Manifesto sulla rivoluzione di Ottobre, Russia 1917

Rivoluzione Russa 1917-2017

Manifesto sulla rivoluzione di Ottobre, Russia 1917

La rivoluzione mondiale è il solo futuro dell’umanità

Nell'ottobre 1917, dopo tre anni d’indicibili carneficine sui campi di battaglia, una luce di speranza si accese nella nebbia della guerra: i lavoratori russi, dopo aver rovesciato lo zar nel mese di febbraio, avevano poi deposto il governo provvisorio borghese che lo aveva sostituito ma che insisteva nel portare avanti la guerra “fino alla vittoria”. I soviet (consigli degli operai, dei soldati e dei contadini), con il partito bolscevico in primo piano, avevano chiesto la fine immediata della guerra e fatto appello agli operai di tutto il mondo a seguire il loro esempio rivoluzionario. Questa non era un’idea folle perché c’erano già manifestazioni di malcontento in tutti i paesi antagonisti - scioperi nelle industrie di guerra, ammutinamenti e fraternizzazioni al fronte. E nel novembre del 1918, lo scoppio della rivoluzione tedesca costrinse la classe dominante a fermare la guerra per paura che qualsiasi tentativo di prolungarla avrebbe solo alimentato le fiamme della rivoluzione. Per un breve periodo lo spettro del “Bolscevismo” - che in quel momento simboleggiava la solidarietà della classe operaia attraverso tutte le frontiere e la conquista del potere politico da parte dei consigli operai – infestò il globo. Per la classe dominante, ciò poteva significare solo caos, anarchia, collasso della stessa civiltà. Ma per i lavoratori e i rivoluzionari che l’hanno sostenuta, l'insurrezione di Ottobre conteneva la promessa di un nuovo mondo. Nel 2017, la rivoluzione russa rimane un evento fondamentale nella storia mondiale e il suo centenario riporta ricordi scomodi per i poteri che governano il mondo. Nella stessa Russia, il regime di Putin ha difficoltà a trovare la nota giusta per la sua commemorazione: dopo tutto, la potente URSS di Stalin, il cui impero Putin (addestrato dal KGB) sogna di ripristinare, affermava di essere l’erede della rivoluzione d’Ottobre. Ma a fianco (in realtà diametralmente opposta) a questa interpretazione nazionalista vi é la visione internazionalista di Lenin e dei Bolscevichi, l’idea secondo cui la classe operaia russa non dovesse essere leale nei confronti della Madre Russia, ma dei lavoratori di tutto il mondo. Nei paesi “democratici” occidentali ci sarà anche una miscela confusa di analisi e spiegazioni, ma di una cosa possiamo essere sicuri: se provengono dai vari portavoce politici, giornalistici e accademici del capitalismo, serviranno solo a distorcere il significato della rivoluzione russa.

Quali sono le principali linee di questo attacco ideologico, di questo tentativo di seppellire o pervertire la memoria della classe operaia?

È forse finita la guerra di classe?

La prima linea di attacco è quella di far passare l’idea che la rivoluzione russa sia una storia vecchia, di altri tempi, del tutto fuori misura per la società attuale. Secondo questa linea di pensiero, infatti, non viviamo più ai tempi dei film muti in bianco e nero, dove le cariche della cavalleria erano ancora una caratteristica della guerra e dove i contadini aravano ancora la terra con aratri trainati da cavalli (quando avevano la fortuna di possedere un cavallo). Anche le grandi fabbriche come la Putilov a Pietrogrado (oggi San Pietroburgo), dove decine di migliaia di operai venivano sfruttati fino in fondo ogni giorno, sono in gran parte scomparse, almeno dalla maggior parte dei paesi occidentali. Infatti, non solo ci sono molto meno contadini, ma possiamo dire che non c’è più neanche la classe operaia. E se esiste, c’è da chiedersi se si tratti ancora di una classe sfruttata, visto che può rivendicare benessere da uno Stato benevolo e permettersi di acquistare (anche se a credito) ogni sorta di merci che viceversa sarebbero state ben oltre la portata dei lavoratori russi nel 1917. Sbagliano forse le società super-moderne come Uber quando classificano la loro forza lavoro come lavoratori autonomi, piuttosto che come una sorta di forza collettiva, in grado di agire insieme per i propri interessi? Non ci definiamo forse, qualunque sia il lavoro che facciamo, come cittadini di un ampio ordine democratico?

E ancora: ci viene detto, giorno dopo giorno, che il capitalismo (soprattutto nella sua forma attuale "neoliberale") domina il pianeta, che questo sia presentato come una cosa buona o cattiva. Ed è sicuramente vero che il capitalismo domina il pianeta come mai l’aveva fatto prima – esso è veramente un sistema mondiale, un modo globale di produzione che governa ogni paese del mondo, inclusi quelli come Cuba e Cina che ancora oggi si proclamano "socialisti". Ma resta il fatto che dove c’è capitale, c’è una classe che lo produce, che lavora e che viene sfruttata perché il capitale è, per definizione, basato sul lavoro non retribuito estratto da coloro che lavorano per un salario - sia che lavorino in fabbriche, uffici, scuole, supermercati, ospedali, trasporti o a casa. Insomma, come afferma Marx in Lavoro salariato e capitale: “Il capitale presuppone dunque il lavoro salariato, il lavoro salariato presuppone il capitale”. Dove c'è il capitale, c’è una classe operaia.

Naturalmente l’aspetto della classe operaia mondiale è cambiato molto dal 1917. Interi complessi industriali sono stati spostati in Cina, in America Latina o in altre parti di quello che una volta era chiamato il “Terzo Mondo”. In gran parte dell’economia dei “paesi industrializzati” dell'Europa occidentale, i lavoratori hanno smesso di produrre beni materiali nelle catene di montaggio e lavorano invece davanti agli schermi dei computer nella “economia della conoscenza” o nel settore finanziario, spesso in posti di lavoro molto più piccoli; e con la decimazione dei tradizionali settori industriali come l’estrazione mineraria, l’acciaio e la cantieristica navale, anche le corrispondenti comunità residenti di classe operaia sono state smantellate. Tutto ciò ha contribuito a minare il modo in cui la classe operaia si è identificata come una classe con un’esistenza e degli interessi distinti rispetto a questa società. Ciò ha indebolito la memoria storica della classe operaia, ma non significa certo la sua scomparsa.

È vero che l’esistenza oggettiva della classe operaia non significa automaticamente che, all’interno di una parte sostanziale di questa, esista ancora un progetto politico, un’idea che il sistema capitalista abbia bisogno di - e che possa - essere ribaltato e sostituito da una forma superiore di società. Infatti, nel 2017, è legittimo chiedersi dove sono oggi organizzazioni marxiste paragonabili a quelle dei Bolscevichi in Russia o degli Spartachisti in Germania, che furono in grado di sviluppare una presenza tra i lavoratori delle industrie e che ebbero una grande influenza quando parteciparono ai movimenti di massa, scioperi e insurrezioni. Negli ultimi decenni, il periodo che va dal “crollo del comunismo” all’ascesa del populismo, sembra spesso che coloro che parlano ancora di rivoluzione proletaria siano visti, nel migliore dei casi, come delle irrilevanti curiosità, degli esseri rari sull’orlo dell’estinzione, e non solo da parte della ostile stampa capitalista. Per la stragrande maggioranza della classe operaia, il 1917, la Rivoluzione Russa, l’Internazionale Comunista - tutto ciò è stato dimenticato, forse rinchiuso in un recesso profondo dell’inconscio, ma non più parte di una qualunque tradizione vivente. Oggi abbiamo raggiunto un livello così basso nella capacità del movimento operaio di ricordare il proprio passato che i partiti della destra populista possono anche presentarsi - ed essere rappresentati dai loro oppositori liberali - come partiti della classe operaia, come i veri eredi della lotta contro le élite che governano il mondo.

