Estratti dal “Programma socialista” di Karl Kautsky: I pretesi “eroi della nazione” sono i “becchini” del capitalismo!

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Dopo la lotta contro la riforma delle pensioni in Francia e la crisi da Covid-19, la borghesia e i suoi mezzi di comunicazione sembrano “riscoprire” che esiste una classe operaia. Da un reportage all’altro, si elogia il ruolo degli infermieri, degli operatori sanitari, del personale di manutenzione, dei cassieri dei supermercati, degli addetti alle consegne, degli spazzini, ecc. Diventano tutti nuove “vedette” televisive. Dopo le enormi menzogne che seguirono il crollo dell’URSS nel 1989 con il preteso “fallimento del comunismo” e la “scomparsa della classe operaia”, diventa difficile oggi nascondere il fatto che la produzione capitalista moderna venga assicurata da un proletariato ben presente e la cui collera cresce sempre più. La classe operaia, i cui componenti sono chiamati “invisibili” dai media e che i ricchi che abitano nei quartieri altolocati ignorano, è improvvisamente balzata in primo piano, elogiata dai borghesi che vogliono trasformarla in “eroi della nazione” e farne “carne da virus” per trarre profitto!

Qui di seguito pubblichiamo degli estratti del Programma socialista o Programma di Erfurt[1] di Karl Kautsky, in cui sono riaffermate le caratteristiche proprie di questo proletariato che era considerato, fin dalla sua apparizione nel XIX secolo nella grande industria, come una classe rivoluzionaria, una “classe pericolosa”. Questi “eroi” sono in realtà i “seppellitori” del capitalismo (secondo i termini di Marx del Manifesto Comunista). Mentre, dopo anni d’inerzia, le incessanti campagne di propaganda hanno fatto sì che il proletariato dubitasse della sua forza e della sua stessa esistenza, al punto da rigettare la propria esperienza di lotta assimilata fraudolentemente allo stalinismo, la sua collera e la sua determinazione contro la riforma delle pensioni in Francia hanno permesso di far riemergere le basi di un’identità di classe cancellata dalla memoria. Anche se la terribile situazione della pandemia e le condizioni di confinamento che ne sono derivate non sono le più favorevoli per esprimere la rabbia e l’indignazione, non per questo il sentimento di solidarietà, benché deviato e sfruttato vergognosamente dalla borghesia, non rimane sempre presente come fattore attivo e determinante, caratteristica di una classe che lavora in modo associato, tra gli sfruttati. Anche se, temporaneamente, la borghesia riesce a usare la situazione a proprio favore, la maturazione e la riflessione iniziate con la dura e lunga lotta di questo inverno 2019-2020 continuano all’interno del proletariato.

Con questi estratti del testo scritto da Kautsky nel 1892, in un’epoca in cui lui era ancora un divulgatore del metodo marxista e un difensore della causa rivoluzionaria del proletariato, vogliamo contribuire a questa riflessione in corso tornando ai fondamenti politici di questa necessaria identità di classe. Anche se il testo sembra datato su alcuni aspetti sociologici, il contenuto politico resta pienamente valido oggi. Tra gli elementi fondamentali, le condizioni economiche di sfruttamento del lavoro salariato rimangono essenziali. Gli altri due elementi fondamentali riguardano la coscienza di classe e la solidarietà. La coscienza di classe non può essere confusa con l’“odio” sterile, sostenuto, ad esempio, durante il movimento dei gilet gialli, da alcuni anarchici e dai black blocs, che venerano l’azione violenta e cieca come strumento della pretesa lotta rivoluzionaria. La coscienza è, al contrario, un’espressione di razionalità e di organizzazione al centro dell’identità della classe operaia e della sua lotta. La solidarietà, da non confondere con il mutuo soccorso, ne è un corollario vitale che consente ai proletari di rafforzare anche la loro unità. Questo è in gran parte ciò che abbiamo potuto vedere durante le lotte di questo inverno[2], quando la solidarietà è servita da collante per queste lotte. Ed è anche ciò che questi estratti mostrano, con delle indicazioni valide per la nostra lotta presente e futura.

