La scorsa primavera la CCI ha tenuto il suo 25° Congresso internazionale. Vera e propria assemblea generale, il Congresso è un momento privilegiato nella vita della nostra organizzazione; è la massima espressione del carattere centralizzato e internazionale della CCI. Il Congresso permette a tutta la nostra organizzazione, nel suo insieme, di discutere, chiarire e orientarsi. È il nostro organo sovrano. In quanto tale, i suoi compiti sono
1. elaborare le analisi e le linee guida generali per l'organizzazione, in particolare per quanto riguarda la situazione internazionale;
2. esaminare e fare un bilancio delle attività dell’organizzazione dal Congresso precedente;
3. definire le prospettive di lavoro per il futuro.
Le organizzazioni rivoluzionarie non esistono per sé stesse. Esse sono al tempo stesso l'espressione della lotta storica del proletariato e la parte più determinata di questa stessa lotta. È la classe operaia che affida le sue organizzazioni ai rivoluzionari, affinché possano svolgere il loro ruolo: essere un fattore attivo nello sviluppo della coscienza proletaria e nella lotta verso la rivoluzione.
Il compito dei rivoluzionari è rendere conto dei loro lavori alla classe nel suo complesso. Per questo motivo gran parte dei documenti adottati al nostro ultimo congresso sono stati pubblicati nell’ultimo numero della Rivista Internazionale n°170[1] e saranno presto tutti pubblicati in lingua italiana,
Il primo compito di questo Congresso è stato quello di prendere atto della gravità della situazione storica.
Come indica il rapporto sulla lotta di classe, con il Covid 19, il conflitto in Ucraina e la crescita ovunque dell’economia di guerra, la crisi economica accompagnata da un’inflazione devastante, il riscaldamento globale e la devastazione della natura, il crescere del ciascuno per sé, dell'irrazionalità e dell'oscurantismo, e la decomposizione dell'intero tessuto sociale, gli anni ‘20 non comportano semplicemente dei nuovi micidiali cataclismi. Oggi tutti i vari flagelli convergono, si combinano e si alimentano a vicenda in una sorta di “effetto vortice”. Questa dinamica catastrofica del capitalismo mondiale significa molto di più di un peggioramento della situazione internazionale perché è in gioco la sopravvivenza stessa dell’umanità.
L'effetto “vortice” della decomposizione
Il 25° Congresso Internazionale ha adottato come primo rapporto un “Aggiornamento delle tesi sulla decomposizione”[2].
Nel maggio 1990, la CCI ha adottato le tesi intitolate “La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [1]”, che esponevano la nostra analisi complessiva della situazione mondiale al momento e dopo il crollo del blocco imperialista orientale alla fine del 1989. L'idea centrale di queste tesi era che la decadenza del modo di produzione capitalistico, iniziata con la Prima guerra mondiale, era entrata in una nuova fase della sua evoluzione, dominata dalla decomposizione generale della società. 27 anni dopo, in occasione del suo 22° Congresso nel 2017, la nostra organizzazione ha ritenuto necessario aggiornare per la prima volta queste tesi, adottando un testo intitolato “Rapporto sulla decomposizione oggi, maggio 2017 [2]”. Il testo evidenziava che non solo l’analisi adottata nel 1990 era stata ampiamente verificata dall’evoluzione della situazione, ma anche che alcuni aspetti avevano assunto una nuova importanza: l'esplosione dei flussi dei rifugiati in fuga dalle guerre, le carestie e le persecuzioni, l'ascesa del populismo xenofobo che cominciava ad avere un impatto crescente sulla vita politica della classe dirigente...
Ora, a distanza di soli 6 anni, la CCI ha ritenuto necessario procedere a una nuova attualizzazione dei testi del 1990 e del 2017. Perché così rapidamente? Perché assistiamo oggi ad una amplificazione spettacolare delle manifestazioni della decomposizione della società capitalista.
Di fronte all’evidenza dei fatti, la stessa borghesia è costretta a riconoscere questo vertiginoso precipitare del capitalismo nel caos e nella decomposizione. Il nostro rapporto cita ampiamente testi destinati ai leader politici ed economici del mondo, come il “The Global Risks Report 2023 18th Edition - weforum.org [3]” (GRR), Rapporto sui Rischi Globali, che si basa sulle analisi di una moltitudine di “esperti” e che viene presentato ogni anno al Forum di Davos (The World Economic Forum, [4] -WEF). La CCI riprende così un metodo utilizzato dal movimento operaio, che consiste nell’uso del lavoro di esperti della borghesia per mettere in evidenza le statistiche e i fatti che rivelano la realtà del mondo capitalista. Lo stesso metodo si ritrova nei classici del marxismo, come La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845) di Engels e Il Capitale di Marx. Nel GRR leggiamo: “I primi anni di questo decennio hanno segnato un periodo particolarmente travagliato nella storia dell'umanità. ... COVID-19... guerra in Ucraina... crisi alimentari ed energetiche... inflazione... scontri geopolitici e lo spettro di una guerra nucleare... livelli insostenibili d’indebitamento... declino dello sviluppo umano... tutto converge per dare forma a un decennio unico, incerto e tormentato.”
Gli esperti della borghesia mettono qui il dito su una dinamica che fondamentalmente non riescono a comprendere. Certo, arrivano a dire che “tutti questi elementi convergono per dare forma a un decennio unico, incerto e tormentato”. Ma non possono che fermarsi a questa constatazione. Infatti, descrivono questa dinamica come una “policrisi”, come se si trattasse di crisi diverse che si sommano. In realtà, e solo la nostra teoria della decomposizione ci permette di capirlo, dietro questa esplosione dei peggiori flagelli del capitalismo si nasconde una stessa dinamica: l’imputridimento di questo sistema decadente. Il modo di produzione capitalista non ha più alcuna prospettiva da offrire e, data l'incapacità del proletariato di sviluppare fino ad oggi il suo progetto rivoluzionario, è l’umanità intera che sta precipitando nella mancanza di futuro e nelle sue conseguenze: irrazionalità, ripiegamento su sé stessi, atomizzazione... È in questa assenza di prospettive che risiede la radice più profonda della putrefazione della società, ad ogni livello.
Anche nel campo proletario si tende ad avanzare una spiegazione specifica e isolata di fronte a ciascuna delle manifestazioni catastrofiche della storia attuale, a non vedere la coerenza dell'intero processo in corso. C'è quindi un grande pericolo di:
Dobbiamo soffermarci un po' su questo rischio di sottovalutare la pericolosità della situazione storica di decomposizione. In apparenza, urlando allo scoppio della III guerra mondiale, si pensa di prevedere il peggio. In realtà - e la guerra in Ucraina lo conferma ancora una volta - il vero processo che può condurre alla barbarie generalizzata, o anche alla distruzione dell’umanità, è una combinazione di fattori: la guerra che si espande attraverso una moltiplicazione di conflitti (Vicino e Medio Oriente, Balcani, Europa dell’Est, ecc.) sempre più imprevedibili e irrazionali, il clima che si riscalda con la sua dose di catastrofi, il gangsterismo e la mancanza di futuro che travolgono fasce sempre più ampie della popolazione mondiale... questo processo di decomposizione è tanto più pericoloso in quanto è così sfuggente e insidioso, da penetrare gradualmente in ogni poro della società.
E tra i vari fattori che alimentano il precipitare nella decomposizione, la guerra (e lo sviluppo generalizzato del militarismo) costituisce il fattore centrale, in quanto atto deliberato della classe dominante.
È questo il motivo per cui quello sulla situazione imperialista è stato il secondo rapporto discusso al nostro congresso: “La fase di decomposizione accentua in particolare uno degli aspetti più perniciosi della guerra in decadenza: la sua irrazionalità. Gli effetti del militarismo diventano sempre più imprevedibili e disastrosi. I nostri materialisti volgari non comprendono questo aspetto e obiettano che le guerre hanno sempre una motivazione economica, e quindi una razionalità. Non vedono che le guerre di oggi non hanno fondamentalmente motivazioni economiche, ma geostrategiche, e che non raggiungono più i loro obiettivi originari, ma portano al risultato opposto. (...) La guerra in Ucraina ne è una conferma esemplare: quali che siano gli obiettivi geostrategici dell'imperialismo russo o americano, il risultato sarà un Paese in rovina (l'Ucraina), un Paese rovinato economicamente e militarmente (la Russia), una situazione imperialista ancora più tesa e caotica, dall’Europa all'Asia centrale e, infine, milioni di rifugiati in Europa”.
All’interno dell’organizzazione, alcuni compagni sono in forte disaccordo con questa analisi dell’attuale dinamica imperialista. Per loro, la guerra in Ucraina non è solo il risultato di una tendenza alla bipolarizzazione del mondo. Intorno alla Cina, da un lato, e agli Stati Uniti, dall'altro, starebbero prendendo forma due campi sempre più chiaramente definiti, due campi che, col tempo, potrebbero formare blocchi imperialisti e scontrarsi in una terza guerra mondiale.
Il Congresso è stato una nuova occasione per rispondere a queste domande: “Le conseguenze del conflitto in Ucraina non stanno affatto portando a una “razionalizzazione” delle tensioni attraverso un allineamento “bipolare” degli imperialismi dietro due “padrini” dominanti, ma al contrario all’esplosione di una molteplicità di ambizioni imperialiste, che non si limitano a quelle dei maggiori imperialismi, né all’Europa orientale e all'Asia centrale, il che accentua il carattere caotico e irrazionale degli scontri”.
Per essere all’altezza delle loro responsabilità e individuare tutti i pericoli che incombono sull’umanità, e soprattutto sulla classe operaia, i rivoluzionari devono comprendere la coerenza dell’intera situazione e la sua reale gravità. Il nostro rapporto mostra che solo il metodo marxista e il suo materialismo permettono una tale comprensione, un materialismo non volgare ma dialettico e storico capace di abbracciare tutti i fattori nella loro relazione e nel loro movimento, un materialismo che integra la forza del pensiero nella sua relazione e nella sua influenza su tutto il mondo materiale, perché il pensiero è una delle forze motrici della Storia. Il nostro rapporto evidenzia quattro punti centrali che appartengono a questo metodo.
1. La trasformazione della quantità in qualità
Applicato alla situazione storica che si è aperta nel 1989/90, si traduce come segue: le manifestazioni di decomposizione possono essere esistite nella decadenza del capitalismo, ma oggi l'accumulo di queste manifestazioni è la prova di una trasformazione-rottura nella vita della società, che segnala l'ingresso in una nuova epoca della decadenza del capitalismo in cui la decomposizione diventa l'elemento decisivo.
2. Il tutto non è la somma delle sue parti
Questo è uno dei fenomeni principali della situazione attuale. Le varie manifestazioni della decomposizione che, all'inizio, potevano sembrare indipendenti ma il cui accumulo indicava già che eravamo entrati in una nuova epoca della decadenza capitalistica, si ripercuotono oggi sempre più le une sulle altre in una sorta di “reazione a catena” che s’amplifica sempre più, un “vortice” che sta dando alla storia l’accelerazione di cui siamo testimoni. Questi effetti cumulativi superano ormai di gran lunga la loro semplice somma.
3. L’approccio storico all'attualità
In questo approccio storico, l’obiettivo è quello di tener conto del fatto che la realtà che esaminiamo non è costituita da elementi statici e intangibili che esistono da sempre, ma corrisponde a processi in continua evoluzione, con elementi di continuità ma anche, e soprattutto, di trasformazione e persino di rottura.
4. L’importanza del futuro nella vita delle società umane
La dialettica marxista attribuisce al futuro un posto fondamentale nell’evoluzione e nel movimento della società. Dei tre momenti di un processo storico - passato, presente e futuro - è quest’ultimo a costituire il fattore fondamentale della sua dinamica. Ed è proprio perché la società odierna è privata di questo elemento fondamentale, il futuro, la prospettiva (cosa che viene avvertita da un numero crescente di persone, particolarmente tra i giovani), una prospettiva che solo il proletariato può offrire, che sta sprofondando e marcendo nella disperazione.
È questo metodo che permette alla nostra risoluzione sulla situazione internazionale di elevare la nostra analisi dall’astratto al concreto: “... oggi assistiamo a questo "effetto vortice" in cui tutte le diverse espressioni di una società in decomposizione interagiscono tra loro e accelerano la discesa nella barbarie. Così, la crisi economica è stata palesemente aggravata dalla pandemia e dai lock-down, dalla guerra in Ucraina e dal costo crescente dei disastri ecologici; nel frattempo, la guerra in Ucraina avrà gravi implicazioni ecologiche e globali; la competizione per le risorse naturali in diminuzione aggraverà ancor più le rivalità militari e le rivolte sociali”.
Il ritorno della classe operaia in lotta
Dall'altra parte di questo polo di distruzione c’è il polo della prospettiva rivoluzionaria del proletariato.
Gli ultimi mesi hanno dimostrato che il proletariato non solo non è sconfitto, ma sta addirittura iniziando ad alzare la testa, a ritrovare la strada della lotta. Già nell’estate del 2022, la CCI ha riconosciuto negli scioperi in Gran Bretagna un cambiamento nella situazione della classe operaia. Nel nostro volantino internazionale pubblicato il 31 agosto, “Un’estate di rabbia in Gran Bretagna: la classe dominante chiede altri sacrifici, la risposta della classe operaia è la lotta! [5]”, abbiamo scritto: “Enough is enough”, “Quando è troppo è troppo”. Questo grido è risuonato da uno sciopero all'altro nelle ultime settimane nel Regno Unito. Questo movimento di massa, soprannominato “L'estate del malcontento” [...], ha coinvolto ogni giorno i lavoratori di un numero sempre maggiore di settori [...]. solo i grandi scioperi del 1979 hanno prodotto un movimento più grande e più diffuso. Un'azione di questa portata in un Paese importante come la Gran Bretagna non è significativa solo a livello locale, ma è un evento di portata internazionale, un messaggio per gli sfruttati di ogni Paese. [...] i massicci scioperi in Gran Bretagna sono una chiamata all’azione per i proletari di tutto il mondo”.
Teoricamente armata per comprendere gli scioperi e le manifestazioni che sono emersi in numerosi paesi, la CCI è stata in grado di intervenire, nella misura delle sue forze, distribuendo otto diversi volantini, al fine di seguire l’evoluzione del movimento e la riflessione della classe operaia. Tutti questi volantini hanno in comune il fatto di evidenziare:
Anche in questo caso, come per la guerra in Ucraina, esiste un disaccordo e un dibattito all’interno dell’organizzazione. Gli stessi compagni che ritengono di vedere nella guerra in Ucraina un passo verso la costituzione di blocchi imperialisti e la terza guerra mondiale, avanzano l’idea che le lotte e la combattività operaia attuali non costituiscano una rottura della dinamica negativa a partire dagli anni ‘80, caratterizzata da una lunga serie di sconfitte non definitive ma che hanno portato a un grave indebolimento della classe, soprattutto a livello di coscienza. In questa visione, “in un mondo capitalista che, più che mai dal 1989, si muove caoticamente e 'naturalmente' verso la guerra, la risposta del proletariato a livello politico rimane molto al di sotto di quanto la situazione richiede” (uno degli emendamenti dei compagni alla risoluzione sulla situazione internazionale, respinto dal Congresso). Per loro, la situazione attuale, pur non essendo identica (vedi il corso storico), ricorda quella degli anni '30, con un proletariato combattivo in molti Paesi centrali ma tuttavia incapace di evitare la guerra. “[…] per il momento, il necessario sviluppo di assemblee di massa e di un’autentica cultura del dibattito non si sono ancora verificati. Né è emersa una nuova generazione di militanti proletari politicizzati”. (ibid.) Un altro argomento è stato avanzato per spiegare la portata dei movimenti sociali e la proliferazione degli scioperi in molti Paesi: la carenza di manodopera in molti settori e la necessità di far girare a pieno regime l’economia di guerra rendono la situazione favorevole per la classe operaia per chiedere aumenti di salari. Per il Congresso, la realtà che si sta dispiegando sotto i nostri occhi, ossia l'ondata di pauperizzazione in corso, con i prezzi che salgono alle stelle mentre i salari ristagnano e gli attacchi governativi piovono, smentisce questa teoria.
Per i compagni, i volantini distribuiti dalla CCI, circa 150.000, nei vari movimenti sociali negli ultimi mesi, non corrispondono ai bisogni della situazione. Coerentemente con la loro analisi di un proletariato quasi sconfitto e di una dinamica verso la costituzione di due blocchi e verso la guerra mondiale, il primo compito dei rivoluzionari non è l’intervento ma il coinvolgimento nell’approfondimento teorico.
Al contrario, il Congresso ha tracciato un bilancio molto positivo dell’intervento internazionale dell’organizzazione nelle lotte. La CCI sapeva che non avrebbe influenzato la classe e il movimento nel suo complesso, le organizzazioni rivoluzionarie non possono avere un tale impatto nell’attuale periodo storico; questo ruolo di guida delle masse è possibile solo quando la classe ha sviluppato la sua coscienza e la sua lotta storica a un livello molto più elevato. Questo intervento era rivolto a una parte della classe operaia, la minoranza che è oggi alla ricerca delle posizioni di classe. Il numero significativo di discussioni che la distribuzione di questi volantini nei cortei ha provocato, le lettere ricevute, i nuovi partecipanti alle nostre diverse riunioni pubbliche, dimostrano che il nostro intervento ha svolto il suo ruolo, che è quello di stimolare la riflessione di una parte delle minoranze, provocare il dibattito e incoraggiare il raggruppamento delle forze rivoluzionarie.
Dietro l’immediato riconoscimento del significato storico del ritorno della lotta di classe nel Regno Unito e delle sue implicazioni per il nostro intervento nella lotta, c’è lo stesso metodo che ci ha permesso di cogliere la novità nell’attuale accelerazione della decomposizione, con il suo “effetto vortice”: la trasformazione della quantità in qualità, l’approccio storico... ma una sfaccettatura di questo metodo è qui particolarmente importante: l’approccio all’evento attraverso la sua dimensione internazionale.
Fu proprio la considerazione della dimensione fortemente internazionale della lotta di classe che, nel 1968, permise a coloro che avrebbero fondato la CCI di cogliere immediatamente il significato reale e profondo degli eventi del Maggio. Mentre l’insieme dei gruppi politici proletari dell’epoca non vedeva altro che una rivolta studentesca e sosteneva che non c’era “nulla di nuovo sotto il sole”, il nostro compagno Marc Chirik e i militanti che cominciavano a riunirsi vedevano che questo movimento annunciava la fine della controrivoluzione e l’apertura di un nuovo periodo di lotta di classe su scala internazionale.
Per questo motivo, il punto 8 della risoluzione internazionale che abbiamo adottato, esplicitamente intitolata “La rottura con i 30 anni di ritirata e di disorientamento”, afferma: “La ripresa della combattività operaia in un certo numero di paesi è un evento storico importante che non è il risultato delle sole circostanze locali e che non può essere spiegato da condizioni puramente nazionali. [...] Il fatto che le lotte attuali siano state avviate da una frazione del proletariato che ha sofferto maggiormente dell’arretramento generale della lotta di classe dalla fine degli anni ‘80 è profondamente significativo: così come la sconfitta in Gran Bretagna nel 1985 annunciava l’arretramento generale della fine degli anni ‘80, così il ritorno degli scioperi e della combattività operaia in Gran Bretagna rivela l’esistenza di una corrente profonda all’interno del proletariato di tutto il mondo”.
In realtà, c’eravamo preparati a questa possibilità fin dall'inizio del 2022! A gennaio abbiamo pubblicato un volantino internazionale intitolato “Verso un brutale deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro”. Facendo leva sui segnali che la lotta stava iniziando a sviluppare, abbiamo annunciato la possibilità di una risposta da parte della nostra classe. Il ritorno dell’inflazione era un terreno fertile per la combattività dei lavoratori.
Un mese dopo, lo scoppio della guerra in Ucraina ha aggravato notevolmente gli effetti della crisi economica, facendo impennare i prezzi dell'energia e dei generi alimentari.
Consapevole delle difficoltà profonde della nostra classe, ma conoscendo la storia delle sue lotte, la CCI sapeva che non ci sarebbe stata una reazione diretta e su vasta scala da parte della classe di fronte alla barbarie della guerra, ma che c'era, invece, la possibilità di una reazione agli effetti della guerra, in Europa e negli Stati Uniti[3]: scioperi di fronte ai sacrifici richiesti in nome dell’economia di guerra. Ed è esattamente quello che si è verificato.
Su queste basi teoriche e storiche, la CCI non si è illusa sulla possibilità di una reazione di classe alla guerra, non ha ritenuto credibile che sorgessero dovunque comitati internazionalisti, tanto meno ha provato a crearne artificialmente. La nostra risposta è stata anzitutto quella di cercare di difendere il più fermamente possibile la tradizione internazionalista della Sinistra Comunista, facendo appello a tutte le forze dell’ambiente politico proletario a raggrupparsi intorno a una dichiarazione comune. Mentre gran parte di questo ambiente ha ignorato o addirittura respinto[4] il nostro appello, tre gruppi (Internationalist Voice [6], Istituto Onorato Damen [7] e Internationalist Communist Perspectives [8]) hanno risposto per mantenere vivo il metodo di lotta e di raggruppamento delle forze internazionaliste che avevano dato luogo alle conferenze di Zimmerwald e di Kienthal, nel settembre 1915 e nell’aprile 1916, di fronte alla Prima Guerra Mondiale.[5]
I villaggi di Zimmerwald e Kienthal, in Svizzera, sono diventati famosi per essere stati i luoghi in cui i socialisti di entrambe le parti si incontrarono durante la Prima Guerra Mondiale per iniziare una lotta internazionale che ponesse fine al massacro e denunciare i leader patriottici dei partiti socialdemocratici. Fu in questi incontri che i bolscevichi, sostenuti dalla Sinistra di Brema e dalla Sinistra olandese, indicarono i principi essenziali dell’internazionalismo contro la guerra imperialista tuttora validi: nessun sostegno a nessuno dei due schieramenti imperialisti, rifiuto di ogni illusione pacifista e riconoscimento che solo la classe operaia e la sua lotta rivoluzionaria possono porre fine al sistema basato sullo sfruttamento della forza lavoro e che produce costantemente la guerra imperialista. Oggi, di fronte all’accelerazione del conflitto imperialista in Europa, è dovere delle organizzazioni politiche che fanno riferimento all’eredità politica della Sinistra Comunista, continuare a innalzare la bandiera di un coerente internazionalismo proletario e fornire un punto di riferimento per coloro che difendono i principi della classe operaia. Questa, almeno, è la scelta delle organizzazioni e dei gruppi della sinistra comunista che hanno deciso di pubblicare questa dichiarazione comune per diffondere il più estesamente possibile i principi internazionalisti forgiati contro la barbarie della guerra mondiale.
Questo modo di raggruppare le forze rivoluzionarie attorno ai principi fondamentali della sinistra comunista è una lezione storica per il futuro. Zimmerwald ieri e la dichiarazione congiunta oggi sono piccole pietre bianche che indicano la strada per il domani.
La responsabilità dei rivoluzionari
I dibattiti preparatori e il Congresso stesso hanno messo al centro la questione essenziale della costruzione dell’organizzazione. Se questa è chiaramente la dimensione centrale delle attività della CCI, questa preoccupazione per il futuro va ben oltre la nostra sola organizzazione.
“Di fronte al crescente confronto tra i due poli dell’alternativa - distruzione dell’umanità o rivoluzione comunista - le organizzazioni rivoluzionarie della sinistra comunista, e la CCI in particolare, hanno un ruolo insostituibile da svolgere nello sviluppo della coscienza di classe. Esse devono dedicare le loro energie al lavoro permanente di approfondimento teorico, proponendo un’analisi chiara della situazione mondiale e intervenendo nelle lotte della nostra classe per difendere la necessità dell’autonomia, dell’autorganizzazione e dell’unificazione della classe e dello sviluppo della prospettiva rivoluzionaria. Questo lavoro può essere svolto solo sulla base di una paziente costruzione organizzativa, gettando le basi per il partito mondiale di domani. Tutti questi compiti richiedono una lotta militante contro tutte le influenze dell’ideologia borghese e piccolo-borghese nell'ambiente della sinistra comunista e nella stessa CCI. Nell’attuale congiuntura, i gruppi della sinistra comunista si trovano di fronte al pericolo di una vera e propria crisi: con poche eccezioni, non sono stati in grado di unirsi in difesa dell’internazionalismo di fronte alla guerra imperialista in Ucraina e sono sempre più aperti alla penetrazione dell’opportunismo e del parassitismo. Un’adesione rigorosa al metodo marxista e ai principi proletari è l'unica risposta a questi pericoli.” (punto 9 della Risoluzione sulla Situazione Internazionale[6]).
Affinché la rivoluzione sia possibile a lungo termine, il proletariato deve avere nelle sue mani l’arma del Partito. È questa costruzione futura del Partito che deve essere preparata fin da oggi. In altre parole, una minoranza di rivoluzionari organizzati porta sulle proprie spalle la responsabilità di far vivere le organizzazioni attuali, di far vivere i principi storici del movimento operaio e particolarmente della sinistra comunista, e di trasmettere questi principi e queste posizioni alla nuova generazione che gradualmente si unirà al campo rivoluzionario.
Qualsiasi spirito di competizione, qualsiasi opportunismo, qualsiasi concessione all’ideologia borghese e al parassitismo all’interno dell’ambiente politico proletario sono tutte pugnalate alle spalle della rivoluzione. Nel difficilissimo contesto dell’accelerazione della decomposizione, che disorienta, che spinge al ciascuno per sé, che mina la fiducia nella capacità della classe e delle sue minoranze di organizzarsi e di unirsi, è responsabilità dei rivoluzionari non cedere e continuare a tenere alta la bandiera dei principi della sinistra comunista.
Le organizzazioni rivoluzionarie devono far fronte a una sfida enorme: essere in grado di trasmettere l’esperienza accumulata dalla generazione emersa dall’ondata di lotte del maggio '68.
Dalla fine degli anni Sessanta, per quasi sessant'anni, il capitalismo mondiale decadente è lentamente sprofondato in una crisi economica senza fine e in una barbarie crescente. Se dal 1968 alla metà degli anni Ottanta il proletariato ha condotto tutta una serie di lotte e ha accumulato una grande esperienza, in particolare nel confronto con i sindacati, la lotta di classe è declinata bruscamente a partire dal 1985/1986 e si è quasi spenta fino ad oggi. In questo contesto molto difficile, pochissime forze militanti si sono unite alle organizzazioni rivoluzionarie. Sotto i colpi della propaganda menzognera sulla “morte del comunismo” nel 1989/1990, un’intera generazione è stata persa. Da allora, con lo sviluppo della decomposizione, che attacca subdolamente la convinzione militante favorendo il no future, l'individualismo, la perdita di fiducia nel collettivo organizzato e nella lotta storica della classe operaia, molte forze militanti hanno gradualmente abbandonato la lotta e sono scomparse.
Quindi oggi il futuro dell’umanità poggia su un numero molto ridotto di militanti sparsi in tutto il mondo. Lo stato disastroso dell’ambiente politico proletario, incancrenito dallo spirito di competizione e dall’opportunismo, rende ancora più scarse le possibilità di successo della rivoluzione. Pertanto, il ruolo delle organizzazioni rivoluzionarie in generale, e della CCI in particolare, è ancora più vitale. Trasmettere alle nuove generazioni di militanti rivoluzionari che stanno iniziando ad arrivare le lezioni della nostra storia e delle organizzazioni del passato, lo spirito rivoluzionario di generazioni di militanti del passato che le hanno animate, è questa la chiave per il futuro.
CCI, 11 giugno 2023
[2] Update of the Theses on Decomposition (2023) [11], Actualisation des thèses sur la décomposition (2023) [12]
[3] Il nostro rapporto sulla lotta di classe e il dibattito al congresso ci hanno ricordato ancora una volta il ruolo cruciale del proletariato dei Paesi occidentali che, per la sua storia e la sua esperienza, avrà la responsabilità di mostrare al proletariato mondiale la via della rivoluzione. Il nostro rapporto ricorda anche ampiamente la nostra posizione sulla “critica dell’anello debole”. È proprio questo approccio che ci ha permesso di prendere atto dell’eterogeneità del proletariato nelle diverse parti del mondo, dell’immensa debolezza del proletariato dei Paesi dell’Est e di anticipare la possibilità di conflitti nei Balcani. Così, già questa primavera, il nostro rapporto traeva le lezioni dalla guerra in Ucraina e prevedeva che: “L’incapacità della classe operaia di questi Paesi di opporsi alla guerra e al suo reclutamento, incapacità che ha reso possibile la macelleria imperialista in atto, indica fino a che punto la barbarie e il marciume capitalista stanno guadagnando terreno in parti sempre più ampie del globo. Dopo l’Africa, il Medio Oriente e l’Asia centrale, una parte dell’Europa centrale è ora minacciata dal rischio di precipitare nel caos imperialista. L’Ucraina ha dimostrato che in alcuni Paesi satelliti dell'ex URSS, in Bielorussia, in Moldavia e nell'ex Jugoslavia, esiste un proletariato molto indebolito da decenni di sfruttamento forsennato da parte dello stalinismo in nome del comunismo, dal peso delle illusioni democratiche e incancrenito dal nazionalismo, così che la guerra può infuriare. In Kosovo, Serbia e Montenegro, le tensioni stanno effettivamente aumentando”.
[4] Ad esempio, la TCI ha preferito buttarsi nell’avventura di “No war but the class war”. Leggere a tale proposito il nostro articolo “Un comitato che trascina i partecipanti in un vicolo cieco [13]”.
[5] Il testo è disponibile qui: “Dichiarazione congiunta dei gruppi della Sinistra Comunista Internazionale sulla guerra in Ucraina [14]”.
La CCI ha adottato nel maggio 1990 delle tesi intitolate "La decomposizione, fase ultima della decadenza capitalista", che presentavano la nostra analisi globale della situazione mondiale durante e dopo il crollo del blocco imperialista dell'Est, fine 1989. L'idea centrale di queste tesi, come ne indica il titolo, era che la decadenza del modo di produzione capitalista, iniziata con la prima guerra mondiale, era entrata in una nuova fase della sua evoluzione, quella dominata dalla decomposizione generalizzata della società. Nel corso del suo 22° congresso, nel 2017, adottando un testo intitolato "Rapporto sulla decomposizione oggi (maggio 2017)", la nostra organizzazione aveva ritenuto necessario aggiornare il documento del 1990, per "confrontare i punti essenziali delle tesi con la situazione attuale: in che misura gli aspetti evidenziati siano stati verificati, addirittura amplificati, oppure smentiti o da completare". Questo secondo documento, scritto 27 anni dopo il primo, mostrava che l'analisi adottata nel 1990 era stata ampiamente verificata. Allo stesso tempo, il testo del 2017 aveva affrontato aspetti della situazione mondiale che non apparivano nel testo del 1990 ma che completavano il quadro presentato da quest’ultimo, assumendone maggiore importanza: l’esplosione dei flussi di rifugiati in fuga dalle guerre, carestie, persecuzioni e anche l’ascesa del populismo xenofobo che andava ad incidere in maniera crescente sulla vita politica della classe dominante.
Oggi, la CCI ritiene necessario effettuare un nuovo aggiornamento dei testi del 1990 e del 2017, non un quarto di secolo dopo quest’ultimo, ma solo 6 anni dopo e questo perché, in quest’ultimo periodo, abbiamo assistito ad una spettacolare accelerazione e amplificazione delle manifestazioni di questa decomposizione generale della società capitalista.
Questa evoluzione catastrofica e accelerata dello stato del mondo non è ovviamente sfuggita all’attenzione dei principali dirigenti politici ed economici del pianeta. Nel “Global Risks Report 2023” (GRR) basato sulle analisi di una moltitudine di “esperti” (1200 nel 2022) e che viene presentato ogni anno al forum di Davos (World Economic Forum – WEF), che riunisce questi leader, possiamo leggere: "I primi anni di questo decennio hanno segnato un periodo particolarmente turbolento della storia umana. Il ritorno a una 'nuova normalità' dopo la pandemia da COVID-19 è stato rapidamente compromesso dallo scoppio della guerra in Ucraina, inaugurando una nuova serie di crisi alimentari ed energetiche – scatenando problemi che decenni di progresso stavano cercando di risolvere.
All’inizio del 2023, il mondo si trova ad affrontare una serie di rischi del tutto nuovi e terribilmente familiari. Abbiamo assistito al ritorno di “vecchi” rischi – inflazione, crisi del costo della vita, guerre commerciali, deflussi di capitali dai mercati emergenti, disordini sociali generalizzati, scontri geopolitici e lo spettro della guerra nucleare – che pochi leader aziendali e dirigenti pubblici di questa generazione hanno conosciuto. Questi fenomeni sono amplificati da sviluppi relativamente nuovi nel panorama mondiale dei rischi, tra cui livelli di debito insostenibili, una nuova era di bassa crescita, investimenti globali ridotti e deglobalizzazione, un declino dello sviluppo umano dopo decenni di progresso, lo sviluppo rapido e incontrollato di tecnologie a duplice uso (civile e militare) e la crescente pressione degli impatti e delle ambizioni legate ai cambiamenti climatici in una finestra di transizione verso un mondo a +1,5°C che non cessa di fermarsi. Tutti questi elementi convergono per dare forma ad un decennio unico, incerto e travagliato". (Principali conclusioni: alcuni estratti).
In generale, sia nelle dichiarazioni dei governi che nei grandi media, la classe dominante cerca di attenuare le osservazioni sull’estrema gravità della situazione mondiale. Ma quando riunisce i principali leader del mondo, dove parla solo a sé stessa, come durante l’annuale Forum di Davos, non può fare a meno di esprimere una certa lucidità. D'altra parte è significativo che le allarmanti osservazioni contenute in questo rapporto abbiano avuto ben poca risonanza nei principali media, la cui vocazione fondamentale non è quella di informare onestamente la popolazione, e in particolare gli sfruttati, ma di agire come agenzie di propaganda destinate a far loro accettare una situazione che sta diventando sempre più catastrofica, per nascondere loro il completo fallimento storico del modo di produzione capitalista.
In effetti, le osservazioni contenute nel rapporto presentato al Forum di Davos nel gennaio 2023 sono ampiamente in linea con il testo adottato dalla CCI nell’ottobre 2022 intitolato “L’accelerazione della decomposizione capitalista pone apertamente la questione della distruzione dell’umanità". In realtà, l’analisi della CCI ha preceduto non di pochi mesi quella degli “esperti” più informati della classe dominante ma di diversi decenni poiché i risultati fissati nel nostro documento dell’ottobre 2022 non sono che una conferma eclatante delle previsioni che avevamo già avanzato alla fine degli anni '80, in particolare nelle nostre "tesi sulla decomposizione". Che i comunisti abbiano un certo vantaggio, addirittura un netto vantaggio, rispetto agli “esperti” borghesi nel prevedere le grandi tendenze catastrofiche che sono all’opera nel mondo capitalista non sorprende: la classe dominante può, di regola, nascondere a sé stessa e alla classe che sfrutta e che sola può fornire una soluzione alle contraddizioni che minano la società, il proletariato, una realtà fondamentale: come i modi di produzione che lo hanno preceduto, il modo di produzione capitalista non è eterno. Come i modi di produzione del passato, esso è destinato a essere sostituito, se non distrugge prima l'umanità, da un altro modo di produzione superiore corrispondente allo sviluppo delle forze produttive da lui raggiunto in un determinato momento della sua storia. Un modo di produzione che abolirà i rapporti mercantili che sono al centro della crisi storica del capitalismo, dove non ci sarà più spazio per una classe privilegiata che vive dello sfruttamento dei produttori. Ma poiché non riesce a prevedere la sua scomparsa, la classe borghese è in generale incapace di considerare con lucidità le contraddizioni che portano alla caduta della società da essa dominata.
Nella postfazione alla seconda edizione tedesca del Capitale, Marx scriveva: "Quello che più vivamente fa avvertire al pratico borghese il movimento contraddittorio della società capitalistica sono le incerte vicende del ciclo periodico che ha percorso la moderna industria, e il termine ultimo di esse, cioè la crisi generale. Essa si sta di nuovo muovendo, sebbene sia ancora solo agli inizi; e, per l'universalità del suo apparire oltre che per l'intensità dei suoi effetti, caccerà la dialettica persino nella testa dei fortunati parassiti del nuovo sacro impero prusso-tedesco. ".
Nello stesso momento in cui la CCI ha adottato le tesi sulla decomposizione che annunciavano l'ingresso del capitalismo in una nuova fase, la fase ultima della sua decadenza, segnata da un aggravamento qualitativo delle contraddizioni di questo sistema e da una decomposizione generale della società, il "borghese pratico", in particolare nella persona del presidente Bush senior, era estasiato dalla nuova gloriosa prospettiva che, ai suoi occhi, il crollo dei regimi stalinisti e del blocco "sovietico" inaugurava, un'era di "pace" e di "prosperità". Oggi, di fronte al "movimento contraddittorio della società capitalista", non nella forma di una crisi ciclica come quelle del XIX secolo, ma di una crisi permanente e insolubile della sua economia che genera uno sconvolgimento e un caos crescente nella società, questo stesso "borghese pratico" è costretto a fare entrare nella sua testa un po' di "dialettica".
È per questo motivo che l’aggiornamento delle tesi si baserà in gran parte sulle analisi e previsioni contenute nel “Global Risks Report” del 2023 contestualmente al nostro testo dell’ottobre 2022 di cui costituisce, attraverso un'attenta visione, una conferma. Una conferma portata dalle più lucide istanze della classe dominante, in realtà una vera e propria ammissione del fallimento storico del suo sistema. L'utilizzo di dati e analisi forniti dalla classe nemica non è una "innovazione" della CCI. Infatti, i rivoluzionari generalmente non hanno i mezzi per raccogliere i dati e le statistiche che l’apparato statale e amministrativo della borghesia raccoglie per i propri bisogni di gestione della società. È sulla base, in parte, di questo tipo di dati che Engels ha elaborato, ovviamente con occhio critico, il suo studio su "La situazione della classe operaia in Inghilterra". E Marx, soprattutto nel Capitale, usa spesso le “note blu” delle inchieste parlamentari britanniche. Per quanto riguarda le analisi e le previsioni degli “esperti” della borghesia occorre essere ancora più critici sui dati di fatto, soprattutto quando corrispondono a una propaganda intesa a “dimostrare” che il capitalismo è il migliore o l’unico sistema capace di garantire il progresso e il benessere umano. Tuttavia, quando queste analisi e previsioni sottolineano l’impasse catastrofica in cui si trova questo sistema, che ovviamente non può corrispondere alla sua apologia, è utile e importante fare affidamento su di esse per sostenere e rafforzare le nostre stesse analisi e previsioni.
Parte I: Gli anni 2020 inaugurano una nuova fase della decomposizione del capitalismo
Nel testo adottato nell’ottobre 2022 possiamo leggere:
"Gli anni '20 del 21° secolo si annunciano come uno dei periodi più convulsi della storia e già si accumulano catastrofi e sofferenze indescrivibili. Essi sono cominciati con la pandemia del Covid-19 (che ancora continua) e una guerra nel cuore dell’Europa, che dura già da più di 9 mesi e di cui nessuno può prevedere l’esito. Il capitalismo è entrato in una fase di gravi sconvolgimenti su tutti i piani. Dietro questa accumulazione e interconnessione di convulsioni si profila la minaccia della distruzione dell’umanità (...).
Con l’improvvisa irruzione della pandemia Covid, abbiamo messo in evidenza l’esistenza di quattro caratteristiche proprie della decomposizione:
L’anno 2022 ha fornito una illustrazione clamorosa di queste quattro caratteristiche, attraverso:
L’aggregazione e l’interazione dei fenomeni distruttivi sbocca in un “effetto vortice” che concentra, catalizza e moltiplica ognuno degli effetti parziali, provocando dei danni ancora più disastrosi. (…) Ora, questo “effetto vortice” costituisce un cambiamento qualitativo le cui conseguenze saranno ancora più manifeste nel prossimo periodo.
In questo quadro bisogna sottolineare il ruolo motore della guerra in quanto azione voluta e pianificata dagli Stati capitalisti, diventando il fattore più potente e grave del caos e della distruzione. Nei fatti, la guerra in Ucraina ha avuto un effetto moltiplicatore dei fattori di barbarie e di distruzione (…)
In questo contesto bisogna comprendere in tutta la sua gravità l’espansione della crisi ambientale che arriva a dei livelli mai visti prima:
Le osservazioni degli “esperti” del WEF non sono differenti:
"Il prossimo decennio sarà caratterizzato da crisi ambientali e sociali, alimentate dalle tendenze geopolitiche ed economiche sottostanti. La "crisi del costo della vita" è classificata come il più grave rischio mondiale per i prossimi due anni, con un picco a breve termine. La "perdita di biodiversità e il collasso degli ecosistemi" sono considerati come uno dei rischi globali che peggioreranno più rapidamente nel prossimo decennio, e tutti e sei i rischi ambientali figurano tra i primi dieci rischi per i prossimi dieci anni. Nove rischi figurano nella classifica dei primi dieci rischi a breve e lungo termine, tra cui lo "scontro geo-economico" e "l'erosione della coesione sociale e della polarizzazione sociale", nonché due nuovi arrivati nella classificazione: "criminalità informatica generalizzata, sicurezza informatica" e "migrazione involontaria su larga scala".
I governi e le banche centrali potrebbero trovarsi nella condizione di far fronte a pressioni inflazionistiche persistenti nei prossimi due anni, principalmente in ragione della possibilità di una guerra prolungata in Ucraina, di persistenti costrizioni legate alla pandemia e di una guerra economica che porterà al disaccoppiamento delle catene di approvvigionamento. Anche rischi al ribasso per le prospettive economiche sono significativi. Uno squilibrio tra le politiche monetarie e di bilancio aumenterà la probabilità di shock di liquidità, segnalando una recessione economica più prolungata e un eccesso di debito globale. Il perdurare dell’inflazione guidata dall’offerta potrebbe portare alla stagflazione, le cui conseguenze socioeconomiche potrebbero essere gravi, data un’interazione senza precedenti con livelli storicamente elevati di debito pubblico. La frammentazione dell’economia globale, le tensioni geopolitiche e le ristrutturazioni più difficili potrebbero contribuire a un diffuso sovraindebitamento per i prossimi dieci anni. (…)
La guerra economica diventa la norma, con crescenti scontri tra le potenze mondiali e crescenti interventi statali sui mercati nei prossimi due anni. Le politiche economiche saranno utilizzate in modo difensivo, per rafforzare l’autosufficienza e la sovranità di fronte alle potenze rivali, ma saranno sempre più utilizzate anche in modo offensivo per limitare l’ascesa di altri. L’intensa militarizzazione geo-economica metterà in luce le vulnerabilità della sicurezza poste dall’interdipendenza commerciale, finanziaria e tecnologica tra le economie integrate a livello globale, rischiando così un’escalation del ciclo di sfiducia e disaccoppiamento.
Gli intervistati del GRPS prevedono che nei prossimi 10 anni gli scontri interstatali rimarranno in gran parte di natura economica. Tuttavia, il recente aumento della spesa militare e la proliferazione di nuove tecnologie a più attori potrebbero portare a una corsa agli armamenti globale in tecnologie emergenti. Il panorama dei rischi globali a lungo termine potrebbe essere definito da conflitti multicampo e da guerre asimmetriche, con il dispiegamento mirato di nuove armi tecnologiche su una scala potenzialmente più distruttiva di quanto visto negli ultimi decenni.
Il crescente intreccio delle tecnologie nel funzionamento critico delle società espone le popolazioni a minacce interne dirette, comprese quelle che cercano di interrompere il funzionamento della società. Insieme all’aumento della criminalità informatica, i tentativi di interrompere risorse e servizi tecnologici critici diventeranno più comuni, con attacchi previsti all’agricoltura e all’acqua, ai sistemi finanziari, alla sicurezza pubblica, ai trasporti, all’energia e alle infrastrutture di comunicazione nazionali, spaziali e sottomarine.
La distruzione della natura e il cambiamento climatico sono intrinsecamente legati: un fallimento di un’area si riverserà nell’altra. In assenza di cambiamenti politici o investimenti significativi, l’interazione tra gli effetti del cambiamento climatico, della perdita di biodiversità, della sicurezza alimentare e del consumo di risorse naturali accelererà il collasso degli ecosistemi, minaccerà le forniture alimentari e i mezzi di sussistenza nelle economie vulnerabili al clima, amplificherà gli effetti dei disastri naturali e limiterà i progressi messi in atto per mitigare il cambiamento climatico.
Le crisi aggravate ampliano il loro impatto sulle società, colpendo i mezzi di sussistenza di una fascia molto più ampia della popolazione e destabilizzando più economie in tutto il mondo rispetto alle comunità tradizionalmente vulnerabili e agli Stati fragili. Sulla base dei rischi più gravi attesi per il 2023 – in particolare la “crisi dell’approvvigionamento energetico”, “l’aumento dell’inflazione” e la “crisi dell’approvvigionamento alimentare” – si sta già avvertendo una crisi mondiale del costo della vita. (…)
I perturbamenti sociali e l'instabilità politica non si limiteranno ai mercati emergenti, poiché le pressioni economiche continuano a prosciugare la fascia di redditi medi. La crescente frustrazione dei cittadini per le perdite di sviluppo umano e il declino della mobilità sociale, così come il crescente divario nei valori e nell’uguaglianza, rappresentano una sfida esistenziale per i sistemi politici di tutto il mondo. L’elezione di leader meno centristi e la polarizzazione politica tra le superpotenze economiche nei prossimi due anni potrebbero anche ridurre ulteriormente lo spazio per la risoluzione collettiva dei problemi, rompendo le alleanze e portando a dinamiche più volatili.
Con la riduzione dei finanziamenti del settore pubblico e le preoccupazioni legate alla sicurezza, la nostra capacità di assorbire il prossimo shock globale si sta riducendo. Nei prossimi dieci anni, meno paesi disporranno di margini di manovre economiche per investire nella crescita futura, nelle tecnologie verdi, nell’istruzione, nell’assistenza e nei sistemi sanitari.
Gli shock concomitanti, i rischi profondamente interconnessi e l’erosione della resilienza aumentano il rischio di policrisi, dove crisi disparate interagiscono in modo tale che l’impatto complessivo supera di gran lunga la somma di ciascuna parte. L’erosione della cooperazione geopolitica avrà effetti a catena sul panorama dei rischi globali nel medio termine, contribuendo anche ad una potenziale policrisi di rischi ambientali, geopolitici e socioeconomici interdipendenti legati alla domanda e all’offerta di risorse naturali. Il rapporto delinea quattro potenziali futuri incentrati sulla carenza di cibo, acqua, metalli e minerali, che potrebbero innescare una crisi umanitaria ed ecologica, che va dalle guerre per l’acqua e per le carestie al continuo sfruttamento eccessivo delle risorse ecologiche, fino al rallentamento della mitigazione e dell’adattamento al cambiamento climatico". (Principali conclusioni: alcuni estratti)
"La combinazione di eventi meteorologici estremi e di un approvvigionamento limitato potrebbe trasformare l'attuale crisi del costo della vita in uno scenario catastrofico di fame e disagio per milioni di persone nei paesi dipendenti dalle importazioni o trasformare la crisi energetica in una crisi umanitaria nei mercati emergenti più poveri.
Secondo le stime, le inondazioni in Pakistan hanno distrutto più di 800.000 ettari di terreni agricoli, ... Le previste siccità e carenze idriche potrebbero portare al declino dei raccolti e alla morte del bestiame nell'Africa orientale, nell'Africa settentrionale e meridionale, esacerbando così l'insicurezza alimentare.
Gli "shock gravi o la volatilità dei prezzi dei prodotti di base" rappresentano uno dei cinque rischi principali per i prossimi due anni nei 47 paesi esaminati dai dirigenti (EOS) del Forum, mentre le "gravi crisi di approvvigionamento di prodotti di base" rappresentano un rischio più localizzato, come una delle principali preoccupazioni in 34 paesi, tra cui Svizzera, Corea del Sud, Singapore, Cile e Turchia. Gli effetti catastrofici della carestia e della perdita di vite umane possono anche avere ripercussioni di vasta portata, poiché aumenta il rischio di violenza diffusa e la migrazione involontaria". (Crisi del costo della vita p.15)
“Alcuni paesi non saranno in grado di contenere gli shock futuri, d'investire nella crescita futura e nelle tecnologie verdi, o di rafforzare la resilienza futura nell’istruzione, nella sanità e nei sistemi ecologici, essendo gli impatti esacerbati dai più potenti e sopportati in modo sproporzionato dai più vulnerabili”. (Rallentamento economico, pag.17) "Di fronte alle vulnerabilità evidenziate dalla pandemia e poi dalla guerra, la politica economica, soprattutto nelle economie avanzate, è sempre più orientata verso obiettivi geopolitici. I paesi cercano di costruire "autosufficienza" sostenuti dagli aiuti pubblici, e di ottenere "sovranità" nei confronti delle potenze rivali, (…)
Ciò potrebbe causare esiti contrari agli obiettivi desiderati, determinando una minore resilienza e crescita della produttività e segnalando la fine di un’era economica caratterizzata da capitali, mano d'opera, materie prime e beni più economici e globalizzati.