Questo processo di dimenticare non è casuale. Il capitalismo oggi, più che mai, dipende dal culto della novità, dal “continuo rivoluzionare” non solo i mezzi di produzione, ma anche gli oggetti di consumo, in modo che quello che una volta era nuovo, come l’ultimo modello di cellulare, diventa vecchio nello spazio di un paio di anni e deve essere sostituito. Questa denigrazione di ciò che è “superato” è utile alla classe degli sfruttatori perché serve a produrre una sorta di amnesia tra gli sfruttati, soprattutto della autentica esperienza storica. La classe operaia corre il rischio di dimenticare le proprie tradizioni rivoluzionarie, le vere lezioni della storia di cui tuttavia ha bisogno per applicarle nelle sue lotte future. La borghesia, come classe reazionaria, vuole o farci dimenticare il passato o (come fanno populisti e jihadisti) offrirci il miraggio di un passato falso e idealizzato. Il proletariato, per contro, è una classe con un futuro e per questo motivo è capace di integrare tutto il meglio del passato dell’umanità nella lotta per il comunismo.

Il capitalismo è sopravvissuto a se stesso.

La classe operaia avrà bisogno delle lezioni del suo passato storico perché il capitale è un sistema sociale condannato dalle proprie contraddizioni interne, e le contraddizioni che hanno fatto precipitare il mondo negli orrori della Prima guerra mondiale nel 1914 sono le stesse che minacciano il mondo oggi, con un precipitare accelerato verso la barbarie. La contraddizione tra la necessità di un’ampia pianificazione planetaria sia della produzione che della distribuzione e la divisione del mondo in stati nazionali concorrenti si trova dietro le grandi guerre e conflitti imperialisti del XX secolo e sta ancora dietro i caotici scontri militari che stanno distruggendo regioni intere del Medio Oriente, dell’Africa e altrove; e la stessa contraddizione - che è solo un’espressione dello scontro tra la produzione socializzata e la sua appropriazione privata - è inseparabile sia dalle convulsioni economiche che hanno scosso il capitalismo mondiale nel 1929, nel 1973 e nel 2008, che dalla crescente distruzione ecologica che sta minacciando le basi stesse della vita sulla Terra.

Nel 1919, i rivoluzionari che si riunirono a Mosca per fondare la Terza Internazionale Comunista, proclamarono che la guerra imperialista del 1914-18 aveva segnato l’entrata del capitalismo mondiale nella sua epoca di obsolescenza e di declino, un’epoca in cui l’umanità si sarebbe confrontata con l’alternativa tra socialismo o barbarie. Predissero che se il capitalismo non fosse stato rovesciato dalla rivoluzione proletaria mondiale, ci sarebbero state guerre ancora più devastanti di quella del 1914-18 e forme di dominio capitalistico ancora più mostruose di quelle apparse fino a quel momento. E con la sconfitta dell’ondata rivoluzionaria internazionale, con la conseguenza dell’isolamento e della degenerazione della rivoluzione russa, le loro previsioni si dimostrarono fin troppo giuste: gli orrori del nazismo, dello stalinismo e della Seconda guerra mondiale furono in realtà peggio di qualunque altro evento del passato.

È vero che il capitalismo ha ripetutamente sorpreso i rivoluzionari per la sua capacità di recupero, di inventare nuovi modi per sopravvivere e finanche prosperare. La Seconda guerra mondiale è stata seguita da oltre due decenni di boom economico nei paesi capitalisti centrali, anche se accompagnata dalla minaccia di annientamento nucleare per mano dei due blocchi imperialisti dominanti il mondo. E sebbene questo boom abbia dato inizio a una crisi economica rinnovata e prolungata alla fine degli anni Sessanta, dal 1980 il capitalismo ha prodotto nuove formule non solo per rimanere vivo, ma anche per espandersi in settori precedentemente “sottosviluppati”, come l’India e la Cina. Ma questo stesso sviluppo, che è stato in gran parte alimentato da enormi iniezioni di credito, ha accumulato enormi problemi economici per il futuro (di cui il crollo finanziario del 2008 era già un avvertimento). Allo stesso tempo, la crescita degli ultimi decenni ha fatto pagare un terribile pedaggio all’ambiente naturale e non ha in nessun modo ridotto il rischio di conflitti militari. La minaccia di una guerra mondiale tra due blocchi giganteschi può essere stata allontanata, ma oggi sempre più paesi sono armati con armi nucleari e le guerre per delega tra grandi potenze, che una volta erano più o meno limitate alle regioni meno sviluppate, stanno ora colpendo direttamente gli stessi paesi centrali attraverso la moltiplicazione di attentati terroristici in Europa e in America, e le ondate di rifugiati disperati che scappano dalle guerre da incubo in Medio Oriente e in Africa. La sopravvivenza del capitalismo è, più che mai, incompatibile con la sopravvivenza dell’umanità.

In sintesi, la rivoluzione è ancora più necessaria che nel 1917; essa è l’ultima bella speranza dell’umanità di fronte a un sistema sociale in piena decomposizione. E ciò può solo significare una rivoluzione globale, una rivoluzione che spazzi via il sistema capitalista dal pianeta e lo sostituisca con una comunità umana mondiale che renda la Terra un “tesoro comune”, liberando la produzione e la distribuzione dalle esigenze disumane del mercato e del profitto. Questo era già il segreto della rivoluzione del 1917, che non era semplicemente “russa”, perché intesa dai suoi protagonisti solo come il primo passo della rivoluzione mondiale; e fu infatti un fattore indispensabile e attivo negli scioperi di massa e nelle rivolte che si produssero in tutto il mondo in una grande ondata tra il 1917 e il 1923.

La rivoluzione può peggiorare tutte le cose?

Resta però il problema: se una nuova società si rende necessaria, questa è anche realmente possibile? E, infatti, una seconda linea di attacco alla memoria dell’Ottobre 1917 è che la rivoluzione può solo peggiorare la situazione.

La prova? Che la rivoluzione russa è finita nel Gulag stalinista: con il terrore di massa, i processi farsa, la falsificazione della storia, la soppressione della dissidenza; che ha creato economie capaci di sfornare vasti arsenali militari ma incapaci di fornire decenti beni di consumo; che ha stabilito una “dittatura del proletariato” che ha usato i carri armati per schiacciare le rivolte proletarie, come nella Germania dell’Est nel 1953, l’Ungheria nel 1956, o in Polonia nel 1981.

E tutto questo non era un fulmine a ciel sereno venuto dopo la morte di Lenin nel 1924 e la salita al potere di Stalin. Anche ai tempi di Lenin, gli scioperi operai e le ribellioni si sono scontrati con la forza armata e la violenza incontrollata del Cheka che ha fatto molte vittime tra operai e contadini. Anche ai tempi di Lenin, i soviet avevano progressivamente cessato di esercitare un vero controllo sullo Stato, e la dittatura del proletariato era stata in gran parte sostituita da una dittatura del partito bolscevico.

Quelli che pensano seriamente alla possibilità di una rivoluzione non hanno interesse a nascondere la verità, o a minimizzare l’immensità del compito cui deve far fronte una classe operaia che abbia l’audacia di affrontare e rovesciare il sistema capitalista. Fare una rivoluzione significa rimuovere tutte le incrostazioni secolari - tutte le delusioni e le cattive abitudini ereditate non solo dalla società capitalista e dalla sua ideologia, ma da migliaia di anni di dominio di classe. Richiede un grande sforzo fisico, morale e intellettuale mirato non solo a smantellare il vecchio regime, il suo stato e la sua economia, ma anche a creare nuove relazioni sociali non più basate sulla competizione e l’esclusione, ma sulla solidarietà e la cooperazione, e tutto questo a livello del mondo intero. La stessa dimensione del progetto, la sua apparente impossibilità, è diventata un fattore ulteriore di difficoltà per la classe operaia oggi. È molto più facile ritirarsi nella passività o, per quelli che restano convinti che l’attuale sistema sia profondamente malato, cercare delle alternative “più facili” offerte dagli “uomini forti” del populismo, dal terrorismo nichilista tipo “jihad” o dai partiti di “sinistra”  che sostengono che l’attuale Stato capitalista può portare ad una società socialista.

