Dopo “la rottura” della lotta di classe, nasce la necessità di politicizzare le lotte

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  • “Il Regno Unito è scosso da un movimento di sciopero storico” (Le Parisien, agosto 2022)
  • “Riforma delle pensioni in Francia: mobilitazione storica” (Midi libre, gennaio 2023)
  • “Sciopero storico dei trasporti tedeschi per salari migliori” (Euronews, marzo 2023)
  • “Canada: uno sciopero storico dei dipendenti pubblici per un aumento salariale” (France 24 aprile 2023)
  • “Stati Uniti: sciopero storico nel settore automobilistico” (France Info, settembre 2023)
  • “Islanda: sciopero storico contro le disuguaglianze salariali” (Tf1, ottobre 2023)
  • “In Bangladesh, uno sciopero storico degli operai del settore tessile” (Libération, novembre 2023)
  • “In Svezia, uno movimento di sciopero interprofessionale storico” (Libération, novembre 2023)
  • “Sciopero storico dei servizi pubblici in Quebec” (Le Monde, dicembre 2023)

I titoli dei giornali non lasciano dubbi: dal luglio 2022 qualcosa sta accadendo nella classe operaia. I lavoratori hanno trovato la via della lotta proletaria a livello internazionale. E questo è davvero un evento “storico”.

La CCI ha qualificato questo cambiamento come una “rottura”. Riteniamo che si tratti di una promettente nuova dinamica per il futuro.

Perché?

Quale approccio dobbiamo adottare per comprendere il significato dell’attuale ripresa della lotta?

Nel gennaio 2022, anche se la crisi sanitaria da Covid era ancora in atto, scrivevamo in un volantino internazionale[1]: “In tutti i paesi, in tutti i settori, la classe operaia vive una degradazione insopportabile delle condizioni di vita e di lavoro. Tutti i governi, di destra o di sinistra, tradizionali o populisti, attaccano senza sosta. Gli attacchi piovono sotto il peso dell'aggravarsi della crisi economica globale.

Nonostante la paura di una crisi sanitaria opprimente, la classe operaia comincia a rispondere. Negli ultimi mesi ci sono state lotte negli Stati Uniti, in Iran, Italia, Corea, Spagna e Francia. Certo, non si tratta di movimenti di massa: gli scioperi e le manifestazioni sono ancora troppo esili, troppo dispersi. Tuttavia la borghesia li sorveglia come il latte sul fuoco, consapevole della portata della rabbia che ribolle.

Come affrontare gli attacchi della borghesia? Rimanere isolati e divisi, ognuno nella “propria” impresa, nel proprio” settore di attività? Questo sicuramente ci rende impotenti! Allora come possiamo sviluppare una lotta unita e di massa?”

Se dal primo mese del 2022 abbiamo scelto di fare e distribuire questo volantino è perché conoscevamo le potenzialità attuali della nostra classe. A giugno, appena 5 mesi dopo, nel Regno Unito è scoppiata "L'estate della collera" (The Summer of Anger), la più grande ondata di scioperi nel paese dal 1979 e del suo "Inverno della collera" (Winter of Anger)[2], un movimento che annunciava tutta una serie di lotte "storiche” in tutto il mondo. Mentre scriviamo queste righe, è in Quebec che lo sciopero si sta estendendo.

Per comprendere la profondità del processo in corso, e le sue sfide, dobbiamo adottare un approccio storico, lo stesso che ci ha permesso di rilevare nell’agosto 2022 questa famosa “rottura”.

1910-1920

Nell’agosto del 1914, il capitalismo annunciò il suo ingresso nella decadenza attraverso la più barbara e sconvolgente maniera possibile, scoppiava la Prima Guerra Mondiale. Durante quattro anni terribili e spaventosi, in nome della Patria, milioni di proletari dovettero massacrarsi nelle trincee, mentre quelli rimasti nelle retrovie – uomini, donne e bambini – furono costretti a faticare notte e giorno per “sostenere lo sforzo bellico”. Le armi sputavano proiettili, le fabbriche sputavano armi. Ovunque, il capitalismo ingoiava metallo e anime.

Di fronte a queste condizioni insopportabili, i lavoratori si ribellarono. Fraternizzazione al fronte, scioperi nelle retrovie. In Russia la dinamica diventò rivoluzionaria, fu l'insurrezione di ottobre. Questa presa del potere da parte del proletariato fu un grido di speranza sentito dagli sfruttati di tutto il mondo. L'ondata rivoluzionaria raggiunse la Germania. Fu questa diffusione che mise fine alla guerra: le borghesie, terrorizzate da questa epidemia rossa, preferirono porre fine alla carneficina e unirsi di fronte al loro nemico comune: la classe operaia. Il proletariato mostrò qui la sua forza, la sua capacità di organizzarsi in modo massiccio, di prendere in mano le redini della società e di offrire a tutta l’umanità una prospettiva diversa da quella promessa dal capitalismo. Da una parte sfruttamento e guerra, dall’altra solidarietà internazionale e pace. Da una parte la morte, dall’altra la vita. Se questa vittoria fu possibile, fu perché la classe e le sue organizzazioni rivoluzionarie avevano accumulato una lunga esperienza nel corso di decenni di lotte politiche a partire dai primi scioperi operai degli anni Trenta dell’Ottocento.

In Germania, nel 1919, 1921 e 1923, i tentativi di insurrezione furono repressi nel sangue (dalla socialdemocrazia allora al potere). Sconfitta in Germania, l’ondata rivoluzionaria fu spezzata, in Russia il proletariato si trovò isolato. Questa sconfitta rappresentò ovviamente una tragedia ma anche e soprattutto una fonte inesauribile di lezioni per il futuro (come comportarsi di fronte ad una borghesia forte e organizzata, con la sua democrazia, con la sua sinistra; come organizzarsi in assemblee generali permanenti; che ruolo ha il partito e che rapporto ha con la classe, con le assemblee e i consigli operai...).

1930-1940-1950

Poiché il comunismo è possibile solo su scala mondiale, l'isolamento della rivoluzione in Russia significò implacabilmente la sua degenerazione. Fu così, “dall’interno”, che la situazione degenerò fino al trionfo della controrivoluzione. La tragedia fu che quella sconfitta rese possibile anche l’identificazione fraudolenta della rivoluzione con lo stalinismo, che falsamente si presentò come suo erede quando in realtà l’assassinava. Solo pochi vedranno lo stalinismo come una controrivoluzione. Gli altri lo difenderanno o lo rifiuteranno, ma tutti sosterranno la menzogna della continuità Marx-Lenin-Stalin, distruggendo così le inestimabili lezioni della rivoluzione.

Il proletariato risultò sconfitto su scala internazionale. Divenne incapace di reagire alle nuove devastazioni della crisi economica: l’inflazione galoppante in Germania negli anni ’20, il crollo del 1929 negli Stati Uniti, ovunque disoccupazione di massa. La borghesia potette così scatenare i suoi mostri e marciare verso una nuova guerra mondiale. Nazismo, franchismo, fascismo, antifascismo… da una parte e dall’altra delle frontiere, i governi si mobilitarono accusando il “nemico” di essere un barbaro. Durante quei decenni bui, i rivoluzionari internazionalisti furono perseguitati, deportati e assassinati. I sopravvissuti si arresero, terrorizzati o moralmente schiacciati. Altri ancora, disorientati e vittime della menzogna “stalinismo = bolscevismo”, rigettarono tutte le lezioni dell’ondata rivoluzionaria e, per alcuni, perfino la teoria della classe operaia come classe rivoluzionaria. Era la “Mezzanotte del secolo”[3]. Solo pochi mantennero la rotta, aggrappandosi a una profonda comprensione di cosa sia la classe operaia, che cosa è la sua lotta per la rivoluzione, quale è il ruolo delle organizzazioni proletarie – incarnare la dimensione storica, la continuità, la memoria e lo sforzo teorico permanente della classe rivoluzionaria. Questa corrente si chiamò e si chiama ancora Sinistra Comunista.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i grandi scioperi nel Nord Italia, e in misura minore in Francia, indussero a credere in un risveglio della classe operaia. Anche Churchill e Roosevelt ci credettero; traendo insegnamento dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dall’ondata rivoluzionaria, bombardarono “preventivamente” tutti i quartieri operai della Germania sconfitta per proteggersi da ogni rischio di rivolta: Dresda, Amburgo, Colonia… tutte queste città vennero rase al suolo con bombe incendiarie, uccidendo centinaia di migliaia di persone. In realtà, questa generazione era stata troppo segnata dalla controrivoluzione e dalla sua repressione ideologica partita dagli anni 20. E la borghesia potette continuare a chiedere agli sfruttati di sacrificarsi senza rischiare una reazione: bisogna ricostruire, aumentare la produttività. Il Partito Comunista Francese ordinò di “rimboccarsi le maniche”.

