Rapporto sulla decomposizione oggi (22° Congresso della CCI, maggio 2017)

La CCI ha adottato le Tesi sulla decomposizione[1] più di 25 anni fa. Da quel momento, quest'analisi dell'attuale fase della vita della società è diventata un elemento centrale nella comprensione da parte della nostra organizzazione di come il mondo stia evolvendo. Il seguente documento è un aggiornamento delle tesi sulla decomposizione alla luce dell'evoluzione della situazione mondiale nell'ultimo quarto di secolo, e in particolare di quest'ultimo periodo.

In termini concreti, dobbiamo confrontare i punti essenziali delle tesi con la situazione attuale: fino a che punto gli aspetti proposti si sono verificati, o anche amplificati, o sono stati negati o devono essere completati. Un approccio così sistematico è tanto più necessario perché tra gli effetti del periodo di decomposizione, a causa della stessa natura di quest'ultima, i rivoluzionari sono costretti a confrontarsi  costantemente con un fenomeno che pesa sull'intera società, "il rifiuto di un pensiero razionale, coerente e costruttivo, che non esclude anche alcuni campi "scientifici" (Tesi 8), ciò che spiega in parte il motivo per cui questa questione non sia compresa dalla maggior parte dei gruppi che si rivendicano alla Sinistra comunista. In particolare, l'attuale situazione globale ci impone di ritornare su tre questioni di primaria importanza:

- terrorismo

- rifugiati

- l'ascesa del populismo come manifestazione della perdita di controllo da parte della borghesia del suo gioco politico.

1) Il quadro generale dell'analisi di decomposizione

(…) è ugualmente indispensabile mettere in evidenza la differenza fondamentale che esiste tra gli elementi di decomposizione che hanno intaccato il capitalismo dall’inizio del secolo e la decomposizione generalizzata nella quale sprofonda attualmente questo sistema e che non potrà che aggravarsi ulteriormente. Anche qui, al di là dell’aspetto strettamente quantitativo, il fenomeno della decomposizione sociale raggiunge oggi una tale profondità e una tale estensione da acquistare una qualità nuova e singolare manifestando l’entrata del capitalismo decadente in una fase specifica, la fase ultima della sua storia, quella in cui la decomposizione diviene un fattore, se non il fattore decisivo dell’evoluzione della società." (Punto 2)"

Concretamente, non solo nella fase di decomposizione restano la natura imperialista di tutti gli Stati, la minaccia di guerra mondiale, l’assorbimento della società civile da parte del Moloch statale, la crisi permanente dell’economia capitalista, ma addirittura questa fase rappresenta la conseguenza ultima, la sintesi completa di tutti questi elementi. " (Punto 3).

"In una tale situazione in cui le due classi fondamentali e antagoniste della società si confrontano senza riuscire ad imporre la loro propria risposta decisiva, la storia non può attendere fermandosi. Ancor meno che per gli altri modi di produzione che lo hanno preceduto, non è possibile per il capitalismo congelare la situazione, la vita sociale. Mentre le contraddizioni del capitalismo in crisi non fanno che aggravarsi, l’incapacità della borghesia di offrire la minima prospettiva per l’insieme della società così come l’incapacità del proletariato di affermare apertamente la propria prospettiva nell’immediato non possono che sfociare in un fenomeno di decomposizione generalizzata, di incancrenimento generale della società.” (Punto 4).

"In effetti nessun modo di produzione è capace di vivere e svilupparsi, assicurare la coesione sociale, se non è capace di presentare una prospettiva all’insieme della società da esso dominata. E ciò è particolarmente valido per il capitalismo in quanto rappresenta il modo di produzione più dinamico della storia." (Punto 5).

"... in una situazione storica in cui la classe operaia non è ancora capace di ingaggiare immediatamente la lotta per la propria prospettiva, la sola che sia veramente realista, la rivoluzione comunista, e mentre la borghesia a sua volta risulta incapace di proporre una qualsivoglia prospettiva, anche a breve termine, la capacità che quest’ultima ha testimoniato in passato, nel corso stesso del periodo di decadenza, di limitare e controllare il fenomeno della decomposizione, non può che ridursi drasticamente con l’avanzare della crisi ". (Punto 5)

Per cominciare, dobbiamo insistere su di un aspetto essenziale della nostra analisi: il termine "decomposizione" viene utilizzato in due modi diversi. Da un lato, si applica a un fenomeno che colpisce la società, in particolare nel periodo di decadenza del capitalismo e, dall'altro, designa una particolare fase storica di quest'ultima, la sua fase finale:

"(...) il fenomeno della decomposizione sociale raggiunge oggi una tale profondità ed una tale estensione da acquisire una nuova e singolare qualità che manifesta l'ingresso del capitalismo decadente in una fase specifica - la fase finale - della sua storia, quella in cui la decomposizione diventa un fattore, se non quello decisivo, dell'evoluzione della società".