Noi non nascondiamo le terribili difficoltà ed i tragici errori della rivoluzione russa. Ritorneremo su alcuni di questi errori a tempo debito. Ma prima di arrivare alle conclusioni offerte dalla storia convenzionale - che il Bolscevismo fu dall’inizio identico allo stalinismo, che ogni tentativo di rovesciare lo stato esistente di cose finirà inevitabilmente nel terrore di massa e nella repressione, o che la natura umana è tale che la società capitalista attuale è il meglio che possiamo sperare - ricordiamo che nel 1917 la classe dominante non solo diffidava dell’egoismo della natura umana, ma non aspettò che tutto andasse storto per schernire con un “Ve l’avevo detto”. Infatti, nel 1917 e negli anni successivi, la classe dominante del mondo intero prese molto sul serio la minaccia della rivoluzione e fece di tutto per sopprimerla. Di fronte allo scoppio della rivoluzione tedesca nel 1918, si affrettò a porre fine alla guerra, in modo da eliminare una delle principali forze motrici dietro gli scioperi di massa e gli ammutinamenti; inoltre, gli alleati vennero in soccorso del loro ex nemico - la borghesia tedesca – nel coadiuvare il suo sforzo per reprimere lavoratori, marinai e soldati rivoluzionari che erano stati tentati di seguire l’esempio dell’insurrezione d’Ottobre. Di fronte al potere sovietico in Russia, entrambi i fronti contrapposti nella guerra imperialista intervennero con l’obiettivo di scongiurare il pericolo bolscevico all’origine. Quelli che difesero il potere sovietico nella guerra civile scatenata dalle forze controrivoluzionarie in Russia non solo dovettero combattere gli eserciti “bianchi” di origine interna ma anche le forze di spedizione inviate da inglesi, americani, giapponesi, tedeschi e da altri, che fornirono anche armi e consulenti agli eserciti bianchi. La guerra civile, rafforzata da un blocco economico imposto dagli alleati occidentali dopo che la repubblica sovietica si fu ritirata dalla guerra, ridusse rapidamente l’economia russa, già esausta dopo tre anni di guerra, alla rovina e provocò gravi carenze e fame totale. Le condizioni della guerra civile indebolirono anche le roccaforti della classe operaia industriale, che era stata la forza più attiva della rivoluzione, poiché molti dei suoi militanti più dediti vollero andare volontari al fronte e moltissimi di loro persero la vita, mentre molti altri lavoratori non ebbero altra scelta che fuggire dalla fame delle città e cercare cibo e lavoro nelle campagne. All’interno e all’esterno della Russia, una propaganda a ritmo serrato accusava i bolscevichi di essere assassini di bambini e stupratori di donne, spesso impiegando temi antisemiti che implicavano che il bolscevismo fosse un semplice strumento di una cospirazione ebraica globale.

Infatti, per molti politici di potenze “democratiche” - tra cui Winston Churchill in Gran Bretagna - il regime fascista in Italia (e più tardi in Germania) fu considerato un male necessario su cui cercare di fare affidamento per frenare la marea bolscevica. Allo stesso modo, quando l'URSS sotto Stalin cercò di ricongiungersi alla “Società delle Nazioni”, un certo numero di politici borghesi e di Stati capirono che Stalin era un “uomo con cui si potevano fare affari” e che la sua politica di “socialismo in un solo paese” significava che non era più interessato - e che si opponeva concretamente - alla rivoluzione mondiale. L’accettazione dell’URSS nel concerto imperialista fu poi confermata dalla sua partecipazione alla Seconda guerra mondiale dal lato dell’Alleanza.

E questa fu la dimostrazione più eloquente che lo stalinismo non era la continuazione del bolscevismo ma il suo becchino. Nel 1914-18 il bolscevismo era per l’opposizione rivoluzionaria alla guerra imperialista, per la lotta di classe contro tutti gli stati belligeranti. Nel 1941 l’URSS stalinista - dopo un patto temporaneo con la Germania nazista - sollevò la bandiera della “Grande Guerra Patriottica” e prese parte alla spartizione imperialista del globo alla fine di questa.

La grande menzogna: “Lo stalinismo è uguale al comunismo”.

Lo stalinismo, dunque, non fu il prodotto della rivoluzione, ma del suo isolamento e della conseguente sconfitta. A partire dal 1923, la conflagrazione rivoluzionaria internazionale, innescata dall’insurrezione di ottobre, era ormai morta, fornendo gli argomenti necessari alla burocrazia che stava acquistando sempre più forza nel partito bolscevico per sostenere che la priorità non era più la rivoluzione mondiale, ma la costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica. Ciò significò abbandonare l’idea elementare marxista che il socialismo può essere costruito solo su scala mondiale, che gli avamposti isolati di socialismo sono impossibili. Perciò quello che è stato costruito dagli spietati piani quinquennali della burocrazia stalinista non era socialismo, ma una forma di capitalismo in cui i singoli capitalisti erano stati sostituiti da un unico capitale di stato. Questa tendenza verso il capitalismo di stato non era in alcun modo limitata all’Unione Sovietica; era, infatti, la risposta universale del capitalismo alla guerra e alla crisi economica, assumendo forme diverse: il fascismo in Italia e in Germania, il Nuovo Deal degli Stati Uniti, il welfare statale keynesiano dopo la seconda guerra mondiale, le dittature militari in molti dei paesi capitalisti più deboli. La particolarità dell’URSS fu che la tendenza al capitalismo di stato raggiunse qui la sua forma più concentrata ed estrema, frutto dell’eliminazione virtuale (per fuga o espropriazione) dei capitalisti privati durante la rivoluzione; e che, in conseguenza del fatto che la controrivoluzione era cresciuta dallo Stato che era emerso dalla rivoluzione e aveva annesso un partito bolscevico che era diventato quasi indistinguibile dallo Stato, il regime stalinista, per il resto dei suoi giorni, fu in grado di rivendicare la sua continuità con la rivoluzione di Ottobre che invece aveva sepolto sotto pile di cadaveri.

Questa falsa identificazione ha dato una vernice di radicalità ai partiti stalinisti al di fuori della Russia, che hanno potuto finanche coprire il loro totale impegno nel sostegno del capitalismo e degli interessi nazionali dei rispettivi paesi continuando a far riferimento all’Ottobre rosso. Ma soprattutto ha fornito, alle principali fazioni della classe dominante in Occidente, la licenza di proclamare la più grande menzogna della storia: che il regime stalinista sia uguale al “comunismo”.

L’immensità di questa menzogna può essere misurata confrontando il sistema stalinista con la comprensione di ciò che realmente significa comunismo, così come è stato difeso all’interno del movimento operaio almeno dai giorni di Marx e Engels. Per loro, come per quelli che hanno seguito la loro scia, il comunismo significa il superamento di millenni di alienazione umana, di ogni ordine sociale in cui le creazioni dell’umanità sono diventate forze ostili che dominano la sua vita. A livello politico, significa una società senza uno stato, poiché lo stato è esattamente l’espressione del dominio di una classe sull’altra e quindi di un apparato politico su cui la grande maggioranza non ha alcun controllo. Mentre il regime stalinista fu la personificazione del dominio totale dello Stato sull’individuo, sulla società e soprattutto sulla classe operaia. A livello economico, comunismo significa che l’umanità non è più soggetta a leggi economiche inumane, alle spietate esigenze del profitto e del mercato. E questo significa che nel comunismo non c’è posto per il denaro, il mercato o il lavoro salariato. Eppure, il potere totalitario dello Stato stalinista, l’intero edificio economico dominato dalla produzione di guerra, era stato costruito sul plusvalore estorto alla classe dei lavoratori salariati. Nella sostanza il capitale non è semplicemente una forma di proprietà legale ma un rapporto sociale. Per il lavoratore salariato non fa differenza se la sua attività lavorativa sia venduta a un imprenditore privato o ad un burocrate statale: i fondamentali dello sfruttamento capitalistico rimangono. E mentre il comunismo significa la fine della separazione dell’umanità in differenti nazioni, l’abolizione delle frontiere, i regimi stalinisti sono stati dei fanatici dell’ideologia nazionalista, interamente devoti alla difesa dei loro confini nazionali e alla ricerca dei loro interessi nazionali - e quindi imperialisti - sull’arena mondiale.