Questa situazione probabilmente continuerà a indebolire le alleanze esistenti dal momento che le nazioni si ripiegano su sé stesse". (Confronto Geo-economico, p.19) "Oggi, i livelli atmosferici di anidride carbonica, metano e protossido di azoto hanno raggiunto dei record. Le traiettorie delle emissioni rendono altamente improbabile il raggiungimento dell'ambizione mondiale di limitare il riscaldamento a 1,5°C. Gli eventi recenti hanno evidenziato una divergenza tra ciò che è scientificamente necessario e ciò che è politicamente opportuno.
Tuttavia, le tensioni geo-politiche e le pressioni economiche hanno già limitato – e in alcuni casi invertito – i progressi nella mitigazione del cambiamento climatico, almeno nel breve termine. Ad esempio, l’UE ha speso almeno 50 miliardi di euro per la creazione e l’espansione delle infrastrutture e delle forniture di combustibili fossili, e alcuni paesi hanno riavviato le centrali elettriche alimentate a carbone.
La dura realtà di 600 milioni di persone in Africa che non hanno accesso all’elettricità mostra l’incapacità di portare il cambiamento a coloro che ne hanno bisogno e la continua attrazione verso soluzioni rapide basate sui combustibili fossili, nonostante i rischi che ciò comporta.
Il cambiamento climatico diventerà in tal modo sempre più un fattore chiave di migrazione e ci sono indicazioni che esso abbia già contribuito all’emergere di gruppi terroristici e conflitti in Asia, Medio Oriente e Africa". (La pausa dell’azione climatica, p. 21)
Ritroviamo in questa osservazione dello stato del mondo d'oggi tutti gli elementi che erano menzionati nel nostro testo dell’ottobre 2022, e spesso in modo più dettagliato. In particolare le quattro principali caratteristiche della situazione attuale:
sono presenti nel documento del WEF, anche se con parole e articolazioni leggermente diverse e se l’impatto politico della decomposizione sui paesi più avanzati viene affrontato in termini un po’ “timidi”: non bisogna infastidire i governi e le forze politiche di questi paesi evocando le loro politiche sempre più irrazionali e caotiche.
In particolare, il rapporto del WEF evidenzia la crescente interazione degli effetti di decomposizione che chiamiamo “effetto vortice”. Per fare questo esso introduce il termine “policrisi” usato già negli anni Novanta da Edgar Morin, un “filosofo” francese amico di Castoriadis, mentore del gruppo Socialisme ou Barbarie. Le definizioni di questo termine che riprende il rapporto WEF sono le seguenti:
"Un problema diventa crisi quando mette alla prova la nostra capacità di farvi fronte e quindi minaccia la nostra identità. Nella policrisi, gli shock sono disparati, ma interagiscono in modo tale che il tutto è ancora più travolgente della somma delle parti.
Un’altra spiegazione per la policrisi potrebbe essere la seguente: quando molteplici crisi in molteplici sistemi mondiali si intrecciano causalmente in modo tale da degradare significativamente le prospettive dell’umanità”.
Questo "significativo peggioramento delle prospettive dell'umanità" si ritrova nel rapporto del WEF nel capitolo intitolato "Global Risks 2033: Tomorrow’s Catastrophes" ["Rischi mondiali 2033: le catastrofi di domani"], titolo che è già significativo nel tono di queste prospettive. Significativi anche alcuni sottotitoli: “Ecosistemi naturali: il punto di non ritorno è stato superato”, “Salute umana: pandemie permanenti e sfide croniche relative alla capacità di affrontarle”, “Sicurezza umana: nuove armi, nuovi conflitti”.
Più concretamente, ecco alcuni esempi di come il rapporto del WEF declina questi temi:
“La biodiversità all’interno e tra gli ecosistemi sta già diminuendo più velocemente che in qualsiasi momento della storia umana.
Gli interventi umani hanno avuto un impatto negativo su un ecosistema naturale mondiale complesso e delicatamente equilibrato, innescando una catena di reazioni. Nei prossimi dieci anni, l’interazione tra perdita di biodiversità, inquinamento, consumo di risorse naturali, cambiamento climatico e fattori socioeconomici costituirà una miscela pericolosa. Dato che si stima che più della metà della produzione economica mondiale dipenda in misura moderata o elevata dalla natura, il collasso degli ecosistemi avrà conseguenze economiche e sociali di vasta portata. Tra queste citiamo l’aumento della frequenza di malattie zoonotiche, il calo della resa e del valore nutrizionale dei raccolti, l’aumento dello stress idrico che esacerba conflitti potenzialmente violenti, la perdita di mezzi di sussistenza dipendenti dai sistemi alimentari e dai servizi naturali come l’impollinazione, nonché inondazioni sempre più drammatiche, innalzamento del livello del mare e erosione dovuta al degrado dei sistemi naturali di protezione dalle inondazioni, come le praterie acquatiche e le mangrovie costiere.
La distruzione della natura e il cambiamento climatico sono intrinsecamente legati: il fallimento di un ambito si ripercuoterà sull’altro, e il raggiungimento dello zero netto richiederà una mitigazione su entrambe le leve. Se non riusciamo a limitare il riscaldamento a +1,5°C o addirittura a +2°C, il continuo impatto dei disastri naturali e dei cambiamenti di temperatura e precipitazioni diventerà la causa principale della perdita di biodiversità, in termini di composizione e funzione.
I continui danni ai pozzi di assorbimento di carbonio derivanti dalla deforestazione e dallo scongelamento del permafrost, ad esempio, e il calo della produttività dello stoccaggio del carbonio (suolo e oceano) potrebbero trasformare questi ecosistemi in fonti “naturali” di emissioni di carbonio e metano. L’imminente collasso delle calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide occidentale potrebbe contribuire all’innalzamento del livello del mare e alle inondazioni costiere, mentre il “deperimento” delle barriere coralline a bassa latitudine, che sono i vivai della vita marina, avrà sicuramente ripercussioni sull’approvvigionamento alimentare e sugli ecosistemi marini più ampi.
È probabile che la pressione sulla biodiversità venga ulteriormente amplificata dalla continua deforestazione a fini agricoli, con una domanda associata di ulteriori terreni coltivabili, in particolare nelle aree subtropicali e tropicali ad alta densità di biodiversità, come l’Africa sub-sahariana e il sud-est asiatico.
Tuttavia, bisogna considerare un meccanismo di verifica più esistenziale: la biodiversità contribuisce alla salute e alla resilienza dei suoli, delle piante e degli animali, e il suo declino mette a repentaglio la resa della produzione alimentare e il suo valore nutrizionale. Ciò potrebbe quindi alimentare la deforestazione, aumentare i prezzi dei prodotti alimentari, minacciare i mezzi di sussistenza locali e contribuire a malattie e morti legate all’alimentazione. Può anche portare a migrazioni involontarie su larga scala.
È chiaro che la portata e il ritmo necessari per la transizione verso un’economia verde richiedono nuove tecnologie. Tuttavia, è probabile che alcune di queste tecnologie abbiano un nuovo impatto sugli ecosistemi naturali, e le possibilità di "testare i risultati sul campo" sono limitate." (Ecosistemi naturali: il punto di non ritorno è superato, p.31) “La sanità pubblica mondiale è sottoposta ad una crescente pressione e i sistemi sanitari in tutto il mondo rischiano di diventare inadeguati.
Date le crisi attuali, la salute mentale può anche essere aggravata dall’aumento di fattori di stress come la violenza, la povertà e la solitudine.
I sistemi sanitari si trovano ad affrontare la carenza di lavoratori e persistenti penurie in un momento in cui il consolidamento finanziario rischia di deviare l’attenzione e le risorse altrove. Nel prossimo decennio, epidemie di malattie infettive sempre più frequenti e diffuse, in un contesto di malattie croniche, rischiano di spingere i sistemi sanitari esausti sull’orlo della bancarotta in tutto il mondo. (…)
Si prevede inoltre che il cambiamento climatico aggraverà la malnutrizione a causa della crescente insicurezza alimentare. L’aumento dei livelli di anidride carbonica nell’atmosfera può portare a carenze nutrizionali nelle piante e persino ad un assorbimento accelerato di minerali pesanti, che sono stati collegati al cancro, al diabete, alle malattie cardiache e ai disturbi della crescita”. (Salute umana: pandemie croniche e difficoltà ad affrontarle, p.35)
"Un'inversione della tendenza alla smilitarizzazione aumenterà il rischio di conflitto, su una scala potenzialmente più distruttiva. La sfiducia ed il sospetto crescenti tra le potenze mondiali e regionali hanno già implicato una ridefinizione delle priorità relative alle spese militari ed un ristagno dei meccanismi di non proliferazione. La diffusione della potenza economica, tecnologica e, quindi, militare a più paesi e attori è all'origine dell'ultima iterazione di una corsa mondiale agli armamenti.
La proliferazione di armi militari più distruttive e di nuove tecnologie può consentire nuove forme di guerra asimmetrica, consentendo alle piccole potenze e agli individui di avere un impatto maggiore a livello nazionale e globale". (Sicurezza umana: nuove armi, nuovi conflitti, p.38) "La serie di emergenti preoccupazioni sulla domanda e sull'offerta di risorse naturali sta già diventando motivo di crescente inquietudine. Gli intervistati al GRPS [Global Risks Perception Survey - Sondaggio sulla percezione dei rischi globali] hanno identificato forti relazioni e collegamenti reciproci tra le "crisi delle risorse naturali" e gli altri rischi identificati nei capitoli precedenti.
Il rapporto descrive quattro potenziali futuri incentrati sulla carenza di cibo, acqua, metalli e minerali, che potrebbero innescare una crisi umanitaria ed ecologica: dalle guerre per l’acqua e le carestie al continuo sfruttamento eccessivo delle risorse ecologiche e al rallentamento dell'attenuazione e dell’adattamento climatico. (Rivalità per le risorse: quattro prospettive future, p.57)
La conclusione del rapporto ci offre un quadro sintetico di come sarà il mondo nel 2030:
“La povertà globale, le crisi dei mezzi di sussistenza sensibili al clima, la malnutrizione e le malattie legate all’alimentazione, l'instabilità degli Stati e le migrazioni involontarie sono tutti aumentate, prolungando ed estendendo l’instabilità e le crisi umanitarie (…)
L’insicurezza alimentare, energetica e idrica sta diventando un fattore di polarizzazione sociale, disordini civili e instabilità politica.
Il sovrasfruttamento e l’inquinamento – la tragedia dei beni comuni globali – si sono estesi. La carestia è tornata su una scala mai vista nel secolo scorso. La portata delle crisi umanitarie e ambientali evidenzia la paralisi e l’inefficienza dei principali meccanismi multilaterali di fronte alle crisi con le quali si sta scontrando l’ordine mondiale, trasformandosi in una spirale di policrisi che si perpetuano e si aggravano".
Il rapporto cerca a volte di non disperare troppo i suoi lettori dicendo, ad esempio:
"Alcuni dei rischi descritti nel rapporto di quest'anno sono prossimi a un punto di svolta. Ora è il momento di agire collettivamente, con decisione e con una prospettiva a lungo termine, per tracciare il percorso verso un futuro più positivo, più inclusivo e più stabile". Ma, nel complesso, dimostra che i mezzi “per agire collettivamente, con decisione” non esistono nel sistema attuale.
Nel testo del 1990, abbiamo basato lo sviluppo della nostra analisi sull'osservazione che a livello mondiale stavano sorgendo, aggravandosi, tutta una serie di manifestazioni mortali o caotiche della vita sociale. Possiamo ricordarle qui per vedere come la situazione attuale, così come presentata sopra, abbia accentuato e amplificato queste manifestazioni:
Il fenomeno della corruzione non è trattato nel rapporto del WEF (non irritare i corrotti!). Nonostante tutti i programmi “virtuosi”, questa piaga non fa che prosperare, in particolare nei paesi del Terzo Mondo: ad esempio, la vittoria dei talebani in Afghanistan e l’avanzata dei gruppi jihadisti nel Sahel devono molto alla corruzione sfrenata di regimi che erano o sono alla loro testa. Nei paesi generati dall’ex Unione Sovietica, a cominciare da Russia e Ucraina, governano Stati apertamente mafiosi. Ma questo fenomeno non risparmia i paesi più sviluppati con tutti gli imbrogli (che sono solo la punta dell'iceberg) rivelati dai "Panama Papers" e da altre autorità. Allo stesso modo, i "petrodollari" affluiscono verso i paesi avanzati, in particolare quelli europei, per comprare la compiacenza dei "decisori di questi paesi" per decisioni assurde e dannose come l'assegnazione della Coppa del mondo di calcio al Qatar o (incredibile ma vero) l’assegnazione dei Giochi Asiatici Invernali all’Arabia Saudita! Ma uno dei picchi è stato raggiunto quando la vicepresidente del Parlamento europeo, un'istituzione che dovrebbe, tra l'altro, combattere la corruzione, è stata sorpresa con valigie di banconote provenienti dal Qatar.
Infine, è chiaro che il terribile bilancio in termini di vite umane del terremoto che ha colpito la Turchia e la Siria all’inizio di febbraio è essenzialmente il risultato della corruzione che ha consentito ai costruttori di aggirare le norme antisismiche ufficiali per aumentare i propri profitti.
“Tendenza generale della borghesia a perdere il controllo sulla condotta della sua politica”: Come abbiamo visto, la questione viene trattata con molta cautela nel rapporto del WEF, soprattutto quando si fa riferimento a “una sfida esistenziale per i sistemi politici di tutto il mondo” e “all’elezione di leader meno centristi”.
Infine, le manifestazioni di decomposizione individuate nel 1990 non sono menzionate direttamente nel rapporto del WEF (per ragioni spesso “diplomatiche”) né nel nostro testo dell’ottobre 2022 perché erano secondarie rispetto all’idea centrale di questo testo: il notevole passo compiuto dalla decomposizione con l'ingresso negli anni 2020.
“Aumento permanente della criminalità e dell’insicurezza, della violenza urbana, in cui sono sempre più coinvolti i bambini”: Possiamo citare due esempi (tra molti altri): la continuazione degli omicidi di massa negli Stati Uniti e i recenti omicidi di numerosi adolescenti da parte di altri adolescenti in Francia.
"Sviluppo del nichilismo, del 'no futuro' dell'odio e della xenofobia": La crescita dell’odio razzista (spesso in nome della religione) che è il terreno fertile su cui prosperano i populismi di estrema destra (Nigel Farrage nel Regno Unito, Trump e i suoi “fan” negli Stati Uniti, Le Pen in Francia, Meloni in Italia, ecc.)
“L’ondata di droga colpisce soprattutto i giovani”: Nessuna inversione di tendenza di questa piaga da parte della potenza delle bande di narcotrafficanti come in Messico.
"Profusione di sette, risveglio dello spirito religioso, anche in alcuni paesi avanzati": Ci sono molti esempi oggi dell’aggravarsi di questo fenomeno con l’aumento:
Ovviamente il rapporto del WEF evita accuratamente di menzionare questi fenomeni: bisogna essere educati nei confronti dei partecipanti al Forum di Davos che rappresentano governi la cui religione e fanatismo religioso costituiscono uno dei principali strumenti politici del loro potere.
"Rifiuto del pensiero razionale, coerente, costruito, anche da parte di certi ambienti 'scientifici'": Recenti sviluppi del complottismo, soprattutto al tempo della pandemia da Covid, spesso associati a un’ideologia di estrema destra. Con una contropartita dall'altra parte dello scacchiere politico: il crescente successo del "wokismo", una corrente proveniente dalle università americane, il cui radicalismo "consiste nel raggrupparsi in piccole cappelle "militanti" attorno a temi totalmente borghesi che pretendono di "combattere il sistema".
"'Ognuno per sé', atomizzazione degli individui": Un esempio drammatico, quello dell’isolamento degli anziani durante la pandemia prima dell’uso dei vaccini, soprattutto nelle case di riposo. E anche l’angoscia dei familiari dei defunti.
Tutti i passaggi tra virgolette sono tratti dalle tesi del 1990. Essi rendono conto delle caratteristiche già presenti nel mondo in quel momento e che ci avevano permesso di fondare la nostra analisi. Questo accumulo simultaneo di tutte queste manifestazioni catastrofiche, la loro quantità, indicava che stava iniziando un periodo qualitativamente nuovo nella storia della decadenza del capitalismo. Nelle Tesi, l'interazione tra alcune di queste manifestazioni era già presente. Ma allora avevamo messo in luce soprattutto l'origine comune di queste manifestazioni che, in un certo modo, sembravano svilupparsi parallelamente senza interagire tra loro. In particolare, avevamo osservato che se, fondamentalmente, la crisi economica del capitalismo era all'origine del fenomeno della decomposizione della società, essa non veniva realmente toccata dalle diverse manifestazioni di questa decomposizione.
• Al 22° Congresso, oltre a evidenziare l'affermazione di due nuove e correlate manifestazioni di decomposizione, l'immigrazione massiccia e l'ascesa del populismo, abbiamo sottolineato che l'economia cominciava a essere colpita dalla decomposizione (in particolare attraverso l'ascesa del populismo), mentre in precedenza era stata relativamente risparmiata. Oggi, questa interazione tra aspetti fondamentali della situazione mondiale e di cruciale importanza storica conosce uno sviluppo spettacolare e drammatico. Il nostro testo dell’ottobre 2022, così come il rapporto del WEF, evidenzia la misura attraverso la quale queste diverse manifestazioni ora si determinano a vicenda.
Così, con il suo ingresso negli anni 2020, e in particolare nel 2022, assistiamo a un’accelerazione della storia, a un nuovo drammatico peggioramento della decomposizione che sta trascinando la società umana, anzi la specie umana, e questo è percepito da un numero crescente di persone, alla sua distruzione.
Questa intensificazione delle diverse convulsioni che il pianeta sta vivendo, la loro crescente interazione, costituisce una conferma non solo della nostra analisi ma anche del metodo marxista su cui si basa, un metodo che altri gruppi del milieu politico proletario tendono a “dimenticare” quando rifiutano la nostra analisi della decomposizione.
Parte II: Il metodo marxista, strumento indispensabile per comprendere il mondo di oggi
Questa parte del rapporto che pubblichiamo di seguito è stata arricchita da un insieme di sviluppi che fanno parte del metodo di comprensione della realtà attraverso il marxismo. Essi non erano esplicitamente presenti nella versione sottoposta al congresso ma ne sono alla base. Lo scopo di tale aggiunta è quello di alimentare il dibattito pubblico in difesa della concezione marxista del materialismo contro la concezione volgare difesa dalla maggior parte delle componenti del milieu politico proletario, in particolare dai damenisti e dai bordighisti.
La storia è la storia della lotta di classe
Nel complesso, i gruppi del MPP (milieu politico proletario) hanno capito ben poco di ciò che intendiamo nella nostra analisi sulla decomposizione. Chi si è preso la briga di andare più lontano nel confutare questa analisi è il gruppo bordighista che pubblica Le Prolétaire in Francia. Alla nostra analisi dell'ascesa del populismo in vari paesi e al suo legame con l'analisi sulla decomposizione (che definisce "famosa e fumosa") ha dedicato due articoli, di cui riportiamo alcuni estratti:
"Revolution Internationale ci spiega le radici di questa cosiddetta "decomposizione": "l'attuale incapacità delle due classi fondamentali e antagoniste, che sono la borghesia e il proletariato, di proporre la propria prospettiva (guerra mondiale o rivoluzione) ha generato una situazione di "blocco temporaneo" e di putrefazione della società". I proletari che vedono quotidianamente peggiorare le loro condizioni di sfruttamento e peggiorare le loro condizioni di vita, saranno felici di apprendere che la loro classe è capace di bloccare la borghesia e impedire ad essa di attuare le sue “prospettive”…” (LP 523)
"Neghiamo quindi che la borghesia abbia" perso il controllo del suo sistema politico" e che le politiche perseguite dai governi di Gran Bretagna o Stati Uniti siano dovute a una misteriosa malattia chiamata "populismo" causata dalla "stagnazione della società nella barbarie".
Per dirla in termini molto generali, questi punti di svolta (a cui si potrebbe aggiungere il progresso dell’estrema destra in Svezia o in Germania, con il sostegno di una parte del personale politico borghese) hanno la funzione di rispondere a un’esigenza di dominio, sia a livello interno che esterno, in una situazione di accumulo di rischi economici e politici a livello internazionale – e non qualcosa che “disturbi il gioco politico con la conseguenza di una crescente perdita di controllo dell’apparato politico borghese su terreno elettorale'" (LP 530)
Per quanto riguarda l’idea che il populismo corrisponda a una politica veramente “realistica” della borghesia e da essa controllata, ciò che è accaduto nel Regno Unito negli ultimi anni dovrebbe far riflettere questo gruppo.
Come si vede, Le Prolétaire si prende la briga di entrare nel vivo della nostra analisi: la situazione di blocco tra le classi sorta in seguito alla ripresa storica del proletariato mondiale nel 1968 (che esso non ha riconosciuto come l'intero MPP). Dietro questa ignoranza, infatti, si nasconde l’incomprensione e il rifiuto della nozione di percorso storico che si riferisce al disaccordo che abbiamo con i gruppi nati dal Partito del 1945.
Negare l'esistenza del periodo di decomposizione significa per questi bordighisti negare il ruolo storico fondamentale svolto dalla lotta tra le classi nello sviluppo della situazione mondiale. In altre parole, un grande allontanamento dal metodo marxista. Riconoscere il fattore decisivo della lotta di classe solo nei momenti eccezionali in cui il proletariato si manifesta apertamente sulla scena mondiale, cioè quando le capacità della classe operaia sono evidenti a tutti, è un indice del declino degli epigoni della Sinistra italiana.
Il fatto che la borghesia abbia sempre, in ogni momento, sia nei periodi di sconfitta o di ritirata, sia in quelli di rivoluzione, imparato a tener conto delle disposizioni della classe operaia, ciò è noto al marxismo dal 1848, dopo la sanguinosa repressione dell'insurrezione del proletariato francese nel giugno di quello stesso anno. Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte di Marx, che Engels ha sempre presentato come un eccellente esempio dell'applicazione del metodo del materialismo storico agli avvenimenti mondiali, mostra che dopo gli avvenimenti del 1848 la borghesia fu comunque costretta a riconoscere nella classe operaia, sebbene sconfitta, il suo avversario storico. Questo riconoscimento fu un fattore importante per allineare la classe dominante dietro il colpo di stato di Luigi Bonaparte del 1852 e per la repressione della fazione repubblicana della borghesia [[1]].
Altro erede del Partito del 1945, anche la Tendenza Comunista Internazionalista (TCI, ex-Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario) rinuncia all'ABC del materialismo storico secondo il quale "la storia è la storia della lotta delle classi" e mostra orgogliosamente la sua ignoranza sull’attuale periodo di decomposizione del capitalismo mondiale e sulle sue cause di base che risiedono nella situazione degli antagonismi di classe.
La TCI cerca anche di presentare la nostra analisi come non marxista e idealista:
"Dopo il crollo dell'URSS, la CCI dichiarò improvvisamente che questo crollo aveva creato una nuova situazione in cui il capitalismo aveva raggiunto una nuova fase, che essa chiamò "decomposizione". Nella sua incomprensione del funzionamento del capitalismo, per la CCI, quasi tutto ciò che è male – dal fondamentalismo religioso alle molte guerre scoppiate dopo il crollo del blocco dell’Est – non è altro che un’espressione del Caos e della Decadenza. Noi pensiamo che ciò equivale all'abbandono completo del terreno del marxismo, perchè queste guerre, così come le guerre precedenti della fase decadente del capitalismo, sono il risultato di questo stesso ordine capitalista (…) La sovrapproduzione di capitale e di merci, provocata ciclicamente dalla caduta tendenziale del saggio del profitto, conduce a delle crisi economiche e a delle contraddizioni che, a loro volta, generano delle guerre imperialiste. Non appena un capitale sufficiente viene svalutato e i mezzi di produzione vengono distrutti (dalla guerra), può iniziare un nuovo ciclo di produzione. Dal 1973 ci troviamo nella fase finale di tale crisi, e un nuovo ciclo di accumulazione non è ancora iniziato". (Marxismo o idealismo - Le nostre divergenze con la CCI)
Potremmo chiederci se i compagni della TCI (che pensano che è stato in seguito al crollo del blocco dell’Est nel 1989 che abbiamo improvvisamente tirato fuori dal cappello la nostra analisi della decomposizione) si siano dato la pena di leggere il nostro testo di base del 1990. Nella sua introduzione, siamo molto chiari: "Anche prima che si verificassero gli avvenimenti dell'Est, la CCI aveva già messo in luce questo fenomeno storico (vedi in particolare la Revue internationale, n°57)". E dimostrano anche una straziante superficialità nell’attribuire a noi l'idea che "quasi tutto ciò che è male (...) è solo l'espressione del Caos e della Decomposizione”. E ci colpiscono con un'idea fondamentale alla quale pensano che non avessimo pensato: "queste guerre, come le precedenti guerre della fase decadente del capitalismo, sono il risultato di questo stesso ordine imperialista”. Quale scoperta! Non abbiamo mai detto altro, ma la domanda che poniamo, e che loro non si pongono, è in quale contesto storico generale si colloca oggi l’ordine imperialista. Per i militanti della TCI è sufficiente distruggere abbastanza capitale costante perché possa iniziare un nuovo ciclo di accumulazione. Da questo punto di vista, la distruzione che si verifica oggi in Ucraina è un vantaggio per la salute dell’economia globale. Il messaggio dovrà essere trasmesso ai dirigenti economici della borghesia che, al recente Forum di Davos, come abbiamo visto, sono allarmati dalla prospettiva del mondo capitalista e in particolare dall’impatto negativo della guerra in Ucraina sull'economia mondiale. Infatti, chi ci attribuisce una rottura con l'approccio marxista farebbe bene a rileggere (o leggere) i testi fondamentali di Marx ed Engels e cercare di capire il metodo da essi utilizzato. Se i fatti stessi, l’evoluzione della situazione mondiale, confermano, giorno dopo giorno, la validità della nostra analisi, è in gran parte perché essa si fonda saldamente sul metodo dialettico del marxismo (anche se nelle tesi del 1990 non vi è alcun riferimento esplicito a questo metodo né citazioni di Marx o Engels).
Nel suo rifiuto dell'analisi della decomposizione del capitalismo mondiale, la TCI si distingue, e si mette in imbarazzo, abbattendo la sua ascia polemica, seppur smussata, anche su un altro pilastro del metodo marxista del materialismo storico, che è riassunto nella prefazione di Marx a il “Contributo alla critica dell'economia politica” del 1859 (e ripreso nel primo punto della piattaforma della CCI). I rapporti di produzione in ogni formazione sociale della storia umana - rapporti che determinano gli interessi e le azioni delle classi contrapposte da essa scaturite - si trasformano sempre da fattori di sviluppo delle forze produttive in fase ascendente, in impedimenti negativi di queste stesse forze in un’altra fase, creando la necessità di una rivoluzione sociale. Ma il periodo di decomposizione, punto culminante di un secolo di decadenza del capitalismo come modo di produzione, semplicemente non esiste per la TCI.
Sebbene la TCI usi l'espressione “fase di decadenza del capitalismo”, non ha capito cosa significhi questa fase per lo sviluppo della crisi economica del capitalismo o delle guerre imperialiste che ne derivano.
Nell’era dell’ascesa del capitalismo, i cicli produttivi – comunemente noti come boom e crolli – erano il battito cardiaco di un sistema in progressiva espansione. Le guerre limitate di quest’epoca potevano accelerare questa progressione attraverso il consolidamento nazionale – come fece per la Germania la guerra franco-prussiana del 1871 – o conquistare nuovi mercati attraverso la conquista coloniale. La devastazione delle due guerre mondiali, le distruzioni imperialiste del periodo decadente e le loro conseguenze esprimono per contrasto la rovina del sistema capitalista e la sua impasse come modo di produzione.
Per la TCI, tuttavia, la sana dinamica dell’accumulazione capitalistica del XIX secolo è eterna: per questa organizzazione, i cicli di produzione sono solo aumentati di dimensione. E questo li porta all’assurdità che un nuovo ciclo di produzione capitalistica possa essere fecondato dalle ceneri di una Terza Guerra Mondiale [[2]]. Perfino la borghesia non è così stupidamente ottimista riguardo alle prospettive del suo sistema e ha una migliore comprensione dell’era di disastri che si trova ad affrontare.
La TCI è forse “economicamente materialista”, ma non nel senso marxista di analizzare lo sviluppo dei rapporti di produzione in condizioni storiche radicalmente mutate.
Nelle 3 opere fondamentali del movimento operaio, Il Capitale di Marx, Accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg e Stato e rivoluzione di Lenin, troviamo un approccio storico alle questioni studiate. Marx dedica molte pagine a spiegare come si sia sviluppato nel corso della storia il modo di produzione capitalistico, che già dominava pienamente la società del suo tempo. Rosa Luxemburg esamina come è stata posta la questione dell'accumulazione da diversi autori più antichi e Lenin fa lo stesso sulla questione dello Stato. In questo approccio storico si tratta di rendere conto del fatto che le realtà che esaminiamo non sono cose statiche, immateriali, esistite in ogni tempo, ma corrispondono a processi in continua evoluzione con elementi di continuità ma anche e soprattutto di trasformazione e perfino di rottura. Le tesi del 1990 cercano di trarre ispirazione da questo approccio presentando la situazione storica attuale nella storia generale della società, quella del capitalismo e più in particolare la storia della decadenza di questo sistema. Più concretamente, mettono in luce le similitudini tra la decadenza delle società precapitaliste e quella della società capitalistica ma anche, e soprattutto, le differenze tra queste, questione che è al centro della sopraggiunta fase di decomposizione all’interno di quest’ultima: "mentre, nelle società del passato, i nuovi rapporti di produzione che erano chiamati a soppiantare i vecchi ormai superati potevano svilupparsi al loro fianco, all’interno della stessa società - cosa che poteva, in un certo modo, limitare gli effetti e l’ampiezza della sua decadenza - la società comunista, la sola che possa succedere al capitalismo, non può in alcun modo svilupparsi al suo interno; non esiste dunque alcuna possibilità di una qualunque rigenerazione di questa società in assenza di un rovesciamento violento del potere della classe borghese e dell’estirpazione dei rapporti di produzione capitalisti”. (Tesi 1)
Al contrario, il materialismo astorico della TCI può spiegare tutti gli eventi, tutte le guerre, in tutte le epoche applicando in modo incantatorio la stessa formula: “cicli di accumulazione”. Questo materialismo oracolare, poiché spiega tutto, non spiega nulla e per questo non può esorcizzare il pericolo dell'idealismo. Al contrario, le lacune create dal materialismo volgare devono essere colmate con cemento idealistico. Quando le condizioni reali della lotta rivoluzionaria del proletariato non possono essere comprese o spiegate, è necessario un deus ex-machina idealista per risolvere il problema: "il partito rivoluzionario". Ma non si tratta del partito comunista che emerge e si costruisce in determinate condizioni storiche, ma di un partito mitico che può essere gonfiato in qualsiasi periodo con aria fritta opportunistica.
La componente dialettica del materialismo storico
Gli epigoni della sinistra italiana [[3]], rigettando l’esistenza di un periodo di decomposizione del capitalismo mondiale, hanno dovuto quindi cercare di rimuovere due grandi pilastri del metodo marxista del materialismo storico. In primo luogo, il fatto che la storia del capitalismo, come tutta la storia precedente, è la storia della lotta di classe e, in secondo luogo, il fatto che il ruolo determinante delle leggi economiche evolve con l’evoluzione storica di un modo di produzione.
C'è una terza esigenza dimenticata, implicita negli altri due aspetti del metodo marxista: il riconoscimento dell'evoluzione dialettica di tutti i fenomeni, compreso lo sviluppo delle società umane, secondo l'unità degli opposti, che Lenin descrive come l'essenza della dialettica nel suo lavoro sulla questione durante la prima guerra mondiale. Mentre gli epigoni vedono lo sviluppo solo in termini di ripetizione, di aumento o diminuzione, il marxismo comprende che la necessità storica - il determinismo materialista - si esprime in modo contraddittorio e interattivo, in modo che la causa e l'effetto possano cambiarsi posto e che la necessità si riveli attraverso un percorso tortuoso.
Per il marxismo la sovrastruttura delle formazioni sociali, vale a dire la loro organizzazione politica, giuridica e ideologica, nasce sulla base dell'infrastruttura economica ed è determinata da questa. Questo è ciò che hanno capito gli epigoni. Ma sfugge loro il fatto che questa sovrastruttura possa fungere da causa – se non da principio – oltre che da effetto. Engels, verso la fine della sua vita, ha dovuto insistere su questo punto preciso in una serie di lettere indirizzate negli anni Novanta dell'Ottocento al materialismo volgare degli epigoni dell'epoca. La sua corrispondenza è una lettura assolutamente essenziale per coloro che oggi negano che la decomposizione della sovrastruttura capitalista possa avere un effetto catastrofico sulle basi economiche del sistema.
"Lo sviluppo politico, giuridico, filosofico, religioso, letterario, artistico, ecc., si basa sullo sviluppo economico. Tutti reagiscono gli uni sugli altri e sulla base economica. Non è vero che la situazione economica sia l'unica causa attiva e tutto il resto è solo un effetto passivo. C'è, piuttosto, un'interazione sulla base della necessità economica, che in ultima analisi si afferma sempre? (Engels a Borgius, 25 gennaio 1894)
Nella fase finale del declino capitalistico, il suo periodo di decomposizione, l’effetto retroattivo della sovrastruttura in decomposizione sulle infrastrutture economiche è sempre più accentuato, come hanno dimostrato in maniera lampante gli effetti economici negativi della pandemia da Covid, del cambiamento climatico e della guerra imperialista in Europa - fatta eccezione per i discepoli ciechi di Bordiga e Damen [[4]].
Marx non ha avuto la possibilità di esporre, così come ne aveva formulato il progetto, il suo metodo, quello che impiega in particolare nel Capitale. Egli menziona questo metodo, solo brevemente, nella postfazione alla seconda edizione tedesca del suo libro. Da parte nostra, soprattutto di fronte alle accuse, spesso stupide, del MPP (e ancor più dei parassiti) secondo cui la nostra analisi "non è marxista", è "idealista", tocca a noi evidenziare la fedeltà dell’approccio delle tesi del 1990 riguardo al metodo dialettico del marxismo di cui possiamo richiamare alcuni elementi aggiuntivi:
La trasformazione della quantità in qualità:
È un’idea che ricorre spesso nel testo del 1990. Manifestazioni di decomposizione potevano esistere nella decadenza del capitalismo ma, oggi, l’accumularsi di queste manifestazioni dimostra una trasformazione-rottura nella vita della società, segnalando l’ingresso in una nuova era di decadenza capitalista dove la decomposizione diventa l’elemento determinante. Questa componente della dialettica marxista non si limita ai fatti sociali. Come sottolinea Engels, soprattutto nell'Antidühring e nella Dialettica della natura, si tratta di un fenomeno che si riscontra in tutti i campi e che, del resto, è stato colto da altri pensatori. Così, nell'Anti Dühring, Engels cita una frase di Napoleone Bonaparte che dice (in sintesi) "Due Mamelucchi erano assolutamente superiori a tre francesi; (...) 1.000 francesi hanno sempre rovesciato 1.500 Mamelucchi" a causa della disciplina che diventa efficace quando si tratta di un gran numero di combattenti. Engels insiste molto sul fatto che questa legge trova piena applicazione anche nel campo della scienza. Di fronte all’attuale situazione storica e al moltiplicarsi di tutta una serie di fatti catastrofici, è voltare le spalle alla dialettica marxista (cosa normale da parte dell’ideologia borghese e della maggior parte degli accademici “specialisti”) piuttosto che basarsi su questa legge della trasformazione della quantità in qualità, come tuttavia avviene per l’intero MPP che cerca di applicare una causa specifica ed isolata a ciascuna delle manifestazioni catastrofiche della storia presente.
Il tutto non è la semplice somma delle parti:
Le diverse componenti della vita sociale, se hanno ciascuna una specificità, se possono acquisire in determinate circostanze anche una relativa autonomia, si determinano a vicenda all'interno di una totalità governata, “in ultima istanza” (ma solo in ultima istanza, come diceva Engels nella famosa lettera a J. Bloch del 21 settembre 1890), attraverso i modi e i rapporti di produzione e la loro evoluzione. Questo è uno dei principali fenomeni della situazione attuale. Le diverse manifestazioni di decomposizione che, all'inizio, potrebbero sembrare indipendenti ma la cui accumulazione già indicava che eravamo entrati in una nuova epoca di decadenza capitalista, ora si influenzano sempre più l'una con l'altra in una sorta di "reazione a catena", di "vortice" che imprime alla storia l’accelerazione di cui siamo testimoni (compresi gli “esperti” di Davos).
Il ruolo decisivo del futuro
Infine, il prestito alla dialettica marxista dell'approccio storico, di questo aspetto essenziale che costituisce il movimento, la trasformazione, è al centro dell'idea centrale della nostra analisi sulla decomposizione: "nessun modo di produzione è capace di vivere e svilupparsi, assicurare la coesione sociale, se non è capace di presentare una prospettiva all’insieme della società da esso dominata. E ciò è particolarmente valido per il capitalismo in quanto rappresenta il modo di produzione più dinamico della storia" (Tesi 5). E giustamente oggi nessuna delle due classi fondamentali, la borghesia e il proletariato, può, per il momento, offrire una simile prospettiva alla società.
Per quelli che ci trattano da "idealisti", è un vero scandalo affermare che un fattore ideologico, l'assenza di un progetto nella società, possa avere un impatto importante sulla vita di quest'ultima. In realtà, essi dimostrano che il materialismo da loro rivendicato non è altro che un materialismo volgare già criticato a suo tempo da Marx, in particolare nelle Tesi su Feuerbach. Nella loro visione, le forze produttive si sviluppano in modo autonomo. E lo sviluppo delle forze produttive è il solo a dettare i cambiamenti nei rapporti di produzione e nei rapporti tra le classi.
Secondo costoro, le istituzioni e le ideologie, vale a dire la sovrastruttura, rimangono in vigore finché legittimano e preservano i rapporti di produzione esistenti. E quindi elementi come le idee, la moralità umana o anche l’intervento politico nel processo storico sono esclusi.
Il materialismo storico contiene, oltre ai fattori economici, altri fattori come le risorse naturali e i fattori contestuali. Le forze produttive contengono molto più che macchine o tecnologia. Contengono conoscenza, il saper fare, l'esperienza. In realtà tutto ciò che rende possibile il processo lavorativo o che lo ostacoli. Le forme di cooperazione e associazione sono esse stesse forze produttive e costituiscono anche un importante fattore di trasformazione e di sviluppo economico.
Quelli che si potrebbero definire “antidialettici” [5[5]] negano la distinzione tra condizioni oggettive e condizioni soggettive della lotta rivoluzionaria. Essi fanno derivare la capacità della classe dalla semplice difesa dei propri interessi economici immediati. Ritengono che gli interessi di classe del proletariato creeranno la capacità del proletariato di realizzare e difendere questi interessi. Negano le forze in atto per disorganizzare sistematicamente la classe operaia, annientare le sue capacità, dividerla e oscurare il carattere di classe della sua lotta.
Come ha osservato Lenin, dobbiamo fare analisi concrete della situazione concreta. E nella società capitalista più sviluppata un ruolo molto importante è assegnato all’ideologia, a un apparato che deve difendere e giustificare gli interessi borghesi e dare stabilità al sistema capitalista. Questo è il motivo per cui Marx sosteneva che affinché la rivoluzione comunista avesse luogo, le sue condizioni oggettive e soggettive dovevano essere soddisfatte. La prima condizione è la capacità dell’economia di produrre in abbondanza sufficiente per la popolazione mondiale. La seconda condizione, un livello sufficiente di sviluppo della coscienza di classe. Ciò ci riporta alla nostra analisi sulla questione dell'“anello debole” e della necessaria esperienza storica che si esprime nella coscienza.
I “deterministi” rimuovono lo sviluppo delle forze produttive dal loro contesto sociale. Tendono a negare QUALSIASI significato alla sovrastruttura ideologica, anche se non lo dicono. Le lotte dei lavoratori tendono ad apparire come una pura questione di riflessi. Si tratta di una visione fondamentalmente fatalistica che è ben espressa nell'idea di Bordiga secondo cui "la rivoluzione è certa come se fosse già avvenuta". Una tale visione porta a una sottomissione passiva, una sottomissione che attende gli effetti automatici dello sviluppo economico. In definitiva, non lascia spazio alla lotta di classe come condizione fondamentale per ogni cambiamento, in contraddizione con la prima frase del Manifesto Comunista: “La storia di ogni società fino ai giorni nostri non è stata altro che storia di lotte di classe”.
La terza tesi su Feuerbach ci offre una buona comprensione del materialismo storico e rigetta ogni rigido determinismo:
"La dottrina materialistica che gli uomini sono prodotti dell'ambiente e dell'educazione, e che pertanto uomini mutati sono prodotti di un altro ambiente e di una mutata educazione, dimentica che sono proprio gli uomini che modificano l'ambiente e che l'educatore stesso deve essere educato. Essa perciò giunge necessariamente a scindere la società in due parti, una delle quali sta al di sopra della società (per esempio in Roberto Owen).
La coincidenza nel variare dell'ambiente e dell'attività umana può solo essere concepita e compresa razionalmente come pratica rivoluzionaria.”
L’importanza del futuro nella vita delle società umane:
È probabile che i nostri detrattori considerino questa una visione idealistica, ma noi sosteniamo che la dialettica marxista attribuisca al futuro un posto fondamentale nell'evoluzione e nel movimento della società. Dei tre momenti di un processo storico, passato, presente, futuro, è quest'ultimo a costituire il fattore fondamentale nella sua dinamica.
Il ruolo del futuro è fondamentale nella storia dell’umanità. I primi esseri umani che lasciarono l'Africa alla conquista del mondo, gli aborigeni che lasciarono l'Australia per conquistare il Pacifico, erano alla ricerca di nuovi mezzi di sussistenza per il futuro. È la preoccupazione per il futuro che anima il desiderio di procreazione, così come è per la maggior parte delle religioni. E poiché i nostri detrattori hanno bisogno di “buoni esempi economici”, possiamo citarne due nel funzionamento del capitalismo. Quando un capitalista investe, non è con lo sguardo rivolto al passato, è per ottenere un profitto futuro. Allo stesso modo, il credito, che gioca un ruolo così fondamentale nei meccanismi del capitalismo, non è altro che un progetto sul futuro.
Il ruolo del futuro è onnipresente nei testi di Marx e più in generale del marxismo. Questo ruolo è ben dimostrato in questo noto passo del Capitale:
"Il nostro punto di partenza è il lavoro in una forma che appartiene esclusivamente all'uomo. Il ragno compie operazioni che somigliano a quelle del tessitore, e l'ape sorprende con la struttura delle sue cellette di cera l'abilità di più di un architetto. Ma ciò che distingue il peggiore architetto dall’ape più esperta è che esso ha costruito la cella nella sua testa prima di costruirla nell’alveare. Il risultato a cui porta il lavoro preesiste idealmente nell’immaginario del lavoratore. Non è che egli operi solo un cambiamento della forma nei materiali naturali; egli realizza nello stesso tempo il proprio scopo di cui ha coscienza, che determina come legge il suo modo di agire e al quale deve subordinare la sua volontà".
Ovviamente, questo ruolo essenziale del futuro nella società è ancora più fondamentale per il movimento operaio, le cui lotte del presente assumono un significato reale solo nella prospettiva della rivoluzione comunista del futuro.
“La rivoluzione sociale del XIX secolo [la rivoluzione proletaria] non può trarre la sua poesia dal passato, ma solo dal futuro”. (Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte)
"i sindacati agiscono utilmente come centri di resistenza all'invasione del capitale. In parte falliscono nel loro scopo non appena fanno un uso sconsiderato del loro potere. Falliscono completamente nel loro scopo non appena si limitano a una guerra di scaramucce contro gli effetti del regime esistente, invece di lavorare allo stesso tempo per la sua trasformazione e di usare la loro forza organizzata come leva per l'emancipazione definitiva della classe operaia, vale a dire per l'abolizione definitiva del lavoro salariato". (Marx, Salari, Prezzi e Profitto)
“Lo scopo finale, qualunque esso sia, è nullo, il movimento è tutto' [secondo Bernstein]. Ora, lo scopo finale del socialismo è l'unico elemento decisivo che distingue il movimento socialista dalla democrazia borghese e dal radicalismo borghese, l'unico elemento che, invece di dare al movimento operaio il vano compito di intonacare il regime capitalista per salvarlo, ne fa una lotta di classe contro questo regime, per l'abolizione di questo regime..." (Rosa Luxemburg, Riforma sociale o rivoluzione?)
“Che fare?”, “Da dove cominciare?” (Lenin)
E poiché la società attuale è privata proprio di questo elemento fondamentale, il futuro, la prospettiva (che sempre più persone avvertono, soprattutto tra i giovani), la prospettiva che solo il proletariato può offrirle, la vediamo sprofondare nella disperazione ed imputridire.
Parte III: La prospettiva per il proletariato
Il rapporto del WEF 2023 ci mette in guardia in modo molto convincente sull’estrema gravità dell’attuale situazione mondiale, che sarà molto peggiore entro il 2030 “in assenza di cambiamenti politici o investimenti significativi”. Nello stesso tempo, "mette in evidenza la paralisi e l'inefficienza dei principali meccanismi multilaterali per fronteggiare le crisi che attanagliano l'ordine mondiale" e rileva la "divergenza tra ciò che è scientificamente necessario e ciò che è politicamente opportuno". In altre parole, la situazione è disperata e la società attuale è definitivamente incapace di invertire il corso della sua distruzione, il che conferma il titolo del nostro testo dell’ottobre 2022: “L’accelerazione della decomposizione capitalista solleva apertamente la questione della distruzione dell’umanità” e conferma anche e pienamente la prognosi già contenuta nelle nostre tesi del 1990.
Allo stesso tempo, questo rapporto solleva ripetutamente la prospettiva di “disordini sociali generalizzati” che “non si limiteranno ai mercati emergenti” (nel senso che colpiranno anche i paesi più sviluppati) e che “costituiscono una sfida esistenziale per i sistemi politici a livello mondiale. Nientemeno! Per il WEF, e per la borghesia in generale, questi disordini sociali rientrano nella categoria negativa dei “rischi” e delle minacce all’“ordine mondiale”. Ma le previsioni del WEF aggiungono timidamente e involontariamente acqua al mulino della nostra analisi, segnalando che il proletariato continua a rappresentare una minaccia per l'ordine borghese. Come tutta la borghesia, il WEF non fa distinzione tra i diversi disordini sociali: tutto questo è fattore di “disordine” e di “caos”. Ed è vero che alcuni movimenti dovrebbero essere collocati in questa categoria, come è avvenuto ad esempio con la “Primavera araba”. Ma in realtà, ciò che spaventa di più la borghesia, senza che essa lo dica apertamente o ne abbia piena consapevolezza, è che, tra questi “disordini sociali”, ce ne sono alcuni che prefigurano il rovesciamento del suo potere sulla società e sul sistema capitalista: le lotte del proletariato.