Alla base della nostra analisi della decomposizione c'è la costatazione di questa situazione inedita in cui nessuna delle due classi principali della società, la borghesia e il proletariato, è in grado di dare la propria risposta alla crisi dell'economia capitalista, guerra mondiale o rivoluzione comunista. Anche se ci fosse un cambiamento nell'equilibrio delle forze tra le classi, se per esempio la borghesia si stesse muovendo verso una nuova guerra generalizzata o se il proletariato si ingaggiasse in lotte tali da aprire una prospettiva rivoluzionaria, ciò non significherebbe che questo periodo di decomposizione della società sia stato superato (come afferma stupidamente il GIGC per esempio). Il processo di decomposizione della società è irreversibile perché corrisponde alla fase agonizzante della società capitalista. Nel caso di un cambio in questo equilibrio, l'unica cosa che potrebbe succedere, sarebbe un rallentamento di questo processo, ma non certamente un suo "ritorno indietro". Ad ogni modo, un tale cambio di equilibrio non è avvenuto. Durante l'ultimo quarto di secolo, il proletariato mondiale nel suo insieme è stato assolutamente incapace di darsi anche approssimativamente una prospettiva per rovesciare l'ordine esistente. Al contrario, abbiamo piuttosto assistito a una regressione della sua combattività e della sua capacità di schierare l'arma fondamentale della sua lotta, la solidarietà.

Allo stesso modo, la borghesia non è riuscita a darsi una prospettiva reale tranne quella di "salvare il salvabile" della sua economia procedendo alla giornata (Tesi, punto 9). A seguito del crollo del blocco dell'Est, l'economia mondiale ha sembrato conoscere, dopo un periodo di instabilità in quest'area, una significativa attenuazione della sua crisi. In particolare, abbiamo visto l'emergere dei BRICS (Brasile - Russia - India - Cina - Sudafrica) con tassi di crescita impressionanti. Tuttavia, la bella euforia della borghesia mondiale, che credeva che la sua economia stesse ripartendo come durante i "30 gloriosi" [gli anni del secondo dopoguerra, ndr], è stata crudelmente raffreddata dagli sconvolgimenti del 2007-2008 che hanno messo in luce la fragilità del settore finanziario e fatto aleggiare la minaccia di una depressione simile a quella degli anni ‘30. La borghesia mondiale è riuscita a limitare il danno, in particolare con la massiccia immissione di fondi pubblici nell'economia, ciò che ha portato a un'esplosione dei debiti sovrani e causato in particolare la crisi dell'Euro nel periodo 2010-2013. Allo stesso tempo, il tasso di crescita della prima economia mondiale è rimasto a un livello inferiore rispetto a quello di prima del 2007, nonostante i tassi di interesse fossero praticamente pari a zero. Per quanto riguarda i BRICS così tanto elogiati, ora si sono ridotti a ICS poiché il Brasile e la Russia stanno affrontando un drammatico rallentamento di crescita, se non addirittura di recessione. Ciò che prevale oggi nella classe dominante non è l'euforia, la convinzione in un "domani radioso", ma l'oscurità e l'inquietudine, e ciò certamente non dà all'insieme della società la sensazione di un "possibile futuro migliore", specialmente agli sfruttati le cui condizioni di vita non cessano di degradare.

Pertanto, le condizioni storiche che sono state all'origine di questa fase di decomposizione non solo sono state mantenute, ma sono peggiorate, il che ha comportato un peggioramento della maggior parte delle manifestazioni di decomposizione.

Per comprendere meglio un tale aggravamento, è importante ricordare - come sottolinea il punto 2 delle Tesi - che noi stiamo parlando dell'epoca o della fase di decomposizione e non semplicemente di "manifestazioni di decomposizione".

Il punto 1 delle tesi insiste sul fatto che esiste una differenza cruciale tra la decadenza del capitalismo e la decadenza di altri modi di produzione che lo hanno preceduto. Sottolineare questa differenza è importante in relazione alla questione che costituisce la chiave della decomposizione: la prospettiva. Per limitarsi alla decadenza del feudalesimo, quest'ultima fu limitata dall'emergere "in parallelo" dei rapporti capitalisti e dall'ascesa graduale e parziale della classe borghese. La decomposizione di una serie di forme economiche, sociali, ideologiche e politiche della società feudale è stata in qualche modo mitigata dalla strumentalizzazione da parte di   quest'ultima (non necessariamente con una reale coscienza) del nuovo modo di produzione emergente. Possiamo dare due esempi: la monarchia assoluta è servita in alcuni paesi per lo sviluppo economico del capitale, contribuendo alla formazione di un mercato nazionale; la visione religiosa della "purificazione del corpo" – supposto essere il covo del diavolo - aveva un'utilità nell'accumulazione primitiva del capitale per la crescita del tasso di natalità e per imporre la disciplina ai futuri proletari.

Ecco perché, nella decadenza del feudalesimo, potevano esserci manifestazioni di decomposizione sociale più o meno avanzate, ma non sarebbe potuta esistere un'epoca specifica di decomposizione. Nella storia umana alcune civiltà molto isolate sono finite in una completa decomposizione che ha portato alla loro scomparsa. Tuttavia, solo il capitalismo può avere nella sua decadenza un'epoca globale di decomposizione, come fenomeno storico e mondiale.

2) Le manifestazioni sociali della decomposizione

Le tesi del 1990 indicavano le principali manifestazioni sociali di decomposizione:

"- la moltiplicazione di carestie che avvengono nei paesi del ‘terzo mondo’(...)