Ma se l’affermazione che lo stalinismo è uguale al comunismo è stata una così grande menzogna, come ha potuto reggere per così tanto tempo? Innanzitutto, era nell’interesse di entrambi i gruppi di governanti, sia a est che in occidente, tenere viva questa menzogna. Per tutti i suoi crimini contro l’umanità e contro la classe operaia in particolare, la borghesia statale stalinista dipendeva dalla sua proclamata “continuità” con la rivoluzione d’ottobre. L’idea che questi fossero stati “socialisti” in transizione verso il comunismo forniva a questi regimi una giustificazione ideologica. In questo gli stalinisti ebbero l’appoggio della “sinistra” dei trotskisti che continuava a sostenere che questi regimi, per quanto degenerati o deformati, erano in effetti stati operai che i lavoratori avrebbero dovuto difendere. Allo stesso modo, per molti lavoratori in occidente, per quelli che non sono stati completamente convinti dei benefici del capitalismo nella sua forma “democratica”, l’idea che ci fosse da qualche parte su questo pianeta un’alternativa reale al capitalismo costituiva un’importante fonte di speranza. I regimi stalinisti erano davvero capitalisti, ma proprio l’essere una forma così distorta di capitalismo li facevano apparire a molti come rappresentanti di un tipo di società diversa.

Ma per la maggior parte della popolazione occidentale, e per la maggior parte della classe operaia all’interno dei regimi stalinisti, l’idea che l’URSS e i suoi stati satelliti fossero socialisti o comunisti era la prova definitiva che il capitalismo occidentale era l’unico sistema possibile, un sistema da difendere o per cui battersi. In altre parole la miseria, l’austerità e la repressione che hanno caratterizzato i regimi stalinisti sono stati presi come la dimostrazione dell’impossibilità di sostituire il capitalismo con una forma superiore di società. La concorrenza capitalista, il desiderio di accumulare ricchezze illimitate, questi sono stati rivendicati come valori essenziali della natura umana. Ecco perché la classe dominante occidentale era così enfatica nel descrivere il suo nemico all’est come socialista o comunista, e quando i regimi dei paesi dell’est sono crollati alla fine degli anni '80, la menzogna che questa fosse la prova finale del fallimento del marxismo e del comunismo fu amplificata in tutto il mondo attraverso campagne politiche assordanti la cui eco ancor oggi non è scomparsa ancora. Queste campagne causarono notevole confusione e smarrimento nei ranghi della classe operaia, che già negli anni ‘80 trovò estremamente difficile sviluppare una prospettiva, un progetto storico che portasse le sue lotte immediate ad un livello più avanzato ed uniforme. L’idea ampiamente diffusa che non ci sia nulla oltre la società attuale ha portato un colpo molto pesante alla capacità della classe operaia di politicizzare le sue lotte e di affrontare il sistema capitalista nel suo complesso.

In difesa della rivoluzione d’Ottobre

Un elemento chiave nella campagna di denigrazione della rivoluzione russa è l’idea che l’insurrezione di Ottobre non fu altro che un colpo di stato da parte di un partito bolscevico affamato da potere, che rapidamente stabilì uno stato totalitario, precursore del regime stalinista. Naturalmente, in questa versione della storia, si può mostrare grande simpatia e comprensione per i lavoratori che, nel febbraio 1917, animarono scioperi di massa spontanei e formarono dei soviet “democratici”. Questo movimento cacciò via l’autocrazia zarista e, secondo eminenti storici liberali come Orlando Figes, avrebbe potuto preparare il terreno all’emergere di uno stato parlamentare genuinamente democratico che, a sua volta, avrebbe potuto risparmiare alla Russia decenni di sofferenza e di terrore. Ma quegli astuti bolscevichi sabotarono queste brillanti speranze con il loro dogma sulla “dittatura del proletariato” e ingannarono le masse con i loro slogan demagogici.

Ma cosa è successo veramente tra febbraio e ottobre 1917? Innanzitutto, ci fu un profondo risveglio politico della classe operaia e di tutti gli strati oppressi - un processo descritto molto bene da John Reed nel suo libro Dieci Giorni che fecero tremare il mondo.

La Russia intera imparava a leggere; leggeva di politica, di economia e di storia perché il popolo aveva bisogno di sapere. (…) La sete d'istruzione, frenata per tanto tempo, divenne con la rivoluzione un vero delirio. Dal solo istituto Smolni, uscirono ogni giorno, durante i sei primi mesi, molte tonnellate di libri, che sui carri e sui vagoni andavano a saturare il paese. La Russia assorbiva, insaziabile, come la sabbia calda assorbe l'acqua. (…) E quale funzione aveva la parola! I «torrenti d'eloquenza», di cui parla Carlyle a proposito della Francia, non erano che bagattelle in confronto alle conferenze, alle discussioni, ai discorsi nei teatri, nei circhi, nelle scuole, nei clubs, nelle sale di riunione dei Soviet, nelle sedi dei sindacati, nelle caserme. Si tenevano dei comizi nelle trincee, sulle piazze dei villaggi, nelle fabbriche… Quale spettacolo ammirabile quello dei 40.000 operai di Putilov che andavano ad ascoltare oratori socialdemocratici, socialisti rivoluzionari, anarchici ed altri, restando ugualmente attenti a tutti ed indifferenti alla lunghezza dei discorsi. Durante parecchi mesi a Pietrogrado, ed in tutta la Russia, ogni angolo di strada fu una tribuna pubblica. Nei treni, nei tram, ovunque, zampillava improvvisamente la discussione. (…) In tutti i consigli, la proposta di limitare i discorsi era regolarmente respinta, chiunque poteva liberamente esprimere i suoi pensieri...[1].

Questo è ciò che s’intende per politicizzazione della lotta di classe. I lavoratori, spinti da terribili necessità economiche, sono costretti a mettere in discussione la gestione della società nel suo complesso. E non attraverso la falsa democrazia del sistema parlamentare, che “autorizza” i lavoratori ogni pochi anni a delegare esperti e politici professionisti a governare “per conto loro”, ma attraverso i metodi proletari dell’associazione, del dibattito e dell’auto-organizzazione, attraverso un’intera rete di assemblee nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nei reggimenti, nei villaggi, assemblee in grado di inviare dei delegati con un mandato revocabile a consigli più centrali, i soviet. Nel 1917, una tale rete si sviluppò in tutta la Russia e, in un anno o meno, ispirò la formazione di organi simili in tutto il mondo. In queste assemblee e consigli si svolse un profondo processo di maturazione, di confronto tra coloro che erano rimasti attaccati ai partiti e alle ideologie del vecchio sistema (tra cui molti che ancora si chiamavano socialisti) e quelli che tendevano a portare la rivoluzione alla sua logica conclusione: non rimanere fermi a un parlamento dominato dai partiti borghesi, ma risolvere una situazione intrinsecamente instabile di “doppio potere” attraverso l’assunzione del potere politico da parte dei soviet. Gli slogan dei bolscevichi - soprattutto la necessità di porre fine alla guerra, che era causa di terribili difficoltà per la classe operaia e per i contadini – si congiungevano alla crescente consapevolezza della maggioranza che i politici e i partiti borghesi non avrebbero voluto e potuto rompere con la politica di “difesa nazionale” e che, di fronte alla minaccia dal basso, queste fazioni avrebbero preferito una dittatura aperta della borghesia, anche se ciò avesse significato l’eliminazione dei soviet. La complicità dei “democratici” con il tentativo di putsch di Kornilov nell’agosto del 1917, e i successivi tentativi del Governo Provvisorio di “restaurare l’ordine”, convinse molti che l’unica scelta era tra dittatura della borghesia e dittatura del proletariato.

L’insurrezione di ottobre fu veramente il punto più alto dell’intero processo di politicizzazione. Esso corrispose a una crescente influenza dei bolscevichi e di altri gruppi rivoluzionari all’interno dei soviet in tutta la Russia, accompagnata da una crescente richiesta che il governo provvisorio fosse rovesciato e sostituito dal potere dei soviet. Ma essa espresse anche un reale sviluppo di autorganizzazione e di centralizzazione. Il fatto che l’insurrezione fu un’azione pianificata e coordinata che, particolarmente a Pietrogrado, si espresse con un minimo di violenza e che fu per lo più portata avanti da distaccamenti di lavoratori e marinai ben organizzati, il fatto che essa fu sotto il comando complessivo di un organo del Soviet di Pietrogrado - il Comitato Rivoluzionario Militare - e il fatto che fu reso possibile rapidamente che il Congresso dei Soviet di tutte le Russie dichiarasse di assumere il potere supremo del paese, tutto ciò dimostrò che l’insurrezione non era un putsch ma che, al contrario, la classe operaia russa aveva appreso la verità pratica di Marx che “l’insurrezione è un’arte”.

