Solidarietà con la lotta dei precari della scuola

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Se da mesi e mesi si sviluppa una lotta tra i precari della scuola che viene completamente oscurata rispetto ad altre avvenute nello stesso periodo è perché questa, per le condizioni in cui si è prodotta, può destare maggiori preoccupazioni alla borghesia in quanto meno facilmente governabile[1]. Innanzitutto le decine di migliaia di lavoratori coinvolti sono decisamente superiori a quelli che hanno scioperato, ad esempio, alla INNSE[2] di Milano o in altre piccole fabbriche. Inoltre si tratta, nel caso dei precari della scuola, di un settore che tradizionalmente ha avuto un rapporto difficile con il sindacato e che ha espresso nella sua storia diversi episodi di lotte organizzate dal basso e di collegamento anche a livello nazionale.

E i precari hanno oggi ben motivo per mobilitarsi in massa e per lungo tempo. Ben 18.000 di loro infatti, dopo anni di incarico, perderanno il lavoro a causa dei più di 45.000 posti tagliati nella scuola dal governo, in parte assorbiti dai pensionamenti. E qui non c’entra niente il mercato, ma solo la volontà del governo di fare cassa per far fronte alla crisi del capitalismo. Un tale attacco, uno dei più importanti tra quelli portati avanti contro un settore di lavoratori negli ultimi tempi, non poteva rimanere senza risposta, visto che quello che è in gioco è la stessa sopravvivenza. Ed infatti, fin dal mese di agosto, i precari si sono mobilitati in varie città d’Italia, dal nord al sud.

Le giornate di mobilitazione sono state tante, con la partecipazione di decine di migliaia di precari (docenti, impiegati, tecnici e bidelli). Dalle occupazioni dei centri scolastici provinciali (gli uffici periferici del ministero dove vengono assegnati gli incarichi), ai sit-in, alle manifestazioni cittadine, passando per le diverse manifestazioni e assemblee nazionali fino a quella del 3 ottobre a Roma, manifestazione oscurata dai mezzi di informazione che si sono concentrati sulla più innocua manifestazione “in difesa della libertà di stampa” ma a cui hanno partecipato da 15 a 20 mila insegnanti[3] e ancora a quella di oggi 23 ottobre.

Queste mobilitazioni, sono state essenzialmente l’espressione di una tradizionale presenza, tra i precari della scuola, della tendenza a cercare un collegamento tra le diverse scuole o le diverse città. Questa ricerca del collegamento per lottare assieme riprende una tradizione che è sempre stata forte nella categoria dei dipendenti della scuola[4] e che, nel caso specifico, risulta essere una conseguenza del fatto che i sindacati, al di là di parole di condanna per i tagli, non hanno fatto niente per combattere i provvedimenti del governo. Non un’ora di sciopero, almeno da parte dei grandi sindacati della scuola, per difendere il posto di lavoro dei precari e le condizioni di lavoro di quelli che hanno la fortuna di averlo ancora: per esempio l’aumento dei carichi derivanti dall’aumento degli alunni per classe, o dell’orario settimanale di lezione, per i docenti, o il maggior carico di lavoro che ricade addosso al personale amministrativo ed ausiliario, che derivano dagli stessi tagli di posti di lavoro che hanno gettato in mezzo a una strada i precari. Per quanto riguarda poi i cosiddetti sindacati di base, anche su questi esiste una notevole diffidenza da parte dei lavoratori della scuola non tanto per le parole d’ordine o i programmi, che sembrerebbero raccogliere, almeno in parte, le rivendicazioni di base del movimento, ma per l’atteggiamento manovriero di questi[5]. In queste condizioni era ovvio che i precari si mobilitassero in maniera autonoma, utilizzando tutti gli strumenti per rafforzare e allargare la propria lotta, dalle manifestazioni all’uso del web per i collegamenti.