Così, anche sotto questo aspetto, il WEF illustra le nostre tesi del 1990 e il nostro testo dell'ottobre 2022. Riprende l'idea che, nonostante tutte le difficoltà incontrate, il proletariato non ha perso la sua parte, che "la prospettiva storica resta completamente aperta" (tesi 17). E ricorda che “Nonostante il colpo che il crollo del blocco dell’est ha inferto alla presa di coscienza del proletariato, questo non ha subito nessuna sconfitta importante sul terreno della sua lotta. In questo senso, la sua combattività resta praticamente intatta. Ma in più, ed é questo l’elemento che determina in ultima istanza l’evoluzione della situazione mondiale, lo stesso fattore che si trova all’origine dello sviluppo della decomposizione, cioè l’aggravarsi inesorabile della crisi del capitalismo, costituisce lo stimolo essenziale della lotta e della maturazione della coscienza di classe, la condizione stessa della sua capacità di resistere al veleno ideologico dell’imputridimento della società. In effetti, mentre il proletariato non può trovare un terreno unificante di classe nelle lotte parziali contro gli effetti della decomposizione, la sua lotta contro gli effetti diretti della crisi costituisce la base dello sviluppo della sua forza e della sua unità." (ibid.).
Di più: “la crisi economica, contrariamente alla decomposizione sociale che concerne essenzialmente le sovrastrutture, è un fenomeno che colpisce direttamente l’infrastruttura della società sulla quale riposano queste sovrastrutture; in questo senso, essa mette a nudo le cause ultime dell’insieme della barbarie che si abbatte sulla società, permettendo così al proletariato di prendere coscienza della necessità di cambiare radicalmente sistema, e non di cercare di migliorare degli aspetti di questo.” (ibid).
E infatti oggi possiamo constatare che, nonostante il peso della decomposizione (in particolare il crollo dello stalinismo) e il lungo torpore che l’ha colpita, la classe operaia è ancora presente sulla scena della storia e ha la capacità di riprendere la sua lotta, come dimostrano in particolare le lotte nel Regno Unito e in Francia (i due proletariati che furono all'origine della fondazione dell'AIT nel 1864: una strizzatina d'occhio della storia!)
In effetti, il cammino che il proletariato deve percorrere è estremamente lungo e difficile. Da un lato, dovrà affrontare tutte le trappole che la borghesia metterà sul suo cammino, e ciò in un clima ideologico avvelenato dalla decomposizione della società capitalista che ostacola permanentemente la lotta e la coscienza del proletariato:
Le tesi del 1990 sottolineano queste difficoltà. Sottolineano in particolare che “è (…) fondamentale comprendere che quanto più il proletariato tarda a rovesciare il capitalismo, tanto maggiori saranno i pericoli e gli effetti dannosi della decomposizione”. (Tesi 15)
"Contrariamente alla situazione esistente negli anni ‘70, occorre mettere in evidenza che oggi il tempo non gioca più a favore della classe operaia. Finché la minaccia di distruzione della società era rappresentata unicamente dalla guerra imperialista, il semplice fatto che le lotte del proletariato fossero capaci di mantenersi come ostacolo decisivo di un tale evento era sufficiente a sbarrare la strada a questa distruzione. Invece, contrariamente alla guerra imperialista che per potersi realizzare richiede l’adesione del proletariato alle idee della borghesia, la decomposizione non ha nessun bisogno di imbrigliare la classe operaia per distruggere l’umanità. In effetti, le lotte operaie sono incapaci di costituire un freno alla decomposizione così come non riescono in nessun modo ad opporsi al crollo dell’economia borghese. In queste condizioni, anche se la decomposizione sembra essere per la vita della società un pericolo più lontano rispetto a quello di una guerra mondiale, essa è tuttavia ben più insidiosa. Per mettere fine alla minaccia costituita dalla decomposizione, le lotte operaie di resistenza agli effetti della crisi non sono più sufficienti: solo la rivoluzione comunista può bloccare una tale minaccia.” (Tesi 16)
La brutale accelerazione della decomposizione alla quale assistiamo oggi e che rende sempre più minacciosa la prospettiva della distruzione dell'umanità, agli stessi occhi dei settori più lucidi della borghesia, costituisce una conferma di questa analisi. E poiché solo la rivoluzione comunista potrà porre fine alla dinamica distruttiva della decomposizione e ai suoi effetti sempre più deleteri, ciò può dare un’idea della difficoltà del cammino che porta al rovesciamento del capitalismo. Un percorso durante il quale i compiti che il proletariato deve assolvere sono immani. In particolare, dovrà riappropriarsi pienamente della propria identità di classe, che è stata fortemente colpita dalla controrivoluzione e dalle varie manifestazioni di decomposizione, in particolare dal crollo dei regimi cosiddetti “socialisti”. Sarà anche necessario, e anche questo è fondamentale, riappropriarsi della sua esperienza passata, il che è un compito immenso perché questa esperienza è stata dimenticata dai proletari. Questa è una responsabilità fondamentale dell'avanguardia comunista: dare un contributo decisivo a questa riappropriazione da parte dell'intera classe delle lezioni di oltre un secolo e mezzo di lotta proletaria.
Le difficoltà che il proletariato dovrà affrontare non scompariranno con il rovesciamento dello Stato capitalista in tutti i paesi. Seguendo Marx, abbiamo spesso insistito sull'immensità del compito che attende la classe operaia durante il periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, compito incommensurabile con tutte le rivoluzioni del passato poiché si tratta di uscire dal "regno della necessità al regno della libertà”. Ed è chiaro che quanto più la rivoluzione tarda a realizzarsi, tanto più immenso sarà il compito: giorno dopo giorno il capitalismo distrugge sempre di più il pianeta e, di conseguenza, le condizioni materiali del comunismo. Inoltre, la presa del potere da parte del proletariato farà seguito ad una terribile guerra civile che aumenterà le devastazioni di ogni genere già causate dal modo di produzione capitalistico ancor prima del periodo rivoluzionario. In questo senso, il compito di ricostruzione della società che il proletariato dovrà svolgere sarà incomparabilmente più gigantesco di quello che avrebbe dovuto svolgere se avesse preso il potere durante l'ondata rivoluzionaria del primo dopoguerra. Allo stesso modo, se le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale furono già considerevoli, esse colpirono solo i paesi interessati dai combattimenti, il che permise una ricostruzione dell’economia mondiale, tanto più che la principale potenza industriale, gli Stati Uniti, era stata risparmiata da questa distruzione. Ma oggi l’intero pianeta è colpito dalla crescente distruzione di ogni tipo causata dal capitalismo agonizzante. Di conseguenza, deve essere chiaro che la presa del potere da parte della classe operaia su scala mondiale non garantirà di per sé che essa sarà in grado di portare a termine il suo compito storico, l’instaurazione del comunismo. Il capitalismo, consentendo un enorme sviluppo delle forze produttive, ha creato le condizioni materiali per il comunismo, ma la decadenza di questo sistema, e la sua decomposizione, potrebbero minare queste condizioni, lasciando in eredità al proletariato un pianeta completamente devastato e irrecuperabile.
È quindi responsabilità dei rivoluzionari sottolineare le difficoltà che il proletariato dovrà affrontare nel cammino verso il comunismo. Il loro ruolo non è quello di fornire consolazioni per non portare la classe operaia alla disperazione. La verità è rivoluzionaria, come diceva Marx, per quanto terribile possa essere.
Detto questo, se riuscirà a prendere il potere, il proletariato disporrà di un certo numero di risorse per realizzare il suo compito di ricostruire la società.
Da un lato, potrà mettere al suo servizio gli enormi progressi compiuti dalla scienza e dalla tecnologia nel corso del XX secolo e dei due decenni del XXI secolo. Il rapporto del WEF menziona questo progresso, precisando che si tratta di “tecnologie a duplice uso (civile e militare)”. Quando il proletariato avrà preso il potere, l'uso militare non sarà più necessario, il che rappresenta un notevole progresso poiché è chiaro che oggi la sfera militare fa la parte del leone (insieme a numerose altre spese improduttive) nei benefici apportati dai progressi tecnologici.
Più in generale, la presa del potere da parte del proletariato dovrà consentire una liberazione senza precedenti delle forze produttive imprigionate dalle leggi del capitalismo. Non solo verrà eliminato l’enorme peso delle spese militari e improduttive, ma anche il mostruoso spreco rappresentato dalla concorrenza tra i vari settori economici e nazionali della società borghese nonché da una fenomenale sottoutilizzazione delle forze produttive (obsolescenza programmata, disoccupazione di massa, assenza o carenze dei sistemi educativi, ecc.).
Ma la principale risorsa del proletariato in questo periodo di transizione-ricostruzione non sarà tecnologica o strettamente economica. Sarà fondamentalmente politica. Se il proletariato riuscirà a prendere il potere, ciò significherà che esso ha raggiunto durante il periodo dello scontro con lo Stato capitalista, della guerra civile contro la borghesia, un altissimo livello di coscienza, di organizzazione e di solidarietà. E questi sono risultati che saranno preziosi per affrontare le immense sfide che gli si presenteranno. Soprattutto, il proletariato potrà contare sul futuro, su questo elemento fondamentale della vita della società, su questo futuro la cui assenza nella società attuale è all’origine del suo imputridimento.
Nel suo Rapporto sullo sviluppo umano 2021-22 [2021/2022 Human Development Report] pubblicato lo scorso ottobre e intitolato “Tempi incerti, vite instabili” l'ONU ci dice:
"Nuovi strati di incertezze interagiscono per creare nuovi tipi di incertezze - un nuovo complesso di incertezze - mai visto prima nella storia umana. Oltre all'incertezza quotidiana che le persone affrontano da tempi immemorabili, ora stiamo navigando in acque sconosciute, intrappolati in tre correnti volatili incrociate:
Le crisi globali si sono accumulate: la crisi finanziaria globale, la crisi climatica globale in corso e la pandemia da Covid-19, un’incombente crisi alimentare mondiale. Abbiamo l'assillante sensazione che il controllo che abbiamo sulle nostre vite stia svanendo, che le norme e le istituzioni su cui facevamo affidamento per la stabilità e la prosperità non possano competere con il complesso di incertezza di oggi".
Come possiamo vedere, questo rapporto dell’ONU va nella stessa direzione di quello del WEF. In un certo senso va anche oltre poiché ritiene che la terra sia entrata in un nuovo periodo geologico a causa dell'azione dell'uomo, che inizia nel XVII secolo e che lui chiama Antropocene e che noi chiamiamo capitalismo. Soprattutto, sottolinea la profonda disperazione, il “no futur” che permea sempre più la società (che lui chiama “complesso di incertezza”).
Proprio il fatto che la rivoluzione proletaria restituisca alla società umana un futuro che ha perduto costituirà un fattore potente nella capacità della classe operaia di raggiungere finalmente la “terra promessa” del comunismo dopo non 40 anni, ma ben più di un secolo di “attraversamento del deserto”.
[1]) “Il loro istinto diceva loro che se la Repubblica rende più completo il loro dominio politico, essa mina allo stesso tempo le sue basi sociali opponendole alle classi oppresse della società e obbligandole a lottare contro di esse senza intermediari, senza la copertura della corona, senza poter deviare l'interesse della nazione con le loro lotte subalterne tra loro e contro la regalità. Era il sentimento della loro debolezza che li faceva tremare davanti alle pure condizioni del loro dominio di classe e rimpiangere le forme meno complete, meno sviluppate e, di conseguenza, meno pericolose del loro dominio”. (Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, parte III)
[2]) Questo fondamentale cambiamento qualitativo (e non solo quantitativo) nella vita del capitalismo è chiaramente evidenziato dal Manifesto dell’Internazionale Comunista (marzo 1919): “Se l’assoluta sottomissione del potere politico al capitale finanziario ha portato l’umanità al massacro imperialista, questa carneficina ha permesso al capitale finanziario non solo di militarizzare fino in fondo lo Stato, ma di militarizzare se stesso, in modo che non possa più adempiere alle sue funzioni economiche essenziali se non con il ferro e il sangue. (...) La statalizzazione della vita economica, contro la quale il liberalismo capitalista ha tanto protestato, è un fatto compiuto. Il ritorno non alla libera concorrenza, ma solo al dominio dei trust, dei sindacati e delle altre piovre capitaliste, è ormai impossibile". Ma evidentemente i compagni della TCI non conoscono questo documento; a meno che non siano in disaccordo con questa posizione fondamentale dell’IC, la qual cosa andrebbe detta da loro con chiarezza.
[3]) Ci permettiamo di usare questo termine perché i discendenti del Partito del 1945 voltarono le spalle al lavoro teorico rivoluzionario di Bilan, la Sinistra Italiana in Esilio, negli anni Trenta.
[4]) A questi discepoli sembra perfettamente adatta un'altra lettera di Engels sul metodo marxista: Quel che manca a questi signori, è la dialettica. Vedono sempre solo da una parte la causa, dall'altra l'effetto. Che ciò è una vuota astrazione, che nel mondo reale tali metafisiche opposizioni polari si danno solo nei momenti di crisi, mentre tutto il gran corso dello sviluppo avviene nella forma dell'azione reciproca - anche se di forze assai impari, di cui il movimento economico è di gran lunga la più forte e la più originaria, la più decisiva - che qui niente è assoluto e tutto è relativo, questo neanche lo vedono; per loro Hegel non è mai esistito (...) (Engels a Conrad Schmidt, 27 ottobre 1890)
[5]) È necessario distinguere la dialettica marxista, oggettiva, dalla dialettica vuota e soggettiva delle varie correnti dell'anarchismo e del modernismo, che restano confuse trovando contraddizioni ovunque. Possono ben riconoscere alcuni dei fenomeni di decomposizione, ma tipicamente rifiutano di vedere la causa ultima e la logica del periodo di decomposizione nella bancarotta economica del sistema capitalista. Per loro la dialettica storica oggettiva è un anatema, perché li priverebbe della loro preoccupazione principale, vale a dire la conservazione dogmatica della loro libertà di opinione individuale. Se il fattore economico viene trattato come un fattore tra altri di pari importanza, la loro dialettica resta soggettiva, astorica e, come gli epigoni della sinistra italiana, incapace di cogliere la traiettoria degli eventi.
A partire da una terribile pandemia, gli anni ’20 del 21° secolo hanno ricordato concretamente l’unica alternativa esistente: rivoluzione proletaria o distruzione dell’umanità. Lo scoppio del conflitto in Ucraina e l’aumento dell’economia di guerra ovunque, la crisi economica e la sua devastante inflazione, con il riscaldamento globale e la devastazione della natura che sempre più minacciano anche la vita, con la crescita del ciascuno per sé, dell’irrazionalismo e dall’oscurantismo, con la decomposizione dell’intero tessuto sociale, gli anni ’20 non vedono solo il sommarsi di flagelli mortali; tutti questi convergono, si combinano e si alimentano a vicenda. Gli anni 2020 saranno una concatenazione di tutti i peggiori mali del capitalismo decadente e marcio. Il capitalismo è entrato in una fase di convulsioni estreme e gravi, e la più minacciosa e sanguinosa è il rischio di un aumento dei conflitti armati.
La decadenza del capitalismo ha una storia; ha attraversato diverse fasi a partire dal 1914. Quella inaugurata nel 1989 è “ una fase specifica – la fase ultima – della sua storia, quella in cui la decomposizione diventa un fattore, se non il fattore decisivo, nell’evoluzione della società”[1]. La caratteristica principale di questa fase di decomposizione, le sue radici più profonde, ciò che mina l'intera società e genera marciume, è l'assenza di prospettiva. Questi anni ‘20 dimostrano ancora una volta che la borghesia non può offrire all’umanità altro che miseria, guerra e caos, in un disordine crescente e sempre più irrazionale. Ma che dire della classe operaia? Che dire della sua prospettiva rivoluzionaria, il comunismo? È evidente che da decenni il proletariato è immerso in immense difficoltà; le sue lotte sono rare e non massicce, la sua capacità di organizzazione è ancora estremamente limitata e, soprattutto, non sa più di esistere come classe, come forza sociale capace di portare avanti un progetto rivoluzionario. Ora, il tempo non gioca a favore della classe operaia.
Tuttavia, se esiste questo pericolo di un’erosione lenta e in ultima analisi irreversibile delle basi stesse del comunismo, finire nella barbarie totale non è inevitabile; al contrario, la prospettiva storica rimane completamente aperta. In effetti, “Nonostante il colpo che il crollo del blocco dell’est ha inferto alla presa di coscienza del proletariato, questo non ha subito nessuna sconfitta importante sul terreno della sua lotta. In questo senso, la sua combattività resta praticamente intatta. Ma in più, ed è questo l’elemento che determina in ultima istanza l’evoluzione della situazione mondiale, lo stesso fattore che si trova all’origine dello sviluppo della decomposizione, cioè l’aggravarsi inesorabile della crisi del capitalismo, costituisce lo stimolo essenziale della lotta e della maturazione della coscienza di classe, la condizione stessa della sua capacità di resistere al veleno ideologico dell’imputridimento della società. La sua lotta contro gli effetti diretti della crisi costituisce la base per lo sviluppo della sua forza e della sua unità di classe ”[2].
E in effetti oggi, con il terribile peggioramento della crisi economica globale e il ritorno dell’inflazione, la classe operaia sta cominciando a reagire e a trovare la via della sua lotta. Persistono tutte le sue difficoltà storiche; la sua capacità di organizzare le proprie lotte e ancor più la presa di coscienza del suo progetto rivoluzionario sono ancora molto lontane, ma la crescente combattività di fronte ai brutali colpi inferti dalla borghesia alle condizioni di vita e di lavoro è il terreno fertile su cui il proletariato può riscoprire la sua identità di classe, prendere nuovamente coscienza di ciò che è, della sua forza quando lotta, sta insieme e sviluppa la sua unità. È un processo, una lotta che riprende dopo anni di atonia, una potenzialità che gli scioperi attuali suggeriscono. Il segnale più forte di questa possibile dinamica è il ritorno dello sciopero nel Regno Unito, un evento di portata storica.
Il ritorno della combattività operaia in risposta alla crisi economica può diventare fonte di presa di coscienza. Finora ogni accelerazione della decomposizione ha inferto un duro colpo agli sforzi embrionali di combattività operaia: il movimento in Francia del 2019 ha sofferto per lo scoppio della pandemia; le lotte dell’inverno 2021 si sono fermate di fronte alla guerra in Ucraina, ecc. Ciò significa una significativa difficoltà aggiuntiva nello sviluppo delle lotte e nella fiducia del proletariato in sé stesso. Ma non c’è altra via che la lotta: la lotta è di per sé la prima vittoria. Il proletariato mondiale, in un processo molto tormentato e costellato di amare sconfitte, potrà gradualmente cominciare a recuperare la sua identità di classe e infine lanciarsi in un’offensiva internazionale contro questo sistema moribondo. In altre parole, gli anni a venire saranno decisivi per il futuro dell’umanità.
Durante gli anni ’80, il mondo si stava chiaramente dirigendo o verso la guerra o verso grandi scontri di classe. L’esito di questo decennio è stato tanto inaspettato quanto senza precedenti: da un lato l’impossibilità per la borghesia di procedere verso la guerra mondiale, impedita dal rifiuto della classe operaia di accettare i sacrifici, e dall’altro l’incapacità della stessa classe operaia di politicizzare le proprie lotte e offrire una prospettiva rivoluzionaria hanno generato una sorta di blocco, facendo precipitare l’intera società in una situazione senza futuro e generando quindi un imputridimento generalizzato. “Gli anni della verità”, gli anni ’80[3] hanno così portato alla Decomposizione. Oggi la situazione si presenta in condizioni storiche più intense e drammatiche:
I due poli della prospettiva si confrontano e si scontreranno. Nel corso di questo decennio si verificherà allo stesso tempo un peggioramento sempre più drammatico degli effetti della Decomposizione e reazioni operaie portatrici di un altro futuro. La sola alternativa, la distruzione dell’Umanità o la rivoluzione proletaria, riaffiorerà e diventerà sempre più palpabile. È quindi uno scontro, una lotta, la lotta di classe. E affinché l’esito sia favorevole, il ruolo delle organizzazioni rivoluzionarie sarà vitale. Che si tratti dello sviluppo della coscienza di classe e dell'organizzazione della classe nella lotta o della chiara comprensione dei problemi e delle prospettive da parte delle minoranze, il nostro intervento sarà decisivo.
Dobbiamo quindi avere la più chiara e lucida consapevolezza della dinamica in atto, delle sue potenzialità, dei punti di forza e di debolezza della nostra classe, nonché degli attacchi ideologici e delle trappole che la situazione storica di decomposizione e la borghesia, la classe dirigente più intelligente e machiavellica della storia, ci tendono sul cammino che ci aspetta.
La guerra è sempre un momento decisivo per il proletariato mondiale. Con la guerra, la classe operaia mondiale subisce il massacro di una sua parte, ma anche un colpo enorme da parte della classe dominante. Sotto tutti i punti di vista, la guerra è l’esatto opposto di ciò che è la classe operaia, della sua natura internazionale simboleggiata dal suo grido di battaglia: “I lavoratori non hanno patria. Proletari di tutti i paesi, unitevi!”
Lo scoppio del conflitto in Ucraina mette così alla prova il proletariato mondiale. La reazione a questa barbarie è un indicatore essenziale per capire a che punto è la nostra classe, a che punto sono gli equilibri di potere con la borghesia. E non c’è omogeneità. Al contrario, ci sono differenze molto grandi tra i paesi, tra la periferia e le regioni centrali del capitalismo.
In Ucraina la classe operaia viene schiacciata fisicamente e ideologicamente. Arruolati in gran parte nella difesa della patria, contro "l'invasore russo", contro "il bruto e teppista Putin", per la difesa della "cultura e delle libertà ucraine", per la democrazia, gli operai si uniscono alla mobilitazione nelle fabbriche e nelle trincee. Questa situazione è ovviamente il risultato della debolezza del movimento operaio internazionale ma anche della storia del proletariato in Ucraina. Se si tratta di un proletariato concentrato e colto, con lunga esperienza, questo proletariato ha anche e soprattutto subito tutte le conseguenze della controrivoluzione e dello stalinismo. La carestia causata negli anni '30 dal potere sovietico, l’Holomodor, in cui persero la vita 5 milioni di persone, costituisce la base dell'odio contro il vicino russo e di un forte sentimento patriottico. Più recentemente, all’inizio degli anni 2010, un’intera parte della borghesia ucraina ha scelto di emanciparsi dalla tutela russa e di allearsi con l’Occidente. In realtà, questa evoluzione testimoniava la crescente pressione da parte degli Stati Uniti in tutta la regione. La “Rivoluzione arancione”[4] del 2004, poi il Maidan (o “Rivoluzione della dignità”) del 2014 hanno mostrato fino a che punto una parte molto ampia della popolazione abbia aderito alla difesa della “democrazia” e dell’indipendenza ucraina dall’influenza russa. Da allora, la propaganda nazionalista non ha fatto altro che amplificarsi fino all’esito del febbraio 2022.
L’incapacità della classe operaia di questo paese di opporsi alla guerra e al suo arruolamento, un’incapacità che ha aperto la possibilità di questo massacro imperialista, indica la misura in cui la barbarie e il marciume capitalista stanno guadagnando terreno in parti di aree sempre più ampie del globo. Dopo l’Africa, il Medio Oriente e l’Asia centrale, tocca a una parte dell’Europa centrale essere minacciata dal rischio di precipitare definitivamente nel caos imperialista; L’Ucraina ha dimostrato che esiste, in alcuni paesi satelliti dell’ex Unione Sovietica, in Bielorussia, in Moldavia, nell’ex Jugoslavia, un proletariato molto indebolito da decenni di sfruttamento forsennato da parte dello stalinismo in nome del comunismo, dal peso delle illusioni democratiche e del nazionalismo, cosa che permette alla guerra di propagarsi. In Kosovo, Serbia e Montenegro le tensioni stanno aumentando.
D’altra parte, in Russia, il proletariato non è pronto ad accettare di sacrificare a questo livello la propria vita. Certo, la classe operaia russa non è capace di opporsi all’avventura bellica della propria borghesia, accetta questa barbarie e i suoi 100.000 morti senza reagire, certo la reazione dei richiamati per non andare al fronte è la diserzione o l’automutilazione, tanti atti individuali disperati che riflettono l’assenza di reazione della classe, ma nondimeno la borghesia russa non può dichiarare la mobilitazione generale. Perché i lavoratori russi non sono abbastanza convinti di versare il proprio sangue in nome della Patria.
Molto probabilmente è la stessa cosa in Asia: sarebbe quindi un errore dedurre troppo frettolosamente dalla debolezza del proletariato ucraino che c'è strada libera anche per lo scoppio di violente dispute tra Cina e Taiwan o tra le due Coree. In Cina, Corea del Sud e Taiwan la classe operaia ha una maggiore concentrazione, istruzione e coscienza rispetto a quella che vive in Ucraina, maggiore di quella che vive in Russia. Il rifiuto di farsi trasformare in carne da cannone è ancora oggi la situazione più plausibile in questi paesi. Così, al di là dei rapporti di forza tra le potenze imperialiste coinvolte in questa regione del mondo, Cina e Stati Uniti in primis, la presenza di una concentrazione molto forte di lavoratori istruiti rappresenta il primo freno alla dinamica della guerra.
Per quanto riguarda i paesi centrali, a differenza del 1990 o del 2003, le grandi potenze democratiche non sono direttamente coinvolte nel conflitto ucraino, non inviano le loro truppe di soldati professionisti. Al momento non possono fare altro che sostenere politicamente e militarmente l'Ucraina contro l'invasione russa, difendere la libertà democratica del popolo ucraino contro il dittatore Putin, inviando armi, tutte etichettate come "armi difensive".
Nel 2003 e ancor più nel 1991, gli effetti della guerra si tradussero in una relativa paralisi della combattività ma anche in una preoccupata e profonda riflessione sulle sfide storiche. Questa situazione all'interno della classe costrinse poi le forze della sinistra della borghesia ad organizzare manifestazioni pacifiste fiorite quasi ovunque contro "l'imperialismo americano e i suoi alleati". Queste grandi mobilitazioni contro gli interventi dei paesi occidentali non sono state opera della classe operaia; la posizione " siamo contrari alla politica del nostro governo che partecipa alla guerra", ha avuto un impatto sulla classe operaia tale da portarla in un vicolo cieco e sterilizzare ogni sforzo di presa di coscienza. Niente di simile oggi, non ci sono state mobilitazioni pacifiste di questo tipo. Coloro che criticano le politiche dei paesi occidentali e il loro sostegno all'Ucraina sono soprattutto le forze di estrema destra legate a Putin, mentre negli Stati Uniti sono i trumpisti o i repubblicani a “esitare”.
Questa assenza di mobilitazione pacifista oggi non significa indifferenza e ancor meno sostegno del proletariato alla guerra. Certo, la campagna per difendere la democrazia e la libertà dell’Ucraina contro l’aggressore russo ha dimostrato tutta la sua efficacia in questo senso: la classe operaia è intrappolata dal potere della propaganda filodemocratica. Ma, a differenza del 1991, il rovescio della medaglia è che non ha alcun impatto sulla combattività dei lavoratori. Siamo lontani da una semplice non adesione passiva. Non solo la classe operaia dei paesi centrali non è ancora pronta ad accettare i morti (anche se di soldati professionisti), ma rifiuta anche i sacrifici e il degrado delle loro condizioni di vita e di lavoro che la guerra comporta. In Gran Bretagna ad esempio, il paese europeo che è materialmente e politicamente più coinvolto nella guerra, il più determinato a sostenere l'Ucraina, è allo stesso tempo quello dove la combattività operaia si esprime con maggiore forza in questo momento. Gli scioperi nel Regno Unito sono l'elemento più importante della reazione internazionale, del rifiuto da parte della classe operaia dei sacrifici (del supersfruttamento, della diminuzione dell’occupazione, dell'aumento dei ritmi di lavoro, dell'aumento dei prezzi, ecc.) che la borghesia impone al proletariato, e che lo sviluppo del militarismo accentuerà sempre di più.
Uno dei limiti attuali degli sforzi della nostra classe è la sua incapacità di collegare il deterioramento delle sue condizioni di vita alla guerra. Le lotte operaie che si verificano e si sviluppano sono una risposta dei lavoratori alle condizioni loro imposte; costituiscono l'unica risposta possibile, e portatrici di una prospettiva, alla politica della borghesia ma, allo stesso tempo, non si mostrano, per il momento, capaci di affrontare e integrare la questione della guerra. Dobbiamo tuttavia rimanere molto attenti ai possibili sviluppi. In Francia, ad esempio, giovedì 19 gennaio si è svolta una manifestazione estremamente massiccia dopo l'annuncio di una riforma delle pensioni, peggiorativa, in nome “dell'equilibrio del bilancio dello Stato e della giustizia sociale”; il giorno successivo, venerdì 20 gennaio, Il presidente Macron ha formalizzato in pompa magna un budget militare record di 400 miliardi di euro. Il legame tra i sacrifici richiesti e le spese belliche dovrà necessariamente, alla lunga, farsi strada nella mente dei lavoratori.
L'intensificazione dell'economia di guerra implica direttamente un peggioramento della crisi economica; la classe operaia non coglie ancora veramente il nesso, non si mobilita, nel complesso, contro l’economia di guerra, ma si oppone ai suoi effetti, contro la crisi economica, in primo luogo contro i salari troppo bassi di fronte all’inflazione.
Questa non è una sorpresa. La storia dimostra che la classe operaia non si mobilita direttamente al fronte contro la guerra, ma contro le sue conseguenze sulla vita quotidiana nelle retrovie. Già nel 1982, in un articolo della nostra rivista che poneva la domanda: "La guerra è una condizione favorevole per la rivoluzione comunista?", abbiamo risposto negativamente e abbiamo affermato che è soprattutto la crisi economica a costituire il terreno più fertile per lo sviluppo delle lotte e della coscienza, aggiungendo molto giustamente che "l'aggravarsi della crisi economica abbatte queste barriere nella coscienza di un numero crescente di proletari attraverso i fatti che dimostrano che si tratta della stessa lotta di classe".
2. …al contrario, trova la via della lotta di fronte alla crisi
La reazione della classe operaia alla guerra, anche se è molto eterogenea in tutto il mondo, mostra che dove si trova la chiave per il futuro, dove si accumula l’esperienza storica, nei paesi centrali, il proletariato non ha subito una sconfitta importante, che non è pronto a lasciarsi reclutare e a sacrificare la sua vita. Ancor di più, la sua reazione agli effetti della crisi economica indica una dinamica verso la ripresa della combattività operaia in questi paesi.
Ritornando agli scioperi, i lavoratori britannici hanno inviato un chiaro segnale ai lavoratori di tutto il mondo: "Dobbiamo lottare. Basta". Una parte della stampa di sinistra titolava addirittura: “Nel Regno Unito: il grande ritorno della lotta di classe”. L'entrata in lotta del proletariato britannico costituisce quindi un evento di portata storica.
Quest’ondata di scioperi è stata guidata da quella frazione del proletariato europeo che ha sofferto maggiormente il declino generale della lotta di classe a partire dalla fine degli anni ‘80. Se negli anni ‘70, anche se con un certo ritardo rispetto ad altri paesi come Francia, Italia e Polonia, i lavoratori britannici avevano sviluppato lotte molto importanti culminate nell'ondata di scioperi del 1979 ("l’inverno del malcontento")."), nel corso degli anni '80, la classe operaia britannica subì un'efficace controffensiva da parte della borghesia che culminò nella sconfitta dello sciopero dei minatori del 1985 contro Margaret Thatcher. Questa sconfitta e il riflusso del proletariato britannico annunciarono in qualche modo il declino storico del proletariato mondiale, rivelando anzitempo il risultato dell’incapacità di politicizzare le lotte e il peso della debolezza del corporativismo. Durante gli anni novanta e duemila, la Gran Bretagna è stata particolarmente colpita dalla deindustrializzazione e dal trasferimento delle industrie in Cina, India o Europa dell’Est. Negli ultimi anni, i lavoratori britannici hanno subito l’ondata di movimenti populisti e soprattutto l’assordante campagna sulla Brexit, che ha stimolato la divisione al loro interno tra "remainers" et "leavers" e poi la crisi di Covid, che ha pesato molto sulla classe operaia. Infine, ancora più di recente, è stata messa di fronte all'appello ai sacrifici necessari per lo sforzo bellico, sacrifici che sono "molto piccoli" rispetto a quelli dell' "eroico popolo ucraino" che resiste sotto le bombe. Tuttavia, nonostante tutte queste difficoltà e ostacoli, oggi si affaccia sulla scena sociale una generazione di proletari che non risente più del peso delle sconfitte della "generazione Thatcher", una nuova generazione che sta rialzando la testa dimostrando che la classe operaia è in grado di rispondere agli attacchi attraverso la lotta. Fatte salve le dovute proporzioni, notiamo un fenomeno abbastanza paragonabile (ma non identico) a quello che vide emergere la classe operaia francese nel 1968: l’arrivo di una generazione giovane meno colpita rispetto a quella anziana dal peso della controrivoluzione. Così, mentre la sconfitta del 1985 nel Regno Unito annunciava il declino generale della fine degli anni ’80, il ritorno della combattività operaia e lo sciopero sull’isola britannica indicano una dinamica profonda nelle viscere del proletariato mondiale. “L’estate della rabbia” (che è continuata in autunno, in inverno… e presto in primavera) non può che costituire un incoraggiamento per tutti i lavoratori del pianeta e questo per diverse ragioni: si tratta della classe operaia della quinta potenza economica del mondo, e di un proletariato di lingua inglese, le cui lotte possono essere significative in paesi come gli Stati Uniti, il Canada o in altre regioni del mondo, come l’India o il Sud Africa. Essendo l'inglese, d'altronde, la lingua della comunicazione globale, l'influenza di questi movimenti supera necessariamente quella che potrebbero avere le lotte in Francia o in Germania, per esempio. In questo senso, il proletariato britannico indica la strada non solo ai lavoratori europei, che dovranno essere in prima linea nella crescita della lotta di classe, ma anche al proletariato mondiale, e in particolare a quello americano. In vista delle lotte future, la classe operaia britannica potrà così fungere da collegamento tra il proletariato dell’Europa occidentale e il proletariato americano. Negli USA, gli scioperi nelle numerose fabbriche di questi ultimi anni lo mostrano, c’è una combattività crescente della classe, e il movimento Occupy Wall Street aveva rivelato tutta la riflessione che maturava al suo interno; non dobbiamo dimenticare che il proletariato ha una grande storia ed esperienza da questa parte dell'Atlantico. Ma anche i suoi punti deboli sono molto grandi: il peso dell’irrazionalità, del populismo e dell’arretratezza; il peso dell'isolamento continentale; il peso dell’ideologia piccolo-borghese e borghese riguardo alle libertà, alle razze, ecc. Il collegamento con l’Europa, questo collegamento reso possibile dal Regno Unito, è tanto più cruciale.
Per comprendere come il ritorno dello sciopero nel Regno Unito sia un segno della possibilità di un futuro sviluppo della lotta e della coscienza proletaria, dobbiamo ritornare a quanto abbiamo affermato nella nostra Risoluzione sulla situazione internazionale adottata durante il nostro congresso internazionale nel 2021:
"Nel 2003, sulla base di nuove lotte in Francia, in Austria e altrove, la CCI aveva predetto una ripresa delle lotte da parte di una nuova generazione di proletari che era stata meno influenzata dalle campagne anticomuniste e destinata a confrontarsi con un futuro sempre più incerto. In buona misura queste predizioni sono state confermate dagli avvenimenti del 2006-2007, in particolare con la lotta contro il CPE (Contratto di Primo Impiego) in Francia, e del 2010-2011, in particolare con il movimento degli Indignati in Spagna. Questi movimenti hanno mostrato degli avanzamenti importanti a livello della solidarietà fra le generazioni, dell’autoorganizzazione con lo strumento delle assemblee, della cultura del dibattito, delle preoccupazioni reali sull’avvenire prospettato alla classe operaia e all’umanità nel suo insieme. In questo senso essi hanno mostrato il potenziale di una unificazione delle dimensioni economiche e politiche della lotta di classe. Ciononostante, abbiamo avuto bisogno di molto tempo per capire le immense difficoltà a cui era confrontata questa nuova generazione, cresciuta nelle condizioni della decomposizione, difficoltà che avrebbero impedito al proletariato di invertire il riflusso post-’89 durante questo periodo."[5]
L’elemento chiave di queste difficoltà è stata la continua erosione dell’identità di classe.È questo che spiega principalmente perché il movimento contro la riforma del CPE (Contratto di primo Impiego) del 2006 in Francia non ha lasciato traccia visibile: in seguito non ci sono stati circoli di discussione, la comparsa di piccoli gruppi, e nemmeno libri, raccolte di testimonianze ecc., al punto da essere oggi del tutto sconosciuto tra i giovani. Gli studenti precari dell'epoca avevano utilizzato i metodi di lotta del proletariato (assemblee generali) e ripresa la natura della sua lotta (solidarietà) senza nemmeno saperlo, il che rendeva impossibile prendere coscienza della natura, della forza e degli obiettivi storici del proprio movimento. È la stessa debolezza che ha ostacolato lo sviluppo del movimento degli Indignati nel 2010-2011 e che ha impedito di trarne i frutti e le lezioni. In effetti, "la maggioranza si vedeva come dei “cittadini” piuttosto che come membri di una classe, cosa che la rendeva vulnerabile alle illusioni democratiche portate avanti da gruppi come Democracia Ya! (il futuro Podemos), ed in seguito al veleno del nazionalismo catalano e spagnolo.”[6]
Per mancanza di radicamento, il movimento è andato alla deriva. L’identità di classe è inseparabile dallo sviluppo della coscienza di classe, perché essa è il riconoscimento di un interesse comune di classe, contrapposto a quello della borghesia, perché essa è la “costituzione del proletariato in classe”, come dice il Manifesto comunista. Per fare un esempio, senza identità di classe, è impossibile relazionarsi consapevolmente alla storia della classe, alle sue lotte, alle sue lezioni.
I due grandi momenti del movimento del proletariato dopo gli anni ‘80, il movimento contro il CPE e gli Indignati, sono stati sterilizzati o recuperati soprattutto a causa di questa mancanza di una base per lo sviluppo più generale della coscienza, a causa di questa perdita dell'identità di classe. È questa notevole debolezza che il ritorno allo sciopero nel Regno Unito suggerisce di poter superare. Storicamente, il proletariato del Regno Unito è segnato da notevoli debolezze (controllo sindacale e corporativismo, riformismo)[7], ma lì la parola workers è stata cancellata meno che altrove; nel Regno Unito la parola non è vergognosa; e questo sciopero può cominciare a riportarla “in auge” a livello internazionale. I workers del Regno Unito non indicano la strada a tutti i livelli, perché i loro metodi di lotta sono troppo segnati dalle loro debolezze, questo toccherà agli altri settori del proletariato, ma lanciano oggi il messaggio essenziale: lottiamo non come cittadini o studenti ma come operai. E questo passo avanti è possibile grazie a questo inizio di reazione operaia alla crisi economica.
La realtà di questa dinamica può essere misurata dalla reazione preoccupata della borghesia, soprattutto in Europa occidentale, in relazione ai pericoli posti dall’estensione del “deterioramento della situazione sociale”. Ciò è particolarmente vero in Francia, Belgio, Spagna e Germania, dove la borghesia, contrariamente all’atteggiamento della borghesia britannica, ha adottato misure per limitare gli aumenti del petrolio, del gas e dell’elettricità o per compensare attraverso sussidi o tagli fiscali l’impatto dell’inflazione e dell’aumento dei prezzi e proclama a gran voce di voler proteggere il “potere d’acquisto” dei lavoratori. In Germania, nell’ottobre e novembre 2022, gli “avvisi di sciopero” hanno portato immediatamente all’annuncio di “bonus per l’inflazione” (3.000 euro nella metallurgia, 7000 nel settore automobilistico) e di promesse di aumenti salariali.
Ma di fronte alla realtà dell’aggravarsi della crisi economica globale, le borghesie nazionali sono tuttavia obbligate ad attaccare il loro proletariato in nome della competitività e dell’equilibrio di bilancio; le loro misure di “protezione” e altri “scudi” vengono gradualmente ridotti. In Italia, la “legge finanziaria 2023” riduce così gran parte degli “aiuti speciali” e costituisce un nuovo attacco frontale alle condizioni di vita e di lavoro. In Francia, il governo Macron ha dovuto annunciare la sua importante riforma pensionistica all’inizio di gennaio 2023, dopo mesi di passi indietro e di preparazione. Risultato: manifestazioni di massa, addirittura superiori alle aspettative dei sindacati. Al di là del milione di persone in strada, sono l'atmosfera e la natura delle discussioni in questi cortei in Francia a rivelare meglio ciò che accade nel profondo della nostra classe:
Ovviamente questa dinamica positiva non arriva ancora fino all’autorganizzazione. Il confronto aperto con i sindacati è attualmente inesistente. La nostra classe non è ancora pronta. La semplice domanda non si pone ancora. E quando i lavoratori cominceranno ad affrontare questa questione, sarà un processo molto lungo, con la riconquista delle assemblee generali e dei comitati di lotta, con le insidie delle diverse forme di sindacalismo (le organizzazioni centrali, i coordinamenti, la “base”, ecc.). Ma il fatto che i sindacati, per rispondere alle preoccupazioni della classe e mantenere la guida del movimento, debbano organizzare grandi manifestazioni apparentemente unite quando per mesi hanno fatto di tutto per evitarle, dimostra che i lavoratori hanno la tendenza a volersi unire per combattere.
Interessante è anche monitorare come evolverà la situazione nel Regno Unito a questo riguardo. Dopo nove mesi di ripetuti scioperi, la rabbia e la combattività non sembrano diminuire. All'inizio di gennaio è stata la volta degli autisti delle ambulanze e degli insegnanti ad unirsi alla serie di scioperi. E anche qui germoglia l’idea di lottare insieme. È così che il discorso sindacale ha dovuto adattarsi, lasciando sempre più spazio alle parole “unità”, “solidarietà” ... e sono state mantenute le promesse di “manifestazioni”. Per la prima volta alcuni settori scioperano lo stesso giorno, ad esempio infermieri e autisti di ambulanze.
Questa simultaneità di lotte in diversi paesi non si vedeva dagli anni ’80! L'influenza della combattività del proletariato del Regno Unito sul proletariato francese deve essere attentamente monitorata, così come l'influenza della tradizione delle manifestazioni di piazza in Francia sulla situazione nel Regno Unito. Quasi 160 anni fa, il 28 settembre 1864, nasceva l'Associazione Internazionale dei Lavoratori, principalmente su iniziativa dei proletariati britannico e francese. Questo è più di un semplice cenno alla storia. Ciò rivela la profondità di ciò che sta accadendo: le parti più esperte del proletariato mondiale si stanno muovendo di nuovo e tornano a far sentire la loro voce. Manca ancora quello della Germania, ancora profondamente segnato dalla sconfitta degli anni ‘20, dal suo schiacciamento fisico e ideologico, ma la durezza della crisi economica che sta iniziando a colpirlo potrebbe spingerlo a reagire a sua volta.
Perché l’aggravarsi della crisi e le conseguenze della guerra saranno un crescendo continuo, generando ovunque un aumento della rabbia e della combattività. Ed è molto importante che l’aggravarsi della crisi economica globale oggi prenda la forma dell’inflazione perché:
Periodi di inflazione nella storia hanno regolarmente spinto il proletariato nelle strade. L'intera fine del XIX secolo fu segnata a livello internazionale dall'aumento dei prezzi e allo stesso tempo si svilupparono scioperi di massa dal Belgio, a partire dal 1892, alla Russia nel 1905. In Polonia nel 1980 il processo ha le sue radici nell'impennata dei prezzi della carne. L’esempio opposto è quello della Germania degli anni ’30: se a quel tempo l’inflazione galoppante provocò anche un’immensa rabbia, in realtà contribuì alla paura, alla ritirata e al disorientamento della classe; ma questo avvenne in un periodo storico ben diverso, quello della controrivoluzione, ed è proprio in Germania che il proletariato era stato precedentemente più massacrato ideologicamente e fisicamente.
Oggi, la Germania (dell’Ovest) è colpita dalla crisi economica globale come non accadeva dagli anni ’30, ma questo deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro, questa ricomparsa dell’inflazione si inserisce nel contesto di una ripresa internazionale della combattività operaia. L'evoluzione della situazione sociale di questo Paese, dopo decenni di relativo immobilismo, deve quindi essere monitorata con particolare attenzione.
Così, nonostante la tendenza alla decomposizione ad agire sulla crisi economica, quest’ultima resta “il miglior alleato del proletariato”. Si tratta di una nuova conferma delle nostre Tesi sulla decomposizione: “l’aggravarsi inesorabile della crisi del capitalismo, costituisce lo stimolo essenziale della lotta e della maturazione della coscienza di classe, la condizione stessa della sua capacità di resistere al veleno ideologico dell’imputridimento della società. In effetti, mentre il proletariato non può trovare un terreno unificante di classe nelle lotte parziali contro gli effetti della decomposizione, la sua lotta contro gli effetti diretti della crisi costituisce la base dello sviluppo della sua forza e della sua unità.” Avevamo dunque ragione quando, nella nostra ultima risoluzione sulla situazione internazionale, affermavamo: “Di conseguenza noi dobbiamo rigettare ogni tendenza a minimizzare l’importanza delle lotte economiche «difensive» della classe, che è una espressione tipica della concezione modernista che non vede la classe che come una categoria sfruttata e non anche come una forza storica, rivoluzionaria». Abbiamo già difeso questa posizione cardinale in uno dei nostri articoli appartenenti al nostro patrimonio, "La lotta del proletariato nella decadenza del capitalismo": "La lotta del proletariato tende ad uscire dall'ambito strettamente economico per divenire sociale, confrontandosi direttamente con lo Stato, politicizzandosi ed esigendo una massiccia partecipazione della classe”[8]. È la stessa idea contenuta nella formula di Lenin: “Dietro ogni sciopero si erge l’idra della rivoluzione”.
Il movimento del 2006 contro il CPE è stato una reazione a un attacco economico che ha immediatamente sollevato profonde questioni politiche generali, in particolare quella dell'organizzazione in assemblee ma anche quella della solidarietà tra generazioni. Ma, come abbiamo visto sopra, la perdita dell’identità di classe ha sterilizzato tutte queste questioni di fondo. Nei prossimi scioperi, a livello internazionale, di fronte al naufragare della crisi economica, c’è la possibilità che i lavoratori, pur con tutte le loro debolezze e illusioni, comincino a vedersi, a riconoscersi, a comprendere la forza che rappresentano nel collettivo, e quindi come classe, e allora tutte queste questioni sospese dall'inizio degli anni 2000 sulla prospettiva ("Un altro mondo è possibile"), sui metodi di lotta (le assemblee e il superamento delle divisioni corporativistiche), il sentimento di essere "tutti sulla stessa barca", gli slanci di solidarietà diventeranno terreno fertile per l'unità, e brilleranno di una nuova luce. Possono finalmente cominciare a essere visti e discussi consapevolmente. È così che si intrecceranno la dimensione economica e la dimensione politica.
L’intensificarsi dell’economia di guerra e l’aggravarsi della crisi economica a livello globale stanno creando un aumento della rabbia e della combattività anche esso a livello globale. E, come di fronte alla guerra, l’eterogeneità del proletariato nei diversi paesi genera un’eterogeneità di risposte e di potenzialità di ciascun movimento. Esiste tutta una gamma di lotte a seconda delle situazioni, della storia del proletariato e della sua esperienza.
Molti paesi si stanno avvicinando alla situazione europea, con una significativa concentrazione di lavoratori e governi “democratici” al potere. È il caso del Sudamerica. Lo sciopero dei medici e degli infermieri di fine novembre o lo sciopero “generale” di fine dicembre in Argentina, confermano questa relativa somiglianza, questa dinamica in parte comune. Ma in questi paesi il proletariato non ha accumulato la stessa esperienza come in Europa e in Nord America. Lì il peso degli strati intermedi e quindi il pericolo della trappola interclassista sono molto maggiori; il movimento Piqueteros degli anni '90 in Argentina è ancora il modello di lotta dominante. Soprattutto, i morsi della decomposizione marciscono l’intero tessuto sociale; la violenza e il traffico di droga dominano la società del nord del Messico, della Colombia, del Venezuela, cominciano ad affliggere il Perù, il Cile… Queste debolezze spiegano, ad esempio, perché nell’ultimo decennio il Venezuela è sprofondato in una crisi economica devastante senza che il proletariato abbia reagito, anche se si tratta di un proletariato industriale altamente istruito e con una forte tradizione di lotta.
Questa realtà conferma ancora una volta la responsabilità primaria del proletariato in Europa. Sulle sue spalle pesa il dovere di indicare la strada sviluppando lotte che mettano al centro i metodi del proletariato: assemblee generali operaie, rivendicazioni unificanti, solidarietà tra settori e generazioni... e difesa dell'autonomia della classe operaia, una lezione che risale alle lotte di classe in Francia nel 1848!
