MANIFESTO DEL 9° CONGRESSO DELLA CCI (1991)

Nella storia la posta in gioco non è mai stata così drammatica e decisiva quanto lo è oggi. Una classe sociale non ha mai dovuto affrontare una responsabilità paragonabile a quella che ha oggi il proletariato.

"Il comunismo è morto!", "Operai, è inutile sperare di mettere fine al capitalismo, questo sistema ha definitivamente sotterrato il suo mortale nemico". Ecco quello che la borghesia ripete in tutti i toni dopo che è crollato il blocco dell'Est. Così la più grande menzogna della storia, l'identificazione del comunismo con lo stalinismo, cioè una delle forme più barbare dello sfruttamento capitalista, ci viene servita ancora una volta, proprio nel momento in cui questo stesso stalinismo affonda nel fango e nel caos. Per le classi dominanti di tutti i paesi si tratta di convincere gli sfruttati che è inutile lottare per cambiare il mondo. "Occorre accontentarsi di quello che abbiamo poiché non esiste altro. E guai se il capitalismo fosse rovesciato: la società che gli succederebbe sarebbe ancora peggiore". La capitolazione ingloriosa dello stalinismo a partire dal 1989, l'affondamento ignominioso del blocco che dominava ci è stato presentato come una "grande vittoria della Democrazia e della Pace". Essi dovevano annunciare un "nuovo ordine mondiale", pacifico e prospero dove finalmente sarebbero stati rispettati i "diritti degli uomini".

Mentre stavano finendo questi discorsi, i grandi paesi che si proclamano "civilizzati" hanno scatenato, nel 1991, una terribile barbarie guerriera in Medio Oriente, schiacciando sotto le bombe centinaia di migliaia di esseri umani, trasformando l'Irak in un campo di rovine e di cadaveri, facendo subire alle popolazioni di questo paese in maniera mostruosa la "punizione" che sostenevano di voler infliggere ai dirigenti che sfruttano e opprimono queste stesse popolazioni.

"Ma adesso è finita" ci assicura la borghesia con le mani sul cuore. "Questa guerra era necessaria - ci si dice - perché non ce ne siano altre; facendo rispettare il ‘diritto internazionale’ ha finalmente aperto la porta a un mondo solidale dove i conflitti potranno essere regolati in maniera pacifica sotto l'egida della 'Comunità internazionale' o delle Nazioni Unite". Di fronte a questo sconvolgimento e a questo scatenarsi di barbarie e di menzogne, il proletariato internazionale è rimasto paralizzato. La classe dominante ha vinto la partita in maniera definitiva? Ha superato forse una volta per tutte le contraddizioni che assillano il suo sistema dalle origini e particolarmente in questi ultimi decenni? Ha forse esorcizzato lo spettro della rivoluzione comunista che ossessiona le sue notti da più di un secolo? E proprio quello che vuole far credere agli sfruttati. Ma non bisogna farsi ingannare. Il mondo che essa ci propone e che ci chiama a difendere non sarà migliore ma ancora peggiore di quello di oggi. Da parte sua, la classe operaia non ha ancora detto la sua ultima parola; anche se è stata momentaneamente imbavagliata continua a conservare la forza per mettere fine al capitalismo e alla barbarie che esso genera. Più che mai la sua lotta costituisce la sola speranza per l'umanità affinché questa si liberi dalle sue catene, dalla miseria, dalla guerra e da tutte le calamità che finora l'hanno oppressa.

Ecco quello che i rivoluzionari devono dire alla loro classe. Ecco quello che vuole affermare il presente manifesto.

Di fronte alle campagne ripugnanti della propaganda borghese, il primo dovere dei rivoluzionari è quello di ristabilire la verità, di ricordare al proletariato che cosa è stata realmente e che cosa sarà quella rivoluzione comunista a cui oggi si vorrebbero attribuire tutti i mali di cui soffre la specie umana. In particolare devono denunciare questa mostruosa menzogna che presenta come "comunisti" quei regimi che hanno dominato una parte del mondo per decenni e mostrare perché essi non erano i figli - sia pure bastardi - della rivoluzione proletaria, ma al contrario dei suoi affossatori.

LO STALINISMO NON E’ IL FIGLIO DELLA RIVOLUZIONE, MA L’INCARNAZIONE DELLA CONTRORIVOLUZIONE

All'inizio di questo secolo, durante e dopo la prima guerra mondiale, il proletariato si è lanciato in combattimenti titanici che non sono riusciti a mettere fine al capitalismo. Nel 1917 ha rovesciato il potere borghese in Russia. Fra il 1918 e il 1923, nel principale paese europeo, la Germania, ha condotto molteplici assalti per arrivare allo stesso fine. Questa ondata rivoluzionaria si è propagata in tutte le parti del mondo, dovunque esisteva una classe operaia sviluppata, dall'Italia al Canada, dall'Ungheria alla Cina. Fu questa la risposta che il proletariato mondiale diede all'entrata del capitalismo nel suo periodo di decadenza di cui la guerra aveva costituito la prima grande manifestazione. Era la conferma eclatante di tutte le previsioni fatte dai rivoluzionari dalla metà del 19° secolo: era venuta l'ora per il proletariato di eseguire la sentenza - come l'aveva annunciato il Manifesto comunista del 1848 - pronunciata dalla storia contro il capitalismo, contro un sistema di produzione ormai incapace di assicurare il progresso dell'umanità.

La sconfitta della classe operaia e la controrivoluzione capitalista

Ma la borghesia mondiale è riuscita a contenere questo gigantesco movimento della classe operaia che scuoteva il pianeta. Superando lo spavento che le incuteva, la prospettiva della propria dissoluzione, ha reagito come una belva ferita, gettando tutte le forze nella battaglia, senza indietreggiare di fronte a nessun crimine.

Di colpo essa ha fatto tacere gli antagonismi imperialisti che l'avevano lacerata per quattro anni di guerra al fine di opporre un fronte unito contro la rivoluzione. Con l'inganno e la repressione, le menzogne ed i massacri ha vinto le masse operaie insorte. Ha circondato la Russia rivoluzionaria con un "cordone sanitario" nella forma di un blocco che gettava nella fame più nera decine di milioni di esseri umani, fame che si è affannata a mettere sul conto del movimento rivoluzionario stesso. Con un massiccio sostegno in uomini e armi agli eserciti bianchi dello zarismo ormai caduto, ha scatenato una guerra civile spaventosa che ha provocato milioni di morti e distrutto totalmente l'economia. Su questo campo di rovine, isolata dal fallimento della rivoluzione mondiale, decimata dai combattimenti e le carestie, la classe operaia russa, benché sia riuscita a respingere e vincere gli eserciti controrivoluzionari, non ha potuto conservare il potere che aveva preso in mano nell'ottobre del 1917. Ancora meno poteva "costruire il socialismo". Battuta negli altri paesi, e particolarmente nelle grandi metropoli  industriali dell'Europa Occidentale e dell'America del Nord, la classe operaia non poteva che essere vinta anche in Russia. La vittoria della controrivoluzione su scala mondiale si è riversata in questo paese, non sotto la forma di un rovesciamento dello Stato che era sorto dopo la rivoluzione, ma con una sua degenerazione. In un paese che, a causa del mantenimento del potere borghese a livello internazionale, non poteva liberarsi del capitalismo, è stato l'apparato statale che ha costituito la nuova forma della borghesia incaricata di sfruttare la classe operaia e di gestire il capitale nazionale. Il partito bolscevico, dopo essere stato l'avanguardia della rivoluzione nel 1917, ha subito anch'esso questa degenerazione identificandosi sempre di più con lo Stato. Al suo interno, i migliori combattenti della rivoluzione sono stati progressivamente allontanati dai posti di responsabilità, espulsi, esiliati, imprigionati e alla fine uccisi da tutto uno strato di arrivisti e di burocrati che ha trovato in Stalin il suo migliore rappresentante e la cui ragion d'essere non era più la difesa degli interessi della classe operaia ma, al contrario, esercitare su di essa, con la menzogna e la repressione, la più ignobile delle dittature per difendere e conservare la nuova forma del capitalismo che si era instaurata in Russia.