1968

Fu in questo contesto che scoppiò il più grande sciopero della storia: quello del Maggio 68 in Francia. Quasi tutta la Sinistra comunista non coglierà il significato di questo evento, non riuscendo a comprendere il profondo cambiamento della situazione storica. Un piccolissimo gruppo della Sinistra comunista, apparentemente emarginato in Venezuela, avrà un approccio completamente diverso. Fin dal 1967 Internacionalismo capì che qualcosa stava cambiando. Da un lato, i suoi membri notarono una leggera ripresa degli scioperi e trovarono elementi in tutto il mondo interessati a discutere della rivoluzione. Ci furono anche reazioni alla guerra del Vietnam che, pur dirottate sul terreno del pacifismo, mostravano che la passività e l’accettazione dei decenni precedenti cominciavano a svanire. Capirono inoltre che la crisi economica stava ritornando, annunciata dalla svalutazione della sterlina e dal riemergere della disoccupazione di massa. Tanto che nel gennaio 1968 scrissero: “Noi non siamo profeti e non pretendiamo di indovinare quando e come si svolgeranno gli eventi futuri. Ma ciò di cui siamo effettivamente sicuri e consapevoli riguardo al processo in cui è attualmente immerso il capitalismo è che non è possibile fermarlo (...) e che porta direttamente alla crisi. E siamo anche sicuri che il processo inverso di sviluppo della combattività della classe, che attualmente stiamo vivendo in generale, condurrà la classe operaia in una lotta sanguinosa e diretta per la distruzione dello Stato borghese” (Internacionalismo n°8). Cinque mesi dopo, lo sciopero generalizzato del Maggio 68 in Francia confermava sorprendentemente queste previsioni. Evidentemente non era ancora il momento di “una lotta diretta per la distruzione dello Stato borghese”, ma piuttosto quello di una ripresa storica del proletariato mondiale, alimentata dalle prime manifestazioni della crisi aperta del capitalismo, dopo la più profonda controrivoluzione della storia. Quelle previsioni non furono chiaroveggenza, ma semplicemente la straordinaria padronanza del marxismo da parte d'Internacionalismo e della fiducia che, anche nei momenti peggiori della controrivoluzione, questo gruppo aveva conservato verso le capacità rivoluzionarie della classe. Quattro elementi sono al centro dell'approccio d’Internacionalismo, quattro elementi che gli permetteranno di anticipare il maggio 68 e poi di comprendere, nel vivo degli eventi, la rottura storica che quello sciopero aveva generato, cioè la fine della controrivoluzione e il ritorno sulla scena internazionale del proletariato in lotta. Questi quattro elementi costituiscono una comprensione profonda:

1) il ruolo storico del proletariato come classe rivoluzionaria;

2) la gravità della crisi economica e il suo impatto sulla classe, come stimolo alla combattività;

3) lo sviluppo continuo della coscienza all'interno della classe, una riflessione visibile attraverso le domande che animano le discussioni delle minoranze in cerca di posizioni rivoluzionarie;

4) la dimensione internazionale di questa dinamica generale, crisi economica e lotta di classe.

Sullo sfondo di tutto questo approccio, c'era in Internacionalismo l'idea che stava emergendo una nuova generazione, una generazione che non aveva vissuto la controrivoluzione, una generazione che si confrontava con il ritorno della crisi economica avendo conservato tutto il suo potenziale di riflessione e di lotta, una generazione capace di portare in primo piano il ritorno del proletariato in lotta. Fu proprio questo il Maggio 68, che avrebbe aperto la strada a tutta una serie di lotte a livello internazionale. Ancor di più, stava cambiando l’intero clima sociale: dopo gli anni bui, i lavoratori avevano sete di discutere, elaborare, “rifare il mondo”, soprattutto i giovani. La parola “rivoluzione” si sentiva ovunque. I testi di Marx, Lenin, Luxemburg, così come quelli della Sinistra Comunista circolavano e provocavano dibattiti incessanti. La classe operaia stava cercando di riappropriarsi del suo passato e delle sue esperienze. Contro questo sforzo, tutta una serie di correnti – stalinismo, maoismo, trotskismo, castrismo, modernismo ... – si frapposero per pervertire le lezioni del 1917. La grande menzogna stalinismo = comunismo venne sfruttata in tutte le sue forme.

1970-1980

La prima ondata di lotte fu senza dubbio la più spettacolare: l'autunno caldo italiano del 1969, la violenta rivolta a Cordoba in Argentina nello stesso anno e il grande sciopero in Polonia nel 1970, movimenti importanti in Spagna e Gran Bretagna nel 1972... In Spagna, in particolare, i lavoratori cominciarono ad organizzarsi attraverso assemblee di massa, un processo che raggiunse il suo culmine a Vitoria nel 1976. La dimensione internazionale dell’ondata arrivò fino in Israele (1969) e in Egitto (1972) e, più tardi, rivolte nelle township (borgate) del Sud Africa guidate da comitati di lotta (i "Civics"). Durante questo periodo, Internacionalismo lavorò per raggruppare le forze rivoluzionarie. Un piccolo gruppo con sede a Tolosa e che pubblicava un giornale chiamato Révolution Internationale si unì a questo processo. Insieme, nel 1975, formarono quella che ancora oggi è la Corrente Comunista Internazionale, la nostra organizzazione. I nostri articoli lanciarono “Un saluto alla crisi!” perché, per usare le parole di Marx, non bisogna “vedere nella miseria solo la miseria” ma al contrario “il lato rivoluzionario, sovversivo, che rovescerà la vecchia società” (Miseria della filosofia, 1847). Dopo una breve interruzione a metà degli anni '70, si propagò una seconda ondata: scioperi dei lavoratori petroliferi iraniani, delle acciaierie in Francia nel 1978, "L'inverno della rabbia" in Gran Bretagna, dei lavoratori portuali a Rotterdam (guidati da un comitato di sciopero indipendente), metalmeccanici in Brasile nel 1979 (che contestavano anche il controllo sindacale). Questa ondata di lotte culminò con lo sciopero di massa in Polonia nel 1980, diretto da un comitato di sciopero interaziendale indipendente (il MKS), sicuramente l’episodio più importante della lotta di classe dal 1968. E anche se la dura repressione degli operai polacchi pose fine a quest’ondata, non passò molto tempo prima che prendesse forma un nuovo movimento con le lotte in Belgio nel 1983 e 1986, lo sciopero generale in Danimarca nel 1985, lo sciopero dei minatori in Inghilterra nel 1984-85, le lotte dei ferrovieri e degli operatori sanitari in Francia nel 1986 e 1988, così come il movimento dei dipendenti della scuola in Italia nel 1987. Le lotte in Francia e in Italia, in particolare – come lo sciopero di massa in Polonia – mostrarono una reale capacità di autorganizzazione con assemblee generali e comitati di sciopero.

Questo non è un semplice elenco di scioperi. Questo movimento di ondate di lotte non gira a vuoto, ma determina un reale progresso nella coscienza di classe. Come scrivevamo nell'aprile 1988, in un articolo intitolato “20 anni dopo il maggio 1968”: “Il semplice confronto tra le caratteristiche delle lotte di 20 anni fa con quelle di oggi ci permette di percepire rapidamente la portata dell'evoluzione che si è lentamente fatto spazio nella classe operaia. La sua stessa esperienza, sommata all'evoluzione catastrofica del sistema capitalista, le ha permesso di acquisire una visione molto più lucida della realtà della sua lotta. Ciò ha comportato:

  • una perdita di illusioni sulle forze politiche della sinistra del capitale e innanzitutto sui sindacati verso i quali le illusioni hanno lasciato il posto alla sfiducia e sempre più all'aperta ostilità;
  • l'abbandono sempre più marcato delle forme di mobilitazione inefficaci, vicoli ciechi in cui i sindacati hanno spesso sviato la combattività operaia, come:
    • giornate isolate di mobilitazione, manifestazioni-ballate-funerali;
    • scioperi lunghi e isolati...

Ma l’esperienza di questi 20 anni di lotta non ha fornito solo lezioni “negative” alla classe operaia (ciò che non dovrebbe essere fatto). Essa ha anche trasmesso lezioni su come agire:

  • la ricerca dell'estensione della lotta (Belgio 1986 in particolare);
  • cercare di prendere il controllo delle lotte, organizzandole attraverso assemblee e comitati di sciopero eletti e revocabili; (Francia fine 86, Italia 1987 soprattutto)”.

D'altra parte, fu proprio quella forza della classe operaia che impedì, durante tutti questi anni, alla Guerra Fredda di trasformarsi in Terza Guerra Mondiale. Se le borghesie assestate in due blocchi erano pronte a sbranarsi, gli operai mostravano di non voler sacrificare le loro vite, a milioni, in nome della Patria. Questo lo si vide anche con la guerra del Vietnam: di fronte alle perdite dell’esercito americano (58.281 soldati), la protesta negli Stati Uniti crebbe costringendo la borghesia americana a ritirarsi dal conflitto nel 1973. La classe dominante non poté mobilitare gli sfruttati dei diversi paesi per uno scontro aperto e generalizzato. A differenza degli anni ’30, il proletariato non era sconfitto.

