo di contrastare le immagini della lotta di classe e di mostrare invece l'immagine di una popolazione britannica unita, avvolta da un fervore nazionalista e rispettosa dell'ordine costituzionale borghese. Da allora, i media borghesi hanno applicato un ampio blackout sulla continuazione dei movimenti di sciopero. La borghesia sa perfettamente che l'aggravarsi della crisi e le conseguenze della guerra continueranno ad accentuarsi. Tuttavia, il fatto che si stia già sviluppando un movimento di massa di fronte ai primi attacchi, che sono simili per tutti i settori del proletariato, non solo in Inghilterra, ma in Europa e persino nel mondo, attacchi che la borghesia è costretta a imporre nel contesto attuale, non può che preoccupare profondamente la borghesia.
Anche se il proletariato dell'Europa occidentale non è stato sconfitto negli ultimi quarant'anni, a differenza di quanto accaduto prima delle due guerre mondiali, il riflusso della sua coscienza di classe dopo il 1989 (conseguenza in articolare dalla campagna sulla “morte del comunismo”) è stato comunque estremamente importante. In secondo luogo, l'approfondimento della decomposizione a partire dagli anni '90 ha inciso sempre più sulla sua identità di classe e questa tendenza non ha potuto essere invertita dai movimenti di lotta o espressioni di riflessione tra le minoranze della classe nei primi due decenni del XXI secolo, come la lotta contro il Contratto di Primo Impiego (Contrat Premier Emploi - CPE) in Francia nel 2006, il movimento degli “Indignados” in Spagna nel 2011, le lotte alla SNCF e ad Air France nel 2014 e il movimento contro la riforma delle pensioni nel 2019 in Francia o lo “Striketober” negli Stati Uniti nel 2021. Inoltre, nel corso dei primi due decenni del XXI secolo, tutta la classe operaia ha dovuto affrontare nelle sue lotte il pericolo dei movimenti interclassisti, come in Francia con le azioni dei “Gilet Jaunes”, il peso delle mobilitazioni populiste, come il movimento MAGA (“Make America Great Again”) negli Stati Uniti, o le campagne borghesi come le “marce per il clima” o il movimento “Black Lives Matter” e le mobilitazioni a favore dei diritti all'aborto negli Stati Uniti e altrove. Più recentemente, di fronte alle prime conseguenze della crisi, sono scoppiate numerose rivolte popolari in vari paesi dell'America Latina contro l'aumento del prezzo del carburante e di altri beni di prima necessità. Tutti questi movimenti costituiscono un pericolo per i lavoratori, nella misura in cui li trascinano su un terreno interclassista, dove vengono sommersi dalla massa dei “cittadini” o trascinati su un terreno completamente borghese.
Ma solo il proletariato offre un'alternativa ai disastri che segnano la nostra società. E proprio a differenza di questi movimenti che portano i lavoratori su terreni falsi, il contributo fondamentale dell'ondata di scioperi dei lavoratori britannici è l'affermazione che la lotta contro lo sfruttamento capitalista deve essere situata su un chiaro terreno di classe e avanzare chiare rivendicazioni operaie contro gli attacchi al tenore di vita dei lavoratori. “Ma in più, ed è questo l’elemento che determina in ultima istanza l’evoluzione della situazione mondiale, lo stesso fattore che si trova all’origine dello sviluppo della decomposizione, cioè l’aggravarsi inesorabile della crisi del capitalismo, costituisce lo stimolo essenziale della lotta e della maturazione della coscienza di classe, la condizione stessa della sua capacità di resistere al veleno ideologico dell’imputridimento della società. In effetti, mentre il proletariato non può trovare un terreno unificante di classe nelle lotte parziali contro gli effetti della decomposizione, la sua lotta contro gli effetti diretti della crisi costituisce la base dello sviluppo della sua forza e della sua unità.” (Tesi su: La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [13]). Lo sviluppo di questa estesa combattività nelle lotte per la difesa del potere d'acquisto è, per il proletariato mondiale, una condizione ineludibile per superare la profonda battuta d'arresto subita dal crollo del blocco orientale e dei regimi stalinisti, e per recuperare la propria identità di classe e la propria prospettiva rivoluzionaria.
In breve, sia dal punto di vista storico che del contesto attuale in cui si trova la classe operaia, questa ondata di scioperi in Gran Bretagna costituisce quindi una rottura nella dinamica della lotta di classe, in grado di mettere in moto un “cambiamento nell'atmosfera sociale”.
L'importanza di questo movimento non si limita al fatto che pone fine a un lungo periodo di relativa passività. Queste lotte si sviluppano in un momento in cui il mondo si trova ad affrontare una guerra imperialista su larga scala, una guerra che oppone la Russia e l'Ucraina sul territorio europeo ma che ha una portata globale con, in particolare, una mobilitazione dei Paesi membri della NATO che è una mobilitazione non solo in armi ma anche a livello economico, diplomatico e ideologico. Nei Paesi occidentali, i governi chiedono sacrifici per “difendere la libertà e la democrazia”. In concreto, ciò significa che i proletari di questi Paesi devono stringere ancora di più la cinghia per “dimostrare la loro solidarietà con l'Ucraina”, in realtà con la classe dirigente ucraina e i governanti dei Paesi occidentali. Di fronte al conflitto in Ucraina, chiedere una mobilitazione diretta dei lavoratori contro la guerra è illusorio in Europa occidentale o negli Stati Uniti. Tuttavia, dal febbraio 2022, la CCI ha evidenziato che la reazione dei lavoratori si manifesterà sulla base dell'attacco ai loro salari, conseguenza dell'accumulazione e dell'interconnessione delle crisi e dei disastri dell'ultimo periodo, e contro la campagna che chiede l'accettazione di sacrifici a sostegno del “l’eroica resistenza del popolo ucraino”. Inoltre la mobilitazione contro l'austerità capitalista contiene in definitiva anche un'opposizione alla guerra. Gli scioperi della classe operaia nel Regno Unito, anche se i lavoratori non ne sono sempre pienamente consapevoli, racchiudono in embrione questo elemento: il rifiuto di fare sempre più sacrifici per gli interessi della classe dominante, il rifiuto di sacrifici per l'economia nazionale e per lo sforzo bellico, e il rifiuto di accettare la logica di questo sistema che porta l'umanità verso la catastrofe e alla sua distruzione.
In breve, anche se le lotte si limitano al momento a un solo Paese, anche se si esauriscono e anche se probabilmente non dobbiamo aspettarci una serie di grandi sviluppi simili in diversi paesi nel prossimo futuro, è stata posta una pietra miliare. Il risultato essenziale della lotta dei lavoratori britannici è quello di risollevarsi e lottare, perché la peggiore sconfitta è subire l'impoverimento senza lottare. È su questa base che si possono trarre delle lezioni e che la lotta può andare avanti. In questa prospettiva, gli scioperi rappresentano un cambiamento qualitativo e preannunciano una svolta nella situazione della classe operaia nei confronti della borghesia. Segnano uno sviluppo della combattività su un terreno di classe che può essere l'inizio di un nuovo episodio di lotta, perché è attraverso le sue massicce lotte economiche che la classe operaia potrà recuperare progressivamente la propria identità di classe, erosa dalla pressione di più di trent’anni di decomposizione, dal riflusso delle lotte e della coscienza, dalle sirene dei movimenti interclassisti, del populismo e delle campagne ambientaliste. È su questa base che la classe operaia potrà aprire una prospettiva per l'intera società. Da questo punto di vista, c'è un “prima” e un “dopo” l'estate del 2022.
R. Havanais, 22 settembre 2022
Da tre anni assistiamo contemporaneamente all’aggravarsi delle varie crisi e catastrofi che stanno accelerando lo sfacelo della società capitalista: guerra, crisi economica, crisi ecologica, pandemia... Si intravede più seriamente e concretamente che mai la minaccia dell'annientamento della specie umana.
La pandemia di Covid-19, di cui è in corso l'ottava ondata, ha costituito dal 2020 una nuova tappa nello sprofondamento della società nella fase finale della sua decadenza, quella della decomposizione. Cristallizza, infatti, tutta una serie di fattori di caos che fino ad allora sembravano non avere alcun legame tra loro[1]. La negligenza della classe dirigente si è rivelata ovunque più chiaramente con il crollo dei sistemi sanitari (mancanza di mascherine, letti e operatori sanitari) responsabile della carneficina planetaria le cui cifre oscillano finora tra 17 e 27 milioni di morti. La pandemia ha colpito in modo permanente anche la filiera produttiva globale, accentuando le carenze e l’inflazione. Ha anche rivelato le crescenti difficoltà della borghesia nell'organizzare una risposta coordinata alla pandemia così come alla crisi.
La guerra in Ucraina si sta già incistando come un cancro fatale alle porte dell'Europa e costituisce un ulteriore livello di sprofondamento accelerato della società capitalista nella decomposizione, in particolare attraverso l'esacerbazione del militarismo su scala planetaria. Il grande dovuto all’instabilità nei paesi dell'ex URSS, gli attacchi che rischiano di danneggiare la centrale nucleare di Zaporijjia, le ripetute minacce dell'uso di armi nucleari[2], le catastrofiche perdite dei gasdotti Nord Stream nel Baltico a seguito di probabili atti di guerra, la parziale mobilitazione avventuristica di Putin che si è trasformata in un fiasco, i terrificanti rischi di escalation di un regime russo disperato, tutto ciò suggerisce solo un futuro capitalista apocalittico in tutto il pianeta. Oggi, la voragine della spesa militare che ha preceduto e accompagna ulteriormente la guerra in Ucraina e le tensioni nel Pacifico, come l'indebitamento abissale degli Stati che si sgretolano sotto il peso dell'economia di guerra, si traducono in un aggravamento accelerato nella crisi economica.
La crisi, unita al catastrofico riscaldamento globale, sta già facendo precipitare milioni di esseri umani nella malnutrizione, non solo in Ucraina ma in molte regioni del globo; le carenze si moltiplicano e l'inflazione condanna gran parte della classe operaia alla povertà. I “sacrifici” richiesti dalla borghesia fanno già presagire mali ben peggiori. Il militarismo, che sta crescendo selvaggiamente davanti ai nostri occhi, incarna quindi tutta l'irrazionalità di un capitalismo che può portare solo alla rovina e a un sanguinoso caos. A cominciare dalla logica degli Stati Uniti, il cui desiderio di preservare il proprio rango di prima potenza mondiale richiede il continuo rafforzamento della supremazia militare, che la porta in questa guerra, come altrove, ad aumentare sempre più il caos e la destabilizzazione.
Disastri di ogni tipo, sempre più frequenti, interagiscono e si alimentano più intensamente, formando una vera e propria spirale distruttiva. Gli ultimi mesi hanno notevolmente rafforzato questa traiettoria apocalittica, sia per l'intensificarsi della guerra e delle sue devastazioni, sia per la spettacolare evoluzione delle manifestazioni del cambiamento climatico[3]. Oltre alle distruzioni, alla terra bruciata, ai massacri e agli esodi forzati, assistiamo ad una diminuzione della produzione agricola a livello mondiale. La disponibilità di acqua sta diminuendo, le carenze e le carestie sono in aumento, mentre il mondo, contaminato da inquinamenti di ogni tipo, sta diventando invivibile. Le risorse che si esauriscono tendono a trasformarsi quasi esclusivamente e senza alcuno scrupolo in armi strategiche, come il gas o il grano, soggetti a un vero e proprio saccheggio e a un mercanteggiamento sfrenato il cui esito resta il conflitto militare e la sofferenza umana. Questa tragedia non è casuale. È il prodotto dell'irrimediabile fallimento del modo di produzione capitalistico e dell'azione cieca di una borghesia che ha perso il controllo. Un modo di produzione minato da più di cento anni dalle sue contraddizioni e dai suoi limiti storici, che da oltre trent'anni sprofonda nella sua fase finale di decomposizione. Il mondo sta ora precipitando ancora più velocemente in un processo di frammentazione, distruzione accelerata su scala più ampia, in un immenso caos. La borghesia non riesce a offrire una prospettiva praticabile perché sempre più divisa e di incapace di avere un minimo di collaborazione come faceva un decennio fa nei suoi vertici mondiali anti-crisi. Resta priva di lungimiranza, intrappolata nei suoi paraocchi e nella sua avidità, minata dalle forze centrifughe di un crescente “ciascuno per sé”. La vittoria in Italia del partito di destra di Giorgia Meloni è un altro esempio della tendenza della borghesia a perdere il controllo del proprio apparato politico. Sempre più spesso la classe dirigente si trova a essere governata da cricche più pericolose e irresponsabili che mai.
D’altro canto la borghesia resta determinata a voler aumentare lo sfruttamento, a far pagare al proletariato la sua crisi insolubile e la sua guerra. Tuttavia, d'ora in poi non si potrà non tenere conto della lotta di classe.
Nonostante l'accelerazione della decomposizione con la pandemia sia stata un freno allo sviluppo della combattività, espressa ad esempio in Francia nell'inverno 2019-2020, e nonostante le lotte si siano notevolmente ridotte dopo l'invasione dell'Ucraina, esse non sono mai del tutto scomparse. L’inverno scorso sono scoppiati scioperi in Spagna e negli Stati Uniti. Questa estate anche in Germania ci sono stati scioperi. Ma soprattutto, di fronte alla crisi, alla disoccupazione e al ritorno dell'inflazione, l'ampiezza della mobilitazione operaia nel Regno Unito costituisce una vera e propria rottura con la situazione sociale che l'ha preceduta e un'espressione di combattività a livello internazionale che esprime un cambiamento di stato d’animo. Questi scioperi costituiscono un nuovo evento di dimensione storica. Infatti, dopo quasi quarant'anni di “calma piatta” in Gran Bretagna, da giugno si sono moltiplicati scioperi molto significativi che hanno messo in moto nuove generazioni di lavoratori pronti ad alzare la testa e a lottare per la propria dignità, fungendo da stimolo e incoraggiamento per altri futuri movimenti. Nonostante la campagna ideologica internazionale che ha accompagnato il funerale reale, i portuali di Liverpool, che erano stati sconfitti negli anni '90, hanno annunciato nuove mobilitazioni. I sindacati stanno già prendendo il comando e stanno diventando più radicali, svolgendo il loro lavoro di sabotaggio e divisione. Anche se questo movimento subirà necessariamente un declino, costituisce già una vittoria per sua natura esemplare. Ma il cammino della lotta internazionale del proletariato resta ancora lungo prima che quest'ultimo possa ritrovare la propria identità di classe e difendere in modo determinato la propria prospettiva rivoluzionaria. Il suo percorso è disseminato di insidie. C’è il rischio, soprattutto nei paesi periferici, di allontanarsi dal proprio terreno di classe diluendosi in lotte interclassiste con la piccola borghesia colpita anch’essa dalla crisi o in lotte parcellari, al seguito di movimenti piccolo-borghesi o borghesi, come quello avviato da movimenti femministi o antirazzisti. Per esempio, in Iran, l'immenso scoppio di rabbia contro il regime dei Mullah, a seguito dell'assassinio di Mahsa Amini, è stato spinto sul terreno borghese delle rivendicazioni democratiche, con la classe operaia diluita nel “popolo iraniano” invece di combattere per le proprie rivendicazioni di classe. In Russia, nonostante il proliferare di manifestazioni al grido di “No alla guerra!” e le espressioni di rabbia dei coscritti inviati al fronte senza armi né cibo, la situazione resta confusa e l'opposizione alla mobilitazione militare resta più individuale che collettiva. Dimostrazione che solo la classe operaia può offrire una prospettiva a tutti gli oppressi e che, in assenza di una risposta di classe, la borghesia potrà occupare il terreno sociale.
Ma più in generale, le condizioni per lo sviluppo delle lotte di classe internazionali di fronte agli attacchi futuri, in particolare a causa dell'aumento dell'inflazione, della disoccupazione e dell'estrema precarietà, aprono la possibilità di individuare le condizioni necessarie per l'affermazione della prospettiva comunista, soprattutto nei paesi centrali del capitalismo, dove il proletariato è più esperto e si è già trovato di fronte alle trappole più sofisticate della borghesia.
L’inizio del nuovo decennio lascia intatta per il momento la possibilità dell’affermazione storica del proletariato, anche se il tempo non gioca più in suo favore di fronte vista la devastazione generata dal capitalismo. Questo decennio, iniziato con le lotte operaie e con la realtà di un’accelerazione della barbarie e del caos crescenti, molto probabilmente consentirà alla classe operaia di sviluppare più profondamente la coscienza dell'unica alternativa storica rimasta: la rivoluzione comunista mondiale o la distruzione dell'umanità.
WH, 28 settembre 2022
[2] L'uso delle armi nucleari non è frutto del capriccio di un “dittatore pazzo”, come afferma la borghesia per spaventare e far accettare alla popolazione i “sacrifici necessari”. Richiede un certo consenso all'interno della borghesia nazionale. Ma sebbene un tale uso equivarrebbe a un suicidio volontario della borghesia russa, il livello di irrazionalità e imprevedibilità in cui si immerge il capitalismo non rende più del tutto impossibile il suo uso. D’altra parte le vecchie centrali ucraine, una vera e propria voragine finanziaria, rimangono, dopo decenni dal disastro di Chernobyl, spaventose bombe a orologeria.
[3] Incendi di proporzioni senza precedenti hanno colpito il pianeta durante l'estate, siccità e picchi di caldo record che hanno raggiunto i 50°C (come in India) insieme a terribili inondazioni, come quella che ha quasi sommerso le superfici coltivate in Pakistan.
La caduta del governo Draghi
In piena crisi Covid, lo scorso anno, la borghesia italiana deve fare i conti ancora una volta con le forze centrifughe operanti nel suo apparato politico che determinano la caduta del governo Conte bis. Riesce tuttavia a farvi fronte con la formazione del governo Draghi che coinvolge tutti i partiti, tranne Fratelli d’Italia, impegnandoli nella necessaria assunzione di responsabilità rispetto alla situazione estremamene difficile per le ripercussioni sul piano economico, sanitario e sociale della pandemia. Tuttavia, come abbiamo detto all’epoca “… il fatto che Mattarella sia riuscito a trovare la soluzione rispetto ad una specifica situazione non significa aver sanato il problema una volta per tutte. L’attuale relativa stabilità che la borghesia ha trovato con il governo Draghi è effimera perché, se nell’immediato funziona, nasconde una serie di problemi a livello sanitario, di instabilità politica, a livello di crisi economica e naturalmente a livello sociale. Il governo Draghi non è eterno e l’effetto narcotico sulle intemperanze dei partiti ha dei tempi limitati… Questa turbolenza politica dei partiti della borghesia non tarderà a manifestarsi in un prossimo futuro in forme più radicali, mettendo sempre più in discussione gli interessi del paese, anche quelli strettamente borghesi, …”[1]. Ed ecco che a metà luglio scorso cade il governo Draghi, in una situazione resa ancora più difficile dallo scoppio della guerra in Ucraina e le pressioni degli USA sulla EU a cui l’Italia non può sottrarsi e i cui effetti si aggiungono e aggravano quelli dovuti alla pandemia. Nonostante il governo Draghi stesse portando avanti una politica adeguata agli interessi nazionali della borghesia sul piano economico e nelle relazioni internazionali, non ha però potuto arginare quella che è una dinamica tipica di questa fase del capitalismo, cioè la tendenza alla perdita di coesione dello Stato e delle sue forze politiche. Una tendenza al prevalere degli interessi immediati e di cappella dei partiti, in particolare dei partiti populisti, a scapito dell’assunzione di responsabilità degli interessi più generali del capitale nazionale, con una conseguente sempre minore capacità della borghesia come classe dominante di controllare e disporre del proprio apparato politico secondo queste esigenze. Lo abbiamo visto con il governo Trump negli USA[2], con la Brexit e l’attuale caos politico in Gran Bretagna e in Italia con le convulsioni nell’apparato politico che hanno dato vita al governo Conte prima e Conte bis in seguito[3].
Di nuovo, vicini alla scadenza per le nuove elezioni politiche e di fronte alla perdita di consensi da parte del proprio elettorato, il M5S, la Lega e Forza Italia, fortemente penalizzati dall’aver partecipato alle misure del governo Draghi di peggioramento delle condizioni di vita, hanno cercato di recuperare terreno. Conte, cercando di recuperare la vecchia immagine di “movimento contro” dell’M5S, Lega e Forza Italia sperando di poter trovare più spazio in una coalizione di destra con un partito come Fratelli d’Italia che invece guadagnava sempre più terreno elettorale essendo stato sempre all’opposizione e potendo quindi vantare una propria coerenza politica di lunga data.
Di cosa è espressione il risultato elettorale?
Nella campagna elettorale dell’estate scorsa c’è stata tutta una focalizzazione da parte dei media e delle forze di sinistra sul “pericolo” per le istituzioni e i diritti democratici che avrebbe costituito la vittoria della destra, in particolare di Fratelli d’Italia, fino a paventare il pericolo di un ritorno del fascismo. Una campagna che ha avuto un certo peso nell’ambiente medio-piccolo borghese di sinistra spaventati della “svolta a destra” della società. Ma, se il voto espresso nel chiuso di un’urna non è mai stato un indicatore reale del sentire politico, in particolare dei proletari, da diversi anni esso non esprime neanche più un orientamento seppur momentaneo verso una precisa proposta politica programmatica, ma piuttosto il tentare “il meno peggio” e vedere come va.
Innanzitutto, un dato elettorale importante è stato l’astensione che si può dire corrisponde al primo partito italiano. Il “partito” dell’astensione infatti è arrivato al 36.1% degli aventi diritto al voto, con un crollo in soli 4 anni di 9 punti percentuali, confermando un trend al ribasso che si sta manifestando dalla fine degli anni ’80 e che ha fatto perdere da allora 12 milioni di voti. Il che è sintomo della crescente perdita di fiducia nel voto come strumento di cambiamento. Inoltre alla riduzione del numero di votanti si accompagna un altro fenomeno che è quello della crescente volatilità del voto, per cui si assiste, elezione dopo elezione, ad una sempre più massiccia migrazione di voti verso quale sia stato il partito che promette di più e che è stato più decisamente all’opposizione, visto che chi sta al governo non può che garantire sacrifici, povertà e mancanza di prospettive. Questa volatilità si accompagna naturalmente a una perdita di fedeltà ai partiti che a loro volta hanno sempre meno una propria identità storica e di principi e sono sempre più raccolti intorno alla figura di un leader carismatico. Così nella misura in cui nel precedente governo Draghi erano impegnati tutti i partiti tranne che Fratelli d’Italia, quest’ultimo risulta il vincitore assoluto mentre tutti gli altri perdono punti, e in maniera vistosa. Negli stessi partiti della coalizione vincente di destra, i due partiti partner perdono essi stessi a favore del partito della Meloni, che strappa quasi 2 milioni e mezzo di voti alla Lega e 900.000 a Forza Italia, una sorta di cannibalismo politico.
Sul fronte opposto in realtà solo il PD riesce a tenere, mantenendo sostanzialmente la stessa percentuale del 2018. Mentre, per esempio, il M5S ha ottenuto la metà dei voti rispetto alle elezioni precedenti riuscendo a recuperare nella fase finale rispetto ai sondaggi che lo davano al 10% solo grazie alla rottura dell’ultimo minuto con il governo Draghi e la politica di distinguo sugli aiuti all’Ucraina e la politica verso la Russia. Non è un caso che il gruppo di Di Maio, che si era staccato dal M5S facendo un proprio gruppo politico ma rimanendo fedele al governo Draghi, sia stato letteralmente cancellato in queste elezioni e che lui stesso, ex-ministro degli Esteri, non sia riuscito a farsi rieleggere. Allo stesso tempo un gruppo come quello di Calenda, sorto dal nulla, guadagna l'8% e nella fase pre-elettorale diventa l’elemento decisivo per la formazione o meno di una coalizione di sinistra capace di scalzare quella di destra, mentre adesso nicchia alla Meloni pronto a sostenerla nel caso sia necessario.
Il nuovo governo Meloni risponde alle esigenze della borghesia italiana?
La caduta del governo Draghi e la formazione del nuovo governo sono avvenuti in un momento di forte accelerazione della crisi economica, della guerra in Ucraina che investe tutte le potenze imperialiste e i rapporti di forza tra gli Stati a livello della NATO e dell’Unione Europea, con ripercussioni per ogni Stato anche a livello di politica economica interna e quindi con problemi sul piano sociale. Per far fronte a tutto questo ogni borghesia nazionale avrebbe bisogno di un governo solido e autorevole.
Riguardo all’Italia, in passato abbiamo messo in evidenza come, dal punto di vista borghese, la Lega fosse un partito poco affidabile per il suo carattere populista, la mancanza di coerenza e le simpatie per la Russia di Putin. Ugualmente abbiamo mostrato come Forza Italia fosse una creatura di Berlusconi, altro amico di Putin, una struttura a uso e consumo di un gruppo di potenti. Per quanto riguarda il terzo partito di governo, quello della Meloni, non è una forza populista ma ha delle radici storiche nell’estrema destra[4] e pertanto ha una sua visione della gestione del capitalismo e orientamenti non del tutto in linea con quelli finora portati avanti in Italia ed in Europa, ad esempio rispetto al problema dell’immigrazione o anche sulla stessa UE sulla quale mantiene una visione più federalista che di unità europea. I suoi riferimenti in Europa sono ai sovranisti di Orban, Vox, Le Pen e oltreoceano Trump.
La vittoria di una tale coalizione poneva quindi delle preoccupazioni alla borghesia italiana e alla stessa UE, da qui tutte le insistenze pre-elettorali di Draghi, Mattarella e Von der Leyen sul fatto che qualsiasi nuovo governo non avrebbe potuto distaccarsi dalla politica economica e di politica internazionale del governo Draghi. L’atteggiamento deciso e senza ambiguità della Meloni in campagna elettorale rispetto alle deviazioni e ai distinguo di Salvini e Berlusconi sul ruolo dell’Italia nella guerra in Ucraina, sulla Russia, l’attestazione di fedeltà alla NATO e all’UE, ha dato una certa assicurazione più di quanto, ad esempio, avesse dato in passato il governo populista M5S-Lega. Resta comunque un governo sotto sorveglianza speciale.
Lo si è visto sul divieto, a firma del nuovo ministro della difesa Crosetto e di Salvini di far sbarcare in Italia 179 profughi salvati in mare dalla Humanity, così come per la Ocean Viking, che ha creato frizioni tra l’Italia e l’UE, in particolare con la Francia. Caso sul quale è stato necessario un incontro tra i due presidenti, Mattarella e Macron, per appianare la situazione attraverso un comunicato congiunto dove si ribadiva “la necessità che vengano poste in atto condizioni di piena collaborazione in ogni settore sia in ambito bilaterale sia dell'Unione Europea”. La questione dell’immigrazione resta un cavallo di battaglia della coalizione di governo che tende a essere usato per mostrare al proprio elettorato che comunque si è capaci di fare la voce grossa in Europa per far intendere le “proprie ragioni”.
Sul piano di politica economica invece, dopo gli effetti devastanti della pandemia, le ripercussioni dell’impegno militare nella guerra in Ucraina, delle sanzioni contro la Russia e il necessario aumento delle spese militari che l’acuirsi delle tensioni imperialiste impone, non lasciano molti margini di manovra al nuovo governo. Il disegno di legge di bilancio per il 2023 presentato in questi giorni segue in sostanza le direttive del precedente governo Draghi. Anche rispetto alle promesse elettorali fatte dai suoi alleati di coalizione, Salvini e Berlusconi, la Meloni ha tenuto a dire chiaramente che “ogni passo va ragionato e accompagnato dalla sostenibilità dei conti”, “è una questione di serietà” perché non ci sono fondi e bisogna rinunciare, almeno nell’immediato, a molte delle promesse fatte in campagna elettorale. Le misure previste tendono essenzialmente a far fronte al caro energia e al mantenimento di sostegni alle fasce più deboli nel, disperato, tentativo di arginare l’impoverimento crescente della popolazione perché questo ha un effetto nefasto non solo a livello sociale, ma anche a livello di entrate per lo Stato e per le aziende, che a loro volta non riuscendo a realizzare utili non possono che chiudere, aumentando la povertà in un circolo infernale.
Cosa possono aspettarsi i proletari dal governo Meloni?
Sul piano economico e delle condizioni di vita, nient’altro che un peggioramento. I sussidi per le famiglie povere, la riduzione dell’IVA al 5% sui pannolini per i bambini e gli assorbenti e altre misure simili, a fronte di un’inflazione all’11,8%, non serviranno a evitare un ulteriore impoverimento delle famiglie così come una flat tax al 15% per le partite IVA non cambierà la situazione della massa di lavoratori che sono solo nominalmente autonomi o che, per il lavoro che fanno, vengono pagati poco e in tempi lunghissimi. Così come il reddito di cittadinanza, se ha dato un minimo di sospiro, non è certo servito a vivere dignitosamente o a uscire dalla precarietà e la miseria. E la sua riduzione ricadrà non sulle migliaia di truffatori e malviventi finora beneficiari, ma su quelli che veramente ne avevano bisogno per sopravvivere facendo al contempo altri lavoretti al nero.
In un intervento all’assemblea di Confcommercio Campania, il presidente di Confcommercio Sangalli ha dichiarato che nel primo trimestre 2023 “almeno 120mila piccole imprese potrebbero cessare l’attività con la perdita di oltre 370mila posti di lavoro” entro il prossimo anno. Questo perché, come spiegato, le situazioni di emergenza che si stanno sviluppando su più fronti – economico, geopolitico etc. – si sommano alla “debolezza strutturale della crescita e dei consumi …”. La Whirlpool ha fermato la produzione nello stabilimento di Napoli da oltre 8 mesi e il 15 luglio ha avviato la procedura di licenziamento collettivo dei circa 350 lavoratori. Il gruppo siderurgico ArcelorMittal, ex Ilva di Taranto ha messo in cassa integrazione ordinaria per 13 settimane 4 mila addetti a Taranto e quasi mille in Liguria. Nel solo mese di luglio: 422 dipendenti della Gkn Italia hanno saputo della chiusura totale dello stabilimento e la procedura di licenziamento così come i 106 lavoratori della Timken di Villa Carcina in provincia di Brescia e i 152 lavoratori della Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto, in provincia di Monza e Brianza, Mentre alla Blutec di Termini Imerese (Palermo) ci sono 635 dipendenti in cassa integrazione a rischio licenziamento.
Il governo Meloni come qualsiasi altro governo, non può trovare soluzione a tutto questo, perché le cause di fondo stanno nella crisi economica strutturale del capitalismo che la pandemia prima e la guerra in Ucraina poi hanno aggravato ulteriormente.
Così come non può far fronte ai disastri ambientali, alle ondate di fango, alle alluvioni, agli incendi, alla distruzione della produzione agricola per il troppo calore, eventi che ormai ogni anno mietono vittime, distruggono abitazioni e il tessuto economico di interi territori, e impoveriscono migliaia di persone. Anche questi infatti sono il prodotto del modo di produzione capitalista.
La nuova legge di bilancio, così come tutte quelle precedenti, non è fatta per migliorare la condizione dei lavoratori ma solo per permettere allo Stato italiano di preservare la sua capacità concorrenziale rispetto agli altri Stati. Per rendersene conto basta considerare che a fronte di una spesa militare di 28,8 miliardi per il 2022 e degli altri 38 miliardi che saranno necessari per raggiungere il famoso obiettivo del 2% del PIL entro qualche anno[5], la spesa sanitaria prevista per il 2023 è di soli 1,5 miliardi, per gli aiuti alle famiglie 1 miliardo, per la riduzione del cuneo fiscale 5 miliardi, per le pensioni 800 milioni.
Come sempre, le spese dell’ulteriore inevitabile peggioramento economico, imperialista e ambientale ricadranno principalmente sui proletari italiani e di tutto il mondo.
Un’altra conseguenza importante che peserà sui proletari sarà sul piano della mistificazione.
L’avvento della Meloni, se non si verificano incidenti di percorso, può anche fare gioco alla borghesia. Infatti questo governo ha una maggioranza abbastanza solida che gli permette di governare indisturbato, portare gli attacchi più forti contro i lavoratori e usare la mano pesante se necessario. Inoltre, scaricare sulla destra una serie di scelte difficili sul piano sociale ed economico potrà permettere alle forze della sinistra del capitale di ridarsi una facciata di radicalità in difesa dei proletari. In particolare per il PD, che si è notevolmente screditato nel periodo precedente dovendo assumere in prima persona la responsabilità di tutte le misure più impopolari, come quelle prese durante la pandemia.
In Spagna, il fatto che la sinistra sia al potere, crea una situazione scomoda tanto che una parte del PSOE si trova a dover dare orientamenti di opposizione al sindacato anche se è al governo. Il fatto che in Italia la sinistra sia libera di non dover attaccare essendo all’opposizione, può permetterle ad esempio di riproporre battaglie antifasciste contro Fratelli d’Italia per deviare il malcontento e la rabbia e impedire che la classe operaia possa muoversi sul suo terreno di classe. In effetti, lo spauracchio del “pericolo fascista” sventolato nella campagna elettorale è servito essenzialmente per spingere gli esitanti alle urne, per arginare il dilagare della comprensione che, elezione dopo elezione, le condizioni di vita non hanno fatto che peggiorare, sotto qualsiasi governo, di qualsiasi colore. Non a caso l’allerta per la difesa della democrazia è restata in piedi anche dopo le elezioni, con manifestazioni e scontri di piazza salutate e sostenute dal PD, da Sinistra Italiana e Europa Verde, Radicali e via dicendo. E sicuramente sarà una carta da utilizzare ancora nel loro attuale ruolo di opposizione al governo.
Del resto, i segnali di una forte rabbia nella classe operaia internazionale e la ripresa delle lotte in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Spagna, in Belgio[6], contro lo stesso aumento dell’inflazione, lo stesso aumento dei prezzi, lo stesso peggioramento che subiscono qui i proletari, non possono che suonare un campanello d’allarme sulla necessità per la borghesia di avere una copertura a sinistra che possa prevenire o per lo meno arginare delle risposte più ampie anche in Italia. Dei primi toni più “combattivi” già si mostrano da parte del PD rispetto al governo di destra, ma ancora di più questo inizio di radicalismo lo si avverte in tutte quelle situazioni di lotta che abbiamo citato prima, all’ex-Ilva, alla Whirlpool, ecc. dove l’azione dei sindacati ufficiali, ma soprattutto dei vari sindacati e comitati di base, è molto attiva nel settorializzare la lotta, nell’indicare in questa o quella multinazionale o nella delocalizzazione il nemico e soprattutto nel fare appello allo Stato perché si faccia difensore non dei lavoratori in quanto tali, ma in quanto lavoratori di una azienda che potrebbe essere redditizia ma che l’incapacità gestionale o l’ingordigia dei proprietari porta alla chiusura.
I proletari in Italia, come i proletari di ogni paese non possono farsi illusioni sui cambi di governo, su questo o quel partito della classe dominante. L’unica forza che può cambiare lo stato di cose presente sta nelle mani del proletariato, nella lotta di difesa delle sue condizioni di vita, nell’unità delle sue lotte al di là di ogni logica sindacale.
Eva, 12 dicembre 2022
[1] Perdita di controllo e tentativo di recupero da parte della borghesia sulla situazione politica italiana [314]
[2] Trump presidente: il segno di un sistema sociale moribondo [315];
Degli scivoloni per la borghesia che non presagiscono niente di buono per il proletariato [316]; The “Tory crisis” expresses the impasse of the whole ruling class [317]
[3] Il populismo al governo in Italia, un fattore d’instabilità per l’Unione Europea [318]; Come si è arrivati al Governo Conte bis, ovvero… “la via italiana al contrasto del populismo” [319]
[4] Movimento Sociale Italiano [320]di Almirante, divenuto in seguito Alleanza Nazionale [321] con Fini, fino al 2008 quando insieme a Berlusconi fu fondato il nuovo partito Il Popolo della Libertà [322]. Fratelli d’Italia viene fondato nel 2012 da La Russa, Crosetto e Meloni che lo presiede dal 2014.
[5] https://www.geopolitica.info/spese-militari-nuovo-corso-italia/ [323], la corsa agli armamenti è un obiettivo di tutti gli Stati: la Germania prevede uno stanziamento di circa 100 miliardi entro il 2024, il budget per la difesa della Francia nel 2023 sarebbe di 43,9 miliardi di euro, con un aumento di 3 miliardi di euro rispetto al 2022, ben oltre il 2% del PIL deciso dalla NATO.
Pubbichiamo qui un articolo della nostra sezione in Francia di denuncia della campagna dello Stato francese che mira a corrorresponsabilizzare i proletari rispetto alla crisi energetica, una denuncia che possiamo rivolgere alle borghesie di tutti i paesi, compresa quella italiana che attraverso i media, i dibattiti televisivi e le misure paventate mira allo stesso scopo: far pagare ai proletari i costi della crisi economica e della guerra imperialista in Ucraina.
“Dobbiamo tutti darci da fare”! “Bobbiamo cambiare le nostre abitudini e il nostro comportamento in modo sostenibile”, "resistere”, “accettare di pagare il prezzo della nostra libertà e dei nostri valori”, accettare “la fine dell'abbondanza”. È quanto sostiene da quasi due mesi Macron per giustificare le possibili penurie causate “dall'assenza di gas russo”. Ma tranquillizziamoci, per “resistere” il governo ha programmato tutto: basta abbassare il riscaldamento, staccare il Wi-Fi, spegnere le luci quando si è via (secondo il saggio consiglio di Olivier Veran, portavoce del governo…), indossare maglioni a collo alto (secondo Bruno Le Maire, Ministro dell’economia e delle Finanze) o mettere un coperchio per far bollire più velocemente l'acqua per la pasta... E, per indicarci meglio la strada, il Castello di Versailles, la Piramide del Louvre e la Torre Eiffel saranno spenti più presto la sera. Grazie al cielo, siamo salvi!
Sembra l'inizio di uno sketch umoristico, invece no: è proprio il discorso pronunciato su tutti i canali televisivi e radiofonici dai principali rappresentanti dello Stato. La società si autodistrugge, i disastri ecologici si susseguono, il caos bellico si amplifica, la povertà continua ad aumentare, i prezzi salgono… ma partecipando attivamente al piano di sobrietà energetica dello Stato, facendo ognuno un “piccolo sforzo”, andrà tutto bene nel migliore dei mondi possibili.
La realtà di tutta questa ridicola propaganda è un attacco ideologico molto più subdolo, portato avanti dal governo così come da tutti i partiti borghesi di sinistra e ecologisti. Lo Stato approfitta, infatti, dell'atomizzazione dei proletari per catechizzare l’opinione pubblica con lo scopo di sostenere sul piano ideologico e far accettare gli effetti della crisi economica, per preparare gli animi ad attacchi successivi ancora più brutali, come la legge sull’ indennità di disoccupazione o quella sulle pensioni che mirano né più né meno che a ridurre l'importo delle pensioni e ad aumentare i tempi di pensionamento. In un contesto dove la rabbia è ancora forte, dove la lotta del proletariato nel Regno Unito può trovare risonanza in altri paesi come la Francia, la borghesia non abbassa la guardia. Ad esempio, attraverso il famoso “scudo energetico” che consente di limitare il prezzo dell'energia, lo Stato francese si presenta come il buon samaritano preoccupato per la sorte dei più poveri nel nome della “solidarietà nazionale” di fronte alla guerra e di una pretesa salvaguardia dell'ambiente! “Bisogna essere presenti all'appuntamento della solidarietà e della sobrietà”, insiste il presidente. Il discorso è tanto più efficace in quanto gioca su paure legittime: quelle delle ristrettezze, dell'accelerazione della crisi ecologica, dei blackout, della crisi economica e della guerra. Si tratta, in sostanza, di instillare nei lavoratori il dovere di sostenere lo Stato democratico nella sua presunta ricerca della giustizia, della pace e della salvaguardia dell'ambiente, anche attraverso i sacrifici per la guerra e l'economia di guerra. Questa è sempre stata la logica della borghesia. Churchill nel 1940 non aveva nulla da offrire alla classe operaia britannica tranne “sangue, lavoro duro, sudore e lacrime”. Macron offre la “fine dell'abbondanza” e sacrifici per aiutare, a suo dire, i “più fragili” il cui numero continua ad aumentare.
Questa marea di bugie riversate da tutta la borghesia (partiti politici, media, imprenditori, sindacati, ecc.) mirano solo a far credere che lo Stato sia lo strumento de “l’interesse comune”, un organismo al di sopra delle classi e dei loro piccoli interessi particolari. In altre parole, uno “Stato sociale”! In realtà, questo organo, nato con lo sviluppo delle società di classe, è sempre al servizio della classe dirigente! Come sosteneva Engels nell’Anti-Dühring: “Lo Stato moderno, qualunque sia la sua forma, è una macchina essenzialmente capitalista: lo Stato capitalista, il capitalista collettivo ideale. Più forze produttive porta nella sua proprietà e più diventa di fatto un capitalista collettivo, più cittadini sfrutta. Gli operai restano proletari salariati. Il rapporto capitalista non viene soppresso, anzi viene spinto al culmine”. È proprio lo Stato capitalista, che sia padrone o no, ad aver contribuito al deterioramento dei nostri salari e delle nostre condizioni di vita, ad aver rafforzato da decenni lo sfruttamento dei lavoratori!
Inoltre, con slogan come “tutti hanno un ruolo da svolgere”, “la soluzione è nelle nostre mani”, il governo rende ogni lavoratore responsabile del “sovra-consumo” di energia e della distruzione del pianeta. Gli chiede di sacrificarsi e di fare del proprio meglio per lo sforzo nazionale alimentando il senso di colpa. La borghesia non mancherà di spiegare, quando gli attacchi si faranno ancora più insopportabili, che tutta la colpa è del “popolo egoista” che non ha “collaborato”. Mentre in realtà la predazione e l'accaparramento forsennato delle risorse sono essenzialmente da attribuire al complesso industriale dell’industria pesante al servizio della macchina da guerra, all’agricoltura intensiva, al saccheggio delle risorse per l’approvvigionamento dei metalli delle terre rare, alla deforestazione, all’anarchia della produzione, ecc., cioè a un sistema che non può esistere senza la costante ricerca del profitto e dell'accumulazione.
La famosa “sobrietà” è, in effetti, unicamente al servizio dei bisogni e degli interessi della classe dirigente, non è altro che una delle conseguenze dello sviluppo dell'economia di guerra e assume la forma di un vero e proprio insulto per tutti gli sfruttati che conoscono le situazioni più estreme di precarietà e vivono quotidianamente, sulla loro pelle, la “sobrietà” delle condizioni di esistenza imposte dallo sfruttamento della forza lavoro da parte del capitalismo sulla faccia della terra.
Perché mentre il budget della Difesa lievita (aumentando di 3 miliardi di euro tra il 2022 e il 2025) a dimostrazione delle tendenze sempre più bellicose di tutti gli Stati che alimentano una concorrenza selvaggia, i lavoratori devono stringere ancora di più la cinghia e pagarne le conseguenze: inflazione galoppante, future ristrettezze, sistema sanitario morente, sistema scolastico esausto, precarietà dei contratti di lavoro, prossima riforma delle pensioni, ecc. Che indecenza chiedere di “abbassare la temperatura nelle case” quando una parte sempre crescente della popolazione vive in alloggi scarsamente isolati, quando il prezzo dell'energia è tale che milioni di persone riescono a malapena a riscaldarsi, mentre milioni di altri sprofondano ogni giorno un po' di più nella “povertà energetica” a mano a mano che aumentano i prezzi del gas e dell'elettricità!
Nel capitalismo, un sistema che può sopravvivere solo distruggendo il pianeta, non c'è soluzione: né al riscaldamento globale, né alle guerre, né alla disoccupazione, né alla precarietà, né alla miseria. Solo la lotta del proletariato mondiale sostenuto da tutti gli oppressi e sfruttati del mondo può aprire la strada ad un'alternativa.
Jeanne, ottobre 2022
Il capitalismo è sempre più soffocato da un insieme di contraddizioni che interagiscono e si rafforzano a vicenda, minacciando la società con convulsioni di una frequenza e di una portata finora sconosciute. Di fronte a queste calamità, la borghesia ha sempre avuto come principale preoccupazione il rigetto, screditandola, di ogni spiegazione che mettesse in discussione la responsabilità del sistema. Il suo scopo è nascondere alla classe operaia la causa delle guerre, del disordine globale, dei cambiamenti climatici, delle pandemie, della crisi economica mondiale...
La sovrapproduzione è identificata da Marx come l'origine delle crisi cicliche del capitalismo nel XIX secolo[1]. Già il Manifesto del Partito Comunista del 1848 indica che “scoppia un'epidemia sociale che, in qualsiasi altro momento, sarebbe sembrata assurda: l'epidemia della sovrapproduzione”. Ma, nella fase ascendente del capitalismo, questa contraddizione ha costituito un fattore di espansione del capitalismo attraverso la ricerca di sbocchi per vendere la produzione delle potenze industriali.
Al contrario, nella sua fase di decadenza, la sovrapproduzione è all'origine dell'impasse economica segnata dalla depressione mondiale degli anni '30, dal susseguirsi di recessioni sempre più profonde dalla fine degli anni '60, ma anche dal vertiginoso sviluppo del militarismo perché “la sola strada percorribile dalla borghesia per cercare di allentare la morsa di questa impasse è quella di una fuga in avanti con altri mezzi […] che possono essere solo militari”[2]. Tragiche illustrazioni di questa impasse: due guerre mondiali e, fin dalla Prima, un susseguirsi quasi ininterrotto di guerre locali tra Stati.
La causa della sovrapproduzione è stata evidenziata ben presto da Marx nel Manifesto. Spinta dalla concorrenza ad espandersi sempre più, pena la morte, la produzione tende permanentemente ad essere eccessiva, non in rapporto ai reali bisogni degli uomini, ma in relazione ai salari dei proletari e al reddito dei capitalisti. “Né gli operai né i capitalisti come insieme potranno mai assorbire tutte le merci da loro stessi prodotte. E a ragione, poiché parte del prodotto del lavoro dell'operaio, quello che non è né restituito sotto forma di salario né consumato dai capitalisti, ma che è destinato a essere reinvestito, cioè trasformato in nuovo capitale, non può trovare acquirenti nella sfera capitalista”[3]. Non esiste quindi una soluzione alla sovrapproduzione all'interno del capitalismo. In sostanza, quest'ultima può essere eliminata solo con l'abolizione del lavoro salariato, la cui condizione è l'instaurazione di una società senza sfruttamento.
Domande e incomprensioni su questo tema sono state espresse negli incontri pubblici della CCI. Per un compagno la sovrapproduzione potrebbe essere ridotta o addirittura eliminata sotto l'influenza di contraddizioni " inverse" che portano alla penuria di determinati merci. In realtà, se una carenza interessa alcuni settori della produzione mondiale, dovuta, ad esempio, a carenze nelle filiere, altri settori continueranno a risentire della sovrapproduzione.
Se gli ingranaggi dell'economia mondiale non si sono fermati del tutto di fronte alla tendenza permanente e crescente alla sovrapproduzione, è perché la borghesia ha fatto ricorso massicciamente al debito non rimborsato per creare domanda, determinando un accumulo di un debito globale colossale, che costituisce una spada di Damocle sospesa sull'economia globale.
La caduta tendenziale del saggio del profitto, anch’essa evidenziata da Marx è un ulteriore ostacolo all'accumulazione. In effetti, di fronte all'inasprimento della concorrenza e per mantenere in vita le loro attività, i capitalisti sono costretti a produrre merci a costi bassi. A tal fine, devono aumentare la produttività utilizzando sempre più macchinari nel processo di produzione. Ma ciò ribalta la composizione organica del capitale (rapporto tra capitale costante o fisso e capitale variabile) tale che la componente fissa (macchinari, manutenzione, ecc.) diventa maggiore rispetto alla componente variabile (manodopera). Di conseguenza, ogni merce così prodotta contiene sempre meno lavoro vivo (quella parte del lavoro dell'operaio non pagata dal capitalista), e quindi meno plusvalore. Tuttavia, gli effetti della caduta del saggio di profitto possono essere compensati da vari fattori, compreso l'aumento del volume di produzione, ma ciò non fa che aumentare la sovrapproduzione[4]. Se la caduta tendenziale del saggio del profitto non si è presentata sin dall'inizio nella vita del capitalismo come un freno assoluto all'accumulazione, è perché esistevano degli sbocchi nella società, prima reali e poi basati sull'aumento del debito in tutto il mondo, che ne consentivano la compensazione. Nel contesto di una sovrapproduzione cronica e generalizzata legata alla decadenza del sistema capitalistico, da tendenziale, questa caduta del saggio di profitto, diventa sempre più effettiva.
L'ipertrofia delle spese improduttive generate dal capitalismo di Stato
Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, il capitalismo entrò in un nuovo periodo della sua vita, la sua decadenza, in cui l'esacerbarsi delle sue contraddizioni imposero l'instaurarsi di un capitalismo di Stato che aveva come compito quello di mantenere la coesione della società, di fronte a queste, in particolare:
Questo tipo di spese del capitalismo di Stato, essendo totalmente improduttive, lungi dal contribuire all'accumulazione, costituiscono al contrario una sterilizzazione di capitale. Anche qui sono sorte delle incomprensioni. La produzione e la vendita di armamenti sono state viste come un contributo all'accumulazione, conferendo così una certa razionalità economica alla guerra.
In effetti, l'argomento utilizzato a sostegno di questa tesi “la vendita di tali merci implica la realizzazione del plusvalore” non è marxista. Per convincersene basta tornare a Marx: “Gran parte del prodotto annuo viene consumato come reddito e non torna più alla produzione come mezzo di produzione […] si tratta di prodotti (valore d'uso) […] che sono destinati esclusivamente al consumo improduttivo e che di fatto, in quanto oggetti, non hanno valore d'uso per il processo di riproduzione del capitale”[5]. In quest'ultima categoria rientrano sia i prodotti di lusso destinati alla borghesia che le armi, che ovviamente non ritornano alla produzione come mezzo di produzione. Dall'inizio del 20° secolo le spese improduttive sono sempre aumentate, in particolare quelle militari.
L'inflazione
L'inflazione non va confusa con un altro fenomeno della vita del capitalismo che si traduce nell'evoluzione al rialzo del prezzo di alcune merci per effetto di un'offerta insufficiente. Quest'ultimo fenomeno ha recentemente assunto una dimensione particolare a causa della guerra in Ucraina, che ha colpito l'offerta di un volume significativo di vari prodotti agricoli, la cui privazione è già un fattore di aggravamento della miseria e della fame nel mondo.
L'inflazione non è una delle contraddizioni insite nel modo di produzione capitalistico, come nel caso della sovrapproduzione, per esempio. Tuttavia, essa è un dato permanente del periodo di decadenza del capitalismo che incide pesantemente sull'economia. Pur riflettendosi, come l'insufficienza dell'offerta, nell'aumento dei prezzi, è in realtà la conseguenza del peso delle spese improduttive nella società, il cui costo si scarica su quello delle merci prodotte.
In effetti, "nel prezzo di ogni merce, accanto al profitto e ai costi della forza lavoro e del capitale costante consumato nella sua produzione, intervengono, in modo sempre più massiccio, tutte le spese (e quindi i costi) essenziali alla sua vendita su un mercato ogni giorno più saturo (dalla remunerazione del personale dei servizi di marketing alle imposte destinate a pagare la polizia, i dipendenti pubblici e le armi del paese produttore). Nel valore di ogni oggetto, la quota dovuta al lavoro necessario alla sua produzione diminuisce di giorno in giorno rispetto alla quota dovuta al lavoro umano imposta dalle necessità della sopravvivenza del sistema. La tendenza del peso di queste spese improduttive ad annientare i profitti di produttività del lavoro si riflette nel continuo slittamento al rialzo del prezzo delle merci”[6].
Infine, un altro fattore di inflazione è la conseguenza della svalutazione delle valute derivante dall'uso di stampare moneta e che accompagna l'aumento incontrollato del debito mondiale, che attualmente si avvicina al 260% del PIL mondiale.
La crisi ecologica
Se la borghesia si avventa avidamente sulle risorse naturali incorporandole nelle forze produttive è perché queste presentano una particolarità molto gradita dai padroni quella di essere “gratuite” per il capitalismo. Ma per quanto sia stato inquinante, cruento e sfruttatore il capitalismo nella sua fase ascendente, quando conquistava il mondo, questo non è niente in confronto alla spirale infernale di distruzione della natura che opera dalla prima guerra mondiale, come conseguenza di feroci attacchi economici e competizione militare. La distruzione ambientale ha così raggiunto nuove vette poiché le imprese capitaliste, private o pubbliche, hanno aumentato l'inquinamento ambientale e il saccheggio delle risorse del pianeta come mai prima d'ora. Inoltre anche le guerre e il militarismo hanno apportato il loro contributo all'inquinamento e alla distruzione dell'ambiente naturale[7]. Durante la seconda metà del 20° secolo, si è imposta chiaramente una nuova dimensione al disastro che il capitalismo ha in serbo per l'umanità attraverso il cambiamento climatico, minacciando l'esistenza stessa dell'umanità. Le sue cause sono economiche e, di ritorno, lo sono anche le sue conseguenze. Il riscaldamento globale sta avendo un impatto sempre maggiore sulla vita umana e sull'economia: incendi giganteschi, inondazioni, ondate di caldo, siccità, violenti fenomeni meteorologici ... colpiscono in modo drammatico non solo la produzione agricola, ma anche la produzione industriale, l'habitat e, di fatto, penalizzano sempre più pesantemente l'economia capitalista.
Un tale pericolo può essere scongiurato solo rovesciando il capitalismo. Ma c'è l'idea che la borghesia potrebbe evitare il disastro climatico attraverso lo sviluppo di nuove tecnologie “pulite”. Non c'è dubbio che la borghesia è ancora capace di fare progressi considerevoli e anche decisivi in questo campo. Al contrario, è completamente incapace di cooperare a livello mondiale per rendere operativi tali progressi tecnologici e farli funzionare.
Non è la prima volta nella storia che una tale illusione nei confronti della borghesia si manifesta. Essa si apparenta in una certa maniera alla tesi del “super imperialismo”, difesa da Kautsky alla vigilia della Prima Guerra mondiale, destinata a “dimostrare” che le grandi potenze potevano mettersi d’accordo al fine di stabilire un dominio comune e pacifico sul mondo. Tale concezione, tutt’oggi adottata dal pacifismo, è stata ovviamente una delle punte di diamante delle menzogne pacifiste, per far credere agli operai che sia possibile porre fine alle guerre senza dover distruggere il capitalismo. Questa visione però elude la competizione mortale che esiste tra le potenze capitaliste. Sembra ignorare che il livello più alto di unificazione delle diverse frazioni della borghesia è quello della nazione, rendendole del tutto incapaci di costruire una vera autorità politica e un'organizzazione della società veramente sovranazionale.
La realtà è esattamente l'opposto dell'illusione di una borghesia capace di evitare il disastro climatico. Quello che si impone è la persistenza, anzi l'aggravamento della più totale irrazionalità e irresponsabilità di fronte al cambiamento climatico, che si esprimono sia attraverso l'apertura di nuovi conflitti imperialisti, come la guerra in Ucraina, (catastrofica per le persone ma anche per il pianeta) che attraverso altre aberrazioni minori ma altamente significative, come la gestione del Bitcoin, il cui consumo energetico annuo è equivalente a quello della Svizzera.
La decomposizione corrisponde al periodo ultimo della vita del capitalismo, avviato da una situazione di stallo tra le due classi antagoniste, nessuna delle quali in grado di portare una propria soluzione alla crisi storica del capitalismo. L'aggravarsi della crisi economica determina allora un fenomeno di putrefazione della società. Ciò colpisce tutta la vita sociale attraverso lo sviluppo del ciascuno per sé nell'insieme delle relazioni sociali, in particolare all'interno della borghesia. L'epidemia da Covid lo ha magistralmente illustrato soprattutto attraverso:
Anche se al fondo della decomposizione c’è la crisi economica, succede che, di converso, quest’ultima si trova ormai colpita in maniera crescente, dall’inizio degli anni 2020, dalle manifestazioni più gravi della decomposizione. Il corso della crisi economica è aggravato in particolare dallo sviluppo del ciascuno per sé, in tutti i campi, in particolare nei rapporti internazionali tra le grandi potenze. Tale situazione non mancherà di ostacolare gravemente l'attuazione di politiche economiche concertate di fronte alla prossima recessione.
In effetti, la situazione è molto più allarmante rispetto a due anni fa. La combinazione di un insieme di fattori attesta piuttosto un rischio elevato di notevoli sconvolgimenti nella sfera economica e, di conseguenza, anche su altri piani:
– Tutte le contraddizioni del capitalismo sul piano economico menzionate in questo articolo (riduzione dei mercati solvibili, corsa sfrenata alla produttività, intensificazione della guerra commerciale, ecc.) sono esacerbate.
– Il capitalismo si trova nella quasi-certezza di dover assumere nuove considerevoli spese: dappertutto nel mondo, in particolare nell’Europa occidentale, l’accelerazione del militarismo genera una forte crescita delle spese improduttive. Ancora, su un altro piano, l’invecchiamento delle infrastrutture causate dal mancato investimento per decenni da parte degli Stati, fragilizza la società con la minaccia di spese enormi non programmate di fronte a dei problemi che pure erano prevedibili;
– Ci sono potenziali fattori scatenanti (detonatori) di un cataclisma economico come la crisi immobiliare cinese (responsabile di una crescita zero nel secondo trimestre del 2022) in cui fallimenti come quello di Evergrande potrebbero non limitarsi a questo paese ma avere pesanti ripercussioni internazionali, tanto è indebolita l'economia mondiale. L'impennata dell'inflazione, oltre a incidere pesantemente sulla vita degli sfruttati, costituisce un freno al commercio internazionale già minato dalle tensioni imperialiste. Tanto che, di fronte alla prospettiva che sembra inevitabile di un rialzo dei tassi di interesse in un certo numero di paesi industrializzati, sembra inevitabile la recessione. Una minaccia di cui la borghesia sembra non osare evocare la gravità perché si situa nel contesto di una situazione economica fortemente degradata e dell’impazzare del ciascuno per sé e anche, in qualche caso, dell’aperta ostilità tra le principali potenze.
Oggi, dopo più di un secolo di decadenza capitalista, possiamo constatare quanto fossero preveggenti le parole dell'Internazionale Comunista sulla "disintegrazione interna" del capitalismo mondiale che non scomparirà da solo, ma trascinerà l'umanità nella barbarie, se il proletariato non vi mette fine. È di nuovo tempo che il proletariato reagisca come classe all'apocalisse che il capitalismo ha in serbo per noi. C'è ancora tempo per farlo.
Silvio, 5 ottobre 2022
[2] War, militarism and imperialist blocs in the decadence of capitalism, Part 2 [215], International Review, n.53 (anche nella versione in spagnolo e francese sul nostro sito)
[3] Crise économique : la surproduction, maladie congénitale du capitalisme [327], Révolution Internationale, n.331
[4] Ci sono anche altre controtendenze alla tendenza alla caduta tendenziale del saggio di profitto, come l'aumento dello sfruttamento
[5] Marx, Materiali per l'economia “Lavoro produttivo e lavoro improduttivo”
[6] Surproduction et inflation [328], Révolution internationale (nouvelle série) n. 6 (1973).
[7] Capitalism is poisoning the earth [329], International Review n.63; Disastri ambientali, inquinamento, variazioni climatiche. Il mondo sulla soglia di un collasso ambientale. 1a parte [330], Rivista internazionale n.30; Il mondo sulla soglia di un collasso ambientale (II). Di chi è la responsabilità? [331], Rivista Internazionale n.31
Pubblichiamo qui un articolo del gruppo Internationalist Voice, che si oppone con forza ai tentativi della borghesia internazionale di indirizzare la crescente rabbia della popolazione iraniana verso l'illusione di una "emancipazione delle donne" all'interno dei confini della società capitalista. L'articolo è stato scritto prima della fine della breve esperienza di governo di Liz Truss, ma il punto è ancora valido: l'oppressione delle donne non finirà con un cambio di governo o di regime politico, o con l'inserimento di donne in posizioni di potere, ma solo attraverso il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo.
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Con l'inizio delle proteste di piazza contro la borghesia islamica criminale, accompagnate da un movimento contro la sua sovrastruttura ideologica, le tendenze borghesi di destra e di sinistra stanno lottando per ridurre le manifestazioni al livello di quelle riguardanti l'hijab obbligatorio e le libertà civili, dalla campagna dei Mercoledì Bianchi alla rivoluzione delle donne[1]. Togliere il velo è considerato un simbolo della liberazione delle donne, come se le donne in Turchia, Bangladesh, Filippine, America, ecc., non siano vincolate dalle catene del capitalismo e siano "libere". Le operaie del Bangladesh non devono indossare il velo, ma devono lavorare dalle 10 alle 14 ore al giorno nel XXI secolo. Il nuovo primo ministro britannico, Liz Truss, vuole seguire le orme della Lady di Ferro, Margaret Thatcher, e ha sguainato la spada per distruggere i lavoratori attraverso politiche antioperaie. Questo è particolarmente importante perché la classe operaia britannica ha iniziato a lottare. La neofascista Giorgia Meloni sarà il primo ministro donna nella storia dell'Italia. La signora Meloni ha dichiarato che si opporrà ai rifugiati africani e chiuderà i porti italiani ai barconi dei rifugiati. Questa donna civilizzata non ha mai nascosto la sua opposizione all'aborto e all'omosessualità e attuerà politiche antioperaie nella stessa misura della signora Truss. Queste donne civilizzate non hanno mai dovuto indossare il velo e sono state "libere" per tutta la vita di schierarsi contro la classe operaia in piena libertà e di presentare la dittatura del capitalismo alla classe operaia e alle altre persone sotto la veste di democrazia e civiltà. Contrariamente ai demagoghi delle tendenze di destra e di sinistra del capitalismo, il mondo della donna lavoratrice è estraneo a quello borghese. La vita della donna lavoratrice comporta un doppio sfruttamento e oppressione, così come umiliazione, inferiorità, rabbia repressa e lacrime soffocate - in sostanza, l'inferno terrestre e reale che il capitalismo offre all'umanità. La radice dell'oppressione delle donne è il sistema di classe e i rapporti di produzione capitalistici. Solo con la scomparsa delle sue basi materiali, cioè i rapporti di produzione capitalistici e la schiavitù salariale, scompariranno anche le fondamenta del dominio economico di questo tipo di oppressione. L'oppressione delle donne non può essere eliminata solo cambiando i governi borghesi. Per la vera liberazione delle donne, il brutale sistema capitalista deve essere rovesciato. Solo la lotta congiunta delle donne lavoratrici e degli uomini lavoratori come un unico corpo, come una sola classe e nel coinvolgimento nelle battaglie di classe può creare una vita umana dignitosa, non solo per le donne della classe operaia, ma per l'umanità. L'unico orizzonte futuro per la vera liberazione delle donne dall'oppressione sessuale è la lotta della classe operaia, e la vera emancipazione delle donne è possibile solo in una società comunista senza classi. Firoz Akbary, 1 ottobre 2012
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Homepage: www.internationalistvoice.org [333].
[1] Dopo essere emigrato in America, un giornalista che era un sostenitore dell'ex presidente Khatami ha lanciato la campagna White Wednesdays con il sostegno delle istituzioni borghesi occidentali. In questa campagna, donne e ragazze si sono tolte individualmente il velo e hanno inviato i video al giornalista per essere mostrati alla TV satellitare. Anche alcuni esponenti della sinistra del capitale ritengono che le donne siano la forza materiale della futura rivoluzione, per cui parlano di rivoluzione femminile. Gli obiettivi delle tendenze di destra e di sinistra del capitale sono gli stessi: incanalare la rabbia nascosta delle donne in linea con le proteste anti-regime e pro-democrazia.
Le diffuse proteste in Iran possono essere state innescate dall'omicidio in carcere di una giovane donna arrestata per aver “indossato male il velo” dalla polizia morale del regime, ma esprimono un malcontento molto più profondo in tutta la popolazione iraniana, con centinaia di migliaia di persone che si sono riversate nelle strade e hanno affrontato la polizia. Oltre a un disgusto generalizzato per l'oppressione aperta e legale delle donne da parte della Repubblica islamica, esse sono una reazione all'inflazione vertiginosa e alla penuria esacerbata dalle sanzioni imposte dall'Occidente contro l'Iran e fortemente aggravata dal pesante e annoso peso di un'economia di guerra gonfiata dall'incessante perseguimento da parte dell'Iran delle sue ambizioni imperialiste. Sono anche una reazione alla sordida corruzione dell'élite al potere, che può mantenersi solo attraverso una brutale repressione di tutte le forme di protesta, compresa la resistenza della classe operaia alla stagnazione dei salari e alle miserevoli condizioni di lavoro. Il Parlamento iraniano ha appena approvato nuove leggi che sanciscono le esecuzioni per crimini "politici" e centinaia, se non migliaia, di manifestanti sono stati uccisi o feriti dalla polizia di Stato e da quelle che in modo erroneo e grottesco vengono chiamate “Guardie rivoluzionarie”.
Questo ricorso alla repressione diretta è un segno della debolezza del regime dei Mullah, non della sua forza. È vero che l'esito disastroso degli interventi statunitensi in Medio Oriente a partire dal 2001 ha creato una breccia che ha permesso all'imperialismo iraniano di far avanzare le sue pedine in Iraq, Libano, Yemen e Siria, ma gli Stati Uniti e i loro alleati più affidabili (in particolare la Gran Bretagna) hanno risposto a tono, alimentando l'esercito saudita nella guerra dello Yemen e imponendo sanzioni paralizzanti all'Iran con il pretesto di opporsi alla sua politica di sviluppo di armi nucleari. Il regime è diventato sempre più isolato e il fatto che ora fornisca alla Russia droni per attaccare le infrastrutture e i civili in Ucraina non farà che inasprire le richieste occidentali di trattare l'Iran, insieme alla Russia, come uno Stato paria. Il rapporto dell'Iran con la Cina è un altro motivo per cui le potenze occidentali vogliono vederlo indebolito ancor di più di quanto non lo sia già. Allo stesso tempo, stiamo assistendo a uno sforzo concertato da parte dei governi degli Stati Uniti e dell'Europa occidentale per strumentalizzare le proteste, in particolare facendo leva sullo slogan più noto delle proteste, “Donne, Vita, Libertà”:
“Il 25 settembre 2022, il quotidiano francese Libération ha decorato la sua prima pagina con lo slogan "Donne, Vita, Libertà" in persiano e francese, insieme a una foto della manifestazione. Durante un discorso sulla repressione dei manifestanti in Iran, una deputata del Parlamento dell'Unione Europea si è tagliata i capelli pronunciando le parole 'Donna, Vita, Libertà' nell’emiciclo del Parlamento dell'Unione Europea”[1]. Si potrebbero fare molti altri esempi.
Data la debolezza del regime, si parla molto di una nuova “rivoluzione” in Iran, soprattutto da parte di gauchisti e anarchici di vario genere, questi ultimi in particolare parlano di una “insurrezione femminista”[2], mentre le fazioni borghesi dominanti pongono l’accento su un ribaltamento più “democratico”, con l'insediamento di un nuovo regime che abbandoni l'ostilità verso gli Stati Uniti e i loro alleati. Ma come abbiamo scritto in risposta a tutta la mistificazione della “rivoluzione” del 1978-9: “gli eventi in Iran servono a dimostrare che l'unica rivoluzione all'ordine del giorno oggi, nei Paesi arretrati come nel resto del mondo, è la rivoluzione proletaria”[3]. A differenza della rivoluzione russa del 1917, che si considerava parte della rivoluzione mondiale, le attuali proteste in Iran non sono guidate da una classe operaia autonoma, organizzata in propri organi unitari e in grado di offrire una prospettiva a tutti gli strati e le categorie oppresse della società. È vero che nel 1978-9 abbiamo intravisto il potenziale della classe operaia in grado di offrire una tale via d'uscita: “Sulla scia delle lotte operaie in diversi Paesi dell'America Latina, in Tunisia, in Egitto, ecc. gli scioperi dei lavoratori iraniani furono l'elemento politico principale che portò al rovesciamento del regime dello Scià. Nonostante le mobilitazioni di massa, quando il movimento ‘popolare’ - che raggruppava quasi tutti gli strati oppressi dell'Iran - cominciò ad esaurirsi, l'entrata in lotta del proletariato iraniano all'inizio dell'ottobre 1978, soprattutto nel settore petrolifero, non solo alimentò l’agitazione, ma pose un problema praticamente insolubile per il capitale nazionale”[4].
Eppure sappiamo che anche allora la classe operaia non era politicamente abbastanza forte da impedire il dirottamento del malcontento di massa da parte dei Mullah, sostenuti da una schiera di sinistra “antimperialista”. La lotta di classe internazionale, pur entrando in una seconda ondata di movimenti operai dopo il maggio '68 francese, non era ancora al livello di sollevare la prospettiva della rivoluzione proletaria su scala mondiale, e i lavoratori iraniani - come quelli polacchi un anno dopo - non erano in grado di porre da soli l'alternativa rivoluzionaria. Pertanto, la questione di come relazionarsi con gli altri strati oppressi rimase irrisolta. Come si legge nella nostra dichiarazione: “La posizione decisiva occupata dal proletariato negli eventi in Iran pone un problema essenziale che deve essere risolto dalla classe se vuole portare a termine con successo la rivoluzione comunista. Questo problema è incentrato sul rapporto del proletariato con gli strati non sfruttatori della società, in particolare quelli senza lavoro. Questi eventi dimostrano quanto segue:
- nonostante il loro numero elevato, questi strati non possiedono di per sé una vera forza nella società;
- molto più del proletariato, questi strati sono aperti a diverse forme di mistificazione e di controllo capitalistico, comprese quelle più obsolete, come la religione;
- ma, nella misura in cui la crisi colpisce anche la classe operaia nello stesso momento in cui aggredisce questi strati con crescente violenza, essi possono essere una forza nella lotta contro il capitalismo, a condizione che il proletariato possa, e lo faccia, porsi alla testa della lotta.
Di fronte a tutti i tentativi della borghesia di incanalare il loro malcontento in un vicolo cieco senza speranza, l'obiettivo del proletariato nel trattare con questi strati è far capire loro che nessuna delle ‘soluzioni’ proposte dal capitalismo per porre fine alla loro miseria porterà loro sollievo. Solo seguendo la scia della classe rivoluzionaria potranno soddisfare le loro aspirazioni, non come strati particolari - storicamente condannati - ma come membri della società. Una simile prospettiva politica presuppone l'organizzazione e l'autonomia politica del proletariato, il che significa, in altre parole, il rifiuto da parte del proletariato di tutte le 'alleanze' politiche con questi strati”.
Oggi, le mistificazioni che portano il movimento popolare in uno stallo non sono tanto quelle religiose – il che è comprensibile quando le masse possono facilmente vedere il volto brutale e corrotto di uno Stato teocratico - ma ideologie borghesi più “moderne” come il femminismo, la libertà e la democrazia. Ma soprattutto c’è il pericolo ancora maggiore che la classe operaia si dissolva come massa di individui in un movimento interclassista che non ha la capacità di resistere ai piani di recupero delle fazioni borghesi rivali. Questo è sottolineato dal contesto internazionale della lotta di classe, dove la classe operaia sta appena iniziando a risvegliarsi dopo un lungo periodo di arretramento in cui l'avanzare della decomposizione della società capitalista ha intaccato sempre di più il sentirsi del proletariato come una classe.
Questo non significa negare il fatto che il proletariato in Iran abbia una lunga tradizione di lotta combattiva. Gli eventi del 78-79 sono lì a dimostrarlo; nel 2018-19 ci sono state lotte molto diffuse che hanno coinvolto i lavoratori del settore saccarifero di Haft Tappeh, i camionisti, gli insegnanti e altri; nel 2020-21 i lavoratori del settore petrolifero hanno iniziato una serie di scioperi combattivi a livello nazionale. Al loro apice, questi movimenti hanno dato chiari segni di solidarietà tra diversi settori di fronte alla repressione statale e alle forti pressioni per far tornare i lavoratori al lavoro. Inoltre, di fronte alla natura apertamente pro-regime dei sindacati ufficiali, ci sono stati anche importanti segnali di auto-organizzazione dei lavoratori in molte di queste lotte, come abbiamo visto con i comitati di sciopero nel 78-79, le assemblee e i comitati di sciopero a Haft Tappeh e più recentemente nei campi petroliferi. Non c'è dubbio, inoltre, che i lavoratori stiano discutendo su cosa fare in merito alle proteste in corso e ci sono state richieste di sciopero per protestare contro la repressione dello Stato. Abbiamo visto, ad esempio nel maggio del '68, che l'indignazione contro la repressione dello Stato, anche quando non è inizialmente rivolta ai lavoratori, può essere una sorta di miccia per l'ingresso dei lavoratori sulla scena sociale, a condizione che lo facciano sul proprio terreno di classe e utilizzando i propri metodi di lotta. Ma per il momento questi riflessi di classe, questa rabbia per la brutalità del regime, sembrano essere sotto il controllo degli organi sindacali di base e della sinistra borghese, che cercano di creare un falso legame tra la classe operaia e le proteste popolari, aggiungendo richieste “rivoluzionarie” agli slogan di queste ultime. Come ha scritto Internationalist Voice:
“La frase ‘donna, vita, libertà’ è radicata nel movimento nazionale e non ha alcun peso di classe. Ecco perché questo slogan viene ripreso dall'estrema destra all'estrema sinistra, e i suoi echi riecheggiano anche dai parlamenti borghesi. Le sue componenti non sono concetti astratti, ma una funzione dei rapporti di produzione capitalistici. Questo slogan fa delle donne lavoratrici l'esercito nero del movimento democratico. La questione diventa un problema per la sinistra del capitale, che utilizza il termine radicale di ‘rivoluzione’, e suggerisce di ‘salvare’ questo slogan aggiungendovi delle estensioni avanzando i seguenti suggerimenti:
- Donna, vita, libertà, amministrazione dei consigli (Trotzkisti)
- Donna, vita, libertà, socialismo
- Donna, vita, libertà, governo dei lavoratori”[5].
Questo appello ai consigli o al potere dei soviet circola in Iran almeno dal 2018. Anche se ha avuto origine dagli sforzi reali ma embrionali di auto-organizzazione a Haft Tappeh e altrove, è sempre pericoloso scambiare l'embrione per un essere umano pienamente cresciuto. Come spiegava Bordiga nella sua polemica con Gramsci durante le occupazioni delle fabbriche in Italia nel 1920, i consigli operai o i soviet rappresentano un passo importante al di là di organi difensivi come i comitati di sciopero o i consigli di fabbrica, poiché esprimono un movimento verso una lotta unitaria, politica e offensiva della classe operaia. I gauchiste che sostengono che questo è all'ordine del giorno oggi stanno ingannando i lavoratori, con l'obiettivo di mobilitarli in una lotta per una forma “di sinistra” di governo borghese, ammantata “dal basso” da falsi consigli operai.
Come afferma Internationalist Voice:
“Contrariamente alla sinistra del capitale, il compito dei comunisti e dei rivoluzionari non è quello di salvare gli slogan contro la dittatura, ma di renderne trasparente l'origine e il contenuto. Anche in questo caso, in opposizione ai demagoghi della sinistra del capitale, prendere le distanze da questi slogan e sollevare le rivendicazioni di classe del proletariato è un passo in avanti verso lo sviluppo della lotta di classe”.
Questo è vero anche se significa che i rivoluzionari devono nuotare controcorrente nei momenti di euforia “popolare”. Purtroppo, non tutti i gruppi della sinistra comunista sembrano essere immuni da alcuni degli inganni più radicali che vengono iniettati nelle proteste. Qui possiamo individuare due esempi preoccupanti nella stampa della Tendenza Comunista Internazionalista (TCI). Nell'articolo “Workers’ Voices on the protests in Iran”[6], la TCI pubblica le dichiarazioni sulle proteste del Sindacato dei lavoratori della canna da zucchero di Haft Tappeh, del Consiglio per l'organizzazione delle proteste dei lavoratori a contratto del settore petrolifero e del Consiglio di coordinamento delle organizzazioni sindacali degli insegnanti iraniani. Senza dubbio queste dichiarazioni rispondono a una reale discussione in corso nei luoghi di lavoro su come reagire alle proteste, ma il primo e il terzo di questi organismi non fanno mistero di essere sindacati (anche se possono avere origine da veri e propri organi di classe, diventando permanenti non possono che aver assunto una funzione sindacale) e quindi non possono svolgere un ruolo indipendente dalla sinistra del capitale che, come abbiamo detto, non si batte per la reale autonomia della classe ma cerca di usare il potere dei lavoratori come strumento per il “cambio di regime”. Parallelamente, la TCI non si distingue dalla retorica gauchista sul potere sovietico in Iran. Infatti, l'articolo “Iran: Rivalità imperialiste e il movimento di protesta Donna, Vita, Libertà”[7], pur fornendo alcuni materiali importanti riguardo ai tentativi delle potenze imperialiste esterne all'Iran di recuperare le proteste, promette un seguito: “Nella nostra prossima nota, sosterremo un'alternativa diversa: Pane, Lavoro, Libertà - Potere Sovietico! Ci occuperemo della lotta dei lavoratori e dei compiti dei comunisti e, alla luce di ciò, delineeremo la prospettiva internazionalista".
Ma non siamo a Pietrogrado nel 1917, e invocare i soviet in una situazione in cui la classe operaia si trova di fronte alla necessità di difendere i suoi interessi più elementari, di fronte al pericolo di dissolversi nelle proteste di massa, e alla necessità di difendere ogni forma embrionale di auto-organizzazione dal recupero da parte della sinistra e dei sindacalisti di base, significa nel migliore dei casi valutare male l'attuale livello della lotta di classe e nel peggiore attirare i lavoratori nelle mobilitazioni della sinistra del capitale. La Sinistra comunista non svilupperà la sua capacità di intervento reale di classe cadendo nell'illusione di guadagni immediati a scapito dei principi fondamentali e di una chiara analisi del rapporto di forza tra le classi.
Un recente articolo di Internationalist Voice sottolinea che attualmente in Iran si stanno svolgendo diversi scioperi dei lavoratori in concomitanza con le proteste di piazza:
“Negli ultimi giorni abbiamo assistito a manifestazioni e scioperi dei lavoratori, e la caratteristica comune di tutti è stata la protesta contro i bassi salari e la difesa del loro tenore di vita. Lo slogan degli operai dell’azienda siderurgica Esfahan Steel Company in sciopero, ‘basta con le promesse, la nostra tavola è vuota’, riflette le difficili condizioni di vita dell'intera classe operaia. Alcuni esempi di scioperi dei giorni scorsi che hanno avuto o hanno la stessa richiesta sono i seguenti: sciopero degli operai della Esfahan Steel Company; sciopero della fame dei dipendenti effettivi delle aziende di raffinazione e distribuzione di petrolio, gas e prodotti petrolchimici; sciopero degli operai del complesso Esfahan City Centre; sciopero degli operai della fabbrica di cemento Abadeh nella provincia di Esfahan; sciopero degli operai dell'acqua minerale Damash nella provincia di Gilan; sciopero degli operai della Pars Mino Company; sciopero degli operai dell'azienda industriale Cruise; protesta degli operai del gruppo siderurgico National”[8].
Sembra che questi movimenti siano ancora relativamente dispersi e mentre i democratici e gli esponenti della sinistra aumentano gli appelli allo “sciopero generale”, ciò che intendono non ha nulla a che fare con una reale dinamica verso lo sciopero di massa, ma sarebbe una mobilitazione controllata dall'alto dell'opposizione borghese e mescolata con gli scioperi dei commercianti e di altri strati non proletari. Questo non fa che sottolineare la necessità per i lavoratori di rimanere sul proprio terreno e di sviluppare la propria unità di classe come base minima per bloccare la repressione omicida del regime islamico.
Amos, novembre 2022
[1] https://en.internationalistvoice.org/the-continuation-of-the-social-protests-and-the-entry-of-the-working-class-into-the-demonstrations/ [334]
[2] Vedi per esempio https://libcom.org/article/revolt-iran-feminist-resurrection-and-beginni... [335]
[3] Dichiarazione CCI, “The lessons of Iran”, 17.2.79, in World Revolution 23
[4] Idem
Questa riunione sarà a tema aperto. Non ci sarà quindi una presentazione della CCI su di un tema specifico, ma la discussione si svilupperà a partire dalle questioni e riflessioni che i partecipanti vorranno sottoporre al dibattito. Tuttavia, basandoci su delle preoccupazioni e riflessioni suggerite da compagni in contatto con l’organizzazione, riteniamo che un argomento di interesse possa essere un esame della situazione in Italia nel quadro di una situazione internazionale caratterizzata dalla guerra in Ucraina, da una accelerazione della crisi economica e tutte le conseguenze che ne derivano sul piano politico e sociale. In questo quadro, come analizzare il risultato delle ultime elezioni? Come si caratterizza il nuovo governo e quale politica economica, imperialista e sociale porterà avanti? Quali le conseguenze per i lavoratori?
Il dibattito sarà tenuto via internet e tutti coloro che vorranno partecipare potranno inviare un messaggio a: [email protected] [124] o alla sezione Contatti del nostro sito per poter riceve istruzioni sulle modalità tecniche per partecipare alla riunione.
La rapidità con cui Svezia e Finlandia hanno aderito alla NATO è un chiaro segnale del rapido sviluppo della militarizzazione nel Nord Europa dopo l'invasione dell’Ucraina nel febbraio scorso.
Questo processo, avviato dalla Finlandia, ha portato il governo svedese a uno storico cambio di rotta, abbandonando una politica di non allineamento vecchia di oltre 200 anni, che risaliva alla fine delle guerre napoleoniche.
Questa politica, così come la “neutralità” ufficiale della Svezia, in effetti non è mai stata altro che una cortina fumogena intesa a nascondere la sua appartenenza di lunga data al blocco occidentale dalla fine della Seconda Guerra mondiale.
Il rapido svolgersi degli eventi in seguito all’invasione russa dell'Ucraina ha portato a una grave intensificazione della propaganda militarista in entrambi i paesi, senza precedenti nella loro storia contemporanea. Il mito dei paesi nordici “pacifici” è chiaramente smascherato e la NATO ne approfitterà per rafforzare il proprio fronte settentrionale, il che avrà l’effetto di estendere l'accerchiamento della Russia e non potrà che portare a un ulteriore inasprimento dei conflitti imperialisti in Europa
La Finlandia, che condivide un ampio confine con la Russia (circa la stessa distanza tra Lubecca e Monaco), ha un’esperienza di “neutralità” completamente diversa rispetto alla Svezia. Dopo che la Svezia perse la Finlandia nei confronti della Russia, questa divenne un Granducato facendo parte della Russia zarista nel 1809 fino al 1917.
Le lotte rivoluzionarie in Finlandia nel 1917-1918, che presero la forma di una guerra civile tra il campo rivoluzionario e i Bianchi, furono schiacciate con l’aiuto dell'esercito tedesco. A causa dell’invasione della Russia nel 1939 e della “Guerra d'Inverno” del 1939-40, ma anche della guerra contro la Russia a fianco della Germania fino alla sconfitta del 1944, la Finlandia ha dovuto sottoporsi a pesanti riparazioni di guerra a partire da questo stesso periodo. Ciò significa che la Finlandia fu costretta, dopo la seconda guerra mondiale, a mantenere un “rapporto privilegiato” con la Russia sovietica e a portare avanti una politica di “neutralità” forzata, che durò quasi cinquant’anni, fino alla caduta del vecchio blocco dell’Est.
La Finlandia era un paese verso cui l’URSS esercitava un controllo significativo senza ricorrere al potere militare, come avveniva nei paesi baltici. La politica di “finlandizzazione” ha permesso all'URSS di avere l’ultima parola nell’elezione di governi e presidenti, sebbene la Finlandia avesse ufficialmente una democrazia di tipo occidentale.
La perdita della Finlandia a profitto della Russia nel 1809 (considerata “la metà orientale del Regno di Svezia” sin dall’alto medioevo) assestò il colpo finale alle ambizioni della Svezia di mantenere il suo precedente status di grande potenza locale. Durante il 18° secolo, la Svezia perse gradualmente i suoi antichi possedimenti intorno al Mar Baltico e il nuovo re in carica, il generale francese Jean-Baptiste Bernadotte, dichiarò nel 1818 che la Svezia, per mantenere la pace con la Russia, doveva rimanere “neutrale” evitando di contrarre alleanze con altre potenze europee. Questa politica di “neutralità” fu rigorosamente applicata durante le due guerre mondiali, anche se la maggior parte della borghesia mostrava una netta preferenza per il campo tedesco.
Questo permise il trasporto delle truppe tedesche attraverso il paese nel nord della Norvegia e nella Finlandia settentrionale durante i primi anni della Seconda Guerra mondiale. Quando scoppiò la guerra in Finlandia, la Svezia sostenne il suo vicino inviando cibo, munizioni, armi e medicine. Fu solo verso la metà della guerra, dopo Stalingrado, che la borghesia svedese effettuò una svolta “opportunistica” iniziando a sostenere il campo alleato.
Mentre i settori tradizionali della borghesia svedese mantenevano stretti legami con la Germania, i socialdemocratici, sempre più influenti grazie alla loro egemonia al potere tra il 1933 e il 1976, svilupparono forti legami con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dopo la Seconda Guerra mondiale. La politica di “neutralità” ora significava che la Svezia (senza riconoscerlo ufficialmente) assisteva la NATO e il blocco occidentale nelle loro operazioni di intelligence contro l’Unione Sovietica durante gli anni 1950 e 1960. Fu solo all'inizio degli anni 2000 che questo “segreto di stato” fu scoperto, in seguito alla caduta del blocco dell’Est.
Il ruolo della Svezia negli anni ’60 e ‘70, al culmine della Guerra Fredda, può essere illustrato dal ruolo svolto da Olof Palme e dalla sua eloquente critica della politica americana in Vietnam.
Essere un “alleato essenziale” degli Stati Uniti era una risorsa importante per il blocco occidentale, poiché la presunta neutralità della Svezia poteva essere utilizzata per influenzare ex colonie che rischiavano di cadere nella sfera del blocco orientale. Dopo la caduta del blocco dell’Est, la Svezia ha riorganizzato le sue forze militari e abolito il servizio militare obbligatorio per più di due decenni, solo per ripristinarlo nel 2017.
Con la crescente minaccia dalla Russia nell’ultimo decennio, Svezia e Finlandia hanno sviluppato un’affiliazione militare con i paesi della NATO denominata “Partnership for Peace” e ci sono state discussioni su una possibile collaborazione militare tra Finlandia e Svezia, ma la questione dell’adesione esplicita alla NATO non era nell'agenda politica dei due paesi fino all’invasione dell’Ucraina. In meno di due mesi, i socialdemocratici svedesi hanno abbandonato la politica di “neutralità” e di non allineamento, nonostante le forti critiche all’interno del partito stesso.
Mentre la questione dell’allineamento con la NATO non era presente nell’agenda politica e veniva apertamente difesa solo da una minoranza di partiti in Parlamento, vale a dire il Partito Liberale, dopo l’invasione dell’Ucraina, una forte maggioranza del Parlamento svedese ha proclamato il suo sostegno al “processo NATO”.
La questione NATO non è stata neanche menzionata nelle campagne elettorali svedesi di quest’anno.
Dopo le elezioni la situazione non è cambiata. I socialdemocratici sono stati sostituiti da una coalizione di destra, nella quale i democratici di estrema destra avrebbero giocato un ruolo significativo. E quindi questo partito da una storia di posizioni e connessioni filo-russe, durante la primavera ha cambiato la sua posizione sulla NATO.
L’unico partito apertamente contrario all'adesione alla NATO è rimasto il partito di sinistra, l’ex Partito Comunista.
Allo stesso modo, quando il primo ministro finlandese Sanna Marin ha dichiarato che la Finlandia avrebbe dovuto aderire alla NATO, si è avuta una rottura completa con la politica di “neutralità” e con la precedente sottomissione alla vicina Russia perpetuata durante la Guerra Fredda.
Oggi, il rafforzamento della NATO sul suo fronte settentrionale presenta il rischio di un’escalation di un conflitto militare nel nord Europa. È un altro esempio della politica statunitense a lungo termine, tendente ad imporre il proprio ordine mondiale accerchiando i suoi principali rivali imperialisti. Una strategia che di fatto crea un caos ancora maggiore, come hanno dimostrato le guerre in Afghanistan, Iraq e Ucraina.
L’argomento principale per l’allineamento con la NATO è stato quello di “mantenere la pace e la sicurezza” e quindi alimentare una secolare paura della Russia, il nemico giurato dei paesi scandinavi.
L’affermazione del ministro degli Esteri svedese Ann Linde secondo la quale l’adesione alla NATO “eviterebbe i conflitti” e porterebbe a una situazione più pacifica e serena in Europa è palesemente falsa. Il rafforzamento della NATO sul fronte settentrionale significherà soprattutto un rafforzamento degli Stati Uniti attraverso un gigantesco scudo contro la Russia negli Stati nordici e baltici.
L’allineamento con la NATO e il conseguente, obbligato, aumento dei bilanci militari al 2% del PIL (che significa un impulso all’industria militare svedese, Bofors e SAAB), porterà a una maggiore instabilità e insicurezza per la classe operaia e per l’intera popolazione. Con la sua tattica ipocrita di apparire come un “difensore della pace”, mentre alimenta le fiamme della guerra e del caos, questo capovolgimento strategico delle classi dirigenti svedesi e finlandesi è un chiaro segno dell’escalation della situazione in pochi mesi.
La crescente militarizzazione della società nei paesi scandinavi (illustrata questa primavera dall’ex primo ministro svedese Magdalena Andersson in bella mostra con un elmetto in un carro armato durante un’operazione congiunta a guida NATO) porterà solo a una maggiore destabilizzazione e distruzione.
Edvin, 19 ottobre 2022
Un lettore che ha recentemente partecipato a un incontro pubblico online della CCI ci ha posto delle domande circa la nostra posizione sui sindacati, sulla rivoluzione russa e su altre questioni vitali. Pubblichiamo qui una parte della corrispondenza relativa alla questione dei sindacati.
“La giustificazione storica dei comunisti di sinistra che non partecipano ai sindacati si basa esclusivamente sulle condizioni della Germania di allora. La SPD e i sindacati avevano iniziato a diventare reazionari e a sostenere lo status quo. Tuttavia, teorici come Pannekoek non sostenevano che non dovessimo partecipare ai sindacati, uno dei migliori strumenti che il proletariato ha per ottenere guadagni economici a breve termine, ma non possiamo fare affidamento su di essi come organizzazione socialista. Non capisco perché nelle 'posizioni di base' che sostenete non dovremmo partecipare ai sindacati”.
Caro compagno, la posizione della Sinistra comunista sui sindacati non è limitata a un tempo e a un luogo particolari, come tu sostieni, ma si basa sul passaggio storico del capitalismo mondiale dal periodo ascendente a quello decadente, chiaramente segnato dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Gli opportunisti della socialdemocrazia, seguiti dalla maggior parte dei sindacati, hanno chiarito la loro fedeltà al campo capitalista aiutando a reclutare la classe operaia per la guerra, un fenomeno che non era affatto limitato alla Germania. La graduale burocratizzazione dei sindacati, già in atto da decenni, passò a una fase qualitativamente nuova, in cui i sindacati cessarono di essere strumenti di difesa della classe e divennero organi statali incaricati di controllare la classe operaia. Pannekoek, in Rivoluzione mondiale e tattica comunista (1920), diceva che la classe operaia avrebbe dovuto distruggere i sindacati insieme allo Stato capitalista nel suo complesso; e, ancora una volta, non parlava solo della Germania, ma delle esigenze della rivoluzione mondiale: “Ciò che Marx e Lenin hanno più volte detto a proposito dello stato, cioè che la sua modalità di funzionamento, nonostante l’esistenza di una formale democrazia, non consente di utilizzarlo come uno strumento della rivoluzione proletaria, si può quindi estendere allo stesso modo ai sindacati. Il loro potere controrivoluzionario non sarà annientato né tanto meno intaccato da un cambiamento di dirigenti, o dalla sostituzione dei capi reazionari con uomini di sinistra o ‘rivoluzionari’. È proprio la forma dell’organizzazione stessa che induce le masse all’impotenza o quasi e che impedisce loro di farne lo strumento della propria volontà. La rivoluzione non può trionfare se questa forma di organizzazione non è abbattuta o, meglio, riplasmata da cima a fondo, in modo da diventare una cosa totalmente diversa”[1].
Una posizione che non abbandonò mai. In un testo scritto nel 1936 definisce i sindacati come strumenti della classe dominante, sergenti reclutatori per la guerra e fondamentalmente contrari al comunismo: “Eppure il sindacalismo, in periodo di guerra, non può che trovarsi a fianco del capitalismo. Ciò perché i suoi interessi sono legati a quelli del capitalismo. Non può che sperare nella vittoria di quest’ultimo. Si dedica dunque a risvegliare gli istinti nazionalisti e il campanilismo. Aiuta la classe dirigente a trascinare i lavoratori nella guerra ed a reprimere ogni resistenza.
Il sindacalismo ha in orrore il comunismo, che rappresenta una minaccia permanente alla propria esistenza. In un regime comunista, non ci sono padroni né, di conseguenza, sindacati. Certo, nei paesi dove esiste un potente movimento socialista, e dove la grande maggioranza dei lavoratori sono socialisti, i dirigenti del movimento operaio devono anch’essi essere socialisti. Ma si tratta di socialisti di destra che si limitano a desiderare una repubblica nella quale onesti dirigenti sindacali, verrebbero a sostituire i capitalisti assetati di profitti, nella conduzione della produzione. II sindacalismo ha in orrore la rivoluzione che sconvolge i rapporti fra padroni e operai. Nel corso di scontri violenti, la rivoluzione spazza via regolamenti e convenzioni che reggono il lavoro; davanti all’enorme spiegamento di forza, i modesti talenti da negoziatori dei dirigenti sindacali, vengono superati. Ecco perché il sindacalismo mobilita tutte le sue forze per opporsi alla rivoluzione e al comunismo”[2].
La funzione capitalistica dei sindacati non si manifesta solo nei momenti di guerra e di rivoluzione. Dopo essere nati come organizzazioni per la lotta quotidiana contro lo sfruttamento, nel nuovo periodo diventano strumenti della classe dominante per sabotare le lotte dei lavoratori e imporre gli attacchi della borghesia al tenore di vita della classe operaia: “Il sindacalismo aveva il compito e la funzione di sollevare i lavoratori dalla loro impotente miseria e di conquistare per loro un posto riconosciuto nella società capitalista. Doveva difendere i lavoratori dal crescente sfruttamento del capitale. Ora che il grande capitale si consolida più che mai in un potere monopolistico di banche e imprese industriali, questa antica funzione del sindacalismo è finita. Il suo potere è inferiore rispetto a quello formidabile del capitale. I sindacati sono ora organizzazioni gigantesche, con un posto riconosciuto nella società; la loro posizione è regolata dalla legge, e i loro accordi tariffari hanno valore legale per l'intera industria. I loro leader aspirano a far parte del potere che governa le condizioni industriali. Sono l'apparato attraverso il quale il capitale monopolistico impone le sue condizioni all'intera classe operaia. Per questo capitale ormai onnipotente è normalmente molto più preferibile mascherare il proprio dominio in forme democratiche e costituzionali che mostrarlo nella nuda brutalità della dittatura. Le condizioni di lavoro che ritiene adatte ai lavoratori saranno accettate e rispettate molto più facilmente sotto forma di accordi stipulati dai sindacati che non sotto forma di imposizioni arroganti. In primo luogo, perché ai lavoratori viene lasciata l'illusione di essere padroni dei propri interessi. In secondo luogo, perché tutti i legami di attaccamento, che come loro stessa creazione, creazione dei loro sacrifici, della loro lotta, della loro euforia, rendono i sindacati cari ai lavoratori, ora sono asserviti ai padroni. Così, nelle condizioni moderne, i sindacati si trasformano più che mai in organi del dominio del capitale monopolista sulla classe operaia”[3]. Questo passaggio è tratto dall'opuscolo del 1947, Consigli dei lavoratori, in cui Pannekoek sviluppa un tema che aveva già iniziato a elaborare prima della Prima guerra mondiale: la necessità per la classe operaia di creare nuovi organi per la lotta contro il capitale, sia nella fase difensiva che in quella offensiva. Organi come le assemblee di massa e i comitati di sciopero eletti e revocabili, precursori dei consigli. A nostro avviso, il ruolo dei rivoluzionari in ogni lotta è quello di spingere i lavoratori a prendere il controllo del loro movimento e a diffonderlo ad altri lavoratori, al di fuori e contro l'apparato sindacale che li divide in una miriade di categorie e settori, e li sottopone alle leggi repressive della classe dominante (votazioni di sciopero per scrutinio piuttosto che assemblee di massa, limiti al numero di picchetti, divieto di picchetti secondari, ecc.), esattamente come stiamo vedendo nelle attuali lotte nel Regno Unito. Come dimostriamo nel nostro recente volantino internazionale[4], queste lotte sono estremamente importanti nonostante siano generalmente controllate dai sindacati; ma i rivoluzionari devono difendere una prospettiva di lotta per andare avanti, e questo può solo significare uno scontro con i sindacati sui loro tentativi di limitare e dividere il movimento di classe. Non pensiamo che proporre una prospettiva di questo tipo sia compatibile con il lavoro all'interno dei sindacati (ad esempio, accettando il ruolo dei delegati sindacali, facendo campagna per una leadership più radicale, ecc.)
La nostra posizione generale sui sindacati è spiegata nel nostro opuscolo, disponibile in versione cartacea ma anche online[5].
Fraternamente, Afl per la CCI.
[1]) https://www.marxists.org/archive/pannekoe [339]k [339]/1920/communist-tactics.htm [339]
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130 anni fa, mentre si intensificavano le tensioni tra le potenze capitalistiche in Europa, Friedrich Engels pose il dilemma dell’umanità: comunismo o barbarie. Questa alternativa prese forma con la Prima Guerra Mondiale, che scoppiò nel 1914 e causò 20 milioni di morti, 20 milioni di invalidi e, nel caos della guerra, la pandemia di influenza spagnola che uccise oltre 50 milioni di persone.
La rivoluzione in Russia nel 1917 e i tentativi rivoluzionari in diversi paesi misero fine alla carneficina e mostrarono l’altra faccia del dilemma storico posto da Engels: il rovesciamento del capitalismo a livello mondiale da parte della classe rivoluzionaria, il proletariato, che apriva la possibilità di una società comunista.
Tuttavia, in seguito si è avuto:
- il crollo del tentativo rivoluzionario mondiale, la brutale controrivoluzione in Russia perpetrata dallo stalinismo sotto la bandiera del “comunismo”;
- il massacro del proletariato in Germania[1] - iniziato dalla socialdemocrazia e completato dal nazismo;
- l’arruolamento del proletariato in Unione Sovietica, il massacro del proletariato in quel paese;
- l’arruolamento dei proletari sotto le bandiere dell’antifascismo e della difesa della Patria “socialista” che portò negli anni 1939-45 a una nuova esplosione di barbarie, la Seconda Guerra Mondiale con 60 milioni di morti e una successione infinita di sofferenze: i campi di concentramento nazisti e stalinisti; i bombardamenti alleati di Dresda, Amburgo e Tokyo (gennaio 1945), le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki da parte degli Stati Uniti.
Da allora, la guerra ha continuato a mietere vittime in tutti i continenti.
Prima c’è stato il confronto tra il blocco americano e quello russo, la “Guerra fredda” (1945-89), con una catena infinita di guerre localizzate e la minaccia di un diluvio di bombe nucleari su tutto il pianeta.
Dopo il crollo dell’URSS nel 1989-91, guerre caotiche hanno insanguinato il pianeta: Iraq, Jugoslavia, Ruanda, Afghanistan, Yemen, Siria, Etiopia, Sudan... La guerra in Ucraina è la più grave crisi bellica dal 1945.
La barbarie della guerra si accompagna alla prolificazione e all’interazione di forze distruttive che si rafforzano a vicenda: la pandemia COVID, che è ancora lontana dall’essere sconfitta e annuncia la minaccia di nuove pandemie; il disastro ecologico e ambientale che si accelera e si amplifica, unito agli sconvolgimenti climatici, provocando disastri sempre più incontrollabili e mortali: siccità, inondazioni, uragani, tsunami. ..., un grado di inquinamento senza precedenti della terra, dell’acqua, dell’aria e dello spazio; la grave crisi alimentare che sta causando carestie di proporzioni bibliche. Quarant’anni fa l’umanità rischiava di perire in una Terza Guerra Mondiale, oggi può essere annientata da questa semplice aggregazione e combinazione mortale delle forze di distruzione attualmente all’opera: “Essere brutalmente annientati da una pioggia di bombe termonucleari in una guerra generalizzata o dall’inquinamento, dalla radioattività delle centrali nucleari, dalle carestie, dalle epidemie e dai massacri dei molteplici conflitti bellici (in cui potrebbero essere utilizzate anche le armi atomiche), tutto ciò equivale, alla fine, alla stessa cosa. L’unica differenza tra queste due forme di annientamento è che la prima è più veloce, mentre la seconda è più lenta e causerebbe ancora più sofferenza”[2]. Il dilemma posto da Engels assume una forma molto più pressante: COMUNISMO o DISTRUZIONE DELL’UMANITÀ. Il momento è grave ed è necessario che i rivoluzionari internazionalisti lo dicano in modo inequivocabile alla nostra classe, perché solo essa, attraverso una lotta permanente e incessante, può aprire la prospettiva comunista.
I cosiddetti “mass media” falsificano e sottovalutano la realtà della guerra. All’inizio, ventiquattro ore al giorno, si parlava solo della guerra in Ucraina. Ma con il passare del tempo, la guerra è stata banalizzata, non ha merito più i titoloni di prima pagina, i suoi echi non vanno oltre qualche dichiarazione minacciosa, gli appelli ai sacrifici per “inviare armi all’Ucraina”, le campagne di propaganda martellate contro i rivali, le fake news, il tutto condito da vane illusioni di “negoziati” ....
Banalizzare la guerra, abituarsi al suo odore ripugnante di cadaveri e rovine fumanti, è il peggior tipo di perfidia, significa nascondere il grave pericolo che essa rappresenta per l'umanità, significa essere ciechi di fronte a tutte le minacce che incombono permanentemente sulle nostre teste.
Milioni di persone in Africa, Asia e America Centrale non conoscono altra realtà che la GUERRA; dalla nascita alla morte, vivono in un mare di barbarie dove proliferano atrocità di ogni tipo: bambini soldato, operazioni punitive, presa di ostaggi, attacchi terroristici, sfollamenti massicci di intere popolazioni, bombardamenti indiscriminati...
Mentre le guerre del passato erano limitate alle prime linee e ai combattenti, le guerre del XX e del XXI secolo sono GUERRE TOTALI che abbracciano tutte le sfere della vita sociale e i cui effetti si estendono al mondo intero, colpendo tutti i Paesi, compresi quelli che non sono direttamente belligeranti. Nelle guerre del XX e XXI secolo, nessun abitante o luogo del pianeta può sfuggire ai loro effetti mortali.
Sulle linee del fronte, che possono estendersi per migliaia di chilometri, a terra, in mare, in aria e nello spazio, le vite vengono stroncate da bombe, spari, mine e in molti casi anche dal “fuoco amico” ... Colti da una follia omicida, costretti dal terrore imposto dai loro superiori o intrappolati in situazioni estreme, tutti i partecipanti sono costretti alle peggiori azioni suicide, criminali e distruttive.
Su una parte del fronte militare, c’è la “guerra a distanza”, con il dispiegamento incessante di modernissime macchine di distruzione: aerei che sganciano migliaia di bombe senza interruzione; droni telecomandati verso tutti i “bersagli” del nemico; artiglierie mobili o fisse che martellano senza sosta l’avversario; missili che coprono centinaia o migliaia di chilometri...
Anche le cosiddette “retrovie” di questo fronte stanno diventando un teatro di guerra permanente in cui le popolazioni sono prese in ostaggio. Chiunque può morire nel bombardamento periodico di intere città... Nei centri di produzione si lavora con le armi alle spalle, rigidamente inquadrati dalla polizia, dai partiti politici, dai sindacati e da tutte le altre istituzioni messe al servizio della “difesa della Patria”, mentre allo stesso tempo si corre il rischio di essere sventrati dalle bombe del nemico. Il lavoro diventa un inferno ancora più grande di quello quotidiano dello sfruttamento capitalistico.
Il cibo drammaticamente razionato è una zuppa immonda e puzzolente... Non c'è acqua, né elettricità, né riscaldamento... Milioni di esseri umani vedono la loro esistenza ridotta alla sopravvivenza come bestie. I proiettili cadono dal cielo, uccidendo migliaia di persone o causando loro orribili agonie; a terra, incessanti controlli di polizia e militari, il pericolo di essere arrestati da scagnozzi armati, mercenari dello Stato qualificati come “difensori della patria” ... Bisogna continuamente correre a rifugiarsi in cantine sporche e infestate dai topi... Il rispetto, la solidarietà più elementare, la fiducia, il pensiero razionale... sono spazzati via dall’atmosfera di terrore imposta non solo dal governo, ma anche dall’Unione Nazionale a cui i partiti e i sindacati partecipano con zelo spietato. Le voci più assurde, le notizie più inverosimili, circolano senza sosta, provocando un’atmosfera isterica di denuncia, cieco sospetto, tensione brutale e pogrom.
La guerra è una barbarie voluta e pianificata dai governi, che la aggravano propagando coscientemente odio e terrore verso “l’altro”, fratture e divisioni tra gli esseri umani, la morte per amore della morte, l’istituzionalizzazione della tortura, la sottomissione, i rapporti di potere, come unica logica possibile di evoluzione sociale. I violenti scontri intorno alla centrale nucleare di Zaporižžja in Ucraina, dimostrano che entrambe le parti non si fanno scrupoli a rischiare un disastro radioattivo ben peggiore di Chernobyl e con conseguenze drammatiche per la popolazione europea. La minaccia dell’uso di armi nucleari incombe minacciosa.
Il capitalismo è il sistema più ipocrita e cinico della storia. Tutta la sua “arte” ideologica consiste nel far passare i propri interessi come “interessi del popolo”, adornati dai più nobili ideali: giustizia, pace, progresso, diritti umani...!
Tutti gli Stati costruiscono una IDEOLOGIA DI GUERRA destinata a giustificarla e a trasformare i loro “cittadini” in iene pronte a uccidere. “La guerra è un gigantesco, metodico e organizzato omicidio. Negli esseri umani, l’uccisione sistematica è possibile solo se prima si è raggiunto un certo grado di intossicazione. Questo è sempre stato il metodo collaudato di coloro che fanno la guerra. La bestialità dell’azione deve trovare una commisurata bestialità del pensiero e dei sensi; quest’ultima deve preparare e accompagnare la prima”, (Rosa Luxemburg, Junius Brochures)
Le grandi democrazie fanno della PACE un pilastro della loro ideologia bellica. Le manifestazioni “per la pace” hanno sempre preparato le guerre imperialiste. Nell’estate del 1914 e nel 1938-1939, milioni di persone hanno manifestato “per la pace” con impotenti grida di protesta da parte di “uomini di buona volontà”, sfruttatori e sfruttati che si tenevano per mano, che il campo “democratico” ha continuato ad usare per giustificare l’accelerazione dei preparativi di guerra.
Nella Prima guerra mondiale, la Germania aveva mobilitato le sue truppe per “difendere la pace”, “spezzata dall’attacco di Sarajevo all’alleato austriaco”. Ma dall’altra parte, Francia e Gran Bretagna si dettero al massacro in nome della pace “rotta dalla Germania”. Nella Seconda Guerra Mondiale, Francia e Gran Bretagna finsero uno sforzo di “pace” a Monaco di fronte alle pretese di Hitler, mentre si preparavano freneticamente alla guerra, e l’invasione della Polonia da parte dell’azione combinata di Hitler e Stalin diede loro la scusa perfetta per entrare in guerra... In Ucraina, Putin ha dichiarato fino a poche ore prima dell’invasione del 24 febbraio di volere la “pace”, mentre gli Stati Uniti hanno denunciato senza sosta il bellicismo di Putin....
La nazione, la difesa nazionale e tutte le armi ideologiche che vi ruotano attorno (razzismo, religione, ecc.) sono l’arpione per mobilitare il proletariato e l’intera popolazione nel massacro imperialista. La borghesia proclama in tempi di “pace” la “coesistenza dei popoli”, ma tutto svanisce con la guerra imperialista. Allora le maschere cadono e tutti diffondono l’odio per lo straniero e la difesa accanita della nazione!
Tutti presentano la propria guerra come “difensiva”. Cento anni fa i ministeri incaricati della barbarie bellicista si chiamavano “ministero di guerra”, oggi, con la peggiore ipocrisia, li chiamano “ministero della difesa”. La difesa è la foglia di fico della guerra. Non esistono nazioni aggredite e nazioni che aggrediscono, tutte partecipano attivamente all’ingranaggio mortale della guerra. Nella guerra attuale, la Russia sembra essere “l’aggressore” perché ha preso l’'iniziativa di invadere l’Ucraina, ma prima gli Stati Uniti hanno machiavellicamente ampliato la NATO incorporandovi diversi Paesi dell’ex “Patto di Varsavia”. Non è possibile considerare ogni anello in modo isolato, è necessario esaminare la sanguinosa catena di scontri imperialisti che ha attanagliato l’intera umanità per oltre un secolo.
Tutti parlano di una “guerra pulita”, che seguirebbe (o dovrebbe seguire) “regole umanitarie”, “in conformità con il diritto internazionale”. E’ un vile inganno, farcito di cinismo e ipocrisia senza limiti! Le guerre del capitalismo decadente non possono obbedire a nessun’altra regola se non quella della distruzione assoluta del nemico, che implica terrorizzare le popolazioni del campo avversario con bombardamenti spietati... In guerra si stabilisce un rapporto di forza in cui TUTTO è permesso, dallo stupro alle punizioni più brutali della popolazione rivale fino al terrore cieco esercitato sui loro stessi “cittadini”. Il bombardamento dell’Ucraina da parte della Russia segue le orme dei bombardamenti USA in Iraq, dei governi statunitensi e russi in Afghanistan e in Siria e, prima ancora, in Vietnam; dei bombardamenti della Francia sulle sue ex colonie, come il Madagascar e l’Algeria; dei bombardamenti di Dresda e Amburgo da parte degli “alleati democratici”; della barbarie nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Le guerre del 20° e 21° secolo sono state accompagnate da metodi di sterminio di massa impiegati da tutte le parti, anche se il campo democratico spesso si preoccupa di addossarli a personaggi specifici che ne assumono l’impopolarità.
Osano parlare di “guerre giuste”! La parte della NATO che sostiene l’Ucraina afferma che si tratta di una battaglia per la democrazia contro il dispotismo e il regime dittatoriale di Putin. Putin dice che vuole “denazificare” l’Ucraina. Entrambe sono palesi falsità. Il campo delle “democrazie” ha altrettanto sangue sulle mani: il sangue delle innumerevoli guerre che hanno provocato direttamente (Vietnam, Jugoslavia, Iraq, Afghanistan) o indirettamente (Libia, Siria, Yemen...); il sangue delle migliaia di migranti uccisi in mare e alle “frontiere calde” degli Stati Uniti e in Europa, nelle acque del Mediterraneo... Lo Stato ucraino usa il terrore per imporre la lingua e la cultura ucraina; uccide i lavoratori per il solo crimine di parlare russo; arruola con la forza qualsiasi giovane sorpreso per strada e vicoli; usa la popolazione, persino negli ospedali, come scudi umani; dispiega bande neofasciste per terrorizzare la popolazione... Da parte sua, Putin, oltre ai bombardamenti, agli stupri e alle esecuzioni sommarie, sposta migliaia di famiglie in campi di concentramento in zone remote; impone il terrore nei territori “liberati” e arruola gli ucraini nell’esercito mandandoli al macello in prima linea al fronte.
Diecimila anni fa, uno dei mezzi di distruzione del comunismo primitivo fu la guerra tribale. Da allora, sotto l’egida dei modi di produzione basati sullo sfruttamento, la guerra è uno dei peggiori flagelli. Ma alcune guerre hanno potuto giocare un ruolo progressivo nella storia, per esempio nello sviluppo del capitalismo, formando nuove nazioni, espandendo il mercato mondiale, stimolando lo sviluppo delle forze produttive.
Dalla prima guerra mondiale, tuttavia, il mondo è totalmente diviso tra le potenze capitalistiche, cosicché l’unica via d’uscita per ogni capitale nazionale è quella di strappare ai propri rivali mercati, sfere d’influenza, zone strategiche. Questo fa della guerra e di tutto ciò che ne consegue (militarismo, accumulo gigantesco di armamenti, alleanze diplomatiche...) il MODO DI VITA PERMANENTE del capitalismo. Una costante tensione imperialista attanaglia il mondo e trascina tutte le nazioni, grandi o piccole che siano, indipendentemente dalla loro maschera e alibi ideologico, dall’orientamento dei partiti al potere, dalla loro composizione razziale o dal loro patrimonio culturale e religioso. TUTTE LE NAZIONI SONO IMPERIALISTE. Il mito delle nazioni “pacifiche e neutrali” è una pura mistificazione. Se alcune nazioni adottano una politica “neutrale”, è per cercare di approfittare della contrapposizione tra le parti più risolutamente avversarie, per ritagliarsi un’area di influenza imperialista. Nel giugno 2022, la Svezia, un paese ufficialmente “neutrale” da oltre 70 anni, è entrata a far parte della NATO, ma non ha “tradito alcun ideale” per farlo, si è limitata a perseguire la propria politica imperialista “con altri mezzi”.
La guerra può essere un affare per le aziende coinvolte nella produzione di armamenti, o può anche favorire un determinato paese per un certo periodo, ma per il capitalismo nel suo complesso è una catastrofe economica, uno spreco irrazionale, un segno MENO che inevitabilmente pesa sulla produzione mondiale e provoca debito, inflazione e distruzione ecologica. Non è mai un PIU’ che consentirebbe di accrescere l’accumulazione capitalistica.
Necessità ineludibile per la sopravvivenza di ogni nazione, la guerra è un peso economico mortale. L’URSS è crollata perché non ha retto alla folle corsa agli armamenti che comportava il confronto con gli Stati Uniti, che questi hanno spinto al massimo con il famoso dispiegamento della politica “Star wars” negli anni '80. Gli Stati Uniti, che sono stati i grandi vincitori della Seconda Guerra mondiale e hanno vissuto uno spettacolare boom economico fino alla fine degli anni ‘60, hanno incontrato poi molti ostacoli nel mantenere la loro egemonia imperialista. Ciò soprattutto dopo la dissoluzione della politica dei blocchi, che ha favorito l’emergere di una dinamica di risveglio di nuovi appetiti imperialisti - in particolare tra i loro ex “alleati” - di contestazione e di “ciascuno per sé”. Questo ha richiesto alla potenza statunitense un gigantesco sforzo bellico per più di 80 anni e costose operazioni militari che necessariamente ha dovuto intraprendere per mantenere il suo status di prima potenza mondiale.
Il capitalismo porta nei suoi geni, nel suo DNA, la competizione più esacerbata, il TUTTI CONTRO TUTTI e il CIASCUNO PER SE, per ogni capitalista, come per ogni nazione. Questa tendenza “organica” del capitalismo non è apparsa chiaramente nel suo periodo ascendente, perché ogni capitale nazionale disponeva ancora di aree sufficienti per la sua espansione senza dover entrare in conflitto con i rivali. Tra il 1914 e il 1989, il problema è stato attenuato dalla formazione di grandi blocchi imperialisti. Con la brusca fine di questa disciplina di blocco, le tendenze centrifughe configurano a un mondo di disordine mortale, in cui sia gli imperialismi con ambizioni di egemonia globale, sia gli imperialismi con pretese regionali o gli imperialismi più locali cercando, tutti, di soddisfare i propri appetiti e interessi. In questo scenario, gli Stati Uniti cercano di impedire a chiunque di metterli in ombra, dispiegando senza sosta il loro strapotere militare, cercando sempre di rafforzarlo e lanciando costantemente operazioni militari altamente destabilizzanti. La promessa del 1990, dopo la fine dell’URSS, di un “nuovo ordine mondiale di pace e prosperità” è stata immediatamente smentita dalla Guerra del Golfo e poi dalle guerre in Medio Oriente, in Iraq e in Afghanistan, che hanno alimentato le tendenze guerrafondaie in modo tale che “l’imperialismo più democratico del mondo”, gli Stati Uniti, è ora il principale agente di diffusione del caos bellico e di destabilizzazione della situazione mondiale.
La Cina si è imposta come concorrente di primo piano della leadership statunitense. Il suo esercito, nonostante la modernizzazione, è ancora ben lontano dall’aver acquisito la forza e l’esperienza del rivale americano; la sua “tecnologia bellica”, base essenziale per un armamento e un dispiegamento di guerra efficace, è ancora limitata e fragile, lontana dalla potenza americana; la Cina è circondata nel Pacifico da una catena di potenze ostili (Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Australia, ecc.), che blocca la sua espansione imperialista marittima. Di fronte a questa situazione sfavorevole, la Cina si è lanciata in una gigantesca impresa economico-imperialista, la Via della Seta, che mira a stabilire una presenza mondiale e un’espansione via terra attraverso l’Asia centrale, cioè in una delle regioni più destabilizzate del mondo. Si tratta di sforzo il cui esito è molto incerto e richiede un investimento economico e militare totale e incommensurabile, così come una mobilitazione politico-sociale al di sopra dei suoi mezzi di controllo. Questi infatti si basano essenzialmente su di una rigidità politica del suo apparato statale, pesante eredità del maoismo staliniano: l’uso sistematico e brutale delle forze repressive, la coercizione e la sottomissione a un gigantesco apparato statale ultra-burocratizzato, come si è visto nel proliferare delle proteste contro la politica “zero Covid” del governo. Questo orientamento aberrante e l’accumulo di contraddizioni che minano profondamente il suo sviluppo potrebbero finire per scuotere questo colosso dai piedi d’argilla che è la Cina. Così come la risposta brutale e minacciosa degli Stati Uniti illustra il grado di follia omicida, di fuga cieca nella barbarie e nel militarismo (compresa la crescente militarizzazione della vita sociale), che il capitalismo ha raggiunto come sintomi di un cancro generalizzato che sta divorando il mondo e minaccia ormai direttamente il futuro della Terra e la vita dell’umanità.
La guerra in Ucraina non è una tempesta a ciel sereno, segue la peggiore pandemia del 21° secolo, quella del COVID, con oltre 15 milioni di morti, le cui devastazioni continuano con il confinamento draconiano in Cina. Tuttavia, entrambe fanno parte, alimentandola, di una catena di disastri che colpiscono l’umanità: la distruzione dell’ambiente; lo sconvolgimento climatico e le sue molteplici conseguenze; la carestia che sta tornando con violenza in Africa, Asia e America centrale; l’ondata vertiginosa di rifugiati che, nel 2021, ha raggiunto la cifra senza precedenti di 100 milioni di sfollati o migranti; il disordine politico che si sta impadronendo dei Paesi centrali, come vediamo con i governi in Gran Bretagna o il peso del populismo negli Stati Uniti; lo sviluppo di ideologie la le più oscurantiste …
La pandemia ha messo a nudo le contraddizioni che minano il capitalismo. Un sistema sociale che vanta di impressionanti progressi scientifici non ha altra soluzione che il metodo medievale della quarantena, mentre i suoi sistemi sanitari sono al collasso e la sua economia è paralizzata da quasi due anni, aggravando una crisi economica già alle stelle. Un ordine sociale che pretende di avere come bandiera il progresso produce le ideologie più arretrate e irrazionali che sono esplose intorno alla pandemia con ridicole teorie del complotto, molte delle quali provengono dalla bocca di “grandi leader mondiali”.
Una causa diretta della pandemia risiede nel peggior disastro ecologico che minaccia l’umanità da anni. Mosso dal profitto e non dalla soddisfazione dei bisogni umani, il capitalismo è un predatore di risorse naturali, come lo è del lavoro umano, ma allo stesso tempo, tende a distruggere gli equilibri e i processi naturali, modificandoli in modo caotico, come un apprendista stregone, provocando disastri di ogni tipo con conseguenze sempre più distruttive. Il riscaldamento climatico provoca siccità, inondazioni, incendi, la fusione dei ghiacciai e degli iceberg, l’estinzione massiccia di specie vegetali e animali con conseguenze imprevedibili e preannuncia la scomparsa stessa della specie umana a cui il capitalismo sta portando. Il disastro ecologico è aggravato dalle necessità della guerra, dalle stesse operazioni belliche (l’uso delle armi nucleari ne è una chiara espressione) e dall’aggravarsi di una crisi economica mondiale che costringe ogni capitale nazionale a devastare ulteriormente un gran numero di regioni alla disperata ricerca di materie prime. L’estate del 2022 è un’illustrazione lampante delle gravi minacce che incombono sull’umanità in campo ecologico: aumento delle temperature medie e massime – l’estate più calda da quando sono iniziate le registrazioni meteorologiche su scala internazionale - siccità diffusa che colpisce fiumi come il Reno, il Po e il Tamigi, incendi boschivi devastanti, alluvioni come quella in Pakistan che ha colpito un terzo della superficie del Paese, frane, ... e, in mezzo a questo panorama disastrato e devastato, i governi che ritirano i loro ridicoli impegni di “protezione ambientale” in nome dello sforzo bellico!
“Il risultato finale del processo di produzione capitalista è il caos”, dichiarò il Primo Congresso dell’Internazionale Comunista nel 1919. È suicida e irrazionale, contrario a ogni criterio scientifico, pensare che tutte queste devastazioni siano solo una somma di fenomeni transitori, ciascuno confinato in cause particolari. C’è una continuità, un accumulo di contraddizioni, che costituiscono un filo rosso insanguinato che li lega, convergendo in un vortice mortale che minaccia l’umanità:
- Stiamo assistendo a un’accelerazione di tutte le contraddizioni del capitalismo, che si combinano tra loro e provocano un effetto moltiplicatore dei fattori di distruzione e caos;
- L’economia è sprofondata non solo nella crisi ma anche in un crescente disordine (continui blocchi dell’approvvigionamento, situazioni combinate di sovrapproduzione e carenza di beni e mano d’opera);
- I paesi più industrializzati, che si presume siano oasi di prosperità e pace, sono destabilizzati e diventano essi stessi fattori principali della crescente instabilità internazionale.
Come abbiamo detto nel Manifesto del nostro IX Congresso (1991): “La società umana non aveva mai conosciuto carneficine dell’ampiezza di quelle delle due guerre mondiali. Mai come ora il progresso della scienza e della tecnica era stato utilizzato a tale scala per provocare distruzione, massacri e sciagure agli uomini. Mai come ora una grande accumulazione di ricchezze era stata raggiunta, ma mai aveva provocato fame e sofferenze come quelle che si sono abbattute da decenni sui paesi del terzo mondo. Ma l’umanità non aveva ancora toccato il fondo. La decadenza del sistema capitalista significa l’agonia di questo sistema; ma questa agonia ha essa stessa una storia: oggi abbiamo raggiunto la fase terminale, quella della decomposizione generale della società, della sua putrescenza”[3].
Di tutte le classi sociali, quella più colpita e più duramente toccata dalla guerra è il proletariato. La guerra “moderna” è costruita su una gigantesca macchina industriale che richiede lo sfruttamento decuplicato del proletariato. Il proletariato è una classe internazionale che NON HA PATRIA, ma la guerra è l’assassinio dei lavoratori per la patria che li sfrutta e li opprime. Il proletariato è la classe della coscienza; la guerra è lo scontro irrazionale, la rinuncia a ogni pensiero e riflessione cosciente. Il proletariato ha interesse a cercare la verità, la chiarezza; nelle guerre, la prima vittima è la verità, incatenata, imbavagliata, soffocata dalle menzogne della propaganda imperialista. Il proletariato è la classe dell’unità al di là delle barriere di lingua, religione, razza o nazionalità; lo scontro mortale in guerra stabilisce come regola la lacerazione, la divisione, il confronto tra nazioni e popolazioni. Il proletariato è la classe dell’internazionalismo, della fiducia reciproca e della solidarietà; la guerra richiede come forza motrice il sospetto, la paura dello “straniero”, l’odio più efferato verso il “nemico”.
Poiché la guerra colpisce e mutila la fibra più profonda dell’essere proletario, la guerra generalizzata richiede la preventiva sconfitta del proletariato. La prima guerra mondiale è stata possibile perché i partiti operai dell’epoca, i partiti socialisti e i sindacati hanno tradito la nostra classe e si sono uniti alle loro borghesie nel quadro nell’UNIONE NAZIONALE contro il nemico. Ma questo tradimento non era sufficiente, nel 1915 la sinistra della socialdemocrazia si raggruppò a Zimmerwald e alzò la bandiera della lotta per la rivoluzione mondiale. Ciò ha contribuito all’emergere di lotte di massa che hanno aperto la strada alla Rivoluzione in Russia nel 1917 e all’ondata mondiale dell’assalto proletario del 1917-23 non solo contro la guerra in difesa dei principi dell’internazionalismo proletario, ma anche contro il capitalismo, affermando la capacità della classe unita di rovesciare un sistema di sfruttamento barbaro e disumano. Una lezione indistruttibile del 1917-18! Non sono stati i negoziati diplomatici o le conquiste di questo o quell’imperialismo a porre fine alla Prima guerra mondiale. È STATA L’INSURREZIONE RIVOLUZIONARIA INTERNAZIONALE DEL PROLETARIATO. SOLO IL PROLETARIATO PUÒ PORRE FINE ALLA BARBARIE BELLICA DIRIGENDO LA SUA LOTTA DI CLASSE VERSO LA DISTRUZIONE DEL CAPITALISMO.
Per spianare la strada alla Seconda guerra mondiale, la borghesia doveva garantire la sconfitta non solo fisica ma anche ideologica del proletariato. Il proletariato è stato sottoposto a un terrore spietato ovunque i suoi tentativi rivoluzionari si siano spinti più lontano: in Germania sotto il nazismo, in Russia sotto lo stalinismo. Ma allo stesso tempo è stato ideologicamente arruolato, sventolando le bandiere dell’antifascismo e della difesa della “patria socialista”, l’URSS.
“Di ‘vittoria in vittoria’, essa [la classe operaia] è stata condotta mani e piedi nella Seconda guerra imperialista che, a differenza della prima, non doveva permetterle di emergere in modo rivoluzionario, ma nella quale doveva essere iscritta alle grandi ‘vittorie’ della ‘resistenza’, dell'''antifascismo' o delle ‘liberazioni’ coloniali e nazionali" (Manifesto of the 1st Congress of the ICC, 1975 [344], 1975).
Dalla storica ripresa della lotta di classe nel 1968, e per tutto il periodo in cui il mondo era diviso in due blocchi imperialisti, la classe operaia dei principali paesi ha rifiutato i sacrifici richiesti dalla guerra, per non parlare di andare al fronte a morire per la patria, il che ha chiuso la porta a una terza guerra mondiale. La situazione non è cambiata dal 1989.
Tuttavia, la “non mobilitazione” del proletariato dei paesi centrali per la guerra NON È SUFFICIENTE. Una seconda lezione emerge dall’evoluzione storica dal 1989: NON BASTA IL SEMPLICE RIFIUTO DI IMPEGNARSI IN OPERAZONI DI GUERRA, NÈ LA SEMPLICE RESISTENZA ALLA BARBARIE CAPITALISTA. RIMANERE A QUESTO STADIO NON FERMERÀ IL CORSO VERSO LA DISTRUZIONE DELL’UMANITÀ.
Il proletariato deve passare al terreno politico dell’offensiva internazionale generale contro il capitalismo. Solo “la coscienza della notevole posta in gioco nella situazione storica attuale, in particolare i pericoli mortali che fa correre la decomposizione all’umanità; - la sua determinazione a continuare, sviluppare ed unificare la propria lotta di classe, - la sua capacità a schivare le molteplici trappole che la borghesia, seppur colpita dalla decomposizione, non mancherà di seminare sul suo cammino, permetteranno alla classe operaia di rispondere colpo su colpo a tutti gli attacchi sferrati dal capitalismo, per passare finalmente all’offensiva ed abbattere questo barbaro sistema." (Tesi: la decomposizione, la fase finale della decadenza capitalistica, [13] tesi 17)
La base di fondo dell’accumulazione di distruzione, barbarie e disastri che denunciamo è la crisi economica irreversibile del capitalismo, che è alla base del suo intero funzionamento. Dal 1967 il capitalismo è entrato in una crisi economica dalla quale, a distanza di cinquant'anni, non è riuscito a uscire. Al contrario, come dimostrano gli sconvolgimenti economici che si sono verificati dal 2018 e il crescente aumento dell’inflazione, la situazione sta peggiorando notevolmente, con le sue conseguenze di miseria, disoccupazione, precarietà e carestia.
La crisi del capitalismo tocca le fondamenta stesse di questa società. Inflazione, precarietà, disoccupazione, ritmi infernali e condizioni di lavoro che distruggono la salute dei lavoratori, alloggi inaccessibili... sono la prova di un inesorabile deterioramento della vita della classe operaia e, sebbene la borghesia stia cercando di creare ogni possibile divisione, concedendo condizioni “privilegiate” a determinate categorie di lavoratori, ciò a cui stiamo assistendo nel complesso è, da un lato, quella che probabilmente sarà la PEGGIORE CRISI della storia del capitalismo, e, d’altra parte, la realtà concreta della PAUPERIZZAZIONE ASSOLUTA della classe operaia nei paesi centrali. Il che conferma totalmente la correttezza di questa previsione che Marx fece sulla prospettiva storica del capitalismo e che gli economisti e gli altri ideologi della borghesia hanno tanto deriso.
L’inesorabile aggravarsi della crisi del capitalismo è uno stimolo essenziale alla lotta e alla coscienza di classe. La lotta contro gli effetti della crisi è la base per lo sviluppo della forza e dell’unità della classe operaia. La crisi economica colpisce direttamente l’infrastruttura della società; mette quindi a nudo le cause profonde di tutta la barbarie che grava sulla società, permettendo al proletariato di prendere coscienza della necessità di distruggere radicalmente il sistema e di non pretendere più di migliorarne alcuni aspetti.
Nella lotta contro gli attacchi brutali del capitalismo, e soprattutto contro l’inflazione che colpisce tutti i lavoratori in modo generale e indiscriminato, i lavoratori svilupperanno la loro combattività, potranno iniziare a riconoscersi come una classe che ha una forza, un’autonomia e un ruolo storico da svolgere nella società. Questo sviluppo politico della lotta di classe le darà la capacità di porre fine alla guerra ponendo fine al capitalismo.
Questa prospettiva sta cominciando a emergere: “di fronte agli attacchi della borghesia, la rabbia si è accumulata e oggi la classe operaia britannica dimostra di essere nuovamente pronta a lottare per la propria dignità, a rifiutare i sacrifici costantemente richiesti dal capitale. Questo è inoltre indicativo di una dinamica internazionale: lo scorso inverno, gli scioperi hanno iniziato a manifestarsi in Spagna e negli Stati Uniti; quest’estate, anche in Germania e in Belgio ci sono stati scioperi; e ora, i commentatori prevedono 'una situazione sociale esplosiva' in Francia e in Italia nei prossimi mesi. Non è possibile prevedere dove e quando la combattività dei lavoratori riemergerà su scala massiccia nel prossimo futuro, ma una cosa è certa: la portata dell’attuale mobilitazione dei lavoratori in Gran Bretagna è un evento storico significativo. I giorni della passività e della sottomissione sono passati. Le nuove generazioni di lavoratori stanno alzando la testa." (La borghesia impone nuovi sacrifici, la classe operaia risponde con la lotta [309] – Volantino internazionale della CCI, agosto 2022).
Vediamo una rottura con la passività e il disorientamento degli anni precedenti. Il ritorno della combattività della classe operaia in risposta alla crisi può diventare un fulcro di coscienza guidato dall’intervento delle organizzazioni comuniste. È chiaro che ogni manifestazione dello sprofondare della società nella decomposizione riesce a rallentare gli sforzi della combattività operaia o addirittura a paralizzarla in un primo momento, come nel caso del movimento in Francia nel 2019 che ha subito il colpo dello scoppio della pandemia. Ciò comporta un’ulteriore difficoltà per lo sviluppo delle lotte. Tuttavia, non c’è altra via che la lotta, essendo la lotta stessa già una prima vittoria. Il proletariato mondiale, anche attraverso un processo necessariamente accidentato, pieno di insidie e di trappole tese dagli apparati politici e sindacali del suo nemico di classe, di amare sconfitte, mantiene intatte le sue capacità per poter recuperare la sua identità di classe e lanciare finalmente un’offensiva internazionale contro questo sistema morente.
Gli anni Venti del 21° secolo avranno quindi una notevole importanza nell’evoluzione storica della lotta di classe e del movimento operaio. Mostreranno più chiaramente rispetto al passato - come abbiamo già visto dal 2020 – la prospettiva di distruzione dell’umanità che la decomposizione capitalista porta con sé. All’altro polo, il proletariato inizierà a muovere i primi passi, spesso esitanti e con molte debolezze, verso la sua capacità storica di porre la prospettiva comunista. Verranno posti i due poli della prospettiva, Distruzione dell’umanità o Rivoluzione comunista, anche se quest’ultima è ancora molto lontana e deve affrontare enormi ostacoli per affermarsi.
Sarebbe suicida per il proletariato nascondere o sottovalutare i giganteschi ostacoli derivanti sia dall’azione del Capitale e dei suoi Stati, sia dal marciume della situazione stessa che avvelena l’atmosfera sociale in tutto il mondo:
1) La borghesia ha saputo tirare le lezioni dal GRANDE SHOCK che le ha procurato il trionfo iniziale della Rivoluzione in Russia e l’ondata rivoluzionaria mondiale dell’assalto proletario tra il 1917 e il 1923, che ha dimostrato “nella pratica” ciò che il Manifesto Comunista annunciava nel 1848: “Uno spettro s’aggira sull’Europa: lo spettro del comunismo. La borghesia crea il proprio becchino: il proletariato”.
a. HA COLLABORATO A LIVELLO INTERNAZIONALE contro il proletariato, come abbiamo visto di fronte alla rivoluzione in Russia nel 1917[4] e in Germania nel 1918, nonché di fronte allo sciopero di massa in Polonia nel 1980.
b. Ha sviluppato un gigantesco apparato di controllo, deviazione e sabotaggio delle lotte dei lavoratori, messo in campo dai sindacati e dai partiti di ogni colore politico, dall’estrema destra all’estrema sinistra.
c. Utilizza e utilizzerà tutti gli strumenti dello Stato e dei cosiddetti “media” per lanciare costanti campagne ideologiche e articolate manovre politiche volte a vanificare e ostacolare la coscienza e la lotta del proletariato.
2) La decomposizione della società capitalista aggrava la mancanza di fiducia nel futuro. Inoltre mina la fiducia del proletariato in se stesso e nella sua forza come unica classe in grado di rovesciare il capitalismo, generando il “ciascuno per sé” la concorrenza generalizzata, la frammentazione sociale in categorie contrapposte, il corporativismo, tutti elementi che costituiscono un notevole ostacolo allo sviluppo delle lotte dei lavoratori e soprattutto alla loro politicizzazione rivoluzionaria.
3) In questo contesto, il proletariato corre il rischio di essere trascinato in lotte interclassiste o in movimenti di lotta parcellari che lo deviano e lo confinano in un terreno borghese come il femminismo, l’antirazzismo, l’anti populismo (una variante dell’antifascismo), ecc.
4) “Il tempo non gioca più a favore della classe operaia. Finché la minaccia di distruzione della società era rappresentata unicamente dalla guerra imperialista, il semplice fatto che le lotte del proletariato fossero capaci di mantenersi come ostacolo decisivo di un tale evento era sufficiente a sbarrare la strada a questa distruzione. Invece, contrariamente alla guerra imperialista che per potersi realizzare richiede l’adesione del proletariato agli ideali della borghesia, la decomposizione non ha nessun bisogno di imbrigliare la classe operaia per distruggere l’umanità. In effetti, le lotte operaie sono incapaci di costituire un freno alla decomposizione così come non riescono in nessun modo ad opporsi al crollo dell’economia borghese. In queste condizioni, anche se la decomposizione sembra essere per la vita della società un pericolo più lontano rispetto a quello di una guerra mondiale, essa è tuttavia ben più insidiosa.” (TESI: la decomposizione, fase ultima della decadenza capitalista [13], tesi 16).
L’immensità dei pericoli non deve spingerci al fatalismo. La forza del proletariato è la coscienza delle sue debolezze, delle sue difficoltà, degli ostacoli che il nemico o la situazione stessa erigono contro la sua lotta: “Le rivoluzioni proletarie invece, quelle del secolo decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompono ad ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo, si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte ad esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall’infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano: Hic Rhodus, hic salta!” (Marx: Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte).
In situazioni storiche gravi, come le guerre su larga scala simili a quella in Ucraina, il proletariato può vedere chi sono i suoi amici e chi i suoi nemici. I nemici non sono solo i grandi leader, come Putin, Zelensky o Biden, ma anche i partiti di estrema destra, di destra, di sinistra e di estrema sinistra che, con gli argomenti più diversi, compreso il pacifismo, sostengono e giustificano la guerra e la difesa di un campo imperialista contro l’altro.
Per più di un secolo, solo la Sinistra Comunista è stata ed è capace di denunciare sistematicamente e coerentemente la guerra imperialista, difendendo l’alternativa della lotta di classe del proletariato, del suo orientamento verso la distruzione del capitalismo attraverso la rivoluzione proletaria mondiale.
La lotta del proletariato non si limita solo alle lotte difensive o agli scioperi di massa. Una componente indispensabile, permanente e inseparabile di essa è la lotta delle sue organizzazioni comuniste e concretamente, da un secolo, della Sinistra Comunista. L’unità di tutti i gruppi della Sinistra Comunista è indispensabile di fronte alla dinamica capitalista di distruzione dell’umanità. Come abbiamo già affermato nel Manifesto pubblicato in occasione del nostro primo congresso nel 1975: “Voltando le spalle al monolitismo delle sette, esso [questo Manifesto] invita i comunisti di tutti i Paesi a prendere coscienza delle immense responsabilità che sono loro proprie, ad abbandonare le false dispute che li oppongono, a superare le divisioni fittizie che il vecchio mondo pone su di loro. Li invita a unirsi a questo sforzo per costituire, prima delle battaglie decisive, l’organizzazione internazionale e unitaria della sua avanguardia. Come frazione più consapevole della classe, i comunisti devono indicarle la strada, facendo proprio lo slogan: Rivoluzionari di tutti i paesi unitevi!”.
CCI (dicembre 2022)
[1] Di fronte al tentativo rivoluzionario in Germania nel 1918, il socialdemocratico Noske si disse pronto ad assumere il ruolo di “cane sanguinario” della controrivoluzione.
[3] https://it.internationalism.org/manifesto-91 [345] (Rivoluzione comunista o distruzione dell’umanità)
[4] Gli eserciti congiunti di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Giappone collaborarono a partire dall’aprile 1918 con i resti dell’ex esercito zarista in una terribile guerra civile che causò 6 milioni di morti.
La guerra in Ucraina non è un fulmine a ciel sereno. Le sue distruzioni intervengono mentre si moltiplicano le catastrofi: alterazione del clima, degradazione dell’ambiente, aggravamento accelerato della crisi economica, convulsioni politiche che toccano perfino i più vecchi paesi del capitalismo (Regno Unito), ritorno di spaventose carestie su grande scala, migrazioni di massa di popolazioni che fuggono dalle zone di guerra, dai massacri, dalle persecuzioni o dalla miseria… Questa combinazione di fenomeni, la loro interdipendenza et la loro interazione ci hanno spinto ad adottare il documento che pubblichiamo qui, un testo che si sforza di integrarli in un quadro storico più ampio, prendendo in conto l’altrettanto importante avvenimento costituito dall’insorgere di un movimento di scioperi di grande ampiezza che ha scosso la Gran Bretagna, come risultato di in profondo malcontento: “l’estate della rabbia”.
1. Gli anni ꞌ20 del 21° secolo si annunciano come uno dei periodi più convulsi della storia e già si accumulano catastrofi e sofferenze indescrivibili. Essi sono cominciati con la pandemia del Covid-19 (che ancora continua) e una guerra nel cuore dell’Europa, che dura già da più di 9 mesi e di cui nessuno può prevedere l’esito. Il capitalismo è entrato in una fase di gravi sconvolgimenti su tutti i piani. Dietro questa accumulazione e interconnessione di convulsioni si profila la minaccia della distruzione dell’umanità. Come già sottolineavamo nelle nostre “Tesi sulla decomposizione [13]”[1] il capitalismo “è la prima [società] a minacciare la sopravvivenza stessa dell’umanità, la prima che possa distruggere la specie umana.” (tesi 1)
2. La decadenza del capitalismo non è un processo omogeneo e regolare: al contrario, essa ha una storia che si sviluppa in più fasi. La fase della decomposizione è stata identificata nelle nostre Tesi, come “una fase specifica, la fase ultima della sua storia, quella in cui la decomposizione diviene un fattore, se non il fattore decisivo dell’evoluzione della società.” (tesi 2). È chiaro che se il proletariato non fosse capace di rovesciare il capitalismo, assisteremmo a una terribile agonia avente come sbocco la distruzione dell’umanità.
3. Con l’improvvisa irruzione della pandemia Covid, abbiamo messo in evidenza l’esistenza di quattro caratteristiche proprie della decomposizione:
- La crescente gravità dei suoi effetti. La pandemia ha provocato dai 15 ai 20 milioni di morti, la paralisi generale dell’economia per più di un anno, il collasso dei sistemi sanitari nazionali, l’incapacità degli Stati di coordinarsi internazionalmente per combattere il virus e produrre dei vaccini, ognuno rifugiandosi nel ciascuno per sé. Una tale situazione traduce non solo l’impossibilità del sistema di sfuggire alle sue leggi legate alla concorrenza, ma anche l’inasprirsi delle rivalità da cui è scaturita l’incuria, l’aberrazione e il caos della gestione borghese, e questo anche nei paesi più potenti o più sviluppati del pianeta.
- L’irruzione degli effetti della decomposizione sul piano economico. Questa tendenza, già constatata al 23° congresso della CCI, si è pienamente confermata e costituisce una “novità” perché dagli anni ‘80 la borghesia dei paesi centrali era riuscita a proteggere l’economia dai principali effetti della decomposizione[2].
- L’interazione crescente dei suoi effetti, che aggrava le contraddizioni del capitalismo a un livello mai visto prima. In effetti nei precedenti trenta anni la borghesia era più o meno riuscita (soprattutto nei paesi centrali) a isolare o limitare gli effetti della decomposizione, ottenendo in generale che essi non interagissero fra di loro. Quello che invece si può notare negli ultimi due anni è l’interazione e l’imbrigliamento della barbarie guerriera, di una crisi ecologica fenomenale, del caos nell’apparato politico di un buon numero di borghesie importanti, dell’attuale pandemia e del crescente rischio di nuove crisi sanitarie, delle carestie, del gigantesco esodo di milioni di persone, della propagazione di ideologie retrograde e irrazionali, ecc., il tutto nel mezzo di una crisi economica che fragilizza ancora di più intere porzioni di popolazione, in particolare i proletari, soggetti a una pauperizzazione crescente e a un deterioramento accelerato delle loro condizioni di vita (disoccupazione, precarietà, difficoltà a nutrirsi, ad avere un’abitazione…)
- La crescente presenza dei suoi effetti nei paesi contrali. Se, durante gli ultimi trenta anni, i paesi centrali sono stati relativamente protetti degli effetti della decomposizione, oggi essi ne sono investiti e, peggio ancora, essi tendono a diventare i suoi più grandi propagatori, come negli Stati Uniti, in cui all’inizio del 2021 si è visto il tentativo di assalto al Campidoglio da parte dei sostenitori del populista Trump come se fosse stata una volgare repubblica di banane.
4. L’anno 2022 ha fornito una illustrazione clamorosa di queste quattro caratteristiche, attraverso:
L’aggregazione e l’interazione dei fenomeni distruttivi sbocca in un “effetto vortice” che concentra, catalizza e moltiplica ognuno degli effetti parziali, provocando dei danni ancora più disastrosi. Alcuni scienziati vedono l’effetto in maniera più o meno chiaro, come Marine Romanello dell’University College di Londra: “il nostro rapporto per quest’anno rivela che ci troviamo in un momento critico. Vediamo come il cambiamento climatico impatta gravemente la salute nel mondo intero, allo tesso tempo che la persistente dipendenza globale dai combustibili fossili aggrava questi danni per la salute nel mezzo di una molteplicità di crisi mondiali.” Ora, questo “effetto vortice” costituisce un cambiamento qualitativo le cui conseguenze saranno ancora più manifeste nel prossimo periodo.
In questo quadro bisogna sottolineare il ruolo motore della guerra in quanto azione voluta e pianificata dagli Stati capitalisti, diventando il fattore più potente e grave del caos e della distruzione. Nei fatti, la guerra in Ucraina ha avuto un effetto moltiplicatore dei fattori di barbarie e di distruzione, implicando:
In questo contesto bisogna comprendere in tutta la sua gravità l’espansione della crisi ambientale che arriva a dei livelli mai visti prima:
- Un’ondata di calore durante l’estate, la peggiore dal 1961, con la prospettiva di veder queste canicole diventare permanenti.
- Una siccità mai vista, secondo gli esperti la peggiore in 500 anni, che tocca anche fiumi come il Tamigi, il Reno e il Po, di solito a scorrimento veloce.
- Incendi devastanti, anche questi i peggiori da decenni.
- Inondazioni incontrollabili, come quelle in Pakistan dove hanno interessato un terzo del paese (lo stesso è avvenuto in Tailandia).
- Un rischio di scioglimento della calotta glaciale a seguito della fusione di ghiacciai con una superficie paragonabile a quella del Regno Unito, con conseguenze che possono essere catastrofiche.
Un altro dato legato alla crisi ambientale, che allo stesso tempo la aggrava, è la situazione di degrado delle centrali nucleari[6] in un contesto di crisi energetica (risultante dalla crisi economica) ma anche come conseguenze della guerra in Ucraina. In questo caso abbiamo il rischio di catastrofi senza precedenti, che si aggiungono a quello dovuto dai bombardamenti delle centrali ucraine.
Noi non siamo i soli a constatare la gravità della situazione, ed anche una personalità che non può assolutamente essere sospettata di essere un nemico del capitalismo dichiara che “la crisi climatica è sul punto di ucciderci. Essa può costituire non solo la fine della salute del nostro pianeta, ma anche quella dell’insieme della sua popolazione, attraverso la contaminazione dell’atmosfera…” (dixit Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU in un discorso all’Assemblea Generale di settembre 2022).
5. Sullo sfondo di questa evoluzione catastrofica si trova il considerevole aggravamento della crisi economica che si sviluppa dal 2019 e che la pandemia prima e la guerra dopo hanno finito con l’acuire. Questa crisi si presenta come una crisi più lunga e più profonda di quella del 1929. Innanzitutto perché l’irruzione degli effetti della decomposizione sull’economia tende a creare caos nel funzionamento della produzione, provocando costanti colli di bottiglia che strangolano o bloccano l’economia, in una situazione di sviluppo della disoccupazione che si combina, in maniera paradossale, con delle situazioni di penuria di mano d’opera. Essa si esprime soprattutto con lo scatenamento dell’inflazione che i diversi piani di salvataggio, frettolosamente messi in campo dagli Stati di fronte alla pandemia e alla guerra, non hanno fatto che alimentare per la fuga in avanti dell’indebitamento. L’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali per cercare di frenare l’inflazione rischia di provocare una recessione molto violenta capace di strangolare allo stesso tempo gli Stati e le imprese. Quello che è ormai in marcia è un vero tsunami di miseria, un impoverimento brutale del proletariato anche nei paesi centrali.
6. Di conseguenza, paesi importanti si trovano in una situazione sempre più pericolosa, cosa che può avere gravi ripercussioni sull’insieme del mondo:
- Ci saranno necessariamente grandi convulsioni in Russia. È poco probabile che una semplice destituzione di Putin si faccia senza scorrimento di sangue e senza scontri violenti tra frazioni rivali. L’eventuale frammentazione di certe parti della Russia, lo Stato più grande del mondo ed uno dei più armati, avrebbe delle conseguenze imprevedibili per il mondo intero.
- La Cina è sempre più preda dei colpi ripetuti della pandemia (e probabilmente di altre a venire), della fragilizzazione dell’economia, delle catastrofi ambientali a ripetizione e dell’enorme pressione imperialista degli Stati Uniti. Lo sforzo economico e strategico che rappresentano le “nuove vie della seta” non può che aggravare ancora di più la situazione difficile del capitalismo cinese. Come sottolineato nella Risoluzione sulla situazione internazionale del 24° congresso della CCI: “la Cina è una bomba a scoppio ritardato (…) Il controllo totalitario dell’insieme del corpo sociale, l’inasprimento repressivo a cui si dedica la frazione stalinista di Xi Jinping non rappresentano una espressione di forza ma al contrario una manifestazione di debolezza dello Stato, la cui coesione è messa in pericolo dall’esistenza di forze centrifughe in seno alla società e di importanti lotte intestine nella classe dominante”.
- Gli stessi Stati Uniti sono colpiti da conflitti in seno alla borghesia, i più gravi dalla Seconda guerra mondiale, “l’estensione delle divisioni in seno alla classe dirigente americana è stata messa a nudo dalle contestate elezioni di novembre 2020, e soprattutto dall’assalto al Campidoglio da parte dei partigiani di Trump, con l’incoraggiamento di Trump e dei suoi collaboratori. Quest’ultimo avvenimento dimostra che le divisioni interne che scuotono gli Stati Uniti attraversano l’insieme della società. Anche se Trump è stato estromesso dal governo, il trumpismo resta una forza potente, pesantemente armata, che si esprime altrettanto bene nelle piazze come nelle urne”[7]. Cosa che è stata confermata dalle recenti elezioni di medio termine, in cui le divisioni fra le bande rivali (democratici e repubblicani) non sono mai state così profonde ed acute, esattamente come le divisioni all’interno di ciascuno dei due campi. Allo stesso tempo il peso del populismo, come quello delle ideologie più retrograde, marcate dal rifiuto di un pensiero razionale, coerente, costruito, lungi dall’essere escluso dai tentativi di evitare una nuova candidatura di Trump, non ha smesso di ancorarsi sempre più profondamente e durevolmente nella società americana, come nel resto del mondo. E’ questo un segno rivelatore del grado di putrefazione dei rapporti sociali.
7. La degradazione a un livello mai raggiunto della situazione mondiale è aggravata ulteriormente da due fattori molto importanti legati all’insufficiente capacità degli Stati capitalisti, in particolare i più potenti, di padroneggiare i rapporti sociali nel loro insieme:
- Come abbiamo rimarcato con la crisi del Covid-19 e anche prima (al momento del nostro 23° congresso), la capacità di cooperazione tra i grandi Stati per ritardare e ridurre l’impatto della crisi economica e per limitare gli effetti della decomposizione o per scaricarli verso i paesi più deboli, si è considerevolmente indebolita e la tendenza non è più al “ritorno” delle politiche di “cooperazione internazionale”, piuttosto è l’inverso. Una tale difficoltà non può che aggravare il caos mondiale.
- D’altra parte, in seno alle grandi borghesie mondiali, non si può ragionevolmente individuare l'emergere di politiche in grado di fermare, anche parzialmente o temporaneamente, una tale erosione distruttiva e rapida. Senza sottostimare la capacità di risposta della borghesia, non si vede, almeno per il momento, la messa in atto di politiche simili a quelle degli anni ‘80 e ‘90 che avevano attenuato e ritardato i peggiori effetti della crisi e della decomposizione.
8. Questa evoluzione, anche se può sorprenderci per la sua rapidità e la sua ampiezza, era stata largamente prevista dall’attualizzazione della nostra analisi sulla decomposizione, fatta dal 22° congresso (Rapporto sulla decomposizione oggi)[8]. Da un lato il rapporto aveva riconosciuto chiaramente l’ascesa del populismo nei paesi centrali come una manifestazione importante della perdita di controllo da parte della borghesia sul suo apparato politico. Ancora, evocavamo come altra manifestazione l’irruzione dell’ondata di rifugiati e l’esodo di popolazioni verso il centro del capitalismo, e sottolineavamo, in particolare, il disastro ambientale e la sua ampiezza.