Gli altri partiti dell’Internazionale, i partiti "comunisti", subirono la stessa sorte. Il fallimento della rivoluzione mondiale e lo scompiglio che ne seguì nei ranghi operai favorirono lo sviluppo dell’opportunismo in seno a questi partiti, cioè una politica che sacrifica i principi rivoluzionari e le prospettive storiche del movimento della classe operaia ad illusori "successi" immediati. Questa evoluzione dei partiti comunisti permise la scalata in forze degli elementi che pensavano più a fare carriera negli ingranaggi della società borghese, nei parlamenti o nelle municipalità, che a combattere dalla parte della classe operaia e a difendere i suoi interessi. Infestati dalla malattia opportunista, caduti sotto il controllo dei burocrati arrivisti, sottomessi alla pressione dello Stato russo che, con la menzogna e l’intimidazione, promosse questi burocrati agli organi dirigenti, questi partiti, dopo aver cacciato dalle loro fila gli elementi fedeli alla lotta rivoluzionaria, finirono per tradire e passare con armi e bagagli nel campo della borghesia. Così come il partito bolscevico dominato dallo stalinismo, essi diventarono avanguardia della controrivoluzione nei loro rispettivi paesi. Hanno potuto conservare questo ruolo tanto più facilmente in quanto hanno continuato a presentarsi come i partiti della rivoluzione comunista, gli eredi dell’ottobre rosso. Proprio come Stalin che, per mantenere il  potere nel partito bolscevico in degenerazione, per eliminarne i militanti più sinceri e devoti alla causa del proletariato, si era impadronito di tutto il prestigio di Lenin, i partiti stalinisti, per sabotare più efficacemente le lotte operaie, hanno usurpato il prestigio che avevano acquistato, agli occhi del proletariato del mondo intero, la rivoluzione russa del 1917 ed i combattenti bolscevichi.

L’identificazione fra lo stalinismo e il comunismo che oggi ci viene nuovamente servita,  costituisce certamente la più grande menzogna della storia. In realtà lo stalinismo è il peggior nemico del comunismo, la sua stessa negazione.

Il comunismo non può che essere internazionalista, lo stalinismo è invece il trionfo dello sciovinismo

Fin dalle sue origini, la teoria comunista ha posto l'internazionalismo, la solidarietà internazionale degli operai del mondo intero, alla testa dei suoi principi. "Proletari di tutti i paesi, unitevi", questa era la parola d'ordine del Manifesto comunista redatto da Marx ed Engels, i due principali fondatori di questa teoria. Questo stesso Manifesto affermava chiaramente che "gli operai non hanno patria". Se l'internazionalismo ha sempre rivestito una simile importanza per il movimento operaio, non è a causa di idee utopiche di qualche falso profeta, ma per il fatto che la rivoluzione proletaria, unica che possa mettere fine allo sfruttamento capitalista e a ogni forma di sfruttamento dell'uomo sull'uomo, non può aver luogo che su scala internazionale.

E’ proprio questa realtà che era espressa con forza già nel 1847:

La rivoluzione comunista (...) non sarà una rivoluzione puramente nazionale: sarà una rivoluzione che si verificherà contemporaneamente in tutti i paesi civili (...). Essa avrà altresì un'importante ripercussione negli altri paesi, cambiando del tutto lo sviluppo che antecedentemente seguivano e accelerandolo sensibilmente. Essa è una rivoluzione universale e avrà quindi un terreno universale”. (F. Engels, Principi del comunismo)

E’ ancora questo stesso principio che fu difeso con le unghie e con i denti dai bolscevichi al momento della rivoluzione in Russia:

La rivoluzione russa non è che un distaccamento dell'esercito socialista mondiale e il successo e il trionfo della rivoluzione che abbiamo compiuta dipendono dall'azione di questo esercito. E' un fatto che nessuno di noi dimentica (...). Il proletariato russo ha coscienza del suo isolamento rivoluzionario e vede chiaramente che la sua vittoria ha per condizione indispensabile e premessa fondamentale l'intervento unito degli operai del mondo intero” (Lenin, 23 luglio 1918).

E’ per questo che la tesi della "costruzione del socialismo in un solo paese", portata avanti da Stalin dal 1925, dopo la morte di Lenin, non è altro che un tradimento vergognoso dei principi elementari del movimento operaio. Al posto dell'internazionalismo, per il quale i bolscevichi e tutti i rivoluzionari avevano sempre combattuto, in particolare nel corso della prima guerra mondiale che era terminata proprio grazie all'azione dei proletari in Russia e in Germania, Stalin e i suoi complici si fanno i portavoce del nazionalismo più abbietto.

In Russia con il pretesto della difesa della "patria socialista", si riprendono le vecchie campagne nazionaliste che erano servite da bandiera alle armate bianche nella loro guerra contro la rivoluzione proletaria qualche anno prima. Durante la seconda guerra mondiale, Stalin si gloria della partecipazione del suo paese al macello imperialista, dei 20 milioni di sovietici morti per la “vittoria della patria”. Negli altri paesi, i partiti stalinisti si incaricano di mescolare gli inni nazionali agli accenti dell'Internazionale, il canto universale del proletariato, di mettere insieme la bandiera rossa, stendardo delle lotte operaie da circa un secolo, a tutti gli stracci nazionalisti inalberati dai poliziotti e dai militari quando massacrano i lavoratori. Nell'isteria nazionalista che si scatena alla fine  della seconda guerra mondiale nei paesi che erano stati occupati dagli eserciti tedeschi, i partiti stalinisti rivendicano fieramente il primo posto e non vogliono lasciare a nessun altro la cura di assassinare come "traditori della patria" coloro che tentano di far sentire una voce internazionalista.

Nazionalismo contro internazionalismo, ecco la prova, se pure ne occorrono, che lo stalinismo non ha niente a che vedere con il comunismo; ma non è tutto.

Il comunismo è l'abolizione dello sfruttamento grazie alla dittatura del proletariato; lo stalinismo è la dittatura sul proletariato per mantenere lo sfruttamento.

II comunismo non può stabilirsi che con la dittatura del proletariato, cioè col potere della classe dei lavoratori salariati sull'insieme della società.  Questo potere, la classe operaia lo esercita con i consigli operai, cioè assemblee sovrane di lavoratori a cui spetta la responsabilità delle decisioni essenziali concernenti l'andamento della società e che controllano in permanenza coloro che delegano per i compiti di centralizzazione e di coordinamento. Proprio su questi principi era nato il potere dei "soviet" ("consigli" in russo) nel 1917. Lo stalinismo rappresenta la negazione totale di un simile regime. La sola dittatura che conosce non è quella del  proletariato ma, in nome di questa, la dittatura sul proletariato di una piccola minoranza di burocrati appoggiati sul terrore più mostruoso, sugli sbirri, sulla delazione, i campi di concentramento e i massacri degli operai che osano rivoltarsi come l'abbiamo visto ancora in Ungheria nel '56, in Polonia nel '70 e nell'81.

Infine il comunismo significa l'abolizione dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, la fine della divisione della società in classi privilegiate e classi sfruttate il cui lavoro serve prima di tutto a ingrassare le prime. Nei regimi stalinisti, gli operai non hanno cessato di essere sfruttati. Il loro lavoro, il loro sudore, le loro privazioni non hanno altro obiettivo che quello di permettere ai dirigenti del Partito-Stato di continuare ad usufruire dei loro privilegi, di beneficiare di residenze lussuose mentre le famiglie operaie si ammucchiano in case miserabili, di disporre di negozi speciali dove non manca niente mentre i negozi per i lavoratori sono disperatamente vuoti e occorre fare ore di coda per avere una possibilità di trovare un pezzetto di carne mezza avariata. Nella società comunista la produzione è fondamentalmente orientata verso la soddisfazione di bisogni umani: bel esempio di società "comunista" - o in "transizione verso il comunismo" - quella dell'URSS o degli altri paesi dello stesso tipo dove, più ancora che nei paesi dichiaratamente capitalisti, la maggior parte della produzione è destinata agli armamenti e ai mezzi di distruzione più sofisticati e mortali.