In particolare bisogna seguire l’evoluzione della lotta di classe in Cina. Questo paese conta una concentrazione di 770 milioni di lavoratori salariati e sembra conoscere un aumento significativo del numero di scioperi di fronte ad una crisi economica che si manifesta sotto forma di immense ondate di licenziamenti. Alcuni analisti avanzano l'idea che la nuova generazione di lavoratori non è pronta ad accettare le stesse condizioni di sfruttamento dei loro genitori, perché con lo sviluppo della crisi economica la promessa di un futuro migliore in cambio dei sacrifici attuali non regge più. Il pugno di ferro dello Stato cinese, la cui autorità poggia soprattutto sulla repressione, può contribuire ad alimentare la rabbia e spingere verso una lotta di massa. Detto ciò, la terribile storia del proletariato in Cina significa che il veleno delle illusioni democratiche sarà molto potente; è inevitabile che la rabbia e le rivendicazioni vengano dirottate sul terreno borghese: contro il giogo “comunista”, per i diritti e le libertà, ecc. In ogni caso, questo è quello che è successo quando è esplosa la rabbia contro le insopportabili restrizioni della politica anti-Covid cinese alla fine del 2022.
In tutta una parte del globo il proletariato è segnato da una grande debolezza storica e le sue lotte possono facilmente ridursi all’impotenza o/e sprofondare in vicoli ciechi borghesi (richiesta di più democrazia, libertà, uguaglianza, ecc.) o/e diluirsi nei movimenti interclassisti. Questa è la principale lezione della Primavera araba del 2010: anche se la mobilitazione operaia è stata reale, essa è stata diluita nel “popolo” e, soprattutto, le rivendicazioni erano dirette sul terreno borghese del cambio di leader (“Mubarak fuori", ecc.) e della richiesta di maggiore democrazia. L’immenso movimento di protesta che colpisce l’Iran ne è un perfetto esempio. La rabbia massiccia della popolazione si trasforma in rivendicazioni per i diritti delle donne (lo slogan centrale e ormai famoso in tutto il mondo è “donna, vita, libertà”); quindi, anche se nel paese si svolgono ancora molte lotte operaie, queste non possono che finire annegate nel movimento popolare. Negli ultimi anni, il linguaggio molto radicale di questi movimenti sociali ha fatto pensare a una certa forma di auto-organizzazione operaia: critica ai sindacati, appelli ai soviet, ecc. In realtà, questa terminologia marxista è una patina diffusa dalla sinistra radicale che non corrisponde alla realtà delle azioni della classe operaia in Iran[9]. Molti attivisti di sinistra in Iran si sono formati in Europa negli anni '70 e '80, e ne hanno importato questo linguaggio che usano per difendere i propri interessi, cioè quelli dell'ala sinistra del Capitale in Iran.
D’altra parte, gli stati democratici utilizzano questi movimenti, in Cina come in Iran:
Qui si vede come la debolezza politica del proletariato di un paese venga sfruttata dalla borghesia contro tutto il proletariato mondiale; e viceversa, l’esperienza accumulata dal proletariato dei paesi centrali può indicare a tutti la via.
Le confusioni attuali sui movimenti sociali che scuotono i paesi della periferia ci obbligano a ricordare qui la nostra critica alla teoria dell'anello debole, critica che appartiene alla nostra eredità. Nella nostra risoluzione del gennaio 1983 scrivevamo: " L'altro grande insegnamento di queste lotte (in Polonia negli anni 80-81) e della loro sconfitta è che questa generalizzazione globale delle lotte non può che partire dai paesi che costituiscono il cuore economico del capitalismo: i paesi avanzati dell’Occidente e, tra questi, quelli dove la classe operaia ha acquisito l’esperienza più antica e completa: “l’Europa occidentale”[10]. E, per essere ancora più precisi, abbiamo precisato nella nostra risoluzione del luglio 1983: “Né i paesi del Terzo Mondo, né i paesi dell’Est, né il Nord America, né il Giappone possono essere il punto di partenza del processo che porta alla rivoluzione:
Se al di fuori dei paesi centrali possono esserci lotte massicce che dimostrano la rabbia, il coraggio e la combattività dei lavoratori di queste regioni del mondo, questi movimenti non possono avere alcuna prospettiva. Questa impossibilità sottolinea la responsabilità storica del proletariato in Europa che ha il dovere di far leva sulla propria esperienza per sventare le trappole più sofisticate della borghesia, a cominciare dalla democrazia e dai “sindacati liberi”, e indicare così la via da seguire.
Quello che vediamo negli scioperi e nelle manifestazioni attuali, lo sviluppo della solidarietà, del sentimento che dobbiamo lottare insieme, di essere tutti sulla stessa barca, indica una certa maturazione sotterranea della coscienza. Come scrive MC[12] nel suo testo “Sulla maturazione sotterranea” (Bollettino Interno 1983): “Il lavoro di riflessione continua nella testa dei lavoratori e si manifesterà nella ripresa di nuove lotte. Esiste una memoria collettiva della classe, e questa memoria contribuisce anche allo sviluppo della coscienza e alla sua estensione nella classe”. Ma dobbiamo essere più precisi. La maturazione sotterranea si esprime diversamente a seconda che riguardi la classe nel suo insieme, i suoi settori combattivi, o le minoranze alla ricerca. Come abbiamo precisato nella nostra Rivista Internazionale 43:
Dov'è allora la maturazione sotterranea nei diversi livelli della nostra classe?
Esaminare la politica della borghesia è sempre assolutamente essenziale, sia per valutare al meglio la posizione della nostra classe, sia per individuare le trappole che si stanno preparando. Pertanto, l’energia che la borghesia dispiega nei paesi centrali, soprattutto attraverso i suoi sindacati, per indebolire le lotte, isolare gli scioperi gli uni dagli altri ed evitare qualsiasi manifestazione unitaria di massa, dimostra che essa non vuole che i lavoratori si riuniscano per manifestare per aumenti salariali perché sanno che questo è il terreno più fertile per la riconquista dell’identità di classe.
Finora questa strategia ha funzionato, ma la borghesia sa che l’idea di dover lottare “tutti insieme” continuerà a germogliare nelle teste dei lavoratori, mentre la crisi si aggrava ovunque; del resto c'è già una piccola parte della classe che si pone questo tipo di domande. Ecco perché, sia per prepararsi al futuro, sia per captare e sterilizzare il pensiero delle attuali minoranze, alcuni sindacati mostrano sempre più una facciata radicale, proponendo un sindacalismo di classe e di lotta.
Colpisce anche vedere nelle manifestazioni fino a che punto le organizzazioni di estrema sinistra attirino una parte sempre più ampia di giovani. Una parte dei gruppi trotskisti si richiama sempre più alla lotta rivoluzionaria della classe operaia per il comunismo quando negli anni ’90, al contrario, si è rivolta alla difesa della democrazia, dei fronti unici di sinistra, ecc. Questa netta differenza è il frutto dell'adattamento della borghesia a ciò che avverte nella classe: non solo il ritorno della combattività operaia ma anche una certa maturazione della coscienza.
Del resto, questo crescente radicalismo di parte della sinistra e delle forze sindacali è visibile anche riguardo alla questione della guerra. Molti sindacati "di lotta", partiti che si dichiarano anarchici, trotskisti e maoisti, hanno prodotto dichiarazioni "internazionaliste", vale a dire denunciando apparentemente i due schieramenti presenti in Ucraina, Russia e Stati Uniti, e invocando apparentemente la lotta unitaria della classe operaia. Anche qui, questa attività della sinistra del capitale ha un duplice significato: catturare piccole minoranze alla ricerca di posizioni di classe che si stanno sviluppando e, a lungo termine, dare la loro risposta alle preoccupazioni che agitano la classe nel profondo.
Tuttavia, non dobbiamo sottovalutare l’impatto della propaganda imperialista o della guerra stessa sulla coscienza della classe operaia. Se la “difesa della democrazia” non può bastare oggi a mobilitare, resta il fatto che inquina gli animi, che mantiene le illusioni e le menzogne dello Stato protettore. Il discorso continuo sul "popolo" contribuisce ad attaccare ulteriormente l'identità di classe, a farci dimenticare che la società è divisa in classi antagoniste inconciliabili, mentre il "popolo" sarebbe una comunità di interessi riunita dalla nazione. Ultimo, ma non per importanza, la guerra stessa amplifica tutte le paure, il ripiego in sé stessi e l'irrazionalità: l'aspetto incomprensibile di questa guerra, il crescente disordine e caos, l'incapacità di poter prevedere l'evoluzione del conflitto, la minaccia di estensione, la paura di una terza guerra mondiale o l’uso di armi nucleari.
Più in generale, negli ultimi due anni, l’irrazionalità è aumentata nella popolazione mentre la decomposizione si è aggravata: la pandemia, la guerra e la distruzione della natura hanno notevolmente rafforzato il sentimento del no-futur, della mancanza di prospettive. In effetti, tutto ciò che abbiamo scritto nel 2019 nel nostro “Rapporto sulla lotta di classe per il 23° Congresso Internazionale della CCI” si è verificato e amplificato:
“Il mondo capitalista in decomposizione genera necessariamente un clima di apocalisse. Non ha un futuro da offrire all'umanità e il suo potenziale di distruzione è sempre più evidente per gran parte della popolazione mondiale. (…) Il nichilismo e la disperazione derivano da un sentimento di impotenza, una perdita di convinzione che esista un'alternativa all'incubo che prepara il capitalismo. Tendono a paralizzare il pensiero e la volontà di agire. E se l'unica forza sociale in grado di porre questa alternativa è praticamente inconsapevole della propria esistenza, ciò significa che i giochi sono fatti, che il punto di non ritorno è già stato superato? Siamo consapevoli che più il capitalismo si decompone, più mina le basi di una società più umana. Ciò è ancora più chiaramente illustrato dalla distruzione dell'ambiente, che sta accelerando la tendenza verso un collasso completo della società, condizione che non favorisce in alcun modo l'auto-organizzazione e la fiducia nel futuro, necessari per guidare una rivoluzione”[14]
La borghesia sfrutta spudoratamente questa cancrena contro la classe operaia, promuovendo ideologie piccolo-borghesi decomposte. Negli Stati Uniti, un’intera fascia del proletariato è colpita dai peggiori effetti della decomposizione, come l’aumento della xenofobia e dell’odio razziale. In Europa, la classe operaia mostra una maggiore resistenza a queste manifestazioni nauseanti, d'altro canto anche in questo nucleo storico hanno cominciato a diffondersi il complottismo e il rifiuto di ogni pensiero razionale (il movimento "anti-vaccino" per esempio) … E soprattutto, in tutti i paesi centrali, il proletariato è sempre più inquinato dall’ambientalismo e dal wokismo.[15]
Assistiamo qui ad un processo generale: ogni aspetto davvero rivoltante di questo capitalismo decadente e decomposto viene isolato, separato dalla questione del sistema e delle sue radici, per trasformarlo in una lotta frammentata nella quale deve essere inclusa l'una o l'altra categoria della popolazione (nero, donna, ecc.) o anche tutti ma in quanto “popolo”. Tutti questi movimenti costituiscono un pericolo per i lavoratori che rischiano di essere trascinati in lotte interclassiste o addirittura borghesi in cui vengono annegati nella massa dei “cittadini”. I lavoratori con più esperienza dei settori tradizionali della classe sembrano meno influenzati da queste ideologie e da queste forme di “lotta”. Ma la generazione più giovane, che è allo stesso tempo esclusa dalla tradizione della lotta di classe e particolarmente indignata di fronte alle palesi ingiustizie e preoccupata per il futuro oscuro, si perde in gran parte in questi movimenti "non misti" (incontri riservati esclusivamente ai neri, alle donne, ecc.), contro il "genere" (teoria dell'assenza di distinzione biologica tra i sessi), ecc. Invece della lotta contro lo sfruttamento, che è la radice del sistema capitalista, e che consente un movimento di emancipazione sempre più ampio (in cui includere la questione delle donne, delle minoranze, ecc.) come avvenne nel 1917, le ideologie ecologiste, wokiste, razzialiste, zadiste[16] … spazzano via la lotta di classe, la negano o addirittura la giudicano colpevole per l’attuale stato della società. Secondo i razzialisti la lotta di classe è una faccenda dei bianchi che mantiene l’oppressione dei neri; secondo il wokismo, la lotta di classe è una cosa del passato segnata dal paternalismo e dal dominio maschilista, oppure, secondo la teoria dell'intersezionalità, la lotta operaia sarebbe una lotta uguale alle altre: femminismo, antirazzismo, "classismo", ecc., sarebbero tutte lotte particolari contro l’oppressione che a volte potrebbero trovarsi fianco a fianco, “convergenti”. Il risultato è catastrofico: rifiuto della classe operaia e dei suoi metodi di lotta, divisione per categorie che non è altro che una forma dell’ognuno per sé, critica superficiale del capitalismo che porta a chiedere riforme, una maggiore “coscienza” dei potenti, nuove “leggi”, ecc. La borghesia quindi non esita, quando possibile, a dare la massima eco a tutti questi movimenti. Tutti gli Stati democratici hanno così fatto propria la causa dello slogan "donna, vita, libertà” divenuto il simbolo della protesta sociale in Iran.
E poiché questi movimenti sono chiaramente impotenti, ad una parte di questa gioventù, quella più radicale e ribelle, viene offerto di impegnarsi in azioni più "forti", azioni fulminee, sabotaggi, ecc. Negli ultimi mesi abbiamo assistito allo sviluppo dell’“ecologia radicale”. Quella più a “sinistra” di queste ideologie è l’“intersezionalità”: pretende di parlare di rivoluzione e lotta di classe, ma pone sullo stesso piano la lotta contro lo sfruttamento e le lotte contro il razzismo, il maschilismo, ecc. in realtà per diluire meglio la lotta operaia e indirizzarla astutamente verso l'interclassismo.
In altre parole, tutte queste ideologie decomposte coprono l'intero spettro della riflessione che germoglia nella nostra classe, in particolare nella sua gioventù, e sono quindi molto efficaci nello sterilizzare lo sforzo del proletariato che cerca come lottare, come affrontare questo mondo che sprofonda nell'orrore della barbarie e della distruzione.
Un intero settore dei partiti e delle organizzazioni della sinistra e dell'estrema sinistra promuove ovviamente queste ideologie. È sorprendente vedere come tutta una parte del trotskismo metta sempre più in primo piano il “popolo”; e gli eredi del modernismo (comunizzatori e altri)[17] hanno un ruolo specifico in questo caso: attirare a sé i giovani che cercano chiaramente di distruggere il capitalismo, fare sempre questo lavoro sporco di tenersi lontani dalla lotta di classe e ostacolare qualsiasi riconquista dell’identità di classe.
Nei prossimi anni si assisterà quindi sia ad uno sviluppo della lotta del proletariato di fronte all'aggravarsi della crisi economica (scioperi, giornate di mobilitazione, manifestazioni, movimenti sociali) sia, allo stesso tempo, allo sprofondare dell'intera società nella decomposizione con tutti i pericoli che ciò rappresenta per la nostra classe (lotte frammentate, movimenti interclassisti e persino rivendicazioni borghesi). Avremo contemporaneamente la possibilità di una progressiva riconquista dell’identità di classe e la crescente influenza delle ideologie decomposte.
Per quanto riguarda l'intera classe, dovremo intervenire attraverso la nostra stampa, nelle manifestazioni, in eventuali incontri politici e nelle assemblee generali per:
Per quanto riguarda tutta una parte della classe che mette in discussione lo stato della società e la prospettiva, dovremo continuare a sviluppare ciò che abbiamo iniziato a fare con il nostro testo sugli anni 2020, ovvero come esprimere al meglio la coerenza della nostra analisi, l'unica capace di collegare i diversi aspetti della situazione storica e di far emergere la realtà delle dinamiche del momento storico.
Più specificamente nei confronti di tutti questi giovani che vogliono lottare ma che sono prigionieri di ideologie decomposte, dovremo sviluppare la nostra critica al wokismo, all’ambientalismo, ecc. e richiamare l'esperienza del movimento operaio su tutte queste questioni (questione delle donne, della natura, ecc.). Così come è assolutamente necessario rispondere a tutte le domande che il trotskismo sa cogliere (distribuzione della ricchezza, capitalismo di Stato, comunismo, ecc.). Qui la questione della prospettiva e del comunismo, punto debole del nostro intervento, assume tutta la sua importanza.
Infine, per quanto riguarda le minoranze in ricerca, appaiono assolutamente essenziali la denuncia concreta delle diverse forze di estrema sinistra che si stanno sviluppando per distruggere questo potenziale, così come la lotta contro tutte le propaggini del modernismo; è nostra responsabilità per il futuro e la costruzione dell'organizzazione. Ed è qui che il nostro appello alle organizzazioni della sinistra comunista a riunirsi attorno ad una dichiarazione internazionalista di fronte alla guerra in Ucraina assume tutto il suo significato, quello di riprendere il metodo dei nostri predecessori, quelli di Zimmerwald, affinché le attuali minoranze possono ancorarsi alla storia del movimento operaio e resistere ai venti contrari soffiati dalla borghesia e dalle sue ideologie di estrema sinistra.
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Sul legame tra economia e politica nello sviluppo della lotta e della coscienza
"(…) se noi invece di considerare questa varietà minore che è lo sciopero dimostrativo consideriamo lo sciopero di lotta come quello che si verifica attualmente in Russia, non possiamo non essere colpiti dal fatto che l’elemento economico e l’elemento politico sono in esso indissolubilmente legato. Anche qui la realtà si discosta dallo schema teorico; la concezione pedante, che fa derivare logicamente lo sciopero di massa politico puro dallo sciopero generale economico, costituendone lo stadio più maturo e più elevato e che distingue accuratamente le due forme, viene smentita dall’esperienza della rivoluzione russa. Lo dimostra storicamente non solo il fatto che gli scioperi di massa – dal primo grande sciopero rivendicativo degli operai tessili a San Pietroburgo nel 1896-97 fino all’ultimo grande sciopero del dicembre 1905 – sono passati insensibilmente dal dominio delle rivendicazioni economiche a quello della politica, in una maniera così sottile che è quasi impossibile tracciare dei confini tra le une e le altre. Ma ognuno dei grandi scioperi di massa ripercorre, per così dire in miniatura, la storia generale degli scioperi in Russia, cominciando da un conflitto sindacale puramente rivendicativo o quantomeno parziale, percorrendo in seguito tutte le tappe fino alla manifestazione politica. La tempesta che scosse il sud della Russia nel 1902 e 1903 cominciò a Baku con una protesta contro il licenziamento dei lavoratori disoccupati; a Rostov con delle rivendicazioni salariali; a Tiflis con una lotta dei lavoratori del commercio per ottenere una diminuzione dell’orario giornaliero; a Odessa con una rivendicazione sui salari in una piccola fabbrica isolata. Lo sciopero di massa di gennaio 1905 è iniziato con un conflitto all’interno delle officine Putilov, lo sciopero di ottobre con le rivendicazioni dei ferrovieri per la loro cassa pensioni; infine, lo sciopero di dicembre con la lotta degli impiegati delle poste e telegrafi per ottenere il diritto di associazione. Il progresso del movimento non significa che l’elemento economico sparisce, ma piuttosto si caratterizza per la rapidità con cui vengono percorse tutte le tappe fino alla manifestazione politica e per la posizione più o meno estrema del punto finale raggiunto dallo sciopero di massa.
Tuttavia il movimento nel suo insieme non si orienta unicamente nel senso di un passaggio dall’economico al politico, ma anche nel senso inverso. Ognuna delle grandi azioni politiche di massa si trasforma, dopo aver raggiunto il suo apogeo, in un gran numero di scioperi economici. Questo non vale solo per ognuno dei grandi scioperi, ma anche per la rivoluzione nel suo insieme. Quando la lotta politica si estende, si chiarifica e si intensifica, non solo la lotta rivendicativa non sparisce, ma si estende, si organizza e si intensifica anch’essa. C’è un’interazione completa fra le due.
Ogni nuovo slancio e ogni nuova vittoria della lotta politica danno un impulso potente alla lotta economica allargando le sue possibilità d’azione esterna e dando agli operai un nuovo impulso per migliorare la loro situazione aumentando la loro combattività. Ogni ondata di azione politica lascia dietro di sé un terreno fertile da cui sorgono presto nuove mille rivendicazioni economiche. E, all’opposto, la guerra economica incessante che gli operai oppongono al capitale mantiene sveglia l’energia combattiva anche nei momenti di calma politica; essa costituisce in qualche maniera una riserva permanente di energia da cui la lotta politica trae sempre delle forze fresche; allo stesso tempo il lavoro infaticabile della lotta rivendicativa scatena ora qui, ora là dei conflitti acuti da cui scaturiscono bruscamente delle battaglie politiche.
In una sola parola, la lotta economica presenta una continuità, essa è il filo che lega i differenti nodi politici; la lotta politica è una fecondazione periodica che prepara il terreno alle lotte economiche. La causa e l’effetto si succedono e si alternano continuamente, e così l’economico e il fattore politico, lungi dal distinguersi completamente o anche di escludersi reciprocamente, come pretende lo schematismo pedante, costituiscono in un periodo di sciopero di massa degli aspetti complementari della lotta della classe proletaria in Russia. È precisamente lo sciopero di massa che costituisce la loro unità. La teoria sottile divide artificialmente, con l’aiuto della logica formale, lo sciopero di massa per ottenere uno ‘sciopero politico puro’; una tale divisione, come tutte le divisioni, non ci permette di vedere il fenomeno vivente, ma ci mostra un cadavere”
[1] Tesi sulla decomposizione, Rivista Internazionale n. 14, https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo [1]
[2] Ibidem
[3] Anni 80: gli anni della verità [18] ; Révue Internationale n.20 (in francese, inglese e spagnolo).
[4] La “Rivoluzione Arancione” appartiene al movimento delle “rivoluzioni colorate” o “rivoluzioni dei fiori”, una serie di rivolte “popolari”, “pacifiche” e filo-occidentali, alcune delle quali hanno portato a cambiamenti di governo tra il 2003 e il 2006 in Eurasia [19] e Medio Oriente: la “Rivoluzione delle rose” in Georgia nel 2003, la “Rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan, la “Rivoluzione dei jeans” in Bielorussia e la “Rivoluzione dei cedri” in Libano nel 2005.
[5] Rivista Internazionale n. 36, https://it.internationalism.org/content/1640/risoluzione-sulla-situazione-internazionale-2021 [20]
[6] Ibidem, punto 26
[7] Bisogna riconoscere che il proletariato tedesco è il teorico del proletariato europeo, così come il proletariato inglese è l’economista e il proletariato francese il politico» (Marx, in Vorwärts, 1844).
[8] La lotta del proletariato nella decadenza del capitalismo [21] ; Révue Internationale n. 23.
[9] Alcuni compagni pensano, al contrario, che questo linguaggio radicale della sinistra e dei comitati di base corrisponda alla necessità di recuperare le forme embrionali di autorganizzazione e di solidarietà che abbiamo visto nella classe operaia in Iran dal 2018. Bisogna discuterne.
[10] Risoluzione sulla situazione internazionale 1983 [22] ; Révue internationale n. 35.
[11] Dibattito: sulla critica alla teoria dell'"anello più debole" [23]; Révue internationale n. 37
[12] Per saperne di più sul nostro compagno Marc, leggere gli articoli: https://it.internationalism.org/content/1596/trentanni-fa-moriva-il-nostro-compagno-marc-chirik [24] e https://it.internationalism.org/content/1600/marc-70-anni-di-vita-e-di-lotta-la-classe-operaia [25]
[13] Risposta alla CWO: sulla maturazione sotterranea della coscienza di classe [26]; Révue internationale n. 43.
[14] Rapporto sulla lotta di classe per il 23° Congresso internazionale della CCI; Rivista internazionale n. 35, https://it.internationalism.org/content/1533/rapporto-sulla-lotta-di-classe-il-23deg-congresso-internazionale-della-cci-2019 [27].
[15] Woke, letteralmente "sveglio", è un aggettivo della lingua inglese con il quale ci si riferisce allo "stare all'erta", "stare svegli" nei confronti delle ingiustizie sociali o razziali. La voce è entrata nei dizionari della lingua inglese nel 2017 attraverso il movimento attivista statunitense Black Lives Matter. (da Wikipedia)
[16] Zadista: persona che si mobilita per la protezione e la difesa delle ZAD (dal francese Zone à defendre)
[17] Vedi la nostra serie in corso sui comunizzatori (attualmente in francese).
La risoluzione adottata dal 24° Congresso CCI (2021, Rivista Internazionale n.36) ha fornito un quadro adeguato per orientare l’organizzazione sul piano dell’evoluzione della crisi economica.
In essa si affermava che: “L’ampiezza e l’importanza della pandemia, prodotto dell’agonia di un sistema in piena decomposizione e diventato completamente obsoleto, illustrano il fatto senza precedenti che il fenomeno della decomposizione capitalista intacca ormai anche l’insieme dell’economia capitalista in maniera massiccia e su scala mondiale. Questa irruzione degli effetti della decomposizione nella sfera economica influenza direttamente l’evoluzione della nuova fase di crisi aperta, inaugurando una situazione totalmente inedita nella storia del capitalismo. Gli effetti della decomposizione, alterando profondamente i meccanismi del capitalismo di Stato messi in atto finora per “accompagnare” e limitare l’impatto della crisi, introducono nella situazione un fattore di instabilità e di fragilità, e di incertezza crescente” (punto 14).
Si riconosceva inoltre il ruolo predominante dell’ognuno per sé nelle relazioni tra le nazioni e lo “scivolamento delle fazioni borghesi considerate più ‘responsabili’ verso una gestione sempre più irrazionale e caotica del sistema, e soprattutto l’avanzata senza precedenti della tendenza al ciascuno per sé, [che] rivelano una crescente perdita di controllo sul proprio sistema da parte della classe dominante” (punto 15). Questo ognuno per sé “Provocando un caos crescente in seno all’economia mondiale (con la tendenza alla frammentazione delle catene produttive e la frammentazione del mercato mondiale in zone regionali, al rafforzamento del protezionismo e alla moltiplicazione delle misure unilaterali), questo movimento totalmente irrazionale di ogni nazione a salvare la propria economia a detrimento di tutte le altre è controproduttivo per ogni capitale nazionale e un disastro a livello mondiale, un fattore decisivo di deterioramento dell’insieme dell’economia mondiale” (punto 15).
Sottolineava anche che “Le conseguenze della distruzione sfrenata dell’ambiente da parte di un capitalismo in decomposizione, i fenomeni risultanti dai cambiamenti climatici e dalla distruzione della biodiversità (…) toccano sempre più tutte le economie, quelle dei paesi sviluppati in testa (…), perturbano il funzionamento dell’apparato produttivo industriale e indeboliscono anche la capacità produttiva dell’agricoltura. La crisi climatica mondiale e la disorganizzazione crescente del mercato mondiale dei prodotti agricoli che ne risultano minacciano la sicurezza ambientale di numerosi Stati” (punto 17).
D’altra parte, pur non prevedendo lo scoppio di una guerra tra le nazioni, la risoluzione affermava: “non possiamo escludere il pericolo di fiammate militari unilaterali o anche di incidenti spaventosi che segnerebbero una nuova accelerazione allo scivolamento verso la barbarie” (punto 13).
E poteva quindi prospettare che: “La crisi che si sviluppa ormai da decenni è destinata a diventare la più grave del periodo di decadenza, e la sua portata storica supererà anche la prima crisi di questa epoca, quella iniziata nel 1929. Dopo più di 100 anni di decadenza capitalista, con un’economia devastata dal settore militare, indebolita dall’impatto della distruzione ambientale, profondamente alterata nei suoi meccanismi di riproduzione dal debito e dalla manipolazione dello Stato, in preda alla pandemia e che soffre sempre più tutti gli altri effetti della decomposizione, è illusorio pensare che in queste condizioni ci sarà una ripresa durevole dell’economia mondiale”[1].
Pertanto:
- L’accelerazione della decomposizione e l’ampliarsi dell’impatto dei suoi effetti combinati sull’economia capitalista già gravemente degradata;
- Lo scoppio della guerra e l’accelerazione del militarismo su scala globale, che peggiorano drasticamente la situazione;
- Lo sviluppo a oltranza del ciascuno per sé tra le nazioni, sullo sfondo della competizione sempre più acuta tra Cina e Stati Uniti per la supremazia mondiale;
- L’abbandono di un minimo di regole e di cooperazione tra le nazioni per gestire le contraddizioni e le convulsioni del sistema;
- L’assenza di una forza trainante in grado di rivitalizzare l’economia capitalista;
- il fatto che la prospettiva di un impoverimento assoluto per il proletariato dei paesi centrali sia ormai all’ordine del giorno;
costituiscono i principali indicatori della gravità storica della crisi attuale e illustrano il processo di “disintegrazione interna” del capitalismo mondiale, annunciato dall'Internazionale Comunista nel 1919.
A. Le conseguenze della guerra
Come ha detto un importante industriale francese: “Ciò che è eccezionale dagli ultimi due anni è che le crisi iniziano ma non si fermano. C’è un vero e proprio effetto di accumulo. La crisi Covid è iniziata nel 2020, ma è ancora con noi! Da allora, abbiamo dovuto affrontare tensioni estreme e interruzioni nelle catene di approvvigionamento, un rapporto profondamente cambiato con il lavoro, una guerra ai confini dell’Europa, la crisi energetica e il ritorno dell’inflazione, e infine la crescente consapevolezza del cambiamento climatico (...) Gli shock si stanno sommando. Stanno emergendo rapidamente e violentemente” (Les Échos, 21-22/10). In una situazione storica in cui i vari effetti di decomposizione si combinano, si compenetrano e interagiscono in un effetto vortice devastante, il riscaldamento globale e la crisi ecologica, il ciascuno per sé nelle relazioni tra gli Stati e, più in generale, le contraddizioni fondamentali del capitalismo, la guerra e le sue ripercussioni sono il fattore centrale che aggrava la crisi economica:
- Annientamento economico dell’Ucraina. L’economia nazionale si è ridotta del 40% rispetto alle sue dimensioni precedenti. Secondo il suo Primo Ministro, “i danni sono stati stimati, quest’autunno, a 350 miliardi di dollari. Ma queste stime sono destinate a raddoppiare entro la fine dell’anno, fino a 700 miliardi di dollari, a causa dei massicci attacchi effettuati da Mosca contro le nostre infrastrutture. (...) Le attuali interruzioni di corrente dovrebbero rappresentare una perdita tra il 3% e il 9% del PIL”[2]. Lo sforzo militare sta assorbendo il 30% delle risorse del paese; le entrate di bilancio insufficienti stanno costringendo il governo a indebitarsi e a stampare moneta.
- Inflazione in Ucraina. Questa sta facendo impennare l’inflazione mondiale: 7,2% nei paesi avanzati, 9,8% nei paesi emergenti, 13,8% in Medio Oriente e Asia centrale e 14,4% nell’Africa sub-sahariana. Nell’UE è del 10%, anche se in alcuni paesi la media è più alta: Lettonia e Lituania sono al 22%, i Paesi Bassi al 17%. Le cifre hanno raggiunto un picco del 9% a metà del 2022, per poi scendere al 7,1% alla fine del 2022.
- Aggravarsi della crisi alimentare e della fame nel mondo. Mettendo l’uno contro l’altro due produttori essenziali di cereali e fertilizzanti, la guerra ha provocato un aumento della fame nel mondo senza “alcun precedente, (...), dalla seconda guerra mondiale”[3]. “Lo shock è aggravato da altri grandi problemi che avevano già causato l’aumento dei prezzi e la diminuzione delle forniture, tra cui la pandemia da Covid-19, i vincoli logistici, gli alti costi energetici e le recenti siccità, inondazioni e incendi”[4]. La produzione mondiale di cereali è in declino: la Cina, dopo le gravi inondazioni del 2021, sta affrontando il peggior raccolto di grano da decenni, mentre in India ondate di calore senza precedenti “hanno portato a notevoli perdite di raccolto quest’anno”. L’aumento dei prezzi e le “minacce alla sicurezza alimentare” hanno scatenato “un’ondata di protezionismo alimentare”, con il divieto di esportazione di grano in India e l’introduzione di quote (in Argentina, Kazakistan, Serbia, ecc.) per garantire l’approvvigionamento interno”. Con il grano invernale americano “in cattive condizioni” e le riserve francesi “in via di esaurimento”, “il mondo sta iniziando a esaurire il grano”[5].
- L’anarchia capitalistica raggiunge nuove vette. L’organizzazione delle catene di produzione e di approvvigionamento espone ogni capitale nazionale a molteplici dipendenze che, fino ad ora, non avevano conseguenze, dal momento che il commercio e gli scambi mondiali potevano essere effettuati senza alcuna restrizione. Ma la pandemia e poi la guerra hanno cambiato tutto. Le serrate in Cina, le sanzioni contro la Russia e gli effetti della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina hanno portato a numerosi blocchi e interruzioni sia della produzione che del commercio, seminando caos e anarchia; le carenze si sono estese in molti settori: ad esempio, microchip, prodotti medici e materie prime.
- Sviluppo del militarismo e della produzione di armi. Una delle principali conseguenze della guerra è stato l’incremento a livelli abissali della spesa per gli armamenti in tutti gli Stati. Il peso dell’onere militare (una perdita secca per il capitale) sulla ricchezza nazionale, il ritmo accelerato della produzione di armi, la conversione di settori strategici all’industria militare, l’indebitamento provocato e il calo degli investimenti in altri settori dell’economia modificheranno notevolmente l’economia e il commercio mondiale.
B. Quale impatto hanno avuto le sanzioni sull’economia russa?
Mirando a “dissanguare” l’ottava economia mondiale, le sanzioni occidentali contro la Russia hanno aperto un vero e proprio “buco nero” nell’economia globale, con conseguenze ancora sconosciute. Anche se l’economia russa non è crollata né dimezzata (come aveva promesso Biden), intrappolata nella guerra in corso e strangolata dalle misure di ritorsione imposte dagli Stati Uniti, l’economia russa viene soffocata e portata alla rovina. Con un PIL in calo dell’11% e un’inflazione del 22%, le sanzioni economiche hanno indebolito lo sforzo bellico russo[6] e causato carenze paralizzanti nell’industria. Inoltre, l’embargo sui semiconduttori sta limitando la produzione di missili di precisione e carri armati[7].
Dopo il ritiro dei produttori stranieri, il settore automobilistico è crollato quasi completamente (del 97%). I settori dell’aerospaziale (un settore strategico) e del trasporto aereo (centrale per un paese così vasto), totalmente dipendenti dalle tecnologie occidentali, sono stati duramente colpiti.
Con la fuga di centinaia di migliaia di russi all’estero, l’economia russa ha subito una massiccia perdita di manodopera, in particolare nel settore informatico, dove 100.000 specialisti informatici hanno lasciato il paese.
L’alternativa offerta dalla Cina e da altri paesi refrattari alle sanzioni occidentali (India, Turchia - acquirenti di energia russa) può aver fornito una tregua temporanea, ma è ben lungi dal compensare la scomparsa dei mercati occidentali. L’entrata in vigore, a inizio dicembre 2022, dell’embargo europeo sul petrolio russo ridurrà notevolmente questa “boccata d'ossigeno”.
Mentre le importazioni cinesi dalla Russia sono aumentate, le esportazioni verso la Russia sono diminuite in proporzioni simili a quelle dei paesi occidentali (a causa della cauta applicazione da parte della Cina della maggior parte delle sanzioni occidentali[8]). La tenuta del valore del rublo e persino il suo aumento rispetto al dollaro, che riflette questo massiccio squilibrio tra l’elevato volume di esportazioni di petrolio e gas e il parallelo crollo delle importazioni in seguito alle sanzioni, non è affatto un segno di forza. Le sanzioni finanziarie, il congelamento del 40-50% delle riserve russe e la messa al bando del sistema SWIFT stanno colpendo sempre più la capacità di pagamento della Russia all’estero e la credibilità della sua solvibilità.
Nonostante la loro apparente resilienza, le sanzioni sono una formidabile arma da guerra e avranno un forte impatto sull’economia russa nel medio termine: a causa del loro effetto “ritardato”, il prolungamento della guerra sarà il mezzo nelle mani degli Stati Uniti per raggiungere l’obiettivo di “distruggere” l’economia russa.
C. Lo shock destabilizzante della guerra del gas
Il terremoto della guerra ha rappresentato un grande “cambiamento epocale”, non solo per quanto riguarda la situazione delle singole nazioni, soprattutto europee, ma anche a livello internazionale.
La guerra è un abisso dal costo economico esorbitante “(da marzo ad agosto) l’Ucraina ha ricevuto 84 miliardi di euro da 40 Stati partner e istituzioni dell’UE - gli alleati più importanti sono gli Stati Uniti, le istituzioni dell’UE, il Regno Unito, la Germania, il Canada, la Polonia, la Francia, la Norvegia, il Giappone e l’Italia”. “L’Ucraina potrebbe ricevere fino a 30 miliardi di dollari tra settembre e dicembre 2022. L’UE svolge un ruolo centrale nel ‘mantenere la stabilità macro finanziaria dell’Ucraina (fornendole 10 miliardi di euro tra marzo e settembre 2022)”[9]. L’onda d’urto economica della guerra non impatta allo stesso modo, nell’immediato e nel medio termine, sulle principali aree del pianeta. Le capitali europee stanno subendo l’impatto più brutale. Per loro si tratta di una destabilizzazione senza precedenti del proprio modello “economico”.
A seguito delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti alla Russia, le aziende europee che sono più coinvolte in Russia rispetto a quelle americane sono più direttamente colpite dalla rottura delle relazioni economiche con la Russia.
L’embargo sul gas russo sta causando un enorme shock con effetti a cascata in tutta Europa: “Le vere bombe stanno cadendo in Ucraina, ma è quasi come se anche l’infrastruttura industriale dell’UE fosse stata distrutta. Il continente sta per vivere una violenta crisi industriale. Sarà uno shock terribile per le finanze pubbliche e per le classi medie e povere dei paesi europei”[10] Come ha detto J. Borrell: “Gli Stati Uniti si sono occupati della nostra sicurezza. La Cina e la Russia hanno fornito la base per la nostra prosperità. Quel mondo non esiste più (...) La nostra prosperità si basava sull’energia proveniente dalla Russia, sul suo gas, ritenuto economico, stabile e privo di rischi. Tutto questo era sbagliato (...) Questo porterà a una profonda ristrutturazione della nostra economia”. Ogni capitale si trova di fronte a contraddizioni e dilemmi quasi insolubili, con scelte economiche e strategiche drastiche da compiere con urgenza, che riguardano la sovranità nazionale e la salvaguardia della loro posizione nel mondo.
1. In un momento in cui la crescita stava già rallentando, l’aumento vertiginoso dei prezzi dell’energia (il prezzo del gas è aumentato di 20 volte dal 2010) sta già portando all’indebolimento di interi settori industriali fortemente dipendenti dall’energia importata, con vaste fasce di attività che non sono né redditizie né competitive. Alcuni settori (chimica, vetro, altiforni dell’industria siderurgica, alluminio, ecc.) sono costretti a ridurre la produzione per contenere i costi esorbitanti, mentre molti stanno fallendo a causa della radicale perdita di redditività.
2. Di fronte alla gravità della situazione, lo Stato è intervenuto in modo massiccio nazionalizzando le principali aziende energetiche, come Uniper in Germania e EDF in Francia, e istituendo “scudi finanziari o tariffari” per sostenere le aziende e attutire l’impatto su imprese e privati.
3. I paesi europei corrono un rischio reale di deindustrializzazione e di declino economico, a causa del persistente differenziale di prezzo dell’energia tra l’Europa e gli Stati Uniti e l’Asia. In questo clima di “si salvi chi può”, sta emergendo la tendenza, per chi può, a delocalizzare le imprese europee, la cui sopravvivenza è minacciata, in aree americane o asiatiche dove i prezzi dell’energia sono più bassi.
4. Oltre all’esaurimento delle fonti di gas russe, si teme di dover limitare la produzione nei settori più esposti, come la chimica, la metallurgia, il legno e la carta, l’industria della plastica e della gomma, o addirittura di interromperla durante l’inverno. In Francia, ad esempio, si aggiunge il problema dell’elettricità: scarsità di investimenti e lo stato di degrado delle centrali nucleari potrebbero portare a interruzioni di corrente, con il rischio di ridurre o addirittura bloccare la produzione industriale a partire dal prossimo gennaio, gettando nel caos la quinta economia mondiale in settori come i trasporti, l’agroalimentare e le telecomunicazioni[11].
L’indebolimento del capitale tedesco. E’ la Germania in particolare a concentrare in modo esplosivo tutte le contraddizioni di questa situazione senza precedenti. La fine delle forniture di gas russo pone il capitale tedesco in una situazione di fragilità strategica ed economica senza precedenti: è in gioco la competitività di tutta la sua industria[12]. Il capitale tedesco (e l’Europa) rischia di dover passare dalla dipendenza dal gas russo a quella del LNG americano, che gli Stati Uniti intendono imporre al continente europeo, sostituendo il ruolo finora svolto dalla Russia. La fine del multilateralismo, di cui il capitale tedesco ha beneficiato più di ogni altra nazione (risparmiandosi anche parte del peso delle spese militari per il “dividendo della pace” dal 1989), ha un impatto più diretto sul suo potere economico che si basa sulle esportazioni. Infine, la pressione esercitata dagli Stati Uniti per costringere i suoi “alleati” a partecipare alla guerra economico-strategica contro la Cina e a rinunciare ai mercati cinesi pone la Germania di fronte a un enorme dilemma, data l’importanza vitale del mercato cinese. A causa della sua posizione di leader nell’UE, il vacillare del potere tedesco si ripercuote su tutta l’Europa, segnata in varia misura dalle stesse contraddizioni e dagli stessi dilemmi.
La Cina e le Vie della seta sono direttamente toccate. Uno degli obiettivi della guerra e dell’indebolimento della Russia è quello di colpire la Cina. La guerra sta vanificando l’obiettivo principale delle Vie della Seta di fare dell’Ucraina una pota di accesso per il mercato europeo; il caos sta tagliando fuori la Cina da uno dei suoi principali mercati. Questo obiettivo deve trovare un’alternativa attraverso il Medio Oriente.
D. La crisi climatica
Sebbene le grandi potenze riconoscano che “il cambiamento climatico si sta affermando come una forza destabilizzante, anche economicamente distruttiva”, la COP27 di Sharm El Sheikh si è spaccata sulla questione di “chi deve pagare”. Oltre all’incapacità congenita del capitalismo di frenare la distruzione della natura, ciò che suona la campana a morto per l’impegno delle grandi potenze a ridurre la produzione di gas serra è il ritorno e la preparazione di tutti gli Stati a una guerra “ad alta intensità”. Infatti: “Non ci può essere guerra senza petrolio. Senza petrolio, è impossibile fare la guerra (...) Rinunciare alla possibilità di ottenere forniture di petrolio abbondanti e poco costose equivale semplicemente al disarmo. Le tecnologie di trasporto [che non necessitano di petrolio, idrogeno ed elettricità] sono totalmente inadatte agli eserciti. I carri armati elettrici a batteria pongono così tanti problemi tecnici e logistici che devono essere considerati impossibili, come tutto ciò che funziona su terra (veicoli corazzati, artiglieria, macchine ingegneristiche, fuoristrada leggeri, camion). Il motore a combustione interna e il suo carburante sono così efficienti e flessibili che sarebbe un suicidio sostituirli”[13].
Il capitalismo è destinato a subire sempre più gli effetti del cambiamento climatico (incendi giganteschi, inondazioni, ondate di calore, siccità, fenomeni meteorologici violenti, ecc.), che colpiscono l’economia capitalista in modo sempre più significativo e la penalizzano sempre più pesantemente. Il fattore climatico (già fattore dell’implosione dei Paesi arabi negli anni 2010) è di per sé una causa del collasso di paesi particolarmente vulnerabili alla periferia del capitalismo. La “carneficina climatica su scala senza precedenti” (A. Guterres, ONU) in Pakistan ha causato danni stimati a due volte e mezzo il suo PIL - una catastrofe impossibile da superare economicamente[14]. La portata dello shock climatico sta ora avendo un impatto diretto sui paesi centrali del capitalismo e l’insieme delle loro attività economiche su tutti i piani:
- Il costo delle perdite dovute a fattori climatici nei paesi centrali continua a crescere: solo negli Stati Uniti “negli anni '80, il costo totale dei disastri naturali ammontava a 3 miliardi di dollari all’anno. Tra il 2000 e il 2010, questa cifra è salita a più di 20 miliardi di dollari all’anno. (...) Dal 2011 e 2012 (...) questi costi hanno cominciato a raddoppiare” per raggiungere nel 2018 “300 miliardi di danni materiali che corrispondono ai ¾ del servizio annuale del debito americano”.
- Il commercio delle infrastrutture produttive (così come la loro distribuzione) è direttamente colpito, minando e mettendo a rischio la stabilità delle economie nazionali a causa del cambiamento climatico: tra gli altri esempi, la combinazione di siccità e sfruttamento eccessivo dell’acqua in America, Europa e Cina sta interrompendo la produzione di energia nucleare e idroelettrica; disorganizzando e riducendo il traffico fluviale delle merci; questo pone “un grande rischio per la capacità agricola americana. (...) Uno stato permanente di disastro idrico, irto di conflitti e migrazioni interne, sta prendendo piede nell’Ovest americano”. La Cina è minacciata da “una nuova insicurezza alimentare indotta dalla fragilità climatica, idrica e biologica dell’agricoltura”.
Gli effetti “sempre più rapidi e intensi” dell’innalzamento del livello del mare pongono i governi di fronte a sfide colossali. La salinizzazione del suolo sta sterilizzando i terreni coltivabili (come in Bangladesh). Questi minacciano sia le megalopoli costiere (come quelle sulla costa orientale e occidentale degli Stati Uniti e molte città della Cina) sia le industrie costiere, come l’industria petrolifera intorno al Golfo del Messico e nella regione di Shenzhen, cuore della produzione elettronica cinese, dove “le autorità urbane cinesi stanno già iniziando a evacuare centinaia di migliaia di persone”.
Negli ultimi due anni, i diversi effetti della decomposizione che avevano già iniziato a colpire l’economia capitalista hanno assunto una qualità nuova, inedita nella loro interazione su una scala finora sconosciuta e che si è andata rafforzando in una sorta di “vortice” infernale in cui ogni catastrofe alimenta la virulenza delle altre: la pandemia ha sconvolto l’economia mondiale; questa, a sua volta, ha aggravato la barbarie della guerra e della crisi ambientale. La guerra e la crisi ambientale continueranno ad avere un impatto considerevole, colpendo ormai il cuore delle grandi potenze e aggravando notevolmente la crisi economica che fa da sfondo a questo sviluppo catastrofico.
Il sistema capitalistico già indebolito nel suo complesso dalle convulsioni derivanti dalle sue contraddizioni e dalla sua decomposizione è stato ulteriormente colpito dalla guerra.
A. Indebolimento della produzione industriale
Le onde d’urto della guerra si abbattono su un’economia indebolita, con alcuni settori resi molto fragili dalla pandemia: “nel 2022 la produzione mondiale di automobili sarà ancora inferiore a quella del 2019. In Cina è aumentata del 7%, ma in Europa è ancora in calo del 25% e negli Stati Uniti dell’11%. L’industria ha perso volumi e i suoi costi stanno aumentando...”[15].
B. L’inflazione
“Le cause fondamentali dell’inflazione vanno ricercate nelle condizioni operative specifiche del modo di produzione capitalistico nella sua fase decadente. In effetti, l’osservazione empirica ci permette di constatare che l’inflazione è fondamentalmente un fenomeno di questo periodo del capitalismo e si manifesta in modo più acuto durante i periodi di guerra (1914-18, 1939-45, guerra di Corea, 1957-58 in Francia durante la guerra d’Algeria (...), cioè quelle in cui la spesa improduttiva è più elevata. È quindi logico ritenere che è a partire da questa caratteristica specifica della decadenza, la quota considerevole di armamenti e più in generale di spese improduttive nell’economia, che dobbiamo cercare di spiegare il fenomeno dell’inflazione”[16].