Allo stesso tempo il rapporto identificava dei problemi che, oggi, non occupano il primo posto sui mezzi di informazione ma che hanno continuato ad aggravarsi: il terrorismo, il problema degli alloggi nei paesi centrali, la carestia e in particolare “la distruzione delle relazioni umane, dei legami familiari e delle affettività non ha fatto che aggravarsi come evidenziato dal consumo di antidepressivi, dall'esplosione della sofferenza psichica sul lavoro, dall'apparizione di nuovi mestieri destinati ad ‘istruire’ le persone, così come vere e proprie ecatombi come quello dell’estate 2003 in Francia, dove 15.000 anziani morirono durante l’ondata di caldo”. Bisogna notare che la pandemia ha aggravato questa tendenza fino all’estremo e che i suicidi e le malattie psicologiche nel corso di questo periodo sono state considerate come una “seconda pandemia”.
9. La prospettiva che avanziamo deriva in maniera coerente dal quadro di analisi descritto dalle “Tesi sulla decomposizione”, trent’anni fa:
“In una tale situazione in cui le due classi fondamentali e antagoniste della società si confrontano senza riuscire ad imporre la loro propria risposta decisiva, la storia non può attendere fermandosi. Ancor meno che per gli altri modi di produzione che lo hanno preceduto, non è possibile per il capitalismo congelare la situazione, la vita sociale” (tesi 4). In trent’anni l’imputridimento ha continuato a svilupparsi e sbocca oggi in un aggravamento qualitativo che dimostra in una maniera mai vista prima le sue conseguenze distruttive.
- “In effetti nessun modo di produzione è capace di vivere e svilupparsi, assicurare la coesione sociale, se non è capace di presentare una prospettiva all’insieme della società da esso dominata. E ciò è particolarmente valido per il capitalismo in quanto rappresenta il modo di produzione più dinamico della storia” (tesi 5). La situazione attuale è il prolungamento di più di cinquant’anni di aggravamento senza tregua della crisi capitalista senza che la borghesia sia stata capace di offrire una prospettiva, mentre il proletariato non è ancora stato capace di avanzare la sua: la rivoluzione comunista. Ciò trascina il mondo in una spirale di barbarie e distruzione in cui i paesi centrali che, per tutto un periodo avevano giocato un ruolo di freno relativo alla decomposizione, diventano ormai un fattore che l’aggrava.
- La decomposizione “non ci riporta ad alcuna società anteriore, a nessuna fase precedente della vita del capitalismo. (…) Oggi la civiltà umana sta perdendo un certo numero delle proprie acquisizioni (come per esempio il controllo della natura) ed al contempo non riesce ad avere la capacità di progredire o lo spirito di conquista che ha caratterizzato in particolar modo il capitalismo ascendente. Il corso della storia è irreversibile: la decomposizione porta, come indica il nome stesso, alla dislocazione ed alla putrefazione della società, al niente” (tesi 11).
10. Di fronte a questa situazione le “Tesi sulla decomposizione”, sebbene avvertono che “Contrariamente alla situazione esistente negli anni ‘70, occorre mettere in evidenza che oggi il tempo non gioca più a favore della classe operaia” (tesi 16) e che c’è il pericolo di una lenta ma irreversibile erosione delle basi stesse del comunismo, stabiliscono tuttavia chiaramente che “la prospettiva storica resta totalmente aperta” (tesi 17).
In effetti, “Nonostante il colpo che il crollo del blocco dell’est ha inferto alla presa di coscienza del proletariato, questo non ha subito nessuna sconfitta importante sul terreno della sua lotta. In questo senso, la sua combattività resta praticamente intatta. Ma in più, ed è questo l’elemento che determina in ultima istanza l’evoluzione della situazione mondiale, lo stesso fattore che si trova all’origine dello sviluppo della decomposizione, cioè l’aggravarsi inesorabile della crisi del capitalismo, costituisce lo stimolo essenziale della lotta e della maturazione della coscienza di classe, la condizione stessa della sua capacità di resistere al veleno ideologico dell’imputridimento della società. In effetti, mentre il proletariato non può trovare un terreno unificante di classe nelle lotte parziali contro gli effetti della decomposizione, la sua lotta contro gli effetti diretti della crisi costituisce la base dello sviluppo della sua forza e della sua unità” (tesi 17).
“La crisi economica, contrariamente alla decomposizione sociale che concerne essenzialmente le sovrastrutture, è un fenomeno che colpisce direttamente l’infrastruttura della società sulla quale riposano queste sovrastrutture; in questo senso, essa mette a nudo le cause ultime dell’insieme della barbarie che si abbatte sulla società, permettendo così al proletariato di prendere coscienza della necessità di cambiare radicalmente sistema, e non di cercare di migliorarne degli aspetti” (tesi 17).
Questa prospettiva comincia nei fatti a intravedersi: “Tuttavia, di fronte agli attacchi della borghesia, la rabbia si è accumulata e oggi la classe operaia britannica dimostra di essere nuovamente pronta a lottare per la propria dignità, a rifiutare i sacrifici costantemente richiesti dal capitale. Questo è inoltre indicativo di una dinamica internazionale: lo scorso inverno, gli scioperi hanno iniziato a manifestarsi in Spagna e negli Stati Uniti; quest'estate, anche la Germania e il Belgio ci sono stati scioperi; e ora, i commentatori prevedono “una situazione sociale esplosiva” in Francia e in Italia nei prossimi mesi. Non è possibile prevedere dove e quando la combattività dei lavoratori riemergerà su scala massiccia nel prossimo futuro, ma una cosa è certa: la portata dell’attuale mobilitazione dei lavoratori in Gran Bretagna è un evento storico significativo. I giorni della passività e della sottomissione sono passati. Le nuove generazioni di lavoratori stanno alzando la testa”[9].
Abbiamo messo in evidenza che le lotte in Gran Bretagna costituiscono una rottura rispetto alla passività e al disorientamento che prevalevano fino ad allora. Il ritorno della combattività operaia in risposta alla crisi può diventare una fonte di presa di coscienza, insieme al nostro intervento, che è essenziale di fronte a una tale situazione. È evidente che ogni accelerazione della decomposizione porta un colpo di freno agli sforzi di combattività degli operai: il movimento in Francia nel 2019 si è fermato al momento dello scoppio della pandemia. Questo implica una difficoltà aggiuntiva non trascurabile di fronte allo sviluppo delle lotte e alla ripresa della fiducia del proletariato in sé stesso e nelle sue proprie forze. Tuttavia non c’è altra alternativa che la lotta. La ripresa della lotta è in sé stessa una prima vittoria. Il proletariato mondiale può alla fine, in un processo molto tormentato, con molte amare difficoltà, recuperare la sua identità di classe e lanciarsi nel tempo in un’offensiva internazionale contro questo sistema moribondo.
11. Gli anni 20 del 21° secolo avranno, dunque, in questo contesto, un’importanza considerevole sull’evoluzione storica. Essi mostreranno con maggior chiarezza rispetto al passato che la prospettiva della distruzione dell’umanità è insita nella decomposizione capitalista. Sull’altro polo il proletariato comincerà a fare i suoi primi passi, come quelli accennati attraverso la combattività delle lotte in Gran Bretagna, per difendere le sue condizioni di vita di fronte alla moltiplicazione degli attacchi di ogni borghesia e ai colpi della crisi economica mondiale con tutte le sue implicazioni. Questi primi passi saranno spesso esitanti e pieni di debolezze, ma essi sono indispensabili perché la classe operaia possa riaffermare la sua capacità storica di imporre la sua prospettiva comunista. Così i due poli della prospettiva si scontreranno nell’alternativa: distruzione dell’umanità o rivoluzione comunista, anche se quest’ultima alternativa resta ancora lontana e si scontra con enormi ostacoli. Chiarire questo contesto storico costituisce un compito immenso ma assolutamente necessario e vitale per le organizzazioni rivoluzionarie del proletariato. E’ loro compito essere i migliori difensori e propagatori di una prospettiva generale. Questo sarà un test cruciale della loro capacità di analizzare e di avanzare delle risposte alle questioni poste dai differenti aspetti della situazione attuale: guerra, crisi, lotta di classe, crisi ambientale, crisi politica e così via.
CCI, 28 ottobre 2022
[1]Tesi su: La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [13], Rivista Internazionale n. 14, 1990
[2] Rapporto sulla crisi economica del 24° Congresso della CCI | Corrente Comunista Internazionale (internationalism.org) [346]
[3] In generale, il rischio per la salute dell’umanità in tutti i paesi, compresi quelli “più sviluppati” si è aggravato in maniera considerevole e gli scienziati annunciano anche la possibilità di nuove pandemie. Lo studio di un’équipe del London University College, pubblicato nella rivista The Lancet, mostra anche che la crisi climatica ha aumentato del 12% la propagazione dell’epidemia dengue tra il 2018 e il 2021 e che “le morti provocate dalla canicola sono aumentati del 68% tra il 2017 e il 2021, rispetto al periodo compreso tra il 2000 e il 2004”.
[4] The Lancet (2022). Bisogna notare che se l’enorme deterioramento ecologico è il fattore maggiore della crisi alimentare, esso non è il solo fattore, la concentrazione della produzione in pochissimi paesi e la forte speculazione finanziaria sul grano ed altri alimenti di base aggravano ancora di più il problema.
[5] A suo modo, il Fondo Monetario Internazionale riconosce la realtà della situazione: “è più probabile che la crescita rallenti ancora e che l’inflazione sia più elevata del previsto. Nell’insieme, i rischi sono elevati e paragonabili alla situazione dell’inizio della pandemia – una combinazione di fattori influenza le prospettive, e gli elementi singoli interagiscono in maniera intrinsecamente difficile da prevedere. Un buon numero dei rischi descritti prima si traduce essenzialmente in una intensificazione delle forze già presenti nello scenario di base. Inoltre, la realizzazione dei rischi a breve termine può accelerare i rischi a medio termine e rendere ancora più difficile la risoluzione dei problemi a lungo termine”.
[6] In Francia, un gigante della produzione nucleare mondiale, 32 dei suoi 56 reattori nucleari sono fermi.
[8] Rapporto sulla decomposizione oggi (22° Congresso della CCI, maggio 2017) [14] Rivista Internazionale n.35
[9] Un’estate di rabbia in Gran Bretagna: la classe dominante chiede altri sacrifici, la risposta della classe operaia è la lotta! [309], Volantino internazionale della CCI
Dopo un anno guerra in Ucraina non si intravede alcuna via di uscita se non un’accelerazione di distruzione, morte e ancora più tensioni tra le forze imperialiste. Al contempo, la pandemia Covid 19 e i suoi milioni di vittime; le catastrofi climatiche che si abbattono con raddoppiata violenza sui quattro angoli del pianeta; la crisi economica, senza dubbio una delle peggiori nella storia del capitalismo, che getta interi settori del proletariato nella precarietà e nella miseria... Tutte queste manifestazioni di barbarie, caos e miseria dimostrano l’impasse irreparabile in cui si trova il capitalismo.
Il decennio 2020 vedrà un aumento senza precedenti di convulsioni, di disastri e delle peggiori forme di sofferenza in tutte le regioni del mondo e in tutti i continenti. È l’esistenza stessa della civiltà umana a essere apertamente minacciata! Come spiegare questo accumulo e aggregazione di tante catastrofi?
Tuttavia, le lotte operaie in Gran Bretagna che continuano ancora adesso insieme alle lotte in Francia dimostrano che la classe operaia sta cominciando a reagire, anche se con grande difficoltà, e si rifiuta di subire i continui attacchi alle sue condizioni di lavoro e di vita. È sviluppando le lotte su questo terreno che la classe operaia si darà i mezzi per riscoprire la propria identità di classe e potrà costruire un’alternativa alla spirale mortale in cui il capitalismo sta facendo precipitare l’umanità.
Ti invitiamo a discutere di tutto questo alla prossima Riunione Pubblica della CCI che si terrà online
Per partecipare scrivere a [email protected] [124] per ricevere il link per accedere all’incontro.
Suggeriamo la lettura dei testi:
Gli anni 20 del 21° secolo L’accelerazione della decomposizione capitalista pone apertamente la questione della distruzione dell’umanità [347]
3° Manifesto della CCI Il capitalismo porta alla distruzione dell’umanità... Solo la rivoluzione proletaria mondiale può porvi fine [348]
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Nel Regno Unito da giugno riecheggia di sciopero in sciopero il grido “Quando è troppo è troppo!”
Questo movimento di massa, soprannominato “Estate della rabbia”, è diventato l’autunno della rabbia e poi l’Inverno della rabbia.
Questa ondata di scioperi nel Regno Unito è un simbolo della combattività dei lavoratori che si sta sviluppando in tutto il mondo:
- In Spagna, dove i medici e i pediatri della regione di Madrid hanno scioperato alla fine di novembre, e il settore aereo e ferroviario a dicembre. Nuovi scioperi nella sanità sono stati annunciati per gennaio in molte regioni.
- In Germania, dove l’impennata dei prezzi fa temere ai datori di lavoro di dover affrontare le conseguenze di una crisi energetica senza precedenti. Le grandi industrie metallurgiche ed elettriche hanno subito una serie di scioperi ad intermittenza a novembre.
- In Italia, dove lo sciopero dei controllori di volo di metà ottobre si è aggiunto a quello dei piloti di EasyJet. Il governo ha persino dovuto vietare tutti gli scioperi nei giorni festivi.
- In Belgio, dove è stato indetto uno sciopero nazionale il 9 novembre e il 16 dicembre.
- In Grecia, dove a novembre una manifestazione ad Atene ha riunito decine di migliaia di lavoratori del settore privato al grido di “Il costo della vita è insostenibile”.
- In Francia, dove negli ultimi mesi si sono susseguiti scioperi nei trasporti pubblici e negli ospedali.
- In Portogallo, dove i lavoratori chiedono un salario minimo di 800 euro, rispetto ai 705 attuali. Il 18 novembre sono scesi in lotta i lavoratori della pubblica amministrazione. A dicembre si è mobilitato anche il settore dei trasporti.
- Negli Stati Uniti, i membri della Camera dei Deputati sono intervenuti per sbloccare un conflitto sociale ed evitare uno sciopero del trasporto ferroviario. A gennaio, si sono mobilitati migliaia di infermieri di New York.
L’elenco sarebbe infinito perché, in realtà, esistono ovunque una moltitudine di piccoli scioperi, isolati gli uni dagli altri, nelle aziende e nel settore pubblico. Perché dappertutto, in tutti i paesi, in tutti i settori, le condizioni di vita e di lavoro si stanno deteriorando, dappertutto c’è un’impennata dei prezzi e salari miserabili, dappertutto c’è precarietà e flessibilità, dappertutto ci sono ritmi di lavoro infernali e personale insufficiente, dappertutto c’è un terribile peggioramento delle condizioni abitative, soprattutto per i giovani.
A partire dalla pandemia di Covid-19, gli ospedali sono diventati il simbolo di questa realtà quotidiana di tutti i lavoratori: essere sotto organico e super sfruttati, fino allo sfinimento, per un salario che non permette più di pagare le bollette.
La lunga ondata di scioperi che da giugno sta interessando il Regno Unito, un paese in cui il proletariato sembrava rassegnato dagli anni della Thatcher, esprime una vera e propria rottura, un cambiamento di stato d’animo all’interno della classe operaia, non solo nel Regno Unito, ma anche a livello internazionale. Queste lotte dimostrano che, di fronte all’aggravarsi della crisi, gli sfruttati non sono più disposti a farsi mettere i piedi in testa.
Con un’inflazione superiore all’11% e l’annuncio di un bilancio di austerità da parte del governo di Rishi Sunak, ci sono stati scioperi in quasi tutti i settori: trasporti (treni, autobus, metropolitane, aeroporti) e sanità, lavoratori postali della Royal Mail, dipendenti pubblici del dipartimento per l’ambiente, per l’alimentazione e per gli affari rurali, dipendenti di Amazon, lavoratori della scuola in Scozia, lavoratori del petrolio del Mare del Nord... Una tale portata della mobilitazione degli operatori sanitari non si vedeva in questo paese da oltre un secolo! E si prevede che gli insegnanti sciopereranno a partire da febbraio.
In Francia, il governo ha anche deciso di imporre una nuova “riforma” che aumenta l’età pensionabile. L’obiettivo è semplice: risparmiare denaro spremendo la classe operaia come un limone, fino al cimitero. In concreto, significherà lavorare vecchi, malati, esausti o andarsene con una pensione ridotta e misera. Spesso, del resto, il licenziamento scioglierà il nodo di questo dilemma prima dell’età fatidica.
Gli attacchi alle nostre condizioni di vita non si fermeranno. La crisi economica globale continuerà a peggiorare. Per cavarsela nell’arena internazionale del mercato e della concorrenza, ogni borghesia di ogni paese imporrà alla classe operaia condizioni di vita e di lavoro sempre più insopportabili, invocando la “solidarietà con l’Ucraina” o “il futuro dell’economia nazionale”.
Questo è ancora più vero con lo sviluppo dell’economia di guerra. Una parte crescente del lavoro e della ricchezza è destinata all’economia di guerra. In Ucraina, ma anche in Etiopia, Yemen, Siria, Mali, Niger, Congo, ecc. questo significa bombe, proiettili e morte! Altrove, porta paura, inflazione e accelerazione dei ritmi di lavoro. Tutti i governi chiedono “sacrifici”!
Di fronte a questo sistema capitalista che fa sprofondare l’umanità nella miseria e nella guerra, nella concorrenza e nella divisione, spetta alla classe operaia (lavoratori salariati di tutti i settori, di tutte le nazioni, disoccupati o occupati, con o senza titolo di studi, in attività o pensionati...) proporre un’altra prospettiva. Rifiutando questi “sacrifici”, sviluppando una lotta unita, di massa e solidale, può dimostrare che un altro mondo è possibile.
Da mesi, in tutti i paesi e in tutti i settori, si, ci sono scioperi. Ma isolati gli uni dagli altri. Ognuno ha il suo sciopero, nella sua fabbrica, nel suo deposito, nella sua azienda, nel suo settore. Nessun legame concreto tra queste lotte, anche quando basterebbe attraversare la strada per far incontrare gli scioperanti dell’ospedale con quelli della scuola o del supermercato di fronte. A volte questa divisione rasenta il ridicolo quando, nella stessa azienda, gli scioperi sono divisi corporazione, o équipe, o piano. Bisogna immaginare gli impiegati degli uffici che scioperano in un momento diverso da quelli dello staff tecnico, o quelli del primo piano che scioperano nel loro cantuccio senza alcun legame con quelli del secondo piano. A volte è quello che accade davvero!
La dispersione degli scioperi, il confinamento di ciascuno nel proprio angolo fa il gioco della borghesia, ci indebolisce, ci riduce all’impotenza, ci sfianca e ci porta alla sconfitta!
Ecco perché la borghesia impiega tante energie su questo piano.
In tutti i paesi, la stessa strategia: i governi dividono. Fingono di sostenere questo o quel settore per attaccare meglio gli altri. Puntualmente mettono l’accento su un settore, o un’impresa, facendo promesse che non manterranno mai, per far passare sottobanco il susseguirsi di attacchi che sta portando avanti ovunque. Per meglio dividere, rivolgono un aiuto specifico a una categoria e riducono i diritti di tutte le altre. La contrattazione settore per settore, impresa per impresa è ovunque la regola.
In Francia, l’annuncio della riforma delle pensioni, che interesserà l’intera classe operaia, è accompagnato da un assordante “dibattito” mediatico sull’iniquità della riforma per questa o quella categoria di popolazione. Dovrebbe renderla più giusta integrando meglio i profili particolari degli apprendisti, di alcuni lavoratori manuali, delle donne... Sempre la stessa trappola!
Perché questa divisione? Sono solo la propaganda e le manovre dei governi che riescono a dividerci in questo modo, a separare gli scioperi e le lotte della classe operaia gli uni dagli altri?
La sensazione di essere tutti sulla stessa barca sta crescendo. L’idea che solo una lotta di massa, unita e solidale possa permettere di stabilire un rapporto di forza sta formandosi nella mente di tutti. Allora perché questa divisione da mesi, in tutti i paesi, in tutti i settori?
Nel Regno Unito, gli scioperi sono tradizionalmente accompagnati da picchetti davanti a ogni sede di sciopero. Da mesi i picchetti si trovano l’uno accanto all’altro, a volte a distanza di un solo giorno, a volte nello stesso momento ma separati da poche centinaia di metri. Senza legame tra loro. Ognuno il proprio sciopero, ognuno il proprio picchetto. Senza lottare contro questa dispersione, senza sviluppare una vera unità nella lotta, lo spirito combattivo rischia di esaurirsi. Nelle ultime settimane, l’impasse e la pericolosità di questa situazione hanno cominciato a farsi sentire. I lavoratori che hanno scioperato a turno negli ultimi sei mesi potrebbero essere sopraffatti da un senso di stanchezza e impotenza.
Tuttavia, in diversi picchetti, i lavoratori ci hanno espresso il loro sentimento di essere coinvolti in qualcosa di più ampio della loro azienda, della loro amministrazione, del loro settore. C’è una crescente volontà di lottare insieme.
Ma, da mesi, in tutti i paesi e in tutti i settori, sono i sindacati che organizzano tutte queste lotte frammentate, sono i sindacati che dettano i loro metodi, che dividono, isolano, portano avanti la negoziazione settore per settore, impresa per impresa, sono i sindacati che fanno di ogni richiesta una richiesta specifica, sono i sindacati che, soprattutto dicono “se avanziamo richieste comuni, stemperiamo la nostra lotta”.
Ma anche i sindacati hanno percepito che la rabbia sta crescendo, che rischia di tracimare e di rompere gli argini che loro hanno costruito tra corporazioni, aziende, settori... Sanno che l’idea di “lottare tutti insieme” sta crescendo nella classe.
Ecco perché, ad esempio nel Regno Unito, i sindacati stanno iniziando a parlare di azioni congiunte tra settori diversi, che finora si erano guardati bene dal fare. Le parole “unità” e “solidarietà” cominciano a comparire nei loro discorsi. Non rinunciano a dividere, ma per continuare a farlo si attengono alle preoccupazioni della classe. In questo modo mantengono il controllo e la direzione delle lotte.
In Francia, di fronte all’annuncio della riforma delle pensioni, i sindacati hanno dimostrato la loro unità e la loro determinazione, convocando grandi manifestazioni di piazza e ingaggiando un braccio di ferro con il governo. Gridano che questa riforma non passerà, che milioni di persone devono rifiutarla.
Alla faccia della retorica e delle promesse. Ma qual è la realtà? Per farsi un’idea, basta ricordare il movimento di lotta del 2019-2020, già contrario alla riforma delle pensioni di Macron. Di fronte all’aumento della combattività e all’aumento della solidarietà tra generazioni, i sindacati hanno usato lo stesso stratagemma sostenendo la “convergenza delle lotte”, un surrogato di movimento unitario, in cui i manifestanti che marciavano in strada erano parcheggiati per settore e per azienda. Non eravamo tutti insieme, ma uno dietro l’altro. Gli striscioni sindacali e i servizi d’ordine hanno diviso i cortei per settore, azienda, stabilimento. Soprattutto, nessuna discussione, nessuna assemblea. “Sfilate con i vostri soliti colleghi di lavoro e andate a casa, fino alla prossima volta”. Impianto audio a tutto volume, per assicurarsi che i più ostinati non si sentano tra loro. Perché ciò che fa davvero tremare la borghesia è quando i lavoratori prendono in mano le loro lotte, quando si organizzano, quando iniziano a riunirsi, a discutere... a diventare una classe in lotta!
Nel Regno Unito e in Francia, come altrove, per costruire un rapporto di forza che ci permetta di resistere ai continui attacchi alle nostre condizioni di vita e di lavoro, che domani diventeranno ancora più violenti, dobbiamo, ovunque sia possibile, riunirci per discutere e proporre i metodi di lotta che sono la forza della classe operaia e che le hanno permesso, in alcuni momenti della sua storia, di scuotere la borghesia e il suo sistema:
- la ricerca di sostegno e solidarietà al di là della propria società, della propria azienda, del proprio settore di attività, della propria città, della propria regione, del proprio paese;
- l’organizzazione autonoma della lotta dei lavoratori, in particolare attraverso le assemblee generali, senza lasciare il controllo ai sindacati, i cosiddetti “specialisti” delle lotte e della loro organizzazione;
- la discussione più ampia possibile sulle esigenze generali della lotta, sulle lezioni da trarre dalle lotte e anche dalle sconfitte, perché ci saranno sconfitte, ma la sconfitta più grande è subire gli attacchi senza reagire. L’entrata in lotta è la prima vittoria degli sfruttati.
Nel 1985, sotto la Thatcher, i minatori britannici hanno lottato per un anno intero, con immenso coraggio e determinazione; ma isolati, chiusi nel loro settore, erano impotenti; e la loro sconfitta è stata quella dell’intera classe operaia. Dobbiamo imparare dai nostri errori. È fondamentale superare le debolezze che hanno minato la classe operaia per decenni e che hanno segnato la nostra successione di sconfitte: il corporativismo e l’illusione sindacale. L’autonomia della lotta, l’unità e la solidarietà sono le pietre miliari indispensabili per preparare le lotte di domani!
Per questo, dobbiamo riconoscerci come membri della stessa classe, una classe unita dalla solidarietà nella lotta: il proletariato. Le lotte di oggi sono indispensabili non solo per difenderci dagli attacchi, ma anche per riconquistare questa identità di classe a livello mondiale, per preparare il rovesciamento di questo sistema sinonimo di miseria e catastrofi di ogni genere.
Nel capitalismo non c’è soluzione: né alla distruzione del pianeta, né alle guerre, né alla disoccupazione, né alla precarietà, né alla miseria. Solo la lotta del proletariato mondiale, sostenuta da tutti gli oppressi e gli sfruttati del mondo, può aprire la strada a un’alternativa, quella del comunismo.
Gli scioperi nel Regno Unito, le manifestazioni in Francia, sono una chiamata alla lotta per i proletari di tutti i paesi.
Corrente Comunista Internazionale, 12 gennaio 2023
Venerdì 2 dicembre si è svolto a Parigi il primo incontro in Francia del comitato No war but the class war (NWCW).
L’esistenza di questi comitati nel mondo non è nuova, ha più di 30 anni. L'idea di creare gruppi NWCW è nata per la prima volta nell'ambiente anarchico in Inghilterra in risposta alla prima guerra del Golfo nel 1991. Si trattava di una reazione, un rifiuto di partecipare alla mobilitazione “Stop the War” organizzato dalla sinistra del capitale e la cui funzione essenziale era portare il rifiuto della guerra nel vicolo cieco del pacifismo. Inoltre, lo slogan No war but the class war fa riferimento a una frase pronunciata nel primo episodio della serie “Days of Hope” del 1975, di Ken Loach, da un soldato socialista che aveva disertato dall'esercito britannico durante la prima guerra mondiale: “Non sono un pacifista. Combatterò una guerra, ma combatterò l'unica guerra che conta, e quella è la guerra di classe, e arriverà quando tutto ciò sarà finito”.
Nuovi gruppi NWCW si sono poi formati in risposta alla guerra nell'ex Jugoslavia nel 1993, in Kosovo nel 1999, poi durante le invasioni dell'Afghanistan e dell'Iraq nel 2001 e nel 2003.
Quando possibile, siamo intervenuti in questi comitati che riunivano un ambiente estremamente eterogeneo, dalla sinistra borghese agli internazionalisti.
Un altro gruppo della Sinistra Comunista, la Communist Workers Organisation, che oggi è l'organizzazione in Gran Bretagna della Tendenza Comunista Internazionalista (TCI), è intervenuto a sua volta nei NWCW a partire dal 2001. Da subito la CWO è andata oltre partecipando attivamente alla creazione di nuovi gruppi, come ad esempio a Sheffield “Stiamo assistendo a una significativa ripresa delle azioni di sciopero, tra cui quelle dei vigili del fuoco, dei ferrovieri e di azioni al di fuori dei sindacati nei trasporti e negli ospedali di Strathclyde. “No war but the class war” ci dà l'opportunità di lavorare in tutto il paese con le forze che, riconoscendone una connessione, intendono legare la lotta di classe alla resistenza alla guerra imperialista”[1].
Quanto alla CCI, nel 2002 scrivevamo: “non abbiamo mai pensato che NWCW fosse un precursore della rinascita della lotta di classe o un movimento politico di classe chiaramente identificato a cui dovremmo “unirci”. Al massimo può essere un punto di riferimento per una piccola minoranza che si interroga sul militarismo capitalista e sulle menzogne pacifiste e ideologiche che ne derivano. Ed è per questo che abbiamo difeso le sue posizioni di classe (seppur limitate) contro gli attacchi reazionari dei gauchisti del tipo Workers Power (in World Revolution n°250) insistendo fin dall'inizio sull'importanza di questo gruppo come forum di discussione, e mettendo in guardia contro le tendenze al ‘l’azione diretta’ e il fatto di avvicinare questo gruppo alle organizzazioni rivoluzionarie”[2].
Ecco perché l'intervento della CCI all'interno di questi gruppi ha avuto i seguenti obiettivi:
– chiarire i principi dell'internazionalismo proletario e la necessità di una netta demarcazione dalla sinistra del capitale e dal pacifismo;
- concentrarsi sul dibattito politico e sulla chiarificazione contro le tendenze all'attivismo che, in pratica, significavano dissolversi nelle manifestazioni “Stop the War”.
Vent'anni dopo, di fronte allo scoppio della guerra in Ucraina, questi gruppi NWCW sono riemersi, prima a Glasgow, poi in diverse città del Regno Unito e anche in tutto il mondo. Spesso su iniziativa di organizzazioni anarchiche alcuni comitati NWCW sono stati promossi direttamente anche dalla TCI.
All'inizio di dicembre, siamo andati alla prima riunione di NWCW. Il comitato aveva lanciato un appello genuinamente internazionalista: “Contro la guerra imperialista, cosa possono fare i rivoluzionari? La guerra in Ucraina ha sconvolto la situazione politica mondiale allineando, faccia a faccia, la Russia da un lato e la NATO e gli Stati Uniti dall'altro. […] Come nelle altre due guerre mondiali, i rivoluzionari internazionalisti affermano che la guerra imperialista e i suoi fronti devono essere abbandonati, indipendentemente dalle loro forme. Nella guerra e nel nazionalismo la classe operaia ha tutto da perdere e niente da guadagnare. L'unica vera scelta che ha resta la trasformazione della guerra imperialista in guerra di classe, costruendo un'alternativa basata esclusivamente sui propri interessi immediati e a lungo termine. Questa alternativa implica già da ora il rifiuto dell'economia di guerra e di tutti i sacrifici che dovremmo fare”. È su questa base che abbiamo incoraggiato tutti i nostri contatti a partecipare a questo incontro.
Come preambolo alla discussione, il presidium ha annunciato una divisione della discussione in due parti: prima l'analisi della situazione imperialista, poi le modalità di azione del Comitato.
La prima introduzione fatta dal presidium per avviare il dibattito ha chiaramente sostenuto questa linea di internazionalismo, senza alcuna ambiguità. Ha anche descritto la realtà dell'attuale barbarie imperialista. Ma ha difeso una prospettiva che non condividiamo, quella della generalizzazione della guerra, di un processo in atto verso lo scontro tra blocchi in una guerra mondiale.
Tutta la prima parte della discussione è stata piuttosto caotica. Alcuni partecipanti si sono fermamente rifiutati di discutere la situazione imperialista, hanno respinto ogni sforzo di analisi come una perdita di tempo e hanno chiesto di agire qui e ora. Si sono presi gioco di ogni intervento ritenuto “teorico”, prendendo in giro l'età dei relatori, scoppiando a ridere per il richiamo a riferimenti storici del secolo scorso, interrompendo e intervenendo addosso agli altri. Il presidio ha dovuto più volte far appello al rispetto del dibattito, senza successo. Alcuni di loro hanno lasciato la sala durante la riunione.
Al di là dell'aneddoto, questo clima e le parole pronunciate contro la “teoria” e per “l'azione immediata” la dicono lunga sulla composizione dell'assemblea, su chi ha risposto all'appello e perché. Il testo dell’appello si concludeva con “Discutiamo insieme la situazione, pensiamo alle azioni da intraprendere per intervenire insieme! Tutte le iniziative internazionaliste sono da considerare e diffondere!”. Come buone iniziative da intraprendere abbiamo allora avuto la proposta di attaccare la democrazia (come? Mistero…), di manifestare davanti all'ambasciata russa, di sostenere economicamente chi resiste in Ucraina, di accogliere i disertori russi...
Ecco perché, nel nostro primo intervento, abbiamo voluto difendere il fatto che:
– la guerra in Ucraina è di natura interamente imperialista. La classe operaia non deve sostenere nessuna parte in questa carneficina di cui è la principale vittima;
– l'attuale periodo di guerre imperialiste del capitalismo, che si concretizza oggi nella guerra in Ucraina, ci avvicina all'estinzione dell'umanità;
– solo il superamento del capitalismo può porre fine alle guerre imperialiste;
– è quindi pericoloso cadere nell'attivismo, è illusorio credere che la situazione possa cambiare attraverso l'azione spettacolare di pochi individui;
– di conseguenza, solo l'azione consapevole e organizzata delle masse lavoratrici può porre fine alla barbarie capitalista. Spetta quindi ai rivoluzionari partecipare a questo lungo processo, alla crescita generale della coscienza di classe, essendo capaci di trarre lezioni dalla storia.
Questa intransigente difesa dell'internazionalismo e del ruolo dei rivoluzionari non sarebbe certo bastata. Al contrario, ciò che emerge soprattutto da questa prima parte della discussione è la confusione, l'indebolimento della difesa dell'internazionalismo. Perché all'attivismo, all'appello alla resistenza, si è aggiunto un intervento a favore della possibilità della lotta operaia per l'autonomia ucraina. Il rappresentante del gruppo trotskista “Matière et révolution” ha infatti difeso questa tesi classica dell'estrema sinistra. Lungi dal provocare una reazione estremamente ferma da parte del presidium, non c'è stato nemmeno un commento. Ci è voluto un partecipante dalla sala per denunciare questa posizione nazionalista e chiedere perché il comitato avesse invitato direttamente questo gruppo trotskista. In risposta, uno dei membri del presidium, il militante della TCI responsabile di questo invito, ha fatto una smorfia e ha affermato che no, “Matière et révolution” non era trotskista in senso stretto. Ciò ha scatenato il grido del militante del suddetto gruppo: “Ah, sì, sono un trotskista!”. Una situazione molto comica, se ci fosse da ridere.
Ricordiamo che l'appello della TCI, all'inizio della comparsa di questi nuovi comitati NWCW, afferma al punto 11 che questa “iniziativa internazionale [...] offre una bussola politica per i rivoluzionari di diversi orizzonti che rifiutano tutte le politiche socialdemocratiche, trotskiste e staliniste che o si schierano apertamente con una parte o l'altra dell'imperialismo, o decidono che l'una o l'altra sia un ‘male minore’ da sostenere, o appoggiano il pacifismo che rifiuta la necessità di trasformare la guerra imperialista in guerra di classe, fatto che genera confusione e disarma la classe operaia perché questa non intraprenda la propria lotta”.
Non potremmo dire meglio riguardo a questa famosa “iniziativa internazionale”. Infatti “semina confusione e disarma la classe operaia”!
Nel nostro primo intervento, abbiamo anche iniziato a esprimere il nostro principale disaccordo con l'iniziativa NWCW. Come nel 1991, 1993, 1999, 2001, 2003..., c'è l'illusione che di fronte alla guerra possa nascere e, addirittura, stia nascendo una reazione di massa della classe operaia, di cui questi comitati sarebbero in qualche modo l'espressione o l'inizio. A sostegno di questa tesi, viene dato risalto a ogni sciopero in corso. Solo che questo significa mettere tutto sottosopra.
All'inizio degli anni '90 e 2000, la combattività della classe operaia era debole. C'era invece una vera e propria riflessione sulla barbarie imperialista in cui le grandi potenze democratiche erano tutte direttamente coinvolte. Per questo le frazioni della sinistra del capitale avevano iniziato un contrattacco organizzando grandi manifestazioni pacifiste in tutta Europa e negli Stati Uniti. Contrastando questa trappola, questa impasse incarnata dallo slogan “Stop the War!” i comitati NWCW, al di là di tutte le loro confusioni, rappresentavano almeno un certo movimento che nasceva da elementi che cercavano un'alternativa internazionalista al gauchismo e al pacifismo. È questo sforzo che la CCI ha cercato di spingere il più lontano possibile intervenendo in questi comitati, quando la TCI si illudeva sul potenziale della classe e di questi comitati e credeva di poter estendere la propria influenza sul proletariato attraverso questi gruppi.
Oggi cresce la rabbia sociale, cresce la combattività di classe. Gli scioperi che continuano dal giugno 2022 nel Regno Unito sono l'espressione più chiara delle attuali dinamiche della nostra classe su scala internazionale. Ma la molla di queste lotte non è la reazione dei lavoratori alla guerra. No, sono la crisi economica, il deterioramento delle condizioni di vita, l'aumento dei prezzi e i salari miseri che provocano questi scioperi. È innegabile che attraverso queste lotte la classe operaia rifiuti, di fatto, i sacrifici che la borghesia impone in nome del “sostegno all'Ucraina e al suo popolo”; e questo rifiuto dimostra che la nostra classe non è soggiogata, che appunto non è pronta ad accettare la marcia generale verso la guerra; ma, al tempo stesso, non è ancora cosciente di tutti questi legami.
Concretamente, cosa implica la realtà di questa dinamica? Per capirlo basta guardare cosa è successo a Parigi durante questo primo incontro NWCW.
Di questo “comitato” c'è solo il nome. In realtà, è la TCI che ha formato questo gruppo, sostenuto da un gruppo parassitario chiamato GIGC. Nella sala erano presenti quasi esclusivamente rappresentanti di gruppi e pochi individui politicizzati che gravitano intorno a questi due gruppi. La CNT-AIT Paris, Robin Goodfellow, Matière et Révolution, Asap, e pochi individui, alcuni del movimento autonomo, altri della CGT o del sindacalismo rivoluzionario. Quindi un guazzabuglio di militanti trotskisti, anarchici, autonomi, stalinisti, e della Sinistra Comunista… Lo scrive lo stesso GIGC: “Appena lanciato l'Appello della TCI, i suoi membri in Francia e noi stessi abbiamo, infatti, costituito un comitato i cui primi interventi sono avvenuti, tramite volantini, durante le manifestazioni dello scorso giugno a Parigi e in alcune città di provincia”[3]. Si tratta dunque di una creazione totalmente artificiale, veramente fuori dal mondo. Un comitato è un'altra cosa.
Nel 1989 scrivevamo: “Il periodo che viviamo oggi vede, qua e là, all'interno della classe operaia, la nascita di comitati di lotta. Questo fenomeno ha cominciato a svilupparsi in Francia all'inizio del 1988 (all'indomani della grande lotta alla SNCF). Da allora, si sono formati diversi comitati che riuniscono lavoratori combattivi in diversi settori (PTT, EDF, Istruzione, Sanità, Previdenza Sociale, ecc.) o anche, e sempre più spesso, su base intersettoriale. Segno dello sviluppo generale della lotta di classe e della maturazione della presa di coscienza che essa genera, questi comitati corrispondono a un bisogno (sempre più sentito tra i lavoratori) di riunirsi per riflettere (trarre insegnamenti dalle passate lotte operaie) e agire (partecipare a qualsiasi lotta che si presenti) insieme, sul proprio terreno di classe, e questo al di fuori del quadro imposto dalla borghesia (partiti di sinistra, gruppi di sinistra e soprattutto sindacati). È tale comitato (il “Comitato per l'estensione delle lotte” che riunisce lavoratori di diversi settori del servizio pubblico e in cui interviene regolarmente la CCI) che è intervenuto a più riprese nel movimento di lotta dell'autunno 1988”.
C’era quindi, in quel momento, la vita e l'esperienza concreta della classe. Ovviamente un'organizzazione rivoluzionaria deve incoraggiare la creazione di questi comitati, impegnarsi in essi, spingere al loro interno per sviluppare l'organizzazione e la coscienza di classe, ma non può crearli artificialmente, senza legame con la realtà della dinamica di classe.
Oggi dobbiamo monitorare la situazione sociale. La questione della guerra non è il punto di partenza, la base su cui si mobilita la classe operaia, né si riunisce in comitati di lotta. Al contrario, è del tutto ipotizzabile che maturi la possibilità di costituire circoli di discussione o comitati di lotta, tenuto conto del continuo sviluppo della combattività operaia di fronte all'aggravarsi della crisi economica e al susseguirsi di attacchi alle condizioni di vita. E allora sarà compito dei rivoluzionari fare il collegamento con la guerra e difendere l'internazionalismo.
Del resto è quello che stanno già facendo tutti i gruppi della Sinistra Comunista distribuendo la loro stampa e volantini. Questa voce porterebbe più lontano, avrebbe un significato storico molto più profondo, se tutti questi gruppi formassero un coro, portando insieme un unico appello internazionalista.
Rifiutando un tale approccio all'interno della Sinistra Comunista, mentre l’Istituto Onorato Damen, Internationalist Voice e la CCI sono stati capaci di vedere che al di là dei loro disaccordi avevano lo stesso patrimonio internazionalista da difendere e diffondere, la TCI preferisce invece creare, con l’officina parassitaria del GIGC, gusci vuoti a Toronto, Montreal, Parigi… chiamandoli “comitati”. Preferisce riunirsi con gruppi trotskisti, autonomi, anarchici che difendono la resistenza e far credere che si tratti di un allargamento della base internazionalista nella classe.
Lo stesso errore ripetuto più e più volte dal 1991. Marx scriveva che la storia si ripete, “la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”. Inoltre, dalla sala, un partecipante ha chiesto per tre volte quale valutazione avesse fatto il comitato sull'esperienza NWCW dal 1991 ad oggi. La risposta del membro della TCI al presidium è stata altamente rivelatrice: “Non c'è bisogno di fare un bilancio. È come uno sciopero, fallisce e questo non deve impedirci di ricominciare”. I rivoluzionari, come tutta la classe, devono ovviamente fare l'esatto contrario: discutere sempre per tirare le lezioni dai fallimenti del passato. “L'autocritica, un'autocritica spietata, crudele, che va fino in fondo, questa è l'aria e la luce senza la quale il movimento proletario non può vivere” diceva Rosa Luxemburg nel 1915[4]. Trarre insegnamento dai fallimenti dei NWCW consentirebbe alla TCI di iniziare ad affrontare i propri errori.
Questo è ciò che ha voluto sottolineare il nostro secondo intervento e che un partecipante in sala ha frainteso, vedendolo come una forma di settarismo, quando si trattava di dimostrare che l'assenza di principi in questo raggruppamento che di comitato ha solo il nome non solo offuscava la bandiera internazionalista della Sinistra Comunista, ma creava anche confusione.
Durante questo incontro, il membro della TCI al presidio ha ripetuto più volte, per giustificare questo appello al raggruppamento senza principio né fondamento reale, che le forze della Sinistra Comunista erano isolate, ridotte, secondo lui, a “quattro gatti”. Perciò, questi comitati permettevano di non essere soli e di poter esercitare un'influenza nella classe.
Al di là del fatto che c'è un'ammissione del più puro opportunismo, “sì, mi unisco a chiunque e comunque per estendere la mia influenza”, al di là del fatto che questa “influenza” è illusoria, queste osservazioni rivelano soprattutto la reale motivazione della creazione di questi comitati da parte della TCI: usarli come strumento, come “intermediario” tra la classe e se stessa. Questo era già accaduto nel 2001, quando è entrata a far parte dei comitati NWCW nel Regno Unito. Già nel dicembre 2001 abbiamo scritto un articolo intitolato “In difesa dei gruppi di discussione”[5], per contrastare l'idea sviluppata dal Partito comunista internazionalista (oggi gruppo italiano affiliato alla TCI), e poi ripresa dalla CWO, dei “gruppi di fabbrica”, definiti come “strumenti del partito” per radicarsi nella classe e persino “organizzare” le sue lotte[6]. Riteniamo che si tratti di una regressione verso la nozione di cellule di fabbrica come base dell'organizzazione politica, difesa dall'Internazionale Comunista nella fase di “bolscevizzazione”, negli anni '20, e a cui la Sinistra Comunista d'Italia si oppose con forza. La recente trasformazione di questa idea di gruppi di fabbrica in un appello per la costituzione di gruppi territoriali, poi di gruppi anti-guerra ne ha cambiato la forma, ma non il contenuto. L'idea della CWO che il NWCW possa diventare un centro organizzato di resistenza di classe contro la guerra rivela una certa incomprensione su come si sviluppa la coscienza di classe nel periodo di decadenza del capitalismo.
Certo, accanto all'organizzazione politica in quanto tale, c'è una tendenza alla formazione di gruppi più informali, che si formano sia nelle lotte sul posto di lavoro che in opposizione alla guerra capitalista, ma tali gruppi, che non appartengono all'organizzazione politica comunista, rimangono espressioni di una minoranza che cerca di chiarirsi e di diffondere questo chiarimento nella classe, e non possono sostituirsi o pretendere di essere gli organizzatori di movimenti più ampi della classe, un punto su cui, a nostro avviso, la TCI rimane ambigua.
Comunque, l'attuale pratica della TCI attraverso la creazione artificiale di questi comitati ha conseguenze catastrofiche. Questa genera confusione sull'internazionalismo difeso dalla Sinistra Comunista, confonde i confini di classe tra i gruppi della Sinistra Comunista e la sinistra del capitale e, forse soprattutto, devia la riflessione e l'energia delle minoranze alla ricerca verso il vicolo cieco dell’attivismo.
Tutte queste avventure che la TCI accumula, decennio dopo decennio, hanno sempre portato alla catastrofe, quella di scoraggiare o vanificare lo sforzo del proletariato, attualmente tanto difficile e prezioso, di generare minoranze alla ricerca di posizioni di classe.
Invitiamo quindi ancora una volta, pubblicamente, la TCI a lavorare con tutti gli altri gruppi della Sinistra Comunista che lo vogliono per innalzare insieme più in alto la bandiera del proletariato, per difendere e far vivere la tradizione della Sinistra Comunista.
CCI, 11 gennaio 2023
[1] “Communism Against the War Drive”, disponibile sul sito web della TCI
[2] “L'intervento dei rivoluzionari e la guerra in Iraq” in World Revolution n.264
[3] “Réunion publique à Paris du comité “pas de guerre, sauf la guerre de classe”, disponibile sul sito web del GIGC.
[4] Da Junius brochure (1915)
[5] World Revolution n.250
[6] Il rapporto pubblicato dalla TCI sull'azione del comitato che ha creato, sempre con il GIGC, a Montreal è edificante a tale proposito
Pubblichiamo qui una dichiarazione di alcuni compagni turchi sul terremoto che ha colpito la Turchia e la Siria. Salutiamo la rapida risposta dei compagni a questi terribili eventi. Come si evince dalla dichiarazione, questa catastrofe "naturale" è stata resa molto più letale dalle insensibili esigenze del profitto e della concorrenza capitalista. Gli effetti particolarmente catastrofici del recente terremoto illustrano anche l'accentuazione del disprezzo dei borghesi per le vite e le sofferenze della classe operaia e degli oppressi oggi, nel periodo in cui il modo di produzione capitalista si sta decomponendo sotto ogni aspetto. In particolare, un gran numero di vittime è costituito da rifugiati che hanno cercato di mettersi al riparo dalla micidiale guerra imperialista in Siria e che già vivevano in condizioni disastrose. Il confronto in corso tra le fazioni capitaliste in guerra nella regione agirà anche come barriera politica e materiale ai già esigui sforzi di soccorso.
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Non è ancora possibile conoscere con esattezza l'entità degli effetti distruttivi del terremoto che ha avuto luogo a Maraş (6 febbraio 2023), che ha colpito anche le province vicine e la Siria. I media affermano già che più di diecimila edifici sono stati distrutti, migliaia di persone sono morte sotto le macerie e decine di migliaia di persone sono rimaste ferite. Le comunicazioni con alcune città sono state interrotte negli ultimi due giorni. Strade, ponti e aeroporti sono stati distrutti. È stato segnalato un incendio nel porto di Iskenderun. Elettricità, acqua e gas naturale sono interrotti in molte aree. Coloro che sono sopravvissuti al terremoto stanno ora lottando con la fame e il freddo nelle rigide condizioni invernali. Notizie molto gravi arrivano anche dalle zone terremotate della Siria, che è stata occupata militarmente dalla Turchia.
Due grandi terremoti di fila sono certamente insoliti. Tuttavia, contrariamente alle affermazioni della classe dirigente e dei suoi partiti, questo non significa che la distruzione causata dai terremoti sia normale. Gli stucchevoli appelli all'"unità nazionale" da parte dell'opposizione e dei partiti del capitale al potere non possono nascondere il fatto che tutti sanno: il capitalismo e lo Stato sono i principali responsabili di questa distruzione.
1- Sappiamo che il proletariato, come classe, mostrerà ogni tipo di solidarietà in azione con coloro che sono rimasti senza casa, feriti e hanno perso i loro parenti nelle zone del terremoto. Centinaia di lavoratori delle miniere si sono già offerti volontari per partecipare agli sforzi di ricerca e salvataggio nelle zone terremotate. In tutto il mondo, i lavoratori e le squadre di ricerca e soccorso stanno dando prova di solidarietà per aiutare i sopravvissuti. Questa solidarietà, come una delle più grandi armi del proletariato, è una necessità vitale. I proletari non hanno altro di cui fidarsi se non l'un l'altro. Possiamo aspettarci l'emancipazione solo dalla nostra classe, attraverso l'unità, non dalla classe dominante e dal suo Stato.
2- Le passate esperienze di terremoto in Turchia sono la prova degli effetti distruttivi e mortali dell'urbanizzazione che si è sviluppata con l'obiettivo della riproduzione sociale del capitale. L'unica ragione per cui si costruisce in modo incompatibile con il terremoto, con le persone che vengono schiacciate in edifici a più piani, per cui le città sono densamente popolate nelle zone sismiche, è quella di soddisfare le esigenze di manodopera abbondante e a basso costo del capitale. Dopo i terremoti di Gölcük e Düzce, avvenuti 20 anni fa (nella regione di Marmara), questo terremoto dimostra ancora una volta la superficialità di tutte le "misure" adottate dallo Stato e le lacrime di coccodrillo versate dalla classe dirigente. Questo terremoto e i suoi effetti stanno già dolorosamente dimostrando che la ragione principale dell'esistenza dello Stato non è proteggere la popolazione povera e proletaria, ma proteggere gli interessi del capitale nazionale.
3- Allora perché il capitalismo non costruisce un'infrastruttura permanente e solida, anche se i disastri distruggono regolarmente e sistematicamente la sua stessa infrastruttura produttiva? Perché nel capitalismo gli edifici, le strade, le dighe, i porti, in breve, gli investimenti infrastrutturali in generale non sono costruiti pensando alla permanenza o ai bisogni umani. Nel capitalismo, tutti gli investimenti infrastrutturali, siano essi realizzati dallo Stato o da aziende private, sono costruiti con l'obiettivo della redditività e della continuazione del sistema di lavoro salariato. Folte popolazioni sono schiacciate in città inabitabili. Anche se non c'è un terremoto, edifici malsani in cemento che possono durare al massimo 100 anni riempiono le città e le aree rurali. La terribile urbanizzazione capitalista degli ultimi 40 anni ha trasformato le città e persino i villaggi di tutta la Turchia in queste tombe di cemento. Il sistema capitalistico basato sulla produzione di plusvalore può essere sostenuto solo impiegando la maggior quantità possibile di lavoro vivo, cioè di proletari, e mantenendo al minimo gli investimenti in capitale fisso, cioè in infrastrutture. Nel capitalismo, la costruzione è un'attività continua, la permanenza dell'edificio, la sua armonia con l'ambiente e la sua risposta ai bisogni umani sono completamente ignorati. Questa è la regola nel capitalismo occidentale avanzato così come nei capitalismi più deboli dell'Africa e dell'Asia. L'unico obiettivo sociale del capitale e dei suoi Stati è quello di perpetuare lo sfruttamento di un numero sempre maggiore di proletari.
4- L'ordine capitalista non è in grado nemmeno di proporre soluzioni che possano riprodurre il proprio ordine di sfruttamento. Di fronte alle catastrofi "naturali", il capitale non è solo imprudente, ma anche impotente. Vediamo questa impotenza anche nella mancanza di coordinamento delle organizzazioni di soccorso sotto il controllo degli Stati nazionali e nell'incapacità dello Stato nella distribuzione degli aiuti di emergenza. Lo vediamo non solo in Paesi come la Turchia, dove il capitalismo in decadenza è stato colpito più profondamente, ma anche in Paesi al centro del capitalismo, come la Germania, che è stata impotente di fronte alle inondazioni di due anni fa, o gli Stati Uniti, le cui strade e ponti sono crollati durante le inondazioni a causa dell'incuria negli investimenti infrastrutturali.
5- Il fatto che alcuni settori dell'opposizione borghese ritengano lo Stato "inadeguato" ad "aiutare" le vittime del terremoto presenta una prospettiva ingannevole sulla natura dello Stato. Lo Stato non è un'agenzia di aiuti. Lo Stato è l'apparato di violenza collettiva di una classe sfruttatrice minoritaria. Lo Stato protegge gli interessi del capitale. Certamente, poiché il regno del caos in una zona disastrata mostrerà la debolezza della classe dominante e ostacolerà la riproduzione del capitale stesso, lo Stato sarà costretto a organizzare un livello minimo di "aiuto". Ma sembra che lo Stato non sia in grado di fornire nemmeno questo aiuto minimo. Qualunque sia l'intervento dello Stato nel disastro, la sua funzione principale è quella di tenere a freno il proletariato e di competere con gli altri Paesi capitalisti nell'interesse del proprio capitale nazionale. Lo Stato è l'aiuto ideologico e fisico all'accumulazione del capitale, il guardiano delle condizioni che spingono i lavoratori in mortali case-bara di cemento e li lasciano indifesi di fronte ai disastri.
6- Non c'è nulla di "naturale" nelle epidemie, nelle carestie e nelle guerre che abbiamo vissuto negli ultimi anni e i cui effetti si fanno sentire in tutto il mondo. Sebbene non sia possibile prevedere il momento del terremoto prima che si verifichi, le linee di faglia dei terremoti e le possibili magnitudo possono essere previste con certezza. Il principale responsabile di tutti questi disastri è il capitalismo e gli Stati nazionali, l'intera classe dirigente esistente, che organizza la società intorno all'estrazione del plusvalore e del lavoro salariato, che approfondisce la competizione militarista-nazionalista e minaccia l'esistenza e il futuro dell'umanità. Se il capitalismo continua a dominare, se l'umanità continua a rimanere divisa in Stati-nazione e classi, queste catastrofi continueranno a verificarsi, diventando più letali, più distruttive e più frequenti. Questo è il segno più evidente dell'esaurimento del capitalismo. In tutto il mondo, le classi dominanti stanno spingendo l'umanità verso guerre, città terribili e inabitabili, fame e carestie, una gigantesca crisi climatica globale.
Il terremoto che si è verificato a Maraş e dintorni è l'ultima prova concreta e dolorosa che la classe dominante non ha un futuro positivo da offrire all'umanità. Ma questo non deve indurci al pessimismo. La solidarietà che la nostra classe ha dimostrato e dimostrerà in questo terremoto deve darci speranza. Le catastrofi sono devastanti non perché non abbiano una soluzione, ma perché la nostra classe, il proletariato, non ha ancora la fiducia in sé stessa per cambiare il mondo e salvare l'umanità dal flagello del capitale. Le risorse dell'umanità e della terra sono sufficienti per costruire abitazioni e insediamenti permanenti e sicuri che ci proteggano dalle catastrofi. La strada si aprirà quando il proletariato, l'unica forza che può mobilitare le risorse del mondo per la liberazione, svilupperà la fiducia in sé stesso e si impegnerà in una lotta mondiale per prendere il potere dalla classe capitalista corrotta.
Un gruppo di comunisti internazionalisti dalla Turchia
Per una volta, ringraziamo il GIGC per averci dato l'occasione di ricordare cosa è veramente questo gruppo. A tal fine, riproduciamo qui di seguito (per intero, comprese le note a piè di pagina) il loro piccolo articolo che, a quanto risulta dal titolo, avrebbe dovuto segnalare la nostra impasse e le nostre contraddizioni sulla questione del parassitismo. E per i nostri lettori, rispondiamo subito dopo.
L'atteggiamento politicamente responsabile e fraterno della delegazione della CCI alla riunione del comitato “No alla guerra, tranne la guerra di classe [350]” (NWBCW) a Parigi - che salutiamo – ha potuto sorprendere. L'incontro non è stato organizzato su iniziativa del GIGC, che essa [la CCI] denuncia come “gruppo parassita” e “agenzia dello Stato borghese” (Rivoluzione Internazionale 446), e della TCI, che critica per le sue concessioni opportuniste al parassitismo?
La presidenza di questa riunione, composta da tre compagni, non comprendeva forse due ex membri, Olivier e Juan, che nel 2002 sono stati espulsi e denunciati pubblicamente sulla stampa internazionale e definiti “nazisti, stalinisti, ladri, ricattatori, delinquenti, lumpen, calunniatori, provocatori, sbirri”? Eppure, durante l'incontro pubblico, non c’è stata alcuna denuncia dei presunti parassiti e poliziotti. Non è stato dato alcun avvertimento agli altri partecipanti che stavano assistendo a un incontro tenuto da una “agenzia di polizia”[1]. Nessun ultimatum che esiga l'esclusione dalla riunione... dei suoi stessi organizzatori.
O i militanti e i simpatizzanti attivi che compongono la delegazione della CCI non credono a una sola parola delle risoluzioni e degli altri articoli pubblicati che denunciano il GIGC e i suoi membri – a cui è interdetta la partecipazione alle riunioni pubbliche della CCI; oppure hanno dimostrato una concessione opportunista particolarmente grave non solo al cosiddetto parassitismo, ma persino ai cosiddetti “agenti provocatori dello Stato”.
Lasciamo la CCI di fronte alle sue contraddizioni sempre più clamorose e lampanti.
Il GIGC, dicembre 2022
Il GIGC ha ragione, la CCI è intervenuta alla prima riunione del comitato No War But The Class War con un “atteggiamento politicamente responsabile”. E infatti non abbiamo denunciato i due individui che si trovavano al presidium, Olivier e Juan, anche se si tratta di delatori. Perché no? Il GIGC gongola, credendo che questo sia una prova dei nostri presunti dubbi o del nostro presunto opportunismo.
La causa del nostro “atteggiamento politicamente responsabile” non può che sfuggire completamente al GIGC: la nostra ragion d'essere non è il GIGC, ma la classe operaia. Questa riunione è stata ufficialmente convocata da un “comitato” e non da gruppi politici. Siamo intervenuti a una riunione di un comitato, un comitato che si chiama No War But The Class War, un comitato che annuncia di affrontare la guerra imperialista, un comitato che mostra nel suo appello autentiche posizioni internazionaliste, un comitato che, di per sé, deve rappresentare il raro, difficile e prezioso sforzo della nostra classe di organizzarsi per discutere e opporsi alla barbarie di questo sistema decadente.
Oggi i lavoratori in cerca di posizioni di classe sono pochi, e ancora meno sono quelli che fanno lo sforzo di riunirsi. Questo è ciò che un comitato dovrebbe essere per noi, un luogo prezioso di chiarificazione della nostra classe, da difendere e mantenere vivo. In questo senso, abbiamo incoraggiato tutti i nostri contatti a partecipare.
Il nostro timore era che questo comitato portasse i suoi partecipanti in un vicolo cieco. Perché oggi le lotte della classe operaia non sono contro la guerra ma contro la crisi economica; quindi questo comitato rischiava di essere un guscio vuoto, privo della vita reale della classe, un comitato fuori dal terreno di classe, artificiale, e che quindi spingeva i suoi pochi partecipanti a compiere azioni che non corrispondono alla realtà delle dinamiche della nostra classe. Un comitato che infine indebolisce la difesa dell'internazionalismo, semina confusione e finisce per sprecare le scarse forze che emergono[2].
Per questo motivo la CCI ha scelto consapevolmente di intervenire in modo deciso per difendere l'internazionalismo, posizione cardine della Sinistra comunista, e per mettere in guardia i partecipanti su ciò che per noi costituisce fin dall'inizio la fragilità dei comitati NWBCW, la dimensione artificiale di questi comitati “di lotta”. Questa è stata la posizione che abbiamo difeso in due interventi, che è effettivamente un “atteggiamento politicamente responsabile”.
Al posto dei “comitati di lotta”, oggi si potrebbero prospettare circoli di discussione e riflessione di minoranze politicizzate sul tema della guerra. Per quanto riguarda la formazione di comitati di lotta, essa potrebbe effettivamente svolgere un ruolo se motivata dalla necessità di fare chiarezza e di intervenire di fronte agli attacchi economici. Questo è ciò che abbiamo ritenuto prioritario, il tema centrale di questo incontro e del nostro intervento. Intervenire sul fatto che due persone presenti in sala sono effettivamente pronte a fare di tutto per distruggere la CCI, che questa è fondamentalmente la loro ragion d'essere, che hanno già commesso un'incredibile lista di misfatti, fino a fare la spia (!), tutto ciò avrebbe focalizzato il dibattito su questa questione e quindi deviato la discussione.
Ma visto che il GIGC lo chiede, non vogliamo deluderla. Ecco un piccolo promemoria del pedigree di questi due individui. Questi due individui provengono dalla cosiddetta “Frazione interna della CCI” (FICCI), un mini gruppuscolo di ex membri della CCI espulsi per aver fatto la spia nel 2003 al nostro 15° Congresso internazionale. Non fu l'unica infamia di cui si resero responsabili questi elementi che, rinnegando i principi fondamentali del comportamento comunista, si distinsero anche per atteggiamenti tipicamente malavitosi, come calunnie, ricatti e furti. Per questi altri comportamenti, pur essendo molto gravi, la CCI non aveva pronunciato un'esclusione nei loro confronti, ma una semplice sospensione. In altre parole, era ancora possibile per questi elementi rientrare un giorno nell'organizzazione, a condizione ovviamente che restituissero il materiale e il denaro che avevano rubato e che si impegnassero a rinunciare a comportamenti che non trovano posto in un'organizzazione comunista. Il motivo per cui la CCI decise infine di escluderli fu che avevano pubblicato sul loro sito web (cioè in piena vista di tutte le forze di polizia del mondo) informazioni interne che facilitavano il lavoro della polizia[3]:
- la data della conferenza della nostra sezione in Messico, alla quale avrebbero dovuto partecipare militanti di altri paesi. Questo atto disgustoso della FICCI, che facilitava l'opera repressiva dello Stato borghese, è tanto più spregevole in quanto i suoi membri sapevano benissimo che alcuni dei nostri compagni in Messico erano già stati vittime della repressione in passato e che alcuni erano stati costretti a fuggire dai loro paesi d'origine;
- le vere iniziali di un nostro compagno presentato da loro come “il capo della CCI”, con la precisazione che era l'autore di tale e tale testo dato il “suo stile” (che è un'indicazione interessante per i servizi di polizia);
- la regolare pubblicazione nel loro bollettino dei risultati del lavoro di spionaggio sulla nostra organizzazione, comprese le informazioni direttamente collegate al lavoro di un informatore della polizia.
Va notato che prima di procedere alla loro espulsione, la CCI aveva inviato una lettera individuale a ciascuno dei membri della FICCI chiedendo loro se fossero solidali con questi delatori. La FICCI ha infine risposto a questa lettera rivendicando collettivamente la responsabilità dell'infame comportamento. Va inoltre sottolineato che a ciascuno di questi elementi è stata data la possibilità di presentare la propria difesa davanti al Congresso della CCI o a una commissione di 5 membri della nostra organizzazione, 3 dei quali potevano essere designati dagli stessi membri della FICCI. Questi coraggiosi individui, consapevoli che il loro comportamento era indifendibile, rifiutarono queste ultime proposte della CCI.
Invece, questa “FICCI” ha poi inviato un “Bollettino comunista” agli abbonati della nostra pubblicazione in Francia (il cui archivio di indirizzi era stato rubato dai membri della FICCI molto prima che lasciassero la nostra organizzazione) per dire loro più e più volte che la CCI era in preda a una degenerazione opportunista e stalinista. E non è ancora finita!
Nel 2005, prima di una delle nostre riunioni pubbliche, uno dei membri della FICCI ha minacciato di uccidere uno dei nostri militanti. Portando sempre un coltello alla cintura, gli sussurrava odiosamente all'orecchio che gli avrebbe tagliato la gola.
In realtà, potremmo continuare a lungo con questo elenco, poiché ogni “Bollettino comunista” conteneva la sua parte di calunnie.
Nel 2013, la FICCI ha assunto il nuovo nome di “Gruppo Internazionale della Sinistra Comunista” (in francese GIGC). Più precisamente, questo nuovo gruppo è il risultato della fusione tra una parte del gruppo Klasbatalo di Montreal e la FICCI.
Ma sono stati i modi violenti e l'odio dei membri della FICCI verso la CCI a colorare immediatamente la politica e l'attività di questo gruppo. Così, appena nato, questo GIGC ha iniziato a lanciare l'allarme e a gridare a squarciagola di essere in possesso dei Bollettini interni della CCI. Esibendo il loro trofeo di guerra e sollevando un tale polverone, il messaggio che questi delatori patentati stavano cercando di trasmettere era molto chiaro: c'è una “talpa” nella CCI che lavora a braccetto con l'ex-FICCI! Si trattava chiaramente di un lavoro di polizia con l'unico obiettivo di seminare sospetti, disordini e discordia all'interno della nostra organizzazione.
Sono gli stessi metodi utilizzati dalla polizia politica di Stalin, la Ghepeù, per distruggere il movimento trotzkista dall'interno negli anni Trenta. Questi sono gli stessi metodi usati dai membri dell'ex-FICCI quando nel 2001 hanno fatto viaggi “speciali” in diverse sezioni della CCI per organizzare riunioni segrete e diffondere voci sul fatto che uno dei nostri compagni (la “moglie del capo della CCI”, come hanno detto loro) fosse un “poliziotto”. La stessa procedura per cercare di diffondere il panico e distruggere la CCI dall'interno nel 2013 è stata ancora più spregevole: con l'ipocrita pretesto di voler “tendere la mano” ai militanti della CCI e salvarli dalla “demoralizzazione”, questi informatori professionisti stavano in realtà inviando il seguente messaggio a tutti i militanti della CCI: “C'è un traditore (o più di uno) tra di voi che ci sta dando i vostri Bollettini interni, ma non vi daremo il suo nome perché spetta a voi cercarlo da soli!” Questo è il vero e continuo obiettivo di questo “gruppo internazionale”: cercare di introdurre il veleno del sospetto e della sfiducia nella CCI per tentare di distruggerla dall'interno. È una vera e propria impresa di distruzione il cui grado di perversione non ha nulla da invidiare ai metodi della polizia politica di Stalin e della Stasi.
In diverse occasioni abbiamo già interpellato pubblicamente il GIGC sul modo in cui i nostri bollettini interni sono arrivati nelle loro mani. C'era un complice infiltrato nella nostra organizzazione? La polizia stessa li ha ottenuti violando i nostri computer e poi li ha trasmessi al GIGC con qualche mezzo? Se il GIGC fosse stata un'organizzazione responsabile e non una banda di delinquenti, avrebbe voluto risolvere questo mistero e informare il milieu politico dei risultati delle sue indagini. Invece, ha sempre evitato questa domanda, che continueremo a porgli pubblicamente.
Il loro ultimo articolo, che abbiamo riprodotto integralmente qui sopra, non fa eccezione a questi metodi nauseanti. Ciò che possiamo riconoscere al GIGC, almeno, è la sua coerenza.
Tuttavia, attraverso questo articolo, non è all'interno della CCI che il GIGC sta cercando di seminare divisione, sospetto e sfiducia, ma all'interno dell'intera Sinistra comunista. Scrivendo “L'incontro non è stato organizzato su iniziativa del GIGC, che essa [la CCI] denuncia come ‘gruppo parassita’ e ‘agenzia dello Stato borghese’ (Rivoluzione Internazionale 446), e della TCI, che critica per le sue concessioni opportuniste al parassitismo?", il GIGC mette volontariamente insieme la nostra denuncia dei costumi delinquenziali di questo gruppo parassita e la nostra lotta contro l'opportunismo della TCI. Il GIGC, degno erede della FICCI, ha la funzione di distruggere i principi della Sinistra comunista, di diffondere sfiducia e divisione. L'odio dei membri dell'ex-FICCI verso la CCI prevale e colora tutta la politica di questo gruppo, qualunque sia il livello di coscienza dei suoi vari membri integrati successivamente. Si tratta quindi di una lotta contro un gruppo che, con la scusa di difendere le posizioni della Sinistra comunista, difende oggettivamente gli interessi del campo borghese[4] facendo propria la sua peggiore morale e i suoi atteggiamenti.
La lotta contro l'opportunismo si svolge all'interno del campo proletario stesso. L'intera storia del movimento operaio dimostra che questa è una debolezza costante che incancrenisce il campo proletario. Si tratta quindi di combattere l'opportunismo con la polemica più ferma e fraterna possibile, all'interno del campo politico proletario. Questa lotta si svolge non solo tra organizzazioni rivoluzionarie, ma anche al loro interno. La storia della CCI dimostra che da 50 anni essa lotta contro derive di questo tipo.
Questi metodi di assimilazione, di confusione deliberata da parte del GIGC per seminare disorientamento e sfiducia, sono abietti.
Per parafrasare Rosa Luxemburg: mentire, fare la spia, sguazzare nella calunnia, infangare: ecco come si presenta il parassitismo, ecco ciò che è. Non è quando i suoi protagonisti si danno dalla tribuna del presidium di un comitato l'aria di rispettabilità e di filosofia, di moralità e di apertura, di dibattito e di fraternità, è quando il parassitismo assomiglia a una bestia rabbiosa, quando danza il sabba della delinquenza, quando soffia il sospetto sulla Sinistra comunista e sui suoi principi, che esso si mostra nudo, che mostra cosa è veramente.
CCI, 15 gennaio 2023
[1] Conférence-débat à Marseille sur la Gauche communiste: le Docteur Bourrinet, un faussaire qui se prétend historien [28]
[2] Non possiamo sviluppare qui la nostra posizione, rimandiamo i lettori al nostro articolo “NWBCW a Parigi, Un comitato che trascina i partecipanti in un vicolo cieco [351]”
[3] Il GIGC sfoggia apertamente il suo approccio poliziesco. Dal 2005, infatti, dei documenti relativi alle discussioni interne alla CCI sono disponibili sul sito web “GIGC / Bollettino comunista internazionale”.
[4] Questa difesa non opera attraverso la difesa di un programma borghese. Infatti, come evidenziano le nostre tesi sul parassitismo [154] (Costruzione dell'organizzazione rivoluzionaria. Tesi sul parassitismo [154]): “Già Marx ed Engels [...] caratterizzavano come parassiti quegli elementi politicizzati che, pur affermando di aderire al programma e alle organizzazioni del proletariato, concentrano i loro sforzi nella lotta, non contro la classe dominante, ma contro le organizzazioni della classe rivoluzionaria”.
Il 19 e 31 gennaio, più di un milione di noi è sceso in piazza per mobilitarsi contro la nuova riforma delle pensioni. Il governo sostiene che questa rabbia è dovuta a una "mancanza di spiegazioni", a una "mancanza di pedagogia" da parte sua. Ma abbiamo capito molto bene! Con questa ennesima riforma, l'obiettivo è chiaro: sfruttarci sempre di più e tagliare le pensioni di tutti coloro che, a causa di licenziamenti o malattie, non potranno terminare gli anni di servizio. Lavorare fino allo sfinimento per una misera pensione, ecco cosa ci aspetta.
Ma "a un certo punto, quando è troppo è troppo!". Questa espressione è stata usata così spesso durante i cortei da finire sulle prime pagine dei giornali. È quasi la stessa frase che gli scioperanti usano da mesi nel Regno Unito: “Enough is enough”, "Quando è troppo è troppo". E non è un caso. Il legame che ci unisce è evidente: lo stesso degrado delle nostre condizioni di vita e di lavoro, gli stessi attacchi, la stessa inflazione e la stessa crescente combattività. Perché sì, "ora basta". La riforma delle pensioni, l'impennata dei prezzi, i ritmi infernali, la carenza di personale, i salari miserabili... e che dire della nuova riforma dell'assicurazione contro la disoccupazione, una misura rivoltante che riduce del 25% la durata dell'indennizzo e permetterà ai beneficiari di essere licenziati a piacimento! E tutto in nome di statistiche e bugie sulla "riduzione della disoccupazione".
Con più di un milione di persone in piazza dieci giorni fa, e forse anche di più oggi, 31 gennaio, la classe operaia dimostra ancora una volta ciò che fa la sua forza: la capacità di entrare massicciamente in lotta. Disoccupati, pensionati, futuri lavoratori, impiegati, di tutti i mestieri, di tutti i settori, pubblici o privati, gli sfruttati formano una stessa classe animata da un unico sentimento di solidarietà: Uno per tutti, tutti per uno! Da mesi ci sono piccoli scioperi ovunque in Francia, nelle fabbriche e negli uffici. La loro moltitudine riflette il livello di rabbia nelle file della classe operaia. Ma poiché sono isolati gli uni dagli altri, questi scioperi sono impotenti; esauriscono i più combattivi in lotte senza speranza. Gli scioperi corporativi e settoriali portano solo alla sconfitta di tutti, ognuno perde nel suo angolo, ognuno al suo turno, uno dopo l'altro. L'organizzazione di lotte corporative e settoriali è solo l'incarnazione moderna del vecchio adagio delle classi dominanti: "Dividi e comanda". Di fronte a questa frammentazione, sotto l'impatto dei continui attacchi alle nostre condizioni di vita e di lavoro, sentiamo sempre di più che dobbiamo rompere questo isolamento, che siamo tutti sulla stessa barca, che dobbiamo lottare tutti insieme. Il 19 gennaio, con più di un milione di persone in piazza, per restare insieme, non c'era solo gioia ma anche un certo orgoglio nel far vivere la solidarietà operaia.
Con più di un milione di persone in strada, l'atmosfera si carica di un nuovo umore. C'è la speranza di poter vincere, di poter far indietreggiare il governo, di farlo piegare sotto il peso dei numeri. È vero, solo la lotta può rallentare gli attacchi. Ma essere numerosi è sufficiente? Anche nel 2019 ci siamo mobilitati in modo massiccio e la riforma delle pensioni è stata approvata. Nel 2010, contro quella che doveva essere l'ultima riforma delle pensioni, solenne promessa, abbiamo organizzato quattordici giorni di manifestazioni! Nove mesi di lotta! Queste marce hanno riunito milioni di manifestanti per diverse volte di seguito. Per quale risultato? La riforma delle pensioni è stata approvata. D'altra parte, nel 2006, dopo poche settimane di mobilitazione, il governo ha ritirato il suo "Contrat Première Embauche - CPE- Contratto di Primo Impiego". Perché è successo? Qual è la differenza tra questi movimenti? Cosa ha spaventato la borghesia nel 2006, al punto da farla indietreggiare così rapidamente? Nel 2010 e nel 2019 eravamo numerosi, eravamo uniti e determinati, ma non eravamo uniti. Potevamo essere milioni, ma eravamo uno dietro l'altro. Le manifestazioni consistevano nel venire con i colleghi, marciare con i colleghi sotto il rumore assordante dei sistemi audio e andarsene con i colleghi. Nessuna assemblea, nessun dibattito, nessuna vera riunione. Queste manifestazioni si sono ridotte all'espressione di una semplice marcia.
Nel 2006, gli studenti precari avevano organizzato massicce assemblee generali nelle università, aperte a lavoratori, disoccupati e pensionati, e avevano proposto uno slogan unificante: la lotta contro la precarizzazione e la disoccupazione. Queste Assemblee Generali erano i polmoni del movimento, là dove si tenevano i dibattiti e si prendevano le decisioni. Il risultato: ogni fine settimana le manifestazioni hanno riunito sempre più settori. Lavoratori stipendiati e pensionati si sono uniti agli studenti, sotto lo slogan "Giovani lardoni, vecchi crostini, tutti la stessa insalata". La borghesia francese e il governo, di fronte a questa tendenza all'unificazione del movimento, non hanno avuto altra scelta che ritirare il CPE.
Nei cortei di oggi, il riferimento al maggio 68 viene fatto regolarmente. Questo movimento ha lasciato una traccia straordinaria nella memoria dei lavoratori. E proprio nel 1968 il proletariato francese si è unito prendendo in mano le proprie lotte. Dopo le grandi manifestazioni del 13 maggio per protestare contro la repressione poliziesca subita dagli studenti, gli scioperi e le assemblee generali si sono diffusi a macchia d'olio nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro per sfociare, con 9 milioni di scioperanti, nel più grande sciopero della storia del movimento operaio internazionale. Molto spesso, questa dinamica di estensione e di unità si è sviluppata al di fuori del controllo dei sindacati e molti lavoratori hanno strappato la tessera sindacale dopo gli accordi di Grenelle del 27 maggio tra sindacati e imprenditori, accordi che hanno seppellito il movimento.
Oggi, noi, lavoratori dipendenti, disoccupati, pensionati, studenti precari, non abbiamo ancora fiducia in noi stessi, nella nostra forza collettiva, per osare prendere in mano le nostre lotte. Ma non c'è altro modo. Tutte le "azioni" proposte dai sindacati portano alla sconfitta. Solo la riunione in assemblee generali aperte e massicce, autonome, che decidono realmente sulla condotta del movimento, può costituire la base di una lotta unitaria, portata avanti dalla solidarietà tra tutti i settori, tutte le generazioni. Assemblee generali in cui ci sentiamo uniti e fiduciosi nella nostra forza collettiva.
Non bisogna farsi illusioni, la storia lo ha dimostrato mille volte: oggi i sindacati mostrano la loro "unità" e chiamano alla mobilitazione generale, domani si contrapporranno per meglio dividerci e meglio smobilitarci. E hanno già iniziato:
La riforma delle pensioni viene fatta in nome dell'equilibrio di bilancio, della giustizia e del futuro. Il 20 gennaio Macron ha annunciato con grande clamore un budget militare record di 400 miliardi di euro! Questa è la realtà del futuro promesso dalla borghesia: più guerra e più miseria. Il capitalismo è un sistema sfruttatore, globale e decadente. Porta l'umanità verso la barbarie e la distruzione. La crisi economica, la guerra, il riscaldamento globale, la pandemia non sono fenomeni separati, sono tutti flagelli dello stesso sistema morente.
Quindi le nostre attuali lotte non sono solo una reazione alla riforma delle pensioni o al deterioramento delle nostre condizioni di vita. Fondamentalmente, sono una reazione alle dinamiche generali del capitalismo. La nostra solidarietà nella lotta è l'antitesi della competizione all'ultimo sangue di questo sistema diviso in imprese e nazioni in concorrenza tra loro. La nostra solidarietà tra generazioni è l'antitesi del no future e della spirale distruttiva di questo sistema. La nostra lotta simboleggia il rifiuto di sacrificarci sull'altare dell'economia di guerra. Ecco perché ogni sciopero porta con sé i semi della rivoluzione. La lotta della classe operaia è immediatamente una messa in discussione delle basi stesse del capitalismo e dello sfruttamento.
La nostra lotta attuale prepara le lotte future. Non ci sarà tregua. Mentre sprofonda nella crisi economica mondiale, nella sua folle corsa al profitto, ogni borghesia nazionale non si fermerà finché non attaccherà le condizioni di vita e di lavoro del proletariato.
I lavoratori più combattivi e determinati devono raggrupparsi, discutere e riappropriarsi delle lezioni del passato, per preparare la lotta autonoma di tutta la classe operaia. È una necessità. È l'unico modo possibile.
Corrente Comunista Internazionale (2 febbraio 2023)
Marciare l'uno dietro l'altro e poi andarsene nel proprio angolo è sterile. Per essere veramente uniti nella lotta, dobbiamo incontrarci, discutere e imparare insieme le lezioni delle lotte presenti e passate. Dobbiamo prendere in mano le nostre lotte.
Ovunque sia possibile, sul posto di lavoro o qui, sui marciapiedi, nelle piazze, alla fine delle manifestazioni, dobbiamo riunirci e discutere.
Se leggendo questo volantino condividete questo desiderio di riflettere insieme, di organizzarci, di prendere in mano le lotte, allora non esitate a venirci a trovare alla fine della manifestazione per continuare il dibattito.
L'emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi.
Mentre due anni fa molti osservatori sostenevano che la Cina fosse la grande vincitrice della crisi Covid, gli eventi recenti sottolineano che essa si trova invece a dover affrontare la persistenza della pandemia, un significativo rallentamento della crescita economica, la bolla immobiliare, maggiori ostacoli allo sviluppo della "Nuova Via della Seta", la forte pressione imperialista degli Stati Uniti: in breve, la prospettiva di grandi turbolenze.
Dalla fine del 2019, la Cina soffre di una crisi pandemica che ha ampiamente paralizzato la sua popolazione e la sua economia. Negli ultimi tre anni, la politica dello "zero Covid" voluta dal presidente Xi ha portato a enormi e interminabili confinamenti, come nel novembre 2022, quando ben 412 milioni di cinesi sono stati rinchiusi in condizioni terribili in varie regioni della Cina, spesso per diversi mesi. Sostenendo che la Cina sarebbe stata la prima a domare la pandemia attraverso la sua politica "zero Covid", Xi e il PCC hanno rifiutato le strategie internazionali anti-Covid e la ricerca medica. Di conseguenza, si sono ritrovati bloccati in una logica economicamente e socialmente catastrofica, senza una vera alternativa: i vaccini cinesi sono largamente inefficaci, il sistema ospedaliero non è in grado di assorbire l'ondata di infezioni derivante da una politica meno restrittiva (Cuba ha un numero di medici e di letti ospedalieri pro capite quattro volte superiore a quello della Cina), tanto più che la corruzione dell'amministrazione politica delle province rende impossibile ottenere dati affidabili sull'evoluzione della pandemia (si tende a camuffare le cifre per evitare la disgrazia politica).
Le autorità cinesi si trovano quindi di fronte a un muro di mattoni. Di fronte all'esplosione della protesta sociale contro l'orribile disumanità dell'internamento di massa, hanno bruscamente abbandonato la politica "zero Covid" senza essere in grado di proporre la benché minima alternativa: senza livelli significativi di immunità acquisita, senza vaccini efficaci e senza scorte sufficienti di farmaci, senza una politica di vaccinazione dei più vulnerabili, senza un sistema ospedaliero in grado di assorbire lo shock, l'inevitabile catastrofe si è effettivamente verificata: I malati fanno la fila per entrare in ospedali sovraffollati e i cadaveri si accumulano davanti a crematori strapieni, decine di migliaia di persone muoiono a casa, gli obitori traboccano di cadaveri, le autorità sono totalmente sopraffatte e incapaci di far fronte all'onda anomala: le proiezioni prevedono 1,7 milioni di morti e decine di milioni di persone pesantemente colpite dall'attuale esplosione del virus.
Da diversi anni, la Cina è sottoposta a un'intensa pressione economica e militare da parte degli Stati Uniti, sia direttamente a Taiwan e attraverso la formazione dell'alleanza AUKUS, ma anche indirettamente in Ucraina. Infatti, più la guerra in Ucraina si trascina, più la Cina subisce danni attraverso il collasso del suo principale partner sulla scena imperialista, la Russia, ma soprattutto attraverso l'interruzione delle rotte europee del progetto della "Nuova Via della Seta".
D'altra parte, pesa anche l'esplosione del caos e dell'ognuno per sé, intensificato dalla politica aggressiva degli Stati Uniti, come dimostra il precipitare dell'Etiopia, uno dei principali perni della Cina in Africa, nella guerra civile. I piani di espansione della "Nuova Via della Seta" sono in difficoltà anche a causa dell'aggravarsi della crisi economica: quasi il 60% del debito nei confronti della Cina è oggi dovuto a Paesi in difficoltà finanziaria, rispetto ad appena il 5% del 2010. A ciò si aggiunge l'intensificarsi delle pressioni economiche da parte degli Stati Uniti, in particolare con l'Inflation Reduction Act e il Chips in USA Act, decreti che sottopongono le esportazioni di prodotti tecnologici di varie aziende tecnologiche cinesi (ad esempio Huawei) verso gli Stati Uniti a pesanti restrizioni attraverso tariffe protezionistiche, sanzioni contro la concorrenza sleale, ma soprattutto il blocco del trasferimento tecnologico e della ricerca.
I ripetuti blocchi e poi lo tsunami di infezioni che ha portato al caos del sistema sanitario, la bolla immobiliare e il blocco di varie vie della "Via della Seta" a causa di conflitti armati o del caos circostante hanno causato un fortissimo rallentamento dell'economia cinese. La crescita nel primo semestre di quest'anno è stata del 2,5%, rendendo irraggiungibile l'obiettivo del 5% per quest'anno. Per la prima volta in trent'anni, la crescita economica della Cina sarà inferiore a quella degli altri Paesi asiatici. Grandi aziende tecnologiche e commerciali come Alibaba, Tencent, JD.com e iQiyi hanno licenziato tra il 10 e il 30% del loro personale. I giovani sono in difficoltà, con un tasso di disoccupazione stimato al 20% tra gli studenti universitari in cerca di lavoro.
Di fronte alle difficoltà economiche e sanitarie, la politica di Xi Jinping era stata quella di tornare alle ricette classiche dello stalinismo:
- economicamente, fin dall'amministrazione di Deng Xiao Ping, la borghesia cinese aveva creato un meccanismo fragile e complesso per mantenere un partito unico onnipotente che conviveva con una borghesia privata, stimolata direttamente dallo Stato. Ora, "entro la fine del 2021, l'era delle riforme e dell'apertura di Deng Xiaoping è chiaramente finita, sostituita da una nuova ortodossia economica statalista"[1]. La fazione dominante dietro Xi Jinping tende quindi a rafforzare il controllo assoluto dello Stato sull'economia e a chiudere la prospettiva del rinnovamento economico e della relativa apertura dell'economia al capitale privato.
- Sul fronte sociale, con la politica dello "zero Covid", Xi non solo ha assicurato uno spietato controllo statale sulla popolazione, ma ha anche imposto questo controllo alle autorità regionali e locali, che si erano dimostrate inaffidabili e inefficaci all'inizio della pandemia. Già in autunno ha inviato a Shanghai unità della polizia centrale di Stato per imporre l'ordine alle autorità locali che stavano liberalizzando le misure di controllo.
Tuttavia, mentre la politica dello Stato cinese dal 1989 è stata quella di evitare a tutti i costi qualsiasi turbolenza sociale su larga scala, la fuga degli acquirenti spaventati dalle difficoltà e dai fallimenti dei colossi immobiliari, ma soprattutto le manifestazioni e le rivolte diffuse in molte città cinesi, che esprimono l'esasperazione della popolazione nei confronti della politica "zero Covid", hanno fatto sudare freddo Xi e i suoi sostenitori. Il regime è stato costretto a fare marcia indietro in gran fretta di fronte ai tumulti sociali e ad abbandonare in pochi giorni la politica che aveva mantenuto per tre anni contro ogni critica. Oggi i limiti della politica di Xi Jinping, un ritorno alle ricette classiche dello stalinismo, sono evidenti a tutti i livelli: sanitario, economico e sociale, mentre l'uomo che l'ha imposta, lo stesso Xi Jinping, è stato appena rieletto per un terzo mandato dopo complesse trattative dietro le quinte tra fazioni interne al PCC.
In conclusione, oggi sembra che se il capitalismo di Stato cinese è stato in grado di sfruttare le opportunità offerte dal passaggio dal blocco "sovietico" a quello americano negli anni '70, dall'implosione del blocco "sovietico" e dalla globalizzazione dell'economia voluta dagli Stati Uniti e dalle principali potenze occidentali, le debolezze congenite della sua struttura statale di tipo stalinista sono oggi un grosso handicap di fronte ai problemi economici, sanitari e sociali del Paese e alla pressione aggressiva dell'imperialismo statunitense a cui è sottoposto.
La situazione in Cina è una delle espressioni più caratteristiche dell'"effetto vortice" della concatenazione e della combinazione di crisi che caratterizzano gli anni '20 del XXI secolo. Questo "turbine" di sconvolgimenti e destabilizzazioni sta esercitando una forte pressione non solo su Xi e sui suoi sostenitori all'interno del PCC, ma più in generale sulla politica imperialista cinese. Una destabilizzazione del capitalismo cinese avrebbe conseguenze imprevedibili per il capitalismo globale.
R. Havanais, 15 gennaio 2023
[1] "Foreign Affairs", ripreso da Courrier international n° 1674.
Il 1° febbraio in Gran Bretagna hanno scioperato circa mezzo milione di lavoratori di diversi settori: ferrovie e alcune reti di autobus, dipendenti pubblici e in particolare lavoratori dell'istruzione, sia nelle scuole che nelle università. Si è trattato del maggior numero di lavoratori in sciopero in un solo giorno dall'inizio dell'ondata di scioperi in Gran Bretagna da l'estate scorsa.
In risposta al crescente sentimento della classe operaia che “siamo tutti sulla stessa barca” e dobbiamo lottare insieme, i leader sindacali più combattivi, come Mick Lynch, a cui fanno eco i loro sostenitori nell'estrema sinistra (SWP, ecc.), da qualche tempo utilizzano un linguaggio più radicale, parlando della necessità di unità e solidarietà della classe operaia e persino un’azione di sciopero coordinato[1].
E sebbene finora i sindacati siano stati attenti a evitare grandi manifestazioni di tutti i diversi settori coinvolti nel movimento in corso, il 1° febbraio, a Bristol, una “manifestazione congiunta” tra il settore dell’istruzione, i dipendenti pubblici e i ferrovieri ha visto la partecipazione di circa 3.000 lavoratori; a Londra, a Portland Place, si sono riuniti probabilmente decine di migliaia di manifestanti che hanno marciato verso Westminster. Dominata dagli striscioni della National Education Union e dell'Universities and Colleges Union, c'erano anche piccoli contingenti della RMT (National Union of Rail, Maritime and Transport Workers) e dei sindacati della Sanità e un elevato numero di dipendenti pubblici. Ci sono state inoltre manifestazioni minori in numerose altre città, come Leeds e Liverpool.
Queste manifestazioni sono state molto vive, con una forte presenza di giovani lavoratori, molti dei quali sono arrivati con i loro cartelli fatti in casa e hanno applaudito in modo particolare quando sono arrivavano nuovi gruppi di lavoratori, di qualunque settore. Momenti come questo sono un'occasione per i lavoratori di acquisire coscienza dell'essere parte di un movimento più ampio.
Ma, come affermava il titolo del volantino diffuso dalla nostra sezione in Francia, “Essere numerosi non basta, dobbiamo anche prendere in mano le nostre lotte [353]”. In Francia, sebbene il numero di scioperi fosse di gran lunga inferiore a quello britannico, i sindacati hanno indetto grandi manifestazioni per protestare contro l'aumento dell'età pensionabile da 62 a 64 anni. Nella più recente “giornata di mobilitazione” sono scese in piazza circa 2 milioni di persone. Ma i nostri compagni hanno sottolineato che nelle precedenti lotte contro le riforme delle pensioni, nel 2010 e nel 2019, le grandi manifestazioni da sole non avevano costretto il governo a ritirare i suoi attacchi e le manifestazioni stesse divennero una sorta di evento rituale: “venire con i propri colleghi, camminare sotto il rumore assordante degli impianti audio e ritornare a casa …. Nessuna assemblea, nessun dibattito, nessun vero incontro. Queste manifestazioni si sono ridotte all'espressione di un semplice sfilata”.
Esattamente lo stesso si potrebbe dire delle manifestazioni in Gran Bretagna del 1° febbraio. L'entusiasmo si è manifestato soprattutto all'inizio dei cortei, quando i lavoratori si sono riuniti riconoscendo di prender parte a qualcosa di più ampio che manifestare sul posto di lavoro o nel loro particolare settore, ma una volta che il corteo è giunto alla sua conclusione preorganizzata, dopo aver ascoltato passivamente i pochi discorsi dei sindacalisti, la stragrande maggioranza dei partecipanti ha cercato la stazione della metropolitana più vicina per tornare a casa. Ancora una volta: nessuna assemblea, nessun dibattito, nessun reale incontro.
Lo stesso processo di “depotenziamento” si riscontra con un altro elemento caratteristico dell'attuale ondata di scioperi: il picchetto. L'organizzazione di picchetti all'ingresso dei luoghi di lavoro nei giorni di sciopero è un'espressione elementare di solidarietà, ed è evidente che uno dei compiti di questi picchetti è quello di convincere il maggior numero di lavoratori ad aderire allo sciopero. E l'impegno dei lavoratori nella lotta è stato dimostrato in molte occasioni negli ultimi mesi, quando decine e persino centinaia di lavoratori si sono presentati ai picchetti, ignorando sistematicamente le leggi che limitano formalmente i picchetti a 6 scioperanti.
Ma, come i raduni e i cortei organizzati dai sindacati, dove i lavoratori sono in gran parte divisi nei loro diversi contingenti sventolando le loro specifiche bandiere sindacali, i picchetti “ufficiali” finiscono per accettare le più importanti limitazioni alla lotta imposte dalle cosiddette leggi “anti-sindacali”, che in realtà hanno lo scopo di evitare che le azioni dei lavoratori sfuggano al controllo sindacale e che proprio per questo vengono rigorosamente applicate dall'apparato sindacale. Quindi, invitare i colleghi del proprio posto di lavoro che appartengono a un altro sindacato o a nessun sindacato a non uscire dal picchetto, e in particolare inviare picchetti in altri posti di lavoro e settori per chiedere loro di unirsi alla lotta: tutto questo è un “picchetto di secondaria importanza” e illegale che contiene il pericolo di una reale unificazione delle lotte dei lavoratori. Il risultato è che i picchetti sotto il controllo del sindacato finiscono per agire come barriere che separano i lavoratori gli uni dagli altri.
Il volantino della nostra sezione francese sottolinea che, mentre le lotte contro le riforme pensionistiche nel 2010 e nel 2019 si sono concluse con una sconfitta, le cose andarono diversamente nel 2006 nella lotta contro il CPE (Contratto di primo impiego), proposta di legge governativa che avrebbe istituzionalizzato la precarietà per chi entrava nel mondo del lavoro: “Nel 2006 gli studenti precari hanno organizzato assemblee general nelle università, aperte a lavoratori, disoccupati e pensionati, hanno lanciato uno slogan unificante: la lotta alla precarietà e alla disoccupazione. Queste assemblee erano i polmoni del movimento, dove si tenevano i dibattiti, dove si prendevano le decisioni. Risultato: ogni fine settimana, le manifestazioni riunivano sempre più settori. Lavoratori salariati e pensionati si sono uniti agli studenti, con lo slogan: ‘Giovane pancetta, vecchi crostini, ma la stessa insalata’. La borghesia francese e il governo, di fronte a questa tendenza all'unificazione del movimento, non hanno avuto altra scelta che ritirare il loro CPE”.
Ciò che costringe la classe dominante a fare marcia indietro - anche se non può più concedere miglioramenti duraturi alle condizioni di vita della classe operaia - è vedere una classe operaia che minaccia di superare tutte le divisioni operate dal sindacato e di organizzare questa unità attraverso le proprie assemblee generali e l’elezione di comitati di sciopero, embrioni dei futuri consigli operai. Le attuali lotte della classe operaia in Gran Bretagna e in altri paesi – anche se ancora sotto il peso dell'ideologia corporativista che vede ogni settore con delle specifiche controversie con i datori di lavoro, con le sue rivendicazioni particolari – contengono il potenziale per questo riemergere della classe operaia come vero potere nella società, come forza per cambiare radicalmente la società.
Per questo anche le più piccole assemblee di lavoratori, sia nei picchetti che nei comizi e nei cortei, che cominciano a chiedersi perché le lotte sono ancora così divise, che non si accontentano della vuota retorica dei sindacati, che pongono il problema di quale sia il modo più efficace di lottare, rappresentano un passo importante nella lotta che i rivoluzionari devono incoraggiare in ogni occasione.
Amos 4 febbraio 2023
[1] Vedi in particolare: The unions don’t unite our struggle – they organise its division! [354]
Bambini piccoli che muoiono di freddo nelle case umide, scolari che fingono di mangiare da cestini vuoti: queste sono tra le illustrazioni più parlanti della "crisi del costo della vita" che, da quando è esplosa nel 2021, sta colpendo la classe operaia. La crescita dei prezzi dei generi alimentari, l'aumento vertiginoso dei costi del gas e dell'elettricità sono una realtà concreta per milioni di lavoratori.
Secondo le statistiche ufficiali, un quarto della popolazione, 14,5 milioni di persone, soffre la povertà alimentare. Tra questi 4,3 milioni di bambini, 2,1 milioni di pensionati e 8,1 milione di persone in età lavorativa. Il numero di banche alimentari in Gran Bretagna è in aumento: ve ne sono ora più di 2500 che assistono nuove categorie di “poveri”, tra cui lavoratori attivi. E di recente hanno esaurito le scorte, in parte a causa delle richieste fatte e in parte per la difficoltà a trovare donazioni. Le famiglie devono limitare il cibo, costrette a scegliere tra mangiare e riscaldarsi. Allo stesso tempo, "più di 5 milioni di famiglie si trovano in condizioni di povertà energetica, il che significa che spendono più del 10% del loro reddito per il gas e l'elettricità, faticando a mantenere le loro case calde. Le famiglie numerose potrebbero addirittura spendere un quarto del loro reddito disponibile per l'energia".[1] La Fondazione Resolution (che si occupa del miglioramento delle condizioni di vita degli indigenti) ha previsto che la povertà assoluta (cioè quando il reddito familiare è inferiore al livello necessario per soddisfare i bisogni di base) aumenterà dal 17% del 2021-2022 al 22% nel 2022-2023. Ciò significa un aumento della povertà assoluta di oltre 3 milioni di famiglie di lavoratori. Si ipotizza che 3,2 milioni di adulti in Gran Bretagna si trovino in condizioni di povertà igienica, cioè non possono permettersi prodotti per l'igiene e la cura del corpo.
Per decenni la classe operaia in Gran Bretagna ha visto un deterioramento ininterrotto delle sue condizioni di vita, con tagli al salario sociale – salute e servizi sociali, alloggi, pensioni, riduzioni delle indennità sociali - e un lento deterioramento del potere d'acquisto per coloro che sono ancora occupati. La crescita del salario medio tra il 2007 e il 2021 è stato del 20,1% negli USA, del 11,7% in Francia, del 15,7% in Germania, ma solo del 4,8% in Gran Bretagna. La previsione è che i salari non raggiungeranno il livello del 2008 fino al 2027. Questo sembra molto ottimistico dal momento che gli aumenti salariali sono attualmente del 6,4% (e solo del 3,3% nel settore pubblico) mentre l'inflazione è a due cifre. A tutto ciò si aggiunge un aumento della disoccupazione di oltre mezzo milione di unità, con importanti ripercussioni sui redditi dei lavoratori licenziati.
L'inflazione ha raggiunto le due cifre per la prima volta dopo 40 anni: da circa il 5,4% del dicembre 2021 al 10,1% di luglio 2022 (11,1% in ottobre). È solo la quarta volta in 70 anni che l’inflazione arriva oltre il 10% (tra il 1951-52, tra il 1973-1977 e tra il 1979-82). Alcuni economisti prevedono che l’inflazione continuerà a crescere durante il 2023. Le ultime statistiche ufficiali (Tasso di inflazione per i prezzi al consumo, dicembre 2022) mostrano che l’inflazione è al 13,4%, con l’inflazione per i prodotti alimentari al 16,8%.
Il Prezzo di gas ed elettricità è cresciuto a livelli senza precedenti. Secondo il FMI, le famiglie britanniche sono state colpite dalla crisi energetica più duramente della maggior parte dei Paesi europei. Ma questo brutale sviluppo della crisi in Gran Bretagna non è dovuto solo alla pandemia di coronavirus o alla guerra in Ucraina, che ha colpito tutti i Paesi europei.
Molti prodotti sono aumentati a un ritmo più rapido: nel mese di luglio la benzina ha superato il 45%, il latte magro è attualmente aumentato del 46%, molti altri alimenti sono aumentati tra il 20 e il 40%. L'inflazione alimentare direttamente attribuibile alla Brexit era già al 6%. Lo scorso agosto, la Banca d'Inghilterra ha previsto un periodo di recessione della durata di due anni. Più di recente ha dichiarato che la recessione durerà solo poco più di un anno e che forse il peggio dell'inflazione è alle spalle. Qualunque siano le spiegazioni e le previsioni, l'inflazione è decollata rapidamente in poco tempo e, con l'imprevedibilità dei prezzi dell'energia, delle catene di approvvigionamento e degli sviluppi della guerra in Ucraina, non c'è una base stabile su cui il governo o le imprese possano fare affidamento.
I media britannici sottolineano come la situazione nel Regno Unito sia peggiore che altrove. Così, ad esempio, quando il FMI ha scoperto che le famiglie del Regno Unito erano le più colpite in Europa occidentale dalla crisi energetica, la cosa ha avuto un'adeguata pubblicità. Ma la Gran Bretagna, rispetto ad altri Paesi europei, è rimasta indietro per decenni, a causa di debolezze antiche. Dall'essere l'economia più forte del mondo all'inizio del XX secolo, che esportava beni manifatturieri in tutto il mondo, l'economia britannica è poi peggiorata e diminuita.
Nel 1934 i compagni della sinistra comunista che pubblicavano Bilan analizzarono l'"Evoluzione dell'imperialismo britannico": "I settori che fornivano l'essenziale delle esportazioni britanniche erano il carbone, il ferro e l'acciaio, il tessile, proprio quelli che sarebbero stati più colpiti (...) dalla decomposizione dell'economia britannica, nonché dalla depressione cronica che (...) rosicchiava l'apparato produttivo come un cancro"[2] Il deficit commerciale aumentò notevolmente in quegli anni. Tra il 1924 e il 1931: "Il volume delle importazioni crebbe del 17%, mentre il volume delle esportazioni crollò del 35% nello stesso periodo. Ma qui si vede anche l'insensibilità di una borghesia rentier, (...) che nel 1931, in piena crisi, consumava il 60% in più di beni stranieri rispetto al 1913, mentre tre milioni di lavoratori erano stati espulsi dalla sfera produttiva. Un contrasto violento tipico del capitalismo in decadenza"[3].
In questo contesto la borghesia britannica favorì sempre più il settore finanziario rispetto alle esigenze del settore manifatturiero, relativamente poco competitivo, una decisione che non risolse il peggioramento della sua economia, ma significò solo un ulteriore tuffo nell'abisso del credito e del capitale fittizio, intensificando le contraddizioni della sua economia.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nonostante il boom del dopoguerra, segnato da un aumento della spesa pubblica nel settore sanitario, delle infrastrutture e dell'istruzione, l'economia britannica continuò ad arretrare. La percentuale delle esportazioni britanniche sul commercio mondiale è scesa da quasi il 12% nel 1948 a circa il 4% nel 1974. Il deficit commerciale della Gran Bretagna era di 200 milioni di sterline nel 1948, ma ha raggiunto i 4,1 miliardi di sterline nel 1974.
Con il ritorno della crisi economica aperta, la continua bassa produttività e la mancanza di competitività costrinsero la borghesia britannica a chiudere molti settori industriali realizzando la più grande deindustrializzazione di qualsiasi altra grande nazione. Allo stesso tempo, fece un altro passo avanti nel potenziamento del settore finanziario britannico, allentando le regole più severe. Questa deregolamentazione ha aiutato Londra a consolidare la sua posizione di grande centro finanziario internazionale.
La deregolamentazione del settore finanziario, che ha dato alle banche piena libertà di giocare con tutte le regole fondamentali della gestione finanziaria, è stata una bomba a orologeria che è esplosa nel 2008 e ha contribuito a portare l'economia britannica sull'orlo del collasso. L'economia britannica non si è mai veramente ripresa dalla "crisi finanziaria" del 2008. Nei dieci anni successivi, le dimensioni dell'economia britannica sono diminuite del 2%, mentre Paesi come Francia e Germania sono cresciuti del 34 e del 27%. La Gran Bretagna è l'unica economia del G7 che non è riuscita a raggiungere i livelli di PIL precedenti alla pandemia entro il 2022.
Come dicevamo nel 2008, "Londra è un importante centro finanziario e la finanza è una parte importante delle imprese di servizi che impiegano l'80% della forza lavoro e producono il 75% del PIL. Del 23% del PIL derivante dalla produzione industriale, il 10% proviene dalla produzione di energia primaria (gas, petrolio e carbone, in declino), un valore insolitamente alto per un Paese sviluppato. Negli anni '70 e '80 si è persa molta industria, in particolare carbone, acciaio e cantieristica. L'evoluzione delle attività produttive verso i servizi e in particolare verso il settore bancario è aumentata dall’ultima recessione ufficiale dei primi anni Novanta. Dopo 10 anni di stagnazione e recessione industriale, i servizi sono ancora più predominanti. Tra il 2000 e il 2005 le attività bancarie sono aumentate del 75%, soprattutto grazie all'edilizia residenziale. Le attività delle banche britanniche sono superiori al PIL e le loro passività estere rappresentano una parte significativa delle passività estere del Regno Unito".[4]
Mentre il governo, per spiegare l’attuale catastrofica situazione economica, punta il dito soprattutto su fattori internazionali (Covid, guerra in Ucraina), l'Office for Budget Responsibility (Ufficio per la responsabilità del bilancio) è chiaro sul fatto che l'uscita della Gran Bretagna dall'UE ha accelerato la riduzione della produttività del Paese, così come le sue importazioni ed esportazioni. Complessivamente, l'OBR stima che nel lungo periodo la produttività si ridurrà di circa il 4% e le importazioni e le esportazioni "saranno inferiori di circa il 15% nel lungo periodo rispetto al caso in cui il Regno Unito fosse rimasto nell'UE". E l'effetto completo della Brexit deve ancora farsi sentire. L'Economist del 19 ottobre 2022 ha descritto la situazione attuale come "Britaly - un Paese di instabilità politica, bassa crescita e subordinazione ai mercati obbligazionari", privo della capacità di recupero dagli scossoni economici. "L'economia britannica nel suo complesso è stata danneggiata in modo permanente dalla Brexit", ha dichiarato l'ex funzionario della Banca d'Inghilterra Michael Saunders a Bloomberg (14 novembre 2022) - "Se non ci fosse stata la Brexit, probabilmente non staremmo parlando di un bilancio di austerità questa settimana. La necessità di aumentare le tasse e di tagliare le spese non ci sarebbe"
"I cambiamenti politici non possono salvare l'economia mondiale dall'oscillazione tra i due pericoli gemelli dell'inflazione e della deflazione, da nuove crisi del credito e da crisi valutarie, che porteranno a brutali recessioni"[5] Le attuali oscillazioni dell'economia britannica hanno dimostrato che non esistono cambiamenti politici benevoli che possano essere adottati dalla borghesia. L'inflazione crescente significa che l'indebitamento del governo andrà ben oltre le previsioni. La scorsa estate, nella battaglia tra Sunak e Truss per diventare Primo Ministro, tutte le loro politiche economiche tendevano a portare verso un ulteriore indebitamento. Che si trattasse di finanziare tagli fiscali da parte di Truss o di affrontare gli effetti dell'inflazione da parte di Sunak, il deficit pubblico era destinato a continuare a crescere.
La stampa della borghesia è piena di previsioni funeste sul futuro dell'economia (insieme alle loro "soluzioni" preferite), ma è compito dei rivoluzionari mostrare che la crisi dell'economia, pur essendo grave (e di lunga durata), è un aspetto della crisi di un modo di produzione in cui la guerra imperialista è diventata una parte fondamentale del suo funzionamento e il degrado ambientale una conseguenza naturale di cosa e come produce. L'economia britannica è la peggiore del G7, e questo è uno dei motivi per cui gli attacchi al tenore di vita sono più brutali. Le debolezze dell'economia britannica risiedono nel declino storico del capitalismo britannico, iniziato molto tempo fa e identificato da Bilan negli anni '30 e dal movimento operaio prima di allora. Lenin, ad esempio, in “Imperialismo, fase suprema del capitalismo” (1917), osserva che "Nel complesso, il capitalismo sta crescendo molto più rapidamente di prima; ma questa crescita non solo sta diventando sempre più ineguale in generale, la sua ineguaglianza si manifesta anche, in particolare, nella decadenza dei paesi più ricchi di capitale (la Gran Bretagna)". La crisi della Gran Bretagna oggi segue ancora la tendenza generale al declino del capitalismo mondiale, tendenza che è stata solo accelerata dalle debolezze storiche della Gran Bretagna, oltre che dall'impatto della Brexit, della pandemia di coronavirus, della guerra in Ucraina e della crisi energetica internazionale.
Edvin, 1 febbraio 2023
[1] "A citizens' protest is not the class struggle" [355], (Una protesta da cittadini non è lotta di classe) CCI on line
[2] Bilan 1934: Evolution of British imperialism (part 1) [356] (Evoluzione dell’imperialismo britannico)
[4] Report on the British situation for the 18th WR congress [358] (Rapporto sulla situazione in Gran Bretagna per il 18° Congresso di World Revolution, sezione della CCI in Gran Bretagna)
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Scioperi generali e grandi manifestazioni il 7 marzo in Francia, l'8 marzo in Italia, l'11 marzo nel Regno Unito. Ovunque, la rabbia cresce e si diffonde.
Nel Regno Unito, un'ondata storica di scioperi è in corso da nove mesi. Dopo aver subito decenni di austerità senza battere ciglio, il proletariato britannico non accetta più i sacrifici. “Quando è troppo è troppo”. In Francia, è l'aumento dell'età pensionabile ad aver acceso la polveriera. Le manifestazioni hanno portato in piazza milioni di persone. “Non un anno in più, non un euro in meno”. In Spagna ci sono state grandi manifestazioni contro il collasso del sistema sanitario e sono scoppiati scioperi in molti settori (pulizie, trasporti, informatica, ecc.). “La indignación llega de lejos / L'indignazione viene da lontano”, dicevano i giornali. In Germania, strangolata dall'inflazione, i lavoratori del settore pubblico e i loro colleghi postali hanno scioperato per ottenere aumenti salariali, una cosa “mai vista prima in Germania”. In Danimarca sono scoppiati scioperi e manifestazioni contro l'abolizione di un giorno festivo per finanziare l'aumento del bilancio militare. Anche in Portogallo, insegnanti, ferrovieri e operatori sanitari stanno protestando contro i bassi salari e il costo della vita. Paesi Bassi, Stati Uniti, Canada, Messico, Cina... gli stessi scioperi contro le stesse condizioni di vita insopportabili e indegne: “Il vero problema: non potersi riscaldare, mangiare, curarsi, guidare!”
La simultaneità delle lotte in tutti questi Paesi non è un caso. Conferma un vero e proprio cambiamento di spirito all'interno della nostra classe. Dopo trent'anni di rassegnazione e di sconforto, attraverso le nostre lotte stiamo dicendo: “Non ce la facciamo più. Possiamo e dobbiamo lottare”.
Questo ritorno della combattività della classe operaia ci permette di stare insieme, di essere solidali nella lotta, di sentirci orgogliosi, dignitosi e uniti nella nostra lotta. Nelle nostre teste sta germogliando un'idea molto semplice ma estremamente preziosa: siamo tutti sulla stessa barca!
Lavoratori in camice bianco, camice blu o cravatta, disoccupati, studenti precari, pensionati, di tutti i settori, pubblici e privati, cominciamo a riconoscerci come una forza sociale unita dalle stesse condizioni di sfruttamento. Subiamo lo stesso sfruttamento, la stessa crisi del capitalismo, gli stessi attacchi alle nostre condizioni di vita e di lavoro. Siamo coinvolti nella stessa lotta. Siamo la classe operaia.
“I lavoratori restano uniti!” gridano gli scioperanti nel Regno Unito. “O lottiamo insieme, o finiremo per dormire per strada”, confermano i manifestanti in Francia.
Alcune lotte del passato dimostrano che è possibile far indietreggiare un governo, rallentare i suoi attacchi.
Nel 1968, il proletariato francese si è unito prendendo il controllo delle sue lotte. Dopo le grandi manifestazioni del 13 maggio per protestare contro la repressione poliziesca subita dagli studenti, gli scioperi e le assemblee generali si diffusero a macchia d'olio nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro per sfociare, con i suoi 9 milioni di scioperanti, nel più grande sciopero della storia del movimento operaio internazionale. Di fronte a questa dinamica di estensione e unità della lotta operaia, il governo e i sindacati si affrettarono a firmare un accordo su un aumento generalizzato dei salari per fermare il movimento.
Nel 1980, in Polonia, di fronte all'aumento dei prezzi dei generi alimentari, gli scioperanti hanno portato avanti la lotta riunendosi in grandi assemblee generali, decidendo da soli le rivendicazioni e le azioni, e soprattutto avendo la costante preoccupazione di estendere la lotta. Di fronte a questa dimostrazione di forza, non è stata solo la borghesia polacca a tremare, ma la borghesia di tutti i Paesi.
Nel 2006, in Francia, dopo poche settimane di mobilitazione, il governo ha ritirato il “Contratto di Primo Impiego” (CPE). Perché? Cosa ha spaventato così tanto la borghesia da indurla a fare marcia indietro tanto rapidamente? Gli studenti precari hanno organizzato massicce assemblee generali nelle università, aperte a lavoratori, disoccupati e pensionati, e hanno proposto uno slogan unificante: la lotta contro la precarizzazione e la disoccupazione. Queste assemblee sono state il polmone del movimento, dove si discuteva e si prendevano decisioni. Risultato: ogni fine settimana, le manifestazioni riunivano sempre più settori. Lavoratori salariati e pensionati si sono uniti agli studenti con lo slogan: “Pancetta giovane, crostini vecchi, tutti nella stessa insalata”. La borghesia francese e il suo governo, di fronte a questa tendenza all'unificazione del movimento, non ebbero altra scelta che ritirare il CPE.
Tutti questi movimenti hanno in comune una dinamica di estensione della lotta grazie al fatto che i lavoratori hanno preso in mano, in prima persona, la gestione della propria lotta!
Oggi, che si tratti di lavoratori salariati, disoccupati, pensionati, studenti precari, non abbiamo ancora fiducia in noi stessi, nella nostra forza collettiva, per osare prendere il controllo diretto delle nostre lotte. Ma non c'è altro modo. Tutte le “azioni” proposte dai sindacati portano alla sconfitta. Picchetti, scioperi, manifestazioni, blocco dell'economia... poca cosa finché queste azioni restano sotto il loro controllo. Se i sindacati cambiano la forma delle loro azioni a seconda delle circostanze, è sempre per mantenerne meglio la sostanza: dividere e isolare i settori gli uni dagli altri, per impedirci di discutere e di decidere autonomamente come condurre la lotta.
Cosa hanno fatto i sindacati per nove mesi nel Regno Unito? Hanno disperso la risposta dei lavoratori: ogni giorno un settore diverso in sciopero. Ognuno nel suo angolo, ognuno nel suo picchetto. Nessuna assemblea di massa, nessun dibattito collettivo, nessuna vera unità nella lotta. Non si tratta di un errore di strategia, ma di una divisione deliberata.
Come ha fatto il governo Thatcher nel 1984-85 a spezzare la schiena della classe operaia nel Regno Unito? Grazie al lavoro sporco dei sindacati, che hanno isolato i minatori dai loro fratelli di classe in altri settori. Li hanno bloccati in un lungo e sterile sciopero. Per più di un anno i minatori hanno occupato i pozzi sotto la bandiera del “blocco dell'economia”. Soli e impotenti, gli scioperanti sono arrivati allo stremo delle forze e del coraggio. E la loro sconfitta è stata la sconfitta dell'intera classe operaia! I lavoratori del Regno Unito stanno rialzando la testa solo ora, trent'anni dopo. Questa sconfitta è quindi una lezione pagata a caro prezzo che il proletariato mondiale non deve dimenticare.
Solo riunendoci in assemblee generali aperte, di massa e autonome, decidendo realmente la direzione del movimento, possiamo condurre una lotta unita e che si estende, portata avanti attraverso la solidarietà tra tutti i settori, tutte le generazioni. Assemblee in cui ci sentiamo uniti e sicuri della nostra forza collettiva, in cui possiamo adottare richieste sempre più unificanti. Assemblee generali dove possiamo riunirci e dalle quali possiamo andare in delegazioni numerose ad incontrare i nostri fratelli di classe, i lavoratori della fabbrica, dell'ospedale, della scuola, dell'amministrazione più vicina.
“Possiamo vincere?” La risposta è sì, a volte se, e solo se, prendiamo in mano le nostre lotte. Possiamo fermare momentaneamente gli attacchi, far indietreggiare un governo.
Ma la verità è che la crisi economica globale spingerà interi settori del proletariato verso la povertà. Per cavarsela nell'arena internazionale del mercato e della concorrenza, ogni borghesia di ogni paese, che il suo governo sia di sinistra, di destra o di centro, tradizionale o populista, imporrà condizioni di vita e di lavoro sempre più intollerabili.
La verità è che con lo sviluppo dell'economia di guerra ai quattro angoli del pianeta, i “sacrifici” richiesti dalla borghesia saranno sempre più insopportabili.
La verità è che il confronto imperialista tra le nazioni, tutte le nazioni, è una spirale di distruzione e caos sanguinoso che può portare l'intera umanità alla sua distruzione. Ogni giorno in Ucraina un fiume di esseri umani, a volte sedicenni o diciottenni, viene falciato da abominevoli strumenti di morte, siano essi russi e occidentali.
La verità è che semplici epidemie di influenza o bronchiolite stanno mettendo in ginocchio sistemi sanitari ormai al collasso.
La verità è che il capitalismo continuerà a devastare il pianeta e distruggere il clima, causando inondazioni, siccità e incendi devastanti.
La verità è che milioni di persone continueranno a fuggire dalla guerra, dalla carestia, dalla catastrofe climatica, o da tutte e tre, solo per imbattersi nei muri di filo spinato di altri paesi, o per annegare in mare.
Allora la questione è: che senso ha lottare contro i bassi salari, contro la mancanza di personale, contro questa o quella “riforma”? Perché le nostre lotte portano con sé la speranza di un altro mondo, senza classi né sfruttamento, senza guerre né confini.
La vera vittoria è la lotta stessa. Il semplice fatto di entrare nella lotta, di sviluppare la nostra solidarietà, è già una vittoria. Lottando insieme, rifiutando la rassegnazione, prepariamo le lotte di domani e creiamo a poco a poco, nonostante le inevitabili sconfitte, le condizioni per un mondo nuovo.
La nostra solidarietà nella lotta è l'antitesi della concorrenza mortale di questo sistema, diviso in imprese e nazioni rivali.
La nostra solidarietà tra generazioni è l'antitesi del no-future e della spirale distruttiva di questo sistema.
La nostra lotta simboleggia il rifiuto di sacrificarci sull'altare del militarismo e della guerra.
La lotta della classe operaia è immediatamente una sfida alle fondamenta stesse del capitalismo e dello sfruttamento.
Ogni sciopero porta in sé i germi della rivoluzione.
Il futuro appartiene alla lotta di classe!
Corrente Comunista Internazionale, 1 marzo 2023
“Non è un 49.3 che ci piegherà!”
Di fronte all'annuncio dell'immediata adozione della riforma delle pensioni, la reazione è stata folgorante. La rabbia è esplosa in tutta la Francia. Nei centri cittadini, operai, pensionati, disoccupati, giovani futuri salariati, ci siamo radunati a migliaia per gridare il nostro rifiuto di essere sfruttati fino a 64 anni, in condizioni di lavoro insopportabili, e di ritrovarci con una pensione da fame. “Eruzione”, "rabbia" “Esplosione”, questi sono i termini della stampa estera. Le immagini della folla che cresce ora dopo ora in Place de la Concorde a Parigi hanno fatto il giro del mondo.
Il messaggio è chiaro:
– Non accetteremo più tutti i sacrifici!
– Non piegheremo più la schiena sotto ordini della borghesia!
– Stiamo ritrovando la via della lotta!
– Noi siamo la classe operaia!
Sin dall'inizio alcuni personaggi politici, da Holland a Bayrou, hanno messo in guardia Macron sul "tempismo" della riforma: "questo non è il momento giusto", "ci sono rischi di frattura sociale". E avevano ragione!
Questo attacco ha provocato un movimento sociale di ampiezza sconosciuta da decenni. Gli scioperi si moltiplicano e, soprattutto, le manifestazioni ci riuniscono a milioni nelle strade. Attraverso questa lotta, iniziamo a capire chi è questo "Noi"! Una forza sociale, internazionale, che produce tutto e deve combattere in modo unito e solidale: la classe operaia! “O lottiamo insieme o finiremo a dormire per strada!” È quanto si è espresso chiaramente giovedì scorso, nella manifestazione a sostegno dei netturbini di Ivry che la polizia è venuta a sloggiare: insieme, siamo più forti!
E questi riflessi di solidarietà non nascono solo in Francia. In molti paesi sono in aumento scioperi e movimenti sociali. Nel Regno Unito di fronte all'inflazione, in Spagna di fronte al collasso del sistema sanitario, in Corea del Sud di fronte all'estensione dell'orario di lavoro... ovunque la classe operaia si difende con la lotta.
In Grecia tre settimane fa è avvenuto un incidente ferroviario: 57 morti. La borghesia ovviamente voleva incolpare un lavoratore. Il capostazione di turno è stato gettato in prigione. Ma la classe operaia ha capito subito la truffa. Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per denunciare la vera causa di questo mortale incidente: la mancanza di personale e la mancanza di mezzi. Da allora la rabbia non si placa. Al contrario, la lotta si amplifica e si allarga al grido di “contro i bassi salari!”, “mi sono rotto le scatole!". O ancora: “per la crisi non possiamo più lavorare dignitosamente, ma almeno non uccideteci!".
Il nostro movimento contro la riforma delle pensioni sta partecipando a questo sviluppo della combattività e della riflessione della nostra classe a livello mondiale. Il nostro movimento dimostra che siamo capaci di combattere in massa e compatti e di far tremare la borghesia. Già tutti gli specialisti e gli esperti di politica annunciano che sarà molto complicato per Macron far passare nuove riforme e attacchi di tale portata da qui alla fine del suo mandato quinquennale.
La borghesia è consapevole di questo problema. Ci sta quindi tendendo delle trappole, distogliendoci dai metodi di lotta che ci cementano e ci rendono forti, cercando di mandarci in un vicolo cieco.
Dall'annuncio del 49.3 partiti e sindacati di sinistra ci spingono a difendere la "vita parlamentare " di fronte alle manovre di Macron e alla "negazione della democrazia". Ma decenni di “democrazia rappresentativa” hanno definitivamente dimostrato una cosa: da destra a sinistra, dai più moderati ai più radicali, una volta al potere, tutti sferrano gli stessi attacchi e tutti rinnegano le loro promesse. Peggio ancora, le richieste di nuove elezioni sono la più subdola delle trappole. Hanno solo la funzione di togliere al proletariato la sua forza collettiva. Le elezioni ci riducono allo status di “cittadini” atomizzati di fronte al rullo compressore della propaganda borghese. La cabina elettorale ha un nome appropriato! (in francese la cabina elettorale si chiama isoloir). “Difendi il parlamento”, “spera nelle elezioni” … cercano di farci credere che sia possibile un altro capitalismo, un capitalismo più umano, più equo e anche, perché no, più ecologico. Basterebbe che fosse ben governato. Falso! Il capitalismo è un sistema di sfruttamento oggi decadente che sta gradualmente trascinando l’intera umanità verso una miseria e una guerra, una distruzione e un caos sempre maggiori. L'unico programma della borghesia, qualunque sia il suo colore politico, qualunque sia la maschera che indossa, è sempre più sfruttamento! La democrazia borghese è la maschera ipocrita della dittatura capitalista!
Di fronte alla “sordità” del governo, cresce l'idea che l'unico modo per “farsi sentire” sia bloccare l'economia. È la crescente consapevolezza del ruolo centrale della classe operaia nella società: attraverso il nostro lavoro associato, produciamo tutta la ricchezza. Lo sciopero dei netturbini a Parigi lo dimostra in modo lampante: senza la loro attività, la città diventa invivibile in pochi giorni.
Ma la sinistra e i sindacati stanno deviando questa idea in un vicolo cieco. Stanno spingendo verso azioni di blocco, ciascuno nella sua azienda, ciascuno nel suo posto di lavoro. Gli scioperanti si ritrovano così isolati nel loro angolo, separati dagli altri lavoratori, privati della nostra principale forza: l'unità e la solidarietà nella lotta.
Nel Regno Unito sono quasi dieci mesi che gli scioperanti sono ridotti all'impotenza nonostante la loro rabbia e la loro determinazione; perché sono divisi dai “picchetti di sciopero”, ciascuno da incastrare nella sua scatola. La storica sconfitta dei minatori inglesi nella lotta contro la Thatcher del 1984-85 è venuta proprio da questa stessa trappola: spinti dai sindacati, avevano voluto bloccare l'economia provocando una penuria di carbone. Avevano resistito per più di un anno e ne erano usciti esausti, schiacciati, demoralizzati. La loro sconfitta fu quella dell'intera classe operaia britannica!
Alcuni dei manifestanti cominciano addirittura a chiedersi se non sia necessario passare a modalità di azione più dure: "Non sono affatto violento, ma adesso si sente che bisogna fare qualcosa perché il governo reagisca". Sempre più si fa riferimento all'esempio dei gilet gialli. Si sta diffondendo una certa simpatia per i saccheggi dei black-blocs.
Pensare che lo Stato borghese e il suo immenso apparato repressivo (polizia, esercito, servizi segreti, ecc.) possa minimamente spaventarsi bruciando cassonetti e rompendo vetrine è illusorio. Sono solo punture di zanzara sulla pelle di un elefante. D'altra parte, tutte queste azioni apparentemente "iper-radicali" sono perfettamente sfruttate dalla borghesia per spezzare la forza collettiva del movimento:
– Mettendo in risalto ogni vetrina rotta, i media spaventano tutta una parte di lavoratori che vorrebbero unirsi alle manifestazioni.
– Provocando sistematicamente incidenti, la polizia lancia gas, disperde e quindi impedisce ogni possibilità di aggregazione e discussione al termine della manifestazione.
L'azione minoritaria violenta dei “casseurs” è, infatti, esattamente l'opposto di ciò che realmente fa la forza della nostra classe.
Nei giorni scorsi i giornali hanno indicato la possibilità di uno “scenario CPE”. Nel 2006 il governo è stato costretto a ritirare il suo Contratto di Primo Impiego che avrebbe gettato i giovani in una precarietà ancora maggiore. All'epoca, la borghesia ebbe paura per l'ampiezza crescente della protesta, che cominciava ad andare oltre il movimento dei giovani, degli studenti precari e dei giovani lavoratori, per estendersi ad altri settori, con parole d'ordine unitarie e solidali: "Giovane pancetta, vecchi crostini, ma nella stessa insalata” si leggeva sui cartelli.
Questa capacità di estensione del movimento fu il risultato di dibattiti in vere e proprie assemblee generali sovrane aperte a tutti. Queste AG erano i polmoni del movimento e cercavano costantemente di non rinchiudersi nelle università o nei luoghi di lavoro in uno spirito di cittadella assediata, di blocco a tutti i costi, ma di estendere la lotta, con delegazioni numerose verso le fabbriche vicine. Questo ha fatto retrocedere la borghesia! Questo ha fatto la forza del nostro movimento! Queste sono le lezioni che dobbiamo recuperare oggi!
La forza della nostra classe sta nella nostra unità, nella nostra coscienza di classe, nella nostra capacità di sviluppare la solidarietà e quindi di estendere il movimento a tutti i settori. Questi sono gli strumenti che devono guidare le nostre lotte.
Nella lotta, possiamo contare solo su noi stessi! Né sui politici né sui sindacati! Sono la classe operaia e la sua lotta che portano un'alternativa, quella del rovesciamento del capitalismo, quella della rivoluzione!
Ancora oggi ci è difficile riunirci in assemblee generali, organizzarci autonomamente. È comunque l'unico modo possibile. Queste AG devono essere luoghi dove si decide davvero come condurre il movimento, dove ci sentiamo uniti e fiduciosi nella nostra forza collettiva, dove possiamo insieme adottare rivendicazioni sempre più unificanti e partire in delegazioni numerose per incontrare i nostri fratelli e sorelle di classe nelle fabbriche, negli ospedali, nelle scuole, negli uffici e nelle attività commerciali più vicini.
Oggi o domani le lotte continueranno, perché il capitalismo sta sprofondando nella crisi e perché il proletariato non ha altra scelta. Questo è il motivo per cui, in tutto il mondo, i lavoratori stanno entrando in lotta.
La borghesia continuerà i suoi attacchi: inflazione, licenziamenti, precarietà, penuria… Di fronte a questo degrado delle condizioni di vita e di lavoro la classe operaia internazionale riprenderà in maniera sempre più ampia la via della lotta.
Quindi ovunque possiamo, nelle strade, dopo e prima delle proteste, nei picchetti, nei bar e sul posto di lavoro, dobbiamo riunirci, discutere, imparare dalle lotte passate, sviluppare le nostre lotte attuali e prepararci per le battaglie future.
Il futuro appartiene alla lotta di classe!
Corrente Comunista Internazionale, 20 marzo 2023
“Stai zitto o vuoi che ricomincio? Ah! stai iniziando a balbettare, forse ne vuoi un altro per raddrizzare la mascella?”
“Quando ti ho afferrato, hai iniziato a tremare, sono io che ti ho atterrato con uno sgambetto!”
“Non preoccuparti, abbiamo già una foto della tua testolina. Devi solo scendere di nuovo in piazza alle prossime manifestazioni: ti posso dire che le facce, noi siamo proprio fisionomisti, le ricordiamo. Non ti preoccupare che la prossima volta che verremo, non salirai sull'auto per andare alla stazione di polizia, salirai su un altro mezzo chiamato ‘ambulanza’ per andare all'ospedale!”
“Sei fortunato, ci vendicheremo su altre persone. Se hai l'occasione di guardare la TV, guarda attentamente, vedrai cosa ti aspetta quando tornerai!”
Questi commenti sono stati fatti dagli agenti di polizia della Brav-M (Brigades de répression des actions violentes motorisées) durante la manifestazione del 23 marzo a Parigi. Registrati da uno degli arrestati, hanno fatto il giro dei media, provocando dibattiti tra esperti sulla formazione degli agenti che costituiscono questa brigata speciale.
In altre parole, vogliono farci credere all’errore di pochi. È solo una bugia! Ovunque in Francia, a Rennes, Nantes, Lione... la polizia picchia e provoca. Questa simultaneità della repressione non è casuale. Si tratta di una politica del tutto deliberata del governo. L'obiettivo è semplice ed è anche un classico:
– portare i giovani più arrabbiati a uno sterile confronto con la polizia;
– spaventare la maggioranza dei manifestanti, scoraggiandoli a scendere in piazza;
– impedire ogni possibilità di discussione, rovinando sistematicamente la fine delle manifestazioni, momento solitamente propizio agli incontri e ai dibattiti;
– rendere impopolare il movimento, facendo credere che qualsiasi lotta sociale degeneri automaticamente in cieca violenza e caos, mentre il potere sarebbe garante dell'ordine e della pace.
Sì, la nostra rabbia è immensa! Sì, non possiamo che essere indignati e combattivi!
Ma la nostra forza non sta nello sterile scontro con i battaglioni super equipaggiati e super addestrati dei CRS, dei gendarmi mobili e degli altri scagnozzi de “l’ordine” degli sfruttatori.
Inoltre, la nostra lotta non consiste nello spaccare le vetrine e bruciare i cassonetti. Le violenze delle minoranze non rafforzano il movimento. Al contrario, lo indeboliscono!
Siamo la classe operaia! Siamo una forza collettiva, capace di intraprendere una lotta di massa, di organizzarci, di essere solidali, uniti, di discutere e di schierarci insieme contro il potere per rifiutare il continuo degrado delle nostre condizioni di vita e di lavoro, per rifiutare questo sistema che precipita l'umanità nella miseria e nella guerra.
Ecco cosa preoccupa veramente la borghesia: quando lottiamo in quanto classe. Per questo oggi ci sta tendendo la trappola del degrado e del caos attraverso la violenza. Vuole spezzare la dinamica attuale e il processo che si sta sviluppando da mesi su scala internazionale.
Dall'annuncio della riforma delle pensioni, gli scioperi si sono moltiplicati e, soprattutto, le manifestazioni ci hanno riunito a milioni nelle strade. Attraverso questa lotta, iniziamo a capire chi è questo "Noi"! Una forza sociale, internazionale, che produce praticamente tutto e deve lottare in modo unito e solidale: la classe operaia! “O lottiamo insieme o finiremo per dormire in strada!” Ciò si esprime chiaramente, ad esempio, nelle manifestazioni a sostegno dei netturbini di Ivry che la polizia regolarmente sloggia: insieme siamo più forti!
E questi riflessi di solidarietà non nascono solo in Francia. In molti Paesi si moltiplicano scioperi e movimenti sociali. Nel Regno Unito contro l'inflazione, in Spagna contro il collasso del sistema sanitario, in Corea del Sud contro l'estensione dell'orario di lavoro, in Germania contro i bassi salari... ovunque la classe operaia si difende attraverso la lotta.
In Grecia tre settimane fa è avvenuto un incidente ferroviario: 57 morti. La borghesia ovviamente voleva incolpare un lavoratore. Il capostazione di turno è stato gettato in prigione. Ma la classe operaia ha capito subito la truffa. Migliaia di manifestanti sono scesi in piazza per denunciare la vera causa di questo mortale incidente: la mancanza di personale e la mancanza di mezzi. Da allora la rabbia non è scemata. Al contrario, la lotta si amplifica e si allarga al grido di “contro i bassi salari!”, “ne ho abbastanza!". O ancora: “dalla crisi non possiamo più lavorare dignitosamente, ma almeno non uccideteci”.
Il nostro movimento contro la riforma delle pensioni sta partecipando a questo sviluppo della combattività e della riflessione della nostra classe a livello mondiale. Il nostro movimento dimostra che siamo capaci di combattere in massa e compatti e di far tremare la borghesia. Già tutti gli specialisti e gli esperti di politica annunciano che sarà molto complicato per Macron far passare nuove riforme e attacchi di tale portata entro la fine del suo mandato quinquennale.
Per nascondere questa forza del movimento sociale in Francia ai lavoratori di altri paesi, tutti i media del mondo hanno trasmesso i cassonetti in fiamme e i lanci di pietre. Riducono deliberatamente l'intera lotta contro la riforma delle pensioni a una semplice rivolta distruttiva. Ma le loro grossolane menzogne sono sempre meno credibili: in Germania, gli scioperi che si stanno sviluppando dichiarano apertamente di ispirarsi al movimento in corso in Francia.
C'è l'embrione di un legame internazionale. Del resto, lo staff del Mobilier national in sciopero contro la riforma delle pensioni aveva affermato, poco prima che venisse cancellata la visita del re d'Inghilterra a Versailles: "Siamo solidali con i lavoratori inglesi, che sono in sciopero da settimane per l’aumento dei salari”.
Questo riflesso di solidarietà internazionale è l'esatto opposto del mondo capitalista diviso in nazioni in competizione, fino alla guerra! Questo riflesso di solidarietà internazionale ricorda il grido di battaglia della nostra classe dal 1848: “I proletari non hanno patria! Lavoratori di tutti i paesi, unitevi!”.
Contro tutte le trappole e le menzogne delle borghesie e dei media ai loro ordini, in tutti i paesi, tocca a noi difendere i nostri metodi di lotta, tocca a noi capire cosa fa la nostra forza e la nostra unità come classe, sta a noi trarre insegnamenti dalle lotte passate per le lotte attuali e future.
Ad esempio, nei giorni scorsi i giornali hanno indicato la possibilità di uno “scenario CPE” senza dire una sola parola su ciò che ne ha costituito il cuore e la forza: le assemblee generali. Nel 2006 il governo è stato costretto a ritirare il suo Contratto di Primo Impiego che avrebbe gettato i giovani in una precarietà ancora maggiore.
All'epoca, la borghesia si è spaventata per l'ampiezza crescente della protesta, che cominciava ad andare oltre il movimento dei giovani, degli studenti precari e dei giovani lavoratori, per estendersi ad altri settori, con parole d'ordine unitarie e solidali: "Giovane pancetta, vecchi crostini, ma nella stessa insalata” si leggeva sui cartelli.
Questa capacità di estensione del movimento fu il risultato di dibattiti in vere e proprie assemblee generali sovrane aperte a tutti. Queste AG erano i polmoni del movimento e cercavano costantemente di non rinchiudersi nelle università o nei luoghi di lavoro in uno spirito di cittadella assediata, di blocco a tutti i costi, ma di estendere la lotta, con delegazioni numerose verso le fabbriche vicine e altri quartieri. Questo ha fatto retrocedere la borghesia! Questo ha fatto la forza del nostro movimento! Questi sono gli insegnamenti che dobbiamo recuperare oggi!
La forza della nostra classe sta nella nostra unità, nella nostra coscienza di classe, nella nostra capacità di sviluppare la solidarietà e quindi di estendere il movimento a tutti i settori. Questi sono gli strumenti che devono guidare le nostre lotte.
Nella lotta, possiamo contare solo su noi stessi! Né sui politici né sui sindacati! Sono la classe operaia e la sua lotta che portano un'alternativa, quella del rovesciamento del capitalismo, quella della rivoluzione!
Oggi è ancora difficile riunirci in assemblee generali, organizzarci autonomamente. Eppure è l'unico modo possibile. Queste AG devono essere luoghi in cui decidiamo realmente come far avanzare il movimento. Sono l'unico luogo in cui organizzare la risposta alla repressione e la difesa dei nostri strumenti di lotta, come è avvenuto nelle AG del CPE nel 2006. Queste AG sono il luogo in cui ci sentiamo uniti e fiduciosi nella nostra forza collettiva, dove si esprimono la responsabilità e l'impegno di tutti, dove possiamo insieme adottare rivendicazioni sempre più unificanti e partire in delegazioni massicce per incontrare i fratelli e le sorelle di classe nelle fabbriche, negli ospedali, nelle scuole, negli uffici e nelle attività commerciali più vicini. Sarà la rapida estensione della lotta ad altri settori a far piegare il governo.
Oggi o domani le lotte continueranno, perché il capitalismo sta sprofondando nella crisi e perché il proletariato non ha altra scelta. Questo è il motivo per cui, in tutto il mondo, i lavoratori stanno entrando in lotta.
La borghesia continuerà i suoi attacchi (economia di guerra, inflazione, licenziamenti, precarietà, penuria), la sua repressione e le sue provocazioni. Di fronte a questo degrado delle condizioni di vita e di lavoro, la classe operaia internazionale riprenderà in maniera sempre più ampia il cammino della lotta, evitando tutte le trappole poste sul suo cammino.
Quindi ovunque possiamo, in piazza, prima e dopo le manifestazioni, nei picchetti, nei caffè e sul posto di lavoro, dobbiamo riunirci, discutere, imparare dalle lotte passate, sviluppare le nostre lotte attuali e prepararci per le lotte future.
Corrente Comunista Internazionale, 27 marzo 2023
Più di un anno di spaventose carneficine: centinaia di migliaia di soldati massacrati da entrambe le parti; più di un anno di bombardamenti ed esecuzioni indiscriminate, con l'uccisione di decine di migliaia di civili; più di un anno di distruzione sistematica che ha trasformato il Paese in un gigantesco campo di rovine, mentre gli sfollati sono milioni; più di un anno di ingenti bilanci affondati in questo massacro da entrambe le parti (la Russia sta ora impegnando circa il 50% del suo bilancio statale nella guerra, mentre l'ipotetica ricostruzione dell'Ucraina in rovina richiederebbe più di 400 miliardi di dollari). E questa tragedia è tutt'altro che finita. In termini di scontri imperialisti, lo scoppio della guerra in Ucraina è stato anche un importante passo qualitativo nello sprofondamento della società capitalista nella guerra e nel militarismo. È vero che dal 1989 varie imprese belliche hanno scosso il pianeta (le guerre in Kuwait, Iraq, Afghanistan, Siria...), ma queste non avevano mai comportato un confronto tra le maggiori potenze imperialiste. Il conflitto ucraino è il primo confronto militare di questa portata tra Stati che si svolge alle porte dell'Europa dal 1940-45. Coinvolge i due Paesi più grandi d'Europa, uno dei quali possiede armi nucleari o altre armi di distruzione di massa e l'altro è sostenuto finanziariamente e militarmente dalla NATO, ed è potenzialmente in grado di provocare una catastrofe per l'umanità. Al di là dell'indignazione e del disgusto provocati da questa carneficina su larga scala, è responsabilità dei rivoluzionari non limitarsi a condanne generali e astratte, ma trarre le principali lezioni del conflitto ucraino per comprendere le dinamiche degli scontri imperialisti e mettere in guardia i lavoratori dall'esacerbazione del caos e dall'intensificazione della barbarie militare.
Una lezione importante di questo anno di guerra è senza dubbio che dietro ai protagonisti sul campo di battaglia, mentre la Russia invadeva l'Ucraina, c'era l'imperialismo statunitense all'offensiva. Di fronte al declino della propria egemonia, a partire dagli anni '90 gli Stati Uniti hanno perseguito una politica aggressiva per difendere i propri interessi, soprattutto nei confronti dell'ex leader del blocco rivale, la Russia. Nonostante l'impegno preso dopo la disintegrazione dell'URSS di non allargare la NATO, gli americani hanno integrato tutti i Paesi dell'ex Patto di Varsavia in questa alleanza. Nel 2014, la "Rivoluzione Arancione" ha sostituito il regime filorusso in Ucraina con un governo filo-occidentale e una rivolta popolare ha minacciato il regime filorusso in Bielorussia qualche anno dopo. Il regime di Putin ha risposto a questa strategia di accerchiamento impiegando la sua forza militare, residuo del suo passato di leader di un blocco. Dopo la conquista della Crimea e del Donbass da parte di Putin nel 2014, gli Stati Uniti hanno iniziato ad armare l'Ucraina e ad addestrare i suoi militari all'uso di armi più sofisticate. Quando la Russia ha schierato il suo esercito ai confini dell'Ucraina, hanno stretto la trappola sostenendo che Putin avrebbe invaso l'Ucraina e assicurando che loro stessi non sarebbero intervenuti sul terreno. Con questa strategia di accerchiamento e soffocamento della Russia, gli Stati Uniti hanno messo a segno un colpo da maestro che ha un obiettivo molto più ambizioso del semplice arresto delle ambizioni russe:
- La guerra in Ucraina porta a un chiaro indebolimento della potenza militare residua di Mosca e a un ridimensionamento delle sue ambizioni imperialiste. Dimostra inoltre l'assoluta superiorità della tecnologia militare statunitense, che è alla base del "miracolo" della "piccola Ucraina" che respinge l'"orso russo";
- Il conflitto ha anche permesso loro di stringere la morsa all'interno della NATO, in quanto i Paesi europei sono stati costretti ad allinearsi alla posizione americana, soprattutto Francia e Germania, che stavano sviluppando le proprie politiche verso la Russia e ignorando la NATO, che il presidente francese Macron considerava "cerebralmente morta" fino a due anni fa;
- L'obiettivo principale degli americani nel dare una lezione alla Russia era senza dubbio un avvertimento inequivocabile al loro principale sfidante, la Cina. Negli ultimi dieci anni, gli Stati Uniti hanno difeso la loro leadership dall'ascesa dello sfidante cinese: dapprima, durante la presidenza Trump, attraverso una guerra commerciale aperta; ma ora l'amministrazione Biden ha intensificato la pressione militare (le tensioni intorno a Taiwan). Così, il conflitto in Ucraina ha indebolito l'unico importante alleato militare della Cina e sta mettendo a dura prova il progetto della Nuova Via della Seta, un cui asse passava per l'Ucraina.
La graduale polarizzazione delle tensioni imperialiste tra Stati Uniti e Cina è il prodotto di una politica sistematica perseguita dalla potenza imperialista dominante, gli Stati Uniti, nel tentativo di arrestare il declino irreversibile della propria leadership. Dopo la guerra di Bush senior contro l'Iraq, la polarizzazione di Bush junior contro l'"asse del male" (Iraq, Iran, Corea del Nord), l'offensiva statunitense mira oggi a impedire l'emergere di sfidanti di rilievo. Trent'anni di questa politica non hanno portato disciplina e ordine nelle relazioni imperialiste. Al contrario, ha esasperato l'ognuno per sé, il caos e la barbarie. Gli Stati Uniti sono oggi un importante veicolo per la terrificante espansione degli scontri militari.
Contrariamente alle superficiali dichiarazioni giornalistiche, lo sviluppo degli eventi dimostra che il conflitto in Ucraina non ha affatto portato a una "razionalizzazione" delle contraddizioni. Oltre ai grandi imperialismi, che subiscono la pressione dell'offensiva statunitense, l'esplosione di una molteplicità di ambizioni e rivalità accentua il carattere caotico e irrazionale delle relazioni imperialiste. L'accentuazione della pressione americana sugli altri grandi imperialismi non può che spingerli a reagire:
- Per l'imperialismo russo è una questione di sopravvivenza perché è già evidente che, qualunque sia l'esito del conflitto, la Russia uscirà nettamente ridimensionata da questa avventura che ha messo a nudo i suoi limiti militari ed economici. È militarmente esausta, avendo perso duecentomila soldati, soprattutto tra le sue unità d'élite più esperte, oltre a una grande quantità di carri armati, aerei e moderni elicotteri. È economicamente indebolita dagli enormi costi della guerra e dal crollo dell'economia causato dalle sanzioni occidentali. Mentre la fazione di Putin cerca in tutti i modi di mantenere il potere, all'interno della borghesia russa sorgono tensioni, soprattutto con le frazioni più nazionaliste o con alcuni "signori della guerra" (ad esempio Prigozhin, leader del gruppo di mercenari Wagner). Queste condizioni militari sfavorevoli e politiche instabili potrebbero persino portare la Russia a ricorrere alle armi nucleari tattiche.
- Le borghesie europee, in particolare Francia e Germania, avevano esortato Putin a non entrare in guerra ed erano persino pronte, come hanno rivelato le indiscrezioni di Boris Johnson, ad approvare un attacco limitato nella scala e nel tempo per sostituire il regime di Kiev. Di fronte al fallimento delle forze russe e all'inaspettata resistenza degli ucraini, Macron e Scholz hanno dovuto aderire in modo peccaminoso alla posizione della NATO guidata dagli Stati Uniti. Tuttavia, non si tratta di sottomettersi alla politica statunitense e di abbandonare i propri interessi imperialisti, come dimostrano i recenti viaggi di Scholz e Macron a Pechino. Inoltre, entrambi i Paesi hanno aumentato drasticamente i loro bilanci militari in vista di un massiccio riarmamento delle forze armate (un raddoppio per la Germania, pari a 107 miliardi di euro). Queste iniziative hanno anche sollevato tensioni nella coppia franco-tedesca, in particolare sullo sviluppo di programmi di armamento comuni e sulla politica economica dell'UE.
- La Cina si è posizionata con molta cautela in relazione al conflitto ucraino, di fronte alle difficoltà del suo "alleato" russo e alle minacce poco velate degli Stati Uniti nei suoi confronti. Per la borghesia cinese, la lezione è amara: la guerra in Ucraina ha dimostrato che qualsiasi ambizione imperialista globale è illusoria in assenza di una forza militare ed economica in grado di competere con la superpotenza statunitense. Oggi la Cina, che non dispone ancora di forze armate all'altezza della sua espansione economica, è vulnerabile alle pressioni americane e al caos bellico circostante. Certo, la borghesia cinese non rinuncia alle sue ambizioni imperialiste, in particolare alla riconquista di Taiwan, ma può progredire solo a lungo termine, evitando di cedere alle numerose provocazioni americane (palloni "spia", divieto dell'applicazione TikTok...) e portando avanti un'ampia offensiva diplomatica di charme volta a evitare l'isolamento internazionale: ricevimento a Pechino di un gran numero di capi di Stato, riavvicinamento iraniano-saudita sponsorizzato dalla Cina, proposta di un piano per fermare i combattimenti in Ucraina. D'altra parte, l'imperialismo "ognuno per sé" sta facendo esplodere il numero di potenziali zone di conflitto. In Europa, la pressione sulla Germania sta portando a dissensi con la Francia e l'UE ha reagito con rabbia al protezionismo dell'Inflation Reduction Act (Legge di riduzione dell'inflazione) di Biden, visto come una vera e propria dichiarazione di guerra alle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. In Asia centrale, il declino del potere russo va di pari passo con la rapida espansione dell'influenza di altre potenze, come Cina, Turchia, Iran o Stati Uniti nelle ex repubbliche sovietiche. In Estremo Oriente, persiste il rischio di conflitti tra la Cina da un lato e l'India (con regolari scontri di confine) o il Giappone (che si sta riarmando massicciamente), per non parlare delle tensioni tra India e Pakistan e di quelle ricorrenti tra le due Coree. In Medio Oriente, l'indebolimento della Russia, la destabilizzazione interna di importanti protagonisti come l'Iran (rivolte popolari, lotte tra fazioni e pressioni imperialiste) o la Turchia (situazione economica disastrosa) avranno un forte impatto sulle relazioni imperialiste. Infine, in Africa, mentre la crisi energetica e alimentare e le tensioni belliche imperversano in varie regioni (Etiopia, Sudan, Libia, Sahara occidentale), la competizione aggressiva tra gli avvoltoi imperialisti stimola la destabilizzazione e il caos.
Un anno di guerra in Ucraina ha sottolineato soprattutto che la decomposizione capitalistica accentua uno degli aspetti più perniciosi della guerra nell'epoca della decadenza: la sua irrazionalità. Gli effetti del militarismo diventano infatti sempre più imprevedibili e disastrosi, indipendentemente dalle ambizioni iniziali:
- gli Stati Uniti hanno combattuto entrambe le Guerre del Golfo, così come quella in Afghanistan, per mantenere la loro leadership sul pianeta, ma in tutti questi casi il risultato è stato un'esplosione di caos e instabilità, oltre che di flussi di rifugiati;
- a prescindere dagli obiettivi dei molti avvoltoi imperialisti (russi, turchi, iraniani, israeliani, americani o europei) che sono intervenuti nelle orribili guerre civili siriane o libiche, hanno ereditato un paese in rovina, frammentato e diviso in clan, con milioni di rifugiati in fuga verso i Paesi vicini o verso i Paesi industrializzati. La guerra in Ucraina ne è una conferma esemplare: quali che siano gli obiettivi geostrategici dell'imperialismo russo o americano, il risultato è un Paese devastato (l'Ucraina), un Paese economicamente e militarmente rovinato (la Russia), una situazione imperialista ancora più tesa e caotica nel mondo e ancora milioni di rifugiati.
La crescente irrazionalità della guerra implica una terrificante espansione della barbarie militare in tutto il mondo. In questo contesto, si possono formare alleanze ad hoc intorno a obiettivi particolari. Ad esempio, la Turchia, membro della NATO, sta adottando una politica di neutralità nei confronti della Russia in Ucraina, sperando di utilizzarla per allearsi con la Russia in Siria contro le milizie curde sostenute dagli Stati Uniti. Tuttavia, contrariamente alla propaganda borghese, il conflitto ucraino non porta a un raggruppamento degli imperialismi in blocchi e quindi non apre la dinamica verso una terza guerra mondiale, ma piuttosto verso una terrificante espansione del caos sanguinario: importanti potenze imperialiste come l'India, il Sudafrica, il Brasile e persino l'Arabia Saudita mantengono chiaramente la loro autonomia dai protagonisti; il legame tra Cina e Russia non si è rafforzato, anzi; e mentre gli Stati Uniti utilizzano la guerra per imporre le loro posizioni all'interno della NATO, Paesi membri come la Turchia o l'Ungheria procedono apertamente da soli, mentre Germania e Francia cercano in tutti i modi di sviluppare le proprie politiche. Inoltre, il leader di un potenziale blocco deve essere in grado di generare fiducia tra i Paesi membri e garantire la sicurezza dei suoi alleati. La Cina, tuttavia, è stata molto cauta nel sostenere l'alleato russo. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, dopo l'approccio "America First" di Trump, che aveva raffreddato gli "alleati", Biden sta sostanzialmente perseguendo la stessa politica: sta facendo pagare loro un alto prezzo energetico per il boicottaggio dell'economia russa, mentre gli Stati Uniti sono autosufficienti in questo settore e le leggi "anti-Cina" colpiranno duramente le importazioni europee. È proprio questa mancanza di garanzie di sicurezza che ha portato l'Arabia Saudita a concludere un accordo con Cina e Iran. Infine, come ostacolo principale a una dinamica verso una terza guerra mondiale, il proletariato non viene sconfitto e mobilitato ideologicamente al servizio della nazione nei Paesi centrali industrializzati, come dimostrano le attuali lotte in vari Paesi europei. Un'arma ideologica in grado di mobilitare il proletariato, come il fascismo e l'antifascismo negli anni Trenta, oggi non esiste.
