MANIFESTO DEL 1°CONGRESSO DELLA CCI (1975)

Lo spettro della Rivoluzione Comunista è tornato ad aggirarsi per il mondo. Per decenni le classi dominanti si erano illuse che i demoni che avevano agitato la classe operaia nel secolo scorso ed agli inizi di questo secolo fossero stati esorcizzati per sempre. Nei fatti, il movimento operaio non aveva mai conosciuto una sconfitta così terribile e così duratura. La controrivoluzione che si era abbattuta sulla classe operaia dopo le lotte del 1948, quella seguita al tentativo eroico e disperato della Comune, il riflusso e la demoralizzazione che avevano accompagnato la sconfitta dell'esperienza del 1905 in Russia non erano niente in confronto con la cappa di piombo che ha ricoperto per mezzo secolo ogni manifestazione della lotta di classe. Questa controrivoluzione è stata a misura del terrore provato dalla borghesia di fronte alla grande ondata rivoluzionaria che è seguita alla prima guerra mondiale, la sola che, fino ad ora, sia riuscita a far tremare il sistema capitalista fin nelle sue fondamenta. Dopo essersi sollevato a simili altezze, il proletariato non aveva mai conosciuto un simile disastro, una simile disperazione, una simile vergogna. E la borghesia non aveva mai manifestato nei suoi confronti una tale arroganza, fino al punto di presentargli le più grandi sconfitte della classe come delle sue "vittorie", e di fare dell'idea stessa della Rivoluzione una specie di anacronismo, di mito ereditato da una epoca sorpassata. 

Ma, oggi, la fiamma proletaria si è ravvivata attraverso il mondo. In modo spesso confuso, esitante, ma con dei soprassalti che a volte stupiscono anche i rivoluzionari, il gigante proletario ha rialzato la testa e torna a far tremare il vecchio edificio capitalista. Da Parigi a Cordoba, da Torino a Danzica, da Lisbona a Shangai, dal Cairo a Barcellona le lotte operaie sono ridiventate un incubo per i capitalisti. Nello stesso tempo, e come parte di questa ripresa generale della classe sono riapparsi dei gruppi e delle correnti rivoluzionarie che si sono assunte l'immenso compito della ricostituzione di uno dei più importanti strumenti del proletariato: il suo partito di classe.

Per i rivoluzionari è dunque venuta l'ora di indicare alla propria classe le prospettive delle lotte che essa ha ingaggiato, di ricordare le lezioni del suo passato perché essa possa forgiarsi il suo avvenire ed anche chiarire i compiti che attendono i rivoluzionari stessi come prodotti e nello stesso tempo fattori attivi di questa rinascita delle lotte proletarie. Questi sono i propositi del presente manifesto.

Il proletariato è la sola classe rivoluzionaria della nostra epoca, esso solo è in grado, mediante la presa del potere politico e la trasformazione radicale dei modi e degli scopi della produzione, di sollevare l'umanità dalla barbarie in cui si batte.

L'idea che la classe operaia è la classe portatrice del comunismo, che la sua collocazione all'interno del capitalismo ne fa la sola classe capace di abbatterlo, era acquisita da più di un secolo. Questa idea appare con forza nella prima manifestazione programmatica rigorosa del movimento operaio: il Manifesto Comunista del 1948. Si esprime in lettere luminose nella formula della Associazione Internazionale dei Lavoratori: "L'emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi", che generazioni di proletari si sono trasmesse come bandiera, nelle loro successive lotte contro il Capitale. Ma il terribile silenzio in cui è rimasta ferma la classe per mezzo secolo ha permesso il diffondersi di tutta una serie di teorie sulla   "integrazione della classe operaia", sul proletariato come "classe per il capitale", sulla "classe universale" o sugli strati marginali come protagonisti della Rivoluzione ed altre vecchie idiozie reazionarie ripresentate come grandi "novità" che si sono aggiunte ai fiumi di menzogne della borghesia per perpetuare la demoralizzazione dei lavoratori e la loro soggezione ideologica al Capitale.

La prima cosa che la Corrente Comunista Internazionale riafferma oggi con forza, è dunque il carattere rivoluzionario della classe operaia e di nessun altro nel periodo attuale.