Oggi una componente importante di precari si riconosce infatti nel Coordinamento Precari della Scuola, CPS, che è una rete di comitati di lotta e di coordinamenti locali uniti da una piattaforma di lotta e organizzati a livello centrale, nel quotidiano, attraverso un forum[6] e una mailing list interna, e periodicamente attraverso delle assemblee nazionali.

Ma è proprio andando a leggere il dibattito sviluppato dai precari sul loro forum che si possono rilevare alcune fragilità presenti nel movimento che non sono da addebitare ai lavoratori di questo settore ma sono un po’ tipici della fase di lotta in cui ci troviamo. Innanzitutto la difficoltà ad unificare i vari fronti di lotta o ad estenderli: per fare un esempio banale, la lotta dei precari non è riuscita ad estendersi, almeno per ora, agli stessi altri lavoratori della scuola che, come abbiamo visto, subiscono anche loro, in una qualche maniera, le conseguenze dei tagli. L’altro limite importante sono le illusioni ancora esistenti sulla possibilità che i sindacati possano farsi carico dei problemi dei precari, a dispetto della loro stessa esperienza: sul forum infatti è presente tutto un dibattito se chiedere o no l’appoggio dei sindacati, mentre è esperienza di tutti i giorni la tendenza di questi a boicottare la lotta. Nonostante un dibattito a volte anche molto serrato sul forum sul ruolo dei sindacati, resta da chiarire il fatto che se i sindacati hanno questo atteggiamento non è perché hanno dei capi cattivi o peggio perché l’insieme dei sindacalizzati sono delle persone poco di buono, ma perché semplicemente non possono fare altrimenti. Il sindacato è una struttura di mediazione, ma in un’epoca in cui non c’è niente da mediare perché l’esigenza è quella di toglierci tutto, il sindacato, anche quando nasce con le migliori intenzioni, finisce sempre con lo sposare la ragion di stato e per fare gli interessi dei padroni. Ma questo non significa affatto che i singoli iscritti al sindacato siano persone poco affidabili. Non è un caso che spessissimo si ritrova sul forum dei precari il fatto che molte iniziative locali sono state condotte assieme a precari iscritti ai Cobas e lo stesso coordinamento precari della scuola nasce giustamente come momento di unità di tutti i precari e non come una nuova sigla sindacale.

Un ulteriore aspetto su cui sarebbe importante riflettere è come lottare per costruire un rapporto di forza nei confronti del nemico (il governo, la borghesia, lo Stato, …). Infatti, per vincere una battaglia rivendicativa occorre scendere in campo e manifestare la propria forza. Ma appunto qui si pone il problema: che significa manifestare la propria forza, in cosa consiste questa forza? Nel forum abbiamo ritrovato spesso l’idea, soprattutto rispetto alla manifestazione del 3 ottobre scorso - considerata a torto da molti come un fiasco - che la condizione per cui una manifestazione può essere considerata vincente è che riesca ad avere risonanza sui mass media (giornali, televisione); tra l’altro, una parte di discussione ha anche insistito molto sull’importanza che dei rappresentanti del coordinamento potessero parlare dal palco di manifestazioni indette da altri. Tutto questo va bene, ha certamente la sua importanza. Ma quello che forse si trascura è il fatto che la stessa manifestazione è un momento non solo di protesta ma anche di incontro, di solidarietà nel lottare assieme e ancora di controinformazione nei confronti della popolazione. Noi siamo completamente d’accordo con una compagna precaria che, rispondendo a delle obiezioni sulla visibilità della manifestazione del 3 ottobre, ha detto: “difendo a spada tratta la manifestazione di ieri. Il nostro intento non era apparire in tv o sui giornali ma parlare alla gente comune. Di gente comune in quella piazza ce n’era davvero tanta[7]. (…) Il successo della manifestazione di ieri non sta in quello che i giornali dicono o non dicono, sta nell’essere riusciti a ricompattare migliaia di precari che stando tutti insieme hanno ritrovato la voglia e la forza di combattere.” In realtà, una crescita reale del movimento la si può avere soltanto se alla base c’è una comprensione profonda non solo del fatto che si perde il posto di lavoro, che gli stipendi sono bassi, ecc., ma che tutto questo è legato strettamente alla crisi economica attuale, e che questa è legata al modo di gestione della società, in Italia come nel mondo intero. Restare volutamente su una piattaforma esclusivamente “rivendicativa”[8] è alla lunga perdente perché la lotta è di lungo periodo e molti lavoratori, non sostenuti da una comprensione del perché le cose vanno in un certo modo, finiscono un po’ alla volta per rifluire. E’ per ciò che l’unione con altri settori di lavoratori non può che rafforzare la lotta. Non si tratta solo di un rafforzamento numerico, che neanche guasta. E’ soprattutto un rafforzamento politico del movimento perché fa comprendere ad ogni lavoratore e ad ogni categoria di lavoratori che quello che loro stanno passando e subendo nel loro settore non è che un aspetto di una più generale sofferenza dello stato di proletario in una società divisa in classi. Questa comprensione dà all’insieme dei lavoratori una forza rinnovata anche perché lottare assieme, in maniera solidale, dà una carica nuova. E soprattutto è qualcosa che il governo, qualunque esso sia, teme molto perché sa che, quando l’insieme della classe lavoratrice si muove in maniera unita e solidale, non c’è speranza di averla vinta.