Alla fine dei conti, i regimi che per decenni hanno governato una parte del mondo in nome del comunismo, del socialismo o della classe operaia, presentano tutti i caratteri essenziali del capitalismo. E questo per la buona ragione che questi regimi sono esattamente capitalisti, anche se si tratta di una forma particolarmente fragile di capitalismo, anche se la borghesia  'privata' quale la si conosce nei paesi occidentali è stata rimpiazzata da una borghesia di Stato che, comunque, è presente in tutti i paesi, perché la tendenza universale è al capitalismo di Stato da quando il capitalismo è entrato nella fase di decadenza. In quei paesi il capitalismo di Stato ha preso le forme più caricaturali ed aberranti.

Le “democrazie”, complici dello stalinismo

Proprio perché il regime che si instaura in Russia dopo il fallimento della rivoluzione non è altro che una variante del capitalismo e anche la punta di lancia della controrivoluzione, che riceve un caloroso sostegno da tutte le borghesie che avevano combattuto qualche anno prima il potere del soviet. Nel 1934, in effetti, queste stesse borghesie accettano l'URSS nella Società delle Nazioni (antenato dell'ONU) - che i rivoluzionari come Lenin avevano qualificato come "covo di briganti" all'epoca della sua  fondazione. E' questo il segnale che Stalin è diventato "rispettabile" agli occhi della classe dominante di tutti i paesi, la stessa che presentava i bolscevichi del 1917 come barbari col coltello fra i denti. Questi briganti hanno riconosciuto in questo personaggio uno dei loro. Coloro che, ormai, subiscono le persecuzioni della borghesia internazionale sono i rivoluzionari che si oppongono allo stalinismo.. Così Trotsky (1), uno dei principali dirigenti  della rivoluzione del 1917, diventa un proscritto nel mondo intero. Cacciato dall'URSS nel 1929, poi espulso da paese a paese, sottoposto continuamente alla sorveglianza di tutte le polizie, dovette anche difendersi dalle campagne di calunnie più vergognose che gli stalinisti scatenarono contro di lui e che furono riprese con compiacenza dalle borghesie d'Occidente. Così quando, a partire dal 1936, Stalin organizza gli ignobili processi di Mosca, dove si vedono i vecchi compagni di Lenin, stroncati dalle torture, autoaccusarsi dei crimini più abietti e reclamare essi stessi una pena esemplare, la borghesia occidentale lascia intendere che "non c'è fumo senza fuoco". E' dunque con la complicità della borghesia di tutti i paesi che Stalin compie i crimini più mostruosi, che stermina - nelle prigioni e nei campi di concentramento - centinaia di migliaia di comunisti, più di dieci milioni di operai e contadini. I settori della borghesia che danno prova di maggior zelo in questa complicità sono proprio i settori "democratici" e particolarmente la socialdemocrazia, gli stessi settori che oggi denunciano con la massi ma virulenza i crimini staliniani e che si presentano come dei modelli di virtù.

Le complicità dei "democratici" verso le abiezioni staliniste - complicità che hanno cura di tenere ben nascoste - non costituiscono il loro unico crimine; in realtà la democrazia borghese è altrettanto esperta in atrocità quanto le altre forme di regime capitalista, lo stalinismo o il fascismo.

LA DEMOCRAZIA E’ LA MASCHERA IPOCRITA DELLA DITTATURA SANGUINARIA DELLA BORGHESIA

Da sempre i rivoluzionari hanno denunciato la menzogna della "democrazia" nella società capitalista. Questa forma di governo dove, ufficialmente, il potere appartiene al "popolo", a tutti i cittadini, è sempre stata lo strumento di potere esclusivo della borghesia sulle classi che essa sfrutta.

Fin dai suoi inizi, la democrazia borghese acquisisce i suoi titoli di nobiltà nel suo sporco lavoro. Così la Grande Democrazia Americana, quella di Washington, Jefferson e compagnia, presentata come un modello per tutte le altre, mantiene la schiavitù fino al 1864. E quando decide di abolirla - perché lo sfruttamento degli operai rende di più di quello degli schiavi -, è un'altra democrazia esemplare, quella inglese, che sostiene gli stati del Sud che intendono mantenere lo schiavismo. Durante questo periodo, l'altro grande rappresentante della democrazia borghese, la Repubblica francese, erede della rivoluzione del 1789 e della "'Dichiarazione dei diritti dell'uomo", si distingue con lo schiacciamento della Comune di Parigi che, a fine maggio 1871, si concretizza col massacro, in una settimana, di parecchie decine di migliaia di operai.

Ma questi crimini dei regimi democratici non sono che inezie paragonate a quelli perpetrati nel corso del 20°secolo.

I crimini della democrazia borghese nel corso del XX secolo

Sono in effetti dei governi perfettamente democratici quelli che costituiscono i principali protagonisti, con il sostegno zelante della maggior parte dei partiti "socialisti", della prima guerra mondiale dove sono stati falciati venti milioni di esseri umani. Sono questi stessi governi, con la complicità o perfino sotto la direziono del "socialisti", che schiacciano in maniera sanguinaria l'ondata rivoluzionaria che aveva messo fine alla prima guerra mondiale. A Berlino, nel gennaio 1919, prendendo a pretesto un tentativo di evasione, la soldatesca agli ordini del "socialista" Noske giustizia sommariamente i due principali dirigenti della rivoluzione: Karl Liebknecht, assassinato con una pallottola alla nuca, e Rosa Luxemburg, a colpi di calcio di fucile. Nello stesso istante, il governo socialdemocratico fa massacrare migliaia di operai grazie alle 16.000 mitragliatrici restituite in  tutta fretta dalla Francia vittoriosa alla Germania sconfitta. Sono sempre le stesse democrazie, soprattutto gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna, che, dal 1918, danno un importante sostegno alle truppe zariste, quelle che erano legate a uno dei regimi più brutali e più retrogradi dell'epoca, al fine di combattere il proletariato della Russia.

Il periodo fra le due guerre non sarebbe stato avaro di crimini commessi dalle virtuose "democrazie". I massacri coloniali, fra gli altri, vi abbondano, ed è la molto democratica Inghilterra che, per prima, inaugurerà, nel 1925, una delle atrocità che si rimprovererà in seguito al "macellaio di Baghdad", Saddam Hussein: l'uso di gas asfissianti contro le popolazioni curde. Ma dove le democrazie danno il massimo, è nel corso della seconda guerra mondiale che esse hanno cercato di presentare come una crociata contro la dittatura e gli orrori nazisti.

La propaganda degli "alleati" all'indomani di questa guerra era una miniera inesauribile sui "crimini di guerra" commessi dalle autorità tedesche. Era un compito assai facile: con una dittatura poliziesca e dei campi di sterminio degni dello stalinismo, il nazismo ha rappresentato, con quest'ultimo, uno dei massimi vertici nella barbarie generata dal capitalismo decadente. Posto al potere in maniera "democratica" e  parlamentare dalla stessa borghesia tedesca che aveva portato al potere la socialdemocrazia affinché schiacciasse la rivoluzione operaia; figlio della controrivoluzione scatenata da questa contro il proletariato dieci anni prima, il nazismo ha costituito, soprattutto con l'olocausto di sei milioni di ebrei, il simbolo dell'orrore a cui sa ricorrere la classe dominante quando si sente minacciata. Gli autori dei crimini nazisti sono passati davanti al tribunale di Norimberga e alcuni sono stati giustiziati. Per contro non c'è stato nessun tribunale che giudicasse Churchill, Roosevelt o Truman o ancora i militari "alleati" che si erano resi responsabili, fra l'altro, dei bombardamenti sistematici delle città tedesche e particolarmente dei quartieri operai, facendo, ogni volta, decine di migliaia di vittime civili. Nessun tribunale - perché appartenevano al campo dei vincitori - per coloro che hanno ordinato di trasformare, il 13 e 14 febbraio 1945, Dresda in un immenso braciere, uccidendo in poche ore 200.000 persone, quando la guerra era già vinta e quando questa città non aveva alcuna installazione militare, cosa questa che ne aveva fatto un luogo di raccolta per centinaia di migliaia di rifugiati e di feriti. E' ancora la grande democrazia americana che, per la prima e unica volta fino ad oggi, nella storia, ha utilizzato nell'agosto 1945 la bomba atomica contro le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, provocando in un attimo 75000 e 40000 morti, e molti di più ancora successivamente, dopo atroci sofferenze. Sono sempre i soliti democratici, i Churcill e i Roosevelt che, perfettamente al corrente dello sterminio di milioni di ebrei da parte del regime nazista, non hanno fatto niente per salvarli, giungendo perfino a rifiutare categoricamente tutte le proposte che erano state fatte loro dal governo tedesco sulla possibilità di