Il non avere, al contrario delle classi rivoluzionarie del passato, nessun potere economico nella società che deve trasformare, come trampolino verso il potere politico, le impone la presa del potere politico come primo passo verso questa trasformazione. Inoltre, contrariamente alle rivoluzioni della borghesia, che avanzano di successo in successo, la rivoluzione proletaria non può che coronare una serie di sconfitte parziali ma tragiche. E più in alto si spingono le lotte proletarie, più le sconfitte sono terribili.

La grande ondata rivoluzionaria che segna la fine della prima guerra mondiale e che si prolunga per un decennio, è una chiara conferma di queste due realtà: la classe operaia come solo soggetto storico della rivoluzione comunista e la sconfitta come compagna delle sue lotte fino alla vittoria definitiva. Questo immenso movimento rivoluzionario che abbatte lo stato borghese in Russia, fa tremare quello degli altri paesi d'Europa e si ripercuote come un'eco assordante fino in Cina, proclama che il proletariato si appresta a dare il colpo di grazia ad un sistema entrato in agonia, ad eseguire la sentenza che la storia ha pronunciato contro il capitalismo. Ma incapace di allargare alla scala mondiale il primo successo del 1917, la classe operaia è infine vinta e schiacciata. Viene allora confermata in maniera negativa la natura rivoluzionaria esclusiva del proletariato: è per il suo fallimento nella rivoluzione e perché nessuna altra categoria sociale la può fare al suo posto, che la società continua inesorabilmente a sprofondare in una crescente barbarie.

La decadenza del capitalismo, proseguita dopo la prima guerra mondiale, ed a cui la società non può sfuggire senza la Rivoluzione Proletaria, appare fin d'ora come il periodo peggiore della storia dell'umanità.

Nel passato c'erano già stati dei periodi di decadenza con il loro seguito di sofferenze e calamità indicibili. Ma non era niente di fronte a ciò che l'umanità sopporta da 60 anni. Le decadenze delle altre società vedevano svilupparsi pestilenze e carestie, ma mai come oggi una tale miseria umana era stata accompagnata da un simile spreco di ricchezze. Nel momento in cui l'umanità si è resa padrona di tecniche meravigliose che le permetterebbero di controllare la natura per la soddisfazione dei propri bisogni, essa resta sottoposta ai suoi capricci, alle catastrofi "naturali" climatiche od agricole, in condizioni ancora più tragiche del passato. Peggio, la società capitalista è la prima della storia che, nella sua fase di declino, non può sopravvivere che a prezzo dell'autodistruzione di una parte  sempre crescente di sé. Certo, anche gli altri periodi di decadenza abbondavano in guerre tra le varie frazioni della classe dominante, ma quello in cui viviamo è infognato in un ciclo infernale di crisi-guerra  generalizzata-ricostruzione-crisi... che fa pagare al genere umano un tributo terribile di morti e sofferenze. Oggi le tecniche scientifiche più raffinate contribuiscono ad aumentare il potere di distruzione e di morte degli stati capitalisti; si contano quindi a decine di milioni le vittime delle guerre imperialiste e dei genocidi sistematici e su scala industriale in cui si sono fatti onore nel passato fascismo e stalinismo, e che ci minacciano senza tregua.

Sembra quasi che l'umanità debba pagare il regno della libertà, a cui il dominio della tecnica le spiana infine l'accesso, con il regno delle più infami atrocità permesse da questo stesso dominio.

E' all'interno di questo quadro di rovine e convulsioni che si è sviluppato come un cancro l'organo di stabilità e di conservazione sociale: lo Stato. Questo si è infiltrato in tutti gli ingranaggi della società, e specialmente nella sua base economica.  Come il Dio Moloch dell'antichità, la sua macchina mostruosa, fredda ed impersonale ha divorato la sostanza della società civile e dell'umanità. Il capitalismo di stato, che, sotto tutte le forme giuridiche ed ideologiche, con i mezzi di governo più barbari, si è impadronito di tutto il pianeta, lungi dal costituire un qualsiasi "progresso", è una delle manifestazioni più brutali della putrefazione della società capitalista.

