Il 28 dicembre, le prime scintille di un movimento che ricorda quelle della "Primavera araba" hanno cominciato a scuotere il territorio dell'Iran. A questo movimento che sta perdendo slancio, nel momento in cui stiamo scrivendo, fanno eco altre espressioni di rabbia contro il deterioramento delle condizioni di vita, come in Marocco e in particolare in Tunisia.
Un'esplosione di rabbia spontanea
L'Iran è un paese con forti ambizioni imperialiste, le cui spese militari per l’intervento in tutta la regione mediorientale sono cresciute significativamente[1]. Nel contesto di aspettative deluse a seguito dell'accordo sul nucleare, la crisi economica e l'austerità aggravata dalla corruzione e dalle sanzioni internazionali hanno fatto sprofondare la maggior parte della popolazione nella precarietà e nella miseria. Da mesi, i pensionati, i disoccupati (il 28% dei giovani), gli insegnanti, i lavoratori che non erano stati pagati, stavano già mostrando il loro malcontento. Infine, l'aumento del 50% della benzina e dei prodotti alimentari, come il raddoppio del prezzo delle uova[2], ha dato fuoco alle polveri. Il movimento ha fatto irruzione da Mashhad, seconda città nel nord-est, e si è propagato, toccando la capitale Teheran, immediatamente a macchia d’olio in tutti i principali centri urbani: al nord a Rasht e nel sud a Chabahar.
Tra le folle mobilitate che rifiutano la politica statale, la classe operaia era presente anche se piuttosto diluita nel resto dei manifestanti: operai, insegnanti, molti disoccupati, un sacco di giovani senza un lavoro, così come molti studenti. È significativo che molte donne si siano mobilitate. Tuttavia, nonostante una presenza combattiva e un grande coraggio, la classe operaia non è stata in grado di dare un reale orientamento a questa lotta, non ha potuto affermarsi in modo totalmente autonomo come una vera e propria forza politica[3]. Certo, nonostante il peso delle illusioni democratiche e delle debolezze politiche, la borghesia era preoccupata che questa esplosione di rabbia fosse "senza leader". La grande "Guida Suprema" Ali Khamenei si chiudeva fin dall’inizio in un silenzio assordante, il presidente Rohani è apparso molto più cauto che rigido, infine il governo ha annunciato che l'aumento del carburante sarebbe stato cancellato!
È vero che i simboli del potere politico e religioso sono stati rapidamente presi di mira, incendiati: banche, edifici governativi, istituzioni religiose e soprattutto le sedi delle Guardie Rivoluzionarie, milizia islamica del regime. Violenti scontri con la polizia hanno portato a numerosi arresti, spesso di giovani, e si contano dozzine di manifestanti morti. A poco a poco il tono delle autorità e la loro reazione sono diventati più rigidi. Rohani annunciava che le "violenze" e gli "atti illegali" di "leader" e "facinorosi" sarebbero stati "puniti severamente" e Khamenei ha accusato direttamente i manifestanti di essere "nemici dell'Iran"[4]. Lasciando marcire la situazione e preparando il terreno per la repressione, con la benedizione di tutti i grandi stati democratici che cercano di approfittarne, il governo ha approfittato della mancanza di prospettiva per appoggiare delle contro-manifestazioni a sostegno del regime e del suo ayatollah. Questi dimostranti a favore del regime scandivano slogan come "morte all’America", "morte a Israele" contro i "sediziosi". Un tale soprassalto patriottico permetteva al capo di Stato di giocare su divisioni e ricatti: "Noi o il caos"[5].
Il movimento popolare spontaneo a cui abbiamo assistito è il più importante dal 2009 quando una crisi sociale, il "movimento verde", ha minacciato di trascinare i proletari dietro l'una o l'altra delle cricche borghesi in competizione. A quel tempo scrivemmo: "Di fronte al campo corrotto e sanguinario di Ahmadinejad, troviamo gente che gli somigliano come gocce d'acqua! Anche loro sono chiaramente per una repubblica islamista e per la continuazione della fabbricazione dell'arma atomica iraniana. Gli uni e gli altri si somigliano perché difendono tutti i loro interessi nazionalistici e personali.” Oggi, molto più che nel 2009, il movimento è stato una vera espressione degli sfruttati e dei diseredati, senza che la classe operaia fosse stata in grado di svolgere un vero ruolo di guida al di fuori di alcune minoranze molto isolate. Sebbene le lotte operaie in Iran si siano sviluppate e integrate nella lotta del proletariato mondiale dalla fine degli anni '60, specialmente nei settori chiave dell'industria petrolifera, dei trasporti, dell'istruzione, ecc., queste lotte sono sempre state troppo deboli per andare oltre il modesto impatto che hanno avuto al loro apice nel 1978-79, che riuscirono solo a provocare la caduta dello scià. Le debolezze politiche del proletariato furono poi sfruttate da un'intera orda di fanatici religiosi e dall'ayatollah Khomeini, sostenuto occasionalmente dagli stalinisti dal nazionalismo viscerale. Le battaglie di classe divennero sempre più rare, fortemente represse dopo questa "rivoluzione islamica". Molti operai combattivi furono giustiziati sotto questo regime dei mullah durante gli scioperi che seguirono. In seguito i proletari soffrirono la terribile guerra tra Iran e Iraq, dal 1980 al 1988, che ha ucciso più di un milione di persone.
Da allora, sebbene alcune lotte siano state in grado di svilupparsi nonostante tutto, come nel 2007, quando ai 100.000 insegnanti si sono uniti migliaia di operai di fabbrica in solidarietà, la debolezza della classe operaia sull'intero campo sociale è rimasta un dato essenziale della situazione. Questa difficoltà non poteva che essere sfruttata dalla classe dominante, sotto una cappa di piombo di un regime in cui lo Stato si era fuso con i gruppi religiosi e il potere dei mullah. Questa relativa assenza di un proletariato cosciente, segnato da pregiudizi nazionalisti e illusioni democratiche, ha aperto le porte ai peggiori effetti della decomposizione sociale e del militarismo.
Nonostante il fortissimo spirito combattivo e il fatto che le rivendicazioni in Iran siano state sul terreno di richieste economiche che favoriscono la lotta proletaria, la lotta si è esaurita per mancanza di unità politica e affermazione di una vera identità e prospettiva di classe. Inoltre, i lavoratori sono costantemente confrontati con le lotte tra le frazioni borghesi rivali le cui manovre costituiscono un pericolo molto grande per il proletariato che rischia di essere catturato o preso in ostaggio da una o dall'altra di queste cricche. Non solo queste difficoltà erano già un ostacolo, ma a queste si sono aggiunte le condizioni oggettive legate all'isolamento dell'Iran favorendo così la repressione. Circondati da paesi in guerra, senza possibilità per gli operai di poter sperare nella solidarietà dei proletari dei paesi vicini dove, anche lì, il nazionalismo pesa in modo significativo, queste lotte in Iran si sono trovate di fronte importanti ostacoli. È in questo che le debolezze del proletariato in Iran sono soprattutto quelle del proletariato mondiale.
Quindi, il principale handicap di queste ultime lotte rimane soprattutto l'incapacità del proletariato internazionale, anche là dove è più concentrato ed esperto, cioè nell'Europa occidentale, a concepirsi come una classe capace di offrire una prospettiva a tutte le lotte. Quello che si è accaduto in Iran deve essere un incoraggiamento, una lezione per capire il potenziale che possono nascondere le rivendicazioni operaie sul terreno economico. Lottare contro l'austerità, battersi per la difesa delle nostre condizioni di vita è una necessità. Questa è la prima lezione essenziale! La seconda è che la vera solidarietà, l'unica che può essere portata dal proletariato mondiale ai suoi fratelli di classe in Iran, rimane quella dell'assunzione consapevole di resistenza e lotta contro l'austerità e contro il sistema capitalista.
WH, 5 gennaio 2018
[1] L'Iran ha subito sanzioni imposte dagli Stati Uniti, ha versato ingenti somme di denaro nella guerra in Yemen, ha sostenuto Hezbollah, il regime di Assad e le sue bande armate che operano a livello internazionale e, naturalmente, gli armamenti contro l'Arabia Saudita. Tutto questo alimentando l'austerità a spese della popolazione
[2] Al punto che si è parlato di una "rivoluzione delle uova"
[3] Sebbene delle minoranze studentesche si siano distinte, specialmente a Teheran e in alcune altre città, opponendosi chiaramente a slogan reazionari come "né Gaza, né Libano, morirò solo per l'Iran”, sostenendo un autentico internazionalismo proletario: "da Gaza all'Iran, abbasso gli sfruttatori". Allo stesso modo, questi elementi difendevano il principio dei "consigli operai", rifiutando anche di essere trascinati dietro una cricca borghese, che fosse "riformista" o "fondamentalista". Di fronte a questo pericolo, le autorità hanno arrestato molti di loro, prendendo di mira in particolare gli studenti (vedi il forum libcom in inglese)
[4] Dietro questi dimostranti "nemici", sono stati additati gli Stati Uniti e le monarchie del Golfo, in particolare l'Arabia Saudita. Sui social network come Twitter, la maggior parte degli hashtag che invitavano a manifestare provenivano dall'Arabia Saudita. Allo stesso modo, l'Organizzazione dei Mojahedin, che si oppone al regime iraniano (con sede a Parigi e vicino ai sauditi), ha sostenuto i manifestanti. Ma il movimento ha avuto inizio all'interno dell'Iran. Naturalmente, sia Trump, con le sue provocazioni, che le altre potenze straniere rivali potevano solo sperare nell'indebolimento dell'Iran. Per il regime iraniano, questo movimento è davvero un sasso nella scarpa.
[5] Riferendosi alla tragedia che ha seguito i movimenti di opposizione in Siria e la situazione di guerra in Iraq, il capo dello stato non aveva altro scopo che minacciare i manifestanti insinuando l'idea che il loro movimento avrebbe potuto causare un caos simile.
1. L’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, avvenuta poco dopo gli inattesi risultati del referendum nel Regno-Unito sull’Unione Europea (Brexit), oltre ad un'ondata di malessere e di timore ha creato anche una serie di interrogativi a livello mondiale. Come è stato possibile che i "nostri" dirigenti, quelli supposti di vegliare sull’ordine mondiale, abbiano consentito che si arrivasse a una tale situazione - una stortura che sembra andare contro gli interessi "razionali" della classe capitalista? Come è stato possibile che si sia permesso ad uno spaccone, uno sguaiato, un truffatore narcisista che dice tutto ed il contrario di tutto, di trovarsi alla testa dello Stato attualmente più potente del mondo? E, più importante: che cosa ci insegna tutto ciò sulla direzione verso cui attualmente va il mondo? Stiamo forse sprofondando in una crisi di civiltà, o della stessa umanità?
Su queste domande i rivoluzionari sono obbligati a dare delle risposte chiare e convincenti.
2. Secondo noi, la condizione reale della società umana può essere compresa da un solo punto di vista: la lotta di classe, della classe sfruttata di questa società, il proletariato, che non ha interesse a nascondere la verità e la cui lotta l’obbliga a superare tutte le mistificazioni del capitalismo in vista del suo rovesciamento. Non è nemmeno possibile comprendere gli "attuali" avvenimenti, immediati o locali, se non inscrivendoli in una cornice storica mondiale. E’ questa l’essenza metodologica marxista. Di conseguenza, siamo obbligati a fare un salto indietro di un secolo, non solo perché nel 2017 ricorre il centenario della rivoluzione in Russia, ma anche per meglio comprendere l'epoca storica in cui hanno avuto luogo i più recenti sviluppi della situazione mondiale: quella del declino o decadenza del modo di produzione capitalista.
La rivoluzione in Russia fu la risposta della classe operaia agli orrori della prima guerra imperialistica mondiale. Proprio come fu affermato dall'Internazionale Comunista nel 1919, questa guerra segnò l’inizio di una nuova epoca, la fine del periodo ascendente del capitalismo e della prima grande esplosione di "globalizzazione" capitalista perché quest’ultima entrava in collisione con gli ostacoli posti dalla divisione del mondo tra Stati nazionali rivali: "l'epoca di guerre e rivoluzioni". La capacità della classe operaia di rovesciare lo Stato borghese in un intero paese e di dotarsi di un partito politico capace di guidarla verso la "dittatura del proletariato" mostrava che la prospettiva di abolire la barbarie capitalista non solo era possibile ma anche storicamente necessaria.
Inoltre, il Partito bolscevico che, nel 1917, era all'avanguardia del movimento rivoluzionario, seppe comprendere che la presa del potere da parte dei consigli operai in Russia poteva mantenersi solamente se esso rappresentava l’inizio della nascente rivoluzione mondiale. La rivoluzionaria tedesca, Rosa Luxemburg, capì anche che se il proletariato mondiale non avesse risposto alla sfida posta dall'insurrezione di Ottobre, mettendo fine al sistema capitalista, l'umanità sarebbe sprofondata in un'epoca di barbarie crescente, in una spirale di guerre e di distruzione tale da mettere in pericolo la civiltà umana.
In vista della rivoluzione mondiale, e con la necessità di creare per il proletariato un polo di riferimento alternativo alla Socialdemocrazia controrivoluzionaria, il Partito bolscevico si fece promotore in prima persona della creazione dell'Internazionale Comunista il cui primo congresso si tenne a Mosca nel 1919. I nuovi partiti comunisti, particolarmente quelli in Germania ed in Italia, rappresentarono la punta più avanzata dell'estensione della rivoluzione proletaria verso l'Europa dell'ovest.
3. La rivoluzione in Russia fu senza dubbio la scintilla di una serie di scioperi di massa a scala mondiale e di sommosse che costrinsero la borghesia a mettere fine al macello imperialista, ma la classe operaia internazionale non fu capace di prendere il potere in altri paesi, a parte alcuni tentativi limitati nel tempo come in Ungheria ed in alcune città tedesche. Tuttavia, scontrandosi con la grande minaccia del suo potenziale becchino, la classe dirigente fu capace di superare le sue più acute rivalità per unirsi contro la rivoluzione proletaria: isolò il potere dei soviet in Russia con il blocco, l'invasione ed il sostegno alla controrivoluzione armata, e poi si servì dei partiti operai socialdemocratici e dei sindacati, che avevano già dimostrato la loro lealtà al capitale partecipando allo sforzo bellico imperialista, per infiltrare o neutralizzare i consigli operai in Germania e deviarli verso un accomodamento col nuovo regime borghese "democratico". Ma la sconfitta della rivoluzione non solamente dimostrò la capacità a governare di una nuova classe dirigente reazionaria che intanto era riuscita a mantenersi, ma anche una certa immaturità della classe operaia, che fu costretta a compiere una transizione veloce. Infatti, dalle sue lotte per le riforme dovette passare alla lotta rivoluzionaria, nel mentre che in lei sussistevano ancora molte illusioni profonde sulla possibilità di migliorare il regime capitalista grazie al voto democratico, alla nazionalizzazione delle industrie chiave e alla gratuità dei servizi sociali per gli strati più poveri della società. Inoltre, la classe operaia gravemente traumatizzata dagli orrori della guerra nella quale il fior fiore della gioventù era stato decimato, ne uscì con profonde divisioni tra operai delle nazioni "vittoriose" e "vinte".
In Russia, il partito bolscevico, confrontato all'isolamento, alla guerra civile, ed al crollo economico, ed inoltre, implicato nell'apparato dello Stato sovietico, commise una serie di disastrosi errori che lo condussero a conflitti sempre più violenti con la classe operaia. In particolare la politica del "terrore rosso" che impose la soppressione delle manifestazioni e delle organizzazioni politiche, culminò con lo schiacciamento della rivolta di Kronstadt nel 1921, quando quest’ultima chiedeva la restaurazione del potere autentico dei soviet esistito nel 1917. A livello internazionale, l’Internazionale Comunista, sempre più legata ai bisogni dello Stato sovietico piuttosto che a quelli della rivoluzione mondiale, cominciò a ricorrere a politiche opportuniste, come la tattica del fronte unico adottata nel 1922, che cominciarono ad inquinare la sua chiarezza originaria. Questa degenerazione produsse, soprattutto nel partito tedesco ed italiano, la nascita di un'importante opposizione di Sinistra. Ed è a partire da quest’ultima che la Frazione italiana fu capace, alla fine degli anni 1920, di trarre e delineare le lezioni della sconfitta finale della rivoluzione.
4. La sconfitta dell'ondata rivoluzionaria mondiale avrebbe dunque confermato la messa in guardia dei rivoluzionari del 1917-18 a proposito delle conseguenze di un tale insuccesso: un nuovo sprofondamento nella barbarie. La dittatura del proletariato in Russia, non solo degenerò, ma si trasformò anche in dittatura capitalista contro il proletariato (un processo di sola conferma, dal momento che esso era già cominciato prima). Ed esso culminò con la vittoria dell'apparato stalinista con la sua dottrina del "socialismo in un solo paese". La "pace" firmata per stoppare la minaccia della rivoluzione condusse velocemente a nuovi conflitti imperialistici che furono accelerati ed intensificati dallo scoppio della crisi di sovrapproduzione nel 1929, un ulteriore segno che l'espansione del capitale era entrata in collisione con i suoi limiti. La classe operaia nei paesi centrali del sistema, specialmente negli Stati Uniti ed in Germania, subì in pieno i colpi della depressione economica, ed avendo un decennio prima tentato di fare la rivoluzione, fallendola, fondamentalmente risultò una classe sconfitta, malgrado alcune reali espressioni di resistenza di classe, come negli Stati Uniti ed in Spagna. Essa pertanto fu incapace di opporsi ad una nuova marcia verso la guerra mondiale.
5. Il forcone della contro-rivoluzione aveva tre denti principali: lo stalinismo, il fascismo, la democrazia, e ciascuno di questi lasciò profonde cicatrici nella psiche della classe operaia.
La controrivoluzione raggiunse la sua massima espressione nei paesi in cui la fiamma rivoluzionaria era stata più alta. Ma ovunque, confrontato alla necessità di esorcizzare lo spettro proletario, per fare fronte alla più grande crisi economica della sua storia, e per preparare la guerra, il capitalismo cominciò ad assumere in maniera crescente una forma totalitaria, che avrebbe penetrato tutti i pori della vita sociale ed economica. Il regime stalinista ne intonò la prima nota: una completa economia di guerra, la repressione di tutti i dissidenti, tassi di sfruttamento mostruosi, un vasto campo di concentramento. Ma la peggiore eredità dello stalinismo – sia da vivo che decenni dopo il suo crollo - è che esso si mascherò da vero erede della rivoluzione di Ottobre. La centralizzazione del capitale nelle mani dello Stato fu venduta al mondo come socialismo, l'espansione imperialistica come internazionalismo proletario. Negli anni in cui la rivoluzione di Ottobre era ancora un ricordo vivo, molti operai continuavano a credere al mito della madrepatria socialista, intanto però altrettanti si erano allontanati da ogni idea di rivoluzione a causa delle successive rivelazioni della vera natura del regime stalinista. I danni che ha fatto lo stalinismo alla prospettiva del comunismo, alla speranza che la rivoluzione della classe operaia possa inaugurare una forma superiore di organizzazione sociale, sono incalcolabili, e non perché lo stalinismo sia caduto dal cielo sul proletariato: fu possibile realizzarlo, infatti, grazie alla sconfitta internazionale del movimento di classe e soprattutto alla degenerazione del suo partito politico. Dopo il traumatizzante tradimento dei partiti socialdemocratici nel 1914, per la seconda volta, nello spazio di meno 20 anni, le organizzazioni che la classe operaia aveva potentemente lavorato a creare e difendere tradirono e divennero il suo peggiore nemico. Poteva cadere una mazzata più grande sulla fiducia in sé del proletariato, sulla sua convinzione nella possibilità di portare l'umanità ad un livello di vita sociale più elevato?
Il fascismo, inizialmente un movimento di esclusi dalle classi dominanti e medie, ed anche di rinnegati del movimento operaio, fu poi adottato dalle fazioni più potenti del capitale tedesco ed italiano perché coincideva con i loro bisogni: portare a termine lo schiacciamento del proletariato e la mobilitazione per la guerra. Si era specializzato nell'utilizzazione di tecniche "moderne" per scatenare le oscure forze dell'irrazionalità che troviamo sotto la superficie della società borghese. Il nazismo, in particolare, prodotto da una sconfitta molto più devastante della classe operaia in Germania, raggiunse nuovi livelli d'irrazionalità, statalizzando ed industrializzando il pogrom medievale e conducendo le masse demoralizzate in una marcia folle verso la loro autodistruzione. La classe operaia, nel suo insieme, non cedette a nessuna credenza positiva nel fascismo – ma essa risultò molto più vulnerabile all'illusione dell'antifascismo che era il principale grido di adesione per la futura guerra. Ma l'orrore senza precedente dei campi di morte nazisti non fu da meno del gulag stalinista, un colpo portato alla fiducia nel futuro dell'umanità - e dunque alla prospettiva del comunismo.
La democrazia, la forma dominante del potere borghese nei paesi industriali avanzati, si presentò come opposizione a queste formazioni "totalitarie" – ma ciò non le impedì di sostenere il fascismo quando quest’ultimo doveva terminare lo sterminio del movimento operaio rivoluzionario, o di allearsi col regime stalinista nella guerra contro la Germania di Hitler. Ma la democrazia si rivelava essere una forma molto più intelligente e duratura di totalitarismo rispetto al fascismo che crollò nelle rovine della guerra, o dello stalinismo che (ad eccezione della Cina e del regime atipico della Corea del Nord) crollò sotto il peso della crisi economica e della sua incapacità ad essere competitivo sul mercato mondiale del quale aveva tentato di aggirare le leggi per decreto di Stato.
Costretti dalla crisi del sistema, i gestori del capitalismo democratico dovettero utilizzare lo Stato ed il potere del credito per piegare le forze del mercato, ma essi non furono obbligati ad adottare la forma estrema di centralizzazione dei regimi del blocco dell'Est, che si era imposta loro a causa di una situazione di debolezza materiale e strategica. La democrazia è sopravvissuta ai suoi rivali ed è diventata la sola opzione nei paesi centrali capitalisti d’occidente. Ancora oggi risulta scioccante rimettere in discussione il fatto che durante la 2a guerra mondiale sostenere le democrazie contro il fascismo sia stata per l’umanità intera una necessità vitale, e coloro che dicono che dietro la facciata democratica c'è la dittatura della classe dominante sono additati come teorici del complotto. Già durante gli anni 1920 e 1930 lo sviluppo dei media nelle democrazie costituiva un modello per la diffusione della propaganda ufficiale, tanto da fare invidia ad un Goebbels, nel mentre la penetrazione dei rapporti commerciali nelle sfere del tempo libero e della vita di famiglia, introdotta dal capitalismo americano, forniva un canale più subdolo al dominio totalitario del capitale rispetto al semplice ricorso agli spioni ed al terrore aperto.
6. Contrariamente alle speranze della minoranza rivoluzionaria, estremamente ridotta ma che seppe mantenere posizioni internazionaliste durante gli anni ‘30 e ‘40, la fine della guerra non provocò una nuova manifestazione rivoluzionaria. Al contrario, fu la borghesia, con Churchill all'avanguardia, a trarre le lezioni dal 1917 e a distruggere sul nascere ogni possibilità di rivolta proletaria, con il suo bombardamento a tappeto sulle città tedesche e la sua politica di "lasciare gli italiani cuocere nel loro brodo", durante lo scoppio nel 1943 di scioperi massicci nel nord Italia. La fine della guerra dunque avrebbe aggravato la sconfitta della classe operaia. E, contrariamente alle attese di molti rivoluzionari, la guerra non fu seguita da una nuova depressione economica e da una nuova marcia alla guerra mondiale, anche se gli antagonismi imperialisti tra i "blocchi vittoriosi" rimasero una pesante e permanente minaccia sull'umanità. Il periodo post-bellico, invece, conobbe una fase di reale espansione dei rapporti capitalisti sotto la leadership americana, anche se una parte del mercato mondiale, blocco russo e Cina, cercava di chiudersi ad ogni penetrazione di capitale occidentale. Il proseguimento dell'austerità e della repressione nel blocco dell'Est provocò importanti rivolte operaie, Germania dell'Est, 1953; Polonia e Ungheria, 1956; ma ad ovest, dopo alcune espressioni di malcontento, come gli scioperi del 1947 in Francia, ci fu un'attenuazione graduale della lotta di classe, ad un punto tale che i sociologi potettero teorizzare "l'imborghesimento" della classe operaia, conseguenza dell'espansione del consumismo e dello sviluppo dello Stato assistenziale. Del resto, dal 1945, questi due aspetti del capitalismo avrebbero costituito un importante peso in più nell’ostacolare maggiormente la classe operaia a ricostituirsi in forza rivoluzionaria: il consumismo atomizzava la classe operaia, e diffondeva l'illusione che ciascuno poteva raggiungere il paradiso della proprietà individuale; l'assistenzialismo statale - che spesso veniva introdotto dai partiti di sinistra e presentato come una conquista della classe operaia, rappresentava uno strumento ancora più significativo del controllo capitalista. Esso sabotava la fiducia della classe operaia in sé stessa e la rendeva dipendente della benevolenza dello Stato; in seguito, in una fase di massiccia immigrazione, la sua organizzazione in Stato-nazione significò che la questione dell'accesso alle cure, all'alloggio, e ad altre prestazioni sarebbe diventata un potente fattore di isolamento degli immigrati e di divisioni nella classe operaia. Infine, con l’apparente scomparsa della lotta di classe negli anni 1’50 e ‘60, il movimento politico rivoluzionario conobbe il maggiore isolamento della sua storia.
7. Alcuni rivoluzionari, che mantennero una certa attività durante questo periodo nero, cominciarono a dire che il capitalismo aveva, grazie ad una gestione burocratica statale, imparato a controllare le contraddizioni economiche analizzate da Marx. Ma altri, più chiaroveggenti, come il gruppo Internacionalismo in Venezuela, riconoscevano che i vecchi problemi - i limiti del mercato, la tendenza alla caduta del saggio di profitto - non potevano essere scongiurati, e che le difficoltà finanziarie sopraggiunte alla fine degli anni 1960, segnavano una nuova fase di crisi economica aperta. Essi salutarono così una nuova generazione di proletari che cominciava a rispondere alla crisi attraverso la riconferma della lotta di classe - una predizione ampiamente confermata dal formidabile movimento di maggio 1968 in Francia, dall'ondata di lotte internazionali che seguirono e che dimostrarono che i decenni di controrivoluzione stavano per finire, e pertanto la lotta del proletariato diventava un ostacolo all'apertura per la nuova crisi di un corso alla guerra mondiale.
8. La ricomparsa proletaria alla fine degli anni ‘60 ed all'inizio degli anni ‘70, fu preceduta da un fermento politico crescente in seno a larghi strati della popolazione nei paesi capitalisti avanzati e, in particolare, tra i giovani. Negli Stati Uniti, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam e la segregazione razziale, in Germania i movimenti degli studenti che manifestavano un interesse per un approccio più teorico dell'analisi del capitalismo contemporaneo; in Francia, l'agitazione degli studenti contro la guerra in Vietnam ed il regime repressivo nelle università; in Italia, gli "operaisti" o tendenze autonome che riaffermavano l'inevitabilità della lotta di classe quando i saggi sociologi proclamavano la sua obsolescenza. Ovunque, un'insoddisfazione crescente nei confronti della vita disumanizzata presentata come il frutto delizioso della prosperità economica di dopoguerra. Una piccola minoranza, attirata in Francia ed in altri paesi industriali dall'apparizione delle lotte, poté partecipare alla formazione di un'avanguardia politica cosciente, internazionalista, anche perché una minoranza nel suo seno aveva cominciato a riscoprire il contributo della Sinistra Comunista.
9. Come purtroppo sappiamo, durante i movimenti della fine degli anni ‘60 ed inizio ‘70 l'appuntamento tra la minoranza ed i movimenti più ampi di classe non ebbe luogo se non episodicamente. Ciò in parte dipese dal fatto che la minoranza politicizzata era pesantemente dominata da una piccola borghesia scontenta: il movimento studentesco, in particolare, non aveva allora una forte componente proletaria che sarebbe apparsa solo alcuni decenni dopo a causa dei cambiamenti strutturali del capitalismo. Però, malgrado potenti movimenti di classe nel mondo, e seri scontri tra gli operai e le forze di controllo al loro interno - sindacati e partiti di sinistra - la maggioranza delle lotte di classe rimaneva su di un piano difensivo, solo raramente poneva direttamente questioni politiche. In più, la classe operaia, come classe mondiale, doveva confrontarsi con importanti divisioni nei suoi ranghi: la "cortina di ferro" tra l'Est e l'Ovest, le divisioni tra i lavoratori sedicenti "privilegiati" dei centri del capitale e le masse diseredate nelle vecchie zone coloniali. In tutto questo la maturazione di un'avanguardia politica veniva frenata da una visione immediatista della rivoluzione, e da pratiche attiviste, tipiche dell'impazienza piccolo-borghese, che non riusciva a comprendere la necessità del carattere a lungo termine del lavoro rivoluzionario ed il livello gigantesco dei compiti teorici a cui doveva far fronte la minoranza politicizzata. La predominanza dell'attivismo rese grandi parti della minoranza rivoluzionaria vulnerabile al recupero dei gruppi extraparlamentari o, quando le lotte si indebolirono, alla demoralizzazione. Intanto, coloro che rigettavano l'estremismo piccolo-borghese venivano spesso influenzati da concezioni consiliariste che a loro volta rigettavano l'insieme del problema della costruzione dell'organizzazione. Tuttavia, una piccola minoranza fu capace di superare questi ostacoli e di riappropriarsi della tradizione della Sinistra comunista, iniziando una dinamica di crescita e di raggruppamento che si mantenne durante gli anni ‘70, ma che conobbe la sua fine all'inizio degli anni ‘80, contrassegnata simbolicamente dall'arresto delle Conferenze Internazionali. L'insuccesso delle lotte di questo periodo a raggiungere un livello politico più alto, a gettare i semi di ciò che, nelle strade e le riunioni del 1968, aveva posto il problema della sostituzione del capitalismo all'Est ed all’Ovest con una nuova società, avrebbe avuto conseguenze molto significative nel decennio seguente.
Tuttavia, questa enorme spinta di energia proletaria "non rappresentò l'ultimo respiro", e per deviarla, farla deragliare e reprimerla la classe dominante dovette ricorrere ad uno sforzo concertato. Fondamentalmente, quest’ultimo si sviluppò a livello politico, utilizzando al massimo le forze della sinistra capitalista ed i sindacati che avevano avuto un'influenza considerevole nella classe operaia. Che sia con la promessa di eleggere governi di sinistra, o con una successiva strategia di "sinistra nell'opposizione" associata allo sviluppo del sindacalismo radicale durante i due decenni post sessantotto, la strumentalizzazione degli organi che gli operai vedevano in una certa misura come loro fu indispensabile all'inquadramento delle lotte della classe. Allo stesso tempo, la borghesia tirava tutti i vantaggi che poteva dai cambiamenti strutturali imposti dalla crisi mondiale: da una parte, l'introduzione di cambiamenti tecnologici, che andavano a sostituire la mano d'opera qualificata e non, nelle imprese come le banchine portuali, l'automobile e la tipografia; dall'altra, il movimento verso la "mondializzazione" del processo di produzione che decimava intere reti industriali nei vecchi centri del capitale e spostava la produzione verso le regioni periferiche dove la mano d'opera risultava incomparabilmente meno cara ed i profitti molto più importanti. Questi cambiamenti nella composizione della classe operaia nel cuore del capitalismo che colpiva spesso settori che erano stati al centro della lotta negli anni 70 ed all'inizio degli anni 80, diventarono fattori supplementari nell'atomizzazione della classe e nella distruzione della sua identità di classe.
10. Malgrado qualche eccezione, la dinamica di lotta scoppiata nel 1968 si mantenne durante gli anni ‘70. Il punto culminante nella maturazione della capacità del proletariato di auto-organizzarsi e di estendere la sua lotta fu raggiunto negli scioperi di massa in Polonia nel 1980. Tuttavia, questo zenit avrebbe contrassegnato l'inizio di un declino. Sebbene gli scioperi in Polonia rivelavano l'interazione classica tra rivendicazioni economiche e politiche, mai gli operai in Polonia hanno avanzato la questione di una nuova società. Sotto questo aspetto, gli scioperi furono "al di sotto" del movimento del 68, quando l'auto-organizzazione era ancora alquanto embrionale, ma che forniva un contesto ad un dibattito molto più radicale sulla necessità della rivoluzione sociale. Il movimento in Polonia, con qualche eccezione molto limitata, considerava "l'occidente libero" come la società alternativa desiderata, l'ideale di governi democratici, "sindacati liberi", e tutto il resto. Nello stesso Occidente, vi furono alcune espressioni di solidarietà con gli scioperi in Polonia, ed a partire dal 1983, di fronte ad una crisi economica che si approfondiva velocemente, si sviluppò un'ondata di lotte che risultarono sempre più simultanee e globali nella loro ampiezza; in un gran numero di caso, esse mostravano un conflitto crescente tra lavoratori e sindacati. Ma la giustapposizione delle lotte nel mondo non significò automaticamente che c’era una consapevolezza della necessità dell'internazionalizzazione cosciente della lotta, né che il confronto con i sindacati, che fanno ben parte dello Stato, implicava una politicizzazione del movimento nel senso di una presa di coscienza che lo Stato deve essere rovesciato, né una capacità crescente di mettere avanti una prospettiva per l'umanità. Ancora più che negli anni ‘70, le lotte degli anni ‘80 nei paesi avanzati rimasero nel campo delle rivendicazioni settoriali, ed in questo senso, risultavano vulnerabili al sabotaggio da parte delle forme radicali di sindacalismo. Certamente, l'aggravamento delle tensioni imperialistiche tra i due blocchi durante questo periodo fece nascere una preoccupazione crescente verso la minaccia di guerra, ma essa fu deviato largamente verso i movimenti pacifisti che impedivano, di fatto, lo sviluppo di una connessione cosciente tra resistenza economica e pericoli di guerra. Per ciò che riguarda i piccoli gruppi di rivoluzionari che mantenevano un'attività organizzativa durante questo periodo, anche se intervenivano più direttamente in certe iniziative della classe operaia, andavano, ad un livello più profondo, controcorrente di fronte alla diffidenza della "politica" che prevaleva nella classe operaia nel suo insieme - e questo stesso fossato crescente tra le classi e la minoranza politica rappresentava un fattore supplementare dell'incapacità della classe a sviluppare la sua prospettiva.
11. La lotta in Polonia, e la sua sconfitta, avrebbero fornito una sintesi del rapporto di forza globale tra le classi. Gli scioperi indicavano chiaramente che gli operai dell’Est Europa non erano pronti a combattere una guerra in nome dell'impero russo, e tuttavia, non erano capaci di offrire un'alternativa rivoluzionaria alla crisi del sistema che si approfondiva. Del resto, lo schiacciamento fisico degli operai polacchi ebbe delle conseguenze politiche estremamente negative in tutta questa regione. Soprattutto per la classe operaia assente (in quanto classe) nei sollevamenti iniziali della fine dei regimi stalinisti, e per questa ragione vulnerabile ad un'ondata di sinistra propaganda nazionalista che oggi è personificata nei regimi autoritari che regnano in Russia, Ungheria e Polonia. La classe dominante stalinista, incapace di trattare la crisi e la lotta di classe senza repressione brutale, dimostrò che essa mancava di duttilità politica per adattarsi alle circostanze storiche mutevoli. Così, nel 1980-1981, lo scenario per il crollo del blocco dell'Est nel suo insieme già era preparato, segnando in tal modo una nuova fase nel declino storico del capitalismo. Ma questa nuova fase, che definiamo come quella della decomposizione del capitalismo, trovò le sue origini in una situazione di blocco tra le classi molto più ampio. I movimenti di classe che erano sorti nei paesi avanzati dopo il 1968 segnarono la fine della controrivoluzione, e la resistenza mantenuta della classe operaia avrebbe costituito un ostacolo alla "soluzione" della borghesia alla crisi economica: la guerra mondiale. C’erano tutte le premesse per definire questo periodo come un "corso a scontri di classe di massa", e di insistere sul fatto che un corso alla guerra non poteva aprirsi senza una sconfitta diretta di una classe operaia insorta. In questa nuova fase, la disintegrazione dei due blocchi imperialistici eliminò la guerra mondiale dall'ordine del giorno indipendentemente dal livello della lotta di classe. Ma ciò significò che la questione del corso storico non poteva più essere posta negli stessi termini. L'incapacità del capitalismo a superare le sue contraddizioni significa sempre che non può offrire all'umanità che un futuro di barbarie di cui si possono prefigurare già i contorni in una combinazione infernale di guerre locali e regionali, di disastri ecologici, di persecuzioni e di violenza sociale fratricida. Ma a differenza della guerra mondiale che richiede una sconfitta fisica diretta nonché ideologica della classe operaia, questa "nuova" discesa nella barbarie opera in modo più lento, più insidioso, imbrigliando gradatamente la classe operaia fino a renderla incapace di ricostituirsi in quanto classe. Il criterio per valutare l'evoluzione del rapporto di forza tra le classi non può essere più quello legato all’impedimento dello scoppio della guerra mondiale, e per questo, in generale, è diventato più difficile da prevedere.
12. Nella fase iniziale della rinascita del movimento comunista dopo il 1968, la tesi della decadenza del capitalismo guadagnò numerosi adepti, fornendo la base programmatica di una sinistra comunista ravvivata. Oggi, non è più così: la maggioranza dei nuovi elementi che cercano nel comunismo una risposta ai problemi ai quali è confrontata l'umanità trova ogni tipo di ragioni per opporsi al concetto di decadenza. E quando si arriva alla nozione di decomposizione, che noi difendiamo, come fase finale del declino del capitalismo, la CCI sembra essere alquanto sola. Altri gruppi accettano l'esistenza delle principali manifestazioni del nuovo periodo - la generalizzazione della lotta inter-imperialistica, il ritorno di ideologie profondamente reazionarie come il fondamentalismo religioso, ed il nazionalismo strisciante, la crisi nei rapporti tra l'uomo ed il mondo naturale - ma solo alcuni tra loro traggono la conclusione che questa situazione deriva da una impasse nel rapporto di forza tra le classi; e solo pochi tra questi sono anche d'accordo che tutti questi fenomeni sono espressione di un cambiamento qualitativo nella decadenza del capitalismo, di tutta una fase o periodo che può essere rovesciato solo con la rivoluzione proletaria. Questa opposizione al concetto di decomposizione prende spesso forma di diatribe contro le tendenze "apocalittiche" della CCI, poiché noi ne parliamo come fase terminale del capitalismo; o contro il nostro "idealismo" poiché, pur vedendo le conseguenze a lungo termine della crisi economica come fattore chiave della decomposizione, non vediamo i semplici fattori economici come elemento decisivo nell'entrata in questa nuova fase. Dietro queste obiezioni, c'è una incapacità a comprendere che il capitalismo, come ultima società di classe nella storia, è destinato ad entrare in questa specie di vicolo cieco storico. E ciò in quanto, a differenza della decadenza delle società di classe precedenti, dove era possibile lo sviluppo di un sistema sociale superiore (almeno da un punto di vista economico), il capitalismo non può dare nascita nel suo seno ad un nuovo modo di produzione più dinamico, dal momento che la sola via verso una forma superiore di vita sociale deve essere costruita, non sul prodotto automatico di leggi economiche, ma su un movimento cosciente dell'immensa maggioranza dell'umanità, e questo per definizione resta il compito più difficile mai intrapreso nella storia.
12. La decomposizione è stata il prodotto di un blocco nella lotta tra le due principali classi. Ma si è anche rivelata come un fattore attivo nelle crescenti difficoltà della classe operaia dal 1989. Le campagne molto ben orchestrate sulla morte del comunismo che hanno corredato la caduta del blocco russo - mostrando la capacità della classe dominante di utilizzare le stesse manifestazioni della sua decomposizione contro gli sfruttati - sono state un elemento molto importante nel lavoro di sabotaggio della fiducia in sé della classe e della sua capacità a riaffermare la sua missione storica. Il comunismo, il marxismo, la lotta di classe sono stati così dichiarati superati, niente più che storia morta. Ma gli effetti negativi, enormi e duraturi, degli avvenimenti del 1989 sulla coscienza, la combattività e l'identità di classe del proletariato non sono solamente il risultato della gigantesca campagna anti-comunista. L'efficacia di questa campagna deve essere spiegata. Essa può essere compresa solamente nel contesto dello sviluppo specifico della rivoluzione e della controrivoluzione dal 1917. Con l'insuccesso della controrivoluzione militare contro la stessa URSS neonata e, allo stesso tempo, la sconfitta della rivoluzione mondiale, è emersa una situazione completamente inattesa, senza precedenti: una controrivoluzione che viene dall'interno di un bastione proletario, ed un'economia capitalista in Unione sovietica senza nessuna classe capitalista storicamente evoluta. E ciò che risulta non è per niente l'espressione di una necessità storica più elevata, ma una sua aberrazione: la direzione di un'economia capitalista da parte di una burocrazia di Stato borghese controrivoluzionario, una burocrazia totalmente non qualificata e non adatta ad un tale compito. Sebbene l'economia a direzione stalinista si sia mostrata efficace per l'URSS nella prova della seconda guerra mondiale, essa è fallita completamente, sul lungo termine, nel generare un capitale nazionale competitivo.