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Il moderno proletariato al lavoro è un fenomeno tutto particolare, sconosciuto nella storia precedente. [...]

Tra il sottoproletariato e il proletario operaio della produzione capitalistica sussiste innanzi tutto la differenza enorme fondamentale, che quello è un parassita, questo invece una delle radici della società e anzi una radice che si rivela sempre più non solo la più importante ma infine anche l’unica da cui la società attinge la propria forza. Il proletario operaio è nullatenente ma non accetta elemosina. Non solo non viene mantenuto dalla società ma anzi la mantiene con il suo lavoro. Agli inizi della produzione capitalistica certamente il proletario operaio si considera ancora come un povero; nel capitalista da cui è sfruttato egli vede il proprio benefattore che gli dà lavoro e con ciò anche pane, il suo datore di lavoro. Questo rapporto “patriarcale” è naturalmente assai gradito ai capitalisti. Essi ancora oggi non solo richiedono per il salario che pagano ai loro operai le prestazioni di lavoro pattuite ma anche sottomissione e gratitudine.

Ma la produzione capitalista non può sussistere a lungo ín nessun luogo senza che scompaiano questi piacevoli rapporti patriarcali degli inizi. Per quanto servili e insensibili possano anche essere gli operai, prima o poi si accorgono che sono essi che sostentano il capitalista, e non il contrario. Mentre essi rimangono poveri e se è possibile diventano ancor più poveri, il capitalista diviene sempre più ricco. E se essi chiedono più pane al fabbricante, a questo presunto patriarca, questi risponde picche. […] I proletari vivono in miseri tuguri e costruiscono palazzi per i loro sfruttatori; fanno la fame e preparano per essi dei ricchi pasti. Sgobbano fino a crollare esausti per fornire al capitalista e ai suoi famigliari i mezzi per ammazzare il tempo.

Questa è una contrapposizione assai diversa da quella tra il ricco e il “piccolo uomo”, il povero dell’epoca precapitalistica. Questo ultimo invidia il ricco, guarda a lui con ammirazione, ne fa il suo modello, il suo ideale. Vorrebbe essere al suo posto, uno sfruttatore come lui. Non gli viene in mente di eliminare questo sfruttamento. Il proletario operaio non invidia il ricco, non desidera essere al suo posto, lo odia e lo disprezza. Lo odia come uno sfruttatore e lo disprezza come un fannullone. Dapprima odia soltanto quel capitalista col quale ha direttamente a che fare, poi riconosce assai presto, che nel complesso tutti si comportano con lui allo stesso modo, e il suo personale odio iniziale si sviluppa in una ostilità cosciente contro l'intera classe capitalista.

Questa ostilità contro gli sfruttatori è uno dei primi segni distintivi del proletariato operaio. L’odio di classe non è affatto un risultato della propaganda socialista — esso si era fatto sentire già assai prima della sua azione tra la classe operaia. Tra i servitori e la servitù feudale e i garzoni artigiani un tale intenso odio di classe non è possibile. Un tale odio renderebbe loro impossibile ogni attività proficua a causa degli intimi rapporti personali dei membri di questi mestieri con i loro “padroni”. In questi mestieri vi sono abbastanza lotte dei lavoratori salariati con i dirigenti dell'impresa; ma finiscono sempre per riconciliarsi. Nel modo di produzione capitalistico gli operai, possono nutrire la ostilità più accanita contro gli imprenditori senza che ne venga disturbata la produzione, addirittura senza che questi ne siano consapevoli.

Questo odio si esprime inizialmente in modo ancora timido e isolato. Se occorre un certo tempo prima che i proletari si accorgano che il fabbricante è spinto ad assumerli da tutt'altre ragioni che dalla generosità, ci vuole ancor più tempo perché trovino il coraggio di porsi in conflitto aperto con il “padrone”.