CCI 23 ottobre 2009



[1] Vedi a questo proposito l’articolo Solo una lotta unita e solidale consente di resistere agli attacchi pubblicato su Rivoluzione Internazionale n°162, in cui cerchiamo di dimostrare come la borghesia abbia enfatizzato la “vittoria” della INNSE solo per invischiare decine di altre situazioni di lotta nell’impasse della lotta chiusa nella propria fabbrica, isolata da tutto il contesto del resto della classe operaia e della cittadinanza.

[2] Idem.

[3] Vedi l’Unità e la Repubblica del 4 ottobre scorso.

[4] Ultima nel tempo la lotta degli anni 1987 e 1988, in cui i lavoratori della scuola, in maniera completamente autonoma dai sindacati (in quelli che si chiamarono Comitati di Base), e nonostante il loro boicottaggio, riuscirono a mettere in piedi una lotta che non solo suscitò la simpatia di altri settori di lavoratori, ma riuscì anche ad assicurare la chiusura di contratti con aumenti salariali che non si erano mai visti prima, e che non si sarebbero più visti poi. Vedi i n° xxx Rivoluzione Internazionale.

[5] Basti citare il fatto, riportato nello stesso forum dei precari, che il capo dei Cobas scuola, Bernocchi, a proposito della manifestazione del 3 ottobre, ha dichiarato: “Abbiamo deciso di non aderire al corteo degli insegnanti precari della Cgil (…) perché lì c'è una manifestazione per la libertà di stampa ma che non è per la scuola” (sottolineatura nostra), facendo passare per sindacalizzati CGIL il coordinamento dei precari della scuola. Se Bernocchi si riduce a questi trucchetti è perché evidentemente vede nel coordinamento un movimento che, per le sue caratteristiche, si pone oggettivamente come una alternativa cocente al suo sindacato.

[7] A tale proposito vogliamo fare un veloce commento allo slogan con cui i precari hanno aperto il loro spezzone di corteo: “Vogliono distruggere la scuola pubblica. Io non ci sto” che, coerentemente con le parole della precaria citata, non significano una difesa della scuola in sé, ma una maniera per mostrare al resto della popolazione come gli attacchi portati contro una categoria di lavoratori si riflettano poi inesorabilmente su peggiori servizi resi alla comunità.

[8] Ci riferiamo qui a un certo numero di interventi che insistono sul fatto che si deve partecipare solo a manifestazioni ed iniziative che riguardano la scuola

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