  • la trasformazione di questo stesso ‘terzo mondo’ in una immensa bidonville dove centinaia di milioni di esseri umani sopravvivono come topi nelle fogne (...)
  • lo sviluppo di questo stesso fenomeno all’interno delle grandi città dei paesi ‘avanzati’ (...)
  • le catastrofi ‘accidentali’ che si sono moltiplicate in questi ultimi tempi (...)
  • gli effetti sempre più devastanti, sul piano umano, sociale ed economico delle catastrofi ‘naturali’ (...)
  • la degradazione dell'ambiente che raggiunge proporzioni assurde (...)" (Punto 7)

Le cifre ufficiali della FAO mostrano un abbassamento dei tassi di denutrizione dagli anni 1990. Tuttavia, ci sono ancora quasi un miliardo di persone che sono vittime della denutrizione. Questa tragedia colpisce principalmente l'Asia del Sud e soprattutto l'Africa sub-sahariana dove, in alcune regioni, quasi la metà della popolazione soffre la fame, in particolare i bambini, con conseguenze drammatiche per la loro crescita e il loro sviluppo. Mentre la tecnologia ha portato a fenomenali aumenti della produttività, anche nel settore agricolo, mentre gli agricoltori in molti paesi non riescono a vendere i loro prodotti, la fame per centinaia di milioni di persone continua a costituire quel flagello proveniente dai peggiori periodi della storia umana. E se non colpisce i paesi ricchi, è perché lo Stato è ancora in grado di nutrire i suoi poveri. Infatti, 50 milioni di persone negli Stati Uniti ricevono buoni alimentari.

Oggi più di un miliardo di esseri umani vivono in bidonville e la cifra non ha fatto che crescere dal 1990. In pratica la “trasformazione del Terzo Mondo in una immensa bidonville si è pienamente verificata, al punto che il rapporto Global Risks presentato al forum di Davos nel 2015 considera per la prima volta “l’urbanizzazione rapida e incontrollata” tra i rischi maggiori che minacciano il pianeta, constatando in particolare che a scala mondiale “il 40% della crescita urbana si fa nelle bidonville”, il che significa che questa proporzione è molto più elevata nei paesi sottosvilupppati.

E questo fenomeno di sviluppo delle baraccopoli tende a diffondersi nei paesi più ricchi, in varie forme: dai milioni di americani che hanno perso la casa durante la crisi dei "subprime" vanno a gonfiare le schiere di persone senza fissa dimora già esistenti, ai campi Rom o di rifugiati nelle periferie di molte città in europee, e persino nel loro centro ... E anche tra coloro che hanno un alloggio permanente, decine di milioni di essi vivono in veri e proprio tuguri. Nel 2015 il 17,4% della popolazione dell'Unione Europea viveva in abitazioni sovraffollate, il 15,7% delle case aveva infiltrazioni o si deteriorava e il 10,8% soffriva il freddo nella propria casa. E questo non solo nei paesi europei poveri, ma anche in Germania, dove  queste cifre raggiungevano rispettivamente il 6,7%, 13,1% e 5,3% e, nel Regno Unito, dell'8%, 15,9% e 10,6%.

Per quanto riguarda i disastri "accidentali", potremmo citare numerosi esempi negli ultimi 25 anni. Basti ricordarne due tra i più spettacolari e drammatici che hanno colpito non i paesi del Terzo mondo, ma le due potenze economiche più sviluppate: le alluvioni di New Orleans nell'agosto 2005 (quasi 2000 morti, una città svuotata dei suoi abitanti) e il disastro di Fukushima nel marzo 2011 (che è dello stesso livello di quello di Chernobyl nel 1986).

Per quanto riguarda "il degrado dell'ambiente che raggiunge proporzioni sconcertanti", eravamo ancora lontani, quando è stata scritta questa frase, dai risultati e previsioni che ora sono unanimi nella comunità scientifica e che la maggior parte dei settori borghesi di tutti i paesi hanno preso a loro conto (anche se la classe dirigente non è in grado di attuare le misure necessarie a causa delle leggi stesse del capitalismo). L'elenco delle catastrofi è lungo non solo per quelle che cadranno sull'umanità a causa della distruzione dell'ambiente, ma anche per quelle che in questo momento ci stanno colpendo: inquinamento atmosferico delle città e delle acque oceaniche, cambiamento climatico con fenomeni meteorologici sempre più violenti, desertificazione avanzata, accelerazione della  scomparsa di specie animali e vegetali che minaccia sempre più l'equilibrio biologico del nostro pianeta (per esempio la scomparsa delle api è una minaccia per le nostre risorse alimentari).

3) Manifestazioni politiche e ideologiche di decomposizione

"             l'incredibile corruzione che cresce e prospera nell'apparato politico (...)

