Oggi c’è anche un coro unanime che “deplora” e “condanna” le barbare atrocità perpetrate dallo Stato di Israele sulla popolazione di Gaza stretta in una trappola. Anche i più fedeli alleati di Israele, come gli Stati Uniti, o fingono di guardare dall’altro lato o fanno discrete pressioni perché non si vada “troppo oltre”(!).
Nessuno però parla del rapporto tra l’aggravarsi della crisi e l’acuirsi della barbarie di guerra. La stragrande maggioranza di analisti, governi, gruppi politici, ecc. concordano nell’ignorare qualsiasi collegamento tra l’una e l’altra, mostrandole come due fenomeni distinti che appartengono a due mondi diversi. Ma, al contrario, la chiave per comprendere la situazione attuale della società mondiale e trovare una via d’uscita sta proprio nel vedere la stretta ed intima connessione tra la crisi capitalista e la guerra imperialista. Creare una separazione tra le cause della crisi e le cause della guerra porta a sottovalutare entrambi i fenomeni. La guerra viene presentata come il prodotto della barbarie di questo o quello Stato, ma non il prodotto dello scontro tra tutti gli Stati, che sono tutti imperialisti. Ed infatti ci vengono a dire che si, ci sono gli Stati “bellicosi” ed “imperialisti”, ma la maggior parte degli Stati sono “pacifici” e cercano di “calmare gli animi” quando si creano situazioni di tensione offrendo soluzioni diplomatiche. La crisi, sempre secondo loro, sarebbe una pausa, un momento di magra, dal quale si potrà uscire per raggiungere nuovi periodi di prosperità.
Separando la crisi dalla guerra si può dare la colpa della guerra ad un capro espiatorio, ad una causa particolare e specifica in modo da far credere che all’interno di questa società sia possibile una soluzione pacifica al problema dello scontro tra imperialisti. Allo stesso modo la causa della crisi può essere ricercata in eventi particolari o personalizzata: può essere colpa dell’ideologia “neoliberista”, o responsabilità di banchieri, speculatori e società. Così si lascia aperta la porta all’illusione di una possibile soluzione attraverso l’intervento dello Stato o di una politica basata sul “far pagare la crisi ai banchieri”.
Separando la crisi dalla guerra, vedendole come eventi indipendenti, è più facile spingerci a schierarci per uno dei campi nella barbarie che si scatena a Gaza: difendere Hamas contro Israele, oppure, per quelli che si rendono conto che l’islamismo di Hamas è poco presentabile, invocare il “diritto alla resistenza” del “popolo palestinese”. Nello stesso senso di fronte alla crisi bisogna scegliere il campo: politiche “sociali” d’intervento dello Stato contro il “neoliberismo” o altro ancora.
Solo comprendendo il legame indissolubile tra la crisi e la guerra si può capire che la guerra non è il prodotto di questo o quello governo, di questo o quel politico, di questa o quella ideologia, ma costituisce il modo di vita del capitalismo decadente; la barbarie della guerra è da attribuire a tutto il sistema capitalistico nel suo complesso, a tutti i suoi Stati e frazioni. Con lo stesso approccio si può capire che la crisi non è un episodio “ciclico” al quale seguirà un periodo di “nuova ricchezza”, ma costituisce un grave passo verso un collasso in condizioni di povertà, di disoccupazione e di barbarie dalle quali non c’è via d’uscita sotto il capitalismo.
Solo comprendendo l’unità tra la crisi e la guerra si può capire che non c’è un responsabile particolare e puntuale della guerra e tantomeno della crisi. No, non ci sono capri espiatori che possano permettere al sistema di risalire la china e continuare con la sua barbarie ed iniquità! Il responsabile è il capitalismo mondiale, con tutti i suoi governi, tutti i partiti e le istituzioni che lo difendono.
Solo comprendendo che crisi e guerra hanno la stessa radice si può capire che dobbiamo lottare contro tutti i banditi guerrafondai, e non sceglierne uno tra loro. Nel corso degli ultimi 100 anni il capitalismo ha trascinato l’umanità in due guerre mondiali e innumerevoli guerre regionali dove il proletariato doveva scegliere in quale campo di banditi imperialisti stare: democrazia contro fascismo, anti-terrorismo contro terrorismo, libertà contro totalitarismo, resistenza nazionale contro potenze occupanti ... Attraverso l’imposizione di queste false alternative il sistema è riuscito a riprodursi provocando al tempo stesso una spirale di stragi, genocidi, olocausti ... In un tragico carosello, le cose “buone” di ieri si convertono nei “mali” di oggi, le “vittime” di ieri nei carnefici di oggi.
Solo comprendendo che la crisi e la guerra sono l’emanazione di un sistema in agonia si può capire che non esiste una migliore politica economica, né governi più “sociali”. Non è possibile optare per nessuno. Per salvaguardare il sistema di sfruttamento capitalista tutti attaccano senza pietà l’insieme dei lavoratori e della popolazione mondiale, seminando il pianeta di cadaveri di bambini affamati, di persone sottomesse alla lenta tortura della disoccupazione, della povertà, della perdita della casa, ecc.
Quello che è in gioco oggi non è questo o quel politico, questo o quel governo, questo o quel “modello internazionale di convivenza tra i popoli”. Quello che oggi è in gioco è la sopravvivenza del genere umano: o il capitalismo viene distrutto o questo finirà per distruggere il pianeta con tutti i suoi abitanti[1].
Solo il proletariato ha una via d’uscita. Ed anche su questo “tema”, tanto i governanti che gli esperti o gli “opinionisti” osservano uno stretto silenzio. Per questi signori il proletariato è una classe di individui perdenti, la cui incapacità di “cogliere le opportunità” e “trionfare” li ha relegati a “volgari salariati”. Per loro è impensabile e impossibile che il proletariato diventi una classe che agisce unita, che sia capace di auto-organizzarsi, che pensi da sola e riesca ad avere una propria politica al di fuori di tutta la farsa delle elezioni borghesi.
Ma il proletariato è capace di una lotta propria ed indipendente per la liberazione dell’umanità dal giogo del capitalismo. La sua lotta storica lo testimonia. E oggi, dal 2003, sta tornando a sollevare la testa, anche se per il momento è solo ai primi passi nella sua lotta aperta.
La borghesia opporrà ogni tipo di ostacolo immaginabile contro lo sviluppo della lotta dei lavoratori: manovre ideologiche, campagne di calunnia e diffamazione, trappole politiche e pura e dura repressione.
Tuttavia questa è l’unica via che il proletariato può percorrere. Le lotte operaie, anche se ancora limitate, tendono a svilupparsi in tutto il mondo. C’è stato il movimento in Grecia[2]. Poi le manifestazioni nei paesi baltici direttamente causati dalla crisi. Una nuova generazione di giovani si è mobilitata in Francia, Germania, Spagna, Grecia e anche in Italia[3]. In molti paesi sorgono compagni e gruppi internazionalisti, piccole minoranze poco conosciute ma che di fronte ad eventi come la barbarie di Gaza fanno sentire la loro voce con chiarezza[4], denunciando i crimini del capitalismo e difendendo l’unica via d’uscita possibile: la lotta indipendente del proletariato, la sua unità e solidarietà internazionale al di là delle divisioni in razze e nazioni, nella prospettiva di una rivoluzione mondiale che metta fine al capitalismo in tutti i paesi.
Corrente Comunista Internazionale
(Tradotto da Acción Proletaria n° 205, 19-1-09)
[2] Vedi gli articoli “Solidarietà con il movimento degli studenti in Grecia! [2]” e “Grecia: una dichiarazione di lavoratori in lotta [3]”, Rivoluzione Internazionale n.158.
[3] Vedi la presentazione alle nostre ultime riunioni pubbliche “La lotta degli studenti in tutta Europa conferma lo sviluppo della lotta di classe [4]”, CCI on-line.
[4] Vedi “Una voce internazionalista in Israele [5]”, su questo stesso numero, e “Prese di posizioni internazionaliste contro la guerra a Gaza [6]”, su Révolution Internationale n.398 alla pagina francese del nostro sito.
Ma come mai anche l’Italia sta subendo la stessa crisi mondiale, è in piena recessione e sta perdendo molto sul piano della competizione capitalista?
La questione è che la crisi dei mutui è stata solo l’elemento scatenante dell’attuale crisi. Il mercato americano - e di conseguenza quello mondiale - è andato avanti per decenni perché è stato sostenuto dal credito. I finanziamenti a credito funzionano solo se c’è la possibilità di onorare il credito, altrimenti si rischia la diminuzione del profitto o la bancarotta della banca creditrice. Quindi, la vera causa della crisi non è il mancato pagamento dei mutui, ma la crisi dell’economia reale, cioè quella relativa alla produzione e alla vendita delle merci. Meno merci vendute corrispondono ad un aumento della disoccupazione, ad un taglio dei costi e dei salari, ad un aumento dei fallimenti, ecc. Questo ha portato all’impossibilità di pagare i mutui da parte di molti di lavoratori e altre categorie.
Anche in Italia la crisi produttiva era già presente prima dell’inizio di questa crisi dei “mutui subprime”. Il sistema italiano già non riusciva a competere con gli altri grandi paesi capitalisti da molto tempo, ogni anno perdeva punti, il Pil aumentava sempre di meno, si perdevano segmenti di mercato e il debito pubblico aumentava. Adesso che l’Italia è in piena recessione, la situazione sta diventando sempre più drammatica, la mancanza o la riduzione del credito, già evidente da anni, porta alla chiusura di fabbriche, alla cassa integrazione e al licenziamento. Il settore industriale non dedica risorse alla ricerca, non innova, cerca solo di svuotare il magazzino per fare cassa. Tutti gli stati in situazioni come questa fanno protezionismo in mille forme diverse, finanziano ristrutturazioni, sostengono i settori innovativi, potenziano le infrastrutture. Obama investe circa 780 miliardi di dollari (all’interno di un quadro di 10.300 miliardi di dollari) per restituire fiducia ai consumatori e far ripartire il sistema e Berlusconi dice che metterà “a disposizione del sistema 40 miliardi di euro per i prossimi 3 anni e che potrà arrivare anche fino a 80 miliardi con i fondi europei”. Il tutto, forse, se l’è inventato sul momento, com’è solito fare, di sicuro è che il debito pubblico ha stabilito un nuovo record a novembre. Siamo a 1.686,558 miliardi di euro.
Questi fumosi soldi serviranno forse a non fare crollare del tutto il settore auto della Fiat e a salvare qualche grande fabbrica dal fallimento, ma non saranno in grado di dare slancio ad una economia che ha bisogno di ben altro. L’operazione “social card”, del valore di 450 milioni (40 euro al mese per 800 mila persone) non ha alcun impatto sull’economia reale, serve solo come campagna pubblicitaria sulla questione della povertà, ma non risolve granché: regalare una cena sposta il problema solo di un giorno. La situazione che si prospetta davanti a noi è estremamente drammatica, anche se le campagne televisive ci dicono che gli italiani continuano a comprare telefonini e cose simili, come a dire che i soldi ci sono e la crisi in effetti non esiste.
Già prima dell’inizio di questa fase della crisi, in molti servizi televisivi si annunciava un aumento sostanziale della povertà in Italia e una diminuzione del reddito familiare: adesso questi valori negativi aumenteranno e sarà sempre peggio perché non si vede e non c’è alcuna via d’uscita1.
I sindacati, in questo contesto, hanno attuato le consuete strategie per dividere i lavoratori: scioperi e manifestazioni settore per settore (il 23 gennaio nelle ferrovie, il 13 febbraio quello dei metalmeccanici, ecc.), piattaforme di lotta fumose, azioni contro altri lavoratori, disinformazione sulle lotte (quanti hanno saputo che il 5 febbraio gli operai della Fiat di Pomigliano sono stati caricati dalla polizia perché protestavano contro la cassa integrazione per 5.000 della Fiat più 8.000 nell’indotto?). Ed ancora una volta la CGIL fa la “tosta” non firmando gli accordi per poter dimostrare ai lavoratori che, a differenza degli altri sindacati, non cede ma anche per prepararsi a contenere, e cavalcare una possibile contestazione autonoma dei lavoratori. Pericolo, per la borghesia, non remoto in quanto già con la vertenza Alitalia ci sono stati momenti di contestazione dei sindacati e iniziative di assemblee autonome.
Di fronte ad una crisi senza soluzione che logora, ogni giorno che passa, le condizioni di vita di una massa crescente di lavoratori, di disoccupati, di precari, di giovani senza futuro matura la consapevolezza che è l’insieme della classe lavoratrice a pagarne le spese. Il ruolo essenziale del sindacato sarà dunque ancora di più quello di separare gli uni dagli altri ed evitare che la rabbia si trasformi nella presa di coscienza che l’unica via d’uscita per i lavoratori è prendere la lotta nelle proprie mani, puntando ad una vera unità tra le differenti categorie di lavoratori, tra le diverse generazioni di proletari.
E, per l’insieme della borghesia, l’obiettivo sarà sempre più evitare che i proletari si rendano conto che, dopo questa crisi, ce ne saranno altre e peggiori, che l’unica alternativa è il superamento del capitalismo.
Oblomov, 19/02/09
1. Sulle cause di fondo della crisi vedi l’articolo “La più grave crisi economica della storia del capitalismo”, Rivista Internazionale n.30, sul nostro sito.Ma c’è un altro motivo per cui questo governo accentua tanto la sua fissazione sull’immigrazione clandestina: quello di creare una psicosi per cui il clandestino è un pericolo, per il tuo posto di lavoro, per la tua donna, per la tua civiltà. E’ questa un’altra maniera per dare, da una parte, un’ennesima falsa giustificazione al peggioramento delle condizioni di esistenza dei lavoratori italiani (disoccupazione, criminalità, degrado sociale), dall’altra cercare di dividere la classe operaia, per mettere gli uni contro gli altri, così come in Inghilterra la borghesia ha cercato di mettere i lavoratori inglesi contro quelli italiani che “rubavano” loro il posto di lavoro (3). E per facilitarsi questo compito, la borghesia, e i suoi servi dei mezzi di comunicazione, non esitano ad inventarsi situazioni di contrapposizione e di lotta tra operai indigeni e operai immigrati. E’ questo che è stato fatto, per esempio, sui mezzi di comunicazione europei a proposito della recente protesta della popolazione di Lampedusa contro i piani del governo di far diventare quest’isola un campo di concentramento per immigrati, nell’attesa di rispedirli indietro. Questa protesta è stata presentata come una protesta contro gli immigrati, come una volontà della popolazione di rifiuto degli immigrati. In Italia però non si è potuto falsificare altrettanto facilmente quello che è veramente accaduto: le proteste della popolazione sono state unicamente rivolte contro il governo, contro il suo progetto di costruire un altro centro di “accoglienza”, che in realtà servirebbe solo a giustificare il mancato trasferimento degli immigrati in terraferma e verso una possibilità di lavoro; verso gli immigrati sono state viceversa espresse solo comprensione e solidarietà: “ ‘Vogliono militarizzarci, quest’isola vive di turismo che è il nostro pane quotidiano, ed il ministro Maroni non può permettersi di distruggere anni ed anni di fatiche’ è la protesta dei lampedusani (…)” (Repubblica, 23/01/2009). “Fanno pena, noi non ce l’abbiamo con loro, anzi, noi vogliamo che il rischio che hanno corso per raggiungere l’Italia abbia un senso, che vadano via dall’isola per cercare un lavoro al nord o in Europa, dice un’anziana lampedusana, che ha portato con sé un giaccone del marito per regalarlo al clandestino che la segue come un cucciolo” (Repubblica, 25/01/2009). E non si tratta di parole di circostanza, di scuse per coprire solo una volontà di liberarsi di questa presenza. Infatti la solidarietà è stata concreta e si è manifestata in tutti e due i sensi: “Alcune centinaia di clandestini hanno approfittato di un momento di distrazione delle forze dell’ordine, scappando da tutti i lati; molti si sono uniti alla protesta dei lampedusani e, fino a ieri notte numerosi extracomunitari giravano indisturbati per le strade di Lampedusa” (Repubblica, 24/01/2009). “Pare che siano amici da sempre, lampedusani e immigrati, familiarizzano, vanno a prendere qualcosa al bar(…) Cantano e brindano assieme, un paio di loro vengono accompagnati nelle case dei lampedusani, dove, dopo settimane e settimane, fanno finalmente una doccia. (…) Un’altra vedetta arriva col fiato in gola nella tenda dei manifestanti e annuncia che un paio di nordafricani sono stati intercettati dalla polizia e manganellati. Molti protestano, dicono che non possono picchiarli e si dirigono verso il luogo indicato” (Repubblica, 25/01/2009).
Queste citazioni, prese da un giornale borghese e non da una cronaca di giovani idealisti, bastano a dimostrare come si sono effettivamente svolte le cose a Lampedusa: manifestazioni comuni fra popolazione indigena e immigrati e solidarietà con questi. E questo mostra tutta la differenza fra la classe operaia e la borghesia: mentre quest’ultima accatasta come bestie gli immigrati in centri che di accoglienza non hanno niente, la popolazione di Lampedusa li ha accolti nelle proprie case e li ha aiutati, con quel senso della solidarietà che appartiene solo alla classe operaia!
Helios
1. Che è tale semplicemente perché non esiste una immigrazione “ufficiale”, “legale”.
3. “Scioperi nelle raffinerie di petrolio e nelle centrali elettriche inglesi: la lotta di classe deve unire tutti i lavoratori!”, CCI on-line 2009
Migliaia di operai delle costruzioni di altre raffinerie e delle centrali elettriche sono scesi in sciopero per solidarietà. Sono state organizzate regolarmente riunioni di massa. Disoccupati dei settori delle costruzioni, dell’acciaio, dei cantieri navali ed altri lavoratori hanno raggiunto i picchetti e le manifestazioni fuori diverse centrali elettriche e raffinerie. Gli operai non erano per niente preoccupati per il carattere non legale della loro azione ed hanno espresso solidarietà con i compagni in sciopero, rabbia per la marea di disoccupazione in aumento e per l’incapacità del governo di fare qualunque cosa. Quando 200 operai polacchi delle costruzioni si sono uniti alla lotta, questa ha raggiunto il suo momento più elevato ponendo una sfida diretta al nazionalismo che ha pesato all’inizio sul movimento.
Il licenziamento di 300 operai in subappalto della raffineria di petrolio di Lindsey, il progetto di creare un subappalto utilizzando 300 lavoratori italiani e portoghesi (il cui salari risultavano più bassi perché indicizzati sul salario dei loro paesi di origine) e l’annuncio che nessun operaio inglese sarebbe stato utilizzato in questo contratto hanno fatto esplodere il malcontento fra gli operai delle costruzioni. Da anni si assiste ad un uso crescente di operai stranieri a contratto nel settore delle costruzioni, di solito pagati meno e trattati ancor peggio, col risultato di accentuare la concorrenza fra gli operai per il posto di lavoro, cosa che ha prodotto una riduzione dei salari ed un peggioramento delle condizioni di lavoro per tutti. Questo, insieme all’ondata di licenziamenti nell’edilizia ed altrove dovuta alla recessione, ha generato la profonda determinazione che si è manifestata in queste lotte.
Dall’inizio questo movimento si è trovato confrontato con una questione fondamentale, non solo per gli scioperanti coinvolti nello specifico ma per l’intera classe operaia di oggi e di domani: è possibile combattere contro la disoccupazione ed altri attacchi identificandosi come “lavoratori inglesi” e ponendosi contro i “lavoratori stranieri”? O, al contrario dobbiamo vederci come lavoratori che hanno gli stessi interessi di tutti gli altri operai, indipendentemente da dove provengono? Questa è una questione profondamente politica che il movimento ha dovuto porsi.
All’inizio la lotta è sembrata essere dominata dal nazionalismo. Abbiamo visto per televisione operai con striscioni fatti a mano con la scritta “Il lavoro inglese ai lavoratori inglesi” ed altri striscioni più professionali del sindacato con lo stesso slogan. I funzionari del sindacato hanno più o meno apertamente difeso questo slogan; i mezzi di comunicazione hanno parlato di una lotta contro i lavoratori stranieri ed hanno intervistato operai che condividevano questa opinione. Questo movimento di scioperi spontanei poteva potenzialmente essere inondato di nazionalismo ed essere trasformato in una sconfitta per la classe lavoratrice, con i lavoratori uno contro l’altro, con gli operai in blocco a difendere grida di guerra nazionalisti e chiedere che i posti di lavoro fossero dati agli operai britannici e tolti a quelli italiani e portoghesi. La capacità dell’intera classe lavoratrice di lottare sarebbe stata indebolita e la capacità della classe dominante di attaccare e dividere i lavoratori rafforzata.
La copertura mediatica (più qualcosa detta da alcuni operai) ha reso facile far credere che le rivendicazioni degli operai di Lindsey fossero “lavoro inglese agli operai inglesi”. Ma non erano queste! Così ad esempio la BBC ha manipolato e troncato senza vergogna l’intervista di uno scioperante, successivamente largamente diffusa in appoggio alla tesi sulla “xenofobia del movimento” facendogli dire: “Non si può lavorare con dei Portoghesi e degli Italiani” mentre su un altro canale con minore audience l’intervista reale assumeva tutt’altro senso: “Non si può lavorare con dei Portoghesi e degli Italiani; siamo completamente separati da loro, loro vengono con la loro compagnia”, cosa che significa che era impossibile frequentarli perché erano tenuti volontariamente a distanza dagli operai del posto. All’occorrenza, la BBC è servita da porta parola servile a un governo e a una borghesia in difficoltà di fronte alla ripresa della combattività e della solidarietà della classe operaia e di fronte al pericolo dell’estensione della lotta. Le rivendicazioni discusse e votate nelle assemblee di massa non hanno ripreso questo slogan e né manifestato ostilità verso i lavoratori stranieri, contrariamente alle immagini di propaganda largamente diffuse e ritrasmesse dai mezzi di comunicazione a livello internazionale. Queste rivendicazioni hanno piuttosto espresso delle illusioni nella capacità dei sindacati di impedire ai padroni di mettere gli operai gli uni contro gli altri, ma senza un aperto nazionalismo.
Il nazionalismo fa parte integrante dell’ideologia capitalista. Ogni borghesia nazionale non può sopravvivere senza fare concorrenza ai suoi rivali, economicamente e militarmente. La sua cultura, i mezzi di comunicazione, la scuola, l’industria dello spettacolo e dello sport, hanno da sempre diffuso questo veleno per legare i lavoratori alla nazione. La classe lavoratrice non può sfuggire all’influenza di questa ideologia. Ma quello che è importante in questo movimento è che questo peso del nazionalismo è stato messo in questione quando gli operai si sono posti, durante la lotta, la questione della difesa elementare delle loro condizioni di vita e di lavoro, dei loro interessi materiali di classe.
Lo slogan nazionalista “il lavoro inglese ai lavoratori inglesi”, rubato al Partito Nazionale Britannico (BNP, di estrema destra) dal leader “laburista” Gordon Brown, ha generato al contrario un grande disagio e una riflessione fra gli scioperanti e nella classe operaia. Molti scioperanti hanno detto chiaramente di non essere razzisti, che la loro lotta non aveva niente a che fare con la questione dell’immigrazione e di non sostenere il BNP, i cui tentativi di inserirsi nella lotta si sono risolti in generale nel fatto che è stato cacciato via dagli operai.
Oltre a rigettare il BNP, molti operai intervistati dalla televisione hanno cercato in maniera evidente di riflettere sul significato della loro lotta. Loro non erano contro i lavoratori stranieri, loro stessi avevano lavorato all’estero, ma si ritrovavano disoccupati o volevano che i loro figli avessero un lavoro. Per questo pensavano che i posti di lavoro dovessero essere dati prima agli operai britannici. Un tale approccio vede ancora operai “inglesi” e operai “stranieri” come se non avessero degli interessi comuni e resta quindi prigioniero del nazionalismo, tuttavia è un chiaro segno del fatto che c’è un processo di riflessione in atto.
D’altra parte degli operai hanno chiaramente sottolineato gli interessi comuni che esistono tra i lavoratori - segno che un processo di riflessione si sviluppa - ed hanno detto che tutti loro volevano che ogni lavoratore potesse avere la possibilità di trovare un lavoro: “Sono stato licenziato come stivatore due settimane fa. Ho lavorato nei bacini del Barry e di Cardiff per 11 anni e sono venuto qui oggi sperando che possiamo scuotere il governo. Io penso che tutto il paese dovrebbe mettersi in sciopero poiché stiamo perdendo tutta l’industria britannica. Ma non ce l’ho con i lavoratori stranieri. Non li posso biasimare per il fatto che vanno dove c’è il lavoro”. (Guardian on-line 20/1/2009). Ci sono stati anche operai che hanno sostenuto che il nazionalismo era un pericolo reale. Un operaio che lavora all’estero è intervenuto su un forum internet degli operai dell’edilizia per mettere in guardia contro l’uso delle divisioni nazionali da parte dei padroni: “I mezzi di comunicazione che hanno fomentato gli elementi nazionalisti si rivolgeranno adesso su di voi, mostrando i dimostranti nella peggiore luce possibile. Il gioco è finito. L’ultima cosa che i padroni e il governo britannico vogliono è l’unione dei lavoratori britannici con quelli d’oltremare. Pensano di poter continuare ad ingannarci mettendoci gli uni contro gli altri nella lotta per il posto di lavoro. Sentiranno un brivido nel fondo schiena quando noi non lo faremo”. E, in un altro post, lo stesso ha collegato questa lotta a quelle combattute in Francia ed in Grecia e alla necessità di collegamenti internazionali: “Le ampie proteste in Francia ed in Grecia sono solo un’anticipazione di quello che sta per venire. Abbiamo mai pensato di contattare e costruire legami con questi operai e di dare forza ad un ampio movimento di protesta a livello europeo contro il maltrattamento degli operai? Sembra essere la migliore opzione per avere la meglio sulla congiura tra i padroni, direzioni sindacali vendute ed il New Labour che continuano ad approfittare della classe operaia” (Thebearfacts.org). Altri lavoratori di altri settori sono ugualmente intervenuti su questo forum per opporsi agli slogan nazionalisti.
La discussione tra gli scioperanti e all’interno della classe in generale sulla questione degli slogan nazionalisti ha raggiunto una nuova fase il 3 febbraio, quando 200 lavoratori polacchi si sono uniti ad altri 400 lavoratori in sciopero selvaggio a sostegno dei lavoratori di Lindsey, nel sito di costruzione della centrale elettrica di Langage a Plymouth. I mass media hanno fatto di tutto per nascondere questo atto di solidarietà internazionale: il canale locale della BBC non ne ha fatto il minimo cenno e a livello nazionale il silenzio totale. Il black-out è stato totale.
La solidarietà di questi operai polacchi è stata particolarmente importante perché l’anno precedente c’era stata una lotta simile: 18 operai erano stati licenziati ed altri operai avevano sospeso il lavoro in solidarietà, compresi gli operai polacchi. Il sindacato aveva provato a farne una lotta contro la presenza di lavoratori stranieri, ma la partecipazione attiva degli operai polacchi mandò completamente all’aria la manovra.
Gli operai di Langage sono quindi scesi di nuovo in lotta con una certa consapevolezza di come i sindacati avevano usato il nazionalismo per tentare di dividere gli operai. Per questo il giorno dopo, all’assemblea di massa di Lindsey, è stato tirato fuori uno striscione scritto a mano che affermava: “Centrale elettrica di Langage – I lavoratori polacchi aderiscono allo sciopero: Solidarietà!”, che potrebbe significare o che degli operai polacchi hanno fatto sette ore di viaggio per essere presenti all’assemblea o che un lavoratore della Lindsey ha voluto sottolineare la loro azione.
Allo stesso tempo, nel picchetto di Lindsey, è apparso uno striscione - scritto in inglese ed in italiano - che invitava gli operai italiani ad unirsi allo sciopero ed è stato riportato dalla stampa che alcuni operai portavano dei cartelli con su scritto “Operai di tutto il mondo, unitevi!” (Guardian del 5/02/09). In breve noi assistiamo ai primi passi di uno sforzo cosciente da parte di alcuni operai di andare verso un genuino internazionalismo proletario, un passaggio che può solo portare ad una maggiore riflessione e discussione all’interno della classe.
Tutto questo ha posto la necessità di portare la lotta ad un nuovo livello, che si contrapponesse direttamente alla campagna che la presentava come un’opposizione nazionalista. L’esempio degli operai polacchi ha evocato la prospettiva che migliaia di altri operai stranieri si unissero alla lotta nei più grandi cantieri di Gran Bretagna, come quelli dei quartieri olimpici nella Londra orientale. Vi era anche il pericolo – per la borghesia - che i mezzi di comunicazione non riuscissero a nascondere gli slogan internazionalisti. Ciò avrebbe infranto la barriera che la borghesia aveva cercato di porre tra gli operai in lotta ed il resto della classe. Non c’è dunque da stupirsi se la lotta si sia risolta così rapidamente. Nel corso di sole 24 ore i sindacati, i padroni ed il governo sono passati dal dire che occorrevano diversi giorni se non settimane per risolvere lo sciopero all’accordo con la promessa di 102 posti di lavoro ulteriori ai quali gli operai inglesi avrebbero potuto aspirare. Questo è stato un accordo di cui molti degli scioperanti sono stati felici perché non comportava nessuna perdita di posti di lavoro per gli operai italiani o portoghesi ma, come aveva detto uno scioperante: “perché dobbiamo scioperare solo per ottenere un lavoro?”.
Nel corso di una settimana abbiamo visto gli scioperi spontanei più importanti da decenni a questa parte, con operai che tenevano assemblee di massa e che, violando la legge, esprimevano azioni di solidarietà senza un momento di esitazione. Una lotta che poteva essere annegata nel nazionalismo ha cominciato a mettere in dubbio questo veleno. Ciò non significa che il pericolo del nazionalismo sia sparito, perché questo pericolo è permanente, ma questo movimento ha fornito alle lotte future delle lezioni importanti da tirare. La presenza di striscioni con la scritta “Operai di tutto il mondo, unitevi!” all’interno di quello che si supponeva essere un picchetto di scioperanti nazionalisti può solo preoccupare la classe dominante su quale sarà il suo futuro.
Phil 7/2/09
Alla luce delle campagne mediatiche che hanno celebrato e glorificato l’occupazione di questa fabbrica è importante essere chiari sul significato reale di questi avvenimenti. Il New York Times ha dichiarato in un editoriale “la vittoria del lavoro arriva tra segni d’insoddisfazione crescente per l’estensione dei licenziamenti” aggiungendo che questi lavoratori “erano diventati il simbolo nazionale del malcontento operaio rispetto ai piani di licenziamenti che colpiscono il paese”1. Ma il Times ha ragione solo in parte. Si, la lotta ha dimostrato che la combattività operaia aumenta per resistere all’ondata di licenziamenti culminata con 1,7 milioni di operai in più gettati nelle liste dei disoccupati o dei lavoratori al nero nel corso di questi ultimi undici mesi. Ma non ci sono stati “successi”, niente a che vedere con quello che i politici, i gauchisti ed i media presentano come una “vittoria degli operai”. La combattività degli operai è evidente. Secondo i giornali l’idea dell’occupazione della fabbrica è venuta dal sospetto che l’azienda volesse rimuovere le macchine e gli impianti dalla fabbrica (quando ancora non si sapeva che la compagnia aveva deciso di chiudere la fabbrica e di sacrificarla a profitto della Echo Windows LLC a Red Oak, nello Iowa, dove i salari ed i costi di produzione sono molto più bassi).
Il 2 dicembre la direzione ha annunciato che tutti gli operai sarebbero stati messi alla porta nei tre giorni successivi senza alcuna indennità di licenziamento e senza alcun pagamento dei giorni di congedo accumulati. In seguito ha dichiarato che l’assistenza sanitaria non sarebbe più stata presa in carico dall’impresa. Gli operai hanno risposto con la decisione unanime di occupare la fabbrica, rischiando l’arresto per atti di trasgressione e per aver preso il controllo dell’inventario dell’impresa per gli ordinativi di infissi.
Gli operai hanno organizzato l’occupazione con una turnazione di equipe, assicurando l’ordine e le condizioni sanitarie adeguate, bandendo alcool e droghe e hanno iniziato immediatamente ad attirare l’interesse dei media. Nelle dichiarazioni rilasciate ai media è subito risulto evidente che la lotta era contro i licenziamenti, per salvaguardare il lavoro e la sussistenza per le loro famiglie. Un operaio ha detto “Lavoro qui da trent’anni e devo battermi per sfamare la mia famiglia”. Un altro che la sua donna stava per mettere alla luce il loro terzo figlio, ma lui non aveva più alcuna copertura sanitaria.
Come nel 2005, quando una gran parte della classe operaia sostenne la lotta dei lavoratori dei trasporti di New York, gli operai di Chicago e dell’intero paese hanno risposto manifestando una forte solidarietà di fronte alle difficoltà incontrate dagli scioperanti. Delle persone sono andate alla fabbrica per portare da mangiare e soldi: tutti hanno capito che si trattava di una lotta esemplare per lottare contro l’insieme dei licenziamenti. Quelli dell’United Electrical, del sindacato degli operai delle macchine e delle radio (Radio and Machine Workers Union), un piccolo sindacato indipendente (35.000 membri a livello nazionale) e non affiliato all’AFL-CIO (dalla quale è stato escluso all’epoca della guerra fredda a causa dei suoi legami con il partito comunista stalinista) è subito intervenuto per cercare di deviare la lotta contro i licenziamenti sul terreno della legalità borghese.
Invece di opporsi alla chiusura della fabbrica ed ai licenziamenti, questo sindacato ha chiesto che l’impresa rispettasse una legge nazionale secondo la quale, in caso di chiusura dell’impresa gli operai devono ricevere un’indennità di licenziamento ed il pagamento dei giorni di congedo accumulati fino a quel momento – in questo caso circa 3.500 dollari a persona. La sinistra e varie celebrità politiche, come il reverendo Jesse Jackson e dei rappresentati della città al congresso, hanno a loro volta cavalcato l’onda andando a visitare gli operai della fabbrica e reclamando il pagamento di queste indennità. I leader politici si sono premurati di intervenire localmente per paura che il movimento potesse estendersi. Anche il futuro nuovo presidente Obama ha “sostenuto la lotta degli operai della fabbrica” insistendo perché il danaro “dovuto” fosse dato loro.
Alla fine dei sei giorni è proprio questa la “vittoria” celebrata dalla sinistra e dai media: le banche all’origine della riorganizzazione dell’impresa sono state d’accordo a dare agli operai i 3.500 dollari che gli spettavano. Chiaramente meglio questo che niente! Ma questo denaro sparirà presto dalle tasche degli operai che invece resteranno senza lavoro e senza copertura sanitaria. Gli operai che hanno occupato la fabbrica erano stati molto chiari sul fatto che quello che volevano era conservare il posto di lavoro. Invece far deragliare la lotta è stato il ruolo principale giocato dai sindacati per conto del capitalismo di Stato. Il lavoro essenziale dei sindacati è cortocircuitare ogni possibilità di polarizzazione e di generalizzazione della lotta operaia, di bloccare la dinamica degli operai verso al comprensione cosciente che il capitalismo non ha alcun futuro da offrire.
Quello che è successo a Chicago va messo in parallelo con quanto avvenne all’epoca degli scioperi nelle industrie automobilistiche negli anni ’30. In quei giorni gli operai si battevano per aumenti salariali e per migliorare le loro condizioni di lavoro, ma il sindacato United Auto Workers indirizzò lo scontro sul piano della lotta per il riconoscimento del sindacato. Negli anni ’70 giovani operai della Western Electric division della Bell System cercarono di resistere ai massicci licenziamenti per sentirsi poi dire che il sindacato si era preparato a battersi soltanto per ottenere le loro indennità con pagamenti dilazionati in modo da pagare meno tasse.
E’ facile per i sindacati ottenere tali “vittorie” che alla fin fine lasciano sempre gli operai senza lavoro e di fronte ad un avvenire distrutto. E questo non è un fenomeno specifico agli Stati Uniti. Recentemente in Cina, col peggioramento dell’economia, sono scoppiate lotte simili con occupazioni di fabbriche.
L’esaltazione delle occupazioni di fabbriche da parte dei media e dei gauchisti è un altro aspetto della sconfitta. E’ vero che l’occupazione di una fabbrica esprime una combattività, una volontà degli operai di resistere e di ricorrere anche ad azioni “illegali”. Tuttavia l’esperienza storica della classe operaia, dopo il movimento di occupazione delle fabbriche degli anni ’20 in Italia e del ’68 in Francia, dimostra che queste occupazioni possono diventare delle trappole quando portano alla chiusura ed all’isolamento.
Per la classe operaia è vitale estendere la lotta ad altri luoghi di lavoro ed altre fabbriche, generalizzare la lotta il più possibile inviando delegazioni, organizzando incontri di massa e manifestazioni per attirare altri lavoratori nella lotta. Da “sostegno” passivo con espressioni di simpatia e di contributi economici, la solidarietà si trasforma allora in solidarietà attiva di lotte che si congiungono e si uniscono. Al contrario l’occupazione della fabbrica può permette più facilmente ai sindacati, questi agenti della classe dominante, di imprigionare gli operai combattivi nella fabbrica, di isolarli dagli altri lavoratori e di impedirgli anche di essere dei catalizzatori attivi dell’estensione della lotta fuori dal controllo sindacale.
E’ chiaro che c’è stata una solidarietà immensa verso gli operai di Chicago. Ma per la classe operaia la solidarietà più profonda è legata alla presa di coscienza che tutti gli operai, quali che siano le specificità del proprio lavoro, condividono la stessa condizione, lo stesso destino e devono portare avanti la stessa lotta. Ce ne freghiamo di quello che è “legale” o di quello che è conveniente per i padroni. Noi dobbiamo batterci per quello che fa gli interessi di tutti i lavoratori, perché non ci siano licenziamenti, perché nessuno sia buttato in mezzo alla strada. Piuttosto che restare chiusi nella fabbrica gli operai della Republic avrebbero dovuto andare di fabbrica in fabbrica nella regione di Chicago, inviare delegazioni in altri posti di lavoro dicendo ai lavoratori di unirsi alla lotta ed esigere di porre immediatamente fine ai licenziamenti ed alla chiusura di luoghi di lavoro. Una tale lotta non sarebbe mai stata salutata e celebrata dai media, dai sindacati, dai politici di sinistra o dal presidente Obama.
Una tale lotta verrebbe denunciata perché rappresenterebbe una minaccia per l’ordine capitalista.
Il terribile stato in cui si trova oggi la classe operaia deve far rigettare ogni idea di tregua per il futuro regime di Obama, così come ogni illusione che “qualche cosa di buono” potrà arrivare con la nuova amministrazione. Al contrario questo stato richiede lo sviluppo della lotta di classe.
J. Grevin, 15 dicembre 2008
Tradotto da Internationalism, organo della CCI negli Stati Uniti
1. https://www.nytimes.com/2008/12/13/us/13factory.html [12]
Questo articolo è stato in origine pubblicato sul sito israeliano di Indymedia e su Libcom.org [14]. È stato scritto da un compagno in Israele che, malgrado faccia parte di una ristretta minoranza, ha sentito il bisogno di rispondere alla febbre patriottica di guerra che è diffusa in Israele e Palestina in seguito all’assalto israeliano su Gaza. La sua decisione di pubblicare una dichiarazione è stata in parte il risultato dell’incoraggiamento e della solidarietà offerta da un certo numero di testi pubblicati su Libcom (inclusi gli stessi membri del collettivo Libcom, la CCI e il gruppo di sinistra comunista turco EKS). Questo è un contributo modesto ma significativo dell’emergere di una reale opposizione al pericoloso nazionalismo che attualmente domina il Medio Oriente. WR (sezione in Gran Bretagna della CCI), 10/1/09.
Una dichiarazione contro i nazionalismi di Israele e Palestina. Cosa c’è dietro una bandiera?
Un tentativo di presentare una prospettiva internazionalista sulla situazione attuale in Cisgiordania, dopo l’attacco di Israele alla striscia di Gaza.
Gran parte delle persone in Israele si ricorderanno di una cosa a proposito della manifestazione di domenica 3 gennaio 2009[1]: che gli organizzatori sono andati alla Corte Suprema per assicurarsi di poter mostrare la bandiera palestinese.
Ora, io non ho nulla in contrario il fatto che qualcuno porti oppure no una bandiera in una certa corcostanza. Ma bisogna pur chiedersi a cosa è servita questa bandiera palestinese (dell’ex OLP).
Questa manifestazione aveva come obiettivo di fermare l’attacco a Gaza. Che c’entra dunque in questo la bandiera palestinese? Si potrebbe rispondere: “bene, essa esprime il sostegno alla resistenza palestinese”. Al che vorrei porre un’altra questione: “quale resistenza palestinese?” I Palestinesi più giudiziosi di Gaza vorrebbero fuggire dall’inferno dei bombardamenti, non resistere ed essere bombardati. Che altro significa resistere mentre si viene bombardati? Prendere le armi contro gli invasori?
Questa bandiera rappresenta il nazionalismo palestinese, nello stesso modo in cui la bandiera israeliana rappresenta il nazionalismo israeliano. Ora, la maggior parte dei lettori di questo sito Web probabilmente assoceranno il nazionalismo israeliano con la violenza e l’oppressione che ricoprono il dominio dei capitalisti sul nostro paese. Perché la stessa cosa non si dovrebbe applicare anche al nazionalismo palestinese?
Mentre parliamo, i Palestinesi della Cisgiordania vengono brutalmente repressi e imbavagliati, Palestinesi che vogliono protestare contro questa stessa guerra. Perché? Perché l’Autorità Palestinese non sente critiche e non muoverà un passo dalla sua sola ragione d’essere, essendo un subappaltatore del controllo israeliano sopra i Territori Occupati.
Sono questi stessi capi di Hamas, che si stanno adesso nascondendo in bunker e in abitazioni corazzate mentre registrano messaggi di resistenza al “loro” popolo, che si sono rifiutati di pagare giusto qualche mese fa lo stipendio agli insegnanti, che hanno sfasciato i sindacati palestinesi[2], che hanno ucciso dei Palestinesi innocenti nei loro combattimenti di strada contro i loro concorrenti di Fatah e che hanno sparato razzi su obiettivi civili a caso, invece dei pretesi tentativi di migliorare le condizioni di vita dei Palestinesi, occupati e disoccupati.
Mentre stiamo protestando contro il brutale bombardamento di Gaza da parte del nazionalismo israeliano, dobbiamo ricordarci che il nazionalismo palestinese è soltanto meno potente, non certo meno brutale. Purtroppo, questo episodio della bandiera fa gioco al nazionalismo a livello ideologico, rendendo più facile respingere ogni il dissenso nei confronti del governo come un automatico sostegno per “il nemico”.
Certo, cinicamente, vi è una ottima ragione per spiegare come si è arrivati a questo fiasco. Questa manifestazione del 3 gennaio, organizzata dal fronte Hadash[3] del Partito Comunista Israeliano, viene un giorno prima del lancio ufficiale della campagna elettorale di questo partito. E Hadash ha bisogno di assecondare la sua base nazionalista palestinese all’interno della Linea Verde[4] per mantenere il suo peso elettorale nelle prossime elezioni contro i nazionalisti secolari (Al-Tajmua) ed il Movimento Islamista. E questo gioca, ancora una volta, a favore del nazionalismo e, in definitiva, dello stesso capitalismo.
Tutto ciò non può avere altro risultato che la ripetizione di cicli di violenza, che non si fermeranno se non quando prenderemo coscienza che questi nazionalismi servono solo ad appannare la nostra capacità di giudizio ed impedirci di vedere il vero problema, cioè che noi siamo usati per uccidere e per farci uccidere, e per farci concorrenza al servizio di gente che non fa i nostri interessi ma soltanto i suoi. E questo vale sia per gli Israeliani che per i Palestinesi. Sciogliamo il nodo gordiano del nazionalismo e saremo su una via che ci permetterà di avere delle vite migliori per tutti.
(La versione Indymedia di questo articolo finiva con un link all’articolo della CCI su Gaza [15]).
[1] Il 3 gennaio scorso, convocata da Gush Shalom, principale organizzazione pacifista israeliana e da venti altre organizzazioni gauchiste così come da alcuni anarchici e dal Partito Comunista Israeliano, ha avuto luogo a Tel Aviv in Israele una manifestazione contro l’offensiva su Gaza. Erano presenti 10.000 persone, cosa che sembra particolarmente significativa di una crescita importante del rifiuto della guerra nella popolazione israeliana. Allo scopo di meglio sviare le preoccupazioni contro la guerra dei manifestanti verso l’esaltazione del nazionalismo, gli organizzatori avevano chiesto all’Alta Corte di Giustizia di rendere legale la bandiera palestinese e dunque la sua presenza nella manifestazione (NdT).
[2] Senza mettere in discussione tutto il valore della difesa dell’internazionalismo da parte del compagno, occorre precisare che, per noi, i sindacati sono diventati ovunque degli organi della borghesia, e che la loro repressione nel micro-Stato palestinese è legata a lotte sanguinose tra frazioni borghesi. Hamas è del resto una frazione borghese particolarmente oscurantista e limitata, incapace di utilizzare le armi più sofisticate ed efficaci della classe dominante contro il proletariato, cioè la democrazia, il parlamentarismo, la pseudo-libertà di stampa e … i sindacati. È per questo che, effettivamente, Hamas ha frantumato e schiacciato i sindacati.
[3] L’Hadash, Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza, in passato Rakah, è una metamorfosi del Partito Comunista Israeliano la cui azione è soprattutto diretta verso la popolazione araba israeliana, a forte composizione operaia, che spinge al reclutamento nel nazionalismo filo-palestinese ed alla difesa di uno Stato palestinese.
[4] Il termine “Linea Verde” si riferisce alla delimitazione del tracciato delle frontiere di Israele nei confronti di alcuni dei suoi stati vicini (Siria, Giordania ed Egitto) che datano dall’armistizio del 1949, alla fine della guerra arabo-israeliana del 1948 (NDT, fonte Wikipedia).
“I lavori del 16° Congresso (...) hanno posto al centro delle loro preoccupazioni l’esame della ripresa dei combattimenti della classe operaia e delle responsabilità che questa ripresa implica per la nostra organizzazione, particolarmente di fronte allo sviluppo di una nuova generazione di elementi che si volgono verso una prospettiva politica rivoluzionaria.” (“16° Congresso della CCI. Prepararsi ai combattimenti della classe e al sorgere di nuove forze rivoluzionarie [19]”, Revue Internationale n° 122)
“La responsabilità delle organizzazioni rivoluzionarie, e della CCI in particolare, è quella di essere parte attiva della riflessione che si produce da qualche tempo nella classe, non solo intervenendo attivamente nelle lotte che essa comincia a sviluppare ma anche stimolando lo sviluppo dei gruppi e degli elementi che si propongono di raggiungere la sua lotta.” (“17° Congresso della CCI. Risoluzione sulla situazione internazionale [20]”, Rivista Internazionale n°29).
“Il Congresso ha … tirato un bilancio estremamente positivo della nostra politica in direzione dei gruppi ed elementi che si situano in una prospettiva di difesa o di avvicinamento delle posizioni della Sinistra comunista. (...) l’aspetto più positivo di questa politica è stato senza alcun dubbio la capacità della nostra organizzazione di stabilire o di rafforzare i legami con altri gruppi che si pongono su posizioni rivoluzionarie e la cui illustrazione è stata la partecipazione di quaattro di questi gruppi al 17° Congresso.” (“17° Congresso della CCI. Un rafforzamento internazionale del campo proletario [21], Ibid.).
Così, in occasione del nostro ultimo Congresso internazionale, vi abbiamo potuto salutare la presenza, per la prima volta dopo un quarto di secolo, di delegazioni di differenti gruppi che si pongono chiaramente su posizioni di classe internazionaliste (OPOP del Brasile, l’SPA di Corea, l’EKS di Turchia, Internasyonalismo delle Filippine[1], anche se quest’ultimo gruppo non aveva potuto essere presente fisicamente). Il contatto e la discussione si sono sviluppati non solo con questi quattro gruppi ma anche con altri gruppi ed elementi in altri paesi del mondo (particolarmente in America latina, cosa che ha permesso alla nostra organizzazione di tenere diverse riunioni pubbliche in Perù, a San Domingo e in Ecuador[2]). La discussione con i compagni di Turchia e delle Filippine li ha condotti a prendere la decisione di porre la loro candidatura alla CCI visto il loro crescente accordo con le nostre posizioni. La discussione è dunque proseguita, da un certo punto in poi, nel quadro di un processo di integrazione come viene definito nel nostro articolo pubblicato sul nostro sito Internet: “Come diventare militanti della CCI? [22]”[3]
Nel corso dell’ultimo periodo, questi compagni hanno così condotto delle discussioni approfondite sulla nostra piattaforma inviandocene i resoconti. D’altra parte numerose delegazioni della CCI si sono rese sul posto per discutere con loro e hanno potuto verificare la profondità della loro volontà di implicarsi così come la chiarezza del loro accordo con le nostre posizioni e i nostri principi organizzativi. A conclusione di queste discussioni, l’ultima riunione plenaria dell’organo centrale della CCI ha potuto prendere la decisione di integrare questi due gruppi come nuove sezioni della nostra organizzazione.
La maggior parte delle sezioni della CCI sono presenti in Europa[4] o in America[5] e finora, al di fuori di questi due continenti, non esisteva che una sezione in India. L’integrazione di queste due nuove sezioni all’interno della nostra organizzazione allarga in maniera significativa la sua estensione geografica.
Riguardo alle Filippine, si tratta di un paese vastissimo che si trova in una regione del mondo che ha conosciuto di recente una crescita molto rapida dell’industria e, pertanto, del numero di operai. Questa crescita ha prodotto nel corso dell’ultimo periodo numerose illusioni su un “nuovo palpito del capitalismo mondiale” ma è adesso chiaro che, come per i “vecchi” paesi capitalisti, i paesi “emergenti” nin saranno risparmiati dalla crisi acuta che si sviluppa attualmente. E’ dunque una zona geografica in cui le contraddizioni del capitalismo si acutizzeranno in maniera violenta in futuro, provocando inevitabilmente dei movimenti sociali, non solo dei moti della fame come quelli della primavera 2007 ma anche lotte della classe operaia.