1990…

In realtà, gli anni ’80 cominciarono già a rivelare le difficoltà della classe operaia nello sviluppare ulteriormente la sua lotta, nel realizzare il suo progetto rivoluzionario:

  • Lo sciopero di massa in Polonia nel 1980 fu straordinario per la sua portata e per la capacità degli operai di auto-organizzarsi nella lotta. Ma indica anche che all'Est le illusioni sulla democrazia occidentale erano immense. Cosa ancora più grave, di fronte alla repressione che si abbatté sugli scioperanti, la solidarietà del proletariato occidentale si ridusse a dichiarazioni platoniche, incapace di vedere che da entrambe le parti della cortina di ferro si trattava in realtà di una sola e medesima lotta della classe operaia contro il capitalismo. Questo fu il primo sintomo dell’incapacità del proletariato di politicizzare la propria lotta, di sviluppare ulteriormente la propria coscienza rivoluzionaria.
  • Nel 1981 il presidente americano Ronald Reagan licenziò 11.000 controllori di volo con il motivo che il loro sciopero era illegale. Quella capacità della borghesia americana di sopprimere uno sciopero con l’arma della repressione indicava qual era il rapporto di forze.

La repressione in Polonia e lo sciopero represso negli Stati Uniti agiranno da vera mazzata disorientando il proletariato internazionale per quasi due anni.

Nel 1984, il Primo ministro britannico Margareth Thatcher andò ben oltre. La classe operaia della Gran Bretagna era allora considerata la più combattiva del mondo e, anno dopo anno, raggiunse il record di giorni di sciopero. La Lady di Ferro provocò i minatori; a braccetto con i sindacati, li isolò dal resto dei loro fratelli di classe; per un anno combatteranno da soli, fino allo sfinimento (la Thatcher e il suo governo avevano preparato il loro colpo, accumulando segretamente scorte di carbone); le manifestazioni furono represse nel sangue (tre morti, 20.000 feriti, 11.300 arresti). Il proletariato britannico impiegherà 40 anni per riprendersi da questo colpo, atonico e sottomesso fino all’estate del… 2022 (torneremo su questo). Questa sconfitta dimostrò soprattutto che il proletariato non era riuscito a comprendere la trappola, a spezzare il sabotaggio e la divisione sindacale. La politicizzazione delle lotte rimase in gran parte insufficiente, il che rappresenta un handicap crescente.

Una breve frase del nostro articolo del 1988 che abbiamo già citato riassume da sola il problema cruciale del proletariato di allora: “Si parla forse meno facilmente di rivoluzione nel 1988 che nel 1968”. Noi stessi allora non avevamo compreso sufficientemente tutta la portata di questa osservazione, ne stavamo solo percependo il senso. In effetti, la generazione che aveva compiuto il suo compito ponendo fine alla controrivoluzione nel maggio 1968 non era riuscita a sviluppare anche il progetto rivoluzionario del proletariato.

Questa mancanza di prospettiva cominciò a segnare tutta la società: la droga si diffuse insieme al nichilismo. Non fu un caso che proprio in questo periodo sui muri di Londra furono scritte con lo spray due piccole parole contenute in una canzone del gruppo punk The Sex Pistols: No future.

Fu in questo contesto che cominciarono ad emergere i limiti della generazione del 68 e che arriverà un colpo terribile alla nostra classe: il crollo del blocco dell’Est nel 1989-91 innescò una campagna assordante sulla “morte del comunismo". La grande menzogna “Stalinismo = comunismo” verrà ancora una volta sfruttata al massimo; tutti i crimini abominevoli di questo regime in realtà capitalista saranno attribuiti alla classe operaia e al “suo” sistema. Quel che è peggio, verrà gridato giorno e notte: “Ecco dove porta la lotta operaia: alla barbarie e al fallimento! Ecco dove porta questo sogno di rivoluzione: verso un incubo!” Il risultato si rivelò terribile: gli operai cominciarono a vergognarsi della loro lotta, della loro classe, della loro storia. Privati di prospettiva, negarono sé stessi, perdendo anche la memoria. Tutte le conquiste dei grandi movimenti sociali del passato caddero nel limbo dell'oblio. Questo cambiamento storico della situazione mondiale finì per far precipitare l’umanità in una nuova fase di declino capitalista: la fase di decomposizione.

La decomposizione non è un momento fugace e superficiale, è una dinamica profonda che struttura la società. La decomposizione è l’ultima fase del capitalismo decadente, una fase di agonia che finirà con la morte dell’umanità o con la rivoluzione. È il frutto del fatto che negli anni ’70-’80 né la borghesia né il proletariato riuscirono a imporre la propria prospettiva: guerra per l’uno, rivoluzione per l’altro. La decomposizione esprime questa sorta di blocco storico tra le classi:

1. La borghesia non ha inflitto alla classe operaia una sconfitta storica decisiva che le avrebbe lasciato la strada libera per lanciarsi in una nuova guerra mondiale.

2. La classe operaia, nonostante i 20 anni di lotta che impedirono la marcia verso la guerra e che videro sviluppi significativi nella coscienza di classe, non fu in grado di sviluppare la prospettiva della rivoluzione, di proporre la propria alternativa politica alla crisi del sistema.

Risultato: privato di ogni via d’uscita ma sprofondato ulteriormente nella crisi economica, il capitalismo decadente comincia a marcire. Questa putrefazione colpisce la società a tutti i livelli, l’assenza di prospettiva, di futuro, agisce come un vero veleno: aumento dell’individualismo, dell’irrazionalità, della violenza, dell’autodistruzione, ecc. La paura e l’odio prevalgono gradualmente. In Sudamerica si sviluppano i cartelli della droga, ovunque il razzismo... Il pensiero è segnato dall'impossibilità di proiettarsi oltre una visione breve e ristretta; la politica della borghesia si trova sempre più limitata. Questa atmosfera nauseabonda permea forzatamente i proletari, soprattutto perché non credono più nel futuro della rivoluzione, si vergognano del loro passato e non si sentono più una classe. Atomizzati, ridotti a semplici cittadini, subiscono il peso della putrefazione della società. La cosa più grave è sicuramente quella sorta di amnesia rispetto alle conquiste e ai progressi del periodo 1968-1989.

Per affondare ancora di più il colpo, le politiche economiche della classe dominante attaccano deliberatamente qualsiasi sentimento di identità di classe, sia frantumando i vecchi centri industriali di resistenza della classe operaia, sia introducendo forme di lavoro molto più atomizzate, come i cosiddetti “gig economy” (piccoli lavori saltuari) dove gli operai sono regolarmente trattati come “lavoratori autonomi”.

Per un’intera fascia della gioventù proletaria, la conseguenza è catastrofica: la tendenza a formare bande nei centri urbani, che esprimono la mancanza di qualsiasi prospettiva economica e la disperata ricerca di una comunità alternativa, che si traduce nella creazione di divisioni mortali tra i giovani, basata sulla rivalità tra quartieri e condizioni diverse, sulla concorrenza per il controllo dell’economia locale della droga, o sulle differenze razziali o religiose.

Se la generazione del ‘68 ha subito questo riflusso, la generazione che entrava nel mondo degli adulti nel 1990 – con la menzogna della “morte del comunismo” unita a questa dinamica di decomposizione della società – sembrava persa per la lotta di classe.

2000-2010

Nel 1999, a Seattle, durante una conferenza dell'OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), un nuovo movimento politico apparve sulla scena mediatica: quello anti-globalizzazione. 40.000 manifestanti, la stragrande maggioranza dei quali giovani, si opponevano all'evoluzione della società capitalista che mercifica l'intero pianeta. Al vertice del G8 di Genova nel 2001 erano 300mila.

Cosa rivela l’apparizione di questa corrente?

Contrariamente a quello che nel 1990 il presidente americano George Bush padre aveva promesso, “un nuovo ordine mondiale” fatto di “pace e prosperità”, la realtà del decennio fu ben diversa: guerra del Golfo nel 1991, in Jugoslavia nel 1993, genocidio in Ruanda nel 1994, crisi e fallimento delle “Tigri asiatiche” nel 1997… e ovunque aumento della disoccupazione, della precarietà, della “flessibilità”. In breve, il capitalismo ha continuato a sprofondare nella sua decadenza. Il che, inevitabilmente, ha spinto la classe operaia e tutti gli strati della società a preoccuparsi, a interrogarsi, a riflettere. Ognuno nel proprio angolo. L’emergere del movimento no-global è il risultato di questa dinamica: una protesta “cittadina”, che si oppone alla “globalizzazione” e richiede un capitalismo globale “giusto”. È un’aspirazione a un altro mondo, ma su un terreno non operaio, non rivoluzionario, sul terreno borghese della fede nella democrazia.

