“È così che i risultati elettorali vengono contesi in una repubblica delle banane”. Questa dichiarazione ha fatto seguito all'invasione del Campidoglio del 5 gennaio da parte di diverse centinaia di partigiani di Donald Trump, venuti a interrompere la proclamazione della vittoria di Joe Biden. Si potrebbe pensare che un giudizio così severo sulla situazione politica degli Stati Uniti possa provenire da qualcuno visceralmente ostile all’America, o da un americano “di sinistra”. Niente affatto: è stato l’ex presidente George W. Bush, membro dello stesso partito di Trump. Questo ci dice molto sulla gravità di quello che è successo a Washington quel giorno. Qualche ora prima, davanti alla Casa Bianca, il presidente sconfitto, come un demagogo del terzo mondo, aveva riscaldato i suoi sostenitori affermando “Non ci arrenderemo mai. Non ve lo concederemo mai... non vi riprenderete mai il nostro Paese con la debolezza... So che tutti voi qui presto marcerete verso il Campidoglio per far sentire la vostra voce in modo pacifico e patriottico”.
In seguito a questo sottile e velato richiamo alla rivolta, la folla furiosa, guidata da bande semi-fasciste trumpiste come i Proud Boys, non ha dovuto far altro che camminare lungo il National Mall verso il Campidoglio e attaccare l’edificio, sorvegliato da una forza di sicurezza che è stata totalmente travolta. Come mai i cordoni di poliziotti, il cui compito era quello di sorvegliare l'accesso al Campidoglio, hanno permesso agli aggressori di superarli quando la forza impressionante messa davanti allo stesso edificio durante le dimostrazioni di Black Lives Matter è stata in grado di evitare qualsiasi perdita di controllo? Immagini così impressionanti possono solo alimentare l’ipotesi che l’assalto a questo emblema della democrazia americana sia stato un “11 settembre politico”.
Di fronte a questo caos, le forze sono state comunque dispiegate piuttosto rapidamente: sono state inviate truppe antisommossa e la Guardia Nazionale, un dimostrante è stato ucciso e altri tre sono morti, è stato imposto il coprifuoco mentre l'esercito pattugliava le strade di Washington. Queste immagini sorprendenti assomigliavano davvero alle notti post-elettorali nelle “repubbliche delle banane” del terzo mondo, lacerate da sanguinose rivalità tra cricche mafiose. Ma questi eventi, che hanno fatto notizia in tutto il mondo, non sono stati opera di qualche megalomane generale dell’esercito. Si sono svolti nel Paese più potente del pianeta, nella “più grande democrazia del mondo”.
La prima potenza mondiale al centro di un caos crescente
La “profanazione del tempio della democrazia americana” da parte di una folla composta da suprematisti bianchi armati di bastoni per selfie, da milizie armate di fanatici, da un teorico della cospirazione che indossava un elmo di pelliccia con le corna, è una flagrante espressione della crescente violenza e dell’irrazionalità che infetta la società americana. Le fratture nel suo apparato politico, l'esplosione del populismo dopo l'elezione di Trump, sono un’eloquente dimostrazione del fatto che la società capitalista sta marcendo. Infatti, come abbiamo sostenuto dalla fine degli anni Ottanta[1], il sistema capitalista, entrato nel suo periodo di decadenza con la I Guerra Mondiale, negli ultimi decenni sta sprofondando nella fase finale di questa decadenza, la fase della decomposizione. La dimostrazione più spettacolare di questa situazione è stata il crollo del blocco dell’est nel 1989. Questo grande evento non è stato semplicemente un’indicazione della fragilità dei regimi che governavano i Paesi di questo blocco. Ha espresso un processo storico che ha interessato l'intero sistema capitalistico globale e che da allora è andato sempre peggio. Finora gli Stati più potenti erano riusciti a spingere gli effetti più evidenti di questo processo verso i paesi già molto deboli della “periferia”: folle inferocite che fungono da carne da cannone per gli interessi di questa o quella cricca borghese, violenza estrema quotidiana, la povertà più nera visibile ad ogni angolo di strada, la destabilizzazione degli Stati e di intere regioni... tutto questo sembrava essere quello che accadeva solo nelle “repubbliche delle banane”.
Ma da alcuni anni questa tendenza generale colpisce sempre più esplicitamente i paesi "centrali". Certo, non tutti gli Stati sono stati colpiti allo stesso modo, ma è chiaro che la decomposizione colpisce ora i Paesi più potenti: il moltiplicarsi di attacchi terroristici in Europa, le vittorie a sorpresa di individui irresponsabili come Trump o Boris Johnson, l'esplosione di ideologie irrazionali e, soprattutto, la risposta disastrosa alla pandemia del Coronavirus che di per sé esprime un'accelerazione della decomposizione senza precedenti. Tutto il mondo capitalista, comprese le sue parti più "civili", sta evolvendo inesorabilmente verso la barbarie e convulsioni sempre più acute.
Se oggi, tra i paesi più sviluppati, gli Stati Uniti sono i più colpiti da questa putrefazione, questa rappresenta anche uno dei principali fattori di instabilità. L’incapacità della borghesia americana di impedire a un clown miliardario nutrito di Reality TV di accedere alla presidenza ha già mostrato il crescente caos dell’apparato politico statunitense. Durante il suo mandato, Trump non ha smesso di aggravare le divisioni nella società americana, in particolare quelle razziali, e di alimentare il caos in tutto il pianeta, attraverso ogni tipo di dichiarazioni pungenti e di accordi nebulosi presentati con orgoglio come sottili manovre di un abile uomo d'affari. Ricordiamo il suo scontro con il comando militare americano che gli ha impedito, all’ultimo minuto, di bombardare l’Iran, o il suo “storico incontro” con Kim Jong-un che solo poche settimane prima aveva soprannominato “Rocket Man”.
Dopo lo scoppio della pandemia da Covid-19, dopo decenni di crisi dei sistemi sanitari, tutti gli Stati hanno dato prova di una negligenza criminale. Ma anche in questo caso lo Stato americano guidato da Donald Trump è stato in prima linea nel disastro, sia a livello nazionale, con un numero record di morti[2], sia a livello internazionale, attraverso la destabilizzazione di un’istituzione di cooperazione mondiale come l'Organizzazione mondiale della sanità.
L'assalto al Campidoglio da parte di bande di fanatici trumpisti fa pienamente parte di questa esplosione di caos a tutti i livelli della società. E’ stata un’espressione della crescita di conflitti totalmente irrazionali e violenti tra diverse parti della popolazione (bianchi contro neri, persone contro élite, uomini contro donne, gay contro eterosessuali, etc.) - la cui caricatura è rappresentata dalle milizie razziste pesantemente armate e dai teorici deliranti della cospirazione.
Ma queste “fratture” sono soprattutto il riflesso di scontri aperti tra cricche della borghesia americana: i populisti intorno a Trump da un lato, quelli con una maggiore preoccupazione per gli interessi a lungo termine del capitale nazionale americano dall’altro. All'interno del Partito democratico, insieme a elementi del Partito repubblicano, negli ingranaggi dello Stato e dell’esercito, nei grandi mezzi di informazione o nelle cerimonie hollywoodiane, le campagne di opposizione contro le gesticolazioni del presidente populista sono state costanti e talvolta molto virulente.
Questi scontri tra diversi settori della borghesia non sono una novità. Ma in una “democrazia” come quella statunitense, e contrariamente a quanto avviene nei Paesi del terzo mondo, essi avvengono normalmente nel quadro delle istituzioni, con un certo “rispetto dell’ordine”. Il fatto che stiano ora assumendo questa forma violenta in un Paese “modello di democrazia” testimonia lo spettacolare aggravamento del caos all’interno dell’apparato politico della classe dirigente, e questo segna un passo significativo nello scivolamento del capitalismo verso la decomposizione.
Aizzando la sua base di fan, Trump ha superato una nuova linea nella sua politica della “terra bruciata” che ha fatto seguito alla sconfitta alle elezioni presidenziali, che ancora si rifiuta di riconoscere. Il suo attacco contro il Campidoglio, simbolo legislativo della democrazia americana, ha aperto un abisso all’interno del Partito Repubblicano con la sua ala più “moderata” che non ha altra scelta che denunciare questo “colpo di Stato” contro la democrazia e prendere le distanze da Trump per salvare il partito di Abramo Lincoln. Per quanto riguarda i democratici, questi hanno alzato la posta in gioco facendo una grossa sceneggiata e gridando contro il comportamento criminale di Trump.
Per cercare di restituire l’immagine dell’America di fronte a una borghesia mondiale sconvolta, per contenere l’esplosione del caos nella “Terra della Libertà”, Joe Biden e la sua cricca si sono subito lanciati in una lotta a morte contro Trump, denunciando le sue azioni irresponsabili e chiedendo la sua destituzione dal potere anche nel breve periodo che precede l’insediamento del nuovo presidente.
La successione di dimissioni di ministri repubblicani, gli appelli per le dimissioni o per l’impeachment di Trump, così come gli inviti al Pentagono di sorvegliare da vicino il Presidente e di assicurarsi che non prema il bottone nucleare, sono testimoni di una volontà di eliminarlo dal gioco politico. Il giorno dopo l’attacco al Campidoglio, la crisi politica si è espressa col fatto che una metà della base elettorale di Trump lo ha rinnegato, mentre l’altra metà continua a sostenere e giustificare l’attacco. La carriera politica di Trump sembra essere seriamente compromessa. In particolare, si stanno prendendo misure per garantire che non possa essere più eleggibile alle elezioni nel 2024. Oggi, il presidente sconfitto ha un solo obiettivo: salvare la pelle di fronte alla minaccia di un procedimento giudiziario per istigazione all’insurrezione. La sera stessa dell’attacco al Campidoglio, Trump, pur rifiutandosi di condannare le loro azioni, ha invitato le sue truppe a “tornare a casa”. Due giorni dopo ha finito di mangiare il rospo descrivendo questo attacco come “atroce” e dicendo di essere “indignato dalla violenza, dall’illegalità e dal caos”. E, mantenendo un basso profilo, ha riconosciuto in silenzio la sua sconfitta elettorale e ha dichiarato che avrebbe lasciato il trono per Biden, pur insistendo sul fatto che non sarebbe stato presente all’inaugurazione del 20 gennaio.
È possibile che Trump venga eliminato una volta per tutte dal gioco politico, ma non sarà lo stesso per il populismo! Questa ideologia reazionaria e oscurantista è una piaga che può solo estendersi con l'aggravarsi della decomposizione sociale, di cui gli USA oggi sono l'epicentro. La società americana è più che mai divisa e lacerata. La violenza continuerà a crescere con il pericolo permanente di scontri (anche armati) all'interno della popolazione. La retorica di Biden sulla “riconciliazione” per il popolo americano mostra una comprensione della gravità della situazione, ma qualunque sia il successo parziale o temporaneo che questo possa avere, non può fermare la tendenza di fondo alla dislocazione sociale della prima potenza mondiale.
Il pericolo maggiore per il proletariato negli USA sarebbe quello di essere trascinato in questo confronto tra diverse fazioni della borghesia. Gran parte dell’elettorato di Trump è composto da lavoratori che rifiutano le “élite” e cercano un “uomo del destino”. Le promesse di Trump di rilanciare l’industria gli avevano permesso di raccogliere molti proletari disoccupati dalla "cintura di ruggine". C'è il rischio di scontri tra lavoratori pro-Trump e altri pro-Biden. Inoltre, la discesa nella decomposizione minaccia anche di accentuare il divario razziale endemico negli Stati Uniti, alimentando ideologie identitarie e mettendo il nero contro il bianco.
La gigantesca campagna democratica è una trappola per la classe operaia!
La tendenza alla perdita di controllo del suo gioco politico da parte della borghesia, come abbiamo visto con l’arrivo di Trump alla presidenza, non significa che la classe operaia possa trarre vantaggio dalla decomposizione del capitalismo. Al contrario, la classe dirigente non smette di scaricare gli effetti della decomposizione sulla classe operaia. Già nel 1989, quando il crollo del blocco dell’est era un'espressione lampante della decomposizione del capitalismo, la borghesia dei principali Paesi ha utilizzato questo evento per scatenare una gigantesca campagna democratica volta a tracciare un segno di uguaglianza tra la barbarie dei regimi stalinisti e l’autentica società comunista. I discorsi menzogneri sulla “morte della prospettiva rivoluzionaria” e sulla “scomparsa della classe operaia” hanno disorientato il proletariato, provocando un profondo riflusso nella sua coscienza e nella sua combattività. Oggi la borghesia sta strumentalizzando gli eventi in Campidoglio per lanciare una nuova campagna internazionale per la gloria della democrazia borghese.
Quando gli “insorti” stavano ancora occupando il Campidoglio, Biden ha subito dichiarato: “Come tanti altri Americani, sono sinceramente scioccato e rattristato che la nostra nazione, così a lungo faro di luce e speranza per la democrazia, sia giunta a un momento così buio... Il lavoro del momento e il lavoro dei prossimi quattro anni deve essere la restaurazione della democrazia”. A questo è seguita una cascata di dichiarazioni che vanno nella stessa direzione, anche all’interno del Partito Repubblicano. Dichiarazioni simili oltreoceano, in particolare da parte dei leader dei principali Paesi dell'Europa occidentale. “Queste immagini mi hanno fatto arrabbiare e rattristato. Ma sono sicura che la democrazia americana si dimostrerà più forte degli aggressori e dei rivoltosi”, ha dichiarato Angela Merkel. “Non cederemo alla violenza di coloro che vogliono mettere in discussione la democrazia” ha dichiarato Emmanuel Macron. E Boris Johnson ha aggiunto: “Per tutta la mia vita l’America è stata sinonimo di cose molto importanti. Un’idea di libertà, un’idea di democrazia”.
Dopo le mobilitazioni intorno alle elezioni presidenziali, che hanno visto una partecipazione record, e il movimento Black Lives Matter che chiede una polizia più “giusta” e “pulita”, grandi settori della borghesia mondiale stanno cercando di mobilitare il proletariato dietro la difesa dello Stato democratico contro il populismo. Il proletariato è chiamato a schierarsi dietro la fazione “Democratica” contro il “Dittatore” Trump. Questa falsa scelta è una pura mistificazione, una trappola per la classe operaia!
Sulla scia del caos internazionale che Trump ha alimentato, riuscirà il democratico Biden a stabilire un ordine mondiale più giusto? Certamente no! Il premio Nobel per la pace Barack Obama e il suo vice presidente Joe Biden hanno vissuto 8 anni di guerra ininterrotta. Le tensioni con la Cina, la Russia, l’Iran e tutti gli altri squali imperialisti non scompariranno miracolosamente.
Biden offrirà un futuro più umano ai migranti? Basta guardare a quanto crudelmente tutti i suoi predecessori, come tutte le “grandi democrazie”, hanno trattato questi “indesiderabili”. Basta ricordare che durante gli otto anni di presidenza Obama, con Biden come vicepresidente, ci sono state più deportazioni di immigrati che durante gli otto anni sotto George W. Bush. Le misure dell’amministrazione Obama contro gli immigrati non hanno fatto altro che aprire la porta all’escalation anti-immigrazione sotto Trump.
Forse che gli attacchi economici contro la classe operaia finiranno con il “ritorno alla democrazia”? Certo che no! Il crollo dell'economia mondiale in una crisi senza soluzione, ulteriormente aggravata dalla pandemia da Covid-19, porterà un’esplosione di disoccupazione, di povertà, di attacchi contro le condizioni di vita e di lavoro degli sfruttati in tutti i Paesi centrali guidati da governi “democratici”. E se Joe Biden riuscirà a “ripulire” la polizia, le forze repressive dello Stato democratico, negli Stati Uniti come in tutti i Paesi, si scateneranno ancora contro qualsiasi movimento della classe operaia, contro tutti i suoi sforzi di lotta per la difesa delle sue condizioni di vita e dei suoi bisogni più elementari.
Non c'è nulla da sperare nel “ritorno alla democrazia” in America. La classe operaia non deve lasciarsi cullare e intrappolare dai canti delle sirene delle fazioni democratiche dello Stato borghese. Non deve dimenticare che è stato in nome della difesa della democrazia contro il fascismo che la classe dirigente è riuscita a mobilitare decine di milioni di proletari nella seconda guerra mondiale, in gran parte sotto la guida della sinistra e dei fronti popolari. La democrazia borghese è solo il volto nascosto e ipocrita della dittatura del capitale!
L'attacco al Campidoglio è un nuovo sintomo di un sistema morente che sta trascinando l’umanità in una graduale discesa all’inferno. Di fronte alla realtà di una società borghese che sta marcendo in piedi, solo la classe operaia mondiale, sviluppando la lotta sul proprio terreno di classe contro gli effetti della crisi economica, può rovesciare il capitalismo e porre fine alla minaccia della distruzione del pianeta e della specie umana.
CCI 10 gennaio 2021
[1] Leggi l’articolo “La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [1]” nella Rivista Internazionale n°14 e il “Rapporto sulla decomposizione oggi” (22° Congresso della CCI, maggio 2017) [2].
[2] Al momento in cui scriviamo, ci sono stati ufficialmente 363.581 morti per Covid-19 negli Stati Uniti, e 22 milioni di persone infettate. (Fonte: “Coronavirus : el mapa que muestra el número de infectados y muertos en el mundo por covid-19 [3]”, BBC News Mundo).
Quando nel maggio 2020 l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarò che il vaccino SARS-CoV-2 sarebbe diventato un "bene pubblico mondiale", solo coloro che nutrono ancora illusioni sulla capacità del mondo capitalista a svolgere un ruolo progressista per l'umanità, per di più nel mezzo di una crisi globale senza precedenti, poterono crederci. Così come, sarebbe stata solo una candida utopia la richiesta di una "licenza obbligatoria"[1].
In effetti, nulla lasciava presagire che il vaccino contro il Covid-19 sarebbe potuto sfuggire alle leggi del capitalismo e alle sue conseguenze: concorrenza, corsa ai mercati, spionaggio, furto di tecnologia, anche quando si tratta di salvare milioni di vite umane. E per una buona ragione perché l'attuale crisi sanitaria si sta verificando in un mondo che è in uno stato di decomposizione.
Fin dall'esordio della malattia, la comunità scientifica sapeva che solo un vaccino avrebbe potuto curarla. Le industrie farmaceutiche si misero quindi in marcia, ognuna per conto proprio, per essere le prime a produrre il prezioso vaccino. Ma al di là del considerevole interesse commerciale per i laboratori di ricerca e i gruppi farmaceutici, c’era l’ovvio interesse politico per gli Stati in grado di accedervi.
Come nelle precedenti epidemie, fin dalle prime ore della pandemia è iniziata la guerra dei vaccini e gli esempi non mancano: la battaglia contro l'AIDS[2] è iniziata con la scoperta dell'agente responsabile di questa malattia inedita. Le equipe di Luc Montagnier all'Istituto Pasteur erano tallonate da quelle di Robert Gallo al National Cancer Institute negli Stati Uniti. Il motivo conduttore del lavoro di queste equipe ovviamente non era identificare rapidamente l'agente per cominciare a combatterlo, ma essere i primi in grado di acquisirne la proprietà e quindi di assumere un ruolo guida su futuri trattamenti e vaccini. Alla fine fu l'equipe francese ad imporsi per prima nel gennaio 1983. Ma la guerra era appena iniziata e infatti continuò in seguito sul terreno dei test dove questa volta saranno gli americani a cercare la loro rivincita. Ad imporsi ampiamente in questo promettente mercato fu il laboratorio Abott, offrendo potenzialmente la possibilità di vendere miliardi di test che potevano essere eseguiti in pochi anni in tutto il mondo.
Poi arrivò la guerra dei trattamenti, dove viene alla luce tutto il disprezzo per la vita umana, con la Francia che si prende la rivincita dopo la sconfitta nella guerra dei test. Non appena furono annunciate le prime speranze per la Ciclosporina, l'allora ministro della Salute, Georgina Dufoix, le assegnò pubblicamente il "marchio Francia", prima ancora di vedere queste speranze deluse dai primi test effettuati sulla molecola. Dall'altra parte dell'Atlantico, il sottosegretario generale per la sanità annunciava la soluzione miracolosa dell'AZT anche se i test in corso non avevano ancora dato risultati.
Questi annunci scandalosi, incarnando i freddi interessi di due Stati concorrenti, dimostrarono ulteriormente il totale disinteresse per le migliaia di pazienti che potevano riporre le loro speranze solo in un trattamento rapido per essere salvati da una morte certa. Ma per ognuno di questi Stati, ciò che contava era la necessità di essere il primo al mondo.
Lo scandalo del "sangue contaminato" in Francia negli anni 1980-90 ha rivelato che lo Stato aveva ritardato di almeno sei mesi lo screening dell'HIV e dell'epatite C sui donatori di sangue, mentre la tecnica era già conosciuta dall'ottobre 1984, come dimostrato da uno studio americano. La "guerra dei test" e l'ossessione per i tagli al budget lo avevano portato a mantenere pratiche deliberatamente criminali con trasfusioni di sangue contaminato agli emofiliaci e ad altri pazienti per liquidare le sue scorte e risparmiare denaro a tutti i costi, causando il decesso di migliaia di pazienti tra il 1984 e il 1985.
Oggi la guerra intorno al vaccino contro il virus dell'AIDS continua, anche se, essendo "redditizia" come solo trattamento a lungo termine (a vita, appunto), ne rallenta di molto la ricerca, perché i piani di austerità, avendo portato gli Stati a raschiare il fondo del barile, riducono notevolmente i budget per la ricerca di base.
Nel 2019 in Africa la situazione era più o meno simile per l'epidemia Ebola[3], in un clima di accuse di appropriazione indebita, favoritismi nei confronti dei leader congolesi ma anche dell'OMS quando si trattava di scegliere un vaccino piuttosto che un altro, ecc. Mentre il laboratorio tedesco Merck proponeva un vaccino efficace ma in quantità insufficiente, il laboratorio americano Johnson & Johnson proponeva un altro vaccino, annunciato come complementare ma mai testato sull'uomo! La battaglia iniziò per introdurre questo nuovo arrivato con lobbying e con altri mezzi di pressione.
La situazione attuale utilizza gli stessi schemi. Mentre si moltiplicano i grandi discorsi, per meglio dire le chiacchiere, intorno alla cooperazione internazionale per creare un vaccino, mentre il "buon senso comune" sembra suggerire che l'unione delle forze della ricerca farmaceutica potrebbe portare a risultati più rapidi ed efficaci, lo scorso novembre c'erano 259 candidati-vaccini nel mondo, dieci dei quali erano nella fase 3 (l'ultima prima della procedura di autorizzazione all'immissione in “commercio”). Quindi 259 equipe lavorano ciascuna per conto proprio, vigilando sui progressi degli altri per non essere superati, ricercando non l'efficacia ma l'esclusività del procedimento. I primi a farsi avanti, Pfizer e BioNTech, hanno annunciato un'efficacia del 90% del loro vaccino. Pochi giorni dopo i russi annunciavano un'efficacia del 92%. Moderna poi ha annunciato un'efficacia del 94%. E allora Pfizer dichiara di aver rivisto i suoi calcoli annunciando alla fine un'efficacia del 95%! Chi offre di più?
Questa cinica, agghiacciante e spaventosa escalation di marketing per promuovere e vendere il proprio prodotto, mentre sono in gioco le vite di decine di milioni di vittime, riassume il funzionamento mortale di questa società in decomposizione.
Molti sono coloro che denunciano questa corsa alla manna finanziaria rappresentata dal futuro vaccino, ma essi si sbagliano quando danno la colpa ai “Big Pharma”, questi giganteschi laboratori che stanno combattendo nel mercato della salute. Sbagliano anche quando chiedono che le autorità pubbliche regolino la situazione e "costringano" gli industriali a "cooperare" per il bene pubblico. Perché la posta in gioco qui non è l'avidità di pochi azionisti, ma una logica che abbraccia tutto il pianeta, tutta l'attività umana: la logica capitalista. La ricerca scientifica non è immune dalle leggi del capitalismo, ha bisogno di soldi per andare avanti e il denaro va solo dove ci si può aspettare un profitto: i prestiti vanno solo ai ricchi!
Possiamo aspettarci che gli Stati apportino una regolamentazione in questo libero mercato mondiale? No di certo, perché sono proprio gli Stati capitalisti ad essere al centro della battaglia e sono i primi a orientare la ricerca attraverso i loro finanziamenti. In un mondo assediato dalle rivalità imperialiste, la ricerca più finanziata è ovviamente nel campo della difesa e degli armamenti. Ma il settore sanitario non è esente! Dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, le autorità americane hanno rivisto la loro strategia sulla ricerca sui vaccini, fino ad allora piuttosto trascurata, per finanziare la ricerca sui cosiddetti vaccini "ad ampio spettro" in grado di immunizzare contro diversi virus, perché preoccupati dalla minaccia crescente del bioterrorismo. In un altro campo, la politica sanitaria della Cina negli ultimi decenni molto attiva in Africa è stata guidata esclusivamente dai suoi interessi imperialisti. Tutto è buono per prendere piede ed esercitare la propria influenza sul pianeta. La Cina ha da tempo aumentato la sua presenza in Africa attraverso investimenti, impianti economici, sostegno politico, militare, umanitario e quindi ... supporto sanitario.
Oggi tutti gli Stati stanno dietro ai propri laboratori e tutti difendono i propri interessi senza la minima preoccupazione per qualsiasi equità. Con costante disprezzo per le conseguenze mortali della malattia, gli Stati si battono per accaparrarsi quanti più vaccini possibili, sapendo che in questa battaglia solo i più ricchi avranno gioco e che, di conseguenza, la maggior parte dell'umanità non avrà accesso ai vaccini se non con molto ritardo. Lo scorso aprile è stata creata la COVAX, una piattaforma multilaterale dedicata all'acquisto e alla distribuzione di futuri vaccini e che promette un accesso equo per tutti. Tutti i capi di Stato hanno accolto con favore questa cooperazione. Ma dietro le quinte, ciascuno ha fatto accordi sottobanco con i laboratori per riservarsi le dosi. Mentre l'industria prevede di produrre da tre a quattro miliardi di dosi entro la fine del 2021, le prenotazioni effettuate in sordina ammontano a 5 miliardi, destinate solo a pochi paesi: Stati Uniti, Russia, Cina, l'Unione Europea e alcuni paesi meno ricchi che cercano di distinguersi dalla massa, come il Brasile.
Attualmente, la COVAX ha solo il vaccino britannico ad un costo inferiore rispetto a quello dei suoi concorrenti, ma è stato dimostrato che la sua efficacia fino ad oggi non supera il 62%[4]. I paesi più poveri, privi in particolare delle attrezzature necessarie per lo stoccaggio e il trasporto dei vaccini Pfizer o Moderna, dovranno accontentarsi dell’Oxford-AstraZeneca, attingendo alle scorte che il Regno Unito lascerà.
In questo periodo, le persone stanno morendo. Intanto la borghesia continua ad essere travolta dagli eventi, continua a reagire giorno per giorno, con la stessa incuria, la stessa carenza di risorse ospedaliere e logistiche. Al centro delle più grandi potenze industriali, la campagna di vaccinazione è pesantemente ostacolata da carenze logistiche nei paesi membri dell'UE, come in Germania, dove la consegna e la distribuzione del vaccino è stata interrotta in diverse città in seguito a dei dubbi sul rispetto della catena del freddo nel trasporto di migliaia di dosi. Negli Stati Uniti, nonostante un'impressionante mobilitazione logistica sotto il controllo dell'esercito, "ci sono stati dei fallimenti", secondo l'ammissione del celebre dottor Fauci. Solo poco più di 4,2 milioni di persone hanno ricevuto la prima dose di uno dei due vaccini autorizzati nel Paese (Pfizer e Moderna), ben lungi dalla promessa del governo di vaccinare 20 milioni di persone, mentre la pandemia raggiunge i record giornalieri di contaminazioni e decessi in ospedali saturi (quasi 21,5 milioni di casi e più di 360.000 decessi al 4 gennaio), al punto che il responsabile del programma ha suggerito, per accelerare il ritmo della campagna, la possibilità di somministrare il vaccino a… metà dose! La decisione britannica di posticipare la somministrazione della seconda dose di vaccino di diverse settimane, in modo che più persone possano ricevere una prima dose è, da un punto di vista immunologico, altrettanto irrazionale ... Le procedure vaccinali sono eccessivamente lente e totalmente inadatte all'emergenza e alle esigenze più urgenti. In Francia ad esempio, in maniera caricaturale, l'ultima settimana di dicembre è stata oggetto di una patetica operazione mediatica con la vaccinazione davanti alle telecamere di alcune nonne famose mentre decine di migliaia di altre dovranno sicuramente aspettare la fine del mese di gennaio per ricevere la prima iniezione, con in più incredibili scuse del tipo “ci vuole molto tempo per vaccinare gli anziani”. Ma in questo paese non viene neanche nascosto che, se sono i residenti delle EHPAD (residenze per anziani) ad avere la priorità rispetto agli operatori sanitari, è perché non ci sono dosi sufficientemente disponibili per questi ultimi!
Dietro questi nuovi "scandali sanitari", che rivelano ancora una volta l'incapacità del capitalismo di reagire se non nella difesa dei suoi interessi a breve termine, nella mancanza di preparazione e improvvisazione totale, si osservano situazioni, come in Francia, dove la logistica finisce per essere basata sulla buona volontà di farmacisti e medici di fronte a costi limitati al minimo indispensabile: la carenza di super congelatori nelle farmacie ospedaliere ha costretto lo Stato a centralizzare lo stoccaggio dei vaccini nelle farmacie cittadine che devono organizzarsi per poi distribuire i flaconi negli ospedali. In queste condizioni, non siamo sicuramente alla fine di questa crisi sanitaria.
Ma l'aspetto più fraudolento della situazione è che la vaccinazione non ci viene presentata solo come la panacea per la crisi sanitaria ma tutta la borghesia ce la presenta anche come l'unica via d'uscita dalla crisi economica e dal deterioramento accelerato delle condizioni di vita che peggiorano ovunque, cercando di mascherare l'impasse e le contraddizioni insormontabili del suo modo di produzione. Perché ciò che colpisce l'umanità oggi non è il risultato di una sfortunata coincidenza. È il prodotto di un sistema alla fine della sua corsa, che decomponendosi trascina tutto nella sua rovina. L'incuria della borghesia, quindi, non è causata dall'incompetenza di pochi dirigenti, ma dalla crescente incapacità della classe dominante di contenere gli effetti del decadimento del proprio sistema. Finché questa logica è all'opera, l'umanità non sarà in grado di sfuggire ai flagelli che ne derivano.
GD, gennaio 2021
[1] Processo che richiede agli inventori di un farmaco, di un trattamento o di un vaccino di consentire la produzione di generici, permettendo un accesso più rapido, più diffuso e con costi inferiori.
[2] Vedi ad esempio “AIDS: La guerra dei laboratori”, Le Monde (7 febbraio 1987)
[3] Vedi “Repubblica del Congo: la guerra dei vaccini ostacola la lotta contro l'Ebola”, Le Soir (2 agosto 2019)
[4] Covid-19: Perché il vaccino Oxford-AstraZeneca, autorizzato dal Regno Unito, potrebbe cambiare l'accordo?" (The Conversation 4 gennaio 2021)
Le tensioni razziali negli Stati Uniti sono, in parte, legate al ruolo svolto dal sistema schiavista nello sviluppo dell'accumulazione primitiva in quel paese. La schiavitù esisteva ovunque (Brasile, colonie spagnole, Caraibi insulari e continentali...) ma in nessun altro paese sviluppato questo sistema ha condizionato i rapporti sociali e l'unità della classe operaia come negli Stati Uniti. Il caso del Sudafrica presenta alcune analogie anche se ad un diverso livello di sviluppo e di importanza[1].
Le origini del capitalismo, dopo la "scoperta" delle Americhe, sono state segnate dalla schiavitù[2].
È soprattutto nelle Americhe, e non solo negli Stati Uniti, che questo sistema ha messo radici. Per comprendere la storia dell'avvento del capitalismo, della formazione della classe operaia e anche la situazione attuale, è necessario affrontare il problema della schiavitù.
Come scriveva Marx: “La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica”[3].
L'accumulazione primitiva del capitale sotto i vecchi regimi, ancora segnati dal feudalesimo, era spesso ottenuta con il lavoro degli schiavi. E l'Africa, disgraziatamente per questo continente, è stata, dal XVII e XVIII secolo e fino a gran parte dell'Ottocento, "terra della caccia agli schiavi".
Questo tipo di sfruttamento, tuttavia, non è lo stesso del capitalismo, sebbene sia stato utilizzato nell'originaria (o "primitiva") accumulazione nelle sue fasi iniziali: "L'applicazione sporadica della cooperazione su larga scala nel mondo antico, nel Medioevo e nelle moderne colonie, si poggia su rapporti immediati di signoria e servitù, e per la maggior parte dei casi sulla schiavitù. Invece la forma capitalistica presuppone fin dall’inizio l’operaio salariato libero, il quale vende al capitale la sua forza lavoro. Tuttavia storicamente questa forma si sviluppa in antagonismo all’economia contadina e all'esercizio indipendente degli artigiani, abbia questo forma corporativa o meno. Di fronte al contadino o all’artigiano indipendenti, non è la cooperazione capitalistica che si presenta come una forma storica particolare della cooperazione; ma è proprio la cooperazione di per sé che si presenta come una forma storica peculiare del processo di produzione capitalistico, la quale lo distingue specificamente. Come la forza produttiva sociale del lavoro sviluppata mediante la cooperazione, si presenta quale forza produttiva del capitale, così la cooperazione stessa si presenta quale forma specifica del processo produttivo capitalistico, in opposizione al processo produttivo dei singoli operai indipendenti o anche dei piccoli mastri artigiani. E’ il primo cambiamento al quale soggiace il reale processo di lavoro per il fatto della sua sussunzione sotto il capitale. Questo cambiamento avviene in maniera naturale e spontanea. Il suo presupposto è che l'impiego simultaneo di un numero considerevole di salariati nello stesso processo lavorativo, costituisce il punto di partenza della produzione capitalistica"[4].
Ciò significa che, come il capitalismo è nato e si è sviluppato in un ambiente non capitalista, all'inizio predominante, si è sviluppato anche in mezzo e attraverso altre forme di sfruttamento e di "cooperazione", perché il capitalismo non produce alcuna forma particolare di cooperazione al di fuori del capitalismo stesso. Il feudalesimo ha sottomesso al suo controllo le antiche comunità comuniste primitive, che "lasciava fare" fintanto che pagavano regolarmente tributi in natura (prodotti agricoli, animali o di artigianato) e in esseri umani (servi e soldati). D'altra parte, il capitalismo tende a trasformare tutti i rapporti sociali in rapporti commerciali e salariali, ma procedendo in questo senso è in grado di utilizzare vecchie forme di sfruttamento come la schiavitù, rendendole molto più redditizie attraverso una raffinata e sistematica barbarie.
Nel XIX secolo, la schiavitù continuò su una scala pari a quella degli Stati produttori di cotone del sud degli Stati Uniti (c'erano ben cinque milioni di schiavi) fino ad oltre la metà del secolo. Questi vendettero la loro produzione agli Stati del nord e, cosa più importante, al primo grande paese capitalista dell'epoca, la Gran Bretagna. Per decenni dopo l'indipendenza del Nord America, il sistema schiavista è rimasto molto importante, al servizio dell'accumulazione in questo immenso paese.[5] Ma il conflitto tra il capitalismo degli Stati del Nord e quello degli Stati schiavisti del Sud è diventato inevitabile, soprattutto a causa del dinamismo espansionistico verso l'Ovest, che ha portato alla guerra di Secessione.
Dopo la colonizzazione dell'Egitto, la Gran Bretagna ha iniziato a non comprare più cotone dagli Stati Uniti del Sud, rafforzando, a questo punto, con il solito cinismo delle classi dominanti, la campagna antischiavista di gran parte della borghesia britannica[6].
Il maggiore effetto non fu solo l'insolita persistenza, ma l'aumento esponenziale del numero di schiavi nel corso dei decenni: "Quando nel 1790 fu fatto il primo censimento degli schiavi negli Stati Uniti, il loro numero ammontava a 697.000; nel 1861 invece si aggirava sui quattro milioni" come ci ricorda Marx ne Il capitale (Libro I, Sezione IV, Cap. XV "Macchine e grande industria", Parte 6: La teoria della compensazione). E questo, nel primo paese al mondo "liberato" dal vecchio regime, faro, accanto alla Francia, del "modello democratico" per le borghesie ascendenti di altri paesi.
"Negli stati meridionali dell'Unione americana il lavoro dei negri conservò un carattere patriarcale moderato finchè la produzione fu prevalentemente orientata ai bisogni locali immediati. Ma quando l'esportazione del cotone divenne l'interesse vitale di questi stati, il sovraccarico di lavoro del negro, e il consumo della sua vita in sette anni di lavoro, divenne parte di un sistema calcolato freddamente. Non si trattava più di ottenere da lui una certa massa di prodotti utili. Si trattava ora di produrre il plusvalore stesso. Analogo il processo per la corvée del stesso per il servo della gleba, per esempio nei principati danubiani".[7] Nonostante questi enormi profitti, tuttavia, la schiavitù rimaneva un sistema non del tutto capitalista.
Le conseguenze dell'oltraggio alla morale umana rappresentato dalla schiavitù nel paese che sarebbe diventato il più potente del pianeta non sono scomparse per magia dopo la guerra di Secessione. La schiavitù è scomparsa, ma non le sue conseguenze nella difficile lotta della classe operaia. Per quanto fosse nell'interesse della borghesia porre fine alla schiavitù, sappiamo perfettamente che i mali delle società classiste del passato si concentrano nel capitalismo come se fosse un misto di tutti questi mali. La sanguinosa guerra civile[8] accelerò la diffusione del lavoro salariato in tutti gli Stati Uniti, i lavoratori neri furono gradualmente incorporati nel lavoro "libero", ma questa "libertà di essere sfruttati" è stata trasformata quasi fin dall'inizio in un sistema di segregazione razziale che ha aggiunto orribili sofferenze a questa parte della nostra classe e ha creato una pericolosa divisione all'interno del proletariato.
Le leggi sulla segregazione razziale rimasero in vigore in quasi tutti gli Stati, sostenute da ripetute sentenze della Corte Suprema. Appena tre anni dopo la fine della guerra di secessione (nel 1868), la Corte Suprema stabilì, massimo del cinismo, che "i neri devono vivere separatamente". L'uomo bianco li chiamava con il solo nome di battesimo e poteva maltrattarli per qualsiasi motivo. I neri potevano votare, ma solo se pagavano una tassa speciale e conoscevano a memoria i nomi di tutti i presidenti e giudici della Corte Suprema.
Il sistema giuridico della segregazione proteggeva e incoraggiava un sistema parallelo, cosiddetto "popolare" (grazie al sostegno fanatico della piccola borghesia bianca) di aggressioni, omicidi di massa e linciaggi sistematici. La piccola borghesia, soprattutto, ma non solo, negli Stati del Sud scatenò la sua furia distruttiva con la regolarità di un metronomo per terrorizzare i proletari in origine schiavi. Il razzismo della piccola borghesia nordamericana riflette una delle caratteristiche ideologiche del capitalismo nordamericano: una cultura intrisa di un puritanesimo violento di ispirazione biblica, tra le cui basi c'è l'orrore furioso, viscerale e disgustoso per qualsiasi miscela di "razze". È vero che il razzismo e il rifiuto dell'altro esprimono una mentalità ampiamente condivisa in tutte le società classiste, ma nel caso degli Stati Uniti è un elemento fondante del paese.
A Opelousas (Louisiana, 1868), a New Orleans e a Memphis (1866), la plebaglia bianca rispose con linciaggi ai tentativi dei neri di esercitare "nuovi diritti". "A Thibodaux, in Louisiana, nel 1887, più di 300 tagliatori di canna da zucchero morirono durante uno sciopero per conquistare il diritto di lasciare i loro ex quartieri di schiavi"[9].
Il XX secolo è stato anche peggiore: "Nel 1928, a Wilmington, nel North Carolina, morirono non meno di 250 persone, tra donne e bambini, quando una folla bianca attaccò uno dei loro giornali a causa di un articolo anti-segregazionista. Altre centinaia morirono nel 1917 a East St. Louis, nel Missouri, quando si sparse la voce che un operaio nero aveva parlato con una donna bianca durante una riunione sindacale. A Elaine, in Arkansas, nel 1919, la causa scatenante della morte di oltre 200 neri, tra cui donne e bambini, fu una rivendicazione salariale dei raccoglitori nei campi dei proprietari terrieri bianchi. A Tulsa, in Oklahoma, nel 1921, tutto ebbe inizio quando un gruppo di uomini bianchi cercò di linciare un giovane nero accusato di furto. Quasi 300 persone morirono e 8.000 persero la casa quando la popolazione bianca arrabbiata diede fuoco a Black Wall Street e al quartiere nero circostante"[10]
Il sistema di segregazione razziale fu rafforzato dal Ku Klux Klan, una organizzazione ai margini della legalità che perseguitava i lavoratori neri e infliggeva brutali torture durante atti rituali. Sciolta ufficialmente nel 1871, riapparve nel 1915 e viene ancora mantenuta da gruppi locali che difendono un'ideologia xenofoba e razzista, rivendicando la supremazia dei bianchi. I maggiori partiti democratici americani hanno talvolta incoraggiato apertamente queste espressioni barbare del capitalismo, altre volte hanno finto di "indignarsi" per incoraggiare la trappola dell'"antirazzismo", ma le hanno sempre tollerate come strumento complementare.
Quando la schiavitù negli Stati Uniti aveva raggiunto l'apice, Marx descrisse la vita dei proletari in Inghilterra[11], una "vita" atroce già descritta da Engels nel suo famoso libro del 1845[12]. Non c'è dubbio che la vita dei proletari dell'epoca fosse miserabile e faticosa come quella di molti schiavi. Ma per il futuro della classe rivoluzionaria, lo sfruttamento degli schiavi non è come "l'esistenza di lavoratori liberi e salariati che vendono la loro forza lavoro al capitale". Il proletariato sta vivendo una nuova forma di sfruttamento che contiene la possibilità, se è in grado di sviluppare una lotta consapevole, di superare le contraddizioni del capitalismo attraverso la società comunista[13]. Lo sfruttamento del proletariato contiene una sofferenza universale che comprende tutte le forme di oppressione e di sfruttamento esistite nelle società classiste e che, quindi, può essere risolta solo con una rivoluzione universale che vada alle radici di ogni sfruttamento e di ogni oppressione che esistono nel capitalismo e, in definitiva, in tutte le società classiste. Ecco perché uno degli aspetti della lotta della classe operaia doveva essere la lotta contro la schiavitù, soprattutto in un paese come gli Stati Uniti. La AIT (Associazione Internazionale dei Lavoratori, la I Internazionale), prima della guerra civile nordamericana, non ha esitato a inviare un messaggio di sostegno, scritto da Marx, ai Nordisti di Lincoln. Non si trattava di sostenere una frazione della borghesia contro un'altra classe reazionaria (i grandi proprietari terrieri del Sud)[14].
Marx pensava giustamente che la fine della schiavitù avrebbe dato un impulso all'unità della classe operaia. Così scrive ne Il Capitale (più o meno alla fine della guerra di Secessione negli Stati Uniti e alla fine "ufficiale" della schiavitù nel 1865), facendo un collegamento alla lotta unitaria per la giornata lavorativa di 8 ore: "Negli Stati Uniti d'America, il movimento operaio non poteva uscire dalla sua paralisi finché una parte della repubblica rimaneva macchiata dalla schiavitù. Il lavoro dei bianchi non può essere emancipato dove il lavoro nero è schiavizzato. Dalla morte della schiavitù scaturisce immediatamente una vita nuova e ringiovanita. Il primo frutto della guerra civile fu la campagna di agitazioni per le otto ore, che si diffuse alla velocità della locomotiva dall'Atlantico al Pacifico, dalla Nuova Inghilterra alla California[15]".
Sia i marxisti che gli anarchici mettono chiaramente in evidenza l'unità della classe operaia, indipendentemente dal colore della pelle. Questa tradizione si è incarnata all'inizio del XX secolo nell'Industrial Workers of the World (IWW), il famoso sindacato rivoluzionario degli Stati Uniti, che si è formato a favore della politica internazionalista, contro la guerra e, naturalmente, per l'unificazione della classe operaia. Conosciamo i limiti del sindacalismo rivoluzionario e il fallimento degli IWW. Ma nella memoria degli operai rimarrà, come ricordano i nostri articoli della Rivista Internazionale n. 124 e 125,"l'esperienza dell'IWW, il coraggio esemplare dei suoi militanti di fronte a una classe dominante che non si sottrae alla più grande e vile violenza e all'ipocrisia. Questa esperienza dell'IWW è quindi lì per ricordarci che gli operai degli Stati Uniti sono decisamente fratelli di classe degli operai di tutto il mondo, che i loro interessi e le loro lotte sono gli stessi e che l'internazionalismo non è una parola vuota per il proletariato, ma piuttosto la pietra angolare della sua esistenza"[16].
"Per molto tempo, il movimento operaio negli Stati Uniti si è molto preoccupato per le divisioni tra lavoratori nativi, lavoratori di lingua inglese (anche se erano già immigrati di seconda generazione) e lavoratori immigrati appena arrivati che parlavano e leggevano poco o per niente l'inglese ... Nella sua corrispondenza con Sorge nel 1893, Engels metteva in guardia contro l'uso cinico da parte della borghesia delle divisioni all'interno del proletariato che ostacolavano lo sviluppo del movimento operaio negli Stati Uniti. La borghesia, infatti, utilizza sapientemente tutti i pregiudizi razziali, etnici, nazionali e linguistici per dividere i lavoratori e ostacolare così lo sviluppo di una classe operaia capace di concepire se stessa come una classe unita. Queste divisioni costituivano un serio ostacolo per la classe operaia statunitense, separando i lavoratori nati negli Stati Uniti dalla grande esperienza maturata in Europa dai lavoratori neo-immigrati. Queste divisioni hanno reso difficile per i lavoratori americani più consapevoli stare al passo con i progressi teorici del movimento operaio internazionale."
In questa lettera di Engels a Sorge del 2 dicembre 1893[17], Engels rispondeva a una domanda di Friedrich Adolf Sorge sull'assenza di un forte partito socialista negli Stati Uniti, spiegando che "la situazione negli Stati Uniti presenta difficoltà molto importanti e particolari che ostacolano il costante sviluppo di un partito operaio. Tra queste difficoltà, una delle più importanti è "l'immigrazione, che divide i lavoratori in due gruppi: nativi e stranieri, questi ultimi divisi tra loro 1) in irlandesi, 2) in tedeschi, 3) in tanti piccoli gruppi di diverse nazionalità, ognuno dei quali capisce solo la propria lingua: cechi, polacchi, italiani, scandinavi, ecc. E infine i neri. Costruire un solo e unico partito su questa base richiede motivazioni forti che si possono trovare solo in rare circostanze. Spesso ci sono spinte vigorose, ma basta che la borghesia aspetti senza fare nulla che le diverse parti della classe operaia si ritrovino di nuovo disperse" (traduzione della CCI).
I lavoratori neri, che avevano già iniziato a fuggire al Nord durante la schiavitù (anche negli Stati nordisti dove potevano essere perseguitati e rispediti al Sud), cominciarono a trasferirsi nelle zone industriali soprattutto a partire dall'inizio del XX secolo. E questa "divisione" di cui parla Engels ha preso forma nella nascita dei ghetti, tendenza accentuata dalla controrivoluzione. L'abominevole ignominia della schiavitù "moderna" aveva la particolarità di basarsi sulla sua unica origine "razziale" (popolazione originaria dell'Africa subsahariana) (a differenza della schiavitù antica, medievale o orientale dove gli schiavi potevano essere di origini molto diverse), cosicché gli schiavi appena proletarizzati venivano immediatamente considerati come merce venduta, appena usciti dalla loro condizione precedente. La borghesia americana, invece, ha proibito fino a poco tempo fa l'emigrazione "colorata", favorendo nei grandi anni dell'emigrazione verso gli USA dalla fine dell'Ottocento fino agli anni Trenta del Novecento le popolazioni europee. È vero che la "tradizione" dell'insediamento urbano negli Stati Uniti era quella dei quartieri "etnici", ma con i ghetti la separazione era molto più chiara.
La segregazione razziale è stata ufficialmente abolita nel 1964, un secolo dopo l'abolizione della schiavitù. L'obiettivo era quello di fornire una possibilità a una parte crescente della borghesia nera che era ostacolata nei suoi affari da queste leggi. Il "grande frutto" delle leggi sui diritti civili è stata la promozione dei neri ai vertici della politica e dell'economia. Si sono distinti sotto l'amministrazione Bush con Colin Powell, il macellaio dell'Iraq, e il segretario di Stato Condoleezza Rice, e con l'elezione di Obama nel 2008 come primo presidente nero.
Tuttavia, per i lavoratori neri, non era cambiato nulla. Hanno continuato ad essere vittime di discriminazioni giudiziarie e di polizia che fanno sì che un nero corra sette volte più rischi di finire in prigione rispetto a un bianco.
Il comportamento della polizia (che comprendeva sempre più neri tra le sue fila) nei confronti dei neri è stato particolarmente crudele. Il crimine di Los Angeles del 1992 che ha scatenato violente proteste è stato orribile. Durante il mandato di Obama, ci sono stati più omicidi da parte di agenti di polizia che mai prima[18].
L'assassinio di Georges Floyd il 26 maggio, "per mano" di quattro poliziotti di Minneapolis, è stata un'altra tragica dimostrazione di questa continua violenza ufficiale da parte della classe dominante. Le classi dominanti, attraverso i loro Stati, hanno il monopolio della violenza. Generalmente la usano per imporre il loro dominio, soprattutto contro la classe operaia. Accanto alle forze dell’ordine "ufficiali”, ci sono milizie, gruppi armati più o meno illegali. Nel corso degli anni, gli Stati Uniti sono diventati il modello della violenza più estrema. E in molti altri paesi questa estrema violenza, sia essa ufficiale, non ufficiale o illegale (citiamo il Messico come esempio), resterà radicata, finché durerà questo sistema criminale. Tutti questi flagelli sono vecchi, sì, ma la tendenza di questo modello si è diffusa, è diventata più acuta in ogni angolo del pianeta. Oggi stiamo vivendo la decomposizione del sistema capitalista e questa violenza criminale ufficiale, non ufficiale o illegale ne è il marchio di fabbrica. Democrazie, dittature, con partiti singoli o pluralisti, il destino è oggi segnato da questa estrema violenza di un sistema criminale, il capitalismo.
Di fronte a tali oltraggi, questa volta ben noti grazie alle immagini dell'agonia di Floyd trasmesse in tutto il mondo, persone di ogni razza e condizione sono scese in strada, piene di indignazione, per chiedere finalmente... una polizia più democratica! E altre richieste che consistono nell'esigere che il boia sia più umano. Da un lato Trump sta gettando più benzina sul fuoco, incoraggiando i suprematisti pronti a sparare a chiunque non sia bianco; dall'altro, le frazioni democratiche dello spettro politico americano (e molti repubblicani, come l'ex presidente Bush) si stanno genuflettendo, fanno appello ad artisti e star indignate che sostengono manifestazioni "patriottiche".
Con la controrivoluzione legata alla sconfitta dell'ondata rivoluzionaria degli anni Venti e, a partire dagli anni Trenta, si moltiplicano gli omicidi e i linciaggi. Durante la depressione del 1929, la piccola borghesia bianca (ben manipolata dai media, che approfittarono della sua ricerca di capri espiatori) attribuì la crisi ai "neri": "Ad Harlem (New York), in seguito alla presunta rapina di un giovane nero in un negozio di un bianco, ci furono un numero imprecisato di morti e più di cento feriti, oltre a numerosi saccheggi. Questa è stata la prima rivolta moderna perché ha colpito i negozi. Da allora, Harlem ha sopportato episodi di violenza razziale quasi continua fino agli anni '60"[19].