La costituzione di una sezione in Turchia rafforza la presenza della CCI nel continente asiatico, particolarmente in una regione prossima ad una delle zone più critiche per le tensioni imperialiste attuali, la regione del vicino oriente. D’altra parte, i nostri compagni dell’EKS sono stati condotti a intervenire l’anno scorso per denunciare le operazioni militari della loro borghesia al nord dell’Iraq (vedi il “volantino dell’EKS contro l’operazione dell’esercito turco” [23] pubblicato sul nostro sito web).
A più riprese la CCI è stata accusata di avere una visione “euro-centrista” dello sviluppo delle lotte operaie e della prospettiva rivoluzionaria nella misura in cui aveva messo in evidenza il ruolo decisivo dei settori del proletariato dei paesi dell’Europa occidentale:
“Solo nel momento in cui la lotta proletaria toccherà il cuore economico e politico del dispositivo capitalista:
solo allora questa lotta darà il segnale della conflagrazione rivoluzionaria mondiale. (…)
E’ solo attaccando il cuore ed il cervello della bestia capitalista che il proletariato potrà averne ragione.
Questo cuore e questo cervello del mondo capitalista si trovano – come li ha situati da secoli la storia – in Europa occidentale. E’ là dove il capitalismo ha compiuto i suoi primi passi che la rivoluzione comincerà il suo corso, essendo l’uno all’altra legati. E’ là che sono in effetti riunite nella loro forma più avanzata tutte le condizioni della rivoluzione enunciate sopra. (...)
“Solo dunque in Europa occidentale, là dove il proletariato ha la più ricca esperienza di lotte, dove si scontra da decenni con queste mistificazioni “operaie” più elaborate, esso potrà sviluppare pienamente la sua coscienza politica indispensabile alla lotta per la rivoluzione”. (“Il proletariato dell’Europa occidentale al centro della generalizzazione della lotta”, Rivista Internazionale n°7).
La nostra organizzazione ha già risposto a questa critica di “eurocentrismo”:
“Questa non è affatto una visione ‘eurocentrista’. Il mondo borghese si è sviluppato a partire dall’Europa, vi ha sviluppato il suo più vecchio proletariato che è dotato perciò di una più grande esperienza” (idem)
In particolare non ha mai pensato che i rivoluzionari non avessero un ruolo da giocare nei paesi della periferia:
“Ciò non vuol dire che la lotta di classe o l’attività dei rivoluzionari no ha senso nelle altre regioni del mondo. La classe operaia è una. La lotta di classe esiste dovunque si fronteggino operai e capitale. Le lezioni delle diverse manifestazioni di questa lotta sono valide per tutta la classe, quale che sia il luogo in cui esse si svolgono; in particolare, l’esperienza delle lotte nei paesi della periferia influenzerà la lotta nei paesi centrali. Ancora, la rivoluzione sarà mondiale e coinvolgerà tutti i paesi. Le correnti rivoluzionarie della classe saranno preziose in tutti i luoghi in cui il proletariato si scontrerà con la borghesia, cioè nel mondo intero.” (idem)
Ciò vale, evidentemente, anche per dei paesi come le Filippine o la Turchia.
In questi paesi la lotta per la difesa delle idee comuniste è molto difficile. Ci si deve scontrare con le mistificazioni classiche che la borghesia mette avanti per ostacolare lo sviluppo della lotta e della coscienza del proletariato (le illusioni democratiche ed elettorali, il sabotaggio delle lotte operaie da parte dell’apparato sindacale e il veleno del nazionalismo). Inoltre, la lotta del proletariato e quella dei rivoluzionari si scontrano in maniera diretta e immediata non solo con le forze di repressione del governo ufficiale, ma anche con dei gruppi armati che si oppongono a questo governo come il PKK in Turchia e i differenti movimenti di guerriglia nelle Filippine la cui assenza di scrupoli e brutalità non hanno nulla da invidiare ai governi per la semplice ragione che non difendono niente altro che il capitalismo, anche se in una forma diversa. Questa situazione rende perciò l’attività dei compagni delle due nuove sezioni della CCI più pericolosa che nei paesi d’Europa e d’America del nord.
La sezione nelle Filippine, che – ancor prima della sua integrazione nella CCI - aveva già fatto un lavoro di pubblicazione su Internet nella lingua ufficiale delle Filippine (il tagalog), così come in lingua inglese, il cui uso è molto diffuso in questo paese, non potrà pubblicare ancora una stampa cartacea regolare (se non episodicamente). Il nostro sito Internet diviene dunque il principale strumento di diffusione delle nostre posizioni nelle Filippine.
La sezione in Turchia potrà disporre della rivista Dunya Devrimi, che era finora l’organo dell’EKS e che diventa l’organo di stampa della CCI in questo paese. Nella Revue Internationale n°122 scrivevamo:
“Noi salutiamo questi compagni che si indirizzano verso le posizioni comuniste e verso la nostra organizzazione. Noi gli diciamo: ‘Avete fatto la scelta giusta, la sola possibile se avete la prospettiva di integrarvi nella lotta per la rivoluzione proletaria. Ma non è la scelta della facilità: non conoscerete rapidi successi, occorrerà pazienza e tenacia e non scoraggiarsi quando i risultati ottenuti non saranno all’altezza delle vostre speranze. Ma non sarete soli: gli attuali militanti della CCI saranno al vostro fianco coscienti come sono della responsabilità che la vostra presenza rappresenta per loro. La loro volontà, che si è espressa al 16° Congresso, è di essere all’altezza di questa responsabilità.’”(“16° Congresso della CCI – Prepararsi ai combattimenti della classe e al sorgere di nuove forze rivoluzionarie [19]”). Queste parole, che si indirizzavano a tutti gli elementi e gruppi che hanno fatto la scelta di ingaggiarsi nella difesa delle posizioni della Sinistra comunista si applicano evidentemente in primo luogo alle due sezioni che hanno raggiunto la nostra organizzazione.
A queste due nuove sezioni, e ai compagni che le costituiscono, l’insieme della CCI rivolge un saluto caloroso e fraterno.
CCI
[1] OPOP: Oposição Operária (Opposizione Operaia); SPA: Socialist Political Alliance (Alleanza Politica Socialista); EKS: Enternasyonalist Komünist Sol (Sinistra Comunista Internazionalista); Internasyonalismo (Internazionalismo). Per ulteriori dettagli su questi gruppi, vedi il nostro aarticolo “17° Congresso della CCI. Un rafforzamento internazionale del campo proletario [21]” nella Rivista Internazionale n° 29.
[2] A proposito di queste riunioni pubbliche, vedi in particolare sul nostro sito Internet “Dibattito internazionalista nella Repubblica dominicana [24]”, “Riunione pubblica della CCI nel Perù sulla crisi: un dibattito proletario appassionante e appassionato [25]”.
[3] “La CCI ha sempre accolto con entusiasmo i nuovi elementi che vogliono integrarsi nei suoi ranghi. (...)Tuttavia, questo entusiasmo non significa che facciamo una politica di reclutamento per il reclutamento, come le organizzazioni trotzkiste.
La nostra politica non è neanche quella delle integrazioni premature su delle basi opportuniste, senza chiarezza preliminare. (...)La CCI non è una locanda dove si entra e si esce né è interessata ad andare a caccia di militanti.
Non siamo neanche dei mercanti di illusioni. È perciò che i nostri lettori che si pongono la domanda “come si fa ad aderire alla CCI?” devono comprendere che l’adesione alla CCI richiede del tempo. Ogni compagno che pone la sua candidatura deve dunque armarsi di pazienza per impegnarsi in un processo di integrazione nella nostra organizzazione. Questo processo è innanzitutto una maniera per il candidato di verificare da sé la profondità della propria convinzione, in modo che la sua decisione di diventare militante non sia presa alla leggera o attraverso un “colpo di testa”. Ciò è anche e soprattutto la migliore garanzia che possiamo offrirgli perché la sua volontà di impegno militante non si concluda con un insuccesso ed una demoralizzazione.”
[4] Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Olanda, Spagna, Svezia, Svizzera.
[5] Brasile, Messico, Stati Uniti, Venezuela.
Con l’insurrezione del novembre 1918, la classe operaia aveva costretto la borghesia in Germania a porre fine alla guerra. Per sabotare la radicalizzazione del movimento ed impedire una ripetizione degli “avvenimenti russi”, la classe capitalista utilizzò nelle lotte l’SPD come macchina da guerra contro la classe operaia. Grazie ad una politica di sabotaggio particolarmente efficace l’SPD, con l’aiuto dei sindacati, fece di tutto per minare la forza dei consigli operai.
Confrontata allo sviluppo esplosivo del movimento, con i soldati che si ammutinavano dovunque e raggiungevano il campo degli operai insorti, la borghesia ritenne impossibile una politica di repressione immediata. Doveva agire prima politicamente contro la classe operaia per poi ottenere una vittoria militare.
Tuttavia la preparazione dell’azione militare venne avviata da subito. Non furono i partiti di destra della borghesia ad organizzare questa repressione ma proprio quello che passava ancora per “il grande Partito del proletariato”, l’SPD, e lo fece in collaborazione stretta con l’esercito. Furono questi famosi democratici ad attivarsi per costituire l’ultima linea di difesa del capitalismo. Furono loro a rivelarsi il bastione più efficace del capitale. L’SPD cominciò col creare delle unità di commando poiché l’esercito regolare, contaminato dal “virus delle lotte operaie”, era sempre meno incline ad ubbidire al governo borghese. Queste compagnie di volontari che avevano il privilegio di ricevere una paga speciale, sarebbero serviti da ausiliari della repressione.
Le provocazioni militari del 6 e 24 dicembre 1918Giusto un mese dopo l’inizio delle lotte, l’SPD diede l’ordine alla polizia di entrare con la forza negli uffici del giornale della frazione Spartakus, Die Rote Fahne. Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg ed altri Spartachisti, insieme ad alcuni membri del Consiglio Esecutivo di Berlino, furono arrestati. Nello stesso momento le truppe leali al governo attaccarono una manifestazione di soldati che erano stati smobilitati o che avevano disertato; 14 manifestanti furono uccisi. In risposta, numerose fabbriche scesero in sciopero il 7 dicembre; ovunque si tennero assemblee generali nelle fabbriche. L’8 dicembre ci fu per la prima volta una manifestazione di operai e di soldati in armi alla quale parteciparono più di 150.000 persone. Nelle città della Ruhr, come a Mülheim, operai e soldati arrestarono alcuni padroni di industrie.
Di fronte a queste provocazioni del governo i rivoluzionari non spinsero all’insurrezione immediata ma invitarono gli operai a mobilitarsi in massa. Gli Spartachisti ritenevano che la situazione non era ancora abbastanza matura per rovesciare il governo borghese, in particolare rispetto alla capacità della classe operaia.
Il Congresso nazionale dei consigli, svoltosi a metà dicembre, mostrò questa immaturità e la borghesia ne approfittò. I delegati al Congresso decisero di sottomettere la loro decisione ad una Assemblea Nazionale da eleggere. Nello stesso tempo fu costituito un Consiglio Centrale (Zentralrat) composto esclusivamente da membri dell’SPD, che pretendeva di parlare in nome dei consigli degli operai e dei soldati in Germania. La borghesia approfittò di questa debolezza della classe operaia scatenando un’altra provocazione militare dopo il Congresso: il 24 dicembre le unità di combattimento e le truppe governative passarono all’offensiva. Undici marinai e parecchi soldati furono uccisi. Ancora una volta vi fu una grande indignazione tra gli operai. Quelli della compagnia automobilistica Daimler e di parecchi altre fabbriche di Berlino costituirono una Guardia Rossa. Il 25 dicembre ci furono imponenti manifestazioni in risposta a questo attacco. Il governo fu obbligato ad arretrare. Di fronte al discredito crescente dell’équipe governativa, l’USPD che fino a quel momento aveva partecipato al governo con l’SPD, se ne uscì.
Tuttavia la borghesia non abbandonò i suoi intendi anzi continuò a lavorare per disarmare il proletariato che a Berlino era ancora armato e si preparò a dargli il colpo decisivo.
L’SPD incita all’uccisione dei comunisti
Per aizzare la popolazione contro il movimento di classe l'SPD diventò il portavoce di un’enorme campagna di calunnie contro i rivoluzionari spingendosi fino a reclamare la messa a morte degli Spartachisti in particolare.
A fine dicembre il gruppo Spartakus lasciò l’USPD e formò il KPD con gli IKD. La classe operaia ebbe così un partito di classe nato nel fuoco del movimento e che diventò il bersaglio degli attacchi dell’SPD, principale difensore del capitale.
Per il KPD opporsi a questa tattica del capitale richiedeva la maggiore attività di massa dei lavoratori possibile. “Dopo la fase iniziale della rivoluzione, quella della lotta essenzialmente politica, si apre ora una fase di lotta rafforzata, più intensa e principalmente economica”. (Rosa Luxemburg al Congresso di fondazione del KPD). Il governo SPD “non verrà a capo delle fiamme della lotta economica di classe” (idem). E’ per questo che il capitale, l’SPD in testa, fece di tutto per impedire ogni estensione delle lotte su questo terreno provocando sollevamenti prematuri di operai armati per poi reprimerli. Aveva bisogno in primis di indebolire il movimento nel suo centro, Berlino, per poi attaccare il resto della classe operaia.
La trappola dell’insurrezione prematura a Berlino
In gennaio la borghesia riorganizzò le sue truppe a Berlino. Aveva in tutto più di 80.000 soldati sparsi nella città, di cui 10.000 erano truppe d’assalto. All’inizio del mese fece una nuova provocazione contro gli operai in modo da disperderli militarmente. Il 4 gennaio il prefetto di polizia di Berlino, Eichorn, che era stato eletto dagli operai a novembre, fu rimosso dalle sue funzioni dal governo borghese, cosa che fu recepita dalla classe operaia come un attacco. La sera del 4 gennaio gli Uomini di fiducia rivoluzionaria (ovvero Delegati Rivoluzionari dal tedesco Revolutionäre Obleute) tennero una riunione alla quale parteciparono Liebknecht e Pieck in nome del KPD appena costituitosi.
Il KPD, gli Uomini di fiducia e l’USPD chiamarono ad un assembramento di protesta per il sabato 5 gennaio. Circa 150.000 operai parteciparono alla manifestazione che ebbe seguito a questo assembramento davanti alla questura. La stessa sera alcuni manifestanti occuparono gli uffici del giornale del SPD, Vorwärts, e di altre case editrici. Queste azioni furono probabilmente dovute all’incitamento di agenti provocatori e comunque si svolsero senza la conoscenza e tanto meno l’approvazione del comitato.
In ogni caso non c’erano tutte le condizioni per un capovolgimento del governo ed il KPD lo spiegò chiaramente con un volantino all’inizio di gennaio:
“Se oggi gli operai di Berlino sciolgono l’Assemblea nazionale, se gettano in prigione gli Ebert - Scheidemann, mentre gli operai della Ruhr, dell’Alta-Slesia e dell’Elba restano tranquilli, domani il capitalismo sarà capace di affamare Berlino. L’offensiva della classe operaia contro la borghesia, la battaglia per il potere dei consigli operai e dei soldati deve essere opera di tutti i lavoratori del Reich. È solo la lotta degli operai delle città e delle campagne, dovunque ed in modo permanente, accelerandosi e crescendo fino a diventare una potente ondata che si infrange con fragore sull’insieme della Germania, è solo un’onda formata dalle vittime dello sfruttamento e dell’oppressione che si espande su tutto il paese che può far esplodere il governo capitalista, sciogliere l’Assemblea nazionale e, sulle rovine, costruire il potere della classe operaia che condurrà il proletariato alla vittoria completa nell’ulteriore lotta contro la borghesia. (…) Operai, uomini e donne, soldati e marinai! Convocate dovunque delle assemblee e spiegate chiaramente alle masse che l’Assemblea nazionale è un bluff. In ogni fabbrica, in ogni unità di truppa, in ogni città, sorvegliate e verificate che il vostro consiglio di operai e di soldati venga eletto bene, che non ci siano dentro dei rappresentanti del sistema capitalista, dei traditori della classe operaia come gli uomini di Scheidemann, o degli elementi inconsistenti o esitanti come gli Indipendenti”.
Quest’analisi mostra che il KPD vedeva chiaramente che il capovolgimento della classe capitalista non era possibile nell’immediato e che l’insurrezione non era all’ordine del giorno.
Dopo l’enorme manifestazione di massa, il 5 gennaio, gli Uomini di fiducia tennero una riunione la sera stessa alla quale parteciparono delegati del KPD e rappresentanti delle truppe della guarnigione. Impressionati dalla potente manifestazione della giornata i presenti elessero un Comitato Rivoluzionario di 52 membri con Ledebourg come presidente, Scholze per gli Uomini di fiducia e Karl Liebknecht per il KPD. Decisero per lo sciopero generale ed un’altra manifestazione per l’indomani, il 6 gennaio.
Il Comitato Rivoluzionario distribuì un volantino che chiamava all’insurrezione: “Lottiamo per il potere del proletariato rivoluzionario! Abbasso il governo Ebert-Scheidemann!”.
Alcuni soldati dichiararono la loro solidarietà al Comitato Rivoluzionario. Una delegazione di soldati garantì che avrebbe affiancato la rivoluzione appena sarebbe stata annunciata la destituzione del governo Ebert-Scheidemann. In risposta Liebknecht per il KPD e Scholze per gli Uomini di fiducia firmarono un decreto che dichiarava la destituzione e che il governo sarebbe passato in mano al Comitato Rivoluzionario. Il 6 gennaio, circa 500.000 persone manifestarono nelle strade. Manifestazioni ed assembramenti ebbero luogo in ogni settore della città; gli operai della Grande Berlino chiedevano armi. Il KPD esigeva l’armamento del proletariato ed il disarmo dei controrivoluzionari. Sebbene il Comitato rivoluzionario avesse lanciato la parola d’ordine “Abbasso il governo!”, non prese nessuna iniziativa seria per attuare questo orientamento. Non fu organizzata nessuna truppa di combattimento nelle fabbriche, non fu fatto alcun tentativo di prendere le redini dello Stato e paralizzare il vecchio governo. Non solo il Comitato Rivoluzionario non aveva nessun piano d’azione ma, il 6 gennaio, fu costretto dalla marina ad abbandonare il suo quartiere generale.
La massa degli operai che manifestavano aspettava in strada delle direttive mentre invece i loro leader venivano dispersi. Mentre la direzione proletaria arretrava, esitava e non aveva nessun piano d’azione, il governo condotto dall’SPD, da parte sua, superava velocemente l’iniziale shock provocato dall’offensiva degli operai. Riceveva aiuti da ogni parte. L’SPD chiamò a scioperi e manifestazioni a sostegno del governo. Una campagna ancora più accanita e perfida si scatenò contro i comunisti.
L’SPD ed i suoi complici si stavano così preparando a massacrare i rivoluzionari del KPD in nome della rivoluzione e degli interessi del proletariato. Con ignobile falsità chiamava i consigli a sostenere il governo nella sua azione contro quelle che definiva “le bande armate”. L’SPD rifornì anche una sezione militare che riceveva armi delle caserme e Noske si pose alla testa delle forze di repressione con le parole: “Abbiamo bisogno di un cane sanguinario, non mi sottraggo davanti ad una tale responsabilità”.
Il 6 gennaio si ebbero delle scaramucce. Mentre il governo ammassava le truppe intorno a Berlino, la sera del 6, l’Esecutivo dei consigli di Berlino stava in seduta. Dominato dall’SPD e dall’USPD, propose dei negoziati tra gli Uomini di fiducia ed il governo che il Comitato Rivoluzionario aveva appena invitato a rovesciare. L’Esecutivo giocava a fare il “conciliatore”, proponendo di riconciliare l’inconciliabile. Questo atteggiamento seminò la confusione tra gli operai e soprattutto tra i soldati che erano già esitanti. I marinai decisero quindi di adottare una politica di “neutralità”. In una situazione di scontro diretto tra le classi ogni indecisione può condurre velocemente la classe operaia a perdere fiducia nelle proprie capacità ed ad adottare un atteggiamento diffidente nei confronti delle proprie organizzazioni politiche. Giocando questa carta, l’SPD favorì un indebolimento drammatico del proletariato. Allo stesso tempo utilizzò degli agenti provocatori per spingere gli operai allo scontro, come fu provato successivamente.
Confrontata a questa situazione la direzione del KPD, contrariamente al Comitato Rivoluzionario, aveva una posizione molto chiara basata sull’analisi della situazione che aveva fatto al suo Congresso di fondazione e pensava che l’insurrezione fosse prematura.
Il KPD chiamava quindi gli operai a rafforzare prima e soprattutto i consigli sviluppando la lotta sul proprio terreno di classe, nelle fabbriche, sbarazzandosi degli Ebert, Scheidemann e compagni. Intensificando la pressione mediante i consigli, essi avrebbero potuto dare un nuovo slancio al movimento per poi lanciarsi nella battaglia per impossessarsi del potere politico.
Lo stesso giorno, Luxemburg e Jogiches criticarono violentemente la parola d’ordine di immediato capovolgimento del governo lanciata dal Comitato Rivoluzionario, ma anche e soprattutto il fatto che questo si era mostrato, per il suo atteggiamento esitante e disfattista, incapace di dirigere il movimento di classe. Rimproverarono in particolare Liebknecht per avere agito per proprio conto lasciandosi trasportare dall’entusiasmo e dall’impazienza invece di rifarsi alla direzione del Partito e basarsi sul programma e le analisi del KPD.
Questa situazione mostra bene che quello che mancava non era né il programma, né le analisi, ma la capacità del Partito, come organizzazione, a svolgere il ruolo di direzione politica del proletariato. Fondato solamente alcuni giorni prima, il KPD non aveva nessuna influenza nella classe, ancora meno una solidità e una coesione organizzativa come quella del partito bolscevico un anno prima in Russia. L’immaturità del Partito Comunista in Germania la ragione essenziale del disorientamento nelle sue fila che avrebbe influenzato pesantemente e drammaticamente gli avvenimenti che seguirono.
Nella notte tra l’8 ed il 9 gennaio le truppe governative passarono all’attacco. Il Comitato Rivoluzionario, che non sempre aveva analizzato correttamente il rapporto di forza, chiamò all’azione contro il governo: “Sciopero generale! Alle armi! Non ci sono alternative! Dobbiamo combattere fino all’ultimo uomo!”. Molti operai aderirono a quest’appello ma ancora una volta aspettarono invano istruzioni precise dal Comitato. In realtà non era stato fatto niente per organizzare le masse, per spingere alla fratellanza tra gli operai rivoluzionari e le truppe… Le truppe del governo entrarono quindi a Berlino e, per parecchi giorni, si scontrarono violentemente nelle strade con gli operai armati. Molti furono uccisi o feriti negli scontri in varie parti della città. Il 13 gennaio l’USPD decise la fine dello sciopero generale ed il 15 gennaio Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht vennero assassinati dagli sbirri del regime Socialdemocratico. La campagna criminale dell’SPD: “Uccidete Liebknecht!” si concluse dunque con un successo della borghesia. Il KPD fu privato dei suoi più importanti leader.
Il KPD non aveva la forza di trattenere il movimento come avevano fatto i bolscevichi nel luglio 19171. Secondo Ernst, il nuovo capo della polizia socialdemocratica che aveva sostituito Eichhorn: “Fin dall’inizio gli aderenti a Spartakus non avevano nessuna possibilità di successo poiché, con i nostri preparativi, li abbiamo costretti ad agire prematuramente. Conoscevamo ogni loro carta prima ancora che la giocassero ed è per questo che siamo riusciti a sconfiggerli”.
In seguito a questo successo militare la borghesia comprese immediatamente che doveva approfittare del suo vantaggio. Scatenò un’ondata di sanguinaria repressione durante la quale migliaia di operai berlinesi e di comunisti furono assassinati, torturati e gettati in prigione. L’assassinio di Liebkecht e della Luxemburg non furono un’eccezione ma rivelarono la determinazione bestiale della borghesia a eliminare i suoi nemici mortali: i rivoluzionari.
Il 19 gennaio “la democrazia” trionfava: si tenevano le elezioni per l’Assemblea Nazionale. Al tempo stesso, sotto la pressione delle lotte operaie, il governo si trasferiva a Weimar. La Repubblica di Weimar si instaurava sui cadaveri di migliaia di operai.
Al suo Congresso di fondazione il KPD riconobbe che la classe non era ancora matura per l’insurrezione. Dopo il movimento inizialmente dominato dai soldati, era vitale un nuovo slancio che partiva dalle fabbriche, dalle assemblee generali e dalle manifestazioni. Era una condizione perché la classe potesse acquistare, nel movimento, maggiore forza e maggiore fiducia in sé stessa. Era una condizione perché la rivoluzione non fosse opera di una minoranza o di alcuni elementi impazienti o disperati, ma si appoggiasse sullo slancio rivoluzionario della larga maggioranza degli operai.
Inoltre, a gennaio, i consigli operai non esercitavano realmente il doppio potere perché l’SPD li aveva sabotati dell’interno. Come abbiamo mostrato nell’articolo precedente (RI n.158), il Congresso nazionale dei consigli tenutosi a metà dicembre aveva rappresentato una vittoria per la borghesia e purtroppo niente di nuovo era venuto a stimolare i consigli. La valutazione che faceva il KPD del movimento della classe e del rapporto di forza era perfettamente lucida e realista. C’è chi pensa che sia il partito a prende il potere. Ma allora dovrebbe spiegare come potrebbe farlo un'organizzazione rivoluzionaria, per quanto forte sia, quando la larga maggioranza della classe operaia non ha sviluppato ancora la sua coscienza di classe, esita ed oscilla, e non è stata ancora capace di creare dei consigli operai che abbiano la forza sufficiente ad opporsi al regime borghese. Una tale posizione si sbaglia completamente sulle caratteristiche fondamentali della rivoluzione e dell’insurrezione che Lenin è stato il primo a definire: “l’insurrezione deve basarsi, non su un complotto, non su un partito, ma sull’avanguardia del classe”. Nello stesso Ottobre 1917 i bolscevichi avevano avuto come prima preoccupazione che fosse il Soviet di Pietrogrado a prendere il potere, e non il Partito Bolscevico.
L’insurrezione proletaria non può essere “decretata dall’alto”. Al contrario, è un’azione delle masse che devono innanzitutto sviluppare le loro iniziative ed arrivare ad avere la padronanza delle proprie lotte. E’ solo su questi fondamenti che le direttive e gli orientamenti dati dai consigli ed dal partito saranno seguiti.
L’insurrezione proletaria non può essere un golpe, come tentano di farcelo credere gli ideologi borghesi. È l’opera di tutta la classe operaia. Per sbarazzarsi dal giogo del capitalismo, la volontà di alcuni, anche se sono gli elementi più chiari e più determinati, non basta: “il proletariato insorto può contare solo sui suoi membri, la sua coesione, i suoi quadri ed il suo stato-maggiore” (Trotsky, Storia del Rivoluzione Russa, cap. “L’Arte dell’insurrezione”).
Nel gennaio 1919, la classe operaia in Germania non aveva raggiunto questo livello di maturità.
(Questo articolo è una versione ridotta di un articolo pubblicato nella Revue Internationale n° 83, 4° trimestre 1995).
1. “Le “giornate di luglio”: il ruolo indispensabile del partito”, Rivista Internazionale n.21
Prima di tutto che i capi del mondo e gli stati che loro rappresentano sono in grado di affrontare la catastrofe economica che minaccia il sistema capitalista. Come ha detto Gordon Brown il 2 aprile: “questo è il giorno in cui il mondo si è unito nella lotta contro la recessione globale non con le parole ma con un piano per una ripresa globale.”
Però questo ‘mondo’ del G20 si basa sulla concorrenza per i mercati. Un capitalista può prosperare solo a spese di un altro e lo stesso vale per i paesi capitalisti. Naturalmente hanno anche interessi in comune: devono tutti cooperare per tenere sotto controllo gli schiavi salariati, o anche sono riluttanti nel lasciare nazioni intere andare in fallimento anche quando sono loro concorrenti perché queste sono anche mercati per la loro merce o perché debitori. Ma non possono realizzare i loro profitti in un circolo infinito vendendo l’uno all’altro e perciò soffrono la maledizione della sovrapproduzione – il blocco dei mercati che porta alla bancarotta, il collasso delle industrie e la pandemia della disoccupazione.
La crisi attuale di sovrapproduzione è causata, non come dicono gli esperti economici da qualche ‘disequilibrio’ temporaneo dell’economia mondiale, ma dai rapporti sociali di base del capitalismo, dove la grande massa della popolazione produce ‘plusvalore’ che può essere realizzato solo tramite una estensione costante del mercato. Non essendo più in grado di espandersi dentro ciò che Marx chiamava i ‘campi di produzione esterni’ e conquistare nuovi mercati fuori di se stesso, il capitalismo per decenni ha affrontato questo problema nel rimpiazzare i veri mercati con il mercato artificiale del debito. Il ‘crollo del credito’ di oggi ha mostrato brutalmente i limiti di quel rimedio che adesso è diventato un veleno che erode il cuore stesso dell’economia.
Il ‘piano per una ripresa mondiale’ di Brown è in realtà un piano per lo stesso tipo di falsa ripresa che abbiamo visto così spesso durante gli ultimi 40 anni - una ripresa basata sulla bolla del credito.
Lo stato non è in grado di salvarciNaturalmente ci dicono che non possiamo permetterci di andare avanti come negli ultimi decenni. Lasciato a se stesso il ‘mercato libero’ porterà ad una depressione devastante come è successo negli anni ’30 e come minaccia di fare adesso. Allora ciò di cui abbiamo bisogno è molto più intervento statale per impedire che l’avarizia dei banchieri e speculatori sfugga ai controlli, trovare (o semplicemente stampare) i soldi necessari per stimolare l’economia e nazionalizzare le banche e altri settori economici chiave quando non c’è più altro da fare. Questo è il nuovo ‘keynesianismo’ che viene presentato come la soluzione al ‘neoliberismo’.
Ciò che non ci viene detto è che il ‘neoliberismo’ – con la sua enfasi sull’introduzione della concorrenza diretta in ogni aspetto dell’economia, sulla privatizzazione, sul ‘libero’ movimento dei capitali nelle aree del mondo dove la forza lavoro può essere sfruttata ad un prezzo molto più basso - era concepito come una risposta al fallimento del ‘keinesianismo’ alla fine della ripresa boom del dopoguerra negli anni ’70, quando l’economia mondiale iniziava ad affossarsi nelle paludi della stagflazione - recessione combinata con l’inflazione alle stelle.
Un'altra cosa che non ci viene detta è che il neoliberismo - includendo la sua recente meravigliosa invenzione, il ‘boom delle case’ – è stato fin dall’inizio una politica decisa e coordinata dallo Stato. Quindi tutte le politiche economiche fallite degli ultimi 40 anni, keinesiane o neoliberali sono fallimenti del capitalismo controllato o diretto dallo Stato.
Come può essere altrimenti? Lo Stato, come ha mostrato Engels attorno al 1880, non è altro che il capitalista collettivo ideale. La sua funzione non è di eliminare i rapporti capitalisti ma di preservarli a tutti i costi. Se le contraddizioni dell’economia mondiale si trovano nella fondamentale relazione sociale del capitalismo, lo Stato capitalista non può fare di più che cercare di tenere a bada gli effetti di queste contraddizioni.
Il capitalismo non può mettere mai le persone al primo postoI mass media ufficiali cercano in tutti i modi di convincerci che dobbiamo avere fiducia nelle buone intenzioni dei leader del mondo. Hanno parlato soprattutto della politica del ‘cambiamento’, personificata in Barack Obama e la sua adorabile moglie. Ma in Francia e Germania Sarkozy e Merkel hanno recitato come politici pronti a contrastare il potere americano e gli ‘irresponsabili’ imbrogli fiscali degli anglosassoni.
Ma questo lavoro di copertura ideologica non è perfetto. Non può passare inosservato, per esempio, che il G20 è un club delle economie più potenti del mondo e per questo motivo può essere che non si preoccupi troppo degli effetti delle sue decisioni sui popoli più poveri del mondo. Una delle decisioni del G20 è stata di aumentare il ruolo del Fondo Monetario Internazionale negli affari economici del mondo. Lo stesso FMI che ha guadagnato una spaventosa reputazione nell’imporre un’austerità draconiana in cambio del sostegno delle economie più deboli del mondo. Analogamente alla faccia delle previsioni sempre più pessimistiche di una imminente catastrofe ecologica era palese che il cambiamento del clima apparisse nelle decisioni dei capi del mondo non più di una semplice nota.
Allora a chi tocca il compito di abbellire il tutto? Questo è il ruolo della sinistra – le persone che organizzano grandi manifestazioni chiamando i leader del mondo a “mettere le persone al primo posto”. La coalizione dei sindacati, i gruppi della sinistra, le associazioni ambientaliste, religiose e caritatevoli, quelli che fanno campagne contro la povertà e gli altri che hanno fatto un appello per la manifestazione nazionale del 28 marzo esigevano un “processo trasparente e responsabile per riformare il sistema finanziario internazionale” che “ richieda il consulto di tutti i governi, parlamenti, sindacati e società civili, con le Nazioni Unite che giocano un ruolo chiave”. Loro pretendono che “queste raccomandazioni prevedono un pacchetto integrato per aiutare i leader del mondo a trovare una via d’uscita dalla recessione” e può aprire la strada ad “un nuovo sistema che cerchi di far sì che l’economia lavori per le persone e il pianeta” con “il governo democratico dell’economia”, “posti di lavori decenti e servizi pubblici per tutti”, e “una economia verde” e così via.
Queste forze politiche non combattono in nessun modo la menzogna che lo Stato capitalista può trovare una via d’uscita dalla catastrofe in cui ci ha portato. Loro dicono semplicemente che nel mobilitare il ‘popolo dal basso’ noi possiamo mettere una sufficiente pressione sullo Stato per fargli assumere politiche veramente democratiche, umane ed ecologiche di cui approfitterà l’umanità e il pianeta. In altre parole vendono illusioni e ci incoraggiano a utilizzare le nostre energie per le riforme di un sistema sociale che non è riformabile ed è destinato a morire.
La resistenza non è inutileUn altro messaggio proclamato ad alta voce all’incontro del G20: la resistenza è inutile. Evidentemente, dice la linea ufficiale, noi rispettiamo il diritto del popolo di protestare pacificamente e democraticamente. Possiamo anche capire perché le persone sono arrabbiate con questi banchieri avari. Ma se si va oltre i limiti della protesta accettabile e se sei preso, o più precisamente, ‘intrappolato’ dalle ben addestrate e armate truppe di polizia che ti tengono bloccato per ore, non importa se tu sei un anarchico con una maschera nera o una persona anziana o disabile che cerca disperatamente un bagno. L’utilizzo di questa tattica il primo giorno del G20 a Londra è stata una dimostrazione deliberata della repressione statale con lo scopo di scoraggiare lo scontento sociale e la rivolta che la borghesia sa bene che è all’orizzonte di ogni paese.
Non è danneggiando una banca nel contesto di una dimostrazione pianificata (come è stato il 1 aprile a Londra) che si ha una rivolta. Ma i segni di un genuino e massiccio scontento sociale sono abbastanza chiari quando tu guardi le recenti ondate di ribellioni degli studenti, insegnanti, disoccupati e molti altri che sono avvenute in Europa recentemente, culminando nel dicembre greco; gli scioperi selvaggi nelle raffinerie in Gran Bretagna, le occupazioni delle fabbriche contro i licenziamenti in Francia, Waterford, Belfast, Basildon e Enfield; gli scioperi di massa in Egitto, Bangladesh, o nelle Antille; i moti per la fame in una dozzina di paesi. I segni sono visibili anche nel numero crescente di giovani che discutono idee rivoluzionarie su internet, che formano circoli di discussione, mettono in discussione le false soluzioni offerte dai mass media ufficiali e di ‘sinistra’, che aprono il dibattito con le organizzazioni comuniste… Tutti questi sono i verdi germogli della rivoluzione che vengono nutriti dalla crisi del capitalismo in tutto il pianeta.
La resistenza non è inutile. Resistere agli attacchi economici del capitalismo e alla repressione politica, resistere ai suoi veleni ideologici è solo il punto iniziale per un vero movimento per cambiare il mondo.
(4/3/9, tradotto da WR n°323)
Intanto va osservato che di motivi per fare un’opposizione dura ce ne sarebbero - e come! - visto lo stato del paese e la maniera in cui il governo lo affronta. Innanzitutto siamo all’interno di una crisi economica che gli stessi commentatori borghesi descrivono come la più grave della storia, almeno dopo quella catastrofica del 1929. Una crisi che ha già visto fallimenti e chiusure di aziende, con tutte le conseguenze che ne derivano sul livello di vita delle persone. Ci sono tante famiglie che ormai non ce la fanno più ad arrivare alla fine del mese, altre che rischiano di vedersi portare via la casa perché non riescono più a pagare il mutuo. Per non parlare dei tanti giovani precari che, anche quando riescono a mantenere il posto di lavoro, ricevono salari così miseri che non possono nemmeno pensare di mettere su famiglia, o dei pensionati al minimo che ormai vivono in una situazione di vera e propria povertà.
Di fronte a questa catastrofe sociale cosa ha fatto il governo Berlusconi? Poco o niente. Ha iniziato con la farsa della “social card”, un’elemosina per poche centinaia di migliaia di anziani che, in realtà, è stata più un’umiliazione per tutte le file e le domande che questi anziani hanno dovuto fare piuttosto che un vero sollievo per le loro condizioni materiali. Dopo di questo, è venuto solo un incremento dei fondi della cassa integrazione, a conferma dell’impotenza a dare un vero impulso all’economia.
E’ vero che, da marxisti, noi sappiamo che il capitalismo non ha soluzioni vere alla crisi, ma questo non impedisce ai governi di altri paesi di provarci con diverse misure - e in primo luogo con massicci investimenti dello Stato - cosa che invece il governo Berlusconi non prova neppure.
E dove sono le critiche della cosiddetta opposizione a questa inerzia? Pressoché inesistenti, e soprattutto episodiche, anche da parte dei sindacati, di quella stessa CGIL che pure ambisce a presentarsi come il sindacato più combattivo.
Ancora più chiara la mancanza di opposizione è stata al momento del recente terremoto in Abruzzo. Mentre la prima preoccupazione di Berlusconi è stata di sminuire i disagi sopportati dai terremotati e di esaltare “il pronto intervento” della Protezione civile, l’opposizione che ha fatto? Con qualche piccola eccezione (1) ha fatto il coro a Berlusconi, limitando la sua autonomia di giudizio alle riserve sulla capacità del governo di essere rapido nella ricostruzione o alle sue scarse idee su come finanziarla.
Eppure anche qui di motivi di critiche ce ne sono tanti. Innanzitutto perché non è vero che l’emergenza è stata affrontata in maniera adeguata: a quindici giorni dal terremoto ci sono ancora tende senza riscaldamento, con la temperatura vicino allo zero, e paesi in cui gli aiuti sono nettamente insufficienti. Ma quello che indigna ancora di più è l’indifferenza con cui è stato affrontato il rischio di terremoto, in una zona dove da mesi si susseguivano scosse, e di fronte a diversi allarmi. A partire dalla casa dello studente, in cui erano apparse crepe già da settimane e dove gli studenti impauriti sono stati convinti a restare da un sopralluogo fatto da un architetto! (2) Per seguire con la inascoltata relazione tecnica sulla Prefettura, che ne aveva dichiarato l’assoluta inadeguatezza statica (e quindi a sicuro crollo in caso di terremoto): le Prefetture dovrebbero essere tutte a sicurezza sismica assoluta, visto che sono anche il luogo in cui si deve riunire lo stato maggiore della Protezione civile in caso di disastro! Sembra infine che pochi giorni prima del terremoto il sindaco abbia chiesto la dichiarazione dello stato di emergenza, senza ricevere risposta, così come è rimasta senza risposta una lettera dello stesso sindaco che, a seguito delle scosse delle settimane prima, lamentava lo stato di sicurezza di diversi edifici pubblici, a partire dalle scuole, due delle quali erano state sgomberate dal sindaco stesso.
Insomma, se è vero che, in generale, la scienza non è ancora in grado di prevedere i terremoti, in questo caso c’era molto di più di una forte probabilità che il sisma ci sarebbe stato e che molti edifici erano a rischio. Di fronte a questa quasi certezza, il governo non ha mosso un dito, sperando che alla fine non succedesse niente (3).
Ma queste notizie, disponibili sui quotidiani, non hanno cambiato di un millimetro l’atteggiamento dell’opposizione al governo, che continua a limitare la sua critica alla maniera in cui si dovrebbero reperire i soldi per la ricostruzione.
Gli esempi di questa mancanza di una vera opposizione potrebbero continuare, come per esempio il quasi silenzio dell’opposizione di fronte agli interventi repressivi con cui la polizia ha fatto fronte alle proteste operaie contro la crisi, ma crediamo che ce ne sia abbastanza per non doverlo ancora dimostrare, e vedere invece quali ne sono i motivi reali.
Il motivo è uno solo, e di questo dovrebbero infine convincersi tutti quei militanti che sinceramente aderiscono a queste forze credendo che esse possano fare gli interessi dei lavoratori: tutti questi partiti della sinistra parlamentare ed extra (4), sono comunque partiti borghesi, la cui prima preoccupazione è quella di difendere gli interessi del capitale nazionale. E in questa situazione di crisi storica del capitale, la difesa di questo capitale passa innanzitutto per la preoccupazione di impedire che la classe operaia possa sviluppare le sue lotte per difendersi dalle conseguenze della crisi. Per impedire questo, i toni rimangono bassi, bisogna dare l’idea che non è che si può fare molto, che bisogna solo avere la pazienza di aspettare che “passi la nottata”. Nel momento del bisogno, tutte le forze borghesi si uniscono, a far fronte comune, come avviene anche nei momenti delle Sacri Unioni di fronte alle guerre. In questo caso il nemico non è una potenza straniera, ma il proprio proletariato, ed è di fronte a questo che bisogna fare fronte, anche a costo di rinunciare a screditare la controparte politica a fini elettoralistici.
Anche questo ci fa capire quanto delicata sia la situazione del capitale: questo organismo è così malato che i suoi difensori non vogliono correre nessun rischio e si stringono attorno al suo capezzale per vedere come difenderlo al meglio.
Probabilmente, di fronte a lotte dei lavoratori più ampie e massive, i partiti della sinistra borghese dovranno tornare ad una opposizione dura, perché in quel caso, non potendo impedire alle lotte di nascere, si tratterà per essi di prenderne il controllo per cercare di portarle alle sconfitte.
E’ perciò che comprendere la natura di fondo di queste forze è importante già da oggi, in modo da saperle affrontare quando cercheranno di sabotare le future lotte dall’interno.
19/04/09 Helios
1. C’è Di Pietro che a Berlusconi ne canta di tutti i colori. Ma il suo partito ha bisogno di visibilità, e una voce sola fuori dal coro non può certo far danni.
2. Per fortuna molti studenti non si sono fidati e si sono salvati perché dormivano fuori dalla casa.
3. Qui misuriamo tutto il cinismo della borghesia, per la quale la vita umana non vale niente: il solo calcolo che il governo ha fatto è stato il costo che avrebbe comportato un intervento preventivo, affidandosi alla buona sorte!
4. Infatti non è solo il PD a non fare opposizione, ma anche le varie Rifondazioni e PDCI, che ancora stanno sotto lo shock della perdita delle poltrone parlamentari.
Nella quasi totalità, per circa 100.000 casi, il provvedimento di sfratto è stato eseguito per morosità a causa dell’incidenza altissima dell’affitto sul reddito percepito. Guardando le aree metropolitane a più alta tensione abitativa, nel complesso sono stati emessi quasi 100.000 sfratti per morosità, circa 90.000 famiglie hanno subito un’esecuzione del provvedimento. A Milano e Roma circa 20.000 famiglie, a Napoli quasi 15.000, a Torino più di 10.000. Mentre a Genova, Firenze, Palermo e Roma circa il 10% delle famiglie in affitto, escludendo le abitazioni di proprietà pubblica, hanno subito uno sfratto per morosità.
P.
“Sono rinchiusa in una scatola di plastica, trasparente, insonorizzata, urlo a squarciagola e nessuno mi ascolta. Ho perso il mio lavoro da insegnante precaria, sono laureata ma a che serve? E con me lo hanno perso in tanti, e con il nostro lavoro tanti sfrantummati, ragazzi emarginati, stranieri, italiani, i figli di tutte le periferie, perdono l’unica chance che avevano avuta da questa schifezza di società. Urlo per denunciare il precipizio nel quale questo governo ci sta portando, spingendo il Paese verso l’arretratezza più bieca, ma non è il solo governo ad essere sordo. Arrogante, trincerata dietro la sua ipocrisia, c’è una opposizione smidollata, “senza spina dorsale” come l’ha chiamata Nadia Urbinati! Urlo, urlo, ma nessuno si gira. Arroganti e volgari uomini d’affari (anche sporchi) scendono dalla Mercedes mentre alcuni bambini si avvicinano per chiedere qualche spicciolo, altri sono tornati a fare i “sciuscia”. Uffa che fastidio, questi signori non possono perdere tempo con dei morti di fame!!! Urlo ancora di più, ma non serve... da sola non ci riesco ...e se urlassimo di più, tutti noi che siamo sono chiusi come me in questa stanza asettica ed isolata ci potrebbe sentire qualcuno? maria da caserta”.
(lettera pubblicata sul forum del Corriere del Mezzogiorno)Il congresso, tenutosi a marzo, ha tentato di apportare un aggiornamento al lavoro dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC: foro intergovernativo sui cambiamenti climatici), che ha prodotto il suo ultimo rapporto nel 2007. Il Congresso ha avuto luogo nell’ambito della XV United Nations Conference of Parties to the Climate Change Convention (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, COP-15), tenutasi anch’essa a Copenhagen in dicembre.
Durante il congresso, un rapporto del Met Office's Hadley Centre (Centro dell’Ufficio Meteorologico Hadley) ha previsto che il maggior pericolo per la foresta amazzonica proviene dal riscaldamento globale, e non dalla deforestazione. “Si dimostra che un aumento di 2°C sopra i livelli pre-industriali, generalmente considerato il miglior caso di scenario di riscaldamento globale e l’obbiettivo degli ambiziosi piani internazionali di freno alle emissioni, potrebbe ancora portare alla scomparsa del 20-40% dell’Amazzonia in 100 anni. Una crescita di 3°C potrebbe portare alla distruzione del 75% per siccità nel secolo seguente, mentre un aumento di 4°C ne distruggerebbe l’85%.” (“Amazon could shrink by 85% due to climate change, scientists say”, guardian.co.uk, mercoledì 11 marzo 2009).
La distruzione della foresta pluviale potrebbe condurre ad una “situazione di feedback positivo”, un circolo vizioso in cui il rilascio di CO2 immagazzinato nella foresta si andrebbe ad aggiungere agli effetti dei cambiamenti climatici, fino alla distruzione delle foreste pluviali. Il congresso è giunto alla conclusione che c’è oggi un più forte rischio di un brusco ed irreversibile cambiamento climatico.Alla fine del congresso, gli scienziati hanno lanciato 6 messaggi chiave ai politici partecipanti al COP-15:
1. Lo scenario peggiore di cambiamento climatico prospettato dall’IPCC si è già realizzato;
2. Modesti cambiamenti sul clima possono avere enormi effetti sulle popolazioni più povere;
3. È necessaria un’azione rapida per evitare un “pericoloso cambiamento del clima”;4. Gli effetti negativi del cambiamento climatico saranno avvertiti in modo ineguale. I più poveri, le generazioni future e la fauna selvatica saranno i più colpiti;
5. Esistono già dei modi per invertire effettivamente il cambiamento climatico;
6. Per cambiare è necessario rimuovere degli ostacoli come le sovvenzioni, gli interessi acquisiti, le istituzioni deboli ed il controllo inefficace.
Quali sono le possibilità che i politici accolgano e mettano in atto le raccomandazioni degli scienziati? Data la gravità delle scoperte, potranno i politici mettere da parte le loro differenze per il bene dell’umanità?
Per quanto possiamo acclamare gli sforzi degli scienziati di tutto il mondo diretti alla comprensione del fenomeno ed alle cause umane del cambiamento climatico, c’è comunque un fattore che manca nell’equazione degli scienziati: il sistema capitalista stesso.
Le forze fondamentali che determinano il sistema capitalista alienano l’uomo dalla natura. Il capitalismo è un sistema basato sullo sfruttamento del proletariato; è un sistema che per sopravvivere ha bisogno di espandersi, ed è un sistema che, benché globale, non può superare la concorrenza tra gli stati nazionali al suo interno.
Il fatto che il cambiamento del clima interesserà più i poveri che i ricchi non spingerà la borghesia a reagire. Il disprezzo della borghesia per gli sfruttati lo si vede nella povertà più abbietta di milioni di persone nel mondo. Ed i tentativi della classe lavoratrice di difendere e migliorare le proprie condizioni di vita sono stati frequentemente repressi con la violenza. Anche le leggi introdotte nel 19° sec. per migliorare la salute pubblica non furono ispirate dalle condizioni della classe operaia, ma dalla consapevolezza che i ricchi erano vulnerabili alle malattie causate dalle pessime condizioni sanitarie delle città.