La situazione è ancora più delicata perché la "crisi ucraina" non appare come un fenomeno isolato, ma come una delle manifestazioni di questa "policrisi"[1], l'accumulo e l'interazione di crisi sanitarie, economiche, ecologiche, alimentari e belliche, che caratterizza gli anni Venti del XXI secolo. E la guerra in Ucraina costituisce in questo contesto un vero e proprio moltiplicatore e intensificatore della barbarie e del caos a livello globale:
"L'aggregazione e l'interazione di questi fenomeni distruttivi produce un 'effetto vortice' (...) è importante sottolineare la forza trainante della guerra, in quanto azione deliberatamente perseguita e pianificata dagli Stati capitalisti. "[2] Infatti, la guerra in Ucraina e le sue ripercussioni economiche hanno favorito i rimbalzi del Covid (come in Cina), accentuato l'aumento dell'inflazione e della recessione in varie regioni del mondo, provocato una crisi alimentare ed energetica, causato una battuta d'arresto nelle politiche climatiche (sono tornate in funzione centrali nucleari e persino a carbone) e determinato un nuovo afflusso di rifugiati. Per non parlare del rischio sempre presente di bombardare le centrali nucleari, come si vede ancora intorno al sito di Zaporizhzhia, o di usare armi chimiche, batteriologiche o nucleari.
In breve, un anno di guerra in Ucraina evidenzia come si sia intensificato il "grande riarmo del mondo", simboleggiato dai massicci investimenti militari dei due grandi sconfitti della Seconda Guerra Mondiale, il Giappone, che ha impegnato 320 miliardi di dollari per il suo esercito in 5 anni, il più grande sforzo di armamento dal 1945, e soprattutto la Germania, che sta anch'essa aumentando il suo budget per la difesa.
Come prodotto ovviamente deliberato della classe dominante, la carneficina in Ucraina illustra chiaramente la bancarotta del sistema capitalista. Tuttavia, i sentimenti di impotenza e di orrore generati dalla guerra non favoriscono oggi lo sviluppo di un'opposizione proletaria al conflitto. D'altra parte, il significativo peggioramento della crisi economica e gli attacchi contro i lavoratori che ne derivano direttamente, spingono questi ultimi a mobilitarsi sul loro terreno di classe per difendere le loro condizioni di vita. In questa dinamica di rinnovate lotte, la barbarie bellica finirà per costituire una fonte di consapevolezza della bancarotta del sistema, oggi ancora limitata a piccole minoranze della classe.
R. Havanais, 25 marzo 2023
[1] Il termine è usato dalla stessa borghesia nel Rapporto sui Rischi Globali 2023 presentato al Forum Economico Mondiale nel gennaio 2023 a Davos.
[2] "I 20 anni del XXI secolo: L'accelerazione della decomposizione capitalistica pone la chiara possibilità della distruzione dell'umanità [347]", International Review n. 169 (2022)
Oggi siamo di nuovo in piazza per la XII giornata di manifestazioni contro la riforma delle pensioni. Ogni volta siamo in milioni a rivoltarci contro questo attacco, a rifiutare la degradazione continua delle nostre condizioni di vita e di lavoro, a sostenerci reciprocamente, a lottare insieme.
Lavoratori, disoccupati, studenti e pensionati, possiamo essere fieri di questa lotta collettiva, di questa lotta per la dignità, di questa solidarietà che ci unisce.
L’ampiezza del nostro movimento è tale da ispirare, in questo stesso momento i lavoratori in Germania, in Italia, nella repubblica ceca, in Gran Bretagna… Anche loro rifiutano di essere sempre più sfruttati, sempre più impoveriti. È su scala internazionale che gli scioperi si moltiplicano.
Eppure noi tutti sentiamo anche il limite attuale del nostro movimento. In Gran Bretagna i lavoratori continuano a scioperare da dieci mesi senza che il governo si pieghi. Nessun aumento reale dei salari, al di là di qualche briciola. In Francia il governo resta fermo nei suoi propositi e mantiene il suo attacco. Allo stesso tempo i prezzi dei generi di prima necessità aumentano e i salari stagnano. E la futura riforma del lavoro annuncia già le sue caratteristiche: più flessibilità, più precarietà.
E allora, come sviluppare un rapporto di forze a nostro favore? Come far indietreggiare la borghesia?
Una parte della risposta si trova nella nostra stessa esperienza, nella nostra stessa storia, in particolare in quell’episodio della lotta di classe che costituisce la nostra ultima vittoria: il movimento contro il Contratto di Primo Impiego (CPE) nel 2006. Di fronte alla dinamica del movimento la borghesia aveva dovuto cedere e ritirare la sua legge, nonostante fosse stata anche votata dal Parlamento. Anche i mezzi di informazione parlano della possibilità attuale di uno “scenario alla CPE”, ma senza mai dire cosa, all’epoca, aveva fatto tremare la borghesia francese e il suo governo.
Il 16 gennaio 2006, il governo, con la scusa di combattere la disoccupazione giovanile, presenta al Parlamento un progetto di legge (cinicamente intitolato “per le pari opportunità”) contenente una misura particolarmente iniqua: il CPE. Questo tipo di contratto avrebbe permesso ai padroni di licenziare senza alcuna motivazione i salariati fino ai 26 anni nei primi due anni di impiego.
Già il 17 gennaio, la gioventù reagisce a questo attacco, con la comprensione che questa legge avrebbe aumentato la precarietà del lavoro. In tutte le Università i giovani si riuniscono in assemblee generali (AG) per dibattere e decidere assieme della direzione del movimento. Si formano dei collettivi per ottenere il ritiro del CPE.
Il 24 gennaio viene lanciato il primo appello a manifestare.
Il 7 febbraio diverse centinaia di migliaia di persone manifestano in tutta la Francia mentre, nelle fabbriche, nessun sindacato propone qualche azione o delle AG.
Il 14 e il 16 febbraio a migliaia gli studenti universitari e medi manifestano a Parigi, a Tolosa, Rennes e Lione.
Il 27 febbraio il governo ricorre all’articolo 49.3 della Costituzione[1] per far passare la legge (e quindi il CPE) all’Assemblea Nazionale.
Il primo marzo, 13 università sono in sciopero. Blocchi, filtri e chiusura totale delle università sono decise dalle AG degli studenti in sciopero. Si tratta di vere Assemblee Generali: sono loro a decidere le iniziative da prendere e le parole d’ordine, esse sono aperte ai lavoratori, ai disoccupati e ai pensionati.
Il 4 marzo, il Coordinamento nazionale studentesco, formato di delegati eletti dalle AG, si riunisce a Jussieu (Parigi). Una cinquantina di lavoratori, di disoccupati e di pensionati, venuti dai quattro angoli della Francia, vorrebbero partecipare alle discussioni. Ma il sindacato studentesco UNEF vi si oppone. Comincia una discussione nell’Assemblea, la posizione dell’UNEF è messa in minoranza, le porte si aprono e la cinquantina di “esterni” può entrare. Durante tutta la discussione i rappresentanti dell’UNEF non smetteranno di cercare di ridurre il movimento a rivendicazioni puramente studentesche, laddove il resto dell’Assemblea si orienta verso l’apertura delle parole d’ordine a tutti i lavoratori.
Il 7 marzo la protesta si allarga. Quasi un milione di manifestanti sfilano in tutta la Francia. Si cominciano a vedere dei salariati raggiungere le manifestazioni, ma, sia nei cortei degli studenti che sui marciapiedi, raramente dietro le bandiere sindacali. A Parigi i sindacati si mettono alla testa della manifestazione. Vedendo questo, gli studenti si precipitano e si impongono alla testa del corteo. Una ventina di università sono in sciopero, con sempre più AG sovrane.
L’8 marzo, gli studenti della Sorbona occupano la facoltà per poter svolgere le loro assemblee. Il rettorato di Parigi esige lo sgombero dell’immobile definito “monumento storico”. Gli studenti si rifiutano e vengono accerchiati dai CRS (celerini) e dai Gendarmi mobili che trasformano l’università in una vera trappola per topi.
Il 9 marzo il Parlamento approva definitivamente il CPE. Il primo ministro annuncia che la misura sarà approvata “nei prossimi giorni”
Il 10 marzo gli studenti delle altre facoltà decidono di recarsi in massa e pacificamente alla Sorbona, per portare la loro solidarietà e del cibo ai loro compagni affamati e presi in ostaggio su ordine del Rettore dell’Accademia di Parigi e del Ministero dell’interno.
Nella notte tra il 10 e l’11 marzo le forze dell’ordine invadono la Sorbona a colpi di manganello e di gas lacrimogeno. Cacciano gli studenti in lotta e ne arrestano diverse decine.
Il 16 marzo, 64 università su 84 sono bloccate.
Il 18 marzo dimostrazione di forza degli anti-CPE: quasi un milione e mezzo di persone in piazza. I sindacati continuano a non fare niente nelle fabbriche, nessuna azione, nessuna Assemblea Generale.
Il 19 marzo i sindacati avanzano “la minaccia di uno sciopero generale” … una minaccia che resta nell’aria e mai attuata. Un testo che doveva restare riservato ai membri dell’UNEF finisce tra le mani degli studenti. Questo testo spiega ai suoi aderenti come manipolare le AG, controllare i dibattiti e le decisioni. L’indignazione è generale. In certe assemblee si scandisce “Unef-Medef”[2] per sottolineare il lavoro di sabotaggio dall’interno a favore del padronato.
Il 20 marzo il Primo ministro esclude di nuovo un ritiro del CPE.
Il 21 marzo un quarto dei licei sono bloccati.
Il 28 marzo e il 4 aprile nuove manifestazioni record: quasi 3 milioni di manifestanti sfilano in tutta la Francia.
Il 10 aprile il CPE viene ritirato!
Quello che ha costituito la forza di questo movimento è innanzitutto il rafforzamento della solidarietà attiva nella lotta. È rinserrando le fila, costruendo una trama stretta, comprendendo che l’unione fa la forza, che gli studenti hanno potuto mettere in pratica la vecchia parola d’ordine del movimento operaio: “Uno per tutti, tutti per uno!”
Le assemblee generali di massa, polmone del movimento
Gli anfiteatri in cui si tenevano le AG erano strapieni. I lavoratori, i disoccupati, i pensionati erano invitati a parteciparvi, ad apportare la loro esperienza. Tutti i lavoratori che hanno assistito a queste AG sono stati colpiti dalla capacità di questa giovane generazione di distribuire la parola, di convincere, di confrontare gli argomenti… Gli studenti difendevano in permanenza il carattere sovrano delle AG, con i loro delegati eletti e revocabili (sulla base di mandati e di resoconti sui mandati), attraverso il voto a mani alzate. Tutti i giorni squadre differenti organizzavano i dibattiti dal palco. Per poter distribuire gli incarichi, centralizzare, coordinare e mantenere il controllo del movimento, i comitati di sciopero decidevano di eleggere diverse commissioni: stampa, animazione e riflessione, accoglienza ed informazione, ecc. È grazie alle AG, veri luoghi aperti di dibattito e di decisione, e alla centralizzazione della lotta che gli studenti decidevano delle iniziative da prendere, con la principale preoccupazione dell’estensione del movimento alle fabbriche.
La dinamica dell’estensione della lotta a tutta la classe operaia
Gli studenti avevano perfettamente capito che il destino della loro lotta era tra le mani dei lavoratori salariati. Come ebbe a dire uno studente durante una riunione di un coordinamento l’8 marzo: “se restiamo isolati ci mangiano vivi”. Questa dinamica verso l’estensione del movimento, verso lo sciopero di massa è cominciata dall’inizio del movimento. Gli studenti hanno inviato delle delegazioni numerose presso le aziende vicine ai loro luoghi di studio. Ma si sono scontrati con il “blocco dell’economia” del sindacato: i lavoratori sono rimasti chiusi nelle loro aziende senza la possibilità di discutere con le delegazioni degli studenti. Allora i “piccoli indiani” delle facoltà si sono dovuti immaginare un altro modo per aggirare l’ostacolo sindacale: hanno aperto gli anfiteatri in cui tenevano le loro AG. Hanno chiesto ai lavoratori e pensionati di trasmettere loro la loro esperienza: essi avevano sete di apprendere dalle vecchie generazioni. E i “vecchi” avevano sete di trasmettere ai “giovani”. Così i “giovani” guadagnavano in maturità, i “vecchi” ringiovanivano! È questa osmosi fra tutte le generazioni della classe operaia che ha dato un impulso nuovo al movimento. La più grande vittoria è la lotta stessa: “Di quando in quando gli operai vincono, ma solo in modo effimero. Il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma l’unione sempre più estesa degli operai” (Marx ed Engels, Manifesto comunista, 1848)
Il movimento degli studenti del 2006 andava ben al di là di una semplice protesta contro il CPE. Come disse un professore dell’università di Parigi-Tolbiac alla manifestazione del 7 marzo: “il CPE non è solo un attacco economico reale e puntuale. È anche un simbolo”. Effettivamente, era il “simbolo” del fallimento dell’economia capitalista.
Il movimento era anche una risposta implicita agli “errori” della polizia (quella che, nell’autunno 2005, aveva provocato la morte “accidentale” di due giovani innocenti, denunciati come “scassinatori” da un “cittadino” e ricercati dagli sbirri). La repressione degli studenti della Sorbona che volevano solo tenere delle Assemblee generali non ha fatto che rafforzare la determinazione degli studenti. Tutta la borghesia e i mezzi di informazione ad essa asserviti non hanno smesso, ora dopo ora, di fare una pubblicità menzognera per far passare gli studenti come dei “malfattori”. Ma la classe operaia non ha abboccato all’amo. Al contrario, la violenza degli sbirri della borghesia ha messo in luce la violenza del sistema capitalista e del suo Stato “democratico”. Un sistema che getta per strada milioni di operai, che vuole ridurre in miseria i giovani come i pensionati, un sistema che fa regnare “il diritto e l’ordine” con il manganello.
Le nuove generazioni della classe operaia hanno rifiutato di cedere alla provocazione dello Stato di polizia. Hanno rifiutato di utilizzare la violenza cieca e disperata. Di fronte alla repressione e alle provocazioni hanno mantenuto il loro metodo di lotta: le AG sovrane, la solidarietà e l’estensione della mobilitazione!
Questi metodi di lotta che hanno costituito la forza del movimento nel 2006, che hanno fatto tremare la borghesia costringendola a fare marcia indietro, possiamo metterli in atto anche noi!
Il CPE non attaccava i giovani precari in quanto studenti, ma in quanto futuri lavoratori. I metodi di lotta che istintivamente gli studenti hanno utilizzato sono quelli di tutta la classe operaia. Prendere in mano la lotta sui luoghi di lavoro, riunirsi in AG sovrane, decidere collettivamente delle iniziative e delle parole d’ordine, dibattere e costruire insieme il movimento, estendere la lotta ai settori geograficamente più vicini, andando a cercare i lavoratori della scuola, degli ospedali, delle fabbriche, del pubblico impiego… tutto questo è possibile. Riflettere ed elaborare insieme dentro queste Assemblee generali costituisce anche il mezzo per non cadere nella trappola delle provocazioni poliziesche e degli scontri sterili. Gli studenti nel 2006 lo hanno dimostrato!
Organizzarci in AG costituisce oggi la tappa che non siamo ancora riusciti a raggiungere per trasformare i milioni di manifestanti in piazza in una vera forza collettiva, unita e solidale. Perché ci manca la fiducia in noi stessi, perché lasciamo la direzione delle nostre lotte alle organizzazioni sindacali, perché abbiamo dimenticato che siamo già stati capaci di lottare così in passato. In Polonia nel 1980, in Italia nel 1969, in Francia nel 1968… per non citare che i tre esempi più famosi degli ultimi sessanta anni.
Per superare questo ostacolo tutti i lavoratori, disoccupati, pensionati, studenti che cercano di sviluppare la lotta e la forza collettiva della nostra classe, devono riunirsi per dibattere, scambiare le loro esperienze e cercare insieme di riappropriarsi delle lezioni del passato.
L’emancipazione dei lavoratori sarà l’opera dei lavoratori stessi!
Corrente Comunista Internazionale, 5 aprile 2023
Nel bel mezzo del massacro della Prima Guerra Mondiale, molto prima che grandi masse di lavoratori si riunissero nelle strade per protestare contro la guerra, un piccolo ma determinato numero di internazionalisti si era riunito nel villaggio svizzero di Zimmerwald nel settembre del 1915 per difendere l'internazionalismo e per difendere l'unificazione dei lavoratori in tutto il mondo, rifiutando le illusioni pacifiste e opponendosi ai vari fronti dell'imperialismo.
I rivoluzionari non possono aspettare che le grandi masse della classe operaia si mettano in movimento, ma devono indicare la direzione da seguire.
Coerentemente con quest’insegnamento del movimento operaio, all'inizio della guerra in Ucraina, la Corrente Comunista Internazionale ha proposto agli altri gruppi della Sinistra comunista una dichiarazione internazionalista congiunta sulla guerra in Ucraina. Questa dichiarazione congiunta è riportata nel presente bollettino. Di questi gruppi, tre hanno affermato la loro volontà di partecipare e la dichiarazione è stata discussa, concordata e pubblicata da questi diversi gruppi.
Il principio alla base della dichiarazione congiunta era che sulla questione fondamentale della guerra imperialista e della prospettiva internazionalista contro di essa, i diversi gruppi della Sinistra Comunista erano d'accordo e potevano unirsi su questa questione per fornire, con maggiore forza, una chiara alternativa politica alla barbarie capitalista per la classe operaia dei diversi paesi.
L'altro elemento della dichiarazione congiunta era che su altre questioni, in particolare sull'analisi dell'attuale guerra imperialista, delle sue origini e delle sue prospettive, esistevano differenze tra i gruppi aderenti che dovevano essere discusse e chiarite. Di conseguenza, i gruppi hanno deciso di produrre brevi dichiarazioni su queste questioni e di pubblicarle nel bollettino che riproduciamo nella sessione "ultime uscite" (latest issues)
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“Quando è troppo è troppo!” - Regno Unito. “Non un anno di più, non un euro di meno” - Francia. “L’indignazione viene da lontano” - Spagna. “Per tutti noi” - Germania. Tutti questi slogan, scanditi durante gli scioperi degli ultimi mesi in tutto il mondo, mostrano fino a che punto le attuali lotte dei lavoratori esprimono il rifiuto del deterioramento generale delle nostre condizioni di vita e di lavoro. In Danimarca, Portogallo, Olanda, Stati Uniti, Canada, Messico, Cina... gli stessi scioperi contro lo stesso sfruttamento sempre più insopportabile. “La vera galera: non potersi riscaldare, mangiare, curarsi, guidare!”
Ma le nostre lotte sono anche molto più di questo. Nelle manifestazioni, iniziamo a vedere su alcuni cartelli il rifiuto della guerra in Ucraina, il rifiuto di produrre sempre più armi e bombe, di dover stringere la cinghia in nome dello sviluppo di questa economia di guerra: Nelle manifestazioni in Francia abbiamo sentito gridare “Niente soldi per la guerra, niente soldi per le armi, soldi per i salari, soldi per le pensioni”. Queste lotte esprimono anche il rifiuto di vedere il pianeta distrutto in nome del profitto.
Le nostre lotte sono l’unico baluardo contro questa dinamica autodistruttiva, l’unico baluardo contro la morte che il capitalismo promette a tutta l’umanità. Perché, lasciato alla sua logica, questo sistema decadente trascinerà parti sempre più ampie dell’umanità nella guerra e nella miseria, distruggerà il pianeta con i gas serra, le foreste rase al suolo e le bombe.
La classe che governa la società mondiale, la borghesia, è in parte consapevole di questa realtà, del futuro barbarico che il suo sistema morente ci promette. Basta leggere gli studi e i lavori dei suoi stessi esperti per rendersene conto. Secondo il “Rapporto sui rischi globali” presentato al Forum economico mondiale di Davos nel gennaio 2023: “I primi anni di questo decennio hanno preannunciato un periodo particolarmente travagliato della storia umana. Il ritorno a una ‘nuova normalità’ dopo la pandemia Covid-19 è stato rapidamente compromesso dallo scoppio della guerra in Ucraina, che ha dato il via a una nuova serie di crisi alimentari ed energetiche [...]. Nel 2023, il mondo si trova ad affrontare una serie di rischi [...]: inflazione, crisi del costo della vita, guerre commerciali [...], scontri geopolitici e lo spettro della guerra nucleare [...], livelli insostenibili di debito [...], sviluppo umano in declino [...], pressione crescente degli impatti e delle ambizioni legate al cambiamento climatico [...]. Tutti questi elementi stanno convergendo per dare forma a un decennio unico, incerto e turbolento”.
In realtà, il prossimo decennio non è così “incerto”, poiché secondo questo stesso Rapporto: “Il prossimo decennio sarà caratterizzato da crisi ambientali e sociali [...], dalla ‘crisi del costo della vita’ [...], dalla perdita di biodiversità e dal collasso degli ecosistemi [...], dallo scontro geo-economico [...], da migrazioni involontarie su larga scala [...], dalla frammentazione dell’economia globale, da tensioni geopolitiche [...]. La guerra economica sta diventando la norma, con un crescente scontro tra le potenze mondiali [...]. Il recente aumento delle spese militari [...] potrebbe portare a una corsa agli armamenti globale [...], con l’impiego mirato di armi di nuova tecnologia su una scala potenzialmente più distruttiva di quanto si sia visto negli ultimi decenni”.
Di fronte a questa prospettiva sconvolgente, la borghesia non può che essere impotente. Essa e il suo sistema non sono la soluzione, ma la causa del problema. Se attraverso i grandi media cerca di farci credere che sta facendo tutto il possibile per combattere il riscaldamento globale, che un capitalismo ‘verde’ e ‘sostenibile’ è possibile, in realtà conosce la portata della sua menzogna. Infatti, come sottolinea il “Rapporto sui rischi globali”: “I livelli atmosferici di anidride carbonica, metano e protossido di azoto hanno tutti raggiunto il picco. Le traiettorie delle emissioni rendono altamente improbabile il raggiungimento delle ambizioni mondiali di limitare il riscaldamento a 1,5°C. Gli eventi recenti hanno evidenziato una divergenza tra ciò che è scientificamente necessario e ciò che è politicamente opportuno”.
In realtà, questa “divergenza” non si limita alla questione climatica. Essa esprime la contraddizione fondamentale di un sistema economico basato non sulla soddisfazione dei bisogni umani ma sul profitto e sulla competizione, sulla predazione delle risorse naturali e lo sfruttamento feroce della classe che produce la maggior parte della ricchezza sociale: il proletariato, i lavoratori salariati di tutti i paesi.
Il capitalismo e la borghesia costituiscono uno dei due poli della società, quello che conduce l’umanità verso la miseria e la guerra, verso la barbarie e la distruzione. L’altro polo è il proletariato e la sua lotta. Da un anno a questa parte, nei movimenti sociali che si stanno sviluppando in Francia, Regno Unito e Spagna, lavoratori, pensionati, disoccupati e studenti sono uniti. Questa solidarietà attiva, questa combattività collettiva, sono la testimonianza di quella che è la natura profonda della lotta dei lavoratori: una lotta per un mondo radicalmente diverso, un mondo senza sfruttamento o classi sociali, senza competizione, senza frontiere o nazioni. “I lavoratori restano uniti”, gridano gli scioperanti nel Regno Unito. “O lottiamo insieme o finiremo per dormire per strada”, confermano i manifestanti in Francia. Lo striscione “Per tutti noi”, sotto il quale si è svolto lo sciopero contro l’impoverimento in Germania il 27 marzo, è particolarmente significativo di questo sentimento generale che sta crescendo nella classe operaia: siamo tutti sulla stessa barca e lottiamo gli uni per gli altri. Gli scioperi in Germania, Regno Unito e Francia si ispirano l’uno all’altro. In Francia, gli operai hanno scioperato esplicitamente in solidarietà con i loro fratelli di classe in lotta in Inghilterra: “Siamo solidali con gli operai inglesi, che sono in sciopero da settimane per salari più alti”. Questo riflesso di solidarietà internazionale è l’esatto contrario del mondo capitalista diviso in nazioni concorrenti, fino alla guerra. Ricorda il grido di battaglia che è proprio della nostra classe sin dal 1848: “I proletari non hanno patria! Proletari di tutti i paesi, unitevi!”
In tutto il mondo il clima sociale sta cambiando. Dopo decenni di pigrizia e di cedimenti, la classe operaia sta iniziando a ritrovare la strada della lotta e della dignità. Ecco quello che hanno dimostrano “l’Estate della rabbia” e il ritorno degli scioperi nel Regno Unito, quasi quarant’anni dopo la sconfitta dei minatori da parte della Thatcher nel 1985.
Ma tutti avvertiamo le difficoltà e i limiti attuali delle nostre lotte. Di fronte al rullo compressore della crisi economica, all’inflazione e agli attacchi dei governi che loro chiamano “riforme”, non siamo ancora in grado di stabilire un rapporto di forze a nostro favore. Spesso isolati in scioperi separati, o frustrati dalla riduzione delle nostre manifestazioni a cortei-sfilate, senza riunioni o discussioni, senza assemblee generali né organizzazione collettiva, aspiriamo tutti a un movimento più ampio, più forte, più unitario e solidale. Nei cortei in Francia, l’appello per un nuovo Maggio 68 ritorna costantemente. Di fronte alla “riforma” che porta l’età pensionabile a 64 anni, lo slogan più diffuso sui cartelloni è: “Tu ci porti a 64, noi ti riportiamo al Maggio 68”.
Nel 1968, il proletariato francese si unì prendendo in mano le proprie lotte. Dopo le grandi manifestazioni del 13 maggio per protestare contro la repressione poliziesca subita dagli studenti, gli scioperi e le assemblee generali si diffusero a macchia d’olio nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro per sfociare, con i suoi 9 milioni di scioperanti, nel più grande sciopero della storia del movimento operaio internazionale. Di fronte a questa dinamica di estensione e unità della lotta operaia, il governo e i sindacati si affrettarono a firmare un accordo per un aumento generale dei salari al fine di fermare il movimento. Contemporaneamente a questo risveglio della lotta operaia, si vide un forte ritorno all’idea della rivoluzione, che veniva discussa da molti lavoratori in lotta.
Un evento di questa portata era il segno di un cambiamento fondamentale nella vita della società: era la fine della terribile controrivoluzione che si era abbattuta sulla classe operaia a partire dalla fine degli anni ‘20, con il fallimento della rivoluzione mondiale dopo la prima vittoria dell’ottobre 1917 in Russia. Una controrivoluzione che aveva assunto il volto orrendo dello stalinismo e del fascismo, che aveva aperto le porte alla Seconda Guerra Mondiale con i suoi 60 milioni di morti e che era proseguita per i due decenni successivi. E questo fu rapidamente confermato in tutte le parti del mondo da una serie di lotte di una portata sconosciuta da decenni:
- L’Autunno caldo italiano del 1969, noto anche come “Maggio rampante”, che vide lotte massicce nei principali centri industriali e una sfida esplicita alla leadership sindacale.
- La rivolta operaia di Córdoba, in Argentina, nello stesso anno.
- I grandi scioperi dei lavoratori baltici in Polonia nell’inverno 1970-71.
- Numerose altre lotte negli anni successivi in quasi tutti i paesi europei, in particolare nel Regno Unito.
- Nel 1980, in Polonia, di fronte all’aumento dei prezzi dei generi alimentari, gli scioperanti portarono avanti questa ondata internazionale prendendo in mano le loro lotte, riunendosi in grandi assemblee generali, decidendo da soli quali richieste avanzare e quali azioni intraprendere e, soprattutto, avendo come preoccupazione costante quella di estendere la lotta. Di fronte a questa forza, non fu solo la borghesia polacca a tremare, ma la borghesia di tutti i paesi.
In due decenni, dal 1968 al 1989, un’intera generazione di lavoratori ha acquisito esperienza nella lotta. Le sue numerose sconfitte, e talvolta le sue vittorie, hanno permesso a questa generazione di affrontare le numerose trappole tese dalla borghesia per sabotare, dividere e demoralizzare. Le sue lotte devono permetterci di trarre lezioni vitali per le nostre lotte attuali e future: solo il riunirsi in assemblee generali aperte e di massa, autonome, che decidono realmente come portare avanti il movimento, al di fuori e persino contro il controllo sindacale, può costituire la base di una lotta unitaria e che si estende, portata avanti dalla solidarietà tra tutti i settori, tutte le generazioni. Assemblee generali nelle quali ci sentiamo uniti e fiduciosi nella nostra forza collettiva. Assemblee generali dove possiamo adottare insieme richieste sempre più unificanti. Assemblee generali dove ci riuniamo e dalle quali possiamo partire in folte delegazioni per incontrare i nostri fratelli di classe, i lavoratori della fabbrica, dell’ospedale, della scuola, del centro commerciale, degli uffici ... più vicini a noi.
La nuova generazione di lavoratori, che ora sta prendendo il testimone, deve riunirsi, discutere, riappropriarsi delle grandi lezioni delle lotte passate. Le vecchie generazioni devono raccontare ai giovani le proprie lotte, in modo che l’esperienza accumulata possa essere trasmessa e diventare un’arma nelle lotte future.
Ma bisogna anche andare oltre. L’ondata di lotte internazionali iniziata nel maggio 1968 è stata una reazione al rallentamento della crescita e alla ricomparsa della disoccupazione di massa. Oggi la situazione è molto più grave. Lo stato catastrofico del capitalismo mette in gioco la sopravvivenza stessa dell’umanità. Se non riusciamo a rovesciarlo, la barbarie andrà a generalizzarsi progressivamente.
Lo slancio del Maggio 68 è stato infranto da una doppia menzogna della borghesia: quando i regimi stalinisti sono crollati nel 1989-91, hanno sostenuto che il crollo dello stalinismo significava la morte del comunismo e che si stava aprendo una nuova era di pace e prosperità. Tre decenni dopo, sappiamo per esperienza che invece di pace e prosperità abbiamo avuto guerra e miseria. Ci resta da capire che lo stalinismo è l’antitesi del comunismo, che è una forma particolarmente brutale di capitalismo di Stato emersa dalla controrivoluzione degli anni ‘20. Falsificando la storia, spacciando lo stalinismo per comunismo (come l’URSS di ieri e Cina, Cuba, Venezuela o Corea del Nord di oggi!), la borghesia è riuscita a far credere alla classe operaia che il suo progetto rivoluzionario di emancipazione non poteva che portare alla rovina. A tal punto che la stessa parola “rivoluzione” è diventata sospetta e vergognosa.
Ma nella lotta svilupperemo gradualmente la nostra forza collettiva, la fiducia in noi stessi, la nostra solidarietà, la nostra unità, la nostra auto-organizzazione. Nella lotta, ci renderemo gradualmente conto che noi, la classe operaia, siamo in grado di offrire un’altra prospettiva rispetto alla morte promessa da un sistema capitalista in decadenza: la rivoluzione comunista. La prospettiva della rivoluzione proletaria farà il suo ritorno nelle nostre teste e nelle nostre lotte.
Corrente Comunista Internazionale, 22 aprile 2023
Gli scioperi generati da un'immensa rabbia in Gran Bretagna lo scorso giugno, dopo decenni di attacchi subiti e di difficoltà a rispondervi, hanno segnato un netto cambiamento di mentalità nella classe operaia: “Quando è troppo è troppo!”. Le grandi manifestazioni contro la riforma delle pensioni in Francia, il moltiplicarsi di scioperi e manifestazioni in tutto il mondo confermano la realtà di una vera rottura: i proletari si rifiutano di subire nuovi attacchi senza reagire! Di fronte all'inflazione, ai licenziamenti, alle “riforme”, al precariato, al totale disprezzo, al continuo deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro, il proletariato rialza la testa!
In Francia, credendo di seppellire rapidamente il movimento, la borghesia si scontra con un'enorme mobilitazione, una rabbia profonda e duratura.
In Spagna, continuano le grandi mobilitazioni contro il collasso del sistema sanitario e il deterioramento delle condizioni di lavoro, con lotte e scioperi in diversi settori.
In Germania, i proletari del settore pubblico e gli impiegati delle poste chiedono aumenti salariali. Il settore dei trasporti è stato paralizzato da un mega streik e la situazione si sta aggravando ulteriormente in vista delle trattative in corso tra datori di lavoro e sindacato IG Mettal, che cerca di contenere la rabbia crescente.
In Grecia, la classe operaia ha espresso in modo esplosivo la sua indignazione a seguito di un incidente ferroviario che ha causato la morte di 57 persone, che ha rivelato la mancanza di mezzi, di personale e il cinismo della borghesia che voleva incolpare un capro espiatorio per discolparsi della politica di massicci e micidiali tagli di bilancio.
In Danimarca, sono scoppiati scioperi e manifestazioni contro la soppressione di una festività destinata a finanziare l'aumento del budget militare per lo sforzo bellico in Ucraina.
L'elenco dei conflitti sociali potrebbe essere molto più lungo in quanto diffusi e presenti in tutti i continenti.
A poco a poco, la divisione tra sfruttatori e sfruttati, che la borghesia sosteneva superata, riappare agli occhi dei proletari, anche se ancora molto confusa e balbettante. L’aggravarsi della crisi economica, in un mondo sempre più frammentato, accresce infatti la brutalità dello sfruttamento della forza lavoro e, di ritorno, genera lotte che spingono alla solidarietà e alla riflessione. Di fronte a condizioni di lavoro palesemente ingiuste e semplicemente intollerabili e insopportabili, i proletari, siano essi del settore pubblico o privato, in camice blu o bianco, dietro un registratore di cassa o una scrivania, in fabbrica o disoccupati, iniziano a riconoscersi come vittime dello stesso sistema e attori di un destino comune attraverso la lotta. In breve, i proletari, senza esserne ancora consapevoli, stanno facendo i primi passi per riconoscersi come classe sociale: la classe operaia.
Meglio ancora: i proletari cominciano a mettersi in contatto tra loro al di là delle frontiere, come abbiamo visto con lo sciopero degli operai di una raffineria belga in solidarietà con gli operai in Francia, o lo sciopero alla “Mobilier national” in Francia, prima dell'arrivo (ritardato) di Carlo III a Versailles, in solidarietà con “gli operai inglesi che da settimane scioperano per aumenti salariali”. Attraverso queste espressioni di solidarietà, ancora molto embrionali, i lavoratori cominciano a riconoscersi come classe internazionale: siamo tutti sulla stessa barca!
Ma se molti paesi in tutti i continenti sono colpiti da questa ondata crescente, lo sono comunque a livelli molto diversi, con livelli molto differenti di fragilità, mobilitazione e consapevolezza. La situazione attuale viene infatti a confermare pienamente la distinzione che va fatta tra il vecchio proletariato dei paesi centrali, in particolare dell'Europa occidentale, e quello dei suoi fratelli di classe nei paesi della periferia. Come abbiamo potuto constatare in Cina o in Iran, la mancanza di esperienza storica della lotta, la presenza di strati sociali intermedi più ampi, il peso più marcato delle mistificazioni democratiche, espongono maggiormente i lavoratori al rischio di annegare nella rabbia degli strati intermedi piccolo-borghesi e più impoveriti. O addirittura di essere inglobati da una frazione borghese, come dimostra la situazione in Perù.
Se le lotte stanno portando a un lento riemergere dell'identità di classe, è nell'Europa occidentale che questa si manifesta maggiormente, sul terreno di classe e con una consapevolezza, certo ancora debole, ma più avanzata: attraverso gli slogan, i metodi di lotta, il processo di maturazione della coscienza nelle minoranze alla ricerca di posizioni politiche proletarie, attraverso la riflessione che si sta avviando in modo più ampio all'interno delle masse lavoratrici.
Il proletariato muove quindi i primi passi in una lotta di resistenza di fronte alla crescente barbarie e ai brutali attacchi del capitale. Quali che siano i risultati immediati di questa o quella lotta, le vittorie (sempre provvisorie finché il capitalismo non sarà rovesciato) o i fallimenti, la classe operaia oggi apre la strada ad altre lotte ovunque nel mondo. Spinto dall'aggravarsi della crisi del capitalismo e dalle sue disastrose conseguenze, il proletariato in lotta indica la strada!
La responsabilità storica della classe rivoluzionaria di fronte ai pericoli che il sistema capitalista pone all'intera umanità (clima, guerra, minacce nucleari, pandemie, impoverimento, ecc.) si fa più intensa e drammatica. Il mondo capitalista sta precipitando in un caos sempre più sanguinoso, e questo processo non solo sta accelerando bruscamente, ma è ora sotto gli occhi di tutti[1].
Già un anno di guerra e massacri in Ucraina! Questo conflitto barbaro e distruttivo continua con combattimenti senza fine, come dimostra la polarizzazione mortale attorno a Bakhmut, testimonianza di un tragico stallo. Accumulando le rovine alle porte dell'Europa, questo conflitto ha già superato le perdite umane dei soldati dell'Armata Rossa caduti durante dieci anni di guerra in Afghanistan (dal 1979 al 1989)! Per entrambe le parti, le stime portano già il numero dei morti ad almeno 300.000![2] La follia omicida in Ucraina rivela il volto orrendo del capitalismo decadente il cui militarismo permea ogni fibra.
Dopo il terribile shock della pandemia Covid-19, in un contesto di caos, crisi di sovrapproduzione, penuria e indebitamento massiccio, la guerra in Ucraina non ha fatto altro che rafforzare i peggiori effetti della decomposizione del modo di produzione capitalista, portando a una fenomenale accelerazione del marcire della società.
Guerra e militarismo, crisi climatica, disastri di ogni genere, disorganizzazione dell'economia mondiale, ascesa delle peggiori ideologie irrazionali, crollo delle strutture statali di assistenza, istruzione, trasporti... questa cascata di fenomeni catastrofici non solo si aggravano drammaticamente, ma si alimentano a vicenda, spingendosi in una sorta di "vortice" infernale al punto di a minacciare una vera e propria distruzione della civiltà.
Gli ultimi avvenimenti non fanno che confermare ulteriormente questa dinamica: la guerra aggrava una crisi economica già molto profonda. Oltre all'elevata inflazione, alimentata dalla corsa agli armamenti, si registra un’ulteriore turbolenza nel settore bancario in Europa e negli Stati Uniti, segnata dal fallimento di banche, tra cui la Silicon Valley Bank (SVB) in California e dal salvataggio di Credit Suisse con un'acquisizione forzata da parte di UBS. Lo spettro di una crisi finanziaria incombe di nuovo sul mondo; il tutto in un contesto di accresciuto disordine planetario, concorrenza sfrenata, spietata guerra commerciale che spinge gli Stati a politiche senza controllo, tendendo ad accelerare la frammentazione e i disastri, non ultimo il riscaldamento globale[3]. Queste catastrofi non possono che portare a nuove convulsioni e a una corsa a capofitto verso la crisi, con fenomeni imprevedibili.
Mentre la classe operaia intraprende la lotta sul terreno di classe, il sistema capitalista può solo farci precipitare nel fallimento e nella distruzione se non viene rovesciato dal proletariato. Questi due poli della situazione storica si scontreranno e si confronteranno ulteriormente nei prossimi anni. Questa evoluzione, nonostante le sue complesse dinamiche, finirà per mostrare più nettamente l'unica alternativa storica possibile: il comunismo o la distruzione dell'umanità!
WH, 5 aprile 2023
[1] Compresa la borghesia che, nell'ultimo rapporto sui rischi globali del forum di Davos, ha esposto con molta lucidità la catastrofe in cui ci sta trascinando il capitalismo.
[2] L'ONU ha anche reso noto che ci sono state esecuzioni sommarie da entrambe le parti.
[3] Da fine marzo, in Spagna, nuovi incendi "tipici dell'estate" hanno già costretto all'evacuazione 1500 persone!
Guerra, pandemia, disastro ecologico, caos economico, carestia: nei primi anni del 2020, tutti questi prodotti di un sistema in decadenza si sono intensificati e hanno agito l'uno sull'altro, lasciando pochi dubbi sul fatto che il capitalismo stia spirando verso la distruzione. Ma in contrapposizione al senso di sventura e di disperazione che pervade la società, nel giugno 2022, il proletariato più antico del mondo ha acceso il fuoco della lotta di classe internazionale. Invece di rannicchiarsi di fronte al caos crescente, il proletariato ha iniziato a liberarsi da decenni di disorientamento. In Gran Bretagna, Francia, Spagna, Belgio e Germania si è sentito uno slogan comune: "Quando è troppo è troppo. Non ne possiamo più". Il gigante proletario si è fatto coraggio. La sua lotta collettiva e la sua solidarietà, la sua determinazione a non sacrificarsi, sono l'antitesi delle crescenti turbolenze del capitalismo. Hanno aperto un nuovo periodo di lotta di classe.
Per spiegare questi eventi storici, dall'inizio dell'anno abbiamo tenuto tre incontri pubblici in inglese.
Agli incontri hanno partecipato compagni di tutto il mondo. La discussione ha affrontato il significato storico dell'accelerazione della barbarie e della rottura del proletariato con il profondo arretramento che, con alcuni momenti eccezionali, è durato dal 1989 al 2022.
In questo articolo ci concentreremo sul significato di questa rottura.
L'analisi della CCI sulla profondità e l'impatto delle molteplici crisi ha trovato un ampio consenso. La discussione sulle lotte ha sollevato importanti domande. Come faranno le lotte a uscire dal loro isolamento reciproco? Come si trasformeranno le lotte dalla difesa all'offensiva? La CCI sta dicendo che la strada è ora aperta alla rivoluzione? In questo articolo ci occuperemo di queste domande.
L'ondata di lotte che si è verificata a partire dallo scorso giugno è stata in gran parte costituita da lotte isolate. La Gran Bretagna ne è un buon esempio. Nonostante il numero di settori diversi coinvolti, non c'è stato un vero e proprio incontro delle lotte. La divisione delle lotte non è solo tra i settori, ma anche al loro interno. Ci sono tre sindacati dei ferrovieri, ognuno dei quali organizza le proprie giornate di sciopero. Nel settore sanitario, il Royal Collage of Nurses ha addirittura diviso i propri scioperi; solo circa un terzo dei suoi membri ha scioperato contemporaneamente. La maggior parte degli operatori sanitari non è coinvolta. Questa strategia si riscontra anche in altri Paesi. Di fronte a queste divisioni, è stata sollevata una preoccupazione: "Penso che le lotte della classe operaia stiano aumentando in tutto il mondo. È un segno positivo, ma c'è un isolamento tra le lotte. Le lotte si stanno diffondendo ma c'è anche uno scenario opposto. Le lotte sono vicine ma sono isolate e questo è significativo" (M).
La dispersione delle lotte è effettivamente una grave debolezza. Il metodo marxista significa guardare al di là di ciascuna di queste particolari debolezze, collocandole nel loro contesto storico. È solo in questo quadro che si può rivelare la vera profondità storica delle lotte.
Questa esplosione di lotte ha un significato storico simile a quello degli eventi del 1968. Il Maggio 68, e l'enorme ondata di lotte che ne è seguita in molti paesi, è scoppiato dopo 50 anni di controrivoluzione che ha prevalso dopo la sconfitta dell'ondata rivoluzionaria del 1917-27. Questo periodo è stato segnato dallo schiacciamento fisico e ideologico del proletariato: il suo punto più profondo è stata la Seconda Guerra Mondiale. Le lotte di oggi arrivano dopo 30 anni di profondo arretramento storico del proletariato internazionale causato dal crollo del blocco orientale e dall'inizio di una nuova e ultima fase del declino del capitalismo: la fase della decomposizione. In questi anni il proletariato ha subito attacchi ideologici massicci. Inizialmente intorno alla "sconfitta del comunismo" e a tutte le menzogne che l'hanno accompagnata: la fine della lotta di classe, la vittoria del capitalismo, il trionfo della democrazia. Poi aggravati dalle guerre in Iraq e Afghanistan, dall'ascesa del terrorismo, dalla crescente crisi dei rifugiati.
I principali Stati capitalisti hanno accompagnato queste avventure militari alimentando il capro espiatorio e l'odio, producendo un torrente di populismo e del suo sottoprodotto, l'anti populismo. Entrambe queste ideologie cercano di dividere la classe operaia e di minare la sua consapevolezza di essere una classe attraverso la politica delle identità in competizione: nazionale, razziale, sessuale, ecc. Negli ultimi anni ci sono state le campagne ecologiche, la pandemia e ora la guerra in Ucraina. Queste offensive ideologiche hanno avuto un profondo impatto sul proletariato. La borghesia internazionale è stata inizialmente sorpresa dalla profondità e dall'estensione delle lotte del 1968. Tuttavia, ha presto sviluppato strategie contro le lotte, che sono culminate nello schiacciamento dei minatori britannici nel 1985. Questo annientamento di una delle frazioni più combattive del proletariato più antico del mondo è stato un attacco all'intera classe operaia: se non hanno potuto vincere i minatori, come possiamo farlo noi? Nel periodo successivo a questa sconfitta, le lotte si sono affievolite, nonostante gli importanti movimenti del 1986 e del 1988. La classe operaia era già in difficoltà e in una situazione di crescente perdita di fiducia nella propria capacità di lotta quando fu colpita dal terremoto storico del 1989.
La capacità del proletariato di difendere i propri interessi di classe attraverso l'impennata delle lotte dello scorso anno segna chiaramente una profonda vittoria per il proletariato: si sta liberando dalle pesanti catene dell'arretramento e del disorientamento degli ultimi decenni. Ciò è avvenuto in un momento in cui la corsa del capitalismo verso la catastrofe diventa sempre più evidente, dimostrando che il proletariato è portatore di una potenziale alternativa rivoluzionaria. Ecco perché chiamiamo questo momento una rottura: il terreno sociale è cambiato. Il proletariato non ha deciso improvvisamente di lottare. C'è stato un intero processo di esperienza e riflessione negli ultimi decenni di riflusso. La classe può aver perso fiducia in se stessa, ma è ancora una classe rivoluzionaria. Può essere stata costretta a ritirarsi, ma non è stata schiacciata fisicamente e ideologicamente in scontri di massa con lo Stato. Ha sperimentato le campagne ideologiche, ha subito attacchi senza fine ai salari, alle condizioni di lavoro e di vita. Ha anche provato a lottare: il movimento contro il CPE in Francia nel 2006, i metalmeccanici di Vigo e gli Indignados in Spagna nel 2011 ne sono i principali esempi. Ma queste lotte non sono state in grado di attenuare l'impatto delle campagne ideologiche sulla sua autostima, sulla sua consapevolezza di essere una forza sociale distinta. Negli anni 2010 le lotte hanno raggiunto i minimi storici, sotto il peso crescente del populismo e dell'anti populismo. Il proletariato, tuttavia, ha sperimentato la realtà delle menzogne dei populisti e delle "élite consolidate", soprattutto di fronte alla pandemia. Tutto questo ha portato a una riflessione diffusa che è esplosa nella lotta di fronte agli attacchi brutali causati dall'impatto della pandemia e della guerra. Lo slogan internazionale "quando è troppo è troppo" è la manifestazione di questo processo.
Un compagno ha chiesto le implicazioni di questa analisi: "Sembra che tu stia dicendo che questo è un momento cruciale della lotta di classe, alla luce della discesa nella barbarie. Alla luce delle lotte attuali, sembra che tu stia dicendo che questo ha un significato particolare, stai effettivamente dicendo che queste lotte possono svilupparsi in una nuova ondata di lotte (la terza, con la prima arrivata dopo la prima guerra mondiale e la seconda negli anni '60, sconfitta alla fine degli anni '80)? Stai dicendo che se le lotte attuali non possono svilupparsi in una terza e ultima ondata, in un'ondata rivoluzionaria, allora il capitalismo trionferà? Questo non mi è chiaro" (MH). Siamo convinti che la rottura abbia aperto un nuovo periodo nella lotta tra proletariato e borghesia. La classe dominante non deve più confrontarsi con un proletariato disorientato e passivo. Deve ora confrontarsi con un proletariato internazionale che rifiuta di sacrificarsi nell'interesse del capitale. Si tratterà di una "terza ondata"? Non lo sappiamo.
Non siamo nella stessa situazione del 1968-89; il mondo non è diviso in blocchi, il capitalismo è entrato da trent’anni nella sua fase finale, il proletariato si trova di fronte alla possibilità che la crisi ecologica possa distruggere irreversibilmente l'ambiente naturale; c'è l'accelerazione del militarismo e il pericolo di guerre che ricorrono alle armi nucleari. Prima del 1989 la lotta del proletariato poteva frenare la minaccia di una terza guerra mondiale; oggi, per quanto il proletariato sviluppi la sua lotta, il sistema capitalista continuerà il suo declino nella barbarie. Anche se il proletariato riuscisse a rovesciare il capitalismo a livello internazionale, potrebbe trovarsi di fronte a danni irreparabili all'ambiente e a un vasto cumulo di rovine create dalle guerre capitaliste.
Sappiamo però che il proletariato ha aperto il potenziale per sviluppare la sua lotta verso la creazione delle condizioni per il rovesciamento del capitalismo. La capacità del proletariato di liberarsi del peso di decenni di profondo arretramento dimostra che non ha subito una sconfitta storica paragonabile a quella subita negli anni Venti e Trenta. Lungi dall'essere vittima sottomessa dell'ideologia borghese e dall'accettare di sacrificarsi sull'altare della guerra e dell'"interesse nazionale", il proletariato sta difendendo i propri interessi. E lo fa in condizioni inedite di accelerazione della barbarie del capitalismo. Questo dimostra che è ancora una forza sociale potente. Non è vilipesa o spezzata ed è ancora in grado di attingere all'esperienza e alla riflessione degli ultimi trenta anni.
Come farà la classe a passare dalla lotta economica a quella politica?
Un altro compagno ha chiesto: "Escalation qualitativa - come passa la classe operaia dalla difesa degli interessi economici immediati alla politicizzazione – si tratta di dimensione, della risposta della classe dominante, del ruolo dei rivoluzionari?". Voglio solo porre la questione del potenziale cambiamento verso la resistenza attiva alla guerra e al capitalismo stesso, unica risposta possibile alla guerra stessa" (Intervento di Albert). Riteniamo che sia un errore opporre la lotta economica a quella politica. Si tratta di due dimensioni della stessa lotta, non di tappe che la classe deve percorrere in modo lineare e meccanico. Le lotte attuali lo dimostrano. Difendendo le proprie condizioni di lavoro e di vita, il proletariato rifiuta le campagne ideologiche della borghesia. Sta ponendo la sua lotta collettiva contro l'atomizzazione, il nichilismo, la ricerca di un capro espiatorio e l'odio che caratterizzano il capitalismo in decomposizione. Attualmente la stragrande maggioranza dei lavoratori non è consapevole di ciò che sta facendo, ma oggettivamente lo sta facendo. Questo pone le basi per un futuro riconoscimento più consapevole del contenuto rivoluzionario della lotta di classe.
Per difendere i propri interessi economici, il proletariato deve affrontare l'ultimo baluardo dello Stato capitalista, i sindacati. Questa è una delle grandi sfide politiche che la classe deve affrontare. Rompere con i sindacati significa rompere con una potente ideologia capitalista: l'idea che "i sindacati sono la classe operaia". Questo non avverrà da un giorno all'altro, ma imparando le lezioni delle ripetute sconfitte imposte dallo Stato capitalista e dai suoi sindacati. La preoccupazione del compagno è: quando il proletariato diventerà consapevole di questa natura politica ed economica della sua lotta? Le lotte attuali sono una manifestazione di questo processo. Vediamo nuove generazioni di lavoratori, che non hanno esperienza di scioperi, entrare con entusiasmo nella lotta, insieme alle vecchie generazioni di lavoratori che hanno vissuto il riflusso e le lotte del 1968-89. Nel Regno Unito abbiamo già visto i sindacati cercare di presentarsi come organizzatori dell'unità delle lotte, in risposta alla crescente rabbia della classe per l'inutilità delle lotte isolate. Nei picchetti e nelle manifestazioni nel Regno Unito non c'è polarizzazione su razza, sesso, nazionalità o voto, ma piuttosto una lotta comune. Se vogliono respingere gli attacchi, i lavoratori dovranno affrontare e superare gli ostacoli che si frappongono all'estensione e all'unificazione del movimento. Nel prossimo periodo ci saranno molte sconfitte, ma queste saranno ricche di lezioni preziose per il futuro sviluppo della lotta.
Il ruolo dell'organizzazione rivoluzionaria
C'è anche l'importante ruolo dei rivoluzionari che il compagno ha menzionato. Si tratta di una questione fondamentale. Come diciamo nella nostra Piattaforma: “Secrezione della classe, manifestazione del processo della sua presa di coscienza, i rivoluzionari non possono esistere come tali che organizzandosi e diventando fattore attivo di questo processo. Per fare ciò l’organizzazione dei rivoluzionari porta avanti, in maniera organica, le seguenti azioni:
Per svolgere questo ruolo, in risposta a questa rottura nella lotta di classe, la CCI ha pubblicato e distribuito quattro volantini internazionali a partire dal giugno 2022, ha tenuto numerose riunioni pubbliche in vari paesi, ha dedicato le pagine della sua stampa e del suo sito web al lavoro teorico di comprensione del pieno significato storico del periodo aperto da questa rottura. Come organizzazione centralizzata a livello internazionale, la CCI ha portato avanti questo intervento nel maggior numero possibile di paesi. Le nostre forze sono limitate, ma siamo determinati a svolgere il nostro ruolo, con tutte le nostre capacità. A tal fine, continueremo a tenere regolarmente riunioni pubbliche in cui discutere le questioni che riguardano il proletariato e le sue organizzazioni.
Forse abbiamo potuto affrontare solo due delle questioni sollevate durante l'incontro pubblico, ma si tratta di questioni vitali. Se non comprendiamo il profondo significato storico della capacità del proletariato di liberarsi dalle pesanti catene degli ultimi tre decenni, non possiamo comprendere appieno il potenziale del periodo che si sta aprendo. Non possiamo prevedere se il proletariato sarà in grado di sviluppare una coscienza di classe sufficiente a porre in essere il rovesciamento di questo sistema in decomposizione. Tuttavia, siamo convinti che abbia mosso i primi passi verso questo risultato. Come organizzazione comunista ci impegniamo a fare tutto il possibile per adempiere alle nostre responsabilità storiche nei confronti del proletariato nella sua lotta.
Invitiamo i lettori a partecipare alle nostre riunioni pubbliche, a scriverci, ad aiutarci a distribuire la stampa e i volantini, a prendere parte attiva alla lotta del proletariato per la sua emancipazione.
Phil
Lo scorso maggio, la CCI ha organizzato incontri pubblici in vari paesi sul tema: “Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Messico, Cina... Andare oltre il 1968”. L'obiettivo era quello di comprendere meglio il significato politico, globale e storico di queste lotte, le prospettive che esse offrono, ma anche le principali debolezze che la classe operaia dovrà superare per assumere le dimensioni economiche e politiche della sua lotta. La partecipazione attiva ai dibattiti che si sono svolti è un'illustrazione della lenta maturazione della coscienza che sta avvenendo in profondità all'interno della classe operaia mondiale, in particolare in piccole minoranze spesso appartenenti a una nuova generazione che si stanno gradualmente ricollegando all'esperienza del movimento operaio e della Sinistra comunista.
Queste riunioni sono state animate dal chiara volontà chiarire le questioni in discussione attraverso un confronto tra le diverse posizioni in campo. Infatti in risposta all'analisi difesa dalla CCI sono stati espressi accordi ma anche differenze, dubbi, domande, e persino disaccordi. Lo scopo di questo articolo è quello di darne conto per incoraggiare la continuazione del dibattito.
Nonostante la difficoltà di cogliere la complessità di una situazione segnata dal crescente caos del modo di produzione capitalistico, scandita da episodi drammatici e distruttivi come la guerra in Ucraina, con la prospettiva di uno scivolamento senza fine verso la crisi economica, i partecipanti hanno generalmente riconosciuto il fatto essenziale che, nell'ultimo anno, la classe operaia è tornata al centro della scena nella lotta contro l'insopportabile deterioramento delle sue condizioni di vita. Alcuni hanno tracciato un parallelo tra la situazione attuale e quella del Maggio ꞌ68[1]. Nel 1968, il ritorno della disoccupazione (anche se a un livello molto più basso di oggi) inaugurava la fine del periodo noto come i “Trent'anni gloriosi” e la ricomparsa della crisi aperta, un periodo di recessione, ripresa e ulteriore recessione. Oggi, l'aggravarsi brutale della crisi economica e la recrudescenza dell'inflazione sono senza dubbio la molla della mobilitazione della classe operaia. Alcuni compagni hanno sottolineato che ciò che accomuna il Maggio ꞌ68 e il periodo attuale è l'esplosione di massicce mobilitazioni della classe operaia. Un compagno in Gran Bretagna ha sottolineato che “la maggiore differenza con il '68 è la profondità dell'attuale crisi economica”.
Un altro compagno ha riconosciuto che “il Maggio ꞌ68 ha aperto una nuova fase dopo la controrivoluzione”. Infatti, dopo il fallimento dell'ondata rivoluzionaria del 1917-1923 e la coltre stalinista che seguì la sconfitta del proletariato mondiale, il Maggio ꞌ68 inaugurò il risveglio della classe operaia a livello internazionale. A Parigi, un compagno ha descritto così le condizioni soggettive della lotta operaia nel 1968 e oggi: “Il riferimento al Maggio '68 è pertinente. Quell'evento coincise con l'arrivo di una nuova generazione di lavoratori che non avevano subito, come i loro genitori, lo schiacciamento ideologico della controrivoluzione e, in particolare, la coltre di piombo dell'influenza stalinista. Oggi abbiamo bisogno di una nuova generazione che esca dall'ideologia della 'morte del comunismo'”. È importante che in Brasile i partecipanti abbiano riconosciuto, quasi come un “dato di fatto”, che stava accadendo qualcosa a livello di lotta di classe e che era il proletariato dei paesi centrali del capitalismo, in Europa occidentale, a essere all'avanguardia nella mobilitazione della lotta operaia mondiale. Rispetto alla situazione attuale, un compagno inglese ha sottolineato “l'importanza delle lotte attuali che rappresentano la possibilità di una vera e propria rinascita della lotta di classe”.
Ma questo stesso intervento, come altri del resto, in particolare in Brasile, ha espresso una preoccupazione per “le debolezze della classe operaia”, e per “le manovre della borghesia, che mantiene il controllo soprattutto con i sindacati”.
In effetti, alcuni contributi hanno teso a cercare di applicare la realtà del Maggio ꞌ68 al periodo attuale, mentre altri contrapponevano le due situazioni. In breve, tutti hanno mostrato una difficoltà a comprendere, al di là delle analogie e delle differenze tra questi due momenti storici, cosa si intenda per “rottura” nella dinamica della lotta di classe, rispettivamente nel 1968 e oggi.
Nel 1968, il risveglio della classe operaia mondiale pose fine a quarant'anni di controrivoluzione, corrispondente a una profonda sconfitta fisica e ideologica del proletariato dopo lo schiacciamento dell'ondata rivoluzionaria del 1917-23. La rottura del 2022, segnalata dalla mobilitazione del proletariato nel Regno Unito, mette in moto una classe operaia che non ha subito una sconfitta fisica paragonabile a quella che ha portato alla controrivoluzione mondiale ma che, in compenso, ha subito tutta la forza delle campagne sulla “morte del comunismo”, sulla “scomparsa della classe operaia”, ecc.
Per più di trent'anni la classe operaia mondiale, disorientata e avendo perso la propria identità di classe, si è dimostrata incapace di una mobilitazione che fosse al livello degli attacchi che stava subendo. È stato necessario questo lungo periodo di attacchi incessanti, di vasta portata e sempre più insopportabili perché la classe operaia ritornasse a mobilitarsi con un’ampiezza che non si vedeva da decenni (dal 1985 per i lavoratori del Regno Unito), in chiara rottura con la situazione che aveva prevalso dal 1989. Per trent'anni, proprio perché la classe operaia non è stata sconfitta, si è sviluppato al suo interno un processo di riflessione (la maturazione sotterranea della coscienza), che ha portato a una crescente perdita di illusioni sul futuro che il capitalismo ci riserva e poi alla certezza che la situazione non può che peggiorare. Ciò ha fatto maturare un profondo senso di rabbia che si è espresso nel grido “quando è troppo è troppo” degli scioperanti in Gran Bretagna.
Il fatto che la dinamica dei trent'anni precedenti non fosse compresa appieno, ha dato luogo nel corso della discussione a diverse interpretazioni errate. Ad esempio, un compagno di Tolosa ha parlato di una “continuità” nella lotta in questi trent'anni, segnata da vittorie e sconfitte, in particolare la mobilitazione contro il CPE (2006), contro la riforma delle pensioni di Sarkozy-Fillon (2010) e anche il movimento degli Indignados (2011). Ma proprio perché in questo periodo non c'è stata questa continuità (laddove le lotte attuali riecheggiano delle lotte passate), la classe operaia non è stata in grado di legare tra loro, nella sua memoria collettiva, le nuove e rare esperienze che stava vivendo.
Lo stesso vale per l'idea di “salto di qualità” utilizzata da alcuni compagni, in particolare in Brasile, per caratterizzare l'esplosione delle lotte in Gran Bretagna e in Francia. Questa concezione, che in generale tende a ridurre la coscienza a un semplice prodotto o riflesso della lotta immediata, sminuisce tutte le altre dimensioni del processo di presa di coscienza. L'idea di un “salto di qualità” può essere dannosa perché implica che la classe operaia abbia improvvisamente superato molte delle sue debolezze.
D'altra parte, gli interventi in Messico che hanno teso a diluire la lotta del proletariato portandola in ambiti come la difesa dell'ambiente o il femminismo sono stati giustamente criticati. In effetti l'ideologia che li sottende, favorita dalla perdita dell'identità di classe, rappresenta una chiara minaccia alla lotta autonoma del proletariato, l'unica in grado di risolvere i problemi della società attraverso il rovesciamento del capitalismo.
Sebbene i partecipanti agli incontri abbiano ammesso la realtà dell’ampiezza delle lotte attuali, va detto che in generale non sono stati in grado di tener conto della loro importanza come elemento fondamentale della rottura qualitativa. Milioni di lavoratori concentrati in pochi paesi dell'Europa occidentale che si mobilitano, nonostante il danno economico che dovranno subire, che lottano in solidarietà con i loro compagni per respingere la miseria che il capitalismo vuole imporre attraverso lo sfruttamento e la divisione, è di per sé una vittoria considerevole.
Alcuni compagni hanno criticato quella che considerano una sopravvalutazione del movimento da parte della CCI. In Gran Bretagna e in Francia, ad esempio, è stato detto:
- “Penso che la CCI stia sopravvalutando la sequenza della lotta. Non capisco il metodo di maturazione sotterranea. C'è qui un'associazione di idee, non è un (movimento) massiccio, si fa appunto riferimento a minoranze attive”.
- “È vero che alla fine delle manifestazioni c'erano discussioni, certo, ma non ci sono stati scioperi! Senza lo sciopero, il movimento si è rallentato. Il problema è che l'arma del proletariato è lo sciopero generale[2]. Nel Maggio ꞌ68 c'era uno sciopero generale, ma qui non è stato così [...]. Non voglio offuscare lo scenario, ma amplificare la profondità del movimento [come sta facendo la CCI], non sono sicuro che serva”. Nel caso in questione, ci sembra che si dimentica che quando centinaia di migliaia, se non milioni, di lavoratori in Francia sono scesi in piazza per manifestare, erano in sciopero!
In diversi luoghi (a Nantes, in Francia, in Brasile...) alcuni partecipanti hanno cercato di stemperare la realtà della rottura nella lotta di classe avanzata dalla CCI con il fatto che i sindacati non sono stati messi in discussione. Alcuni partecipanti a Nantes hanno risposto a questa obiezione con la seguente analisi: “Certo, i sindacati non sono stati messi in discussione, non c'è stata auto-organizzazione, ma il malcontento rimane molto forte e permanente, anche se non c'è una nuova lotta spettacolare. Perché bisogna vedere da dove viene la classe, essa esce da un periodo di trent'anni di difficoltà. In realtà, non c'è stata alcuna sconfitta politica. La classe sta raccogliendo le sue forze per andare più lontano”.
A questo noi aggiungiamo che in Francia (ma non solo) la borghesia ha anticipato la rabbia dei lavoratori e i sindacati hanno fatto di tutto per non essere contestati dai lavoratori. Di fronte alla necessità e alla volontà dei lavoratori in lotta di unirsi tra categorie e corporazioni, i sindacati hanno preso l'iniziativa mantenendo, dall'inizio alla fine, il più ampio fronte sindacale unito “ferocemente contrario” alla riforma delle pensioni.
Mentre alcuni interventi hanno teso a cercare “prove” e “fatti” per tentare di convincere gli altri o se stessi della realtà della “rottura”, altri compagni hanno cercato di illustrare il cambiamento della situazione attraverso la capacità dei “sindacati di lunga esperienza” (in Francia, in particolare) di “cavalcare il movimento”, di rispondere alle “aspirazioni all'unità” utilizzando “la trappola dell'intersindacale”. Nello stesso senso, questi compagni hanno messo in evidenza la complicità delle diverse frazioni della borghesia nell'isolare i vari focolai di lotta attraverso un black-out sapientemente dosato: “Perché la borghesia ha operato un black-out sugli scioperi all'estero? La borghesia conosce molto bene il suo nemico di classe. Questo è un altro segno della nostra maturità. Bisogna avere una visione globale, internazionale”. Alcuni compagni hanno giustamente sottolineato che non bisogna polarizzarsi su un elemento preso in sé stesso, ma che è necessario “vedere un insieme di indizi e saperli interpretare”, riferendosi in questo senso all'approccio di Marx, ma anche a quello di Lenin, che “aveva la capacità di percepire i cambiamenti nello stato d'animo del proletariato”.
Nel tentativo di fare chiarezza sulle cose, la CCI ha cercato sempre di andare oltre l’immediatezza, difendendo questa valida idea di un “processo di maturazione sotterranea”, di una rottura con il passato e non quella di un “salto di qualità”. Soprattutto, la CCI ha insistito per ampliare la portata delle questioni e porle con metodo, come illustrato da una delle sue presentazioni a Parigi: “Diverse interventi hanno evidenziato discussioni che non si vedevano da anni. Cosa ne facciamo di questo fatto? Come lo analizziamo? Lo inseriamo in un contesto più ampio e globale? Invece di guardare le cose al microscopio, dobbiamo fare un passo indietro e guardare attraverso un telescopio; in altre parole, adottare un approccio storico e internazionale. Siamo in un periodo in cui il capitalismo sta portando l'umanità alla rovina. La classe operaia ha il potenziale per lottare ed entrare in lotta, per essere in grado di fare una rivoluzione. A livello internazionale, negli ultimi tre decenni, abbiamo assistito a un calo delle lotte e a un declino della coscienza. La classe ha perso coscienza di sé, della propria identità. Ma l'estate scorsa in Gran Bretagna c'è stato un movimento enorme, come non se ne vedevano da quarant'anni! E’ un qualcosa di limitato alla Gran Bretagna? No, ciò dimostra che qualcosa stava cambiando profondamente su scala globale. E’ a partire da questo che abbiamo detto che qualcosa stava cambiando. Abbiamo visto la capacità di reagire all'aggravarsi della crisi economica. Abbiamo visto lotte in molti paesi. E’ in questo quadro che si inscrive la conferma della lotta contro la riforma delle pensioni in Francia. Abbiamo visto tre mesi di lotta e uno spirito combattivo. D'altra parte, iniziamo a vedere slogan e riflessioni che non si vedevano dagli anni ‘80. C'è un sentimento generale di stanchezza, un tentativo di riappropriarsi della storia. Ecco cosa c'è dietro lo slogan “tu ci porti a 64 anni, noi al Mai ꞌ68” [...]. C'è una tendenza a riappropriarsi del passato, come nel caso della rinascita dell'esperienza del CPE nel 2006, quando non se ne sentiva più parlare. Come spiegare questo? Ci sono altri aspetti minoritari su: fare la rivoluzione? Alcuni riflettono su: cosa è il comunismo? C'è uno sforzo della classe. La questione non è semplicemente: la riforma delle pensioni passa o no? Dobbiamo tirare delle lezioni. Come possiamo andare più lontano? Con quale metodo di lotta? Questa è la posta in gioco”.
Dobbiamo quindi riconoscere, come lezione fondamentale, la necessità di tener conto, per le nostre analisi, del contesto storico e internazionale: un'accelerazione della decomposizione della società capitalista, il suo distruttivo “effetto vortice”, la gravità e il pericolo della guerra, e allo stesso tempo la brutale accelerazione della crisi economica, con l'inflazione come potente stimolo alla lotta di classe. Dobbiamo anche riconoscere che lottando sul proprio terreno di classe, su scala massiva, il proletariato sta iniziando a guadagnare fiducia nella propria forza e sta per acquisire una crescente consapevolezza nel condurre la stessa lotta al di là delle corporazioni e delle frontiere.
Le lotte di oggi sono una prima vittoria: quella della lotta stessa.
WH, 26 giugno 2023
[1] Va sottolineato che la maggior parte di questi incontri si è svolta in una data simbolica, l'anniversario delle imponenti manifestazioni del 13 maggio 1968 in Francia. A questo proposito, raccomandiamo la lettura dei nostri articoli Maggio 68 e la prospettiva rivoluzionaria (1) Il movimento degli studenti nel mondo negli anni '60 [362] e Maggio 1968 e la prospettiva rivoluzionaria (II): fine della controrivoluzione, ripresa storica del proletariato mondiale [363]
[2] Per mancanza di tempo, non abbiamo potuto affrontare la questione della differenza tra "sciopero generale" e "sciopero di massa". Abbiamo però sottolineato il nostro disaccordo nell'equiparare questi due termini. Lo sciopero generale, se costituisce un'indicazione del malcontento della classe, si riferisce comunque all'organizzazione (e quindi al controllo) della lotta da parte dei sindacati. In questo senso, nelle mani dei sindacati, esso può anche costituire un mezzo per sfiancare la lotta. Allo sciopero generale, opponiamo lo sciopero di massa, come quello che si è manifestato magistralmente in Russia nel 1905, che si dota di un proprio strumento di centralizzazione della lotta e combina richieste economiche e politiche.
La tragica morte del giovane Nahel nel sobborgo parigino di Nanterre, ucciso da un poliziotto, ha scatenato una tempesta di fuoco. Immediatamente sono scoppiate rivolte in grandi e piccole città di tutta la Francia contro questa ignobile ingiustizia.
Come si può vedere dal video che è immediatamente circolato sui social network, Nahel è stato ucciso a sangue freddo a bruciapelo per un semplice rifiuto di obbedire. Questo omicidio segue una lunga lista di persone uccise e ferite dalla polizia, per lo più impunemente.
La proliferazione dei controlli a campione, la discriminazione spudorata e le molestie sistematiche nei confronti dei giovani il cui colore della pelle è un po' troppo “scuro” sono numerose. Un'intera fascia di popolazione, spesso povera e talvolta emarginata, non può più tollerare il costante razzismo di cui è vittima, il comportamento arrogante e umiliante di molti poliziotti o i discorsi d'odio che subisce mattina e sera in televisione e su Internet. L'ignobile comunicato stampa del sindacato Alliance, che si dichiara “in guerra” contro “parassiti” e “orde selvagge”, illustra questa insopportabile realtà.
Ma le ripugnanti sfumature xenofobe di molti poliziotti permettono anche a tutti i difensori della “democrazia” e dello “Stato di diritto” di mascherare a buon mercato il terrore e la violenza sempre più evidenti che lo Stato borghese e la sua polizia esercitano sulla società. L'omicidio di Nahel testimonia il crescente potere della violenza di Stato, una volontà poco velata di terrorizzare e reprimere di fronte all'inesorabile crisi del capitalismo, alle inevitabili reazioni della classe operaia e ai rischi di esplosione sociale (rivolte, saccheggi, ecc.) che continueranno a moltiplicarsi in futuro.
Se questa violenza è incarnata in modo ordinario dalla sottomissione degli sfruttati nei loro luoghi di lavoro, dalle continue umiliazioni e violenze sociali inflitte ai disoccupati e a tutte le vittime del capitalismo, essa si esprime anche nel comportamento sempre più violento di una parte significativa della polizia, della magistratura e di tutto l'arsenale repressivo dello Stato, sia quotidianamente nei “quartieri” che contro i movimenti sociali.
In seguito alla legge del 2017, che ha allargato le condizioni in cui la polizia può sparare, il numero di omicidi è semplicemente quintuplicato. Da quando questa legge è stata adottata da un governo di sinistra, quello di Hollande, la polizia ha il grilletto facile! Allo stesso tempo, la repressione dei movimenti sociali è aumentata costantemente negli ultimi anni, come dimostra il movimento dei gilet gialli con una moltitudine di persone accecate, mutilate e ferite. Più recentemente la lotta contro la riforma delle pensioni ha visto un terribile scatenamento della polizia, simboleggiato dai numerosi attacchi del BRAV-M (una brigata mobile composta da coppie di motociclisti, operante a Parigi durante le manifestazioni). Anche gli oppositori del mega-bacino di Sainte-Soline e gli immigrati clandestini espulsi da Mayotte sono stati oggetto di una repressione estremamente violenta. L'ONU ha persino condannato “la mancanza di moderazione nell'uso della forza” ma anche la “retorica criminalizzante” dello Stato francese. E a ragione! La Francia ha uno degli arsenali di polizia più estesi e pericolosi d'Europa. L'uso crescente di granate a razzo, lacrimogeni, carri armati antisommossa, ecc. tende a trasformare i movimenti sociali in veri e propri scenari di guerra, contro persone che le autorità non esitano più a etichettare spudoratamente come “criminali” o “terroristi”. I recenti disordini sono stati ancora una volta l'occasione per la borghesia di esercitare una feroce repressione, inviando 45.000 poliziotti, le orze speciali BRI e RAID, gendarmeria blindata, droni di sorveglianza, carri armati antisommossa, cannoni ad acqua, elicotteri... Nel 2005, i disordini nelle periferie sono durati tre settimane perché la borghesia ha cercato di calmare le acque evitando altri morti. Oggi la borghesia deve imporsi immediatamente con la forza e impedire che la situazione sfugga di mano. Di fronte a rivolte molto più violente e diffuse rispetto al 2005, colpisce con una forza decuplicata.
Più la situazione si deteriora, più lo Stato, in Francia come in tutto il mondo, è costretto a reagire con la forza e con una profusione di mezzi repressivi. Ma il ricorso alla violenza fisica e giuridica[1] accentua paradossalmente il disordine e la barbarie che la borghesia cerca di contenere. Sguinzagliando per anni i suoi cani contro le fasce più svantaggiate della popolazione e portando la retorica odiosa e razzista ai più alti livelli di governo e nei media, la borghesia ha creato le condizioni per un'enorme esplosione di rabbia e violenza cieca. E’ certo che la brutale repressione delle rivolte che hanno scosso la Francia negli ultimi giorni porterà in futuro a altre violenze e altro caos. Il governo di Macron ha semplicemente messo un coperchio su un fuoco che continuerà a divampare.
L'omicidio di Nahel è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un'enorme ondata di rabbia è esplosa simultaneamente in tutta la Francia, in Belgio e in Svizzera. Scontri violenti con la polizia sono scoppiati ovunque, soprattutto nei grandi centri urbani di Parigi, Lione e Marsiglia. Ovunque, edifici pubblici, negozi, arredi urbani, autobus, tram e molti veicoli sono stati distrutti da rivoltosi incontrollabili, alcuni dei quali avevano anche 13 o 14 anni. Gli incendi hanno devastato centri commerciali, municipi e stazioni di polizia, oltre a scuole, palestre e biblioteche. I saccheggi sono aumentati rapidamente nei negozi e nei supermercati, a volte per i vestiti, a volte per il cibo.
Queste rivolte hanno espresso un vero e proprio odio per il comportamento dei poliziotti, la loro costante violenza, alle umiliazioni, al senso di ingiustizia e all’impunità. Ma come si può spiegare la portata di queste violenze e l'estensione del caos, quando proprio il governo ha inizialmente fatto leva sull'indignazione dopo l'omicidio di Nahel e ha promesso pene esemplari?
La tragica morte di un adolescente è stata la causa scatenante di queste rivolte, una scintilla, ma è stata l'aggravarsi della crisi del capitalismo e tutte le sue conseguenze per le popolazioni più precarie e rifiutate la vera causa e il carburante della rivolta, la fonte di un malessere profondo che alla fine è esploso. Contrariamente alle dichiarazioni da bar di Macron e della sua cricca, che danno la colpa ai “videogiochi che hanno intossicato” i giovani, o ai genitori che dovrebbero dare ai figli “due ceffoni”, i giovani delle periferie, già vittime di discriminazioni croniche, sono stati colpiti duramente dalla crisi, dalla crescente emarginazione, dall'impoverimento estremo, dal doversela cavare da soli, che li porta talvolta a ricorrere a traffici di ogni tipo. Insomma, abbandono e mancanza di prospettive. Ma lungi dall'essere il risultato di una violenza organizzata e mirata, le rivolte sono state un'esplosione della rabbia cieca di giovani senza bussola, che agiscono per disperazione e senza prospettiva. Le prime rivolte di periferia sono apparse in Francia all'inizio della fase di decadenza del capitalismo: da quelle del 1979 a Vaux-en-velin, vicino a Lione, a quelle attuali. Come abbiamo sottolineato in passato, ciò che accomuna tutte le rivolte è il fatto di essere “espressione della disperazione e dell'assenza di futuro che essa genera, e che si manifesta attraverso il loro carattere totalmente assurdo. È il caso delle rivolte nelle periferie francesi del novembre 2005 [...]. Il fatto che siano state le loro stesse famiglie, i vicini o gli amici più stretti le principali vittime delle razzie rivela il carattere totalmente cieco, disperato e suicida di questo tipo di rivolta. Infatti, sono state incendiate le auto dei lavoratori che vivevano in questi quartieri, sono state distrutte le scuole o le palestre utilizzate dai loro fratelli, sorelle o figli dei vicini. Ed è proprio per l'assurdità di queste rivolte che la borghesia ha potuto utilizzarle e rivoltarle contro la classe operaia”[2].
A differenza del 2005, quando le rivolte erano relativamente circoscritte alle periferie, come Clichy-sous-bois, i disordini dell'inizio dell'estate 2023 stanno interessando i centri urbani, il cuore delle città finora protetti e persino le piccole città di provincia prima risparmiate, come Amboise, Pithivier e Bourges, che sono state oggetto di atti vandalici. L'esacerbazione delle tensioni e la profonda disperazione che anima le persone coinvolte non hanno fatto altro che aumentare e amplificare il fenomeno.
Contrariamente a quanto sostengono i partiti della sinistra del capitale, guidati dai trotzkisti dell'Anp e dagli anarchici, le rivolte non sono un terreno favorevole alla lotta di classe, né una sua espressione, ma al contrario un vero e proprio pericolo. In effetti la borghesia può tanto più strumentalizzare l'immagine di caos trasmessa dalle rivolte quanto più queste fanno sempre dei proletari le vittime collaterali:
- per i danni e dalle distruzioni provocate, che penalizzano i giovani stessi e i loro quartieri;
- per la stigmatizzazione della gente delle periferie come “selvaggi” responsabili di tutti i mali della società;
- per la repressione, che ha trovato un'occasione d'oro per intensificare la lotta contro tutti i movimenti sociali e in particolare contro le lotte dei lavoratori.
Le rivolte sono quindi un'opportunità per la borghesia di scatenare tutta una serie di propagande per separare ulteriormente la classe operaia dai giovani delle periferie in rivolta. Come nel 2005, “la loro mediatizzazione ad oltranza ha permesso alla classe dominante di spingere il maggior numero possibile di lavoratori dei quartieri popolari a vedere i giovani rivoltosi non come vittime del capitalismo in crisi, ma come 'teppisti'. Questo non poteva che minare qualsiasi reazione di solidarietà da parte della classe operaia nei confronti di questi giovani”[3].
È facile per la borghesia e i media manipolare gli eventi confondendo le rivolte con la lotta dei lavoratori, la violenza indiscriminata e gratuita e gli sterili scontri con la polizia con la lotta di classe consapevole e organizzata. Criminalizzando gli uni, si può scatenare sempre più violenza contro gli altri!
Non è un caso che, durante il movimento contro la riforma delle pensioni, le immagini trasmesse in continuazione dalle televisioni di tutto il mondo sono state scene di scontri con la polizia, violenze e incendi di cassonetti. Si è voluto tracciare una linea di identità tra queste due espressioni di lotta sociale, di natura radicalmente diversa, nel tentativo di dare un'immagine di continuità e di pericoloso disordine. L'obiettivo era cancellare e impedire ai lavoratori di imparare le lezioni delle proprie lotte e di sabotare il processo di riflessione sulla questione dell'identità di classe. I disordini in Francia sono stati l'occasione perfetta per rafforzare questa confusione.
La classe operaia ha i suoi metodi di lotta che sono radicalmente opposti ai moti e alle semplici rivolte urbane. La lotta di classe non ha assolutamente nulla a che vedere con la distruzione e la violenza indiscriminate, gli incendi dolosi, le vendette e i saccheggi che non offrono alcuna prospettiva e nessun domani.
Anche se possono coordinarsi attraverso le reti sociali, il loro approccio come rivoltosi è immediato e puramente individuale guidato dall'istinto dei movimenti di folla, senza altro scopo che la vendetta e la distruzione. La lotta della classe operaia è l'antitesi di queste pratiche. Una classe le cui lotte immediate si inscrivono, al contrario, in una tradizione, in un progetto cosciente e organizzato per rovesciare la società capitalista su scala globale. In questo senso, la classe operaia deve stare attenta a non lasciarsi trascinare nel terreno paludoso delle rivolte, sulla china della violenza cieca e gratuita, e ancor meno in sterili scontri con le forze dell'ordine, che servono solo a giustificare la repressione.
A differenza delle sommosse, che rafforzano il braccio armato dello Stato, le lotte dei lavoratori, quando sono unitarie e in ascesa, permettono di far regredire la repressione. Nel maggio 1968, ad esempio, di fronte alla repressione studentesca, i movimenti di massa e l'unità dei lavoratori permisero di limitare e di far regredire la violenza dei poliziotti. Allo stesso modo, quando nel 1980 i lavoratori polacchi si mobilitarono in tutto il paese in meno di 48 ore, la loro unità e auto-organizzazione li protesse dall'estrema brutalità dello Stato "socialista". Solo quando hanno messo la loro lotta nelle mani del sindacato Solidarnosc, quando quest'ultimo ha ripreso il controllo della lotta, quando i lavoratori sono stati quindi divisi e privati della guida della lotta, la repressione si è scatenata selvaggiamente.
La classe operaia deve rimanere prudente e sorda al pericolo rappresentato dalla violenza indiscriminata, in modo da opporre la propria violenza di classe, l'unica che può portare al futuro.
WH, 3 luglio 2023
[1] Oltre alla repressione della polizia, le migliaia di giovani arrestati hanno subito processi sommari e condanne molto pesanti.
[2] Quelle différence entre les émeutes de la faim et les émeutes des banlieues ? [364] Révolution internationale n°394 (ottobre 2008).
[3] Idem
La Corrente Comunista Internazionale organizza un incontro online martedì 12 settembre dalle ore 17.00.
Questa riunione sarà a tema aperto, nel senso che non ci sarà una presentazione preliminare da parte nostra ma la discussione si svilupperà dalle questioni che ognuno di voi potrà porre all’insieme dei partecipanti. Questi incontri sono aperti a tutti coloro che desiderano incontrarsi e discutere con la CCI. Invitiamo caldamente tutti i nostri lettori e sostenitori a venire a discutere le questioni in gioco e a confrontare i punti di vista. Tutti i compagni sono invitati a inviare, assieme alla loro adesione, anche le questioni che chiedono di discutere, sviluppando eventualmente le idee che si sono fatti su di esse in modo da permetterci di organizzare al meglio il dibattito
Coloro che vorranno partecipare dovranno inviare un messaggio a: [email protected] [124] o alla sezione Contatti del nostro sito per poter ricevere istruzioni sulle modalità tecniche per partecipare alla riunione.
I dettagli tecnici su come collegarsi alla riunione saranno comunicati solo a coloro che avranno preso contatto con l'organizzazione.
In attesa di poterci sentire quanto prima inviamo a tutti saluti fraterni
CCI
Il nostro compagno Antonio ci ha lasciato questa primavera, alla vigilia del 25° Congresso internazionale della CCI. Antonio era uno dei vecchi militanti fondatori di Révolution Internationale (RI, sezione della CCI in Francia) ancora presenti nell’organizzazione. Il congresso gli ha tributato un primo omaggio, sottolineando in particolare “il suo coraggio e la sua modestia”, caratteristica tanto della sua vita personale che di militante.
L’influenza del Maggio ’68 e della Sinistra Comunista
Nel 1965, come altri studenti dell’università di Madrid incuriositi dallo sviluppo delle lotte operaie nelle Asturie, Antonio inizia ad impegnarsi in politica in un contesto in cui il punto di vista classista doveva costruirsi un cammino in mezzo alla confusione dominante dei canti delle sirene della “opposizione democratica” al regime. Antonio diffidava del PCE (Partito Comunista Spagnolo) a causa del suo stalinismo, ma dovette anche imparare a diffidare dei discorsi della miriade di gruppi trotskysti e maoisti apparsi all’epoca che, per quanto apparentemente più aperti e a “sinistra” del PCE, non costituivano nient’altro che una versione più radicale della sinistra del capitale ed altrettanto controrivoluzionaria. Questo interesse del compagno per le posizioni rivoluzionarie fu all’origine della sua emigrazione in Francia, dove arrivò, nella città di Tolosa, nel 1967.
Antonio aveva allora degli interessi culturali – in quest’epoca faceva teatro in lingua spagnola – che nei fatti non abbandonò mai in seguito, anche se questi interessi dovettero spesso scontrarsi con gli impegni familiari o politici. Nell’atmosfera di effervescenza politica di riflessione e discussione di prima del maggio ’68, e soprattutto durante questo, egli trovò una risposta alle questioni che si poneva. In questo contesto seppe situarsi immediatamente in una vera prospettiva internazionalista, interessato dall’esperienza storica del proletariato evitando la trappola della chiusura in un approccio “da immigrato”, e della fissazione sulla situazione e la storia del paese di origine.
Come lui stesso raccontava, la prima discussione in Francia che lo ha aiutato a rompere con l’atmosfera gauchiste di Madrid è stata quella avuta con alcuni dei membri fondatori di Révolution Internationale sulla natura imperialista della guerra in Vietnam, sulla necessità della difesa dell’internazionalismo proletario e della solidarietà operaia, e questo in opposizione all’idea di “guerra rivoluzionaria” difesa dai trotskysti e dai maoisti.
Antonio avrebbe incontrato in seguito Marc Chirik (MC) durante una riunione nel 1968 con gli altri membri fondatori di Révolution Internationale et dei “militanti” situazionisti. Rispetto a questi ultimi MC difese la natura proletaria della rivoluzione russa del 1917, la realtà della classe operaia come soggetto rivoluzionario della storia e la necessità di un’organizzazione rivoluzionaria. Nello stesso anno partecipò anche alla riunione in cui fu approvata la prima piattaforma di Révolution Internationale, basata sui principi politici di Internationalisme che MC aveva ereditato dalla Sinistra Comunista di Francia e trasmessi a sua volta ai giovani militanti.[1]
Antonio ritorna in Francia nel 1969, nel momento in cui il nucleo iniziale di Révolution Internationale vede le sue forze ridursi a causa di alcune dimissioni, ma anche perché una maggioranza di militanti di Tolosa si era trasferito nella capitale.
Dietro un apparente atteggiamento che poteva sembrare esitante, una profonda implicazione militante animava Antonio…
Anche se successivamente avrebbe dichiarato, parlando del 1968, “io non ero un militante”, Antonio riprende pienamente l’attività in Révolution Internationale nel 1970, nel 1972 partecipa al raggruppamento con il gruppo Cahiers du Communisme des conseils di Marsiglia e quello di Clermond Ferrand, da cui uscirà la seconda piattaforma di RI come gruppo politico con un radicamento territoriale e alla ricerca di contatti internazionali. Nel 1975 partecipa al primo Congresso della CCI di cui resterà militante fino alla fine della sua vita. Nel momento in cui il movimento di lotta di classe in Spagna raggiunge il suo apogeo e lo Stato accelera la sua politica di “transizione democratica” la pubblicazione “Accion Proletaria” (AP) non può essere più assicurata. Per fare fronte al problema, la CCI decide al suo primo congresso internazionale di mantenere la pubblicazione regolare di AP, producendo il giornale in Francia e introducendolo clandestinamente in Spagna. La sua collaborazione a questa pubblicazione è allora particolarmente apprezzata per la capacità del compagno di analizzare con cura le manovre democratiche della “transizione” in Spagna e di denunciarle con profondità. Per la sua capacità di parlare due lingue – era professore di spagnolo in Francia – si impegnò anche, a partire dal 1975, nella produzione della Rivista Internazionale in spagnolo. Il compagno ha sempre concepito il compimento delle sue responsabilità in una prospettiva internazionale e storica.
Per organizzare e sistematizzare l’intervento e la ricerca di contatti nello spazio di lingua spagnola, la CCI prende l’iniziativa di nominare una Commissione di lingua spagnola (CLE) di cui faceva parte Antonio. Per questo motivo Antonio partecipava regolarmente ai viaggi in Spagna e alle discussioni con i contatti, apportando la sua convinzione e la sua padronanza delle posizioni della CCI. I compagni che hanno viaggiato con lui hanno potuto apprezzare la sua grandissima simpatia, la sua conoscenza enciclopedica ma anche e soprattutto il suo humour, Ci torneremo!
Antonio ha partecipato a praticamente tutti i congressi internazionali della CCI, facendo parte di equipe di traduzione simultanea notevolmente efficaci – a tal punto che un gruppo di scienziati inviati ad una seduta di un congresso fu impressionato dalla qualità del lavoro. Restando anche sorpresi dai commenti di Antonio durante le pause, destinate a chiarire a dei compagni delle delegazioni spagnola, messicana o venezuelana parti di interventi non capite, … ma furono anche sorpresi dall’utilizzazione del microfono da parte di Antonio per fare delle battute.
Una lealtà incrollabile all’organizzazione e alla causa, nelle circostanze più varie
Nei momenti difficili della lotta dell’organizzazione contro lo spirito di circolo e per lo spirito di partito, Antonio ha sempre scelto la difesa dell’organizzazione. Anche se dotato di una predisposizione naturale a creare legami affinitari con dei compagni, Antonio non si è mai lasciato prendere ciecamente dalla “difesa dei suoi amici” contro i principi organizzativi della CCI. E quando qualcuno di essi ha lasciato l’organizzazione con dei risentimenti verso di essa, Antonio ha mantenuto la sua lealtà verso la CCI anche se questo poteva significare un allontanamento dai suoi vecchi amici.
Le “Antoniate” di Antonio
Pur riconoscendo alcuni suoi errori o negligenze, mancanze puntuali di attenzione o di implicazione, il compagno le inseriva spesso nella categoria delle sue “Antoniate”. Nei fatti si trattava di una categoria sufficientemente larga per includere sketch in cui il compagno faceva il "clown" per il divertimento di tutti noi.
Così, spesso, in occasione di incontri durante qualche festa, come per esempio il primo dell’anno, il nostro compagno sapeva mettere in scena il suo buon umore, il suo humour, mai caustico ma spesso pungente, sottile e amichevole rispetto ai suoi compagni. In effetti al suo repertorio appartenevano per lo più sketch improvvisati aventi per soggetto degli amici o dei compagni dell’organizzazione. Al servizio della sua “arte” Antonio sapeva utilizzare delle sottigliezze e le trappole delle lingue spagnola e francese, e talvolta anche dell’occitano. Si potevano passare delle ore in incontri conviviali tra compagni e condividere il suo buon umore.
Ma una « Antoniata » poteva anche manifestarsi in situazioni del tutto differenti e che non avevano niente di festaiolo, manifestando una particolare audacia da parte del nostro compagno
Per esempio, negli anni ’80 durante una diffusione di un volantino ai magazzini del porto di Marsiglia – roccaforte dei guardiani dell’ordine capitalista appartenenti alla CGT – una squadra di diffusione della CCI si trovò rapidamente alle prese con una pattuglia di “omoni” della CGT che volevano farci sloggiare. In tali casi l’obbiettivo è cercare di temporeggiare il più possibile per poter distribuire il maggior numero di volantini, cosa per niente facile in caso di entrata per piccoli gruppi. E Antonio, tra le risate di tutti, se ne esce a dire: “ah, ma io non posso rinunciare, io sono investito di un mandato che io sono tenuto a rispettare. Devo per forza completare questa diffusione!”
L'effetto di disorientamento che questa uscita di Antonio produsse nei ranghi della squadra sindacale ci permise di guadagnare preziosi minuti di diffusione, al termine dei quali il flusso di portuali che entravano a lavorare ci mise al riparo dalle intimidazioni.
Comunque la sua vita militante non era fatta solo di “Antoniate”, come lo testimoniano la sua implicazione regolare nella vita dell’organizzazione o ancora il fatto che lo stesso Antonio si ritrovò al centro di un episodio di difesa di una manifestazione contro i tentativi di intervento – messi in scacco – da parte dei poliziotti per fermare un giovane che si era reso responsabile di una scritta su un muro.[2]
Nella sua vita professionale certe “Antoniate” sono un vero condensato di humour, come riportato da un suo collega di facoltà venuto alle sue esequie e che ha anche sottolineato come Antonio rispettava i suoi studenti: un giorno in cui gli studenti sembravano non seguire la sua lezione, e discutevano fra di loro alle porte dell’aula, Antonio non fece nessun commento particolare, e si interruppe. Gli studenti, sorpresi, arrestarono il loro chiacchiericcio chiedendosi cosa stava succedendo. Allora Antonio riprese la parola per dire: “Oggi ho l’impressione di essere in un bar in Spagna. Nei bar spagnoli la televisione è accesa in permanenza, ma nessuno la guarda o la ascolta. Ma se una persona prova a spegnerla c’è sempre qualcuno che si mette a dire: chi ha spento la televisione? Oggi sono io la televisione del bar.” Lezione di tatto e pedagogia!
Antonio, un padre e un compagno amabile, impegnato contro le avversità
Antonio ha avuto una prima figlia che ha sempre sostenuto il suo militantismo e mantenuto una simpatia politica verso la CCI. Il suo secondo figlio soffre dalla nascita di un handicap fisico e intellettivo importante. Per poter comunicare con lui, Antonio ha imparato la lingua dei segni ed è sempre stato attento che l’handicap del figlio non lo allontanasse da tutto e da tutti. E tutti insieme i componenti della famiglia ci sono riusciti! Tra l’altro, al prezzo di un impegno instancabile di Antonio. L’implicazione del nostro compagno verso la sua famiglia è dovuta aumentare quando la sua compagna si è gravemente ammalata. Per anni hanno lottato fianco a fianco contro un cancro fino a che lei ha ceduto, consumata da questa battaglia.
La tensione fra le responsabilità personali di Antonio e le sue responsabilità militanti è stata spinta al massimo in diverse occasioni. Come detto da lui stesso, Antonio è stato parecchie volte sul punto di abbandonare la lotta politica, ma, alla fine, ha mantenuto la sua lealtà verso sé stesso, la sua famiglia e l’organizzazione, orientando la sua vita e la cura della sua famiglia a partire da quella che era la sua passione e la sua convinzione: il militantismo comunista.
Vogliamo aggiungere che la vita di questo compagno, che è riuscito a mantenere il suo militantismo per più di mezzo secolo (dal 1968 al 2023) contro ogni sorta di pressioni, costituisce un esempio di quello che noi dobbiamo trasmettere alla nuova generazione di militanti.
Benchè sia stato costretto, per lunghi periodi, a ridurre il suo impegno militante, Antonio ha potuto ritrovare in questi ultimi anni la fiamma di questa passione partecipando a riunioni comuni con compagni di AP (sezione della CCI in Spagna), RI (sezione della CCI in Francia) e di Rivoluzione Internazionale, assumendo ruoli di responsabilità organizzativa.
Un altro paradosso del nostro compagno, ovvero un’espressione della sua grande modestia o mancanza di fiducia in sé stesso: in diverse occasioni egli ha dichiarato a dei compagni che aveva difficoltà a interiorizzare il significato della nostra concezione che dice “mettere la militanza al centro della nostra vita”. Eppure è proprio quello che lui è riuscito a fare per tutta la sua vita!
L’ultima “Antoniata” di Antonio
Poco tempo dopo la morte della sua compagna, Antonio aveva avuto un attacco cardiaco che aveva affrontato da solo andando al pronto soccorso in piena notte. Il giorno dopo ne era uscito con delle arterie sbloccate ma comunque problematiche. E nei fatti Antonio ha avuto altri problemi cardiaci, curati e non ritenuti critici, ma che probabilmente sono all’origine del suo decesso, avvenuto poco tempo dopo. Quando noi insistevamo con lui perché ci informasse più regolarmente del suo stato di salute ci rispondeva che, nel suo paese natale, certe persone per dire “vi terrò al corrente” si sbagliavano e dicevano “vi terrò alla larga”. Una nuova Antoniata! L’ultima.
Anche se il compagno aveva la preoccupazione di non “disturbare” gli altri, era tuttavia perfettamente cosciente – e ne aveva già dato prova – della necessità sociale e politica di fare appello, ogni volta che fosse necessario, all’organizzazione e ai suoi militanti. Nei fatti, nella realtà ci teneva regolarmente informato sulla sua salute.
Ciononostante siamo stati tutti sorpresi della sua mancanza improvvisa. Addio compagno e amico.
Viceversa non siamo stati sorpresi dalla numerosa partecipazione al suo funerale, in particolare di vecchi suoi colleghi che ci hanno dato delle testimonianze toccanti, ma di cui non ci siamo sorpresi, relative in particolare al grande rispetto che Antonio aveva per i suoi studenti.
La CCI organizzerà nei prossimi mesi un omaggio politico al nostro compagno Antonio. I compagni che volessero parteciparvi devono scrivere alla CCI, e noi comunicheremo loro la data e il luogo.
CCI (08/08/2023)
[1] Sulla GCF vedere La Gauche Communiste de France | Courant Communiste International (internationalism.org) [365]
[2] Per maggiori dettagli su questo episodio si può leggere l’articolo Solidarité avec les lycéens en lutte contre la répression policière (témoignage d'un lecteur) [366]
Due anni fa, abbiamo scritto un articolo in cui denunciavamo il sostegno fornito dal GISC (ex FICCI) al tentativo di usurpazione della sinistra comunista da parte di un avventuriero chiamato Gaizka[3], di cui abbiamo mostrato la traiettoria. Da allora, il GISC ha continuato a moltiplicare i suoi attacchi alla CCI con l'unico obiettivo di screditare la nostra organizzazione e creare sfiducia nei suoi confronti.
Per questo abbiamo deciso di pubblicare una serie di articoli in un “dossier” che contiene le nostre diverse risposte agli attacchi calunniosi del GISC su, in ordine sparso: - il concetto di parassitismo politico, che appartiene al patrimonio del movimento operaio; - la nostra denuncia dell'avventurismo politico cui il GISC apporta il proprio sostegno; - la coerenza rivoluzionaria della nostra piattaforma; - la nostra analisi della fase attuale della decadenza del capitalismo, quella della sua decomposizione; il nostro intervento nella situazione mondiale sia di fronte alla guerra che rispetto alla lotta di classe; - e ancora la nostra posizione nei confronti del movimento anarchico sul tema dell'internazionalismo e del suo tradimento. Queste questioni sono affrontate nei seguenti articoli:
Questa serie di denunce dell'operato del GISC si rendeva necessaria per reagire alle calunnie e alle falsificazioni della realtà di cui la CCI è bersaglio da parte di questo gruppo parassitario. Avremmo ovviamente preferito dedicare le nostre forze ad altre attività più consone alla situazione mondiale, ma ci troviamo di fronte a una situazione paragonabile a quella del Consiglio Generale della I Internazionale (AIT), che all'epoca si trovò di fronte a un nemico interno costituito dall'Alleanza di Bakunin. Oggi un simile "nemico interno", il GISC, dilaga all'interno della sinistra comunista.
[1] NWBCW, acronimo inglese dello slogan No alla guerra se non guerra di classe. Leggere a tale riguardo il nostro articolo NWBCW: un comitato che trascina i partecipanti in un vicolo cieco [351].
[2] Nell’articolo Impasse et contradictions du CCI face au "parasitisme", à la TCI et au GIGC [370].
[3] Leggere L'avventuriero Gaizka ha i difensori che si merita: le canaglie del GIGC [172], (febbraio 2021)
Il marxismo e la storia della Prima Internazionale sottolineano il concetto di parassitismo per caratterizzare comportamenti distruttivi - all'interno delle organizzazioni politiche del proletariato - totalmente estranei ai metodi della classe operaia.
A. Il parassitismo politico non è affatto “un'invenzione della CCI”, il marxismo lo ha combattuto nell’AIT
Come mettiamo in evidenza nelle nostre tesi sul parassitismo[1] - a cui riferiamo molte delle considerazioni successive- il parassitismo è sorto storicamente in risposta alla fondazione della Prima Internazionale, che Engels ha descritto come “il mezzo per dissolvere e assorbire gradualmente tutte le diverse piccole sette”. (Engels, Lettera a Florence Kelly Vischnevetsky, 3 febbraio 1886). L’AIT era infatti uno strumento che obbligava le diverse componenti del movimento operaio a impegnarsi in un processo collettivo e pubblico di chiarimento, e ad adeguarsi a una disciplina organizzativa unitaria, impersonale, proletaria. Infatti, “imparata la lezione delle rivoluzioni del 1848, il proletariato non accettava più di essere guidato dall’ala radicale della borghesia e lottava ormai per stabilire una propria autonomia di classe. Ma ciò esigeva che nelle proprie file il proletariato superasse le concezioni e le teorie organizzative della piccola borghesia, della componente bohémien e degli elementi declassati che vi rimanevano ed esercitavano ancora un’influenza importante”[2].
Tuttavia, l’avanzata della lotta del proletariato necessitava di questo processo di dissoluzione e di assorbimento su scala internazionale di tutte le particolarità e le autonomie programmatiche e organizzative non proletarie.
Fu inizialmente nella resistenza a questo movimento che il parassitismo dichiarò la sua guerra al movimento rivoluzionario. Fu l’AIT la prima a confrontarsi con questa minaccia contro il movimento proletario, che la identificò e la combatté. Fu lei, a partire da Marx ed Engels, a definire parassiti quegli elementi politicizzati che, pur pretendendo di aderire al programma e alle organizzazioni del proletariato, concentrano i loro sforzi nella lotta, non contro la classe dirigente, ma contro le organizzazioni della classe rivoluzionaria. La base della loro attività è, infatti, denigrare e manovrare contro il campo comunista, pur affermando di appartenere ad esso e di servirlo. Così è riassunta questa frase del rapporto sull’Alleanza[3] al Congresso dell’Aia scritta da Engels: «Per la prima volta nella storia della lotta di classe, ci troviamo di fronte a una cospirazione segreta nel cuore della classe operaia, destinata a sabotare non il sistema di sfruttamento esistente, ma l’Associazione stessa che rappresenta il più acerrimo nemico di questo sistema». Quanto al rimedio consigliato, esso è senza ambiguità: «È giunto il momento, una volta per tutte, di porre fine alle lotte interne provocate quotidianamente nella nostra Associazione dalla presenza di questo corpo parassitario». (Engels, “Il Consiglio Generale a tutti i membri dell'Internazionale”, monito contro l’Alleanza di Bakunin[4])
B. La rinascita del parassitismo dagli anni ‘80
Come è avvenuto con l’Alleanza nell’AIT, è solo quando il movimento operaio passa da uno stadio di immaturità di base a un livello qualitativamente superiore, specificamente comunista, che il parassitismo diventa il suo principale oppositore. Nel periodo attuale, questa immaturità non è il prodotto dell’immaturità del movimento operaio nel suo insieme, come ai tempi dell’AIT, ma soprattutto il risultato dei cinquant’anni di controrivoluzione che seguirono alla sconfitta dell’ondata rivoluzionaria del 1917-23. Oggi, è questa rottura nella continuità organica con le tradizioni delle passate generazioni di rivoluzionari che spiega, soprattutto, il peso di concezioni e comportamenti antiorganizzativi piccolo-borghesi tra molti elementi che si dichiarano marxisti e della Sinistra Comunista.
Il parassitismo influenza elementi in cerca di posizioni di classe che trovano difficile distinguere tra autentiche organizzazioni rivoluzionarie e correnti parassite. È così che si spiega che, a partire dagli anni ‘90 e soprattutto dagli anni 2000, l’azione del parassitismo è aumentata, diventando sempre più distruttiva. Attualmente ci troviamo di fronte a molteplici raggruppamenti informali, che spesso agiscono nell’ombra, affermando di appartenere al campo della Sinistra Comunista, ma che dedicano le loro energie a combattere le Organizzazioni Marxiste esistenti piuttosto che lo Stato borghese. Come ai tempi di Marx ed Engels, questa ondata parassita reazionaria svolge una funzione di sabotare lo sviluppo del dibattito aperto e della chiarificazione proletaria, e di impedire l’istituzione di regole di condotta vincolanti per tutti i membri del campo proletario.
È stata significativamente alimentata da tutte le rotture che hanno avuto luogo nella storia della CCI. Né motivate, né giustificate da differenze politiche, queste sono state le conseguenze di comportamenti organizzativi non marxisti, non proletari, come quelli di Bakunin nell’AIT e dei menscevichi nel POSDR nel 1903, che esprimevano resistenza alla disciplina organizzativa e ai principi collettivi.
Di fronte alla classe operaia e all’ambiente politico proletario, la CCI non ha mai nascosto le difficoltà che ha incontrato. Così, nei primi anni Ottanta, essa si esprimeva in questi termini: “la messa in evidenza da parte delle Organizzazioni Rivoluzionarie dei loro problemi e discussioni interne costituisce una scelta per tutti i tentativi di denigrazione di cui sono oggetto da parte dei loro avversari. Questo è anche e particolarmente il caso della CCI. Certo, non è nella stampa borghese che si trovano manifestazioni di giubilo quando riferiamo sulle difficoltà che la nostra organizzazione può incontrare oggi. Questo è ancora troppo modesto nelle dimensioni e nell’influenza tra le masse lavoratrici perché le agenzie di propaganda borghese abbiano interesse a parlarne nel tentativo di screditarlo. È preferibile che la borghesia faccia un muro di silenzio intorno alle posizioni e all’esistenza delle organizzazioni rivoluzionarie. Per questo motivo, l'opera di denigrazione e di sabotaggio del loro intervento è assunta da tutta una serie di gruppi ed elementi parassitari la cui funzione è quella di allontanare dalle posizioni di classe gli elementi che si avvicinano a loro, per disgustarli da qualsiasi partecipazione al difficile lavoro di sviluppo di un ambiente politico proletario." (Risoluzione adottata dal 5° Congresso Internazionale della CCI, Rivista Internazionale n° 35)
Tutti i gruppi comunisti si sono confrontati con le malefatte del parassitismo, ma spetta alla CCI, perché oggi è l’organizzazione più importante dell’ambiente proletario, e anche la più rigorosa in termini di rispetto dei principi e degli statuti, essere oggetto di un’attenzione molto particolare da parte del movimento parassitario. In quest'ultimo si trovavano, e si trovano ancora per alcuni, gruppi formati e tutti usciti dalla CCI come il “Groupe Communiste Internationaliste” (GCI) e le sue scissioni (come “Contre le Courant”), il defunto “Communist Bulletin Group” (CBG) o l’ex “Frazione esterna della CCI” o anche la “Frazione interna della CCI” che si trasformò pochi anni dopo nel “Groupe International de la Gauche Communiste” (GIGC) tutte composte da scissioni della CCI. Ma il parassitismo non si limita a tali gruppi. Viene veicolato anche da elementi non organizzati, ovvero da coloro che si trovano di tanto in tanto in circoli di discussione effimeri, la cui principale preoccupazione è quella di far circolare ogni tipo di pettegolezzo sulla nostra organizzazione. Questi elementi sono spesso ex militanti che, cedendo alla pressione dell’ideologia piccolo-borghese, non hanno avuto la forza di mantenere il loro impegno nell’organizzazione, frustrati dal fatto che essa non ha “riconosciuto i loro meriti” al livello dell’idea che essi stessi se ne facevano o che non sopportavano le critiche a cui erano sottoposti. Si tratta anche di ex simpatizzanti che l’organizzazione non ha voluto integrare perché riteneva non avessero sufficiente chiarezza o che hanno rinunciato a impegnarsi per paura di perdere la loro “individualità” in un quadro collettivo (è il caso, ad esempio, del defunto “collettivo Alptraum” in Messico o di “Kamunist Kranti” in India). In tutti i casi si tratta di elementi la cui frustrazione derivante dalla propria mancanza di coraggio, dalla propria debolezza e dalla propria impotenza si è convertita in una sistematica ostilità nei confronti dell’organizzazione. Questi elementi sono ovviamente assolutamente incapaci di costruire qualsiasi cosa.
D’altra parte, sono spesso molto efficaci, con il loro piccolo clamore e le loro chiacchiere da pettegoli, nello screditare e distruggere ciò che l’organizzazione sta cercando di costruire.
C. I principali gruppi parassiti dagli anni ‘80
Ci limiteremo qui ai seguenti gruppi: il Communist Bulletin Group (CBG), la Frazione Esterna della CCI (FECCI) e la Frazione Interna della CCI (FICCI).
C.1 Il Communist Bulletin Group (CBG)
La lotta contro i clan, che l’XI Congresso della CCI aveva sostenuto all’unanimità, viene trasformata dal CBG in una lotta tra clan. Gli organi centrali sono inevitabilmente “monolitici”, l’individuazione della penetrazione delle influenze non proletarie, compito primario dei rivoluzionari, si presenta come un mezzo per spezzare gli “avversari”. I metodi di chiarificazione delle organizzazioni proletarie - dibattito aperto in tutta l’organizzazione, pubblicazione dei suoi risultati per informare la classe operaia - diventano il metodo del “lavaggio del cervello” delle sette religiose.
Non è solo la CCI che è attaccata: “Non è solo l’intero ambiente rivoluzionario di oggi che viene così attaccato in questo modo. Sono l’intera storia e le tradizioni del movimento operaio che vengono insultate. In realtà, le menzogne e le calunnie del CBG sono molto in linea con la campagna della borghesia mondiale sulla presunta morte del comunismo e del marxismo. Al centro di questa propaganda c’è un’unica idea che genera la più grande menzogna della storia: il rigore organizzativo di Lenin e dei bolscevichi porta necessariamente allo stalinismo. Nella versione del CBG di questa propaganda, è il bolscevismo della CCI che 'necessariamente' porta al suo cosiddetto 'stalinismo'. Evidentemente, il CBG non sa né cosa sia l’ambiente rivoluzionario, né cosa sia lo stalinismo”. (Parasitisme politique: le “C.B.G” fait le travail de la bourgeoisie [371] Revue Internationale n°83 (Parassitismo politico: il CBG fa il lavoro della borghesia)
C.2 La Frazione Esterna della CCI
In un articolo della nostra Revue Internationale scrivemmo nel 1986:
“L'ambiente politico proletario, già fortemente segnato dal peso del settarismo, come più volte evidenziato e deplorato dalla CCI, si è appena “arricchito” di una nuova setta. È appena apparso il n°1 di una nuova pubblicazione intitolata “Prospettiva internazionalista”, organo della “Frazione esterna della CCI” che “rivendica la continuità del quadro programmatico elaborato dalla CCI”. Questo gruppo è composto da compagni appartenenti alla “tendenza” che si è formata nella nostra organizzazione e che l’ha lasciata al suo VI Congresso[5] per “difendere la piattaforma della CCI”. Abbiamo già incontrato e messo in luce molte forme di settarismo tra i rivoluzionari di oggi, ma la creazione di una CCI-bis con le stesse posizioni programmatiche della CCI costituisce un apice in questo campo, un apice mai raggiunto finora. Allo stesso modo, quello che può essere considerato un apice è la quantità di calunnie che Perspective Internationaliste riversa sulla CCI; solo il Communist Bulletin Group (composto anch’esso da ex membri della CCI) si è spinto finora in questo campo. Fin dalla sua creazione, questo nuovo gruppo si pone quindi su un terreno che solo i delinquenti politici (che si erano distinti rubando materiale e fondi alla CCI) avevano in passato sfruttato con altrettanto fervore. Anche se i membri della “Frazione” non sono in alcun modo responsabili di tali atti, si può dire che il loro settarismo e la loro predilezione per l’insulto gratuito siano di cattivo auspicio per lo sviluppo futuro di questo gruppo e la sua capacità di contribuire allo sforzo di presa di coscienza del proletariato. In effetti, i giochetti della FECCI traducono solo una cosa: una totale irresponsabilità di fronte ai compiti che spettano oggi ai rivoluzionari, una diserzione dalla lotta militante”.(La “fraction externe du CCI” (discussione) [372] [2], Revue Internationale [373] n°45 [373]
C.3 La Frazione Interna della CCI (2001), che muterà in GIGC (Gruppo Internazionalista della Sinistra Comunista) nel 2013, costituisce indubbiamente un ulteriore passo nell’ignominia, giustificando così l’aver dedicato ad essa una parte importante di questo testo.
D. La FICCI (antenata della GIGC), una forma estrema di raggruppamento parassitario
Riportiamo qui parte della catena di eventi che ha portato alla formazione della FICCI (Frazione Interna della CCI), cristallizzazione nella CCI di un corpo estraneo, citando un comunicato ai nostri lettori che riporta le azioni, all’interno e all'esterno della nostra organizzazione, di membri della nostra organizzazione:
“ciò che ha causato il problema è che, con il pretesto di (...) disaccordi, un certo numero di militanti della sezione in Francia ha attuato (...) una politica di violazione permanente delle nostre regole organizzative. Sulla base di una reazione di “autostima ferita”, si sono gettati a capofitto in atteggiamenti anarchici di violazione delle decisioni del Congresso, denigrazione e calunnia, malafede, bugie. Dopo diverse carenze organizzative, alcune delle quali gravissime, che hanno richiesto ferme reazioni da parte dell’organizzazione, questi compagni hanno tenuto riunioni segrete durante il mese di agosto 2001 (…) È pervenuto all’organizzazione il verbale di una delle riunioni di questa tendenza segreta, contro la volontà dei suoi partecipanti. Ha permesso di evidenziare chiaramente, all’interno dell’organizzazione, il fatto che questi compagni, nella piena consapevolezza della gravità dei loro atti, stavano fomentando un complotto contro l’organizzazione, dimostrando così una totale slealtà nei confronti della CCI, che si è espressa in particolare attraverso: l’istituzione di una strategia per ingannare l’organizzazione e far passare la propria politica; un approccio golpista/gauchista che pone i problemi politici affrontati in termini di “recupero dei mezzi di funzionamento”; l'instaurazione di legami che conferiscano "una ferrea solidarietà" tra i partecipanti e contro gli organi centrali, voltando così nettamente le spalle alla disciplina liberamente assunta all’interno di un’organizzazione politica proletaria (comunicato ai nostri lettori – un attacco parassita che mira a screditare la CCI [374] in francese - 21 marzo 2002). Fin dalla sua costituzione, la FICCI si è sempre presentata come il miglior difensore della piattaforma e delle posizioni della CCI, ad eccezione, però, “dell'analisi dell'ultima fase della decadenza, quella della decomposizione”, e delle “tesi sul parassitismo politico”. La prima eccezione serviva ad essere più in linea con altri gruppi del milieu che non condividevano l’analisi della decomposizione. La seconda le permise di confutare più facilmente il fatto di costituire a sua volta un gruppo parassitario, anche se i suoi membri erano stati fino ad allora convinti difensori della necessità di lottare contro il parassitismo.
Un promemoria[6] dello stato di servizio del gruppo FICCI/GIGC
I membri della FICCI si sono deliberatamente posti al di fuori della nostra organizzazione a seguito dei seguenti comportamenti:
La FICCI come gruppo poliziesco
Infine i membri della FICCI sono stati esclusi dalla nostra organizzazione, non per questi comportamenti peraltro intollerabili ma per la loro attività di informatori con, al loro attivo, diversi atti di spionaggio. È così, in particolare, che hanno pubblicato, sul loro sito Internet, la data in cui si sarebbe tenuta una conferenza della CCI in Messico alla presenza di militanti di altri paesi. Questo atto ripugnante della FICCI consistente nell’agevolare il lavoro delle forze di repressione dello Stato borghese contro i militanti rivoluzionari è tanto più spregevole perché i membri della FICCI sapevano benissimo che alcuni dei nostri compagni in Messico erano già, in passato, stati vittime dirette della repressione e che alcuni sono stati costretti a fuggire dal loro paese di origine.
Ma il comportamento da spioni dei membri della FICCI non si limita a questo episodio. prima e dopo la loro esclusione dalla CCI, hanno sistematizzato la loro opera di spionaggio sulla nostra organizzazione e riferito regolarmente, nei loro bollettini, sui risultati così ottenuti (Vedi in particolare i bollettini della FICCI n°14, 18 e 19).
La loro sordida raccolta di informazioni è del tutto significativa del modo con cui queste persone concepivano il loro “lavoro di frazione” (pettegolezzi, rapporti di polizia). Infatti, l’esibizione di tali informazioni è rivolta anche a tutta la CCI, al fine di esercitare pressioni sui suoi militanti facendo loro capire che sono “sotto sorveglianza”, che nulla dei loro atti e gesti sfuggirà alla vigilanza della “Frazione Interna”.
Non è perché nasce dal cervello malato di persecutori ossessivi che tale controllo della nostra organizzazione e più in particolare di alcuni dei suoi membri non dovrebbe essere preso sul serio.
Per concludere sul comportamento poliziesco della FICCI, vale la pena citare la pubblicazione da parte di quest’ultima di un testo di 118 pagine dal titolo “La storia del Segretariato Internazionale della CCI”. Questo testo, stando al suo sottotitolo, pretende di raccontare “Come l'opportunismo si è imposto negli organi centrali prima di contaminare e iniziare la distruzione dell’intera organizzazione...” Questo scritto illustra, ancora una volta, la natura poliziesca dell’approccio della FICCI. In effetti, spiega la cosiddetta “evoluzione opportunistica” della CCI con gli “intrighi” di una serie di personaggi malvagi ed in particolare “la compagna del capo” (presentata come un agente dello Stato che esercita la sua influenza sul “capo”). È come se la degenerazione e il tradimento del partito bolscevico fossero stati il risultato dell’azione del megalomane Stalin e non la conseguenza del fallimento della rivoluzione mondiale e dell’isolamento della Rivoluzione in Russia. Questo testo nasce dalla più pura concezione poliziesca della storia a cui si è sempre opposto il marxismo. Ma il carattere poliziesco più odioso di questo testo è il fatto che svela molti dettagli sul funzionamento interno della nostra organizzazione e che sono pane benedetto per la polizia.
La politica del “cordone sanitario” della FICCI contro la CCI
Non riuscendo a convincere i militanti della CCI della necessità di escludere il “capo” e il “compagno del capo”, questo gruppetto parassitario si è dato l'obiettivo di trascinare dietro le sue calunnie gli altri gruppi della Sinistra comunista, al fine di stabilire un cordone sanitario attorno alla CCI e screditarla (vedi sotto gli episodi della “riunione pubblica del BIPR a Parigi” e del “Circulo”). Infatti sono tutti gli ambiti di intervento della CCI (permanenze, riunioni pubbliche, …) che la FICCI ha preso di mira, mentre noi avevamo vietato l’accesso ai suoi membri per il fatto stesso della loro attività di spionaggio.[7] Poiché abbiamo imposto la nostra decisione di rimuoverli da tali luoghi, a volte abbiamo dovuto affrontare minacce (compresa quella pronunciata ad alta voce per tagliare la gola a un nostro compagno) e attacchi da parte di questi teppisti.
La degenerazione opportunista della CCI, proclamata ma mai dimostrata dalla FICCI!
La FICCI si presenta come “la vera erede della CCI” che avrebbe conosciuto una degenerazione “opportunista” e “stalinista”. Dichiara di continuare l’opera, abbandonata a suo dire dalla CCI, di difesa nella classe operaia delle “vere posizioni di questa organizzazione” che sarebbero minacciate dallo sviluppo dell’opportunismo al suo interno che colpisce, in primo luogo, la questione del funzionamento. Abbiamo visto nella pratica di questo gruppo la propria concezione del rispetto degli statuti e anche delle più elementari regole di comportamento del movimento operaio: “sederci sopra”, calpestarle furiosamente.
Il metodo, consistente nel “suggerire” evitando il problema politico di fondo, facendo appello al “buon senso popolare”, ai metodi di caccia alle streghe praticati nel Medioevo
È così che la CCI è stata bersaglio di tante altre accuse da parte della FICCI, finora non citate, e di cui ecco un piccolissimo campione: la CCI sarebbe oggi colpita dallo stigma di “una lontananza progressiva dal marxismo e una tendenza sempre più dichiarata a proporre (e difendere) i valori borghesi e piccolo borghesi in voga (“giovanilismo”, femminismo e soprattutto “non violenza”); la CCI “farebbe il gioco della repressione”.
L’utilizzo da parte della FICCI, per i propri fini, di una riunione pubblica del BIPR
Il BIPR[8] è stato oggetto di un’audace manovra da parte della FICCI consistente nell'organizzare un incontro pubblico a Parigi il 2 ottobre 2004 a beneficio di questo gruppo. Si trattava infatti di un incontro pubblico volto a difendere la reputazione della FICCI, a scapito di quella del BIPR e con l’obiettivo di attaccare la CCI.
L’annuncio di questo incontro da parte del BIPR indicava che il suo argomento era la guerra in Iraq. D’altra parte, l’annuncio della FICCI ha sottolineato tutta l’importanza del proprio approccio: “Su nostra proposta e con il nostro sostegno politico e materiale, il BIPR organizzerà un incontro pubblico a Parigi (RP che, ci auguriamo, non sarà l'ultima) alla quale invitiamo tutti i nostri lettori a partecipare”. Ciò che emerge da questo appello è che, senza la FICCI, questa organizzazione della Sinistra Comunista, che esiste su scala internazionale e che è conosciuta da decenni, non avrebbe potuto prendere l’iniziativa e organizzare l’assemblea pubblica!
Infatti, questo gruppo parassitario ha utilizzato il BIPR come “fantoccio” per la propria pubblicità al fine di ottenere un certificato di rispettabilità, di riconoscimento della sua appartenenza alla Sinistra Comunista. E la delinquenza disinibita non ha esitato a utilizzare la rubrica dei contatti della CCI (che avevano rubato prima di lasciare l’organizzazione) per diffondere il loro invito a questo incontro pubblico.
L’alleanza della FICCI con un avventuriero (il cittadino B) nel 2004
Nel 2004 la CCI ha stretto un rapporto politico con un piccolo gruppo in ricerca argentino, il NCI (Nucleo comunista internacional). Alla fine di luglio 2004, un membro del NCI, il signor B., ha tentato una manovra coraggiosa: ha chiesto l’immediata integrazione del gruppo nella CCI. Ha imposto questa esigenza nonostante la resistenza degli altri compagni del NCI che, anche se avevano l’obiettivo di aderire alla CCI, sentivano il bisogno di realizzare preventivamente tutto un lavoro approfondito di chiarificazione e di assimilazione, poiché la militanza comunista può basarsi solo su solide convinzioni. La CCI ha respinto questa esigenza in linea con la nostra politica contro le integrazioni affrettate e immature che possono comportare il rischio della distruzione dei militanti e sono dannose per l’organizzazione.
Contemporaneamente, tra la FICCI e l’avventuriero B, si stringeva un’alleanza, certamente su iniziativa di B, al servizio di una manovra contro la CCI utilizzando, a sua insaputa, l'NCI. La manovra consisteva nel far circolare all’interno dell’ambiente politico proletario una denuncia della CCI e dei suoi “metodi nauseabondi” che sembrava provenire indirettamente dal NCI, poiché tale denuncia era firmata da un misterioso e fittizio “Circulo de comunistas internacionalistas” (cioè “CCI”, abbreviato!), animato dal cittadino B e che, a suo dire, doveva essere il “superamento politico” dell’NCI. Tali calunnie sono state veicolate mediante un volantino del “Circulo” distribuito dalla FICCI in occasione dell'assemblea pubblica del BIPR del 2 ottobre 2004 a Parigi. Sono stati inoltre messi online in diverse lingue sul sito del BIPR. Oltre a prendere di mira direttamente la CCI, il volantino in questione difendeva la FICCI, mettendo completamente in discussione una posizione assunta dal NCI il 22 maggio 2004, che aveva denunciato questo gruppo.
Il modo in cui il cittadino B è stato portato ad elaborare la sua manovra è tipico di un avventuriero, delle sue ambizioni e della sua totale mancanza di scrupoli e preoccupazione per la causa del proletariato. Il ricorso ai servizi di un avventuriero, da parte della FICCI, per soddisfare il proprio odio nei confronti della CCI e cercare di instaurare, con pubblica denigrazione, l’isolamento politico della nostra organizzazione, è degno dei personaggi meschini e spregevoli che popolano il mondo della piccola e grande borghesia.
L’utilizzazione poliziesca da parte del GIGC dei bollettini interni della CCI
Il GIGC possedendo i bollettini interni della CCI, attraverso un mezzo di cui non siamo a conoscenza, ha fatto tutta una clamorosa pubblicità intorno a questo evento, vedendo in questo la prova di una crisi della CCI. Il messaggio che queste spie patentate cercavano allora di trasmettere era molto chiaro: “c'è una “talpa” nella CCI che lavora a braccetto con l’ex FICCI!”. Era chiaramente un lavoro di polizia con nessun altro obiettivo se non quello di seminare sospetto, disordine e discordia all'interno della nostra organizzazione. Sono gli stessi metodi che la GPU, la polizia politica di Stalin, usava per distruggere dall’interno il movimento trotskista degli anni ‘30. Sono gli stessi metodi che avevano già utilizzato i membri dell'ex-FICCI (e in particolare due di loro, Juan e Jonas, membri fondatori della “GIGC”) quando fecero viaggi “speciali” in diverse sezioni della CCI nel 2001 per organizzare riunioni segrete e diffondere voci secondo cui uno dei nostri compagni (la “moglie del leader della CCI”, secondo la loro espressione) sarebbe un “poliziotto”.
Supporto del GIGC a Nuevo Curso e Gaizka[9]
La CCI aveva denunciato un tentativo di falsificare le vere origini della Sinistra Comunista da parte di un blog chiamato Nuevo Curso e orchestrato da un avventuriero, Gaizka, il cui obiettivo non è in alcun modo contribuire a chiarire e difendere le posizioni di questa Corrente ma a “farsi un nome” nell'ambiente politico proletario. Questo attacco alla corrente storica della Sinistra Comunista mira a trasformarla in un movimento dai contorni vaghi, amputato dei rigorosi principi proletari che ne hanno regolato la formazione, che costituisce un ostacolo alla trasmissione alle future generazioni di rivoluzionari delle conquiste della lotta delle frazioni di sinistra contro l’opportunismo e la degenerazione dei partiti dell'Internazionale Comunista.
Quanto all’avventuriero Gaizka, abbiamo fornito su di lui una grande quantità di informazioni, ad oggi non smentite, riguardanti i rapporti di questo signore nel mondo delle personalità della politica borghese (principalmente di sinistra ma anche di destra). È un comportamento e un tratto di personalità che condivide con gli avventurieri - anche se è ovviamente lontano dall’avere la statura di questi personaggi - meglio conosciuti nella storia come Ferdinand Lassalle e Jean Baptiste von Schweitzer che avevano operato all’interno del movimento operaio in Germania nel XIX secolo.
È con grande entusiasmo, e servilismo, che il GIGC aveva accolto l’ingresso sulla scena politica del blog Nuevo Curso: “Tutte le posizioni che difende sono molto chiaramente di classe e si situano nel quadro programmatico della Sinistra Comunista (…)”. Inoltre, poiché la nostra organizzazione aveva fornito informazioni sufficienti ai lettori per caratterizzare Gaizka (il principale animatore di Nuevo Curso) come un avventuriero con la particolarità di aver mantenuto, nel 1992-94, rapporti con il più importante partito della borghesia in Spagna a quell’epoca, il PSOE, non c’erano più dubbi sul significato dell'approccio di Nuevo Curso finalizzato a distorcere la Sinistra Comunista. Non sono state però queste informazioni accessibili a tutti (e smentite da nessuno, lo ripetiamo) a impedire al GIGC di venire in aiuto dell'avventuriero Gaizka, di fronte alla denuncia che gli abbiamo fatto: “bisogna sottolineare che fino ad oggi non abbiamo visto alcuna provocazione, manovra, denigrazione, calunnia o diceria, lanciata dai membri di Nuevo Curso, anche individualmente, né alcuna politica di distruzione contro altri gruppi o militanti rivoluzionari”[10]. È molto rivelatore che, per fugare ogni sospetto di avventurismo nei confronti di Gaizka, l’animatore del GIGC prenda come criterio un insieme di tratti politici che caratterizzano lui stesso in primo luogo, ma non necessariamente soprattutto Gaizka: provocatore, manovratore, denigratore, calunniatore, distruttore di reputazione, … Quanto a Gaizka, pur non essendo del calibro di un Lassalle o di uno Schweitzer, “cerca di giocare nel gruppo dei grandi” ed è riuscito anche a farsi riconoscere da un certo numero di loro grazie ad alcune sue capacità intellettuali, non riuscendo a trattare da pari con il più grande come fu il caso di Lassalle con Bismarck[11] [26]. In scala ridotta, Gaizka immaginava di poter svolgere un ruolo di rappresentante di una branca della Sinistra Comunista (la Sinistra Comunista Spagnola), inventata da lui stesso. La grande ambizione del “sig. GIGC”, da parte sua, è quella di coprire la CCI di spazzatura.
E. A titolo di conclusione (provvisoria).
Per illustrare la nostra analisi del fenomeno del parassitismo politico, ci siamo basati principalmente sull’esempio del GIGC (ex FICCI). Il fatto che questa organizzazione costituisca una sorta di caricatura del parassitismo ci ha permesso sia di denunciarne ancora una volta la sua malvagità e cattiveria, ma anche di evidenziare meglio i tratti salienti che caratterizzano questo fenomeno e che ritroviamo in altri gruppi o elementi che iscrivono la loro attività in un approccio parassitario, anche se in modo meno ovvio e più sottile. Pertanto, il GIGC-FICCI è, a nostra conoscenza, l'unico gruppo che ha deliberatamente adottato un atteggiamento di informatore, di agente cosciente della repressione capitalista. Tuttavia, adottando questo atteggiamento di agente cosciente (anche se non remunerato) dello stato borghese, questo gruppo esprime solo nella maniera più estrema l’essenza e la funzione del parassitismo politico (e che era già stato analizzato, come abbiamo visto, da Marx ed Engels): condurre, in nome della difesa del programma proletario, una lotta decisa contro le organizzazioni reali della classe operaia. E questo, naturalmente, a maggior beneficio del suo nemico mortale, la borghesia. E se certi gruppi si astengono dagli eccessi del GIGC, preferendo praticare un parassitismo “morbido”, più subdolo, ciò non li rende meno pericolosi, anzi.
Così come le vere organizzazioni del proletariato potranno assumere il ruolo loro affidato dal movimento operaio, come l'intera storia del movimento ha dimostrato, solo conducendo una lotta decisa contro la cancrena opportunista, esse potranno essere all'altezza della loro responsabilità solo conducendo una lotta altrettanto decisa contro la peste del parassitismo. Questo Marx ed Engels l’avevano compreso appieno dalla fine degli anni Sessanta dell’Ottocento, e in particolare durante il Congresso dell'Aia della I Internazionale nel 1872 anche se, successivamente, un gran numero di marxisti, che comunque guidarono la lotta contro l'opportunismo, come Franz Mehring, non hanno compreso il significato e l’importanza della lotta contro l’Alleanza di Bakunin.
Questo è probabilmente uno dei motivi (insieme all'ingenuità e agli scivolamenti opportunistici) per cui la questione del parassitismo non è compresa nell'ambiente politico proletario. Ma non si può usare la debolezza del movimento operaio come argomento per rifiutare di vedere e affrontare i pericoli che minacciano la lotta storica della nostra classe. È con piena convinzione che rivendichiamo lo spirito di questa frase di Engels citata all’inizio dell'articolo:
“È giunto il momento, una volta per tutte, di porre fine alle lotte interne provocate quotidianamente nella nostra Associazione dalla presenza di questo corpo parassita.”
CCI 07 agosto 2023
[1] Costruzione dell'organizzazione dei rivoluzionari: tesi sul parassitismo [154] Rivista Internazionale n°22
[2] Questions d’organisation, III: le congrès de La Haye de 1872: la lutte contre le parasitisme politique. [375] Revue internationale n°87 in francese
[3] “Alleanza di Democrazia Socialista”, fondata da Bakunin, che troverà terreno fertile in settori importanti dell’Internazionale per le debolezze che ancora pesavano su di essa e che derivavano dall’immaturità politica del proletariato di allora, un proletariato che non si era ancora del tutto liberato dalle vestigie della fase precedente del suo sviluppo, e in particolare dai movimenti settari
[4] “Prima di entrare nell'AIT, Bakunin spiegò ai suoi seguaci perché l'AIT non era un'organizzazione rivoluzionaria: i proudhoniani erano diventati riformisti, i blanquisti erano invecchiati, e i tedeschi e il Consiglio Generale che presumibilmente dicevano di dominare, erano "autoritari”. Secondo Bakunin, ciò che mancava soprattutto era la "volontà" rivoluzionaria. Questo è ciò che l'Alleanza voleva assicurare andando oltre il programma e gli statuti e ingannando i suoi membri.
Per Bakunin, l'organizzazione che il proletariato aveva forgiato, che aveva costruito in anni di duro lavoro, era inutile. Ciò che era tutto per lui erano le sette cospiratorie che lui stesso aveva creato e controllato. Non era l'organizzazione di classe che lo interessava, ma il suo status personale e la sua reputazione, la sua "libertà" anarchica o quella che oggi viene chiamata "autorealizzazione". Per Bakunin e i suoi simili, il movimento operaio non era altro che il veicolo per la realizzazione della loro individualità e dei loro progetti individualistici.” Questioni di organizzazione, I: La Prima Internazionale e la lotta contro il settarismo [376] Rivista Internazionale n°20
[5] La Revue Internationale n°44, nell’articolo dedicato al 6° Congresso della CCI, dà conto delle dimissioni di questi compagni e della loro costituzione in “Frazione”. Il lettore potrà farvi riferimento, così come gli articoli pubblicati nelle Revue dal n°40 al 43, che riflettono l’evoluzione del dibattito all'interno della CCI.
[6] Le informazioni pubblicate di seguito sono un riassunto di parte di un articolo, L'avventuriero Gaizka ha i difensori che si merita: le canaglie del GIGC [172], che riporta in modo più dettagliato i disturbi di questo gruppo parassita.
[7] Riunioni pubbliche della CCI vietate alle spie [377] in francese
[8] BIPR: Ufficio Internazionale del Partito Rivoluzionario. Gruppo fondato nel 1984 dal Partito comunista internazionalista (Battaglia comunista) e dall'Organizzazione comunista dei lavoratori (CWO). Dal 2009, questo gruppo ha cambiato nome diventando Tendance Communiste Internationaliste (TCI).
[9] Leggi i nostri articoli (febbraio 2021) L'avventuriero Gaizka ha i difensori che si merita: le canaglie del GIGC [172]
[10] Nuovo attacco della CCI contro il campo proletario internazionale [140] (1° febbraio 2020) in francese
La lotta è davanti a noi!
Nell’ultimo anno nei paesi centrali del capitalismo e in tutto il mondo sono scoppiate importanti lotte operaie. Questa serie di scioperi è iniziata nel Regno Unito nell’estate del 2022 cui è seguito l’entrata in lotta di lavoratori di molti altri paesi: Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Stati Uniti, Corea… Ovunque, la classe operaia ha alzato la testa di fronte al notevole deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro, all’aumento vertiginoso dei prezzi, alla precarietà sistematica e alla disoccupazione di massa, causata dall’accentuarsi della instabilità economica, dai problemi ecologici e dall’intensificazione del militarismo in connessione con la barbarie della guerra in Ucraina.
Un’ondata di lotte senza precedenti da tre decenni
Per tre decenni, il mondo non aveva visto una tale ondata di lotte simultanee in così tanti paesi o per un periodo così lungo. Il crollo del blocco dell'Est nel 1989 e le campagne sulla cosiddetta “morte del comunismo” avevano causato un profondo riflusso della lotta di classe a livello mondiale. Questo grande evento, l’implosione del blocco imperialista stalinista l’URSS, una delle due maggiori potenze mondiali, è stato la più spettacolare espressione dell’ingresso del capitalismo in una nuova fase della sua decadenza ancora più distruttiva, quella della sua decomposizione[1]. La putrefazione della società, con la sua quota di crescente violenza e caos a tutti i livelli, l’atmosfera nichilista e di disperazione, la tendenza a chiudersi in sé stessi... tutto ciò ha a sua volta avuto un impatto molto negativo sulla lotta di classe, con un notevole indebolimento della combattività rispetto al periodo precedente, quello a partire dal 1968. La rassegnazione che ha colpito per più di tre decenni la classe operaia britannica, un proletariato con una lunga esperienza di lotta, illustra da sola la realtà di questo riflusso. Di fronte agli attacchi della borghesia, alle "riforme" estremamente brutali, alla massiccia deindustrializzazione, al notevole calo del tenore di vita, i lavoratori di questo paese non hanno dato luogo ad alcuna mobilitazione significativa dopo la cocente sconfitta inflitta ai minatori dalla Thatcher nel 1985.
Se, di tanto in tanto, la classe operaia ha mostrato ancora segni di combattività e ha cercato di recuperare le sue armi di lotta (lotta contro il Contratto di Primo Impiego (CPE) in Francia nel 2006, il movimento degli Indignados in Spagna nel 2011, la prima mobilitazione contro la riforma delle pensioni in Francia nel 2019), dimostrando così di non essere affatto uscita dalla scena della storia, le sue mobilitazioni sono rimaste in gran parte senza futuro, incapaci di rilanciare un movimento più globale. Perché? In tutti questi anni i lavoratori non solo hanno perso la loro combattività ma sono stati anche vittime di un profondo riflusso della loro coscienza di classe, acquisita a caro prezzo nel fuoco delle loro lotte negli anni ’70 e ’80, dimenticando le lezioni delle loro lotte, i loro scontri con i sindacati, le trappole tese dallo Stato "democratico", perdendo fiducia in loro stessi, la capacità di unirsi, di lottare in modo massiccio... Erano addirittura arrivati a dimenticare in generale la loro identità di classe antagonista alla borghesia e la loro prospettiva rivoluzionaria. In questa logica, il comunismo sembrava definitivamente morto con gli orrori dello stalinismo, e la classe operaia sembrava non esistere più.
Una rottura nella dinamica della lotta di classe
Ciononostante, di fronte alla notevole accelerazione del processo di decomposizione[2] a partire dalla pandemia mondiale di Covid-19, e ancor più di fronte ai massacri della guerra in Ucraina e alle reazioni a catena che questa ha provocato sul piano economico, ecologico, sociale e politico, la classe operaia ha rialzato ovunque la testa, si è impegnata nella lotta e si è rifiutata di subire sacrifici in nome del cosiddetto “bene comune”. È una coincidenza? Una reazione superficiale unica e senza futuro di fronte agli attacchi della borghesia? NO! lo slogan "Ora basta"! in questo contesto di destabilizzazione generalizzata del sistema capitalista dimostra chiaramente che all’interno della classe si sta verificando un reale cambiamento di atteggiamento. Tutte queste espressioni di combattività fanno parte di una nuova situazione che si sta aprendo per la lotta di classe, una nuova fase che rompe con la passività, il disorientamento e la disperazione degli ultimi tre decenni.
Lo scoppio simultaneo di lotte da un anno non nasce affatto dal nulla. Sono il prodotto di un intero processo di riflessione nella classe attraverso una serie di tentativi e di errori precedenti. Già durante la prima mobilitazione in Francia contro la “riforma” delle pensioni alla fine del 2019, la CCI aveva individuato l’espressione di un forte bisogno di solidarietà tra generazioni e tra settori diversi. Questo movimento era stato accompagnato anche da altre lotte operaie in tutto il mondo, negli Stati Uniti e in Finlandia, ma si è estinto di fronte all’esplosione della pandemia di Covid nel marzo 2020. Allo stesso modo, dall’ottobre 2021, sono scoppiati movimenti di sciopero negli Stati Uniti in diversi settori, ma la dinamica di lotta è stata interrotta, questa volta dallo scoppio della guerra in Ucraina che ha inizialmente paralizzato i lavoratori, soprattutto in Europa.
Questo lungo processo di tentativi e di maturazione sfocia dall’estate del 2022 in una reazione determinata dei lavoratori sul proprio terreno di classe di fronte agli attacchi derivanti dalla destabilizzazione del capitalismo. I lavoratori britannici hanno aperto un nuovo periodo di lotta operaia internazionale, con quella che è stata chiamata “l’estate della rabbia”. Lo slogan "Quando è troppo è troppo" è stato elevato a simbolo dell'intera lotta proletaria nel Regno Unito. Questo slogan non esprimeva precise richieste da soddisfare, ma una profonda rivolta contro le condizioni di sfruttamento. Ha dimostrato che i lavoratori non erano più disposti ad accettare scadenti compromessi, ma erano pronti a continuare la lotta con determinazione. Questo movimento dei lavoratori britannici è particolarmente simbolico in quanto è la prima volta dagli anni ’85 che questo settore della classe operaia si ritrova sulla scena. E mentre l’inflazione e la crisi si intensificavano in tutto il mondo, notevolmente aggravate dal conflitto ucraino e dall’intensificarsi dell’economia di guerra, anche gli operatori sanitari in Spagna e negli Stati Uniti tornavano a lottare, seguiti da un’ondata di scioperi nei Paesi Bassi, un “mega sciopero” dei lavoratori dei trasporti in Germania, più di 100 scioperi contro gli arretramenti salariali e i licenziamenti in Cina, uno sciopero e manifestazioni dopo un terribile incidente ferroviario in Grecia, gli insegnanti che chiedono salari più alti e migliori condizioni di lavoro in Portogallo, 100.000 dipendenti pubblici che chiedono un aumento di salario in Canada e, soprattutto, un massiccio movimento del proletariato francese contro la riforma delle pensioni.
Il carattere altamente significativo di queste mobilitazioni contro l’austerità capitalista risiede anche nel fatto che in ultima analisi contengono anche un’opposizione alla guerra. Infatti, se la mobilitazione diretta dei lavoratori contro la guerra era illusoria, la CCI aveva sottolineato già nel febbraio 2022 che la reazione dei lavoratori si sarebbe manifestata sulla base degli attacchi contro il loro potere d’acquisto, che sarebbero risultatati dall’intensificazione e l’interconnessione di crisi e disastri, e che ciò sarebbe stato anche contrario alle campagne che chiedono l’accettazione di sacrifici per sostenere “l’eroica resistenza del popolo ucraino”. Anche questo portano in germe le lotte dell’ultimo anno, anche se i lavoratori non ne hanno ancora piena coscienza: il rifiuto di sacrificarsi sempre più per gli interessi della classe dominante, il rifiuto di sacrificarsi per l’economia nazionale e per lo sforzo bellico, il rifiuto di accettare la logica di questo sistema che sta portando l’umanità verso una situazione sempre più catastrofica.
Dobbiamo lottare uniti e solidali!
In queste lotte, l’idea che “siamo tutti nella stessa barca” è cominciata ad emergere nella mente dei lavoratori. Nei picchetti nel Regno Unito, gli scioperanti ci hanno detto che sentivano di lottare per qualcosa di più grande delle rivendicazioni corporativistiche dei sindacati. Lo striscione “Per tutti noi” sotto il quale si è svolto lo sciopero in Germania il 27 marzo è particolarmente significativo del sentimento generale che si sta sviluppando nella classe: “lottiamo tutti gli uni per gli altri”. Ma è in Francia che la necessità di lottare uniti si è espressa più chiaramente. I sindacati hanno cercato di dividere e di destabilizzare il movimento con la trappola dello “sciopero per procura” nei settori cosiddetti “strategici” (come l'energia o la raccolta dei rifiuti) per “fermare la Francia”. Ma i lavoratori in massa non sono caduti nella trappola, determinati a battersi tutti insieme.
Durante le tredici giornate di mobilitazione in Francia, la CCI ha distribuito più di 150.000 volantini: l’interesse per ciò che accadeva nel Regno Unito e altrove non è mai stato smentito. Per alcuni manifestanti il legame con la situazione nel Regno Unito sembrava ovvio: "È lo stesso ovunque, in tutti i paesi". Non è un caso che i sindacati del settore mobiliero hanno dovuto farsi carico di un movimento di sciopero durante l’arrivo (annullato) di Carlo III a Parigi, sciopero iniziato in nome della “solidarietà agli operai inglesi”. Nonostante l’inflessibilità del governo in Francia, nonostante i fallimenti nel respingere la borghesia o nell’ottenere salari migliori in Gran Bretagna o altrove, la più grande vittoria dei lavoratori è la lotta stessa e la coscienza, senza dubbio ancora balbettante e molto confusa, che formiamo una sola e stessa forza, che siamo tutti sfruttati, che, atomizzati, ciascuno nel proprio angolo, non possiamo nulla contro il capitale ma che, uniti nella lotta, diventiamo la più grande forza sociale della storia.
Certo, i lavoratori non hanno ancora ritrovato la fiducia nelle proprie forze, nella loro capacità di prendere in mano le lotte. Ovunque i sindacati hanno mantenuto il controllo dei movimenti, usando un linguaggio più combattivo per sterilizzare meglio i bisogni dell’ unità, pur mantenendo una rigida separazione tra i diversi settori. In Gran Bretagna, i lavoratori sono rimasti isolati dietro il picchetto di sciopero della loro azienda, anche se i sindacati sono stati costretti a organizzare alcune parodie di presunte manifestazioni “unitarie”. Allo stesso modo, se in Francia i lavoratori si sono riuniti in manifestazioni gigantesche, queste sono state sistematicamente sotto il controllo assoluto dei sindacati, bloccati dietro le bandiere della propria azienda, del proprio settore. A livello globale, il confinamento corporativo è rimasto una costante nella maggior parte delle lotte.
Durante gli scioperi, la borghesia, in particolare con le sue frazioni di sinistra, ha continuato a scatenare le sue campagne ideologiche sull’ecologia, l’antirazzismo, la difesa della democrazia e altro, intese a mantenere la rabbia e l’indignazione sul terreno illusorio della “legge” borghese e a dividere gli sfruttati tra bianchi/neri, uomini/donne, giovani/vecchi… In Francia durante il movimento contro la riforma delle pensioni si sono sviluppate campagne sia ecologiste, contro lo sviluppo di «mega-bacini», che democratiche, contro la repressione poliziesca. Sebbene la maggior parte delle lotte dei lavoratori siano rimaste su basi di classe, vale a dire in difesa delle condizioni materiali dei lavoratori di fronte all’inflazione, ai licenziamenti, alle misure di austerità del governo, ecc., il pericolo che queste ideologie rappresentano per la classe operaia rimane considerevole.
Prepararsi per le lotte di domani
Attualmente le lotte sono diminuite in diversi paesi, ma ciò non significa che un sentimento di scoraggiamento o di sconfitta si sia impadronito dei lavoratori. L’ondata di scioperi è continuata per un anno intero nel Regno Unito, mentre in Francia le proteste sono durate cinque mesi, nonostante la stragrande maggioranza dei lavoratori fosse consapevole fin dall’inizio che la borghesia non avrebbe ceduto immediatamente alle loro rivendicazioni. Così, settimana dopo settimana nei Paesi Bassi, mese dopo mese in Francia e per un anno intero nel Regno Unito, i lavoratori si sono rifiutati di gettare la spugna. Queste mobilitazioni operaie hanno dimostrato chiaramente che i lavoratori sono determinati a non accettare un ulteriore deterioramento delle loro condizioni di vita. Ma, nonostante tutte le bugie della classe dominante, la crisi non si fermerà: i prezzi delle case, del riscaldamento, del cibo non smetteranno di salire, i licenziamenti e i contratti precari continueranno a piovere, i governi continueranno i loro attacchi…
Indubbiamente, questa nuova dinamica di lotta è solo all'inizio e, per la classe operaia, "tutte le sue difficoltà storiche persistono, la sua capacità ad organizzare le proprie lotte e ancor più di prendere coscienza dei suoi progetti rivoluzionari sono ancora molto lontane, ma la crescente combattività di fronte ai colpi brutali inferti dalla borghesia alle condizioni di vita e di lavoro è terreno fertile su cui il proletariato può riscoprire la sua identità di classe, prendere nuovamente coscienza di ciò che è, della sua forza quando lotta, quando sviluppa solidarietà, quando poi sviluppa la sua unità. Si tratta di un processo, di una lotta che riprende dopo anni di atonia, di una potenzialità che gli scioperi attuali suggeriscono”[3] . Nessuno sa dove o quando sorgeranno nuove lotte significative. Ma ciò che è certo è che la classe operaia continuerà a lottare ovunque!
Essere milioni di persone a battersi, sentire la forza collettiva della nostra classe restando uniti nelle strade, tutto questo è essenziale, ma non è affatto sufficiente. Il governo francese ha fatto marcia indietro nel 2006, durante la lotta contro il CPE, non perché gli studenti e i giovani precari fossero più numerosi nelle strade, ma perché avevano immediatamente scippato il movimento ai sindacati, attraverso assemblee generali sovrane, di massa ed aperte a tutti. Queste assemblee non erano luoghi di chiusura nei propri settori o aziende, ma luoghi da cui partivano massicce delegazioni verso le aziende più vicine per cercare attivamente solidarietà. Oggi, l’incapacità della classe operaia di prendere in mano attivamente la lotta cercando di estenderla a tutti i settori è la ragione per cui la borghesia non è arretrata. Tuttavia, il recupero della propria identità ha permesso alla classe operaia di iniziare a rivendicare il proprio passato. Nei cortei in Francia si sono moltiplicati i riferimenti al Maggio 68 e alla lotta del 2006 contro il CPE. Cosa è successo nel 68? Come ha fatto il governo a fare marcia indietro nel 2006? In una minoranza della classe è in corso un processo di riflessione, che è uno strumento indispensabile per trarre insegnamenti dai movimenti dell'anno trascorso e per preparare le lotte future che dovranno andare ancora oltre quelle del 1968 in Francia o quelli del 1980 in Polonia.
Proprio come le lotte recenti sono il prodotto di un processo di maturazione sotterraneo che si sta sviluppando da qualche tempo, così gli sforzi di una minoranza per trarre lezioni dalle lotte recenti porteranno i loro frutti nelle lotte più ampie che ci aspettiamo. I lavoratori riconosceranno che la divisione delle lotte imposta dai sindacati può essere superata solo se riscoprono forme autonome di organizzazione come le assemblee generali e i comitati di sciopero eletti, e se prendono l’iniziativa di estendere la lotta contro tutte le divisioni corporativiste.
A&D, 13 agosto 2023
[1] Tesi su: La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo | Corrente Comunista Internazionale (internationalism.org) [13] e su Rivista Internazionale n. 14
[2] Vedi « Rapporto sulla decomposizione per il 25° Congresso della CCI (2023) », Revue internationale n°170 (2023). Rapport sur la décomposition | Courant Communiste International (internationalism.org) [378]
[3] Rapporto sulla lotta di classe per il 25° congresso della CCI, 2023, Revue Internationale 170.
Da sabato scorso un diluvio di ferro e fuoco si è abbattuto sulle popolazioni che vivono in Israele e a Gaza. Da una parte Hamas. Dall’altra l’esercito israeliano. Nel mezzo, i civili che vengono bombardati, fucilati, giustiziati, presi in ostaggio. I morti si contano già a migliaia.