In realtà, la "macchia" della schiavitù che aveva sporcato lo sviluppo capitalista negli Stati Uniti e altrove, alla fine ha creato una barriera difficile da superare nelle lotte operaie statunitensi.
Queste barriere sono state inasprite dal processo sociale di decomposizione capitalistica[20], che ha portato a un decadimento dei rapporti sociali che spinge alla frammentazione della società in gruppi etnici, religiosi, locali, di "affinità", che si rinchiudono nel loro "piccolo ghetto" per darsi un falso senso di comunità, di protezione da un mondo sempre più disumano. Questa tendenza favorisce la divisione nelle file dei lavoratori (accentuata fino al parossismo dall'azione velenosa di partiti, sindacati, istituzioni, mezzi di comunicazione, ecc.) in “comunità” per razza, religione, origine nazionale ecc. Per soffiare sul fuoco delle divisioni razziali e linguistiche del proletariato americano, l'emigrazione dei lavoratori dall'America Latina, divenuta massiccia a partire dagli anni Settanta, è stata utilizzata dalla borghesia per creare più ghetti, sottoporre i lavoratori immigrati all'illegalità e peggiorare le condizioni di vita di tutti i lavoratori.
Tuttavia, alcune lotte operaie degli ultimi cinquant'anni hanno superato questa barriera: a Detroit nel 1965, lo sciopero selvaggio della Chrysler nel 1968, lo sciopero selvaggio delle poste nel 1970, lo sciopero della metropolitana di New York nel 2005, lo sciopero di Oakland durante il movimento Occupy nel 2011... Nonostante i loro limiti, queste lotte sono un'esperienza da cui si possono trarre lezioni nella lotta per l'unità di classe.
Nel XIX secolo, combattere contro la schiavitù era combattere per la classe operaia. Oggi, la brutalità della polizia, dei suprematisti bianchi e dello Stato in generale (e delle sue prigioni) da un lato, e i movimenti antirazzisti dall'altro, stanno sottomettendo la parte "nera" della classe operaia, cercando di trasformarla in popolazione a pieno titolo.
Infatti, il razzismo e l'antirazzismo sono le armi della borghesia contro la classe operaia.
Ecco perché la parola d'ordine del proletariato è: Non siamo né bianchi, né neri, né di nessun colore! Noi siamo la classe operaia!
Come diceva uno striscione durante le proteste contro la legge 187 della California sull'immigrazione: "NON SIAMO COLOMBIANI, NON SIAMO MESSICANI, SIAMO LAVORATORI!".
Pinto, 11 giugno 2020
[1] Vedi la serie della nostra Revue Internationale sul movimento operaio in Sudafrica:
- "Contributo a una storia del Movimento dei lavoratori in Sudafrica: dalla nascita del capitalismo alla vigilia della seconda guerra mondiale", Revue Internationale n° 154 (2° semestre 2014) Contribution à une histoire du mouvement ouvrier en Afrique du Sud: de la naissance du capitalisme à la veille de la Seconde Guerre mondiale [8].
- "Contributo a una storia del movimento operaio in Sudafrica: dalla seconda guerra mondiale alla metà degli anni Settanta" Contribution à une histoire du mouvement ouvrier en Afrique du Sud: de la Seconde Guerre mondiale au milieu des années 1970 [9]
- "Dal movimento di Soweto nel 1976 all'ascesa al potere della ANC nel 1993", Revue Internationale n° 158 (Inverno / Primavera 2017). Du mouvement de Soweto en 1976 à l’arrivée au pouvoir de l’ANC en 1993 [10]
- "Dall'elezione del presidente Nelson Mandela nel 1994 al 2014", Revue Internazionale n° 163 (2° trimestre 2019). De l’élection du président Nelson Mandela en 1994 à 2014 [11]
[2] Vedi "1492: Scoperta dell'America - La borghesia celebra 500 anni di capitalismo". Revue Internazionale n° 70 (3° trimestre 1992). 1492 : Découverte de l’Amérique – La bourgeoisie célèbre les 500 ans du capitalisme [12]
[3] Marx, Il Capitale, Libro I, Sezione VII: "Il processo di accumulazione del capitale", Capitolo XXIV-5. "Genesi del capitalista industriale". Editori Riuniti, 1980.
[4] Marx, Il Capitale, libro I, Sezione IV, Cap. XI, "La cooperazione". Editori Riuniti, 1980
[5] La tesi di maggioranza degli storici nordamericani degli anni Settanta era che il Sud aveva perso perché era un precapitalismo inefficiente e non redditizio. Negli ultimi anni, la tesi di maggioranza è stata che il sistema schiavista era interamente capitalista. È difficile sapere cosa vogliono mostrare o dimostrare, forse quello che cercano è sapere quale sistema sia stato il più brutale, il più esplosivo e il più disumano. E per questo usano il marxismo, per il quale il capitalismo è soprattutto un rapporto sociale, l'ultima società classista che deve essere rovesciata per porre fine allo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. Così, secondo un noto storico francese, Nicolas Barreyre, parlando recentemente del sistema dei produttori di cotone nel Sud degli Stati Uniti: "Negli anni Settanta, l'idea dominante tra gli storici, come tra gli economisti, era che il Sud schiavista viveva in un'economia precapitalistica inefficiente e non redditizia che non poteva sopravvivere di fronte Nord, che era entrato nella rivoluzione industriale e capitalista all'inizio del XIX secolo. Dopo la crisi del 2008, gli storici hanno rivolto ancora una volta la loro attenzione alle origini del sistema economico americano, formulando quella che è stata definita la "nuova storia del capitalismo". L'idea è che l'economia schiavista del Sud fosse interamente capitalista, e che ha contribuito all'ascesa del capitalismo nel Nord.” (Intervista a Le Monde del 28 giugno 2020).
Non abbiamo alcuna intenzione di scusarci con questi eminenti storici. La logica degli storici degli anni Settanta secondo cui l'economia degli Stati del Sud era "inefficiente e non redditizia" perché "pre-capitalista" sembra derivare da una visione "marxista" piuttosto volgare. Il capitalismo, al suo apice, ha utilizzato altre economie non capitalistiche per la sua espansione, sia per i mercati che per le fonti di materie prime e di capitale. E fino alla loro piena assimilazione o distruzione, molte di queste economie hanno potuto arricchirsi e servire all'accumulazione primitiva di capitale, soprattutto quando appartenevano alla stessa nazione. In tutto il mondo, nel XIX secolo, esistevano sistemi non ancora dominati dal capitalismo con cui si facevano affari, minacciandoli se necessario.
[6] L'ipocrisia della borghesia inglese non conosce limiti. Da un lato, tollerava la schiavitù nei paesi che potevano servire come alleati e nelle colonie dove serviva per i suoi interessi, per poi giocare al "martello per spezzare la schiavitù" contro rivali come la Spagna, il Portogallo o il Brasile, che non avevano sufficiente potere economico per fare a meno della schiavitù e che l’hanno abolita molto tardi (nel 1886 in Spagna e nel 1888 in Brasile).
[7] Il Capitale, Libro I, Sezione III, Cap. VIII. "La giornata lavorativa", parte 2, "La voracità del pluslavoro – Fabbricante e Boiardo".
[8] È stata una delle più sanguinose della storia: "Sono morte 630.000 persone. Ancora oggi questo dato rappresenta la metà delle vittime che gli Stati Uniti hanno subito in tutte le guerre che hanno combattuto da allora, compresa quella in Afghanistan" (La Vanguardia, giugno 2020), https://www.lavanguardia.com/internacional/20200603/481582308546/violencia-racial-eeuu-historia-racismo.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_content=claves_de_hoy [13]
[9] Fonte: La Vanguardia, https://www.lavanguardia.com/internacional/20200603/481582308546/violencia-racial-eeuu-historia-racismo.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_content=claves_de_hoy [13]
[10] Ibidem
[11] Il Capitale, Libro I, cap. VIII: "La giornata lavorativa", parte 3:"Settori industriali inglesi senza limiti legali allo sfruttamento" (un capitolo particolarmente edificante, con l'esempio dello sfruttamento dei bambini e le 15 ore di lavoro quotidiano per un bambino di 7 anni!).
[12] Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra.
[13] Vedi Engels, Principi del comunismo, in particolare i punti VI e VII.
[14] "Nel luogo stesso in cui, un secolo prima, era nata l'idea di una grande repubblica democratica insieme alla prima dichiarazione dei diritti umani che insieme hanno dato il primo impulso alla rivoluzione europea del XVIII secolo - quando in quel luogo, la controrivoluzione si vantava, con sistematica violenza, di rovesciare ‘le idee dominanti dell'epoca della formazione della vecchia Costituzione’ e presentava ‘la schiavitù come un'istituzione benefica, se non l'unica soluzione al grande problema del rapporto tra lavoro e capitale’, proclamando cinicamente che il diritto di proprietà sull'uomo era la pietra angolare del nuovo edificio - allora le classi operaie d'Europa capirono subito, e ancor prima che l'adesione fanatica delle classi superiori alla causa dei confederati le avesse messe in guardia, che la ribellione degli schiavisti suonava l'allarme per una generale crociata della proprietà contro il lavoro e che, per gli uomini del lavoro, la lotta del gigante portata oltreoceano metteva in gioco non solo le loro speranze per il futuro, ma anche le loro passate conquiste". (Messaggio dell'AIT ad Abramo Lincoln, 1864).
Nel 1864, più di 150 anni fa, quando la classe operaia si stava ancora affermando come classe per la trasformazione della società, le sue organizzazioni sostenevano e dovevano sostenere frazioni della borghesia che lottavano contro i residui (ancora grandi e forti) dei vecchi sistemi di sfruttamento. Oggi, la ragione per cui i comunisti rifiutano il sostegno alle "repubbliche democratiche", ai "diritti umani" e ad altri slogan borghesi non è perché sono slogan "d'altri tempi", ma perché sono soprattutto bufale e armi contro il proletariato. E questo fin dall'ingresso del capitalismo nella fase di decadenza.
[15] Il Capitale, Libro I, cap. VIII, "La giornata lavorativa", cap. 2, "La voracità del plusvalore". Fabbricante e Boiardo".
[16] Vedere i nostri articoli sugli IWW:– “Les IWW (1905-1921) : l’échec du syndicalisme révolutionnaire aux États-Unis (I) [14]”, Revue Internationale n° 124 ; – “Les IWW (1905–1921) : L’échec du syndicalisme révolutionnaire aux États-Unis (II) [15]”, Revue Internationale n° 125.
[17] Marx e Engels, Scritti fondamentali di politica e filosofia, ed. Lewis Feuer, 1959, pp.457-458.
[18] Si veda il rapporto: Conflitti razziali nell'era di Obama. Les conflits raciaux dans l’ère Obama [16].
[19] Sito web del quotidiano La Vanguardia, 4 giugno 2020.
[20] Vedi le nostre "Tesi sulla decomposizione", Rivista Internazionale n. 14, https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo [17]
L'anno scorso è stato segnato, ancora una volta, da una serie di catastrofi, tra cui una pandemia globale che finora ha fatto più di 2 milioni di vittime e ha comportato un significativo aggravamento della crisi economica del capitalismo, facendo precipitare milioni di persone nella miseria e nella precarietà. L'anno 2021 è appena iniziato, ma è stato immediatamente segnato da un nuovo evento di portata storica: l'assalto al Campidoglio da parte di orde fanatiche trumpiste. Questi due eventi non sono separati l'uno dall'altro. Al contrario, per la CCI, entrambi rivelano un'intensificazione della decomposizione sociale, l'ultima fase della decadenza del capitalismo.
Questo incontro pubblico vuole quindi essere una opportunità per presentare questo quadro di analisi, per individuarne la validità ma anche per metterlo in discussione attraverso il prisma dei fatti e dell'evoluzione storica della società capitalista.
Per preparare questo incontro, i partecipanti possono già fare riferimento al seguente testo:
"Tesi sulla decomposizione" La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [17], (Rivista Internazionale n° 14).
Questa riunione fa parte di una serie di incontri pubblici virtuali che la CCI sta tenendo a livello internazionale. L'incontro per i compagni in lingua italiana si terrà
Se siete interessati a partecipare, scriveteci al nostro indirizzo di posta elettronica [email protected] [6] o entrando nella sezione "contatti" del nostro sito. Le modalità tecniche per connettersi alla riunione saranno comunicate attraverso una mail di risposta.
Nell'ultimo anno, il mondo è stato scosso da due eventi senza precedenti e di estrema importanza nella vita del capitalismo: la pandemia da Covid-19 e, più recentemente, l’assalto al Campidoglio a Washington avvenuto dopo le elezioni americane che hanno sancito la sconfitta di Donald Trump. Questi due eventi non sono né insignificanti né separati l’uno dall'altro e possono essere compresi solo in un quadro storico che presenteremo in questa presentazione.
La crisi sanitaria che stiamo vivendo oggi è l'evento più grave dal crollo del blocco dell’Est.
Questa pandemia si è diffusa a macchia d'olio da un’epidemia in Cina lo scorso inverno. Il virus ha attraversato ogni confine e ogni continente, uccidendo più di 2 milioni di persone. Ovunque, in ogni paese, c’è uno stato di emergenza sanitaria, una corsa contro il tempo per vaccinare la popolazione per evitare una catastrofe globale.
Ma qual è l'origine di questa pandemia? Ci è stato detto che questo virus ci è stato trasmesso da specie animali introdotte nell’ambiente umano. In effetti gli animali selvatici non sono affatto particolarmente infestati da agenti patogeni mortali pronti a contagiarci. La maggior parte dei loro microbi vive in loro senza far loro del male. Il problema è che con la dilagante deforestazione, l'urbanizzazione, l'industrializzazione, e la conseguente distruzione di ecosistemi si sono create le condizioni di una maggiore probabilità di contatto stretto e ripetuto con l'uomo, che permette ai microbi di passare nel nostro corpo, diventando agenti patogeni mortali. Per esempio diversi studi hanno è stato dimostrato un legame tra l'insorgenza di epidemie e la deforestazione per quanto riguarda agenti patogeni trasmessi dalle zanzare. Le condizioni di miseria, di mancanza di condizioni igieniche adeguate nei paesi sottosviluppati ma sempre più anche nelle grandi metropoli hanno favorito il propagarsi e lo sviluppo di malattie contagiose.
La pandemia da Covid-19 non è dunque un disastro imprevedibile che risponderebbe alle oscure leggi del caso e della natura! Il capitalismo stesso è responsabile di questa catastrofe planetaria, di questi milioni di morti. Un sistema basato non sulla soddisfazione dei bisogni umani, ma sulla ricerca del profitto, della redditività attraverso lo sfruttamento feroce della classe operaia. Un sistema basato sulla concorrenza sfrenata tra aziende e tra Stati. Una competizione che impedisce qualsiasi coordinamento e cooperazione internazionale per sradicare questa pandemia. Questo è ciò che vediamo oggi con la "guerra dei vaccini", dopo l’altrettanto miserabile "guerra delle mascherine".
Finora, erano i paesi più poveri e sottosviluppati ad essere regolarmente colpiti dalle epidemie. Ora sono i paesi più sviluppati ad essere scossi dalla pandemia da Covid-19. È il cuore stesso del sistema capitalista che è sotto attacco, soprattutto la prima potenza mondiale.
Negli Stati Uniti si contano attualmente almeno 25 milioni di persone infette e più di 410.000 morti, più dei soldati americani uccisi nella seconda guerra mondiale! Lo scorso aprile, il numero di morti aveva già superato le perdite subite durante la guerra del Vietnam! La diffusione della pandemia è stata ulteriormente aggravata dalla mutazione del virus. Nella grande metropoli di Los Angeles, 1 abitante su 10 è infetto! In California, gli ospedali sono pieni fino a scoppiare. All’inizio della crisi sanitaria, l’intera popolazione americana è rimasta sbalordita di fronte alle enormi fosse in cui venivano ammucchiati i morti “non reclamati” nello Stato di New York, a Hart Island.
Con la politica irresponsabile di Trump, la gestione calamitosa di questa pandemia è stata ancora peggio che in altri paesi. L’ex presidente aveva scommesso sull’immunità collettiva, senza indossare una mascherina, senza porre alcuna barriera. Trump è arrivato persino a evocare l’idea completamente delirante di iniettarsi nelle vene un gel idroalcolico per uccidere il virus.
Nel paese più sviluppato del mondo, all’avanguardia della scienza, è fiorita ogni sorta di teorie complottiste. Mentre la pandemia aveva già iniziato a spazzare il continente americano, una gran parte della popolazione degli Stati Uniti immaginava che il Covid-19 non esistesse e che fosse un complotto per contrastare la rielezione di Trump!
Oggi, con 2 vaccini disponibili, ogni Stato americano va per conto proprio, nel modo più disorganizzato e disordinato possibile. In Europa, di fronte alla recrudescenza dell'epidemia e alle varianti del virus, assistiamo ad un’ecatombe in Gran Bretagna. Ovunque la classe dominante si affretta a vaccinare e deve ora gestire la carenza di dosi, in attesa che i laboratori accelerino la produzione di vaccini.
L'esplosione di questa pandemia globale ha rivelato:
1) una perdita di controllo della classe dominante sul proprio sistema.
2) un peggioramento senza precedenti del “ciascuno per sé” con una concorrenza sfrenata tra laboratori per essere il primo a trovare un vaccino e venderlo sul mercato mondiale. In questa corsa ai vaccini, sono gli Stati Uniti che si sono imposti con Pzifer-BionTech e Moderna. E se lo Stato d'Israele ha potuto ottenere così tante dosi da poter vaccinare tutta la sua popolazione, è perché ha comprato il vaccino Pfizer pagando il 43% in più del prezzo negoziato dall’Unione Europea.
È chiaro che la principale preoccupazione della borghesia di tutti i paesi è salvare soprattutto il capitale nazionale di fronte ai concorrenti.
Se tutti gli Stati stanno lottando così tanto per produrre vaccini, non è certo per la preoccupazione della vita umana. L'unica cosa che interessa alla classe dominante è preservare la forza lavoro di coloro che sfrutta per prolungare ulteriormente l’agonia del suo sistema.
Questa pandemia, e l’incapacità della classe dominante di contenerla, è innanzitutto la manifestazione più evidente della totale bancarotta del capitalismo. Infatti, di fronte all’aggravarsi della crisi economica i governi di tutti i paesi, sia di destra che di sinistra, per decenni hanno continuato a tagliare le spese sociali, sanitarie e di ricerca. Dato che il sistema sanitario non è redditizio, hanno tagliato i posti-letto, chiuso i servizi ospedalieri, eliminato i posti di lavoro del personale ospedaliero e peggiorato le loro condizioni di lavoro. In Italia la spesa pubblica per la ricerca è stata tagliata del 21% in dieci anni, dal 2007 al 2016; a questo taglio dal 2008 al 2014 si è accompagnato quello del 14% alle università statali, per un totale di circa 2 miliardi di euro.
Tutta la ricerca scientifica e tecnologica avanzata negli Stati Uniti è stata dedicata essenzialmente al settore militare, compresa la ricerca sulle armi batteriologiche. Da parte sua, la Cina vende i propri vaccini, in particolare ai paesi del Maghreb e dell'Africa orientale. Il mercato cinese dei vaccini sta quindi seguendo la Via della Seta.
Questa incontrollabile pandemia globale conferma che il capitalismo è diventato, a partire dal cataclisma della prima guerra mondiale, un sistema decadente che mette in gioco la sopravvivenza dell'umanità.
E dopo un secolo di sprofondamento nella decadenza, il capitalismo è ora entrato nella fase finale di questa decadenza: quella della decomposizione.
Perché il capitalismo è entrato nella sua fase di decomposizione e quali ne sono le principali manifestazioni?
Nel 1989, dopo 20 anni di crisi economica globale, un grande evento, il più importante dalla seconda guerra mondiale, ha scosso il mondo: il crollo del blocco orientale e dei regimi stalinisti. È stata la manifestazione più spettacolare della decadenza del capitalismo. Questa situazione ha anche causato una dislocazione del blocco occidentale con una tendenza allo sviluppo del “ciascuno per sé”.
Questa decomposizione del capitalismo è dovuta al fatto che al problema della crisi non si è potuto rispondere né alla maniera della borghesia, scatenando una nuova guerra mondiale (come nel caso della crisi degli anni 30), né con una rivoluzione proletaria. Infatti il proletariato non si è mostrato così soggiogato ideologicamente da farsi reclutare dietro le bandiere nazionali per andare a combattere sui campi di battaglia, ma al tempo stesso non ha maturato una coscienza di classe sufficiente per sviluppare delle lotte rivoluzionarie per rovesciare il capitalismo. Per cui il permanere di un problema irrisolto, quello della crisi, in una società senza futuro come il capitalismo di oggi, porta necessariamente al marcire, alla completa decomposizione, di tutta la società capitalista dalla fine degli anni '80.
Da 30 anni, questa decomposizione si è manifestata in tanti tipi di tragedie mortali: la moltiplicazione di massacri guerrieri, che non risparmiano la civilissima Europa (vedi conflitti nell’ex Jugoslavia), lo sviluppo di attacchi terroristici, le ondate di rifugiati che cercano disperatamente asilo nei paesi sviluppati, i ripetuti disastri cosiddetti naturali e quelli nucleari come a Chernobyl nel 1986 e a Fukushima nel 2011, e più recentemente la catastrofe che ha completamente distrutto il porto di Beirut il 4 agosto 2020.
Oggi siamo di fronte a un disastro sanitario globale che non risparmia nessun paese, nessun continente, con un massacro impressionante. Durante la prima ondata della pandemia, di fronte alla saturazione degli obitori, alcuni Stati europei, come la Spagna, hanno dovuto addirittura ammassare i cadaveri sulle piste di pattinaggio!
La borghesia ha dovuto imporre ovunque misure medievali con confinamenti, coprifuoco, distanziamento sociale. Tutti dobbiamo coprirci con le mascherine con controlli di polizia per la strada. Le frontiere sono bloccate, tutti i luoghi pubblici e culturali sono chiusi nella maggior parte dei paesi europei. Mai, dalla seconda guerra mondiale, l’umanità ha vissuto una tale prova. La pandemia Covid-19 è dunque oggi la principale manifestazione dell’accelerazione della decomposizione del capitalismo.
È quest’epoca senza apparenti prospettive che alimenta lo sviluppo di ideologie tra le più irrazionali, reazionarie e oscurantiste. L’aumento del fanatismo religioso ha portato alla creazione dello Stato islamico con sempre più giovani kamikaze arruolati nella “guerra santa” in nome di Allah. La barbarie degli attacchi terroristici colpisce regolarmente le popolazioni, principalmente in Europa e in Francia in particolare.
Tutte queste ideologie reazionarie sono state anche il terreno di coltura che ha permesso lo sviluppo della xenofobia e del populismo nei paesi centrali e soprattutto negli Stati Uniti.
L’arrivo di Trump al potere, e poi il suo rifiuto di ammettere la propria sconfitta elettorale nelle ultime elezioni presidenziali, ha causato una spaventosa esplosione di populismo. A Washington, le sue truppe d’assalto con i relativi commando, le milizie armate completamente fanatiche, hanno preso d'assalto il Campidoglio senza che le forze di sicurezza che dovevano proteggere l’edificio potessero fermarle. Questo sconcertante attacco al tempio della democrazia americana ha dato al mondo intero un’immagine disastrosa della prima potenza mondiale. Il paese della Democrazia e della Libertà è apparso come una volgare repubblica delle banane (come ha riconosciuto lo stesso ex presidente George Bush) con il rischio di scontri armati tra la popolazione civile.
L’aumento della violenza sociale, la criminalità, la frammentazione della società americana, la violenza razzista contro i neri, tutto questo dimostra che gli Stati Uniti sono diventati un concentrato e uno specchio dell’imputridimento della società borghese.
Anche se il nuovo presidente, Joe Biden, cercherà di contenere il più possibile la cancrena del populismo (con l’ambizione di “riconciliare il popolo americano” come dice lui), non potrà fermare la dinamica generale di decomposizione. Certo, farà tutto il possibile per riparare i gravi danni causati da Trump nella gestione della crisi sanitaria. Ma il caos è tale che la pandemia continuerà a provocare ulteriori danni e molte altre vittime. Questo nonostante la scoperta di vaccini che non permetteranno di immunizzare tutta la popolazione ancora per molti mesi.
L’accumulo di tutte queste manifestazioni di decadenza, su scala globale e a tutti i livelli della società, mostra che il capitalismo negli ultimi trent'anni è entrato in un nuovo periodo storico: la fase finale della sua decadenza, quella della decomposizione. Tutta la società tende a disgregarsi, il sistema capitalista diventa sempre più folle. Trascinato in una spirale infernale, esala un'atmosfera sociale sempre più irrespirabile e nauseante.
Questa situazione di caos generalizzato dà una visione apocalittica del mondo. Ma il futuro è completamente bloccato? La nostra risposta è: no.
In mezzo al pozzo senza fondo della decomposizione, c'è una forza capace di rovesciare il capitalismo per costruire un nuovo mondo. Questa forza sociale è la classe operaia. È la classe operaia che produce la maggior parte della ricchezza mondiale. Ma essa è anche la principale vittima di tutte le catastrofi generate dal capitalismo. È la classe operaia che pagherà il prezzo del peggioramento della crisi economica mondiale. La crisi sanitaria non può che aggravare ancora di più la crisi economica. E possiamo già vederlo con l'esplosione della disoccupazione dall'inizio di questa pandemia.
Di fronte al peggioramento della miseria, alla degradazione di tutte le sue condizioni di vita in tutti i paesi, la classe operaia non avrà altra scelta che combattere contro gli attacchi della borghesia. Anche se oggi subisce lo shock di questa pandemia, anche se la decomposizione sociale le rende molto più difficile sviluppare le sue lotte, non avrà altra scelta che lottare per la sopravvivenza. È nelle sue lotte future, sul suo proprio terreno di classe, che il proletariato dovrà trovare il modo di ritrovare e affermare la sua prospettiva rivoluzionaria.
Nonostante tutte le sofferenze che genera, la crisi economica rimane il miglior alleato del proletariato. Non dobbiamo quindi vedere nella miseria solo la miseria, ma anche le condizioni per superare questa miseria. Il futuro dell'umanità appartiene sempre al proletariato.
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Ci scusiamo con i lettori, ma per motivi tecnici riusciamo a pubblicare solo ora il n.186 di Rivoluzione Internazionale del dicembre scorso e solo qui come allegato pdf
Nel 2017, nel suo libro Pale Rider, la giornalista scientifica Laura Spinney ha dimostrato come il contesto internazionale e il funzionamento della società nel 1918 abbiano dato un contributo decisivo agli esiti della pandemia della cosiddetta influenza "spagnola": "Fondamentalmente, ciò che l'influenza spagnola ci ha insegnato è che un'altra influenza pandemica è inevitabile, ma che il suo bilancio totale - che sia di 10 o 100 milioni di vittime - dipenderà solo dal mondo in cui essa si produrrà". Sebbene il pianeta si sia dovuto confrontare per diversi mesi con Covid-19, questa lezione ci porta a chiederci che lezione trarre da questa pandemia sul mondo in cui viviamo.
Il legame tra lo sviluppo di un'infezione, da un lato, e l'organizzazione e lo stato della società, dall'altro, non è esclusivo dell'influenza spagnola del 1918-1920. Il marxismo ha infatti scoperto che, in generale, il modo di produzione di un'epoca condiziona l'organizzazione sociale e, per estensione, tutto ciò che riguarda gli individui che compongono questa società.
Nel periodo di decadenza dell'Impero Romano d'Occidente, le condizioni di esistenza e la politica espansionistica dell'Impero permisero al bacillo della peste di diffondersi in modo spettacolare e di realizzare una vera e propria ecatombe tra la popolazione: "i bagni pubblici erano brodi di coltura; le fogne ristagnavano sotto le città; i granai erano una benedizione per i topi; le rotte commerciali che collegavano l'intero Impero permettevano alle epidemie di diffondersi dal Mar Caspio al Vallo di Adriano con un'efficacia fino ad all'ora sconosciuta" [1].
La peste nera che imperversò nel XIV secolo in Europa, trovò le condizioni per la sua espansione sia nello sviluppo del commercio con l'Asia, la Russia, il Medio Oriente, che nello sviluppo della guerra, in particolare legata alla Islamizzazione delle regioni asiatiche.
Questi due episodi pandemici hanno ampiamente contribuito al declino delle società schiaviste e medievali, spazzando via parti importanti della società e destabilizzando quest'ultima. Non fu la malattia a causare il collasso di questi sistemi produttivi, ma fu soprattutto il declino di questi sistemi a favorire la diffusione di agenti infettivi. La peste di Giustiniano come la peste nera contribuirono, e senza dubbio accelerarono fortemente, una distruzione già in gran parte avanzata.
Dall'avvento del capitalismo, la malattia non ha smesso di ostacolare il corretto funzionamento della produzione, rendendo inadeguate le forze di lavoro essenziali per la creazione di valore. È stata anche un ostacolo alle attività imperialiste provocando l’indebolimento degli uomini mobilitati sui campi di battaglia.
Quando il virus dell'influenza spagnola iniziò a contagiare la specie umana, il mondo capitalista aveva bisogno della forza umana al suo più alto livello di rendimento. Questa esigenza, però, era legata a condizioni che sarebbero state esse stesse terreno fertile per una pandemia che andò poi a decimare tra i 50 e i 100 milioni di esseri umani, ovvero tra il 2,5% e il 5% della popolazione mondiale. Il mondo dell'influenza spagnola era un mondo in guerra. Iniziata quattro anni prima e sul punto di finire, la prima guerra mondiale aveva già segnato il nuovo mondo, quello della decadenza capitalista, delle crisi economiche senza sbocco, delle tensioni imperialiste sempre crescenti.
Ma la guerra non era ancora finita. Le truppe rimasero ammassate al fronte e nelle retrovie, creando ambienti favorevoli al contagio. Il trasporto di soldati dall'America all'Europa in particolare, avveniva con imbarcazioni in condizioni deplorevoli: il virus si stava diffondendo ampiamente e gli uomini stavano sbarcando, ovviamente, già infettati dal virus pronto a contagiare le popolazioni locali. Con la fine della guerra, la smobilitazione e il ritorno dei soldati alle proprie case costituirono un potente vettore per lo sviluppo dell'epidemia, soprattutto perché i soldati erano indeboliti da quattro anni di guerra, denutriti, senza la minima cura.
Quando si parla di influenza spagnola si pensa necessariamente alla guerra, ma questa non è l'unico fattore che spiega la diffusione della malattia. Quello del 1918 era un mondo in cui il capitalismo aveva già imposto il suo modo di produzione ovunque i suoi interessi lo spingessero e dove aveva creato spaventose condizioni di sfruttamento. Era un mondo in cui i lavoratori erano raggruppati, ammassati nei pressi delle fabbriche in quartieri caratterizzati da condizioni antiigieniche, da malnutrizione e servizi sanitari in gran parte inesistenti. Era un mondo in cui il lavoratore malato veniva rispedito a casa senza cure, nel suo villaggio, dove finiva per contagiare la maggior parte degli abitanti. Era un mondo di minatori confinati tutto il giorno in gallerie sotterranee, a tagliare la roccia per estrarre carbone o oro, con l'uso di molte sostanze chimiche che distruggevano i loro corpi e indebolivano il loro sistema immunitario, e a sera parcheggiati in minuscole casupole. Era anche il mondo dello sforzo bellico, dove la febbre non doveva impedire all'operaio di andare in fabbrica, anche a costo di contaminare tutti i lavoratori presenti.
Più in generale, il mondo dell'influenza spagnola era anche un mondo in cui le conoscenze sull'origine delle malattie e sui vettori di contagio erano in gran parte sconosciute. La teoria dei germi, che riconosceva il ruolo nella malattia di agenti infettivi esterni al corpo, stava appena emergendo. Si cominciava appena a poter osservare i microbi, per cui l'esistenza di virus veniva ipotizzata solo da rari scienziati: venti volte più piccolo di un batterio, un virus non era osservabile dai microscopi ottici dell'epoca. La medicina era ancora sottosviluppata e inaccessibile alla stragrande maggioranza della popolazione. Rimedi tradizionali e credenze di ogni tipo predominavano in modo schiacciante nella lotta contro questa malattia sconosciuta, terrificante e spesso devastante.
L'entità del disastro umano causato dalla pandemia di influenza spagnola avrebbe dovuto renderla l'ultima grande catastrofe per la salute umana. Le lezioni che si sarebbero potuto trarre, gli sforzi che si sarebbero potuto orientare verso la ricerca sulle infezioni, lo sviluppo senza precedenti della tecnica dall'avvento del capitalismo lasciavano pensare che l'umanità avrebbe potuto vincere la battaglia contro la malattia.
La borghesia prese coscienza del pericolo che i problemi di salute rappresentano per il suo sistema. Non dobbiamo vedere in questa presa di coscienza alcuna dimensione umana o progressista, ma solo come il desiderio di garantire che la forza lavoro sia il meno possibile indebolita e più produttiva e redditizia possibile. Questa volontà era già germogliata nel periodo di ascesa del capitalismo dopo la pandemia di colera in Europa negli anni 1803 e 1840. Lo sviluppo del capitalismo è stato accompagnato da un'intensificazione del commercio internazionale e allo stesso tempo dalla consapevolezza che i confini non fermavano gli agenti patogeni[2]. La borghesia iniziò quindi ad attuare una politica sanitaria multilaterale con le prime convenzioni internazionali nel 1850 e soprattutto con la creazione nel 1907 dell'Ufficio internazionale d'igiene pubblica (OIHP). A quel tempo, il disegno della borghesia era pienamente visibile, queste misure erano essenzialmente incentrate sulla protezione dei paesi industrializzati e sulla protezione del loro commercio essenziale per la crescita economica. L'OIHP comprendeva solo tredici paesi membri. Nel dopoguerra, la Società delle Nazioni (SDN) creò al suo interno un comitato per l'igiene la cui vocazione era già più internazionale (la sua azione riguarderà circa il 70% del pianeta), ma con un esplicito programma finalizzato ad assicurare a tutti gli ingranaggi della macchina capitalista un funzionamento ottimale con la promozione di politiche igieniche. Dopo la seconda guerra mondiale, un approccio più sistematico alla salute è apparso con la creazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e, soprattutto, con un programma per il miglioramento della salute rivolto non solo agli Stati membri ma all'intera popolazione mondiale. Dotata di notevoli risorse, l'OMS organizza e finanzia operazioni su molte malattie con un forte accento sulla prevenzione e sulla ricerca.
Anche là, ovviamente, non dobbiamo vedere un'improvvisa vocazione umanitaria della classe dirigente. Ma in un mondo nel pieno della Guerra Fredda, la salute era vista come un mezzo per garantire, dopo la fine della guerra, la possibilità di ricorrere ad una forza lavoro più numerosa e produttiva possibile, in particolare durante il periodo di ricostruzione, così come, successivamente, per mantenere una presenza e un dominio sui paesi in via di sviluppo e sulle loro popolazioni; la prevenzione è vista come una soluzione meno costosa rispetto alla cura dei pazienti negli ospedali.
Parallelamente si sono sviluppate la ricerca e la medicina che consentono di acquisire una migliore conoscenza degli agenti infettivi, del loro funzionamento e dei mezzi per combatterli, in particolare con gli antibiotici, che hanno permesso di curare un numero crescente di malattie di origine batterica, e con lo sviluppo di vaccini. Tant'è che dagli anni '70 la borghesia iniziò a pensare che la battaglia fosse stata vinta e che molte malattie infettive appartenessero ormai a un passato superato: lo sviluppo della vaccinazione, soprattutto dei bambini, l'accesso a una migliore igiene, hanno portato malattie infantili come il morbillo e la parotite a diventare rare e il vaiolo è stato addirittura eradicato, proprio come la poliomielite è stata eliminata da quasi tutto il globo[3]. Il capitale ora si apprestava a contare su una forza lavoro invulnerabile, sempre disponibile per essere sfruttata.
Lo sviluppo anarchico del capitalismo nella sua fase di decadenza iniziata all'inizio del XX secolo ha generato una forte transizione demografica, una maggiore distruzione dell'ambiente (deforestazione, in particolare), un'intensificazione dei movimenti delle persone, un’urbanizzazione incontrollata, instabilità politica e cambiamento climatico, che sono tutti fattori che favoriscono l'insorgenza e la diffusione di malattie infettive[4]. Così alla fine degli anni '70 apparve un nuovo virus nella specie umana, provocando una pandemia ancora oggi presente, quella dell'AIDS. Le speranze della borghesia svanivano con la stessa rapidità con cui esse erano apparse. Allo stesso tempo, infatti, il sistema capitalistico era entrato nella fase finale della sua esistenza, quella della sua decomposizione. Elaborare le origini e le conseguenze della decomposizione del capitalismo non è l'oggetto di questo articolo. Tuttavia, possiamo notare che le manifestazioni più evidenti di questa decomposizione interesseranno molto rapidamente i problemi di salute: il ciascuno per sé, la visione a breve termine e la progressiva perdita di controllo della borghesia sul suo sistema, tutto questo in un contesto di una crisi economica sempre più profonda e sempre più difficile da combattere.
Oggi la pandemia COVID-19 si distingue come una manifestazione esemplare della decomposizione capitalista. È il risultato di una crescente incapacità della borghesia di farsi carico di una questione che essa stessa aveva stabilito come principio quando fu creata l'OMS nel 1947: portare tutte le popolazioni al più alto livello di salute possibile. A un secolo dall'influenza spagnola, le conoscenze scientifiche sulle malattie, le loro origini, sugli agenti infettivi, sui virus, si sono sviluppate a un livello assolutamente incomparabile. Oggi, l'ingegneria genetica consente di identificare i virus, di seguirne le mutazioni, di produrre vaccini più efficaci. La medicina ha fatto enormi progressi e si è sempre più imposta di fronte alle tradizioni e alle religioni. Ha anche assunto una dimensione preventiva molto importante.
Eppure l'impotenza dello Stato, il panico per l'ignoto dominano di fronte alla pandemia COVID-19. Mentre negli ultimi cento anni l'umanità è gradualmente arrivata a dominare la natura, oggi ci troviamo in una situazione in cui ciò è sempre più difficile.
Infatti, Covid-19 è, ben lungi dall'essere stato un fulmine a ciel sereno: c'era l'HIV, ovviamente, che ci ha ricordato che nuove pandemie dovevano ancora arrivare. Ma da allora ci sono stati anche le SARS, le MERS, l'influenza suina, Zyka, Ebola, Chikungunya, prioni, ecc. E sono addirittura ricomparse malattie che erano quasi scomparse come la tubercolosi, il morbillo, la rosolia, lo scorbuto, la sifilide o la scabbia e persino la poliomielite.
Tutti questi allarmi avrebbero dovuto portare a un rafforzamento della ricerca e delle azioni preventive; ma non s’è fatto niente. Non per negligenza o scarsa valutazione dei rischi, ma perché con la decomposizione il capitalismo è necessariamente sempre più prigioniero di una visione di breve periodo che lo porta anche a perdere gradualmente il controllo degli strumenti regolatori che, fino a quel momento, hanno permesso di limitare i danni causati dalla concorrenza sfrenata che tutti gli attori del mondo capitalista attuano l'uno contro l'altro.
Negli anni '80, apparvero le prime critiche tra gli Stati membri dell'OMS che ritenevano che la politica di prevenzione fosse diventata troppo costosa, soprattutto quando non andava a beneficio diretto del proprio capitale nazionale. La vaccinazione ha cominciato a diminuire. L'accesso alla medicina è diventato più difficile a causa dei netti tagli apportati ai sistemi sanitari pubblici. Ma restringendosi ha lasciato spazio anche a "medicine" alternative che si nutrono del clima irrazionale favorito dalla decomposizione. Cento anni dopo, quindi, i "rimedi" consigliati contro il virus (SARS Cov2) sono gli stessi di quelli consigliati per l'influenza spagnola (riposo, alimentazione, idratazione), però di un momento in cui non sapevamo che la causa della malattia era un virus.
La scienza, nel suo insieme, perde il suo prestigio e, di conseguenza, i suoi crediti e le sue sovvenzioni. La ricerca sui virus, sulle infezioni e su come combatterle è stata quasi interrotta ovunque per mancanza di risorse. Non perché sia troppo costosa, ma mancando di una redditività immediata, è per forza di cose considerata troppo costosa. L'Oms abbandona le operazioni per la tubercolosi ed è sollecitata dagli Stati Uniti, pena la perdita del proprio contributo finanziario (il più elevato, il 25% delle entrate), a concentrarsi sulle malattie che essi ritengono prioritarie.
Le esigenze della scienza, che sta ancora cercando di porsi in una visione di lungo periodo, non sono compatibili con i vincoli di un sistema in crisi che pone l'urgenza di una redditività diretta per qualsiasi investimento. Ad esempio, nel momento in cui il virus Zika è riconosciuto in tutto il mondo come un patogeno che può causare deficit di nascite, non c'è quasi nessuna ricerca o vaccino in fase avanzata di sviluppo. Due anni e mezzo dopo, gli studi clinici vengono rinviati. La mancanza di un mercato redditizio tra due epidemie non incoraggia gli Stati o le società farmaceutiche a investire in questo tipo di ricerca.[5]
Oggi l'OMS è quasi zittita e la ricerca sulle malattie è nelle mani della Banca Mondiale, che impone un approccio di redditività (con l'implementazione del suo indicatore DALY basato sul rapporto costi / benefici in numero di anni di vita persi).
Così, quando uno specialista dei coronavirus, Bruno Canard, evoca "un lavoro a lungo termine, che sarebbe dovuto iniziare dal 2003 con l'arrivo della prima SARS", e un collega virologo, Johan Neyts, osserva con rammarico che "con 150 milioni di euro, avremmo avuto, in dieci anni, un antivirale ad ampio spettro contro i coronavirus, che avremmo potuto dare già da gennaio ai cinesi. Oggi non saremmo a questo punto"[6] essi si pongono controcorrente all'attuale dinamica del capitalismo.
Ciò è quanto ha scritto Marx già nel 1859 nel Contributo alla critica dell'economia politica: "Ad un certo stadio del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti [...] Da forme di sviluppo delle forze produttive che sono stati, questi rapporti ne diventano ostacoli". Mentre l'umanità possiede i mezzi scientifici e tecnologici per combattere le malattie come mai prima d'ora, il mantenimento dell'organizzazione capitalista costituisce un ostacolo alla realizzazione di questi mezzi.
Così ci troviamo che nel 2020 un’umanità, capace di conoscere gli organismi viventi in tutte le loro forme e di descriverne il funzionamento, si vede costretta a riprendere i rimedi di un passato dove l'oscurantismo regnava ancora sovrano. Le borghesie chiudono le loro frontiere per proteggersi dal virus: nel XVIII secolo fu costruito un muro per isolare la Provenza nella morsa della peste. Le persone che sono malate o sospettate di essere malate vengono messe in quarantena, proprio come vennero chiusi i porti alle navi straniere ai tempi della peste nera. Confiniamo la popolazione, chiudiamo luoghi pubblici, vietiamo attività ricreative e raduni, decretiamo coprifuoco proprio come si faceva in particolare nelle grandi città degli Stati Uniti al tempo dell'influenza spagnola.
Dunque da allora non è stato più inventato nulla e il ritorno di questi metodi violenti, arcaici e antiquati significa l'impotenza della classe dominante di fronte alla pandemia.
La concorrenza, questo fondamento del capitalismo, non scompare di fronte alla gravità della situazione: ogni capitale deve vincere gli altri o morire. Così, in un momento in cui i morti si accumulano e gli ospedali non possono più ospitare un solo altro paziente, gli Stati fanno a gara a chi applica il più tardi possibile i rispettivi confinamenti. Poche settimane dopo, si fa a gara tra chi avrebbe deconfinato prima possibile, riavviando la propria macchina economica, per conquistare i mercati della concorrenza. Tutto questo in spregio alla salute umana e nonostante gli allarmi della comunità scientifica sulla presenza ancora viva del virus SARS-Cov2. Le borghesie sono incapaci di andare oltre il ciascuno per sé che regna a tutti i livelli della società e non riescono, come nella lotta al riscaldamento globale, ad esempio, a sviluppare strategie comuni per combattere la malattia.
La peste di Giustiniano fece precipitare l'Impero Romano e il suo sistema schiavista; la peste nera fece precipitare il sistema feudale. Queste pandemie erano il prodotto di questi sistemi decadenti, in cui "le forze produttive materiali della società [entravano] in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti" e allo stesso tempo furono un acceleratore della loro caduta. Anche la pandemia COVID-19 è il prodotto di un mondo decadente (e persino in decomposizione); anch'essa sarà un acceleratore delle contraddizioni di un sistema obsoleto e agonizzante.
Dovremmo allora essere felici di vedere la caduta del capitalismo accelerata dalla pandemia? Può il comunismo nascere come è nato dalle macerie del feudalesimo il capitalismo? Il confronto con le passate pandemie finisce qui. Nel mondo schiavista e nel mondo feudale erano già presenti al loro interno le basi di un'organizzazione adeguata al livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive. I modi di produzione esistenti, giunti ai propri limiti, lasciarono spazio all'imposizione di una nuova classe dominante, già portatrice di rapporti di produzione più adeguati. Alla fine del Medioevo, il capitalismo aveva già acquisito una parte importante nella produzione sociale.
Il capitalismo è l'ultima società di classe nella storia. Avendo posto sotto il suo controllo quasi tutta la produzione umana, non lascia spazio a un'altra organizzazione prima della sua scomparsa e nessuna società di classe potrebbe sostituirla. La classe rivoluzionaria, il proletariato, deve innanzitutto distruggere il sistema attuale prima di gettare le basi per una nuova era. Se una serie di pandemie o altre catastrofi precipitano la caduta del capitalismo senza che il proletariato sia in grado di reagire e imporre la propria forza, allora tutta l'umanità sarà trascinata verso l’abisso.
La posta in gioco del periodo sta nella capacità della classe operaia di resistere alla negligenza capitalista, a comprenderne gradualmente le ragioni e ad assumersi la sua responsabilità storica. Ecco come finisce la citazione di Marx riportata sopra:
"Ad un certo stadio del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti […]. Da forme di sviluppo delle forze produttive che erano, queste relazioni diventano ostacoli. Allora si apre un'era di rivoluzione sociale".
GD (ottobre 2020)
[1] Com’è crollato l'Impero romano, Kyle Harper (2019).
[2] cfr.: “Una nuova scienza del XXI secolo per una risposta efficace alle epidemie”, Nature, Anniversary Collection n° 150 vol.575, novembre 2019, p.131.
[3] Ibidem, p.130.
[4] Ibidem
[5] Ibidem, p.134
[6] “Covid-19: sulle tracce dei trattamenti futuri”, Le Monde (6 ottobre 2020).
Questo articolo è in continuità con quelli che abbiamo già pubblicato denunciando un tentativo di falsificare le vere origini della Sinistra comunista da parte di un blog chiamato Nuevo Curso[1] (recentemente ribattezzato Communia). Questo tentativo è orchestrato da un avventuriero, Gaizka[2], il cui scopo non è quello di contribuire a chiarire e difendere le posizioni di questa corrente ma di "farsi un nome" nel campo politico proletario. Questo attacco contro la corrente storica della Sinistra comunista mira a trasformarla in un movimento dai contorni sfumati, al di fuori dei rigorosi principi proletari che presiedettero alla sua formazione, il che costituisce un ostacolo alla trasmissione alle future generazioni di rivoluzionari delle acquisizioni della lotta delle frazioni di sinistra contro l'opportunismo e la degenerazione dei partiti dell'Internazionale Comunista. Per quanto riguarda l’avventuriero Gaizka, abbiamo fornito una grande quantità di informazioni, finora non confutate, circa le relazioni di questo signore con il mondo delle personalità politiche borghesi (principalmente di sinistra borghese ma anche di destra). Si tratta di un comportamento e un tratto di personalità che costui condivide con avventurieri più famosi nella storia, come Ferdinand Lassalle e Jean Baptiste von Schweitzer, che operavano all'interno del movimento operaio in Germania nel 19° secolo[3], anche se lui è ben lontano, ovviamente, dall’avere la statura di questi personaggi.
Di fronte alla nostra denuncia, Gaizka è rimasto completamente in silenzio: confutare la realtà delle sue turpitudini, da noi denunciate, è per lui "missione impossibile". Allo stesso tempo, ha ricevuto pochissimo appoggio, il più esplicito e quasi unico proveniente da un gruppo, il GIGC (Groupe International de la Gauche Communiste) che, prima di cambiare nome nel 2014, si chiamava FICCI (Fraction Interne du Courant Communiste International). Un gruppo la cui vocazione primaria, da una ventina d'anni a questa parte, è stata quella di calunniare la CCI e la cui presa di posizione a favore di Nuevo Curso è stata accompagnata da un nuovo odioso attacco contro la nostra organizzazione[4].
Dopo aver denunciato la frode che costituisce questa cosiddetta "sinistra comunista" chiamata Nuevo Curso e la vera natura del suo animatore Gaizka, ci tocca esaminare il profilo dei suoi "amici". La questione non è ovviamente irrilevante. La Santa Alleanza tra Nuevo Curso e il GIGC la dice lunga sulla vera natura di ciascuno dei due gruppi e sul loro "contributo" agli sforzi dei giovani elementi che cercano le posizioni di classe. Ma prima di esaminare il pedigree del GIGC, vale la pena dare una rapida occhiata a come questo gruppo si è posizionato rispetto a Nuevo Curso al momento della sua comparsa.
Il GIGC ha accolto l’entrata nell'arena politica del blog Nuevo Curso con grande entusiasmo: “Nuevo Curso è un blog di compagni che ha cominciato a pubblicare con regolarità da settembre scorso posizioni sulla situazione e su questioni più ampie, anche teoriche. Purtroppo sono solo in spagnolo. L’insieme delle posizioni che difende sono molto chiaramente posizioni di classe e si situano nel quadro programmatico della Sinistra comunista ... siamo molto favorevolmente impressionati, non solo dal loro richiamo senza concessioni alle posizioni di classe, ma soprattutto dalla qualità "marxista" dei testi dei compagni ...". (sottolineato da noi. Rivoluzione o guerra n.9, "Nuove voci comuniste": Nuevo Curso (Spagna) e Worker's Offensive (Stati Uniti).
O ancora, "La costituzione di Emancipación come gruppo politico comunista a tutti gli effetti [che anima il blog Nuevo Curso] è un passo importante il cui significato politico e storico va ben oltre la semplice apparizione di un nuovo gruppo comunista. (...) Così, la costituzione di Emancipación come gruppo politico a parte intera esprime il fatto che il proletariato internazionale, sebbene sottomesso e lontano dal poter respingere minimamente gli attacchi di ogni tipo imposti dal capitale, tende a resistere attraverso la lotta e a liberarsi dalla presa ideologica di questo e che il suo divenire rivoluzionario resta d’attualità. Essa esprime l'attuale "vitalità" (relativa) del proletariato". (sottolineato da noi. Rivoluzione o guerra n.12, “Lettera del GIGC a Emancipación sul suo 1° Congresso”).