Ma lo strumento più efficace, sviluppato dal capitalismo decadente per assicurarsi la sopravvivenza, è stato il recupero di tutte le forme di lotta e di organizzazione che il proletariato aveva ereditato dal passato e che il cambiamento di prospettiva storica ha reso ormai inservibili. Tutte le tattiche sindacali, parlamentari, frontiste che avevano un senso ed una utilità per la classe operaia nel secolo scorso, sono divenute oggi altrettanti mezzi per paralizzare la classe ed hanno costituito l'arma essenziale della controrivoluzione. Di più, è perché è stato possibile spacciargli le sue sconfitte come tante "vittorie" che il proletariato è rimasto sotto il peso della più terribile delle controrivoluzioni. E' senza dubbio il mito menzognero dello "stato socialista" uscito dalla Rivoluzione in Russia e presentato come bastione proletario, mentre non era divenuto niente altro che il difensore del capitale nazionale statizzato, che ha costituito l'arma essenziale sia di imbrigliamento che di demoralizzazione del proletariato. I proletari del mondo intero in cui l'esplosione del 1917 aveva fatto nascere una speranza immensa, erano ora invitati a sottomettere incondizionatamente le loro lotte alla difesa della "patria socialista" ed in quelli che iniziavano a comprendere la natura antioperaia di questa, l'ideologia borghese si incaricava di inculcare l'idea che la Rivoluzione non potesse avere altra fine che quella avuta in Russia: l'apparizione di una nuova società di sfruttamento e di oppressione. Demoralizzata dalle sue sconfitte degli anni '20, ma ancora di più dalle sue divisioni tra coloro che, entusiasmati dall'Ottobre, non erano riusciti a comprendere la sua degenerazione ed il tradimento dei partiti che vi si richiamavano, e coloro che avevano perduto ogni speranza nella Rivoluzione, la classe operaia non poteva approfittare della crisi generale del sistema degli anni '30 per riprendere l'offensiva. Al contrario, di "vittoria in vittoria", veniva portata mani e piedi legati alla seconda guerra imperialista che, contrariamente alla prima, non doveva segnare una sua insurrezione rivoluzionaria, ma il suo imbrigliamento nelle grandi "vittorie" della "resistenza", de "l'antifascismo" oppure delle "liberazioni" coloniali e nazionali.

Le tappe principali del riflusso e dell'integrazione del proletariato e dei partiti della III Internazionale nella società borghese, appaiono come tante pugnalate ricevute dal movimento di classe.

1920-21: Lotta dell'Internazionale Comunista contro la sua ala sinistra  sulle  questioni parlamentare e sindacale.

1922-23: Adozione da parte dell'I.C. delle tattiche del "Fronte Unito" e del "Governo Operaio" che conduce in Sassonia ed in Turingia a dei governi di coalizione tra comunisti e socialdemocratici macellai del proletariato tedesco, mentre quest'ultimo era ancora per le strade.

1924-25: Apparizione della teoria della "costruzione del socialismo in un paese solo: "l'abbandono  dell'internazionalismo coincide con la morte dell'I.C. ed il passaggio dei suoi partiti nel campo della borghesia.

1927: Sostegno politico e militare dell'I.C. a Tchang Kai Chek che porta al massacro da parte delle sue truppe, del proletariato e dei comunisti cinesi.

1933: Trionfo di Hitler.

1934: Entrata della Russia nella Società delle Nazioni, che sta a significare  che i briganti che vi si raggruppano la riconoscono come una loro pari: questa grande "vittoria" è nei fatti il miglior simbolo della completa sconfitta del proletariato.

1936: Creazione dei "Fronti Popolari" e politici di "difesa nazionale" il che,   con l'accordo di Stalin, conduce i partiti "comunisti" a votare i crediti di guerra.

1936-39: Prime prove dell'antifascismo: in Spagna, massacro dei lavoratori al servizio della Democrazia e della Repubblica.