  • lo sviluppo del terrorismo, delle prese di ostaggi, come mezzo di guerra tra Stati, a dispetto delle ‘leggi’ che il capitalismo si era dotato per ‘regolamentare’ i conflitti tra le frazioni della classe dominante
  • l'aumento permanente della criminalità, dell'insicurezza, della violenza urbana (...)
  • lo sviluppo del nichilismo, del suicidio di giovani, della disperazione, dell'odio e della xenofobia (...)
  • il flagello della droga, che diviene oggi  un fenomeno di massa, contribuendo pesantemente alla corruzione degli Stati e degli organismi finanziari (...)
  • la proliferazione di sette, il rifiorire dello spirito religioso, anche in alcuni paesi avanzati, il rigetto di un pensiero razionale, coerente, logico (...)
  • il dilagare in questi stessi mezzi di comunicazione di spettacoli di violenza, di orrore, di sangue, di massacri (...)
  • la nullità, e la venalità di ogni produzione ‘artistica’, di letteratura, di musica, di pittura, di architettura (...)
  • il ‘ciascuno per sé, l'emarginazione, l'atomizzazione degli individui, la distruzione dei rapporti familiari, l'esclusione delle persone anziane, l'annientamento dell'affettività" (Punto 8).

 

Tutti questi aspetti sono stati confermati e si sono persino aggravati. Tralasciando temporaneamente quelli relativi ai punti che tratteremo in particolare dopo (terrorismo, questione dei rifugiati e aumento del populismo), si può notare, ad esempio, che la violenza e la criminalità urbana hanno conosciuto un'esplosione in molti paesi dell'America Latina e anche nei sobborghi di alcune città europee, in parte in relazione al traffico di droga, ma non solo. Per quanto riguarda questo traffico e l'enorme peso che ha assunto nella società, anche a livello economico, possiamo dire che corrisponde all'esistenza di un "mercato" in continua espansione a causa del crescente malessere e della disperazione che colpisce tutti i segmenti della popolazione. Per quanto riguarda la corruzione e tutte le manipolazioni costituenti la "delinquenza dei colletti bianchi", questi ultimi anni non sono stati avari di scoperte (come quelle dei "Panama Papers" che sono solo una piccola punta dell'iceberg del gangsterismo che finanzia sempre più la finanza). Per quanto riguarda la venalità delle creazioni artistiche, possiamo citare la recente attribuzione del Premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, simbolo artistico della rivolta degli anni '60, ma se ne potrebbero trovare molte altre. Infine, la distruzione delle relazioni umane, dei legami familiari e delle affettività non ha fatto che aggravarsi come evidenziato dal consumo di antidepressivi, dall'esplosione della sofferenza psichica sul lavoro, l'apparizione di nuovi mestieri destinati ad "istruire" le persone, così come vere e proprie ecatombi come quello dell'estate 2003 in Francia, dove 15.000 anziani morirono durante l'ondata di caldo.

4) La questione del terrorismo

Ovviamente, questa non è una nuova questione, né nella storia, né nelle analisi della CCI (vedi ad esempio i testi "Terrore, terrorismo e violenza di classe" pubblicati nei numeri 14 e 15 della Révue Internationale).

Detto ciò, è importante ricordare che è a partire dagli attentati di Parigi nel 1985 che il nostro compagno MC aveva avviato la riflessione sulla decomposizione. Le tesi analizzano, come particolarmente significativo dell'ingresso del capitalismo nella fase di decomposizione: " lo sviluppo del terrorismo, delle prese di ostaggi, come mezzo di guerra tra Stati, a dispetto delle ‘leggi’ che il capitalismo si era dotato per ‘regolamentare’ i conflitti tra le frazioni della classe dominante ".

È necessario rilevare quanto sia diventata importante questa questione nella vita del capitalismo. Oggi, il terrorismo come strumento di guerra tra Stati ha acquisito una posizione centrale nella vita sociale. Abbiamo persino visto la costituzione di un nuovo stato, Daesh, con il suo esercito, la sua polizia, la sua amministrazione, le sue scuole, di cui il terrorismo è l'arma prediletta.

La crescita quantitativa e qualitativa dello scenario terroristico ha compiuto un passo decisivo 15 anni fa con l'attacco alle Torri Gemelle, ed è stata la prima potenza mondiale ad aprirgli deliberatamente le porte per giustificare il suo intervento in Afghanistan e in Iraq. Essa ha avuto successivamente conferma con gli attacchi a Madrid nel 2004 e a Londra nel 2005. La costituzione di Daesh nel 2013-14 e gli attacchi in Francia nel 2015-16, in Belgio e Germania nel 2016 rappresentano un’altra tappa di primo piano di questo processo.

Inoltre, le tesi ci forniscono elementi di spiegazione del crescente fascino dello jihadismo e degli atti suicidi da parte di giovani dei paesi sviluppati:

" lo sviluppo del nichilismo, del suicidio di giovani, della disperazione, dell'odio e della xenofobia (...)

la proliferazione di sette, il rifiorire dello spirito religioso, anche in alcuni paesi avanzati, il rigetto di un pensiero razionale, coerente, logico (...)

il dilagare in questi stessi mezzi di comunicazione di spettacoli di violenza, di orrore, di sangue, di massacri (...)"