Tuttavia, il GIGC non poteva evitare di sollevare il problema posto dall’interpretazione di Nuevo Curso della filiazione storica della Sinistra comunista che include in essa la corrente "trotskista" prima del suo tradimento durante la Seconda Guerra Mondiale. In effetti, l’assenza di qualsiasi critica da parte del GIGC su questa questione avrebbe reso evidente che questo gruppo non si sente affatto interessato alla difesa reale della Sinistra comunista, che la sua proclamazione di farne parte e la sua pretesa di difenderla sono solo un'esca al servizio delle sue sordide manovre volte a screditare la CCI. Detto questo, la "timidezza" e la "gentilezza" della critica del GIGC rivolta a Nuevo Curso fa fatica a nascondere un'evidente benevolenza di fronte all'attacco di questo gruppo contro la Sinistra comunista: "Vogliamo soprattutto richiamare l'attenzione dei compagni sull'impasse programmatico, teorico e politico nel quale la rivendicazione di una continuità con la Quarta Internazionale sta imbarcando Emancipación. (...) Il passaggio verso un gruppo politico a pieno titolo è estremamente positiva in sé e, allo stesso tempo, solleva nuove questioni e responsabilità. Queste sono state evidenti fin dal congresso. E una di queste, la rivendicazione della IV Internazionale, deve essere discussa - e secondo noi combattuta - per permettere a Emancipación e ai suoi membri di assolvere il compito storico che il proletariato ha loro affidato". (sottolineato da noi. “Lettera del GIGC a Emancipación sul suo 1° Congresso luglio 2019 - R o G n.12). Invece di denunciare chiaramente un attacco contro la Sinistra comunista, il GIGC elude questo problema fondamentale cercando di imbambolarci con "l'impasse programmatica, teorica e politica in cui si sta imbarcando Nuevo Curso (Emancipación)" e evocando, niente meno, che "il compito storico che il proletariato gli ha affidato". Morale: Il GIGC si fa di fatto beffa della difesa della Sinistra comunista ma si preoccupa, invece, del futuro di Emancipación.
Inoltre, una volta che la nostra organizzazione aveva dato ai lettori informazioni sufficienti per caratterizzare Gaizka (il principale animatore di Nuevo Curso) come un avventuriero con la particolarità di aver mantenuto, nel 1992-94, relazioni con il più importante partito della borghesia in Spagna in quel momento, il PSOE, non c'era più dubbio possibile sul significato dell'approccio di Nuevo Curso di snaturare la Sinistra comunista. E ancora meno dubbi erano concessi ai membri del GIGC poiché negli anni 1992-94 erano ancora militanti della CCI e avevano quindi piena conoscenza della traiettoria e delle azioni di questo individuo.
Tuttavia, non sono state queste informazioni, accessibili a tutti (e ripetiamo, non negate da nessuno), a impedire al GIGC di volare in soccorso dell'avventuriero Gaizka di fronte alla denuncia che ne abbiamo fatto: "dobbiamo sottolineare che fino ad oggi non abbiamo visto nessuna provocazione, manovra, denigrazione, calunnia o diceria, lanciata dai membri di Nuevo Curso, anche come individui, né alcuna politica di distruzione contro altri gruppi o militanti rivoluzionari"[5]. Effettivamente Gaizka non procede nello stesso modo del GIGC, poiché la lista di comportamenti ripugnanti a cui il GIGC si riferisce qui è una buona sintesi del suo proprio modo di agire. E ci vuole davvero l'aplomb di canaglie e meschini imbroglioni come i membri di questo gruppo per cercare di far credere che non ci sono problemi con Gaizka, visto che non si comporta come loro.
Nel caso di Gaizka, è la personalità politica che è in questione distinguendosi, come altri avventurieri meglio conosciuti prima di lui, per il fatto che "A differenza dei combattenti sinceri che si uniscono in modo disinteressato a un'organizzazione rivoluzionaria per aiutare la classe operaia a compiere il suo ruolo storico, gli avventurieri si uniscono alle organizzazioni rivoluzionarie solo per soddisfare la loro "propria missione storica". Vogliono mettere il movimento al loro servizio e, a questo scopo, cercano costantemente un riconoscimento"[6]. Per Gaizka, è la riscrittura, distorta, della storia della Sinistra comunista che potrà mettere al suo attivo e di cui sarà orgoglioso se l'operazione dovesse riuscire[7].
La FICCI si è formata nel 2001 sotto il segno dell'odio per la CCI e della volontà di distruggerla. Non riuscendoci, ha cercato di danneggiarla il più possibile. Con il pretesto di voler "raddrizzare la CCI" minacciata, secondo loro, di "degenerazione opportunistica", i pochi militanti della CCI all'origine della FICCI si sono caratterizzati, fin dall'inizio, per l'intrigo (tenendo riunioni segrete[8]), per atti di delinquenza come il furto e il ricatto, e per l'opera di provocatori, in particolare attraverso una campagna diffamatoria contro una compagna accusata pubblicamente da loro di essere un agente dello Stato che manipolava indirettamente la nostra organizzazione.
Non potendo dare un resoconto dettagliato delle turpitudini della FICCI-GIGC, rimandiamo il lettore ai principali articoli di denuncia che abbiamo scritto su questo argomento[9] e ci limitiamo qui ad alcune illustrazioni concrete di queste.
I membri della FICCI si sono deliberatamente posti essi stessi al di fuori dalla nostra organizzazione come conseguenza dei seguenti comportamenti:
• Violazioni ripetute dei nostri statuti (in particolare il rifiuto di pagare interamente le loro quote) e il loro rifiuto di impegnarsi a rispettarli in futuro;
• Rifiuto di venire a difendere il loro comportamento nell'organizzazione di fronte alle nostre critiche in merito, di fronte a una conferenza straordinaria dell'organizzazione che ha messo specificamente questo tema all'ordine del giorno;
• Furto di denaro e materiale della CCI (archivio degli indirizzi e documenti interni).
Alla fine, i membri della FICCI sono stati esclusi[10] dalla nostra organizzazione, non per questi comportamenti intollerabili ma per le loro attività di informatori con, al loro attivo, diversi atti di delazione. Per esempio, hanno pubblicato sul loro sito web la data di una Conferenza della CCI in Messico dove c’erano anche militanti di altri paesi. Questo atto ripugnante della FICCI, che consiste nel facilitare il lavoro delle forze repressive dello Stato borghese contro i militanti rivoluzionari, è tanto più spregevole in quanto i membri della FICCI sapevano bene che alcuni dei nostri compagni in Messico erano già stati, in passato, direttamente vittime della repressione e che alcuni erano stati costretti a fuggire dal loro paese di origine.
Ma i comportamenti da delatore dei membri della FICCI non si limitano a questo episodio. Prima e dopo la loro esclusione dalla CCI, questi hanno sistematizzato il loro lavoro di spionaggio della nostra organizzazione e regolarmente riportato i risultati ottenuti nei loro bollettini. Alcune delle "informazioni" pubblicate, degne della stampa scandalistica (tipo delle "rivelazioni" su una coppia di militanti), possono avere un interesse solo per quei pochi imbecilli (se ne esistono al di fuori dei membri della FICCI) che si divertono a fantasticare su un'oligarchia familiare all'interno della CCI. Ma accanto a queste ce ne sono altre che, lungi dall'essere inoffensive, sono direttamente espressione di un lavoro da informatori della polizia. Ecco un piccolo esempio:
- il bollettino della FICCI n. 14 si caratterizza per una prosa degna dei più zelanti rapporti di polizia: "Questo testo è di CG[11], alias Peter, come è provato dallo stile e soprattutto dal riferimento (piuttosto fantasioso) a una deplorevole operazione di recupero effettuata sotto la sua direzione. Questo stesso Peter è quello che dirige la CCI e che, dopo aver escluso o spinto fuori la maggior parte dei membri fondatori della CCI, pretende di essere l'unico erede di MC[12]. Ma bisogna anche sapere che se Peter sta guidando questa cabala d'odio contro il nostro compagno Jonas, è per la semplice ragione che Louise (alias Avril), la militante su cui Jonas ha osato esprimere chiari dubbi, non è altro che la compagna del leader".
- Nel Bollettino n. 18, abbiamo diritto a un rapporto dettagliato (tipico dei rapporti informatori trovati negli archivi della polizia) su una riunione pubblica del Partito Comunista Internazionale (PCI- Le Prolétaire), dove sono riportate tutte le azioni di "Peter alias C.G."
- Il bollettino n° 19 torna alla carica su Peter "che faceva la diffusione da solo" in questa e quella manifestazione e solleva una questione "altamente politica": "Infine, e capirete se poniamo anche questa questione: dov'è Louise? Assente dalle manifestazioni, assente dalle riunioni pubbliche, è di nuovo 'malata'?".
Il suddetto campionario della sordida raccolta di informazioni da parte dei membri della FICCI è abbastanza significativo del modo in cui queste persone concepiscono il loro "lavoro di frazione" (pettegolezzi, rapporti di polizia). In effetti, l'esibizione di tali informazioni è rivolta anche all'insieme della CCI, per mettere sotto pressione i suoi militanti facendo loro intendere che sono "sotto sorveglianza", che nulla di quello che fanno e dicono sfuggirà alla vigilanza della "Fazione interna". Lo dimostra l'innocente informazione pubblicata nel Bollettino n. 13, che riferisce che la CCI ha affittato una "sala di lusso" per una riunione pubblica, informazione la cui unica funzione è quella di contribuire a questa atmosfera di sorveglianza permanente. È con lo stesso obiettivo che i membri della CCI, così come i nostri contatti, ricevevano regolarmente nelle loro cassette postali, anche quando alcuni di loro avevano cambiato indirizzo, il famoso “Bulletin communiste” (Bollettino Comunista), nonostante le proteste e le ripetute richieste di cessazione di tali invii. Era un modo per dire ai destinatari: "Vi teniamo d’occhio e non vi molliamo".
Non è perché emana dai cervelli malati di persecutori ossessivi che un tale lavoro di polizia della nostra organizzazione, e specialmente di alcuni dei suoi membri, non dovrebbe essere preso sul serio.
Per concludere sul comportamento poliziesco della FICCI, vale la pena menzionare la pubblicazione da parte della FICCI di un testo di 118 pagine in formato A4 e in caratteri piccoli (circa 150.000 parole!) intitolato "L'Histoire du Secrétariat international du CCI" (La storia del Segretariato Internazionale della CCI"). Questo testo, secondo il suo sottotitolo, pretende di raccontare “Come l'opportunismo si è imposto negli organi centrali prima di contaminare e iniziare la distruzione dell'intera organizzazione...". È un racconto che, per molti versi, si potrebbe qualificare come "romanzo poliziesco".
Innanzitutto è appunto un romanzo, cioè una finzione e niente affatto un testo storico, anche se si riferisce a fatti e personaggi reali. È un po' come considerare "I Tre Moschettieri" di Alexandre Dumas come la vera storia di d'Artagnan (realmente esistito) e dei suoi amici. Comunque, anche se non c'è paragone possibile tra l'immaginazione romanzesca di Dumas e quella malata e paranoica degli autori di questa "storia", ci viene offerto un "thriller" con personaggi ben caratterizzati, soprattutto Louise e Peter. Louise è la principale "cattiva" della storia, una vera Lady Macbeth. Questa aveva spinto suo marito ad assassinare il re Duncan per impossessarsi del trono. Louise, in legame con i servizi speciali dello Stato, ha subdolamente manipolato il suo compagno Peter per incitarlo a commettere misfatti contro la CCI e i suoi militanti[13]. Peter è così diventato il "capo", colui "che dirige la CCI" (sic) dopo aver eliminato "la maggior parte dei membri fondatori della CCI" e che "pretende di essere il solo erede di MC". Non abbiamo più a che fare con un Peter-Macbeth ma con un Peter-Stalin. Ed è qui che la natura poliziesca di questo testo è ancora una volta evidente. Infatti, esso spiega la presunta "evoluzione opportunista" della CCI con gli intrighi di alcuni personaggi malfattori, come se la degenerazione e il tradimento del partito bolscevico fossero stati il risultato dell'azione del megalomane Stalin e non la conseguenza del fallimento della rivoluzione mondiale e dell'isolamento della rivoluzione in Russia. Questo testo proviene dalla più pura concezione poliziesca della storia, che è sempre stata combattuta dal marxismo, e bisogna riconoscere ai suoi autori un certo anticipo su tutti i "complottisti" che oggi pullulano sui social e nell'entourage di Donald Trump.
Ma il carattere poliziesco più odioso di questo testo è il fatto che rivela molti dettagli sul funzionamento interno della nostra organizzazione, che sono una manna per i servizi di polizia. La bassezza dei membri del GIGC decisamente non ha limiti.
Non essendo riuscito a convincere i militanti della CCI della necessità di escludere il "capo" e la "compagna del capo", questo gruppuscolo parassita si è dato come obiettivo quello di trascinare dietro le sue calunnie gli altri gruppi della Sinistra comunista per formare un cordone sanitario intorno alla CCI e screditarla (vedi qui di seguito gli episodi del "Circulo" e della "riunione pubblica del BIPR[14] a Parigi"). La FICCI ha chiesto al PCI (Le Prolétaire), in una lettera del 27 gennaio 2002 ad esso indirizzata e contemporaneamente inviata ad altri gruppi della Sinistra comunista, di prendere posizione a suo favore contro la CCI: "Oggi non vediamo che una sola soluzione: rivolgerci a voi affinché chiediate alla nostra organizzazione di aprire gli occhi e ritrovare il senso delle sue responsabilità. (...) Poiché noi siamo in disaccordo, oggi la CCI sta facendo di tutto per emarginarci e demolirci moralmente e politicamente"[15]. Nonostante questa lettera, la FICCI ha il coraggio di scrivere nel suo Bollettino n.13: "vogliamo affermare che, da parte nostra, non abbiamo mai chiesto a nessuno di schierarsi tra la CCI e la Frazione".
La volontà di isolare la CCI era rivolta ad un perimetro che andava al di là della Sinistra comunista poiché si trattava di fare scudo, laddove possibile e attraverso vari mezzi, tra la CCI e tutti coloro che, in un momento o nell'altro, potevano essere interessati al contenuto del nostro intervento. Questo è il senso delle sue campagne diffamatorie sul suo sito web, a volte anche attraverso volantini dedicati a questo scopo, in tutti i luoghi di discussione che gli erano accessibili.
Se non potevamo proibire ai membri della FICCI di andare alle manifestazioni di strada per tenerci d'occhio, potevamo però impedirgli di fare il loro sporco lavoro da poliziotti nelle nostre riunioni pubbliche. Ecco perché la CCI ha infine deciso di vietare la presenza dei membri della cosiddetta "Fazione interna" della CCI alle sue riunioni pubbliche e alle sue permanenze[16]. In diverse occasioni abbiamo dovuto affrontare minacce (compresa quella gridata a gran voce di sgozzare uno dei nostri compagni[17]) e aggressioni da parte di questi teppisti.
La FICCI si presenta come "il vero continuatore della CCI" che avrebbe conosciuto una degenerazione "opportunista" e "stalinista". Dichiara di continuare il lavoro, secondo lei abbandonato dalla CCI, di difesa nella classe operaia delle "vere posizioni di questa organizzazione" minacciate dallo sviluppo dell'opportunismo al suo interno. Opportunismo che riguarderebbe, in primo luogo, la questione del suo funzionamento. Abbiamo visto nella pratica la sua concezione del rispetto degli statuti e come si è fatta beffa delle più elementari regole di comportamento del movimento operaio.
Inoltre, da nessuna parte si trova traccia di un'argomentazione "politica" della FICCI che evidenzi chiaramente le sue "divergenze di fondo" con la CCI, che avrebbero giustificato la costituzione di una "frazione interna" che si vuole in continuità di tutte le frazioni di sinistra del movimento operaio, dalla Lega Spartakus fino alla Frazione della Sinistra Italiana[18]. Essendo sempre stata incapace di porre a se stessa tale necessità di rigore politico ispirandosi all'esperienza del movimento operaio, preferisce alzare lo spauracchio della vendetta popolare ripetendo a sazietà che la CCI è una setta "senza speranza di ritorno ormai, e che si è ampiamente marginalizzata, addirittura messa fuori gioco, dal campo proletario con le sue posizioni opportuniste”. (Rapporto di attività della seconda Riunione generale del GIGC. Révolution ou Guerre n.12).
Perché e come la CCI si sarebbe messa "fuori gioco dal campo proletario", concetto che non troviamo da nessuna parte nei nostri predecessori Bilan e Internationalisme[19] (la cui filiazione la FICCI-GIGC ha l'indecenza di rivendicare e in particolare quella del nostro compagno MC[20]).
La FICCI-GIGC suggerisce che avremmo tradito l'internazionalismo proletario o saremmo in procinto di farlo, il che costituirebbe effettivamente un motivo valido per denunciare l'opportunismo che l’avrebbe prodotto. Ma, fino ad oggi, la FICCI-GIGC non ha dimostrato in alcun modo come la nostra caratterizzazione della fase attuale della decadenza capitalista, quella della sua decomposizione[21] - che, secondo queste persone, è un punto centrale dell'opportunismo della CCI - sia un'illustrazione di questo tradimento!
La FICCI-GIGC suggerisce che il nostro settarismo si esprime nella concezione che ci sono gruppi parassitari che agiscono nell'ambiente della Sinistra comunista[22]. Così come nell'idea che il parassitismo rappresenti un pericolo per il milieu politico proletario, ci emarginerebbe rispetto a questo milieu e costituirebbe addirittura una minaccia per esso. In realtà, questa concezione costituisce un pericolo solo per i parassiti e noi rivendichiamo la sua validità nello stesso modo in cui rivendichiamo la lotta di Marx ed Engels contro l'Alleanza di Bakunin all'interno dell'AIT: "È giunto il momento, una volta per tutte, di porre fine alle lotte interne quotidiane provocate nella nostra Associazione dalla presenza di questo organismo parassitario". (Engels, "Il Consiglio Generale a tutti i membri dell'Internazionale", avvertimento contro l'Alleanza di Bakunin").
Il metodo che consiste nel "suggerire" evitando il problema politico di fondo fa appello al buon senso comune popolare[23], ai metodi di caccia alle streghe praticati nel Medioevo. Un metodo questo che sta guadagnando nuova vitalità nella società decadente di oggi con la ricerca a oltranza di capri espiatori per tutti i mali della società.
In realtà, la FICCI GIGC non ha mai spiegato che, quando i suoi membri facevano parte della CCI, hanno sempre sostenuto le tesi sul parassitismo e quelle sulla decomposizione. L'attacco che hanno intrapreso contro la nostra organizzazione nel 2000 non faceva per niente riferimento a disaccordi su questi temi. Solo più tardi hanno "scoperto", molto convenientemente, che non erano d'accordo con queste analisi. Era per loro necessario rimuovere gli ostacoli alla giustificazione del loro nuovo progetto politico:
• Diventando a loro volta dei parassiti caricaturali, ovviamente non hanno sostenuto l'immagine di se stessi e del loro comportamento riflessa nello specchio della nostra analisi del parassitismo. Hanno dovuto rompere questo specchio per rendere la CCI colpevole dei loro stessi abusi e per cercare di privare la CCI di un metodo adeguato per combatterli;
• Rifiutando la teoria della decomposizione del capitalismo elaborata dalla CCI, che è la sola a difenderla all'interno della Sinistra comunista, la FICCI può lisciare nel verso del pelo gli altri gruppi della Sinistra comunista molto critici verso questa analisi.
Inoltre, la CCI è stata il bersaglio di molte altre accuse da parte della FICCI che non abbiamo menzionato finora. In genere, queste vengono espresse con "frasi ad effetto" basate su menzogne e deformazioni, degne del motto di Goebbels, capo della propaganda nazista, secondo il quale: "Una grande menzogna porta con sé una forza che allontana il dubbio". Fortunatamente l'oscurantismo medievale non impedisce che la stupidità venga espressa e, con essa, la possibilità di risvegliare l'incredulità dei sostenitori del GIGC. All’attenzione di questi riproduciamo un piccolissimo campione delle accuse portate contro di noi dalla FICCI: la CCI sarebbe marchiata oggi dallo stigma di “un progressivo allontanamento dal marxismo e una tendenza sempre più affermata a proporre (e difendere) valori borghesi e piccolo-borghesi in voga ("giovanilismo", femminismo e soprattutto "non violenza")”[24]; la CCI è accusata anche di fare "il gioco della repressione"[25].
Non appena la vecchia sigla "FICCI" è messa da parte e viene annunciata la nuova, "GIGC", questo gruppo parassita tenta un nuovo colpo di testa, ancora una volta di natura poliziesca, contro la CCI.
Anche se le campagne anti-CCI della FICCI hanno avuto inizialmente un certo impatto sull'ambiente politico proletario, non sono tuttavia riuscite ad emarginare la nostra organizzazione, soprattutto perché le abbiamo combattute vigorosamente. La FICCI si era dovuta rassegnare a questa situazione fino a quando la storia sembra sorriderle di nuovo grazie al provvidenziale arrivo nelle sue mani dei bollettini interni della CCI[26].
Pensando che la loro ora di gloria fosse finalmente arrivata, questi parassiti, rinvigoriti dal nuovo "atout" nelle loro mani, hanno scatenato una propaganda isterica contro la CCI, come dimostra il manifesto pubblicitario (giubilante) affisso sul loro sito web: "Una nuova (ultima?) crisi interna della CCI!", accompagnato naturalmente da un "Appello al campo proletario e ai militanti della CCI". Per diversi giorni, hanno svolto un'attività frenetica, indirizzando una lettera dopo l'altra a tutto "il milieu proletario" così come ai nostri militanti e ad alcuni dei nostri simpatizzanti (di cui hanno continuato ad usare gli indirizzi dopo averli rubati alla CCI). Questo cosiddetto "Gruppo Internazionale della Sinistra Comunista" (il nuovo nome che si era dato la FICCI) suona il campanello d’allarme e grida a squarciagola di essere in possesso dei Bollettini interni della CCI. Esibendo il loro trofeo di guerra e facendo un tale baccano, il messaggio che questi spioni brevettati stavano cercando di far passare era molto chiaro: c'era una "talpa" nella CCI che stava lavorando mano nella mano con l'ex-FICCI! Un chiaro lavoro di polizia con nessun altro obiettivo se non quello di seminare il sospetto generalizzato, disordine e discordia all'interno della nostra organizzazione. Questi erano gli stessi metodi usati dalla GPU, la polizia politica di Stalin, per distruggere dall'interno il movimento trotskista degli anni ‘30. Questi sono gli stessi metodi che i membri dell'ex FICCI (tra cui due di loro, Juan e Jonas, membri fondatori del "GIGC") avevano già usato quando fecero viaggi "speciali" in diverse sezioni della CCI nel 2001 per tenere riunioni segrete e diffondere voci che uno dei nostri compagni (la "donna del capo della CCI", come la chiamavano loro) era uno "sbirro”.
Come il GIGC ha potuto beneficiare di un tale dono dal cielo? Un complice sotto copertura all'interno della nostra organizzazione? La polizia stessa li avrebbe avuti entrando nei nostri computer e per poi passarli al GIGC in qualche modo? Se, invece di essere una banda di canaglie, il GIGC fosse stato un'organizzazione responsabile, si sarebbe preoccupato di risolvere questo enigma e di informare il milieu politico del risultato delle sue indagini.
Il nostro articolo di denuncia di questo nuovo attacco è bastato a calmare di colpo l'ardore del GIGC, ma è interessante notare la sua risposta: "Il nostro gruppo prende atto del silenzio e dell'assenza di smentita della CCI sulla realtà di una grave crisi organizzativa all'interno della CCI e sulla nuova messa in discussione all'interno della stessa CCI dei comportamenti della ‘militante’ Avril-Louise-Morgane. Il GIGC non risponderà alla raffica di insulti che la CCI sta attualmente riversando sul nostro gruppo (come ha fatto ieri sulla FICCI). Abbiamo altre cose da fare. (…)". Questa risposta è stata rivelatrice per molti aspetti:
• Il GIGC, rifiutandosi di rispondere alla "raffica di insulti", ha evitato di dover rispondere alla sola questione di reale interesse e, come facilmente comprensibile, imbarazzante per lui: come ha ottenuto i nostri bollettini interni?
• Ha accusato la CCI di nascondere i suoi problemi organizzativi, mentre la lettura dell’insieme della nostra stampa mostra che questa è una menzogna e una calunnia, poiché, come i bolscevichi (vedi in particolare il libro di Lenin "Un passo avanti due passi indietro"), noi siamo l'unica organizzazione che ne rende conto sistematicamente tirandone le lezioni.
•- Essendo in possesso dei nostri Bollettini interni, il GIGC sapeva perfettamente che, ancora una volta, i nostri problemi non sarebbero stati nascosti. Pertanto, la ripercussione all’esterno dei problemi organizzativi che toccavano la CCI non poteva essere prevista prima della tenuta di una riunione generale dell'organizzazione (un congresso, una conferenza) incaricata di trattarli; poteva quindi avvenire solo nel quadro di un bilancio dei lavori di una tale riunione. Il bilancio dei lavori della nostra conferenza straordinaria di maggio 2014 è stato pubblicato in un articolo nel settembre 2014, nella Rivista Internazionale n. 153 (in inglese, francese e spagnolo) e sul sito italiano con il titolo, Conferenza internazionale straordinaria della CCI: la “notizia” della nostra scomparsa è ampiamente esagerata! [19]
Abbiamo mostrato come la FICCI ha cercato di usare il PCI (spedendogli una lettera) perché la sostenesse contro la CCI e adesso illustreremo come ha usato lo stesso approccio, ma "più grande" nei confronti del BIPR. Questo tentativo di corrompere queste due organizzazioni trascinandole su un terreno estraneo alle regole che governano i rapporti all'interno della Sinistra comunista costituisce un attacco parassitario contro quest’ultima.
Il BIPR è stato oggetto, in particolare, di una manovra audace da parte della FICCI che è consistita nell'organizzargli una riunione pubblica a Parigi il 2 ottobre 2004. In realtà, come dimostreremo, si trattava di una riunione pubblica che doveva servire alla reputazione della FICCI, a scapito di quella del BIPR, e al fine di portare un attacco contro la CCI.
L'annuncio di questa riunione da parte del BIPR indicava che il suo tema era la guerra in Iraq. Invece, l'annuncio che ne faceva la FICCI metteva in risalto tutta l'importanza del proprio approccio: "Su nostro suggerimento e con il nostro sostegno politico e materiale, il BIPR organizzerà una Riunione pubblica a Parigi (RP che speriamo non sia l'ultima) alla quale chiamiamo tutti i nostri lettori a partecipare" (sottolineato da noi)". Ciò che emerge da questo appello è che, senza la FICCI, questa organizzazione della Sinistra comunista, che esiste a livello internazionale ed è conosciuta da decenni, non avrebbe potuto prendere l'iniziativa e organizzare la riunione pubblica!
In realtà, questo gruppo parassitario ha utilizzato il BIPR come "uomo di paglia" per la propria pubblicità, al fine di ottenere un certificato di rispettabilità, di riconoscimento della sua appartenenza alla Sinistra comunista. E questa piccola teppaglia sfacciata non ha esitato ad usare la rubrica dei contatti della CCI (che aveva rubato prima di lasciare l'organizzazione) per diffondere il suo appello per questa riunione pubblica.
Come abbiamo fatto notare all'epoca, la FICCI non aveva ritenuto utile scrivere sul suo avviso per la riunione pubblica neanche una sola frase di analisi che denunciasse la guerra in Iraq (contrariamente all'annuncio fatto dal BIPR). Il suo avviso era dedicato esclusivamente a una questione: "come ricostruire un polo di raggruppamento rivoluzionario nella capitale francese dopo il crollo della CCI, un crollo dopo il quale le sue riunioni pubbliche sono ormai deserte e non costituiscono più un luogo di dibattito".
Nei fatti lo svolgimento della riunione pubblica del BIPR ha messo in evidenza esattamente il contrario. Secondo la FICCI, questa riunione doveva essere la prova che il BIPR era ormai "l'unico polo serio" di discussione e di riferimento per la Sinistra comunista. In realtà questo sarebbe stato invece un fiasco totale se la CCI non avesse partecipato e invitato i suoi contatti a fare lo stesso. Infatti, era presente un'importante delegazione di militanti della CCI e una decina di simpatizzanti della nostra organizzazione.
Tutti i complimenti fatti dal GIGC-FICCI al BIPR non erano altro che pura ipocrisia. Fin dalla sua costituzione, la FICCI ha cercato l'appoggio dell'ambiente politico proletario, principalmente del BIPR, nella sua crociata parassitaria contro la CCI, in particolare "eleggendo" il BIPR come unico polo di raggruppamento delle forze rivoluzionarie. Come la mosca cavallina della favola di Jean de La Fontaine, dava consigli, distribuiva buoni punti al milieu politico, riproduceva alcuni dei suoi articoli... All'epoca, le relazioni tra il BIPR e la FICCI erano in piena “luna di miele”. Il resoconto fatto dalla FICCI di una riunione con il BIPR nel giugno 2004 faceva la seguente analisi delle dinamiche esistenti nel campo proletario: "Questi vari piani esaminati ci permettono di concludere che ci sono effettivamente due dinamiche nel campo proletario attuale che vanno in due direzioni opposte: l’una per creare un quadro di raggruppamento delle energie rivoluzionarie, promuovere e orientare i dibattiti e la riflessione collettiva, per permettere l'intervento più ampio possibile all'interno della classe operaia. Questa dinamica, nella quale la nostra frazione si inscrive, è portata, oggi, essenzialmente dal BIPR; l'altra che va nella direzione opposta, quella di mantenere, anzi aumentare la dispersione, la confusione politica, è portata dalla CCI e contro la quale anche la frazione si batte apertamente". (Compte rendu d'une réunion entre le BIPR et la fraction [20], settembre 2004 - Bulletin communiste FICCI 27).
Quindici anni dopo, il Rapporto di attività della seconda assemblea generale del GIGC (aprile 2019) dipinge un quadro molto meno idilliaco del suo rapporto con l’attuale ITC (ex BIPR). Infatti, informa i suoi lettori che "...sono emerse nuove forze comuniste di cui Nuevo Curso ne è espressione e un fattore, mettendo così direttamente i gruppi storici della Sinistra Comunista partitista di fronte alle loro responsabilità storiche di fronte a questa nuova dinamica e di fronte alla quale la Tendenza Comunista Internazionalista, la principale organizzazione di questo campo, ha cominciato a chiudersi in un atteggiamento, o riflessi, relativamente settario nei nostri confronti e immediatista rispetto a queste nuove forze". (sottolineato da noi - Rapport d’activités de la 2 [21]e [21] Réunion générale du GIGC [21]. Révolution ou Guerre n.12)
Ancora di più, "la TCI, pur essendo organicamente legata al PC d’Italia e alla Sinistra Comunista Italiana, subisce il peso di un relativo informalismo, personalismo e individualismo, e quindi dello spirito di circolo" (sottolineato da noi - Idem) che, secondo il GIGC, ostacola l'applicazione di un metodo di partito da parte della TCI soprattutto nel rapporto con i suoi contatti.
Cosa è successo perché la FICCI-GIGC, questi leccapiedi patentati della TCI, si ribelli in questo modo? Oggi scoprono che la TCI, ex BIPR, indulgerebbe in quello che assomiglia a un approccio opportunistico nell’intervento verso i contatti: "L'articolo, scritto da un membro della CWO, il gruppo britannico della TCI, rigetta chiaramente "frazioni o circoli di discussione". Al di là del rigetto della forma organizzativa di per sé e più grave, esso sottovaluta, ignora, e di fatto respinge, qualsiasi processo di confronto e chiarificazione politica come mezzo centrale e momento indispensabile della lotta per il partito". (sottolineato da noi - Idem)
Nei fatti, Il GIGC non è certo turbato da un approccio che caratterizza come opportunistico (senza usarne il termine), ma piuttosto che l’azione da fedele leccapiedi ha molto meno successo con i nuovi elementi che si avvicinano alla Sinistra comunista di quanto avuto con la TCI. Soprattutto, il GIGC ha difficoltà a digerire il fatto che i suoi membri in Canada l'abbiano abbandonato per unirsi alla TCI.
Questa critica del GIGC alla TCI è indicativa, non tanto dei metodi di reclutamento della TCI, ma soprattutto dell'inaudita ipocrisia del GIGC. Infatti, oltre ai compromessi politico-teorici fatti dalla FICCI per essere più in sintonia con il Milieu politico proletario (abbandono della teoria della decomposizione e delle tesi sul parassitismo), i suoi membri soffocarono un'altra divergenza con il BIPR, di grande importanza e che la CCI aveva sempre avuto (e che questi signori condividevano quando erano nella nostra organizzazione), circa i principi che devono governare la formazione del partito. Improvvisamente, i membri della FICCI "dimenticarono" le critiche che loro e la CCI avevano precedentemente mosso al Partito Comunista Internazionalista (PCInt) e al BIPR su questo tema, in particolare l'approccio opportunistico che aveva presieduto alla formazione del Partito nel 1945. Oggi, il GIGC sta "scoprendo" che i metodi di reclutamento della TCI sono un po' opportunistici, ma non è, come loro vorrebbero far credere, la TCI che ha cambiato i suoi metodi, ma il GIGC che sta abbandonando il suo atteggiamento da leccapiedi per l’amarezza di essere stato ingannato dalla TCI, che gli ha portato via dei suoi membri.
Ci sono effettivamente disaccordi tra la TCI e la CCI sul metodo di raggruppamento che dovrebbe portare alla costituzione del partito mondiale, ma questo disaccordo è all'interno del campo proletario e darà luogo a dibattiti e confronti politici tra compagni che lottano per la stessa causa. Ed è inaccettabile che sia inquinato dai piagnistei del GIGC.
Per concludere sulle prodezze del GIGC-FICCI, e sul loro carattere eminentemente nocivo, è necessario ritornare su un episodio che presenta delle similitudini con la recente situazione in cui il parassitismo del GIGC è venuto a sostenere gli intrallazzi di un avventuriero. Un episodio in cui l'alleanza tra questi due elementi ha avuto effetti distruttivi, soprattutto rispetto agli elementi che si avvicinano alle posizioni di classe.
Nel 2004, la CCI aveva instaurato una relazione politica con un piccolo gruppo in ricerca in Argentina, il NCI (Nucleo comunista internacional)[27]. Avendo intrapreso lo studio delle posizioni delle correnti della Sinistra comunista, i suoi membri si orientavano verso le posizioni della CCI. Le discussioni sulla questione di comportamenti organizzativi inaccettabili all'interno del proletariato hanno convinto questi compagni, sulla base dello studio delle prese di posizione della FICCI e dei nostri stessi articoli sull'argomento, che la FICCI "aveva adottato un comportamento estraneo alla classe operaia e alla Sinistra comunista". Questo aveva poi dato origine ad una presa di posizione in questo senso scritta il 22 maggio 2004 da questi compagni[28].
Si scoprì che all'interno del NCI cominciava a sorgere un problema dovuto al fatto che uno dei suoi membri - che chiameremo cittadino B. - aveva una pratica in totale opposizione a un funzionamento collettivo e unitario, condizione fondamentale di esistenza per un'organizzazione comunista. Una volta iniziati i contatti con la CCI (era l'unico che poteva usare Internet), costui faceva discussioni individuali con ciascuno dei membri del gruppo, ma manovrava per evitare lo sviluppo di qualsiasi discussione seria e sistematica del gruppo nel suo insieme, il che gli permetteva di "mantenere il controllo" dello stesso. Questa pratica organizzativa, radicalmente estranea al proletariato, è tipica dei gruppi borghesi, specialmente quelli di sinistra o di estrema sinistra del capitale. Il signor B. si proponeva in realtà di usare i suoi compagni come trampolino di lancio per diventare una "personalità" all'interno del campo politico proletario. Tuttavia, il lavoro sistematico di discussione delle posizioni politiche con la CCI nel corso del tempo, così come la nostra insistenza sulle riunioni comuni di tutti i compagni, vanificò sempre più i suoi piani immediati di avventuriero.
Pertanto, alla fine del luglio 2004, il signor B. tentò una manovra audace: chiese l'integrazione immediata del gruppo nella CCI. Impose questa richiesta nonostante la resistenza degli altri compagni del NCI che, pur prefiggendosi anch'essi l'obiettivo di aderire alla CCI, sentivano la necessità di realizzare prima un profondo lavoro di chiarificazione e di assimilazione, poiché la militanza comunista non può che basarsi su solide convinzioni. La CCI respinse questa richiesta in linea con la nostra politica contro le integrazioni affrettate e immature che possono contenere il rischio di distruggere dei militanti e sono dannose per l'organizzazione.
Parallelamente, si era formata un'alleanza tra la FICCI e l'avventuriero B (certamente su iniziativa di B) per una manovra contro la CCI utilizzando il NCI a sua insaputa.
La manovra consisteva nel far circolare nell'ambiente politico proletario una denuncia contro la CCI e i suoi "metodi nauseabondi" che sembrava emanare indirettamente dal NCI, poiché questa denuncia era firmata da un misterioso e fittizio "Circulo de comunistas internacionalistas" (cioè, in sigla, "CCI"!), guidato dal cittadino B e che, secondo lui, avrebbe dovuto costituire il "superamento politico" del NCI. Queste calunnie sono state trasmesse per mezzo di un volantino del "Circulo" diffuso dalla FICCI in occasione della riunione pubblica del BIPR a Parigi il 2 ottobre 2004.
Queste sono state messe online anche in diverse lingue sul sito web del BIPR. Oltre a colpire direttamente la CCI, il volantino in questione difendeva la FICCI, rimettendo totalmente in discussione la posizione del NCI del 22 maggio 2004 che aveva denunciato questo gruppo.
Quando scoprirono le manovre del cittadino B. alle loro spalle, in particolare la creazione del fantoccio "Círculo de Comunistas Internacionalistas", così come la posizione di quest'ultimo a sostegno della FICCI e la denuncia della CCI, i membri del NCI analizzarono la situazione come segue: "È altamente probabile che lui (B.) aveva già preso contatto sotto banco con la FICCI, pur continuando ad ingannarci al punto di voler precipitare l'integrazione del NCI nella CCI" (Alcuni internazionalisti in Argentina - Presentazione della dichiarazione del NCI)[29].
Il modo in cui il cittadino B è stato portato ad elaborare la sua manovra è tipico di un avventuriero, delle sue ambizioni e della sua totale mancanza di scrupoli e di preoccupazione per la causa del proletariato. Il ricorso ai servizi di un avventuriero da parte della FICCI per soddisfare il suo odio verso la CCI e per cercare di stabilire, attraverso la denigrazione pubblica, l'isolamento politico della nostra organizzazione, è degno dei personaggi patetici e spregevoli che popolano il meschino mondo della piccola e della grande borghesia.
All'epoca, la CCI ha risposto, a volte giorno per giorno, alla campagna falsa e usurpatrice del cittadino B, finché, incapace di confutare l'esposizione pubblica delle sue manovre, quest’ultimo decise di scomparire politicamente. Sfortunatamente, gli altri membri del NCI, profondamente demoralizzati dal modo in cui erano stati usati e manipolati dal cittadino B., non sono riusciti a risollevarsi e continuare il loro sforzo di riflessione, e hanno finito per abbandonare ogni attività politica.
Quanto alla FICCI, immersa fino al collo in questo affare e che aveva fatto molto affidamento sul cittadino B. per screditare la CCI, sembra non aver imparato la lezione da questa disavventura in cui si è resa ridicola poiché, recentemente, si è nuovamente affidata alle azioni di un altro avventuriero.
Oggi, a differenza dell'episodio di Cittadino B, non è la CCI ad essere specificamente presa di mira dalla politica dell'avventuriero Gaizka ma tutta la Sinistra comunista[30] la cui reputazione subirà un danno politico se quest'ultimo non sarà smascherato e quindi messo nell’impossibilità di nuocere politicamente. Come insegna la tradizione del movimento operaio, e come dimostra la recente esperienza della CCI nell'affrontare le manovre e le calunnie del cittadino B, non c'è altra scelta che difendere l'onore delle organizzazioni che sono il bersaglio di attacchi parassitari e dell'azione di avventurieri[31], anche se questo richiede una grande quantità di energia che potrebbe essere utilmente impiegata in altri compiti organizzativi[32].
Oggi, in diverse parti del mondo, stiamo assistendo all'emergere di un crescente interesse per le posizioni della Sinistra comunista da parte di giovani elementi. Ed è qui che il GIGC e il cittadino Gaizka hanno un ruolo da svolgere. Non per contribuire alla riflessione e all'evoluzione di questi elementi verso la Sinistra comunista, ma al contrario per approfittare della loro inesperienza al fine di condurli in vicoli ciechi, per sterilizzare e distruggere la loro convinzione militante[33]. Se il GIGC e Gaizka si reclamano alla Sinistra comunista, è soprattutto per intrappolare questi giovani elementi a solo vantaggio dei loro sordidi interessi. Nel caso del GIGC, lo scopo è costruire un cordone sanitario intorno alla CCI dando libero sfogo al suo odio verso la nostra organizzazione. Nel caso di Gaizka, si tratta di soddisfare le sue ambizioni megalomani di avventuriero. Le motivazioni non sono identiche, ma se, come nel 2004 con l'episodio del cittadino B., c'è una convergenza tra parassiti e avventurieri, è ovviamente perché sono, ognuno a suo modo, nemici mortali della Sinistra comunista, delle sue tradizioni e dei suoi principi. Nel difficile cammino verso la piena comprensione di queste tradizioni e principi, sarà necessario, sulla base di tutta l'esperienza del movimento operaio, affrontare le manipolazioni e le trappole di questi nemici patentati del movimento operaio.
CCI (22-02-2021)
[4] Nouvelle attaque du CCI contre le camp prolétarien international [26] (1 febbraio 2020). Il fatto che tra i gruppi o blog che sostengono di essere della Sinistra comunista, solo quelli specializzati nel diffamare la CCI hanno attaccato la nostra messa a punto sul signor Gaizka o hanno cercato di difenderlo, illustra la natura irrefutabile delle informazioni che riportiamo su di lui.
[5] "Nouvelle attaque du CCI contre le camp prolétarien international [26]" (1 febbraio 2020)
[7] Chi c’è in “Nuevo Curso”? [23]; Gaizka tace: un silenzio assordante [24]; Communist Organisation: The Struggle of Marxism against Political Adventurism [27] (International Review n.88, anche in francese e spagnolo)
[8] Nelle quali un metodo di lotta politica per questo gruppo di scontenti è tutto in queste poche parole: "Bisogna destabilizzarli", il "bersaglio" di questa destabilizzazione erano, ovviamente, tutti coloro che non condividevano il loro atteggiamento ostile alla CCI e di denigrazione ignobile di alcuni dei suoi militanti.
[9] Ecco una lista non esaustiva di questi articoli:
"Conferenza straordinaria della CCI: la lotta per la difesa dei principi organizzativi", Rivoluzione Internazionale n. 126, giugno 2002; (ICC Extraordinary Conference [28], International Review n. 110, anche in francese e spagnolo).
“Comunicato ai nostri lettori: la CCI ha escluso uno dei suoi membri”, Rivoluzione Internazionale n. 125
(Communiqué à nos lecteurs : le CCI vient d'exclure un de ses membres [29] pubblicato su Révolution Internationale n.321, marzo 2002).
“I metodi polizieschi della FICCI”, Rivoluzione Internazionale n. 130, aprile 2003
"Les réunions publiques du CCI interdites aux mouchards [30], Révolution Internationale n.338, settembre 2003.
"Intervention de la FICCI à la Fête de 'Lutte Ouvrière' : Le parasitisme au service de la bourgeoisie", Révolution Internationale n.348, luglio 2004.
"Défense de l'organisation : Des menaces de mort contre des militants du CCI [31]", Révolution Internationale n.354, febbraio 2005.
[10] 15th Congress of the ICC, Today the Stakes Are High--Strengthen the Organization to Confront Them [32], International Review n.114, aprile 2003 (anche in francese e spagnolo)
[11] Queste sono le vere iniziali di questo compagno gentilmente fornite alla polizia dalla FICCI!
[12] MC (Marc Chirik - maggio 1907, dicembre 1990) è stato il principale fondatore della CCI dove ha apportato tutta un'esperienza di militante rivoluzionario all'interno dell'Internazionale Comunista, dell'Opposizione di Sinistra e della Sinistra Comunista (Sinistra Italiana e Sinistra Comunista di Francia). "Con Marc, non è solo la nostra organizzazione che perde il suo militante più sperimentato e fecondo; è tutto il proletariato mondiale ad essere privato di uno dei suoi migliori combattenti". Queste parole fanno da introduzione al primo di due articoli scritti in omaggio alla vita militante del nostro compagno. Vedi a questo proposito gli articoli Marc, Part 1: From the Revolution of October 1917 to World War II [33] e Marc, Part 2: From World War II to the present day [34], International Review, n.65 e 66 (anche nella versione francese e spagnola)
[13] Una commissione speciale nominata dalla CCI, composta da militanti con esperienza, aveva esaminato tutte le "prove" portate dagli accusatori di Louise e aveva concluso che queste erano totalmente assurde. Louise stessa aveva chiesto un confronto con i suoi principali accusatori. Quello con Olivier permise di mettere in evidenza la poltiglia che aveva invaso il cervello di Olivier e che lo aveva portato a cambiare completamente posizione almeno tre volte in poche settimane prima di diventare uno dei principali fondatori della FICCI, che in seguito ha lasciato per seguire la sua strada. Quanto a Jonas, indiscutibilmente il più intelligente della banda ma anche il più codardo, rifiutò categoricamente un tale confronto.
[14] Bureau Internazionale del Partito Rivoluzionario, diventata poi l'attuale Tendenza Comunista Internazionalista dopo un cambio di nome
[15] “Il PCI (Le Proletaire) a rimorchio della « frazione interna » della CCI”, Rivoluzione Internazionale, n. 128 e 129; ("Défense de l'organisation - Le PCI ( [35]Le Prolétaire [35]) à la remorque de la 'fraction' interne du CCI [35]")
[16] Les réunions publiques du CCI interdites aux mouchards [30]" ; Révolution Internationale n.338, settembre 2003
[17] Défense de l'organisation : Des menaces de mort contre des militants du CCI [31]", Révolution Internationale n.354, février 2005, e MINACCE DI MORTE CONTRO LA CCI. Solidarietà con i nostri militanti minacciati! [36] Rivoluzione Internazionale n. 140
[18] Fraction interne [37]' [37] du CCI : Tentative d'escroquerie vis-à-vis de la Gauche Communiste [37]" ; Revue Internationale n.112.
[19] Per porsi al fuori dal campo proletario la CCI dovrebbe aver tradito i principi fondamentali di quest'ultimo come l'internazionalismo, la prospettiva della rivoluzione comunista, il rifiuto di sostenere tutte le istituzioni dell'apparato politico della classe dominante (sindacati, partiti politici, democrazia borghese, ecc.) La FICCI-GIGC non riesce a trovare tali tradimenti nelle nostre posizioni ed è per questo che non può evitare di includere la nostra organizzazione nella lista dei "Gruppi e organizzazioni del campo proletario" sul suo sito web. Detto questo, l'appartenenza al campo proletario non si riduce al rifiuto delle posizioni politiche borghesi. Si basa anche su una lotta decisa contro i comportamenti propri della classe dominante, di cui lo stalinismo è stato una delle incarnazioni più pure: la menzogna sistematica, il gangsterismo, i metodi polizieschi, cioè i comportamenti che sono alla base dell'attività dei teppisti e spioni della FICCI-GIGC.
[20] Ha la faccia tosta di rivendicare il merito della lotta organizzativa condotta dal compagno MC durante tutta la sua vita, in particolare quando era attivo nella Frazione Italiana negli anni '30. Tanto da affermare nel n. 29 del suo “Bulletin communiste": "La nostra concezione dell'organizzazione è quella che MC ha sempre difeso".
[21] Come illustrazione del livello della critica da parte della FICCI, e di altri, alla nostra analisi della fase di decomposizione, la fase ultima del capitalismo, il lettore può consultare il seguente articolo: Understanding the decomposition of capitalism: Marxism at the roots of the concept of capitalism's decomposition [38], nella Rivista Internazionale n.117 (anche versione francese e spagnola). Per quanto riguarda più specificamente la FICCI, il lettore può consultare l'articolo "Sur la théorie de la décomposition du CCI [39]", FICCI Bulletin n.4, febbraio 2011. In questo testo, i membri della FICCI dimostrano ancora una volta la loro disonestà: invece di riconoscere che stanno mettendo in discussione la posizione che hanno difeso per più di dieci anni nella CCI, sostengono che la loro nuova "analisi" è in linea con questa posizione. Ecco cosa si può leggere: "... come avevamo avanzato la questione della decomposizione [all'interno della CCI]: come un blocco tra le classi, nessuna delle quali poteva imporre la sua prospettiva. L'11 settembre manifesta il fatto che la borghesia è costretta a rompere questo "equilibrio" e a forzare il passaggio: la marcia verso la guerra. (...) Dire, nel 2002, che la borghesia cerca di sbloccare la situazione di 'equilibrio' degli anni '90 significa che il 'blocco decompositivo' scompare". In altri termini, la fase di decomposizione sarebbe stata solo un momento circostanziale e reversibile che avrebbe potuto essere superato con una nuova configurazione della politica imperialista della borghesia. In realtà l'analisi della CCI condivisa dai membri della FICCI quando erano nella nostra organizzazione dice esattamente il contrario: "Il corso della storia è irreversibile: la decomposizione porta, come indica il suo nome, alla dislocazione e alla putrefazione della società, al nulla." (La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [17] (Rivista Internazionale n.14)
[22] Possiamo solo raccomandare ai nostri lettori che non l'hanno ancora fatto di leggere (o rileggere) Costruzione dell'organizzazione rivoluzionaria. Tesi sul parassitismo [40], Rivista Internazionale n.22.
[23] Cioè, e soprattutto, ai pregiudizi del nostro tempo
[24] "Les nouvelles calomnies de la FICCI [41]", pubblicato on line il 18 novembre 2006
[25] Vedi il nostro articolo "La prétendue 'solidarité du CCI avec les CRS' : comment la FICCI essaie de masquer ses propres comportements policiers" [42]
[26] Leggi Comunicato ai nostri lettori: La CCI attaccata da una nuova officina dello Stato borghese [43]; ICC on line maggio 2014
[27] Nucleo Comunista Internacional: an episode in the proletariat's striving for consciousness [44], International Review, n.120 (anche in francese e spagnolo)
[28] Pubblicata in Révolution internationale n.350 e Acción proletaria n.179
[29] Presentazione della Dichiarazione del Nucleo Comunista Internacional (NCI) del 27 ottobre 2004 [45]; Dichiarazione del Nùcleo Comunista Internacional a proposito delle dichiarazioni del “Circulo de Comunistas Internacionalista [46]; Ultime notizie dall’Argentina . IL NCI NON HA ROTTO CON LA CCI! [47]; Le Núcleo Comunista Internacional : Un effort de prise de conscience du prolétariat en Argentine [48]
[30] Gaizka si "interessa" alla Sinistra comunista, mostrando benevolenza verso di essa - per meglio silurarla - e verso certi gruppi che la compongono. In una lettera che Gaizka ci inviò alcuni anni fa, ci informò dell'importanza dell'esistenza politica che dava alla CCI e alla TCI, e anche dell'influenza positiva che la CCI aveva avuto sulla sua stessa evoluzione. Questo è da prendere in considerazione, non per relativizzare la pericolosità della sua azione, ma al contrario per comprenderla meglio e comprendere meglio l'approccio dell'avventuriero che è. Ecco come ha presentato il suo progetto "Nuevo Curso": “Non ci consideriamo un gruppo politico, un proto partito o qualcosa del genere... Al contrario, vediamo il nostro lavoro come qualcosa di "formativo", per aiutare la discussione nei luoghi di lavoro, tra i giovani, ecc. e, una volta chiariti alcuni elementi di base, servire da ponte tra queste nuove persone che stanno scoprendo il marxismo e le organizzazioni internazionaliste (essenzialmente la TCI e voi, CCI) che, come noi la vediamo, dovrebbero essere gli agglutinanti naturali del futuro partito anche se ora siete molto deboli (come, ben inteso, tutta la classe)". (7 novembre 2017 - Da [email protected] [49] a [email protected] [50])
[31] I tre articoli citati che abbiamo scritto su Nuevo Curso e Gaizka sono tutti in difesa della Sinistra comunista.
[32] In una Circolare a tutti i membri dell'Internazionale, il Consiglio Generale dell'AIT dichiarava che era giunto il momento di porre fine una volta per tutte alle lotte interne causate dalla "presenza di un corpo parassitario". E aggiungeva: "Paralizzando l'attività dell'Internazionale contro i nemici della classe operaia, l'Alleanza serve magnificamente la borghesia e i suoi governi".