Sebbene i regimi stalinisti siano stati forme particolarmente reazionarie della società borghese decadente, e non una ricaduta in un qualsiasi tipo di regime feudale o dispotico, essi non sono stati in nessuno senso delle economie capitaliste "normali". Col suo crollo, lo stalinismo ha fatto un ultimo favore alla classe dominante. Innanzitutto, le campagne sulla morte del comunismo sembrano aver trovato una conferma nella stessa realtà. Poi, le deviazioni dello stalinismo rispetto ad un capitalismo funzionante erano così gravi da apparire effettivamente “non capitaliste” agli occhi della popolazione. Soprattutto, e per tutto il tempo che si è mantenuto, il regime stalinista sembrava dimostrare che le alternative al capitalismo fossero possibili. Anche se questa particolare alternativa al capitalismo era tutto tranne che attraente per la maggioranza degli operai, la sua esistenza, tuttavia lasciava una breccia potenziale nell'armamento ideologico della classe dominante. Il riemergere della lotta di classe negli anni ‘60 fu capace di trarre profitto da questa breccia per sviluppare la visione di una rivoluzione che sarebbe dovuta essere al tempo stesso anticapitalista ed antistalinista e basata non su una burocrazia di Stato o su una partito Stato, ma sui consigli operai. Se, durante gli anni ‘60 e ‘70, la rivoluzione mondiale era vista da molti come un'utopia irrealizzabile, un vano sogno, ciò era dovuto all’immenso potere della classe dominante o a quella che veniva considerata come un marchio egoista e distruttivo insito nella nostra specie.
Tuttavia, tali sentimenti di disperazione potevano trovare, e talvolta lo trovavano, un contrappeso nelle lotte massicce e nella solidarietà del proletariato. Dopo il 1989, con il crollo dei regimi "socialisti", sorse un nuovo fattore qualitativo: l'impressione dell'impossibilità di una società moderna non basata su dei principi capitalisti. In queste circostanze, era assai più difficile per il proletariato sviluppare, non solo la sua coscienza e la sua identità di classe, ma anche le sue lotte economiche difensive, nella misura in cui la logica dei bisogni dell'economia capitalista pesa molto più se essa non sembra avere nessuna alternativa.
In questo senso, sebbene non sia certamente necessario che tutta la classe operaia diventi marxista, o sviluppi una chiara visione del comunismo per fare una rivoluzione proletaria, la situazione immediata della lotta di classe cominciava a risultare notevolmente alterata, dipendente dal fatto se larghi settori della classe vedono o non il capitalismo come un sistema da rimettere in discussione.
13. Ma, agendo in modo più subdolo, l'avanzamento della decomposizione in generale e "in sé stessa" ha eroso nella classe operaia la sua identità di classe e la sua coscienza di classe. Ciò è stato particolarmente evidente tra i disoccupati di lunga durata o tra i lavoratori impiegati a tempo parziale bistrattati dai cambiamenti strutturali introdotti negli anni ‘80: mentre nel passato i disoccupati erano stati all'avanguardia delle lotte operaie, in questo periodo, essi sono molto più vulnerabili alla sotto-proletarizzazione, al gangsterismo ed alla diffusione di ideologie come il jihadismo o il neofascismo. Come la CCI aveva previsto immediatamente nel periodo dopo gli avvenimenti del 1989, la classe si accingeva ad entrare in un lungo periodo di riflusso. Ma la lunghezza e la profondità di questo riflusso si sono rivelate anche peggio di ciò che avevamo previsto. Successivamente, importanti movimenti di una nuova generazione della classe operaia nel 2006 (il movimento anti-CPE in Francia) e tra il 2009 e il 2013 in numerosi paesi attraverso il mondo (Tunisia, Egitto, Israele, Grecia, Stati Uniti, Spagna…), nello stesso momento in cui emergeva un certo interesse per le idee comuniste in particolari settori proletari, ci hanno fatto pensare che la lotta di classe andava di nuovo ad occupare il centro della scena, e che si stava aprendo una nuova fase dello sviluppo del movimento rivoluzionario. Ma i diversi avvenimenti avutisi durante l'ultimo decennio hanno giustamente mostrato fino a che punto si sarebbero approfondite le difficoltà con cui la classe operaia e la sua avanguardia si dovevano confrontare.
14. Le lotte intorno al 2011 erano legate esplicitamente agli effetti della crisi economica che si approfondiva; i loro protagonisti spesso mettevano al centro la precarietà del lavoro e la mancanza di opportunità per i giovani, anche dopo parecchi anni di studi universitari. Ma non c'è legame automatico tra gli aggravamenti della crisi economica e lo sviluppo qualitativo della lotta di classe - una lezione essenziale degli anni ‘30, quando la Grande Depressione portò alla demoralizzazione, una classe che era già sconfitta. E, considerando i lunghi anni di riflusso e di disorientamento che l'hanno preceduto, il terremoto finanziario del 2007-2008, avrebbe avuto un impatto largamente negativo sulla coscienza del proletariato.
Un elemento importante a tale riguardo è stata la proliferazione dello stesso sistema di credito che era stato al centro dell'espansione economica degli anni ‘90 e 2000, ma le cui contraddizioni intrinseche ora ne acceleravano il crollo. Questo processo di "finanziarizzazione" operava allora non solo a livello delle grandi istituzioni finanziarie ma anche della vita di milioni di lavoratori. Per questo motivo, la situazione è molto differente da quella degli anni ‘20 e ‘30, quando la maggiore parte delle sedicenti classi medie (piccoli proprietari, liberi professionisti, ecc., ma non gli operai), avevano dei risparmi da perdere; e quando la protezione dello Stato bastava appena ad impedire ai proletari di morire di fame. Se, da un lato, la situazione materiale immediata di molti lavoratori in tali paesi è dunque sempre meno drammatica in rapporto a 8 o nove decenni fa, dall’altro, milioni di lavoratori, proprio in tali paesi, si ritrovano in un impiccio che negli anni ‘30 esisteva molto poco: sono diventati dei debitori, spesso ad un livello importante. Durante il diciannovesimo secolo, ed ancora in grande misura prima del 1945, i soli che facevano credito ai lavoratori erano i bar locali, i caffè e la drogheria. I lavoratori dovevano far ricorso alla loro solidarietà di classe nei momenti di particolari difficoltà. Il credito concesso ai proletari è cominciato su grande scala con i crediti per l'abitazione e per la costruzione, ed è esploso poi negli ultimi decenni con lo sviluppo del credito al consumismo delle masse. Lo sviluppo sempre più raffinato, astuto e perfido di questa economia del credito per gran parte della classe operaia, ha avuto delle conseguenze estremamente negative per la coscienza di classe proletaria. L'espropriazione del reddito della classe operaia da parte della borghesia è nascosta ed appare incomprensibile quando prende la forma di una svalutazione del risparmio, del fallimento delle banche o delle compagnie di assicurazione, o della confisca della proprietà della casa. La precarietà crescente dell’assistenza dello "Stato Sociale" e del loro finanziamento, facilita la divisione dei lavoratori tra coloro che pagano per questi sistemi pubblici, e quelli che ne beneficiano senza avere pagato l'equivalente. Ed il fatto che milioni di lavoratori siano caduti nell'indebitamento, è un mezzo nuovo, supplementare e potente per disciplinare il proletariato.
Anche se il risultato del crash è stato per lo più l'austerità ed un trasferimento ancora più sfrontato di ricchezza a profitto di una piccola minoranza, in senso generale esso non ha acuito e sviluppato una comprensione del funzionamento del sistema capitalista: il risentimento contro la disuguaglianza crescente è stato in grande misura diretto contro "l'élite urbana corrotta", un tema che è diventato il cavallo di battaglia del populismo di destra. E anche quando la reazione alla crisi ed alle ingiustizie che a queste ultime sono legate ha fatto nascere forme più proletarie di lotta, come il movimento Occupy negli Stati Uniti, queste ultime erano in grande misura bloccate da una tendenza a far cadere la colpa alla cupidigia dei banchieri o anche a società segrete che hanno deliberatamente pianificato il crash per rinforzare il loro controllo sulla società.
15. L'ondata rivoluzionaria del 1917-1923, come i movimenti insurrezionali precedenti della classe operaia, (1871, 1905), erano stati scatenati da una guerra imperialista, conducendo i rivoluzionari dell'epoca a considerare che la guerra determinasse le condizioni più favorevoli alla rivoluzione proletaria. In realtà, la sconfitta dell'ondata rivoluzionaria ha mostrato che la guerra poteva creare delle divisioni profonde nella classe, in particolare tra i proletari delle nazioni "vittoriose" e quelli delle nazioni "vinte". In più, come hanno dimostrato gli avvenimenti alla fine della 2a Guerra Mondiale, la borghesia ha tratto le lezioni necessarie da ciò che è avvenuto nel 1917, e ha mostrato la sua capacità a limitare le possibilità di reazioni proletarie alla guerra imperialistica, in particolare sviluppando delle strategie e delle forme di tecnologia militare che rendono la fraternizzazione tra eserciti contrapposti sempre più difficili.
Contrariamente alle promesse della classe dominante occidentale dopo la caduta del blocco imperialista russo, la nuova fase storica che si apriva non era in nessuno modo un'epoca di pace e di stabilità ma una propagazione del caos militare, di guerre sempre più insolubili che hanno devastato lembi interi dell'Africa e del Medio Oriente e hanno colpito anche le frontiere d'Europa. Ma mentre la barbarie che si estendeva in Iraq, Afghanistan, Ruanda ed adesso Yemen e Siria, ha suscitato certamente l'orrore e l'indignazione di sezioni notevoli del proletariato mondiale - ivi compreso nei centri capitalisti dove la borghesia è stata implicata direttamente in queste guerre - le guerre della decomposizione solo raramente hanno dato nascita a forme proletarie di opposizione. Nei paesi colpiti direttamente, la classe operaia è stata troppo debole per organizzarsi contro i gangster militari locali ed i loro sponsor imperialistici. Ciò è flagrante nell’attuale guerra in Siria che ha visto non solo una carneficina ininterrotta della popolazione da parte di bombardamenti aerei, anche e soprattutto da parte delle forze ufficiali dello Stato, ma anche la deviazione di un malcontento sociale iniziale attraverso la creazione di fronti militari ed il reclutamento degli oppositori al regime in una miriade di gang armate, ciascuna più brutale dell'altra. Nei centri capitalisti, tali scenari spaventosi hanno generato soprattutto sentimenti di disperazione e di impotenza – e ciò perché sembra che ogni tentativo di ribellarsi contro il sistema attuale possa finire solamente in una situazione ancora peggiore. La triste sorte della "primavera araba" è stata facilmente utilizzata contro una possibile rivoluzione. Ma lo smembramento selvaggio di interi paesi alla periferia dell'Europa ha, durante gli ultimi anni, cominciato ad avere un effetto boomerang sulla classe operaia al centro del sistema. Ciò può essere riassunto in due questioni: da un lato, lo sviluppo sempre più caotico a scala mondiale di una crisi dei profughi che è veramente planetaria e, dell'altro, lo sviluppo del terrorismo.
16. Il momento scatenante della crisi dei profughi in Europa, è stato l'apertura delle frontiere della Germania e dell'Austria ai profughi della "strada dei Balcani" nell'estate 2015. I motivi di questa decisione della cancelliera Merkel erano doppi. Innanzitutto, la situazione economica e demografica in Germania (un'industria fiorente confrontata alla prospettiva di una penuria di mano d'opera qualificata e "motivata"). Secondariamente, il pericolo del crollo dell'ordine pubblico del Sud-est Europa a causa della concentrazione di centinaia di migliaia di profughi in paesi incapaci di gestirli.
Tuttavia, la borghesia tedesca aveva calcolato male le conseguenze della sua decisione unilaterale sul resto del mondo, in particolare in Europa. In Medio Oriente ed in Africa, milioni di profughi e di altre vittime della miseria capitalista hanno cominciato a fare dei piani per raggiungere l'Europa, in particolare la Germania. In Europa, le regole dell'UE, come "Schengen" o il "Patto di Dublino per i profughi" ha fatto del problema della Germania quello dell'Europa nel suo insieme. Perciò, uno dei primi risultati di questa situazione è stata una crisi dell'Unione Europea - che sembrerebbe la più grave della sua storia.
L'arrivo di tanti profughi in Europa ha incontrato in principio un'ondata spontanea di simpatia presso vasti settori della popolazione - uno slancio che è ancora forte in paesi come l'Italia o la Germania. Ma questo slancio è stato soffocato molto rapidamente da una reazione xenofoba in Europa orchestrata non solo dai populisti ma anche dalle forze di sicurezza e dai difensori professionisti della legge e dell'ordine borghese allarmati dall'afflusso improvviso ed incontrollato di persone non identificate. La paura di un arrivo di agenti terroristici è andata di pari passo col timore che l'arrivo di tanti musulmani rafforzi lo sviluppo delle sotto-comunità di immigrati in seno all'Europa, che non si identificano alla Stato-nazione del paese dove vivono. Queste paure si sono rinforzate ulteriormente con l'incremento di attacchi terroristici in Francia, Belgio e Germania. Nella stessa Germania c'è stato un netto incremento di attacchi terroristici di destra contro i profughi. In alcune zone della vecchia RDT, una vera atmosfera di pogrom si è sviluppata. Nell’Europa dell'ovest nel suo insieme, dopo la crisi economica, la "crisi dei profughi", con l’aggiunta dell’aumento del terrorismo fondamentalista, è diventata il secondo fattore che ha alimentato le fiamme del populismo di destra.
Se la crisi economica dopo 2008 creò gravi divisioni in seno alla borghesia sul modo migliore di gestire l'economia mondiale, l'estate 2015 ha segnato l'inizio della fine del suo consenso sull'immigrazione. La base di questa politica fino ad ora era stata il principio della frontiera semi-permeabile. Il muro contro il Messico, che Donald Trump vuole costruire esiste già, proprio come quello che cinge l'Europa, anche se qui sotto forma di imbarcazioni militari di pattuglia e di prigioni negli aeroporti. Ma lo scopo dei muri attuali è di rallentare e regolamentare l'immigrazione, non di impedirla. Fare entrare illegalmente degli immigrati espone quest'ultimi ad azione penale, obbligandoli così a lavorare per un salario di miseria nelle condizioni abominevoli senza nessuno diritto ai servizi sociali. Inoltre, obbligando le persone a rischiare la loro vita per ottenere l'ammissione, il regime di frontiera diventa una specie di meccanismo selettivo barbarico, che consente il passaggio soli ai più audaci, determinati e dinamici.
L'estate 2015 segna, in effetti, l'inizio del crollo del sistema di immigrazione esistente. Lo squilibrio tra il numero continuamente crescente di quelli che cercano di arrivare da un lato e l'indebolimento dall'altro della domanda di forza lavoro nel paese dove essi entrano (la Germania costituisce un'eccezione) è diventato insostenibile. E come al solito i populisti hanno a portata di mano una soluzione facile: la frontiera semi-permeabile deve essere resa impermeabile, qualunque sia il livello di violenza richiesto. Qua, di nuovo, ciò che propongono sembra molto plausibile dal punto di vista borghese. Non equivale a nient’altro che all'applicazione della logica delle "comunità chiuse" a livello di paesi interi.
Qua, di nuovo, gli effetti di questa situazione per la coscienza della classe operaia sono, per il momento, molto negativi. La caduta del blocco dell'est venne presentata come il trionfo estremo del capitalismo democratico occidentale. Di fronte a ciò, c'era la speranza, dal punto di vista del proletariato, che la crisi della società capitalista, a tutti i livelli ed ad un livello globale, alla fine avrebbe contribuito ad offuscare questa immagine del capitalismo come il migliore sistema possibile. Ma oggi - e malgrado lo sviluppo della crisi - il fatto che milioni di persone, non solamente profughi, siano pronti a rischiare la loro vita per avere accesso ai vecchi centri capitalisti, quali sono l'Europa ed il Nordamerica, può solo rinforzare l'impressione che queste zone sono (almeno comparativamente) se non proprio un paradiso, almeno delle isolette di prosperità e di relativa stabilità.
A differenza con l'epoca della Grande Depressione degli anni ‘30, quando il crollo dell'economia mondiale si focalizzò sugli Stati Uniti e la Germania, oggi, grazie ad una gestione globale capitalista di Stato, i paesi centrali capitalisti verosimilmente sembrano gli ultimi a crollare. In questo contesto, si è determinata una situazione che somiglia a quella di una fortezza assediata, in particolare (ma non solamente) in Europa ed negli Stati Uniti. In queste zone, è reale il pericolo che la classe operaia, anche se non è mobilitata attivamente dietro l'ideologia della classe dominante, cerchi la protezione dei suoi "propri" sfruttatori ("l'identificazione con l'aggressore" per utilizzare un termine psicologico) contro ciò che è percepito come un pericolo comune che viene dall'esterno.
17. Il "contraccolpo" degli attacchi terroristici risultanti dalle guerre in Medio Oriente è cominciato molto prima dell'attuale crisi dei profughi. Gli attacchi di Al-Qaïda contro le Twin Towers nel 2001, seguiti da altre atrocità nei trasporti a Madrid ed a Londra, mostravano già che i principali Stati capitalisti cominciavano a raccogliere ciò che avevano seminato in Afghanistan ed Iraq. Ma la serie più recente di omicidi attribuiti allo Stato Islamico in Germania, Francia, Belgio, Turchia, negli Stati Uniti, ed altrove, sebbene aventi spesso apparentemente un carattere più dilettantesco ed anche casuale, in cui diventa sempre più difficile distinguere un "soldato" terrorista vero ed integrato da un individuo isolato e perturbato, e che si produce contemporaneamente con la crisi dei profughi, ha ulteriormente intensificato i sentimenti di diffidenza e di paranoia nella popolazione, portandola ad orientarsi verso lo Stato per chiedere la sua protezione nei confronti di un "nemico interno" informe ed imprevedibile. Nello stesso tempo, l'ideologia nichilista dello Stato Islamico e dei suoi emuli offre un breve momento di gloria ai giovani immigrati ribelli che non vedono un loro futuro nei semi-ghetti delle grandi città occidentali. Il terrorismo che, nella fase di decomposizione, è diventato più uno strumento mezzo di guerra tra Stati e proto-Stati, rende molto più difficile l'espressione dell'internazionalismo.
18. L'attuale ascesa del populismo è stata dunque alimentata da questi differenti fattori - la crisi economica del 2008, l'impatto della guerra, il terrorismo, e la crisi dei profughi - ed appare come un'espressione concentrata della decomposizione del sistema, dell'incapacità dell'una o dell'altra delle principali classi della società ad offrire una prospettiva per il futuro all'umanità. Dal punto di vista della classe dominante, ciò significa l'esaurimento del consenso "neoliberista" che aveva permesso al capitalismo di mantenersi ed anche di allargare l'accumulazione dall'inizio della crisi economica aperta negli anni 1970, ed in particolare, l’esaurimento delle politiche keynesiane che avevano predominato nel boom del dopoguerra. Nella scia del crash del 2008 che già aveva allargato l'immenso divario di prosperità tra una minoranza molto ricca e la grande maggioranza, la dérégulation e la globalizzazione, come la "libera circolazione" del capitale e del lavoro in un quadro inventato dagli Stati più potenti del mondo, sono stati rimessi in discussione da una parte crescente della borghesia di cui la destra populista è tipica, anche se mescola simultaneamente neo-liberismo e neo-keynesianismo negli stessi discorsi in campagna elettorale. L'essenza della politica populista è la formalizzazione politica, amministrativa e giudiziaria della disuguaglianza della società borghese. Ciò che la crisi del 2008 ha, in particolare, contribuito ad evidenziare, è che questa uguaglianza formale è il vero fondamento di una disuguaglianza sociale più chiara che mai. In una situazione in cui il proletariato è incapace di porre la sua soluzione rivoluzionaria - l'instaurazione di una società senza classe - la reazione populista è di volere sostituire la pseudo-uguaglianza ipocrita esistente con un sistema "onesto" ed aperto di discriminazione legale. È il crogiolo della "rivoluzione conservatrice" difesa dal consigliere capo del presidente Trump, Steve Bannon.
Una prima indicazione di ciò che vogliono dire slogan come "l'America innanzitutto" è data dal programma elettorale "la Francia innanzitutto" del Fronte Nazionale. Propone di privilegiare i cittadini francesi, a livello di impieghi, tasse e servizi sociali, rispetto ai cittadini di altri paesi dell'Unione Europea residenti all'estero che, a loro volta, sarebbero prioritari rispetto agli altri stranieri. Un dibattito simile esiste in Gran Bretagna sulla questione di sapere se, dopo la Brexit, i cittadini dell'UE potranno beneficiare di uno statuto intermedio tra i nazionali e gli altri stranieri. Nel Regno Unito, l'argomento principale emesso in favore della Brexit non era un'obiezione alla politica commerciale dell'UE o un qualsiasi slancio protezionistico britannico al riguardo dell'Europa continentale, ma la volontà politica di "riconquistare la sovranità nazionale" rispetto all'immigrazione ed al mercato nazionale di mano d'opera. La logica di questa argomentazione è che, in assenza di una prospettiva di crescita a lungo termine per l'economia nazionale, le condizioni di vita degli autoctoni possono essere più o meno stabilizzate solo da una discriminazione contro tutti gli altri.
18. Invece di essere un antidoto al riflusso lungo e profondo della coscienza di classe, dell'identità di classe e della combattività dopo il 1989, la pretesa crisi finanziaria e dell'Euro ha avuto l'effetto opposto. In particolare, sono notevolmente aumentati gli effetti perniciosi della perdita di solidarietà nelle fila del proletariato. Ed in più, vediamo l'ascesa del fenomeno della ricerca del capro espiatorio, un modo di pensare secondo il quale si accusano le persone - su cui si proietta tutto il male del mondo - di tutto ciò che va male nella società. Tali idee aprono la porta al pogrom. Oggi, il populismo è la manifestazione più sorprendente, ma non l'unica, di questo problema che tende ad impregnare tutti i rapporti sociali. Al lavoro e nella vita quotidiana della classe operaia, in modo crescente, indebolisce la cooperazione e rafforza l'atomizzazione e lo sviluppo della diffidenza reciproca e del mobbing.
Il movimento operaio marxista ha difeso da lungo tempo le visioni teoriche che contribuiscono a fare da contrappeso a questa tendenza. Le due visioni più essenziali erano: a) che nel capitalismo, lo sfruttamento è diventato impersonale, poiché funziona secondo le "leggi" del mercato (legge del valore), gli stessi capitalisti sono obbligati a sottoporsi a queste leggi; b) malgrado questo carattere meccanico, il capitalismo resta un rapporto sociale tra classi, poiché questo "sistema" è basato e mantenuto da un atto di volontà dello Stato borghese (la creazione ed il rafforzamento della proprietà privata capitalista); la lotta di classe non è dunque personale ma politica. Al posto di combattere delle persone, si lotta contro un sistema e la classe che l'incarna per trasformare i rapporti sociali. Queste visioni tuttavia pur non potendo immunizzare il proletariato, anche i suoi strati più coscienti, contro la visione del capro espiatorio lo rendono di fatto più resiliente. Ciò spiega in parte perché, anche nello stesso centro della controrivoluzione, ivi compreso in Germania, il proletariato, rispetto ad altre parti della società, ha più resistito e per molto tempo all'esplosione di antisemitismo. Queste tradizioni proletarie hanno continuato ad avere effetti positivi, anche quando gli operai non si sono identificati più in modo cosciente al socialismo. La classe operaia, dunque, resta l'unica vera barriera all'estensione di questo tipo di veleno anche se alcune sue parti ne sono state colpite seriamente.
19. Tutto ciò ha determinato un cambiamento nella disposizione politica della società borghese nel suo insieme, ma essa, tuttavia, per il momento non gioca per niente a favore del proletariato. Nei paesi come gli Stati Uniti o la Polonia, dove attualmente i populisti sono al governo, importanti manifestazioni di piazza hanno difeso soprattutto la democrazia capitalista esistente e la sua regolamentazione "liberale". Un'altra questione che mobilita le masse è la lotta contro la corruzione, in Brasile, in Corea del Sud, in Romania o in Russia. Il movimento delle "5 stelle" in Italia è animato principalmente dalla stessa questione. La corruzione, endemica nel capitalismo, raggiunge proporzioni epidemiche nella sua fase terminale. Nella misura in cui questa nuoce alla produttività e alla competitività, quelli che lottano contro di essa sono i migliori difensori degli interessi del capitale nazionale. La quantità di bandiere nazionali brandite durante tali manifestazioni non sono il frutto del caso. C'è anche un rinnovo d'interesse per il processo elettorale borghese. Certe parti della classe operaia sono cadute nella trappola del populismo esprimendo il loro voto in favore di quest'ultimo, influenzati dal riflusso della solidarietà, o come una protesta contro la classe politica al potere. Oggi, uno degli ostacoli allo sviluppo dell'emancipazione è l'impressione che hanno questi lavoratori che possono meglio scuotere e fare pressione sulla classe dominante attraverso un voto a favore dei populisti piuttosto che attraverso la lotta proletaria. Ma forse il pericolo maggiore è che i settori più moderni e globalizzati della classe, al centro del processo di produzione, possano, per indignazione contro la meschina espulsione esaltata dal populismo, o a partire da una comprensione più o meno chiara che questa corrente mette in pericolo la stabilità dell'ordine esistente, cadere nella trappola della difesa del regime capitalista democratico dominante.
20. L'ascesa del populismo e dell'anti-populismo presenta certe somiglianze con gli anni ‘30, quando la classe operaia è stata presa nel circolo vizioso del fascismo e dell'antifascismo. Ma malgrado queste somiglianze, la situazione storica attuale non è la stessa degli anni ’30, periodo in cui il proletariato in Unione Sovietica ed in Germania aveva subito non solo uno scacco politico ma anche una sconfitta fisica. Oggi invece, la situazione non è controrivoluzionaria. Per questa ragione, la probabilità che la classe dominante tenda ad imporre una sconfitta fisica al proletariato per ora è molto debole. C'è un'altra differenza con gli anni ‘30: oggi l'adesione ideologica dei proletari al populismo o all'anti-populismo non è per niente definitiva. Molti operai che, oggi, votano per un candidato populista possono, dall'oggi al domani, ritrovarsi in lotta al fianco dei loro fratelli di classe, e la stessa cosa vale per gli operai coinvolti nelle manifestazioni antipopuliste. La classe operaia oggi, soprattutto nei vecchi centri del capitalismo, non è pronta a sacrificare la sua vita per gli interessi della nazione, malgrado l'influenza crescente del nazionalismo su certi settori della classe, e nemmeno ha perso la possibilità di combattere per i suoi interessi e questo potenziale continua ad affiorare, anche se ciò è molto più dispersivo ed effimero rispetto al periodo 68-69 e quello tra il 2006 ed il 2013. Allo stesso tempo, un processo di riflessione e di maturazione in seno ad una minoranza del proletariato prosegue a dispetto delle difficoltà e dei riflussi, e ciò riflette un processo più sotterraneo che ha luogo in seno a strati più larghi del proletariato.
In queste condizioni, il tentativo di terrorizzare la classe sarebbe potenzialmente pericoloso e probabilmente molto controproducente. Potrebbe erodere sensibilmente le illusioni che gli operai hanno sul capitalismo democratico, che costituisce uno dei più importanti vantaggi ideologici degli sfruttatori.
Per tutte queste ragioni, è molto più nell'interesse della classe capitalista utilizzare contro la classe operaia gli effetti negativi della decomposizione.
21. Una delle principali linee d’attacco della borghesia "liberale" contro la rivoluzione di Ottobre 1917 sono stati, e continueranno ad essere, i pretesi contrasti tra le speranze democratiche del sollevamento di febbraio, ed il "colpo di Stato" di Ottobre dei Bolscevichi, che hanno fatto sprofondare la Russia nel disastro e nella tirannide. Ma la chiave per comprendere la rivoluzione di Ottobre è basata sulla necessità di rompere il fronte di guerra imperialista che era sostenuto e voluto da tutte le fazioni della borghesia ed in particolare dalla sua ala "democratica", e dunque dare il primo input alla rivoluzione mondiale. Era la prima risposta chiara del proletariato mondiale all'entrata del capitalismo nella sua epoca di declino, e ed è a questo livello che Ottobre 1917, lungi dal costituire una reliquia dei tempi passati, è l’indicatore del futuro dell'umanità.
Oggi, dopo tutti i contraccolpi che ha subito da parte della borghesia mondiale, la classe operaia sembra molto lontana dalla riconquista del suo progetto rivoluzionario. E, tuttavia, " oggi, in un certo senso, la domanda del comunismo è al centro stesso della difficile situazione dell'umanità. Essa domina la situazione mondiale attraverso il vuoto che ha creato con la sua assenza". (Rapporto sulla situazione mondiale). I molteplici atti di barbarie del 20mo e 21mo secolo, da Hiroshima, Auschwitz, a Fukushima ed Aleppo, sono i pesanti prezzi che l'umanità ha pagato per l'insuccesso della rivoluzione comunista durante tutti questi decenni; e se, in questo tempo di decadenza della civiltà borghese le speranze di trasformazione rivoluzionaria fossero definitivamente rotte, le conseguenze per la sopravvivenza della società sarebbero ancora più gravi. E tuttavia, siamo convinti che queste speranze sono sempre vive e fondate sempre su delle possibilità reali.
Da un lato, sono fondate sulla possibilità e la necessità oggettiva del comunismo, che è contenuto nel contrasto che si accentua tra le forze di produzione ed i rapporti di produzione. Questo contrasto è diventato precisamente più acuto perché il capitalismo decadente in decomposizione, contrariamente alle società di classe precedenti che hanno subito tutto un periodo di stagnazione, non ha mai fermato la sua espansione globale e la sua penetrazione in tutti i pori della vita sociale. Ciò si può vedere a parecchi livelli:
- Nella contraddizione tra il potenziale contenuto nella tecnologia moderna e la sua utilizzazione attuale nel capitalismo: lo sviluppo della tecnologia dell'informazione e dell'intelligenza artificiale che potrebbe essere utilizzata per contribuire a liberare l'umanità dai lavori noiosi ed accorciare enormemente la giornata di lavoro, ha condotto da un lato alla soppressione di posti di lavoro, e dall'altro ha prolungato la giornata di lavoro.
- Nella contraddizione tra il carattere associato a scala mondiale della produzione capitalista e la proprietà privata che, da un lato, mette in luce la partecipazione di milioni di proletari nella produzione della ricchezza sociale e, dall'altro, la sua appropriazione da parte di una piccola minoranza la cui arroganza e spreco diventano un affronto alle condizioni di vita che stentano o tendono decisamente all'impoverimento che vive la grande maggioranza. Il carattere obiettivamente globale dell'associazione del lavoro è aumentato in modo spettacolare negli ultimi decenni, in particolare, con l'industrializzazione della Cina e di altri paesi dell'Asia. Questi nuovi battaglioni proletari, che si sono mostrati spesso estremamente combattivi, costituiscono potenzialmente una nuova e forte grande fonte per la lotta di classe globale, anche se il proletariato dell'Europa occidentale resta la chiave della maturazione politica della classe operaia di fronte ad uno scontro rivoluzionario col capitale.
- Nella contraddizione tra il valore d’ uso ed il valore di scambio che si esprime soprattutto nella crisi di sovrapproduzione ed in tutti i mezzi che utilizza il capitalismo per superarla, in particolare, il ricorso massiccio al debito. La sovrapproduzione, questa assurdità intrinseca al capitalismo, mette in evidenza allo stesso tempo la possibilità dell'abbondanza e l'impossibilità di arrivarvi con il capitalismo. Un esempio di sviluppo tecnologico mette ulteriormente in evidenza questa assurdità: Internet ha reso possibile distribuire gratuitamente ogni tipo di beni (musica, libri, film, ecc.) e tuttavia, il capitalismo, a causa del bisogno di mantenere il sistema di profitto, ha dovuto creare un'enorme burocrazia per assicurarsi che una tale libera distribuzione rimanga ristretta o che operi principalmente solo come un forum che fa pubblicità per le merci. In più, la crisi di sovrapproduzione si manifesta negli attacchi continui contro il livello di vita della classe operaia e l'impoverimento della massa dell'umanità.
- Nella contraddizione tra l'espansione globale del capitale, e l'impossibilità di andare al di là dello Stato-nazione. Il livello della globalizzazione raggiunto negli anni ‘80, ci ha più che mai avvicinato al punto predetto da Marx nei Grundrisse: "l'universalità verso la quale esso tende irresistibilmente incontra delle barriere nella sua stessa natura che, ad una certa tappa del suo sviluppo, gli permetteranno di essere riconosciuto esso stesso come la più grande barriera a questa tendenza, e a partire da là lo condurrà dunque al suo superamento"[1]. Certamente, questa contraddizione fu già percepita dai rivoluzionari al tempo della prima guerra mondiale, poiché questa era la prima espressione chiara che finché lo Stato-nazione sopravviveva a sé stesso, il capitalismo non poteva realmente andare oltre. Ed oggi sappiamo che la scomparsa - in effetti la caduta - del capitale non prenderà una forma puramente economica: più si avvicina ad un'impasse economica, più grande sarà la sua deriva verso "la sopravvivenza" a scapito degli altri attraverso i mezzi militari. La belligeranza apertamente nazionalista di Trump, Putin, ed altri significa che la globalizzazione capitalista, lungi dall'unificare l'umanità, ci spinge sempre più vicino all'autodistruzione, anche se la discesa agli inferi non prenderà più necessariamente la forma di una guerra mondiale.
- Nella contraddizione tra la produzione capitalista e la natura, considerata come un "dono gratuito" agli inizi del capitalismo (Adam Smith), e che ha raggiunto livelli senza precedenti nella fase di decomposizione. Ciò si esprime in modo evidente nel vandalismo aperto di coloro che negano il cambiamento climatico e che sono al governo negli Stati Uniti e nell'ascesa del loro nemico giurato, la Cina, dove la ricerca frenetica di crescita ad ogni costo ha fatto sorgere città dove l'aria non è respirabile, e ancora nel pericolo di crescita del riscaldamento globale, e - in una combinazione bizzarra di superstizione antica e di capitalismo moderno gangster - nella accelerata distruzione completa in Africa ed altrove di specie animali, stimate per le virtù curative magiche delle loro corna o delle loro pelli. Il capitalismo non può esistere senza questa mania di crescita ma è incompatibile con la salute dell'ambiente naturale in cui vive e respira l'umanità. La perpetuazione stessa del capitale minaccia dunque l'esistenza della specie umana, e non solamente a livello militare ma anche a livello dei suoi rapporti con la natura.
L'acuirsi insopportabile delle contraddizioni sopra citate conduce ad una sola soluzione: la produzione mondiale associata per l'uso e non per il profitto, un'associazione non solamente tra esseri umani ma un'associazione tra esseri umani e natura. Può anche essere che oggi la maggiore espressione di questo potenziale - per questa trasformazione – si trovi nella nuova generazione dei settori centrali del proletariato mondiale che, sempre più cosciente della gravità della situazione storica, non cada più nella disperazione del "no futuro" dei decenni precedenti. Questa fiducia è fondata sul riconoscimento della produttività associata di ciascuno: sul potenziale rappresentato dal progresso scientifico e tecnico, su "l'accumulazione" di conoscenze e dei mezzi per accedervi, e sulla crescita di una comprensione più profonda e più critica dell'interazione tra l'umanità e la restante natura.
Allo stesso tempo, questa parte del proletariato - come abbiamo visto nei movimenti in Europa occidentale nel 2011, che nel loro punto culminante hanno gridato lo slogan di "rivoluzione mondiale" - è molto più cosciente del carattere internazionale dell'associazione del lavoro oggi, e dunque più capace di afferrare le possibilità dell'unificazione internazionale delle lotte.
Ma l'unificazione globale del proletariato è una soluzione che il capitale deve evitare ad ogni costo, anche quando deve adottare dei mezzi che mostrano i limiti insiti nella produzione per lo scambio. Lo sviluppo del capitalismo di Stato nell'epoca di decadenza è, in un certo senso, un modo di ricerca disperata per mantenere una società unita attraverso mezzi totalitari, un tentativo della classe dominante di esercitare il suo controllo sulla vita economica in un periodo in cui lo sviluppo delle "leggi naturali" del sistema lo spinge verso il proprio crollo.
22. Se il capitalismo non può scongiurare la necessità del comunismo, è anche vero che il nuovo modo di produzione non può nascere automaticamente, ma richiede l'intervento cosciente della classe rivoluzionaria, il proletariato. A dispetto delle difficoltà estreme alle quali è confrontato la classe oggi, della sua incapacità apparente a fare risorgere la sua "proprietà" del progetto comunista, noi abbiamo sottolineato già le nostre ragioni insistendo sul fatto che questo rinnovo, questa ricostituzione del proletariato in classe per il comunismo, oggi è ancora possibile. E ciò perché se il capitalismo non può scongiurare la necessità obiettiva del comunismo, esso neanche può sopprimere interamente le aspirazioni soggettive ad una nuova società, o alla ricerca della comprensione di come arrivarci, in seno alla classe associata, il proletariato.
La memoria di ciò che significava realmente l'Ottobre rosso e la rivoluzione tedesca e l'ondata rivoluzionaria mondiale scatenata dall’Ottobre non possono sparire interamente. Ciò è stato, per così dire, represso, ma tutti i ricordi repressi sono destinati a riapparire quando le condizioni sono mature. E c'è sempre, in seno alla classe operaia, una minoranza che ha mantenuto ed elaborato la storia reale e le sue lezioni ad un livello cosciente, pronta a fertilizzare la riflessione della classe quando riscoprirà la necessità di dare un senso alla propria storia.
La classe non può raggiungere questo livello di ricerca ad una scala di massa senza passare attraverso la dura scuola delle lotte pratiche. Queste lotte, in risposta agli attacchi crescenti del capitale, sono la base granitica dello sviluppo della fiducia in sé e della solidarietà senza limite generate dalla realtà del lavoro associato.
Ma l'impasse raggiunto nelle battaglie economiche, puramente difensive, del proletariato dal 1968 richiede anche una lotta teorica, una ricerca per comprendere il suo passato "in profondità" ed il suo possibile futuro, una ricerca che può condurre solamente alla necessità per il movimento di classe di passare dal locale e dal nazionale all'universale, dall'economico al politico, dalla difensiva all'offensiva. Mentre la lotta immediata della classe è più o meno una costante nella vita del capitalismo, non c'è nessuna garanzia che questo ulteriore, vitale passo sia fatto. Ma essa si manifesta, poco importa fino a che punto con le sue limitazioni e confusioni, attraverso le lotte della generazione attuale di proletari, soprattutto nei movimenti come quello degli Indignados in Spagna che, del resto, era un'espressione di indignazione autentica contro l'intero sistema, - un sistema "obsoleto" come lo proclamavano i manifestanti sulle loro bandiere - di un desiderio di comprendere come funziona questo sistema, e con che cosa si potrebbe sostituire, ed allo stesso tempo, di scoprire gli strumenti organizzativi che devono essere adoperati per uscire dalle istituzioni dell'ordine esistente. Questi mezzi essenzialmente non erano nuovi: la generalizzazione delle assemblee di massa, l'elezione di delegati eletti, un'eco molto chiara dell'epoca dei soviet nel 1917. Era una chiara dimostrazione del lavoro in profondità della "vecchia talpa" nelle fondamenta della vita sociale.
Ciò dava anche una prima apertura potenziale per uno sviluppo di quella che si può chiamare la dimensione politico-morale della lotta proletaria: l'emersione di un profondo rigetto da parte di larghi settori della classe dello stile di vita e del comportamento dominanti. L'evoluzione di questo momento è al tempo stesso un fattore molto importante nella preparazione e nella maturazione di lotte massicce su un terreno di classe e di una prospettiva rivoluzionaria.
Allo stesso tempo, l'insuccesso del movimento degli Indignados a realizzare una reale identità di classe sottolinea la necessità di legare questa politicizzazione nascente nelle strade e sui posti di lavoro alla lotta economica, al movimento sui posti di lavoro, dove la connotazione di classe operaia è più evidenta. Il futuro rivoluzionario non si basa su una "negazione" della lotta economica come proclamano i modernisti, ma su una vera sintesi delle dimensioni politiche ed economiche del movimento di classe, come è osservato e difeso nell’opuscolo Sciopero di massa di Rosa Luxemburg.
23. Nello sviluppo di questa capacità di vedere il legame tra le dimensioni politiche ed economiche delle lotte, le organizzazioni politiche comuniste hanno un ruolo indispensabile da giocare, e ciò in quanto la borghesia farà di tutto per screditare il ruolo del partito bolscevico nel 1917, presentando la sua azione come una cospirazione di fanatici e di intellettuali interessati ad impossessarsi solo del potere. Il compito della minoranza comunista non è di provocare le lotte o di organizzarle in anticipo, ma di intervenire al loro interno per chiarire i metodi e gli scopi del movimento.
La difesa dell'Ottobre rosso esige anche una energica dimostrazione che lo stalinismo, lungi dal rappresentare una qualsiasi continuità con quest’ultimo, è stato invece una controrivoluzione borghese contro di lui. Questo compito è tanto più necessario oggi di fronte al peso delle idee secondo le quali il crollo dello stalinismo avrebbe dimostrato l’inattuabilità economica del comunismo. Gli effetti negativi di questo peso sulle minoranze politiche in ricerca - il campo instabile tra la sinistra comunista e le sinistre del capitale (gauscismo) - è considerevole. Mentre prima del 1989, idee confuse ma manifestamente anticapitaliste, per esempio delle compagini consiliariste o autonome, erano relativamente influenti in tali circoli, dopo c'è stata un'avanzata importante delle concezioni basate sulla formazione di circoli di scambio reciproco a livello locale, sulla preservazione e l'estensione di aree di economie di sussistenza o sulle “comuni” ancora esistenti. L'avanzata di tali idee indica che anche i settori più politicizzati del proletariato sono oggi spesso incapaci di immaginare una società al di là del capitalismo. In queste circostanze, uno dei fattori necessari che prepara l'uscita di una futura generazione di rivoluzionari è che le esistenti minoranze rivoluzionarie espongano oggi nel modo più profondo e convincente (senza cadere nella concezione utopistica) perché il comunismo è oggi non solo una necessità, ma anche una possibilità estremamente reale e fattibile.