1939-45: Seconda guerra mondiale ed imbrigliamento del proletariato nella "Resistenza". In questa guerra la borghesia, istruita dalle sue  precedenti esperienze, soffoca sul nascere ogni velleità proletaria, occupando militarmente ogni centimetro quadrato di terreno dei paesi vinti. Incapace d'imporre, come nel 1917-18, la fine della guerra attraverso la propria iniziativa autonoma, la classe ne esce ancora più sconfitta.

1945-65: Ricostruzione e "liberazione" nazionale: il proletariato è invitato a liberare il mondo dalle sue rovine, in cambio di qualche briciola che lo sviluppo della produzione rende disponibile. Nei paesi arretrati, il  proletariato è inquadrato dalle proprie borghesie nazionali, in nome           della lotta per l'indipendenza e contro l'imperialismo.

Nel quadro di questo sbandamento della classe e di questo trionfo della controrivoluzione, le frazioni comuniste di sinistra che si staccano dai partiti in degenerazione intraprendono il difficile compito di salvaguardare i principi rivoluzionari. Esse devono opporsi alle forze congiunte di tutte le frazioni della borghesia, evitare le mille trappole che questa tende, esse debbono tenere testa al terribile  peso dell'ideologia ambientale nella loro stessa classe, affrontare l'isolamento, la persecuzione fisica, la demoralizzazione, l'esaurimento, la morte e la dispersione dei propri membri. Tentando di stabilire un ponte fra i vecchi partiti proletari passati al nemico, e quelli che la sua prossima ondata rivoluzionaria farà rinascere, le frazioni comuniste di sinistra si dedicano ad uno sforzo sovrumano ed eroico con il duplice scopo di salvaguardare i principi proletari che l'Internazionale ed i suoi partiti si sono messi a svendere, ed, a partire da questi principi, fare un bilancio delle sconfitte passate per trarne i nuovi insegnamenti che la classe dovrà fare suoi nelle lotte future. Per anni le diverse frazioni, ed in particolar modo le sinistre tedesca, olandese e soprattutto italiana, proseguono un notevole lavoro di riflessione e denuncia dei partiti traditori che continuano a dirsi proletari. Ma la controrivoluzione è troppo lunga e troppo profonda per permettere la sopravvivenza delle frazioni. Duramente colpite dalla seconda guerra mondiale e dal fatto che questa non provoca una rinascita della classe, le ultime frazioni ancora esistenti spariscono progressivamente o sprofondano in un processo di degenerazione, sclerosi e regressione. Così, per la prima volta nel corso di un secolo, si rompe il legame organico che legava le une alle altre le differenti organizzazioni politiche del proletariato, dalla Lega dei Comunisti alla prima, alla seconda, alla terza Internazionale, alle frazioni che ne sono uscite.

La borghesia ha raggiunto momentaneamente il suo scopo: far tacere ogni espressione politica della classe, far apparire, senza possibilità di dubbio, la Rivoluzione come un anacronismo polveroso, una vestigia di altri tempi, una specialità esotica riservata ai paesi arretrati, od anche a falsificarne totalmente il senso agli occhi dei lavoratori.

Ma da una decina di anni a questa parte la prospettiva è cambiata in modo fondamentale. La situazione di "prosperità" economica che ha accompagnato la ricostruzione nel dopoguerra - e che era stata presentata come eterna non solo dagli adoratori del capitalismo, ma anche da molti che si proclamavano suoi nemici - è finita con la fine della ricostruzione. Dalla metà degli anni '60 il capitalismo si è scontrato con un incubo che credeva di aver ormai relegato fra i ferrivecchi del museo d'anteguerra: la Crisi. Da allora il suo approfondimento inesorabile costituisce una splendida conferma della teoria marxista, di quella teoria marxista che ogni sorta di falsificatori, sostenuti dalla borghesia, di universitari in cerca di "novità", di pseudo-rivoluzionari da operetta, di Premi Nobel e di accademici, di "esperti" e di "autorità", di "scettici" e di dubbiosi non avevano cessato di proclamare "sorpassata", "caduca" e fallita".

Con l'approfondirsi del disordine economico, la società si trova ancora una volta di fronte all'alternativa che ogni crisi profonda del periodo di decadenza pone: guerra mondiale o Rivoluzione Proletaria.