Questions of Organisation, Part 3: The Hague Congress of 1872: The Struggle against Political Parasitism [51], International Review n.87 (anche in spagnolo e francese
[33] Le grandi lotte condotte dal proletariato nel maggio 1968 in Francia e successivamente in molti altri paesi provocarono l'emergere di un'intera generazione di elementi che si rivolgevano alla prospettiva della rivoluzione comunista rifiutando lo stalinismo. I gruppi gauchiste, in particolare maoisti e trotskisti, ebbero come funzione storica deviare la speranza di questi elementi verso vicoli ciechi, sterilizzando la loro volontà militante, demoralizzandoli e rendendoli addirittura oppositori dichiarati della prospettiva rivoluzionaria (come nel caso di Daniel Cohn Bendit). Questo è il tipo di funzione che, al loro livello, svolgono oggi i gruppi parassitari e gli avventurieri nei confronti dei giovani elementi che si avvicinano alla Sinistra comunista.
La pandemia sta colpendo brutalmente tutta la popolazione e soprattutto la classe operaia. Attualmente ci sono 118 milioni di infetti, 2,6 milioni di morti nel mondo e un paese come l’Italia ha superato la dolorosa cifra di 100.000 morti. Ma un’altra terribile minaccia incombe: l'aggravarsi della crisi economica, con più di 50 milioni di disoccupati solo negli Stati Uniti.
Di fronte a questa valanga di sciagure, come risponderà la classe operaia? Come può rispondere? Per rispondere vogliamo basarci non solo sulle risposte recenti (le lotte in Francia alla fine del 2019 o le mobilitazioni nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro in Italia, Francia, USA all’inizio della pandemia), ma soprattutto sulla natura del proletariato come classe storica e sulla sua esperienza storica. “Non si tratta di ciò che questo o quel proletario o anche tutto il proletariato si rappresenta provvisoriamente come scopo. Si tratta di ciò che è e di ciò che sarà costretto a fare storicamente conforme a questo essere. Il suo scopo e la sua azione storica sono tracciati nella sua propria base di esistenza, come in tutta l’organizzazione dell’odierna società borghese, in modo evidente ed irrevocabile.” (La Sacra Famiglia, Marx ed Engels).
Per prepararsi a questo incontro, i compagni possono consultare il seguente testo:
Quale approccio per comprendere la lotta di classe? [53]
L'incontro pubblico si terrà su Internet sabato 10 aprile alle 17.00.
Tutti coloro che desiderano partecipare possono farlo inviando un messaggio a: [email protected] [6] o alla sezione Contatti del nostro sito it.internationalism.org.
Questo rapporto analizza la crisi sociale derivante dalla pandemia di Covid-19 come la più significativa nella storia del mondo dalla seconda guerra mondiale. È un prodotto della decomposizione del capitalismo e costituisce un nuovo stadio dello sprofondamento della società in questa fase finale della sua decadenza.
Il disastro continua e peggiora: ufficialmente, ci sono attualmente 36 milioni di persone contagiate e più di mezzo milione di morti in tutto il mondo[1]. Dopo aver sconsideratamente posticipato le misure preventive contro la diffusione del virus, imponendo poi una brutale chiusura di ampi settori dell'economia, le varie fazioni della borghesia mondiale hanno continuato a scommettere su una ripresa economica, a scapito di un numero ancora maggiore di vittime, "liberando" la società dalle misure di contenimento mentre la pandemia si era solo temporaneamente attenuata in alcuni paesi. Con l'avvicinarsi dell'inverno, è chiaro che la scommessa non ha dato frutti, il che suggerisce un peggioramento, almeno nel medio termine, sia dal punto di vista economico che medico. Il peso di questa catastrofe è caduto sulle spalle della classe operaia internazionale.
Fino ad ora, una delle difficoltà nel riconoscere che il capitalismo fosse entrato nella fase finale del suo declino storico - quella della decomposizione sociale – era legata al fatto che l'epoca attuale, aperta definitivamente dal crollo del blocco dell’Est nel 1989, è apparsa superficialmente come una proliferazione di sintomi senza apparente interconnessione, a differenza dei precedenti periodi di decadenza del capitalismo che erano definiti e dominati da punti di riferimento evidenti come la guerra mondiale o la rivoluzione proletaria.[2] Ma ora, nel 2020, la pandemia Covid, la più grande crisi nella storia del mondo dalla seconda guerra mondiale, è diventata una rappresentazione indiscutibile di questo intero periodo di decomposizione, riunendo in sé una serie di fattori di caos che esprimono una putrefazione diffusa del sistema capitalista. In particolare:
La pandemia ha così riunito più chiaramente di prima i principali aspetti della vita della società capitalista toccati dalla decomposizione: economico, imperialista, politico, ideologico e sociale.
La situazione attuale ha anche dissipato l'importanza di una serie di fenomeni che sembravano contraddire l'analisi secondo cui il capitalismo fosse entrato in una fase terminale di caos e collasso sociale. Questi fenomeni, secondo i nostri critici, avrebbero dimostrato che la nostra analisi doveva essere "messa in discussione" o semplicemente ignorata. In particolare, alcuni anni fa gli sbalorditivi tassi di crescita dell'economia cinese sembravano per i nostri critici smentire l'idea che ci fosse un periodo di decomposizione e persino di decadenza. Questi osservatori erano infatti rimasti intrappolati dal "profumo di modernità" emanato dalla crescita industriale cinese. Oggi, a seguito della pandemia di Covid, non solo l'economia cinese ha subito una stagnazione, ma ha rivelato un ritardo cronico con l'odore meno piacevole del sottosviluppo e della decadenza.
La prospettiva delineata dalla CCI nel 1989 secondo cui il capitalismo mondiale era entrato in una fase finale di disgregazione dall'interno, basata sul metodo marxista dell’analisi delle tendenze di fondo e di lungo periodo, invece di inseguire novità temporanee o attenersi a formule obsolete, è stata confermata in modo evidente.
L'attuale catastrofe sanitaria rivela soprattutto una crescente perdita di controllo della classe capitalista sul suo sistema e la sua crescente perdita di prospettiva per la società umana nel suo insieme. La progressiva perdita di padronanza dei mezzi che la borghesia ha finora sviluppato per limitare e incanalare gli effetti del declino storico del suo modo di produzione è diventata più tangibile.
Inoltre, la situazione attuale rivela come la classe capitalista non solo sia meno capace di impedire lo sviluppo di un crescente caos sociale, ma aggravi anche sempre più la decomposizione stessa, mentre in precedenza la controllava.
Per capire meglio perché la pandemia di Covid è il simbolo del periodo di decomposizione del capitalismo, dobbiamo esaminare perché quest’ultima non si sarebbe potuta produrre in epoche precedenti come accade oggi.
Le pandemie erano ovviamente note nelle precedenti formazioni sociali e hanno avuto un effetto devastante e acceleratore sul declino delle precedenti società di classe, come la peste di Giustiniano alla fine della vecchia società schiavista o la peste nera alla fine della servitù feudale. Ma la decadenza feudale non ha vissuto un periodo di decomposizione perché un nuovo modo di produzione (il capitalismo) stava già prendendo forma all'interno e accanto a quello vecchio. Le devastazioni della peste hanno persino accelerato lo sviluppo della classe borghese.
La decadenza del capitalismo, il sistema di sfruttamento del lavoro più dinamico della storia, coinvolge necessariamente l'intera società e impedisce che ogni nuova forma di produzione emerga al suo interno. Ecco perché, in assenza di un percorso verso la guerra mondiale e di una rinascita dell'alternativa proletaria, il capitalismo è entrato in un periodo di "ultra-decadenza", come affermano le nostre Tesi sulla decomposizione[4]. Pertanto, l'attuale pandemia non lascerà spazio a nessuna rigenerazione delle forze produttive dell'umanità all'interno della società esistente, ma al contrario ci costringe a prevedere l'inevitabilità del collasso dell’intera società umana se il capitalismo mondiale non viene rovesciato nella sua totalità. L'uso di metodi di quarantena medievali in risposta al Covid, sebbene il capitalismo abbia sviluppato i mezzi scientifici, tecnologici e sociali per comprendere, prevenire e contenere lo scoppio di pestilenze (ma non è in grado di utilizzarli), testimonia l'impasse in cui si trova una società che "marcisce sui suoi piedi" e che è sempre più incapace di utilizzare le forze produttive che ha messo in moto.
La storia dell'impatto sociale delle malattie infettive nella vita del capitalismo ci offre un’altra visione della distinzione da fare tra la decadenza di un sistema, aperta nel 1914, e la fase specifica di decomposizione all'interno di questo periodo di declino. L'ascesa del capitalismo e persino la storia della maggior parte della sua decadenza mostra in realtà un crescente controllo della scienza medica e della salute pubblica sulle malattie infettive, specialmente nei paesi avanzati. La promozione dell'igiene pubblica e dei servizi igienico-sanitari, la conquista di vaccini contro il vaiolo e la poliomielite e il declino della malaria, per esempio, testimoniano questo progresso. Dopo la seconda guerra mondiale, sono le malattie non trasmissibili a diventare le principali cause di morte prematura nei paesi centrali del capitalismo. Non dobbiamo immaginare che questo miglioramento del potere dell'epidemiologia sia stato una conseguenza delle preoccupazioni umanitarie che la borghesia rivendicava all'epoca. L'obiettivo primario era creare un ambiente stabile per l'intensificazione dello sfruttamento richiesto dalla crisi permanente del capitalismo e soprattutto per la preparazione e la mobilitazione finale delle popolazioni per gli interessi militari dei blocchi imperialisti.
A partire dagli anni '80, la tendenza positiva della lotta alle malattie infettive ha iniziato a invertirsi. Nuovi patogeni o agenti in evoluzione hanno iniziato a comparire, come HIV, Zika, Ebola, SARS-CoV, MERS-CoV, Nipah, virus dell’influenza aviaria (H5N1), della dengue, ecc. I patogeni debellati hanno mostrato maggiore resistenza ai farmaci. Questo sviluppo, in particolare dei virus zoonotici, è legato alla crescita e alla concentrazione urbana incontrollata nelle regioni periferiche del capitalismo - in particolare attraverso la proliferazione di bidonvilles sovraffollate che rappresentano il 40% di questa crescita -, alla deforestazione e al cambiamento climatico emergente. Sebbene l'epidemiologia sia stata in grado di conoscere e monitorare questi virus, l'attuazione di misure appropriate da parte dello Stato non è riuscita a tenere il passo con la minaccia. La risposta insufficiente e caotica delle borghesie al Covid-19 è una conferma lampante della crescente negligenza dello Stato capitalista di fronte alla recrudescenza delle malattie infettive e verso la salute pubblica, e quindi del disprezzo per l'importanza della protezione sociale ai livelli più elementari. Questa crescente incapacità dello Stato borghese è legata a decenni di riduzione del "salario sociale", in particolare dei servizi sanitari. Ma il crescente disprezzo per la salute pubblica può essere pienamente spiegato solo nel quadro della fase di decomposizione che favorisce le reazioni irresponsabili e a breve termine di gran parte della classe dominante.
Le conclusioni da trarre da questa inversione di tendenza nell'andamento della lotta alle malattie infettive negli ultimi decenni sono inevitabili: si tratta di un esempio del passaggio del capitalismo decadente all'ultima fase della sua agonia, la sua decomposizione.
Naturalmente, l'aggravarsi della crisi economica permanente del capitalismo è la causa principale di questa transizione, una crisi comune a tutti i periodi del suo declino. Ma è la gestione - o meglio la crescente cattiva gestione - degli effetti di questa crisi che è cambiata e che è un elemento chiave dei disastri presenti e futuri che caratterizzano lo specifico periodo di decomposizione.
Le spiegazioni che non tengono conto di questa trasformazione, come quelle di Tendenza Comunista Internazionale (TCI) per esempio, finiscono con l’ovvietà che il profitto è responsabile della pandemia. Per loro, le circostanze specifiche, i tempi e l'entità della calamità rimangono un mistero.
La reazione della borghesia alla pandemia non può nemmeno essere spiegata con un ritorno allo schema del periodo della guerra fredda, come se le potenze imperialiste avessero "militarizzato" il virus Sars-CoV2 per scopi militari imperialisti e le quarantene di massa costituissero una mobilitazione della popolazione in questa direzione. Questa spiegazione dimentica che le principali potenze imperialiste non sono più organizzate in blocchi imperialisti rivali e che esse non hanno mano libera per mobilitare la popolazione dietro i loro obiettivi di guerra. Questo punto è alla base dell'impasse tra le due classi determinanti della prospettiva storica della società che è la causa fondamentale dell'ingresso in questa fase di decomposizione.
In generale, non sono i virus ma i vaccini ad alimentare le ambizioni militari dei blocchi imperialisti[5] . La borghesia ha fatto tesoro dell’esperienza dell'influenza spagnola del 1918. Le infezioni incontrollate costituiscono un enorme handicap per l'esercito, come dimostrato dalla smobilitazione di diverse portaerei americane e una portaerei francese a causa della pandemia Covid-19. Al contrario, mantenere uno stretto controllo dei patogeni mortali è sempre stata una condizione della capacità di guerra biologica di qualsiasi potenza imperialista.
Questo non vuol dire che le potenze imperialiste non abbiano utilizzato la crisi sanitaria per promuovere i propri interessi a scapito dei loro rivali. Ma questi sforzi hanno complessivamente rivelato che il vuoto lasciato dagli Stati Uniti nella leadership mondiale imperialista sta crescendo, senza che nessun’altra potenza, compresa la Cina, possa assumere questo ruolo o sia in grado di creare un polo di attrazione alternativo. Il caos a livello dei conflitti imperialisti è stato confermato dal disastro Covid.
Il confinamento di massa decretato dagli Stati imperialisti è certamente accompagnato oggi da una maggiore militarizzazione della vita quotidiana e dal suo utilizzo per lanciare esortazioni bellicose. Ma l'immobilizzazione forzata della popolazione è motivata in larga misura dalla paura dello Stato di fronte alla minaccia del disordine sociale in un momento in cui la classe operaia, anche se tranquilla, non è stata sconfitta.
La tendenza fondamentale all'autodistruzione che è la caratteristica comune a tutti i momenti della decadenza capitalista ha cambiato la sua forma dominante nel periodo di decomposizione, dalla guerra mondiale al caos mondiale, e ciò non fa che aumentare la minaccia del capitalismo per la società e l'umanità nel suo insieme.
La perdita di controllo della borghesia che ha caratterizzato la pandemia è attutita dallo strumento dello Stato. Cosa rivela questa calamità sul capitalismo di Stato nel periodo di decomposizione?
Per aiutare a comprendere questo aspetto, richiameremo questa osservazione dall'opuscolo della CCI La decadenza del capitalismo [55] sul "rovesciamento delle sovrastrutture" secondo cui la crescita del ruolo dello Stato nella società è una caratteristica della decadenza di tutti i modi di produzione. Lo sviluppo del capitalismo di Stato è l'espressione estrema di questo fenomeno storico generale.
Come la GCF sottolineava nel suo organo di stampa Internationalisme[6] nel 1952, il capitalismo di Stato non è una soluzione alle contraddizioni del capitalismo, anche se può ritardarne gli effetti, ma ne è l’espressione. La capacità dello Stato di mantenere la coesione di una società in declino, per quanto pervasiva possa essere, è quindi destinata a indebolirsi nel tempo e a diventare alla fine un fattore aggravante proprio delle contraddizioni che cerca di contenere. La decomposizione del capitalismo è il periodo in cui una crescente perdita di controllo della classe dominante e del suo Stato diventa la tendenza dominante nell'evoluzione sociale, come la pandemia rivela in modo così drammatico.
Tuttavia, sarebbe sbagliato immaginare che questa perdita di controllo si sviluppi in modo uniforme a tutti i livelli dell'azione dello Stato, o che colpisca tutte le nazioni allo stesso modo o che sia semplicemente un fenomeno a breve termine.
A livello internazionale
Con il crollo del blocco dell’Est e la conseguente inutilità delle strutture del blocco occidentale, le strutture militari come la NATO hanno mostrato la tendenza a perdere coesione, come ha dimostrato l'esperienza delle guerre dei Balcani e del Golfo. La disgregazione a livello militare e strategico è stata inevitabilmente accompagnata dalla perdita di potere - a ritmi diversi - di tutte le agenzie interstatali che sono state create sotto l'egida dell'imperialismo statunitense dopo la seconda guerra mondiale, come l'Organizzazione mondiale della sanità e l'UNESCO a livello sociale, l'Unione Europea (in continuità con la sua forma precedente, la CEE), la Banca mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l'Organizzazione mondiale del commercio a livello economico. Questi organismi interstatali sono stati progettati per mantenere la stabilità e “il power soft ma fermo” del blocco occidentale sotto la guida degli Stati Uniti.
Il processo di disgregazione e indebolimento di queste organizzazioni interstatali si è particolarmente intensificato con l'elezione del presidente degli Stati Uniti Trump nel 2016.
La relativa impotenza dell'OMS durante la pandemia la dice lunga al riguardo ed è legata al fatto che ogni Stato sta giocando la sua carta in modo caotico con gli esiti letali che stiamo vedendo. La "guerra delle mascherine" e ora la guerra dei vaccini, la volontà dichiarata degli Stati Uniti di ritirarsi dall'OMS, il tentativo della Cina di manipolare questa istituzione a proprio vantaggio, non hanno certo bisogno di essere commentati.
L'impotenza degli organismi interstatali e il conseguente “ciascuno per sé” degli Stati nazionali in competizione ha contribuito a trasformare la minaccia patogena in una catastrofe mondiale.
Tuttavia, a livello dell'economia mondiale - nonostante l'accelerazione della guerra commerciale e le tendenze alla regionalizzazione - le borghesie sono comunque riuscite a coordinare misure essenziali, come l'azione della Federal Reserve Bank per preservare la liquidità in dollari in tutto il mondo a marzo del 2020, all'inizio della contrazione economica. La Germania, dopo una iniziale riluttanza, ha deciso di provare a coordinare con la Francia un piano di salvataggio economico per l'intera Unione Europea.
Tuttavia, se la borghesia internazionale è ancora in grado di impedire un crollo completo di parti importanti dell'economia mondiale, non ha potuto evitare gli enormi danni a lungo termine alla crescita economica e al commercio mondiale causati dalla chiusura dell'attività economica resasi necessaria per la risposta tardiva, eterogenea e talvolta contraddittoria alla pandemia. Rispetto alla risposta del G7 al crollo finanziario del 2008, la situazione attuale mostra che la borghesia perde sempre più la capacità di coordinare le azioni per rallentare la crisi economica.
Naturalmente, la tendenza al "ciascuno per sé” è sempre stata un segno distintivo della natura competitiva del capitalismo e della sua divisione in Stati-nazione. Ma è la mancanza della disciplina di “blocco” (imperialista) e di prospettiva che ha favorito la rinascita di questa tendenza in un periodo di stallo e declino economico. Mentre in precedenza veniva mantenuto un certo grado di cooperazione internazionale, la pandemia rivela la sua crescente assenza.
A livello nazionale
Nelle Tesi sulla decomposizione, al punto 10, abbiamo scritto che la scomparsa della prospettiva di una guerra mondiale inasprisce le rivalità tra le cricche all'interno di ogni Stato-nazione così come tra gli Stati stessi. La disgregazione e l'impreparazione di fronte al Covid-19 a livello internazionale hanno avuto ripercussioni, in misura maggiore o minore, in ogni Stato-nazione, in particolare a livello esecutivo:
"Una delle principali caratteristiche della decomposizione della società capitalista che dobbiamo sottolineare è la crescente difficoltà di controllare l'evoluzione della situazione politica. "[7]
Questo è stato un fattore essenziale nel crollo del blocco dell’Est, aggravato dalla natura aberrante del regime stalinista (uno Stato monopartitico che sceglie da se stesso la classe dirigente). Ma le cause profonde dei conflitti all'interno dei poteri esecutivi dell'intera borghesia - crisi economica cronica, perdita di prospettiva strategica e fallimenti nella politica estera, disaffezione della popolazione - colpiscono ora gli Stati capitalisti avanzati, cosa che appare più evidente nella crisi attuale soprattutto nei grandi paesi dove sono saliti al potere governi populisti o influenzati dal populismo, come quelli guidati da Donald Trump e Boris Johnson. I conflitti in questi grandi Stati si estendono inevitabilmente ad altri Stati che hanno seguito, per il momento, una politica più razionale.
In precedenza, questi due paesi erano simboli della relativa stabilità e della forza del capitalismo mondiale; oggi, il triste spettacolo delle loro borghesie mostra che sono piuttosto diventati fari di irrazionalità e disordine.
L'amministrazione statunitense e il governo del Regno Unito, guidati dalle spavalderie nazionaliste, hanno volontariamente ignorato e ritardato gli interventi contro la calamità Covid e persino incoraggiato la popolazione a non rispettare le regole di fronte a questo pericolo; hanno minato il parere delle autorità scientifiche e ora stanno aprendo l'economia mentre il virus infuria ancora. Entrambi i governi hanno smantellato le task force contro la pandemia alla vigilia della crisi pandemica.
Questi due governi, in modi diversi, vandalizzano deliberatamente le procedure statali stabilite dallo Stato democratico e creano discordia tra diversi dipartimenti dello Stato, Trump abrogando il protocollo militare in risposta alle proteste del Black Lives Matter e manipolando in modo fraudolento il sistema giudiziario, Johnson rimettendo in discussione l’intera struttura della Funzione pubblica.
È vero che, in un'epoca del “ciascuno per sé”, ogni Stato-nazione inevitabilmente è andato per la sua strada. Tuttavia, gli Stati che hanno dato prova di maggiore intelligenza si trovano egualmente di fronte a divisioni crescenti e perdita di controllo.
Il populismo dimostra l'idea delle Tesi sulla decomposizione secondo cui il capitalismo senile sta tornando a una "seconda infanzia". L'ideologia del populismo afferma che il sistema può tornare a un periodo giovanile di dinamismo capitalista e con minore burocrazia, semplicemente attraverso affermazioni demagogiche e iniziative dirompenti. Ma in realtà, il capitalismo decadente nella sua fase di decomposizione sta esaurendo tutti i palliativi.
Mentre il populismo fa appello alle illusioni xenofobe e piccolo-borghesi di una popolazione scontenta che è temporaneamente disorientata dall'assenza di una rinascita proletaria, emerge chiaramente dall'attuale crisi sanitaria che il programma - o l'anti-programma - del populismo si è sviluppato all'interno della borghesia e dello Stato stesso, e non è il risultato del presunto impazzimento delle popolazioni in generale.
Non è un caso che Stati Uniti e Regno Unito, tra i paesi più sviluppati, abbiano registrato i tassi di mortalità più elevati durante la pandemia.
Tuttavia, va ricordato che gli organismi economici statali nella maggior parte dei paesi sviluppati sono rimasti comunque stabili e hanno adottato rapidamente misure di emergenza per evitare che le loro economie cadessero in caduta libera e per ritardare l'effetto della disoccupazione sulla popolazione.
Infatti, grazie all'azione delle Banche Centrali, vediamo lo Stato aumentare notevolmente il proprio ruolo nell'economia. Ad esempio:" Morgan Stanley [la banca d'investimento] osserva che le banche centrali dei paesi del G4 - Stati Uniti, Giappone, Europa e Regno Unito - aumenteranno collettivamente i loro bilanci del 28% della produzione interna lorda nel corso di questo ciclo. La cifra equivalente durante la crisi finanziaria del 2008 era del 7% ". (Financial Times del 27 giugno 2020).
Tuttavia, la prospettiva di sviluppare un capitalismo di Stato, in fondo, è un segno che la capacità dello Stato di contenere la crisi e mitigare gli effetti della decomposizione del capitalismo si sta indebolendo.
Il peso crescente dell'intervento statale in ogni aspetto dell’intera vita sociale non è una soluzione alla sua crescente decomposizione.
Non va dimenticato che c'è una forte resistenza, all'interno di questi Stati e da parte dei liberali o socialdemocratici o di frazioni significative di questi, al vandalismo del populismo. In questi paesi, questo settore della borghesia di Stato costituisce una forte opposizione, in particolare attraverso i media, che, oltre al fatto di ridicolizzare le buffonate populiste, possono dare alla popolazione la speranza di un ritorno all'ordine democratico e alla razionalità, anche se oggi non c'è una reale capacità di chiudere il vaso di Pandora populista.
E possiamo essere certi che la borghesia di questi paesi non ha affatto dimenticato il proletariato e che, quando sarà il momento, potrà schierare contro di esso tutte le sue agenzie specializzate.
Il Rapporto sulla decomposizione del 2017 evidenzia il fatto che nei primi decenni successivi all'emergere della crisi economica alla fine degli anni '60, i paesi più ricchi hanno spostato gli effetti della crisi verso i paesi alla periferia del sistema, mentre nel periodo di decomposizione la tendenza tende a invertirsi o a tornare al cuore del capitalismo, ai suoi centri vitali – come si vede con la diffusione del terrorismo, il massiccio afflusso di rifugiati e migranti, la disoccupazione di massa, la distruzione dell'ambiente e ora le epidemie mortali in Europa e in America. La situazione attuale, in cui è il paese capitalista più forte del mondo a soffrire maggiormente la pandemia, conferma questa tendenza.
Il rapporto sottolineava anche in modo lungimirante che: " ... abbiamo considerato che [la decomposizione] non ha avuto un impatto reale sull'evoluzione della crisi del capitalismo. Se l'attuale ascesa del populismo dovesse portare alla crescente influenza di questa corrente in alcuni principali paesi europei, tale impatto della decomposizione si svilupperebbe ".
Uno degli aspetti più significativi dell'attuale calamità è che la decomposizione ha travolto effettivamente l'economia in modo devastante. E questa esperienza non ha smorzato il gusto del populismo per l'ennesimo disastro economico, come evidenziato dalla continua guerra economica degli Stati Uniti contro la Cina, o dalla determinazione del governo britannico a continuare il percorso suicida e distruttivo della Brexit.
La decomposizione della sovrastruttura prende la sua "rivincita" sulle basi economiche del capitalismo che l'ha generata.
" Quando l'economia trema, tutta la sovrastruttura su cui si appoggia va in crisi e si decompone .....Prima conseguenze di un sistema, poi più spesso diventano fattori di accelerazione nel processo di declino". (Opuscolo su La decadenza del capitalismo, capitolo 1)
CCI, 16.7.20
[1] Questo era il dato ad agosto 2020. Attualmente, marzo 2021, i morti sono già diventati 2 milioni e 740mila
[2] Questo problema di percezione è stato sottolineato nel Rapporto sulla decomposizione del 22° Congresso della CCI, Rivista Internazionale n. 35, https://it.internationalism.org/content/1504/rapporto-sulla-decomposizione-oggi-22deg-congresso-della-cci-maggio-2017 [2]
[3] Questa crisi economica di lunga durata, che ha attraversato più di cinque decenni, è iniziata alla fine degli anni '60, dopo due decenni di prosperità postbellica nei paesi avanzati.
[4] https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo [17]
[5] Le proprietà antibiotiche della penicillina furono scoperte nel 1928. Durante la seconda guerra mondiale il farmaco fu prodotto in massa dagli Stati Uniti e furono preparate 2,3 milioni di dosi per lo sbarco in Normandia nel giugno 1944.
[6] GCF: Sinistra comunista di Francia, precursore della CCI.
[7] Tesi sulla decomposizione, punto 9.
Lo scorso dicembre, la CCI ha scritto alla TCI chiedendo di pubblicare la correzione di gravi falsificazioni sulla nostra organizzazione presenti sul sito web della TCI all’interno di un articolo intitolato “Sul quarantacinquesimo anniversario della fondazione della CWO[1]”.
La CCI non avrebbe richiesto tali rettifiche a un gruppo borghese. Non ci aspettiamo altro che bugie da quella parte, e denunciamo semplicemente tali calunnie come il marchio della classe nemica.
Se abbiamo chiesto alla TCI di correggere le importanti diffamazioni sulla CCI è perché consideriamo la TCI, nonostante le differenze politiche esistenti con questa tendenza, come facente parte del campo proletario internazionalista e abbiamo un interesse comune a correggere importanti deviazioni dalla verità sulla storia della Sinistra comunista[2].
Speravamo che la TCI riconoscesse queste importanti imprecisioni e allo stesso tempo accettasse di correggerle, o che ci fornisse prove per confutare le nostre correzioni.
Purtroppo, la TCI ha risposto con rabbia alla nostra richiesta, rifiutando di pubblicare qualsiasi correzione, e affermando che la nostra richiesta era una “provocazione” o un “gioco politico”. Nella sua risposta ha dichiarato che questa era la sua ultima parola sull’argomento e che questa corrispondenza era ormai chiusa[3].
Nonostante questo rifiuto, la CCI ha scritto di nuovo sperando di creare un cambiamento di stato d’animo, spiegando che la nostra richiesta di rettifica non era una provocazione o un gioco, né una polemica sull’interpretazione che la CWO dà della propria storia o un tentativo di imporre la nostra interpretazione di questa, ma il desiderio di mettere le cose in chiaro. E abbiamo notato nella nostra seconda lettera che, nonostante il rabbioso rifiuto della CWO di pubblicare le nostre correzioni, la sua risposta non confutava affatto i fatti in questione, che erano effettivamente come li avevamo descritti. Ma la TCI è stata coerente su un punto: ha mantenuto il suo rifiuto unilaterale e tre mesi dopo non aveva ancora risposto alla nostra seconda lettera.
Se oggi pubblichiamo questa corrispondenza con la TCI è perché è visibilmente impossibile raggiungere un accordo negoziato con loro, e perché consideriamo le falsificazioni abbastanza gravi da richiedere una correzione pubblica. A causa del rifiuto della TCI di discutere in privato di una correzione pubblica reciprocamente accettabile, che avremmo preferito, siamo costretti noi stessi a rendere pubblici i fatti.
La nostra prima lettera:
La CCI alla TCI
08/12/2020
Cari compagni,
Vi chiediamo di pubblicare la seguente correzione sul vostro sito web:
“Abbiamo scoperto sul vostro sito web un articolo intitolato “On the Forty-Fifth Anniversary of the Founding of the CWO [56]” che contiene una serie di falsità che diffamano la nostra organizzazione. Tre di queste sono particolarmente rilevanti e devono essere corrette:
In primo luogo, l’articolo afferma che la CCI ha “calunniato” Battaglia Comunista riguardo alle sue origini nel Partito Comunista Internazionalista nel 1943: “Abbiamo anche scoperto che le calunnie della CCI secondo cui [il PCInt] avrebbe lavorato “all’interno dei Partigiani” erano false, la questione è che il PCInt ha lavorato ovunque fosse presente la classe operaia”.
Una lettera di Battaglia Comunista alla CCI, ripresa nell’articolo “Les ambiguïtés sur les «partisans» dans la constitution du parti communiste internationaliste en Italie [57]” pubblicato nel numero 8 della Rivista Internazionale nel 1977 (e in italiano nel n°7 di Rivoluzione Internazionale), diceva:
“I compagni che lo costituirono [il Partito Comunista Internazionalista] provenivano da quella Sinistra che in Italia e all’estero per prima aveva denunciato la politica controrivoluzionaria del blocco democraticista (comprendente i partiti d’osservazione staliniana e trotskista) ed aveva per prima e da sola operato all'interno delle lotte operaie e delle stesse file partigiane per chiamare il proletariato alla lotta contro il capitalismo, di qualunque regime si ammantasse.
I compagni, che Révolution Internationale vorrebbe far passare come “resistenziali”, erano quei militanti rivoluzionari che facevano opera di penetrazione nelle stesse file partigiane per diffondere principi e tattica del movimento rivoluzionario e che per questo impegno giunsero anche a pagare con la vita”.
Il Partito Comunista Internazionalista, da cui si è formata Battaglia Comunista, ha agito e penetrato le fila dei Partigiani, secondo la sua stessa testimonianza. Così, l'affermazione e la critica di questo fatto da parte della CCI non sono in alcun modo una calunnia.
In secondo luogo, l’articolo afferma:
“nel 1980, la Terza Conferenza della Sinistra Comunista Internazionale (a Parigi) ha portato all’abbandono delle Conferenze da parte della CCI e di altri piccoli gruppi”.
Affermare che la CCI ha abbandonato le Conferenze è una pura falsificazione della realtà, una falsificazione che è di fatto contraddetta da ciò che è scritto prima nel vostro articolo:
“Alla riunione [della Terza Conferenza], la CWO e il GCI belga hanno annunciato separatamente che non avrebbero partecipato alla conferenza successiva. La CWO non ha consultato il PCInt [cioè Battaglia Comunista] prima di ciò, ma il PCInt, nella qualità di promotore delle Conferenze, ha cercato di recuperare qualcosa proponendo un nuovo criterio per la conferenza successiva che avrebbe soddisfatto (o così pensava) alcuni elementi come la CWO e il GCI, e che avrebbe costretto la CCI a prendere una posizione più chiara. Non è andata come suggerisce la CCI, cioè che il solo scopo della risoluzione era di escluderla. Questa ha cercato di ottenere dal PCInt una modificazione dei criteri per continuare a mantenere una posizione poco chiara sulla questione del partito. Il PCInt si è attenuto alla formulazione originale e la delegazione della CWO ha deciso di sostenerla.”
Come si vede, non è stata la CCI ma la CWO che voleva abbandonare le Conferenze. Il PCInt, per “salvare qualcosa”, introdusse un nuovo criterio (che si rifiutò di cambiare, ma che la CWO sostenne) per la partecipazione alla conferenza, criterio che la CCI non poteva accettare. Il dibattito sulla natura del partito tra i gruppi presenti alle Conferenze è stato artificialmente chiuso. La CCI è stata di fatto esclusa dai due gruppi, non ha mai abbandonato le Conferenze.
In terzo luogo, l'articolo afferma:
“Quando la CCI ha cominciato a fare irruzione nelle case private (apparentemente per recuperare ciò che gli apparteneva), compresa la casa di JM che era uscito assieme agli scissionisti, Aberdeen l’ha minacciata di chiamare la polizia”.
L’affermazione secondo cui la CCI “avrebbe fatto irruzione nelle case private” è una bugia maliziosa ripetuta più e più volte dai parassiti come il defunto “Communist” Bulletin Group di Aberdeen, che gli ha permesso di giustificare il furto di materiale della CCI e di giustificare le sue minacce di chiamare la polizia contro la CCI. L’insinuazione dell’articolo, che utilizza l’avverbio “apparentemente”, suggerendo così l’idea che il recupero del suo materiale da parte della CCI non fosse che un pretesto per intimidire, è un’altra menzogna messa in giro dai parassiti per giustificare le proprie nefandezze.
Uno dei principi che ha permesso di differenziare la tradizione della Sinistra Comunista dallo stalinismo e dal trotskismo è quello di dire la verità e di smascherare le bugie della controrivoluzione, specialmente la falsificazione dei fatti storici da parte di quest’ultima. Questo principio sull’accuratezza dei fatti è particolarmente importante nella storia della Sinistra Comunista. Le falsificazioni dell’articolo devono essere corrette per dare un quadro veritiero di questa storia alle nuove generazioni di militanti comunisti.
L’articolo è presente sul vostro sito web già da un bel po’ di tempo, e può essere stato visto da numerosi lettori; è per questo che chiediamo che la correzione di cui sopra appaia entro due settimane con il testo in un posto ben visibile sul vostro sito web.
Saluti comunisti,
La CCI”
La nostra seconda lettera
Anche se ha rifiutato di pubblicare questa lettera, la TCI ha effettivamente confermato le nostre correzioni, come abbiamo esposto nella nostra seconda lettera:
“Abbiamo preso nota che nella vostra lettera confermate la validità delle correzioni che vi avevamo richiesto:
I fatti in questione, che noi rettifichiamo nella nostra prima lettera e confermiamo nella seconda, e che la CWO non contesta ma si rifiuta di rettificare pubblicamente, non sono evidentemente una banalità, ma riguardano direttamente aspetti importanti dell’integrità delle posizioni della CCI. L’articolo della CWO vorrebbe far credere che il diverso comportamento espresso nei confronti dei partigiani in Italia durante la Seconda Guerra mondiale dagli antenati della CCI - la Sinistra Comunista di Francia - rispetto al PCInt, che permette di comprendere la diversa traiettoria intrapresa dalle due diverse organizzazioni nel corso degli anni '40 – sarebbe costruita sulla “calunnia”.
Poi l’articolo dice che abbiamo abbandonato le Conferenze Internazionali della Sinistra Comunista degli anni ‘70 laddove invece le abbiamo difese con le unghie e con i denti. L’impatto negativo del fallimento di queste Conferenze si fa sentire ancora oggi. E infine, l’articolo sostiene che la CCI, che ha sempre difeso l’organizzazione rivoluzionaria e il suo comportamento onesto, avrebbe utilizzato lo stesso tipo di comportamento da canaglie di coloro che hanno cercato di distruggerla con furti, calunnie e minacce di chiamare la polizia. In una parola, in un modo che è totalmente contrario ai fatti, siamo noi che siamo ritratti nell’articolo come calunniatori, canaglie e disertori.
Non si tratta di esagerazioni polemiche, ma di menzogne che ci diffamano.
È ovvio che la CCI è obbligata a difendersi pubblicamente da tali calunnie.
La CWO ha voluto che la sua storia permettesse ai nuovi membri e ai contatti di conoscere il “fondamento della nostra coscienza e delle nostre prospettive politiche attuali”. E come tale, la sua storia non poteva non avere un taglio polemico, dato che il suo passato si sovrappone in vari casi a quello della CCI. Ma questa è una ragione in più per attenersi ai fatti in modo da permettere ai nuovi militanti di conoscere la storia reale delle sue differenze con le altre tendenze. La convinzione profonda di nuovi militanti nelle posizioni della TCI, o di qualsiasi altra tendenza della Sinistra Comunista, non può basarsi su denigrazioni e falsificazioni di altre tendenze. Al contrario, la formazione di nuovi militanti della Sinistra Comunista richiede la conoscenza dei fatti.
Purtroppo, come dimostra l’esito della richiesta della CCI alla TCI, la determinazione collettiva a difendere la verità all’interno di tutta la sinistra comunista – una parte della sua tradizione storica - nonostante i reciproci disaccordi politici è sempre più dimenticata, e il tentativo di rettificare le falsificazioni viene considerato dalla TCI come un tentativo di “fare giochetti”. Per esempio, la richiesta fatta dalla CCI di essere onesti nei fatti è considerata essa stessa disonesta. E quindi negata.
Questo miserabile disinteresse per la messa in chiaro, tuttavia, è una deviazione abbastanza recente dalla tradizione della sinistra marxista e della sinistra comunista in particolare.
“La verità è rivoluzionaria” - Marx
La natura rivoluzionaria della verità ha un significato generale per il marxismo in quanto la sequenza dei cambiamenti storici da un modo di produzione ad un altro nel corso della storia umana può essere compresa scientificamente e quindi accuratamente solo come il risultato della lotta di classe. E ha un significato particolare per la lotta della classe operaia, che cerca di smascherare le bugie che la classe capitalista usa per giustificare il suo regno di sfruttamento spietato, di crisi economica e miseria, di guerra senza fine e di catastrofi. Poiché la prospettiva comunista del proletariato rivoluzionario non è quella di giustificare una nuova forma di sfruttamento, ma di abolire le classi e di creare una società di libera associazione di produttori, la ricerca della verità è la principale arma politica e teorica della classe operaia e delle sue minoranze comuniste, sia contro la borghesia che per rafforzare le proprie file.
Lo sviluppo teorico, politico e organizzativo della tradizione marxista si è svolto principalmente attraverso una polemica accurata sui fatti. Si ricordano le famose polemiche condotte da Marx ed Engels contro gli Hegeliani di sinistra (La Sacra Famiglia, L’ideologia tedesca), contro Proudhon (Miseria della filosofia), l’Anti-Dühring, la Critica del Programma di Gotha, la polemica di Rosa Luxemburg contro Eduard Bernstein (Riforma sociale o rivoluzione?), la polemica di Lenin contro i populisti russi in Che cosa sono gli amici del popolo e come lottano contro i socialdemocratici?, ecc. Sono tutte basate su ampie citazioni di scritti e resoconti precisi ed evidenti di azioni di coloro che sono oggetto di critica, e sono quindi tanto più forti e veementi. Al tempo stesso, la tradizione marxista è stata risoluta a rispondere pubblicamente alle accuse sulla sua politica, e più in particolare a smascherare calunnie e manovre al servizio del campo nemico, come attraverso il libro di Marx sulla spia di polizia Herr Vogt, o il rapporto della Prima Internazionale sulla cospirazione di Bakunin.
Questi principi di onestà e di precisione cominciarono a indebolirsi nel campo marxista con la degenerazione opportunista della Seconda Internazionale. Dopo il crollo di quest’ultima nel 1914 e l’appoggio della maggior parte dei partiti socialdemocratici alla guerra imperialista, seguiti dall’odio attivo contro l’ondata rivoluzionaria che emerse nel 1917, le calunnie contro la sinistra marxista internazionale si intensificarono e furono il preludio al tentativo di sterminare i suoi militanti. Le calunnie contro Rosa Luxemburg sulla stampa socialdemocratica, per esempio, crearono il clima per il suo assassinio nel 1919. Lenin e Trotsky sfuggirono allo stesso destino nell’estate del 1917 dopo essere stati accusati di essere agenti tedeschi dai menscevichi e da altri.
La lunga controrivoluzione staliniana che seguì l’ondata rivoluzionaria del 1917-23 intensificò questo attacco ai principi e all’onore dell’avanguardia rivoluzionaria in nome dello stesso marxismo e della classe operaia, un’ipocrisia senza precedenti nella storia. Gli attacchi staliniani, presentati sotto la veste di “polemiche marxiste”, miravano a distruggere coloro che avevano conservato l’essenza internazionalista del programma marxista di fronte alla degenerazione della Rivoluzione d’Ottobre e dell’Internazionale Comunista, cioè l’Opposizione di Sinistra di Trotsky, ma soprattutto le Sinistre Comuniste di Germania e Italia. Le falsificazioni della storia, le menzogne e le denigrazioni furono il terreno fertile per le espulsioni, le incarcerazioni, le torture, i processi farsa e gli assassinii.
Trotsky ha cercato di mantenere la vera tradizione marxista con la Commissione Dewey che, nel 1936, ha svelato le macchinazioni dei processi di Mosca con prove sistematiche e dettagliate.
Ma il trotskismo si è unito al campo borghese nella seconda guerra mondiale abbandonando l’internazionalismo, e in questo modo i suoi metodi sono diventati più o meno quelli della controrivoluzione staliniana e socialdemocratica. La menzogna e la calunnia sono diventate dei comportamenti normali nella sinistra e nell'estrema sinistra della controrivoluzione borghese. Solo la Sinistra Comunista è rimasta dalla parte del proletariato e della difesa della verità durante il massacro imperialista del 1939-45. E anche oggi, la Sinistra Comunista deve far fronte e prendere chiaramente le distanze dai metodi spregevoli della sinistra controrivoluzionaria.
Con la rinascita della tradizione della Sinistra Comunista dopo il 1968, nonostante il peso del settarismo all’interno dei vari gruppi e la difficoltà per i nuovi militanti a rompere con le tare del gauchisme, la necessità di uno sforzo comune per ristabilire la verità fu reciprocamente riconosciuta dai vari gruppi. Come dimostra la lettera della CCI alla CWO, la CCI pubblicò nel 1977 nella sua Rivista Internazionale la richiesta di Battaglia Comunista (cioè il PCInt/TCI) di una correzione dell’articolo sui Partigiani e le origini del PCInt. E all’epoca la richiesta del PCInt faceva riferimento al principio rivoluzionario della verità storica, episodio che ricordiamo nella nostra seconda lettera alla TCI:
“Nel 1976, il compagno Onorato Damen, a nome dell’esecutivo del Partito Comunista Internazionalista, ha inviato una lettera alla nostra sezione in Francia chiedendo che fossero rettificate alcune affermazioni contenute in una polemica con il PCI bordighiano pubblicata nel n. 29 del nostro giornale Révolution Internationale. Protestava, in particolare, contro ciò che avevamo scritto sulla politica del Partito riguardo alla questione dei partigiani. E concludeva la sua lettera con le seguenti righe: “vorremmo che tutti i rivoluzionari sapessero condurre un serio esame critico delle posizioni sui principali problemi politici della classe operaia di oggi, documentandosi con la serietà che è propria dei rivoluzionari, quando si tratta di ritornare (e questo è qualcosa che è sempre necessario) sugli errori del passato.” Abbiamo pubblicato l'intera lettera nella Rivista Internazionale n. 8, con, naturalmente, la nostra risposta.
Pertanto vi chiediamo: pensate forse che il compagno Damen e l’esecutivo del PCint fossero impegnati in qualche tipo di provocazione, o qualche “gioco politico”, quando ci hanno chiesto di pubblicare una rettifica?
Naturalmente, ci può essere una controversia sulla realtà dei fatti. Nella Rivista Internazionale n°87, per esempio, abbiamo pubblicato una lettera della CWO (scritta come “provocazione” o come “gioco politico”?) che sosteneva che c’erano falsificazioni in una precedente polemica con il PCInt. Noi sostenemmo invece che in realtà gli elementi in questione erano veri.”
Più recentemente, nel corso dell’ultimo decennio, questa tradizione rivoluzionaria ricordata da Onorato Damen è stata dimenticata, in parte a causa del fallimento delle Conferenze della Sinistra Comunista di cui abbiamo parlato prima, e a causa dell’emergere di una mentalità, anche se combattuta con tutte le sue forze dalla CCI, di andare “ognuno contro tutti gli altri”, in cui il principio di onestà all’interno della Sinistra comunista è stato sempre più dimenticato. Il principio della discussione e dell’azione comune stabilito da Marx nella Prima Internazionale, così come l’etica di tutte le tendenze all’interno del movimento proletario, sono stati sempre più ignorati. In concomitanza con questo fallimento, ed esacerbandolo, c’è stata una proliferazione di gruppi, spesso nient’altro che blogger scontenti, che dichiarano a parole di appartenere alla Sinistra Comunista, ma la cui vera funzione è di denigrare e calunniare questa tradizione organizzata del Comunismo di Sinistra. Quest’ultimo, nel suo insieme, non è riuscito finora a serrare i ranghi contro questo fenomeno maligno che indebolisce ulteriormente il principio di onestà all’interno della sinistra comunista[4].
L’affare del Circulo
La contaminazione da parte delle pratiche disoneste del gauchisme, i cui sintomi appaiono nelle falsificazioni della CWO nell’articolo sulla sua storia, ricorda un precedente episodio dello stesso tipo, l’infame scandalo dell’“Affare del Circulo”, quando la TCI (che si chiamava ancora Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario, BIPR) ripubblicò sul proprio sito web, senza l’ombra di una critica, una sfilza di calunnie contro la CCI, la cui origine era un gruppo immaginario dell’America Latina chiamato “Circulo de Comunistas Internacionalistas”.
Nei primi anni 2000, la CCI cominciò a discutere con un gruppo in Argentina sulle posizioni e i principi organizzativi della Sinistra Comunista e sull’analisi del movimento dei piqueteros che si era sviluppato in quel paese nel dicembre 2001. Di conseguenza, questo gruppo, il Nucleo Comunista Internacionalista, lanciò un appello internazionale ai gruppi della Sinistra Comunista per organizzare delle discussioni, appello al quale purtroppo solo la CCI rispose positivamente. Il NCI pubblicò anche una presa di posizione di condanna delle azioni di un gruppo parassita contro la CCI[5].
Tuttavia, le difficoltà che incontrano i nuovi gruppi che si avvicinano alla sinistra comunista sono state messe a nudo da un episodio strano e distruttivo.
Un individuo ambizioso all’interno del NCI (che chiameremo il Cittadino B) sviluppò un comportamento chiaramente da avventuriero all’interno del gruppo, assumendo le sembianze di un guru, e richiese di essere immediatamente integrato nella CCI. Quando le condizioni di questa richiesta furono respinte, si vendicò sostenendo che il NCI si era trasformato nel “Circulo de Comunistas Internacionalistas”, un gruppo politico immaginario! Questa scandalosa usurpazione veniva effettuata all’insaputa degli altri membri del NCI.
In nome di questo fantomatico gruppo, il “Circulo”, il cittadino B iniziò a pubblicare delle prese di posizione su Internet e sul suo account personale, ribaltando le precedenti posizioni del NCI contro il parassitismo, anzi appoggiando gli attacchi di quest'ultimo contro la CCI.
La prima di queste prese di posizione fu distribuita in forma cartacea ad una riunione pubblica della TCI a Parigi proprio dal gruppo parassita GIGC[6]. In essa si poteva leggere:
“È la voce unilaterale della CCI che, adottando le nefaste lezioni dello stalinismo del 1938 per liquidare la vecchia guardia bolscevica, cerca oggi di fare la stessa cosa: liquidare politicamente i compagni rivoluzionari per il semplice fatto di non essere d’accordo con la sua linea politica.”
E non abbiamo solo Stalin, ma anche Goebbels:
“È necessario porre fine alla calunnia e alla politica di Goebbels di mentire e mentire ancora e ancora, in modo che rimanga qualcosa.”
Tutta questa spazzatura calunniosa contro la CCI, che proviene dalle prese di posizione di questo falso “Circulo” senza la minima prova a sostegno, è stata pubblicata senza commento e senza il minimo tentativo di verifica, in diverse lingue, sul sito web della TCI. L’inesistente Circulo fu addirittura salutato da quest’ultima come un reale contributo nelle file dei rivoluzionari.
La CCI, allarmata dal fatto che sul sito web di un gruppo della Sinistra Comunista fossero pubblicate delle calunnie contro un’altra tendenza della Sinistra Comunista, scrisse immediatamente alla TCI fornendo le prove che il Circulo era la grottesca invenzione di un avventuriero e chiedendo alla TCI di pubblicare il suo testo di rettifica contro questa oltraggiosa calunnia. Ci sono volute tre lettere della CCI e tre settimane prima che questo avvenisse. Ma il problema non si ferma lì.
Intanto la CCI aveva contattato gli altri membri del NCI per corroborare i fatti, scoprendo così che questi erano rimasti sbalorditi nell’apprendere dell’usurpazione e delle calunnie del Cittadino B e del suo Circulo, decidendo di scrivere loro stessi una presa di posizione per denunciare questa impostura e sostenere i fatti presentati dalla CCI[7].
Venendo a sapere di questo contatto, il cittadino B raddoppiò le calunnie del suo primo testo producendo una seconda invettiva:
“… queste telefonate non erano innocenti. Avevano la subdola intenzione di distruggere il nostro piccolo nucleo o i suoi singoli militanti, provocando sfiducia reciproca e gettando i semi della divisione nelle file del nostro piccolo gruppo.
… l’attuale politica della CCI sta provocando dubbi e un’atmosfera interna di sfiducia reciproca. Essa usa la tattica staliniana della "terra bruciata", cioè non solo la distruzione del nostro piccolo e modesto gruppo, ma anche un’opposizione attiva a qualunque tentativo di raggruppamento rivoluzionario che non sia guidato dalla CCI attraverso la sua politica settaria e opportunista. E per fare questo, non esita a utilizzare tutta una serie di manovre ripugnanti il cui obiettivo principale è di demoralizzare i suoi avversari e, in questo senso, eliminare ogni "potenziale nemico"”.
Il cittadino B è stato così preso dalle sue manovre e calunnie che ha finito per accusare la CCI di aver distrutto un gruppo che lui stesso aveva cercato di sostituire con un altro gruppo completamente fittizio creato dalla sua immaginazione! Ma quando questa seconda dichiarazione calunniosa del “Circulo” è apparsa sul sito web della TCI, questa ha rifiutato di pubblicare la dichiarazione del NCI che, da un lato, smascherava completamente la frode del "Circulo" e, dall’altro, permetteva di chiarire e verificare in modo indipendente l’intera storia. La TCI non l’ha fatto neanche quando i fatti sono diventati evidenti e il Circulo e il Cittadino B sono scomparsi senza lasciare traccia, né ha pubblicato alcuna ritrattazione o chiarimento sul perché queste calunnie siano apparse sul suo sito web, né ha riconosciuto il danno che tutto ciò ha potuto provocare non solo alla reputazione della TCI, ma di tutta la Sinistra Comunista. La dichiarazione menzognera del Circulo è persino rimasta sul sito web della TCI per diverse settimane prima di essere alla fine rimossa, come se nulla fosse accaduto.