Data la natura ridotta e dispersa della sinistra comunista oggi, e le difficoltà enormi alle quali è confrontato un più largo campo di elementi alla ricerca di chiarezza politica, è evidente che una distanza enorme dovrà essere percorsa tra il piccolo movimento rivoluzionario attuale ed ogni capacità futura di agire come un'avanguardia autentica nei movimenti di classe di massa. I rivoluzionari e le minoranze politicizzate non sono dei semplici prodotti passivi di questa situazione, visto che le loro confusioni contribuiscono ad aggravare ancora più la disunione ed il disorientamento. Fondamentalmente, la debolezza della minoranza rivoluzionaria è un'espressione della debolezza della classe nel suo insieme, e non ci sono ricette organizzative o parole d’ordine attiviste in grado di porvi un rimedio.
Viviamo tempi che non favoriscono la classe operaia, ed essa non può essere più veloce della sua ombra. Sicuramente è costretta a ricuperare molto di quello che ha perso non solamente dal 1917, ma anche dalle lotte del 1968-89. Per i rivoluzionari, ciò esige un lavoro paziente, a lungo termine, di analisi del movimento reale della classe e delle prospettive rivelate dalla crisi del modo di produzione capitalista; e sulla base di questo sforzo teorico, fornire delle risposte alle domande poste da quegli elementi che si avvicinano alle posizioni comuniste. L'aspetto più importante di questo lavoro è che deve essere visto come una parte della preparazione politica ed organizzativa del futuro partito, quando le condizioni obiettive e soggettive verranno a porre di nuovo i problemi della rivoluzione. In altri termini, oggi, i compiti dell'organizzazione rivoluzionaria sono simili a quelli di una frazione comunista, come è stata elaborata lucidamente dalla frazione italiana della sinistra Comunista negli anni ’30.
[1] Cahier IV, Il capitolo sul capitale.
Questo è un film che sorprende per l'apparente riabilitazione del personaggio. Sorprende perché, Raoul Peck, scegliendo di trattare cinque anni della vita di Marx, forse i più decisivi, quelli che vanno dal 1843 al 1848, spera di rompere l’immagine troppo caricaturale del genio solitario che agisce al di fuori del mondo operaio. Ma ci riesce per davvero? Innegabilmente, il punto di vista con cui Raoul Peck parla della vita di Marx corregge alquanto l'idea secondo la quale Marx, e anche ad Engels sarebbero gli inventori di concetti astratti quali "lotta di classe", "rivoluzione" o "comunismo"....
Questo film mostra, anche se a volte in maniera troppo caricaturale, come questi due uomini, che giocheranno un ruolo chiave nel movimento rivoluzionario, siano stati guadagnati ad una causa già esistente, ben prima di loro, in seno al proletariato dei paesi più industrializzati del 19° secolo. In ciò, noi pensiamo che il punto di vista di Peck si distacchi molto da quello di intellettuali più scatenati nell’impegnarsi a dimostrare, non senza notevole disonestà, che le opere di Marx portano in sé i germi della tragedia stalinista.
Tuttavia, questo film non rompe del tutto con l'immagine del personaggio provvidenziale, ciò che altera in modo significativo il tentativo di mettere in evidenza la dimensione militante e ancora attuale del personaggio, ma anche del ruolo decisivo che dovrà essere giocato dal proletariato nella trasformazione della società.
Giustamente, un posto importante è dato all’incontro decisivo e alla complicità inalterabile di Karl Marx e Friedrich Engels, questo figlio d'industriali che, violando le regole, sensibilizza il giovane Marx alle potenzialità politiche del mondo operaio e all'importanza dell'economia politica. Tuttavia, bisogna deplorare la mancanza di dettagli di questo incontro dove la freddezza delle presentazioni tra i due nel soggiorno di Arnold Ruge cedette subito il posto a dichiarazioni di fascino reciproco durante una notte di libagioni e di partite a scacchi in cui i due uomini arrivarono ad un accordo perfetto, dove Marx si complimentò con Engels per avergli aperto gli occhi, e dove, in forte stato di ebbrezza, annunciò improvvisamente la famosa frase: "i filosofi fino ad ora hanno solo interpretato il mondo ora si tratta di cambiarlo".
Paradossalmente, questa è una scena centrale poiché annuncia tutta la visione che sarà data del personaggio da quel momento in poi. Un Marx né filosofo, né storico, né economista, ma un militante del movimento rivoluzionario che si rivolge ai lavoratori durante gli incontri, e che polemizza con Proudhon e il suo riformismo piccolo-borghese o con Weitling e il suo idealismo cristiano.
Inoltre, non vengono trascurate le difficoltà della vita militante. Se qualche volta la repressione è dipinta un po’ con leggerezza, tanto da sembrare che Karl e Friedrich giocano al gatto e al topo con la polizia nei sobborghi di Parigi, le contrarietà e i traumi dell’esilio, della povertà, sono mostrati nella loro cruda realtà. Questi momenti valorizzano piuttosto l’espressione e il rafforzamento dei legami di amicizia e di amore ma anche quelli frutto della passione militante. Raoul Peck riproduce dunque tutto un campo rivoluzionario, prima a Parigi, poi a Bruxelles ed infine a Londra.
Tuttavia queste scene offrono un’immagine eccessivamente personalizzata dei dibattiti e della chiarificazione nel campo rivoluzionario dell’epoca. Per esempio, Raoul Peck sembra volere attribuire unicamente a Marx il discredito subito da Weitling all’interno della Lega dei Giusti mentre i primi a mettere in discussione, non senza imbarazzo, le vuote idee idealiste e messianiche di quest’ultimo sono Schapper[1] e una larga maggioranza di operai dell’Associazione degli operai tedeschi di Londra.
Sappiamo che Marx seguì con molta attenzione questa polemica poiché essa esprimeva una rottura tra il comunismo sentimentale e il comunismo scientifico che lui stesso sosteneva. Attraverso la creazione di comitati di corrispondenza, l'Associazione di Londra si avvicinò alle concezioni di Marx sulla direzione da dare all'evoluzione del movimento allontanandosi, di conseguenza, dalle concezioni di Weitling. Pertanto l’accesa discussione del Comitato di corrispondenza di Bruxelles del 30 marzo 1846, riprodotta nel film, non fa che sancire una rottura in realtà già in fase avanzata.
In effetti, il regista resta prigioniero della visione democratica del dibattito e dell’azione politica perché l’attenzione è regolarmente portata sulla tenzone teorica tra i leader, capi carismatici, il che nasconde l’essenziale, e cioè l’effervescenza teorica e la riflessione collettiva, complessa, che già caratterizzava il movimento operaio a quell’epoca.
Questa confusione si dimostra in tutto il suo spessore nel modo in cui viene trattata la relazione tra Marx e la Lega dei Giusti. Riteniamo che Raoul Peck voglia sottolineare la comprensione da parte di Marx ed Engels che la salvezza dell’umanità risiede nel ruolo storico svolto dalla classe operaia. Questi ultimi capirono anche che era necessario staccarsi da ogni idealismo, dalle parole eteree, illusorie e utopiche sui fini e sui mezzi per raggiungere uno stadio superiore della società umana. La classe operaia aveva bisogno di una teoria pratica per capire il mondo che l'aveva generata e per convincersi che la sua situazione non era eterna ma transitoria. Dare al proletariato una teoria rivoluzionaria e convincerlo della necessità di un tale passo è ciò che il film cerca di evidenziare, ci sembra, con una certa fedeltà.
Tuttavia, il modo con cui viene presentato il riavvicinamento tra Marx e la Lega dei Giusti sostiene la visione di un Marx pronto agli intrighi, un Marx ambizioso che gioca sulla sua statura intellettuale per far pencolare la maggior parte dell'avanguardia rivoluzionaria del suo tempo dalla sua parte.
In effetti, Marx ed Engels sembrano voler sedurre i leader della Lega, fanno di tutto per entrare in contatto con loro, non esitano ad esagerare la loro vicinanza a Proudhon per avere la possibilità di sviluppare delle ramificazioni di comitati di corrispondenza fin nell’est della Francia… Contrariamente alla vaghezza del film su questo evento, fu la Lega, sotto l'egida del suo portavoce Joseph Moll, ad invitare Marx ad aderirvi.
Come riportano Boris Nicolayevsky e Otto Maenchen-Helfen nella loro “Vita di Karl Marx”, Moll “disse loro che i suoi compagni erano consapevoli della correttezza delle concezioni di Marx e che capivano la necessità di liberarsi delle vecchie tradizioni e delle forme di cospirazione. Marx ed Engels erano invitati a collaborare al nuovo orientamento teorico e alla riorganizzazione”. Tuttavia, Marx esitò ad accettare, perché ancora dubitava della vera volontà della Lega di riorganizzarsi e di gettare nella spazzatura le sue vecchie concezioni cospiratorie e utopistiche. Ma “Moll gli disse che proprio la sua adesione e quella di Engels erano indispensabili, se davvero la Lega doveva essere liberata da tutto ciò di superato che ancora conteneva. Superando i suoi scrupoli, Marx ne divenne affiliato nel febbraio 1847”.
Se in realtà il peso delle personalità era abbastanza forte nel movimento operaio del diciannovesimo secolo, il film, isolando il contributo teorico di Marx e Engels, dà alla fine l'impressione che questo movimento dipendesse esclusivamente da personalità geniali. Ciò si evidenzia in come viene presentato lo svolgimento del Congresso della Lega dei Giusti del 1° giugno 1847, dove del resto Marx non partecipò; ufficialmente per mancanza di denaro, ma presumibilmente perché voleva aspettare le decisioni del congresso prima di aderire ufficialmente alla Lega.
Questa scena è anche estremamente caricaturale perché presenta lo svolgimento del congresso come una lotta di persone dove sembra prevalere una minoranza di militanti "d'élite" sostenuta o contestata da applausi e da grida da parte di una stragrande maggioranza che rimane nella passività. In realtà, questa è una visione distorta di un congresso di un'organizzazione rivoluzionaria.
Nonostante la durezza delle loro condizioni di vita, i lavoratori politicizzati davano grande importanza all'educazione e all'approfondimento delle questioni politiche, in particolare attraverso la lettura di opuscoli. Quindi i congressi non erano una specie di contesa oratoria in cui ciascuna parte aveva il suo campione, ma il momento fondamentale della vita di un'organizzazione rivoluzionaria con lunghi dibattiti in cui ogni militante prendeva parte nell'espressione e nel confronto delle posizioni qualunque fosse la capacità teorica di ciascuno.
Nel suo contributo alla storia della Lega dei comunisti, Engels ci trasmette la realtà di studio ed elaborazione dei primi congressi rivoluzionari del proletariato. "Al secondo congresso, tenutosi a fine novembre e all'inizio di dicembre dello stesso anno [1847], Marx fu presente, e in un lungo dibattito - la durata del congresso fu di almeno dieci giorni - difese la nuova teoria"[2].
Insomma, non si tratta di negare il ruolo determinante di Marx e Engels nell'evoluzione del movimento rivoluzionario, ma di porre la loro traiettoria nell'ambiente proletario e di sottolineare che il loro inestimabile contributo non avrebbe potuto esistere senza questo grande movimento di fondo sempre presente che rende la classe operaia il soggetto attivo della storia.
La caricatura che ci dà il regista oscura questa realtà e mette l’accento sul ruolo preponderante delle personalità e il loro ruolo provvidenziale.
L'arte non ha per vocazione servire una causa politica. Tuttavia, il contenuto e la forma di un'opera possono essere portati a dare un messaggio. Se noi mettiamo in evidenza la maniera con cui Raoul Peck cerca di riesumare Marx dal cimitero della storia, è perché il modo in cui riporta alcuni momenti della sua vita tende a camuffare e a distorcere gli insegnamenti politici che si possono tirare da questi avvenimenti[3]. Ed è questo che intendiamo correggere in questo articolo.
DL, 28 ottobre 2017
[1] Come portavoce dell’Associazione dei lavoratori tedeschi a Londra
[2] Friedrich Engels, Contributo alla storia della Lega dei comunisti
[3] Tutte le opere artistiche sono influenzate, spesso inconsciamente, dall'ideologia della classe dominante di un'epoca. Lo si vede bene alla fine del film dove una successione di immagini accelerate avrebbe dovuto dare una visione delle devastazioni prodotte dal capitalismo, ma dove in realtà viene amalgamato di tutto, in particolare lo stalinismo (Che Guevara, Mao, Mandela, ...) e il marxismo, mentre fu Stalin il boia dei veri comunisti che avevano seguito l'approccio di Marx. L'odore di questo veleno sottilmente distillato è stato recepito perfettamente dal PCF (Partito Comunista Francese) che quindi, da buon partito stalinista, ha ampiamente pubblicizzato il film.
Da un lato guerre incessanti, bombardamenti che devastano intere regioni e provocano spaventosi massacri di popolazioni intere. Dall'altro, filo spinato, mura, imbarcazioni a caccia di migranti e campi recintati aspettano decine di migliaia di persone e le loro famiglie che cercano di sfuggire alla morte, alla distruzione delle loro case, alla miseria e alla fame.
La Ghouta orientale in Siria, a est di Damasco, risulta ancora una volta epicentro dei conflitti che imperversano sul pianeta. Come altri, in particolare in Medio Oriente, questo conflitto porta il marchio degli interessi e degli antagonismi imperialisti dominati dal "ciascuno per sé". Una guerra fatta di massacri, una guerra di tutti contro tutti che coinvolge in varia misura le grandi potenze e gli stati regionali con ambizioni aggressive[1]. Questo conflitto porta quindi le stigmate della caduta nella barbarie guerriera, delle contraddizioni irrisolvibili e dell'impasse dell'intero sistema capitalista.
Più a nord, apportando il suo sinistro contributo a questa situazione di caos bellico, al moltiplicarsi di massacri di civili ed esodi di massa di popolazioni, l'operazione "Ramo d'ulivo" lanciata il 20 gennaio dall'esercito turco e dai suoi bombardieri contro l'enclave d’Afrin nella provincia di Aleppo, dove sono rifugiati i combattenti kurdi del YPG (Unità di Protezione Popolare, che hanno ricevuti rinforzi dai miliziani pro-Assad), si traduce in un nuovo allargamento della zona di scontro nel paese. Oltre alle rivalità tra frazioni e bande locali, ci sono tutte le manovre delle potenze imperialiste che cercano di trarre vantaggio dalla situazione.
L’imputridimento del capitalismo semina così sempre più morte e desolazione, come dimostra il comportamento sanguinario dei vari protagonisti, che siano le truppe di Assad e i suoi alleati di circostanza, i suoi avversari "d’opposizione", ‘Isis o le grandi potenze democratiche.
Per quanto riguarda la nuova offensiva dell'esercito siriano, sostenuta dalle milizie sciite appoggiate dall'Iran e dall'aviazione russa, contro un'area occupata dall’Isis e da varie fazioni jihadiste che si ribellano al regime di Assad, essa ha scatenato un concerto di proteste, una più ipocrita dell’altra. Questa falsa indignazione dei media occidentali, delle cosiddette ONG e della cosiddetta "comunità internazionale" di fronte a questi attacchi perpetrati con l'uso sistematico dell'arma chimica (che d’altra parte anche la coalizione internazionale usa spudoratamente)[2] è pari solo all'inefficacia delle risoluzioni votate dall'ONU, sia contro l'uso di questi gas sia per la protezione delle popolazioni civili o il rispetto delle tregue. Ciò dimostra ancora una volta la totale mancanza di credibilità e la sfiducia da avere confronti di questo "covo di briganti", come lo definiva già Lenin, costituito dalle istituzioni della famosa "comunità internazionale". L’uso delle armi chimiche non è una primizia siriana: almeno dal 2012, queste sono state regolarmente utilizzate durante i bombardamenti aerei, in particolare durante le battaglie nella regione di Aleppo e di Homs e poi di Khan Cheikhoun, il 4 aprile 2017. Inoltre sono state ampiamente utilizzate nella Ghouta orientale da marzo 2013, in particolare durante il raid del 21 agosto dello stesso anno, provocando la morte di circa 2.000 persone. Il bilancio delle perdite di vite umane è aumentato costantemente grazie ai ripetuti bombardamenti di ospedali, presunti rifugi per le forze ribelli, o alla distruzione sistematica delle abitazioni. Già tra il 2013 e fino ad ottobre 2017 si sono contati 18.000 morti (con almeno 13.000 civili tra cui circa 5.000 bambini!), ai quali dobbiamo aggiungere 50.000 feriti. Tra il 18 e il 28 febbraio 2018, l'ultima offensiva aerea si è conclusa (ufficialmente) con più di 780 morti, compresi almeno 170 bambini. Tutto questo, per non parlare delle innumerevoli vittime, oggi ignorate, per la carenza di cibo che ha afflitto questa regione già devastata dal 2017. Il regime di Assad ha appena lanciato un'offensiva di terra nella Ghouta che promette di essere altrettanto barbara e omicida.
Questa situazione non può che accentuare un altro fenomeno amplificato dalla fase di decomposizione del capitalismo: la deportazione o l'esodo di massa delle popolazioni in fuga dai massacri e dalla miseria in Medio Oriente, Africa, America Latina. Masse di povera gente si riversano negli Stati più ricchi, alla ricerca disperata di una terra di asilo, specialmente in Europa o negli Stati Uniti. Tuttavia, nessuno di questi Stati ha una soluzione reale all'afflusso di migranti se non bloccarli a tutti i costi, parcheggiarli, o respingerli senza tante cerimonie inviandoli a morte, e a costruire muri e filo spinato. I governi occidentali hanno continuamente instillato la paura dell'estraneo, reprimendo severamente coloro che raggiungono i migranti per cercare di aiutarli.
Il cinismo degli Stati coinvolti, in particolare quelli europei, non ha limiti. La Turchia, con aiuti economici e finanziari, è stata incaricata di bloccare il passaggio dei migranti in Grecia ammassandoli in campi profughi in condizioni disumane. Dietro a questo accordo c'è una vero e proprio mercanteggiamento di esseri umani, selezionando con accuratezza quelli che possono raggiungere un paese europeo e quelli, la stragrande maggioranza, che devono rimanere nei campi. Anche questa non è una novità. Vanno ricordati, per esempio, il cinismo e l'ipocrisia del governo "socialista" di Zapatero in Spagna. Nel 2005 nella enclave di Ceuta e di Melilla, oltre ad aver eretto al suo confine una tripla fila di filo spinato dove molti migranti si impalavano mentre altri erano spietatamente mitragliati (con ogni probabilità, dalle sue forze democratiche), questo governo aveva subappaltato allo Stato marocchino, che interpretava nuovamente il ruolo del "cattivo" di turno, l’imbarco di migranti in autobus della morte per abbandonarli nel deserto del Sahara. Tutte le borghesie occidentali (incluso il governo spagnolo!), firmatarie degli accordi di Schengen, hanno orchestrato ipocritamente un'intensa campagna mediatica contro questa "grave intollerabile violazione dei diritti umani". Gli ultimi "contratti" di questo tipo, fatti oggi con la Turchia, e ieri, più discretamente conclusi con la Libia, hanno avuto conseguenze immediate sulle rotte dei migranti verso i paesi europei.
Tutti i media hanno espresso, ovviamente, la loro immensa soddisfazione, per la riduzione di quasi un terzo del numero di migranti clandestini che sono sbarcati sulla costa italiana nel 2017. In realtà, "l'UE ha scelto di bloccare il flusso dei migranti alla fonte invece di continuare ad aprire centri di accoglienza in Italia ed in Grecia, la scelta di questa strategia sembra moralmente molto discutibile" ha ammesso il Courrier International nel suo n.1414. A dispetto dei “buoni risultati” italiani, la Spagna ha registrato un significativo aumento degli arrivi via mare nel 2017, per cui una nuova prigione costruita a Malaga è ora utilizzata come centro di detenzione.
Un rapporto della CNN che mostra dei migranti messi all'asta come schiavi in Libia ha provocato indignazione sulla scena internazionale, almeno così ci ha riferito la stampa. Ma questa stampa in genere non si sofferma sugli accordi e le misure adottate dall'UE e dalla Libia che hanno contribuito a creare questa situazione. Lo stesso articolo del Courrier International precisa anche: "Il 3 febbraio 2017, i 28 hanno concordato una "dichiarazione" a sostegno dell'accordo dell'Italia con il governo libico di Faiez Sarraj il giorno prima. Il principio è lo stesso del patto UE-Turchia concluso due anni prima: l'Europa fornisce fondi, addestramento e attrezzature alle guardie costiere libiche, che in cambio intercettano le barche dei migranti per portarli in centri di detenzione in Libia (...) Le organizzazioni in difesa dei diritti umani e la stampa hanno ben presto denunciato i limiti di questo piano, mettendo in discussione la capacità del governo Sarraj (che è solo una delle forze rivali in Libia) di attuarlo e le conseguenze che questo piano avrebbe per i migranti, visto che erano già noti i trattamenti inumani a cui questi ultimi sono sottoposti sul suolo libico". Le preoccupazioni delle "organizzazioni per la difesa dei diritti umani" sono solo fumo negli occhi, esattamente come la veste umanitaria indossata ipocritamente dal governo spagnolo nel 2005. Questi gesti servono solo a mascherare accordi cinici e repressivi come quelli che hanno permesso a 700.000 migranti africani di essere stipati in campi di fortuna in Libia.
Al di là degli accordi e dei dispositivi volti a bloccare più efficacemente la strada dei migranti, è chiaro che l'accumularsi di guerre regionali, massacri, carestie, miseria, disintegrazione del tessuto sociale nei quattro angoli del mondo, può solo aumentare drasticamente il fenomeno dei rifugiati[3].
La crisi del sistema capitalista è indiscutibilmente al centro dell'ondata storica di migrazione a cui stiamo assistendo. Di fronte alla barbarie del suo sistema, la borghesia non ha altro da proporre se non più caos, espulsioni e divisioni ... e questo, in nome della difesa degli "interessi nazionali", termine ideologico destinato a nascondere i freddi calcoli competitivi e sanguinari del capitale.
Tuttavia, non esistono confini tra gli sfruttati, i proletari non hanno patria. La classe operaia è sempre stata una classe di immigrati, ovunque costretta a vendere la sua forza lavoro, da un paese all'altro, dalla campagna alla città, da un territorio all'altro. Classe di immigrati è anche una classe di sfruttati. Può solo resistere alla barbarie capitalista facendo affidamento sull'unica forza a sua disposizione: la sua unità internazionale, di cui la coscienza e la solidarietà sono il cemento. Di fronte alle campagne xenofobe e ansiogene della borghesia, i proletari in Europa come in tutti i paesi sviluppati devono rendersi conto che i migranti sono vittime del capitalismo e delle politiche ciniche degli Stati. Sono i loro fratelli di classe a essere bombardati, a morire in massacri di guerra, a essere rinchiusi in campi di concentramento a cielo aperto.
La necessaria e possibile affermazione della solidarietà nei loro confronti passa quindi in primo luogo attraverso lo sviluppo della lotta di classe, della resistenza agli attacchi e alla barbarie del capitalismo. Dietro la questione dei migranti si pone la prospettiva dell'unità internazionale della lotta rivoluzionaria contro il sistema capitalista. Ancora oggi il proletariato rimane l'unica classe rivoluzionaria, l'unica forza sociale capace di porre fine alle contraddizioni storiche di un sistema senza più ossigeno, di abbattere i confini nazionali e lo sfruttamento dell'uomo sull’uomo, per costruire un mondo senza classe, senza miseria e senza guerre: il comunismo!
PA - 3 marzo 2018
[1] Torneremo in un successivo articolo su questo aspetto frammentario della situazione imperialista in Siria, che è un'altra manifestazione dell'attuale decomposizione sociale.
Nel gennaio 1969, all'inaugurazione del suo primo mandato come Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon disse: "Abbiamo finalmente imparato come gestire un'economia moderna in modo da garantire la sua continua crescita". Con il senno di poi, possiamo vedere quanto tale ottimismo sia stato crudelmente negato dalla realtà: all'inizio del suo secondo mandato. Solo quattro anni dopo, gli Stati Uniti avrebbero vissuto la loro più violenta recessione dalla Seconda Guerra Mondiale, una recessione seguita da molte altre, sempre più gravi. Ma bisogna ammettere che, nel campo dell'ottimismo, Nixon era stato preceduto un anno prima da un altro capo di Stato, ben più esperto di lui: il generale De Gaulle, presidente della Repubblica francese dal 1958, e leader della "Francia Libera" durante la seconda guerra mondiale. Il Grande Uomo, negli auspici per la nazione, aveva dichiarato: "il 1968, io lo saluto con serenità". Sono stati sufficienti appena quattro mesi perché la serenità del Generale cedesse il passo allo sgomento totale. È anche vero che De Gaulle non dovette solo affrontare una rivolta studentesca particolarmente violenta e di massa, ma anche, e soprattutto, il più grande sciopero della storia del movimento operaio internazionale. Non si può certo dire che il 1968 fu un anno "sereno" per la Francia: fu addirittura, e rimane fino ad oggi, l'anno più agitato dalla seconda guerra mondiale. Ma non fu solo la Francia a vivere grandi sconvolgimenti durante quest'anno, tutt'altro. Due autori che non possono essere sospettati di "francocentrismo", l'inglese David Caute e l'americano Mark Kurlansky sono stati chiari su questo argomento: "Il 1968 è stato l'anno più turbolento dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Rivolte a catena hanno colpito l'America e l'Europa occidentale e si sono estese fino alla Cecoslovacchia; hanno messo in discussione l'ordine mondiale del periodo post-bellico"[1]. "Nessun anno era stato simile al 1968 ed è probabile che non ce ne sarà mai più un altro. In un momento in cui le nazioni e le culture erano ancora divise e molto diverse (...) uno spirito di ribellione si è acceso spontaneamente ai quattro angoli del globo. C'erano stati altri anni di rivoluzione: il 1848, ad esempio, ma a differenza del 1968, gli eventi erano rimasti circoscritti all'Europa ..."[2]
A quarant'anni di distanza, quando in diversi paesi prolificano libri e trasmissioni su questo "anno caldo", spetta ai rivoluzionari ripercorrere i principali eventi di quest'anno, non per darne un resoconto dettagliato e esaustivo ma per identificarne il vero significato. In particolare, spetta a loro esprimere un giudizio su un'idea ampiamente diffusa oggi che appare sulla prima pagina di copertina del libro di Kurlansky: “che siano storici o politologi, gli specialisti in scienze umane di tutto il mondo concordano nel dire: c'è un prima e un dopo 1968”. Diciamo subito che condividiamo pienamente questa valutazione, ma certamente non per le stesse ragioni di quelle che in genere vengono evocate: la "liberazione sessuale", la "liberazione delle donne", la rimessa in discussione dell'autoritarismo nelle relazioni familiari, la "democratizzazione" di alcune istituzioni (come l'Università), nuove forme artistiche, ecc. In questo senso, questo articolo si propone di evidenziare quello che per la CCI costituisce il vero cambiamento apportato dal 1968. Accanto a tutta una serie di fatti di per sé abbastanza importanti[3], quello che caratterizza il 1968, come sottolineano Caute e Kurlansky, è questo "spirito di ribellione che si è spontaneamente acceso nei quattro angoli del globo". E in questa messa in discussione dell'ordine regnante, è importante distinguere due componenti diverse per ampiezza e importanza. Da un lato, la rivolta studentesca che colpì quasi tutti i paesi del blocco occidentale e che si estese, in una certa misura, anche nei paesi del blocco dell’Est. Dall’altra, la vasta lotta della classe operaia che, quell'anno, colpì essenzialmente un solo paese, la Francia. In questo primo articolo affronteremo solo la prima di queste componenti, non perché la più importante, al contrario, ma perché precede la seconda e riveste un importante significato storico che va ben oltre quello delle rivolte studentesche.
I movimenti più di massa e significativi di questo periodo iniziano nel 1964 nella prima potenza mondiale.
È più precisamente all'Università di Berkeley, nel nord della California, che la sfida studentesca assumerà, per la prima volta, un carattere enorme. La prima rivendicazione per la quale si mobilitano gli studenti è quella del “free speech movement” in favore della libertà di espressione politica all'interno dell'università. Di fronte all’attivismo dei reclutatori dell'esercito americano, gli studenti cominciano a protestare contro la guerra del Vietnam e anche contro la segregazione razziale (giusto un anno dopo la "marcia per i diritti civili" del 28 agosto 1963 a Washington, dove Martin Luther King pronuncia il suo famoso discorso "I have a dream"). In un primo momento, le autorità universitarie rispondono in modo molto repressivo, in particolare con l'invio della polizia contro i "sit-in" e l'occupazione pacifica dei locali, facendo 800 arresti. Successivamente, all'inizio del 1965, le autorità universitarie permettono le attività politiche nell'università che diventerà uno dei principali centri di protesta studentesca negli Stati Uniti mentre, proprio con lo slogan "ripulire il caos a Berkeley" Ronald Reagan veniva eletto, contro ogni previsione, governatore della California alla fine del 1965. Il movimento si svilupperà in maniera massiva e si radicalizzerà negli anni successivi intorno alla protesta contro la segregazione razziale, per la difesa dei diritti delle donne e in particolare contro la guerra del Vietnam. Nello stesso tempo in cui i giovani americani, in particolare gli studenti, fuggono numerosi all'estero per evitare di essere inviati in Vietnam, la maggior parte delle università del paese vengono colpite da movimenti di massa contro la guerra e le rivolte si sviluppano nei ghetti neri delle grandi città (la percentuale di giovani neri tra i soldati inviati in Vietnam era molto più alta della media nazionale). Questi movimenti di protesta vengono spesso repressi con ferocia; così, alla fine del 1967, 952 studenti sono condannati a pesanti pene detentive per essersi rifiutati di andare al fronte e l'8 febbraio 1968, tre studenti vengono uccisi nella Carolina del Sud durante una manifestazione per i diritti civili. Nel 1968 i movimenti conosceranno la loro massima ampiezza. A marzo, gli studenti neri della Howard University di Washington occupano i locali per 4 giorni. Dal 23 al 30 aprile 1968, la Columbia University di New York è occupata per protestare contro il contributo dei suoi dipartimenti alle attività del Pentagono e in solidarietà con gli abitanti del ghetto nero vicino ad Harlem. Uno degli elementi che radicalizza il malcontento è l'assassinio di Martin Luther King, il 4 aprile, seguito da numerosi e violenti scontri nei ghetti neri del paese. L'occupazione della Columbia diventa una delle punte della protesta studentesca negli Stati Uniti che porta a nuovi scontri. A maggio, 12 università entrano in sciopero per protestare contro il razzismo e la guerra in Vietnam. La California divampa durante l'estate, con scontri violenti tra polizia e studenti dell'Università di Berkeley per due notti, spingendo il governatore della California Ronald Reagan a dichiarare lo stato di emergenza e il coprifuoco. Questa nuova ondata di scontri vive i suoi momenti più violenti tra il 22 e il 30 agosto a Chicago, con vere e proprie rivolte durante la Convention del Partito Democratico.
Sempre nel continente americano, gli studenti si mobilitano soprattutto in Brasile e in Messico. In Brasile, manifestazioni anti-governative e anti-americane scandiscono l’anno 1967. Il 28 marzo 1968, la polizia interviene durante un incontro di studenti, uccidendone uno, Luis Edson, e facendo diversi feriti gravi, uno dei quali morirà pochi giorni dopo. Il funerale di Luis Edson, il 29 marzo, dà inizio ad un'importante dimostrazione. Dall'università di Rio de Janeiro, che si mette in sciopero generale illimitato, il movimento si estende all'Università di San Paolo, dove vengono innalzate delle barricate. Il 30 e il 31 marzo, altri avvenimenti dilagano in tutto il paese. Il 4 aprile, 600 persone vengono arrestate a Rio. Nonostante la repressione e gli arresti in serie, le dimostrazioni si susseguono ad un ritmo quasi quotidiano e fino a ottobre.
Qualche mese dopo, tocca al Messico. Alla fine di luglio, la rivolta studentesca scoppia a Città del Messico e la polizia risponde usando i carri armati. Il capo della polizia del "distretto federale" del Messico giustifica così la repressione: bisogna bloccare "un movimento sovversivo" che "tende a creare un'atmosfera di ostilità nei confronti del nostro governo e del nostro paese alla vigilia dei Giochi della XIX Olimpiade". La repressione continua e si intensifica. Il 18 settembre, la polizia occupa il campus universitario. Il 21 settembre, 736 persone vengono arrestate durante nuovi scontri nella capitale. Il 30 settembre, si occupa l'Università di Veracruz. Il 2 ottobre il governo spara (usando forze paramilitari senza divisa) su una manifestazione di 10.000 studenti nella Piazza delle Tre Culture a Città del Messico. Questo evento, che sarà ricordato come il "massacro di Tlatelolco", si conclude con almeno duecento morti, 500 feriti gravi e 2000 arresti. In questo modo il presidente Diaz Ordaz può rassicurare che dal 12 ottobre i giochi olimpici potranno svolgersi "in piena calma". Tuttavia, dopo la tregua olimpica, gli studenti riprenderanno il movimento per ancora diversi mesi.
Il continente americano non è il solo a essere attraversato da questa ondata di rivolte studentesche. In effetti, sono coinvolti TUTTI i continenti.
In Asia, il Giappone diventa lo scenario di movimenti particolarmente spettacolari. Le dimostrazioni violente contro gli Stati Uniti e la guerra del Vietnam, condotte principalmente dallo Zengakuren (l'Unione nazionale dei comitati autonomi degli studenti giapponesi), hanno inizio dal 1963 e proseguono per tutti gli anni '60. Alla fine della primavera del 1968, la protesta studentesca dilaga massicciamente nelle scuole e nelle università con lo slogan "Trasformiamo il Kanda [distretto universitario di Tokyo] nel Quartiere Latino". Il movimento raggiunge il suo apice in ottobre rafforzato dagli operai. Il 9 ottobre, a Tokyo, Osaka e Kyoto, violenti scontri tra polizia e studenti provocano 80 feriti e 188 arresti. Viene reintrodotta la legge anti sommossa e 800.000 persone scendono in piazza per protestare contro questa decisione. Il 25 ottobre 6.000 studenti scioperano in risposta all'intervento della polizia nell'università di Tokyo per porre fine alla sua occupazione. L'Università di Tokyo, l'ultima roccaforte ancora nelle mani del movimento, cade a metà gennaio 1969.
In Africa, si distinguono due paesi, il Senegal e la Tunisia. Nel Senegal, gli studenti denunciano l'orientamento di destra del potere e l'influenza neo-coloniale della Francia, e chiedono la ristrutturazione dell'università. Il 29 maggio 1968 lo sciopero generale di studenti e lavoratori viene severamente represso da Leopold Sedar Senghor, un membro dell'Internazionale socialista, con l'aiuto dell'esercito. La repressione provoca un morto e 20 feriti all'Università di Dakar. Il 12 giugno, una dimostrazione di studenti liceali e universitari nella periferia di Dakar si conclude con una nuova vittima.
In Tunisia, il movimento inizia nel 1967. Il 5 giugno, a Tunisi, durante una manifestazione contro gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, accusati di sostenere Israele contro i paesi arabi, viene saccheggiato il centro culturale americano e viene attaccata l'ambasciata della Gran Bretagna. Uno studente, Mohamed Ben Jennet, viene arrestato e condannato a 20 anni di carcere. Il 17 novembre, gli studenti manifestano contro la guerra del Vietnam. Dal 15 al 19 marzo 68, si mettono in sciopero e manifestano per ottenere il rilascio di Ben Jennet. Il movimento viene represso da arresti in serie.
Ma è in Europa che il movimento studentesco conosce i suoi più importanti e spettacolari sviluppi.
In Gran Bretagna, l'effervescenza inizia nell'ottobre del 1966 nella rispettabile “London School of Economics” (LSE), una mecca del pensiero economico borghese. Qui gli studenti protestano contro la nomina a presidente di un personaggio noto per i suoi legami con i regimi razzisti in Rhodesia e in Sud Africa. Successivamente, la LSE continua a essere luogo di movimenti di protesta. Ad esempio, nel marzo 1967, nasce un sit-in di cinque giorni contro le misure disciplinari che porta alla formazione di una "università libera", proprio come gli esempi americani. Nel dicembre del 1967 si tengono sit-in al Regent Street Polytechnic e all'Holborn College of Law and Commerce, con la rivendicazione, in entrambi i casi, di una rappresentanza studentesca nelle istituzioni direttive. Nel maggio e giugno 1968, si fanno occupazioni all'Essex University, al Hornsey College of Art, Hull, Bristol e Keele, seguite da altri movimenti di protesta a Croydon, Birmingham, Liverpool, Guildford e il Royal College of Arts. Le manifestazioni più spettacolari (che coinvolgono molte persone di diversi orientamenti e con approcci altrettanto diversi) sono quelle contro la guerra del Vietnam: a marzo e ottobre 1967, a marzo e ottobre 1968 (questa molto più di massa), che portano a violenti scontri con la polizia con centinaia di feriti e arresti davanti all'Ambasciata USA a Grosvenor Square.
In Belgio, già nell'aprile 1968, gli studenti scendono in strada diverse volte, per proclamare la loro opposizione alla guerra del Vietnam e chiedere una revisione del funzionamento del sistema universitario. Il 22 maggio, occupano la Libera Università di Bruxelles, dichiarandola “aperta alla popolazione”. Lasciano i locali alla fine di giugno, dopo la decisione del Consiglio dell'Università di prendere in considerazione alcune delle loro richieste.
In Italia, già dal 1967, gli studenti occupano molte università, scontrandosi regolarmente con la polizia. L'Università di Roma viene occupata nel febbraio 1968. La polizia fa evacuare i locali, e gli studenti decidono di stabilirsi nella facoltà di architettura, a Villa Borghese. Ci sono violenti scontri, noti come “battaglia di Valle Giulia”, con le forze dell’ordine che caricarono gli studenti. Contemporaneamente, nascono movimenti spontanei di rabbia e rivolta nelle fabbriche in cui il sindacalismo è debole (come alla Marzotto in Veneto), che inducono i sindacati a dichiarare una giornata di sciopero generale nell'industria la quale vede un’adesione di massa. Alla fine, le elezioni di maggio danno il colpo di grazia al movimento che inizia a declinare in primavera.
Nel 1966, la Spagna franchista vive un'ondata di scioperi operai e di occupazioni universitarie. Il movimento prende slancio nel 1967 e continua per tutto il 1968. Studenti e operai mostrano la loro solidarietà, come quando il 27 gennaio del 1967, 100.000 lavoratori scendono in piazza contro la brutale repressione di una precedente manifestazione a Madrid, che aveva costretto gli studenti, rifugiati nello stabile di scienze economiche, a combattere contro la polizia per 6 ore. Le autorità reprimono i manifestanti con tutti i mezzi: la stampa è controllata, gli attivisti dei movimenti e dei sindacati clandestini vengono arrestati. Il 28 gennaio 1968, il governo istituisce una “polizia universitaria” in ogni università. Ciò non impedisce agli studenti di riprendere le manifestazioni contro il regime di Franco e anche contro la guerra del Vietnam, costringendo a marzo le autorità a chiudere “sine die” l'Università di Madrid.
Di tutti i paesi europei, il più potente movimento studentesco è quello in Germania.
In questo paese, alla fine del 1966 si forma una “opposizione extraparlamentare”, in particolare come reazione alla partecipazione della socialdemocrazia al governo, che si basa su assemblee studentesche sempre più numerose, tenute all’università e animate da discussioni sugli scopi e i mezzi della protesta. Seguendo l'esempio degli Stati Uniti, si formano numerosi gruppi universitari di discussione; come polo di opposizione alle "tradizionali" università borghesi, si forma una "Università critica". Ritorna così a vivere una vecchia tradizione di dibattito, di discussione in assemblee generali pubbliche. Anche se molti studenti sono attratti da azioni spettacolari, l'interesse per la teoria, per la storia del movimento operaio riemerge e, con questo interesse, anche il coraggio di prospettare il rovesciamento del capitalismo. Molti elementi esprimono la speranza della nascita di una nuova società. Da quel momento, su scala internazionale, il movimento di protesta in Germania viene considerato il più attivo nelle discussioni teoriche e, su questo piano, il più profondo e il più politico.