liberarne alcune centinaia di migliaia. Ed è col più grande cinismo che questi "umanitari" hanno giustificato il loro rifiuto: trasportare e accogliere tutti quegli ebrei avrebbe rallentato lo sforzo di guerra.

Dopo la seconda guerra mondiale, la “democrazia” perpetua i suoi crimini

Dopo la guerra, quando i vincitori inalberavano dappertutto la bandiera della morale, della libertà, del diritto dei popoli e dei diritti dell'uomo, che essi opponevano alla barbarie nazista, non disdegnavano di utilizzare gli stessi metodi che venivano rimproverati a quest'ultimi. Ad esempio, le rappresaglie massicce contro la popolazione civile non so-o il monopolio degli accusati di Norimberga, sono la quotidianità delle guerre coloniali o neocoloniali condotte dai differenti paesi democratici come gli USA, faro del "mondo libero", la Francia, "patria del diritti dell'uomo"; ed infatti l'8 maggio 1945, giorno della capitolazione della Germania hitleriana, il governo francese che comprende democristiani, "socialisti" e "comunisti", fa uccidere sot-o le bombe più di 20.000 persone nelle città algerine di Setif e Constantina dove una parte della po-polazione aveva preso alla lettera i discorsi di questo governo a proposito della "liberazione nazionale". Due anni più tardi, lo stesso governo rinnova la sua impresa in Madagascar,  provocando, questa volta, più di 80.000 morti. Quanto alla tortura utilizzata dalla Gestapo, quanto alle sparizioni che ora si rimproverano ai "gorilla" argentini o cileni, le autorità francesi le hanno praticate per anni in Algeria ed in Indocina, ad un punto tale che numerosi militari e poliziotti non se la sono più sentita e hanno dato le dimissioni. Ugualmente i massacri ripugnanti scatenati dall'esercito americano in Vietnam sono ancora nella memoria: i villaggi bruciati col napalm, i contadini mitragliati dagli elicotteri, lo sterminio di tutti gli abitanti di My Lai, donne, vecchi e bambini compresi: ecco gli eroici fatti d’arme dei campioni della “democrazia”.

In fin dei conti, la democrazia, in fondo, non si distingue dalle altre forme di governo della borghesia. Non ha niente da invidiare a quelle, quando si tratta di opprimere gli sfruttati, massacrare popolazioni, torturare gli oppositori, mentire a quelli che sono governati. Ed è proprio qui che si mostra superiore ai regimi di dittatura aperta. Se questi ultimi, il fascismo e lo stalinismo, utilizzano in maniera sistematica la menzogna per governare, la democrazia va ancora più lontano: essa commette esattamente gli stessi crimini di quei regimi, come quelli mente a larga scala ma pretende di fare il contrario vestendosi con gli abiti della Virtù, del Diritto, della Verità, organizzando lo spettacolo della propria "critica" da parte di persone "responsabili", cioè dai propri difensori. La democrazia non è altro che una foglia di fico che nasconde agli occhi degli  sfruttati la dittatura implacabile e sanguinaria della borghesia.

Proprio per questo rappresenta un grande pericolo per la classe  operaia. Per questo gli operai oggi devono rifiutare di lasciarsi incantare dalle campagne sulla pretesa vittoria della democrazia sul comunismo così come devono rifiutare di farsi intrappolare dalle menzogne sul "nuovo ordine mondiale" che questa vittoria starebbe annunciando.

PIÚ CHE MAI LA BARBARIE GUERRIERA E’ L’UNICA PROSPETTIVA CHE CI POSSA OFFRIRE IL CAPITALISMO

La guerra del Golfo fra l’Iraq e la “coalizione” diretta dagli USA ci hanno mostrato ancora una volta che cosa valgono i bei discorsi democratici. Ancora una volta abbiamo potuto vedere all'opera i grandi paesi "civilizzati": centinaia di migliaia di morti in Iraq, l'uso di armi sempre più sofisticate e barbare come le bombe da sette tonnellate e le bombe "fuel air combustibile" che asfissiano le vittime ancora più "efficacemente" dei gas di Saddam Hussein. Abbiamo visto come questi paesi "democratici" ed "avanzati" hanno provocato su larga scala fame ed epidemie per i superstiti, distruggendo sistematicamente ogni sorta di obiettivi civili come i silos di grano, gli stabilimenti alimentari, gli stabilimenti di depurazione delle acque o gli ospedali. Abbiamo potuto apprendere, in seguito, come le famose immagini della "guerra pulita", diffuse a sazietà dai media asserviti, mascheravano in realtà una guerra "sporca" quanto le altre: i soldati sotterrati vivi a decine di migliaia, i bombardamenti a tappeto che, tre volte su quattro, mancavano il loro bersaglio ma provocavano una vera carneficina fra le popolazioni circostanti, l'assassinio di 800 civili in un rifu-gio di Baghdad, il massacro in grande stile dei soldati o anche del civili in fuga, come sulla strada Kuwait-Bassora, l'ultimo giorno di guerra. Abbiamo potuto constatare anche a quale livello di cinismo può innalzarsi la borghesia "democratica" quando ha lasciato che il boia Saddam sterminasse le popolazioni curde che essa aveva poco prima spinto a sollevarsi dietro le cricche nazionaliste, di quale grado di ipocrisia sapeva dar prova organizzando in seguito, quando il massacro era terminato, un preteso aiuto “umanitario”.

Le menzogne della borghesia

La guerra del Golfo ci ha permesso anche di verificare come erano menzogneri i discorsi, con cui si sciacquavano la bocca i governi democratici, sulla libertà di stampa, sul diritto all'informazione. Durante tutto il corso della guerra, non c'è stata che una sola verità: quella dei governi, non c'è stato che un solo tipo di immagini: quelle fornite dagli stati maggiori militari. La pretesa libertà di stampa è apparsa per ciò che è: un semplice ornamento ipocrita. Dal momento del primo lancio di bombe, la libertà di informazione ha apertamente ceduto il posto, come in qualsiasi regime totalitario, all'esecuzione scrupolosa e servile delle consegne governative. Ancora una volta la democrazia ha mostrato la sua vera natura, quella di strumento della dittatura esclusiva della classe dominante sugli sfruttati. E fra tutte le menzogne vergognose che ci hanno servito, la medaglia spetta a quella che presentava questa carneficina come una “guerra per la pace”, destinata ad instaurare finalmente un “nuovo ordine mondiale prospero e pacifico”.

E’ questa una delle menzogne borghesi più odiose e più luride. Ogni volta che il capitalismo decadente si è lanciato in una nuova carneficina imperialista, la borghesia ci ha cantato la medesima canzone. La prima guerra mondiale, con i suoi venti milioni di morti, doveva essere "l'ultima delle ultime"; venti anni più tardi, la guerra è ancora più abominevole: 50 milioni di morti. I vincitori di questa guerra l'hanno presentata come una "vittoria definitiva della civiltà": le diverse guerre che l'hanno seguita hanno fatto totalmente altrettanti morti, senza contare tutte le calamità che hanno provocato, come la fame e le epidemie.