Tutti questi aspetti non hanno fatto che rafforzarsi negli ultimi decenni. Colpiscono tutti i settori della società. Così, nel paese più avanzato del mondo, abbiamo assistito, all'interno di uno dei due partiti politici incaricati della gestione degli interessi del capitale nazionale, allo sviluppo di una "destra religiosa" (il "Tea Party"), un movimento che tocca i settori più avvantaggiati della società. Allo stesso modo, in un paese come la Francia, l'adozione del matrimonio omosessuale (che di per sé è stato solo una manovra della sinistra per far dimenticare il tradimento delle sue promesse elettorali e gli attacchi che essa ha portato contro gli sfruttati) ha visto la mobilitazione di milioni di persone, di ogni origine sociale, ma soprattutto borghese e piccolo borghese, che consideravano   che tale misura fosse un insulto fatto a Dio. Allo stesso tempo, l'oscurantismo e il fanatismo religioso continuano a crescere tra le fasce più svantaggiate della popolazione, in particolare tra i giovani proletari provenienti dall'immigrazione musulmana, coinvolgendo un numero significativo di giovani "cittadini di seconda generazione". Mai, nelle città europee, sono state visti così tanti veli e persino "burqa" sulla testa di donne musulmane. E che dire dell'atteggiamento di quelle decine di migliaia di giovani che, dopo l'assassinio dei fumettisti del giornale Charlie Hebdo, hanno detto che quest’ultimi se la erano cercata disegnando il "Profeta"?

5) Il problema dei rifugiati

Questo problema non è affrontato nelle Tesi del 1990. Bisogna aggiungere ad esse un complemento che affronti questa questione.

Negli ultimi anni, le questioni relative ai rifugiati sono diventate centrali nella vita sociale. Nel 2015, oltre 6 milioni di persone sono state costrette a lasciare il loro paese, portando il numero di rifugiati nel mondo a oltre 65 milioni (più della popolazione della Gran Bretagna). A questo numero dobbiamo aggiungere i 40 milioni di persone che sono sfollate all'interno del proprio paese. Si tratta di un fenomeno senza precedenti dopo la seconda guerra mondiale.

Gli spostamenti di popolazioni fanno parte della storia della specie umana, una specie apparsa in una piccola area dell'Africa orientale 200.000 anni fa e che si è diffusa in tutto il mondo, ovunque ci fossero risorse sfruttabili per nutrirsi e far fronte ad altri bisogni fondamentali della vita. Uno dei grandi momenti di questi spostamenti della popolazione è quello della colonizzazione della maggior parte del pianeta da parte delle potenze europee, un fenomeno apparso 500 anni fa e che coincide con l'ascesa del capitalismo (al riguardo vedi le pagine del Manifesto comunista). In generale, i flussi migratori (se in essi possiamo includere mercanti, avventurieri o militari animati dalla conquista) si compongono principalmente di popolazioni che fuggono dal loro paese a causa delle persecuzioni ("i protestanti inglesi "Mayflower", gli ebrei d'Europa dell'Est) o dalla miseria (irlandesi, siciliani). È solo con l'ingresso del capitalismo nel suo periodo di decadenza che si invertono i flussi migratori dominanti. Sempre più spesso sono gli abitanti delle colonie che, scacciati dalla povertà, vengono in cerca di lavoro (generalmente scarsamente qualificato e scarsamente retribuito) nelle metropoli. Un fenomeno che è proseguito dopo le ondate di decolonizzazione che si sono succedute dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni '60. E' stato alla fine degli anni '60 che la crisi aperta dell'economia capitalista, che vede un aumento della disoccupazione nei paesi sviluppati contemporaneamente all'accentuazione della miseria nelle ex colonie, a provocare una crescita significativa dell'immigrazione clandestina. Da allora, la situazione non ha fatto che peggiorare nonostante l'ipocrita retorica della classe dirigente, che trova in questi "migranti privi di documenti" una mano d'opera persino più economica di quella che dispone di documenti.

Pertanto, per diversi decenni, i flussi migratori hanno riguardato principalmente l'emigrazione economica. Ma ciò che è nuovo negli ultimi anni è che la percentuale di immigrati fuggiti dal proprio paese per motivi di guerra o repressione è esplosa, creando una situazione come quella che abbiamo vissuto alla fine della guerra di Spagna o alla fine della seconda guerra mondiale. Anno dopo anno, il numero di rifugiati, che, con ogni mezzo, incluso i più pericolosi, bussa alla porta d'Europa sta aumentando, il che mette alla prova le capacità d'accoglienza dei paesi europei e rende la questione dei rifugiati uno delle maggiori sfide politiche in questi paesi (vedi in seguito la questione sul populismo).

Gli enormi spostamenti di popolazioni non sono fenomeni peculiari della fase di decomposizione. Ma oggi acquisiscono una dimensione che ne fa un elemento singolare di questa decomposizione e possiamo applicare a questo fenomeno ciò che abbiamo detto nel 1990 sulla disoccupazione:

"Di fatto la disoccupazione, che deriva direttamente dalla crisi economica, se non è di per sé una manifestazione di decomposizione, finisce per comportare, in questa particolare fase della decadenza, delle conseguenze che fanno di essa un elemento singolare di questa decomposizione" (Punto 14).