Il congresso si è concluso affermando che i metodi per invertire il cambiamento climatico esistono già. Tuttavia, le misure economiche ecologiche proposte sono descritte in termini puramente capitalistici: nuove attività ecologiche in nuove industrie per lo sviluppo dell’ambientalismo, riduzione dei costi derivante dal non dover far fronte a problemi di salute e di distruzione ambientale, ecc. Ma il capitalismo può sopravvivere in modo sostenibile? Può continuare lo sfruttamento delle classe operaia senza distruggere l’ambiente? Le lobby ambientaliste sottopongono questa carota succulenta all’esame dei leader mondiali, che da tempo hanno però declinato l’offerta. Fondamentalmente, per il sistema capitalista, la salvaguardia delle condizioni ambientali ha un costo, così come lo ha la salvaguardia della salute della popolazione attiva. Questa è una somma tolta al reinvestimento nel capitale. Il governo americano non rimase sorpreso nel 2007 quando l’IPCC annunciò che gli sforzi per invertire il cambiamento climatico sarebbero costati “solo” tra lo 0,2 ed il 3,0% del PIL annuale.
Uno dei miti della sinistra e dei movimenti ambientalisti è che la mancanza di azione su problemi sociali ed ambientali così importanti sia dovuta all’indebolimento degli apparati statali. Quanto un rafforzamento delle istituzioni internazionali che regolano l’emissione di gas serra possa portare a rovesciare questa situazione catastrofica, lo stiamo vedendo. La verità è che lo Stato opera soprattutto per difendere gli interessi nazionali della borghesia. Quando i governi di ciascun paese stanno uno di fronte all’altro al tavolo delle trattative, si confrontano come imperialisti rivali. Un esempio lampante ne sono le negoziazioni per la riduzione dei gas serra. Alla fine degli anni 90 la Gran Bretagna promise una maggiore riduzione delle emissioni di CO2 rispetto ai suoi rivali non perché avesse una reale preoccupazione per lo stato del pianeta, ma perché la sua base industriale tradizionale si era nel frattempo ridotta. E quando George Bush non volle firmare nessun accordo sul clima che non includesse lo “sviluppo nazionale”, lo fece in difesa degli interessi imperialisti degli Stati Uniti.
Le negoziazioni del COP-15 di oggi non sono differenti. Mentre gli USA accusano la Cina di aver aumentato le emissioni di CO2 più di ogni altro paese, la Cina risponde che l’occidente consuma la maggior parte dei beni che essa produce. “Come uno dei paesi in via di sviluppo, noi rappresentiamo l’humus della linea di produzione dell’economia globale. Produciamo cose che gli altri paesi consumano … Questa condivisione delle emissioni dovrebbe essere adottata dai consumatori e non dai produttori, dice Li, funzionario cinese della potente Commissione per lo Sviluppo Nazionale e le Riforme. Ed aggiunge che il 15–25% di tutte le emissioni di calore dei paesi mondiali deriva dall’esportazione dei manufatti.” (“Consuming nations should pay for carbon dioxide emissions, not manufacturing countries, says China”, guardian.co.uk, 17/3/9).
Lo stesso articolo mette in evidenza che le nazioni europee hanno provato ad aggirare i limiti loro imposti sulle quote di emissione attraverso l’acquisto di ulteriori “quote di emissione” dai paesi in via di sviluppo. Le promesse fatte dall’Unione Europea di elargire denaro alle “nazioni in via di sviluppo” per aiutarle ad introdurre tecnologie pulite sono state congelate fino a che paesi come Cina e India non si impegneranno di più a ridurre l’emissione di gas serra. Anche il modo in cui vengono calcolate le emissioni ha aperto una controversia.
Nessuno Stato può permettersi di essere generoso in un mercato mondiale strozzino, specialmente nell’attuale crisi economica. La conferenza di Copenaghen di dicembre si è tenuta sullo sfondo della più grande crisi economica nella storia del capitalismo. In questo contesto, raggiungere un traguardo sul piano della salvaguardia del pianeta che minerebbe un eventuale recupero dell’economia è pura fantasia.
Hugin, 4/4/2009
Lottare, sì, ma come? Ognuno di noi si pone questa domanda di fronte alla moltiplicazione degli attacchi contro le nostre condizioni di vita. Cosa fare per battersi senza scontrarsi continuamente agli stessi vicoli ciechi e senza avere alla fine l’amaro della sconfitta e lo scoraggiamento in bocca?
Qual è il motore per lo sviluppo delle lotte?
È chiaro che per essere capace di fare arretrare la borghesia e frenare i suoi attacchi, ogni lotta operaia deve costruire ed imporre un reale rapporto di forza. Ma quando la classe operaia è forte?
- Quando è capace di esistere come classe unita in una stessa lotta, intorno alle stesse rivendicazioni unificanti.
- Quando l’appartenenza ad un settore particolare del proletariato è superata dalla coscienza di appartenere alla stessa classe di sfruttati imbarcati nella stessa galera capitalista, che subisce gli stessi attacchi e deve difendere gli stessi interessi generali.
Se si lotta solo come insegnante, postino, ferroviere, infermiere, operaio di questa o quell’impresa, come salariato di questa o quell’impresa, di questo o quel settore, che difende questo o quell’interesse specifico del proprio ufficio o della propria fabbrica, ci si espone a lasciarsi chiudere e ad isolarsi da tutti gli altri sfruttati in lotte che restano inevitabilmente molto limitate, e che per questo la borghesia può portarle alla sconfitta ed allo scoraggiamento una ad una.
Se invece andiamo a cercare gli operai della fabbrica affianco, gli infermieri dell’ospedale affianco ecc., allora si crea una reale dinamica di sviluppo della lotta. Quando una lotta scoppia in una fabbrica o in un settore anziché lasciarla isolata in questa fabbrica, in questo settore, la prima preoccupazione deve essere estendere la lotta, inviare delegazioni di massa verso i posti di lavoro vicini per trascinare altri lavoratori nella lotta. Si devono organizzare assemblee generali aperte a tutti, senza esclusioni, per farvi partecipare i lavoratori di altri settori. La vera solidarietà operaia in occasione di uno sciopero si forgia sulla base di un’estensione geografica della lotta.
Propagare ed estendere la lotta da un settore all’altro, da una fabbrica all’altra, è la manifestazione di una necessità vitale per la lotta stessa: quella di sviluppare la solidarietà attiva chiamando ad assemblee generali comuni, designando delegati eletti e revocabili in ogni momento, partecipando a manifestazioni quanto più unitarie possibile. Le manifestazione devono servire come momento di raccolta dei lavoratori di una stessa città in uno stesso posto, con il maggior sostegno possibile e la solidarietà di tutta la popolazione.
Ma come costruire un tale rapporto di forza? È possibile? Le esperienze non mancano. Nello sciopero di massa dell’agosto 1980 in Polonia, in modo spontaneo, prima che il sindacato Solidarnosc facesse man bassa sul movimento, sono stati gli operai di varie città a mandare delegazioni e rappresentanti al Comitato centrale di sciopero inter-fabbrica (MKS) per condurre i negoziati con lo Stato. Ciò che fa più paura alla borghesia è vedere emergere delle mobilizzazioni di massa ed unitarie attraverso le quali tutti gli sfruttati possono riconoscersi. È come futuri proletari che gli studenti in Francia si sono sollevati nella primavera del 2006 contro il progetto di CPE (contratto primo impiego), ed hanno organizzato, in alcuni posti ed in alcune facoltà parigine, assemblee generali aperte non solo a tutto il personale dell’università (insegnanti, tecnici e amministrativi) ma a tutti, genitori e nonni di studenti, lavoratori e pensionati. E questo non solo ha costretto il governo francese ad abrogare il CPE, ma ha determinato anche il ritiro precipitoso di un progetto simile in Germania, il che dimostra quanto la classe dominante abbia temuto il contagio. Sempre in Francia, nel dicembre 2008, il ministro dell’istruzione Darcos ha sospeso la sua riforma degli istituti universitari perché tremava all’idea che la sommossa degli studenti-precari in Grecia potesse estendersi al suo paese. Nel febbraio scorso gli operai britannici iniziano a rimettere in discussione con rabbia il nazionalismo di cui erano stati accusati in occasione dello sciopero nelle raffinerie e le centrali elettriche di Lindsey. Il governo britannico cede frettolosamente, in sole 48 ore, alle loro rivendicazioni ed accetta di creare nuovi posti di lavoro, mentre le negoziazioni salariali rischiavano di trascinarsi per settimane (vedi Rivoluzione Internazionale n. 159).
È la vastità della lotta in Guadalupa intorno alla rivendicazione unitaria di 200 euro d’aumento sui salari (ed il timore che questo slancio rivendicativo fosse preso a modello non solo nei Domini d’oltre mare, DOM, ma anche nella metropoli) che ha costretto il governo francese a fare marcia indietro (vedi articolo in questo numero).
I sindacati sabotano lo sviluppo della lotta
È precisamente questa dinamica verso l’unità nella lotta che i sindacati cercano continuamente di sabotare e far marcire. È quello che fanno ogni giorno isolando ed inquadrando ogni sciopero, imprigionandolo in rivendicazioni particolari, mettendo avanti la difesa di questo o quell’interesse specifico proprio di questa o quell’impresa, di questo o quel posto, diretta contro questo o quello padrone. I sindacati basano la loro influenza ed il loro controllo sul fatto che le lotte dei salariati restano chiuse nel quadro della difesa di una categoria, di una corporazione, di un’impresa o di un settore particolare, e sabotano così lo sviluppo delle lotte opponendo e dividendo gli operai tra loro. In questo modo hanno potuto far passare l’attacco contro i regimi speciali nella SNCF (ferrovie francesi) nel 2007, anche se in questa occasione si sono creati legami di solidarietà tra ferrovieri e studenti in lotta contro la riforma universitaria.
Allo stesso scopo organizzano le loro grandi “giornate d’azione intercategoriali” come quelle del 29 gennaio e del 19 marzo a Parigi, destinate a dar sfogo, incanalare, sterilizzare la rabbia e la combattività, a privarle o amputarle di ogni prospettiva e alla fine ad alimentare la divisione nelle file dei salariati. Deviano e snaturano la vera aspirazione all’unità operaia sostituendola con la loro artificiosa unità sindacale. Questa facciata di grande mobilità maschera in realtà l’intento di mantenere la divisione nella classe operaia. La manifestazione del 19 marzo a Parigi, ad esempio, con il pretesto che ci sarebbe stato un corteo troppo grande, ha permesso ai sindacati, d’accordo con la prefettura di polizia, di dividere la manifestazione in due cortei distinti e nettamente separati in modo da impedire al settore privato ed a quello pubblico di sfilare insieme. In questo modo hanno potuto rafforzare lo spezzettamento sistematico dei cortei dove ognuno sfila in compartimenti stagni dietro le bandiere del “suo” sindacato, della “sua” azienda, della “sua” città, del “suo” settore, ognuno con le proprie parole d’ordine o le proprie rivendicazioni. Le manifestazioni del 19 marzo non hanno quindi affatto rappresentato un passo avanti per la lotta operaia ma, al contrario, sono state un successo dell’inquadramento sindacale e delle sue manovre di divisione.
La necessità di scontrarsi con i sindacati
Oggi tutte le lotte cozzano contro questo ostacolo sindacale. L’esempio della lotta dei 1120 salariati della fabbrica di pneumatici Continental a Clairoix nell’Oise, minacciati di licenziamento come decine di migliaia di operai oggi, illustra questo sabotaggio permanente. Contando l’indotto ed il licenziamento già operante di 200 interinali, sono complessivamente 3.000 i salariati che si troveranno presto senza lavoro. Due anni dopo aver avallato l’accordo firmato dai sindacati con la direzione per il ritorno alle 40 ore lavorative invece di 35 con relativa perdita di salario, il tutto “per evitare i licenziamenti”, i lavoratori hanno la netta sensazione di essersi fatti “fregare”.
La fabbrica si trova in una zona industriale che si estende fino a Compiègne e raccoglie molte fabbriche importanti della regione i cui operai sono destinati alla stessa sorte; il loro sciopero con l’occupazione della fabbrica l’11 marzo ha ricevuto una forte solidarietà (visita di salariati di altre imprese, approvvigionamento di canestri-pasto) ed ha spinto i sindacati ad organizzare una manifestazione a Compiègne in occasione della “giornata di azione” del 19 marzo. Manifestazione che, in 5 chilometri di percorso, è passata da 3.000 a 15.000 persone nel centro città (cioè il quarto della popolazione dell’agglomerato!). Inoltre, gli scioperanti hanno ricevuto il sostegno degli operai di Inergy (impresa in sub-appalto del settore auto dove era stato attuato un piano per una cinquantina di licenziamenti) che hanno spontaneamente messo a loro disposizione degli autobus perché gli operai potessero recarsi alla sede della Continental a Reims e poi all’Eliseo il 25 marzo (dove sono stati ricevuti senza alcuno risultato).
Tuttavia, se queste manifestazioni di solidarietà venute dall’esterno sono state accolte con simpatia, queste sono rimaste a senso unico perché gli operai della Continental, strettamente controllati dai sindacati, non hanno messo in discussione il loro inquadramento. Lasciando la lotta nelle mani dei sindacati, non si sono posti la questione di andare in prima persona ed in massa alle fabbriche vicine per chiamarle a scendere in lotta, eppure sono circondati da fabbriche come Saint-Gobain, Colgate, Cadum, Aventis, Allard, CIE Automotive (in quest’ultima gli operai sono in cassa integrazione una settimana al mese).
I sindacati hanno accuratamente limitato le loro assemblee nell’ambito dell’impresa, minando così ogni iniziativa verso altri settori in lotta. Hanno, invece fortemente incoraggiato “azioni” tipo bombardare di uova i dirigenti, così come in altri posti hanno spinto i lavoratori in esubero a sequestrarli (come il Presidente della Sony France nel Landes o quello della 3M nel Loiret) o ad occupare l’impresa come a GSK - GlaxoSmithKline - a Evreux in Normandia.
Non è così che i salariati potranno difendersi e ottenere risposta alle loro rivendicazioni ma, al contrario, seguendo l’esempio, rimasto embrionale, della lotta dei metallurgici di Vigo (Spagna) nella primavera del 2006: questi hanno organizzato le assemblee generali non nella fabbrica ma nelle strade, permettono così agli altri operai di parteciparvi ed andare a manifestare insieme in massa (vedi Rivoluzione Internazionale n.145). È lo stesso metodo di lotta che è stato utilizzato nello sciopero di solidarietà all’aeroporto londinese di Heathrow nel 2005, in risposta ai licenziamenti di immigrati asiatici di un’impresa per i-pasti negli aerei (Rivoluzione Internazionale n.142). Non è la violenza, le azioni radicali o l’oltranzismo di qualche minoranza, che possono fare arretrare il nemico di classe; ma l’assunzione in prima persona da parte dei lavoratori dell’estensione della lotta, perché quest’estensione porta in sé una dinamica di unificazione di tutta la classe operaia.
Di conseguenza, per costruire un rapporto di forza a loro favore di fronte alla borghesia prendendo in mano la propria lotta, i lavoratori, in tutti i settori, non possono evitare lo scontro con i sindacati, le loro trappole, le loro manovre di sabotaggio e di divisione.
Eva, 28/3/2009
(da Révolution Internationale n.400, organo della CCI in Francia)
Di fronte ai movimenti di sciopero che hanno scosso il Guadalupe, la Martinica e, in misura minore, La Réunion, lo Stato francese ha dovuto alla fine retrocedere cedendo a quasi tutte le rivendicazioni operaie. In Guadalupe, gli accordi “Jacques Bino” (dal nome del sindacalista assassinato durante le sommosse di fine febbraio) firmati il 26 febbraio, ed il testo generale siglato il 5 marzo, prevedono un aumento di 200 euro per i salari più bassi ed integrano le 146 rivendicazioni dell’LKP1 sul potere d’acquisto (prezzo del pane, assunzione di insegnanti …). In Martinica è stato fatto un accordo simile il 10 marzo, che comprende anche qui un aumento per gli stipendi bassi e le 62 rivendicazioni del “Collettivo del 5 febbraio”2. A La Réunion la situazione è più sfumata. Nel momento in cui scriviamo, l’accordo proposto dallo Stato (150 euro per i salari più bassi e cose vaghe sulle 62 rivendicazioni del movimento) non è stato ancora firmato dal COSPAR3. Le discussioni sono ancora in corso. Comunque sia, l’andamento dei negoziati indicano un certo indietreggiamento della borghesia francese.
Perché la borghesia ha ceduto così? Di cosa ha avuto paura? Gli operai di queste isole come sono riusciti a strappare queste misure? Quale è stata la forza di questo movimento? Rispondere a tutte queste domande significa prepararci meglio per le lotte future.
La forza del movimento nelle Antille
E’ evidente che la prima espressione di forza della lotta nelle Antille è stata la grande combattività. Per 44 giorni in Guadalupe e 38 giorni in Martinica, la classe operaia si è mobilitata massicciamente, paralizzando l’insieme dell’economia. Le fabbriche, i porti, il commercio …, tutto è stato bloccato4.
Una lotta così lunga ed intensa è stata possibile non solo per la rabbia di fronte alla povertà crescente, ma anche per un profondo sentimento di solidarietà. La prima manifestazione in Guadalupe, il 20 gennaio, aveva riunito 15.000 persone. Tre settimane più tardi, il numero dei manifestanti superava i 100.000, quasi un quarto della popolazione! Questo sviluppo enorme si spiega in particolare per la permanente ricerca della solidarietà operaia. Gli scioperanti hanno fatto di tutto per estendere velocemente la lotta: fin dal 29 gennaio “gruppi di operai sobillatori” hanno regolarmente percorso Pointe-à-Pitre e la sua periferia, strada per strada, fabbrica per fabbrica, per portarsi dietro una parte sempre più larga della classe operaia e della popolazione.
La seconda espressione di forza è stata la presa in mano della lotta da parte degli stessi operai. E’ vero che l’LKP ha giocato un ruolo importante, redigendo la piattaforma delle rivendicazioni e conducendo tutti i negoziati. Ma è completamente falso ciò che affermano i media e cioè che il tutto sarebbe successo perché la classe operaia avrebbe obbedito ciecamente all’LKP e seguito Elie Domota, il leader carismatico! In realtà sono stati gli operai, e non i leader sindacali, a condurre la lotta! L’LKP si è costituito solo per inquadrare meglio e canalizzare questo malcontento in modo da evitare che questa presa in mano delle lotte da parte degli stessi operai andasse oltre i desideri della borghesia. Nei fatti uno degli elementi cruciali di questo movimento in Guadalupe è stata la diffusione pubblica dei negoziati tra l’LKP e lo Stato attraverso la radio e la televisione. Nella cronologia degli avvenimenti stabilita dall’LKP5 possiamo leggere “Sabato 24 gennaio: Grande manifestazione nelle strade di Point-à-Pitre 25.000 manifestanti. Invito ai negoziati con tutte le parti alle 16,30 al World Trade Center. […] Discussione aperta sull’accordo di metodo. Presenza eccezionale di Canal 10 che trasmette in breve differita” (sottolineato da noi). L’indomani un nuovo grande corteo raggruppava 40.000 persone! Questa diffusione dei negoziati ha galvanizzato i manifestanti perché dimostrava che questa lotta apparteneva a loro e non era solo nella mani degli “esperti sindacali” che negoziano nell’ombra e segretamente negli uffici statali. Questa diffusione pubblica ed in diretta dei negoziati (su Canal 10, RFO e Radyo Tambou) è andata avanti per tutta la settimana successiva, fino al 5 febbraio. In tale giorno, il segretario di Stato Yves Jégo, vedendo come si svolgeva la lotta e comprendendo il reale potenziale pericolo per la sua classe, ha chiesto la cessazione immediata di queste diffusioni in diretta. L’LKP si è limitato ad emettere una debole protesta perché in effetti questo “collettivo”, data la sua natura sindacale, si trova anche lui molto più a suo agio a negoziare segretamente tra “esperti”, (il che prova che all’inizio ha accettato questa trasmissione pubblica e diretta solo per la pressione operaia).
Questo movimento dunque ha avuto una grande forza intrinseca, ma ciò non basta a spiegare l’arretramento fino a questo punto dello Stato francese e “la concessione” di un aumento di 200 euro per i salari più bassi. Inoltre, la borghesia ha anche ceduto a La Réunion dove il movimento si era molto indebolito. Infatti, i sindacati, attraverso il collettivo COSPAR, erano riusciti in parte a sabotare il movimento chiamando a manifestare il 5 marzo, giorno della fine dello sciopero generale in Guadalupe, insistendo proprio sul fatto che loro non seguivano il modello “del movimento antilliano” (le Point del 4 marzo). Il collettivo si era così assicurato l’isolamento di questo sciopero. Ed infatti, senza la locomotiva della lotta in Guadalupe, le manifestazioni del 5 e 10 marzo saranno delle semi-sconfitte, con una mobilitazione ben al di sotto delle aspettative (rispettivamente circa 20.000 e 10.000 persone). E tuttavia, lo Stato francese ha ceduto anche qui. Perché?
La collera e le combattività operaie si sviluppano in tutti i paesi
La mobilitazione nelle Antille ed a La Réunion si inscrive in un contesto internazionale di sviluppo della combattività operaia.
In Gran Bretagna, per esempio, a fine gennaio è esploso uno sciopero alla raffineria del gruppo Total di Lindsey. Dopo avere tentato invano di dividere gli operai tra “inglesi” e “stranieri” ed al contrario, di fronte all’unità degli scioperanti (in queste manifestazioni ci sono stati slogan tipo “Centrale elettrica di Langage - Gli operai polacchi hanno raggiunto lo sciopero: Solidarietà” o “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”) la borghesia ha dovuto, anche lì, fare marcia indietro annullando la prevista soppressione di posti di lavoro ed annunciando la creazione di 102 nuovi posti6.
La borghesia dunque, a livello internazionale, non ha nessuna voglia di assistere ad una lotta che tende ad estendersi e diffondersi agli operai degli altri paesi, soprattutto se questa lotta si dota di metodi come l’estensione attraverso cortei che vanno fabbrica per fabbrica, l’organizzazione autonoma delle lotte ed il controllo dei negoziati attraverso la loro diffusione via radio …
E ciò è ancora più vero in Francia. Lo Stato francese ha ceduto così velocemente a La Réunion perché era prevista una grande manifestazione nella metropoli il 19 marzo. Per la classe dominante era imperativamente necessario che tutta questa storia di sciopero generale nei DOM (Domini d’oltremare) avesse fine per evitare che potesse ispirare troppo gli operai in Francia. Il giornale Liberation ha espresso chiaramente questa paura della borghesia francese in un articolo del 6 marzo: “Contagio. A Parigi, questa “rivolta” che ha colpito i dipartimenti di oltremare è stata male compresa dal potere. Salvo da Yves Jégo che ha saputo rapidamente esprimersi. Ma, per timore del contagio, Nicolas Sarkozy e François Fillon hanno invece tergiversato … finendo poi con l’aprire la borsa dello Stato”7.
La vera vittoria è la lotta stessa
Certamente la lotta nei DOM ne è uscita vittoriosa. L’aumento di 200 euro per i salari più bassi è una cifra non trascurabile. Tuttavia non bisogna farsi illusioni, le condizioni di vita della classe operaia nelle isole, come dovunque, continueranno inesorabilmente a deteriorarsi.
Infatti la borghesia già tenta di mettere in discussione alcuni degli accordi firmati. Sui 200 euro di aumento, 100 devono essere versati dallo Stato, 50 dalle collettività territoriali e 50 dal padronato. Ora, il Medef8 ha già annunciato che verserà solo una parte degli aumenti (in più, secondo i rami ed i settori) proprio come le collettività. In quanto allo Stato, il suo impegno alla fine non vale che per due anni! Come aveva detto l’ex ministro Charles Pasqua, “le promesse impegnano solamente quelli che le ascoltano”; il cinismo e l’ipocrisia della classe dominante sono ormai lampanti in questo ambito.
Sotto i colpi della crisi, la povertà continuerà a svilupparsi. Gli aumenti dei salari, se sono effettivi oggi, saranno annullati velocemente dal rialzo dei prezzi. E già per il 2009, in Martinica, è prevista la soppressione di 10.000 posti di lavoro.
La vera vittoria di questo movimento sta nella lotta stessa! Queste esperienze sono altrettante lezioni per preparare le lotte future e rafforzare la forza degli sfruttati: la loro unità, la loro solidarietà e la fiducia di essere capaci di prendere le lotte nelle proprie mani.
Pawel, 26/3/2009
1. Il LKP (Lyannaj kont profitasyon - Unione contro il sovra sfruttamento) è il collettivo che raggruppa 49 organizzazioni sindacali, politiche, culturali ed associative che hanno stabilito fin dal 20 gennaio la piattaforma rivendicativa.
2. Collettivo costruito sul modello del LKP fin dall’inizio del movimento in Martinica, il 5 febbraio. Raggruppa 25 organizzazioni sindacali, politiche e culturali.
3. COSPAR: Collettivo di organizzazioni sindacali, politiche ed associative di La Réunion, raggruppa 46 organizzazioni.
4. Leggi il nostro articolo redatto durante la lotta “Antilles : La lutte massive nous montre le chemin! [33]” alla pagina francese del nostro sito
5. Fonte: www.lkp-gwa.org/chronologie.htm [34]
6. “G.B. Scioperi nelle raffinerie di petrolio e nelle centrali elettriche: gli operai cominciano a fare i conti con il nazionalismo”, Rivoluzione Internazionale n.159; “Scioperi alle raffinerie in G.B.: un esempio eclatante di manipolazione delle informazioni da parte della borghesia”, ICC online sul nostro sito web.
7. Fonte: http ://www.liberation.fr/politiques/0101513929-la-societe-guadeloupeenne-entre-... [35].
8. Organizzazione padronale chiamata Movimento delle imprese di Francia.
Quello che sta accadendo ai lavoratori di Giardini del Sole succede anche in molte fabbriche, non solo a Cebu, non solo nelle Filippine, ma in tutto il mondo. Nei fatti i nostri fratelli e le nostre sorelle dell’America sono i primi a soffrire degli attacchi del capitalismo – restrizioni, lavoro in 3x8, cassa integrazione, riduzione di salario e delle indennità.
Il capitalismo ha ridotto i nostri salari per fare più profitto. Risultato: siamo sommersi di debiti che rendono ancora più difficile per noi comprare le derrate di base necessarie che noi abbiamo prodotto. Di conseguenza la sovrapproduzione diventa sempre più grande.
Per impedire la morte lenta che il capitalismo ci impone con le sue restrizioni, la rotazione del lavoro, le riduzioni dei salai e delle indennità, dobbiamo lottare. Per impedire gli attacchi del capitalismo, dobbiamo unirci e sostenerci gli uni con gli altri, nelle differenti fabbriche ed imprese. Nessuno ci può aiutare se non è della nostra propria classe, nostri fratelli e sorelle. Non ci possiamo aspettare niente dal governo, dall’ispettorato del lavoro e dai poliziotti. Sono tutti degli strumenti al servizio della classe capitalista. Non possiamo aspettarci niente dal TIPC1 o da non importa quale riunione tripartita tra noi, i capitalisti ed il governo. Non possiamo aspettarci che un governo corrotto, coperto di debiti, pro-capitalisti fino in fondo possa rimettere in piedi qualche cosa.
La nostra sola speranza è la nostra unità e l’estensione delle nostre lotte a più fabbriche!
Il governo e i capitalisti vorrebbero che noi ci sacrificassimo, che accettassimo le ristrutturazioni, la precarietà, la casa integrazione, la diminuzione dei salari e delle indennità e che soffrissimo ancora di più per salvare il sistema di sfruttamento! Questo sarebbe una sconfitta perché quello di cui abbiamo bisogno, in quanto schiavi del capitalismo, è un lavoro permanente, dei salari “decenti” e delle condizioni di lavoro UMANE!
Se ci sono lotte operaie in molte fabbriche, c’è una maggiore possibilità di difendere i nostri posti di lavoro e i nostri salari. NON DOBBIAMO FARE SACRIFICI PER SALVARE IL CAPITALISMO DALLA SUA CRISI!
Ma se siamo divisi, se agiamo in modo isolato nei diversi posti di lavoro, se lasciamo i nostri fratelli e le nostre sorelle di classe battersi da soli in una o due fabbriche, i capitalisti possono vincere e noi saremmo costretti a subire la crisi che loro stessi hanno provocato.
Dobbiamo fare delle assemblee aperte a tutti i lavoratori a tempo indeterminato, a progetto, sindacalizzati o no, siamo tutti membri delle ASSEMBLEE OPERAIE. Queste sono la sola forma di organizzazione della nostra lotta. Siamo noi in prima persona che dobbiamo discutere e decidere del nostro avvenire, non una minoranza!
Anche se accettassimo i sacrifici, questi non potrebbero risolvere la crisi di questo marcio sistema. Al contrario, sarebbe ancora peggio. Il problema viene dalla natura stessa del capitalismo e non c’è alcuna soluzione alla crisi di sovrapproduzione. La soluzione definitiva è ROVESCIARE il capitalismo e sostituirlo con un sistema dove non saremo più schiavi del capitalismo.
Internasionalysmo
1. Consiglio tripartito per la pace industriale
Guerra o rivoluzione. Barbarie o socialismo. Nella nostra epoca, sono queste le uniche alternative con cui il movimento proletario internazionale deve confrontarsi.
Poiché scegliamo rivoluzione e socialismo abbiamo scelto di integrarci nella CCI. Per fare della rivoluzione proletaria mondiale una realtà ed arrivare al comunismo, i comunisti devono avere un’organizzazione che sia mondiale per il suo scopo e la sua ampiezza. Ancora di più, un’organizzazione che abbia una piattaforma marxista chiara e coerente.
Abbiamo intrapreso un lungo e serio processo collettivo di chiarimento teorico basandoci sull’esperienza del movimento operaio internazionale e sulla nostra esperienza nelle Filippine in quanto militanti di un movimento proletario. Non è facile per noi, se si considera che nelle Filippine da 80 anni non c’è mai stata alcuna influenza della Sinistra comunista. Per quasi un secolo ci è stata inculcata l’idea, a noi ed a tutto il movimento operaio, che lo stalinismo-maoismo era “teoria del comunismo”.
Per noi la cosa più importante è il chiarimento teorico e la discussione per il raggruppamento dei rivoluzionari. Essere numerosi in un’organizzazione non serve a niente se questa non è costruita su dei fondamenti teorici chiari e solidi, basati su più di duecento anni di esperienza del proletariato mondiale.
È un grande passo per le minoranze rivoluzionarie comprendere la teoria della decadenza del capitalismo per mantenere vivo il marxismo nell’epoca dell’imperialismo. La teoria della decadenza è alla base di ciò che ci ha convinto che la CCI ha la posizione più corretta e la piattaforma marxista più solida nel quadro dell’evoluzione reale del capitalismo ed anche per la sintesi delle lezioni della pratica del proletariato internazionale da più di due secoli.
Tuttavia la piattaforma della CCI non è una piattaforma rigida ma vivente, verificata dalla dinamica reale della lotta di classe e dall’evoluzione del capitalismo. E’ per tale motivo che è molto importante continuare il dibattito interno alla CCI ed stenderlo anche nel campo proletario in generale. Abbiamo visto come la CCI stimola e pratica questo dibattito.
Può darsi che la nostra comprensione della Sinistra comunista non sia così profonda quanto quella dei nostri compagni in Europa dove si trova la classe operaia con la più lunga e ricca esperienza. Ma siamo fiduciosi nel fatto che il nostro chiarimento teorico sia stato sufficiente per integrarci in un’organizzazione comunista internazionale.
Come nuova sezione di un’organizzazione internazionale centralizzata ed unitaria - la CCI -, continuare a portare avanti discussioni viventi e dibattiti coi comunisti per analizzare e studiare le questioni cruciali per l’avanzamento della rivoluzione comunista mondiale sarà più organizzato, più centralizzato e più ampio. E soprattutto gli interventi delle minoranze rivoluzionarie saranno più efficaci.
Siamo coscienti di correre un grande rischio nel difendere fermamente la rivoluzione comunista e l’internazionalismo nelle Filippine. La destra e la sinistra della borghesia filippina, con le loro organizzazioni armate, odiano i rivoluzionari marxisti perché questi rappresentano un ostacolo alle loro mistificazioni ed alle loro menzogne per deviare le lotte del proletariato filippino dalla strada della rivoluzione proletaria internazionale. I comunisti di sinistra sono i nemici mortali di tutte le frazioni della borghesia filippina.
Questa è la sfida che i comunisti internazionalisti nelle filippine devono accettare: superare tutte le difficoltà e continuare il chiarimento teorico, gli interventi nelle lotte operaie nelle Filippine ed essere in contatto con tutti i compagni comunisti, in particolare in Asia.
Vogliamo mandare anche i nostri più calorosi saluti ai compagni in Turchia (EKS) che si sono integrati nella CCI come sua nuova sezione in questo paese. La formazione di due nuove sezioni della CCI, nelle Filippine ed in Turchia - nel momento in cui il sistema è in una crisi profonda e dove la resistenza della classe operaia comincia ad essere largamente diffusa - è un’indicazione concreta che dappertutto nel mondo si sviluppano elementi e gruppi alla ricerca di un’alternativa rivoluzionaria al capitalismo decadente ed in decomposizione; elementi che sono coscienti che il nazionalismo, la democrazia, il parlamentarismo ed il sindacalismo sono solamente inganni e mistificazioni.
Internasyonalismo (13 febbraio 2009).
Con grande felicità vogliamo informare i nostri lettori che, come risultato delle discussioni profonde tenute con pazienza, siamo stati integrati nella Corrente Comunista Internazionale e costituiamo la sezione della CCI in Turchia chiamata Dünya Devrimi, avendo sciolto il nostro gruppo precedente, Enternasyonalist Komünist Sol. Così Dünya Devrimi non è più la pubblicazione diffusa da pochi militanti in un solo paese ma è la pubblicazione di un’organizzazione centralizzata a livello internazionale. La nostra organizzazione è ora un’organizzazione unita a livello mondiale intorno ai nostri principi programmatici, la nostra piattaforma, è un’organizzazione mondiale e con questo modo di centralizzazione differisce da una fondazione sovranazionale dove le differenti organizzazioni nazionali non sono neanche correttamente informate dall’una all’altra. La decisione dei militanti che formavano Enternasyonalist Komünist di unirsi alla CCI non è un caso isolato a livello internazionale. Il nostro ultimo congresso internazionale, per la prima volta in un quarto di secolo, ha potuto dare il benvenuto a delegazioni di diversi gruppi su chiare posizioni di classe internazionaliste (OPOP dal Brasile, SPA dalla Corea, EKS dalla Turchia ed il gruppo Internasyonalismo dalle Filippine1, anche se quest’ultimo non ha potuto essere fisicamente presente). Contatti e discussioni sono da allora continuati con altri gruppi ed elementi di altre parti del mondo, in particolare in America Latina, dove abbiamo potuto tenere delle riunioni pubbliche in Perù, in Ecuador ed a Santo Domingo2. Con la stessa prospettiva, i militanti del gruppo denominato Internasyonalismo nelle Filippine hanno, proprio come noi che abbiamo raggiunto la CCI dalla Turchia, pazientemente portato avanti un processo di discussioni approfondite e sono diventati essi stessi parte della CCI, formando la sezione della nostra organizzazione in questo paese molto importante. Ci auguriamo che, con la ripresa della lotta di classe a livello internazionale, il fatto che la Corrente Comunista Internazionale ha ora due nuove sezioni sia solo un inizio.
Dünya Devrimi
1. OPOP: Oposição Operària (Opposizione Operaia); SPA: Socialist Political Alliance (Alleanza Politica Socialista); EKS: Enternasyonalist Komünist Sol (Sinistra Comunista Internazionalista);Internasyonalismo (Internazionalismo).
2. Vedi sul nostro sito web “Un dibattito internazionalista nella Repubblica Dominicana”; “Riunione pubblica della CCI in Perù. L’estensione del dibattito proletario nel continente americano” e “Reunion pública de la CCI en Ecuador: un momento del debate internacionalista [37]”.“Stanno complottando per colpire ancora. È stato un terribile errore non agire quando avevamo l’opportunità di eliminare durante una riunione i leader di Al-Qaeda nel 2005. Se abbiamo informazioni dai servizi su bersagli terroristici molto importanti su cui si può agire e il presidente Musharraf non lo vuole fare, lo faremo noi” (Guardian 1/8/08) “ Mr Obama… ha detto che il presidente George Bush avrebbe scelto il campo di battaglia sbagliato in Iraq e che avrebbe dovuto concentrarsi sull’Afghanistan e il Pakistan; ha detto che non esiterebbe ad utilizzare la forza per distruggere chi minacciava gli Usa e se il presidente del Pakistan, Pervez Musharraf non agisse lo farebbe lui” (ibid 4/8/08).
Il presidente Musharraf si è dimesso nell’agosto scorso dopodiché abbiamo visto un deterioramento qualitativo a livello della sicurezza nazionale. Musharraf era seguito dal marito di Benazir Bhutto, assassinata, il corrotto Asif Zardari. Gli attacchi a Mumbai nel settembre scorso (vedi sul nostro sito “il massacro terrorista a Mumbai” e “la tensione crescente tra India e Pakistan alimentano gli attacchi terroristici”) indicavano un’ulteriore escalation delle tensioni imperialiste. L’India era stata chiara sui mandanti degli attacchi. Il Pakistan, da parte sua, ha subito i suoi danni quando un gruppo di terroristi ha attaccato la squadra di cricket dello Sri Lanka, ferendone molti e uccidendo 6 soldati.
Recentemente un’accademia di addestramento della polizia è stata attaccata e messa sotto controllo per poco tempo da terroristi che sono entrati con fucili e granate, almeno 12 persone sono state uccise. Ci sono volute 8 ore prima che la polizia ne riprendesse il controllo. Questo mostra le conseguenze del bombardamento fatto dagli Usa nelle zone di confine: “un drone, presumibilmente americano, oggi ha sparato due missili contro un presunto nascondiglio legato ad un capo talebano, che ha minacciato di attaccare Washington. Il colpo ha ucciso 12 persone e ferito parecchi altri, secondo degli ufficiali. L’attacco è stato fatto il giorno dopo che il capo pakistano dei talibani, Baitullah Mehsud, si è dichiarato responsabile per un attacco mortale ad una accademia di polizia nella città di Lahore. Mehsud ha detto che l’attacco era una risposta agli attacchi Usa su ipotetiche basi di militanti al confine con l’Afghanistan.” (Guardian 1/4/9).
L’effetto cumulativo di queste situazioni ha spinto Islamabad a concedere l’utilizzo della legge della sharia nella zona di Swat. Questo mostra l’indebolimento dello stato pakistano che deve fare concessioni ad una altra forma di legge dentro i suoi confini. Inoltre la pubblicità di un video di una giovane donna frustata pubblicamente è stata utilizzata come parte di una campagna per giustificare i futuri attacchi sul Pakistan.
I legami tra lo Stato e i terroristiUno dei problemi chiave che il governo pakistano ha nell’affrontare i talebani è dovuto ai legami profondi tra l’ agenzia di sicurezza pakistana ISI e alcuni degli elementi della Jihad. Questi collegamenti sono stati costruiti durante lo scontro tra il blocco americano e quello russo in particolare durante gli anni ’80 quando gli americani finanziarono la creazione di una enorme forza della Jihad in Afghanistan: i Mujahadin. Molti di questi combattenti dopo la sconfitta dell’URSS hanno formato la base dei talebani. Non c’è mai stata una rottura netta tra l’esercito pakistano e quello della Jihad, tutti i tentativi di rottura erano destinati al fallimento perché l’esercito era unica forza capace di mantenere l’integrità dello stato.
Dopo gli attacchi di Mumbai, il segretario di Stato di allora, Condoleeza Rice, affermava che “tutte le istituzioni del Pakistan dovrebbero puntare nella stessa direzione” – che significa che il governo doveva mettere sotto controllo gli elementi instabili dentro l’ISI. A dispetto della enorme campagna di propaganda attorno ad Obama che porta ‘cambiamenti in cui possiamo credere’ lui è quasi perfettamente in continuità con G. Bush Jr, proprio come quest’ultimo implementava la politica di invasione dell’Afghanistan progettata da Bill Clinton.
Tra i talebani, il cui nome è diventato un grande contenitore per una varietà di forze, ci sono quelli che voglio rovesciare il governo e ristabilire il governo che c’era prima in Afghanistan. Molti di questi elementi attraversano le regioni di confine lottando in Afghanistan o in Pakistan secondo le necessità.
Ci sono anche gruppi tribali che non hanno mai accettato qualsiasi tipo di governo di Islamabad soprattutto nelle regioni del Baluchistan e Waziristan. Poi ci sono un numero crescente di persone disperate e sofferenti che non hanno alcuna speranza di istruzione e lavoro e i cui bambini finiscono spesso nella presa delle scuole religiose, le madrasse. Non c’è una mancanza di persone da cui reclutare perché ci sono più di un milione di persone spostate da una zona all’altra del Pakistan. In tutto è stato stimato che attualmente ci sono 1,5 milioni di bambini nelle madrasse dove generalmente si insegnano solo i versi coranici. In queste scuole i talebani fanno il loro reclutamento di kamikaze aiutati dal fatto che ogni attacco aereo degli Usa tende ad uccidere civili innocenti creando un vero odio e desiderio di vendetta che i talebani possono sfruttare. Le uccisioni e gli attacchi costanti nei confronti dell’esercito aumentano; negli ultimi 5 anni 1500 soldati pakistani sono stati uccisi lottando con le varie forze insorte.
Quali prospettive?C’è una discesa accelerata nel caos. Gli Usa hanno una vera paura delle conseguenze di un collasso dell’amministrazione civile, dal momento che il Pakistan è in possesso dell’arma nucleare. Gli Usa hanno affermato in modo bellicoso che l’avrebbero invaso per rendere sicure le basi se avessero pensato che fosse nel loro interesse. Qualsiasi invasione sarebbe estremamente provocatoria e peggiorerebbe drasticamente la situazione sociale.
C’è anche la questione dei rapporti tra Pakistan e India che erano già ad alta tensione anche prima degli attacchi di Mumbai. Dopo questi attacchi molte fazioni hanno richiesto direttamente il bombardamento del Pakistan. Qualsiasi attacco al Pakistan avrebbe attirato la Cina (sostenitore chiave del Pakistan), e quindi anche gli Usa, in una lotta con conseguenze disastrose per la regione.
Contro questa tendenza c’è solo il potenziale della lotta della classe operaia internazionale. In particolare nella regione abbiamo visto ondate di lotta nel Bangladesh che offrono una vera alternativa proletaria alla catastrofe del capitalismo in decomposizione.
Graham, 1/4/09
Per molti aspetti Darwin è stato un personaggio tipico del suo tempo, interessato ad osservare la natura e felice di condurre esperimenti sulla vita animale e delle piante. Il suo lavoro empirico svolto, tra l’altro, su api, scarabei, vermi, piccioni e balani è stato scrupoloso e dettagliato. La tenace attenzione di Darwin per i balani (i cosiddetti “denti di cane”) fu tale che i suoi figli da piccoli “iniziarono a pensare che tutti gli adulti dovessero avere la stessa preoccupazione; uno di questi arrivò a chiedere a proposito di un vicino: ‘dove si prende cura dei suoi balani’?” (Darwin, Desmond & Moore).
Darwin si è distinto per la sua capacità ad andare oltre i dettagli, a teorizzare e a cercare i processi storici, mentre altri si accontentavano di catalogare i fenomeni o di accettare le spiegazioni esistenti. Un esempio tipico di ciò fu la sua risposta alla scoperta di fossili marini ritrovati sulle Ande a migliaia di metri di altitudine. Grazie all’esperienza di un terremoto e ai Principi di Geologia di Lyell, fu capace di comprendere l’entità dei movimenti della terra che avevano fatto sì che degli organismi marini finissero sulle montagne senza dover far ricorso a resoconti biblici di un diluvio universale. “Io sono un convinto sostenitore che senza riflessioni speculative non esistono delle buone ed originali osservazioni” (come scrisse in una lettera ad A.R. Wallace, il 22/12/1857).
Non aveva inoltre timore di prendere le osservazioni raccolte in un campo ed utilizzarle in altri campi. Benché Marx abbia posto poca attenzione alla maggior parte degli scritti di Thomas Malthus, Darwin utilizzò le idee di questi sulla crescita demografica della popolazione umana per sviluppare la sua teoria sull’evoluzione. “Nell’ottobre del 1838 mi capitò di leggere, per distrarmi, il libro di Malthus sulla popolazione e, essendo ben preparato ad apprezzare la lotta per l’esistenza che ha luogo dappertutto, grazie ad un’osservazione prolungata e ininterrotta delle abitudini degli animali e delle piante, all’improvviso mi colpì l’idea che nelle circostanze favorevoli le variazioni tendevano ad essere preservate, mentre in quelle non favorevoli ad essere distrutte. Il risultato di questo sarebbe la formazione di nuove specie. A partire da qui, disponevo finalmente di una teoria per il mio lavoro” (Darwin, “Ricordi dello sviluppo della mia mente e del mio carattere”).
Ciò avveniva 20 anni prima che questa teoria facesse la sua apparizione pubblica ne L’Origine della Specie, ma gli elementi essenziali sono già là. Ne L’Origine della Specie Darwin spiega che usa “l’espressione Lotta per l’Esistenza in senso largo e metaforico” e “per comodità” e che per Selezione Naturale intende la “preservazione delle variazioni favorevoli ed il rigetto di variazioni nocive”. L’idea di evoluzione non era nuova, ma nel 1838 Darwin stava già sviluppando una spiegazione di come le specie erano evolute. Metteva a confronto le tecniche degli allevatori/selezionatori di levriero e dei colombofili (selezione artificiale) con la selezione naturale che considerava “la più parte bella della [sua] teoria” (Darwin citato in Desmond & Moore).
Il metodo del materialismo storico
A sole tre settimane dalla pubblicazione de L’origine della Specie, Engels scriveva a Marx: “Darwin, che ho appena letto, è magnifico. C’era un punto su cui la teleologa non era stata ancora demolita; adesso lo è. Inoltre, non avevamo mai avuto fino ad ora un così splendido tentativo per dimostrare lo sviluppo storico nella natura, almeno non con altrettanto successo”. La “demolizione della teleologia” fa riferimento al colpo che L’origine della specie ha portato a tutte le idee religiose, idealiste o metafisiche che cercano di spiegare i fenomeni attraverso i loro effetti piuttosto che con le loro cause. Questo è fondamentale in una visione materialista del mondo. Come Engels ha scritto ne L’Anti-Dürhing (capitolo 1), Darwin “ha assestato il colpo più rude alla concezione metafisica della natura dimostrando che tutta la natura organica attuale, le piante, gli animali e di conseguenza l’uomo, è il prodotto di un processo di evoluzione che è andato avanti per milioni di anni”.
Nei documenti di preparazione alla sua opera La Dialettica della Natura, Engels sottolinea il significato de L’origine della Specie. “Darwin, nel suo lavoro che ha fatto epoca, è partito dalla base più larga esistente della casualità. Precisamente, dalle infinite ed accidentali differenze tra gli individui di una stessa specie, differenze che si accentuano fino a trasformare le caratteristiche della specie, (…) l’hanno obbligato a mettere in questione le basi precedenti della regolarità in biologia, e cioè il concetto di specie nella sua rigidità e nella sua invariabilità metafisiche passate”.
Marx lesse L’origine della specie un anno dopo la sua pubblicazione e scrisse immediatamente ad Engels (19/12/1860) “Ecco il libro che contiene la base, in storia naturale, per le nostre idee”. Più tardi scrisse che il libro era servito da “base naturale-scientifica alla lotta di classe nella storia” (lettera a Lassalle, 16/1/1862).
Nonostante il loro entusiasmo per Darwin, Marx ed Engels non erano però acritici al suo riguardo. Erano coscienti dell’influenza di Malthus ed anche del fatto che la perspicacia di Darwin veniva utilizzata nel “Darwinismo sociale” per giustificare lo statu quo della società vittoriana, la grande ricchezza per alcuni e per i poveri la prigione, le pene lavorative, la malattia, la carestia o l’emigrazione. Nella sua introduzione a La Dialettica della Natura, Engels avanza alcune implicazioni: “Darwin non sapeva quale amara satira dell’umanità scriveva (…) quando mostrava che la libera concorrenza, la lotta per l’esistenza, celebrata dagli economisti come la più alta realizzazione storica, è lo stato normale del regno animale”. È solamente “l’organizzazione cosciente della produzione sociale” che può condurre l’umanità, dalla lotta per la sopravvivenza all’estensione dei mezzi di produzione come base della vita, del piacere e dello sviluppo; e questa “organizzazione cosciente” esige una rivoluzione da parete dei produttori, la classe operaia.
Engels vedeva anche come le lotte dell’umanità (e la comprensione marxista di queste) superavano il quadro di Darwin: “la concezione della storia come una serie di lotte di classe è già ben più ricca nel suo contenuto e profondità di quella che si accontenta di ridurla alle fasi di lotta per l’esistenza” (La Dialettica della Natura, note e frammenti).
Tuttavia tali critiche non rimettono in causa il posto di Darwin nella storia del pensiero scientifico. In un discorso sulla tomba di Marx, Engels sottolineava che “come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia dell’umanità”.
Il marxismo dopo il darwinismo
Mentre Darwin è stato, di volta in volta, alla moda o antiquato nel pensiero borghese (mai presso scienziati seri), l’ala marxista del movimento operaio non l’ha mai abbandonato. Plekhanov, in una nota del suo libro La Concezione monista della storia (capitolo 5), descrive il rapporto tra il pensiero di Darwin e quello di Marx: “Darwin è riuscito a risolvere il problema di come si sono create le specie vegetali ed animali nella lotta per l’esistenza. Marx è riuscito a risolvere il problema di come sono sorti differenti tipi di organizzazione sociale nella lotta degli uomini per la loro esistenza. Logicamente, l’investigazione di Marx comincia precisamente là dove finisce quella di Darwin (…) Lo spirito di ricerca è assolutamente lo stesso nei due pensatori. E’ per tale motivo che possiamo dire che il marxismo è il darwinismo applicato alla scienza sociale”.