La classe operaia deve rifiutare di cadere in questa trappola: non può esserci fine delle guerre nel capitalismo. Non si tratta di buona o cattiva politica dei governi; non dipende dalla saggezza o dalla follia di coloro che dirigono gli Stati. La guerra è diventata inseparabile dal sistema capitalista, da un sistema basato sulla concorrenza fra differenti settori del capitale. Un sistema il cui fallimento economico definitivo lo conduce a rivalità crescenti fra questi differenti settori, dove la guerra commerciale che impegna tutte le nazioni non può che sboccare in una guerra guerreggiata. Non facciamoci ingannare: le cause economiche che hanno provocato le due guerre mondiali non sono scomparse. Al contrario. L'economia capitalista non si è mai trovata in un simile vicolo cieco. Questo vicolo cieco significa che il sistema capitalista ha fatto il suo tempo, che deve essere rovesciato come lo sono state le società che lo hanno preceduto: la società feudale e la società schiavista. La sopravvivenza di questo sistema è una totale assurdità per la società umana, un'assurdità a immagine della guerra imperialista stessa che mobilita tutte le ricchezze della scienza e del lavoro umano non per apportare il benessere all'umanità, ma al contrario per distruggere queste ricchezze e per accumulare rovine e cadaveri. Non ci si venga a raccontare che il crollo dell'impero russo, la fine della divisione del mondo in due blocchi nemici significa la scomparsa delle guerre. Per il momento non è all'ordine del giorno una nuova guerra mondiale nella quale si confrontano due grandi potenze e i loro rispettivi alleati. Ma la fine dei blocchi non ha messo fine alle contraddizioni del capitalismo. La crisi è sempre presente. Ciò che è scomparso è la disciplina che queste potenze imponevano ai loro vassalli, e, poiché gli antagonismi fra gli Stati non  possono che inasprirsi con l'aggravarsi irrimediabile della crisi, la sola prospettiva non è certo quella di un nuovo ordine mondiale, ma quella di un disordine mondiale sempre crescente e sempre più catastrofico.

L'avvenire del capitalismo: sempre più barbarie guerriera

Quello che si annuncia per la società è lo scatenamento di appetiti imperialisti di tutti i paesi, grandi e piccoli, il "ciascuno per sé" di tutte le borghesie che cercano, con tutti i mezzi e soprattutto quelli militari, di salvaguardare i loro interessi a spese di quelli degli altri, di contendere loro il più piccolo mercato, ma anche il più piccolo pezzo di territorio, la più piccola zona di influenza. In realtà l'avvenire che il capitalismo propone all'umanità è quello del più grande caos della storia. Quando la prima potenza mondiale si propone di fare il gendarme al fine di mantenere l'ordine, la sola cosa che sa fare è quella di scatenare nuovi disordini e una barbarie sanguinaria come si è vista in Medio Oriente all'inizio dell'anno 1991. La crociata degli Stati Uniti contro l'Iraq era presentata come quella del Diritto, della Legge Internazionale e dell'Ordine Mondiale. Essa si è rivelata una spedizione punitiva in grado di permettere al gangster più potente, gli USA, di dimostrare il suo diritto a uccidere a spese degli altri gangster, tipo Saddam Hussein, per imporre la propria legge, quella del più forte, la legge della violenza. La sola differenza è che i gangster classici si sparano fra di loro e anche - in fondo - poco, mentre coloro che dirigono gli Stati uccidono le popolazioni governate dai loro avversari del momento e lo fanno su larga scala. Quanto all'Ordine Mondiale, si è visto dopo la guerra del Golfo come è stato salvaguardato. In Medio Oriente stesso, la guerra ha generato nuovi disordini, come la sollevazione degli sciiti e di curdi che minacciava la stabilità di tutta la regione, dall'Iran alla Turchia, dalla Siria al sud dell'URSS e la cui minaccia è stata allontanata solo a prezzo di massacri di queste popolazioni. Nel resto del mondo il caos non ha cessato di accrescersi come nel continente africano che affonda in lotte etniche e massacri, senza contare la fame e le epidemie che questi scontri non fanno che attizzare. Un caos che non risparmia l'Europa stessa, dove la Jugoslavia affonda nel fuoco e nel sangue, dove il mastodonte che era l'URSS conosce le convulsioni dell'agonia, un golpe da repubblica delle banane, la secessione della maggior parte delle repubbliche, l'esplosione dei nazionalismi e l'avvio verso confronti alla jugoslava su scala continentale, con, in più, decine di migliaia di testate atomiche che rischiano di cadere fra le mani del settori più irresponsabili della borghesia o delle mafie locali.

Infine, le differenti potenze del vecchio blocco  occidentale cominciano esse stesse ad affrontarsi. E' così che si può vedere la borghesia tedesca, con la complicità della consorella austriaca, gettare benzina nel fuoco in Jugolavia appoggiando i movimenti indipendentisti sloveni e croati, mentre le altre borghesie occidentali tentano di mantenere l'unità di questo paese. Fra gli alleati di ieri, fra coloro che, con l'affondamento dell'URSS e della sua potenza militare, non hanno ormai più bisogno di serrare le fila, le rivalità imperialiste, la ricerca avida della più piccola zona di influenza, economica, politica e militare, non può condurre che ad una battaglia sempre più accanita. E' proprio per questo che gli USA hanno inflitto simili distruzioni all'Iraq, che non era il solo destinatario dell'avvertimento. Il divario della potenza militare fra i due paesi, l'esibizione oscena delle armi più sofisticate e mortali, si indirizzavano ben al di là dell'Iraq o di altri paesi di secondo piano che avrebbero potuto imitarlo. E' invece ai suoi "alleati", a coloro trascinati in guerra (come la Francia,  l'Italia o la Spagna, per esempio) o che hanno costretto a sopportarne le spese (come il Giappone o la Germania) che gli USA indirizzavano il messaggio: guai a tutti quelli che si mettessero in testa di turbare l'Ordine Mondiale, che osassero rimettere in causa l'attuale rapporto di forze, cioè, in fin dei conti, contestare la supremazia della prima potenza mondiale.

Così il mondo si presenta come un immenso campo di battaglia dove, dietro i grandi discorsi su “'l’ordine mondiale”, la “pace” e la “cooperazione” fra le nazioni, la "solidarietà" e la "giustizia" verso i popoli più sfavoriti, si sviluppa il "ciascuno per sé", l'inasprimento delle rivalità imperialiste, la guerra di tutti contro tutti, la guerra economica ma anche, sempre di più, la guerra guerreggiata. Di fronte a questo caos cruento che è già una realtà e che non fa che aggravarsi, il mantenimento del"l'ordine mondiale" non ha altro significato che l'utilizzo sempre più frequente e brutale della forza militare, lo scatenamento di massacri ad opera delle grandi potenze imperialiste e, in primo luogo, del paese faro della democrazia, il gendarme del mondo, gli USA.

Tutto questo caos che vediamo svilupparsi attualmente, lo scatenamento di conflitti armati, la caduta di paesi interi in confronti cruenti fra diverse nazionalità, i massacri tanto barbari quanto assurdi, tutto ci dice che oggi il mondo è entrato in un nuovo periodo storico dominato da convulsioni di una ampiezza sconosciuta fino ad oggi. In particolare la borghesia democratica vuole farci credere che il crollo brutale dei regimi stalinisti, che ci presenta come "comunisti", risulterebbe unicamente dalle difficoltà nelle quali si trovavano questi regimi e dal fallimento definitivo della loro economia. Ancora una volta mente! E' vero che la forma stalinista del capitalismo di Stato era particolarmente aberrante, fragile e disarmata di fronte alla crisi economica mondiale. Ma un avvenimento storico di una simile ampiezza, l'esplosione di un intero blocco imperialista in poche settimane, nell'autunno 1989, e ora la disgregazione altrettanto repentina del suo capofila, l'URSS, che ancora due anni fa era la seconda potenza mondiale, rivela il grado di putrescenza raggiunto non solo dai regimi stalinisti, ma anche e soprattutto dall'insieme del sistema capitalista.