Gli anni 2000-2010 saranno un susseguirsi di tentativi di lotta che si dovranno confrontare tutti con l’importante debolezza legata alla perdita dell'identità di classe.

Il 15 febbraio 2003 ebbe luogo la più grande manifestazione globale mai registrata (fino ad oggi). 3 milioni di persone a Roma, 1 milione a Barcellona, 2 milioni a Londra, ecc. Si trattò di una protesta contro l'imminente guerra in Iraq – che scoppierà infatti a marzo, con il pretesto della lotta al terrorismo, durerà 8 anni e causerà 1,2 milioni di morti. In quel movimento c'era il rifiuto della guerra, laddove le guerre degli anni '90 non avevano suscitato alcuna resistenza. Ma era soprattutto un movimento di “cittadini” e pacifista; non era la classe operaia che lottava contro le velleità guerriere dei propri Stati, ma un insieme di cittadini che chiedevano una politica di pace ai propri governi.

Nel maggio-giugno 2003, in Francia si svolsero numerose manifestazioni contro la riforma del sistema pensionistico. Lo sciopero scoppiò nel settore dell’Istruzione Nazionale, ci fu la minaccia di uno “sciopero generale”, che alla fine non ebbe luogo e gli insegnanti rimasero isolati. Questo confinamento settoriale era stato il frutto, evidentemente, di una deliberata politica di divisione da parte dei sindacati, ma questo sabotaggio riuscì perché si basava su una grandissima debolezza della classe: gli insegnanti si consideravano persone diverse, non si sentivano lavoratori, membri della classe operaia. In quel momento, la nozione stessa di classe operaia era ancora persa nel limbo, rifiutata, vergognosa, obsoleta.

Nel 2006, gli studenti francesi si mobilitarono in maniera massiccia contro un contratto precario riservato ai giovani: il CPE (contratto di primo impiego). Questo movimento dimostrerà un paradosso: la riflessione continuava nella classe ma la classe non lo sapeva. Gli studenti stavano infatti riscoprendo una forma di lotta autenticamente operaia: le Assemblee Generali. In queste AG avevano luogo vere e proprie discussioni; esse erano aperte agli operai, ai disoccupati, ai pensionati; applauditi gli interventi dei più anziani. Lo slogan faro dei cortei era: “giovane pancetta, vecchi crostini, tutta la stessa insalata”. C’era l’emergere della solidarietà operaia tra le generazioni e la consapevolezza che tutti erano coinvolti, che tutti dovevano unirsi come una cosa sola. Questo movimento, che andava oltre il quadro sindacale, conteneva il “rischio” (per la borghesia) di attirare dipendenti e operai in un percorso altrettanto “incontrollato”. Il capo del governo fu costretto a ritirare il disegno di legge. Quella vittoria segnò un progresso negli sforzi compiuti dalla classe operaia dall’inizio degli anni 2000 per uscire dalla crisi degli anni 90. Nel fuoco della lotta, pubblicammo e distribuimmo un supplemento dal titolo: “Salute alle nuove generazioni della classe operaia!". E in effetti, quel movimento mostrò l'emergere di una nuova generazione che non aveva sperimentato né il fiato corto delle lotte degli anni '80 e talvolta la loro repressione, né direttamente la grande menzogna "stalinismo = comunismo", "rivoluzione = barbarie", una nuova generazione colpita dallo sviluppo della crisi e della precarietà, una nuova generazione pronta a rifiutare i sacrifici imposti e a lottare. Tuttavia, quella generazione era cresciuta anche negli anni ’90, ciò che la segnò di più fu l’apparente assenza della classe operaia, la scomparsa del suo progetto e della sua esperienza. Quella nuova generazione dovette quindi “reinventarsi”; di conseguenza, essa riprese i metodi di lotta del proletariato ma – e il “ma” è significativo – in modo inconscio, per istinto, diluendosi nella massa dei “cittadini”. È un po’ come nella commedia di Molière in cui Monsieur Jourdain scrive in prosa senza saperlo. Ciò spiega il perché, una volta scomparso, questo movimento non lasciò alcuna traccia apparente: nessun gruppo, nessun giornale, nessun libro... Gli stessi protagonisti sembrarono dimenticare molto presto ciò che avevano vissuto.

Il “movimento delle piazze” che scuoterà il pianeta qualche anno dopo sarà una palese dimostrazione di queste forze contraddittorie, di questo slancio e di queste profonde e storiche debolezze. La combattività si sviluppava, come la riflessione, ma senza riferimento alla classe operaia e alla sua storia, senza avere la sensazione di appartenenza al proletariato, senza identità di classe.

Il 15 settembre 2008, il più grande fallimento della storia, quello della banca d’investimento Lehman Brothers, scatenò un’ondata di panico internazionale; era la cosiddetta crisi dei “subprime”. Milioni di lavoratori persero i loro magri investimenti e le pensioni di anzianità; i piani di austerità gettarono intere popolazioni nella povertà. Immediatamente si mise in moto il rullo compressore della propaganda: non era il sistema capitalista a mostrare ancora una volta i suoi limiti ma erano i disonesti ed avidi banchieri a essere la causa di ogni male. La prova era che alcuni paesi stavano andando bene, in particolare i BRICS, la Cina. La forma stessa che assunse questa crisi, una "stretta creditizia" che comportò una massiccia perdita di risparmi per milioni di lavoratori, rese ancora più difficile una risposta su base di classe, poiché l'impatto sembrava colpire più le singole famiglie che una classe associata. Cioè proprio quello che era il tallone d’Achille del proletariato dal 1990, la perdita della coscienza della sua esistenza come classe e che addirittura era e rimane la forza principale della società.

Nel 2010, la borghesia francese colse questo contesto di grande confusione della classe per orchestrare con i suoi sindacati una serie di quattordici giorni di azione che avrebbero portato alla vittoria del governo (l’adozione di un’altra riforma delle pensioni), allo sfinimento e alla demoralizzazione. Limitando la lotta ai cortei sindacali, senza vita né discussione nei cortei, la borghesia riuscì a sfruttare le grandi debolezze politiche dei lavoratori per cancellare ulteriormente la principale lezione positiva del movimento anti-CPE del 2006: le assemblee generali come polmoni della lotta.

Il 17 dicembre 2010, in Tunisia, un giovane venditore ambulante di frutta e verdura subì la requisizione della sua misera merce dalla polizia, che lo picchiò pure. Disperato, si diede fuoco. Quello che ne seguì fu un vero e proprio grido di rabbia e indignazione che scosse l’intero Paese e ne varcò i confini. La spaventosa povertà e la repressione in tutto il Maghreb spinsero le popolazioni alla rivolta. Le masse si riunirono, prima in piazza Tahrir, in Egitto. I lavoratori che lottavano si ritrovarono diluiti nella folla, in mezzo a tutti gli altri strati della società non sfruttatori; lo slogan in ogni paese era “Vattene!”: “Mubarak vattene”, “Kadafi vattene”, ecc. Era un appello alle dimissioni dei leader e alla loro sostituzione; i protagonisti chiedevano democrazia e condivisione delle ricchezze. La rabbia si tradusse quindi in questi slogan illusori e borghesi.

Nel 2011, in Spagna, un’intera generazione precaria, costretta a restare con i propri genitori, si ispirò a quella che oggi viene chiamata “La Primavera Araba” e invase a sua volta la piazza di Madrid. Lo slogan fu: “Da Piazza Tahrir a Puerta del Sol”. Nacque il movimento degli “Indignados”, che si diffuse in tutto il Paese. Anche se si trattò di un raggruppamento di tutti gli strati della società come nel Maghreb, qui la componente operaia fu largamente maggioritaria. Pertanto, le riunioni assunsero la forma di assemblee per discutere e organizzarsi. Durante il nostro intervento potemmo notare una sorta di slancio internazionalista attraverso i tanti saluti alle espressioni di solidarietà provenienti da tutti gli angoli del mondo, lo slogan "rivoluzione mondiale" venne preso sul serio, accompagnato dal riconoscimento che "il sistema è obsoleto" e da un forte desiderio di discutere della possibilità di una nuova forma di organizzazione sociale, si sollevavano molte domande sulla moralità, sulla scienza, sulla cultura, …

Negli Stati Uniti, in Israele, nel Regno Unito… questo “movimento delle piazze” prenderò poi il nome di “Occupy”. Venne quindi messo al centro il fatto di “occupare”; i partecipanti testimoniavano la loro sofferenza legata alla precarietà e alla flessibilità che rendono quasi impossibile semplicemente avere colleghi veri e stabili, o un minimo di vita sociale. Questa destrutturazione e sfruttamento forsennato individuale, isola, atomizza. I protagonisti di Occupy manifestarono così la loro gioia di riunirsi per formare una comunità, di poter discutere e anche vivere in collettivo. C'era quindi già una sorta di regressione rispetto agli Indignados, perché non si trattava tanto di combattere quanto di stare insieme. Ma soprattutto, Occupy è nato negli Stati Uniti, paese della repressione operaia sotto Reagan, paese simbolo della vittoria del capitalismo sul “comunismo”, paese campione della sostituzione della classe operaia con lavoratori “autonomi” e “liberi professionisti”. Questo movimento era quindi estremamente segnato dalla perdita dell'identità di classe, dalla cancellazione di tutta l'esperienza operaia accumulata ma repressa. Occupy si concentrerà sulla teoria dell’1% (la minoranza che detiene la ricchezza… di fatto la borghesia) per chiedere più democrazia e una migliore distribuzione dei beni. In altre parole, un pio e pericoloso desiderio di un capitalismo migliore, più giusto e più umano. D'altronde, la roccaforte del movimento fu Wall Street, la Borsa di New York (Occupy Wall Street), a simboleggiare che il nemico era la finanza disonesta.