Ma oggi la prospettiva non è più quella della grande crisi degli anni '30. Allora il proletariato, vinto, non aveva trovato la forza di approfittare di questo nuovo fallimento del sistema capitalista per lanciarsi al suo assalto; al contrario, questo aveva avuto l'effetto di aggravare ancora la sua disfatta.

Il proletariato oggi è diverso da quello a cavallo fra le due guerre. Da una parte, come l'insieme dei pilastri dell'ideologia borghese, anche le mistificazioni che nel passato hanno schiacciato la coscienza proletaria hanno in parte esaurito progressivamente la loro efficacia: il nazionalismo, le illusioni democratiche, l'antifascismo non hanno più l'impatto di ieri. D'altra parte le nuove generazioni operaie non hanno subito il peso delle sconfitte precedenti; se non hanno l'esperienza dei loro predecessori, non ne hanno neanche la demoralizzazione.

La formidabile reazione, dal 68-69, della classe operaia alle prime avvisaglie della crisi, significa che alla borghesia è per ora preclusa la sola via di uscita dalla crisi: un nuovo massacro mondiale. Prima deve poter vincere la classe operaia: la prospettiva immediata non è dunque la guerra imperialista, ma la guerra di classe generalizzata. Anche se la borghesia prosegue i suoi preparativi per la prima, è la seconda che si pone sempre più al centro delle sue preoccupazioni: l'aumento prodigioso delle vendite di armi, solo settore che non abbia sofferto della crisi, maschera per il momento il rafforzamento generale e non meno sistematico dei dispositivi di repressione, di lotta contro la "sovversione", da parte degli stati capitalisti. Ma non è tanto in questo modo che la borghesia si prepara agli scontri di classe, ma piuttosto approntando tutta una serie di mezzi per inquadrare la classe e per deviarne le lotte. In effetti, di fronte ad una combattività operaia intatta ed in piena rinascita, la borghesia può opporre sempre di meno la repressione pura e semplice che rischia di generalizzare la lotta più che spegnerla.

Prima di darsi alla repressione aperta, essa comincerà, come nel passato, a tentare di demoralizzare gli operai deviando le loro lotte e conducendole in un vicolo cieco. Per questo compito si servirà principalmente di tre temi essenziali di mistificazione per legare la classe operaia al proprio capitale nazionale ed al proprio Stato: "l'antifascismo", "l'autogestione" e "l'indipendenza nazionale".

L'antifascismo, date le condizioni storiche diverse da quelle degli anni '30, visto che non avrà di fronte a sé un "fascismo" ben "concreto", come quello di Hitler e di Mussolini, e che non avrà per compito immediato la preparazione della guerra imperialista, avrà un senso più esteso che nel passato. All'Est come all'Ovest, è in nome della difesa delle "conquiste" democratiche, delle "libertà", contro le minacce "reazionarie", "autoritarie", "repressive", "fasciste" o anche "staliniste" che le frazioni di "sinistra", "progressiste", "democratiche" o "liberali" del Capitale attaccheranno le lotte operaie. Sempre di più gli operai avranno la sorpresa di scoprire d'essere i peggiori agenti della "reazione" e della "controrivoluzione", ogni volta che tenteranno di lottare per la difesa dei propri interessi.

L'autogestione: il diffondersi del suo mito sarà favorito dai fallimenti in serie che la crisi provoca al suo passaggio, oltre che da una comprensibile reazione contro il dominio su tutta la società dello stato burocratico;  anch'essa giocherà un ruolo di primo piano nella lotta della sinistra del capitale contro i lavoratori. Questi dovranno respingere i canti delle sirene di tutte le forze capitaliste che, in nome di una "democratizzazione" dell'economia, della "espropriazione" dei padroni, o dell'instaurazione di "rapporti comunisti" o "più umani", vorrebbero, nei fatti, farli partecipare al loro sfruttamento ed opporsi alla loro unificazione, dividendoli fabbrica per fabbrica o quartiere per quartiere.