In tutto il mondo, le borghesie ci chiedono di scegliere da che parte stare. Per la resistenza palestinese contro l’oppressione israeliana. O per la risposta israeliana al terrorismo palestinese. Ciascuno denuncia la barbarie dell'altro per giustificare la guerra. Lo Stato israeliano opprime le popolazioni palestinesi da decenni, attraverso blocchi, vessazioni, uccisioni, posti di blocco e umiliazioni: ragion per cui (dicono) la vendetta sarebbe legittima. Le organizzazioni palestinesi uccidono persone innocenti con attentati, coltelli o bombe: ragion per cui (dicono) sarebbe necessaria la repressione. Ciascuna parte chiede che venga versato il sangue dell'altra.
Questa logica di morte è quella della guerra imperialista! Sono i nostri sfruttatori e i loro Stati che da sempre conducono guerre spietate in difesa dei propri interessi. E siamo noi, lavoratori, sfruttati, a pagarne sempre il prezzo, quello della nostra vita.
Per noi proletari non c’è nessun campo da scegliere, noi non abbiamo patria, non abbiamo nazione da difendere! Da qualsiasi lato delle frontiere noi siamo fratelli di classe! Né Israele né Palestina!
In Medio Oriente la guerra non ha fine
Il XX secolo è stato un secolo di guerre, le più atroci della storia umana, e mai una di queste ha servito gli interessi dei lavoratori. Questi ultimi sono sempre stati chiamati ad andare a farsi uccidere a milioni per gli interessi dei loro sfruttatori, in nome della difesa della “patria”, della “civiltà”, della “democrazia”, perfino della “patria socialista” (come alcuni presentavano l’URSS di Stalin e dei gulag).
Oggi c’è una nuova guerra in Medio Oriente. Da entrambe le parti, le cricche dominanti invitano gli sfruttati a “difendere la patria”, siano essi ebrei o palestinesi. Lavoratori ebrei che in Israele sono sfruttati dai capitalisti ebrei, lavoratori palestinesi che sono sfruttati dai capitalisti ebrei o dai capitalisti arabi (e spesso in modo molto più feroce dei capitalisti ebrei poiché, nelle fabbriche palestinesi, il diritto del lavoro è ancora quello del vecchio impero ottomano).
Gli operai ebrei hanno già pagato a caro prezzo la follia guerriera della borghesia durante le cinque guerre che hanno subito dal 1948. Appena lasciato i campi di concentramento e i ghetti di un'Europa devastata dalla guerra mondiale, i nonni di coloro che oggi indossano l'uniforme dell'esercito israeliano furono coinvolti nella guerra tra Israele e i paesi arabi. Poi i loro genitori pagarono il prezzo di sangue nelle guerre del 67, 73 e 82. Questi soldati non sono orribili bruti che pensano solo ad uccidere i bambini palestinesi. Si tratta di giovani coscritti, per la maggior parte operai, che muoiono di paura e disgusto, costretti a fare i poliziotti e i cui cervelli vengono riempiti dalla propaganda della “barbarie” degli arabi.
Anche gli operai palestinesi hanno già pagato un terribile prezzo di sangue. Cacciati dalle loro case nel 1948 dalla guerra voluta dai loro dirigenti, hanno trascorso gran parte della loro vita in campi di concentramento, arruolandosi volontariamente o forzati, da adolescenti, nelle milizie di Fatah, del FPLP o di Hamas.
D'altronde, i loro più grandi massacratori non sono stati i soldati dell'esercito di Israele ma quelli dei paesi in cui erano ammassati, come Giordania e Libano: nel settembre 1970 (il “settembre nero”), il “piccolo re” Hussein li sterminò in massa, tanto che alcuni di loro si rifugiarono in Israele per sfuggire alla morte. Nel settembre 1982, le milizie arabe (cristiane e alleate di Israele) li massacrarono nei campi di Sabra e Chatila a Beirut.
Nazionalismo e religione, veleni per gli sfruttati
Oggi, in nome della “Patria Palestinese”, si vogliono mobilitare nuovamente i lavoratori arabi contro gli israeliani, in maggioranza operai israeliani, così come chiedono a questi ultimi di farsi ammazzare in difesa della “terra promessa”.
Su entrambe le parti vengono riversate ondate disgustose di propaganda nazionalista, una propaganda assordante intesa a trasformare gli esseri umani in bestie feroci. Le borghesie israeliana e araba non hanno smesso di alimentarla per più di mezzo secolo. Ai lavoratori israeliani e arabi veniva costantemente detto che dovevano difendere la terra dei loro antenati. Nei primi, hanno sviluppato, attraverso una militarizzazione sistematica della società, una psicosi di accerchiamento per farne “buoni soldati”. Nei secondi hanno ancorato il desiderio di disfarsi di Israele per avere una loro casa. E per fare questo, i leader dei paesi arabi in cui erano rifugiati li hanno mantenuti per decenni in campi di concentramento, in condizioni di vita insopportabili.
Il nazionalismo è una delle peggiori ideologie che la borghesia abbia inventato. È l'ideologia che permette di mascherare l'antagonismo tra sfruttatori e sfruttati, di riunirli tutti dietro la stessa bandiera per la quale gli sfruttati saranno uccisi al servizio degli sfruttatori, per la difesa degli interessi di classe e per i privilegi di questi ultimi.
In più, a questa guerra si aggiunge il veleno della propaganda religiosa, che permette la creazione del più demenziale fanatismo. Gli ebrei sono chiamati a difendere con il sangue il muro del pianto del Tempio di Salomone. I musulmani devono dare la vita per la Moschea di Omar e per i luoghi santi dell'Islam. Ciò che accade oggi in Israele e Palestina conferma che la religione è “l’oppio dei popoli”, come dicevano i rivoluzionari del XIX secolo. La religione mira a consolare gli sfruttati e gli oppressi. A coloro per i quali la vita sulla terra è un inferno viene detto che saranno felici dopo la morte purché sappiano guadagnarsi la salvezza. E questa salvezza viene scambiata con sacrifici, sottomissione, perfino con l'abbandono della propria vita al servizio della “guerra santa”.
Il fatto che all’inizio del XXI secolo ideologie e superstizioni risalenti all’antichità o al Medioevo siano ancora ampiamente utilizzate per indurre gli esseri umani a sacrificare la propria vita la dice lunga sullo stato di barbarie in cui sta nuovamente precipitando il Medio Oriente, insieme a molte altre parti del mondo.
Le grandi potenze responsabili della guerra
Sono stati i dirigenti delle grandi potenze a creare la situazione infernale nella quale oggi muoiono a migliaia gli sfruttati di questa regione. Sono state le borghesie europee, e in particolare quella inglese con la “Dichiarazione Balfour” del 1917, che, dividendo per meglio dominare, hanno permesso la creazione di una “casa ebraica” in Palestina, favorendo così le utopie scioviniste del sionismo. Si tratta delle stesse borghesie che, all'indomani della Seconda Guerra Mondiale, da loro appena vinta, provvidero a trasportare in Palestina centinaia di migliaia di ebrei dell'Europa centrale usciti dai campi o che si erano allontanati dalla loro regione d'origine, così da non doverli accogliere nei loro rispettivi paesi.
Sono state proprio queste borghesie, prima la inglese e la francese, poi quella americana, ad armare fino ai denti lo Stato d'Israele per conferirgli il ruolo di punta di lancia del blocco occidentale in questa regione durante la Guerra Fredda, mentre l'URSS, da parte sua, armava il più possibile i suoi alleati arabi. Senza questi grandi “padrini”, le guerre del 1956, ‘67, ‘73 e ‘82 non avrebbero potuto aver luogo.
Oggi, le borghesie del Libano, dell’Iran, probabilmente della Russia, armano e incitano Hamas. Gli Stati Uniti hanno appena inviato la loro più grande portaerei nel Mediterraneo e hanno annunciato nuove consegne di armi a Israele. In effetti, tutte le grandi potenze partecipano più o meno direttamente a questa guerra e a questi massacri!
Questa nuova guerra rischia di far precipitare l’intero Medio Oriente nel caos! Non si tratta dell’ennesimo scontro sanguinoso che provoca ancora una volta lutti in questo angolo di mondo. La stessa portata delle uccisioni indica che la barbarie ha raggiunto un nuovo traguardo: giovani ad una festa di ballo uccisi con mitragliatrici, donne e bambini giustiziati in mezzo alla strada a distanza ravvicinata, senza altro obiettivo se non quello di soddisfare un cieco desiderio di vendetta, un tappeto di bombe per annientare un'intera popolazione, due milioni di persone private di tutto, acqua, elettricità, gas, cibo ... Non c'è alcuna logica militare in tutti questi abusi, in tutti questi crimini! Entrambi i campi si crogiolano nella furia omicida più spaventosa e irrazionale!
Ma la cosa ancora più grave è che questo vaso di Pandora non si chiuderà mai più. Come con l’Iraq, come con l’Afghanistan, come con la Siria, come con la Libia, non ci sarà alcun ritorno indietro, nessun “ritorno alla pace”. Il capitalismo trascina parti sempre più grandi dell’umanità nella guerra, nella morte e nella decomposizione della società. La guerra in Ucraina va avanti ormai da quasi due anni ed è impantanata in una carneficina senza fine. Anche nel Nagorno-Karabakh sono in corso massacri. E già un nuovo fonte di guerra minaccia le nazioni dell’ex Jugoslavia. Il capitalismo è guerra!
Per porre fine alla guerra, dobbiamo rovesciare il capitalismo
Gli operai di tutti i paesi devono rifiutarsi di schierarsi con l’uno o l’altro campo borghese. In particolare, non devono lasciarsi ingannare dai discorsi dei partiti che dicono di stare dalla parte della classe operaia, i partiti di sinistra e dell’estrema sinistra, che chiedono loro di dimostrare la loro “solidarietà con le masse palestinesi” in nome del loro diritto ad una “patria”. La patria palestinese non sarà mai altro che uno Stato borghese al servizio della classe sfruttatrice e che opprimerà queste stesse masse, con poliziotti e prigioni. La solidarietà dei lavoratori dei paesi capitalisti più avanzati non deve andare ai “palestinesi”, né agli “israeliani”, tra i quali troviamo sfruttatori e sfruttati. Va invece ai lavoratori e ai disoccupati di Israele e di Palestina (che peraltro hanno già condotto lotte contro i loro sfruttatori nonostante tutto il lavaggio del cervello di cui sono vittime), così come essa deve andare ai lavoratori di tutti gli altri paesi del mondo. La migliore solidarietà che possono offrire loro non è certamente quella di incoraggiare le loro illusioni nazionaliste.
Questa solidarietà passa soprattutto attraverso lo sviluppo della loro lotta contro il sistema capitalista responsabile di tutte le guerre, una lotta contro ogni propria borghesia e contro la borghesia in generale.
La pace, la classe operaia dovrà conquistarla rovesciando il capitalismo su scala globale, cosa che oggi esige uno sviluppo delle sue lotte su un terreno di classe, contro gli attacchi economici sempre più duri sferratile contro da un sistema immerso in una crisi insormontabile.
Contro il nazionalismo, contro le guerre in cui i vostri sfruttatori vogliono trascinarvi:
Proletari di tutti i paesi, unitevi!
CCI, 9 ottobre 2023
"Dobbiamo dire che quando è troppo è troppo! Non solo noi, ma tutta la classe operaia di questo paese deve dire, a un certo punto, che quando è troppo è troppo! (Littlejohn, responsabile della manutenzione nei settori specializzati dello stabilimento Ford di Buffalo, negli Stati Uniti).
Questo operaio americano riassume in una frase ciò che sta maturando nella coscienza di tutta la classe operaia, in tutti i paesi. Un anno fa, la "Estate della collera" è scoppiata nel Regno Unito. Scandendo "Quando è troppo è troppo", i lavoratori britannici hanno segnalato la ripresa della lotta dopo più di trent'anni di apatia e rassegnazione.
Questo appello è stato ascoltato oltre i confini. Dalla Grecia al Messico, contro lo stesso insopportabile deterioramento delle nostre condizioni di vita e di lavoro, scioperi e manifestazioni si sono sviluppati tra la fine del 2022 e l'inizio del 2023.
In pieno inverno, in Francia, fu fatto un ulteriore passo: i proletari ripresero l'idea che "a un certo punto, quando è troppo è troppo!" Ma invece di moltiplicare le lotte locali e corporative, isolati gli uni dagli altri, sono stati in grado di riunirsi a milioni nelle strade. Oltre alla necessaria combattività, c'era la forza della massa. E ora è negli Stati Uniti che i lavoratori stanno cercando di portare la fiaccola della lotta un po' più lontano.
Negli Stati Uniti un nuovo passo avanti per la lotta di classe
Un vero e proprio blackout mediatico circonda il movimento sociale che sta attualmente travolgendo la prima potenza economica mondiale. E per una buona ragione: in un paese devastato per decenni dalla povertà, dalla violenza, dalla droga, dal razzismo, dalla paura e dall'individualismo, queste lotte dimostrano che un percorso completamente diverso è possibile.
Al centro di tutti questi scioperi brilla una vera e propria ondata di solidarietà operaia: "Ne abbiamo avuto tutti abbastanza: i lavoratori temporanei ne hanno avuto abbastanza, i dipendenti a lungo termine come me, ne abbiamo avuto abbastanza... perché questi lavoratori temporanei sono i nostri figli, i nostri vicini, i nostri amici" (lo stesso impiegato di New York). È così che i lavoratori stanno insieme, tra generazioni: i "vecchi" non scioperano solo per sé stessi, ma soprattutto per i "giovani" che soffrono condizioni di lavoro ancora peggiori e salari ancora più bassi.
Un senso di solidarietà sta gradualmente crescendo nella classe operaia quando comprendiamo che siamo "tutti nella stessa barca": "Tutti questi gruppi non sono solo movimenti separati, ma un grido di battaglia collettivo: siamo una città di lavoratori – colletti blu e colletti bianchi, sindacalizzati e non sindacalizzati, immigrati e nati qui" (Los Angeles Times).
Gli attuali scioperi negli Stati Uniti coinvolgono molto più dei soli settori che sono stati mobilitati. "Il complesso Stellantis a Toledo, Ohio, era pieno di applausi e clacson all'inizio dello sciopero" (The Wall Street Journal). "I clacson sostengono gli scioperanti fuori dallo stabilimento della casa automobilistica a Wayne, Michigan" (The Guardian).
L'attuale ondata di scioperi ha un significato storico:
Potremmo anche aggiungere i molteplici scioperi delle ultime settimane a Starbucks, Amazon e McDonald's, nelle fabbriche dell'aviazione e delle ferrovie, o quello che si è via via diffuso in tutti gli hotel della California... Tanti lavoratori che lottano per un salario dignitoso, di fronte all'inflazione galoppante che li riduce alla miseria.
Attraverso tutti questi scioperi, il proletariato americano dimostra che è possibile lottare anche per i lavoratori del settore privato. In Europa, finora, sono stati in stragrande maggioranza i dipendenti pubblici a mobilitarsi, la paura di perdere il lavoro è un ostacolo decisivo per i dipendenti delle aziende private. Ma, di fronte a condizioni di sfruttamento sempre più insostenibili, saremo tutti spinti alla lotta. Il futuro appartiene alla lotta di classe in tutti i settori, insieme e uniti!
Di fronte alla divisione, uniamo le nostre lotte!
La rabbia sta aumentando di nuovo in Europa, Asia e persino in Oceania. Anche Cina, Corea e Australia hanno avuto una serie di scioperi da questa estate. In Grecia, alla fine di settembre, un movimento sociale ha riunito i settori dei trasporti, dell'istruzione e della sanità contro una proposta di riforma del lavoro finalizzata a rendere l'occupazione più flessibile. Il 13 ottobre segna il ritorno delle manifestazioni in Francia, sulla questione dei salari. Anche in Spagna comincia a soffiare un vento di rabbia: il 17 e 19 ottobre scioperi nell'istruzione privata; il 24 ottobre, sciopero nella pubblica istruzione; il 25 ottobre, sciopero di tutto il settore pubblico basco; il 28 ottobre, manifestazione dei pensionati, ecc. Di fronte a queste previsioni di lotte, la stampa spagnola ha iniziato ad anticipare "un altro autunno caldo".
Questa lista non indica solo il crescente livello di malcontento e combattività della nostra classe. Rivela anche la più grande debolezza del nostro movimento oggi: nonostante la crescente solidarietà, le nostre lotte rimangono separate l'una dall'altra. I nostri scioperi possono avvenire contemporaneamente, possiamo anche essere fianco a fianco, a volte nelle strade, ma non stiamo davvero combattendo insieme. Non siamo uniti, non siamo organizzati in una sola e medesima forza sociale, in una sola e stessa lotta.
L'attuale ondata di scioperi negli Stati Uniti ne è l'ennesima dimostrazione lampante. Quando il movimento nei "Big Three" è stato lanciato, lo sciopero era limitato a tre stabilimenti "designati": a Wentzville, Missouri per GM, Toledo, Ohio, per Chrysler e Wayne, Michigan, per Ford. Queste tre fabbriche sono separate da diverse migliaia di chilometri, rendendo impossibile per i lavoratori riunirsi e combattere veramente insieme.
Perché questa dispersione? Chi organizza questa frammentazione? Chi controlla ufficialmente questi lavoratori? Chi organizza i movimenti sociali? Chi sono gli "specialisti della lotta", i rappresentanti legali dei lavoratori? I Sindacati! Nei quattro angoli del mondo, li ritroviamo a disperdere la risposta dei lavoratori.
Fu la UAW, uno dei principali sindacati degli Stati Uniti, a "designare" questi tre impianti! È la UAW che, mentre invoca falsamente un movimento "forte, unito e massiccio", limita volontariamente lo sciopero solo al 10% della forza lavoro sindacalizzata, mentre tutti i lavoratori proclamano a gran voce il loro desiderio di arrivare a uno sciopero totale. Quando i lavoratori di Mack Truck (camion Volvo) hanno cercato di unirsi ai "Big Three" nella loro lotta, cosa hanno fatto i sindacati? Si sono affrettati a firmare un accordo per porre fine allo sciopero! A Hollywood, mentre lo sciopero degli attori e degli scrittori andava avanti da mesi, un accordo padroni/sindacato è stato firmato proprio mentre i lavoratori del settore automobilistico si univano al movimento.
Anche in Francia, durante le manifestazioni che riuniscono milioni di persone nelle strade, i sindacati spezzettano i cortei facendo sfilare i "loro" iscritti raggruppati per corporazione, non insieme ma uno dietro l'altro, impedendo qualsiasi assembramento e discussione.
Negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia, in Spagna, in Grecia, in Australia e in tutti i paesi, per fermare questa divisione organizzata, per essere veramente uniti, per essere in grado di riunirci, per sostenerci reciprocamente, per espandere il nostro movimento, dobbiamo strappare il controllo delle lotte dalle mani dei sindacati. Queste sono le nostre lotte, le lotte di tutta la classe operaia!
Ovunque possiamo, dobbiamo riunirci in assemblee generali aperte e di massa, autonome, che decidano realmente la direzione del movimento. Assemblee generali in cui discutiamo il più ampiamente possibile le esigenze generali della lotta, sulle ipotesi più unificanti. Assemblee generali dalle quali possiamo andare in delegazioni di massa per incontrare i nostri fratelli di classe, gli operai della fabbrica, dell'ospedale, della scuola, dell'amministrazione più vicina a noi.
Dietro ogni sciopero si profila l'idra della rivoluzione
Di fronte all'impoverimento, di fronte al riscaldamento globale, di fronte alla violenza della polizia, di fronte al razzismo, di fronte alla violenza contro le donne... negli ultimi anni, ci sono stati altri tipi di reazioni: le manifestazioni dei "gilet gialli" in Francia, raduni ecologisti come "Youth for climate", proteste per l'uguaglianza come "Black Lives Matter" o "MeToo", o grida di rabbia come durante le rivolte negli Stati Uniti, in Francia o nel Regno Unito.
Tuttavia, tutte queste azioni puntano a imporre un capitalismo più giusto, più equo, più umano e più verde. Ecco perché tutte queste reazioni sono così facilmente recuperate dagli Stati e dalle borghesie, che non esitano a sostenere tutti i "movimenti dei cittadini". Inoltre, i sindacati e tutti i politici stanno facendo tutto il possibile per limitare le richieste dei lavoratori al rigido quadro del capitalismo, avanzando la necessità di una migliore distribuzione della ricchezza tra datori di lavoro e dipendenti. "Ora che l'industria si sta riprendendo, [i lavoratori] dovrebbero condividere i profitti", ha detto Biden, il primo presidente degli Stati Uniti a presentarsi ai picchetti di sciopero.
Ma nella lotta contro gli effetti della crisi economica, contro gli attacchi orchestrati dagli Stati, contro i sacrifici imposti dallo sviluppo dell'economia di guerra, il proletariato si erge, non come cittadino che chiede "diritti" e "giustizia", ma come sfruttato contro i suoi sfruttatori e, alla fine, come classe contro il sistema stesso. Ecco perché la dinamica internazionale della lotta della classe operaia porta in sé il germe di una messa in discussione fondamentale di tutto il capitalismo.
In Grecia, nella giornata di azione del 21 settembre contro la riforma del lavoro, i manifestanti hanno collegato questo attacco ai disastri "naturali" che hanno devastato il paese quest'estate. Da un lato, il capitalismo distrugge il pianeta, inquina, aggrava il riscaldamento globale ancora e ancora, deforesta, cemento, prosciuga la terra, genera inondazioni e incendi. D'altra parte, ha eliminato i lavori che in precedenza avevano mantenuto la natura e protetto le persone, e ha preferito costruire aerei da guerra piuttosto che Canadair.
Al di là della lotta contro il deterioramento delle sue condizioni di vita e di lavoro, la classe operaia sta conducendo una riflessione molto più ampia su questo sistema e sul suo futuro. Qualche mese fa, nelle manifestazioni in Francia, abbiamo cominciato a leggere su alcuni cartelli il rifiuto della guerra in Ucraina, il rifiuto di stringere la cinghia in nome di questa economia di guerra: "Niente soldi per la guerra, niente soldi per le armi, soldi per i salari, soldi per le pensioni".
Crisi economica, crisi ecologica, barbarie bellicosa... Questi sono tutti sintomi delle dinamiche mortali del capitalismo globale. Il diluvio di bombe e proiettili che sta cadendo sulle popolazioni di Israele e Gaza, anche mentre scriviamo queste righe, mentre i massacri in Ucraina continuano, è l'ennesima illustrazione di questa spirale infernale in cui il capitalismo sta affondando la società e minacciando la vita di tutta l'umanità!
Attraverso il crescente numero di scioperi, vediamo che si stanno confrontando due mondi: quello della borghesia fatta di concorrenza e barbarie, e quello della classe operaia intrisa di solidarietà e di speranza. Questo è il senso profondo delle nostre lotte attuali e future: la promessa di un altro futuro, senza sfruttamento o classe sociale, senza guerra né confini, senza distruzione del pianeta o ricerca del profitto.
Corrente Comunista Internazionale, 8 ottobre 2023
La Tendenza Comunista Internazionalista (TCI) ha recentemente pubblicato una dichiarazione sulla propria esperienza con i comitati No War But the Class War (NWBCW), lanciati all’inizio della guerra in Ucraina[1]. Come loro affermano, “Non c'è niente di meglio di una guerra imperialista per rivelare la reale base di classe di uno scenario politico, e l'invasione dell'Ucraina lo ha certamente fatto”, spiegando che gli stalinisti e i trotskisti hanno dimostrato ancora una volta di appartenere al campo del capitale. Questi infatti, sia sostenendo l’indipendenza dell’Ucraina, che appoggiando la propaganda russa sulla “de-nazificazione” dell'Ucraina, chiamano apertamente la classe operaia a sostenere l’una o l’altra parte in una guerra capitalista che esprime l’acuirsi delle rivalità tra i più grandi squali imperialisti del pianeta e che minaccia conseguenze catastrofiche per l’intera umanità. La TCI osserva inoltre che il movimento anarchico si è profondamente diviso tra coloro che chiedono la difesa dell’Ucraina e coloro che hanno mantenuto una posizione internazionalista di rifiuto di entrambi i campi. In contrasto con ciò, la TCI afferma che “La sinistra comunista di tutto il mondo è rimasta solidamente al fianco degli interessi internazionali della classe lavoratrice e ha denunciato questa guerra per quello che è”.
Fin qui tutto bene. Ma dissentiamo profondamente quando sostiene che “Da parte nostra, la TCI ha portato avanti la posizione internazionalista cercando di collaborare con altri internazionalisti che vedono i pericoli per la classe operaia mondiale, se non si organizza. Per questo abbiamo aderito all'iniziativa di sviluppare comitati a livello locale in tutto il mondo per organizzare una risposta a ciò che il capitalismo sta preparando per la classe lavoratrice di tutto il mondo”.
La necessità della polemica
A nostro avviso, l’appello della TCI alla formazione di comitati No War But the Class War è tutt’altro che un “passo avanti” nell’internazionalismo o un passo verso un solido raggruppamento di forze comuniste internazionaliste. Abbiamo già scritto diversi articoli per spiegare il nostro punto di vista su questo tema, ma la TCI non ha risposto a nessuno di questi, un atteggiamento che la TCI giustifica nella dichiarazione affermando di non volersi impegnare nella “solita vecchia polemica” con coloro che, a loro avviso, hanno frainteso le loro posizioni. Ma la tradizione della sinistra comunista, ereditata da Marx e Lenin e portata avanti nelle pagine di Bilan, è quella di riconoscere che la polemica tra elementi proletari è indispensabile per qualsiasi processo di chiarificazione politica. E in effetti, la dichiarazione della TCI è davvero una polemica nascosta, principalmente nei confronti della CCI. Ma per la loro stessa natura, tali polemiche nascoste, che evitano di riferirsi a organizzazioni specifiche e alle loro dichiarazioni scritte, non possono mai portare a un vero e onesto confronto di posizioni.
Nella sua dichiarazione su NWBCW, la TCI sostiene che la sua iniziativa è in continuità con l’approccio della corrente di sinistra nel processo avviato dalla conferenza di Zimmerwald del 1915, avendo già fatto un’affermazione simile nell’articolo “NWBCW e il “Vero Ufficio Internazionale” del 1915 [380]”: “Noi riteniamo che l’iniziativa di NWBCW sia conforme ai principi della Sinistra di Zimmerwald”.[2]
Ma l’attività della Sinistra di Zimmerwald, e soprattutto di Lenin, fu caratterizzata da un’incessante polemica volta alla decantazione delle forze rivoluzionarie. Zimmerwald mise assieme diverse tendenze del movimento operaio in opposizione alla guerra, e si manifestarono notevoli divergenze su una serie di questioni; la sinistra era pienamente consapevole che una posizione comune contro la guerra, come quella espressa nel Manifesto di Zimmerwald, non era sufficiente. Per questo motivo, la Sinistra di Zimmerwald non nascose le sue divergenze con le altre correnti alle conferenze di Zimmerwald e Kienthal, ma criticò apertamente queste correnti per la loro mancanza di coerenza nella lotta contro la guerra imperialista. In questo dibattito e attraverso di esso, Lenin e i suoi compagni forgiarono un nucleo che sarebbe diventato l'embrione dell’Internazionale Comunista.
Le nostre precedenti critiche all’iniziativa NWBCW
Come i lettori possono vedere dalla pubblicazione della nostra corrispondenza con la TCI in merito al nostro appello per una dichiarazione congiunta della sinistra comunista in risposta alla guerra in Ucraina, il rifiuto della TCI di firmare tale appello e la sua promozione di NWBCW come una sorta di progetto “rivale” hanno gravemente indebolito la capacità della sinistra comunista di agire assieme in questo momento cruciale. Ha vanificato la possibilità di riunire le sue forze per la prima volta dopo la rottura delle conferenze internazionali della sinistra comunista all’inizio degli anni Ottanta. La TCI ha scelto di interrompere questa corrispondenza[3].
Abbiamo anche pubblicato un articolo che traccia la storia reale di NWBCW nell’ambiente anarchico degli anni Novanta[4]. Questi gruppi manifestavano confusioni di ogni tipo, ma a nostro avviso esprimevano qualcosa di reale: la risposta di una piccola minoranza critica alle massicce mobilitazioni contro le guerre in Medio Oriente e nei Balcani, mobilitazioni che si muovevano su un terreno chiaramente gauchiste e pacifista. Per questo motivo, abbiamo ritenuto importante che la sinistra comunista intervenisse nei confronti di queste formazioni per difendere al loro interno chiare posizioni internazionaliste. Al contrario, le mobilitazioni pacifiste in risposta alla guerra in Ucraina sono molto poche e l’ambiente anarchico, come abbiamo già notato, è profondamente diviso sulla questione. Pertanto, nei vari gruppi NWBCW vediamo ben poco che ci abbia fatto mettere in discussione la nostra conclusione dell’articolo: “L’impressione che ricaviamo dai gruppi di cui sappiamo qualcosa è che si tratti principalmente di “duplicati” della TCI o dei suoi affiliati”. A nostro avviso, questa duplicazione rivela alcuni seri disaccordi sia sulla funzione che sul modo di operare dell’organizzazione politica rivoluzionaria nel suo rapporto con le minoranze che si collocano su un terreno proletario e con la classe nel suo complesso. Questo disaccordo risale all’intero dibattito sui gruppi di fabbrica e sui gruppi di lotta, ma non è il momento di svilupparlo in questo articolo[5].
Più importante - ma anche legata alla questione della differenza tra il prodotto del movimento reale e le invenzioni artificiali delle minoranze politiche - è l’insistenza del nostro articolo sul fatto che l’iniziativa di NWBCW si basa su una valutazione sbagliata della dinamica della lotta di classe oggi. Nelle condizioni attuali, non possiamo aspettarci che si sviluppi un movimento di classe direttamente contro la guerra, ma contro l’impatto della crisi economica – un’analisi che riteniamo sia stata ampiamente verificata dalla ripresa internazionale delle lotte innescata dal movimento di sciopero in Gran Bretagna nell’estate del 2022 e che, con inevitabili alti e bassi, non si è ancora esaurita. Questo movimento è stato una risposta diretta alla “crisi del costo della vita” e, pur contenendo i semi di una più profonda e diffusa messa in discussione dell’impasse del sistema e della sua spinta verso la guerra, siamo ancora molto lontani da questo punto. L’idea che i comitati NWBCW possano essere in qualche modo il punto di partenza per una risposta di classe diretta alla guerra può solo portare a una lettura errata della dinamica delle lotte attuali. Essa apre la porta a una politica attivista che, a sua volta, non sarà in grado di distinguersi dalle posizioni del “fare qualcosa ora” della sinistra del capitale. La dichiarazione della TCI insiste sul fatto che la sua iniziativa è innanzitutto politica e che si oppone all’attivismo e all’immediatismo, e sostiene che la direzione apertamente attivista presa dai gruppi NWBCW di Portland e Roma si basa su un malinteso sulla reale natura dell'iniziativa. Secondo la dichiarazione, “coloro che hanno aderito alla NWBCW senza capire di cosa si trattasse realmente, o meglio, che l'hanno vista come l'estensione della loro precedente attività di radical-riformismo. Questo è accaduto sia a Portland che a Roma, dove alcuni elementi pensavano che NWBCW fosse qualcosa per mobilitare immediatamente una classe che si sta ancora riprendendo da quattro decenni di arretramento e che sta appena ricominciando a muoversi nella lotta contro l'inflazione. La loro prospettiva immediatista e ultra-attivista ha portato solo alla scomparsa di questi comitati”. Per noi, al contrario, questi gruppi locali hanno capito meglio della TCI che un’iniziativa lanciata in assenza di un vero movimento contro la guerra - anche tra piccole minoranze - non può che fallire nel tentativo di creare un movimento dal nulla.
Un nuovo “fronte unico”?
Abbiamo detto che la Frazione Italiana della Sinistra Comunista, che pubblicava Bilan, insisteva sulla necessità di un rigoroso dibattito pubblico tra le organizzazioni politiche proletarie. Questo era un aspetto centrale del loro approccio di principio nei confronti dei raggruppamenti, opponendosi in particolare agli sforzi opportunistici dei trotskisti e degli ex trotskisti dell’epoca di ricorrere a fusioni e raggruppamenti che non si basavano su un serio dibattito sui principi fondamentali. A nostro avviso, l’iniziativa NWBCW si basa su una sorta di logica “frontista” che può solo portare ad alleanze senza principi e persino distruttive.
La dichiarazione ammette che alcuni gruppi chiaramente gauchiste hanno utilizzato lo slogan “No alla guerra se non guerra di classe” per nascondere il loro sostegno sostanziale a una parte o all’altra del conflitto. La TCI insiste sul fatto che non può impedire queste operazioni di appropriazione indebita della loro bandiera. Ma se si legge il nostro articolo sulla riunione di apertura del comitato NWBCW di Parigi[6], si scopre non solo che una parte considerevole dei partecipanti sosteneva “azioni” apertamente gauchiste sotto la bandiera di NWBCW, ma ancora che un gruppo trotskista che difende il diritto dell’Ucraina all’autodeterminazione, Matière et Révolution, era stato effettivamente invitato alla riunione. Allo stesso modo, il gruppo NWBCW di Roma sembra essere basato su un’alleanza tra la componente italiana della TCI, che pubblica Battaglia Comunista, e un gruppo puramente gauchiste[7].
Dobbiamo aggiungere che il presidium della riunione di Parigi era composta da due elementi che sono stati espulsi dalla CCI nei primi anni 2000 per aver pubblicato materiale che esponeva i nostri compagni alla repressione di Stato – un’attività che abbiamo denunciato come spionaggio. Uno di questi elementi è membro del Gruppo Internazionale della Sinistra Comunista, GISC, un gruppo che non solo è una tipica espressione di parassitismo politico, ma che è stato fondato sulla base di questo comportamento poliziesco e che quindi non dovrebbe trovare posto nel campo comunista internazionalista. L’altro elemento è attualmente rappresentante della TCI in Francia. Quando la TCI ha rifiutato di firmare la dichiarazione congiunta, ha sostenuto che la definizione di sinistra comunista che ne risultava era troppo ristretta, soprattutto perché escludeva gruppi definiti dalla CCI come parassiti. In realtà, si è dimostrato molto chiaramente che la TCI preferisce essere pubblicamente associata a gruppi parassitari come il GISC piuttosto che alla CCI e che la sua attuale politica, attraverso i comitati NWBCW, non può avere altro risultato se non quello di dare a questi gruppi un certificato di rispettabilità e di rafforzare il loro sforzo di lunga data per rendere la CCI un paria - proprio a causa della difesa di quest’ultima di chiari principi di comportamento che hanno ripetutamente violato.
In alcuni casi, come a Glasgow, i gruppi NWBCW sembrano essersi basati su alleanze temporanee con gruppi anarchici come l’Anarchist Communist Group, ACG, che hanno assunto posizioni internazionaliste sulla guerra in Ucraina, ma che sono legati a gruppi che si trovano su un terreno borghese (ad esempio Plan C nel Regno Unito). E di recente l’ACG ha dimostrato di preferire associarsi a questi gruppi gauchiste piuttosto che discutere con un’organizzazione internazionalista come la CCI, che ha escluso da un recente incontro a Londra senza suscitare alcuna protesta da parte della CWO[8]. Questo non significa che noi non vogliamo discutere con anarchici genuinamente internazionalisti, e nel caso del KRAS in Russia, che ha una comprovata esperienza di opposizione alle guerre imperialiste, abbiamo anche chiesto di sostenere la dichiarazione congiunta nella forma in cui potevano. Ma la vicenda dell’ACG è un altro esempio di come l’iniziativa di NWBCW ricordi la politica opportunista del fronte unico, in cui l’Internazionale Comunista esprimeva la propria disponibilità a lavorare con i traditori della socialdemocrazia. Questa era intesa come una tattica per rafforzare l’influenza comunista nella classe operaia, ma il suo vero risultato fu quello di accelerare la degenerazione dell’IC e dei suoi partiti.
La Sinistra Comunista Italiana fu, nei primi anni ‘20, un’aspra critica di questa politica opportunista dell’IC. Essa continuò ad aderire alla posizione originaria dell’IC, secondo cui i partiti socialdemocratici, avendo sostenuto la guerra imperialista ed essendosi opposti attivamente alla rivoluzione proletaria, erano diventati partiti del capitale. È vero che la loro critica alla tattica del fronte unico manteneva un’ambiguità: l’idea del “fronte unico dal basso”, basata sul presupposto che i sindacati fossero ancora organizzazioni proletarie e che fosse possibile a questo livello che i lavoratori comunisti e socialdemocratici potessero lottare insieme.
Nella conclusione della dichiarazione sui NWBCW, la TCI afferma che esiste un precedente storico per i comitati NWBCW nel movimento rivoluzionario: l’appello Per la creazione del fronte unico proletario contro la guerra [381] lanciato dal Partito Comunista Internazionalista (PCInt) in Italia nel 1944. Questo appello ha un contenuto fondamentalmente internazionalista, ma c’è da chiedersi perché parla di “fronte unico proletario”? E cosa si intende con la seguente richiesta:
“L'ora presente impone la formazione di un fronte unico operaio, l'unione cioè di tutti coloro che non vogliono la guerra, sia essa fascista o democratica.
Operai di tutte le formazioni politiche proletarie e senza partito! Unitevi ai nostri operai, discutete insieme problemi di classe al lume degli avvenimenti della guerra e formate di comune accordo in ogni fabbrica, in ogni centro, comitati di fronte unico capaci di riportare la lotta del proletariato al suo vero terreno di classe”.
Quali erano queste “formazioni politiche proletarie”? Si trattava forse di un appello alle file degli ex partiti operai a impegnarsi in un'attività politica comune con i militanti del PCInt?
Che non fosse una semplice imprecisione dell’appello del 1944 lo dimostrò, solo un anno dopo, l’“Appello” del Comitato di Agitazione del PCInt rivolto esplicitamente ai Comitati di Agitazione del Partito Socialista Italiano di unità proletaria, del Partito Comunista Italiano (stalinista), e di altre organizzazioni della sinistra borghese, chiamando ad un’azione comune nelle fabbriche. Ne abbiamo pubblicato un resoconto nella Rivista Internazionale n°7 del novembre 1983. Nella stessa Rivista abbiamo pubblicato anche una lettera del PCInt/Battaglia Comunista che rispondeva alle nostre critiche all’Appello. In questa lettera Battaglia Comunista scriveva:
“Il documento ‘Appello del Comitato di Agitazione del PCInt’, contenuto nel n.1 di Prometeo aprile ’45 fu un errore? Concesso. Fu l’ultimo tentativo della Sinistra Italiana di applicare la tattica del ‘fronte unico dal basso’ preconizzata dal PCd’I in polemica con l’Internazionale negli anni ‘21-‘23. Come tale noi lo cataloghiamo fra i ‘peccati veniali' perché i nostri compagni seppero mondarsene definitivamente, sul piano sia politico che teorico con una chiarezza che oggi ci rende sicuri di fronte a chiunque”.
Al che abbiamo risposto:
“Se un’offerta di fronte unico ai macellai stalinisti e socialdemocratici è un semplice peccato veniale, per poter parlare esplicitamente di sbandate che cosa avrebbe dovuto fare il PCInt nel ’45? Entrare nel governo? Ma Battaglia ci rassicura: i propri errori se li è rivisti da un bel pezzo, senza aspettare la CCI, e quindi non ha mai avuto motivo di nasconderli. Può essere. Ma quando nel 1977 abbiamo per la prima volta accennato sulla nostra stampa alle sbandate collezionate dal PCInt nell’immediato dopoguerra, Battaglia replicò con una lettera indignata in cui ammetteva le sbandate, ma sosteneva che erano responsabilità esclusiva dei compagni poi usciti nel ‘52 a costituire Programma Comunista”.
La continua difesa da parte della TCI dell’appello del 1944 per un Fronte Proletario Unito dimostra che questo profondo errore non è stato “eliminato sia politicamente che teoricamente” E la tattica del “fronte unico dal basso” del 1921-23 è ancora l'ispirazione per il “movimento” opportunista della TCI “No War but the Class War”.
La TCI ha quindi ragione su un punto a proposito di No War But the Class War: questa iniziativa è effettivamente in continuità con l'appello opportunista per un “fronte unico proletario” del PCint nel 1944. Ma non è una continuità di cui andare fieri, poiché questa tattica mette fortemente in ombra la linea di classe che esiste tra l’internazionalismo della sinistra comunista e il preteso internazionalismo del gauchisme, del parassitismo e della palude anarchica. Inoltre, NWBCW voleva essere un’alternativa esclusiva all’internazionalismo intransigente della Dichiarazione Congiunta della Sinistra Comunista, indebolendo così le forze rivoluzionarie non solo con l’opportunismo verso il gauchisme, ecc. ma anche con il settarismo verso altri gruppi autentici della Sinistra Comunista.
Amos
[1] Sull'iniziativa NWBCW (No War but the Class War): cos'è e cosa non è [382], 8 luglio 2023, Revolutionary Perspectives n.22.
[2] https://www.leftcom.org/it/articles/2022-07-27/nwbcw-e-il-%E2%80%9Cvero-ufficio-internazionale%E2%80%9D-del-1915 [380]
[3] Corrispondenza sulla Dichiarazione congiunta dei gruppi della Sinistra comunista sulla guerra in Ucraina [383].
[5] Vedi ad esempio Risposta a Battaglia Comunista, in Rivoluzione Internazionale n°11, dicembre 1977; The organisation of the proletariat outside periods of open struggle (workers' groups, nuclei, circles, committees) International Communist Current (internationalism.org) [299] in International Review 21; World Revolution 26, “Factory Groups and ICC intervention”.
[7] La dichiarazione contiene un link a un articolo di Battaglia Comunista sul destino del comitato di Roma the fate of the Rome committee, Sul Comitato di Roma NWBCW: un'intervista [385]. L’articolo descrive l’esito negativo dell’alleanza con un gruppo chiamato Società Incivile. Esso è scritto in un modo così oscuro che è molto difficile trarne qualcosa. Ma se si guarda al sito web di questo gruppo, sembra che si tratti di un gruppo del tutto gauchiste, che inneggia ai partigiani antifascisti e al defunto Partito Comunista Italiano stalinista. Si veda ad esempio: https://www.sitocomunista.it/canti/cantidilotta.html [386]; www.sitocomunista.it/resistence/resistenceindex.html; [387](https://www.sitocomunista.it/pci/pci.html [388]).
[8] ACG bans the ICC from its public meetings, CWO betrays solidarity between revolutionary organisations [389], World Revolution 397.
Dopo più di 30 anni di silenzio quasi completo, i lavoratori in Gran Bretagna sono tornati a lottare dall'estate del 2022 seguiti da quelli di altri paesi dell'Europa occidentale, manifestando così una rottura, un cambiamento nelle dinamiche della classe operaia su scala internazionale. Ciò dimostra che il proletariato non è stato sconfitto come classe storica e che sta ricominciando ad avanzare per lottare contro la miseria che si sviluppa ogni giorno di più, contro le condizioni disumane in cui sopravvivono tutti gli sfruttati del mondo.
Anche la classe operaia negli Stati Uniti è soggetta a condizioni di vita e di lavoro sempre peggiori, con aumenti del carico di lavoro e diminuzione del potere d'acquisto.
Moltiplicazione degli scioperi
Di fronte al peggioramento delle sue condizioni di lavoro e di vita, anche il proletariato negli Stati Uniti ha dimostrato di non essere disposto a portare sulle sue spalle un peso maggiore imposto dalla crisi economica. Già nel 2021 ci sono state un gran numero di lotte in quello che è stato chiamato Striketober (“L’ottobre degli scioperi")[1]; Sono stati documentati 346 scioperi che hanno coinvolto lavoratori di vari settori, in particolare della sanità, con la richiesta di salari più alti e migliori condizioni di lavoro. Ad ottobre erano già circa 4,3 milioni i lavoratori mobilitati. Queste lotte sono continuate nel 2022, parallelamente alla ripresa delle lotte in Europa: sono stati registrati 385 scioperi che hanno continuato ad aumentare, concentrandosi di nuovo in ottobre, un mese prima delle elezioni di medio termine.
Nel settore sanitario, l'entità delle mobilitazioni ha raggiunto cifre storiche
Alcuni degli scioperi più importanti del 2022 si sono svolti nel settore sanitario, con richieste comuni contro un ulteriore sfruttamento: aumenti salariali, migliori condizioni di lavoro e un aumento del numero di dipendenti (un singolo lavoratore fa oggi il lavoro che prima veniva fatto da 8-12 lavoratori, con l’obbligo degli straordinari), e la denuncia dei rischi per pazienti e personale, in particolare quelli legati alla pandemia. Solo per fare un esempio, più di 55.000 lavoratori dei servizi sociali a Los Angeles hanno votato per scioperare il 6 maggio e 15.000 infermieri in Minnesota e Wisconsin dal 12 al 15 settembre hanno fatto quello che è considerato il più grande sciopero degli infermieri del settore privato.
Le mobilitazioni in questo settore sono continuate, con richieste simili, nel gennaio 2023 guidate da oltre 17.000 infermieri, tra cui 7.000 dagli ospedali di Manhattan e del Bronx di New York che hanno scioperato rifiutando l'aumento offerto dai datori di lavoro che non si rendono conto del fatto che, come recitano i loro striscioni: "I lavoratori sono esausti ed esauriti". Il fatto che i sindacati abbiano impedito agli infermieri degli altri ospedali di sostenerli ha indebolito lo sciopero dal 9 al 12 gennaio, quindi alla fine hanno dovuto accettare lo stesso aumento concesso negli altri ospedali, che non era all'altezza delle loro richieste.
L'appello allo sciopero nelle ferrovie minacciava di paralizzare l'attività economica negli Stati Uniti
Molto importante è stata la proclamazione di uno sciopero alle ferrovie in quanto minacciava di diffondersi in tutto il paese colpendo gravemente le catene di produzione e l'economia nazionale a meno di due mesi dalle elezioni di medio termine. Più di 115.000 ferrovieri di varie aziende hanno indetto lo sciopero il 16 settembre 2022.
Le cattive condizioni di lavoro in questo settore sono peggiorate perché le principali ferrovie hanno ridotto di quasi un terzo la loro forza lavoro; circa 45.000 lavoratori sono stati licenziati negli ultimi sei anni. Hanno anche tagliato in modo consistenti i costi con meno treni, ma più lunghi e diminuendo anche il numero di lavoratori a bordo; soprattutto macchinisti e autisti lavorano fino a 24 ore continue e difficilmente possono prendere tempo libero a causa delle rigide regole di orario di lavoro, che impediscono loro anche di partecipare agli appuntamenti medici o assentarsi per problemi familiari perché i loro salari subirebbero tagli sostanziali. Il deragliamento del treno in Ohio, il 3 febbraio, che ha causato la combustione di grandi quantità di cloruro di vinile, elemento altamente tossico e cancerogeno, mettendo a rischio migliaia di persone e la vita dei ferrovieri, dimostra l'irresponsabilità omicida delle compagnie ferroviarie che per ottenere maggiori profitti aumentano la lunghezza e il carico dei treni.
La minaccia di sciopero è arrivata dopo 3 anni di conflitto e quando le aziende stanno realizzando profitti record grazie all'imposizione di condizioni di lavoro che spingono i lavoratori a licenziarsi.[2] I sindacati si sono schierati con la Casa Bianca quando questa ha affermato che "Queste tensioni devono essere risolte senza mettere a repentaglio l'economia o minare il sostegno dei democratici tra i lavoratori". Il presidente Biden aveva già evitato lo sciopero a luglio, imponendo un "periodo di riflessione", scaduto il 9 settembre senza che i lavoratori cambiassero posizione. Pertanto, nei negoziati del 15 settembre, Biden è nuovamente intervenuto formando un "Consiglio presidenziale di emergenza" e ricattando i lavoratori per raggiungere un accordo ed evitare il presunto danno che uno sciopero avrebbe causato a tutti. Con questo, i sindacati sono riusciti a ritardare lo scoppio dello sciopero dando tempo alla Camera dei rappresentanti e al Senato degli Stati Uniti, democratici e repubblicani uniti, di emanare una legge in due giorni, firmata il 30 novembre, per evitare la paralisi della rete ferroviaria da parte dello sciopero. Cioè, non è stato solo l'intervento del democratico Biden, ma soprattutto le azioni di sabotaggio della lotta e di sottomissione dei lavoratori da parte dei sindacati, che hanno fatto peggiorare le terribili condizioni di vita e di lavoro dei ferrovieri.
Di fronte agli attacchi dei padroni, del governo e dei sindacati, l'unità delle lotte
È necessario trarre le lezioni di queste lotte e di quelle passate per applicarle in altre mobilitazioni perché il malcontento continua ad aumentare in diversi settori come quello dei lavoratori dell'istruzione. Il 14 novembre 2022, quasi 48.000 professori hanno iniziato quello che è stato definito "il più grande sciopero accademico negli Stati Uniti" interrompendo le loro attività per cinque settimane per chiedere un aumento dei salari e migliori condizioni di lavoro presso l'Università della California, una delle più importanti scuole pubbliche degli Stati Uniti, che ospita 280.000 studenti provenienti da tutto il mondo. Lo sciopero è stato indetto da professori assistenti, dottorandi e ricercatori. Ricercatori e accademici post-dottorato avevano raggiunto un accordo provvisorio all'inizio di dicembre che migliorava il valore dei loro contratti, ma entrambi i gruppi hanno deciso di continuare lo sciopero fino a quando non ci fosse stata una soluzione per i professori assistenti, il gruppo più vulnerabile e su cui gravava il maggior carico di lavoro. Questa dimostrazione di solidarietà tra i lavoratori è una lezione importante che i lavoratori di tutto il mondo devono raccogliere.
Pochi mesi dopo, circa 65.000 lavoratori della scuola e insegnanti delle scuole pubbliche hanno organizzato il più grande sciopero negli Stati Uniti dal 2019. Decine di migliaia di lavoratori si sono uniti ai picchetti e a una manifestazione di massa il 21 marzo 2023, il primo di tre giorni di sciopero esteso in tutta la città di Los Angeles. I lavoratori che servono 420.000 studenti di istruzione di base e speciale hanno anche chiesto aumenti salariali e di personale per ridurre i carichi di lavoro. Lo sciopero è stato avviato dai lavoratori meno pagati (lavoratori della mensa, impiegati, autisti, bidelli, assistenti di sostegno). A loro si sono uniti migliaia di insegnanti, un'importante dimostrazione di solidarietà e unità verso la quale devono essere dirette le lotte.
Nella stessa dinamica e per la prima volta nei 257 anni di vita della Rutgers University, circa 9.000 lavoratori, al servizio di 67.000 studenti, hanno scioperato il 10 aprile. Educatori, ricercatori, medici e studenti laureati nei campus di New Brunswick, Newark e Camden chiedono stipendi più alti, parità di retribuzione per i professori a contratto, nonché il rifiuto dei contratti per un solo semestre. In una e-mail, i lavoratori dicono: "Siamo commossi e motivati dall'enorme spettacolo di azione e sostegno da parte di membri, studenti, collaboratori e partner nella comunità. INSIEME SIAMO FORTI E VINCEREMO! Contratto equo ora! Sciopero!".
Gli scioperi continuano a verificarsi. Circa 11.500 autori cinematografici e televisivi degli studi di Hollywood hanno iniziato, il 1° maggio, il loro primo sciopero in 16 anni per chiedere aumenti salariali, la creazione di un piano pensionistico e un'assicurazione sanitaria. A loro si aggiungono 160.000 attori, che hanno dichiarato lo sciopero giovedì 13 giugno 2023, che non si mobilitavano dal 1980 e si sono uniti anche gli sceneggiatori come non accadeva da più di 60 anni[3].
Sempre per aumentare i salari e migliorare le condizioni di lavoro, circa 600 autisti di autobus del Metropolitan Transit System hanno iniziato uno sciopero e manifestazioni all'inizio di maggio che hanno interessato diverse rotte in tutta la contea di San Diego. Il 2 giugno, 15.000 lavoratori di 41 hotel nel sud della California e in Arizona hanno iniziato uno sciopero di 3 giorni e minacciano altre giornate di azione a sostegno delle loro richieste. Separatamente, circa 459.000 lavoratori di UPS (consegna pacchi) si stanno preparando per un possibile sciopero il 1° agosto.
È essenziale riprendere le lezioni derivanti da altre lotte in tutto il mondo
Il proletariato deve avanzare verso la sua unità e lo sviluppo della sua coscienza che lo metta in grado di porre la necessità del rovesciamento del sistema capitalista e della costruzione di una comunità mondiale senza frontiere o altre divisioni, il comunismo.
La crisi economica continuerà a spingere i lavoratori di tutto il mondo a reagire e in questo processo, come abbiamo visto nelle lotte negli Stati Uniti, i sindacati sono il nemico immediato da affrontare. La combattività che la classe operaia mostra oggi nell'America del Nord ci mostra che sta avanzando nel riconoscimento della sua condizione di classe sfruttata, ma ha bisogno di unificare le sue lotte e recuperare le esperienze passate e quelle che emergono dalle mobilitazioni per il proletariato in Europa.
Le recenti lotte in Gran Bretagna e Francia ci hanno ricordato che:
"Essere molti non è abbastanza, dobbiamo prendere il controllo delle nostre lotte nelle nostre mani"; "Per prepararci a combattere, dobbiamo, ogni volta che possiamo, riunirci per discutere e imparare dalle lotte passate. È vitale riprendere i metodi di lotta che hanno reso forte la classe operaia e le hanno permesso, in certi momenti della sua storia, di scuotere la borghesia e il suo sistema:
- la ricerca di sostegno e solidarietà al di là della "propria" impresa, del "proprio" settore di attività, della "propria" città, della "propria" regione, del "proprio" paese;
- il dibattito più ampio possibile sulle necessità della lotta, qualunque sia l'impresa, il settore di attività o il paese;
- l'organizzazione autonoma della lotta, in particolare attraverso assemblee generali, senza lasciare il controllo ai sindacati o a qualsiasi altro organo di controllo borghese. L'autonomia della lotta, l'unità e la solidarietà sono gli elementi indispensabili nella preparazione delle lotte di domani![4]".
Dobbiamo andare verso il recupero e l'attuazione di tutte queste lezioni; questo è Il compito fondamentale che abbiamo in questo momento per poterci opporre alla continuazione della distruzione capitalista.
Yosjaz, 28/07/2023
[1] https://it.internationalism.org/content/1645/lotte-negli-stati-uniti-iran-italia-corea-ne-la-pandemia-ne-la-crisi-economica-hanno [232]
[2] Lo sciopero ferroviario indetto negli Stati Uniti preoccupa il paese a causa della mancanza di accordi concreti per annullarlo (notimerica.com) [392]
Abbasso i massacri, nessun sostegno a nessun campo imperialista!
Nessuna illusione pacifista
Internazionalismo proletario!
L’attuale bagno di sangue imperialista in Medio Oriente è solo l’ultimo di oltre un secolo di guerra quasi permanente che ha caratterizzato il capitalismo mondiale dal 1914.
I massacri di milioni di civili inermi, i genocidi, la riduzione in macerie di città e persino di interi paesi, non hanno portato a nulla se non alla promessa di ulteriori e peggiori atrocità.
Le giustificazioni o le “soluzioni” proposte dalle diverse potenze imperialiste, grandi o piccole che siano, all’attuale carneficina, come a tutte quelle che l’hanno preceduta, sono un gigantesco inganno per pacificare, dividere e preparare la classe lavoratrice sfruttata al massacro fratricida per conto di una borghesia nazionale contro un’altra.
Oggi un diluvio di fuoco e acciaio si abbatte sulle popolazioni di Israele e Gaza. Da una parte, Hamas. Dall’altra, l’esercito israeliano. In mezzo, i lavoratori bombardati, fucilati, giustiziati e presi in ostaggio. Migliaia di persone sono già morte.
In tutto il mondo, la borghesia ci invita a scegliere da che parte stare. Per la resistenza palestinese all’oppressione israeliana. O per la risposta israeliana al terrorismo palestinese. Ognuno denuncia la barbarie dell’altro per giustificare la guerra. Lo Stato israeliano opprime il popolo palestinese da decenni, con controlli, vessazioni, posti di blocco e umiliazioni. Le organizzazioni palestinesi hanno ucciso persone innocenti con pugnalate e bombardamenti. Ciascuna parte chiede che venga versato il sangue dell’altra.
Questa logica mortale è la logica della guerra imperialista! Sono i nostri sfruttatori e i loro Stati a condurre una guerra spietata in difesa dei propri interessi. E siamo noi, la classe operaia, gli sfruttati, a pagarne sempre il prezzo, con le nostre vite.
Per noi proletari non c’è nessun campo da scegliere, noi non abbiamo patria, non abbiamo nazione da difendere! Da qualsiasi lato delle frontiere noi siamo fratelli di classe! Né Israele né Palestina!
Solo il proletariato internazionale unito può porre fine a questi crescenti massacri e agli interessi imperialisti che vi si celano dietro. Questa soluzione unica, internazionalista, preparata da un manipolo di comunisti della Sinistra di Zimmerwald, è stata convalidata nell'ottobre 1917, quando la lotta rivoluzionaria della classe operaia ha rovesciato il regime capitalista e ha stabilito il proprio potere politico di classe. Con il suo esempio, l’Ottobre ispirò un più ampio movimento rivoluzionario internazionale che costrinse alla fine della Prima guerra mondiale.
L'unica corrente politica che è sopravvissuta alla sconfitta di questa ondata rivoluzionaria e ha mantenuto la difesa militante del principio internazionalista è stata la Sinistra Comunista. Negli anni Trenta, essa ha conservato questa linea fondamentale di classe durante la guerra di Spagna e la guerra sino-giapponese, mentre altre correnti politiche come gli stalinisti, i trotskisti o gli anarchici sceglievano il loro campo imperialista che istigava questi conflitti. La Sinistra Comunista ha mantenuto il suo internazionalismo durante la Seconda guerra mondiale, mentre queste altre correnti hanno partecipato alla carneficina imperialista, travestita da lotta tra "fascismo e antifascismo" e/o da difesa dell'Unione "sovietica".
Oggi le scarse forze militanti organizzate della Sinistra Comunista aderiscono ancora a questa intransigenza internazionalista, ma le loro scarse risorse sono ulteriormente indebolite dalla frammentazione in diversi gruppi e da uno spirito settario e reciprocamente ostile.
Ecco perché, di fronte alla crescente discesa nella barbarie imperialista, queste forze disparate devono fare una dichiarazione comune contro tutte le potenze imperialiste, contro gli appelli alla difesa nazionale dietro gli sfruttatori, contro gli ipocriti appelli alla "pace", e per la lotta di classe proletaria che porta alla rivoluzione comunista.
LAVORATORI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI!
Corrente Comunista Internazionale
Internationalist Voice
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Perché questo appello?
Solo 20 mesi fa, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la CCI ha proposto ai gruppi della Sinistra Comunista un’analoga dichiarazione comune. I gruppi che l’hanno firmata, oltre alla CCI - Istituto Onorato Damen, Internationalist Voice, International Communist Perspective (Corea del Sud) - hanno successivamente prodotto due Bollettini di discussione dei gruppi della Sinistra Comunista discutendo le rispettive posizioni e differenze e hanno tenuto incontri pubblici in comune.
Tuttavia, altri gruppi della Sinistra Comunista si sono rifiutati di firmare l'appello (o non hanno risposto affatto) pur condividendone il principio internazionalista. Data l'urgenza ancora maggiore di difendere questo principio in comune oggi, chiediamo a questi gruppi - elencati qui di seguito - di riconsiderare e firmare questo appello.
Uno degli argomenti contro la firma della dichiarazione comune sull'Ucraina era che le differenze tra i gruppi erano troppo grandi per permetterlo. Non si può negare l'esistenza di queste importanti differenze, sia su questioni di analisi, di teoria, di concezione del partito politico, sia sulle condizioni di adesione dei militanti. Ma il principio più urgente e fondamentale dell'internazionalismo proletario, la frontiera di classe che distingue in generale le organizzazioni rivoluzionarie, è estremamente più importante. E una dichiarazione comune su questa questione non significa che le altre differenze siano dimenticate. Al contrario, i Bollettini di discussione dimostrano che un forum di discussione su di esse è possibile e necessario.
Un'altra argomentazione è stata la necessità di un'influenza più pratica della prospettiva internazionalista nella classe operaia, più ampia di un semplice appello limitato alla Sinistra Comunista. Naturalmente tutte le organizzazioni militanti comuniste internazionaliste vogliono una maggiore influenza nella classe operaia. Ma se le organizzazioni internazionaliste della Sinistra Comunista non sono nemmeno in grado di agire concretamente insieme sui loro principi fondamentali nei momenti cruciali del conflitto imperialista, come possono aspettarsi di essere prese sul serio da settori più ampi del proletariato?[1]
L'attuale conflitto israelo-palestinese, più pericoloso e imprevedibile di tutti i precedenti, che arriva a meno di due anni dal riemergere della guerra imperialista in Ucraina, e che si affianca a molti altri conflitti imperialisti che si sono riaccesi di recente (Serbia/Kosovo, Azerbaigian/Armenia, e le crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina su Taiwan), significa che una dichiarazione internazionale comune è ancora più urgente di prima.
Per questo chiediamo direttamente e pubblicamente ai seguenti gruppi di cofirmare la dichiarazione comune internazionalista contro la guerra imperialista sopra riportata:
A:
Tendenza Comunista Internazionalista
PCI (Programma Comunista)
PCI (Il Partito Comunista)
PCI (Le Prolétaire, Il Comunista)
Istituto Onorato Damen
_____________________________
Altri gruppi che non hanno origini nella Sinistra Comunista ma che condividono le posizioni internazionaliste difese in questo appello possono comunicare il loro sostegno e distribuirlo.
[1] Per For an in depth debate on these arguments see https://en.internationalism.org/content/17240/correspondence-joint-statement-groups-communist-left-war-ukraine [395]
Dopo la guerra in Ucraina, questo nuovo conflitto in Medio Oriente conferma una volta di più che la guerra gioca un ruolo centrale in quello che abbiamo chiamato “l’effetto vortice”, cioè l’interazione accelerata di tutte le espressioni della decomposizione capitalista, minacciando sempre più la sopravvivenza stessa dell’umanità. Diventa vitale per i rivoluzionari mettere avanti una posizione internazionalista chiara contro tutti gli scontri imperialisti che si propagano attraverso il mondo.
Non si tratta di sottostimare gli altri aspetti della decomposizione, come per esempio la distruzione crescente dell’ambiente. In effetti, l’intensificazione della guerra non può che aggravare la crisi climatica, e allo stesso tempo questa non può che alimentare delle rivalità militari sempre più caotiche.
Ma questo non significa che non esiste più nessuna speranza per l’avvenire. Il ritorno della lotta di classe che è cominciata in Gran Bretagna più di un anno fa, e che si manifesta oggi negli Stati Uniti, mostra che la classe operaia non è vinta e che la sua resistenza allo sfruttamento contiene le potenzialità di un rovesciamento dell’ordine mondiale attuale e l’istaurazione di una nuova società senza sfruttamento, senza guerre, e con un rapporto armonico dell’uomo con la natura.
Per discutere di tutte questioni, la CCI indice una riunione pubblica via internet per il giorno:
7 novembre 2023, ore 18,30
Tutti i compagni che intendono partecipare sono invitati a scrivere al nostro indirizzo e riceveranno in seguito le istruzioni per collegarsi alla riunione.
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“Orrore”, “massacri”, “terrorismo”, “terrore”, “crimini di guerra”, “catastrofe umanitaria”, “genocidio”, ... le parole sulle prime pagine della stampa internazionale la dicono lunga sulla portata della barbarie a Gaza.
Il 7 ottobre, Hamas ha ucciso 1.400 israeliani, dando la caccia a vecchi, donne e bambini nelle loro case. Da allora, lo Stato di Israele si è vendicato e ha ucciso in massa. La raffica di bombe che piove su Gaza giorno e notte ha già causato la morte di oltre 10.000 palestinesi, tra cui 4.800 bambini. In mezzo agli edifici in rovina, i sopravvissuti sono privati di tutto: acqua, elettricità, cibo, medicine. Due milioni e mezzo di abitanti di Gaza sono in questo momento minacciati da carestie ed epidemie, 400.000 di loro sono prigionieri a Gaza City e ogni giorno centinaia cadono, dilaniati dai missili, schiacciati dai carri armati, giustiziati dai proiettili.
La morte è ovunque a Gaza, come in Ucraina. Ricordiamo la distruzione di Mariupol da parte dell'esercito russo, l'esodo delle popolazioni, la guerra di trincea che seppellì gli uomini. Ad oggi, quasi 500.000 persone sono morte. Una metà in ognuno dei due campo. Un'intera generazione di russi e ucraini viene ora sacrificata sull'altare dell'interesse nazionale, in nome della difesa della patria. E non è finita: a fine settembre, nel Nagorno-Karabakh, 100.000 persone sono dovute fuggire di fronte all'esercito azero e alla minaccia di genocidio. In Yemen, il conflitto di cui nessuno parla più, ha ucciso più di 200.000 persone e lasciato 2,3 milioni di bambini malnutriti. Lo stesso orrore della guerra in Etiopia, Myanmar, Haiti, Siria, Afghanistan, Mali, Niger, Burkina Faso, Somalia, Congo, Mozambico... E c’è il rischio di uno scontro Serbia e Kosovo.
Chi è responsabile di tutta questa barbarie? Fino a che punto può estendersi la guerra? E, soprattutto, quale forza può opporvisi?
Tutti gli stati sono criminali di guerra
Al momento in cui scriviamo, tutte le nazioni chiedono a Israele di “moderare” o “sospendere” la sua offensiva. La Russia chiede un cessate il fuoco, dopo aver attaccato l'Ucraina con la stessa ferocia un anno e mezzo fa, massacrando 300.000 civili in Cecenia nel 1999 in nome della stessa "lotta al terrorismo". La Cina “vuole la pace”, ma intanto massacra la popolazione uigura, minaccia il popolo di Taiwan con un inferno di fuoco ancora più grande. L'Arabia Saudita e i suoi alleati arabi vogliono fermare l'offensiva israeliana e nel frattempo decimano la popolazione dello Yemen. La Turchia si oppone all'attacco a Gaza mentre sogna di sterminare i curdi. Quanto alle grandi democrazie, dopo aver sostenuto “il diritto di Israele a difendersi”, ora chiedono “una tregua umanitaria” e “il rispetto del diritto internazionale”, loro che dal 1914 hanno dimostrato, con notevole regolarità, la loro competenza nelle stragi di massa.
Questo è l'argomento principale dello Stato di Israele: “l’annientamento di Gaza è legittimo”, come lo sono state le bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki e il tappeto di bombe incendiarie su Dresda e Amburgo. Le guerre in Afghanistan e in Iraq, gli Stati Uniti le hanno combattute con gli stessi argomenti e metodi di Israele oggi! Tutti gli stati sono criminali di guerra! Piccoli o grandi, dominati o potenti, apparentemente guerrafondai o moderati, tutti partecipano in realtà alla guerra imperialista nell'arena mondiale, e tutti considerano la classe operaia come carne da cannone.
Sono queste voci ipocrite e ingannevoli che vorrebbero farci avere fiducia nel loro slancio per la pace e nella loro soluzione: il riconoscimento di Israele e Palestina come due Stati indipendenti e autonomi. L'Autorità Palestinese, Hamas, Fatah dimostrano quello che sarebbe questo Stato: come tutti gli altri, sfrutterebbe i lavoratori; come tutti gli altri, reprimerebbe le masse; Come tutti gli altri, sarebbe stato un guerrafondaio. Ci sono già 195 Stati “indipendenti e autonomi” sul pianeta: insieme, ogni anno, dedicano più di 2.000 miliardi di dollari alla "difesa"! E per il 2024, questi budget esploderanno.
Le guerre di oggi, una politica di terra bruciata
Allora perché l'ONU ha appena dichiarato: "Abbiamo bisogno di un immediato cessate il fuoco umanitario. Sono passati trenta giorni. Quando è troppo, è troppo. Tutto questo deve finire ora"? Ovviamente, gli alleati della Palestina vogliono fermare l'offensiva israeliana. Per quanto riguarda gli alleati di Israele, quelle “grandi democrazie” che pretendono di rispettare il “diritto internazionale”, non possono lasciare fare l'esercito israeliano facendo finta di niente. L'IDF sta massacrando in modo fin troppo visibile. E soprattutto perché già stanno sostenendo militarmente l'Ucraina contro "l'aggressione russa" e i suoi "crimini di guerra". La barbarie delle due "aggressioni" non deve apparire troppo simile.
Ma c'è una ragione ancora più profonda: tutti cercano di limitare la diffusione del caos, perché tutti possono essere colpiti, tutti hanno qualcosa da perdere se questo conflitto si diffonde troppo. Sia l'attacco di Hamas che la risposta di Israele hanno una cosa in comune: una politica di terra bruciata. Il massacro terroristico di ieri e i bombardamenti a tappeto di oggi non possono portare ad alcuna vittoria reale e duratura. Questa guerra sta facendo precipitare il Medio Oriente in un'era di destabilizzazione e scontro.
Se Israele continua a radere al suolo Gaza e a seppellire i suoi abitanti sotto le macerie, c'è il rischio che la Cisgiordania vada in fiamme, che Hezbollah trascini il Libano in guerra, che l'Iran finisca per interferire troppo. La generalizzazione del caos in tutta la regione, ad esempio, non sarebbe solo un duro colpo per l'influenza americana, ma anche per le pretese globali della Cina, la cui preziosa Via della Seta passa attraverso di essa.
La minaccia di una terza guerra mondiale incombe sulla mente di tutti. Sui televisori, i giornalisti ne discutono apertamente. In realtà, la situazione attuale è molto più perniciosa. Non ci sono due blocchi, ordinati e disciplinati, che si fronteggiano, come nel 1914-18 e nel 1939-45, o durante la Guerra Fredda. Mentre la competizione economica e bellica tra Cina e Stati Uniti è sempre più brutale e oppressiva, le altre nazioni non si piegano agli ordini di nessuno di questi due colossi, ma fanno la loro parte, nel disordine, nell'imprevedibilità e nella cacofonia. La Russia ha attaccato l'Ucraina contro il parere della Cina. Israele sta schiacciando Gaza contro il parere americano. Questi due conflitti incarnano il pericolo che minaccia la morte di tutta l'umanità: il moltiplicarsi delle guerre il cui unico scopo è quello di destabilizzare o distruggere l'avversario; una catena infinita di abusi irrazionali e nichilisti; Ognuno per sé, sinonimo di caos incontrollabile.
Per una terza guerra mondiale, i proletari dell'Europa occidentale, dell'America del Nord e dell'Asia orientale dovrebbero essere pronti a sacrificare la loro vita in nome della Patria, a prendere le armi e ad uccidersi a vicenda per la bandiera e gli interessi nazionali, cosa che oggi non avviene assolutamente. Ma ciò che si sta sviluppando non ha bisogno di questa adesione, di questa irreggimentazione delle masse. Dall'inizio degli anni 2000, fasce sempre più vaste del pianeta sono piombate nella violenza e nel caos: Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Libano, Ucraina, Israele e Palestina... Questa cancrena si sta diffondendo a poco a poco, paese dopo paese, regione dopo regione. Questo è l'unico futuro possibile nel capitalismo, in questo sistema di sfruttamento decadente e putrescente.
Per porre fine alla guerra, il capitalismo deve essere rovesciato
Quindi, cosa fare? Gli operai di tutti i paesi non devono farsi illusioni sulla possibilità della cosiddetta pace, su qualsiasi soluzione da parte della "comunità internazionale", dell'ONU o di qualsiasi altro covo di briganti. Il capitalismo è guerra. Dal 1914 non si è quasi fermato, colpendo una parte del mondo e poi un'altra. Il periodo storico che ci attende vedrà questa dinamica mortale diffondersi e amplificarsi, con una barbarie sempre più insondabile.
Gli operai di tutti i paesi devono quindi rifiutarsi di lasciarsi trasportare, devono rifiutarsi di schierarsi con questo o quel campo borghese, all’Est, in Medio Oriente, come altrove. Devono rifiutarsi di lasciarsi ingannare dai discorsi che chiedono loro di mostrare la loro "solidarietà" con "il popolo ucraino sotto attacco", con "la Russia minacciata", con "le masse palestinesi martirizzate", con "gli israeliani terrorizzati" ... In tutte le guerre, da una parte e dall'altra delle frontiere, gli Stati reclutano soldati con la scusa di portare avanti una lotta tra il bene e il male, tra la barbarie e la civiltà. In realtà, tutte queste guerre sono sempre uno scontro tra nazioni concorrenti, tra borghesie rivali. Sono sempre conflitti in cui gli sfruttati muoiono a vantaggio dei loro sfruttatori.
La solidarietà dei lavoratori, quindi, non va ai "palestinesi" come non va agli "israeliani", agli "ucraini", ai "russi", perché tra tutte queste nazionalità ci sono sfruttatori e sfruttati. Va ai lavoratori e ai disoccupati di Israele e Palestina, della Russia e dell'Ucraina, come va ai lavoratori di tutti gli altri paesi del mondo. Non è manifestando "per la pace", non è scegliendo di sostenere una parte contro l'altra che possiamo portare una vera solidarietà alle vittime della guerra, alle popolazioni civili e ai soldati di entrambe le parti, proletari in divisa trasformati in carne da cannone, bambini indottrinati e fanatizzati. L'unica solidarietà consiste nel denunciare TUTTI gli Stati capitalisti, TUTTI i partiti che chiedono di schierarsi dietro questa o quella bandiera nazionale, questa o quella causa di guerra, TUTTI coloro che ci ingannano con l'illusione della pace e delle "buone relazioni" tra i popoli.
Questa solidarietà passa soprattutto attraverso lo sviluppo delle nostre lotte contro il sistema capitalista responsabile di tutte le guerre, una lotta contro le borghesie nazionali e il loro Stato.
La storia ha dimostrato che l'unica forza che può porre fine alla guerra capitalistica è la classe sfruttata, il proletariato, nemico diretto della classe borghese. Questo avvenne quando gli operai russi rovesciarono lo Stato borghese nell'ottobre 1917 e gli operai e i soldati tedeschi si ribellarono nel novembre 1918: questi grandi movimenti di lotta del proletariato costrinsero i governi a firmare l'armistizio. Questo è ciò che ha posto fine alla prima guerra mondiale, la forza del proletariato rivoluzionario! La pace vera e definitiva, dappertutto, la classe operaia dovrà conquistarla rovesciando il capitalismo su scala mondiale.
Questa lunga strada è davanti a noi. Oggi si tratta dello sviluppo di lotte su un terreno di classe, contro gli attacchi economici sempre più duri che ci vengono inflitti da un sistema immerso in una crisi insormontabile. Perché rifiutando il deterioramento delle nostre condizioni di vita e di lavoro, rifiutando i sacrifici perpetui in nome del pareggio di bilancio, della competitività dell'economia nazionale o dei necessari sforzi bellici, cominciamo a sollevarci contro il cuore del capitalismo: lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
In queste lotte, restiamo uniti, sviluppiamo la nostra solidarietà, discutiamo e diventiamo consapevoli della nostra forza quando siamo uniti e organizzati. Il proletariato porta in sé, nelle sue lotte di classe, un mondo che è l'esatto opposto del capitalismo: da una parte, la divisione in nazioni impegnate in una competizione economica e bellica fino alla reciproca distruzione; dall'altro, una potenziale unità di tutti gli sfruttati del mondo. Il proletariato ha iniziato a percorrere questa lunga strada, a fare pochi passi: durante "l'estate della rabbia" nel Regno Unito nel 2022, durante il movimento sociale contro la riforma delle pensioni in Francia all'inizio del 2023, durante gli storici scioperi nei settori della sanità e dell'automotive negli Stati Uniti nelle ultime settimane. Questa dinamica internazionale segna il ritorno storico della combattività operaia, il crescente rifiuto di accettare il deterioramento permanente delle condizioni di vita e di lavoro, la tendenza a mostrare solidarietà tra settori e tra generazioni come lavoratori in lotta. In futuro, i movimenti dovranno fare il collegamento tra la crisi economica e la guerra, tra i sacrifici richiesti e lo sviluppo dei bilanci e delle politiche degli armamenti, tra tutte le piaghe che questo obsoleto capitalismo globale porta con sé, tra le crisi economiche, belliche e climatiche che si alimentano a vicenda.
Contro il nazionalismo, contro le guerre in cui i nostri sfruttatori vogliono trascinarci, le vecchie parole d'ordine del movimento operaio che figuravano nel Manifesto del Partito Comunista del 1848 sono più attuali che mai:
I proletari non hanno patria!
Proletari di tutti i paesi, unitevi!
Per lo sviluppo della lotta di classe del proletariato internazionale!
Corrente Comunista Internazionale, 7 novembre 2023
A differenza dell’estrema sinistra del capitale e degli elementi esaltati della piccola borghesia che vedono lo spettro della rivoluzione sociale dietro “tutto ciò che si muove”, i rivoluzionari, per realizzare un intervento lucido, devono dotarsi di una bussola, di un metodo che ha insegnato loro il marxismo, attingendo alle esperienze della storia del movimento operaio di quasi due secoli. È proprio questo metodo che solo può consentire loro di comprendere e intervenire nelle lotte della classe operaia con una visione storica e di lungo termine, per non cadere nella trappola dell’impazienza, dell’attesa di risultati immediati, ritrovandosi così alla coda dell’estrema sinistra del capitale o addirittura del sindacalismo di base.
Durante l’estate del 2022, la CCI ha inquadrato lo scoppio delle lotte nel Regno Unito non come un semplice evento locale ma come un fenomeno di portata storica e internazionale. La ripresa delle lotte operaie, ad un livello che non si vedeva in questo paese dagli anni ’80, ha segnato una vera e propria rottura nella dinamica della lotta di classe. Di fronte a un simile evento, la CCI ha deciso di produrre un volantino internazionale in cui affermavamo che gli scioperi di massa nel Regno Unito erano “un invito alla lotta per i proletari di tutti i paesi”.
Ciò è stato pienamente confermato nei mesi successivi poiché, oltre alla continuazione delle lotte in molti settori nel Regno Unito, sono scoppiati scioperi e mobilitazioni sia in diversi paesi europei che in altri continenti. Anch’essi, nella maggior parte dei casi, hanno raggiunto livelli mai visti da anni, confermando il ritorno della combattività operaia dopo diversi decenni di atonia su scala globale.
Nell’autunno del 2022, la CCI si è quindi impegnata all’interno di manifestazioni o picchetti di sciopero. La sezione britannica della CCI è intervenuta otto volte nei picchetti di sciopero, soprattutto a Londra ed Exeter, distribuendo diverse centinaia di volantini. Ma anche durante la fiera del libro anarchico di Londra. La CCI è stata presente anche alla giornata di mobilitazione interprofessionale tenutasi in Francia, il 29 settembre 2022. Nei dibattiti, nei cortei o nei picchetti, abbiamo difeso la dimensione internazionale degli attacchi e quindi la necessità di lottare tutti insieme, reagendo in maniera unitaria ed evitando di rimanere bloccati nelle lotte locali, all’interno della singola azienda o del proprio settore.
Allo stesso tempo, la CCI pubblicava regolarmente sulla sua stampa (sito web, giornali, Rivista Internazionale) articoli che mettevano in luce il terreno proletario di queste diverse lotte, ma soprattutto il loro significato storico, sottolineando che costituivano un vero trampolino di lancio per il recupero dell’identità di classe.
Lo scoppio della lotta contro la riforma delle pensioni in Francia a partire da gennaio ha dato nuovo slancio a questa dinamica di lotte internazionali. Questo movimento avrebbe riunito, quasi ogni settimana, per quasi cinque mesi, milioni di lavoratori nelle strade per opporsi ad un attacco spregevole da parte dello Stato borghese. Durante le quattordici giornate di mobilitazione, a Parigi e nelle altre province, la CCI ha mobilitato tutte le sue forze, raccogliendo intorno a sé i suoi simpatizzanti, per diffondere il più ampiamente possibile la sua stampa, distribuendo circa 130.000 volantini e assicurando la vendita militante dei propri giornali.
La qualità dell’intervento si basava sulla capacità della CCI di adattarsi all’evoluzione della reazione di classe su scala internazionale, ma anche all’evoluzione più specifica della lotta in Francia. Questo è il motivo per cui la CCI ha prodotto sia volantini di respiro internazionale, sia volantini più “territoriali” quando necessario. E questo per rispondere al meglio alle esigenze del movimento, non solo in Francia, ma soprattutto a livello internazionale, poiché nello stesso periodo sono scoppiate lotte in molti paesi, in cui la CCI è potuta intervenire.
In misura diversa, ciò è avvenuto in Belgio, Spagna, Paesi Bassi, Germania, Regno Unito e Messico.
Quali sono stati allora i principali temi difesi nelle manifestazioni sia attraverso volantini e giornali territoriali sia durante le discussioni all'interno dei cortei?
– Da gennaio 2023, un nuovo volantino internazionale dal titolo: “Come sviluppare un movimento massiccio, unito e solidale?” ha evidenziato la necessità di opporsi alle divisioni operate dai sindacati, sviluppando la solidarietà al di là della propria azienda, della propria impresa, del proprio settore di attività, della propria città, della propria regione, del proprio Paese.
– Successivamente, pur continuando a difendere la stessa necessità, la CCI ha messo al centro del suo intervento la difesa dell’autorganizzazione e dei metodi di lotta che permettono di creare un rapporto di forza con lo Stato borghese. Il volantino del 2 febbraio: “Essere numerosi non basta, dobbiamo anche prendere in mano le nostre lotte” e il terzo volantino internazionale: “Ovunque la stessa domanda: come sviluppare la lotta? Come possono i governi fare marcia indietro?”, ha risposto a questa preoccupazione espressa sempre più nel corso delle settimane, in particolare nelle discussioni che abbiamo avuto durante le manifestazioni. Abbiamo difeso in particolare la necessità di creare luoghi di discussione come le assemblee generali sovrane aperte a tutti.
– Nonostante le numerose debolezze, tutte queste lotte esprimevano un tentativo reale di creare una forza collettiva, unita, solidale, per ritrovarsi non come individui isolati, ma come classe sfruttata di fronte ai propri sfruttatori. Gli echi della lotta in Francia tra i lavoratori britannici e tedeschi lo hanno pienamente dimostrato.
Una delle responsabilità dei rivoluzionari consiste proprio nel contribuire allo sviluppo di questo sforzo verso il recupero dell’identità di classe. Anche per questo abbiamo sempre improntato il nostro intervento sulla necessità di riappropriarci dell’esperienza e della storia della classe operaia. Tanto più che questa preoccupazione si è espressa spontaneamente nella lotta in Francia attraverso lo slogan “Voi mettete il 64 [la nuova età per il pensionamento], noi vi rimettiamo il [maggio] 68” gridato in tutti i cortei. O ancora, nel rinascere del ricordo della lotta contro il CPE nel 2006. Quindi il volantino: “Come abbiamo vinto nel 2006?”, ha difeso l’esperienza delle Assemblee Generali sovrane che avevano contribuito alla dinamica di estensione di quel movimento fino a far arretrare il governo. Poche settimane dopo, il quarto volantino internazionale: “Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Messico, Cina... Andate oltre rispetto al 1968!”, ha esteso questo sforzo ma soprattutto ha permesso di difendere più esplicitamente la questione storica della ripresa delle lotte operaie e la sfida che essa contiene: il rovesciamento del capitalismo e la vittoria della rivoluzione proletaria per la sopravvivenza dell'umanità.
Nel complesso, i nostri diversi volantini sono sempre stati ben accolti, i titoli spesso colpivano nel segno e provocavano le reazioni dei manifestanti: “Sì, siamo tutti sulla stessa barca!”, “Sì, dobbiamo lottare tutti insieme!”, “Vengo dalla Germania e anche lì ci sono lotte!”, “Siamo italiani e siamo venuti a manifestare con gli operai francesi”, “Io ero lì nel maggio ‘68, dobbiamo rifare la stessa cosa!”, “Ah sì, bisogna proprio fare la rivoluzione!” Queste sono le reazioni più significative emerse nelle tante discussioni che abbiamo potuto avere. Restano, certo, minoritarie e talvolta confuse ma esprimono lo sforzo di riflessione che avviene nel profondo della classe operaia per riconoscersi come classe, per prendere in mano le lotte e sviluppare la battaglia che consenta alla classe a intraprendere la via della rivoluzione.
È proprio questa dinamica storica in atto che abbiamo evidenziato nel volantino che faceva il punto sulla lotta contro la riforma delle pensioni durante l’ultimo giorno di mobilitazione del 6 giugno in cui la voglia di lottare e battersi era ancora presente. In diverse occasioni i manifestanti, concordando con il titolo del volantino, ci hanno addirittura detto: “Abbiamo perso una battaglia ma non abbiamo perso la guerra!”. Quindi sí, “la lotta è davvero davanti a noi!”.
Il nostro intervento è stato accompagnato anche dalla distribuzione di centinaia di copie del terzo Manifesto della CCI[1] che, di fronte alla spirale sempre più mortale e distruttiva della società capitalista, difende con forza che il futuro dell'umanità è nelle mani della classe operaia. Riteniamo che sia responsabilità delle organizzazioni rivoluzionarie esporre alla classe operaia nel modo più lucido possibile le condizioni storiche in cui si svolge la sua lotta e le questioni a cui è confrontata.
È con lo stesso approccio che la CCI ha organizzato anche due cicli di incontri pubblici sulla lotta di classe nel mondo. Il tema del primo era: “Non siamo i soli a mobilitarsi… Ci sono lotte operaie in molti paesi!” Quello del secondo: “Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Messico, Cina... Andare oltre rispetto al 1968! "[2]. Questi incontri sono stati animati dal desiderio di chiarimento attraverso il confronto con le diverse posizioni presenti. Si è trattato di veri e propri luoghi di dibattito proletario dove si sono espressi sostegno, sfumature, dubbi e domande, e anche disaccordi con le posizioni della CCI. Questa partecipazione attiva ai dibattiti è un esempio della lenta maturazione della coscienza che sta avvenendo nel profondo della classe operaia globale e che è portata avanti più in particolare da piccole minoranze, spesso appartenenti a una nuova generazione, che si stanno gradualmente riconnettendo con l’esperienza del movimento operaio e della Sinistra Comunista.
Intervenendo attivamente nelle manifestazioni, così come con la nostra stampa web e cartacea, la CCI ha pienamente adempiuto alle sue responsabilità politiche all'interno della classe operaia. Il frutto di questo intervento si è manifestato in particolare nel fatto che nuovi elementi in cerca di posizioni di classe hanno preso contatto con la CCI e sono venuti, talvolta, anche a partecipare alle nostre riunioni pubbliche.
Se dallo scorso giugno la dinamica avviata nell’estate del 2022 nel Regno Unito sembra conoscere una certa “pausa”, lo scoppio di scioperi nel settore automobilistico negli Stati Uniti dimostra chiaramente che la dinamica delle lotte continua. Per la CCI, queste lotte economiche sono il terreno privilegiato perché la classe possa sviluppare la sua riflessione e la sua coscienza. È responsabilità delle organizzazioni rivoluzionarie contribuire alla maturazione di questo sforzo vitale per lo sviluppo dello scontro rivoluzionario.
Vincent, 1 ottobre 2023
[1] “Il capitalismo porta alla distruzione dell’umanità… Solo la rivoluzione mondiale del proletariato può mettervi fine”, https://it.internationalism.org/content/1719/il-capitalismo-porta-alla-distruzione-dellumanita-solo-la-rivoluzione-proletaria [348]
[2] Per una valutazione più approfondita di questi incontri pubblici vedi: “Perché la CCI parla di “rottura” nella dinamica della lotta di classe?”, https://it.internationalism.org/content/1748/perche-la-cci-parla-di-rottura-nella-dinamica-della-lotta-di-classe [397]
Dal 2020 si sono susseguiti colpi di Stato nell’Africa occidentale e centrale, dalla Guinea al Gabon passando per il Mali, il Burkina Faso e il Niger. Per non parlare dei “colpi di Stato costituzionali” avvenuti anche in Costa d’Avorio e in Ciad.
Una regione ancora più instabile
In Mali, Burkina Faso e Niger, i regimi corrotti e sanguinari sostenuti dalla Francia sono stati rovesciati da fazioni militari (altrettanto corrotte e sanguinarie) tra gli applausi della folla che non sopporta più di morire di fame a causa di predatori senza scrupoli e dei loro complici occidentali. Ma i manifestanti si illudono: né i golpisti, né i candidati che si precipitano alla porta per sostituire la Francia nella sua tradizionale zona d’influenza (Russia, Cina, ecc.) sono preoccupati per il destino della popolazione. Al contrario, questi colpi di Stato sono l’espressione di un’accelerata destabilizzazione della regione e la promessa di una miseria sempre maggiore.
La regione del Sahel, in cui il Niger occupa una posizione centrale, è caratterizzata da una crescente instabilità causata in particolare dall’acuta sofferenza economica delle popolazioni, dal deterioramento della sicurezza, dal rapido aumento della popolazione, dai massicci movimenti di migranti (4.1 milioni di persone sfollate solo nel 2022) e dal terribile degrado dell’ambiente.
L’intera regione sta vivendo un devastante aumento di attacchi effettuati da gruppi islamici armati, che approfittano della porosità e dell’estensione dei confini. Questi gruppi terroristici attaccano regolarmente le istituzioni statali, prendono di mira le comunità e bloccano i centri urbani interrompendo strade e linee di rifornimento. Burkina Faso, Mali e Niger sono tra i dieci paesi più colpiti dal terrorismo.
Secondo State Fragility Index (Indice di fragilità degli Stati), i paesi del Sahel sono tra i 25 Stati più fragili. La maggior parte dei loro governi non è in grado di controllare il proprio territorio. In Burkina Faso, ad esempio, i gruppi islamici armati controllano fino al 40% del territorio. Nonostante il “sostegno” del gruppo Wagner al governo maliano, in un anno lo Stato islamico ha raddoppiato il suo territorio nel paese.
L'espressione del caos crescente
Dopo il Mali e il Burkina Faso, l’imperialismo francese è costretto a evacuare il Niger con armi e bagagli, tra lo scherno dei manifestanti. Il Niger era considerato un “paese sicuro” sul quale diverse potenze imperialiste, in particolare Francia e Stati Uniti, contavano per preservare i propri interessi.
Ma, contrariamente a quanto sostiene la stampa borghese, questo colpo di Stato (come quelli che lo hanno recentemente preceduto in Mali o in Burkina Faso) non è un semplice capovolgimento di alleanze come quelli che capitavano durante la Guerra Fredda, con dei golpisti che oramai preferiscono trattare con la Russia o la Cina piuttosto che con i paesi occidentali. Si tratta, in realtà, dell'espressione di una forte accelerazione nella decomposizione della società borghese che tende a travolgere le aree più fragili del capitalismo nel caos più assoluto.
Lungi dall’essere un riorientamento imperialista a favore di un nuovo “partner”, vediamo invece fazioni borghesi totalmente irresponsabili che approfittano della destabilizzazione dei governi e della fragilità degli Stati per “tentare la fortuna”. Adottano qualsiasi discorso che permetta loro di conquistare il potere e sono pronti ad allearsi con chiunque sia in grado di sostenerli in quel momento. In Niger, il golpe è stato portato avanti apertamente contro l'ex potenza coloniale, con l'appoggio del Mali, del Burkina Faso e del relativo appoggio del gruppo Wagner, arma russa di destabilizzazione. Ma nessuno può escludere la possibilità che la giunta al potere faccia marcia indietro e finisca per negoziare con la Francia.
Il ciascuno per sé aumenta l'instabilità
Le grandi potenze imperialiste non si preoccupano del destino delle popolazioni o del mantenimento dei governi “democraticamente eletti” (che grande battuta!), ma delle conseguenze dei colpi di Stato in difesa dei loro sordidi interessi. In Gabon, ad esempio, i golpisti hanno cacciato Ali Bongo, grande difensore degli interessi francesi, senza mettere in discussione l'enorme influenza francese nel paese ... Infatti, questo colpo di Stato è stato descritto dalla stampa occidentale come un "riaggiustamento" e non ha suscitato “forte emozione” del Quai d'Orsay (Ministero degli Affari Esteri francese). In Niger, invece, i golpisti sono stati minacciati di sanzioni economiche e di intervento militare.
Ma le stesse reazioni dei grandi squali imperialisti sono avvenute in un contesto in cui regna l'ognuno per sé. Parigi ha subito tentato di organizzare un intervento militare ma, ancora una volta, ha dato prova della sua incapacità. Macron ha anche provato a mostrare i muscoli dicendosi "irremovibile" sul "ritorno alla legalità", quando tutto indica che non ne ha i mezzi: "La Francia spinge la Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale a intervenire [...]. Ma sta anche cercando di coinvolgere i suoi partner europei nella mischia. Il problema è che i tedeschi non sono convinti dell’utilità dell’intervento, così come non lo sono gli italiani, che non hanno dimenticato i drammatici errori francesi in Libia. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, questi vogliono mantenere le loro posizioni in Niger”[1]. Mentre “i diplomatici francesi e il personale militare francese sottolineano con amarezza lo “sporco gioco in Niger” di Washington, che non ha nemmeno usato il termine “colpo di Stato”, […] un generale americano ha risposto: “A partire dal Niger stiamo combattendo contro l’influenza e la pressione della Russia, per il tramite della Wagner, e della Cina. Così come contro il terrorismo internazionale nel Sahel"[2].
Il caos in Niger è così bruciante e l’incapacità degli occidentali di agire di concerto è così evidente da costringere queste potenze imperialiste a rivedere il loro posizionamento sul posto per non perdere troppe “piume”. Questo vale anche per Washington, che considera il Niger come una pedina centrale nella lotta contro l’influenza di Cina e Russia nell’area, ma senza avere la certezza di poter contare sui golpisti.
In breve: “In Niger, l’Occidente non è nella posizione di sostenere un’invasione, anche se guidata da Stati regionali privi di legittimità interna. In ogni caso verrebbero percepiti come agenti guidati dall’Occidente”[3]. Soprattutto, “l’Occidente” ricorda senza dubbio il suo disastroso intervento militare in Libia nel 2011, che ebbe tra le sue conseguenze l’estensione del terrorismo jihadista in tutto il Sahel e il collasso di uno Stato in una situazione ancora inestricabile.
Tutti gli imperialismi presenti nella zona del Sahel si stanno quindi riposizionando per difendere meglio i propri interessi, anche se ciò significa accelerare il caos e accentuare le turbolenze imperialiste.
Amina, 25 settembre 2023
Il 7 ottobre, sotto una pioggia di razzi, un’orda di islamisti ha seminato il terrore nelle comunità israeliane che circondano la Striscia di Gaza. In nome della “giusta vendetta” contro “i crimini dell'occupazione”, in nome dei “musulmani di tutto il mondo” contro il “regime sionista”, Hamas e i suoi alleati hanno lanciato migliaia di “combattenti” fanatici a commettere le peggiori atrocità su civili indifesi, donne, anziani e perfino bambini. La ferocia di Hamas non ha avuto limiti: omicidi, stupri, torture, rapimenti, scuole prese di mira, persone innocenti assalite nelle loro case, migliaia di feriti...
Subito dopo queste barbare violenze di Hamas, Israele a sua volta ha scatenato tutto la sua potenza omicida sulla Striscia di Gaza in nome della lotta della “luce” contro le “tenebre”. Mentre scriviamo queste righe, l’aviazione israeliana sta bombardando incessantemente l’enclave sovrappopolata su cui governa Hamas, colpendo civili e terroristi senza distinzione, mentre Tsahal ha appena tagliato in due la Striscia di Gaza e circondato la sua capitale. Facendo “piovere fuoco infernale su Hamas”, il governo di Netanyahu sta radendo al suolo indiscriminatamente le case e portando nella tomba migliaia di vittime innocenti, tra cui diverse migliaia di bambini.
Un conflitto totalmente irrazionale
L’attacco di Hamas ha sbalordito il mondo intero. Israele, uno Stato la cui borghesia coltiva giorno dopo giorno, anno dopo anno, tra la popolazione, l’idea di una cittadella assediata, uno Stato con servizi di intelligence, il Mossad e lo Shin Bet, tra i più rinomati al mondo, uno Stato alleato di lunga data degli Stati Uniti e del loro arsenale di sorveglianza... Israele apparentemente non s’è accorto di niente: né le sospette esercitazioni di Hamas, né la concentrazione di migliaia di razzi e uomini. Lo Stato ebraico ha inoltre ignorato numerosi avvertimenti, in particolare quelli provenienti dal vicino Egitto.
Diverse ipotesi possono spiegare questa “sorpresa”:
Quello che è certo, in ogni caso, è che prima del 7 ottobre Netanyahu ha fatto tutto il possibile per rafforzare il potere e i mezzi di Hamas dal momento che questa organizzazione era, come lui e tutta la destra israeliana, totalmente contraria agli accordi di Oslo del 1993[1], che prevedevano l’autonomia palestinese. È stato lo stesso “Bibi” (Netanyahu) a rivendicare questa politica: “Chiunque voglia ostacolare la creazione di uno Stato palestinese deve sostenere il rafforzamento di Hamas e trasferire denaro ad Hamas. Questo fa parte della nostra strategia” Queste osservazioni sono state rivolte da Netanyahu l’11 marzo 2019 ai deputati del Likud (riportate dal principale quotidiano israeliano Haaretz il 9 ottobre).
Al momento è difficile determinare le cause di questo fiasco da parte delle forze di sicurezza israeliane. Ma ciascuna delle due ipotesi, così come le dinamiche in cui sta sprofondando il Medio Oriente, rivelano il caos crescente che regna nell’apparato politico della borghesia israeliana: instabilità delle coalizioni governative, corruzione di massa, processi per frode, brogli elettorali, un’altamente contestata riforma giudiziaria che mal dissimula i regolamenti di conti all’interno dell’apparato statale, le manie suprematiste degli ultraortodossi… Tutto questo in un contesto di crescente inflazione e di notevole esplosione della povertà.
Per quanto riguarda la cosiddetta “resistenza” di Hamas, la presenza stessa di questa organizzazione, in competizione con un’OLP marcia fino al midollo, alla guida della Striscia di Gaza è un’espressione caricaturale del caos e dell’irrazionalità in cui è precipitata la borghesia palestinese. Quando Hamas non reprime nel sangue le manifestazioni contro la povertà come nel marzo 2019 (cosa che ci fa ben capire quale potrebbe essere la sorte del “popolo palestinese” una volta “liberato” dal “colonialismo sionista” …), quando i suoi leader mafiosi non si ingozzano di aiuti internazionali (Hamas è una delle organizzazioni terroristiche più ricche del pianeta), quando non istiga attacchi terroristici, questo gruppo sanguinario predica un’ideologia quanto mai oscurantista, razzista e delirante.
Lo Stato d'Israele e Hamas, in tempi diversi e con mezzi diversi, hanno praticato la politica della ricerca del peggio che ha portato ai massacri di oggi. Una politica che, in definitiva, non andrà a beneficio di nessuno dei due belligeranti ma che diffonderà ancora di più la distruzione e la barbarie.
L’accelerazione del caos a livello globale
Il conflitto israelo-palestinese ovviamente non è un conflitto strettamente locale. A meno di due anni dallo scoppio della guerra in Ucraina, mentre tutta una serie di conflitti si riaccendono nei Balcani, nel Caucaso e nel Sahel, questo sanguinoso incendio non è solo l’ennesimo episodio di un conflitto che dura da decenni. Si tratta di una nuova tappa significativa nell’accelerazione del caos globale.
Nel prossimo futuro non si può escludere la possibilità che Israele sia costretto a intraprendere una guerra su tre fronti contro Hamas, Hezbollah e Iran. Un’estensione del conflitto avrebbe importanti ripercussioni a livello globale, innanzitutto con un massiccio afflusso di rifugiati da Gaza o dalla Cisgiordania e la destabilizzazione dei paesi confinanti con Israele. Avrebbe inoltre conseguenze immediate particolarmente devastanti per l’intera economia globale, vista l’importanza del Medio Oriente nella produzione di idrocarburi
Non va trascurata anche l’importazione del conflitto in Europa, con una serie di attentati mortali. In Belgio è già stato compiuto un attacco rivendicato dallo Stato islamico. Anche in Francia un professore è stato brutalmente assassinato da un giovane islamista il 13 ottobre, meno di una settimana dopo l’offensiva di Hamas.
Ma non è necessario aspettare che il conflitto si estenda per misurarne immediatamente la dimensione internazionale[2]. La portata dell’attacco di Hamas e il livello di preparazione richiesto lasciano pochi dubbi sul coinvolgimento dell’Iran, che è visibilmente pronto a dare fuoco all’intera regione per difendere i suoi interessi strategici immediati e cercare di uscire dall’isolamento. È una vera trappola quella che la Repubblica Islamica ha teso a Netanyahu. Questo è anche il motivo per cui Teheran e i suoi alleati hanno intensificato le provocazioni con attacchi missilistici da parte di Hezbollah e degli Houthi (Yemen) contro le postazioni israeliane. Senza dubbio anche la Russia ha avuto un ruolo nell’offensiva di Hamas: è un modo, almeno lo spera, di indebolire il sostegno degli Stati Uniti e dell’Europa all’Ucraina.
Anche se la violenza non si diffondesse immediatamente in tutto il Medio Oriente, la dinamica della destabilizzazione è inevitabile. Pertanto, la situazione non può che preoccupare la Cina: ciò non solo indebolirebbe il suo approvvigionamento di idrocarburi, ma rappresenterebbe anche un ostacolo considerevole alla costruzione delle sue “vie della seta” fatte di porti giganteschi, ferrovie o idrocarburi. Tuttavia, anche la Cina, che qui si trova in una posizione ambivalente, potrebbe contribuire al caos, finendo per sostenere apertamente l’Iran, sperando così di allentare la pressione americana nel Pacifico.
Questo conflitto mostra fino a che punto ogni Stato applichi sempre più, per difendere i propri interessi, una politica di “terra bruciata”, cercando non più di acquisire influenza o conquistare interessi, ma di seminare caos e distruzione tra i suoi rivali.
Questa tendenza all’irrazionalità strategica, alle visioni a breve termine, all’instabilità delle alleanze e all’ ognuno per sé non è una politica arbitraria di questo o quello Stato, né il prodotto della sola stupidità di questa o quella fazione borghese al potere. È la conseguenza delle condizioni storiche, quelle della decomposizione del capitalismo, in cui tutti gli Stati si trovano[3]. Con lo scoppio della guerra in Ucraina, questa tendenza storica e il peso del militarismo sulla società si sono profondamente aggravati.
Il conflitto israelo-palestinese conferma fino a che punto la guerra imperialista sia oggi il principale fattore di destabilizzazione della società capitalista. Prodotto delle contraddizioni del capitalismo, il vento della guerra alimenta a sua volta il fuoco di queste stesse contraddizioni, aumentando, sotto il peso del militarismo, la crisi economica, il disastro ambientale, lo smembramento della società... Questa dinamica tende a far marcire tutti i settori della società, indebolire tutte le nazioni, a cominciare dalla prima: gli Stati Uniti.
L’irrimediabile indebolimento della leadership americana
I capi di stato occidentali si sono precipitati dalla parte di Israele con una certa eccitazione e dubbi sul modo migliore per gestire la situazione. Si è anche visto il presidente francese, per una volta, rendersi ridicolo in un incontro diplomatico, chiedendo prima la mobilitazione contro Hamas della coalizione creata nel 2014 contro lo Stato islamico, per poi fare pietosamente marcia indietro in serata.
Accorrendo a Tel Aviv e nei paesi vicini a Israele, le potenze europee stanno cercano di approfittare della situazione per rimettere piede nella regione. Ma è stato ancora una volta Biden a riequilibrare il tutto, cercando di fare pressione su Israele affinché evitasse troppi spargimenti di sangue a Gaza. Ha anche inviato nella zona due portaerei per mandare un messaggio di fermezza a Hezbollah e all’Iran.
Quando gli Stati Uniti hanno realizzata la loro “presenza strategica” verso l’Asia durante l’era Obama (una politica proseguita da Trump e Biden), non hanno abbandonato l’influenza in Medio Oriente. Washington si adoperò, in particolare con gli Accordi di Abramo, per stabilire un sistema di alleanza tra Israele e diversi paesi arabi, in particolare l’Arabia Saudita, per contenere le aspirazioni imperialiste dell’Iran, delegando allo Stato ebraico la responsabilità del mantenimento dell’ordine.
Ma ciò senza tener conto della dinamica di crescente instabilità delle alleanze e della profonda tendenza al ciascuno per sé, a partire dalla borghesia israeliana che ha continuato ad anteporre i propri interessi imperialisti a quelli degli Stati Uniti. Mentre Washington è favorevole alla “soluzione” dei due Stati, Netanyahu ha aumentato le annessioni in Cisgiordania, rischiando di incendiare la regione, contando sul sostegno militare e diplomatico americano in caso di peggioramento del conflitto. Gli Stati Uniti oggi si ritrovano messi nell’angolo da Israele, costretti a sostenere le politiche irresponsabili di Netanyahu
La reazione vigorosa di Biden, per usare un eufemismo, mostra la scarsa fiducia che l’amministrazione americana ripone nella cricca di Netanyahu e la preoccupazione per la prospettiva di una catastrofica conflagrazione in Medio Oriente. Il conflitto israelo-palestinese costituisce un nuovo punto di pressione sulla politica imperialista americana, che potrebbe rivelarsi disastrosa in caso di allargamento. Washington dovrebbe allora assumere una considerevole presenza militare ed un sostegno ad Israele che peserebbe non solo sull’economia americana, ma sullo stesso sostegno all’Ucraina e ancor più, sulla sua strategia per arginare l’espansione della Cina.
Anche il discorso filo-palestinese della Turchia, membro “incorreggibile” della NATO, contribuirà a indebolire gli Stati Uniti nella regione, così come le tensioni tra Israele e diversi paesi dell’America Latina accentueranno senza dubbio le tensioni con il suo sponsor nordamericano. Washington cerca quindi di evitare che la situazione vada fuori controllo... un desiderio del tutto illusorio a lungo termine, data la dinamica disastrosa in cui sta sprofondando il Medio Oriente.
L’impatto della guerra sulla classe operaia
Le immagini degli abusi di Hamas e di Tsahal hanno fatto il giro del mondo e, ovunque, la borghesia ci ha invitato a scegliere da che parte stare. Su tutti i canali televisivi e su tutti i giornali, a sinistra e a destra, si scatena una propaganda sporca e bellicosa, spesso cruda, a volte più subdola, che invita tutti a scegliere tra la “resistenza palestinese” e la “democrazia israeliana”, come se non ci fosse altra scelta che sostenere l’una o l’altra di queste cricche borghesi assetate di sangue
Una parte della borghesia, soprattutto in Europa e Nord America, sta scatenando una feroce campagna per legittimare la guerra e gli abusi dell'esercito israeliano: “Noi difendiamo il diritto di Israele ad esistere, a difendersi e a garantire la sicurezza del suo popolo. E capiamo perfettamente che dobbiamo combattere il terrorismo” (Meloni). Naturalmente le borghesie si fregiano di tutte le virtù umanitarie deplorando ipocritamente le vittime civili nella Striscia di Gaza. Ma state tranquilli, brava gente, Scholz ne è certo: “Israele è uno Stato democratico guidato da principi molto umanitari e possiamo quindi essere sicuri che l’esercito israeliano rispetterà le regole derivanti dal diritto internazionale in tutto ciò che fa”.
La borghesia può anche fare affidamento sui suoi partiti di sinistra per alimentare la sua sporca propaganda nazionalista. Quasi tutti sostengono la difesa della Palestina. I loro discorsi spaziano dalla presunta difesa delle popolazioni palestinesi vittime dei bombardamenti allo spudorato sostegno ai barbari di Hamas. Strumentalizzando il legittimo disgusto suscitato dai bombardamenti su Gaza, gigantesche manifestazioni filo-palestinesi sono state organizzate a Londra e Berlino
È vero che la classe operaia oggi non è nella posizione di opporsi direttamente alla guerra e ai suoi orrori. Ma scegliere un campo imperialista contro un altro è una trappola mortale. Perché è accettare la logica della guerra che è “l’odio, le fratture e le divisioni tra gli esseri umani, la morte per la morte, l’istituzionalizzazione della tortura, la sottomissione, l’equilibrio dei poteri, come unica logica dell’evoluzione sociale.”[4] Perché significa credere alle palesi bugie che la borghesia ripete in ogni conflitto: “Dopo questa guerra ritornerà la pace”. Perché significa schierarsi dietro gli interessi della borghesia (difendere a tutti i costi il capitale nazionale anche se ciò significa portare l’umanità alla tomba) e rinunciare a lottare per l’unica prospettiva veramente capace di porre fine alla dinamica omicida del capitalismo: lotta per la difesa degli interessi storici del proletariato, lotta per il comunismo.
Gli operai in Israele e in Palestina si faranno sicuramente trascinare, nelle lora grande maggioranza, sul terreno del nazionalismo e della guerra. Tuttavia mediante la serie inedita di lotte in numerosi paesi, in particolare Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, la classe operaia ha mostrato che è capace di battersi, se non contro la guerra e il militarismo in quanto tali, comunque contro le conseguenze economiche della guerra, contro i sacrifici richiesti dalla borghesia per alimentare la sua economia di guerra. Si tratta di una tappa fondamentale dello sviluppo della combattività e, a termine, della coscienza di classe.[5]
La guerra in Medio Oriente, con l'aggravarsi della crisi e il fabbisogno aggiuntivo di armi che genererà ai quattro angoli del pianeta, non farà altro che aumentare le condizioni oggettive per questa nuova dinamica della lotta di classe.
Ma questa guerra porta con sé pericoli ancora imprevedibili per la classe operaia. Se i massacri dovessero aggravarsi o diffondersi ulteriormente, il sentimento di impotenza e di divisione all'interno della classe operaia rischia di costituire un ostacolo significativo allo sviluppo del suo sforzo di combattività e di riflessione. Come evidenziato dalle manifestazioni filo-palestinesi, il conflitto in Medio Oriente rischia di avere un impatto molto negativo sulla classe operaia, in particolare in Francia, Regno Unito o Germania, paesi in cui la presenza di numerosi ebrei e musulmani, assieme ai discorsi incendiari dei governi, rendono la situazione più che esplosiva.
La guerra israelo-palestinese provoca senza dubbio un sentimento di impotenza e drammatiche divisioni all’interno della classe operaia. Ma l’immensità dei pericoli e il compito da realizzare non devono spingerci al fatalismo. Se oggi la classe dominante riempie la testa dei lavoratori con la sua propaganda nazionalista e bellicosa, la crisi in cui sprofonda il capitalismo crea anche le condizioni per lo scoppio di lotte massicce e per l’emergere di una riflessione, in primo luogo tra le minoranze rivoluzionarie, poi nell'intera classe.
EG, 6 novembre 2023
[1] Firmato da Arafat, ex presidente dell'OLP, e Yitzhak Rabin, primo ministro israeliano
[2] Le menzogne spudorate della sinistra borghese e degli stalinisti di ogni genere, che distorcono la posizione dei bolscevichi sulle lotte di liberazione nazionale (già errata all'epoca) per giustificare il loro cinico appoggio alla “causa palestinese” in nome della lotta per l'indipendenza dei popoli oppressi “contro il “colonialismo sionista” sono pura ipocrisia. È più che evidente che Hamas è una pedina nel grande scacchiere imperialista internazionale, largamente sostenuta e armata dall’Iran e, in misura minore, dalla Russia
[3] A questo proposito invitiamo i nostri lettori a consultare due nostri testi in materia:
– l’aggiornamento di “Militarismo e decomposizione” Militarismo e decomposizione (maggio 2022) | Corrente Comunista Internazionale (internationalism.org) [310]
– il terzo manifesto della CCI: Il capitalismo porta alla distruzione dell’umanità... Solo la rivoluzione proletaria mondiale può porvi fine | Corrente Comunista Internazionale (internationalism.org) [348]
[4] Terzo Manifesto della CCI
[5] Per sviluppare la riflessione sulla realtà della rottura attualmente in atto all'interno della classe operaia, vedere: “La lotta è davanti a noi”, La lotta è davanti a noi | Corrente Comunista Internazionale (internationalism.org) [398]
Il nostro compagno Miguel è mancato. Nato nel 1944, già dalla sua prima gioventù si ribellò contro questa società di barbarie e sfruttamento che è il capitalismo. Capì la necessità di una nuova società, ma allo stesso tempo quello che succedeva in URSS, presentata come “Patria del socialismo”, gli provocava molti dubbi su questo preteso “comunismo”. All’epoca andavano di moda altre “alternative”. Una era la Jugoslavia di Tito, un paese “non allineato”[1] che si presentava come un socialismo “autogestionario”. Emigrò laggiù, per studiare e lavorare, ma presto si rese conto che quel paese di socialismo non aveva niente, che non era altro che una delle numerose varianti del capitalismo di Stato. Da questa deludente esperienza nacque la sua convinzione che nessuna delle “Mecca” del “socialismo” (Russia, Jugoslavia, Albania, Cina, Cuba, ecc.) erano comunismo, né erano sulla strada di diventarlo, tutti erano Stati capitalisti in cui lo sfruttamento regnava con la stessa violenza che nei paesi ufficialmente capitalisti.
Ritornato in Spagna, lavorò in una fabbrica molto importante, la Standard Electrica, fu un operaio cosciente e combattivo, che partecipò attivamente nei diversi scioperi che scuotevano la Spagna, come parte della ripresa storica del proletariato la cui espressione più avanzata fu il grande sciopero di Maggio ’68. In quei tempi (1972-76) la dittatura franchista era incapace di far fronte all’enorme ondata di lotte e la borghesia preparava la famosa “transizione”, passare dalla dittatura franchista alla dittatura democratica, in altri termini lo Stato capitalista considerava ormai inutile il franchismo e il suo nazionalcattolicesimo e rinnovava il suo armamento democratico per meglio affrontare la classe operaia: sindacati “obreros” (sindacati “operai”), elezioni, “libertà”…
Presto il compagno arrivò a una seconda convinzione: i sindacati, tanto il vecchio sindacato verticistico del franchismo come i “sindacati operai” (Comisiones Obreras, UGT e compagnia) erano organi dello Stato borghese, servitori incondizionati del capitale, pronti a sabotare gli scioperi, dividere i lavoratori, deviarli verso vicoli ciechi. Membro della UGT finì con lo strappare la sua tessera durante il suo intervento in un’assemblea.
Nello stesso periodo fece i conti con un’altra esperienza negativa: aderente a uno dei numerosi gruppi trotskisti (la Liga Comunista) toccò con mano cosa è il gauchisme, lo strumento con cui, tramite un linguaggio operaista radicale, recuperare i militanti che rompono con il partito comunista o con i sindacati e cercano un’autentica alternativa proletaria internazionalista. Criticavano l’URSS, ma invitavano a difenderla come “Stato operaio degenerato”; si dicevano conto la guerra imperialista, però appoggiavano la guerra in Vietnam e altre guerre imperialiste in nome della “liberazione nazionale”; criticavano i sindacati, però spingevano a partecipare ad essi per “guadagnarli alla classe”; criticavano le elezioni, però invitavano a votare per “avere un governo operaio PCE-PSOE”; parlavano di “democrazia nell’organizzazione” ma in realtà essa era il modo in cui le diverse fazioni si disputavano a morte il controllo della stessa facendo ricorso a manovre, calunnie e ogni possibile bassezza.
Né l’incubo del “socialismo autogestionario” jugoslavo, né il sabotaggio sindacale, né la trappola del gauchisme impedirono la ricerca di posizioni realmente comuniste. In questa ricerca Miguel contattò la CCI e iniziò una serie di discussioni molto intense, che gli permisero di fare i conti con le esperienze vissute, e lo portarono infine ad aderire alla CCI nel 1980.
Da allora è stato un militante fedele alla causa del proletariato, abituato a riflettere e ad intervenire nelle riunioni per cercare di contribuire all’elaborazione comune delle nostre posizioni. Miguel era totalmente disponibile per le attività dell’organizzazione. Obbligato per motivi di lavoro a cambiare città, la sua prima preoccupazione era mantenere l’attività militante a tutti i livelli, le discussioni e le analisi come l’intervento nelle lotte, la diffusione della stampa, ecc.
Miguel era soprattutto molto attivo nelle lotte della classe, partecipando come lavoratore a numerose lotte (Telefonica, Standard) ed anche in lotte come alla Delphi, SEAT, a riunioni di disoccupati, ecc. Non esitava ad intervenire nelle assemblee, affrontando le manovre dei sindacati, proponendo dei mezzi per rafforzare le assemblee e ricercare l’estensione della lotta per rompere l’isolamento. Allo stesso modo partecipava a quelle riunioni in cui ci potevano essere discussioni di interesse per la chiarificazione rivoluzionaria e non esitava ad intervenire in forma chiara e valida difendendo le posizioni della CCI.
Diede anche un grande contributo nella diffusione della stampa. Portava con regolarità le nostre pubblicazioni in librerie, biblioteche e cercava senza stancarsi nuovi centri di diffusione. Nelle manifestazioni, nelle assemblee, negli assembramenti era il primo a diffondere la stampa della CCI con entusiasmo e una perseveranza realmente esemplare.
Era sempre disponibile per le attività dell’organizzazione e portò avanti un entusiasta lavoro di ricopiatura di stampa e libri del movimento rivoluzionario, ma anche di tutti i temi che potevano essere di interesse per la lotta rivoluzionaria della classe operaia. La biblioteca che riuscì a costituire è un tesoro per la trasmissione delle tradizioni e posizioni delle organizzazioni comuniste.
È stato un militante fino all’ultimo minuto. Afflitto da una dolorosa malattia chiedeva a tutti i compagni che andavano a visitarlo quali erano state le discussioni, ci chiedeva di leggergli i testi internazionali dell’organizzazione, ascoltando con attenzione quello che gli raccontavamo. Era, insomma, UN MILITANTE COMUNISTA DEL PROLETARIATO. Scriviamo queste righe con molto dolore, ma lo facciamo spinti e animati dalla sua militanza, disposti a continuare la lotta per accogliere quei giovani che, attualmente, si stanno confrontando con le trappole che Miguel riuscì a superare, che cercano le risposte che lui trovò e che animarono tutta la sua vita.
Corrente Comunista Internazionale, 27-9-23
[1] All’epoca esisteva il cosiddetto “movimento dei non allineati”, paesi che si dicevano fuori dai due blocchi imperialisti che dominavano il mondo: USA e URSS. Uno dei suoi promotori era Tito, presidente jugoslavo.
"La guerra è un omicidio metodico, organizzato, gigantesco. Tuttavia, per ottenere un omicidio sistematico in uomini normalmente costituiti, è necessario prima produrre un'intossicazione appropriata. Questo è sempre stato il metodo abituale dei belligeranti. La bestialità dei pensieri e dei sentimenti deve corrispondere alla bestialità della pratica, deve prepararla e accompagnarla."(Rosa Luxemburg, La crisi della socialdemocrazia, 1915).
I terribili scontri che insanguinano ancora una volta il Medio Oriente stanno confermando di nuovo ciò che la grande rivoluzionaria Rosa Luxemburg scriveva in carcere nel 1915. I miliziani di Hamas che il 7 ottobre 2023 hanno commesso atroci crimini contro le popolazioni civili israeliane, donne, bambini e anziani, non avrebbero potuto comportarsi con tale barbarie se non fossero stati condizionati, con un lavaggio sistematico del cervello da parte dell'organizzazione islamista che gestisce la Striscia di Gaza.
Allo stesso modo, se oggi la stragrande maggioranza della popolazione israeliana approva i criminali bombardamenti e l'offensiva di terra contro gli abitanti di Gaza, che hanno già causato migliaia di morti tra i civili, è perché ha subito un terribile trauma con il massacro del 7 ottobre, ma anche perché anch'essa è stata vittima di decenni di condizionamento da parte delle autorità israeliane e dei differenti partiti della borghesia.
Con la guerra tra lo Stato di Israele e Hamas, assistiamo ancora una volta all'utilizzo, da parte delle varie forze politiche che difendono la perpetuazione dell'ordine capitalistico, di un metodo che la classe sfruttatrice ha utilizzato su larga scala fin dall'inizio del XX secolo per giustificare la barbarie della guerra: evidenziare le atrocità commesse dal "nemico" per giustificare... le proprie atrocità. Gli esempi non sono mancati nel corso del Novecento, il secolo in cui il sistema capitalista è entrato nel suo periodo di decadenza.
Certo, la guerra esisteva da molto prima di questo periodo, così come le giustificazioni offerte da coloro che la conducevano. Ma le guerre del passato non avevano mai assunto la forma di una guerra totale, mobilitando tutte le risorse della società e coinvolgendo l'intera popolazione, come avvenne a partire dal 1914.
Fu durante la prima guerra mondiale che i governi dei paesi belligeranti si occuparono, in modo organizzato e sistematico, della propaganda necessaria a mobilitare ampi settori della popolazione di un paese.
Le confessioni dei difensori dell'ordine capitalista
Abbiamo già dedicato un articolo della nostra stampa sulla propaganda "in vista dell'assassinio sistematico", volta a "produrre un'adeguata intossicazione negli uomini normalmente costituiti", come scrisse Rosa Luxembourg. Invitiamo i nostri lettori a leggere per intero questo articolo, "Nascita della democrazia totalitaria"[[1]], pubblicato nel 2015, di cui citeremo qui solo alcuni brevi estratti. In particolare, l'articolo cita ampiamente un'opera di Harold Lasswell, pubblicata nel 1927, intitolata Tecnica della propaganda nella guerra mondiale [399].[[2]]
Ecco alcuni passaggi:
"La resistenza psicologica alla guerra nelle nazioni moderne è così grande che ogni guerra deve apparire come una guerra di difesa contro un aggressore minaccioso e assassino. Non ci devono essere ambiguità su chi il pubblico debba odiare. La causa della guerra non deve essere un sistema mondiale di conduzione degli affari internazionali, né la stupidità o la malizia di tutte le classi dirigenti, ma la rapacità del nemico. Colpa e innocenza devono essere stabilite geograficamente, e tutta la colpa deve trovarsi dall'altra parte del confine. Se la propaganda vuole mobilitare tutto l'odio della popolazione, deve fare in modo che tutte le idee che circolano attribuiscano l'unica responsabilità al nemico. In alcune circostanze possono essere ammesse variazioni su questo tema, che cercheremo di specificare, ma deve sempre essere il modello dominante. I governi dell'Europa occidentale non possono mai essere del tutto certi che il proletariato esistente all'interno dei loro confini e sotto la loro autorità, con una coscienza di classe, si mobiliterà alla loro campana di guerra".
La propaganda "è una concessione alla razionalità del mondo moderno. Un mondo istruito preferisce svilupparsi sulla base di argomenti e informazioni [...]. Un intero apparato di erudizione diffusa rende popolare simboli e forme di richiamo pseudo-razionale: il lupo della propaganda non esita a vestirsi da pecora. Tutti gli uomini eloquenti dell'epoca (scrittori, giornalisti, redattori, predicatori, conferenzieri, professori, politici) vengono messi al servizio della propaganda e amplificano la voce del padrone. Tutto è fatto con il decoro e l'abito dell'intelligenza, perché questa è un'epoca razionale che esige che la carne cruda sia cucinata e guarnita da cuochi abili e competenti. Una nuova fiamma deve soffocare il cancro del disaccordo e rafforzare l'acciaio dell'entusiasmo bellico" (Lasswell, op. cit., p. 221).
"Per mobilitare l'odio della popolazione verso il nemico, la nazione avversaria deve essere rappresentata come un aggressore minaccioso e assassino [...]. È attraverso l'elaborazione degli obiettivi di guerra che il ruolo di ostacolo del nemico diventa particolarmente evidente. Rappresentare la nazione avversaria come satanica: viola tutti gli standard morali (le buone maniere) del gruppo ed è un insulto alla sua autostima. Il mantenimento dell'odio dipende dall'integrazione delle rappresentazioni del nemico minaccioso, ostruttivo e satanico con l'assicurazione della vittoria finale". (Lasswell, op. cit., p. 195)
La lettura di questi passaggi, che illustrano e completano in modo straordinario le linee di Rosa Luxemburg, potrebbe indurre a pensare che Lasswell fosse un militante che combatteva il capitalismo. In realtà, egli fu un eminente accademico americano che pubblicò numerose opere di scienza politica e insegnò questa disciplina dal 1946 al 1958 presso la prestigiosa Università di Yale. Nel libro del 1927, che concludeva la sua opera, si schierò a favore del controllo governativo delle tecniche di comunicazione (telegrafo, telefono, cinema e radio) e mise le sue competenze al servizio della borghesia americana per tutta la vita, in particolare durante la Seconda guerra mondiale, quando fu direttore delle ricerche sulla comunicazione e la guerra presso la Library of Congress (la principale e prestigiosa biblioteca degli Stati Uniti) e contemporaneamente lavorò nei servizi di propaganda dell'esercito.
La guerra del "campo del bene" contro il "campo del male".
Come espresso in modo eloquente dagli scritti di Lasswell, l'obiettivo di ogni Stato in guerra è quello di presentare il nemico come l'incarnazione del MALE per presentarsi come l'eminente rappresentante del BENE. Ci sono molti esempi di questo nel corso della storia, e possiamo citarne solo alcuni.
Come si legge in un nostro articolo del 2015, "la Gran Bretagna utilizzò l'occupazione tedesca del Belgio con grande effetto, non senza una sana dose di cinismo, poiché in realtà l'invasione tedesca stava semplicemente ostacolando i piani di guerra britannici. Si diffusero storie delle più raccapriccianti atrocità: le truppe tedesche uccidevano i bambini a colpi di baionetta, facevano la zuppa con i cadaveri, legavano i preti a testa in giù al batacchio della campana della loro stessa chiesa, etc.»
La borghesia francese non fu da meno: in una cartolina di propaganda, c'è una poesia in cui un soldato spiega alla sorella minore che cos'è un "boche" (termine usato in Francia per indicare i tedeschi e che significa "macellaio"): "Vuoi sapere, bambina, che cos'è questo mostro, un boche?
Un boche, mia cara, è un essere senza onore,
È un cattivo subdolo, pesante, odioso, brutto,
È uno spauracchio, un orco velenoso.
È un diavolo travestito da soldato che brucia villaggi,
spara a vecchi e donne senza rimorsi,
uccide i feriti, commette ogni tipo di saccheggio,
seppellisce i vivi e spoglia i morti.
È un codardo che sgozza bambini e ragazze,
trafigge i bambini con le baionette,
Massacra per piacere, senza motivo... senza quartiere.
Questo è l'uomo, figlia mia, che vuole uccidere tuo padre,
distruggere il tuo Paese e torturare tua madre,
È il teutone maledetto dall'intero universo.»
Questo tipo di propaganda si sviluppò soprattutto in seguito alle fraternizzazioni avvenute al fronte nel periodo natalizio del 1914 tra unità tedesche, francesi e scozzesi. Questa poesia lo dice chiaramente: non è possibile fraternizzare con i "mostri".
In seguito, l'accumulo di cadaveri da entrambe le parti servì a giustificare la demonizzazione del nemico da parte di ogni Stato belligerante. Ciascuna parte elogiava l'eroismo e il sacrificio dei propri soldati nel compito "necessario" di bloccare i "crimini" dei soldati dell'altra parte. Uccidere esseri umani non era più un crimine se indossavano un'altra uniforme, ma un "sacro dovere in difesa dell'umanità e della morale".
Questa demonizzazione dei popoli "nemici" per giustificare la barbarie della guerra è proseguita per tutto il XX secolo e all'inizio del XXI, quando la guerra è diventata una manifestazione permanente del precipitare del capitalismo nella decadenza. La Seconda guerra mondiale ci offre un esempio illuminante e atroce al tempo stesso. Per la propaganda borghese di oggi, esisteva un solo "campo del male": la Germania nazista e i suoi alleati. Il regime nazista era, infatti, l'incarnazione della controrivoluzione che si era abbattuta sul proletariato tedesco dopo i tentativi rivoluzionari del 1918-23.
Una controrivoluzione alla quale le "democrazie" del "campo del bene" avevano dato il loro pieno contributo e che fu completata dal nazismo. Inoltre, queste "democrazie" avevano a lungo creduto di poter andare d'accordo con il regime di Hitler, come dimostra l'accordo di Monaco del 1938.
Le atrocità commesse dal regime nazista furono utilizzate dalla propaganda degli Alleati per giustificare le proprie atrocità. In particolare, lo sterminio degli ebrei d'Europa da parte dei nazisti, l'espressione più concentrata della barbarie in cui la decadenza del sistema capitalista aveva fatto sprofondare la società umana, costituì un argomento massiccio, presentato come "inconfutabile", per la necessità per gli Alleati di distruggere la Germania, il che comportò in particolare l'uccisione di decine di migliaia di civili sotto le bombe del campo del bene. Dopo la guerra, quando le popolazioni dei Paesi vincitori vennero a conoscenza dei crimini commessi dai loro leader, fu spiegato loro che gli spaventosi massacri di popolazioni civili (in particolare i bombardamenti di Amburgo tra il 25 luglio e il 3 agosto 1943 e quelli di Dresda dal 13 al 15 febbraio 1945, che presero di mira soprattutto i civili e uccisero in totale oltre 100.000 persone) erano giustificati dalla barbarie del regime nazista. Gli stessi leader organizzarono una massiccia propaganda sulle atrocità commesse da questo regime, in particolare sullo sterminio della popolazione ebraica. D'altra parte, si sono guardati bene dal sottolineare che gli Alleati non hanno fatto assolutamente nulla per aiutare queste persone, alle quali la maggior parte dei Paesi schierati dalla parte del bene ha rifiutato il visto d'ingresso e che hanno persino respinto le offerte dei leader nazisti di consegnare centinaia di migliaia di ebrei.
La denuncia dell'ipocrisia delle "democrazie" da parte della Sinistra comunista
Questa disgustosa ipocrisia della borghesia "democratica" è dimostrata molto bene, con l'evocazione di fatti storici comprovati, in un articolo intitolato "Auschwitz ou le grand alibi" (Auschwitz o il grande alibi), apparso nel 1960 sulla rivista Programme Communiste n. 11 (organo del Partito Comunista Internazionale, bordighista)[[3]]. Ecco la conclusione di questo articolo, che condividiamo pienamente:
"Abbiamo visto come il capitalismo abbia condannato a morte milioni di uomini respingendoli dalla produzione. Abbiamo visto come li ha massacrati estraendo da essi tutto il plusvalore possibile. Ci resta da vedere come li sfrutti ancora dopo la loro morte, come sfrutti la loro stessa morte. Sono innanzitutto gli imperialisti del campo alleato che se ne sono serviti per giustificare la loro guerra e per giustificare dopo la vittoria il trattamento infame inflitto al popolo tedesco. Si sono precipitati sui campi e sui cadaveri diffondendone ovunque le raccapriccianti fotografie ed esclamando: guardate che porci sono questi Crucchi! Come abbiamo avuto ragione di combatterli! E come abbiamo ora ragione a fargli passare la voglia di ricominciare! Quando si pensa agli innumerevoli crimini dell’imperialismo, quando si pensa, ad esempio, che nello stesso momento (1945) in cui i nostri Thorez cantavano vittoria sul fascismo, 45.000 algerini (provocatori fascisti!) cadevano sotto i colpi della repressione;[[4]] quando si pensa che è il capitalismo mondiale il responsabile di questi massacri, l’ignobile cinismo di questa soddisfatta campagna dà veramente la nausea.
Nello stesso tempo anche tutti i nostri bravi democratici antifascisti si sono gettati sui cadaveri degli ebrei. E li agitano sotto il naso del proletariato. Per fargli sentire l’infamia del capitalismo? No, al contrario: per fargli apprezzare, per contrasto, la vera democrazia, il vero progresso, il benessere di cui esso gode nella società capitalistica. Gli orrori della morte capitalistica devono far dimenticare gli orrori della vita capitalistica e il fatto che essi sono indissolubilmente negati fra di loro. Gli esperimenti dei medici SS dovevano far dimenticare che il capitalismo compie la sua gigantesca «sperimentazione» quotidiana con i prodotti cancerogeni, gli effetti dell’alcolismo sull’ereditarietà, la radioattività delle bombe «democratiche». Se si mostrano le abat-jour di pelle umana è per far dimenticare che il capitalismo ha trasformato l’uomo vivente in abat-jour. Le montagne di capelli, i denti d’oro, i cadaveri divenuti merce, devono far dimenticare che il capitalismo ha fatto dell’uomo vivente una merce. È il lavoro, la vita stessa dell’uomo, che nel capitalismo è merce. Sta in ciò l’origine di tutti i mali. Utilizzare i cadaveri delle vittime del capitale per tentare di nascondere questa verità, servirsi di questi cadaveri per proteggere il capitale, è il modo più infame di sfruttarli fino in fondo."
Questo articolo espone quella che è una posizione fondamentale della Sinistra comunista: la denuncia dell'ideologia antifascista, di cui l'evocazione della Shoah è un pilastro, come mezzo per giustificare la difesa della "democrazia" capitalista. Già nel giugno 1945, il n°6 de L'Étincelle, la rivista della Gauche Communiste de France, antenata politica della CCI, pubblicava un articolo intitolato "Buchenwald, Maïdaneck, démagogie macabre"[[5]] che sviluppava lo stesso tema e che riproduciamo di seguito:
"Il ruolo svolto dalle SS, dai nazisti e dal loro campo di industrializzazione della morte, fu quello di sterminare in generale tutti coloro che si opponevano al regime fascista e soprattutto i militanti rivoluzionari che erano sempre stati in prima linea nella lotta contro la borghesia capitalista, qualunque forma essa assumesse: autarchica, monarchica o "democratica", chiunque fosse il suo leader: Hitler, Mussolini, Stalin, Leopoldo III, Giorgio V, Vittorio Emanuele, Churchill, Roosevelt, Daladier o de Gaulle.
La stessa borghesia internazionale che, quando scoppiò la rivoluzione d'ottobre nel 1917, cercò ogni mezzo possibile e immaginabile per schiacciarla, che schiacciò la rivoluzione tedesca nel 1919 con una repressione di inaudita ferocia, che affogò nel sangue l'insurrezione proletaria cinese; la stessa borghesia che finanziò la propaganda fascista in Italia e poi quella di Hitler in Germania; La stessa borghesia che ha messo al potere in Germania l'uomo che aveva designato come gendarme d'Europa; la stessa borghesia che oggi spende milioni per finanziare l'allestimento di una mostra sui "crimini delle SS di Hitler", le riprese e la proiezione al pubblico di film sulle "atrocità tedesche" (mentre le vittime di queste atrocità continuano a morire, spesso senza cure, e i sopravvissuti che tornano non hanno mezzi di sostentamento).
Questa è la stessa borghesia che, da un lato, ha pagato il riarmo della Germania e, dall'altro, ha disprezzato il proletariato trascinandolo in guerra con l'ideologia antifascista; questa è la stessa borghesia che, avendo favorito l'ascesa al potere di Hitler, lo ha usato fino all'ultimo per schiacciare il proletariato tedesco e trascinarlo nella più sanguinosa delle guerre, nel più turpe massacro che si possa immaginare.
È sempre la stessa borghesia che manda rappresentanti con corone di fiori a inchinarsi ipocritamente sulle tombe dei morti che essa stessa ha prodotto, perché è incapace di gestire la società e la guerra è il suo unico modo di vivere.
NOI LE DIAMO LA COLPA!
perché i milioni di morti che ha perpetrato in questa guerra sono solo l'ultima aggiunta a una lista già troppo lunga di martiri della "civiltà", della società capitalista in decomposizione.
I responsabili dei crimini di Hitler non sono i tedeschi, che sono stati i primi, nel 1934, a pagare con 450.000 vite umane la repressione borghese di Hitler e che hanno continuato a subire questa spietata repressione quando si è svolta all'estero. Non più di quanto i francesi, gli inglesi, gli americani, i russi o i cinesi siano responsabili degli orrori della guerra che non hanno voluto ma che la loro borghesia ha imposto loro.
D'altra parte, i milioni di uomini e donne che sono morti lentamente nei campi di concentramento nazisti, che sono stati selvaggiamente torturati e i cui corpi stanno marcendo da qualche parte, che sono stati colpiti durante questa guerra mentre combattevano o sono stati sorpresi da un bombardamento "liberatorio", i milioni di cadaveri mutilati, amputati, fatti a pezzi e sfigurati, sepolti nella terra o che stanno marcendo al sole, i milioni di corpi, soldati, donne, vecchi e bambini.
Questi milioni di morti gridano vendetta...
... e chiedono vendetta non al popolo tedesco, che continua a pagare, ma a questa borghesia infame e senza scrupoli, che non ha pagato, ma ha lucrato, e che continua a prendere in giro gli schiavi affamati con le sue miniere di maiali all'ingrasso.
L'unica posizione del proletariato non è quella di rispondere agli appelli demagogici per continuare e accentuare lo sciovinismo attraverso i comitati antifascisti, ma la lotta di classe diretta per la difesa dei propri interessi, del proprio diritto alla vita, una lotta di ogni giorno, di ogni momento fino alla distruzione del mostruoso regime del capitalismo"[[6]].
Ancora oggi, lo Stato di Israele (e coloro che lo sostengono) invoca la memoria della Shoah per giustificare i propri crimini. Le atrocità subite dal popolo ebraico in passato sono un modo per fingere che questo Stato appartenga al campo del bene, anche quando prende spunto dalle "democrazie" durante la Seconda guerra mondiale per massacrare deliberatamente le popolazioni civili con le bombe. Le atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre hanno permesso di riaccendere la fiamma in modo così spettacolare che anche in Israele le voci di coloro che prima denunciavano la politica criminale dello Stato sono state messe a tacere, e addirittura spostate verso il campo della guerra a oltranza.
Allo stesso tempo, i nemici di Israele e coloro che li sostengono, che per decenni hanno fatto dell'oppressione e dell'umiliazione del popolo palestinese il loro mestiere, sia che si schierassero dietro bandiere islamiche o "antimperialiste", stanno ora scoprendo, con i massacri commessi dallo Stato ebraico a Gaza, un argomento sconvolgente per giustificare il loro sostegno a uno Stato palestinese che, come tutti gli Stati, sarà lo strumento della classe sfruttatrice per opprimere e reprimere gli sfruttati.
Per giustificare la barbarie della guerra, la propaganda borghese ha fatto un uso massiccio di menzogne, soprattutto a partire dal 1914, come abbiamo visto sopra e continuiamo a vedere. Si pensi, ad esempio, al mito delle "armi di distruzione di massa" utilizzato dal governo statunitense nel 2003 per giustificare l'invasione dell'Iraq. Ma questa propaganda è ancora più efficace quando può contare sulle reali atrocità commesse da coloro che sono indicati come il nemico. E queste atrocità non stanno per scomparire. Al contrario! Man mano che il sistema capitalista sprofonda nel degrado e nella decomposizione, esse diventeranno più frequenti e più abominevoli. Come in passato, saranno utilizzate da ogni settore della borghesia per giustificare le proprie atrocità e quelle future.
L'indignazione e la rabbia per queste atrocità sono legittime e normali in ogni essere umano. Ma è importante che gli sfruttati, i proletari, siano in grado di resistere alle sirene di chi li invita a combattere e uccidere i proletari di altri Paesi, o a essere uccisi in queste battaglie. Nessuna guerra nel capitalismo sarà mai la guerra per porre fine alle guerre, la "der des ders" (l'ultima delle ultime) come sosteneva la propaganda dei Paesi dell'Intesa nel 1914 o come sosteneva il presidente Bush junior nel 2003 quando prevedeva "un'era di pace e prosperità" dopo l'eliminazione di Saddam Hussein (in realtà, il massacro di centinaia di migliaia di iracheni). L'unico modo per porre fine alle guerre e alle atrocità che provocano è porre fine al sistema che le genera: il capitalismo. Qualsiasi altra prospettiva non farà altro che preservare la sopravvivenza di questo sistema barbaro.
Fabienne, 24 novembre 2023
[1] Nascita della democrazia totalitaria [400] Revue Internationale n°155. (in francese)
[2] L'uso da parte degli Stati Uniti della bomba atomica che cancellò le città di Hiroshima (tra i 103.000 e i 220.000 morti secondo varie stime) e Nagasaki (tra i 90.000 e i 140.000 morti) non poteva, ovviamente, essere giustificato dallo sterminio degli ebrei da parte delle autorità giapponesi, ma doveva comunque avere uno scopo "umanitario". Infatti, secondo le autorità americane, essa salvò un milione di vite da entrambe le parti, accelerando la fine della guerra. Questa è una delle bugie più odiose sulla Seconda Guerra Mondiale. In realtà, già prima dei bombardamenti, il governo giapponese era pronto a capitolare a condizione che l'imperatore Hirohito conservasse il trono. Le autorità americane rifiutarono questa condizione. Dovevano assolutamente poter utilizzare la bomba atomica per conoscere meglio le "prestazioni" di questa nuova arma e, soprattutto, per inviare un messaggio di intimidazione all'Unione Sovietica, che il governo americano prevedeva sarebbe stato il suo prossimo nemico. La capitale del Giappone, Tokyo, non ricevette la bomba atomica, perché era già stata praticamente rasa al suolo da molteplici bombardamenti "tradizionali" (con l'uso intensivo di bombe incendiarie), in particolare quelli del marzo 1945, che fecero un numero di vittime pari a quello di Hiroshima. Hirohito rimase sul trono fino alla sua morte, avvenuta il 7 gennaio 1989, senza mai essere interrogato dalle autorità americane, nonostante fosse stato chiaramente accertato il suo coinvolgimento personale nei crimini delle armate giapponesi.
[3] "Auschwitz o il grande alibi [401]". Questo articolo si basa in particolare sul libro "L'Histoire de Joël Brand" (Éditions du Seuil, 1957, traduzione dal tedesco: Die Geschichte von Joel Brand, Verlag Kiepenheuer & Witsch, Köln-Berlin, 1956) che descrive le avventure di questo ebreo ungherese che organizzò la fuga degli ebrei perseguitati dai nazisti. Nel maggio 1944, Brand fu incaricato da Adolf Eichmann di trasmettere agli Alleati la proposta di "consegnare" centinaia di migliaia di ebrei, proposta che fu rifiutata dalle autorità britanniche.
[4] Riferimento alla rivolta della popolazione di Sétif dell'8 maggio 1945, il giorno stesso della firma dell'armistizio, sedata con estrema violenza dal governo francese, alla quale partecipò il Partito "comunista" guidato da Maurice Thorez.
[6] La Tendenza Comunista Internazionalista ha pubblicato sul suo sito un articolo che tratta gli stessi temi del nostro articolo: "L'ipocrisia imperialista in Oriente e in Occidente [403]". Si tratta di un eccellente articolo che accogliamo con favore e invitiamo i nostri lettori a consultare.
Dopo due anni di conflitto in Ucraina sullo sfondo della rivalità sino-americana e con il rischio di estensione della guerra in Medio Oriente, cresce il timore di un nuovo conflitto globale. Le condizioni sono mature per un tale conflitto? Stiamo assistendo alla formazione di nuovi blocchi imperialisti? Il proletariato è pronto a lasciarsi trascinare in un conflitto mondiale su vasta scala?
Per discutere queste questioni, la CCI ha organizzato una serie di incontri pubblici sia fisici che per internet in vari paesi del mondo e nelle varie lingue. Questi incontri sono aperti a tutti coloro che desiderano incontrare e discutere con la CCI. Invitiamo caldamente tutti i nostri lettori, contatti e sostenitori a venire a discutere le questioni in gioco e a confrontare i punti di vista.
Per partecipare alla Riunione Pubblica che si terrà via internet in lingua italiana
Per tutte le altre riunioni pubbliche in lingua inglese, francese, spagnola, tedesca, ... fare riferimento alle varie pagine del nostro dito internet.
Corrente Comunista Internazionale“Basta!” “Quando è troppo è troppo!” Lo stesso sentimento di rivolta, di rabbia e di esasperazione si diffonde fra le file dei proletari, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, passando per la Francia e i paesi scandinavi.
Gli attacchi alle nostre condizioni di vita e di lavoro, l’atteggiamento brutale, arrogante e cinico dei governi e dei padroni privati non hanno fatto altro che rafforzare la combattività e la determinazione a lottare.
Questo sentimento domina anche in Quebec, dove lo sciopero ha mobilitato in maniera massiccia i 565.000 dipendenti pubblici della provincia federale (ovvero il 15% della popolazione attiva), di fronte all’aumento dei prezzi e al generale deterioramento delle condizioni di sfruttamento.
Nei paesi centrali del capitalismo, come ad esempio negli Stati Uniti, una parte sempre più grande di proletari si ritrova immersa nell’impoverimento assoluto.
Gli scioperi che hanno avuto luogo per più di un mese nel settore pubblico in Canada, costituiscono la piena conferma della ripresa internazionale delle lotte della classe operaia. Questi scioperi hanno assunto una portata che non si vedeva da più di cinquant’anni, quando l’11 aprile 1972 uno sciopero con occupazione di fabbriche e miniere paralizzò il territorio del Quebec.
Ciò costituisce anche un prolungamento dell’ondata di lotte avutesi negli Stati Uniti, in particolare nel settore automobilistico, dove il sindacato UAW ha alla fine firmato lo stesso accordo in sequenza con Ford, Stellantis e GM, tra il 25 e il 30 ottobre, accordo presentato come una “vittoria” e che ha messo fine a più di un mese di conflitto sociale.
A un livello più ampio, essi confermano la rottura con trent’anni di arretramento e di disorientamento che avevamo evidenziato nel “Rapporto e risoluzione del 25° Congresso della CCI”[1], in cui sottolineavamo che la ripresa della combattività operaia in numerosi paesi, centri economici vitali del capitalismo, ha costituito un evento storico importante.
Una forte combattività
Un fortissimo sentimento di rabbia, determinazione e indignazione si è manifestato per più di un mese nell’ondata di scioperi che ha mobilitato massicciamente il settore pubblico in Quebec, mostrando la fortissima combattività dei proletari.
Ciò in risposta fronte all’atteggiamento provocatorio e arrogante del governo federale nei suoi attacchi contro gli insegnanti e il personale del settore sanitario, con l’obiettivo di inasprire e precarizzare ulteriormente le loro condizioni di lavoro che sono diventate sempre più intollerabili. Il numero di insegnanti che si sono dimessi è raddoppiato in quattro anni (più di 4.000!), mentre la carenza di insegnanti è evidente nelle scuole pubbliche del Quebec, dove le classi sono state chiuse un mese per un milione di studenti. Questa massiccia mobilitazione ha interessato tutti i livelli della professione docente (istruzione primaria, secondaria, superiore), ma anche i trasporti scolastici, gli asili nido e il personale amministrativo.
La stessa esasperazione si esprime sia nei servizi sanitari che in quelli sociali, di fronte alla minaccia di una “vasta riforma del sistema sanitario”. La borghesia si prepara anche in quel settore ad aumentare drasticamente il deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Il governo federale promette di andare ancora oltre, con l’istituzione di centri di gestione sanitaria più autonomi e competitivi, puntando su una maggiore mobilità e flessibilità del personale, trasferimenti volontari in base alle esigenze dei servizi, il che implica una carenza ancora maggiore di posti di lavoro e un aumento del sovraccarico per il personale, compiti individuali già estenuanti, ore aggiuntive di lavoro non retribuito. Un tecnico di laboratorio, ad esempio, ha detto: “Lavoriamo già come cani nei fine settimana, nei giorni festivi e di notte. E ci viene detto: questo non basta”.
In questo contesto, il governo ha mostrato la sua intransigenza e il suo disprezzo con il massimo cinismo offrendo solo aumenti salariali negoziabili in “cambio” e al prezzo di una “flessibilità” ancora maggiore, più forte ed estesa, scommettendo deliberatamente su un esaurimento dello sciopero. Ciò sia attraverso le dichiarazioni di “fermezza” del primo ministro François Legault che della presidente del Consiglio incaricato delle Finanze pubbliche, Sonia Le Bel.
Ma la rabbia e la mobilitazione massiccia sono già riuscite a provocare una rottura con la tendenza al ripiego individuale e con il clima di profonda demoralizzazione che pesava prima.
Una ricerca di solidarietà
Questa situazione e questo stallo hanno innescato e stimolato allo stesso tempo un’ondata di reciproco aiuto e solidarietà. Per gli insegnanti, ad esempio, è stato creato sui social network o durante i picchetti di sciopero un gruppo di sostegno, in particolare per fornire donazioni di cibo o vestiti a sostegno agli scioperanti non retribuiti. Il movimento, anche nel settore privato, gode ancora della simpatia o del sostegno del 70% della popolazione.
Allo stesso modo, il numero, la frequenza e l’intensità delle mobilitazioni hanno dimostrato la grande determinazione degli scioperanti e la combattività del movimento.
I Sindacati, coscienti di quanto montava tra i lavoratori, avevano già preso l’iniziativa di incanalare la rabbia e controllare il movimento, organizzando la mobilitazione in ordine sparso per dividerla meglio. Abbiamo visto così la Federazione Autonoma dell’Istruzione (FAE) invitare i suoi 66.000 iscritti ad uno sciopero a tempo indeterminato, a partire dal 13 novembre, mentre le quattro principali confederazioni sindacali che compongono il “Fronte Comune” del settore pubblico, che rappresentano 420.000 dipendenti, hanno indetto uno sciopero differenziato, dal 21 al 23 novembre, poi dall’8 al 14 dicembre. Da parte sua, la Federazione Interprofessionale Sanitaria ha invitato i suoi 80.000 iscritti a sospendere il lavoro il 6, 8, 9, 23 e 24 novembre, poi dall’11 al 14 dicembre.
Tutti avevano anche promesso di lanciare uno sciopero più duro se le trattative con il governo non avessero avuto successo, risparmiando tempo ma rinviando questa eventualità... a dopo le vacanze di fine anno!
La borghesia sabota la lotta e divide i lavoratori
Tuttavia, il governo ha tirato fuori un altro asso dalla manica che non ha mancato di sfruttare sino in fondo nella sua manovra volta a cercare di disinnescare questa combattività e instaurare un clima di divisione e di concorrenza: si è impegnato a negoziare sia per settore di attività che separatamente con questo o quel centro sindacale e ha potuto contare pienamente sul lavoro di indebolimento, divisione e controllo delle lotte da parte dei diversi sindacati.
Così, dal 20 dicembre, nel settore dell’istruzione, una parte del “Fronte comune” ha cominciato a dividersi, la FSE-FSQ ha manifestato il desiderio di concludere un accordo separato con il governo e il Consiglio del Tesoro. Mentre, allo stesso tempo, la frazione più “radicale” degli scioperanti, aderente alla FAE in sciopero a tempo indeterminato, moltiplicava spettacolari “azioni di commando” minoritarie, come il blocco dell’accesso ai porti di Montreal e del Quebec, prima di concludere infine un accordo anch’essa, ponendo fine allo sciopero degli insegnanti il 28 dicembre. Così, i sindacati e lo Stato del Quebec sono riusciti a trovare una via d’uscita attraverso alcune misure specifiche di rivalutazione caso per caso degli stipendi e delle pensioni e limitando il sovraccarico di personale per classe. Nessun accordo, invece, sembra essere stato ancora raggiunto nel settore infermieristico, il che mostra un tentativo di divisione, spingendo un settore particolarmente combattivo a proseguire lo sciopero in isolamento.
Ciò non esclude la possibilità che presto scoppino nuovi scioperi in altri settori, visto che il malcontento è tanto profondo.
La continua maturazione di una coscienza operaia
Nonostante i suoi limiti attuali e l’avvertimento che contiene sui pericoli mortali per lo sviluppo delle lotte future se ci si lascia imprigionare dalle manovre della borghesia e dalle trappole della gestione sindacale, lo sciopero del settore pubblico in Quebec rivela soprattutto il potenziale di questa ripresa internazionale della combattività e della determinazione dei lavoratori, in un contesto globale di crescita delle lotte e di maturazione della coscienza operaia nei paesi centrali del capitalismo.
Soprattutto, riafferma la piena capacità del proletariato di sviluppare le sue lotte di classe sotto i colpi della crisi mondiale e gli attacchi a tutto campo della borghesia e di tutti i suoi governi, sia di sinistra che di destra, manifestazioni di una società capitalista agonizzante e in piena decomposizione. Queste lotte costituiscono una tappa indispensabile e fondamentale per il proletariato nel cammino per la riappropriazione della sua identità e della sua coscienza di classe.
Di fronte a tutta la propaganda e al carico di menzogne diffuse a partire dal 1989 sul presunto fallimento o morte del comunismo, esse mostrano che il proletariato esiste e costituisce più che mai l’unica classe portatrice di una prospettiva rivoluzionaria per il rovesciamento del capitalismo e di un futuro per l’umanità, in contrapposizione all’inesorabile sprofondamento della società capitalista in un oceano di miseria, caos, guerra generalizzata e barbarie.