Il sottoproletariato è vile e sottomesso perché si sente inutile ed è privato di ogni sostegno materiale. Analoghe caratteristiche sono tipiche all’inizio anche del proletariato operaio finché viene reclutato soprattutto dal sottoproletariato[3] e da strati ad esso vicini. Certamente percepisce i maltrattamenti che gli vengono inflitti ma protesta solo di nascosto. Cova il suo rancore in segreto, mentre lo sdegno di temperamenti particolarmente attivi e passionali trova sfogo in delitti segreti.

Negli strati dei lavoratori salariati di cui stiamo parlando, la coscienza della propria forza e lo spirito di resistenza si sviluppano solo quando essi raggiungono la coscienza della propria comunanza di interessi, della solidarietà, che domina tra i loro membri. Con il risveglio del senso di solidarietà incomincia la rinascita morale del proletariato, l'elevazione del proletariato operaio dalla palude del sottoproletariato.

Le condizioni di lavoro della produzione capitalistica indicano da sole ai proletari la necessità di una forte coesione, di una sottomissione dei singoli alla comunità. Mentre nell'artigianato nella sua forma classica ogni singola persona formava per sé sola un tutto, l'industria capitalistica si basa sul lavoro in comune, sulla cooperazione. Il singolo operaio non può far nulla senza i suoi compagni. Se essi affrontano il lavoro uniti e in modo pianificato, il rendimento di ogni singolo si raddoppia e si triplica. In questo modo il lavoro li rende coscienti della potenza dell'unione, in questo modo il lavoro si trasforma in una disciplina volontaria e piacevole, che costituisce la premessa di una produzione collettiva, socialista, ma costituisce anche una premessa di ogni lotta vittoriosa del proletariato contro lo sfruttamento della produzione capitalistica. In questo modo quest'ultima educa il proletariato a provocare il suo crollo ed a lavorare per la società socialista.

Forse ancor più della cooperazione, l'uguaglianza delle condizioni di lavoro contribuisce a risvegliare il senso di solidarietà nel proletariato. In una fabbrica non vi è in genere tra gli operai quasi alcuna differenza di grado, non vi è gerarchia. I posti più alti sono di regola inaccessibili ai proletari, e sempre tanto scarsi che non sono in gioco per la massa degli operai. Solo pochi possono essere corrotti con questi posti di favore. Per la grande maggioranza vigono medesime condizioni di lavoro, e il singolo non ha alcuna possibilità di migliorarle solo per se stesso; può elevare la propria situazione solo se si eleva quella dell'insieme di tutti i suoi compagni. Certamente i fabbricanti cercano di seminare discordia tra gli operai con l'introduzione artificiosa di ineguaglianze nelle condizioni di lavoro. Ma l'effetto livellatore della grande industria moderna è troppo forte perché simili espedienti — lavoro parcellizzato, premi ecc. — possano alla lunga cancellare la coscienza della solidarietà d'interessi tra gli operai. Quanto più a lungo dura la produzione capitalistica, tanto più potentemente si sviluppa la solidarietà proletaria, tanto più profondamente essa si radica nel proletariato, tanto più diviene sua caratteristica dominante.

Basta richiamare ciò che abbiamo detto prima sulla servitù per dimostrare quanto il proletariato operaio si distingua da essa su questo punto. Ma anche la servitù economica è più arretrata rispetto al proletariato della produzione capitalistica, addirittura anche i garzoni dell'artigianato.