Scatenata dall’aumento del peso delle spese improduttive, dall’indebitamento a oltranza messo in atto dagli Stati nei loro vari piani di salvataggio di fronte alla pandemia e poi per assumere la politica di sviluppo dell’economia di guerra e del riarmo generale delle nazioni capitaliste, l’inflazione[17] non può che aumentare sempre di più a causa della necessità di ogni capitale nazionale di sostenere colossali spese improduttive, con:
- la spesa per gli armamenti a livelli abissali, mettendo l’economia più che mai al servizio della guerra e della produzione sfrenata di strumenti di distruzione senza la minima razionalità economica;
- gli effetti del ricorso alla stampa di moneta, che alimenta l’indebitamento, in risposta alle contraddizioni del suo sistema;
- il costo esorbitante delle devastazioni, generate dalla decomposizione, sulla società e l’infrastruttura produttiva: pandemie, gravi eventi climatici, ecc.;
- l’invecchiamento della popolazione in tutti i paesi (compresa la Cina), che riduce drasticamente la parte della popolazione in età lavorativa sulla popolazione totale.
Anche l’inflazione ad un livello alto e duraturo, che il capitalismo non è più in grado di controllare come finora (la borghesia ha rinunciato a un ritorno al 2%, ritenuto irrealistico), segna una tappa dell’aggravamento della crisi. La crisi avrà un impatto sempre più negativo sull’economia, destabilizzando il commercio mondiale e privando la produzione della visibilità di cui ha bisogno, diventando al contempo un vettore essenziale di instabilità monetaria e finanziaria.
C. Tensioni finanziarie e monetarie
La fragilità del sistema capitalistico è illustrata dai “crescenti rischi per la stabilità finanziaria in alcuni segmenti chiave dei mercati finanziari e del debito sovrano”. (K. Georgieva, FMI) e da nuove crepe.
- L’indebolimento e le tensioni sulle valute delle grandi potenze stanno diventando un fattore sempre più importante della situazione. Con il dollaro precipitato al livello più basso della storia e la sterlina che ha perso il 17% del suo valore, la svalutazione dello yen (- 21%) al livello più basso dal 1990, lo yuan che è sceso al livello più basso da 14 anni a questa parte rispetto al dollaro, il crollo senza precedenti dell'euro fino alla parità con il dollaro…, tanto da necessitare l’intervento delle banche centrali per sostenere le loro valute, prospettano una instabilità monetaria crescente.
- Lo scoppio della bolla delle criptovalute (con il crollo delle valutazioni in borsa del mercato dei bitcoin di 3 volte in un anno) e i clamorosi fallimenti in questo settore (come quello di FTX, il secondo operatore mondiale di criptovalute) fanno temere alla borghesia il contagio ad altri attori della finanza tradizionale. L’instabilità finanziaria in questo settore è foriera di prossimi crolli, come quello del settore immobiliare (50% in valore delle transazioni mondiali), iniziato in Cina e che minaccia di apparire altrove.
- Analogamente, “L’economia tecnologica sta vacillando, (...) Negli ultimi dieci anni circa abbiamo assistito all’emergere di una bolla finanziaria alimentata dall’abbondanza di liquidità creata dalle banche centrali. (...) Questa bolla è scoppiata dopo l’inizio della guerra russo-ucraina e l’avvento dell’inflazione. La valutazione del settore tecnologico sul mercato azionario è crollata. Amazon è diventata la prima azienda della storia a perdere 1.000 miliardi di dollari di valore in borsa. Una perdita di 200 miliardi di dollari in sei mesi per Meta. (...) Questo brutale ritorno alla realtà ha scatenato vasti piani di licenziamento, soprattutto negli Stati Uniti. È probabile che nel 2022 vengano distrutti 130.000 posti di lavoro nell’industria tecnologica”[18].
D. La continuazione della politica di indebitamento
Sebbene la massa del debito (260% del PIL mondiale) stia già indebolendo l’intero sistema[19], nonostante l’evoluzione della natura del debito sia sempre meno basata sul valore già raggiunto e sia alimentata dalla stampa di moneta e il debito sovrano degli Stati, la continuazione della politica di indebitamento resta un obbligo al quale sono soggetti tutti ii capitali nazionali, nonostante gli effetti deleteri sulla stabilità sempre più aleatoria del sistema capitalistico. Tutti gli Stati, nessuno escluso, sono sempre più impegnati ad affrontare le contraddizioni generate dal sistema capitalista. Lo dimostra la sospensione del Patto di stabilità dell’UE, che sarà ripristinato solo all’inizio del 2023 dopo essere stato significativamente modificato con un allentamento delle sue regole applicative, e senza dubbio per consentire alla BCE di svolgere il ruolo di ultima spiaggia per un prestito.
E. Il caos politico all’interno della classe dominante, un fattore che aggrava la crisi
L’irresponsabilità e la disattenzione della classe dominante, manifestatesi nella crisi sanitaria come in quella energetica, o di fronte ai fenomeni climatici, costituiscono un potente fattore di aggravamento della crisi.
A questi fattori si aggiungono il caos politico e l’influenza del populismo all’interno della classe dominante. Questi stanno avendo effetti catastrofici sull’economia del Regno Unito, la più antica borghesia del mondo. La Brexit illustra l’irrazionalità del ciascuno per se sul piano economico; “Invece della prosperità, della sovranità e dell’influenza internazionale che pretendevano di portare con la rottura con i loro vicini, i conservatori hanno raccolto solo il rallentamento delle loro esportazioni, il deprezzamento della sterlina, le peggiori previsioni di crescita dei paesi sviluppati, tranne la Russia, e isolamento diplomatico.”[20] (Le Monde 18-19/12). L’incompetenza e il clientelismo elettorale del governo di Lizz Truss, succeduto a Johnson in un fugace periodo di potere, spiegano le sue decisioni irresponsabili, condannate dal resto della classe dirigente: l’annuncio dell’abbassamento d’imposta per 45 miliardi non finanziati a beneficio dei più abbienti ha portato ad accelerare la caduta della sterlina e ad aumentare i timori di un suo crollo e di una crisi del debito!
In Italia, le promesse di rispetto delle regole europee pronunciate dalla Meloni (la prima volta che un governo di estrema destra è salito al potere in uno dei paesi fondatori dell’UE) hanno temporaneamente calmato i timori sul futuro del piano di ripresa italiano, finanziato dal Fondo europeo creato da un indebitamento comune ai paesi membri, ma non lasciano presagire alcuna stabilità futura[21].
Infine, le divisioni all’interno della classe dirigente non possono che aggravarsi a causa delle scelte e delle priorità da adottare nella difesa degli interessi di ciascun capitale nazionale in un contesto più che incerto e contraddittorio.
F. Il peggioramento di ciascuno per sé al centro dei rapporti tra le nazioni
Nel rapporto del 2020, la CCI si chiedeva se lo sviluppo del ciascuno per sé, che trova la sua origine nell’impasse della sovrapproduzione e nella crescente difficoltà del capitale a realizzare l’accumulazione ampliata di capitale proprio come negli effetti stessi della decomposizione, fosse irreversibile. Tra la crisi del 2008 (che possiamo considerare come quella della globalizzazione) e oggi, il ciascuno per sé nei rapporti tra le potenze ha visto un progressivo cambiamento qualitativo fino a trionfare completamente. Secondo il Fondo monetario internazionale, la guerra “modificherà radicalmente l’ordine economico e geopolitico globale”. Il conflitto in Ucraina chiude il periodo “intermedio” aperto dopo il 2008 e segna la fine della globalizzazione:
• Dopo il 2008, il ciascuno per sé si è manifestato innanzitutto nella tendenza della Cina, e soprattutto degli Stati Uniti, a mettere in discussione il quadro della globalizzazione; il primo sabotando strutture come l’OMC; l’altro attraverso lo sviluppo del proprio progetto alternativo delle Vie della Seta.
• Si è poi mostrato magistralmente durante l’epidemia di Covid, in particolare per l’incapacità di coordinare una politica di produzione, distribuzione e vaccinazione su scala mondiale; il comportamento gangsteristico di alcuni paesi che rubano attrezzature mediche destinate ad altri paesi, la tendenza al ripiegamento in se stessi nel quadro nazionale e il desiderio di ogni borghesia di voler salvare la propria economia a scapito degli altri come tendenza irrazionale disastrosa per tutti i paesi e per l’intera economia globale.
• L'attuale “guerra del gas” tra le nazioni è degna di quella delle mascherine[22]: il recente sabotaggio del gasdotto Nord Stream II, attribuito a un “agente statale” non ancora identificato, illustra la morale da gangster secondo la quale “sul mercato del GNL (…) tutti i copi sono legittimi”[23].
Gli Stati Uniti escono come grandi vincitori dalla guerra, anche a livello economico. Nelle condizioni storiche di decomposizione, grazie alla guerra, espressione ultima della guerra di tutti contro tutti, alla potenza militare – quale unico vero mezzo a disposizione degli Stati Uniti per difendere la propria leadership mondiale – gli Stati Uniti ottengono il temporaneo rafforzamento della propria economia nazionale a scapito del resto del mondo, al prezzo della dislocazione globale e dell’indebolimento convulso dell’intero sistema capitalista[24]. Questo rafforzamento economico degli Stati Uniti è il prodotto diretto del ciascuno per sé; non è in contraddizione con lo sprofondamento dell’intero sistema nella spirale della sua decomposizione (ne è una manifestazione e non rappresenta in alcun modo la stabilizzazione, ma testimonia al contrario l’aggravamento di questo sprofondamento) poiché il suo corollario e condizione è lo sviluppo fenomenale del caos e dell’indebolimento del sistema capitalista nel suo complesso. “Il sostegno incrollabile di Washington all’Ucraina ha reso gli Stati Uniti il grande vincitore nella sequenza a livello mondiale, senza che un solo GI abbia avuto bisogno di mettere piede sul suolo ucraino. Vantaggi geostrategici, militari e politici innegabili. (...) In un contesto di protezionismo disinibito e nazionalismo economico, l’America di Biden può ora dedicarsi interamente alla guerra tecnologica contro il suo unico grande rivale, la Cina. L’Europa, che era riuscita a giocare solidale durante il Covid, ne esce indebolita, divisa, con un tandem franco-tedesco a brandelli.”[25]. In questa discesa agli inferi del capitalismo mondiale, la guerra cambia la situazione per tutti i capitali e sconvolge tutte le relazioni economiche mondiali:
• La guerra del gas e del petrolio. In una svolta senza precedenti, Washington emerge come il grande vincitore. Mentre 10 anni fa gli Stati Uniti non esportavano GNL, ora ne sono il principale esportatore mondiale. La guerra ha rimescolato tutte le carte del mercato mondiale. “Gli Stati Uniti beneficiano di una quasi indipendenza energetica, che permette loro di proiettarsi con calma in un mondo in cui gli idrocarburi sono diventati armi geopolitiche. L’America non ha bisogno di importare gas, è il primo produttore mondiale davanti alla Russia. Per quanto riguarda il petrolio, Washington è anche il primo produttore mondiale e ha recentemente ridotto la sua dipendenza dal greggio estero[26].” (Le Point Géopolitique, Le guerre energetiche, p.7). Prodotto di una vasta politica verso l’autosufficienza intrapresa a lungo termine dall’amministrazione Obama come parte del suo desiderio di contrastare l’ascesa del suo sfidante cinese, la guerra in Ucraina non ha solo permesso agli Stati Uniti di trarne grande vantaggio per rilanciare la propria industria[27], ma è stato anche il mezzo per affermarsi come attore chiave. Sul piano strategico energetico gli Stati Uniti pongono i loro rivali sulla difensiva e in uno stato di inferiorità:
L’Europa è quasi ridotta a passare dalla dipendenza dal gas russo a quella dal GNL americano. Per sfuggire a questo strangolamento mortale, gli europei stanno cercando freneticamente di diversificare i propri fornitori.
La Cina, in gran parte dipendente dalle importazioni di idrocarburi, è svantaggiata e indebolita di fronte agli Stati Uniti, ora in grado di controllare – tagliare – le rotte terrestri e marittime per le forniture cinesi.
• Il rafforzamento dell’industria militare. Con una quota del 40% sul mercato degli armamenti, “l’innegabile successo strategico della macchina da guerra americana” dà impulso all’industria militare americana: “L’arsenale della democrazia, come lo chiamava il presidente FD Roosevelt, funziona a pieno regime (...) Di conseguenza, l’industria militare americana si trova ad affrontare notevoli vincoli di produzione[28]”.
• Il dollaro forte e il rialzo dei tassi La straordinaria mole del piano Biden da 1.700 miliardi di dollari per sostenere l’economia americana rilanciando domanda e consumi, seguito dall’avvio dello smantellamento del sistema di allentamento monetario e dal graduale aumento dei tassi da parte de la FED (decisa all’inizio del 2022) ha colto di sorpresa tutti i suoi rivali. Approfittando sia del ruolo centrale del dollaro (nelle riserve delle banche centrali del mondo, della sua preponderanza nell’economia e nel commercio mondiale), del dollaro forte, delle dimensioni della sua economia e del suo rango di prima potenza economica a livello mondiale, questa politica ha l’effetto di:
1. attrarre e incanalare capitali e investimenti (in cerca di rifugio) verso l’economia americana,
2. avere il resto del mondo che finanzia il sostegno alla propria economia,
3. trasferire gli effetti più deleteri dell’inflazione ad altri paesi più deboli[29]. Gli Stati Uniti stanno rafforzando la stabilità e il potere della propria economia a scapito dei suoi concorrenti più diretti.
Chiaramente, gli Stati Uniti non esitano a correre il rischio di innescare la recessione, rallentare il commercio internazionale e provocare crisi finanziarie negli Stati più deboli purché la loro economia ne tragga vantaggio e ne sia a lungo termine beneficiaria, in nome della necessità di salvare la propria economia e il loro posto di prima potenza mondiale.
• Il rafforzamento del protezionismo. Con la legge governativa di riduzione dell'inflazione da 370 miliardi di dollari per gli investimenti pubblici nell’industria statunitense, unita a forti misure protezionistiche che privilegiano i prodotti fabbricati negli Stati Uniti rispetto a quelli importati, l’UE ha subito un “secondo shock di competitività” (dopo quello del gas).
Più in generale, tutte le misure adottate negli Stati Uniti a livello economico, monetario, finanziario e industriale agiscono attrattivi per gli investimenti e come una calamita per le delocalizzazioni sul territorio americano. L’Eldorado dei bassi prezzi dell’energia e dei sussidi dirotta capitali e grandi aziende straniere verso gli Stati Uniti, a scapito soprattutto dell’Europa. Più di sessanta aziende tedesche (Lufthansa, Siemens, ecc.) stanno pensando di investire negli Stati Uniti. VW ha annunciato di voler aumentare la produzione di veicoli elettrici negli Stati Uniti e prevede 7 miliardi di investimenti nei suoi siti americani. La BMW sta investendo 1,7 miliardi nella sua fabbrica nella Carolina del Nord e sta cercando di produrre le batterie lì invece che come parte di progetti europei. La Francia stima le sue potenziali perdite in “10 miliardi di euro di investimenti” e “10.000 potenziali posti di lavoro” persi.
A questa “virata” degli Stati Uniti “dalla parte sbagliata” del protezionismo (secondo l’UE)[30] si risponde con la minaccia di un “Buy European Act”; e “Francia e Germania hanno formalizzato una proposta di controffensiva [...] e hanno chiesto a Bruxelles di allentare le norme che regolano i sussidi pubblici alle imprese, nonché i sussidi mirati e i crediti d'imposta per i settori strategici”[31].
• Agricoltura: “La guerra in Ucraina ha sconvolto tutti gli equilibri agricoli. Africa e Maghreb sono state le prime vittime. Ma è stato colpito anche il Vecchio continente. Nell’ultimo decennio, l’Europa è nelle mani dell’Ucraina per l’approvvigionamento di mais[32]. (...) Anche se gran parte delle forniture hanno potuto lasciare l’Ucraina, i conti non tornano per gli acquirenti europei che hanno dovuto bussare alla porta di altri fornitori. Gli Stati Uniti hanno una capacità di produzione di mais molto grande. (...) Questa forza non solo ha permesso loro di servire il proprio mercato interno, ma anche di prendere il posto della Russia e dell’Ucraina per esportare ampiamente verso altri paesi. E in particolare verso l’Europa”[33].
• Gli Stati Uniti all’offensiva economica contro la Cina. Da una posizione di forza, gli Stati Uniti aumentano la pressione sulla Cina e attaccano i suoi interessi economici in tutto il mondo attraverso varie iniziative e, approfittando dell’indebolimento e delle divisioni tra gli europei, cercano con vari mezzi di costringerli a seguirli nella loro offensiva[34]: Una “prima”: La riunione del G7 del giugno 2022 ha denunciato “interventi non trasparenti e che perturbano il mercato da parte della Cina” e ha chiesto “approcci collettivi, anche al di fuori del G7, per affrontare le sfide poste da politiche e pratiche non di mercato che falsano l’economia globale”, utilizzando l’argomento democratico di “eliminare tutte le forme di lavoro forzato dalle catene di approvvigionamento globali, compreso il lavoro forzato sponsorizzato dallo Stato, come nello Xinjiang”.
Per garantirsi il decisivo vantaggio tecnologico sulla Cina, gli Stati Uniti stanno organizzando la ricollocazione[35] sul proprio territorio della produzione di semiconduttori di ultima generazione nonché il controllo internazionale sull’intero settore dal quale intendono escludere la Cina, minacciando al tempo stesso con sanzioni qualsiasi rivale che intrattenga rapporti commerciali con quest’ultimo suscettibili di violare tale “monopolio”.
Il vasto programma di investimenti da 600 miliardi di dollari da qui al 2027 per questi paesi in via di sviluppo della Global Partnership for Infrastructures mira a contrastare, soprattutto nell’Africa sub-sahariana ma anche in America Centrale e in Asia, gli enormi progetti finanziati dalla Cina nell’ambito delle Vie della Seta.
La creazione del Pacific Economic Partnership[36] che dovrebbe “scrivere le nuove regole per l’economia del 21° secolo” (Biden) e “costruire catene di approvvigionamento forti e stabili” sotto il controllo di Washington è stata immediatamente denunciata dalla Cina come la “formazione di cricche destinate a tenerla a bada”.
L’UE è in preda al “ciascuno per sé”?
Profondamente divisa, marcata dal cavaliere solitario della Germania che ha varato unilateralmente un piano da 200 miliardi a sostegno della sua economia (qualificato come “dito medio al resto d’Europa”) e dalla contesa tra Francia e Germania per la leadership, l’Unione è attraversata da tensioni importanti. “Alcuni paesi, come la Germania, hanno i mezzi per sovvenzionare massicciamente la loro industria. Altri, come l’Italia, molto meno. La Grecia, la Spagna ma anche la Francia sono preoccupate per questo e chiedono misure di solidarietà europea per correggere queste differenze. ‘L’IRA americano [Inflation Reduction Act] è di 2 punti di PIL, dobbiamo fare uno sforzo analogo’ ha precisato E. Macron. Al contrario, Germania, Paesi Bassi e Svezia restano contrari ad un nuovo strumento finanziario europeo”[37]. Le due potenze europee non sono sulla stessa lunghezza d'onda nei confronti della Cina: “I convenevoli diplomatici non bastano più a nascondere il divario che separa Washington - che considera Pechino il suo principale rivale - e il governo tedesco, i cui interessi lo spingono a mantenere buoni rapporti commerciali con la Cina. (...) Senza essere allineata con gli Stati Uniti, la Francia è più vicina a Washington che a Berlino. La Cina è solo il quinto partner commerciale della Francia (...) Quando Macron ha incontrato Xi a margine del vertice del G20, la sua posizione era più vicina a quella di Biden che a quello di Scholz”[38]. Così al viaggio di Scholz in Cina ha fatto seguito il viaggio di Macron negli Stati Uniti.
Se queste tensioni dovessero aggravarsi, come conseguenza degli interessi nazionali contrastanti fomentati dal rivale americano, fino a minacciare la disgregazione dell’UE, ciò aggraverebbe ulteriormente la crisi e destabilizzerebbe l’intero sistema capitalista.
La reazione della Cina. La guerra in Ucraina mostra come il distacco delle economie statunitense e cinese, avviato dagli Stati Uniti, renda la Cina vulnerabile:
• Le sanzioni contro la Russia sono un monito alla Cina riguardo alle “gigantesche conseguenze per l’economia cinese delle potenziali sanzioni occidentali contro la Cina[39]” Riguardo alle sue enormi riserve di valuta estera in dollari “La guerra in Ucraina ha lanciato il segnale di allarme. (...) Gli esperti cinesi sottolineano che la dipendenza dal dollaro è ancora più inquietante che nel caso della Russia. La Cina non è pronta ad affrontare eventuali sanzioni occidentali” e “vuole rafforzare drasticamente la sicurezza dei suoi beni all’estero per non ripetere gli errori della Russia, (...) modificare la struttura degli investimenti all’estero e ridurre il più rapidamente possibile la dipendenza dal dollaro statunitense[40]” per uscire dalla contraddizione di non avere “quasi altra soluzione per valorizzare i dollari ricevuti dal surplus commerciale se non quella di prestarli col tempo agli Stati Uniti”[41].
• Gli sforzi dello Stato per rendere lo yuan una valuta internazionale in concorrenza con il dollaro sono vani, anche in un contesto in cui molti paesi potrebbero cercare riparo dalle sanzioni occidentali. Lo yuan ristagna al 2,88% delle riserve valutarie (di cui il 30% detenuto dalla Russia) (rispetto a 59,5 per il dollaro e 19,76 per l’euro); e dal 2015 al 5° posto nei pagamenti mondiali con una quota del 2,44% contro il 42% del dollaro. La BPC (Banca Popolare Cinese) deve lottare contro il deprezzamento dello yuan rispetto al dollaro.
• “Come risultato delle misure adottate negli ultimi anni dagli Stati Uniti” che limitano l’esportazione di alte tecnologie (utilizzate dalla produzione avanzata nel settore automobilistico, aeronautico, conquista dello spazio, ricerca scientifica, informatica, trasporti, medicina, ecc.), “attualmente la Cina non è più in corsa (...) I produttori cinesi di semiconduttori non hanno la tecnologia per recuperare il ritardo. (...) Tanto che alcuni esperti dubitano che la Cina sarà in grado di recuperare nel breve e medio termine in questo campo, che è responsabile di gran parte della futura crescita economica” (Asyalist)
• La Cina è impegnata in una lotta competitiva all’ultimo sangue per il controllo di alcune filiere strategiche (come terre rare e metalli); o per garantirsi l’approvvigionamento di idrocarburi, approfittando dell’indebolimento della Russia a firmare contratti con le Repubbliche dell’Asia Centrale e del ciascuno per sé per avvicinarsi all’Arabia Saudita.
• Gli interessi economici vitali della Cina sono in gioco nelle tensioni con Taiwan, che, come Singapore, funge da piattaforma essenziale per l’industria manifatturiera cinese ed è indispensabile per il suo attuale modello economico.
Quali conseguenze?
L’esclusione da parte degli Stati Uniti della Russia dal commercio internazionale, l’offensiva contro la Cina, la dichiarata volontà di riconfigurare le relazioni economiche mondiali a proprio vantaggio, segnano un punto di svolta nella visione del libero scambio che ha guidato la politica americana per quasi trent’anni. Ciò si tradurrà in una maggiore frammentazione del mercato mondiale a causa della proliferazione di accordi regionali come quello tra Stati Uniti, Canada e Messico siglato nel 2020[42].
Tali accordi tra firmatari che presumibilmente condividono “interessi più comuni”, così come gli scambi tra Stati e imprese che favoriscono partner “della stessa sensibilità, a non commerciare più con chiunque”, non lasciano presagire alcuna stabilità o la formazione di relazioni economiche esclusive secondo l’egida di grandi sponsor. Anzi. Poiché tendono ad abbracciare le molteplici linee di faglia delle tensioni tra le potenze, non faranno altro che portare ad una maggiore frammentazione del mercato mondiale su scala globale e al rafforzamento del ciascuno per sé, della guerra commerciale, del ripiegamento nazionale e della ricerca della difesa della sovranità nazionale a tutti i livelli. Ciò non farà altro che acuire, come fattore di sopravvivenza, il desiderio di controllare catene produttive strategiche essenziali per la sopravvivenza nazionale e di porsi in una posizione di forza rispetto ad altre potenze ricattabili o, al contrario, sottrarsene[43].
Ormai non solo è progressivamente scomparsa (senza che sia percepibile alcun ritorno) la capacità di cooperazione delle principali nazioni capitaliste per ritardare e attenuare l’impatto della crisi economica sull’intero sistema capitalista e su se stesse, ma si delinea sempre più chiaramente una politica, guidata in particolare dalla prima delle grandi potenze, gli Stati Uniti, di salvaguardia del proprio posto sulla scena mondiale a diretto discapito delle altre potenze dello stesso tipo (e del resto del mondo) mondo) attaccando i loro interessi e provocandone deliberatamente l’indebolimento.
Questa situazione rompe apertamente con buona parte delle regole che gli Stati avevano adottato a partire dalla crisi del 1929 e apre un periodo di terra di nessuno, dove il caos assumerà, anche all’interno e tra i paesi centrali, una dimensione nuova e sconosciuta, con ripercussioni, ancora difficilmente “immaginabili”, che colpiranno il cuore del sistema capitalista in una spirale di crisi sempre maggiore.
A. Peggioramento della crisi: l’unico futuro sotto il capitalismo
La crisi irreversibile del capitalismo fa da sfondo ad un’accelerazione del caos e della barbarie. Più nello specifico, si tratta di 50 anni di crisi economica, accelerata a partire dal 2018, che oggi si manifesta apertamente con un’inflazione galoppante con i suoi postumi di povertà, fame e impoverimento generalizzato.
• “La crisi del capitalismo tocca le fondamenta stesse di questa società. Inflazione, precarietà, disoccupazione, ritmi infernali e condizioni di lavoro che distruggono la salute dei lavoratori, alloggi inaccessibili... sono la prova di un inesorabile deterioramento della vita della classe operaia e, sebbene la borghesia stia cercando di creare ogni possibile divisione, concedendo condizioni “privilegiate” a determinate categorie di lavoratori, ciò a cui stiamo assistendo nel complesso è, da un lato, quella che probabilmente sarà la PEGGIORE CRISI della storia del capitalismo, e, d’altra parte, la realtà concreta della PAUPERIZZAZIONE ASSOLUTA della classe operaia nei paesi centrali. Il che conferma totalmente la correttezza di questa previsione che Marx fece sulla prospettiva storica del capitalismo e che gli economisti e gli altri ideologi della borghesia hanno tanto deriso”[44].
A differenza degli anni ꞌ30, oggi ci sono più fattori che aggravano la crisi. La pandemia e la guerra in Ucraina segnano una nuova qualità nella situazione. La concatenazione dei fattori di decomposizione è alla base di una spirale di degrado e peggioramento della situazione economica globale. “Questa crisi si presenta come una crisi più lunga e più profonda di quella del 1929. Innanzitutto perché l’irruzione degli effetti della decomposizione sull’economia tende a creare caos nel funzionamento della produzione, provocando costanti colli di bottiglia che strangolano o bloccano l’economia, in una situazione di sviluppo della disoccupazione che si combina, in maniera paradossale, con delle situazioni di penuria di mano d’opera. Essa si esprime soprattutto con lo scatenamento dell’inflazione che i diversi piani di salvataggio, frettolosamente messi in campo dagli Stati di fronte alla pandemia e alla guerra, non hanno fatto che alimentare per la fuga in avanti dell’indebitamento. L’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali per cercare di frenare l’inflazione rischia di provocare una recessione molto violenta capace di strangolare allo stesso tempo gli Stati e le imprese. Quello che è ormai in marcia è un vero tsunami di miseria, un impoverimento brutale del proletariato anche nei paesi centrali”[45]. Lo spettro della “stagflazione” aleggio sul mondo. Se negli anni ꞌ70 era solo un concetto degli economisti borghesi caratterizzare uno stato di alta inflazione con la stagnazione economica, oggi questo pericolo sta diventando evidente e l’attuale inflazione incontrollata e il rallentamento dell’economia porteranno a una catena di fallimenti, anche di interi Paesi (Pakistan, Sri Lanka, ecc.), nonché a turbolenze finanziarie e a difficoltà ancora maggiori nei paesi emergenti.
“Si prevede che la crescita nelle economie avanzate decelererà bruscamente, dal 5,1% nel 2021 al 2,6% nel 2022 (1,2 punti percentuali in meno rispetto alle proiezioni di gennaio). La crescita dovrebbe moderarsi ulteriormente per raggiungere il 2,2% nel 2023, riflettendo in gran parte il ritiro delle politiche di sostegno e fiscali fornite durante la pandemia”[46]. La borghesia non ha altra alternativa che continuare ad aumentare i tassi di interesse, come ha fatto la FED lo scorso novembre, tutti gli Stati sono coinvolti in questa dinamica e ciò causerà contrazioni sui mercati, chiusure di aziende con massicci licenziamenti come si può vedere nelle aziende tecnologiche in Stati Uniti (GAFAM). La delocalizzazione delle imprese della Cina verso l’America (Nearshoring) peggiorerà la situazione della disoccupazione in alcune regioni del mondo.
A differenza degli anni ꞌ30, gli attuali livelli di debito non hanno precedenti. La Cina, la seconda potenza mondiale, ha un debito pari a 2,5 volte il suo PIL! Allo stesso tempo, è diventata un sostenitore finanziario, per sostenere la sua Via della Seta e garantire la sua influenza in Africa e America Latina. Gli Stati Uniti, il cui debito totale supera ormai i 31trilioni (milioni di milioni), hanno stampato 5 miliardi di dollari mentre l’UE, con 750 milioni di euro, ha stampato il 20% in più degli Stati Uniti. Le prospettive per gli anni a venire saranno piene di convulsioni e difficoltà per il capitalismo.
B. La Cina come fattore destabilizzante e aggravante della crisi
i.- L’economia cinese ha subito un forte rallentamento a causa dei ripetuti blocchi, poi lo tsunami di contagi che ha causato il caos nel sistema sanitario, la bolla immobiliare e il blocco di numerose strade della “via della seta” a causa dei conflitti armati (Ucraina) o del caos ambientale (Etiopia). La crescita nella prima metà di quest’anno è stata del 2,5%, rendendo irraggiungibile l’obiettivo del 5% fissato per quest’anno. Per la prima volta in 30 anni, la crescita economica della Cina sarà inferiore a quella di altri paesi asiatici (Vietnam). Grandi aziende tecnologiche e commerciali come Alibaba, Tencent, JD.com e iQiyi hanno licenziato il 10-30% della loro forza lavoro. I giovani sono particolarmente sensibili al deterioramento della situazione, con un tasso di disoccupazione stimato al 20% tra gli studenti universitari in cerca di lavoro. Anche i progetti di espansione della “Nuova Via della Seta” sono in difficoltà a causa dell’aggravarsi della crisi economica: quasi il 60% del debito verso la Cina è ormai dovuto a paesi in difficoltà finanziarie, rispetto al 5% nel 2010. Inoltre, la pressione economica da parte degli Stati Uniti si stanno intensificando, in particolare con l’Inflation Reduction Act e la CHIPS and Science Act negli Stati Uniti, che colpiscono direttamente le esportazioni tecnologiche di diverse società tecnologiche cinesi (ad esempio Huawei) verso gli Stati Uniti.
Ancora più penoso per la borghesia cinese, i problemi economici, uniti alla crisi sanitaria, hanno dato origine a grandi movimenti di protesta sociale.
ii. - Il fallimento del modello neostalinista della borghesia cinese. Di fronte alle difficoltà economiche e sanitarie, la politica di Xi Jinping è stata quella di ritornare alle ricette classiche dello stalinismo:
- Sul piano economico, a partire da Deng Xiao Ping, la borghesia cinese ha creato un meccanismo fragile e complesso per mantenere un partito unico onnipotente che convive con una borghesia privata direttamente stimolata dallo Stato. “Entro la fine del 2021, l’era delle riforme e delle aperture di Deng Xiaoping sarà chiaramente finita, sostituita da una nuova ortodossia economica statalista”[47] La fazione dominante dietro Xi Jinping sta riorientando l’economia cinese verso un controllo statale assoluto in stile stalinista;
- Sul fronte sociale, con la politica “Zero Covid”, Xi non solo ha assicurato uno spietato controllo statale sulla popolazione, ma ha anche imposto questo controllo alle autorità regionali e locali, che si erano rivelate inaffidabili e inefficaci all’inizio della pandemia. In autunno ha inviato a Shanghai unità della polizia statale centrale per richiamare all’ordine le autorità locali che liberalizzavano le misure di controllo.
“Un capitale nazionale sviluppato, proprietà ‘privata’ di diversi settori della borghesia, trova nella ‘democrazia’ parlamentare il suo apparato politico più appropriato; al controllo statale quasi completo dei mezzi di produzione corrisponde il potere totalitario di un partito unico”[48].
Il crollo della politica “Covid zero” ha avuto come ripercussione la rielezione per un terzo mandato di colui che l’ha imposta, Xi Jinping, a costo di complessi compromessi tra le fazioni del PCC. La borghesia cinese dimostra così più che mai la sua congenita incapacità di superare la rigidità politica del suo apparato statale, pesante eredità del maoismo stalinista.
iii. - Una crisi che si estende inesorabilmente. La seconda potenza mondiale è coinvolta nella stessa dinamica delle sue pari. Questa catastrofe deve ancora arrivare.
• Il ruolo della Cina nella crisi finanziaria del 2008 è stato quello di contenere e non di fermare gli investimenti, in particolare concentrandosi sul mercato interno e sulle infrastrutture (treni ad alta velocità), ovviamente, il tutto sulla base di una montagna di debiti. Tuttavia, durante la crisi finanziaria del 2008, è rimasta uno dei “settori sani dell’economia”. Oggi non possiamo dire lo stesso. La Cina ha visto il fallimento di Evergrande seguito da quello di Shintao (seconda impresa di costruzioni dopo Evergrande). La sola Evergande aveva un debito di 350 miliardi di dollari che non riesce a ripagare. Dietro questo debito ci sono investitori internazionali, tra cui Black Rock, che reclamano i loro soldi. Le banche regionali sono fallite al punto da innescare un “corralito”[49] cinese. Sono 320 i progetti immobiliari fermi e sono 100 milioni le case vuote. Il debito delle famiglie è triplicato, arrivando a 7.000 miliardi di dollari, a cui va aggiunto il debito delle imprese. La siccità ha ridotto moltissimo la produzione di energia idroelettrica al punto da costringere al razionamento e alla chiusura parziale delle fabbriche, come TESLA che, per ironia della sorte, produce auto elettriche! Qual è stata la risposta della borghesia cinese alla crisi? Tassi di interesse più bassi, massicce assunzioni nello Stato, fondi statali per le infrastrutture e gli immobili, niente di nuovo! e conosciamo già la “efficacia” di queste misure... Possiamo solo aspettarci una serie di shock economici nel prossimo futuro in questa regione del mondo.
• La guerra commerciale con gli Stati Uniti e l’intenzione di non dipendere più dalla Cina hanno portato i paesi sviluppati, e gli Stati Uniti in prima linea, a diversificare le loro catene di approvvigionamento e a cercare nuovi paesi maquiladoras[50]. Così, paesi come il Messico, ma soprattutto il Vietnam, che ha già superato la Cina in termini di crescita economica percentuale, appaiono come le nuove “maquiladoras” del capitalismo. Quest’anno, gli ordini statunitensi ai produttori cinesi sono diminuiti del 40% (CNBC).
In conclusione, sembra oggi che se il capitalismo di Stato cinese ha saputo sfruttare le opportunità offerte dal cambio di blocco, dall’implosione del blocco sovietico e dalla globalizzazione dell’economia auspicata dagli Stati Uniti e dalle principali potenze del blocco occidentale, la sua debolezza congenita nella sua struttura statale di tipo stalinista, costituisce oggi un grave handicap di fronte ai problemi economici, sanitari e sociali. La situazione fa presagire instabilità e possibili sconvolgimenti anche per la posizione di Xi e dei suoi sostenitori all’interno del PCC. Una destabilizzazione del capitalismo cinese avrebbe conseguenze imprevedibili sul capitalismo globale.
C. La continuazione del militarismo e dell’economia di guerra
L’anno 2021 ha visto un’esplosione accelerata delle spese militari. Gli Stati Uniti hanno aumentato la propria spesa del 38% (880 milioni di dollari), la Cina del 14% (243 milioni di dollari) e la Russia del 3% (65 milioni di dollari). La superiorità militare americana si riflette nel suo bilancio. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), nello stesso anno “il mondo ha speso 2.000 miliardi di dollari” in campo militare.
Tutta la regione dell’Indo-Pacifico ha visto aumentare le sue spese militari per paura di cadere vittima dell’imperialismo cinese: il Giappone ha raddoppiato il suo budget militare e ha firmato un accordo di “trasferimento della difesa” con il Vietnam, la Thailandia sta investendo 125 milioni di dollari in 50 navi da guerra per proteggere i propri mari, l’Indonesia sta aumentando del 200% i propri investimenti militari nel Mar Cinese e le Filippine hanno appena ricevuto ulteriori 64 milioni di dollari dagli Stati Uniti per rafforzare le proprie basi militari al fine di contenere le minacce cinesi. Ma questa regione non è l’unica a essere coinvolta in questa dinamica, nessuno ne è risparmiato.
Il mondo si sta dirigendo verso un’esplosione delle spese militari mai vista prima nella storia. Tutte queste spese improduttive verranno caricate sulle spalle dei lavoratori.
Non solo l’implementazione dell’energia pulita e rinnovabile è impossibile sotto il capitalismo, ma la guerra energetica continuerà a segnare il futuro di questo sistema. Il controllo delle fonti energetiche, in particolare del gas e soprattutto del petrolio, resterà una questione di “sicurezza nazionale” per ogni capitale. Il funzionamento delle imprese dipende da questo e, a livello imperialista, l’esercito si nutre di petrolio. Gli Stati Uniti hanno attualmente il controllo di queste risorse e il fatto che ora siano i principali fornitori dell’Europa diventa fonte di ricatto e futura pressione sui paesi dell’UE. Il viaggio di Xi in Arabia Saudita e il recente accordo energetico con la Russia lo confermano.
È necessario sottolineare l’accelerazione storica dell’influenza della guerra sull’economia, manifestatasi in modo tragico con la guerra in Ucraina. Facendo un paragone storico con la guerra del Vietnam, se allora il peso militare gravava sull’economia, oggi l’impatto del militarismo sull’economia è ancora maggiore.
D. L’impossibile transizione energetica
Il capitalismo è l’unico sistema della storia in grado di devastare la natura su larga scala, eliminare interi ecosistemi e accelerare l’estinzione delle specie, alterando così l’intero ordine naturale. Questo fenomeno è cumulativo e accelera, portando a una rapida devastazione del pianeta. L’attuale “transizione all’energia pulita” è solo l’espressione della lotta tra i capitalisti e la loro concorrenza all’ultimo sangue. Si tratta di vedere chi riesce ad entrare per primo nel mercato e togliere clienti all’avversario. Tutti i discorsi sulle loro “preoccupazioni” per l’ambiente sono demagogia. L’aggravarsi della “crisi ecologica” sta accelerando e provocando devastazioni inaccettabili. Gli Stati Uniti, di cui l’ex presidente Trump ha negato l’esistenza del “cambiamento climatico”, si confrontano con gli effetti di questa crisi ecologica e la prima potenza mondiale è lungi dall’essere risparmiata dai “disastri naturali” e detiene il sinistro record mondiale di distruzione della biodiversità. In effetti, il capitalismo non può essere allo stesso tempo un sistema competitivo ed essere “ecologico”, perché:
• Il suo obiettivo è il profitto, non la preservazione della natura, che sarà sempre considerata dal capitalismo come una fonte di risorse gratuite la cui distruzione e le implicazioni che ne derivano non lo riguardano;
• Il ciascuno per sé e l’anarchia della produzione significano che la borghesia non ha alcun controllo sulle “nuove tecnologie”, essa è un apprendista stregone!
• I progressi tecnologici sono unilaterali e non tengono conto del quadro globale. Se l’estrazione del litio per le batterie delle automobili è inquinante e la sua riciclabilità è ridotta al 5%, ciò non ha alcuna importanza per il capitalismo. L’importante è vendere auto “verdi”;
• La separazione tra uomo e natura diventa estrema sotto il capitalismo, al punto da considerare l’uomo come “esterno” al suo ambiente naturale.
D’altra parte, il ritorno al carbone, anche se le aziende pagassero una tassa aggiuntiva per coprire i danni causati all’ambiente – che è solo una cortina di fumo – non elimina l’enorme fallimento del capitalismo nell’eliminare le emissioni di carbonio. Se gli europei avevano deciso di abbandonare l’energia nucleare, ora cercano di reintrodurla per compensare la loro dipendenza da Russia e Stati Uniti. È un nuovo esempio dei fallimenti del capitalismo che ci spinge a far rivivere vecchie glorie, anche se inquinanti. Ogni paese agisce solo nel proprio interesse e gli altri ne soffrono!
Una transizione verso “l’energia verde” sotto il capitalismo equivale all’illusione di un capitalismo senza guerre.
E. Verso l’impoverimento assoluto della classe operaia nei paesi centrali
La spesa improduttiva di capitale non cesserà, il militarismo e il mantenimento dello Stato devasteranno la classe operaia. Questo fenomeno di pauperizzazione della classe operaia nei paesi centrali ha una sua storia, ma dopo la pandemia e la guerra in Ucraina ha subito un’accelerazione. L’inflazione riduce considerevolmente il potere d’acquisto dei lavoratori e, a differenza degli anni ꞌ70, oggi la borghesia non ricorre all’indicizzazione dei salari. E così, la borghesia nel Regno Unito adotta una linea dura nei confronti delle richieste di aumenti salariali per compensare l’inflazione; il primo ministro britannico ha dichiarato: “nessuna trattativa è possibile”.
• “Riscaldarsi o mangiare”, questo slogan degli scioperi britannici rivela la gravità della situazione. Per molte famiglie lavoratrici pagare l’energia è più costoso che pagare il mutuo: salari sempre più miserabili, aumento del costo della vita, aumento costante dei prezzi, licenziamenti massicci, tagli alla previdenza sociale, pensioni attaccate, ecc. Tutto ciò fa presagire un futuro di miseria al quale il proletariato dovrà rispondere seguendo i suoi fratelli e sorelle di classe come in Gran Bretagna, in Europa e persino negli Stati Uniti. Si apre e si accelera una prospettiva di impoverimento del proletariato.
• La carenza di manodopera è sia un prodotto che un fattore della crisi del capitalismo. La logistica capitalista della circolazione delle merci è nel caos, non ci sono abbastanza autisti e i prodotti marciscono o scarseggiano. Nel settore sanitario ci sono troppi posti vacanti e nel settore dell’istruzione gli insegnanti lasciano rapidamente il lavoro. In Cina, ad esempio, 1 giovane su 5 non riesce a trovare un lavoro “promettente” e preferisce non accettare nulla. “Lasciatelo marcire” è un’espressione cinese comune per indicare i giovani che non accettano di lavorare. Dietro questa situazione si nasconde ovviamente un percorso individuale e disperato, una reazione “privata” al degrado delle condizioni di lavoro. Le nuove generazioni non vogliono vivere al ritmo della produzione capitalistica. Questo fenomeno è allo stesso tempo espressione di una mancanza di identità di classe, non si organizzano per lottare e prendono solo una posizione personale di fronte ad un problema eminentemente sociale, economico e politico. La riduzione delle indennità lavorative, l’assenza di pensioni in molti paesi, l’aumento delle malattie mentali e dei suicidi, tutto ciò crea condizioni di vita e di lavoro insopportabili.
Sono la crisi e la sua prospettiva di recessione mondiale che creano le condizioni affinché i lavoratori inizino a portare avanti le loro lotte sul proprio terreno. “La crisi economica, a differenza della decomposizione sociale che riguarda essenzialmente le sovrastrutture, è un fenomeno che colpisce direttamente le infrastrutture della società su cui poggiano le sovrastrutture; la crisi mette quindi a nudo le cause profonde di tutta la barbarie che grava sulla società, consentendo così al proletariato di prendere coscienza della necessità di cambiare radicalmente il sistema e di non pretendere più di migliorarne alcuni aspetti” (Tesi su: La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo [1], Rivista Internazionale n.14, novembre 1990)
Gennaio 2023
[1] Rapporto sulla crisi economica del 24° Congresso della CCI [28], Rivista internazionale n.36
[2] Le Monde, del 17/12
[3] La fame è aumentata di circa il 18% durante la pandemia e oggi colpisce da 720 a 811 milioni di persone. La riduzione degli aiuti alimentari, il loro riorientamento verso l’accoglienza dei soli rifugiati ucraini o la ridistribuzione della loro somma a favore dell’aumento delle spese militari hanno fatto sì che, per l’Afghanistan, dove la carestia minaccia 23 milioni di abitanti, e per la Somalia, dove una parte della popolazione corre “un pericolo imminente di morte” non è stato possibile raccogliere i fondi necessari.
[4] In Europa, la notevole riduzione della produzione di fertilizzanti (che consuma molto gas naturale) a causa degli alti prezzi dell’energia sta portando ad una riduzione del consumo di fertilizzanti ovunque nel mondo, dal Brasile agli Stati Uniti, che mette a rischio il volume dei prossimi raccolti. Ad esempio: “Il Brasile, il principale produttore mondiale di soia, acquista quasi la metà dei suoi fertilizzanti fosfatici dalla Russia e dalla Bielorussia. Ha solo tre mesi di scorte. L’associazione brasiliana dei produttori di soia (Aprosoja) ha chiesto ai suoi membri di utilizzare meno fertilizzanti quest’anno, o addirittura niente. Il raccolto di soia del Brasile, già ridotto a causa di una grave siccità, sarà probabilmente ancora più scarso. Il Brasile vende la sua soia principalmente alla Cina, che ne utilizza gran parte per l’alimentazione animale. La soia meno abbondante e più costosa, potrebbe costringere gli allevatori cinesi a ridurre le razioni date ai loro animali, con il risultato che mucche, maiali e polli saranno più piccoli e la carne più costosa”.
[5] Tutte le citazioni del brano sono tratte da Courrier International
[6] “La scarsità di entrate pubbliche, dovuta all’embargo occidentale sull’acquisto di oro, carbone e metalli, ha fatto sì che alcuni reggimenti ricevessero la paga solo occasionalmente. Questo ha portato al rifiuto di combattere e persino alla resa” (Les Échos 17/09/2022)
[7] “Molte fabbriche del complesso militare-industriale hanno dovuto ridurre la produzione o addirittura chiudere, come quella dei missili antiaerei di Ulyanovsk, dei missili aria-aria di Vympel o dei carri armati di Uralvagonzavod, principale sito produttivo del paese” (Les Échos 17/09/2022).
[8] “In effetti, anche se Pechino rifiuta di rinnegare pubblicamente il suo principale partner strategico, le autorità cinesi hanno ampiamente rispettato le sanzioni imposte dall’Occidente contro la Russia. Le aziende cinesi hanno seguito le aziende occidentali nel loro esodo dal mercato russo: i giganti della tecnologia cinese — Lenovo, TikTok e Huawei — hanno bloccato tutte le loro operazioni in Russia, mentre i produttori cinesi di moduli artici per il megaprogetto russo sul gas Arctic-LNG2 hanno deciso di porre fine alla loro cooperazione con Novatek. Infine, nonostante le rassicurazioni della propaganda ufficiale del Cremlino, UnionPay, uno dei principali circuiti di pagamento controllati dallo Stato, ha messo in stand-by i suoi piani di collaborazione con le banche russe alla fine di aprile, tagliando le loro speranze di trovare un'alternativa ai giganti americani dei circuiti di pagamento Visa e Mastercard. Questo complesso passo a due dovrebbe, agli occhi di Pechino, proteggere gli interessi cinesi e minimizzare l'impatto della guerra sull'economia cinese...” (Chine: 2022, l’année de tous les périls?, Diplomatie)
[9] Diplomatie 118, p33; “Se aggiungiamo [alle spese puramente militari] gli aiuti umanitari, economici di emergenza e l’assistenza ai rifugiati, l’UE e gli Stati membri hanno fornito più aiuti degli Stati Uniti, secondo l’Istituto di Kiel, per 52 miliardi di dollari contro i 48 miliardi di Washington” (Les Échos, 3-4/02)
[10] IFRI, Le Point Géopolitique, Les guerres de l’énergie, p.6
[11] L’esempio del Sudafrica mostra la natura generale del problema: agli effetti della siccità e della scarsità d’acqua che il paese sperimenta quest’autunno si aggiunge una crisi energetica di portata senza precedenti, dovuta all’obsolescenza e ai guasti delle vecchie centrali elettriche a carbone con conseguenti interruzioni incessanti di elettricità che impediscono il pompaggio dell’acqua sui monti Drakensberg e il suo trasporto a Johannesburg e Pretoria, mentre il 40% scompare nelle perdite della rete. Ma per riparare tutte le infrastrutture servirebbero 3,4 miliardi di euro, di cui l’Autorità Idrica non dispone.