GD, 4 gennaio 2024
[1] Rivista Internazionale n. 37, Rivista Internazionale n.37 | Corrente Comunista Internazionale (internationalism.org) [405]
Di fronte al crescente pericolo che l’opportunismo rappresenta in seno al campo proletario, la CCI è intervenuta diverse volte nella sua stampa[1] e ha organizzato diverse discussioni con i suoi contatti e simpatizzanti stretti. Se questa lotta può sembrare, a prima vista, episodica o secondaria, la storia del movimento operaio, a partire dalla lotta determinata di Marx ed Engels (già definita “polemiche da comari” all’epoca), ha ampiamente dimostrato che non è così. Basta d’altra parte vedere come le Tendenza Comunista Internazionalista (TCI), un’organizzazione della Sinistra Comunista, può illudersi nella vana ricerca di un’influenza, costi quel che costi, nella classe operaia per convincersene: la TCI preferisce rinunciare alla difesa dei principi fondamentali del movimento operaio (in particolare la difesa seria dell’internazionalismo) e mettere in pericolo la prospettiva rivoluzionaria, nella speranza di guadagnare un po’ di militanti.
La CCI ha anche difeso tenacemente il campo rivoluzionario di fronte alla compiacenza e alla porosità di organizzazioni della Sinistra Comunista di fronte a piccole bande di spioni (come il GISC) o a gruppi e individui parassitari. Il parassitismo, come la compiacenza dei rivoluzionari nei suoi confronti, sono sempre stati un flagello nella storia del movimento operaio, come testimoniato già dalla lotta della Prima Internazionale di fronte alle manovre di Bakunin. La ragion d’essere dell’ambiente parassitario, piena di semi-sapienti dall’ego sovradimensionato, è quello di ostacolare la lotta e la chiarificazione tra le vere organizzazioni rivoluzionarie.
È perciò che noi salutiamo fortemente la corrispondenza, di uno dei nostri contatti, che riportiamo qui di seguito, in sostegno a questa lotta.
CCI
La lettera di Osvaldo
Cari compagni, in continuità con critiche e rigetti attraverso precedenti dichiarazioni contro le varie forme di parassitismo che da anni insidiano il campo politico proletario esprimo anche ora la mia più ampia condanna verso il parassitismo e la piena solidarietà alla CCI.
Accanto a questa dichiarazione voglio però lanciare un allarme alle organizzazioni facenti parte ancora del campo politico proletario: porre molta attenzione all’opportunismo, altra piaga insopprimibile del movimento operaio ed in particolare delle sue avanguardie. E ciò in quanto esso in maniera subdola apre la porta non solo a certi cedimenti riguardanti i principi proletari che caratterizzano lo stesso campo (portandolo persino al tradimento, vedi per esempio il caso della socialdemocrazia tedesca alla vigilia della prima guerra mondiale), ma anche all’avventurismo, e peggio ancora, come riportato giustamente nella relazione della CCI, allo sdoganamento del parassitismo conferendogli un riconoscimento di sinistra comunista. Ciò può determinare un vero e proprio contagio pernicioso del campo politico proletario mettendo a repentaglio la sua sopravvivenza, senza della quale non ci sarà il partito di domani, organo indispensabile per portare avanti fino alla vittoria la rivoluzione proletaria.
Ed a tale proposito voglio denunciare i parassiti e spioni del GICS, i quali in quanto bugiardi spudorati, oltre ad altre accuse infondate opportunamente smentite a ragione dalla CCI - documenti alla mano - tramite la sua stampa ed in riunioni pubbliche, si permettono di attaccare quest’ultima attribuendole inesistenti tare consiliariste proprio sulla concezione di partito, strizzando così l’occhio alle altre formazioni del campo politico proletario. Ora vi possono essere e ci sono delle divergenze sulla concezione del partito per esempio tra la CCI e la TCI o i gruppi bordighisti, e questi argomenti opportunamente possono e devono essere discussi fraternamente e pubblicamente con i diversi attori proprio in continuità con i comportamenti che la tradizione della sinistra comunista ci ha lasciato. Invece troviamo i compagni di TCI a fare comunella o addirittura accettare nelle loro fila la collaborazione di elementi indegni e pericolosi quali sono quelli del GICS. Questo significa dare un pessimo esempio del milieu, soprattutto del valore della necessità della sua esistenza agli elementi che si stanno avvicinando alle posizioni di classe (vedi Riunione del comitato NWBCW di Parigi). Purtroppo temo che l’opportunismo della TC la stia guidando verso una deriva pericolosa, che minaccia sia la sua sopravvivenza come gruppo appartenente al campo politico proletario e sia quella dell’insieme campo.
Pertanto sono pienamente d’accordo con la vostra presentazione e lotta senza tregua all’opportunismo, all’avventurismo e soprattutto al parassitismo.
Osvaldo, ottobre 2023
[1] Leggere in proposito : « Réunions publiques de la TCI : une véritable faillite politique ! [407] » et « Congrès de la Haye : comment la TCI nie les leçons du marxisme sur la lutte contre le parasitisme politique [408] ».
Dall’inizio dell’anno gli agricoltori si sono mobilitati contro il calo dei loro profitti. Partito dalla Germania in seguito alla eliminazione dei sussidi sul diesel agricolo, il movimento interessa ora Francia, Belgio, Paesi Bassi, Italia e sta iniziando a diffondersi in tutta Europa. Gli agricoltori si ribellano contro le tasse e le norme ambientali.
I produttori più piccoli, strangolati dai bassissimi prezzi di acquisto dell’industria agroalimentare e dalla politica di concentrazione delle aziende agricole, sono da tempo sprofondati in una povertà talvolta estrema. Ma con l’accelerazione della crisi e l’impennata dei costi di produzione, le conseguenze del cambiamento climatico e il conflitto in Ucraina, la situazione si è ulteriormente deteriorata in modo significativo, al punto che anche i proprietari di aziende agricole di medie dimensioni stanno sprofondando nella miseria. Migliaia di agricoltori vivono una vita quotidiana di privazioni e ansia che spinge molti di loro addirittura al suicidio.
Un movimento senza alcuna prospettiva
Se nessuno può rimanere indifferente di fronte alla miseria di una parte del mondo agricolo, alle organizzazioni rivoluzionarie spetta anche dire chiaramente: sicuramente i piccoli agricoltori soffrono enormemente la crisi! Sicuramente, la loro rabbia è immensa! Ma questo movimento non si colloca sul terreno della classe operaia e non può delineare alcuna prospettiva per la sua lotta. Quel che è peggio, la borghesia sfrutta la rabbia degli agricoltori per sferrare un vero e proprio attacco ideologico contro il proletariato!
Da quando in Gran Bretagna hanno aperto la strada nell’estate del 2022, le mobilitazioni operaie hanno continuato a moltiplicarsi di fronte ai colpi della crisi: prima in Francia, poi negli Stati Uniti, in Canada, Svezia e recentemente Finlandia. Attualmente, l’Europa sta vivendo una serie di mobilitazioni operaie: in Germania, i ferrovieri hanno intrapreso uno sciopero di massa, seguiti dai piloti della compagnia aerea Lufthansa; a gennaio è scoppiato il più grande sciopero nella storia dell'Irlanda del Nord; in Spagna e Italia continuano le mobilitazioni nei trasporti, così come nella metropolitana di Londra o nel settore metallurgico in Turchia. La maggior parte di queste lotte sono di una portata mai vista negli ultimi tre o quattro decenni. Ovunque scoppiano scioperi e manifestazioni, con qualche manifestazione solidarietà tra settori, ed anche oltre frontiera, cosa che non ha precedenti...
Come reagisce la borghesia a questi eventi storici? Con un immenso silenzio mediatico! Un vero blackout! Viceversa sono bastate, inizialmente, alcune sporadiche mobilitazioni di agricoltori perché la stampa internazionale e tutte le cricche politiche, dall’estrema destra all’estrema sinistra, si avventassero sull’evento e facessero subito pressione per cercare di oscurare meglio tutto il resto.
Dai piccoli agricoltori ai proprietari di grandi aziende agricole moderne, se pur in diretta concorrenza, tutti si ritrovano, con la benedizione dei mezzi di informazione, attorno agli stessi sacri idoli: la difesa della loro proprietà privata e della nazione!
Né i piccoli agricoltori né i piccoli padroni hanno alcun futuro di fronte alla crisi insolubile del capitalismo. Al contrario! I loro interessi sono strettamente legati a quelli del capitalismo, anche se quest'ultimo, soprattutto sotto l'effetto della crisi, tende ad eliminare le aziende agricole più fragili e a far precipitare una massa crescente di esse nella povertà. Agli occhi degli agricoltori poveri la salvezza sta nella difesa disperata del proprio sfruttamento. E, di fronte alla ferocia della concorrenza internazionale, di fronte ai costi bassissimi della produzione asiatica, africana o sudamericana, la loro sopravvivenza dipende solo dalla difesa dell’“agricoltura nazionale”. Tutte le rivendicazioni degli agricoltori, contro le “spese”, contro le “tasse”, contro le “norme di Bruxelles”, hanno tutte in comune la conservazione delle loro proprietà, piccole o grandi, e la protezione delle frontiere contro le importazioni straniere. In Romania o Polonia, ad esempio, gli agricoltori denunciano la “concorrenza sleale” dell’Ucraina, accusata di abbassare i prezzi dei cereali. Nell’Europa occidentale vengono presi di mira i trattati di libero scambio, nonché i veicoli commerciali pesanti e le merci provenienti dall’estero. E tutto questo, con la bandiera nazionale sventolata con orgoglio e con discorsi infami sul “lavoro vero”, sull’”egoismo del consumatore” e sulla “gente di città”! Ecco perché i governi e i politici di ogni genere, così pronti a denunciare il minimo incendio di spazzatura e a fare piovere colpi di manganello quando la classe operaia è in lotta, sono corsi al capezzale della “rabbia legittima”.
Un ulteriore passo nel caos sociale
La situazione è tuttavia molto preoccupante per la borghesia europea. La crisi del capitalismo non finirà. La piccola borghesia e i piccoli imprenditori sprofonderanno sempre più nella povertà. Le rivolte dei piccoli proprietari messi alle strette non potranno che moltiplicarsi in futuro e contribuire ad aumentare il caos in cui sta precipitando la società capitalista. Questa realtà può già essere vista attraverso le distruzioni indiscriminate o i tentativi di “affamare” le città.
Soprattutto, questo movimento alimenta molto chiaramente il discorso dei partiti di estrema destra in tutta Europa. Nei prossimi anni diversi paesi potrebbero scivolare nel populismo e la borghesia sa perfettamente che un trionfo dell’estrema destra alle prossime elezioni europee contribuirebbe a rafforzare ulteriormente la sua perdita di controllo sulla società, a erodere la sua capacità di mantenere l’ordine e garantire la coesione della nazione.
In Francia, dove il movimento sembra più radicale, lo Stato cerca con tutti i mezzi di contenere la rabbia degli agricoltori, mentre il clima sociale è particolarmente teso. La polizia è quindi invitata a evitare scontri e il governo moltiplica gli "annunci", compresi i più spregevoli (maggiore utilizzo di manodopera straniera sottopagata, cessazione di ogni minima politica a favore dell'ambiente…). In Germania, per non gettare benzina sul fuoco, Scholz ha dovuto fare parzialmente marcia indietro sul prezzo del gasolio agricolo, proprio come l’Unione Europea sulle norme ambientali.
Dalla rivolta, nel 2013, dei piccoli boss bretoni "berretti rossi"[1], poi il movimento interclassista dei "gilet gialli"[2] in tutta la Francia, ora è tutta l'Europa ad essere colpita da un'ondata di violenza dalla piccola borghesia senza altra prospettiva se non quella di provocare ulteriore caos. Il movimento degli agricoltori rappresenta quindi veramente un ulteriore passo avanti nella disintegrazione del mondo capitalista. Ma, come molte espressioni della crisi del suo sistema, la borghesia sta sfruttando il movimento degli agricoltori contro la classe operaia.
Può il proletariato approfittare della “breccia aperta dagli agricoltori?”
Mentre la classe operaia riprende massicciamente il cammino della lotta dappertutto nel mondo, la borghesia tenta di ostacolare la maturazione della sua coscienza, di intossicare la sua riflessione sulla sua identità, sulla sua solidarietà e sui suoi metodi di lotta, sfruttando la mobilitazione degli agricoltori. E per fare questo può contare, ancora e sempre, sui suoi sindacati e sui suoi partiti di sinistra, trotskisti e stalinisti in testa.
La CGT francese ha subito invitato i lavoratori ad aderire al movimento, mentre i trotskisti di Révolution Permanente hanno titolato coraggiosamente: “Gli agricoltori stanno terrorizzando il governo, il movimento operaio deve approfittare di questa breccia”. Andiamo! Se la borghesia teme la dinamica di caos sociale contenuta in questo movimento, chi può credere che una piccola minoranza della popolazione, attaccata alla proprietà privata, possa spaventare lo Stato e il suo enorme apparato di repressione?
Il movimento dei “berretti rossi” o quello dei “gilet gialli” mostrano la capacità della borghesia di sfruttare e stimolare una “paura” ben calcolata per dare credibilità ad una grande menzogna contro la classe operaia: le vostre manifestazioni di massa e le stronzate delle vostre assemblee generali sono inutili! Quindi vorrebbero farci credere che la borghesia non teme altro che i blocchi e le azioni di reazione delle minoranze. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità! E questo è un bene, perché questi metodi sono tipicamente quelli utilizzati dai sindacati per dividere e sfogare la rabbia dei lavoratori in azioni perfettamente sterili. Atti di distruzione indiscriminata non minano in alcun modo le basi del capitalismo e non contribuiscono a prepararne il rovesciamento. Sono come punture di insetti sulla pelle di un elefante e giustificano una repressione ancora maggiore.
Ma la borghesia non si accontenta di sabotare la riflessione del proletariato sui mezzi della sua lotta, cerca anche di respingere il sentimento che comincia a svilupparsi attraverso le sue mobilitazioni, quello di appartenere alla stessa classe, vittima degli stessi attacchi e costretta a lottare unita e solidale. I partiti di sinistra si affrettano quindi a tirar fuori le loro vecchie sciocchezze mistificatrici sulla “convergenza” delle lotte del “popolino” contro i “ricchi”.
Riguardo alle manifestazioni in Germania, i trotskisti italiani de La Voce delle Lotte hanno potuto scrivere che “si stanno svolgendo contemporaneamente massicce azioni contadine e scioperi dei ferrovieri. Un’alleanza tra questi due settori strategici avrebbe un impatto enorme”. Sempre le stesse sciocchezze! Questi tradizionali appelli alla “convergenza” mirano solo ad annegare la lotta della classe operaia nella rivolta “popolare”.
Nonostante tutto, la borghesia si trova di fronte ad una grande sfiducia da parte degli operai nei confronti di un movimento poco represso (a differenza delle manifestazioni operaie) e che flirta con l'estrema destra e con discorsi molto reazionari. I sindacati e la sinistra hanno dovuto quindi ricorrere a ogni sorta di distorsioni per prendere le distanze dal movimento, cercando al tempo stesso di spingere i proletari a "precipitarsi nella breccia" attraverso scioperi in ordine sparso, corporazione per corporazione.
La mobilitazione degli agricoltori non può in alcun modo essere un trampolino di lancio per la lotta della classe operaia. Al contrario, i proletari che si lasciano trascinare dietro gli slogan e i metodi degli agricoltori, diluiti in strati sociali fondamentalmente contrari a qualsiasi prospettiva rivoluzionaria, non possono che subire impotenti la pressione del nazionalismo e di tutte le ideologie reazionarie portate avanti in questo movimento.
La responsabilità dei rivoluzionari nei confronti della classe operaia si esprime instancabilmente nel mettere in luce le trappole che segnano tutta la sua lotta e che, purtroppo, la segneranno per molto tempo a venire. Con l’aggravarsi della crisi, molti strati sociali, non sfruttatori ma non rivoluzionari, saranno portati, come oggi gli agricoltori, a ribellarsi, senza avere la capacità di offrire una reale prospettiva politica alla società. Su questo terreno arido il proletariato non può che perdere. Solo la difesa della sua autonomia come classe sfruttata e rivoluzionaria può consentirle di ampliare sempre più la sua lotta e, in definitiva, di trascinare altri strati nella sua lotta contro il capitalismo.
EG, 31 gennaio 2024
[1] “I berretti rossi: un attacco ideologico contro la coscienza operaia [409]” (in francese), Révolution internationale n. 444 (2014).
[2] “Valutazione del movimento dei “gilet gialli”: un movimento interclassista, un ostacolo alla lotta di classe [410]”, (in francese) Révolution internationale n° 478 (2019), o anche https://it.internationalism.org/content/1470/bilancio-delle-riunioni-pubbliche-sul-movimento-dei-gilet-gialli [411] .
Dall’estate del 2022, l’intervento dei rivoluzionari nelle lotte della classe operaia è diventato una prospettiva sempre più concreta perché, dopo tre o quattro decenni di profondo declino della combattività e della coscienza di classe, il proletariato ha finalmente sollevato di nuovo la testa. La ripresa delle lotte, iniziata con “l’estate del malcontento” in Gran Bretagna, è stata seguita da scioperi, manifestazioni e varie proteste operaie in numerosi altri paesi, compresi gli Stati Uniti[1].
Il Partito Comunista Internazionale, una delle organizzazioni della Sinistra Comunista che pubblica Il Partito Comunista, ha segnalato il suo intervento in diversi scioperi operai negli ultimi anni negli Stati Uniti, compreso quello di circa 600 addetti municipali al trattamento delle acque iniziato il 3 febbraio 2023 a Portland, Oregon. Lo sciopero è stato accolto da espressioni di solidarietà di altri operai comunali, alcuni dei quali si sono anche uniti ai picchetti. Durante questo sciopero, Il Partito ha pubblicato un articolo e distribuito tre volantini in cui denunciava il capitalismo come sistema dittatoriale di sfruttamento, e traeva la lezione che: “solo unendo le sue forze al di là dei settori e delle frontiere, la classe operaia può veramente lottare per porre fine alla sua condizione di sfruttamento nel capitalismo”[2].
Nelle attuali condizioni di rinascita internazionale e storicamente significativa delle lotte, dopo decenni di disorientamento e isolamento, lanciarsi in una lotta è già di per sé una vittoria. Per questo motivo è certamente importante denunciare, come ha fatto Il Partito, il fatto che i lavoratori municipali di Portland siano stati in grado di sviluppare unità e solidarietà in risposta alle intimidazioni, alla criminalizzazione e alle minacce della borghesia[3].
Ma i rivoluzionari non possono fermarsi qui. Intervenendo con la stampa, volantini o altro, devono proporre prospettive concrete, come ad esempio invitare i lavoratori ad estendere la lotta oltre il proprio settore, inviando delegazioni in altri luoghi di lavoro e uffici. Come sottolinea uno dei nostri articoli recenti, oggi i lavoratori devono “lottare tutti insieme, reagendo in maniera unitaria ed evitando di rimanere bloccati nelle lotte locali, all’interno della singola azienda o del proprio settore”[4].
Ma per questo, per rafforzare la lotta, la questione centrale che i rivoluzionari devono porre chiaramente ai lavoratori è: chi è dalla parte della lotta e chi è contro? E a questo proposito il Pci non fa altro che diffondere una nebbia mistificatrice.
L'opportunismo sulla questione sindacale…
Per la Sinistra comunista il sindacalismo in quanto tale, e cioè non solo le direzioni sindacali ma anche le strutture di base dei sindacati, è diventato un'arma della borghesia contro la classe operaia. Il sindacalismo, per definizione un'ideologia che vincola la lotta entro i limiti delle leggi economiche del capitalismo, è diventato anacronistico nel secolo di guerre e rivoluzioni, come i rivoluzionari della Prima Guerra mondiale e dell'ondata rivoluzionaria iniziata nel 1917 hanno chiaramente mostrato. Le nuove condizioni dell’era attuale richiedono che le lotte vadano oltre le particolarità del posto di lavoro, della regione e della nazione, e assumano un carattere di massa e politico. È proprio perché i sindacati non hanno più alcuna utilità per la lotta operaia che la borghesia ha potuto impadronirsene e usarli contro la tendenza delle lotte verso l'autorganizzazione e l'estensione. In un tale periodo, difendere i metodi di lotta dei sindacati come autentico mezzo per sviluppare la combattività nella classe operaia non è altro che una concessione all'ideologia borghese, una forma di opportunismo.
Confrontato al problema delle forme di organizzazione necessarie a difendere le condizioni di vita della classe operaia, che lui chiama sindacati di classe, reti o coordinamenti, Il Partito difende una posizione opportunista che così giustifica: “dalla fine del 19° secolo, la progressiva sottomissione dei sindacati all’ideologia borghese, alla nazione e agli Stati capitalisti”[5] è una tendenza reale. Ma non spiega come sia possibile che tutti i sindacati siano stati integrati nello Stato capitalista fin dai primi decenni del 20° secolo. Per Il Partito tutto ciò sembra essere una pura coincidenza, poiché non spiega che da allora le condizioni oggettive sono sostanzialmente cambiate. Al contrario, sostiene che gli attacchi economici ai lavoratori “porteranno a una rinascita dei vecchi sindacati liberati dall'ideologia borghese” e “guidati dal Partito comunista”. Questi sindacati saranno addirittura “uno strumento potente e indispensabile per il superamento rivoluzionario del potere borghese”[6].
In altre parole: dopo il tradimento dei vecchi sindacati, emergeranno nuovi sindacati di classe e, nella buona tradizione bordighista, è chiaro che, se saranno guidati da un vero partito rivoluzionario, svolgeranno un ruolo rivoluzionario. Ma qui è necessario portare Il Partito fuori dal suo sogno, dato che le condizioni della lotta rivoluzionaria sono radicalmente cambiate dall’inizio del 20° secolo. Ciò significa che la lotta non può più “essere preparata in anticipo a livello organizzativo, perché la lotta proletaria tende ad andare oltre la lotta strettamente economica per diventare una lotta sociale, di confronto diretto con lo Stato, che si politicizza ed esige la partecipazione delle masse della classe. […] Il successo di uno sciopero non dipende più dai fondi finanziari raccolti dagli operai, ma fondamentalmente dalla loro capacità di estendere la lotta”[7].
E a causa di queste nuove condizioni, i sindacati non corrispondono più ai bisogni della lotta proletaria, e anche il fatto di essere guidati da un partito autenticamente rivoluzionario non cambierebbe nulla. Il tentativo de Il Partito di difendere l'esistenza di organi permanenti di lotta, sia durante le manifestazioni aperte di lotta sia durante i periodi di loro assenza, è in ogni caso destinato al fallimento. Un rilancio dei sindacati come autentiche organizzazioni della classe operaia esiste solo nell'immaginario de Il Partito, per il quale il ruolo del Partito nella lotta non solo è decisivo, ma sembra addirittura capace di invocare il potere soprannaturale di adeguare i sindacati ai bisogni reali della lotta operaia.
…conduce i lavoratori sulla strada sbagliata
Il primo volantino distribuito durante una manifestazione di domenica 28 gennaio aveva come titolo “Lavoratori municipali della città di Portland: lottate per la libertà di sciopero”, una “libertà” attaccata dalla proclamazione dello stato di emergenza da parte dalla municipalità.
Con la rivendicazione della “libertà di sciopero”, questo volantino ha immediatamente messo i lavoratori sulla strada sbagliata. Nel 19° secolo, quando i sindacati erano ancora organizzazioni utili della classe operaia, il cui ruolo era quello di migliorare le condizioni di vita e di lavoro all’interno del capitalismo, tale affermazione era senza dubbio corretta. Ma oggi, poiché i sindacati sono diventati parte dello Stato capitalista, gli operai non hanno nulla da guadagnare nel sostenere il diritto di sciopero. Tale richiesta in realtà non è altro che una lotta affinché i sindacati abbiano il controllo delle lotte operaie. La classe operaia non ha alcuno bisogno di lottare per la legalizzazione dei propri scioperi, perché nelle condizioni del capitalismo di Stato totalitario qualsiasi sciopero capace di creare un vero rapporto di forza con la borghesia è per definizione illegale. Lo scopo di questa campagna per il diritto di sciopero è principalmente quello di garantire che la lotta rimanga confinata negli stretti limiti legali imposti dalla politica borghese e dal controllo sindacale. Se la borghesia garantisce il diritto di sciopero, l’obiettivo è innanzitutto quello di ridurre le lotte operaie a proteste inoffensive, e per fare pressione su uno dei “partner della negoziazione”.
Dopo lo sciopero dei lavoratori municipali di Portland, i compagni de Il Partito, nella primavera di quest'anno, hanno “promosso, insieme ad altri militanti sindacali, un coordinamento che hanno chiamato Class Struggle Action Network (CSAN), Rete per la Lotta di Classe, volto a unire le lotte operaie”[8]. Questo CSAN è intervenuto, ad esempio, nello sciopero degli infermieri lo scorso giugno. Ma quale è realmente la natura di questo CSAN? Quale potrebbe essere la prospettiva di una tale rete “volto a unire le lotte operaie”?
Questo CSAN non è apparso in reazione ad un bisogno particolare degli operai di prendere nelle loro mani la lotta, di inviare delegazioni massicce ad altri lavoratori, di organizzare assemblee generali aperte a tutti i lavoratori o trarre lezioni per preparare nuove lotte. Niente di tutto ciò: la Rete è stata creata completamente al di fuori delle dinamiche concrete della lotta dai compagni de Il Partito, “ispirandosi agli stessi principi e metodi che hanno permesso la nascita del Coordinamento Lavoratori e Lavoratrici Autoconvocati in Italia”[9] negli anni '80. E sul sito di questa Rete[10] possiamo leggere, e non è un caso, un articolo de Il Partito in cui viene espresso chiaramente che l'obiettivo è lavorare “per la rinascita dei sindacati di classe”.
Come abbiamo sottolineato prima, i sindacati sono oggi strumenti dello Stato borghese e ogni rinascita sotto forma di un'organizzazione veramente proletaria è impossibile. Pertanto, la politica de Il Partito non può che intrappolare i lavoratori combattivi in una lotta vana e scoraggiante. In questo contesto, il CSAN subirà la stessa sorte di qualsiasi organismo creato artificialmente: o rimarrà un’appendice de Il Partito[11], oppure diventerà un’espressione radicale del sindacalismo borghese. Ma sicuramente scomparirà dopo i tentativi de Il Partito di mantenerlo artificialmente in vita. Potrà così seppellire in silenzio questo bambino nato morto, senza che sia necessario imparare ulteriori lezioni da questa esperienza.
Nello sciopero dei lavoratori della municipalità “i compagni hanno partecipato ai picchetti e hanno aiutato gli operai a rafforzarli”[12]. Nell'articolo sull'intervento nella lotta degli infermieri si parla solo dell'intervento dei “partecipanti ai picchetti di solidarietà” del CSAN. Ciò dà l'impressione che di fatto non vi sia stato alcun intervento de Il Partito distinto e separato dalla Rete. Così i compagni de Il Partito hanno partecipato individualmente ai picchetti di febbraio e di giugno. Ma perché? Perché gli operai non possono assumere nelle proprie mani questo compito? Oppure i compagni che hanno partecipato lo hanno fatto in qualità di delegati di altri luoghi di lavoro? Le risposte a queste domande non si trovano negli articoli de Il Partito. Fondamentalmente, dietro l'intervento de Il Partito, bisogna evidenziare una grande ambiguità sul ruolo dell'avanguardia rivoluzionaria della classe.
La responsabilità dei rivoluzionari
In primo luogo, il compito dell’organizzazione politica di classe non è quello di aiutare la classe a rafforzare un picchetto, di raccogliere fondi per sostenere finanziariamente uno sciopero, né di assumere altri compiti pratici per i lavoratori in sciopero. Gli operai sono perfettamente in grado di fare tutto questo da soli, senza che nessuno lo faccia per loro. Un'organizzazione comunista ha altro da fare, e non è né tecnico né materiale, ma essenzialmente politico. La lotta della classe operaia deve essere rafforzata dall'intervento politico organizzato dell'organizzazione rivoluzionaria.
In connessione con questo orientamento di essere un fattore politico attivo nello sviluppo della coscienza e dell'azione autonoma della classe operaia, le organizzazioni comuniste devono proporre un'analisi delle condizioni della lotta di classe, lucida e dotata di un metodo chiaro, per poter denunciare e combattere questi nemici della classe operaia che sono i sindacati. Il Partito, che giustifica irresponsabilmente la possibilità di riabilitare il sindacalismo o la lotta attraverso i sindacati, nonostante decenni di sabotaggio e ingabbiamento delle lotte da parte di questi organi, in questo quadro non può che indebolire la lotta di classe dei lavoratori. Questa forma di opportunismo oltre a seminare confusione può solo spingere gli operai in un vicolo cieco.
Dennis, 15 novembre 2023
[1] Leggi il nostro volantino: Scioperi e manifestazioni negli Stati Uniti, Spagna, Grecia, Francia... Come possiamo sviluppare e unire le nostre lotte? [412]
[2] "ICP intervention in the Portland City Workers’ Strike [413]", The Communist Party Issue 51.
[3] Ibidem
[5] "Questions from the Usa on the SI Cobas and the Trade Unions [415]", The Communist Party Issue 4.
[6] Ibidem
[7] The proletarian struggle under decadence [416], International Review n.23, 1980, anche in spagnolo e francese
[8] "A Portland, in Oregon: Una Rete per la Lotta di Classe [417]", Il Partito Comunista N. 422.
[9] Ibidem
[11] Il primo bollettino “sindacalista di classe” del CSAN di ottobre annunciava già “l'incontro mensile organizzato collettivamente del CSAN [che] funzionerà esso stesso sul modello del centralismo democratico”
[12] "ICP intervention in the Portland City Workers’ Strike [413]", The Communist Party Issue 51.
La borghesia ha sempre avuto la massima cura nel distorcere la storia del movimento operaio e nel dipingere coloro che in esso si sono distinti con tratti innocui o ripugnanti.
La borghesia lo sa quanto noi, e per questo si sforza ancora con tutti i mezzi possibili di distorcere o mascherare la trasmissione delle lotte dei grandi rivoluzionari del passato e dei contributi al movimento operaio per cancellarli dalla memoria storica del proletariato, dal momento che una delle sue armi fondamentali nella continuità del suo scontro con il capitalismo risiede nella sua coscienza di classe, che inevitabilmente è nutrita dalla teoria rivoluzionaria, dalla teoria marxista, così come dalle lezioni e dalle esperienze delle sue lotte. Oggi, a un secolo dalla morte di Lenin, dobbiamo aspettarci ancora una volta attacchi ideologici contro il grande rivoluzionario che fu, contro tutti i suoi contributi alle lotte del proletariato: teorici, organizzativi, strategici...
La falsificazione di Lenin da parte della borghesia
Se Marx viene presentato come un filosofo audace e anche un po’ sovversivo, i cui contributi apparentemente obsoleti avrebbero tuttavia consentito al capitalismo di evitare i suoi peggiori fallimenti, lo stesso non si può dire di Lenin. Lenin ha partecipato ed ha avuto un grande ruolo nella più grande esperienza rivoluzionaria del proletariato, ha partecipato ad un evento che ha scosso le fondamenta del capitalismo. Di questa esperienza fondamentale, ricchissima di insegnamenti per le future lotte del proletariato, Lenin ha lasciato grandi tracce attraverso i suoi numerosi scritti. Ma molto prima della Rivoluzione d’Ottobre, Lenin aveva dato un contributo decisivo nel definire i contorni dell’organizzazione del proletariato sia politicamente che strategicamente. Ha implementato un metodo di dibattito, la riflessione e la costruzione teorica che sono armi essenziali per i rivoluzionari di oggi.
Anche questo sa la borghesia. Lenin non era un “uomo di Stato” come la borghesia afferma continuamente, ma piuttosto un militante rivoluzionario impegnato all’interno della sua classe. È ciò che la borghesia cerca maggiormente di nascondere, presentando Lenin come un uomo autoritario, che decide da solo, che rigetta i suoi oppositori, che apprezza la repressione ed il terrore a vantaggio solo dei suoi interessi personali. In questo modo la classe dominante può tracciare una linea diretta continua, una linea di uguaglianza tra Lenin e Stalin che avrebbe completato l’opera del primo instaurando nell’URSS un sistema di terrore che sarebbe l’esatto esito dei disegni personali di Lenin.
Per giungere a questa conclusione, oltre ad un flusso permanente di spudorate menzogne, la borghesia si sofferma sugli errori di Lenin isolandoli da tutto il resto, e soprattutto dal processo di dibattito e di chiarificazione all'interno del quale questi errori sono sorti e dove potevano essere naturalmente superati. Li isola anche dal contesto internazionale di sconfitta del movimento rivoluzionario mondiale che non ha permesso alla rivoluzione russa di continuare la sua opera e l’ha costretta a ripiegare verso un singolare capitalismo di Stato posto sotto il pugno di Stalin.
I gauchisti, trotskisti in testa, non sono gli ultimi a capitalizzare le loro mistificazioni ideologiche sugli errori di Lenin, in particolare quando questi si sbagliava gravemente e si illudeva sulle lotte di liberazione nazionale e sulle potenzialità del proletariato dei paesi della periferia del capitalismo (teoria dell’anello debole). Questa estrema sinistra del capitale ha sfruttato e sfrutta ancora oggi questi errori per scatenare la sua propaganda borghese guerrafondaia e spingere i proletari a diventare carne da cannone nei conflitti imperialisti attraverso i suoi slogan nazionalisti e il sostegno di un campo imperialista contro un altro, totalmente opposto alla prospettiva rivoluzionaria e internazionalista che Lenin difese con determinazione.
Lo stesso vale per l’errata concezione di Lenin dei trust e delle grandi banche, secondo la quale la concentrazione dei capitali faciliterebbe la transizione al comunismo. I gauchisti se ne sono approfittati per sostenere la nazionalizzazione delle banche e delle grandi industrie e promuovere così il capitalismo di Stato come trampolino di lancio verso il comunismo ed anche per giustificare la loro falsa argomentazione secondo cui l’economia “sovietica” e la brutalità dello sfruttamento nell’URSS non erano capitalismo.
Ma Lenin non può assolutamente essere riassunto riducendolo agli errori che ha commesso. Non si tratta però di ignorarli. In primo luogo perché forniscono lezioni importanti al movimento operaio attraverso un esame critico. Ma anche perché, di fronte al ritratto ripugnante che la borghesia ne fa, non bisogna contrapporre un Lenin come un leader perfetto e onnisciente.
Lenin era, infatti, un combattente della classe operaia la cui tenacia, acume organizzativo, convinzione e metodo incutevano rispetto. La sua influenza sul corso rivoluzionario dell'inizio del secolo scorso è indiscutibile. Ma tutto ciò avviene in un contesto, un movimento, una lotta, un dibattito internazionale senza il quale Lenin non avrebbe potuto fare nulla, non avrebbe potuto contribuire al movimento rivoluzionario della classe operaia, così come Marx non avrebbe potuto agire e realizzare la sua immensa opera al servizio del proletariato né portare il proprio impegno e la propria energia militante alla costruzione di un’organizzazione proletaria internazionale senza un contesto storico di nascita politica della classe operaia.
È solo in tali condizioni che gli individui rivoluzionari si esprimono e danno il meglio di sé. Fu in particolari condizioni storiche che, nel corso della sua breve vita, Lenin costruì e lasciò in eredità un contributo fondamentale per l'intero proletariato, sul piano organizzativo, politico, teorico e strategico.
Il militante, il combattente
Lungi dall’essere un intellettuale accademico, Lenin era soprattutto un militante rivoluzionario. L'esempio della conferenza di Zimmerwald[1] è lampante a questo livello. Lenin era sempre stato un accanito difensore dell’internazionalismo proletario, per cui posizionandosi in prima linea nella lotta contro il fallimento della Seconda Internazionale che avrebbe trascinato il proletariato in guerra nel 1914, si ritroverà in prima linea nella lotta per mantenere in vita la fiamma internazionalista mentre i cannoni si scatenavano in Europa.
Ma la conferenza di Zimmerwald non riunì soltanto degli internazionalisti convinti, vi furono anche molti difensori delle illusioni pacifiste che indebolirono il progetto di Lenin di combattere la follia nazionalista che teneva il proletariato sotto una coltre di piombo. Lenin, però, all’interno della delegazione bolscevica, riuscì a capire che l’unico modo per lanciare un appello di speranza al proletariato, in quel momento, richiedeva importanti compromessi con le altre tendenze della conferenza.
Ma continuerà la lotta, anche dopo il Convegno, per chiarire la posta in gioco, criticando con decisione il pacifismo e le pericolose illusioni che esso veicolava. Questa costanza, questa determinazione nel difendere le proprie posizioni rafforzandole attraverso l'approfondimento teorico e il confronto di argomenti è al centro di un metodo che deve ispirare ogni militante rivoluzionario oggi.
Il difensore dello spirito di partito
Sul piano organizzativo, Lenin diede un immenso contributo militante durante i dibattiti che agitarono il secondo congresso del partito russo nel 1903[2]. Aveva già delineato i contorni della sua posizione nel 1902 nel Che fare? un opuscolo pubblicato come contributo al dibattito interno al partito in cui si opponeva alle visioni economistiche che si andavano sviluppando, e promuoveva invece una visione di partito rivoluzionario, vale a dire un'arma per il proletariato nel suo assalto al capitalismo.
Ma fu proprio durante questo secondo congresso che seppe condurre una lotta decisa e determinata per far sì che la sua visione del partito rivoluzionario fosse accolta all'interno del POSDR: un partito di militanti, animati da uno spirito combattivo, consapevoli del proprio impegno e delle proprie responsabilità nella classe di fronte ad una concezione lassista dell’organizzazione rivoluzionaria vista come una somma, un aggregato di “simpatizzanti” e di contributori occasionali, come difendevano i menscevichi. Questa lotta sarà quindi anche un momento di chiarificazione di ciò che è un militante in un partito rivoluzionario: non il membro di un gruppo di amici che privilegiano la lealtà personale ma il membro di un'organizzazione i cui interessi comuni, espressione di una classe unita e solidale, prendono precedenza su tutto il resto. È questa lotta che ha permesso al movimento operaio di cominciare ad andare oltre lo “spirito di circolo” verso lo “spirito di partito”.
Questi principi permisero al partito bolscevico di svolgere un ruolo di primo piano nello sviluppo delle lotte in Russia fino alla insurrezione d’Ottobre, organizzandosi come partito d’avanguardia, difendendo gli interessi della classe operaia e combattendo ogni intrusione di ideologie estranee al suo interno. Noi continuiamo a difendere questi principi e a rivendicarli come unico mezzo per costruire il partito di domani.
Nella sua opera Un passo avanti, due passi indietro, Lenin ritorna su questa lotta del Secondo Congresso e dimostra in ogni pagina il metodo che ha usato per chiarire queste questioni: pazienza, tenacia, argomentazione, convinzione. E non, come vorrebbe farci credere la borghesia: autoritarismo, minaccia, esclusione. L’impressionante quantità di scritti che Lenin ha lasciato è già sufficiente per comprendere fino a che punto egli difese e fece vivere il principio dell’argomentazione paziente e determinata come unico modo per portare avanti le idee rivoluzionarie: convincere piuttosto che imporre.
Il difensore della prospettiva rivoluzionaria
Quattordici anni dopo il congresso del 1903, nell’aprile 1917, Lenin tornò dall’esilio e applicò lo stesso metodo per portare il suo partito a chiarire le questioni del periodo. Le famose Tesi di aprile[3] elencheranno in poche righe argomenti forti, chiari e convincenti per impedire al partito bolscevico di chiudersi nella difesa del governo provvisorio di carattere borghese e, di contro, impegnarsi nella lotta per una seconda fase rivoluzionaria.
Non si trattò di un testo scritto da Lenin in nome del partito che lo avrebbe subito accettato così com'era, ma di un contributo ad un dibattito che si svolgeva nel partito e con il quale Lenin cercava di convincere la maggioranza. In questo testo Lenin definisce una strategia basata sul carattere minoritario del partito tra le masse, che richiede discussione e propaganda paziente: “spiegare pazientemente, sistematicamente, ostinatamente”. Questo è ciò che in realtà era Lenin, che la borghesia continua a dipingere come “autocratico e sanguinario”.
Lenin non cercò mai di imporre ma sempre di convincere. Per questo dovette sviluppare argomenti solidi e per questo dovette sviluppare la padronanza della teoria: non per sua cultura personale ma per trasmetterla meglio a tutto il partito e alla classe operaia come arma per le sue lotte future. Un approccio che lui stesso sintetizza: “non c'è movimento rivoluzionario senza teoria rivoluzionaria” e che un'opera particolarmente importante ci permette di comprendere in modo concreto: Lo Stato e la Rivoluzione[4]. Mentre nelle Tesi di aprile Lenin mette in guardia contro lo Stato risultante dall’insurrezione di febbraio e sottolinea la necessità di costruire una dinamica rivoluzionaria con decisione contro questo Stato, in settembre sente che il tema diventa sempre più cruciale e si impegna a scrivere questo testo per sviluppare un argomento basato sulle conquiste del marxismo sulla questione dello Stato. Lavoro che non sarà mai terminato poiché verrà interrotto dall'insurrezione d’Ottobre.
Anche qui viene illustrato il metodo di Lenin. Alla borghesia piace proporre uomini presentati come leader naturali la cui autorità deriva solo dal loro “genio”, dal loro “estro”. Lenin, al contrario, deve la sua capacità di convincere a un profondo impegno per la causa che difende. Invece di cercare di imporre il suo punto di vista approfittando della sua autorità all’interno del partito o macchinando dietro le quinte, si è immerso nel lavoro del movimento operaio sulla questione dello Stato per approfondire l’argomento e difendere meglio l’idea della rottura con l’idea socialdemocratica di impossessarsi semplicemente dell’apparato statale esistente e per evidenziare la necessità imperativa di distruggerlo.
Un rivoluzionario non può “scoprire” la giusta strategia solo attraverso la sua genialità, ma attraverso una profonda comprensione delle poste in gioco della situazione e del rapporto di forze tra le classi. Ciò venne illustrato in modo esemplare nel luglio 1917[5]. Mentre in aprile il partito bolscevico lanciava la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet” per orientare la classe operaia contro lo Stato borghese nato dalla rivoluzione di febbraio, a luglio a Pietrogrado, il proletariato cominciò ad opporsi in maniera massiccia al potere democratico. La borghesia fece allora quello che sapeva fare meglio: tese una trappola al proletariato cercando di provocare un’insurrezione prematura che le avrebbe permesso di scatenare una repressione senza limiti, in particolare contro i bolscevichi.
Il successo di un’impresa del genere avrebbe senza dubbio compromesso in modo decisivo la dinamica rivoluzionaria in Russia, e la Rivoluzione d’Ottobre sicuramente non avrebbe potuto avere luogo. In quel momento, il ruolo del partito bolscevico fu fondamentale per spiegare alla classe operaia che non era giunto il momento di condurre l’assalto e che altrove, tranne che a Pietrogrado, il proletariato non era pronto e sarebbe stato decimato.
Per fare chiarezza sulle parole d’ordine da lanciare in un determinato momento, era necessario poter capire in profondità quali fossero i rapporti di forza tra le due classi determinanti della società, ma era necessario anche avere la fiducia del proletariato visto che quest’ultimo, a Pietrogrado, puntava soltanto sul rovesciamento del governo. Questa fiducia non è stata acquisita con la forza, la minaccia o qualsiasi artificio “democratico”, ma con la capacità di guidare la classe in modo chiaro, profondo, ragionato. Il ruolo di Lenin in questi avvenimenti fu senza dubbio cruciale, ma furono gli anni della sua lotta incessante e paziente, dalla fondazione del partito moderno del proletariato nel 1903 a quelle giornate di luglio, attraverso Zimmerwald, attraverso le Tesi dell'aprile 1917, che permisero al Partito bolscevico di assumere il ruolo che sarebbe stato il suo in ogni periodo ed essere così riconosciuto da tutto il proletariato come il vero faro della rivoluzione comunista.
La borghesia potrà sempre rappresentare Lenin come uno stratega assetato di potere, un uomo orgoglioso che non tollera né la protesta né il riconoscimento dei suoi errori; potrà sempre riscrivere la storia del proletariato russo e della sua rivoluzione sotto questa luce, ma la vita e l'opera di Lenin sono una continua negazione di queste rozze manovre ideologiche. Per tutti i rivoluzionari di oggi e di domani, la profondità del suo impegno, il rigore nell’applicazione della teoria e del metodo marxista, l’inalterabile fiducia che ripone nella capacità della sua classe di condurre l’umanità verso il comunismo fanno di Lenin, un secolo dopo la sua morte, un esempio infinitamente ricco di ciò che dovrebbe essere un militante comunista.
GD, gennaio 2024
[1] . Vedi “Zimmerwald (1915-1917): dalla guerra alla rivoluzione”, (in francese) Revue Internationale n° 44 (1986), https://fr.internationalism.org/rinte44/zimmer.htm [419].
[2] Lo scopo di questo articolo non è quello di entrare nei dettagli di questa lotta; rimandiamo i nostri lettori all'articolo che abbiamo scritto su questo argomento: “Storia del movimento operaio. 1903-1904: La nascita del bolscevismo” Parte 1, Parte 2 e Parte 3, Revue Internationale 116, 117 e 118.
[3] Vedi: “Le Tesi di aprile”, faro della rivoluzione proletaria”, https://it.internationalism.org/content/384/le-tesi-di-aprile-faro-della-rivoluzione-proletaria [420]
[4] Vedi “Lo Stato e la Rivoluzione”, una sorprendente verifica del marxismo”, https://it.internationalism.org/rint/21_Lenin [421]
[5] Vedi: “Le giornate di luglio, il partito contrasta una provocazione della borghesia”, https://it.internationalism.org/content/385/le-giornate-di-luglio-il-partito-sventa-una-provocazione-della-borghesia [422]
La Corrente Comunista Internazionale organizza un incontro online
Mercoledì 24 aprile 2024, alle 18
Questi incontri sono aperti a tutti coloro che desiderano incontrare e discutere con la CCI. Invitiamo caldamente tutti i nostri lettori e sostenitori a venire a discutere le questioni in gioco e a confrontare i punti di vista. Vi invitiamo a farci sapere se avete domande da porre.
I lettori che desiderano partecipare alle sessioni online possono inviare un messaggio al nostro indirizzo e-mail ([email protected]) [423] o alla sezione "contatti [424] " del nostro sito web, indicando le questioni che desiderano sollevare per permetterci di organizzare i dibattiti nel modo più efficace possibile.
I dettagli tecnici sulle modalità di connessione all'evento saranno comunicati in seguito.
CCI
I titoli dei giornali non lasciano dubbi: dal luglio 2022 qualcosa sta accadendo nella classe operaia. I lavoratori hanno trovato la via della lotta proletaria a livello internazionale. E questo è davvero un evento “storico”.
La CCI ha qualificato questo cambiamento come una “rottura”. Riteniamo che si tratti di una promettente nuova dinamica per il futuro.
Perché?
Quale approccio dobbiamo adottare per comprendere il significato dell’attuale ripresa della lotta?
Nel gennaio 2022, anche se la crisi sanitaria da Covid era ancora in atto, scrivevamo in un volantino internazionale[1]: “In tutti i paesi, in tutti i settori, la classe operaia vive una degradazione insopportabile delle condizioni di vita e di lavoro. Tutti i governi, di destra o di sinistra, tradizionali o populisti, attaccano senza sosta. Gli attacchi piovono sotto il peso dell'aggravarsi della crisi economica globale.
Nonostante la paura di una crisi sanitaria opprimente, la classe operaia comincia a rispondere. Negli ultimi mesi ci sono state lotte negli Stati Uniti, in Iran, Italia, Corea, Spagna e Francia. Certo, non si tratta di movimenti di massa: gli scioperi e le manifestazioni sono ancora troppo esili, troppo dispersi. Tuttavia la borghesia li sorveglia come il latte sul fuoco, consapevole della portata della rabbia che ribolle.
Come affrontare gli attacchi della borghesia? Rimanere isolati e divisi, ognuno nella “propria” impresa, nel proprio” settore di attività? Questo sicuramente ci rende impotenti! Allora come possiamo sviluppare una lotta unita e di massa?”
Se dal primo mese del 2022 abbiamo scelto di fare e distribuire questo volantino è perché conoscevamo le potenzialità attuali della nostra classe. A giugno, appena 5 mesi dopo, nel Regno Unito è scoppiata "L'estate della collera" (The Summer of Anger), la più grande ondata di scioperi nel paese dal 1979 e del suo "Inverno della collera" (Winter of Anger)[2], un movimento che annunciava tutta una serie di lotte "storiche” in tutto il mondo. Mentre scriviamo queste righe, è in Quebec che lo sciopero si sta estendendo.
Per comprendere la profondità del processo in corso, e le sue sfide, dobbiamo adottare un approccio storico, lo stesso che ci ha permesso di rilevare nell’agosto 2022 questa famosa “rottura”.
1910-1920
Nell’agosto del 1914, il capitalismo annunciò il suo ingresso nella decadenza attraverso la più barbara e sconvolgente maniera possibile, scoppiava la Prima Guerra Mondiale. Durante quattro anni terribili e spaventosi, in nome della Patria, milioni di proletari dovettero massacrarsi nelle trincee, mentre quelli rimasti nelle retrovie – uomini, donne e bambini – furono costretti a faticare notte e giorno per “sostenere lo sforzo bellico”. Le armi sputavano proiettili, le fabbriche sputavano armi. Ovunque, il capitalismo ingoiava metallo e anime.
Di fronte a queste condizioni insopportabili, i lavoratori si ribellarono. Fraternizzazione al fronte, scioperi nelle retrovie. In Russia la dinamica diventò rivoluzionaria, fu l'insurrezione di ottobre. Questa presa del potere da parte del proletariato fu un grido di speranza sentito dagli sfruttati di tutto il mondo. L'ondata rivoluzionaria raggiunse la Germania. Fu questa diffusione che mise fine alla guerra: le borghesie, terrorizzate da questa epidemia rossa, preferirono porre fine alla carneficina e unirsi di fronte al loro nemico comune: la classe operaia. Il proletariato mostrò qui la sua forza, la sua capacità di organizzarsi in modo massiccio, di prendere in mano le redini della società e di offrire a tutta l’umanità una prospettiva diversa da quella promessa dal capitalismo. Da una parte sfruttamento e guerra, dall’altra solidarietà internazionale e pace. Da una parte la morte, dall’altra la vita. Se questa vittoria fu possibile, fu perché la classe e le sue organizzazioni rivoluzionarie avevano accumulato una lunga esperienza nel corso di decenni di lotte politiche a partire dai primi scioperi operai degli anni Trenta dell’Ottocento.
In Germania, nel 1919, 1921 e 1923, i tentativi di insurrezione furono repressi nel sangue (dalla socialdemocrazia allora al potere). Sconfitta in Germania, l’ondata rivoluzionaria fu spezzata, in Russia il proletariato si trovò isolato. Questa sconfitta rappresentò ovviamente una tragedia ma anche e soprattutto una fonte inesauribile di lezioni per il futuro (come comportarsi di fronte ad una borghesia forte e organizzata, con la sua democrazia, con la sua sinistra; come organizzarsi in assemblee generali permanenti; che ruolo ha il partito e che rapporto ha con la classe, con le assemblee e i consigli operai...).
1930-1940-1950
Poiché il comunismo è possibile solo su scala mondiale, l'isolamento della rivoluzione in Russia significò implacabilmente la sua degenerazione. Fu così, “dall’interno”, che la situazione degenerò fino al trionfo della controrivoluzione. La tragedia fu che quella sconfitta rese possibile anche l’identificazione fraudolenta della rivoluzione con lo stalinismo, che falsamente si presentò come suo erede quando in realtà l’assassinava. Solo pochi vedranno lo stalinismo come una controrivoluzione. Gli altri lo difenderanno o lo rifiuteranno, ma tutti sosterranno la menzogna della continuità Marx-Lenin-Stalin, distruggendo così le inestimabili lezioni della rivoluzione.
Il proletariato risultò sconfitto su scala internazionale. Divenne incapace di reagire alle nuove devastazioni della crisi economica: l’inflazione galoppante in Germania negli anni ’20, il crollo del 1929 negli Stati Uniti, ovunque disoccupazione di massa. La borghesia potette così scatenare i suoi mostri e marciare verso una nuova guerra mondiale. Nazismo, franchismo, fascismo, antifascismo… da una parte e dall’altra delle frontiere, i governi si mobilitarono accusando il “nemico” di essere un barbaro. Durante quei decenni bui, i rivoluzionari internazionalisti furono perseguitati, deportati e assassinati. I sopravvissuti si arresero, terrorizzati o moralmente schiacciati. Altri ancora, disorientati e vittime della menzogna “stalinismo = bolscevismo”, rigettarono tutte le lezioni dell’ondata rivoluzionaria e, per alcuni, perfino la teoria della classe operaia come classe rivoluzionaria. Era la “Mezzanotte del secolo”[3]. Solo pochi mantennero la rotta, aggrappandosi a una profonda comprensione di cosa sia la classe operaia, che cosa è la sua lotta per la rivoluzione, quale è il ruolo delle organizzazioni proletarie – incarnare la dimensione storica, la continuità, la memoria e lo sforzo teorico permanente della classe rivoluzionaria. Questa corrente si chiamò e si chiama ancora Sinistra Comunista.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i grandi scioperi nel Nord Italia, e in misura minore in Francia, indussero a credere in un risveglio della classe operaia. Anche Churchill e Roosevelt ci credettero; traendo insegnamento dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dall’ondata rivoluzionaria, bombardarono “preventivamente” tutti i quartieri operai della Germania sconfitta per proteggersi da ogni rischio di rivolta: Dresda, Amburgo, Colonia… tutte queste città vennero rase al suolo con bombe incendiarie, uccidendo centinaia di migliaia di persone. In realtà, questa generazione era stata troppo segnata dalla controrivoluzione e dalla sua repressione ideologica partita dagli anni 20. E la borghesia potette continuare a chiedere agli sfruttati di sacrificarsi senza rischiare una reazione: bisogna ricostruire, aumentare la produttività. Il Partito Comunista Francese ordinò di “rimboccarsi le maniche”.
1968
Fu in questo contesto che scoppiò il più grande sciopero della storia: quello del Maggio 68 in Francia. Quasi tutta la Sinistra comunista non coglierà il significato di questo evento, non riuscendo a comprendere il profondo cambiamento della situazione storica. Un piccolissimo gruppo della Sinistra comunista, apparentemente emarginato in Venezuela, avrà un approccio completamente diverso. Fin dal 1967 Internacionalismo capì che qualcosa stava cambiando. Da un lato, i suoi membri notarono una leggera ripresa degli scioperi e trovarono elementi in tutto il mondo interessati a discutere della rivoluzione. Ci furono anche reazioni alla guerra del Vietnam che, pur dirottate sul terreno del pacifismo, mostravano che la passività e l’accettazione dei decenni precedenti cominciavano a svanire. Capirono inoltre che la crisi economica stava ritornando, annunciata dalla svalutazione della sterlina e dal riemergere della disoccupazione di massa. Tanto che nel gennaio 1968 scrissero: “Noi non siamo profeti e non pretendiamo di indovinare quando e come si svolgeranno gli eventi futuri. Ma ciò di cui siamo effettivamente sicuri e consapevoli riguardo al processo in cui è attualmente immerso il capitalismo è che non è possibile fermarlo (...) e che porta direttamente alla crisi. E siamo anche sicuri che il processo inverso di sviluppo della combattività della classe, che attualmente stiamo vivendo in generale, condurrà la classe operaia in una lotta sanguinosa e diretta per la distruzione dello Stato borghese” (Internacionalismo n°8). Cinque mesi dopo, lo sciopero generalizzato del Maggio 68 in Francia confermava sorprendentemente queste previsioni. Evidentemente non era ancora il momento di “una lotta diretta per la distruzione dello Stato borghese”, ma piuttosto quello di una ripresa storica del proletariato mondiale, alimentata dalle prime manifestazioni della crisi aperta del capitalismo, dopo la più profonda controrivoluzione della storia. Quelle previsioni non furono chiaroveggenza, ma semplicemente la straordinaria padronanza del marxismo da parte d'Internacionalismo e della fiducia che, anche nei momenti peggiori della controrivoluzione, questo gruppo aveva conservato verso le capacità rivoluzionarie della classe. Quattro elementi sono al centro dell'approccio d’Internacionalismo, quattro elementi che gli permetteranno di anticipare il maggio 68 e poi di comprendere, nel vivo degli eventi, la rottura storica che quello sciopero aveva generato, cioè la fine della controrivoluzione e il ritorno sulla scena internazionale del proletariato in lotta. Questi quattro elementi costituiscono una comprensione profonda:
1) il ruolo storico del proletariato come classe rivoluzionaria;
2) la gravità della crisi economica e il suo impatto sulla classe, come stimolo alla combattività;
3) lo sviluppo continuo della coscienza all'interno della classe, una riflessione visibile attraverso le domande che animano le discussioni delle minoranze in cerca di posizioni rivoluzionarie;
4) la dimensione internazionale di questa dinamica generale, crisi economica e lotta di classe.
Sullo sfondo di tutto questo approccio, c'era in Internacionalismo l'idea che stava emergendo una nuova generazione, una generazione che non aveva vissuto la controrivoluzione, una generazione che si confrontava con il ritorno della crisi economica avendo conservato tutto il suo potenziale di riflessione e di lotta, una generazione capace di portare in primo piano il ritorno del proletariato in lotta. Fu proprio questo il Maggio 68, che avrebbe aperto la strada a tutta una serie di lotte a livello internazionale. Ancor di più, stava cambiando l’intero clima sociale: dopo gli anni bui, i lavoratori avevano sete di discutere, elaborare, “rifare il mondo”, soprattutto i giovani. La parola “rivoluzione” si sentiva ovunque. I testi di Marx, Lenin, Luxemburg, così come quelli della Sinistra Comunista circolavano e provocavano dibattiti incessanti. La classe operaia stava cercando di riappropriarsi del suo passato e delle sue esperienze. Contro questo sforzo, tutta una serie di correnti – stalinismo, maoismo, trotskismo, castrismo, modernismo ... – si frapposero per pervertire le lezioni del 1917. La grande menzogna stalinismo = comunismo venne sfruttata in tutte le sue forme.
1970-1980
La prima ondata di lotte fu senza dubbio la più spettacolare: l'autunno caldo italiano del 1969, la violenta rivolta a Cordoba in Argentina nello stesso anno e il grande sciopero in Polonia nel 1970, movimenti importanti in Spagna e Gran Bretagna nel 1972... In Spagna, in particolare, i lavoratori cominciarono ad organizzarsi attraverso assemblee di massa, un processo che raggiunse il suo culmine a Vitoria nel 1976. La dimensione internazionale dell’ondata arrivò fino in Israele (1969) e in Egitto (1972) e, più tardi, rivolte nelle township (borgate) del Sud Africa guidate da comitati di lotta (i "Civics"). Durante questo periodo, Internacionalismo lavorò per raggruppare le forze rivoluzionarie. Un piccolo gruppo con sede a Tolosa e che pubblicava un giornale chiamato Révolution Internationale si unì a questo processo. Insieme, nel 1975, formarono quella che ancora oggi è la Corrente Comunista Internazionale, la nostra organizzazione. I nostri articoli lanciarono “Un saluto alla crisi!” perché, per usare le parole di Marx, non bisogna “vedere nella miseria solo la miseria” ma al contrario “il lato rivoluzionario, sovversivo, che rovescerà la vecchia società” (Miseria della filosofia, 1847). Dopo una breve interruzione a metà degli anni '70, si propagò una seconda ondata: scioperi dei lavoratori petroliferi iraniani, delle acciaierie in Francia nel 1978, "L'inverno della rabbia" in Gran Bretagna, dei lavoratori portuali a Rotterdam (guidati da un comitato di sciopero indipendente), metalmeccanici in Brasile nel 1979 (che contestavano anche il controllo sindacale). Questa ondata di lotte culminò con lo sciopero di massa in Polonia nel 1980, diretto da un comitato di sciopero interaziendale indipendente (il MKS), sicuramente l’episodio più importante della lotta di classe dal 1968. E anche se la dura repressione degli operai polacchi pose fine a quest’ondata, non passò molto tempo prima che prendesse forma un nuovo movimento con le lotte in Belgio nel 1983 e 1986, lo sciopero generale in Danimarca nel 1985, lo sciopero dei minatori in Inghilterra nel 1984-85, le lotte dei ferrovieri e degli operatori sanitari in Francia nel 1986 e 1988, così come il movimento dei dipendenti della scuola in Italia nel 1987. Le lotte in Francia e in Italia, in particolare – come lo sciopero di massa in Polonia – mostrarono una reale capacità di autorganizzazione con assemblee generali e comitati di sciopero.
Questo non è un semplice elenco di scioperi. Questo movimento di ondate di lotte non gira a vuoto, ma determina un reale progresso nella coscienza di classe. Come scrivevamo nell'aprile 1988, in un articolo intitolato “20 anni dopo il maggio 1968”: “Il semplice confronto tra le caratteristiche delle lotte di 20 anni fa con quelle di oggi ci permette di percepire rapidamente la portata dell'evoluzione che si è lentamente fatto spazio nella classe operaia. La sua stessa esperienza, sommata all'evoluzione catastrofica del sistema capitalista, le ha permesso di acquisire una visione molto più lucida della realtà della sua lotta. Ciò ha comportato:
Ma l’esperienza di questi 20 anni di lotta non ha fornito solo lezioni “negative” alla classe operaia (ciò che non dovrebbe essere fatto). Essa ha anche trasmesso lezioni su come agire:
D'altra parte, fu proprio quella forza della classe operaia che impedì, durante tutti questi anni, alla Guerra Fredda di trasformarsi in Terza Guerra Mondiale. Se le borghesie assestate in due blocchi erano pronte a sbranarsi, gli operai mostravano di non voler sacrificare le loro vite, a milioni, in nome della Patria. Questo lo si vide anche con la guerra del Vietnam: di fronte alle perdite dell’esercito americano (58.281 soldati), la protesta negli Stati Uniti crebbe costringendo la borghesia americana a ritirarsi dal conflitto nel 1973. La classe dominante non poté mobilitare gli sfruttati dei diversi paesi per uno scontro aperto e generalizzato. A differenza degli anni ’30, il proletariato non era sconfitto.
1990…
In realtà, gli anni ’80 cominciarono già a rivelare le difficoltà della classe operaia nello sviluppare ulteriormente la sua lotta, nel realizzare il suo progetto rivoluzionario:
La repressione in Polonia e lo sciopero represso negli Stati Uniti agiranno da vera mazzata disorientando il proletariato internazionale per quasi due anni.
Nel 1984, il Primo ministro britannico Margareth Thatcher andò ben oltre. La classe operaia della Gran Bretagna era allora considerata la più combattiva del mondo e, anno dopo anno, raggiunse il record di giorni di sciopero. La Lady di Ferro provocò i minatori; a braccetto con i sindacati, li isolò dal resto dei loro fratelli di classe; per un anno combatteranno da soli, fino allo sfinimento (la Thatcher e il suo governo avevano preparato il loro colpo, accumulando segretamente scorte di carbone); le manifestazioni furono represse nel sangue (tre morti, 20.000 feriti, 11.300 arresti). Il proletariato britannico impiegherà 40 anni per riprendersi da questo colpo, atonico e sottomesso fino all’estate del… 2022 (torneremo su questo). Questa sconfitta dimostrò soprattutto che il proletariato non era riuscito a comprendere la trappola, a spezzare il sabotaggio e la divisione sindacale. La politicizzazione delle lotte rimase in gran parte insufficiente, il che rappresenta un handicap crescente.
Una breve frase del nostro articolo del 1988 che abbiamo già citato riassume da sola il problema cruciale del proletariato di allora: “Si parla forse meno facilmente di rivoluzione nel 1988 che nel 1968”. Noi stessi allora non avevamo compreso sufficientemente tutta la portata di questa osservazione, ne stavamo solo percependo il senso. In effetti, la generazione che aveva compiuto il suo compito ponendo fine alla controrivoluzione nel maggio 1968 non era riuscita a sviluppare anche il progetto rivoluzionario del proletariato.
Questa mancanza di prospettiva cominciò a segnare tutta la società: la droga si diffuse insieme al nichilismo. Non fu un caso che proprio in questo periodo sui muri di Londra furono scritte con lo spray due piccole parole contenute in una canzone del gruppo punk The Sex Pistols: No future.
Fu in questo contesto che cominciarono ad emergere i limiti della generazione del 68 e che arriverà un colpo terribile alla nostra classe: il crollo del blocco dell’Est nel 1989-91 innescò una campagna assordante sulla “morte del comunismo". La grande menzogna “Stalinismo = comunismo” verrà ancora una volta sfruttata al massimo; tutti i crimini abominevoli di questo regime in realtà capitalista saranno attribuiti alla classe operaia e al “suo” sistema. Quel che è peggio, verrà gridato giorno e notte: “Ecco dove porta la lotta operaia: alla barbarie e al fallimento! Ecco dove porta questo sogno di rivoluzione: verso un incubo!” Il risultato si rivelò terribile: gli operai cominciarono a vergognarsi della loro lotta, della loro classe, della loro storia. Privati di prospettiva, negarono sé stessi, perdendo anche la memoria. Tutte le conquiste dei grandi movimenti sociali del passato caddero nel limbo dell'oblio. Questo cambiamento storico della situazione mondiale finì per far precipitare l’umanità in una nuova fase di declino capitalista: la fase di decomposizione.
La decomposizione non è un momento fugace e superficiale, è una dinamica profonda che struttura la società. La decomposizione è l’ultima fase del capitalismo decadente, una fase di agonia che finirà con la morte dell’umanità o con la rivoluzione. È il frutto del fatto che negli anni ’70-’80 né la borghesia né il proletariato riuscirono a imporre la propria prospettiva: guerra per l’uno, rivoluzione per l’altro. La decomposizione esprime questa sorta di blocco storico tra le classi:
1. La borghesia non ha inflitto alla classe operaia una sconfitta storica decisiva che le avrebbe lasciato la strada libera per lanciarsi in una nuova guerra mondiale.
2. La classe operaia, nonostante i 20 anni di lotta che impedirono la marcia verso la guerra e che videro sviluppi significativi nella coscienza di classe, non fu in grado di sviluppare la prospettiva della rivoluzione, di proporre la propria alternativa politica alla crisi del sistema.
Risultato: privato di ogni via d’uscita ma sprofondato ulteriormente nella crisi economica, il capitalismo decadente comincia a marcire. Questa putrefazione colpisce la società a tutti i livelli, l’assenza di prospettiva, di futuro, agisce come un vero veleno: aumento dell’individualismo, dell’irrazionalità, della violenza, dell’autodistruzione, ecc. La paura e l’odio prevalgono gradualmente. In Sudamerica si sviluppano i cartelli della droga, ovunque il razzismo... Il pensiero è segnato dall'impossibilità di proiettarsi oltre una visione breve e ristretta; la politica della borghesia si trova sempre più limitata. Questa atmosfera nauseabonda permea forzatamente i proletari, soprattutto perché non credono più nel futuro della rivoluzione, si vergognano del loro passato e non si sentono più una classe. Atomizzati, ridotti a semplici cittadini, subiscono il peso della putrefazione della società. La cosa più grave è sicuramente quella sorta di amnesia rispetto alle conquiste e ai progressi del periodo 1968-1989.
Per affondare ancora di più il colpo, le politiche economiche della classe dominante attaccano deliberatamente qualsiasi sentimento di identità di classe, sia frantumando i vecchi centri industriali di resistenza della classe operaia, sia introducendo forme di lavoro molto più atomizzate, come i cosiddetti “gig economy” (piccoli lavori saltuari) dove gli operai sono regolarmente trattati come “lavoratori autonomi”.
Per un’intera fascia della gioventù proletaria, la conseguenza è catastrofica: la tendenza a formare bande nei centri urbani, che esprimono la mancanza di qualsiasi prospettiva economica e la disperata ricerca di una comunità alternativa, che si traduce nella creazione di divisioni mortali tra i giovani, basata sulla rivalità tra quartieri e condizioni diverse, sulla concorrenza per il controllo dell’economia locale della droga, o sulle differenze razziali o religiose.
Se la generazione del ‘68 ha subito questo riflusso, la generazione che entrava nel mondo degli adulti nel 1990 – con la menzogna della “morte del comunismo” unita a questa dinamica di decomposizione della società – sembrava persa per la lotta di classe.
2000-2010
Nel 1999, a Seattle, durante una conferenza dell'OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), un nuovo movimento politico apparve sulla scena mediatica: quello anti-globalizzazione. 40.000 manifestanti, la stragrande maggioranza dei quali giovani, si opponevano all'evoluzione della società capitalista che mercifica l'intero pianeta. Al vertice del G8 di Genova nel 2001 erano 300mila.
Cosa rivela l’apparizione di questa corrente?
Contrariamente a quello che nel 1990 il presidente americano George Bush padre aveva promesso, “un nuovo ordine mondiale” fatto di “pace e prosperità”, la realtà del decennio fu ben diversa: guerra del Golfo nel 1991, in Jugoslavia nel 1993, genocidio in Ruanda nel 1994, crisi e fallimento delle “Tigri asiatiche” nel 1997… e ovunque aumento della disoccupazione, della precarietà, della “flessibilità”. In breve, il capitalismo ha continuato a sprofondare nella sua decadenza. Il che, inevitabilmente, ha spinto la classe operaia e tutti gli strati della società a preoccuparsi, a interrogarsi, a riflettere. Ognuno nel proprio angolo. L’emergere del movimento no-global è il risultato di questa dinamica: una protesta “cittadina”, che si oppone alla “globalizzazione” e richiede un capitalismo globale “giusto”. È un’aspirazione a un altro mondo, ma su un terreno non operaio, non rivoluzionario, sul terreno borghese della fede nella democrazia.
Gli anni 2000-2010 saranno un susseguirsi di tentativi di lotta che si dovranno confrontare tutti con l’importante debolezza legata alla perdita dell'identità di classe.
Il 15 febbraio 2003 ebbe luogo la più grande manifestazione globale mai registrata (fino ad oggi). 3 milioni di persone a Roma, 1 milione a Barcellona, 2 milioni a Londra, ecc. Si trattò di una protesta contro l'imminente guerra in Iraq – che scoppierà infatti a marzo, con il pretesto della lotta al terrorismo, durerà 8 anni e causerà 1,2 milioni di morti. In quel movimento c'era il rifiuto della guerra, laddove le guerre degli anni '90 non avevano suscitato alcuna resistenza. Ma era soprattutto un movimento di “cittadini” e pacifista; non era la classe operaia che lottava contro le velleità guerriere dei propri Stati, ma un insieme di cittadini che chiedevano una politica di pace ai propri governi.
Nel maggio-giugno 2003, in Francia si svolsero numerose manifestazioni contro la riforma del sistema pensionistico. Lo sciopero scoppiò nel settore dell’Istruzione Nazionale, ci fu la minaccia di uno “sciopero generale”, che alla fine non ebbe luogo e gli insegnanti rimasero isolati. Questo confinamento settoriale era stato il frutto, evidentemente, di una deliberata politica di divisione da parte dei sindacati, ma questo sabotaggio riuscì perché si basava su una grandissima debolezza della classe: gli insegnanti si consideravano persone diverse, non si sentivano lavoratori, membri della classe operaia. In quel momento, la nozione stessa di classe operaia era ancora persa nel limbo, rifiutata, vergognosa, obsoleta.
Nel 2006, gli studenti francesi si mobilitarono in maniera massiccia contro un contratto precario riservato ai giovani: il CPE (contratto di primo impiego). Questo movimento dimostrerà un paradosso: la riflessione continuava nella classe ma la classe non lo sapeva. Gli studenti stavano infatti riscoprendo una forma di lotta autenticamente operaia: le Assemblee Generali. In queste AG avevano luogo vere e proprie discussioni; esse erano aperte agli operai, ai disoccupati, ai pensionati; applauditi gli interventi dei più anziani. Lo slogan faro dei cortei era: “giovane pancetta, vecchi crostini, tutta la stessa insalata”. C’era l’emergere della solidarietà operaia tra le generazioni e la consapevolezza che tutti erano coinvolti, che tutti dovevano unirsi come una cosa sola. Questo movimento, che andava oltre il quadro sindacale, conteneva il “rischio” (per la borghesia) di attirare dipendenti e operai in un percorso altrettanto “incontrollato”. Il capo del governo fu costretto a ritirare il disegno di legge. Quella vittoria segnò un progresso negli sforzi compiuti dalla classe operaia dall’inizio degli anni 2000 per uscire dalla crisi degli anni 90. Nel fuoco della lotta, pubblicammo e distribuimmo un supplemento dal titolo: “Salute alle nuove generazioni della classe operaia!". E in effetti, quel movimento mostrò l'emergere di una nuova generazione che non aveva sperimentato né il fiato corto delle lotte degli anni '80 e talvolta la loro repressione, né direttamente la grande menzogna "stalinismo = comunismo", "rivoluzione = barbarie", una nuova generazione colpita dallo sviluppo della crisi e della precarietà, una nuova generazione pronta a rifiutare i sacrifici imposti e a lottare. Tuttavia, quella generazione era cresciuta anche negli anni ’90, ciò che la segnò di più fu l’apparente assenza della classe operaia, la scomparsa del suo progetto e della sua esperienza. Quella nuova generazione dovette quindi “reinventarsi”; di conseguenza, essa riprese i metodi di lotta del proletariato ma – e il “ma” è significativo – in modo inconscio, per istinto, diluendosi nella massa dei “cittadini”. È un po’ come nella commedia di Molière in cui Monsieur Jourdain scrive in prosa senza saperlo. Ciò spiega il perché, una volta scomparso, questo movimento non lasciò alcuna traccia apparente: nessun gruppo, nessun giornale, nessun libro... Gli stessi protagonisti sembrarono dimenticare molto presto ciò che avevano vissuto.
Il “movimento delle piazze” che scuoterà il pianeta qualche anno dopo sarà una palese dimostrazione di queste forze contraddittorie, di questo slancio e di queste profonde e storiche debolezze. La combattività si sviluppava, come la riflessione, ma senza riferimento alla classe operaia e alla sua storia, senza avere la sensazione di appartenenza al proletariato, senza identità di classe.
Il 15 settembre 2008, il più grande fallimento della storia, quello della banca d’investimento Lehman Brothers, scatenò un’ondata di panico internazionale; era la cosiddetta crisi dei “subprime”. Milioni di lavoratori persero i loro magri investimenti e le pensioni di anzianità; i piani di austerità gettarono intere popolazioni nella povertà. Immediatamente si mise in moto il rullo compressore della propaganda: non era il sistema capitalista a mostrare ancora una volta i suoi limiti ma erano i disonesti ed avidi banchieri a essere la causa di ogni male. La prova era che alcuni paesi stavano andando bene, in particolare i BRICS, la Cina. La forma stessa che assunse questa crisi, una "stretta creditizia" che comportò una massiccia perdita di risparmi per milioni di lavoratori, rese ancora più difficile una risposta su base di classe, poiché l'impatto sembrava colpire più le singole famiglie che una classe associata. Cioè proprio quello che era il tallone d’Achille del proletariato dal 1990, la perdita della coscienza della sua esistenza come classe e che addirittura era e rimane la forza principale della società.
Nel 2010, la borghesia francese colse questo contesto di grande confusione della classe per orchestrare con i suoi sindacati una serie di quattordici giorni di azione che avrebbero portato alla vittoria del governo (l’adozione di un’altra riforma delle pensioni), allo sfinimento e alla demoralizzazione. Limitando la lotta ai cortei sindacali, senza vita né discussione nei cortei, la borghesia riuscì a sfruttare le grandi debolezze politiche dei lavoratori per cancellare ulteriormente la principale lezione positiva del movimento anti-CPE del 2006: le assemblee generali come polmoni della lotta.
Il 17 dicembre 2010, in Tunisia, un giovane venditore ambulante di frutta e verdura subì la requisizione della sua misera merce dalla polizia, che lo picchiò pure. Disperato, si diede fuoco. Quello che ne seguì fu un vero e proprio grido di rabbia e indignazione che scosse l’intero Paese e ne varcò i confini. La spaventosa povertà e la repressione in tutto il Maghreb spinsero le popolazioni alla rivolta. Le masse si riunirono, prima in piazza Tahrir, in Egitto. I lavoratori che lottavano si ritrovarono diluiti nella folla, in mezzo a tutti gli altri strati della società non sfruttatori; lo slogan in ogni paese era “Vattene!”: “Mubarak vattene”, “Kadafi vattene”, ecc. Era un appello alle dimissioni dei leader e alla loro sostituzione; i protagonisti chiedevano democrazia e condivisione delle ricchezze. La rabbia si tradusse quindi in questi slogan illusori e borghesi.
Nel 2011, in Spagna, un’intera generazione precaria, costretta a restare con i propri genitori, si ispirò a quella che oggi viene chiamata “La Primavera Araba” e invase a sua volta la piazza di Madrid. Lo slogan fu: “Da Piazza Tahrir a Puerta del Sol”. Nacque il movimento degli “Indignados”, che si diffuse in tutto il Paese. Anche se si trattò di un raggruppamento di tutti gli strati della società come nel Maghreb, qui la componente operaia fu largamente maggioritaria. Pertanto, le riunioni assunsero la forma di assemblee per discutere e organizzarsi. Durante il nostro intervento potemmo notare una sorta di slancio internazionalista attraverso i tanti saluti alle espressioni di solidarietà provenienti da tutti gli angoli del mondo, lo slogan "rivoluzione mondiale" venne preso sul serio, accompagnato dal riconoscimento che "il sistema è obsoleto" e da un forte desiderio di discutere della possibilità di una nuova forma di organizzazione sociale, si sollevavano molte domande sulla moralità, sulla scienza, sulla cultura, …
Negli Stati Uniti, in Israele, nel Regno Unito… questo “movimento delle piazze” prenderò poi il nome di “Occupy”. Venne quindi messo al centro il fatto di “occupare”; i partecipanti testimoniavano la loro sofferenza legata alla precarietà e alla flessibilità che rendono quasi impossibile semplicemente avere colleghi veri e stabili, o un minimo di vita sociale. Questa destrutturazione e sfruttamento forsennato individuale, isola, atomizza. I protagonisti di Occupy manifestarono così la loro gioia di riunirsi per formare una comunità, di poter discutere e anche vivere in collettivo. C'era quindi già una sorta di regressione rispetto agli Indignados, perché non si trattava tanto di combattere quanto di stare insieme. Ma soprattutto, Occupy è nato negli Stati Uniti, paese della repressione operaia sotto Reagan, paese simbolo della vittoria del capitalismo sul “comunismo”, paese campione della sostituzione della classe operaia con lavoratori “autonomi” e “liberi professionisti”. Questo movimento era quindi estremamente segnato dalla perdita dell'identità di classe, dalla cancellazione di tutta l'esperienza operaia accumulata ma repressa. Occupy si concentrerà sulla teoria dell’1% (la minoranza che detiene la ricchezza… di fatto la borghesia) per chiedere più democrazia e una migliore distribuzione dei beni. In altre parole, un pio e pericoloso desiderio di un capitalismo migliore, più giusto e più umano. D'altronde, la roccaforte del movimento fu Wall Street, la Borsa di New York (Occupy Wall Street), a simboleggiare che il nemico era la finanza disonesta.
Ma in fondo, questa debolezza caratterizzava anche gli Indignados: la tendenza a considerarsi “cittadini” piuttosto che proletari rende l’intero movimento vulnerabile all’ideologia democratica, che finì per permettere a partiti borghesi come Syriza in Grecia e Podemos in Spagna di presentarsi come i veri eredi di queste rivolte. “Democrazia Real Ya!” "Democrazia ora" diventò la parola d'ordine del movimento.
Infine, il riflusso di questo “movimento delle piazze” aggravò ulteriormente il riflusso generale della coscienza di classe. In Egitto, le illusioni sulla democrazia aprirono la strada al ripristino dello stesso tipo di governo autoritario che era stato il catalizzatore iniziale della “Primavera araba”; in Israele, dove le manifestazioni di massa un tempo lanciavano lo slogan internazionalista: “Netanyahu, Mubarak, Assad, lo stesso nemico”, in quel momento stavano prendendo il sopravvento le brutali politiche militariste del governo Netanyahu; in Spagna, molti giovani che avevano aderito al movimento si ritrovarono bloccati nell’impasse assoluta del nazionalismo catalano o spagnolo. Negli Stati Uniti, l’attenzione all’1% alimentò il sentimento populista contro “le élite”, “l’establishment”, …
Il periodo 2003-2011 rappresentò quindi tutta una serie di sforzi della nostra classe per lottare contro il continuo deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro in questo capitalismo in crisi ma, privato dell’identità di classe, si tradusse (temporaneamente) in un marasma maggiore. E l’aggravarsi della decomposizione negli anni 2010 rafforzerà ulteriormente queste difficoltà: sviluppo del populismo, con tutta l’irrazionalità e l’odio che questa corrente politica borghese contiene, proliferazione internazionale di attacchi terroristici, presa di intere regioni da parte dei trafficanti di droga in Sud America, da parte dei signori della guerra in Medio Oriente, Africa e Caucaso, immense ondate di migranti in fuga dall’orrore della fame, della guerra, della barbarie, della desertificazione legata al riscaldamento globale… il Mediterraneo stava diventando un cimitero acquatico.
Questa dinamica marcia e mortale tese a rafforzare il nazionalismo e a fare affidamento sulla “protezione” dello Stato, a lasciarsi influenzare dalle false critiche al sistema offerte dal populismo (e, per una minoranza, dal jihadismo), ad aderire alla “politica identitaria” … La mancanza di identità di classe veniva aggravata dalla tendenza alla frammentazione in identità razziali, sessuali e di altro tipo, che a loro volta rafforzavano l’esclusione e la divisione, dal momento che solo il proletariato che lotta per i propri interessi può essere veramente inclusivo.
In una parola, la società capitalista stava e sta putrefacendosi.
2020…
Tuttavia nella situazione attuale non dobbiamo vedere solo la decomposizione. Altre forze sono all’opera: con lo sprofondamento nella decadenza, la crisi economica si aggrava e spinge alla necessità di lottare; l'orrore della vita quotidiana pone costantemente questioni che non possono non provocare riflessioni nella mente degli operai; le lotte degli ultimi anni hanno cominciato a portare qualche risposta e queste esperienze stanno arando il loro solco senza che ce ne rendiamo conto. Per riprendere le parole di Marx: “Riconosciamo la nostra vecchia amica, la nostra vecchia talpa che sapendo ben scavare nel sottosuolo non può che apparire all’improvviso”.
Nel 2019, in Francia si sviluppò un movimento sociale contro una nuova riforma delle pensioni (sic). Ancor più della combattività, che era elevata, ciò che attirò la nostra attenzione fu la tendenza alla solidarietà tra generazioni che veniva espressa nei cortei: molti operai prossimi ai sessant’anni – e quindi non direttamente interessati dalla riforma – scioperavano e manifestavano affinché i giovani salariati non subissero questo attacco del governo. La solidarietà intergenerazionale molto presente nel 2006 sembrò riemergere. Sentimmo i manifestanti cantare “La classe operaia esiste!”, “Siamo qui, siamo qui per l’onore dei lavoratori e per un mondo migliore” e difendere l’idea della “guerra di classe”. Anche se si tratta di una minoranza, l'idea fluttuava nuovamente nell'aria, una novità dopo 30 anni!
Nel 2020 e nel 2021, durante la pandemia da Covid e i suoi molteplici confinamenti, sottolineammo l’esistenza di scioperi negli Stati Uniti, in Iran, in Italia, in Corea, in Spagna o in Francia che, anche se sparsi, testimoniavano la profondità della rabbia, in quanto in quei tempi di cappe di piombo statali era particolarmente difficile lottare in nome della “salute per tutti”.
Ecco perché, quando nel gennaio 2022 ritornò con forza, dopo quasi 30 anni di calma. sul fronte economico l’inflazione, decidemmo di scrivere un volantino internazionale:
“I prezzi si stanno impennando, soprattutto per i beni di prima necessità: cibo, energia e trasporti. L'inflazione nel 2021 ha già superato quella registrata dopo la crisi finanziaria del 2008. Negli Stati Uniti è stata del 6,8%, il livello più alto degli ultimi 40 anni. In Europa il costo dell'energia è salito del 26% negli ultimi mesi! Dietro queste cifre c’è la realtà di un numero crescente di persone che hanno difficoltà a nutrirsi, avere una casa, riscaldarsi e spostarsi”
Ed è in questo volantino che annunciammo:
“In tutti i paesi, in tutti i settori, la classe operaia vive una degradazione insopportabile delle condizioni di vita e di lavoro. (…) Gli attacchi piovono sotto il peso dell'aggravarsi della crisi economica globale.
Nonostante la paura di una crisi sanitaria opprimente, la classe operaia comincia a rispondere. (…). Certo, non si tratta di movimenti di massa: gli scioperi e le manifestazioni sono ancora troppo esili, troppo dispersi. Tuttavia la borghesia li sorveglia come il latte sul fuoco, consapevole della portata della rabbia che ribolle. (…)
Allora come possiamo sviluppare una lotta unita e di massa?”
Lo scoppio della guerra in Ucraina, un mese dopo, suscitò sconforto; nella classe si temeva che il conflitto si allargasse e che degenerasse. Ma, allo stesso tempo, la guerra peggiorava notevolmente l’inflazione; ad essere duramente colpito sarà il Regno Unito, già in difficoltà per gli effetti disastrosi della Brexit
Di fronte a questo insopportabile deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro, nel Regno Unito scoppiarono scioperi in molteplici settori (sanità, istruzione, trasporti, ecc.): è stata quella che i media hanno chiamato “L'estate della collera” “The Summer of Anger”, in riferimento a “L'inverno della collera” del 1979 (che rimane il movimento più massiccio in tutti i paesi dopo quello del maggio 1968 in Francia)!
Nel tracciare questo parallelo tra questi due grandi movimenti separati da 43 anni, i giornalisti dicevano molto più di quanto pensavano. Perché dietro questa espressione di “rabbia” si nasconde un movimento estremamente profondo. Due espressioni correranno di picchetto in picchetto: “Adesso basta” e “Siamo lavoratori”. In altre parole, se i lavoratori britannici si sollevano contro l’inflazione, non è solo perché è insostenibile. La crisi è necessaria ma non sufficiente. È anche perché è maturata la coscienza nelle teste dei lavoratori, che la talpa ha scavato per decenni e ora mostra un pezzettino di muso. Riprendendo il metodo dei nostri antenati di Internacionalismo che aveva permesso loro di anticipare l'avvento del maggio 68 e poi di comprendere il suo significato storico, noi siamo stati in grado, dall’agosto 2022, di evidenziare nel nostro volantino internazionale che il risveglio del proletariato britannico ha un significato globale e storico; è per tale motivo che il nostro volantino si conclude così: “Gli scioperi di massa nel Regno Unito sono un appello alla lotta per i proletari di tutti i paesi”. Il fatto che il proletariato che fondò la Prima Internazionale con il proletariato francese nel 1864 a Londra, che è stato il più combattivo dei decenni 1970-80, che ha subito una grave sconfitta contro la Thatcher nel 1984-85 e che da allora non è stato più capace di reagire, e che oggi annuncia “ troppo è troppo” rivela ciò che sta maturando nel profondo delle viscere della nostra classe: il proletariato comincia a recuperare la propria identità di classe, a sentirsi più fiducioso, a sentirsi una forza sociale e collettiva.
Tanto più che questi scioperi stanno scoppiando contemporaneamente alla guerra in Ucraina e nel momento in cui infuriano tutti i suoi discorsi patriottici. Come dicevamo nel nostro volantino di fine agosto 2002: “L'importanza di questo movimento non sta solo nel fatto che sta ponendo fine a un lungo periodo di passività. Queste lotte si sviluppano in un momento in cui il mondo si trova ad affrontare una guerra imperialista su larga scala, una guerra che contrappone sul terreno la Russia all'Ucraina, ma che ha un impatto globale con, in particolare, una mobilitazione dei Paesi membri della NATO. Un impegno in armi ma anche a livello economico, diplomatico e ideologico. Nei paesi occidentali, i governi chiedono sacrifici per “difendere la libertà e la democrazia”. In concreto, ciò significa che i proletari di questi paesi devono stringere ancora di più la cinghia per “dimostrare la loro solidarietà con l'Ucraina – in realtà con la borghesia ucraina e la classe dirigente dei paesi occidentali(…) I governi chiedono “sacrifici per combattere l’inflazione”. È una farsa infame, nel momento in cui non fanno altro che peggiorare la situazione aumentando le spese per la guerra. Questo è il futuro che stanno promettendo il capitalismo e le sue borghesie nazionali in concorrenza: più guerre, più sfruttamento, più distruzione, più miseria.
E, anche se i lavoratori non ne sono sempre pienamente consapevoli, gli scioperi dei lavoratori in Gran Bretagna ci stanno indicando proprio questo: il rifiuto di sacrificarsi sempre di più per gli interessi della classe dominante, il rifiuto di sacrificarsi per l'economia nazionale e per lo sforzo bellico, il rifiuto di accettare la logica di questo sistema che porta l'umanità verso la catastrofe e, in ultima analisi, alla sua distruzione.”
Mentre nel Regno Unito gli scioperi continuano e colpiscono sempre più settori, in Francia sta emergendo un grande movimento sociale contro… la riforma delle pensioni. Le stesse caratteristiche compaiono al di qua della Manica, anche in Francia i manifestanti sottolineano la loro appartenenza al campo operaio e il “Quando è troppo è troppo” viene ripreso nella forma “Ora basta!”. Ovviamente, il proletariato francese apporta a questa dinamica internazionale la sua abitudine a scendere in piazza in massa, ciò che contrasta con la dispersione dei picchetti imposti dai sindacati nel Regno Unito. Ancora più significativo del contributo di questo episodio di lotta al processo internazionale globale è lo slogan che fiorisce ovunque nei cortei: “tu ci metti 64, noi ti rimettiamo il 68” (il governo vuole spostare l'età pensionabile legale a 64 anni, i manifestanti si oppongono con il desiderio di ripetere il Maggio 68). Al di là dell'ottimo gioco di parole (l'inventiva della classe operaia in lotta), questo slogan immediatamente popolare indica che il proletariato, cominciando a riconoscersi come classe, cominciando a recuperare la sua identità di classe, comincia anche a ricordarsi, a riattivare la tua memoria dormiente. Anche noi, partecipando ai cortei, siamo rimasti sorpresi nel vedere apparire riferimenti al movimento del 2006 contro il CPE. Mentre questo episodio sembrava cancellato, ignorato da tutti, ora i giovani manifestanti tornano a parlarne, chiedendosi cosa sia successo ... Pubblichiamo e distribuiamo quindi subito un nuovo volantino, per ritornare alla cronologia del movimento e ai suoi insegnamenti (l'importanza delle assemblee generali aperte e sovrane, cioè realmente organizzate e dirette dall'assemblea e non dai sindacati). Vedendo il titolo, i manifestanti ci chiedono il volantino e alcuni, dopo averlo letto, quando ci incontrano nuovamente in strada ci ringraziano. Non è quindi solo il fattore ‘rottura’ che spiega la capacità dell’attuale nuova generazione a trascinare l’intero proletariato nella lotta. Al contrario, la nozione di continuità è forse ancora più importante. Avevamo quindi ragione a scrivere nel 2020: “le acquisizioni delle lotte del periodo 1968-1989 non sono perse, anche se sembra che molti operai (e certi rivoluzionari) possano averle dimenticate: lotta per l'auto-organizzazione e l'estensione delle lotte; inizio della comprensione del ruolo anti-operaio dei sindacati e dei partiti capitalisti di sinistra; resistenza all’arruolamento nelle guerre; sfiducia nei confronti del gioco elettorale e parlamentare, ecc. Le lotte future dovranno fare affidamento sull'assimilazione critica di questi risultati andando molto oltre e certamente non sulla loro negazione o sulla loro dimenticanza” (articolo bilancio del 23° congresso, Rivista Internazionale n. 35, 2020)[4].
L'esperienza accumulata dalle generazioni precedenti, a partire dal 68, e anche dall'inizio del movimento operaio, non è stata cancellata ma immersa in una memoria sopita; la riconquista dell'identità di classe permette di riattivarla, e alla classe operaia di mettersi alla riconquista della propria storia.
Concretamente, le generazioni che hanno vissuto il 68 e il confronto con i sindacati negli anni '70/'80 sono ancora vive oggi, possono raccontare storie, trasmetterle. Anche la generazione “perduta” degli anni ’90 potrà dare il suo contributo. I giovani delle assemblee del 2006 e del 2011 potranno finalmente comprendere quello che hanno fatto, il senso della loro autorganizzazione, e raccontarlo ai nuovi. Da un lato, questa nuova generazione degli anni 2020 non ha subito le sconfitte degli anni ‘80 (sotto Thatcher e Reagan), né la menzogna del 1990 sulla morte del comunismo e la fine della lotta di classe, né gli anni scuri che seguirono; dall’altro, è cresciuta in una crisi economica permanente e in un mondo in difficoltà; per questo porta dentro di sé una combattività intatta. Questa nuova generazione può portare dietro di sé tutte le altre, mentre deve ascoltarle, imparare dalle loro esperienze, dalle loro vittorie e dalle loro sconfitte. Passato, presente e futuro possono nuovamente incontrarsi. È tutto questo potenziale che porta con sé il movimento attuale e futuro, è tutto ciò che sta dietro la nozione di “rottura”: una nuova dinamica che rompe con l’atonia e l’amnesia che dominano dal 1990, una nuova dinamica che si riappropria della storia del movimento operaio in modo critico per portarlo ben più lontano. Gli scioperi che si sviluppano oggi sono il frutto della maturazione sotterranea dei decenni precedenti e possono a loro volta consentire una maturazione molto più grande.
E ovviamente coloro che rappresentano questa continuità storica e questa memoria, le organizzazioni rivoluzionarie, hanno un ruolo immenso da svolgere in questo processo.
Di fronte agli effetti devastanti della decomposizione, il proletariato dovrà politicizzare le sue lotte
Dal 2020 e dalla pandemia da Covid, la decomposizione del capitalismo si è accelerata su tutto il pianeta. Tutte le crisi di questo sistema decadente – sanitaria, economica, climatica, sociale, bellica – si uniscono e formano un vortice devastante[5]. Questa dinamica rischia di trascinare tutta l’umanità verso la morte.
La classe operaia si trova quindi di fronte ad una grande sfida, quella di riuscire a sviluppare il suo progetto rivoluzionario e proporre così la sua prospettiva, quella del comunismo, in questo contesto putrescente. Per farlo essa stessa deve già riuscire a resistere a tutte le forze centrifughe che vengono esercitate senza tregua su di lei, deve essere capace di non lasciarsi prendere dalla frammentazione sociale che spinge al razzismo, allo scontro tra bande rivali, al ripiego, alla paura, deve essere capace di non cedere alle sirene del nazionalismo e della guerra (quelle presunte umanitarie, antiterroristiche, di "resistenza", ecc... le borghesie accusano sempre di barbarie il nemico per giustificare la loro). Resistere a tutta questa gangrena che corrompe gradualmente l'intera società e riuscire a sviluppare la sua lotta e la sua prospettiva implica necessariamente che tutta la classe operaia elevi il suo livello di coscienza e di organizzazione, riesca a politicizzare le sue lotte, crei luoghi di dibattito, d'elaborazione e gestione degli scioperi da parte degli stessi operai.
Allora, cosa ci dicono tutti questi scioperi, descritti dai media come “storici”, sulle dinamiche attuali e sulla capacità della nostra classe di continuare i suoi sforzi, nonostante sia circondata da un mondo in rovina?
Frammentazione sociale contro solidarietà operaia
La solidarietà espressa in tutti gli scioperi e in tutti i movimenti sociali dal 2022 dimostra che la classe operaia, quando lotta, riesce non solo a resistere a questo marciume sociale, ma anche a dare il via a un antidoto, la promessa di un'altra possibilità: la solidarietà proletaria. La sua lotta è l’antitesi alla guerra di tutti contro tutti verso la quale spinge la decomposizione.
Nei picchetti di sciopero e nei cortei dei manifestanti, in Canada, in Francia e in Islanda, le espressioni più ricorrenti sono “Siamo tutti sulla stessa barca!” e “Dobbiamo lottare tutti insieme!”.
Anche negli Stati Uniti, un paese incancrenito dalla violenza, dalla droga, dal ripiego e dalla divisione razziale, la classe operaia è stata in grado di proporre la questione della solidarietà operaia tra settori e tra generazioni. Le testimonianze emerse dallo sciopero “storico” di quest’estate, di cui i lavoratori dell’industria automobilistica erano al centro, mostrano addirittura che il processo continua a progredire e ad approfondirsi:
Questa solidarietà si basa esplicitamente sull’idea che “siamo tutti lavoratori”!
Che contrasto con i tentativi di pogrom anti-immigrazione avvenuti a Dublino (Irlanda) e a Romans-sur-Isère (Francia)! In questi due casi, a seguito di un'aggressione mortale con coltello, una parte della popolazione ha attribuito la causa di questi omicidi all'immigrazione e ha chiesto vendetta, scendendo in piazza per linciare. Questi non sono fatti isolati e insignificanti, anzi sono forieri della deriva generale della società. Le risse tra bande di giovani, gli attentati, gli omicidi commessi da persone squilibrate, le rivolte nichiliste stanno aumentando e non potranno che aumentare ancora e ancora.
Le forze della decomposizione spingono gradualmente verso la frammentazione sociale; la classe operaia si troverà nel mezzo di un odio crescente. Per resistere a questi venti fetidi, dovrà continuare i suoi sforzi per sviluppare la sua lotta e la sua coscienza. L’istinto di solidarietà non basterà; bisognerà anche lavorare alla sua unità, cioè alla presa in carico cosciente dei suoi legami e della sua organizzazione nella lotta. Ciò implicherà inevitabilmente lo scontro con i sindacati e il loro sabotaggio permanente di divisione. Torniamo quindi qui alla necessaria riappropriazione delle lezioni delle lotte degli anni '70 e '80.
Guerra contro internazionalismo
La traversata dell’Atlantico del grido “Adesso basta” rivela la natura profondamente internazionale della nostra classe e della sua lotta. Gli scioperi negli Stati Uniti sono il risultato dell'influenza diretta degli scioperi nel Regno Unito. Abbiamo avuto quindi ragione anche quando abbiamo scritto nella primavera del 2023: “Essendo l'inglese, d'altronde, la lingua della comunicazione globale, l'influenza di questi movimenti supera necessariamente quella che potrebbero avere le lotte in Francia o in Germania, per esempio. In questo senso, il proletariato britannico indica la strada non solo ai lavoratori europei, che dovranno essere in prima linea nella crescita della lotta di classe, ma anche al proletariato mondiale, e in particolare a quello americano.” (Rapporto sulla lotta di classe, 25° congresso, Rivista Internazionale n° 37, 2023).[6]
Durante lo sciopero del settore auto delle Tre Grandi (Ford, Chrysler, General Motors) negli Stati Uniti, la sensazione di essere una classe internazionale comincia ad emergere. Oltre a questo riferimento esplicito agli scioperi nel Regno Unito, gli operai tentano di unificare la lotta oltre il confine tra Stati Uniti e Canada. La borghesia non si è d'altra parte sbagliata, ha compreso il pericolo di una tale dinamica e il governo canadese ha immediatamente firmato un accordo con i sindacati per fermare prematuramente questa voglia di lotta comune e impedire così ogni possibilità di unificazione.
Anche durante il movimento in Francia ci sono state manifestazioni di solidarietà internazionale. Come abbiamo scritto nel nostro volantino dell’aprile 2023[7]: “I proletari cominciano a tendere la mano al di là delle frontiere, come abbiamo visto con lo sciopero degli operai di una raffineria belga in solidarietà con i lavoratori in Francia, o con lo sciopero in Francia degli addetti ai servizi della Reggia di Versailles, prima dell’arrivo (rinviato) di Carlo III, in solidarietà con “gli operai inglesi che da settimane sono in sciopero per gli aumenti salariali”. Attraverso queste espressioni di solidarietà ancora embrionali, gli operai cominciano a riconoscersi come classe internazionale: siamo tutti sulla stessa barca!”.
In effetti, il ritorno della combattività della classe operaia a partire dall’estate del 2022 porta con sé una dimensione internazionale forse ancora più forte che negli anni ’60/70/80.
Perché?
In Cina la “crescita” continua a rallentare e la disoccupazione continua ad esplodere. I dati ufficiali dello Stato cinese riconoscono che un quarto dei giovani sono disoccupati! In risposta si sviluppano le lotte: “Colpite dal calo degli ordinativi, le fabbriche che impiegano una grande quantità di manodopera stanno esternalizzando e licenziando. Aumentano gli scioperi contro i salari non pagati e le manifestazioni contro i licenziamenti senza indennità”. Tali scioperi in un paese in cui la classe operaia è sotto la cappa ideologica e repressiva del “comunismo” sono particolarmente indicativi della portata della rabbia che sta covando. In vista del probabile prossimo collasso del settore edile, dovremo monitorare le possibili reazioni dei lavoratori.
Per il momento, nel resto dell'Asia, è soprattutto nella Corea del Sud che il proletariato è tornato sulla via dello sciopero, con un grande movimento generale lo scorso luglio.
Questa dimensione profondamente internazionale della lotta di classe, questo cominciare a comprendere che i lavoratori in sciopero lottano tutti per gli stessi interessi indipendentemente da quale parte del confine stanno, rappresenta l’esatto opposto della natura intrinsecamente imperialista del capitalismo. Sotto i nostri occhi si sviluppa l’opposizione tra due poli: uno fatto dalla solidarietà internazionale, l’altro fatto da guerre sempre più barbare e assassine.
Detto ciò, la classe operaia è ancora molto lontana dall’essere abbastanza forte (cosciente e organizzata) per opporsi esplicitamente alla guerra, o anche agli effetti dell’economia di guerra:
- Per l'Europa occidentale e il Nord America, per il momento, le due grandi guerre attuali non sembrano influenzare sostanzialmente la combattività operaia. Gli scioperi nel Regno Unito sono iniziati subito dopo l’inizio della guerra in Ucraina, lo sciopero nel settore automobilistico negli Stati Uniti è continuato nonostante lo scoppio del conflitto a Gaza e da allora altri scioperi si sono sviluppati in Canada, Islanda, Svezia… Ma resta il fatto che i lavoratori non sono ancora riusciti a integrare nella loro lotta – nei loro slogan e nei loro dibattiti – il legame tra l’inflazione, i colpi inferti dalla borghesia e la guerra. Questa difficoltà è dovuta alla mancanza di fiducia che gli operai hanno in sé stessi, alla mancanza di coscienza della forza che rappresentano come classe; opporsi alla guerra e alle sue conseguenze appare una sfida troppo grande, travolgente, irraggiungibile e fuori portata. La realizzazione di questa connessione dipende da un livello di coscienza più elevato. Il proletariato internazionale ha impiegato 3 anni per stabilire questo collegamento di fronte alla Prima Guerra Mondiale. Nel periodo 1968-1989, il proletariato non è stato in grado di stabilire questo collegamento, cosa che è stato uno dei fattori che ha inibito la sua capacità a sviluppare la propria politicizzazione. Quindi, dopo 30 anni di riflusso, non dobbiamo aspettarci che il proletariato faccia immediatamente questo passo fondamentale. È un passo profondamente politico, che segnerà una rottura cruciale con l’ideologia borghese. Un passo che richiede di comprendere che il capitalismo è una barbarie militare, che la guerra permanente non è qualcosa di accidentale ma una caratteristica del capitalismo decadente.
- Nell'Europa dell'Est, invece, la guerra ha un impatto assolutamente disastroso; non c'è stata alcuna opposizione – nemmeno manifestazioni pacifiste – contro la guerra. Sebbene questo conflitto abbia già causato 500.000 morti (250.000 per parte), e in Russia come in Ucraina i giovani fuggono dalla mobilitazione per salvarsi la pelle, non esiste una protesta collettiva. La sola via d'uscita possibile resta quella individuale: disertare e nascondersi. Questa mancanza di reazione di classe conferma che se il 1989 fu un duro colpo per l’intero proletariato a livello globale, i lavoratori dei paesi stalinisti ne furono colpiti ancora più duramente. L’estrema debolezza della classe operaia dell’Europa dell'Est è la punta dell’iceberg della debolezza della classe operaia nei paesi dell’ex Unione Sovietica. La minaccia di guerra che incombe sui paesi dell'ex Jugoslavia è in parte possibile a causa di questa profonda debolezza del proletariato che lì vive.
- Per quanto riguarda la Cina, è difficile valutare con precisione a che punto sta la classe operaia di questo paese rispetto alla guerra. Dobbiamo monitorare da vicino la situazione e il suo sviluppo. La portata della prossima crisi economica giocherà un ruolo importante nella dinamica del proletariato. Detto ciò, come all'Est, lo stalinismo (vivo o morto) continua a svolgere il suo ruolo contro la nostra classe. Quando si devono studiare le idee (deformate) di Karl Marx a scuola, si resta disgustati dal marxismo.
In effetti, ogni guerra – che sicuramente scoppierà – porrà problemi diversi al proletariato mondiale. La guerra in Ucraina non pone gli stessi problemi della guerra a Gaza, che non pone gli stessi problemi di quella che minaccia Taiwan. Ad esempio, il conflitto israelo-palestinese genera nei paesi centrali una situazione putrida di odio tra le comunità ebraica e musulmana, che consente alla borghesia di creare un’immensa campagna di divisione.
Tuttavia, in Occidente come in Oriente, nel Nord come nel Sud, possiamo riconoscere che, in generale, il processo di sviluppo della coscienza sulla questione della guerra sarà molto difficile, e non vi sono garanzie che il proletariato riesca a realizzarlo. Come abbiamo sottolineato 33 anni fa: “contrariamente al passato, lo sviluppo di una prossima ondata rivoluzionaria non verrà fuori dalla guerra, ma dall'aggravamento della crisi economica. (…) le mobilitazioni operaie, i punti di partenza dei grandi scontri di classe, proverranno dagli attacchi economici. Nello stesso modo, sul piano della presa di coscienza, 1'aggravamento della crisi sarà un fattore fondamentale rivelando il fallimento storico del modo di produzione capitalista. Ma, proprio su questo piano della presa di coscienza, la questione della guerra è chiamata, ancora una volta, a giocare un ruolo di prim'ordine:
Anche in questo caso vediamo fino a che punto la capacità del proletariato di politicizzare le proprie lotte sarà la chiave per il futuro.
Irrazionalità populista contro coscienza rivoluzionaria
Il peggioramento della decomposizione porrà tutta una serie di ostacoli sul cammino della classe operaia verso la rivoluzione. Alla frammentazione sociale, alla guerra e al caos possiamo aggiungere anche l'espansione del populismo.
In Argentina, Javier Milei è appena stato eletto presidente. La 23a potenza mondiale si ritrova a capo del suo Stato un uomo che difende il piattismo della terra! Si presenta ai suoi meeting, agitando una motosega in mano. Insomma, fa sembrare Trump un uomo di scienza. Al di là dell’aneddoto, ciò mostra fino a che punto la decomposizione stia avanzando e travolgendo nella sua irrazionalità e marciume parti sempre più ampie della classe dominante:
Finora tutta questa putrefazione non ha impedito alla classe operaia di sviluppare le sue lotte e la sua coscienza. Ma dobbiamo tenere la mente e gli occhi ben aperti per seguire gli sviluppi e riuscire a valutare il peso del populismo sul pensiero razionale che il proletariato deve sviluppare per realizzare il suo progetto rivoluzionario.
Questo passo decisivo della politicizzazione delle lotte è mancato negli anni 80. Oggi è nel contesto terribilmente più difficile della decomposizione che il proletariato deve riuscire a realizzarlo, altrimenti il capitalismo porterà tutta l’umanità nella barbarie, nel caos e, infine, alla morte.
L’esito vittorioso di una rivoluzione è possibile. Ad avanzare non è solo la decomposizione, ma anche le condizioni oggettive che permettono la rivoluzione: una crisi economica mondiale sempre più devastante che spinge alla lotta; una classe operaia sempre più numerosa, concentrata e collegata a livello internazionale; un’esperienza operaia storica che si accumula.
Lo sprofondamento nella decadenza rivela sempre più la necessità di una rivoluzione mondiale!
Per raggiungere questo obiettivo, gli attuali sforzi della nostra classe dovranno continuare, in particolare la riappropriazione delle lezioni del passato (le ondate di lotte degli anni ’70-’80, l’ondata rivoluzionaria degli anni ’10-’20). L'attuale generazione che avanza appartiene a tutta una catena che ci collega alle prime lotte, ai primi combattimenti della nostra classe dagli anni Trenta dell'Ottocento!
Sarà anche necessario, in futuro, rompere la grande menzogna che pesa così tanto dai tempi della controrivoluzione secondo la quale stalinismo = comunismo.
In tutto questo processo è in gioco la questione della fiducia nella forza organizzata del proletariato, nella prospettiva e quindi nella possibilità della rivoluzione... È nel fuoco delle lotte future, nella lotta politica contro il sabotaggio sindacale, contro le trappole sofisticate delle grandi democrazie, riuscendo a riunirsi in assemblee, in comitati, in circoli per discutere e decidere, che la nostra classe farà tutto questo apprendimento necessario. Perché, come scriveva Rosa Luxemburg in una lettera a Mehring: “Il socialismo non è, appunto, un problema di coltello e forchetta, ma un movimento culturale, una grande e potente concezione del mondo” (Rosa Luxemburg, lettera a Franz Mehring).
Sì, questo percorso sarà difficile, accidentato e incerto, ma non ce n'è altro.
Gracchus
[1] Contro gli attacchi della borghesia, abbiamo bisogno di una lotta unita e massiccia! (volantino internazionale), Contro gli attacchi della borghesia, abbiamo bisogno di una lotta unita e di massa! [425]
[2] Secondo la formula di Shakespeare nel Riccardo III.
[3] Titolo di un libro del giornalista e rivoluzionario Victor Serge.
[4] 23° Congresso della CCI: I diversi aspetti dell'attività di Frazione | Corrente Comunista Internazionale (internationalism.org) [426]
[5] Vedere “L’accelerazione della decomposizione capitalista pone apertamente la questione della distruzione dell’umanità”, L’accelerazione della decomposizione capitalista pone apertamente la questione della distruzione dell’umanità | Corrente Comunista Internazionale (internationalism.org) [347].
[7] Dall’“estate della rottura del 2022”, abbiamo scritto 7 volantini diversi, distribuiti in più di 130.000 copie solo in Francia.
La violenza organizzata che scuote il Medio Oriente ha suscitato profonda indignazione in tutto il mondo. In primo luogo a causa dell’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre, che ha provocato 1.200 morti e 2.700 feriti tra i cittadini israeliani e, in secondo luogo, a causa dell’incessante e massiccio massacro della popolazione residente nella Striscia di Gaza, perpetrato dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Le organizzazioni rivoluzionarie hanno il dovere di denunciare questa barbarie imperialista, come hanno fatto in tutta la storia del movimento operaio e questo a partire dal manifesto “ai lavoratori di ogni nazione” diffuso dai membri parigini dell’Internazionale: “La guerra scatenata per una questioni di predominio o dinastia non può essere, per gli operai, che una follia criminale”[1].
Pertanto, in considerazione di questa responsabilità, gruppi come Tendenza Comunista Internazionalista (TCI), Internationalist Voice o Internationalist Communist Perspective (Corea) hanno risposto a questo dovere fondamentale difendendo nei loro articoli una chiara posizione internazionalista sulla guerra in Medio Oriente.
– “La classe operaia deve rifiutarsi di essere arruolata nelle guerre della classe dominante e lottare contro gli sfruttatori di entrambi i paesi. C’è solo una strada per la classe operaia israeliana e palestinese […]: la lotta al di là delle nazioni e delle frontiere per gli interessi comuni della classe operaia. Solo una lotta di classe internazionale per rovesciare il sistema capitalista può porre fine alle carneficine e alle guerre”[2].
– “Solo la lotta di classe dei lavoratori può offrire un’alternativa alla barbarie del capitalismo, perché il proletariato non ha una patria da difendere, la sua lotta deve superare i confini nazionali e svilupparsi su scala internazionale”[3].
– “Tutte le borghesie sono ugualmente nemiche mortali del proletariato, che non deve spargere la minima goccia di sangue per i suoi sfruttatori e per i suoi obiettivi nazional-imperialisti. […] L’indicazione fondamentale dell’unità di classe di tutti i settori del proletariato (contro la borghesia, i suoi Stati, i suoi schieramenti imperialisti) indipendentemente dall’origine “nazionale”, avrà ancora più valore, se mai fosse possibile”[4].
Nel caso dei diversi gruppi bordighisti la situazione è più sfumata. Come componenti dell’ambiente rivoluzionario, la loro posizione è fondamentalmente internazionalista nella misura in cui denunciano il massacro imperialista e rifiutano qualsiasi sostegno all'uno o all'altro dei due campi opposti. Tuttavia, nonostante i grandiosi discorsi sul loro impegno internazionalista, la loro difesa concreta dell’internazionalismo non è senza equivoci. Sostenendo per alcuni la lotta contro l’«oppressione nazionale» dei proletari e delle masse palestinesi, per altri l’idea che questi massacri genereranno uno sviluppo delle lotte operaie nella regione e nel mondo, questi gruppi rivelano pericolose ambiguità su come promuovere e difendere l’internazionalismo proletario nell’attuale periodo di decomposizione del capitalismo.
Ambiguità che lasciano la porta aperta a derive opportuniste
Il Partito Comunista Internazionale (PCI – Le Prolétaire), dietro la sua dichiarazione di solidarietà ai proletari palestinesi, invoca infatti la lotta contro l’oppressione nazionale dei palestinesi: “Palestina: un proletariato e un popolo condannati al massacro. Israele: uno Stato nato dall’oppressione del popolo palestinese e di un proletariato ebraico prigioniero dei vantaggi immediati e complice di questa oppressione”[5]. Così, mentre i rivoluzionari internazionalisti dovrebbero denunciare la spirale di scontri imperialisti tra borghesie in cui sono trascinate le diverse frazioni del proletariato del Medio Oriente e promuovere tra i lavoratori il rifiuto di ogni movimento di “liberazione nazionale” perché “i proletari non hanno una patria”, Le Prolétaire chiede innanzitutto una lotta per porre fine “all’oppressione israeliana dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania”, escludendo quindi ogni solidarietà con la classe operaia israeliana che è «prigioniera di immediata vantaggi e complice di questa oppressione».
Un altro gruppo, il PCI (Il Partito Comunista), sembra difendere convincenti posizioni internazionaliste quando scrive: «Dobbiamo invitare i proletari palestinesi e israeliani a non lasciarsi ingannare dalla loro borghesia […], a non immolarsi come carne da cannone in guerre contrarie ai loro interessi». Ma nella frase successiva aggiunge: “Dobbiamo invitare i proletari ebrei israeliani a sabotare lo sforzo bellico della loro borghesia imperialista e genocida e a combattere contro la loro borghesia e contro l’oppressione nazionale dei loro fratelli di classe palestinesi»[6]. Esso non chiede quindi qui la solidarietà internazionale di tutti i proletari contro la guerra imperialista, ma esorta i proletari israeliani a sostenere la lotta dei lavoratori palestinesi contro questa oppressione nazionale.
Infine, il PCI (Il Programma Comunista) constata l’esaurimento dei movimenti «rivoluzionari nazionali» anticoloniali e avanza così la prospettiva che «in questa terribile situazione, il proletariato mediorientale potrà trovare la forza per sfuggire alle insidie dell’opportunismo che lo imprigionano. Ci auguriamo che, come nelle grandi battaglie del passato, sappia schierare i migliori combattenti per la sua causa, che sappia fare della purtroppo inevitabile sconfitta di oggi il punto di partenza per un futuro ricco di vittorie»[7]. In altre parole, essi diffondono la prospettiva fallace secondo la quale solo il proletariato del Medio Oriente, mobilitato com’è dietro mistificazioni religiose e nazionaliste e schiacciato dai massacri imperialisti, potrà imparare la lezione di queste sconfitte ed essere alla base della ripresa di lotte che si ricollegano «alle grandi battaglie del passato» (ci si chiede quali… forse i cosiddetti «movimenti nazional-rivoluzionari» degli anni 1960 e 1970 in cui la classe operaia del Medio Oriente era mobilitata dietro varie frazioni borghesi nazionali?).
Anche se queste organizzazioni non sostengono apertamente un campo imperialista (né la borghesia palestinese della Cisgiordania, né quella della Striscia di Gaza), lasciano la porta aperta per sostenere la lotta delle «masse» e del «popolo» palestinese contro la loro «oppressione nazionale», che non può che esacerbare il divario tra la classe operaia di Israele e quella dei paesi arabi… Queste derive verso prospettive cosiddette «nazionaliste-rivoluzionarie» costituiscono una minaccia alla posizione internazionalista di queste organizzazioni.
L’internazionalismo proletario è un confine di classe che, di fronte alla guerra imperialista, separa la classe operaia dalla borghesia. È un principio che dobbiamo difendere con le unghie e con i denti in ogni momento: nei nostri interventi nelle lotte operaie, nei nostri incontri pubblici, nei nostri resoconti e sulla nostra stampa. In questo senso, condividiamo le parole di Lenin secondo cui «C’è uno solo, ed uno solo, vero internazionalismo: consiste nel lavorare disinteressatamente per lo sviluppo del movimento rivoluzionario e della lotta rivoluzionaria nel proprio paese, nel sostenere (attraverso la propaganda, l'accordo, l’aiuto materiale) questa stessa lotta, questa stessa linea e solo questo, in tutti i paesi senza eccezione. Tutto il resto sono bugie e beato ottimismo»[8]. I bolscevichi spesso criticavano da soli le posizioni opportuniste sulla questione della guerra, ma questa era una parte indispensabile del loro lavoro di costruzione del partito mondiale. Questa lotta teorica era e rimane essenziale per approfondire tutte le conseguenze di una posizione internazionalista e per distinguere i rivoluzionari dai nemici della classe operaia, in particolare dai socialsciovinisti.
Un quadro teorico obsoleto favorisce le derive opportunistiche
Nel periodo di decadenza del capitalismo, periodo in cui i rapporti di produzione stabiliti dal modo di produzione capitalistico si sono trasformati in un ostacolo sempre maggiore allo sviluppo delle forze produttive, la borghesia non ha più un ruolo progressista da svolgere nel sviluppo della società. Oggi, la creazione di una nuova nazione, la costituzione giuridica di un nuovo paese, non consente alcun progresso reale in un contesto di sviluppo che i paesi più antichi e potenti sono essi stessi incapaci di assumere. In un mondo dominato dagli scontri imperialisti, qualsiasi lotta di «liberazione nazionale», lungi dal costituire una dinamica progressista, costituisce in realtà solo occasioni di scontri imperialisti a cui i proletari e i contadini arruolati, volontariamente o con la forza, partecipano solo come carne da cannone. I movimenti di «liberazione nazionale», che hanno segnato in particolare gli anni 1960 e 1970, hanno dimostrato chiaramente che la sostituzione dei colonizzatori con una borghesia nazionale non ha rappresentato in alcun modo un progresso per il proletariato, ma al contrario lo ha condotto a innumerevoli conflitti di interessi imperialisti, nei quali sono stati massacrati operai e contadini. Ma il quadro teorico obsoleto dei gruppi bordighisti impedisce loro di comprendere le questioni reali con cui il proletariato internazionale e i suoi elementi in Israele/Palestina, si confrontano nell’inferno imperialista di Gaza.
Le Prolétaire continua ad analizzare la questione palestinese nel quadro dello «spirito e della spinta indipendentista “nazional-rivoluzionaria” che hanno caratterizzato le lotte contro l’oppressione nazionale in Algeria, in Congo e, più tardi, in Angola e Mozambico e che hanno caratterizzato a lungo la rivolta spontanea del proletariato palestinese»[9]. Il dramma e la sfida del «movimento di liberazione» palestinese è, per Le Prolétaire «il gigantesco potenziale di classe rappresentato dal proletariato e dalle masse proletarizzate palestinesi, mentre si manifesta attraverso la loro lotta armata e indomabile in Palestina, Libano, Siria e Giordania, non esprimeva un programma politico autonomo e di classe, capace di guidare il movimento nazionale». Pertanto questo gruppo invoca sempre un «movimento di liberazione» palestinese, mentre i rivoluzionari devono al contrario difendere la posizione secondo cui oggi tutti gli Stati, tutte le borghesie sono imperialiste e che i proletari non devono in nessun caso sostenere i movimenti contro l’oppressione nazionale.
Il Partito Comunista condivide fondamentalmente lo stesso quadro, poiché formula la critica secondo cui questa guerra non è una vera «lotta di liberazione nazionale» condotta dai Palestinesi, perché tale lotta «non avrebbe esposto con un tale cinismo la popolazione di Gaza all’inevitabile vendetta di Israele»[10]. Mentre i rivoluzionari devono chiedere il rifiuto di qualsiasi sostegno agli obiettivi nazionalisti, questo gruppo insiste per ottenere il sostegno della classe operaia israeliana nella lotta contro l’oppressione nazionale e si rammarica cinicamente che il massacro compiuto da Hamas lo abbia reso impossibile: «Inoltre, la lotta contro l’odiosa oppressione nazionale imposta ai palestinesi avrebbe potuto ottenere il sostegno anche degli israeliani, soprattutto della classe operaia, se non fosse stata collocata sul piano del massacro dei civili, in conformità con il deliberato programma di uccisione degli ebrei ovunque si trovino, attuati dall’oscurantista Hamas».
Da parte sua, Il Programma Comunista constata l’esaurimento dei movimenti anticoloniali a partire dalla metà degli anni 1970 e sottolinea che «le “questioni nazionali” irrisolte a metà degli anni ’70, vale a dire nel momento in cui le potenzialità dei movimenti anticoloniali si sono trasformate in cancrena controrivoluzionaria”[11]. Tuttavia, a causa dell’impossibilità di movimenti rivoluzionari nazionali contemporanei, questo gruppo afferma che questo contesto di totale distruzione imperialista e di caos barbarico costituisce un terreno fertile per lo sviluppo di un vasto movimento proletario: «Il che allarmerà maggiormente i governi, se il bagno di sangue continua, saranno le massicce testimonianze di solidarietà che arriveranno dalle capitali arabe […] e dalle numerose metropoli capitaliste (dove risiede da anni il proletariato arabo immigrato, soprattutto palestinese)».
Certamente la borghesia locale, in alleanza con vari leader religiosi e nazionalisti, sfrutterà le divisioni religiose e nazionaliste «per evitare il contagio di classe. I governi borghesi faranno di tutto per spezzare il legame istintivo con i proletari lontani massacrati da forze così potenti: questo legame ha anche un ruolo materiale da svolgere nella lotta, mentre la tempesta di “piombo fuso” si abbatte sulle case e sui corpi». In breve, come suggerisce già il titolo del loro articolo, la loro prospettiva è che la reazione proletaria partirà dal bagno di sangue degli scontri imperialisti e proprio da quelle parti del proletariato mondiale che sono intrappolate nella «cancrena controrivoluzionaria» della liberazione nazionale e massacrati dai vari imperialismi in Medio Oriente. Ma a differenza di quanto accaduto durante la Prima Guerra Mondiale, nell’attuale periodo di decomposizione del capitalismo è l’estensione della lotta del proletariato mondiale contro gli attacchi provocati dalla crisi economica e dall’espansione del militarismo che offrirà una prospettiva al proletariato del Medio Oriente.
In nessun caso, a partire dalla prima guerra mondiale, la lotta «nazionale-rivoluzionaria» ha costituito una prospettiva di lotta rivoluzionaria del proletariato capace di costituire il punto di partenza di una vera reazione proletaria. Il quadro obsoleto di questi gruppi bordighisti impedisce loro di comprendere le questioni attuali in Medio Oriente e li porta a sviluppare posizioni ambigue, aprendo la porta a derive opportunistiche.
Questo quadro obsoleto porta anche alla banalizzazione della guerra
La guerra di Gaza non è, come sostiene Il Programma Comunista, «l’ennesima ondata di massacri», seguita presumibilmente da un nuovo periodo di stabilità e pace. Al contrario, questa guerra rappresenta una nuova tappa significativa nell’accelerazione del caos nella regione e anche oltre. «La portata degli omicidi di per sé indica che la barbarie ha raggiunto una nuova tappa. […] Entrambi i campi sguazzano nella furia omicida più spaventosa e irrazionale!»[12]. Siamo di fronte all’espressione più compiuta della barbarie, una lotta sanguinosa affinché non rimangano che rovine in una regione divenuta completamente inabitabile. La guerra in Ucraina rappresentava già una nuova tappa nell’aggravarsi degli scontri imperialisti. La guerra a Gaza fa un ulteriore passo in avanti.
Anche se ciò non dovesse portare allo scoppio di una guerra mondiale, l’accumulo e gli effetti combinati di tutte queste guerre possono avere conseguenze simili, o addirittura peggiori, per la vita sul pianeta. Ma i gruppi bordighisti esprimono una forte tendenza a sottovalutare le sfide della situazione attuale, il che porta a conclusioni e direzioni errate. La loro incapacità di comprendere i reali pericoli della situazione attuale è chiaramente dimostrata dal fatto che queste organizzazioni banalizzano la gravità storica e l’impatto della guerra a Gaza[13]. Da un lato, le posizioni di Le Prolétarie sostengono che le condizioni attuali consentono ancora al proletariato palestinese di lottare per i propri interessi contro la borghesia israeliana e palestinese. D’altro canto, Il Partito Comunista propende per la guerra mondiale, che è «una necessità economica inevitabile», perché il capitalismo «può sopravvivere solo distruggendo. Ecco perché ha bisogno della guerra globale»[14].
Ciò a cui abbiamo assistito negli ultimi tre anni non è una preparazione verso una guerra mondiale, ma una situazione che ha subito un’accelerazione a livello globale attraverso un accumulo di crisi: pandemia, crisi ecologica, crisi alimentare, crisi dei rifugiati e crisi economica. Anche se alcuni di questi gruppi hanno identificato questo accumulo di crisi, nessuno di loro capisce che queste crisi non sono isolate le une dalle altre, ma che fanno parte dello stesso processo di decomposizione del mondo capitalista, rafforzando ciascuna di esse gli effetti delle altre. In questo processo di decomposizione, la guerra è diventata il fattore centrale, il vero catalizzatore, quello che aggrava tutte le altre crisi. Aggrava la crisi economica globale, fa sprofondare interi settori della popolazione mondiale nella barbarie; porta alla disoccupazione e alla miseria sociale nei paesi capitalisti più potenti e aumenta gli effetti distruttivi del pericolo ecologico. È quindi sbagliato considerare l’attuale guerra a Gaza come l’ennesimo massacro in Medio Oriente al quale potrebbe far seguito un periodo di calma o di ricostruzione, di qualsiasi forma.
Di fronte a questa guerra, i diversi gruppi bordighisti mostrano la loro totale incapacità di comprendere le questioni degli attuali confronti imperialisti[15]. L’assenza di un quadro adeguato, quello della decadenza e decomposizione del capitalismo, porta tutte le organizzazioni bordighiste ad aggrapparsi a un concetto superato, incapace di spiegare tutte le dinamiche della situazione attuale e di aprire la porta alle gravi derive opportunistiche.
D&R, 22 Febbraio 2024
[1] Il Risveglio del 12 luglio 1870 (citato da Marx in La Guerra civile in Francia [428]).
[2] «Contro la carneficina in Medio Oriente, oltre il nazionalismo, la guerra di classe contro la classe dominante!» Internationalist Communist Perspective (Corea, 2023).
[3] «La propaganda di guerra, la guerra di propaganda [429]», Internationalist Voice (2023), in inglese.
[4] «L'ultimo massacro in Medio Oriente è parte del cammino verso la guerra generalizzata [430]», Tendenza Comunista internazionalista (2023)
[5] «Non saranno gli atti terroristici, oggi di Hamas, come ieri di Al-Fath o di altre organizzazioni guerrigliere palestinesi, a far cessare l’oppressione israeliana sui palestinesi di Gaza e Cisgiordania», Il Comunista n°180 (dicembre 2023).
[6] «Guerra a Gaza [431]», PCI-Il Partito comunista n°425 (nov-dic 2023).
[7] «Israele e Palestina: terrorismo di Stato e disfattismo proletario [432]», il Programma Comunista (19 novembre 2023).
[8] Lenin, I compiti del proletariato nella nostra rivoluzione [433] (1917).
[9] «Non saranno gli atti terroristici, oggi di Hamas, come quelli di ieri di Al-Fath o di oltre organizzazioni guerrigliere palestinesi, a far cessare l’oppressione israeliana sui palestinesi di Gaza e in Cisgiordania. Il futuro del proletariato palestinese, come quello dei proletari di tutto il Medio Oriente, d’Europa e del mondo, è nella lotta indipendente di classe e nella solidarietà di classe proletaria di tutti i paesi!», pubblicato sul sito del PCI-Il Comunista nella rubrica «Prese di posizione [434]» (4 gennaio 2024).
[10] «Il proletariato di Gaza stritolato nella guerra fra gli imperialismi mondiali [435]», il Partito Comunista n.426 (gennaio-febbraio 2024).
[11] «Israele e Palestina: terrorismo di Stato e disfattismo proletario [432]», Il Programma Comunista (05-06 novembre-dicembre 2023).
[12] «Né Israele, né Palestina! I lavoratori non hanno patria! [436]», Rivoluzione Internazionale ICConline (11 ottobre 2023).
[13] Il Programma Comunista ha ripubblicato un articolo sulla guerra a Gaza nel 2009, scelta giustificata dal gruppo affermando che «non è cambiato nulla se non l'aumento esponenziale della potenza di fuoco scatenata nella Striscia di Gaza [dallo Stato di Israele].
[14] «https://www.international-communist-party.org/OtherLanguages/All_Lang/2022/1_May_2022.htm#It [437], volantino de Il Partito Comunista.
[15] Questa sottovalutazione è espressa, ad esempio, anche dalle poche attività pubbliche di questi gruppi all'inizio della guerra: Le Prolétaire ha pubblicato solo due articoli, Il Partito Comunista due articoli e ha organizzato una riunione pubblica, Il Programma Comunista due articoli e una riunione pubblica.
Il 27 gennaio, la CCI ha tenuto una Riunione pubblica a Madrid, in presenza e online, sul contributo di Bilan alla lotta per il partito mondiale del proletariato. Non si è trattato di un appello ad una vuota discussione, perché abbiamo potuto constatare che nell'ambiente politico c'è un interesse per Bilan già precedentemente espresso per due volte a Madrid.
Perché organizziamo una riunione pubblica su “Bilan”?
Le organizzazioni comuniste di oggi non sono nulla senza la loro piena iscrizione nella continuità storica critica delle organizzazioni comuniste del passato. Noi rivendichiamo due legami in questa continuità: Bilan e Internationalisme[1]. Come abbiamo annunciato nella riunione pubblica: “il proletariato ha bisogno del suo partito mondiale e per formarlo, quando le sue lotte raggiungeranno una massiccia forza internazionale, la sua base sarà la Sinistra Comunista alla quale ci rivendichiamo [..] L’incontro pubblico che proponiamo mira a provocare un dibattito per elaborare una valutazione critica del contributo di Bilan, per apprezzare dove Bilan è pienamente valido, dove deve essere criticato, dove è necessario andare oltre. Le sue forze, i suoi errori, la sua esperienza organizzativa e teorica sono materiali essenziali per la lotta dei rivoluzionari di oggi”.
Invitiamo i lettori a proseguire il dibattito attraverso contributi o partecipando a incontri pubblici e permanenze della CCI.
La continuità storica critica del marxismo
Un partecipante ha aperto il dibattito dichiarando che il marxismo è qualcosa di dogmatico, d'immutabile. Per lui il marxismo non deve tener conto dell'evoluzione della situazione storica ma deve rimanere fisso e bloccato su posizioni affermate fin dalle sue origini. A questo proposito lui stesso si è definito “sclerotico” e addirittura “trapezoide” arrivando a dire che solo i morti cambiano. I partecipanti in presenza e quelli che hanno partecipato tramite Internet hanno messo avanti i seguenti argomenti contro questo punto di vista:
– Nel marxismo ci sono posizioni e principi fondamentali che non cambiano e non cambieranno: che la lotta di classe è il motore della storia, che la lotta di classe del proletariato è la sola che può portare al comunismo, che ogni modo di produzione, e quindi anche il capitalismo, vive un’epoca di ascesa e un’epoca di decadenza, che la distruzione del capitalismo è necessaria per costruire il comunismo, che la costituzione di un partito mondiale è essenziale per il proletariato, che il marxismo svolge un ruolo motore nello sviluppo della coscienza di classe, ecc.
– Tuttavia, a partire da questi fondamenti che ne costituiscono il solco, il marxismo si sviluppa rispondendo ai nuovi problemi posti dall’evoluzione del capitalismo e dalla lotta di classe, ma anche correggendo eventuali errori, insufficienze o limiti legati a ciascuna epoca storica. Questo approccio è fondamentale nella scienza, ma è ancora più vitale per il proletariato che deve, come classe sfruttata e rivoluzionaria, sviluppare la sua lotta per il comunismo facendosi strada tra innumerevoli errori e debolezze, imparando dalle sue lotte e dalle sue sconfitte, criticando spietatamente i suoi errori. Egli deve tanto più sviluppare la sua lotta contando sulla piena coscienza, che non ha altro che la sua forza lavoro e che non può, a differenza delle classi storiche del passato, sviluppare il suo progetto senza distruggere il capitalismo da cima a fondo estirpando con esso le radici di tutte le società di sfruttamento.
– Ciò vale anche per le sue organizzazioni rivoluzionarie, che devono essere in grado di analizzare criticamente le posizioni precedenti e le proprie posizioni. Così Marx ed Engels nel 1872 hanno corretto, alla luce dell'esperienza della Comune di Parigi, l'idea che lo Stato dovesse essere preso alla classe dominante così com'era, per proporre rispetto alla nuova lezione storica appena acquisita a caro prezzo da parte del proletariato l’assoluta necessità di distruggere lo Stato borghese. Lenin, nelle Tesi di aprile, ha posto la necessità di modificare il programma del partito, integrandovi la posizione del carattere globale e socialista della rivoluzione e della presa del potere da parte dei soviet.
È una grave irresponsabilità restare dogmaticamente aggrappati a posizioni che non sono più valide. I partiti socialdemocratici non volevano comprendere né la decadenza del capitalismo, né le conseguenze che ne derivavano: la fine della possibilità di strappare miglioramenti e riforme duraturi a questo sistema di sfruttamento attraverso la lotta, né la natura della guerra imperialista, né lo sciopero di massa, ecc. Ciò li ha portati al tradimento. L'Opposizione di Sinistra di Trotzkij aggrappandosi dogmaticamente alla difesa incondizionata del programma dei primi quattro congressi dell'IC, è stata spinta nell'opportunismo, e non ha mai adottato un approccio critico nei confronti dell'ondata rivoluzionaria del 1917-1924. Alla fine, dopo la morte di Trotzkij, il trotzkismo ha tradito l’internazionalismo proletario sostenendo uno dei campi imperialisti presenti al tempo della Seconda Guerra Mondiale passando così al campo borghese.
Un’organizzazione proletaria che non è capace di una valutazione critica spietata del proprio percorso e di quello delle precedenti organizzazioni del movimento operaio è destinata a perire o a tradire. Bilan ci fornisce il metodo di tale valutazione critica nell'articolo “Verso un'Internazionale due e tre quarti?” (Bilan n°1, novembre 1933) in risposta all'Opposizione di Sinistra di Trotzkij: “In ogni periodo storico della formazione del proletariato come classe, la crescita degli obiettivi del Partito diventa evidente. La Lega dei Comunisti ha marciato con una frazione della borghesia. La prima Internazionale delineerà le prime organizzazioni di classe del proletariato. La Seconda Internazionale fonderà i partiti politici e i sindacati di massa dei lavoratori. La Terza Internazionale realizzerà la vittoria del proletariato in Russia.
In ogni periodo storico vedremo che la possibilità di formare un partito è determinata sulla base delle esperienze precedenti e dei nuovi problemi che si sono presentati al proletariato. La Prima Internazionale non avrebbe mai potuto essere fondata in collaborazione con la borghesia radicale. La Seconda Internazionale non avrebbe potuto essere fondata senza l’idea della necessità di raggruppare le forze proletarie in organizzazioni di classe. La Terza Internazionale non avrebbe potuto essere fondata in collaborazione con le forze che agiscono all’interno del proletariato per condurlo non all’insurrezione e alla presa del potere, ma alla riforma graduale dello Stato capitalista. In ogni epoca il proletariato può organizzarsi come classe e il partito può fondarsi sui seguenti due elementi:
1. La coscienza della più avanzata posizione che il proletariato deve occupare, l’intelligenza delle nuove strade da percorrere.
2. La delimitazione crescente delle forze che possono agire a favore della rivoluzione proletaria”.
Questo lavoro non si fa partendo da zero, prendendo come riferimento i nuovi sviluppi isolati, o esaminando possibili errori senza confrontarli con le posizioni precedenti. Viene fatto sulla base di un rigoroso esame critico delle posizioni precedenti, vedendo ciò che è valido, ciò che è insufficiente o obsoleto e ciò che è errato, richiedendo lo sviluppo di una nuova posizione. Un partecipante, attratto dallo specchietto per le allodole della teorizzazione sull’“invarianza del programma comunista”, ha proposto di adattare il marxismo alle moderne teorie del comportamento umano e della psicologia, combinandolo con le nuove scoperte scientifiche. Tuttavia, il metodo marxista non opera un “cambiamento di posizione”, né si adatta a idee apparentemente nuove, ma procede ad uno sviluppo e ad un confronto rigoroso della realtà con il proprio quadro iniziale, arricchendolo e portandolo ben più avanti.
Sulla repressione della rivolta di Kronstadt
Il partecipante, che si è dichiarato un “invariante”, ha definito la repressione di Kronstadt una “vittoria del proletariato” e l'ha giustificata affermando che il partito deve imporre la sua dittatura alla classe. Questa posizione ci è sembrata una mostruosità e l'abbiamo sostenuta con la partecipazione attiva di numerosi altri partecipanti nel modo seguente:
la classe operaia non è una massa informe che ha bisogno di essere presa a calci o bastonata per farla avanzare e “liberarla”. È evidente che dietro questa cieca difesa della repressione di Kronstadt si cela una visione del tutto errata del partito del proletariato e dei suoi rapporti con la classe. Il partito proletario non è, come i partiti borghesi, un candidato al potere statale, un partito statale. La sua funzione non può essere quella di amministrare lo Stato, cosa che inevitabilmente cambierebbe il suo rapporto con la classe in un rapporto di forza, il suo contributo consiste invece nel guidarla politicamente. Diventando amministratore statale, il partito cambierà impercettibilmente il suo ruolo per diventare un partito di funzionari, e tutto ciò implica una indiscutibile tendenza alla burocratizzazione. Il caso dei bolscevichi è a tale riguardo del tutto esemplare.
Secondo un certo "buon senso" logico che sopravvive in alcune parti dell'ambiente proletario: "essendo il partito la parte più cosciente della classe, la classe deve fidarsi di lui, in modo che naturalmente e automaticamente sia il partito a prendere il potere e ad esercitarlo”. Tuttavia, "il partito comunista è una parte della classe, un organismo che, nel suo movimento, la classe genera e si dà per lo sviluppo della sua lotta storica fino alla vittoria, cioè fino alla trasformazione radicale dell'organizzazione e dei rapporti sociali per fondare una società che realizzi l’unità della comunità umana globale”[2]. Se il partito si identifica con lo Stato, non solo nega il ruolo storico del proletariato nel suo insieme a favore di una concezione borghese della direzione della società, ma nega anche il suo ruolo specifico e indispensabile all'interno del proletariato per promuovere metodicamente, con le unghie e con i denti, lo sviluppo della coscienza del proletariato, non in senso conservatore, ma nella prospettiva della rivoluzione e del passaggio al comunismo.
Inoltre, Bilan, pur agendo con maggiore cautela e circospezione su altre questioni, ha avuto una posizione molto chiara nella sua difesa dei principi proletari per opporsi fermamente all’uso della violenza nella risoluzione dei problemi e delle controversie che possono sorgere all’interno della nostra stessa classe: “Può darsi che una parte del proletariato – e ammettiamo che essa possa anche essere stata prigioniera involontaria delle manovre del nemico – venga spinta a combattere lo Stato proletario. Come affrontare questa situazione partendo dalla questione di principio secondo cui il socialismo non può essere imposto al proletariato con la forza o con la violenza? Era meglio perdere Kronstadt che preservarla dal punto di vista geografico, perché, in fondo, una simile vittoria poteva avere più di un risultato: alterare le basi stesse, la sostanza dell'azione portata avanti dal proletariato”[3].
La rivoluzione mondiale conoscerà molti episodi complicati, ma per difendere la sua direzione e il suo sviluppo dovrà difendere con fermezza i principi fondamentali nell'azioni del proletariato. Uno di questi è immutabile e invariabile: non potranno e non dovranno mai esserci rapporti di violenza all'interno della classe operaia, tanto più quando si agisce in suo nome per esercitare e giustificare la repressione contro una sua parte ed a maggiore ragione se essa rappresenta un tentativo di difesa della rivoluzione. La repressione di Kronstadt ha accelerato il cammino verso la degenerazione e la sconfitta della rivoluzione in Russia e verso la distruzione della sostanza proletaria deteriorata del partito bolscevico.
Trarre conclusioni militanti dalle riunioni pubbliche
Si sono svolte altre discussioni molto interessanti e controverse, e non solo su posizioni apparentemente “invarianti”. Abbiamo insistito sulla differenza sostanziale tra il metodo organizzativo, teorico e storico di Bilan rispetto a quello dell'Opposizione di Sinistra di Trotzkij[4]:
- Bilan è rimasto fedele al principio della lotta contro la deformazione dei principi da parte dell'ideologia borghese. Mentre l'Opposizione di Sinistra si rivendicava ai Congressi dell'IC che teorizzavano l'opportunismo e aprivano la strada allo stalinismo, le frazioni di Sinistra si adoperarono per criticare tutte le teorizzazioni opportuniste apparse e sviluppatesi a partire dal Secondo Congresso. Esse hanno condotto una paziente lotta polemica per cercare di convincere quante più forze militanti possibili racchiuse nel quadro opportunistico delle “tattiche” dell’Opposizione di Sinistra.
- Bilan ha saputo fare una critica profonda e rigorosa, che gli ha permesso di trarre insegnamenti dalle posizioni errate della IC che hanno poi portato quest'ultima al tradimento, come la tattica del Fronte Unico, la difesa delle lotte di liberazione nazionale, la lotta democratica, le milizie partigiane... permettendogli di preservare per il futuro la difesa delle posizioni rivoluzionarie di classe, in linea con le posizioni difese dalla Sinistra Comunista.
– La sua analisi del rapporto di forza tra le classi è stata vitale nel determinare la funzione delle organizzazioni rivoluzionarie durante questo periodo, in contrasto con “l’influenza permanente sulle masse” che l’opposizione cercava di ottenere a tutti i costi.
Ci sono anche differenze sostanziali tra la concezione di Bilan e quella del KAPD tedesco, sebbene entrambe rientrino nel quadro di posizioni difese dalla Sinistra Comunista. Il KAPD, e questa è stata la sua più grande debolezza, non si basava su un'analisi storica, rifiutò addirittura la continuità del legame rivoluzionario delle sue posizioni con la Rivoluzione d'Ottobre e trascurò completamente la questione organizzativa. In altre parole, è stato Bilan a lasciarci la sua visione del lavoro politico e organizzativo COME FRAZIONE: “La frazione è l'organo che permette la continuità dell'intervento comunista nella classe, anche nei periodi più bui o quando tale intervento non ha un'eco immediata. Tutta la storia delle frazioni della Sinistra comunista lo dimostra ampiamente. Accanto alla rivista teorica “Bilan”, la frazione italiana pubblicava un periodico in italiano, “Prometeo”, la cui diffusione in Francia era superiore a quella dei trotzkisti francesi, anche se molto impegnati nell’attivismo”[5]. Allo stesso modo, la Frazione ha il ruolo essenziale di gettare le basi per la costruzione del futuro partito proletario mondiale e di saper analizzare le misure concrete da adottare e il momento in cui è necessario iniziare a lottare per la sua formazione diretta.
Nell’ambito del lavoro concepito come quello di frazione, come l'ha difeso Bilan, la discussione delle riunioni pubbliche deve avere un orientamento MILITANTE e non restare un incontro in cui ognuno esprime la propria “opinione”, senza raggiungere alcun risultato. Ciò è stato interpretato dal partecipante autoproclamato "sclerotico" come una manifestazione di settarismo della CCI, una modalità di discussione e reclutamento su base settaria e, con questo pretesto, si è opposto alle conclusioni tratte e ha abbandonato in fretta la riunione prima di ascoltarle, trascinando dietro di sé il compagno con cui era arrivato[6].
Una riunione proletaria deve essere in grado di trarre conclusioni che comprendano il richiamo dei punti di accordo e di disaccordo nella discussione, delineando così coscientemente dove si è arrivati o le questioni affrontate su cui si è registrato un progresso nel chiarimento, e costruendo un ponte verso altre discussioni a venire. In questo senso abbiamo insistito affinché i due fuggitivi restassero per esporre i loro eventuali disaccordi rispetto alle conclusioni. Purtroppo non siamo riusciti a convincerli perché, a quanto pare, anche il loro gusto per l'eclettismo informale è un principio immobile!
CCI, febbraio 2024
[1] Abbiamo particolarmente accolto con favore la pubblicazione in spagnolo di undici numeri di Bilan: “La continuidad histórica, una lucha indispensabili y permanent para las organizaciones revolucionarias” (La continuità storica una lotta indispensabile e permanente per le organizzazioni rivoluzionarie), pubblicata sul sito web della CCI in spagnolo (2023).
[2] “El partido desfigurado: la conception bordiguista” (Il partito sfigurato: la concezione bordighista) Revista internacional nº 23 (1980) e “Il Partito e i suoi rapporti con la classe”, Rivista Internazionale nº 8, https://it.internationalism.org/content/il-partito-e-il-suo-rapporto-con-la-classe [439].
[3] “La questione dello Stato”, Octobre n°2 (1938)
[4] "¿Cuáles son las diferencias entre la Izquierda Comunista y la IVª Internacional?” (Quali sono le differenze tra la Sinistra Comunista e la IVª Internazionale?), pubblicato sul sito della CCI (2007) https://es.internationalism.org/cci-online/200706/1935/cuales-son-las-diferencias-entre-la-izquierda-comunista-y-la-iv-internacional [440].
[5] “La relación entre Fracción y Partido en la tradición marxista II" (La relazione tra Frazione e Partito nella tradizione marxista II) – La Izquierda comunista international (La Sinistra Comunista Internazionale), 1937-1952” Revista international nº 61 - Frazione e Partito nel dibattito della Sinistra Comunista [441], https://it.internationalism.org/rint/3_dibattito [441]
[6] È chiaro che hanno anche dimenticato il principio della Sinistra Comunista di lottare fino in fondo nell'ambiente proletario per trarne quanta più chiarezza e insegnamenti possibili. Troviamo molto strano che essi rivendichino la continuità con Bilan, quando sarebbe stato molto più coerente e produttivo per la lotta della nostra classe se avessero espresso apertamente il loro evidente disaccordo con Bilan. Invece hanno preferito evitare il confronto delle argomentazioni.
I governi fanno piovere tagli al bilancio e attacchi ai lavoratori, ai disoccupati, alle prestazioni sociali minime, ai pensionati, ecc. I licenziamenti di massa sono in aumento. Sia nel settore pubblico che in quello privato, le risorse mancano ovunque. I servizi pubblici stanno fallendo completamente. Le carenze di medicinali e persino di generi alimentari sono diventate comuni. Milioni di famiglie, anche tra quelle abbastanza "fortunate" da avere un lavoro stabile, non riescono più ad arrivare a fine mese. I prezzi degli alimenti, del riscaldamento, degli affitti e della benzina sono in aumento. Le bollette del gas e dell’elettricità sono alle stelle. Le code alle mense caritatevoli si allungano drammaticamente. I più poveri sono addirittura ridotti a saltare i pasti... Quale immagine è più terrificante e più esplicita di quella dei bambini che muoiono di freddo nelle strade delle principali capitali europee, nel cuore delle economie più potenti del pianeta? In quattro anni eventi drammatici si sono susseguiti a ritmo vertiginoso: covid, guerra in Ucraina, massacro a Gaza, disastri climatici... Questo vortice di disastri non ha fatto altro che peggiorare la crisi e alimentare ulteriormente il caos globale.[1] Il futuro che il capitalismo ci riserva non potrebbe essere più chiaro: lo sviluppo della crisi economica accelera notevolmente le minacce che gravano sull'umanità e che potrebbero portare alla sua distruzione. Ma la crisi è anche il crogiolo della lotta della classe operaia!
Il proletariato non si rassegna ad accettare la povertà
Di fronte a tali sfide e all’inesorabile e terrificante declino della società borghese, la classe operaia non si è rassegnata ad accettare la povertà. Da quasi due anni, nonostante le guerre e la propaganda bellica, la classe operaia lotta ovunque e in massa. In molti Paesi, le lotte sono spesso descritte come "storiche" in termini di numero di scioperanti e manifestanti, ma anche per la determinazione dei lavoratori a lottare per la propria dignità e le proprie condizioni di vita. È una vera rottura dopo decenni di rassegnazione.[2]
Dall’estate del 2022 il proletariato britannico si è opposto alla crisi. Mese dopo mese i lavoratori hanno scioperato e manifestato nelle strade, chiedendo salari migliori e condizioni di lavoro più dignitose. Mai sentito in tre decenni! All’inizio del 2023, mentre gli scioperi si moltiplicavano in tutto il mondo, il proletariato francese a sua volta si mobilitava in massa contro la riforma delle pensioni. Milioni di persone entusiaste hanno manifestato nelle strade con il fermo desiderio di lottare insieme, tutti i settori e tutte le generazioni uniti. Poi, in autunno, i lavoratori degli Stati Uniti si sono impegnati in uno dei più massicci scioperi della storia di questo paese, in particolare nel settore automobilistico, seguito da un movimento del settore pubblico, anche questo descritto come storico, in Quebec.
Proprio di recente, in un paese presentato come un "modello sociale", i lavoratori delle fabbriche Tesla in Svezia sono entrati in sciopero, seguiti dalle manifestazioni di solidarietà degli impiegati delle poste che hanno bloccato tutta la posta diretta ai laboratori dell'azienda del buffone miliardario Elon Musk. I portuali a loro volta hanno bloccato quattro porti e gli elettricisti si sono rifiutati di effettuare lavori di manutenzione sulle stazioni di ricarica dei veicoli elettrici.
Anche nell'Irlanda del Nord, a gennaio, il più grande sciopero operaio della storia di questa regione ha riunito centinaia di migliaia di lavoratori, soprattutto del settore pubblico, che hanno chiesto il pagamento dei loro stipendi.
Una combattività intatta
Ancora oggi, mentre la guerra infuria ancora in Ucraina e a Gaza, gli scioperi e le manifestazioni operaie aumentano in tutto il mondo, soprattutto in Europa.
In Germania, la più grande economia d’Europa, i lavoratori delle ferrovie hanno lanciato uno sciopero “record” di una settimana alla fine di gennaio. È l'ultimo di una lunga serie di scioperi contro l'aumento dell'orario di lavoro e per l'aumento dei salari. Nei prossimi mesi la rete ferroviaria potrebbe essere interessata da scioperi illimitati. Nel paese del “dialogo sociale” gli scioperi aumentano da mesi in molti settori: nell’industria siderurgica, nella pubblica amministrazione, nei trasporti, nella sanità, nella raccolta dei rifiuti… Il 30 gennaio si è svolto un raduno nazionale di 5.000 medici ad Hannover. Il 1° febbraio undici aeroporti del Paese sono stati colpiti da uno sciopero del personale di sicurezza, mentre 90.000 autisti di autobus, tram e metropolitane hanno smesso di lavorare. A metà febbraio hanno scioperato anche 10.000 addetti alla grande distribuzione. Il personale di terra della Lufthansa è stato chiamato a scioperare il 20 febbraio.
