Rapporto sulla crisi economica del 24° Congresso della CCI

Printer-friendly version

Il presente rapporto fa seguito al rapporto adottato dal 24° Congresso della nostra sezione in Francia[1], in cui vengono adeguatamente trattati diversi aspetti, tra cui le misure adottate in campo economico di fronte alla pandemia; la violenta incursione della decomposizione sul terreno economico e l'attacco alle condizioni di vita dei lavoratori che sta diventando un vero incubo. In questo rapporto non svilupperemo questi elementi ma ci concentreremo sulla prospettiva: dove sta andando l'economia mondiale dopo il grande cataclisma scoppiato con la pandemia Covid-19?

1. Una crisi largamente annunciata

Il rapporto sulla crisi economica adottato dal 23° congresso annunciava: “dobbiamo prendere in considerazione la possibilità di scosse significative nell’economia mondiale per il 2019-2020. I fattori negativi si accumulano: un debito sempre più incontrollabile; la guerra commerciale che si scatena; svalutazioni brutali degli attivi finanziari sopravvalutati; contrazione dello 0,1% dell’economia tedesca nel terzo trimestre 2018; la discesa dell’economia cinese ad un ritmo di crescita il più basso dell’ultimo decennio”.

Per il 2020 la Banca Mondiale ha registrato una caduta della produzione del 5,2% a livello globale, del 7% per le 23 prime economie del mondo e del 2,5% per le “economie in via di viluppo”. Secondo la Banca Mondiale questa diminuzione della produzione è la peggiore dal 1945 e “per la prima volta dopo il 1870 un numero senza precedenti di paesi conosceranno una diminuzione della loro produzione per abitante[2]. Un fenomeno molto importante è il crollo del commercio mondiale. Un indicatore è la diminuzione del commercio marittimo mondiale, che è diminuito del 10% nel 2020. Ma, paradossalmente, “i prezzi dei container sono mediamente quadruplicati nel corso dei due ultimi mesi. Da circa 1.500 dollari a quasi 5.000 dollari. E in certi casi hanno raggiunto anche i 12.000 dollari. La spiegazione di questo fatto è che paesi come la Cina utilizzano le loro navi e i loro container per il loro proprio uso, sottraendoli al traffico mondiale[3].

Per il 2021 è previsto un rimbalzo dell’economia mondiale, a condizione però che la pandemia sia vinta entro giugno, altrimenti le previsioni sono molto più pessimiste. Ci saranno degli aumenti consistenti della crescita, ma al di là di questo, le previsioni più serie indicano una stabilizzazione dell’economia mondiale solo a partire dal 2023. L’esperienza della ripresa dopo il 2008 è che essa ci ha messo del tempo per realizzarsi (a partire dal 2013), che è stata piuttosto anemica e nel 2018 ha mostrato segni di esaurimento. Come vedremo in questo rapporto le condizioni attuali dell’economia mondiale sono molto peggiori del 2008 e, piuttosto che fare predizioni, l’importante è comprendere questo importante deterioramento.

Da un lato, gli “esperti” danno un’immagine ingannevole degli effetti della crisi pandemica sull’economia. Essi partono dall’assioma secondo cui una tale crisi non avrà effetti irreversibili sull’apparato economico e che l’economia si rialzerà ad un livello superiore a quello del periodo precedente. Una tale ipotesi sottostima l’importante deterioramento di lunga data del tessuto produttivo, finanziario e commerciale, che la crisi pandemica rischia di indebolire profondamente. Si stima che il 30% delle imprese nei paesi dell’OCSE potrebbe sparire definitivamente. Siamo di fronte a più 100 anni di decadenza del capitalismo, con un’economia deformata dall’economia di guerra e dagli effetti della distruzione dell’ambiente, profondamente alterata nei suoi meccanismi di riproduzione dall’indebitamento e dalle manipolazioni statali, erosa dalla pandemia e sempre più toccata dagli effetti della decomposizione. In queste condizioni è illusorio pensare che l’economia si raddrizzerà senza nessuna conseguenza.

D’altra parte la profonda debolezza della “ripresa” proclamata del 2013-2018 già annunciava la situazione attuale. Al di fuori degli Stati Uniti, della Cina e, in misura minore, della Germania, la produzione di tutti i grandi paesi del mondo ha stagnato o è diminuita (secondo le stime della banca Mondiale), cosa che non verificava dalla Seconda Guerra Mondiale.

2. L'irruzione della decomposizione sul terreno economico

Già al 22° Congresso avevamo constatato il crescente impatto degli effetti della decomposizione sul terreno economico e in particolare sulla gestione capitalista di Stato sulla crisi. Notavamo ancora   questa tendenza nel rapporto sulla crisi economica adottato al 23° Congresso che segnalava questa irruzione della decomposizione come uno dei principali fattori dell’evoluzione della situazione economica e, infine, il rapporto sulla questione adottato dal 24° congresso di Révolution Internationale approfondiva questa analisi centrata sulla pandemia in un doppio senso: come risultato della decomposizione e dell’aggravamento della crisi economica ma allo stesso tempo come un potente acceleratore di quest’ultima.

E’ importante ricordare il nostro approccio alla questione: una delle caratteristiche della decadenza è che il sistema capitalista tende ad estendere tutte le possibilità contenute nei suoi rapporti di produzione fino ai loro limiti estremi, anche a rischio di violare le sue stesse leggi economiche. Così, “una delle contraddizioni maggiori del capitalismo è quella che deriva dal conflitto tra la natura sempre più mondiale della produzione e la struttura necessariamente nazionale del capitale. Spingendo verso gli estremi limiti le possibilità delle ‘associazioni’ di nazioni sul piano economico, finanziario e produttivo, il capitalismo ha ottenuto una boccata di ossigeno significativa nella sua lotta contro la crisi che lo corrode, ma allo sesso tempo si è messo in una situazione rischiosa” (Rapporto del 23° Congresso). Questa situazione “rischiosa” ha dimostrato le sue gravi conseguenze legate all’impatto della decomposizione sul terreno economico, in particolare nel corso degli ultimi cinque anni del precedente decennio.