La CCI ha successivamente scritto una lettera aperta ai militanti della TCI sull’estrema gravità di favorire l’infiltrazione dei metodi marci del gauchisme nei comportamenti della Sinistra Comunista. Abbiamo promesso in quella lettera aperta che qualunque azione dello stesso tipo dello scandalo del Circulo sarebbe stata smascherata, specialmente se la TCI avesse cercato di nuovo di uscire dallo scandalo trattando le nostre lettere con il silenzio[8]. Questo articolo è la concretizzazione di quella promessa.
Invece di imparare da questa esperienza e riconoscere gli attacchi del Circulo per quello che erano, così come il proprio grave errore nel pubblicarli, la TCI rispose all’epoca aggiungendo l’insulto al danno subito dalla CCI. Invece di denunciare la frode del Circulo, denunciò la CCI come un’organizzazione paranoica in pieno processo di disintegrazione, presentando sé stessa come una vittima degli attacchi “volgari e violenti” della CCI.
Pertanto il crimine del fiasco del Circulo, secondo questo scenario, non fu che la TCI facilitò un infame attacco ad un altro gruppo della Sinistra Comunista, ma il fatto che la CCI abbia reagito a questo scandalo denunciando la frode per quello che era.
Purtroppo l’impudenza non si è fermata lì. Dopo aver giocato un ruolo importante all’origine del disastro del Circulo, la TCI ha poi affermato di essere troppo occupata per aiutare a sistemare la questione e rispondere alle critiche della CCI. Questo significa che il suo importante lavoro per la lotta di classe non le consentiva del tempo per delle dispute tra piccoli gruppi, come se il tentativo di trascinare un gruppo della Sinistra Comunista nel fango fosse una preoccupazione minore.
Se ricordiamo questa storia del Circulo in questo articolo è per mostrare come non siano state tirate le opportune lezioni dal passato e i pregiudizievoli errori che ancora una volta ne derivano. In modo simile all’episodio del Circulo, le recenti affermazioni diffamatorie sulla CCI contenute nell’articolo sulla storia della CWO sono ancora presenti sul suo sito. Non solo la TCI ha rifiutato di pubblicare la confutazione della CCI, ma ha anche rifiutato di discutere la questione con la CCI, anche se privatamente non nega i fatti contestati.
Di fatto, nella sua lettera la TCI risponde alla nostra richiesta di ristabilire i fatti con degli insulti simili a quelli che ci ha lanciato nel 2004. A sentire la TCI, il problema non sarebbero le falsificazioni presenti nell’articolo, ma la CCI che fomenta confusione chiedendo che queste vengano pubblicamente corrette. La CWO sostiene che la CCI sta facendo un gioco politico per screditarla. E finge di essere troppo occupata per portare avanti la questione, ciao!
In realtà, il "gioco politico" sta in questo tentativo di mascherare le falsificazioni contenute nell’articolo rendendole ancora peggiori. Il principale discredito sta lì. La rettificazione pubblica delle falsificazioni originali avrebbe invece costituito un elemento di merito per la CWO.
La Sinistra Comunista: posizioni rivoluzionarie + un comportamento rivoluzionario
L’implicazione delle risposte della TCI alla nostra critica è che la CCI non si preoccupa della lotta di classe, ma solo dei conflitti tra gruppi rivoluzionari. Uno sguardo al lavoro della CCI sul suo sito negli ultimi 45 anni rivela immediatamente che questo non è vero.
Non serve a niente pretendere, per nascondere le proprie mancanze a tale riguardo, che la questione del comportamento onesto tra le organizzazioni rivoluzionarie sia secondaria o irrilevante rispetto agli obiettivi politici generali, alle analisi e agli interventi della Sinistra Comunista. L’onestà organizzativa di quest’ultima nella classe operaia è indispensabile al suo successo finale. Al contrario, adottare o scusare comportamenti vicini al gauchisme può solo far correre il rischio di demoralizzare chi rompe con la sinistra controrivoluzionaria per avvicinarsi a posizioni internazionaliste.
Anche se il Cittadino B e il suo Circulo non sono riusciti a far sparire immediatamente il NCI nel 2004, come aveva desiderato, il NCI non è comunque riuscito a sopravvivere a questo episodio del tutto fraudolento che era, come abbiamo spiegato, più tipico del gauchisme da cui il NCI stava cercando di scappare che dell’ambiente della Sinistra Comunista a cui pensava di aver aderito. L’esperienza ha avuto effetti demoralizzanti a lungo termine sui suoi membri.
Oggi, senza un comportamento rivoluzionario dei gruppi della Sinistra Comunista, esiste un pericolo reale di distruggere il potenziale di nuovi militanti che si avvicinano alle posizioni di classe.
Senza un comportamento rivoluzionario, i nuovi militanti rivoluzionari avranno difficoltà a distinguere non solo la Sinistra Comunista da tutti gli strati del gauchisme, ma la vera Sinistra Comunista da quella falsa. Gli innumerevoli microgruppi, avventurieri e individui pieni di rancore che oggi pretendono di far parte della tradizione della Sinistra Comunista, quando invece si dedicano a screditarla, come nel caso del famigerato Circulo, sono la prova che la piattaforma internazionalista è ben più di un documento, è uno stile di vita e di integrità organizzativa.
Se però i vari gruppi aderissero a uno standard comune di comportamenti, ciò rafforzerebbe la presenza dei gruppi di Sinistra Comunista all’interno della classe operaia.
Il programma politico della Sinistra Comunista, cioè l’elaborazione nella classe operaia della verità rivoluzionaria della lotta proletaria, dipende da un comportamento organizzativo coerente con queste idee politiche. La lotta per l’unità internazionalista del proletariato contro le menzogne dell’imperialismo e di tutti i suoi ideologi, per esempio, non può essere portata avanti con gli stessi valori morali di questi ultimi e il loro disprezzo per la verità.
Questo non è un appello a un’idea morale eterna, ma il riconoscimento che il fine e i mezzi di un’organizzazione rivoluzionaria, l’obiettivo e il movimento, sono inseparabili e in costante interazione.
La CCI, nell’esporre le falsificazioni presenti nell’articolo sulla storia della CWO, non sta facendo un “gioco”. Essa è molto seria e continuerà a fare della questione dell’onestà rivoluzionaria e della correttezza un aspetto centrale dell’intervento comunista.
“Partecipare alla lotta della Sinistra Comunista non significa solo difendere le sue posizioni politiche. Significa anche denunciare i comportamenti politici come le maldicenze, le menzogne, le calunnie e i ricatti che voltano le spalle ai principi della lotta del proletariato per la sua emancipazione.[9]”
[1] Communist Workers Organisation, gruppo affiliato alla TCI in Gran Bretagna. L’articolo On the Forty-Fifth Anniversary of the Founding of the CWO [56] è pubblicato sul sito www.leftcom.org [58].
[2] Oltre alla CWO, la principale organizzazione della TCI è il Partito Comunista Internazionalista (Battaglia Comunista) in Italia. Come per la CCI, queste organizzazioni sono eredi della tradizione della Sinistra comunista, conosciuta soprattutto per le sue posizioni internazionaliste durante la seconda guerra mondiale. Tra il 1984, quando iniziò la formazione del raggruppamento formale della CWO e del PCInt, e il 2009, la TCI si chiamava BIPR (Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario).
[3] La risposta della TCI è stata inviata dal “Comitato esecutivo della CWO”.
[4] Questo non vuol dire che il PCInt/TCI sia stato incapace di reagire a tali calunnie contro sé stesso. Nel 2015, è apparsa sul sito della TCI una presa di posizione, “A proposito di alcune infami calunnie [59]”, che denunciava le menzogne di ex militanti contro dei membri della TCI: “Nulla – registrando anche da questo punto di vista la perdita di senso politico – ci è stato da loro risparmiato: paura, viltà, tradimento, opportunismo personale, fino all’accusa di legami con forze dello Stato borghese. (…). Non è mai stato prodotto uno straccio di prova. Ma visto che è chi accusa ad aver l’onere di produrre delle prove, è la stessa assenza di evidenze concrete a testimoniare l’infamia di questi individui e delle loro manovre. (…) Nella storia del nostro Partito una cosa così grave può trovare il suo corrispettivo – fatte le debite proporzioni – solo durante la seconda guerra mondiale, quando i militanti internazionalisti erano nel mirino degli sgherri togliattiani, che giustificavano la loro azione persecutoria, fino all'omicidio politico, accusandoci di “essere al servizio della Gestapo”.
Tuttavia, la TCI ha rifiutato di generalizzare questa esperienza e di tracciare gli ovvi paralleli che esistono in simili attacchi contro la CCI. Pertanto non è stata in grado di difendere il campo della Sinistra Comunista nel suo insieme contro un ambiente ostile di calunniatori e di denigratori. Peggio ancora, la TCI ha fatto il grande errore di cercare di reclutare nuovi membri e sezioni all’interno di tali fogne, venendone inevitabilmente contagiata, a scapito della Sinistra Comunista nel suo insieme.
La CCI da parte sua ha sempre cercato di difendere gli altri gruppi della Sinistra Comunista dalle calunnie, anche se la solidarietà della CCI non è mai stata ricambiata. Ha ad esempio sostenuto la TCI nel caso delle “infami calunnie” denunciate sopra con una Dichiarazione di solidarietà con la TCI [60]. La CCI ha fatto lo stesso quando il gruppo Los Angeles Worker’s Voice ha lanciato una campagna per diffamare la TCI (vedi Révolution Internationale n°325 : Milieu politique prolétarien - Une attaque parasitaire contre le BIPR [61]).
[5] Vedi Le Núcleo Comunista Internacional: Un effort de prise de conscience du prolétariat en Argentine [48] per una storia di questo gruppo.
[6] GIGC, gruppo che prima si chiamava FICCI. Per una storia di questo gruppo, vedi: L'avventuriero Gaizka ha i difensori che si merita: le canaglie del GIGC [62].
[7] I compagni del NCI hanno anche cercato di incontrare faccia a faccia il cittadino B. a Buenos Aires, per metterlo di fronte ai fatti. Ma questi si è reso irreperibile.
Per quanto riguarda la crisi economica, possiamo chiaramente sostenere le due seguenti prospettive:
1. La crisi che si profila già da ora sarà, nella sua portata storica, la più grave della decadenza, superando sotto questo aspetto quella iniziata nel 1929.
2. La novità nella storia del capitalismo è che gli effetti della decomposizione avranno un peso molto importante sull'economia e sullo sviluppo della nuova fase aperta dalla crisi.
Tuttavia, al di là della validità di queste previsioni generali, la situazione senza precedenti che si è aperta sarà più che mai dominata da una forte incertezza. Più precisamente, allo stadio attuale raggiunto dalla crisi storica da sovrapproduzione, l'irruzione della decomposizione sul terreno economico sconvolge profondamente i meccanismi del capitalismo di Stato, intesi ad accompagnare e limitare l'impatto della crisi. Pertanto, sarebbe falso e pericoloso trarne come conseguenza il fatto che la borghesia non utilizzerà al massimo le sue capacità politiche per rispondere, al meglio dei suoi interessi, alla crisi economica globale che sta cominciando a manifestarsi. L'irruzione del peso della decomposizione significa un ulteriore fattore di instabilità e fragilità nel funzionamento economico che rende particolarmente difficile analizzare l'evoluzione della situazione.
In passato, troppo spesso, abbiamo puntato gli occhi solo sugli aspetti della situazione che spingevano la crisi economica del capitale verso il suo inesorabile aggravamento non tenendo sufficientemente conto di tutti i fattori che tendevano a frenarne lo sviluppo. Tuttavia, per essere fedeli al metodo di analisi marxista consistente nell'individuare le tendenze, certamente storicamente pesanti, dobbiamo tracciare delle prospettive, ma anche le controtendenze che la borghesia non tarderà ad attuare. Bisogna quindi individuare, il più chiaramente possibile, le linee generali di sviluppo futuro, senza cadere in previsioni azzardate ed incerte. Dobbiamo armarci per affrontare la situazione, assicurandoci di sviluppare e attuare la nostra capacità di riflessione e di risposta rapida agli eventi di grandissima importanza che sicuramente si presenteranno. Il nostro metodo deve essere ispirato al seguente approccio: "Il marxismo può tracciare con certezza solo linee principali e tendenze storiche generali. Il compito delle organizzazioni rivoluzionarie deve ovviamente essere quello di individuare delle prospettive per il loro intervento nella classe, ma queste prospettive non possono essere "previsioni" basate su modelli matematici deterministici (e tanto meno prendendo alla lettera le previsioni degli "esperti" della borghesia, o nel senso di un falso "ottimismo" o di un altrettanto mistificante "allarmismo")" (estratto da un contributo interno).
La crisi del 2008 ha rappresentato un momento molto importante per il capitalismo. La ripresa (2013-2018) è stata molto debole, la più debole dal 1967. È stata descritta dalla borghesia come una ripresa "morbida". Per il decennio 2010-2020, prima della crisi del Covid19, il sito di Cycle Business Bourse ha stimato, sembra realisticamente, una crescita mondiale di poco inferiore al 3% in media annua. La crisi economica venuta alla luce con la pandemia aveva già visto le sue prime chiare espressioni, soprattutto a partire dal 2018. Lo abbiamo evidenziato nel Rapporto e nella Risoluzione sulla situazione internazionale del 23° Congresso della CCI (2019): "La situazione del capitalismo è stata segnata, dall'inizio del 2018, da un netto rallentamento della crescita mondiale (passata dal 4% nel 2017 al 3,3% nel 2019), che la borghesia prevede come duratura e che dovrebbe peggiorare nel 2019-20. Questo rallentamento si è rivelato più rapido del previsto nel 2018, poiché l'FMI ha dovuto rivedere al ribasso le sue previsioni nei prossimi due anni e cointeresserà contemporaneamente differenti parti del capitalismo: Cina, Stati Uniti, zona euro. Nel 2019, Il 70% dell'economia mondiale ha rallentato ed in particolare i paesi "avanzati" (Germania, Regno Unito). Alcuni paesi emergenti sono già in recessione (Brasile, Argentina, Turchia), mentre la Cina, rallentando dal 2017 e con una crescita stimata al 6,2% per il 2019, incassa dati di crescita tra i più bassi degli ultimi trent'anni" (Punto 16 della Risoluzione).
È in questo contesto di rallentamento della crescita che la pandemia da Covid 19 è diventata un potente acceleratore della crisi economica, mettendo in primo piano tre fattori:
La più importante manifestazione della gravità della crisi è che, a differenza del 2008, ad essere i più colpiti soni i paesi più centrali (Germania, Cina e soprattutto Stati Uniti); anche se essi hanno tutti i mezzi per attutire la crisi, l'onda d'urto destabilizzerà fortemente l'economia mondiale.
Prima che scoppiasse la crisi sanitaria, il forte calo dei prezzi del petrolio ha colpito duramente gli Stati Uniti: c'era stata una "guerra dei prezzi" sul petrolio. Di conseguenza, i prezzi del petrolio sono diventati, forse per la prima volta nella storia, negativi. Anche i più ottimisti analisti in materia di energia prevedono il fallimento di un centinaio di compagnie petrolifere negli Stati Uniti. Alcuni hanno accumulato miliardi di dollari di debiti, molti dei quali ad alto rischio: "Il primo focolaio di rischio nel debito delle imprese è l'energia", afferma Capital Economics, sebbene Macadam ritenga che non si tratti di un rischio sistemico. Ma una catena di fallimenti nel settore petrolifero aumenterebbe il rischio di una crisi finanziaria. E se uno dei colossi petroliferi più indebitati del mondo - Shell, per esempio, che ha un debito di 77 miliardi di dollari, uno dei più alti al mondo - si trovasse nei guai, le ripercussioni sarebbero devastanti"[1].
Questi prezzi negativi sono una perfetta illustrazione del livello di irrazionalità del capitale. La sovrapproduzione di petrolio e la speculazione sfrenata in questo settore fanno sì che i proprietari di petrolio paghino per sbarazzarsi del petrolio in eccesso che non può essere immagazzinato per mancanza di spazio.
Mentre nel 2008 il fallimento delle banche è stato principalmente prodotto dalla speculazione immobiliare, oggi sono direttamente le imprese produttive a mettere in pericolo il settore bancario: "Le quattro maggiori società americane, JP Morgan, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo hanno investito ciascuna più di 10 miliardi di dollari nel settore del fracking petrolifero [tecnica di estrazione del petrolio che si basa sulla fratturazione dei pozzi petroliferi in profondità per aumentare le possibilità di estrazione] nel solo 2019, secondo Statista. E ora queste compagnie petrolifere corrono il serio rischio di diventare insolventi, lasciando carta straccia sui bilanci delle loro banche (...) Secondo Moody's, il 91% dei fallimenti di imprese statunitensi nell'ultimo trimestre dello scorso anno sono stati nel settore del petrolio e del gas. I dati forniti da Energy Economics and Financial Analysis indicano che le imprese di fracking non sono state, lo scorso anno, in grado di ripagare 26 miliardi di dollari di debiti"[2]. Con la pandemia, la situazione sta seriamente peggiorando: "la Consulting Rystad Energy stima che anche se il barile dovesse recuperare i 20 $ al barile, 533 compagnie petrolifere statunitensi potrebbero diventare insolventi entro il 2021. Ma se i prezzi restassero a 10 $, potrebb ero esserci più di 1.100 fallimenti, praticamente tutte le società"[3].
Il capitalismo - attraverso il capitalismo di Stato - compie uno sforzo enorme per proteggere i centri vitali del sistema e prevenire una brusca caduta, come afferma il rapporto sulla crisi del 23° Congresso della CCI: "Facendo affidamento sulle leve del capitalismo di Stato e traendo le lezioni del 1929, il capitalismo è in grado di preservare i suoi centri vitali (in particolare Stati Uniti e Germania), di accompagnare la crisi, di attenuarne gli effetti respingendoli verso i paesi più deboli, di rallentare il loro ritmo prolungandoli nel tempo".
Il capitalismo di Stato ha seguito diverse fasi che abbiamo iniziato ad affrontare, in particolare in occasione di una delle nostre Giornate di Studio del 2019. Dal 1945, le esigenze dei blocchi imperialisti hanno imposto un certo coordinamento della gestione statale dell'economia al livello internazionale, in particolare nel blocco americano, con la creazione di organizzazioni internazionali di "cooperazione" (OCSE -Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico; FMI - Fondo monetario Internazionale, inizio della UE - Europa Unita e dell’organizzazione commerciale GATT - Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio).
Negli anni '80, il capitale dei paesi centrali, travolto dalla montata della crisi e colpito da una caduta brusca dei profitti, cerca di spostare intere sezioni della produzione in paesi dove la forza lavoro era molto meno cara, come la Cina. A tal fine è stata necessaria una fortissima "liberalizzazione" finanziaria su scala globale che ha consentito di mobilitare il capitale per effettuare gli investimenti necessari. Negli anni '90, dopo il crollo del blocco dell'Est, si sono rafforzate le organizzazioni internazionali, dando vita a una struttura di "cooperazione internazionale" a livello monetario e finanziario, per il coordinamento delle politiche economiche, l'instaurazione di filiere produttive internazionali, lo stimolo del commercio mondiale attraverso l'eliminazione delle barriere doganali, ecc. Questo quadro è stato messo in atto a beneficio dei paesi più forti: essi potevano conquistare nuovi mercati, delocalizzare la loro produzione e appropriarsi di alcune delle aziende più redditizie dei paesi più deboli. Questi ultimi sono stati costretti a cambiare la propria politica statale. D'ora in poi, la difesa dell'interesse nazionale non è più passata attraverso la protezione doganale delle industrie chiave ma attraverso lo sviluppo delle infrastrutture, la formazione della forza lavoro, l'espansione internazionale delle proprie aziende chiave, la captazione degli investimenti internazionali, ecc.
C'è stata "una vasta riorganizzazione della produzione capitalistica su scala planetaria tra il 1990 e il 2008. Sul modello di riferimento dell'UE, eliminazione delle barriere doganali tra gli stati membri, l'integrazione di molti rami della produzione mondiale è stata rafforzata sviluppando vere catene di produzione su scala planetaria. Combinando logistica, informatica e telecomunicazioni, consentendo economie di scala [Per economia di scala si intende la possibilità di realizzare una diminuzione del costo unitario del prodotto], il maggiore sfruttamento della forza lavoro del proletariato (attraverso l'aumento della produttività, la concorrenza internazionale, la libera circolazione di mano d'opera per imporre salari più bassi), la sottomissione della produzione alla logica finanziaria di massimo rendimento, il commercio mondiale ha continuato ad aumentare, anche se più debolmente, stimolando l'economia mondiale, di un "secondo" respiro che ha prolungato l'esistenza del sistema capitalista" (punto 18 della Risoluzione sulla situazione internazionale adottata al 23° Congresso della CCI).
Questa "cooperazione internazionale" ha costituito una politica molto rischiosa e audace per alleviare la crisi e mitigare alcuni degli effetti della decomposizione sull'economia, cercando di limitare l'impatto della contraddizione del capitalismo tra la natura sociale e globale della produzione e la natura privata dell'appropriazione del plusvalore da parte delle nazioni capitaliste concorrenti. Una tale evoluzione del capitalismo decadente è spiegata nella nostra brochure sulla decadenza quando, criticando la visione secondo la quale la decadenza sarebbe sinonimo di blocco definitivo e permanente dello sviluppo delle forze produttive, si afferma: "Se ci poniamo nell'ipotesi [che non è la nostra] di un blocco definitivo e permanente di questo sviluppo, solo un restringimento "assoluto" dello sviluppo costituito dai rapporti di produzione esistenti potrebbe spiegare un movimento netto di approfondimento di questa contraddizione. Ora, possiamo constatare che il movimento che generalmente si verifica durante le varie decadenze della storia (compreso il capitalismo) tende più verso un allargamento dell'involucro fino ai suoi limiti estremi che ad un restringimento. Sotto l'egida dello Stato e sotto la pressione delle necessità economiche e sociali, il guscio si distende spogliandosi di tutto ciò che può rivelarsi superfluo ai rapporti di produzione non essendo strettamente necessario alla sopravvivenza del sistema". Questo è ancora più vero per il capitalismo, il modo di produzione più duttile e dinamico della storia fino ad oggi.
Come dimostrano il Rapporto sulla crisi economica e la Risoluzione sulla situazione internazionale del 23° Congresso della CCI, questa "organizzazione mondiale della produzione" ha iniziato a subire scosse nella seconda decina degli anni 2000: la Cina, dopo aver abbastanza beneficiato dei meccanismi mondiali di commercio (l'OMC), ha iniziato a sviluppare un meccanismo economico, commerciale e imperialista parallelo (la nuova Via della Seta). La guerra commerciale si è accelerata con l'ascesa al potere di Trump... Questi fenomeni esprimono chiaramente che il capitalismo stava incontrando difficoltà sempre più grandi nella sua tendenza ad ampliare questo famoso involucro citato nella nostra brochure sulla decadenza del capitalismo.
"Dagli anni '60, questo indicatore [che misura la proporzione tra esportazioni e importazioni in ciascuna economia nazionale] ha seguito una tendenza al rialzo che ha subito un rallentamento negli ultimi 18 mesi. Nel corso di questo periodo è passato da circa il 23% a una stabilizzazione intorno al 60%, e dal 2010 è costantemente diminuito”[4].
Tre fattori all'origine della crisi pandemica mostrano l'irruzione degli effetti della decomposizione sul terreno economico: "ciascuno per sé", incuria e irresponsabilità degli Stati. Due tra questi trovano la loro origine direttamente nella decomposizione capitalista: ciascuno per sé e l'irresponsabilità. Si tratta di fattori molto delicati che la borghesia - almeno nei paesi centrali - era riuscita a controllare il più possibile, anche se con difficoltà crescenti. Allo stadio attuale raggiunto dallo sviluppo delle contraddizioni interne del capitalismo, e visto come queste ultime si manifestano nell'evoluzione della crisi, l'esplosione degli effetti di decomposizione diventa ora un fattore di aggravamento della crisi economica, di cui abbiamo visto solo le prime conseguenze. Questo fattore influenzerà lo sviluppo della crisi costituendo un ostacolo all'effettiva efficacia delle attuali politiche di capitalismo di Stato. "Rispetto alle risposte alle crisi del 1975, 1992, 1998 e 2008, vediamo come prospettiva una notevole riduzione della capacità della borghesia di limitare gli effetti della decomposizione sul terreno economico. Fino ad ora, attraverso una "cooperazione internazionale" dei meccanismi di capitalismo di Stato - quella che è stata chiamata "mondializzazione", la borghesia era riuscita a preservare il terreno vitale dell'economia e del commercio mondiale dagli effetti centrifughi altamente pericolosi della decomposizione. Alla più grave delle convulsioni economiche del 2007-2008 e nel 2009-2011, con la crisi del "debito sovrano", la borghesia ha potuto coordinare le sue risposte che le hanno permesso di attenuare un poco i colpi della crisi e di garantire una ripresa "anemica" nella fase 2013-2018" (contributo interno alla CCI sulla crisi economica).
Con la pandemia, abbiamo visto come la borghesia cerca di raggruppare la popolazione dietro lo Stato rilanciando l'unità nazionale. A differenza del 2008, quando il tono nazionalista non era così forte, ora le borghesie di tutto il mondo hanno chiuso le loro frontiere, diffondendo così il messaggio: "dietro i confini nazionali si trova protezione, i confini aiutano a contenere il virus". È un modo per i diversi Stati di cercare di radunare la popolazione dietro di loro; parlano dappertutto in termini marziali: "siamo in guerra, e la guerra ha bisogno di unità nazionale", con i messaggi "lo Stato vi aiuterà", "vi salveremo"; "chiudendo le frontiere, allontaneremo il virus". Imponendo piani di emergenza, organizzando chiusure, gli Stati vogliono far passare il messaggio: "uno Stato forte è il vostro migliore alleato".
L'OMS è stata completamente inoperante anche se la sua azione era vitale per lo sviluppo di un'azione medica efficace. Ogni Stato temendo una perdita di posizione competitiva rispetto agli altri ha ritardato in maniera suicida le misure per far fronte alla pandemia. L'ottenimento di attrezzature sanitarie ha visto lo spettacolo sbalorditivo di furti di ogni tipo, di colpi bassi tra Stati (e anche all'interno di ciascuno Stato). Nell'Unione Europea, dove la "cooperazione tra Stati" era arrivata il più lontano possibile, abbiamo assistito alla crescita brutale ed incontrollata del protezionismo e del "ciascuno per sé" economico. Non solo l'UE non ha alcuna possibilità giuridica di imporre le proprie regole nel settore sanitario, ma soprattutto ogni Paese ha adottato misure per difendere i propri confini, le proprie catene d'approvvigionamento e si è assistito, per la prima volta, a un vero e proprio blocco delle merci, alla confisca di attrezzature sanitarie - e al divieto di consegnarle ad altri paesi europei.
Abbiamo qui un'illustrazione, ancora più grave, della prospettiva espressa dalla Risoluzione sulla situazione internazionale dell'ultimo Congresso della CCI: " L'attuale sviluppo della crisi, con le crescenti perturbazioni che esso provoca nell’organizzazione della produzione in una costruzione multilaterale unificata attraverso regole comuni internazionali, mostra i limiti della "globalizzazione": il bisogno sempre maggiore di unità (che non ha mai significato altro che l'imposizione della legge del più forte sui più deboli) a causa della interconnessione "transnazionale" della produzione altamente segmentata paese per paese (in cui ogni prodotto è concepito qui, assemblato là con l'ausilio di elementi prodotti altrove) si scontra con la natura nazionale di ogni capitale, con i limiti stessi del capitalismo, irrimediabilmente diviso in nazioni concorrenti e rivali, il massimo grado di unità che il mondo borghese non può superare. Il peggioramento della crisi (così come le esigenze delle rivalità imperialiste) ha gravemente eroso le istituzioni e i meccanismi multilaterali." (punto 20).
Quello che stiamo vedendo è che in risposta alla pandemia si è sviluppato un ritorno molto significativo alle misure di "ricollocazione nazionale" della produzione, di preservazione dei settori chiave in ogni capitale nazionale, sviluppo di ostacoli alla circolazione internazionale di merci e persone, ecc., tutti fattori che possono solo determinare gravi conseguenze sullo sviluppo dell'economia mondiale e sulla capacità complessiva della borghesia di rispondere alla crisi. Il ripiego nazionale non può che aggravare la crisi portando a una frammentazione delle catene di produzione che in precedenza avevano una dimensione globale, e ciò non può che seminare caos nelle politiche monetarie, finanziarie, commerciali ... Questa situazione può portare al blocco e persino al collasso parziale di alcune economie nazionali. È troppo presto per valutare le conseguenze di questa relativa paralisi dell'apparato economico. Ciò che è più grave e significativo, tuttavia, è che questa paralisi si stia verificando a livello internazionale.
La risposta generalizzata degli Stati alla pandemia ha illustrato la validità di un'analisi del Rapporto sulla crisi economica del 23° Congresso della CCI: “Una delle maggiori contraddizioni del capitalismo è quella derivante dal conflitto tra la natura sempre più globale della produzione e la struttura necessariamente nazionale del capitale. Spingendo al limite le possibilità di "associazioni" di nazioni a livello economico, finanziario e produttivo, il capitalismo ha ottenuto una significativa "boccata d'aria" nella sua lotta contro la crisi che lo sta incancrenendo, ma allo stesso tempo si è messo in una situazione rischiosa. Questa corsa precipitosa al multilateralismo si sta sviluppando in un contesto di decomposizione, cioè in una situazione in cui l'indisciplina, le tendenze centrifughe, il radicamento nella struttura nazionale, sono sempre più potenti e colpiscono non solo le frazioni di ogni borghesia nazionale ma coinvolgono anche ampi settori della piccola borghesia e perfino frange di proletari che credono erroneamente che il loro interesse sia legato alla nazione. Tutto questo si cristallizza in una sorta di "rivolta nazionalista nichilista" contro la <<globalizzazione>>".
Esaminiamo di seguito la risposta avviata dalla borghesia, che va ad articolarsi in 3 parti:
1) proseguimento dell’indebitamento abissale;
2) ripiego nazionale;
3) attacco brutale alle condizioni di vita della classe operaia.
Il debito globale era pari a 255.000 miliardi di $ nel 2020, il 322% del PIL globale, mentre prima della crisi del 2008 era pari a 60.000 miliardi di $, con il PIL globale che da allora è progredito solo relativamente e "lentamente". Abbiamo qui un quadro dello sviluppo dell'indebitamento pubblico e privato degli ultimi tredici anni e che ha contribuito a sostenere quella che la borghesia ha chiamato crescita "morbida". Di fronte alla violenta accelerazione della crisi economica causata dalla pandemia, la borghesia ha reagito ovunque nel mondo stampando moneta attraverso le banche centrali di tutti i paesi, sviluppati ed emergenti. A differenza della crisi del 2008, non è stato attuato alcun coordinamento tra le principali banche centrali del mondo. Questa massiccia creazione di moneta centrale e di debiti è stata dettata dalla elevata preoccupazione che ha immediatamente investito la classe borghese di fronte alla portata della recessione che sembra aprirsi davanti. Prendendo una media dei dati forniti dalla borghesia alla fine di maggio, abbiamo le seguenti previsioni di cali di crescita:
Se prendiamo l'ipotesi più bassa avanzata dalla borghesia e in assenza di una seconda ondata di pandemia, la crescita mondiale nel 2020 dovrebbe registrare una forte contrazione di almeno il 3%, cioè un calo molto più marcato rispetto al periodo della crisi del 2008-2009.
Di seguito una sintesi delle prospettive incerte espresse dal FMI (che è in linea con le previsioni formulate dagli organi ufficiali a livello internazionale):
Paesi 2019 2020 |
Paesi avanzati 2,9 - 3 |
Zone euro 1,7 - 6,1 |
Germania 0,6 - 7 |
Francia 1,3 - 7,2 |
Italia 0,3 - 9,1 |
Spagna 2 - 8 |
Giappone 0,7 - 5,2 |
Regno Unito 1,4 - 6,5 |
Cina 6,1 1,2 |
India 4,2 1,9 |
Brasile 1,1 - 5,3 |
Russia 1,3 - 5,5 |
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Crescita mondiale 2,4 - 4,2 |
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Volume del commercio mondiale 2019 2020 |
Importazioni dei paesi avanzati 1,5 - 11,5 |
Importazioni dei paesi emergenti e in sviluppo 0,8 - 8,2 |
Esportazioni dei paesi emergenti e in sviluppo 0,8 - 9,6 |
Queste tabelle forniscono una panoramica non solo del processo di recessione previsto, ma anche della contrazione prevista del commercio mondiale.
Una sintesi della discussione all'interno della CCI fornisce i seguenti dati molto significativi: "La situazione è sostenibile solo perché i debiti degli Stati e il loro rimborso sono sostenuti dalle banche centrali; così la FED immette nell'economia americana 625 miliardi di dollari a settimana mentre il Piano Paulson lanciato nel 2009 per fermare il fallimento delle banche è stato globalmente di 750 miliardi di dollari (anche se è vero che altri piani di riacquisto dei debiti da parte della FED furono lanciati negli anni successivi)", "La risposta più eclatante di tutte è giunta dalla Germania, sebbene essa fosse solo una parte di una più ampia risposta europea all'accelerazione della crisi economica. Il motivo per cui le misure previste dal governo tedesco sono di particolare importanza è spiegato in un articolo del Financial Times di lunedì 23 marzo 2020: le misure proposte da Olaf Scholtz, ministro delle Finanze, rappresentano una decisa rottura con la stretta adesione del governo alla politica di "schwarze Null" o "black zero", che consiste nel bilanciare i bilanci e non contrarre nuovi debiti"[5]. (...) "Da febbraio sono stati sbloccati 14.000 miliardi di dollari per evitare il collasso. Tutto questo in un contesto completamente diverso dal passato. Come possono queste politiche "espansive" - che hanno superato le differenze tra banche centrali e Stati, la ripresa, i piani di salvataggio - come possono essere efficaci?"[6].
Un esempio meno noto riguarda la Cina, che è uno dei Paesi più indebitati al mondo, anche se possiede degli asset (beni di proprietà, che possano essere monetizzati e quindi usati per il pagamento di debiti) significativi da non sottovalutare. Il debito complessivo della Cina nel 2019 è pari al 300% del suo PIL, ovvero 43.000 miliardi di dollari. Inoltre, il 30% delle aziende in Cina è classificato come "imprese zombie", ed è la percentuale più alta al mondo. E’ ancora in questo paese che il tasso di utilizzazione delle capacità produttive è il più basso, anche se tutti i paesi sviluppati conoscono questo fenomeno di sovracapacità di produzione. Ufficialmente, i tassi di utilizzo delle capacità industriali delle due prime potenze mondiali - e questo prima del Covid-19 - erano del 76,4% in Cina e del 78,2% negli Stati Uniti. Il piano di rilancio messo in atto in Cina ammonterebbe a 64.000 miliardi di dollari, una somma faraonica e sicuramente destinata in gran parte alla propaganda ideologica. Il piano di rilancio dovrebbe estendersi su un periodo da cinque a vent'anni e, sebbene non si sappia quale sarà la realtà, può essere collegato solo agli obiettivi di egemonia economica e imperialista della Cina. Il piano di rilancio degli Stati Uniti ha raggiunto i 10.000 miliardi di dollari. In confronto, il piano di rilancio dell'UE appare quasi ridicolo, poiché ammonterebbe, secondo le ultime informazioni, a 1290 miliardi di dollari sotto forma di prestiti, finanziati in parte dai mercati finanziari e in parte direttamente dalla BCE. In realtà, il denaro immesso dalla BCE nell'insieme dell'economia, banche private, finanziamenti occulti e imprese, ammonta a parecchi miliardi di euro. Gli Stati, in particolare la Germania, garantiscono per mutualizzazione [condivisione del debito tra più soggetti, che ne diventano contemporaneamente garanti] parte di questo piano che sarà fatto sotto forma di sovvenzioni e prestiti rimborsabili tra il 2028 e il 2058! In realtà, la classe borghese ammette che gran parte del debito mondiale non sarà mai ripagato. Il che ci riporta agli aspetti di cui parleremo ora.
Nel quadro di questo rapporto, non possiamo rendere conto di tutta l’entità delle creazioni monetarie in corso, né dettagliare tutti i piani di ripresa. Un'altra statistica al momento della stesura di questo rapporto riguarda il debito degli Stati Uniti che ha raggiunto i 10.000 miliardi di $. Per quanto tutto ciò possa sembrare superare qualsiasi immaginazione, resta il fatto che il capitalismo usa questa creazione monetaria astronomica per investire e per vendere i suoi beni. Da questo punto di vista, la creazione monetaria centrale e privata deve crescere in modo esponenziale (in varie forme) per consentire di mantenere il più possibile l'accumulazione di capitale e, nella situazione attuale, rallentare lo sprofondamento nella depressione. Questa depressione porta con sé il pericolo di deflazione ma soprattutto quello della stagflazione (presenza di stagnazione ed inflazione). La svalutazione delle valute, anche al di là della guerra monetaria in corso che la favorisce, è inscritta nella prospettiva della crisi del capitalismo. L'accelerazione dell'attuale crisi è un passo molto significativo in questa direzione. La questione di fondo è la seguente: in ogni paese e sempre di più, il capitale globale ipoteca il valore futuro da produrre e di cui realizzare il plusvalore per consentire la crescita attuale e continuare l'accumulazione di capitale. È quindi in gran parte grazie a questa anticipazione che il capitalismo riesce a capitalizzare e ad investire. Questo processo si concretizza nel fatto che, sempre di più, il colossale debito emesso è sempre meno coperto dal plusvalore già prodotto e realizzato. Ciò apre la prospettiva a crolli finanziari sempre maggiori e alla distruzione sempre più importante del capitale finanziario. Logicamente, questo processo implica che il mercato interno al capitale non può crescere all'infinito, anche se non ci sono limiti fissi in materia. È in questo contesto che la crisi della sovrapproduzione allo stadio attuale del suo sviluppo pone un problema di redditività e profitto per il capitalismo. La borghesia stima che quasi il 20% delle forze produttive mondiali siano inutilizzate. La sovrapproduzione dei mezzi di produzione è particolarmente visibile e colpisce l'Europa, Stati Uniti, India, Giappone, ecc.
Questo è importante se vogliamo stabilire come il capitalismo di Stato debba assolutamente rafforzarsi di fronte alla crisi incombente, ma anche come i piani di ripresa contengano limiti molto forti e effetti perversi crescenti. E come il ciascuno per sé, in questo contesto, non sia solo il prodotto della decomposizione, ma anche del crescente stallo economico, una tendenza a cui il capitalismo non può sfuggire, che è anche storicamente una dinamica mortale. Sarà importante in questo senso, nel periodo a venire, studiare e confrontare la storia delle crisi aperte del capitalismo. In particolare quelle del 1929, 1945, 1975, 1998, 2008.
La situazione che si apre con la profonda accelerazione dell'attuale crisi riporta in primo piano il ruolo degli Stati (e quindi della loro banca centrale visto che il mito della sua indipendenza è finito). Sarà interessante mostrare quali sono state le politiche economiche, il ruolo degli Stati e il keynesianesimo in termini concreti nei periodi 1930 e 1945. Quindi mostrare la differenza con il modo in cui la borghesia ha affrontato il 2008. Durante tutto questo periodo ci sono differenze di grande importanza, ad esempio l'esistenza di mercati e zone extra-capitaliste, ma anche l'estensione dell'economia mondiale e delle grandi potenze imperialiste ed economiche, nonché la questione dei blocchi imperialisti, ecc. Ma in questa crisi, i piani di rilancio sono realizzati sotto forma di deficit pubblico e debito statale e non, come negli anni '30 e '40, in cui si è sfruttato essenzialmente il plusvalore già raggiunto e accumulato e a cui veniva aggiunto una quota di debito che non ha nulla in comune con quello di oggi. Gli attuali piani di rilancio si dimostreranno sempre più difficili da sostenere nel loro finanziamento, visto i livelli di indebitamento che, richiesti da loro, si discosteranno dalla crescita che genereranno. Tuttavia, sorgono una serie di domande.
Gli insegnamenti della crisi del 1929 portarono la borghesia, malgrado e contro la propria "natura", a muoversi verso una maggiore cooperazione al fine di rallentare il più possibile lo sviluppo della sua crisi economica, sia attraverso le politiche keynesiane sia attraverso l'orchestrazione della mondializzazione da parte degli Stati. Anche se, nella situazione attuale, ci sarà un ritorno a politiche di tipo keynesiano nel contesto di una tendenza crescente verso il ciascuno per sé, l'efficacia di queste politiche, per quanto riguarda i mezzi messi in atto, non sarà paragonabile ai periodi del passato.
Dobbiamo vedere a questo proposito la maggiore tendenza - rispetto al periodo precedente - delle risposte isolate date dalla borghesia su scala nazionale. Ad esempio, questa nuova tendenza di chiudere le frontiere per fermare il trasporto di passeggeri da un continente all'altro - o chiudere le frontiere nazionali, come se il virus rispettasse l'isolamento nazionale. Tutto questo è molto più il riflesso di un'impotenza e di uno stato d'animo piuttosto che una decisione scientificamente fondata di messa in quarantena e destinata a tenere lontano il virus. In effetti, è più probabile che si contragga il virus su un treno internazionale tra Stoccarda e Parigi o tra Stoccarda e Amburgo su un treno nazionale? La chiusura delle frontiere nazionali non è di alcuna utilità, esprime i "limiti" dei mezzi della borghesia.
Il rimpatrio della produzione nei paesi centrali è in aumento con la pandemia. Così, 208 aziende europee hanno deciso di ritirare la produzione dalla Cina. "Secondo una recente inchiesta condotta su 12 industrie mondiali, 10 tra queste - comprese le industrie automobilistiche, dei semiconduttori e delle apparecchiature mediche - stanno già spostando le loro catene di approvvigionamento, principalmente fuori dalla Cina. Il Giappone offre 2 miliardi di dollari alle imprese purché esse spostino le loro fabbriche fuori dalla Cina riportandole nell'arcipelago giapponese"[7]. Un presidente come Macron che sembra essere un sostenitore del multilateralismo ha dichiarato che "delegare forniture alimentari e mediche è da folli. Il suo ministro delle finanze, Bruno Le Maire, fa appello al "patriottismo economico" affinché i francesi consumino prodotti nazionali" (ibidem.). In tutti i paesi hanno privilegiato piani di economia locale, preferibilmente per consumare prodotti locali o nazionali. È un ripiegarsi su sé stessi che tende a spezzare le catene della produzione industriale, alimentare, ecc., progettate su scala globale e che hanno notevolmente ridotto i costi.
Le tendenze centrifughe del "ciascuno per sé" hanno raggiunto un livello più elevato, mentre allo stesso tempo, in ogni paese, lo Stato e ogni banca nazionale, hanno pompato o promesso somme gigantesche (illimitate nel caso della Germania) all'industria. Nessuna di queste misure è stata adottata o concordata dalla BCE o dall'FMI; va aggiunto che non è solo il populista Trump ad aver agito da campione del "ciascuno per sé". La Germania - con l'accordo dei principali partiti politici - ha agito nella stessa direzione, così come Macron. Quindi, che siano populisti o no, tutti i governi hanno agito nella stessa direzione - ritirandosi dietro i confini nazionali - "ognuno per sé" - con solo un minimo di coordinamento internazionale o europeo.
Le conseguenze di queste politiche sembrano controproducenti per ogni capitale nazionale e anche peggio per l'economia mondiale. "Tra il 2007 e il 2008, a causa di una fatale convergenza di fattori sfavorevoli - raccolti scarsi, prezzi del petrolio e dei fertilizzanti in aumento, boom dei biocarburanti... - 33 paesi hanno limitato le loro esportazioni per proteggere la loro "sovranità alimentare". Ma la cura è stata peggiore della malattia. Le restrizioni hanno prodotto un aumento dei prezzi del riso (116%), del grano (40%) e del mais (25%), secondo le stime della Banca Mondiale (…) L'esempio della Cina, primo paese colpito dall'epidemia, non è di buon augurio: le minacce che pesano sulle catene di approvvigionamento globali hanno già causato un aumento del 15% e del 22% delle derrate alimentari in questo paese asiatico dall'inizio dell'anno" (idem).
Sicuramente la borghesia reagirà. A livello dell'UE, la Germania ha finalmente accettato il "debito in comune", il che dimostra che le controtendenze sono all'opera di fronte all'accelerazione della decomposizione sociale. Forse la borghesia americana licenzierà Trump nelle prossime elezioni presidenziali a beneficio dei democratici che sono i tradizionali sostenitori del "multilateralismo"[8]. D'altra parte, "lo scorso 22 aprile, i 164 paesi membri dell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC), che rappresentano il 63% delle esportazioni agroalimentari mondiali, si sono impegnati a non intervenire sui loro mercati. Allo stesso tempo, i ministri dell'agricoltura di 25 paesi dell'America Latina e dei Caraibi hanno firmato un accordo vincolante per garantire forniture a 620 milioni di persone"[9].
Con il piano di "transizione ecologica" e la promozione di una "economia verde" si compiranno sforzi per riorganizzare l'economia - almeno a livello UE: con il massiccio sviluppo delle telecomunicazioni, l'applicazione della robotica e dell'informatica, nuovi materiali molto più leggeri, la biotecnologie, i droni, auto elettriche, ecc., l'industria pesante tradizionale basata sui combustibili fossili tende ad essere superata, anche in ambito militare. L'imposizione dei "nuovi standard" di organizzazione economica sta diventando una risorsa per i paesi centrali, in particolare Germania, Stati Uniti e Cina.
La borghesia combatterà passo dopo passo questa marea di frammentazione nazionale dell'economia. Ma si scontra con l'accresciuta forza della sua contraddizione storica tra la natura nazionale del capitale e la natura globale della produzione. Questa tendenza di ciascuna borghesia a voler salvare la propria economia a scapito degli altri è una tendenza irrazionale e disastrosa per tutti i paesi e per l'intera economia mondiale (anche se ci saranno differenze tra i paesi). La tendenza al "ciascuno per sé" può essere addirittura irreversibile e l'irrazionalità che l'accompagna mette in discussione gli insegnamenti che la borghesia aveva tratto dalla crisi del 1929.
Come diceva la Piattaforma dell’Internazionale Comunista, "Il risultato finale del modo di produzione capitalista è il caos"; il capitalismo ha resistito a questo caos in diversi modi durante il periodo di decadenza e ha continuato a resistere durante la sua fase di decomposizione. Emergeranno ancora controtendenze. Tuttavia, la situazione che si apre oggi è quella di un significativo aggravamento del caos, in particolare sul piano economico, ciò che storicamente è molto pericoloso.
La Risoluzione sulla situazione internazionale del 23° Congresso della CCI, 2019, ha fornito il seguente quadro:
Questo quadro è stato chiaramente confermato e la situazione è gravemente peggiorata con l'irruzione della pandemia. Il cuore della situazione economica è l'attacco alle condizioni di vita del proletariato in tutto il mondo.
Nel 2019, secondo l'ONU, 135 milioni di persone hanno sofferto la fame. Nell'aprile 2020, con lo scoppio della pandemia, l'ONU ha previsto che 265 milioni di persone si troveranno in questa situazione[10]. La Banca mondiale ha dichiarato a marzo che la popolazione povera avrebbe raggiunto il numero di 3,5 miliardi di persone con una brusca accelerazione di oltre 500.000 al mese. Da allora, questo ritmo sembra essere effettivamente proseguito, soprattutto in Centro e Sud America, così come in Asia, comprese le Filippine, India e Cina. L'impoverimento dei lavoratori accelererà, secondo il rapporto dell'OIT (Organizzazione Internazionale del Lavoro) "la pressione sui redditi derivante dal calo dell'attività economica avrà un effetto devastante sui lavoratori vicini o al di sotto della soglia di povertà". Tra l'8,8 e 35 milioni di lavoratori in più vivranno in povertà a livello globale, rispetto alla stima iniziale per il 2020 (che prevedeva un calo di 14 milioni a livello globale).
In India e in Cina, il numero dei proletari licenziati è secondo il FMI nell'ordine delle centinaia di migliaia. Alcuni siti come il Business bourse parlano di diversi milioni di lavoratori che hanno perso ogni impiego in Cina. Tutti questi numeri dovrebbero in realtà essere presi con molta cautela poiché spesso variano da un sito di notizie all'altro. Quello che va ricordato del fenomeno è la sua imponenza e rapidità di espansione, dovute al confinamento e alla chiusura di gran parte dell'attività economica globale. Nello stesso periodo la disoccupazione di massa ha raggiunto i 35 milioni di persone negli Stati Uniti e, nonostante gli aiuti eccezionali di Stato, le code ai punti di distribuzione alimentare si allungano, ricordando le immagini degli anni '30 negli Stati Uniti. Lo stesso fenomeno si sta verificando in Brasile dove i disoccupati non sono più nemmeno ufficialmente registrati. In Francia, la disoccupazione entro pochi mesi dovrebbe colpire quasi 7 milioni di persone. L'esplosione della disoccupazione di massa sta accelerando allo stesso ritmo in Italia e in Spagna. Attualmente, i piani per massicci licenziamenti stanno iniziando ad affluire come nel trasporto aereo e nella produzione aereonautica. Ma anche nell'industria automobilistica, nella produzione di petrolio, ecc. L'elenco si allungherà ancora di più nel prossimo periodo.
In una prima valutazione delle conseguenze della pandemia, l'OIT ha stimato che la pandemia causerebbe la perdita definitiva di 25 milioni di posti di lavoro nel mondo, mentre la precarietà aumenterebbe drasticamente: "Anche la sottoccupazione dovrebbe aumentare in modo esponenziale, perché le conseguenze economiche dell'epidemia virale si traducono in riduzioni dell'orario di lavoro e dei salari. Nei paesi in via di sviluppo, le restrizioni alla circolazione delle persone (ad esempio, i fornitori di servizi) e delle merci possono questa volta annullare l'effetto tampone che il lavoro autonomo di solito ha in questi paesi"[11]. Inoltre, nell'economia informale, decine di migliaia di lavoratori - che non rientrano in nessuna statistica e altro sostegno finanziario dallo Stato - si trovano senza attività. Al momento è troppo presto per avere un'idea del livello di deterioramento globale del tenore di vita.
Attraverso salari più bassi, aumento dell'orario di lavoro, tasse, pensioni e assegni sociali più bassi… Sembra anche che la borghesia stia cercando di allungare l'orario di lavoro reale (come in Francia). Ma si tratta anche di abbassare i salari diretti, in particolare attraverso nuove tasse "giustificate" dalla pandemia. L'Unione Europea, ad esempio, sta studiando seriamente una tassa Covid, un intero programma!
L'indebitamento è sempre più colossale, implica necessariamente una contropartita: l'intensificazione delle misure di austerità nei confronti dei lavoratori. È in questo contesto che dobbiamo esaminare il significato del reddito universale, un mezzo per contenere le tensioni sociali e per infliggere un duro colpo alle condizioni di vita della classe operaia. Questo è un ulteriore passo organizzato dallo Stato verso l'impoverimento universale.
Nei paesi centrali e in particolare nell'Europa occidentale, la borghesia cercherà di attuare i suoi attacchi nel modo più giudizioso possibile e far sì che siano condotti in modo "politico", provocando le maggiori divisioni all'interno del proletariato. Sebbene il margine di manovra della borghesia in questo settore tenderà a ridursi sempre di più, non dobbiamo perdere di vista il fatto che: "i paesi più sviluppati del Nord Europa, gli Stati Uniti o il Giappone sono ancora molto lontani da una situazione del genere ed è più che improbabile che un giorno vi rientreranno, da un lato per la maggiore resistenza della loro economia nazionale a la crisi, d'altro, e soprattutto, per il fatto che oggi il proletariato di questi paesi, e in particolare quello dell'Europa, non è pronto ad accettare un simile livello di attacchi contro le sue condizioni di esistenza. Così una delle componenti maggiori dell'evoluzione della crisi sfugge al rigoroso determinismo economico e conduce sul piano sociale, sui rapporti di forza tra le due classi principali della società” (Risoluzione sulla situazione internazionale del XX Congresso della CCI).