Ma in fondo, questa debolezza caratterizzava anche gli Indignados: la tendenza a considerarsi “cittadini” piuttosto che proletari rende l’intero movimento vulnerabile all’ideologia democratica, che finì per permettere a partiti borghesi come Syriza in Grecia e Podemos in Spagna di presentarsi come i veri eredi di queste rivolte. “Democrazia Real Ya!” "Democrazia ora" diventò la parola d'ordine del movimento.

Infine, il riflusso di questo “movimento delle piazze” aggravò ulteriormente il riflusso generale della coscienza di classe. In Egitto, le illusioni sulla democrazia aprirono la strada al ripristino dello stesso tipo di governo autoritario che era stato il catalizzatore iniziale della “Primavera araba”; in Israele, dove le manifestazioni di massa un tempo lanciavano lo slogan internazionalista: “Netanyahu, Mubarak, Assad, lo stesso nemico”, in quel momento stavano prendendo il sopravvento le brutali politiche militariste del governo Netanyahu; in Spagna, molti giovani che avevano aderito al movimento si ritrovarono bloccati nell’impasse assoluta del nazionalismo catalano o spagnolo. Negli Stati Uniti, l’attenzione all’1% alimentò il sentimento populista contro “le élite”, “l’establishment”, …

Il periodo 2003-2011 rappresentò quindi tutta una serie di sforzi della nostra classe per lottare contro il continuo deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro in questo capitalismo in crisi ma, privato dell’identità di classe, si tradusse (temporaneamente) in un marasma maggiore. E l’aggravarsi della decomposizione negli anni 2010 rafforzerà ulteriormente queste difficoltà: sviluppo del populismo, con tutta l’irrazionalità e l’odio che questa corrente politica borghese contiene, proliferazione internazionale di attacchi terroristici, presa di intere regioni da parte dei trafficanti di droga in Sud America, da parte dei signori della guerra in Medio Oriente, Africa e Caucaso, immense ondate di migranti in fuga dall’orrore della fame, della guerra, della barbarie, della desertificazione legata al riscaldamento globale… il Mediterraneo stava diventando un cimitero acquatico.

Questa dinamica marcia e mortale tese a rafforzare il nazionalismo e a fare affidamento sulla “protezione” dello Stato, a lasciarsi influenzare dalle false critiche al sistema offerte dal populismo (e, per una minoranza, dal jihadismo), ad aderire alla “politica identitaria” … La mancanza di identità di classe veniva aggravata dalla tendenza alla frammentazione in identità razziali, sessuali e di altro tipo, che a loro volta rafforzavano l’esclusione e la divisione, dal momento che solo il proletariato che lotta per i propri interessi può essere veramente inclusivo.

In una parola, la società capitalista stava e sta putrefacendosi.

2020…

Tuttavia nella situazione attuale non dobbiamo vedere solo la decomposizione. Altre forze sono all’opera: con lo sprofondamento nella decadenza, la crisi economica si aggrava e spinge alla necessità di lottare; l'orrore della vita quotidiana pone costantemente questioni che non possono non provocare riflessioni nella mente degli operai; le lotte degli ultimi anni hanno cominciato a portare qualche risposta e queste esperienze stanno arando il loro solco senza che ce ne rendiamo conto. Per riprendere le parole di Marx: “Riconosciamo la nostra vecchia amica, la nostra vecchia talpa che sapendo ben scavare nel sottosuolo non può che apparire all’improvviso”.

Nel 2019, in Francia si sviluppò un movimento sociale contro una nuova riforma delle pensioni (sic). Ancor più della combattività, che era elevata, ciò che attirò la nostra attenzione fu la tendenza alla solidarietà tra generazioni che veniva espressa nei cortei: molti operai prossimi ai sessant’anni – e quindi non direttamente interessati dalla riforma – scioperavano e manifestavano affinché i giovani salariati non subissero questo attacco del governo. La solidarietà intergenerazionale molto presente nel 2006 sembrò riemergere. Sentimmo i manifestanti cantare “La classe operaia esiste!”, “Siamo qui, siamo qui per l’onore dei lavoratori e per un mondo migliore” e difendere l’idea della “guerra di classe”. Anche se si tratta di una minoranza, l'idea fluttuava nuovamente nell'aria, una novità dopo 30 anni!

Nel 2020 e nel 2021, durante la pandemia da Covid e i suoi molteplici confinamenti, sottolineammo l’esistenza di scioperi negli Stati Uniti, in Iran, in Italia, in Corea, in Spagna o in Francia che, anche se sparsi, testimoniavano la profondità della rabbia, in quanto in quei tempi di cappe di piombo statali era particolarmente difficile lottare in nome della “salute per tutti”.

Ecco perché, quando nel gennaio 2022 ritornò con forza, dopo quasi 30 anni di calma. sul fronte economico l’inflazione, decidemmo di scrivere un volantino internazionale:

“I prezzi si stanno impennando, soprattutto per i beni di prima necessità: cibo, energia e trasporti. L'inflazione nel 2021 ha già superato quella registrata dopo la crisi finanziaria del 2008. Negli Stati Uniti è stata del 6,8%, il livello più alto degli ultimi 40 anni. In Europa il costo dell'energia è salito del 26% negli ultimi mesi! Dietro queste cifre c’è la realtà di un numero crescente di persone che hanno difficoltà a nutrirsi, avere una casa, riscaldarsi e spostarsi

Ed è in questo volantino che annunciammo:

In tutti i paesi, in tutti i settori, la classe operaia vive una degradazione insopportabile delle condizioni di vita e di lavoro. (…) Gli attacchi piovono sotto il peso dell'aggravarsi della crisi economica globale.

Nonostante la paura di una crisi sanitaria opprimente, la classe operaia comincia a rispondere. (…). Certo, non si tratta di movimenti di massa: gli scioperi e le manifestazioni sono ancora troppo esili, troppo dispersi. Tuttavia la borghesia li sorveglia come il latte sul fuoco, consapevole della portata della rabbia che ribolle. (…)

Allora come possiamo sviluppare una lotta unita e di massa?

Lo scoppio della guerra in Ucraina, un mese dopo, suscitò sconforto; nella classe si temeva che il conflitto si allargasse e che degenerasse. Ma, allo stesso tempo, la guerra peggiorava notevolmente l’inflazione; ad essere duramente colpito sarà il Regno Unito, già in difficoltà per gli effetti disastrosi della Brexit

Di fronte a questo insopportabile deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro, nel Regno Unito scoppiarono scioperi in molteplici settori (sanità, istruzione, trasporti, ecc.): è stata quella che i media hanno chiamato “L'estate della collera” “The Summer of Anger”, in riferimento a “L'inverno della collera” del 1979 (che rimane il movimento più massiccio in tutti i paesi dopo quello del maggio 1968 in Francia)!

Nel tracciare questo parallelo tra questi due grandi movimenti separati da 43 anni, i giornalisti dicevano molto più di quanto pensavano. Perché dietro questa espressione di “rabbia” si nasconde un movimento estremamente profondo. Due espressioni correranno di picchetto in picchetto: “Adesso basta” e “Siamo lavoratori”. In altre parole, se i lavoratori britannici si sollevano contro l’inflazione, non è solo perché è insostenibile. La crisi è necessaria ma non sufficiente. È anche perché è maturata la coscienza nelle teste dei lavoratori, che la talpa ha scavato per decenni e ora mostra un pezzettino di muso. Riprendendo il metodo dei nostri antenati di Internacionalismo che aveva permesso loro di anticipare l'avvento del maggio 68 e poi di comprendere il suo significato storico, noi siamo stati in grado, dall’agosto 2022, di evidenziare nel nostro volantino internazionale che il risveglio del proletariato britannico ha un significato globale e storico; è per tale motivo che il nostro volantino si conclude così: “Gli scioperi di massa nel Regno Unito sono un appello alla lotta per i proletari di tutti i paesi”. Il fatto che il proletariato che fondò la Prima Internazionale con il proletariato francese nel 1864 a Londra, che è stato il più combattivo dei decenni 1970-80, che ha subito una grave sconfitta contro la Thatcher nel 1984-85 e che da allora non è stato più capace di reagire, e che oggi annuncia “ troppo è troppo” rivela ciò che sta maturando nel profondo delle viscere della nostra classe: il proletariato comincia a recuperare la propria identità di classe, a sentirsi più fiducioso, a sentirsi una forza sociale e collettiva.