"Di dimostrazioni, di battaglie di strada, di barricate quasi non ce ne furono, non ci fu niente di tutto quello che si intende normalmente per insurrezione: la rivoluzione non aveva bisogno di risolvere un problema che era stato già risolto. La conquista dell’apparato statale poteva essere realizzata secondo un piano, con l’intervento di distaccamenti armati relativamente poco numerosi, partendo da unico centro. (...) In ottobre la calma nelle strade, l’assenza della folla, la mancanza di combattimenti davano motivo agli avversari di parlare di cospirazione di una minoranza insignificante, di avventura di un gruppo di bolscevichi. (...) In realtà, i bolscevichi avevano potuto ridurre a un “complotto” la lotta per il potere nella sua fase conclusiva, non perché fossero una piccola minoranza, ma, al contrario, perché nei quartieri e nelle caserme erano seguiti da una schiacciante maggioranza, compatta, organizzata, disciplinata”[2].

Nel rovesciare il governo della borghesia in Russia, la classe operaia poté trarre vantaggio dal fatto che la classe capitalista era piuttosto debole, divisa e inesperta. La borghesia tedesca mostrò presto di essere un avversario molto temibile; e certamente nelle future rivoluzioni la classe operaia sarà confrontata con una classe borghese ancora più sofisticata, con uno stato altamente organizzato e un apparato ideologico a sua disposizione. Tuttavia, l’insurrezione di Ottobre è fino ad oggi il punto più alto raggiunto dalla lotta di classe del proletariato – un’espressione della sua capacità di organizzarsi su una scala di massa, consapevole dei suoi obiettivi, fiduciosa di prendere le redini della vita sociale. Essa è stata l’anticipazione di ciò che Marx definiva “la fine della preistoria”, di tutte le condizioni in cui l’umanità è alla mercé delle forze sociali inconsce; l’anticipazione di un futuro in cui, per la prima volta, l’umanità farà la propria storia secondo i propri bisogni e scopi.

La necessità del partito di classe

Nei dibattiti all’interno del partito bolscevico nel periodo immediatamente precedente l’insurrezione, Lenin, che diventava sempre più impaziente verso le oscillazioni presenti nei soviet (ed anche nel stesso partito), prese in considerazione la possibilità che l’insurrezione potesse essere portata avanti in nome del partito Bolscevico, che aveva ormai una maggioranza effettiva all’interno dei principali soviet. Ma Trotsky non fu d’accordo, insistendo sul fatto che l’insurrezione sarebbe dovuta essere vista chiaramente come l’opera di un organo responsabile di fronte ai soviet, cioè di un’organizzazione dell’insieme della classe operaia. Questo dibattito segnò l’inizio della comprensione che la presa del potere politico non è compito del partito. Torneremo dopo su questo. Ma quello che il tumultuoso sviluppo della coscienza di classe, fra febbraio e ottobre, aveva dimostrato è che una rivoluzione proletaria non può avere successo senza l’intervento deciso e la guida politica di un partito comunista.

Per la sua natura di classe sfruttata nella società borghese, la coscienza della classe non può mai essere omogenea. Vi saranno sempre quelli che sono più combattivi, più resistenti alla penetrazione dell’ideologia dominante, più coscienti della lotta storica della classe e delle sue lezioni. E’ compito specifico di un’organizzazione comunista raggruppare gli elementi più coscienti della classe intorno ad un solido programma per difenderlo indipendentemente dal livello immediato della coscienza della classe nel suo insieme. Questo non significa che l’organizzazione comunista possieda una verità infallibile: il programma comunista è basato sull’elaborazione teorica delle lezioni della storia, ed è costantemente arricchito dalle nuove esperienze e dai dibattiti all’interno del movimento operaio. E vi possono essere occasioni – come durante la stessa rivoluzione russa, quando Lenin notò che gli operai avanzati erano a sinistra del partito – in cui quest’ultimo può restare indietro rispetto ai nuovi progressi della coscienza della classe. Ma questo significa solo che la lotta contro l’influenza dell’ideologia borghese deve essere portata avanti nel partito così come nell’insieme della classe: si può dire in effetti che è precisamente in tali momenti che l’organizzazione comunista rivela il suo ruolo di laboratorio vitale per l’elaborazione della coscienza di classe.

Un tale momento si verificò nel partito bolscevico nel periodo seguente la rivoluzione di Febbraio. Una maggioranza dei “vecchi bolscevichi” in Russia, presa dall’euforia democratica che era seguita all’abdicazione dello zar, assunse una posizione francamente opportunista di sostegno critico al Governo provvisorio e di continuazione della guerra, definita ora come difensiva e non più imperialista da parte della Russia. Questa posizione metteva in discussione tre anni di determinata opposizione internazionalista alla guerra, che aveva posto i bolscevichi all’avanguardia dell’intero movimento socialista internazionale. Ma la vita proletaria del partito, sebbene minacciata, era ben lungi dall’essersi esaurita. Al suo ritorno in Russia, in aprile, Lenin – basandosi sulla radicalizzazione dei settori più attivi della classe – scosse il partito dalle sue fondamenta pubblicando le “Tesi di aprile”, in cui rigettava ogni sostegno al Governo provvisorio borghese, ogni partecipazione alla guerra imperialista e faceva appello agli operai e ai contadini poveri a prepararsi all’inevitabile nuovo passo del processo rivoluzionario: il trasferimento del potere ai soviet, che sarebbe stato il segnale della rivoluzione mondiale contro il sistema imperialista globale. Lenin comprese giustamente che questa posizione doveva essere difesa prima nel partito, poi dal partito nei soviet e nell’insieme della classe, e non con azioni avventuriste, ma attraverso una spiegazione paziente, una battaglia politica per la chiarezza.

Fino a che saremo in minoranza, svolgeremo un'opera di critica e di spiegazione degli errori, sostenendo in pari tempo la necessità del passaggio di tutto il potere statale ai Soviet dei deputati operai, perché le masse possano liberarsi dei loro errori sulla base dell'esperienza[3].

Portando avanti questo lavoro di “paziente spiegazione”, mentre la crisi in Russia maturava e le masse di operai e contadini diventavano sempre più disillusi rispetto alle false promesse del Governo provvisorio, il partito bolscevico (una volta consolidatosi sulle posizioni di Lenin) fu capace di accelerare decisamente lo sviluppo della coscienza di classe. La pazienza del partito si è mostrata particolarmente significativa nei giorni di luglio, quando una minoranza di operai e marinai di Pietrogrado rischiarono di cadere nelle provocazioni borghesi e di spingere per la presa del potere in un momento in cui essi non sarebbero stati seguiti dalla maggioranza della classe in Russia. Questo tentativo si sarebbe trasformato in un massacro fortemente demoralizzante degli operai più avanzati – una trappola che, meno di due anni dopo, gli operai di Berlino e gli spartachisti non furono capaci di evitare. In quel momento i bolscevichi non si nascosero in un angolo, ma presero parte alle manifestazioni degli operai, spiegando perché il momento non era favorevole alla presa del potere, una posizione che non era molto popolare. Nel periodo immediatamente successivo a questi eventi, il partito fu oggetto di una forte campagna di calunnie, accusato di essere formato da agenti pagati dall’imperialismo tedesco, esponendolo così alla diretta repressione del governo. Ma il partito non solo sopravvisse a questo ostacolo temporaneo, ma fu capace di riguadagnare la sua influenza nella classe con il suo ruolo di guida nella lotta contro il tentativo di colpo di Stato del generale Kornilov in agosto, e accrebbe la sua presenza nei soviet in tutto il paese, preparando così il terreno per il momento in cui, lungi dal tenere la classe indietro, fu necessario spingere per una azione determinata: l’insurrezione di Ottobre.