[1] Estratto da La Vanguardia del 25 aprile 2020 "Las zonas de riesgo del sistema financiero" (La zona di rischio del sistema finanziario)
[2] Estratto da La Vanguardia del 22 aprile 2020 "La quiebra de las petroleras golpeará a los mayores bancos de EE.UU" [Il fallimento delle compagnie petrolifere colpirà le maggiori banche statunitensi]
[3] Ibidem
[4] La Vanguardia del 23 aprile 2020 "Cómo el coronavirus está acelerando el proceso de desglobalización" [Come il coronavirus sta accelerando il processo di deglobalizzazione]
[5] BBC World Service, 6-4-20
[6] Presentazione a una riunione dell'organizzazione.
[7] Leggi di più in Política exterior.
[8] Tuttavia, all'interno del Partito Democratico si stanno sviluppando posizioni protezionistiche, simili a quelle di Trump. Due membri del Congresso democratico hanno presentato nel marzo 2020 una proposta per gli Stati Uniti di ritirarsi dall'OMC.
[9] Política exterior.
[10] Política exterior.
[11] Rapporto dell'OIT di marzo 2020.
150 anni fa, il 18 marzo 1871, iniziò il primo assalto rivoluzionario del proletariato, dando nascita alla Comune di Parigi. Di fronte alla guerra totale che le dichiarò la borghesia, la Comune resistette per 72 giorni, fino al 28 maggio 1871: la sua spietata repressione costò la vita a 20.000 proletari. Da allora, per la classe operaia, di generazione in generazione, la Comune di Parigi è stata un esempio, un riferimento, un patrimonio appartenente agli sfruttati di tutto il mondo; sicuramente non al suo carnefice, la borghesia, che ora moltiplica commemorazioni indecenti per falsificare la sua storia e gettare nell'oblio le preziose lezioni che il movimento operaio ne ha tratto.
Per diverse settimane i giornali, le televisioni e le radio vedranno storici, giornalisti, politici, scrittori, a fare tutti il loro sporco lavoro di propaganda al servizio della loro classe. Da destra a sinistra, passando per l'estrema sinistra, l'intera borghesia andrà dalle sue bugie più sfacciate a quelle più subdole.
Se la destra si era indignata per la timidezza con cui lo Stato intendeva "commemorare" il bicentenario della morte di Napoleone I, ovviamente ha mostrato tutta la sua alterigia nei confronti dei comunardi[1], questi "assassini", questi "turbatori", questi “agenti del disordine” che dovrebbero solo restare dove sono, cioè sei piedi sotto terra. Dobbiamo tornare al 2016 per vedere Le Figaro, noto quotidiano francese di destra, avanzare crudelmente quello che il “partito dell'ordine” ha sempre pensato nel merito, e questo inequivocabilmente: “I comunardi hanno distrutto Parigi, massacrato la gente onesta e perfino affamata Parigi distruggendo le immense scorte del granaio dell'abbondanza, il granaio delle riserve di grano che riforniva i fornai di Parigi”. La malvagità e l'ignominia qui sono senza limiti. È così che gli insorti, già trattati come parassiti all'epoca, divennero responsabili della loro stessa fame e allo stesso tempo affamatori di "persone oneste". In altre parole, se la classe operaia di Parigi si riduceva a mangiare topi, era colpa loro! Come è sua abitudine, e soprattutto all'indomani dell'evento, la destra, da sempre terrorizzata dalle "classi pericolose", ripete il suo odioso discorso a volontà, equiparando i comunardi a selvaggi assetati di sangue.
Ma questa campagna di accuse grossolane, condotta con evidente maldestrezza, gravemente priva di finezza, ben presto si è fatta riconoscere dalla classe operaia. Spetta quindi alle forze di sinistra del capitale compiere l'essenziale e reale opera di falsificazione del significato della Comune di Parigi.
Dal prossimo 18 marzo e per 72 giorni, il municipio di Parigi organizzerà non meno di cinquanta eventi per celebrare presumibilmente il 150° anniversario della Comune. L’avvio sarà fissato dal 18 marzo in piazza Louise Michel (18a circoscrizione di Parigi), alla presenza di Anne Hidalgo, sindaco “socialista” della capitale.
Questo posto non è scelto a caso. Louise Michel è stata una delle combattenti più famose ed eroiche della Comune che, durante il suo processo, ha persino rifiutato la pietà dei carnefici della Comune gettandogli in faccia: "Poiché sembra che ogni cuore che batte per la libertà abbia solo diritto ad un po' di piombo, rivendico la mia parte! Se non siete codardi, uccidetemi”. Chi sono dunque queste persone che oggi vogliono mettere in scena la memoria della Comune in modo del tutto falsificato. Chi sono Madame Hidalgo e tutto il suo consiglio comunale “socialista”? Niente di meno che i discendenti dei traditori socialdemocratici che passarono irrimediabilmente nel campo della borghesia durante la prima guerra mondiale.
Da allora, all'opposizione o al governo, i “socialisti” hanno sempre agito contro gli interessi della classe operaia. È quindi in tutta ipocrisia e per fini di recupero politico che il primo vice di Anne Hidalgo durante le votazioni del 2021 avrebbe cinicamente strumentalizzato la memoria di Louise Michel citandola: “Ognuno cerca la sua strada, noi cerchiamo la nostra e crediamo che il giorno in cui arriverà il regno della libertà e dell'uguaglianza la razza umana sarà felice”. Per i comunardi, queste parole significavano la fine della schiavitù salariata, la fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, la distruzione dello Stato borghese.
Ecco qual era per loro il significato delle parole "libertà" e "uguaglianza". Ecco perché al posto della bandiera tricolore dei Versaillais (truppe dell'Assemblea Nazionale) che sventola oggi sul tetto del municipio di Parigi, i comunardi vi issarono la bandiera rossa, simbolo della lotta dei lavoratori del mondo intero. Ma per questa classe di sfruttatori e massacratori, il "regno della libertà" non è altro che il regno del commercio, del dominio e dello sfruttamento dei proletari nelle carceri industriali.
Il Partito socialista può benissimo moltiplicare gli spettacoli in gloria della democrazia borghese ai quattro angoli della capitale, gli intellettuali, gli scrittori, i cineasti della sinistra possono ben distribuire film e opere a profusione per diluire il carattere rivoluzionario della Comune, la stampa può benissimo, come The Guardian[2] farla passare come una "lotta popolare" paragonandola al movimento interclassista dei "gilet gialli" per negare il suo carattere inconfondibilmente proletario, la Comune di Parigi non fu né una lotta per l'attuazione dei valori della democrazia borghese, questa forma la più sofisticata di dominio di classe e del capitale, né una lotta del "popolo di Parigi", o anche della "piccola borghesia artigianale". Al contrario, essa ha incarnato una lotta all'ultimo sangue per abbattere il potere della classe borghese, di cui il Partito socialista e tutti i notabili della “sinistra” sono oggi degni rappresentanti.
I gauchisti (estrema sinistra) non sono da meno quando si tratta di dare un contributo alla falsificazione delle esperienze del movimento operaio. Il più delle volte, si tratta delle deformazioni più insidiose.
Così, i trotzkisti dell'NPA (Nuovo Partito Anticapitalista) cavalcano l'onda della "democrazia diretta" per snaturare il significato della Comune. Questi gauchisti ammettono che i comunardi hanno attaccato lo Stato, ma per trarre false lezioni, per trarre conclusioni innocue per il capitale che essi difendono con zelo. Il NPA di Loiret, ad esempio, in un bollettino pubblicato il 13 marzo, apre le sue colonne allo storico Roger Martelli[3] la cui prosa è un vero appello alla democrazia borghese: "Senza dottrine fisse, senza nemmeno un programma compiuto, la Comune ha fatto in poche settimane quello che la Repubblica impiegherebbe molto tempo a decidere. Ha aperto la strada a una concezione del 'vivere insieme', basata sull'uguaglianza e la solidarietà. Infine, ha delineato la possibilità di una richiesta meno strettamente rappresentativa e più direttamente orientata ai cittadini. In breve, ha voluto mettere in pratica quel "governo del popolo per il popolo" che il presidente Lincoln aveva annunciato anni prima”. Che vergogna! Martelli sputa senza scrupoli sulla tomba dei comunardi! Il NPA, in maniera del tutto aperta e "senza pudore", spaccia la Comune come una semplice riforma democratica radicale travestita da partecipazione popolare. Alla fine, il futuro che la Comune prefigurava si riduce all'ideale democratico borghese! Jean Jaurès, nonostante i suoi pregiudizi riformisti, ebbe almeno l'onestà intellettuale, a differenza dei falsificatori del NPA, di dire che: "la Comune fu nella sua essenza, fu nel suo profondo la prima grande battaglia campale del lavoro contro il capitale. Ed è anche perché essa è stata soprattutto questo che è stato sconfitta, che le è stata tagliata la gola[4].
Da parte sua, Lutte ouvrière (LO), l'altro principale partito trotzkista francese, contribuisce con il suo linguaggio falsamente radicale a questa campagna di falsificazione, fingendo di opporre la democrazia parlamentare (alla quale LO ha partecipato senza riluttanza per decenni) alla dittatura del proletariato, cioè, ai suoi occhi, una forma più radicale di democrazia borghese. Ecco cosa spiegava questo partito elettoralista nel 2001: "In un programma che non hanno avuto il tempo di sviluppare, i comunardi proponevano che tutti i comuni, dalle grandi città alle più piccole frazioni di campagna, si organizzassero secondo il modello della Comune di Parigi e che costituissero la struttura di base di una nuova forma di Stato veramente democratico”[5] Per questo LO si affretta a precisare: "Questo non significa che i comunisti rivoluzionari siano indifferenti alle cosiddette libertà democratiche, al contrario, se non altro perché permettono ai militanti di difendere più apertamente le loro idee”[6].
Le organizzazioni della sinistra del capitale giocano senza dubbio il ruolo più perfido, che consiste nel presentare la Comune come un esperimento di democrazia "radicale", che non avrebbe avuto altro orizzonte che migliorare il funzionamento dello Stato. Niente di più! 150 anni dopo, la Comune di Parigi si trova di nuovo di fronte alla Santa Alleanza di tutte le forze reazionarie borghesi, così come si trovava di fronte alla Santa Alleanza dello Stato prussiano e della Repubblica francese. Sono i tesori politici lasciati in eredità dalla Comune che la classe borghese cerca di nascondere e sotterrare.
In realtà, come Marx ed Engels affermarono forte e chiaro all'indomani dell'evento, la Comune di Parigi lanciò il primo assalto rivoluzionario del proletariato cercando di distruggere lo stato borghese. La Comune cercò immediatamente di stabilire il suo potere abolendo l'esercito permanente e le amministrazioni statali e stabilendo la revocabilità permanente dei membri della Comune, che erano responsabili verso tutti coloro che li avevano eletti. Molto prima delle rivoluzioni del 1905 e del 1917 in Russia, quando le condizioni storiche non erano ancora mature, i comunardi intrapresero la via della formazione dei consigli operai, "la forma finalmente trovata della dittatura del proletariato" come disse Lenin. Non era quindi la costruzione di uno stato "veramente democratico" quello a cui lavoravano i comunardi, ma la messa in discussione del dominio della classe borghese. La Comune di Parigi ha dimostrato che la "classe operaia non può accontentarsi di prendere la macchina statale già pronta e farla funzionare da sola"[7]. Questa è una delle lezioni essenziali che Marx e il movimento operaio hanno tratto da questa tragica esperienza.
Se la Comune di Parigi fu un assalto prematuro che finì nel massacro del fior fiore del proletariato mondiale, fu tuttavia una lotta eroica del proletariato parigino, un contributo inestimabile alla lotta storica degli sfruttati. Per questo, rimane fondamentale che la classe operaia del XXI secolo possa appropriarsi e far vivere l'esperienza della Comune e le preziose lezioni che i rivoluzionari ne hanno tratto.
Paul, 18 marzo 2021
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Per approfondire le lezioni della Comune di Parigi, si consiglia la lettura dei seguenti articoli:
- "La Comune di Parigi, primo assalto rivoluzionario del proletariato [70]". (in francese)
- 1871: la prima rivoluzione proletaria della storia. Il comunismo: una società senza stato [71]
- "Glorificazione del Sacro Cuore: un nuovo crimine contro la Comune di Parigi [72]
[1] Nel Consiglio di Parigi, gli eletti di destra si sono opposti alla celebrazione del 150° anniversario della Comune, conducendo un'assordante campagna sulla legittimità e persino sul dovere nazionale di celebrare la morte di Napoleone Bonaparte.
[2] "Viva la Comune? L'insurrezione operaia che ha scosso il mondo", The Guardian (7 marzo 2021)
[3] Legato alla corrente rinnovatrice del partito stalinista in Francia, il PCF, ormai vicino al partito di sinistra, La France insoumise, con un discorso nazionalista molto energico.
[4] Jean Jaurès, Storia socialista.
[5] "Democrazia, democrazia parlamentare, democrazia comunale". Circolo Léon Trotzki intitolato n°89 (26 gennaio 2001). In questo articolo, che la dice lunga sull'ideologia democratica di LO, il partito trotzkista aggiunge senza battere ciglio: "Tra tutte le istituzioni borghesi, i comuni [cioè gli ingranaggi della democrazia borghese dove LO ha le migliori possibilità di ottenere rappresentanti eletti] sono ancora oggi potenzialmente i più democratici, perché sono i più vicini alla popolazione e i più soggetti al suo controllo”. No comment...
[6] "La Comune di Parigi e le sue lezioni per oggi", Lutte de classe n° 214 (marzo 2021).
[7] Marx ed Engels, Prefazione al Manifesto del Partito Comunista (24 giugno 1872).
Marc Chirik ci ha lasciati 30 anni fa, nel dicembre del 1990. In omaggio ai preziosi contributi del nostro compagno, di questo grande rivoluzionario nel solco di Marx, Engels, Lenin e Rosa Luxemburg, ripubblichiamo (in inglese, spagnolo e francese) la serie di due articoli pubblicati sulla nostra rivista teorica n. 65 e 66, subito dopo la sua morte. Questi due articoli ripercorrono le linee principali della sua vita e ricordano i suoi inestimabili contributi alla causa del movimento operaio e alla difesa del metodo marxista. In questa breve presentazione dei due testi, vorremmo solo sottolineare tre aspetti essenziali che hanno caratterizzato la sua vita e la sua attività rivoluzionaria.
In primo luogo, durante una vita militante attiva di oltre 70 anni, è stato, dalla sua giovinezza fino al suo ultimo respiro, un combattente implacabile e instancabile per la causa rivoluzionaria del proletariato e del comunismo. Ha dedicato tutte le sue energie alla difesa intransigente e ferma dei principi internazionalisti proletari e del marxismo. Non ha mai smesso di essere in prima linea nella lotta utilizzando tutta la sua esperienza politica, teorica e organizzativa. La militanza rivoluzionaria è stata una bussola costante nella sua vita. Anche durante il terribile periodo della controrivoluzione, Marc non ha mai smesso di lavorare con pazienza e determinazione all'elaborazione e al chiarimento delle posizioni della Sinistra comunista. In quegli anni terribili, ha combattuto instancabilmente contro i tradimenti del campo proletario ma ha anche combattuto all'interno di tutte le organizzazioni in cui ha militato, contro manovre e derive opportuniste, contro atteggiamenti centristi, combattendo fermamente le concezioni e le derive accademiche e attiviste. Seppe tenere la stessa rotta e perseguire la stessa lotta con la stessa determinazione, partecipando attivamente alla rinascita del proletariato sulla scena storica nel maggio 1968 con un entusiasmo traboccante, implicandosi totalmente nel riunire le forze rivoluzionarie che hanno dato vita all'attuale CCI. Marc ha portato tutta la sua energia militante, la sua convinzione e la sua esperienza nell'orientamento e nella costruzione di questa organizzazione, così come in seguito nei tentativi di raggruppamento e chiarimento delle posizioni delle organizzazioni del campo politico proletario negli anni '80.
Un altro tratto fondamentale del suo temperamento era la capacità di mantenere vive le conquiste teoriche del movimento rivoluzionario, in particolare quelle prodotte dalla frazione di sinistra del Partito Comunista d'Italia. Ha così potuto orientarsi in modo critico e lucido nell'analisi dell'evoluzione della situazione mondiale. Questo "fiuto" politico, basato sull'analisi globale dei rapporti di forza tra le classi, gli ha permesso di mettere in discussione alcuni "dogmi" del movimento operaio, senza tuttavia discostarsi dall'approccio e dal marxisti metodo del materialismo storico ma, al contrario, ancorandolo alla dinamica dell'evoluzione della realtà storica concreta. Alla fine della sua vita ha dato un ultimo contributo teorico, fu infatti uno dei primi nella CCI a evidenziare che il capitalismo era entrato nella fase finale del suo periodo di decadenza, quella della sua decomposizione. Sviluppò inoltre l’analisi che il proletariato non avrebbe potuto alcun modo usare a proprio vantaggio questo deterioramento in atto del sistema capitalista, ma che questa situazione implicava nuove sfide decisive per il proletariato e per la sopravvivenza dell'umanità.
L'ultimo elemento che vogliamo sottolineare è la sua determinazione a trasmettere alle nuove generazioni le lezioni del movimento operaio e l'esperienza organizzativa dei rivoluzionari al fine di formare nuovi militanti e permettere alla CCI di assicurare la continuità politica nelle future lotte di classe. Era profondamente convinto della necessità indispensabile dell’organizzazione rivoluzionaria per il proletariato, della necessità di un ponte che collegasse passato, presente e futuro della lotta di classe e della necessità vitale di preservare una continuità organica vivente delle organizzazioni rivoluzionarie. Era consapevole di rappresentare lui stesso questo filo tenue che legava la continuità organica e storica dell'esperienza di classe e la memoria viva del movimento operaio. Sottolineando costantemente che “il proletariato produce organizzazioni rivoluzionarie e non individui rivoluzionari”, insisteva molto anche sulle responsabilità individuali di ogni militante e sul sentimento di solidarietà e di rispetto tra di loro.
Niente potrebbe esprimere meglio la vita di Marc di quello che Rosa Luxemburg ha sintetizzato in una semplice frase: “Io ero, io sono, io sarò”.
Leggi: MARC: 70 anni di vita e di lotta per la classe operaia [75].
Dopo la rivoluzione russa nel 1917, la rivoluzione in Germania nel 1918, la creazione dell'Internazionale comunista nel 1919, la CCI ritorna oggi sul centesimo anniversario della tragica repressione della rivolta dei marinai, soldati e operai di Kronstadt di marzo 1921 con la ripubblicazione di un documento, Le lezioni di Kronstadt [76], pubblicato su Rivoluzione Internazionale n° 6 [77] per trarre le lezioni essenziali di questo avvenimento per le lotte future.
Nel marzo del 1921, lo Stato sovietico, guidato dal partito bolscevico, mise fine con la forza militare al sollevamento dei marinai e soldati della guarnigione di Kronstadt sull'isola di Kotlin nel Golfo di Finlandia, a 30 km da Pietrogrado (oggi San Pietroburgo). I 15.000 soldati e marinai insorti furono assaliti da 50.000 soldati dell’Armata Rossa fin dalla sera del 7 marzo. Dopo dieci giorni di aspri combattimenti, la rivolta di Kronstadt fu schiacciata. Non è disponibile una cifra affidabile del numero delle vittime, ma si stima che il numero di morti e giustiziati tra gli insorti sia di oltre 3.000 e a più di 10.000 dalla parte dell'Armata Rossa. Secondo un comunicato della Commissione straordinaria datata 1 maggio 1921, 6.528 insorti furono arrestati, 2.168 giustiziati (un terzo), 1.955 condannati al lavoro forzato (di cui 1.486 a cinque anni) e 1.272 rilasciati. Le famiglie degli insorti furono deportate in Siberia. 8.000 marinai, soldati e civili riuscirono a fuggire in Finlandia.
A meno di 4 anni dalla presa del potere da parte della classe operaia in Russia nell'ottobre 1917, questi eventi esprimono in modo tragico il processo di degenerazione di una rivoluzione isolata ed in affanno. In effetti, questa rivolta operaia fu promossa da sostenitori del regime dei Soviet, quegli stessi che nel 1905 e nel 1917 erano stati all’avanguardia del movimento e che durante la Rivoluzione d’Ottobre vennero considerati “l’onore e la gloria della rivoluzione”. Nel 1921, i ribelli di Kronstadt chiesero la concessione delle loro rivendicazioni unendosi a quelle degli operai di Pietrogrado in sciopero da febbraio: liberazione di tutti i socialisti imprigionati, fine dello stato d’assedio, libertà di espressione, di stampa e di riunione di tutti coloro che lavoravano, una razione uguale per tutti gli operai ... Ma ciò che sottolinea l'importanza di questo movimento ed esprime il suo profondo carattere proletario, fu non solo la reazione alle misure restrittive ma soprattutto la reazione alla espropriazione e alla perdita di potere politico dei consigli operai a vantaggio del Partito e dello Stato, che si sostituirono ad essi con la pretesa di rappresentare l'orientamento e gli interessi del proletariato. Ciò venne espresso nel primo punto della loro risoluzione: “Poiché gli attuali soviet non esprimono la volontà degli operai e dei contadini, organizzare immediatamente le rielezioni dei soviet con voto segreto, avendo cura di organizzare una libera propaganda elettorale”.
La borghesia, riferendosi alla repressione dei rivoltosi da parte dell’Armata Rossa, ha sempre cercato di dimostrare ai proletari che c'è un filo ininterrotto che collega Marx e Lenin a Stalin e ai Gulag. L’obiettivo della borghesia è fare in modo che i proletari si allontanino dalla storia della loro classe e non si riapproprino delle proprie esperienze. Le tesi degli anarchici giungono alle stesse conclusioni basandosi sulla presunta natura autoritaria e controrivoluzionaria del marxismo e dei partiti che agiscono in suo nome. In effetti, gli anarchici assumono una visione astrattamente "morale" degli eventi. Partendo dal postulato dell’autoritarismo intrinseco del Partito bolscevico, non sono in grado di spiegare il processo di degenerazione della rivoluzione in generale e dell’episodio di Kronstadt, in particolare: una rivoluzione che si sta esaurendo dopo sette anni trascorsi tra guerra mondiale e guerra civile, con un’infrastruttura industriale in rovina, una classe operaia decimata e affamata, che si deve confrontare con le insurrezioni contadine nelle province. Una rivoluzione drammaticamente isolata, per la quale la prospettiva di un'estensione internazionale è sempre meno probabile dopo il fallimento della rivoluzione in Germania, su tutti questi problemi che furono affrontati dalla classe operaia e dal partito bolscevico, gli anarchici chiudono gli occhi.
La principale lezione storica, fondamentale per la prospettiva di una rivoluzione proletaria mondiale, della repressione della rivolta di Kronstadt riguarda la violenza di classe. Se la violenza rivoluzionaria è un'arma del proletariato per abbattere il capitalismo di fronte ai suoi nemici di classe, in nessun caso può essere usata ed esercitata all'interno della stessa classe operaia contro altri proletari. Non è con la forza e la violenza che il comunismo può essere imposto al proletariato perché questi mezzi si oppongono categoricamente allo sviluppo del carattere cosciente della sua rivoluzione che può acquisire solo attraverso la propria esperienza e l'esame critico costante di questa esperienza. La decisione da parte del partito bolscevico di reprimere Kronstadt può essere compresa solo nel contesto dell’isolamento internazionale della rivoluzione russa e della terribile guerra civile che allora affliggeva la regione. Una tale decisione resta comunque un tragico errore commesso a spese di quegli operai che si erano sollevati per difendere la loro principale arma di trasformazione politica cosciente della società e vero organo vitale della dittatura proletaria: il potere dei Soviet.
Corrente Comunista Internazionale, marzo 2021
Vedi sullo stesso argomento nella Revue Internationale e nel nostro giornale Révolution Internationale i seguenti articoli:
“ [78]Le communisme n’est pas un bel idéal, il est à l’ordre du jour de l’histoire [8° partie]”, [78]Revue internationale n° 100 (1er semestre 2020). [78]
“ [79]1921 comprendre Kronstadt”, [79]Revue internationale n° 104, (1er trimestre 2006). [79]
“ [80]Le soulèvement de Kronstadt”, [80]Révolution internationale n° 84 (avril 1981). [80]
“ [81]Kronstadt : contre les thèses anarchistes, les leçons tirées par la Gauche communiste”, [81]Révolution internationale n° 310 (mars 2001). [81]
90 years after Kronstadt: a tragedy that's still being debated in the revolutionary movement [82]
Quattordici persone sono morte a Stresa, domenica 23 maggio, a causa della caduta della cabina della funivia. Come al solito dopo tali disastri, non sono mancate le lacrime di coccodrillo e l’ipocrita indignazione da parte dello Stato e di tutti i suoi responsabili politici. Poi rapidamente sono stati trovati i capri espiatori: "C'è stato un malfunzionamento sulla funivia, la squadra di movimentazione non ha risolto il problema, o solo parzialmente. Per evitare di interrompere il collegamento, hanno scelto di lasciare al suo posto la forcella che impedisce il funzionamento del freno d'emergenza", ha spiegato un ufficiale dei carabinieri a Radiotre. Secondo il procuratore incaricato dell'inchiesta, Olimpia Bossi, questi tre funzionari sapevano che la funivia funzionava senza freno di emergenza dal 26 aprile, giorno della riapertura dell'impianto. L’analisi dei rottami trovati sul posto ha permesso di dimostrare che "il sistema di frenata d'emergenza della cabina caduta nel vuoto era stato manomesso". Secondo gli inquirenti, si è trattato di un "atto materiale realizzato in modo consapevole", per "evitare interruzioni e l'arresto della funivia", mentre "l'impianto presentava anomalie che avrebbero richiesto un intervento più radicale con conseguente arresto" dell'impianto.
Perché questo "intervento più radicale" non è stato effettuato? Ovviamente, i tre proprietari hanno una pesante parte di responsabilità. Non c'è dubbio sulla loro ignobile colpa. Ma come possono dei professionisti della sicurezza essere indotti a disattivare un sistema di frenata su una tale struttura? Semplicemente per riaprire subito l’impianto, appena c’è stata un po’ di via libera alla circolazione delle persone, e mantenerlo a pieno ritmo durante il periodo estivo con una sola preoccupazione: garantire il massimo profitto! Dopo un fermo di quasi due stagioni per le restrizioni sanitarie causate dal Covid-19, questa stazione di sci alpino era in grande difficoltà finanziaria (perdita di diversi milioni di euro di fatturato) e si è affrettata a riaprire le sue strutture in barba alle più elementari norme di sicurezza...
Questa funivia è una risorsa importante in questa regione. La sua chiusura è stata accolta molto male dalle autorità locali e dalla società che la gestisce che hanno spinto per mantenerla in funzione "a tutti i costi", ignorando deliberatamente i principi di sicurezza di base. Se i tre "colpevoli" designati hanno agito in questo modo, le motivazioni stanno nelle contingenze economiche, in questo caso dell'industria turistica.
Ora la classe dominante, e in particolare la borghesia italiana, assolve sé stessa da ogni responsabilità per questa tragedia. Hanno dei "colpevoli" ad hoc da dare in pasto ai media e alla giustizia. Ma al di là delle apparenze, il vero colpevole è il capitalismo che, nella sua logica di redditività per generare sempre più profitto, non esita a farsi beffe di tutte le regole di base della sicurezza o a costringere i suoi “esecutori” a violarle. Questa tragedia della funivia non è purtroppo la prima: diversi "incidenti" mortali di funivie e teleferiche sono avvenuti in Europa negli ultimi cinquant’anni. Sono gli stessi responsabili, manager, finanziatori, autorità locali e nazionali che, quando accadono tragedie "prevedibili", vengono a spargere le loro condoglianze e piangere e rammaricarsi davanti ai media, a fingere sorpresa e incredulità per la tragedia!
L’episodio della funivia ci riporta naturalmente alla memoria tutte le altre tragedie provocate dall’avidità del capitalismo, a partire dal crollo del Ponte Morandi a Genova nel 2018, al crollo di un intero palazzo a Miami nell’aprile scorso, alle varie inondazioni e colate di fango che avvengono ogni anno in Italia, spesso negli stessi luoghi, che uccidono persone e distruggono case e attività lavorative, ma anche alla tragedia del 14 luglio scorso in Germania in seguito al nubifragio che ha fatto più di cento morti, 1.300 dispersi (fino a questo momento) e prodotto danni incalcolabili. Anche qui, come altrove, la scusa della Merkel è bell’e trovata: “Tutta colpa dei cambiamenti climatici”. Il copione cui siamo costretti ad assistere periodicamente e con sempre maggiore frequenza è sempre lo stesso: nonostante sia noto che ci sono gravi problemi strutturali o la necessità di interventi preventivi radicali, in Italia come nel resto del mondo, non si fa nulla. Quando la tragedia annunciata si concretizza: stupore, sdegno e caccia al colpevole, poi inchieste interminabili per far trionfare la “verità” e la “giustizia”, sperando nel frattempo che la cosa vada nel dimenticatoio e si possa continuare come prima.
Come dicevamo nell’articolo sul crollo del Ponte Morandi nel 2018, Morti di Stato a Genova, ostaggi di Stato sulla nave Diciotti. Il cinismo e l’ipocrisia senza ritegno della borghesia [90], “Ci sono degli avvenimenti che, sgrossati di tutte le retoriche, le false lacrime, le frasi altisonanti propinate da politici, opinionisti e mass media, mostrano con chiarezza la vera essenza ipocrita e cinica della borghesia verso le sofferenze e le sorti degli essere umani; quanto poco valore ha, ed ha sempre avuto, per la classe dominante la vita dell’uomo se non come elemento indispensabile nell’ingranaggio produttivo del capitale. Attraverso l’attacco del Giappone a Pearl Harbor, il bombardamento di Dresda, l’attacco alle Torri Gemelle, le bombe di Stato in Italia, la storia ci dimostra che la borghesia di qualsiasi Stato e colore, di fronte ai propri interessi, non ha mai avuto alcuno scrupolo morale a far morire degli esseri umani. Così come i terremoti, le tempeste, i disastri ambientali che ogni anno mietono centinaia di vittime ci mostrano come la messa in sicurezza delle popolazioni non sia la sua preoccupazione prioritaria, nonostante la conoscenza scientifica e tecnologica di cui dispone che permetterebbe un’azione preventiva di salvaguardia di strutture e vite umane”.
Ma come diceva Bordiga già negli anni ‘50: “Il capitalismo non è innocente neppure nelle catastrofi dette “naturali” […]. Che piova senza sosta (o non piova affatto) per intere settimane è certamente un fatto naturale; ma che ne segua un’inondazione (o una siccità) è un fatto sociale. Analogamente, le scosse sismiche delle Ande sfuggono all’uomo; ma il fatto che distruggano le città del Perù, mentre Macchu Picchu vi resiste da secoli, ha cause sociali […]. Non solo la civiltà borghese può essere causa diretta di queste catastrofi per la sua sete di profitto e per l’influenza predominante dell’affarismo sulla macchina amministrativa (si veda il ruolo del disboscamento nelle inondazioni o […] la costruzione di case in zone di valanghe e d’inondazioni), ma si rivela impotente ad organizzare una protezione efficace nella misura in cui la prevenzione non è un’attività redditizia”. (Prefazione a Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, raccolta di scritti di A. Bordiga degli anni 1951-53 sui disastri nel capitalismo moderno, pag. 8-9. Edizioni Iskra)
Basato sull’articolo Accident de téléphérique à Stresa (Italie): Un nouveau drame sur l’autel du profit [91].
Un lettore ci ha scritto: “Come può la CCI continuare a sostenere che il capitalismo è un sistema in decadenza dal 1914 quando c’è stata una tale enorme crescita nel capitalismo da allora?” Questa questione ci è stata posta diverse volte e in diversi modi: come si spiega l’enorme crescita dopo la Seconda Guerra Mondiale? E l’enorme crescita della Cina negli ultimi decenni? Tutto questo non è in contrasto con l'idea che il capitalismo sia un sistema in declino, in decadenza?
Noi pensiamo che la questione sia mal posta, ma che sia importante rispondere proprio perché ci viene posta spesso. A questo scopo guardiamo un passaggio piuttosto significativo dei Grundisse di Marx[1]
“Mentre dunque il capitale deve tendere, da una parte, ad abbattere ogni ostacolo spaziale al traffico, ossia allo scambio, e a conquistare tutta la terra come suo mercato, dall’altra esso tende ad annullare lo spazio attraverso il tempo; ossia a ridurre al minimo il tempo che costa il movimento da un luogo all’altro. Quanto più il capitale è sviluppato, quanto più è esteso perciò il mercato su cui circola e che costituisce il tracciato spaziale della sua circolazione, tanto più esso tende contemporaneamente ad estendere maggiormente il mercato e ad annullare maggiormente lo spazio attraverso il tempo…Qui si manifesta la tendenza universale del capitale, che lo distingue da tutti gli altri precedenti stadi della produzione. Sebbene limitato per la sua tessa natura, il capitale tende ad uno sviluppo universale delle forze produttive e diventa cosi la premessa di un nuovo modo di produzione, che non è basato su uno sviluppo delle forze produttive inteso a riprodurre e tutt’al più ad ampliare una situazione determinata, ma nel quale lo sviluppo libero, articolato, progressivo e universale delle forze produttive costituisce la premessa stessa della società e perciò della sua riproduzione; nel quale l’unica premessa è il superamento del punto di partenza. Questa tendenza - che è propria del capitale, ma che al tempo stesso rappresenta una contraddizione col capitale in quanto forma di produzione limitata, e perciò spinge alla sua dissoluzione - distingue il capitale da tutti i precedenti modi di produzione e implica, al tempo stesso, che esso sia posto come semplice punto di transizione”.
Naturalmente questo passaggio può essere interpretato in diversi modi. E i Grundrisse non costituiscono un lavoro finito. Ma, secondo noi, questa è una magnifica anticipazione del punto in cui il capitalismo diventa un sistema decadente. Innanzitutto Marx insiste sulla tendenza del capitale a conquistare l’intero pianeta e lo fa attraverso un formidabile sviluppo delle forze produttive, in questo caso sviluppando mezzi di trasporto il più veloci possibile da un capo all’altro del pianeta. Questo dinamismo, questo potenziale per una rapidissima estensione e sviluppo tecnologico distingue il capitalismo dai precedenti modi di produzione, che tendevano ad essere più statici e più confinati in particolari regioni del globo. Questa tendenza del capitale a universalizzare crea necessariamente anche un proletariato mondiale, una classe rivoluzionaria internazionale e quindi una vitale precondizione perché la società umana possa raggiungere un nuovo stadio qualitativo della sua storia. Come Marx sottolinea in una diversa sezione dello stesso capitolo dei Grundisse:“Vedremo più oltre che la forma più estrema di alienazione in cui, nel rapporto tra capitale e lavoro salariato, il lavoro, l’attività produttiva si presenta rispetto alle sue stesse condizioni e al suo stesso prodotto, è un necessario punto di passaggio - e pertanto contiene già in sé, solamente ancora in forma rovesciata, a testa in giù, la dissoluzione di tutti i presupposti limitati della produzione, e anzi crea e produce i presupposti incondizionati della produzione e quindi tutte le condizioni materiali per lo sviluppo totale, universale delle forze dell'individuo”.[2]
Così, per Marx, nella misura in cui il capitale sviluppa le forze produttive fino al punto in cui la produzione e la distribuzione comunista globale diventa possibile, la sua soppressione dei modi di produzione precedenti, anche se brutale e spietata, può essere vista come il segno di un sistema sociale ascendente o progressivo. Ma una volta raggiunto questo punto, l'ulteriore "sviluppo delle forze produttive" assume un significato completamente diverso, in cui la ricchezza non si misura più in tempo rubato, ma in tempo libero; non più in termini monetari, o accumulo di capitale costante, o le astrazioni del "valore", ma come lo sviluppo delle capacità creative di ogni individuo in associazione con altri.
Ma non si tratta solo di guardare la storia del capitale oltre un certo punto e lamentarsi che le cose sarebbero potute andare molto meglio. Marx sostiene anche che questo momento culminante è precisamente il punto in cui il modo contraddittorio in cui il capitale si universalizza "lo spinge verso la dissoluzione". L'evoluzione storica dall'inizio del XX secolo ha reso più chiara la forma che assume questo processo di "dissoluzione": da questo punto in poi, il capitale non può più continuare a sviluppare le forze di produzione senza scatenare una spirale di distruzione, una successione di crisi economiche mondiali, guerre globali e, come è diventato sempre più evidente negli ultimi decenni, la devastazione dell'ambiente naturale. Possiamo anche dire che più il capitale continua a crescere, ad accumularsi, in un'epoca in cui è diventato obsoleto, più questa stessa crescita aumenta il pericolo che esso distrugga l'umanità e metta fine a qualsiasi possibilità di un futuro comunista. Questo è evidente quando guardiamo l’efficiente produzione militare che è diventata una parte centrale dell'economia capitalista nell'ultimo secolo e più. È altrettanto evidente quando vediamo le conseguenze ecologiche dell'espansione capitalista negli ultimi angoli del pianeta. Dobbiamo anche riconoscere che gli stessi mezzi utilizzati per continuare la crescita in un'epoca in cui la crisi economica tende a diventare permanente attestano l'obsolescenza del sistema, in particolare il ricorso a gigantesche iniezioni di debito per creare una sorta di mercato artificiale. Il capitale cresce violando le sue stesse leggi.
Questo è quello che pensiamo volesse concludere Marx quando continua il primo passaggio che abbiamo citato affermando: “Il più alto sviluppo di questa base stessa (…) è il punto in cui essa si è elaborata, sviluppata, nella forma in cui è compatibile con il più alto sviluppo delle forze produttive, e per ciò stesso con il più ricco sviluppo degli individui. Non appena questo punto è raggiunto, l’ulteriore sviluppo si presenta come decadenza, e il nuovo sviluppo comincia da una base nuova”.
La crescita della Cina di questi ultimi decenni è una classica illustrazione di questo “sviluppo nella decadenza”: gestito da uno spietato apparato statale totalitario; finanziato da livelli astronomici di debito, protetto da un vasto esercito e da una serie di armi nucleari, con la costruzione di nuovi centri industriali e megalopoli a un costo terribile per l'ambiente, sia locale che globale. Possiamo dire con certezza che questi sono tutti i segni distintivi di un sistema decadente.
Perché il 1914 è il punto di svolta definitivo? Ricordiamo che questa non è una conclusione a posteriori della CCI, ma la posizione adottata dai rivoluzionari che hanno formato l'Internazionale Comunista, e che hanno riconosciuto che il capitalismo era effettivamente entrato nella sua epoca di "disintegrazione interna", l'epoca delle guerre e delle rivoluzioni. La guerra del 1914-18 mostrò che il capitalismo era spinto inesorabilmente verso guerre imperialiste di crescente ferocia, mettendo l'umanità di fronte all'alternativa tra socialismo e barbarie. E la risposta della classe operaia internazionale a partire dal 1917 dimostrò che la nuova epoca era effettivamente l'epoca della "rivoluzione comunista del proletariato", come scritto nella Piattaforma dell'Internazionale Comunista, del marzo 1919.
Ancora una volta sottolineiamo che la guerra non significava che il capitalismo avesse esaurito tutte le ulteriori possibilità di espansione. Nel 1913, nel suo libro L'accumulazione del capitale, Rosa Luxemburg sottolineava che il capitale dominava ancora direttamente solo una piccola parte del pianeta, e che obiettivamente ci sarebbero stati ancora molti settori precapitalistici da assorbire e nuovi mercati da conquistare. E insisteva anche sul fatto che non esiste un collasso puramente economico del sistema. "Quanta maggiore è la potenza con cui il capitale, grazie al militarismo, fa piazza pulita, in patria e all’estero, degli strati non-capitalistici e deprime il livello di vita di tutti i ceti che lavorano, tanto più la storia quotidiana dell’accumulazione del capitale sulla scena del mondo si tramuta in una catena continua di catastrofi e convulsioni politiche e sociali, che, insieme con le periodiche catastrofi economiche rappresentate dalla crisi, rendono impossibile la continuazione dell’accumulazione e necessaria la rivolta della classe operaia internazionale al dominio del capitale, prima ancora che, sul terreno economico, esso sia andato ad urtare contro le barriere naturali elevate dal suo stesso sviluppo." (Accumulazione del capitale, capitolo 32, pag. 469 nell’edizione Einaudi).
In sintesi: noi abbiamo sempre respinto l'idea che il capitalismo possa essere in declino o decadenza solo quando si è verificato un arresto completo dello sviluppo delle forze produttive[3]. Anche nelle epoche discendenti della schiavitù e del feudalesimo ci potevano essere momenti e centri di crescita significativi, non ultima la crescita cancerosa del potere statale, gonfiato in proporzioni mostruose per tentare di contenere le contraddizioni che dilaniavano la società. Ma queste rimanevano società in cui la crisi dell'economia prendeva la forma della sottoproduzione, al contrario del capitalismo in cui la crisi appare come una crisi di sovrapproduzione (o, ciò che equivale alla stessa cosa alla fine, una crisi di sovraccumulazione). Meno di qualsiasi modo di produzione precedente, il capitalismo può cessare di "rivoluzionare" le forze produttive. Ma i rivoluzionari che rivendicano un metodo scientifico devono essere capaci di riconoscere il punto in cui la prospettiva del comunismo unisce i regni della possibilità e della necessità; in altre parole, quando le forze di produzione esistenti si trasformano sempre più in forze di distruzione[4], e quando l'umanità può sopravvivere solo se opera un cambiamento fondamentale nei rapporti sociali di produzione, in modo che lo sviluppo delle forze produttive possa coincidere con "lo sviluppo totale e universale delle forze produttive dell'individuo".
Amos
Annesso sulla Cina
La Cina è un ottimo esempio dell'aumento relativo della ricchezza, e delle enormi forze distruttive messe in moto per ottenere questa ricchezza relativa:
Si potrebbe aggiungere un intero articolo sull'enorme peso del settore militare in Cina e sul grado in cui la sua crescita è stata alimentata dal debito.
[1] http://www.criticamente.com/marxismo/grundrisse/Marx_Karl_-_Grundrisse_3b_-_Il_Capitale.pdf [93]
[2] http://www.criticamente.com/marxismo/grundrisse/Marx_Karl_-_Grundrisse_3b_-_Il_Capitale.pdf [93]
[3] Vedi la serie di articoli sulla decadenza pubblicati all’inizio degli anni ’70 in Révolution Internationale e riprodotti in inglese in un opuscolo, in particolare il capitolo: 4. Decadence: A total halt to the productive forces? | International Communist Current (internationalism.org) [94]
[4] Qui stiamo solo confermando ciò che Marx aveva già anticipato in una delle sue prime opere, L'ideologia tedesca del 1845/6, in un passaggio che riassume le conclusioni fondamentali derivanti dalla concezione materialista della storia. La prima di queste conclusioni è che “Nello sviluppo delle forze produttive si presenta uno stadio nel quale vengono fatte sorgere forze produttive e mezzi di scambio che nelle situazioni esistenti fanno solo del male, che non sono più forze produttive ma forze distruttive (macchine e denaro) e, in connessione con tutto ciò, viene fatta sorgere una classe che deve sopportare tutto il peso della società senza goderne i vantaggi; che, estromessa dalla società, è costretta al più spinto antagonismo con tutte le altre classi; una classe che forma la maggioranza di tutti i membri della società e dalla quale prende le mosse la coscienza della necessità di una rivoluzione che vada al fondo, la coscienza comunista, la quale naturalmente si può formare anche fra le altre classi, in virtù della considerazione della posizione di questa classe…”
Non biasimiamo Marx ed Engels per aver commesso l'errore, in quest'opera come nel Manifesto Comunista di qualche anno dopo, di pensare che questa svolta epocale avesse già avuto luogo, che la rivoluzione proletaria fosse già all'ordine del giorno nell'immediato. In buona misura Marx stesso ha potuto riconoscere questo errore nel periodo di riflusso che seguì gli eventi eroici del 1848.
Mentre la crisi del Covid-19 persiste da quasi due anni con il suo pesante impatto sanitario, sociale, politico ed economico sulla maggior parte degli Stati del mondo, questi non hanno in alcun modo moderato i loro appetiti imperialisti. L’aumento delle tensioni è stato particolarmente marcato negli ultimi mesi da una chiara esacerbazione dell’opposizione tra gli Stati Uniti e la Cina, evidenziata più recentemente dal cosiddetto accordo “Aukus” tra gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Australia, ed esplicitamente rivolto contro la Cina.
Polarizzazione delle tensioni nel Mar della Cina
L’amministrazione Biden non si è limitata a mantenere le misure economiche aggressive contro la Cina attuate da Trump, ma ha soprattutto aumentato la pressione sul piano politico (difesa dei diritti degli uiguri e di Hong Kong, riavvicinamento con Taiwan con cui sta negoziando un accordo commerciale, accuse di hackeraggio informatico) e anche sul piano militare nel Mar Cinese, e questo in modo piuttosto spettacolare dall’inizio di aprile:
- Il 7 aprile, gli Stati Uniti hanno schierato un gruppo di portaerei (la USS Theodore Roosevelt, accompagnata dalla sua flottiglia) nel Mar Cinese meridionale e il cacciatorpediniere missilistico USS John S. McCain è transitato nello stretto di Taiwan (situato tra la Cina e Taiwan);
- L'11 maggio, navi americane, francesi (la portaelicotteri anfibia Tonnerre e la fregata Surcouf), giapponesi e australiane hanno iniziato esercitazioni militari congiunte (ARC21) nel Mar Cinese Orientale, le prime del loro genere in questa zona strategica, non lontano dalle Senkaku, isolotti disabitati amministrati dal Giappone nel Mar Cinese Orientale e rivendicati da Pechino, che li chiama Diaoyu. Prima di queste esercitazioni, le navi francesi avevano partecipato alle esercitazioni di La Pérouse nel Golfo del Bengala con navi americane, australiane, giapponesi e indiane. Poi, la Tonnerre è passata a sud di Taiwan per raggiungere il Giappone, mentre la Surcouf ha scelto anch’essa lo stretto di Taiwan;
- La presenza francese in Giappone sarà seguita nel 2021 da quella della fregata tedesca Hessen, con Berlino che ha espresso nel 2020 il desiderio di avere una maggiore presenza nell’Indo-Pacifico, e l’arcipelago ospiterà il gruppo aereo-navale britannico Queen Elizabeth nel 2022.
- A settembre, Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia hanno annunciato un nuovo accordo di difesa, noto come "Aukus", incentrato sull’espansione della presenza militare di questi paesi nei mari intorno alla Cina. I tre paesi condivideranno l’intelligence militare e le conoscenze tecnologiche che permetteranno all’Australia di costruire sottomarini a energia nucleare. Il patto Aukus rappresenta un vero schiaffo per la Francia, visto che l’Australia ha annullato un contratto da un miliardo di dollari con la Francia per costruire una flotta di sottomarini. Reagendo con furia, la Francia ha ritirato i suoi ambasciatori dagli Stati Uniti e dall’Australia[1]. La Cina, da parte sua, ha denunciato il patto come l’inizio di una nuova guerra fredda, anche se sarà contenta di queste nuove divisioni tra i suoi rivali occidentali.
La Cina ha anche reagito furiosamente a queste pressioni politiche e militari, in particolare quelle riguardanti Taiwan:
- all’inizio di aprile, in risposta alla presenza della flotta statunitense, la portaerei Liaoning accompagnata da 5 navi da guerra ha operato nelle acque a est dell’“isola ribelle”. I caccia taiwanesi hanno dovuto decollare in fretta e furia per respingere l’ingresso di quindici aerei cinesi nella zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan;
- il 19 maggio, un think tank (centro studi) con sede a Hong Kong, affiliato al Partito comunista cinese, ha pubblicato uno studio in cui si sottolinea il fatto che le tensioni nello stretto di Taiwan sono diventate così acute da indicare un rischio di guerra “alto” tra la Cina continentale e Taiwan;
- il 15 giugno, in risposta alla riunione della NATO che segnava un certo accordo tra gli Stati Uniti e l’UE sulla questione cinese, ventotto jet da combattimento cinesi sono entrati nella Zona di Identificazione della Difesa Aerea (ADIZ) dell’ex Formosa, la più grande incursione di caccia e bombardieri dell’Esercito di Liberazione Popolare (PLA) mai registrata;
- all'inizio di luglio, la rivista cinese Naval and Merchant Ships ha pubblicato un piano per un attacco a sorpresa in tre fasi di Taiwan, che avrebbe portato a una sconfitta totale delle forze armate della “provincia ribelle”. Infine, alla fine di agosto, il rapporto annuale del Ministero della Difesa di Taiwan ha avvertito che la Cina “può ora combinare operazioni digitali del suo esercito che inizialmente paralizzerebbero le nostre difese aeree, i centri di comando marittimo e le capacità di contrattacco, rappresentando un’enorme minaccia per noi”[2].
Avvertimenti, minacce e intimidazioni si sono così susseguiti negli ultimi mesi nel Mar della Cina, sottolineando la crescente pressione esercitata dagli Stati Uniti sulla Cina. In questo contesto, gli Stati Uniti stanno facendo di tutto per attirare dietro di loro gli altri paesi asiatici, preoccupati dalle ambizioni espansionistiche di Pechino (“L’esercizio ARC21 è un mezzo di dissuasione di fronte al comportamento sempre più aggressivo della Cina nella regione”, dice Takashi Kawakami, direttore dell’Istituto di studi Internazionali dell’Università Takushoku, Giappone)[3]. Gli Stati Uniti stanno quindi cercando di creare una sorta di NATO asiatica, la QUAD, che riunisce Stati Uniti, Giappone, Australia e India. D’altra parte, e nello stesso senso, Biden vuole far rivivere la NATO per coinvolgere i paesi europei nella sua politica di pressione contro la Cina.
Per completare il quadro, non bisogna nemmeno trascurare le tensioni tra la NATO e la Russia: dopo l’incidente del volo Ryanair dirottato e intercettato dalla Bielorussia per arrestare un dissidente che si era rifugiato in Lituania, ci sono state le manovre della NATO nel Mar Nero al largo dell’Ucraina in giugno, dove si è verificato uno scontro tra una fregata britannica e navi russe e, a settembre, le manovre congiunte tra l’esercito russo e bielorusso ai confini della Polonia e dei paesi baltici.
Questi eventi confermano che le crescenti tensioni imperialiste stanno generando una polarizzazione tra gli Stati Uniti e la Cina da un lato e la NATO e la Russia dall’altro, che a sua volta sta spingendo la Cina e la Russia a rafforzare i loro legami tra loro per affrontare gli Stati Uniti e la NATO.