LA DECOMPOSIZIONE E’ L’ULTIMA FASE DELLA DECADENZA DEL CAPITALISMO

La decadenza del capitalismo, quale il mondo l'ha conosciuta dall'inizio del secolo, si rivela già come il periodo più tragico della storia dell'umanità.  La società umana non aveva mai conosciuto carneficine dell'ampiezza di quelle delle due guerre mondiali. Mai come ora il progresso della scienza e della tecnica era stato utilizzato a tale scala per provocare distruzione, massacri e sciagure agli uomini. Mai come ora una grande accumulazione di ricchezze era stata raggiunta, ma mai aveva provocato fame e sofferenze come quelle che si sono abbattute da decenni sui paesi del terzo mondo. Ma l'umanità non aveva ancora toccato il fondo. La decadenza del sistema capitalista significa l'agonia di questo sistema; ma questa agonia ha essa stessa una storia: oggi abbiamo raggiunto la fase terminale, quella della decomposizione generale della società, quella della putrescenza.

Poiché è proprio di putrefazione della società che si tratta oggi. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il capitalismo era riuscito ad allontanare verso i paesi sottosviluppati le manifestazioni più barbare e più sordide della decadenza; oggi, è nel cuore stesso dei paesi più avanzati che si hanno queste manifestazioni di barbarie. Conflitti etnici assurdi in cui le popolazioni si massacrano perché non hanno la stessa religione o la stessa lingua, perché perpetuano tradizioni popolari differenti, sembravano riservati, da decenni, ai paesi del "terzo mondo", l'Africa, l'India o il Medio Oriente. Ora è in Jugoslavia, a poche centinaia di chilometri dalle metropoli industriali dell'Italia del Nord e dell'Austria che si scatenano simili assurdità. E non ci si venga a dire che i movimenti nazionalisti come quelli che si sviluppano in questi paesi, ma anche nell'antico impero russo, rappresentano una giusta rivendicazione per la libertà, per uno Stato nazionale progressista liberato dalle catene che prima bloccavano il suo sviluppo. Nel secolo scorso alcune lotte nazionali avevano effettivamente un carattere progressista nella misura in cui aprivano la via alla costituzione di entità nazionali che permettevano di superare lo spezzettamento e tutti gli intralci particolaristici legati al regime feudale. Fu il caso per esempio dei movimenti che hanno permesso la costituzione di uno Stato nazionale in Germania e in Italia. Ma dopo l'inizio di questo secolo, dopo l'entrata del capitalismo nel periodo di decadenza, le lotte di indipendenza nazionale hanno perso ogni carattere progressivo diventando, prima di tutto, momenti di confronto fra le grandi potenze, fra i blocchi imperialisti. Oggi, anche se certi movimenti nazionalisti che si sviluppano nei balcani o in Europa centrale sono attizzati sottobanco da questa o quella potenza, l'insieme di questi movimenti rivela un'assurdità ancora maggiore: nel momento in cui l'economia ha raggiunto un grado di mondializzazione sconosciuto nella storia, in cui la  borghesia dei paesi avanzati tenta, senza riuscirci, di darsi un quadro più vasto di quello nazionale, come quello della CEE, per gestire l'economia, la frantumazione degli Stati che erano stati legati dalla seconda guerra mondiale in una moltitudine di staterelli è una pura aberrazione anche dal punto di vista capitalistico. Quanto alle popolazioni di queste regioni la loro sorte non sarà certo migliore di quella precedente ma sarà ben peggiore: un accresciuto disordine economico, sottomissione a demagoghi nazionalisti e xenofobi, regolamenti di conti e pogrom fra comunità che finora hanno coabitato e, soprattutto, tragica divisione fra i diversi settori della classe operaia. Maggior miseria, oppressione, terrore, distruzione della solidarietà di classe fra proletari di fronte ai loro sfruttatori; ecco quello che significa il nazionalismo oggi. La sua propagazione al momento attuale è la prova che il capitalismo decadente ha mosso un altro passo nella barbarie e nella putrefazione. Lo scatenamento dell'isteria nazionalista in certe parti dell'Europa non è l'unica manifestazione di questa decomposizione che vede i paesi avanzati raggiunti dalla barbarie che prima il capitalismo aveva respinto alla periferia.

La barbarie raggiunge il cuore del capitalismo

Ieri, per far credere agli operai dei paesi più sviluppati che non avevano ragione di ribellarsi, i media andavano nelle bidonville di Bogotà o sui marciapiedi di Manila per fare reportage sulla criminalità e la prostituzione infantile. Oggi, è nel paese più ricco del mondo, a New York, Los Angeles, Washington, che ragazzini di dodici anni vendono il loro corpo o uccidono per qualche grammo di crack. In questo stesso paese, è ormai a centinaia di migliaia che si contano gli homeless, i senza-casa: a pochi passi da Wall Street, tempio della finanza mondiale, masse di esseri umani dormono in cartoni sul marciapiede, esattamente come a Calcutta. Ieri, la concussione e la prevaricazione erette a legge di Stato apparivano come specialità dei politici del terzo mondo. Oggi, non passa mese che non scoppi uno scandalo rivelatore dei costumi corrotti dell'insieme del personale politico dei paesi avanzati: dimissioni a catena dei membri del governo giapponese, dove trovare un politico “presentabile” per conferirgli un ministero diventa una missione impossibile; partecipazione in grande stile della CIA al traffico di droga; penetrazione della mafia ai più alti vertici dello Stato in Italia, auto amnistia dei deputati francesi per evitare il carcere dove sarebbero finiti per le loro nefandezze. Perfino in Svizzera, paese leggendario per l'onestà, si sono trovati un ministro della polizia e uno della giustizia implicati in un caso di traffico di denaro sporco proveniente da droga. La corruzione ha sempre fatto parte delle pratiche della società borghese, ma al momento attuale ha raggiunto un livello tale che anche in questo caso non si può non constatare che la decadenza di questa società ha compiuto una nuova tappa nella putrefazione.

Nei fatti, è l'insieme della vita sociale che sembra essersi completamente guastato, che affonda nell'assurdo, nel fango e nella disperazione. E' tutta la società umana, in tutti i continenti che, in maniera crescente, trasuda barbarie da tutti i pori. La fame si sviluppa nei paesi del terzo mondo e ben presto raggiungerà i paesi che si pretendevano "socialisti",  mentre in Europa occidentale e nel Nord America si distruggono stock di prodotti agricoli, si pagano i contadini perché coltivino sempre meno terra, si penalizzano se producono più delle quote imposte. In America Latina, le epidemie, come quella del colera, uccidono migliaia di persone, mentre questo flagello era stato vinto da tempo. Per tutto il mondo inondazioni o terremoti uccidono decine di migliaia di individui in poche ore proprio quando la società è perfettamente in grado di costruire dighe e case che potrebbero evitare simili ecatombe. Non si può neanche invocare la fatalità o i capricci della natura quando a Chemobyl, nel 1986, l'esplosione di una centrale atomica uccide centinaia (se non migliaia) di persone e contamina parecchie province, quando, nei paesi più sviluppati, assistiamo a catastrofi  micidiali nel cuore stesso delle grandi città: 60 morti in una stazione parigina, più di 100 morti in un incendio della metropolitana a Londra non molto tempo fa. Ugualmente questo sistema si rivela incapace di contrastare il degrado dell'ambiente, le piogge acide, l'inquinamento di  tutti i generi e soprattutto nucleare, l'effetto serra, la desertificazione, cose che mettono in gioco la stessa sopravvivenza della specie umana.

Nello stesso tempo si assiste ad una degradazione  irreversibile della vita sociale: oltre alla criminalità e alla violenza urbana che non cessano di crescere dappertutto, la droga esercita danni spaventosi particolarmente fra le giovani generazioni,  testimonianza della disperazione, dell'isolamento, dell'atomizzazione che conquista tutta la società.