6) L'ascesa del populismo

L'anno 2016, con in particolare la "Brexit" a giugno e l'elezione di Donald Trump a capo della principale potenza mondiale a novembre, ma anche una certa affermazione del partito di estrema destra AFD alle elezioni regionali in Germania a settembre, segna un passo di grande importanza nello sviluppo di un fenomeno che fino ad ora non era stato significativo in paesi come la Francia, l'Austria o, in misura minore, l'Italia: l'ascesa dell'estrema destra populista alle elezioni. Un fenomeno che, ovviamente, non è il risultato di una volontà politica voluta dai settori dominanti della borghesia anche se, ovviamente, questi settori sanno come utilizzarlo contro la coscienza del proletariato.

Le tesi del 1990 dicevano:

"Tra le principali caratteristiche della decomposizione della società capitalistica è necessario sottolineare la crescente difficoltà della borghesia a controllare l'evoluzione della situazione a livello politico" (Punto 9).

"Questa tendenza generale per la borghesia alla perdita di controllo della gestione della sua politica, se costituisce uno dei fattori di primo piano del crollo del blocco dell’Est, non potrà che accentuarsi con tale sprofondamento, e ciò a causa:

  1. dell'aggravarsi della crisi economica derivante da quest'ultima;
  2. della dislocazione del blocco occidentale che deriva dalla scomparsa del suo rivale;
  3. dall'acutizzarsi di particolari rivalità tra diversi settori della borghesia (in particolare tra fazioni nazionali, ma anche tra cricche all'interno dello stesso Stato nazionale) che comporterà l’allontanamento momentaneo della prospettiva della guerra mondiale" (Punto 10).

La prima conseguenza, l'aggravamento della crisi economica derivante dal crollo del blocco orientale, se pur inizialmente verificatosi, non è continuata. Tuttavia, gli altri aspetti sono rimasti validi. Ciò che deve essere sottolineato nella situazione attuale è la piena conferma di quell’aspetto che abbiamo identificato 25 anni fa: la tendenza verso una crescente perdita di controllo da parte della classe dominante del suo apparato politico.

Ovviamente, questi eventi sono usati da diversi settori della borghesia (in particolare quelli di sinistra) per ravvivare la fiamma dell'antifascismo (principalmente in Germania) per ovvie ragioni storiche. Allo stesso modo in Francia, durante le ultime elezioni regionali del dicembre 2015, abbiamo assistito ad un "Fronte repubblicano" che ha visto il Partito socialista ritirare i suoi candidati e chiedere un voto per la destra per bloccare la strada al Fronte Nazionale. Detto questo, è chiaro che il principale obiettivo delle campagne antifasciste, come la storia ci ha insegnato, la classe operaia, non è attualmente una minaccia o una grande preoccupazione per la borghesia.

In realtà, l'opinione quasi unanime che abbiamo visto nei settori più responsabili della borghesia e dei loro media contro la Brexit, contro l'elezione di Trump, contro l'estrema destra in Germania o contro il Fronte Nazionale in Francia non può non essere considerata come una manovra: le opzioni economiche e politiche sostenute dal populismo non sono affatto un'opzione realistica per la gestione del capitale nazionale (a differenza delle opzioni della sinistra del capitale che propongono un ritorno a soluzioni keynesiane di fronte agli eccessi della globalizzazione ordo-liberale). Se ci si limita al caso europeo, se i governi guidati dai populisti applicassero il loro programma produrrebbero solo una sorta di vandalismo che aggraverebbe ulteriormente l'instabilità che minaccia le istituzioni di questo continente. E tanto più che lo staff politico dei movimenti populisti, se ha acquisito una seria esperienza nel campo della demagogia, non è in alcun modo preparato a farsi carico degli affari di Stato.

Quando abbiamo sviluppato la nostra analisi della decomposizione, abbiamo considerato che questo fenomeno avrebbe influenzato la forma dei conflitti imperialisti (vedi "Militarismo e decomposizione", Rivista Internationale n°17[2]) e anche la presa di coscienza del proletariato. Di contro, abbiamo considerato che non avrebbe avuto un impatto reale sull'evoluzione della crisi del capitalismo. Se l'attuale ascesa del populismo dovesse portare al potere questa corrente in alcuni dei principali paesi d'Europa, potremmo assistere allo sviluppo di un tale impatto della decomposizione.

In effetti, l'ascesa del populismo, se può avere cause specifiche in questo o quel paese (contraccolpo della caduta dello stalinismo in alcuni paesi dell'Europa centrale, effetti della crisi finanziaria del 2007-2008 che ha rovinato e privato della loro casa milioni di americani, ecc.) comporta un elemento comune che è presente nella maggior parte dei paesi avanzati: la profonda perdita di fiducia nelle "élite", cioè i classici partiti al potere (conservatori o progressisti di tipo socialdemocratici) a causa della loro incapacità a ripristinare la salute dell'economia, di arginare l’aumento costante della disoccupazione e della miseria. In questo senso, l'avanzamento del populismo è una sorta di rivolta contro gli attuali dirigenti politici. Una rivolta però che non può sfociare su una prospettiva alternativa al capitalismo. La sola classe che può dare una simile alternativa è il proletariato quando si mobilita sul suo terreno di classe e riesce a prendere coscienza della necessità e possibilità della rivoluzione comunista. Vale per il populismo lo stesso che vale per il fenomeno generale della decomposizione della società che segna l'attuale fase della vita del capitalismo: la loro causa determinante è l'incapacità del proletariato a proporre la sua risposta, la sua alternativa alla crisi del capitalismo. In questa situazione di vuoto, in qualche modo, di perdita di fiducia verso le istituzioni ufficiali della società che non sono più in grado di proteggerla, di perdita di fiducia nel futuro, la tendenza a guardare al passato, a cercare dei capri espiatori responsabili del disastro stanno diventando sempre più forti. In questo senso, l'ascesa del populismo è un fenomeno totalmente tipico del periodo di decomposizione. E ciò, specialmente se trova alleati preziosi nell'ascesa del terrorismo che crea un crescente senso di paura e impotenza e nell'afflusso di rifugiati, col timore che questi ultimi vengano a rubare lavoro agli autoctoni o a nascondere tra loro nuovi terroristi.