La pandemia rappresenta una accelerazione della decomposizione e, allo stesso tempo, un aggravamento di questa. Il rapporto sulla crisi economica è centrato su questa realtà fondamentale. La risoluzione sulla situazione in Francia (Bollettino interno) mostra bene questo asse centrale: “Nel 2008, al momento della ‘crisi dei Subprime’, la borghesia aveva saputo reagire in maniera coordinata a scala internazionale. I famosi G7, G8,….G20 (tutti di attualità) simbolizzavano questa capacità degli Stati a estendersi per tentare di rispondere alla ‘crisi del debito’. 12 anni più tardi, la divisione, la ‘guerra delle mascherine’ e poi la ‘guerra dei vaccini’, la dissonanza regnante nelle decisioni di chiusura delle frontiere contro la propagazione del Covid-19, l’assenza di concertazione a scala internazionale (al di fuori dell’Europa che cerca con difficoltà di proteggersi contro i suoi concorrenti) per limitare il crollo economico, segnano l’avanzata del ciascuno per sé e lo scivolamento delle più alte sfere politiche del capitalismo in una gestione sempre più irrazionale del sistema”. Questa tendenza è particolarmente forte negli Stati Uniti in cui in cui una lunga tendenza al declino economico si combina con un aggravamento senza precedenti della decomposizione del suo apparato politico e del suo tessuto sociale.

Tuttavia sarebbe un errore pensare che questa tendenza si limiti agli Stati Uniti. In Europa la Germania sembra aver reagito, ma le tensioni esistenti in seno all’Unione Europeo sono sempre più evidenti e lo choc della Brexit avrà delle conseguenze che non sono ancora uscite in superficie. La “stabilità” della Cina è più apparente che reale.  

Conseguentemente possiamo dire che gli effetti della rottura nella sfera economica e nella gestione statale dell’economia proseguiranno e avranno un’influenza sempre più forte sugli sviluppi dell’economia. E’ vero che la borghesia cercherà di mettere in atto delle contromisure (per esempio gli accordi per la mutualizzazione dei debiti nella UE, o l’annullamento da parte di Biden di certe misure adottate da Trump), tuttavia, al di là dei freni e delle giravolte, il peso della decomposizione sull’economia e sulla sua gestione statale è destinato a rafforzarsi con conseguenze che al momento sono difficili da prevedere. Ma piuttosto che fare delle previsioni, noi dobbiamo seguire da vicino l’evoluzione della situazione e tirarne delle conclusioni nel quadro più generale che abbiamo predisposto.

3. Il salvataggio dell'economia non può farsi nelle stesse condizioni del 2008.

Con la risposta che il capitale nella maggior parte dei paesi è stato costretto a prendere (e il confinamento non è ancora finito), si è verificata una delle peggiori recessioni della storia.

Per evitare un crollo generalizzato, la borghesia (gli Stati borghesi) è stata costretta a iniettare miliardi nell’economia. Questo le ha permesso di “uscirne”, di “resistere alla tempesta”[4]. Bisogna “salvare l’economia mondiale”. E come si svilupperà questa difficile operazione?

Possiamo dire che si farà in condizioni ben peggiori che nel 2008, che implicherà una violenta dose di austerità e che l’economia mondiale si ritroverà in uno stato molto più degradato, con una minore capacità di ripresa, e con un caos e convulsioni importanti.

Cinque fattori spiegano perché le condizioni saranno peggiori:

  • Il peso crescente della decomposizione nell’economia e nel capitalismo di Stato.
  • La Cina non potrà più giocare il ruolo di locomotiva, o offrire un’ancora di salvataggio, come è stato dopo il 2008.
  • La catastrofe ambientale.
  • Il peso dell’economia di guerra.
  • Il peso schiacciante del debito.

4. Lo smantellamento progressivo dell'edificio economico della mondializzazione

Di fronte alla pandemia abbiamo assistito a una risposta caotica e irrazionale degli Stati, a cominciare dai più grandi e dai più potenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità è stata ignorata da tutti gli Stati, ostacolando così la necessaria strategia internazionale basata su dei criteri scientifici. Ogni Stato ha cercato di fermare la propria economia il più tardi possibile per non perdere i suoi vantaggi competitivi e imperialisti sui suoi rivali. Ancora, le economie sono state riaperte allo scopo di guadagnare dei vantaggio sui propri rivali, e le chiusure provocate dall’aggravamento della pandemia sono state ostaggio della contraddizione tra la necessità di mantenere e aumentare la produzione rispetto ai propri rivali e quella di evitare che l’apparato produttivo e la coesione sociale non fossero attaccati da nuove ondate di contagi.

La guerra delle maschere ha dato luogo a uno spettacolo indecoroso: Stati considerati “seri”, come la Francia o la Germania, hanno rubato in maniera flagrante carichi di maschere destinati ad altri capitali nazionali. Lo stesso è avvenuto per attrezzature come respiratori, ossigeno, equipaggiamenti per la protezione individuale, etc.

Nell’attuale guerra dei vaccini, la loro fabbricazione, la loro distribuzione e le vaccinazioni stesse sono altrettanti indici del disordine crescente in cui sprofonda l’economia mondiale.

Nel campo della ricerca e della fabbricazione dei vaccini, abbiamo assistito a una corsa caotica tra Stati in concorrenza spietata. La Gran Bretagna, la Cina, la Russia, gli Stati Uniti… si sono lanciati in una corsa contro il tempo per essere i primi a disporre del vaccino. Il coordinamento internazionale è mancato completamente. I vaccini sono stati sperimentati in un tempo record, senza una reale garanzia di efficacia.

La stessa distribuzione è stata caotica. Il conflitto fra la UE e la società britannica AstraZeneca ne sono una testimonianza. I paesi più ricchi hanno lasciato i più poveri senza protezione. Israele ha vaccinato i suoi cittadini trascurando completamente i Palestinesi. La Russia utilizza una propaganda ingannevole per presentare il suo vaccino come il migliore. Questo prova che il vaccino è utilizzato come uno strumento di influenza imperialista. La Russia e la Cina non lo nascondono e dichiarano apertamente che li offriranno a un prezzo più basso ai paesi che si piegheranno alle loro esigenze economiche, politiche e militari.