Questa ondata di scioperi, per la sua portata, la sua imponenza e la sua durata, non ha precedenti in un paese noto per gli enormi ostacoli amministrativi eretti davanti a ogni movimento sociale e per la camicia di forza del sindacato che ha permesso a lungo alla borghesia di accumulare piani di rigore e di “riforme” senza che la classe operaia reagisse realmente. Nonostante le difficoltà nel rompere la camicia di forza corporativa e nel mobilitarsi “tutti insieme”, le lotte in Germania sono di immensa importanza e di forte significato simbolico. Esse si esprimono infatti nel cuore di un grande polo industriale, nel paese che fu epicentro dell'ondata rivoluzionaria degli anni '20 e tragico attore di un lungo periodo di controrivoluzione. L’attuale movimento è chiaramente parte della ripresa internazionale della lotta di classe.
Ma la combattività dei lavoratori non si limita alla Germania. In Finlandia, in un paese non abituato alle mobilitazioni, all’inizio di febbraio ha avuto luogo uno “sciopero storico” durato 48 ore. Anche di recente i portuali hanno paralizzato l’attività portuale di questo paese per quattro giorni tra il 18 e il 21 febbraio. Ha riunito fino a 300.000 scioperanti contro la riforma del diritto del lavoro. In Turchia decine di migliaia di lavoratori del settore metalmeccanico si sono mobilitati per mesi per chiedere aumenti salariali, mentre i prezzi salivano e si impennavano. In Belgio è il settore no-profit a scioperare e a manifestare a Bruxelles il 31 gennaio. In Spagna, Regno Unito, Francia, Grecia... gli scioperi si moltiplicano in molti settori. La borghesia mantiene un assordante blackout mediatico attorno a queste lotte, perché è ben consapevole del crescente malcontento dei lavoratori e del pericolo che tali mobilitazioni rappresentano.
La vecchia talpa sa ancora come lavorare bene
La rottura a cui assistiamo però non è legata solo alla imponenza e alla simultaneità delle mobilitazioni di massa.
Il proletariato sta infatti ricominciando, in modo ancora approssimativo ed esitante, a riconoscersi come forza sociale, a riscoprire la propria identità. Nonostante tutte le illusioni e le confusioni, il fatto che "siamo lavoratori" e "siamo tutti sulla stessa barca" è stato espresso ovunque, sui cartelli e nelle discussioni. Queste non sono affatto parole vuote! Perché dietro queste parole c’è una solidarietà molto reale: solidarietà tra generazioni, innanzitutto, come abbiamo potuto vedere molto chiaramente in Francia quando i pensionati sono scesi in massa in piazza per sostenere “i giovani”; tra settori, poi, come negli Stati Uniti con i concerti di clacson davanti alle fabbriche in sciopero o in Scandinavia in difesa dei lavoratori Tesla.
Sono emerse anche embrionali espressioni di solidarietà internazionale. Il Mobilier National francese ha così scioperato solidale con gli operatori culturali in lotta in Gran Bretagna. Le raffinerie del Belgio hanno scioperato per sostenere la mobilitazione in Francia, mentre piccole manifestazioni si sono moltiplicate in tutto il mondo per denunciare la feroce repressione dello Stato francese. In Italia, mentre molti settori si mobilitano da diversi mesi, i conducenti di autobus, tram e metropolitana hanno scioperato il 24 gennaio: sulla scia del movimento contro la riforma delle pensioni in Francia, i lavoratori hanno affermato di voler condurre le mobilitazioni “come in Francia”, testimoniando così i legami che i lavoratori stanno cominciando a riconoscere oltre i confini e il desiderio di trarre insegnamento dai movimenti precedenti.
Il proletariato comincia anche ad appropriarsi di nuovo della sua esperienza di lotta. In Gran Bretagna la cosiddetta “estate della rabbia” faceva esplicito riferimento ai grandi scioperi dell’“inverno del malcontento” del 1978-1979. Nelle manifestazioni in Francia i riferimenti al Maggio 68 e alla lotta contro il CPE del 2006 sono apparsi sui cartelli contemporaneamente all’inizio della riflessione su questi movimenti. E tutto questo mentre lo Stato impone restrizioni e continua con un gran battage a giustificare la guerra.
Naturalmente siamo ancora lontani da un ritorno massiccio e profondo della coscienza di classe. Naturalmente tutte queste espressioni di solidarietà e riflessione sono piene di confusioni e illusioni, facilmente deviate da tutte le strutture di inquadramento della borghesia, i sindacati e i partiti di sinistra. Ma i rivoluzionari che guardano tutto questo dal balcone tappandosi il naso[3] sono consapevoli del cambiamento in atto rispetto ai decenni precedenti, decenni di silenzio, di rassegnazione, di rifiuto dell'idea stessa di classe operaia e dell’oblio della sua esperienza?
La borghesia approfitta delle debolezze ancora enormi della classe operaia
Se queste lotte dimostrano chiaramente che la classe operaia non è sconfitta e che rimane l’unica forza sociale in grado di affrontare la borghesia, la sua lotta è lungi dall’essere consolidata. È ancora gravata da enormi debolezze e da illusioni che i movimenti attuali mostrano crudamente. Finora i sindacati sono riusciti a controllare tutte le lotte, a mantenerle in un quadro molto corporativista, come possiamo vedere oggi in Francia o in Germania, favorendo, quando necessario, una parvenza di unità e radicalismo come nel caso del “Front Commun” dei sindacati canadesi o del movimento finlandese.
Durante il movimento contro la riforma delle pensioni in Francia, molti lavoratori, diffidando delle interminabili giornate di mobilitazione sindacale, hanno iniziato a porsi domande su come lottare, come unirsi, come far retrocedere il governo... ma da nessuna parte la classe è stata in grado di sfidare i sindacati per la conduzione delle lotte attraverso assemblee generali sovrane, così come non è stata in grado di rompere con la logica corporativa imposta dai sindacati.
La borghesia impiega d'altronde tutto il suo arsenale ideologico per sviare la coscienza che comincia a maturare nelle teste dei lavoratori. Mentre rimane in silenzio sugli scioperi di massa della classe operaia, ha ovviamente fatto un rumore assordante attorno al movimento dei contadini. In Germania, Paesi Bassi, Francia, Belgio, Polonia, Spagna… la borghesia ha potuto contare ancora una volta sui suoi partiti di sinistra per esaltare i meriti di metodi di lotta agli antipodi con quelli del proletariato e per spiegare che “il movimento operaio deve approfittare della breccia”. “Mentre la classe operaia riprende massicciamente il cammino della lotta dappertutto nel mondo, la borghesia tenta di ostacolare la maturazione della sua coscienza, di intossicare la sua riflessione sulla sua identità, sulla sua solidarietà e sui suoi metodi di lotta, sfruttando la mobilitazione degli agricoltori. E per fare questo può contare, ancora e sempre, sui suoi sindacati e sui suoi partiti di sinistra, trotskisti e stalinisti in testa.”[4]
Inoltre, non risparmia alcuno sforzo per legare la classe operaia al carro della democrazia borghese. In Europa come in America, mentre il marciume del suo sistema genera aberrazioni politiche come Trump negli Stati Uniti, Milei in Argentina, Rassemblement National in Francia, Alternative für Deutschland, Fratelli d'Italia e altri loro sodali, la borghesia, o almeno i settori di essa meno colpiti dalla decomposizione della società, pur cercando di limitare l'influenza dei partiti di estrema destra, si è affrettata a sfruttare la loro ascesa contro la classe operaia. In particolare in Germania, dove più di un milione di persone sono scese nelle strade di diverse città, su appello dei partiti di sinistra e di destra, per protestare contro l’estrema destra. Anche in questo caso si tratta di mantenere le illusioni democratiche e di impedire al proletariato di difendere la sua lotta storica contro lo Stato borghese.
È certo, tuttavia, che è nel fuoco delle lotte attuali e future che la classe operaia troverà a poco a poco le armi politiche per difendersi dalle trappole tese dalla borghesia e troverà infine la strada verso la rivoluzione comunista.
EG, 20 febbraio 2024
[1] “Rivoluzione comunista o distruzione dell'umanità [443]: la responsabilità cruciale delle organizzazioni rivoluzionarie [443]”, Rivista Internazionale n. 37, https://it.internationalism.org/files/it/rint37completa.pdf [444]
[2] “Dopo la rottura della lotta di classe, la necessità della politicizzazione delle lotte”, https://it.internationalism.org/content/1797/dopo-la-rottura-della-lotta-di-classe-nasce-la-necessita-di-politicizzare-le-lotte [445]
[3] “Le ambiguità del TCI sul significato storico dell'ondata di scioperi nel Regno Unito [446]”, Révolution Internationale n° 497 (2023), in francese.
[4] La rabbia degli agricoltori [447]: un grido di disperazione strumentalizzato contro la coscienza dei lavoratori! https://it.internationalism.org/content/1789/la-rabbia-degli-agricoltori-un-grido-di-disperazione-sfruttato-contro-la-coscienza [448].
Dopo il barbaro scatenamento del conflitto in Ucraina e il suo degrado in una terribile guerra di posizione, i massacri in Israele e Gaza e le minacce di conflagrazione in Medio Oriente attraverso un conflitto diretto tra Israele e Iran, le tensioni intorno a Taiwan, gli appetiti incontrollabili delle nazioni portano i politici borghesi a fingere di "scoprire" che il vecchio mondo capitalista è un sinistro campo in cui regna il tutti contro tutti.
All'inizio del conflitto in Ucraina, i discorsi hanno subito cercato di convincerci che bisognava smetterla con il "buonismo" e accettare di prepararsi alla "guerra ad alta intensità": fare sacrifici per alimentare nuovi omicidi di massa e pianificare la distruzione! Certo, in nome della "pace" e della "difesa della democrazia"...
In un contesto di tensioni imperialiste sempre più forti, in cui l’ognuno per sé è la regola, le borghesie occidentali, in Europa come negli Stati Uniti, stanno raddoppiando i loro sforzi per diffondere le peggiori campagne guerrafondaie nei mezzi di informazione. Così, in maniera del tutto disinvolta, il presidente francese Macron si è trovato in prima linea, sostenuto dai capi di Stato di sette Paesi europei, ad affermare che non si deve escludere l'invio di soldati occidentali in Ucraina. In Gran Bretagna, il generale Patrick Sanders ha sostenuto il "raddoppio delle dimensioni dell'esercito britannico" e ha chiesto di preparare i cittadini comuni alla "mobilitazione civile". A lui si è unito il capo del comitato militare della NATO, l'ammiraglio Rob Bauer, che ha detto in un discorso: "La responsabilità per la libertà non ricade solo sulle spalle di coloro che indossano l'uniforme. […] Abbiamo bisogno che gli attori pubblici e privati cambino la loro mentalità da un tempo in cui tutto era pianificabile, prevedibile, controllabile, orientato all'efficienza... in un momento in cui tutto può succedere in qualsiasi momento". In altre parole, vogliono essere in grado di mobilitare la popolazione per lo "sforzo bellico" e preparare le truppe al combattimento.
Se tali affermazioni si moltiplicano e allo stesso tempo suscitano polemiche, è a causa delle divisioni e delle tensioni tra le diverse fazioni borghesi. Ma su una cosa sono tutti d'accordo: spingerci a sostenere una parte tra i belligeranti in guerra, in questo caso quella dell'Ucraina. Tutti gli interventi affermano all'unanimità che "l'Ucraina sta combattendo per noi" e che "in caso di sconfitta l'esercito russo sarà alle nostre porte".
È in questo contesto che assume un significato particolare il settantacinquesimo anniversario della NATO, celebrato in pompa magna pur sottolineando che le difficoltà di Putin non lo ha reso meno pericoloso. E mentre il segretario generale Jens Stoltenberg ha chiarito che "non ci sono piani per inviare truppe della NATO in Ucraina", ha chiarito che "gli alleati della NATO stanno fornendo un sostegno senza precedenti all'Ucraina". Si tratta infatti di preparare le menti ad accettare il principio della guerra e dei suoi sacrifici. Ciò è tanto più importante in quanto, come sottolineava Rosa Luxemburg all'epoca della prima guerra mondiale, "la guerra è un omicidio metodico, organizzato, gigantesco. Ai fini dell'omicidio sistematico, negli uomini di costituzione normale, è necessario produrre un'ubriachezza appropriata. Questo è sempre stato il metodo abituale dei belligeranti. La bestialità dei pensieri e dei sentimenti deve corrispondere alla bestialità della pratica, deve prepararla e accompagnarla"[1].
Naturalmente, da questo punto di vista, tutti i discorsi guerrafondai di oggi hanno l'obiettivo primario di giustificare ovunque l'aumento vertiginoso dei bilanci militari. L'impressionante aumento della spesa per gli armamenti nei paesi scandinavi (ad esempio del 20% in Norvegia) e negli Stati baltici è altamente simbolico di questa nuova frenetica corsa agli armamenti. In effetti, tutti i paesi europei stanno compiendo grandi sforzi. Lo vediamo, ad esempio, con la Polonia, che punta a una quota record del 4% del suo PIL (il tasso più alto all'interno della NATO), con la Germania, che con il bilancio di quest'anno (68 miliardi di euro) raggiungerà il 2,1% del suo PIL per la prima volta in più di trent'anni, o con la Francia, che prevede di spendere la bella cifra di 413,3 miliardi di euro in sette anni. L’Italia non è da meno, con l’obiettivo di raggiungere il 2% del PIL per le spese militari, e con la proposta del ministro della difesa Crosetto di aumentare di 10.000 uomini gli effettivi dell’esercito.
Oggi, l'impegno e gli sforzi da compiere in termini di spesa per gli armamenti stanno assumendo una nuova qualità. Tuttavia, dalla fine della Prima Guerra Mondiale, la "pace" non è stata in realtà altro che una mistificazione mentre i cadaveri si accumulavano. Dopo il crollo del blocco sovietico, il nuovo "mondo multipolare" non ha fatto altro che creare il caos, coinvolgendo sempre più gli eserciti delle maggiori potenze imperialiste in costosi conflitti, con in prima fila gli Stati Uniti. Ma le somme gigantesche programmate oggi sono programmate questa volta in un contesto di accelerazione della decomposizione e di drammatico aggravamento della crisi economica che ha fatto seguito al brutale shock causato dall'epidemia di Covid.
La necessità della lotta di classe
La situazione attuale è caratterizzata da una crescita industriale stagnante, persino da segni di recessione, mentre i debiti non fanno che aumentare e l'inflazione continua a erodere i salari. E' in questo contesto altamente degradato che la borghesia deve attaccare ancora di più gli operai per rafforzare coerentemente i suoi mezzi militari. Chiaramente, la borghesia non ha altra scelta, a causa della spirale in cui è trascinata dal fallimento del suo sistema, il capitalismo, che pianificare freddamente gli attacchi per preparare la guerra, imporre l'austerità per trascinarci ancora di più nella sua logica di distruzione. Questa follia e i nuovi attacchi economici che essa induce non possono che favorire le condizioni per una continuazione della lotta di classe. In realtà, le campagne ideologiche sulla guerra rivelano paradossalmente che la borghesia sta camminando sui gusci d'uovo nel tentativo di imporre l'austerità. Tutte le sue preoccupazioni sono confermate dalla ripresa delle lotte operaie a livello internazionale, in particolare nell'Europa occidentale e nell'America del Nord. Tali resistenze, nonostante le loro grandi debolezze, testimoniano il fatto che la classe operaia in questi paesi non è pronta a "morire per la patria".
WH, 10 Aprile 2024
[1] Rosa Luxemburg: “La Crisi della socialdemocrazia” (Juniusbroshure), 1915
Negli ultimi decenni è diventato chiaro che il capitalismo rappresenta una grave minaccia per le condizioni naturali che costituiscono la base dell’esistenza umana. Le principali frazioni della classe dominante sono ora costrette a riconoscere la gravità della crisi ambientale e anche il suo legame con altre espressioni di una società capitalista in declino, in particolare la corsa sfrenata al militarismo e alla guerra[1]. Questa “comprensione” recentemente acquisita non impedisce in alcun modo ad altre parti della classe dominante di trincerarsi in una negazione apertamente irrazionale e suicida del pericolo rappresentato dal cambiamento climatico e dall’inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua. Ma né il riconoscimento né la negazione possono mascherare il fatto che la borghesia è incapace di rallentare, e ancor meno di fermare, il rullo compressore della distruzione ambientale. Possiamo citare in particolare l’evidente e ripetuto fallimento delle Conferenze sui Cambiamenti Climatici (COP).
La messa in luce dell'impotenza della borghesia ha suscitato la necessità di vere e proprie campagne ideologiche, soprattutto da parte dell'ala sinistra della borghesia. Da qui l’ascesa di una sorta di “keynesismo verde” e l’idea di un “New Deal verde” in cui lo Stato, penalizzando i peggiori inquinatori e investendo in tecnologie “sostenibili”, non solo sarebbe in grado di impedire al cambiamento climatico di sfuggire ad ogni controllo, ma anche di creare posti di lavoro verdi e una crescita verde. In breve, un capitalismo verde e in buona salute.
Ma ci sono anche voci più radicali che non esitano a sottolineare i difetti del cosiddetto capitalismo verde. In prima linea tra queste voci ci sono i sostenitori della “decrescita”. Autori come Jason Hickel[2] dimostrano facilmente che il capitalismo è guidato dal costante bisogno di espandersi, di accumulare valore e che può trattare la natura solo come un “dono gratuito” da sfruttare al massimo e cercando di assoggettare ogni regione del pianeta alle leggi di mercato. Hickel parla quindi della necessità di una transizione verso un'economia postcapitalista[3]. Altri, come John Bellamy Foster, vanno oltre e si riferiscono più esplicitamente al crescente interesse di Karl Marx per le questioni ecologiche alla fine della sua vita, a quello che chiamano l'«eco-socialismo» di Marx[4]. Ma più recentemente, i libri dello scrittore giapponese Kohei Saito, che conosce molto bene gli ultimi scritti di Marx grazie al suo coinvolgimento nella nuova edizione dell'opera completa di Marx ed Engels (il MEGA project), hanno suscitato un enorme interesse e vendite considerevoli, in particolare il suo lavoro più recente intitolato Slow Down: How Degrowth Communism Can Save the Earth (2024) (Rallentare: come il comunismo della decrescita può salvare la Terra). Mentre i libri precedenti di Saito erano scritti in uno stile piuttosto accademico, questo è un lavoro popolare che non solo presenta la sua tesi chiave secondo cui Marx stesso divenne un "comunista della decrescita", ma che descrive anche le tappe che oggi potrebbero portare all'adozione del comunismo della decrescita. E in effetti, a prima vista, sembra che si riferisca al comunismo così come lo intende il movimento comunista storico: una società di produttori liberamente associati, dove il lavoro salariato non esiste più. Il fatto che cerchi di andare oltre il termine “ecosocialismo” (il che implica che possono esserci e ci sono state forme di socialismo che non erano ecologiche, che non erano, ecologicamente, meno distruttive del capitalismo) e che ora parli di comunismo, è una risposta alla crescente ricerca di soluzioni che vadano alle radici stesse della crisi odierna. Ma un esame più approfondito e critico dell'argomentazione di Saito mostra che si tratta di una risposta mistificatrice che può solo portare a false soluzioni.
Marx non ha mai rigettato la concezione materialistica della storia
Come abbiamo detto, Saito non è il primo a sottolineare che il “Marx maturo” sviluppò un forte interesse sia per le questioni ecologiche sia per le forme sociali comunitarie che precedettero l’emergere delle società di classe e che continuarono a lasciare tracce anche dopo l’ascesa di capitale. Ciò che è specifico di Saito è l'idea che lo studio di queste questioni abbia portato Marx a una “rottura epistemologica”[5], con quella che egli chiama la “visione lineare e progressiva” della storia, segnata dal “produttivismo” e dall' “euro- centrismo”, e verso una nuova visione del comunismo. In breve, Marx avrebbe abbandonato il materialismo storico a favore di un “comunismo di decrescita”.
In realtà Marx non ha mai aderito ad una “visione lineare e progressiva” della storia. La sua concezione era piuttosto dialettica: i diversi modi di produzione hanno conosciuto periodi di ascesa in cui i loro rispettivi rapporti sociali consentivano un reale sviluppo della produzione e della cultura, ma anche periodi di stagnazione, di declino, perfino di regressione, che potevano portare o alla loro pura e semplice scomparsa, o ad un periodo di rivoluzione sociale capace di inaugurare un modo di produzione superiore. Per estensione, se possiamo discernere un movimento generalmente progressista in questo processo storico, ogni progresso fino ad oggi ha avuto un costo: da qui, ad esempio, l’idea espressa da Marx ed Engels secondo cui la sostituzione del comunismo primitivo con la società di classe e lo Stato era sia una caduta che un progresso, e che il comunismo del futuro sarebbe una sorta di “ritorno a un livello superiore” alla forma sociale arcaica.
Per quanto riguarda il capitalismo, Marx ed Engels nel Manifesto dei comunisti hanno sottolineato l'enorme sviluppo delle forze produttive reso possibile dall'ascesa della società borghese. Anche in questo caso questo progresso è avvenuto a prezzo dello sfruttamento spietato del proletariato, ma la lotta di quest'ultimo contro questo sfruttamento ha gettato le basi di una rivoluzione comunista che potrebbe mettere le nuove forze produttive al servizio dell'intera società umana.
E anche in questa fase iniziale della vita del capitale, Marx è stato impaziente nel vedere una tale rivoluzione, identificando le crisi di sovrapproduzione come segni che i rapporti di produzione capitalistici erano già diventati troppo angusti per le forze produttive che avevano scatenato. La sconfitta dell’ondata rivoluzionaria del 1848 lo portò a rivedere questa visione e a riconoscere che il capitalismo aveva ancora una lunga carriera davanti a sé prima che una rivoluzione proletaria diventasse possibile.
Ma ciò non significava che tutti i paesi e le regioni del mondo avrebbero dovuto sperimentare esattamente lo stesso processo di sviluppo. Così, quando nel 1881 la populista russa Vera Zasoulitch gli scrisse per chiedergli il suo parere sulla possibilità che il mir russo o la comune agricola potessero svolgere un ruolo nella transizione al comunismo, Marx pose il problema in questi termini: mentre il capitalismo è ancora nella sua infanzia in gran parte del mondo, “il sistema capitalista ha superato la sua età dell’oro in Occidente, si sta avvicinando al momento in cui non sarà altro che un regime sociale regressivo”. Ciò significa che le condizioni oggettive per una rivoluzione proletaria stanno rapidamente maturando nei centri del sistema capitalista e che, se dovesse verificarsi una rivoluzione, “l’attuale proprietà fondiaria comunitaria russa può servire come punto di partenza per lo sviluppo comunista”[6].
Questa ipotesi non implicava l’abbandono del materialismo storico. Al contrario, si è trattato di un tentativo di applicare questo metodo in un periodo contraddittorio in cui il capitalismo mostrava allo stesso tempo segni di declino storico e disponeva di una “periferia” molto significativa il cui sviluppo poteva temporaneamente mitigare le sue crescenti contraddizioni interne. E, lungi dal propugnare o sostenere questo sviluppo, che già si esprimeva nella spinta imperialista delle grandi potenze, Marx riteneva che quanto prima fosse scoppiata la rivoluzione proletaria nei centri industrializzati, tanto meno dolore e miseria sarebbero stati inflitti alle periferie del sistema. Marx non visse abbastanza a lungo per vedere tutte le conseguenze della conquista del pianeta da parte dell’imperialismo, ma altri che adottarono il suo metodo, come Lenin e Luxemburg, furono in grado di riconoscere, nei primi anni del XX secolo, che il capitalismo nel suo complesso stava entrando in un’era di declino, ponendo così la possibilità e la necessità di una rivoluzione proletaria su scala globale.
È questa stessa preoccupazione che ha alimentato l’interesse nascente in un Marx “maturo” per la questione ecologica. Stimolato dalle sue letture di scienziati come Liebig e Fraas, che erano diventati consapevoli dell'aspetto distruttivo dell’agricoltura capitalista (Liebig la chiamava “agricoltura di rapina”), che, nella sua sete di profitto immediato, impoveriva la fertilità del suolo e distruggeva foreste senza ragione (ciò che, come Marx aveva già notato, aveva un effetto deleterio sul clima), il Marx “maturo” era sempre più interessato alla questione ecologica. Se lo sviluppo del capitalismo stava già minando le basi naturali per la produzione dei beni necessari alla vita umana, la sua “missione progressista” forse stava giungendo al termine. Ma ciò non inficiava il metodo che aveva riconosciuto il ruolo positivo svolto dalla borghesia nel superare le barriere del feudalesimo. Inoltre (e Saito lo sa bene avendolo dimostrato nei suoi lavori precedenti), la preoccupazione di Marx per l'impatto del capitalismo sul rapporto tra uomo e natura non viene dal nulla: trova le sue radici nella nozione di alienazione dell'uomo rispetto al suo “corpo inorganico” nei Manoscritti economici e filosofici del 1844, nozione approfondita nei Grundrisse e nel Capitale, in particolare nell’idea di “difetto metabolico” in quest’ultima opera. Allo stesso modo, il riconoscimento che la società comunista deve superare la rigida separazione tra città e campagna si ritrova sia nei primi scritti di Marx ed Engels, sia nel periodo in cui Marx affrontava la scienza agraria, quando questa era considerata un prerequisito per il ripristino della fertilità naturale del suolo. Elaborazione, sviluppo, critica di idee superate, ma nessuna “rottura epistemologica”.
Solo la lotta di classe porta al comunismo
Potremmo dire molto di più sulla visione del comunismo di Saito. In particolare, esso si basa fortemente sulla nozione di “beni comuni”, il che implica che le forme comunitarie precapitaliste hanno ancora un’esistenza sostanziale nel capitalismo attuale e potrebbero persino servire da nucleo per la trasformazione comunista. In effetti, era già evidente ai tempi di Lenin che il capitale imperialista stava rapidamente completando il lavoro svolto durante il periodo dell'“accumulazione primitiva”, vale a dire la distruzione dei legami comunitari e la separazione tra produttore e terra. Un secolo dopo questo è ancora più evidente. Le vaste baraccopoli che circondano le megalopoli alla periferia del sistema testimoniano sia la devastazione delle vecchie forme comunitarie sia l’incapacità del capitalismo decadente di integrare un gran numero di diseredati nella rete “moderna” di produzione.
Quest'idea che la nuova società possa essere costruita nel guscio della vecchia rivela quella che forse è la distorsione più fondamentale del marxismo nel libro di Saito. Saito critica il “Green New Deal” sia perché si basa su misure “dall’alto” imposte dallo Stato, sia perché non affronta il problema della necessità di crescita infinita del capitalismo, che è incompatibile con il mantenimento di un ambiente naturale sano. Ma Saito insiste anche sul fatto che la nuova società può nascere solo da un movimento sociale “dal basso”. Per Marx il comunismo era il movimento reale della classe operaia, che partiva dalla difesa dei suoi interessi di classe e portava al rovesciamento dell’ordine esistente. Per Saito, il movimento sociale è un conglomerato di forze diverse: oltre ai tentativi di stabilire “spazi comuni” nei quartieri delle città di oggi, come Detroit, egli fa riferimento a proteste interclassiste come i gilet gialli in Francia, a gruppi di protesta che fin dall'inizio sono su un terreno borghese, come Extinction Rebellion, a una spolverata di scioperi operai, ad "assemblee cittadine" organizzate sotto l'egida di Macron in risposta alle proteste dei gilet gialli... Insomma, non la lotta di classe, non la lotta degli sfruttati per liberarsi dagli organi capitalisti che li tengono sotto controllo (come i sindacati e i partiti di sinistra), non l'emergere di una coscienza comunista che si esprime nella formazione di minoranze rivoluzionarie.
Una delle prove più evidenti che Saito non parla della lotta di classe come leva del comunismo è il suo atteggiamento nei confronti del movimento degli Indignados apparso in Spagna nel 2011. Si è trattato di un movimento basato su una forma di organizzazione proletaria (assemblee di massa) anche se la maggior parte dei suoi protagonisti si consideravano “cittadini” piuttosto che proletari. All’interno delle assemblee c'era uno scontro tra organizzazioni come Democracia Real Ya, che voleva che le assemblee rivitalizzassero il sistema “democratico” già esistente, e un’ala proletaria che difendeva l’autonomia delle assemblee rispetto a tutte le espressioni dello Stato, comprese i suoi tentacoli locali e municipali. Saito elogia il “Movimento delle Piazze” ma allo stesso tempo è favorevole a incanalare le assemblee verso la formazione di un partito politico municipale, Barcelona en Comú (Barcellona in comune), e l’elezione di un sindaco radicale, Ada Colau, la cui amministrazione ha proposto una serie di misure “democratizzanti” e ambientaliste. Inoltre, l’esperienza di Barcellona ha dato vita al movimento Fearless Cities (Città senza paura), che mira ad applicare lo stesso modello in diverse altre città del mondo.
Non si tratta dell'estensione internazionale della lotta operaia (precondizione della rivoluzione comunista) ma di una struttura di recupero di un'autentica lotta di classe.
E si fonda sul rifiuto di un altro elemento fondamentale del progetto comunista: la lezione che Marx, Engels, Pannekoek e Lenin trassero dall'esperienza della Comune di Parigi del 1871: il compito del proletariato, come prima tappa della sua rivoluzione, è quello di smantellare la macchina statale esistente, non solo i suoi eserciti, la sua polizia e il suo apparato governativo centrale, ma anche i suoi consigli municipali e altre forme di controllo localizzato. Per Saito, invece, “sarebbe stupido rifiutare lo Stato come mezzo di fare avanzare le cose, come la creazione di infrastrutture o la trasformazione della produzione”.
La rivoluzione proletaria e la fine dell’accumulazione
Non è questo il luogo per discutere le immense sfide che la classe operaia dovrà affrontare una volta presa il potere e iniziata la transizione al comunismo. È chiaro che la questione ecologica sarà al centro delle sue preoccupazioni, che richiederanno una serie di misure volte a eliminare la necessità dell’accumulazione capitalistica e sostituirla con una produzione da utilizzare non solo su scala locale, ma su tutto il pianeta. Sarà inoltre necessario smantellare il gigantesco apparato di produzione di rifiuti che alimenta il disastro climatico: l’industria degli armamenti, la pubblicità, la finanza, ecc.
Come abbiamo mostrato in un articolo precedente[7], i marxisti, da Bebel a Bordiga, hanno parlato ugualmente di superare la folle corsa alimentata dal processo di accumulazione, di rallentare il ritmo frenetico della vita sotto il capitale. Ma noi non parliamo di “decrescita” per due ragioni: in primo luogo, perché il comunismo è la base di un reale “sviluppo delle forze produttive” di una qualità completamente nuova, compatibile con i reali bisogni dell’umanità e il suo legame con la natura. Poi perché parlare di decrescita nel quadro del sistema esistente (e il cosiddetto “comunismo” di Saito non fa eccezione) può facilmente servire come giustificazione per l’austerità portata avanti dallo Stato borghese, da motivo per cui la classe operaia dovrebbe fermare le sue lotte “egoiste” contro i tagli dei salari o di posti di lavoro e abituarsi anche a ridurre più drasticamente i propri consumi.
Amos, aprile 2024
[1] Vedi il nostro “Rapporto sulla decomposizione”, Rivista Internazionale n° 37 (2023), https://it.internationalism.org/files/it/rint37completa.pdf [444]
[2] Ed ancora: come la decrescita salverà il mondo (2020).
[3] Tuttavia, la critica di Hickel sul Green New Deal non va molto lontano. Per lui, il New Deal degli anni ’30 incoraggiava la crescita “al fine di migliorare i mezzi di sussistenza delle persone e raggiungere risultati sociali progressisti […] i primi governi progressisti hanno trattato la crescita come un valore d’uso”. In realtà, l’obiettivo del New Deal era salvare l’economia capitalista e prepararsi alla guerra.
[4] Ad esempio, L'ecologia di Marx: Materialismo e natura (2000).
[5] Saito riprende questo termine di Althusser, un apologeta molto sofisticato dello stalinismo, che lo ha applicato a quello che egli considerava il passaggio del Marx giovane e idealista dei Manoscritti del 1844 allo scienziato puro e dure del Capitale. Una nostra critica di questa idea si trova nell’articolo “Lo studio del capitale e i fondamenti del comunismo”, in francese sulla Révue internationale n° 75. Se rottura ci fu, questa ebbe luogo quando Marx ruppe con la democrazia radicale e si identificò con il proletariato come portatore del comunismo, verso il 1843-1844.
[6] “Marx della maturità: comunismo del passato, comunismo del futuro”, in francese su Revue internationale n°81.
[7] “Bordiga e la grande città”, Bordiga e la Grande Città | Corrente Comunista Internazionale (internationalism.org) [449]
Il sanguinoso attentato al municipio di Mosca del 22 marzo, il freddo cinismo di Putin in Ucraina, l'estremismo criminale del governo Netanyahu che massacra in massa e affama i civili ... tutto ciò conferma che il sistema capitalista è in fallimento, che la società borghese è effettivamente risucchiata in un vortice di distruzione e caos generalizzato. E questo processo non può che accelerare, come ci anticipa la spaventosa disintegrazione del Medio Oriente, dove il rischio di uno scontro catastrofico diretto tra due potenze regionali, Israele e Iran, è immenso.
La CCI ha più volte evidenziato la dinamica storica del caos che regna sulla società capitalista dopo la scomparsa dei blocchi e l’inevitabile indebolimento della leadership americana sul pianeta. D’ora in poi, la disciplina tra “alleati” tende a scomparire, i sordidi interessi imperialisti, sia delle grandi che delle piccole potenze, si scatenano. Anche un alleato degli Stati Uniti come Israele, che dipende interamente dalla protezione americana, si permette di fare ciò che vuole, di moltiplicare le provocazioni, come l’attacco alla rappresentanza iraniana a Damasco, e di scatenare un caos nella regione che Washington sta cercando di rallentare come meglio può. Per quanto riguarda l’Iran, dall’inizio della guerra a Gaza ha buttato benzina sul fuoco (attraverso Hamas, Hezbollah e gli Houthi) e ha appena compiuto un nuovo passo nello scontro lanciando un massiccio attacco aereo direttamente contro Israele. Nonostante i disperati tentativi degli Stati Uniti di contenere l’incendio, l’evoluzione della situazione in Medio Oriente conferma il continuo declino del suo potere sul mondo e rischia di trascinare la regione verso una conflagrazione generale.
La borghesia non può fare nulla di fronte alla dinamica mortale del suo sistema. La crisi economica cronica, i disastri ecologici e le guerre esprimono il volto orribile della decomposizione del capitalismo, della putrefazione della società derivante da un modo di produzione obsoleto, modellato sullo sfruttamento della forza lavoro, sulla concorrenza di tutti contro tutti e sulla guerra, e che non resta altro da offrire che terrore, sofferenza e morte. Sempre più regioni del mondo stanno diventando invivibili per le loro popolazioni, come Haiti in preda al caos, abbandonata alle bande criminali, o come molti Stati dell'Africa e dell'America Latina, esposti alla corruzione diffusa, ai signori della guerra, alle mafie e ai narcotrafficanti.
Le elezioni americane, fonte di crescente destabilizzazione
L’epicentro di questa spirale infernale si trova nel cuore stesso del capitalismo, innanzitutto a livello della prima potenza mondiale, gli Stati Uniti. Dopo aver amplificato il caos degli ultimi decenni cercando di imporre il proprio ruolo di gendarme mondiale (soprattutto in Iraq e in Afghanistan), gli Stati Uniti cercano con tutti i mezzi di contrastare il loro irreversibile declino e non esitano a calpestare senza tante cerimonie i loro “ex alleati” diventati rivali.
L'attuazione di questa politica non fa che esacerbare le tensioni all'interno della stessa borghesia americana, come testimoniano gli scontri che già caratterizzano la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del prossimo novembre. Queste tensioni alimentano la destabilizzazione dell’apparato politico americano, sempre più frammentato e polarizzato, non solo dalle divisioni tra repubblicani e democratici, ma anche e soprattutto dalle crescenti divisioni all’interno di ciascuno dei due campi rivali. Il populista Trump si impone per il momento come il favorito nonostante tutti i tentativi di metterlo fuori pericolo da parte delle fazioni più responsabili della borghesia americana. In effetti, l’ondata populista rimane profondamente radicata nella vita politica americana, come chiaramente è evidente anche in diversi paesi europei.
Una situazione del genere getta nell'incertezza la borghesia americana, ma anche le cancellerie di tutto il mondo, nell'impossibilità di determinare in anticipo quale sarà la posizione di Washington sulle questioni scottanti che riguardano la geopolitica globale. Questi scontri tra fazioni all’interno della borghesia americana (dalle dichiarazioni incendiarie di Trump ai blocchi politici al Congresso riguardo al sostegno militare all’Ucraina) costituiscono un importante acceleratore della destabilizzazione imperialista.
Il sanguinoso sprofondamento del ciascuno per sé imperialista
Il caos interno indebolisce la credibilità e l’autorità degli stessi Stati Uniti, anch’essi sempre più minati da una caotica situazione internazionale. Questa instabilità incoraggia ulteriormente i grandi rivali e le potenze secondarie: rafforza sia Putin che Zelenskyj nella loro logica mortale, stimola l’ebbrezza bellicosa di Netanyahu, dell’Iran e dei gruppi terroristici affiliati.
E se la Cina evita di rispondere immediatamente alle provocazioni e alle pressioni di Washington, aumenta la pressione su Taiwan e le Filippine e considera più apertamente la possibilità a lungo termine di poter rafforzare il proprio status di sfidante allo Zio Sam.
La crescente aggressività degli squali imperialisti, grandi e piccoli, che tentano di sfruttare gli scontri tra cricche borghesi negli Stati Uniti, non significa affatto che questi sarebbero risparmiati da tensioni interne: Putin è bloccato tra la macelleria nel Donbass e la “guerra contro il terrorismo” dello Stato Islamico, i cui commando si infiltrano dalle ex repubbliche “sovietiche” dell’Asia centrale, una minaccia che il clan al potere e i suoi servizi segreti non sono riusciti a neutralizzare nonostante gli avvertimenti di vari servizi segreti stranieri. In Cina, Xi si trova ad affrontare la stagnazione economica, la destabilizzazione delle “Vie della seta” a causa del caos imperante e delle tensioni interne all’apparato del PCC. Quanto alla fuga in avanti di Israele, essa è il prodotto di feroci scontri tra le cricche nazionaliste estremiste al potere e altre fazioni della borghesia, nonché della lotta per la sopravvivenza politica di un Netanyahu, perseguitato dalla giustizia.
L'attuale instabilità della politica americana preoccupa anche le cancellerie europee e tende ad accentuare le divisioni all'interno della stessa UE riguardo alla politica da adottare di fronte alle pressioni della Nato e degli Stati Uniti. Così, i litigi all'interno della “coppia franco-tedesca”, già costretta al “matrimonio forzato”, si intensificano fortemente.
Il futuro dell’umanità non passa attraverso le urne
Di fronte allo sprofondamento della società nella barbarie, il proletariato non ha nulla da aspettarsi dalle future elezioni presidenziali in America, come da tutte le altre a venire. Qualunque sia l'esito delle elezioni del prossimo novembre negli Stati Uniti, queste non invertiranno in alcun modo la tendenza al caos, alla guerra e alla frammentazione del mondo e la classe operaia soffrirà più che mai le conseguenze dello sfruttamento capitalista.
La scadenza elettorale serve solo a diffondere nella classe operaia l’illusione di poter, attraverso una “scelta giusta”, influenzare il corso delle cose, mentre il circo elettorale esprime solo la lacerazione delle cricche borghesi che si scontrano sempre più brutalmente per il potere. Contrariamente alle bugie diffuse dai democratici, e in particolare dai gruppi di sinistra ed estrema sinistra, che oppongono il campo “progressista” o del “male minore” di Biden al “male assoluto” di Trump, il proletariato dovrà contrastare il discorso “democratico”, rifiutare la trappola delle urne e condurre la sua lotta di classe autonoma.
Quanto alle fazioni borghesi, esse si scontrano solo sulla strategia più efficace e meno costosa per perpetuare la supremazia americana, che concordano di voler mantenere con tutti i mezzi, qualunque siano le conseguenze per l’umanità e la società. Attaccare militarmente l’Iran o indebolirlo con un blocco economico? Aumentare la pressione sulla Russia rischiando di farla implodere o di “congelare” la guerra di posizione? Formulare un vero ricatto alla sicurezza nei confronti degli “alleati” europei? … Qualunque siano le risposte, esse rientreranno sempre nella logica della guerra e il suo finanziamento richiederà sempre nuovi “sacrifici” da parte dei lavoratori. In breve, qualunque sia la fazione che vincerà le elezioni, il risultato sarà una maggiore destabilizzazione, nuovi massacri, una politica di “terra bruciata”.
Il proletariato deve continuare la sua lotta di classe
Di fronte a questa indicibile barbarie, di fronte alle promesse di caos generalizzato, il proletariato rappresenta l’unica alternativa possibile per salvare la specie umana da una distruzione programmata dalla logica omicida di un sistema capitalista del tutto obsoleto. La classe operaia ha ripreso la sua lotta e il suo potenziale rivoluzionario rimane intatto per affermare definitivamente la sua prospettiva e il suo progetto comunista.
È attraverso questa lotta che dobbiamo batterci come classe, rifiutando ormai ogni logica pianificata di guerra e di “sacrificio”. I discorsi borghesi che presentano la guerra come una “necessità”, in nome del mantenimento della pace, sono vili menzogne! Il vero colpevole è il sistema capitalista!
EKA, 18 aprile 2024
La spaventosa offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza ha mietuto decine di migliaia di vittime in un furioso profluvio di barbarie in pochi mesi. Civili innocenti, bambini e anziani muoiono a migliaia, schiacciati dalle bombe o colpiti a freddo dai soldati israeliani. All’orrore dei proiettili bisogna aggiungere anche le vittime della fame, della sete, delle malattie, dei traumi... La Striscia di Gaza è una fossa comune a cielo aperto, un’enorme rovina che simboleggia tutto ciò che il Capitalismo ha da offrire all’Umanità. Quello che sta accadendo a Gaza è una mostruosità!
Come non essere disgustati dal cinismo di Netanyahu e della sua cricca di fanatici religiosi, dal freddo nichilismo degli assassini dell’IDF? Come non lasciarsi coinvolgere quando la minima espressione di indignazione viene immediatamente descritta a Tel Aviv come «antisemitismo» da editorialisti e propagandisti di basso livello? Inevitabilmente, le immagini dell’orrore e le testimonianze dei sopravvissuti non possono che far gelare il sangue. Anche tra la popolazione israeliana, traumatizzata dagli spregevoli crimini del 7 ottobre e sottoposta al rullo compressore della propaganda guerrafondaia, l’indignazione è palpabile. Le manifestazioni a sostegno dei Palestinesi si moltiplicano in tutto il mondo: a Parigi, a Londra e, soprattutto, negli Stati Uniti, dove i campus universitari sono teatro di mobilitazioni particolarmente diffuse.
L’indignazione non potrebbe essere più sincera, ma i rivoluzionari hanno la responsabilità di affermare forte e chiaro: queste manifestazioni non si situano, direttamente o indirettamente, sul terreno della classe operaia. Al contrario, rappresentano una trappola mortale per il proletariato!
Il Capitalismo è guerra
«Cessate il fuoco immediato!», «Pace in Palestina!», «Accordo internazionale!», «Due nazioni in pace!» … Gli appelli alla «pace» si sono moltiplicati nelle ultime settimane nelle manifestazioni e nei forum. Alcune organizzazioni della sinistra del capitale (trotskisti, stalinisti e tutte le varianti della sinistra «radicale», come LFI in Francia) gridano una sola parola: «pace»
Questa è una pura mistificazione! Gli operai non devono farsi illusioni su una cosiddetta pace, né in Medio Oriente né altrove, né su una soluzione da parte della «comunità internazionale», dell’ONU, del Tribunale Internazionale o di qualsiasi altro covo di briganti capitalisti. Nonostante tutti gli accordi e le conferenze di pace, tutte le promesse e le risoluzioni delle Nazioni Unite, il conflitto israelo-palestinese va avanti da più di 70 anni e non sta per finire. Negli ultimi anni, come tutte le guerre imperialiste, questo conflitto non ha fatto che amplificarsi, aumentando la violenza e l’atrocità. Con i recenti soprusi di Hamas e dell’IDF, la barbarie ha assunto un volto ancora più mostruoso e delirante, in una logica di terra bruciata fino in fondo, a dimostrazione che il Capitalismo non può offrire che morte e distruzione.
Allora, alla domanda: «Può regnare la pace nella società capitalista?», rispondiamo assolutamente: NO! I rivoluzionari dell’inizio del XX secolo avevano già chiarito che, dal 1914, la guerra imperialista era diventata il modo di vivere del Capitalismo decadente, il risultato inevitabile della sua crisi storica. E poiché la borghesia non ha una soluzione alla spirale infernale della crisi, bisogna dirlo molto chiaramente: il caos e la distruzione non possono che diffondersi e amplificarsi a Gaza come a Kiev e ovunque nel mondo! La guerra a Gaza minaccia di incendiare l’intera regione.
Il pacifismo, un’impasse per preparare meglio… la guerra!
Ma al di là dell’impasse rappresentata dagli appelli alla pace sotto il giogo del capitalismo, il pacifismo rimane una pericolosa mistificazione per la classe operaia. Non solo questa ideologia non ha mai impedito una guerra, ma al contrario l’ha sempre preparata. Già nel 1914 la socialdemocrazia, impostando il problema della guerra dal punto di vista del pacifismo, aveva giustificato la sua partecipazione al conflitto in nome della lotta contro i «guerrafondai» del campo avverso e della scelta del «male minore». Fu la conseguenza di aver diffuso nella società l’idea che il Capitalismo potesse esistere senza guerra che la borghesia riuscì ad attribuire a coloro che volevano attaccare la «pace» il «militarismo tedesco» e poi l’«imperialismo russo» e che «fosse necessario combatterli». Da allora, dalla seconda guerra mondiale alla guerra in Iraq, passando per gli innumerevoli conflitti della guerra fredda, non è stato altro che un susseguirsi di complicità spudorata con questo o quell’imperialismo contro i «guerrafondai» per meglio scagionare il Capitalismo.
La guerra a Gaza non fa eccezione a questa logica. Sfruttando il legittimo disgusto suscitato dai massacri di Gaza, la sinistra «pacifista» invoca il sostegno di una parte contro l’altra, quello della «nazione palestinese» vittima del «colonialismo israeliano», affermando, con la mano sul cuore: «Noi difendiamo i diritti del popolo palestinese, non di Hamas». Questo significa dimenticare in fretta che «il diritto del popolo palestinese» è solo una formula ipocrita destinata a nascondere quello che deve essere chiamato lo Stato di Gaza, un modo subdolo di difendere una nazione contro un’altra. Una striscia di Gaza «liberata» non significherebbe altro che consolidare l’odioso regime di Hamas o di qualsiasi altra fazione della borghesia palestinese, di tutti coloro che non hanno mai esitato a reprimere sanguinosamente la minima espressione di rabbia, come nel 2019 quando Hamas, che vive come un vero e proprio parassita alle spalle della popolazione di Gaza, è intervenuta sui manifestanti esasperati dalla miseria, con una brutalità senza precedenti. Gli interessi dei proletari in Palestina, in Israele o in qualsiasi altro paese del mondo non coincidono in alcun modo con quelli della loro borghesia e con il terrore del loro Stato!
Il trotskismo nel suo ruolo tradizionale di sergente reclutatore
Le organizzazioni trotskiste, particolarmente presenti nelle Università, non si preoccupano più nemmeno della verbosità ipocrita del pacifismo per alimentare la sporca propaganda guerrafondaia della borghesia. Senza alcuna vergogna, chiedono sostegno alla «resistenza di Hamas». In nome delle «lotte di liberazione nazionale contro l'imperialismo» (presentate fraudolentemente come una posizione dei bolscevichi sulla questione nazionale), cercano di mobilitare la gioventù sul terreno marcio dell’appoggio alla borghesia palestinese, con un antisemitismo sottilmente velato, come abbiamo sentito nelle Università: «Alla Columbia University di New York, i manifestanti sono stati filmati mentre cantavano: ... "Bruciate Tel Aviv [...] Sì, Hamas, ti vogliamo bene. Sosteniamo anche i vostri razzi". Un altro grida: "Non vogliamo due Stati, vogliamo l'intero territorio". Allo stesso modo, alcuni studenti non si accontentano più di cantare "Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera", ma espongono cartelli in arabo. Il problema è che c'è scritto: 'Di acqua in acqua, la Palestina sarà araba', cioè non ci saranno ebrei dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo».[1]
Le organizzazioni trotskiste hanno una lunga tradizione di sostegno a una parte borghese nella guerra (Vietnam, Congo, Iraq, ecc.), in passato al servizio degli interessi del blocco sovietico durante la guerra fredda[2] e successivamente a favore di ogni espressione di antiamericanismo.
Il conflitto israelo-palestinese, tuttavia, resta un esempio dell’indignazione selettiva del trotskismo. Ieri, la «causa palestinese» è stata un pretesto per sostenere gli interessi dell’URSS nella regione contro gli Stati Uniti. Oggi, queste organizzazioni strumentalizzano la guerra a Gaza a favore dell’Iran, di Hezbollah e dei «ribelli» Houthi di fronte allo stesso «imperialismo americano» e al suo alleato israeliano. L’Internazionalismo rivendicato dal trotskismo è l’Internazionale dei farabutti!
Per porre fine alla guerra, il capitalismo deve essere rovesciato
Contrariamente a tutte le menzogne dei partiti della sinistra del capitale, le guerre sono sempre scontri tra nazioni concorrenti, tra borghesie rivali. Sempre! Mai una guerra è fatta a beneficio degli sfruttati! Al contrario, essi sono le prime vittime.
Dappertutto, gli operai devono rifiutarsi di schierarsi con un campo borghese contro l’altro. La solidarietà dei lavoratori non è per la Palestina o Israele, per l’Ucraina o per la Russia, per nessuna nazione! La loro solidarietà è per i fratelli di classe che vivono in Israele e in Palestina, in Ucraina e in Russia, per gli sfruttati di tutto il mondo! La storia ha dimostrato che l’unica vera risposta alle guerre scatenate dal Capitalismo è la rivoluzione proletaria internazionale. Nel 1918, grazie a un immenso impulso rivoluzionario in tutta Europa, iniziato in Russia un anno prima, la borghesia fu costretta a fermare una delle più grandi carneficine della storia.
Certo, oggi siamo ancora lontani da questa prospettiva. Per la classe operaia è difficile intravedere una solidarietà concreta, per non parlare di un’opposizione diretta alla guerra e ai suoi orrori. Tuttavia, attraverso la serie senza precedenti di lotte operaie che hanno colpito molti paesi negli ultimi due anni, in Gran Bretagna, in Francia, negli Stati Uniti e anche recentemente in Germania, il proletariato dimostra di non essere pronto ad accettare tutti i sacrifici. È perfettamente in grado di lottare in modo massiccio, se non diretto, contro la guerra e il militarismo, contro gli attacchi brutali richiesti dalla borghesia per alimentare il suo arsenale di morte, contro le conseguenze della guerra sulle nostre condizioni di vita, contro l’inflazione e i tagli di bilancio. Queste lotte sono il crogiolo in cui la classe operaia può ricongiungersi pienamente con le sue esperienze passate e i suoi metodi di lotta, recuperare la sua identità e sviluppare la sua solidarietà internazionale. Potrà allora politicizzare la sua lotta, tracciare una strada offrendo l’unica prospettiva e via d’uscita possibile: quella del rovesciamento del capitalismo con la rivoluzione comunista.
EG, 30 aprile 2024
[1] «Most Jews and Palestinians want peace. Extremists, narcissists and other “allies” only block the way [451]» ("La maggior parte degli ebrei e dei palestinesi vuole la pace. Estremisti, narcisisti e altri "alleati" non fanno altro che bloccare la strada"), The Guadian (26 aprile 2024).
[2] Ritenendo che le loro rispettive nazioni (Francia, Regno Unito, Italia...) avevano tutto l’interesse ad aderire al blocco guidato dalla cosiddetta «patria del socialismo degenerato.
da Révue Internationale n° 73, febbraio 2006
“Il comunismo è morto! Il capitalismo lo ha sconfitto perché è l’unico sistema che può funzionare! È inutile, e perfino pericoloso, voler sognare un’altra società!” È una campagna senza precedenti quella che la borghesia ha scatenato con il crollo del blocco dell’Est e dei cosiddetti regimi “comunisti”. Allo stesso tempo, e per ribadire il concetto, la propaganda borghese si è posta l’obiettivo, ancora una volta, di demoralizzare la classe operaia cercando di persuaderla che d’ora in poi non è più una forza nella società, che non conta più, o addirittura non esiste più. E, a tal fine, si è prodigata nel sottolineare il generale declino della combattività derivante dal disorientamento che gli avvenimenti eccezionali degli ultimi anni hanno provocato nelle file operaie. La ripresa della lotta di classe, che già si avvicina, smentirà nella pratica queste menzogne, ma la borghesia non smetterà, anche durante le grandi lotte operaie, di ribadire l’idea che queste lotte non possono in alcun modo porsi come obiettivo un rovesciamento del capitalismo, l'instaurazione di una società liberata dalle piaghe che questo sistema impone all’umanità. Così, contro tutte le menzogne borghesi, ma anche contro lo scetticismo di alcuni che si dicono combattenti della rivoluzione, l'affermazione del carattere rivoluzionario del proletariato resta una responsabilità dei comunisti. Ed è questo l'obiettivo di questo articolo.
Nelle campagne che abbiamo subito negli ultimi anni, uno dei temi principali è la “confutazione” del marxismo. Quest'ultimo, secondo gli ideologi al soldo della borghesia, sarebbe fallito. La sua attuazione e il suo fallimento nei paesi dell’Est costituirebbero un esempio di questo fallimento. Nella nostra Révue Internationale abbiamo evidenziato come lo stalinismo non avesse nulla a che fare con il comunismo immaginato da Marx e dall'intero movimento operaio[1]. Per quanto riguarda la capacità rivoluzionaria della classe operaia, il compito dei comunisti è riaffermare la posizione marxista su questa questione e, prima di tutto, ricordare che cosa intende il marxismo per classe rivoluzionaria.
Che cosa è una classe rivoluzionaria per il marxismo?
“La storia di tutte le società fino ai giorni nostri è la storia delle lotte di classe"[2]. È così che ha inizio uno dei testi più importanti del marxismo e del movimento operaio: il Manifesto Comunista. Questa tesi non è specifica del marxismo[3], ma uno dei contributi fondamentali della teoria comunista è quello di aver stabilito che lo scontro delle classi nella società capitalista ha come prospettiva ultima il rovesciamento della borghesia da parte del proletariato e l’instaurazione del potere di quest’ultimo sull’insieme della società, tesi che è sempre stata respinta, ovviamente, dai difensori del sistema capitalista. Tuttavia, se la borghesia del periodo ascendente di questo sistema ha potuto scoprire (in modo ovviamente incompleto e mistificato) un certo numero di leggi sociali[4], difficilmente potrà farlo oggi: la borghesia della decadenza capitalista è diventata totalmente incapace di generare tali pensatori. Per gli ideologi della classe dominante, la priorità fondamentale di tutti i loro sforzi di "pensiero" è dimostrare che la teoria marxista è errata (anche se alcuni pretendono di essersi rifatti a Marx per questo o quel contributo). La pietra angolare delle loro "teorie" è l'affermazione che la lotta di classe non ha alcun ruolo nella storia, quando non si tratta di negare, puramente e semplicemente, l'esistenza di tale lotta o, peggio ancora, l'esistenza delle classi sociali.
Non sono solo i difensori dichiarati della società borghese ad avanzare simili affermazioni. Da decenni si uniscono a loro alcuni “pensatori radicali”, che fanno carriera contestando l’ordine costituito. Il guru del gruppo Socialismo o Barbarie (e ispiratore del gruppo Solidarity in Gran Bretagna), Cornélius Castoriadis, nello stesso momento in cui prevedeva la sostituzione del capitalismo con un "terzo sistema", la "società burocratica", annunciava, quasi 40 anni fa, che l’antagonismo tra borghesia e proletariato, tra sfruttatori e sfruttati, era destinato a lasciare il posto all’antagonismo tra “dirigenti e governati”[5]. Altri "pensatori", più attuali, che hanno avuto il loro momento di gloria, come il professor Marcuse, hanno affermato che la classe operaia era stata "integrata" nella società capitalista e che le uniche forze che la contestavano si trovavano ora tra le categorie sociali emarginate come i neri negli Stati Uniti, gli studenti o anche i contadini nei paesi sottosviluppati. Così, le teorie sulla “fine della classe operaia”, che oggi cominciano a rifiorire, non hanno nemmeno l’interesse della novità: una delle caratteristiche del “pensiero” della borghesia decadente, e che esprime proprio la senilità di questa classe, è l'incapacità di produrre la minima idea nuova. L'unica cosa che è capace di fare è frugare nella pattumiera della storia per far emergere vecchi luoghi comuni che vengono ridipinti secondo il gusto attuale e presentati come la “scoperta del secolo”.
Uno dei mezzi preferiti utilizzati oggi dalla borghesia per nascondere la realtà degli antagonismi di classe, e anche la realtà delle classi sociali, è costituito dagli “studi” sociologici. Supportati da molte statistiche, “dimostrano” che le vere divisioni sociali non hanno nulla a che fare con le differenze di classe ma con criteri legati al livello di istruzione, al luogo di residenza, alla fascia di età, all’origine etnica, e persino alla pratica religiosa[6]. A sostegno di questo tipo di asserzioni si prodigano a citare come esempio il fatto che il voto di un "cittadino" a favore della destra o della sinistra dipende meno dalla sua situazione economica rispetto ad altri criteri. Negli Stati Uniti, la Nuova Inghilterra, i neri e gli ebrei votano tradizionalmente democratico, in Francia i cattolici praticanti, gli alsaziani e i residenti di Lione votano tradizionalmente a destra. Evitano però di sottolineare che la maggioranza dei lavoratori americani non vota mai e che, durante gli scioperi, i lavoratori francesi che vanno in chiesa non necessariamente sono i meno combattivi. Più in generale, la “scienza” sociologica “dimentica” sempre di dare una dimensione storica alle sue affermazioni. Si rifiuta quindi di ricordare che gli stessi operai russi che si preparavano a lanciarsi nella prima rivoluzione proletaria del XX secolo, quella del 1905, avevano iniziato, il 9 gennaio (la “Domenica Rossa”) con una manifestazione guidata da un prete e chiedendo benevolenza allo Zar affinché alleviasse la loro miseria[7].
Quando gli “esperti” di sociologia si riferiscono alla storia è per affermare che le cose sono cambiate radicalmente rispetto al secolo scorso. A quel tempo, secondo loro, il marxismo e la teoria della lotta di classe potevano avere un significato perché le condizioni di lavoro e di vita dei salariati dell’industria erano davvero spaventose. Ma da allora i lavoratori si sono “imborghesiti” ed hanno avuto accesso alla “società dei consumi” al punto da “perdere la propria identità”. Ed anche i borghesi in cilindro e pancione hanno lasciato il posto ai “manager” stipendiati. In realtà, tutte queste considerazioni fondamentalmente vogliono solo oscurare il fatto che le strutture profonde della società non sono cambiate. In realtà, le condizioni che nel secolo scorso hanno dato alla classe operaia il suo carattere rivoluzionario sono ancora presenti. Il fatto che il tenore di vita dei lavoratori di oggi sia più elevato di quello dei loro fratelli di classe delle generazioni passate non modifica in alcun modo il loro posto nei rapporti di produzione che dominano la società capitalista. Le classi sociali continuano ad esistere e le loro lotte costituiscono ancora il motore fondamentale dello sviluppo storico.
È veramente un’ironia della storia che le ideologie ufficiali della borghesia pretendano, da un lato, che le classi non svolgono più alcun ruolo specifico (o che addirittura non esistano più) e, dall’altro, riconoscono che la situazione economica mondiale costituisce la questione essenziale, cruciale, che questa stessa borghesia deve affrontare.
In realtà, l'importanza fondamentale delle classi nella società deriva proprio dal posto preponderante occupato dall'attività economica degli uomini. Una delle affermazioni fondamentali del materialismo storico è che, in ultima analisi, l’economia determina le altre sfere della società: rapporti giuridici, forme di governo, modi di pensare. Questa visione materialistica della storia mette ovviamente in crisi le filosofie che vedono negli avvenimenti storici o il puro frutto del caso, oppure l'espressione della volontà divina, oppure il semplice risultato di passioni o pensieri degli uomini. Ma, come già affermava Marx a suo tempo, “la crisi ha il compito di far entrare la dialettica nella testa della borghesia”. Il fatto, oggi evidente, di questa preponderanza dell'economia nella vita della società è alla base dell'importanza delle classi sociali, proprio perché queste sono determinate, a differenza delle altre categorie sociologiche, dal posto occupato nei confronti dei rapporti economici. Ciò è sempre stato vero da quando esistono le società classiste, ma è nel capitalismo che questa realtà viene espressa con maggiore chiarezza.
Nella società feudale, ad esempio, la differenziazione sociale era sancita dalle leggi. Esisteva una differenza giuridica fondamentale tra sfruttatori e sfruttati: i nobili godevano, per legge, di uno status ufficiale privilegiato (per esempio l’esenzione dal pagamento delle tasse, la percezione di un tributo pagato dai loro servi), mentre i contadini sfruttati erano legati alla loro terra ed erano tenuti a cedere una parte delle loro rendite al signore (o a lavorare gratuitamente la terra di quest'ultimo). In una società del genere, lo sfruttamento, se era facilmente misurabile (ad esempio sotto forma di tributo pagato dal servo), sembrava derivare dallo status giuridico. Di contro, nella società capitalista, l’abolizione dei privilegi, l’introduzione del suffragio universale, l’Uguaglianza e la Libertà proclamate dalle sue costituzioni, non consentono più che lo sfruttamento e la differenziazione di classe trovino riparo dietro le differenze di uno status giuridico. È il possesso o il non possesso dei mezzi di produzione[8], così come il loro modo di utilizzazione, che determina, essenzialmente, il posto nella società dei membri di quest'ultima e il loro accesso alla sua ricchezza, cioè all'appartenenza ad una classe sociale e all'esistenza di interessi comuni con altri membri della stessa classe. In generale, possedere mezzi di produzione e metterli in atto individualmente determina l'appartenenza alla piccola borghesia (artigiani, piccoli contadini, libere professioni, ecc.)[9]. Il fatto di essere privati dei mezzi di produzione e di essere costretti, per vivere, a vendere la propria forza lavoro a chi li possiede e che mettono a profitto di questo scambio l'accaparramento del plus-valore, determina l'appartenenza alla classe operaia. Infine, fanno parte della borghesia coloro che detengono (nel senso strettamente giuridico o nel senso globale del loro controllo, individuale o collettivo) i mezzi di produzione, la cui messa in opera richiede lavoro salariato e che vivono dello sfruttamento di quest'ultimo sotto forma di appropriazione del plusvalore da esso prodotto. In sostanza, questa differenziazione di classe è presente oggi come lo era nel secolo scorso. Pertanto gli interessi di ciascuna di queste diverse classi e i conflitti tra di esse sono rimasti. Ecco perché gli antagonismi tra le principali componenti della società, determinati da ciò che ne costituisce l'ossatura, l'economia, continuano ad essere al centro della vita sociale.
Detto ciò, anche se l’antagonismo tra sfruttatori e sfruttati costituisce uno dei principali motori della storia delle società, non è stato sempre lo stesso per ciascuna di esse. Nella società feudale, le lotte, spesso feroci e di grande vigore, tra servi e signori non hanno mai determinato uno sconvolgimento radicale della società. L’antagonismo di classe che determinò il rovesciamento dell’antico regime, l’abolizione dei privilegi della nobiltà, non fu quello che oppose la nobiltà alla classe da essa sfruttata, i contadini asserviti, ma lo scontro tra questa stessa nobiltà e un’altra classe sfruttatrice, la borghesia (rivoluzione inglese della metà del XVII secolo, rivoluzione francese della fine del XVIII). Anche la società schiavistica dell'antichità romana non fu abolita dalla classe degli schiavi (nonostante i combattimenti a volte formidabili che quest'ultimi condussero, come la rivolta di Spartaco e dei suoi nel 73 AC), ma proprio da quella dalla nobiltà che avrebbe dominato l’Occidente cristiano per più di un millennio.
In realtà, nelle società del passato, le classi rivoluzionarie non sono mai state classi sfruttate ma nuove classi sfruttatrici. Un fatto del genere, ovviamente, non era dovuto al caso. Il marxismo distingue le classi rivoluzionarie (che chiama anche classi “storiche”) dalle altre classi della società per il fatto che, a differenza di queste ultime, hanno la capacità di prendere la direzione della società. E finché lo sviluppo delle forze produttive non è arrivato ad essere sufficiente ad assicurare abbondanza di beni all’intera società, costringendola a mantenere disuguaglianze economiche e quindi rapporti di sfruttamento, solo una classe sfruttatrice era in grado di imporsi alla testa del corpo sociale. Il suo ruolo storico è stato quello di favorire l'emergere e lo sviluppo dei rapporti di produzione di cui era portatrice e che avevano la vocazione, soppiantando i vecchi rapporti di produzione divenuti obsoleti, di risolvere le contraddizioni ormai insormontabili generate dal mantenimento di questi ultimi.
Così la società schiavistica romana in decadenza era travagliata sia dal fatto che l'"approvvigionamento" di schiavi, basata sulla conquista di nuovi territori, si scontrava con la difficoltà per Roma di controllare confini sempre più remoti e con l'incapacità di ottenere dagli schiavi le capacità necessarie per l'attuazione di nuove tecniche agricole. In una situazione del genere, i rapporti feudali, dove gli sfruttati non avevano più uno status identico a quello del bestiame (come avveniva per gli schiavi)[10], dove essi erano strettamente interessati ad una maggiore produttività della terra che lavoravano perché dovevano guadagnarsi da vivere, si affermarono come i più idonei a far uscire la società dal marasma. Ecco perché questi rapporti si svilupparono, in particolare attraverso una crescente emancipazione degli schiavi (accelerata, in certi luoghi, dall'arrivo dei "barbari", alcuni dei quali, del resto, vivevano già in una forma di società feudale).
È per tale motivo che il marxismo (a partire dal Manifesto comunista) insiste sul ruolo eminentemente rivoluzionario svolto dalla borghesia nel corso della storia. Questa classe, sorta e sviluppatasi all'interno della società feudale, vide aumentare il suo potere nei confronti di una nobiltà e di una monarchia che dipendevano sempre più da essa, sia per l'approvvigionamento di beni di ogni genere (stoffe, mobili, spezie, armi), che per il finanziamento delle loro spese. Dal momento che con l'esaurimento delle possibilità di dissodamento ed estensione dei terreni coltivati si era inaridita una delle fonti della dinamica dei rapporti feudali di produzione, con la costituzione dei grandi regni, il ruolo di protettore delle popolazioni, che era stato inizialmente la principale vocazione della nobiltà, perdeva la sua ragion d'essere; il controllo, da parte di questa classe, della società tendeva a diventare un ostacolo allo sviluppo di quest'ultima. E ciò fu amplificato dal fatto che tale sviluppo dipese sempre più dalla crescita del commercio, delle banche e dell'artigianato nelle città, che comportò notevoli progressi in termini di forze produttive.
Così, assumendo la guida del corpo sociale, prima nel campo economico, poi in quello politico, la borghesia ha liberato la società dagli ostacoli che l'avevano spinta nella stagnazione, essa ha creato le condizioni del più formidabile accrescimento di ricchezze che la storia umana abbia conosciuto. In tal modo, ha sostituito una forma di sfruttamento, la servitù, con un’altra forma di sfruttamento, il lavoro salariato. Per raggiungere questo obiettivo, essa ha dovuto, nel periodo che Marx chiama accumulazione primitiva, adottare misure di una barbarie che ben valevano quelle imposte agli schiavi, affinché i contadini fossero costretti a vendere la loro forza lavoro nelle città (vedi, a questo proposito, le mirabili pagine del Libro I del Capitale). E questa stessa barbarie non ha fatto altro che annunciare la barbarie con cui il capitale sfrutterà il proletariato (lavoro infantile, lavoro notturno delle donne e dei bambini, giornate lavorative fino a 18 ore, parcheggio dei lavoratori nei “fatiscenti alloggi-lavoro”, ecc.), prima che le loro lotte riuscissero a costringere i capitalisti ad attenuare la brutalità dei loro metodi.
Fin dalla sua apparizione, la classe operaia ha condotto delle rivolte contro lo sfruttamento. Queste rivolte sono state accompagnate dalla presentazione di un progetto di rovesciamento della società, di abolizione delle disuguaglianze e di messa in comune dei beni sociali. In questo non si differenziava fondamentalmente dalle classi sfruttate precedenti, in particolare dai servi della gleba, che in alcune delle loro rivolte si sono allineate anche ad un progetto di trasformazione sociale. Ciò avvenne in particolare durante la guerra dei contadini del XVI secolo, in Germania, dove gli sfruttati ebbero come portavoce Thomas Munzer che sosteneva una forma di comunismo[11]. Tuttavia, a differenza del progetto di trasformazione sociale delle altre classi sfruttate, quello del proletariato non è una semplice utopia irrealizzabile. Il sogno di una società egualitaria, senza padroni e senza sfruttamento, che potevano avere gli schiavi o i servi era solo una semplice chimera perché il grado di sviluppo economico raggiunto dalla società del loro tempo non consentiva l’abolizione dello sfruttamento. Di contro, il progetto comunista del proletariato è perfettamente realistico, non solo perché il capitalismo ha creato le premesse di una tale società, ma anche perché è l’unico progetto che può far uscire l’umanità dal marasma in cui è sprofondata.
Perché il proletariato è la classe rivoluzionaria del nostro tempo
Non appena il proletariato cominciò a proporre il proprio progetto, la borghesia non provò altro che disprezzo per quelle che considerava farneticazioni di profeti bisognosi di ascolto. Quando si prese la briga di andare oltre questo semplice disprezzo, l’unica cosa che seppe immaginare era che sarebbe accaduto ciò che era toccato agli sfruttati nelle epoche precedenti: avrebbero potuto solo sognare utopie impossibili. Ovviamente, la storia sembrava dare ragione alla borghesia ed essa sintetizzava la sua filosofia in questi termini: “ci sono sempre stati poveri e ricchi, ci saranno sempre. I poveri non guadagnano nulla ribellandosi: ciò che deve essere fatto è che i ricchi non abusino della loro ricchezza e si preoccupino di alleviare la miseria dei più poveri”. I sacerdoti e le dame protettrici divennero portavoce e praticanti di questa “filosofia”. Ciò che la borghesia si rifiutava di vedere era che il suo sistema economico e sociale, così come i suoi predecessori, non poteva essere eterno e che, allo stesso modo della schiavitù o del feudalesimo, era condannato a lasciare spazio ad un altro tipo di società. E come le caratteristiche del capitalismo avevano permesso di risolvere le contraddizioni che avevano distrutto la società feudale (come già avvenuto per quest'ultima nei confronti della società antica), le caratteristiche della società chiamate a risolvere le contraddizioni mortali che affliggono il capitalismo derivano dallo stesso tipo di necessità. È dunque partendo da queste contraddizioni che è possibile definire le caratteristiche della società futura.
Ovviamente, nell'ambito di questo articolo, non possiamo soffermarci dettagliatamente su queste contraddizioni. Per più di un secolo il marxismo ha lavorato sistematicamente su questo tema e la nostra stessa organizzazione vi ha dedicato numerosi testi[12]. Possiamo però riassumere a grandi linee l’origine di queste contraddizioni. Esse risiedono nelle caratteristiche essenziali del sistema capitalistico: è un modo di produzione che ha generalizzato lo scambio mercantile a tutti i beni prodotti mentre, nelle società del passato, solo una parte, spesso minima, di questi beni veniva trasformata in merci. Nel capitalismo questa colonizzazione dell’economia ha coinvolto anche la forza lavoro utilizzata dagli uomini nella loro attività produttiva. Privato dei mezzi di produzione, il produttore non ha altra possibilità, per sopravvivere, che vendere la sua forza lavoro a chi possiede questi mezzi di produzione: la classe capitalista, mentre nella società feudale per esempio, dove pure esisteva un’economia di mercato, questa era il frutto del lavoro dell’artigiano o del contadino che vendevano i loro prodotti. Ed è proprio questa generalizzazione della merce che sta alla base delle contraddizioni del capitalismo: l’aumento della sovrapproduzione trova le sue radici nel fatto che lo scopo di questo sistema non è produrre valori d’uso, ma valori di scambio che devono trovare acquirenti. È nell'incapacità della società di acquistare tutti i beni prodotti (anche se i bisogni sono ben lungi dall'essere soddisfatti) che risiede questa calamità che appare una vera assurdità: il capitalismo crolla non perché produce troppo poco, ma perché produce troppo[13].
La prima caratteristica del comunismo sarà quindi l’abolizione della merce, lo sviluppo della produzione di valori d’uso e non di valori di scambio.
Inoltre il marxismo, e in particolare Rosa Luxemburg, hanno evidenziato che all’origine della sovrapproduzione sta la necessità per il capitale, considerato nel suo insieme, di realizzare, attraverso la vendita al di fuori della propria sfera, la quota dei valori prodotti corrispondente al plusvalore estratto ai proletari e destinato alla sua accumulazione. Man mano che questa sfera extra capitalista si restringe, le convulsioni dell’economia non possono che assumere forme sempre più catastrofiche.
Pertanto, l’unico modo per superare le contraddizioni del capitalismo risiede nell’abolizione di tutte le forme di merce, e in particolare della forza lavoro-merce, vale a dire del lavoro salariato.
L’abolizione dello scambio mercatile presuppone che venga abolito anche ciò che ne costituisce la base: la proprietà privata. Anche se le ricchezze sociali vengono collettivizzate, la compravendita di queste ricchezze (che già esisteva, in forma embrionale, nella comunità primitiva) deve scomparire. Una tale appropriazione collettiva da parte della società della ricchezza che produce e, in primo luogo, dei mezzi di produzione, significa che non è più possibile per una parte di essa, per una classe sociale (anche sotto forma di burocrazia statale), avere i mezzi per sfruttarne un'altra. Pertanto, l’abolizione del lavoro salariato non può essere raggiunta sulla base dell’introduzione di un’altra forma di sfruttamento, ma solo attraverso l’abolizione dello sfruttamento in tutte le sue forme. E, a differenza del passato, non solo questo tipo di trasformazione che può salvare la società odierna non porta a nuovi rapporti di sfruttamento, ma ha realmente creato, grazie al il capitalismo, le premesse materiali di un’abbondanza che permette il superamento dello sfruttamento. Queste condizioni di abbondanza si rivelano anche con l’esistenza di crisi da sovrapproduzione (come osservato nel Manifesto Comunista).
Allora la domanda che ci si pone è: quale forza nella società è capace di operare questa trasformazione, di abolire la proprietà privata, di porre fine ad ogni forma di sfruttamento?
La prima caratteristica di questa classe è quella di essere sfruttata perché solo tale classe può essere interessata all'abolizione dello sfruttamento. Se nelle rivoluzioni del passato la classe rivoluzionaria non poteva in alcun modo essere una classe sfruttata, in quanto i nuovi rapporti di produzione erano necessariamente rapporti di sfruttamento, oggi è vero esattamente il contrario. Ai loro tempi, i socialisti utopisti (come Fourier, Saint-Simon, Owen)[14] avevano nutrito l’illusione che la rivoluzione potesse essere presa in carico da elementi della stessa borghesia. Speravano che all’interno della classe dominante ci fossero ricchi filantropi illuminati che, comprendendo la superiorità del comunismo sul capitalismo, fossero disposti a finanziare progetti per comunità ideali il cui esempio si sarebbe poi diffuso. Poiché la storia non è fatta dagli individui ma dalle classi, queste speranze furono deluse in pochi decenni. Anche se alcuni rari membri della borghesia aderirono alle idee generose degli utopisti[15], l’intera classe dominante, in quanto tale, si voltò ovviamente dall’altra parte, quando non si oppose a tali tentativi che miravano alla sua stessa scomparsa.
Detto ciò, il fatto di essere una classe sfruttata non è affatto sufficiente, come abbiamo visto, per essere una classe rivoluzionaria. Ad esempio, esiste ancora oggi nel mondo, e particolarmente nei paesi sottosviluppati, una moltitudine di contadini poveri che subiscono uno sfruttamento sotto forma di un prelievo sul frutto del loro lavoro che arricchisce una parte della classe dominante, sia direttamente, sia attraverso tasse, o attraverso gli interessi che pagano alle banche o agli usurai verso i quali sono debitori. È sulla constatazione della povertà, spesso insopportabile, di questi strati contadini che si basavano tutte le mistificazioni terzomondiste, maoiste, guevariste, ecc. Quando questi contadini furono indotti a prendere le armi, fu solo per utilizzarli come soldati di questa o quella cricca della borghesia che si affrettò, una volta al potere, a rafforzare ulteriormente lo sfruttamento, spesso in forme particolarmente atroci (vedi, ad esempio, l'avventura dei Khmer rossi in Cambogia, nella seconda metà degli anni '70). Il declino di queste mistificazioni (diffuse sia dagli stalinisti che dai trotskisti e anche da certi “pensatori radicali” come Marcuse) non è che la sanzione dell’evidente fallimento della cosiddetta “prospettiva rivoluzionaria” che i contadini poveri avrebbero rappresentato. In realtà, i contadini, sebbene siano sfruttati in molteplici modi e possano condurre lotte talvolta molto violente per limitare il loro sfruttamento, non possono mai porre come obiettivo di queste lotte l’abolizione della proprietà privata poiché essi stessi sono piccoli proprietari o, vivendo accanto ad essa, aspirano a diventare tali[16].
E, anche quando gli agricoltori si dotano di strutture collettive per aumentare il loro reddito attraverso il miglioramento della produttività o la commercializzazione dei loro prodotti, lo fanno, di regola, sotto forma di cooperative, che non mettono in discussione né la proprietà privata né lo scambio mercantile[17]. In sintesi, le classi e gli strati sociali che appaiono come vestigia del passato (agricoltori, artigiani, libere professioni, ecc.)[18] e che esistono solo perché il capitalismo, anche se domina completamente l’economia mondiale, è incapace di trasformare tutti i produttori in salariati, non possono portare avanti un progetto rivoluzionario. Al contrario, l’unica prospettiva che possono sognare è quella di un ritorno a una mitica “età dell’oro” del passato: la dinamica delle loro lotte specifiche non può che essere reazionaria.
In realtà, nella misura in cui l'abolizione dello sfruttamento viene sostanzialmente fusa con l'abolizione del lavoro salariato, solo la classe che subisce questa specifica forma di sfruttamento, cioè il proletariato, è capace di realizzare un progetto rivoluzionario. Solo la classe sfruttata all'interno dei rapporti di produzione capitalistici, prodotto dello sviluppo di questi rapporti di produzione, è capace di darsi una prospettiva di superamento di questi ultimi.
Prodotto dello sviluppo della grande industria, di una socializzazione del processo produttivo quale l'umanità non ha mai conosciuto, il proletariato moderno non può sognare alcun ritorno al passato[19]. Ad esempio, se la redistribuzione o la condivisione di terra può essere una richiesta "realistica" dei contadini poveri, sarebbe assurdo che gli operai, che fabbricano in modo associato prodotti che incorporano pezzi, materie prime e tecnologie provenienti da tutto il mondo, proponessero di fare a pezzi la loro azienda per condividerla tra loro. Anche le illusioni sull'autogestione, cioè sulla proprietà comune dell'azienda da parte di coloro che vi lavorano (che costituisce una versione moderna della cooperativa operaia) cominciano ad aver fatto il loro tempo. Dopo molteplici esperienze, anche recenti (come la fabbrica LIP in Francia all’inizio degli anni ’70) che, in generale, si conclusero con uno scontro tra tutti i lavoratori e coloro che avevano nominato come gestori, la maggioranza dei lavoratori sa bene che, di fronte alla necessità di mantenere la competitività dell'azienda nel mercato capitalista, l'autogestione significa autosfruttamento. Il proletariato non può che guardare avanti quando si svilupperà la sua lotta storica: non verso la frammentazione della proprietà e della produzione capitalista, ma verso il completamento del processo di socializzazione che il capitalismo ha fatto avanzare in modo considerevole ma che non può, per sua natura, completare, anche quando i mezzi di produzione sono concentrati nelle mani di uno Stato nazionale (come avveniva nei regimi stalinisti).
Per realizzare questo compito, la forza potenziale del proletariato è considerevole.
Da un lato, nella società capitalista sviluppata, la maggior parte della ricchezza sociale è prodotta dal lavoro della classe operaia anche se, ancora oggi, essa costituisce una minoranza nella popolazione mondiale. Nei paesi industrializzati la quota del prodotto nazionale attribuibile ai lavoratori autonomi (contadini, artigiani, ecc.) è trascurabile. Questo vale anche nei paesi arretrati dove però la maggioranza della popolazione vive (o sopravvive) di lavoro della terra.
D’altra parte, per necessità, il capitale ha concentrato la classe operaia in gigantesche unità di produzione, che non hanno nulla a che fare con ciò che poteva esistere ai tempi di Marx. Inoltre, queste stesse unità produttive sono, in generale, concentrate nel cuore o in prossimità di città sempre più popolate. Questo raggruppamento della classe operaia, sia nei suoi luoghi di residenza che in quelli di lavoro, costituisce una forza senza precedenti purché sappia metterla a frutto, in particolare attraverso lo sviluppo della sua lotta collettiva e della sua solidarietà.
Infine, uno dei punti di forza essenziali del proletariato è la sua capacità di presa di coscienza. Tutte le classi, e particolarmente le classi rivoluzionarie, si sono date una forma di coscienza. Ma quest'ultima non poteva che essere mistificata, o perché il progetto proposto non poteva avere successo (come il caso della guerra dei contadini in Germania, per esempio), o perché la classe rivoluzionaria si è trovata costretta a mentire, a mascherare la realtà a coloro che voleva coinvolgere nella sua azione ma che avrebbe continuato a sfruttare (caso della rivoluzione borghese con le sue parole d’ordine “Libertà, Uguaglianza, Fraternità”). Non avendo, come classe sfruttata e portatrice di un progetto rivoluzionario che abolirà ogni sfruttamento, motivo di nascondere né alle altre classi né a sé stesso gli obiettivi e gli scopi ultimi della sua azione, il proletariato può sviluppare, nel corso della sua lotta storica, una coscienza libera da ogni mistificazione. Di conseguenza, può raggiungere un livello di gran lunga superiore a quello che la classe nemica, la borghesia, non è stata mai in grado di raggiungere. Ed è proprio questa capacità di presa di coscienza che costituisce, con la sua organizzazione di classe, la forza determinante del proletariato.
Nella seconda parte di questo articolo vedremo come il proletariato di oggi conserva, nonostante tutte le campagne che ne evocano la "scomparsa" o la sua "integrazione", tutte le caratteristiche che ne fanno la classe rivoluzionaria del nostro tempo.
FM
“Un'altra conseguenza è che appare una classe che deve sopportare tutti gli oneri della società senza goderne i vantaggi; una classe che, espulsa dalla società, viene relegata con la forza nella più risoluta opposizione a tutte le altre classi; una classe che costituisce la maggioranza di tutti i membri della società e dalla quale emana la coscienza della necessità di una rivoluzione profonda, la coscienza comunista, che può naturalmente formarsi anche tra le altre classi grazie alla comprensione del ruolo di questa classe”
MARX, L'Ideologia Tedesca
[1] Vedere in particolare l’articolo “L’esperienza russa, proprietà privata e proprietà collettiva” nella Révue internationale n°61, 2° trimestre 1990, così come la nostra serie di articoli “Il comunismo non è un bell'ideale, ma una necessità materiale” (in francese o inglese).
[2] Marx ed Engels tornarono successivamente su questa affermazione, precisando che essa era valida solo a partire dalla dissoluzione delle comunità primitive, la cui esistenza fu confermata da lavori etnologici nella seconda parte del XIX secolo, come quelli di Morgan sugli indiani d'America.
[3] Anche alcuni “pensatori” borghesi (come il politico francese del XIX secolo Guizot, che fu capo del governo durante il regno di Luigi Filippo) arrivarono a un’idea del genere.
[4] Ciò vale anche per gli economisti “classici”, come Smith o Ricardo, il cui lavoro è stato particolarmente utile per lo sviluppo della teoria marxista.
[5] Dobbiamo rendere a Cesare ciò che è di Cesare, e a Cornelio ciò che è suo: con grande perseveranza, le previsioni di quest’ultimo sono state smentite dai fatti: non aveva “previsto” che il capitalismo aveva superato le sue crisi economiche (vedere in particolare i suoi articoli su “La dinamica del capitalismo” all'inizio degli anni '60 in Socialisme ou Barbarie)? Non aveva forse annunciato al mondo nel 1981 (vedi il suo libro “Prima della guerra” di cui aspettiamo ancora la seconda parte annunciata per l’autunno 1981) che l’URSS aveva vinto definitivamente la “Guerra Fredda” “(“massiccio squilibrio a favore della Russia”, “situazione praticamente impossibile per gli americani da correggere”? Tali espressioni erano davvero benvenute in un momento in cui Reagan e la CIA cercavano di spaventarci a proposito de “L’Impero del Male”). Ciò non ha impedito ai media di continuare a chiedergli il suo parere da esperto sui grandi avvenimenti del nostro tempo: nonostante la sua collezione di gaffe, conserva la gratitudine della borghesia per le sue convinzioni e i suoi discorsi perentori contro il marxismo, convinzioni che sono proprio all'origine dei suoi fallimenti cronici.
[6] È vero che, in molti paesi, queste caratteristiche ricoprono parzialmente l’appartenenza di classe. Per esempio, in molti paesi del Terzo Mondo, in particolare in Africa, la classe dominante recluta la maggior parte dei suoi membri da questo o quel gruppo etnico: tuttavia, ciò non significa che tutti i membri di questo gruppo etnico siano sfruttatori, tutt'altro. Allo stesso modo, negli Stati Uniti, i WASP (protestanti anglosassoni bianchi) sono proporzionalmente i più rappresentati nella borghesia: ciò non impedisce l’esistenza di una borghesia nera (Colin Powell, capo di Stato maggiore, è nero) né di una moltitudine di “piccoli bianchi” che lottano contro la povertà.
[7] "Sovrano ,... siamo venuti a te per chiedere giustizia e protezione. (...) Ordina e giura di soddisfarli [i nostri bisogni principali], e tu renderai la Russia potente e gloriosa, imprimerai il tuo nome nei nostri cuori, nel cuore dei nostri figli e nipoti, per sempre". Ecco i termini in cui è stata indirizzata la petizione operaia allo Zar di tutte le Russie. Va precisato, tuttavia, che questa petizione affermava anche che: “Il limite della pazienza è stato raggiunto; per noi è giunto il momento terribile in cui la morte è meglio del prolungarsi di tormenti insopportabili. (...) Se rifiuterai di ascoltare la nostra supplica, moriremo qui, in questa piazza, davanti al tuo palazzo".
[8] Questo possesso non assume necessariamente, come abbiamo visto con lo sviluppo del capitalismo di Stato, e particolarmente nella sua versione stalinista, la forma di proprietà individuale, personale (e per esempio trasmissibile per via ereditaria). È sempre più collettivamente che la classe capitalista “possiede” (nel senso che ne dispone, li controlla, ne trae beneficio) i mezzi di produzione, anche quando questi ultimi sono controllati dallo Stato.
[9] La piccola borghesia non è una classe omogenea. Esistono molteplici varianti e non tutte dispongono di mezzi materiali di produzione. Così, ad esempio, gli attori cinematografici, gli scrittori, gli avvocati appartengono a questa categoria sociale senza disporre di strumenti specifici. I loro “mezzi di produzione” risiedono nella conoscenza o nel “talento” che usano nel loro lavoro.
[10] Il servo non era la semplice “cosa” del signore. Collegato alla sua terra, era venduto con essa (cosa in comune con lo schiavo). Originariamente però esisteva un "contratto" tra il servo e il signore: quest'ultimo, che possedeva armi, gli assicurava protezione in cambio della lavorazione, da parte del servo, delle terre signorili (le corvées) o del versamento di una parte dei suoi raccolti.
[11] Vedere “Il comunismo non è un ideale..., I, Dal comunismo primitivo al socialismo utopico”, Révue Internationale n°68, 1° quadrimestre 1992.
[12] Vedere in particolare il nostro opuscolo su La decadenza del capitalismo.
[13] A questo proposito vedere nell’articolo “Il comunismo non è un bell’ideale…” nella Révue internationale n. 72, il modo in cui la crisi di sovrapproduzione esprime il fallimento del capitalismo.
[14] Vedere a questo proposito “Il comunismo non è un bell'ideale…” nella Révue internationale n°68
[15] Owen fu uno di loro che, inizialmente grande industriale tessile, fece diversi tentativi, sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti, di creare comunità che finirono per disgregarsi davanti alle leggi capitaliste. Contribuì tuttavia alla nascita delle Trade Unions, i sindacati britannici. Gli utopisti francesi ebbero ancor meno successo nelle loro imprese. Per anni, Fourier attese ogni giorno nel suo ufficio, invano, che comparisse il mecenate che avrebbe finanziato la sua città ideale, e i tentativi di costruire “falansteri” da parte dei suoi discepoli (soprattutto negli Stati Uniti) si rivelarono dei disastrosi fallimenti economici. Quanto alle dottrine di Saint-Simon, se ebbero maggior successo, fu perché erano il credo di tutta una serie di uomini della borghesia, come i fratelli Pereire, fondatori di una banca, o Ferdinand de Lesseps, il costruttore del canale di Suez.
[16] Esiste un proletariato agricolo il cui unico mezzo di esistenza è vendere la propria forza lavoro ai proprietari della terra in cambio di un salario. Questa parte di contadini appartiene alla classe operaia e ne costituirà, al momento della rivoluzione, la sua testa di ponte nelle campagne. Tuttavia, vivendo il suo sfruttamento come conseguenza della "sfortuna" che lo ha privato dell'eredità della terra, o che gli ha assegnato un appezzamento troppo piccolo, l'operaio agricolo, che spesso è stagionale o sfruttato in un'azienda agricola di famiglia, tende, il più delle volte, ad aggrapparsi al sogno di possedere una proprietà e una migliore condivisione delle terre. Solo la lotta, in fase avanzata, del proletariato urbano gli permetterà di allontanarsi da queste chimere offrendogli come prospettiva la socializzazione della terra allo stesso modo degli altri mezzi di produzione.
[17] Ciò non impedisce che, durante il periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, il raggruppamento dei piccoli proprietari terrieri in cooperative potrebbe costituire un passo verso la socializzazione della terra, in particolare consentendo loro di superare l’individualismo derivante dal loro ambiente di lavoro.
[18] Ciò che è vero per i contadini è ancora più vero per gli artigiani, il cui posto nella società è stato ridotto in modo ancora più radicale rispetto ai primi. Quanto alle libere professioni (medici privati, avvocati, ecc.), il loro status sociale e il loro reddito (che li fa guardare con invidia alla borghesia) non li incoraggiano in alcun modo a mettere in discussione l'ordine esistente. Quanto agli studenti, la cui stessa definizione indica che non hanno ancora posto nell'economia, il loro destino è quello di dividersi tra le diverse classi da cui provengono per origine familiare o alle quali sono destinati.
[19] Agli albori dello sviluppo della classe operaia, alcuni suoi settori, rimasti disoccupati a causa dell'introduzione di nuove macchine, avevano rivolto la loro rivolta contro queste macchine distruggendole. Questo tentativo di riportare indietro l'orologio (luddismo) era solo una forma embrionale della lotta operaia, che fu rapidamente superata dallo sviluppo economico e politico del proletariato.
Non passa giorno che non si senta parlare di un femminicidio, se non di molestie sessuali contro le donne. Il fatto che questi fenomeni (sempre esistiti da quando le società divise in classi sono diventate società patriarcali) aumentino ancora, come pure le discriminazioni dei “diversi” (ma diversi da che, da chi?) (siano essi omosessuali, transessuali, o anche disabili) o quelle razziali, è una ulteriore dimostrazione della barbarie che avanza in questa società che non ha ormai più niente da offrire se non ulteriori orrori e minacce alla stessa sopravvivenza dell’umanità (vedi guerre e cambiamenti climatici). Come diceva Marx, il capitalismo nasce “grondante di sangue e di fango”, ma nella sua fase ascendente poteva almeno pretendere di imporsi all’insieme dell’umanità perché il suo sistema garantiva lo sviluppo delle forze produttive, un miglioramento delle condizioni generali di vita. Da più di un secolo non è più così, è su tutti i piani che assistiamo a degli arretramenti: maggiore sfruttamento sui luoghi di lavoro, perdita di potere di acquisto dei salari, guerre sempre più diffuse nel mondo anche in assenza di una guerra mondiale, aumento delle discriminazioni, della violenza, dell’insicurezza. È perciò che questo sistema deve essere abbattuto, prima di trascinare nella sua decadenza la stessa vita umana. Ma come, chi può fare tutto questo? Possiamo farlo sviluppando tante lotte “specifiche”, “settoriali”, o è solo mettendo in discussione il sistema nel suo complesso e sviluppando le lotte dell’unica classe che ha interesse e può riuscire ad abbattere questo sistema e dare vita a una nuova società, senza sfruttamento, senza guerre, senza discriminazioni, senza distruggere l’ambiente naturale, cioè il proletariato?
È a questa questione che è dedicato l'articolo che segue, già pubblicato da noi nel 2012, che è tanto più attuale dal momento che la situazione è peggiorata e non certo migliorata.
In Europa, negli Stati Uniti e quasi ovunque nel mondo, i gruppi populisti o quelli più tradizionali di estrema destra stanno riscontrando successi elettorali che dieci anni fa sembravano ancora inconcepibili. Ciò si è espresso chiaramente durante le elezioni europee del giugno 2024: il Raggruppamento Nazionale (RN) in Francia, Alternative für Deutschland (AfD – Alternativa per la Germania) o Fratelli d'Italia (Fdl – Fratelli d'Italia) hanno ottenuto consensi impressionanti. In Gran Bretagna, il Reform UK di Nigel Farage (principale promotore della Brexit) potrebbe fagocitare alle urne il Partito conservatore, il più antico ed esperto partito politico della borghesia. In Francia, il RN di Marine Le Pen dovrebbe vincere le prossime elezioni legislative frettolosamente indette dal presidente Macron e potrebbe potenzialmente arrivare al potere per la prima volta. E questo in un contesto in cui Trump ha dominato le primarie del Partito Repubblicano, ha surclassato un Biden sempre più vacillante durante l'ultimo dibattito e minaccia seriamente di riprendersi la Casa Bianca il prossimo novembre...
La borghesia tende a perdere il controllo del suo apparato politico
Le elezioni europee hanno confermato la realtà di una fragilità crescente che sta colpendo tutti gli apparati politici della borghesia mondiale, non solo nei paesi della periferia del capitalismo, i più fragili, tra gli Stati più importanti dell'America Latina come il Messico, il Brasile o l'Argentina, ma anche nel centro del capitalismo. quello delle grandi potenze democratiche dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti.
Dopo la seconda guerra mondiale e fino all’alba degli anni ‘90, nonostante un contesto di continuo aggravamento della crisi economica, la borghesia aveva mantenuto una certa stabilità nel panorama politico, dominato il più delle volte dal sistema bipartitico, dalle alternanze o dalle solide coalizioni, come avveniva, ad esempio, in Germania (SPD e CDU), in Gran Bretagna con i Tories e i Laburisti, negli Stati Uniti con i Democratici e i Repubblicani o in Francia e Spagna con l’alternanza dei partiti di sinistra e di destra. In Italia, la principale forza politica che garantiva la stabilità dello Stato durante questo periodo era la Democrazia Cristiana. Ciò ha permesso di raggiungere maggioranze parlamentari relativamente stabili all’interno di un quadro istituzionale apparentemente ben oliato
Tuttavia, a partire dalla fine degli anni ‘80, il capitalismo decadente stava gradualmente entrando in una nuova fase storica, quella della sua decomposizione. L’implosione del blocco “sovietico” e il crescente decomporsi del sistema aumentarono le tensioni all’interno delle varie borghesie nazionali, influenzando sempre più il loro apparato politico. L’aggravarsi della crisi e la sempre più evidente mancanza di prospettive, anche per alcuni settori della borghesia e della piccola borghesia, erodeva sempre più la “credibilità democratica” dei partiti tradizionali facendo emergere quasi ovunque, a partire dall'inizio del XXI secolo, movimenti populisti che presero a denunciare gli “imbrogli dell’élite al potere”, combinati con un aumento dell’astensione e una sempre minore partecipazione elettorale.
A poco a poco, il controllo della borghesia sul suo sistema politico cominciò a mostrare delle falle. In Francia, dopo le “convivenze forzate”, l’affermarsi di Macron nel contrastare l’ascesa del Rassemblement National ha portato al crollo dello screditato Partito Socialista e alla frammentazione del partito di destra (I repubblicani, LR). Nel Regno Unito, la borghesia ha cercato di cooptare il movimento populista pro-Brexit attraverso il Partito Conservatore, il che ha portato al suo collasso. In Italia, anche la Democrazia Cristiana è crollata, lasciando il posto a nuove formazioni come Forza Italia (già guidata da un leader populista, Berlusconi) e poi a una schiera di movimenti populisti ed estremisti alla direzione dello Stato (il Movimento 5 Stelle, Lega di Salvini, Fratelli d’Italia). Nei Paesi Bassi, tre dei quattro partiti della maggioranza parlamentare sono di ispirazione populista. Negli Stati Uniti, a partire da Bush Jr. e dalla sua amministrazione, le tendenze populiste hanno sempre più minato il Partito Repubblicano (come quella del Tea Party, per esempio) e hanno portato all’egemonia populista di Trump su quel partito.
Con l’accelerazione della decomposizione negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia di Covid-19, l'ondata populista sta costringendo sempre più Stati a fare i conti con frazioni borghesi segnate da irrazionalità, versatilità e imprevedibilità. Il populismo è dunque l'espressione più caricaturale di una società sempre più segnata dalla decomposizione del modo di produzione capitalista. L'ascesa del populismo non è, da questo punto di vista, il risultato di una manovra deliberata della classe dominante[1]. La mobilitazione delle frazioni più “razionali” della borghesia di fronte all’affermarsi di queste organizzazioni, esprime la loro reale preoccupazione. Sebbene il populismo sia fondamentalmente “uno di loro” e i suoi discorsi xenofobi e retrogradi siano, in verità, un concentrato nauseabondo dell’ideologia della classe borghese (individualismo, nazionalismo, dominio della violenza...), l’accesso dei partiti populisti e dei loro leader totalmente irrazionali e incompetenti alla guida degli Stati non può che complicare ulteriormente la gestione degli interessi di ogni capitale nazionale e aggravare il caos che si sta già diffondendo ovunque sul pianeta.
Il populismo, prodotto e acceleratore del caos e dell'instabilità globale
L’ascesa del populismo in diversi paesi conferma quanto già analizzato dalla CCI nelle Tesi dedicate all’analisi del periodo storico di decomposizione, in cui si sottolineava “la difficoltà crescente della borghesia a controllare l’evoluzione della situazione sul piano politico. Alla base di questo fenomeno c'è evidentemente la crescente perdita di controllo della classe dominante sul suo apparato economico, che costituisce l’infrastruttura della società. (…) L’assenza di una prospettiva (che non sia quella di “salvare il salvabile” procedendo alla giornata) verso la quale essa possa mobilitarsi come classe - e nella misura in cui il proletariato non costituisce ancora una minaccia per la sua sopravvivenza - determina all'interno della classe dominante, ed in particolare del suo apparato politico, una tendenza crescente all’indisciplina e al “si salvi chi può”.[2]
Questa inevitabile avanzata della decomposizione capitalistica spiega anche il fallimento delle misure adottate dai partiti tradizionali della borghesia per fermare l'ascesa del populismo[3]. Così, la borghesia britannica ha cercato di reindirizzare il disastro della “Brexit” sostituendo Boris Johnson e Liz Truss con un primo ministro più responsabile, Rishi Sunak nel 2022. Ma l'”affidabile” Sunak ha reagito alla sconfitta alle elezioni locali anticipando quelle generali, cosa che molti analisti hanno descritto come un “suicidio politico” per i Tories, un tempo emblema della borghesia più intelligente ed esperta del mondo.
Lo stesso si può dire di Macron, sostenuto per anni da tutte le forze politiche della borghesia francese (compresa la sinistra, che lo ha votato, ricordiamolo, “turandosi il naso" per impedire a Le Pen di arrivare al potere) e che, sciogliendo precipitosamente l’Assemblea Nazionale, ha aperto potenzialmente la strada al RN e, qualunque cosa accada, all’imprevedibilità e al caos. Questa politica della terra bruciata è completamente contraria agli interessi delle frazioni che pretendono di essere le più responsabili all’interno dell'apparato politico, come dimostrano le divisioni all’interno dei partiti di destra e la costituzione frettolosa di un Nuovo Fronte Popolare di sinistra dal percorso incerto. Infine, negli Stati Uniti, la cacciata di Trump nel 2020 non ha aiutato il Partito Repubblicano a trovare un altro candidato più “presentabile”. Anche il Partito Democratico non ha saputo come reagire e ora per fermare Trump deve affidarsi a un Biden che ha più di 81 anni.
Il fatto che i dirigenti dei principali Stati capitalistici si abbandonino a mosse di poker, in avventure irresponsabili dai risultati imprevedibili, in cui gli interessi particolari di ogni cricca o anche di ogni individuo, hanno la precedenza su quelli della borghesia nel suo insieme e sugli interessi globali di ogni capitale nazionale, è indicativo della mancanza di prospettiva, del predominio dell’“ognuno per sé”. Le conseguenze di questa dinamica di perdita di controllo saranno necessariamente una significativa accelerazione del caos e dell'instabilità globale. Se la prima elezione di Trump aveva già segnato un aumento dell'instabilità nelle relazioni imperialiste, la sua rielezione significherebbe una notevole accelerazione del caos imperialista globale riconsiderando, ad esempio, il sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina o quello senza remore alla politica della terra bruciata di Netanyahu a Gaza. Il ritorno al potere di Trump aggraverebbe ulteriormente la destabilizzazione delle istituzioni e, più in generale, la frammentazione del tessuto sociale, come rappresentato dall’assalto al Campidoglio del gennaio 2021. C'è da aspettarsi anche l’aggravarsi della crisi economica con l’accentuazione del protezionismo non solo verso la Cina ma anche verso l’Europa.
L’impatto sarebbe significativo anche sull’Unione Europea (UE), dilaniata com’è dalle crescenti tensioni per la guerra in Ucraina o il conflitto a Gaza, come si può vedere in particolare tra Francia e Germania riguardo all’invio di truppe sul suolo ucraino. È probabile che queste tensioni aumentino con l’ascesa al potere delle forze populiste, che tendono ad essere meno ostili al regime di Putin e meno inclini a sostenere l’Ucraina finanziariamente e militarmente. Inoltre, la politica di austerità economica dell’UE (limitazione dei deficit di bilancio, del debito, ecc.) si oppone anche al protezionismo economico e sociale, sostenuto dai populisti in nome della “sovranità nazionale”.
La borghesia cerca di rivolgere gli effetti della sua decomposizione contro il proletariato
Quali che siano le difficoltà che le diverse borghesie incontrano nel mantenere il controllo del loro apparato politico, esse cercano con tutti i mezzi di sfruttarle per contrastare lo sviluppo delle lotte operaie, per contrastare la riflessione all’interno del proletariato e impedire così lo sviluppo della sua coscienza. Per fare questo, può contare sulla sinistra, che dispiega tutto il suo arsenale ideologico e propone false alternative. In Inghilterra, il Partito Laburista si presenta come l’alternativa “responsabile” per frenare il disordine causato dalla gestione irresponsabile della Brexit da parte dei successivi governi conservatori.
In Francia, di fronte all’imprevedibile decisione di Macron di indire elezioni, la stragrande maggioranza delle forze borghesi della sinistra tradizionale e più radicale si è unita in un “nuovo fronte popolare” per opporsi all’ascesa dell’estrema destra. Sfruttando le contrapposizioni tra settori della borghesia di fronte all’impennata del populismo e dell’estrema destra, cerca di distogliere il proletariato dall’unica lotta che può portare alla liberazione dell’umanità attraverso il rovesciamento del sistema capitalista e di promuovere false prospettive: la difesa della democrazia[4]. Mentre il voto mobilita i lavoratori come “cittadini” atomizzati, la sinistra presenta i risultati elettorali come un riflesso del livello di coscienza di classe. La borghesia mostra spesso mappe che mostrano la crescita del voto populista nei quartieri popolari per sostenere che la classe operaia è la causa dell’ascesa del populismo e che è una moltitudine di ignoranti senza futuro. Semina anche divisione tra i lavoratori oggetto di “discriminazioni razziali” che si presentano come vittime dei lavoratori “bianchi privilegiati”.
È quindi chiaro che l’aumento delle difficoltà politiche per la borghesia non significa per il proletariato l’opportunità di approfittarne per sviluppare la propria lotta. Questa situazione non porterà in alcun modo ad un rafforzamento automatico della classe operaia. Al contrario, è un’opportunità usata e sfruttata ideologicamente dalla classe dominante. Il proletariato ha bisogno di politicizzare le sue lotte, ma non nel senso auspicato dalla sinistra del capitale, impegnandosi nella difesa della “democrazia” borghese. Al contrario, deve rifiutare le elezioni e lottare sul proprio terreno di classe, contro tutte le frazioni e le espressioni del mondo capitalista che minacciano di condannarci alla distruzione e alla barbarie.
Valerio, 1 luglio 2024
[1] Vedi «Come si organizza la borghesia», Révue internationale n°172 (2024), https://fr.internationalism.org/content/11369/comment-bourgeoisie-sorganise [453]
[2] Tesi su: La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo, Rivista Internazionale n. 14, https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-de... [13]
[3] Non c’è alcuna differenza tra i populisti e l’estrema destra e i partiti classici dello Stato borghese. I discorsi possono essere più bruschi o cinici. I primi spesso scatenano la loro bile razzista, i secondi affidano la chiusura delle loro frontiere a regimi torturatori come la Turchia o il Marocco. I populisti sono spesso negazionisti del cambiamento climatico. I partiti “responsabili” non sono così grossolani, ma tutto ciò che sono disposti a fare consiste in “buffonate” come il recente vertice sul clima a Dubai.
[4] Vedi la nostra brochure : Fascisme et démocratie, deux expressions de la dictature du capital
L'ascesa del populismo è un prodotto diretto della decomposizione del capitalismo e ha creato profonde divisioni all'interno della classe dirigente. Negli Stati Uniti, il Partito Democratico sembra paralizzato nei suoi sforzi per impedire a Trump di tornare alla presidenza, un risultato che accelererebbe lo scivolamento nel caos sia negli Stati Uniti che a livello internazionale. In Francia e in Gran Bretagna la storia è un po' diversa, con Macron e il "Nuovo Fronte Popolare" che hanno unito le forze per impedire al Rassemblement National di salire al potere, e i laburisti che hanno schiacciato un partito Tory profondamente afflitto dal populismo. Nonostante ciò, le forze del populismo e dell'estrema destra continuano a crescere sul terreno di una società in decadenza.
La CCI organizzerà un incontro pubblico internazionale online per discutere di questa situazione perché riteniamo che sia fondamentale:
- analizzare e comprendere i conflitti tra le diverse fazioni del nemico di classe
- Denunciare i principali attacchi ideologici che accompagnano questi eventi, in particolare la "difesa della democrazia contro il fascismo".
- Individuare i reali interessi della classe operaia di fronte a queste mistificazioni: non affidarsi alle urne o all'elezione in parlamento di partiti che pretendono di parlare in suo nome, ma difendersi attraverso una lotta collettiva e indipendente, ponendo le basi per uno scontro politico con il sistema capitalista nel suo complesso.
L'incontro si terrà sabato 20 luglio tra le 15.00 e le 18.00. Chi volesse partecipare è pregato di inviare un'e-mail al seguente indirizzo: [email protected] [454]
Tra il 20 e il 26 maggio si è svolta a Praga una “settimana di azione” sul tema: “Insieme contro le guerre capitaliste e la pace capitalista” che ha riunito gruppi e individui provenienti da diversi paesi, tra cui Russia, Ucraina, Bulgaria, Serbia, Repubblica Ceca, Ungheria, Svizzera, Spagna, Italia, Gran Bretagna, Argentina... La maggior parte dei gruppi invitati erano anarchici, operaisti o consiliaristi che hanno preso una posizione internazionalista contro la guerra tra Russia e Ucraina e, nonostante molte esitazioni e confusioni, contro le altre guerre che devastano il pianeta[1]. Il comitato organizzatore dell'evento, che sembra includere due gruppi che esistono principalmente nella Repubblica Ceca, Tridni Valka (“Guerra di classe”) e Anti-Militarist Initiative (AMI, Iniziativa antimilitarista), ha detto in un'intervista[2] di non aver deliberatamente invitato i principali gruppi della Sinistra Comunista perchè, secondo loro, non sono interessati al dibattito ma solo alla creazione di un "partito di massa", secondo le linee direttrici bolsceviche. Tuttavia la CCI ha inviato una sua delegazione, così come la Tendenza Comunista Internazionalista (TCI). Erano presenti anche compagni vicini al gruppo bordighista che pubblica Programma Comunista. Poiché una parte degli eventi di questa settimana era aperta anche a coloro che non erano stati formalmente invitati e nella misura in cui crediamo che l’emergere di questa opposizione alla guerra imperialista sia l’espressione di qualcosa di profondo che sta accadendo all’interno della classe operaia, abbiamo ritenuto che da comunisti avessimo la netta responsabilità di partecipare al processo di chiarimento degli obiettivi del proletariato e di lotta contro le sue illusioni.
Ma se una forte partecipazione di elementi alla ricerca di posizioni internazionaliste è un aspetto positivo e se la loro concentrazione fisica a Praga ha permesso di sviluppare contatti e discussioni a margine dell’evento “ufficiale”, bisogna riconoscere che quest’ultimo è stato organizzato molto male e in maniera caotica, nonostante gli sforzi incoraggianti della maggioranza dei partecipanti per farsi carico del suo sviluppo.
Uno dei fattori di questo disordine è la profonda divisione del movimento anarchico nella Repubblica Ceca. Nel weekend della “Settimana d'azione” la Federazione Anarchica Ceca (FA), che difende apertamente lo sforzo bellico ucraino e la formazione di unità anarchiche all'interno dell’esercito ucraino, ha organizzato una fiera del libro anarchico. Questa fiera del libro ha dichiarato che stava prendendo le distanze dalla Settimana di azione e la FA ceca ha pubblicato un volantino denunciando i suoi partecipanti come “anarco-puntinisti”. Lo stesso comitato organizzatore ha evidenziato che questi anarchici favorevoli alla guerra si sono impegnati in una serie di provocazioni contro gli internazionalisti. Il sospetto più grave è che questi abbiano contattato le autorità del luogo in cui si sarebbe dovuto tenere il congresso contro la guerra nel fine settimana e abbiano comunicato loro il vero scopo dell'incontro, provocando la cancellazione della prenotazione del luogo e costringendo gli organizzatori ad affannarsi per trovare una nuova sede.
False concezioni politiche si aggiungono al caos
Tuttavia, la natura caotica della “Settimana d'Azione” non può essere interamente attribuita alle macchinazioni degli anarchici favorevoli alla guerra. Il principio stesso di una settimana di azione e i metodi dei suoi organizzatori erano già profondamente sbagliati
A nostro avviso, la prima necessità di chi oggi cerca una vera pratica internazionalista è la discussione e il chiarimento politico di questioni fondamentali: le basi storiche della spinta del capitalismo verso la guerra e la distruzione; la controtendenza della classe operaia che lotta per i propri interessi contro la crisi economica nonostante la propaganda a favore dell’Unità nazionale; la continuità delle tradizioni internazionaliste lasciateci in eredità dalla Sinistra di Zimmerwald. Sebbene alcuni degli incontri pubblicizzati come parte della Settimana di azione possano contenere temi stimolanti (come il rapporto tra pace capitalista e guerra capitalista, il significato del disfattismo rivoluzionario, ecc.), l’idea stessa di una "Settimana d’azione” non poteva che incoraggiare un approccio immediatista e attivista che già influenzava un gran numero di partecipanti. Ciò è stato evidenziato da alcuni argomenti di discussione: “come possiamo aiutare i disertori?”, o “come possiamo affossare lo sforzo bellico?”, ecc. Ma le conseguenze perniciose di questa impostazione attivista sono meglio illustrate da alcuni degli eventi chiave della settimana:
- Il primo evento della settimana, che si è svolto lunedì 20, è stata una manifestazione davanti alla sede della società STV, una società che fornisce attrezzature all’esercito israeliano. Anche se gli organizzatori hanno insistito sul fatto che la manifestazione non era un appello a sostenere il nazionalismo palestinese, il numero di persone che portavano una bandiera palestinese poteva solo farla apparire come un’estensione delle manifestazioni pro-palestinesi che si svolgono in tutto il mondo, comprese le Università negli Stati Uniti e in Europa. Altrettanto importante: mentre il comitato organizzatore sembrava assente, i pochi partecipanti alla “Settimana di azione” che hanno preso parte a questa manifestazione si sono presto resi conto che si trattava di una manifestazione illegale, con la conseguenza che i loro documenti d'identità sono stati ritirati dalla polizia. Poiché la maggior parte di loro era di nazionalità straniera, ciò avrebbe potuto portare alla loro espulsione.
- Mercoledì 22, giorno in cui è arrivata la delegazione della CCI, è stata organizzata una discussione sulla guerra capitalista e la pace capitalista. L’incontro è iniziato con più di un’ora e mezza di ritardo. La presentazione fatta da un compagno di Anti-Militarist Initiative ha dato l'opportunità ai partecipanti di intervenire nella discussione. Ma la riunione non aveva un presidium, non sono stati presi appunti e non sono state tratte conclusioni formali, anche se un compagno della CCI ha, alla fine, cercato di riassumere i punti importanti della discussione, in particolare sulla differenza tra attivismo e un approccio a lungo termine basato sul movimento reale della classe operaia.
- Giovedì 23 c'era in programma l’iniziativa “Dessert per i Disertori” in un parco vicino al centro della città: sarebbero state vendute torte e snack e i profitti sarebbero stati utilizzati per aiutare i disertori della guerra in Ucraina. Alcune delle persone presenti la sera precedente si sono presentate, ma non c'erano i dolci. A questo punto si è diffuso l'allarme per il livello di disorganizzazione e si è tenuta una riunione improvvisata.
- Venerdì 24 era prevista una manifestazione, ma dopo il fiasco di lunedì, i partecipanti, la cui sicurezza era già stata compromessa, non hanno voluto partecipare a una marcia che non fosse l’espressione di un movimento più ampio e che li avrebbe esposti a un controllo ancora maggiore da parte della polizia[3]. Questa posizione è stata sostenuta all’unanimità in assemblea ed è stato deciso che la priorità per il giorno successivo sarebbe stata l’organizzazione di incontri con l'obiettivo di sviluppare discussioni reali. È stato istituito un nuovo comitato organizzatore per trovare un luogo in cui tenere questo incontro. Ancora una volta, non c’era traccia del comitato organizzatore ufficiale, tranne che per i compagni della AMI che sembravano fungere più da intermediari che altro.
Le tappe verso l'auto-organizzazione
Il venerdì 24 si è creata ulteriore confusione a causa dell'annuncio che la sede originaria del "Congresso" di sabato e domenica, evento culminante della Settimana d'azione, era stata negata. Ma il comitato organizzatore “non ufficiale” è riuscito a trovare un luogo adatto, nell’aera antistante di un bar e così siamo riusciti a tenere una discussione abbastanza ben organizzata durante il pomeriggio e la prima serata.
Lo svolgimento di questa "assemblea auto-organizzata" è stato un importante passo avanti, dato l'estremo disordine dell'evento fino a quel momento - un piccolo riflesso di un più ampio bisogno della classe operaia di prendere in mano la situazione e creare la possibilità di discutere e prendere le proprie decisioni.
È stato redatto un ordine del giorno e si è convenuto che era necessario iniziare con una discussione sulla situazione globale che la classe operaia deve affrontare. A questo proposito, la CCI ha sottolineato la spirale di guerra e distruzione ecologica che si sta diffondendo su tutta la superficie del pianeta, la necessità di considerare tutte le guerre in corso come parte di questo processo, la necessità di chiarire che le guerre in Medio Oriente sono della stessa natura della guerra in Ucraina. Dopo aver detto la sera prima che uno dei gruppi invitati alla settimana, il Gruppo Comunista Anarchico (ACG), era caduto nella trappola di sostenere il boicottaggio anti-israeliano, abbiamo sottolineato il fiasco della protesta del lunedì per illustrare il pericolo di questo tipo di attivismo sconsiderato Abbiamo anche ribadito che il vero movimento contro la guerra è difficile che nasca dai proletari di Israele, Gaza o Ucraina, che hanno subito una grave sconfitta, ma piuttosto dai lavoratori dei paesi centrali del capitalismo che hanno già dimostrato il loro rifiuto di pagare gli effetti indiretti della guerra (inflazione, ecc.). Inoltre che la capacità della classe operaia di comprendere il legame tra gli attacchi alle sue condizioni di vita e la dinamica della guerra avrebbe richiesto tempo per svilupparsi e che non potrà essere accelerata dall’azione sostituzionista di piccoli gruppi.
In questo dibattito, e in quello successivo, si è riscontrata una convergenza tra gli interventi della CCI e della TCI, le cui delegazioni si sono incontrate più di una volta per confrontarsi sull'evoluzione della discussione[4]. Il fatto che le delegazioni di entrambi i gruppi stavano chiaramente avendo un ruolo costruttivo nelle discussioni e nell'organizzazione degli incontri (compreso il fatto che un membro della TCI aveva accettato di partecipare al comitato organizzatore non ufficiale), mostrava che non c'era alcun segno di ostilità tra i partecipanti a questi incontri nei confronti dei gruppi della Sinistra Comunista, che invece era stata apertamente mostrata dal comitato organizzativo ufficiale.
Ciò non significa affatto che l’assemblea abbia adottato le posizioni della Sinistra Comunista. Nonostante l’accordo iniziale sulla necessità di comprendere il quadro generale prima di iniziare una discussione su “cosa fare”, gli sforzi a seguire questo percorso sono stati costantemente ostacolati da speculazioni sulle possibili azioni che avremmo potuto intraprendere il giorno successivo per bloccare la strada alla guerra (reti di controinformazione, aiuti ai disertori, ecc.). La questione della lotta di classe come unica alternativa alla guerra e alla distruzione è stata lasciata in sospeso da queste speculazioni. Né è stato possibile sviluppare la discussione attorno a un punto chiave dell’agenda: cosa significa “disfattismo rivoluzionario” in questo periodo. La CCI ha serie critiche rispetto a questo slogan[5], ma avremo modo di sollevarle in altre occasioni.
Poi si è verificata un’ulteriore turbativa. Venerdì sera un gruppo di persone, affermando di non essere il comitato organizzatore ufficiale ma solo dei suoi portavoce, è arrivato alla riunione annunciando di aver trovato una nuova sede per il "Congresso" di sabato e domenica. Sfortunatamente, però, tale sede non sarebbe stata abbastanza grande e avrebbe potuto ospitare solo 25 o 30 persone, anche se la riunione del venerdì ne aveva già attirate il doppio. Ciò significava senza dubbio escludere i non invitati (in particolare i gruppi della Sinistra Comunista o "bolscevichi" che, secondo un'argomentazione, presumibilmente proveniente dal comitato organizzatore ufficiale, avevano preso il sopravvento sull'assemblea auto-organizzata)[6]. Nessuno dei partecipanti all'incontro del venerdì si è espresso a favore di tale esclusione, mentre è stata manifestata una notevole sfiducia nei confronti del comitato organizzatore ufficiale che continuava a rifiutarsi di mostrarsi apertamente. In una dichiarazione sul sito ufficiale questo ha poi affermato che si trattava di una normale procedura di sicurezza, ma questo non ha convinto i compagni la cui sicurezza era già stata messa a repentaglio dai piani sconsiderati del comitato durante la settimana.
Il risultato di tutto ciò è stato un'ulteriore divisione. Sabato, alcune delle persone che hanno partecipato alle discussioni del venerdì hanno scelto di andare nella nuova sede “ufficiale”, ma la maggior parte degli “auto-organizzatori” ha deciso di rimanere insieme e incontrarsi di nuovo il giorno successivo. Ciò ha richiesto la ricerca di una nuova sede, e quella che è stata trovata non era adatta come quella utilizzata il venerdì. Ad oggi, abbiamo poche informazioni su ciò che è accaduto nella nuova sede ufficiale, anche se la Rete Comunista Anarchica (Anarchist Communist Network) ha scritto un articolo [455]sulla settimana di azione nella sua interezza con alcune informazioni sulle discussioni che ci sono state[7].
Per quanto riguarda la posizione del comitato ufficiale in materia di sicurezza, va detto che Tridni Valka rivendica una certa continuità con il Groupe Communiste Internationaliste, anche se in passato ci sono stati disaccordi non esplicitati tra di loro, e il GCI come tale non esiste più. Ma il GCI era un gruppo che aveva una traiettoria molto pericolosa e distruttiva, soprattutto un flirt con il terrorismo che rappresentava un serio pericolo per l'intero movimento rivoluzionario[8]. Ciò ha comportato un approccio di tipo clandestino che Tridni Valka sembra aver adottato e che ha certamente contribuito alla disorganizzazione della settimana e alla sfiducia che molti dei partecipanti hanno sviluppato nei loro confronti.
Quali sono i possibili sbocchi?
Di fronte a questa serie di divisioni e scompigli, tra i partecipanti all'"assemblea auto-organizzata" si è diffusa la sensazione che fosse necessario trarre qualche risultato dagli eventi della settimana, se non altro la possibilità di continuare la discussione e riprendere le molte domande che non avevano trovato risposta. Così, la domenica 26 è stata organizzata una riunione finale in un parco per decidere i prossimi passi. La stanchezza e la divisione hanno ridotto il numero dei partecipanti a questo incontro, anche se comunque vi hanno partecipato diversi tra gli elementi che erano stati fino a quel momento tra i più costruttivi nelle discussioni. È stato istituito un gruppo di contatto telefonico, anche se questo non può essere un volano per sviluppare vere discussioni, quindi si è deciso di creare un sito web su cui tutti gli elementi che hanno partecipato potessero pubblicare i loro contributi (compresi quelli che hanno partecipato al congresso “ufficiale” del fine settimana). I compagni vicini a Programma hanno anche proposto un breve “impegno per la guerra di classe”, una dichiarazione molto generica di opposizione alle guerre imperialiste. La maggioranza dei presenti ha votato a favore di questa proposta[9]. La delegazione della CCI ha dichiarato di non poterla firmare, in parte perché conteneva formulazioni e slogan che non condividiamo, ma soprattutto perché non ci sembrava che le discussioni durante gli incontri avessero raggiunto un livello di omogeneità sufficiente per rilasciare una dichiarazione congiunta. Invece ci siamo dichiarati favorevoli alla pubblicazione di un resoconto di quanto accaduto durante la settimana, nonché di riportare impressioni e riflessioni di diversi gruppi e individui. Inoltre, il sito avrebbe potuto raccogliere e pubblicare informazioni sulle guerre in corso che sarebbero state difficilmente reperibili altrove. Vedremo se questo progetto si realizzerà.
Nonostante tutte le sue debolezze e le sue carenze, è stato importante aver preso parte a questo evento. Il “movimento reale” contro la guerra si esprime anche attraverso minoranze in cerca di chiarezza e, anche se siamo contrari alla formazione di alleanze o fronti prematuri con gruppi che portano ancora in sé la confusione dell'attivismo o del gauchismo, è assolutamente vitale che i gruppi della Sinistra Comunista siano presenti a tali raduni, mantenendo la loro indipendenza politica e utilizzando la lotta storica del movimento operaio e l’indispensabile lucidità del metodo marxista per spingere al chiarimento.
Amos, giugno2024
[1] Un elenco completo dei gruppi invitati è disponibile sul sito: https://actionweek.noblogs.org/ [456]
[2] “Interview with the organising committee of the Action Week”, nella rivista Transmitter
[3] Secondo il comitato organizzatore ufficiale, la marcia è stata annullata perché il comitato aveva bisogno di tempo per trovare una nuova location per il fine settimana. Ma questa spiegazione ignora le vere ragioni del rifiuto di partecipare a questa marcia, basato su argomentazioni politiche e di sicurezza
[4] Date le posizioni e le tradizioni internazionaliste condivise dai gruppi della Sinistra comunista, la CCI ha proposto per decenni appelli scritti comuni con questi gruppi contro la guerra imperialista, compresi quelli sulla guerra in Ucraina e a Gaza. Purtroppo, finora la TCI non ha mai accettato di fare dichiarazioni comuni che rafforzassero la difesa del principio di classe fondamentale contro la guerra imperialista. Prima della Settimana d'azione, abbiamo scritto alla TCI per proporre che i nostri due gruppi collaborassero il più possibile durante l'evento.
[5] Vedi il nostro opuscolo Nation or Class? - Introduction [457], disponibile sul nostro sito anche in altre lingue
[6] L’idea iniziale del Congresso era che il sabato sarebbe stato un evento pubblico, ma la domenica sarebbe stato limitato ai soli gruppi invitati.
[8] How the Groupe Communiste Internationaliste spits on proletarian internationalism [458], anche in altre lingue su ICC Online
[9] La delegazione della TCI non era presente a questo incontro, ma la sera prima ci aveva detto che non avrebbe firmato il documento.
Il capitalismo, il modo di produzione che regna su tutti i paesi del pianeta, sta morendo. In declino storico da più di un secolo, la sua decomposizione ha subito un'accelerazione costante negli ultimi tre decenni, e più in particolare dall'inizio degli anni 2020, quando le sue molteplici crisi (economica, militare, ecologica) si sono combinate per creare un vortice di morte che sta notevolmente aggravando la minaccia di distruzione dell'umanità.
La classe dominante del capitalismo, la borghesia, non ha soluzioni a questo scenario da incubo. Incapace di offrire una prospettiva per la società, è intrappolata nella logica disperata di una società in decomposizione: quella dell'ognuno per sé! Questa è diventata la regola dominante delle relazioni internazionali, che si esprime nella diffusione di guerre barbariche in tutto il pianeta. Ma è anche la tendenza dominante all'interno di ogni nazione: la classe dirigente è sempre più divisa in cricche e clan, ognuno dei quali antepone i propri interessi alle esigenze del capitale nazionale. Questo rende sempre più difficile per la borghesia comportarsi come una classe unita e mantenere il controllo generale del suo apparato politico. L'ascesa del populismo nell'ultimo decennio è il prodotto più evidente di questa tendenza: i partiti populisti incarnano l'irrazionalità e il “no future” del capitalismo, promulgando le più assurde teorie cospirative e una retorica sempre più violenta contro l'“establishment” politico. Le fazioni più “responsabili” della classe dominante sono preoccupate dall'ascesa del populismo perché il suo comportamento e le sue politiche sono in diretta contraddizione con ciò che resta del consenso tradizionale della politica borghese.
Per fare un esempio: la strategia imperialista. Uno dei motivi per cui c'è una tale opposizione, all'interno della stessa classe dirigente statunitense, al ritorno di Trump alla presidenza è che egli minerebbe l'orientamento principale della politica statunitense su questioni chiave come il rafforzamento della NATO e il sostegno all'Ucraina nella guerra contro la Russia, mentre darebbe carta bianca alle fazioni più aggressive della borghesia israeliana in Medio Oriente. Così come Trump, anche Le Pen, Farage e altri populisti in Europa sono notoriamente filo-russi nella loro visione internazionale, in contrasto con le attuali politiche dei più importanti Paesi occidentali. Con i democratici statunitensi alle prese con la decisione di sostituire o meno l'anziano Joe Biden in tempo per le elezioni di novembre, una “seconda elezione” di Donald Trump sembra sempre più probabile[1], aprendo la prospettiva di un'ulteriore accelerazione del caos nelle relazioni internazionali.
Più in generale, il populismo è il risultato di una crescente disillusione nei confronti della “classe politica”. Si nutre del malcontento suscitato dalla venalità e dalla corruzione dei politici al potere, dalla loro litania di promesse non mantenute e dal loro ruolo nel peggiorare il tenore di vita della maggioranza della popolazione. I populisti si fanno portavoce di una vera e propria ribellione del “popolo” contro le “élite” e chiedono demagogicamente un miglioramento del tenore di vita della popolazione “autoctona”, puntando il dito contro i capri espiatori ed escludendo gli immigrati.
Risultati elettorali nel Regno Unito e in Francia: un ostacolo all'ascesa populista?
I risultati elettorali in Gran Bretagna e Francia dimostrano che i settori “responsabili” della classe dirigente non sono pronti a lasciarsi sconfiggere e ammettere la sconfitta per mano dei populisti.
La borghesia britannica ha avuto a lungo la reputazione di essere la classe dirigente più esperta e intelligente del mondo, una reputazione che è sopravvissuta al declino della Gran Bretagna come potenza mondiale. Negli anni 1980, ad esempio, le politiche economiche della Thatcher e la divisione dei compiti tra la destra al potere e la sinistra all'opposizione sono state un esempio per tutto il blocco occidentale, in particolare per gli Stati Uniti. Ma negli ultimi anni il partito conservatore, nei suoi sforzi di “contenere” l'ascesa del populismo, ne è stato sempre più contagiato, non da ultimo a causa del disastro della Brexit e dell'incompetenza e delle spudorate bugie dei successivi primi ministri conservatori. In meno di cinque anni, i conservatori sono passati da una grande vittoria nelle elezioni del 2019 a un quasi annientamento nelle elezioni del 2024, segnate da una vittoria schiacciante dei laburisti e dalla più grande sconfitta elettorale nella storia dei conservatori. I conservatori hanno perso 251 seggi, tra cui alcuni ex ministri (come Grant Shapps e Jacob Rees-Mogg) e persino un ex Primo Ministro (Liz Truss). In molti collegi elettorali, i conservatori sono arrivati terzi, dietro ai liberaldemocratici e, soprattutto, dietro al populista Reform UK di Farage.
In uno dei suoi primi discorsi da Primo Ministro, Keir Starmer ha proclamato che il suo governo avrebbe lottato per “farvi credere di nuovo”. Pienamente consapevole del fatto che la classe politica è ampiamente considerata dal pubblico come cinica, il governo laburista sta vendendo l'immagine di un governo forte e stabile, in contrasto con il caos degli ultimi anni. Parla di “cambiamento”, ma è estremamente cauto nelle promesse che fa, e ancora più cauto quando si tratta di spendere per cercare di risolvere i problemi economici della Gran Bretagna. In politica estera, non ci sarà praticamente alcun cambiamento rispetto al governo precedente, che ha sostenuto le politiche degli Stati Uniti e della NATO verso l'Ucraina, il Medio Oriente e la Cina.
La capacità del partito laburista di presentarsi come il nuovo partito dell'ordine e del governo responsabile è espressione dell'intelligenza residua della classe dirigente britannica, della sua comprensione del totale fallimento della politica conservatrice di controllare il populismo iniettando molti temi populisti nel proprio corpo. In questo senso, ha aggiunto qualche pietra alla barriera eretta contro l'ondata populista. Ma anche nel Regno Unito questa barriera è molto fragile.
In primo luogo, la vittoria schiacciante dei laburisti si è basata su un'affluenza molto bassa: solo il 60% degli elettori ha votato, a dimostrazione del fatto che la sfiducia nel sistema politico rimane diffusa. In secondo luogo, i sondaggi hanno mostrato chiaramente che il voto dei laburisti non era motivato da un grande entusiasmo per il loro programma, ma soprattutto dal desiderio di sbarazzarsi dei Tories. Inoltre, cosa forse più importante, la sconfitta dei Tories è stata in parte dovuta a una massiccia defezione verso il partito Reform UK, stimolata dalla decisione di Farage di assumere la leadership del partito e di candidarsi alle elezioni. Sebbene Reform abbia ottenuto solo cinque seggi in Parlamento, ha ottenuto il 14,3% dei voti, collocandosi al terzo posto in termini di numero totale di voti espressi. Farage ha chiarito che non si aspettava di conquistare molti seggi e che la lotta contro i laburisti (e il centro) era appena iniziata.
Il sistema bipartitico del Regno Unito, con il principio del “first past the post” (scrutinio uninominale maggioritario), è stato a lungo considerato la pietra angolare della stabilità politica britannica, un metodo per evitare le turbolenze causate dalle coalizioni politiche che prevalgono in molti sistemi parlamentari basati sulla rappresentanza proporzionale. In questo caso, l'approccio britannico si è dimostrato un efficace baluardo contro la penetrazione in parlamento di piccoli partiti come il Reform Party. Ma il sistema bipartitico si basa anche sulla stabilità dei due partiti principali e le elezioni del 2024 hanno provocato un indebolimento storico del Partito Conservatore, uno shock da cui potrebbe non riprendersi.
Un altro fattore chiave che suggerisce che il governo laburista non rimarrà “forte e stabile” a lungo è l'atteggiamento del partito nei confronti della lotta di classe. Starmer, Angela Rayner (vice primo ministro) e altri possono enfatizzare le proprie origini operaie, ma si tratta più di una risposta alle pretese populiste di “parlare a nome della gente comune” che di un modo per presentare il Labour come un partito della classe operaia, per non parlare di un partito autenticamente “socialista”. Il Labour di Starmer è molto vicino al New Labour di Blair, che pretende di occupare il terreno del “centro-sinistra”, in opposizione agli “eccessi di sinistra” di Jeremy Corbyn, che gli sono costati caro nel 2019. Ma tra il 2019 e il 2024, la Gran Bretagna ha visto una significativa ripresa delle lotte di classe che sono servite da faro per la mobilitazione dei lavoratori in tutto il mondo. Queste lotte si sono attenuate, ma stanno ancora ribollendo. L'attuale governo laburista probabilmente non è ideologicamente attrezzato per rispondere a una nuova esplosione di lotte di classe e potrebbe perdere rapidamente credibilità, visto che dovrebbe rappresentare un progresso rispetto ai conservatori.
In Francia, come in Gran Bretagna, abbiamo assistito a una risposta piuttosto intelligente da parte dell'apparato politico borghese all'ascesa del populismo e al pericolo che il Rassemblement National (RN) di Le Pen ottenesse la maggioranza in Parlamento. Subito dopo la proclamazione delle elezioni parlamentari anticipate da parte di Macron, in risposta ai successi del RN alle elezioni europee, è stato creato il Nuovo Fronte Popolare (NFP). Esso riuniva tutte le principali forze di sinistra: i partiti socialista e comunista, La France insoumise, i Verdi e alcuni gruppi trotzkisti. Dopo la vittoria del RN al primo turno delle elezioni legislative, il NFP ha concluso un accordo con il partito centrista di Macron, Renaissance, in modo che i candidati di questi due partiti non si opponessero al secondo turno, per limitare la perdita di terreno a favore del RN. La manovra ha funzionato: RN non è riuscita ad ottenere la maggioranza all'Assemblea Nazionale.
Questo significa che la scommessa di Macron di indire elezioni anticipate ha dato i suoi frutti? In realtà, ha creato una situazione estremamente incerta all'interno dell'apparato politico borghese francese. Sebbene la sinistra e il centro siano riusciti a trovare un accordo per contrastare il Rassemblement National, Macron dovrà affrontare un parlamento diviso, composto da tre gruppi principali, a loro volta divisi in diversi sottogruppi. Questa situazione renderà probabilmente il suo compito molto più difficile di prima. A differenza della Gran Bretagna, la Francia non ha un forte partito di centro-sinistra, poiché il Partito Socialista è stato totalmente screditato dagli anni in cui è stato al potere, durante i quali ha intensificato gli attacchi alla classe operaia. Il Partito Comunista Francese è l'ombra di se stesso. La forza più dinamica del Nuovo Fronte Popolare è La France insoumise (LFI), che si dichiara operaia e socialista, e che vanta i suoi legami con i lavoratori che lottano contro le politiche neoliberiste di Macron (ad esempio, chiede la cancellazione della riforma pensionistica a 64 anni, una delle principali preoccupazioni durante i recenti scioperi e manifestazioni in Francia, e chiede il ripristino dell'età pensionabile a 60 anni). LFI è anche molto critico nei confronti della NATO e della guerra in Medio Oriente, il che non lo rende un sostenitore affidabile della politica estera di Macron. Tutto ciò ci porta a concludere che la “diga” francese contro il populismo e il caos politico è forse ancora più fragile di quella britannica.
In una certa misura, l'incertezza in cui versa l'apparato politico francese riflette una debolezza più storica della borghesia francese, che non ha goduto della stessa stabilità politica della sua controparte britannica ed è stata tormentata da tensioni tra interessi particolari acquisiti per molto più tempo. Una delle ragioni per cui il Partito Socialista ha perso le sue credenziali di partito della classe operaia è stata la sua prematura ascesa al potere negli anni '80, quando è stato costretto a sferrare feroci attacchi alla classe operaia, piuttosto che rimanere all'opposizione come il Labour nel Regno Unito. Questa incapacità di conformarsi a una strategia internazionale della classe dominante era un'indicazione dell'incoerenza storica della classe dominante francese e del suo apparato politico.
La sinistra del capitale contro la classe operaia
In Francia, la “sconfitta” del RN ha suscitato più entusiasmo nelle strade del “trionfo” del Labour nel Regno Unito. L'esclusione del RN dal governo ha impedito l'attuazione di alcune delle sue politiche più apertamente repressive e razziste contro gli immigrati e i musulmani, il che è stato indubbiamente percepito come un sollievo da molte persone, in particolare da quelle provenienti da un contesto di immigrazione. Ma questo entusiasmo comporta dei pericoli reali, non ultimo l'idea che la sinistra sia davvero dalla parte dei lavoratori e che il capitalismo sia rappresentato solo dall'estrema destra o dal neoliberismo di Macron.
Il fatto stesso che i partiti di sinistra abbiano giocato un ruolo così cruciale nello sforzo di bloccare il Rassemblement è una prova della natura borghese della sinistra. Il populismo è certamente un nemico della classe operaia, ma non è l'unico, e unire le forze con altri partiti per stabilizzare l'apparato politico esistente è un'azione al servizio del capitalismo e del suo Stato. Inoltre, poiché questa azione è condotta in nome della difesa della democrazia contro il fascismo, è un mezzo per rafforzare l'ideologia fraudolenta della democrazia. Non dimentichiamo il ruolo che la sinistra ha svolto in passato nel salvare il capitalismo nel momento del bisogno: dalla Prima guerra mondiale, quando gli opportunisti della socialdemocrazia anteposero gli interessi della nazione a quelli della classe operaia internazionale e contribuirono a reclutare lavoratori per i fronti di guerra; alla Rivoluzione tedesca del 1918, quando il governo socialdemocratico agì come “segugio” della controrivoluzione, utilizzando il proto-fascista Corpo dei Franchi per schiacciare i lavoratori insorti; e, soprattutto, quando i fronti popolari “originali” degli anni Trenta hanno contribuito a preparare la classe operaia al massacro della Seconda guerra mondiale, proprio per difendere la democrazia dal fascismo.
La classe operaia non deve illudersi che coloro che partecipano alla macchina politica borghese, siano essi di destra o di sinistra, siano lì per proteggere i lavoratori dagli attacchi al loro tenore di vita. Al contrario, l'unica opzione per un governo borghese e per i partiti che lo compongono, di fronte a un sistema capitalistico al collasso, è quella di chiedere sacrifici alla classe operaia in nome della difesa dell'economia nazionale e dei suoi interessi imperialisti, fino a sacrificarsi sull'altare della guerra. Il governo del New Labour di Blair in Gran Bretagna e quello del Partito Socialista di Mitterrand in Francia lo hanno già ampiamente dimostrato[2].
La difesa degli interessi dei lavoratori non può essere ottenuta attraverso le urne o la fiducia nei partiti della classe nemica. Può solo basarsi sulle lotte indipendenti e collettive dei lavoratori come classe contro tutti gli attacchi alle nostre condizioni di vita e di lavoro, e alle nostre stesse vite, sia che questi attacchi provengano dall'ala destra o dall'ala sinistra della classe dominante.
Amos, 12 luglio 2024
[1] Al momento in cui scriviamo, l'ex Presidente Trump è stato vittima di un attentato. Uno dei suoi sostenitori ha perso la vita. Trump ha subito una ferita all'orecchio, ma non sembra essere in pericolo di vita. Naturalmente, i tentativi di assassinio non sono una novità e gli Stati Uniti hanno avuto la loro parte di omicidi politici. Ma questo attentato, che segue molti altri (Bolsonaro in Brasile, Shinzo Abe in Giappone, ecc.), illustra l'aggravarsi delle tensioni all'interno della borghesia americana e la realtà di una crescente instabilità politica.
[2] Si veda sul nostro sito in inglese: “L'eredità di Blair: un fidato servitore del capitalismo [459]”, World Revolution n. 304 (maggio 2007).
Nella prima parte di questo articolo abbiamo sottolineato le ragioni per cui il proletariato è la classe rivoluzionaria all'interno della società capitalista. Abbiamo visto anche perché è l'unica forza capace, attraverso la realizzazione di una nuova società libera dallo sfruttamento e capace di soddisfare pienamente i bisogni umani, di risolvere le contraddizioni insolubili che minano il mondo attuale. Questa capacità del proletariato, messa in luce fin dal secolo scorso, in particolare dalla teoria marxista, non deriva dal semplice grado di miseria e di oppressione di cui soffre quotidianamente. Ed essa ancor meno si fonda, come affermano certi ideologi della borghesia, su una qualche “ispirazione divina” che faccia del proletariato il “messia dei tempi moderni”. Ma si basa su condizioni molto concrete e materiali: il posto specifico occupato da questa classe all’interno dei rapporti di produzione capitalisti, il suo stato di produttore collettivo della maggior parte della ricchezza sociale e di classe sfruttata attraverso questi stessi rapporti di produzione. Questo posto all’interno del capitalismo non gli permette, a differenza delle altre classi e strati sfruttati che rimangono nella società (come i piccoli contadini, per esempio), di aspirare ad un ritorno al passato. Al contrario, lo costringe a guardare al futuro, all’abolizione del lavoro salariato e alla costruzione della società comunista.
Tutti questi elementi non sono nuovi, fanno parte dell'eredità classica del marxismo. Tuttavia, uno dei mezzi più perfidi con cui l’ideologia borghese cerca di distrarre il proletariato dal suo progetto comunista è convincerlo che o stia per scomparire, o che addirittura sia già scomparso. La prospettiva rivoluzionaria avrebbe potuto avere senso fino a quando i lavoratori dell’industria costituivano la stragrande maggioranza dei salariati, ma con l’attuale riduzione di questa categoria, tale prospettiva si estingue da sola. Dobbiamo anche riconoscere che questo tipo di discorso non ha un impatto solo sui lavoratori meno coscienti, ma anche su alcuni gruppi che invocano il comunismo. Questo è un motivo in più per combattere fermamente queste chiacchiere.
La pretesa “scomparsa” della classe operaia
Le “teorie” borghesi sulla “scomparsa del proletariato” hanno già una lunga storia. Per diversi decenni si sono basate sul fatto che il tenore di vita degli operai stava conoscendo un certo miglioramento. La possibilità per questi ultimi di acquistare beni di consumo che, in precedenza, erano riservati alla borghesia o alla piccola borghesia, dimostrerebbe la scomparsa della loro condizione di salariati. Ma già da allora queste “teorie” non reggevano: quando l’automobile, il televisore o il frigorifero diventarono, grazie all’aumento della produttività del lavoro umano, merci relativamente a buon mercato, quando, inoltre, questi oggetti diventarono indispensabili a causa dell'evoluzione dell'ambiente di vita quale era quello dei lavoratori[1], il fatto di possederli non significava per niente che ci si era liberati dalla condizione lavorativa e nemmeno che si era meno sfruttati. In realtà, il grado di sfruttamento della classe operaia non è mai stato determinato dalla quantità o dalla natura dei beni di consumo a sua disposizione in un dato momento. Già da tempo Marx ed il marxismo avevano dato una risposta a tale questione: la capacità di consumo dei salariati corrisponde al prezzo della loro forza lavoro, e cioè alla quantità di beni necessari alla sua riproduzione in quanto classe da sfruttare. Ciò a cui mira il capitalista, pagando un salario al lavoratore, è garantire che quest'ultimo continui a partecipare al processo produttivo nelle migliori condizioni di redditività per il capitale. Ciò presuppone che il lavoratore non solo possa nutrirsi, vestirsi e alloggiare, ma anche riposarsi e acquisire competenze necessarie per adoperare i mezzi di produzione in continua evoluzione.
Ecco perché l’introduzione delle ferie retribuite e l’aumento della loro durata, che abbiamo osservato nel corso del XX secolo nei paesi sviluppati, non corrispondono in alcun modo ad una sorta di “filantropia” della borghesia. Essi sono resi necessari dall'enorme aumento della produttività del lavoro, e quindi dei suoi ritmi, nonché della dinamicità dell'insieme della vita urbana che caratterizza questo stesso periodo. Allo stesso modo, ciò che ci viene presentato come un’altra manifestazione di buona volontà da parte della classe dominante, la (relativa) scomparsa del lavoro minorile e l’estensione della scolarizzazione, deriva essenzialmente (prima che quest’ultima diventasse uno strumento per mascherare la disoccupazione) dalla necessità del capitale di avere una forza lavoro adattata alle esigenze della produzione, la cui tecnicità continua a crescere. Inoltre, per l’“aumento” dei salari tanto decantato dalla borghesia, soprattutto a partire dalla seconda guerra mondiale, bisogna tenere conto del fatto che i lavoratori devono mantenere i propri figli per un periodo di tempo molto più lungo che in passato. Quando i bambini andavano a lavorare all’età di 12 anni o prima, apportavano un reddito aggiuntivo alla famiglia operaia per più di dieci anni, prima di iniziare una nuova famiglia. Con l’aumento della scolarità a 18 anni, tale sostegno sostanzialmente scompare. In altre parole, gli “aumenti” salariali sono anche, e in larga misura, uno dei mezzi con cui il capitalismo prepara la futura generazione di forza lavoro alle nuove condizioni della tecnologia.
In realtà, anche se, per un certo periodo, il capitalismo nei paesi più sviluppati è riuscito a dare l'illusione di una riduzione del livello di sfruttamento dei propri salariati, si trattava solo di apparenza. Infatti, il tasso di sfruttamento, cioè il rapporto tra il plusvalore prodotto dal lavoratore e il salario da lui percepito[2], è continuato ad aumentare. Ecco perché Marx parlava già di un impoverimento “relativo” della classe operaia come di una tendenza permanente all’interno del capitalismo. Durante quelli che la borghesia chiamava “i trent’anni gloriosi” (gli anni di relativa prosperità del capitalismo corrispondenti alla ricostruzione del secondo dopoguerra), lo sfruttamento dei lavoratori aumentò continuamente, anche se ciò non si tradusse in un calo nel loro tenore di vita. Detto questo, oggi non possiamo più parlare di impoverimento relativo. I “miglioramenti” dei redditi dei lavoratori non hanno più importanza di questi tempi perché l’impoverimento assoluto, di cui i paladini dell’economia borghese avevano annunciato la definitiva scomparsa, è tornato in vigore nei paesi più “ricchi”. Dal momento che la politica di tutti i settori nazionali della borghesia, di fronte alla crisi, è quella di assestare colpi brutali al tenore di vita assoluto dei proletari, attraverso la disoccupazione, la drastica riduzione delle prestazioni “sociali” e perfino la riduzione dei salariali nominali, le chiacchiere sulla “società dei consumi” e sull’ “imborghesimento” della classe operaia si sono estinte da sole. Ecco perché ora il discorso sull'"estinzione del proletariato" ha cambiato argomentazione e si concentra sempre più sulle modificazioni che interessano le diverse parti della classe operaia e in particolare sulla riduzione della forza lavoro industriale, dei lavoratori “manuali” sulla massa totale dei lavoratori salariati.
Tali discorsi si basano su una grossolana falsificazione del marxismo, che non ha mai identificato il proletariato con quello solo industriale o “manuale” (le “tute blu”). È vero che, ai tempi di Marx, i più grandi battaglioni della classe operaia erano costituiti dai cosiddetti lavoratori “manuali”. Ma nel corso dei tempi sono esistiti all’interno del proletariato settori che richiedevano tecnologie sofisticate o conoscenze intellettuali significative. Ad esempio, alcuni mestieri tradizionali, come quelli praticati da “compagnie artigianali”, richiedevano un lungo apprendistato. Allo stesso modo, professioni come quella del correttore di bozze tipografico richiedevano studi significativi, assimilando chi li praticava a “lavoratori intellettuali”. Ciò non ha impedito a questo settore del proletariato di trovarsi spesso in prima linea nelle lotte operaie. In effetti, l’opposizione tra “tute blu” e “colletti bianchi” corrisponde a una divisione sostenuta dai sociologi e dai loro padroni borghesi e che è intesa a dividere i ranghi proletari. Anche questa opposizione non è nuova, poiché la classe dominante aveva già da tempo compreso l’importanza di far credere a molti salariati di non appartenere alla classe operaia. In realtà, l'appartenenza alla classe operaia non nasce da criteri sociologici, e ancor meno da quelli ideologici: dall'idea che un determinato proletario, o anche un'intera categoria di salariati, ha della propria condizione. A determinare tale appartenenza sono fondamentalmente i criteri economici.
I criteri di appartenenza alla Classe Operaia
Fondamentalmente il proletariato è la classe sfruttata specifica dei rapporti di produzione capitalistici. Intanto, come abbiamo visto nella prima parte di questo articolo, ne derivano i seguenti criteri: "In generale ... il fatto di essere privati dei mezzi di produzioni e di essere costretti , per vivere, a vendere la propria forza lavoro a chi li detiene e che possono approfittare di questo scambio per acquisire del plusvalore, determina l’appartenenza alla classe operaia”. Tuttavia, di fronte a tutte le falsificazioni che, in modo interessato, sono stati introdotti su questa questione, è necessario precisare meglio tali criteri.
Innanzitutto vorrei sottolineare che, se serve un salario per appartenere alla classe operaia, questo non basta: altrimenti, poliziotti, preti, certi amministratori delegati di grandi aziende (in particolare quelle pubbliche) ed anche i ministri sarebbero degli sfruttati e, potenzialmente, dei compagni di lotta di quelli che loro reprimono, abbrutiscono, intimoriscono, o che hanno un reddito dieci, cento volte minore[3]. Per tale motivo è fondamentale sottolineare che una delle caratteristiche del proletariato è produrre plusvalore. Ciò significa due cose: il reddito di un proletariato non può superare un certo livello[4] se ciò accadesse si tratterebbe di plusvalore estorto agli altri lavoratori; il proletario è un vero produttore di plusvalore e non un agente salariato del capitale la cui funzione è quella di garantire che tra questi produttori regni l’ordine capitalistico.
Pertanto, tra l’organico di un’impresa, alcuni dirigenti tecnici (compresi ingegneri progettisti), il cui salario non si discosta molto da quello di un operaio qualificato, appartengono alla stessa classe operaia, mentre quelli il cui reddito è più simile a quello del padrone che a quello dell’operaio qualificato, i “capi” (anche se non hanno alcun ruolo di supervisione della forza lavoro) non ne fanno parte. Allo stesso modo, in questa azienda, questo o quel "piccolo capo" o "agente di sicurezza", il cui salario può essere anche inferiore a quello di un tecnico o di uno stesso operaio qualificato, ma il cui ruolo è quello di un "kapo" del campo di concentramento industriale, non possono essere considerati appartenenti al proletariato.
D’altra parte, l’appartenenza alla classe operaia non implica la partecipazione diretta e immediata alla produzione di plusvalore. L’insegnante che educa il futuro produttore, l’infermiera – o anche il medico salariato (il cui reddito è ormai inferiore a quello di un operaio qualificato) – che “ripara” la forza lavoro degli operai (anche se, allo stesso tempo, tratta anche poliziotti, preti o funzionari sindacali, perfino ministri) appartengono innegabilmente alla classe operaia allo stesso modo di un cuoco in una mensa aziendale. Ovviamente questo non significa che sia così per il barone universitario o per l'infermiere diventato lavoratore autonomo. È necessario, tuttavia, precisare che il fatto che i membri del corpo docente, compresi gli insegnanti (la cui situazione economica in generale non è affatto rosea), siano consciamente o inconsciamente, volontariamente o meno, veicoli di valori ideologici borghesi, non li esclude dalla classe sfruttata e rivoluzionaria, non più dei metalmeccanici che producono armi[5]. Inoltre, possiamo vedere che, nel corso della storia del movimento operaio, gli insegnanti (in particolare quelli delle scuole primarie) hanno fornito un numero significativo di militanti rivoluzionari. Allo stesso modo, gli operai degli arsenali di Kronstadt facevano parte dell’avanguardia della classe operaia durante la rivoluzione russa del 1917.