L'indipendenza nazionale, infine, versione moderna della "difesa nazionale" di sinistra memoria, sarà un'arma fin troppo usata,  particolarmente nei paesi più deboli, dove essa costituisce appunto un nonsenso totale, per invocare l'unione fra le classi contro questo o quest'altro imperialismo, per far ricadere la responsabilità della crisi e dell'aggravarsi dello sfruttamento sulle "mire egemoniche" di questo o quel paese, sulle "multinazionali" o altro capitalismo "senza patria".

Facendo ricorso all'una o all'altra di queste mistificazioni od a tutte contemporaneamente il Capitale cercherà di convincere i lavoratori a rinunciare alle loro rivendicazioni ed a fare dei sacrifici in attesa che la crisi passi. Come nel passato i partiti di sinistra ed "operai" si distingueranno in questo compito ripugnante e potranno contare sul sostegno "critico" degli extraparlamentari di tutte le confessioni che propagano le stesse mistificazioni e le stesse menzogne, ma con dei metodi ed un linguaggio più radicale. Cinquantasette anni fa il Manifesto dell'Internazionale Comunista metteva già in guardia contro questi pericoli:

"Gli opportunisti che, prima della guerra, incitavano gli operai a moderare le loro rivendicazioni in nome del passaggio progressivo al socialismo, che esigevano durante la guerra l'umiliazione e la sottomissione di classe del proletariato in nome della "Uniòn Sacrée" e della difesa della patria, domandano ancora al proletariato nuovi sacrifici e sofferenze per superare le spaventose conseguenze della guerra. Se queste invocazioni troveranno ascolto nella classe operaia, lo sviluppo capitalista proseguirà la sua stabilizzazione sui cadaveri di più generazioni, con forme ancora più concentrate e più mostruose, con la prospettiva di una nuova ed inevitabile guerra mondiale".

La storia ha poi dimostrato, con una tragedia mostruosa, quanto fossero chiaroveggenti i rivoluzionari del 1919 nel denunciare le menzogne borghesi. Oggi, nel momento in cui la borghesia rimette in piedi il formidabile arsenale politico che, nel passato, le ha premesso di contenere e sconfiggere il proletariato, la C.C.I. rivendica con forza le parole dell'Internazionale Comunista e le indirizza di nuovo alla propria classe:

"Proletari, ricordatevi della guerra imperialista!" gridava l'Internazionale.

Proletari di oggi, ricordatevi della barbarie del mezzo secolo passato ed immaginate ciò che attende l'umanità se, ancora una volta, voi non respingerete con forza sufficiente i discorsi mistificatori della borghesia e dei suoi lacchè!

Ma se la borghesia affila le sue armi con metodo, il proletariato non è la vittima sottomessa che si vorrebbe che fosse. Nonostante alcuni aspetti sfavorevoli, il quadro in cui rinascono le sue lotte è fondamentalmente favorevole. In effetti, per la prima volta nella storia, il movimento rivoluzionario non si sviluppa in seguito ad una guerra, ma accompagna una crisi economica del sistema. Certo una guerra avrebbe fatto capire più rapidamente al proletariato la necessità di lottare su un terreno politico ed avrebbe trascinato dalla sua parte una notevole frazione dei ceti non proletari, borghesia a parte, ma nello stesso tempo sarebbe stata un potente fattore di presa di coscienza solo per i proletari dei campi di battaglia ed in particolar modo di quelli dei paesi vinti. La crisi economica che si sviluppa oggi non risparmia nessun settore del globo, e più la borghesia cerca di rallentarne il corso, più essa estende i suoi effetti. E' per questo che nessuna ondata della lotta di classe aveva mai conosciuto  un'ampiezza paragonabile all'attuale. Certo, il ritmo del suo sviluppo è lento, ma la sua estensione già smentisce quei profeti della disfatta che non cessano di proclamare il carattere "utopico" di un movimento rivoluzionario del proletariato a livello mondiale. Per altro la classe, affrontando i compiti giganteschi che le sono propri ed avendo perso l'essenziale delle sue tradizioni di lotta e la totalità delle proprie organizzazioni di classe, ciò che causa la caratteristica irregolarità del suo movimento, dovrà approfittare dello svilupparsi lento della crisi per sviluppare sistematicamente le une e le altre. E' attraverso le successive lotte in difesa dei livelli di vita operai, che essa riprenderà coscienza del carattere politico della sua lotta. E' moltiplicando le sue lotte parziali che si forgerà gli strumenti per lo scontro generale. Di fronte a queste lotte il Capitale moltiplicherà i suoi lamenti ed utilizzerà il fatto reale di non avere niente da offrire agli operai per fare appello alla loro "moderazione" ed al loro "spirito di sacrificio". Ma essi comprenderanno che queste lotte, destinate  alla sconfitta  ed infruttuose  sul piano strettamente economico, sono la base stessa per la vittoria decisiva, poiché ciascuna di esse mette un poco più a nudo il totale fallimento del sistema e la necessità della sua distruzione.