[12] Ad esempio, nel settore chimico (maggior consumatore di gas) la produzione è drasticamente ridotta; Il 70% del settore registra perdite; per BASF, interi settori della sua attività non sono più redditizi o competitivi, il che comporta un calo dei risultati del 30%. Tutta l’Europa (che assorbe il 60% delle esportazioni di questo settore) ne è colpita!
[13] Conflicts n.42
[14] Le inondazioni hanno quasi completamente distrutto i raccolti di questo quinto produttore di cotone del mondo. Si tratta di una perdita colossale per l’industria tessile che rappresenta il 10% del PIL; l’agricoltura nel Sindh è stata distrutta, il bestiame decimato; il resto lasciato alle epizoozie “la sicurezza alimentare dei 220 milioni di abitanti è in pericolo” (Le Monde, 14/09) A cui si aggiungono i flagelli della malaria, della dengue, del colera e del tifo. Quarto produttore e fornitore di riso della Cina e dell’Africa sub-sahariana, “qualsiasi calo delle esportazioni non farà altro che aumentare l’insicurezza alimentare globale incrementata dal calo delle esportazioni di grano dall’Ucraina” (Le Monde, 14/09).
[15] Les Échos, 23-24/12
[16] Révolution Internationale, vecchia serie n. 6
[17] L’inflazione non deve essere confusa con un altro fenomeno della vita del capitalismo, ovvero la tendenza all’aumento del prezzo di alcuni beni a causa dell’insufficiente offerta. Questo fenomeno ha assunto di recente una particolare portata a causa della guerra in Ucraina, che ha colpito la fornitura di un volume significativo di diversi prodotti agricoli, la cui carenza è già un fattore di aggravamento della miseria e della fame nel mondo. L’inflazione è una caratteristica permanente del periodo di decadenza del capitalismo che incide pesantemente sull’economia. Come la mancanza di offerta, si riflette nell’aumento dei prezzi, ma è la conseguenza del peso delle spese improduttive nella società, il cui costo si ripercuote sul costo dei beni prodotti. Infine, un altro fattore di inflazione è la conseguenza della svalutazione delle valute derivante dal ricorso alla stampa di moneta per accompagnare l’aumento incontrollato del debito globale, che attualmente si avvicina al 260% del PIL mondiale.
[18] Marianne n.1341
[19] “...numerosi default di pagamento si profilano all’orizzonte. Il FMI stima che 2/3 dei paesi a basso reddito e un quarto dei paesi emergenti si trovano ad affrontare gravi difficoltà legate ai loro debiti”. (Le Monde, 24/09)
[20] La Brexit ha portato ad uno stallo dell’economia britannica: “Il Regno Unito è l’unico paese avanzato le cui esportazioni sono diminuite lo scorso anno e rimangono al di sotto del livello pre-covid (…) gli investimenti delle imprese sono rimasti inferiori del 10% rispetto a metà 2016” (Les Échos 24/09). “Con la Brexit è andato perduto il passaporto finanziario europeo che permetteva di vendere i prodotti in tutta l’UE. Circa diecimila banchieri hanno lasciato la piazza finanziaria londinese per stabilirsi a Dublino, Francoforte, Parigi Lussemburgo o Amsterdam. (…) un altro fenomeno: dalla fine del 2019 il numero di posti di lavoro nel settore finanziario britannico è diminuito di 76.000 unità (su un totale attuale di 1,06 milioni). La Brexit ha giocato un ruolo significativo nel declino della City in relazione con le decine di migliaia di posti di lavoro delocalizzati, ma soprattutto indirettamente, perché le grandi istituzioni finanziarie internazionali hanno scelto di investire altrove.” (Le Monde 19/11)
[21] “Questo allineamento con la Commissione europea e la sua dottrina del rigore non sarà senza problemi per una parte significativa dell’elettorato della Meloni” (Le Monde Diplomatique, 22/12)
[22] “Fin dai primi anni 80, sotto Reagan, gli Stati Uniti hanno sognato di tagliare l’Europa dal gas russo. Hanno esercitato enormi pressioni. Hanno esercitato enormi pressioni affinché il gasdotto Nord Stream 1 non vedesse mai la luce, e lo hanno fatto di nuovo anni dopo con il Nord Stream 2, arrivando a minacciare sanzioni contro le aziende che avevano preso parte al progetto. Per loro la guerra in Ucraina è una manna dal cielo.
[23] “Una storia ha fatto notizia la scorsa primavera: una nave cisterna di GNL è partita da Freeport, in Texas, il 21 marzo, diretta in Asia. Ma dopo dieci giorni di viaggio, ha cambiato bruscamente rotta, nel bel mezzo dell'Oceano Pacifico, per deviare verso l’Europa (...) gli alti premi offerti nel Vecchio Continente per questo prezioso carico di GNL hanno convinto la BP, la società che aveva noleggiato la nave, a cambiare i suoi piani.” (Le Point Géopolitique, Les guerres de l’énergie, p.36). “All'inizio di novembre, una trentina di gasiere cariche di GNL per un valore di 2 miliardi di dollari si aggiravano nelle acque al largo delle coste spagnole e dei terminali del Nord Europa. Quando scaricheranno? ‘I broker che controllano le petroliere aspettano che i prezzi salgano quando la temperatura scende durante l’ “inverno’, dice il FT (4/11/2022)". (Le Monde Diplomatique, 22 dicembre).
[24] L’impatto della crisi sull’economia statunitense, la relativa erosione del suo peso nel mondo, gli effetti della decomposizione del suo apparato politico e la tendenza storica a perdere la propria leadership non devono portare a sottovalutare la realtà del potere degli Stati Uniti e la loro capacità di difenderlo a tutti i livelli: “Gli Stati Uniti sfruttano un sistema panottico unico che gli permette di controllare la maggior parte dei centri nevralgici della globalizzazione. 'Globale' rimane l’aggettivo che meglio definisce il suo potere e la sua strategia. Si basa su un sistema di sorveglianza e sul controllo simultaneo di ‘spazi comuni’: mare, aria, spazio e digitale. I primi tre corrispondono ad ambienti fisici distinti innervati dal quarto. Grazie al dollaro e alla legge, garantiti dalla loro schiacciante superiorità militare, gli Stati Uniti conservano un formidabile potere di strutturazione, e quindi di destrutturazione.”, T. Gomart, “Guerre invisibili”, 2021, p. 251.
[25] L’Express, n. 3725
[26] “Dal 2020, le sue esportazioni hanno superato le importazioni e il suo principale fornitore è un paese con il quale dovrebbe mantenere buoni rapporti negli anni a venire, poiché è il Canada (il 51% del petrolio importato proviene dal suo vicino settentrionale). Una garanzia energetica che gli permette di portare avanti una diplomazia offensiva in Ucraina.” (Le Point Géopolitique, Le guerre energetiche, p.7)
[27] “Nella prima metà del 2022, le esportazioni di GNL (per l’insieme dei paesi) sono aumentate del 20% e quasi due terzi sono andate verso l’Europa. L’America ha un potenziale considerevole. In primo luogo perché esiste un consenso politico per andare oltre nel gas di scisto. Poi perché hanno la rete di gasdotti più estesa di tutti i paesi. Infine perché investono enormemente nei terminali di liquefazione. (…) In tutto il Golfo del Messico, a sud della Louisiana, dal Texas alla Florida, si sta scrivendo una rivoluzione del GNL L’America conta attualmente solo 8 terminali di liquefazione, ma 5 sono in costruzione, altri 12 già approvati sono in attesa di autorizzazione e 8 permessi sono in fase di elaborazione.” (L’Express, n. 3725).
[28] “La maggior parte dei Paesi europei ha effettuato commesse. In primis la Germania, che ha annunciato di voler acquistare fino a 35 caccia F35 da Lockheed Martin. La Royal Navy investirà 300 milioni di euro per aumentare le capacità dei suoi missili Tomahawk. I Paesi Bassi hanno messo sul piatto un miliardo di euro per i sistemi di difesa missilistica a medio raggio Patriot. Quest’estate l’Estonia ha ordinato sei sistemi Himars e un missile balistico in grado di raggiungere un obiettivo a quasi 300 km di distanza. Quanto alla Bulgaria, a settembre ha deciso di aumentare ulteriormente la commessa di caccia F16 per un totale di 1,3 miliardi di dollari”. L’Express, n. 3725.
[29] “I capitali stanno abbandonando i mercati emergenti, indebolendo le loro valute. (La moneta ghanese -41%, il dollaro taiwanese -13%, il tugrik mongolo -16%) (...) Undici paesi emergenti rischiano una crisi della bilancia dei pagamenti a causa della stretta monetaria internazionale (Cile, Pakistan, Ungheria, Kenya, Tunisia)”. (Le Monde, 13/10).
[30] Altro ostacolo al commercio internazionale, i dazi doganali sono stati aumentati da molti paesi, compresi gli Stati Uniti. Dal 2010, secondo l’OMC, il valore del commercio mondiale soggetto a tariffe e altre barriere è aumentato da 126 miliardi di dollari a 1,5 trilioni di dollari.
[31] Di fronte alla “fine dell’era liberale della globalizzazione” (Lemaire), anche i datori di lavoro francesi hanno cambiato dottrina… e si battono per un “protezionismo intelligente”. (Les Échos, 23-24/12
[32] Quasi un quarto delle spighe consumate nel continente viene coltivato al di fuori dei confini dell'UE, in particolare in Ucraina, che negli anni è diventata il nostro principale fornitore. Poiché i combattimenti hanno interrotto la semina, quest'anno la produzione del Paese potrebbe essere ridotta di 10-15 milioni di tonnellate.
[33] L’Express, n.3725
[34] “Per Washington, l’Europa non può considerare la Cina come un partner, un concorrente e un rivale allo stesso tempo”. (Bloomberg, 21/11)
[35] “Joe Biden ha firmato lo scorso agosto il Chips and Science Act che prevede di iniettare miliardi di dollari in questo settore, di cui 57 miliardi in prestiti, sussidi e altre misure fiscali con l’obiettivo di incoraggiare i produttori americani di semiconduttori a rafforzare le loro capacità”. (Asyalist)
[36] Gli Stati membri di questo patto sono: Australia, Brunei, India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud, Malesia, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam. Insieme agli Stati Uniti rappresentano il 40% del PIL mondiale.
[37] Le Monde, 17/12
[38] Bloomberg, 21/11
[39] “Secondo uno studio condotto dal Consiglio di Stato cinese lo scorso aprile, il cui testo è stato divulgato al Giappone, queste sanzioni avrebbero un ‘effetto drammatico sulla Cina’, che ‘tornerebbe a un’economia pianificata tagliata fuori dal mondo. Ci sarebbe poi un serio rischio di crisi alimentare’, a causa dei danni che queste sanzioni provocherebbero con l’interruzione delle importazioni di prodotti alimentari essenziali. L’interruzione delle importazioni di soia, in particolare, creerebbe una crisi per le catene alimentari cinesi che dipendono fortemente dalla soia, mentre la riduzione o l’interruzione delle esportazioni avrebbe gravi conseguenze in termini di entrate finanziarie, si legge nel documento di Pechino. La Cina importa il 30% del suo fabbisogno di soia dagli Stati Uniti. Il documento afferma che la produzione cinese di soia copre meno del 20% del fabbisogno del Paese. La soia è essenziale per la produzione di oli commestibili e per l’alimentazione dei suini, che rappresentano il 60% della carne consumata dai cinesi”.
[40] Conflits, n. 41, settembre-ottobre 2022
[41] T. Gomart, “Guerres invisibles”, 2021, p. 242
[42] Lo dimostrano i recenti commenti del Segretario al Tesoro Janet Yellen: “Nel corso del 2022, l’amministrazione Biden ha promosso un piano economico per rafforzare la resistenza degli Stati Uniti alle interruzioni delle forniture, alleggerendo le strozzature nei porti, investendo massicciamente nelle infrastrutture fisiche e costruendo capacità produttive nazionali in settori chiave del 21° secolo come i semiconduttori e le energie rinnovabili. (...) Attraverso un approccio di 'friend-sharing' (“condivisione amichevole"), l’amministrazione Biden intende mantenere l’efficienza del commercio promuovendo al contempo la resilienza economica degli Stati Uniti e dei suoi partner. (...) L’obiettivo dell’approccio ‘friend-sharing’ è quello di approfondire la nostra integrazione economica con un gran numero di partner commerciali fidati sui quali possiamo fare affidamento. (...) Attraverso il Consiglio commerciale e tecnologico UE-USA, stiamo collaborando per creare catene di approvvigionamento sicure nei settori dell’energia solare, dei semiconduttori e dei magneti di terre rare. Gli Stati Uniti stanno creando partenariati simili attraverso l’Indo-Pacific Economic Framework (IPEF) e in America Latina attraverso l’Economic Prosperity Partnership of the Americas. I paesi coinvolti nell’IPEF, che rappresentano il 40% del PIL mondiale, si sono impegnati a coordinare i loro sforzi per diversificare le catene di approvvigionamento. (...) Lo 'friend-sharing' sarà attuato progressivamente. Si stanno già sviluppando nuove catene di approvvigionamento. L’UE sta collaborando con Intel per facilitare un investimento di circa 90 miliardi di dollari nella creazione di un’industria di semiconduttori. Gli Stati Uniti stanno lavorando con i loro partner di fiducia per sviluppare un ecosistema completo di semiconduttori negli Stati Uniti. Stiamo inoltre collaborando con l’Australia per costruire impianti di estrazione e lavorazione delle terre rare in entrambi i nostri paesi”. (Le Monde, 1-2/01/2023)
[43] “La guerra commerciale è uno dei teatri in cui si gioca la rivalità strategica sino-americana, con una conseguenza importante per tutti gli attori: la trasformazione delle interdipendenze in leve di potere (...). Abbandonando il sistema multilaterale che avevano costruito da soli, [gli Stati Uniti] hanno deliberatamente destabilizzato i loro alleati tradizionali, indicando al contempo la volontà di continuare a esercitare il loro potere strutturante. Anche se manterrà le forme del multilateralismo, l’amministrazione Biden le userà per contenere il più possibile l’ascesa al potere della Cina”, T. Gomart, “Invisible Wars”, 2021, p. 112.
[44] Terzo manifesto della CCI: Il capitalismo porta alla distruzione dell’umanità... Solo la rivoluzione proletaria mondiale può porvi fine [29]
[45] Gli anni 20 del 21° secolo: L’accelerazione della decomposizione capitalista pone apertamente la questione della distruzione dell’umanità [30]
[46] Banca mondiale, giugno 2022
[47]Foreign Affairs, in Courrier International 1674
[48] Tesi sulla crisi economica e politica in URSS e nei paesi dell'est [31], Rivista Internazionale n.13, 1990
[49] Nome non ufficiale dato alle misure economiche adottate in Argentina durante la crisi economica del 2001, che limitavano i prelievi di contante e vietavano tutte le rimesse verso l'esterno, per porre fine alla corsa alla liquidità e combattere la fuga di capitali.
[50] Paesi in cui le fabbriche beneficiano di esenzioni dai dazi doganali per poter produrre beni a costi inferiori.
1. Preambolo
Il testo della CCI sulle prospettive che si aprono negli anni 2020[[1]] sostiene che le molteplici contraddizioni e crisi del sistema capitalistico globale - economiche, sanitarie, militari, ecologiche, sociali - si stanno sempre più unendo, interagendo, per creare una sorta di "effetto vortice" che rende la distruzione dell'umanità un risultato sempre più probabile. Questa conclusione è diventata così ovvia che settori significativi della classe dirigente stanno dipingendo un quadro simile. Il Rapporto sullo Sviluppo Umano 2021-22 delle Nazioni Unite aveva già lanciato l'allarme, ma il Rapporto sui “Rischi Globali” del Forum Economico Mondiale (WEF), pubblicato nel gennaio 2023, è ancora più esplicito, parlando della "policrisi" che sta affrontando la civiltà umana: "Mentre entriamo nel 2023, il mondo si trova di fronte a una serie di rischi che sembrano allo stesso tempo totalmente nuovi e stranamente familiari. Abbiamo assistito al ritorno dei 'vecchi' rischi - inflazione, crisi del costo della vita, guerre commerciali, deflussi di capitali dai mercati emergenti, disordini sociali diffusi, scontri geopolitici e lo spettro della guerra nucleare - che pochi leader aziendali e responsabili pubblici di questa generazione hanno sperimentato. Questi fenomeni sono amplificati da sviluppi relativamente nuovi nel panorama dei rischi globali, tra cui livelli di debito insostenibili, una nuova era di bassa crescita, scarsi investimenti globali e deglobalizzazione, un declino dello sviluppo umano dopo decenni di progressi, lo sviluppo rapido e incontrollato di tecnologie a duplice uso (civile e militare) e la crescente pressione degli impatti e delle ambizioni del cambiamento climatico in una finestra di transizione sempre più ristretta verso un mondo a più 1,5°C. Tutti questi elementi stanno convergendo per dare forma a un decennio unico, incerto e turbolento".
Questa è la borghesia che parla onestamente a sé stessa dell'attuale situazione globale, anche se può solo illudersi di poter trovare soluzioni all'interno del sistema esistente. E continuerà a vendere queste illusioni alla popolazione mondiale, con l'aiuto di numerosi partiti politici e campagne di protesta che propongono programmi radicali che non mettono mai in discussione i rapporti sociali capitalistici che hanno dato origine alla catastrofe imminente.
Per noi comunisti, non c'è soluzione senza l'abolizione dei rapporti capitalistici e l'instaurazione di una società comunista su scala globale. E quello che il WEF indica come un altro "rischio" per il periodo a venire - "disordini sociali generalizzati" - costituisce, se si distingue questo termine da tutti i vari movimenti borghesi o interclassisti che vi confluiscono, l'alternativa opposta che l'umanità deve affrontare: la lotta di classe internazionale, che sola può portare al rovesciamento del capitale e all'instaurazione del comunismo.
2. Il quadro storico
La borghesia non è in grado di collocare la "policrisi" nelle insolubili contraddizioni economiche derivanti dalle relazioni sociali antagoniste esistenti, ma ne vede la causa nell'astrazione dell'"attività umana"; né può collocarla in un quadro storico coerente. Per i comunisti, al contrario, la traiettoria catastrofica del capitalismo mondiale è il risultato di oltre un secolo di decadenza di questo modo di produzione.
La guerra del 1914-18 e l'ondata rivoluzionaria che provocò portarono il Primo Congresso dell'Internazionale Comunista a proclamare che il capitalismo aveva raggiunto la sua epoca di "disintegrazione interna", di "guerre e rivoluzioni", offrendo la scelta tra il socialismo e la discesa nella barbarie e nel caos. La sconfitta dei primi tentativi rivoluzionari del proletariato fece sì che gli eventi della fine degli anni Venti, poi degli anni Trenta e Quaranta (la più grande depressione economica della storia del capitalismo, una guerra mondiale ancora più devastante, genocidi sistematici, ecc.), facessero pendere la bilancia verso la barbarie e, dopo la Seconda guerra mondiale, il conflitto tra il blocco americano e quello russo confermò che il capitalismo decadente aveva ormai la capacità di distruggere l'umanità. Ma la decadenza del capitalismo è proseguita attraverso una serie di fasi: il boom economico del dopoguerra, il ritorno della crisi iniziata alla fine degli anni Sessanta e la rinascita della classe operaia internazionale dopo il 1968. Quest'ultima ha posto fine al dominio della controrivoluzione, ostacolando la marcia verso una nuova guerra mondiale e aprendo un nuovo percorso storico verso il confronto di classe, che conteneva il potenziale per la rinascita della prospettiva comunista. Ma l'incapacità della classe operaia nel suo complesso di sviluppare questa prospettiva ha portato a un'impasse di classe che è diventata sempre più evidente negli anni Ottanta. Il crollo del vecchio ordine mondiale imperialista dopo il 1989 ha confermato e accelerato l'apertura di una fase qualitativamente nuova e terminale dell'epoca della decadenza, che chiamiamo decomposizione del capitalismo. Il fatto che questa fase sia caratterizzata da una crescente tendenza al caos nelle relazioni internazionali ha aggiunto un ulteriore ostacolo alla traiettoria verso la guerra mondiale, ma non ha affatto reso più sicuro il futuro della società umana. Nelle nostre Tesi sulla decomposizione [1], pubblicate nel 1990, avevamo previsto che la decomposizione della società borghese avrebbe potuto portare alla distruzione dell'umanità senza una guerra mondiale tra blocchi imperialisti organizzati, attraverso una combinazione di guerre regionali, distruzione ecologica, pandemie e collasso sociale. Avevamo anche previsto che il ciclo di lotte operaie del 1968-89 si stava concludendo e che le condizioni della nuova fase avrebbero comportato grandi difficoltà per la classe operaia.
3. Accelerazione della decomposizione
L'attuale situazione del capitalismo mondiale fornisce una conferma sorprendente di questa previsione. Gli anni 2020 sono iniziati con la pandemia di Covid, seguita nel 2022 dalla guerra in Ucraina. Allo stesso tempo, abbiamo assistito a numerose conferme della crisi ecologica globale (ondate di calore, inondazioni, scioglimento delle calotte polari, inquinamento massiccio dell'aria e degli oceani, ecc.) Dal 2019 stiamo anche vivendo un nuovo precipitare nella crisi economica, con i "rimedi" alla cosiddetta crisi finanziaria del 2008 che hanno rivelato tutti i loro limiti. Ma mentre nei decenni precedenti le classi dirigenti dei principali Paesi erano riuscite in una certa misura a preservare l'economia dall'impatto della decomposizione, ora stiamo assistendo a questo "effetto vortice" in cui tutte le diverse espressioni di una società in decomposizione interagiscono tra loro e accelerano la discesa nella barbarie. Ad esempio, la crisi economica è stata chiaramente aggravata dalla pandemia e dalle serrate, dalla guerra in Ucraina e dal costo crescente dei disastri ecologici; nel frattempo, la guerra in Ucraina avrà gravi implicazioni ecologiche e globali; la competizione per le risorse naturali in via di esaurimento esacerberà ulteriormente le rivalità militari e i disordini sociali. In questa concatenazione di effetti, la guerra imperialista, frutto di scelte deliberate della classe dominante, ha giocato un ruolo centrale, ma anche l'impatto di un disastro "naturale" come il terribile terremoto in Turchia e Siria è stato notevolmente aggravato dal fatto che si è verificato in una regione già paralizzata dalla guerra. Si può anche parlare di corruzione endemica di politici e uomini d'affari, che è un'altra caratteristica del degrado sociale: in Turchia, la sconsiderata ricerca del profitto nell'industria edilizia locale ha portato a non rispettare gli standard di sicurezza che avrebbero potuto ridurre notevolmente il numero di vittime del terremoto. Questa accelerazione e interazione dei fenomeni di decadenza segna una nuova trasformazione della quantità in qualità in questa fase terminale della decadenza, rendendo più chiaro che mai che la continuazione del capitalismo è diventata una minaccia tangibile per la sopravvivenza dell'umanità.
4. Impatto della guerra in Ucraina
Anche la guerra in Ucraina ha una lunga "preistoria". È il culmine dei più importanti sviluppi delle tensioni imperialiste degli ultimi tre decenni, in particolare:
- il crollo del sistema dei blocchi post-1945 alla fine degli anni '80 e l'esplosione del "ciascuno per sé" nelle relazioni inter-imperialiste, che ha causato un significativo declino della leadership globale degli Stati Uniti;
- l'emergere, in questa nuova mischia globale, della Cina come principale sfidante imperialista degli Stati Uniti, con la sua strategia a lungo termine di porre le basi economiche globali per il suo futuro dominio imperialista. La risposta degli Stati Uniti al proprio declino e all'ascesa della Cina non è stata quella di ritirarsi dagli affari mondiali, anzi. Gli Stati Uniti hanno lanciato una propria offensiva volta a limitare l'avanzata della Cina, dal "perno a est" di Obama all'approccio più direttamente militare di Biden, passando per l'enfasi di Trump sulla guerra commerciale (provocazioni intorno a Taiwan, distruzione di palloni spia cinesi, formazione di AUKUS, nuova base statunitense nelle Filippine, ecc.) L'obiettivo di questa offensiva è quello di erigere un muro di fuoco intorno alla Cina, bloccando la sua capacità di svilupparsi come potenza mondiale.
- Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno continuato il loro graduale accerchiamento della Russia attraverso l'espansione della NATO, con l'obiettivo non solo di contenere e indebolire la Russia stessa, ma soprattutto di sabotare la sua alleanza con la Cina. La trappola tesa alla Russia in Ucraina è stata la mossa finale di questa partita a scacchi, che non ha lasciato a Mosca altra scelta se non quella di reagire militarmente, spingendola in una guerra che ha il potenziale di dissanguarla e di minare le sue ambizioni di forza regionale e globale.
All'ombra di queste rivalità imperialiste mondiali, stiamo assistendo alla diffusione e all'intensificazione di altri tipi di conflitto, anch'essi legati alla lotta tra le grandi potenze, ma in modo ancora più caotico. Molte potenze regionali stanno giocando sempre più la loro partita, sia per quanto riguarda la guerra in Ucraina sia per i conflitti nelle loro regioni. Ad esempio, la Turchia, membro della NATO, agisce da "intermediario" per conto della Russia di Putin sulla questione delle forniture di grano, mentre rifornisce l'Ucraina di droni militari e si oppone alla Russia nella "guerra civile" libica; l'Arabia Saudita ha sfidato gli Stati Uniti rifiutandosi di aumentare le sue forniture di petrolio e quindi di abbassare i prezzi mondiali del petrolio; l'India si è rifiutata di rispettare le sanzioni economiche guidate dagli Stati Uniti contro la Russia. Nel frattempo, la guerra in Siria, che è stata a malapena menzionata dai media più importanti dopo l'invasione dell'Ucraina, ha continuato a creare scompiglio, con Turchia, Iran e Israele più o meno direttamente coinvolti nel massacro. Lo Yemen è stato un sanguinoso campo di battaglia tra Iran e Arabia Saudita; l'ingresso di un governo di estrema destra in Israele aggiunge benzina al fuoco del conflitto con l'OLP, Hamas e l'Iran. A seguito di un nuovo vertice USA-Africa, Washington ha annunciato una serie di misure economiche volte esplicitamente a contrastare il crescente coinvolgimento di Russia e Cina nel continente, che continua a soffrire per l'impatto della guerra in Ucraina sulle forniture alimentari e per un intero mosaico di guerre e tensioni regionali (Etiopia-Tigray, Sudan, Libia, Ruanda-Congo, ecc.) che offrono aperture a tutti gli avvoltoi imperialisti regionali e globali. In Estremo Oriente, la Corea del Nord, che è uno dei pochi Paesi a fornire armi direttamente alla Russia, agita la spada contro la Corea del Sud (in particolare con nuovi lanci di missili, che sono anche una provocazione al Giappone). E dietro la Corea del Nord c'è la Cina, che reagisce al crescente accerchiamento degli Stati Uniti.
Un altro obiettivo bellico degli Stati Uniti in Ucraina, in netto contrasto con gli sforzi di Trump per minare l'alleanza NATO, è stato quello di frenare le ambizioni indipendenti dei suoi "alleati" europei, costringendoli a rispettare le sanzioni statunitensi contro la Russia e a continuare ad armare l'Ucraina. Questa politica di riavvicinamento all'alleanza NATO ha avuto un certo successo, con la Gran Bretagna che è stata la più entusiasta sostenitrice dello sforzo bellico dell'Ucraina. Tuttavia, la ricostituzione di un vero blocco controllato dagli Stati Uniti è ancora lontana. Francia e Germania - quest'ultima è quella che ha più da perdere dall'abbandono della sua tradizionale "Ostpolitik", data la sua dipendenza dalle forniture energetiche russe - rimangono incoerenti sulla consegna degli armamenti richiesti da Kiev e hanno perseverato nelle loro "iniziative" diplomatiche verso Russia e Cina. La Cina, da parte sua, ha adottato un atteggiamento molto cauto nei confronti della guerra in Ucraina, svelando di recente il proprio "piano di pace" e astenendosi dal fornire a Mosca gli "aiuti letali" di cui ha disperatamente bisogno.
L'insieme dei fatti - anche a prescindere dalla questione della mobilitazione del proletariato nei Paesi centrali che ciò richiederebbe - conferma quindi l'opinione che non stiamo andando verso la formazione di blocchi imperialisti stabili. Ma questo non diminuisce affatto il pericolo di escalation militari incontrollate, compreso l'uso di armi nucleari. Da quando George Bush senior ha annunciato l'avvento di un "nuovo ordine mondiale" dopo la scomparsa dell'URSS, i tentativi degli Stati Uniti di imporre questo "ordine" li hanno resi la forza più potente per aumentare il disordine e l'instabilità nel mondo. Questa dinamica è stata chiaramente illustrata dal caos da incubo che continua a regnare in Afghanistan e in Iraq dopo le invasioni statunitensi di questi Paesi, ma lo stesso processo è all'opera anche nel conflitto ucraino.
Mettere la Russia con le spalle al muro comporta quindi il rischio di una reazione disperata da parte del regime di Mosca, compreso l'uso di armi nucleari; viceversa, se il regime crolla, potrebbe innescare la disintegrazione della Russia stessa, creando una nuova zona di caos dalle conseguenze più imprevedibili. L'irrazionalità della guerra nella decadenza del capitalismo può essere misurata non solo dai suoi giganteschi costi economici, che superano di gran lunga qualsiasi possibilità di profitto o di ricostruzione a breve termine, ma anche dal brutale crollo degli obiettivi strategico-militari che, nel periodo della decadenza capitalistica, hanno sempre più soppiantato la razionalità economica della guerra.
All'indomani della prima guerra del Golfo, nel nostro testo di orientamento "Militarismo e decomposizione [32]" (Rivista Internazionale n°15, 1990), avevamo previsto il seguente scenario per le relazioni imperialiste in fase di decomposizione:
- “Nel nuovo periodo storico in cui siamo entrati, e gli avvenimenti del Golfo lo confermano, il mondo si presenta con un carattere di instabilità, dove regna la tendenza al 'ciascuno per sé', dove le alleanze tra Stati non avranno più il carattere di stabilità che caratterizzava i blocchi, ma saranno dettati dalla necessità del momento. Un mondo di disordine cruento, di caos sanguinoso nel quale il gendarme americano tenterà di far regnare un minimo di ordine con l'uso sempre più massiccio e brutale della propria potenza militare.”
Come hanno dimostrato le conseguenze delle invasioni dell'Afghanistan e dell'Iraq nei primi anni 2000, l'uso crescente della potenza militare degli Stati Uniti ha reso evidente che, lungi dal raggiungere questo minimo di ordine, "la politica imperialista degli Stati Uniti è diventata uno dei principali fattori di instabilità nel mondo" (Risoluzione sulla situazione internazionale [33] 17° Congresso della CCI, Rivista Internazionale n°29, 2007), e i risultati dell'offensiva statunitense contro la Russia hanno reso ancora più chiaro che 'il poliziotto mondiale' è diventato il principale fattore di intensificazione del caos su scala globale.
5. La crisi economica
La guerra in Ucraina è stata un ulteriore colpo a un'economia capitalista già indebolita e minata dalle sue contraddizioni interne e dalle convulsioni derivanti dalla sua decomposizione. L'economia capitalista era già in preda a un rallentamento, segnato dall'aumento dell'inflazione, dalla crescente pressione sulle valute delle grandi potenze e dalla crescente instabilità finanziaria (che si riflette nello scoppio delle bolle immobiliari in Cina, nelle criptovalute e nella tecnologia). La guerra sta ora aggravando fortemente la crisi economica a tutti i livelli.
La guerra significa l'annientamento economico dell'Ucraina, il grave indebolimento dell'economia russa a causa degli immensi costi della guerra e degli effetti delle sanzioni imposte dalle potenze occidentali. Le sue onde d'urto si fanno sentire in tutto il mondo, alimentando la crisi alimentare e le carestie attraverso l'impennata dei prezzi dei beni di prima necessità e la scarsità di cereali.
La conseguenza più tangibile della guerra in tutto il mondo è l'esplosione delle spese militari, che hanno superato i 2.000 miliardi di dollari. Ogni Paese del mondo è coinvolto nella spirale del riarmo. Le economie sono più che mai soggette alle esigenze della guerra, aumentando la percentuale di ricchezza nazionale destinata alla produzione di strumenti di distruzione.
Il cancro del militarismo comporta la sterilizzazione del capitale e rappresenta un peso schiacciante per il commercio e l'economia nazionale, che porta a chiedere sacrifici sempre maggiori agli sfruttati.
Allo stesso tempo, le più gravi convulsioni finanziarie dalla crisi del 2008, innescate da una serie di fallimenti bancari negli Stati Uniti (tra cui quello della 16esima banca più grande degli USA) e poi del Credit Suisse (la seconda banca del Paese), si stanno diffondendo a livello internazionale, mentre il massiccio intervento delle banche centrali statunitense e svizzera non è riuscito a scongiurare il rischio di contagio ad altri Paesi europei e ad altri settori a rischio, né a evitare che questi fallimenti si trasformassero in una crisi 'sistemica' del credito.
A differenza del 2008, quando il fallimento delle principali banche fu causato dalla loro esposizione ai mutui subprime, questa volta le banche sono minate soprattutto dai loro investimenti a lungo termine in titoli di Stato, che stanno perdendo valore a causa dell'improvviso aumento dei tassi di interesse per combattere l'inflazione. L'attuale instabilità finanziaria, sebbene non sia (ancora) così drammatica come quella del 2008, si sta avvicinando al cuore del sistema finanziario, perché il ricorso al debito pubblico - e in particolare al Tesoro statunitense, al centro di questo sistema - è sempre stato considerato il rifugio più sicuro.
In ogni caso, le crisi finanziarie, a prescindere dalle dinamiche interne e dalle cause immediate, sono sempre, in ultima analisi, una manifestazione della crisi di sovrapproduzione riemersa nel 1967 e ulteriormente aggravata da fattori legati alla decomposizione del capitalismo.
Soprattutto, la guerra rivela il trionfo della mentalità dell'ognuno per sé e il fallimento, se non la fine, di qualsiasi forma di 'governo mondiale' in termini di coordinamento delle economie, di lotta al cambiamento climatico e così via. Questa tendenza all'ognuno per sé nelle relazioni tra gli Stati si è progressivamente accentuata dopo la crisi del 2008 e la guerra in Ucraina ha messo fine a molte delle tendenze economiche, definite "globalizzazione", in atto dagli anni 1990.
Non solo è venuta meno la capacità delle principali potenze capitalistiche di cooperare per contenere l'impatto della crisi economica, ma di fronte al deterioramento della propria economia e all'aggravarsi della crisi globale, e al fine di preservare la propria posizione di prima potenza mondiale, gli Stati Uniti si impegnano sempre più deliberatamente per indebolire i propri concorrenti. Questo rappresenta una rottura aperta con molte delle regole adottate dai governi dopo la crisi del 1929. Apre la strada a una terra incognita sempre più dominata dal caos e dall'imprevedibilità.
Gli Stati Uniti, convinti che la conservazione della loro leadership di fronte all'ascesa al potere della Cina dipenda in larga misura dalla forza della loro economia, che la guerra ha messo in una posizione di forza politica e militare, sono all'offensiva contro i loro rivali anche sul fronte economico. Questa offensiva si sta svolgendo in diverse direzioni. Gli Stati Uniti sono i grandi vincitori della "guerra del gas" lanciata contro la Russia, a scapito degli Stati europei, che sono stati costretti a smettere di importare il gas russo. Avendo raggiunto l'autosufficienza di petrolio e gas grazie a una politica energetica a lungo termine avviata sotto Obama, questa guerra ha confermato la supremazia americana nella sfera strategica dell'energia. Ha messo i suoi rivali sulla difensiva in questo settore: l'Europa ha dovuto accettare la sua dipendenza dal gas naturale liquefatto americano; la Cina, che dipende fortemente dagli idrocarburi importati, è stata indebolita dal fatto che gli Stati Uniti sono ora in grado di controllare le rotte di approvvigionamento della Cina. Gli Stati Uniti hanno ora una capacità senza precedenti di esercitare pressioni sul resto del mondo in questo settore.
Sfruttando il ruolo centrale del dollaro nell'economia globale e la sua posizione di prima potenza economica mondiale, le varie iniziative monetarie, finanziarie e industriali (dai piani di stimolo economico di Trump alle massicce sovvenzioni di Biden per i prodotti 'made in USA', l'Inflation Reduction Act, ecc.) hanno aumentato la 'resilienza' dell'economia statunitense, attirando investimenti di capitale e delocalizzazioni industriali negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti stanno limitando l'impatto dell'attuale rallentamento globale sulla loro economia e rimandano gli effetti peggiori dell'inflazione e della recessione sul resto del mondo.
Inoltre, per garantire il proprio vantaggio tecnologico decisivo, gli Stati Uniti mirano anche a garantire il trasferimento negli Stati Uniti o il controllo internazionale di tecnologie strategiche (semiconduttori) da cui intendono escludere la Cina, minacciando al contempo sanzioni contro qualsiasi rivale del proprio monopolio.
La Germania, in particolare, è un concentrato esplosivo di tutte le contraddizioni di questa situazione senza precedenti. La fine delle forniture di gas russo pone la Germania in una posizione economica e strategica fragile, minacciando la sua competitività e la sua intera industria. La fine del multilateralismo, di cui il capitale tedesco ha beneficiato più di ogni altra nazione (risparmiando l'onere delle spese militari), ha un impatto più diretto sul suo potere economico, che dipende dalle esportazioni. Rischia inoltre di dipendere dagli Stati Uniti per l'approvvigionamento energetico, poiché questi ultimi spingono i loro 'alleati' a partecipare alla guerra economico-strategica contro la Cina e a rinunciare ai loro mercati cinesi. Essendo uno sbocco vitale per il capitale tedesco, la Germania si trova di fronte a un enorme dilemma, condiviso da altre potenze europee, in un momento in cui la stessa UE è minacciata dalla tendenza dei suoi Stati membri ad anteporre i propri interessi nazionali a quelli dell'Unione.
Per quanto riguarda la Cina, mentre due anni fa veniva presentata come il grande vincitore della crisi di Covid, è una delle espressioni più caratteristiche dell'effetto 'vortice'. Già vittima di un rallentamento economico, si trova ora ad affrontare gravi turbolenze.
Dalla fine del 2019, la pandemia, i ripetuti lockdown e lo tsunami di infezioni che hanno seguito l'abbandono della politica 'Zero Covid' hanno continuato a paralizzare l'economia cinese.
La Cina è coinvolta nelle dinamiche globali della crisi, con il suo sistema finanziario minacciato dallo scoppio della bolla immobiliare. Il declino del partner russo e l'interruzione delle vie della seta verso l'Europa a causa di conflitti armati e caos stanno causando danni considerevoli. Le forti pressioni degli Stati Uniti aumentano le sue difficoltà economiche. E di fronte ai suoi problemi economici, sanitari, ecologici e sociali, la debolezza congenita della sua struttura statale stalinista rappresenta un grosso handicap.
Lungi dal poter svolgere il ruolo di locomotiva dell'economia mondiale, la Cina è una bomba a orologeria la cui destabilizzazione avrebbe conseguenze imprevedibili per il capitalismo mondiale.
Le principali aree dell'economia mondiale sono già in recessione o sull'orlo della stessa. Tuttavia, la gravità della "crisi che si sta sviluppando da decenni e che è destinata a diventare la più grave dell'intero periodo di decadenza, la cui importanza storica supererà persino la più grande crisi di quest'epoca, quella iniziata nel 1929"[[2]] non si limita alla portata di questa recessione. La gravità storica della crisi attuale segna un punto avanzato nel processo di 'disintegrazione interna' del capitalismo mondiale, annunciato dall'Internazionale Comunista nel 1919, e che deriva dal contesto generale della fase terminale della decadenza, le cui tendenze principali sono:
- l'accelerazione della decomposizione e la molteplicità dei suoi effetti su un'economia capitalista già degradata;
- l'accelerazione del militarismo su scala globale;
- il forte sviluppo del principio 'ognuno per sé' tra le nazioni, in un contesto di competizione sempre più feroce tra Cina e Stati Uniti per la supremazia mondiale;
- l'abbandono delle regole di cooperazione tra le nazioni per affrontare le contraddizioni e le convulsioni del sistema;
- l'assenza di una forza trainante in grado di rivitalizzare l'economia capitalista;
- la prospettiva di un impoverimento assoluto del proletariato nei Paesi centrali, che è già in corso.
Assistiamo alla coincidenza delle varie espressioni della crisi economica, e soprattutto alla loro interazione nella dinamica del suo sviluppo: l'alta inflazione rende necessario l'aumento dei tassi di interesse, che a loro volta provocano la recessione, a sua volta fonte della crisi finanziaria, che porta a nuove iniezioni di liquidità, e quindi a un indebitamento ancora maggiore, che è già astronomico, e che è un ulteriore fattore di inflazione... Tutto ciò dimostra la bancarotta di questo sistema e la sua incapacità di offrire prospettive all'umanità.
L'economia mondiale si sta dirigendo verso la stagflazione, una situazione caratterizzata dall'impatto della sovrapproduzione e dall'innesco dell'inflazione a causa della crescita della spesa improduttiva (soprattutto quella per gli armamenti, ma anche il costo esorbitante delle devastazioni della decomposizione) e del ricorso alla stampa di moneta per alimentare ulteriormente il debito. In un contesto di caos crescente e di accelerazioni impreviste, la borghesia non fa altro che rivelare la sua impotenza: tutto ciò che fa tende a peggiorare la situazione.
Per il proletariato, l'impennata dell'inflazione e il rifiuto della borghesia di inasprire la 'spirale salari-prezzi' stanno riducendo drasticamente il potere d'acquisto. A ciò si aggiungono i licenziamenti di massa, i drastici tagli ai bilanci sociali e gli attacchi alle pensioni, che lasciano presagire un futuro di povertà, come già avviene nei Paesi periferici. Per settori sempre più ampi del proletariato dei Paesi centrali sarà sempre più difficile trovare casa, riscaldamento, cibo o assistenza sociale.
La borghesia sta affrontando una massiccia carenza di manodopera in diversi settori. Questo fenomeno, le cui dimensioni e il cui impatto sulla produzione sono senza precedenti, sembra essere la cristallizzazione di un insieme di fattori che combinano le contraddizioni interne del capitalismo e gli effetti della sua decomposizione. È il prodotto dell'anarchia del capitalismo, che genera sia sovraccapacità - disoccupazione - sia carenza di manodopera. Altri fattori di questo fenomeno sono la globalizzazione e la crescente frammentazione del mercato mondiale, che ostacolano la disponibilità internazionale di forza lavoro; fattori demografici come il calo delle nascite e l'invecchiamento della popolazione, che limitano il numero di lavoratori disponibili per lo sfruttamento, e la relativa mancanza di una forza lavoro sufficientemente qualificata, nonostante le politiche di immigrazione selettiva attuate da molti Paesi. A ciò si aggiunge la fuga dei lavoratori dai settori in cui le condizioni di lavoro sono diventate insopportabili.
6. La distruzione della natura
La guerra in Ucraina è anche una dimostrazione lampante di come la guerra possa accelerare ulteriormente la crisi ecologica che si è accumulata durante tutto il periodo della decadenza, ma che aveva già raggiunto nuovi livelli nei primi decenni della fase terminale del capitalismo. La devastazione di edifici, infrastrutture, tecnologie e altre risorse è un enorme spreco di energia, e la loro ricostruzione genererà ancora più emissioni di carbonio. L'uso indiscriminato di armi altamente distruttive provoca l'inquinamento del suolo, dell'acqua e dell'aria, con la minaccia sempre presente che l'intera regione possa tornare a essere una fonte di radiazioni atomiche, sia a causa del bombardamento di centrali nucleari sia per l'uso deliberato di armi nucleari. Ma la guerra ha anche un impatto ecologico a livello mondiale, in quanto ha reso ancora più difficile il raggiungimento degli obiettivi globali di limitazione delle emissioni, con ogni Paese sempre più preoccupato della propria 'sicurezza energetica', che in genere significa una maggiore dipendenza dai combustibili fossili.
Così come la crisi ecologica è un fattore dell''effetto vortice', essa sta anche generando i propri 'anelli di retroazione' che stanno già accelerando il processo di riscaldamento globale. Ad esempio, lo scioglimento delle calotte polari non solo contiene i pericoli legati all'innalzamento del livello del mare, ma sta diventando esso stesso un fattore di aumento della temperatura globale, poiché la perdita di ghiaccio comporta una minore capacità di riflettere l'energia solare nell'atmosfera. Allo stesso modo, lo scioglimento del permafrost in Siberia libererà un'enorme riserva di metano, un potente gas serra. L'aggravarsi degli effetti combinati del riscaldamento globale (inondazioni, incendi, siccità, erosione del suolo, ecc.) sta già rendendo inabitabili sempre più regioni del pianeta, aggravando ulteriormente il problema mondiale dei rifugiati, già alimentato dalla persistenza e dalla diffusione dei conflitti imperialisti.
Come spiegavano Marx e Luxemburg, l'incessante ricerca di mercati e materie prime ha spinto il capitalismo a invadere e occupare l'intero pianeta, distruggendo le aree 'selvagge' rimaste o assoggettandole alla legge del profitto. Questo processo è inseparabile dalla generazione di malattie zoonotiche come il Covid, che pone le basi per future pandemie.
La classe dominante è sempre più consapevole dei pericoli posti dalla crisi ecologica, tanto più che tutto ciò ha un enorme costo economico, ma le recenti conferenze sull'ambiente hanno confermato la fondamentale incapacità della classe dominante di affrontare la situazione, dato che il capitalismo non può esistere senza la competizione tra gli Stati nazionali e a causa delle esigenze della 'crescita'. Una parte della borghesia, come un'ala significativa del Partito Repubblicano negli Stati Uniti, la cui ideologia è alimentata dalla profonda irrazionalità tipica della fase finale del capitalismo, si ostina a negare la scienza del clima, ma come dimostrano i rapporti del WEF e delle Nazioni Unite, le fazioni più intelligenti sono ben consapevoli della gravità della situazione. Ma le soluzioni che propongono non riescono mai ad andare alla radice del problema e anzi si affidano a soluzioni tecniche altrettanto tossiche della tecnologia esistente (come nel caso dei veicoli elettrici 'puliti' le cui batterie al litio si basano su vasti progetti minerari altamente inquinanti) o comportano ulteriori attacchi alle condizioni di vita della classe operaia. Così, l'idea di un'economia 'post-crescita' in cui uno Stato 'benevolo' e 'veramente democratico' presieda a tutti i rapporti fondamentali del capitalismo (lavoro salariato, produzione generalizzata di merci) non solo è un'assurdità logica - poiché sono proprio questi rapporti a sostenere la necessità di un'accumulazione senza fine - ma implicherebbe anche feroci misure di austerità, giustificate dallo slogan 'consumare meno'. E mentre l'ala più radicale dei movimenti 'verdi' (Friday for Future, Extinction Rebellion, ecc.) critica sempre più il 'bla-bla' delle conferenze governative sull'ambiente, i loro appelli all'azione diretta da parte di 'cittadini' preoccupati non possono che oscurare la necessità che i lavoratori combattano questo sistema sul proprio terreno di classe e riconoscano che un vero 'cambiamento di sistema' può avvenire solo attraverso la rivoluzione proletaria. In un momento in cui i disastri ecologici si susseguono sempre più rapidamente, la borghesia non mancherà di utilizzare forme di protesta come false alternative alla lotta di classe, che sola può sviluppare la prospettiva di un rapporto radicalmente nuovo tra l'umanità e il suo ambiente naturale.