Il vicolo cieco del capitalismo non può condurre che alla distruzione dell'umanità

Se la società è giunta a un simile grado di putrefazione, se la disperazione, il "no-future", è diventato a questo punto il sentimento dominante, è perché il capitalismo, a un livello più elevato che in passato, è incapace di offrire la minima prospettiva all'umanità. Da più di venti anni questo sistema è colpito da una crisi acuta e insormontabile dell'economia. Negli anni '30 la crisi economica era sfociata nella guerra mondiale; questa non era una soluzione alla crisi, ma nella misura in cui la classe operaia, che aveva subito la più terribile sconfitta della sua storia, non era in grado di fermare i piani della borghesia, questa aveva potuto organizzare l'insieme della vita sociale e le sue forze politiche ed economiche in vista della carneficina imperialista. Oggi, però, una simile possibilità è interdetta al capitalismo. Da quando la crisi ha cominciato a manifestarsi, alla fine degli anni '60, ha immediatamente provocato una gigantesca risposta della classe operaia mondiale: sciopero di 9 milioni di operai nel maggio 1968 in Francia, autunno caldo nel 1969 in Italia, la sollevazione degli operai di Cordoba in Argentina nel '69, lo sciopero massiccio degli operai polacchi nell'inverno 1970-71e altre lotte ancora e anche di grande portata in numerosi paesi. Era la prova che la classe operala aveva superato il periodo di controrivoluzione, che era ormai in grado, con le sue lotte e il rifiuto di accettare le privazioni che le domandava la borghesia, di sbarrare la strada ad una nuova guerra mondiale, perché gli operai che rifiutano i sacrifici per l'economia nazionale sono ancora meno disposti a fare quello supremo, quello della vita. Ma se il proletariato aveva la forza di impedire lo scatenamento di una nuova carneficina generalizzata, non aveva ancora quella di portare avanti la sua prospettiva: il rovesciamento del capitalismo e l'instaurazione del comunismo. Per questo non ha potuto impedire gli effetti della decadenza capitalista sull'insieme della società. In questo  stallo momentaneo della situazione mondiale la storia non si è arrestata. Per due decenni, la società ha continuato a subire tutte le caratteristiche della decadenza, esacerbate dallo sprofondarsi nella crisi economica mentre, giorno dopo giorno, la classe dominante dava prova della sua incapacità a superarla. L'unico progetto che questa classe possa proporre all'insieme della società è quello di resistere, alla giornata, senza speranze di riuscita, all'affondamento irrimediabile del modo di produzione capitalista. Privata del più piccolo progetto storico capace di mobilitare le sue forze, anche il più suicida come la guerra mondiale, la società capitalista non poteva che affondare a capofitto nella decomposizione sociale avanzata, nella disperazione generalizzata.

Questa disperazione non può che crescere nel momento in cui il mondo attuale dimostra, ogni giorno di più, che non offre nessuna prospettiva all'umanità se non quella di una barbarie crescente con, alla fine, la propria morte. Non bisogna farsi illusioni! Se lasciamo il capitalismo al suo posto, esso, anche in assenza di una guerra mondiale, finirà per distruggere l'umanità: attraverso una serie di guerre locali, di epidemie, di guasti nell'ambiente, di carestie e di altre catastrofi che si pretende “naturali”.

LA RIVOLUZIONE COMUNISTA, UNICA SPERANZA PER L’UMANITA’

Proletari, la previsione dei rivoluzionari del secolo scorso non è mai stata così attuale. “Socialismo o barbarie”, dicevano. In assenza della rivoluzione mondiale del proletariato, la barbarie è ora generalizzata e minaccia la sopravvivenza stessa dell'umanità. Più che mai la sola speranza, il solo  avvenire possibile risiede nel rovesciamento del sistema capitalista, nell'instaurazione di nuovi rapporti sociali liberati dalle contraddizioni che  strangolano la società.

Se il capitalismo affonda in una crisi economica irrimediabile che costituisce la causa ultima delle attuali convulsioni, se getta masse crescenti di esseri umani nella miseria e nella fame proprio quando non trova sbocchi per la sua produzione, quando chiude le fabbriche, sterilizza i campi e licenzia gli operai, è perché non produce per soddisfare i bisogni, ma per vendere sul mercato al fine di realizzare un profitto. Questo mercato oggi è saturo, non che i bisogni della società siano soddisfatti per tutta la società, ma perché questa non dispone dei mezzi per acquistare le merci prodotte e perché il capitalismo è incapace, a meno di auto negarsi, di fornirle tali mezzi: un capitalismo che desse agli acquirenti il denaro per acquistare la sua produzione, che quindi regalerebbe la sua produzione, non  sarebbe più capitalismo. E il credito di cui si abusa ormai da anni non può più fare niente: provocando un indebitamento generalizzato non fa che spostare in avanti le contraddizioni rendendole ancora più esplosive. Le campagne ideologiche borghesi ci raccontano le delizie di un mercato supposto capace di risolvere tutti i problemi che l'economia mondiale incontra. E' un sinistro imbroglio! E' proprio perché il capitalismo è basato sulla produzione di merci, di valori di scambio e non di valori d'uso, che la sua economia cade nell'abisso in maniera irreversibile. Se le economie staliniste hanno subito un tale scacco non è per aver abolito il capitalismo e il mercato ma per aver tentato di barare su larga scala con le loro leggi mentre da esse non erano mai uscite. Il solo modo per le società di superare la crisi del capitalismo non è quello di fare "più capitalismo" o "meno capitalismo" o di riformare questo sistema, ma quello di abbattere le leggi che lo governano, abolire il capitalismo stesso.

Solo il proletariato può mettere fine al capitalismo

Di tutte le classi sociali solo la classe operaia è realmente interessata ad attaccare radicalmente i fondamenti del capitalismo e in primo luogo la produzione mercantile che si trova nel cuore della crisi di questo sistema. Perché è proprio il mercato, il dominio della merce nella produzione capitalista che è alla base dello sfruttamento del proletariato.  La caratteristica della classe operaia, contrariamente alle altre categorie di produttori, come i proprietari agricoli o gli artigiani, è quella di essere privata dei mezzi di produzione e di essere obbligata, per vivere, a vendere la sua forza lavoro ai detentori di questi mezzi di produzione: i capitalisti privati o lo Stato. E’ perché, nel sistema capitalista, la forza lavoro stessa è divenuta una merce, e anche la principale, che i proletari sono sfruttati. E’ perciò che la lotta dei proletari contro lo sfruttamento capitalista porta con sé l’abolizione del sistema salariato e quindi l'abolizione di ogni forma di merce. Inoltre questa classe produce l'essenziale delle ricchezze della società. Essa lo fa in un quadro collettivo, grazie al lavoro associato sviluppato dal capitalismo stesso. Ma questo sistema non ha potuto proseguire fino in fondo la socializzazione della produzione che aveva iniziato a spese della piccola produzione individuale. E' là una della contraddizioni essenziali del capitalismo: sotto il suo regno la produzione ha acquisito un carattere mondiale, ma i mezzi di produzione sono rimasti dispersi tra le mani di molteplici proprietari, padroni privati o Stati nazionali, che vendono e acquistano le merci prodotte. L'abolizione del mercato passa dunque per l'espropriazione di tutti i capitalisti con la presa in mano collettiva da parte della società dell'insieme di questi mezzi di produzione. Questo compito può essere realizzato solo dalla classe operaia che non possiede alcun mezzo di produzione mentre è lei che mette in movimento il tutto in maniera collettiva.