Contro tutti coloro che invocano "prudenza" e "realismo", gli operai comprenderanno che i veri frutti di una lotta non stanno tanto nei risultati  immediati, che, anche in caso di vittoria, sono sempre minacciati dall'approfondirsi della crisi; la vittoria vera sta nella lotta stessa, sta nell'organizzazione, nella solidarietà, nella coscienza che vi si sviluppano.

Contrariamente alle lotte che si sono sviluppate fra le due guerre, nella grande crisi degli anni '30, la  cui inevitabile sconfitta non produceva altro che una demoralizzazione ed una prostrazione ancora più grandi, le lotte attuali sono altrettante tappe verso la vittoria finale, e lo scoraggiamento momentaneo provocato dalle sconfitte parziali si trasformerà in un soprassalto di collera, di determinazione e di coscienza delle lotte future.

Aggravandosi, la crisi inghiotte i "vantaggi" derisori che la ricostruzione aveva potuto concedere ai proletari in cambio di uno sfruttamento ogni giorno più sistematico e scientifico.

Essa, a mano a mano che si sviluppa, mediante la disoccupazione e la massiccia caduta dei salari reali, getta in una miseria crescente un numero sempre crescente di lavoratori. Ma con le sofferenze che provoca, mette a nudo una volta per tutte il carattere barbaro dei rapporti di produzione che imprigionano la società. Mentre borghesia e piccola borghesia, ed i loro cantastorie, non vedono nella crisi che una calamità, e l'accolgono con lamenti disperati, i proletari debbono salutarla con entusiasmo e riconoscervi il soffio rigeneratore che scardinerà i legami che li tengono avvinti al vecchio mondo, creando così le condizioni della loro emancipazione.

 Ma, quale che sia l'intensità delle sue lotte, la classe non potrà emanciparsi se non sarà capace di darsi una delle sue armi più preziose, e la cui carenza gli è già costata così cara nel passato: il suo partito rivoluzionario.

E' la sua collocazione all'interno del sistema capitalista che fa della classe operaia la classe rivoluzionaria. Le condizioni della sua azione come tale sono date dalla decadenza e crisi aperta del sistema stesso. Ma tutte le esperienze storiche ci dimostrano che tutto ciò non basta se, nello stesso tempo, essa non riesce ad elevarsi ad un livello di coscienza sufficiente ed a dotarsi di quello strumento che è da una parte prodotto, dall'altra fattore propulsivo di questo sforzo: la sua avanguardia comunista. Questa non è il prodotto meccanico delle lotte. Anche se le lotte presenti e future costituiscono il terreno nutritivo indispensabile allo sviluppo di questa avanguardia, questa potrà costituirsi e fare fronte ai suoi compiti, solo se i rivoluzionari formatisi nelle lotte della classe prenderanno coscienza delle loro responsabilità e si imporranno il compito di essere alla loro altezza. In particolare i rivoluzionari di oggi non potranno far fronte ai compiti essenziali della riflessione teorica, della denuncia sistematica delle menzogne della borghesia e dell'intervento attivo nella lotta di classe, se non si ristabilisce il legame politico che, attraverso il tempo e lo spazio, è la condizione fondamentale della loro attività. In altri termini per svolgere i compiti per cui la classe li ha prodotti, i rivoluzionari debbono fare proprie le lezioni che ci vengono dalle lotte e dalle correnti comuniste del passato, e nello stesso tempo debbono organizzarsi e raggruppare le loro forze su scala della loro classe, su scala mondiale.

