Bilancio delle riunioni pubbliche sul movimento dei «Gilet gialli»

La CCI ha tenuto sei riunioni pubbliche in Francia sul tema «Perché i proletari devono difendere la loro autonomia di classe». Questo intervento, si è reso necessario per rispondere a numerose questioni riguardanti il movimento dei cosiddetti gilet gialli, questioni poste dal proletariato in generale e da numerosi elementi in via di politicizzazione. In effetti, abbiamo potuto sentire nei mezzi di informazione come nell'ambiente politicizzato che questo movimento è una manifestazione inedita della lotta di classe, qualcosa di comparabile allo sciopero generale del Maggio 1968. Noi rigettiamo questa analisi e rinviamo i lettori ai nostri articoli pubblicati fin dall'inizio di questo movimento.

In queste riunioni pubbliche era importante poter rispondere direttamente ai nostri simpatizzanti e ai nuovi elementi interessati a comprendere questo movimento, soprattutto per ricordare perché la classe operaia non può lasciarsi annegare in un movimento interclassista col rischio di farsi influenzare da ideologie reazionarie e antiproletarie come il nazionalismo patriottico, la xenofobia, il razzismo anti-immigrati. La classe operaia è una classe di immigrati e la sua parola d'ordine è «i proletari non hanno patria. Proletari di tutto il mondo unitevi!»

Era quindi necessario ricordare e dibattere su quello che significa l'interclassismo come pericolo e capire meglio il bisogno di autonomia per la classe operaia nel portare avanti la sua lotta. Non si tratta di questioni semplici e non sono «elucubrazioni idealiste» come un partecipante ci ha rimproverato durante la riunione pubblica a Lione, per esempio.

Queste nozioni di classi, di interclassismo, di autonomia di classe sono oggi secondarie, da relativizzare e da «adattare» al contesto immediato in cui si trova il proletariato? Sono diventate chiaramente obsolete? La lotta proletaria può trovare nuove vie o delle scorciatoie per ritrovare la sua prospettiva rivoluzionaria? Qualsiasi convulsione sociale è benefica per la lotta della classe operaia? Niente di più falso! L'interclassismo è un ostacolo di primo piano per la lotta del proletariato, per la sua coscienza e per la difesa dei suoi interessi di classe rivoluzionaria, la sola capace di mettere fine al caos capitalista.

Un dibattito molto animato

Tra le persone presenti in queste riunioni pubbliche alcuni incontravano la CCI per la prima volta, altri rappresentavano l'ambiente politico proletario (a Marsiglia erano presenti dei militanti della corrente bordighista).

Le discussioni, a Parigi, Lille, Tolosa, Lione, Marsiglia, Nantes, hanno tutte confermato il bisogno di chiarificare e capire la situazione sociale del momento e le prospettive della lotta proletaria.

Contrariamente ad altre riunioni pubbliche del passato, in cui i gruppi dell'ambiente politico avanzavano prioritariamente le loro divergenze con la CCI, ci siamo ritrovati insieme a questi compagni per difendere una voce proletaria e una posizione marxista di fronte all'interclassismo (senza comunque nascondere le divergenze che esistono fra noi). Vogliamo salutare questo stato di spirito responsabile per difendere l'eredità del marxismo e della Sinistra Comunista nel momento in cui altri buttano alle ortiche questa eredità e inficiano allo stesso tempo ogni sforzo di chiarificazione di fronte alle ideologie conservatrici e reazionarie.

La presenza ancora limitata di elementi politicizzati in queste riunioni ha anch'essa un significato che va riconosciuto, indipendentemente dal fatto che in contemporanea ci siano state delle manifestazioni dei gilet gialli. Essa è legata soprattutto alle grandi difficoltà che la classe operaia attualmente incontra (in particolare la perdita della sua identità di classe) e alla campagna borghese che genera diffidenza verso le idee rivoluzionarie. Tutto questo ostacola fortemente la riflessione e spinge anche i proletari più combattivi a sottostimare il pericolo che l'interclassismo rappresenta oggi per tutta la classe operaia.