Tanto più che questi scioperi stanno scoppiando contemporaneamente alla guerra in Ucraina e nel momento in cui infuriano tutti i suoi discorsi patriottici. Come dicevamo nel nostro volantino di fine agosto 2002: “L'importanza di questo movimento non sta solo nel fatto che sta ponendo fine a un lungo periodo di passività. Queste lotte si sviluppano in un momento in cui il mondo si trova ad affrontare una guerra imperialista su larga scala, una guerra che contrappone sul terreno la Russia all'Ucraina, ma che ha un impatto globale con, in particolare, una mobilitazione dei Paesi membri della NATO. Un impegno in armi ma anche a livello economico, diplomatico e ideologico. Nei paesi occidentali, i governi chiedono sacrifici per “difendere la libertà e la democrazia”. In concreto, ciò significa che i proletari di questi paesi devono stringere ancora di più la cinghia per “dimostrare la loro solidarietà con l'Ucraina – in realtà con la borghesia ucraina e la classe dirigente dei paesi occidentali(…) I governi chiedono “sacrifici per combattere l’inflazione”. È una farsa infame, nel momento in cui non fanno altro che peggiorare la situazione aumentando le spese per la guerra. Questo è il futuro che stanno promettendo il capitalismo e le sue borghesie nazionali in concorrenza: più guerre, più sfruttamento, più distruzione, più miseria.

E, anche se i lavoratori non ne sono sempre pienamente consapevoli, gli scioperi dei lavoratori in Gran Bretagna ci stanno indicando proprio questo: il rifiuto di sacrificarsi sempre di più per gli interessi della classe dominante, il rifiuto di sacrificarsi per l'economia nazionale e per lo sforzo bellico, il rifiuto di accettare la logica di questo sistema che porta l'umanità verso la catastrofe e, in ultima analisi, alla sua distruzione.

Mentre nel Regno Unito gli scioperi continuano e colpiscono sempre più settori, in Francia sta emergendo un grande movimento sociale contro… la riforma delle pensioni. Le stesse caratteristiche compaiono al di qua della Manica, anche in Francia i manifestanti sottolineano la loro appartenenza al campo operaio e il “Quando è troppo è troppo” viene ripreso nella forma “Ora basta!”. Ovviamente, il proletariato francese apporta a questa dinamica internazionale la sua abitudine a scendere in piazza in massa, ciò che contrasta con la dispersione dei picchetti imposti dai sindacati nel Regno Unito. Ancora più significativo del contributo di questo episodio di lotta al processo internazionale globale è lo slogan che fiorisce ovunque nei cortei: “tu ci metti 64, noi ti rimettiamo il 68” (il governo vuole spostare l'età pensionabile legale a 64 anni, i manifestanti si oppongono con il desiderio di ripetere il Maggio 68). Al di là dell'ottimo gioco di parole (l'inventiva della classe operaia in lotta), questo slogan immediatamente popolare indica che il proletariato, cominciando a riconoscersi come classe, cominciando a recuperare la sua identità di classe, comincia anche a ricordarsi, a riattivare la tua memoria dormiente. Anche noi, partecipando ai cortei, siamo rimasti sorpresi nel vedere apparire riferimenti al movimento del 2006 contro il CPE. Mentre questo episodio sembrava cancellato, ignorato da tutti, ora i giovani manifestanti tornano a parlarne, chiedendosi cosa sia successo ... Pubblichiamo e distribuiamo quindi subito un nuovo volantino, per ritornare alla cronologia del movimento e ai suoi insegnamenti (l'importanza delle assemblee generali aperte e sovrane, cioè realmente organizzate e dirette dall'assemblea e non dai sindacati). Vedendo il titolo, i manifestanti ci chiedono il volantino e alcuni, dopo averlo letto, quando ci incontrano nuovamente in strada ci ringraziano. Non è quindi solo il fattore ‘rottura’ che spiega la capacità dell’attuale nuova generazione a trascinare l’intero proletariato nella lotta. Al contrario, la nozione di continuità è forse ancora più importante. Avevamo quindi ragione a scrivere nel 2020: “le acquisizioni delle lotte del periodo 1968-1989 non sono perse, anche se sembra che molti operai (e certi rivoluzionari) possano averle dimenticate: lotta per l'auto-organizzazione e l'estensione delle lotte; inizio della comprensione del ruolo anti-operaio dei sindacati e dei partiti capitalisti di sinistra; resistenza all’arruolamento nelle guerre; sfiducia nei confronti del gioco elettorale e parlamentare, ecc. Le lotte future dovranno fare affidamento sull'assimilazione critica di questi risultati andando molto oltre e certamente non sulla loro negazione o sulla loro dimenticanza” (articolo bilancio del 23° congresso, Rivista Internazionale n. 35, 2020)[4].

L'esperienza accumulata dalle generazioni precedenti, a partire dal 68, e anche dall'inizio del movimento operaio, non è stata cancellata ma immersa in una memoria sopita; la riconquista dell'identità di classe permette di riattivarla, e alla classe operaia di mettersi alla riconquista della propria storia.

Concretamente, le generazioni che hanno vissuto il 68 e il confronto con i sindacati negli anni '70/'80 sono ancora vive oggi, possono raccontare storie, trasmetterle. Anche la generazione “perduta” degli anni ’90 potrà dare il suo contributo. I giovani delle assemblee del 2006 e del 2011 potranno finalmente comprendere quello che hanno fatto, il senso della loro autorganizzazione, e raccontarlo ai nuovi. Da un lato, questa nuova generazione degli anni 2020 non ha subito le sconfitte degli anni ‘80 (sotto Thatcher e Reagan), né la menzogna del 1990 sulla morte del comunismo e la fine della lotta di classe, né gli anni scuri che seguirono; dall’altro, è cresciuta in una crisi economica permanente e in un mondo in difficoltà; per questo porta dentro di sé una combattività intatta. Questa nuova generazione può portare dietro di sé tutte le altre, mentre deve ascoltarle, imparare dalle loro esperienze, dalle loro vittorie e dalle loro sconfitte. Passato, presente e futuro possono nuovamente incontrarsi. È tutto questo potenziale che porta con sé il movimento attuale e futuro, è tutto ciò che sta dietro la nozione di “rottura”: una nuova dinamica che rompe con l’atonia e l’amnesia che dominano dal 1990, una nuova dinamica che si riappropria della storia del movimento operaio in modo critico per portarlo ben più lontano. Gli scioperi che si sviluppano oggi sono il frutto della maturazione sotterranea dei decenni precedenti e possono a loro volta consentire una maturazione molto più grande.

E ovviamente coloro che rappresentano questa continuità storica e questa memoria, le organizzazioni rivoluzionarie, hanno un ruolo immenso da svolgere in questo processo.

Di fronte agli effetti devastanti della decomposizione, il proletariato dovrà politicizzare le sue lotte

Dal 2020 e dalla pandemia da Covid, la decomposizione del capitalismo si è accelerata su tutto il pianeta. Tutte le crisi di questo sistema decadente – sanitaria, economica, climatica, sociale, bellica – si uniscono e formano un vortice devastante[5]. Questa dinamica rischia di trascinare tutta l’umanità verso la morte.

La classe operaia si trova quindi di fronte ad una grande sfida, quella di riuscire a sviluppare il suo progetto rivoluzionario e proporre così la sua prospettiva, quella del comunismo, in questo contesto putrescente. Per farlo essa stessa deve già riuscire a resistere a tutte le forze centrifughe che vengono esercitate senza tregua su di lei, deve essere capace di non lasciarsi prendere dalla frammentazione sociale che spinge al razzismo, allo scontro tra bande rivali, al ripiego, alla paura, deve essere capace di non cedere alle sirene del nazionalismo e della guerra (quelle presunte umanitarie, antiterroristiche, di "resistenza", ecc... le borghesie accusano sempre di barbarie il nemico per giustificare la loro). Resistere a tutta questa gangrena che corrompe gradualmente l'intera società e riuscire a sviluppare la sua lotta e la sua prospettiva implica necessariamente che tutta la classe operaia elevi il suo livello di coscienza e di organizzazione, riesca a politicizzare le sue lotte, crei luoghi di dibattito, d'elaborazione e gestione degli scioperi da parte degli stessi operai.

Allora, cosa ci dicono tutti questi scioperi, descritti dai media come “storici”, sulle dinamiche attuali e sulla capacità della nostra classe di continuare i suoi sforzi, nonostante sia circondata da un mondo in rovina?

Frammentazione sociale contro solidarietà operaia

La solidarietà espressa in tutti gli scioperi e in tutti i movimenti sociali dal 2022 dimostra che la classe operaia, quando lotta, riesce non solo a resistere a questo marciume sociale, ma anche a dare il via a un antidoto, la promessa di un'altra possibilità: la solidarietà proletaria. La sua lotta è l’antitesi alla guerra di tutti contro tutti verso la quale spinge la decomposizione.