Parallelamente a questa riflessione, hanno luogo molte manifestazioni. Naturalmente, la guerra del Vietnam ne è il motivo principale in un paese in cui il governo sostiene pienamente la potenza militare americana, ma che è stato anche particolarmente segnato dalla seconda guerra mondiale. Il 17 e 18 febbraio si tiene a Berlino un Congresso internazionale contro la guerra del Vietnam, seguito da una dimostrazione di circa 12.000 partecipanti. Ma queste manifestazioni, iniziate nel 1965, denunciano anche lo sviluppo del carattere poliziesco dello Stato, compresi i progetti di leggi speciali che danno allo Stato la possibilità di imporre la legge marziale nel paese e di intensificare la repressione. L'SPD, che nel 1966 si unisce alla CDU in un governo di "grande coalizione", resta fedele alla sua politica del 1918-19, quando fu a capo del cruento schiacciamento del proletariato tedesco. Il 2 giugno 1967, una manifestazione contro l'arrivo a Berlino dello Scià dell'Iran viene repressa con grande brutalità dallo Stato "democratico" tedesco che mantiene ottime relazioni con questo dittatore sanguinario. Uno studente, Benno Ohnesorg, viene assassinato da una pallottola alla schiena sparata da un poliziotto in uniforme (in seguito prosciolto). Dopo questo assassinio, si intensificano le ripugnanti campagne di diffamazione contro i movimenti di protesta, specialmente contro i loro leader. La prima pagina del tabloid a grande tiratura, Bild-Zeitung, chiede “Fermate il terrore dei giovani rossi, ora". In una manifestazione pro-americana organizzata dal Senato di Berlino il 21 febbraio 1968, i partecipanti proclamano “Il nemico del popolo n.1: Rudi Dutschke”, cioè il principale portavoce del movimento di protesta. Un passante simile a “Rudi il rosso”, viene fermato dai manifestanti che minacciano di ucciderlo. L'11 aprile, una settimana dopo l'assassinio di Martin Luther King, questa campagna piena di odio culmina con il tentativo di assassinio di Dutschke da parte di un giovane esaltato, Josef Bachmann, notoriamente influenzato dalle campagne isteriche scatenate dalla stampa del magnate Axel Springer, a capo del Bild-Zeitung[4]. Ne seguono rivolte che prendono di mira questo sinistro individuo e il suo gruppo editoriale. Per diverse settimane, prima che gli occhi venissero rivolti alla Francia, il movimento studentesco in Germania consolida il suo ruolo di riferimento per i movimenti della maggior parte dei paesi europei.
L'episodio principale della rivolta studentesca in Francia inizia il 22 marzo 1968 all'Università di Nanterre, nella periferia occidentale di Parigi. Di per sé, gli eventi di questa giornata non hanno niente di insolito: per protestare contro l'arresto di uno studente dell'estrema sinistra di questa università sospettato di aver partecipato a un attacco contro l'American Express a Parigi durante una violenta manifestazione contro la guerra del Vietnam, 300 dei suoi compagni fanno una manifestazione in un anfiteatro. 142 di loro decidono di occupare durante la notte la sala del Consiglio dell'Università, nell'edificio amministrativo. Non è la prima volta che gli studenti di Nanterre esprimono il loro malcontento. Infatti, solo un anno prima, c'era stato già un braccio di ferro tra studenti e polizia all'università a proposito della libera circolazione dei ragazzi nel dormitorio universitario. Il 16 marzo 1967, un'associazione di 500 residenti, l'ARCUN, decretò l'abolizione delle regole di procedura che, tra le altre cose, consideravano gli studenti, anche i maggiorenni (oltre i 21 anni all’epoca), come minori. In seguito, il 21 marzo 1967, la polizia circondò, su richiesta dell'amministrazione, la residenza delle ragazze con il proposito di arrestare i 150 ragazzi che erano stati lì e che si erano barricati all'ultimo piano dell'edificio. Ma la mattina dopo, la stessa polizia venne circondata da diverse migliaia di studenti e alla fine ebbe l’ordine di lasciare uscire gli studenti barricati senza molestarli. Ma, né questo incidente né altre manifestazioni di rabbia degli studenti, in particolare contro il "piano Fouchet" della riforma universitaria nell'autunno del 1967, ebbe un seguito. Tutt’altra cosa dopo il 22 marzo 1968. In poche settimane, una serie di eventi portano non solo alla più forte mobilitazione studentesca dal dopo guerra, ma soprattutto al più grande sciopero della storia del movimento operaio internazionale.
I 142 occupanti, prima di uscire dalla Camera del Consiglio decidono di costituire il Movimento 22 marzo (M22) al fine di mantenere e sviluppare l'agitazione. Si tratta di un movimento informale, composto inizialmente dai trotskisti della Lega Comunista Rivoluzionaria (LCR) e anarchici (tra cui Daniel Cohn-Bendit), a cui sui aggiungono a fine aprile i maoisti dell'Unione dei giovani comunisti marxisti-leninisti (UJCML), fino ad arrivare a oltre 1200 partecipanti nelle settimane seguenti. I muri dell'università vengono tappezzati di manifesti e graffiti: "Professori, voi siete vecchi e anche la vostra cultura", "Lasciateci Vivere", "Voi scambiate i vostri desideri per la realtà". L'M22 annuncia per il 29 marzo una giornata di "università critica" prendendo ad esempio le azioni degli studenti tedeschi. Il preside decide di chiudere l'università fino al 1° aprile, ma l'agitazione riprende non appena riaperta. Di fronte a 1000 studenti, Cohn-Bendit dichiara: "Ci rifiutiamo di essere i futuri dirigenti dello sfruttamento capitalista". La maggior parte degli insegnanti reagiscono in modo reazionario: il 22 aprile 18 di questi, comprese persone di "sinistra", chiedono "misure e mezzi affinché gli agitatori siano individuati e puniti". Il preside approva una serie di misure repressive, tra cui la libera circolazione dei poliziotti nei corridoi del campus mentre la stampa si scatena contro gli “arrabbiati”, i "gruppuscoli" e gli "anarchici". Il partita “comunista” francese rincara la dose: il 26 aprile Pierre Juquin, membro del Comitato centrale, indice una manifestazione a Nanterre: "Gli agitatori figli di papà impediscono ai figli dei lavoratori di sostenere gli esami". Ma non fa in tempo a finire il discorso perché costretto alla fuga. Ne l’Umanité del 3 maggio, anche Georges Marchais, numero 2 del PCF, si scatena: "Questi falsi rivoluzionari devono essere energeticamente individuati perché oggettivamente servono gli interessi del potere gollista e dei grandi monopoli capitalisti".
Nel campus di Nanterre, diventano sempre più frequenti gli scontri tra studenti d'estrema sinistra e i gruppi fascisti d’Occident venuti da Parigi per "spezzare il bolscevico”. Di fronte a questa situazione, il 2 maggio, il preside decide di chiudere nuovamente l'università che viene poi presidiata dalla polizia. Gli studenti di Nanterre decidono di riunirsi il giorno successivo nel cortile della Sorbona per protestare contro la chiusura della loro università e contro l’invio al consiglio disciplinare di 8 membri del M22, tra cui Cohn-Bendit.
L'incontro raccoglie solo 300 partecipanti: la maggior parte degli studenti è impegnata a preparare gli esami di fine anno. Tuttavia il governo, che vuole mettere fine all'agitazione, decide di dare il colpo finale facendo occupare il Quartiere Latino e circondare la Sorbona dalle forze di polizia, cosa che non accadeva da secoli. Gli studenti chiusi nella Sorbona ottengono l’assicurazione di non essere toccati se fossero usciti, ma se le ragazze riescono ad andarsene liberamente, i ragazzi non appena attraversano il cancello vengono messi uno a uno nei cellulari. Rapidamente, centinaia di studenti si riuniscono nella piazza della Sorbona insultando la polizia. Cominciano a piovere bombe lacrimogene: la piazza viene sgomberata ma gli studenti, sempre più numerosi, iniziano ad attaccare gruppi di poliziotti e le loro camionette. Gli scontri continuano nella serata per 4 ore: 72 poliziotti feriti e 400 manifestanti arrestati. Nei giorni successivi, la polizia chiude completamente tutti gli accessi della Sorbona e 4 studenti vengono condannati a pene detentive. Questa politica di fermezza, lungi dal mettere a tacere l'agitazione, le conferisce invece un carattere di massa. A partire da lunedì 6 maggio, scontri con le forze di polizia schierate attorno alla Sorbona si alternano a manifestazioni sempre più folte, indette dall'M22, dall'UNEF e dal SNESup (sindacato degli insegnanti delle scuole Superiori), riuscendo a raggruppare fino a 45.000 partecipanti al grido di "La Sorbona agli studenti", "Fuori dal Quartiere Latino i poliziotti" ed in particolare "Liberate i nostri compagni". Gli studenti universitari vengono raggiunti da un numero crescente di liceali delle scuole superiori, insegnanti, lavoratori e disoccupati. Il 7 maggio, i cortei attraversano la Senna di sorpresa e marciarono sugli Champs-Élysées, vicino al palazzo presidenziale. L'Internazionale risuona sotto l'Arco di Trionfo, dove di solito si intonava la Marsigliese o la Sonnerie aux morts. Manifestazioni cominciano ad interessare anche alcune città di provincia.
Il governo vuole dare un segnale di buona volontà riaprendo ... l'Università di Nanterre il 10 maggio. La sera dello stesso giorno, decine di migliaia di manifestanti si incontrano nel Quartiere Latino davanti alle forze di polizia che circondano la Sorbona. Alle 21, alcuni manifestanti (circa sessanta) iniziano a innalzare barricate. A mezzanotte una delegazione di 3 insegnanti e 3 studenti (tra cui Cohn-Bendit) viene ricevuta dal rettore dell'Accademia di Parigi, che, se accetta la riapertura della Sorbona, non può però promettere nulla sulla liberazione degli studenti arrestati il 3 maggio.
Alle 2 del mattino, i CRS (corpo nazionale di sicurezza) attaccano le barricate dopo averle copiosamente bombardate di lacrimogeni. Gli scontri sono estremamente violenti causando centinaia di feriti da entrambe le parti. Quasi 500 arresti fra i manifestanti. Nel Quartiere Latino, molte persone esprimono la loro simpatia accogliendoli nelle case o lanciando acqua sulla strada per proteggerli dai gas lacrimogeni e dalle granate. Tutti questi eventi, comprese le testimonianze sulla brutalità delle forze di repressione, sono seguite alla radio, minuto per minuto, da centinaia di migliaia di persone. Alle sei del mattino, "l'ordine regna" nel Quartiere Latino che apparve come devastato da un tornado.
Sabato 11 maggio, l'indignazione è immensa a Parigi e in tutta la Francia. Ovunque si formano cortei spontanei, che raggruppando non solo studenti ma centinaia di migliaia di manifestanti di ogni tipo, compresi molti giovani lavoratori e genitori di studenti. Nella provincia, vengono occupate molte università; ovunque, nelle strade, nelle piazze, si discute e si condanna il comportamento delle forze repressive.
Di fronte a questa situazione, il primo ministro Georges Pompidou in serata annuncia che, da lunedì 13 maggio, le forze di polizia dovranno ritirarsi dal Quartiere Latino, la Sorbona sarà riaperta e gli studenti imprigionati saranno rilasciati. Lo stesso giorno, tutte le centrali sindacali, compresa la CGT (una centrale gestita dal PCF che fino ad allora aveva denunciato gli studenti "di sinistra"), così come i sindacati di polizia, chiamano allo sciopero, indicendo un manifestazioni per il 13 maggio, per protestare contro la repressione e contro la politica del governo.
Il 13 maggio, tutte le città del paese sono attraversate da manifestazioni mai viste dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. La classe operaia è presente in modo massiccio accanto agli studenti. Uno degli slogan più gridato è: "Dieci anni, ora basta!" in riferimento alla data del 13 maggio 1958 che aveva visto il ritorno di De Gaulle al potere. Alla fine delle manifestazioni, praticamente tutte le università sono occupate non solo dagli studenti ma anche da molti giovani operai. Ovunque, la parola è liberata. Le discussioni non si limitano alle questioni accademiche e alla repressione. Iniziarono ad affrontare tutti i problemi sociali: condizioni di lavoro, sfruttamento, futuro della società.
Il 14 maggio, le discussioni continuano in molti luoghi di lavoro. Dopo le grandi manifestazioni del giorno prima, con l'entusiasmo e il sentimento di forza emersi, è difficile tornare al lavoro come se nulla fosse accaduto. A Nantes, i lavoratori di Sud-Aviation, trascinati dai più giovani, si lanciano in uno sciopero spontaneo decidendo di occupare la fabbrica. La classe operaia inizia a prendere il sopravvento ...
Quello che caratterizza tutti questi movimenti è chiaramente soprattutto il rifiuto della guerra del Vietnam. I partiti stalinisti, alleati con il regime di Hanoi e di Mosca, avrebbero dovuto logicamente essere alla loro testa, almeno nei paesi in cui avevano un'influenza significativa, come era avvenuto nei movimenti contro la guerra di Corea nei primi anni '50, ma non è affatto così adesso. Al contrario, questi partiti non hanno alcuna influenza e spesso sono in netta opposizione a questi movimenti[5]. Questa è una delle caratteristiche dei movimenti studenteschi della fine degli anni '60 che mostra il loro profondo significato ed è questo significato che cercheremo di chiarire. Per farlo, è necessario ricordare quali sono stati i temi principali della mobilitazione degli studenti durante questo periodo.
Se l'opposizione alla guerra condotta dagli Stati Uniti in Vietnam è stato il tema più diffuso e sentito in tutti i paesi occidentali, non è un caso se è anche uno tra i primi temi su cui iniziarono a svilupparsi le rivolte studentesche. La gioventù americana era confrontata direttamente e immediatamente alla questione della guerra perché era stata lei stessa in prima persona ad essere mandata in Vietnam a difendere il "mondo libero". Decine di migliaia di giovani americani stavano pagando con la vita per le politiche del loro governo e centinaia di migliaia di loro tornavano da quell’inferno feriti e disabili, a milioni sono stati segnati a vita da quello che avevano vissuto in quel paese. Oltre all'orrore vissuto sul posto, proprio di tutte le guerre, molti di loro si chiedevano: "Cosa stiamo facendo in Vietnam?" L’argomentazione ufficiale era la difesa della "democrazia", del "mondo libero" e della "civiltà". Ma la realtà che stavano vivendo contraddiceva in modo flagrante questi discorsi: il regime che dovevano difendere, quello di Saigon, non era "democratico" o "civilizzato": era un regime militare, dittatoriale e particolarmente corrotto. Sul territorio, i soldati americani avevano notevoli difficoltà a comprendere che loro stessero difendendo la "civiltà", visto che veniva loro richiesto di comportarsi da barbari, terrorizzando e massacrando poveri contadini disarmati, donne, bambini e anziani.
Non furono solo i soldati sul posto ad essere disgustati dagli orrori della guerra, ma anche una parte crescente della gioventù americana. Infatti i ragazzi temevano di dover andare in guerra e le ragazze di perdere i loro compagni, e tutti venivano a conoscere sempre più cose sulla barbarie che essa rappresentava dai "veterani" che tornavano, o semplicemente dai canali televisivi[6] La palese contraddizione tra i discorsi sulla "difesa della civiltà e della democrazia" rivendicati dal governo americano e le sue azioni in Vietnam fu uno dei primi alimenti di una rivolta contro le autorità e i valori tradizionali della borghesia americana[7]. Questa rivolta aveva alimentato in un primo momento il movimento Hippie, un movimento pacifista e non violento che rivendicava il "Flower Power" e uno degli slogan era “Make Love, not War” ("Fate l'amore, non la guerra"). Probabilmente non fu per caso che la prima grande mobilitazione studentesca ebbe luogo all'Università di Berkeley, nella periferia di San Francisco, che era appunto la mecca degli hippy. I temi e soprattutto i mezzi di questa mobilitazione avevano ancora delle somiglianze con il movimento precedente: l'uso di "sit-in" non violenti per rivendicare "la libertà di espressione". Tuttavia, come in molti altri paesi in seguito, in particolare in Francia nel 1968, la repressione scatenata a Berkeley fu un fattore importante per la "radicalizzazione" del movimento. Dal 1967, con la fondazione del Youth International Party (Partito Internazionale della Gioventù) da parte di Abbie Hoffman e Jerry Rubin, che era transitato nel movimento della non violenza, il movimento di rivolta si diede una prospettiva "rivoluzionaria" contro il capitalismo. I nuovi "eroi" del movimento non erano più Bob Dylan o Joan Baez, ma figure come Che Guevara (che Rubin aveva incontrato nel 1964 a L'Avana). L'ideologia di questo movimento era molto confusa. Conteneva ingredienti anarchici (come il culto della libertà, compresa la libertà sessuale o l'uso di droghe) ma anche ingredienti stalinisti (Cuba e Albania erano considerati dei modelli). Le modalità di azione somigliavano molto a quelli degli anarchici, come la derisione e la provocazione. Così, una delle prime imprese della coppia Hoffman-Rubin fu quella di far planare pacchetti di banconote contraffatte sulla Borsa di New York provocando uno scompigli tra gli astanti per afferrare i soldi. Sempre loro, alla Convention democratica estiva del '68, presentarono come candidato alla presidenza degli Stati Uniti[8] il maiale Pegasus e nello stesso momento preparavano uno scontro violento con la polizia.
Per riassumere, le principali caratteristiche dei movimenti di rivolta che hanno agitato gli Stati Uniti negli anni '60, si sono presentate come protesta contro la guerra del Vietnam, la discriminazione razziale, la disuguaglianza tra i sessi e contro la morale e i valori tradizionali dell'America. Come notato dalla stessa maggior parte dei suoi protagonisti (che si presentavano come i figli dei borghesi ribelli), questo movimento non ha avuto alcun carattere di classe proletaria. Non è un caso se uno dei suoi "teorici", il professore di filosofia Herbert Marcuse, ritenesse che la classe operaia si fosse "integrata" e che le forze della rivoluzione contro il capitalismo dovevano essere trovate in altri settori come i Neri vittime della discriminazione, i contadini del terzo mondo e gli intellettuali ribelli.
Nella maggior parte degli altri paesi occidentali i movimenti che hanno agitato il mondo degli studenti durante gli anni '60 hanno avuto forti somiglianze con quelli degli Stati Uniti: il rifiuto dell'intervento americano in Vietnam, la rivolta contro le autorità nell’università, contro l’autorità in genere, contro la morale tradizionale, in particolare la morale sessuale. Questo è uno dei motivi per cui i partiti stalinisti, simbolo di autoritarismo, non hanno avuto alcuna eco in queste rivolte, anche quando questi partiti denunciavano l'intervento americano in Vietnam contro le forze militari tenute a una certa distanza dal blocco sovietico, e nonostante si reclamassero all’"anti-capitalismo".
Era vero che l'immagine dell'URSS era stata fortemente offuscata dalla repressione dell'insurrezione ungherese del 1956 e che il ritratto del vecchio apparatcik (funzionario di partito) Brezhnev non faceva sognare. I rivoltosi degli anni '60 preferivano mostrare nella loro stanza i poster di Ho Chi Minh (un altro vecchio apparatchik, ma più presentabile ed "eroico") e ancor più il volto romantico di Che Guevara (un altro membro di un partito stalinista, ma "esotico") o Angela Davis (anche lei membro del partito stalinista americano, ma che aveva il doppio vantaggio di essere nera e donna, con in più un bel "look" come Che Guevara).
La componente anti-Vietnam e "libertaria" si è vista in particolare in Germania. Il maggiore portavoce del movimento, Rudi Dutschke, proveniva dalla DDR (sotto tutela sovietica) dove, molto giovane, si era opposto alla repressione della rivolta ungherese. Condannava lo stalinismo come una distorsione burocratica del marxismo e considerava che l'Unione Sovietica appartenesse alla stessa catena di regimi autoritari che governavano il mondo. I suoi riferimenti ideologici erano il "giovane Marx", la Scuola di Francoforte (di cui Marcuse faceva parte), e anche l'Internazionale Situazionista (alla quale si rivendicava il gruppo Subversive Aktion la cui sezione di Berlino viene fondata da Rudi nel 1962)[9].
Infatti, durante le discussioni iniziate nel 1965 nelle università tedesche, la ricerca di un "vero marxismo antiautoritario" ebbe un grande successo, il che spiega perché furono ripubblicati molti testi del movimento consiliarista.
I temi e le esigenze del movimento studentesco in Francia nel 1968 sono sostanzialmente gli stessi. Ciò detto, nel corso del movimento i riferimenti alla guerra del Vietnam vengono ampiamente oscurati da tutta una serie di slogan d’ispirazione situazionista o anarchica (vedi surrealista) che coprono i muri ("I muri hanno la parola").
I temi anarchici si trovano in particolare in:
- La passione della distruzione è una gioia creativa (Bakunin)
- È vietato vietare
- La libertà è il crimine che contiene tutti i crimini
- Elezioni, trappole per coglioni!
- L'insolenza è la nuova arma rivoluzionaria
Completati da quelli che chiamano alla "rivoluzione sessuale" con:
- Amatevi gli uni sugli altri
- Sbottonate tanto spesso il vostro cervello quanto sbottonate le vostre brache
- Più faccio l'amore, più voglio fare la rivoluzione. Più faccio la rivoluzione, più voglio fare l'amore
Il riferimento situazionista si trova in:
- Abbasso la società dei consumi!
- Abbasso la spettacolare società mercantile!
- Abolizione dell'alienazione!
- Non lavorare mai!
- Prendo i miei desideri per la realtà perché credo nella realtà dei miei desideri
- Non vogliamo un mondo in cui la certezza di non morire di fame viene scambiata contro il rischio di morire di noia
- La noia è controrivoluzionaria
- Vivere senza tempi morti e godere senza ostacoli
- Siamo realistici, chiediamo l'impossibile!
Inoltre, il tema del conflitto generazionale (molto diffuso negli Stati Uniti e in Germania) si ritrova (anche in forme odiose) in:
- Corri compagno, il vecchio mondo è dietro di te!
- I giovani fanno l'amore, i vecchi fanno gesti osceni.
Così come, nella Francia del maggio 1968, che si copre regolarmente di barricate, non sorprende trovare:
- La barricata chiude la strada ma apre la via
- La conclusione di ogni pensiero è un sasso nella tua gola, CRS
- Sotto i sassi, la spiaggia!
Infine, la grande confusione di pensiero che accompagna questo periodo è ben riassunta da questi due slogan:
- Non ci sono pensieri rivoluzionari. Solo azioni rivoluzionarie.
- Ho qualcosa da dire, ma non so cosa.
Questi slogan, come la maggior parte di quelli messi avanti in altri paesi, indicano chiaramente che il movimento studentesco degli anni '60 non aveva affatto una natura proletaria di classe, sebbene in molti posti (come in Francia, ovviamente, e anche in Italia, Spagna o Senegal) c’è stata la volontà di stabilire un ponte con le lotte della classe operaia. Questo approccio mostrava del resto una certa accondiscendenza nei confronti di quest'ultima mista ad un fascino verso questo essere mitico, l'operaio in tuta blu, eroe di letture mal digerite dei classici del marxismo.
Fondamentalmente, il movimento studentesco degli anni '60 era di natura piccolo-borghese. Uno degli aspetti più chiari, oltre al suo carattere anarchico, è la volontà di "cambiare la vita subito", e l'impazienza e l'immediatismo sono le caratteristiche principali di una classe sociale, nel nostro caso la piccola borghesia, che non ha futuro a livello storico.
Anche il radicalismo "rivoluzionario" dell'avanguardia di questo movimento, incluso il culto della violenza promosso da alcuni dei suoi settori, è un tratto della sua natura piccolo-borghese[10]. In effetti, le preoccupazioni "rivoluzionarie" degli studenti del 1968 erano indiscutibilmente sincere, ma erano fortemente segnate dal terzomondismo (guevarismo e maoismo) se non dall'antifascismo. La loro base era una visione romantica della rivoluzione senza alcuna idea del vero processo di sviluppo del movimento portato avanti dalla classe operaia. In Francia, per gli studenti che si credevano "rivoluzionari", il movimento del maggio 68 era già la rivoluzione, e le barricate che si alzavano giorno dopo giorno venivano presentate come le eredi di quelle dell'insurrezione del giugno 1848 e della Comune del 1871.
Una delle componenti del movimento studentesco degli anni '60 è il "conflitto generazionale", il divario importante tra la nuova generazione e quella dei suoi genitori, alla quale venivano mosse molte critiche. In particolare, poiché questa generazione aveva lavorato duramente per uscire dalla miseria e dalla situazione di fame della seconda guerra mondiale, fu accusata di preoccuparsi solo del benessere materiale. Da qui il successo delle fantasie sulla "società dei consumi" e slogan come "Mai lavorare!". Figlia di una generazione che aveva sofferto in pieno la controrivoluzione, la gioventù degli anni '60 le rimproverava il conformismo e la sottomissione alle richieste del capitalismo. Di contro, molti genitori non capivano e avevano difficoltà ad accettare che i loro figli trattassero con disprezzo i sacrifici che avevano fatto per offrire loro una situazione economica migliore.
Tuttavia, esisteva una reale fattore economico per la rivolta studentesca degli anni '60: all'epoca, non c'era una grande minaccia di disoccupazione o precarietà alla fine degli studi, come oggi. La principale preoccupazione che riguardava i giovani studenti era che ora non potevano accedere allo stesso status sociale che era stato garantito alla precedente generazione di laureati. Infatti, la generazione del 1968 fu la prima a doversi confrontare con una certa brutalità al fenomeno della "proletarizzazione dei quadri" ampiamente studiato dai sociologi del tempo. Questo fenomeno era iniziato qualche anno prima, ancor prima che la crisi aperta si manifestasse, a seguito di un aumento significativo del numero di studenti nelle università (ad esempio, il numero di studenti in Germania passò da 330.000 a 1.1 milioni tra il 1964 e il 1974). Questo aumento era frutto dei bisogni dell'economia, ma anche della volontà e della possibilità per la generazione dei loro genitori di fornire ai propri figli una situazione economica e sociale migliore della loro. Tra le altre cose, questa "massificazione" della popolazione studentesca aveva provocato un crescente disagio derivante dalla permanenza all'interno dell'Università di strutture e pratiche ereditate da un tempo in cui solo una élite poteva accedervi, tra cui un forte autoritarismo.
Tuttavia, se il movimento studentesco che inizia nel 1964 si sviluppa in un periodo di "prosperità" per il capitalismo, non è lo stesso a partire dal 1967, quando la situazione economica inizia a deteriorarsi seriamente rafforzando il disagio della gioventù studentesca. Questo è uno degli elementi che ci permette di capire perché questo movimento ha avuto il suo apice nel 1968. Questo spiega anche perché, nel maggio 1968, il movimento della classe operaia prende il sopravvento. E’ questo aspetto che vedremo nel prossimo articolo.
Fabienne
[1] David Caute, 1968 nel mondo. Parigi: Laffont, 1988; tradotto da Sixty-Eight: The Year of the Barricades (L’anno delle barricate), Londra: Hamilton, 1988; pubblicato anche negli Stati Uniti con il titolo: The Year of the Barricades: A Journey through 1968 (L'anno delle barricate: Un viaggio nel 1968), New York: Harper & Row, 1988.
[2] Mark Kurlansky, 1968: l'anno che ha sconvolto il mondo. Parigi: Presses of the City, 2005; tradotto da 1968: The Year That Rocked the World. New York: Ballantine Books, 2004
[3] Avvenimenti quali, ad esempio, l’Offensiva del Têt in Vietcong a febbraio, che, se alla fine venne respinta dall'esercito statunitense, dimostrò che quest’ultimo non avrebbe mai potuto vincere la guerra in Vietnam, oppure come l'intervento dei carri armati in Cecoslovacchia.
[4] Rudi Dutschke sopravvisse all'attacco ma subì gravi conseguenze neurologiche che in parte sono state responsabili della sua prematura scomparsa all'età di 39 anni, il 24 dicembre 1979, 3 mesi prima della nascita di suo figlio, Rudi Marek. Bachmann fu condannato a 7 anni di carcere per tentato omicidio. Dutschke contattò il suo attentatore per iscritto per spiegare che non aveva alcun risentimento personale verso di lui e per cercare di convincerlo della correttezza di un impegno socialista. Bachmann si suicidò in carcere il 24 febbraio 1970. Dutschke si pentì di non avergli scritto più spesso: "la lotta per la liberazione è appena iniziata; sfortunatamente, Bachmann non sarà più in grado di partecipare ...".
[5] Anche nei paesi stalinisti si hanno dei movimenti studenteschi nel 1968. In Cecoslovacchia, questi vengono coinvolti nella "Primavera di Praga" promossa da una sezione del partito stalinista e non possono essere considerati movimenti che mettono in discussione il regime. Tutt’altra è la situazione in Polonia. Dimostrazioni studentesche di protesta, innescate dal divieto di uno spettacolo considerato anti-sovietico, sono represse l'8 marzo dalla polizia. Durante il mese di marzo, la tensione aumenta, gli studenti moltiplicano le occupazioni di università e manifestazioni. Sotto la guida del Ministro degli Interni, il generale Moczar, leader della corrente "partigiani" nel partito stalinista, questi movimenti vengono brutalmente repressi e nello stesso momento in cui gli ebrei del partito vengono espulsi per "sionismo".
[6] Durante la guerra del Vietnam, i media americani non erano soggetti alle autorità militari. Questo è un "errore" che il governo degli Stati Uniti non ripeterà nelle guerre contro l'Iraq nel 1991 e nel 2003.
[7] Un tale fenomeno non si ebbe all'indomani della seconda guerra mondiale: anche all’epoca i soldati americani vivevano all'inferno, specialmente quelli che sbarcarono in Normandia nel 1944, ma il loro sacrificio fu accettato da quasi tutti loro e dalla popolazione grazie alla propaganda che le autorità e dei media facevano sulla barbarie del regime nazista.
[8] All'inizio del ventesimo secolo, anarchici francesi presentarono un asino alle elezioni legislative
[9] Per una presentazione sintetica delle posizioni politiche del situazionismo, vedi il nostro articolo "Guy Debord: La seconda morte dell'Internazionale situazionista" pubblicato sulla Rivista Internazionale n. 80, in inglese [12] e francese [13].
[10] Va notato che nella maggior parte dei casi (sia in paesi "autoritari" che "democratici") le autorità hanno reagito in modo estremamente brutale alle proteste studentesche, anche quando inizialmente pacifiche. Praticamente ovunque, la repressione, lungi dall'intimidire i manifestanti, ha costituito un fattore di forte mobilitazione e radicalizzazione del movimento. Molti studenti che inizialmente non si consideravano "rivoluzionari" non hanno esitato, dopo poco, a definirsi tali in seguito allo scatenarsi di una repressione che, più di tutti i discorsi di Rubin, Dutschke o Cohn-Bendit, ha mostrato il vero volto della democrazia borghese.
Gli eventi della primavera del 1968 hanno avuto una dimensione internazionale, sia nelle loro radici che nelle loro conseguenze. Alla loro base c’erano i riflessi dei primi sintomi della crisi economica mondiale, che stava riapparendo dopo ben oltre un decennio di prosperità capitalista, sulla classe operaia.
Dopo decenni di sconfitte, disorientamento e sottomissione, nel maggio 1968 la classe operaia ritorna sulla scena della storia. Mentre l’agitazione studentesca - che si era sviluppata in Francia dall'inizio della primavera - e le lotte radicali dei lavoratori - scoppiate l'anno precedente - avevano già cambiato l'atmosfera sociale, l'ingresso in massa della lotta di classe (10 milioni in sciopero) ha sconvolto l'intero panorama sociale.
Molto presto altri settori nazionali della classe operaia mondiale entreranno in lotta. Le stesse lotte operaie in Italia nel ‘68, le lotte in Argentina (il Cordobazo) e l’Autunno caldo in Italia nel ‘69, gli scioperi in Polonia del ’70 e molte altre lotte in diversi paesi del mondo segnano la fine del periodo di controrivoluzione seguito alla seconda Guerra mondiale. A differenza di quella del 1929, la crisi che si stava sviluppando non avrebbe portato a una guerra mondiale, ma a uno sviluppo di lotte di classe che avrebbero impedito alla classe dominante di imporre una nuova carneficina mondiale come risposta alle convulsioni della sua economia.
Per discutere di questo importante momento della storia della classe lavoratrice a cinquant’anni dal suo sviluppo, il suo significato e gli insegnamenti che possiamo trarre per la prospettiva di cambiamento radicale della società, la CCI organizza
Ore 14.30 – 20.00
(Traversa di Via San Gregorio Armeno, ex Asilo Filangieri)
Nella prima parte di questo articolo[1] abbiamo analizzato la prima delle componenti degli "avvenimenti del maggio 68", la rivolta studentesca, a livello internazionale e in Francia. Qui riprendiamo la componente essenziale di questi eventi: il movimento della classe operaia.
Nel primo articolo, abbiamo concluso la narrazione degli eventi in Francia dicendo: “Il 14 maggio, le discussioni continuano in molti luoghi di lavoro. Dopo le grandi manifestazioni del giorno prima (in solidarietà con gli studenti vittime della repressione), con l'entusiasmo e il sentimento di forza emersi, è difficile tornare al lavoro come se nulla fosse accaduto. A Nantes, i lavoratori di Sud-Aviation, trascinati dai più giovani, si lanciano in uno sciopero spontaneo decidendo di occupare la fabbrica. La classe operaia inizia a prendere il sopravvento”.
Da questo punto riprendiamo la nostra storia
Lo sciopero generalizzato in Francia
A Nantes, furono i giovani lavoratori, stessa età degli studenti, ad iniziare il movimento; il loro ragionamento era semplice: "Se gli studenti, che non possono fare pressione con lo sciopero, hanno avuto la forza di respingere il governo, i lavoratori possono anche batterlo". Da parte loro, gli studenti della città venivano a portare la loro solidarietà agli operai, unendosi ai loro picchetti: la fraternizzazione. Qui, risultò chiaro che le campagne del PCF[2] e l'avvertimento della CGT[3] contro i "provocatori di sinistra pagati dai padroni e dal ministero degli interni" che si sarebbero infiltrati nella comunità studentesca avrebbero avuto un impatto molto limitato. In totale, la sera del 14 maggio c'erano 3.100 scioperanti.
Il 15 maggio il movimento si estese allo stabilimento Renault di Cléon, in Normandia, e ad altre due fabbriche della regione: sciopero totale, occupazione illimitata, sequestro della Direzione, bandiera rossa sulle porte. A fine giornata, a scioperare erano in 11.000.
Il 16 maggio, le altre fabbriche Renault si unirono al movimento: bandiere rosse su Flins, Sandouville, Le Mans e Billancourt (vicino alla periferia di Parigi). Quella sera, a scioperare furono 75.000 persone in tutto, ma l'ingresso di Renault-Billancourt nella lotta fu un segnale forte: si trattava della più grande fabbrica francese (35.000 lavoratori) e da molto tempo, c'era questo modo di dire: "Quando la Renault starnutisce, la Francia si raffredda".
Il 17 maggio si contarono 215.000 scioperanti: lo sciopero cominciava a colpire tutta la Francia, soprattutto nelle province. Era un movimento totalmente spontaneo; i sindacati potevano solo seguirlo. Ovunque, in prima fila c'erano i giovani operai. Ci furono molti episodi di fraternizzazioni tra studenti e giovani operai: quando quest’ultimi arrivavano alle facoltà occupate invitavano gli studenti a mangiare alle loro mense.
Non c’erano rivendicazioni specifiche: era un maremoto che montava: su un muro di una fabbrica in Normandia c’era scritto "E' il tempo di vivere e più degnamente!" Quel giorno, temendo di essere "sopraffatto dalla base" e anche dalla CFDT[4] presente nelle mobilitazioni molto più dei primi giorni, la CGT chiese l'estensione dello sciopero: "aveva preso il treno in corsa" come si diceva all'epoca. Il suo comunicato stampa sarà conosciuto solo il giorno successivo.
Il 18 maggio, a mezzogiorno c'erano 1 milione di lavoratori a scioperare, anche prima che si conoscessero gli appelli della CGT. Quella sera gli scioperanti raggiunsero i 2 milioni.
Lunedì 20 maggio 4 milioni e 6 milioni e mezzo il giorno dopo.
Il 22 maggio, i lavoratori in sciopero illimitato raggiunsero gli 8 milioni. Fu il più grande sciopero della storia del movimento operaio internazionale. Molto più massiccio dei due precedenti: lo "sciopero generale" del maggio 1926 in Gran Bretagna (che durò una settimana) e gli scioperi di maggio-giugno 1936 in Francia.
Tutti i settori furono coinvolti: industria, trasporti, energia, poste e telecomunicazioni, istruzione, pubblica amministrazione (diversi ministeri vennero completamente paralizzati), media (la televisione nazionale era in sciopero, gli operai denunciarono in particolare la censura imposto a loro), i laboratori di ricerca, ecc. Persino le pompe funebri furono paralizzate (morire a maggio '68 non era una buona idea). Si potevano persino vedere sportivi professionisti entrare nel movimento: la bandiera rossa sventolava sull'edificio della Federcalcio francese. Gli artisti non rimasero fuori e il Festival di Cannes venne interrotto su istigazione dei registi.
Durante questo periodo, le facoltà occupate (così come altri edifici pubblici, come il Teatro de l'Odéon a Parigi) diventarono luoghi di discussione politica permanente. Molti operai, compresi i giovani, ma non solo, partecipavano a queste discussioni. Alcuni lavoratori chiesero a coloro che difendevano l'idea della rivoluzione di andare a difendere il loro punto di vista nelle loro imprese occupate. Così, a Tolosa, il piccolo nucleo che poi fonderà la sezione della CCI in Francia fu invitato ad esporre l'idea dei consigli operai nella fabbrica JOB (carta e cartone) occupata. E la cosa più sorprendente fu che questo invito proveniva da attivisti ... della CGT e del PCF. Questi ultimi furono costretti a negoziare per un'ora con la CGT presente nella grande fabbrica Sud Aviation, giunta a "rafforzare" il picchetto dello sciopero, per ottenere l’autorizzazione a lasciare entrare degli "estremisti" in fabbrica. Per più di sei ore, operai e rivoluzionari, seduti su rotoli di cartone, discuteranno della rivoluzione, della storia del movimento operaio, dei soviet ed anche dei tradimenti ... del PCF e della CGT ...
Molte discussioni si svolgono anche in strada, sui marciapiedi (in tutta la Francia nel maggio 68 è bel tempo!). Esse nacquero spontaneamente, ognuno aveva qualcosa da dire ("Si parla e si ascolta" era uno slogan). Ovunque, c'era un'atmosfera festosa, tranne che nei "quartieri bene" dove si accumulavano paura e odio.
Ovunque in Francia, nei quartieri, in alcune grandi aziende o nei dintorni di esse, emergevano "Comitati d'azione": si discuteva su come condurre la lotta, della prospettiva rivoluzionaria. Questi erano generalmente animati da gruppi di sinistra o anarchici, ma raccolsero molte più persone rispetto ai membri di queste organizzazioni. Anche all'ORTF, la radio e la televisione di Stato, venne creato un Comitato d'azione, guidato da Michel Drucker[5], al quale partecipava l'incommensurabile Thierry Rolland[6].
Di fronte a una tale situazione, la classe dominante stava vivendo un periodo di disorientamento, che si esprimeva con iniziative scomposte e inefficaci.
Così, il 22 maggio, l'Assemblea nazionale, dominata dalla destra, discusse (per rigettare alla fine) una mozione di censura presentata dalla sinistra due settimane prima: le istituzioni ufficiali della Repubblica francese sembravano vivere in un altro mondo. Lo stesso valeva per il governo, che stava prendendo nello stesso giorno la decisione di vietare il rientro a Cohn-Bendit che intanto era andato in Germania. Questa decisione non fece che accrescere il malcontento: il 24 maggio ci furono molte manifestazioni, in particolare per denunciare il divieto di residenza a Cohn-Bendit: "Ce ne fottiamo delle frontiere!", "Siamo tutti ebrei tedeschi!" Nonostante il cordone sanitario della CGT contro gli "avventurieri" e "provocatori" (vale a dire gli studenti "radicali") molti giovani operai si unirono a questi eventi.
In serata, il presidente della Repubblica, il generale de Gaulle, fece un discorso: propose un referendum per i francesi affinché si pronunciassero sulla "partecipazione" (una sorta di associazione capitale-lavoro). Non si poteva essere più lontani dalle realtà. Quel discorso fu un flop completo rivelando il disorientamento del governo e della borghesia in generale[7].
Per strada, i manifestanti avevano ascoltato il discorso sulle radio portatili e la rabbia aumentò: "Il suo discorso, non ci interessa!" Ci furono scontri e barricate durante la notte a Parigi e in diverse città di provincia. Furono rotte molte vetrine, bruciate automobili, e questi atti rivolsero una parte dell’opinione pubblica contro gli studenti considerati ora come "vandali". D’altra parte era pur vero che molto probabilmente tra i manifestanti si erano infiltrati membri della milizia gollista o poliziotti in borghese al fine di "alimentare il fuoco" e spaventare la popolazione. Ma era anche chiaro che molti studenti immaginavano di "fare la rivoluzione" costruendo barricate o bruciando automobili, simboli della "società dei consumi". Ma soprattutto tutti questi atti esprimevano la rabbia dei manifestanti, studenti e giovani operai, davanti alle ridicole e provocatorie risposte delle autorità di fronte al più grande sciopero della storia. Illustrazione di questa rabbia contro il sistema: il simbolo del capitalismo, la Borsa di Parigi, fu dato alle fiamme.
Alla fine, solo il giorno seguente la borghesia iniziò a prendere iniziative efficaci: sabato 25 maggio si aprirono delle trattative al Ministero del lavoro (rue de Grenelle) tra sindacati, padroni e governo.
Fin dall'inizio, i padroni si mostrarono pronti a concedere molto più di ciò che immaginavano i sindacati: chiaramente la borghesia aveva paura. Il primo ministro, Pompidou, presiedeva. Si incontrò da solo per un'ora, la domenica mattina, con Séguy, capo della CGT[8]: i due principali responsabili del mantenimento dell'ordine sociale in Francia dovevano discutere senza testimoni per ripristinare quest’ultimo[9].
Nella notte tra il 26 ed il 27 maggio si conclusero gli "accordi di Grenelle":
- aumenti salariali per tutti del 7% il 1 giugno, più del 3% il 1 ottobre;
- aumento del salario minimo di circa il 25%;
- riduzione del "ticket" dal 30% al 25% (importo delle spese sanitarie non coperte dall’assistenza sociale);
- riconoscimento della sezione sindacale all'interno dell'azienda;
- più una serie di promesse poco chiare d’apertura di negoziati, in particolare sulla durata del lavoro (che in media era dell'ordine di 47 ore settimanali).