Quando abbiamo identificato l'entrata del capitalismo mondiale nella fase acuta della sua crisi economica abbiamo notato che questo sistema inizialmente era riuscito a respingere i suoi più catastrofici effetti sulla periferia, ma abbiamo anche detto che questi effetti sarebbero inevitabilmente tornati al centro come un boomerang. Lo stesso schema si applica alle tre questioni che abbiamo esaminato in modo più dettagliato dato che:

Il terrorismo esiste già su una scala molto più drammatica in alcuni paesi periferici

- questi stessi paesi stanno affrontando la questione dei rifugiati in un modo molto più massiccio che nei paesi centrali

- questi paesi si caratterizzano anche per le convulsioni del loro apparato politico.

Se oggi, nei paesi centrali, assistiamo a questo ritorno di boomerang è perché la società umana ha fatto un ulteriore passo avanti di   sprofondamento nella sua decomposizione.

7) La difficoltà generale che pone la decomposizione per essere riconosciuta

Una delle ragioni della difficoltà che incontra il proletariato, e soprattutto la sua avanguardia, a definire e comprendere questa epoca di decomposizione e armarsi contro di essa, è proprio la stessa natura della decomposizione come fase storica.

Il processo di decomposizione che imprime il suo marchio nel presente periodo storico è un fenomeno che avanza in modo molto subdolo. Nella misura in cui colpisce le basi più profonde della vita sociale e si manifesta attraverso una putrefazione delle più radicate relazioni sociali, non ha necessariamente un'espressione unica e indiscutibile come lo sono stati, per esempio, lo scoppio della guerra mondiale o i tentativi rivoluzionari. Esso è espresso piuttosto da una proliferazione di fenomeni senza apparente relazione tra di loro.

Di per sé, alcuni dei fenomeni che possono identificare la decomposizione non sono nuovi, ognuno è legato alle fasi precedenti della decadenza capitalista. Ad esempio, stiamo assistendo a una continuazione delle guerre imperialiste. Tuttavia, all'interno di questa continuità troviamo il ciascuno per sé e in particolare "lo sviluppo del terrorismo, la presa di ostaggi, come mezzo di guerra tra Stati, a scapito delle "leggi" che il capitalismo si era dato in passato per "regolare" i conflitti tra le frazioni della classe dominante "(Tesi 8). Questi elementi appaiono "confusi" nel campo delle caratteristiche classiche e generali della guerra imperialista, rendendoli difficili da identificare. Uno sguardo superficiale non li percepisce. È la stessa cosa a livello dell'apparato politico della borghesia (per esempio, l'emergere del populismo può essere collegato, erroneamente, ad un ritorno del fenomeno del fascismo tra le due guerre).

Il fatto che le due classi fondamentali della società (il proletariato e la borghesia) non siano in grado di dare una loro prospettiva favorisce la mancanza di una visione globale, un adattamento passivo all’esistente. Ciò favorisce le grette visioni piccolo-borghesi, cieche, disorientate e senza avvenire. Possiamo dire che la decomposizione costituisce di per sé un potente fattore di annientamento della coscienza della sua realtà. Ciò è molto pericoloso per il proletariato. Ma essa produce anche una cecità della borghesia, in maniera tale che la decomposizione, a causa della difficoltà ad essere riconosciuta, produce un fenomeno cumulativo che si sviluppa a spirale a livello dei suoi effetti.

Infine, due tendenze peculiari del capitalismo aggravano ulteriormente questa difficoltà nel riconoscere la decomposizione e le sue conseguenze:

il capitalismo è il modo di produzione più dinamico della storia (Tesi 5) e   "la borghesia non può esistere senza rivoluzionare costantemente i mezzi di produzione, ovvero i rapporti di produzione, vale a dire l'insieme dei rapporti sociali" (Manifesto comunista). Ciò dà l'impressione di una "modernità" permanente, di una società che, nonostante tutto, "progredisce" e si sviluppa. Una delle conseguenze di ciò è che la decomposizione non si manifesta uniformemente in tutti i paesi. È più attenuata in Cina o in altri paesi asiatici. D'altra parte, assume una forma molto più estrema in altre parti del mondo, ad esempio in Africa o in alcuni paesi dell'America Latina. Tutto ciò tende a "mascherare" la decomposizione. Si potrebbe dire che l'odore nauseabondo che essa produce è attenuato dal profumo seducente della "modernità".