Va inoltre riaffermato che anche la stragrande maggioranza dei cosiddetti impiegati appartiene alla classe operaia. Se prendiamo il caso di un'amministrazione come quella postale, nessuno oserebbe sostenere che i meccanici che fanno la manutenzione dei furgoni postali e quelli che li guidano, così come quelli che trasbordano i sacchi della posta, non appartengono al proletariato. Non risulta quindi difficile capire che i loro compagni che distribuiscono le lettere o che lavorano dietro gli sportelli per spedire pacchi o pagare vaglia si ritrovano nella stessa situazione. Per questo motivo appartengono alla classe operaia anche gli impiegati di banca, gli agenti delle compagnie di assicurazione, i funzionari minori della previdenza sociale o delle imposte, il cui stato è del tutto equivalente a quello dei precedenti, essi appartengono ugualmente alla classe operaia. E non si può nemmeno sostenere che questi ultimi avrebbero condizioni di lavoro migliori di quelle degli operai dell’industria, dell’installatore o del fresatore, per esempio. Lavorare tutto il giorno dietro un bancone o davanti allo schermo di un computer non è meno faticoso che manovrare una macchina utensile, anche se non ci si sporca le mani. Inoltre, ciò che costituisce uno dei fattori oggettivi della capacità del proletariato, sia di condurre la sua lotta di classe sia di rovesciare il capitalismo, cioè il carattere associativo del suo lavoro, non viene affatto messo in discussione dalle moderne condizioni di produzione. Al contrario, esso non cessa di accentuarsi.
Allo stesso modo, con l'aumento del livello tecnologico della produzione, quest'ultima richiede il ricorso a un numero crescente di quelli che la sociologia e la statistica chiamano "quadri" (tecnici o anche ingegneri), la maggior parte dei quali, come notato sopra, vedono così il loro stato sociale, e anche il loro reddito avvicinarsi a quello dei lavoratori qualificati. In questo caso non si tratta di un fenomeno di scomparsa della classe operaia a scapito delle “classi medie”, ma piuttosto di un fenomeno di proletarizzazione di queste ultime[6]. Ecco perché i discorsi sulla “scomparsa del proletariato”, che deriverebbe dall’aumento del numero degli impiegati o di “quadri” in rapporto al numero dei lavoratori “manuali” nell’industria, non ha altro fondamento se non il tentativo di mistificare o demoralizzare gli uni e gli altri. Che gli autori di questi discorsi possano crederci o non, non cambia nulla: servono effettivamente la borghesia pur essendo degli imbecilli incapaci di chiedersi chi ha fabbricato la penna con cui scrivono le loro sciocchezze.
La pretesa “crisi” della classe operaia
Per demoralizzare gli operai, la borghesia non mette tutte le uova nello stesso paniere. Per questo, rivolgendosi a coloro che non sostengono le sue campagne sulla “scomparsa della classe operaia”, insiste sul fatto che quest’ultima è “in crisi”. E uno degli argomenti che si vuole decisivo per dimostrare questa crisi è la perdita di credibilità che i sindacati hanno subito negli ultimi due decenni. Nel contesto di questo articolo non torneremo alla nostra analisi che dimostra la natura borghese del sindacalismo in tutte le sue forme. In effetti, è l'esperienza quotidiana della classe operaia, il sabotaggio sistematico delle sue lotte da parte delle organizzazioni che pretendono di "difenderla", che lo dimostrano[7]. Ed è proprio questa esperienza degli operai la principale responsabile del loro rifiuto dei sindacati. In questo senso, questo rifiuto non è una “prova” di una crisi della classe operaia, ma al contrario, e soprattutto, una manifestazione di una presa di coscienza al suo interno. Un esempio, tra migliaia, di questo fatto ci è dato dall’atteggiamento dei lavoratori nel corso di due grandi movimenti che interessarono lo stesso paese, la Francia, a tre decenni di distanza l’uno dall’altro. Alla fine degli scioperi del maggio-giugno 1936, mentre ci trovavamo nel pieno della controrivoluzione che seguì l’ondata rivoluzionaria mondiale del primo dopoguerra, i sindacati beneficiarono di un movimento di adesione senza precedenti. Al contrario, la fine dello sciopero generalizzato del maggio 1968, che segnò la ripresa storica delle lotte di classe e la fine di questo periodo di controrivoluzione, fu segnata da numerose dimissioni dai sindacati, da montagne di tessere strappate.
L'argomento della desindacalizzazione come prova delle difficoltà che il proletariato può incontrare è uno degli indicatori più sicuri dell'appartenenza al campo borghese di coloro che ne fanno uso. È esattamente lo stesso per la presunta natura “socialista” dei regimi stalinisti. La storia ha dimostrato, in particolare con la seconda guerra mondiale, la portata della devastazione provocata sulle coscienze dei lavoratori da questa menzogna promossa da tutti i settori della borghesia, destra, sinistra ed estrema sinistra (stalinisti e trotskisti). Negli ultimi anni abbiamo visto come il crollo dello stalinismo sia stato utilizzato come “prova” del fallimento definitivo di ogni prospettiva comunista. Il metodo con cui si utilizza la menzogna sulla “natura operaia dei sindacati” è in gran parte simile: inizialmente serve ad arruolare gli operai dietro lo Stato capitalista; in secondo luogo, si cerca di farne uno strumento per demoralizzarli e disorientarli. C’è, tuttavia, una differenza nell’impatto di queste due bugie: poiché non è stata il risultato delle lotte operaie, la bancarotta dei regimi stalinisti potrebbe essere usata efficacemente contro il proletariato; d'altro canto, il discredito dei sindacati deriva essenzialmente dalle stesse lotte operaie, il che limita molto il loro impatto come fattore di demoralizzazione. È per questo motivo, del resto, che la borghesia ha dato vita ad un sindacalismo “di base”, incaricato di prendere il posto del sindacalismo tradizionale. È anche per questo motivo che promuove ideologi, con visioni più “radicali”, incaricati di trasmettere lo stesso tipo di messaggio.
È così che abbiamo potuto vedere fiorire, e promosse sulla stampa[8], analisi come quelle di Alain Bihr, dottore in sociologia e autore, tra gli altri, di un libro intitolato: “Dall’assalto al cielo all'alternativa: la crisi del movimento operaio europeo”. Di per sé, le tesi di questo personaggio non sono di grande interesse. Tuttavia, il fatto che questo frequenta, da tempo, ambienti che si dichiarano della sinistra comunista, alcuni dei quali non hanno paura di prendere a loro conto (in modo “critico”, ovviamente) le sue “analisi”[9], ci incoraggia a prendere atto del pericolo che queste ultime rappresentano.
Il signor Bihr si presenta come un “vero” difensore degli interessi degli operai. Questo è il motivo per cui non sostiene che la classe operaia sia in procinto di scomparire. Al contrario, egli esordisce affermando che: "...le frontiere del proletariato si estendono oggi ben oltre il tradizionale 'mondo operaio’". Tuttavia per fare passare meglio il suo messaggio centrale: “Ora, nel corso di una quindicina d’anni di crisi, in Francia come nella maggior parte dei paesi occidentali, abbiamo assistito ad una crescente frammentazione del proletariato, che, mettendo in discussione la sua unità, ha teso a paralizzarlo come forza sociale”[10].
Così lo scopo principale del nostro autore è quello di dimostrare che il proletariato “è in crisi” e che la responsabile di questa situazione è la crisi del capitalismo stesso, causa alla quale bisogna ovviamente aggiungere le modifiche sociologiche che hanno interessato la composizione della classe operaia: “In effetti, le trasformazioni in atto del rapporto salariale, con i loro effetti globali di frammentazione e di "massificazione" del proletariato, […] tendono a dissolvere le due figure proletarie che gli hanno fornito i suoi grossi battaglioni durante l'epoca fordista: da un lato, quello dell’operaio professionale, che le trasformazioni in atto stanno profondamente ridisegnando, scompaiono le vecchie categorie di OP legate al fordismo, mentre compaiono nuove categorie di "professionali" in connessione con i nuovi processi di lavoro automatizzato; dall’altro, quella dell’operaio specializzato, punta di diamante dell’offensiva proletaria degli anni ’60 e ’70, gli OS si ritrovano progressivamente eliminati e sostituiti da lavoratori precari all’interno di questi stessi processi lavorativi automatizzati“[11]. Al di là del linguaggio pedante (che fa la gioia dei piccolo borghesi che si credono "marxisti"), Bihr fa emergere gli stessi cliché che generazioni di sociologi ci hanno già inflitto: l'automazione della produzione sarebbe responsabile dell’indebolimento del proletariato (poiché lui si vuole “marxista”, non dice “scomparsa”), ecc. E fa altrettanto pretendendo che la desindacalizzazione sarebbe un segno della “crisi della classe operaia” poiché: “Tutti gli studi condotti sull’evoluzione della disoccupazione e della precarietà mostrano che queste tendono a riattivare e rafforzare le vecchie divisioni e disuguaglianze all'interno del proletariato (...). Questa rottura in stati così eterogenei ha avuto effetti disastrosi sulle condizioni di organizzazione e di lotta. Ciò è dimostrato innanzitutto dal fallimento dei vari tentativi compiuti, in particolare dal movimento sindacale, di organizzare i precari e i disoccupati, ...;”[12]. Così, dietro le sue frasi più radicali, dietro il suo preteso "marxismo", Bihr ci presenta la stessa spazzatura adulterata che ci viene servita da tutti i settori della borghesia: i sindacati sarebbero ancora oggi "organizzazioni del movimento operaio"[13].
Questo è il tipo di “specialisti” da cui traggono ispirazione persone “specializzate” come GS e pubblicazioni come Perspective Internationaliste (PI), che accolgono con simpatia i suoi scritti. È vero che Bihr, che nonostante tutto è furbo, si preoccupa, per contrabbandare la sua merce, di fingere che il proletariato potrà superare, malgrado tutto, le sue attuali difficoltà riuscendo a “ricomporsi”. Ma il modo in cui lo dice tende piuttosto a convincere del contrario: “Le trasformazioni dei rapporti salariali pongono così una doppia sfida al movimento operaio: lo costringono contemporaneamente ad adattarsi a una nuova base sociale (a una nuova composizione "tecnica" e "politica" della classe) e di rendere la sintesi tra categorie tanto eterogenee a priori quanto quelle delle "nuove professionalità" e dei "precari", sintesi ben più diversa e difficile da realizzare di quella tra OS e OP nel corso della Periodo fordista”[14] “L'indebolimento pratico del proletariato e del sentimento di appartenenza di classe possono così aprire la strada alla ricomposizione di un'identità collettiva immaginaria su altre basi”[15].
Così, dopo tonnellate di argomentazioni, per lo più pretestuose, intese a convincere il lettore che tutto va male per la classe operaia, dopo aver "dimostrato" che le cause di questa "crisi" vanno ricercate nell'automazione del lavoro come così come nel crollo dell'economia capitalista e nell'aumento della disoccupazione, tutti fenomeni che non possono che peggiorare, si finisce per affermare, in modo lapidario e senza la minima argomentazione: "Andrà meglio... forse! Ma è una sfida molto difficile da affrontare”. Se dopo aver ingoiato le sciocchezze di Bihr continuiamo a pensare che esiste ancora un futuro per il proletariato e per la sua lotta di classe, è perché siamo dei beati e incrollabili ottimisti. Ben fatto, dottor Bihr: i suoi grandi bluff hanno catturato i sempliciotti che pubblicano PI e che si presentano come i veri difensori dei principi comunisti che la CCI avrebbe buttato dalla finestra.
È vero che la classe operaia ha incontrato negli ultimi anni un certo numero di difficoltà nello sviluppo delle sue lotte e della sua coscienza. Da parte nostra, e contrariamente ai rimproveri che ci fanno gli scettici di servizio (che si chiamano FECCI - che fa bene il suo ruolo di seminatore di confusione - ma anche Battaglia Comunista - che lo è meno, trattandosi di un'organizzazione del campo politico proletario), non abbiamo mai esitato a segnalare queste difficoltà. Ma allo stesso tempo, e questo è il minimo che possiamo aspettarci dai rivoluzionari, abbiamo evidenziato, sulla base di un'analisi dell'origine delle difficoltà incontrate dal proletariato, le condizioni che ne consentono il superamento. E quando esaminiamo un po’ seriamente l’evoluzione delle lotte operaie nell’ultimo decennio, è ovvio che il loro attuale indebolimento non può essere spiegato con la riduzione del numero degli operai “tradizionali”, “delle tute blu”. Pertanto, nella maggior parte dei paesi, i lavoratori delle poste e delle telecomunicazioni sono tra i più combattivi. Lo stesso vale per gli operatori sanitari. Nel 1987, in Italia, furono i lavoratori della scuola a condurre le lotte più importanti. E potremmo così moltiplicare gli esempi che dimostrano il fatto che non solo il proletariato non si limita alle sole “tute blu”, agli operai “tradizionali”, dell’industria, ma nemmeno la combattività operaia. Questo è il motivo per cui le nostre analisi non si sono concentrate su considerazioni sociologiche adatte ad accademici o piccolo-borghesi che necessitano di interpretare non il "malcontento" della classe operaia, ma la loro stessa debolezza.
Le reali difficoltà della classe operaia e le condizioni per superarle
Non possiamo ritornare, nell'ambito di questo articolo, a tutte le analisi della situazione internazionale che abbiamo fatto negli ultimi anni. Il lettore potrà ritrovarli praticamente in tutti i numeri della nostra Révue di questo periodo e in particolare nelle tesi e risoluzioni adottate dalla nostra organizzazione a partire dal 1989[16]. Le difficoltà che attraversa oggi il proletariato, il declino della sua combattività e della sua coscienza, difficoltà su cui alcuni si basano per diagnosticare una “crisi” della classe operaia, non sono sfuggite alla CCI. In particolare, abbiamo evidenziato che, nel corso degli anni Ottanta, essa si è confrontata con il peso crescente della decomposizione generalizzata della società capitalistica che, promuovendo la disperazione, l’atomizzazione, il “ciascuno per sé”, ha inferto colpi significativi alla prospettiva generale della lotta proletaria e alla solidarietà di classe, ciò che ha facilitato, in particolare, le manovre sindacali volte a racchiudere le lotte operaie nel corporativismo. Tuttavia, e ciò era una manifestazione della vitalità della lotta di classe, questo peso permanente di decomposizione non riuscì, fino al 1989, a superare l'ondata di lotte operaie iniziata nel 1983 con gli scioperi del settore pubblico in Belgio. Al contrario, durante questo periodo, abbiamo assistito ad un crescente traballamento dei sindacati che hanno dovuto, per l'opera di sabotaggio delle lotte, lasciare sempre più spesso il passo ad un sindacalismo “di base” più radicale.[17]
Quest’ondata di lotte proletarie verrà però inghiottita dagli sconvolgimenti planetari che si susseguiranno a partire dalla seconda metà del 1989. Mentre alcuni, in genere gli stessi che non avevano visto niente delle lotte operaie della metà degli anni ‘80, credevano che il crollo, nel 1989, dei regimi stalinisti in Europa (che costituisce, ad oggi, la più importante manifestazione della decomposizione del sistema capitalista) avrebbe favorito la presa di coscienza della classe operaia, noi senza attendere troppo abbiamo annunciato il contrario[18]. Successivamente, in particolare nel 1990-91, durante la crisi e la Guerra del Golfo, poi con il colpo di Stato a Mosca seguito dal crollo dell’URSS, abbiamo constatato che questi eventi avrebbero colpito anche la lotta di classe, la capacità del proletariato di far fronte ai crescenti attacchi che il capitalismo in crisi gli avrebbe inflitto.
Ecco perché le difficoltà incontrate dalla classe nell'ultimo periodo non sono sfuggite, né hanno sorpreso, la nostra organizzazione. Tuttavia, analizzando le loro reali cause (che hanno poco a che fare con una mitica esigenza di “ricomposizione della classe operaia”) abbiamo, allo stesso tempo, evidenziato le ragioni per cui la classe operaia oggi dispone dei mezzi per superare queste difficoltà.
A questo proposito è importante ritornare su uno degli argomenti del signor Bihr per sostenere l’idea di una crisi della classe operaia: la crisi e la disoccupazione hanno “frammentato il proletariato” “rafforzando vecchie divisioni e disuguaglianze” al suo interno. Per illustrare il suo proposito, e “aumentare la dose”, Bihr ci offre il catalogo di tutti questi “frammenti”: “i lavoratori stabili e garantiti”, “gli esclusi dal lavoro, anzi dal mercato del lavoro”, “la massa fluttuante dei precari”. E, in quest'ultimo, si diletta a distinguere sottocategorie: “lavoratori di aziende che lavorano in appalto e subappalto”, “lavoratori a tempo parziale”, “lavoratori interinali”, “stagisti” e “lavoratori del sommerso”[19]. Infatti, ciò che il dottor Bihr ci presenta come argomento non è altro che un'osservazione fotografica, che si adatta perfettamente alla sua visione riformista[20]. È vero che, inizialmente, la borghesia ha condotto i suoi attacchi contro la classe operaia in modo selettivo, per limitare la portata delle risposte di quest'ultima. È anche vero che la disoccupazione, e in particolare quella giovanile, ha costituito un fattore di ricatto su alcuni settori del proletariato e, quindi, di passività, accentuando l'azione deleteria del clima di decomposizione sociale e del "ciascuno per sé". Tuttavia, la stessa crisi, e il suo inesorabile peggioramento, equilibreranno sempre più la condizione dei diversi settori della classe operaia verso il basso. In particolare, i settori “d'avanguardia” (informatica, telecomunicazioni, ecc.), che sembravano sfuggire alla crisi, vengono ora colpiti duramente, gettando i loro lavoratori nella stessa situazione di quelli dell'industria siderurgica o automobilistica. E ora sono le aziende più grandi (come IBM) a licenziare in massa. Allo stesso tempo, contrariamente alla tendenza dell’ultimo decennio, la disoccupazione dei lavoratori maturi, che hanno già un’esperienza collettiva di lavoro e di lotta, aumenta oggi più rapidamente di quella dei giovani, il che tende a limitare il fattore di atomizzazione che aveva rappresentato in passato.
Così, anche se la decomposizione costituisce un ostacolo per lo sviluppo delle lotte e della coscienza di classe, il fallimento sempre più evidente e brutale dell’economia capitalista, con la inevitabile processione di attacchi alle condizioni di vita del proletariato, costituisce l’elemento determinante della situazione attuale per la ripresa delle lotte e il suo cammino verso la presa di coscienza. Ovviamente, non possiamo capirlo se pensiamo, come afferma l’ideologia riformista che rifiuta di considerare la minima prospettiva rivoluzionaria, che la crisi capitalista provoca una “crisi della classe operaia”. Ma, ancora una volta, sono stati gli avvenimenti stessi a sottolineare la validità del marxismo e l'inutilità delle farneticazioni dei sociologi. Le formidabili lotte del proletariato italiano nell’autunno del 1992, di fronte ad attacchi economici di inaudita violenza, hanno dimostrato, ancora una volta, che il proletariato non era morto, non era scomparso e non aveva rinunciato alla lotta, anche se, come era prevedibile, non aveva ancora finito di digerire i colpi ricevuti negli anni precedenti. E queste lotte non sono destinate a restare fuoco di paglia. Annunciano soltanto (come fecero le lotte operaie del maggio 1968, appena un quarto di secolo fa, in Francia) un rinnovamento generale della combattività operaia, una ripresa della marcia in avanti del proletariato verso la presa di coscienza delle condizioni e degli scopi della sua lotta storica per l’abolizione del capitalismo. Senza offesa per tutti coloro che si lamentano, sinceramente o ipocritamente, sulla “crisi della classe operaia” e la sua “necessaria ricomposizione”.
FM
Da Révue internationale 74, 2006
[1] L'auto è indispensabile per andare al lavoro o per fare la spesa quando i trasporti pubblici sono insufficienti e le distanze da percorrere diventano sempre più considerevoli. Non si può fare a meno del frigorifero quando l'unico modo per procurarsi il cibo a buon mercato è acquistarlo nei supermercati, cosa che non si può fare tutti i giorni. Per quanto riguarda la televisione, che è stata presentata come il simbolo dell'adesione alla "società dei consumi", oltre l'interesse che essa rappresenta come strumento di propaganda e di abbrutimento nelle mani della borghesia (come "oppio dei popoli", ha anche sostituito vantaggiosamente la religione), la troviamo oggi in molte case delle baraccopoli del Terzo Mondo, il che la dice lunga sulla svalutazione di un simile articolo.
[2] Marx chiamava tasso di plusvalore o tasso di sfruttamento il rapporto P1/V, dove PI rappresenta il plusvalore in valore lavoro (il numero di ore di lavoro di cui il capitalista si appropria). e capitale variabile, vale a dire il salario (il numero di ore durante le quali il lavoratore produce l'equivalente in valore di ciò che riceve). Si tratta di un indice che permette di determinare in termini economici oggettivi e non soggettivi la reale intensità dello sfruttamento.
[3] Ovviamente, questa affermazione va contro le menzogne pronunciate da tutti i cosiddetti “difensori della classe operaia”, come i socialdemocratici o gli stalinisti, che hanno una lunga esperienza sia della repressione e della mistificazione degli operai che degli uffici ministeriali. Quando un operaio “uscito dai ranghi” arriva alla carica di dirigente sindacale, di consigliere comunale, o addirittura di sindaco, deputato o ministro, non ha più nulla a che fare con la sua classe originaria.
[4] È ovviamente molto difficile (se non impossibile) determinare questo livello, che può variare nel tempo o da un paese all'altro. L’importante è sapere che, in ogni paese (o insieme di paesi simili dal punto di vista dello sviluppo economico e della produttività del lavoro), esiste una certa soglia che si colloca tra il salario dell’operaio qualificato è quello del quadro superiore.
[5] Per un’analisi più approfondita del lavoro produttivo e del lavoro improduttivo si può fare riferimento al nostro opuscolo “La decadenza del capitalismo” (pagine 78-84 nella versione francese).
[6] Va tuttavia notato che, allo stesso tempo, una certa percentuale di quadri vede aumentare il proprio reddito, il che porta alla loro integrazione nella classe dominante.
[7] Per un’analisi dettagliata della natura borghese dei sindacati, vedere il nostro opuscolo “Sindacati contro la classe operaia”.
[8] Ad esempio, Le Monde Diplomatique, mensile umanista francese, specializzato nella promozione del capitalismo “dal volto umano”, pubblica spesso articoli di Alain Bihr. Così, nella sua pubblicazione del marzo 1991, troviamo un testo di questo autore intitolato “Regressione dei diritti sociali, indebolimento dei sindacati, il proletariato in tutti i suoi splendori.”
[9] Così nel n°22 di Perspective Internationaliste, organo della "Frazione esterna (sic!) della CCI", si legge un contributo di GS (che, senza che il suo autore sia membro della FECCI, incontra, essenzialmente, il consenso di quest'ultima) intitolato “La necessaria ricomposizione del proletariato” e che cita ampiamente il libro più importante di Bihr per sostenere le sue affermazioni.
[10] Le Monde Diplomatique, marzo 1991.
[11] “Dall’assalto al cielo…”
[12] Le Monde Diplomatique, marzo 1991.
[13] Le Monde Diplomatique, marzo 1991.
[14] “Dall’assalto al cielo…”
[15] Le Monde Diplomatique, marzo 1991.
[16] Vedi Revue Internationale n° 60, 63, 67, 70 e questo numero
[17] Ovviamente, se si considera, come il dottor Bihr, che i sindacati sono organi della classe operaia e non della borghesia, il progresso ottenuto dalla lotta di classe diventa un regresso. È tuttavia curioso che persone, come i membri della FECCI, che riconoscono ufficialmente il carattere borghese dei sindacati, seguano questa valutazione.
[18] Vedere “Crescenti difficoltà per il proletariato” nella Revue Internationale n. 60.
[19] Le Monde Diplomatique, marzo 1991.
[20] Una delle frasi preferite di Alain Bihr è che "il riformismo è una cosa troppo seria per lasciarla ai riformisti". Se per caso pensasse di essere un rivoluzionario, vogliamo disilluderlo qui.
A pochi giorni dall'attentato a Donald Trump che è costato la vita a un suo sostenitore, è ancora troppo presto per determinare l’esatto movente dell’attentatore e le ragioni del fallimento del servizio di sicurezza dell’ex-Presidente. L’attacco, tuttavia, ha sconvolto la campagna elettorale consentendo al campo repubblicano di fare un altro passo verso la vittoria. Colpito all’orecchio, col volto insanguinato e il pugno alzato, quasi miracolato, la spavalda reazione di Trump, già favorito nei sondaggi, contrasta nettamente con i segni percepibili di rimbambimento del suo avversario democratico. In ogni caso, questo evento è una nuova manifestazione della crescente instabilità all’interno della borghesia americana.
Esacerbazione della violenza politica negli Stati Uniti
Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di omicidi politici che hanno attentato il livello più alto dello Stato ben quattro volte. Ma, dopo l’omicidio della deputata britannica Jo Cox nel bel mezzo della campagna per la Brexit nel 2016, dopo l’attentato che ha preso di mira Bolsonaro in Brasile nel 2018, dopo l’omicidio dell'ex primo ministro giapponese Shinzō Abe nel 2022, dopo il tentato omicidio del primo ministro slovacco Robert Fico nel maggio 2024 o l’aggressione al primo ministro danese Mette Frederiksen in piazza lo scorso giugno, questo nuovo attacco arriva in un contesto di violenza e di esacerbazioni delle tensioni politiche in tutto il mondo. Il terrore e il terrorismo stanno diventando comuni ovunque e stanno gradualmente lasciando il segno nelle relazioni politiche della borghesia: minacce, insulti, vera e propria xenofobia, violenza di gruppi di estrema destra, coinvolgimento di bande nelle campagne elettorali, regolamenti di conti tra cricche borghesi, colpi di mano... questo caos strisciante, che sino ad ora si aveva nei paesi più fragili dell’America Latina e dell’Africa, comincia, tutto sommato, a diventare la norma anche all’interno dei principali paesi del capitalismo.
Negli Stati Uniti, mentre il ruolo delle istituzioni “democratiche” è quello di garantire l’unità dello Stato, le loro crescenti difficoltà nel contenere e limitare la violenza dei rapporti tra fazioni borghesi rivali testimoniano un reale aumento delle tensioni. L’atmosfera di violenza è al suo apice. Trump stesso non ha cessato, dopo la sua partenza dalla Casa Bianca e il suo fallito tentativo di sedizione contro il Campidoglio, di gettare benzina sul fuoco, di mettere in discussione i risultati delle elezioni, di rifiutarsi di ammettere la sua sconfitta, di promettere di abbassare il suo braccio vendicatore sui “traditori", sui “bugiardi”, sui “corrotti”. Non ha mai smesso di rendere isterico il “dibattito pubblico”, di raccontare bugie su bugie, di scaldare al massimo i suoi sostenitori... L’ex presidente ha dimostrato di essere un anello fondamentale di una vera e propria catena di violenza che fuoriesce da ogni poro della società e che ha finito per rivoltarsi contro di lui.
Verso una sempre maggiore instabilità
Che un personaggio così irresponsabile e grottesco abbia potuto spazzare via tutto ciò che, anche se minimamente, poteva gestire efficacemente lo Stato borghese all’interno del Partito Repubblicano o che avesse potuto solo candidarsi alla presidenza senza incontrare gravi difficoltà, né politiche né legali (nonostante i numerosi tentativi dei suoi avversari), è di per sé un segno lampante dell’impotenza e della profonda instabilità in cui sta sprofondando l’apparato politico americano.
Ma se Trump è davvero il portavoce di tutta un’atmosfera di violenza sociale e politica, un fattore attivo di destabilizzazione, rappresenta solo l’espressione caricaturale della dinamica in cui sta sprofondando l’intera borghesia. Perché il campo democratico, anche se un po’ più preoccupato di rallentare questo processo, contribuisce altrettanto all’instabilità mondiale. Certo, dopo le politiche incoerenti e imprevedibili dell’amministrazione Trump, Biden si è dimostrato più efficace nel difendere gli interessi della borghesia americana, ma a che prezzo? Mentre le guerre in Afghanistan e in Iraq, che avevano lo scopo di fermare il declino della leadership americana come “il poliziotto del mondo”, avevano portato a un evidente fiasco, esacerbando il caos in Medio Oriente e in tutto il mondo, Biden ha spinto la Russia a intervenire in Ucraina ([1]).
Questo massacro su larga scala si sta impantanando settimana dopo settimana e sembra non avere fine. Con l’esplosione dell'inflazione e l’aggravarsi della crisi mondiale, con l’aumento delle tensioni imperialiste e il notevole allargamento dell’economia di guerra in tutti i continenti, il conflitto in Ucraina ha portato solo a una destabilizzazione sempre maggiore su scala ancora più ampia, anche negli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, Biden ha aggravato le tensioni con la Cina in tutto il Pacifico, aumentando il rischio di uno scontro diretto. La guerra a Gaza, che il presidente americano non è riuscito a controllare e contenere, ha anche notevolmente accentuato il declino della potenza americana, che prima o poi provocherà una reazione ancora più barbara da parte degli Stati Uniti. E ora l’inquilino della Casa Bianca cerca di aggrapparsi pietosamente al potere, mentre gran parte del suo campo lo spinge apertamente a ritirarsi! Ma con chi si dovrebbe sostituire Biden? I democratici sono divisi e screditati, a malapena in grado di mettersi d’accordo su un sostituto. Tutti sono già pronti a combattere l’uno contro l'altro. Persino la vicepresidente Harris, l’unica che può imporsi, è molto impopolare anche all’interno del suo stesso campo. Tra Trump, Biden, Harris... alla borghesia americana non restano che pessime opzioni, segno della sua grande fragilità. Un altro segno delle estreme tensioni tra il campo repubblicano e quello democratico, Trump non aveva ancora lasciato l’ospedale, è che mutualmente si accusavano a vicenda, con grande veemenza, di essere responsabili dell’attentato. Trump e Biden, consapevoli della situazione esplosiva, hanno poi momentaneamente cercato di placare questo clima incendiario in nome dell’unità nazionale... prima che si sviluppasse di nuovo un torrente di fake news e accuse infondate. Ma la divisione tra i partiti borghesi, le aspre lotte intestine, le continue mosse di poker, le rivalità egoistiche, gli accoltellamenti, le strategie della terra bruciata, tutto questo è ben lungi dall’essere prerogativa della sola borghesia americana. La campagna elettorale in America richiama naturalmente la situazione di molti Stati in Europa e altrove, di cui la Francia è l’ultimo fulgido esempio. Il capitalismo sta marcendo in piedi e questo ha conseguenze a tutti i livelli (imperialista, sociale, economico, ambientale...), trascinando gli apparati politici della borghesia in una logica di “si salvi chi può” e in un’inevitabile spirale di instabilità in cui ogni cricca borghese cerca, come può, di tirare verso di sé la coperta... anche a scapito degli interessi generali della borghesia.
Non c'è nulla da aspettarsi dalle elezioni
Nonostante le crescenti difficoltà della borghesia nel controllare il proprio apparato politico, essa sa ancora perfettamente come utilizzare la mistificazione democratica per ridurre la classe operaia all’impotenza. Mentre il proletariato deve sviluppare la sua lotta contro lo Stato borghese, la borghesia usa le elezioni per intrappolarci in falsi dilemmi: quale partito sarebbe il più adatto ad assicurare la direzione dello Stato borghese? Mentre il proletariato deve cercare di organizzarsi come classe autonoma, le elezioni riducono gli operai allo status di cittadini-elettori, a malapena bravi a scegliere, sotto la pressione del rullo compressore della propaganda, quale cricca borghese sarà responsabile di organizzare il loro sfruttamento.
Non c’è quindi nulla da aspettarsi dalle prossime elezioni. Se Biden (o il suo sostituto) dovesse alla fine prevalere, la politica bellicista dell’amministrazione Biden e tutto il caos globale che ha generato si intensificheranno ulteriormente per mantenere la posizione degli Stati Uniti nell’arena globale a tutti i costi. Se Trump dovesse confermare le previsioni di vittoria a novembre, le politiche destabilizzanti e incostanti del suo primo mandato tornerebbero con maggiore forza e irrazionalità. Il suo compagno di corsa, J.D. Vance, si rivolge alla classe operaia in modo più diretto e lo sfruttamento demagogico della sua storia personale come vittima dimenticata dell’America rurale e deindustrializzata gli permette di rafforzare il suo campo e la sua influenza contando sugli “indecisi” per convincerli di un possibile “nuovo percorso” dietro il suo mentore miracolato.
Che vincano Trump o Biden, la crisi storica in cui sta affondando il capitalismo non scomparirà, gli attacchi continueranno a piovere e la violenza cieca non smetterà di scatenarsi. Di fronte alla decomposizione del mondo capitalistico, la classe operaia e il suo progetto rivoluzionario rappresentano l’unica vera alternativa. Mentre le guerre, i disastri o la propaganda si scontrano costantemente con le sue lotte e la sua riflessione, negli ultimi due anni il proletariato sta rinascendo ovunque con il suo spirito combattivo e sta gradualmente cominciando a ritrovare la coscienza di essere una sola e stessa classe. Dappertutto, piccole minoranze stanno emergendo e stanno riflettendo sulla natura del capitalismo, sulle cause della guerra e sulla prospettiva rivoluzionaria. Con tutte le sue elezioni, la borghesia cerca di spezzare questa combattività e questa maturazione, cerca di impedire qualsiasi politicizzazione delle lotte. Nonostante le promesse (ovviamente, mai mantenute) di un capitalismo più “giusto”, più “ecologico”, più “pacifico”, nonostante il feroce senso di colpa di “coloro che non ostacolano il fascismo” nelle urne, non illudiamoci: le elezioni sono davvero una trappola per la classe operaia!
EG, 19 luglio 2024.
[1] L’obiettivo di Washington era quello di indebolire la Russia in modo che non potesse essere un forte alleato della Cina in caso di conflitto contro quest’ultima. Si tratta quindi di isolare maggiormente la Cina, mentre si sta infliggendo un colpo alla sua economia e alla sua strategia imperialista, tagliando le sue «nuove vie della seta» attraverso l’Europa orientale.
Qui a Parigi dal 26 luglio all'11 agosto, si svolgeranno i Giochi Olimpici, a cui seguiranno dal 28 agosto all'8 settembre i Giochi Paraolimpici e, a quanto pare, non sotto i migliori auspici. In un contesto di guerre in Europa e di forti tensioni geopolitiche, di crisi economiche e di incertezze politiche, le folle non hanno alcun motivo per entusiasmarsi. Alle consuete preoccupazioni dei parigini esposti da mesi ai disagi dei preparativi, bisogna aggiungere l'enorme aumento dei prezzi dei trasporti urbani e, soprattutto, la vera e propria “caccia ai poveri” che si è impadronita della capitale.
Una vera e propria “pulizia sociale”
Per non sporcare “l’immagine della Francia” e del grande spettacolo previsto sulle rive della Senna, la borghesia si è impegnata senza tante cerimonie ad espellere gli “indesiderabili”. Stiamo quindi assistendo a uno “spostamento massiccio e forzato di popolazioni altamente precarie. Dal 2021-2022, abbiamo constatato un aumento del 40% degli sfratti da insediamenti informali (squat, baraccopoli, tendopoli, ecc.) situati vicino ai siti olimpici di Parigi e Saint-Denis, nonché dei 25 spazi di intrattenimento, sparsi per tutta la capitale. Includendo migranti, minori non accompagnati, senzatetto e persino lavoratrici del sesso”[1]. Per lo Stato conta solo la sua immagine sulla scena internazionale!
Il numero degli espulsi è anche aumentato improvvisamente con l’avvicinarsi delle scadenze olimpiche. La “caccia ai poveri” ha portato all’apertura in alcune regioni (Lione, Marsiglia, Tolosa, Bordeaux, Besançon, Rouen, Orléans, ecc.) di centri chiamati ipocritamente “di accoglienza temporanei”. Senza troppo rumore, si susseguono autobus che trasportano gli indesiderabili in questi luoghi volutamente fuori mano. Alla fine, molti di loro si ritrovano di nuovo in strada… ma comunque lontani dalla “festa dello sport”!
Il rafforzamento della sorveglianza e della repressione
Questa barbara e disumana impresa è strettamente legata ad un’ossessione per la sicurezza che implica anche un rafforzamento senza precedenti dello Stato, attraverso il suo sistema di sorveglianza e repressione. Mentre la crisi del sistema capitalista e le tensioni sociali che l’accompagnano si aggravano, questo tipo di manifestazione, che si tratti dei Giochi Olimpici o di altre grandi competizioni internazionali, porta le forze di repressione a occupare militarmente i luoghi ed a dispiegare mezzi di proporzioni inedite, apertamente totalitari.
Già durante le precedenti Olimpiadi europee, quelle di Londra del 2012, il sistema di sicurezza era assimilabile ad una vera e propria operazione militare: “12.000 agenti di polizia in servizio e 13.500 soldati a disposizione, vale a dire più delle truppe inglesi schierate in Afghanistan (9.500 soldati)! Più dei 20.000 soldati della Wehrmacht presenti a Monaco nel 1936! A questi dobbiamo aggiungere altri 13.300 agenti di sicurezza privati! Un dispositivo missilistico terra-aria ultraveloce era stato installato su un edificio, in una zona densamente popolata, vicino al principale sito olimpico per completare lo scudo antiaereo[2].
Le risorse impiegate per queste nuove Olimpiadi saranno, però, molto maggiori. Il fabbisogno giornaliero di agenti di sicurezza è stimato tra 22.000 e 32.000 e si parla addirittura di mobilitare l'esercito! Ma la novità è l’utilizzo della videosorveglianza algoritmica, ovvero lo sfruttamento dell’intelligenza artificiale, con quasi 15.000 videocamere[3], per una sorveglianza poliziesca fuori dalla norma. Queste telecamere sono in grado di analizzare il comportamento degli individui e persino di raccogliere dati biometrici. Non c’è dubbio che questi dispositivi verranno utilizzati anche dopo le Olimpiadi, come ogni messa in opera di eventi “eccezionali”, preparando in tal modo, in definitiva, la formalizzazione del riconoscimento facciale (per il momento praticato ma non autorizzato). Ciò che la Cina ha attuato per controllare la sua popolazione ha fatto diventare verdi d’invidia tutti gli Stati “democratici”. Del resto, questa tecnologia molto invasiva è già stata sperimentata in Francia in diverse città: l'esempio più noto è quello della città di Nizza.
Non c’è da illudersi, questi dispositivi “testati” mirano chiaramente ad affermarsi per anticipare qualsiasi movimento di protesta sociale. Le Olimpiadi sono una manna dal cielo per preparare la repressione delle future lotte operaie!
Cattiva gestione e corruzione
Naturalmente, di fronte alle preoccupazioni e alle critiche, la borghesia ha affermato che queste Olimpiadi erano benefiche per l’occupazione e l’economia. La realtà è molto meno rosea. Se alcuni buoni affari permettono a certe imprese di riempirsi le tasche, gran parte dell'attività corrisponde all’attivazione dei settori improduttivi, per non parlare degli scandali di corruzione che sono già cominciati ad emergere. Gran parte dell'attività sarà generata anche dal lavoro gratuito, quello dei 45.000 volontari impiegati durante tutta la durata delle Olimpiadi. Come al solito vedremo fiorire una marea di slogan pubblicitari e gli spettatori saranno sottoposti al tradizionale bombardamento pubblicitario. Ma l’occupazione reale non sarà né sostenibile né all’altezza delle aspettative.
Contrariamente all’idea di una possibile “spinta” per l’economia, bisognerà contare solo su “benefici economici molto limitati, o addirittura nulli nel medio termine […] non si prevede alcun impatto macroeconomico significativo”[4]. In generale, le Olimpiadi hanno piuttosto appesantito le economie, se non le hanno addirittura mandate in default. L’esempio dei Giochi di Rio è molto significativo a questo proposito: oltre allo scandaloso spostamento forzato di popolazioni e ad un inquinamento ambientale, oltre ad alcuni scandali finanziari, i risultati di questi Giochi di Rio hanno prodotto un deficit abissale (equivalente a 130 milioni di euro).
Un enorme megafono per la propaganda nazionalista
Allora qual è lo scopo delle Olimpiadi? La visione condivisa da tutta la borghesia può essere riassunta in questo intervento di Christophe Lepetit, responsabile degli studi economici presso il Centro di diritto ed economia dello sport (CDES): “Non ospitiamo un evento sportivo per generare crescita economica, ma per ragioni geopolitiche e sociali, per il posizionamento internazionale della Francia. Cosa dovremmo intendere per “ragioni geopolitiche e sociali”? Nient'altro che la propaganda nazionalista volta a rafforzare il sentimento di appartenenza ad una “patria”. Ma attraverso l’esaltazione e le manifestazioni nazionaliste apparentemente “innocue” e “gioiose”, attraverso la celebrazione dell’“unità” e della “grandezza” nazionale, la borghesia cerca soprattutto di promuovere l’adesione ai propri interessi economici e imperialisti che richiedono sacrifici. Da qui questa ennesima grandiosa cerimonia. “La messa in scena di eventi sportivi a scopo propagandistico, contrariamente a quanto suggerisce la storia ufficiale, non è una particolarità del nazismo o dello stalinismo, ma una pratica generalizzata in tutti i paesi. Per convincersene basta ricordare i protocolli e gli splendori d'apertura dei Giochi Olimpici di Pechino nel 2008 o di Londra nel 2012, o anche l'ingresso delle nazionali di calcio in occasione delle grandi partite, per esserne convinti. I grandi spettacoli sportivi possono suscitare forti emozioni collettive, guidando facilmente le menti verso un universo di codici e simboli nazionali […]. Spesso accompagnate da musica militare, le competizioni internazionali sono sistematicamente precedute o chiuse dagli inni nazionali: “In questi scontri è in gioco il prestigio nazionale; il rito sportivo è quindi a questo livello un rito di scontro tra nazioni”. In questi brevi istanti di unione nazionale, le classi sociali vengono “sciolte”, negate, spettatori apertamente chiamati ad alzarsi e cantare con lo sguardo fisso sulla bandiera nazionale o sulla squadra che la incarna con i suoi colori”[5]
In realtà, è per queste ragioni, soprattutto ideologiche, che le Olimpiadi vengono organizzate, con l'obiettivo di promuovere il veleno nazionalista e, per il Paese organizzatore, di “mantenere il suo rango internazionale”. In questo caso, per lo Stato francese, l’opportunità di migliorare la propria immagine di leader europeo all’interno della vacillante coppia franco-tedesca e oscurare temporaneamente il suo declino militare e politico sulla scena imperialista, in seguito agli insuccessi africani e alle numerose pressioni subite in Pacifico. Questi Giochi mirano anche a emarginare e isolare ulteriormente la Russia esercitando pressioni politiche contro di essa.
Al momento in cui scriviamo questo testo, il grande clamore mediatico, a parte il ridicolo percorso della fiamma olimpica, non è ancora realmente iniziato. Ma non c’è dubbio che ci sarà un enorme clamore patriottico. Di fronte a questa nuova campagna ideologica, in un contesto in cui il militarismo è onnipresente, non possiamo che ricordare le parole di Rosa Luxemburg al tempo della Grande Guerra, durante le prime sanguinose ecatombi : "Gli interessi nazionali sono solo una mistificazione che mira a mettere le masse popolari al servizio del loro nemico mortale: l’imperialismo”[6]. Uno degli obiettivi principali di questi Giochi è proprio questo!
WH, 11 luglio 2024
[1] . “Per le Olimpiadi, migranti, prostitute, senzatetto vengono espulsi in massa”, Reporterre (26 giugno 2024).
[2] “Lo sport nel capitalismo decadente (dal 1914 ai giorni nostri) (Storia dello sport nel capitalismo, parte II)”, in Révolution Internationale n. 438 (2012), https://fr.internationalism.org/content/5626/sport-capitalisme-decadent-1914-a-nos-jours-histoire-du-sport-capitalisme-ii [460]
[3] Secondo Katia Roux, di Amnesty International-Francia, questa sorveglianza automatizzata “non ha mai dimostrato la sua efficacia contro la criminalità e il terrorismo, mentre si sono avverate le sue conseguenze sulle libertà fondamentali”.
[4] “I Giochi Olimpici, un buco finanziario per la Francia?” Euractiv (10 maggio 2024).
[5] “Lo sport nel capitalismo decadente (dal 1914 ai giorni nostri) (Storia dello sport nel capitalismo, parte II)”, in Révolution Internationale n. 438 (2012).
[6] Brochure di Junius (1915).
La Corrente Comunista Internazionale organizza una permanenza on line per sabato 31 agosto alle ore 15
Le permanenze sono dei momenti di dibattito aperti a tutti quelli che vogliono incontrare e discutere con la CCI. Noi invitiamo caldamente tutti i nostri lettori e tutti i nostri simpatizzanti a partecipare per continuare la riflessione sulla situazione storica e confrontare i punti di vista. I compagni sono anche invitati a comunicarci le questioni che amerebbero affrontare.
Chi vuole partecipare a questa riunione può inviare un messaggio al nostro indirizzo internet ([email protected] [423]) o nella rubrica « nous contacter [424] » del nostro sito internet, segnalando le questioni che vorrebbero affrontare, così da permetterci di organizzare al meglio la discussione.
Le modalità tecniche per la connessione alla permanenza saranno comunicate in seguito ai compagni che avranno risposto all’appello.
È con profonda tristezza che informiamo i nostri sostenitori e lettori della scomparsa, all’età di 74 anni, del nostro compagno Enrique. La sua morte inaspettata ha posto fine a più di 50 anni di dedizione e contributo alla lotta del proletariato mondiale. I suoi compagni e amici hanno naturalmente subito uno shock molto doloroso. Per la nostra organizzazione, per tutta la tradizione e il presente della Sinistra Comunista, questa è una perdita considerevole che dovremo affrontare tutti insieme.
Parlare della traiettoria militante di un compagno come Enrique evoca per tutti noi che lo abbiamo conosciuto, a livello personale e politico, migliaia di ricordi del suo entusiasmo, della sua solidarietà e del suo cameratismo. Il suo senso dell'umorismo era contagioso, non quello del cinismo incredulo così comune tra i cosiddetti “intellettuali” e "critici", ma piuttosto l'energia e la vitalità di chi ci incoraggia a lottare, a dare il meglio di noi stessi nella lotta per la liberazione dell'umanità. Per il quale, come per Marx, «la lotta corrisponde all’idea che aveva della ricerca della felicità » È per questo motivo che è stato paziente e comprensivo nelle discussioni, sapendo capire le preoccupazioni che persistevano tra coloro che non erano d’accordo con ciò che stava difendendo. Ma ha mostrato anche fermezza nelle sue argomentazioni. Era, come diceva lui, il suo modo di essere onesto in una lotta per il chiarimento che avvantaggiava l'intera classe operaia. E anche se possedeva un'enorme capacità teorica e creativa per scrivere articoli e contributi alle discussioni, Enrique non era quello che si dice un “teorico”. Ha partecipato con entusiasmo agli interventi di vendita, ai volantini distribuiti in manifestazioni, raduni, ecc.
Faceva parte di una generazione educata a occupare posizioni nello Stato democratico e a prendere il posto dei vecchi idioti del franchismo; da cui vennero fuori Felipe González, Guerra, Albors, ecc. E aveva qualità politiche, intellettuali e personali più che sufficienti per “fare carriera” miseramente nello Stato come facevano gli altri; Ma fin dall’inizio si schierò con la classe operaia nella sua lotta contro lo Stato borghese per la prospettiva del comunismo.
Enrique è stato uno dei tanti giovani lavoratori spinti alla lotta dei lavoratori dai numerosi scioperi in Spagna alla fine degli anni ‘60 e all'inizio degli anni ‘70, che erano in realtà un’espressione dell’ondata internazionale della lotta di classe che ha posto fine alla controrivoluzione dopo la seconda guerra mondiale. Questo fu uno dei primi motivi per cui Enrique ruppe con l’insieme di gruppi di sinistra di ogni genere che abbondavano in quel periodo. Mentre questi presentavano le lotte operaie delle Asturie, di Vigo, di Pamplona, di Bajo Llobregat, di Vitoria, ecc. come espressioni di una lotta «antifranchista» e che volevano indirizzarle verso la conquista della «democrazia», Enrique capì che facevano parte di un movimento indivisibile di lotte (maggio ‘68, autunno caldo italiano, Cordobazo in Argentina 1969, Polonia 1970, ...) che affrontava lo stato capitalista nella sua versione «dittatoriale» o «democratica» e persino «socialista». Questa prospettiva internazionalista della lotta di classe è stata una delle fonti dell’entusiasmo che ha accompagnato Enrique per tutta la sua vita. Mentre una grande maggioranza dei militanti operai degli anni ‘70 si è poi ritrovava demoralizzata e frustrata da questo travestimento della lotta operaia come “lotta per le libertà”, Enrique è stato in grado di rafforzare la sua convinzione nella lotta del proletariato mondiale. Emigrato in Francia per un certo periodo, nulla è stato più stimolante per lui che intervenire nelle lotte in tutto il mondo (come ha avuto l’opportunità di fare di recente durante «l’estate della rabbia» in Gran Bretagna) o partecipare a discussioni nei cinque continenti con i compagni che si avvicinavano a partecipare alla lotta storica e internazionale della classe operaia. Ha mostrato sempre un’energia che impressionava i più giovani e che nasceva dalla sua fiducia e convinzione nella prospettiva storica della lotta del proletariato, del comunismo.
A partire dal suo internazionalismo genuino e coerente, Enrique aveva finito per rompere con le organizzazioni che, con una posizione apparentemente più radicale di quello dei "riformisti", sostenevano che il proletariato dovesse schierarsi nei conflitti interimperialisti, allora chiamati "lotte di liberazione nazionale". Come avviene oggi, per esempio a Gaza, la sinistra dell'epoca invitava i lavoratori a sostenere la guerriglia in Vietnam, o in America Latina, ecc. Ma questo falso "internazionalismo" era l'esatto opposto di ciò che i rivoluzionari avevano sempre difeso di fronte alla prima e alla seconda guerra mondiale. La ricerca di questa continuità con un vero internazionalismo portò Enrique ad orientarsi verso la filiazione storica della Sinistra Comunista.
Lo stesso vale per la denuncia permanente dei sindacati come organi dello Stato capitalista. Superando il disgusto derivante dal sabotaggio delle lotte da parte dei sindacati di tutto il mondo, l’alternativa non era quella di «essere delusi» dalla classe operaia o di rinnegare le sue lotte contro lo sfruttamento, ma di riappropriarsi dei contributi della Sinistra Comunista (italiana, tedesco-olandese e poi francese) per difendere l’autorganizzazione delle lotte, le assemblee operaie, gli embrioni dei Consigli operai.
Fu la ricerca di questa continuità con le posizioni rivoluzionarie che portò Enrique a prendere contatto con Révolution Internationale (RI) [1] [461] in Francia nell’ottobre del 1974, dopo aver trovato la pubblicazione Accíon Proletaria in una libreria della città di Montpellier (dove lavorava) [2] [462] Enrique ha sempre detto di essere sorpreso dalla rapidità con cui Révolution Internationale (sezione della CCI in Francia) rispondeva alla sua corrispondenza e veniva a discutere con lui. Da quel momento in poi, si svolse un rigoroso e paziente processo di discussione che portò alla costituzione della sezione spagnola della CCI nel 1976, con un gruppo di giovani elementi che emergevano anche dalle lotte e che lo stesso Enrique cercò di raggruppare e stimolare per sviluppare in loro la convinzione militante della necessità e della possibilità della rivoluzione internazionale. In questo intervento, Enrique poté contare sull’appoggio e l’orientamento dell'organizzazione rivoluzionaria internazionale e centralizzata che era già la CCI, che assicurò la trasmissione e diede continuità alla lotta storica della Sinistra Comunista. Enrique, che ha dovuto fare gli inizi della sua carriera militante quasi da solo, ha insistito in molte occasioni sull'importanza di approfittare del «tesoro» della Corrente Comunista Internazionale Egli stesso divenne un fattore attivo e perseverante in questa trasmissione dell’eredità rivoluzionaria
Con l’onestà e la capacità critica (compresa l’autocritica) che lo hanno sempre caratterizzato, Enrique riconobbe che la questione dell’organizzazione d’avanguardia era difficile per lui da assimilare. La sottovalutazione della funzione o addirittura il rifiuto della necessità di organizzare i rivoluzionari, era relativamente comune in quel periodo tra i giovani in cerca di orientamento politico, data la “dimostrazione di forza” di un proletariato molto giovane nelle grandi lotte degli anni ‘60 e ‘70, che faceva sembrare “superflua” l’attività delle organizzazioni rivoluzionarie. Questo può essere compreso a causa delle esperienze vissute con il tradimento dei partiti «socialista», «comunista», trotskista, ecc. che ha lasciato tracce, traumi e diffidenze nella classe operaia, aggravati dall'azione demoralizzante della militanza alienata nel gauchismo degli anni ‘70 e ‘80. Enrique ha ammesso di essere stato influenzato dall’anarchismo [3] [463] e aveva fatto parte di un gruppo situazionista all'università. All’interno della stessa CCI, la sottovalutazione della necessità dell’organizzazione è stata espressa dalle tendenze consiliariste, di cui lo stesso Enrique è stato inizialmente il portavoce, con conseguente rifiuto di combattere tali tendenze, in un centrismo verso il consiliarismo. La lotta contro queste tendenze è stata decisiva nell’evoluzione di Enrique sulla questione dell’organizzazione. Non si è lasciato trasportare dalla frustrazione o dal sentimento di disillusione, ma si è sforzato di comprendere l'indispensabile necessità dell'organizzazione rivoluzionaria dedicandosi senza riserve alla sua difesa, che era inseparabile dalla lotta implacabile contro l’opportunismo, contro la pressione dell’ideologia della borghesia nelle file della classe operaia.
Enrique è sempre stato un polemista paziente, capace di spiegare l’origine delle confusioni e degli errori che esprimevano un’influenza ideologica estranea al proletariato e allo stesso tempo di mettere in luce i contributi teorici e politici del movimento operaio che hanno contribuito a superarli. Questo costante spirito combattivo è stato un altro dei suoi contributi, reagendo ad ogni errore, ad ogni incomprensione, andando a fondo delle radici, traendo lezioni per il futuro.
Ciò a cui si è sempre ribellata, energicamente e intransigentemente, è contro la contaminazione dei dibattiti politici con l'ipocrisia, la doppiezza, la calunnia, la denuncia e le manovre, cioè con il comportamento e la morale della classe nemica, la borghesia. Anche qui, Enrique è sempre stato un ostacolo alla difesa della dignità del proletariato
La traiettoria militante del nostro compagno Enrique, tutto il suo contributo, tutta questa passione militante, tutta questa energia e capacità di lavoro manifestata in più di 50 anni di lotta costante per la rivoluzione mondiale non sono solo manifestazioni caratteristiche della personalità di Enrique. Questi tratti caratteriali corrispondono alla natura rivoluzionaria della classe che ha servito con generosità ed esemplare. Bilan, la Sinistra Comunista Italiana, che cercava di prendere le distanze dal personalismo, sosteneva che «ogni militante deve riconoscersi nell'organizzazione e che a sua volta l'organizzazione deve riconoscersi in ogni militante». Enrique ha rappresentato l'essenza della CCI come pochi altri. Ci mancherai sempre, compagno e ci sforzeremo di essere all'altezza del tuo esempio. Continuiamo la tua lotta!
CCI, giugno 2024
[1] [464] Révolution Internationale è il gruppo francese che ha spinto per la formazione della CCI (creata nel 1975) dopo il raggruppamento di diverse organizzazioni come World Revolution in Gran Bretagna, Internationalisme in Belgio o Rivoluzione Internazionale in Italia.
[2] [465] Acción Proletaria era - prima del 1974 - la pubblicazione di un gruppo di Barcellona che il RI aveva contattato e che inizialmente si era avvicinato alle posizioni della Sinistra Comunista. Il gruppo curò i primi due numeri della pubblicazione e alla fine si disperse sotto il peso del nazionalismo e del gauchisme. In seguito, Acción Proletaria continuò ad essere pubblicato a Tolosa e i militanti di Révolution Internationale lo diffusero clandestinamente in Spagna (ancora sotto il franchismo); dal 1976, con la formazione di una sezione della CCI in Spagna, quest'ultima ne assunse la direzione
[3] [466] Negli anni '70, l'anarchismo aveva un peso significativo in Spagna. Ad esempio, il 2 luglio 1977, 300.000 persone si recarono a Montjuic per partecipare a un incontro di Federica Montseny.
Nella Russia degli zar, come nell'Europa occidentale nel Medioevo, tutto poteva spesso iniziare col dilagare di feroci dicerie: gli ebrei hanno sacrificato uno dei nostri figli nei loro rituali diabolici. Sinistri gruppi politici, come i Centoneri, incitavano gli strati più miserabili della popolazione ad attaccare un altro strato povero - gli ebrei dei ghetti - per stuprare, saccheggiare e uccidere. La polizia ufficiale di solito stava a guardare e non faceva nulla. Questo era il pogrom.
Le cose sono molto cambiate da allora... ma non del tutto. Nella Gran Bretagna del 2024, circolano in rete voci feroci sull'identità del giovane disturbato che ha compiuto un vero e proprio omicidio di massa di bambini a Southport, e si verificano attacchi da parte di folle inferocite, molte delle quali composte da persone appartenenti agli strati socialmente più disagiati della popolazione, contro altri gruppi, a volte ancora più disperati. Questa volta, però, l'obiettivo principale non sono gli ebrei, ma i musulmani e i richiedenti asilo. Tra le forze politiche che alimentano la violenza ci sono i tradizionali seguaci del nazismo che vedono ancora la mano dell'ebraismo mondiale dietro ogni problema sociale e politico. Ma molti di loro, come la "celebrità" di estrema destra Tommy Robinson, si sono resi conto che l'islamofobia oggi paga molto meglio, e sostengono addirittura di essere i migliori difensori degli ebrei contro la minaccia islamista. Ma in tutto questo, lo spirito del pogrom continua a vivere.
Soprattutto, ciò che continua a vivere è il tentativo di "dividere e imperare": mantenere tutti gli sfruttati e gli oppressi divisi per indebolirli, per impedire loro di vedere che la vera causa della loro miseria non è una parte particolare degli sfruttati e degli oppressi, ma il sistema sociale dei loro sfruttatori e oppressori. È questo sistema - il capitalismo mondiale - che è responsabile sia delle guerre e della distruzione ecologica che sta generando un problema di rifugiati senza precedenti in tutto il mondo, sia della crisi economica e dell'austerità che sta riducendo ovunque il livello di vita e l'accesso ai beni di prima necessità.
Un'altra differenza sostanziale rispetto alla Russia della fine del XIX secolo: queste "rivolte razziali" sono il prodotto di un capitalismo obsoleto da oltre un secolo e che si sta avviando verso una disgregazione caotica. La recente violenza in Gran Bretagna è un'espressione di questo caos, di una crescente perdita di controllo da parte della classe dirigente. Le frazioni più responsabili della classe dirigente non vogliono questo disordine nelle strade. Uno dei motivi principali per cui il Partito Laburista è salito al potere è stato quello di "ristabilire l'ordine" a livello politico dopo il disordine creato da un partito Tory che era stato profondamente infettato dalle politiche vandaliche del populismo[1]. Da qui la risposta molto dura del governo, che ha minacciato i rivoltosi con la "piena forza della legge" e ha pianificato la formazione di un "esercito permanente" di polizia addestrato a gestire i disordini. Oggi la polizia non è rimasta inerme di fronte ai saccheggi e alle distruzioni compiuti dall'estrema destra. Al contrario, si presenta come un risoluto difensore delle moschee e degli alberghi che ospitano i richiedenti asilo, e arresta in massa i rivoltosi di estrema destra, mentre i tribunali li condannano entro pochi giorni dal loro arresto.
Il capitalismo usa la sua stessa decomposizione contro di noi
Questo significa che il Partito Laburista e la polizia sono ora sinceri amici della classe operaia? Niente affatto. Il capitalismo può anche crollare, ma la classe capitalista sa che il pericolo più grande che corre è che la classe operaia di tutto il mondo prenda coscienza di sé, come di una classe che ha la capacità non solo di resistere allo sfruttamento capitalista, ma di rovesciare l'intero sistema. Per questo i nostri governanti sono pienamente interessati a usare la disgregazione della loro stessa società per ostacolare lo sviluppo di una vera coscienza di classe:
- intensificando una campagna politica sulla "difesa della democrazia contro il fascismo", che è già un tema delle elezioni nell'UE, in Francia e negli USA, e che mira a trascinare i lavoratori nel vicolo cieco della politica elettorale e nell'idea di dover sostenere una frazione della classe dominante contro l'altra;
- rafforzando l'apparato di repressione dello Stato e "democratizzando" l'immagine della polizia. Oggi questo apparato può essere diretto contro la "criminalità di estrema destra", ma domani potrà e sarà usato contro le lotte della classe operaia. Non dimentichiamo come la polizia fu utilizzata, come un "esercito permanente", contro la lotta dei minatori nel 1984-5. È la stessa polizia con la stessa funzione: proteggere l'ordine capitalista.
- distraendo l'attenzione dalla politica di austerità che il governo laburista sta già iniziando a portare avanti. Fin dai suoi primi giorni al potere, il governo laburista, che ha opportunamente scoperto un "buco nero" nascosto nelle finanze statali, ha annunciato misure che indicano futuri attacchi al tenore di vita della classe operaia: il rifiuto di abbandonare la politica che limita gli assegni familiari a due figli e la soppressione degli assegni per il riscaldamento per i pensionati, tranne che per gli strati più poveri.
Inoltre, non dobbiamo dimenticare che non sono solo l'estrema destra o i populisti a prendere di mira gli immigrati. La "One Nation Tory" Theresa May è stata responsabile della creazione di "un'atmosfera ostile per gli immigrati clandestini" sotto il governo Cameron, mentre la principale critica dei laburisti alle trovate dei Tory, come il programma per il Ruanda, è stata che non è economicamente vantaggioso. Negli Stati Uniti, nonostante tutti gli slogan di Trump contro l'"invasione straniera", le amministrazioni democratiche di Obama e Biden non sono state meno spietate nell'effettuare deportazioni di massa. Tutte le ali della borghesia difendono l'economia nazionale e i confini nazionali che, nella brutale lotta di tutti contro tutti sul mercato mondiale, sono sempre più organizzati intorno a una sorta di Stato-fortezza per tenere fuori le importazioni e il lavoro "stranieri".
La lotta di classe è la nostra unica difesa
In risposta alla distruzione scatenata dai disordini, la classe operaia e la popolazione nel suo complesso hanno manifestato una notevole indignazione e un vero e proprio sdegno. Il tentativo dell'estrema destra di usare gli omicidi di Southport come pretesto per attaccare le minoranze etniche e gli immigrati è stato accolto con il disgusto che meritava da coloro che sono stati più direttamente colpiti dagli omicidi; e ci sono stati diversi gesti di sostegno verso i principali obiettivi della violenza, come nella stessa Southport, dove i residenti locali si sono riuniti per riparare i danni alla moschea colpita dai rivoltosi. Il 7 agosto, in risposta alla minaccia di ulteriori attacchi ai centri di consulenza per immigrati in tutto il paese, migliaia di persone sono scese in strada a Londra, Manchester, Liverpool, Newcastle, Bristol, Brighton e altrove per circondare questi centri ed evitare che venissero saccheggiati (nella maggior parte dei casi, le minacce non hanno avuto alcun esito e l'estrema destra non si è fatta vedere).
Ma non dobbiamo farci illusioni. Queste comprensibili risposte sono state immediatamente "abbracciate" dalla macchina propagandistica del capitalismo per presentare l'immagine della "vera Gran Bretagna", rispettosa della legge, tollerante e multiculturale. Dopo le mobilitazioni del 7 agosto, questa linea è stata condivisa da quasi tutta la stampa, da sinistra a destra. Il più significativo è stato forse il titolo dell'8 agosto del Daily Mail, un giornale di destra che ha svolto un ruolo centrale nella campagna di paura verso gli immigrati clandestini. La sua prima pagina riportava una foto della manifestazione di Walthamstow (forse la più grande del paese) e il titolo era “Le marce notturne anti-odio hanno affrontato i teppisti”.
Al di là dei media “tradizionali”, l'estrema sinistra del capitale, i trotskisti in particolare, sono stati un fattore chiave nel richiedere queste mobilitazioni e nel cercare di creare nuove versioni del fronte popolare. In breve, fornendo una copertura di sinistra alla campagna per la difesa della democrazia contro il fascismo.
La classe operaia può difendersi - e resistere agli attacchi contro qualsiasi sua frazione, sia essa "autoctona" o "immigrata" - solo lottando sul proprio terreno. Cioè il terreno della lotta contro l'inevitabile assalto ai propri livelli di vita richiesto dal capitalismo in crisi - una lotta che ha gli stessi obiettivi e interessi in tutti i paesi e al di là di ogni divisione nazionale. La classe operaia britannica deve liberarsi di molti fardelli del passato, soprattutto del peso ereditato dal periodo di massimo splendore imperiale della Gran Bretagna. Ma non dobbiamo dimenticare che la Gran Bretagna è stata il luogo di nascita del primo partito operaio indipendente, i Cartisti, e - insieme ai lavoratori francesi - della Prima Internazionale. E nel 2022 sono stati proprio i lavoratori britannici a svolgere un ruolo centrale nella rinascita dei movimenti di classe dopo decenni di rassegnazione. Il loro slogan è stato "enough is enough" (quando è troppo è troppo), uno slogan che l'estrema destra ha cercato di rubare. Ma nel 2022 lo slogan, ripreso dai lavoratori in Francia e altrove, non significava "basta con gli stranieri", ma basta con l'austerità, basta con l'inflazione, basta con gli attacchi al nostro livello di vita, e questa rimane la situazione reale che la classe operaia deve affrontare oggi, indipendentemente dal colore del governo in carica.
Nel 1905, di fronte agli scioperi di massa in tutto l'Impero russo, il regime zarista rispose con il suo solito trucco: fomentare i pogrom per rompere l'unità dei lavoratori o mettere i contadini contro di loro. All’epoca, gli operai avevano creato le loro organizzazioni indipendenti, i soviet, e una delle loro funzioni era quella di organizzare la difesa armata dei quartieri ebraici minacciati dai pogrom. Oggi gli operai non hanno organizzazioni indipendenti di questo tipo. Ma lo sviluppo futuro della lotta di classe dovrà crearle di nuovo: organi di auto-organizzazione di massa che possano non solo difendere la classe da tutti gli attacchi del capitale, ma anche condurre un'offensiva politica volta a rovesciare l'intero sistema.
Amos, 9-8-2024
[1] Vedi, La sinistra del capitale non può salvare questo sistema morente [467], ICConline
Dappertutto la borghesia sta facendo piovere licenziamenti, sta moltiplicando drastici tagli alle spese sociali, comprimendo i salari sotto i colpi dell'inflazione e aumentando l'insicurezza lavorativa e lo sfruttamento. E non si vede la fine degli attacchi! La crisi del capitalismo è irreversibile e notevolmente aggravata dalle guerre e dal caos che si stanno diffondendo ovunque, come i sanguinosi conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Per finanziare i massacri, la borghesia sta costantemente aumentando le sue folli spese militari chiedendo sacrifici sempre maggiori agli sfruttati. La classe operaia è ancora incapace di prendere una posizione diretta contro questi conflitti, ma non è disposta ad accettare gli attacchi senza reagire.
La classe operaia sta combattendo una battaglia imponente contro l'austerità
Alla fine di agosto, mentre gli aumenti dei prezzi continuavano a farsi sentire, i lavoratori del trasporto merci su rotaia in Canada hanno tentato di passare all'offensiva. Descritto come senza precedenti in termini di portata, questo movimento abortiva ma ha riunito quasi 10.000 lavoratori in un paese in cui il diritto di sciopero è disciplinato da norme estremamente draconiane. Il governo ha immediatamente vietato tutti gli scioperi in nome della salvaguardia dell'economia nazionale, ordinando nuove trattative tra le compagnie ferroviarie e il principale sindacato del settore, Teamsters Canada. È bastato questo per consentire a Teamsters Canada di stroncare sul nascere il movimento promettendo che la decisione del governo sarebbe stata contestata... in tribunale! In breve, il sindacato ha abilmente ridotto i lavoratori all'impotenza rimandando la lotta a un futuro indefinito. Come ha detto così opportunamente il direttore delle pubbliche relazioni del sindacato: "Vogliamo negoziare. I nostri membri vogliono lavorare, gli piace guidare i treni in Canada". La borghesia non avrebbe potuto trovare un cane da guardia migliore...
Un mese dopo, circa 50.000 lavoratori portuali in 36 porti degli Stati Uniti, così come quelli del porto di Montreal, hanno lanciato uno sciopero durato diversi giorni. Uno sciopero di questa portata non si vedeva dal 1977. Nel bel mezzo di una campagna elettorale, l'amministrazione Biden si è affrettata a fare da mediatrice, mostrando ipocritamente il suo "sostegno" ai lavoratori portuali. Con la complicità del governo, i sindacati sono stati in grado di porre fine allo sciopero facendo passare un "accordo salariale di principio", che sarà negoziato... a gennaio 2025.
Dopo una serie di scioperi parziali da aprile, 15.000 lavoratori di 25 grandi hotel americani sono scesi in sciopero il 1° settembre (Festa del lavoro negli Stati Uniti), chiedendo una retribuzione migliore, una riduzione del carico di lavoro e l'annullamento dei tagli di posti di lavoro. I 700 lavoratori dell'Hilton di San Diego sono addirittura scesi in sciopero per 38 giorni, lo sciopero alberghiero più lungo nella storia di San Diego.
Anche i lavoratori dell'auto continuano a lottare, in particolare nelle fabbriche appartenenti al gruppo Stellantis. Nel 2023, i lavoratori di Ford, General Motors e Stellantis hanno cercato di unire le loro lotte a livello nazionale e anche oltre, con i lavoratori in Canada. Naturalmente, i sindacati avevano limitato la lotta alla sola industria automobilistica. Ma questo fenomeno esprimeva il desiderio dei lavoratori di non rimanere soli nel loro angolo, di non chiudersi in fabbrica, e ha provocato un'enorme ondata di simpatia da parte di altre parti della classe operaia. Da allora, i sindacati sono riusciti a dividere meticolosamente la lotta a livello di fabbrica, rinchiudendo i lavoratori per difendere questa o quella linea di produzione minacciata di chiusura.
Anche in Italia, a fine ottobre, 20.000 dipendenti del gruppo automobilistico Stellantis hanno manifestato a Roma contro la chiusura di diversi stabilimenti Fiat. Il movimento è stato anche descritto come “uno sciopero storico come non si vedeva da oltre quarant’anni”. Ma anche in questo caso, i sindacati hanno fatto di tutto per ridurre i lavoratori all’impotenza. Mentre Stellantis licenziava 2.400 dipendenti nei suoi stabilimenti di Detroit (Stati Uniti), i sindacati italiani hanno indetto uno sciopero di un solo giorno con slogan nazionalisti attorno al marchio Fiat, “emblema dell’Italia”.
Ma è stato lo sciopero negli stabilimenti della Boeing negli Stati Uniti ad avere l’impatto maggiore. Da oltre un mese, 33.000 lavoratori chiedono aumenti salariali e il ripristino del loro regime pensionistico. Come in Canada, i lavoratori in sciopero sono accusati di ipotecare egoisticamente il futuro di questa “ammiraglia” dell’industria americana e di minacciare i posti di lavoro dei subappaltatori. Il produttore di aeromobili ha persino minacciato cinicamente di licenziare 17.000 dipendenti per cancellare "i miliardi di perdite" causate dagli scioperanti. Anche in questo caso, i sindacati stanno cercando di limitare la lotta alla sola Boeing, rinchiudendo i lavoratori in uno sciopero duro ma altamente isolato.
Mentre il proletariato negli Stati Uniti e in Canada si è dimostrato particolarmente combattivo negli ultimi due anni di fronte al notevole deterioramento delle sue condizioni di vita, i sindacati hanno dovuto "radicalizzare" il loro discorso e presentarsi come i più determinati nella lotta. Ma dietro il loro presunto desiderio di ottenere aumenti salariali, cercano soprattutto di rafforzare il loro ruolo di supervisori per sabotare meglio qualsiasi mobilitazione. Ovunque scoppino lotte, i sindacati si prefiggono di isolare e dividere la classe, di privare i lavoratori della loro principale forza: la loro unità. Confinano i lavoratori nel loro settore di attività, nella loro azienda, nel loro dipartimento. Ovunque, cercano di tagliare fuori gli scioperanti dalla solidarietà attiva dei loro fratelli e sorelle di classe nella lotta. Questa divisione corporativa è un vero veleno, perché quando combattiamo ognuno per conto proprio, perdiamo tutti per conto nostro!
Nonostante la decomposizione del capitalismo...
Queste lotte si svolgono in un contesto estremamente difficile per la classe operaia. Il capitalismo si sta decomponendo, tutte le strutture sociali stanno marcendo, la violenza e l'irrazionalità stanno esplodendo a livelli senza precedenti, frammentando ulteriormente la società. Tutti i paesi, a partire dai più fragili, sono interessati da questo processo. Ma di tutti i paesi sviluppati, gli Stati Uniti sono stati i più colpiti dalla putrefazione della società capitalista[1]. Il paese è devastato, dai ghetti più poveri ai più alti livelli di governo, dal populismo, dalla violenza, dal traffico di droga e dalle più deliranti teorie cospirative. Il successo delle teorie liberiste di estrema destra, che propugnano l'intraprendenza individuale, l'odio per qualsiasi approccio collettivo e il più idiota malthusianismo, è un sintomo angosciante di questo processo.
In questo contesto, lo sviluppo della lotta di classe non può in alcun modo assumere la forma di un'ascesa omogenea e lineare della coscienza di classe e della comprensione della necessità del comunismo. Al contrario, con l'accelerazione dei fenomeni di decomposizione, la classe operaia si troverà costantemente di fronte a ostacoli, eventi catastrofici e al marciume ideologico della borghesia. La forma che assumeranno la lotta e lo sviluppo della coscienza di classe sarà necessariamente accidentata, difficile e fluttuante. L'irruzione del Covid nel 2020, la guerra in Ucraina due anni dopo e i massacri a Gaza sono sufficienti illustrazioni di questa realtà. La borghesia approfitterà, come ha sempre fatto, di ogni manifestazione di decomposizione per rivoltarle immediatamente contro il proletariato.
È esattamente ciò che sta facendo con la guerra in Medio Oriente, cercando di distogliere il proletariato dal suo terreno di classe, spingendo i lavoratori a difendere un campo imperialista contro un altro. Con una moltitudine di manifestazioni pro-palestinesi e la creazione di reti di "solidarietà", ha sfruttato cinicamente il disgusto provocato dai massacri di Gaza e del Libano per mobilitare migliaia di lavoratori sul terreno del nazionalismo[2]. Questa è la risposta della borghesia alla maturazione che sta iniziando a verificarsi nelle viscere della classe operaia. Durante gli scioperi del 2023 nell'industria automobilistica, ha iniziato a emergere il sentimento di essere una classe internazionale. La stessa dinamica si è vista durante il movimento contro la riforma delle pensioni in Francia, quando i lavoratori del Mobilier National si sono mobilitati in solidarietà con gli scioperanti in Gran Bretagna. Sebbene queste espressioni di solidarietà siano rimaste allo stadio embrionale, la borghesia è perfettamente consapevole del pericolo che tale dinamica rappresenta. L'intera borghesia si è mobilitata per inculcare fango nazionalista nei crani dei lavoratori, perché questi riflessi di solidarietà contenevano i semi della difesa dell'internazionalismo proletario.
Con la crescente instabilità del suo apparato politico, di cui il populismo è uno dei sintomi più spettacolari, la borghesia sta ancora cercando di insinuare un cuneo nella maturazione della coscienza di classe. Gli scioperi negli Stati Uniti si svolgono in un contesto elettorale assordante. I democratici chiedono costantemente che la strada verso il populismo venga bloccata alle urne e che le istituzioni della "democrazia americana" vengano rivitalizzate di fronte al pericolo del "fascismo". I lavoratori in sciopero sono costantemente accusati di indebolire il campo democratico e di fare il gioco del trumpismo. In Italia, l'arrivo dell'estrema destra al potere ha anche dato origine a un'intera campagna a favore della democrazia borghese. Con le ingannevoli promesse della sinistra americana ed europea sulla "tassazione dei ricchi" o sulla "riforma dei diritti dei lavoratori", e con la retorica "progressista" sui "diritti" delle minoranze, la borghesia sta cercando ovunque di seminare illusioni sulla capacità dello Stato borghese di organizzare una società "più giusta". No, la borghesia non ripristinerà un'economia fiorente! No, la borghesia non proteggerà i neri o gli arabi dai suoi poliziotti e padroni razzisti! Lo scopo di tutte queste assurdità è né più né meno che rovinare il pensiero dei lavoratori e distrarli dalle lotte che sono l'unico modo per offrire una vera alternativa alla crisi storica del capitalismo e a tutti gli orrori che porta con sé.
... il futuro appartiene alla lotta di classe!
Nonostante tutti questi ostacoli, la classe sta combattendo su larga scala. Dal punto di vista del materialista volgare, gli scioperi attuali non sono altro che lotte corporative, depoliticizzate, dirette e condotte a vicoli ciechi dai sindacati. Ma se facciamo un passo indietro storicamente e a livello internazionale, nonostante la camicia di forza corporativa imposta dai sindacati, nonostante tutte le debolezze e le illusioni molto reali che pesano sui lavoratori, questi movimenti fanno parte della continuità della rottura che stiamo osservando da quasi tre anni. Dalla "estate della rabbia" che ha scosso il Regno Unito nel 2022 per diversi mesi, la classe operaia ha resistito instancabilmente agli attacchi della borghesia. In Francia, Germania, Italia, Spagna, Finlandia, Paesi Bassi, Grecia, Stati Uniti, Canada, Corea... Da tre decenni il mondo non vedeva un'ondata di lotte così massiccia e simultanea in così tanti paesi o per un periodo così lungo.
Negli ultimi trent'anni, la classe operaia ha perso il senso di sé e della propria identità, ma sta gradualmente iniziando a vedersi di nuovo come una forza sociale e a riscoprire alcuni dei suoi riflessi di solidarietà. Meglio ancora, come la CCI ha potuto documentare, i lavoratori stanno iniziando a riappropriarsi delle lezioni delle lotte passate, cercando di riconnettersi con l'esperienza della loro classe: come con la lotta contro il CPE o il maggio 68 in Francia, con il Cordobazo in Argentina o la lotta dei minatori in Gran Bretagna nel 1984.
Dagli anni '80, le lotte dei lavoratori erano quasi del tutto scomparse dal panorama nordamericano. Con il crollo dell'URSS, i proletari negli Stati Uniti furono sottoposti allo stesso intenso massacro ideologico della Guerra Fredda sulla "vittoria del capitalismo sul [presunto] comunismo". Le lotte dei lavoratori furono spietatamente relegate nella pattumiera della storia. In un paese afflitto da violenza e populismo, dove persino Kamala Harris è sospettata di essere una "comunista" e di voler "fare ciò che ha fatto Lenin", il fatto stesso che le persone abbiano osato di nuovo scioperare in massa, di porre la questione della solidarietà e di definirsi "lavoratori", testimonia un profondo cambiamento nelle menti della classe operaia in tutto il mondo.
La solidarietà che si è espressa in tutti i movimenti sociali dal 2022 dimostra che la classe operaia, quando lotta, non solo riesce a resistere alla putrefazione sociale, ma avvia anche l'inizio di un antidoto, la promessa di un altro mondo attraverso la fratellanza proletaria. La sua lotta è l'antitesi della guerra e del ciascuno contro tutti che segna la fase terminale del capitalismo.
EG, 28 ottobre 2024
[1] Cosa che rappresenta anche una fonte importante di instabilità su scala mondiale. Vedi Risoluzione sulla situazione internazionale (dicembre 2023), International Review n. 171 (2023).
[2] Il sostegno alla “Palestina libera” significa sostegno alla guerra imperialista, ICC online, https://fr.internationalism.org/content/11363/manifestations-pro-palestiniennes-monde-choisir-camp-contre-autre-cest-toujours [468]
Come abbiamo scritto nel nostro secondo articolo sulla "Settimana d'Azione di Praga"[1], diversi gruppi hanno cercato di fare il punto su quanto accaduto durante l'evento di Praga, un tentativo di riunire gli oppositori alla guerra imperialista di diversi paesi. In questo articolo esamineremo il contributo della CWO (Communist Workers Organisation)[2] (in un articolo successivo parleremo delle prospettive dopo la Settimana d'Azione di Praga).
L’articolo della CWO presenta il suo punto di vista secondo cui la crisi sta spingendo il capitalismo verso una nuova guerra mondiale volta a svalutare il capitale. Non svilupperemo qui il nostro disaccordo con questo approccio all’attuale situazione mondiale e alle attuali dinamiche delle guerre imperialiste. Ma vogliamo rispondere al modo in cui la CWO presenta un'esperienza storica chiave del movimento operaio: la Conferenza di Zimmerwald del 1915, che fu il primo grande tentativo da parte degli internazionalisti di tutti i campi in guerra di riunirsi e lanciare un appello contro la guerra imperialista. La CWO sembra minimizzare l'importanza di questo evento insistendo sul fatto che esso rientra nel generale fallimento della sinistra rivoluzionaria della Seconda Internazionale nel rompere in tempo con la socialdemocrazia: anche "L'esempio della sinistra di Zimmerwald che si è riunita dopo l'inizio della guerra", dicono, non è un esempio da imitare. Sì, è vero che la sinistra internazionale ha aspettato troppo a lungo per iniziare un lavoro organizzato di frazione contro il crescente opportunismo della Seconda Internazionale nel periodo precedente la guerra, e questo ritardo ha reso difficile una risposta internazionale allo scoppio della guerra ed al tradimento di tutta l’ala opportunista della socialdemocrazia dopo il 1914. Ma ciò non significa che non possiamo trarre lezioni dall’esperienza della sinistra di Zimmerwald. Al contrario, l’atteggiamento dei bolscevichi e di altri a Zimmerwald – sia nel riconoscere l’importanza della partecipazione alla Conferenza sia nell’opporsi con intransigenza agli errori centristi e pacifisti della maggioranza dei suoi partecipanti – ci fornisce un chiaro esempio di come rispondere ad eventi come la Settimana d'Azione di Praga. In altre parole, la necessità da un lato di essere presenti a un simile evento e, dall’altro, di intervenire con una critica chiara di tutte le sue confusioni e inadeguatezze. Ciò è particolarmente vero se si considera che alcune delle principali forze politiche di Action Week, in particolare il gruppo Tridni Valka, liquidano semplicemente l'intera esperienza di Zimmerwald come nient'altro che un carnevale pacifista[3]. Allo stesso tempo, la lezione che la CWO ha imparato da Zimmerwald - la necessità di riorganizzarsi il più presto e il più ampiamente possibile, prima che venga dichiarata la guerra – l’ha portata ad un approccio del tutto acritico nei confronti degli elementi con cui cerca di raggrupparsi. Su questo torneremo.
Una spiegazione parziale del caos a Praga
Come la maggior parte degli altri resoconti, l'articolo della CWO inizia osservando che "da un punto di vista organizzativo, è stato un disastro (cosa che anche noi condividiamo). I partecipanti possono non essere d'accordo sulle responsabilità, ma il fatto è che alcuni eventi non hanno avuto luogo affatto, altri hanno avuta una scarsa partecipazione, ad altre persone era stato promesso un alloggio che non hanno ottenuto, ed infine il venerdì la sede del congresso è stata disdetta. In mancanza di qualsiasi comunicazione da parte degli organizzatori, una cinquantina di partecipanti si sono riuniti e hanno organizzato una propria conferenza. Le discussioni sono continuate per molte ore e, sebbene gli organizzatori originali alla fine abbiano trovato un'altra sede, il congresso auto-organizzato aveva già programmato di svolgersi il giorno successivo, per cui il sabato hanno avuto luogo due eventi separati: il congresso ufficiale e il congresso auto-organizzato (anche se alcuni partecipanti hanno visitato nel corso della giornata entrambe le riunioni).[4]
Possiamo essere d'accordo sul fatto che si sia trattato di un disastro organizzativo, ma il rapporto della CWO non va oltre nell'analizzare le ragioni di questo disastro. Il punto qui non è colpevolizzare qualcuno, ma cercare le ragioni politiche del fallimento. Come abbiamo cercato di mostrare nel nostro primo articolo su Praga[5], una tale inchiesta non può evitare una critica all’approccio attivista e anti-organizzativo della maggioranza dei partecipanti – un problema radicato nelle concezioni anarchiche ed esacerbato dai vari sforzi volti ad escludere la sinistra comunista dai dibattiti.
È vero che la questione dell'organizzazione è una parte della politica, ma il rapporto della CWO sembra restringere il "punto di vista politico" alle concezioni più generali dei vari partecipanti. Tuttavia ha assolutamente ragione quando sottolinea che a questo livello "la vera divisione emersa è stata tra quegli attivisti che cercavano soluzioni immediate su come fermare la guerra, e quelli che avevano un orientamento di lotta di classe, che avevano una prospettiva a lungo termine comprendendo che le guerre, in quanto prodotto del sistema capitalista, possono essere fermate solo dalla lotta di massa dei lavoratori”.
È proprio questo che abbiamo detto nei nostri articoli su Praga. Tuttavia, anche in questo caso manca qualcosa nel rapporto della CWO. Come abbiamo sottolineato nel nostro primo articolo, proponendo questo approccio generale, "abbiamo potuto constatare che c'è stata una convergenza tra gli interventi della TCI e della CCI, le cui delegazioni si sono incontrate più di una volta per confrontare l'evoluzione della discussione”.
Nell'articolo della CWO si afferma che uno degli aspetti positivi dell'evento di Praga sono stati i numerosi contatti e discussioni informali avvenuti a margine degli incontri principali, e noi siamo d'accordo con questo. Ma ciò che evitano di dire è che all’interno della stessa assemblea “auto-organizzata”, la loro delegazione ha potuto, per la prima volta dopo molti anni, lavorare in modo costruttivo con la CCI, e che ciò è in gran parte dovuto al fatto che, nonostante molti disaccordi, condividiamo la tradizione del marxismo e della sinistra comunista, che ha permesso ad entrambe le organizzazioni di offrire un’alternativa reale allo sterile attivismo che domina nella maggior parte di questo ambiente. Così, negli interventi delle due organizzazioni a Praga, l'accento è stato posto sul primato di un dibattito serio sulla situazione globale rispetto a una fissazione immediata su “cosa possiamo fare oggi”; un'enfasi sul ruolo centrale della lotta operaia nello sviluppo di qualsiasi reale opposizione alla guerra imperialista e un'affermazione che solo il rovesciamento del capitalismo da parte della classe operaia può porre fine alla spirale mortale di guerra e distruzione che ha messo radici nel capitalismo decadente.
Una lunga storia di opportunismo e settarismo
Non pensiamo che la CWO soffra qui di un semplice vuoto di memoria. Si tratta piuttosto di una pratica adottata dalla CWO/TCI e dai suoi precursori già da molto tempo: una politica “tutti tranne la CCI”. Questo atteggiamento era già visibile nell’approccio del Partito Comunista Internazionalista nel 1943-1945 – l’organizzazione da cui trae origine la TCI. Come abbiamo dimostrato in diversi articoli, il PCInt è stato, fin dalla sua creazione, opportunista nel suo intervento presso i gruppi partigiani in Italia e verso un certo numero di elementi cui ha permesso di entrare nel Partito senza chiedere conto delle loro deviazioni passate e addirittura di loro tradimenti: è il caso di Vercesi, ex militante della Frazione italiana impegnato nel frontismo antifascista durante la guerra, o degli elementi che si erano staccati dalla Frazione per combattere nelle Milizie trotzkiste del POUM in Spagna nel 1936. E questo opportunismo si accompagna ad un approccio settario nei confronti di coloro che hanno criticato il PCInt da sinistra, cioè della Sinistra Comunista Francese, con la quale ha rifiutato ogni discussione. Stesso approccio da parte di Battaglia Comunista (l'affiliata italiana della TCI) e della CWO nel sabotaggio delle conferenze della Sinistra Comunista alla fine degli anni '70 - sulla triste scia del quale Battaglia e la CWO, liberandosi di fatto della CCI, organizzarono una “nuova” conferenza con un gruppo di stalinisti iraniani[6]. Un chiaro esempio di opportunismo verso la destra, verso anche l'ala sinistra del capitalismo, e di settarismo verso la sinistra del campo proletario, la CCI.
Oggi questa politica continua con il rifiuto sistematico del lavoro congiunto tra i principali gruppi della sinistra comunista a favore della ricerca di alleanze con tutti i tipi di elementi – dagli anarchici a coloro che, a nostro avviso, sono falsi comunisti di sinistra che possono solo svolgere un ruolo distruttivo nei confronti dell’autentico ambiente proletario. L’esempio più evidente di quest’ultimo è il “Gruppo Internazionale della Sinistra Comunista”, un gruppo che è solo una formazione parassitaria, la cui ragion d’essere è quella di diffamare la CCI, e che si è attivamente impegnato nel rendere pubblica la vita interna della CCI[7], ed è tuttavia con questo gruppo che la TCI ha formato il suo gruppo No War But the Class War en Francia. La scelta della TCI di respingere le proposte della CCI per un appello comune della sinistra comunista contro le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, e di optare invece per una sorta di "ampio fronte" attraverso i gruppi “Nessuna guerra ma guerra di classe”, è solo l’ultima iterazione di questo approccio[8].
Prima dell’incontro di Praga, la CWO aveva scritto agli organizzatori per suggerire che gli otto criteri da loro proposti per la partecipazione alla conferenza e per il lavoro congiunto internazionalista potessero in futuro essere facilmente fusi con i cinque punti fondamentali che definiscono i comitati “No War But the Class War”[9]. Sarebbe utile che la CWO, nel suo bilancio della conferenza, valutasse cosa è successo di questa proposta.
Da parte nostra, crediamo che quanto accaduto a Praga abbia fornito una confutazione pratica dell’intero metodo alla base dell’iniziativa NWBCW. In primo luogo, ciò non ha convinto gli organizzatori a revocare il loro rifiuto di invitare la Sinistra Comunista alla conferenza "ufficiale", come era stato inizialmente affermato in un'intervista radiofonica al comitato organizzatore[10] e pienamente confermato nel rapporto dell’evento scritto dal gruppo Tridni Valka (che certamente ha avuto un'influenza fondamentale sul comitato organizzatore ufficiale, anche se lui stesso afferma di non averne fatto parte)[11]. Come mostra l'articolo di Tridni Valka, l'ostilità verso la sinistra comunista in alcune parti del movimento anarchico è molto profonda. Questo non è qualcosa che può essere superato formando fronti amorfi con gli anarchici. Al contrario, questa è la via garantita per evitare un dibattito reale e approfondito, che prenderà necessariamente la forma di una lotta politica paziente e incessante volta ad andare alle radici della divergenza tra marxismo e anarchismo. Non abbiamo nessun indizio che la TCI si sia impegnata in un simile confronto con i gruppi con cui ha collaborato nei gruppi NWBCW.
In secondo luogo, gli eventi di Praga sono stati una vera dimostrazione, da un lato, che non può essere responsabilità della sinistra comunista “organizzare” il movimento anarchico frammentato, politicamente eterogeneo e spesso caotico. Sì, bisogna essere presenti alle sue manifestazioni per invocare la coerenza sia politica che organizzativa, ma il tentativo di racchiudere un tale ambiente in gruppi o comitati permanenti può solo portare al sabotaggio del lavoro della sinistra comunista. D’altro canto, i modesti inizi di lavoro congiunto tra la TCI e la CCI a Praga confermano l’opinione della CCI secondo cui il miglior punto di partenza per la Sinistra Comunista è avere un impatto nella ricerca più ampia delle posizioni internazionaliste, anche se confuse, è uno sforzo unitario basato su principi molto chiaramente condivisi.
Amos
[1] “Settimana d'azione” a Praga: alcune lezioni e alcune risposte alla calunnia, https://it.internationalism.org/content/1823/action-week-praga-alcune-lezioni-e-alcune-risposte-alle-calunnie [469]
[2] Iniziative internazionaliste contro la guerra e il capitalismo, sul sito della Tendenza Comunista Internazionalista, di cui la CWO fa parte.
[3] Ibid, nota 1.
[4] Ibid, nota 2.
[5] https://it.internationalism.org/content/1812/action-week-praga-lattivismo-e-un-ostacolo-la-chiarificazione-politica [470]
[6] Vedi la troisième conférence des groupes de la gauche communiste [471], International Review 22, et Les conférences internationales de la Gauche Communiste (1976-1980) - Leçons d'une expérience pour le milieu prolétarien [472], Revue Internationale 122)
[7] Vedi : Nouvel acte de mouchardage du GIGC [473] : Appel à la solidarité révolutionnaire et à la défense des principes prolétariens [473], in francese
[8] La TCI e l’iniziativa “No War But the Class War”: un bluff opportunista che indebolisce la Sinistra Comunista, https://it.internationalism.org/content/1765/la-tci-e-liniziativa-dei-co... [474]
[9] To the Internationalists Attending the Prague Week of Action [475], su leftcom.org
[10] Interview with the Organising committee of the Action Week [476] , pubblicato sulla rivista Transmitter
[11] [AW2024] Report from Prague [477]. La nostra risposta nell’articolo citato in nota 1.
Uno dei primi segni di risveglio della classe operaia dopo il tradimento delle sue organizzazioni e il primo anno di massacri nella guerra imperialista del 1914-18 fu la conferenza tenutasi a Zimmerwald, in Svizzera, nel settembre del 1915, che riunì un piccolo numero di internazionalisti provenienti da diversi paesi. La conferenza fu un forum in cui vennero presentate molte opinioni diverse sulla guerra, la maggior parte delle quali tendeva al pacifismo, mentre solo una minoranza di sinistra difendeva un'opposizione apertamente rivoluzionaria alla guerra. Ma i membri della sinistra a Zimmerwald continuarono a spingere per un chiarimento in questa e nelle successive conferenze; e questo lavoro - combinato alla rinascita della lotta di classe a livello più generale, culminata negli scoppi rivoluzionari in Russia e in Germania - avrebbe dato vita a un nuovo partito politico mondiale basato su posizioni chiaramente rivoluzionarie: l'Internazionale Comunista, fondata nel 1919[1]. Oggi siamo ancora lontani dalla formazione di un tale partito, soprattutto perché la classe operaia ha ancora un lungo cammino davanti a sé prima di poter porre nuovamente la questione della rivoluzione. Tuttavia, di fronte a un sistema mondiale che sbanda verso l'autodistruzione, di fronte all'intensificarsi e al moltiplicarsi delle guerre imperialiste, stiamo assistendo a piccoli segnali del riemergere di una coscienza sulla necessità di una risposta internazionale e internazionalista alla guerra capitalista. Come abbiamo detto nel nostro precedente articolo sulla "Settimana d'azione" di Praga[2], l’incontro di Praga è stato uno di questi segnali - non meno eterogeneo e confuso della conferenza iniziale di Zimmerwald, e molto più disorganizzato, ma comunque un segnale.
Per noi, organizzazione che trae le sue origini dalla Sinistra comunista degli anni Venti e, prima ancora, dalla Sinistra di Zimmerwald intorno ai bolscevichi e ad altri raggruppamenti, era necessario essere presenti il più possibile all'evento di Praga per difendere un certo numero di principi politici e metodi organizzativi:
- Contro la disorganizzazione prevalente che ha trasformato alcune parti della Settimana d'azione in un reale fiasco, porre la necessità di un dibattito organizzato e aperto intorno a ordini del giorno definiti e finalizzato a risultati chiari. Ciò significa che le riunioni devono avere un presidium, che si devono prendere appunti, che si devono trarre conclusioni e così via.
- Contro l'urgenza immediatista di parlare solo di "cosa possiamo fare adesso", insistere sulla necessità di porre le discussioni in un quadro storico più ampio per comprendere la natura delle guerre attuali, il rapporto di forza tra le due classi principali e la prospettiva di futuri e massicci movimenti di classe.
- Contro l'idea di azioni "esemplari" e di tipo sostitutivo da parte di piccoli gruppi con l'obiettivo di sabotare gli sforzi bellici dei diversi Stati, mettere avanti la necessità di riconoscere che è solo la mobilitazione di massa della classe operaia a costituire una reale opposizione alla guerra imperialista; e che, in prima istanza, tali movimenti hanno più probabilità di emergere dalla lotta contro l'impatto della crisi economica (esacerbata, ovviamente, dalla crescita di un'economia di guerra) che da un'azione di massa diretta contro la guerra.
- Per promuovere un tale approccio, è stato necessario opporsi alla prevista esclusione dai lavori dei gruppi della Sinistra comunista da parte degli elementi promotori della Settimana d'azione. Torneremo su questa questione più avanti.
Nel nostro primo articolo, che mirava a rendere conto dell'esito caotico della Settimana d'azione e a suggerirne alcune ragioni di fondo, abbiamo sottolineato il ruolo costruttivo svolto dai gruppi della Sinistra comunista, ma anche da alcuni altri elementi, nel tentativo di costruire un quadro organizzato per un dibattito serio (quella che è stata definita "Assemblea auto-organizzata"). La delegazione della CCI ha appoggiato l'iniziativa, ma non si è fatta illusioni sulle difficoltà che questa nuova formazione avrebbe dovuto affrontare, né tanto meno sulle possibilità di dare un seguito organizzato all'evento - come primo step, l'organizzazione di un sito web che potesse fungere da forum per i dibattiti che non si sono potuti sviluppare a Praga. Ora sembra che anche questa minima speranza sia venuta meno e che sarà necessario ripartire da zero per definire i parametri e le possibilità dei futuri incontri.
Altri elementi di bilancio dell'evento
Da quando si è conclusa la settimana di Praga, sono stati pochissimi i tentativi di descrivere l'accaduto e ancor meno di trarre lezioni politiche da questo evidente fallimento. La Rete Comunista Anarchica (Anarchist Communist Network) ha scritto un breve resoconto[3], dove però sembra concentrarsi principalmente sui problemi causati dalla divisione tra le fila degli anarchici cechi tra i "difensori dell'Ucraina" e quelli che cercano una posizione internazionalista sulla guerra. Questo è stato certamente un elemento di disorganizzazione dell'evento ma, come abbiamo sostenuto nel nostro primo articolo, è necessario andare molto più a fondo di questo - per lo meno, riguardo all'approccio attivista che ancora domina tra gli anarchici che si oppongono alla guerra su una base internazionalista[4].
A nostra conoscenza, il maggior numero di parole è stato speso da quelli più ostili ai gruppi della Sinistra comunista. In particolare, un gruppo proveniente dalla Germania molto focalizzato sulla solidarietà con i prigionieri[5] e che ha partecipato solo alla fine del primo giorno dell'Assemblea autorganizzata e a parte del secondo, prima di recarsi alla conferenza ufficiale[6] che ci dice che ci sono state discussioni interessanti, senza però dirci nulla su cosa è stato discusso. Al contrario è molto preciso nell’indicare chi, secondo loro, sono stati colpevoli di aver sabotato la Settimana d'azione:
"Non ce ne siamo resi conto al momento, ma era già chiaro che nella situazione già caotica, oltre agli attacchi degli anarchici della NATO, dei gruppi stavano cercando di sabotare l'incontro dall'interno, mentre erano in corso altri conflitti tra gruppi. In primo luogo gruppi della sinistra comunista".
Quindi, invece di cercare di offrire vie d'uscita alla situazione caotica lasciata in eredità dagli organizzatori ufficiali, i gruppi della Sinistra comunista erano lì solo per peggiorarla!
Le deformazioni e le calunnie di Tridni Valka
Il resoconto più "sostanzioso" di quanto accaduto è fornito dal gruppo ceco Tridni Valka (TV), che la maggior parte delle persone riteneva coinvolto nell'organizzazione della Settimana d'azione - e a ragione, visto che il suo sito web ospitava tutti gli annunci in merito[7]. Ma la cosa più sostanziosa di questo articolo è la grande quantità di deformazioni e calunnie che contiene. A nostro avviso, questo articolo ha tre obiettivi principali:
- Si vuole nascondere la propria responsabilità per il fiasco, attribuendola a quello che viene presentato come un "Comitato organizzativo" completamente separato, la cui composizione rimane tuttora un mistero. Il Tridni Valka sostiene di essere stato favorevole solo al Congresso antiguerra non pubblico alla fine della settimana e di aver pensato che gli organizzatori non avessero le risorse per gestire un'intera settimana di eventi. In particolare critica la "manifestazione contro la guerra" prevista per il venerdì di quella settimana, che il giorno precedente era stata respinta come priva di senso e come una minaccia per la sicurezza da tutti gli elementi che si erano pronunciati a favore del boicottaggio della manifestazione a favore della continuazione del dibattito politico (cioè dello svolgimento dell'Assemblea autorganizzata). Eppure, l'annuncio che invitava a partecipare alla manifestazione si trova ancora sul sito web di Tridni Valka[8]. Questa confusione è l'inevitabile risultato di una concezione politica che evita o rifiuta una chiara demarcazione politica tra le diverse organizzazioni, rendendo così impossibile capire quale gruppo o comitato sia responsabile di quale decisione, una situazione che può solo alimentare confusione e sfiducia.
- Si cerca di giustificare la propria politica di esclusione della Sinistra comunista dal Congresso, dapprima con un'argomentazione terminologica sull'etichetta "Sinistra comunista", poi con una serie di esempi storici che accusano i gruppi esistenti della Sinistra comunista di cercare di costruire un "partito di massa" sul modello bolscevico. Si afferma che tutti i gruppi della Sinistra comunista sostengono la firma da parte dei bolscevichi del trattato di Brest-Litovsk nel 1918 ("una vera e propria pugnalata alle spalle per i proletari di Russia, Germania e Austria-Ungheria, un 'tradimento', direbbe qualcuno!"). Si denuncia la conferenza di Zimmerwald e la Sinistra di Zimmerwald, a cui fa riferimento anche la Sinistra comunista, come nient'altro che un gruppo di pacifisti, e si sostiene anche che "la cosiddetta 'Sinistra comunista' difende (più o meno, a seconda delle sfumature preferite da ciascuna di queste organizzazioni) la posizione della Terza Internazionale sulla questione coloniale". Tutti questi argomenti vengono addotti per dimostrare che le posizioni della Sinistra comunista erano incompatibili con la partecipazione al Congresso contro la guerra. Non possiamo qui rispondere a tutte queste argomentazioni, ma è necessario soffermarsi su alcuni punti, che rivelano la profonda ignoranza (o la deliberata distorsione) dell'articolo di Tridni Valka. In primo luogo, la critica all'idea socialdemocratica del partito di massa è stata sviluppata in prima istanza nientemeno che dai bolscevichi a partire dal 1903[9]. In Russia, nel 1918, fu proprio l'opposizione al Trattato di Brest-Litovsk a far nascere la Frazione Comunista di Sinistra all'interno del partito russo (anche se è vero che in seguito alcuni comunisti di sinistra, in particolare la Frazione italiana, si schierarono - a nostro avviso correttamente - contro la posizione di "guerra rivoluzionaria" che i comunisti di sinistra offrivano come alternativa alla firma del Trattato). E per quanto riguarda l'argomentazione secondo cui i gruppi odierni della Sinistra comunista continuerebbero tutti a difendere la posizione della Terza Internazionale sulla questione coloniale... possiamo rimandare Tridni Valka a un gran numero di articoli sul nostro sito web che sostengono l'esatto contrario.
- Infine, con l’articolo si vuole escludere definitivamente la CCI dal campo proletario. Perché? Perché abbiamo affermato che il gruppo che ha influenzato maggiormente Tridni Valka (TV), il Groupe Communiste Internationaliste (GCI), ha finito per flirtare con il terrorismo e che TV non ha mai chiarito quali fossero le differenze tra loro e il GCI. La risposta di TV: "è molto probabile che i servizi di sicurezza dello Stato ceco (e di altri paesi) si rallegrino di questo tipo di 'rivelazioni' e 'informazioni' sui presunti legami del nostro gruppo 'con il terrorismo'. Grazie agl’informatori della CCI, che farebbe meglio a rinominarsi CCI-B, con la B di 'bolscevico' ma soprattutto di 'traditore'[10]! Fottuti spioni!!!".
Al contrario. La CCI si è già assunta da tempo la sua responsabilità politica denunciando le pretese del GCI di essere il non plus ultra dell'internazionalismo, tracciando una mappa del loro sempre più grottesco sostegno ad azioni e organizzazioni terroristiche come espressione del proletariato: a partire da Popular Revolutionary Bloc del Salvador e da Sentiero Lucente in Perù, fino a vedere una resistenza proletaria nelle atrocità di Al Qaeda[11]. Tali posizioni politiche espongono chiaramente tutte le autentiche organizzazioni rivoluzionarie alla repressione da parte dei servizi di sicurezza dello Stato, che le utilizzeranno per fare un'equazione tra internazionalismo e terrorismo islamico. Inoltre, abbiamo mostrato un altro aspetto della capacità del GCI di fare il lavoro della polizia: le loro minacce di violenza contro i nostri compagni in Messico, alcuni dei quali erano già stati aggrediti fisicamente dai maoisti messicani[12]. Se Tridni Valka avesse avuto un minimo di senso di responsabilità rispetto alla necessità di difendere il campo internazionalista, avrebbe preso pubblicamente le distanze dalle aberrazioni del GCI.
Non abbiamo esaurito l’analisi sulle lezioni dell'evento di Praga, né su altri tentativi di sviluppare una risposta internazionalista alla guerra, ma non potevamo fare a meno di rispondere a questi attacchi. Presentando la tradizione della Sinistra comunista come un ostacolo allo sforzo di riunire le modeste forze internazionaliste di oggi, gli autori di questi attacchi rivelano che sono loro ad opporsi a questo sforzo.
Nei prossimi articoli ci proponiamo di rispondere al bilancio della CWO su Praga e di affrontare alcune delle questioni chiave poste dalla conferenza. Ciò significa, in particolare, approfondire perché insistiamo sul fatto che solo il movimento reale della classe operaia può opporsi alla guerra imperialista, perché solo il rovesciamento del capitalismo può porre fine alla crescente spirale di guerra e distruzione, e perché gli approcci attivisti favoriti dalla maggior parte dei gruppi che hanno partecipato alla Settimana d'azione possono solo portare a un'impasse.
Amos
[1] Vedi ad esempio, Zimmerwald (1915-1917): From war to revolution [478], Rivista Internazionale, n. 44 (anche in spagnolo e francese)
[3] https://anarcomuk.uk/2024/05/28/prague-congress-interim-report/ [479]
https://anarcomuk.uk/2024/05/31/prague-congress-report-part-2/ [480]
[4] Anche la Communist Workers Organisation (CWO) ha scritto un breve rapporto, ma preferiamo rispondere a questo in un articolo a parte. Internationalist Initiatives Against War and Capitalism [481], Revolutionary Perspectives 24
[5] Das Treffen in Prag, der Beginn von einer Katastrophe [482]
Soligruppe für Gefangene
[6] Vale a dire, il "Congresso contro la guerra" non pubblico convocato dal Comitato organizzatore originario, che escludeva i gruppi della Sinistra comunista. Questo incontro ha dato origine a una breve dichiarazione comune che si può trovare qui: https://anarcomuk.uk/2024/06/15/declaration-of-revolutionary-internationalists/ [483]
[9] Vedi ad esempio, 1903-4: the birth of Bolshevism [485], International Review 116 (anche in spagnolo e francese)
[10] Da notare che in inglese la parola traditore si traduce con betrayer, che inizia con la B. Di qui l’insulto della CCI-B.
[11] How the Groupe Communiste Internationaliste spits on proletarian internationalism [458], ICC Online; What is the GCI (Internationalist Communist Group) good for? [486] International Review 124 (anche in spagnolo e francese
In Ucraina e in Medio Oriente, le tensioni mortali si sono intensificate quest'estate in un’escalation distruttiva il cui esito non potrebbe essere più chiaro: nessuno dei belligeranti otterrà un vantaggio da queste guerre.
Un'escalation di guerra senza fine
L’avanzata dell'esercito russo nell’Ucraina orientale è stata accolta da nuove incursioni, questa volta direttamente sul suolo russo da parte dell’esercito ucraino nella regione di Kursk. È stato compiuto un passo ulteriore, che minaccia le popolazioni e il mondo con un’estensione del conflitto e uno scontro ancora più letale. Tutti i belligeranti sono risucchiati in una spirale estremamente pericolosa: ad esempio, Zelensky sta solo aspettando di poter colpire più a fondo la Russia grazie ai missili europei e americani che riceve. E questo non fa che spingere in avanti la corsa a capofitto mortale del Cremlino, come gli attacchi di Poltava che hanno aggiunto altri 55 morti all’infinita lista delle vittime. Da parte sua, la Bielorussia rimane ancora una forza suscettibile di partecipare attivamente al conflitto: con il raid ucraino su Kursk, questa possibilità è aumentata. Al confine comune tra Bielorussia e Ucraina, il governo di Lukashenko ha collocato un terzo del suo esercito e le esercitazioni militari di giugno hanno ricordato che possiede armi nucleari russe. Il rischio di un prolungamento della spirale bellica è presente anche in Polonia, che ha espresso ancora una volta la sua preoccupazione mantenendo le proprie truppe in allerta. Sebbene la NATO, di cui la Polonia è membro, abbia ufficialmente rifiutato di inviare truppe, il primo ministro polacco Donald Tusk ha parlato alla fine di marzo di un’“era prebellica “.
In Medio Oriente, oltre alle ignominie quotidiane a Gaza, si sono aggiunti l’offensiva dell'esercito israeliano in Cisgiordania e il suo intervento nel sud del Libano in una corsa a capofitto del tutto irrazionale. L'assassinio provocatorio del leader di Hamas a Teheran ha portato solo alla sua sostituzione con un nuovo leader, ancora più estremista e assetato di sangue, accendendo un’altra miccia nella polveriera regionale. Tutto ciò ha naturalmente offerto all’Iran e ai suoi alleati nuovi pretesti per essere più coinvolti nel conflitto, per moltiplicare i crimini e le provocazioni.
Mentre gli ipocriti colloqui per il cessate il fuoco si sono svolti a Doha a metà agosto, i massacri e le distruzioni sono continuati con maggiore intensità. Netanyahu continua a silurare ogni tentativo di apertura diplomatica per rafforzare meglio la sua politica della terra bruciata, ammucchiando cadaveri nel tentativo di salvarsi la pelle. Ciascuna parte ha solo aumentato la carneficina per influenzare i negoziati. Netanyahu così come Hamas, sia Putin che Zelensky, così come le potenze imperialiste che li sostengono attivamente, tutti questi avvoltoi imperialisti stanno sprofondando in una logica inesauribile di scontri infiniti e sempre più distruttivi. Ciò conferma pienamente che la spirale bellica del capitalismo in piena decomposizione ha perso ogni razionalità economica e tende a sfuggire al controllo dei suoi diretti protagonisti e di tutte le potenze imperialiste coinvolte.
L'accelerazione della decomposizione aggrava i conflitti
Sia per la loro durata, che per il loro svolgersi e l’impasse politica in cui sprofondano, a causa della loro irrazionalità e la fuga in avanti in una logica di terra bruciata, questi conflitti illustrano l’enorme peso della decomposizione del sistema capitalista, la cui accelerazione irreversibile minaccia sempre più di distruggere l’umanità. Se la guerra mondiale non è all'ordine del giorno, a causa dell’instabilità delle alleanze e dell’indisciplina generalizzata che caratterizzano ormai le relazioni internazionali, l’intensificazione e il graduale prolungamento dei conflitti non può che portare sempre più a distruzione e caos.
L’inesistenza di blocchi imperialisti pronti alla guerra mondiale (come lo era il blocco occidentale o il blocco orientale durante la guerra fredda) genera in ultima analisi più instabilità: poiché non c’è più un nemico comune o una disciplina di blocco, ogni stato e/o fazione ora agisce esclusivamente per i propri obiettivi, il che li porta più facilmente allo scontro in una lotta di tutti contro tutti, ostacolando l’azione degli altri, rendendo sempre più difficile il controllo della loro politica. È a causa di questa tendenza che gli Stati Uniti, pur mantenendo il loro sostegno alla NATO, vedono le frazioni al suo interno dividersi a vicenda sulla politica da seguire, sia in Ucraina che a Gaza. Mentre l'amministrazione Biden propone di mantenere gli aiuti ai suoi alleati, i repubblicani stanno cercando di limitarli, inizialmente congelando al Congresso 60 miliardi di dollari di sostegno all’Ucraina e 14 miliardi di dollari per Israele, per poi cedere e stanziarli. Queste fratture non possono che accentuare la difficoltà degli Stati Uniti di imporre la loro egemonia nel mondo. Essi stanno quindi perdendo sempre più il controllo della loro politica e la loro autorità sui protagonisti dei conflitti.
In questo contesto la crescente polarizzazione tra le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, aggiunge benzina al fuoco. Sebbene la prospettiva di una guerra frontale tra queste due potenze non sia concepibile al momento, le tensioni sono costanti e il rischio di uno scontro regionale su Taiwan non fa che aumentare. La Cina continua le sue esercitazioni militari vicino e intorno all’isola, continua e intensifica, anche se con cautela, le sue provocazioni militari nel Mar Cinese Meridionale e moltiplica le sue intimidazioni, in particolare contro le Filippine e il Giappone. Gli Stati Uniti, molto preoccupati, hanno alzato la voce e riaffermato il loro sostegno ai loro alleati locali minacciati, moltiplicando anche le loro provocazioni. La situazione sta diventando sempre meno controllabile e sempre più imprevedibile. I rischi di scivolamento in nuove conflagrazioni sono in costante aumento.
I proletari restano le principali vittime
Sia direttamente nelle zone di conflitto che al di fuori di fronte ai morsi degli attacchi legati all’economia di guerra, i proletari sono sempre i più colpiti. Nelle zone di guerra sono vittime di bombardamenti, sono soggetti a restrizioni e devono sopportare terrore, orrori e massacri. Quando non sono sfruttati nelle fabbriche, nelle miniere o negli uffici, la borghesia li usa come carne da cannone. In Ucraina, il governo arruola a sua discrezione qualsiasi uomo di età compresa tra i 25 e i 60 anni, direttamente per rapimento o con l’esca di uno stipendio più alto di quello di un lavoro civile. Oltre all'arruolamento obbligatorio, la borghesia approfitta così delle miserabili condizioni degli operai per pagare il loro sangue e la loro vita.
Tutto questo è possibile solo grazie a un’intensa propaganda nazionalista, a vaste campagne ideologiche e a condizionamenti pianificati dallo Stato: “La guerra è un omicidio metodico, organizzato, gigantesco. In vista di un omicidio sistematico, in uomini normalmente costituiti, è necessario [...] produrre un’ubriachezza appropriata. Questo è sempre stato il metodo abituale dei belligeranti. La bestialità dei pensieri e dei sentimenti deve corrispondere alla bestialità della pratica, deve prepararla e accompagnarla”[1]. È per questo motivo che al momento attuale la classe operaia in Ucraina, in Russia o in Medio Oriente non ha la capacità di reagire e sarà molto difficile per lei farlo di fronte all'"ebbrezza" a cui è sottoposta.
È vero che il governo di Netanyahu è sempre più impopolare e la notizia di ogni uccisione di ostaggi israeliani da parte di Hamas ha provocato enormi proteste, poiché sempre più israeliani riconoscono che l’obiettivo dichiarato del governo di liberare gli ostaggi e distruggere Hamas sono reciprocamente contraddittori. Ma le manifestazioni, anche quando chiedono un cessate il fuoco, rimangono entro i limiti del nazionalismo e della democrazia borghese e non contengono una dinamica verso una risposta proletaria alla guerra.
Il proletariato dei paesi occidentali, attraverso la sua esperienza della lotta di classe, in particolare delle sofisticate trappole imposte dal dominio borghese, rimane il principale antidoto alla spirale distruttiva. Attraverso le sue lotte contro gli effetti dell'economia di guerra, tanto per i tagli di bilancio che per l’inflazione galoppante, ha gettato le basi per i suoi futuri assalti al capitalismo.
Tatlin/WH, 5 settembre 2024
[1]Rosa Luxemburg, La crisi della socialdemocrazia (1915)
Riunione pubblica internazionale della CCI:
La sinistra del capitale non può salvare un sistema moribondo
Alla fine di luglio, abbiamo tenuto una Riunione pubblica online per discutere il tema: “Elezioni in America, Gran Bretagna e Francia: la sinistra del capitale non può salvare questo sistema moribondo”.
Avevamo notato nei vari incontri pubblici, nelle permanenze, nelle lettere, nelle e-mail, la preoccupazione causata dalla valanga di segnali dell’ascesa del populismo, dalla crescita di queste formazioni durante le elezioni europee, in particolare in Francia e Germania, sino alla spinta in avanti elettorale costituita dall'attentato a Trump negli Stati Uniti. Era quindi importante incoraggiare il dibattito su questo fenomeno per comprenderne il significato e combattere lo sfruttamento ideologico da parte della borghesia.
Abbiamo già pubblicato diversi articoli per presentare la nostra analisi del fenomeno dello sviluppo del populismo e per denunciare le campagne ideologiche della borghesia che cerca di dirigere gli effetti della propria putrefazione contro la classe operaia, per permettere che i dubbi sulle nostre analisi, le critiche o i suggerimenti si possano esprimere, e favorire una riflessione per alimentare un confronto che permetta la massima chiarezza. L'accoglienza della nostra proposta è stata molto positiva, con la partecipazione di compagni provenienti da diversi paesi, che parlavano lingue diverse (la CCI ha provveduto alla traduzione degli interventi in inglese, francese, spagnolo e italiano). Insomma, su una delle tante questioni che la classe operaia mondiale si trova ad affrontare si è sviluppato un vivace dibattito internazionale, a testimonianza della validità della nostra iniziativa.
Nella nostra presentazione, abbiamo proposto tre assi relativi alle domande dei nostri contatti:
- Cosa rappresenta l'ascesa del populismo?
- Che impatto può avere l'ascesa del populismo sulla classe operaia, in particolare attraverso le campagne democratiche con cui la sinistra del capitale ci invita a combatterlo?
- Quali sono le responsabilità dei rivoluzionari?
Il significato del populismo
Il dibattito si è concentrato principalmente sui primi due assi. All’inizio della discussione, diversi interventi tendevano a vedere il populismo come una “manovra deliberata”, una sorta di “strategia premeditata da parte di tutta la borghesia per infliggere una sconfitta ideologica alla classe operaia”. Gli interventi di altri compagni, così come quelli della CCI, non hanno condiviso questo punto di vista ed hanno quindi cercato di promuovere il chiarimento di questo dibattito utilizzando diversi argomenti: “anche se l'ascesa del populismo non è una strategia pianificata dalla borghesia, ciò non significa che la classe dominante non sia in grado di rivolgere gli effetti del proprio marciume e della propria decomposizione contro il proletariato”.
L’ascesa del populismo non esprime la capacità della borghesia di essere in grado di orientare la società verso la sua “soluzione organica alla decadenza capitalistica”, cioè di iniziare una guerra mondiale. Una nuova carneficina imperialista generalizzata come la Prima e la Seconda Guerra mondiale non è oggi possibile a causa della realtà dell’ognuno per sé nelle relazioni internazionali e anche all’interno delle borghesie nazionali, e a causa dell'impossibilità per la borghesia di garantire una disciplina minima che possa consentire la costituzione di blocchi imperialisti. L’inasprimento del ciascuno per sé testimonia il fatto che la borghesia tende, al contrario, a perdere il controllo politico sul proprio sistema, che la spinge in una dinamica in cui il flagello del militarismo è accompagnato da guerre localizzate che si stanno diffondendo diventando sempre più irrazionali. Tutti i protagonisti in competizione si ritrovano perdenti e testimoniano la loro incapacità di limitare un disastro ecologico di cui sono pienamente consapevoli ma che non sono in grado di combattere perché metterebbe in discussione la loro natura capitalistica: la ricerca del profitto.
Anche nei paesi in cui le borghesie sono più “responsabili” ed esperte, le loro diverse fazioni politiche sono sempre più divise e la crescente influenza del populismo non fa che proporre programmi politici impraticabili o sfavorevoli al capitale nazionale nel suo complesso. La Brexit ne è un esempio lampante, così come la permeabilità delle fazioni populiste all’influenza di una potenza imperialista rivale come la Russia di Putin, come avviene con l’AfD in Germania, il RN in Francia e persino, in misura minore, tra i sostenitori di Trump.
Che il populismo sia un insieme di valori borghesi è innegabile. Questo è il motivo per cui i grandi capitalisti lo sostengono spudoratamente (come Elon Musk o Trump, per esempio). Ma la sua ascesa alla testa dello Stato non gli ha impedito di costituire un handicap per tutte le frazioni della borghesia. Questo si è verificato in molti paesi. Pertanto, gli sforzi per contenerlo non sono un semplice gioco “teatrale” di altre fazioni borghesi per ingannare il proletariato. Il cordone sanitario istituito in Germania, la prova di forza di Macron alle elezioni presidenziali del 2017 o il lancio improvviso di Kamala Harris negli Stati Uniti di recente, dimostrano proprio che la borghesia teme di perdere il controllo del suo apparato politico, in particolare a causa del pericolo che il populismo rappresenta: un ostacolo alla difesa coerente degli interessi del capitale nazionale.
Alcuni compagni hanno sottolineato che molti lavoratori votano per i partiti populisti. Ora, ciò che è stato chiarito è che il terreno elettorale non è quello di espressione del proletariato come classe. Durante le elezioni, individui atomizzati, mistificati e isolati si trovano di fronte al futuro oscuro annunciato dalla società capitalista e, in molti casi, sensibili alle spiegazioni “semplicistiche e di parte” dei politici populisti, che cercano capri espiatori: gli immigrati, come i cosiddetti “beneficiari” di qualche briciola irrisoria dello Stato sfruttatore, individuati come responsabili della loro miseria, della loro precarietà, della loro disoccupazione o dei loro alloggi al di sotto degli standard.
Ma se questo pregiudizio è fuorviante e pericoloso, lo è ancora di più quello sostenuto dalle frazioni “democratiche” e della sinistra del capitale, che ci chiedono di sostenerle come unici baluardi contro il populismo, mentre sono solo i prodotti e i difensori dello stesso sistema moribondo. In realtà, ciò a cui stiamo assistendo oggi è un crescente discredito di queste formazioni tradizionali della borghesia, proprio perché i loro governi non possono fermare il corso verso la crisi, la barbarie e la guerra che il capitalismo ha in serbo per noi, perché ne sono i sinistri attori e difensori.
I partiti di sinistra, baluardi del capitalismo
Anche se non tutto ciò che era necessario per approfondire le questioni ha potuto essere sviluppato nel corso della discussione, è emerso un dibattito nel tentativo di distinguere il significato del populismo attuale dal fascismo o dallo stalinismo degli anni ‘30, quando questi ultimi erano il risultato di una sconfitta del proletariato che si era verificata in precedenza e in cui le forze della sinistra del capitale avevano giocato un ruolo decisivo. L’attuale ascesa del populismo, al contrario, non si colloca affatto in un contesto di controrivoluzione, vale a dire di sconfitta ideologica e fisica del proletariato. Cercando di imitare e sfruttare questo tragico passato, quello dell’ascesa di Léon Blum e del Fronte Popolare al potere, per cavalcare l'immagine di “vittoria” trasmessa da allora dalla propaganda borghese, il Nuovo Fronte Popolare in Francia non è altro che una ridicola farsa, ma altrettanto borghese quanto il Fronte Popolare degli anni 1930 in Francia o in Spagna. Questo non lo rende innocuo. Anzi! Questa alleanza, creata in fretta, rimane pericolosa a causa della sua propaganda democratica a favore dello Stato borghese. Il Fronte Popolare era composto precisamente dalle forze in grado di reclutare e disciplinare la popolazione, specialmente il proletariato, per condurla verso la guerra imperialista mondiale. Oggi, anche se si trova ad affrontare grandi difficoltà e fragilità, il proletariato è ben lungi dall’essere sconfitto.
Questa domanda è una di quelle che dovrebbero permetterci di avere una discussione più approfondita: come può svilupparsi la coscienza di classe nel proletariato? Quali interessi lo collocano contro la società capitalistica? Qual è la prospettiva della lotta di classe? E in tutto questo, qual è la responsabilità dei rivoluzionari?
Questo dibattito internazionale è stato fruttuoso e dinamico. Intendiamo continuare e sviluppare la discussione su queste questioni attraverso i nostri incontri pubblici e le nostre permanenze nella continuazione di tale riflessione che, ne siamo convinti, è presente ampiamente all’interno del proletariato, al di là dei nostri contatti diretti.
CCI, 9 settembre 2024
Il 5 agosto 2024, decine di studenti hanno applaudito sul tetto della residenza del primo ministro fuggitivo del Bangladesh, Sheikh Hasina. Stavano celebrando la vittoria della lotta che è durata cinque settimane, è costata la vita a 439 persone e ha finito per rovesciare il governo in carica. Ma che tipo di "vittoria" è veramente? È stata una vittoria del proletariato o della borghesia? Il gruppo trotskista Internazionale Comunista Rivoluzionaria (ICR, ex Tendenza Marxista Internazionale) afferma senza mezzi termini che una rivoluzione ha avuto luogo in Bangladesh e che le manifestazioni erano ad un punto in cui potevano "denunciare l'inganno della 'democrazia' borghese, convocare un congresso di comitati rivoluzionari e prendere il potere in nome delle masse rivoluzionarie [e] che un Bangladesh sovietico sarebbe all'ordine del giorno se questo fosse il caso".
Una società marcia
L'economia del Bangladesh è in difficoltà da diversi anni. La crisi economica internazionale ha avuto un forte impatto sul paese a causa dell'aumento dei prezzi dei generi alimentari e del carburante. L'inflazione ha raggiunto quasi il 9,86% all'inizio del 2024, uno dei tassi più alti degli ultimi decenni. La disoccupazione colpisce quasi il 9,5% dei 73 milioni di lavoratori... La corruzione è dilagante a tutti i livelli della società del Bangladesh. Pagamenti irregolari e tangenti vengono spesso scambiati al fine di ottenere decisioni giudiziarie favorevoli. Il Portale anticorruzione per le società ha classificato la polizia del Bangladesh come una delle meno affidabili al mondo. Le persone vengono minacciate e/o arrestate dalla polizia al solo scopo di estorcerle... Per anni l'Awami League, il partito "socialista" di Sheikh Hasina, in collaborazione con la polizia, ha esercitato il potere nelle strade attraverso estorsioni, riscossione illegale dei pedaggi, "mediazione" per l'accesso ai servizi e intimidazioni di oppositori politici e giornalisti. Le pratiche gangsteristiche della Bangladesh Chhatra League (BSL), l'ala studentesca dell'Awami League, sono note: tra il 2009 e il 2018, i suoi membri hanno ucciso 129 persone e ne hanno ferite migliaia. Durante le proteste di quest'anno, sono state ampiamente odiate a causa del loro comportamento spietato, soprattutto nei confronti delle donne. Per anni sono stati in grado di commettere questi crimini impunemente, a causa dei loro stretti rapporti con la polizia e la Lega Awami. Il governo di Sheikh Hasina, entrato in carica nel 2009, si è rapidamente trasformato in un regime autocratico. Nell'ultimo decennio, ha stabilito la sua presa esclusiva sulle istituzioni chiave del paese, tra cui la burocrazia, le agenzie di sicurezza, le autorità elettorali e il sistema giudiziario. Il governo di Sheikh Hasina ha sistematicamente messo a tacere le altre fazioni borghesi. In vista delle elezioni del 2024, il governo ha arrestato più di 8.000 leader e sostenitori del Partito nazionalista del Bangladesh (BNP) all'opposizione. Ma la soppressione delle voci dell'opposizione politica, dei media, dei sindacati, ecc., ha reso le fondamenta del regime molto instabili. Il completo soffocamento del "dibattito pubblico", anche in Parlamento, ha contribuito all'erosione ancora maggiore delle fondamenta del gioco politico e, in ultima analisi, alla totale perdita di ogni controllo politico. Nel 2024, Sheikh Hasina non ha più dovuto affrontare solo un'opposizione fedele. La maggior parte delle fazioni della borghesia erano diventate i suoi nemici più feroci, pronte a metterla in prigione per il resto della sua vita e persino a chiederne la morte.
Il fallimento delle lotte contro la disoccupazione
Le manifestazioni si sono svolte in un contesto di disoccupazione di massa. Il paese non ha un sistema di assicurazione contro la disoccupazione, quindi le persone in cerca di lavoro non ricevono alcun sussidio pe cui vivono in condizioni di estrema povertà. In questo contesto il sistema delle quote, che riserva il 30% dei posti di lavoro nel pubblico impiego ai discendenti dei "combattenti per la libertà" della guerra d'indipendenza del 1971, è fonte di rabbia e frustrazione per tutti coloro che affrontano la disoccupazione. La protesta contro il sistema delle quote non è nuova. Già nel 2008, 2013 e 2018 si sono svolte manifestazioni. Ma durante tutti questi anni, le proteste sono rimaste confinate alle sole università, interamente concentrate sul sistema delle quote. La ristrettezza delle richieste degli studenti per una distribuzione "equa" dei posti di lavoro nella pubblica amministrazione non poteva fornire una base per estendere il movimento a tutta la classe operaia, compresi i disoccupati non istruiti. Gli studenti ignoravano l'importanza di formulare richieste unificanti per estendere la lotta ai lavoratori che si trovavano di fronte allo stesso spettro della disoccupazione.
E nel 2024 le rivendicazioni degli studenti non sono state diverse: invece di cercare di estendere la lotta ai lavoratori, sulla base delle rivendicazioni dei lavoratori, si sono trovati di nuovo intrappolati in violenti scontri con la polizia e le bande politiche. Anche quando il personale, i docenti e gli altri lavoratori di 35 università hanno scioperato il 1° luglio 2024 contro il nuovo piano pensionistico universale, gli studenti non hanno nemmeno cercato il sostegno dei 50.000 lavoratori universitari in lotta. Questo sciopero durò due settimane, ma, sorprendentemente, fu praticamente ignorato dagli studenti.
Una cosiddetta rivoluzione a solo vantaggio della borghesia
Gli studenti e parte della popolazione organizzarono una manifestazione che si trasformò in una rivolta che sfidava apertamente il regime. Alla fine, il 5 agosto 2024, Sheikh Hasina ha firmato le sue dimissioni alla presenza dei vertici militari e ha consegnato il potere all'esercito. Il cambio di regime, soprannominato "rivoluzione", è stato in realtà un colpo di stato militare mascherato in cui i manifestanti hanno svolto da cauzione civile e come massa di manovra. I gauchiste citati prima affermano che gli studenti sono stati in grado di "denunciare l'impostura della democrazia borghese". Se la brutale risposta del governo ha dimostrato che un governo democratico eletto era in realtà una dittatura aperta, i tumulti l'hanno sostituita con la dittatura di un'altra fazione borghese! Le organizzazioni studentesche chiedono ora nuove elezioni più "democratiche". Questo è tutto! La questione della disoccupazione è stata strumentalizzata per un regolamento di conti tra le cricche borghesi, tanto più facilmente in quanto la rivendicazione di una distribuzione "equa" dei posti di lavoro nel servizio pubblico per i soli studenti non costituisce un terreno favorevole di lotta per la classe operaia. Al contrario, è una trappola, quella della chiusura corporativa. Le "masse rivoluzionarie" esistevano solo nell'immaginazione dei gauchistes.
Come gli scioperi di 4,5 milioni di lavoratori dell'industria tessile lo scorso anno, la lotta dei lavoratori contro gli effetti della crisi economica rimane l'unica vera prospettiva. Perché l'unica classe in grado di dare una prospettiva politica alla lotta contro la crisi del capitalismo è la classe operaia. Ma non dobbiamo illuderci: la classe operaia in Bangladesh è troppo inesperta per resistere, da sola, alle molte trappole che le vengono tese dalla classe dominante, con i suoi partiti di sinistra così come con i suoi sindacati. È attraverso la lotta internazionale del proletariato, in particolare nei più antichi bastioni della classe operaia in Europa, che i lavoratori del Bangladesh troveranno la via della lotta rivoluzionaria.
Dennis, 10 settembre 202
Trump è tornato alla Casa Bianca, coronato da una vittoria schiacciante alle elezioni presidenziali. Agli occhi dei suoi sostenitori, è un eroe americano invincibile che ha superato tutti gli ostacoli: le “elezioni truccate”, l’“inquisizione giudiziaria”, l’ostilità dell’“establishment” e persino... i proiettili! L’immagine di un Trump miracolato, con l’orecchio sanguinante, il pugno alzato, dopo che un colpo lo ha sfiorato, rimarrà negli annali. Ma dietro l’ammirazione suscitata dalla sua reazione, questo attentato è soprattutto l’espressione più spettacolare di una campagna elettorale che ha raggiunto l’apice della violenza, dell’odio e dell’irrazionalità. Questa straordinaria campagna, che vomita denaro e satura di oscenità, come la sua conclusione, la vittoria di un miliardario megalomane e stupido, è un riflesso dell’abisso in cui sta sprofondando la società borghese.
Votare contro il populismo? No! Il capitalismo deve essere rovesciato!
Trump ha tutte le caratteristiche di un tipo cattivo: è di una volgarità senza limiti, bugiardo e cinico, tanto razzista e misogino quanto omofobo. Durante tutta la campagna, la stampa internazionale ha evidenziato i pericoli che il suo ritorno in carica pone alle istituzioni “democratiche” così come alle minoranze, al clima e alle relazioni internazionali: “Il mondo trattiene il respiro” (Die Zeit), “L'incubo americano” (L'Humanité), “Come sopravviverà il mondo a Trump?” (Público), “Una debacle morale” (El País) ...
Quindi avremmo dovuto preferire Harris, scegliere il campo di un cosiddetto “male minore” per sbarrare la strada al populismo? Questo è ciò che la borghesia ha cercato di far credere. Il nuovo presidente degli Stati Uniti è da diversi mesi al centro di una campagna di propaganda globale contro il populismo (1). La «sorridente» Kamala Harris non ha smesso di appellarsi alla difesa della «democrazia americana», qualificando il suo avversario come «fascista». Persino il suo ex capo di gabinetto non ha esitato a descriverlo come un «aspirante dittatore». La vittoria del miliardario ha solo alimentato questa campagna mistificatrice in favore della “democrazia” borghese.
Molti elettori si sono recati al seggio elettorale pensando: "I democratici ci hanno dato del filo da torcere per quattro anni, ma non sarà comunque così catastrofico come Trump alla Casa Bianca". Questa è l'idea che la borghesia ha sempre cercato di inculcare nella mente dei lavoratori per spingerli alle urne. Ma nel capitalismo decadente, le elezioni sono una farsa, una falsa scelta che non ha altra funzione se non quella di ostacolare la riflessione della classe operaia sui suoi obiettivi storici e sui mezzi per raggiungerli.
Le elezioni negli Stati Uniti non fanno eccezione a questa realtà. Se Trump ha vinto con un margine così ampio, è prima di tutto perché i Democratici sono odiati. Contrariamente all’immagine trasmessa di una “ondata Repubblicana”, Trump non ha generato un sostegno massiccio. Il numero dei suoi elettori è rimasto relativamente stabile rispetto alle precedenti elezioni del 2020. È soprattutto la vicepresidente Harris che, come segno del discredito dei democratici, ha subito una debacle perdendo non meno di 10 milioni di elettori in quattro anni. E per una buona ragione! L’amministrazione Biden ha sferrato feroci attacchi alle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia, in primo luogo attraverso l'inflazione che ha fatto schizzare alle stelle il prezzo di cibo, benzina e abitazioni. Poi con un'enorme ondata di licenziamenti e precarietà, che ha finito per spingere i lavoratori a lottare in modo massiccio (2). Sull'immigrazione, Biden e Harris, che sono stati eletti con la promessa di una politica "più umana", hanno continuato a inasprire le condizioni per l'ingresso negli Stati Uniti, arrivando al punto di chiudere il confine con il Messico e vietare senza tante cerimonie ai migranti di presentare domanda di asilo. A livello internazionale, anche il militarismo frenetico di Biden, il costoso finanziamento dei massacri in Ucraina e il suo sostegno a malapena critico agli abusi dell'esercito israeliano hanno fatto arrabbiare gli elettori.
La candidatura di Harris non poteva destare illusioni, come abbiamo visto in passato con Obama e, in misura minore, con Biden. Il proletariato non ha nulla da aspettarsi dalle elezioni o dal potere borghese in atto: non è questa o quella cricca al potere che “gestisce male gli affari”, è il sistema capitalistico che sta sprofondando nella crisi e nel suo fallimento storico. Democratici o repubblicani, tutti continueranno a sfruttare senza esitazioni la classe operaia e a diffondere miseria mentre la crisi si aggrava, tutti continueranno a imporre la feroce dittatura dello Stato borghese e a schiacciare persone innocenti in tutto il mondo con le bombe!
Il trumpismo, espressione della decomposizione del capitalismo
Le frazioni più responsabili dell'apparato statale americano (la maggior parte dei media e degli alti funzionari, il comando militare, la frazione più moderata del Partito Repubblicano...) hanno comunque fatto del loro meglio per impedire il ritorno di Trump e del suo clan alla Casa Bianca. La cascata di processi, gli avvertimenti di quasi tutti gli esperti in tutti i campi e persino l’implacabilità dei media nel ridicolizzare il candidato non sono bastati a fermare la sua corsa al potere. L’elezione di Trump è un vero e proprio schiaffo in faccia, un segno che la borghesia sta perdendo sempre più il controllo sul suo gioco elettorale e non è più in grado di impedire a un irresponsabile piantagrane di raggiungere le più alte cariche dello Stato.
La realtà dell’ascesa del populismo non è nuova: l’adozione della Brexit nel 2016, seguita lo stesso anno dalla vittoria a sorpresa di Trump, ne sono stati i primi segnali più spettacolari. Ma l’aggravarsi della crisi del capitalismo e la crescente impotenza degli Stati a controllare la situazione, sia a livello geostrategico, economico, ambientale o sociale, hanno solo rafforzato l’instabilità politica in tutto il mondo: parlamenti lacerati, populismo, tensioni tra cricche borghesi, instabilità governativa... Questi fenomeni testimoniano un processo di disgregazione che sta ora operando nel cuore degli Stati più potenti del pianeta. Questa tendenza ha permesso a un pazzo come Milei di salire alla testa dello Stato argentino o di vedere i populisti arrivare al potere in diversi paesi europei, dove la borghesia è la più esperta del mondo.
La vittoria di Trump fa parte di questo processo, ma segna anche un significativo passo avanti. Se Trump viene respinto da gran parte dell’apparato statale, è soprattutto perché il suo programma e i suoi metodi rischiano non solo di danneggiare gli interessi dell’imperialismo statunitense nel mondo, ma anche di aumentare ulteriormente le difficoltà dello Stato nell’assicurare la parvenza di coesione sociale necessaria per il funzionamento del capitale nazionale. Durante la campagna elettorale, Trump ha moltiplicato i discorsi incendiari, ravvivando lo spirito di vendetta tra i suoi sostenitori come mai prima d’ora, minacciando anche le istituzioni «democratiche» di cui la borghesia ha così tanto bisogno per bloccare ideologicamente la classe operaia. Ha continuato ad alimentare i discorsi più retrogradi e odiosi, aumentando il rischio di rivolte se non fosse stato eletto. Questo, senza mai preoccuparsi delle conseguenze che le sue parole potrebbero avere sul tessuto sociale. L'estrema violenza di questa campagna, di cui anche i Democratici sono responsabili in molti modi, approfondirà senza dubbio le divisioni nella popolazione americana e non potrà che aumentare la violenza di una società già ampiamente frammentata. Ma Trump, in una logica da terra bruciata che caratterizza sempre di più il sistema capitalista, era pronto a tutto pur di vincere.
Nel 2016, poiché la vittoria di Trump era relativamente inaspettata, anche da parte sua, la borghesia americana è stata in grado di spianare la strada mettendo al governo e nell'amministrazione personalità in grado di frenare le decisioni più deliranti del miliardario. Coloro che Trump ha poi descritto come «traditori», erano, ad esempio, stati in grado di impedire l’abrogazione del sistema di assistenza sociale (Obamacare) o il bombardamento dell’Iran. Quando è scoppiata la pandemia di Covid, anche il suo vicepresidente, Mike Pence, è stato in grado di gestire la crisi nonostante Trump pensasse che bastasse «iniettare disinfettante nei polmoni» per curare la malattia… È lo stesso Pence che ha finito per sconfessare pubblicamente Trump assicurando la transizione del potere con Biden mentre i rivoltosi marciavano sul Campidoglio. Ora, anche se lo stato maggiore dell’esercito rimane molto ostile a Trump e farà ancora del suo meglio per temporeggiare le sue peggiori decisioni, il clan del nuovo Presidente si è preparato allontanando i «traditori» e si prepara a governare da solo contro tutti, lasciando intravedere un mandato ancora più caotico del precedente.
Verso un mondo sempre più caotico
Durante la campagna elettorale, Trump si è presentato come un uomo di «pace», dicendo che avrebbe posto fine al conflitto in Ucraina «in 24 ore». La sua propensione per la pace si ferma evidentemente ai confini dell’Ucraina poiché, allo stesso tempo, ha dato sostegno incondizionato ai massacri perpetrati dallo Stato ebraico ed è stato molto aggressivo nei confronti dell’Iran. In realtà, nessuno sa davvero cosa farà (o potrà fare) Trump in Ucraina, in Medio Oriente, in Asia, in Europa o con la NATO, visto che è sempre stato così volubile e capriccioso.
D’altra parte, il suo ritorno segnerà un’accelerazione senza precedenti dell’instabilità e del caos nel mondo. In Medio Oriente, Netanyahu già immagina, con la vittoria di Trump, di avere la mano più libera più che in qualsiasi altro momento dall’inizio del conflitto a Gaza. Israele potrebbe cercare di raggiungere i suoi obiettivi strategici (distruzione di Hezbollah, Hamas, guerra con l’Iran, ecc.) in modo molto più diretto, allargando ulteriormente la barbarie in tutta la regione.
In Ucraina, dopo la politica di sostegno più o meno misurata di Biden, è probabile che il conflitto prenda una piega ancora più drammatica. A differenza del Medio Oriente, la politica degli Stati Uniti in Ucraina fa parte di una strategia abilmente attuata per indebolire la Russia e la sua alleanza con la Cina e per rafforzare i legami degli stati europei intorno alla NATO. Trump potrebbe sfidare questa strategia e indebolire ulteriormente la leadership americana. Che Trump decida di lasciare andare Kiev o di «punire» Putin, i massacri inevitabilmente peggioreranno e forse si estenderanno oltre l'Ucraina.
Ma soprattutto si guarda alla Cina. Il conflitto tra Stati Uniti e Cina è al centro della situazione mondiale e il nuovo presidente potrebbe moltiplicare le sue provocazioni, spingendo la Cina a reagire con fermezza o, al contrario, facendo pressione sui suoi alleati giapponesi o coreani che hanno già espresso le loro preoccupazioni. E tutto questo in un contesto di guerre commerciali e protezionismo aggravati, le cui conseguenze disastrose sull’economia mondiale sono denunciate dalle principali istituzioni finanziarie.
L’imprevedibilità di Trump non può quindi che rafforzare notevolmente la tendenza all’ognuno per sé, spingendo tutte le potenze, piccole o grandi, ad approfittare del «ritiro» del gendarme americano per giocare la propria carta in una confusione immensa e in un caos crescente. Anche gli «alleati» dell'America stanno già cercando più apertamente di prendere le distanze da Washington favorendo soluzioni interne, sia economicamente che militarmente. Il Presidente francese, appena Trump ha avuto la certezza di vincere, ha subito invitato gli Stati dell’Unione Europea a «difendere» i loro «interessi» contro gli Stati Uniti e la Cina…
Un ulteriore ostacolo per la classe operaia
In un contesto di crisi economica, mentre il proletariato riacquista la sua combattività su scala internazionale e riscopre gradualmente la sua identità di classe, la cricca di Trump non è, agli occhi della borghesia americana, chiaramente la più adatta a gestire la lotta di classe e a portare avanti gli attacchi di cui il capitale ha bisogno. Tra le sue aperte minacce di repressione contro gli scioperanti e la sua partnership da incubo con un uomo apertamente anti-operaio come Elon Musk, le dichiarazioni radicali del miliardario durante i recenti scioperi negli Stati Uniti (Boeing, portuali, hotel, auto...) fanno presagire il peggio e possono solo preoccupare la borghesia. La promessa di Trump di vendicarsi dei funzionari statali che considera suoi nemici, licenziandone 400.000, fa presagire anche disordini dopo le elezioni.
Ma sarebbe un errore pensare che il ritorno di Trump alla Casa Bianca favorirà la lotta di classe. Al contrario, sarà un vero shock. La presunta politica di divisione tra gruppi etnici, tra popolazioni urbane e rurali, tra laureati e non laureati, tutte le violenze e gli odi che la campagna elettorale ha portato avanti e su cui Trump continuerà a soffiare, contro i neri, contro gli immigrati, contro gli omosessuali o i transgender, tutti i deliri irrazionali degli evangelici e di altri teorici della cospirazione, tutto il fardello della decomposizione, insomma, peserà ancora di più sui lavoratori, creerà profonde divisioni, persino scontri politici violenti a favore delle cricche populiste o anti-populiste.
L’amministrazione Trump potrà senza dubbio contare sulle fazioni di sinistra della borghesia, a cominciare dai «socialisti» per instillare il veleno della divisione e garantire il controllo delle lotte. Dopo aver fatto campagna elettorale per i due Clinton, Obama, Biden e Harris, Bernie Sanders accusa i democratici senza battere ciglio di aver «abbandonato la classe operaia», come se questo partito, alla guida dello Stato americano fin dall’Ottocento, militarista e assassino di massa dei proletari, avesse qualche legame con la classe operaia! La sua spalla, Ocasio-Cortez, non appena è stata rieletta alla Camera dei rappresentanti, ha promesso di fare il possibile per dividere la classe operaia in «comunità» «La nostra campagna non riguarda solo la conquista di voti, ma ci dà i mezzi per costruire comunità più forti».
Ma la classe operaia ha la forza di trovare la via della lotta nonostante questi nuovi ostacoli. Mentre la campagna elettorale era in pieno svolgimento e nonostante le vili accuse di fare il gioco del populismo, i lavoratori hanno continuato a lottare contro l’austerità e i licenziamenti. Nonostante l’isolamento imposto dai sindacati, nonostante la gigantesca propaganda democratica, nonostante il peso delle divisioni, hanno dimostrato che la lotta è l’unica risposta alla crisi del capitalismo.
Soprattutto, i lavoratori negli Stati Uniti non sono soli! Questi scioperi fanno parte di un contesto di combattività internazionale e di maggiore riflessione che va avanti dall’estate del 2022, quando i lavoratori in Gran Bretagna, dopo decenni di rassegnazione, hanno lanciato un grido di rabbia, «Quando è troppo è troppo!», che risuona e risuonerà ancora all’interno della classe operaia!
EG, 9 novembre 2024
1« Elezioni negli Stati Uniti, ondata populista nel mondo… Il futuro dell’umanità non passa per le urne, ma nella lotta di classe! [488] », Révolution internationale n° 502 (2024). (in francese)
2« Scioperi negli Stati Uniti, in Canada, in Italia … Da tre anni la classe operaia lotta contro l’austerità! [489] », pubblicato sul sito della CCI (2024). (in francese)
Il bilancio delle guerre in corso è terribile. In Ucraina, il numero di morti e feriti supera già il milione, con territori e città completamente rasi al suolo, come nella città di Mariupol, che è stata completamente cancellata dalla carta geografica! In Medio Oriente, con la fuga in avanti a Gaza che ha portato a un vero e proprio genocidio. Anche qui tutto è stato raso al suolo, i territori devastati rimarranno incolti per decenni. A questo vanno aggiunti gli scontri connessi e mortali, come in Libano, nel Mar Rosso, nello Yemen o, più recentemente, in Siria. E altre minacce più gravi si stanno accumulando e rischiano di scoppiare, in particolare tra Cina e Taiwan.
Una vera e propria escalation delle tensioni diplomatiche e belliche
Dalla scorsa estate stiamo assistendo a una vera e propria escalation, all’intensificazione dei combattimenti e dei massacri ovunque. Dall’inizio del conflitto in Ucraina e da quasi tre anni di guerra estremamente violenta, l’esercito ucraino ha fatto un'incursione sul suolo russo, nella regione di Kursk. Nell'Ucraina orientale, l'esercito russo sembra fare ulteriori progressi a costo di perdite molto pesanti. I ragazzi vengono spudoratamente mandati al macello. Con il supporto dei soldati nordcoreani, ma anche dello Sri Lanka, degli Houthi, ecc., il conflitto assume un’altra dimensione, più pericolosa, trascinando nella sua scia più Stati o gruppi militari, anche se i rinforzi registrati riflettono solo le difficoltà e le carenze di cui soffre la Russia.
In Medio Oriente, dopo più di un anno di guerra, il conflitto si è egualmente intensificato, già più di 44.000 morti a Gaza, la maggior parte dei quali civili, 1700 israeliani con alcuni cittadini stranieri e ostaggi, poi l’apertura di un nuovo fronte che si è diffuso brutalmente in Libano, dove il centro di Beirut si è trovato rapidamente sotto le bombe (più di 3000 morti civili). A questo macabro conteggio bisogna aggiungere una folla di feriti e sfollati.
Di recente, è stato in Siria che i gruppi islamisti, approfittando dell’impotenza della Russia (alleata di Bashar al-Assad) e dei continui bombardamenti di Israele sul paese, hanno lanciato un’offensiva sulla città di Aleppo. Questa nuova esplosione di violenza, che approfitta opportunamente dei disordini in Medio Oriente, rappresenta non solo un’ulteriore espansione del caos, ma potrebbe anche avere conseguenze mortali ancora più gravi.
Questi conflitti si sono quindi ulteriormente aggravati, soprattutto dopo le elezioni americane dove Biden è stato costretto a sostenere con imbarazzo l’estremismo sfrenato di Netanyahu; di recente è stato anche spinto ad autorizzare l’uso da parte dell'Ucraina di missili a lungo raggio, in grado di raggiungere obiettivi in profondità entro un raggio di 300 chilometri sul suolo russo. Da allora, molto rapidamente, i primi lanci ucraini di missili americani ATACMS hanno fatto eco all’uso più intenso di droni e missili a grappolo da parte della Russia (causando molte vittime civili), ma anche numerosi bombardamenti volti a privare il Paese dell’elettricità per l’inverno. Soprattutto, l’invio simbolico di un missile a raggio intermedio, in grado di trasportare testate nucleari, testimonia il crescente desiderio del Cremlino di provocare e intimidire le potenze occidentali. Putin, l’apprendista stregone, ha appena modificato di conseguenza la dottrina russa sull’uso delle armi nucleari. Intanto, paradossalmente, il Medio Oriente ha appena aperto la strada ai negoziati dopo il cessate il fuoco accettato da Netanyahu sul Libano. E se la situazione non è presente per l’Ucraina al momento in cui scriviamo, se Putin “non sembra pronto a negoziare”, si levano voci per sottolineare che ora potrebbe essere “possibile immaginare una pace giusta”.1
La “pace” nel capitalismo è un’illusione e una menzogna
Le grandi potenze imperialiste e i belligeranti sono diventati “ragionevoli”, più inclini a “ristabilire la pace”? Assolutamente no! Il marxismo ha sempre affermato e più in particolare dopo la prima guerra mondiale, che “il capitalismo è la guerra”. Un tempo di “pace” non è altro che un momento di preparazione alla guerra imperialista, il prodotto di un rapporto di forza politico e militare. Come sottolineava Lenin, “più i capitalisti parlano di pace, più si preparano alla guerra”. Se oggi Netanyahu ha firmato un fragile cessate il fuoco, è soprattutto nella speranza di avere il sostegno di Trump per capitalizzare a livello politico i suoi abusi in territorio palestinese e per posizionarsi meglio di fronte alle pretese regionali dell’Iran.