Una simile idea non è nuova: da un secolo e mezzo essa ha costituito la bandiera della lotta operaia contro lo sfruttamento. "L'emancipazione dei lavoratori sarà l'opera dei lavoratori stessi": era la parola d'ordine centrale del programma dell'Associazione Internazionale dei lavoratori, la Prima Internazionale, fondata nel 1864. In seguito è stata ripresa con forza dalle altre Internazionali: l'Internazionale Socialista fondata nel 1889 e l'Internazionale Comunista fondata nel 1919 durante l'ondata rivoluzionaria e uccisa dallo stalinismo nel 1928. Oggi le campagne borghesi tentano di far credere che si trattasse di una semplice utopia, una utopia pericolosa perché ad essa si dovrebbe - secondo loro - l'orrore dello stalinismo. Ma dalla borghesia e dai suoi media non ci si possono aspettare che delle menzogne. In realtà ciò che è stato affermato dal movimento operaio fin dalle sue origini resta interamente valido. Trasformandosi, il capitalismo non ha fatto sparire la classe operaia come pretendono certi sociologi assoldati. Questo sistema continua a vivere - è la sua stessa essenza - con lo sfruttamento del lavoro salariato. La classe dei produttori salariati, che lavorino nelle fabbriche o negli uffici, nelle scuole o negli ospedali, continua ad essere la sola portatrice dell'avvenire dell'umanità.

La prova stessa che la rivoluzione comunista conserva tutta la sua attualità, è l'ampiezza delle campagne scatenate dalla borghesia sul tema della "fine del comunismo" e la "morte del marxismo", cioè la teoria  rivoluzionaria del proletariato. Se la borghesia non avesse nessuna paura di fronte agli sfruttati, se pensasse realmente che la classe operaia non potrà giocare mai più un ruolo sulla scena della storia, non si darebbe poi tanto da fare per convincere i proletari che non hanno niente da aspettarsi dalla rivoluzione e non tenterebbe di infondere loro, con tutti i mezzi, un tale sentimento di impotenza.

Le difficoltà di oggi non hanno abbattuto il proletariato, esso conserva tutte le sue forze per rovesciare il capitalismo

E’ vero che la gigantesca campagna orchestrata attorno agli avvenimenti di questi ultimi due anni, l'esplosione dell'ex blocco "socialista", il crollo del regime staliniano in URSS stessa, lo sbriciolamento di questo paese che aveva visto la rivoluzione proletaria tre quarti di secolo fa, tutto ciò ha indebolito la classe operaia. Lo stalinismo era stato la punta di lancia della controrivoluzione borghese; con la sua morte rende un ultimo servizio alla borghesia facendo respirare al proletariato il fetore del suo cadavere, mentre esso aveva già di fronte le difficoltà che la decomposizione generale del capitalismo generava fra i suoi ranghi. Oggi molti operai sono vittime delle campagne borghesi e hanno abbandonato ogni speranza di poter trasformare, un giorno, il mondo e di abolire la società capitalista. Nei paesi dell'ex blocco dell'Est, dove i proletari hanno subito le forme più estreme della controrivoluzione, non hanno la forza di opporsi allo scatenamento delle illusioni borghesi, anche le più arcaiche: in alternativa  all'"internazionalismo proletario" con cui lo stalinismo aveva coperto la sua politica imperialista, sono sommersi dall'isteria nazionalista; in reazione all'ateismo predicato dagli stalinisti, sono stati buttati nelle braccia della Chiesa. Ma non sono quelli i settori decisivi del proletariato mondiale; questi settori li troviamo nei paesi capitalisti più avanzati dell'Occidente. E' in questa parte del mondo, e particolarmente in Europa occidentale, che vivono, lavorano e lottano i battaglioni più concentrati ma anche più esperti della classe operaia mondiale; e questa parte del proletariato non è stata disfatta. Se è disorientata dalle attuali menzogne, non è tuttavia imbrigliata dietro le bandiere, nazionaliste o democratiche. In particolare, durante la guerra del Golfo, la borghesia dei paesi sviluppati ha utilizzato solo dei professionisti, è la prova che era cosciente che i soldati di leva (là dove esiste), cioè gli operai in uniforme, non sono disposti a dare la loro vita per la "difesa del diritto e della democrazia". Questa guerra si è incaricata di svelare più chiaramente agli occhi della classe operaia che cosa significano la democrazia e le sue menzogne sul "nuovo ordine internazionale". In questo momento le celebrazioni delle messe solenni democratiche che sono le elezioni, sono sempre più disertate dai proletari.  Lo stesso succede con i sindacati, organi dello Stato borghese incaricati di inquadrare gli sfruttati per sabotarne le lotte. Inoltre l'aggravarsi inesorabile della crisi economica si incaricherà sempre di più di spazzare le illusioni sulla presunta superiorità dell'economia capitalista e nello stesso tempo obbligherà la classe operaia a riprendere il cammino di combattimenti sempre più vasti ed uniti. Un cammino nel quale non aveva cessato di progredire dalla fine degli anni '60, e in particolare a metà degli anni 80, ma che gli avvenimenti di questi ultimi anni le hanno fatto momentaneamente abbandonare. Il marxismo, che la borghesia si è incaricata di sotterrare con dei sospiri di sollievo, prova fin da adesso che non ha fatto fallimento, anzi il contrario: l'aggravarsi della crisi attuale, che lui solo ha potuto prevedere e spiegare, mostra a quale punto questa teoria è viva e la sua vitalità non potrà che essere confermata dal riemergere delle lotte operaie.

In questo sforzo della classe operaia per sviluppare le sue lotte e la propria coscienza, il ruolo degli elementi più avanzati, i veri comunisti, sarà di primaria importanza e decisivo. Oggi come ieri, "nelle differenti fasi della lotta fra proletariato e borghesia "i comunisti hanno come compito quello  di "mettere avanti e di far valere gli interessi comuni del proletariato intero, senza considerazione di nazionalità", di rappresentare "sempre l'interesse del movimento nel suo insieme" (Manifesto Comunista).

Per questo, di fronte alla posta in gioco e alla gravità della situazione storica presente, di fronte alla montagna di menzogne borghesi e in vista di contribuire realmente alla maturazione della coscienza del proletariato così come allo sviluppo delle sue lotte, è compito delle deboli forze rivoluzionarie che esistono attualmente di superare le vecchie divisioni e ogni spirito di parrocchia, di aprire fra loro un dibattito fraterno che  permetta di chiarificare le loro analisi e di partecipare in maniera sempre più unita alla difesa delle posizioni comuniste del proletariato.

Se il proletariato ha bisogno di unità per condurre la propria lotta, è questo stesso spirito di unità, che può realizzarsi solo nella chiarezza, che deve animare le sue forze di avanguardia, i comunisti.

Proletari,

nella storia la posta in gioco non è mai stata drammatica e decisiva come lo è oggi. Una classe sociale non ha mai dovuto affrontare una responsabilità paragonabile a quella che ha oggi il proletariato. Se questo non è in grado di assumersi questa responsabilità, sarà la fine della civiltà e anche dell'umanità. Millenni di progresso, di lavoro e di pensiero saranno annientati per sempre. Due secoli di lotte proletarie, milioni di martiri proletari non saranno serviti a niente. Per respingere tutte le manovre criminali della borghesia, per svelare le sue odiose menzogne e sviluppare le lotte in vista della rivoluzione comunista mondiale, per abolire il regno della necessità e accedere finalmente a quello della libertà,

Proletari. di tutti i paesi, unitevi!

Luglio-Settenbre 1991

(*) La redazione di questo manifesto è stata completata nel settembre 1991. Il suo principio e il suo contenuto sono stati adottati dal 9° Congresso della CCI nel luglio 1991.

(1) E' importante non confondere Trotsky con le diverse organizzazioni politiche che, oggi, si richiamano al trotskysmo. Trotsky fu un grande rivoluzionario anche se l'azione condotta contro lo stalinismo era intaccata da concezioni politiche errate e da concessioni come quella del  mantenimento in URSS di "conquiste operaie" e la necessità per il proletariato di "difendere" queste pretese "conquiste". Per contro le correnti che, dopo il suo assassinio da parte di un agente di Stalin nel 1940 e dopo la 2a guerra mondiale, continuano a richiamarsi a Trotsky e alle sue posizioni in nome delle quali hanno chiamato i proletari a massacrarsi fra di loro nella guerra imperialista, hanno abbandonato definitivamente il campo della classe operaia e hanno raggiunto lo stalinismo nel campo capitalista.