Nei picchetti di sciopero e nei cortei dei manifestanti, in Canada, in Francia e in Islanda, le espressioni più ricorrenti sono “Siamo tutti sulla stessa barca!” e “Dobbiamo lottare tutti insieme!”.

Anche negli Stati Uniti, un paese incancrenito dalla violenza, dalla droga, dal ripiego e dalla divisione razziale, la classe operaia è stata in grado di proporre la questione della solidarietà operaia tra settori e tra generazioni. Le testimonianze emerse dallo sciopero “storico” di quest’estate, di cui i lavoratori dell’industria automobilistica erano al centro, mostrano addirittura che il processo continua a progredire e ad approfondirsi:

  • Dobbiamo dire che ciò che è troppo è troppo!” Non solo noi, ma l’intera classe operaia di questo paese dovrà dire, ad un certo punto, “Dobbiamo dire che ciò che è troppo è troppo!” (…) Tutti noi ne abbiamo abbastanza: i precari ne hanno abbastanza, i dipendenti di lunga data come me, ne abbiamo abbastanza… perché questi precari sono i nostri figli, i nostri vicini, i nostri amici” (Littlejohn, responsabile della manutenzione nel settore delle lavorazioni specialistiche presso lo stabilimento di stampaggio Ford di Buffalo, Stati Uniti).
  • Tutti questi gruppi non sono solo movimenti separati, ma un grido di battaglia collettivo: siamo una città di lavoratori – colletti blu e colletti bianchi, sindacalizzati e non sindacalizzati, immigrati e nativi (Los Angeles Times).
  • Il complesso Stellantis de Toledo, nell'Ohio, è stato sommerso di applausi e dal suono di clacson all'inizio dello sciopero(The Wall Street Journal).
  • I clacson sostengono gli scioperanti fuori dallo stabilimento della casa automobilistica nel Wayne, Michigan (The Guardian).

Questa solidarietà si basa esplicitamente sull’idea che “siamo tutti lavoratori”!

Che contrasto con i tentativi di pogrom anti-immigrazione avvenuti a Dublino (Irlanda) e a Romans-sur-Isère (Francia)! In questi due casi, a seguito di un'aggressione mortale con coltello, una parte della popolazione ha attribuito la causa di questi omicidi all'immigrazione e ha chiesto vendetta, scendendo in piazza per linciare. Questi non sono fatti isolati e insignificanti, anzi sono forieri della deriva generale della società. Le risse tra bande di giovani, gli attentati, gli omicidi commessi da persone squilibrate, le rivolte nichiliste stanno aumentando e non potranno che aumentare ancora e ancora.

Le forze della decomposizione spingono gradualmente verso la frammentazione sociale; la classe operaia si troverà nel mezzo di un odio crescente. Per resistere a questi venti fetidi, dovrà continuare i suoi sforzi per sviluppare la sua lotta e la sua coscienza. L’istinto di solidarietà non basterà; bisognerà anche lavorare alla sua unità, cioè alla presa in carico cosciente dei suoi legami e della sua organizzazione nella lotta. Ciò implicherà inevitabilmente lo scontro con i sindacati e il loro sabotaggio permanente di divisione. Torniamo quindi qui alla necessaria riappropriazione delle lezioni delle lotte degli anni '70 e '80.

Guerra contro internazionalismo

La traversata dell’Atlantico del grido “Adesso basta” rivela la natura profondamente internazionale della nostra classe e della sua lotta. Gli scioperi negli Stati Uniti sono il risultato dell'influenza diretta degli scioperi nel Regno Unito. Abbiamo avuto quindi ragione anche quando abbiamo scritto nella primavera del 2023: “Essendo l'inglese, d'altronde, la lingua della comunicazione globale, l'influenza di questi movimenti supera necessariamente quella che potrebbero avere le lotte in Francia o in Germania, per esempio. In questo senso, il proletariato britannico indica la strada non solo ai lavoratori europei, che dovranno essere in prima linea nella crescita della lotta di classe, ma anche al proletariato mondiale, e in particolare a quello americano.” (Rapporto sulla lotta di classe, 25° congresso, Rivista Internazionale n° 37, 2023).[6]

Durante lo sciopero del settore auto delle Tre Grandi (Ford, Chrysler, General Motors) negli Stati Uniti, la sensazione di essere una classe internazionale comincia ad emergere. Oltre a questo riferimento esplicito agli scioperi nel Regno Unito, gli operai tentano di unificare la lotta oltre il confine tra Stati Uniti e Canada. La borghesia non si è d'altra parte sbagliata, ha compreso il pericolo di una tale dinamica e il governo canadese ha immediatamente firmato un accordo con i sindacati per fermare prematuramente questa voglia di lotta comune e impedire così ogni possibilità di unificazione.

Anche durante il movimento in Francia ci sono state manifestazioni di solidarietà internazionale. Come abbiamo scritto nel nostro volantino dell’aprile 2023[7]: “I proletari cominciano a tendere la mano al di là delle frontiere, come abbiamo visto con lo sciopero degli operai di una raffineria belga in solidarietà con i lavoratori in Francia, o con lo sciopero in Francia degli addetti ai servizi della Reggia di Versailles, prima dell’arrivo (rinviato) di Carlo III, in solidarietà con “gli operai inglesi che da settimane sono in sciopero per gli aumenti salariali”. Attraverso queste espressioni di solidarietà ancora embrionali, gli operai cominciano a riconoscersi come classe internazionale: siamo tutti sulla stessa barca!”.

In effetti, il ritorno della combattività della classe operaia a partire dall’estate del 2022 porta con sé una dimensione internazionale forse ancora più forte che negli anni ’60/70/80.

Perché?

  • Perché la “mondializzazione”, questo tessuto economico globale a maglia molto stretta, conferisce una dimensione immediatamente globale alla crisi economica.
  • Perché non esistono più aree che “resistono” alla crisi economica, oggi, a differenza del 2008, vengono colpite anche la Cina e la Germania (il che la dice lunga sulla gravità della crisi aperta in corso).
  • Perché il proletariato si trova ad affrontare ovunque lo stesso deterioramento delle condizioni di vita.
  • Infine e soprattutto perché i legami tra i proletari dei diversi paesi sono diventati molto stretti (collaborazione economica attraverso le multinazionali, intense migrazioni internazionali, informazione globalizzata...).

In Cina la “crescita” continua a rallentare e la disoccupazione continua ad esplodere. I dati ufficiali dello Stato cinese riconoscono che un quarto dei giovani sono disoccupati! In risposta si sviluppano le lotte: “Colpite dal calo degli ordinativi, le fabbriche che impiegano una grande quantità di manodopera stanno esternalizzando e licenziando. Aumentano gli scioperi contro i salari non pagati e le manifestazioni contro i licenziamenti senza indennità”. Tali scioperi in un paese in cui la classe operaia è sotto la cappa ideologica e repressiva del “comunismo” sono particolarmente indicativi della portata della rabbia che sta covando. In vista del probabile prossimo collasso del settore edile, dovremo monitorare le possibili reazioni dei lavoratori.

Per il momento, nel resto dell'Asia, è soprattutto nella Corea del Sud che il proletariato è tornato sulla via dello sciopero, con un grande movimento generale lo scorso luglio.

Questa dimensione profondamente internazionale della lotta di classe, questo cominciare a comprendere che i lavoratori in sciopero lottano tutti per gli stessi interessi indipendentemente da quale parte del confine stanno, rappresenta l’esatto opposto della natura intrinsecamente imperialista del capitalismo. Sotto i nostri occhi si sviluppa l’opposizione tra due poli: uno fatto dalla solidarietà internazionale, l’altro fatto da guerre sempre più barbare e assassine.

Detto ciò, la classe operaia è ancora molto lontana dall’essere abbastanza forte (cosciente e organizzata) per opporsi esplicitamente alla guerra, o anche agli effetti dell’economia di guerra:

- Per l'Europa occidentale e il Nord America, per il momento, le due grandi guerre attuali non sembrano influenzare sostanzialmente la combattività operaia. Gli scioperi nel Regno Unito sono iniziati subito dopo l’inizio della guerra in Ucraina, lo sciopero nel settore automobilistico negli Stati Uniti è continuato nonostante lo scoppio del conflitto a Gaza e da allora altri scioperi si sono sviluppati in Canada, Islanda, Svezia… Ma resta il fatto che i lavoratori non sono ancora riusciti a integrare nella loro lotta – nei loro slogan e nei loro dibattiti – il legame tra l’inflazione, i colpi inferti dalla borghesia e la guerra. Questa difficoltà è dovuta alla mancanza di fiducia che gli operai hanno in sé stessi, alla mancanza di coscienza della forza che rappresentano come classe; opporsi alla guerra e alle sue conseguenze appare una sfida troppo grande, travolgente, irraggiungibile e fuori portata. La realizzazione di questa connessione dipende da un livello di coscienza più elevato. Il proletariato internazionale ha impiegato 3 anni per stabilire questo collegamento di fronte alla Prima Guerra Mondiale. Nel periodo 1968-1989, il proletariato non è stato in grado di stabilire questo collegamento, cosa che è stato uno dei fattori che ha inibito la sua capacità a sviluppare la propria politicizzazione. Quindi, dopo 30 anni di riflusso, non dobbiamo aspettarci che il proletariato faccia immediatamente questo passo fondamentale. È un passo profondamente politico, che segnerà una rottura cruciale con l’ideologia borghese. Un passo che richiede di comprendere che il capitalismo è una barbarie militare, che la guerra permanente non è qualcosa di accidentale ma una caratteristica del capitalismo decadente.