La nomina dell’ex veterano Pete Hegseth a Segretario di Stato per la Difesa negli Stati Uniti è in linea con le speranze di Netanyahu. Conduttore di punta del canale televisivo conservatore Fox News, Hegseth, un conservatore evangelico dalla linea pura e dura, si presenta come un “difensore di Israele”, un sostenitore del “sionismo” che ha applaudito calorosamente la decisione di spostare l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico. Questo futuro ministro naturalmente sostiene Netanyahu di fronte alle pressioni della giustizia internazionale, tanto più facilmente dal momento che si era già pronunciato a favore dei soldati americani accusati di crimini di guerra! Era anche diventato il portavoce di coloro che volevano “bombardare l’Iran” con il pretesto dei “suoi depositi di armi”...
In Ucraina, ogni parte in conflitto sta anche cercando di anticipare la reazione di Washington e di segnare il più possibile le proprie posizioni sul terreno, in modo da poter negoziare da una posizione di forza. Da un lato, la pressione disperata del Cremlino attraverso i bombardamenti indiscriminati e la minaccia nucleare, dall'altro, in Ucraina, la determinazione a utilizzare la fragile conquista della regione russa di Kursk come “merce di scambio”. Una cosa è certa, qualunque politica decida Trump, non potrà che alimentare gli stessi appetiti e la stessa vendetta.
Lo stesso vale per le potenze europee, coinvolte nella dinamica dell’ognuno per sé e confrontate con le iniziative di partner sempre più audaci, come durante l’incontro tra il cancelliere Olaf Scholz e Vladimir Putin, ma anche dalla ripresa dei dialoghi franco-britannici sulla possibilità di inviare truppe in Ucraina “per mantenere la pace”, mentre la Germania per il momento non è favorevole. Tutta una serie di argomenti di discordia avvelena i rapporti sempre più tesi, sia riguardo alla Russia e alla guerra in Ucraina (Ungheria filo-russa) che in Medio Oriente (questione dello Stato palestinese) e persino i rapporti con la NATO, il ruolo della difesa europea, lo sviluppo dell'economia di guerra... L'incertezza dei risultati delle elezioni americane e poi la vittoria di Trump, che si era impegnato a “risolvere il conflitto ucraino in 24 ore”, non potevano che portare a soffiare ulteriormente sulle braci della guerra. Da qui al 20 gennaio, data dell’insediamento di Donald Trump, nessuno sa cosa egli possa immaginare, visto che il nuovo presidente americano è capriccioso, versatile, imprevedibile.
Le crescenti tensioni continueranno quindi, forse anche sotto forma di discorsi di “pace”. Questa dinamica di caos imperialista, segnata dalle grandi tensioni tra tutte le potenze del globo, in primo luogo Cina e Stati Uniti, non può che amplificarsi e diffondersi, anche se è possibile che si abbia momentaneamente una tregua. Ma la guerra non può scomparire. “Non c’è altra via d’uscita per il capitalismo, nel suo tentativo di tenere al loro posto le diverse parti di un corpo che tendono a smembrarsi, che imporre il pugno di ferro della forza delle armi. E gli stessi mezzi che usa per contenere un caos sempre più sanguinoso sono un fattore che aggrava ulteriormente la barbarie bellicosa in cui è sprofondato il capitalismo”.2 D’ora in poi, ogni Stato imperialista sta applicando sempre più la politica della “terra bruciata” per difendere i propri interessi strategici, seminando caos e distruzione, anche nelle aree di influenza dei più stretti “alleati” e a maggior ragione dei rivali. Lasciato a sé stesso, il sistema capitalista minaccia la sopravvivenza stessa dell’Umanità.
Solo il proletariato può offrire un'alternativa alla barbarie capitalista
Riconoscere l’obsolescenza del capitalismo non significa cedere al fatalismo. Anzi! All’interno della società borghese c'è una forza antagonista in grado di abbattere questo sistema: la lotta di massa e internazionale del proletariato. Anche se quest’ultima è ancora oggi indebolita, incapace di opporsi direttamente alla guerra, il suo potenziale rimane intatto. Anche se tende ad esprimersi solo gradualmente attraverso un lento processo di consapevolezza, fragile e accidentato, ancora molecolare e sotterraneo, rappresenta per il futuro una forza sociale di trasformazione radicale…I rivoluzionari devono mettere in evidenza questa realtà a prova di futuro. “Di fronte a tutte le guerre attuali o in gestazione, la classe operaia non ha nessun campo da scegliere, dappertutto deve difendere strenuamente la bandiera dell’internazionalismo proletario. Per un periodo la classe operaia non sarà in grado di resistere alla guerra. D’altra parte, la lotta di classe contro lo sfruttamento assumerà un’importanza maggiore perché spingerà il proletariato a politicizzare la sua lotta”.3
WH, 30 novembre 2024.
1 Osservazioni del segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres
2 «Militarismo e decomposizione [95]», Rivista internazionale n°15 (1990).
3 «Face au chaos et à la barbarie, les responsabilités des révolutionnaires [490]», Revue international n°172 (2024)
Appello alla Sinistra Comunista
Appello della Sinistra Comunista alla classe operaia contro la campagna internazionale di mobilitazione per la democrazia borghese
Per la lotta implacabile della classe operaia contro la dittatura della classe capitalista.
Contro l'inganno della democrazia borghese e le sue false scelte!
Corrente Comunista Internazionale a:
ed al gruppo Prospettiva Comunista Internazionalista, Corea
Cari compagni,
Alleghiamo una proposta di appello della Sinistra Comunista contro l’attuale enorme campagna internazionale in difesa della democrazia contro il populismo e l’estrema destra. Tutti i gruppi della Sinistra Comunista oggi, nonostante le differenze tra loro, provengono dall’unica tradizione politica che ha rifiutato le false scelte di governo che la borghesia usa per nascondere la sua dittatura permanente e per far uscire la classe operaia dal proprio terreno di lotta. È quindi indispensabile che questi gruppi producano oggi una dichiarazione comune che costituisca il riferimento più forte possibile in difesa dei reali interessi politici e della lotta del proletariato e che rappresenti una chiara alternativa alle ipocrite menzogne della classe nemica.
Grazie di rispondere rapidamente a questa lettera e proposta. Si noti che le formulazioni dell’appello proposto possono essere discusse e modificate nel quadro delle posizioni di classe.
In attesa di una vostra risposta.
Saluti comunisti
La CCI, 30 agosto 2024
Appello della sinistra comunista alla classe operaia contro la campagna internazionale di mobilitazione a favore della democrazia borghese.
Per la lotta implacabile della classe operaia contro la dittatura della classe capitalista
Contro l'inganno della democrazia borghese e le sue false scelte!
Negli ultimi mesi, i media di tutto il mondo – controllati ed agli ordini della classe capitalista – si sono concentrati sul carnevale elettorale che si è svolto in Francia, poi in Gran Bretagna e nel resto del mondo come in Venezuela, Iran e India e ora sempre più diffusamente negli Stati Uniti.
Il tema dominante della propaganda di questi carnevali elettorali è stata la difesa della facciata democratica dei governi al servizio del dominio capitalista. Una facciata progettata per nascondere la realtà della guerra imperialista, l’impoverimento della classe operaia, la distruzione dell’ambiente, la persecuzione dei rifugiati. È la foglia di fico democratica che maschera la dittatura del capitale, indipendentemente da quale partito – di destra, di sinistra o di centro – arrivi al potere politico nello Stato borghese.
Alla classe operaia viene chiesto di effettuare la falsa scelta tra un governo capitalista o un altro, tra questo o quel partito o leader e, sempre più, di optare per coloro che pretendono di rispettare le regole democratiche dello Stato borghese, contro coloro che, come la destra populista, li trattano con aperto disprezzo, anziché dissimulato come fanno i partiti democratici.
Tuttavia, invece di scegliere per un giorno chi debba “rappresentarla” e reprimerla poi per diversi anni, la classe operaia deve difendere i propri interessi di classe per quanto riguarda i salari e le condizioni di vita e cercare di conquistare il proprio potere politico - obiettivi che la propaganda sulla democrazia è destinato a far deragliare e far apparire impossibili.
Qualunque sia il risultato delle elezioni, in questi e in altri paesi, la stessa dittatura capitalista del militarismo e della povertà persisterà e peggiorerà. In Gran Bretagna, ad esempio, dove il partito laburista di centro-sinistra ha appena sostituito un governo conservatore influenzato dai populisti, il nuovo primo ministro non ha perso tempo a rafforzare il coinvolgimento della borghesia britannica nella guerra Russia-Ucraina e a mantenere e approfondire i tagli al salario sociale della classe operaia per contribuire a finanziare le sue imprese imperialiste.
Quali sono le forze politiche che stanno realmente difendendo gli interessi della classe operaia contro i crescenti attacchi della classe capitalista? Non gli eredi dei partiti socialdemocratici che hanno venduto l’anima alla borghesia durante la Prima Guerra mondiale e che, insieme ai sindacati, hanno mobilitato la classe operaia per il massacro di diversi milioni di persone in uniforme nelle trincee. Né lo sono gli ultimi apologeti del regime “comunista” stalinista che ha sacrificato decine di milioni di lavoratori per gli interessi imperialisti della nazione russa durante la Seconda Guerra mondiale. Né il trotzkismo né la corrente anarchica ufficiale che, nonostante alcune eccezioni, ha dato un sostegno critico all’una o all'altra parte in questa carneficina imperialista. Oggi, i discendenti di queste ultime forze politiche si stanno schierando “criticamente dietro la democrazia borghese liberale e di sinistra contro la destra populista per aiutare a smobilitare la classe operaia.
Solo la Sinistra comunista, anche se poco numerosa, è rimasta fedele alla lotta indipendente della classe operaia negli ultimi cento anni. Nell’ondata operaia rivoluzionaria del 1917-23, la corrente politica guidata da Amadeo Bordiga, allora alla testa del Partito Comunista d’Italia, rifiutò la falsa scelta tra i partiti fascista e antifascista che avevano lavorato insieme per schiacciare violentemente l’ascesa rivoluzionaria della classe operaia. Nel suo testo del 1922 “Il principio democratico”, Bordiga denunciò la natura del mito democratico al servizio dello sfruttamento e dell’assassinio capitalistico.
Negli anni ‘30, la Sinistra Comunista denunciò le frazioni di destra e di sinistra della borghesia, fasciste e antifasciste, che stavano preparando l’imminente bagno di sangue imperialista. Quando scoppiò la Seconda Guerra mondiale, solo questa corrente fu in grado di mantenere una posizione internazionalista, chiedendo la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile da parte della classe operaia contro l'intera classe capitalista in ogni paese. La Sinistra Comunista rifiutò la macabra scelta tra la carneficina democratica o quella fascista, tra le atrocità di Auschwitz o di Hiroshima.
Ecco perché, oggi, di fronte a rinnovate campagne a sostegno di queste false scelte, tutte a favore dei regimi capitalistici, per far si che la classe operaia si allinei o con la democrazia liberale o con il populismo di destra, il fascismo o l'antifascismo, le diverse espressioni della Sinistra Comunista, quali che siano le loro differenze politiche, hanno deciso di lanciare un appello comune alla classe operaia:
ABBASSO LA FRODE DELLA DEMOCRAZIA BORGHESE CHE NASCONDE LA DITTATURA DEL CAPITALE E IL SUO MILITARISMO IMPERIALISTA!
CONTRO L'AUSTERITÀ DELLA DEMOCRAZIA CAPITALISTA E L'INTERESSE NAZIONALE, VIVA LA LOTTA DELLA CLASSE OPERAIA INTERNAZIONALE PER LA DIFESA DEI SUOI INTERESSI DI CLASSE!
PER LA RIVOLUZIONE DELLA CLASSE OPERAIA PER STRAPPARE ALLA BORGHESIA IL SUO POTERE POLITICO, ESPROPRIARE LA CLASSE CAPITALISTA E PORRE FINE AI CONFLITTI FRATICIDI IMPOSTI AL PROLETARIATO DAGLI STATI-NAZIONE CONCORRENTI.
La classe operaia non deve scegliere fra Trump e Harris, tra i Repubblicani e i Democratici. Quale che sia il vincitore, per la classe operaia non ci saranno che attacchi brutali contro le sue condizioni di vita causati dalla crisi economica e dall’economia di guerra. Quale che sia il vincitore, i lavoratori saranno confrontati alla necessità di difendersi in quanto classe contro questi attacchi.
Questo non vuol dire che noi possiamo ignorare la campagna elettorale e le sue conseguenze. Queste mettono in evidenza che le divisioni in seno alla borghesia americana, la classe dirigente di quello che resta il paese più potente del mondo, sono sempre più acute e violente. Gli Stati Uniti sono diventati l’epicentro della decomposizione del sistema capitalista mondiale e, qualunque presidente uscirà vincitore dalle urne il 5 novembre, l’elezione servirà ad acuire ancora di più queste divisioni, con gravi conseguenze sia per gli Stati Uniti che per l’intera arena mondiale.
I rivoluzionari devono quindi non solo denunciare la farsa della democrazia borghese, ma anche analizzare le implicazioni mondiali dell’elezione americana, inserirle in un quadro coerente che ci permetterà di capire come la frammentazione della classe dirigente americana è un fattore attivo della sola prospettiva che la borghesia può offrire all’umanità: uno sprofondamento accelerato nella distruzione e nel caos.
Invitiamo tutti quelli che vogliono lottare per un avvenire diverso a partecipare a questa riunione il 16 novembre alle ore 15.
La lingua principale della riunione sarà l’inglese, ma noi abbiamo la possibilità di tradurre sul posto in altre lingue. Chi vuole partecipare può scrivere a: [email protected] [454] , indicando se può seguire e intervenire in inglese o precisando in quale altra lingua avrebbe bisogno di farlo.
Alluvioni a Valencia. Il capitalismo è una catastrofe assicurata.
I telegiornali di tutto il mondo hanno trasmesso le immagini e le notizie dei morti travolti dall'acqua e sepolti dal fango e dalle frane, e di molti altri dispersi; i cadaveri affiorano sulle spiagge; molti villaggi non hanno cibo né acqua potabile; l'acqua che ristagna da una settimana con animali e persone morte comincia a produrre infezioni e il rischio di epidemie. Se non fosse per i bombardamenti e la guerra, la situazione della popolazione bloccata, abbandonata a sé stessa al limite della sopravvivenza, ricorda a tratti quella di Gaza. E tutto questo accade nella terza città più grande della Spagna, in un Paese dell'UE al centro del capitalismo. Che si tratti di guerre o di catastrofi causate da disastri ecologici, il capitalismo condanna l'umanità alla via dello sterminio.
La DANA (una depressione isolata ad alta quota) scatenatasi il 30 ottobre nella zona di Valencia ha prodotto inondazioni che hanno causato più di 200 morti, anche se questa cifra salirà alle stelle quando verranno ritrovati i corpi dei quasi 2000 dispersi. A questo si aggiunge la devastazione di migliaia e migliaia di case, strade, ferrovie, telecomunicazioni, ecc. che ha colpito centinaia di migliaia di persone e che richiederà mesi per essere ripristinata. Si tratta senza dubbio di una delle più grandi catastrofi umanitarie della storia della Spagna, dello stesso tipo di altre che si sono verificate nei Paesi centrali, come le inondazioni del 2021 in Germania, a Bonn, dove nonostante la tradizione di disciplina e organizzazione dello Stato, la popolazione è stata analogamente abbandonata, o l'uragano Kathrina negli Stati Uniti a New Orleans. Ma contrariamente a quanto affermano i portavoce della destra, non si tratta di una catastrofe “naturale” imprevedibile. Non è nemmeno, come proclama la Sinistra del Capitale, la conseguenza di un'incompetente “gestione neoliberista”. Questa catastrofe è in definitiva il risultato di un sistema sociale che sacrifica la vita dei lavoratori e dell'intero pianeta alle esigenze della produzione e dell'accumulazione capitalistica.
E questo sistema, che da decenni accumula disastri (cambiamenti climatici, urbanesimo selvaggio, sfruttamento irrazionale delle risorse idriche, incuria nella manutenzione delle infrastrutture, ecc.[1]), è anche entrato nella sua fase terminale di decomposizione, in cui tutte queste devastazioni vengono accelerate e alimentate da altre manifestazioni della decadenza capitalista come guerre, crisi economiche, ecc. in un vortice infernale[2] che porta inevitabilmente alla catastrofe. Di fronte a ciò, l'atteggiamento della classe dominante è di crescente irresponsabilità nella gestione del proprio sistema, mettendo al primo posto la difesa degli interessi di ciascuna fazione, il che accentua ulteriormente il disastro.
Il colpevole della catastrofe non è la natura, ma il capitalismo.
Gran parte delle vittime si trovava al lavoro, costretta da padroni e dirigenti a rimanere nelle industrie. Alla FORD i turni serali e notturni non sono stati sospesi al momento dell'alluvione e 700 persone hanno dovuto dormire in fabbrica senza poter comunicare con le loro famiglie. Nella zona industriale di Ribarroja, più di 1.000 lavoratori sono stati salvati il giorno successivo. Un'altra “trappola per topi” sono stati i centri commerciali (in IKEA, nella Bonaire de Torrent) dove si è dovuto prolungare l'orario di apertura e dove gli stessi dipendenti hanno dovuto salvare clienti e fornitori. Nelle fabbriche Inditex, gli operai non hanno sentito gli allarmi perché non sono autorizzati a portare con sé il cellulare e i dirigenti non hanno detto loro nulla..... È anche noto che questo allarme è stato lanciato dalle autorità locali molte ore dopo che c'erano state le allerte meteo rosse e le prime inondazioni a monte. La disciplina del lavoro salariato e la salute delle imprese hanno la precedenza su qualsiasi considerazione per la vita e la salute dei lavoratori. Questa è la vera legge del capitalismo.
La situazione ricorda, su scala diversa, la pandemia COVID di appena quattro anni fa. Anche allora si disse che la sua origine era “naturale” e ci si schermì con il trito “chi avrebbe potuto prevedere una cosa del genere? Ma anche allora facemmo notare che si trattava di una catastrofe prevista come risultato dell'aggravarsi del disastro ambientale globale. E che la società aveva la tecnologia e le conoscenze per anticipare e prevenire le sue devastazioni, ma che queste risorse sono state dirottate a vantaggio dell'accumulazione capitalistica e della guerra. È molto penoso e scandaloso che in un'epoca in cui gli eserciti dispongono di mezzi informatici per far esplodere a distanza un telefono cellulare, o di droni in grado di spiare con precisione millimetrica, ... nelle alluvioni di Valencia le linee telefoniche sono crollate immediatamente, comprese quelle per le chiamate di emergenza, e chi doveva viaggiare quella notte ha dovuto farlo praticamente alla cieca, senza alcuna informazione, su strade e ferrovie letteralmente intasate, o percorrere strade secondarie senza sapere se potessero essere o meno allagate.
A cosa serve lo Stato capitalista a noi lavoratori?
L'incubo non è finito con la fine delle piogge. La mattina dopo la gente si è trovata a dover cercare i sopravvissuti, a recuperare quello che poteva dalle case spazzate via, ecc. senza praticamente nessun aiuto, nemmeno cibo, acqua potabile, elettricità, telefoni, con le infrastrutture stradali spazzate via, senza macchinari (elicotteri, bulldozer, ecc.). Per questo motivo è ancora più ripugnante il cinismo e le lacrime di coccodrillo di coloro che sono al potere - sia a livello regionale che nazionale - che sono ripetutamente apparsi davanti alle telecamere con i soliti messaggi di “solidarietà” e promesse che “non lasceranno le vittime da sole”(?), quando erano perfettamente consapevoli di lasciare la popolazione abbandonata al proprio destino.
Il fatto che si siano anche dedicati ad incolparsi e ad imbarazzarsi a vicenda è un segno di come, in quest'epoca di decomposizione capitalistica, le cosiddette politiche statali tradizionali stiano cedendo il passo all'irresponsabilità e al “ciascuno per sé”. Il governo regionale (del PP) ha dato prova di negligenza, ma anche di arroganza e provocazione (ad esempio, cercando di cacciare i volontari o indirizzandoli a ripulire i centri commerciali, mandando a casa i parenti che cercavano gli scomparsi). Ma il governo “ultra-progressista” di Sánchez e Sumar non è stato da meno. Ha impiegato giorni per dispiegare le risorse di intervento del personale, sostenendo che non erano state richieste “ufficialmente” dal governo regionale. Le cose sono due. O ha lasciato “cuocere nel proprio brodo” il PP, nonostante i costi umani coinvolti, o si sta nascondendo dietro a tecnicismi amministrativi per coprire la propria negligenza. Governi come quello francese e l'UE hanno annunciato la loro disponibilità ad aiutare, ma non l'hanno fatto perché il governo Sánchez non ha fatto la “richiesta” necessaria.
Lo Stato democratico si proclama come garante del benessere sociale, come il modo in cui la popolazione può “difendersi” dagli abusi dello sfruttamento capitalistico, mentre in realtà è il suo più energico difensore[3]. Quando la notte dell'alluvione sono emerse le proteste contro la permanenza al lavoro, la “pseudo-comunista” Yolanda Díaz (anche vicepresidente del governo e ministro del Lavoro) è uscita allo scoperto per dichiarare che la legge consente ai lavoratori di abbandonare il posto di lavoro quando la loro vita è in pericolo, ma che lei si stava “appellando” alla responsabilità dei datori di lavoro (?). Incolpare i lavoratori per questa decisione[4] in un momento caratterizzato dalla precarietà del lavoro è insultante e sarcastico, come quando lo stesso governo invita i proprietari di casa a essere “comprensivi” con gli inquilini e a frenare la crisi degli alloggi.
L'alluvione ha visto anche uno spontaneo e generoso slancio di solidarietà, che è stato visto dalle televisioni di tutto il mondo. Questa solidarietà iniziale è stata prima interrotta per il timore di una perdita di controllo della situazione per l'indignazione e l'aggregazione dei vicini e poi manipolata presentando un sostegno regionalista “dei valenciani”, cantando persino l'inno regionale, perché al di fuori del confronto di classe, della solidarietà di classe, non si poteva andare oltre un sostegno popolare e interclassista di “solo il popolo salva il popolo”. Ma credere che la “salvezza” sia possibile senza sradicare il capitalismo, i suoi disastri, le sue guerre e la sua miseria dalla faccia della terra è un'illusione fatale. L'unica via d'uscita da questo sinistro futuro è incanalare l'indignazione e la rabbia prodotte da tutti questi disastri nella lotta di classe, la lotta degli sfruttati di tutti i Paesi contro gli sfruttatori. Nel momento in cui il proletariato recupererà la propria identità di classe, i lavoratori saranno in grado di sostenere la difesa dell'intera popolazione non sfruttatrice sul proprio terreno di classe, creando così un rapporto di forza con lo Stato borghese.
Valerio 2 novembre 2024
[1] Si veda un'analisi di questa successione di catastrofi climatiche, ad esempio nel nostro recente articolo sulla siccità [491].
[2] Una spiegazione di ciò che intendiamo con questo “effetto vortice” si trova nella nostra Rivista Internazionale n. 37, https://it.internationalism.org/content/1753/risoluzione-sulla-situazione-internazionale-maggio-2023 [492]
[3] Felipe VI ha detto, dopo la movimentata visita alla “zona cero”, che lo Stato doveva essere presente a tutti i livelli, e in effetti abbiamo visto come si sia fatto carico della difesa della proprietà privata, reprimendo gli assalti ai supermercati in cerca di cibo, vietando la solidarietà spontanea, proteggendo le autorità... E lasciando la popolazione al suo destino.
[4] Per legge, i sindacati possono anche sgomberare i luoghi di lavoro in caso di rischi professionali. Non è emerso che lo abbiano fatto ovunque, dimostrando che anche loro sono allineati con lo Stato capitalista.
Il 20 gennaio, Donald Trump è entrato ufficialmente in carica come presidente. Questa vittoria rappresenta un clamoroso fallimento per le fazioni più responsabili della borghesia americana che avevano cercato, durante tutto il mandato di Joe Biden, di impedire il ritorno al potere di questo triste personaggio.
Il capitalismo sta sprofondando velocemente nel caos
Se nelle elezioni del 2016 la borghesia era stata sorpresa dalla vittoria di Trump, aveva poi cercato di contenere gli umori e le incongruenze di questo inquilino dello Studio Ovale
Ma la sua retorica vendicativa e il discredito dei suoi rivali democratici si sono dimostrati più potenti delle condanne e dei processi intentati contro di lui per aggressione, ricatto o comportamento sedizioso durante l’assalto al Campidoglio del gennaio 2021. Questa volta, la borghesia americana è chiaramente sopraffatta dalla situazione creata da questo piantagrane che non ha mai nascosto il suo desiderio di indebolire le istituzioni dello Stato federale e di porsi al di sopra di esse. Il controllo di Trump su tutte le istituzioni è più solido ed esteso di quanto non fosse nel 2017, il che riflette una maggiore perdita di controllo sull’apparato politico da parte delle frazioni più lucide della borghesia americana e l’inasprimento delle tensioni al suo interno per difendere al meglio gli interessi del capitale nazionale. Il programma di Trump, più brutale e oltraggioso di quello tra il 2017 e il 2021, riflette la penetrazione e l’espansione del populismo che dilaga in tutto il mondo.[1]
Le manifestazioni dell’irresponsabilità di Trump risiedono tanto nei suoi eccessi e nel suo programma, quanto nella scelta dei membri del suo governo, di cui l’ineffabile Elon Musk è il simbolo: Pete Hegseth, un ex conduttore di Fox News accusato di violenza sessuale, senza esperienza nell’alto comando, si ritrova Segretario alla Difesa; Robert Kennedy Jr., un anti-vaccinista che è la delizia dei teorici del complottismo, diventa Segretario alla Sanità; lo scettico dei cambiamenti climatici Chris Wright è stato nominato Segretario all’Energia... Insomma, una squadra di personaggi che esprimono una fase storica in cui la borghesia americana, avanguardia di tutte le borghesie delle grandi potenze occidentali, tende a perdere la bussola con, in prospettiva, crisi politiche sempre più profonde e caotiche.
In breve, ciò che questo nuovo mandato prefigura non è altro che un’ulteriore accentuazione del disordine mondiale. La politica perseguita dal nuovo team non può che alimentare il vortice distruttivo di crisi che si alimentano a vicenda e interagiscono su scala globale: shock economici, guerre, degrado climatico accelerato e collasso degli ecosistemi, crisi sociali, ondate migratorie incontrollate...
Un attacco ideologico alla coscienza
Usando subdolamente i miasmi della decomposizione del suo sistema moribondo, la borghesia sa perfettamente come rivoltarli contro la coscienza della classe operaia, sia per spingere i proletari alla disperazione, sia per seminare l’illusione di un futuro più “giusto” e “democratico”. Se l'amministrazione Trump è un attore e un agente centrale del disordine planetario, non è all’origine di esso, contrariamente a quanto una buona parte della borghesia e dei suoi media cerca di far passare, per meglio nascondere l’impasse storica del sistema dietro la “follia” di un solo uomo.
Questa campagna ideologica mondiale è il prolungamento di una vasta offensiva politica, iniziata al momento della campagna elettorale, volta naturalmente a disorientare i lavoratori dietro la bandiera dell’antifascismo e a promuovere “Il tema dominante della propaganda di questi carnevali elettorali è stata la difesa della facciata democratica dei governi al servizio del dominio capitalista. Una facciata progettata per nascondere la realtà della guerra imperialista, l’impoverimento della classe operaia, la distruzione dell’ambiente, la persecuzione dei rifugiati. È la foglia di fico democratica che maschera la dittatura del capitale, indipendentemente da quale partito – di destra, di sinistra o di centro – arrivi al potere politico nello Stato borghese.”[2] È questa campagna ideologica democratica che continua, con tutti che contribuiscono a costruire l’edificio mistificatorio, come Macron in Francia che denuncia una “internazionale reazionaria” o le borghesie tedesche e britanniche che denunciano l'”ingerenza” di Musk. Ma sono soprattutto le frazioni più di sinistra della borghesia che riescono, in realtà, a mistificare la classe operaia nel modo più efficace, in nome della difesa della “democrazia” contro il “fascismo”. I partiti di sinistra danno così il loro appoggio “radicale” e il loro credito all'idea di una “internazionale reazionaria”.
Il proletariato deve rimanere sordo a questa intensa propaganda che continua e che si intensificherà, con il rischio di trovarsi sempre più indebolito di fronte alle forze del capitale. Deve capire che lo Stato democratico è lo strumento del capitale ed il suo peggior nemico. Oggi, l’unico mezzo di lotta per la classe operaia rimane la lotta sul terreno dei suoi interessi di classe e la difesa delle sue condizioni di vita di fronte agli attacchi di tutti gli Stati, anche i più "democratici" e di tutti i governi, sia di destra che di sinistra.
Questa lotta dovrà essere condotta anche contro i falsi amici della classe operaia, i sindacati. In Belgio, nonostante il fronte sindacale comune che cerca di inquadrare e sterilizzare la lotta organizzando una giornata di azione ogni mese, accompagnata da altri scioperi, come nell’istruzione francofona e nelle ferrovie, la classe tende ad andare oltre il controllo sindacale e sempre più lavoratori aderiscono alle giornate di azione. I proletari in Belgio non sono soli. Dal 2022, in tutto il mondo, nel Regno Unito, in Francia, in Canada, negli Stati Uniti, la classe operaia sta alzando la testa, rifiutandosi di soccombere di fronte alla crisi, ai licenziamenti, all’inflazione, alle “riforme”. Dappertutto, sta gradualmente cominciando a riconoscersi come forza sociale. Dappertutto, piccole minoranze stanno emergendo interrogandosi sulle origini della crisi, della guerra e del caos in cui ci sta spingendo il capitalismo. Una tale lotta contiene il germe della prospettiva della politicizzazione, contiene la prospettiva, per il futuro, del rovesciamento del capitalismo e della costruzione di un’altra società, senza sfruttamento, senza barbarie guerriera.
WH, 22 gennaio 2025
[1]
[1] Cf. “Né populismo né democrazia borghese... L'unica vera alternativa è lo sviluppo mondiale della lotta di classe contro tutte le frazioni della borghesia”
https://it.internationalism.org/content/1853/ne-populismo-ne-democrazia-borghese-la-sola-vera-alternativa-e-lo-sviluppo-mondiale [493]
[2]
[2] ) Estratto della nostra proposta per “Appello della Sinistra Comunista contro la Campagna Internazionale di Mobilitazione a favore della democrazia borghese”, https://it.internationalism.org/content/1831/appello-della-sinistra-comunista-alla-classe-operaia-contro-la-campagna-internazionale [494]
Le devastazioni di tre anni di guerra in Ucraina, come l'indicibile barbarie dei quindici mesi di conflitto israelo-palestinese che ha incendiato l'intero Medio Oriente, sono una terribile illustrazione delle guerre generate dal periodo di decomposizione del capitalismo.
Qualunque tregua o accordo per la cessazione delle ostilità che possano essere conclusi nel contesto delle future manovre imperialiste, non potranno che essere temporanei e rappresenteranno solo pause momentanee nel rafforzamento del brutale militarismo che caratterizza il modo di produzione capitalista.
Nel febbraio 2022, Putin dichiarò che l'esercito russo sarebbe avanzato rapidamente in Ucraina attraverso una “operazione militare speciale” di breve durata. Sono passati tre anni e, sebbene missili e artiglieria continuino a distruggere intere città e a mietere migliaia di vittime, la guerra ha raggiunto un punto in cui nessuna delle due parti sta facendo progressi significativi, rendendo le operazioni militari ancora più disperate e distruttive. È difficile sapere con certezza quante persone siano state uccise o ferite nella guerra, ma i media parlano ormai di più di un milione di morti o feriti, e i protagonisti hanno sempre più difficoltà a reclutare carne da cannone per riempire i “vuoti” in prima linea.
In Medio Oriente, dopo il brutale attacco di Hamas, la rappresaglia dello Stato di Israele sta provocando distruzioni e massacri ad un livello di ferocia inimmaginabile. Come Putin, Netanyahu, dopo il sanguinoso attacco del 7 ottobre 2023, ha promesso che in tre mesi avrebbe eliminato Hamas: tutto ciò dura da ormai più di un anno e la barbarie che si è scatenata non ha fatto altro che intensificarsi. Israele ha sganciato indiscriminatamente 85.000 tonnellate di esplosivo, l'equivalente di tre volte la quantità di materiale esplosivo contenuto nelle bombe sganciate su Londra, Amburgo e Dresda durante la Seconda Guerra Mondiale! Questi feroci attacchi hanno provocato quasi 45.000 morti, più di 10.000 dispersi e quasi 90.000 feriti, molti dei quali mutilati, tra cui migliaia di bambini. Secondo Save the Children, ogni giorno, dall'inizio della guerra a Gaza, circa dieci bambini hanno perso le gambe. All'orrore dei bombardamenti si aggiungono fame e malattie come la poliomielite e l'epatite, che si stanno diffondendo a causa delle condizioni igieniche disumane.
Tutta questa follia bellica, che si è protratta a lungo in Ucraina e nella Striscia di Gaza, si sta ora estendendo ad altri Paesi, allargando la spirale di caos e barbarie. Dopo i combattimenti nel Libano meridionale e il bombardamento di Beirut, la ripresa degli scontri in Siria, che ha portato al rapido rovesciamento di Bashar Al Assad, è una chiara dimostrazione di come l'instabilità si stia diffondendo. Il sostanziale sostegno militare di Russia e Iran aveva permesso ad Al Assad di prevalere alla fine della guerra civile siriana dal 2011 al 2020, anche se la situazione era precaria. Con l'indebolimento militare degli alleati di Assad, in particolare con la Russia intrappolata in Ucraina e gli Hezbollah occupati in Libano, il loro sostegno militare si è notevolmente ridotto, portando ad una perdita di controllo della situazione da parte del regime. Questa situazione è stata sfruttata dal gruppo Hayat Tahrir al-Sham (HTS) per attaccare e rovesciare il governo. Tuttavia, la fuga di Al Assad non significa affatto che il nuovo regime che ha preso il potere a Damasco abbia un progetto coerente e unitario. Al contrario, una moltitudine di gruppi “democratici” o “islamisti” più o meno radicali, Cristiani, Sciiti o Sunniti, Curdi, Arabi o Drusi, sono più che mai coinvolti negli scontri per il controllo del territorio o di parti di esso, con alle spalle la mafia degli sponsor imperialisti: Turchia, Israele, Qatar, Arabia Saudita, Stati Uniti, Iran, Paesi Europei e forse anche Russia, ognuno con la propria agenda e i propri interessi imperialisti. Oggi più che mai la Siria, e il Medio Oriente in generale, rappresentano un focolaio di tensioni multiple che spingono verso la guerra e il militarismo.
Guerra e militarismo, brutali espressioni del capitalismo decadente
In Ucraina e in Medio Oriente sono state dispiegate numerose armi sempre più nuove e sofisticate: scudi di difesa missilistici, droni d'attacco, manomissione dei dispositivi di comunicazione per trasformarli in ordigni esplosivi, ecc. Anche i fondi che i vari Stati destinano all'acquisto di armi convenzionali e alla modernizzazione o all'espansione dell'arsenale atomico stanno crescendo a dismisura. Secondo i dati dell'Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), nel 2023 la spesa militare globale ammontava a 2.443 miliardi di dollari, con un aumento del 7% rispetto al 2022 (il tasso di crescita più alto dal 2009). Sia gli ordinativi che le dichiarazioni rilasciate dai capi di Stato di tutti i continenti non fanno presagire altro che un'impressionante espansione generale della militarizzazione, che allo stesso tempo sta portando a un notevole aumento dei profitti delle aziende produttrici di armi.
Ma questo significa forse che la guerra abbia un effetto positivo sull'economia capitalistica? Il capitalismo è nato nel fango e nel sangue della guerra e del saccheggio, ma il ruolo e la funzione di questi ultimi sono cambiati nel tempo. Nel periodo di ascesa del capitalismo, le spese militari e la guerra stessa costituivano un mezzo per espandere il mercato e stimolare lo sviluppo delle forze produttive, perché le nuove regioni conquistate necessitavano di nuovi mezzi di produzione e di sussistenza. Per contro, l'ingresso nel periodo di decadenza (iniziato con la Prima guerra mondiale) mostrava che i mercati solvibili erano ormai stati ripartiti a livello globale e che i rapporti di produzione capitalistici erano diventati un ostacolo allo sviluppo delle forze produttive. In questo contesto, il sistema capitalista trova certamente nella guerra (e nella sua preparazione) uno stimolo per la produzione di armamenti che però, in quanto mezzi di distruzione, non giovano all'accumulazione del capitale. La guerra rappresenta, in realtà, una sterilizzazione del capitale. Tuttavia, ciò non significa, come già spiegato dalla Gauche Communiste de France, “che la guerra sia diventata lo scopo della produzione capitalistica, poiché questo rimane la produzione di plusvalore, ma che la guerra sia diventata lo stile di vita permanente del capitalismo decadente"[1]. Nel periodo di decomposizione del capitalismo, che costituisce l'ultima fase del declino irreversibile di questo modo di produzione, le caratteristiche della decadenza non solo si mantengono, ma si accentuano, cosicché la guerra non solo continua a non avere alcuna funzione economica positiva, ma si presenta ormai come un fattore scatenante di un caos economico e politico sempre maggiore, perdendo così il suo scopo strategico. L'obiettivo della guerra si riduce sempre più ad una irrazionale distruzione di massa, rendendola uno dei principali fattori che minacciano l'umanità di totale annientamento. La minaccia del confronto nucleare ne è una tragica testimonianza.
Questa dinamica è chiaramente illustrata nelle guerre attuali, come quelle in Ucraina e a Gaza. Russia e Israele hanno distrutto o spazzato via intere città e contaminato in modo permanente i terreni agricoli con le loro bombe, cosicché il beneficio che trarranno da un'ipotetica fine della guerra sarà limitato a campi di macerie. I vergognosi massacri di civili e bambini, come il bombardamento delle centrali nucleari in Ucraina, sottolineano il cambiamento qualitativo che la guerra assume nella decomposizione, che diventa sempre più irrazionale, poiché l'unico obiettivo è destabilizzare o distruggere l'avversario praticando sistematicamente una politica di “terra bruciata”. In questo senso, se “la fabbricazione di sofisticati sistemi di distruzione è diventata il simbolo di un'economia moderna ad alto rendimento... queste ‘meraviglie’ tecnologiche, che hanno appena mostrato la loro efficienza omicida in Medio Oriente, sono, dal punto di vista della produzione e dell'economia, un gigantesco scempio”[2].
La borghesia sta aumentando i finanziamenti… per estendere distruzione e massacri.
Il crescente sviluppo della militarizzazione ha recentemente portato alcuni Paesi che avevano abbandonato il servizio militare obbligatorio a reintrodurlo, come in Lettonia e in Svezia, e il partito della CDU lo ha persino proposto in Germania. Esso si riflette soprattutto nella pressione generalizzata per aumentare la spesa militare, con vari portavoce borghesi che sostengono, ad esempio, la necessità per i Paesi della NATO di andare ben oltre il 2% del PIL concordato per la difesa. In uno scenario in cui gli Stati Uniti di Trump giocheranno più che mai la carta dell'America First, anche nei confronti dei Paesi “amici” che pensavano di essere al sicuro sotto l'ombrello nucleare statunitense, i paesi europei stanno cercando urgentemente di rafforzare le proprie infrastrutture militari e stanno aumentando drasticamente le spese militari per difendere meglio le proprie ambizioni imperialiste. Quando il Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, afferma: “Dobbiamo spendere di più, dobbiamo spendere meglio, dobbiamo spendere in Europa”, riassume la strategia di espansione dell'infrastruttura militare europea e di un'industria degli armamenti europea che sia autosufficiente.
In realtà, la tendenza all'esplosione della spesa per gli armamenti è globale, stimolata da un'avanzata a tutto campo del militarismo. Ogni Stato è sotto pressione per rafforzare il proprio potere militare. Questo riflette fondamentalmente la pressione della crescente instabilità dei rapporti imperialisti nel mondo.
Tatlin, 14 gennaio 2025
[1] 50 anni fa: le cause reali della Seconda guerra mondiale [495], International Review 59, “Rapporto sulla situazione internazionale”, GCF, luglio 1945. (in inglese)
[2] A che punto siamo con la crisi? Crisi economica e militarismo [496], International Review 65, (in inglese)
Sabato 25 gennaio, dalle 15.00 alle 18.00 (ora italiana)
L'elezione di Trump è un chiaro prodotto della progressiva decomposizione della società capitalista, ma sarà anche un fattore attivo nell'accelerare questo processo, portando con sé conflitti più acuti all'interno della borghesia statunitense, un'intensificazione delle tensioni imperialiste, un nuovo tuffo nella crisi economica e un'ulteriore prova dell'incapacità del capitalismo di affrontare la crisi ambientale.
Soprattutto, si preannunciano ulteriori attacchi brutali alla classe operaia internazionale:
La discussione mirerà quindi ad approfondire la comprensione delle prospettive concrete per il capitalismo e la classe operaia nel periodo a venire.
La CCI fa quindi seguito all'incontro pubblico internazionale online organizzato a novembre (vedi: “Un dibattito internazionale per comprendere la situazione globale e prepararsi al futuro [499]”) con un secondo incontro sul significato della vittoria di Trump. Il formato sarà lo stesso dell'incontro di novembre, con traduzioni in inglese, francese e spagnolo.
Se desiderate partecipare, contattateci all'indirizzo [email protected] [454].
Prima parte: la maturazione sotterranea della coscienza di classe
La CCI sostiene che l’ondata di scioperi avutasi in Gran Bretagna nel 2022 ha marcato una “rottura” rispetto ai diversi decenni di rassegnazione e di apatia marcati da une crescente perdita dell’identità di classe. Questa mobilitazione fu la prima di una serie di movimenti della classe operaia nel mondo intero, principalmente in risposta al deterioramento del livello di vita e delle condizioni di lavoro[1]. Questa analisi sull’apertura di una nuova fase della lotta di classe internazionale si basa su due osservazioni fondamentali:
Questi argomenti si sono scontrati con uno scetticismo piuttosto generalizzato da parte del campo politico proletario. Per esempio la Tendenza Comunista Internazionalista (TCI), benché abbia inizialmente riconosciuto e salutato certe lotte che ci sono state nel 2022, non ha tuttavia visto il significato internazionale e storico di questo movimento[2], e più recentemente sembra o averlo dimenticato (come testimoniato dal fatto che non è stato pubblicato un bilancio del movimento), o averlo considerato come un semplice fuoco di paglia, come l’abbiamo costatato durante le loro recenti riunioni pubbliche. Nel frattempo un sito web parassita dedicato alla « ricerca », Controverses, ha consacrato un articolo completo[3] in refutazione della nostra analisi, che avanza anche una giustificazione «teorica » allo scetticismo degli altri.
È degno di nota il fatto che l'autore di questo articolo si sia allineato con la maggioranza di coloro che fanno (o semplicemente affermano di fare) parte della tradizione comunista di sinistra, e che ora rifiuti il concetto stesso di maturazione sotterranea. E non è tutto: in un articolo sui principali sviluppi della lotta di classe negli ultimi 200 anni[4] egli avanza anche l’idea che viviamo ancora nella controrivoluzione che si è abbattuta sulla classe operaia con la sconfitta dell’ondata rivoluzionaria del 1917-23. Quindi, quello che la CCI afferma essere il risveglio storico del proletariato mondiale nel 1968 e la fine della controrivoluzione non sarebbe, tutt’al più, che una semplice “parentesi” in un corso mondiale di sconfitta.
Questo punto di vista è largamente condiviso dai differenti gruppi bordighisti e dalla TCI, che negli avvenimenti del Maggio ’68 in Francia o dell’Autunno Caldo in Italia, l’anno successivo, non hanno visto che un’ondata di movimenti studenteschi.
Nei seguenti due articoli, piuttosto che entrare nei dettagli delle lotte di questi ultimi due anni, noi vogliamo concentrarci su due fondamenti teorici per comprendere la nostra nozione di rottura: prima la realtà della maturazione sotterranea della coscienza, e dopo la realtà di un proletariato uscito dalla controrivoluzione e non ancora sconfitto.
Il fondamento marxista del concetto di maturazione sotterranea
Ricordiamo brevemente le circostanze in cui la CCI ha affrontato per la prima volta la questione della maturazione sotterranea. Nel 1984, in risposta ad un’analisi della lotta di classe che rivelava una seria concessione all’idea che la coscienza di classe non può svilupparsi che con la lotta aperta e di massa dei lavoratori, in particolare in riferimento ad un testo che rigettava esplicitamente la nozione di maturazione sotterranea, il compagno Marc Chirik (MC) reagì con un testo i cui argomenti sono stati accettati dalla maggioranza dell’organizzazione, con l’eccezione del gruppo che poi avrebbe abbandonato la CCI al momento del suo 6° Congresso per formare la “Frazione Esterna della CCI” (i suoi “discendenti” fanno oggi parte del gruppo Perspective Internationaliste)[5]. MC sottolineava che una tale concezione tendeva verso il consiliarismo perché considera la coscienza non come un fattore attivo nella lotta ma come qualcosa di semplicemente determinato da circostanze obiettive, una forma di materialismo volgare. Inoltre essa sottostimava anche fortemente il ruolo delle minoranze che sono capaci di approfondire la coscienza di classe anche durante le fasi in cui l’estensione della coscienza di classe all’insieme del proletariato può essere diminuita. Un tale approccio consiliarista non sa evidentemente che farsene di una organizzazione dei rivoluzionari che, poichè si basa sulle acquisizioni storiche della lotta di classe, è capace di orientare il proprio corso attraverso le fasi di riflusso o di sconfitta del movimento di classe in senso largo. Questo approccio rigetta anche la tendenza più generale della classe a riflettere sulla sua esperienza, a discutere, a porsi questioni sui temi maggiori dell’ideologia dominante, ecc. Un tale processo può essere sicuramente qualificato come “sotterraneo” perché si sviluppa in gruppi ristretti della classe o anche nello spirito di singoli lavoratori, che possono dare voce anche a una serie di idee contraddittorie, ma esso è comunque un fenomeno reale. Come scriveva Marx nel Capitale: “Ogni scienza sarebbe superflua se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica coincidessero direttamente”.[6] In effetti uno dei compiti specifici della minoranza marxista è quella di saper vedere al di là delle apparenze e tentare di individuare gli sviluppi più profondi che si sviluppano in seno alla loro classe.
Quando la CCI pubblicò dei documenti relativi a questo dibattito interno la Communist Workers Organisation (CWO) salutò quello che lei percepiva come un tentativo della CCI di fare i conti con i residui consiliaristi che avevano ancora un peso in seno all’organizzazione[7]. Ma rispetto alle questioni di fondo sollevate nel dibattito la CWO si è nei fatti schierata, il che è un po’ ironico, dal lato dei consiliaristi che rigettavano anche loro la nozione di maturazione sotterranea come non marxista, come una forma di “jungismo politico”[8].
Diciamo ironicamente, perchè all’epoca la CWO aveva adottato una visione della coscienza di classe portata alla classe “dall’esterno” dal “partito”, costituito da elementi dell’intellighenzia borghese (la tesi idealista di Kautsky che Lenin fece sua nel Che fare, ma su cui egli ammise, in seguito, di essersi “spinto troppo in là” in una polemica con i proto-consiliaristi della sua epoca, la tendenza economicista in Russia). Ma l’ironia sparisce se si considera che il materialismo volgare e l’idealismo possono spesso coesistere[9]. Per i consiliaristi come per la CWO, una volta che finiscono le lotte aperte, la classe non è più che una massa di individui atomizzati. La sola differenza è che per la CWO questo momento di apatia non può essere spezzato che con l’intervento del partito.
Nella nostra risposta[10] abbiamo insistito sul fatto che la nozione di maturazione della coscienza non era una innovazione della CCI, ma che essa derivava direttamente dalla caratterizzazione fatta da Marx che la rivoluzione è la vecchia talpa che si nasconde sotto la superficie per lunghi periodi per ritornare in superficie in certe condizioni. Abbiamo in particolare citato un passaggio molto lucido di Trotsky su questo processo nella sua magistrale Storia della rivoluzione russa in cui scrive:
“In una rivoluzione noi esaminiamo innanzitutto l’interferenza diretta delle masse nei destini della società. Andiamo a vedere dietro gli avvenimenti i cambiamenti nella coscienza collettiva (…) Questo può sembrare sviante per chi considera l’insurrezione delle masse come ‘spontanea’, cioè come l’ammutinamento di una truppa artificialmente utilizzata dai dirigenti. In realtà la semplice esistenza delle privazioni non basta a provocare un’insurrezione; se fosse così le masse sarebbero sempre in rivolta (…) Le cause di una rivoluzione stanno in un cambiamento dello stato di spirito delle classi in conflitto (…) I cambiamenti nella coscienza collettiva hanno naturalmente un carattere seminascosto. Non è che quando essi hanno raggiunto un certo grado di intensità che i nuovi stati d’animo e le nuove idee appaiono alla superficie sotto forma di attività delle masse.”
Allo stesso modo, l’ondata internazionale di lotte che cominciò nel maggio 1968 in Francia non è venuta dal nulla (anche se ha in un primo momento sorpreso la borghesia che cominciava a pensare che la classe operaia si era “imborghesita” nella “società dei consumi”). Essa era il frutto di un lungo processo di distacco dalle istituzioni borghesi e dai temi ideologici (come i sindacati e i cosiddetti partiti operai, i miti della democrazia o del “socialismo reale” all’Est, etc.) accompagnato da un deterioramento delle condizioni materiali (i primi segni di una nuova crisi economica aperta). Questo processo si manifestava anche qui e là in movimenti di sciopero come i “wildcats” (scioperi selvaggi) negli Stati Uniti e in Europa occidentale nel mezzo degli anni ’60.
È quello che vale anche per la rottura del 2022, che si iscrive nella scia di un certo numero di scioperi negli Stati Uniti, in Francia, ecc. Ma quello che è successo a partire dal 2022 ha rivelato più chiaramente quello che era in gestazione in seno alla classe operaia da diversi anni:
Potremmo continuare con questi esempi. Ad essi possono essere opposti argomenti volti a provare che la classe operaia avrebbe dimenticato più di quanto abbia appreso dell’ondata di lotte dopo il ’68, come lo dimostrerebbe in particolare il fatto che ci sono stati pochi tentativi di rimettere in questione il controllo sindacale sugli scioperi e di sviluppare l’autorganizzazione. Ma le grandi tendenze iniziate dalla “rottura” del 2022 non sono che ai loro inizi. Il loro potenziale storico non può essere compreso che considerandole come i primi frutti di un lungo processo di maturazione. Ci torneremo nella seconda parte di questo articolo.
Amos, gennaio 2025.
[1]
[1] Vedere in particolare: https://it.internationalism.org/content/1702/il-ritorno-della-combattivita-del-proletariato-mondiale [324] , e : Après la rupture de la lutte des classes, la nécessité de la politisation [500] , Revue internationale n° 171 (in francese o in inglese).
[2]
[2] « Le ambiguità della TCI sul significato storico dell’ondata di scioperi nel Regno Unito [501] », World revolution n° 396 (in inglese).
[5]
[5] Vedere: « La “Fraction externe” d [504]u CCI », Revue internationale n°45 (in francese e inglese).
[6]
[6] Il Capitale, Libro 3, sezione VII, capitolo 48.
[7]
[7] In Workers Voice n° 20.
[8]
[8] Questo in risposta alla nostra citazione di Rosa Luxemburg sul fatto che nello sviluppo de movimento di classe “l’incosciente precede il cosciente” che nei fatti è un’applicazione della formula marxista secondo cui “l’essere determina la coscienza”. Ma questa formula può essere mal interpretata da quelli che non afferrano la relazione dialettica tra le due: non solo l’essere è un processo in divenire, in cui la coscienza evolve a partire dall’incosciente, ma la coscienza diventa a sua volta un fattore attivo nell’evoluzione e nel progresso storico.
[9]
[9] In seguito la CWO ha smesso di difendere la tesi kautskiana, ma non ha mai chiarito apertamente il motivo del suo cambiamento di posizione.
[10]
[10] « Réponse à la CWO : [505] Sur la maturation souterraine de la conscience [505] », Revue internationale n°43 (in inglese e francese).
[11]
[11] CPE, Contratto di Primo Impiego, su questo movimento vedi l’articolo: https://it.internationalism.org/rziz/146/francia [506]
Il contesto di un proletariato imbattuto
Nella prima parte di questo articolo, il nostro obiettivo è stato quello di mostrare che l'attuale rinascita della lotta di classe, la “svolta” o “rottura” rispetto a decenni di arretramento, non è solo una risposta al drammatico aggravarsi della crisi economica mondiale, ma ha radici più profonde nel processo che chiamiamo “maturazione sotterranea della coscienza”, un processo seminascosto di riflessione, discussione, disillusione nei confronti delle false promesse, il quale emerge in superficie in alcuni momenti chiave. Il secondo elemento a sostegno dell'idea che stiamo assistendo a una profonda evoluzione del proletariato mondiale è l'idea – la quale, così come la nozione di maturazione sotterranea, è più o meno esclusiva della CCI - che i principali comparti della classe operaia non abbiano sofferto di una sconfitta storica paragonabile a quella subita con il fallimento dell'ondata rivoluzionaria del 1917-23. E questo nonostante le crescenti difficoltà poste alla classe nella fase terminale della decadenza capitalista, la fase della decomposizione.
Il nostro rifiuto di quello che è senza dubbio un asse portante dell'ideologia dominante - secondo cui l’idea che la classe operaia possa offrire un'alternativa storica al capitalismo sia totalmente obsoleta e screditata - si basa sul metodo marxista, e in particolare sul metodo sviluppato dalla Sinistra Comunista Italiana e Francese durante gli anni Trenta e Quaranta. Nel 1933, l'anno in cui il nazismo salì al potere in Germania, la Sinistra Italiana in esilio iniziò a pubblicare la rivista Bilan - così chiamata perché capì che il suo compito centrale era quello di fare un serio “bilancio” della sconfitta dell'ondata rivoluzionaria e della vittoria della controrivoluzione. Ciò significava mettere in discussione i presupposti errati che avevano portato alla degenerazione opportunista dei partiti comunisti e sviluppare le basi programmatiche e organizzative per i nuovi partiti che sarebbero sorti in una situazione prerivoluzionaria. Il compito immediato era quindi quello di una frazione, in opposizione alla corrente che gravitava intorno a Trotzki che guardava continuamente alla formazione di una nuova Internazionale sulle stesse basi opportuniste che avevano portato alla scomparsa della Terza Internazionale. Una parte della sfida di sviluppare il programma del futuro sulle basi delle lezioni del passato, consisteva nel non tradire i principi internazionalisti fondamentali di fronte alle enormi pressioni della controrivoluzione, che ora aveva mano libera per far marciare la classe operaia verso una nuova guerra mondiale. Ciò condusse al rifiuto di schierarsi con l'ala “antifascista” della classe dominante nella guerra civile spagnola (1936-39) e permise di respingere gli appelli a sostenere le “nazioni oppresse” nei conflitti imperialisti in Cina, Etiopia e altrove; conflitti che, come la guerra civile spagnola, erano tappe di avanzamento verso la nuova guerra mondiale.
La Sinistra Comunista Italiana non era immune alla pressione dell'ideologia dominante: verso la fine degli anni '30, fu preda della teoria revisionista dell'economia di guerra, la quale sosteneva che i conflitti che stavano di fatto ponendo le basi per una nuova spartizione imperialista fossero invece volti a prevenire il pericolo di un nuovo focolaio rivoluzionario. Questa falsa tesi portò al totale disorientamento della maggioranza della Frazione Italiana di fronte allo scoppio effettivo della guerra imperialista; inoltre verso la fine della guerra, senza alcuna seria analisi della situazione del proletariato come classe mondiale, la rinascita dei movimenti di classe in Italia portò ad una frettolosa proclamazione di un nuovo partito solo in Italia (il Partito Comunista Internazionalista), ed esso nasceva su una base profondamente opportunista che riuniva elementi molto eterogenei senza un accurato processo di chiarificazione programmatica.
Di fronte a questo scivolamento nell'opportunismo, i compagni che formeranno la Gauche Communiste de France riuscirono a capire che la controrivoluzione era ancora in piedi, soprattutto dopo che la borghesia aveva dimostrato la sua capacità di schiacciare le sacche di resistenza proletaria apparse alla fine della guerra; e così la GCF criticò severamente gli errori opportunistici del PCInt (ambiguità sulle formazioni partigiane in Italia, partecipazione alle elezioni borghesi, ecc.) Per la CGF, la questione se il proletariato stesse ancora soffrendo per una profonda sconfitta o se stesse recuperando la propria autonomia di classe con lotte massicce, era un elemento decisivo per interpretare il proprio ruolo.
La fine della controrivoluzione
La “tradizione” della CGF - che si sciolse nel 1952, lo stesso anno in cui il PCInt si divise nelle sue ali “bordighista” e “damenista” - fu ripresa dal gruppo Internacionalismo in Venezuela, animato da Mark Chirik, che aveva combattuto contro il revisionismo nella Frazione Italiana ed era stato membro fondatore della CGF. Già nel 1967, percependo i primi segnali di un ritorno della crisi economica aperta e di un certo numero di lotte operaie in vari paesi, Internacionalismo prevedeva un nuovo periodo di lotte di classe: la fine della controrivoluzione e l'apertura di un nuovo corso storico[[1]]. La previsione fu presto confermata dagli eventi del maggio-giugno 1968 in Francia, seguiti da tutta una serie di imponenti movimenti di classe in tutto il mondo: movimenti che dimostrarono la tendenza a rompere con i consolidati organi di controllo ai danni della classe (partiti di sinistra e sindacati), rivelarono una precisa dimensione politica che alimentò l'apparizione di una nuova generazione di giovani in cerca di posizioni di classe e mostrò il potenziale per il raggruppamento di forze rivoluzionarie su scala internazionale.
Questa rottura con la controrivoluzione non fu un semplice fuoco di paglia. Essa ha creato una situazione storica che non è stata cancellata, anche se ha attraversato varie fasi e molte difficoltà. Tra il 1968 e il 1989 abbiamo assistito a tre grandi ondate internazionali di lotta di classe in cui sono stati compiuti alcuni progressi significativi a livello di comprensione dei metodi di lotta, illustrati in particolare dagli scioperi di massa in Polonia nel 1980, che hanno dato vita a forme indipendenti di organizzazione di classe in un intero Paese. L'impatto di questi movimenti non si è fatto sentire solo attraverso lotte aperte e di massa, ma anche attraverso l'aumento del peso del proletariato nel rapporto di forza tra le classi all’interno della società. A differenza degli anni Trenta, l’equilibrio di forze tra le classi negli anni Ottanta ha fatto da barriera ai preparativi per una terza guerra mondiale, che era stata rimessa all'ordine del giorno dal ritorno della crisi economica aperta e dall'esistenza di blocchi imperialisti già formati che si contendevano l'egemonia globale.
L'impatto della decomposizione
Ma il fatto che la classe dominante avesse trovato la strada sbarrata verso la guerra mondiale, non significava che la borghesia non fosse più in fase offensiva, che fosse stata disarmata di fronte alla classe operaia. Gli anni '80 videro un riallineamento delle forze politiche borghesi, caratterizzato da governi di destra che sferravano attacchi brutali ai posti di lavoro e ai salari dei lavoratori, con la complicità della sinistra all'opposizione che era lì per incanalare, controllare e far deragliare le lotte della classe operaia la quale reagiva a questi attacchi. Questa controffensiva capitalista inflisse una serie di importanti sconfitte a vari settori della classe operaia nei principali centri capitalistici, in particolare ai minatori in Gran Bretagna: lo schiacciamento della loro resistenza alla chiusura più o meno totale dell'industria del carbone servì ad aprire la porta a una più ampia politica di deindustrializzazione e di “delocalizzazione” che spezzò alcuni dei principali centri di militanza della classe operaia. La lotta di classe continuò comunque nel periodo 1983-88, in particolare con importanti movimenti in Belgio, Francia, e Italia nel 1986-87, e non ci fu una sconfitta frontale dei principali comparti del proletariato come quella che si era vista negli anni Venti e Trenta. Ma nemmeno le lotte degli anni '80 riuscirono ad elevarsi al livello politico richiesto dalla gravità della situazione mondiale, e così si arrivò allo “stallo” che fece precipitare il processo di decomposizione capitalistica. Il crollo del blocco orientale nel 1989-91 ha segnato una fase completamente nuova della decadenza, portando con sé enormi difficoltà per la classe. Le assordanti campagne ideologiche sulla vittoria del capitalismo e sulla cosiddetta morte del comunismo, l'atomizzazione e la disperazione che sono state gravemente esacerbate dalla decomposizione della società, e lo smantellamento consapevole da parte della borghesia dei centri industriali tradizionali con l'obiettivo di spezzare questi vecchi poli di resistenza operaia - tutto questo si è combinato per erodere l'identità di classe del proletariato, il suo senso di essere una forza distinta nella società con i propri interessi da difendere.
In questa nuova fase di decadenza del capitalismo, la nozione di corso storico non era più valida, anche se la CCI ha impiegato molto tempo per comprenderla appieno[2]. Ma già nelle nostre Tesi sulla Decomposizione del 1990 avevamo capito che l'avanzare della putrefazione del capitalismo avrebbe potuto travolgere il proletariato anche senza una sconfitta frontale, poiché la continuazione delle sue lotte difensive, che avevano sbarrato la strada alla guerra mondiale, non era sufficiente a fermare la minaccia della distruzione dell'umanità attraverso una combinazione di guerre locali, disastri ecologici e rottura dei legami sociali.
Sebbene i decenni che hanno seguito il crollo del blocco orientale possano essere descritti come una ritirata della classe operaia, ciò non ha significato una completa scomparsa della lotta di classe. Ad esempio, abbiamo visto una nuova generazione di proletari impegnarsi in movimenti significativi come la lotta contro il CPE in Francia nel 2006 e il movimento degli Indignados in Spagna nel 2011. Tuttavia, sebbene queste lotte abbiano dato vita a forme genuine di auto-organizzazione (assemblee generali) e abbiano agito da fulcro per un serio dibattito sul futuro della società, la loro debolezza fondamentale è stata che la maggioranza di coloro che vi hanno preso parte non si vedeva come parte della classe operaia, ma piuttosto come “cittadini” in lotta per i propri diritti, e quindi vulnerabili a varie mistificazioni politiche “democratiche”.
Ciò sottolinea l'importanza della nuova rottura del 2022, iniziata con gli scioperi diffusi in Gran Bretagna, poiché preannuncia il ritorno della classe come classe, ovvero l'inizio di un recupero dell'identità di classe. Alcuni sostengono che questi scioperi siano stati in realtà un passo indietro rispetto ai movimenti precedenti, come gli Indignados, poiché hanno mostrato pochi segnali di dare vita ad assemblee generali o di stimolare direttamente il dibattito politico su questioni più ampie. Ma questo significa ignorare il fatto che, dopo tanti anni di passività, “la prima vittoria della lotta è la lotta stessa”: il fatto che il proletariato non si adagi di fronte alla continua erosione delle sue condizioni di vita e ricominci a vedersi come classe. Le Tesi sulla Decomposizione insistevano sul fatto che, piuttosto che le espressioni più dirette della decomposizione come il cambiamento climatico o la gangsterizzazione della società, sarebbe stato l'aggravarsi della crisi economica a fornire le condizioni migliori per la ripresa delle lotte di classe; i movimenti a cui abbiamo assistito a partire dal 2022 in poi lo hanno già confermato, e ci stiamo dirigendo verso una situazione in cui la crisi economica sarà la peggiore della storia del capitalismo, aggravata non solo dalle contraddizioni economiche fondamentali del capitale (sovrapproduzione e caduta del tasso di profitto), ma anche dalla crescita del militarismo, dalla diffusione delle catastrofi ecologiche e dalle politiche sempre più irrazionali della classe dominante.
In particolare, il tentativo sempre più palese di imporre un'economia di guerra nei paesi centrali del capitalismo sarà una questione vitale nella politicizzazione della resistenza dei lavoratori. Ciò è già stato anticipato da due importanti sviluppi: in primo luogo, il fatto che la svolta del 2022 sia avvenuta proprio nel momento in cui lo scoppio della guerra in Ucraina è stato accompagnato da grandi campagne sulla necessità di sostenere l'Ucraina e di prepararsi a sacrifici per resistere alla futura aggressione russa; in secondo luogo, lo sviluppo di minoranze politicizzate dalla minaccia della guerra e alla ricerca di una risposta internazionalista. Queste reazioni sulla questione della guerra non vengono dal nulla: sono un'ulteriore prova che la nuova fase della lotta di classe trae la sua forza storica dalla realtà di un proletariato imbattuto.
Ripetiamo: il pericolo che la decomposizione travolga il proletariato non è scomparso, anzi cresce man mano che l'“effetto vortice” dei disastri capitalistici tra loro interagenti prende piede, accumulando distruzione su distruzione. Ma le lotte a partire dal 2022 dimostrano che la classe può ancora reagire e che ci sono due polarità nella situazione, una sorta di corsa contro il tempo[3] tra l'accelerazione della decomposizione e lo sviluppo della lotta di classe a un livello superiore; uno sviluppo in cui tutte le questioni sollevate dalla decomposizione possono essere integrate in un progetto comunista che può offrire una via d'uscita dalla crisi economica, dalla guerra perpetua, dalla distruzione della natura e dalla putrefazione della vita sociale. Quanto più chiaramente le organizzazioni rivoluzionarie di oggi comprenderanno la posta in gioco nell'attuale situazione mondiale, tanto più efficacemente potranno svolgere il loro ruolo di elaborare questa prospettiva per il futuro.
Amos
[1] Inizialmente la CCI definì questo nuovo corso storico come un corso verso la rivoluzione, ma a metà degli anni Ottanta adottò la formula "corso verso massicci scontri di classe", poiché non poteva esistere una traiettoria automatica verso un esito rivoluzionario della crisi capitalistica.
[2] Rapporto sulla questione del corso storico [507]Rivista Internazionale n°35
[3] Questa idea dei "due poli" non deve essere confusa con l'idea di un "percorso parallelo tra guerra mondiale e rivoluzione mondiale" che alcuni gruppi dell'ambiente politico proletario hanno difeso, poiché, come ha spiegato Bilan, un percorso verso la guerra mondiale richiede un proletariato sconfitto e quindi esclude la possibilità di una rivoluzione mondiale. Per una polemica con Battaglia Comunista su questa questione, si veda The Historic Course [290] International Revue n°18
Trump torna alla Casa Bianca quattro anni dopo la sua sconfitta elettorale contro Biden. Questa è una cocente sconfitta per la borghesia americana che arriva nonostante tutti gli sforzi impiegati dal 2020 da una parte di questa per isolare Trump e i suoi alleati, con l’impegno di Biden, del partito democratico, di una parte del partito repubblicano e di una parte dell’intellighenzia americana. In effetti la recente vittoria elettorale contro la Harris, ancora più netta di quella contro Hilary Clinton nel 2016, non ha niente di casuale ma è il tipico prodotto della decomposizione capitalista, di cui il trumpismo et un prodotto. Trump aveva già mostrato chiaramente la sua capacità di nuocere durante il suo primo mandato e la sua delirante irresponsabilità al momento dell’assalto al Campidoglio che lui ha incoraggiato contro l’elezione di Biden. Tutto questo illustra il vicolo cieco in cui si trovano il capitalismo americano e la sua borghesia, incapaci di annullare, durante i quattro anni del mandato di Biden, la presa del populismo. Tanto che questa è ancora cresciuta con l’effetto di avere un Trump 2 che è ancora più delirante del Trump 1.
Il programma del populismo, un abominio e un’aberrazione sociale ed economica
Il programma di Trump esprime una aberrante radicalizzazione del populismo, in particolare con le sue promesse elettorali più deliranti dal punto di vista della stessa gestione del capitale nazionale: espulsione forzata di milioni di emigrati illegali; licenziamento di centinaia di migliaia di funzionari statali, in particolare quelli che, nel compiere la loro funzione, si erano trovati a posizionarsi contro Trump, in particolare per il suo ruolo nell’assalto al Campidoglio dopo l’elezione di Biden.
Per rinnovare l’amministrazione, Trump procede a una selezione dei candidati ai posti chiave dei ministeri e delle agenzie strategiche seguendo due criteri determinanti che non hanno niente a che vedere la competenze dei candidati: “essere un fedele di Trump” e “impegnarsi nell’offensiva contro lo Stato federale”. Tra le proposte di Trump la più strategica – perché riguarda il vertice del Pentagono – ed emblematica della “rottura radicale” promessa durante la campagna elettorale figura un vecchio militare (Pete Hegseth, ben lungi dall’avere una unanimità di consenso nel campo repubblicano) e presentatore di Fox News che, in aggiunta, è oggetto di accuse di aggressione sessuale e di consumo eccessivo di alcool. Questo metodo che garantisce la più grande incompetenza nei posti strategici per la difesa degli interessi del capitale americano è un buon indicatore di dove porta l’America il Trump 2.
Ancora una volta si verifica che la politica dei populisti, quando non è inquadrata al vertice dello Stato da altre frazioni della borghesia più responsabili nella gestione del capitale nazionale, risulta pregiudizievole per gli interessi di questo. Lo si era visto, per esempio, con la disastrosa gestione del Covid da parte di Trump negli USA e di Bolsonaro in Brasile. E che può uscire dal tandem Trump-Musk al vertice dello Stato americano? Entrambi condividono senza dubbio i valori più immondi del populismo, così come sono profondamente d’accordo su un certo numero di questioni come il bisogno di operare una profonda purga nell’amministrazione, ed entrambi si mostrano indifferenti rispetto ai gravi disfunzionamenti che ne potrebbero derivare. In più, dietro il loro accordo, esistono motivazioni diverse che costituiranno presto o tardi un fattore di rivalità e di fragilità al vertice dello Stato: Trump vuole deliberatamente vendicarsi delle istituzioni che gli sono state ostili, Musk, a sua volta, vuole migliorare la redditività del capitale americano attraverso una sgrassatura dell’amministrazione. Lo stesso disaccordo esiste anche a proposito dell’immigrazione legale che Trump vuole bloccare totalmente, contrariamente a Musk che vuole fare una eccezione per gli ingegneri stranieri.
Le conseguenze mondiali della politica di Trump al potere
Se queste sono prevedibili nella direzione che prenderanno perché annunciate nella sua campagna elettorale, sono invece imprevedibili nelle decisioni finali.
Quello che sarebbe stato inimmaginabile in qualsiasi altra epoca e in qualsiasi luogo, ad eccezione forse di qualche repubblica delle banane, si è verificato nella prima potenza mondiale qualche giorno prima dell’investitura ufficiale di Trump. Il futuro nuovo presidente si è messo a sognare ad alta voce di una stella supplementare sulla bandiera americana, quella del vicino Canada! E se questa può sembrare una semplice “battuta populista” tutt’altra connotazione assume la minaccia di Trump di recuperare il Canale di Panama (ceduto da Carter al Panama nel 1979) con la forza, se necessario, con la scusa che la Cina esercita una crescente influenza su questa cruciale via marittima. Stessa cosa per la Groenlandia (appartenente alla Danimarca) che Trump prospetta di annettere perché necessaria alla sua sicurezza. Nessuno può dire se questo può avere o meno degli effetti, certo è che questo ha generato un’ondata di panico nelle diverse cancellerie. Ed alcune di esse sono state certamente prese da una certa paura di fronte agli insulti da parte di Musk al primo ministro britannico Keir Starmer accusato di complicità con reti pedo criminali.
Una nuova crisi migratoria?
Se Trump riesce a mettere in esecuzione l’espulsione da parte dell’esercito di migliaia di migranti irregolari dal territorio americano, c’è il grosso rischio di provocare una nuova crisi migratoria, ad immagine di quelle popolazioni che in altre parti del mondo fuggono dalla guerra a centinaia di migliaia. L’arrivo forzato di queste masse di deportati nei paesi dell’America Latina li condannerà a sprofondare in una miseria nera – da cui una parte di loro aveva cercato di fuggire – vulnerabili alle persecuzioni e ai ricatti della polizia, delle gang, … e costituirà un rischio di destabilizzazione dei paesi di destinazione.
Una spinta supplementare alla crisi economica
Il mondo è confrontato alla prospettiva di uno sviluppo storico della recessione economica mondiale, di una gravità almeno equivalente a quella degli anni ’30. Né Trump, né nessun altro rappresentante della borghesia ne è responsabile in sé, perché sono le contraddizioni insormontabili del modo di produzione capitalista che spingono in questa direzione. Ma invece di differire o attenuare gli effetti della crisi, il prosieguo e l’amplificazione delle dottrine “America first” e “Make America Great Again” non fanno che approfondirli, in particolare attraverso delle misure già prese dall’amministrazione Biden che hanno smantellato tutti gli organismi internazionali destinati a sostenere il commercio mondiale. Più in generale, l’obiettivo della politica degli Stati Uniti è la concentrazione sul suo territorio dei capitali e delle industrie moderne del mondo intero, a detrimento del resto del mondo di cui una crescente parte è destinata a somigliare sempre più a un deserto industriale. Questo tipo di politica non è caratteristico di una amministrazione populista, ma quello che la distingue è la violenza irrazionale delle misure protezioniste. Le principali potenze economiche mondiali in Europa e in Asia sono ben coscienti di questa situazione e si preparano ad organizzarsi al meglio che possono per far fronte a una nuova tappa della guerra commerciale annunciata da Trump. Comunque vada, quello che ci dobbiamo aspettare sono le conseguenze della guerra commerciale e della crisi, il cui costo si tradurrà immancabilmente in un attacco massiccio alle condizioni di vita della classe operaia e in un impoverimento generale della popolazione.
Una carta supplementare a favore… dell’aggravamento della crisi climatica
Si può misurare l’atteggiamento di Trump rispetto al cambiamento climatico attraverso la sua recente presa di posizione sugli incendi a Los Angeles, in cui ha attribuito pubblicamente la responsabilità di questi al governatore dello Stato della California. Questa maniera vergognosa di evitare il fondo del problema lascia presagire il peggio sull’impatto futuro sul clima della seconda presidenza Trump.
L’aggravamento delle tensioni imperialiste
Dopo il crollo del blocco dell’est gli Stati Uniti, il gendarme del mondo, si sono rivelati il paese che ha più provocato caos nel mondo. Non c’è motivo per pensare che possa cambiare, visto che questa è la condizione per il mantenimento della loro leadership mondiale. I due principali focolai attuali di guerra nel mondo, Ucraina e Medio Oriente, sono destinati a diventare degli esempi della difesa degli interessi imperialisti dell’America di Trump.
In Ucraina
La guerra in Ucraina ha per contesto il prosieguo della vecchia politica di accerchiamento della Russia di cui la NATO era la punta di lancia. Essa è una risposta della Russia agli sforzi dell’imperialismo americano per far entrare la Georgia e l’Ucraina nella NATO. Poichè Biden aveva assicurato che gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti di fronte a una invasione dell’Ucraina da parte della Russia, questa è caduta nella trappola e la guerra in Ucraina è effettivamente arrivata, dopo tre anni di massacri e di barbarie, a quello che era l’auspicio dell’imperialismo americano, cioè l’esaurimento militare ed economico della Russia allo scopo di privare la Cina di un eventuale alleato, dotato di un potente arsenale nucleare, nell’eventualità di una futura guerra con gli Stati Uniti. Ma oggi l’Ucraina si trova in una situazione sul terreno che non è migliore, se non peggiore, di quella della Russia, e che non potrà che peggiorare tanto più rapidamente in quanto il sostegno degli Stati Uniti, con la fornitura di materiale militare, è destinato a sparire, dato che Trump è sempre stato contrario a questo sostegno. D’altra parte egli non ha cessato di sbandierare che, se fosse stato eletto, avrebbe “messo fine in due giorni al conflitto” con un accordo tra le due parti. Cosa che oggi sembra molto poco probabile. Se l’Ucraina crolla e la Russia minaccia l’Unione Europea, questa non sarà portata a intervenire per congelare una situazione di status quo proteggendo una Ucraina agonizzante vulnerabile ad un ulteriore intervento della Russia? E come? Con quali paesi e quali mezzi? Questa è l’incognita e nessun esito può essere escluso.
In questa ottica e anche di fronte alla molto probabile pretesa di Trump che l’Unione Europea prenda a suo carico il costo della propria difesa, aumentando il suo contributo alla NATO e le spese militari di tutti i suoi paesi membri, questi non potranno aver altra scelta che piegarsi.
La situazione in Medio oriente è più prevedibile. In effetti è molto verosimile che Trump proseguirà la politica di sostegno incondizionato alle mire imperialiste di Israele; è anche possibile che egli incoraggerà apertamente alcune di queste mire, in particolare quelle finalizzate all’annientamento della potenza militare dell’Iran.
Le tensioni con la Cina non possono che accentuarsi, essendo questo paese il più capace di minacciare la leadership mondiale degli Stati Uniti. Questi continueranno a fare di tutto per indebolire la Cina, mantenendo su di essa una pressione militare crescente, e ostacolando il suo commercio con gli altri paesi industrializzati.
Di fronte agli attacchi della borghesia, di fronte alla guerra, di fronte alle false alternative populismo/antipopulismo, fascismo/antifascismo, abbiamo una sola scelta: quello della lotta di classe
Prodotto della decomposizione del capitalismo, il populismo costituisce a sua volta un fattore che la aggrava. Così la situazione mondiale evolve verso un aggravamento della decomposizione del capitalismo, verso ancora più caos, più guerre, verso un aggravamento delle condizioni di vita della classe operaia in conseguenza della crisi e della guerra. Gli attacchi contro le condizioni di vita della classe operaia favoriscono le lotte difensive aprendo la possibilità di una risposta sempre più unita e cosciente. Tuttavia le condizioni in cui questa lotta si svilupperà presentano dei pericoli mortali che la classe operaia deve evitare:
La classe operaia avrebbe tutto da perdere a soccombere alla disperazione, al “no futur”,..; il solo terreno di lotta che le appartiene e che è portatore di un avvenire è quello della difesa dei suoi interessi economici di classe in risposta agli attacchi del capitalismo in crisi, che può portare alla politicizzazione delle sue lotte e quindi alla prospettiva del rovesciamento del capitalismo.
Sylunken (10/01/2025)
La Corrente Comunista Internazionale organizza una permanenza on line per sabato 15 marzo alle ore 15
Le permanenze sono dei momenti di dibattito aperti a tutti quelli che vogliono incontrare e discutere con la CCI.
Noi invitiamo caldamente tutti i nostri lettori e tutti i nostri simpatizzanti a partecipare per continuare la riflessione sulla situazione storica e confrontare i punti di vista. I compagni sono anche invitati a comunicarci le questioni che amerebbero affrontare.
Chi vuole partecipare a questa riunione può inviare un messaggio al nostro indirizzo internet ([email protected] [423]) o nella rubrica « nous contacter [424] » del nostro sito internet, segnalando le questioni che vorrebbero affrontare, così da permetterci di organizzare al meglio la discussione.
Le modalità tecniche per la connessione alla permanenza saranno comunicate in seguito ai compagni che avranno risposto all’appello.
L’importanza storica della rottura tra gli Stati Uniti e l’Europa
Continua l'accelerazione degli eventi dall'avvento di Trump 2 negli Stati Uniti.
Ecco perché la CCI sta organizzando un terzo incontro pubblico internazionale online dedicato alla situazione globale. È essenziale che tutti coloro che comprendono la necessità di liberare il mondo da un sistema capitalistico in decomposizione riconoscano esattamente ciò che la classe operaia sta affrontando. Incoraggiamo quindi tutti coloro che sono impegnati nella ricerca della "verità di questo mondo" e di come superare il capitalismo a partecipare a questo incontro e a prendere parte al dibattito.
Se volete partecipare, scriveteci a [email protected] [454].
Nei primi articoli scritti nei primi giorni della seconda presidenza di Donald Trump negli Stati Uniti, la CCI ha già spiegato che il pericoloso caos che ha scatenato nel mondo da quando si è insediato alla Casa Bianca non è un'aberrazione individuale in un sistema altrimenti stabile, ma l'espressione del collasso del sistema capitalista nel suo complesso e della sua maggiore potenza. L'imprevedibile gangsterismo dell'amministrazione Trump riflette un ordine sociale in rovina. Inoltre, la fazione liberaldemocratica della borghesia statunitense che sta resistendo con le unghie e con i denti alla nuova presidenza è altrettanto parte di questo collasso e in nessun senso un "male minore" o una soluzione alternativa al movimento populista MAGA (Make America Great Again) che dovrebbe essere sostenuta dalla classe operaia.
Qualunque sia la forma politica che il capitalismo assume oggi, solo la guerra, la crisi e l'impoverimento della classe operaia sono all'ordine del giorno. La classe operaia deve lottare per i suoi interessi di classe contro tutti i settori della classe dominante. La rinascita delle lotte dei lavoratori per difendere i loro salari e le loro condizioni, come è avvenuto di recente alla Boeing e nei porti della costa orientale degli Stati Uniti, insieme alla rinascita della combattività in Europa, sono l'unica promessa per il futuro.
In questo articolo vogliamo spiegare meglio perché e come Trump è stato eletto per un secondo mandato, perché è più estremo e pericoloso del primo mandato, al fine di mostrare più chiaramente il destino suicida che caratterizza l'ordine borghese e l'alternativa proletaria ad esso.
La prima amministrazione Trump, una sintesi
Alla fine del 2022, a metà del mandato di Biden alla Casa Bianca, la CCI ha fatto questo bilancio della prima presidenza Trump:
"L'irruzione del populismo nel paese più potente del mondo, che è stata coronata dal trionfo di Donald Trump nel 2016, ha portato quattro anni di decisioni contraddittorie e erratiche, denigrazione delle istituzioni e degli accordi internazionali, intensificando il caos globale e portando a un indebolimento e screditamento del potere americano e accelerando ulteriormente il suo declino storico".
La presidenza Biden, che ha seguito la prima amministrazione Trump, non è stata in grado di invertire questo peggioramento della situazione:
“... non importa quanto la squadra di Biden lo proclami nei suoi discorsi, non è una questione di desideri, sono le caratteristiche di questa fase finale del capitalismo che determinano le tendenze che è obbligato a seguire, portando inesorabilmente nell'abisso se il proletariato non riesce a porvi fine attraverso la rivoluzione comunista mondiale".[1]
Il principio guida del primo mandato di Trump e della sua campagna elettorale – "America First" – è proseguito nel suo secondo mandato. Questo slogan significa che l'America dovrebbe agire nel proprio interesse nazionale a scapito degli altri, sia "alleati" che nemici, usando la forza economica, politica e militare. Nella misura in cui invece che trattati con altri paesi si possono fare "accordi" (che possono essere rotti in qualsiasi momento secondo la "filosofia" che sta dietro questo slogan) significa che gli Stati Uniti fanno ai governi stranieri "un'offerta che non possono rifiutare" - secondo la famosa frase del film Il Padrino. Come Marco Rubio, nominato da Trump a segretario di Stato americano, sembra aver detto ai governi stranieri: gli Stati Uniti non parleranno più con loro di interessi e ordine globale, ma solo dei propri interessi. Tuttavia "Might is right" (la legge del più forte), non è un grido di battaglia per la leadership americana.
America First corrisponde al riconoscimento da parte della borghesia statunitense nel 2016 che la politica estera che aveva seguito fino ad allora, essere il poliziotto mondiale al fine di creare un nuovo ordine mondiale dopo il crollo del blocco russo nel 1989, aveva portato solo a una serie di costosi, impopolari e sanguinosi fallimenti.
La nuova politica rifletteva la consapevolezza finale che la Pax Americana[2] istituita dopo il 1945 e che ha garantito agli Stati Uniti l'egemonia mondiale fino alla caduta del muro di Berlino, non poteva essere ristabilita in nessuna forma. Peggio ancora, secondo l'interpretazione di Trump, la continuazione della Pax Americana – cioè la dipendenza dei suoi alleati dalla protezione economica e militare degli Stati Uniti – significava che gli Stati Uniti venivano ora "ingiustamente" sfruttati da questi ex membri del loro blocco imperialista.
Il primo mandato di Trump: il retroterra
L'Operazione Desert Storm, nel 1990 nel Golfo Persico, costituì l'uso massiccio della forza militare da parte degli Stati Uniti volto a contrastare l'aumento del disordine geopolitico mondiale dopo la dissoluzione dell'URSS. Era diretto in particolare alle ambizioni indipendenti dei suoi ex principali alleati in Europa.
Ma solo poche settimane dopo questo orribile massacro, nell'ex Jugoslavia scoppiò un nuovo sanguinoso conflitto. La Germania, agendo da sola, riconobbe la nuova repubblica di Slovenia. E' stato solo con il bombardamento di Belgrado e gli accordi di Dayton del 1995 che gli Stati Uniti sono riusciti ad affermare la loro autorità nella situazione. Desert Storm aveva stimolato, non diminuito, le tendenze centrifughe dell'imperialismo. Di conseguenza, si è sviluppato il jihadismo islamico, Israele ha iniziato a sabotare il processo di pace in Palestina faticosamente progettato dagli Stati Uniti, e il genocidio in Ruanda ha lasciato un milione di cadaveri, guerra in cui le potenze occidentali hanno agito ognuna per i propri specifici interessi. Gli anni '90, nonostante gli sforzi degli Stati Uniti, hanno illustrato non la formazione di un nuovo ordine mondiale, ma l'accentuazione di un ognuno per sé in politica estera, e quindi l'indebolimento della leadership degli Stati Uniti.
La politica estera degli Stati Uniti dei "neoconservatori" guidati da George W. Bush, diventato presidente nel 2000, ha portato a fallimenti ancora più catastrofici. Dopo il 2001 è stata lanciata un'altra massiccia operazione militare in Medio Oriente con l'invasione statunitense dell'Afghanistan e dell'Iraq in nome della "guerra al terrorismo". Ma nel 2011, quando gli Stati Uniti si ritirarono dall'Iraq, nessuno degli obiettivi prefissati era stato raggiunto. Le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein – il pretesto inventato per giustificare l'invasione – si sono rivelate inesistenti. La democrazia e la pace non sono state stabilite in Iraq al posto della dittatura. Il terrorismo non si è ritirato: al contrario, Al Qaeda ha ricevuto uno stimolo massiccio che ha provocato sanguinosi attentati nell'Europa occidentale. Negli stessi Stati Uniti le avventure militari, costose sia in denaro che in sangue, erano impopolari. Soprattutto, la guerra al terrorismo non è riuscita a portare l'Europa e le altre potenze imperialiste in linea con gli Stati Uniti. Francia e Germania, a differenza del 1990, hanno scelto di non partecipare alle invasioni statunitensi.
Tuttavia, il ritorno al "multilateralismo" al posto dell'"unilateralismo" dei neo-conservatori, durante la presidenza di Barack Obama (2009-2016) non è riuscito a ripristinare la leadership mondiale degli Stati Uniti. È stato in questo periodo che sono esplose le ambizioni imperialiste della Cina, come esemplificato dallo sviluppo geostrategico della Nuova Via della Seta dopo il 2013. La Francia e la Gran Bretagna hanno perseguito le loro avventure imperialiste in Libia, mentre la Russia e l'Iran hanno approfittato del semi-ritiro degli Stati Uniti dalle operazioni siriane. La Russia ha occupato la Crimea e ha iniziato la sua aggressione nella regione ucraina del Donbass nel 2014.
Dopo il fallimento della mostruosa carneficina dei neoconservatori è arrivato il fallimento diplomatico della politica di "cooperazione" di Obama.
Come potrebbero peggiorare le difficoltà degli Stati Uniti nel mantenere la loro egemonia? La risposta è arrivata sotto forma del presidente Donald Trump.
Le conseguenze della prima presidenza Trump
Durante la sua prima presidenza, la politica “America First” di Trump ha iniziato a distruggere la reputazione degli Stati Uniti come alleato affidabile e come leader mondiale con una politica affidabile e una bussola morale. Inoltre, è stato durante la sua amministrazione che sono emerse serie divergenze all'interno della classe dirigente americana sulla politica estera vandalizzante di Trump. Nella borghesia statunitense sono apparse divergenze cruciali, su quale potenza imperialista fosse alleata e quale nemica nella lotta degli Stati Uniti per mantenere la loro supremazia mondiale.
Trump ha rinnegato il Patto Trans-Pacifico, l'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e il Trattato nucleare con l'Iran; gli Stati Uniti sono diventati un'eccezione nella politica economica e commerciale nel G7 e nel G20, isolandosi così dai loro principali alleati su queste questioni. Allo stesso tempo, il rifiuto degli Stati Uniti di impegnarsi direttamente in Medio Oriente ha alimentato una serie di imperialismi regionali in quella regione: Iran, Arabia Saudita, Turchia, Israele, Russia, Qatar, tutti hanno cercato separatamente di trarre profitto dal vuoto militare e dal caos.
La diplomazia di Trump ha di fatto esacerbato queste tensioni, come il trasferimento dell'ambasciata americana in Israele nella contesa città di Gerusalemme, sconvolgendo i suoi alleati occidentali e facendo arrabbiare i leader arabi che vedevano ancora gli Stati Uniti come un "mediatore onesto" nella regione.
Tuttavia, riconoscendo che la Cina è il contendente più probabile per usurpare il primato degli Stati Uniti, l'amministrazione Trump si è allineata al punto di vista del resto di Washington. L’impegno verso l'Asia già annunciato da Obama doveva essere aumentato, la guerra globale al terrorismo ufficialmente sospesa ed è stata inaugurata una nuova era di "competizione tra grandi potenze", secondo la Strategia di Difesa Nazionale del febbraio 2018. È stato annunciato un vasto programma decennale per aggiornare l'arsenale nucleare degli Stati Uniti e per "dominare lo spazio".
Tuttavia, sulla necessità di ridurre le ambizioni e le capacità militari della Russia – e di indebolire il potenziale di quest'ultima di aiutare le manovre globali della Cina – è apparsa una divergenza tra la politica ambigua di Trump nei confronti di Mosca e quella della fazione rivale della borghesia statunitense che aveva tradizionalmente visto la Russia come un nemico storico per quanto riguarda la sua minaccia all'egemonia statunitense in Europa occidentale.
Allo stesso tempo, in relazione alla questione della politica russa, è emerso un diverso atteggiamento nei confronti dell'importanza della NATO, l'ex alleanza centrale del blocco americano, in particolare per quanto riguarda l'obbligo, previsto dal trattato, per tutti i membri della NATO di venire in aiuto di tutti gli altri che fossero attaccati militarmente (in pratica, gli Stati Uniti li avrebbero protetti dall'aggressione russa). Trump ha messo in dubbio questa clausola cruciale. Le preoccupanti implicazioni che comportava l'abbandono degli alleati dell’Europa occidentale da parte degli Stati Uniti non sono sfuggite alle cancellerie di Londra, Parigi e Berlino.
Queste differenze in politica estera sarebbero emerse più chiaramente durante l'amministrazione Biden, che ha seguito la prima presidenza Trump.
L'interregno di Biden: 2020-2024
La sostituzione di Trump con Joe Biden alla Casa Bianca voleva significare un ritorno alla normalità nella politica statunitense, perchè segnata dal tentativo di ricucire vecchie alleanze e creare trattati con altri paesi, per cercare di riparare i danni causati dalle spericolate avventure di Trump. Biden dichiarò: "L'America è tornata". L'annuncio di uno storico patto di sicurezza tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia nell'Asia-Pacifico nel 2021 e il rafforzamento del Quad Security Dialogue tra Stati Uniti, India, Giappone e Australia, hanno segnalato, tra le altre misure, il perseguimento della creazione di un cordone sanitario contro l'ascesa dell'imperialismo cinese in Estremo Oriente.
Una crociata democratica globale contro le potenze "revisioniste" e "autocratiche" – Iran, Russia, Corea del Nord e soprattutto Cina – fu invocata dalla nuova amministrazione.
L'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 ha fornito a Joe Biden i mezzi per imporre ancora una volta l'autorità militare degli Stati Uniti alle recalcitranti potenze della NATO in Europa, obbligandole, in particolare la Germania, ad aumentare i bilanci della difesa e a fornire sostegno alla resistenza armata dell'Ucraina. Ha anche contribuito a esaurire il potere militare ed economico della Russia in una guerra di logoramento e a mostrare la superiorità militare mondiale degli Stati Uniti in termini di armamenti e logistica che ha fornito all'esercito ucraino. Soprattutto, gli Stati Uniti, contribuendo a trasformare gran parte dell'Ucraina in rovine fumanti, hanno dimostrato alla Cina il pericolo di vedere la Russia come un potenziale alleato e le pericolose conseguenze del proprio desiderio di annettere territori come Taiwan.
Tuttavia, era evidente al mondo che la borghesia statunitense non era del tutto d'accordo con la politica di Biden nei confronti della Russia, e il Partito Repubblicano al Congresso, ancora sotto il tallone di Donald Trump, ha espresso la sua riluttanza a fornire i necessari miliardi di dollari di sostegno allo sforzo bellico ucraino.
Se il sostegno dato all'Ucraina è stato un successo per la riaffermazione della leadership da parte dell'imperialismo americano, almeno a breve termine, il suo coinvolgimento nella guerra di Israele a Gaza dopo l'ottobre 2023 ha offuscato questo progetto. Gli Stati Uniti si sono trovati intrappolati tra la necessità di sostenere il loro principale alleato israeliano in Medio Oriente di fronte ai terroristi di Hamas, sostenuti dagli iraniani, e la sconsiderata determinazione di Israele a fare il proprio gioco e rinnegare una soluzione pacifica alla questione palestinese, accentuando così il caos militare nella regione.
Il massacro di decine di migliaia di palestinesi indifesi a Gaza, per gentile concessione delle munizioni e dei dollari statunitensi, ha completamente smentito l'immagine della rettitudine morale degli Stati Uniti che Biden aveva promosso con la difesa dell'Ucraina.
Se il crollo del regime di Assad in Siria e la sconfitta di Hezbollah in Libano hanno inflitto un duro colpo al regime iraniano, nemico dichiarato degli Stati Uniti, questo non ha diminuito l'instabilità della regione, non da ultimo nella stessa Siria. Al contrario, gli Stati Uniti hanno dovuto continuare a schierare una parte considerevole della loro marina nel Mediterraneo orientale e nel Golfo Persico, rafforzare i loro contingenti in Iraq e Siria e fare i conti con la drammatica opposizione alla politica statunitense da parte della Turchia e dei paesi arabi.
Soprattutto, la minaccia di ulteriori convulsioni militari in Medio Oriente significa che l’orientamento verso l'Asia, l'obiettivo principale degli Stati Uniti, è ostacolato.
Secondo mandato di Trump: 2025-
Abbiamo descritto come la difficoltà ad orientarsi nel caos imperialista che si è sviluppato dopo il 1989 abbia portato a divisioni all'interno della classe dominante americana sulla politica da perseguire, e abbiamo tracciato la crescita della politica populista dell'America First contro un corso più razionale che cercava di preservare le alleanze del passato. La rielezione di Trump al potere nonostante i disastri della sua prima presidenza è un segno che queste divisioni interne non sono state dominate dalla borghesia e stanno ora tornando a compromettere seriamente la capacità degli Stati Uniti di perseguire una politica estera coerente, fino al punto di mettere a repentaglio la loro principale preoccupazione di bloccare o prevenire l'ascesa della Cina.
Alla pericolosa incertezza di questo effetto boomerang del caos politico sulla politica imperialista si aggiunge il fatto che il margine di manovra degli Stati Uniti sulla scena imperialista mondiale è notevolmente diminuito dal primo mandato di Trump, e il suo secondo mandato avviene mentre due grandi conflitti infuriano nell'Europa orientale e nel Medio Oriente.
Non entreremo nelle cause più profonde del disordine politico all'interno della borghesia americana e del suo Stato che le prime azioni di Trump hanno drammaticamente dimostrato, questo sarà spiegato in un ulteriore articolo.
Ma in meno di un mese Trump ha dimostrato che la tendenza della sua politica America First a svelare la natura della pax americana, base della supremazia mondiale degli Stati Uniti dopo il 1945, sta per accelerare molto più rapidamente e profondamente di quanto non abbia fatto nel suo primo mandato, anche perché il nuovo presidente è intenzionato a superare le salvaguardie che a quel tempo limitavano il suo campo d'azione nominando alla testa dei dipartimenti di Stato i suoi scagnozzi, che siano competenti o meno.
La principale preoccupazione della borghesia statunitense dopo il 1989 – impedire la fine del suo dominio mondiale nel tutti contro tutti del mondo post-blocco – è stata capovolta: la "guerra di tutti contro tutti" è diventata, in effetti, la "strategia" della nuova amministrazione. Una strategia che sarà più difficile da invertire da parte di una nuova amministrazione più intelligente di quanto sia stata quella dopo il primo mandato di Trump.
L'obiettivo di riprendere il controllo di Panama; la proposta di "comprare" la Groenlandia; la barbara proposta di fare pulizia etnica dei palestinesi dalla Striscia di Gaza e di trasformarla in una Costiera turistica; tutte queste prime dichiarazioni del nuovo presidente sono dirette tanto contro i suoi ex alleati quanto contro i suoi nemici strategici. Nel caso della proposta di Gaza, che andrebbe a beneficio del suo alleato Israele eliminando la soluzione a due stati per la Palestina, non farebbe altro che infiammare l'opposizione delle altre potenze arabe più la Turchia e l'Iran. Gran Bretagna, Francia e Germania si sono già dichiarate contrarie alla proposta di Trump per Gaza.
Ma è probabile che gli Stati Uniti sotto Trump imporranno un accordo di pace all'Ucraina che probabilmente la costringerà a cedere il 20% del suo territorio alla Russia, ipotesi a cui le potenze dell'Europa occidentale si sono già opposte con veemenza. Una tale soluzione frantumerà ulteriormente l'alleanza NATO, in precedenza l'asse del dominio internazionale degli Stati Uniti. Il nuovo presidente chiede che le stagnanti economie europee della NATO raddoppino le loro spese militari al fine di difendersi da sole, senza gli Stati Uniti.
Una buona parte del “potere morbido” dell'imperialismo americano, cioè la sua pretesa morale di egemonia, viene spazzato via quasi in un colpo solo: l'USAID, la più grande agenzia mondiale di aiuti al "sud del mondo", è stata data in pasto alle cesoie di Elon Musk. Gli Stati Uniti si sono ritirati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e hanno persino proposto un procedimento contro la Corte Penale Internazionale per i suoi pregiudizi nei confronti degli Stati Uniti e di Israele.
La guerra commerciale protezionistica proposta dalla nuova amministrazione statunitense sferrerebbe anche un duro colpo alla stabilità economica residua del capitalismo internazionale e senza dubbio si ripercuoterà sulla stessa economia statunitense sotto forma di inflazione ancora più elevata, crisi finanziarie e riduzione del proprio commercio. La deportazione in massa dagli Stati Uniti di manodopera immigrata a basso costo avrebbe conseguenze economiche negative controproducenti per la sua economia e per la stabilità sociale.
Al momento in cui scriviamo non è possibile sapere se la valanga di proposte e decisioni del nuovo presidente sarà attuata o se si tratta di stravaganti strumenti di contrattazione che potrebbero portare ad accordi temporanei o concessioni ridotte. Ma la direzione della nuova politica è chiara. L'incertezza stessa delle misure ha già l'effetto di allarmare e inimicarsi gli ex e futuri potenziali alleati e di costringerli ad agire da soli e a cercare sostegno altrove. Questo di per sé aprirà maggiori possibilità per i principali nemici degli Stati Uniti. L'accordo di pace proposto in Ucraina sta già avvantaggiando la Russia. La guerra commerciale è un regalo alla Cina, che può posizionarsi come un partner economico migliore degli Stati Uniti.
Ciononostante, nonostante la politica autolesionista a lungo termine dell'"America First", gli Stati Uniti non cederanno la superiorità militare al loro principale nemico, la Cina, che è ancora lontana dall'essere in grado di affrontare direttamente gli Stati Uniti ad armi pari. E la nuova politica estera sta già creando una forte opposizione all'interno della stessa borghesia statunitense.
La prospettiva è quindi una massiccia corsa agli armamenti e un ulteriore aumento caotico delle tensioni imperialiste in tutto il mondo, con grandi conflitti di potere che si spostano verso i centri del capitalismo mondiale e infiammano ulteriormente i suoi punti strategici globali.
Conclusione: Trump e la questione sociale
Il movimento MAGA di Donald Trump è salito al potere promettendo all'elettorato più posti di lavoro, salari più alti e la pace nel mondo, al posto dell'abbassamento del tenore di vita e delle "guerre senza fine" dell'amministrazione Biden.
Il populismo politico non è un'ideologia di mobilitazione per la guerra come lo era il fascismo.
In realtà la crescita e i successi elettorali del populismo politico nell'ultimo decennio o giù di lì, di cui Trump è l'espressione americana, si basano essenzialmente sul crescente fallimento dell'alternanza al governo dei vecchi partiti di democrazia liberale nell'affrontare la profonda impopolarità della crescita vertiginosa del militarismo da un lato, e gli effetti pauperizzanti di una crisi economica irrisolvibile sulle condizioni di vita della massa della popolazione dall'altro.
Ma le promesse populiste del burro al posto delle armi sono state e saranno sempre più contraddette dalla realtà, e si scontreranno con una classe operaia che sta cominciando a riscoprire la sua combattività e la sua identità.
La classe operaia, in contrasto con i deliri xenofobi del populismo politico, non ha patria, non ha interessi nazionali ed è di fatto l'unica classe internazionale con interessi comuni al di là dei confini e dei continenti. La sua lotta per difendere le sue condizioni di vita oggi, che ha una portata internazionale – come confermato in particolare dalle attuali lotte in Belgio - fornisce quindi la base per un polo alternativo di attrazione al futuro suicida del capitalismo del conflitto imperialista tra le nazioni.
Ma in questa prospettiva di classe il proletariato dovrà confrontarsi anche con le forze anti-populiste della borghesia che propongono alla popolazione un ritorno alla forma democratica del militarismo e dell'impoverimento. La classe operaia non deve farsi coinvolgere da queste false alternative, né seguire le forze più radicali che dicono che la democrazia liberale è un male minore di quella del populismo. Deve, invece, combattere sul proprio terreno di classe.
Il New York Times, che è il portavoce solitamente sobrio della borghesia liberale americana, ha lanciato questo appello radicale alla mobilitazione della popolazione per difendere lo Stato democratico borghese contro lo Stato autocratico di Trump in un editoriale dell'8 febbraio 2025:
"Non distrarti. Non lasciarti sopraffare. Non fatevi paralizzare e trascinare nel caos che il presidente Trump e i suoi alleati stanno creando di proposito con il volume e la velocità degli ordini esecutivi; lo sforzo per smantellare il governo federale; gli attacchi agli immigrati, alle persone transgender e al concetto stesso di diversità: le richieste che gli altri paesi accettino gli americani come i loro nuovi padroni: e la vertiginosa sensazione che la Casa Bianca possa fare o dire qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Tutto questo ha lo scopo di mantenere il paese fermo in modo che il presidente Trump possa andare avanti nella sua corsa per il massimo potere esecutivo, in modo che nessuno possa fermare l'agenda audace, mal concepita e spesso illegale avanzata dalla sua amministrazione. Per l'amor del cielo, non stategli dietro".[3]
Questa è solo una conferma che l'intera borghesia sta usando le proprie serie divisioni per dividere la classe operaia nella scelta di una forma di guerra e di crisi capitalistica contro un'altra, al fine di farle dimenticare i propri interessi di classe.
La classe operaia non deve essere trascinata nelle guerre interne o esterne della classe dominante, ma deve lottare per sé stessa.
Como
[1] The United States: superpower in the decadence of capitalism and today epicentre of social decomposition (Part 1) [509], International Review 169, 2023 (in inglese e francese)
[2] La Pax Americana dopo la Seconda Guerra Mondiale non è mai stata un'epoca di pace, ma di guerra imperialista quasi permanente. Questo termine si riferisce invece alla relativa stabilità del conflitto imperialista mondiale, prima del 1989, con gli Stati Uniti come maggiore potenza, nella preparazione dei due blocchi alla guerra mondiale.
[3] Nel 2003, il New York Times, che ha la reputazione di essere un giornale obiettivo, riprese comunque la menzogna secondo cui Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa, pretesto per l'invasione statunitense dell'Iraq.
Il 16 novembre, la CCI ha tenuto una Riunione pubblica online sul tema "Le implicazioni mondiali delle elezioni americane".
Oltre ai militanti della CCI, hanno partecipato alla discussione diverse decine di persone provenienti da quattro continenti e da circa quindici paesi. La traduzione simultanea in inglese, spagnolo e francese ha permesso a tutti di seguire le discussioni, durate poco più di tre ore.
Ovviamente, di fronte alla rivoluzione che deve essere compiuta da tutta la classe operaia mondiale, questo piccolo numero può sembrare insignificante. Abbiamo ancora molta strada da fare prima che il proletariato sviluppi una coscienza profonda e una vasta organizzazione. Questo tipo di incontro internazionale è appunto uno strumento per avanzare su questa strada. Per il momento, le minoranze rivoluzionarie sono ancora esigue, una manciata in una città, un individuo in un'altra.
Riunirsi da diversi paesi per discutere, elaborare e confrontare argomenti, e quindi comprendere meglio la situazione mondiale, è un'occasione preziosa per rompere l'isolamento individuale, creare legami e percepire la natura mondiale della lotta rivoluzionaria proletaria. È un partecipare allo sforzo della nostra classe per creare un'avanguardia internazionale. Questo tipo di incontri è quindi una pietra miliare che prefigura la necessaria organizzazione dei rivoluzionari su scala mondiale. Questo raggruppamento di forze rivoluzionarie è un processo lungo, che richiede uno sforzo cosciente e costante. È una delle condizioni vitali per preparare il futuro, per organizzarsi in vista degli scontri rivoluzionari decisivi che verranno.
Un dibattito che ha sollevato mille domande sullo stato del mondo...
La grande partecipazione al nostro incontro rivela anche la preoccupazione, persino l'ansia, suscitata dall'elezione di Donald Trump a capo della prima potenza mondiale.
Tutti gli intervenuti hanno sottolineato, insieme alla CCI, che la vittoria di questo presidente - apertamente razzista, maschilista, odioso, vendicativo e fautore di una politica economica e bellica irrazionale - accelererà tutte le crisi e aggraverà le incertezze e il caos.
Da questa posizione comune, nel corso della discussione sono emerse molte questioni, alcune differenze e anche dei disaccordi.
Il trionfo di Trump è il risultato di una politica deliberata e cosciente da parte della borghesia americana? Trump è la carta migliore per gli interessi della borghesia americana? Le sue scelte imperialiste rispetto all’Iran, l’Ucraina e la Cina sono un passo verso una terza guerra mondiale? La sua politica protezionistica di aumento dei dazi è un tassello del puzzle verso la guerra? I suoi feroci attacchi alla classe operaia, in particolare ai dipendenti pubblici, sono legati ai sacrifici necessari per preparare l'economia nazionale a questa guerra?
O al contrario, come sostenuto dalla CCI e da altri partecipanti, l'arrivo di Trump alla guida della prima potenza mondiale testimonia la crescente difficoltà delle borghesie nazionali a impedire alle proprie frazioni più oscurantiste e irrazionali di prendere il potere? La guerra tra cricche all'interno della stessa borghesia, come la frammentazione della società in americani/immigrati, uomini/donne, legali/illegali, tutte cose che il clan Trump sta aggravando, non sono forse un segno della tendenza al disordine e al caos della società americana? La guerra commerciale voluta da Trump, con il ritorno alle misure protezionistiche degli anni '20 e '30, che all'epoca rovinarono tutti i paesi, non mostra forse l'irrazionalità della sua politica proprio dal punto di vista degli interessi del capitale americano? Allo stesso modo, le crescenti incertezze sulla politica imperialista della nuova amministrazione americana non stanno forse rafforzando le tensioni belliche tra tutti i paesi, spingendoci ancora di più verso alleanze instabili e mutevoli, verso l'ognuno per sé, la politica miope e lo scoppio di guerre che non producono altro che terra bruciata?
Per la CCI, per rispondere a tutte queste domande bisogna necessariamente soffermarsi, con maggiore profondità, sul periodo storico che stiamo attraversando: quello della decomposizione. Perché, al fondo, la vittoria di Trump non è qualcosa da prendere in sé, da analizzare isolatamente e da imprigionare nell'immediato, ma è il frutto di un'intera situazione mondiale, di una dinamica storica che vede il capitalismo marcire dalle fondamenta. La vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti o di Javier Milei in Argentina, le politiche disperate di Israele in Medio Oriente o della Russia in Ucraina, la presa dei cartelli della droga su fasce sempre più ampie dell'America Latina o dei gruppi terroristici in Africa o dei signori della guerra in Asia centrale, l'ascesa dell'oscurantismo, dei teorici della cospirazione e dei terrapiattisti, gli scoppi di violenza di alcuni settori della società... tutti questi fenomeni, apparentemente non correlati, sono in realtà espressioni della stessa dinamica fondamentale del capitalismo: la decomposizione.
Torneremo su questo tema e su tutte queste questioni in un prossimo articolo per sviluppare la nostra risposta.
... e la lotta di classe
La seconda parte della discussione, incentrata sulla comprensione dello stato attuale della lotta di classe, ha seguito la stessa dinamica. Anche in questo caso il dibattito è stato aperto, franco e fraterno e sono state poste molte questioni, con l'emergere di sfumature e disaccordi.
La vittoria di Trump significa che il proletariato è stato sconfitto, o per lo meno che anch'esso è incancrenito dal razzismo e dal populismo? Oppure il rifiuto del Partito Democratico da parte dei lavoratori porta alla consapevolezza della reale natura di questo partito borghese? L'apparizione di Trump come dittatore può incoraggiare la rabbia e la reazione della classe operaia? Oppure, la campagna in difesa della democrazia sarà una trappola mortale per il proletariato? Il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, attuato in modo estremamente brutale da Trump, Musk e la loro banda, spingerà alla lotta? Oppure questi sacrifici rafforzeranno la ricerca di capri espiatori, come lo straniero, il clandestino, ecc?
Tutte queste domande, contraddittorie, non sorprendono. La situazione è estremamente complessa, difficile da cogliere nella sua interezza e coerenza. L'attualità è punteggiata da eventi opposti: qui uno sciopero operaio, qui una rivolta, là una manifestazione populista... E come nella prima parte della discussione quello che manca è una bussola, che è quella di considerare ogni questione non isolatamente, separatamente l'una dall'altra, ma nel suo insieme e in un contesto internazionale e storico. È impossibile pensare al mondo senza riferirsi consapevolmente, volontariamente e sistematicamente alle dinamiche generali e profonde del capitalismo mondiale: il sistema sta sprofondando nella putrefazione (con tutto il fetore nauseabondo che ne deriva), ma il proletariato non è sconfitto e anzi, dal 2022 e dall'Estate della rabbia nel Regno Unito, sta rialzando la testa, ritrova la via della reazione e della sua lotta storica.
Non possiamo approfondire la nostra risposta in questa sede, ma torneremo a parlarne nella stampa e nei prossimi incontri.
Vi aspettiamo vivamente al prossimo incontro!
Questo dibattito è solo l'inizio. Incoraggiamo tutti i nostri lettori a partecipare a questo sforzo della nostra classe, ai dibattiti tra rivoluzionari, al processo collettivo di chiarificazione. Non rimanete isolati! Il proletariato ha bisogno che le sue minoranze creino legami, su scala internazionale, per organizzarsi, discutere, confrontare le posizioni, scambiare argomenti, comprendere il più profondamente possibile l'evoluzione del mondo.
La CCI vi invita caldamente a partecipare ai suoi differenti incontri: riunioni pubbliche online e internazionali, riunioni pubbliche "in presenza" in alcune città, così come agli incontri senza tema prestabilito. Tutte queste occasioni di incontro e dibattito sono regolarmente annunciate sul nostro sito web.
Oltre a questi incontri, vi invitiamo anche a scriverci, per reagire a un articolo, porre domande o esprimere il vostro disaccordo.
Le colonne della nostra stampa sono aperte, appartengono alla classe. Le vostre proposte di testi saranno benvenute.
Il dibattito è una necessità assoluta. Siamo lontani, isolati, spesso in contrasto con le idee che si sviluppano intorno a noi. Riunirsi, su scala internazionale, è fondamentale per preparare il futuro. Tutte le minoranze rivoluzionarie hanno questa responsabilità.
CCI
I seguaci della teoria della "terra piatta”
Consigliamo ai lettori di leggere o rileggere tre testi fondamentali per la CCI su questo tema:
1) Tesi su: La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [510]
2) Rapporto sulla decomposizione (attualizzazione delle Tesi sulla decomposizione) [511]
3) Militarismo e decomposizione [95] (maggio 2022)
Nel frattempo, invitiamo a leggere il nostro articolo che analizza il ritorno della combattività operaia dal 2022 e gli ostacoli che si frappongono alla ripresa delle lotte rivoluzionarie: Dopo “la rottura” della lotta di classe, nasce la necessità di politicizzare le lotte [445]
Il 23 novembre, la Tendenza Comunista Internazionale (TCI) ha tenuto un incontro pubblico a Parigi sul tema: “Di fronte all'ascesa delle guerre e degli scontri nazionalisti, l'unica prospettiva è la lotta di classe internazionalista!”
Oltre alla TCI, hanno partecipato a questo incontro militanti del Partito Comunista Internazionale, Le Prolétaire (PCI), della Corrente Comunista Internazionale (CCI), un rappresentante del Gruppo Internazionale della Sinistra Comunista (GIGC) e diversi simpatizzanti di queste diverse organizzazioni.
La TCI pubblicherà sicuramente sul suo sito web un resoconto di questo incontro[1]. Non pretendiamo di essere esaustivi in questa sede, vogliamo semplicemente evidenziare brevemente i punti cruciali che, per noi, sono emersi da questa discussione.
L’emergenza di una nuova generazione
La presenza di una partecipazione relativamente numerosa a questo incontro pubblico, caratterizzato in parte dalla sua giovane età, è un fatto molto significativo dell’attuale dinamica della nostra classe. “L’estate della rabbia” del 2022 nel Regno Unito, questa serie di scioperi che ha interessato quasi tutti i settori per diversi mesi, è stata un segno che il proletariato stava tornando sulla strada della lotta dopo più di vent'anni di debolezza. Di fronte ai colpi della crisi economica, di fronte agli attacchi incessanti del capitale e dei suoi governi, i lavoratori sono di nuovo pronti a scioperare, a manifestare, a lottare.
Questa dinamica è segnata anche da un processo globale invisibile: il notevole sforzo di riflessione che la nostra classe sta producendo. Di fronte all’impasse del sistema, nella mente dei lavoratori germoglia una serie di domande. È così che appaiono ai quattro angoli del globo le minoranze che cercano posizioni rivoluzionarie, che vengono incontro ai gruppi del campo proletario, coloro che difendono l’autonomia di classe e l’internazionalismo. Al di là della maggiore partecipazione alle riunioni delle organizzazioni della Sinistra Comunista, ci sono molti altri segnali come l’emergere di conferenze intorno all’internazionalismo (ad Arezzo, Praga, Bruxelles...). Ma il più significativo è sicuramente l’atteggiamento della borghesia stessa. Interessata ad inquadrare questa riflessione per indirizzarla in vicoli ciechi, la sua estrema sinistra sta radicalizzando sempre più il suo linguaggio, non esitando più a proporre la necessità della rivoluzione, i suoi sindacati stanno dimostrando sempre più combattività e unità sostenendo un “sindacalismo di classe”. Si tratta della sinistra del capitale che svolge il suo ruolo, quello di attirare a sé i giovani che sono sempre più numerosi nel voler lottare.
La responsabilità storica dei gruppi della Sinistra Comunista: Pesa quindi sulle spalle della Sinistra Comunista una responsabilità storica, quella di trasmettere alla nuova generazione che sta lentamente emergendo le posizioni, il metodo, i principi che essa stessa ha ereditato dal movimento operaio. Queste lezioni, acquisite dalle lunghe lotte degli ultimi due secoli, sono assolutamente vitali per il futuro; non potrà esserci una rivoluzione proletaria internazionale vittoriosa se si dimenticano. La riunione della TCI che si è tenuta a Parigi deve essere valutata alla luce di questa esigenza che si impone a tutti i gruppi della Sinistra Comunista.
1. Dibattere per chiarire
La presentazione fatta dalla TCI per aprire la discussione ha chiaramente indicato i seguenti punti:
● Nel XIX secolo, alcune lotte di liberazione nazionale poterono essere sostenute dai rivoluzionari, quando permisero di spazzare via le ultime catene feudali e quindi di accelerare lo sviluppo del capitalismo. Ma dall'inizio del XX secolo, in questo sistema in declino, non è più la formazione delle nazioni capitaliste all’ordine del giorno, è la rivoluzione proletaria internazionale.
● L’attuale sviluppo del caos bellico, in Ucraina, a Gaza o altrove, è il prodotto del sistema capitalista.
● Di fronte a questa situazione, solo la classe operaia è in grado di opporsi al sistema che genera sempre più barbarie: il capitalismo.
● Contro le campagne nazionaliste in cui la borghesia cerca di mobilitare la classe operaia in difesa di un campo contro l'altro, i rivoluzionari devono difendere l’internazionalismo proletario all’interno della classe.
La CCI è intervenuta fin dall'inizio per appoggiare le linee principali della presentazione. In particolare, abbiamo sottolineato lo sforzo compiuto per adottare un approccio storico al fine di comprendere queste diverse questioni che sono così cruciali per lo sviluppo della coscienza di classe e per il futuro della lotta proletaria. È per questo motivo che abbiamo ritenuto necessario insistere sui profondi cambiamenti indotti dall’ingresso del capitalismo nella sua fase di decadenza. Come l’Internazionale Comunista proclamò fin dalla sua fondazione nel marzo 1919: l’esperienza della carneficina della guerra del 1914 e l’ondata rivoluzionaria internazionale che ne seguì dimostrarono che il mondo era entrato in «un era di guerre e rivoluzioni»: il capitalismo diventato decadente non ha più nulla da offrire all’umanità, l’unica alternativa sta nella sua distruzione da parte della rivoluzione proletaria mondiale. La guerra diventa allora il modo di vivere del capitalismo, ogni nazione, ogni borghesia, piccola o grande, è imperialista e contribuisce alla guerra e alla febbre nazionalista. In questa nuova configurazione, le lotte di liberazione nazionale, l’appello dei popoli all’autodeterminazione, sostenuti dai rivoluzionari in determinate circostanze durante il periodo di ascesa, diventano orientamenti e parole d’ordine obsolete e reazionarie.
Il PCI, da parte sua, difendeva tutt’altro approccio: fedele alla sua teoria dell'invarianza, all’idea che il programma fosse stato stabilito una volta per tutte nel 1848 e che da allora non ci fosse più nulla da aggiungere o da modificare, sosteneva che anche oggi le lotte di liberazione nazionale erano possibili. Coerentemente con questo approccio, il PCI e i suoi simpatizzanti hanno quindi difeso la legittimità della lotta del popolo palestinese contro l'oppressione israeliana (senza ovviamente sostenere in nessun momento Hamas o alcuna fazione borghese locale). Il simpatizzante del PCI ha persino affermato che per lui non sostenere il popolo palestinese quando viene massacrato, torturato e sottoposto alla barbarie più spaventosa, è una forma di indifferentismo di fronte a tutte queste sofferenze.
In risposta, diversi interventi hanno cercato di dimostrare che le lotte di liberazione nazionale sono una trappola che consiste nell'incatenare una parte della classe operaia al dominio della propria borghesia. Di fronte a ciò, dobbiamo brandire la parola d’ordine già contenuta nel Manifesto: I proletari non hanno patria!
Se, durante questa prima parte del dibattito, la TCI e la CCI hanno difeso congiuntamente la stessa posizione politica generale, sono emerse anche due sfumature:
● A differenza della CCI, i militanti della TCI non hanno mai pronunciato le parole “ascesa” e “decadenza” per definire le due grandi fasi della vita del capitalismo. Tuttavia, a nostro avviso, questi termini riflettono la visione più accurata e precisa dell'evoluzione profonda e storica del sistema.
● La TCI ha detto che riconosce l’esistenza di nazioni oppresse e di nazioni oppressive, il che per la CCI è un errore perché mantiene l’ambiguità quando si tratta di difendere con fermezza che tutte le nazioni, piccole o grandi, bene o male armate, sono imperialiste.
La seconda parte della discussione è stata dedicata alle questioni storiche che si pongono oggi: la guerra e la lotta di classe. In molti interventi, in particolare quelli della TCI e del PCI, la visione difesa è stata quella di un percorso verso la Terza Guerra Mondiale (o verso la “generalizzazione della guerra”, ammettiamo di non aver necessariamente capito se ci fosse, per loro, una differenza tra questi due termini). In questa posizione c’è una valutazione pessimistica dello stato della classe operaia e delle sue lotte.
La CCI ha poi sviluppato una diversa valutazione della situazione: il capitalismo non si sta dirigendo verso una terza guerra mondiale nel prossimo futuro, ma sta sprofondando nella decomposizione. In termini concreti, ciò significa un aumento dei conflitti militari (come in Ucraina, Palestina, Siria, ecc.), una disgregazione del tessuto sociale (atomizzazione, aumento della violenza, razzismo e ritiro in se stessi, cancrena della droga e del traffico, ecc.), un’erosione del pensiero coerente e razionale...Questo non è meno pericoloso della possibilità di una terza guerra mondiale, entrambe le strade portano alla scomparsa della civiltà umana. D’altra parte, quest'ultimo approccio ci permette di comprendere la realtà che si sta sviluppando sotto i nostri occhi in tutta la sua complessità e caos, di collegare tra loro fenomeni che possono apparire indipendenti l’uno dall’altro, o addirittura contraddittori[2].
Per quanto riguarda la lotta di classe, per la CCI oggi il proletariato non è sconfitto. È stata questa forza del proletariato, in particolare in Europa e in Nord America, che ha impedito per 40 anni che la Guerra Fredda si trasformasse in una Terza Guerra Mondiale. Oggi il proletariato ha anche cominciato a tornare sulla via della lotta e sta cercando di sviluppare ulteriormente la sua riflessione e la sua coscienza. Come abbiamo detto nell’introduzione: dal 2022 e dalla serie di scioperi chiamati “L’estate della rabbia” nel Regno Unito, la CCI ha evidenziato il ritorno della combattività operaia[3].
Tutti questi disaccordi all'interno dell'assemblea si sono espressi in un'atmosfera molto calorosa e aperta, dove tutti erano ansiosi di capire e rispondere in modo ragionato alle rispettive posizioni.
Questo momento positivo deve servire da punto di riferimento: i gruppi della Sinistra Comunista devono sviluppare molto di più il dibattito tra di loro, il confronto delle loro posizioni politiche, la partecipazione reciproca a riunioni pubbliche. Anche i nostri giornali e le nostre riviste devono partecipare a questo processo di chiarificazione; ci sono pochissimi dibattiti pubblici tra i nostri gruppi. Se ci sono articoli del PCI e della CCI che si rispondono a vicenda, sforzo che dobbiamo continuare e amplificare insieme, la TCI rifiuta quasi sistematicamente questo dibattito pubblico, le nostre lettere e i nostri articoli rimangono lettera morta.
2. Unirsi attorno alle posizioni fondamentali del campo proletario
Un momento della riunione della TCI dovrebbe essere di particolare interesse per noi: mentre gli interventi hanno tutti evidenziato i punti di disaccordo, alcuni giovani partecipanti sono intervenuti per dire che non capivano davvero cosa distinguesse le posizioni delle diverse organizzazioni presenti. Queste osservazioni rivelano un punto essenziale: le organizzazioni della Sinistra Comunista, per quanto importanti possano essere le loro differenze, hanno in comune una storia, un’eredità e posizioni fondamentali.
Il titolo dell'incontro riassumeva questa unità stessa: “Di fronte all'ascesa delle guerre e degli scontri nazionalisti, l’unica prospettiva è la lotta di classe internazionalista!” Tutti coloro che sono intervenuti in questo dibattito erano quindi desiderosi di dichiararsi contro le guerre imperialiste, di difendere l’internazionalismo proletario, di riflettere sullo sviluppo della lotta e della coscienza operaia.
La dinamica di questa riunione è un’ulteriore prova concreta che i diversi gruppi della Sinistra Comunista hanno una doppia responsabilità: affrontare le loro differenze in un processo collettivo di chiarificazione e unirsi per difendere insieme, con una voce più forte, ciò che è essenziale in comune. Ecco perché, in ciascuno dei suoi interventi, la CCI ha sistematicamente ricordato che insieme dobbiamo essere in grado di difendere con una sola e stessa voce la posizione internazionalista della Sinistra Comunista di fronte ai conflitti bellici che si stanno sviluppando in tutto il pianeta. Abbiamo anche ricordato che questo appello comune potrebbe consentire alle nuove generazioni di fare affidamento su questa esperienza nello stesso modo in cui noi stessi possiamo fare affidamento sull’esperienza di Zimmerwald. Questa sarebbe una pietra miliare per il futuro. E ancora una volta, sia la TCI che il PCI hanno respinto questo appello congiunto. La nuova generazione avrà quindi un ruolo importante da svolgere, per spingere i gruppi della Sinistra Comunista sia a polemizzare tra di loro che ad unirsi sui punti cardinali che hanno in comune, per spingere i gruppi della Sinistra Comunista a essere all’altezza della loro responsabilità storica.
3. Difendere i principi del movimento operaio e della solidarietà proletaria
I lettori attenti avranno notato che nell'introduzione abbiamo menzionato la partecipazione a questa riunione di un rappresentante del GIGC, l'individuo Juan, senza mai dire nulla sul suo ruolo nei dibattiti. Certamente, in superficie, agli occhi dei partecipanti, Juan ha avuto un atteggiamento fraterno durante tutto l’incontro nei confronti dell'assemblea, ha partecipato al dibattito in modo chiaro e dinamico, ha fatto ottimi interventi permettendo alla riflessione collettiva di andare avanti. È vero che Juan era eloquente, che i suoi interventi erano persino brillanti, che mostrava sempre un sorriso e un buon umore.
Nella prima parte del dibattito ha difeso le stesse posizioni della CCI sulla trappola delle lotte di liberazione nazionale in un periodo di decadenza e quindi contro l’invarianza del PCI. Nella seconda parte, ha ripreso le posizioni della TCI per dire che la terza guerra mondiale si sta avvicinando. Soprattutto, ha insistito nel sottolineare il suo accordo con la lotta che la CCI sta conducendo affinché i gruppi della Sinistra Comunista producano un appello comune per difendere l’internazionalismo, affermando di essere pronto a firmarlo. Ma le apparenze spesso ingannano.
Dobbiamo quindi ricordare qui alcuni fatti per smascherare il livello di ipocrisia e manovra di questo individuo.
Juan ha colpito uno dei nostri compagni per strada, costringendolo ad andare in ospedale a causa del gonfiore sul viso. Uno dei suoi accoliti, in presenza di Juan, ha minacciato un altro militante della CCI di tagliargli la gola, sapendo che questo Signore ha davvero sempre un coltello in tasca. Durante una festa di Lutte Ouvrière dove interveniamo, Juan si è messo a ridere di un compagno perché sapeva che quest’ultimo era appena stato vicino alla morte a causa di un infarto, rallegrandosi della sua sfortuna. Alla faccia della realtà della fraternità quando mancano i testimoni!
Ovviamente, il sostegno dimostrato in questo incontro per le posizioni della CCI soffre della stessa doppiezza. Basta leggere gli articoli del GIGC per rendersi conto che la caratteristica di questo gruppo è il suo odio per la nostra organizzazione. Appena fondata, la GIGC ha scritto “la Corrente Comunista Internazionale, si sta disintegrando sotto i nostri occhi a livello teorico, politico e organizzativo, liquidando la sua stampa regolare, abbandonando le sue riunioni pubbliche, dopo aver abbandonato gran parte dei suoi principi...”. I suoi bollettini sono pieni di pettegolezzi contro la CCI. Ad esempio, con il suo vecchio nome di FICCI, diceva nel 2014 in un articolo intitolato Una nuova (ultima?) crisi interna alla CCI!: “La CCI sta vivendo ancora una volta - secondo recenti documenti interni - una nuova crisi interna (...). Le energie militanti sprecate nell’introspezione psicologica e nell’autocritica coprono decine di pagine di bollettini, in un momento in cui le sezioni di questa organizzazione riducono la frequenza delle loro pubblicazioni – quando non semplicemente la fermano - o decidono di non tenere più riunioni pubbliche e di garantire l’intervento nelle strade e nelle lotte. Se non si fosse trattato di un tentativo deliberato di distruggere un’organizzazione che è diventata una vera e propria setta e che attacca la Sinistra Comunista a tutti i livelli, (...) non saremmo intervenuti pubblicamente in questa vicenda, che non è stata ancora rivelata dall’organizzazione in crisi. Ma questa è una questione urgente! (…) Per noi è chiaro che c’è una volontà e un’impresa cosciente di distruzione dei militanti della CCI, della loro convinzione comunista e del loro impegno comunista, che è stata avviata – è vero – da ben vent’anni. Questa crisi è senza dubbio la fase finale del processo.”
Siamo ormai alla fine del 2024, 10 anni dopo questa orazione funebre un po' prematura[4].
Ma soffermiamoci qualche istante su certe parole: “secondo recenti documenti interni”; “non saremmo intervenuti pubblicamente in questa vicenda, che non è stata ancora rivelata dall’organizzazione in crisi”.
Qui tocchiamo l’essenza profonda della GICL, la vera natura di Juan, quando la maschera viene tolta: la spia! Dalla sua nascita, questo gruppo (che si chiami GIGC o FICCI) non ha cessato di pubblicare su internet informazioni che riguardano la vita interna e la sicurezza della CCI e dei suoi militanti: citazioni da bollettini interni, denuncia delle vere iniziali dei militanti, rivelazione di chi scrive questo o quell’articolo[5], le date dei nostri incontri interni[6]... tutto va bene[7]. Quanto alla dichiarazione di Juan riguardo al suo accordo con una serie di posizioni politiche della CCI, è un’esca destinata a ingannare i partecipanti alla riunione pubblica della TCI, come evidenziato dai numerosi testi che ha scritto distorcendo le nostre posizioni per poterle calunniare[8].
Alla riunione della TCI, abbiamo ricordato molto brevemente chi è veramente Juan e abbiamo detto: “Non discutiamo con le spie”. La reazione di Juan è stata quella di deridere la nostra accusa, aggiungendo: “Sì, sono la spia, il poliziotto!”, il che ha fatto ridere il pubblico. L’arma della derisione è efficace e intelligente, distrae e distorce, ma è anche l'ammissione che Juan non può contraddire la nostra accusa, perché sa che tutte le prove sono accessibili, tutte le sue spiate sono su Internet.
A tutti coloro che ritengono che il comportamento proletario sia una questione cruciale, che i rivoluzionari non possano accettare il furto, il ricatto, la menzogna e la manipolazione, le minacce di morte e le spie, consigliamo di non lasciarsi ingannare dal senso di derisione di Juan, né dalla sua compiacenza verso la CCI in questa riunione. La realtà delle sue politiche, delle sue azioni, del suo odio anti-CCI, delle sue spiate, la troverete diffusa a lungo sul suo sito. I rivoluzionari hanno sempre trattato queste lotte per i principi, per la difesa delle organizzazioni rivoluzionarie, a cominciare da Marx, in modo estremamente serio e intransigente[9] contro Bakunin o contre Vogt.
Questo è il motivo per cui ci dispiace che altre organizzazioni siano rimaste in silenzio su questo problema quando Juan lo ha ridicolizzato, così come ci dispiace che la TCI continui ad accettare nelle sue riunioni un individuo che ha un comportamento così distruttivo. Questa tolleranza volta le spalle all'intera tradizione del movimento operaio e macchia la Sinistra comunista. È anche una rottura della solidarietà più elementare che i rivoluzionari devono a sé stessi.
L’incontro pubblico della TCI: un momento positivo, ma segnato da profonde debolezze da superare!
Questa accettazione della spia, è una debolezza terribile, ma non deve essere cancellata dall’aspetto positivo di questo incontro tenuto dalla TCI: la conferma dell’apparizione di una nuova generazione in cerca di posizioni rivoluzionarie e un necessario confronto tra le posizioni di tre organizzazioni della Sinistra Comunista! Resta alle nostre organizzazioni di essere all’altezza delle loro responsabilità, di ciò che dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni, per il futuro della rivoluzione, anche sul piano dei principi proletari.
Concluderemo questa valutazione come abbiamo concluso l'incontro della TCI: salutando la TCI e tutti i partecipanti per aver tenuto questo dibattito e invitando la TCI, il PCI e tutti i presenti a partecipare ai nostri prossimi incontri pubblici[10].
Pawel (09/12/2024)
[1] All’atto di metterlo online, ci rendiamo conto che la TCI ha pubblicato il suo rapporto di questo incontro. Incoraggiamo i nostri lettori a leggerlo al seguente indirizzo; Bilancio della riunione pubblica del 23/11/24 [512].
[2] Per coloro che desiderano comprendere meglio la teoria della decomposizione difesa dalla CCI, consigliamo questi tre testi:
● TESI: la decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [13]
● Rapporto sulla decomposizione [511]
● Militarismo e decomposizione (maggio 2022) [310]
[3] Leggere il nostro articolo: Dopo la rottura nella lotta di classe, nasce la necessità della politicizzazione delle lotte [445]
[4] All’epoca, abbiamo risposto con umorismo a questo attacco nel nostro articolo: Conferenza Internazionale Straordinaria della CCI: la ‘notizia’ della nostra scomparsa è molto esagerata! [136]
[5] “Questo testo è scritto da CG, alias Peter, il che è dimostrato dallo stile e soprattutto dal riferimento” (bollettino n°14° della FICCI)
[6] Comprese le date dei nostri incontri in Messico, un paese dove i nostri compagni sono minacciati di morte!
[7] Per un elenco non esaustivo dei misfatti di cui la GIGC si rende regolarmente colpevole. Leggi il nostro articolo: Attaccare la CCI: la ragion d’essere della GIGC [367]
[8] A questo proposito leggere i seguenti articoli: Il parassitismo politico non è un mito, il GIGC è un’espressione pericolosa [513]/ il GIGC tenta di discreditare la piattaforma della CCI [369] (in francese)
[9] Vedendo Juan sorridere ed essere fraterno, alcuni potrebbero dubitare che esista una tale doppiezza. Ricordiamoci quindi semplicemente le parole di Marx ed Engels quando, nel La Sacra Famiglia, descrivono esattamente come si presenta generalmente una spia: «Di mestiere, il Chourineur era un macellaio. (…) Rodolphe lo prese sotto la sua protezione. Seguiamo la nuova educazione del Chourineur, guidata da Rodolphe. (…) Per cominciare, il Chourineur riceve lezioni di ipocrisia, perfidia, tradimento e dissimulazione, (...) vale a dire, ne fa una spia (...). Gli consiglia di guardare (...) il Chourineur, giocando sul cameratismo e ispirando fiducia, porta il suo ex compagno alla sua rovina».
[10] Cogliamo l'occasione per ricordarvi che tutte le informazioni su questi incontri sono disponibili sul nostro sito web, nella sezione agenda. Potete anche scriverci, via email, a [email protected] [514]
Collegamenti
[1] https://it.internationalism.org/tag/1/20/icconline
[2] https://it.internationalism.org/content/1515/unifichiamo-le-nostre-lotte-contro-gli-attacchi-dei-nostri-sfruttatori
[3] https://it.internationalism.org/content/1523/contro-gli-attacchi-del-governo-la-lotta-massiccia-e-unita-di-tutti-gli-sfruttati
[4] https://fr.internationalism.org/files/fr/ri_4_80_bat.pdf
[5] https://it.internationalism.org/tag/4/70/francia
[6] https://fr.internationalism.org/content/10088/pandemie-covid-19-france-lincurie-criminelle-bourgeoisie
[7] https://elpais.com/espana/madrid/2020-03-21/el-dano-del-coronavirus-en-las-residencias-de-mayores-sera-imposible-de-conocer.html
[8] https://www.elespanol.com/espana/20200320/criterios-decidir-prioridad-falten-camas-uci/475954325_0.html
[9] https://www.elconfidencial.com/espana/2020-03-24/sanitarios-ramon-cajal-plante-mascarillas_2513959/
[10] https://www.lasprovincias.es/comunitat/sindicatos-exigen-generalitat-20200325192618-nt.html
[11] https://it.internationalism.org/tag/2/25/decadenza-del-capitalismo
[12] https://it.internationalism.org/tag/3/46/decomposizione
[13] https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo
[14] https://it.internationalism.org/content/1504/rapporto-sulla-decomposizione-oggi-22deg-congresso-della-cci-maggio-2017
[15] https://it.internationalism.org/content/1526/covid-19-unulteriore-prova-che-il-capitalismo-e-diventato-un-pericolo-lumanita
[16] https://it.internationalism.org/victo/Desktop/Corona%20Virus:%20Una%20evidencia%20más%20de%20que%20el%20capitalismo%20se%20ha%20convertido%20en%20un%20peligro%20para%20la%20humanidad
[17] https://it.internationalism.org/content/1478/linternazionale-dellazione-rivoluzionaria-della-classe-operaia
[18] https://it.internationalism.org/content/1479/risoluzione-sulla-situazione-internazionale-2019-conflitti-imperialisti-vita-della
[19] https://www.newtral.es/las-uci-de-europa-ante-los-casos-graves-con-coronavirus/20200312/
[20] https://it.internationalism.org/cci/201601/1347/bombardamenti-in-siria-lintervento-delle-grandi-potenze-amplifica-il-caos
[21] https://fr.internationalism.org/content/9934/droit-dasile-arme-dresser-des-murs-contre-immigres
[22] https://it.internationalism.org/content/1508/guerra-terrore-e-schiavitu-moderna-libia
[23] https://it.internationalism.org/tag/4/83/medio-oriente
[24] https://www.anarchistcommunism.org/wp-content/uploads/2020/04/Going-Postal-spring-2020.pdf
[25] https://it.internationalism.org/content/1521/chi-ce-nuevo-curso
[26] https://it.internationalism.org/content/1516/lassalle-e-schweitzer-la-lotta-contro-gli-avventurieri-politici-nel-movimento-operaio
[27] https://it.internationalism.org/cci/201405/1310/comunicato-ai-nostri-lettori-la-cci-attaccata-da-una-nuova-officina-dello-stato-borg
[28] https://fr.internationalism.org/revolution-internationale/201501/9177/conference-debat-a-marseille-gauche-communiste-docteur-bourrin
[29] https://fr.internationalism.org/rinte88/organisation.htm
[30] https://it.internationalism.org/tag/4/88/nord-america
[31] https://www.leftcom.org/fr/articles/2020-03-19/la-lutte-des-classes-au-temps-du-coronavirus
[32] https://libcom.org/article/workers-launch-wave-wildcat-strikes-trump-pushes-return-work-amidst-exploding-coronavirus
[33] https://www.youtube.com/watch?v=gXC1n8OexRU
[34] https://it.internationalism.org/content/1532/covid-19-barbarie-capitalista-generalizzata-o-rivoluzione-proletaria-mondiale-volantino
[35] https://www.wsws.org/en/articles/2020/04/20/ciud-a20.html
[36] https://fr.internationalism.org/content/10107/covid-19-des-reactions-face-a-lincurie-bourgeoisie
[37] https://en.internationalism.org/comment/27197#comment-27197
[38] https://it.internationalism.org/content/1533/rapporto-sulla-lotta-di-classe-il-23deg-congresso-internazionale-della-cci-2019
[39] https://fr.internationalism.org/revolution-internationale/201801/9654/polemique-failles-du-pci-question-du-populisme-partie-i
[40] https://fr.internationalism.org/revolution-internationale/201805/9698/polemique-failles-du-pci-question-du-populisme-partie-ii
[41] https://it.internationalism.org/tag/7/109/sinistra-comunista
[42] https://www.etoro.com
[43] https://www.rtbf.be/
[44] https://fr.internationalism.org/ri339/crise.html
[45] https://it.internationalism.org/content/1534/guerra-delle-mascherine-la-borghesia-e-una-classe-di-delinquenti
[46] https://it.internationalism.org/tag/vita-della-cci/lettere-dei-lettori
[47] https://www.leftcom.org/it/articles/2020-08-19/bielorussia-tra-faide-imperialiste-e-moti-di-classe
[48] https://it.internationalism.org/tag/2/31/linganno-parlamentare
[49] https://en.internationalism.org/internationalreview/199604/3709/transformation-social-relations
[50] https://it.internationalism.org/content/1373/gli-anni-50-e-60-damen-bordiga-e-la-passione-il-comunismo
[51] https://en.internationalism.org/internationalreview/199803/3824/1918-programme-german-communist-party
[52] https://en.internationalism.org/internationalreview/199809/3867/1919-programme-dictatorship-proletariat
[53] https://en.internationalism.org/ir/97_kapd.htm
[54] https://en.internationalism.org/content/16797/marc-chirik-and-state-period-transition
[55] https://www.resistenze.org/sito/ma/di/ce/mdce5i16.htm
[56] https://it.internationalism.org/content/proposito-del-libro-di-patrick-tort-effetto-darwin-una-concezione-materialista-delle-origini
[57] https://en.internationalism.org/internationalreview/199506/1685/mature-marx-past-and-future-communism
[58] https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1872/abitazioni/qa-3pa.htm
[59] https://www.cnbc.com/2018/05/17/two-thirds-of-global-population-will-live-in-cities-by-2050-un-says.html
[60] https://classiques.uqam.ca/classiques/trotsky_leon/Litterature_et_revolution/Litterature_et_revolution.html
[61] https://en.internationalism.org/internationalreview/200210/9651/trotsky-and-culture-communism
[62] https://www.ipcc.ch/site/assets/uploads/2018/02/ipcc_wg3_ar5_chapter8.pdf
[63] https://classiques.uqam.ca/classiques/bebel_auguste/la_femme_et_le_socialisme/femme.html
[64] https://www.marxists.org/francais/luxembur/works/1903/rl19030000.htm
[65] https://www.marxists.org/archive/luxemburg/1903/misc/stagnation.htm
[66] https://it.internationalism.org/tag/vita-della-cci/interventi
[67] mailto:[email protected]
[68] mailto:[email protected]
[69] https://www.sebalorenzo.co,ar
[70] http://www.nogueradeucuman.blogspot.com
[71] https://it.internationalism.org/content/1490/nuevo-curso-e-una-sinistra-comunista-spagnola-da-dove-viene-la-sinistra-comunista
[72] https://en.internationalism.org/internationalreview/200908/3077/farewell-munis-revolutionary-militant
[73] https://fr.internationalism.org/rinte58/Munis_militant_revolutionnaire.htm
[74] https://es.internationalism.org/revista-internacional/200608/1028/en-memoria-de-munis-militante-de-la-clase-obrera
[75] https://en.internationalism.org/content/2937/polemic-where-going
[76] https://fr.internationalism.org/rinte52/for.htm
[77] https://es.internationalism.org/content/4393/polemica-adonde-va-el
[78] https://en.internationalism.org/content/14445/communism-agenda-history-castoriadis-munis-and-problem-breaking-trotskyism
[79] https://fr.internationalism.org/revue-internationale/201712/9621/communisme-a-lordre-du-jour-lhistoire-castoriadis-munis-et-probleme
[80] https://es.internationalism.org/revista-internacional/201804/4300/el-comunismo-esta-al-orden-del-dia-en-la-historia-castoriadis-muni
[81] https://en.internationalism.org/international-review/201808/16490/castoriadis-munis-and-problem-breaking-trotskyism-second-part-cont
[82] https://fr.internationalism.org/content/9762/castoriadis-munis-et-probleme-rupture-trotskysme
[83] https://es.internationalism.org/node/4363
[84] https://en.internationalism.org/content/3100/confusions-fomento-obrero-revolucionario-russia-1917-and-spain-1936
[85] https://fr.internationalism.org/rinte25/for.htm
[86] https://es.internationalism.org/content/4388/las-confusiones-del-sobre-octubre-1917-y-espana-1936
[87] https://es.internationalism.org/cci/200602/753/1critica-del-libro-jalones-de-derrota-promesas-de-victoria
[88] https://es.wikipedia.org/wiki/Partido_Socialista_Obrero_Espa%C3%B1ol
[89] https://pp.one/
[90] https://www.ultimahora.es/noticias/sociedad/1999/03/01/972195/espanol-preside-nuevo-consejo-europeo-accion-humanitaria-cooperacion.html
[91] https://fr.internationalism.org/french/rint/98_edito_kosovo
[92] https://es.wikipedia.org/wiki/Asamblea_Parlamentaria_de_la_OTAN
[93] https://en.internationalism.org/content/3744/questions-organisation-part-3-hague-congress-1872-struggle-against-political-parasitism
[94] https://www.associazionestalin.it/IIIint_1_piattaforma.html
[95] https://it.internationalism.org/content/militarismo-e-decomposizione
[96] https://en.internationalism.org/content/3106/perspectives-international-class-struggle-breach-opened-poland
[97] https://it.internationalism.org/tag/4/90/stati-uniti
[98] https://fr.internationalism.org/rinte1/transition.htm
[99] https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/criticahegel.htm
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[313] https://it.internationalism.org/content/1590/rapporto-sulla-pandemia-covid-19-e-il-periodo-di-decomposizione-capitalista-luglio-2020
[314] https://it.internationalism.org/content/1636/perdita-di-controllo-e-tentativo-di-recupero-da-parte-della-borghesia-sulla-situazione
[315] https://it.internationalism.org/cci/201707/1386/trump-presidente-il-segno-di-un-sistema-sociale-moribondo
[316] https://it.internationalism.org/cci/201703/1377/degli-scivoloni-per-la-borghesia-che-non-presagiscono-niente-di-buono-per-il-proleta
[317] https://en.internationalism.org/content/17267/tory-crisis-expresses-impasse-whole-ruling-class
[318] https://it.internationalism.org/content/1425/il-populismo-al-governo-italia-un-fattore-dinstabilita-lunione-europea
[319] https://it.internationalism.org/content/1492/come-si-e-arrivati-al-governo-conte-bis-ovvero-la-italiana-al-contrasto-del-populismo
[320] https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_Sociale_Italiano_-_Destra_Nazionale
[321] https://it.wikipedia.org/wiki/Alleanza_Nazionale
[322] https://it.wikipedia.org/wiki/Il_Popolo_della_Libert%C3%A0
[323] https://www.geopolitica.info/spese-militari-nuovo-corso-italia/
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[326] https://it.internationalism.org/content/decadenza-del-capitalismo-le-contraddizioni-mortali-della-societa-borghese
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[329] https://en.internationalism.org/ir/63_pollution
[330] https://it.internationalism.org/rint/30/disastri-ambientali
[331] https://it.internationalism.org/content/il-mondo-sulla-soglia-di-un-collasso-ambientale-ii-di-chi-e-la-responsabilita
[332] mailto:[email protected]
[333] https://www.internationalistvoice.org/
[334] https://en.internationalistvoice.org/the-continuation-of-the-social-protests-and-the-entry-of-the-working-class-into-the-demonstrations/
[335] https://libcom.org/article/revolt-iran-feminist-resurrection-and-beginning-end-regime
[336] http://www.leftcom.org/en/articles/2022-11-02/iran-imperialist-rivalries-and-the-protest-movement-of-woman-life-freedom
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[344] https://en.internationalism.org/manifesto-1975
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[348] https://it.internationalism.org/content/1719/il-capitalismo-porta-alla-distruzione-dellumanita-solo-la-rivoluzione-proletaria
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[350] http://www.igcl.org/ecrire/?exec=article&id_article=839
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[359] https://it.internationalism.org/files/it/volantino_internazionale._1_marzo_2023.pdf
[360] https://it.internationalism.org/files/it/bollettino_di_discussione.pdf
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[392] https://www.notimerica.com/politica/noticia-eeuu-huelga-ferroviaria-convocada-eeuu-preocupa-pais-falta-acuerdos-tangibles-desconvocarla-20220912054109.html
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[398] https://it.internationalism.org/content/1760/la-lotta-e-davanti-noi
[399] https://babel.hathitrust.org/cgi/pt?id=mdp.39015000379902&view=1up&seq=23
[400] https://fr.internationalism.org/content/9242/naissance-democratie-totalitaire#sdfootnote5sym
[401] https://sinistra.net/lib/bas/progco/qima/qimaedecoi.html
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[403] https://www.leftcom.org/it/articles/2023-10-31/ipocrisia-imperialista-in-oriente-e-in-occidente
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[406] https://it.internationalism.org/tag/4/89/canada
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[410] https://fr.internationalism.org/content/9960/bilan-du-mouvement-des-gilets-jaunes-mouvement-interclassiste-entrave-a-lutte-classe
[411] https://it.internationalism.org/content/1470/bilancio-delle-riunioni-pubbliche-sul-movimento-dei-gilet-gialli
[412] https://it.internationalism.org/content/1764/scioperi-e-manifestazioni-negli-stati-uniti-spagna-grecia-francia-come-possiamo
[413] https://www.international-communist-party.org/English/TheCPart/TCP_051.htm#3
[414] https://it.internationalism.org/content/1773/bilancio-dellintervento-della-cci-nelle-lotte-operaie-tutto-il-mondo
[415] https://www.international-communist-party.org/English/TheCPart/TCP_004.htm#Questions
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[417] https://www.international-communist-party.org/Partito/Parti422.htm#PortlandRete
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[419] https://fr.internationalism.org/rinte44/zimmer.htm
[420] https://it.internationalism.org/content/384/le-tesi-di-aprile-faro-della-rivoluzione-proletaria
[421] https://it.internationalism.org/rint/21_Lenin
[422] https://it.internationalism.org/content/385/le-giornate-di-luglio-il-partito-sventa-una-provocazione-della-borghesia
[423] mailto:[email protected]
[424] https://fr.internationalism.org/contact
[425] https://it.internationalism.org/content/1654/contro-gli-attacchi-della-borghesia-abbiamo-bisogno-di-una-lotta-unita-e-di-massa
[426] https://it.internationalism.org/content/1531/23deg-congresso-della-cci-i-diversi-aspetti-dellattivita-di-frazione
[427] https://it.internationalism.org/content/1768/rapporto-sulla-lotta-di-classe-il-25deg-congresso-della-cci
[428] https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1871/gcf/primoindirizzo.htm
[429] https://en.internationalistvoice.org/the-propaganda-war-the-war-of-propaganda/
[430] https://www.leftcom.org/it/articles/2023-10-11/l-ultimo-massacro-in-medio-oriente-è-parte-del-cammino-verso-la-guerra
[431] https://www.international-communist-party.org/Partito/Parti425.htm#Gaza
[432] https://www.internationalcommunistparty.org/index.php/it/?view=article&id=3426:israele-e-palestina-terrorismo-di-stato-e-disfattismo-proletario&catid=413
[433] https://www.marxists.org/francais/lenin/works/1917/05/vil19170528j.htm
[434] https://www.pcint.org/01_Positions/01_02_it/240104_futuro-proletariato-palestinese.htm
[435] https://www.international-communist-party.org/Partito/Parti426.htm#Gaza
[436] https://it.internationalism.org/content/1763/i-lavoratori-non-hanno-patria
[437] https://www.international-communist-party.org/OtherLanguages/All_Lang/2022/1_May_2022.htm#It
[438] https://it.internationalism.org/tag/7/110/bordighismo
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[440] https://es.internationalism.org/cci-online/200706/1935/cuales-son-las-diferencias-entre-la-izquierda-comunista-y-la-iv-internacional
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[445] https://it.internationalism.org/content/1797/dopo-la-rottura-della-lotta-di-classe-nasce-la-necessita-di-politicizzare-le-lotte
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[450] https://it.internationalism.org/tag/3/54/terrorismo
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[456] https://actionweek.noblogs.org/
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[460] https://fr.internationalism.org/content/5626/sport-capitalisme-decadent-1914-a-nos-jours-histoire-du-sport-capitalisme-ii
[461] https://fr.internationalism.org/content/11403/memoire-notre-camarade-enrique#_ftn1
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[464] https://fr.internationalism.org/content/11403/memoire-notre-camarade-enrique#_ftnref1
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[467] https://it.internationalism.org/content/1814/la-sinistra-del-capitale-non-puo-salvare-questo-sistema-morente
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[511] https://it.internationalism.org/content/1769/rapporto-sulla-decomposizione-attualizzazione-delle-tesi-sulla-decomposizione
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[513] https://it.internationalism.org/content/1758/il-parassitismo-politico-non-e-un-mito-e-il-gisc-ne-e-una-pericolosa-espressione
[514] mailto:[email protected]