Tutti i partecipanti a queste riunioni pubbliche hanno espresso un bisogno di chiarificazione politica e di resistenza a tutti i discorsi sulla presunta «boccata di ossigeno» che il movimento dei gilet gialli avrebbe potuto avere per la classe operaia e la sua coscienza. Questa cosiddetta speranza, che l'ideologia dominante coltiva scientemente, è ancora una volta una illusione molto pericolosa. Vogliamo quindi salutare la ricchezza dei dibattiti, questo sforzo di chiarificazione politica, in controcorrente rispetto al clima politico attuale che vuol far credere che «tutto ciò che si muove» per le strade è necessariamente «rivoluzionario».

Nondimeno, le discussioni in queste riunioni pubbliche hanno anche espresso tutte le difficoltà a capire in profondità le questioni cruciali poste dal movimento dei gilet gialli:

– Che cos'è un movimento interclassista?

– Che rappresentano gli strati intermedi, piccolo borghesi?

– Che cos'è l'autonomia di classe del proletariato?

– Che cos'è la classe operaia in quanto sola classe rivoluzionaria in seno alla società?

– Che significa perdita dell’identità di classe per il proletariato? Quali sono le sue debolezze oggi e come può ritrovare questa identità di classe?

– Qual è il peso della decomposizione del capitalismo sulla società, sul proletariato e sul movimento dei gilet gialli?

– Quale è la responsabilità delle organizzazioni rivoluzionarie nella trasmissione delle lezioni delle lotte della classe nel passato e nella difesa della prospettiva rivoluzionaria per le lotte future?

Qui non possiamo rispondere a tutte queste questioni. Ci limiteremo a rendere conto del dibattito che c'è stato sulle prime due.

L’interclassismo, un epifenomeno da relativizzare?

Anche se la quasi totalità dei partecipanti ha espresso il proprio accordo con la dimensione interclassista del movimento, la comprensione profonda di quello che rappresenta e significa l'interclassismo è rimasto ancora molto superficiale.

A Lille, per esempio, dei simpatizzanti hanno espresso l'idea che «c'erano delle cose positive nel movimento che potevano contribuire allo sviluppo della coscienza nella classe». Uno dei due ha, in particolare, affermato che «il movimento aveva permesso di far comprendere che siamo tutti uguali»

In realtà questo è falso. In questo movimento si trovano sia dei piccoli imprenditori, degli artigiani, dei professionisti e degli agricoltori, che degli operai impoveriti che si sono aggiunti per disperazione a questo movimento generale di collera verso gli attacchi del governo Macron. Ma in realtà gli interessi degli uni e degli altri non sono gli stessi. Negli strati intermedi, piccola borghesia in testa, la concorrenza regna sovrana e ogni padroncino spera di preservare i propri interessi. La classe operaia, da parte sua, non possedendo altro che la propria forza lavoro, non ha interessi individuali da difendere, separati dagli altri e dagli interessi generali della classe.

Movimento della classe operaia o contestazione di una somma di individui-cittadini?

Un'altra difficoltà si è espressa nelle discussioni: la classe operaia era presente in quanto tale nel movimento dei gilet gialli? Nella riunione di Lille una parte importante della discussione è stata consacrata a chiarificare la natura del movimento, e la differenza tra la presenza di operai nella rivolta dei gilet gialli e un reale movimento proletario. Questa questione è fondamentale. E' un aspetto sul quale i partecipanti alle nostre riunioni si sono soffermati spesso, senza vedere più in profondità il pericolo di tirare un segno di uguaglianza fra i due.

Nonostante le loro rivendicazioni proletarie contro la perdita del loro potere di acquisto, gli operai presenti non si sono mobilitati sul loro terreno di classe, quello del proletariato, ma in quanto individui e cittadini francesi. Nelle discussioni durante le manifestazioni la parola «popolo» era su tutte le bocche: «popolo abusato», «popolo ignorato», «popolo lavoratore», a conferma che in questo movimento quello che si esprime è la collera del «popolo francese» e non della classe sfruttata. Da qui la Marsigliese cantata regolarmente nelle manifestazioni, e la bandiera tricolore sventolata sui picchetti come stendardo di questo movimento interclassista. Tutte queste espressioni di nazionalismo non sono state MAI rimesse in discussione.