Infine, la maniera in cui la popolazione viene vaccinata è veramente incredibile per la disorganizzazione e l’indisciplina. In Francia, in Germania, in Spagna, in Italia, per non citare che qualche esempio, si constata una mancanza costante di approvvigionamenti, ritardi nelle vaccinazioni anche per i gruppi considerati come prioritari (personale sanitario, persone di più di 65 anni). I piani di vaccinazione hanno subito ritardi in molte occasioni. Spesso la prima dose e somministrata mentre la seconda è rimandata sine die, annullando così l’efficacia del vaccino. I dirigenti, i politici, gli uomini d’affari, i militari, ecc., hanno riempito le liste dei gruppi prioritari e sono stati vaccinati per primi.

Questo spettacolo degradante intorno ai vaccini ci mostra una tendenza crescente del capitalismo a demolire la capacità di “cooperazione internazionale “che era riuscita ad attenuare la crisi economica nel periodo 1990-2008. Il capitalismo è basato su una concorrenza a morte – e questa caratteristica costitutiva del capitalismo non è scomparsa con l’apogeo della “mondializzazione” – ma quella che vediamo oggi è una concorrenza esacerbata, che prende come campo d’azione qualcosa di così sensibile come la salute e le epidemie. Se nel periodo ascendente del capitalismo la concorrenza tra i capitali e tra le nazioni era un fattore di espansione e di sviluppo del sistema, nella decadenza essa è al contrario un fattore di distruzione e di caos. Distruzione con la barbarie della guerra imperialista. Caos (che comprende anche la distruzione e le guerre) soprattutto con l’irruzione visibile degli effetti della decomposizione sul terreno economico e sulla sua gestione da parte degli Stati. Questo caos colpirà sempre più le catene di produzione e di approvvigionamento mondiali, la pianificazione della produzione, la capacità a combattere fenomeni “inattesi” come le pandemie o altre catastrofi.

Il rimpatrio della produzione nei paesi di origine da parte delle multinazionali era già in atto nel corso del 2017, ma sembra essersi accelerata con la pandemia: “Uno studio pubblicato questa settimana dalla Banca d’America, riguardante 3.000 imprese che sommano una capitalizzazione di borsa di 22.000 miliardi di dollari e si situano nei 12 maggiori settori produttivi nel mondo, indica che l’80% di queste imprese ha dei piani di trasferimento per rimpatriare una parte della loro produzione dall’estero. ‘E’ la prima svolta rispetto a una tendenza che dura da decenni’, dichiarano gli autori. Nel corso degli ultimi 3 anni, 153 imprese sono ritornate negli Stati Uniti, mentre 208 lo hanno fatto nella UE[5].

Queste misure sono irreversibili? Stiamo assistendo alla fine della fase di “mondializzazione”, cioè una produzione mondiale, fortemente interconnessa con una divisione internazionale del lavoro, con catene di produzione, di trasporto e di logistica organizzate a livello mondiale?

La prima considerazione è che la pandemia dura da più tempo del previsto. Il 28 settembre 2020 è stata raggiunta la cifra di un milione di morti; il 15 gennaio 2021, meno di 4 mesi dopo, i morti erano 2 milioni. Benché la vaccinazione sia in corso, la direttrice scientifica dell'OMS, Soumya Awaminathan prevede che bisognerà aspettare il 2022 per raggiungere in Europa un’immunizzazione ragionevole. E’ probabile che le perturbazioni e le interruzioni di produzione proseguiranno lungo tutto il 2021.

In secondo luogo, se noi esaminiamo l’esperienza storica, possiamo constatare che le misure di capitalismo di Stato che furono prese in risposta alla Prima Guerra Mondiale non sono completamente sparite dopo la guerra, e 10 anni dopo, con la crisi del 1929, esse hanno fatto un salto considerevole, confermando la carretta previsione del primo congresso dell’Internazionale Comunista: "tutti questi problemi fondamentali della vita economica non sono regolati dalla libera concorrenza, nè dalla combinazione di trust e di consorzi nazionali e internazionali, bensì dal potere militare che in tali questioni interviene direttamente ai fini della propria ulteriore conservazione. Se la totale subordinazione del potere statale alla forza del capitale finanziario ha condotto l’umanità al macello imperialistico, il capitale finanziario, attraverso questo macello di massa, ha militarizzato non solo lo Stato, ma anche se stesso, tanto da non essere più in grado di attendere alle sue funzioni economiche essenziali se non col ferro e col sangue"[6].

Ancora, è probabile che le misure prese in risposta alla pandemia sul terreno economico resteranno in piedi, anche se ci saranno dei parziali ritorni indietro.

Questo è confermato dal fatto che dal 2015, come abbiamo precisato nel rapporto del 23° Congresso, la Cina, la Germania e gli Stati uniti si orientano in questa direzione. Le misure prese durante la pandemia non fanno che accentuare un orientamento che era già presente nel secondo decennio del 2000. Il fatto che le grandi potenze non abbiano, al momento, coordinato le loro risposte finanziarie ed economiche al pericolo di fallimenti ne è la prova. Mentre durante la crisi del 2008 le riunioni del G8, del G20, ecc., si sono moltiplicate, oggi questo tipo di riunioni sono praticamente assenti[7].

Tuttavia la struttura mondializzata della produzione mondiale offre dei vantaggi maggiori alle economie più potenti, ed esse prenderanno delle misure per correggere le principali perturbazioni descritte prima. Un chiaro esempio: il piano di mutualizzazione dei debiti nella UE conviene particolarmente alla Germania che così consoliderà le sue esportazioni verso la Spagna, l’Italia, ecc. Questi ultimi paesi, presentati come i “grandi beneficiari” di queste misure, saranno invece il grandi perdenti, perché il loro tessuto industriale sarà indebolito dalla concorrenza schiacciante delle esportazioni tedesche. Nei fatti la mutualizzazione dei debiti aiuterà la Germania a contrastare la presenza cinese nei paesi del sud dell’Europa, che si è rafforzata a partire dal 2013. Quello che è in atto non è uno smantellamento della mondializzazione, ma piuttosto un suo crescente indebolimento – per esempio attraverso la tendenza alla frammentazione in zone regionali -, un peso molto più importante delle tendenze protezioniste, il trasferimento delle zone di produzione, la moltiplicazione delle misure che ogni paese prende per sé, in violazione degli accordi internazionali. In breve, una tendenza ad un caos crescente nel funzionamento dell’economia mondiale.