La solidarietà dei garzoni artigiani si è arrestata ad un punto che è stato superato dalla solidarietà dei proletari. La solidarietà degli uni come degli altri non si limita ai lavoratori della stessa impresa. Come i proletari anche i garzoni artigiani sono giunti alla fine a riconoscere che i lavoratori si scontrano dappertutto con gli stessi nemici, e hanno ovunque gli stessi interessi. I garzoni artigiani formarono organizzazioni nazionali, estese all'intero ambito della nazione, già in un'epoca in cui la borghesia era ancora profondamente immischiata in piccole contese cittadine e locali. Il proletariato di oggi è completamente internazionale nel proprio sentire ed agire; nel bel mezzo delle più acerrime lotte nazionali, della più accanita preparazione militare delle classi dominanti í proletari di tutti i paesi si sono uniti.

Troviamo inizi di organizzazioni internazionali già presso i garzoni artigiani; essi si sono dimostrati in grado di superare le restrizioni nazionali. Ma non sono stati in grado di elevarsi oltre un preciso limite; il mestiere. Il cappellaio o il calderaio tedesco poteva trovare ospitalità nei suoi vagabondaggi presso colleghi in Svizzera o in Svezia; invece nella sua stessa patria era del tutto estraneo al calzolaio o al falegname del suo paese. Nell'artigianato i mestieri erano rigidamente separati. L’apprendista doveva lavorare per lunghi anni prima di diventare garzone e per tutta la sua vita rimaneva fedele alla propria arte. Il rigoglio e il potere di questa erano anche suoi propri. Se il garzone si trovava in contrasto col maestro della propria arte non lo era meno tanto con i maestri che con i garzoni delle altre arti. Nell'epoca di fioritura dell'artigianato troviamo i garzoni delle diverse arti invischiati in dure lotte ed inimicizie.

La produzione capitalistica invece mescola tra loro i diversi mestieri. In un'impresa capitalistica in genere operai di diversi mestieri lavorano l'uno accanto ed insieme all'altro per raggiungere uno scopo comune. D'altra parte la produzione capitalistica ha la tendenza ad eliminare del tutto il concetto di mestiere dalla produzione. La macchina riduce il tempo di apprendistato dell'operaio, una volta assai lungo, ad un tirocinio di poche settimane, spesso di giorni. Rende possibile al singolo operaio di passare senza grandi difficoltà da una lavorazione all'altra, spesso ve lo costringe rendendo inutile la sua attività precedente, gettandolo così sul lastrico e costringendolo a cercare un'altra attività. La libertà di scelta del lavoro, che i filistei temono di perdere nello “Stato del futuro”, ha già oggi perso ogni significato per l’operaio.

In queste condizioni gli è facile superare il limite dinnanzi a cui si sono arrestati i garzoni artigiani. Il senso di solidarietà del moderno proletario è non solo internazionale ma si estende all'intera classe operaia.

Già nell'antichità e nel medioevo erano presenti diverse forme di lavoro salariato. Anche le lotte tra gli operai salariati e i loro sfruttatori non sono nulla di nuovo. Ma solo con il predominio della grande industria capitalistica vediamo sorgere una classe omogenea di operai salariati, che non solo sono pienamente coscienti della comunanza dei loro interessi ma che subordinano non solo i loro interessi personali ma anche quelli locali — e fin dove ancora sussistono — i loro interessi professionali particolari al grande interesse complessivo della classe. Solo nel nostro secolo le lotte dei lavoratori salariati contro lo sfruttamento assumono il carattere di una lotta di classe. E solo con questo è possibile che tali lotte abbiano una meta più alta dell’eliminazione di abusi momentanei, che il movimento operaio diventi un movimento rivoluzionario.

Il concetto di classe operaia diviene però sempre più ampio. Qui vale in primo luogo ciò che abbiamo detto del proletariato operaio della grande industria. Ma come il capitale industriale diviene sempre più determinante per l'intero capitale, anzi per tutte le imprese economiche nell'ambito delle nazioni capitalistiche, così il pensiero e i sentimenti del proletariato che opera nella grande industria divengono sempre più determinanti per il pensiero e i sentimenti dei lavoratori salariati in generale. La coscienza della generale comunanza di interessi tocca anche i lavoratori della manifattura capitalistica e dell'artigianato e li tocca tanto più quanto più l'artigianato perde il suo carattere primitivo e si avvicina alla manifattura o decade nell'industria domestica sfruttata dal capitale.