Un esempio dell’interdipendenza tra il marxismo ed i contributi di Darwin si trova nel libro Etica e Concezione Materialista della storia di Kautsky. Sebbene Kautsky sopravvaluta l’importanza di Darwin, egli si ispira al suo libro La Filiazione dell’Uomo per descrivere l’importanza dei sentimenti altruistici, degli istinti sociali nello sviluppo della morale. Nel capitolo 5 de La Filiazione, Darwin descrive come “l’uomo primitivo” è divenuto un essere sociale e come “[gli uomini] si sarebbero avvertiti reciprocamente del pericolo, ed aiutati reciprocamente durante gli attacchi. Tutto questo implica un certo grado di simpatia, di fedeltà e di coraggio”. Aggiungendo che “quando due tribù di uomini primitivi … entravano in competizione, se una comprendeva (…) un gran numero di membri coraggiosi, ben disposti e fedeli, sempre pronti ad avvertirsi del pericolo, ad aiutarsi ed a difendersi reciprocamente, non c’era alcun dubbio che questa tribù avrebbe vinto l’altra. Bisogna ricordarsi che la fedeltà ed il coraggio dovevano essere della massima importanza nelle guerre incessanti tra selvaggi. Il vantaggio dei soldati disciplinati su orde indisciplinate proviene principalmente dalla fiducia che ogni uomo prova nei suoi compagni. (…) Le persone egoiste ed attaccabrighe non si uniranno e senza unione niente può essere realizzato”. Probabilmente Darwin esagera sul fatto che le società primitive fossero in guerra permanente tra loro, ma la necessità della cooperazione come fondamento della sopravvivenza era altrettanto importante in attività come la caccia e la distribuzione del prodotto sociale. È l’altra faccia della “lotta per l’esistenza”, dove vediamo il trionfo della solidarietà e della fiducia reciproca sulla divisione e l’egoismo.
Da Darwin ad un avvenire comunista
Anton Pannekoek non solo era un grande marxista, ma anche un astronomo di rinomanza (un cratere della faccia nascosta della luna ed un asteroide portano il suo nome). Nessuna discussione su “marxismo e darwinismo” sarebbe completa senza far riferimento al suo testo del 1909 dallo stesso titolo.
In primo luogo, Pannekoek affina la nostra comprensione del rapporto tra marxismo e darwinismo. “La lotta per l’esistenza, formulata da Darwin e sottolineata da Spencer, esercita un effetto differente sugli uomini e sugli animali. Il principio secondo cui la lotta conduce al perfezionamento delle armi utilizzate nei conflitti, porta a risultati differenti negli uomini e negli animali. Nell’animale, porta ad uno sviluppo continuo degli organi naturali; è la base della teoria della filiazione, l’essenza del darwinismo. Negli uomini, porta ad uno sviluppo continuo degli attrezzi, dei mezzi di produzione. E’questo è, tuttavia, il fondamento del marxismo. Qui vediamo che il marxismo ed il darwinismo non sono due teorie indipendenti, ciascuna che si applica al proprio campo specifico, senza avere niente in comune con l’altra. In realtà, lo stesso principio è alla base delle due teorie. Formano un’unità. La nuova direzione presa dagli uomini, la sostituzione degli attrezzi agli organi naturali, fa si che questo principio fondamentale si manifesti in maniera differente nei due campi; quello del mondo animale si sviluppa secondo i principi darwinisti, mentre per l’umanità si applica il principio marxista”.
Pannekoek ha sviluppato anche l’dea dell’istinto sociale sulla base dei contributi di Kautsky e di Darwin: “Il gruppo presso cui l’istinto sociale è meglio sviluppato potrà mantenersi sul suo territorio, mentre il gruppo presso cui l’istinto sociale è poco sviluppato, o diventerà una facile preda per i suoi nemici, o non sarà in grado di trovare dei luoghi favorevoli alla sua alimentazione. Questi istinti sociali diventano, dunque, i fattori più importanti e decisivi che determinano chi sopravvivrà nella lotta per l’esistenza. È a causa di ciò che gli istinti sociali sono stati elevati alla posizione di fattori predominanti”.
“Gli animali sociali sono in grado di battere quelli che conducono la lotta individualmente”.
La distinzione tra gli animali e l’uomo sapiens risiede, tra l’altro, nella coscienza.
“Tutto ciò che si applica agli animali sociali si applica anche all’uomo. I nostri antenati scimmieschi e gli uomini primitivi che si sono sviluppati da questi erano tutti senza difesa, dei deboli animali che, come quasi tutte le scimmie, vivevano in tribù. In queste sono dovute apparire le stesse motivazioni sociali, gli stessi istinti sociali che, in seguito, si sono trasformati in sentimenti morali. Che i nostri costumi e la nostra morale non siano altro che sentimenti sociali, sentimenti che incontriamo negli animali, è riconosciuto da tutti; anche Darwin ha parlato delle “abitudini degli animali che negli uomini si chiamerebbe morale”. La differenza sta solo nel livello di coscienza; appena questi sentimenti sociali diventano chiari per gli uomini, prendono il carattere di sentimenti morali”.
Anche Pannekoek critica il “Darwinismo Sociale” quando mostra come i “darwinisti borghesi” sono caduti in un circolo vizioso - il mondo descritto da Malthus e Hobbes assomiglia, guarda caso, al mondo descritto da Hobbes e Malthus!: “Sotto il capitalismo, l’umanità somiglia per la maggior parte del tempo al mondo degli animali rapaci ed è per questo che i darwinisti borghesi hanno ricercato il prototipo umano negli animali che vivono solitari. Vi erano guidati dalla propria esperienza. Il loro errore, tuttavia, è stato quello di considerare le condizioni capitaliste come eterne. Il rapporto che esiste tra i nostri sistemi capitalisti concorrenziali e gli animali solitari è stato espresso da Engels nel suo libro, L’Anti-Dühring, come segue:«In fin dei conti, l’industria moderna e l’apertura del mercato mondiale hanno reso universale la lotta e, allo stesso tempo, le hanno impresso una violenza fin’ora sconosciuta. Adesso sono i vantaggi delle condizioni, naturali o artificiali, che decidono dell’esistenza o meno dei capitalisti individuali così come di tutta una serie di industrie e di paesi. Chi fallisce è rigettato senza pietà. È la lotta darwinista per l’esistenza dell’individuo, trasposta con un rabbia decuplicata dalla natura nella società. La condizione dell’animale nella natura appare come l’apogeo dello sviluppo umano»”.
Ma le condizioni capitaliste non sono eterne, e la classe operaia ha la capacità di rovesciarle e di porre fine alla divisione della società in classi dagli interessi contrapposti. “Con l’abolizione delle classi, l’insieme del mondo civilizzato diventerà una grande comunità produttiva. In seno a questa comunità, la lotta che opponeva i suoi membri cesserà e si trasformerà in lotta col mondo esterno. Non sarà più una lotta contro la nostra specie, ma una lotta per la sussistenza, una lotta contro la natura. Ma, grazie allo sviluppo della tecnica e della scienza, questa non potrà essere chiamata una vera lotta. La natura è subordinata all’uomo e, con pochi sforzi da parte di questo, essa lo servirà in abbondanza. Allora, una nuova vita si apre all’umanità: la liberazione dell’uomo dal mondo animale e la lotta per l’esistenza attraverso degli strumenti finirà e comincia un nuovo capitolo della storia dell’umanità”.
Car (da World Revolution, organo della CCI in Gran Bretagna)
Questo popolo è scontento di ciò che la società ha da offrirgli e che ci sia una crescente volontà di lottare è molto chiaro, non solo da questi eventi, ma anche dalle recenti lotte in Grecia, così come dagli ultimi anni di lotte in posti quali l’Egitto e la Francia. Basta appena sfogliare le pagine dei giornali per rendersi conto che la classe lavoratrice sta recuperando la volontà di lottare malgrado i timori causati dal ritorno della crisi aperta.
Tuttavia, per i comunisti non basta limitarsi ad incoraggiare delle lotte da lontano. È altresì necessario analizzare e spiegare e proporre una prospettiva. Al momento, questo movimento è di una natura molto diversa da quello del 1979. Nelle lotte che portarono alla “rivoluzione islamica”, la classe operaia svolse un ruolo enorme. Per la gente che discuteva per le strade a quei tempi, quello che era chiaro nel 1979 era che gli scioperi degli operai iraniani costituivano il principale elemento politico che condusse al rovesciamento del regime dello Scià. Malgrado le mobilitazioni di massa, quando il movimento “popolare” – che raggruppava quasi tutti gli strati oppressi dell’Iran - cominciò ad esaurirsi, l’entrata in lotta del proletariato iraniano all’inizio di ottobre 1978, particolarmente nel settore petrolifero, non solo restituì vigore all’agitazione, ma pose un problema virtualmente irrisolvibile per il capitale nazionale, in un momento in cui non era possibile trovare un rimpiazzo per la vecchia equipe governativa. La repressione era sufficiente per indurre alla ritirata piccoli commercianti, studenti e disoccupati, ma si dimostrò uno strumento impotente della borghesia quando si misurò con la paralisi economica provocata dagli scioperi degli operai.
Ciò non vuol dire che l’attuale movimento non può sviluppare e non può trascinare la classe operaia come classe nella lotta. La lotta della classe operaia in Iran è stata particolarmente militante negli ultimi anni, particolarmente con il forte sciopero spontaneo dei 100.000 insegnanti avvenuto nel marzo 2007, con migliaia di operai di fabbrica che si unirono allo sciopero per solidarietà. 1.000 persone sono state arrestate durante questo sciopero. Questa è stata la più grande lotta di lavoratori in Iran, di cui si abbia notizia, dal 1979. Lo sciopero fu seguito nei mesi successivi da lotte che coinvolsero migliaia di operai nelle industrie della canna da zucchero, dei pneumatici, automobilistiche e tessili. Per quanto riguarda la situazione attuale, naturalmente ci sono anche gli operai per le strade, ma per il momento questi sono coinvolti nella lotta a livello individuale e non come forza collettiva. È importante sottolineare il fatto che il movimento non può progredire senza questa forza collettiva dei lavoratori. Uno sciopero nazionale di un giorno è stato proclamato per martedì. Ciò può dare un’indicazione del livello di sostegno all’interno della classe operaia.
Di recente i mezzi di comunicazione borghesi ci hanno riempito la testa con le varie cosiddette rivoluzioni di vari colori e di vari fiori. Così abbiamo potuto sentire di rivoluzioni “arancio”, rosa, dei tulipani e dei cedri e per tutto il tempo la stampa ha belato come pecore sulla “lotta” per la democrazia.
Questo movimento è partito come protesta contro gli imbrogli elettorali ed i dimostranti in origine erano mobilitati a sostegno di Mousavi. Tuttavia, gli slogan si sono rapidamente radicalizzati. Vi è un’enorme differenza fra le deboli proteste di Mousavi al capo supremo a proposito dell’irregolarità delle elezioni e gli slogan delle masse di manifestanti di “morte al dittatore e al regime”. Naturalmente la stessa cricca di Mousavi è stata presa dal panico ed ha revocato una dimostrazione fissata per lunedì. Resta da vedere se la gente rispetterà questa decisione. D’altra parte i richiami alla calma di Mousavi hanno anche incontrato degli slogan contro di lui.
Contrariamente a questi tipi di rivoluzioni di “vari colori”, il comunismo offre la possibilità di un tipo di rivoluzione e di un sistema sociale in cui vivere che sono completamente differenti. Quello che difendiamo non è semplicemente un cambiamento dell’amministrazione della società con nuovi capi “democratici” che poi svolgono esattamente lo stesso ruolo dei vecchi capi “dittatoriali”, ma una società di produttori liberi ed uguali generata dalla stessa classe lavoratrice e basata sui bisogni dell’umanità e non sui bisogni del profitto, in cui le classi, lo sfruttamento e l’oppressione politica saranno eliminati.
Sabri 15/6/09
(…) Questo non voto si localizza massicciamente nelle regioni del Sud e, significativamente, a macchia di leopardo in alcuni insediamenti del nord ad alta composizione sociale proletaria. E, significativamente, le frattaglie della sinistra radicale di governo raccolgono percentuali da fallimento, minori proprio in quegli insediamenti proletari che hanno ricusato l’uso del voto. Non sono bastate le loro autocritiche televisive a recuperare un minimo di credibilità tra i proletari. Raccolgono un voto urbano, nei centri delle città, ma nulla o quasi nei quartieri periferici dove abitano le famiglie proletarie.
D’altra parte i maggiori partiti (PdL, PD, UDC) e movimenti qualunquisti (Idv) sembrano non dare certezze alla borghesia, ed il voto si limita a riaggiustamenti al ribasso della distribuzione dei partiti più grossi.
Lo stesso risultato generale in Europa dice che il distacco dei proletari dalla sinistra borghese si va consumando con l’approfondirsi della crisi e su tutto, si leva il grido d’allarme della Signora Marcegaglia che, singolarmente, spinge il governo a dare più aiuto ai proletari per il rischio di un “rottura della coesione sociale”. Non molto tempo fa la stessa presidente della Confindustria aveva allarmato paventando “il progressivo spostamento della conflittualità dalla fabbrica alla società.”
Questo è il clima reale in cui si sono svolte le elezioni e che inutilmente si è tentato di modificare mentendo sulla crisi o proponendo agli elettori le squallide performances erotiche del Presidente del Consiglio.
Se si guarda storicamente il dato del non voto si noterà che la defezione è avvenuta proprio in zone in cui esisteva una tradizione di voto massivo per la sinistra borghese. Nelle regioni meridionali, in alcuni collegi e più in generale, si è arrivati a punte di astensione dal voto tali che i votanti sono stati addirittura intorno al 20% ed anche meno. Il voto in questi collegi si è concentrato solo nei centri cittadini, periferie e piccoli paesi invece hanno disertato in massa.
Chi sono gli assenti? E’ questa la vera domanda inevasa della vicenda elettorale, la sola che può fornire elementi certi di valutazione e di giudizio.
Ma ancora perché questi assenti sembrano essere in consonanza con gli altri assenti degli altri paesi d’Europa? Il collasso generale della sinistra borghese, attenzione, non avviene per il fatto che la destra l’abbia superato in bravura ed in capacità di governo, tutt’altro: emblematicamente la destra e la sinistra borghesi perdono insieme in Germania. In Inghilterra i lavoratori liquidano d’un colpo il partito laburista al governo, dal 52 al 17%. In Francia il PS è ridotto al di sotto del suo minimo storico, nonostante meno di due anni fa avessero quasi conquistato l’Eliseo.
Questi dati non sono solo numeri, dietro i numeri ci sono le persone, i proletari, le loro famiglie che oggi dicono di non credere e non fidarsi più della sinistra borghese. Dietro di essi c’è in incubazione la paura della miseria, del licenziamento, dell’impossibilità a sopportare i sacrifici disumani che la crisi del capitalismo impone. Ma c’è anche una riflessione che porta al rifiuto di un voto che, quale che sia, non può portare soluzione e sollievo al disagio dei proletari. Ed allora essi si liberano innanzitutto di coloro che, fingendo di sostenerli, li hanno condotti in uno stato di sottomissione e di debilitazione politica da cui essi vogliono e devono uscire per difendersi. Si è sentito più volte nelle discussioni di strada in queste elezioni che “E’ altra la sinistra di cui abbiamo bisogno”, “Qui non c’è una sinistra”, “Nessuno ci rappresenta”, ecc.
La Signora Marcegaglia comprende che l’espressione di un nuovo conflitto sociale non potrà essere contenuto, mediato e gestito nei cancelli delle fabbriche; la politica razzista ed antiproletaria della Lega ha il fiato corto perché non sarà possibile dirigere la rabbia operaia contro i proletari extracomunitari e contro i proletari del Sud. La crisi non dà spazi di mediazione sociale, non dà respiro, al di là dei proclami pre-elettorali, la sinistra borghese non serve alla borghesia perché non può più svolgere il suo vecchio compito di demagoga. Ed il proletariato ha già cominciato a cercare da sé le risposte.
Stranamente questo fatto centrale, ma ancora agli inizi, è visto solo dalla Presidente dei capitalisti industriali. Molto più dei loro servitori, i capitalisti comprendono a cosa può portare un ripresa del protagonismo del proletariato.
P. (9/06/2009)
Questo mito nasce dal fatto che l’Italia ha uno scarso passato coloniale, limitato a qualche fallito tentativo di fine secolo diciannovesimo e alle avventure del fascismo in Africa e in Albania.
Ma questo non è il frutto di una scarsa propensione all’espansionismo, giacché nell’epoca dell’imperialismo tutti i paesi sono imperialisti, perché chi non lo fosse si autoescluderebbe dal novero delle nazioni che contano. L’impossibilità di crearsi un proprio impero coloniale prima e una zona di influenza con la decolonizzazione dopo, deriva dal ritardo con cui è stata realizzata in Italia l’unità nazionale, e di conseguenza la formazione di un capitale di dimensioni tali da competere sul piano imperialista, in una situazione peraltro in cui gli spazi liberi da conquistare erano ormai pochi.
Ma, come dicevamo, anche se l’impresa era disperata, l’imperialismo italiano non poteva rinunciare a provarci e questo non solo nel diciannovesimo secolo o sotto il fascismo, ma ha continuato a giocare il proprio ruolo imperialista fino ai nostri giorni.
Durante il periodo della guerra fredda, lo scontro imperialista era regolato dalle rigide regole dei blocchi che si erano formati all’uscita della seconda guerra mondiale. In particolare l’Italia, nella divisione decisa a Yalta dai vincitori della guerra, era rimasta legata al blocco occidentale, capitanato dagli Stati Uniti. Ed è alla difesa di questo blocco che l’imperialismo italiano si è dedicato per più di quaranta anni, ritagliandosi solo un po’ di libertà nei rapporti con i paesi arabi, per poter avere qualche vantaggio personale anche all’interno delle rigide regole degli interessi di blocco. Già in questi anni l’Italia partecipa a diverse missioni militari, in particolare in Medio oriente e in Africa.
Ma è a partire dal crollo del blocco sovietico, nel 1989, che si aprono nuove prospettive e possibilità per l’imperialismo italiano. Questo crollo, come abbiamo più volte ricordato, ha avuto come corollario il disfacimento del blocco avversario, che ora non era costretto a permanere, venuto a mancare il suo nemico principale. Questo dissolvimento dei blocchi, lungi dal significare l’apertura di un periodo di “pace e prosperità”, come aveva annunciato all’epoca Bush padre, ha dato la stura a nuovi appetiti imperialisti in quanto tutti gli ex alleati degli USA si sono messi a giocare in proprio, compresa l’Italia.
Ed infatti da allora l’impegno militare dell’Italia è aumentato, invece che diminuire: prima in Bosnia e poi in Kossovo, per proseguire in Afganistan e in Iraq, ed infine in Libano, per non citare che le situazioni maggiori; non c’è una guerra o una situazione di tensione importante che non abbia visto la partecipazione di truppe italiane.
Questo attivismo ha fatto sì che oggi l’Italia sia il terzo paese al mondo per presenza di truppe in altri paesi. Attualmente si contano 33 missioni militari italiane in 21 paesi, con un totale di 9.108 soldati impegnati (fonte Ministero della Difesa). E naturalmente le missioni costano. Ed infatti nel 2009 si sono spesi 1 miliardo e 350 milioni di euro (1), con un aumento di circa il 30% rispetto al 2007 (2), il che, in tempo di crisi, costituisce un aumento notevole, visto che per curare il bilancio statale si licenziano 47.000 lavoratori nella scuola, si tagliano le spese per l’Università, per la sanità, ecc.
Ma, ci dirà il solito mistificatore di turno, le missioni militari italiane all’estero sono tutte missioni fatte per difendere la legalità e la pace, che è la solfa di tutti gli imperialismi del mondo e della storia. Solo che poi a guardare da vicino si scopre che anche le truppe italiane uccidono, torturano e opprimono anche le popolazioni civili, oltre ai militari. Che pericolo per la pace costituivano le popolazioni della Serbia e del Kossovo massacrate durante i bombardamenti della NATO che vedevano gli aerei italiani in prima linea? Che pericolo per la pace costituiva la bambina afgana uccisa dai proiettili di una pattuglia italiana lo scorso 3 maggio? (3)
Solo la spudoratezza e il cinismo della borghesia può cercare di sostenere che questi interventi militari siano fatti per difendere un qualche interesse delle popolazioni locali e non quelli dell’imperialismo che li compie. E solo un atto di fede può far credere che quello che è vero per gli USA, la Gran Bretagna o la Russia non sia vero anche per l’Italia.
Nonostante tutti i posti persi nelle classifiche della competitività, del PIL pro capite e di altri dati economici, l’imperialismo italiano resta in prima fila in quella competizione internazionale che si è acuita dopo il crollo del blocco dell’est.
E questa difesa degli interessi del capitale nazionale ha visto accomunati tutti i governi che si sono succeduti dal 1989 ad oggi, senza differenza fra destra e sinistra, perché quando sono in gioco gli interessi del capitale nazionale nessuna forza politica borghese può tirarsi indietro.
Se c’è stata una divisione fra queste forze non è stato certo sul fatto se bisognava imbarcarsi in avventure militari, ma solo su come si potevano meglio difendere questi interessi, con la destra (in particolare Berlusconi) convinta che solo un’alleanza stretta con gli USA può essere utile all’Italia, mentre la sinistra è per una maggiore autonomia di scelta. E’ solo questo che spiega la famosa polemica sulla partecipazione alla guerra in Iraq, con Berlusconi convinto sostenitore dell’intervento, e la sinistra che pensava che fosse un errore, per cui, arrivata al potere nel 2006 ha provveduto al ritiro delle truppe, ma solo per poterle poi dispiegare in Libano meno di un anno dopo. In questo la sinistra ha solo avuto più lungimiranza della destra di Berlusconi: la guerra in Iraq era un’avventura senza prospettive, tant’è vero che anche il nuovo governo Berlusconi non si è nemmeno sognato di offrire agli USA un ritorno in Iraq. Mentre la sinistra non ha avuto nessun ritegno a volere i bombardamenti sulla Serbia ai tempi della guerra del Kossovo, o a continuare a sostenere l’avventura in Afganistan, che dura ormai da 8 anni e non solo non ha portato a nessuna “pace”, ma è riuscita solo a destabilizzare anche il Pakistan, paese in possesso dell’arma nucleare.
Se è vero che i sacrifici che vengono imposti ai proletari sono il frutto del fallimento storico di questo sistema, è vero anche che questo fallimento significa in aggiunta una accresciuta corsa alla competizione imperialista internazionale, con la doppia conseguenza di morte e miseria per un numero sempre maggiore di persone nel mondo e di ulteriori sacrifici imposti ai proletari dei principali paesi capitalisti per sostenere la crescita degli impegni guerrieri.
La presa di coscienza di questa realtà non potrà che rafforzare la presa di distanza dei proletari dalla propria borghesia.
Helios
1. Il decreto del consiglio dei ministri del 18 dicembre 2008 stanziava 675 milioni di euro per il primo semestre; non abbiamo il dato successivo, ma poiché non è stato richiamato in patria un solo soldato, non è difficile concludere che la spesa per il secondo semestre sia rimasta al minimo uguale a quella del primo semestre, per un totale annuo quindi di almeno 1 miliardo e 350 milioni.
2. Secondo il SIPRI, Istituto Internazionale per le ricerche sulla Pace, le missioni italiane all’estero costavano, nel 2007, 1 miliardo di euro.
3. Naturalmente l’esercito ha parlato di un errore, causato dal mancato arresto dell’auto all’alt proclamato dalla pattuglia. Si dà però il caso che l’auto su cui viaggiava la bambina con la propria famiglia avesse il lunotto posteriore rotto, segno che i colpi sono stati sparati dopo che l’auto aveva superato il posto di blocco, cioè quando non poteva più costituire un pericolo per i militari impegnati nel posto di blocco. Gli stessi giornali hanno espresso dei dubbi (vedi Repubblica del 4 maggio scorso) sulla dinamica raccontata dai soldati, peccato però che questa vicenda sia in seguito scomparsa dagli stessi giornali.
La prima crisi globale dell'umanità" (OMC, aprile 2009) (1). La recessione "più profonda e la più sincrona a memoria d’uomo" (OCSE, marzo 2009) (2)! Dalla stesse ammissioni delle grandi istituzioni internazionali, la crisi economica attuale è di una gravità senza precedente. Per farvi fronte, tutte le forze della borghesia sono mobilitate da mesi.
Il G20 è indubbiamente il più forte simbolo di questa reazione internazionale. Ad inizio aprile, tutte le speranze capitaliste sono state dunque rivolte verso Londra, città dove si è tenuto il vertice salvatore che doveva "rilanciare l'economia e moralizzare il capitalismo". E a credere nelle dichiarazioni dei differenti dirigenti del pianeta, questo G20 è stato un vero successo. "È il giorno in cui il mondo si è riunito per combattere la recessione" ha esclamato il Primo ministro britannico, Gordon Brown. "È stato al di là di ogni aspettativa immaginata", ha dichiarato commosso il presidente francese Nicolas Sarkozy. "Si tratta di un compromesso storico", così lo ha commentato la cancelliera tedesca Angela Merkel. Per Barack Obama, questo vertice ha rappresentato una "svolta".
La verità invece è tutt’altra.
L’unica cosa riuscita del G20: è che si è fatto!
In questi ultimi mesi, la crisi economica ha molto acuito le tensioni internazionali. Innanzitutto, si è sviluppata la tentazione del protezionismo. Ogni Stato tenta sempre più di salvare una parte della sua economia sovvenzionandola e concedendole dei privilegi nazionali contro la concorrenza straniera. Come è capitato col piano di sostegno all'industria automobilistica deciso da Nicolas Sarkozy, piano, per esempio, aspramente criticato dai suoi "amici" europei. Poi, si tende in maniera crescente a promuovere piani di rilancio in ordine sparso, in particolare quelli riguardanti il salvataggio del settore finanziario. Infine, numerosi concorrenti, approfittando del fatto che gli Stati Uniti, epicentro del sisma finanziario, sono stati colpiti in pieno dalla forte burrasca economica, tentano di indebolire ancora più la leadership economica americana. Ed è questo il senso degli appelli al "multilateralismo" della Francia, della Germania, della Cina, dei paesi latino-americani…
Questo G20 di Londra si annunciava dunque teso e, nei retroscena, i dibattiti effettivamente saranno stati burrascosi. Importante è che le apparenze siano salve. Per la borghesia la catastrofe di un G20 caotico è stata evitata. La borghesia non ha dimenticato come l'assenza di coordinamento internazionale contribuì al disastro nel 1929. All'epoca, il capitalismo si dovette scontrare con la prima grande crisi del suo periodo di decadenza e la classe dominante non sapeva ancora affrontarla. In un primo tempo, gli Stati rimasero inermi. Dal 1929 al 1933, quasi nessuna misura fu presa, mentre le banche fallivano a migliaia, una dopo l’altra. Il commercio mondiale crollò letteralmente. Nel 1933, si cominciò a vedere una prima reazione: si trattava del primo New Deal (3) di Roosevelt. Questo piano di rilancio si basava su una politica di grandi lavori e di indebitamento statale ma anche su una legge protezionistica, il Buy American Act ("Comprate americano"). Da allora, tutti i paesi si lanciarono nella corsa al protezionismo; e ciò, alla fine, non fece che aggravare di più la crisi mondiale. Infatti, oggi, tutte le borghesie vogliono evitare la ripetizione di un tale circolo vizioso crisi-protezionismo-crisi… devono fare del tutto per non ripetere gli errori del passato. Occorreva dunque imperativamente che questo G20 sancisse l'unità delle grandi potenze contro la crisi, in particolare per sostenere il sistema finanziario internazionale. Nel concreto, i paesi si sono impegnati a non alzare barriere, compresi i flussi finanziari, e hanno incaricato l'OMC di effettuare scrupolose verifiche affinché un tale impegno venga rispettato.
Ed è questo il solo successo del G20. Ma un successo certamente temporaneo fintanto che il pungolo della crisi continuerà a fomentare inesorabilmente la disunione internazionale.
L’indebitamento di oggi prepara le crisi di domani
Dall'estate 2007 e dalla famosa crisi dei subprimes, i piani di rilancio si succedono ad un ritmo sfrenato. Ai primi annunci di iniezioni massicce di miliardi di dollari, un vento di ottimismo momentaneo soffiò. Ma oggi, continuando la crisi ad aggravarsi inesorabilmente, ogni nuovo piano è accolto con sempre maggiore scetticismo. Paul Jorion, sociologo specializzato in economia, e che è stato uno dei primi ad avere annunciato la catastrofe economica, schernisce con tali parole il ripetersi di questi insuccessi: "Siamo passati insensibilmente dai piccoli aiuti del 2007 ad un importo di miliardi di euro o di dollari per i grossi aiuti dell'inizio 2008, poi agli enormi aiuti della fine dell'anno oramai in centinaia di miliardi. In quanto al 2009, è l'anno dei "kolossal" aiuti, i cui montanti questa volta si esprimono in "trilioni" di euro o di dollari. E malgrado l'ambizione sempre più faraonica, non si riesce a vedere un minimo chiarore d’uscita dalla galleria!" (4).
E che propone il G20? Un nuovo rilancio del tutto inefficace! 5000 miliardi di dollari stanno per essere iniettati nell'economia mondiale da ora alla fine 2010 (5). La borghesia non ha nessuna altra "soluzione" da proporre e rivela attraverso ciò la sua impotenza (6). La stampa internazionale non si è del resto sbagliata: "La crisi è lungi, in realtà, dall’essere finita e bisognerebbe essere ingenui per credere che le decisioni del G20 possano cambiare tutto" (la Libre Belgique) "Hanno fallito nel momento in cui l'economia mondiale sta implodendo" (New York Time) "Il rilancio li ha lasciati di marmo al vertice del G20" (Los Angeles Time).
Del resto, le stime dell'OCSE per il 2009, abitualmente ottimiste, non lasciano molti dubbi a proposito di ciò che colpirà l'umanità nei mesi a venire, con o senza G20. Secondo questa, gli Stati Uniti dovrebbero essere interessati da una recessione del 4 %, la Zona euro del 4,1 % ed il Giappone del 6,6 %! Dunque la situazione sicuramente si aggraverà ancora nei mesi a venire mentre la crisi attuale è già peggio di quella del 1929. Gli economisti Barry Eichengreen e Kevin O'Rourke hanno calcolato che la caduta della produzione industriale mondiale è stata, per nove mesi, violenta come quella del 1929, che la caduta della Borsa è stata due volte più veloce, così come la recessione del commercio mondiale (7).
Tutte queste cifre, in concreto, per i milioni di operai di ogni parte del mondo significano una realtà molto drammatica. Negli Stati Uniti, prima potenza mondiale, altri 663.000 posti di lavoro sono andati distrutti nel mese di marzo, e ciò porta il totale di posti di lavoro distrutti in 2 anni a 5,1 milioni. Tutti i paesi sono colpiti duramente. Nel 2009, in Spagna, la disoccupazione dovrebbe superare il 17 %!
Ma questa politica non solo è inefficace oggi, ma prepara anche per l'avvenire delle crisi più violente. Infatti, tutti questi miliardi sono stati creati ricorrendo massicciamente all'indebitamento. Ora, questi debiti, un giorno, e non tanto lontano, occorrerà rimborsarli. Infatti, accumulando i debiti, è sull'avvenire economico che il capitalismo alla fine mette l’ipoteca.
E che dire di tutti questi giornalisti che si sono felicitati della ritrovata importanza del FMI? I suoi mezzi finanziari sono stati triplicati dal G20, essendo stati portati a 750 miliardi di dollari con, in più, l'autorizzazione di emissione di Diritti di titoli speciali (DTS) (8) per 250 miliardi di dollari. Gli è stata affidata il compito "di aiutare i più deboli", in particolare quei paesi dell'Est sull’orlo del fallimento. Ma il FMI è una strana ancora di salvezza. La reputazione – giustificata - di questa organizzazione è imporre un'austerità draconiana in cambio del suo "aiuto". Ristrutturazioni, licenziamenti, disoccupazione, soppressione dei sussidi per la salute, per la pensione… tale è "l'effetto FMI". Questa organizzazione è stata, per esempio, al capezzale dell'Argentina negli anni 1990 fino a… al crollo di questa economia nel 2001!
In conclusione, questo G20 non solo, non ha schiarito il cielo capitalista ma ha addirittura lasciato intravedere indomani ancora più scuri!
Il grande bluff della moralizzazione del capitalismo
Tra gli operai esiste un profondo disgusto per questo capitalismo agonizzante ed una riflessione crescente sull'avvenire. Infatti, durante questo G20, la classe dominante si è affrettata a rispondere, a modo suo, a questa questione. Con trombe e tamburi, questo vertice ha promesso un nuovo capitalismo, meglio regolato, più morale, più ecologico…
La manovra è così enorme quanto ridicola. Per la moralizzazione del capitalismo, il G20 ha preso di mira alcuni "paradisi fiscali". In particolare, sono stati additati quattro territori che costituiscono l’oramai celebre "elenco nero": il Costa Rica, la Malaysia, le Filippine e l'Uruguay. Altre nazioni sono state richiamate e classificate in un "elenco grigio". Per esempio, il Cile, il Lussemburgo, Singapore e la Svizzera.
In altre parole, mancano all’appello i principali "paradisi fiscali"! Le isole Caiman ed i suoi hedge funds, i territori dipendenti della corona britannica (Guernesey, Jersey, isola di Man), la City di Londra, Stati federati americani come il Delaware, il Nevada o il Wyoming… tutti questi sono ufficialmente bianchi come la neve, e vanno di conseguenza a costituire l'elenco bianco. Con questa classifica di paradisi fiscali da parte del G20, è un poco come se l'ospedale se ne infischiasse della carità.
Colmo dell'ipocrisia, solamente alcuni giorni dopo il vertice di Londra, l'OCSE -responsabile di questa classificazione - ha annunciato il ritiro di quattro paesi dall'elenco nero, in cambio di promesse di sforzo di trasparenza!
Tutto ciò chiaramente non ci sorprende. In che modo tutti questi grandi responsabili capitalisti, veri gangster senza fede né legge, "potrebbero moralizzare" chi? E in che modo un sistema basato sullo sfruttamento e la ricerca del profitto per il profitto potrebbe essere "più morale"? In verità, nessuno si aspettava vedere venir fuori da questo G20 un "capitalismo più umano". Questo non può esistere ed i dirigenti politici ne parlano come i genitori parlano di Babbo Natale ai loro bambini. Questi tempi di crisi rivelano al contrario, ancora più crudamente, il viso disumano di questo sistema. Quando la crisi economica colpisce, i lavoratori sono licenziati e gettati in mezzo ad una strada come gli oggetti diventati inutili. Il capitalismo è e sarà sempre un sistema di sfruttamento brutale e barbaro. Le probabilità di vedere nascere un "capitalismo ecologico" o "un capitalismo morale" sono le stesse di vedere l’alchimista trasformare il piombo in oro.
Proprio questo G20 mostra l’impossibilità di un altro mondo capitalista. È probabile che la crisi potrà ancora conoscere alti e bassi, con, in alcuni momenti un "ritorno alla crescita". Fondamentalmente, però, il capitalismo continuerà ad affondare economicamente, seminando miseria e generando guerre.
Non c’è niente da aspettarsi da questo sistema. La borghesia, con i suoi vertici internazionali ed i suoi piani di rilancio, non costituisce la soluzione ma il problema. A poter cambiare il mondo è solo la classe operaia, ma, per farlo, questa deve riprendere fiducia nella società che essa può fare nascere: il comunismo!
Mehdi (16 aprile 2009)
1) Dichiarazione di Pascal Lamy, direttore generale dell'Organizzazione mondiale del commercio.
2) Rapporto intermediario dell'Organizzazione di Cooperazione e di Sviluppo economico.
3) Un mito largamente diffuso oggi è quello secondo cui il New Deal del 1933 avrebbe permesso all'economia mondiale di uscire del marasma economico. E, la conclusione logica, sarebbe quella di fare oggi un New New Deal. In realtà, l'economia americana, dal 1933 a 1938, rimase particolarmente debole; fu il secondo New Deal, quello del 1938, che permise veramente di rilanciare la macchina. Ora, questo secondo New Deal non fu niente altro che l'inizio di quella economia di guerra che preparò la Seconda Guerra mondiale. Si comprende perché questo fatto sia passato largamente sotto silenzio!
4) L'era dei "Kolossal" aiuti, pubblicati il 7 aprile.
5) In realtà, per 4000 miliardi, si tratta dei dollari dei piani di rilancio già annunciati in questi ultimi mesi.
6) In Giappone, un nuovo piano di rilancio di 15.400 miliardi di yen (116 miliardi di euro) è stato appena deciso. È il quarto programma di rilancio elaborato da Tokio nello spazio di un anno!
7) Fonte: voxeu.org [44].
8) I DTS formano un paniere monetario costituito da dollari, euro, yen e sterlina.
È la Cina che, in particolare, ha insistito per costituire questi DTS. Queste ultime settimane, l'impero del male ha moltiplicato con dichiarazioni ufficiali appelli alla creazione di una moneta internazionale che possa sostituire il dollaro. E numerosi economisti sparsi nel mondo hanno rilanciato quest’appello, avvertendo della caduta inesorabile della moneta americana e delle scosse economiche che ne seguiranno.
Realmente l'indebolimento del dollaro, nella misura in cui l'economia americana affonda nella recessione, rappresenta un vero pericolo per l'economia mondiale. In quanto riferimento internazionale, è uno dei pilastri della stabilità capitalista dal dopoguerra. Tuttavia, la creazione di una nuova moneta di riferimento che sia l'Euro, lo Yen, la sterlina o i DTS del FMI, è totalmente illusoria. Nessuno potenza potrà sostituire gli Stati Uniti, nessuna potrà sostenere il suo ruolo di stabilizzatore economico internazionale. L'indebolimento dell'economia americana e della sua moneta significano, dunque, un disordine monetario crescente.
“Un terzo della popolazione dei paesi poveri vive in bidonville o tuguri, cosa che rappresenta in totale più di 800 milioni di persone (…) Si tratta della popolazione urbana che vive nelle condizioni più disastrose, dalle bidonville alle capanne insalubri, in particolare senza acqua corrente”.
Nei prossimi mesi, “46 milioni di individui in più nel mondo potrebbero arrivare a vivere con meno di 1,25 dollari al giorno, cioè sotto la soglia di estrema povertà fissata dalla Banca mondiale (…) Quest’aumento del numero di poveri potrebbe condurre ad una conseguente recrudescenza del tasso di mortalità infantile: se la crisi persiste, tra 1,4 e 2,8 milioni di bambini potrebbero morire a causa di malattie dovute alle loro cattive condizioni di vita”.
Nessun angolo della terra viene risparmiato da quest’esplosione di miseria: “L’associazione americana dei sindaci, che svolge annualmente un’indagine nazionale sui senza tetto, ha constatato a fine 2008 un aggravamento dei problemi delle famiglie. (…) Louisville ad esempio, segnala un aumento del 58% in un anno delle famiglie senza tetto. Da dati più recenti risulta un aumento del 40%, tra 2007 ed il 2008, del numero di famiglie che entrano nei centri di accoglienza new-yorkesi. (…) Quest’aumento importante potrebbe continuare con la progressione della disoccupazione. Le previsioni fatte dalla Goldman Sachs[2] sono di un tasso di disoccupazione al 9% a fine 2009 (contro il 5% a fine 2007 e quasi 7% nel 2008). Gli esperti del Center on Budget and Policy Priorities, basandosi sulle ultime tre recessioni americane, contano in questo contesto su una forbice da 8 a 10 milioni di poveri supplementari. Sempre in quest’ipotesi, il numero di persone in grande povertà (con un reddito inferiore alla metà della soglia di povertà) potrebbe aumentare da 5 a 6 milioni. In totale, circa un milione di nuove famiglie con figli potrebbero conoscere la grande povertà e trovarsi di fronte all’alto rischio di diventare dei senza-tetto”.
Solo la classe operaia, sviluppando le sue lotte a livello internazionale, riacquistando fiducia in se stessa e nella sua forza, è in grado di dare la sola alternativa reale a questo immondo sistema di sfruttamento: la società comunista.
Gli studenti sono sempre più preoccupati per la propria situazione e sempre più sconcertati ed indignati per l’avvenire che la classe dominante riserva loro. Il che non è sorprendente: questo sentimento aumenta giorno per giorno e dappertutto1, soprattutto tra i proletari e negli strati più poveri della società. Molti di questi proletari sono genitori o comunque parenti di questi stessi studenti, tutti colpiti dall’avanzata implacabile della crisi che li condanna con sempre più durezza a condizioni di vita veramente insopportabili. Ma questa crisi li spinge anche alla riflessione, a chiedersi se c’è una via d’uscita, se il capitalismo è capace di assicurare qualcosa di diverso dalla miseria, dal caos e la barbarie.
Ogni giorno che passa, questi studenti sono sempre più “surriscaldati”, anche se per il momento mantengono la testa fredda e ciò significa che riflettono. Aumenta la loro diffidenza nei confronti delle “soluzioni” che vengono proposte e, soprattutto, non sembrano disposti ad accettare qualsiasi cosa: un futuro incerto in quanto alla possibilità di trovare un lavoro, dei crediti per poter studiare che li “ipotecherebbero” incatenandoli a vita...
C’è anche questa enorme indignazione contro la brutale repressione commessa dai Mossos d’Escuadra de la Généralidad2 della Catalogna diretta dalla “coalizione tripartitica”3 alla quale partecipa la versione catalana della “radicale” e “amica degli operai” Izquierda unida (Sinistra unita). La ferocia della repressione contro i giovani (pestaggi, arresti violenti, espulsioni …) mostra chiaramente ciò che ci si può aspettare da qualsiasi governo, che sia di destra o che si presenti come “progressista” e “sociale”. (…)
In seguito all’espulsione forzata dall’università occupata ed alle cariche violente della polizia nella serata del 18 marzo che si è chiusa con numerosi arresti ed una sessantina di feriti tra i circa cinquemila manifestanti presenti, gli studenti hanno reagito organizzando rapidamente una manifestazione di solidarietà. Il Governo catalano è stato obbligato a presentare delle scuse ed a costringere alle dimissioni alcuni esponenti del suo ministero dell’Interno. Da allora, gli studenti stanno continuando ad andare avanti: fanno assemblee, scioperi ed occupazioni, riunioni con i gruppi sociali che li sostengono; dibattono, scambiando notizie con altre università alcune delle quali hanno risposto manifestando in solidarietà con loro (Madrid, Valencia, Gérone...).
Gli studenti, che hanno affermato alto e chiaro “che non sono delinquenti, non sono dei ribelli senza prospettiva e neanche carne da cannone per i burocrati ed i mossos”, sono sempre determinati a riuscire, “grazie ad un largo movimento studentesco, perché l’unione fa la forza”, a fare “non solo arretrare gli attacchi del capitale - Piano Bologna o Tartempio” ma anche “una società giusta, tollerante, solidale e libera”, perché “ci sentiamo capaci di cambiare la realtà nella quale viviamo” (estratti da Quali riflessioni... sugli avvenimenti del 18 marzo a Barcellona, un volantino distribuito nella manifestazione del 26).
Gli studenti hanno quindi convocato una manifestazione per il 26 marzo. Contavano sulla solidarietà di quelli che, come loro, affrontano la realtà del “è peggio ogni giorno che passa” e senza la minima prospettiva di miglioramento: dei loro stessi compagni, degli insegnanti, di tutti quelli che condividono le loro preoccupazioni ed i loro sforzi, di tutti quelli che stanno affianco a loro e che sanno che, domani, saranno affianco di tutta la classe operaia. Di fronte a loro c’erano parecchie decine di mossos (poliziotti) che li aspettavano arma in pugno, pronti a fronteggiare “ogni eventualità”. Il tutto preparato da un’intensa propaganda lanciata dalla Generalidad attraverso tutti i media secondo la quale “tali azioni” erano illegali per cui andavano prese misure adeguate per farvi fronte “come si deve”.
A Piazza dell’Università aspettavamo inquieti, ma determinati; abbiamo visto che gli studenti erano sicuri di loro, che controllavano la situazione. I mossos ci hanno chiuso l’accesso dell’itinerario previsto e gli organizzatori hanno avuto il coraggio di decidere un itinerario alternativo verso un luogo più tranquillo.
Questa manifestazione è stata ben diversa dalle processioni folcloristiche dei sindacati: non fischietti assordanti, non urla dagli altoparlanti né slogan collerici: i manifestanti potevano parlare, scegliere slogan, risposte appropriate ed invettive contro il governo ed i suoi esecutori d’ordini del ministero dell’Interno, e cioè contro i mossos che nei giorni precedenti si erano sfogati a colpi di manganello su tutto ciò che si muoveva. Applausi ed incoraggiamenti di solidarietà coi manifestanti sono stati lanciati dai balconi. I locali dei partiti di governo sono stati coperti di graffiti che denunciavano le loro responsabilità.
A poco a poco altre persone si sono unite alla manifestazione, così che alla fine c’erano più di 10.000 persone insieme e, come in Grecia, di tutte le generazioni: studenti, genitori, lavoratori di differenti età...
(…) Questa manifestazione ha rappresentato un vittoria importante: tutti sono ripartiti con la netta impressione che la lotta proseguirà e che il dibattito deve continuare, anche per scambiare esperienze e soprattutto per continuare una lotta che non considerano esaurita. Gli studenti mobilitati insistono sul fatto devono continuare ad incontrarsi fino alle vacanze in qualche “Campus-assemblea”, nei quartieri.
Questa lotta si inserisce in una prospettiva di lotte massicce in altri settori (insegnanti, industrie, statali, servizi, attivi e disoccupati …)? Sì, ne siamo convinti. Molti di quelli che erano alla manifestazione ne erano altrettanto convinti, anche se non abbiamo sentito appelli e slogan espliciti in questo senso. Le condizioni perché ciò avvenga si consolidano, tutta la dinamica del movimento va in questo senso. L’intervento della classe operaia, la sua esperienza, la sua solidarietà, è molto importante per alimentare questo processo.
Gli studenti devono contare su questo. In fin dei conti, sanno che faranno parte della classe operaia. Molti di loro, sanno che ne fanno già parte.
Da Acción proletaria, pubblicazione della CCI in Spagna (28 marzo)
2. Polizia regionale del governo catalano.
3. Questo governo è diretto da una coalizione di sinistra: socialisti, catalanisti repubblicani e vecchi stalinisti (inclusi i “Verdi”) ai quali del resto appartiene il ministro dell’Interno, Joan Saura, che dirige la polizia e che oggi (01/04) dichiara, di fronte all’indignazione provocata dalla repressione, che la “risposta dei poliziotti è stata sproporzionata”... [ndt].
Questo incontro, il cui progetto è stato formulato un anno fa, è stato reso possibile innanzitutto dalla nascita di questi gruppi, i quali ancora 3 anni fa (a parte OPOP e la CCI) non esistevano, ma ancora di più dalla loro volontà comune a rompere l’isolamento e sviluppare un lavoro politico insieme (3).
La base di un tale lavoro è stata l’individuazione e l’accettazione da parte dei partecipanti di criteri che delimitano il campo proletariato rispetto a quello della borghesia e che sono esposti nella Presa di posizione qui pubblicata.
La prima attività di questo incontro era necessariamente una discussione politica che permettesse di fare chiarezza sulle convergenze e le divergenze esistenti tra i partecipanti, in modo da rendere possibile l’elaborazione di un quadro di discussione in vista di una chiarificazione sui disaccordi.
Salutiamo calorosamente il fatto che questo incontro abbia potuto aver luogo e che sia stato capace di assumere discussioni importanti come quelle sull’attuale situazione della lotta di classe internazionale e sulla natura della crisi che oggi scuote il capitalismo. Abbiamo pienamente fiducia in un prosieguo fruttuoso di questo dibattito (4).
Siamo ben coscienti che questo incontro ha costituito solo un piccolo passo sulla strada che conduce alla costituzione di un polo di riferimento internazionale la cui esistenza, dibattito pubblico ed intervento siano in grado di orientare gli elementi, i collettivi ed i gruppi che sorgono in tutto il mondo alla ricerca di una risposta proletaria internazionalista alla situazione sempre più grave nella quale il capitalismo sta trascinando l’umanità.
Tuttavia, se lo si paragona alle esperienze passate - per esempio alle Conferenze internazionali della Sinistra comunista che si sono tenute trent’anni fa(5)- questo incontro è riuscito a superare alcune delle debolezze manifestatesi all’epoca. Mentre le Conferenze non riuscirono ad adottare una dichiarazione comune di fronte alla guerra in Afghanistan che allora rappresentava una grave minaccia, oggi la Presa di posizione adottata all’unanimità dai partecipanti difende in modo molto chiaro delle posizioni proletarie di fronte alla crisi del capitalismo.
In particolare vogliamo sottolineare la ferma denuncia che fa la Presa di posizione delle alternative capitaliste di “sinistra” in voga attualmente su tutto il continente americano e che suscitano nel mondo intero delle illusioni niente affatto trascurabili. Dagli Stati Uniti, col fenomeno Obama, fino alla Patagonia argentina, il continente è pervaso da governi che pretendono di difendere i poveri, i lavoratori, gli emarginati e che si presentano come i portatori di un capitalismo “sociale”, “umano”, o che ancora, in versioni più “radicali” (come Chavez in Venezuela, Morales in Bolivia e Correa in Ecuador), pretendono di incarnare addirittura “il socialismo del XXI secolo”.
Riteniamo molto importante che di fronte a queste mistificazioni sorga un polo unitario, fraterno e collettivo di minoranze internazionaliste che apra la via alla discussione ed alla formulazione di posizioni di solidarietà internazionale, di lotta di classe intransigente, di una lotta per la rivoluzione mondiale, di fronte al capitalismo di Stato, al nazionalismo, allo sfruttamento di cui questi “nuovi” profeti cercano di assicurare la perpetuazione.
CCI (26-04-09)
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Presa di posizione comune
La lotta per il comunismo autentico, cioè per una società senza classi, senza miseria e senza guerre, sta nuovamente suscitando nel mondo intero un interesse crescente da parte di minoranze. Nel marzo 2009, per iniziativa della Corrente Comunista Internazionale (CCI) e di Oposição Operaria (OPOP), si è tenuta in America latina un Incontro di discussione internazionalista a cui hanno partecipato differenti gruppi, circoli e singoli compagni di questo continente che si trovano chiaramente su posizioni internazionaliste e proletarie.