Nei paesi più sviluppati, la borghesia, con lo sviluppo del capitalismo di Stato, è ancora in grado di produrre alcune controtendenze per limitare gli effetti della decomposizione. Abbiamo visto un esempio nel caso della Brexit in cui la borghesia britannica si è rapidamente organizzata per limitare i danni.

8) L'impatto della decomposizione sulla classe operaia

Al loro punto 13, le Tesi affrontano questa questione nei seguenti termini:

"I diversi elementi che costituiscono la forza del proletariato si scontrano direttamente con i diversi aspetti di questa decomposizione ideologica:

  • l'azione collettiva, la solidarietà, contro l'atomizzazione, il ‘ciascuno per sé’, ‘l’arrangiarsi individuale;
  • il bisogno di organizzazione contro la decomposizione sociale, la distruzione dei rapporti su cui poggia la vita sociale; 
  • la fiducia nell’avvenire e nelle sue proprie forze continuamente minata dalla disperazione generale che invade la società, dal nichilismo, dalla ‘mancanza di futuro’;
  • la coscienza, la lucidità, la coerenza e l'unità del pensiero, il gusto per la teoria, hanno difficoltà ad affermarsi di fronte alla fuga nelle chimere, nelle droghe, nelle sette, nel misticismo, nel rifiuto della riflessione, nella distruzione del pensiero che caratterizzano la nostra epoca" (Punto 13).

Le esperienze di lotta degli ultimi 25 anni hanno ampiamente confermato queste analisi. In particolare, quando esaminiamo i due più avanzati movimenti di lotta dell'intero periodo: il movimento anti-CPE nel 2006 in Francia e il movimento degli Indignados in Spagna nel 2011. È vero che la solidarietà è stata al centro di questi due movimenti, come lo è stata al centro di esperienze più limitate - ad esempio, la mobilitazione contro la riforma delle pensioni in Francia nel 2003 o lo sciopero della metropolitana a New York nel 2005. Tuttavia, questi eventi sono rimasti isolati e, al di là di una simpatia piuttosto passiva, non hanno suscitato una mobilitazione generale della classe.

L'azione collettiva e di solidarietà, una delle caratteristiche fondamentali della lotta proletaria, ha avuto molte più difficoltà che in passato ad esprimersi, nonostante la gravità degli attacchi alla classe operaia, come per esempio i licenziamenti. È anche vero che l'intimidazione esercitata dalla crisi provoca un temporaneo riflusso della combattività; tuttavia, il fatto che un tale riflusso sia stato quasi permanente ci obbliga a capire che questo fattore, pur giocando un certo ruolo, non è l'unico, e a considerare l'importanza di ciò che dice la Tesi 13, l'"ognuno per sé", l'atomizzazione, il cavarsela da soli.

La questione organizzativa è al centro della lotta del proletariato. Tralasciando le enormi difficoltà che hanno le minoranze rivoluzionarie a prendere sul serio la questione organizzativa (cosa che merita un altro testo), le difficoltà della classe ad organizzarsi si sono aggravate, nonostante la spettacolare irruzione delle Assemblee Generali nel movimento degli Indignados o nel movimento anti-CPE. Oltre a questi esempi più avanzati, che rimangono una pietra miliare per il futuro, molte altre lotte simili hanno avuto parecchie difficoltà a organizzarsi. Per esempio, in particolare, il movimento "Occupy Wall Street" nel 2011 o i movimenti in Brasile e Turchia nel 2013.

La fiducia nella propria forza come classe, elemento chiave della lotta del proletariato, è stata gravemente carente. Nei due importanti movimenti appena menzionati, la stragrande maggioranza dei partecipanti non si riconosceva come classe operaia. Si considerava piuttosto come "semplici cittadini", il che è molto pericoloso dal punto di vista dell'impatto delle illusioni democratiche ma anche di fronte all'attuale ondata populista.

La fiducia nel futuro, e in particolare nella possibilità di una nuova società, è stata anche assente al di là di alcune intuizioni generali o della capacità a porsi in maniera molto embrionale questioni come quelle dello Stato, della moralità, della cultura, ecc. Questi tentativi sono certamente molto interessanti per il futuro, tuttavia sono rimasti molto limitati, e da un punto di vista generale molto al di sotto del livello di riflessione esistente nei movimenti più avanzati del 1968.

La coscienza e il pensiero logico costituiscono uno degli elementi, come nota il punto 13 delle Tesi, che trova un enorme muro davanti a se per svilupparsi.  Se il ‘68 è stato preparato da una grande effervescenza sociale a livello di minoranze e ha dato luogo, in seguito e per un certo tempo, a una proliferazione di elementi in ricerca di posizioni rivoluzionarie, è necessario notare la scarsa maturazione sociale che ha preparato e che ha seguito i movimenti del 2006 e del 2011. Nonostante la gravità della situazione storica - incomparabilmente più grave del ‘68 - non s'è avuta una nuova generazione di minoranze rivoluzionarie. Ciò dimostra che il tradizionale divario nel proletariato - come sottolineato da Rosa Luxemburg - tra evoluzione oggettiva e la comprensione soggettiva si è acuito in modo molto importante con la decomposizione, un fenomeno da non sottovalutare.

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Testi del 23° Congresso della CCI