7. L'instabilità politica della classe dirigente
Nel 1990, le Tesi sulla decomposizione hanno evidenziato la crescente tendenza della classe dirigente a perdere il controllo del proprio gioco politico. L'ascesa del populismo, alimentata dalla totale mancanza di prospettiva offerta dal capitalismo e dallo sviluppo del “ciascuno per sé” a livello internazionale, è probabilmente l'espressione più chiara di questa perdita di controllo, e questa tendenza è continuata nonostante le contromosse di altre fazioni più 'responsabili' della borghesia (ad esempio, la sostituzione di Trump e la rapida estromissione di Truss nel Regno Unito). Negli Stati Uniti, Trump sta ancora preparando una nuova candidatura presidenziale che, in caso di successo, metterebbe seriamente a repentaglio gli attuali indirizzi di politica estera del governo statunitense; in Gran Bretagna, il classico Paese con un governo parlamentare stabile, abbiamo assistito a un susseguirsi di quattro primi ministri Tory, che esprimono profonde divisioni all'interno del partito Tory nel suo complesso, e ancora una volta sono stati guidati principalmente dalle forze populiste che hanno spinto il Paese nel fiasco della Brexit; lontano dai centri storici del sistema, demagoghi nazionalisti come Erdogan e Modi continuano ad agire come cani sciolti impedendo la formazione di una solida alleanza dietro gli Stati Uniti nel conflitto con la Russia. Anche in Israele Netanyahu è risorto da quella che sembrava la sua tomba politica, sostenuto da forze ultrareligiose e apertamente annessioniste, e i suoi sforzi per subordinare la Corte Suprema al suo governo hanno provocato un vasto movimento di protesta, interamente dominato da appelli alla difesa della 'democrazia'.
L'assalto al Campidoglio da parte dei sostenitori di Trump il 6 gennaio ha evidenziato come le divisioni all'interno della classe dirigente, anche nel Paese più potente del pianeta, si stiano approfondendo e rischino di degenerare in scontri violenti e persino in una guerra civile. L'elezione di Lula in Brasile ha visto le forze bolsonariste tentare una propria versione del 6 gennaio, mentre in Russia l'opposizione a Putin all'interno della classe dirigente è sempre più evidente, in particolare da parte di gruppi ultranazionalisti insoddisfatti del modo in cui si sta svolgendo l'attuale 'operazione militare speciale' in Ucraina. Le voci di colpi di Stato militari abbondano; e sebbene Putin stesso si stia adattando alle pressioni della destra minacciando costantemente di inasprire la 'guerra con l'Occidente', la sostituzione di Putin con una banda rivale sarebbe tutt'altro che un processo pacifico. Infine, anche in Cina le divisioni all'interno della borghesia si fanno più evidenti, in particolare tra la fazione che ruota attorno a Xi Jinping, favorevole a un maggiore controllo dello Stato centrale sull'economia nel suo complesso, e i rivali più legati alle possibilità di sviluppo del capitale privato e degli investimenti esteri. Mentre il regno della fazione di Xi sembrava inattaccabile al Congresso del Partito dell'ottobre 2022, la sua disastrosa gestione della crisi del Covid, l'aggravarsi della crisi economica e i gravi dilemmi creati dalla guerra in Ucraina hanno rivelato le reali debolezze della classe dirigente cinese, appesantita da un rigido apparato stalinista che non ha i mezzi per adattarsi ai principali problemi sociali ed economici.
Tuttavia, queste divisioni non mettono fine alla capacità della classe dirigente di rivolgere gli effetti della decomposizione contro la classe operaia o, di fronte all'insorgere della lotta di classe, di mettere temporaneamente da parte le sue divisioni per affrontare il suo nemico mortale. E anche quando la borghesia non è in grado di controllare le sue divisioni interne, la classe operaia è costantemente minacciata dal pericolo di essere mobilitata dietro le fazioni rivali del suo nemico di classe.
8. La rottura con 30 anni di arretramento e disorientamento della lotta di classe
La rinascita della combattività operaia in diversi Paesi è un evento storico importante, che non è il risultato delle sole circostanze locali e non può essere spiegato da condizioni puramente nazionali.
Alla base di questa rinascita ci sono le lotte che si stanno svolgendo in Gran Bretagna dall'estate del 2022, che hanno un significato che va al di là del solo contesto britannico; la reazione dei lavoratori in Gran Bretagna getta luce su quelle che si svolgono altrove e conferisce loro un nuovo e particolare significato nella situazione. Il fatto che le lotte attuali siano state avviate da una frazione del proletariato che ha sofferto maggiormente dell'arretramento generale della lotta di classe dalla fine degli anni '80 è profondamente significativo: così come la sconfitta in Gran Bretagna nel 1985 ha preannunciato l'arretramento generale della fine degli anni '80, il ritorno degli scioperi e della combattività operaia in Gran Bretagna rivela l'esistenza di una corrente profonda all'interno del proletariato di tutto il mondo. Di fronte all'aggravarsi della crisi economica mondiale, la classe operaia sta iniziando a sviluppare la sua risposta all'inesorabile deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro in un unico movimento internazionale. Questa analisi si applica anche alla massiccia mobilitazione di tre mesi della classe operaia in Francia di fronte all'attacco del governo alle pensioni. Per diversi decenni, i lavoratori di questo Paese sono stati tra i più combattivi al mondo, ma le loro mobilitazioni all'inizio del 2023 non sono semplicemente una continuazione delle importanti lotte del periodo precedente; la portata di queste mobilitazioni si spiega anche, e fondamentalmente, con il fatto che sono parte di una combattività che anima il proletariato di molti Paesi.
Le attuali lotte operaie in Europa confermano che la classe operaia non è stata sconfitta e conserva il suo potenziale. Il fatto che i sindacati controllino questi movimenti senza essere messi in discussione non deve minimizzare o relativizzare la loro importanza. Al contrario, l'atteggiamento della classe dominante, che da tempo si prepara alla prospettiva di un rinnovamento delle lotte operaie, testimonia il loro potenziale: i sindacati erano pronti in anticipo ad adottare una posizione 'combattiva' e a mettersi alla testa del movimento per svolgere appieno il loro ruolo di guardiani dell'ordine capitalistico.
Guidati da una nuova generazione di lavoratori, la portata e la simultaneità di questi movimenti testimoniano un vero e proprio cambiamento di mentalità nella classe e la rottura con la passività e il disorientamento che hanno prevalso dalla fine degli anni Ottanta a oggi.
Di fronte alla prova della guerra, non ci si poteva aspettare una risposta diretta da parte della classe operaia. La storia dimostra che la classe operaia non si mobilita direttamente contro la guerra, ma contro i suoi effetti sulla vita nelle retrovie. La rarità delle mobilitazioni pacifiste organizzate dalla borghesia non significa che il proletariato sostenga la guerra, ma dimostra l'efficacia della campagna per la 'difesa dell'Ucraina contro l'aggressore russo'. Tuttavia, non si tratta solo di una non adesione passiva. Non solo la classe operaia dei Paesi centrali non è ancora disposta ad accettare il supremo sacrificio della morte, ma rifiuta anche il sacrificio delle condizioni di vita e di lavoro richiesto dalla guerra.
Le lotte attuali sono proprio la risposta dei lavoratori a questa situazione; sono l'unica risposta possibile e contengono le premesse per il futuro, ma allo stesso tempo dimostrano che la classe operaia non è ancora in grado di stabilire un legame tra la guerra e il degrado delle sue condizioni.
La CCI ha sempre insistito sul fatto che, nonostante i colpi inferti alla coscienza di classe, nonostante il suo declino negli ultimi decenni:
- il proletariato dei Paesi centrali ha conservato enormi riserve di spirito combattivo che finora non sono state messe decisamente alla prova;
- lo sviluppo di una resistenza aperta agli attacchi del capitale costituisce più che mai, nella situazione attuale, la condizione più cruciale perché il proletariato recuperi la sua identità di classe come punto di partenza di una più generale evoluzione della coscienza di classe.
Finora, le espressioni di combattività che si sono manifestate sembrano aver avuto "pochissima eco nel resto della classe: il fenomeno delle lotte in un paese che 'rispondono' ai movimenti altrove sembra essere quasi inesistente. Per la classe nel suo complesso, la natura frammentata e non collegata delle lotte fa poco, almeno in superficie, per rafforzare o piuttosto ripristinare la fiducia in se stesso del proletariato, la sua coscienza di essere una forza distinta nella società, una classe internazionale con il potenziale per sfidare l'ordine esistente"[[3]].
Oggi, la combinazione tra il ritorno della combattività operaia e l'aggravarsi della crisi economica mondiale (rispetto al 1968 o al 2008), che non risparmierà nessuna parte del proletariato e le colpirà tutte contemporaneamente, sta oggettivamente cambiando le basi della lotta di classe.
L'aggravarsi della crisi e l'intensificarsi dell'economia di guerra non possono che continuare su scala globale, e ovunque questo non può che generare una crescente combattività. L'inflazione avrà un ruolo particolare in questo sviluppo della combattività e della coscienza. Colpendo tutti i Paesi e tutta la classe operaia, l'inflazione spinge il proletariato alla lotta. Poiché non è un attacco che la borghesia può preparare e alla fine ritirare, ma un prodotto del capitalismo, implica una lotta e una riflessione più profonda.
La ripresa delle lotte conferma la posizione della CCI secondo cui la crisi rimane il miglior alleato del proletariato:
"l'inesorabile aggravarsi della crisi capitalistica costituisce lo stimolo essenziale per la lotta di classe e lo sviluppo della coscienza, il presupposto per la sua capacità di resistere al veleno distillato dal marciume sociale. Infatti, se le lotte parziali contro gli effetti della decomposizione non hanno alcuna base per l'unificazione della classe, la sua lotta contro gli effetti diretti della crisi costituisce tuttavia la base per lo sviluppo della sua forza e della sua unità di classe". (Tesi sulla decomposizione [1] , Rivista Internazionale n°14). Questo sviluppo delle lotte non è un fuoco di paglia, ma ha un futuro. Indica un processo di rinascita della classe dopo anni di riflusso e contiene il potenziale per il recupero dell'identità di classe, della classe che riprende coscienza di ciò che è, del potere che ha quando entra in lotta.
Tutto indica che questo movimento di classe, nato in Europa, può durare a lungo e si ripeterà in altre parti del mondo. Si sta aprendo una nuova situazione per la lotta di classe.
Di fronte al pericolo di distruzione contenuto nella decomposizione del capitalismo, queste lotte dimostrano che la prospettiva storica rimane totalmente aperta: "Questi primi passi saranno spesso esitanti e pieni di debolezze, ma sono essenziali se la classe operaia vuole riaffermare la sua capacità storica di imporre la sua prospettiva comunista. Così, i due poli alternativi della prospettiva si confronteranno globalmente: la distruzione dell'umanità o la rivoluzione comunista, anche se quest'ultima alternativa è ancora molto lontana e incontra enormi ostacoli"[[4]].
Sebbene il contesto stesso della decomposizione rappresenti un ostacolo allo sviluppo delle lotte e alla riconquista della fiducia da parte del proletariato, sebbene la decomposizione abbia fatto progressi spaventosi, sebbene il tempo non sia più dalla sua parte, la classe è riuscita a riprendere la lotta. Il periodo recente ha confermato in modo eclatante la nostra previsione contenuta nella Risoluzione sulla situazione internazionale del 24° Congresso internazionale:
- "Come abbiamo già ricordato, la fase di decomposizione contiene effettivamente il pericolo che il proletariato non riesca a reagire e che venga soffocato per un lungo periodo - una 'morte da mille ferite' piuttosto che uno scontro frontale di classe. Tuttavia, affermiamo che ci sono ancora prove sufficienti per dimostrare che, nonostante l'innegabile avanzamento della decomposizione, nonostante il fatto che il tempo non sia più dalla parte della classe operaia, il potenziale per una profonda rinascita proletaria - che porti a una riunificazione tra la dimensione economica e quella politica della lotta di classe - non è scomparso"[[5]].
La lotta stessa è la prima vittoria del proletariato, rivelatrice in particolare:
- La strada per il recupero dell'identità di classe. Mentre il fragile riemergere della lotta di classe (USA 2018, Francia 2019) è stato in gran parte bloccato dalla pandemia e dalle serrate, questi eventi hanno rivelato la condizione della classe operaia, come principale vittima della crisi sanitaria ma anche come fonte di tutto il lavoro e di tutta la produzione materiale di beni essenziali. I lavoratori sono ora impegnati in un'esperienza collettiva di lotta in cui si cerca l'unità e l'inizio della solidarietà tra diversi settori della classe, tra 'colletti blu' e 'colletti bianchi', tra generazioni. La sensazione di essere tutti sulla stessa barca permetterà alla classe operaia di riconoscersi come forza sociale unita dalle stesse condizioni di sfruttamento. Il recupero dell'identità di classe del proletariato è inseparabile da questi primi passi verso il riconoscimento di sé stesso e della sua forza; esso implica anche l'identificazione del suo antagonismo di classe, al di là di ogni particolare datore di lavoro o governo. Questa ripresa del confronto di classe pone le basi per una più consapevole politicizzazione della lotta, un processo lungo e tortuoso che è appena iniziato.
- Una progressione nella maturazione sotterranea della coscienza, che si è sviluppata in un periodo piuttosto lungo e a diversi livelli: negli strati più ampi della classe, la maturazione sotterranea ha assunto dapprima la forma di una perdita di illusione nella capacità del capitalismo di offrire un futuro, una consapevolezza che la situazione può solo peggiorare, che l'intera dinamica del capitalismo sta spingendo la società verso il muro, e soprattutto una profonda rivolta contro le condizioni di sfruttamento, riassunta nello slogan 'quando è troppo è troppo'. In un settore più ristretto della classe, c'è stata una riflessione sulle lotte passate e una ricerca di lezioni su come rafforzare la lotta e creare un efficace equilibrio di potere contro lo Stato. Infine, "in una frazione della classe, di dimensioni ancora più limitate, ma destinata a crescere con l'avanzare della lotta, ciò assume la forma di una difesa esplicita del programma comunista, e quindi del raggruppamento in un'avanguardia marxista organizzata"[[6]]. Ciò si è concretizzato nella comparsa di minoranze interessate alle posizioni politiche della sinistra comunista.
È stata la progressiva perdita dell'identità di classe a permettere alla borghesia di sterilizzare o recuperare i due più grandi momenti di lotta proletaria dagli anni 1980 (il movimento contro il Contratto di primo impiego – CPE - in Francia nel 2006 e gli Indignados in Spagna nel 2011), perché i protagonisti sono stati privati di questa base cruciale per lo sviluppo più generale della coscienza. Oggi, la tendenza a recuperare l'identità di classe e l'evoluzione della maturazione sotterranea esprimono il cambiamento più importante a livello soggettivo, rivelando il potenziale per il futuro sviluppo della lotta proletaria. Poiché essa significa la coscienza di formare una classe unita da interessi comuni, opposti a quelli della borghesia, poiché significa la "costituzione del proletariato come classe" (Manifesto), l'identità di classe è una parte inseparabile della coscienza di classe, per l'affermazione dell'essere rivoluzionario consapevole del proletariato. Senza di essa, è impossibile per la classe relazionarsi con la sua storia per imparare le lezioni delle lotte passate e quindi impegnarsi nelle lotte presenti e future. L'identità e la coscienza di classe possono essere rafforzate solo dallo sviluppo della lotta autonoma della classe sul proprio terreno.
Il risveglio della combattività di classe e la maturazione sotterranea della coscienza esigono che i sindacati, gli organi statali specializzati nel controllo delle lotte operaie, e le organizzazioni politiche di sinistra, i falsi amici borghesi della classe operaia, si mettano in prima linea contro la lotta di classe.
L'attuale efficacia del controllo sindacale si basa sulle debolezze derivanti dalla decomposizione, debolezze sfruttate politicamente dalla borghesia, e dall'arretramento della coscienza che dura da diversi decenni e che ha portato al "ritorno in forze dei sindacati" e al rafforzamento dell'"ideologia riformista sulle lotte del periodo a venire, facilitando enormemente il lavoro dei sindacati" (Tesi sulla crisi economica e politica in URSS e nei Paesi dell'est [31]).
In particolare, il peso dell'atomizzazione, la mancanza di prospettiva, la debolezza dell'identità di classe, la perdita delle conquiste e delle lezioni apprese dagli scontri passati con i sindacati sono alla base dell'influenza estremamente importante del corporativismo. Questa debolezza permette ai sindacati di mantenere una potente influenza sulla classe.
Sebbene non siano ancora minacciati da una messa in discussione di questo controllo della lotta, i sindacati sono stati costretti ad adattarsi alle lotte attuali, per svolgere meglio il loro solito lavoro di divisione, utilizzando un linguaggio più 'combattivo', più 'operaio', presentandosi come artigiani dell'unità di classe, per sabotarla meglio.
Allo stesso tempo, le varie organizzazioni di sinistra (e la sinistra in generale) lavorano all'interno e all'esterno dei sindacati e danno loro un forte sostegno. In quanto difensori delle più sofisticate mistificazioni antioperaie sotto una veste radicale, la loro funzione è anche quella di catturare le minoranze in cerca di posizioni di classe.
La costante difesa della 'democrazia' e degli interessi del 'popolo' mira a nascondere l'esistenza di antagonismi di classe, ad alimentare la menzogna dello Stato protettore e ad attaccare l'identità della classe proletaria, riducendo la classe operaia a una massa di cittadini o a 'settori' di attività separati da interessi particolari.
Di fronte ai movimenti delle classi non sfruttatrici o della piccola borghesia polverizzata dalla crisi economica, il proletariato deve diffidare delle rivolte 'popolari' o delle lotte interclassiste che annegano i propri interessi nella somma indifferenziata degli interessi del 'popolo'. Deve porsi con decisione sul terreno della difesa delle proprie rivendicazioni e della propria autonomia di classe, condizione per lo sviluppo della propria forza e della propria lotta.
Deve anche respingere le trappole tese dalla borghesia con lotte di settore (per salvare l'ambiente, contro l'oppressione razziale, il femminismo, ecc.) che la distolgono dal proprio terreno di classe. Una delle armi più efficaci della classe dominante è la sua capacità di rivolgere gli effetti della decomposizione contro la classe operaia e di incoraggiare le ideologie decomposte della piccola borghesia. Sul terreno della decomposizione, dell'irrazionalità, del nichilismo e del 'no-future' proliferano correnti ideologiche di ogni tipo. Il loro ruolo centrale è quello di trasformare ogni aspetto ripugnante del sistema capitalistico decadente in una causa specifica di lotta, raccolta da diversi settori della popolazione o talvolta dal 'popolo', ma sempre separata da una vera e propria messa in discussione del sistema nel suo complesso.
Tutte queste ideologie (ecologiste, 'wokiste', razziste, ecc.) che negano la lotta di classe o che, come quelle che sostengono l''intersezionalità', mettono la lotta di classe sullo stesso piano della lotta contro il razzismo o il machismo, rappresentano un pericolo per la classe, in particolare per la giovane generazione di lavoratori inesperti che sono profondamente rivoltati dallo stato della società. A questo livello, queste ideologie sono integrate dalla panoplia di sinistra e modernisti ('comunizzatori') il cui ruolo è quello di sterilizzare gli sforzi del proletariato per sviluppare la coscienza di classe e di allontanare i lavoratori dalla lotta di classe.
Se la lotta di classe è per sua natura internazionale, la classe operaia è allo stesso tempo una classe eterogenea che deve forgiare la propria unità attraverso la lotta. In questo processo, è il proletariato dei Paesi centrali che ha la responsabilità di aprire la porta della rivoluzione al proletariato mondiale.
Nei Paesi di più recente sviluppo, come la Cina, l'India, ecc. anche se la classe operaia si è dimostrata molto combattiva e nonostante la sua importanza in termini quantitativi, queste frazioni del proletariato, a causa della loro mancanza di esperienza storica, sono particolarmente vulnerabili alle trappole ideologiche e alle mistificazioni della classe dominante. Le loro lotte sono facilmente ridotte all'impotenza o deviate in vicoli ciechi borghesi (richieste di maggiore democrazia, libertà, uguaglianza, ecc.) o completamente diluite in movimenti interclassisti dominati da altri strati sociali.
Come ha dimostrato la primavera araba del 2011: la lotta molto reale dei lavoratori in Egitto è stata rapidamente diluita nel 'popolo', per poi essere trascinata dietro le fazioni della classe dominante sul terreno borghese di 'più democrazia'. Oppure l'enorme movimento di protesta in Iran, dove, in assenza di una chiara prospettiva rivoluzionaria difesa dalle frazioni più esperte del proletariato mondiale dell'Europa occidentale, le numerose lotte operaie del Paese possono solo essere annegate nel movimento popolare e deviate dal loro terreno di classe dietro lo slogan dei diritti delle donne.
Negli Stati Uniti, pur segnati da debolezze legate al fatto che la classe di questo paese non si è confrontata direttamente con la controrivoluzione e che non ha una profonda tradizione rivoluzionaria, il proletariato della prima potenza mondiale, nonostante i numerosi ostacoli generati dalla decomposizione di cui gli Stati Uniti sono diventati l'epicentro (il peso delle divisioni razziali e del populismo, tutta l'atmosfera di quasi-guerra civile tra populisti e democratici, l'impasse dei movimenti che lavorano sul terreno borghese come Black Lives Matter) mostra la capacità di sviluppare le sue lotte (durante la pandemia, durante lo 'Striketober' del 2021) sul suo terreno di classe. Il proletariato americano sta dimostrando, in una situazione politica molto difficile, di iniziare a rispondere agli effetti della crisi economica.
La chiave del futuro rivoluzionario del proletariato rimane nelle mani della sua frazione nei paesi centrali del capitalismo. Solo il proletariato dei vecchi centri industriali dell'Europa occidentale costituisce il punto di partenza della futura rivoluzione mondiale:
- Perché è la sede delle più importanti esperienze rivoluzionarie della classe operaia, dalle prime battaglie del 1848 alla Comune di Parigi del 1871, fino alla rivoluzione in Germania del 1918-19;
- Perché è stata la più temprata dal confronto con le più sofisticate mistificazioni borghesi della democrazia, delle elezioni e dei sindacati.
- Perché si è confrontata anche con la controrivoluzione nelle varie forme assunte dalla dittatura della classe dominante: democrazia borghese, stalinismo e fascismo.
- Perché la questione dell'internazionalizzazione della lotta di classe è immediatamente sollevata dalla vicinanza delle nazioni più potenti d'Europa;
- Perché i gruppi politici della sinistra comunista, sebbene ancora molto minoritari e deboli, sono presenti.
9. La responsabilità dei rivoluzionari
Di fronte al crescente confronto tra i due poli dell'alternativa - la distruzione dell'umanità o la rivoluzione comunista - le organizzazioni rivoluzionarie della sinistra comunista, e la CCI in particolare, hanno un ruolo insostituibile da svolgere nello sviluppo della coscienza di classe, e devono dedicare le loro energie al lavoro permanente di approfondimento teorico, a proporre un'analisi chiara della situazione mondiale e a intervenire nelle lotte della nostra classe per difendere la necessità dell'autonomia, dell'autorganizzazione e dell'unificazione della classe e dello sviluppo della prospettiva rivoluzionaria.
Questo lavoro può essere svolto solo sulla base di una paziente costruzione organizzativa, gettando le basi per il partito mondiale di domani. Tutti questi compiti richiedono una lotta militante contro tutte le influenze dell'ideologia borghese e piccolo-borghese nell'ambiente della sinistra comunista e nello stesso CCI. Nell'attuale congiuntura, i gruppi della sinistra comunista si trovano di fronte al pericolo di una vera e propria crisi: con poche eccezioni, non sono stati in grado di unirsi in difesa dell'internazionalismo di fronte alla guerra imperialista in Ucraina e sono sempre più aperti alla penetrazione dell'opportunismo e del parassitismo. La rigorosa adesione al metodo marxista e ai principi proletari è l'unica risposta a questi pericoli.
Maggio 2023
[1] L'accelerazione della decomposizione capitalista pone apertamente la questione della distruzione dell'umanità [30]
[2]Risoluzione-sulla-situazione-internazionale-2021 [20] Rivista Internazionale n° 36
[3] Il concetto di corso storico nel movimento rivoluzionario [34] Revue Internationale n° 107 - 4° trimestre 2001
[4] L'accelerazione della decomposizione capitalista pone apertamente la questione della distruzione dell'umanità [30]
[5]risoluzione-sulla-situazione-internazionale-2021 [20] Rivista Internazionale n°36
[6] Risposta alla CWO: sulla maturazione sotterranea della coscienza di classe [26] Revue Internationale n°43
Avere un'analisi precisa della situazione storica e delle prospettive che ne derivano è una delle principali responsabilità delle organizzazioni rivoluzionarie, per fornire un quadro solido al loro intervento nella classe e per proporre alla classe orientamenti precisi per comprendere le dinamiche del capitalismo o le azioni e le manovre della borghesia. Purtroppo, i gruppi dell'ambiente politico proletario nel loro insieme rimangono largamente al di sotto di questa necessità: o perché rimangono ancorati a schemi del passato applicati meccanicamente, senza sottoporli a critica, anche se non si attengono più alla realtà storica (gruppi bordighisti); o perché il loro opportunismo li porta a privilegiare un approccio immediato ed empirista che mira a un illusorio successo immediato, piuttosto che fare lo sforzo di verificare la solidità e la pertinenza delle loro analisi (la Tendenza Comunista Internazionalista - TCI)[1].
Da parte sua, la CCI, fedele alla tradizione del movimento operaio e al metodo marxista, ha sempre sottoposto il suo quadro di analisi a un esame critico per verificare se resta valido o se, al contrario, debba essere modificato o addirittura rivisto. In linea con questo approccio, il presente rapporto prende le mosse dalla Risoluzione sulla situazione internazionale del 24° Congresso della CCI [20][2] che evidenziava la marcata accelerazione della decomposizione che si stava allora manifestando con le devastazioni della pandemia e il suo impatto sulle basi economiche del sistema, dando così concretezza all'alternativa "socialismo o barbarie" avanzata dalla Terza Internazionale. Ma, "Contrariamente a una situazione, tipo anni ’30, in cui la borghesia è capace di mobilitare la società per la guerra, il ritmo esatto e le forme della dinamica del capitalismo in decomposizione verso la distruzione dell’umanità sono più difficili da prevedere perché essi sono il prodotto della convergenza di diversi fattori, di cui alcuni possono essere parzialmente nascosti” (punto 10). Diverse osservazioni hanno sottolineato questa accelerazione della decomposizione sul piano degli scontri imperialisti:
- Un'intensificazione dello sviluppo del militarismo, che era già diventato lo stile di vita del capitalismo nella sua fase decadente. Così, i "massacri di innumerevoli piccole guerre" fanno precipitare il capitalismo "in un ciascuno per sé imperialista sempre più irrazionale" (punto 11), mentre allo stesso tempo si assiste a un inasprimento dei conflitti tra le potenze mondiali. "In questo panorama caotico non c’è alcun dubbio che il confronto crescente tra gli Stati Uniti e la Cina tende ad essere in primo piano" (punto 12). Mentre la rivalità tra Stati Uniti e Cina tende a inasprirsi, la nuova amministrazione Biden ha annunciato che "non si farà prendere in giro" dalla Russia (punto 11).
- La politica aggressiva degli Stati Uniti che, di fronte al declino della loro egemonia, non esitano a usare "la capacità di agire da soli per difendere i loro interessi". Tuttavia, "il prosieguo del ciascuno per sé renderà sempre più difficile, se non impossibile, agli Stati Uniti di imporre la propria leadership, a conferma delle caratteristiche disgregatrici della decomposizione" (punto 11).
- “La crescita straordinaria della Cina è essa stessa un prodotto della decomposizione [...]. Il controllo totalitario dell’insieme del corpo sociale, l’inasprimento repressivo a cui si dedica la frazione stalinista di Xi Jinping non rappresentano una espressione di forza ma al contrario una manifestazione di debolezza dello Stato" (punto 9).
- L'aumento delle tensioni "non significa che stiamo andando verso la formazione di blocchi stabili e una guerra mondiale generalizzata" (punto 12). Peraltro, non stiamo vivendo "in un'era di più grande sicurezza rispetto all'epoca della guerra fredda [...]. Al contrario, se la fase di decomposizione è marcata da una perdita di controllo crescente da parte della borghesia, questo riguarda anche gli enormi mezzi di distruzione – nucleari, convenzionali, biologici e chimici – che sono stati accumulati dalla classe dirigente [...]” (punto 13).
Lo scoppio della guerra in Ucraina e il conseguente inasprimento delle tensioni imperialiste sono pienamente in linea con il quadro di riferimento adottato dal 24° Congresso Internazionale. Tuttavia, rappresentano indubbiamente uno sviluppo qualitativo nello scivolamento della società verso la barbarie, evidenziando il ruolo trainante del militarismo nell'interrelazione delle varie crisi (sanitaria, economica, politica, ecologica, ecc.) che attualmente affliggono il capitalismo.
Dopo due anni di pandemia, lo scoppio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022 ha rappresentato un passo avanti qualitativo nella discesa della società verso la barbarie. Dal 1989, gli Stati Uniti hanno cercato il confronto in diverse occasioni (con l'Iraq, l'Iran, la Corea del Nord e l'Afghanistan), ma questi scontri non avevano mai coinvolto un'altra grande potenza imperialista o avuto un impatto sull'intero pianeta. Questa guerra è molto diversa:
“- è il primo confronto militare di questa portata tra Stati che si svolge alle porte dell'Europa dal 1940-45 [...], così che il cuore dell'Europa sta diventando il teatro centrale del confronto imperialista;
- questa guerra coinvolge direttamente i due maggiori Paesi europei, uno dei quali possiede armi nucleari o altre armi di distruzione di massa e l'altro è sostenuto finanziariamente e militarmente dalla NATO. Questo confronto Russia-NATO tende a far rivivere il ricordo del confronto tra i blocchi dagli anni '50 agli anni '80 e del terrore nucleare che ne è derivato [...];
- la portata dei combattimenti, le decine di migliaia di morti, la distruzione sistematica di intere città, l'esecuzione di civili, il bombardamento irresponsabile di centrali atomiche, le considerevoli conseguenze economiche per l'intero pianeta, sottolineano sia la barbarie che la crescente irrazionalità dei conflitti che possono portare a una catastrofe per l'umanità”[3].
A quindici mesi dallo scoppio della guerra, è importante stabilire le principali lezioni del conflitto in termini di relazioni imperialiste, ma anche in termini di quadro di riferimento proposto dalla CCI.
Il tributo materiale e umano di un anno di guerra è spaventoso: la perdita di vite umane e la distruzione materiale sono gigantesche, e milioni di persone sono state sfollate. Decine di miliardi sono stati assorbiti da entrambe le parti (nel 2022, 45 miliardi di euro dagli Stati Uniti, 52 miliardi dall'UE, 77 miliardi dalla Russia, cioè il 25% del suo PIL). Attualmente la Russia sta impegnando circa il 50% del suo bilancio statale nella guerra, mentre l'ipotetica ricostruzione dell'Ucraina richiederebbe più di 700 miliardi di dollari. Questa guerra sta avendo anche un notevole impatto sull'intensificazione delle tensioni imperialiste.
Di fronte al declino della propria egemonia, a partire dagli anni '90 gli Stati Uniti hanno perseguito una politica aggressiva volta a difendere i propri interessi, in particolare nei confronti dell'ex leader del blocco rivale, la Russia. Nonostante l'impegno preso dopo la dissoluzione dell'URSS di non allargare la NATO, gli americani hanno fatto entrare nell'alleanza tutti i Paesi dell'ex Patto di Varsavia, compresi Paesi come gli Stati baltici che facevano parte dell'ex URSS stessa, e stavano progettando di fare lo stesso con la Georgia e l'Ucraina nel 2008. La "rivoluzione arancione" in Ucraina nel 2014 ha sostituito il regime filorusso con un governo filooccidentale e le diffuse proteste in Bielorussia hanno minacciato il regime filorusso di Lukashenko. Di fronte a questa strategia di accerchiamento, il regime di Putin ha cercato di reagire utilizzando la sua potenza militare, un residuo del suo passato di capo di un blocco (Georgia nel 2008, Crimea e Donbass nel 2014, ecc.) Di fronte ai sussulti imperialisti della Russia, gli Stati Uniti hanno iniziato ad armare l'Ucraina e ad addestrare il suo esercito all'uso di armi più sofisticate. Quando la Russia ha schierato il suo esercito in Bielorussia e all'est dell'Ucraina, gli Stati Uniti hanno stretto la trappola sostenendo che Putin avrebbe invaso l'Ucraina, ma assicurando che loro non sarebbero intervenuti sul terreno.
In breve, se la guerra è stata effettivamente iniziata dalla Russia, essa è la conseguenza della strategia degli Stati Uniti di accerchiarla e soffocarla. In questo modo, gli Stati Uniti sono riusciti a intensificare la loro politica aggressiva, che ha un obiettivo molto più ambizioso del semplice porre fine alle ambizioni della Russia:
- immediatamente, la trappola fatale che hanno teso alla Russia sta portando a un significativo indebolimento della potenza militare residua di quest'ultima e a un radicale ridimensionamento delle sue ambizioni imperialiste. La guerra ha anche dimostrato l'assoluta superiorità della tecnologia militare americana, che è alla base del "miracolo" della "piccola Ucraina" che sta respingendo l'"orso russo";
- in secondo luogo, hanno stretto i bulloni all'interno della NATO, costringendo i Paesi europei ad allinearsi sotto la bandiera dell'Alleanza, soprattutto Francia e Germania, che tendevano a sviluppare una propria politica nei confronti della Russia e a ignorare la NATO, che fino a pochi mesi fa il presidente francese Macron aveva definito "cerebralmente morta";
- al di là della batosta inflitta alla Russia, l'obiettivo principale degli americani era senza dubbio un avvertimento inequivocabile al loro principale sfidante, la Cina ("ecco cosa vi aspetta se tentate di invadere Taiwan"). Negli ultimi dieci anni circa, la difesa della leadership americana si è concentrata sull'ascesa di questo serio rivale. Sotto l'amministrazione Trump, questo desiderio di confrontarsi con la Cina ha assunto principalmente la forma di una guerra commerciale aperta. Ma anche l'amministrazione Biden ha intensificato la pressione militare (tensioni intorno a Taiwan). La guerra ha indebolito l'unico partner importante per la Cina, la Russia, che potrebbe in particolare fornirle un contributo militare. Ha inoltre messo a dura prova il progetto della Nuova Via della Seta, un cui asse doveva passare attraverso l'Ucraina.
1.2. La cocente sconfitta dell'imperialismo russo
L'obiettivo iniziale della Russia era in primo luogo quello di raggiungere rapidamente Kiev attraverso un'audace operazione combinata delle sue truppe d'élite per eliminare la fazione di Zelensky e insediare un governo filorusso, e in secondo luogo quello di tagliare l'accesso al Mar Nero prendendo Odessa. Sottovalutando la capacità di resistenza dell'esercito ucraino, sostenuto finanziariamente e militarmente dagli Stati Uniti, e sopravvalutando le proprie capacità militari, ha subito una cocente sconfitta. L'obiettivo successivo, più modesto, era quello di occupare il nord-est del Paese, ma l'esercito russo subì ancora una volta pesanti perdite e dovette ritirarsi a Charkiv e abbandonare Kherson. I programmi di arruolamento di nuove reclute hanno visto centinaia di migliaia di giovani russi fuggire all'estero e l'esercito russo è stato costretto ad affidarsi ai mercenari del gruppo Wagner, che ha reclutato un gran numero di prigionieri comuni, per tenere la linea del fronte. Ora sta usando tutti i mezzi a sua disposizione per tenere il territorio che collega il Donbass alla Crimea. A tal fine, sta bombardando massicciamente tutte le città, le centrali elettriche e i ponti, per far pagare cara la vittoria all'Ucraina e costringere Zelensky ad accettare le condizioni russe. Inoltre, data la sua precaria situazione militare, non si può escludere che la Russia finisca per usare armi nucleari tattiche.
Qualunque sia l'esito finale, è già chiaro che la Russia è stata gravemente indebolita da questa avventura bellica. È stata dissanguata militarmente, avendo perso circa centomila soldati, in particolare tra le sue unità d'élite più esperte, e un gran numero di carri armati, aerei ed elicotteri più moderni ed efficienti; è stata gravemente indebolita economicamente dagli enormi costi della guerra (25% del PIL di quest'anno), nonché dal crollo dell'economia causato dallo sforzo bellico e dalle sanzioni imposte dai Paesi occidentali. Infine, la sua immagine di potenza imperialista ha risentito molto degli eventi che hanno dimostrato i limiti militari ed economici del suo potere.
1.3 L'imperialismo europeo e cinese sotto pressione
Le borghesie europee, in particolare Francia e Germania, avevano cercato urgentemente di convincere Putin a non lanciare questa guerra, o addirittura a lanciare un attacco limitato nella scala e nel tempo. Indiscrezioni di Boris Johnson hanno rivelato che la Germania stava addirittura pensando di avallare di fatto una "guerra lampo" russa di pochi giorni per eliminare l'attuale regime. Tuttavia, di fronte al fallimento delle forze russe e all'inaspettata resistenza dell'esercito ucraino, Macron e Scholz hanno dovuto adottare a malincuore la posizione della NATO dettata dagli Stati Uniti. Tuttavia, rimangono in disparte per quanto riguarda il loro impegno militare in Ucraina e si sono tirati indietro dal tagliare tutti i legami economici con la Russia. Allo stesso tempo, hanno aumentato drasticamente i loro bilanci militari, con l'obiettivo di riarmare massicciamente le loro forze armate (la Germania ha addirittura raddoppiato il suo budget a 107 miliardi di euro). Le recenti visite a Pechino del Cancelliere Scholz e del Presidente Macron hanno confermato la determinazione di Germania e Francia a non piegarsi ai disegni degli Stati Uniti e a mantenere forti legami economici con la Cina.
La Cina, di fronte alle difficoltà dell'"alleato" russo e alle minacce indirette ma insistenti degli Stati Uniti, ha assunto una posizione molto cauta sul conflitto ucraino: ha chiesto la cessazione delle ostilità e, pur non avendo aderito formalmente alle sanzioni contro la Russia, non ha fornito a quest'ultima armi o equipaggiamenti militari. Xi ha persino espresso apertamente la sua preoccupazione a Putin e ha invitato la Russia a cercare un negoziato. Per la borghesia cinese la lezione è amara: la guerra in Ucraina ha dimostrato che qualsiasi ambizione imperialista globale è illusoria in assenza di una potenza militare ed economica in grado di competere con la superpotenza americana. Oggi, però, la Cina non ha né forze armate all'altezza del compito, né una struttura economica in grado di sostenere tali ambizioni imperialiste globali. Tutta la sua espansione economica e commerciale è vulnerabile al caos della guerra e alle pressioni del potere americano. Naturalmente la Cina non rinuncia alle sue ambizioni imperialiste, in particolare alla riconquista di Taiwan, come ci ha ricordato Xi Jinping al congresso del PCC, ma può fare progressi solo nel lungo periodo, evitando di cedere alle provocazioni americane.
Su un piano più generale, il conflitto in Ucraina non solo ha rappresentato un approfondimento qualitativo estremamente significativo del militarismo, ma è anche il motore dell'intensificarsi, su scala globale, delle difficoltà economiche (inflazione e recessione), dei problemi sanitari (rimbalzi di Covid), dell'afflusso di rifugiati e dell'incapacità del sistema di affrontare la crisi ecologica (sfruttamento intensivo del gas di scisto, riattivazione delle centrali nucleari e persino di quelle a carbone), che caratterizzano l'attuale sprofondamento nella decomposizione.
L'iniziale negazione da parte della CCI dell'imminenza di un'invasione massiccia dell'Ucraina da parte della Russia, nonostante gli espliciti avvertimenti degli Stati Uniti, non era affatto espressione dell'inadeguatezza del nostro quadro analitico, ma era piuttosto la manifestazione di una mancata padronanza di quest'ultimo, e più precisamente di una dimenticanza degli orientamenti proposti nel testo "Militarismo e decomposizione [32] " (1990). La CCI ha quindi adottato un documento integrativo che aggiorna il testo dell'ottobre 1990 ("Militarismo e decomposizione, maggio 2022 [36] "[4], in cui si sottolineano in particolare i seguenti apporti, rese ancora più evidenti da un anno di guerra in Ucraina:
2.1. La necessità di un approccio materialista dialettico all'attualità
La questione del metodo è cruciale nella comprensione degli eventi attuali: il materialismo dialettico deve essere concepito come semplice determinismo economico o piuttosto, come Engels ci ricordava già nel 1890 in una lettera a Bloch, come un metodo dialettico che tiene conto delle interazioni tra i diversi aspetti della realtà, in particolare del rapporto tra base economica e sovrastruttura, anche se "il fattore determinante della storia è, in ultima istanza, la produzione e la riproduzione della vita reale"[5]? Questo approccio contraddice tutte le analisi materialiste volgari, che sono la maggioranza negli ambienti politici proletari, e che spiegano ogni guerra solo sulla base dell'interesse economico immediato, senza differenziare le situazioni nelle diverse fasi del capitalismo. Tuttavia, come sottolinea in modo eloquente la Gauche Communiste de France (Sinistra Comunista Francese), "la decadenza della società capitalista trova la sua espressione più evidente nel fatto che le guerre in vista dello sviluppo economico (periodo ascendente) sono state sostituite da un'attività economica essenzialmente limitata alla guerra (periodo decadente). Questo non significa che la guerra sia diventata l'obiettivo della produzione capitalistica, che per il capitalismo rimane sempre la produzione di plusvalore, ma significa che la guerra, assumendo un carattere di permanenza, è diventata lo stile di vita del capitalismo decadente"[6].
2.2. L'irrazionalità del militarismo è accentuata nella decomposizione
La fase di decomposizione accentua uno degli aspetti più perniciosi della guerra in decadenza: la sua irrazionalità. Gli effetti del militarismo diventano sempre più imprevedibili e disastrosi. I nostri materialisti volgari non comprendono questo aspetto e obiettano che le guerre sono sempre motivate economicamente, e quindi razionali. Non vedono che le guerre di oggi non hanno fondamentalmente motivazioni economiche, ma geostrategiche, e che addirittura non raggiungono più i loro obiettivi originari, ma portano al risultato opposto:
- Gli Stati Uniti hanno condotto le due guerre del Golfo, come la guerra in Afghanistan, per mantenere la loro leadership sul pianeta, ma sia in Iraq che in Afghanistan il risultato è stato un'esplosione di caos e instabilità, che ha provocato un'ondata di rifugiati che hanno bussato alle porte dei Paesi industrializzati.
- A prescindere dagli obiettivi dei molti avvoltoi imperialisti (russi, turchi, iraniani, israeliani, americani o europei) che sono intervenuti nelle orribili guerre civili siriane o libiche, hanno ereditato un Paese in rovina, frammentato e diviso in clan, con milioni di rifugiati che si sono riversati nei Paesi vicini o sono fuggiti verso i Paesi industrializzati.
La guerra in Ucraina ne è una conferma esemplare: quali che siano gli obiettivi geostrategici dell'imperialismo russo o americano, il risultato sarà un Paese in rovina (Ucraina), un Paese rovinato economicamente e militarmente (Russia), una situazione imperialista ancora più tesa e caotica dall'Europa all'Asia centrale e, infine, milioni di rifugiati in Europa.
2.3 L'accentuazione del caos e delle tensioni imperialiste ostacola in larga misura il percorso verso la formazione di blocchi.
L'aumento del militarismo e dell'irrazionalità della guerra comporta una terrificante espansione della barbarie bellica. Tuttavia, non porta al raggruppamento degli imperialismi in blocchi e quindi a una guerra generalizzata in tutto il pianeta. Questa analisi è supportata da una serie di fattori:
- La guerra in Ucraina non ha mostrato un allineamento forte e stabile degli imperialismi dietro i leader dei potenziali blocchi: grandi potenze imperialiste come l'India, il Brasile e persino l'Arabia Saudita mantengono chiaramente la loro autonomia dai protagonisti, il legame tra Cina e Russia non si è rafforzato, anzi, e mentre gli Stati Uniti hanno usato la guerra per imporre le loro posizioni all'interno della NATO, Paesi membri come la Turchia e l'Ungheria vanno apertamente avanti da soli, e Germania e Francia fanno del loro meglio per sviluppare le proprie politiche.
- Un leader di un blocco deve essere in grado di generare la fiducia dei suoi Paesi membri e garantire la sicurezza dei suoi alleati, mentre la Cina è stata molto cauta nel sostenere l'alleato russo. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, l'"America first" di Trump è stata una doccia fredda per gli "alleati" che pensavano di poter contare sugli Stati Uniti, e Biden sta sostanzialmente perseguendo la stessa politica: ha deciso senza consultare i suoi alleati di ritirare le truppe da Kabul e sta facendo pagare loro un prezzo elevato in termini di energia per boicottare l'economia russa, mentre gli Stati Uniti sono autosufficienti in questo senso.
- L'assenza di un proletariato sconfitto, condizione essenziale per coinvolgere un Paese in una guerra mondiale. Le recenti lotte in vari Paesi occidentali dimostrano che il proletariato non è pronto ad accettare l'austerità imposta dalla crisi economica, né tantomeno i sacrifici legati a una guerra generalizzata. Anche in Russia, dove il proletariato è debole e soggetto a forti richiami nazionalisti, la maggioranza della popolazione non sostiene la guerra. Infine, manca anche un'arma ideologica forte, capace di mobilitare il proletariato, come nel caso del fascismo e dell'antifascismo negli anni 1930.
La formazione di blocchi non deve essere confusa con alleanze ad hoc formate per obiettivi particolari. Ad esempio, la Turchia, membro della NATO, sta adottando una politica di neutralità nei confronti della Russia in Ucraina, sperando di approfittarne per allearsi con la Russia in Siria contro le milizie curde sostenute dagli Stati Uniti. Allo stesso tempo, si confronta con la Russia in Libia e in Asia centrale, dove fornisce sostegno militare all'Azerbaigian contro l'Armenia, membro dell'alleanza guidata dalla Russia.
2.4. La polarizzazione delle tensioni è il prodotto dell'offensiva statunitense.
Se, dalla metà del secondo decennio del XXI secolo, si è manifestata in modo sempre più evidente una polarizzazione delle tensioni imperialiste tra Stati Uniti e Cina, ciò non va assolutamente visto come l'inizio di una dinamica verso la costituzione di blocchi. A differenza di questa, la polarizzazione non è il prodotto della pressione dello sfidante (Germania, URSS in passato) ma, al contrario, di una politica sistematica perseguita dalla potenza imperialista dominante, gli Stati Uniti, nel tentativo di arrestare il declino irreversibile della propria leadership. Inizialmente, si è concentrata sulla neutralizzazione delle aspirazioni degli ex alleati del blocco occidentale, in particolare della Germania. Poi si è concentrata sulla polarizzazione dell'"asse del male" (Iraq, Iran, Corea del Nord) nel tentativo di radunare gli altri imperialisti dietro il poliziotto planetario. Più recentemente, il suo obiettivo è stato proprio quello di impedire l'emergere di qualsiasi sfidante.
Trent'anni di questa politica da parte degli Stati Uniti non hanno affatto portato maggiore disciplina e ordine nelle relazioni imperialiste, ma al contrario hanno esacerbato il caos e la barbarie. Oggi gli Stati Uniti sono uno dei principali vettori della terrificante espansione degli scontri bellici.
2.5. La guerra non facilita lo sviluppo della lotta proletaria.
Certamente, su un piano generale, la guerra in Ucraina dimostra la bancarotta di questo sistema (soprattutto perché è ovviamente un prodotto volontario della classe dominante) e può in questo senso costituire una fonte di consapevolezza di questa bancarotta, anche se oggi è limitata a minoranze della classe. Fondamentalmente, però, conferma l'analisi della CCI secondo cui la guerra e i sentimenti di impotenza e orrore che essa provoca non favoriscono lo sviluppo della lotta operaia. Al contrario, essa provoca un netto peggioramento della crisi economica e degli attacchi ai lavoratori, spingendoli ad opporsi ad essa in difesa delle loro condizioni di vita[7].
Nel periodo attuale, la guerra in Ucraina non può essere considerata un fenomeno isolato. Mentre entriamo negli anni 2020 del XXI secolo, diversi tipi di crisi si accumulano e interagiscono (crisi sanitaria, crisi economica, crisi climatica e alimentare, tensioni tra imperialismi) ma, soprattutto, sono tutti colpiti dagli effetti di questo conflitto, che è un vero e proprio moltiplicatore e intensificatore della barbarie e del caos distruttivo. Questa guerra è il fattore centrale che determina l'intensificazione degli altri aspetti: " Per quanto riguarda questa aggregazione di fenomeni distruttivi e il suo "effetto vortice", dobbiamo sottolineare il ruolo motore della guerra in quanto azione voluta e pianificata dagli Stati capitalisti, diventando il fattore più potente e grave del caos e della distruzione. Nei fatti, la guerra in Ucraina ha avuto un effetto moltiplicatore dei fattori di barbarie e di distruzione, implicando:
• Un rischio sempre presente di bombardamento di centrali nucleari, come si vede in particolare intorno a quella di Zaporižžja.