La decomposizione genera instabilità
Tuttavia, la “debacle di Kabul”[4] sottolinea come la decomposizione e la persistente destabilizzazione accelerata dalla crisi del Covid-19 stimolano le forze centrifughe ed esacerbano l’atteggiamento del “ciascuno per sé” dei vari imperialismi, vanificando così costantemente qualsiasi stabilizzazione delle alleanze:
- Il precipitoso ritiro statunitense dall’Afghanistan, destinato a concentrare le forze militari di fronte alla Cina, è stato effettuato senza consultare gli alleati, mentre Biden aveva promesso solo qualche mese prima al vertice del G7 e alla riunione della NATO che sarebbero stati ripresi le consultazioni e il coordinamento; questo ritiro significa anche che gli USA stanno abbandonando i loro alleati sul terreno (cfr. il precedente abbandono dei Curdi e il raffreddamento delle relazioni con l’Arabia Saudita) e può solo rafforzare la diffidenza di paesi come l’India e la Corea del Sud verso un alleato che si sta dimostrando inaffidabile, così come la determinazione dell’Europa a creare strutture di difesa più indipendenti dagli Stati Uniti;
- D’altra parte, il ritorno al potere dei talebani costituisce un serio pericolo potenziale per l’infiltrazione islamista in Cina (attraverso il “problema uiguri”), soprattutto perché i loro alleati, i talebani pakistani (il TTP), sono impegnati in una campagna di attacchi contro i cantieri della “Nuova via della seta”, che ha già portato alla morte di una decina di “cooperanti” cinesi. Questo sta spingendo la Cina a intensificare i suoi tentativi di stabilirsi nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale (Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan) per contrastare il pericolo. Ma queste repubbliche fanno tradizionalmente parte della sfera d’influenza russa, il che aumenta il pericolo di un confronto con questo “alleato strategico”, con il quale i suoi interessi a lungo termine sono comunque fondamentalmente opposti: la Nuova Via della Seta aggira la Russia e quest’ultima diffida della crescente presa economica della Cina sui suoi territori siberiani;
- Il caos e l’imperialistico “ciascuno per sé” nel mondo accentuano costantemente l’imprevedibilità del posizionamento dei vari Stati: gli Stati Uniti sono costretti a mantenere la pressione con regolari bombardamenti aerei sulle milizie sciite che molestano le loro forze in Iraq; i Russi devono fare da pompieri nel confronto armato tra Armenia e Azerbaigian, istigato dall’interesse imperialista della Turchia; la diffusione del caos nel Corno d’Africa attraverso la guerra civile in Etiopia, con il Sudan e l’Egitto che sostengono la regione del Tigray e l’Eritrea che sostiene il governo centrale etiope, sta sconvolgendo in particolare i piani cinesi di utilizzare l’Etiopia come base per il loro progetto “Belt and Road[5]” nell’Africa nord-orientale, e a tal fine hanno installato una base militare a Gibuti.
- L’espansione incontrollata della pandemia legata alla generalizzazione della variante Delta richiede una maggiore attenzione degli Stati alla situazione interna, che può avere un impatto imprevedibile sulle loro politiche imperialiste. Per esempio, la stagnazione della vaccinazione negli Stati Uniti, dopo una forte partenza, sta provocando una nuova ondata di infezioni negli Stati del centro e del sud. Questo porta a nuove misure coercitive da parte dell’amministrazione Biden, che a sua volta ravviva le recriminazioni dei sostenitori di Trump. Allo stesso modo, in Russia, il governo si trova di fronte a una recrudescenza dell’epidemia, mentre la vaccinazione è allo stallo e la popolazione è estremamente sospettosa dei vaccini russi, portando il sindaco di Mosca (dove solo il 15% della popolazione è vaccinata) a prendere misure che rendono la vaccinazione quasi obbligatoria.
In Cina, dove il governo conta sull’immunità di gregge prima di aprire il paese, la preoccupante situazione sanitaria richiede un’attenzione costante. Da un lato, fino a quando questa immunità non sarà raggiunta, la Cina impone rigidi blocchi ogni volta che vengono identificate delle infezioni, e questo ostacola gravemente le attività commerciali. Per esempio, lo scorso maggio, dopo che alcuni portuali del porto di Yantian si sono infettati, il terzo porto container più grande del mondo è stato totalmente isolato per una settimana, con i lavoratori costretti a mettersi in quarantena sul posto. Ora di nuovo, intere regioni sono confinate a causa della diffusione della variante Delta, la più forte eruzione da quella di Wuhan del dicembre 2019. In secondo luogo, questa ricerca dell’immunità di gregge ha spinto diverse province e città cinesi a imporre pesanti sanzioni ai recalcitranti. Queste iniziative sono state ampiamente criticate sui social network cinesi e sono state fermate dal governo perché tendevano a “mettere in pericolo la coesione nazionale”. Infine, forse il problema più grave, è l’evidenza che si va confermando della limitata efficacia dei vaccini cinesi.
In un tale contesto, l’aumento delle tensioni di guerra è inevitabile. Da un lato, indica una certa polarizzazione, soprattutto tra gli Stati Uniti e la Cina, sottolineata da una crescente aggressività degli Stati Uniti che sanno che, nonostante gli enormi investimenti della Cina nella modernizzazione delle sue forze armate, queste non possono ancora competere con la potenza militare degli Stati Uniti, soprattutto in aria, in mare e in termini di arsenale nucleare.
Tuttavia, il caos e l’esacerbazione del “ciascuno per sé” rendono instabile qualsiasi alleanza, stimolando gli appetiti imperialisti in tutte le direzioni e spingendo le grandi potenze a evitare un confronto diretto tra i loro eserciti, con un massiccio impegno di personale militare sul terreno, come illustrato dal ritiro dei soldati USA dall'Afghanistan. Ricorrono invece a compagnie militari private (organizzazione Wagner dai Russi, Blackwater/Academi dagli USA, ecc.) o a milizie locali per condurre azioni sul terreno: uso di milizie siriano-sunnite da parte della Turchia in Libia e Azerbaigian, milizie curde da parte degli USA in Siria e Iraq, Hezbollah o milizie iracheno-sciite dall’Iran in Siria, milizie sudanesi dall’Arabia Saudita in Yemen ...
La forma che l’espansione di queste tensioni sta assumendo preannuncia quindi una moltiplicazione di scontri bellici sempre più sanguinosi e barbari in un ambiente segnato dall’instabilità e dal caos.
18.09.21/ R. Havanais
[1] Analizzeremo il significato e le implicazioni di questo nuovo patto in un articolo successivo.
[2] P.-A. Donnet, La Chine en mesure de paralyser la défense taïwanaise, selon Taipei [97], Asialyst, 02.09.21.
[3] Citato il 18 maggio in L’homme nouveau [98].
[4] Vedi il nostro articolo Dietro il declino dell'imperialismo USA, il declino del capitalismo mondiale [99]
Vent'anni fa, nel 2001, il rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) metteva in evidenza un documento del Global Scenario Group (GSG), convocato dallo Stockholm Environment Institute, che delineava tre possibili scenari per il futuro dell'umanità derivanti dalla crisi climatica:
"Il quadro GSG include tre grandi categorie di scenari per analizzare il futuro: "Mondi convenzionali", "Barbarie" e "Grande transizione", con variazioni all'interno di ogni categoria. Tutte sono coerenti con i modelli e le tendenze attuali, ma hanno implicazioni molto diverse per la società e l'ambiente nel 21° secolo... Negli scenari dei "Mondi convenzionali", la società globale si sviluppa gradualmente dai modelli attuali e dalle tendenze dominanti, con uno sviluppo guidato principalmente dai mercati in rapida crescita, con i paesi in via di sviluppo che convergono verso il modello di sviluppo dei paesi industriali avanzati ("sviluppati"). Negli scenari di "barbarie", le tensioni ambientali e sociali generate dallo sviluppo convenzionale non vengono risolte, le norme umanitarie si indeboliscono e il mondo diventa più autoritario o anarchico. Le “Grandi transizioni" esplorano soluzioni visionarie alla sfida della sostenibilità, descrivendo l'ascesa di nuovi valori, nuovi modi di vivere e nuove istituzioni”[1].
Nel 2021, dopo o accompagnato da ondate di calore senza precedenti dal Canada alla Siberia, inondazioni nel Nord Europa e in Cina, siccità e incendi boschivi in California, nuovi segni di fusione dei ghiacciai artici, la prima parte del rapporto dell'IPCC, la parte che si concentra sull'analisi scientifica delle tendenze climatiche, ha reso chiaro che il perseguimento "convenzionale" dell'accumulazione capitalista ci sta portando verso la "barbarie". In vista della conferenza sul clima COP26 a Glasgow in ottobre-novembre, il rapporto sostiene con forza che senza un'azione globale drastica e concertata per ridurre le emissioni nei prossimi decenni, non sarà possibile limitare l'aumento delle temperature a 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali, la soglia considerata necessaria per evitare le peggiori conseguenze del cambiamento climatico. E non è tutto: il rapporto si riferisce a una serie di "limiti globali" o punti di ribaltamento che potrebbero portare a un'accelerazione incontrollabile del riscaldamento globale, rendendo grandi parti della Terra inadatte alla vita umana. Secondo molti esperti citati nel rapporto, quattro di questi confini sono già stati superati, tra cui il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e le pratiche agricole non sostenibili, e molti altri, come l'acidificazione degli oceani, l'inquinamento da plastica e l'esaurimento dello strato di ozono, minacciano di portare al rafforzamento reciproco con altri fattori[2].
Il rapporto chiarisce anche che questi pericoli derivano principalmente dall'"intervento umano" (che, in sostanza, significa la produzione e l'espansione del capitale) e non da processi naturali come l'attività solare o le eruzioni vulcaniche, spiegazioni che sono spesso l'ultima risorsa dei sempre più screditati negazionisti del cambiamento climatico. La parte del rapporto che si occupa delle possibili vie d'uscita dalla crisi non è ancora stata pubblicata, ma sappiamo da tutti i rapporti precedenti che il "Gruppo di esperti intergovernativo", mentre parla di "transizioni" verso un nuovo modello economico che smetta di emettere gas serra a livelli totalmente insostenibili, non ha altra risposta che invitare i governi, cioè gli stati capitalisti, a rinsavire, a lavorare insieme e ad accettare cambiamenti radicali nel modo in cui funzionano le loro economie. In altre parole, il modo di produzione capitalista, la cui inarrestabile corsa al profitto è al centro della crisi, deve diventare ciò che non potrà mai essere: una comunità unificata dove l'attività produttiva è regolata non dalle richieste del mercato ma da ciò di cui gli esseri umani hanno bisogno per vivere.
Questo non vuol dire che le istituzioni capitaliste siano totalmente ignare dei pericoli posti dal cambiamento climatico. La proliferazione delle conferenze internazionali sul clima e l'esistenza stessa dell'IPCC lo testimoniano. Man mano che le catastrofi che ne derivano diventano più frequenti, è chiaro che avranno costi enormi: economici, naturalmente, attraverso la distruzione di case, agricoltura e infrastrutture, ma anche sociali: impoverimento diffuso, numero crescente di rifugiati che fuggono dalle regioni devastate, ecc. E tutti, tranne i politici e i burocrati più illusi, capiscono che questo graverà pesantemente sulle casse dello Stato, come la pandemia di Covid (anch'essa legata alla crisi ambientale) ha chiaramente dimostrato. Anche le singole aziende capitaliste stanno reagendo: praticamente tutte le aziende ora mostrano le loro credenziali ecologiche e il loro impegno verso nuovi modelli sostenibili. L'industria automobilistica è un buon esempio: consapevoli che il motore a combustione interna (e l'industria petrolifera) è una delle principali fonti di emissioni di gas serra, quasi tutti i principali produttori di automobili passeranno alle auto elettriche nel prossimo decennio. Ma non possono smettere di competere per vendere il maggior numero possibile delle loro "auto verdi", anche se la produzione di auto elettriche ha le sue significative conseguenze ambientali - soprattutto a causa dell'estrazione di materie prime, come il litio, necessario per produrre le batterie delle auto, che si basa su massicci progetti minerari e lo sviluppo di reti di trasporto globale. Lo stesso vale per le economie nazionali. La conferenza COP prevede già che sarà molto difficile convincere le economie "in via di sviluppo" come la Russia, la Cina e l'India a ridurre la loro dipendenza dai combustibili fossili per ridurre le emissioni. E stanno resistendo a questa pressione per ragioni capitalistiche perfettamente logiche: perché ridurrebbe notevolmente il loro vantaggio competitivo in un mondo già sovraccarico di materie prime.
Fin dai tempi del Manifesto Comunista, i marxisti hanno insistito sul fatto che il capitalismo è spinto dalle sue crisi di sovrapproduzione e dalla ricerca di nuovi mercati a "conquistare la terra", a diventare un sistema mondiale, e che questa "tendenza universalizzante" crea la possibilità di una nuova società in cui il bisogno umano, il pieno sviluppo dell'individuo, diventa lo scopo di tutta l'attività sociale. Ma allo stesso tempo, questa stessa tendenza contiene anche i semi della dissoluzione, dell'autodistruzione del capitale, e quindi la necessità imperativa di una transizione a una nuova comunità umana, al comunismo[3]. E al tempo della Prima guerra mondiale, marxisti come Bukharin e la Luxemburg mostrarono più concretamente come questa minaccia di autodistruzione si sarebbe materializzata: più il capitalismo diventava globale, più sarebbe stato consumato da una mortale competizione militare tra nazioni imperialiste determinate a ritagliarsi nuove fonti di materie prime, manodopera più economica e nuovi sbocchi per la loro produzione.
Ma se Marx, Engels e altri potevano vedere presto che il sistema capitalista stava avvelenando l'aria ed esaurendo il suolo, non hanno potuto vedere le piene conseguenze ecologiche di un mondo in cui il capitale era penetrato in quasi tutte le regioni nelle quattro direzioni, subordinando l'intera Terra alla sua urbanizzazione galoppante e ai suoi metodi tossici di produzione e distribuzione. L'espansione capitalista, guidata dalle contraddizioni economiche contenute nel rapporto tra capitale e lavoro salariato, ha portato all'estremo l'alienazione dell'umanità in rapporto alla natura. Proprio come c'è un limite alla capacità del capitalismo di realizzare il plusvalore che estrae dai lavoratori, il saccheggio delle risorse naturali della terra per il profitto crea un nuovo ostacolo alla capacità del capitalismo di nutrire i suoi schiavi e perpetuare il suo dominio. Il mondo non è più abbastanza grande per il capitalismo. E lungi dal far ragionare gli stati capitalisti e lavorare insieme per il bene del pianeta, l'esaurimento delle risorse e le conseguenze del cambiamento climatico tenderanno a esacerbare le rivalità militari in un mondo dove ogni stato cerca di salvarsi dalla catastrofe. Lo stato capitalista, che sia apertamente dispotico o ammantato da una patina di democrazia, può solo far rispettare le leggi del capitale che sono alla radice delle profonde minacce al futuro dell'umanità.
Il capitalismo, se lasciato continuare, può solo far sprofondare il mondo in una "barbarie" accelerata. L'unica "transizione" che può impedirlo è la transizione al comunismo, che a sua volta non può essere il prodotto di appelli ai governi, voti per partiti "verdi" o proteste di "cittadini responsabili". Questa transizione può essere presa in mano solo dalla lotta comune e internazionale della classe sfruttata, il proletariato, che sarà il più delle volte la prima vittima della crisi climatica come già avviene per la crisi economica. La lotta dei lavoratori contro gli attacchi alle loro condizioni di vita contiene da sola i germi di un movimento rivoluzionario generalizzato che chiederà conto al capitalismo di tutta la miseria che infligge al genere umano e al pianeta che lo sostiene.
Amos
[1] Estratto della pagina 140 del rapporto del 2001 del gruppo di lavoro 3 dell'IPCC sulla mitigazione.
[2]) Limiti planetari – Wikipedia [102] (in francese) - Sostenibilità - wikipedia [103]
[3] Vedi la citazione dai Grundrisse di Marx nel nostro recente articolo Growth as decay [104]
L’eruzione del populismo nel paese più potente del mondo, che è stato coronato dal trionfo di Donald Trump nel 2016, ha portato a quattro anni di decisioni contraddittorie ed erratiche, a denigrare le istituzioni e gli accordi internazionali, intensificando il caos globale e portando all’indebolimento e al discredito del potere americano e accelerando ulteriormente il suo declino storico. La situazione sta diventando più grave e le divisioni interne nella vita sociale americana stanno apparendo apertamente. A questo si aggiunge la pandemia, la cui gestione ha mostrato la grande irresponsabilità dell’approccio populista, ignorando le misure preventive proposte dagli scienziati al punto che gli Stati Uniti hanno il maggior numero di morti al mondo. Ed ancora il terrore statale, la violenza nelle manifestazioni antirazziste (BLM), la crescita dei gruppi armati suprematisti, l’aumento della criminalità; e, nel quadro di questa feroce escalation di eventi, il 6 gennaio 2021, con le bande trumpiste che si sono impadronite del Campidoglio, il “simbolo dell’ordine democratico”, per cercare di impedire la ratifica del risultato a favore della fazione Biden.[1] La pandemia ha accelerato le tendenze alla perdita di controllo della situazione sociale; le divisioni interne della borghesia americana si sono acuite in un’elezione dove, per la prima volta nella storia, il presidente e candidato alla rielezione ha accusato il sistema del paese più democratico del mondo di “frode elettorale” nello stile di una “repubblica delle banane”. Gli Stati Uniti sono ora l’epicentro della decomposizione sociale.
Per spiegare, attraverso un’analisi marxista, questa “nuova” situazione della vecchia superpotenza, abbiamo bisogno di un approccio storico. Prima di tutto, dobbiamo spiegare in che modo gli Stati Uniti sono diventati la maggiore potenza mondiale, il paese che ha dominato il commercio, la politica e la guerra, e come la loro moneta è diventata una moneta mondiale. Nella prima parte di questo articolo esamineremo il percorso storico intrapreso dagli Stati Uniti, dalla loro fondazione al loro punto più alto, la loro ascesa come poliziotto mondiale incontrastato, esamineremo cioè gli eventi dalla fine del XVIII secolo alla caduta del blocco orientale nel 1989. Questo è il periodo storico che è stato marcato dalla supremazia del capitale americano a livello mondiale. Il collasso del blocco orientale ha segnato l’inizio della fase finale dell’evoluzione del capitalismo: la decomposizione sociale[2]. Con questa fase inizia anche il declino della leadership americana e lo scivolamento del sistema borghese nel caos e nella barbarie. La seconda parte di questo articolo tratterà il periodo dal 1990 ad oggi. In 30 anni di decomposizione della società borghese, gli Stati Uniti sono diventati un fattore di aggravamento del caos, e la loro leadership mondiale non potrà essere recuperata, qualunque cosa la presidenza Biden proclami nei suoi discorsi. Non è una questione di desideri; sono le caratteristiche di questa fase finale del capitalismo che determinano le tendenze che quest’ultimo è obbligato a seguire, conducendo l’umanità inesorabilmente nell’abisso se il proletariato non vi porrà un termine attraverso la rivoluzione comunista mondiale.
1. La formazione degli Stati Uniti: dal sogno americano alla realtà del capitalismo
Quando Marx scrisse Lavoro salariato e Capitale, e soprattutto Il Capitale, quei grandi classici del marxismo, egli esaminò il funzionamento interno del paese capitalista più sviluppato dell'epoca: La Gran Bretagna, patria della rivoluzione industriale e culla del capitalismo moderno. Nel XVIII secolo, gli Stati Uniti avevano appena iniziato a consolidarsi come paese nel nuovo continente. La Dichiarazione d’Indipendenza da parte delle 13 colonie il 4 luglio 1776 e la stesura della Costituzione degli Stati Uniti avrebbero portato avanti il vertiginoso sviluppo del capitalismo in Nord America.
In questo articolo non approfondiremo la storia delle 13 colonie britanniche. Tuttavia, vorremmo sottolineare che una delle grandi lamentele delle colonie nacque a causa dell’aumento delle tasse e della mancanza di “rappresentanza”, ecco perché lo slogan era “One Man, One Vote” o “No taxation without representation”[3]. La democrazia cominciò ad apparire come la migliore cornice per lo sviluppo della “libera impresa e della proprietà privata” e non fu una coincidenza se gli Stati Uniti cominciarono a considerarsi il garante della democrazia in tutto il mondo.
Il XVIII secolo fu dominato dalle grandi potenze coloniali: Gran Bretagna, Francia, Spagna e, in misura minore, Olanda e Portogallo. Ecco perché il riconoscimento dell’indipendenza degli Stati Uniti avvenne in un clima di rivalità e conflitti territoriali tra queste potenze. Il trattato di Parigi del 1783 riconosceva l’indipendenza degli Stati Uniti e i loro diritti territoriali fino al Mississippi. La Francia possedeva la Louisiana; la Spagna dominava la Florida e aveva il controllo assoluto sul vice-regno della Nuova Spagna, che poi divenne il Messico.
Nel 1787, la Convenzione Costituzionale decise di creare una Costituzione per i 13 nuovi Stati, eliminando così gli scontri tra loro (tra New Jersey e New York per esempio). L’obiettivo era quello di risolvere il problema delle casse vuote per far fronte all’invasione da ovest di Gran Bretagna e Spagna. Contemporaneamente all’approvazione della Costituzione nel 1789, fu approvata anche la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”. Poiché la crescente borghesia era una nuova classe sfruttatrice e il capitalismo era un sistema basato sull’estrazione di plusvalore dalla classe operaia, tutte queste dichiarazioni sui “diritti”, come nel motto della rivoluzione francese “Liberté, égalité et fraternité”, erano solo coperture ideologiche per giustificare i moderni rapporti di sfruttamento capitalistico, un programma per raggiungere il consolidamento del capitalismo contro il vecchio regime feudale e le sue conseguenze. Queste grandiose “dichiarazioni” sarebbero presto diventate solo una copertura per uno sfruttamento feroce senza alcuna parvenza di umanità: la schiavitù, il razzismo e la lotta per i diritti civili negli Stati Uniti sono una dimostrazione dell’abisso tra le “affermazioni” della democrazia e la realtà della vita sotto il capitalismo.
Le navi arrivavano ai porti della costa orientale piene di immigrati che aspiravano ai nuovi e fertili territori e volevano creare le loro imprese; in altre parole, il “sogno americano” era una possibilità per milioni di immigrati di migliorare la propria situazione. La legge permise la migrazione e numerosi Europei partirono per colonizzare il west americano. La popolazione americana aumentò enormemente grazie all’immigrazione. Nel 1850, c’erano 23 milioni di abitanti che diventarono 92 milioni nel 1910, cioè più della popolazione della Gran Bretagna e della Francia messe insieme. Nella fase ascendente del capitalismo l’emigrazione era diversa da quella di oggi. All’epoca dell’espansione del capitalismo, la possibilità di condizioni di vita migliori era reale mentre oggi si tratta semplicemente di una fuga cieca e suicida, un vero e proprio vicolo cieco. Così oggi, le carovane di migliaia di migranti che partono dall’America Centrale cercando di raggiungere gli Stati Uniti via terra si scontrano con la fame, le bande di trafficanti e la repressione statale, così che la maggior parte di loro trova solo sofferenze indicibili o la morte pura e semplice.
L’espansione del capitalismo verso occidente era conosciuta, in una frase coniata nel 1845, come "Destino Manifesto[4]". Il capitalismo si diffuse e si aprì attraverso la canna del fucile, con i Winchester in pugno; le popolazioni indigene furono sfollate o sterminate e i sopravvissuti di questo esproprio violento e forzato furono confinati nelle riserve. “La frontiera” fu estesa per tutto il XVIII secolo in nome di una cosiddetta predestinazione con “una missione dettata dalla volontà divina”. Il “Destino manifesto” esprimeva l’ideologia dei primi coloni, protestanti e puritani, che si vedevano come una nazione “eletta” destinata a diffondersi dall’Atlantico al Pacifico. Questa espansione accompagnò l’arrivo delle ferrovie[5] e la crescente necessità di approvvigionamento di merci. Sembrava che il capitalismo subisse un’espansione illimitata, basata sull’idea di un progresso permanente in uno Stato quasi autonomo. Questa “espansione interna” continuò fino all’inizio del XX secolo.
All’inizio del XIX secolo, la giovane repubblica americana adottò una dottrina che avrebbe segnato la sua storia: la Dottrina Monroe. Elaborata nel 1823 da Quincy Adams e presentata al Congresso degli Stati Uniti da James Monroe, questa dottrina costituì una pietra miliare della politica estera americana che poteva essere riassunta nella frase “l’America per gli Americani”. Già dalla Dottrina fu chiaro che gli Stati Uniti non solo proclamavano la loro volontà di porre fine alla presenza degli Europei sul suolo americano, ma anche che la base di questa dottrina era di fatto insufficiente rispetto ai territori che gli Stati Uniti avrebbero dominato sul pianeta.
Questa mitica “frontiera” ha subito un’espansione vertiginosa nel XIX secolo. Napoleone Bonaparte aveva rivenduto la Louisiana e tutto il bacino del Mississippi, poi gli americani hanno portato via la Florida alla Spagna (1821) e vinto la guerra contro il Messico nel 1846, guadagnando più della metà del territorio messicano e raggiungendo così la costa del Pacifico. Più tardi, nel 1898, la guerra tra Stati Uniti e Spagna si concluse con una vittoria americana, che prese il controllo di Cuba, di altre isole caraibiche e delle lontane Filippine. Questo dimostrava già il declino dell’impero spagnolo e la crescita degli Stati Uniti come potenza regionale[6]. “Lo stesso anno in cui George Washington divenne presidente degli Stati Uniti, quindici navi cariche di seta e tè arrivarono dall’esotico e leggendario porto asiatico di Canton, mentre le navi da New York, Boston e Filadelfia penetravano coraggiosamente nella zona monopolizzata dalla Compagnia delle Indie Orientali. E in meno di quindici anni le navi battenti bandiera americana, armate dei loro valorosi marines, facevano scalo a Calcutta, nelle Filippine, in Giappone, Turchia, Egitto e Marocco. La storia del commercio estero degli Stati Uniti iniziò in modo spettacolare[7]. Nel Pacifico, dalla metà del XIX secolo, gli Stati Uniti cominciarono a far sentire la loro presenza contribuendo all’“apertura” del Giappone al capitalismo. Allo stesso tempo, la Gran Bretagna penetrò in Cina e stabilì le sue relazioni con questo paese asiatico. Tuttavia, in questa fase, gli Stati Uniti non avevano abbastanza potere per diffondere la loro presenza e difendere i loro possedimenti, cosa che avvenne soprattutto all’inizio del XX secolo.
Il lungo processo di incorporazione degli Stati nell’Unione iniziò nel 1787 fino alle ultime annessioni del 1959. L’Alaska fu portata via ai Russi nel 1867, ma fu solo nel gennaio 1959 che l’Alaska divenne il 49° Stato, mentre le Hawaii ne divennero il 50° nell’agosto dello stesso anno. Stiamo parlando di più di 170 anni, un periodo durante il quale il territorio si è esteso fino alla conquista dell’“ultima frontiera”, cioè fino alla costa pacifica della California. Nella frenetica avanzata del capitalismo sulle immense terre del Nord America, era necessario affrontare gli Stati schiavisti del Sud per due motivi: da un lato, consolidare l’unità dello Stato nazionale, mettendo fine al secessionismo sudista che minacciava costantemente l’indipendenza e, dall’altro, eliminare il sistema arcaico della schiavitù, cosa che permise allora di avere “cittadini liberi” ... liberi di vendere la propria manodopera! Era questa un’impresa ancora più necessaria visto che, fino alla prima guerra mondiale, gli Stati Uniti soffrivano di una carenza di forza lavoro.
Nel XIX secolo, gli Stati Uniti divennero il più grande importatore di schiavi. Il lavoro di questi schiavi agricoli era concentrato negli Stati del Sud. D’altra parte, il Nord industriale si basava sullo sviluppo dello sfruttamento del lavoro salariato, il che poneva un problema al capitalismo: l’industria dominava il paese e il lavoro doveva “circolare liberamente” affinché il capitale potesse utilizzarlo indiscriminatamente. I proprietari di schiavi resistettero a questa logica del capitale e si staccarono dal Nord industriale. La sanguinosa guerra civile (1861-1865) portò a una vittoria totale del capitalismo e diede una dura lezione alle tentazioni separatiste. Questa avanzata del capitalismo era stata salutata dal marxismo perché i rapporti di produzione borghesi portavano con sé i loro becchini: il moderno proletariato. Ecco perché “In un discorso di congratulazioni al signor Lincoln per la sua rielezione a presidente, abbiamo espresso la nostra convinzione che la guerra civile americana si sarebbe dimostrata di grande importanza per il progresso della classe operaia come la guerra d’indipendenza americana si era dimostrata per quella della borghesia”.[8]
Mentre gli Stati Uniti erano impegnati nella loro guerra di secessione, in Messico, la Francia aveva imposto un membro della casa d’Asburgo come imperatore messicano. Napoleone III intendeva così contendere agli Stati Uniti la zona d’influenza. Se questo accadeva non era una questione di “compiacenza” dello zio Sam o perché la Dottrina Monroe fosse una fantasia, no; semplicemente gli Stati Uniti erano occupati dalla guerra civile, ma una volta che questa finì, gli US furono in grado di espellere la Francia dalla loro naturale zona di influenza. Per dare una lezione agli Europei e tenere sotto controllo le loro future pretese, gli Stati Uniti spararono all’imperatore Maximillian nonostante gli appelli dell’aristocrazia europea e di scrittori come Victor Hugo. Fu un episodio che doveva dare il tono della futura politica globale.
All’inizio del XX secolo “gli Stati Uniti costituivano la società capitalista più vigorosa del mondo e avevano la più potente produzione industriale (...) La produttività aumentava più che mai, lo stesso per i profitti, i salari e le entrate nazionali”. “Ma quando Marx morì negli anni 1880, il capitalismo statunitense aveva raggiunto la produzione industriale britannica, e poi l’aveva superata definitivamente, per fare degli Stati Uniti la prima potenza industriale del mondo (...) La prima guerra mondiale provocò un notevole calo della produzione europea e un aumento della produzione statunitense, tanto che al tempo della rivoluzione russa gli Stati Uniti producevano quasi quanto l'intera Europa”[9].
Per la borghesia americana e tutti i suoi ideologi, sembrava che la manna capitalista fosse una “caratteristica naturale” del sistema; tuttavia, la realtà si basava sulla conquista di un vasto territorio in cui, man mano che la “frontiera” avanzava verso ovest, aumentava la domanda di ogni sorta di forniture e merci, un processo che era anche capace di assorbire un gran numero di immigrati; e, mentre le cifre della crescita salivano, i prestiti che sostenevano questa espansione venivano dall’Europa. Nel 1893, Chicago divenne la sede dell'Esposizione Mondiale, che mise gli Stati Uniti al primo posto tra le potenze industriali. Ma il “Sogno Americano” stava in realtà raggiungendo i suoi limiti; l’inizio del XX secolo e la prima guerra mondiale annunciavano l’entrata del capitalismo nella sua decadenza storica con l’apparire di nuove condizioni che rendevano conto dell’evoluzione degli Stati Uniti nel loro emergere come potenza mondiale.
2. La Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione del 1929
La prima guerra mondiale mostrò la necessità di una “nuova divisione del mondo”. Potenze industriali come la Germania arrivarono tardi alla divisione del mercato mondiale. Mentre la Francia e la Gran Bretagna avevano guadagnato molto attraverso l’estensione delle loro conquiste coloniali, e gli Stati Uniti dominavano il continente americano avendo consolidato la loro espansione da est a ovest, la Germania non aveva quasi nulla e voleva una nuova divisione del mondo. Sotto il capitalismo non c’è modo di trovare altri territori se non attraverso la guerra e dal 1914, la guerra divenne il modo di vita del capitalismo decadente[10].
La “Grande Guerra” trascinò tutta l’Europa nella distruzione, nei massacri e nella barbarie pura e semplice. La Germania scatenò le ostilità. Era la prima volta nell’era moderna che l'Europa viveva una situazione così drammatica.
Gli Stati Uniti mantennero la loro “neutralità” fino al 1917. C’era un enorme peso di illusioni sullo sviluppo illimitato del capitalismo in un paese che era lontano dai problemi dell’Europa. Nonostante l’affondamento della RMS Lusitania da parte di un sottomarino tedesco nel 1915, il presidente Woodrow Wilson mantenne la “neutralità”; una neutralità molto utile perché gli Stati Uniti aumentarono la produzione in modo notevole, diventando il grande fornitore di munizioni dell’Intesa: provviste militari di ogni tipo, alimenti, ecc. Le navi americane andavano avanti e indietro attraverso l'Atlantico cariche di merci e materiali per rifornire il fronte di guerra. Ecco perché la Germania sapeva che doveva dichiarare guerra agli Stati Uniti per porre fine a questo supporto logistico alla Gran Bretagna e alla Francia. Nel 1917, la Germania rinnovò i suoi attacchi sottomarini senza limiti. Inoltre, la Germania interferì in Messico, approfittando degli sconvolgimenti sociali in quel paese. Berlino chiese al governo messicano di dichiarare guerra agli Stati Uniti, aggiungendo che la vittoria del campo tedesco avrebbe permesso al Messico di riconquistare i territori perduti[11]. Perché gli Stati Uniti potessero mantenere il loro ruolo di principale fornitore e proteggere le loro navi, il loro canale di Panama e una “zona d’influenza” in preda alle convulsioni, la “neutralità” era già inutile e l’entrata in guerra era una necessità imperiosa per la borghesia americana, nonostante i tentativi di Wilson di bloccare questa via. In ultima analisi, la logica del capitalismo prevalse contro le intenzioni puritane e sincere di mantenere la pace.
“L'entrata in guerra dell’America cambiò decisamente il rapporto di forza industriale tra i combattenti e, di conseguenza, il rapporto di forza militare. Senza gli Stati Uniti la forza industriale della Gran Bretagna e della Francia da un lato e della Germania e dei suoi alleati dall’altro era almeno comparabili, ma con gli Stati Uniti il rapporto di forza cambiò arrivando a un valore di circa tre a uno a sfavore della Germania. Con questo la prospettiva di una vittoria militare tedesca divenne senza speranza”[12]. Gli Stati Uniti inviarono un milione di uomini sul fronte occidentale, il principale teatro di guerra, la loro industria fu il grande braccio strategico che costrinse la Germania ad arrendersi, e il trattato di Versailles stabilì le condizioni perché i vinti pagassero le riparazioni di guerra. Gli Stati Uniti spinsero per la creazione della Società delle Nazioni sulla base dei “Quattordici Punti” proposti da Woodrow Wilson. Tuttavia, gli Stati Uniti non aderirono mai a questa organizzazione per mantenere la loro “neutralità” in caso di futuri conflitti.
Mentre i centri industriali d’Europa e le loro popolazioni furono duramente colpiti da distruzioni e massacri, gli Stati Uniti, situati a migliaia di chilometri dai campi di battaglia, mantennero l’industria in piena crescita e la popolazione lontana dalle sofferenze dirette prodotte dalla guerra. Francia e Gran Bretagna, i paesi “vittoriosi”, non recuperarono la loro forza industriale. Nel 1919, tutti i belligeranti europei ebbero una crescita inferiore di oltre il 30%, mentre gli Stati Uniti uscirono dalla guerra rafforzati e con una concentrazione di oro nei loro forzieri più accresciuta che mai. A metà del XIX secolo, la Gran Bretagna era la potenza mondiale incontrastata e il suo Impero, sul quale “il sole non tramonta mai”, era lì a dimostrarlo; ma dopo la Prima Guerra mondiale dovette accettare a malincuore la sua posizione dietro gli Americani. Gli Stati Uniti passarono dallo stato di debitore a quello di maggior creditore e prestatore dell’Europa durante il periodo dopo la guerra. Il declino del capitalismo inaugurò una nuova organizzazione all’interno della costellazione imperialista.
“La situazione dell’economia britannica, un tempo potente, è stata esemplificata dalla situazione del 1926, quando questa ha fatto ricorso a tagli salariali diretti nel vano tentativo di ripristinare il suo vantaggio competitivo sul mercato mondiale (...). L’unico vero boom fu quello degli Stati Uniti, che beneficiarono sia delle sofferenze dei loro antichi rivali che dello sviluppo accelerato della produzione di massa, simboleggiato dalle catene di montaggio di Detroit che sfornavano il Modello T Ford. L’incoronazione dell’America come prima potenza economica mondiale rese anche possibile tirare su l’economia tedesca grazie all’iniezione di prestiti massicci”.[13]
In realtà, dopo la guerra, non ci fu né ripresa dell’economia né espansione di nuovi mercati. Per gli Stati Uniti, fu grazie alla guerra che aumentarono massicciamente le loro esportazioni verso l’Europa, e il fatto di aver mantenuto intatta la loro forza industriale rafforzò l’idea nella borghesia americana di una “crescita illimitata”. Tuttavia, il 1929 e la Grande Depressione infransero questa ideologia e ricordarono a tutti che il capitalismo era entrato nella sua fase di decadenza e che la crisi e la guerra sarebbero stati d’ora in poi il suo modus operandi.
La Grande Depressione colpì l’America come una maledizione biblica. Una fortissima disoccupazione, imprese in bancarotta, fame nelle strade... le immagini di desolazione si ripeterono in tutto il paese e le devastazioni si estesero al resto del mondo. Lo Stato americano, sotto la direzione di Franklin D. Roosevelt, decise di intervenire. Il capitalismo di Stato, che aveva preso forma dalla Prima Guerra mondiale, divenne onnipresente e intervenne in salvataggio dell’economia. Il “New Deal” non era altro che keynesianimo, con l’investimento dello Stato nelle infrastrutture che aveva la funzione di rivitalizzare l’intera industria. L’attuazione di questo piano fu ritardata e gli effetti positivi attesi tardarono ad arrivare. Così, negli anni ‘30, la borghesia mondiale cercò una via d’uscita dalla situazione e l’unica che la borghesia riuscì a trovare fu una nuova guerra mondiale, che fu possibile solo grazie allo schiacciamento del proletariato. Questa volta la guerra sarebbe stata più devastante e mortale e gli Stati Uniti ne sarebbero usciti ancora meglio posizionati come potenza mondiale incontrastata.
3. La seconda guerra mondiale
Ancora una volta fu la Germania a dover mettere in discussione lo status quo. L’annessione dell’Austria e l’invasione lampo della Polonia nel 1939 aprirono nuove ostilità. Gli Stati Uniti, il cui territorio era al riparo dai campi di battaglia, mantennero ancora una volta la loro neutralità. Mentre la Francia veniva invasa da un esercito di occupazione e la Gran Bretagna subiva i bombardamenti tedeschi, gli Stati Uniti riattivarono il loro ruolo di fornitori per il fronte; la disoccupazione venne riassorbita e l’industria americana riprese la sua frenetica produzione. Non fu il New Deal ma la guerra a permettere la ripresa dell’apparato produttivo americano.
La Germania sembrava inarrestabile. All’interno degli Stati Uniti c’era una forte resistenza a un’entrata in conflitto, l’ala “isolazionista”, normalmente concentrata nel Partito Repubblicano, non era d’accordo con l’entrata in guerra dell’America, e c’era una forte simpatia di settori della società americana verso le potenze dell’Asse e in particolare verso la Germania. La borghesia americana sapeva che la Germania avrebbe preso il controllo dell’Europa se non fosse intervenuta. Contrariamente alla prima guerra mondiale, questa volta il Giappone, che aveva già diffuso le sue ambizioni imperialiste in Manciuria e occupato gran parte della Cina, entrò immediatamente in guerra dalla parte dell’Asse (Berlino-Roma-Tokyo) e cercò di dominare il Pacifico.
Per poter entrare in guerra era necessario per la borghesia americana rompere con gli isolazionisti, ma anche convincere la popolazione e neutralizzare la classe operaia dietro la bandiera a stelle e strisce. Un attacco era necessario per giustificare la sua entrata in guerra senza trovare resistenze. Le crescenti provocazioni contro il Giappone diedero i loro frutti e nel dicembre 1941 l’impero di Hirohito abboccò all’amo e attaccò Pearl Harbour nelle Hawaii. Il machiavellismo della borghesia americana è degno di studio: la perdita di vite umane e le distruzioni materiali sono secondarie quando si tratta di obiettivi imperialisti[14]. Ancora una volta, l’entrata in guerra dell’America fece pendere l’ago della bilancia a favore degli alleati e tutta la sua industria fu destinata al rifornimento di armi e altro materiale per gli alleati. Il New Deal non aveva mantenuto la sua promessa di piena occupazione: nel 1938 c'erano 11 milioni di disoccupati e nel 1941 erano ancora più di 6 milioni. Fu solo quando tutto l’apparato industriale fu approntato per rispondere alle esigenze della guerra che la disoccupazione finalmente calò. E con ciò il miraggio di aver superato la crisi economica riapparve all’orizzonte americano.
La borghesia americana aveva messo su un esercito moderno capace di intervenire in tutto il mondo e la ricerca scientifica aveva già sfruttato la fissione nucleare. La sua “neutralità” pacifica era armata fino ai denti. Essere una potenza economica è intimamente legato alla capacità dello Stato nazionale di difendere i propri interessi a livello mondiale.
“Sotto il capitalismo non c’è un’opposizione fondamentale tra guerra e pace, ma c’è una differenza tra le fasi ascendente e decadente della società capitalista e, di conseguenza, una differenza nella funzione della guerra (e nel rapporto tra guerra e pace) nelle due rispettive fasi. Mentre nella fase ascendente la guerra aveva la funzione di allargare il mercato in vista di una maggiore produzione di beni di consumo, in quella di decadenza la produzione si concentra essenzialmente sulla produzione di mezzi di distruzione, cioè in vista della guerra. La decadenza della società capitalista si manifesta in modo impressionante nel fatto che mentre nel periodo ascendente le guerre portavano allo sviluppo economico, nel periodo decadente l’attività economica è orientata essenzialmente alla guerra.
Questo non significa che la guerra sia diventata lo scopo della produzione capitalistica, che rimane la produzione di plusvalore, ma significa che la guerra, assumendo un carattere permanente, è diventata il modo di vita del capitalismo decadente”.[15]
La Seconda Guerra mondiale fu chiaramente molto più distruttiva della prima. Globalmente morirono più di 50 milioni di persone, tra cui un gran numero di civili. La distruzione di fabbriche e di quartieri operai nei paesi nemici introdusse un nuovo elemento perché, per indebolire le capacità dell’avversario, era essenziale distruggere i centri della forza lavoro, le fabbriche di munizioni e gli impianti per la produzione di alimenti e medicine, ecc. La distruzione dell’Europa permise l’ascesa di una potenza di secondo livello, l’URSS, i cui appetiti imperialisti sembravano insaziabili. Gli Stati Uniti dovevano usare la loro nuova potenza, la bomba atomica, per negoziare con Stalin da una posizione di forza. Ecco perché a Yalta, nel febbraio 1945, mentre gli americani non avevano ancora completato la costruzione delle loro armi atomiche, Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill fecero credere ai russi il contrario, volendo questi ultimi invadere il Giappone prima di maggio. Sotto Harry S. Truman, l’accordo di Potsdam fu completato all’inizio di agosto 1945, ma Truman ricevette dei telegrammi che confermavano il successo dei test della bomba atomica nel New Mexico e fu così in grado di esercitare una maggiore pressione sull’URSS sapendo di possedere già l’arma che gli avrebbe garantito una superiorità nei confronti dei russi. Gli Stati Uniti sganciarono le loro bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, su un Giappone già sconfitto e che non rappresentava più una minaccia per gli Alleati, soprattutto per impressionare i russi. Il bombardamento atomico mise fine alle ambizioni dell’URSS. La Seconda Guerra Mondiale non era ancora finita ed era già cominciata la Guerra Fredda.
4. La guerra fredda: una conseguenza del “secolo americano”
Gli Stati Uniti si sono assicurati il controllo globale alla fine della Seconda Guerra mondiale. La creazione dell’ONU, l’accordo di Bretton Woods (nel 1945, l’80% dell’oro mondiale si trovava negli Stati Uniti), la Banca Mondiale, il FMI, il GATT, la NATO... rappresentavano tutta un’architettura organizzativa che assicurava la superiorità mondiale americana a livello economico, politico e, soprattutto, militare. Le basi americane si moltiplicarono in tutto il pianeta, 800 in totale più basi segrete esistenti probabilmente in paesi come Israele e Arabia Saudita. Durante la guerra gli Stati Uniti, con oltre 12 milioni di uomini sotto le armi, avevano raddoppiato il loro Prodotto Nazionale Lordo, e alla fine della guerra rappresentavano “la metà della capacità produttiva mondiale, la maggior parte delle eccedenze alimentari, e quasi tutte le riserve finanziarie. Gli Stati Uniti erano in testa in una vasta gamma di tecnologie essenziali per la guerra moderna e la prosperità economica. Il possesso di ampie scorte di petrolio nazionale e il controllo dell’accesso alle vaste riserve di petrolio dell’America Latina e del Medio Oriente contribuirono alla posizione di dominio globale degli Stati Uniti” (D. S. Painter, Encyclopaedia of US Foreign Policy)[16].
Così, “la forza americana è stata favorita dai vantaggi derivanti dal relativo isolamento geografico dell’America. Distante dall’epicentro di entrambe le guerre mondiali, la patria americana non aveva subito nessuna delle massicce distruzioni dei mezzi di produzione che le nazioni europee avevano sperimentato, e la sua popolazione civile era stata risparmiata dal terrore dei raid aerei, dei bombardamenti, delle deportazioni e dei campi di concentramento che portarono alla morte di milioni di non combattenti in Europa (più di 20 milioni di civili nella sola Russia)”.[17]
Dal 1945, l’asse principale della politica estera americana nella Guerra Fredda fu il “contenimento dell'URSS” e del blocco falsamente chiamato “comunista”. Le ambizioni dell’URSS si videro presto apertamente: la Russia inghiottì gli Stati baltici, installò il suo governo in Polonia, negoziò l’accesso al Mar Nero con la Turchia, alimentò la guerra civile in Grecia e non nascose le sue pretese verso il Giappone e le isole Curìli con le quali avrebbe rafforzato il suo potere dall’Europa al Pacifico. Gli Stati Uniti concepirono la loro strategia con il “Piano Marshall” nel 1947: più di 12,5 miliardi di dollari per la ricostruzione urbana, per alleviare la fame e fornire beni in tutta Europa. In breve, il Piano Marshall serviva a permettere agli europei di continuare a comprare beni americani. Per il resto, l’obiettivo principale era di impedire lo sviluppo in Europa di condizioni che permettessero all’URSS, e ai partiti “comunisti” fedeli a Mosca, di fomentare una situazione socialmente instabile e integrare nuovi membri nel blocco russo, il caso della Cecoslovacchia essendo un esempio eloquente che non poteva essere ripetuto.[18]
Alla fine della guerra, George Marshall arrivò in Cina per cercare di formare una coalizione. Tuttavia Mao Tse Tung del PCC e Chiang Kai-Shek del Kuomintang, consigliati da Mosca, misero da parte le loro rivalità e fecero fronte comune contro gli americani e ruppero i negoziati nella primavera del 1946.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’URSS e gli Stati Uniti si incontrarono per dividere la Corea lungo il 36° parallelo, ma nel 1950, il Nord, sostenuto dai Russi, invase la Corea del Sud, che era sotto il controllo americano. Gli orrori della Guerra Fredda erano giunti al macabro compimento[19]: la guerra durò 3 anni e costò 3 milioni di morti, con famiglie divise e un’angoscia duratura per la popolazione coreana. Gli Stati Uniti riuscirono ad avere la meglio e respinsero le forze nordcoreane verso la frontiera inizialmente concordata. Questa guerra segnò l’inizio di una situazione in cui gli Stati Uniti furono la prima e incontrastata superpotenza mondiale per i successivi 40 anni.
L’Europa era divisa dalla “cortina di ferro”. La NATO fu creata nel 1949 per la protezione militare dell’Europa occidentale, e nel 1955 l’URSS rispose con il Patto di Varsavia. Il mondo fu immerso in una minaccia permanente di conflitto, missili e ogni sorta di armamenti venivano esibiti da entrambe le parti mentre la “pace” capitalista diventava una nuova spada di Damocle.
A poco a poco gli Stati Uniti imposero la loro autorità. Nel 1956, quando il Regno Unito e la Francia, con la connivenza di Israele, agirono impulsivamente nel tentativo di riprendere il canale di Suez, gli americani imposero la loro disciplina e relegarono la Francia e il Regno Unito a un ruolo secondario dietro gli Stati Uniti.
L’unico scontro diretto tra i due leader di blocco, USA e URSS, fu la “crisi dei missili di Cuba” nel 1962, che terminò con un accordo segreto tra l’amministrazione Kennedy e Nikita Kruscev. Altri scontri di questo periodo sono stati fatti per mezzo di intermediari.
L’ostacolo più importante per il “secolo americano” fu la guerra in Vietnam. Il Vietnam era diviso tra Nord e Sud, il Sud sotto l’influenza di Washington e il Nord sotto l’URSS e la Cina. Questa guerra portò a numerose divisioni all’interno della borghesia americana e l’idea di essere “impantanati nella palude vietnamita”, così come i progressi di Mosca in Medio Oriente, contribuirono a far sì che gli americani terminassero questa guerra e riorientassero la loro politica estera. Anche se più di 500.000 uomini erano stati inviati in Vietnam nel 1968, questi dovettero abbandonare l’ex colonia francese e, nel 1973, furono firmati gli “Accordi di Parigi” che stabilivano la partenza degli americani dal Vietnam del Sud. Questo portò presto alla presa di Saigon da parte del Vietnam del Nord nel 1975 e alla riunificazione del paese nel 1976 sotto l’egida “comunista” con il grandioso nome di Repubblica Socialista del Vietnam.
A parte questo fiasco, che non fu insignificante, gli Americani riuscirono a raggiungere la Luna e a primeggiare nella ricerca scientifica e tecnologica in campo militare. Nelle rivalità con il blocco “comunista” essi riuscirono a contenere l’URSS in tutto il continente americano. Cuba fu un’eccezione che Washington si promise che non si sarebbe ripetuta: la Dottrina Monroe fu applicata alla lettera. L’influenza cubana si limitò al romanticismo intorno alla rivoluzione di uomini con la barba che alimentò il gauchisme guerrigliero simboleggiato da Che Guevara. In Medio Oriente gli Stati Uniti fecero di Israele la loro testa di ponte per contenere i flirt arabi con Mosca. In Estremo Oriente, invece, il fallimento della guerra del Vietnam portò qualcosa di positivo per Washington: riuscì ad attirare la Cina nel blocco occidentale, con una rottura definitiva di questa con i Russi. Naturalmente, gli Stati Uniti dovettero abbandonare la loro precedente posizione che riconosceva Taiwan come governo della Cina; l’imperialismo non ha rimorsi né vergogna, questi sentimenti non esistono per esso perché ciò che prevale è il freddo calcolo degli interessi più sordidi per assicurare il potere e il controllo sugli altri. La guerra fredda ha visto quattro decenni di manovre, di “contenimento” e infine l’accerchiamento dell’URSS.
Gli Stati Uniti non intervennero nella rivolta ungherese del 1956, ma quando l’URSS invase l’Afghanistan all’inizio degli anni ’80, fu costretta a sostenere e parteggiare per la “resistenza” contro l’invasione sovietica, dando così vita ai Mujaheddin e a quella che poi divenne al-Qaeda, guidata da Osama Bin Laden, che combatterono a fianco degli Americani. All’inizio del ventunesimo secolo, tutti questi “alleati” avevano cominciato a fare i loro giochi fino al punto di osare ribellarsi e attaccare il loro vecchio padrone.
Conclusione
Dalla fine del XVIII secolo, la costituzione degli Stati Uniti ha permesso loro di conquistare un territorio immenso e di accogliere un flusso costante di emigrati. L’industrializzazione del Nord ebbe la meglio sull’anacronistico sistema schiavista del Sud e, con esso, il capitalismo consolidò le basi della sua espansione. Alla fine del XIX secolo gli Stati Uniti erano già un paese il cui territorio si estendeva dall’Atlantico al Pacifico. Dobbiamo qui notare che gli Stati Uniti sono letteralmente la somma di Stati che genera un’unità nazionale mantenuta sotto vincoli. Ma il “Destino Manifesto” era che gli Stati Uniti si sarebbero diffusi in tutto il mondo; dopo tutto, questo “destino” era quello del capitalismo americano, espresso nei sogni dei primi pionieri. La fine dell’espansione americana sul proprio territorio nazionale e la delimitazione della Dottrina Monroe (di fronte alle potenze europee) della zona d’influenza degli Stati Uniti in tutto il continente americano coincise con l’apertura del XX secolo e l’inizio della decadenza del capitalismo. La prima guerra mondiale fu l’espressione aperta della fine della fase progressiva del capitalismo e dell’inizio del suo declino storico.