5. La politica della Cina

Durante il periodo 2009-2015 la Cina ha giocato un ruolo essenziale, con i suoi acquisti e i suoi investimenti, nel debole rilancio dell’economia mondiale dopo i grandi sconvolgimenti del 2008. Nella situazione attuale la Cina può giocare lo stesso ruolo di locomotiva dell’economia mondiale? Noi pensiamo che questa possibilità è molto poco probabile per almeno 4 ragioni:

  • La situazione attuale della Cina è molto più fragile rispetto ad allora: la crescita della produzione continua a diminuire, lentamente, ma sicuramente: secondo il Fondo Monetario Internazionale, la Cina conoscerà nel 2020 la sua peggiore crescita in 35 anni: solo l’1,2%. Per il PCInt – Le Prolétaire “in Cina il tasso ufficiale di disoccupazione era del 6% a fine aprile; ma lo studio di una organizzazione cinese stimava che in quel momento la disoccupazione reale era del 20,5% (cioè 70 milioni di disoccupati); lo studio è stato ritirato e la direzione di questa organizzazione punita dalle autorità, ma alcuni economisti occidentali parlano di cifre dello stesso ordine”. L’indebitamento della Cina è gigantesco (300% del PIL nel 2019); la situazione di molte imprese è molto fragile. Per esempio, in Cina c’è il 30% di imprese “zombie”[8], cioè il livello più alto del mondo (in Germania e in Francia il valore è stimato essere del 10%). Di più, le imprese statali detengono sempre una parte importante dell’economia e queste imprese sono le più indebitate.
  • Il progetto della Via della seta – un piano di espansione commerciale, economica e imperialista che coinvolge 60 paesi – è finalizzata a definire una zona economica mondiale esclusiva della Cina, con come conseguenza una diminuzione del ruolo che essa può giocare nello stimolare il commercio mondiale. I rivali della Cina, e in particolare gli Stati Uniti, hanno risposto con una guerra commerciale e, nella zona Asia-Oceania con l’accordo di partenariato transpacifico che lega 12 paesi della zona. E tra i paesi che si sono indebitati con la Cina nel quadro della loro partecipazione al progetto della Via della seta ce ne sono alcuni che sono stati duramente toccati dalle conseguenze economiche della pandemia di Covid-19, cosa che minaccia la loro solvibilità.
  • Questi “accordi” mostrano che la dinamica che dominerà gli anni a venire – salvo cambiamenti di tendenza, che è altamente improbabile – non è quella della “cooperazione”, ma piuttosto quella di una grande frammentazione della produzione mondiale in zone riservate, sotto tutela cinese, americana o tedesca.
  • L’accumulazione di debiti, che è servito ad “alimentare” il motore cinese dopo il 2008, ha permesso alla Cina una crescita a due cifre ed ha anche creato dei mercati più importanti nella stessa Cina grazie ai numerosi esportatori provenienti dagli Stati Uniti, dall’Asia dell’est e dall’Europa. Ma le condizioni perché questo si ripeta non ci sono più. Tutti i paesi sono diventati più protezionisti. Inoltre la mano d’opera cinese, che percepiva salari tra i più bassi, riceve ora dei salari più elevati, cosa che ha comportato importanti trasferimenti di imprese dalla Cina verso altri paesi meno cari (Asia del sud, Africa).

6. La catastrofe ambientale

Il processo di distruzione ecologica (la devastazione e l’inquinamento dell’ambiente e delle risorse naturali) non è cominciato ieri. La guerra imperialista e l’economia di guerra hanno contribuito in grande misura a questo processo. La questione che vogliamo porre qui è di sapere in che misura questo processo ha influenzato negativamente l’economia capitalista ostacolando l’accumulazione.

Non possiamo dare una risposta elaborata nel corso di questo rapporto. Tuttavia è probabile che nel contesto delle crescenti difficoltà di collaborazione tra i paesi, con le misure nazionaliste che ogni Stato prende, la distruzione ecologica avrà un impatto sempre più negativo sulla riproduzione del capitale e contribuirà a rendere i futuri momenti di ripresa economica molto più deboli e instabili rispetto al passato.

Si stima che l’inquinamento atmosferico uccida 7 milioni di persone ogni anno. Il consumo di acqua contaminata provoca circa 485.000 morti all’anno[9].

Nel corso del 20° secolo, 260 milioni di persone sono morte per l’inquinamento dell’aria interna nel terzo mondo, cioè circa due volte il numero di vittime di tutte le guerre del secolo. Questa cifra è più di 4 volte superiore a quella delle morti dovute all’inquinamento dell’aria esterna.[10]

I fenomeni meteorologici estremi, le estinzioni di massa, la diminuzione dei rendimenti in agricoltura e la tossicità dell’aria e dell’acqua nuocciono già all’economia mondiale, il solo inquinamento costa 4.600 miliardi di dollari all’anno[11].

Anche la protezione delle città situate lungo le coste richiederà somme considerevoli – uguali, se non superiori, a quelle di tutti i piani di salvataggio che si sono dovuti adottare per la pandemia di Covid-19. Le implicazioni economiche di questo caos sono molto concrete. L’impatto di questo processo di autodistruzione è stupefacente. Si calcola che se il cambiamento climatico provocasse un aumento della temperatura media di 4°C, il PIL mondiale scenderebbe del 30% rispetto al 2010 (si pensi che la diminuzione provocata dalla depressione degli anni ‘30 arrivò al 26,7%), e si potrebbero perdere 1,2 miliardi di posti di lavoro. Queste cifre non tengono conto dell’aggravamento della crisi economica e dell’impatto del Covid.