Data l'importanza e la forza del movimento, questa fu una vera provocazione:
- il 10% sarebbe stato cancellato dall'inflazione (importante in quel momento);
- nulla sulla compensazione salariale per l'inflazione;
- niente di concreto sulla riduzione dell'orario di lavoro; ci si limitava a sbandierare l'obiettivo di "ritorno progressivo a 40 ore" (già ottenuto ufficialmente nel 1936!); al ritmo proposto dal governo, si sarebbe arrivati al ... 2008! ;
- gli unici che guadagnano qualcosa di significativo erano i lavoratori più poveri (si voleva dividere la classe operaia riportandoli al lavoro) e i sindacati (si voleva ricompensarli per il loro ruolo di sabotatori).
Lunedì 27 maggio, gli "accordi di Grenelle" furono respinti all'unanimità dalle assemblee dei lavoratori.
Alla Renault Billancourt, i sindacati organizzarono un grande "spettacolo" in gran parte coperto da radio e televisione: lasciando i negoziati, Séguy disse ai giornalisti: "La ripresa non dovrebbe tardare" e sperava che i lavoratori di Billancourt avrebbero dato l’esempio. Tuttavia, 10.000 di loro, radunati sin dall'alba, decisero di continuare il movimento ancor prima dell'arrivo dei leader sindacali.
Benoît Frachon, leader "storico" della CGT (presente anche ai negoziati del 1936) dichiarò: "Gli accordi di Grenelle porteranno a milioni di lavoratori un benessere che non avrebbero sperato": silenzio di morte!
André Jeanson, della CFDT, si felicitò per il voto iniziale a favore della continuazione dello sciopero e parlò della solidarietà dei lavoratori con gli studenti universitari e della lotta dei liceali: applausi a piene mani.
Infine, Séguy presentò "un resoconto oggettivo" di ciò che "era stato conquistato a Grenelle": sibilò un fischio generale di diversi minuti. Séguy fece una piroetta: "Se giudico in base a ciò che sento, voi non vi lascerete fare": applausi ma nella folla si sentiva: "Non gli importa niente della nostra sorte!".
La migliore prova del rifiuto degli "accordi di Grenelle": il 27 maggio il numero degli scioperanti aumentò ancora per raggiungere i 9 milioni.
Lo stesso giorno si svolse allo stadio Charléty, a Parigi, una grande manifestazione indetta dal sindacato studentesco UNEF, dalla CFDT (maggioritaria rispetto alla CGT) e da gruppi di estrema sinistra (gauchistes). Il tono dei discorsi fu molto rivoluzionario: si trattava infatti di dare uno sfogo al crescente malcontento verso la CGT e il PCF. Accanto ai gauchistes, si notò la presenza di politici socialdemocratici come Mendes-France (ex capo del governo negli anni '50). Cohn-Bendit, con i capelli tinti di nero, fece la sua apparizione (lo si era già visto il giorno prima alla Sorbona).
Il 28 maggio è il giorno dei gracidii dei partiti di sinistra. Al mattino, François Mitterrand, presidente della Federazione della Sinistra Democratica e Socialista (che raggruppava il Partito Socialista, il Partito Radicale e vari piccoli gruppi di sinistra) tenne una conferenza stampa; considerando che c'era un vuoto di potere, annunciò la sua candidatura alla presidenza della Repubblica. Nel pomeriggio, Waldeck Rochet, capo del PCF, propose un governo "a partecipazione comunista": si trattava di impedire ai socialdemocratici di sfruttare la situazione a loro esclusivo beneficio. Viene sostituito, il giorno successivo, 29 maggio, da una grande manifestazione indetta dalla CGT che rivendicava un "governo popolare". La destra urlò immediatamente contro la "trama comunista".
Quello stesso giorno si notò la "scomparsa" del generale de Gaulle. Alcuni dissero che si era ritirato, in realtà era andato in Germania per farsi rassicurare sulla fedeltà degli eserciti dal generale Massu, comandante delle truppe d'occupazione francesi.
Il 30 maggio fu un giorno decisivo per il recupero della situazione da parte della borghesia. De Gaulle fece un nuovo discorso:
"Nelle circostanze attuali, non mi ritirerò. (...) Io oggi sciolgo l'Assemblea Nazionale ..."
Allo stesso tempo, si svolse a Parigi sugli Champs-Élysées un'enorme dimostrazione a sostegno di de Gaulle. Giunti dai quartieri bene, dagli opulenti sobborghi e anche dalla "Francia profonda" grazie a camion dell'esercito, il "popolo" della paura e del denaro, istituzioni borghesi e religiose con i loro figli, vecchi dirigenti imbevuti della loro "superiorità", piccoli commercianti che tremavano per le loro vetrine, veterani ulcerotici per gli attacchi alla bandiera tricolore, agenti infiltrati in combutta con la malavita, ma anche vecchi appartenenti all'Algeria francese e dell'OAS[10], giovani membri del gruppo fascista Occident, vecchi nostalgici di Vichy (che tutti odiavano de Gaulle); tutto questo bel mondo venne a proclamare il suo odio per la classe operaia e il suo "amore per l'ordine". Tra la folla, accanto ai veterani della "Francia libera", si sentì gridare "Cohn-Bendit a Dachau!".
Ma il "Partito dell'ordine" non si riduceva a coloro che dimostrarono sugli Champs-Elysees. Lo stesso giorno, la CGT chiese negoziati per ramo per "migliorare i risultati di Grenelle" era il modo di dividere il movimento per liquidarlo.
Da questa data (un giovedì), il lavoro iniziò a riprendere, ma lentamente perché, il 6 giugno, ci furono altri 6 milioni di scioperanti. La ripresa del lavoro avviene in maniera dispersa:
- 31 maggio: industria siderurgica della Lorena, tessili nordici;
- 4 giugno: arsenali, assicurazioni;
- 5 giugno: EDF[11], miniere di carbone;
- 6 giugno: poste, telecomunicazioni, trasporti (a Parigi, la CGT costringeva a riprendere: in ogni deposito i dirigenti sindacali annunciavano che altri depositi erano tornati al lavoro, la qualcosa era falsa);
- 7 giugno: scuola primaria;
- 10 giugno: occupazione della fabbrica Renault a Flins da parte delle forze di polizia; uno studente liceale di 17 anni, Gilles Tautin, in zona per portare la sua solidarietà agli operai, caricato dalla polizia cade nella Senna annegando;
- 11 giugno: intervento del CRS[12] nello stabilimento Peugeot di Sochaux (2° stabilimento in Francia): due operai vennero uccisi, di cui uno con proiettili di arma da fuoco.
Nuove manifestazioni violente in tutta la Francia: "Hanno ucciso i nostri compagni!" A Sochaux, di fronte alla decisa resistenza degli operai, il CRS sgombrò la fabbrica: il lavoro riprese solo 10 giorni dopo.
Temendo che l'indignazione potesse far riprendere gli scioperi (c’erano ancora 3 milioni di scioperanti), i sindacati (CGT in testa) e i partiti di sinistra guidati dal PCF sollecitarono la ripresa del lavoro "perché le elezioni possano tenersi e completare la vittoria della classe operaia". Il quotidiano del PCF, L'Humanité, titolava: "Forti della loro vittoria, milioni di lavoratori stanno tornando al lavoro".
L'appello sistematico allo sciopero dei sindacati dal 20 maggio trovava ora la sua spiegazione: “non solo dovremmo evitare di essere travolti dalla "base", ma dobbiamo controllare il movimento per poter, giunto il momento, provocare la ripresa dei settori meno combattivi e demoralizzare gli altri”.
Waldeck Rochet, nei suoi discorsi elettorali affermò che "Il Partito Comunista era un partito dell'ordine". E l'"ordine" borghese stava a poco a poco tornando:
- 12 giugno: ripresa della scuola secondaria;
- 14 giugno: Air France e Merchant Marine;
- 16 giugno: la Sorbona veniva occupata dalla polizia;
- 17 giugno: ripresa caotica alla Renault Billancourt;
- 18 giugno: de Gaulle rilasciò i capi dell'OS che erano ancora in prigione;
- 23 giugno: 1° turno delle elezioni legislative con una forte avanzata della destra;
- 24 giugno: ripresa dei lavori nello stabilimento di Citroën Javel, in piena Parigi (Krasucki, numero 2 della CGT, intervenne insistentemente nell'assemblea generale per invitare a mettere fine allo sciopero);
- 26 giugno: Usinor Dunkerque;
- 30 giugno: 2° turno delle elezioni con una storica vittoria della destra.
Una delle ultime aziende a tornare a lavorare il 12 luglio fu l'ORTF: molti giornalisti non volevano reintegrato il controllo e la censura che fino ad allora avevano subito da parte del governo. Dopo la "ripresa del controllo", molti tra loro furono licenziati. L'ordine ritornò ovunque, compreso nelle informazioni ritenute utili da divulgare nella popolazione.
Così, il più grande sciopero della storia si concluse con una sconfitta, contrariamente alle affermazioni della CGT e del PCF. Un'amara sconfitta sancita dal ritorno in forza dei partiti e delle "autorità" denigrate durante il movimento. Ma il movimento operaio da tempo sapeva che: "Il vero risultato delle loro lotte non è tanto il successo immediato ma la crescente unione degli operai" (il Manifesto comunista). Inoltre, in Francia nel 1968 dietro la loro sconfitta immediata gli operai conquistarono una grande vittoria, non per se stessi ma per il proletariato mondiale. Questo è quello che vedremo nello stesso momento in cui cercheremo di evidenziare le cause profonde e le questioni storiche e globali del "gioioso mese di maggio francese".
Nella maggior parte dei molti libri e programmi televisivi sul maggio 1968 che hanno occupato lo spazio mediatico di diversi paesi in quest’ultimo periodo, si sottolinea il carattere internazionale del movimento studentesco che ha colpito la Francia durante quel mese. Tutti concordano nel notare, come abbiamo sottolineato nel nostro precedente articolo, che gli studenti francesi non furono i primi a mobilitarsi in modo massiccio; che in qualche modo "sono saltati su un treno in corsa" di un movimento iniziato nelle università americane nell'autunno del 1964. A partire dagli Stati Uniti, quel movimento, che aveva colpito la maggior parte dei paesi occidentali, dal 1967 aveva conosciuto in Germania i suoi sviluppi più spettacolari, che resero gli studenti di questo paese il "riferimento" per quelli di altri paesi europei. Tuttavia, gli stessi giornalisti o "storici" che amano sottolineare la portata internazionale della protesta studentesca degli anni '60 di solito non dicono una parola sulle lotte sindacali che hanno avuto luogo nel mondo durante questo periodo. Ovviamente, non possono ignorare l'enorme sciopero che costituisce l'altro aspetto, ovviamente la parte più importante degli "eventi" del 68 in Francia: è difficile per loro mettere in sordina lo sciopero più grande della storia del movimento operaio Ma se li seguiamo, per loro questo movimento del proletariato costituisce ancora una volta una sorta di "eccezione francese".
In effetti, allo stesso modo, e forse ancor più, del movimento studentesco, il movimento della classe operaia in Francia è stato parte integrante di un movimento internazionale e può essere realmente compreso solo in questo contesto internazionale.
È vero che nel maggio 1968 esisteva in Francia una situazione che non si trovava in nessun altro paese, se non in modo molto marginale: un massiccio movimento della classe operaia che decolla dalla mobilitazione degli studenti. È chiaro che la mobilitazione studentesca, la repressione che ha subito - e che l'ha alimentata - così come la ritirata finale del governo dopo la "notte delle barricate" del 10-11 maggio, hanno avuto un ruolo, non solamente nello scatenamento, ma anche nell’ampiezza dello sciopero degli operai. Detto ciò, se il proletariato francese si è impegnato in un tale movimento, non è stato sicuramente solo per "fare come gli studenti", ma perché c'era un profondo malcontento, diffuso, e anche forza politica per impegnarsi nella lotta.
Questo fatto generalmente non è oscurato da libri e programmi televisivi su Maggio 68: viene spesso ricordato che nel 1967, i lavoratori avevano condotto lotte importanti con caratteristiche in contrasto con quelle del periodo precedente. In particolare, se gli "scioperetti" e le giornate d’azione sindacali non suscitarono grande entusiasmo, si verificarono conflitti molto duri, molti determinati dalla violenta repressione padronale e di polizia con scavalcamenti sindacali a più riprese. Così, all'inizio del 1967 si avranno scontri significativi a Bordeaux (la fabbrica di aerei Dassault), a Besançon e nella regione di Lione (sciopero con occupazione a Rhodia, a Berliet che induce i padroni alla serrata e l'occupazione dello stabilimento da parte dei CRS), nelle miniere della Lorena, nei cantieri navali di Saint-Nazaire (che l'11 aprile venne paralizzato da uno sciopero generale).
Fu a Caen, in Normandia, che la classe operaia effettuò una delle sue più importanti battaglie prima del maggio 68. Il 20 gennaio 1968, i sindacati della Saviem (camion) avevano chiamato a scioperare per un'ora e mezza, ma la base, giudicando questa azione insufficiente, il 23 si lanciò in sciopero spontaneo. Il giorno seguente, alle 4 del mattino, i CRS smantellarono il picchetto permettendo ai quadri e ai crumiri di entrare fabbrica. Gli scioperanti decisero di andare in centro città dove vennero raggiunti da lavoratori di altre fabbriche anche loro in sciopero. Alle 8 del mattino, 5000 persone convennero pacificamente nella piazza centrale: le Guardie mobili[13] le caricarono brutalmente, anche con colpi col calcio dei fucili. Il 26 gennaio, i lavoratori di tutti i settori della città (compresi gli insegnanti) e molti studenti dimostrarono la loro solidarietà: alle 18 un concentramento sulla piazza centrale raccolse 7000 persone. Alla fine dell'incontro, le Guardie mobili caricarono per sgombrare il posto, ma furono sorpresi dalla resistenza degli operai. Gli scontri dureranno tutta la notte; ci saranno 200 feriti e dozzine di arresti. Sei giovani manifestanti, tutti lavoratori, ricevettero pene detentive da 15 giorni a tre mesi. Ma lungi dal far arretrare la classe operaia, questa repressione provocò solo l'estensione della sua lotta: il 30 gennaio, vi furono 15.000 scioperanti a Caen. Il 2 febbraio, le autorità e i padroni furono costretti a fare marcia indietro: le proteste furono revocate, gli aumenti salariali del 3-4%. Il giorno dopo, il lavoro riprese, ma, sotto l'impulso di giovani operai, gli scioperi continuarono per un mese alla Saviem.
Ad aprile 67 ed a gennaio 68, Saint-Nazaire e Caen non furono le uniche città colpite da scioperi generali da parte dell'intera popolazione operaia. Anche altre città più piccole come Redon a marzo e ad aprile Honfleur vennero interessate da proteste operaie. Questi massicci scioperi di tutti gli sfruttati di una città prefiguravano ciò che sarebbe accaduto a partire dalla metà di maggio in tutto il paese.
Quindi, non possiamo dire che la tempesta del maggio 1968 esplose come un fulmine a cielo sereno. Il movimento studentesco diede "fuoco alle polveri", ma queste erano già pronte ad infiammarsi.
Ovviamente, gli "specialisti", in particolare i sociologi, hanno cercato di evidenziare le cause di questa "eccezione" francese. In particolare, hanno sottolineato l'altissimo tasso di sviluppo industriale in Francia durante gli anni '60, trasformando questo vecchio paese agricolo in una moderna potenza industriale. Questo fatto spiega la presenza e il ruolo di un gran numero di giovani lavoratori nelle fabbriche che spesso erano state da poco costruite. Questi giovani operai, provenienti spesso da zone rurali, sono poco sindacalizzati e hanno difficoltà a sopportare la disciplina da caserma di fabbrica dal momento che ricevono retribuzioni per lo più irrisorie, anche quando hanno una certificazione di competenza professionale. Questa situazione rende possibile capire perché sono stati i settori più giovani della classe operaia a impegnarsi per primi nella lotta, e anche perché la maggior parte dei movimenti maggiori che hanno preceduto il maggio 68 hanno avuto luogo nell'ovest della Francia, una regione prevalentemente rurale e tardivamente industrializzata. Tuttavia, le spiegazioni dei sociologi non riescono a spiegare perché non furono solo i giovani lavoratori a scioperare nel 1968, ma la stragrande maggioranza dell'intera classe operaia, di tutte le età.
Di fatto, dietro un movimento della grandezza e della profondità di quello del maggio '68, c'erano necessariamente cause molto più profonde, cause che andavano ben oltre il quadro della Francia. Se tutta la classe operaia di questo paese ha iniziato uno sciopero quasi generale, è perché tutti i suoi settori cominciavano a risentire della crisi economica che, nel 1968, era solo all'inizio, una crisi non "francese" ma dell'intero capitalismo mondiale. Sono gli effetti in Francia di questa crisi economica globale (aumento della disoccupazione, congelamento degli aumenti salariali, intensificazione dei tassi di produzione, attacchi alla sicurezza sociale) che spiegano in gran parte l'aumento della combattività dei lavoratori in questo paese dal 1967:
"In tutti i paesi industrializzati, in Europa e negli Stati Uniti, la disoccupazione è in crescita e le prospettive economiche si fanno sempre più scure. L'Inghilterra, nonostante una moltiplicazione di misure per salvaguardare l'equilibrio, alla fine del 1967 è costretta ad una svalutazione della sterlina, che innesca svalutazioni in un certo numero di paesi. Il governo Wilson proclama un programma di austerità eccezionale: massiccia riduzione della spesa pubblica ..., blocco dei salari, riduzione del consumo interno e delle importazioni, sforzo per aumentare le esportazioni. Il 1° gennaio 1968, è il turno di Johnson [Presidente degli Stati Uniti] a sollevare l'allarme e annunciare dure misure necessarie per salvaguardare l'equilibrio economico. A marzo scoppia la crisi finanziaria del dollaro. La stampa economica ogni giorno più pessimista, evoca sempre più lo spettro della crisi del 1929 (...) Maggio 1968 appare in tutto il suo significato come una delle prime e più importanti reazioni della massa operaia a un peggioramento della situazione economica mondiale" (Révolution internationale (vecchia serie) n°2, primavera 1969).
In realtà, circostanze particolari hanno reso possibile che in Francia il proletariato mondiale stesse portando avanti la sua prima grande lotta contro i crescenti attacchi che il capitalismo in crisi non poteva che moltiplicare. Ma, abbastanza rapidamente, altri settori nazionali della classe operaia sarebbero entrati in lotta. Stesse cause, stessi effetti.
Così, dall'altra parte del mondo, in Argentina, il mese di maggio del 1969 sarebbe stato segnato da ciò che è rimasto da allora nei ricordi come il "cordobazo". Il 29 maggio, in seguito a una serie di proteste nelle città operaie contro i violenti attacchi economici e la repressione della giunta militare, gli operai di Cordoba sopraffecero completamente la polizia e l'esercito (per lo più dotati di carri armati) diventando padroni della città (la seconda del paese). Il governo fu in grado di "ristabilire l'ordine" solo il giorno successivo grazie al massiccio invio di truppe militari.
In Italia, allo stesso tempo, iniziava il più importante movimento di lotte sindacali dalla seconda guerra mondiale. Gli scioperi cominciarono ad intensificarsi alla Fiat a Torino, prima nella fabbrica principale della città, ed in particolare a Fiat-Mirafiori, per poi estendersi agli altri stabilimenti del gruppo a Torino e dintorni. Il 3 luglio 1969, durante una giornata di azione sindacale contro gli aumenti degli affitti, i cortei operai, uniti a cortei studenteschi, confluirono nella fabbrica di Mirafiori. Di fronte a essa scoppiarono violenti scontri con la polizia. Essi durarono quasi tutta la notte estendendosi ad altre zone della città.
Alla fine di agosto, quando i lavoratori ritornarono dalle vacanze estive, gli scioperi ripresero alla Fiat, ma anche alla Pirelli (pneumatici) a Milano e in molte altre aziende.
Tuttavia, la borghesia italiana, resa esperta dall'esperienza del maggio '68, non venne presa di sorpresa come l'anno precedente era successo alla borghesia francese. Doveva assolutamente impedire al profondo scontento sociale che stava emergendo di portare a una conflagrazione generale. Ecco perché il suo apparato sindacale userà la scadenza dei contratti collettivi, specialmente in metallurgia, chimica e edilizia, per sviluppare la sua manovra di dispersione delle lotte, fissando agli operai come obiettivo un "buon contratto" nei loro rispettivi settori. I sindacati stavano sviluppando le cosiddette tattiche di attacco "articolate": un giorno sciopero degli operai siderurgici, l'altro i lavoratori della chimica e gli altri lavoratori edili. Gli scioperi "generali" vengono indetti solo per provincia o per città, contro il caro vita o l'aumento delle tasse. A livello aziendale, i sindacati promuovono scioperi a rotazione, un laboratorio dopo l'altro, con il pretesto di causare maggior danno possibile ai padroni a un costo minimo per gli operai. Allo stesso tempo, i sindacati adottano misure necessarie per riprendere il controllo di una base che tende a sorpassarli: mentre, in molte aziende, i lavoratori, insoddisfatti delle tradizionali strutture sindacali, eleggono delegati sindacali, questi ultimi vengono istituzionalizzati sotto forma di "consigli di fabbrica", presentati come "organi di base" dell'unione unitaria che le tre confederazioni, CGIL, CISL e UIL affermano di voler costruire insieme. Dopo diversi mesi in cui la conflittualità operaia si esaurisce in una serie di "giornate d’azione" per settore e "scioperi generali" per provincia o per città, i contratti collettivi settoriali sono firmati successivamente tra l'inizio di novembre e la fine di dicembre. Ed è poco prima della firma dell'ultimo contratto, il più importante dal momento che riguarda la metallurgia del settore privato, in prima linea nel movimento, il 12 dicembre esplode una bomba in una banca di Milano, uccidendo 16 persone. L'attentato subito è attribuito agli anarchici (uno di loro, Giuseppe Pinelli, muore nelle mani della polizia milanese), ma molto più tardi emergerà che esso proveniva da alcuni settori dell'apparato statale. Le strutture segrete dello Stato borghese entravano in campo per aiutare i sindacati a confondere i ranghi della classe operaia nello stesso momento in cui venivano rafforzati i mezzi della repressione.
Il proletariato italiano non fu il solo a mobilitarsi nell'autunno del 1969. Su una scala molto più piccola ma alquanto significativa, anche quello tedesco entrò in lotta da quando in settembre scoppiarono in questo paese scioperi selvaggi contro la firma del sindacato degli accordi di "moderazione salariale". Questi ultimi erano presentati come "realistici" di fronte al deterioramento della situazione dell'economia tedesca che, nonostante il "miracolo" del dopoguerra, non fu risparmiata dalle difficoltà del capitalismo mondiale che si accumulavano dal 1967 (quell'anno, la Germania conobbe la sua prima recessione dalla guerra).
Questo risveglio del proletariato tedesco, anche se ancora timido, ha un significato molto speciale. Da un lato, è il più grande e concentrato in Europa. Ma soprattutto, questo proletariato ha avuto nella storia e sarà chiamato a trovare in futuro una posizione di leadership nella classe operaia mondiale. Fu in Germania che si giocò il destino dell'ondata rivoluzionaria internazionale che, dall'ottobre 1917 in Russia, minacciò il dominio capitalista del mondo. La sconfitta subita dagli operai tedeschi durante i loro tentativi rivoluzionari, tra il 1918 e il 1923, aprì le porte alla più terribile contro-rivoluzione che cadde nella sua storia sul proletariato mondiale. E fu qui, dove la rivoluzione si era spinta più lontano, Russia e Germania, che questa controrivoluzione prese le forme più profonde e barbare: lo stalinismo e il nazismo. Questa controrivoluzione durò quasi mezzo secolo e culminò con la Seconda Guerra Mondiale, che, a differenza della prima, non permise al proletariato di alzare la testa, ma lo spinse ancora più in profondità, grazie, in particolare, alle illusioni create dalla vittoria dei campi "democratici" e "socialisti".
L'immenso sciopero del maggio 1968 in Francia, poi "l'autunno caldo" italiano, avevano dimostrato che il proletariato mondiale era uscito da questo periodo di controrivoluzione, che, a differenza della crisi del 1929, ciò che si stava sviluppando non avrebbe portato alla guerra mondiale, ma a uno sviluppo di lotta di classe che avrebbe impedito alla classe dominante di dare la sua risposta barbara alle convulsioni della sua economia. Le lotte degli operai tedeschi del settembre 1969 avevano confermato questo, come lo confermarono, e su una scala più significativa, le lotte degli operai polacchi durante l'inverno del 1970-71.
Nel dicembre 1970, la classe operaia polacca reagì spontaneamente e in modo massiccio a un aumento dei prezzi superiore al 30%. I lavoratori distrussero il quartier generale del partito stalinista a Danzica, Gdynia ed Elbląg. Il movimento di sciopero si estese dalla costa baltica fino a Poznań, Katowice, Breslavia e Cracovia. Il 17 dicembre, Gomulka, segretario generale del partito stalinista al potere, inviò i suoi carri armati ai porti del Baltico. Diverse centinaia di lavoratori vengono uccisi. Battaglie di strada si svolgono a Szczecin e Danzica. La repressione non riescì a schiacciare il movimento. Il 21 dicembre scoppiò un'ondata di scioperi a Varsavia. Gomulka venne dimesso. Il suo successore, Gierek, personalmente negozierà immediatamente con gli operai del Cantiere di Stettino. Gierek fece alcune concessioni ma si rifiutò di annullare gli aumenti di prezzo. L'11 febbraio esplose uno sciopero di massa a Łódź, provocato da 10.000 lavoratori tessili. Gierek finì per arrendersi: gli aumenti di prezzo vennero annullati.
I regimi stalinisti sono stati la più pura incarnazione della controrivoluzione: era nel nome del "socialismo" e "degli interessi della classe operaia" che quest’ultima subiva uno dei peggiori terrori. L'inverno "caldo" dei lavoratori polacchi, così come gli scioperi che verificarono all'annuncio delle lotte in Polonia oltre confine, in particolare a Lvov (Ucraina) e a Kaliningrad (Russia dell’ovest) dimostravano che anche laddove la controrivoluzione aveva mantenuto il suo regime più pesante, i regimi "socialisti", era stata sconfitta.
Non possiamo qui elencare tutte le lotte operaie che, dopo il 1968, hanno confermato questo fondamentale cambiamento nell'equilibrio di forze tra borghesia e proletariato su scala mondiale. Citeremo solo due esempi, quello della Spagna e quello dell'Inghilterra.
In Spagna, nonostante la feroce repressione esercitata dal regime di Franco, la combattività dei lavoratori si espresse massicciamente durante il 1974. La città di Pamplona, in Navarra, conobbe un numero di giorni di sciopero per operaio superiore a quello degli operai francesi del 1968. Tutte le regioni industriali furono coinvolte (Madrid, Asturie, Paesi Baschi), ma fu nelle immense concentrazioni operaie delle periferie di Barcellona che gli scioperi presero la massima estensione, interessando tutte le aziende della regione, con dimostrazioni esemplari di solidarietà operaia (spesso, lo sciopero iniziava in una fabbrica unicamente per solidarietà con gli operai di altre fabbriche).
Anche l'esempio del proletariato inglese è molto significativo poiché resta il proletariato più antico del mondo. Nel corso degli anni '70, combatté massicce lotte contro lo sfruttamento (con 29 milioni di giorni di sciopero nel 1979, i lavoratori britannici si classificarono al secondo posto nelle statistiche, dietro ai lavoratori francesi nel 1968). Questa combattività costrinse persino la borghesia britannica a cambiare due volte il primo ministro: nell'aprile del 1976 (Callaghan sostituì Wilson) e all'inizio del 1979 (Callaghan fu dimissionato dal Parlamento).
Quindi, il significato storico fondamentale del 68 maggio non si trova né nelle "specificità francesi", né nella rivolta studentesca, né nella "rivoluzione dei costumi" come ci viene propagandato oggi. Esso è nell'uscita del proletariato mondiale dalla controrivoluzione e nel suo ingresso in un nuovo periodo storico di scontri contro l'ordine capitalista. Un periodo che è stato anche illustrato da un nuovo sviluppo di correnti politiche proletarie, compresa la nostra, e che, come vedremo ora, la controrivoluzione aveva praticamente eliminato o messo a tacere.
All'inizio del XX secolo, durante e dopo la prima guerra mondiale, il proletariato si impegnò in lotte titaniche che quasi sconfissero il capitalismo. Nel 1917 rovesciò il potere borghese in Russia. Tra il 1918 e il 1923, nel principale paese europeo, la Germania, guidò molteplici assalti per raggiungere lo stesso obiettivo. Questa ondata rivoluzionaria si diffuse in tutte le parti del mondo, ovunque ci fosse una classe operaia sviluppata, dall'Italia al Canada, dall'Ungheria alla Cina. Quella fu la risposta del proletariato mondiale all'ingresso del capitalismo nel suo periodo di decadenza, di cui la prima guerra mondiale fu il primo grande evento.
Ma la borghesia mondiale riuscì a contenere questo gigantesco movimento della classe operaia, e non si fermò qui. Scatenò la più terribile controrivoluzione nella storia del movimento operaio. Questa contro-rivoluzione prese forme di barbarie inimmaginabile, di cui lo stalinismo ed il nazismo furono le due espressioni più significative, proprio nei paesi in cui la rivoluzione si era spinta ben lontano, Russia e Germania.
In questo contesto, i partiti comunisti che erano stati all'avanguardia dell'ondata rivoluzionaria si trasformarono in partiti della controrivoluzione.
Ovviamente, il tradimento dei partiti comunisti causò l'emergere al loro interno di frazioni di sinistra in difesa delle vere posizioni rivoluzionarie. Un simile processo aveva già avuto luogo all'interno dei partiti socialisti durante la loro permanenza nel campo borghese nel 1914 con il loro sostegno alla guerra imperialista. Tuttavia, mentre coloro che avevano lottato all'interno dei partiti socialisti contro la loro deriva e il loro tradimento opportunisti avevano acquisito forza e crescente influenza nella classe operaia tale da fondare, dopo la rivoluzione russa, una nuova Internazionale, non fu così, a causa del crescente peso della controrivoluzione, per le correnti di sinistra che emersero all'interno dei partiti comunisti.
Se inizialmente queste correnti riuscirono a raggruppare gran parte dei militanti nei partiti tedesco e italiano, esse gradualmente persero la loro influenza nella classe e la maggior parte delle loro forze militanti, quando non furono disperse in molti piccoli gruppi, come avvenne in Germania ancor prima che il regime di Hitler le sterminasse o costringesse gli ultimi militanti all'esilio.
Infatti, negli anni '30, accanto alla corrente animata da Trotsky sempre più conquistata dall'opportunismo, i gruppi che continuarono a difendere fermamente le posizioni rivoluzionarie, come il Gruppo dei Comunisti Internazionalisti (GIC) in Olanda ( che sosteneva il "Comunismo dei consigli" e rigettava la necessità di un partito proletario) e la frazione di sinistra del Partito comunista italiano (che pubblicava la rivista Bilan) contavano solo poche dozzine di militanti e non avevano più alcuna influenza sul corso delle lotte operaie.
La seconda guerra mondiale non consentì, contrariamente alla prima, un'inversione del rapporto di forze tra il proletariato e la borghesia. Al contrario, educata dall'esperienza storica, e grazie al prezioso sostegno dei partiti stalinisti, la classe dominante si assicurò sul nascere la morte di ogni nuovo sfogo proletario. Nell'euforia democratica della "Liberazione", i gruppi della Sinistra Comunista risultarono ancora più isolati rispetto al 1930. In Olanda, il Communistenbond Spartacus si rifece al GIC nella difesa delle posizioni "posizioni consiliariste". Posizioni che saranno anche difese, dal 1965 da Daad en Gedachte (Azione e Pensiero), una scissione del Communistenbond. Questi due gruppi fecero tutto un lavoro di pubblicazione anche se ostacolati dalla posizione consiliarista che rigetta il ruolo di un'organizzazione d'avanguardia per il proletariato. Tuttavia, il più grande handicap era il peso ideologico della controrivoluzione. E così anche in Italia la Costituzione nel 1945, intorno a Damen e Bordiga (due ex fondatori della Sinistra italiana nel 1920) del Partito Comunista Internazionalista (che pubblica Battaglia Comunista e Prometeo), non mantenne le promesse a cui avevano creduto i suoi militanti. Se, alla sua fondazione, l'organizzazione aveva 3.000 membri, essa si indebolì progressivamente vittima di demoralizzazione e di divisioni, tra cui quella del 1952 animata da Bordiga che costituirà il Partito Comunista Internazionale (che pubblica Programma Comunista), scissione di cui una delle cause risiede anche nella confusione che aveva presieduto al raggruppamento del 1945, che si era basato sull'abbandono di una serie di acquisizioni sviluppato da Bilan nel 1930.
In Francia, il gruppo che si era formato nel 1945, la Gauche Communiste de France (GCF) (Sinistra Comunista di Francia), nella continuità delle posizioni di Bilan (ma integrando anche un certo numero di posizioni programmatiche della sinistra tedesco-olandese) e che pubblicò 42 numeri della rivista Internationalisme, scompare nel 1952.
Nello stesso paese, oltre ai pochi elementi legati al Partito Comunista Internazionale che pubblicavano Le Prolétaire (Il proletario), un altro gruppo difese fino agli inizi degli anni '60 posizioni di classe con la rivista Socialisme ou Barbarie (S ou B). Ma questo gruppo, derivante da una scissione del trotskismo dopo la seconda guerra mondiale, abbandonò gradualmente ed esplicitamente il marxismo arrivando alla sua fine nel 1966. Tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60, diverse scissioni di S ou B, specialmente di fronte al suo abbandono del marxismo, portarono alla formazione di piccoli gruppi che si unirono all’ambiente consiliarista, in particolare alla ICO (Informazione e Corrispondenza Operaia).
Potremmo ancora citare l'esistenza di altri gruppi in altri paesi, ma ciò che contraddistingue la situazione delle correnti che hanno continuato a difendere le posizioni comuniste durante gli anni '50 e inizio degli anni '60 è la loro estrema debolezza, il carattere riservato della loro stampa, il loro isolamento internazionale così come regressioni che hanno portato alla loro totale scomparsa o ad una chiusura settaria, come quella del Partito Comunista Internazionale, che si considerava l'unica organizzazione comunista al mondo.
Lo sciopero generale del 1968 in Francia, poi i diversi movimenti di massa della classe operaia riportati in precedenza, hanno posto all'ordine del giorno l'idea della rivoluzione comunista in molti paesi. La menzogna che lo stalinismo era "comunista" e "rivoluzionario" ha cominciato a fare acqua da tutte le parti. Di ciò hanno ovviamente beneficiato le correnti che avevano criticato l'Unione Sovietica in quanto "patria del socialismo", come i maoisti e le organizzazioni trotskiste. Il movimento trotskista, in particolare a causa della sua lotta storica contro lo stalinismo, nel 1968 ha conosciuto una nuova giovinezza ed è venuto fuori dall'ombra nella quale per lungo tempo l’avevano tenuto i partiti stalinisti. Le sue fila in alcuni momenti hanno raggiunto numericamente livelli spettacolari, specialmente in paesi come Francia, Belgio o Gran Bretagna. Ma questa corrente dalla fine della seconda guerra mondiale aveva cessato di appartenere al campo proletario, in particolare per la sua posizione in "difesa delle conquiste operaie in URSS", vale a dire in difesa del campo imperialista dominato da quel paese.
In effetti, l'evidenziazione da parte degli scioperi operai sviluppatisi dalla fine degli anni '60 del ruolo anti-operaio dei partiti e dei sindacati stalinisti, della funzione della farsa elettorale e democratica come strumento di dominio borghese ha portato molte persone in tutto il mondo ad orientarsi verso quelle correnti politiche che, in passato, avevano più chiaramente denunciato il ruolo dei sindacati e del parlamentarismo, e che meglio avevano espresso la lotta contro lo stalinismo, quelle della Sinistra comunista.
In seguito al maggio 1968, gli scritti di Trotsky ebbero una larghissima diffusione, ma anche quelli di Pannekoek, Gorter[14], Rosa Luxemburg che, per prima, poco prima del suo assassinio nel gennaio 1919, aveva avvertito i suoi compagni bolscevichi di alcuni pericoli che avrebbero minacciato la rivoluzione in Russia.
Appaiono nuovi gruppi che guardano l'esperienza della sinistra comunista. In realtà, è più verso il consiliarismo che verso la sinistra italiana che si rivolgeranno quegli elementi che capiscono che il trotskismo era diventato una sorta di ala sinistra dello stalinismo. E ciò era dovuto a diverse ragioni. Da un lato, il rifiuto dei partiti stalinisti spesso si accompagnava al rifiuto della stessa nozione del partito comunista. In un certo senso, è stato il tributo pagato dai nuovi elementi che si sono rivolti alla prospettiva della rivoluzione proletaria alla menzogna staliniana della continuità tra il bolscevismo e lo stalinismo, tra Lenin e Stalin. Questo equivoco fu in parte alimentato anche dalle posizioni della corrente bordighista, l'unica della sinistra italiana con un'estensione internazionale, che difendeva l'idea della presa del potere da parte del Partito comunista e rivendicava "il monolitismo" delle sue fila. D'altra parte, questo era la conseguenza del fatto che le correnti che continuavano a rivendicarsi alla Sinistra italiana essenzialmente sfiorarono solo il maggio 1968, non comprendendo il suo significato storico e riducendolo solo ad una dimensione studentesca.
Nello stesso momento in cui apparivano nuovi gruppi ispirati al consiliarismo, quelli che già esistevano conobbero un successo senza precedenti, videro crescere i loro ranghi in maniera spettacolare e furono anche in grado in grado di agire da polo di riferimento. Ricordiamo in particolare l'ICO, che nel 1969 organizzò un incontro internazionale a Bruxelles, in cui parteciparono Cohn-Bendit, Mattick (ex attivista della sinistra tedesca emigrato negli Stati Uniti dove pubblicava diverse riviste consiliariste) e Cajo Brendel, animatore di Daad a Gedachte.
Tuttavia, i successi del consiliarismo "organizzato" fu di breve durata. l'ICO pronunciò la sua auto-dissoluzione nel 1974. I gruppi olandesi cessarono di esistere contemporaneamente ai loro principali animatori.
In Gran Bretagna, il gruppo Solidarity, ispirato alle posizioni di Socialisme ou Barbarie, dopo un successo simile a quello dell’ICO, conobbe una serie di scissioni fino ad esplodere nel 1981 (tuttavia il gruppo di Londra continuò a pubblicare la rivista fino al 1992).
In Scandinavia, i gruppi consiliaristi sviluppatisi dopo il 1968 furono in grado di organizzare una conferenza a Oslo nel settembre 1977, ma essa non ebbe un seguito.
Alla fine, la tendenza che si sviluppò maggiormente negli anni '70 fu quella che si rivendicava alle posizione di Bordiga (deceduto a luglio 1970). In particolare, essa beneficiò di un "afflusso" di elementi prodotti dalle crisi che durante quel periodo colpirono alcuni gruppi gauchistes (in particolare i gruppi maoisti). Nel 1980, il Partito comunista internazionale era l'organizzazione della sinistra comunista più grande e influente del mondo. Ma questa "apertura" della corrente bordighista a elementi fortemente segnati dal gauchisme portò alla sua esplosione nel 1982, riducendola da allora allo stato di una moltitudine di piccole sette.
In effetti, la manifestazione più significativa, sul lungo termine, della rinascita delle posizioni della Sinistra Comunista fu lo sviluppo della nostra organizzazione[15].
Essa si costituì principalmente giusto 40 anni fa, nel luglio 1968 a Tolosa, con l'adozione di una prima dichiarazione di principi da parte di un piccolo nucleo di elementi che aveva formato un circolo di discussione l'anno precedente intorno a un compagno, RV, che politicamente aveva debuttato nel gruppo Internacionalismo in Venezuela. Questo gruppo fu fondato nel 1964 dal compagno MC[16], che era stato il principale animatore del Sinistra Comunista di Francia (1945-52) dopo essere stato membro della Frazione italiana della Sinistra Comunista dal 1938 e che era già militante comunista dal 1919 (all'età di 12 anni) prima nel Partito Comunista di Palestina, poi nel PCF.
Durante lo sciopero generale del maggio 1968, alcuni elementi del circolo di discussione pubblicarono diversi volantini firmati Movimento per l'istituzione dei consigli operai (MICO) ed avviarono discussioni con altri elementi con i quali infine si formò il gruppo che da dicembre 1968 avrebbe pubblicato Révolution Internationale. Questo gruppo già stava in contatto e in continua discussione con altri due gruppi appartenenti al movimento consiliarista, l'Organizzazione consiliarista di Clermont-Ferrand e quella che pubblicava i Cahiers du Communisme de Conseils (Quaderni del Comunismo dei Consigli) con sede a Marsiglia.
Infine, nel 1972, i tre gruppi si fusero per formare quella che sarebbe diventata la sezione in Francia della CCI che iniziò la pubblicazione di Révolution Internationale (nuova serie).