Oltre alla CCI ed OPOP, erano presenti i seguenti gruppi:
- Grupo de Lucha Proletaria (Perù)
- Anarres (Brasile)
- Liga por l'Emancipación de la Clase Obrer (Costa Rica e Nicaragua)
- Núcleo de Discusión Internacionalista de la República Dominicana
- Grupo de Discusión Internacionalista de Ecuador.
Ai lavori di questo incontro hanno inoltre partecipato alcuni compagni del Perù e del Brasile. Compagni di altri paesi pur avendo manifestato la loro intenzione di partecipare non hanno avuto la possibilità di essere presenti per ragioni materiali o amministrative.
L’insieme dei partecipanti si è riconosciuto nei principi espressi dai criteri che seguono, gli stessi che globalmente sono serviti alla tenuta delle Conferenze dei gruppi della Sinistra comunista alla fine degli anni ‘70 e nel 1980:
1. Richiamarsi al carattere proletario della rivoluzione di Ottobre 1917 e dell’IC, pur sottoponendo quest’esperienze ad un bilancio critico che permetta di orientare i nuovi tentativi rivoluzionari del proletariato;
2. Rigettare senza riserva ogni idea secondo la quale esistono nel mondo paesi a regime socialista o con governi operai, sebbene qualificati “degenerati”; parimenti, rigettare ogni forma di governo capitalista di Stato, come quelli basati sull’ideologia del “socialismo del XXI secolo”;
3. Denunciare i partiti socialisti e comunisti, così come i loro accoliti, come partiti del capitale;
4. Rigettare categoricamente la democrazia borghese, il parlamentarismo e le elezioni, armi attraverso le quali la borghesia è riuscita numerose volte ad inquadrare e deviare le lotte operaie mettendo la classe operaia davanti a false scelte: democrazia o dittatura, fascismo o antifascismo;
5. Difendere la necessità che i rivoluzionari internazionalisti lavorino alla costituzione di un’organizzazione internazionale dell’avanguardia proletaria, arma indispensabile della rivoluzione proletaria;
6. Difendere il ruolo dei consigli operai come organi del potere proletario, così come l’autonomia della classe operaia rispetto alle altre classi e strati della società.
L’ordine del giorno delle discussioni è stato il seguente:
1. Il ruolo del proletariato e la sua situazione attuale, il rapporto di forze tra le classi;
2. La situazione del capitalismo (in seno alla quale si svolgono le attuali lotte) e, come riflessione più globale, il concetto di decadenza e/o di crisi strutturale del capitalismo;
3. La crisi ecologica crescente in cui ci spinge il sistema. Poiché per mancanza di tempo non si è potuto affrontare questo punto, è stato deciso di portare avanti la discussione attraverso Internet.
Sul punto 1 sono stati utilizzati degli esempi relativi all’America latina per illustrare le analisi sullo stato attuale della lotta di classe, ma la preoccupazione della maggior parte degli interventi è stata di concepire questi come una parte della situazione generale della lotta proletaria a livello internazionale. L’incontro ha deciso di insistere particolarmente sulla denuncia dei differenti governi di sinistra (che in questo momento dirigono la maggior parte dei paesi dell’America latina) come nemici mortali del proletariato e della sua lotta; sono stati anche denunciati quelli che sostengono, anche se in modo critico, questi governi. L’incontro ha inoltre denunciato la criminalizzazione delle lotte operaie da parte di questi governi insistendo sul fatto che la classe operaia non può farsi illusioni sui metodi “legali e democratici”, ma può contare solamente sulla propria lotta autonoma. Questa denuncia si applica particolarmente ai seguenti governi:
- Kirchner in Argentina
- Morales in Bolivia
- Lula in Brasile
- Correa in Ecuador
- E, in modo particolare, quello diretto da Chavez in Venezuela il cui preteso “Socialismo del ventunesimo secolo” non è altro che una vasta menzogna destinata a prevenire e reprimere le lotte del proletariato in questo paese ed a ingannare gli operai negli altri paesi.
Sul punto 2 i partecipanti si sono trovati d’accordo sulla gravità della crisi attuale del capitalismo e sulla necessità di approfondirne la comprensione a partire da una prospettiva teorica e storica.
Alla conclusione delle discussioni, i partecipanti si sono accordati sui seguenti punti:
- la tenuta dell’incontro costituisce una manifestazione dell’attuale tendenza allo sviluppo della lotta e della presa di coscienza del proletariato a livello internazionale;
- l’aggravamento considerevole della crisi del capitalismo oggi non può, alla fine, che rafforzare questa tendenza allo sviluppo delle lotte operaie, rendendo sempre più necessaria la difesa delle posizioni rivoluzionarie in seno al proletariato;
- in questo senso, l’insieme dei partecipanti considera necessario proseguire lo sforzo che è stato iniziato con questo incontro al fine di essere parte pregnante della lotta del proletario internazionale.
Più concretamente, come primo passo di questo sforzo, è stato deciso di:
1. aprire un sito Internet in lingua spagnola (eventualmente portoghese) sotto la responsabilità collettiva dei gruppi che hanno partecipato all’incontro. Inoltre, è stata prospettata la possibilità di pubblicare un bollettino in lingua spagnola basato sul contenuto del Sito internet;
2. pubblicare su questo sito:
- la presente presa di posizione (che sarà pubblicata anche sui siti dei gruppi partecipanti);
- i contributi che sono stati preparati per l’incontro;
- la sintesi del processo verbale delle differenti discussioni che si sono tenute in questo;
- ogni altro contributo dei gruppi ed elementi presenti così come di ogni altro gruppo o compagno che si riconosce nei principi e le preoccupazioni che hanno animato l’incontro.
All’interno di queste preoccupazioni, l’incontro sottolinea in modo particolare la necessità di un dibattito aperto e fraterno tra rivoluzionari ed il rigetto di ogni settarismo e spirito di cappella.
Note:
1. Messico, Repubblica Dominicana, Costa Rica, Nicaragua, Ecuador, Perù, Venezuela, Brasile.
2. I cui partecipanti sono stati: OPOP (Opposizione Operaia) - Brasile, CCI, LECO (Lega per l’Emancipazione della Classe Operaia) - Costa Rica e Nicaragua, Anarres - Brasile, GLP (Gruppo di Lotta Proletaria) - Perù, GDI (Gruppo di Discussione Internazionalista dell’Ecuador), NDI Nucleo di Discussione Internazionalista della Repubblica Dominicana), e diversi compagni di questi paesi che hanno partecipato a titolo individuale.
3. Abbiamo reso conto di questa effervescenza in America latina nel nostro articolo “Due nuove sezioni della CCI” in Rivoluzione Internazionale n. 159.
4. Una delle decisioni dell’'incontro ha riguardato la creazione di un sito Internet dove saranno pubblicati la presa di posizione comune ed i dibatti: www.encuentro.internationalist-forum.org [48].
5. Leggi, ad esempio, nella Revue internationale n.16, l’articolo “2a Conferenza internazionale dei gruppi della Sinistra comunista”.
Il 25 aprile scorso la CCI ha organizzato a Napoli una “giornata di incontro e discussione” sul tema della crisi economica e su come reagire. Come abbiamo già fatto in un’analoga riunione tenuta sempre a Napoli nell’aprile dello scorso anno[1] e come facciamo ormai in tanti altri paesi del mondo in cui siamo presenti, questa riunione è stata quasi interamente gestita dai compagni intervenuti, che hanno provveduto a scegliere il tema di discussione, a preparare su di esso una loro presentazione, a preparare una sintesi della discussione a metà giornata per permettere il suo rilancio nel pomeriggio. Il nostro lavoro come organizzazione è consistito essenzialmente nel tenere il presidium – in modo da permettere ai compagni intervenuti di seguire e partecipare con tutta l’attenzione necessaria - e a prendere delle note, utili per lasciare una traccia della discussione su cui tutti i compagni partecipanti possono tornare a riflettere.
Sul nostro sito web pubblicheremo vari materiali relativi alla riunione oltre che dei bilanci politici sulla riunione stessa formulati da singoli compagni. Quello che però è importante mostrare con questo articolo è la dinamica che si è aperta con questa iniziativa che possiamo sintetizzare dicendo che, alla fine della riunione del 25/4, tutti i compagni partecipanti si sono trovati d’accordo:
Il volantino è stato presto fatto[3] ed è stato diffuso massicciamente alle manifestazioni del 1° maggio a Napoli, per le strade e inviato fittamente via mail ad “amici, colleghi e parenti”. Subito dopo i compagni si sono rivisti per ufficializzare la costituzione del gruppo di discussione, cominciando a sviluppare uno scambio su come lavorare assieme, questione di primaria importanza per un gruppo di persone eterogenee e, per diversi di loro, alla prima esperienza politica.
In conclusione abbiamo potuto vedere come l’organizzazione di un incontro tra compagni abbia prodotto un risultato che va ben oltre gli obiettivi immediati che la riunione si era data, motivo per cui è importante capirne i motivi, cercando di tornare su alcuni degli elementi che hanno caratterizzato la giornata del 25 aprile in modo da fare tesoro di questa esperienza.
Anzitutto ricordiamo come è stata convocata questa riunione. L’idea che la CCI cerca di concretizzare attraverso questo tipo di riunioni, che non sono delle riunioni pubbliche della nostra organizzazione, è di mettere a disposizione dei proletari in genere, qualunque sia la loro connotazione politica immediata, un luogo dove potersi incontrare e discutere con altri proletari che avvertono una insoddisfazione per la situazione attuale e che cercano di capire come stanno le cose per valutare il da farsi, il modo in cui reagire. Di conseguenza, dal primo momento, pur non nascondendoci dietro nessun paravento per far sembrare l’iniziativa come “spontanea”, abbiamo spinto affinché i compagni coinvolti prendessero nelle loro mani l’iniziativa, a partire dalla stessa pubblicizzazione della riunione. Puntando dunque sui compagni che già ci conoscevano e che sono nostri simpatizzanti, la notizia della riunione si è diffusa di voce in voce tra tante persone con il risultato che un numero significativo di partecipanti è stato portato da altre persone e non direttamente dalla CCI. Questo aspetto è già molto importante perché ha mostrato come la riunione del 25 aprile sia stata effettivamente avvertita e vissuta da tutti come una “loro” riunione. Va messo peraltro in evidenza come la dinamica che ha portato a questa riunione abbia coinvolto alcuni elementi che stavano da anni in stand-by, ovvero in uno stato di “diffidente inattività” perché scottati da precedenti esperienze politiche, perché incapaci di ritrovare situazioni ed iniziative che restituissero loro la fiducia perduta. Queste persone, inizialmente giustamente diffidenti, sono state immediatamente convinte e conquistate da qualche incontro preliminare e dall’atmosfera assolutamente proletaria di questi incontri.
Un secondo aspetto ha riguardato naturalmente le modalità secondo cui la riunione si è svolta. Non una riunione dove i compagni venivano a sentire cosa aveva da dire la CCI, ma un luogo che era stato creato dalla CCI perché i compagni lì riuniti potessero esprimere estesamente le loro idee e le loro preoccupazioni. La CCI non si è nascosta dietro una parete, ma ha partecipato pienamente, anzitutto contribuendo con l’invio di propri testi, prima della riunione, così come hanno fatto anche altri compagni, e intervenendo quando era opportuno nell’arco stesso della riunione. Ma, ancora una volta, la preoccupazione principale è stata quella di fare esprimere i compagni intervenuti e far sì che si rispondessero l’un l’altro. Il risultato di questa impostazione è stato che quando, a metà riunione, c’era da fare il lavoro di sintesi della discussione della mattina per far partire la seconda parte della discussione, mancando i compagni che si erano prenotati per questo lavoro, abbiamo temuto che non ci fossero altre persone disposte a farlo. Ma ci sbagliavamo perché siamo stati felicemente sorpresi dalla spontanea partecipazione, intorno al tavolo del presidium, di un numero esuberante di compagni, tutti volontari e, cosa ancora più importante, tra questi compagni ce n’erano diversi che partecipavano ad una riunione politica organizzata dalla CCI per la prima volta. Tutto questo, sviluppato in un clima di assoluta serenità e spirito fraterno, ha letteralmente “conquistato” i compagni tutti e noi stessi dell’organizzazione abbiamo vissuto un’esperienza veramente coinvolgente.
Un ulteriore elemento a cui non daremo mai abbastanza importanza è stato quello della socializzazione e dello sviluppo dei rapporti umani. La riunione infatti è stata pensata e vissuta prevedendo dei momenti di pausa nella discussione finalizzati non soltanto a riprendere ossigeno, ma anche per permettere ai compagni di conoscersi, di parlare della loro vita, di scambiarsi delle esperienze, ecc. Non a caso, anche stavolta, è stato organizzato uno spuntino all’ora di pranzo nel giardino del luogo che ha ospitato la riunione basato su una serie di squisitezze preparate da alcune compagne volontarie e la sera, a fine riunione, i compagni che potevano farlo, si sono trattenuti per mangiare in trattoria e continuare a stare assieme. Questo aspetto del conoscersi, del parlarsi tra compagni al di là del piano strettamente politico, è un elemento molto importante che riprende una tradizione che è sempre esistita all’interno del movimento operaio e che rompe con le ideologie staliniste che imponevano anzitutto la diffidenza tra compagni e dunque la massima riservatezza sulla propria persona.
Per quanto riguarda i contenuti del dibattito, sin dai primi interventi, insieme alla ricerca dell’origine della crisi economica, è emerso il riconoscimento che questo sistema porta non solo all’impoverimento della stragrande maggioranza dell’umanità, ma anche ad una disgregazione dei rapporti umani contro cui occorre combattere e rispetto a cui la lotta di classe costituisce un antidoto importante. I meccanismi che portano questo sistema alla sua crisi sono stati sviluppati da diversi interventi, esaminando come cause possibili sia la caduta del saggio di profitto che la saturazione dei mercati extracapitalisti. In ogni caso l’insieme dei compagni ha riconosciuto che questo sistema non ha vie di uscita e che occorre lavorare per l’individuazione di un’alternativa a questa società. Come hanno sottolineato i compagni nella sintesi che chiudeva la prima parte della discussione:
“La crisi è crisi del capitalismo, strutturale e non congiunturale, e di portata storica, perciò l’aspetto finanziario non è la causa, ma ne è un aspetto. E’ una crisi di sottoconsumo causato dall’eccessivo sviluppo delle forze produttive in relazione allo sviluppo del mercato internazionale. Lo stesso imperialismo non basta più a superare le crisi. Quindi è una crisi storica dell’accumulazione dovuta alla saturazione dei mercati … che poi comporta e porta anche alla caduta del saggio del profitto.
Sul come reagire diversi compagni hanno sottolineato due aspetti importanti.
Da una parte le difficoltà che incontra la classe a causa delle illusioni ancora presenti, ma soprattutto a causa della complessità del compito che ha davanti. Anche se è chiaro che il capitalismo è in crisi e che non ci sono margini per una ripresa, che il futuro non riserva niente di buono, i proletari non hanno ancora recuperato abbastanza fiducia in sé stessi come classe per poter intraprendere una via autonoma da partiti e sindacati: “Molte illusioni non spariscono da un giorno all’altro. Ci vuole tempo”; “Il punto difficile è sempre quello del costruire, perché anche se ci è chiaro che il capitalismo non funziona, non è chiaro invece cosa bisogna fare, qual è l’alternativa. Qual è una società che possa funzionare meglio del capitalismo”.
Dall’altra il fatto che i lavoratori stanno iniziando a rispondere alla crisi: “C’è un tentativo del proletariato di tendere ad associarsi. Il sindacato sul precariato è stato costretto a fare una grande manifestazione, bidone certo, ma quello che era importante è il fatto che la gente stava lì per vedere cosa fare. Gli operai industriali dicono si alla lotta, ma dobbiamo farla con i precari e ciò perché nelle famiglie ci sono i precari. C’è una tendenza da parte del proletariato a darsi delle forme organizzative”.
Questi sono gli elementi, anche se in forma estremamente stringata, che hanno caratterizzato questa giornata. Ma il tutto non si potrebbe capire se, ancora una volta, non ricordassimo che l’elemento propulsivo della stessa giornata del 25 aprile e di tutto quello che si è prodotto dopo è il riemergere della lotta di classe e la disseminazione sul territorio di una quantità molto importante di elementi che sono alla ricerca di una loro identità di classe. Se questa iniziativa ha avuto successo, come testimoniato dal bilancio positivo dei singoli compagni, è perché ci siamo messi nelle condizioni di poter raccogliere questo potenziale che esiste tra i proletari. Noi pensiamo che questo aspetto deve essere compreso e fatto proprio da tutti i compagni, qualunque sia la loro collocazione politica attuale, perché è un aspetto di incoraggiamento per tutti noi, perché significa che non siamo soli, che quand’anche ci riuniamo in pochi da qualche parte, ce ne sono tanti altri che sono in attesa da qualche altra e che aspettano solo di essere incoraggiati, di recuperare fiducia anzitutto in sé stessi. E in un mondo che, tra farse elettorali e politiche sindacali, ci ha narcotizzati con il mito della delega, è chiaro che riprendere in mano il proprio destino non è facile. Ma l’esperienza del 25 aprile dimostra che, una volta scoperta la possibilità di fare a modo proprio, i proletari riescono a recuperare una forza incredibile. Ed è appunto su questa forza incredibile della vecchia talpa che si risveglia che noi poniamo tutte le nostre aspettative per cambiare questo mondo che ci opprime e che non ci garantisce più alcun futuro.
15 giugno 2009 Ezechiele
[2] Per favorire la riflessione dei compagni su come lavorare assieme nel gruppo di discussione che andavano a formare, abbiamo suggerito loro la lettura del nostro articolo “Gruppo di discussione delle Midlands in Gran Bretagna: un luogo di chiarificazione della coscienza di classe”, https://it.internationalism.org [52].
[3] Il volantino è stato pubblicato sul nostro sito web [53].
Di fronte alle guerre imperialiste il solo atteggiamento per il proletariato, conforme ai suoi interessi, è quello, in primo luogo, di rigettare ogni partecipazione ad uno o all’altro dei campi contrapposti; in secondo luogo è denunciare e combattere tutte le forze borghesi che chiamano i proletari, sotto qualsivoglia pretesto, a dare la loro vita per uno di questi campi capitalisti. In questo contesto di guerra imperialista, la classe operaia deve anteporre l’unica prospettiva possibile: lo sviluppo cosciente ed intransigente della propria lotta in vista del capovolgimento del capitalismo. In questo senso l’internazionalismo costituisce e definisce il criterio decisivo dell’appartenenza di un’organizzazione o di una corrente al campo proletariato.
Esso si basa sulle condizioni universali che gli sono imposte dal capitalismo a livello mondiale e cioè il massimo sfruttamento della forza lavoro, in tutti i paesi e su tutti i continenti. Ed è in nome di questo internazionalismo che è nata, dallo stesso movimento operaio, la Prima Internazionale. L’internazionalismo si basa essenzialmente sul fatto che le condizioni di emancipazione del proletariato sono internazionali: al di là delle frontiere e dei fronti militari, delle origini e delle culture, il proletariato trova la sua unità nella lotta comune contro le sue condizioni di sfruttamento e nell’interesse comune all’abolizione del salariato e la costruzione del comunismo. È su questo che si fonda la sua natura di classe.
Per l’anarchismo, in genere, l’internazionalismo è legato a principi astratti, come l’antiautoritarismo, la libertà, il rigetto di ogni potere, l’anti-statalismo, ecc. piuttosto che alla chiara concezione che l’internazionalismo costituisce una frontiera di classe intangibile che delimita il campo proletariato da quello del capitale. E’per tale motivo, come vedremo, che la storia dell’anarchismo è attraversata da oscillazioni permanenti tra prese di posizioni decisamente internazionaliste e posizioni pacifiste umanistiche sterili o apertamente belliciste.
In questa serie di articoli, tenteremo di comprendere perché, nei maggiori momenti di scontro imperialista - come le due guerre mondiali - da un lato, la maggioranza del campo anarchico non è riuscita a difendere gli interessi della nostra classe lasciandosi, al contrario, coinvolgere dal nazionalismo borghese, mentre, dall’altro, una piccola minoranza è riuscita a difendere l’internazionalismo proletario.
Il tradimento dell’internazionalismo da parte della Socialdemocrazia e dell’anarchismo nel 1914
Lo scoppio della Prima Guerra mondiale vede il crollo vergognoso dell’Internazionale Socialista. La stragrande maggioranza dei suoi partiti si sottomette al capitale, dichiara la “sacra unione” con le rispettive borghesie nazionali e si impegna a mobilitare il proletariato per la guerra imperialista. Parimenti, i principali componenti del movimento anarchico si trasformano in guerrafondai a profitto dello Stato borghese. Kropotkin, Tcherkesoff e Jean Grave diventano i più accaniti difensori della Francia: “Non lasciate questi atroci conquistatori schiacciare di nuovo la civiltà latina ed il popolo francese … non lasciate imporre un secolo di militarismo all’Europa” (1). E’ in nome della difesa della democrazia contro il militarismo prussiano che questi sostengono l’“Union Sacrée”: “L’aggressione tedesca è una minaccia – effettuata - non solo contro le nostre speranze di emancipazione ma contro tutta l’evoluzione umana. E’ per tale motivo che noi, anarchici, noi, antimilitaristi, noi nemici della guerra, noi sostenitori appassionati della pace e della fratellanza tra i popoli, ci siamo posti affianco alla resistenza e non abbiamo creduto di dover separare la nostra sorte da quella del resto della popolazione” (2). In Francia, la CGT anarco-sindacalista getta alle ortiche le proprie risoluzioni che le imponevano il dovere, in caso di guerra, di far trionfare lo sciopero generale, e si trasforma in isterica procacciatrice di carne da cannone per la carneficina imperialista: “contro l’autoritarismo, contro il militarismo germanico, bisogna salvare la tradizione democratica e rivoluzionaria della Francia”.“partite senza rimpianti compagni operai, ci chiamano alle frontiere per difendere la terra francese” (3). In Italia, alcuni gruppi anarchici ed anarco-sindacalisti lanciano dei “fasci” “contro la barbarie, il militarismo tedesco e la perfida Austria cattolica e romana”.
Tuttavia questa convergenza della maggioranza della socialdemocrazia e dell’anarchismo in favore del sostegno alla guerra imperialista e allo Stato borghese deriva da dinamiche fondamentalmente diverse.
La posizione della Socialdemocrazia nel 1914 di fronte alla guerra costituisce un tradimento del marxismo, della teoria del proletariato internazionale e rivoluzionario e del suo principio fondamentale - i proletari non hanno patria. Invece l’adesione alla guerra imperialista ed alla borghesia della maggior parte dei dirigenti anarchici internazionali all’epoca della Prima Guerra mondiale non costituisce un passo falso ma la conclusione logica del loro anarchismo, in conformità alle loro posizioni politiche essenziali.
Nel 1914, è in nome dell’antiautoritarismo, perché è inammissibile “che un paese sia violentato da un altro” (4), che Kropotkin giustifica la sua posizione sciovinista in favore della Francia. Fondando il loro internazionalismo su “l’autodeterminazione” e sul “diritto assoluto di ogni individuo, ogni associazione, ogni comune, ogni provincia, ogni regione, ogni nazione a disporre di sé stessi, di associarsi o di non associarsi, di allearsi con chi si vuole o di rompere le alleanze” (5), gli anarchici sposano le divisioni che il capitalismo impone al proletariato. Al fondo, una tale posizione sciovinista ha le sue radici nel federalismo che caratterizza la base di tutta la concezione anarchica. L’anarchismo, ammettendo la nazione come un “fenomeno naturale”, il “diritto di ogni nazione all’esistenza ed al libero sviluppo” e ritenendo che il solo pericolo per “l’esistenza delle nazioni, è la loro propensione a cedere al nazionalismo” “istillato dalla classe dominante per separare i popoli gli uni dagli altri”, è portato naturalmente, in ogni guerra imperialista, ad operare una distinzione tra aggressori/aggrediti, tra oppressori/oppressi e dunque ad optare per la difesa del più debole, del diritto calpestato, ecc. Questo tentativo di basare il rifiuto della guerra su cose diverse dalle posizioni di classe del proletariato, lascia ampi spazi per giustificare il sostegno in favore di uno o dell’altro belligerante, cioè, concretamente, per scegliere un campo imperialista contro un altro.
La fedeltà ai principi internazionalisti affermati dal movimento di Zimmerwald e dallo sviluppo della lotta di classe
Tuttavia, alcuni anarchici riescono ad affermare una posizione realmente internazionalista. Una minoranza di 35 militanti libertari (tra cui A. Berkman, E. Goldmann, E. Malatesta, D. Nieuwenhuis) nel febbraio del 1915 pubblica un manifesto contro la guerra. “Perciò è ingenuo e puerile, dopo avere moltiplicato le cause e le opportunità di conflitto, cercare di stabilire le responsabilità di questo o quel governo. Non c’è distinzione possibile tra le guerre offensive e le guerre difensive. (…) Nessuno dei belligeranti ha il diritto di reclamarsi alla civiltà, come nessuno ha il diritto di dichiararsi in stato di legittima difesa. (…) Qualunque sia la forma che assume, lo Stato non è che l’oppressione organizzata a profitto di una minoranza di privilegiati. Il conflitto attuale illustra ciò in modo sorprendente: tutte le forme di Stato si trovano impegnate nella presente guerra: l’assolutismo in Russia, l’assolutismo mitigato di parlamentarismo in Germania, lo Stato che regna su popoli di razze ben differenti in Austria, il regime democratico costituzionale in Inghilterra, ed il regime democratico repubblicano in Francia. (…) Il ruolo degli anarchici, qualunque sia il luogo o la situazione in cui si trovano, nell’attuale tragedia, è continuare a proclamare che non c’è che una sola guerra di liberazione: quella che, in tutti i paesi, è condotta dagli oppressi contro gli oppressori, dagli sfruttati contro gli sfruttatori” (6). La capacità di mantenersi su delle posizioni di classe è più netta tra le organizzazioni proletarie di massa che, in reazione all’abbandono progressivo di ogni prospettiva rivoluzionaria da parte della socialdemocrazia prima della guerra, si erano orientate verso il sindacalismo rivoluzionario. In Spagna, A. Lorenzo, vecchio militante della Prima Internazionale e fondatore della CNT, denuncia immediatamente il tradimento della socialdemocrazia tedesca, della CGT francese e delle Trade Unions inglesi per “aver sacrificato i loro ideali sull’altare delle rispettive patrie, negando il carattere fondamentalmente internazionale del problema sociale”. Nel novembre 1914 un altro Manifesto firmato da gruppi anarchici, da sindacati e da società operaie di tutta la Spagna, sviluppa le stesse idee: denuncia della guerra, denuncia delle due gang rivali, necessità di una pace che “può essere garantita solo dalla rivoluzione sociale” (7). La reazione è più debole tra gli anarco-sindacalisti sui quali pesa maggiormente l’ideologia anarchica. Ma fin dal tradimento della CGT, una minoranza che si opponeva alla guerra si raggruppa attorno a La Vita Operaia di Monatte e Rosmer (8).
Dilaniata, la nebulosa anarchica si scinde tra anarco-patrioti ed internazionalisti. Dopo il 1915 la ripresa delle lotte da parte del proletariato e l’eco della parola d’ordine di trasformazione della guerra imperialista in guerra civile lanciata dalle conferenze dei socialisti contro la guerra a Zimmerwald e Kienthal (9), permetterà agli anarchici di radicare la loro opposizione alla guerra nella lotta di classe. In Ungheria dopo il 1914, sono dei militanti anarchici a prendere la testa del movimento contro la guerra imperialista. Tra questi, Ilona Duczynska e Tivadar Lukacs introducono e fanno conoscere in Ungheria il Manifesto di Zimmerwald. Sotto l’impulso della conferenza internazionalista, il Circolo Galilea, fondato nel 1908 e composto da una mescolanza di anarchici, socialisti espulsi dalla socialdemocrazia e pacifisti, si radicalizza attraverso un fenomeno di decantazione. Passa dall’antimilitarismo e anticlericalismo al socialismo, da un’attività di circolo di discussione ad un’attività di propaganda più determinata contro la guerra e di intervento attivo nelle lotte operaie in pieno fermento. I suoi volantini disfattisti sono firmati “Gruppo di Socialisti ungheresi affiliati a Zimmerwald”.
In Spagna la lotta contro la guerra, insieme al sostegno entusiasta alle lotte rivendicative che si moltiplicano dalla fine del 1915, costituisce l’attività centrale della CNT. Questa manifesta una chiara volontà di discussione ed una grande apertura rispetto alle posizioni delle Conferenze di Zimmerwald e di Kienthal che vengono salutate con entusiasmo. Discute e collabora con gruppi socialisti minoritari che, in Spagna, si oppongono alla guerra. Fa un grande sforzo di riflessione per comprendere le cause della guerra e come combatterla. Sostiene le posizioni della Sinistra di Zimmerwald ed afferma di volere, insieme a “tutti i lavoratori, che la fine della guerra sia imposta dal sollevamento del proletariato dei paesi in guerra” (10).
Ottobre 1917, faro della Rivoluzione proletaria
Lo scoppio della Rivoluzione in Russia solleva un enorme entusiasmo. Il movimento rivoluzionario della classe operaia e l’insurrezione vittoriosa dell’ottobre ‘17 spingono le correnti proletarie dell’anarchismo a porsi esplicitamente nella loro scia. L’apporto più fruttuoso degli anarchici al processo rivoluzionario si è concretizzato nella collaborazione con i bolscevichi. Anche a livello internazionale si rafforzano ulteriormente la vicinanza politica e la convergenza di vedute dei campi anarchici internazionalisti col comunismo ed i bolscevichi.
In seno alla CNT l’Ottobre ‘17 è visto come un vero trionfo del proletariato. Tierra y Libertad ritiene che “hanno trionfato le idee anarchiche”(11) e che il regime bolscevico sia “guidato dallo spirito anarchico del massimalismo”(12). Solidaridad Obrera afferma che “i Russi ci mostrano la strada da seguire”. Il Manifesto della CNT lancia l’appello: “Guardiamo la Russia, guardiamo la Germania. Imitiamo questi campioni della Rivoluzione proletaria”.
Tra i militanti anarchici ungheresi l’Ottobre ‘17 determina un’azione contro la guerra molto più nettamente determinata verso la rivoluzione. Per sostenere il movimento proletario in piena ebollizione viene fondata nell’ottobre 1918, a partire dal Circolo Galilea, l’Unione Socialista Rivoluzionaria composta essenzialmente da libertari e che raggruppa correnti che si rivendicano sia al marxismo che all’anarchismo.
In questa fase è esemplare la traiettoria di Tibor Szamuely rispetto al contributo dato alla rivoluzione da una buona parte del campo anarchico più legato alla causa del proletariato. Szamuely si è sempre dichiarato anarchico. Mobilitato sul fronte russo, prigioniero nel 1915, entra in contatto con i bolscevichi dopo il febbraio ‘17. Contribuisce ad organizzare un gruppo comunista di proletari prigionieri di guerra e durante l’estate 1918 partecipa ai combattimenti dell’Armata Rossa contro i Bianchi negli Urali. Di fronte allo sviluppo di una situazione pre-rivoluzionaria in Ungheria, ritorna in questo paese nel novembre 1918 e si fa ardente difensore della creazione di un partito comunista atto a dare una direzione all’azione delle masse ed a raggruppare l’insieme degli elementi rivoluzionari. Il riconoscimento dei bisogni imperiosi della lotta di classe e della rivoluzione porta i militanti anarchici a superare la loro avversione verso ogni organizzazione politica ed il loro pregiudizio concernente l’esercizio del potere politico da parte del proletariato. Il Congresso costitutivo del Partito Comunista Ungherese (PCU) ha luogo a fine novembre 1918 e gli anarchici vi partecipano, tra cui O. Korvin e K. Krausz, editore del quotidiano anarchico Tarsadalmi Forrdalom. Il Congresso adotta un programma che difende la dittatura del proletariato.
Il PCU “fin dall’inizio si prodigherà per mettere in opera il potere dei Consigli” (13). Nel movimento rivoluzionario, a partire dal marzo 1919, Szamuely occupa numerose responsabilità tra cui quella dei Commissari agli affari militari che organizzano la lotta contro le attività controrivoluzionarie. Alcuni anarchici, vecchi ribelli di Cattaro (febbraio 1918), formano la squadra d’assalto in seno all’Armata Rossa, sotto la direzione di Cserny. Questa si distinguerà nella difesa di Budapest, nel far fallire il colpo di mano franco-serbo contro la capitale e nel sostegno portato all’effimera Repubblica dei Consigli della Slovacchia nel maggio 1919. Proprio per il loro deciso impegno per la rivoluzione proletaria vengono soprannominati i “Ragazzi di Lenin”.
In Russia, in occasione dell’offensiva bianca contro Pietrogrado (ottobre 1919), gli anarchici mostrano la loro lealtà verso la rivoluzione a dispetto dei loro disaccordi con i bolscevichi. “La Federazione anarchica di Pietrogrado, povera di militanti per aver dato il meglio delle sue forze ai molteplici fronti ed al Partito comunista bolscevico, si è trovata in queste gravi ore (…) completamente accanto al Partito” (14).
La rimessa in causa dei dogmi dell’anarchismo
L’esperienza della guerra mondiale e poi della rivoluzione ha imposto a tutti i rivoluzionari una revisione completa delle idee e del modo d’azione dell’anteguerra. Ma questo adattamento non si è imposto a tutti negli stessi termini.
Di fronte alla guerra mondiale, la sinistra della Socialdemocrazia - i comunisti (bolscevichi e spartachisti in testa) - ha mantenuto un internazionalismo intransigente. La comprensione che il capovolgimento del sistema capitalista da parte del proletariato, unica via per sradicare la barbarie guerriera dalla faccia della terra, era all’ordine del giorno, le ha permesso di giocare un ruolo decisivo per sviluppare ed incarnare la volontà delle masse operaie. Ha saputo assumere i compiti dell’ora ponendosi fondamentalmente nella continuità del suo programma e ha saputo riconoscere che questa guerra inaugurava la fase di decadenza del capitalismo; la qualcosa implicava che lo scopo finale del movimento proletario, il comunismo, il “programma massimo” della socialdemocrazia, costituiva ormai l’obiettivo immediato da raggiungere.
Per gli anarchici il percorso è stato diverso. Per loro, che vedono solamente “popoli”, è stato necessario innanzitutto attestare il loro rigetto della guerra ed il loro internazionalismo su basi diverse dalla retorica idealistica dell’anarchismo e far propria la posizione di classe del proletariato per restare fedeli alla causa della rivoluzione sociale. E’ proprio aprendosi alle posizioni sviluppate dai comunisti, attraverso le conferenze internazionaliste contro la guerra, che sono riusciti a rafforzare la loro lotta contro il capitalismo ed in particolare a superare l’apoliticismo ed il rifiuto di ogni lotta politica tipica delle concezioni ispirate all’anarchismo. Così nella CNT, il testo di Lenin Stato e Rivoluzione ha suscitato uno studio molto attento che ha portato alla conclusone che questo opuscolo “tracciava un ponte che integrava marxismo ed anarchismo”.
Lasciando da parte l’ottica del disprezzo per la politica o dell’antiautoritarismo, la capacità di apprendere dalla pratica della stessa classe operaia nella sua opposizione alla guerra e nel processo rivoluzionario in Russia ed in Germania, ha permesso loro di adottare un atteggiamento internazionalista conseguente. Nel suo Congresso del 1919, la CNT esprime il proprio sostegno alla rivoluzione russa e riconosce la necessità della dittatura del proletariato. Sottolinea l’identità tra i principi e gli ideali della CNT e quelli incarnati da questa rivoluzione e discute della sua adesione all’Internazionale Comunista. Allo stesso modo, in conclusione della sua partecipazione alla Repubblica dei Consigli di Monaco (1919), l’anarchico tedesco E. Mühsam dichiara che “le tesi teoriche e pratiche di Lenin sul compimento della rivoluzione e dei compiti comunisti del proletariato hanno dato alla nostra azione una nuova base (…) Non più ostacoli insormontabili ad un’unificazione di tutto il proletariato rivoluzionario. E’ vero, gli anarchici comunisti hanno dovuto, cedere sul punto di disaccordo più importante tra le due grandi tendenze del socialismo; hanno dovuto rinunciare all’atteggiamento negativo di Bakunin davanti alla dittatura del proletariato e, su questo punto, si sono dovuti arrendere all’opinione di Marx. L’unità del proletariato rivoluzionario è necessaria e non deve essere ritardata. La sola organizzazione capace di realizzarla è il Partito comunista tedesco” (15).
In seno al campo anarchico numerosi elementi sinceramente legati alla rivoluzione sociale sono effettivamente destinati a raggiungere la lotta della classe operaia. L’esperienza storica mostra che ogni volta che elementi e settori anarchici hanno adottato posizioni rivoluzionarie valide, è stato perché si sono basati sulle posizioni proletarie generate dall’esperienza e dal movimento reale della classe operaia e si sono avvicinati ai comunisti per farle fruttare e vivere realmente.
Scott
[54]1. Lettera di Kropotkin a J. Grave, 02.09.1914.
[55]2. “Manifesto dei SEDICI” (così denominato dal numero dei firmatari), 28 febbraio 1916.
3. La Battaglia Sindacale, organo della CGT, nell’agosto 1914.
4. Lettera a J. Grave.
5. D. Guérin, L’Anarchismo.
6. “L’Internazionale Anarchica e la guerra”, febbraio 1915.
7. Vedi “La CNT di fronte alla guerra ed alla rivoluzione (1914-19)” Rivista Internationale n.129 e la nostra serie sulla storia della CNT nei numeri 128 a 133 (in inglese, francese e spagnolo sul nostro sito www.internationalism.org [56].
8. Vedi “L’anarco-sindacalismo di fronte ad un cambiamento di epoca: la CGT fino al 1914”, Rivista Internationale n.120 (idem).
9. Vedi in particolare “La Conferenza di Zimmerwald nel settembre 1915: la lotta dei rivoluzionari contro la guerra”, Rivista Internazionale n.61 - ottobre 2005 (idem).
10. “Sobre la paz dos criterios” (“Due criteri sulla pace”), Solidaridad Obrera, giugno 1917.
11. Tierra y Libertad, 7 novembre 1917.
12. Tierra y Libertad, 21 novembre 1917.
13. R. Bardy: 1919, La Comune di Budapest.
14. V. Serge, L’anno I della rivoluzione russa.
15. Lettera di E. Mühsam all’Internazionale Comunista (settembre 1919), Bollettino Comunista, 22 luglio 1920.
Ormai non è più soltanto Berlusconi a ripeterci fino alla nausea che la ripresa è già cominciata, ma la maggior parte dei mezzi di informazione e dei vari organismi internazionali, dall’OCSE al FMI, che ci dicono che la recessione è ormai finita, che gli strumenti messi in atto dai vari Stati hanno consentito di frenare ed anche di cominciare a superare la crisi.
Quello che invece sta succedendo è che, per drenare risorse finanziarie, gli Stati stanno tagliando i servizi pubblici, dalle scuole agli ospedali, dai trasporti ai beni culturali, con tutte le conseguenze in termini di peggioramento dei servizi e di perdita di posti di lavoro: ormai i contratti a termine nei servizi pubblici non vengono più rinnovati e solo nella scuola, a causa dei tagli, sono 45.000 i posti cancellati quest’anno. E questo non potrà che proseguire per molti anni, vista l’entità delle risorse messe in gioco per compiere il “miracolo” dello stop al disastro e visto anche che la cosiddetta ripresa di cui si parla è così piccola e lenta che gli Stati non potranno certo contare, per diversi anni, su un aumento significativo delle entrate fiscali.
La realtà quindi è ben diversa da quella che ci prospettano, una realtà fatta di peggioramento brutale delle condizioni di vita dei lavoratori.
Con il ricatto della disoccupazione gli attacchi si moltiplicano
Nonostante il massiccio ricorso alla cassa integrazione, cresciuta nel 2009 del 400% e che ha consentito, per il momento, a molti lavoratori di non perdere il posto, anche se al prezzo di una riduzione drammatica del proprio reddito, l’aumento della disoccupazione costituisce oggi l’espressione più drammatica della crisi: le cifre ufficiali dell’ISTAT[1] parlano di 380.000 disoccupati in più dall’inizio della crisi, ma questo dato è calcolato confrontando i dati delle persone in cerca di lavoro, mentre una delle conseguenze della crisi è che molti perdono anche la speranza di trovare un lavoro e quindi smettono di cercarlo, per cui non compaiono in questo tipo di statistica; per convincersene basta confrontarlo con il numero di posti persi (per licenziamenti e chiusure di aziende): secondo un rapporto della Unioncamere, riportato su Repubblica del 28 settembre, i posti di lavoro persi nel 2009 sono 994.400, e solo una parte di questi sono compensati dalla nascita di nuovi posti. Un altro elemento che rende il dato della disoccupazione inattendibile è che molti dei posti persi non si trasformano in nuovi disoccupati a causa dei pensionamenti di una parte dei lavoratori (è quello che è successo nel caso della scuola, per esempio). E, nonostante tutte le chiacchiere sulla ripresa, il fenomeno continuerà a peggiorare, visto che si prevede che produzione industriale e PIL continueranno a diminuire per il resto del 2009 e solo nel 2010 ci dovrebbe essere una nuova crescita, ma di entità così piccola che certamente non potrà dar luogo alla creazione di nuovi posti di lavoro. Anzi, visto che molte aziende non hanno dichiarato fallimento solo perché i salari (ridotti) sono stati presi a carico dello Stato con la cassa integrazione, cosa succederà quando il periodo di cassa non potrà essere più rinnovata?
E questo fenomeno non è solo italiano, ma si ripete in tutti i paesi del mondo.
Negli Stati Uniti, dopo le perdite dell’anno scorso, in particolare nel settore dell’automobile, la previsione è che alla fine dell’anno saranno 994.000 i posti di lavoro perduti, con un salto del 72% rispetto all’anno scorso. La popolazione attiva diminuisce e, per il solo mese di luglio, sono 442.000 i lavoratori attivi in meno (e ancora altri 263.000 a settembre).
La Germania, l’ex modello di efficienza dell’Europa, è pienamente infognata nella crisi. Il numero uno tedesco dell’energia, EON, prevede, per esempio, la soppressione di 10.000 posti in Europa.
Dappertutto, per i proletari che hanno ancora la fortuna di avere un lavoro, la precarietà è diventata la regola. Il ricatto dei licenziamenti per far diminuire i salari tende ad estendersi per l’aumento della concorrenza resa ancora più aspra dalla crisi. Certe aziende cominciano ad esigere ribassi dei salari che vanno dal 20 al 40%!
E’ il caso, per esempio, dell’Atitech di Napoli, azienda della CAI in vendita dove, oltre a una riduzione degli effettivi, è prevista una diminuzione dei salari del 25% per quelli che resteranno a lavorare con il nuovo padrone (qui la CAI sta ripetendo quanto ha fatto anche con i dipendenti ex Alitalia).
In certi casi, come alla British Airways, si è arrivati perfino a chiedere ai salariati del lavoro gratuito!
In queste condizioni non è sorprendente se il numero di suicidi legati alle condizioni di lavoro aumentino, in particolare in Francia, in cui si nota “un’organizzazione del lavoro che produce da 300 a 400 suicidi all’anno e un aumento delle patologie psicologiche”[2]. E quelli che resistono al ritmo della concorrenza ci perdono la salute, sopportando sempre più rischi che conducono ad incidenti sul lavoro. Ormai ci sono, nel mondo, un milione e duecentomila incidenti sul lavoro all’anno e 3000 al giorno. Gli incidenti sul lavoro fanno più morti delle guerre!
Come lottare contro gli attacchi della borghesia?
Di fronte a questa degradazione violenta delle loro condizioni di vita, i lavoratori dimostrano che stanno trovando la forza e il coraggio di battersi, anche in un contesto difficile.
Durante l’estate si sono prodotte in tutto il mondo numerose lotte[3] all’interno delle quali la questione dei licenziamenti è stata spesso l’elemento dominante. Come sempre accade però i mezzi di informazione ne hanno completamente taciuto l’esistenza (in Italia come dappertutto), ad eccezione di alcune nuove “forme di lotta” che sono cominciate ad apparire e che, piuttosto stranamente, non solo hanno riscontrato il plauso e la solidarietà dei sindacati, ma hanno ricevuto una grande risonanza anche da parte dei mass-media. E’ emblematico da questo punto di vista l’episodio della INNSE di Milano che, dopo ben 15 mesi di lotta durante i quali è stata lasciata completamente nel silenzio, ha conosciuto alla fine una grande notorietà su tutti i mezzi di comunicazione. I 49 operai della INNSE hanno espresso una grandissima prova di coraggio opponendosi con tutte le loro forze e con tutta la loro fantasia al tentativo di smantellamento della loro fabbrica, arrivando finanche a occuparla e ad autogestirla per conto proprio. Infine, di fronte alla difficoltà di averla vinta, c’è stato lo scorso 4 agosto il blitz di quattro operai e di un funzionario della Fiom che, superando lo schieramento di polizia, sono riusciti a salire su un carroponte all’interno della fabbrica minacciando anche il suicidio se non si fosse arrivati ad una soluzione della vertenza. E’ così che alla fine gli operai “hanno vinto”, riuscendo a non far chiudere la fabbrica. Questa storia dell’asserragliarsi su una gru ha avuto una tale eco mediatica e tanti elogi, finanche da parte dei padroni, che non si è tardato ad assistere a tutta una serie di episodi di lotta in cui si è cercato di ripetere l’impresa della INNSE. E’ d’obbligo chiedersi allora: sono forse queste le “nuove forme di lotta” che dovrà adottare la classe operaia? E se sì, come mai i mass-media ne fanno una tale propaganda? La nostra risposta, malgrado il coraggio e la resistenza mostrata dai lavoratori di questa fabbrica, è che questo tipo di lotta non può che portare alla sconfitta. La “vittoria” della INNSE è solo lo specchio delle allodole per invischiare decine di altre situazioni di lotta nell’impasse della lotta chiusa nella propria fabbrica, isolata da tutto il contesto del resto della classe operaia e della cittadinanza. Non è un caso che una delle debolezze più avvertite in questa lotta sia stato proprio il sentimento di isolamento provato dai lavoratori. Se si rimane chiusi nella propria fabbrica non è possibile comunicare con altri lavoratori, non è possibile allargare il fronte di lotte. Ma c’è di più. Il fatto che un gruppo di lavoratori decida di recarsi sul tetto di una fabbrica o di una gru e di imporre con la minaccia del suicidio la soluzione della vertenza significa che la lotta, piuttosto che essere presa in mano dall’insieme dei lavoratori, viene gestita direttamente da quel pugno di lavoratori a cui tutti gli altri sono costretti a guardare passivamente.
E’ per questo che alla borghesia piacciono queste lotte, perché - espressione della disperazione della classe operaia - non permettono che possa maturare solidarietà tra lavoratori proprio per il carattere chiuso e localista della lotta stessa. Non è un caso che si stia verificando tutta una serie di episodi anche a livello internazionale, come i ripetuti sequestri di manager e la minaccia di far saltare una fabbrica in caso di licenziamenti in Francia e Belgio o addirittura l’uccisione del direttore di una acciaieria minacciata di chiusura in Cina nel corso di una rivolta di un migliaio di operai metallurgici, che sono espressione di una apparente radicalità ma che di fatto portano all’isolamento delle singole lotte e dunque alla loro sconfitta.
Mentre i mezzi di informazione cercano di far credere che l’utilizzazione di questi mezzi di lotta siano l’espressione di una “radicalità” che scavalca gli apparati sindacali, che si realizza a causa della debolezza dei sindacati, la realtà è esattamente l’opposto. Sono infatti i quadri sindacali di fabbrica che non hanno smesso, in maniera discreta nei casi di maggiore illegalità come in Francia, di incoraggiare il ricorso a questo tipo di azioni. E se lo fanno, malgrado a volte le critiche dei dirigenti nazionali del sindacato, è per rinnovare l’immagine del sindacalismo, particolarmente discreditata per il sabotaggio delle lotte di questi ultimi anni, che ha permesso ai diversi governi di far passare i vari attacchi.
I sindacati, come l’insieme della borghesia, profittano del fatto che la pressione attuale della disoccupazione e dei licenziamenti in massa non favoriscono lo sviluppo di lotte di massa ma, al contrario, la dispersione delle reazioni operaie ed anche una tendenza ad una momentanea paralisi dell’insieme della classe operaia, che si limita a guardare con simpatia le reazioni esistenti. Di fronte alla chiusura delle fabbriche, l’arma dello sciopero tende a perdere la sua efficacia accentuando il sentimento di impotenza dei lavoratori. Questi si ritrovano spesso con le spalle al muro, spinti a reagire ognuno nel proprio angolo, a causa di questo disorientamento e al traumatismo legato alla perdita del posto di lavoro. Ma la borghesia potrà sempre meno utilizzare questa situazione per suscitare la divisione, o un’opposizione tra quelli che perdono il proprio lavoro e quelli che hanno il “privilegio” di conservarlo. Nonostante le attuali difficoltà che incontrano le lotte operaie, la classe non ha rinunciato a difendere i suoi interessi immediati, anche se la mancanza attuale di una prospettiva di sviluppo immediato spinge la maggior parte di esse, in particolare nei paesi sviluppati, a restare ancora sotto il controllo dei sindacati.
L’esperienza mostra alla classe operaia che essa è capace di sviluppare una riflessione collettiva animata dal bisogno di sviluppare le sue lotte. E questa riflessione, tirando le lezioni della situazione attuale, deve portare alla comprensione che solo la lotta unita e solidale può frenare la brutalità degli attacchi e dello sfruttamento. E’ attraverso la riconquista della sua capacità a prendere in mano le sue lotte che la classe potrà raggiungere una nuova tappa nella sua lotta contro il capitalismo. Questa prospettiva è sempre presente.