Ma i loro sforzi in questa direziono sono ancora notevolmente frenati dalla totale rottura della continuità organica con le frazioni del passato. Le correnti rivoluzionarie che oggi la classe fa di nuovo sorgere hanno purtroppo incontrato ogni sorta di ritardi ed impedimenti nel ristabilire l'indispensabile continuità politica con queste frazioni, che avevano raccolto e sviluppato l'essenziale delle lezioni di tutta l'esperienza passata della classe. Queste nuove correnti, in particolare, incontrano le più grandi difficoltà a capire due cose: la loro funzione specifica nella classe e soprattutto l'insieme della problematica dell'organizzazione, proprio perché non dispongono in questo campo di nessuna esperienza propria. Inoltre con la decomposizione della piccola borghesia e la sua proletarizzazione, che è sempre stata una palla al piede del proletariato, ma che con la decadenza si accelera e si accentua, tali difficoltà si aggravano ulteriormente. In particolare le scorie del "movimento studentesco", tipica espressione della crisi della piccola borghesia intellettuale e che ha conosciuto il suo momento di massimo splendore nel momento in cui la classe ritrovava la via della lotta, deformano oggi la coscienza delle organizzazioni rivoluzionarie. Il culto della "novità", della "originalità", della frase, dell'individuo, della "autorealizzazione" ed anche dello "spettacolo" che si vorrebbe denunciare, tutto questo insieme di culti che sono la caratteristica di questa varietà di piccola borghesia, sono spesso riusciti a trasformare numerosi gruppi che la classe aveva fatto sorgere nella sua ripresa in sette travagliate da problemi meschini ed ambizioni personali.

Da fattori positivi questi gruppi sono divenuti allora un ostacolo al processo di presa di coscienza del proletariato e se essi insistono, in nome di divergenze inventate o secondarie, nell'opporsi alla necessità di raggrupparsi delle forze rivoluzionarie, il movimento della classe li distruggerà senza esitazione.

Con i suoi mezzi ancora modesti la CCI si è data il compito lungo e difficile di raggruppare i rivoluzionari a scala mondiale intorno ad un   programma chiaro e coerente. Rigettando il monolitismo  delle sette, essa chiama i rivoluzionari di tutti i paesi ad abbandonare le false dispute che li dividono, a superare le divisioni fittizie che il vecchio mondo fa pesare su di loro. Li chiama ad unirsi a questo sforzo al fine di costituire prima della lotta decisiva l'organizzazione internazionale ed unificata della sua avanguardia.

Frazione più cosciente della classe, i comunisti debbono mostrarle il cammino, facendo propria la parola d'ordine: "Rivoluzionari di tutti i paesi, unitevi!"

Proletari del mondo intero,

la lotta a cui vi siete impegnati è la più importante della storia dell'umanità. Senza di questa lotta essa è destinata a conoscere un terzo massacro imperialista di cui non si può prevedere che l'orrore delle conseguenze, ma che potrebbe significare per l'umanità un ritorno indietro di più secoli, o di più millenni, una degenerazione che escluda ogni speranza di socialismo o anche la sua distruzione pura e semplice. Mai una classe è stata portatrice di tali responsabilità e di una tale speranza. I sacrifici terribili che essa ha già affrontato nelle sue lotte passate e quelli, forse ancora più terribili, che la borghesia messa alle corde le imporrà ancora, non saranno stati vani.

La sua vittoria significherà per il genere umano la liberazione definitiva delle catene che lo hanno sottomesso alle leggi cieche della natura e della economia. Essa segnerà la fine della preistoria dell'umanità e l'inizio della sua storia vera e stabilirà il regno della libertà sulle rovine del regno della necessità.

Proletari, per le lotte gigantesche che vi attendono, per prepararvi all'assalto finale contro il mondo capitalistico, per l'abolizione dello sfruttamento, per il comunismo, fate vostro il vecchio grido di guerra della vostra classe:

"Proletari di tutti i paesi, unitevi!"