Questa capacità di difendere un’analisi coerente basata sui principi di classe anche in momenti di avversità – proprio come avevano fatto durante la guerra, quando molti operai erano stati presi dal fervore patriottico – dimostra quanto fosse menzognera la voce che i bolscevichi non erano altro che una banda di machiavellici calcolatori il cui unico scopo era di conquistare il potere per se stessi.

La degenerazione della rivoluzione e gli errori del partito bolscevico

Alla vigilia della sconfitta della rivoluzione, alcune delle correnti politiche rivoluzionarie che avevano inizialmente sostenuto i bolscevichi e la rivoluzione d’Ottobre – parte della sinistra comunista tedesca, gli anarchici internazionalisti – che avevano intravisto per primi i segni della degenerazione della rivoluzione, cominciarono a dare credito all’idea che l’Ottobre fosse solo un colpo di Stato dei bolscevichi assetati di potere. Nei loro ranghi cominciò a diffondersi l’idea che i bolscevichi fossero al più dei “rivoluzionari borghesi” e che non avessero nulla a che fare con il movimento proletario. Ma così facendo, essi rimossero il problema reale con cui erano confrontati i rivoluzionari nella comprensione di quello che stava accadendo in Russia: la necessità di capire che le organizzazioni rivoluzionarie possono degenerare ed anche tradire sotto l’enorme pressione dell’ordine sociale esistente e della sua ideologia.

Per noi, il miglior punto di partenza per capire gli alti e i bassi della rivoluzione russa è quello fornito dalla spartachista Rosa Luxemburg che, nel suo opuscolo sulla rivoluzione russa[4], scritto nel 1918 quando era ancora in prigione, espresse la sua totale solidarietà con i bolscevichi contro tutta la propaganda sanguinaria della classe dominante. Secondo lei i bolscevichi, prendendo posizione decisamente a favore della rivoluzione proletaria e contro la guerra imperialista, avevano riscattato l’onore del socialismo internazionale, profondamente macchiato dal tradimento dell’ala opportunista della socialdemocrazia che aveva votato in favore della guerra nel 1914 e che ora si opponeva alla rivoluzione con tutte le sue forze. Il futuro, scriveva la Luxemburg, appartiene al bolscevismo perché il bolscevismo, come la classe dominante aveva prontamente compreso, era per la rivoluzione mondiale. Questo convincimento non impediva alla Luxemburg di criticare con grande vivacità e intuito gli errori molto seri che lei vedeva nella politica bolscevica dopo la presa del potere: la tendenza a ridurre e finanche a sopprimere il libero dibattito e l’organizzazione politica nei soviet e in altri organismi; il ricorso al “Terrore rosso” di fronte ai complotti controrivoluzionari; le concessioni al nazionalismo con la politica della “autodeterminazione delle nazioni” per i popoli precedentemente soggetti all’impero russo, e così via. Ma lei non perse mai di vista il fatto che questi errori dovevano essere esaminati alla luce dell’isolamento della rivoluzione russa, in cui il blocco e l’invasione capitalista avevano ridotto molto rapidamente la Russia sovietica nella condizione di una fortezza assediata. Il superamento di questa situazione era esclusivamente nelle mani della classe operaia internazionale, soprattutto la classe operaia dell’Europa occidentale, che era l’unica forza che poteva eliminare l’assedio lottando per il superamento rivoluzionario del capitalismo al di là della Russia. Più tardi, partendo dall’approccio di solidarietà critica di Rosa Luxemburg, altre correnti, soprattutto la Sinistra Comunista Italiana, furono capaci di avanzare delle critiche anche più severe di quelle della Luxemburg, rigettando al tempo stesso quelli che erano de suoi errori (come la difesa dell’Assemblea Costituente in Russia). In particolare, la Sinistra Italiana insisteva sul fatto che era compito dei rivoluzionari riflettere sulle sconfitte per sviluppare una comprensione di tutte le lezioni che possono venire solo dall’esperienza vivente, reale; gli stessi bolscevichi, come i loro contemporanei del movimento rivoluzionario, non avrebbero potuto avere una comprensione preventiva di questioni che non erano state ancora verificate nella realtà, come il rapporto tra il partito e lo Stato di transizione.

L’esperienza del fallimento della rivoluzione russa appartiene alla classe operaia e tocca alla nostra classe e alle sue organizzazioni politiche tracciare le sue principali lezioni, così che, in un futuro movimento rivoluzionario, non si ripetano gli stessi errori. Noi abbiamo scritto molto su queste lezioni (vedi la lista di articoli in fondo), ma vogliamo metterne in evidenza le più significative:

  1. Non solo il socialismo in un solo paese è impossibile, ma un singolo potere politico proletario non può resistere a lungo di fronte a un mondo capitalista ostile. Quando il proletariato prende il potere in un paese, tutte le sue scelte politiche ed economiche devono essere subordinate alla necessità imperiosa di estendere la rivoluzione nel mondo. Confinata in un solo paese o regione, la rivoluzione finirà inevitabilmente per soccombere o per l’attacco esterno o per degenerazione interna.
  2. Il ruolo del partito proletario non è di esercitare il potere in nome della classe operaia. Questo è compito dei consigli operai e di altre organizzazioni di massa. Il modo di funzionare dei soviet tramite delegati eletti e revocabili non è compatibile con quello del parlamentarismo borghese in cui il potere governativo è tenuto per parecchi anni dai partiti che hanno la maggioranza dei voti nazionali. Inoltre, assumendo il potere politico, un partito proletario sacrifica immediatamente la sua principale funzione, che è quella di essere la voce più radicale e critica nelle organizzazioni di massa della classe. Il tentativo dei bolscevichi di tenere il potere ad ogni costo dopo il 1917 ebbe come effetto non solo di sostituirsi ai soviet, ma anche il declino e l’eventuale distruzione del partito stesso, che si trasformava gradualmente in una macchina burocratica di Stato.
  3. La rivoluzione proletaria necessariamente usa la violenza contro la precedente classe dominante che lotterà fino alla morte per mantenere i suoi privilegi. Ma la violenza di classe del proletariato non può usare gli stessi metodi della classe dominante, come il terrore di Stato. Essa è rivolta soprattutto verso le relazioni sociali e non contro le persone; essa aborrisce lo spirito di vendetta; essa deve essere continuamente sottomessa al controllo completo dei consigli operai; e deve essere guidata dai principi di base della morale proletaria – per cui i mezzi cui si ricorre devono essere compatibili con i fini, cioè la creazione di una società basata sulla solidarietà umana, che è all’opposto della nozione borghese: “il fine giustifica i mezzi”. In questo senso Rosa Luxemburg aveva assolutamente ragione quando rigettava la nozione del Terrore rosso. Anche se era necessario rispondere con fermezza alle macchinazioni controrivoluzionarie della vecchia classe dominante e creare un’organizzazione speciale finalizzata alla loro repressione, la Ceka, quest’organizzazione molto rapidamente sfuggì al controllo dei soviet e finì per essere infestata dalla corruzione morale e materiale del vecchio ordine sociale. La sua violenza molto presto finì con l’essere diretta non solo contro la classe dominante, ma anche contro le sezioni dissidenti della classe operaia – operai in sciopero contro la miseria economica durante la guerra civile, organizzazioni politiche proletarie come gli anarchici che erano critici verso la politica dei bolscevichi. Il culmine di questo processo fu lo schiacciamento degli operai e dei marinai di Kronstadt nel 1921, che furono denunciati come controrivoluzionari sebbene sbandierassero la bandiera della rivoluzione mondiale e della rigenerazione dei soviet. Questa fu una reale espressione del fatto che “la rivoluzione divora i suoi figli”, un momento chiave della distruzione del potere sovietico dall’interno. Il suo impatto profondamente demoralizzante sulla classe operaia in Russia sottolineò in maniera eclatante come le relazioni di violenza all’interno della classe operaia debbano essere rigettate in qualunque momento.
  4. La critica della nozione del Terrore rosso è connessa al problema dello Stato nel periodo di transizione. La rivoluzione russa fece nascere non solo organi come i consigli operai, ma anche un’intera rete di soviet che raggruppavano altre classi e strati sociali, insieme a organizzazioni come la Ceka e l’Armata Rossa formate per proseguire la guerra civile. Questo apparato di Stato generale, nelle condizioni terribili e difficili in cui si venne a trovare la rivoluzione, tese a rafforzarsi a spese delle vere organizzazioni proletarie – consigli, comitati di fabbrica, milizie operaie – assorbendo e azzerando lo stesso partito bolscevico. Come lo stesso Lenin osservò con amarezza nel 1922, era come un veicolo che sfuggiva al controllo del conducente. Mentre uno Stato di transizione è una necessità inevitabile quando esistono ancora le classi, la rivoluzione russa ci ha insegnato che le istituzioni statali hanno inevitabilmente una natura conservatrice e devono essere costantemente sorvegliate e controllate dagli organi diretti della classe rivoluzionaria. Attraverso i suoi consigli operai, il proletariato dovrà esercitare la sua dittatura sullo Stato di transizione.
  5. Se il comunismo è un movimento per l’abolizione dello Stato e dell’economia capitalista basata sul lavoro salariato e sulla produzione di merci, è un errore vedere questo come il prodotto di una tappa in cui lo Stato, o una rete di consigli operai, mantengono e rafforzano le relazioni capitaliste. In altre parole, né il capitalismo di Stato, né “l’autogestione operaia” (che in Russia era preconizzata dagli anarcosindacalisti) sono passi verso il comunismo, ma piuttosto dei metodi per la preservazione del capitale. Questo non significa che il comunismo autentico possa realizzarsi in una notte, soprattutto quando la rivoluzione non ha ancora conquistato il globo; significa piuttosto che esso è il prodotto di una lotta cosciente ed organizzata contro le relazioni capitaliste; che solo un proletariato autorganizzato e politicamente dominante può condurre questa lotta; e che, finché è possibile, le misure economiche immediate prese da un potere proletario non dovrebbero essere incompatibili con l’obiettivo del comunismo. Ma in Russia, la maggioranza del partito bolscevico non fu capace di rompere con l’idea che il capitalismo di stato era una tappa necessaria sulla strada del socialismo. E questo, in pratica, anche prima della vittoria dello stalinismo, significò che il crescente sfruttamento e l’impoverimento della classe operaia fu giustificato in nome dello “sviluppo delle forze produttive” verso una futura società comunista. L’idea che finché il partito bolscevico fosse rimasto al potere la dittatura del proletariato sarebbe rimasta in piedi, ebbe la stessa tragica e disastrosa conseguenza dell’identificazione del capitalismo di Stato con il socialismo o come un passaggio in quella direzione: la vera sconfitta della rivoluzione, il trionfo della controrivoluzione capitalista nella “Russia sovietica” avvenne dall’interno, mascherata come una continuazione dell’Ottobre e, come abbiamo visto, questo creò le confusioni più dannose nella classe operaia del mondo intero. Questa fu la base oggettiva della grande menzogna che lo stalinismo è uguale al comunismo.