Helios (*)
(*) Adattato dall’articolo di Revolution Internationale n° 404, Seule la lutte unie et solidaire permet de résister aux attaques! [58]
[1] Riportati su Repubblica del 23 settembre.
[2] Vedi a questo proposito l’articolo di Revolution Internationale n°405: Les suicides à France Télécom sont l'expression de l'inhumanité de l'exploitation capitaliste [59].
[3] Vedi i nostri articoli Solidarité avec les conducteurs de bus de Sydney en grève [60] e La défaite à Ssangyong (Corée du Sud) montre la nécessité de l’extension de la lutte [61], Manifestations de lycéens et d'étudiants en Allemagne : « Nous manifestons parce qu'on nous vole notre avenir » [62] (su ICC on line, pagina francese), Freescale : comment les syndicats sabotent les efforts des ouvriers pour lutter [63], … (su Revolution Internationale n°404), Solidarity with Sydney Bus Drivers [64] (su ICC online, pagina inglese)
Mentre il direttore del FMI ci ricorda che nei paesi poveri la posta in gioco è la vita, osserviamo che nei cosiddetti paesi ricchi si perseguono strategie che nulla hanno a che fare con la salvaguardia della vita di chi proviene dai paesi della periferia del capitalismo. In Francia smantellano gli accampamenti degli immigrati vicino a Calais, posto di passaggio per la Gran Bretagna; le navi militari pattugliano il Mediterraneo e le coste africane in cerca di barconi di immigrati per poterli respingere verso i luoghi di provenienza, le navi mercantili fanno finta di non vedere chi sta morendo di sete e fame e trasporta cadaveri per evitare ritorsioni o perdita di tempo e denaro.
Non molto tempo fa c’è stata una disputa tra Malta e Italia su chi dovesse dare assistenza a dei disperati fermi in mare, ognuno scaricando sull’altro le responsabilità dell’intervento. Malta, Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna, etc, campioni di democrazia pronte a inviare mezzi e uomini in tutto il mondo per difendere la “pace” e a liberare le donne dall’“oppressione del burqa”, restano poi indifferenti davanti a donne incinte e a bambini affamati, ad essere umani ridotti a scheletri!
Ma adesso non c’è neanche più bisogno di fare finta di non vedere, si è passati direttamente alla politica dei respingimenti, una politica che prevede di intercettare i barconi al largo e di non consentire neanche più il loro sbarco sulle coste italiane ma di respingerli al luogo di partenza, in barba a qualsiasi principio di richiesta di asilo politico, principio riconosciuto internazionalmente e disatteso dal governo Berlusconi[1]. D’altra parte, grazie alla nuova normativa sull’immigrazione, adesso se ti trovano senza permesso di soggiorno ti condannano come un delinquente: da alcuni giorni sono cominciati anche dei processi contro alcuni immigrati senza il permesso di soggiorno che sono stati condannati per clandestinità, e il comune di Milano ha addirittura istituito un servizio di bus-carcere con un pullman dotato di sbarre ai finestrini e con a bordo una squadra speciale di vigili urbani armati incaricati di raccogliere alle varie fermate del bus gli extracomunitari trovati senza permesso. Il destino di questa povera gente non è una multa, salata quanto si voglia, ma la spedizione nei famigerati Centri di Identificazione ed Espulsione, che sono delle carceri vere e proprie piene di immigrati, e se questi arrivano a rivoltarsi è perché sono detenuti in condizioni disperate.
Questo mutamento di atteggiamento nella politica della borghesia italiana verso l’immigrazione è maturato sostanzialmente con l’avvento del terzo governo Berlusconi. Ma bisogna stare attenti a non pensare che questo giro di vite contro gli immigrati sia stato realizzato per dare un contentino alla Lega. Nient’affatto. La verità è che gli immigrati, oggi come oggi, con la crisi che corre, non servono più, ce ne sono troppi in giro e diventano un problema. Se potesse, la borghesia e il suo stato allontanerebbero dall’Italia anche i cittadini disoccupati italiani, gli insegnanti precari, i lavoratori buttati fuori dalle piccole fabbriche che non fanno notizia, trattenendone solo quel tanto necessario per ricattare i “fortunati” che hanno ancora un posto di lavoro e che hanno avuto un aumento … non dello stipendio, ma dei ritmi di lavoro e un generale peggioramento delle condizioni di vita.
Non per niente, con la nuova legge sull’immigrazione clandestina, è stata fatta un’eccezione solo per badanti e colf perché il loro lavoro è ancora molto richiesto.
È la crisi che peggiora - anche se fanno di tutto per dire che l’economia va meglio - il motivo principale per cui sbattono fuori a più non posso gli immigrati eccedenti la richiesta del mercato del lavoro e fanno di tutto per non farne arrivare altri. In una Europa in cui sono previsti milioni di disoccupati in più, gli immigrati disoccupati diventano un problema sociale da gestire in tutta fretta perché c’è il rischio che italiani e stranieri, precari e disoccupati, uniscano la loro disperazione e le loro forze in una lotta comune. C’è il rischio che anche gli occupati possano partecipare a questa lotta in quanto vengono sfruttati senza un limite con un salario da fame. C’è il rischio che non passi la politica gestita dai media della divisione tra bianchi e neri, tra italiani e stranieri, tra buoni e cattivi.
La borghesia di conseguenza schiera le sue forze tra favorevoli e contrari all’immigrazione, tra i “cattivi” berlusconiani e i “buoni” di centro-sinistra, dove fa bella figura il presidente della Camera, l’on. Fini!! Cosa fa Fini per distinguersi dagli altri? Promette forse una reale integrazione degli stranieri nel mondo del lavoro? Una assunzione regolare, un permesso di soggiorno senza troppe regole, uno stipendio dignitoso? Una fine della caccia all’uomo “nero” scatenata negli ultimi tempi? Niente di tutto questo. Promette la possibilità di scrivere una X sulla lista elettorale e quindi di delegare di nuovo al parlamento o meglio al suo esecutivo la risoluzione dei problemi. E abbiamo visto come gli esecutivi di destra e di sinistra risolvono i problemi dei lavoratori. Tagliando le spese su ospedali, scuole, servizi sociali, etc., aumentando le tasse e incrementando il sostegno all’apparato militare e industriale. Il diritto di voto, come ha dimostrato la storia del secolo scorso, non serve a niente, è solo una chimera, come hanno cominciato a capire i milioni di italiani che non partecipano più a questa farsa; serve solo a seminare l’illusione che un partito e/o altri personaggi possano migliorare le condizioni di vita. E si ha sempre la sgradita sorpresa che il nuovo governo sia sempre peggiore del precedente!
Gli immigrati di oggi come gli immigrati di ieri - gli italiani che passavano settimane sulle navi dirette in America, ammassati nelle stive, e rispediti indietro nel caso avessero contratto qualche malattia, che vivevano ammucchiati nelle baracche e nelle peggiori condizioni igieniche, non hanno nulla di diverso - appartengono alla stessa classe sociale di quelli che hanno un posto di lavoro, la classe dei lavoratori, il proletariato. Per la borghesia sono solo forza lavoro da spremere nel miglior modo possibile, ma anche il nemico storico numero uno! Per questo lo Stato, espressione massima della borghesia, fa di tutto per separarli, dividerli, metterli uno contro l’altro in mille modi diversi.
I lavoratori di qualsiasi provenienza, di qualsiasi settore, occupati, precari o disoccupati non hanno alcun interesse a mantenere queste divisioni, devono organizzarsi e lottare insieme in modo unito e solidale, solo così potranno far arretrare l’attacco generale che la borghesia sta effettuando in tutto il mondo.
7 ottobre 2009 Oblomov
[1] Bisogna ricordare, a onor del … demerito che, come ha ricordato giustamente il “democratico” Fassino, il primo respingimento fu fatto proprio da un governo di centro sinistra. Berlusconi non ha fatto che seguire il … buon esempio.
Dopo mesi di prime pagine de la Repubblica e dei quotidiani esteri su escort e festini, l’attenzione è adesso puntata sullo scontro Berlusconi-Fini, arrivando persino ad ipotizzare da più parti la fine del governo Berlusconi come conseguenza della reazione della parte più responsabile e sobria (come dice il vaticano) delle forze politiche di fronte alle ultime vicende berlusconiane.
In realtà, impostazioni differenti ed attriti ci sono sempre stati nel Pdl e ancor prima nella coalizione di centro-destra. E allora a cosa è dovuta la cattiva sorte in cui è caduto in questo momento Berlusconi? E’ solo una serie di coincidenze che hanno portato alla ribalta le porcherie che tutto il mondo ormai conosce, oppure c’è dietro qualcuno che ha alimentato questa dinamica? E se c’è qualcuno, chi è? La sinistra che complotta contro il premier e vuole fare un colpo di Stato, come dicono Berlusconi e Brunetta? O Fini che aspira al posto di Berlusconi come lascia intendere La Repubblica?
Berlusconi: un serio problema per la borghesia
Più volte abbiamo analizzato nella nostra stampa le grosse difficoltà che, in seguito alla distruzione dei vecchi e consolidati partiti storici prodottasi con l’operazione Tangentopoli dopo il 1989, la borghesia italiana trova nel creare nuove forze politiche credibili. Forze che siano capaci di far fronte agli interessi globali dello Stato italiano sul piano interno ed internazionale[1].
La creazione del Pd a sinistra e del Pdl a destra, pur rappresentando un tentativo in questo senso, non hanno mutato in niente la situazione. Al contrario, acquista un peso sempre maggiore la tendenza allo sfilacciamento dell’apparato politico, come hanno mostrato le prese di distanza, i distinguo e le spaccature avutesi tra le varie componenti politiche sia a sinistra che a destra nell’ultimo periodo. Un fenomeno questo che non è una particolarità nostrana[2], ma l’espressione del declino storico del sistema capitalistico ed in particolare della sua fase di decomposizone[3], nella quale l’affermazione immediata di se stessi prende il sopravvento trasformandosi in lotta di tutti contri tutti anche a scapito di quella coesione necessaria a gestire gli inevitabili conflitti all’interno della borghesia per poter assicurare gli interessi globali della borghesia come classe dominante.
A proposito dei precedenti governi Berlusconi abbiamo anche sottolineato come questi fossero tenuti “sotto osservazione” dalla borghesia proprio perché costituiti non da politici di professione, provenienti da collaudate scuole di partito, ma da un imprenditore ricco e potente a capo di una coalizione in buona parte coincidente con una struttura di affari economici e finanziari i cui interessi, quindi, e le cui preoccupazioni tendono a prevalere rispetto alla salvaguardia degli interessi più generali del capitale italiano.
Questo quadro di fondo ci fa comprendere perché Berlusconi sia diventato man mano un problema sempre maggiore per la borghesia.
Tutta la politica di Berlusconi si è caratterizzata sempre più per tre aspetti essenziali:
A questo non ha corrisposto alcuna capacità del governo Berlusconi di operare delle scelte di fondo credibili sul piano della gestione della crisi economica, limitando la sua azione essenzialmente alla politica dei tagli.
E’ significativo a questo proposito che su un giornale come il Sole24ore, espressione della borghesia produttiva e non certo di sinistra si arrivi a dire: “l’uscita del ministro Brunetta (a proposito delle élite di merda, ndr) rivela l’incapacità di questo governo di governare. Perché non c’è solo il conflitto d’interessi, gli affari privati al posto di quelli pubblici, gli scandali più o meno sessuali più o meno politici, ma c’è pure, in questi anni d’Italia, una drammatica inadeguatezza dei potenti alla loro responsabilità.(…) Il primo obiettivo del potere berlusconiano è la conservazione fine a se stessa di questa Italia. Una nazione liberale solo a parole in cui i centri della finanza, dei media e della politica sono controllati sempre più da una sola persona, che a 73 anni non ha ancora deciso di regalare al suo paese più futuro che a se stesso” (francescorigatelli.nova100.ilsole24ore.com).
Questi elementi esprimono tutta la debolezza del governo sia sul piano interno che nelle relazioni sul piano internazionale dove, contrariamente a quanto Berlusconi vorrebbe farci credere, il capitalismo italiano accusa dei cedimenti nella valutazione da parte degli organismi internazionali sulla sua capacità di gestire la crisi e le sue conseguenze.
In questo contesto la questione morale assume un’importanza tutta particolare per la borghesia. Un governo che deve far fronte ad aziende che chiudono, ad un aumento enorme della disoccupazione, ad un numero crescente di famiglie che non riescono più a sopravvivere, ad una massa enorme di giovani senza alcuna prospettiva ed al pericolo che tutto questo comporta sul piano sociale, deve essere un governo che abbia un minimo di credibilità. Non può presentarsi come una banda di faccendieri e uomini di malaffare, impegnati in faide continue per conservare il potere, di personaggi senza alcuna etica e morale. Ed è infatti da qualche tempo che Fini, da uomo politico di vecchia guardia, parla del pericolo di “disaffezione alla politica” soprattutto tra i giovani.
Verso un cambio della guardia?
C’è quindi una reale preoccupazione nella parte più lucida della borghesia italiana che cerca di apportare delle modifiche sostanziali a questo governo, quanto meno per ridimensionare il peso di Berlusconi e della Lega.
Del resto, che non si tratti solo di condanna dell’immoralità nella vita privata di Berlusconi o della volontà di qualcuno di farlo fuori per prenderne il posto (anche se naturalmente un Fini ha tutto l’interesse a farlo), lo mostra la dinamica con cui si è sviluppato lo scandalo sui festini e le escort.
Verso la fine di aprile “Farefuturo”, (la Fondazione animata da Fini), è così intervenuta rispetto alle candidature di veline e di altre donne “di bella presenza” alle europee:
“(…) Qui assistiamo ad una dirigenza di partito che fa uso dei bei volti e dei bei corpi di persone che con la politica non hanno molto a che fare, allo scopo di proiettare una (falsa) immagine di freschezza e rinnovamento. (…) Questo uso strumentale del corpo femminile,(…) denota uno scarso rispetto da un lato per quanti, uomini e donne, hanno conquistato uno spazio con le proprie capacità e il proprio lavoro, dall'altro per le istituzioni e per la sovranità popolare che le legittima”. (Sofia Ventura, Farefuturo, riportato su Repubblica del 27 aprile 2009).
Poco dopo scoppia la prima vera bomba contro il capo del governo: Veronica Lario accusa il marito di “andare con minorenni” (affare Noemi Letizia) e di usare in maniera strumentale le donne in politica.
Da qui inizia l’offensiva di Repubblica con le foto scattate nelle ville di Berlusconi in occasione dei vari festini e la pubblicizzazione delle situazioni più incredibili e imbarazzanti per il capo del governo, tra cui l’uso privato di aerei riservati a voli di Stato, prostitute e droga in casa propria.
Ma gli elementi più significativi di questa offensiva sono:
Un cambiamento è quindi una necessità per la borghesia, ma in che misura e in che tempi sia possibile attuarlo è un altro conto. Il che spiega perché per mesi ha prevalso un imbarazzato silenzio nel mondo politico di fronte a tutti i fatti denunciati da la Repubblica.
Anche se esistono degli interventi che sembrerebbero portare di tanto in tanto serenità e pacificazione nel centro-destra, come gli atteggiamenti da moderatori e soprattutto di apertura al dialogo sulle questioni poste da Fini da parte di personaggi come La Russa e Tremonti, così come il fatto che la proposta di legge sulla cittadinanza agli immigrati fatta da Granata (vicino a Fini) sia stata sottoscritta da 50 parlamentari di tutti i gruppi (tranne la Lega), bisogna tener presente che mentre in un partito come la vecchia Democrazia Cristiana scontri anche durissimi tra correnti differenti venivano sempre ricomposti quando era in gioco la vita del partito, nel Pdl, che è essenzialmente l’unione contingente di forze con tradizioni politiche e un modo di fare politica abbastanza diversi, la lotta intestina tra queste rischia di mettere in gioco il partito stesso e di conseguenza la capacità della destra di governare in questo momento.
In ogni caso la cosa sicura è che, da buon imperatore romano, Berlusconi non cederà mai il suo regno spontaneamente, anche se adesso lui ed i suoi fedelissimi sembrano più dei leoni in gabbia che, ormai con le spalle al muro, colpiscono alla cieca verso il domatore che avanza.
Eva, 27 settembre 2009
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Piccolo aggiornamento in seguito alla bocciatura del Lodo Alfano da parte della Consulta. La rimozione di quella che sembrava, al capo del governo, la più sicura difesa da attacchi nemici veicolati tramite la magistratura, lo espone come un verme ai processi nei quali sa di non potersi difendere. I numerosi e variegati capi di imputazione che lo chiamano a rispondere di delitti di corruzione e collusione con la mafia sono un macigno da cui è difficile liberarsi in un momento in cui la borghesia che conta mostra di non avere più bisogno di lui, almeno come prima. Tutto ciò suggerisce che il futuro nel nostro paese possa essere caratterizzato da importanti scontri all’interno della borghesia.
[1] Vedi in particolare “La perdita di coerenza della borghesia italiana di fronte alle difficoltà del periodo”, Rivoluzione Internazionale n.151, giugno 2007.
[2] La borghesia francese, ad esempio, è anch’essa confrontata con un problema di protagonismo del premier Sarkosy ed con lo sfilacciamento dell’apparato politico che impedisce un ricambio al governo.
[3] "La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [66]", Rivista Internazionale n. 14, 1990.
Il 9 ottobre scorso il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è stato insignito del prestigioso premio Nobel per la pace! A parte alcuni guastafeste, tra cui Casini[1] o il premio Nobel per la pace Leck Walesa, che hanno protestato perché, secondo loro, si sono sentite solo chiacchiere ma niente è ancora stato fatto per il momento, il mondo ha tributato un grande plauso. Angela Merkel, primo ministro tedesco, ha sottolineato come: “in un breve periodo di tempo (il Presidente Usa ndr) é stato in grado di stabilire un nuovo tono nel mondo e di creare la possibilità di dialogo”.[2] Lo stesso presidente della Commissione Ue José Manuel Durao Barroso, nel suo messaggio di congratulazioni, ha affermato che il premio Nobel assegnato a Obama rappresenta “un tributo al suo impegno a favore della pace e del progresso dell’umanità” e che “L’assegnazione di questo premio al presidente Obama, leader della più significativa potenza militare del mondo all'inizio del suo mandato riflette le speranze che ha suscitato ovunque con la sua visione di un mondo senza armi nucleari”[3].
Finanche i nemici di ieri, quelli che Bush annoverava tra i pericolosi terroristi del mondo, oggi si inchinano e riconoscono in Obama il possibile fautore di un’epoca nuova. Un premio alla “buona volontà” ha affermato Ahmad Yusef Yusef, “viceministro degli Esteri” del governo de facto di Gaza, consigliere del “premier” Ismail Hanyeh e voce “diplomatica” del vertice di Hamas, la fazione islamico-radicale palestinese al potere nella Striscia di Gaza. “Si tratta di un riconoscimento meritato se non altro per quel che Obama ha detto nel discorso del Cairo”[4].
Possiamo dunque stare tranquilli e ben sperare per il futuro? Purtroppo, a nostro avviso, le cose stanno in maniera un po’ diversa e vediamo perché tornando un po’ indietro nel tempo.
Il 4 giugno scorso, nella città del Cairo in Egitto, il presidente degli Stati Uniti ha tenuto un discorso che tutte le capitali occidentali si sono affrettate a qualificare come storico. Occorre dire che Obama ha pronunciato parole ed analisi che sembrano a prima vista in rottura completa con la politica aggressiva e guerrafondaia dell’ex capo di Stato americano G.W. Bush. Per Obama occorre voltare pagina e mettere gli errori di Bush e della sua amministrazione sul conto del trauma dell’11 settembre 2001. A volergli credere, “la guerra di civilizzazione”, cara alla vecchia amministrazione americana, è finita. Nel suo discorso Obama ha fatto chiaramente passare il messaggio che gli Stati Uniti non sono nemici dei musulmani, ma un legittimo partner. Ha parlato senza mezzi termini di “occupazione” e di “aspirazione dei palestinesi alla dignità, ad uguali opportunità e ad uno Stato indipendente”[5].
Ha praticamente presentato gli Stati Uniti come un amico sul quale i palestinesi possono contare. Ha chiesto ad Hamas di riconoscere lo Stato israeliano senza etichettare quest’organizzazione come terrorista. E ancora, ha comparato la lotta dei palestinesi a quella degli schiavi neri d’America e alla lotta dei neri del Sudafrica ai tempi dell’apartheid. Dal punto di vista di un presidente degli Stati Uniti, dichiarazioni pubbliche come queste sono del tutto nuove e fanno seguito alla politica d’apertura diplomatica che gli Stati Uniti sembrano voler condurre rispetto all’Iran presentato, fino a poco tempo fa, come un potenziale pericolo per la sicurezza del mondo[6].
Gli Stati Uniti sono forse improvvisamente diventati pacifisti e sostenitori del dialogo? C’è ben da dubitarne. L’esperienza drammatica della storia ci ha insegnato a non prendere alla lettera i bei discorsi borghesi, dimostrandoci che quando il capitalismo parla di pace è perché in realtà prepara la guerra.
Il necessario cambio di orientamento della politica americana
Dal crollo del blocco russo nel 1989, gli Stati Uniti sono diventati la sola superpotenza del pianeta. Da allora l’orientamento della loro politica di guerra è stato mantenere a tutti i costi la propria egemonia. Ma a partire dal 2001, con la guerra in Afganistan ed in Iraq, si è progressivamente manifestato un indebolimento crescente degli Stati Uniti. L’impantanamento in Iraq ed in Afghanistan ne è una manifestazione concrete e particolarmente tragica.
Le altre grandi potenze hanno contestato la supremazia americana e messo avanti in maniera esplicita i loro propri interessi in ogni parte del mondo, come ad esempio la Cina in Africa o l’Iran in Medio Oriente. Ogni nazione, ogni cricca, ogni borghesia si è sentita incoraggiata a difendere i propri interessi in un disordine ed un caos crescenti. La politica dell’amministrazione Bush che consisteva nel volere affermare la potenza americana, sola contro tutti, non ha affatto frenato questo fenomeno d’indebolimento. Al contrario, ne ha accelerato il processo aumentando l’isolamento degli Stati Uniti. Ha favorito una crescita del malcontento e della contestazione anti-americana, in particolare nel mondo musulmano, anche da parte di alleati come l’Egitto e l’Arabia Saudita.
Questa politica da cavaliere solitario non poteva continuare.
È questo che ha capito gran parte della borghesia americana, il Presidente Obama e la sua amministrazione, superando così, almeno temporaneamente, la tradizionale spaccatura che esiste su questa questione tra democratici e repubblicani. Tuttavia la politica orchestrata dall’amministrazione Obama non potrà impedire uno sviluppo del processo di isolamento degli Stati Uniti.
L’indebolimento americano ed il “ciascuno per sé” sono oggi realtà irreversibili. Uno degli aspetti di questa realtà si trova nella difficoltà crescente degli Stati Uniti ad implicarsi militarmente e contemporaneamente nelle molteplici guerre regionali nelle quali si sono totalmente impantanati. Non solo c’è un problema di risorse militari che non sono infinite, in particolare in “mezzi umani”, ma in più la crisi economica, che inizia a devastare il mondo intero, pone loro un serio problema. Milioni di dollari vengono inghiottiti ogni giorno dall’esercito americano mentre il paese si impoverisce sempre più velocemente, la disoccupazione esplode e l’assistenza sanitaria è inesistente. Nel momento in cui la povertà colpisce fette crescenti della popolazione, come si fa a far accettare senza problemi spese militari in continuo aumento? In più, anche aumentando i premi e la paga, è sempre più difficile trovare giovani pronti ad andare a farsi crivellare di colpi in guerre che appaiono sempre più nefaste.
Questo nuovo orientamento della politica imperialista degli Stati Uniti non ha dunque nulla a che vedere con un ritrovato spirito umanitario da parte di Obama. Questa politica si impone di fatto alla borghesia americana come una necessità. Traduce semplicemente la necessità per l’America di fare delle scelte più mirate in materia di interventi militari. E questa scelta è caduta sullo sviluppo della guerra in Afganistan ed in Pakistan. Il che implica di conseguenza un tentativo di calmare, almeno momentaneamente, il gioco in direzione dell’Iran e della Palestina. In effetti, per gli Stati Uniti, diventa imperativo tentare di controllare la situazione in Afganistan se vogliono ritrovare una reale influenza in Pakistan. Il Pakistan è un importante crocevia: ad ovest, in direzione dell’Iran, a nord del Caucaso e dunque della Russia, e soprattutto ad est in direzione dell’India e della Cina, paese quest’ultimo che continua a manifestare crescenti appetiti imperialisti. Ecco la scelta obbligata che devono fare oggi gli Stati Uniti e che spiega il senso profondo del discorso di Obama al Cairo.
Quando Washington fa pressione su Israele
Israele è da decenni l’alleato più fedele degli Stati Uniti in Medio Oriente. Il legame tra le borghesie di questi due paesi è molto forte e l’esercito israeliano è completamente sostenuto da Washington. Al tempo di G.W. Bush gli israeliani avevano acquisito una posizione molto importante nell’ambito della loro politica imperialista. Tel-Aviv e Washington erano praticamente sulla stessa lunghezza d’onda. Adesso non più. L’amministrazione americana chiede oggi alla borghesia israeliana di piegarsi alle sue esigenze, alla difesa dei suoi interessi del momento. Il che ha fatto immediatamente montare la tensione tra le due capitali[7]. Le divergenze tra Netanyahu, il capo del governo israeliano, ed il presidente Obama sono chiare e nette. Tuttavia, data l’importanza della pressione americana, Netanyahu ha dovuto moderare i suoi propositi nel discorso fatto a Tel-Aviv in risposta a quello di Obama al Cairo.
Per la prima volta Netanyahu ha dovuto pronunciare le parole “Stato palestinese” anche se le ha associate alla smilitarizzazione di questo ed al rifiuto di qualsiasi condivisione di Gerusalemme come capitale. Questo dimostra che le pressioni americane sul capo del governo israeliano devono essere molto forti e continue. Questi doveva guadagnare tempo ed è ciò che ha fatto. Ma possiamo esser certi che ciò non cambierà nulla nella sostanza. È facile accorgersene quando si apprende che Netanyahu ha chiesto ai palestinesi, come pregiudiziale, di riconoscere lo Stato israeliano come Stato ebreo. Il capo del governo ha fatto di quest’esigenza un elemento centrale che condiziona ogni avanzamento nei negoziati “di pace”, quando sa bene che questo è inammissibile per la borghesia palestinese.
Andiamo dunque, quasi certamente, verso una situazione di ulteriore sviluppo delle tensioni tra Israele e Stati Uniti. E non è detto che questa nuova politica americana non spinga alla fin fine Israele in una fuga in avanti bellicista da parte della frazione borghese al potere. Per il primo ministro Benjamin Netanyahu, infatti, la minaccia nucleare iraniana è inaccettabile per Israele. Negli ultimi tempi quest’aumento delle tensioni tra i due paesi si è concretizzato nell’escalation verbale tra Mahmoud Ahmadinejad, il capo iraniano, ed il governo israeliano. In questo senso non è sicuro che gli eventi attuali in Iran rassicurino molto la borghesia israeliana. Lo Stato israeliano potrebbe allora essere fortemente tentato di mettere con le spalle al muro il governo Obama con un’azione militare violenta verso l’Iran. In ogni caso, anche se tale prospettiva non si realizzasse, la borghesia israeliana non può non reagire di fronte alle maggiori pretese americane al suo riguardo. Paradossalmente questo aumento delle tensioni è nei fatti il risultato dell’indebolimento americano. La guerra e la barbarie continuerà a svilupparsi inesorabilmente in questa regione del mondo.
Tino, (adattato dall’articolo “Derrière les discours de paix d’Obama, une stratégie impérialiste”, da ICConline, pagina francese)
[1] “«Il premio Nobel a Obama? Non ho ancora capito cosa ha fatto». Lo ha detto oggi a Torino il leader del'Udc, Pierferdinando Casini. «Speriamo - ha aggiunto - che faccia in futuro tutte le cose splendide che il Nobel auspica»”, www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2009/10/09/visualizza_new.html_985953412.html [67].
[4] idem
[5] Courrier International del 16 giugno 2009.
[6] Nel suo discorso al G8 dell’Aquila nel settembre scorso Obama ha fondamentalmente ribadito questa impostazione di “apertura” e “pacificazione”.
[7] Non è un caso che le dichiarazioni sull’assegnazione del Nobel a Obama provenienti da Israele siano più misurate. Il presidente della Knesset (Parlamento) Reuven Rivlin, dirigente del Likud, ha sottolineato che il premio è stato conferito ad un Presidente “che ha appena iniziato il proprio mandato, e che ha solo progetti di pace. Ciò è ben strano. In genere i premi si conferiscono sulla base di risultati, e non solo di progetti (…) adesso c’é da temere che il conferimento del premio induca Obama ad imporre misure su Israele. Io temo - ha precisato - che il premio gli sia stato conferito affinché realizzi i suoi progetti, i quali potrebbero essere totalmente errati e forse in contrasto con gli interessi di Israele” (www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2009/10/09/visualizza_new.html_985953412.html [67]).
Dopo il 1929 nessuna crisi economica ha mai colpito con tale violenza il proletariato mondiale. Dappertutto la disoccupazione e la povertà stanno esplodendo. Questa situazione drammatica provoca un forte sentimento di rabbia tra gli operai. Oggi è difficile convertire questa rabbia in combattività. Che fare quando la propria fabbrica chiude? Come combattere? Che tipo di scioperi o azioni fare? E per quelli che ancora hanno un lavoro, come resistere ai tagli sullo stipendio, agli straordinari non pagati, agli aumenti di produttività e alla flessibilità quando il capo usa l’odioso ricatto “se non ti piace quella è la porta, ci sono milioni di altri lavoratori pronti a prendere il tuo posto”? La brutalità di questa recessione è una fonte di ansia terribile ed a volte di paralisi per le famiglie proletarie. Eppure, in questi ultimi mesi sono scoppiati importanti scioperi:
· - a Narayanganj, in Bangladesh, nel maggio scorso, 20.000 operai che non erano stati pagati per mesi, sono esplosi con rabbia, hanno razziato dozzine di fabbriche tessili e hanno messo in pericolo le loro vite scontrandosi con l’esercito;
· - in Cina, nelle città di Daqing e di Liaoyang, nel cuore del bacino industriale della Manciuria, decine di migliaia di operai che hanno perso il lavoro scendono ogni giorno in piazza dal primo marzo per chiedere il pagamento dell’indennità di disoccupazione ed il mantenimento della previdenza sociale. Questa ondata di lotte è espressione dello sviluppo generale della combattività del proletariato in questa regione del mondo. Secondo le agenzie di vigilanza della stabilità politica di Hong Kong, nei primi tre mesi di questo anno ci sono stati in Cina 58.000 “incidenti di massa” (cioè scioperi, manifestazioni, ecc). “Se questa tendenza continua per tutto l’anno, il 2009 batterà tutti i record precedenti con più di 230.000 di questi cosiddetti ‘incidenti di massa’ in confronto ai 120.000 del 2008 e ai 90.000 del 2006”[1].
· - In Spagna alla fine di aprile, gli operai metallurgici di Vigo hanno ripreso la loro lotta. Dopo aver condotto uno sciopero esemplare nel 2006 quando organizzarono le assemblee generali per le strade in modo da farvi partecipare la popolazione della città, gli operai di Vigo questa volta hanno dovuto far fronte ad un sindacato più preparato e con armi affilate: assemblee generali bidoni svuotate di ogni dibattito, sterili azioni di forza come il blocco delle navi crociera … Se gli scioperanti questa volta non hanno saputo sventare tutte queste trappole, la coscienza della necessità della lotta ha fatto un nuovo passo avanti come testimonia questa frase di uno degli operai in lotta: “le cose vanno molto, molto male. O si lotta o si muore”[2].
Ma è in Gran Bretagna che delle lotte hanno espresso più nettamente un progredire della coscienza all’interno della classe lavoratrice. All’inizio dell’anno gli operai della raffineria di Lindsey sono stati il centro di un’ondata di scioperi selvaggi. Questa lotta, al suo inizio, è stata frenata dal peso del nazionalismo simboleggiato dallo slogan “lavoro inglese per gli operai inglesi”. La classe dominante ha usato a pieno questa idea nazionalista presentando lo sciopero come una lotta contro gli operai italiani e portoghesi che lavoravano sul posto. Ma la borghesia si è rapidamente data da fare per mettere fine allo sciopero quando sono apparsi degli striscioni che invitavano gli operai portoghesi ed italiani ad unirsi alla lotta, affermando “Operai di tutto il mondo, unitevi!”, e gli operai polacchi delle costruzioni hanno si sono effettivamente uniti agli scioperi selvaggi a Plymouth[3]. Invece di una sconfitta operaia, con il crescere della tensione fra operai di paesi diversi, gli operai di Lindsey hanno ottenuto la creazione di 101 posti di lavoro in più (gli operai italiani e portoghesi hanno mantenuto il loro), assicurazioni che nessun operaio sarebbe stato licenziato e, soprattutto, hanno ripreso il lavoro uniti!. Quando in giugno la Total ha annunciato il licenziamento di 51 su 640 impiegati, gli operai hanno potuto basarsi su questa recente esperienza. La nuova ondata di lotta è scoppiata immediatamente su una base molto più chiara: solidarietà con tutti gli operai licenziati. E rapidamente scioperi selvaggi sono scoppiati in tutto il paese. “Gli operai delle centrali elettriche, delle raffinerie, delle fabbriche nel Cheshire, Yorkshire, Nottinghamshire, Oxfordshire, nel Galles del sud ed a Teesside hanno interrotto il lavoro per mostrare la loro solidarietà” (The Independent, 20 giugno). “C’erano anche segnali che lo sciopero si estendeva all’industria nucleare dato che l’EDF Energy diceva che gli operai a contratto al reattore nucleare di Hinckley Point a Somerset avevano fermato il lavoro” (Il Times). La parte più vecchia del proletariato mondiale ha mostrato in questa occasione che la forza della classe operaia sta soprattutto nella sua capacità di essere unita e solidale.
Tutte queste lotte possono sembrare poca cosa paragonate alla gravità della situazione. E, effettivamente, il futuro dell’umanità passa necessariamente per lotte proletarie di tutt’altra ampiezza ed intensità. Ma se la crisi economica attuale finora ha stordito il proletariato, essa resta tuttavia il terreno più fertile per lo sviluppo futuro della combattività operaia e della coscienza. In questo senso, episodi di lotta come questi che hanno in sé il germe dell’unità, della solidarietà e della dignità umana, sono elementi fondamentali per l’avvenire.
Mehdi, 8/7/2009
(dalla Revue Internationale, n.138)
[1] Fonte: “Des nouvelles du front” (https://dndf.org/?p=4049 [69]).
[2] Per maggiori informazioni su questa lotta, leggi il nostro articolo in spagnolo “Vigo: Los metodos sindicales conducen a la derrota [70]”.
[3] "G.B. Scioperi nelle raffinerie di petrolio e nelle centrali elettriche: gli operai cominciano a fare i conti con il nazionalismo [71]", Rivoluzione Internazionale, n. 159.
Pubblichiamo qui di seguito il Comunicato dell’Assemblea dei Lavoratori della Sanità e dei Servizi Sociali di Alicante[1] in solidarietà con due diversi collettivi di lavoratori in lotta: i lavoratori metallurgici di Vigo (vedi “Vigo: Los Métodos Sindicales Conducen a la Derrota [73]”) e i lavoratori della Vesuvius de Langreo (che hanno pubblicato questo stesso comunicato sul loro blog: https://vesuviussomostodos.blogspot.com [74]).
I temi relative alla solidarietà e all’estensione delle lotte costituiscono una preoccupazione chiave per molti lavoratori, particolarmente per quelli giovani. Questi temi esprimono una forma ancora embrionale della coscienza maturata a partire dalla crisi del capitalismo e sull’impossibilità di lottare da soli, con ogni settore di lavoratori isolato dagli altri e ogni categoria per sé stessa. Questi temi relativi alla solidarietà e all’estensione della lotta esprime una rottura rispetto alle tattiche sindacali che fanno affidamento invece solo sulla azienda, sul singolo settore, sulla categoria, insomma sul particolare.
Da questo punto di vista, è un segno positivo che dei collettivi di lavoratori prendano l’iniziativa di scrivere dei comunicati di solidarietà per esprimere le loro riflessioni e fare delle proposte, contribuendo in questo modo all’allargamento della discussione e dell’attività relative alla solidarietà di classe e all’estensione e all’unificazione della lotta.
CCI
Ai lavoratori delle acciaierie di Vigo; ai lavoratori della Vesuvius (Langreo); a tutti i lavoratori attualmente in lotta; e a tutti quelli che non hanno ancora cominciato la loro lotta
Noi, Assemblea di lavoratori dell’Afema di Alicante – che abbiamo trascorso tanti mesi di lotta per ottenere il pagamento dovuto dei salari e contro le condizioni precarie in cui lavoriamo con i disabili – vogliamo esprimere il nostro più profondo sostegno e la nostra solidarietà ai lavoratori della fabbrica Vesuvius di Langreo e ai lavoratori metallurgici di Vigo.
Entrambi questi collettivi, in maniera del tutto simile a noi, stanno subendo un attacco alle loro condizioni di vita. Usando l’attuale crisi economica come scusa, siamo minacciati di chiusura, licenziamenti mentre le condizioni di vita vanno in caduta libera.
Noi crediamo che, nonostante le apparenze, le nostre lotte abbiano una stessa origine e condividano gli stessi interessi: il soddisfacimento di nostri bisogni; la lotta per condizioni di vita decenti per noi, i nostri compagni, le nostre famiglie, ecc.; la difesa dei nostri interessi di classe. Queste sono le ragioni che ci hanno spinto ad esprimere un sentimento di fratellanza per tutti i lavoratori che sono in lotta, cercando in questo modo di creare un forum in cui i lavoratori possono esprimersi reciprocamente solidarietà, solidarietà che è la nostra principale arma di classe.
Con l’evoluzione delle nostre lotte noi siamo arrivati a due conclusioni che riteniamo essenziali:
Ancora una volta salutiamo i nostri compagni di lotta di Vigo e di Langreo, così come le lotte di tutti i lavoratori dovunque si trovino, perché abbiamo capito che la loro lotta è la nostra lotta e speriamo che un giorno saremo capaci di contribuire alla loro lotta non solo con delle semplici parole.
UNA CLASSE, UNA LOTTA
Piattaforma dell’Assemblea dei Lavoratori della Sanità e dei Servizi Sociali della AFEMA (Alicante).
[1] Ricordiamo che abbiamo già pubblicato a proposito di questi lavoratori, su ICConline in lingua italiana, l’articolo Lotta all’AFEMA di Alicante (Spagna). Un’esperienza da riprendere [75]
I compagni del NDIRD hanno presentato la riunione sottolineando l’importanza di questo tipo di avvenimenti per far conoscere le posizioni della Sinistra comunista attraverso un dibattito aperto e fraterno. Proprio per favorire il dibattito, la presentazione dell’argomento è durata solamente venti minuti.
La riunione ha raccolto più di 25 persone. Il numero dei giovani è stato notevole (quasi la metà dei partecipanti), caratteristica che osserviamo anche nelle riunioni pubbliche tenute in altri paesi dell’America latina dove abbiamo avuto la possibilità d’intervenire. I partecipanti hanno manifestato un interesse reale all’ascolto della presentazione ed il dibattito che questa ha suscitato ha espresso un’autentica preoccupazione rispetto alle inquietudini provocate dalla crisi del capitalismo, e non solo per il proletariato ma per l’insieme dell’umanità.
Ecco un breve resoconto della riunione e delle domande che sono state poste nel dibattito.
Come si può spiegare la creazione di mercati artificiali attraverso l’indebitamento?
Questa interessante domanda di un giovane partecipante rispondeva ad un’affermazione della presentazione dove dicevamo che il capitalismo richiede per il suo sviluppo dei mercati solvibili, cioè dei settori che hanno una reale capacità di consumare le merci prodotte. Con l’entrata del capitalismo nella sua fase di decadenza, periodo apertosi con la Prima Guerra mondiale, si è sviluppato un esaurimento progressivo di questi mercati solvibili. Ed è per tale motivo che “Come palliativo a questo esaurimento dei mercati solvibili esterni alla sfera capitalista, la borghesia ha utilizzato il credito; questo stesso palliativo è stato poi massicciamente utilizzato a partire dagli anni ‘60; in questo senso, il capitalismo decadente, per sopravvivere, aveva creato un mercato artificiale basato sul credito” (testo di presentazione).
E’ precisamente a partire dagli anni ‘70 che i paesi della periferia, e tra questi quelli dell’America latina, hanno iniziato un ricorso massiccio all’indebitamento, in gran parte per acquistare beni e servizi prodotti nei paesi centrali, gli stessi che finanziavano questi crediti. E’ per tale motivo che durante gli ultimi quattro decenni del secolo scorso i paesi della periferia hanno accumulato praticamente dei debiti impossibili da rimborsare, che continuano a crescere ed il cui pagamento dilapida un’importante percentuale del PIL di questi Stati.
Abbiamo dato come esempio recente di questi mercati artificiali la crescita del settore immobiliare negli Stati Uniti che si è basata sulla vendita a credito di immobili. La “bolla immobiliare” è esplosa “quando non è stato più possibile rimborsare i crediti perché la crisi si era sviluppata nel mondo ed i tassi di interesse erano aumentati, per cui questo sistema di credito è esploso. Ma ad esplodere sono le contraddizioni interne dell’economia capitalista: quelle della saturazione dei mercati solvibili. Ed anche la crisi del credito come palliativo” (idem).
Se c’è stata una ripresa dopo la crisi del 1929, perché ora non esiste una riattivazione dell’economia come negli anni ‘50 e ‘60?
Abbiamo risposto che la crisi del 1929 è stata la prima grande crisi del capitalismo decadente i cui effetti sono stati risentiti durante il decennio degli anni ‘30 e che ha avuto come corollario la Seconda Guerra mondiale. Dopo questa crisi c’è stata l’importante ripresa economica del dopoguerra che si è basata sull’applicazione di politiche keynesiane, sull’aumento della produttività del lavoro e su un migliore sfruttamento sia delle economie precapitaliste dei paesi della periferia che dei settori precapitalisti dei paesi più industrializzati. Ma sono proprio questi meccanismi che mostrano di esaurirsi alla fine degli anni ‘60 quando il capitalismo entra di nuovo in crisi. Per far fronte a questa nuova crisi, la borghesia ricorre all’utilizzazione massiccia di questo palliativo - il credito - che permette al capitalismo di rinviare per oltre quarant’anni la caduta brutale dell’economia, come la vediamo attualmente.
Noi diciamo che la crisi attuale è peggiore di quella del 1929. Come è stato detto nella presentazione, la crisi attuale è una crisi del credito. Poiché la “soluzione” che propone la borghesia mondiale è quella di un maggiore indebitamento, questo non può che preparare inevitabilmente delle crisi ancora peggiori in futuro.
Come può battersi il proletariato se la disoccupazione tende a farlo scomparire?
Un compagno, nell’esprimere questa preoccupazione, faceva l’esempio della situazione della “zona franca” di Santiago, una delle più importanti concentrazioni di fabbriche e di imprese di subappalto del paese, dove si è sviluppato con la crisi un forte livello di disoccupazione. Abbiamo risposto che, effettivamente, uno dei flagelli della crisi del capitalismo è la crescita rapida della disoccupazione; ma ciò non significa la scomparsa del proletariato perché è inconcepibile una borghesia senza proletari da sfruttare. Innanzitutto, il lavoratore non perde la sua condizione di proletario quando diventa disoccupato. Si cominciano già a vedere delle mobilitazioni di disoccupati in alcuni paesi. Inoltre, a far parte del proletariato non sono solo i lavoratori del settore manifatturiero o di fabbrica, ma anche, ed in buon numero, gli impiegati del settore pubblico, gli insegnanti, i lavoratori della sanità, ecc., settori che hanno un peso quantitativamente importante nei paesi dell’America latina.
È indubbio che la crisi colpisce duramente i lavoratori perché alla fine tocca proprio a loro pagare i cocci, tuttavia è proprio questa situazione che li spinge inevitabilmente alla lotta, tanto in Repubblica dominicana che a livello mondiale.
Perché, tra le conseguenze della crisi, la CCI parla anche dello sviluppo di imperialismi regionali e locali?
Nella nostra presentazione abbiamo detto che questa crisi, tappa ulteriore nel crollo del capitalismo, ha avuto non solo delle conseguenze a livello economico e sulla lotta del proletariato, ma anche a livello dei conflitti tra nazioni. Nella storia del capitalismo la lotta tra gli Stati per i mercati è stata una costante e la crisi attuale non è un’eccezione. Peraltro questa crisi interviene in un contesto dove i blocchi imperialisti esistiti fino alla fine degli anni ‘80 sono spariti con il crollo del blocco russo e l’indebolimento progressivo dell’imperialismo americano. Questa situazione ha provocato un’anarchia nelle relazioni internazionali che si esprime nel tentativo di ogni borghesia nazionale di rafforzarsi nella geopolitica regionale e mondiale. Questi comportamenti si sono espressi recentemente in modo patetico in Iran, che tenta di ergersi a potenza regionale in Medio Oriente, e nel Venezuela, che si rafforza sul piano geopolitico in America latina utilizzando come armi di penetrazione il petrolio e l’ideologia del “socialismo del XX secolo”.
Lo scontro tra nazioni che si è scatenato dopo la caduta del blocco russo si inasprirà inevitabilmente con l’avanzamento della crisi. Il proletariato deve rigettare ogni appoggio alle frazioni della borghesia nazionale o regionale in questi conflitti che andrebbe a profitto solo di questa o quella frazione della classe dominante.
Di fronte a questa barbarie, quali sono le prospettive per l’umanità?
Questa domanda esprime in modo chiaro ciò che abbiamo detto nell’introduzione di questo resoconto: “un’autentica preoccupazione rispetto alle inquietudini provocate dalla crisi del capitalismo e non solo per il proletariato ma per l’insieme dell’umanità”.
La CCI ha affermato che oggi più che mai il futuro dell’umanità è minacciato dalle contraddizioni interne del capitalismo e questo richiede la risposta dell’unica classe rivoluzionaria: il proletariato. Se la crisi genera sempre più miseria e povertà, spinge però il proletariato a battersi. È vero che le condizioni della lotta sono oggi difficili, dal momento che non si sa bene come lottare o che cosa fare quando le fabbriche chiudono i battenti. È anche vero che il proletariato dubita delle proprie capacità. Ma lo sviluppo della crisi, attraverso gli attacchi contro l’insieme delle condizioni di vita dei proletari e per il fatto che implica apertamente lo Stato, fomenta alla lotta di classe l’insieme del proletariato mondiale. In questa dinamica il proletariato sviluppa la sua riflessione e, poco a poco, riprenderà fiducia nelle proprie forze.
La CCI, in quanto organizzazione rivoluzionaria e nella misura delle sue forze, lavora per accelerare questa dinamica. La posta in gioco sta nell’alternativa tra una società comunista e una barbarie che annienterebbe l’umanità. Di fronte a ciò, gruppi come il NDIRD, che si sviluppano con una visione internazionalista, rivestono un ruolo di primo piano per il proletariato della Repubblica dominicana e per il proletariato mondiale. Allo stesso modo, tutti quelli che, come i compagni che hanno partecipato a questa riunione, si pongono delle domande su un terreno internazionalista, devono dibattere tra loro.
La preoccupazione di dibattere e di ascoltare
Sebbene la riunione sia durata poco tempo - pressappoco un’ora e mezza - perché bisognava liberare il locale, si è sviluppato un importante dibattito che ha potuto continuare per un po’ mentre si condivideva un momento di socializzazione intorno ad un bicchiere.
Parecchi dei partecipanti hanno mostrato il loro entusiasmo ed il loro interesse a partecipare a questo genere di riunioni. Come è stato detto da uno dei compagni del NDIRD, i partecipanti hanno mostrato un reale interesse a discutere e ad ascoltare le posizioni internazionaliste.
Salutiamo calorosamente questa riunione, così come la capacità politica ed organizzativa di cui ha dato prova il NDIRD nella sua preparazione. Li invitiamo a portare avanti questo sforzo per il quale la CCI darà tutto il suo sostegno.
Questa riunione è stata un momento molto confortante perché è una manifestazione della capacità dell’internazionalismo di unire le forze del proletariato in qualsiasi paese, per quanto “piccolo” possa essere.
CCI (14 luglio 2009)
[1] Per la prima riunione pubblica vedi: “Un dibattito internazionalista nella Repubblica Dominicana”, ICConline pagina italiana 2007.
Alla vigilia della Seconda Guerra mondiale, dopo la sconfitta dell’ondata rivoluzionaria degli anni venti e con la rivoluzione russa agonizzante a causa del suo isolamento e dell’attacco mortale portato dalla borghesia mondiale e dallo stalinismo, la controrivoluzione e lo schiacciamento del proletariato mondiale trionfano. In questo contesto l’anarchismo conosce un passo fatidico nella sua evoluzione. In questo contesto la borghesia dei vari paesi, siano essi fascisti o democratici e la stessa URSS stalinista, spinta inesorabilmente sulla strada del militarismo dalle cieche leggi del capitalismo, si prepara alla guerra. Il vicolo cieco prodotto dalla crisi economica non le lascia nessun’altra alternativa che questa fuga in avanti in un secondo olocausto mondiale. E’ la marcia accelerata verso la guerra, vero modo di vita del capitalismo in decadenza, che ha già generato il fascismo. Questo è riuscito ad imporsi nei paesi in cui la classe operaia aveva subito una sconfitta profonda, per cui non era più necessario mantenere le istituzioni democratiche che hanno, per l’appunto, il compito di mistificare il proletariato, per poter sottometterlo e batterlo. Il fascismo si rivela come la forma del capitalismo più adatta al compimento dei preparativi richiesti dalla marcia accelerata verso la guerra.