Questo gruppo, nella continuità politica condotta da Internacionalismo, dalla GCF e da Bilan, avviò discussioni con diversi gruppi che erano sorti anche loro dopo il 1968, in particolare negli Stati Uniti (Internationalism). Nel 1972, Internationalism inviò una lettera a una ventina di gruppi sostenendo che la Sinistra comunista chiedeva l'istituzione di una rete di corrispondenza e di un dibattito internazionale. Révolution internationale rispose caldamente a questa iniziativa, proponendo al contempo la prospettiva di una conferenza internazionale. Gli altri gruppi che aderirono appartenevano tutti al movimento consiliarista. I gruppi che si rivendicano alla Sinistra italiana invece fecero orecchie da mercante o ritennero prematura questa iniziativa.
Sulla base di questa iniziativa si svolsero numerosi incontri nel 1973 e nel 1974 in Inghilterra e Francia, ai quali in particolare parteciparono per la Gran Bretagna: World Revolution (Rivoluzione mondiale), Revolutionary Perspective (Prospettiva rivoluzionaria) e Workers' Voice, (Voce operaia), le prime due sorte da una scissione di Solidarity (Solidarietà) e l'ultima risultante da una scissione del trotskismo.
Infine, questo ciclo di incontri culminò nel gennaio 1975 con lo svolgimento di una conferenza in cui i gruppi che condividevano lo stesso orientamento politico - Internacionalismo, Révolution Internationale, Internationalism, World Revolution, Rivoluzione Internazionale (Italia) et Accion Proletaria (Spagna) decisero di unificarsi come Courant Communiste International (Corrente Comunista Internazionale).
Quest'ultima decise di continuare questa politica di contatti e discussioni con gli altri gruppi della Sinistra Comunista, ciò che la condusse a partecipare alla conferenza di Oslo del 1977 (contemporaneamente a Revolutionary Perspective) e a rispondere favorevolmente all'iniziativa lanciata nel 1976 da Battaglia Comunista per lo svolgimento di una conferenza internazionale di gruppi della Sinistra Comunista.
Le tre conferenze tenutesi a maggio 1977 (Milano), a novembre 1978 (Parigi) e a maggio 1980 (Parigi) suscitarono un crescente interesse tra gli elementi che si rivendicavano alla Sinistra Comunista, ma la decisione di Battaglia Comunista e della Communist Workers' Organisation (nata dal raggruppamento di Revolutionary Perspective e della Workers' Voice in Gran Bretagna) di escludere la CCI suonò la campana a morto di questo sforzo[17]. In un certo senso, il ripiegamento settario (almeno nei confronti della CCI) di BC e CWO (entrambe raggruppate nel 1984 nel Bureau International pour le Parti Révolutionnaire - BIPR) fu un segno che si era esaurito l'impulso iniziale dato al movimento della Sinistra Comunista dal sorgere storico del proletariato mondiale nel maggio 1968.
Tuttavia, nonostante le difficoltà incontrate dalla classe operaia negli ultimi decenni, comprese le campagne ideologiche sulla "morte del comunismo" dopo il crollo dei regimi stalinisti, la borghesia mondiale non è riuscita a infliggerle una sconfitta decisiva. Ciò ha portato al fatto che la corrente della Sinistra comunista (rappresentata principalmente dal BIPR[18] e soprattutto dalla CCI) ha mantenuto le sue posizioni e ora gode di un crescente interesse tra gli elementi che, con la lenta ripresa delle lotte dal 2003, si stanno orientando verso una prospettiva rivoluzionaria.
Il cammino del proletariato verso la rivoluzione comunista è lungo e difficile. Non può essere altrimenti poiché questa classe ha l'immenso compito di portare l'umanità dal "regno della necessità al regno della libertà". La borghesia non perde nessuna occasione per proclamare che "il comunismo è morto!" ma l'accanimento con cui lo seppellisce è indicativo della paura che continua a provare davanti a questa prospettiva. Quarant'anni dopo, ci invita a "liquidare" il maggio 68 (Sarkozy) o a "dimenticarlo" (Cohn-Bendit, diventato un notabile "verde" del Parlamento europeo e recentemente ha pubblicato un libro dal titolo significativo: "Forget 68" (Dimentica) e questo è normale: il maggio 1968 ha aperto una breccia nel suo sistema di dominio, una lacuna che non è riuscita a tappare e si allargherà nella misura in cui diventa più evidente la bancarotta storica di questo sistema.
Fabienne (6/07/2008)
[1] Maggio 68 e la prospettiva rivoluzionaria (1) Il movimento degli studenti nel mondo negli anni '60 [15]
[2] Partito Comunista Francese
[3] Confederazione generale del lavoro. È la centrale sindacale più potente, in particolare tra i lavoratori dell'industria e dei trasporti e tra i dipendenti pubblici. È controllata dal PCF.
[4] Confederazione francese democratica del lavoro. Questa centrale sindacale era originariamente di ispirazione cristiana, ma nei primi anni '60 rigetta i riferimenti al cristianesimo ed è fortemente influenzato dal Partito Socialista e da un piccolo partito socialista di sinistra, il Partito Socialista Unificato, oggi sparito.
[5] Un animatore di successo.
[6] Commentatore sportivo dallo sciovinismo sfrenato.
[7] Il giorno dopo questo discorso, i dipendenti comunali in molti luoghi annunciarono che essi si sarebbero rifiutati di organizzare il referendum. Contemporaneamente, le autorità non sapevano come stampare le schede: la Stampa Nazionale era in sciopero e le tipografie private in sciopero si rifiutavano: i loro padroni non volevano ulteriori problemi con i loro operai.
[8] Georges Seguy era anche membro dell'Ufficio politico del PCF.
[9] Si saprà più tardi che Chirac, Segretario di Stato per gli affari sociali, aveva incontrato (in un granaio!) Krasucki, numero 2 della CGT.
[10] Organizzazione segreta dell'esercito: gruppo clandestino di soldati e sostenitori del mantenimento della Francia in Algeria, che si è distinto all'inizio degli anni '60 per attacchi terroristici, omicidi e persino un tentato omicidio di de Gaulle.
[11] Elettricità di Francia
[12] Compagnie repubblicane di sicurezza: forze di polizia nazionale specializzate nella repressione delle proteste di strada.
[13] Forze della gendarmeria nazionale (cioè l'esercito) con lo stesso ruolo dei CRS.
[14] I due principali teorici della sinistra olandese.
[15] Per una storia più dettagliata della CCI, leggere i nostri articoli: 1995: 20 years of the ICC [16] disponibile anche in francese in Revue Internationale no 80 [17]e in spagnolo in Revista internacional n° 80. Vedi inoltre I trent'anni della CCI: appropriarsi del passato per costruire l'avvenire [18]
[16] Sul contributo di MC al movimento rivoluzionario, vedi Marc, Part 1: From the Revolution of October 1917 to World War II [19] e Marc, Part 2: From World War II to the present day [20]. Disponibili anche in spagnolo nella Revista Internacional nº 65, 2º trimestre 1991 [21] e in francese nella Revue Internationale no 65 - 2e trimestre 1991 [22]
[17] A proposito di queste conferenze vedi il nostro articolo The International Conferences of the Communist Left (1976-80) [23], disponibile anche in spagnolo in Rev. Internacional nº 122, 3er trimestre 2005 [24] e francese Revue Internationale n° 122 - 3e trimestre 2005 [25].
[18] Il minore sviluppo del BIPR rispetto a quello della CCI è dovuto principalmente al suo settarismo e alla sua politica di raggruppamento opportunistico (che spesso lo porta a costruire sulla sabbia). Vedi il nostro articolo Polemica col BIPR: una politica opportunista di raggruppamento che porta solo ad insuccessi [26]
Non è certo la prima volta che la borghesia italiana vive una forte crisi del suo apparato politico che si ripercuote sulla capacità di formare un governo, come ad esempio per il Governo Monti nel 2011 e il Governo Letta nel 2013, che durerà solo 10 mesi. Tuttavia, la travagliata gestazione del governo Lega-5Stelle ha assunto una dimensione e un significato politico particolarmente gravi tali da rischiare finanche una crisi costituzionale, con la minaccia di richiesta di impeachment per il capo dello Stato da parte del Movimento 5 Stelle e di Fratelli d’Italia.
Dopo una campagna elettorale caratterizzata da uno scontro durissimo tra le forze politiche in campo, in cui ognuno affermava che mai avrebbe accettato di governare con gli altri, dove sono fioccate le promesse più ardite in nome della “difesa delle famiglie, dei precari, dei giovani”, il risultato elettorale ha visto il trionfo del populismo, ma senza una chiara maggioranza di governo e una serie di veti incrociati (La Lega mai con PD, il PD mai con la Lega, il M5S mai con Berlusconi, etc.). Dopo vari tentativi da parte di Mattarella, distinguo, rifiuti, passi indietro e patteggiamenti da parte dei partiti in gioco, finalmente si riesce a trovare un accordo per formare un governo politico, scongiurando lo spettro di un ritorno immediato alle urne che avrebbe costituito un ulteriore problema per la borghesia italiana sia perché avrebbe prolungato la situazione di forte instabilità con ripercussioni economiche importanti, sia perché l’esito di questa nuova votazione non era certo prevedibile e rischiava solo di rimandare il problema. Come spiegare questa bufera?
Un primo problema importante è che la borghesia è confrontata a livello internazionale allo sviluppo del populismo. Come abbiamo già argomentato in altri testi[1], questo sviluppo del populismo è una conseguenza della fase storica attuale. Larghi strati della popolazione, e soprattutto il proletariato, vivono quotidianamente un aumento dell’instabilità economica, dell’immiserimento, dell’insicurezza sociale rispetto ai quali c’è una enorme difficoltà a comprenderne le cause. Questo genera molta rabbia ma anche un profondo smarrimento, un senso di impotenza e una paura rispetto a tutto quello che sembra mettere ancora di più in pericolo la propria condizione presente e futura. Inoltre i partiti “storici”, che per la loro esperienza politica hanno rappresentato per la borghesia uno strumento essenziale per deviare e contenere il malcontento nel gioco dell’alternanza democratica, hanno subito una forte erosione del loro credito. In particolare i partiti socialdemocratici, visti storicamente come i difensori dei lavoratori, hanno dovuto assumere da tempo, in prima persona, tutte le misure e le riforme economiche che hanno degradato pesantemente la situazione della classe lavoratrice, rivelando così la loro natura antiproletaria.
Come abbiamo detto a proposito della vittoria della Brexit “Il populismo non è un altro attore nei giochi tra i partiti di sinistra e di destra; esso esiste a causa del malcontento diffuso che non riesce a trovare alcun modo di esprimersi. È interamente sul terreno politico della borghesia, ma si basa sull'opposizione alle élite e ‘all'establishment’, sull'antagonismo verso l'immigrazione, sulla diffidenza verso le promesse di sinistra e l'austerità di destra, che esprimono una perdita di fiducia nelle istituzioni della società capitalista, ma non vedono, per ora, l'alternativa rivoluzionaria della classe operaia”[2].
In una tale situazione, dove i lavoratori si vedono come cittadini, come popolo, e non come parte di una classe, assumono forza quelle formazioni politiche che, pur essendo parte integrante del sistema capitalista, si fanno portatrici del malcontento di strati popolari, tra cui molti proletari, che non si sentono più garantiti dallo Stato di fronte agli effetti devastanti della crisi economica. Queste forze riescono ad avere un’influenza importante anche sui proletari perché sono quelle che più sanno sfruttare il malcontento, la rabbia e le paure presenti nella società e tra i lavoratori proponendosi come difensori dell’ordine, dei diritti del cittadino contro la pressione dello Stato o contro l’ingerenza delle potenze straniere, dell’autoctono contro lo straniero.
Da questo punto di vista queste forze, in una certa misura, possono anche svolgere un utile servizio alla borghesia perché convogliano la rabbia e la sfiducia sul terreno democratico-istituzionale. Come ha rivendicato Di Maio in questi giorni, è stato il M5S a riportare sul terreno della protesta democratica e al voto gran parte di quelli che se ne stavano allontanando perché disgustati, disillusi e arrabbiati verso la classe politica e le istituzioni. Ma, a differenza dei partiti “storici” della borghesia (di destra o di sinistra) che, nonostante tutto, conservano ancora un certo senso dello Stato, la visione delle forze populiste si traduce nel concreto in politiche che spesso vanno contro gli stessi interessi globali delle borghesie nazionali sia sul piano di politica economica e internazionale, che su quello ideologico della democrazia[3] e per questo costituiscono un pericolo per la stessa classe dirigente.
La presenza del fenomeno populista e il discredito dei partiti storici spiegano anche la difficoltà crescente per la borghesia internazionale e, in particolare in Italia, a pilotare il gioco elettorale e prevederne l’esito. Questa difficoltà di previsione la si è vista per esempio con il PD dove Renzi, basandosi sul 40,8% ottenuto alle elezioni del 2014, si è lanciato nel referendum sulla costituzione nel 2016 ricevendo una sonora batosta che anticipava il crollo attuale. Nel passato l’elettorato manteneva una certa fedeltà ai partiti perché questo corrispondeva anche a degli “ideali politici” e a dei programmi che, almeno a parole, prospettavano delle scelte diverse. La destra e la sinistra del capitale esprimevano opzioni di gestione diverse della società e l’elettore, seppure in maniera critica, si riconosceva in questo o quel partito. Oggi questa distinzione non esiste più perché la crisi economica non consente opzioni globalmente alternative. Ogni partito o coalizione al governo non può che portare avanti una politica di impoverimento per la stragrande maggioranza della popolazione, né può eliminare il degrado sugli altri piani (precarietà, insicurezza sociale, degrado ambientale, ecc.). Il voto viene quindi dato a quella forza politica che in quel momento sembra il “meno peggio”, quella che forse almeno una promessa la porta avanti o a quella che più risponde in quel momento alla sua incazzatura. Non a caso il cavallo vincente per il M5S è stato il “reddito di cittadinanza” e il taglio dei vitalizi, soprattutto nel sud Italia dove la miseria, la precarietà e la mancanza di prospettive pesano nel quotidiano della maggior parte della popolazione. Per la Lega sono stati invece la sicurezza sociale, con la cacciata dei migranti e più polizia nelle strade, il diritto all’autodifesa e la Flat tax che agevola i piccoli e medi imprenditori particolarmente presenti al Nord.
Un fenomeno simile lo abbiamo già visto recentemente con le difficoltà della borghesia inglese a gestire gli effetti della Brexit, di quella americana a contenere le politiche irresponsabili di Trump, di quella tedesca a formare un governo di coalizione che, pur dovendo includere il Cdu anti europeista, mantenesse una politica interna e internazionale rispondente agli interessi dello Stato tedesco. Solo in Francia, di fronte al pericolo di una possibile vittoria di Le Pen, la borghesia è riuscita a trovare la soluzione Macron che assicurava la continuità delle scelte politiche interne e internazionali e che, al contempo, si presentava come “il nuovo”, “né di destra, né di sinistra”, sapendo così rispondere alla sfiducia e al malcontento dilagante.
Questo spiega anche perché, rispetto alle elezioni in Italia (nella fase pre-elettorale e durante la crisi politica), c’è stata una forte preoccupazione - in particolare da parte dei paesi Europei - e tutta una pressione da parte di personaggi influenti dell’UE e del mondo imprenditoriale, sul fatto che, qualunque fosse stata la composizione del nuovo governo, questo non doveva mettere in discussione i risultati ottenuti dall’Italia con le riforme messe in opera negli ultimi anni, con la forte raccomandazione quindi a non cambiare rotta verso politiche avventuristiche e irresponsabili per il capitale italiano che creerebbero instabilità internazionale.
Diamo adesso un’occhiata più da vicino alla situazione italiana per capire une serie di passaggi importanti nella politica della borghesia nazionale. Ad esempio, perché il presidente della repubblica Mattarella si è rifiutato di sottoscrivere la nomina di Savona come ministro dell’economia? Come mai questo braccio di ferro su un solo nome?
In realtà Mattarella, che rappresenta la parte della borghesia nazionale più responsabile e con una visione più ampia e a lungo termine degli interessi globali del capitale nazionale e degli strumenti necessari per difenderli, si è trovato a dover gestire una situazione caratterizzata da:
- La vittoria elettorale di due forze che, seppure in maniera diversa, sono espressione di un populismo caratterizzato da una forte irresponsabilità associato all’assenza di esperienza e spessore politico. Il M5S, nato con lo slogan “vaffanculo” contro “la casta”, i buffoni parlamentari eil malaffare, una volta in parlamento ha dovuto assumere una veste più moderata e istituzionale, ma resta una forza totalmente priva di esperienza nella gestione dello Stato e fortemente caratterizzata da una politica che si basa sugli umori viscerali immediati della gente per allargare il suo consenso e arrivare nelle stanze del potere. Questo significa che è una forza altalenante, sulla quale è difficile fare affidamento in una situazione che richiede rigore e responsabilità nel prendere misure anche drastiche e impopolari. Del resto basta vedere la reazione infantile e irresponsabile di Di Maio e Di Battista (in buona compagnia della Meloni) immediatamente dopo la bocciatura di Mattarella della loro proposta di governo. Le ripetute minacce di impeachment espresse in varie interviste e nel comizio di Napoli, insieme alle dichiarazioni della Lega per bocca di Salvini, hanno alimentato sul web un clima di attacco alle istituzioni ed in particolare verso Mattarella, massima carica dello Stato, del tipo «dovremmo fargli fare la fine del pezzo di merda del fratello»[4]. Infine, nonostante le rassicurazioni attuali, il M5S si è sempre caratterizzato contro l’ingerenza dell’UE nella politica economica dell’Italia e per il ritorno alla moneta nazionale.
La Lega, avendo assunto già in passato delle responsabilità di governo con Bossi, si presenta meno ballerina e più coerente e - abbandonato il suo carattere regionalista (la Lega Nord) - si pone come forza nazionale. Tuttavia resta una forza con una forte connotazione antieuropeista (“l’Italia non deve essere al guinzaglio della Germania”), filo russa e xenofoba (“se vado al governo la prima cosa “ripulire, mettere regole, blindare e proteggere i confini dalle Alpi alla Sicilia”[5]).
Entrambi questi partiti potrebbero mettere in discussione le scelte di alleanza imperialista dell’Italia essendo entrambe orientate, più o meno esplicitamente, ad una “apertura” alla Russia.
- Un Programma di governo (il Contratto di governo di Lega e M5S) che dietro un fiume di parole cela l’inconsistenza totale su alcuni nodi centrali di politica economica, quali l’occupazione, mentre su altri prospetta misure come il reddito di cittadinanza, la Flat tax e l’abolizione della riforma Fornero sulle pensioni che non solo non hanno alcuna copertura finanziaria, ma mettono pericolosamente in discussione quei risultati scarsi, ma positivi dal punto degli interessi del capitale italiano, ottenuti dallo Stato negli ultimi anni. Un Contratto che comunque sottintende chiaramente una demarcazione dalla Comunità europea e al quale era stato associato un ministro per l’economia come Savona che, seppure oggi rassicuri di non voler proporre di uscire subito dall’EU, essendo un dichiarato e fervido antieuropeista avrebbe certamente impostato la sua politica in questa direzione con evidenti problemi per lo Stato italiano all’interno dell’Unione.
- Un rimanente apparato politico fortemente screditato (PD e Forza Italia, quest’ultima vincente solo come coalizione insieme alla Lega e a Fratelli d’Italia) incapace di costruire una reale alternativa alle forze populiste, anche perché dilaniato da scontri, distinguo e scissioni interne.
Tutto questo in un contesto in cui, al di là delle belle frasi sulla “difesa degli interessi degli italiani”, ognuno ha cercato di difendere i propri interessi, di mantenere e rafforzare il posto raggiunto sulla scena politica a danno degli altri. Come ad esempio nel caso del rifiuto del PD di scendere a patti con il M5S, cosa che probabilmente lo avrebbe screditato ancora di più, o della Lega, che si è giocata al meglio il successo elettorale sia nella contrattazione con il M5S che all’interno della coalizione di centro destra.
Dato questo quadro e data la priorità assoluta per lo Stato italiano di assicurare una relativa stabilità ai suoi conti, la capacità contrattuale acquisita faticosamente all’interno dell’UE e il rispetto delle attuali alleanze imperialiste, è chiaro che la compagine di governo che si prefigurava destava molte preoccupazioni alla classe dirigente. Da qui il veto su Savona di Mattarella che ha assolto pienamente il ruolo conferito dalla Costituzione al presidente della repubblica quale garante della difesa degli interessi nazionali. Di Maio in effetti ha ragione quando nel comizio a Fiumicino ha detto “In questo Paese puoi essere un criminale condannato, un condannato per frode fiscale, … puoi avere fatto reati contro la pubblica amministrazione, puoi essere una persona sotto indagine per corruzione e il ministro lo puoi fare. Ma se hai criticato l’Europa non puoi permetterti neanche di fare il ministro dell’Economia”. Nei fatti è così che funziona perché, contrariamente a quanto vogliono farci credere lui, Grillo, Salvini, la Meloni, Travaglio e tutti gli altri, la Costituzione italiana, così come quella di ogni altro Stato, non è altro che uno strumento nelle mani della classe dirigente per controllare e gestire al meglio il suo dominio, in veste democratica, sulla società per la salvaguardia del capitale nazionale sul piano economico e di politica internazionale.
Tuttavia la borghesia, in Italia così come in Germania, in Gran Bretagna o negli USA, ha anche un altro problema: non può escludere dalla formazione di governo le forze populiste che escono vincitrici dalla consultazione elettorale perché questo demolirebbe tutta la mistificazione democratica che costituisce l’arma più potente del suo dominio. Da qui l’andamento estremamente cauto, paziente e di attesa di Mattarella nel tentativo di formare un governo quanto più affidabile possibile, così come ha cercato di fare la Merkel in Germania. Il problema ulteriore nell’attuale situazione in Italia è che qui non c’è stata la possibilità di affiancare a Salvini e Di Maio una terza forza da mettere in campo. Non è un caso che il primo tentativo di Mattarella sia stato quello di provare a formare un governo dell’intero centro-destra con il M5S perché, nonostante tutto il discredito subito, Berlusconi, nella sua esperienza di governo, ha comunque dimostrato fedeltà sia alla NATO che all'UE, e quindi la presenza nel governo di FI avrebbe garantito un po' di più la borghesia.
Il governo Conte, partorito alla fine, mantiene tutta la sua problematicità e dovrà essere comunque tenuto sotto controllo, ma la fermezza di Mattarella sul ministero dell’economia e sul ruolo istituzionale del presidente della repubblica hanno per lo meno costretto M5S e Lega a retrocedere rispetto a precedenti atteggiamenti di contestazione irresponsabile ed a pronunciarsi esplicitamente sulla collocazione dell’Italia sul piano internazionale.
Come abbiamo già detto il programma di questo nuovo governo non ha nulla che possa migliorare realmente una situazione in cui l’aumento della povertà e della precarietà, la mancanza di prospettiva, il degrado sociale sono vissuti drammaticamente dalla stragrande maggioranza delle persone che non riescono neanche più a vendere l’unica cosa che hanno, la propria forza lavoro, o se ci riescono è solo a condizioni di schiavitù che spesso non consente neanche la sopravvivenza. Le grandi conquiste sarebbero il “reddito di cittadinanza” e la Flat tax. Il primo, già ampiamente ridimensionato rispetto alle promesse preelettorali, nella sostanza non è molto di più degli 80 euro di Renzi con in più un aumento della condizione di ricatto perché o accetti qualsiasi tipo di lavoro a qualsiasi salario o non avrai più niente. In realtà significa che devi vivere con 780 euro al mese, una cifra che non copre neanche l’affitto per un tetto sulla testa. La Flat tax, da parte sua, non toglie e non mette nulla per i bassi redditi ma fa risparmiare parecchio agli alti redditi. Paradossalmente favorisce i Berlusconi vari, certamente non i redditi da salario. E’ certo che, a giudicare dai primi passi del governo Conte, il risanamento dei conti pubblici e le politiche internazionali non potranno che farsi a spese dei lavoratori che sono i produttori della ricchezza nazionale.
Comunque la ricaduta più pesante per i proletari di tutta questa farsa elettorale e degli ultimi avvenimenti è sul piano ideologico.
E’ indubbio che gli avvenimenti di questi mesi suscitano incredulità, confusione, ma anche discredito e disillusione nei confronti di una classe politica che si mostra divisa, balbuziente e incapace rispetto a una situazione drammatica. E’ anche indubbio che questo susciti una riflessione, un porsi delle domande per cercare di capire il perché di tutto questo, al di là della contingenza della formazione di questo governo. Ma questo processo di riflessione viene ostacolato e deviato da tutta una serie di mistificazioni utilizzate in particolare da Lega e 5Stelle che spingono i proletari a ricercare la causa delle proprie sofferenze in questo o quel soggetto, questa o quella istituzione, ma mai nel sistema economico capitalista che, basato sullo sfruttamento, la concorrenza, la lotta tra Stati nazionali, non può che favorire una ristretta minoranza dominante a scapito del resto dell’umanità. Così i profughi, gli immigrati diventano gli invasori da cui proteggerci, la Germania quella che ci fa tartassare di tasse, i vitalizi e le auto blu le cose che ci fanno perdere il posto di lavoro, ci costringono a vivere con salari da fame e tolgono alla nuova generazione ogni possibilità di una vita decente.
Tuttavia, le mistificazioni più dannose che in questo ultimo mese hanno ritrovato pieno vigore sono la difesa della democrazia e il nazionalismo. Il no di Mattarella su Savona ha scatenato un coro altisonante dai 5Stelle, Lega, Fratelli d’Italia e tutta una serie di esponenti dei media come Travaglio, secondo i quali si sarebbe calpestata la democrazia, volendo impedire ai partiti liberamente scelti dal “popolo sovrano” di governare. Per questo Mattarella e compagni sarebbero dei fantocci agli ordini di altre nazioni che vogliono dettare legge al popolo italiano.
Questa campagna ha avuto una certa eco nella popolazione ed anche tra i proletari, provocando una divisione tra due schieramenti contrapposti, tra chi si è fatto difensore delle istituzioni (rappresentate da Mattarella in questo caso) e chi si è fatto difensore della sovranità del “popolo italiano” contro l’ingerenza degli Stati stranieri. Una contrapposizione solo apparente perché l’idea che unisce entrambi i posizionamenti è la difesa dello Stato democratico come espressione degli interessi dei “cittadini” di una data nazione che decidono le proprie sorti attraverso il voto.
Ma è esattamente il peso di questa mistificazione che ostacola lo sviluppo di una presa di coscienza sulla natura di fondo di questo sistema e dei suoi apparati da parte della classe lavoratrice. La democrazia porta in sé l’idea che la base della società non sono le classi ma il singolo l’individuo e che questi, in quanto come cittadino, può agire solo delegando ad un insieme più ampio (partito, sindacato, o istituzione) la difesa dei tuoi interessi. Ed è questo che porta milioni di proletari alle urne, ad illudersi ancora che questo o quel partito possa cambiare qualcosa, nonostante la disillusione e lo sdegno crescenti per i partiti, nonostante la rabbia per le condizioni di vita imposte e la consapevolezza che la stessa dignità di essere umano viene calpestata in questa società. Il nazionalismo rafforza questa idea presentandosi come unico ambito di difesa per l’individuo come parte di un insieme nazionale, dove i tuoi interessi di sfruttato possono trovare un compromesso con chi ti sfrutta e ti opprime, per salvaguardare un minimo di sicurezza di fronte ad un nemico comune che potrebbe metterla in discussione (le ingerenze delle altre potenze o l’afflusso di migranti). Questo contribuisce alla difficoltà per i proletari di concepirsi come parte di una classe dagli interessi distinti dal resto della società, una classe mondiale dove milioni di lavoratori si trovano nelle stesse condizioni e devono difendersi dagli stessi attacchi del capitale, sia che si trovino in Italia, in Germania, in Cina o in America. Entrambi gli aspetti di questa mistificazione tendono quindi a mantenere legati i lavoratori allo Stato e alle sue istituzioni, ma soprattutto ostacolano il concepirsi come una forza che in prima persona può non solo difendersi realmente ma anche cambiare concretamente e radicalmente la società.
Il populismo alimenta con forza queste mistificazioni che costituiscono le principali armi del dominio della borghesia.
E’ solo riappropriandosi di questa identità di classe, una classe al tempo stesso sfruttata e rivoluzionaria, è solo riacquistando fiducia nella propria forza che il proletariato potrà costituire un ostacolo alla crescita del populismo, ma soprattutto combattere alla radice il sistema capitalista e le sue conseguenze nefaste per l’umanità.
Eva, 13-6-2018
[1] Sul problema del populismo [28] e Risoluzione sulla situazione internazionale [29]del 22° Congresso della CCI, Italia: il Populismo non è una risposta ai problemi dei lavoratori [30]
[2] Growing difficulties for the bourgeoisie and for the working class [31], (Luglio 2016)
[3] Trump con i suoi “muri”, Le Pen e la stessa Lega contro gli immigrati, che mal si conciliano con i dettami dei diritti democratici.
[4] Dalla pagina facebook del M5S. Piersanti Mattarella, esponente della Democrazia Cristiana assassinato da Cosa nostra nel 1980, quando era presidente della Regione Siciliana.
[5] Intervista a Salvini di Fatti e Misfatti del 29/1/2018 https://www.facebook.com/salviniofficial/videos/10155498209483155/ [32]
Pubblichiamo qui un articolo della nostra sezione in Francia di denuncia della repressione che il “democratico” Stato francese ha scatenato contro gli studenti in lotta contro una legge che riforma la possibilità di accesso all'Università. Un esempio della vera natura dello Stato e della democrazia borghese.
Abbasso la repressione poliziesca! Abbasso la brutalità delle forze dello Stato capitalista! Il governo non ci è andato leggero nella repressione brutale degli studenti mobilitatisi contro la legge Vidal che riforma gli accessi agli studi universitari: Bordeaux, Montpellier, Lille, Nantes, Strasburgo, Nanterre, Parigi, Grenoble, Metz, Nancy, Tolosa ed altri centri la lista delle facoltà dove, dall'inizio di marzo alla fine di aprile, si sono scatenati i brutali interventi dei CRS (celerini) “al fine di liberare gli accessi all'insieme dei locali universitari” e di “procedere alla evacuazione degli immobili occupati illegalmente”, con il loro seguito di ferite da manganello, fermi ed arresti.
Il controllo poliziesco crescente, con i rastrellamenti della polizia e anche dell'esercito nei campus, lo spiegamento dei CRS e l'uso della forza repressiva nel recinto delle università non sono certo una novità, ma quello che è inedito nella situazione attuale dal 1968, è la presenza e il carattere sistematico dell'intervento brutale della polizia. Insulti, minacce e gesti di vandalismo, ogni cosa era buona per reprimere ed intimidire per dissuadere i manifestanti dal partecipare alla lotta. Questo corrisponde alla volontà arrogante dell'attuale governo e dei partiti dell'ordine di piegare i lavoratori e i futuri lavoratori, tutti gli sfruttati, alle necessità dell'economia nazionale e alle leggi del capitale. Gli studenti che protestano, come gli operai che difendono le loro condizioni di vita o di lavoro, o che lottano contro la perdita del posto di lavoro, non sono, per loro (e per la borghesia) che dei “fautori di disordine” che bisogna rimettere in riga o ridurre al silenzio utilizzando la forza e la brutalità[1], e questo in nome della legalità democratica e dello “Stato di diritto” che deve essere ristabilito “ovunque” e “in particolare nelle facoltà” (G. Collomb, ministro dell'interno)
Ciò facendo l'attuale governo agisce rispetto ai lavoratori e agli studenti come degno figlio della borghesia francese che non è mai riuscita a digerire il Maggio '68. Se Sarkozy aveva sognato di mettere fine allo “spirito del Maggio '68”, Macron si vanta di riuscirci lui, riutilizzando e riabilitando il manganello.
Il governo Macron si afferma come potere forte, che fa regnare l'ordine, fino nella ZAD di Notre Dame des Landes[2], un luogo dove le scene degne di un campo di battaglia servono a seminare il terrore. Un giovane ha avuto la mano distrutta in seguito all'uso di vere armi da guerra da parte dello Stato e dei suoi sbirri. La violenza e la brutalità sono così salite di intensità, in particolare con l'uso di mezzi potenziati, come la granata offensiva GLI-F4 (granata a lacrimazione immediata o granata assordante) che è regolarmente denunciata per la sua pericolosità. L'obiettivo è chiaramente quello di terrorizzare e paralizzare quante più persone è possibile e di isolare quelli che cercano di opporsi alla politica governativa di attacchi in corso e a venire.
Su tutti i piani lo Stato rafforza il suo arsenale repressivo, rendendo permanente lo stato d'emergenza, o con la legge anti-radicalizzazione che lungi dal riguardare unicamente il terrorismo punta anche esplicitamente tutto quello che è suscettibile di mettere in discussione la democrazia borghese e il suo Stato, in particolare i movimenti della classe operaia e le sue minoranze politiche.
Oltre ad essersi dovuti confrontare con l'arsenale classico dei professionisti del sabotaggio delle lotte (i sindacati) e con la repressione poliziesca, gli studenti in lotta contro la legge Vidal hanno anche dovuto far fronte al riapparire delle provocazioni e delle intimidazioni provenienti dall'estrema destra. A metà marzo, secondo l'AFP, “il liceo autogestito di Parigi è stato preso di mira da militanti del GUD (un sindacato studentesco di estrema destra, noto per la sua violenza), armati di sbarre di ferro, che hanno (…) aggredito due alunni”. Il 26 marzo, a Lille, “una Assemblea Generale degli studenti alla Facoltà di legge è stata disturbata da un piccolo gruppo di estrema destra”, secondo Liberation. Il 4 aprile “scaramucce sono scoppiate nel campus di Tolbiac quando un gruppo di giovani con i caschi, armati di mazze da baseball, hanno lanciato oggetti contro gli studenti e i militanti che bloccano il sito” (Europa 1). A Tours, il 17 aprile, “una liceale è stata aggredita con un coltello da 3 uomini incappucciati (…) aggressori che farebbero parte delle gioventù monarchiche” (Nouvelle Republique).
Nell'attuale situazione storica e nel contesto della volontà del governo di “ripresa in mano sociale”, le carogne di estrema destra, che hanno in odio ogni forma di rimessa in discussione della conservazione sociale, si sentono chiamate in gioco. Ma, soprattutto, lo Stato democratico ha sempre saputo, come mostrato da tanti esempi storici, incoraggiare sotto mano, manipolare e mettere a profitto, secondo i suoi bisogni, l'azione di gruppi che possono costituire una forza di appoggio o specializzarsi nella repressione dei movimenti sociali[3]. Lo sgombero della facoltà di Montpellier il 22 marzo ha rivelato questa connivenza: in effetti sono il decano e almeno un complice, professore alla Facoltà di legge, che hanno organizzato l'intrusione e l'intervento di sgherri incappucciati e armati di bastoni a fianco dei vigilanti della facoltà per disperdere una Assemblea Generale di studenti. “La polizia che è arrivata rapidamente sul posto non ha proceduto all'arresto delle persone incappucciate armate di mazze di legno. Non li ha nemmeno identificati. Per meglio dire, li ha gentilmente accompagnati fuori per farli rientrare a casa. Che ruolo ha giocato veramente la polizia in questa situazione? Che ruolo ha giocato la prefettura?”[4]. Poi, prima che la verità si imponesse grazie ai filmati postati sulle reti sociali, le autorità non hanno esitato a mentire per soffocare e coprire l'accaduto, “la prefettura, dal canto suo, [ha parlato] di 'scaramucce fra studenti' all'interno della facoltà, precisando che la polizia era intervenuta all'esterno nel quadro di un 'turbamento dell'ordine pubblico' e per soccorrere 3 feriti” (L'OBS). Poi, per dissolvere gli effetti disastrosi dell'evidenza della collusione tra le autorità e gli ambienti di estrema destra i due uomini di paglia dello Stato sono (con gran dispiacere) stati indagati con la promessa del ministero di “conseguenze giudiziarie” e che “sarà fatta chiarezza”. Ecco come lo Stato gioca affidando gli affari sporchi ai suoi servitori con la complicità della polizia e scaricando le colpe sui sottoposti quando è in difficoltà!
Più in generale le provocazioni dell'estrema destra fanno pienamente parte della strategia repressiva dello Stato. Per le Assemblee Generali degli studenti, ostaggi della strategia di divisione della “convergenza delle lotte” dei sindacati e dei partiti di sinistra, sempre più isolate e minoritarie, private della solidarietà attiva del resto della classe, le aggressioni di cui, parallelamente, sono state vittime sono servite ad accentrare l'attenzione sulla violenza, sul “pericolo fascista” e a fare in maniera che il movimento (in particolare a Parigi) si riducesse, o sembrasse ridursi, ad uno scontro fra gruppi di estrema sinistra ed estrema destra. E la prima vittima è stata la lotta stessa, poco a poco distolta dal suo obiettivo iniziale di risposta ad un attacco statale e di sviluppo della necessaria riflessione sui mezzi per farvi fronte. Alla fine il governo è riuscito a disaggregare, discreditare il movimento e a trovare un pretesto per legittimare la repressione legale: “Adesso assistiamo a un ritorno di una certa estrema sinistra e di una certa estrema destra, che cercano di scontrarsi” ha aggiunto Vidal. “Il risultato sono state le scaramucce [a Tolbiac] che fortunatamente sono state spente dall'arrivo delle forze di polizia intervenute rapidamente” (Europa 1). Il movimento poteva così essere liquidato con la scusa di “ripulire le facoltà” dai “professionisti di disordini di ogni tipo” in nome della difesa del diritto e dei valori repubblicani “contro gli estremisti”.
E' nello scontro fra le classi che lo Stato democratico borghese rivela il suo vero volto e la sua natura repressiva. Lo Stato democratico non è che lo strumento più efficace della dittatura della borghesia per imporre e difendere il suo ordine sociale di oppressione e di sfruttamento. Come dimostra la sua pratica su tutti i piani, e ancora di più quando esso affronta il proletariato e la lotta delle classi, tutti i mezzi ufficiali e occulti sono buoni e ogni colpo è permesso contro il suo nemico di classe, e non esiste un limite fra legalità e illegalità.
La classe operaia dovrà quindi inevitabilmente, anche essa, usare la violenza contro questo nemico di classe. Ma la natura di questa violenza sarà radicalmente differente, opposta al terrore di Stato come dal vandalismo dei blak-bloc. Essa non sarà quella di una vendetta repressiva o cieca e nemmeno volta alla distruzione in sé dei beni materiali. Essa sarà al contrario una violenza liberatrice, quella di una forza sociale di massa e cosciente, desiderosa di abolire l'ordine del capitale per mettere fine allo sfruttamento[5]. Nel suo movimento di emancipazione contro un sistema, la classe operaia non deve avere nessuna illusione rispetto alla borghesia e al suo Stato. Questo è e sarà il suo nemico più impietoso.
Scott, 25 mai 2018
[1] Bisogna dire che una dimostrazione di forza” di tale portata è stata possibile solo a causa della grande debolezza del movimento.
[2] Zona occupata da agricoltori ed attivisti per impedire la costruzione del nuovo aeroporto di Nantes
[3] Vedere i nostri articoli di denuncia del ruolo giocato dai “razzialisti”: Le racialisme (Première partie): d’où vient-il et qui sert-il? [35]
[4] Comunicato dell'intersindacale
[5] Per meglio capire la nostra posizione su quello che è la violenza della classe operaia, leggere il nostro articolo “Terrore, terrorismo e violenza di classe” (disponibile in forma cartacea in italiano), e il libro di Engels “Il ruolo della violenza nella storia”.
Pubblichiamo qui un articolo scritto a metà maggio. Dopo c'è stato l'incontro fra Trump e Kim Jong-un dove sembrava essere scoppiata la pace con l'annuncio che la Corea del Nord avrebbe sospeso il suo programma di armamento nucleare, annuncio che è stato smentito pochissime settimane dopo. Insomma, a parte qualche dettaglio che può cambiare nel tempo, il quadro delineato nell'articolo rimane quello della minaccia che il capitalismo in decomposizione costituisce per l'umanità.
Alcuni mesi fa, sembrava che il mondo stesse compiendo un passo avanti verso uno scontro nucleare intorno alla Corea del Nord, con le minacce di Trump di reagire con "fuoco e rabbia" e con le spacconerie del "capo supremo" della Corea del Nord sulle sue capacità di rappresaglia. Oggi, i leader della Corea del Nord e del Sud si danno la mano in pubblico e ci promettono un vero progresso verso la pace. Trump si incontrerà faccia a faccia con Kim Jong-un il 12 giugno a Singapore.
Solo poche settimane fa si parlava di una terza guerra mondiale che sarebbe scoppiata a partire dalla guerra in Siria e, ultimamente, Trump ha avvertito la Russia che la risposta con i suoi missili intelligenti era imminente come rappresaglia per l’attacco di Duma con armi chimiche. I missili sono stati lanciati, nessuna unità militare russa è stata colpita, ed è come se stessimo tornando al "normale" massacro nella sua forma quotidiana in Siria.
Poi Trump ha rialzato il tiro annunciando che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dal "Bad Deal" (pessimo accordo) che Obama aveva concluso con l'Iran sul suo programma di armi nucleari. Ciò ha immediatamente creato delle divisioni tra gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali che considerano l'accordo con l'Iran funzionante, e che ora, se continuano a commerciare o cooperare con l’Iran, devono affrontare la minaccia delle sanzioni statunitensi. E nello stesso Medio Oriente, l'impatto non è stato meno immediato: per la prima volta, una raffica di missili è stata lanciata contro Israele dalle forze iraniane in Siria, e non solo dal loro rappresentante locale, Hezbollah. Israele - il cui primo ministro Netanyahu precedentemente aveva lanciato la sua denuncia sulle violazioni del trattato nucleare da parte dell'Iran – ha reagito senza pietà con la sua solita prontezza, colpendo un certo numero di basi iraniane nel sud della Siria.