Tutti questi danni sono considerevolmente aggravati dalla crisi pandemica, anche se ci vorrà del tempo per valutarne l’impatto. In effetti il Covid stesso esprime chiaramente quali conseguenze ha sull’economia la distruzione ecologica: "La colonizzazione delle specie naturali e il contatto umano con gli animali portatori di virus e di agenti patogeni è il primo anello della catena che spiega le pandemie. La distruzione degli habitat forestali nelle zone tropicali permette la trasmissione agli umani di numerosi agenti patogeni che erano prima confinati in luoghi inaccessibili. Le persone incontrano delle specie con cui prima non avevano contatti, cosa che aumenta il rischio di essere infettati da malattie di origine animale. I mercati di animali, i trasporti e la mondializzazione ne favoriscono poi la propagazione"[12].

Istituzioni come la Banca Mondiale mettono chiaramente in guardia contro le conseguenze della distruzione ecologica, per esempio l’espansione della povertà: "Secondo nuove stime il cambiamento climatico potrebbe trascinare da 68 a 135 milioni di persone nella povertà entro il 2030. Questa è una minaccia particolarmente grave per l’Africa subsahariana e l’Asia del sud, le due regioni che concentrano la maggior parte dei poveri del pianeta. In un certo numero di paesi, come il Nepal, il Camerun, la Liberia e la Repubblica centrafricana, una gran parte dei poveri vivono in zone che sono allo stesso tempo preda di conflitti guerrieri e di inondazioni."[13]

Il fallimento della cooperazione internazionale sull’epidemia di Covid è un annuncio dell’atteggiamento di ciascuno per sé che predominerà di fronte al cambiamento climatico. La concorrenza economica acuita conseguente al Covid non può che accelerare questa dinamica. La capacità del capitalismo a limitare l’aumento della temperatura globale si indebolisce.

Un’azione rapida contro l’aumento delle temperature e un impegno rinnovato in favore della mondializzazione permetterebbero all’economia mondiale di raggiungere una produzione di 185.000 miliardi dollari nel 2050. Se si rimandano le misure per ridurre le emissioni di anidride carbonica e se si lasciano allentare i legami transfrontalieri, potrebbe arrivare a 149.000 miliardi di dollari, il che significherebbe dire addio alla totalità del PIL degli Stati Uniti e della Cina dello scorso anno.”[14]

La contraddizione tra gli interessi della nazione capitalista e dell’insieme del sistema capitalista e l’avvenire dell’umanità non potrebbe essere più chiaro. Se vengono prese delle misure sufficienti contro i cambiamenti climatici le tensioni imperialiste ed economiche si intensificheranno qualitativamente con la crescita della Cina come principale economia mondiale. Se non viene presa nessuna misura l’economia mondiale si contrarrà del 30% con tutte le conseguenze che questo implicherà. Cosa che non può che sviluppare in maniera esponenziale la distruzione dell’ambiente da parte del capitalismo e preparare il terreno per altre pandemie man mano che se ne svilupperanno le condizioni, come sviluppato da molti compagni in contributi interni[15].

7. La barriere dell'economia di guerra

L’economia di guerra, come ricordatoci da Internationalisme (l’organo della Sinistra Comunista di Francia), è un peso morto per l’economia mondiale. Nonostante la chiara posizione del testo di orientamento Militarismo e decomposizione[16] ci sono state parti dell’organizzazione che hanno avuto tendenza a pensare che nel quadro della decomposizione le spese di guerra avrebbero avuto tendenza a essere ridotte e non avrebbero avuto l’impatto enorme che esse avevano avuto all’epoca dei blocchi e della Guerra fredda. Questa visione è falsa, come sottolineato nel rapporto adottato al 23° Congresso: “Le spese militari mondiali hanno conosciuto, nel 2019, il loro più forte aumento in dieci anni. Nel corso del 2019 le spese militari hanno raggiunto 1.900 miliardi di dollari (1.800 miliardi di euro) nel mondo, cioè un aumento del 3,6% in un anno, il più importante dal 2010. ‘Le spese militari hanno raggiunto il loro più alto livello dalla fine della guerra fredda’, ha dichiarato Nan Tian, ricercatore del SIPRI”[17].

La necessità di far fronte al Covid non ha rallentato le spese per gli armamenti. Il budget per la Germania cresce del 2,8% per il 2021, la Spagna aumenta le sue spese militari del 4,7%, la Francia del 4,5%, e il Regno Unito le aumenta di 18,5 miliardi di euro[18].

Negli Stati Uniti, in un clima di isteria anti-Cina, il Senato ha approvato un aumento astronomico delle spese militari, che raggiungeranno i 740 miliardi di dollari nel 2021. In Giappone “il primo ministro Yoshihide Suga ha approvato lunedì il nono rialzo consecutivo del budget militare, stabilendo un nuovo record storico a 5.340 miliardi di yen (circa 51,7 miliardi di dollari), pari ad un aumento dell’1,1% rispetto all’anno precedente.[19]

"Le guerre americane in Afghanistan, Iraq, Siria e Pakistan sono costate ai contribuenti americani 6.400 miliardi di dollari dal loro inizio nel 2001. Questo valore supera di 2 miliardi di dollari l’insieme delle spese del governo federale nel corso dell’ultimo anno fiscale.”[20]

Non ci sono dati disponibili per la Cina nel 2021, ma sembrerebbe che le spese militari sono aumentate nel 2020 meno che nel 2019. Tuttavia “l’Esercito popolare di liberazione ha raggiunto due risultati maggiori, varando la sua prima portaerei 100% indigena e il suo primo missile balistico intercontinentale capace di raggiungere gli Stati Uniti. La Cina ha anche costruito la sua prima base militare all’estero, a Gibuti nel 2017, e messo in cantiere una nuova generazione di cacciatorpediniere e di missili per rafforzare la sua capacità di dissuasione contro i suoi vicini asiatici e la marina americana.[21]

La Russia ha aumentato in maniera spettacolare le sue spese militari nel corso del triennio 2018-2021, l’Australia “nel corso dei due ultimi anni ha lanciato un ambizioso programma navale finalizzato a creare una marina di dodici nuovi sottomarini, nove fregate, due navi di appoggio logistico e dodici motovedette; riceverà anche 72 aerei da combattimento americani F-35 entro il 2020. Le autorità australiane prevedono anche di raddoppiare il proprio budget in un decennio per portarlo a 21 miliardi di dollari all’anno”. I paesi scandinavi “considerano che le minacce russe sui loro spazi aerei e nell’Artico si fanno sempre più reali, e la Svezia ha annunciato il ristabilimento del servizio militare obbligatorio e significativi aumenti del budget della difesa[22]

Questo giro nella giungla sanguinosa delle spese militari mostra che l’economia di guerra e gli armamenti, al di là dell’impulso che possono dare inizialmente, finiscono per costituire un peso sempre più grande per l’economia, e si può prevedere che esse parteciperanno alla tendenza a rendere più fragile e convulsa la ripresa economica che il capitalismo ricerca per il periodo post-Covid[23].