L’irreggimentazione ideologica per la guerra imperialista dietro il fascismo o il nazismo, o dietro il mito della “patria del socialismo” per lo stalinismo, è stato ottenuto attraverso il terrore più violento. Ma nei paesi rimasti “democratici”, per inquadrare gli operai che non avevano subito lo schiacciamento dei movimenti rivoluzionari, bisognava che la borghesia utilizzasse una mistificazione particolare: l’antifascismo. Offrendo agli operai un preteso terreno di mobilitazione per proteggersi dagli orrori del fascismo, questo è stato il mezzo utilizzato per arruolarli come carne da cannone nelle guerra, al servizio di un campo imperialista contro un altro per la difesa dello Stato democratico. Per raggiungere lo scopo, la borghesia, in particolare in Francia e Spagna, si è servita dei “fronti popolari” e della venuta al governo dei partiti di sinistra.
L’anarchismo abbocca all’antifascismo
Al contrario dell’internazionalismo proletario che ha costituito il grido di guerra della classe operaia per mettere fine alla barbarie della prima carneficina mondiale con la rivoluzione proletaria, l’antifascismo non costituisce per niente un mezzo per il proletariato per difendere i suoi interessi di classe, ma il mezzo per consegnarlo piedi e mani legati alla borghesia democratica. La situazione di controrivoluzione, che impediva ogni possibilità di sbocco rivoluzionario, non doveva assolutamente portare a rimettere in causa i principi fondamentali dell’internazionalismo proletario di fronte alla Seconda guerra mondiale. Non c’era nessun campo da scegliere. Si trattava di combattere sia la borghesia del campo fascista che quella del campo democratico.
Prigioniero della sua propensione a difendere “la libertà” contro “l’autoritarismo”, l’anarchismo capitola completamente di fronte all’antifascismo. Prima della guerra le differenti correnti dell’anarchismo sono fra i principali animatori dell’antifascismo. Questo porterà la grande maggioranza degli anarchici a porsi decisamente dalla parte degli Alleati nella Seconda Guerra mondiale. Privo di ogni criterio di classe basato sui rapporti sociali reali che reggono la società capitalista, l’anarchismo è portato a sottomettersi completamente alla difesa della democrazia, questa forma particolarmente subdola di dittatura del capitale. Alcuni che erano rimasti internazionalisti nel 1914, come Rudolf Rocker, difendono la partecipazione alla guerra imperialista nel 1940 con l’argomento che, a differenza del 1914, esistevano adesso due sistemi radicalmente differenti e che la lotta contro il fascismo giustificava il sostegno agli Stati democratici. Questo approccio spinge un gran numero di anarchici a partecipare fisicamente alla guerra, principalmente negli eserciti imperialisti senza uniformi della Resistenza[1].
In Francia, “dall’inizio della guerra [il gruppo CNT-rete Vidal nei Pirenei] si mette al servizio della Resistenza e lavora attivamente con l’Intelligence Service e l’Ufficio Centrale di Informazione e di Azione (BCRA) di De Gaulle, ma anche con la rete Sabot e il gruppo Combat. (…) A causa della mancanza di una organizzazione nazionale di resistenza, gli anarchici appaiono poco, anche se sono molto presenti. Va citato comunque il gruppo di Passo dell’Aquila (…) luogo importante della ricostruzione della CNT in esilio e uno dei gruppi partigiani più attivi. Questo gruppo partigiano è al 100% confederale, esattamente come il gruppo di Bort-les-Orgues. In generale i raggruppamenti partigiani del Massiccio Centrale sono in grande parte composti da anarchici spagnoli (…)[2]. “Presenti nella Resistenza della Francia del sud, nei gruppi FFI, FTP, MUR o in gruppi autonomi (il battaglione Libertad nel Cantal, il gruppo Bidon 5 in Ariège, nel Languedoc-Roussillon) (…) [gli anarchici], a centinaia, proseguono sul suolo francese la lotta che avevano condotto contro il fascismo spagnolo”[3]. Il battaglione Libertad “libera Lot e Cahors. (…) A Foix sono i partigiani anarcosindacalisti della CNT-FAI che liberano la città il 19 agosto”[4].
Stessa situazione in Italia. Quando c’è il cambiamento di fronte dell’Italia dell’8 settembre 1943, le regioni del centro e del nord si trovano nelle mani dei tedeschi e della repubblica fascista di Salò. “Gli anarchici si gettano immediatamente nella lotta armata, stabiliscono quando ne hanno la possibilità (Carrara, Genova, Milano) delle formazioni autonome, o, nella maggior parte dei casi, raggiungono altre formazioni quali le brigate socialiste “Matteotti”, le brigate comuniste “Garibaldi” o le unità “Giustizia e Libertà” del Partito d’azione”[5]. In numerosi luoghi, i libertari aderiscono al Comitato di liberazione nazionale che raccoglie un ampio spettro di partiti antifascisti oppure organizzano gruppi d’azione patriottica (sic). Numerosi anarchici sono presenti nella 28a brigata Garibaldi che libera Ravenna. “A Genova, i gruppi di combattimento anarchici operano sotto i nomi di brigata “Pisacane”, la formazione “Malatesta”, la SAP-FCL, la SAP-FCL Sestri Ponente ed gli squadroni d’azione anarchici di Arenzano. (...) Queste attività sono favorite dalla Federazione comunista libertaria (FCL) e dal sindacato anarco-sindacalista dell’USI che è appena ricomparso nelle fabbriche. (...) Gli anarchici fondano le brigate “Malatesta” e “Bruzzi”, che comprendono fino a 1300 partigiani: questi operano sotto l’egida della formazione “Matteotti” e svolgono un ruolo di primo piano nella liberazione di Milano”[6].
Gli esempi della Bulgaria, dove – in seguito all’invasione dell’URSS del 1941 - il PC bulgaro organizza “delle bande a cui numerosi anarchici parteciparono”[7] o ancora la guerriglia anarchica anti-giapponese in Corea negli anni 1920-30 testimoniano il carattere generale della partecipazione degli anarchici alla guerra impérialista.
E molti non saranno neanche fermati dall’indossare l’uniforme degli eserciti imperialisti democratici: “I Libertari spagnoli (...) parteciparono a migliaia alla resistenza al nazismo e alcuni di loro spinsero la lotta nei battaglioni de la France Libre fino in Germania”[8] “alcuni si arruolarono nei reggimenti di marcia della Legione Straniera e si ritrovarono in prima linea in tutti i combattimenti”[9]. “Saranno destinati a volte in Africa del Nord, a volte nell’Africa Nera (Ciad, Camerun). I secondi ricongiungeranno le forze francesi libere dall’anno 1940. Raggiungeranno le colonne del generale Leclerc.” (...) Per più del 60% spagnola, la famosa 2a D.B. conta un buon numero di anarcosindacalisti al punto che una delle sue compagnie “è interamente composta da anarchici spagnoli”. A bordo dei blindati “Ascaso”, “Durruti”, “Casas Viejas”, questi “saranno i primi ad entrare nella capitale il 24 agosto 1944” in occasione della liberazione di Parigi[10] e ad issare lo straccio tricolore sul municipio della città!
Una posizione bellicista in linea diretta con quella presa in Spagna nel 1936
L’atteggiamento degli anarchici durante la Seconda Guerra mondiale deriva direttamente da quella che fu la loro “prova generale” nella guerra di Spagna. Questo episodio storico illumina senza ambiguità il ruolo reale svolto dall’anarchismo in quello che non era né “una guerra di classi”, né “una rivoluzione” ma una guerra tra due frazioni della borghesia spagnola che ha portato ad un conflitto imperialista mondiale.
Nel luglio 1936 la CNT, ai sensi del patto antifascista siglato con i partiti del Fronte popolare, apporta il proprio sostegno al governo repubblicano per deviare verso l’antifascismo[11] la reazione del proletariato spagnolo al colpo di Stato di Franco. La CNT sposta il combattimento di una lotta sociale, economica e politica del proletariato contro l’insieme delle forze della borghesia verso il confronto militare contro il solo Franco, inviando gli operai a farsi massacrare sui fronti militari nelle milizie antifasciste per degli interessi che non sono i loro.
La partecipazione dei libertari al governo repubblicano borghese in Catalogna ed a Madrid, illustra l’evoluzione dell’anarchismo verso il sostegno allo Stato borghese. “Dopo la prima vittoria sui generali faziosi, vedendo emergere una guerra a lungo termine e di un’importanza enorme, abbiamo capito che non è questo il momento di considerare terminata la funzione del governo, dell’apparato governativo. Come la guerra necessita di un apparato adeguato per essere portata a buon fine - l'esercito – ugualmente occorre un organo di coordinamento, di centralizzazione di tutte le risorse ed energie del paese, cioè il meccanismo di uno Stato. (...) Finché dura la guerra, dobbiamo agire nella lotta sanguinosa e dobbiamo intervenire nel governo. Infatti, quest'ultimo deve essere un governo di guerra, per fare e vincere la guerra. (...) Pensiamo che la guerra sia la prima delle cose e che occorra vincerla come condizione preliminare di qualsiasi nuova condizione …”[12]. Quando gli operai di Barcellona si sollevano nel maggio 1937, gli anarchici si fanno complici della repressione portata avanti dal Fronte popolare e dal governo di Catalogna (al quale essi partecipano), mentre i franchisti sospendono temporaneamente le ostilità per permettere ai partiti di sinistra di schiacciare il sollevamento.
Con il sostegno dato alla guerra totale attraverso la militarizzazione del proletariato per mezzo delle collettività anarchiche e delle milizie antifasciste, la proclamazione dell’Union Sacrée con la borghesia repubblicana ed il divieto di scioperare, la CNT partecipa al reclutamento del proletariato in una guerra che prende chiaramente un carattere imperialista con l’impegno delle democrazie e dell’URSS dalla parte repubblicana e della Germania e dell’Italia dalla parte franchista. “Attualmente, non è una guerra civile che stiamo combattendo, ma una guerra contro gli invasori: Mori, Tedeschi, Italiani. Non è un partito, un’organizzazione, una teoria che sono in pericolo. È l’esistenza della Spagna stessa, di un paese che vuole essere padrone dei suoi destini, che corre il rischio di scomparire”[13]. Il nazionalismo della CNT la porta a fare appello alla guerra mondiale per salvare “la nazione spagnola”: “La Spagna libera farà il suo dovere. Di fronte a quest'atteggiamento eroico, cosa faranno le democrazie? C’è da sperare che quello che si deve produrre non tarderà a lungo. L’atteggiamento provocatore e grezzo della Germania é già insopportabile. (...) Tutti sanno che alla fine le democrazie dovranno intervenire con i loro squadroni e con i loro eserciti per sbarrare il passo a queste orde di insensati …”[14].
L’abbandono degli interessi del proletariato e l’atteggiamento della CNT verso la guerra imperialista producono vive opposizioni nel campo anarchico (Berneri, Durruti). Ma l’incapacità di questi ultimi a rompere con la posizione secondo cui si trattava di una guerra che procedeva parallelamente alla rivoluzione, ne ha fatto delle vittime della politica di sconfitta e di reclutamento del proletariato. Così, coloro che cercavano di lottare contro la guerra e per la rivoluzione, furono incapaci di trovare il punto di partenza per una lotta realmente rivoluzionaria: l’appello agli operai e contadini (imbrigliati nei due campi, repubblicano e franchista) a disertare, a puntare i loro fucili contro i loro ufficiali, a tornare indietro e a lottare usando lo strumento dello sciopero, delle manifestazioni, su un terreno di classe contro il capitalismo nel suo insieme.
Dei minuscoli sprazzi internazionalisti
Tuttavia, quando scoppia la guerra mondiale, e controcorrente all’ondata bellicista e antifascista, alcune voci provenienti dall’anarchismo si levano per rifiutare il terreno dell’antifascismo e per affermare la sola posizione realmente rivoluzionaria, quella dell’internazionalismo. Così nel 1939, in Gran Bretagna, la Glasgow Anarchist-Communist Federation dichiara che “lo scontro attuale oppone imperialismi rivali per la tutela di interessi secolari. Gli operai di tutti i paesi appartengono alla classe oppressa, non hanno nulla in comune con questi interessi e con le aspirazioni politiche della classe dominante. La loro linea del fronte non è la linea Maginot, dove saranno demoralizzati ed uccisi, mentre i loro padroni accumulano guadagni fraudolenti”[15]. Nel sud della Francia, il minuscolo gruppo raccolto intorno a Volin[16] sviluppa un intervento contro la guerra su una base chiaramente internazionalista: “L’attuale conflitto è l’opera delle potenze economiche di ogni nazione, potenze che vivono esclusivamente ed a livello internazionale dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. (...) I capi di Stato, i capi militari di ogni colore e di ogni sfumatura, passano da un campo all’altro, strappano trattati, ne firmano altri, servono a volte la repubblica, a volte la dittatura, collaborano con quelli a cui facevano ieri la guerra, e viceversa e vice-versa ancora. (...) e il popolo, paga loro i vasi rotti: il popolo viene mobilitato per le democrazie, contro le democrazie, per i fascisti, contro i fascisti. Ma che sia in Africa, in Asia, in Europa, è sempre il buono popolo che fa le spese di queste “esperienze contraddittorie” e che si rompe il muso. (...) Non si tratta di lottare soltanto contro il fascismo hitleriano, ma contro tutti i fascismi, contro tutte le tirannie, che siano di destra, di centro o di sinistra, che siano reali, democratiche o sociali, poiché nessuna tirannia emanciperà il lavoro, libererà il mondo, organizzerà l’umanità su basi realmente nuove”[17]. Questa posizione fa chiaramente di questi anarchici un’espressione della classe operaia. Ancora una volta, se questi raggiungono una tale chiarezza è perché fanno loro le posizioni di classe del proletariato.
Ma, la dura prova dell’isolamento rispetto agli altri gruppi rimasti internazionalisti e rispetto alla classe nelle condizioni di trionfo della controrivoluzione sulle masse, così come l’enorme pressione antifasciste (“ci confrontiamo ogni giorno con gli altri antifascisti. Occorreva unirsi a loro o restare controcorrente? La questione era spesso angosciante sul campo”)[18] estinguono presto questa scintilla. La morte di Voline (settembre 1945), l’incapacità degli anarchici di trarre le lezioni dalle loro esperienze conduce gli elementi del suo gruppo al ritorno all’ovile della CNT, all’adesione momentanea ai suoi comitati antifascisti, ed infine alla partecipazione alla ricostruzione del FA su delle basi politiche completamento borghesi.
Qual è il destino politico dei militanti operai anarchici?
Dall’esame della storia dell’anarchismo di fronte alle due guerre mondiali, si può sottolineare una doppia serie di conclusioni:
• L’anarchismo ha dimostrato non solo la sua incapacità di offrire un’alternativa realizzabile ed una prospettiva rivoluzionaria al proletariato, ma ha costituito addirittura uno strumento diretto di mobilitazione della classe operaia nella guerra imperialista. Nel 1936-37, la capitolazione dell’anarchismo di fronte alla mistificazione antifascista ed alla democrazia borghese vista come un “male minore” rispetto al fascismo, è stata un mezzo per il capitalismo per allargare il fronte delle forze politiche che agiscono per la guerra incorporando gli anarchici. La guerra di Spagna costituisce, dopo la Prima Guerra mondiale, il secondo atto decisivo per l’anarchismo che sigilla la sua evoluzione verso il sostegno allo Stato capitalista. Questa sottomissione alla democrazia borghese si traduce con l’integrazione delle correnti ufficiali dell’anarchismo all’interno delle forze politiche dello Stato capitalista. Così, in un processo a due tempi, dal 1914 alla guerra di Spagna del 1936-37, l’anarchismo è diventato un’ideologia di difesa dell’ordine e dello Stato capitalisti.
• In secondo luogo, occorre considerare che l’area dell’anarchia non si riduce alle sue correnti ufficiali e si caratterizza per essere molto eterogenea. In tutte le epoche è presente in questa area chi aspira sinceramente alla rivoluzione ed al socialismo, esprime una reale volontà di finirla con il capitalismo e si impegna nella lotta per l’abolizione dello sfruttamento. Questi militanti si pongono effettivamente sul terreno di classe quando assumono un orientamento internazionalista e raggiungono la lotta rivoluzionaria del proletariato. Ma il loro futuro dipende fondamentalmente da un processo di decantazione il cui senso e la cui ampiezza dipendono dal rapporto di forze tra le classi fondamentali, la borghesia ed il proletariato.
Questa decantazione potrà essere orientata verso il nulla o anche verso la borghesia, come negli anni neri della controrivoluzione degli anni 1940. Privati della bussola della lotta di classe del proletariato e dell’ossigeno della discussione e del dibattito con le minoranze rivoluzionarie che questa lotta produce, gli anarchici si trovano presi nella trappola delle contraddizioni intrinseche all’anarchismo che li disarma e li blocca sul terreno dell’ordine borghese.
Potrà essere invece orientata verso la classe operaia quando questa si afferma come forza rivoluzionaria. Così, è lo stesso movimento rivoluzionario della classe operaia, lo sviluppo della rivoluzione mondiale e l’insurrezione proletaria in Russia (con la distruzione dell’apparato statale borghese da parte dei Soviet e la sospensione unilaterale dell’impegno nella guerra imperialista da parte del proletariato russo e dei bolscevichi), che permetteranno nel 1914-18 agli anarchici rimasti internazionalisti di assumere un atteggiamento internazionalista conseguente. Raggiungono allora il movimento storico della classe operaia avvicinandosi al movimento comunista uscito dalla sinistra della socialdemocrazia ed opposto alla guerra: i bolscevichi e gli spartachisti, i soli capaci di mettere avanti l’unica alternativa realistica e realizzabile, la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile e la rivoluzione proletaria mondiale.
Scott
La prima parte di questo articolo [78] è stato pubblicato su Rivoluzione Internazionale n°161.
[1] Le manifestazioni di obbedienza dell’anarchismo si sono suddivise in direzione delle diverse frazioni della classe dominante: alcuni militanti, sedotti dalla Carta del Lavoro, pacifisti rassicurati dall’armistizio, collaborano al programma della Rivoluzione nazionale di Pétain e del governo di Vichy, come Louis Loréal, o si ritrovano in istituzioni ufficiali dello Stato francese come P. Besnard.
[2] Les Anarchistes espagnols et la Résistance, in l’Affranchi n°14, primavera 1997, su CNT-AIT.info.
[3] E. Sarboni, 1944: les Dossiers noirs d’une certaine Résistance, Perpignan, Ed. du CES, 1984.
[4] Les Anarchistes espagnols et la Résistance, in l’Affranchi n°14, primavera-estate 1997, su CNT-AIT.info.
[5] 1943-1945: Anarchist partisans in the Italian Resistance, su libcom.com, (traduzione nostra).
[6] idem
[7] Postfazione a Max Nettlau, Histoire de l’Anarchie, p.281.
[8] E. Sarboni, 1944: les Dossiers noirs d’une certaine Résistance, Perpignan, Ed. du CES, 1984.
[9] Pépito Rossell, Dans la Résistance, l’apport du mouvement libertaire.
[10] Le Monde diplomatique, agosto 2004.
[11] Sulla traiettoria della CNT rimandiamo alla nostra serie nella Revue internationale, ed in particolare gli articoli: “L’échec de l’anarchisme pour empêcher l’intégration de la CNT dans l’Etat bourgeois (1931-34) ; L’antifascisme, la voie de la trahison de la CNT (1934-36)”.
[12] D.A. de Santillan, in Solidaridad obrera, 16 avril 1937.
[13] D.A. de Santillan, in Solidaridad obrera, 21 avril 1937.
[14] Solidaridad obrera, 6 janvier 1937, citato da la Révolution prolétarienne n°238, gennaio 1937.
[15] Citato da P. Hempel, A bas la guerre, p.210.
[16] Vsevolod Mikhaïlovitch Eichenbaum detto Volin (1882-1945), membro del partito socialista rivoluzionario, durante la rivoluzione del 1905 partecipa alla fondazione del Soviet di San Pietroburgo. Imprigionato, evade e raggiunge la Francia nel 1907 dove diventa anarchico. Nel 1915, minacciato d’essere imprigionato dal governo francese per la sua opposizione alla guerra, fugge negli Stati Uniti. Nel 1917 ritorna in Russia dove milita fra gli anarcosindacalisti. Successivamente Volin entra in contatto con il movimento makhnovista e prende la testa della sezione cultura e istruzione dell’esercito insurrezionale, divenendo presidente del suo Consiglio militare insurrezionale nel 1919. Arrestato più volte, lascia la Russia dopo il 1920 e si rifugia in Germania. Tornato in Francia, redige, su richiesta della CNT spagnola, il suo giornale in lingua francese. Denuncia la politica di collaborazione di classe della CNT-FAI in Spagna. Nel 1940, è a Marsiglia dove termina la Rivoluzione sconosciuta. Le privazioni e le terribili condizioni materiali della clandestinità hanno ragione della sua salute. Muore di tubercolosi a Parigi nel 1945.
[17] Estratto dal volantino: A tutti i lavoratori del pensiero e delle braccia, 1943.
[18] Les Anarchistes et la résistance, CIRA.
Nonostante ciò noi disoccupati, precari, lavoratori del settore pubblico e di quello privato, esitiamo a entrare in lotta. La crisi economica colpisce senza distinzione tutta la classe operaia con una brutalità ed una ferocia che non si vedeva da decenni. Di fronte a questa situazione insostenibile, da qualche mese a questa parte, non c’è quasi nessuna reazione, visto che ci sono così pochi scioperi e lotte[1]. Perché?
E’ a questo quesito cruciale che risponde in gran parte la lettera pubblicata qui di seguito che ci è stata indirizzata da Al, un lettore della nostra stampa[2].
La lettera del lettore
Senza entrare nei dettagli, il capitalismo attraversa un’ennesima crisi economica […]. In tutti i paesi, le imprese e gli Stati hanno licenziato massicciamente. La disoccupazione è esplosa a livello mondiale. Le tasse e le imposte di tutti i tipi sono fortemente aumentati mentre gli aiuti sociali sono drasticamente diminuiti. Tutto ciò comporta, evidentemente, una degradazione importante ma anche molto rapida delle condizioni di vita degli operai a livello mondiale. […]
Oggi, io stesso e certamente un buon numero di operai si chiedono come mai non vi sia una risposta di massa da parte del proletariato mondiale di fronte all’importanza e alla profondità della crisi attuale e delle sue conseguenze sulla loro vita sociale. Cos’è che impedisce oggi agli operai di entrare in lotta? A parte la rivolta di dicembre 2008 e di gennaio 2009 in Grecia, la classe operaia non ha paradossalmente risposto al livello della granata di colpi ricevuti.
Bisogna dire che gli Stati, sostenuti dai giornali e dai vari analisi finanziari, ce la mettono tutta per far credere che, a partire da marzo 2009, sia ricominciata una ripresa dell’economia. In particolare all’ultimo G20 i rappresentanti di tutti i paesi si sono felicitati della riuscita dei loro reciproci piani di intervento sull’economia mondiale e sui mercati finanziari. Ma questa calma nella tempesta economica é solo temporanea, riguarda unicamente i mercati borsistici ed è prodotta dalle grandi banche, in particolare quelle americane come la Goldman Sachs, contribuendo così alla formazione di una nuova “bolla” borsistica e al suo relativo scoppio molto a breve termine. Invece l’economia reale continua a degradarsi fortemente. Questa euforia, accoppiata ad una campagna mediatica, certamente mantiene la confusione nella testa degli operai e contribuisce anche alla mancanza di prospettive. La seconda ragione rimonta ad una ventina di anni fa, cioè alla caduta del muro di Berlino, dello stalinismo, del “blocco dell’Est” e della famosa “morte del comunismo”. In effetti, semplicemente discutendo oggi con un certo numero di persone ci si rende conto che per loro il sistema che era in piedi in Russia, nei paesi dell’Est e nella Germania orientale era il comunismo, mentre invece era tutt’altra cosa. Io penso e mi rendo conto che la disinformazione e le menzogne proferite dalla classe sfruttatrice a proposito del comunismo hanno lasciato delle tracce e sono ancora purtroppo presenti nello spirito dei proletari. Oggi, molti operai pensano obiettivamente che questo sistema economico sia ormai agonizzante, ma semplicemente non sanno come rimpiazzarlo, perché sono stati martellati per anni, attraverso i mass-media, i giornali, i libri ma anche e soprattutto dalla cultura ricevuta che il comunismo é un sistema economico che non funziona e che conduce a dei regimi dittatoriali o, al meglio, che è solo un’utopia. Il che è una falsità, evidentemente, una delle più grandi menzogne dell’umanità. La terza ed ultima ragione è che la crisi non tocca tutti i salariati con la stessa intensità e allo stesso momento. Il che può spiegare come mai solo pochi operai intraprendono delle lotte disperate, perché isolate, mentre altri sono ancora nella fase di riflessione e di maturazione della loro coscienza.
Ecco dunque il mio contributo di risposta al quesito posto all’inizio, nella speranza che gli elementi apportati contribuiscano alla riflessione collettiva
La nostra risposta
Noi siamo d’accordo con ogni punto di questa lettera. Di fatto, la violenza con cui colpisce oggi la crisi economica ha, per il momento, un effetto allarmante e dunque paralizzante.
Come sottolinea il compagno Al., le ultime lotte di una certa ampiezza hanno avuto luogo in Grecia e nelle Antille tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Non è un caso se la situazione sociale si è calmata precisamente in questo momento, proprio quando la crisi ha cominciato a colpire più fortemente. In generale, e questo si è verificato frequentemente nel corso degli ultimi quaranta anni, i momenti di forte aumento della disoccupazione non sono teatro delle lotte più importanti. La classe operaia è infatti sottoposta, in questi momenti, ad un ricatto odioso ma efficace: “se voi non siete contenti, tanti altri operai sono pronti a rimpiazzarvi”. Inoltre, i padroni ed i governi si fanno scudo di un argomento “decisivo”: “Non è mica colpa nostra se la disoccupazione aumenta o se voi siete licenziati: è colpa della crisi”. Si sviluppa di conseguenza un sentimento d’impotenza. Gli operai non si trovano di fronte semplicemente un padrone malvagio ma un capitalismo internazionale in disfacimento. Ogni lotta è una rimessa in causa dell’intero sistema. Ogni lotta pone, fondamentalmente, la questione di un altro mondo. Per entrare in sciopero oggi occorre non soltanto avere il coraggio di affrontare le minacce di licenziamento e il ricatto padronale, ma anche e soprattutto credere che la classe operaia sia una forza capace di proporre qualche altra cosa. Non basta alla classe percepire che il capitalismo si trovi in una impasse per volgersi verso una prospettiva rivoluzionaria. Occorre ancora che abbia la convinzione che una tale prospettiva sia possibile. Ed è giustamente su questo terreno che la borghesia è riuscita a segnare dei punti in seguito al crollo dell’URSS, pretesa “patria del socialismo”. La classe dominante é riuscita a ficcare nella testa degli operai l’idea che la rivoluzione proletaria è una chimera, che il vecchio sogno del comunismo è morto con l’URSS[3]. Gli anni ‘90 sono stati fortemente segnati dall’impatto di questa propaganda. Per un decennio, le lotte sono state in forte ripiegamento. Anche se questo effetto relativo alla “morte del comunismo” ha cominciato leggermente a smorzarsi all’inizio degli anni 2000 e la nostra classe è tornata lentamente a riprendere il cammino della lotta, ne restano tuttavia ancora numerose tracce oggi. L’assimilazione dello stalinismo al comunismo, la mancanza di fiducia della classe operaia a costruire con la propria iniziativa un altro mondo, agiscono come dei catenacci.
Siamo dunque in un’impasse? Certamente no. La prospettiva è senza alcun dubbio verso delle lotte sempre più numerose ed importanti. Momentaneamente, la nostra classe è come se avesse preso un colpo in testa, come se fosse anestetizzata. Ma la crisi resta il terreno più fertile per lo sviluppo delle lotte. Nei mesi e negli anni a venire, la classe dominante cercherà di far pagare a tutti i lavoratori gli enormi deficit budgetari che si accumulano, i piani di salvataggio delle banche e di “rilancio” dell’economia. Prossimamente, particolarmente i pubblici dipendenti, saranno a loro volta presi di mira dagli attacchi e simultaneamente. Nella misura in cui la minaccia di licenziamento incombe meno gravosamente sulle loro spalle, essi avranno la responsabilità di lanciare l’offensiva e di trascinare a fianco a loro i lavoratori del settore privato, i precari, i disoccupati, i pensionati … S’imporrà allora l’idea che solo la lotta unita, di massa e solidale di tutti i settori uniti è in grado di frenare la brutalità degli attacchi. E’ attraverso questa lotta che la classe operaia acquisterà fiducia nella sua forza e nella sua capacità di fare un giorno la rivoluzione comunista mondiale, condizione dell’abolizione di ogni sfruttamento.
Pawel, 21 novembre
[1] A livello internazionale, tuttavia, ci sono degli scioperi che passano sotto silenzio per un black-out quasi totale da parte di tutti i mass-media.
[2] Non esitate voi stessi a reagire scrivendo alla nostra casella postale ([email protected] [83]) o per lettera (R.I., Casella Postale 469, 80100 Napoli).
[3] Vedi l’articolo in questo stesso numero che, a proposito della caduta del muro di Berlino, parla appunto di questa propaganda nauseabonda che assimila lo stalinismo al comunismo.
Ancora una volta, come abbiamo già visto in Medio Oriente, in Iraq, nella ex Iugoslavia e in tanti altri posti del mondo, è necessario riaffermare che le velleità imperialiste, quali che siano le loro scuse “pacifiste”, “democratiche” o “anti-terroristiche” con le quali si portano avanti, non fanno che suonare la carica di un aggravamento delle tensioni guerriere con il loro seguito di morti e di popolazioni spinte nel terrore ed in una miseria indicibile. Per dare un’idea del reale interesse portato - facciamo il caso della Francia - nei riguardi della popolazione civile afgana che avrebbe dovuto contribuire a “liberare” dal terrorismo, bisogna sapere che sono assegnati 200 milioni di euro all’esercito contro soltanto 11 milioni per l’aiuto alla popolazione civile. Globalmente questo “salvataggio” del popolo afgano, che muore lentamente, costa militarmente 3,6 miliardi di dollari al mese. A Kabul, per esempio, mentre i signori della droga sfrecciano su auto 4x4 al fianco dei degni rappresentanti della democrazia occidentale, circa 50.000 bambini lavorano per le strade a lavare automobili, lucidare scarpe, raccogliere carte, bambini che soffrono per fame, malattie, maltrattamenti, violenze e schiavismo.
Le condizioni di vita si aggravano in tutto il paese. Nel Nord-est del paese, nel Badakhshan, una delle regioni al centro del traffico dell’oppio, uno studio dell’OMS considera che vi sono 6.500 decessi materni ogni 100.000 nascite, che è la percentuale più alta registrata a livello mondiale. Il 75% dei neonati superstiti muore a sua volta per mancanza di alimentazione, di assistenza e per il freddo. In più, mediamente, una donna incinta ha una probabilità su otto di morire ed è verosimile che più della metà di queste ultime non raggiungano l’età di sedici anni. Di tutto questo la borghesia ci parla poco, contrariamente a tutto il battage sulle elezioni presidenziali afgane. Il presidente Karzai, pupillo della coalizione, eletto a forza di grossolani intrallazzi e criticato a labbra socchiuse dagli stessi dirigenti occidentali, padrino notorio della droga, è il simbolo del cinismo di questi ultimi: come ha detto Kouchner[1], Karzai è effettivamente completamente corrotto, ma è il nostro uomo!
Il fiasco afgano
Malgrado il fallimento totale della missione militare degli Stati Uniti e dei loro alleati in Afghanistan, questi non cambiano politica. Il Pentagono del resto chiede altri 40.000 uomini, proprio per “avvicinarsi alla popolazione civile e dimostrarle che le forze straniere sono venute per lei, per darle un avvenire sicuro”. In attesa di realizzare questa illusoria prospettiva che appare sempre più lontana, Obama persegue la stessa politica guerriera del suo predecessore, proprio con la stessa giustificazione: ridimensionare Al Qaeda. Ora, secondo la confessione del consigliere per la sicurezza nazionale di Obama al Congresso, James Jones, “La presenza di Al Qaeda è molto ridotta. La valutazione di massima è inferiore a 100 attivi nel paese, nessuna base, nessuna capacità di lanciare attacchi contro di noi o i nostri alleati”. Anche nel vicino Pakistan, i resti di Al Qaeda non sono quasi più visibili. Il Wall Street Journal segnala: “Cacciati dai droni[2] statunitensi, in preda a problemi di denaro e con crescenti difficoltà ad attirare i giovani arabi sulle montagne scure del Pakistan, Al Qaeda vede il suo ruolo rimpicciolire laggiù ed in Afghanistan, secondo i rapporti dell’Informazione e dei responsabili pakistani e statunitensi”.
Allora perché un tale accanimento visto che la minaccia che giustifica questa guerra non è più una realtà? Intanto perché gli alleati dell’America cominciano a scalciare sempre di più (lo stesso Sarkozy, benché non sia un pacifista, non vuole mandare un soldato di più) ed alcuni dichiarano apertamente che è una guerra persa in partenza. Il Primo ministro canadese, Stephen Harper, ha recentemente dichiarato alla CNN: “Noi non vinceremo questa guerra rimanendo semplicemente là. Non batteremo mai gli insorti”. La ragione principale per continuare quest’offensiva è in realtà il controllo strategico di questa regione che è vicina alla Cina, all’Iran e alla Russia, e ancora delle zone di importante traffico di materie prime, di una regione che guarda anche direttamente verso l’Africa. È dunque un obiettivo di primaria importanza per la prima potenza mondiale, i suoi alleati ed i suoi rivali. A tutti questi della sorte della popolazione e del suo benessere non importa proprio nulla, ma da tutti questi ci si può aspettare che progettino di restare ancora molto tempo, seminando sempre più desolazione e massacri.
Wilma, 21 novembre
Martedì 6 ottobre, al Cobo Center[1], nella città di Detroit, alcuni volontari aspettavano l’arrivo dei più poveri per distribuire loro 5000 formulari di domanda d’aiuto finanziario temporaneo (per il pagamento delle pigioni e fatture di servizi pubblici) e di aiuto per l’alloggio (per i senzatetto o quelli che lo diventano in assenza di questi aiuti)[2]. Già alla vigilia, erano stati ritirati circa 25000 di questi documenti presso i diversi servizi municipali. Ma, aprendo le porte, quel giorno i volontari non credevano ai loro occhi: ad aspettare fin dalle prime luci dell’alba non c’erano alcune centinaia di persone, tra le più povere dei quartieri, ma parecchie migliaia! Tra le 15000 e le 50000, secondo le varie stime! In effetti, all’annuncio di questa nuova distribuzione, dei senzatetto, disoccupati di lunga data, ma anche operai recentemente licenziati, lavoratori precari o minacciati da eventuali nuovi attacchi e membri della “classe media” (per esempio professori o impiegati) che stanno per cadere a loro volta nella povertà … in breve, la gran parte della classe operaia della regione si è ammassata nel freddo di prima mattina nella speranza di ottenere qualche briciola d’aiuto per non perdere il proprio alloggio, per mangiare o semplicemente per “reggere” ancora un poco. Lunghe code, dunque, serpeggiavano davanti all’entrata dell’edificio prolungandosi fin nella strada. Nessuno si aspettava una tale folla. I volontari, sbalorditi, sono stati presi letteralmente d’assalto. Le persone che hanno avuto la fortuna di ottenere un formulario si sono affrettate a compilarlo sul luogo a rischio di farselo rubare. Fotocopie (non riconosciute e dunque non valide) sono circolate per 20 dollari ognuna. Per limitare questa truffa ed evitare disordini, gli stessi volontari si sono messi infine a distribuire delle fotocopie, senza avere tuttavia la garanzia che sarebbero state considerate valide dall’amministrazione.
Negli Stati Uniti, la crisi economica colpisce con una brutalità estrema e nessun settore della classe operaia viene risparmiato. Come viene espresso dal vigile del fuoco Dan McNamara, l’assalto di questa folla disperata “è completamente rappresentativo delle difficoltà della classe media in America”[3]. Tony Johnson, disoccupato da tre anni, presente fin dalle 5 di mattina, esprime così la sua collera: “non c'è tranquillità perché non c’è lavoro. Tutti sono alla ricerca di un extra, di un colpo di mano. Non mi contano tra i disoccupati perché non ho sussidio. E’ come se non esistessi proprio. Ma invece esisto. Guardate intorno a voi. Ci sono migliaia... milioni in queste condizioni”[4].
Malgrado tutte le falsificazioni ed i vari “artifici statistici”, la borghesia americana non può più mascherare l’impoverimento palese di tutta la popolazione. Il tasso di disoccupazione è passato dal 4,7% di settembre 2007 al 9,8% di settembre scorso, cifra record dal 1983. E’ dunque raddoppiato in soli due anni![5]
In Europa, siamo soliti dire che gli Stati Uniti sono sempre in anticipo di alcuni anni, che mostrano in qualche modo la strada e che indicano l’avvenire. La classe operaia del mondo intero sa dunque che cosa l’aspetta!
Detto ciò, c’è da credere che la crisi e la miseria attraversano le frontiere più velocemente della moda. In Spagna, il tasso di disoccupazione si è innalzato al 13,9% nel quarto trimestre del 2008, con più di 3,3 milioni di disoccupati. È record nell’Unione Europea e la maggior parte degli analisti ritengono che questa cifra potrebbe raggiungere il 19% nel 2010 (con oltre 4 milioni di disoccupati)[6]! In quanto all’Irlanda, soprannominata la “Tigre celtica” in seguito ai suoi “exploit economici” dell’inizio degli anni 2000 (ancora due anni fa, questa isola batteva dei record con il 5,1% di crescita e “soltanto” il 4,4% di disoccupati), prossimamente il suo tasso di disoccupazione dovrebbe raggiungere il 15 %![7]
La borghesia può anche servirci in tutte le salse le sue grossolane menzogne sulla “ripresa”, “la fine della crisi”, la “fine del tunnel” … Ma la realtà è quella che provano sulla loro pelle i lavoratori, i precari ed i disoccupati del mondo intero: la degradazione terribile delle condizioni di vita. Il capitalismo non può che generare sempre più miseria, esso è diventato un sistema definitivamente decadente che bisogna abbattere
Lisa, 22 ottobre
[1] Centro di esposizione e di conferenze della città.
[2] La città di Detroit ha difatti ripartito l’aiuto federale percepito in funzione dei programmi di Prevenzione dei senzatetto e di Rialloggiamento Rapido, (circa 15,2 milioni di dollari).
[3] Per classe media, bisogna intendere quella parte della classe operaia che aveva un impiego stabile.
[4] Le citazioni e gli elementi di questo articolo sono stati estratti dal sito www.contreinfo.info [85] dove è disponibile anche un video.
[5] Fonte: www.romandie.com/infos/news/200910221854040AWP.asp [86].
In queste ultime settimane tutti i mezzi di comunicazione hanno trattato a lungo e in largo e soprattutto di traverso del ventennale della caduta del muro di Berlino. Trasmissioni speciali e documentari storici, dibattiti televisivi, serie di articoli nei giornali e nei settimanali, nessuno di noi ha potuto evitare questo enorme battage. Perché?
La più grande menzogna della storia
Lo scopo era quello di fare entrare nella testa di ogni operaio e dei suoi figli, con le buone o le cattive, la più grande menzogna della storia. A voler credere tutti questi scribacchini e giornalisti prezzolati, il 9 novembre 1989 sarebbe caduto un regime … comunista.
Quasi ad ogni frase o ad ogni rigo, in mezzo alle descrizioni dell'orrore ben reale dei regimi staliniani (l'assenza totale di libertà, la violenza del potere e gli assassinii della sua polizia politica – come la Stasi - la povertà, la ferocità dello sfruttamento …), è stata ripetuta, martellata, la parola “comunismo”. In un articolo del 2 novembre dal titolo inequivocabile “Comunismo: le ferite dietro il muro”, il giornale Le Monde scriveva così: “Uomini e donne trasportati dall’emozione, chi ride e chi piange; colpi di pala e di martello, mani che afferrano qualche frammento. La caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, appare fra le più importanti date della storia europea. Due anni prima della scomparsa dell’URSS, un primo colpo fatale era stato dato all’impero comunista”. Potremmo citare ancora centinaia di passaggi dello stesso tono in tutti i grandi giornali. Per esempio, Le Figaro datato 9 novembre mostrava questo titolo in prima pagina: “La morte del comunismo”. Ed ecco un ultimo esempio: “gli eventi della fine del 1989 erano il segnale della fine del periodo aperto dalla rivoluzione russa e dalla grande ondata rivoluzionaria che aveva scosso il mondo capitalista dopo la Prima Guerra mondiale”. E questa volta non è Le Monde, Liberation o Le Figaro ma l’NPA di Besancenot che apporta così il suo piccolo contributo a questa grande menzogna[1].
Ciò detto, i più attenti avranno notato una sfumatura, una piccola voce apparentemente divergente in mezzo a tutta questa propaganda. I mass media, sempre attenti a mettere in mostra la vetrina democratica, hanno concesso diritto di parola “agli ostalgici”, cioè quelle persone dell’Est (ost in tedesco) che sono nostalgici, che rimpiangono i tempi della RDT (Germania dell’est). Ma, a ben guardare da vicino, quello che ci viene propinata qui è sempre la stessa paccottiglia adulterata. Certamente, c’è un’opinione diversa su come gli operai vivevano sotto il stalinismo, ma la cosa più importante è che questo regime è sempre e ancora assimilato al comunismo!
Bisogna essere chiari: lo stalinismo è stato senza alcun dubbio un regime disumano e sanguinario, ma non ha nulla a che vedere con il comunismo. Ne é addirittura l’antitesi! Lo stalinismo è stato infatti il becchino della Rivoluzione russa. Negli anni 1920 e 1930, esso ha schiacciato fisicamente ed ideologicamente il proletariato. L’arrivo dello stalinismo segna il trionfo della controrivoluzione e della borghesia. In URSS e dunque nella RDT, non vi è stata ombra di comunismo. Ciò che è dunque crollato il 9 novembre 1989 non è la società senza classi sognata da sempre dagli oppressi ma al contrario una forma particolarmente brutale di capitalismo di Stato[2].
La borghesia è stata tuttavia capace finora di convincere il proletariato mondiale del contrario. Come? Utilizzando quel metodo di propaganda descritto da Joseph Goebbels (il ministro della propaganda sotto Hitler): “Una menzogna ripetuta mille volte resta una menzogna, una menzogna ripetuta un milione di volte diventa una verità”. È dunque un milione di volte che la borghesia ha ripetuto e ripetuto ancora che lo stalinismo era uguale al comunismo, che questo regime barbaro era il regime della classe operaia e che infine la caduta del muro di Berlino ed il crollo dell'URSS erano la conclusione inesorabile della rivoluzione operaia del 1917.
Così facendo, la classe dominante è riuscita realmente ad avvelenare la coscienza operaia. Negli anni 1990, e nel mondo intero, la combattività della nostra classe si è fortemente ridotta. Perché lottare, infatti, se nessun altro mondo è possibile oltre il capitalismo? Perché lottare se la lotta operaia conduce inevitabilmente all’orrore dello stalinismo? Quest’assenza di prospettiva ha fortemente pesato sulla classe operaia durante gli anni 1990 e continua ad essere un freno importante alle lotte di oggi. Con la sua propaganda intensa per celebrare i venti anni della caduta del muro di Berlino, la borghesia batte dove fa male; agita con sadico piacere il coltello nella piaga.
Non è il comunismo, ma il capitalismo che non ha futuro
Tuttavia, la propaganda attuale non è la copia esatta di quella degli anni 1990. L’assimilazione fraudolenta dello stalinismo al comunismo è identica, lo abbiamo visto. Ma venti anni fa, questo messaggio era accompagnato da un altro: “Il comunismo è morto. Viva il capitalismo!”. Due anni dopo la caduta del muro, il 6 marzo 1991, George Bush padre, presidente degli Stati Uniti d’America, osava anche annunciare l’arrivo “di un mondo dove le Nazioni Unite, liberate dal’impasse della guerra fredda, sono in grado di realizzare la visione storica dei loro fondatori. Un mondo nel quale la libertà ed i diritti dell'uomo sono rispettati da tutte le nazioni”. Una nuova era di pace e di prosperità doveva aprirsi.
Oggi, ovviamente, il discorso ufficiale ha dovuto, per lo meno, adattarsi. La guerra decima popolazioni intere. Il pianeta viene lentamente distrutto. La crisi economica spinge nella miseria più totale e nella carestia centinaia di milioni di persone … Dove sta dunque la famosa vittoria storica del capitalismo? Tutte le belle promesse di un futuro radioso vanno nella pattumiera! Ciò che resta, è la vittoria della “libertà d’espressione” o, per riprendere una espressione di Coluche[3], il “chiudi la bocca” della dittatura è stato trionfalmente sostituito da il “parla pure, tanto è lo stesso” della democrazia.
Venti anni fa, un pezzo intero di capitalismo completamente sfiancato è crollato con il muro di Berlino. Oggi, il resto del mondo segue la stessa scia perdendo un po’ alla volta un pezzo dietro l’altro. Che agisca sotto la maschera di un regime totalitario o di uno Stato democratico, il capitalismo continuerà ad infliggere all’umanità sempre più miseria e guerre. Ma il proletariato è capace di costruire con le sue mani un altro mondo, una società senza classi e senza sfruttamento, una società basata non sul profitto ma sullo sviluppo del benessere per tutti. Per questo occorre respingere l’assimilazione del comunismo con lo stalinismo; occorre che la nostra classe riprenda fiducia in sé stessa ed in questo mondo che solo lei è capace di costruire!
Tibo, 13 novembre
[1] Fonte: “Chute du mur : le début d’une nouvelle période…”.
[2] Non potendo, nel quadro di questo articolo, sviluppare le ragioni della vittoria della controrivoluzione staliniana, rinviamo ai numerosi articoli della nostra stampa su questo tema, e particolarmente a quello più recente: “Il y a 20 ans : la chute du mur de Berlin [89]”.
[3] Coluche, attore e comico francese divenuto celebre per le sue battute e il suo atteggiamento irriverente verso la politica e il governo e morto nel 1986.
Nonostante i discorsi incessanti sulla “fine della recessione”, tutti gli indici economici ci dicono che il capitalismo è nella sua crisi più profonda e che non c’è in vista nessuna via d’uscita dal tunnel. Dinanzi a profitti in ribasso e ad una concorrenza selvaggia nei mercati, la classe dominante ha una sola risposta: far pagare questa crisi agli sfruttati, ai reali produttori di ricchezza, con licenziamenti, congelamento dei salari, condizioni di lavoro “modernizzate” (cioè farci lavorare di più per guadagnare di meno) e delle riduzioni massicce del salario sociale con tagli nei servizi pubblici. Conservatori, laburisti, liberal-democratici e gli altri sono tutti d’accordo sulla necessità di fare tagli nel settore pubblico - la loro sola preoccupazione riguarda come farli e come farli passare.
Per la stragrande maggioranza di noi ci può essere una sola risposta: resistere a questi attacchi alle nostre condizioni di vita che non ci portano verso un prospero futuro, ma ancora più impoverimento e miseria. E il segnale è che gli operai iniziano a resistere in tutto il mondo, dagli scioperi in massa in Egitto, a Dubaï e nel Bangladesh, alle lotte degli operai, dei disoccupati e degli studenti che si organizzando in assemblee generali in Francia, in Spagna ed in Grecia, passando per lo spiegamento di scioperi e sommosse degli agricoltori in Sudafrica. E anche in Gran Bretagna ci sono gli stessi segnali: con gli scioperi selvaggi nelle raffinerie di petrolio dello scorso inverno, dove gli operai hanno esteso la lotta sfidando le leggi anti-sciopero ed hanno iniziato a librarsi delle idee nazionalistiche che all’inizio avevano distorto il senso dello sciopero; con le occupazioni a Visteon e Vestas, che hanno avuto un ampio sostegno all’interno della classe operaia. E proprio adesso ci sono lotte che covano o che scoppiano in numerosi settori. Gli spazzini di Leeds, gli autisti d’autobus dell’Essex del Yorkshire e del Nord-est, tutti confrontati a riduzioni dei salari, i vigili del fuoco che manifestano contro le nuove turnazioni, gli operai della metropolitana e della British Airways che votano per lo sciopero, e naturalmente, gli operai delle poste.
L’attacco agli operai delle poste
Fra tutti gli scioperi recenti, la lotta alla Royal Mail ha polarizzato l’attenzione di politici e mass media. Al governo, il segretario all’economia, Peter Mandelson, ha espresso la sua “grande rabbia” verso questi scioperi, mentre Cameron, capo del partito conservatore, accusava il governo di Brown di essere troppo tenero con gli impiegati della posta. Il padronato della Royal Mail ha fatto la provocazione di assumere migliaia di lavoratori occasionali durante gli scioperi. La stampa e la televisione hanno organizzato tutta una campagna intorno alla presunta natura suicida degli scioperi ed ai danni che questi causavano all’economia nazionale, arrivando a dire che questi scioperi mettevano in pericolo delle vite umane nella misura in cui i vaccini contro l’influenza A dovevano essere spediti per posta.
Questa focalizzazione non è un caso. La borghesia è perfettamente cosciente che esiste un’enorme spinta di malcontento nella classe operaia. Sa che, quando inizierà ad accelerare la nuova serie di tagli netti imposti dalla crisi economica, questo malcontento potrà soltanto crescere, soprattutto nel settore pubblico che è il più grande datore di lavoro del paese. E sa che gli operai delle poste hanno una reputazione di combattività ed auto-organizzazione. In particolare sono fedeli alla consolidata tradizione di ignorare le leggi anti-sciopero e di decidere di fare sciopero in assemblee generali, senza aspettare che i sindacati organizzino le votazioni. E’ per questo che adesso lo Stato ed i padroni prendono gli impiegati delle poste come capri-espiatori. Vogliono indebolirli prima di doversi occupare di altri settori - isolarli, schiacciarli, ed poi sottometterli, per tentare di dimostrare al resto della classe operaia che battersi per la difesa delle proprie condizioni di vita può portare solo alla sconfitta.