Nel frattempo, la recente dichiarazione di Trump a sostegno di Gerusalemme come "nuova" capitale israeliana ha infiammato l'atmosfera nella Cisgiordania occupata, in particolare a Gaza, dove Hamas ha promosso dimostrazioni “al martirio”, e in un solo giorno sanguinoso, Israele ha risposto massacrando più di 60 manifestanti (di cui otto sotto i 16 anni), ferendone più di 2.500, colpiti da tiratori scelti, da armi automatiche, da schegge di granate di fonti sconosciute o dopo aver inalato gas lacrimogeni per aver commesso il "crimine" di avvicinarsi ai recinti di confine e, in alcuni casi, per possesso di pietre, fionde e bottiglie di benzina attaccate ad aquiloni.
È facile farsi prendere dal panico in un mondo che sembra sempre più fuori controllo o rassicurare se stesso quando la causa delle nostre paure scompare o i mortali campi di battaglia spariscono dall'agenda delle notizie. Ma per capire i pericoli reali dell'attuale sistema e delle sue guerre, è necessario fare un passo indietro, considerare lo svolgersi degli eventi su scala storica e globale.
Nella Brochure di Junius, scritta in carcere nel 1915, Rosa Luxemburg affermava che la guerra mondiale significava che la società capitalista già stava affondando nella barbarie: "il trionfo dell'imperialismo porta alla distruzione della cultura, sporadicamente durante una guerra moderna e per sempre, se lasciamo che il periodo delle guerre mondiali, che sono appena iniziate, segua il suo odioso percorso fino alle sue ultime conseguenze".
La "predizione" storica della Luxemburg fu ripresa dall'Internazionale comunista fondata nel 1919: se la classe operaia non avesse rovesciato il sistema capitalista, entrato ormai in un'era di declino, la "Grande Guerra" sarebbe stata seguita da guerre ancora più vaste, distruttive e barbare, mettendo in pericolo la stessa sopravvivenza della civiltà. E ciò si è effettivamente avverato con esattezza: la sconfitta dell'ondata rivoluzionaria mondiale scatenata in risposta alla prima guerra mondiale ha aperto la porta a un secondo conflitto ancora più da incubo. E dopo sei anni di massacri, in cui la popolazione civile è stata il primo obiettivo, l'invio di bombe atomiche da parte degli Stati Uniti contro il Giappone ha dato una forma concreta del pericolo che avrebbe corso l'umanità con le guerre future.
Per i successivi quattro decenni, abbiamo vissuto sotto l'ombra minacciosa di una terza guerra mondiale tra i blocchi che dominavano il pianeta ed in possesso di armi nucleari. Ma sebbene la minaccia fosse sul punto di diventare realtà, ad esempio durante la crisi cubana del 1962, l'esistenza stessa dei blocchi americani e russi aveva imposto una sorta di disciplina sulla naturale tendenza del capitalismo a condurre la guerra di tutti contro tutti. Questo è un fattore limitante circa la possibilità che i conflitti locali - che di solito sono state guerre per procura tra blocchi – sfuggissero ad ogni controllo. Un altro elemento è stato rappresentato dal fatto che, in seguito alla ripresa globale della lotta di classe dopo il 1968, la borghesia non era sicura di poter controllare la classe operaia e irreggimentarla per una guerra generalizzata.
Nel 1989-1991, il blocco russo crollava, confrontato con il crescente accerchiamento degli Stati Uniti e la bancarotta del suo modello di capitalismo di Stato nel tentativo di adattarsi disperatamente alle necessità della crisi economia mondiale. Gli uomini di Stato del campo americano vittorioso si sono vantati dell’oramai fuori gioco del nemico "sovietico", e del fatto che ci stavano conducendo in una nuova "era di prosperità e pace". Per quanto ci riguarda, come rivoluzionari, abbiamo insistito sul fatto che il capitalismo, anche dopo questo evento, non sarebbe stato meno imperialista, e meno militarista, e che la marcia verso la guerra iscritta nella natura stessa del sistema avrebbe assunto una forma più caotica e meno prevedibile[1]. E anche questa previsione è risultata corretta. È importante capire quanto questo processo, questo tuffo nel caos militare, sia peggiorato negli ultimi tre decenni.
Nei primi anni di questa nuova fase, la superpotenza americana, consapevole che la scomparsa del suo nemico russo stava per provocare tendenze centrifughe nel proprio blocco, ha subito reagito riuscendo ad esercitare ancora una certa disciplina sui suoi ex alleati. Durante la Prima Guerra del Golfo, ad esempio, i suoi precedenti subordinati (Gran Bretagna, Germania, Francia, Giappone, ecc.) hanno aderito o appoggiato la coalizione a guida Usa contro Saddam, ed in più questo intervento è stato sostenuto anche da Gorbaciov in Russia e dal regime siriano. Ben presto però sono iniziate a comparire delle crepe: la guerra nella ex Jugoslavia ha visto la Gran Bretagna, la Germania e la Francia assumere posizioni che spesso si opponevano direttamente agli interessi degli Stati Uniti, e dieci anni dopo, Francia, Germania e Russia si sono opposte apertamente all'invasione americana dell'Iraq nel 2003.
La "indipendenza" degli ex alleati occidentali degli Stati Uniti non ha mai raggiunto un livello tale da poter costituire un nuovo blocco imperialista opposto a Washington. Ma negli ultimi 20 o 30 anni, abbiamo visto emergere una nuova potenza che pone una sfida più grande agli Stati Uniti: la Cina, la cui sorprendente crescita economica è stata accompagnata da un'influenza imperialista in espansione, non solo in Estremo Oriente, ma anche, attraverso le terre asiatiche fino al Medio Oriente e all'Africa. La Cina ha effettivamente dimostrato la sua capacità di attuare una strategia a lungo termine per soddisfare le sue ambizioni imperialiste - come dimostra la paziente costruzione della "nuova via della seta" a ovest e la graduale costruzione di basi militari nel Mar della Cina.
Anche se, allo stato attuale, le iniziative diplomatiche nord e sud coreane come l’annunciato vertice Usa-Corea danno l'impressione che "la pace" e il "disarmo" possano essere negoziati, e che la minaccia di distruzione nucleare possa essere contrastata da "dirigenti rinsaviti", le tensioni imperialiste tra gli Stati Uniti e la Cina continueranno a dominare le rivalità nella regione, e ogni futuro movimento intorno alla Corea sarà, in ultima analisi, determinato da questo antagonismo. Così, la borghesia cinese ha intrapreso un'offensiva globale a lungo termine, minando non solo le posizioni degli Stati Uniti ma anche quelle della Russia, di altri paesi dell'Asia centrale e dell'Estremo Oriente; ma allo stesso tempo, gli interventi russi in Europa orientale e in Medio Oriente hanno costretto gli Stati Uniti a confrontarsi col dilemma di dover competere con due rivali con diversi livelli di potere e in diverse regioni. Le tensioni tra la Russia e un certo numero di paesi occidentali, in particolare gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, sono aumentate notevolmente negli ultimi tempi. Così, insieme alla rivalità già esistente tra gli Stati Uniti e il loro sfidante globale più serio (Cina), la controffensiva russa è diventata un'ulteriore sfida diretta all'autorità degli Stati Uniti.
È importante vedere come la Russia sia effettivamente impegnata in una controffensiva, una risposta alla minaccia di strangolamento da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Il regime di Putin, con la sua fiducia nella retorica nazionalista e la forza militare ereditata dall'era "sovietica", non è stato solo il prodotto di una reazione contro la politica economica dell'occidente di spoliazione dei beni della Federazione Russa durante i primi anni della sua esistenza, ma anche, soprattutto, contro la continuazione e persino l'intensificazione dell'accerchiamento della Russia iniziato durante la Guerra Fredda. La Russia è stata privata dei suoi ex confini protettivi in Occidente con l’estensione dell’UE e della NATO alla maggioranza degli Stati dell'Europa orientale. Negli anni '90, con la sua brutale politica di terra bruciata in Cecenia, la Russia ha voluto mostrare come avrebbe reagito a qualsiasi accenno di indipendenza all'interno della stessa Federazione. Da allora, ha esteso la sua politica alla Georgia (2008) e all'Ucraina (dal 2014) – Stati che non facevano parte della Federazione, ma che potrebbero diventare focolai di influenza occidentali sui suoi confini settentrionali. In entrambi i casi, Mosca ha usato le forze separatiste locali, così come le sue forze militari a malapena camuffate, per contrastare i regimi filo-occidentali.
Queste azioni avevano già acuito le tensioni tra Russia e Stati Uniti, i quali hanno reagito imponendo sanzioni economiche alla Russia, più o meno supportate da altri Stati occidentali, nonostante le differenze che questi avevano con gli Stati Uniti riguardo alla politica russa, basata generalmente sui loro particolari interessi economici (cosa particolarmente vera per la Germania). Ma il successivo intervento della Russia in Siria ha portato questi conflitti ad un altro livello.
In realtà, la Russia ha sempre sostenuto il regime di Assad in Siria con armi e consulenti. La Siria è stata a lungo il suo ultimo avamposto in Medio Oriente in seguito al declino dell'influenza sovietica in Libia, Egitto e altrove. Il porto siriano di Tartus è assolutamente vitale per i suoi interessi strategici; è il suo principale sbocco nel Mediterraneo dove ha sempre voluto mantenere la sua flotta. Ma di fronte alla minaccia di una sconfitta del regime di Assad da parte delle forze ribelli e all'avanzamento delle forze dello Stato islamico verso Tartus, la Russia ha fatto il grande passo intervenendo apertamente con le sue truppe e la sua flotta di guerra aerea al servizio del regime di Assad, senza esitare minimamente a prendere parte alla devastazione quotidiana delle città e dei sobborghi tenuti dai ribelli, al caro prezzo del massacro di civili.
Ma anche gli Stati Uniti verosimilmente hanno disposto forze in Siria, in risposta all'ascesa dello Stato islamico. E non hanno fatto segreto del loro sostegno ai ribelli anti-Assad - inclusa l'ala jihadista che ha permesso l'ascesa dello Stato islamico. Pertanto, già da tempo in questa regione esiste il potenziale per uno scontro diretto tra le forze russe e americane. Le due risposte militari statunitensi al probabile uso di armi chimiche da parte del regime sono più o meno simboliche, non da ultimo perché l'uso da parte del regime di armi "convenzionali" ha ucciso molte più persone rispetto all'uso di derivati clorurati o altri agenti chimici. Ci sono segnali molto forti che l'esercito statunitense abbia ostacolato Trump e che si sarebbe preoccupato con molta accuratezza di colpire solo le installazioni del regime di Assad e non le truppe russe[2]. Ma questo non significa che in futuro il governo degli Stati Uniti, o il governo russo, possano evitare ulteriori confronti diretti tra di loro; le forze che lavorano per la destabilizzazione e il disordine sono semplicemente troppo radicate e si stanno dimostrando sempre più virulente.
Tra le due guerre mondiali, il Medio Oriente è stato un teatro di conflitti importanti, ma tuttavia secondario: la sua importanza strategica è aumentata con lo sviluppo delle sue enormi riserve di petrolio nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Tra il 1948 e il 1973, la principale scena dello scontro militare è stata rappresentata dal susseguirsi di guerre tra Israele e i vicini Stati arabi, ma queste guerre tendevano ad essere di breve durata e l'esito in gran parte andava a beneficio del blocco americano. Ciò era un'espressione della "disciplina" imposta alle potenze di secondo e terzo rango dal sistema del blocco imperialista. Ma anche in questo periodo, ci sono stati segnali di una tendenza centrifuga - molto significativa la lunga "guerra civile" in Libano e la "rivoluzione islamica" che hanno minato il dominio degli Stati Uniti in Iran, facendo precipitare lo scoppio della guerra Iran-Iraq negli anni '80 (in cui i paesi occidentali sostenevano principalmente Saddam come contrappeso all'Iran).
La fine definitiva del sistema dei blocchi ha notevolmente accelerato queste forze centrifughe e la guerra in Siria li ha portati a un livello culminante. Così, in Siria, o intorno ad essa, possiamo assistere al susseguirsi di una serie di battaglie contraddittorie:
Abbiamo già visto come le dichiarazioni avventate di Trump hanno reso la situazione in Medio Oriente ancora più imprevedibile. Esse esprimono i sintomi delle profonde divisioni all'interno della borghesia americana. Il presidente è attualmente indagato dall'apparato di sicurezza che cerca prove del coinvolgimento della Russia (attraverso le sue tecniche avanzate di guerra cibernetica, irregolarità finanziarie, ricatti ecc.) nella sua campagna elettorale. Trump, fino a poco tempo fa, non ha fatto quasi mistero della sua ammirazione per Putin, riflettendo una possibile opzione per un'alleanza con la Russia per controbilanciare l'ascesa della Cina. Ma l'antipatia nei confronti della Russia all'interno della borghesia americana è profondamente radicata e, quali che siano i suoi motivi personali (come la vendetta o il desiderio di dimostrare che non è un tirapiedi dei russi) Trump è stato costretto ad alzare il tono e ad orientare il suo discorso contro la Russia. L'accesso al potere di Trump è piuttosto una prova dell'avanzamento del populismo e della crescente perdita di controllo della borghesia sul suo apparato politico, espressione politica diretta di decomposizione sociale. E tali tendenze nell'apparato politico non possono che aumentare lo sviluppo dell'instabilità a livello imperialista, dove il pericolo è molto più grave.
In un contesto così volatile, è impossibile evitare il pericolo di azioni improvvise irrazionali e aggressive. La classe dominante non è ancora sprofondata nella follia suicida: riesce ancora a comprendere che lo scatenamento del suo arsenale nucleare rischia di distruggere lo stesso sistema capitalista. Tuttavia, sarebbe insensato affidarsi al buon senso delle bande imperialiste che attualmente governano il pianeta – che stanno attualmente studiando come utilizzare le armi nucleari per vincere una guerra.
Come Rosa Luxemburg insisteva nel 1915, l'unica alternativa alla distruzione della cultura da parte dell'imperialismo è "la vittoria del socialismo, cioè della lotta cosciente del proletariato internazionale contro l'imperialismo e contro il suo modo di vivere: la guerra. Questo è un dilemma della storia del mondo, un "o - o" ancora indecisi, i cui piatti della bilancia oscillano ancora di fronte alla decisione del proletariato cosciente".
L'attuale fase della decomposizione capitalista, dello sviluppo del caos imperialista, è il prezzo pagato dall'umanità per l'incapacità della classe operaia di realizzare le speranze del 1968 e dell'ondata internazionale di lotta di classe che sono seguite: una lotta cosciente della trasformazione socialista del mondo. Oggi la classe operaia si trova di fronte all'avanzamento della barbarie, che prende la forma di una moltitudine di conflitti imperialisti, disintegrazione sociale e devastazione ecologica. E - a differenza del 1917-1918, quando la rivolta operaia pose fine alla guerra – oggi è molto più difficile opporsi a queste forme di barbarie. Esse sono certamente al loro massimo livello nelle regioni in cui la classe operaia ha poco peso sociale - la Siria è l'esempio più ovvio, ma anche in paesi come la Turchia dove la questione della guerra, posta ad una classe operaia con una lunga tradizione di lotta, non dà prove di resistenza diretta allo sforzo bellico. Per quanto riguarda la classe operaia nei paesi centrali, le sue lotte contro quella che ora è una crisi economica più o meno permanente sono attualmente ad un livello molto basso, non hanno alcun effetto diretto sulle guerre che, sebbene geograficamente situate alla periferia dell'Europa, hanno un impatto sempre maggiore - e principalmente negativo - sulla vita sociale, attraverso l'aumento del terrorismo, la repressione e la cinica manipolazione della questione dei rifugiati[4].
Ma la guerra di classe è tutt'altro che finita. Qua e là, dà segni di vita: in manifestazioni e scioperi in Iran, che hanno mostrato una reazione decisa contro le avventure militariste dello Stato; nella lotta nel settore dell'istruzione nel Regno Unito e negli Stati Uniti; attraverso il crescente malcontento contro le misure di austerità del governo in Francia e in Spagna. Ciò rimane, ovviamente, ben al di sotto del livello richiesto per rispondere alla decomposizione dell'intero ordine sociale, ma la lotta difensiva della classe operaia contro gli effetti della crisi economica rimane la base indispensabile per una rimessa in discussione più profonda del sistema capitalista.
Amos
[1] Vedi in particolare il nostro testo d’orientamento: "Militarismo e decomposizione” in Rivista Internazionale n°15, https://it.internationalism.org/content/militarismo-e-decomposizione [37]
[2] "Il segretario alla Difesa americano James Mattis è riuscito a frenare il presidente sull'estensione degli attacchi aerei in Siria ... È stato Jim Mattis a salvare la situazione. Il segretario alla difesa degli Stati Uniti, capo del Pentagono ed Ammiraglio in pensione ha la reputazione di essere un duro, il suo soprannome è stato "Crazy Dog" (cane pazzo). Quando la scorsa settimana la pressione è salita in Siria, è stato Mattis - e non il Dipartimento di Stato o il Congresso – ad ergersi di fronte a un Donald Trump che stava chiedendo sangue col suo abbaiare. Mattis, in effetti, ha detto a Trump che la Terza Guerra Mondiale non sarebbe iniziata col suo patrocinio. Nel momento in cui gli attacchi aerei sono iniziati presto sabato, Mattis sembrava essere lui più presidente del presidente. Il regime di Assad, ha detto, "ancora una volta ha sfidato le norme dei popoli civilizzati ... usando armi chimiche per uccidere donne, bambini e altre persone innocenti, e noi ed i nostri alleati troviamo queste atrocità imperdonabili". A differenza di Trump, che ha usato un discorso televisivo per castigare la Russia e il suo presidente, Vladimir Putin, con termini molto personali ed emotivi, Mattis ha considerato la vera posta in gioco. Gli Stati Uniti attaccano le capacità degli armamenti chimici della Siria, ed è per questo, ha detto, né più né meno, che i bombardamenti aerei stanno avendo luogo. Mattis ha anche inviato un messaggio più rassicurante per Mosca: "Voglio sottolineare che questi attacchi sono diretti contro il regime siriano ... Ci siamo tenuti alla larga per evitare vittime civili e straniere". In altre parole, le truppe di terra e le installazioni russe non erano un obiettivo. Inoltre, gli attacchi avrebbero avuto luogo una volta sola. Tutto finiva lì" (Simon Tisdall, The Guardian, 15 aprile 2018).
[3] Guerra in Yemen: un conflitto decisivo per l'influenza imperialista in Medio Oriente.
[4] Per una valutazione generale dello stato della lotta di classe, vedere la risoluzione del 22° Congresso sulla lotta di classe internazionale sul nostro sito italiano: /content/1410/risoluzione-sulla-lotta-di-classe-internazionale [38]
Gli eventi della primavera del 1968 hanno avuto una dimensione internazionale, sia nelle loro radici che nelle loro conseguenze. Alla loro base c’erano i riflessi dei primi sintomi della crisi economica mondiale, che stava riapparendo dopo ben oltre un decennio di prosperità capitalista, sulla classe operaia.
Dopo decenni di sconfitte, disorientamento e sottomissione, nel maggio 1968 la classe operaia ritorna sulla scena della storia. Mentre l’agitazione studentesca - che si era sviluppata in Francia dall'inizio della primavera - e le lotte radicali dei lavoratori - scoppiate l'anno precedente - avevano già cambiato l'atmosfera sociale, l'ingresso in massa della lotta di classe (10 milioni in sciopero) ha sconvolto l'intero panorama sociale.
Molto presto altri settori nazionali della classe operaia mondiale entreranno in lotta. Le stesse lotte operaie in Italia nel ‘68, le lotte in Argentina (il Cordobazo) e l’Autunno caldo in Italia nel ‘69, gli scioperi in Polonia del ’70 e molte altre lotte in diversi paesi del mondo segnano la fine del periodo di controrivoluzione seguito alla seconda Guerra mondiale. A differenza di quella del 1929, la crisi che si stava sviluppando non avrebbe portato a una guerra mondiale, ma a uno sviluppo di lotte di classe che avrebbero impedito alla classe dominante di imporre una nuova carneficina mondiale come risposta alle convulsioni della sua economia.
Per discutere di questo importante momento della storia della classe lavoratrice a cinquant’anni dal suo sviluppo, il suo significato e gli insegnamenti che possiamo trarre per la prospettiva di cambiamento radicale della società, la Corrente Comunista Internazionale organizza
(tram 3, bus 59, 90, 91, Metrò 2 stazione Romolo, tel. 02.58.10.56.88)
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Al di là delle chiacchiere sul presunto “governo del cambiamento”, l’essenza antiproletaria di questo governo emerge con sempre maggiore chiarezza: guerra ai migranti e agli occupanti di case, flat tax che non cambia nulla per i proletari ma aiuta solo i grandi redditi, nessuna abolizione della “famigerata legge Fornero” che verrà solo riformata. Infine il decantato reddito di cittadinanza, riservato, se verrà mai realizzato, ad una cerchia sempre più ristretta di persone, non eliminerà certo precarietà, licenziamenti, mancanza di lavoro, salari da fame, ma al contrario aumenterà il ricatto del rapporto salariale: accettare qualsiasi lavoro e fare il servizio civile, pena la perdita del diritto a ogni sussidio.
D’altra parte, il crollo del ponte Morandi e la tenuta in ostaggio dei profughi sulla nave Diciotti hanno messo in piena luce non solo l’ipocrisia e il cinismo dell’intera classe borghese, con il rimpallo di responsabilità fatto sulla pelle dei morti - a mare o sotto le macerie del ponte - ma anche i fattori distintivi del populismo, ovvero la ricerca del consenso politico attraverso l’attribuzione dei mali di questa società a un capro espiatorio che faccia da parafulmine per tutta la rabbia che cova nella società civile. Così, se cade il ponte, è colpa di Autostrade spa che non ha fatto la manutenzione; se c’è delinquenza nelle città, è colpa dei migranti che vengono in Italia solo per violentare, rubare e spacciare droga; se i conti dell’economia italiana non tornano è per il predominio dell’UE, della Germania, della Francia… Insomma, per ogni problema è pronto un “nemico esterno” responsabile da dare in pasto al rancore delle folle, così da permettere finalmente “la difesa degli Italiani”!
Il carattere populista di questo governo rappresenta un problema per la stessa borghesia. L’attuale sciagurato iter del DEF, con lo spread che supera quota 300, è l’espressione dell’irresponsabilità politica delle forze al governo rispetto alle stesse esigenze del capitale nazionale e della politica internazionale, mettendo in pericolo non solo l’economia italiana, ma anche la già precaria stabilità dell’unione Europea, dando forza a quel processo di sfilacciamento iniziato con la Brexit e il referendum in Catalogna.
E’ per questo che la borghesia europea e le sue istituzioni sono estremamente preoccupate che il governo di un membro fondatore dell’EU sia nelle mani di forze caratterizzate dall’irresponsabilità politica rispetto alle esigenze globali della borghesia.
Su questi temi la CCI invita ad una riunione di riflessione e dibattito
Sabato 20 ottobre 2018, alle ore 16
presso la La Città del Sole, vico Giuseppe Maffei 4, Napoli
(traversa di via S. Gregorio Armeno, Edificio dell’ex Asilo Filangieri)
La nostra compagna Elisabeth ci ha lasciato all'età di 77 anni. E' deceduta nella notte tra sabato e domenica 18 novembre in seguito ad una crisi respiratoria che le ha provocato un arresto cardiaco. Elisabeth è nata durante la seconda guerra mondiale, il 19 maggio 1941 a Bane, un villaggio nel Giura intorno a Besançon. Suo padre possedeva una segheria e sua madre era una casalinga. Elisabeth è cresciuta in un ambiente rurale, in una famiglia cattolica di nove figli e relativamente benestante. È stata sua zia, insegnante, a farle scuola prima di essere messa in un collegio gestito da suore, prima a Besançon e poi a Lione, dove avrebbe continuato la sua istruzione secondaria[1]. Poi è andata all'università di Lione appassionandosi all'oceanologia. Nel 1968, all'età di 27 anni, si trasferisce a Marsiglia, affittando una vecchia casa con un piccolo giardino e una terrazza sul tetto, a pochi passi dal mare. Elisabeth dopo un anno trascorso in Canada viene assunta al centro Oceanology del CNRS di Marsiglia. Nel 1983 consegue la tesi di dottorato che le permette di insegnare e dirigere il lavoro di ricerca dei suoi studenti.
Elisabeth ha fatto parte di quella generazione di giovani elementi in cerca di una prospettiva rivoluzionaria sulla scia del movimento del maggio 68. Ha iniziato a politicizzarsi quando era ancora studentessa, entrando a far parte del Partito socialista unificato a Lione[2].
È a Marsiglia che scopre che la classe operaia è l'unica forza della società capitalista capace di trasformare il mondo. Elisabeth aveva incontrato in una manifestazione, Robert, un giovane elemento che si era politicizzato, prima del 1968, nel movimento anarchico. Parteciperà con Robert alle riunioni del gruppo Informations et Correspondances Ouvrières (ICO), che dal 1968 pubblicherà "Les Cahiers du Communisme de Conseils" (Quaderni del comunismo dei Consigli). È così che Elisabetta ha scoperto il movimento operaio, il marxismo e la prospettiva rivoluzionaria del proletariato. Dopo aver ricevuto un'educazione cattolica, ha rotto con la religione divenendo atea, pur mantenendo stretti legami con la sua famiglia.
Nel 1972, il gruppo dei Cahiers du Communisme de Conseils si unisce al gruppo che pubblicava la rivista Révolution Internationale (RI), il nuovo gruppo conserva il mone R.I.; ed è nel 1973 che Elizabeth diventa simpatizzante di RI. Nel 1974 aderisce a questo gruppo che diventerà in seguito la sezione della CCI in Francia.
Elisabeth partecipa alla Conferenza internazionale di fondazione della CCI nel 1975 e al primo congresso della nostra organizzazione nel 1976. Con la sua scomparsa è quindi un membro fondatore della CCI e una militante della prima generazione che improvvisamente viene a mancare.
Elisabeth ha assunto importanti responsabilità nell'organizzazione e sempre con immancabile dedizione. Scriveva regolarmente rapporti sulla lotta di classe internazionale. Ha viaggiato molto nella CCI ed aveva imparato l'italiano per partecipare al lavoro dell'organizzazione in Italia. Conoscendo molto bene l'inglese, ha fatto molte traduzioni, senza mai concepire questo compito come un'attività di routine o noiosa. Al contrario, traducendo i testi per i nostri Bollettini di discussione interna, Elisabeth è stata una delle prime compagne di lingua francese a conoscere le posizioni e i contributi dei suoi compagni di lingua inglese. E soprattutto, Elisabeth ha contribuito a costruire il nucleo della CCI a Marsiglia. Per 45 anni, e al fianco di un altro compagno, ha mantenuto la presenza politica della CCI in questa città.
Ciò che ha animato il suo impegno militante è stata la sua rivolta contro la barbarie del capitalismo, la sua volontà di lottare contro questo sistema decadente, la sua passione per il comunismo e la sua convinzione del ruolo fondamentale dell'organizzazione rivoluzionaria per l'emancipazione del proletariato. L’attività militante è stata al centro della sua vita. Elisabeth aveva un profondo attaccamento non solo per l'organizzazione, ma anche per i suoi compagni di lotta.
Nonostante il suo status sociale come ricercatrice al CNRS, Elisabeth era estremamente modesta. Accettava la critica politica, senza mai avere una reazione di orgoglio ferito, cercando costantemente di "capire" e di mettere gli interessi generali dell'organizzazione al di sopra della sua stessa persona. Nonostante i suoi studi universitari, il suo dottorato e la sua grande cultura generale, non era una "accademica", una "intellettuale" segnata da ciò che Lenin chiamava (in “Un passo avanti due passi indietro”) "L'anarchismo del grande signore", caratteristico della piccola borghesia.
Elisabeth non ha mai sentito il suo impegno militante nella CCI come un "peso" o un impedimento alla "realizzazione" della sua vita personale. Elisabeth avrebbe potuto fare carriera nel mondo accademico, pubblicare articoli e libri scientifici, nel suo campo di competenza, perché aveva le capacità e amava il suo lavoro. Ma come Marx e altri militanti, ha scelto di dedicare la sua vita alla causa del proletariato. Possiamo aggiungere che lei, come tutti i suoi compagni della CCI, aveva la stessa concezione di Marx di cosa ti soddisfa nella vita: la lotta![3]
Così, alla fine della sua vita, lungi dall'essere "logorata" o "annientata” dalla militanza, Elisabeth dava ancora prova di un dinamismo sorprendente. Nonostante la sua insufficienza respiratoria e l'indebolimento del suo stato di salute (soprattutto dopo la frattura del collo del femore poco dopo il suo ultimo compleanno), ha partecipato con entusiasmo, all'ultimo fine settimana di Studio e di Discussione internazionale della CCI dove è intervenuta nel dibattito in modo molto chiaro e pertinente. Prima di separarsi dai suoi compagni per tornare a Marsiglia, Elizabeth ha accompagnato alcuni di loro, compresi compagni di altri paesi, a visitare il cimitero del Père Lachaise; ha mostrato loro il muro dei Comunardi. Mancavano 15 giorni alla sua morte.
Tutti i militanti della CCI sono rimasti quindi scioccati dalla tragica notizia della sua improvvisa scomparsa. Nessun compagno poteva immaginare che ci avrebbe lasciato così in fretta, senza "preavviso". Perché non aveva età. Nonostante i suoi 77 anni, aveva mantenuto la freschezza della sua giovinezza (aveva amici personali anche nella generazione giovanile).
Elisabeth amava i bambini. Uno dei più grandi rimpianti della sua vita di donna è stato quello di non aver avuto figli. Tra le altre cose, questo è stato il motivo per cui ha avuto stretti legami di amicizia con i figli dei suoi compagni che lei ha sempre ospitato a casa sua con molto affetto. Elisabeth è stata una persona estremamente calorosa ed accogliente. Aveva un profondo senso di ospitalità. La sua vecchia casa, affittata per 45 anni, è stata un luogo di passaggio dove i suoi compagni, non solo della sezione CCI in Francia, ma di altre sezioni territoriali, sono stati sempre i benvenuti insieme alle loro famiglie. È sempre con gioia che ha accolto tutti i militanti della CCI senza eccezioni. Elizabeth odiava la proprietà privata. Quando era lontana da casa, lasciava sempre una chiave a disposizione dei compagni (a volte si scusava per non aver avuto il tempo di fare le faccende domestiche!).
Naturalmente anche Elisabeth ha avuto dei difetti. Ma i suoi erano difetti delle sue qualità. Aveva il suo "caratterino". A volte alla "nostra Elisabetta nazionale" che ha sempre avuto uno spirito fortemente internazionalista, capitava di discutere animatamente con alcuni compagni (compresi quelli che le erano più vicini). Ma sapeva passare la spugna, sempre alla ricerca di riconciliazione, perché non ha mai perso di vista ciò che unisce i militanti della CCI: una piattaforma e dei principi comuni, la lotta che essi conducono insieme contro il capitalismo e contro la pressione dell'ideologia dominante. Elisabeth ha avuto una profonda stima politica per i militanti della CCI, compresi quelli di cui non apprezzava lo "stile" o il carattere. Nei nostri dibattiti interni, ascoltava attentamente tutti gli interventi, tutti gli argomenti, spesso prendendo note personali per approfondire la sua riflessione e, come essa diceva, per il "bisogno di chiarirsi".
Elisabeth era anche molto sentimentale e ha avuto la tendenza a concepire l'organizzazione dei rivoluzionari come una grande famiglia o un gruppo di "amici". Si era un poco illusa che il gruppo Révolution Internationale a cui aveva aderito (in un periodo molto segnato dal movimento studentesco del Maggio 68) potesse diventare una sorta di isola del comunismo. Quello che ha permesso a Elizabeth di superare questa confusione sono state le nostre Giornate di studio e discussione sullo spirito di circolo nel movimento operaio, così come i nostri dibattiti interni sulle difficoltà che la nostra sezione ha avuto in Francia a passare da "un circolo di amici al gruppo politico"[4].
Grazie alla sua capacità di riflessione, Elisabeth è stata in grado di comprendere che l'organizzazione dei rivoluzionari, benché l’"inizio della risposta" ai rapporti sociali capitalistici, non può essere già "la risposta" (secondo le parole del nostro compagno MC), una piccola isola di comunismo all'interno di questa società. Sono stati questo suo incrollabile impegno per la causa della classe operaia e la dedizione disinteressata alla CCI che hanno permesso a Elisabeth di "tenere” e di resistere, con pazienza, a tutte le crisi che hanno attraversato la CCI fin dalla sua fondazione. Nonostante il suo approccio "sentimentale" per l'organizzazione ed il dispiacere che essa provava di fronte alla diserzione di alcuni suoi amici, Elizabeth non si è mai lasciata trascinare fuori dalla CCI per lealtà nei loro confronti. Ogni volta che si trovava di fronte a un "conflitto di lealtà " Elizabeth si è sempre pronunciata a favore della CCI e della sua lotta per il comunismo (a differenza di altri militanti che hanno lasciato l'organizzazione per fedeltà ai loro amici e con ostilità alla CCI). Non ha perso le sue convinzioni. E’ rimasta fino alla fine leale e fedele alla CCI.
Fino al suo ultimo respiro, Elisabeth è rimasta una vera combattente della causa del proletariato, una militante che ha dato il meglio di sé al lavoro collettivo e associato del principale gruppo della sinistra comunista. Elisabeth adorava leggere. Amava il mare, i fiori e l'arte. Amava la musica barocca, la letteratura, la pittura ... Ma lei amava la specie umana sopra ogni altra cosa. Il suo amore per l'umanità era la spina dorsale della sua passione per il comunismo e il suo impegno militante verso la CCI.
La scomparsa della nostra compagna ci lascia oggi un grande vuoto. Per la CCI, ogni militante è un anello insostituibile. Elisabeth è dunque insostituibile. L'unico modo per "riempire" questo vuoto, per rendere omaggio alla sua memoria è, per noi, continuare la nostra lotta, la sua lotta.
Elizabeth aveva dato il suo corpo alla scienza. Ci ha lasciato senza fiori o corone.
A suo fratello Pierre e a tutta la sua famiglia;
ai suoi amici Sara e Fayçal che ci hanno immediatamente informato della sua morte;
alle sue amiche di Marsiglia, Chantal, Dasha, Josette, Margaux, Marie-Jo, Rémi, Sarah ..., che ci hanno aiutato a riordinare la sua casa, con il massimo rispetto per la sua attività politica e le sue ultime volontà, inviamo tutta la nostra simpatia e solidarietà.
Ciao, Elisabeth! Sei partita, in una notte di novembre, da sola in questa casa che, anch’essa, ci mancherà. Ma tu non eri sola. Per ognuno di noi, tu rimarrai viva, nei nostri cuori come nei nostri pensieri e nella nostra coscienza.
A gennaio, la CCI terrà un incontro come omaggio politico alla nostra compagna. I nostri lettori, simpatizzanti e compagni di viaggio, così come i militanti dei gruppi della Sinistra Comunista che hanno conosciuto Elisabeth, possono scrivere alla CCI se desiderano partecipare a questo omaggio che si terrà a Marsiglia.
Révolution Internationale, sezione dell'CCI in Francia (24 novembre 2018)
[1]Elizabeth conservava un brutto ricordo della sua istruzione presso le "buone" suore.
[2] PSU: Partito fondato nel 1960 e sciolto nel 1989, che raggruppava alla sua fondazione da membri del Partito socialista che si opponevano a questo partito per la sua politica colonialista, da cristiani di sinistra e da elementi del trotskismo e del maoismo, e di cui uno dei principali leader è stato Michel Rocard prima di unirsi al Partito socialista per prendere il comando della sua ala destra. Nel movimento del maggio 1968, il PSU prese una posizione molto più "radicale" rispetto al PCF e sostenne "l'autogestione".
[3] Vedi "La confessione di Karl Marx" pubblicato da David Ryazanov nel 1923 https://www.marxists.org/francais/riazanov/works/1923/00/confession.htm#... [42]
[4] Questa formulazione si trovava in un contributo molto importante al dibattito interno del nostro compagno MC nel 1980, il cui passaggio seguente è stato pubblicato in una nota nel nostro testo "La questione del funzionamento dell'organizzazione nella CCI [43]" (Rivista Internazionale n.109).
"È nell'ultima metà degli anni '60 che si costituiscono piccoli nuclei, piccoli circoli di amici, i cui elementi sono per la maggior parte molto giovani, senza alcuna esperienza politica, che vivono nell'ambiente studentesco. A livello individuale il loro incontro sembra essere una pura coincidenza. Sul piano oggettivo - l'unico in cui si può trovare una spiegazione reale - questi nuclei corrispondono alla fine della ricostruzione postbellica, e i primi segni che il capitalismo sta entrando di nuovo in una fase acuta della sua crisi permanente, che fa risorgere la lotta di classe. A dispetto di ciò che possono pensare gli individui che compongono questi nuclei, immaginando che ciò che li univa era la loro affinità oggettiva, l'amicizia, il desiderio di realizzare insieme la loro vita quotidiana, questi nuclei sopravvivranno solo nella misura in cui diventeranno politicizzati, in cui diverranno gruppi politici, ciò che si può attuare soltanto compiendo e assumendo consapevolmente il loro destino. I nuclei che non raggiungeranno questa coscienza saranno inghiottiti e si decomporranno nella palude gauchista, modernista o semplicemente si disperderanno. Questa è la nostra storia. E non è senza difficoltà che abbiamo seguito questo processo di trasformazione da un circolo di amici a un gruppo politico, in cui l'unità basata sull'affettività, sulle simpatie personali, sullo stesso modo di vivere quotidiano deve lasciare spazio ad una coesione politica e una solidarietà basate sulla convinzione che siamo impegnati nella stessa lotta storica: la rivoluzione proletaria".
Il presidente della repubblica Emmanuel Macron ha rotto il suo silenzio rivolgendosi ai francesi il 10 dicembre alle ore 20.00 su tutte le reti televisive: “donne e uomini francesi, eccoci qui insieme all'appuntamento del nostro paese e del futuro. Gli eventi delle ultime settimane (...) hanno mescolato richieste legittime con un'esplosione di violenza inaccettabile. (...) Questa violenza non beneficerà di alcuna indulgenza. Non c’è rabbia che possa giustificare l’attacco a un agente di polizia o a un gendarme, il danneggiamento di un negozio o di un edificio pubblico. (...) Quando scoppia la violenza, cessa la libertà. È quindi giunto il momento di far prevalere la calma e l’ordine repubblicano. Faremo tutto ciò che è in nostro potere per farlo. (...) Ho dato al governo le istruzioni più rigorose a tal fine.
Ma, all'inizio di tutto questo, non dimentico che c’è rabbia, indignazione. E questa indignazione, molti di noi, molti francesi possono condividerla. (...) Ma questa rabbia è più profonda, la sento come giusta sotto molti aspetti, e può essere la nostra occasione. (…) Sono quarant'anni di disagio che riappaiono.
Senza dubbio nell’ultimo anno e mezzo non siamo stati in grado di dare una risposta rapida e forte. Mi assumo la mia parte di responsabilità. So di aver ferito alcuni di voi in passato con le mie parole. (...) Non torneremo al normale corso della nostra vita, come troppo spesso in passato durante le crisi. Siamo in un momento storico nel nostro paese. Voglio anche che mettiamo d'accordo la nazione con se stessa su quale sia la sua profonda identità. Che affrontiamo la questione dell'immigrazione”.
Nessuna “applicazione della legge repubblicana” giustifica, infatti, che i poliziotti sparino flashball (dispositivo anti sommossa che spara cilindri di gomma) su degli adolescenti minorenni (senza elmetti o scudi), scolari i cui traumi sono molto più profondi di quelli dei poliziotti assaliti, sabato 1 dicembre, davanti alla tomba del Milite Ignoto. Nessuna “applicazione della legge repubblicana” giustifica il bombardamento con granate di gas lacrimogeni da parte della polizia contro i manifestanti che marciano pacificamente sull’Avenue des Champs-Élysées, manifestanti tra cui c’erano persone anziane (molte delle quali erano donne). Nessuna “applicazione della legge repubblicana” giustifica che degli adolescenti siano storpiati, con le mani strappate dall’esplosione di una granata offensiva (arma non utilizzata in altri paesi europei).
Quando la violenza della polizia viene scatenata contro gli adolescenti, può solo portare a disordini urbani (come nel 2005), non può che aggravare il caos sociale. La violenza non può che generare violenza! Sparare sugli adolescenti è un crimine. Se i funzionari del mantenimento dell’“ordine repubblicano” uccidono bambini (come è quasi accaduto con questo liceale gravemente ferito in un comune del Loiret), significa che questo ordine repubblicano non ha futuro da offrire all’umanità! Questa violenza infanticida della polizia è spregevole e rivoltante! Non è certo con intimidazioni e minacce che torneranno “calma” e “pace sociale”.
Il discorso del Presidente della Repubblica è rivolto solo a “uomini e donne francesi”, mentre molti lavoratori che pagano le tasse non sono “francesi”. I nostri antenati non erano “Galli”, ma africani (non dispiaccia alla Gallica Madame Le Pen!): l’Africa è la culla della specie umana, come sanno gli scienziati, antropologi e primatologi. Solo le chiese affermano ancora che Dio ha creato l’uomo. Come diceva il filosofo Spinoza: “l'ignoranza non è un argomento”.
Macron ha dichiarato lo “stato di emergenza economica e sociale”.