- Nell'Europa dell'Est, invece, la guerra ha un impatto assolutamente disastroso; non c'è stata alcuna opposizione – nemmeno manifestazioni pacifiste – contro la guerra. Sebbene questo conflitto abbia già causato 500.000 morti (250.000 per parte), e in Russia come in Ucraina i giovani fuggono dalla mobilitazione per salvarsi la pelle, non esiste una protesta collettiva. La sola via d'uscita possibile resta quella individuale: disertare e nascondersi. Questa mancanza di reazione di classe conferma che se il 1989 fu un duro colpo per l’intero proletariato a livello globale, i lavoratori dei paesi stalinisti ne furono colpiti ancora più duramente. L’estrema debolezza della classe operaia dell’Europa dell'Est è la punta dell’iceberg della debolezza della classe operaia nei paesi dell’ex Unione Sovietica. La minaccia di guerra che incombe sui paesi dell'ex Jugoslavia è in parte possibile a causa di questa profonda debolezza del proletariato che lì vive.

- Per quanto riguarda la Cina, è difficile valutare con precisione a che punto sta la classe operaia di questo paese rispetto alla guerra. Dobbiamo monitorare da vicino la situazione e il suo sviluppo. La portata della prossima crisi economica giocherà un ruolo importante nella dinamica del proletariato. Detto ciò, come all'Est, lo stalinismo (vivo o morto) continua a svolgere il suo ruolo contro la nostra classe. Quando si devono studiare le idee (deformate) di Karl Marx a scuola, si resta disgustati dal marxismo.

In effetti, ogni guerra – che sicuramente scoppierà – porrà problemi diversi al proletariato mondiale. La guerra in Ucraina non pone gli stessi problemi della guerra a Gaza, che non pone gli stessi problemi di quella che minaccia Taiwan. Ad esempio, il conflitto israelo-palestinese genera nei paesi centrali una situazione putrida di odio tra le comunità ebraica e musulmana, che consente alla borghesia di creare un’immensa campagna di divisione.

Tuttavia, in Occidente come in Oriente, nel Nord come nel Sud, possiamo riconoscere che, in generale, il processo di sviluppo della coscienza sulla questione della guerra sarà molto difficile, e non vi sono garanzie che il proletariato riesca a realizzarlo. Come abbiamo sottolineato 33 anni fa: “contrariamente al passato, lo sviluppo di una prossima ondata rivoluzionaria non verrà fuori dalla guerra, ma dall'aggravamento della crisi economica. (…) le mobilitazioni operaie, i punti di partenza dei grandi scontri di classe, proverranno dagli attacchi economici. Nello stesso modo, sul piano della presa di coscienza, 1'aggravamento della crisi sarà un fattore fondamentale rivelando il fallimento storico del modo di produzione capitalista. Ma, proprio su questo piano della presa di coscienza, la questione della guerra è chiamata, ancora una volta, a giocare un ruolo di prim'ordine:

  • mettendo in rilievo le conseguenze fondamentali di questo fallimento storico: la distruzione dell'umanità;
  • costituendo la sola conseguenza obbiettiva della crisi, della decadenza e della decomposizione che il proletariato possa oggi limitare (all'opposto delle altre manifestazioni della decomposizione) nella misura in cui nei paesi centrali esso non è schierato, all'ora attuale, dietro le bandiere nazionaliste.” (Militarismo e decomposizione, Rivista Internazionale n. 15)[8].

Anche in questo caso vediamo fino a che punto la capacità del proletariato di politicizzare le proprie lotte sarà la chiave per il futuro.

Irrazionalità populista contro coscienza rivoluzionaria

Il peggioramento della decomposizione porrà tutta una serie di ostacoli sul cammino della classe operaia verso la rivoluzione. Alla frammentazione sociale, alla guerra e al caos possiamo aggiungere anche l'espansione del populismo.

In Argentina, Javier Milei è appena stato eletto presidente. La 23a potenza mondiale si ritrova a capo del suo Stato un uomo che difende il piattismo della terra! Si presenta ai suoi meeting, agitando una motosega in mano. Insomma, fa sembrare Trump un uomo di scienza. Al di là dell’aneddoto, ciò mostra fino a che punto la decomposizione stia avanzando e travolgendo nella sua irrazionalità e marciume parti sempre più ampie della classe dominante:

  • Negli Stati Uniti il favorito per le prossime elezioni presidenziali è Trump.
  • In Francia, per la prima volta, la possibilità che l'estrema destra arrivi al potere diventa credibile e addirittura altamente probabile.
  • L'Italia è guidata dal governo Meloni.
  • In Olanda, la vittoria di Geert Wilde, dichiarato islamofobo e sovranista, è stata una sorpresa per tutti gli specialisti.
  • Anche in Germania si rafforza il populismo, alimentato soprattutto dall'incitamento all'odio di fronte alle massicce ondate di profughi.

Finora tutta questa putrefazione non ha impedito alla classe operaia di sviluppare le sue lotte e la sua coscienza. Ma dobbiamo tenere la mente e gli occhi ben aperti per seguire gli sviluppi e riuscire a valutare il peso del populismo sul pensiero razionale che il proletariato deve sviluppare per realizzare il suo progetto rivoluzionario.

Questo passo decisivo della politicizzazione delle lotte è mancato negli anni 80. Oggi è nel contesto terribilmente più difficile della decomposizione che il proletariato deve riuscire a realizzarlo, altrimenti il capitalismo porterà tutta l’umanità nella barbarie, nel caos e, infine, alla morte.

L’esito vittorioso di una rivoluzione è possibile. Ad avanzare non è solo la decomposizione, ma anche le condizioni oggettive che permettono la rivoluzione: una crisi economica mondiale sempre più devastante che spinge alla lotta; una classe operaia sempre più numerosa, concentrata e collegata a livello internazionale; un’esperienza operaia storica che si accumula.

Lo sprofondamento nella decadenza rivela sempre più la necessità di una rivoluzione mondiale!

Per raggiungere questo obiettivo, gli attuali sforzi della nostra classe dovranno continuare, in particolare la riappropriazione delle lezioni del passato (le ondate di lotte degli anni ’70-’80, l’ondata rivoluzionaria degli anni ’10-’20). L'attuale generazione che avanza appartiene a tutta una catena che ci collega alle prime lotte, ai primi combattimenti della nostra classe dagli anni Trenta dell'Ottocento!

Sarà anche necessario, in futuro, rompere la grande menzogna che pesa così tanto dai tempi della controrivoluzione secondo la quale stalinismo = comunismo.

In tutto questo processo è in gioco la questione della fiducia nella forza organizzata del proletariato, nella prospettiva e quindi nella possibilità della rivoluzione... È nel fuoco delle lotte future, nella lotta politica contro il sabotaggio sindacale, contro le trappole sofisticate delle grandi democrazie, riuscendo a riunirsi in assemblee, in comitati, in circoli per discutere e decidere, che la nostra classe farà tutto questo apprendimento necessario. Perché, come scriveva Rosa Luxemburg in una lettera a Mehring: “Il socialismo non è, appunto, un problema di coltello e forchetta, ma un movimento culturale, una grande e potente concezione del mondo” (Rosa Luxemburg, lettera a Franz Mehring).

Sì, questo percorso sarà difficile, accidentato e incerto, ma non ce n'è altro.

Gracchus

 

[1] Contro gli attacchi della borghesia, abbiamo bisogno di una lotta unita e massiccia! (volantino internazionale), Contro gli attacchi della borghesia, abbiamo bisogno di una lotta unita e di massa!

[2] Secondo la formula di Shakespeare nel Riccardo III.

[3] Titolo di un libro del giornalista e rivoluzionario Victor Serge.

[5] Vedere “L’accelerazione della decomposizione capitalista pone apertamente la questione della distruzione dell’umanità”, L’accelerazione della decomposizione capitalista pone apertamente la questione della distruzione dell’umanità | Corrente Comunista Internazionale (internationalism.org).

[7] Dall’“estate della rottura del 2022, abbiamo scritto 7 volantini diversi, distribuiti in più di 130.000 copie solo in Francia.

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