I sindacati rafforzano l’isolamento
Ora c’è il pericolo che i lavoratori delle poste siano isolati – specialmente perché i sindacati stanno rafforzano quest’isolamento. Quando il capo del sindacato CWU, Bill Hayes, ha detto che lui si trovava in una posizione migliore rispetto a Scargill1 nel 1984, ha rafforzato di fatto un’illusione che portò direttamente alla sconfitta dei minatori all’epoca: l’idea secondo la quale se ci si batte abbastanza a lungo e duramente in un solo settore, si può respingere un attacco concertato contro l’insieme della classe operaia.
E’ vero esattamente il contrario: più si lotta nel proprio angolo, più si è votati ad essere sconfitti e demoliti. Più i nostri dirigenti sentono il pericolo di lotte che si estendono all’interno della classe operaia, più sono pronti ad arretrare e fare concessioni.
In ogni settore, i sindacati fanno come se ogni lotta fosse confrontata ad un problema diverso, i cui interessi sarebbero separati del resto, riservati solo a chi ne fa parte. Nelle poste, la CWU - che si era dichiarata d’accordo con l’essenziale del progetto di “modernizzazione” dei servizi postali alla fine dello sciopero del 2007 - presenta le cose come se il problema fosse quello della “consultazione” e dei piani particolarmente “diabolici” della direzione della Royal Mail. In realtà, la direzione della Royal Mail, come tutte le direzioni, fa soltanto il suo lavoro per la classe capitalista e lo Stato che la protegge. Altrove, i sindacati dei trasporti, dei vigili del fuoco ed altri fanno votare i loro membri sulle proprie dispute particolari con la direzione e preparano scioperi da tenere strettamente inquadrati nella cornice sindacale e che non abbiano legami con le altre lotte, anche quando queste hanno luogo nello stesso momento.
Come superare l’isolamento sindacale?
Il problema non è scegliere tra lottare o non lottare. Il problema è come lottare. Abbiamo bisogno della massima unità di fronte all’attacco unito della classe dominante. Ma proprio per questo, non possiamo metterci nelle mani dei sindacati che sono i poliziotti incaricati di far rispettare le leggi dei padroni e che dividono la classe operaia in mille settori e categorie.
Al contrario, abbiamo bisogno di seguire l’esempio degli operai delle poste e delle loro lotte passate, di quelle degli operai delle raffinerie di petrolio dello scorso inverno, ignorando le leggi anti-sciopero e facendo delle assemblee generali dei luoghi dove vengono prese le reali decisioni (come continuare lo sciopero o tornare al lavoro), e dove le delegazioni o i comitati sono eletti e responsabili dinanzi all’assemblea generale. Abbiamo bisogno di assemblee generali come centri di dibattito e discussioni, dove operai di altri settori possano venire, non soltanto per portare il loro sostegno, ma anche per discutere di come estendere lo sciopero.
Lo stesso è per i picchetti e le manifestazioni: devono essere aperti a tutti i lavoratori – occupati, disoccupati, a tempo pieno o ad orario ridotto, ed indipendentemente dal fatto se sono iscritti o no ad un sindacato - e provare ad attirare molti settori diversi verso un fronte comune.
Anche se all’inizio sono soltanto piccoli gruppi di lavoratori che vedono questa necessità di auto-organizzazione e di unità di classe, questi gruppi possono fare il legame gli uni con gli altri e provare a diffondere le loro idee quanto più estesamente possibile.
Il futuro è nelle nostre mani!
World Revolution, sezione in Gran Bretagna della CCI (26 ottobre 2009)
1. Scargill era il capo del sindacato dei minatori che, insieme a Margareth Thatcher, fu l’artefice della sconfitta di questo settore molto combattivo. Sconfitta che servì “da esempio” per tutta la classe operaia in Gran Bretagna ma anche a livello internazionale (vedi i vari articoli che trattano quest’argomento nel nostro sito Internet in inglese ed altre lingue).
Nell’articolo “Perché tanti attacchi e così poche lotte?”, pubblicato in questo stesso numero del giornale, affermiamo che “la violenza con cui colpisce oggi la crisi economica ha, per il momento, un effetto allarmante e dunque paralizzante” sulla classe operaia. Ma questo non significa che non ci siano lotte. Anzi negli ultimi mesi sembrerebbe di assistere ad una certa ripresa della lotta di classe in Italia. Si sente di manifestazioni, occupazioni e di lotte operaie anche ai telegiornali locali e qualche volta nazionali. Oltre ai precari della scuola, di cui abbiamo parlato in un articolo sul web[1] e alla “lotta simbolo” della INNSE, rispetto alla quale abbiamo messo in evidenza la capacità dei padroni di utilizzare le debolezze dei lavoratori per creare delle false piste su cui lottare[2], nuove lotte (ma a volte portate avanti da mesi) hanno avuto la gloria dei mezzi di comunicazione. Tra queste principalmente tre: Alcoa, ex-Eutelia e Termini Imerese.
Come mai i mass-media si danno tanta pena a parlare delle lotte operaie? Il motivo è fin troppo ovvio: contrariamente alle asinate della borghesia sulla fine della lotta di classe e finanche sulla scomparsa della classe operaia, oggi come oggi la classe operaia, ovvero l’insieme di persone che, al lavoro o disoccupate, vedono la loro sopravvivenza legata al rapporto di vendita delle proprie prestazioni lavorative nei confronti di un datore di lavoro, sta passando dei bruttissimi quarti d’ora e non sa più come sbarcare il lunario. Se dunque la borghesia parla di certe lotte è per metterne avanti gli aspetti di fragilità che, nella propaganda borghese, diventano invece elementi di forza, in modo da trasmettere delle false lezioni a tutta la classe operaia. In questo sporco gioco, come vedremo, un ruolo centrale viene svolto proprio da quelle forze che si presentano come i difensori degli interessi proletari, i sindacati e i “partiti di sinistra”.
Anzitutto non si fa che ripetere dappertutto che la INNSE ha vinto e che perciò bisogna diffondere ovunque il suo metodo. E non è un caso che occupazioni di fabbriche, minacce di suicidio di operai appostati su tetti e torri industriali si ripetano in tutta Italia, favorendo un isolamento delle lotte che certamente non aiuta a risolvere le cose. Ma alla INNSE nuove “lotte simbolo” mediatizzate dalla borghesia si aggiungono a quest’opera di dirottamento della lotta di classe, nonostante ancora una volta il coraggio, la combattività e la determinazione degli operai che si stanno battendo a volte da mesi e mesi senza stipendio.
L’Alcoa di Portovesme
All’Alcoa di Portovesme in Sardegna, fabbrica di alluminio che copre insieme all’altro stabilimento di proprietà di Fusina di Venezia il 18% della produzione nazionale, più di 2000 operai rischiano il posto di lavoro. Il motivo è che “i padroni americani dell’Alcoa Italia di fronte alla decisione dell’UE di fargli pagare una penale per aver usufruito di tariffe agevolate dell’Enel nella fornitura di energia elettrica e quindi di aiuti pubblici indebiti, hanno minacciato semplicemente di chiudere tutti gli stabilimenti”[3]. Qual è stata la politica dei sindacati in questa situazione? Prendersela con l’Alcoa e con le forze governative? Certo, ma solo a parole, perché poi, in occasione della manifestazione del 26 novembre a Roma il corteo si apriva con uno striscione su cui era scritto “energia e basta”, cioè risolvere ancora una volta le cose ai padroni sulle spalle della collettività. Quale è stata la conclusione della lotta? Che alla fine la minaccia della cassa integrazione è stata ritirata in cambio di tariffe elettriche agevolate, ma a “norma europea”! Insomma i poveri operai sono stati letteralmente usati in uno sporco gioco delle parti in cui chi ci ha guadagnato è il padrone da una parte e i vari sindacalisti dall’altra. Quest’ultimi in particolare hanno avuto modo di occupare il terreno mostrandosi “radicali”, qualcuno facendosi pure picchiare dalla polizia, mentre finanche un Cappellacci, governatore di centrodestra della Sardegna, assieme ad una sfilza di sindaci multicolori, si è potuto concedere il lusso di fare da sponsor della manifestazione di lotta.
Le lotte degli operai ex Eutelia
Per quanto riguarda le lotte dei dipendenti della ex-Eutelia, sembra esserci sotto qualcosa di addirittura più grosso: “A giugno di quest’anno Eutelia ha ceduto le sue attività industriali in ambito informatico ad Omega Spa che, per la cifra di 96mila euro ha acquisito un volume d’affari di 120 milioni di euro, ordini per 130 milioni e circa 2mila dipendenti, oltre a una rete in fibra ottica di circa 13mila km che naturalmente fa gola a molti, a Berlusconi in primis nell’ottica degli affari collegati al mercato televisivo e delle comunicazioni in generale”[4]. Che l’operazione abbia tutto il sapore di una semplice speculazione lo si vede dal fatto che, dopo solo quattro mesi, Omega licenzia 1200 lavoratori. Da qui è partita la protesta che ha portato prima alla occupazione della sede di Roma, il 28 ottobre, e poi tutte le altre “Pregnana Milanese, Ivrea, Bari, con i lavoratori di Napoli che, non avendo fisicamente una sede da occupare, rinforzano i presìdi delle altre città, particolarmente quello di Roma”[5].
Ma proprio queste occupazioni hanno creato un casus belli su cui si sta ancora a discutere e che è servito alla borghesia per creare divisioni all’interno della classe operaia. Infatti i locali dell’Omega di Roma che sono stati occupati sono in parte in comune con quelli della Eutelia che mantiene una propria attività, motivo per cui i lavoratori di quest’ultima azienda, pur solidarizzando con i primi, non riescono ad andare a lavorare perché anche la loro sede risulta occupata. L’altro fatto di una certa rilevanza è il tentativo da parte proprio dei vertici Eutelia di sgombrare i locali tramite l’inganno e la forza, ovvero tramite l’uso di una squadra di guardie giurate che si sono però presentate come uomini della polizia. Al di là della beffa subita da questi ultimi, fermati nella loro ribalderia proprio dall’intervento - mai così sollecito - della vera polizia, è sintomatico che i mass media abbiano ancora una volta dato risalto a questo episodio. Infatti l’attenzione si è presto spostata sull’inettitudine degli imprenditori e sulla loro responsabilità personale nello sviluppo della crisi, come testimoniano questi interventi in due diversi blog: “Se lo Stato controllasse che le regole vengano rispettate e impedisse le truffe di questi imprenditori spericolati e privi di scrupoli nessun lavoratore si sognerebbe mai di occupare e protestare in questo modo”.[6] “Non c'è un modo per togliere questa azienda ai Landi a darla a dei veri imprenditori???”[7]
E a Termini Imerese
Per quanto riguarda la Fiat di Termini Imerese, dopo tutti gli incentivi alla rottamazione di vecchie auto e tutte le condizioni di favore estremo concesse alla Fiat per creare lo stesso impianto siciliano, l’a.d. Marchionne ha comunicato che il piano aziendale prevede di fermare dal 2011 la produzione automobilistica nell’impianto siciliano. La Lancia Y, di cui l’impianto siciliano aveva finora sfornato 4 milioni di esemplari, sarà infatti prodotta in una versione aggiornata in Polonia, dove la forza lavoro costa meno della metà. Di fronte a questa posizione aziendale, che resta tuttora irremovibile, il leader dei metalmeccanici della Cgil a Termini Imerese, Roberto Mastrosimone, propone lo sciopero generale in Sicilia affermando: “Non possiamo caricare tutto il peso di questa situazione sulle spalle degli operai. Serve una mobilitazione generale, col coinvolgimento di sindacati, industriali, commercianti, amministrazioni locali, studenti e la Chiesa”[8]. Mettendo assieme questa accozzaglia di ceti sociali, il sindacato cerca così di disperdere completamente qualunque velleità della classe di fare riferimento ai suoi fratelli di classe di altri settori. Ma, rimanendo sul piano della difesa dello specifico impianto è chiaro che lo sbocco più probabile è che si arrivi ad una guerra tra poveri: chiudere Pomigliano o Termini Imerese? E’ chiaro ad esempio che la promessa della regione Sicilia di mettere a disposizione della FIAT un finanziamento di 250 milioni di euro costituisce una pressione su Marchionne rispetto alla decisione di quale impianto chiudere, con la conseguente diffusione dell’illusione tra gli operai che basti affidarsi al santo buono per ricevere la grazia di turno. D’altra parte non è difficile capire questo amore per la classe operaia da parte di una serie di personaggi istituzionali di destra, tra cui lo stesso presidente della Regione Sicilia Lombardo: uno stabilimento FIAT con il suo indotto fa un’enorme differenza in territori caratterizzati da una arretratezza economica storica.
Per concludere …
Qual è il minimo comune denominatore della strategia della borghesia nel presentare e nel cercare di orientare queste lotte? Quello di suggerire che, nella misura in cui non è possibile altra soluzione se non nell’ambito di questo sistema, occorre cercare tale soluzione in quello che offre la situazione nell’immediato, senza pensare a costruire per il futuro e fantasticare a vuoto … Questo alimenta naturalmente l’isolamento delle lotte perché si ritiene, a torto, che sia più facile spuntarla in una singola situazione portando avanti una lotta ad oltranza con occupazioni, atti eroici, ecc. piuttosto che raccogliendo un fronte di lotta ampio e unito di fronte al padrone. Ciò giustifica anche il fatto che gli operai in questo momento sembrano dare una certa fiducia ai sindacati e perfino a personaggi istituzionali di destra (Cappellacci, Lombardo, …) oltre che di sinistra, quando si fanno vedere. Ma dagli elementi riportati si vede pure come i capitalisti in questo momento stanno portando avanti una politica che mostra fino in fondo come, in questa fase storica, non ci possa essere alcuna mediazione tra lavoro e capitale. Quando Marchionne decide di traslocare la produzione della lancia Y in Polonia fa un puro calcolo di convenienza economica che è ineccepibile e rispetto al quale nessun governo del mondo gli potrà mai dare torto. Quando l’Alcoa Italia bussa a soldi per le tariffe elettriche o quando l’Eutelia vende i rami secchi per lucrare sulla parte sana dell’azienda e non avere lei il fastidio di licenziare 2000 operai, anche questo rientra nel “normale” comportamento del capitalismo che, di fronte alla necessità di realizzare profitti, non guarda in faccia a nessuno. Allora a che servono tutti questi politici verso cui ci spingono i sindacati se non ad annacquare le lotte?
Ma se tutto questo è vero, questo è solo quello che i media ci vogliono mostrare. Quello che resta coperto è tutto il resto, che è un formicolio di iniziative, di discussioni, di lente ma inesorabili prese di coscienza. Se non ci fosse questa situazione, la borghesia neanche si sognerebbe di alimentare tanta caciara sulle lotte. E invece no. Anche perché le difficoltà economiche ormai coinvolgono oggi anche quelle famiglie di lavoratori che una volta, con un paio di stipendi, vivevano leggermente al di sopra dello strettamente necessario o anche figure qualificate e laureate di lavoratori. Non è un caso che molti lavoratori ex Eutelia siano ingegneri o informatici, che ci sia tra gli altri una ricercatrice chimica che fa anche lei il turno sulla torre del petrolchimico[9], che ci sia una lotta anche dei ricercatori dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale[10] oltre ai precari della scuola di cui abbiamo parlato in un precedente articolo.
Un altro aspetto interessante sta nel fatto che, sebbene oggi venga a mancare il luogo della fabbrica come punto di incontro e di discussione dei lavoratori, questi abbiano trovato nella rete internet una parziale alternativa. E’ veramente sorprendente addentrarsi in uno di questi blog e leggere di prima mano tutte le sofferenze dei lavoratori, tutte le loro paure e debolezze, ma anche tutta la vivacità e la forza del confronto, del dibattito. Tra l’altro, se i lavoratori hanno perso la fabbrica, internet ha dato loro la possibilità di aprirsi a tutti gli altri lavoratori e proletari del mondo. E’ questo lato ancora buio e nascosto della classe operaia che deve emergere allo scoperto e fare esplicitamente i conti con l’incapacità del capitalismo di dare una risposta seria ai problemi non solo della classe operaia ma di tutta l’umanità. E’ di fronte a questa constatazione, per quanto si sia fatto affidamento in passato su Bossi o Berlusconi, su Bersani o su Ferrero, che la coscienza di classe sarà chiamata a fare un salto di qualità e a cercare una prospettiva sociale vera.
Ezechiele 8 dicembre 2009
[1] Vedi Solidarietà con la lotta dei precari della scuola [92] in ICConline del 2009.
[2] Di cui pure abbiamo parlato nell’articolo: Solo una lotta unita e solidale consente di resistere agli attacchi [93] in Rivoluzione Internazionale n°162.
[3] Vedi www.cpogramigna.org/?p=520 [94]
[4] Vedi www.marxismo.net/content/view/3565/190 [95]. Uno sviluppo più articolato lo si può avere scaricando i seguenti video: www.youtube.com/watch?v=qeIw76fhs58 [96], www.youtube.com/watch?v=SrYe-pYewJ0 [97], www.youtube.com/watch?v=69GBNWa6gWI&feature=player_embedded [98].
[10] ISPRA, https://precariispra.blogspot.com/ [102].
"Il 5 dicembre sarà un giorno speciale per l'Italia, si terrà probabilmente la più grande manifestazione della storia italiana nata completamente dal basso tramite internet.” Così scriveva qualcuno sul proprio blog su internet a proposito del “No Berlusconi Day”.
Ma come é nato il No Berlusconi Day [103]?
“È nato su Facebook il 9 ottobre 2009 per iniziativa di alcuni blogger (San Precario [104], Franca Corradini, Giuseppe Grisorio [105], Freek, Tony Troja) con l'apertura di una pagina, chiamata "Una manifestazione nazionale per chiedere le dimissioni di Berlusconi [106]. In particolare San Precario ci ha chiamati a raccolta e ha ricevuto immediatamente la nostra adesione entusiasta e convinta. Il numero di fan é aumentato rapidamente da quando i media hanno iniziato ad occuparsi di noi e da quando sono arrivate le prime firme eccellenti, tra cui quelle di Ferdinando Imposimato, Antonio Di Pietro, Paolo Ferrero e Beppe Grillo.”
L’obiettivo principale, ed unico si direbbe, di questo movimento nato dal basso e alimentato dall’alto (dalle firme eccellenti come si dice sopra e da testate come la Repubblica [107] e il Fatto Quotidiano [108]) è fare in modo che Berlusconi si dimetta dall’incarico di Presidente del Consiglio. Da molti mesi i giornali e le televisioni di mezzo mondo non fanno che riportare notizie sulla vita di questo personaggio, sulle sue prodezze a letto con donne reclutate da suoi amici, sui suoi processi di corruzione, sui suoi rapporti con la mafia (ultimo in ordine di tempo). Tutti mettono in risalto l’inadeguatezza di questo personaggio politico per la carica che ricopre, per le sue affermazioni, per i suoi comportamenti. D’altra parte questa campagna, di cui abbiamo parlato nello scorso numero del giornale, ha fatto lievitare una grande voglia di mandare Berlusconi a casa.
Si è vista infatti nei manifestanti, nella gran massa di partecipanti, una grande voglia di cambiare le cose, una rabbia verso tutte le ingiustizie che questa società produce e una profonda indignazione per gli abusi di potere che diventano sempre più ordinaria amministrazione. Ma, se non si arriva a comprendere l’origine di tutto ciò, il rischio è che il malcontento venga diligentemente dirottato dai grandi manovratori della borghesia e del suo Stato verso una sterile lotta contro un singolo personaggio - il più ricco della nazione! - che racchiude in sé tutte le miserie della società borghese. Ma c’è da chiedersi, combattere Berlusconi per proporre cosa in alternativa? Forse che un governo di centro-destra Fini, sebbene più composto nei toni, può darci maggiori rassicurazioni sul piano del posto di lavoro, dei TFR, della sicurezza sociale, di un futuro migliore o nella sostanza non cambia niente? E quand’anche fosse possibile, un governo un po’ più spostato verso il centro potrebbe cambiare qualche cosa? Noi pensiamo di no e per un motivo preciso. In realtà, se oggi al governo c’è Berlusconi, non è certo un caso. Berlusconi non è un uomo uscito dal cilindro, un uomo qualunque, ma qualcuno che è ormai presente sulla scena economica e politica da anni e anni. La classe sociale che prima gli ha dato paglia e fieno nella sua scalata al mondo dei media e del potere economico e poi gli ha aperto le porte del potere politico non lo sapeva? Certo che lo sapeva! Ma lo ha scelto perché non aveva alternative. Anni fa la borghesia è riuscita con l’operazione “Mani Pulite”, portata avanti dalla magistratura, Antonio Di Pietro come primo attore, a smantellare la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano, non più utili allo stato italiano dopo la caduta del muro di Berlino e dello stalinismo. Tutta l’operazione venne contrabbandata come un soffio d’aria nuova che doveva ridare nuova vita alla democrazia italiana, doveva eliminare la corruzione! Non molti anni dopo ci ritroviamo con un processo con accuse al primo ministro per collusione o qualcosa di simile con la mafia! Povera borghesia!
Non sappiamo come continuerà questo movimento del “No Berlusconi Day”, alcuni lo vogliono già trasformare in Partito Viola, altri lo utilizzeranno come massa di manovra per fini più o meno discutibili, ma una cosa è sicura: sarà utilizzato per dare una vernice di bianco alla fatiscente, decomposta società borghese illudendo chi vi partecipa della possibilità di poterla rinnovarla. Si darà credito alla possibilità di avere una stampa e dei partiti che lotteranno per avere giustizia, meno miseria e povertà. Di sicuro servirà a prolungare l’oscuramento delle coscienze dei lavoratori, dei giovani, dei disoccupati, di tutti quelli che non hanno nulla da guadagnare da questo sistema, sia esso governato da Berlusconi sia da tutti gli altri politici della borghesia, di destra e di sinistra. I lavoratori non hanno nulla da guadagnare dallo schierarsi dietro questo o quel movimento borghese, perché solo lottando in modo autonomo e per i propri scopi possono dare vita ad una nuova società!
Oblomov 11 dicembre ‘09
Più recentemente Saviano è intervenuto anche su tematiche più generali, raccontando di soprusi commessi da regimi come quello iraniano, che uccide chi protesta in piazza, quello castrista, che elimina uno scrittore scomodo ed omosessuale, quello stalinista per i suoi gulag, ed altri ancora[2] fino a farsi promotore dell’Appello[3] al presidente del Consiglio perché venga ritirata la legge sul “processo breve” che ha raccolto, fino ad oggi, più di 500 mila firme.
I fatti che denuncia Saviano nei suoi scritti e nei suoi interventi sono senz’altro veri, così come è vero il quadro di corruzione, di malaffare e di oppressione che ne viene fuori. Ed è certo che queste denunce, in particolare con Gomorra, gli sono costate assai care dal punto di vista personale, costringendolo ad una vita nei fatti peggiore che da recluso. Per questo motivo noi rispettiamo la persona di Saviano perché lo riteniamo onesto, anche se pensiamo che la terapia da lui suggerita per combattere il malaffare sia sbagliata.
La visione di Saviano
Per Saviano la mafia è essenzialmente un parassita virulento che, dal sud Italia, invade e occupa lo Stato democratico attraverso la corruzione di politici e uomini d’affari, riuscendo così a ramificarsi e ad assumere un potere tale da condizionare le sorti di intere regioni e le scelte politiche nazionali. Questo sarebbe stato possibile da una parte per sottovalutazione, da parte della classe politica e dello Stato, della pericolosità di questo agente patogeno: “Mentre la politica si disinteressava della mafia, la mafia si è interessata alla politica cooptandola sistematicamente”[4]; dall’altra per la complice omertà delle popolazioni meridionali che assumerebbero un ruolo da spettatori passivi per “paura” o “autoconservazione”, “senza credere o richiedere che sia dallo stesso territorio che possa venire una richiesta di cambiamento. (…) Omertà non è più soltanto tacere. Ormai è chiaro che omertà è soprattutto non voler sapere. Non sapere, non conoscere, non capire, non prendere posizione, non prendere parte. Questa è la nuova omertà”[5].A partire da una tale visione è normale che la risposta conseguente per sconfiggere questo male, e ridare dignità alla nazione e alle popolazioni meridionali, sia la denuncia, la mobilitazione della popolazione nella collaborazione con lo Stato e le forze dell’ordine per segnalare, denunciare i mafiosi e i loro sporchi affari: “La denuncia del killer potrebbe essere l’unico modo di riscattare un’umanità ormai sempre più a suo agio nella disumanità cui è costretta e in cui sembra comodamente vivere”[6]. Secondo Saviano infatti “… dovremmo tutti renderci conto che né media né magistratura saranno mai in grado di produrre da soli alcun cambiamento, fino a quando questo non sia richiesto e sostenuto da una larga parte dei cittadini”[7].
La mafia è veramente un corpo estraneo allo Stato democratico?
Sicuramente molti hanno scoperto con Gomorra vicende impensabili e raccapriccianti, ma la stragrande maggioranza non sa (perché certo non si trova sui libri di storia) che gli Stati, tra cui quello italiano, hanno spesso e volentieri utilizzato la mafia sia sul piano interno che internazionale per quei lavori sporchi che non potevano fare in prima persona ma che erano determinanti per indirizzare nel senso voluto scelte politiche e strategiche di estrema importanza per la borghesia. Giusto qualche esempio:
Già questi pochi elementi[10] ci fanno capire che la mafia non è un prodotto tipico italiano, e tanto meno meridionale, né un corpo estraneo al sistema democratico, ma al contrario ne è parte integrante e funzionale, in Italia, come negli USA, in Cina, in Giappone, in Russia e in massima misura in tutti i paesi dell’Europa dell’est. Inoltre ci fanno capire che il potere che la mafia è riuscita a sviluppare, in Italia ad esempio, non è dovuto solo alla potenza economica prodotta dagli affari illeciti o al numero considerevole di politici e imprenditori facilmente corruttibili del nostro paese, ma è soprattutto il risultato di precise scelte imperialiste e della sostanziale immunità di cui questa gode (tranne qualche arresto ogni tanto giusto per salvare la facciata democratica e legalitaria) per i preziosi servizi che ha offerto e potrà ancora offrire alla classe dominante.
Perché la visione di Saviano è sbagliata
Tornando a Saviano, possiamo ricondurre la sua visione a quella secondo cui ci sono i “buoni” e i “cattivi”, gli onesti ed i disonesti e dove c’è uno Stato che, per quanto funzioni male, assicura comunque un vivere civile e democratico; c’è dunque una parte marcia della società che si può eliminare solo appoggiandosi e sostenendo questo Stato democratico ed una massa amorfa ed abbrutita che si pone solo l’obiettivo di non avere più problemi di quelli che già ha.
La stessa impostazione la ritroviamo nell’intervento di Saviano a Che tempo che fa dell’11 novembre scorso dove, a proposito degli episodi di oppressione avvenuti in Iran, Cile, URSS, ecc., si evidenziava tacitamente una distinzione tra questi Stati totalitari ed oppressori e quelli democratici dove non si muore o non si viene segregati per le idee che si esprimono.
Saviano ci ha raccontato, con giusto sdegno, delle due ragazze uccise dallo Stato iraniano solo perché erano scese in piazza a manifestare la loro voglia di vivere in una società più libera. Ma qual è la differenza tra questo omicidio e quello di Carlo Giuliani al G8 di Genova del 2001 o con i numerosi massacri di operai compiuti dal democratico Stato italiano - nato dalla Resistenza e la cui costituzione recita che l’Italia è una Repubblica basata sul lavoro - in occasione di manifestazioni di sciopero?[11] Qual è la differenza tra le atrocità dell’ex Stato sovietico (stalinista e non certo comunista come lo ha definito Saviano) e lo sterminio di 250.000 vite umane effettuato con il bombardamento di Dresda nel febbraio del 1945 o il genocidio di 200.000 persone e l’agonia inflitta ad altre centinaia di migliaia durata anni e conseguenti allo sganciamento di bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto 1945? Tanto più che queste operazioni, studiate a tavolino tra i democratici USA e Inghilterra, avevano il solo scopo di dare l’ultima stangata ad un nemico ormai sconfitto perché non potesse diventare un domani un forte concorrente? E perché il nostro democratico Stato manda i suoi soldati a combattere in Afghanistan, in Iran ed ovunque si scontrino gli interessi delle grandi potenze anche se questo significa morte e miseria per migliaia e migliaia di persone, come in Serbia e nel Kosovo dove gli aerei italiani erano in prima fila a bombardare?
L’errore di fondo dell’impostazione di Saviano sta nel considerare le cose partendo dall’individuo o da una somma di individui al di fuori del contesto economico, sociale e politico in cui vivono in una data epoca storica. Il contesto che noi viviamo è quello della società capitalista che si fonda sullo sfruttamento ed il dominio di una classe dominante sulla stragrande maggioranza dell’umanità. Il cui motore economico è il profitto e la concorrenza spietata al suo interno tra singoli capitalisti e soprattutto tra le nazioni. Lo Stato, le sue leggi e le sue forze dell’ordine sono lo strumento che ogni borghesia nazionale si dà per mantenere il suo dominio sulla società e fare gli interessi economici, politici, e militari della propria nazione nella concorrenza internazionale. In una tale società non può essere al centro la vita degli uomini, né può esserci spazio per i bisogni dell’umanità, dove per bisogni non intendiamo solo quelli economici ma come dice giustamente Saviano anche di “libertà, … giustizia, … dignità dell’uomo e io aggiungo anche il diritto alla felicità”[12].
Il sopruso, l’oppressione, la violenza fisica e morale, la corruzione, la mancanza di etica e moralità, il malaffare non sono propri di questo o quell’individuo e gruppo di potere, ma fanno parte della natura di questo sistema capitalista.
Se il territorio campano si ritrova oggi avvelenato da tonnellate di rifiuti tossici delle imprese del nord sotterrate dalla camorra non è per una particolare dose di immoralità dei responsabili di queste imprese, ma perché queste, dovendo rispondere alla legge del profitto, hanno utilizzato la via a minor costo per smaltire i loro rifiuti tossici. Se l’apparato politico italiano si è servito per decenni della mafia, delle bombe e della menzogna non è perché i politici dell’epoca fossero particolarmente dei farabutti, ma perché questo corrispondeva agli interessi dello Stato, che sarà pronto a farlo ancora, se necessario.
Regime totalitario o democratico, la sostanza resta la stessa. La democrazia è solo lo strumento più adatto a far accettare questo stato di cose, attraverso l’illusione che se i cittadini chiedono a chi governa una società migliore, saranno ascoltati.
Per questo gli appelli a denunciare i killer, a chiedere con più forza allo Stato di eliminare la mafia ed il malcostume, gli appelli ai capi di Stato per “la difesa del diritto” non funzionano, anzi diventano un mezzo per alimentare l’illusione che sia possibile vivere meglio in questo sistema. Mentre l’unico modo per liberarci di tutto questo marciume è liberarci del capitalismo e questo non lo può fare la massa indistinta dei cittadini, la classe storicamente antagonista a quella dominante e che non ha veramente nulla da perdere.
Eva, 10 dicembre 2009
[1] Roberto Saviano, Gomorra, Mondadori.
[2] Trasmissione Che tempo che fa dell’11 novembre.
[4] “La camorra alla conquista dei partiti in Campania”, la Repubblica, 24 ottobre.
[6] “In cinque minuti la banalità dell'inferno, ora sogno la ribellione del quartiere”, la Repubblica, 30 ottobre.
[7] “Siamo tutti casalesi”, L’Espresso, 7 ottobre, scritto in occasione dell’uccisione di immigrati da parte della camorra a Castel Volturno, Napoli.
[8] Per maggiori elementi su questo argomento vedi il nostro articolo Comment est organisée la bourgeoisie: Le mensonge de l’Etat “démocratique”, II partie. L’exemple des rouages secrets de l’Etat italien, Rivista Internazionale n.77 (in francese, inglese e spagnolo).
[9] Vedi le bombe di piazza Fontana del 1989.
[10] Altro materiale è scaricabile dalla rete, come ad esempio: la storia dell'eroina [110], In Sicilia si gioca la Storia d'Italia (Mafia C... [111], …
[11] Oltre al già citato massacro di Portella delle Ginestre, si può fare riferimento all’articolo sull’autunno caldo pubblicato sul n°31.
[12] “Ecco perché non possiamo tacere” risposta al ministro Bondi, la Repubblica, 23 novembre.
Come si arriva all’Autunno caldo?
Il clima internazionale
Benché il 69 sia stata una vera esplosione di lotte tanto da sorprendere completamente la borghesia italiana, non bisogna credere che il tutto si sia prodotto dalla sera alla mattina. In realtà ci sono molteplici elementi, sia a livello nazionale che a livello internazionale, che concorrono a creare un’atmosfera nuova nella classe operaia italiana, e particolarmente nella sua componente giovane.
Anzitutto c’è, a livello internazionale, una serie di scenari politici che cominciano a colpire la sensibilità di una serie di elementi, tra cui principalmente:
Anche se ognuna di queste vicende internazionali si produceva su un piano esterno ed ostile a quello proletario, essenzialmente quello della guerra, nondimeno esse testimoniavano una profonda sofferenza dell’umanità proprio per queste guerre, ed è questo l’incipit che fa scoccare in molti elementi il disgusto per le violenze prodotte all’epoca e lo sviluppo di un sentimento di solidarietà verso i popoli che soffrono.
All’interno di questo scenario, l’esplosione delle lotte studentesche ed operaie del Maggio francese ha una risonanza internazionale tale da costituire un elemento di riferimento e di incoraggiamento per i giovani e i proletari in tutto il mondo. Il Maggio era stato infatti la dimostrazione non solo che lottare si può, ma che si può anche vincere.
Sul piano nazionale invece …
Sul piano nazionale invece ci sono molteplici componenti che concorrono a preparare il terreno: l’attività di una serie di minoranze politiche che riprendono un lavoro di ricerca e di chiarificazione politica; l’arrivo di una nuova generazione di classe operaia con delle caratteristiche nuove e – non per ultimo – alcune esperienze di scontri di piazza che avevano lasciato il segno nella classe operaia. (…)
Dal ’68 studentesco all’autunno caldo
Parlare di autunno caldo è piuttosto limitativo nei confronti di un episodio storico che, come abbiamo potuto vedere, affonda le radici in una dinamica a livello locale e internazionale che risale indietro per diversi anni. E che, peraltro, non dura una singola stagione, come avviene invece per il maggio francese, ma si stempera – nella sua fase alta – per almeno due anni, nel biennio 68-69 con un riverbero che dura almeno fino al ‘73. Per giunta in questo biennio vi è anche l’esplosione delle lotte studentesche, il ’68 italiano, che tanta parte avrà nella storia degli anni successivi e nella stessa dinamica proletaria, come vedremo in seguito. E’ perciò importante ripercorrere i singoli episodi per ritrovarvi lo sviluppo, progressivo e imponente, della maturazione della lotta di classe nel suo ritorno sulla scena storica in Italia.
Il ‘68 studentesco
Le scuole e soprattutto le università avvertono fortemente i segni di cambiamento della fase storica. Il boom economico che si era prodotto, in Italia come nel resto del mondo, dopo la fine della guerra, aveva permesso alle famiglie proletarie di raggiungere un tenore di vita meno miserabile e alle aziende di puntare su un incremento massiccio della propria mano d’opera. Ciò permette alle giovani generazioni delle classi sociali più deboli di accedere agli studi universitari dove acquisire una professione e una cultura più ampia attraverso le quali raggiungere una posizione sociale più soddisfacente rispetto a quella dei propri genitori. Ma l’ingresso di questi folti strati sociali nell’università porta non solo ad un significativo cambiamento della composizione sociale della popolazione studentesca, ma anche a una diversa destinazione della figura di laureato che non viene più preparato per assumere un ruolo dirigente ma per essere inserito in una rete di produzione – industriale o commerciale che sia – dove l’iniziativa dell’individuo è sempre più ridotta. E’ questo back-ground socio-culturale che spiega, almeno in parte, i motivi della protesta giovanile di questi anni, protesta contro il sapere dogmatico impartito da una casta di baroni universitari dalla gestione feudale, contro la meritocrazia, contro il settorialismo, contro una società che viene avvertita vecchia e ripiegata su sé stessa.
Lo sviluppo delle lotte operaie
Nella primavera del 1968 si accendono in tutta Italia una serie di lotte in una cinquantina di aziende diverse che hanno come obiettivo un aumento salariale uguale per tutti. Nella lotta, dapprima gestita da vecchi attivisti e dal sindacato, si impongono alcuni giovani operai che “criticano vivacemente i sindacalisti e i membri di C.I. sui modi e sulle tappe della lotta” modificando qualitativamente le forme di mobilitazione, attraverso picchetti duri e cortei interni per costringere gli impiegati a scioperare. Questa ventata di gioventù provoca una partecipazione massiccia alla lotta, aumentano le ore di sciopero, vengono effettuate manifestazioni per le vie di Sesto San Giovanni, si arriva a sfondare il portone del palazzo che ospita la direzione aziendale.
Da allora in poi è tutto un crescendo. “Il bilancio del ’69 alla Fiat è un bollettino di guerra: 20 milioni di ore di sciopero, 277.000 veicoli perduti, boom (+37%) delle vendite di auto straniere.”
L’iniziativa operaia non si muove più soltanto su quante ore di sciopero fare, ma anche su come scioperare. Si sviluppa presto una logica del rifiuto del lavoro che corrisponde ad assumere un atteggiamento di rifiuto di collaborare con le sorti dell’azienda rimanendo fermamente attestati sulla difesa delle condizioni operaie. Questo produce una nuova logica di come condurre uno sciopero che punta al minimo sforzo da parte operaia con il massimo di danni prodotti contro il padrone. E’ lo sciopero a gatto selvaggio secondo il quale sciopera solo un ristretto gruppo di operai dalla cui attività dipende però l’intero ciclo di produzione. Cambiando di volta in volta il gruppo che entra in sciopero, si riesce a bloccare più e più volte tutta la fabbrica con il minimo di “spesa”.
Dal punto di vista della rappresentatività operaia é caratteristico di questa fase lo slogan “siamo tutti delegati”, che significa rifiuto di qualunque mediazione sindacale e imposizione al padronato di un rapporto diretto con le lotte degli operai.
In tutto questo il sindacato ha una presenza effimera. In realtà il sindacato, come la borghesia, rimane completamente smarcato dalla capacità e dalla forza della lotta della classe operaia di questi anni, e fa l’unica cosa che gli riesce di fare, cerca di stare a galla e di seguire il movimento, di non farsi scavalcare troppo. D’altra parte una reazione così forte manifestatasi all’interno della classe era anche l’espressione della mancanza di un significativo radicamento dei sindacati nel proletariato e dunque di una loro capacità di bloccare in anticipo o di deviare la combattività, come invece succede oggi. Ma questo non significa che ci fosse una profonda coscienza antisindacale nella classe operaia. Più che altro gli operai si muovono nonostante i sindacati, non contro i sindacati, anche se non mancano significative punte di coscienza.
Il biennio 68-69 è un rullo compressore di scioperi e manifestazioni, con episodi di grande tensione come le lotte nel siracusano, che si conclusero con gli scontri di Avola, o quelle di Battipaglia, che pure dettero luogo a scontri molto forti. Ma una tappa storica all’interno di questa dinamica è certamente costituita dagli scontri di corso Traiano a Torino del luglio 1969. In questa occasione il movimento di classe in Italia matura una tappa importante: il congiungimento tra il movimento operaio e quello delle avanguardie studentesche. Gli studenti, con la loro maggiore disponibilità di tempo e la loro mobilità riescono a dare un significativo contributo alla classe operaia in lotta, che a sua volta riscopre attraverso la gioventù che le si era avvicinata tutta la propria alienazione e tutta la voglia di farla finita con la schiavitù della fabbrica. La saldatura tra questi due mondi darà una forte enfasi alle lotte che si produrranno nel 69, e particolarmente a quella di corso Traiano.
Dal testo del volantino della Assemblea operaia di Torino, redatto il 5 luglio dopo i fatti di corso Traiano, si percepiscono tutta una serie di punti di forza dell’autunno caldo. Anzitutto l’idea dell’egualitarismo, cioè che gli aumenti dovevano essere uguali per tutti, indipendentemente dalla categoria di partenza, e comunque sganciati dalla redditività del proprio lavoro. Inoltre il recupero del tempo libero per gli operai, per poter vivere la propria vita, per poter fare politica, ecc. Da cui la richiesta di riduzione degli orari di lavoro e il rifiuto deciso del lavoro a cottimo.
Come riporta lo stesso volantino, sulla base di questi elementi gli operai torinesi riuniti in assemblea dopo gli scontri del 3 luglio propongono a tutti gli operai italiani di aprire una nuova e più radicale fase della lotta di classe che faccia avanzare, sugli obiettivi avanzati dagli stessi operai, l’unificazione politica di tutte le esperienze autonome di lotta fin qui realizzate.
Per questo verrà indetto a Torino un convegno nazionale dei comitati e delle avanguardie operaie:
Quello che si terrà il 26/27 luglio al Palasport di Torino sarà un “convegno nazionale delle avanguardie operaie”. Parlano operai di tutta Italia che raccontano di scioperi e cortei e ed avanzano come rivendicazioni l’abolizione delle categorie, la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore, aumenti salariali uguali per tutti in assoluto e non in percentuale e la parità normativa con gli impiegati. E’ rappresentata tutta l’industria italiana (…).
Una cosa così non si era mai vista, un’assemblea nazionale delle avanguardie operaie di tutta Italia, un momento di protagonismo della classe operaia a cui è possibile assistere solo in un momento di forte ascesa della combattività operaia, come fu appunto l’Autunno caldo.
I mesi successivi, quelli che sono rimasti nella memoria storica come l’Autunno Caldo, continuarono sulla stessa falsariga. I numerosi episodi di lotta si snocciolano di giorno in giorno con una cadenza infernale (per la borghesia) anche per la ricorrenza della scadenza contrattuale di molte categorie di lavoratori, che costrinsero i sindacati ad indire una serie di scioperi e manifestazioni. Questo enorme sviluppo di combattività accompagnato da momenti di chiarificazione importanti nella classe operaia incontrerà però, nel periodo successivo, degli ostacoli importanti. La borghesia italiana, come quella degli altri paesi che avevano dovuto far fronte al risveglio della classe operaia, non rimane a lungo con le mani in mano e, a parte gli interventi frontali messi in atto dai corpi di polizia, cerca gradualmente di aggirare l’ostacolo con strumenti diversi. La capacità di recupero della borghesia si basa molto sulle debolezze di un movimento proletario che, nonostante un’enorme combattività, era ancora privo di una chiara coscienza di classe e le cui stesse avanguardie non avevano la maturità e la chiarezza necessarie a svolgere il loro ruolo.
Le debolezze della classe operaia nell’autunno caldo
Le debolezze della classe operaia nell’autunno caldo sono legate principalmente alla profonda rottura organica prodotta nel MO e alla scarsa e del tutto insignificante influenza della sinistra comunista: si pensi che sia Battaglia Comunista che Programma Comunista, i principali epigoni della corrente cosiddetta della sinistra italiana, si rifiutano entrambe di riconoscere nell’autunno caldo e nelle lotte di fine anni ’60 la ripresa storica della classe a livello internazionale ed hanno all’epoca una presenza praticamente nulla. Ciò fece sì che i gruppi politici che si erano formati all’epoca fossero spinti a reinventarsi delle posizioni e un programma d’azione. Il problema è però che il punto da cui partivano era l’esperienza fatta all’interno del vecchio e decrepito partito stalinista. Per cui l’enorme generazione di militanti che vengono allo scoperto in contrapposizione a tali partiti ed ai sindacati in maniera spontanea, rompendo i ponti con i partiti di sinistra, rompe un po’ i ponti anche con la tradizione marxista e va alla ricerca di una coerenza rivoluzionaria nelle “novità” che pensa di incontrare per strada, quindi molto spontaneismo, operaismo e nuove teorie. Anche perché chi si presenta nelle vesti di ufficialità è o lo stalinismo vecchia maniera (URSS e i PC classici) o lo stalinismo nuova maniera dei “cinesi”.
Le reazioni dello Stato e l’epilogo dell’autunno caldo
A livello di:
A livello di repressione
E’ l’arma classica della borghesia contro il proprio nemico di classe. Ma non è l’arma decisiva che le permette veramente di realizzare un rapporto di forza contro il proletariato. Tra l’ottobre 1969 e il gennaio 1970 ci sono oltre tredicimila denunce contro studenti e operai.
A livello del gioco fascismo/antifascismo
Questa è l’arma classica giocata contro il movimento studentesco, meno nei confronti della classe operaia, che consiste nel distrarre i movimenti in sterili scontri di strada tra bande rivali con il necessario appello, ad un certo punto, alle componenti cosiddette “democratiche e antifasciste” della borghesia. Insomma una maniera per ricondurre le pecore smarrite all’ovile!
A livello di strategia della tensione
Tutti ricordano la strage della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, che provocò 16 morti e 88 feriti. Ma non tutti sanno o ricordano che a partire dal 25 aprile ‘69 l’Italia è stata martoriata da una serie infinita di attentati: Fino al 1980 si sono verificati 12.690 attentati ed altri episodi di violenza ispirati da ragioni politiche, che hanno provocato 362 morti e 4.490 feriti.
L’obiettivo evidente di questa strategia era quella di spaventare e disorientare il più possibile la classe operaia, trasmettere il terrore delle bombe e dell’insicurezza, cosa che in parte riuscì. Ma ci fu anche un altro effetto, certamente più nefasto. Nella misura in cui con piazza Fontana si scoprì, almeno a livello di minoranze, che era lo Stato il vero nemico con cui fare i conti, una serie di componenti proletarie e studentesche virarono verso il terrorismo come metodo di lotta politica.
Favorendo la dinamica terrorista
La pratica del terrorismo è diventata così la maniera in cui una serie di compagni coraggiosi ma avventurosi hanno bruciato la loro esistenza e il loro impegno politico in una pratica che con la lotta di classe non ha nulla a che fare. Che anzi ha prodotto i peggiori risultati provocando un arretramento dell’intera classe operaia stretta dalla doppia minaccia della repressione dello Stato da una parte e del ricatto del mondo brigatista e terrorista dall’altra.
Recupero dei sindacati tramite i CdF
L’ultimo elemento, ma non certo per importanza, su cui ha puntato la borghesia in questo periodo è stato il sindacato. Non potendo più far conto sulla repressione per tenere a bada il proletariato, il padronato, che per tutti gli anni del dopoguerra fino alla vigilia dell’autunno aveva così fortemente osteggiato il sindacato, adesso si riscopre democratico e amante delle buone relazioni aziendali. Il trucco ovviamente è che, quello che non riesce a ottenere con le cattive, cerca di averlo con le buone, ricercando il dialogo con i sindacati considerati gli unici interlocutori in grado di controllare le lotte e le rivendicazioni operaie. Questo maggiore spazio democratico fornito ai sindacati, che si espliciterà con la diffusione dei Consigli di fabbrica, una forma di sindacalismo sviluppato dal basso e con una partecipazione non necessariamente di tesserati, dà agli operai l’illusione di essere stati loro ad aver realizzato questa conquista e di potersi fidare di queste nuove strutture per continuare la loro lotta. Come abbiamo visto infatti la lotta degli operai, sebbene spesso fortemente critica nei confronti del sindacato, non arriva che raramente a farne una critica radicale limitandosi a denunciarne le inconseguenze.
Per concludere …
Per concludere possiamo dire che l’autunno caldo è stato certamente un episodio di grande rilievo nella fase di ripresa della lotta di classe a livello internazionale. Una fase in cui, come abbiamo detto, la lotta della classe ha cambiato in maniera duratura i rapporti di forza, ha cambiato completamente la stessa aria che si respirava in fabbrica, ha realizzato tutta una serie di conquiste sul piano rivendicativo sia a livello salariale che delle condizioni di lavoro.
Poi la storia ci ha mostrato come la dinamica di lotta che il proletariato internazionale ha portato avanti, tra alti e bassi, per tutti gli anni successivi abbia subito un lungo e penoso periodo di stasi, anzi di rinculo vero e proprio in seguito all’offensiva che la borghesia ha potuto portare avanti grazie alla confusione generata dalla caduta del muro di Berlino.
Oggi che finalmente assistiamo alla nuova ripresa della lotta di classe a livello internazionale c’è da chiedersi: dopo 40 anni, cosa è cambiato nella lotta di classe? Stiamo meglio o stiamo peggio di 40 anni fa? Su questo piano ci sono molte differenze che si possono fare tra le due fasi, che si possono tutte riassumere in una frase: nel ‘68 si credeva di poter fare la rivoluzione, ma non se ne vedeva veramente la necessità di farla, mentre oggi si avverte precisamente la necessità di fare la rivoluzione, ma manca ancora nella classe la fiducia che possa avere la forza per poterla portare avanti.
Collegamenti
[1] https://it.internationalism.org/rint/30/disastri-ambientali
[2] https://it.internationalism.org/content/solidarieta-con-il-movimento-degli-studenti-grecia
[3] https://it.internationalism.org/content/grecia-una-dichiarazione-di-lavoratori-lotta
[4] https://it.internationalism.org/content/riunioni-pubbliche-la-lotta-degli-studenti-tutta-europa-conferma-lo-sviluppo-della-lotta-di
[5] https://it.internationalism.org/content/una-voce-internazionalista-israele
[6] https://fr.internationalism.org/ri398/prises_de_position_internationalistes_contre_la_barbarie_de_gaza.html
[7] https://it.internationalism.org/tag/3/48/guerra
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[9] https://it.internationalism.org/tag/situazione-italiana/economia-italiana
[10] https://it.internationalism.org/tag/4/72/gran-bretagna
[11] https://it.internationalism.org/tag/2/29/lotta-proletaria
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