1968-2011: lo spettro della rivoluzione ossessiona ancora il sistema capitalista.

Una cosa è tracciare le lezioni che possiamo trarre dalla sconfitta della rivoluzione. Ma ci può essere una nuova rivoluzione in cui tali lezioni possano essere messe in pratica? Ancora una volta possiamo indicare l’irrisolvibile crisi economica, il pericolo della guerra e dell’autodistruzione, la devastazione dell’ambiente, la crescita continua della criminalità e l’erosione morale delle relazioni sociali, e ribadire con fiducia che il comunismo è più che mai una necessità oggettiva. Poi possiamo ricordare la crescente esistenza globale della classe operaia, la crescente interdipendenza dell’economia mondiale, e i decenni di vertiginoso sviluppo dei mezzi di comunicazione, ed insistere sulle oggettive possibilità per l’unificazione del proletariato mondiale in difesa dei suoi comuni interessi contro lo sfruttamento capitalista. Ma la rivoluzione proletaria è la prima rivoluzione della storia che dipende non solo dallo sviluppo delle necessità e possibilità oggettive, ma soprattutto dalla capacità soggettiva di una classe sfruttata di comprendere le origini del suo sfruttamento, e non solo per difendere se stessa ma per sviluppare un progetto, una prospettiva, un programma per l’abolizione di ogni sfruttamento. E questa dimensione soggettiva, se può in buona parte svilupparsi in maniera invisibile, sotterranea, in piccole minoranze, non può tuttavia trovare sostanza, nutrimento ed estensione senza lo sviluppo di movimenti di massa del proletariato.

E tali movimenti sono apparsi in effetti sul palcoscenico mondiale negli ultimi 50 anni. Le enormi vette raggiunte dall’ondata rivoluzionaria del 1917-23 sono state seguite da diversi decenni di controrivoluzione, che ha mostrato la sua faccia più brutale in quei paesi dove la rivoluzione era andata più avanti: in Russia con la vittoria dello stalinismo, in Italia e in Germania con l’avvento del fascismo e del nazismo. La combinazione di queste forze è riuscita a soffocare gli ultimi focolai di resistenza proletaria (come in Spagna 1936-7) e a far marciare il proletariato nella seconda guerra mondiale imperialista; e per i due decenni che seguirono la guerra, il conflitto di classe è stato controllato dal boom economico e dalla rete di sicurezza dello stato sociale, nonché dalla nuova falsa scelta tra “democrazia” occidentale e “socialismo” orientale.

Ma verso la fine degli anni Sessanta, quando il boom del dopoguerra svanì, poiché la vita quotidiana del capitalismo, sia in occidente che in oriente rivelò la sua reale povertà e ipocrisia, poiché le guerre per procura tra i due blocchi imperialisti continuavano a imperversare in Vietnam e in Africa, una nuova generazione di proletari, che non avevano attraversato le sconfitte e i traumi dei loro genitori, cominciò a mettere in discussione la normalità della società capitalista. Questa messa in discussione, che colpì anche altri strati della popolazione, sarebbe scoppiata apertamente con l’enorme sciopero generale in Francia nel maggio-giugno 1968, un movimento che marcò la fine del periodo di controrivoluzione e che fu il segnale di inizio di un’ondata internazionale di lotte operaie in tutti i continenti. Al suo punto più alto, il movimento del maggio ’68 in Francia vide i segni di dibattiti politici, agli angoli delle strade, nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro, della stessa intensità di quelli che John Reed aveva osservato in Russia prima dell’ottobre 1917. Per la prima volta da decenni, l’idea di sostituire il capitalismo con una nuova società veniva discussa seriamente tra minoranze significative di lavoratori e studenti, e uno dei frutti più importanti di questo fermento era una nuova generazione di organizzazioni politiche rivoluzionarie.

Il movimento in Francia poteva solo porre la questione della rivoluzione a livello teorico. Il capitalismo era solo all’inizio della sua crisi aperta e la classe dominante aveva ancora molti trucchi politici nella manica per gli anni a venire, non da ultimo l’uso dei partiti di sinistra e dei sindacati come una falsa “opposizione” al sistema. Le ondate di lotte iniziate nel 1968 continuarono nei successivi due decenni. Il loro punto di forza fu probabilmente il movimento in Polonia del 1980, un vero e proprio sciopero di massa, che diede origine a forme di organizzazione - i comitati di sciopero inter-fabbrica - che riportavano alla mente i consigli operai degli anni rivoluzionari. Nonostante questo livello molto avanzato di auto-organizzazione, i lavoratori polacchi non sollevarono mai tuttavia la possibilità di rovesciare il sistema capitalista. Al contrario, essi furono ingannati dall’idea di vivere già in un sistema comunista e che le loro migliori speranze si trovavano nelle forme democratiche dell’occidente capitalista, con i suoi parlamenti e i “sindacati liberi”. I lavoratori dell’Occidente avevano una maggiore esperienza del carattere infido di queste forme, ma il problema fondamentale che avevano di fronte non era diverso da quello dei loro fratelli e sorelle di classe del blocco orientale: la difficoltà a portare la lotta dal livello di difesa economica a quello di un’offensiva politica contro il capitalismo.