Questo concetto nazionalista di «popolo francese» non può portare che alla diluizione del proletariato in tutti gli altri strati e classi sociali. Reclamare un referendum popolare, una riduzione delle tasse, la richiesta di uno Stato più «giusto» non può portare, in certe circostanze storiche, che all'unione nazionale, alla sacra unione degli sfruttati con i loro sfruttatori.

La natura di classe di un movimento sociale non è determinato dalla sua composizione SOCIOLOGICA ma dal suo orientamento POLITICO e dai suoi metodi di lotta.

Noi dobbiamo affermare alto e forte che la nozione di «popolo francese» non appartiene al vocabolario del marxismo e del movimento operaio, e questo fin dalle giornate del 1848. La bandiera tricolore della Rivoluzione del 1789 è diventata poi quella dei Versagliesi, i massacratori della Comune di Parigi, laddove i comunardi avevano sostituito questo vessillo con la bandiera rossa, diventata il simbolo del movimento operaio e dell'internazionalismo. Il riferimento dei gilet gialli è la Rivoluzione francese del 1789 in cui la rivolta popolare dei «sanculotti» contro la miseria aveva permesso alla borghesia, asfissiata dalle tasse, di prendere il potere politico e sbarazzarsi della nobiltà che aveva il privilegio di non pagare tasse.

Su questa questione alcuni simpatizzanti della CCI hanno relativizzato questo aspetto, considerando che «i riferimenti al 1789, il canto della Marsigliese non sono coscienti, ma conseguenza di una mancanza di conoscenza di quello che significano», il che è vero, ma questo è per caso una questione secondaria, un semplice dettaglio senza importanza? Contrariamente alla rivoluzione del 1789, durante le giornate insurrezionali di giugno 1848 il proletariato ha dovuto ed è arrivato a distaccarsi dagli altri strati sociali per affermarsi come classe indipendente, e come unica forza rivoluzionaria della società. Il Manifesto comunista è diventato allora il programma rivoluzionario della classe portatrice del comunismo, anche se nel 1848, come dice anche Marx, le condizioni della rivoluzione non erano ancora mature. Molti dei partecipanti a queste riunioni pubbliche sembrano disconoscere questo episodio fondamentale della storia del movimento operaio, che permette di dare un quadro storico e teorico alle discussioni.

L'autonomia del proletariato è un lusso?

L'autonomia di classe del proletariato significa l'indipendenza rispetto alle altre classi della società, la sua capacità di dare un orientamento politico all'insieme degli altri strati sociali non sfruttatori. Questa indipendenza di classe del proletariato costituisce una condizione indispensabile per la sua azione rivoluzionaria finalizzata, a termine, al rovesciamento del capitalismo e alla edificazione di una società senza classi e quindi senza sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Gli obiettivi della lotta del proletariato non hanno niente a che spartire con gli obiettivi del movimento nazionalista e «cittadino» dei gilet gialli: migliorare la democrazia borghese, riformare il sistema capitalista per una migliore ripartizione delle ricchezze della nazione francese, e una maggiore «giustizia fiscale». E' per questo che il riferimento dei gilet gialli alla rivoluzione del 1789 e la loro nostalgia di questa rivoluzione del «popolo francese» è completamente reazionario.

Tutti questi dubbi ed interrogativi sulla necessaria autonomia della classe operaia rispetto agli altri strati sociali privi di divenire storico (in particolare la piccola borghesia) traducono, in realtà, una difficoltà a capire quello che la classe operaia è in quanto classe rivoluzionaria. Queste difficoltà non sono di oggi e sono oggetto di discussione con tutto un insieme di elementi che si politicizzano e si interrogano sulla prospettiva rivoluzionaria chiedendosi chi o quale classe può cambiare il mondo. Queste difficoltà sono ulteriormente rafforzate dal fatto che la classe operaia ha subito un riflusso nella coscienza della propria identità, dimenticando momentaneamente la sua esperienza passata fatta di lotte gloriose contro il capitalismo.