8. Il peso soffocante del debito

Nel 1948 il piano Marshall ha significato un montante di prestiti di 8 miliardi di dollari; il piano Brady per salvare le economie sudamericane nel 1985 ha implicato 50 miliardi di dollari; le spese per uscire dalla tempesta del 2008 hanno raggiunto l’astronomica cifra di 750 miliardi di dollari.

Le cifre attuali sono ancora più consistenti. L’Unione Europea ha impiegato un programma da 750 miliardi di euro. In Germania “il governo ha stabilito il più grande piano di aiuti della storia della Repubblica Federale. Per finanziare questo programma la Federazione contratterà nuovi debiti per un totale di circa 156 miliardi di euro.[24] Biden ha proposto al Congresso un programma di sostegno e di rilancio dell’economia di 1.900 miliardi di dollari. Il totale delle misure di rilancio versate nell’economia americana nel 2020 è stimata in 4.000 miliardi di dollari.

Il debito mondiale nel terzo trimestre del 2020 era di 229.000 miliardi di dollari, cioè il 365% del PIL mondiale (un nuovo record storico). Questo debito raggiunge il 382% del PIL nei paesi industrializzati. Secondo l’Istituto della finanza internazionale questa scalata si accelera dal 2016 con un aumento negli ultimi 4 anni di 44.000 miliardi di dollari. E’ in questo quadro che noi dobbiamo abbordare le conseguenze della crescita attuale dell’indebitamento mondiale.[25]

L’accumulazione del capitale (la riproduzione allargata definita da Marx) ha per base di sviluppo i mercati extra-capitalisti e le zone poco integrate nel capitalismo. Se gli uni e gli altri si riducono, la sola via d’uscita per il capitale, organizzata dallo Stato, è l’indebitamento, che consiste nel gettare somme sempre più importanti nell’economia come anticipazione della produzione attesa negli anni seguenti.

Se non ci sono choc inflazionisti nelle grandi economie è per 3 ragioni:

  • La tendenza deflazionista che tocca l’economia mondiale dal 2008;
  • La sopravvalutazione degli attivi delle imprese e anche degli Stati è diventata cronica e ha degradato le cifre economiche che hanno smesso di essere affidabili da decenni;
  • Tassi di interessi nulli o addirittura negativi.

Uno dei fattori che hanno permesso al capitale globale di ammortizzare gli effetti del debito era il coordinamento internazionale delle politiche monetarie, un certo livello di coordinamento e di organizzazione delle transazioni finanziarie a scala mondiale. Se questo fattore comincia a indebolirsi e il “ciascuno per sé” prevale, quali sono le conseguenze che ci si può attendere?

Il capitalismo ha utilizzato l’equivalente di tre anni e mezzo di produzione mondiale con il debito. Si tratta di una cifra insignificante che potrebbe essere reiterata all’infinito? Assolutamente no. Questa gigantesca cancrena è il terreno di coltura non solo di folli spinte speculative che hanno finito per istituzionalizzarsi nel labirinto indecifrabile che sono le transazioni finanziarie, ma anche delle crisi monetarie, dei giganteschi fallimenti di imprese e banche, perfino di Stati di una certa importanza. Logicamente questo processo implica che il mercato interno per il capitale non può crescere all’infinito, anche se non c’è nessun limite preciso in materia. E’ in questo contesto che la crisi di sovrapproduzione allo stadio attuale del suo sviluppo pone un problema di redditività al capitalismo. La borghesia stima che circa il 20% delle forze produttive mondiali sono inutilizzate. La sovrapproduzione dei mezzi di produzione è particolarmente visibile e tocca l’Europa, gli Stati Uniti, l’India, il Giappone, ecc.[26]

Dal 1985, data in cui gli Stati Uniti hanno abbandonato la loro posizione di creditori per diventare uno dei più grandi debitori, l’economia mondiale soffre di una situazione aberrante: praticamente tutti i paesi sono indebitati, i più grossi creditori sono a loro volta i più grandi debitori, e tutti lo sanno. Oggi, dopo decenni di debiti giganteschi, i recenti piani di salvataggio hanno superato tutti gli interventi precedenti. Con il livello attuale di indebitamento di tutti i grandi attori economici il rischio di esplosioni del debito aumenta. L’attuale situazione di tassi di interesse nulli facilita ancora la politica di aumento del peso del debito, ma – anche mettendo da parte tutti gli altri fattori – se i tassi di interesse aumentano… qualche cosa crollerà…

9. Una economia mondiale indebolita e instabile

L’ arresto brutale della produzione ha delle conseguenze. Innanzitutto la Cina e la Germania, come altri grandi paesi produttori, si ritrovano con un’enorme sovra-capacità di produzione che non può essere compensata immediatamente. In generale, il settore delle macchine, l’elettronica, l’informatica, l’approvvigionamento di materie prime, i trasporti, ecc., si ritrovano con degli stock enormi di fronte a una ripresa lenta della domanda.

Anche se ci saranno indubbiamente dei momenti di ripresa della produzione (che saranno applauditi con entusiasmo dalla propaganda capitalista) e anche se ci saranno delle controtendenze che i settori più intelligenti del capitale metteranno in atto[27], quello che è indiscutibile è che l’economia mondiale sarà scossa e indebolita durante il prossimo decennio.

Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, il capitalismo ha mostrato una capacità a “sopravvivere” di fronte ai numerosi sconvolgimenti che ha subito (1975, 1987, 1998, 2008). Tuttavia le condizioni globali che abbiamo analizzato ci permettono di suggerire che questa capacità si è notevolmente indebolita. Non ci sarà – come sperano i consiliaristi e i bordighisti – il Grande Crollo Finale, ma poiché il cuore dell’economia mondiale è fortemente destabilizzato – in particolare gli USA e in maniera crescente certe parti dell’Europa – sarà più difficile coordinare una risposta alla crisi a livello internazionale, cosa che, insieme al peso travolgente del debito, fornisce una conferma chiara della prospettiva descritta nel rapporto del 23° Congresso sulla crisi: "Peso destabilizzatore di un indebitamento senza freni; saturazione crescente dei mercati; difficoltà crescenti della ‘gestione globalizzatrice’ dell’economia mondiale provocate dall’ascesa del populismo, ma anche l’acuirsi della concorrenza e il peso degli enormi investimenti richiesti dalla corsa agli armamenti; infine, fattore che non bisogna trascurare, gli effetti sempre più negativi della distruzione accelerata dell’ambiente e lo scombussolamento incontrollato degli equilibri ‘naturali’ del pianeta".

Una delle politiche che gli Stati metteranno in atto per dare una spinta all’economia sono i cosiddetti piani per una “economia verde”. Questi sono motivati dalla necessità di rimpiazzare la vecchia industria pesante e i combustibili fossili con l’elettronica, l’informatizzazione, l’intelligenza artificiale, i materiali leggeri e le nuove fonti di energia che permettano una più grande produttività, una riduzione dei costi e della mano d’opera. Per un certo tempo gli investimenti importanti che un tale rilancio dell’economia richiedono – che coinvolgerà anche la produzione di armi – potranno dare una spinta alle economie dei paesi meglio piazzati nel processo, ma lo spettro della sovrapproduzione tornerà ancora una volta a tormentare l’economia mondiale.

10. La resistenza operaia - un fattore chiave nell’evoluzione della situazione

Il deterioramento delle condizioni di vita degli operai è stato relativo nel corso del periodo 1967-1980, ma ha cominciato ad accelerarsi negli anni ’80, quando le prestazioni sociali hanno cominciato ad essere limitate, si sono avuti licenziamenti massicci ed è cominciata a realizzarsi la precarietà del lavoro.

Nel corso del periodo 1990-2008 il deterioramento è proseguito: la riduzione sistematica degli operai al lavoro è diventata “normale”. E’ anche iniziata una crisi degli alloggi. La migrazione di massa ha costituito una pressione al ribasso dei salari e delle condizioni di lavoro nei paesi centrali. Tuttavia il peggioramento delle condizioni di vita nei paesi centrali restava graduale e limitata. C’era qualcosa di perverso che mascherava il peggioramento: lo sviluppo massiccio del credito nelle famiglie proletarie.

Nel rapporto adottato dal 23° Congresso abbiamo mostrato l’enorme degradazione del livello di vita del proletariato nei paesi importanti, gli attacchi importanti alle pensioni, al sistema sanitario, all’istruzione, ai servizi sociali, alle prestazioni sociali, l’aumento della disoccupazione e soprattutto lo sviluppo spettacolare della precarietà del lavoro. Gli anni seguiti al 2010 hanno significato un’ulteriore avanzata della degradazione della vita professionale nei paesi centrali. Gli attacchi graduali a cui abbiamo assistito tra il 1970 e il 2008 si sono accelerati nel decennio 2010-2020.

La crisi pandemica ha intensificato gli attacchi contro le condizioni di vita degli operai. Innanzitutto in tutti i paesi gli operai sono stati mandati al macello perché costretti ad andare al lavoro in mezzi di trasporto pubblico sovraffollati e si sono ritrovati senza mezzi di protezione sui loro luoghi di lavoro (e ci sono state un certo numero di proteste in fabbriche, uffici, ecc. all’inizio del confinamento proprio per questo). Conviene tuttavia notare che i lavoratori della sanità e delle case per anziani hanno subito un numero elevato di infezioni e di decessi. Anche i lavoratori dell’industria alimentare sono stati duramente toccati[28], come pure i lavoratori agricoli, che sono in gran parte immigrati[29].

Gli attacchi contro la classe operaia in tutti i paesi, ma in particolare nei paesi centrali, sono chiaramente all’ordine del giorno. Il rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Commercio “Il Covid19 e il mondo del lavoro” è molto chiaro: “il Covid-19 ha generato la crisi più grave mai registrata nel mondo del lavoro dopo la Grande depressione degli anni ‘30”.

La disoccupazione. L’eccessiva capacità produttiva delle industrie e la lenta e debole ripresa della domanda spingono verso licenziamenti di massa. Durante il periodo di confinamento stretto le enormi sovvenzioni dello Stato ai disoccupati a tempo parziale hanno mascherato la gravità della situazione di molti operai che soffrivano una drastica riduzione dei loro redditi. Tuttavia una “normalizzazione” graduale del funzionamento economico comporterà una nuova degradazione delle condizioni di vita degli operai, rendendola in molti casi irreversibile. Secondo l’OIC, le stime mondiali per il 2021 sono quelle di una perdita che può andare da 36 milioni di posti, nel caso migliore, a 130 milioni nel peggiore.[30]

Significativa in proposito un’analisi sulle grigie prospettive per l’industria dell’automobile: “Un esperto dell’industria automobilistica tedesca ha avanzato la seguente previsione: è pensabile che tutte i grandi mercati automobilistici conosceranno una contrazione in percentuale a due cifre. La Francia e l’Italia saranno le più toccate, con una diminuzione del 25% ciascuna, la Spagna con il 22%, la Germania, gli Stati Uniti e il Messico con il 20% ciascuno. Per il più grande mercato dell’automobile del mondo, la Cina, Dudenhoffer prevede una diminuzione delle vendite di circa il 15%. Nelle fabbriche tedesche si ha un’improvvisa eccedenza da 1,3 a 1,5 milioni di veicoli. La cassa integrazione non può coprire che dei brevi periodi. Nessuna impresa potrebbe conservare delle capacità produttive inutilizzate per più anni. E’ perciò che in Germania sono 100.000 degli 830.000 posti nella costruzione e negli accessori di automobili ad essere minacciati –‘secondo delle ipotesi ottimistiche’- scrive Dudenhoffer."[31]