I movimenti della classe operaia negli anni ‘70 e ‘80 hanno comunque avuto un impatto molto rilevante sull’evoluzione della società capitalista. Negli anni Trenta, quando l’esplosione di una crisi economica aperta incontrò una classe operaia ancora dolorante per la profonda sconfitta storica subita, non vi fu alcun ostacolo al movimento del capitalismo verso la guerra. Al contrario, negli anni '70 e '80, anche se la spinta verso la guerra mondiale era molto forte, il rifiuto della classe operaia di sacrificarsi per gli interessi dell’economia nazionale significava anche che non sarebbe stata disposta a marciare verso un’altra guerra. Gli esperti della borghesia ci dicono che se non scoppierà mai una terza guerra mondiale è perché il capitalismo ha imparato le lezioni delle guerre precedenti e ha creato degli organismi internazionali come l’UE o l’ONU per controllare le rivalità nazionali. O che l’esistenza stessa delle armi atomiche è il più sicuro “deterrente” della guerra mondiale. L’idea che la lotta della classe operaia potesse essere il vero deterrente era al di fuori del pensiero politico borghese.

Ma la barriera alla guerra eretta dal proletariato fu raramente costruita in modo cosciente. L’incapacità della borghesia di mobilitare la classe per la guerra era una cosa, ma la classe operaia a sua volta era incapace di sviluppare la propria alternativa politica: la rivoluzione mondiale. Di conseguenza, dalla fine degli anni ’80, abbiamo vissuto attraverso una specie di stallo nell’evoluzione della società, che non è in grado di incamminarsi per nessuna di queste due strade. Sullo sfondo di una crisi economica lunga e insolubile, questa situazione condanna il capitalismo a imputridire. Con il crollo dei due blocchi imperialisti, la prospettiva di una guerra mondiale è diventata più remota, ma la spinta verso la guerra capitalista continua e si accelera con una dinamica più caotica, ma non meno pericolosa.

Quest’ultima fase del lungo declino del sistema capitalista, la fase di decomposizione del capitalismo, ha creato ulteriori difficoltà alla classe operaia. Le campagne sulla “morte del comunismo” erano tra le espressioni più evidenti della capacità della classe dominante di trasformare la decomposizione del proprio sistema contro la coscienza della classe sfruttata. Il loro tema centrale - il trionfo della democrazia sul totalitarismo - ha dimostrato ancora una volta che la nozione che viviamo sotto il regno della “democrazia” è una delle più potenti mistificazioni prodotte dalla società capitalista e strenuamente mantenute dalla classe dominante. Lo stesso tema è stato rigenerato attraverso le recenti campagne prodotte nella battaglia tra populismo e anti-populismo, in cui entrambi i campi si presentano come l’espressione della “reale volontà del popolo”.

Nel frattempo, i processi sociali in atto in questa fase di decomposizione continuano a operare in maniera ancora più insidiosa attraverso: la tendenza della società capitalista a frammentarsi in cricche e bande a ogni livello, l’aumento di ogni tipo di timori irrazionali e di fanatismi, la ricerca diffusa di capri espiatori, ecc.

Queste tendenze sono profondamente nemiche dello sviluppo della solidarietà internazionale della classe operaia e del tipo di pensiero storico, globale necessario per comprendere i processi reali della società capitalista. Eppure: nonostante il riflusso complessivo della lotta di classe dalla fine degli anni ‘80, continuiamo a vedere importanti slanci del proletariato, anche se spesso i partecipanti a tali movimenti non si riconoscono come proletari. Nel 2006, il movimento studentesco in Francia sfuggì al controllo dei sindacati ufficiali e, poiché minacciava di diffondersi nel settore degli impiegati, la borghesia fu obbligata a ritirare il CPE, la legge che introduceva di colpo l’insicurezza dell’occupazione. Nel 2011, a seguito delle rivolte nel Nord Africa, Israele e Grecia, il movimento degli “indignados” in Spagna, come gli studenti francesi nel 2006, ripresero la memoria del ‘68 stimolando massicci dibattiti sulla natura della società capitalista e sulla sua totale mancanza di prospettive. Questo movimento fu molto chiaro sulla propria natura internazionale e al suo interno lo slogan “rivoluzione mondiale” stava diventando sempre più rilevante tra alcune piccole minoranze. E, ancora come nel movimento del 2006, la forma di organizzazione adottata dal movimento era l’assemblea generale nelle strade e nei quartieri, al di fuori delle istituzioni ufficiali della società borghese. In altre parole, un’eco debole ma definita della forma sovietica di organizzazione. Naturalmente questi movimenti erano di breve durata e soffrivano di innumerevoli debolezze e confusioni, non da ultime l’ideologia della democrazia e della cittadinanza, abilmente sfruttate da partiti di sinistra come Syriza e Podemos. Questi, con il loro ritornello: “assemblee, sì, ma usiamole per rigenerare la nostra vita democratica, aumentare la partecipazione al parlamento e alle elezioni ...” hanno permesso ai Sanders e ai Corbyn di vendere la stessa frode. Ma quello che è essenziale in questi movimenti è la dimostrazione che il proletariato non è morto, che è ancora in grado di sollevare la testa e che, quando lo fa, è irresistibilmente attratto dalle tradizioni rivoluzionarie del proprio passato.

Il proletariato non ha detto la sua ultima parola. I cambiamenti nella composizione della classe operaia, nonostante i loro effetti negativi mostrati finora, nascondono anche elementi che sono molto più favorevoli alla prospettiva della rivoluzione. Le giovani generazioni proletarie che vivono in una situazione che combina occupazione insicura e disoccupazione cronica, possono riconoscersi nel tempo come parte di una classe che, come afferma il Manifesto comunista, “condivide la miseria dello schiavo senza la sicurezza dello schiavo”, che “I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare”. La situazione presente e futura del proletariato mondiale rivela sempre di più ciò che Marx ha identificato come il fondamenta della sua natura rivoluzionaria, la sua capacità di distruggere il capitalismo e di creare il comunismo:

  • Una classe della società borghese che è estranea a questa stessa società;
  • Una classe le cui catene radicali e le cui sofferenze universali la spingono verso una rivoluzione radicale e universale;
  • Una classe che concentra in sé tutte le sofferenze degli altri strati della società senza beneficiare di alcuno dei loro vantaggi e che può emanciparsi solo emancipando l’intera umanità;
  • Una classe associata che può organizzare la società sul principio dell’associazione, che si oppone al regno capitalista della mercificazione universale;
  • Una classe che può liberare la morale umana dalla sua prigione capitalistica emancipando il corpo umano dalla servitù della merce e del lavoro salariato.

Lunga vita alla rivoluzione d’Ottobre!

La memoria della rivoluzione di Ottobre non può mai essere realmente cancellata così come non si può avere un capitalismo senza lotta di classe. Nel 1917, l’umanità si trovò di fronte alla scelta tra socialismo o barbarie: o la rivoluzione proletaria mondiale o la distruzione della civiltà, e forse quella della stessa umanità. Nel 2017 ci troviamo di fronte allo stesso dilemma. Il capitalismo non può essere riformato, conciliarsi con la natura o assumere un volto umano. Il suo rovesciamento è da tempo all’ordine del giorno e qualunque rivoluzione futura non potrà avere successo senza trarre tutte le lezioni della gigantesca esperienza che la nostra classe ha accumulato in Russia, così come in Germania, Ungheria, Italia e nel resto del mondo un centinaio di anni fa. È compito e responsabilità della minoranza dei rivoluzionari, delle organizzazioni politiche proletarie, studiare, elaborare e diffondere queste lezioni nella maniera la più profonda ed ampia possibile.

Corrente Comunista Internazionale, Settembre 2017

Parziale lista di articoli della CCI sulla Rivoluzione Russa.

Tutti questi articoli, e molti altri in lingua inglese, francese e spagnola, possono essere trovati sul nostro sito web http://it.internationalism.org/.

 


[1] John Reed, I dieci giorni che sconvolsero il mondo, cap. 1, Le Origini.

[2] Trotsky, Storia della rivoluzione russa, vol. II, pag. 1194-1196. Edizioni Oscar Mondadori.

[3] Lenin, Sui compiti del proletariato nella rivoluzione attuale (Tesi di aplile), Tesi 4.

[4] Rosa Luxemburg, La Rivoluzione russa