• Il pericolo di utilizzazione di armi chimiche e nucleari.
• La violenta crescita del militarismo con le sue conseguenze sull’ambiente e sul clima.
• L’impatto diretto della guerra sulla crisi energetica e la crisi alimentare."[8].
In breve, qualunque sia lo scenario dei prossimi mesi, le ripercussioni globali del conflitto in Ucraina si manifesteranno attraverso:
- l'espansione delle zone di tensione imperialista in tutto il mondo e la destabilizzazione delle strutture politiche di molti Stati;
- l'esacerbazione degli scontri tra i principali protagonisti del conflitto, nonché all'interno delle diverse borghesie (compresa quella ucraina) di questi Paesi.
Le conseguenze del conflitto in Ucraina non stanno affatto portando a una "razionalizzazione" delle tensioni attraverso un allineamento "bipolare" degli imperialismi dietro due "sponsor" dominanti, ma al contrario all'esplosione di una molteplicità di ambizioni imperialiste, non limitate a quelle dei principali imperialismi, esaminate nella prossima sezione, o all'Europa orientale e all'Asia centrale, cosa che accentua il carattere caotico e irrazionale degli scontri.
1.1 Moltiplicazione dei punti di confronto imperialista nel mondo
- In Europa, l'emergere a Est di un'Ucraina pesantemente armata dagli Stati Uniti alimenterà la lotta tra l'imperialismo americano e quello tedesco per il suo controllo.[9] La sua posizione centrale genererà anche tensioni con altri Paesi dell'Europa orientale, come la Romania, l'Ungheria (molto riluttante a sostenere l'Ucraina) e soprattutto la Polonia, che hanno minoranze in varie regioni dell'Ucraina. In Occidente, le pressioni sulla Germania hanno portato a spaccature con la Francia, mentre si sono riaccesi i conflitti in Bosnia e tra serbi e kosovari (ad opera di mercenari russi del gruppo Wagner). Infine, l'UE ha reagito con rabbia all'“Inflation Reduction Act” promulgato dall'amministrazione Biden, che considera una vera e propria dichiarazione di guerra alle esportazioni europee verso gli Stati Uniti.
- In Asia centrale, l'arretramento della potenza russa va di pari passo con la rapida espansione della presenza di altre potenze imperialiste, come Cina, Turchia, Iran e, naturalmente, Stati Uniti nelle repubbliche dell'ex URSS. In Estremo Oriente persiste il rischio di conflitto tra la Cina da un lato e l'India (con regolari scontri di frontiera) o il Giappone (che si sta massicciamente riarmando) dall'altro, senza dimenticare le tensioni tra India e Pakistan e quelle ricorrenti tra le due Coree, in cui gli Stati Uniti sono pienamente coinvolti. Vale la pena menzionare la specifica posizione imperialista dell'India: mentre le sue relazioni con la Cina sono conflittuali in termini politici, militari ed economici, sono più ambigue in relazione agli Stati Uniti (l'India è membro del QUAD ma non dell'AUKUS) o alla Russia (importanti contratti militari), un'illustrazione lampante dell'ognuno per sé e della fragilità del riavvicinamento tra potenze imperialiste.
- In Medio Oriente, l'indebolimento della Russia, la destabilizzazione interna di grandi avvoltoi come l'Iran (rivolte popolari, lotte tra fazioni e pressioni imperialiste) e la Turchia (situazione economica disastrosa) avranno un forte impatto sulle relazioni imperialiste, anche se questi tre Paesi tendono a riavvicinarsi in vista di un'azione militare in Siria e in Iraq contro varie fazioni curde sostenute dagli Stati Uniti. Infine, l'atteggiamento dell'Arabia Saudita, impantanata nella guerra civile in Yemen, che si oppone agli Stati Uniti e si avvicina alla Russia, alla Cina e persino all'Iran, così come la formazione di un governo di estrema destra in Israele, sono anch'essi espressione dell'aggravarsi del caos bellico e dell'ognuno per sé.
- In Africa, mentre la crisi energetica e alimentare e le tensioni belliche imperversano in varie regioni (guerra civile tra il governo centrale etiope e la provincia insorta del Tigray, in cui sono coinvolti anche l'Eritrea e il Sudan, guerra civile in Libia, intense tensioni tra Nord e Sud Sudan e anche tra Algeria e Marocco), l'aggressività delle potenze imperialiste stimola la destabilizzazione e il caos. Tra il 2016 e il 2020, la Cina ha investito l'equivalente di tutti gli investimenti occidentali nello stesso periodo (70 miliardi di dollari) e ha rinunciato al rimborso di 23 prestiti senza interessi per 17 Paesi africani nel 2021. Nel 2018 l'India ha superato la Francia come primo partner commerciale del continente (dopo Cina e Stati Uniti). Il commercio della Turchia con l'Africa è passato da 5 a 25 miliardi di dollari in vent'anni. La Russia, dal canto suo, continua a destabilizzare il Mali e la Repubblica Centrafricana con i mercenari del gruppo Wagner, pur rimanendo un importante partner commerciale nel settore delle armi e dell'agricoltura (cereali e fertilizzanti) per Paesi africani come Egitto, Etiopia e Sudafrica. Francia e Gran Bretagna, che stanno perdendo terreno, vogliono recuperare quote di mercato e promettono investimenti. L'imperialismo americano, per contrastare l'influenza dell'imperialismo russo e cinese in Africa, ha organizzato un importante vertice americano-africano il 13 dicembre 1922 a Washington, dove ha promesso 55 milioni di dollari per l'Africa in tre anni.
1.2 La crescente destabilizzazione dell'apparato politico della borghesia in molti Stati
Il peso crescente della decomposizione tende anche ad accentuare la perdita di controllo sull'apparato politico borghese, rafforzando la lotta tra frazioni e la pressione delle tendenze populiste[10]. Questa maggiore instabilità politica avrà un impatto crescente sull'imprevedibilità del posizionamento imperialista, come ha dimostrato la presidenza Trump.
I Paesi europei, che sono sottoposti a forti pressioni statunitensi e a forti tensioni all'interno dell'UE, si trovano ad affrontare movimenti populisti e lotte tra frazioni della borghesia, che destabilizzano fortemente l'apparato politico della borghesia e possono portare a cambiamenti negli orientamenti imperialisti. Questo è già avvenuto non solo in Gran Bretagna, ma anche in Italia con diversi governi populisti. Questa crescente destabilizzazione tende a rafforzarsi anche in Francia, dove "Les Républicains" di Ciotti sono pronti a governare con i populisti, e persino in Germania[11].
Le turbolenze imperialiste possono anche esacerbare le tensioni all'interno delle borghesie, come nel caso di Russia e Cina, e alla fine portare a riorientamenti imperialisti. In Iran, ad esempio, gli scontri tra fazioni all'interno della borghesia iraniana, alimentati dall'ingerenza straniera e sfruttando le rivolte e le espressioni di disperazione della popolazione, possono modificare le politiche imperialiste[12].
Infine, in molti Stati dell'Africa (Sudan, Etiopia), dell'Asia (Pakistan, Afghanistan) o dell'America Latina (Perù, Ecuador, Bolivia, Cile), il moltiplicarsi di rivolte popolari o di massacri interetnici segna la destabilizzazione della struttura statale e queste diverse situazioni accentueranno l'instabilità delle relazioni imperialiste e l'imprevedibilità dei conflitti.
Un anno di guerra ha provocato grandi turbolenze negli orientamenti dei principali imperialismi coinvolti, ma anche nelle tensioni all'interno delle diverse borghesie di questi Paesi.
2.1. L’offensiva americana è sempre più un fattore centrale di accentuazione delle tensioni e del caos
2.1.1. Il successo iniziale dell’attuale offensiva americana è basata su una caratteristica già messa in evidenza nel Testo di orientamento “Militarismo-e-decomposizione [32]” (1990): la superpotenza economica e soprattutto militare degli Stati Uniti che supera la somma delle potenze potenzialmente concorrenti. Gli Stati Uniti sfruttano a fondo questo vantaggio nella loro politica di polarizzazione. Questa politica non ha mai portato a un maggior ordine e disciplina nei rapporti imperialisti, ma ha, al contrario, moltiplicato gli scontri guerrieri, esacerbato il ciascuno per sé, seminato la barbarie e il caos in numerose regioni (Medio oriente, Afganistan…) intensificato il terrorismo, provocato un’enorme ondata di rifugiati e accentuato le ambizioni dei piccoli e grandi pescecani ai quattro angoli del pianeta.
La questione che si pongono oggi gli USA rispetto alla guerra in Ucraina è la seguente: bisogna offrire una via di uscita alla Russia, che ormai dopo questa guerra non può più pretendere di avere un ruolo imperialista importante a livello mondiale, o puntare piuttosto a una umiliazione totale, che potrebbe provocare una reazione disperata e incontrollata della borghesia russa e implicare anche il rischio di una disintegrazione della Russia peggiore del 1990, e di conseguenza una destabilizzazione di tutta questa parte del pianeta? Le frazioni dominanti della borghesia americana (in particolare i democratici) sono coscienti di questi pericoli, anche se ci tengono a raggiungere i propri obiettivi, già in buona parte raggiunti, a livello dell’indebolimento definitivo della Russia e soprattutto dell’accentuazione della pressione sulla Cina al fine di bloccarne l’espansione. Di conseguenza gli Stati Uniti dosano con cura le capacità militari dell’esercito ucraino, fanno pressione su Zelensky perché questi aumenti il controllo sulla sua amministrazione e il suo esercito e indicano che “in una maniera o in un’altra, questa guerra dovrà finire intorno a un tavolo di negoziati” (M. Milley, capo di stato maggiore degli Stati Uniti). Tuttavia questo orientamento può essere contrastato da:
• una possibile strategia dei dirigenti russi di puntare su una stanchezza dell’Occidente prolungando la guerra nel tempo, nonché una pressione della frazione oltranzista per una guerra totale (vedi dopo);
• le tensioni in seno all’apparato statale e militare ucraino, con frazioni che spingono per proseguire l’offensiva fino alla vittoria totale contro la Russia, ivi compresa la riconquista del Donbass e della Crimea;
• uno sbandamento irrazionale, legato al caos e alla barbarie ambientale, come per esempio un missile che colpisca la Polonia, la Bielorussia o una centrale nucleare.
Quale che sia la conclusione di questo conflitto, l’attuale politica di confronto dell’amministrazione Biden lungi dal calmare le tensioni o di imporre una disciplina tra i contendenti imperialisti,
• accentuerà ancora le tensioni economiche e militari con l’imperialismo cinese;
• aumenterà le contraddizioni tra gli imperialismi, per esempio in Europa Centrale dove l’indebolimento della Russia e l’armamento massiccio dell’Ucraina acuirà i contrasti tra i paesi della zona, come la Polonia, l’Ungheria, la Romania e, sicuramente, la Germania. In Asia Centrale, oltre agli Stati Uniti, gli imperialismi cinese, turco, o iraniano fanno già a gara a chi deve prendere il posto della Russia;
• intensificherà i contrasti interni alle diverse borghesie, negli Stati Uniti, in Russia e in Ucraina certamente, ma anche in Germania o in Cina, come vedremo più avanti.
Contrariamente ai discorsi dei suoi dirigenti, la politica aggressiva e brutale degli Stati Uniti è quindi alla punta della barbarie e delle distruzioni della decomposizione.
2.1.2. La strategia degli Stati Uniti per contrastare il loro declino ha anche rivelato dei dissensi in seno alla borghesia americana. Se c’è un accordo chiaro per quanto riguarda la politica da seguire nei confronti della Cina, i disaccordi riguardano oggi la maniera di “neutralizzare” la Russia nel contesto della neutralizzazione del “nemico principale” che è la Cina. La fazione Trump propendeva per un’alleanza con la Russia contro la Cina, ma questo orientamento si è scontrato con l’opposizione di grandi parti della borghesia americana e con una resistenza della maggior parte delle strutture dello Stato. La strategia delle frazioni dominanti della borghesia americana, rappresentata oggi dall’amministrazione Biden, punta invece a portare dei colpi decisivi alla Russia, in maniera che essa non possa più costituire una minaccia potenziale per gli Stati Uniti: “Noi vogliamo indebolire la Russia in maniera tale che essa non possa più fare cose come invadere l’Ucraina”[13] lanciando allo stesso tempo un chiaro avvertimento alla Cina.
Le elezioni di metà mandato hanno confermato che le fratture sono sempre profonde e esacerbate tra democratici e repubblicani, così come i contrasti all’interno di ciascuno dei due campi[14], e allo stesso tempo il peso del populismo e delle ideologie più retrograde, caratterizzate dal rifiuto di un pensiero razionale e coerente, non sufficientemente contrastate dalle campagne per fare fuori Trump[15], non smette di farsi sentire sempre più profondamente e durevolmente sulla società americana. Queste tensioni in seno alla borghesia americana (che non può essere limitata all’irrazionalità dell’individuo Trump), accentuate dalla nuova maggioranza Repubblicana alla Camera dei rappresentanti e dalla nuova candidatura presidenziale di Trump, ancora sostenuto da più del 30% degli americani (cioè quasi i 2/3 degli elettori repubblicani) per le elezioni del 2024, fanno pesare una certa incertezza sulla politica americana di sostegno massiccio all’Ucraina e non spingono altri paesi a prendere per oro colato le promesse degli Stati Uniti.
Questa imprevedibilità della politica americana è di per sé stessa (in aggiunta alla sua politica di polarizzazione) un fattore di intensificazione del caos in futuro.
2.2. L’indebolimento della Russia acuisce gli appetiti di altri imperialismi e aumenta le tensioni interne
2.2.1. Il fallito intervento in Ucraina, già catastrofico oggi, avrà delle conseguenze ancora più pesanti nei prossimi mesi. L’esercito russo ha mostrato la sua inefficienza e ha perduto una gran parte dei soldati scelti e del suo materiale più moderno. La sua economia subisce dei colpi molto duri, soprattutto nei settori tecnologici di punta a causa dell’assenza di materie prime dovuto alle sanzioni e la fuga di gran parte dei tecnici migliori (un milione di persone sono fuggite all’estero). Nonostante il gigantesco sforzo finanziario (il 50% del bilancio statale è oggi consacrato allo sforzo bellico), il settore dell’industria militare, fondamentale per poter sostenere un impegno bellico di lunga durata, non arriva a sostenere il ritmo ed è significativo che la Russia deve chiedere l’aiuto della Corea del nord (per le munizioni) e dell’Iraq (droni) per colmare le lacune della sua economia di guerra.
Ma è soprattutto a livello dei rapporti imperialisti che Mosca subirà sempre più nettamente i contraccolpi della sua sconfitta. La Russia è isolata e anche paesi “amici” come la Cina o il Kazakistan prendono apertamente un po’ di distanza. Ancora, in Asia Centrale, i diversi paesi, ex membri dell’URSS, si sono opposti a che i loro cittadini residenti in Russia fossero mobilitati per la guerra e si mostrano sempre più critici nei confronti della Russia: il Kazakistan ha accolto 200.000 russi fuggiti per sottrarsi all’ordine di mobilitazione, disapprova espressamente l’invasione russa e fornisce un aiuto materiale all’Ucraina. La Kirghizia e il Tagikistan rimproverano apertamente alla Russia di essere incapace di intercedere nel loro conflitto interno. L’Armenia è furiosa perché la Russia non ha rispettato il patto di assistenza che le legava rispetto alla guerra con l’Azerbaijan. Anche Lukascenko, il tiranno della Bielorussia, cerca disperatamente di evitare di impegnarsi troppo a fianco di Putin. L’indebolimento dell’influenza russa nell’Europa dell’est e in Asia Centrale favorirà l’acuirsi delle tensioni tra le diverse borghesie di queste regioni e solleticherà gli appetiti dei grandi avvoltoi, con la conseguenza di accentuare la loro destabilizzazione. E, per coronare il tutto, la Russia dovrà accettare una Ucraina pesantemente armata dagli Stati Uniti a 500 chilometri da Mosca.
2.2.2. Sul piano interno le tensioni diventano sempre più forti e visibili fra le diverse fazioni interne alla borghesia russa. Possiamo individuare diverse tendenze:
• La frazione per la democrazia, che al momento è fortemente repressa;
• La frazione dietro Putin che a sua volta si divide in 3 frazioni: 1. La frazione dei “duri” capitanati dal leader ceceno Kadirov e la frazione Wagner; 2. Una frazione più ridotta che fa pressione perché Putin metta fine alla guerra in Ucraina; 3. Una frazione dietro Putin che cerca di mettere queste due frazioni l’una contro l’altra al fine di mantenere il suo controllo sullo Stato russo.
Apparentemente queste divisioni attraversano sia l’esercito che i servizi di sicurezza e l’entourage di Putin. Dalla sopravvivenza politica di Putin a quella della Federazione russa e allo statuto di potenza imperialista di questa, le conseguenze derivanti dalla sconfitta in Ucraina sono molto pesanti: man mano che la Russia sprofonda nei suoi problemi c’è il rischio di avere dei regolamenti di conti, se non degli scontri sanguinosi tra le frazioni rivali. Così, dei “signori della guerra”, come Kadirov e Prigojin (fondatore del gruppo Wagner) emergono e si oppongono sempre più apertamente allo stato maggiore, arrivando fino a criticare Putin. Inoltre, una buona parte dei soldati morti proviene più specificamente da certe repubbliche autonome povere, cosa che provoca numerose manifestazioni e sabotaggi in queste regioni, e che potrebbe portare a una frammentazione della Federazione della Russia. Queste contraddizioni lasciano prevedere un periodo di grande instabilità a livello dello Stato più grande del mondo e uno dei più armati, con il rischio di una perdita di controllo e di conseguenze imprevedibili per il mondo intero.
2.3. Lo sfidante cinese nella tormenta
Se qualcuno, sulla base di un approccio empirista, poteva immaginarsi due anni fa che la Cina sarebbe stata la grande vincitrice della crisi Covid, i dati recenti confermano che oggi su tutti i piani essa è al contrario confrontata a una destabilizzazione multipla e alla prospettiva di turbolenze maggiori.
Di fronte alla trappola tesa a “l’alleato” russo in Ucraina e alla flagrante sconfitta subita da questo, la Cina cerca di calmare la situazione con gli Stati Uniti, la cui politica di polarizzazione punta fondamentalmente, dietro alla Russia, alla Cina, come dimostrato dalle continue tensioni a proposito di Taiwan. Ciononostante la strategia della Cina differisce fondamentalmente da quella della Russia. Mentre la sola carta di quest’ultima era la sua potenza militare in quanto ex capo di blocco, la borghesia cinese capisce che lo sviluppo della sua forza è legata a una crescita della potenza economica la cui realizzazione richiede ancora del tempo.
Questo tempo le sarà concesso? Messa sotto pressione dallo sviluppo del caos guerriero e della polarizzazione imperialista, la Cina è confrontata allo stesso tempo a una destabilizzazione sanitaria, economica e sociale, che mette la borghesia cinese in una situazione particolarmente imbarazzante.
2.3.1. La Cina è fortemente destabilizzata su diversi piani:
• L’immensa difficoltà della Cina a gestire la crisi sanitaria, che essa subisce fin dal 2019, ha fortemente paralizzato la sua economia e penalizzato la sua popolazione. La conseguenza è stata di giganteschi e interminabili confinamenti, come ancora nel novembre del 2022, quando non meno di 412 milioni di cinesi erano rinchiusi in condizioni terribili in diverse regioni della Cina, spesso per parecchi mesi.
• L’economia cinese ha subito un forte rallentamento a causa dei confinamenti a ripetizione, dalla bolla immobiliare e dal blocco di diversi itinerari della via della seta a causa dei conflitti armati (Ucraina) o a causa del caos locale (Etiopia).
La crescita del PIL non dovrebbe superare il 3% nel 2022, cioè la crescita più debole dal 1976 (al di fuori dell’anno del Covid 2020). I giovani subiscono particolarmente il deterioramento della situazione, con un tasso di disoccupazione stimato al 20% tra gli studenti universitari alla ricerca di un impiego.
• La diminuzione spettacolare della sua demografia, che è sfociata per la prima volta dopo sessanta anni in un riflusso della popolazione della Cina e che potrebbe ridurre la popolazione a circa 600 milioni nel 2100, porta all’inversione progressiva della piramide delle età e alla perdita di competitività dell’industria cinese a causa dell’aumento del costo del lavoro di una mano d’opera che tende a rarefarsi, come a una pressione del sistema pensionistico, oggi quasi inesistente, e delle infrastrutture sociali e sanitarie per l’invecchiamento della popolazione.
• Più angosciante ancora per la borghesia cinese i problemi economici che, in unione con la crisi sanitaria, hanno casato dei movimenti di contestazione sociali importanti, mentre la politica dello Stato cinese è stata fin dal 1989 di evitare ad ogni costo ogni turbolenza sociale importante. I movimenti di investitori ingannati dalle difficoltà e dai fallimenti dei giganti del settore immobiliare, ma soprattutto le rivolte, gli scioperi, come quello dei 200.000 operai dell’immensa fabbrica taiwanese Foxconn che assembla gli iPhone della Apple, e le manifestazioni generalizzate in numerose città cinesi, come a Shangai al grido di “Xi Jinping dimissioni!” “PCC dimissioni!” hanno causato sudori freddi a Xi e ai suoi partigiani.
2.3.2. Le convulsioni di un modello neo-stalinista superato[16].
Di fronte alle difficoltà economiche e poi sanitarie, la politica di Xi Jinpig era stata, fin dall’inizio del suo mandato, di tornare alle ricette classiche dello stalinismo:
• Sul piano economico, dopo Deng Xiao Ping, la borghesia cinese aveva creato un meccanismo fragile e complesso per mantenere un quadro di partito unico onnipotente in coabitazione con una borghesia privata stimolata direttamente dallo Stato: “Alla fine del 2021, l’era delle riforme e dell’apertura di Deng Xiao Ping è in tutta evidenza rovesciata, e sostituita da una nuova ortodossia economica statalista”[17]. Di fatto, la fazione dominante di Xi Jinping aveva riorientato l’economia cinese verso un controllo assoluto da parte dello Stato, sul modello stalinista.
• Sul piano sociale, la politica “zero Covid” aveva permesso a Xi non solo di rafforzare un controllo statale impietoso sulla popolazione, ma anche di imporre questo controllo sulle autorità regionali e locali, che avevano mostrato la loro mancanza di affidabilità e di efficienza all’inizio dell’epidemia. Ancora ultimamente, in autunno, ha inviato unità di polizia dello Stato centrale a Shangai per richiamare all’ordine le autorità locali che avevano allentato le misure di controllo.
Ma come dimostrato dal punto precedente, questa politica delle autorità cinesi le ha mandato dirette contro un muro. Infatti, confrontato a una contestazione sociale esplosiva, il regime si è visto obbligato a tornare indietro in tutta fretta a tutti i livelli e abbandonare in pochi giorni la politica che manteneva da anni contro venti e maree.
•Ha abbandonato bruscamente la politica “zero Covid” senza proporre alcuna alternativa, in mancanza di una immunità acquisita, senza vaccini efficaci o scorte di medicinali sufficienti, senza una politica di vaccinazioni dei soggetti fragili, senza un sistema ospedaliero capace di assorbire lo choc, cosa che ha causato grossi problemi sanitari: i malati hanno fatto la fila per poter entrare in ospedali sovraffollati; le proiezioni prevedono da qui all’estate più di un milione di morti e decine di milioni di persone pesantemente toccate dalle conseguenze del virus. D’altra parte, decine di migliaia di lavoratori impegnati per organizzare i confinamenti o impiegati in fabbriche che producono test e altro materiale anti-Covid sono stati licenziati, cosa che ha provocato importanti convulsioni sociali.
• Ha parzialmente riconsiderato la sua politica di controllo assoluto dell’economia da parte dello Stato riducendo il controllo sull’accesso al credito nel settore immobiliare e sulle misure anti-monopoliste nel settore tecnologico. Ha promesso anche che le banche e le società di investimento straniere potranno diventare pienamente proprietarie di imprese in Cina. Ma tra le imprese straniere predomina ancora lo scetticismo e il movimento di ritiro dei capitali stranieri dalla Cina resta massiccio, mentre la pressione economica degli Stati Uniti si intensifica, in particolare con i due provvedimenti, “Inflation Reduction Act” e “Chips in USA Act”, che toccano direttamente le esportazioni delle aziende tecnologiche cinesi (come Huawei) verso gli Stati Uniti.
Questa politica altalenante rivela il vicolo cieco di un regime di tipo stalinista, in cui “la grande rigidità delle istituzioni, che non lasciano praticamente alcun posto per il possibile sorgere di forze politiche borghesi di opposizione capaci di giocare un ruolo di tampone”[18]. Se il capitalismo di Stato cinese ha saputo approfittare delle opportunità contenute nel suo cambiamento di blocco negli anni ’70, nonché di quelle conseguenti all’implosione del blocco sovietico e alla mondializzazione dell’economia spinta dagli Stati Uniti e dalle principali potenze del blocco occidentale, le debolezze congenite della sua struttura statale di tipo stalinista costituiscono oggi un handicap importante di fronte ai problemi economici, sanitari e sociali. Gli scossoni disperati del regime rivelano il fallimento della politica di Xi Jinping, rieletto per un terzo mandato dopo le trattative dietro le quinte tra le frazioni esistenti in seno al PCC, e prefiguranti conflitti tra queste frazioni in un apparato di Stato la cui incapacità di superare la rigidità politica rivela la pesante eredità del maoismo stalinista[19].
2.3.3. Una politica imperialista sotto pressione
Di fronte all’offensiva economico-militare degli Stati Uniti, da Taiwan all’Ucraina, la borghesia cinese sembra aver capito la lezione e orienta per il momento la sua politica verso una strategia tesa ad evitare le provocazioni, militari e non:
• la diplomazia nazionalista aggressiva dei “lupi guerrieri” lanciata a partire dal 2017 da Xi, viene abbandonata e il portavoce del ministero degli Affari Esteri che la personificava, Zhao Lijian, è stato retrocesso;
• la Cina cerca di contrastare la strategia che mira ad isolarla cercando nuovi partenariati in giro per il mondo: Xi ha incontrato in 3 mesi 25 capi di Stato stranieri allo scopo di rilanciare la sua economia e intrecciare legami diplomatici (per esempio con il Brasile, la Germania, la Francia, e più in generale in Europa);
• essa accentua il suo impegno sulla scena internazionale, come illustrato dal suo atteggiamento conciliante all’ultimo G20 in Indonesia, la sua forte implicazione durante la conferenza sui cambiamenti climatici di Montreal e soprattutto il suo ruolo di mediatore nello scontro fra l’Arabia Saudita e l’Iran e anche nel conflitto in Ucraina.
Tuttavia l’aggressività economica ma anche militare degli Stati Uniti si intensifica attraverso un armamento massiccio di Taiwan ma ugualmente con un aumento della pressione su qualche “partner” della Cina come l’Iran o il Pakistan. Con la crescita in potenza del militarismo giapponese come con le ambizioni sempre più esplicite dell’India, questa pressione imperialista accentuata in Medio Oriente e nella zona del Pacifico può provocare degli incidenti imprevisti. D’altra parte il turbinio degli sconvolgimenti e la destabilizzazione che colpisce la borghesia cinese produce anche una forte pressione sulla sua politica imperialista e induce un alto grado di imprevedibilità di questa. E deve essere chiaro che una destabilizzazione del capitalismo cinese avrebbe conseguenze imprevedibili per il capitalismo mondiale.
2.4. L’imperialismo tedesco confrontato a una destabilizzazione crescente
Anche la Germania è confrontata a una serie di segnali non ambigui: il suo statuto di nano militare l’ha obbligata a rientrare nei ranghi come membro della NATO; il blocco imposto agli europei dagli Stati Uniti riguardo al petrolio e al gas russo le crea grandi difficoltà economiche, tanto più che i citati provvedimenti americani (Inflation Reduction Act e Chips in USA Act) costituiscono anche un attacco diretto alle importazioni europee e quindi in particolare tedesche.
2.4.1. Al momento dell’implosione del blocco sovietico, la CCI metteva in evidenza che in un futuro prossimo “non esiste alcun paese in grado, in tempi relativamente brevi, di opporre a quello degli USA un potenziale militare che gli permetta di pretendere il posto guida di un blocco che possa rivaleggiare con quello diretto da questa potenza”[20]. Il solo paese imperialista potenzialmente adatto a diventare il nucleo centrale di un blocco antagonista agli Stati Uniti era, nella nostra analisi di allora, la Germania: “Quanto alla Germania, il solo paese che potrebbe eventualmente tener un ruolo che le è appartenuto già per il passato, la sua potenza militare attuale (non dispone neanche dell'arma atomica, il che è tutto dire) non le permette di pensare di rivaleggiare con gli Stati Uniti su questo terreno per molto tempo. E ciò tanto più che man mano che il capitalismo s'affossa nella sua decadenza, è sempre più indispensabile per il capo del blocco disporre di una superiorità militare massiccia sui suoi vassalli per poter mantenere il suo rango”[21].
Di fatto, la Germania si trovava in quel momento in una situazione particolarmente complessa: essa era confrontata alla gigantesca sfida economica, politica e sociale dell’integrazione della ex Repubblica Democratica Tedesca nel suo tessuto industriale, mentre truppe straniere (americane, ma anche di alti paesi della NATO) stazionavano sul suo territorio. Questo gigantesco sforzo finanziario per “unificare” il paese diviso aveva reso impossibile il necessario investimento per rimettere a nuovo le sue forze militari, essendo sia la divisione del paese che lo smantellamento della sua forza militare conseguenza della sua sconfitta nel 1945[22]. In questo contesto la borghesia tedesca ha sviluppato da vent’anni una politica di espansione economica e imperialista risolutamente rivolta verso l’est, trasformando numerosi paesi dell’Est in succursali per la sua industria e garantendosi allo stesso tempo un approvvigionamento energetico stabile e a buon mercato attraverso accordi con la Russia, cosa che le ha permesso di godere pienamente della mondializzazione dell’economia.
2.4.2. L’illusoria speranza di poter sviluppare la sua potenza imperialista senza uno sviluppo del militarismo e la costruzione di una forza militare conseguente è volata in pezzi con lo scoppio della guerra in Ucraina. La borghesia tedesca ha comunque fatto di tutto per mantenere il partenariato con la Russia nonostante il conflitto
• Ha creato delle società schermo per continuare il progetto comune con la Russia della costruzione dei gasdotti sotto il Mar Baltico (North Stream 1 e 2) nonostante le minacce di sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti;
• Ha sviluppato (come pure la Francia) una diplomazia intensiva verso Putin per cercare di evitare o contenere il conflitto;
• Ha considerato la possibilità di ratificare l’operazione russa contro la Russia nella prospettiva di una rapida vittoria che non avrebbe avuto di conseguenza un impatto sulle relazioni economiche (come dichiarato da Boris Johnson alla CNN).
La guerra intensiva, finanziata e mantenuta grazie alla massiccia fornitura di armi da parte degli Stati Uniti fa subire a Berlino una pressione particolarmente intollerabile, ma che si situa nel prolungamento dell’ostilità già netta dell’amministrazione Trump verso la politica autonoma dell’imperialismo tedesco, mettendo in evidenza la sua posizione di “nano” militare e ponendo sotto controllo le sue fonti di approvvigionamento di energia.
2.4.3. Di fronte a questi problemi la borghesia tedesca, messa alle strette, prende iniziative in tutte le direzioni per rafforzare la sua posizione militare, cercare nuovi partenariati economici e mantenere la sua presenza imperialista in Europa dell’est:
• Di fronte all’amara constatazione che in periodo di decomposizione è illusorio affermare delle ambizioni imperialiste senza accompagnarle da una potenza militare conseguente, la Germania ha raddoppiato le sue spese militari (ci vorranno otto anni per portare al livello richiesto l’esercito tedesco), e ha preso delle misure energetiche ed economiche draconiane per garantire il suo tessuto industriale;
• Ha iniziato una ricerca di nuove alleanze strategiche, in particolare con la Cina, come illustrato dalla visita a sorpresa solitaria del cancelliere Scholz a Xi il 4 novembre 2022, che si è concluso con l’acquisto del 25% delle azioni del porto di Amburgo da parte di Pechino: “Questa visita a Pechino del cancelliere tedesco offre uno spettacolo tanto più strano dal momento che nell’ottobre scorso, durante il loto ultimo summit, i Ventisette avevano discusso per tre ore sulla condotta da tenere rispetto a Pechino. Il tono europeo si era fatto decisamente duro e i paesi baltici […] avevano esortato l’Unione Europea a far prova della più grande prudenza rispetto alla Cina”[23];
• Ha annunciato di essere disposta a finanziare un gigantesco piano Marshall per la ricostruzione dell’Ucraina.
2.4.4. Queste reazioni della borghesia tedesca di fronte all’offensiva americana acuiscono non solo le tensioni e il ciascuno per sé verso gli Stati Uniti, ma nella stessa Europa. Così la decisione tedesca di comprare dei caccia… dagli Stati Uniti e di mettere in piedi uno scudo antimissile utilizzando la tecnologia tedesca e… israeliana congelando i programmi di armamenti sofisticati (aerei e carri armati) concordati con la Francia hanno provocato dei dissensi importanti tra la Francia e la Germania, la spina dorsale della UE.
L’imperialismo francese ha deciso di rimandare un incontro franco-tedesco e ha rifiutato di costruire un gasdotto di collegamento tra la Spagna e la Germania per trasportare il gas proveniente dall’Africa. L’ultimo colloquio comune franco-tedesco di gennaio 2023 non ha cambiato la situazione, nonostante le dichiarazioni ufficiali: “Emmanuel Macron e Olaf Scholz hanno abbondato in simboli, domenica a Parigi, per i 60 anni del trattato dell’Eliseo, ma non hanno formulato nessuna proposta forte sul sostegno all’Ucraina, sulla Difesa europea o la crisi energetica”[24]. Tuttavia la Germania non ha interesse a staccarsi troppo dalla Francia, che rappresenta la prima potenza militare d’Europa e costituisce un tassello centrale per mantenere una UE unita intorno alla Germania.
Il ciascuno per sé del governo tedesco a proposito delle misure economiche, le relazioni con la Cina o il futuro dell’Ucraina accrescono le tensioni con altri paesi della UE, in particolare con certi paesi dell’Europa dell’Est, come la Polonia o i Paesi Baltici, che appoggiano fortemente la politica americana.
Questa politica di Scholz suscita anche delle divisioni in seno alla borghesia tedesca (una parte dei Verdi al governo era contraria al viaggio di Scholz in Cina, per esempio) e contrariamente alla SPD, gli altri partiti al governo (FDP e Verdi) sono piuttosto a favore della politica americana rispetto alla Russia. Queste divergenze in seno alla borghesia tedesca rischiano di approfondirsi con l’aggravamento della crisi economica, con la pressione esercitata sull’economia tedesca e la posizione imperialista del paese, cosa che annuncia un’instabilità politica crescente, con il pericolo di un impatto più forte dei movimenti populisti[25] in conseguenza della degradazione della situazione sociale.
Conclusione
L’esplosione del militarismo è l’illustrazione maggiore dell’approfondimento qualitativo del periodo di decomposizione e allo stesso tempo annunciatrice di una ineluttabile accentuazione del caos e del ciascuno per sé.
• L’esplosione dei budget militari: oltre agli Stati Uniti, che continuano ad accrescere il loro budget militare che costituisce già l’8,3% del bilancio statale, la crescita delle spese militari si è manifestata già prima della guerra in Ucraina soprattutto in Asia a livello della Cina (5%del budget statale), dell’India (che è il terzo paese in termini di spese militari dopo i due “grandi”), del Pakistan e della Corea del Sud. Successivamente, come conseguenza diretta dell’invasione dell’Ucraina, la crescita è stata fenomenale, prima per quanto riguarda le potenze maggiori come il Giappone che impegnerà 330 miliardi di dollari nelle forze armate in cinque anni (il più grosso sforzo dal 1945), e soprattutto nell’Europa occidentale con la Germania che aumenta anch’essa il suo budget militare di 107 miliardi di euro, ma anche della Francia e della Gran Bretagna. Anche imperialismi più modesti, come la Turchia (che è già il secondo esercito della NATO) o l’Arabia Saudita e in Europa un paese come la Polonia (che ha l’ambizione di dotarsi dell’esercito più potente in Europa), si armano fino ai denti.
• L’estensione del militarismo nello spazio e nel rilancio del nucleare: la corsa agli armamenti coinvolge sempre più chiaramente la conquista dell’orbita terrestre e dello spazio; anche qui gli Stati Uniti, ma anche la Cina, danno l’esempio e le ultime espressioni di cooperazione tendono a sparire. Infine, “Tutti gli Stati dotati di armi nucleari aumentano o modernizzano i loro arsenali e la maggior parte di essi rinforza la retorica nucleare e il ruolo che giocano queste armi nella loro strategia militare. E’ una tendenza molto inquietante”[26].
• Il rafforzamento della messa in atto dell’economia di guerra: la guerra in Ucraina pone chiaramente ai “think tanks” della borghesia il problema del riorientamento degli investimenti finanziari, e soprattutto dell’adesione delle popolazioni: “Ecco perché la capacità di equipaggiare l'Ucraina con armi sufficienti per vincere la guerra è una preoccupazione crescente, si tratta in qualche maniera di passare a un’economia di guerra in tempo di pace, […] E i dirigenti occidentali dovranno parlare francamente alle loro popolazioni sui costi futuri della difesa e della sicurezza, è uno sforzo di tutta la nazione, in tutte le nazioni, perché non è solo il ministro della difesa che chiede più materiale all’industria. Si tratta di avere una discussione sulla maniera in cui noi possiamo aumentare la produzione. Gli anelli deboli della catena di produzione degli armamenti non riguardano più solo le debolezze delle spese pubbliche, ma anche gli atteggiamenti sociali e le reticenze delle istituzioni finanziarie a investire nelle fabbriche di armamenti”[27].
La CCI ha sottolineato che “L’aggregazione e l’interazione dei fenomeni distruttivi sbocca in un “effetto vortice” che concentra, catalizza e moltiplica ognuno degli effetti parziali, provocando dei danni ancora più disastrosi”[28]. In questo quadro, se la crisi economica è, in ultima istanza, la causa di fondo della tendenza alla guerra, questa provoca a sua volta un peggioramento della crisi economica. In effetti, lungi dal costituire uno stimolo per l’economia, la guerra, e il militarismo, costituiscono un aggravamento della crisi. Questa esplosione delle spese come conseguenza del conflitto in Ucraina aumenterà i debiti degli Stati, che, anche loro, costituiscono un altro peso sull’economia. Esse produrranno un’accelerazione della crescita dell’inflazione che è un’altra minaccia per la crescita economica, che per essere combattuta richiede una contrazione del credito che non può che condurre a una recessione aperta, e quindi ancora ad un aggravamento della crisi economica. Infine, la guerra in Ucraina ha provocato un aumento enorme dei costi dell’energia, che pesa sull’insieme della produzione industriale, nonché una penuria di prodotti agricoli e un rallentamento del commercio mondiale.
In breve, «Gli anni 20 del 21° secolo avranno, dunque, in questo contesto, un’importanza considerevole sull’evoluzione storica”[29]. Nel senso che l’alternativa “socialismo o barbarie” enunciata dall’Internazionale Comunista nel 2019, si concretizza sempre più come “socialismo o distruzione dell’umanità”.
CCI, aprile 2023
[1] La TCI utilizza a volte la nozione di decadenza, ma senza spiegare e precisarne le implicazioni, o, ancora, rinuncia a riconsiderare la nozione del disfattismo rivoluzionario in relazione alle caratteristiche del contesto attuale. Vedere in proposito la nostra critica dei comitati No War But the Class War (Non Guerra Ma Guerra di Classe: "Sulla storia dei gruppi NWBCW [37]”, Rivoluzione internazionale n. 189 e “Un-comitato-che-trascina-i-partecipanti-un-vicolo-cieco [13]” su CCI on line.
[2] Revue internationale n.167.
[3] Significato e impatto della guerra in Ucraina, https://fr.internationalism.org/content/10771/signification-et-impact-guerre-ukraine [38]
[4] Militarismo e decomposizione (maggio 2022) | Corrente Comunista Internazionale (internationalism.org) [36]
[5] Citato nel testo riportato in nota 4
[6] "Rapport à la Conférence de juillet 1945 de la Gauche Communiste de France".
[7] Vedi il Rapporto sulla lotta di classe del 25° Congresso della CCI, https://fr.internationalism.org/content/11035/rapport-lutte-classe-25e-congres-du-cci [39]
[8] L’accelerazione della decomposizione capitalista pone apertamente la questione della distruzione dell’umanità [30]
[9] Vedi i piani per la sua ricostruzione
[10] Vedi le recenti elezioni in Brasile
[11] Vedi il complotto dei "Reichsburger" che ha visto coinvolte parti non trascurabili dei servizi di sicurezza.
[12] Vedi il riavvicinamento alla Russia
[13] Dichiarazione del Segretario di Stato alla Difesa, Lloyd Austin, al momento della sua visita a Kiev del 25 febbraio. La frazione Biden voleva così far pagare alla Russia la sua ingerenza negli affari interni americani, per esempio i suoi tentativi di manipolare le ultime elezioni presidenziali.
[14] Vedi le difficoltà incontrate nell’elezione dello “speaker" Repubblicano alla camera dei rappresentanti.
[15] Vedi le minacce dei vari processi
[16] “La caratteristica più evidente, la più generalmente conosciuta dei paesi dell’est, quella su cui d’altra parte riposa il mito della loro natura “socialista”, sta nel grado estremo di statizzazione della loro economia (...). Il capitalismo di Stato non è un fenomeno proprio solo di questi paesi (…) Se la tendenza al capitalismo di Stato è dunque un dato storico universale essa non tocca tuttavia in maniera identica ogni paese […]. Nei paesi avanzati, dove esiste una vecchia borghesia industriale e finanziaria, questa tendenza si manifesta in generale attraverso un’intersecazione dei settori “privati” e dei settori statali. […] Questa tendenza al capitalismo di Stato “prende le sue forme più estreme dove il capitalismo conosce le contraddizioni più brutali, dove la borghesia classica è più debole. In questo senso, la presa in carico diretta da parte dello Stato dell’essenziale dei mezzi di produzione che caratterizza il blocco dell’Est (e in larga misura del “terzo mondo”) è in primo luogo una manifestazione dell’arretratezza e della fragilità della sua economia.” Tesi sulla crisi economica e politica in URSS e nei paesi dell'est | Corrente Comunista Internazionale (internationalism.org) [31], Rivista Internazionale n. 13
[17] Affari Esteri, citato in Courrier International n.1674.
[18] Tesi sulla crisi economica e politica in URSS e nei paesi dell'est | Corrente Comunista Internazionale (internationalism.org) [31], Rivista Internazionale n. 13
[19] “… un capitale nazionale sviluppato, detenuto in maniera “privata” dai differenti settori della borghesia, trova nella “democrazia” parlamentare il suo apparato politico più appropriato; alla statalizzazione quasi completa dei mezzi di produzione corrisponde il potere totalitario di un partito unico” (ibidem)
[20] Testo di orientamento “Militarismo e Decomposizione” (1990), Militarismo e decomposizione | Corrente Comunista Internazionale (internationalism.org) [32]
[21] Idem
[22] L’importante riduzione delle spese improduttive durante gli anni ’50 e ’60 è però alla base dell’impressionante sviluppo dell’economia tedesca.
[23] "Olaf Scholz da solo a Pechino", Asialyst (5 novembre 2022)
[24] "Tra la Francia e la Germania, un riavvicinamento ingannevole", Le Monde (23 gennaio 2023).
[25] Vedi il complotto dei "Reichsburger”
[26] Wilfred Wan, Direttore del programma Armi di distruzione di massa del SIPRI, Rapporto del SIPRI (5 dicembre 2022).
[27] Ammiraglio R. Bauer, capo del comitato militare della NATO in Defense One
[28] L’accelerazione della decomposizione capitalista pone apertamente la questione della distruzione dell’umanità [30]
[29] Ibidem
Collegamenti
[1] https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo
[2] https://it.internationalism.org/content/1504/rapporto-sulla-decomposizione-oggi-22deg-congresso-della-cci-maggio-2017
[3] https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&cad=rja&uact=8&ved=2ahUKEwj90tPp7ZqAAxUMgP0HHdDeBq4QFnoECB4QAQ&url=https%3A%2F%2Fwww3.weforum.org%2Fdocs%2FWEF_Global_Risks_Report_2023.pdf&usg=AOvVaw1EADbQK9m2ctlAriPYg3eP&opi=89978449
[4] https://www.google.com/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=&cad=rja&uact=8&ved=2ahUKEwiVp4e77pqAAxUygf0HHcFvDZYQFnoECAYQAQ&url=https%3A%2F%2Fwww.weforum.org%2F&usg=AOvVaw34tGl07or1r2aEqo5YENFx&opi=89978449
[5] https://it.internationalism.org/content/1694/unestate-di-rabbia-gran-bretagna-la-classe-dominante-chiede-altri-sacrifici-la-risposta
[6] https://en.internationalistvoice.org/
[7] https://www.istitutoonoratodamen.it/
[8] http://communistleft.jinbo.net/xe/
[9] https://en.internationalism.org/content/17205/international-review-170-summer-2023
[10] https://fr.internationalism.org/content/10940/revue-internationale-ndeg170
[11] https://en.internationalism.org/content/17377/update-theses-decomposition-2023
[12] https://fr.internationalism.org/content/11034/rapport-decomposition
[13] https://it.internationalism.org/content/1724/un-comitato-che-trascina-i-partecipanti-un-vicolo-cieco
[14] https://it.internationalism.org/content/1665/dichiarazione-congiunta-dei-gruppi-della-sinistra-comunista-internazionale-sulla-guerra
[15] https://en.internationalism.org/content/17360/resolution-international-situation-25th-icc-congress
[16] https://fr.internationalism.org/content/11019/resolution-situation-internationale
[17] https://it.internationalism.org/tag/sviluppo-della-coscienza-e-dell-organizzazione-proletaria/corrente-comunista-internazionale
[18] https://fr.internationalism.org/rinte20/edito.htm
[19] https://fr.wikipedia.org/wiki/Eurasie
[20] https://it.internationalism.org/content/1640/risoluzione-sulla-situazione-internazionale-2021
[21] https://fr.internationalism.org/rinte23/proletariat.htm
[22] https://fr.internationalism.org/rinte35/reso.htm
[23] https://fr.internationalism.org/rinte37/debat.htm
[24] https://it.internationalism.org/content/1596/trentanni-fa-moriva-il-nostro-compagno-marc-chirik
[25] https://it.internationalism.org/content/1600/marc-70-anni-di-vita-e-di-lotta-la-classe-operaia
[26] https://fr.internationalism.org/rinte43/polemique.htm
[27] https://it.internationalism.org/content/1533/rapporto-sulla-lotta-di-classe-il-23deg-congresso-internazionale-della-cci-2019
[28] https://it.internationalism.org/content/1642/rapporto-sulla-crisi-economica-del-24deg-congresso-della-cci
[29] https://it.internationalism.org/content/1719/il-capitalismo-porta-alla-distruzione-dellumanita-solo-la-rivoluzione-proletaria
[30] https://it.internationalism.org/content/1720/laccelerazione-della-decomposizione-capitalista-pone-apertamente-la-questione-della
[31] https://it.internationalism.org/rivistainternazionale/200803/578/tesi-sulla-crisi-economica-e-politica-in-urss-e-nei-paesi-dellest
[32] https://it.internationalism.org/content/militarismo-e-decomposizione
[33] https://it.internationalism.org/rint29/risoluzioneinternazionale
[34] https://fr.internationalism.org/french/rint/107_cours_historique.html
[35] https://it.internationalism.org/tag/vita-della-cci/risoluzioni-del-congresso
[36] https://it.internationalism.org/content/1693/militarismo-e-decomposizione-maggio-2022
[37] https://it.internationalism.org/content/1695/sulla-storia-dei-gruppi-no-war-class-war
[38] https://fr.internationalism.org/content/10771/signification-et-impact-guerre-ukraine
[39] https://fr.internationalism.org/content/11035/rapport-lutte-classe-25e-congres-du-cci
[40] https://it.internationalism.org/tag/3/49/imperialismo