Malgrado l'accordo dei nostri simpatizzanti sul pericolo dell'interclassismo, la maggior parte di essi ha espresso l'idea che questo movimento poteva rappresentare una scintilla, una sorta di trampolino per dei movimenti proletari a venire. Certi compagni consideravano «normale che i proletari presenti non siano coscienti, giacché la coscienza si sviluppa nella lotta, e che tocca dunque ai rivoluzionari mostrare loro che il movimento non risponde ai bisogni della classe e che bisogna fare altra cosa». Questa analisi rivela profonde illusioni sulle potenzialità del movimento dei gilet gialli e la possibilità che questo potesse far sorgere una dinamica di classe chiaramente proletaria. Una tale illusione occulta i pericoli contenuti in questo movimento interclassista, in particolare la contaminazione del proletariato da parte di ideologie e metodi di lotta che gli sono completamente estranei. L'idea che questo movimento sarebbe una specie di guida suprema per la classe operaia o un «trampolino» per le sue lotte, rivela anche una mancanza di fiducia nelle potenzialità del proletariato in quanto classe storicamente rivoluzionaria.

Solo il metodo marxista permette di identificare quali sono le forze sociali in movimento, la loro natura profonda, al di là delle semplici apparenze sociologiche. Quanto al ruolo dei rivoluzionari in questo movimento, esso è totalmente derisorio. Poiché si situano controcorrente rispetto a questa marea interclassista e nazionalista, i rivoluzionari non possono avere nessun eco. Per la grande maggioranza dei gilet gialli i rivoluzionari sembrano, nel migliore dei casi, dei «marziani» venuti da un altro pianeta, nel peggiore come dei sabotatori del loro movimento (o degli «indifferentisti»).

A Marsiglia, data la presenza alla riunione pubblica di compagni della corrente bordighista (che pubblicano «Le fil rouge»), la discussione ha permesso di approfondire la questione del pericolo dell'interclassismo, ricordando che nel 1789 la rivoluzione francese contro la monarchia era un movimento popolare interclassista che ha permesso alla borghesia di prendere il potere. Un compagno di Fil rouge ha riportato numerosi argomenti molto profondi a favore della nostra analisi della natura del movimento dei gilet gialli. Il compagno ha, tra l'altro, ricordato che una delle rivendicazioni dei piccoli commercianti in gilet giallo era il boicottaggio degli ipermercati e l'appello a fare i propri acquisti nei piccoli negozi di quartiere. Se gli operai preferiscono andare al supermercato, è semplicemente perché qui i generi di prima necessità sono molto meno cari rispetto ai piccoli negozi di quartiere. E' quindi evidente che gli interessi degli operai poveri che hanno indossato i gilet gialli non sono gli stessi di quelli dei piccoli commercianti soffocati dalla competitività degli ipermercati!

Gli interessi del proletariato non possono quindi che essere diluiti in mezzo alle rivendicazioni proprie della piccola borghesia e dei padroncini. Dobbiamo ricordare che la lotta di classe non è una lotta «popolare» tra «ricchi» e «poveri», ma una lotta di classe tra una classe sfruttata e una classe sfruttatrice.

Per quanto riguarda la questione della violenza, la discussione non si è potuta veramente sviluppare per mancanza di tempo. Anche qui sarà importante tornare e capire perché la borghesia ha fatto uso di un tale livello di repressione (di fronte a un movimento che non poteva mettere in pericolo la sua dominazione di classe) e perché gli scontri dei gilet gialli con le forze dell'ordine, molto spettacolari, non possono rappresentare uno scopo in sè, un mezzo per rafforzare la lotta e far ripiegare il governo e ancor meno di spingere Macron alle dimissioni!

In conclusione, molte questioni fondamentali restano ancora da discutere. Per affrontarle, chiarificarle e capire la posta in gioco della attuale situazione sociale, il quadro politico del marxismo basato sulla storia del movimento operaio resta assolutamente fondamentale.

Stopio, 1 marzo 2019

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