Gli Stati Uniti uscirono dalla Prima Guerra Mondiale molto rafforzati, e i prestatori di ieri divennero debitori; in contrasto con quanto avvenne in Europa, dove anche i vincitori Gran Bretagna e Francia furono incapaci di riprendere il loro antico posto sullo scacchiere internazionale e dove gli Stati Uniti si posizionarono come prima potenza mondiale, divenendo il grande fornitore dell’Intesa. Essendo geograficamente lontani dai campi di battaglia, la loro produzione industriale e la loro popolazione rimasero intatte e si concentrarono sulla produzione per rifornire il fronte. La Grande Depressione mostrò fino a che punto il capitalismo di Stato aveva già preso il controllo della vita economica, sociale e militare. Anche se il New Deal non risolse la crisi, mostrò il ruolo dello Stato. La Seconda Guerra Mondiale ha più che confermato il ruolo degli Stati Uniti come potenza mondiale. Questa volta il suo ruolo di fornitore fu superiore, le riserve di oro erano concentrate nei forzieri americani e il suo esercito era presente su tutto il pianeta, in cielo, mare e terra. Tutto il suo apparato produttivo e scientifico era subordinato alle necessità della guerra. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, abbiamo visto il coronamento del grande vincitore di due guerre mondiali: gli Stati Uniti. La guerra fredda fu completamente dominata dagli Americani, mentre il blocco russo implose nel 1989 senza che un colpo fosse sparato o un missile lanciato dall’Occidente. Ma il dominio americano era fondato su sabbie mobili, mentre il suo impero era incancrenito dal cancro del militarismo. Mentre il blocco sovietico, con la Russia in testa, era esausto e dissestato per l’esaurimento del suo apparato produttivo dopo decenni di tentativi di tenere il passo nella corsa agli armamenti, gli stessi Stati Uniti hanno minato la loro supremazia sotto il peso di un’economia soggetta alle esigenze della guerra. La posizione di prima potenza mondiale non si difende con la poesia ma con il mantenimento e l’espansione di un potente esercito. È lo stesso in questo periodo in cui finisce il “secolo americano”. Il peso delle spese militari aveva spinto l’URSS al fallimento, ma l’industria degli armamenti è uno spreco puro e semplice per il capitale mondiale, per il capitale nel suo insieme, e così l’URSS non è sola a soffrire di questo peso. Analizzeremo nella seconda parte di questo articolo come questi sviluppi hanno avuto un effetto negativo anche sulla capacità competitiva del capitale americano.
Gli Stati Uniti possono essere considerati come il classico paese della decadenza del capitalismo. Se la Gran Bretagna e la Francia erano le potenze dell’ascesa del capitalismo, gli Stati Uniti sono diventati la più grande potenza attraverso le condizioni create dalla decadenza del capitalismo, in particolare la guerra come “stile di vita” di un sistema in declino. Questa decadenza ha aperto la sua fase terminale, la decomposizione sociale che, dalla fine degli anni '80, ha segnato un’accentuazione qualitativa delle contraddizioni di questo modo di produzione. Trent’anni di decomposizione sociale hanno portato i paesi centrali del capitalismo, e soprattutto gli Stati Uniti, a diventare la forza motrice del caos.
Marsan
[1] Vedi Assalto al Campidoglio di Washington: gli USA nel cuore della decomposizione mondiale del capitalismo [106].
[3] “Un uomo, un voto” o “nessuna tassa senza una rappresentanza”.
[5] Il presidente Abramo Lincoln firmò il Pacific Railroad Act (Legge sulle ferrovie del Pacifico) nel 1862. Questa legge autorizzava la costruzione di una ferrovia transcontinentale da parte di due compagnie, la Union Pacific Railroad e la Central Pacific Railroad.
[6] Il pretesto per questa guerra fu l’affondamento della corazzata USS Maine nel porto dell’Avana il 15 febbraio 1898. La Spagna si rifiutò di vendere Cuba agli americani e l’invio della corazzata senza preavviso fu un’aperta provocazione. Ancora oggi si specula su “chi ha affondato la Maine”. Quello che è certo è che il crimine andò a vantaggio degli Stati Uniti che, dopo la guerra contro la Spagna, controllavano Cuba, Puerto Rica e persino le Filippine. Il machiavellismo della borghesia statunitense ha una lunga storia.
[7] Eugenio Pereira Salas: Los primeros contactos entre Chile y los Estados Unidos. 1778-1809 (Santiago: Ed. Andres Bello, 1971.) (In spagnolo).
[8] Il Messaggio all’Unione Nazionale del Lavoro degli Stati Uniti (Address to the National Labour Union of the United States [108]) fu scritto da Marx e letto da lui alla riunione del Consiglio Generale della Prima Internazionale nel maggio 1869. Vedi anche la lettera del dicembre 1864 scritta da Marx e indirizzata ad Abraham Lincoln a nome della Prima Internazionale, che fu pubblicata in Gran Bretagna nel Daily News, nel Reynolds Newspaper e nel Bee-Hive (Messaggio dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori ad Abraham Lincoln, Presidente degli Stati Uniti d'America – Address of the International Working Men's Association to Abraham Lincoln, President of the United States of America [109]).
[9] Fritz Sternberg, Capitalism and Socialism on Trial.
[10] Vedi “Guerra, militarismo e blocchi imperialisti nella decadenza del capitalismo” in International Review 52 [110] and 53 [111] (disponibile in inglese, francese e spagnolo). Sulla base delle analisi della Gauche Communiste de France, questo articolo spiega la diversa natura delle guerre nel periodo del capitalismo ascendente e di quelle nel suo periodo di decadenza.
[11] Vedi l’articolo La borghesia messicana nella storia dell'imperialismo, nella Rivista Internazionale n° 77 (in inglese, The Mexican bourgeoisie in the history of imperialism [112], francese e spagnolo) e il libro La guerra secreta en Mexico, di Friedrich Katz, edizione ERA.
[12] Fritz Sternberg, Capitalism and socialism on trial.
[13] Vedi Decadence of Capitalism (x): For revolutionaries, the Great Depression confirms the obsolescence of capitalism [113], in Rivista Internazionale n° 146 (in inglese, francese e spagnolo).
[14] Per meglio comprendere come i mass-media americani hanno confrontato l’11 settembre con il 1941, vedi Pearl Harbor 1941, Twin Towers 2001: Machiavellianism of the US bourgeoisie [114] nella Rivista Internazionale n°108 (in inglese, francese e spagnolo).
[15] Rapporto della Conferenza della Sinistra Comunista di Francia del luglio 1945 ripreso nel Rapporto sul corso storico adottato al 3° Congresso della CCI, citato in War, militarism and imperialist blocs in the decadence of capitalism [110], Rivista Internazionale n°52, (in inglese, francese e spagnolo).
[16] History of US foreign policy since World War II [115] (Storia della politica estera Americana dalla II Guerra mondiale), in Rivista Internazionale n° 113, in inglese, francese e spagnolo.
[17] Ibidem.
[18] Gli accordi di Yalta (1944) unirono i Cechi e gli Slovacchi in un’unica repubblica governata da Edouard Benes con l’approvazione degli alleati. L’idea era che l’URSS avrebbe permesso alla Cecoslovacchia di agire da cuscinetto, ma Stalin lavorò per radicalizzare il partito socialdemocratico ceco (CSK), che prese il ministero degli interni e la carica di primo ministro (Gottwald), tra gli altri. Fu organizzato un colpo di stato legale, ci furono intrighi, “suicidi” (Jan Masaryk, ministro degli esteri), ecc. fino a che, nel febbraio 1948, gli stalinisti presero il controllo totale. Gli Stati Uniti non reagirono in tempo, cosa di cui si lamentò Churchill.
[19] Il tonnellaggio delle bombe atomiche era già superiore a quello della seconda guerra mondiale, e l’uso di sostanze chimiche, come il napalm in Vietnam, fu una drammatica conferma di una guerra fredda sempre più barbara.
Qui di seguito pubblichiamo una lettera ricevuta da un nostro simpatizzante a proposito di una intervista trasmessa per televisione di un’operaia della GKN, l’azienda di Campi Bisenzio, Firenze, appartenente ad una multinazionale britannica che si occupa principalmente della realizzazione di componenti destinate alle industrie del settore automobilistico. Come è noto i 422 lavoratori di questa azienda sono stati tutti licenziati in tronco da un giorno all’altro, senza alcun preavviso, e la cosa che ha fatto ghiacciare il sangue a questi lavoratori e all’opinione pubblica è il fatto che, oltre alla mancanza di preavviso, il licenziamento sia arrivato in maniera del tutto anonima, tramite posta mail agli organi sindacali. È su questo che l’operaia dell’intervista interviene, e il nostro contatto insiste, parlando giustamente di un padrone sempre più impersonale, sempre più lontano e irraggiungibile, tanto che non puoi neanche sapere e capire chi sia e come sia fatto. Ma proprio l’impersonalità del padrone, non più identificabile in una persona fisica ma piuttosto in una finanziaria, in una S.p.a. o altra entità astratta, deve incoraggiare i proletari a capire che la lotta non va portata contro questo o quel padrone, ma contro l’intero sistema capitalista che sorregge e cui appartengono i vari padroni. L’altro aspetto molto interessante della lettera è il suggerimento che l’intervista all’operaia della GKN esprima una presa di coscienza da parte di alcuni proletari e che sia una manifestazione di una più generale maturazione sotterranea della coscienza di classe. Noi siamo d’accordo anche su questa seconda riflessione. Anche se con grandi difficoltà, la classe non è politicamente spenta e cerca di tirare le lezioni dalle proprie sconfitte, come nel caso dei licenziamenti di questo periodo. L’obiettivo è dunque che questi sprazzi di lucidità non restino isolati, pena il loro possibile inaridimento, ma che si connettano con quelli di altri gruppi di proletari in un processo di mutuo rafforzamento, in una dinamica di crescita collettiva in cui chi sta più avanti trascina gli altri nel processo di chiarimento e di presa di coscienza. Naturalmente i rivoluzionari e tutti i compagni di avanguardia della classe hanno in questo un ruolo importante da svolgere.
La lettera del compagno
Cari compagni, vi invio questo contributo per la prossima riunione online, perché voglio farvi partecipi di una certa sensazione che ho provato nell’ascoltare in video un’intervista di un giornalista ad un’operaia della GKN, in presidio permanente, dopo che una mail inviata lo scorso 9 luglio dai dirigenti dell’azienda ai soli rappresentanti sindacali annunciava la chiusura dell’impianto ed il licenziamento per tutti i 422 lavoratori. Ecco cosa risponde l’operaia alla giornalista che le chiedeva cosa si prova di fronte ad una situazione del genere:
Operaia: “Innanzitutto rabbia e poi inquietudine. Inquietudine verso un sistema che manca completamente di rispetto alla persona. Un sistema che è invisibile come lo abbiamo visto con il covid. Ed è il nemico peggiore. Un ente finanziario invisibile fatto di dividendi di percentuali ecc. ecc. è come una sorta di virus. Il sentimento che prevale è rabbia ed inquietudine per non sapere chi hai davanti, di non avere un interlocutore visibile. Pur non essendo una persona come me, entra però in casa tua e si prende tutto.”
Come vi dicevo sopra, sono stato molto colpito da questa breve intervista perché mi aspettavo una delle solite risposte che ascoltiamo spesso da parte di operai in lotta - e soprattutto da elementi sindacalizzati - di aziende che stanno chiudendo. Risposte cariche di illusioni nell’Azienda e nello Stato, tipo: noi produciamo degli ottimi prodotti, ricercati sul mercato, l’azienda è in attivo, l’azienda siamo noi, è la nostra casa, siamo increduli e non ci spieghiamo il comportamento dei dirigenti. Speriamo che lo Stato possa fare qualcosa. Ecc. ecc.
Invece, nel suo volto e nelle sue parole, ho colto un qualcosa di diverso, un qualcosa di intenso, di genuinamente proletario che forse è frutto di una importante riflessione da parte di questa operaia. Una riflessione che l’ha fatta andare oltre le solite frasi, soprattutto nell’esprimere quella certa impotenza di fronte ad un sistema che oramai è impersonale e che si prende tutto. Intendiamoci, il termine sistema può essere, nella testa di questa operaia, anche riferito a quello finanziario. Ma l’impersonalità del nemico di classe è una definizione che troviamo nella tradizione marxista e che attualmente, insieme ad altri, costituisce uno dei fattori di disorientamento del proletariato e dell’ulteriore abbassamento della sua coscienza di classe. Non credo che io stia dando i numeri se a partire da questa intervista, ma non solo perché vi sono tante altre espressioni similari, penso che una certa riflessione di classe cominci a serpeggiare nei ranghi operai e tra i più colpiti dalla crisi e nella giusta direzione. In altre parole ho avuto la sensazione che l’operaia intervistata - arrabbiata ed indignata - si stia chiedendo, anche se con domande non ancora nette, in che mondo disumano si vive, che futuro abbiamo di fronte a noi e soprattutto chi ne possa essere il vero responsabile. E secondo me ciò non è cosa da poco.
La talpa, di fronte ai durissimi colpi della crisi economica, se in questo momento, pur lottando, dimostra ancora stupore e disorientamento, sta comunque sforzandosi di comprendere meglio che cosa le stia accadendo. E nonostante la martellante mistificazione svolta dalla borghesia per nascondere il fallimento globale del proprio sistema, sostenuta in questo da tutti i partiti, quelli di sinistra in particolare, e dai sindacati più “radicati” nei ranghi operai, la classe, costretta a scavare e a riscavare per la sua sopravvivenza, sta comunque riflettendo e soprattutto si sta chiedendo se ci può essere qualche reale via d’uscita da questo putrido impasse sociale.
Un saluto
R.
Negli ultimi tempi, siamo stati colpiti da una serie di eventi catastrofici che rendono la vita sempre più insopportabile per una gran parte dell'umanità e alcuni dei quali arrivano a causare la morte di milioni di esseri umani.
L'intervento delle truppe americane in Afghanistan e il loro precipitoso ritiro hanno lasciato il paese nel caos. Un caos che fa sprofondare la maggior parte della popolazione nella miseria e nella disperazione assoluta.
I disastri climatici sono ormai una costante: dalle terrificanti ondate di calore agli incendi, dalle gigantesche inondazioni ai tifoni anche nelle zone dal clima temperato come l’Italia.
La Pandemia, con le sue conseguenze devastanti sul piano sanitario, economico e sociale.
Questi eventi sono casuali né tano meno separati e indipendenti l’uno dall’altro ma sono intrinsecamente collegati da un’unica matrice: Il capitalismo, la sua decadenza come sistema sociale e la sua entrata una fase di impasse storico.
La barbarie della guerra, le epidemie e le molteplici calamità ambientali, economiche e sociali, la loro simultaneità e ampiezza, il loro accumularsi e la loro interconnessione sono espressione dello sprofondamento in un'impasse totale di un sistema che non ha alcun futuro da offrire alla maggioranza della popolazione mondiale, se non quello di una barbarie crescente.
Solo analizzando il declino storico del capitalismo è possibile comprendere questi eventi catastrofici e come la classe lavoratrice può opporvi una prospettiva per l’intera umanità.
La CCI invita tutti i lettori a partecipare al dibatto pubblico che si terrà via internet
Tutti coloro che desiderano partecipare possono farlo inviando un messaggio a: [email protected] [6] o alla sezione Contatti del nostro sito it.internationalism.org. Le modalità tecniche per partecipare all’incontro saranno comunicate in seguito ai partecipanti.
Per prepararsi a questo incontro, suggeriamo la lettura dei seguenti testi disponibili sul nostro sito:
- Risoluzione sulla situazione internazionale (2021) [121], del 24° Congresso internazionale. Sul sito sono anche disponibili i rapporti del congresso su Pandemia e Decomposizione, crisi economica, lotta di classe
- Afghanistan: Dietro il declino dell'imperialismo USA, il declino del capitalismo mondiale [99]
- Rapporto dell’IPCC sulla crisi climatica: La necessità di una transizione... al comunismo [123]
- Volantino internazionale sul clima [124]: Il capitalismo minaccia il pianeta e la sopravvivenza dell’umanità: solo la lotta mondiale del proletariato può mettere fine a questa minaccia [125]
- Tesi su: La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [17]
Oggi, una serie di scioperi negli Stati Uniti, sta scuotendo ampie parti del paese. Questo movimento chiamato "striketober" (contrazione di "strike" e "october") mobilita migliaia di salariati che denunciano le condizioni di lavoro insopportabili, la fatica fisica e psicologica, l'aumento scandaloso dei profitti dei proprietari di gruppi industriali come Kellog's, John Deere, PepsiCo o del settore sanitario e delle cliniche private, come a New York, per esempio. È difficile contare il numero esatto di scioperi perché il governo federale conta solo quelli che coinvolgono più di mille dipendenti. Il fatto che la classe operaia possa reagire e mostrare combattività in un paese che è ora al centro del processo di decomposizione globale del sistema capitalistico è un segno che il proletariato non è sconfitto.
Per quasi due anni, in tutto il mondo, una coltre di piombo è calata sulla classe operaia con l'emergere della pandemia Covid-19, le ripetute serrate, i ricoveri d'urgenza e i milioni di morti. In tutto il mondo la classe operaia è stata vittima della negligenza generalizzata della borghesia, dei fatiscenti servizi sanitari, sovraccarichi e sempre soggetti alle esigenze della redditività. La vita precaria e la paura del domani hanno rafforzato un sentimento di attesa già forte nelle file dei lavoratori, accentuando ulteriormente il ripiegamento su se stessi. Dopo la ripresa della combattività che si era espressa in diversi paesi durante il 2019 e all'inizio del 2020, lo scontro sociale ha subito una battuta d'arresto. Se il movimento contro la riforma delle pensioni in Francia ha mostrato un nuovo dinamismo nel confronto sociale, la pandemia Covid-19 ha teso a soffocare questo dinamica.
Tuttavia, in piena pandemia, sono emerse delle lotte sul terreno della classe operaia in Spagna, Italia e Francia, attraverso movimenti sporadici che già esprimevano una relativa capacità di reazione di fronte a condizioni di lavoro insopportabili, in particolare di fronte all'aumento dello sfruttamento e del cinismo della borghesia in settori come la sanità, i trasporti e il commercio. L'isolamento imposto dal virus mortale e il clima di terrore trasmesso dalla borghesia hanno tuttavia reso queste lotte impotenti ad affermare una reale alternativa al palpabile degrado sanitario, economico e sociale. Peggio ancora, queste espressioni di malcontento per le condizioni di lavoro infernali e pericolose per la salute, il rifiuto (minoritario) di andare al lavoro senza maschere e protezioni, sono stati presentati dalla borghesia come richieste egoistiche, irresponsabili e, soprattutto, colpevoli di minare l'unità sociale ed economica di ogni nazione nella sua lotta contro la crisi sanitaria.
Mentre da anni la popolazione americana è costretta ad affidarsi allo Stato onnipotente, che ha imposto la sua logica sanitaria, economica e sociale, alimentata, come ovunque, dalle menzogne populiste di un Donald Trump, che voleva essere il campione della piena occupazione, e poi dalla tiritera del "nuovo Roosevelt", Joe Biden, oggi migliaia di lavoratori stanno lentamente creando le condizioni per recuperare una forza collettiva che un tempo avevano dimenticato. Stanno lentamente riscoprendo la fiducia nelle proprie forze e la capacità di rifiutare l'ignominioso "sistema salariale a due livelli"[1], dimostrando così la solidarietà tra le generazioni, dove la maggioranza dei lavoratori esperti e "protetti" si batte a fianco dei loro giovani e più precari colleghi.
Questa solidarietà tra le generazioni si era già manifestata in Francia nel 2014, durante le lotte alla SNCF e Air France contro le identiche riforme. È stata espressa anche in Spagna, durante il movimento degli Indignados nel 2011, e in Francia, nel 2006, durante la lotta contro il CPE. Questa solidarietà tra generazioni rappresenta un grande potenziale per lo sviluppo delle lotte future, è il segno di una ricerca di unità nelle file della classe operaia mentre la borghesia vuole dividere i "vecchi, approfittatori" e la "i giovani, scansafatiche", come possiamo vedere nel movimento "Giovani per il clima", per esempio, riattivato in occasione della COP 26.
Anche se questi scioperi sono molto ben controllati dai sindacati (il che ha peraltro permesso alla borghesia di presentare queste mobilitazioni come il "grande ritorno" dei sindacati negli Stati Uniti), abbiamo visto alcuni segni di messa in discussione degli accordi firmati proprio da questi sindacati. Questa protesta è embrionale e la classe operaia è ancora lontana da un confronto diretto e consapevole con questi cani da guardia dello Stato borghese. Ma è un segno molto reale di combattività. Qualcuno potrebbe immaginare che queste lotte negli Stati Uniti siano l'eccezione che conferma la regola: non è così! Altre lotte sono emerse nell’ultimo periodo:
- In Iran, quest'estate, gli scioperi nel settore petrolifero contro i bassi salari e l'alto costo della vita hanno visto i lavoratori di più di 70 siti partecipare al movimento. Era la prima volta che questo accadeva nei 42 anni dall'avvento della repubblica islamica. Anche altri settori hanno sostenuto gli scioperanti;
- In Corea, i sindacati hanno dovuto organizzare uno sciopero generale in ottobre per la protezione sociale, contro la precarietà e le disuguaglianze;
- In Italia, in settembre e ottobre, ci sono state numerose manifestazioni, scioperi e richieste di sciopero generale contro i licenziamenti, anche contro gli incontri tra la CGIL, il governo e gli imprenditori per un "patto sociale" per uscire dal Covid. In breve: per licenziamenti più facili e l'abolizione del salario minimo;
- In Germania, il sindacato dei servizi pubblici “ver.di” è costretto a brandire la minacciare di scioperi nel tentativo di ottenere aumenti salariali.
Se si ascoltano gli economisti borghesi, l'inflazione attuale che spinge verso l'alto i prezzi dell'energia e dei beni di prima necessità, prosciugando così il potere d'acquisto negli Stati Uniti, in Francia, nel Regno Unito o in Germania e in Italia, è solo un prodotto ciclico della "ripresa economica". Legata ad "aspetti specifici", come le strozzature nel trasporto marittimo o stradale, il "surriscaldamento" della produzione industriale, in particolare l'aumento spettacolare dei prezzi del carburante e del gas, l’inflazione sarebbe solo un brutto momento da subire prima di un regolamento, un equilibrio nella produzione di beni. Tutto viene fatto per rassicurare e giustificare un processo inflazionistico "necessario"... che, nonostante tutto, è destinato a durare.
Il denaro a pioggia, le centinaia di miliardi di dollari, euro, yen e yuan che i governi hanno stampato e riversato senza contare il costo, per mesi e mesi, per affrontare le conseguenze economiche e sociali della pandemia ed evitare il caos diffuso, ha solo indebolito il valore delle monete e sta spingendo ad un processo inflazionistico cronico.
Ci sarà un prezzo da pagare e la classe operaia è in prima linea in questi attacchi. Anche se non c'è stata ancora una reazione diretta e massiccia contro questo attacco, l'inflazione può servire come un potente fattore di sviluppo e di unificazione delle lotte: l'aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, gas, pane, elettricità, ecc., non può che degradare direttamente le condizioni di vita di tutti i lavoratori, che lavorino nel settore pubblico o privato, che siano attivi, disoccupati o pensionati. De resto i governi non si sbagliano. Anche se non hanno ancora imposto programmi formali di austerità e, al contrario, hanno iniettato massicciamente milioni e milioni di dollari, yuan ed euro, sanno che è assolutamente necessario rilanciare l'attività e che esiste una bomba sociale. Mentre i governi pensavano di porre rapidamente fine a tutte le misure di sostegno legate al Covid e di "normalizzare" i conti il più presto possibile, Biden (per evitare il disastro sociale) ha messo in atto un "piano storico" di intervento che "creerà milioni di posti di lavoro, farà crescere l'economia, investirà nella nostra nazione e nella nostra gente"[2]. Si direbbe che sta sognando! Lo stesso vale per la Spagna, dove il socialista Pedro Sanchez sta attuando un massiccio piano di 248 miliardi di euro per una spesa sociale a oltranza, con grande dispiacere di una parte della borghesia, che non sa come verrà pagato il conto. Anche in Francia, dietro tutto il trambusto e la retorica elettorale per le elezioni presidenziali del 2022, il governo cerca di anticipare il malcontento e lo scontento sociale con "buoni energia" e una "indennità di inflazione" per milioni di contribuenti senza risolvere il problema.
Ma riconoscere ed evidenziare la capacità di reazione del proletariato non deve portare all'euforia e all'illusione che si apra una strada maestra per la lotta dei lavoratori. A causa della difficoltà della classe operaia a riconoscersi come classe sfruttata e a prendere coscienza del suo ruolo rivoluzionario, il cammino delle lotte significative che permettono di aprire la strada a un periodo rivoluzionario è ancora lontano. In queste condizioni, lo scontro resta fragile, poco organizzato, in gran parte inquadrato dai sindacati, quegli organi statali specializzati nel sabotaggio delle lotte e che giocano sempre più sul corporativismo e sulla divisione. In Italia, per esempio, le rivendicazioni iniziali e la combattività delle ultime lotte sono state deviate dai sindacati e dalla sinistra del capitale verso una pericolosa impasse parlando di "primo sciopero industriale di massa in Europa contro il pass sanitario".
Allo stesso modo, mentre alcuni settori sono pesantemente colpiti dalla crisi, dalle chiusure, dalle ristrutturazioni e dall'aumento dei ritmi di lavoro, altri settori si trovano di fronte a una mancanza di manodopera e/o a un boom produttivo una tantum (come nel trasporto merci dove mancano centinaia di migliaia di autisti in Europa). Questa situazione contiene un pericolo di divisione all'interno della classe attraverso richieste di categoria che i sindacati non esiteranno a sfruttare o a favorire.
Aggiungiamo gli appelli della sinistra "radicale" del capitale a mobilitarsi anche sul terreno borghese: contro l'estrema destra e i "fascisti" o a favore delle "marce dei cittadini" per il clima... Questa è un'ulteriore espressione della vulnerabilità dei proletari ai discorsi della sinistra "radicale", capace di sfruttare ogni occasione per deviare la lotta su un terreno non proletario, in particolare quello dell'interclassismo.
Allo stesso modo, se l'inflazione può agire come fattore di unificazione delle lotte, colpisce anche la piccola borghesia, con l'aumento del prezzo della benzina e delle tasse, elementi che avevano peraltro dato origine all'emergere del movimento interclassista dei "gilet gialli" in Francia. Il contesto attuale rimane, infatti, favorevole al verificarsi di rivolte "popolari" in cui le richieste proletarie rimangono sepolte nelle preoccupazioni sterili e reazionarie degli stessi piccoli padroni colpiti duramente dalla crisi. Questo è, per esempio, il caso della Cina dove il crollo del gigante immobiliare Evergrande simboleggia in modo molto spettacolare la realtà di una Cina sovra indebitata e fragile, ma che porta alla protesta dei piccoli proprietari che sono stati derubati e che reagiscono come tali.
Le lotte interclassiste sono una vera trappola e non permettono affatto alla classe operaia di affermare le proprie rivendicazioni, la propria combattività, la propria autonomia per una prospettiva rivoluzionaria. Il marciume della società capitalista, aumentato dalla pandemia, pesa e continuerà a pesare sulla classe operaia, che è ancora in grande difficoltà.
Sono aumentati in questi ultimi mesi l'assenteismo sul lavoro, le dimissioni a catena nelle aziende, il rifiuto di tornare al lavoro, che spesso è un duro lavoro per un salario da fame. Ma queste sono reazioni individuali che sono più il riflesso di un tentativo (illusorio) di sfuggire allo sfruttamento capitalista che di affrontarlo attraverso una lotta collettiva con i compagni di classe. La borghesia non esita a sfruttare questa debolezza per denigrare e far sentire in colpa questi "dimissionari", questi salariati "esigenti", presentandoli come i diretti "responsabili" della mancanza di personale negli ospedali o nella ristorazione, per esempio, in altre parole, per seminare più divisione nelle file dei lavoratori!
Nonostante tutte le difficoltà e le insidie, quest'ultimo periodo ha aperto una breccia e conferma chiaramente che la classe operaia è capace di affermarsi sul proprio terreno di lotta. Lo sviluppo della sua coscienza passa attraverso questo rinnovamento della combattività ed è ancora una lunga strada piena di insidie. Al loro livello, i rivoluzionari devono accogliere e accompagnare queste lotte, ma la loro responsabilità primaria è quella di lottare al meglio per la loro estensione, per la loro politicizzazione, che è necessaria per mantenere viva la prospettiva rivoluzionaria, pur sapendo riconoscere i loro limiti e le loro debolezze, denunciando con fermezza le trappole tese dalla borghesia e le illusioni che le minacciano da qualunque parte provengano.
Stopio, 3 novembre 2021
[1] Un sistema di salari più bassi per i nuovi assunti, la cosiddetta "clausola del nonno", sottoscritta da molti sindacati.
[2] Questo programma, tipico del capitalismo di Stato, ha anche lo scopo di modernizzare l'economia americana per affrontare meglio i suoi concorrenti, in particolare la Cina.
Mentre la pandemia e il disastro ecologico imperversano, la crisi economica ci colpisce con prezzi alle stelle, disoccupazione crescente e precarietà, e in questo contesto i capitalisti ci spremono ancora più ferocemente. Lo vediamo a Cadice dove nell'accordo nella siderurgia intendono eliminare due pagamenti extra, una perdita di 200 euro al mese.
La baia di Cadice è un orribile ritratto di ciò che è la crisi capitalista: più del 40% di disoccupazione, numerose imprese chiuse, la chiusura di AIRBUS Puerto Real, la chiusura di Delphi[1]..., giovani costretti a emigrare in Norvegia e altri paesi presumibilmente più "fortunati".
Contro questa minaccia alla vita e al futuro di tutti i lavoratori, i metalmeccanici stanno lottando con una fermezza e una combattività che non si vedeva da molto tempo.
Questa non è l'unica lotta. I dipendenti pubblici della Catalogna hanno manifestato massicciamente contro l'intollerabile abuso del lavoro interinale (più di 300.000 lavoratori statali sono precari); ci sono lotte nelle ferrovie di Maiorca, a Vestas (Coruña) contro 115 licenziamenti; Unicaja contro più di 600 licenziamenti; i metalmeccanici di Alicante; le proteste in diversi ospedali contro il licenziamento dei lavoratori con un contratto a tempo per il COVID.
Queste lotte coincidono con quelle di altri paesi: Stati Uniti, Iran, Italia, Corea ecc[2].
Vogliamo esprimere la nostra solidarietà ai lavoratori di Cadice. La loro lotta contribuisce a rompere la passività e la rassegnazione, esprime l'indignazione per gli oltraggi di questo sistema, e tutto questo può favorire i primi passi di una risposta proletaria alla crisi e alla barbarie del capitalismo.
Nei negoziati della contrattazione collettiva il padronato ha proposto di “congelare i salari nel 2020 e 2021, eliminare due pagamenti extra, aumentare le ore di lavoro, creare una nuova categoria al di sotto dello specialista e non negoziare il recupero del lavoro tossico, doloroso e pericoloso”[3]. Si tratta di un attacco brutale contro il quale i sindacati hanno cercato di abbassare la tensione con due sterili giorni di lotta, tuttavia, di fronte all'agitazione e alla combattività, hanno finito per indire uno sciopero a tempo indeterminato dal 16 novembre, che è stato seguito in modo massiccio e si è esteso alla baia di Gibilterra.
Il 17 e il 18, il sindacalismo “radicale” ha intrappolato i lavoratori in blocchi del traffico che hanno portato a scontri con la polizia in una sterile "guerriglia urbana" che dà munizioni alla stampa, alla TV, alle reti sociali, per calunniarli come "terroristi", ecc. Così El Mundo lancia un'accusa odiosa contro i lavoratori: “Annullamento di interventi chirurgici, un parto in ambulanza... Lo sciopero dei metalmeccanici impedisce l'accesso all'ospedale di La Línea ai sanitari e agli ammalati” (17-11-21).
Come è stato dimostrato a Euzkalduna 1984, a Gijon 1985 e nelle lotte precedenti a Cadice, questi scontri servono solo a isolare, a impedire l'adesione di altri lavoratori e ad alienare le possibili simpatie della popolazione. Rafforzano il capitale e il suo Stato e gli danno i mezzi per scatenare una repressione feroce.
Ma i lavoratori hanno cercato altri mezzi per essere forti. Il 19, si è formato un picchetto di più di 300 lavoratori per chiedere la solidarietà dei lavoratori di Navantia a San Fernando. Il 19 stesso sono state organizzate manifestazioni nei quartieri popolari di Cadice, Puerto Real e San Fernando. Dopo una manifestazione davanti alla sede dei datori di lavoro, i lavoratori hanno fatto il giro della città, seguendo un percorso improvvisato, spiegando le loro richieste ai passanti. Il 20, c’è stata una massiccia manifestazione nel centro di Cadice e raduni nei quartieri per sostenere i compagni di lotta.
Possiamo essere forti solo se estendiamo la lotta agli altri lavoratori, se con manifestazioni, picchetti e assemblee, organizziamo L'ESTENSIONE DELLA LOTTA. La lotta è forte se si estende rompendo le barriere dell'azienda, del settore, della città, forgiando la lotta unita di tutta la classe operaia nelle strade.
Fin dall'inizio, i sindacati hanno monopolizzato le trattative con i padroni, con l'intermediazione del Consejo Andaluz de Relaciones Laborales (Consiglio andaluso delle relazioni di lavoro). Sappiamo già cosa sono questi "negoziati": una parodia in cui alla fine firmano ciò che vuole il Capitale. Questo è successo molte volte a Cadice: in Delphi, i sindacati hanno fatto ingoiare ai lavoratori i licenziamenti, lo stesso è successo nelle diverse lotte nei cantieri navali o più recentemente in AIRBUS. Ricordando queste pugnalate alle spalle, il 20, una manifestazione di lavoratori davanti alla sede dei sindacati ha gridato “Dove sono? Non si vedono, Commissioni e UGT”.
Per essere forte, la seconda necessità è che la lotta sia guidata dall’Assemblea generale di tutti i lavoratori e che essa organizzi comitati eletti e revocabili per difendere le rivendicazioni, promuovere azioni di lotta, ecc.
Questa le lezioni del 1905 e del 1917-23: le lotte dove la classe operaia ha una forza sono organizzate dagli stessi lavoratori in assemblee generali aperte al resto della classe operaia: disoccupati, pensionati, precari, ecc. Questa è stata l'esperienza dei metalmeccanici di Vigo nel 2006[4] e del movimento degli Indignados nel 2011[5].
I lavoratori non possono lasciare la lotta nelle mani dei sindacati. Una dichiarazione di una Coordinadora de Trabajadores del Metal de Cádiz dice che “i sindacati devono consigliarci e rappresentarci NON prendere decisioni per noi e in segreto”. Assolutamente no! Qual è il loro "consiglio"? Accettare ciò che i padroni chiedono e per quanto riguarda la lotta, la loro "mobilitazione" consiste in atti isolati senza alcuna forza di pressione o scontri minoritari con la polizia. Non rappresentano noi, ma il Capitale e il suoSstato. Nella loro stessa funzione di apparati del Capitale c'è questo "prendere decisioni per noi e in segreto".
Vogliono racchiudere la lotta in un "movimento di cittadini" per "salvare Cadice". È vero che le industrie stanno chiudendo, che un giovane su tre deve emigrare. Ma questo è quello che vediamo in tutti i paesi. Detroit, un tempo centro dell'industria automobilistica statunitense, è oggi un deserto di rovine di ferro e cemento. Lo stesso sta accadendo nell'industria mineraria asturiana. Ci sono migliaia di esempi. Non è Cadice che sta affondando, è il capitalismo mondiale che sta affondando in un processo di crisi economica, distruzione ecologica, pandemie, guerre, barbarie generalizzata.
"Salvare Cadice" porta la lotta dei lavoratori su di un terreno localista totalmente impotente. Per 40 anni ci hanno fatto lottare per il "carico di lavoro per i cantieri navali di Cadice", gli investimenti nella baia, ecc. Sempre più disoccupazione, più precarietà, più bisogno di emigrare.
Il grande pericolo per questa lotta è che la solidarietà che comincia a manifestarsi sia incanalata verso "Salvare Cadice". Questo ci fa sprofondare nell'interclassismo, che è il peggior veleno per la lotta dei lavoratori. Questa viene dirottata verso un obiettivo capitalista di "sviluppo economico", col pretesto di "creare posti di lavoro" e verso "l'unità" con i piccoli imprenditori che ci sfruttano, i poliziotti che ci picchiano, i politici che ci vendono, la borghesia egoista e meschina.
Hanno messo la lotta a Cadice nello stesso sacco delle proteste dei padroni dei trasporti. Così, Kichi, il sindaco “radicale” di Cadice dice: “Abbiamo dovuto appiccare il fuoco perché Madrid ci ascoltasse”. Questo è adulterare e falsificare la lotta dei lavoratori trasformandola in un “movimento di cittadini arrabbiati” che “incendiano” affinché le "autorità democratiche" gli diano quello che gli spetta.
No! La lotta dei lavoratori non è una lotta egoistica per richieste parziali. Come dice il Manifesto Comunista “Finora tutti i movimenti sociali sono stati movimenti scatenati da una minoranza o nell'interesse di una minoranza. Il movimento proletario è il movimento autonomo della grande maggioranza nell'interesse della grande maggioranza”. La lotta per le rivendicazioni è parte del movimento storico della classe operaia per costruire una società dedicata alla piena soddisfazione dei bisogni umani.
Non è verso la "Baia di Cadice" che dobbiamo guardare perché la lotta vada avanti. È verso tutta la classe operaia che soffre come i suoi fratelli di Cadice: inflazione, precarietà, tagli ai contratti collettivi, tagli alle prestazioni sociali, caos negli ospedali, la minaccia della continuazione del COVID. Ma, reciprocamente, i lavoratori delle altre regioni devono vedere nei loro compagni di Cadice, la LORO LOTTA e unirsi in solidarietà con loro presentando le proprie richieste.
Contrariamente alle menzogne democratiche, la società di oggi non è una somma di cittadini "uguali davanti alla legge". È divisa in classi, una minoranza sfruttatrice che ha tutto e non produce nulla e di fronte ad essa la classe operaia, la maggioranza sfruttata che produce tutto e ha sempre meno. Solo la lotta di classe può far sì che le richieste dei lavoratori di Cadice siano realizzate, solo la lotta di classe può aprire un futuro di fronte alla crisi e alla barbarie del capitalismo.
Corrente Comunista Internazionale, 21-11-21
[1] Per il nostro intervento nelle precedenti lotte dei lavoratori a Delfi vedi: Delphi: la fuerza de los trabajadores es la solidaridad [126] e Cierre de Delphi: Sólo con la lucha masiva y solidaria seremos fuertes [127]
[2] Lotte negli Stati Uniti, in Iran, in Italia, in Corea... Né la pandemia né la crisi economica hanno spezzato lo spirito combattivo del proletariato! [128]
[3] Da un comunicato della Coordinadora de Trabajadores del Metal de la Bahía de Cádiz (Comitato di coordinamento dei lavoratori del metallo della Baia di Cadice)
Migliaia di migranti intrappolati per diverse settimane al confine polacco, abbandonati al loro destino in foreste umide e gelate, senza acqua né cibo. Famiglie che vagano in mezzo al nulla, costrette a bere l'acqua delle paludi circostanti, a dormire per terra a temperature sotto zero. Esuli sfiniti, spesso malati, picchiati dai soldati dell'esercito bielorusso che li hanno consapevolmente condotti ai confini dell'Unione Europea. Isteriche autorità polacche che non esitano a rimandare nei boschi donne, bambini, handicappati e anziani e a colpire chi cerca di attraversare clandestinamente i muri di filo spinato dispiegati lungo il confine. Questo triste spettacolo ne ricorda purtroppo molti altri, altrettanto rivoltanti. Ma la strumentalizzazione dei migranti per fini dichiaratamente imperialistici aggiunge a questo quadro angosciante il colore del più spregevole cinismo.
L'improvvisa presenza di migranti in questa regione ostile, rotta raramente percorsa dai rifugiati, non è affatto casuale: il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko, in aperto conflitto con l'UE dalla sua contestata rielezione nell'agosto 2020, ha favorito, addirittura ha organizzato, il trasporto dei migranti offrendo loro un'illusoria via d'uscita verso l'Europa, e li ha gettati oltre la frontiera polacca. Minsk avrebbe persino noleggiato dei charter per trasportare i candidati all'esilio.
Per Lukashenko e la sua cricca i migranti sono solo una merce di scambio contro le sanzioni e le pressioni occidentali. Inoltre, appena avviati i negoziati con l'UE e la Russia, il governo bielorusso ha rimandato, come gesto di "buona fede", alcune centinaia di migranti al punto di partenza, su base "volontaria” (che eufemismo!). Peccato per i morti! Peccato per il trauma! Tanto peggio per le speranze deluse!
Il ricorso ai profughi nell'ambito delle rivalità imperialiste è cresciuto vertiginosamente negli ultimi anni, approfittando di un contesto in cui gli Stati più ricchi si sono trasformati in vere e proprie fortezze e sguazzano ogni giorno di più in discorsi sempre più xenofobi. Di recente abbiamo visto la Turchia minacciare di aprire le porte dell'emigrazione al confine greco, o il Marocco al confine spagnolo, giocando ogni volta al "ricatto migratorio" in nome della difesa dei loro sordidi interessi nazionali. Anche la Francia, nel contesto delle tensioni post-Brexit, suggerisce, più o meno sottilmente, che potrebbe lasciare il Regno Unito ad occuparsi da solo dei migranti di Calais. È anche probabile che dietro i profughi bielorussi la Russia di Putin stia avanzando le sue pedine.
"I polacchi rendono un servizio molto importante a tutta l'Europa", ha affermato Horst Seehofer, ministro degli Interni tedesco. E che servizio! La Polonia e il suo governo populista non hanno esitato a dispiegare migliaia di truppe al confine e a minacciare esplicitamente i profughi: “Se attraversi questo confine, useremo la forza. Non esiteremo.”[1] Almeno il messaggio è chiaro e gli atti intimidatori sono stati praticati con zelo: lacrimogeni su persone affamate ed esauste, percosse regolari, nessuna cura per i malati ...
L'UE, che si dichiara così intransigente sul "rispetto della dignità umana", ha anche chiuso un occhio quando la Polonia il 14 ottobre, a dispetto delle "convenzioni internazionali si è arrogata il "diritto" di respingere sistematicamente i migranti in Bielorussia senza controllare se le richieste di asilo fossero valide, anche secondo le strette regole della legalità borghese. La borghesia si è così dotata di un arsenale normativo e legale totalmente sfavorevole ai migranti e non esita a barare con le proprie regole quando se ne presenta la necessità!
Lo stesso vale per i muri eretti contro i migranti. Quando il Regno Unito volle ristabilire un confine nell'Irlanda del Nord, la borghesia si è indignata di tanta audacia che "minacciano la pace" e "ricordano le ore peggiori della guerra fredda". Quando Lituania e Polonia decidono di erigere muri di filo spinato per migliaia di chilometri, si parla di "proteggere i confini europei" e "rendere un servizio molto importante"...
Il governo populista in Polonia, dopo essere stato ampiamente rimproverato per le sue misure anti-aborto e le dichiarazioni euroscettiche, si trova improvvisamente sotto i riflettori. Questa crisi è una vera manna per ripristinare l'immagine polacca con i suoi “partner europei”. Chiaramente se lo Stato polacco sta rendendo un così grande "servizio", è perché fa, senza lamentarsi, il lavoro sporco di altri Stati dell’UE.
Ricordiamoci che le "grandi democrazie" europee, quando non parcheggiano esse stesse i richiedenti asilo in campi di concentramento abietti, come Moria in Grecia, subappaltano la "gestione dei flussi migratori" a regimi ben noti per il loro "rispetto della dignità umana": Turchia, Libano, Marocco o Libia, dove i mercanti di schiavi della peggior specie operano ancora sotto l'occhio benevolo (e la borsa) dell'Unione europea! Dall'altra parte dell'Atlantico, il presidente Biden, che avrebbe dovuto rompere con la ripugnante politica migratoria del suo predecessore, è altrettanto brutale: la sua amministrazione "evacua" da settembre migliaia di migranti verso l'inferno haitiano, quasi 14.000 secondo i media americani.
Gli Stati "democratici" possono sempre presentarsi come garanti della "dignità umana", ma la realtà mostra che non attribuiscono più importanza a quest'ultima rispetto ai regimi più "autoritari". Per entrambi contano solo i loro freddi interessi nell'arena imperialista.
Spetta ai partiti della sinistra del capitale, dagli ambientalisti ai trotzkisti, brandire una parvenza di indignazione altrettanto ipocrita. Abbiamo così assistito in Polonia e in altri paesi europei a piccole manifestazioni, inquadrate dalla sinistra, che chiedevano l'applicazione del "diritto internazionale" e l'accoglienza dei rifugiati in nome del "diritto di asilo".
Tuttavia, il diritto borghese, con le sue convenzioni internazionali e i suoi "diritti umani", ben si adatta alle disumane barriere fisiche e normative poste ai migranti: il "diritto d'asilo" viene applicato col contagocce, secondo criteri ultra-selettivi e di fronte agli abusi della Polonia, di fatto incompatibili con la Convenzione di Ginevra, è sufficiente che gli Stati europei distolgano pudicamente lo sguardo.
“Combattendo per l'applicazione dei diritti dei rifugiati” Ong e associazioni di sinistra abbandonano, di fatto, i migranti alle forche caudine dell'amministrazione, esponendoli alla repressione poliziesca permanente e all'altrettanto invalicabile muro della burocrazia. Non c'è nulla da sperare dal diritto borghese che esprime solo gli interessi sinistri della classe dominante e la sua barbarie. I “centri di smistamento”, le guardie costiere che respingono le fragili barche dei migranti (come appunto la Frontex), gli innumerevoli muri, i sussidi ai paesi che usano la tortura, tutto questo nel rigoroso rispetto del “diritto”.
L'unica risposta ai crimini della borghesia contro i migranti è la solidarietà internazionale del proletariato. Questo è il metodo che il movimento operaio ha sempre difeso: quando l'Associazione Internazionale dei Lavoratori è stata fondata nel 1864, ha subito dovuto opporsi ai discorsi che accusavano gli immigrati di abbassare i salari. Di fronte a questo riflesso nazionalista affermò al contrario "che l'emancipazione del lavoro, non essendo un problema né locale né nazionale, ma sociale, abbraccia tutti i paesi in cui esiste la società moderna". Ieri come oggi, non sono i migranti a portare gli attacchi contro le nostre condizioni di vita, ma il capitale.
EG, 21 novembre 2021
[1] Faute de politique d’accueil commune, l’Europe déstabilisée par la Biélorussie», Mediapart, 11 novembre 2021 (“In assenza di una politica comune di accoglienza, l'Europa destabilizzata dalla Bielorussia”)
Links
[1] https://it.internationalism.org/node/976
[2] https://it.internationalism.org/content/1504/rapporto-sulla-decomposizione-oggi-22deg-congresso-della-cci-maggio-2017
[3] https://www.bbc.com/mundo/noticias-51705060
[4] https://it.internationalism.org/en/tag/4/90/stati-uniti
[5] https://it.internationalism.org/en/tag/3/46/decomposizione
[6] mailto:[email protected]
[7] https://it.internationalism.org/en/tag/vita-della-cci/riunioni-pubbliche
[8] https://fr.internationalism.org/content/9181/contribution-a-histoire-du-mouvement-ouvrier-afrique-du-sud-naissance-du-capitalisme-a
[9] https://fr.internationalism.org/revue-internationale/201508/9245/contribution-a-histoire-du-mouvement-ouvrier-afrique-du-sud-seconde
[10] https://fr.internationalism.org/revue-internationale/201702/9521/du-mouvement-soweto-1976-a-l-arrivee-au-pouvoir-l-anc-1993
[11] https://fr.internationalism.org/content/9774/contribution-a-histoire-du-mouvement-ouvrier-afrique-du-sud
[12] https://fr.internationalism.org/rinte70/amerique.htm
[13] https://www.lavanguardia.com/internacional/20200603/481582308546/violencia-racial-eeuu-historia-racismo.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_content=claves_de_hoy
[14] https://fr.internationalism.org/rint124/iww_syndicalisme_revolutionnaire.htm
[15] https://fr.internationalism.org/rint125/IWW_syndicalisme_revolutionnaire.htm
[16] https://www.vozpopuli.com/internacional/Barack_Obama-Racismo-Estados_Unidos-racismo-estados_unidos-obama-conflicto_racial-matanzas-negros_0_933206737.html
[17] https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo
[18] https://it.internationalism.org/files/it/rz_186_file.pub_.pdf
[19] https://it.internationalism.org/content/1316/conferenza-internazionale-straordinaria-della-cci-la-notizia-della-nostra-scomparsa-e
[20] https://fractioncommuniste.org/ficci_fra/b27/b27-4.php
[21] https://igcl.org/Comment-lutter-contre-l
[22] https://it.internationalism.org/content/1490/nuevo-curso-e-una-sinistra-comunista-spagnola-da-dove-viene-la-sinistra-comunista
[23] https://it.internationalism.org/content/1521/chi-ce-nuevo-curso
[24] https://it.internationalism.org/content/1538/gaizka-tace-un-silenzio-assordante
[25] https://it.internationalism.org/content/1516/lassalle-e-schweitzer-la-lotta-contro-gli-avventurieri-politici-nel-movimento-operaio
[26] https://igcl.org/Nouvelle-attaque-du-CCI-contre-le
[27] https://en.internationalism.org/content/3753/communist-organisation-struggle-marxism-against-political-adventurism
[28] https://en.internationalism.org/ir/110_conference.html
[29] https://fr.internationalism.org/ri321/communique_lecteurs
[30] https://fr.internationalism.org/content/10408/laventurier-gaizka-a-defenseurs-quil-merite-voyous-du-gigc#sdfootnote1anc
[31] https://fr.internationalism.org/content/defense-lorganisation-des-menaces-mort-contre-des-militants-du-cci
[32] https://en.internationalism.org/ir/114_congress.html
[33] https://en.internationalism.org/ir/065/marc-01
[34] https://en.internationalism.org/ir/066/marc-02
[35] https://fr.internationalism.org/content/10408/laventurier-gaizka-a-defenseurs-quil-merite-voyous-du-gigc#_ftnref4
[36] https://it.internationalism.org/rziz/140/140_minacce
[37] https://fr.internationalism.org/french/rint/112_ficci.html
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[39] https://fractioncommuniste.org/fra/bci04/bci04_8.php
[40] https://it.internationalism.org/rint/22_parassitismo
[41] https://fr.internationalism.org/icconline/2006/ficci-novembre
[42] https://fr.internationalism.org/icconline/2006_ficci-crs
[43] https://it.internationalism.org/cci/201405/1310/comunicato-ai-nostri-lettori-la-cci-attaccata-da-una-nuova-officina-dello-stato-borg
[44] https://en.internationalism.org/ir/120_regroupment-i.html
[45] https://it.internationalism.org/rziz/2004/138/presentazione_nci
[46] https://it.internationalism.org/rziz/2004/138/dich_nci
[47] https://it.internationalism.org/rziz/2004/138/nci_argentina
[48] https://fr.internationalism.org/rint/120_nci
[49] mailto:[email protected]
[50] mailto:[email protected]
[51] https://en.internationalism.org/content/3744/questions-organisation-part-3-hague-congress-1872-struggle-against-political-parasitism
[52] https://it.internationalism.org/content/1533/rapporto-sulla-lotta-di-classe-il-23deg-congresso-internazionale-della-cci-2019
[53] https://it.internationalism.org/content/1540/quale-approccio-comprendere-la-lotta-di-classe
[54] https://it.internationalism.org/content/1543/estratti-dal-programma-socialista-di-karl-kautsky-i-pretesi-eroi-della-nazione-sono-i
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