La precarietà. L’OIC chiama la precarietà “lavoro sottoutilizzato” e stima che ci sono 473 milioni di lavoratori in questa situazione nel mondo (dato 2020). Il lavoro informale è altrettanto importante: “più di due miliardi di lavoratori sono impegnati in attività economiche che sono o insufficientemente coperte, o per niente coperte da disposizioni formali di diritto o di pratica.” Secondo l’OIC, “più di 630 milioni di lavoratori nel mondo non guadagnano abbastanza per poter far uscire se stessi e le loro famiglie dalla povertà[32].

I salari. Per quanto riguarda i salari, l’OIC ha valutato la diminuzione globale dei salari nel mondo dell’8,3% fino al 2020. Malgrado le misure di sostegno governative, i salari sono diminuiti, secondo l’OIC, del 56,2% in Perù, del 21,3% in Brasile, del 6,9% in Vietnam, del 4,0% in Italia, del 2,9% nel Regno Unito e del 9,3% negli Stati Uniti.

Nel rapporto citato prima l’OIC previene che “La crisi ha avuto degli effetti particolarmente devastanti su numerose categorie di popolazioni vulnerabili e di settori nel mondo. I giovani, le donne, le persone debolmente remunerate e i lavoratori poco qualificati dispongono di un potenziale inferiore per agganciare la ripresa economica, e i rischi di ferite di lunga durata e di allontanamento dal mercato del lavoro sono ben reali per loro”.

Il livello incredibile di indebitamento nazionale non può essere mantenuto indefinitamente; a partire da un certo punto esso condurrà necessariamente a misure di austerità drastiche nei settori dell’istruzione, della sanità, delle pensioni, dei sussidi, delle prestazioni sociali, ecc.

Non ci si può aspettare niente dalla “gestione intelligente” del capitalismo di Stato, solo austerità, miseria, caos e nessun avvenire. Il futuro dell’umanità è nelle mani del proletariato, la sua resistenza contro l’austerità, e la politicizzazione di questa resistenza saranno la chiave del futuro periodo.

 

[4] Per fare solo degli esempi : in Italia più di cento miliardi di euro nei vari decreti « sostegno » del governo, , in aggiunta l’Europa ha stanziato circa 800 miliardi per il cosiddetto PNRR (di cui circa 200 andranno all’Italia per il cosiddetto Piano di ripresa e resilienza), negli Stati Uniti il governo ha stanziato (sempre a debito) più di 2000 miliardi di dollari,…

[6] Manifesto del 1° Congresso dell’Internazionale Comunista, Editori Riuniti, pag. 61

[7] Biden ha proposto di convocare una riunione del G10 non per un coordinamento economico, ma per isolare la Cina.

[8] Le imprese zombie sono quelle che devono continuamente rifinanziare il loro debito, cosi che il rimborso di questo debito assorbe tutti i loro profitti e le obbliga anche a contrarre nuovi debiti.

[15] "la conquista sconsiderata di territori « selvaggi » da parte del capitale, (…) l’urbanizzazione crescente, lo sfruttamento di ogni centimetro quadro del pianeta (…) conduce a una coesistenza forzata delle specie”(D.). “C’è effettivamente tendenza a sottostimare a qual punto la pandemia è un prodotto della dimensione ecologica, altra caratteristica fondamentale della decomposizione. La citazione da Le Fil rouge è interessante: la maniera in cui la tendenza alle pandemie è legata allo scambio metabolico con la natura (Marx) – che ha raggiunto delle proporzioni deformate dallo sviluppo del capitalismo nella decadenza e nella decomposizione. – conduce alle radici sociali che sono in atto."(B.)

[17] Rapporto dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI) pubblicato il 27/04/2020. Fonte : https://www.dw.com/es/gasto-militar-mundial-tuvo-su-mayor-aumento-en-una-d%C3%A9cada-seg%C3%BAn-sipri/a-53254197

[23] L'economia di guerra può inizialmente stimolare l’economia. Ma questo stimolo è ingannevole, e lo si può constatare se si guarda sul lungo termine. C’è l’esempio della Russia e, più recentemente, quello della Turchia che dopo un rilancio spettacolare è oggi sempre più indebolita dal peso soffocante dello sforzo di guerra. Stessa cosa per le economie dell’Iran e dell’Arabia Saudita, che prese da una rivalità estrema sono sempre più indebolite.

[24] Citazione dal comunicato della nostra sezione sulla situazione in Germania.

[26] Rapporto sulla crisi economica adottato dal 24° Congresso di Révolution Internationale.

[27] Vedere in proposito il rapporto sulla crisi economica del 24° Congresso di RI.

[28] "La situazione dell’industria del trattamento della carne ha rivelato un’immagine simile a quella dei macelli di Chicago un secolo fa. Ora si sono conosciuti gli elevati tassi di infezione tra il personale dei macelli. Si è saputo che si trattava di aziende di moderna miseria in Germania, con una mano d’opera a molto buon mercato proveniente dall’Europa dell’est, che viveva in baracche o in appartamenti fatiscenti e sovraffollati – affittati dai gestori dei macelli. Centinaia di loro si sono infettati, a causa del loro ammassamento al lavoro come negli alloggi." (Comunicato della sezione in Germania).

[29]Ad aprile 2020, in Spagna, i raccoglitori di fragole, per la maggior parte operai originari del Marocco e dell’Africa hanno tentato di fare sciopero contro l’insopportabile affollamento dei loro quartieri e il governo di coalizione di sinistra ha immediatamente inviato la Guardia Civile.

[31] Citato dal comunicato sulla situazione in Germania.

Vita della CCI: 

Rubric: 

Lavori del 24° Congresso Internazionale della CCI