Ad essi si uniscono man mano i lavoratori delle attività cittadine non industriali, del commercio, dei trasporti, delle attività “alberghiere e di ristoro”, come viene detto nella statistica professionale tedesca. Anche i lavoratori della campagna diventano gradualmente coscienti della comunanza di interessi con gli altri lavoratori salariati non appena la produzione capitalistica dissolve l'antica impresa agricola patriarcale e la trasforma in un'industria che produce con proletari salariati, non più con la servitù che appartiene alla famiglia dell'agricoltore. E infine il senso di solidarietà incomincia a conquistare anche i meno abbienti tra gli artigiani indipendenti e in certe condizioni a contagiare anche i contadini: così le classi lavoratrici si saldano sempre più in un’unica classe lavoratrice omogenea, animata dallo spirito del proletariato della grande industria, che aumenta di numero e d'importanza economica. Sempre più si diffonde in essa il senso della coesione cameratesca, tipico del proletariato della grande industria, della disciplina collettiva, dell’ostilità al capitale; nelle sue fila si diffonde anche quell'inesauribile desiderio di sapere tipico del proletariato, di cui abbiamo parlato alla fine del capitolo precedente.

Così dal proletariato disprezzato, maltrattato ed abbrutito sorge un nuovo potere mondiale dinanzi a cui incominciano a tremare le vecchie potenze: sorge una nuova classe con una nuova morale e una nuova filosofia, che giornalmente aumenta di numero, compattezza, insostituibilità economica, autocoscienza, perspicacia. [...]

E nella misura in cui il proletariato esercita un’influenza più considerevole sulle classi che gli sono vicine, agendo in modo più efficace sulle loro idee e sui loro sentimenti, queste tendono sempre più ad entrare nel movimento socialista. Lo scopo naturale della lotta di classe condotta dal proletariato è la produzione socialista. Questa lotta non può finire prima di raggiungere questo obiettivo. [...]

Non bisogna naturalmente attendersi che questo riconoscimento si diffonda troppo rapidamente tra di loro. E tuttavia è già iniziata la diserzione di contadini e di piccoli borghesi dalle fila dei partiti borghesi, una diserzione di tipo assai particolare, perché sono proprio i più attivi. I più combattivi, i primi ad abbandonare il campo, non per sfuggire alla mischia, ma per sfuggire alla meschina lotta per una esistenza miserevole verso la grandiosa lotta universale per l’edificazione di nuova società, che renda partecipi tutti i propri membri delle grandi conquiste della civiltà moderna, verso la lotta per la liberazione di tutta l’umanità civile, anzi dell’umanità intera, dalla condanna di una società che minaccia di schiacciarla.

Quanto più insopportabile diviene il modo di produzione esistente, quanto più chiaramente corre incontro alla propria bancarotta, e quanto più i partiti dominanti incapaci si dimostrano di eliminare le disfunzioni sociali in pauroso aumento, quanto più inconsistenti e senza principi divengono questi partiti, e si riducono sempre più a cricche di politici con interessi personali, tanto più numerosi affluiranno alla socialdemocrazia i membri delle classi non proletarie e seguiranno a fianco del proletariato che avanza irresistibile la sua bandiera fino alla vittoria ed al trionfo.

Karl Kautsky, 1892

 

[1] Il Programma di Erfurt è stato pubblicato in italiano nel 1971 da Samonà e Savelli.

[3] Da lumpenproletariat, letteralmente “proletariato straccione” o “sottoproletariato”, termine usato da Marx ed Engels per designare “i rifiuti umani lasciati indietro da tutte le classi sociali” e utilizzati nel corso della storia dalla borghesia per spezzare le lotte della classe operaia.

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