Tutti gli indicatori economici sono di nuovo in rosso. Dieci anni dopo la crisi finanziaria del 2008, che ha ulteriormente aggravato il debito sovrano, la minaccia di una nuova crisi finanziaria si profila ancora una volta con il rischio di un nuovo crollo dei mercati azionari. Ma ora il “popolo” si ribella! Perché al “popolo” è stata fatta pagare la crisi del 2008 da tutti i governi con piani di austerità. Ai lavoratori è stato chiesto di accettare ulteriori sacrifici per uscire dalla crisi “tutti insieme” (dal 2008, la perdita media del potere d’acquisto dei lavoratori è di 440 euro per famiglia). Lo Stato doveva “proteggerci” dal rischio di una catena di fallimenti bancari in cui le “persone” collocavano i loro piccoli risparmi per poter garantirsi la vecchiaia. Questi sacrifici, in particolare sul potere d’acquisto delle famiglie, erano destinati a ripristinare la crescita e a proteggere i posti di lavoro.
Dopo dieci anni di sacrifici per salvare le banche dal fallimento e assorbire il deficit di bilancio dello stato nazionale, è normale che il “popolo” non possa più sbarcare il lunario e sia indignato nel vedere i “ricchi” vivere nel lusso mentre i “poveri” non hanno più abbastanza soldi per riempire il frigorifero o comprare giocattoli per i loro figli a Natale.
Il Presidente ha quindi ragione a dichiarare lo “stato di emergenza economica e sociale”. Ha assolutamente bisogno di nuovi “pompieri sociali” per spegnere il “fuoco” della lotta di classe, poiché i grandi centri sindacali hanno fatto con cura il loro sporco lavoro sabotando le lotte dei lavoratori per aiutare il governo e i datori di lavoro a far passare i loro attacchi alle nostre condizioni di vita. I “ricchi” sono quelli che sfruttano la forza lavoro dei “poveri” per fare il profitto, il plusvalore e per mantenere i loro privilegi. Questo è ciò che Karl Marx spiegò chiaramente nel 1848 nel “Manifesto del Partito Comunista”[1].
Per uscire dalla crisi del potere esecutivo e aprire il “dialogo”, il “nostro” Presidente ha annunciato le seguenti misure: aumento del salario minimo di 100 euro al mese, cancellazione dell’aumento del CSG (contributo sociale generalizzato) per i pensionati che ricevono meno di 2.000 euro al mese, esenzione fiscale per gli straordinari. Ha inoltre chiesto ai padroni che possono farlo di versare ai loro dipendenti dei bonus di fine anno (che saranno anch’essi esenti da imposte). “Il nostro Presidente della Repubblica in marcia” ha quindi fatto “un passo avanti”. La lezione da imparare sarebbe quindi che solo i metodi “moderni” (e non “antiquati”) di lotta dei cittadini con i gilet gialli pagano e possono far sì che il governo “indietreggi”!
Da parte nostra, rimaniamo degli “antiquati”, convinti che le palle da bowling e altri proiettili per contrastare i bombardamenti intensivi di gas lacrimogeni siano totalmente inefficaci e possono solo contribuire all’escalation della violenza, al caos sociale e al rafforzamento dello stato di polizia. La lotta di classe proletaria non è una fionda. Le armi principali del proletariato rimangono la sua organizzazione e la sua coscienza. Perché “quando la teoria s'appropria delle masse, diventa una forza materiale”, come diceva Karl Marx. A differenza del movimento dei “gilet gialli”, il nostro riferimento “Gallico” non è la Rivoluzione Francese del 1789 (con la sua ghigliottina, la sua bandiera tricolore e il suo inno nazionale “antiquato”), ma la Comune di Parigi.
Il caos sociale in Francia e la crisi del potere esecutivo
Dal “sabato nero” del 1° dicembre, i media ci hanno regalato un vero e proprio thriller dal vivo su tutti gli schermi televisivi e sui social network: il “Presidente dei ricchi”, Emmanuel Macron, si “tirerà finalmente indietro” sotto la pressione del movimento dei gilet gialli? Si arrenderà alla determinazione dei gilet gialli che si accampano alle rotatorie e hanno seguito le parole d’ordine di Éric Drouet, figura di spicco e iniziatore del movimento?
La marcia dei gilet gialli sugli Champs-Élysées, sabato 1 dicembre, si è trasformata in una vera e propria guerriglia urbana e poi in una rivolta, con allucinanti scene di violenza sotto l’Arco di Trionfo come nei viali Kléber e Foch nel 16° arrondissement. Due settimane prima, il 17 novembre, le “forze dell’ordine” non avevano esitato a lanciare gas lacrimogeni e a caricare gruppi di “cittadini”, uomini e donne in gilet giallo, che camminavano tranquillamente sugli Champs-Élysées cantando La Marsigliese e sventolando la bandiera tricolore. Queste provocazioni della polizia non potevano che suscitare la rabbia dei cittadini in gilet gialli contro il cittadino in abito e cravatta del palazzo dell’Eliseo. L’appello all’“Atto III” dei gilet gialli ha così provocato l’emulazione tra gli elementi declassati del “popolo” francese. Gruppi organizzati di vandali professionisti, black block, teppisti di estrema destra, “anarchici” e altri misteriosi e non identificati “teppisti” hanno colto l’occasione per venire a fare un pasticcio sul “viale più bello del mondo”.
Ma ciò che ha dato fuoco alle polveri è stato un errore nella “strategia” del Ministero dell’Interno nel mantenimento dell’ordine: la creazione di una “zona chiusa” su una parte degli Champs-Élysées per proteggere i quartieri alti. All’indomani del “sabato nero”, il ministro degli Interni, Christophe Castaner, ha riconosciuto il suo errore: “Abbiamo fatto un errore!” Un altro errore è stato anche riconosciuto: la mancanza di mobilità dei CRS e dei gendarmi, completamente sopraffatti dalla situazione (nonostante i loro cannoni ad acqua e il tiro incessante di granate di gas lacrimogeni), terrorizzati dal pestaggio di uno di loro e dai lanci di proiettili che li hanno attaccati. Per tutta la settimana i media hanno continuato a trasmettere questa grottesca scena dei CRS costretti a ritirarsi incalzati da gruppi di gilet gialli intorno all’Arco di Trionfo. I commenti registrati, raramente trasmessi dai media: “sabato prossimo torneremo con le armi”, così come la rabbia dei commercianti e degli abitanti dei quartieri alti contro la negligenza delle forze di polizia, sono stati chiaramente ascoltati dal governo e dall’intera classe politica. Il pericolo che la Repubblica francese si impantani nel caos sociale è stato ulteriormente rafforzato dalla volontà di una parte della popolazione del 16° e 8° arrondissement di difendersi da soli se la polizia non fosse stata in grado di proteggerli dalla spirale di violenza durante la quarta “dimostrazione” dei gilet gialli prevista per sabato 8 dicembre (Atto IV con lo slogan infantile: “tutti all'Eliseo!”).
L'evento più drammatico della crisi del potere esecutivo è la perdita di credibilità dello “Stato protettore” e del suo apparato di “mantenimento dell’ordine”. Questo difetto del potere di Macron (e la sottovalutazione della profondità del malcontento che ruggisce nelle viscere della società) non poteva che dare le ali non solo ai gilet gialli, ai “radicali”, ma anche a tutti coloro che vogliono “picchiare i poliziotti” per dare fuoco ovunque di fronte alla mancanza di un futuro, soprattutto tra le giovani generazioni che affrontano la disoccupazione e la precarietà. Molti giovani laureati non trovano lavoro e sono costretti a fare i “pony express” per sopravvivere.
Di fronte al rischio di perdere il controllo della situazione e alla fuga del governo, il presidente Macron, dopo aver constatato i danni (anche in termini di “morale delle truppe” dei CRS, scioccate dalla guerriglia urbana a cui non erano preparate), ha deciso di chiudersi nel suo bunker all’Eliseo per “riflettere”, compromettendo l’intera classe politica e inviando “al fronte” il suo primo ministro, Edouard Philippe, sostenuto dal ministro dell’Interno, Christophe Castaner.
Oltre alla faccia da funerale mostrata dal più giovane Presidente della Repubblica francese, costui è apparso come un codardo che “si nasconde” dietro al suo Primo Ministro e incapace di uscire dall’ombra per “parlare al suo popolo”. I media hanno persino diffuso la voce che Emmanuel Macron avrebbe usato Edouard Philippe, o addirittura il Ministro degli Interni, come “scaricabarile”, rendendoli responsabili dei suoi errori.
In tutta la classe politica, dopo il “sabato nero”, c’è stata la sfilata contro il suo capro espiatorio, Giove Macron, designato come il solo e unico responsabile del caos sociale. Il “Presidente piromane” avrebbe dato fuoco al braciere con il suo “peccato originale”: l’abolizione della tassa sul patrimonio e il suo atteggiamento arrogante e provocatorio. L’annuncio delle ultime misure di austerità (aumenti delle tasse sul carburante, sul gas e sull’elettricità) avrebbe poi prodotto la scintilla che ha dato fuoco alle polveri. Dall’estrema destra all’estrema sinistra, tutte le cricche borghesi urlavano dappertutto e cercavano di sdoganarsi. Tutte le cricche dell’apparato politico borghese che “sostenevano” il movimento cittadino dei gilet gialli hanno abbandonato vigliaccamente il piccolo Presidente e lo hanno invitato infine a sentire il grido del “popolo” che non riesce più a sbarcare il lunario. Alcuni hanno chiesto un referendum, altri lo scioglimento dell’Assemblea nazionale. Tutti hanno invitato il Presidente ad assumersi le sue responsabilità. Anche i capi di Stato degli altri paesi (Trump, Erdogan, Putin...) hanno iniziato a sparare a zero contro il giovane presidente della Repubblica francese, coprendolo con un berretto d’asino per aver usato una forte repressione contro il suo popolo. Da che pulpito viene la predica, lo scatenarsi del ciascuno per sé e Dio per tutti!
Il vaso di Pandora del governo Macron
Già lunedì 3 dicembre, il primo ministro ha annunciato tre misure per uscire dalla crisi, “allentare” le tensioni sociali e prevenire l’escalation di violenza: una sospensione di sei mesi della tassa sul carburante, una sospensione di tre mesi dell’aumento del prezzo del gas e dell’elettricità e una riforma della revisione dei veicoli che, in nome della “transizione ecologica”, condannava molti a rottamare. Ma questo “scoop” non faceva che aggravare la rabbia dei lavoratori poveri in gilet gialli. Nessuno è stato ingannato: “Macron sta cercando di fregarci!” “pensa che siamo stupidi!” Anche il PCF ha cantato il suo versetto: “non siamo piccioni a cui diamo briciole!” Un incendio non può essere spento con un contagocce (e neanche con i cannoni ad acqua).
Di fronte alle proteste causate da questo “annuncio”, il primo ministro Edouard Philippe è tornato il giorno dopo, con notevole compostezza, a parlare al “popolo” francese per annunciare che, finalmente, gli aumenti delle tasse sul carburante non sarebbero stati sospesi ma semplicemente cancellati. Dopo l’annuncio dell’ultimo “mettersi da parte” del governo repubblicano (l’esenzione fiscale sui bonus degli straordinari), il “gilet verde” Benoit Hamon ha detto che “i conti non tornano”. Il governo non aveva altra alternativa che rinunciare ai suoi sforzi per “calmare” gli spiriti e impedire che la guerriglia urbana sugli Champs-Élysées si intensificasse ulteriormente, anche se questa violenza non portava al discredito del movimento dei gilet gialli.
Dal “sabato nero”, il governo ha maneggiato il bastone e la carota. Queste piccole concessioni diplomatiche sono state accompagnate da una gigantesca campagna mediatica sull’impiego “eccezionale” della polizia per l’“Atto IV” dei gilet gialli, sabato 8 dicembre. Per non danneggiare la “democrazia” borghese, il governo non ha vietato la manifestazione. Né si tratta di dichiarare lo stato di emergenza (come previsto e addirittura richiesto da alcuni settori dell’apparato politico).
Dopo aver discusso il “problema” con tutti gli alti funzionari responsabili della sicurezza interna, il nostro affabile Ministro dell'Interno ha cercato di rassicurare “tutti”, annunciando che un’altra strategia di ordine pubblico era stata sviluppata in collaborazione con il Ministero della Giustizia. La polizia non doveva più battere in ritirata nella capitale come lo era in tutto il paese. Non era necessario lo stato di emergenza: non c'era "pericolo imminente" per la Repubblica.
Quello che è successo nei quartieri alti di Parigi, soprattutto i saccheggi, è più simile ai moti della fame, come quelli in Argentina nel 2001, e ai disordini suburbani come quelli in Francia nel 2005. Lo slogan “Macron dimettiti!” è della stessa natura del “togliti di mezzo” della Primavera araba del 2011, che ha circolato su tutti i social network. Per questo motivo leggiamo anche sui manifesti: "Macron sgombra!”
Questo spiegamento eccezionale delle forze di polizia non è riuscito a rassicurare “tutti”, al punto che il Ministro dell’Interno ha dovuto spiegare pazientemente sugli schermi televisivi che i blindati della gendarmeria non sono carri armati, ma semplici veicoli destinati a sgombrare qualsiasi barricata e a proteggere la polizia nella loro missione. Lo scopo di tale sistema è quello di evitare la morte di manifestanti e forze di polizia, anche se ci sono stati molti feriti e 1.723 arresti (per non parlare dei danni materiali).
Il Presidente ha quindi “riflettuto” molto, con l’appoggio della sua stretta guardia di “specialisti” e “consiglieri” e, dietro le quinte, con tutti gli “organismi intermedi” e dei pompieri professionisti che sono i sindacati. Lo sciopero illimitato dei camionisti indetto dalla CGT è stato annullato 48 ore dopo poiché il ministro dei trasporti ha immediatamente garantito ai camionisti il mantenimento dell’aumento delle ore di straordinario prima ancora che entrassero in sciopero!
Il Presidente della Repubblica si è trovato di fronte ad un “puzzle” cinese. Costretto a lasciare andare (troppo tardi!) la zavorra di fronte al “grido del popolo”, ha aperto un vaso di Pandora: tutto il “popolo” rischia di mobilitarsi, come abbiamo visto anche con le massicce manifestazioni di studenti delle scuole superiori (senza gilet gialli o bandiere tricolori) contro la riforma del Bac e del Parcours Sup (sistema di gestione delle scelte degli studenti). Ma, se Emmanuel Macron ha continuato a rifiutarsi di arrendersi, ha corso il rischio di un’ondata di gilet gialli che gli chiedeva le dimissioni.
Come farà il governo a chiudere questo vaso di Pandora? Il governo ha affrontato un altro dilemma che ha dovuto risolvere rapidamente per contenere il pericolo di una spirale di violenza, con morti, durante la manifestazione dell’8 dicembre. Dopo gli attacchi ai CRS costretti a ritirarsi davanti all’Arco di Trionfo, la priorità era dimostrare che “la forza deve tornare alla legge” e ripristinare la credibilità dello Stato “che protegge” e garantisce “l’unità nazionale”. Il governo Macron non poteva correre il rischio di far apparire lo Stato democratico francese come una comune repubblica delle banane del “terzo mondo” che resiste solo con una forte giunta militare al potere.
La focalizzazione sul giorno “X” e sul problema della violenza aveva lo scopo di garantire che il governo non si “tirasse indietro” su una delle questioni centrali: quella degli aumenti salariali. Soprattutto, il “Presidente dei ricchi” è rimasto “fermo nei suoi principi” per quanto riguarda l'abolizione dell’Imposta sul patrimonio, vista come una profonda ingiustizia. È fuori questione “svelare ciò che abbiamo fatto per 18 mesi”, secondo le sue stesse parole riportate dai media.
Questo ha permesso, alla vigilia del giorno “X”, a Marine Le Pen di fare una nuova dichiarazione per parlare ancora di Macron, “quest’uomo” la cui funzione “disincarnata” dimostra che è “privo di empatia per il popolo”. Pura ipocrisia! Nessun capo di stato ha “empatia per il popolo”.
Se Madame Le Pen, che aspira a diventare un giorno “capo di stato”, ha una tale “empatia per il popolo”, come mai ha detto alla tv di non essere favorevole all’aumento del salario minimo per non penalizzare i piccoli imprenditori delle PMI, che costituiscono una parte della sua clientela elettorale?
Tutti questi partiti borghesi, che sostengono i gilet gialli e concentrano tutta la loro attenzione sulla detestabile personalità di Macron, vogliono farci credere che il capitalismo è personificato da questo o quell’individuo mentre invece è un sistema economico mondiale che deve essere distrutto. Questo non accadrà tra pochi giorni, data la lunghezza della strada che rimane da percorrere, non crediamo nel mito del “grande giorno”. Le dimissioni di Macron e la sua sostituzione con un’altra “marionetta dell0’informazione” non cambierà la crescente miseria dei proletari. La povertà non può che continuare a peggiorare con le scosse di una crisi economica globale senza via d’uscita.
Nel movimento interclassista dei “gilet gialli”, si rivela la piccola borghesia.
Il movimento interclassista dei gilet gialli non poteva che dividersi tra “estremisti” e “moderati”. Éric Drouet, l'iniziatore del movimento sui social network, pensava di poter mettere in scena uno spettacolo teatrale con i suoi diversi “Atti”. Invitato dai media televisivi, ha dichiarato chiaramente che la sua chiamata all’“Atto IV” di sabato 8 dicembre aveva lo scopo di addestrare i gilet gialli per andare al Palazzo dell’Eliseo per un incontro diretto con il “Re” Macron. Questo piccolo avventuriero megalomane forse immaginava che i gilet gialli potessero resistere alla Guardia repubblicana che protegge il palazzo presidenziale. Non si entra all’Eliseo come in un vecchio edificio dove non c’è un custode o un codice digitale! Rimesse le cose a posto, il “Re” avrebbe potuto sculacciare il capo dei “sanculotti”.
Alla vigilia della manifestazione dell'8 dicembre, è stato riferito che questo giovane camionista sarebbe stato oggetto di un’inchiesta giudiziaria per “provocazione a commettere un crimine o un delitto”, che potrebbe costargli cinque anni di prigione! I metodi avventuristi e attivisti di Eric Drouet (e dei suoi “amici” virtuali) sono tipici della piccola borghesia. Essi rivelano la disperazione degli strati sociali “intermedi” (situati tra le due classi fondamentali della società: la borghesia e il proletariato) anch’essi colpiti dall’impoverimento.
Il governo ha anche cercato di riprendere il controllo della situazione creando un collettivo di “liberi gilet gialli” che si sono distinti dai “radicali” radunati dietro la bandiera del “cattivo cittadino” Éric Drouet. I tre principali rappresentanti di questo “collettivo” di gilet gialli “moderati” si sono dissociati dai loro “compagni” dopo aver partecipato al “sabato nero”. Chi sono queste tre nuove stelle in gilet giallo?
- un fabbro artigiano, Christophe Chalençon, che aveva chiesto le dimissioni del governo e suggerito di nominare primo ministro il generale De Villiers, dopo aver annunciato su Facebook il 28 giugno 2015 di essere contro gli immigrati e di aver preso in considerazione l’adesione al Fronte Nazionale prima di diventare un “macronista” e poi uno sfortunato candidato alle ultime elezioni parlamentari!
- una donna, Jacline Mouraud, ipnoterapista liberale e fisarmonicista;
- un quadro dinamico e di estrema destra, Benjamin Cauchy.
Questi “liberi gilet gialli” sono diventati più realisti del re. Mentre il governo non aveva vietato la manifestazione dell’8 dicembre a Parigi, questo autoproclamato triumvirato ha invitato i gilet gialli a non partecipare, per non fare il “gioco dell’esecutivo”! Questi tre portavoce del movimento sono stati ricevuti, insieme ad altri quattro, dal Primo ministro come interlocutori privilegiati per i “liberi gilet gialli”. Hanno mostrato la loro immagine come “buoni cittadini”, responsabili, aperti al dialogo e pronti a collaborare con il governo affinché “si possa parlare”. Come ha detto Jacline Mouraud dopo l’incontro con Edouard Philippe a Matignon: il Primo Ministro “ci ha ascoltato”, ha riconosciuto che il governo ha commesso errori e “abbiamo potuto parlare di tutto”.
Abbiamo anche visto in televisione, dopo il “sabato nero”, dei gilet gialli che affermano di voler ora proteggere i CRS dai “teppisti”. È il mondo sottosopra! Sugli schermi televisivi è stato trasmesso anche il pietoso spettacolo di un gruppo di gilet gialli che offrono croissant alla stazione di polizia del Fréjus e alla gendarmeria per fare “amicizia” con la polizia. Il gendarme che li ha accolti si è stupito di sentire questi gilet gialli, imbarazzati e pentiti, scusarsi per la violenza del “sabato nero”: “Avremmo voluto che voi foste con noi, ma poiché questo non è possibile, volevamo dirvi, con i croissant, che siamo con voi e che stiamo combattendo anche per voi”. Che in un movimento sociale, i manifestanti cerchino di demoralizzare le forze repressive, o addirittura di invitarli a cambiare lato, è un gioco leale, come molti esempi nella storia hanno confermato. Ma non abbiamo mai visto i repressi scusarsi con i repressori! La polizia si è mai scusata per le varie violenze prodotte, come quella che ha portato al ferimento grave di un giovane studente del Loiret con un proiettile di flashball? Per non parlare della morte di due bambini che fu all’origine delle rivolte suburbane nell’autunno del 2005!
Sono questi errori della polizia che hanno alimentato l’odio verso i poliziotti e l’impulso degli adolescenti di andare a “picchiare i poliziotti”, dando fuoco non solo ai rifiuti ma anche alle scuole. Questi moti della disperazione contengono l’idea che “non ha senso andare a scuola” per poter apprendere un mestiere, dato che il papà è disoccupato e la mamma deve fare i lavori domestici per mettere qualcosa in pentola e condire gli spinaci con del burro. Un mercato parallelo continua a svilupparsi in alcuni quartieri popolari di Parigi con tutti i tipi di piccoli traffici, furti e ora anche con la merce saccheggiata nei negozi! Per non parlare di quei bambini migranti che vivono per le strade del ghetto del “Goutte d’Or” (sic!) del 18° arrondissement di Parigi, senza famiglia, senza poter andare a scuola e che sono veri “delinquenti” (ma non è “genetico”, come immaginava l’ex presidente Nicolas Sarkozy).
Mentre alcuni settori della piccola borghesia impoverita si buttano in atti di violenza, altri hanno ora un atteggiamento di rispetto. Alla fine, nelle circostanze attuali, questo strato sociale intermedio instabile e opportunista non si sposta verso il proletariato, come ha potuto fare in altri momenti della storia, ma dalla parte della grande borghesia.
Proprio perché il movimento dei gilet gialli è interclassista, è stato infiltrato non solo dal veleno ideologico del nazionalismo patriottico, ma anche dal fetore dell’ideologia populista anti immigranti. Infatti, si può trovare nel bel mezzo della lista (alla Prévert!) delle “42 richieste” dei gilet gialli quella dell'espulsione degli immigrati clandestini alle frontiere! Ecco perché il “nostro” Presidente si è permesso, nel suo discorso del 10 dicembre, di dare un piccolo piacere ai membri o sostenitori del Rassemblement national di Marine Le Pen (ex FN), sollevando la questione dell’immigrazione (anche se questo partito ha guadagnato il 4% nei sondaggi dall’inizio del movimento).
Questa “rivolta popolare” di tutti questi “poveri” della “Francia lavoratrice” che non possono più “sbarcare il lunario” non è, in quanto tale, un movimento proletario, nonostante la sua composizione “sociologica”. La stragrande maggioranza dei gilet gialli sono infatti lavoratori salariati, sfruttati, precari, alcuni dei quali non ricevono nemmeno il salario minimo, per non parlare dei pensionati che non hanno nemmeno il diritto alla “vecchiaia minima”. Vivendo in zone periferiche urbane o rurali, senza mezzi pubblici per recarsi al lavoro o per accompagnare i figli a scuola, questi poveri lavoratori sono costretti ad avere un’auto. Sono stati quindi i primi a essere colpiti dall’aumento delle tasse sul carburante e dalla riforma della revisione dei loro veicoli.
Questi settori minoritari e dispersi del proletariato nelle aree rurali e periferiche non hanno esperienza di lotta di classe. Sono persone che, nella grande maggioranza, sono “alla prima manifestazione”, non hanno mai avuto l’opportunità di partecipare a scioperi, assemblee generali o manifestazioni di strada. Per questo motivo la loro prima esperienza di manifestazione in grandi concentrazioni urbane, in particolare a Parigi, ha preso la forma di un movimento di folla disorganizzato, vagando ciecamente senza bussola e scoprendo per la prima volta dal vivo le forze dell'ordine con le loro granate di gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, flashball e blindati di gendarmeria. Chi sa quanti di loro hanno visto anche questo cecchino armato di fucile col cannocchiale sul tetto di un edificio il “sabato nero”, come mostrato da un’immagine trasmessa dall’agenzia Reuters.
L’esplosione di rabbia perfettamente legittima dei gilet gialli contro la miseria delle loro condizioni di vita è stata annegata in un conglomerato interclassista di presunti liberi individui-cittadini. Il loro rifiuto delle “élite” e della politica “in generale” li rende particolarmente vulnerabili all’infiltrazione delle ideologie più reazionarie, compresa quella dell’estrema destra xenofoba. La storia del XX secolo ha ampiamente dimostrato che sono stati gli strati sociali intermedi tra borghesia e proletariato, soprattutto la piccola borghesia, a costituire la base del regime fascista e nazista, con l'appoggio delle bande di sottoproletariato, odiose e vendicative, accecate da pregiudizi e superstizioni che risalgono alla notte dei tempi.
Solo in situazioni di lotte massicce e pre-rivoluzionarie, dove il proletariato si afferma apertamente sulla scena sociale come classe autonoma e indipendente, con i propri metodi di lotta e la propria organizzazione, cultura e morale di classe, la piccola borghesia - e persino alcuni elementi illuminati della borghesia - può abbandonare il suo culto dell’individualismo e del “cittadino”, perdere il suo carattere reazionario, unendosi alla prospettiva del proletariato, l’unica classe sociale capace di offrire un futuro alla specie umana.
Il movimento dei gilet gialli, per la sua natura interclassista, non può portare ad alcuna prospettiva. Non poteva che assumere la forma di una fionda disperata per le strade della capitale prima di irrompere in diverse tendenze, quella dei radicali, “amici” di Eric Drouet, e quella dei moderati del “Collettivo dei liberi gilet gialli”. Indossando il gilet giallo, i poveri proletari che si sono impegnati con le parole d’ordine della piccola borghesia sono ora come i tacchini della farsa (o i cornuti della storia, di cui giallo è anche il colore). Non volevano dei rappresentanti che negoziassero alle loro spalle con il governo, come hanno sempre fatto i sindacati: il governo ha rifiutato qualsiasi registrazione delle discussioni con i “portavoce” dei gilet gialli.
Ora hanno dei rappresentanti che non hanno eletto: in particolare il “Collettivo dei liberi gilet gialli”. Questo movimento informale e non organizzato, iniziato sui social network, ha iniziato a strutturarsi dopo il 1° dicembre. I principali rappresentanti autoproclamati di questo presunto movimento apolitico hanno preso in considerazione la possibilità di presentare una lista per le elezioni europee. Ecco allora che arriva la piccola borghesia in un “gilet giallo” che sogna di poter giocare in serie A!
Ancor prima del ritorno dell’“ordine pubblico”, è stata proposta, dallo stesso Emmanuel Macron, l’idea di organizzare nelle province delle conferenze “pedagogiche” sulla “transizione ecologica”. I cittadini dei “territori” potranno contribuire con le loro idee a questo vasto dibattito democratico, che dovrebbe aiutare a rimettere in carreggiata la Repubblica, dopo un periodo di “stallo” nel potere esecutivo. Questo cosiddetto movimento cittadino apolitico è pieno di sindacalisti, membri di organizzazioni politiche e di ogni tipo di individui poco chiari. Chiunque può indossare il gilet giallo, compresi i teppisti. La maggior parte dei cittadini in “gilet giallo” costituisce la clientela elettorale di Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen. Per non parlare dei trotzkisti, in particolare dell’NPA di Olivier Besancenot e di Lutte ouvrière. Queste organizzazioni trotzkiste ci raccontano sempre la stessa favola: “bisogna prendere i soldi dalle tasche dei ricchi”. Il proletariato non è una classe di borseggiatori! Il denaro nelle “tasche dei ricchi” è il risultato dello sfruttamento del lavoro dei “poveri”, cioè dei proletari. Non si tratta di “frugare nelle tasche” dei ricchi, ma di lottare oggi per limitare questo vero furto che lo sfruttamento capitalista significa e, così facendo, raccogliere le forze per abolire lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.
Durante la Marcia per il clima a Parigi l’8 dicembre, molti gilet gialli si sono mescolati alla processione dei gilet verdi, con la consapevolezza, soprattutto tra i giovani manifestanti, che “la fine del mese e la fine del mondo”, “sono collegati”. Nella marcia dei gilet gialli, alcuni hanno deciso di dare fuoco ai loro gilet e alle loro carte elettorali. È vero che la difficile fine del mese e la fine del mondo sono collegate, sono due facce della stessa medaglia, quella di un sistema che si basa sul profitto di una piccola minoranza e non sui bisogni del genere umano.
Dopo il “sabato nero”, un sindacato della polizia nazionale ha evocato uno “sciopero illimitato” da parte degli agenti di polizia che vogliono anch’essi indossare l’uniforme gialla! Non riescono più a sbarcare il lunario e sono stufi delle “cadenze infernali”, del burn-out dovuto allo stress e della paura di essere colpiti alla testa da una palla di bocce. Il governo ha quindi dovuto sbloccare fondi per fornire un bonus natalizio ai CRS e ad altre categorie professionali responsabili del mantenimento dell’ordine. Il governo dovrà creare nuovi posti di lavoro in questo settore totalmente improduttivo, e quindi aumentare ulteriormente il deficit, nel tentativo di mantenere l'ordine in una società in decomposizione, dove le divisioni sociali non possono che aumentare con il peggioramento delle condizioni di vita e il rafforzamento della repressione. Tutti sanno che i poliziotti gallici non fanno merletti: prima colpiscono e poi “discutono”!
Quale prospettiva per il proletariato?
Ciò che ha preoccupato il governo e l’intera classe borghese è stato il fatto che, nonostante lo scoppio di violenza dei teppisti in gilet giallo durante il “sabato nero”, la popolarità del loro movimento non è diminuita: dopo il 1° dicembre, i sondaggi hanno annunciato che il 72% della popolazione francese ha continuato a sostenere i gilet gialli (anche se l’80% condanna la violenza e il 34% li capisce). I gilet gialli sono persino diventati una star mondiale: in Belgio, Germania, Paesi Bassi, Bulgaria e persino in Iraq, a Bassora, è stato indossato il gilet giallo! Per quanto riguarda il governo egiziano, questo ha deciso di limitare la vendita di gilet gialli per paura di “contaminazione”; per comprarne uno, è necessario il permesso della polizia!
Tale popolarità è dovuta essenzialmente al fatto che l’intera classe operaia, che costituisce la maggioranza del “popolo”, condivide la rabbia, l’indignazione e le richieste economiche dei gilet gialli contro l’alto costo della vita, contro l’ingiustizia sociale e fiscale. Dopo aver fatto i suoi studi con l'ex Presidente di sinistra, François Hollande, il nostro Presidente della repubblica ha spiegato, come è sua abitudine, una teoria del tutto incomprensibile al “popolo”: la teoria dello “scorrimento”. Secondo questa teoria, più soldi hanno i ricchi, più possono farli fluire ai poveri. Questo è l’argomento delle dame di carità che fanno beneficiare i poveri della loro generosità attingendo un po’ dal loro bottino. Quello che dimenticano di dire è che la ricchezza dei ricchi non cade dal cielo. Nasce dallo sfruttamento dei proletari.
Questa teoria macronista si è concretizzata con l’abolizione dell’imposta sul patrimonio: questa donazione fiscale è fatta per permettere ai “ricchi”, di fatto la grande borghesia, di utilizzare il denaro che è stato loro restituito per fare investimenti che possano alla fine creare posti di lavoro, ridurre la disoccupazione e, quindi, andare a beneficio dei proletari. Pertanto, abolire l’imposta sul patrimonio sarebbe proprio nell’interesse della classe operaia! I “poveri” in gilet giallo hanno capito perfettamente, nonostante il loro “analfabetismo” di “galli refrattari”, che il macronismo cerca di “fregarli”, come ha detto un pensionato in gilet giallo intervistato alla televisione. In attesa che la soppressione dell’imposta sul patrimonio giovi ai proletari, si deve ancora chiedere loro di stringere la cinghia mentre la classe capitalista continua a crogiolarsi nel lusso. Non sorprende che siamo riusciti a leggere, su un cartellone, nella dimostrazione dell'8 dicembre: “Anche noi vogliamo pagare l’imposta sul patrimonio! Restituite i soldi!”.
Nonostante la rabbia generale di tutto il “popolo” della “Francia lavoratrice”, la stragrande maggioranza dei proletari non vuole unirsi ai gilet gialli anche se possono avere simpatia per la loro mobilitazione. Non si riconoscono nei metodi di lotta di un movimento sostenuto da Marine Le Pen e da tutta la destra. Non si riconoscono nella violenza indiscriminata dei black block, nelle minacce di morte, nella mentalità pogromista, negli attacchi verbali xenofobi e omofobi di alcuni gilet gialli.
La popolarità di questo movimento, anche dopo la violenza del “sabato nero”, è indicativa dell’immensa rabbia che ruggisce nelle viscere della società. Ma, per il momento, la stragrande maggioranza dei proletari - lavoratori dell'industria, dei trasporti o della distribuzione di massa, operatori sanitari o dell’istruzione, piccoli funzionari delle amministrazioni o dei servizi sociali... - sono ancora paralizzati dalla difficoltà di recuperare la loro identità di classe, cioè la consapevolezza di appartenere alla stessa classe sociale che subisce lo stesso sfruttamento. La stragrande maggioranza è stanca di sterili “giornate d’azione”, di manifestazioni passeggiate indette dai sindacati e altri scioperi “a singhiozzo”, come lo sciopero dei ferrovieri della scorsa primavera. Finché il proletariato non avrà ritrovato la via del ritorno alla sua lotta e affermato la sua indipendenza come classe autonoma, sviluppato la sua coscienza, la società può solo continuare a impantanarsi nel caos. Può solo continuare a marcire nello scatenarsi bestiale della violenza.
Il movimento interclassista dei gilet gialli ha rivelato un pericolo che riguarda anche il proletariato in Francia come in altri paesi: l’ascesa del populismo dell’estrema destra. Questo movimento dei gilet gialli non può che incoraggiare una nuova spinta elettorale, in particolare nelle prossime elezioni europee, da parte del partito di Marine Le Pen, principale e primo sostenitore del movimento. Questo avvocato invoca la causa del “protezionismo francese”: le frontiere devono essere chiuse alle merci straniere e soprattutto agli “stranieri” dalla pelle scura che fuggono dalla povertà assoluta e dalla barbarie guerriera dei loro paesi d’origine. Il partito di Marine Le Pen aveva già annunciato che per aumentare il potere d'acquisto dei francesi, il governo avrebbe dovuto fare “risparmi” sull’immigrazione. Il partito del Rassemblement national troverà un altro argomento per allontanare i migranti: il nostro “popolo” che non può sbarcare il lunario “non può accogliere tutta la miseria del mondo”, come ha detto il primo ministro socialista Michel Rocard il 3 dicembre 1989 sul programma "7 su 7" ospitato da Anne Sinclair!
Gli attacchi verbali xenofobi, la denuncia alle forze di polizia dei clandestini nascosti in un camion cisterna (perché è ancora con le nostre tasse che pagheremo per questi “coglioni”, dice un gilet giallo!), la pretesa di alcuni gilet gialli di riportare i clandestini fuori dai “nostri” confini, non deve essere banalizzata! L’empatia che tutti provano per questo movimento sociale non deve accecare il proletariato e i suoi elementi più lucidi.
Per poter recuperare la sua identità di classe, e la strada della propria prospettiva rivoluzionaria, il proletariato in Francia come altrove non deve calpestare (o seppellire sotto la bandiera tricolore) il vecchio slogan “fuori moda” del movimento operaio: “I proletari non hanno patria. Proletari di tutti i paesi, unitevi”.
Nell'atmosfera di violenza e isteria nazionalista che ha inquinato il clima sociale in Francia, un piccolo barlume potrebbe tuttavia essere emerso dopo il “sabato nero”. Questo piccolo bagliore è dato dai poveri studenti costretti a fare piccoli lavori e che messo in evidenza, nelle loro mobilitazioni e assemblee generali, la domanda di ritiro dell’aumento delle tasse scolastiche per i loro compagni di classe stranieri che non appartengono alla comunità europea. Alla Facoltà di Parigi Tolbiac un cartello recita: “solidarietà con gli stranieri”. Questo slogan, contro il maremoto nazionalista dei gilet gialli, mostra al proletariato la via del futuro.
È grazie alla loro “cassetta dei suggerimenti” che gli studenti che lottano contro il primo contratto di lavoro del governo di Dominique de Villepin, sono riusciti, nel 2006, a riscoprire spontaneamente i metodi del proletariato. Si sono organizzati in modo da non essere attaccati dai piccoli “teppisti” della periferia. Si sono rifiutati di lasciarsi coinvolgere nella spirale di violenza che non può che rafforzare l’ordine del Terrore.
Di fronte al pericolo del caos sociale nel cuore dell’Europa, oggi più che mai, il futuro appartiene alla lotta di classe delle giovani generazioni di proletari. Spetta a queste nuove generazioni prendere in mano la fiaccola della lotta storica della classe sfruttata, quella che produce tutta la ricchezza della società. Non solo ricchezza materiale, ma anche ricchezza culturale. Come ha detto Rosa Luxemburg, la lotta del proletariato non è solo una questione di “coltelli e forchette” per riempire lo stomaco.
I proletari in Francia non sono più dei “sanculotti”. Devono continuare a dare l’esempio a tutti i loro fratelli e sorelle di classe in altri paesi, come fecero i loro antenati durante le Giornate di giugno 1848, durante la Comune di Parigi del 1871 e nel Maggio 1968. È l’unico modo per riacquistare la loro dignità, per continuare a camminare dritti per guardare lontano, e non a quattro zampe come gli animali selvatici che vogliono imporci la legge della giungla.
Di fronte al pericolo di un caos sociale causato dalla “sacra unione” di tutti gli sfruttatori e teppisti:
Proletari di tutti i paesi, unitevi!
Marianne 10 dicembre 2018
[1] Vedi in particolare il capitolo intitolato: “Borghesi e Proletari”.
Lo scorso 10 ottobre, due camionisti di Seine-et-Marne lanciano un appello su Facebook per manifestare il 17 novembre con il titolo «Blocco nazionale contro l'aumento del carburante». Molto presto il loro messaggio è rilanciato su tutte le reti social, raggiungendo fino a 200.000 persone «interessate». Le iniziative e gli appelli si moltiplicano. Senza sindacati o partiti politici, in maniera spontanea, si programmano tutta una serie di azioni, di manifestazioni e di blocchi. Risultato: il 17 novembre, secondo il governo 287.710 persone, ripartite su 2034 punti, paralizzano incroci stradali, rotonde, autostrade, caselli, parcheggi di supermercati... Queste cifre ufficiali (di una precisione ammirevole!), provenienti dal ministero dell'interno, sono largamente e volontariamente sottostimate. I gilet gialli, da parte loro, stimano di essere almeno il doppio. Nei giorni successivi, vengono mantenuti alcuni blocchi, altri sono più puntuali ed aleatori mobilitando qualche migliaia di persone ogni giorno. Una decina di raffinerie della Total sono bloccate da un'azione simultanea dei gilet gialli e della CGT (l'equivalente francese della CGIL). Una nuova grande giornata d'azione è lanciata per il 24 novembre, con il nome: «Atto 2: tutta la Francia a Parigi». L'obiettivo è quello di bloccare i luoghi di prestigio e di potere della capitale: il viale degli Champs-Elisées, piazza della Concordia, il Senato, e, soprattutto l'Eliseo, la sede della presidenza della repubblica. «Bisogna dare un colpo decisivo e arrivare tutti a Parigi con ogni mezzo possibile (automobili condivise, treno, autobus, ecc.). Parigi, perchè è qui che si trova il governo! Aspettiamo tutti, camionisti, autisti di autobus, di taxi, di auto a noleggio, agricoltori, ecc. Tutti!» proclama Eric Drouet, il camionista di Melun, co-iniziatore del movimento ed esponente di punta della mobilitazione. Alla fine questa grande adunata unitaria non avrà luogo, perchè molti gilet gialli preferiscono manifestare localmente, spesso a causa dei costi di trasporto. Soprattutto, la mobilitazione è in forte ribasso. Solo 8.000 manifestanti a Parigi, 106.301 in tutta la Francia distribuiti in 1.600 azioni. Anche se queste cifre provenienti dal governo sottostimano fortemente la realtà della mobilitazione, la tendenza è chiaramente in decrescita. Tuttavia nel movimento molte voci parlano di essere sul punto di raggiungere una vittoria. La cosa più importante, per i gilet gialli, sono le immagini dei Champs-Elisées «tenuti, occupati per tutta una giornata», la testimonianza della «forza del popolo contro i potenti»[1] Così, la sera stessa, viene lanciata, sempre via Facebook, l'appello per una terza giornata d'azione, prevista per il sabato 1 dicembre: «Atto 3: Macron si dimette!» con due rivendicazioni: «Aumento del potere di acquisto e annullamento delle tasse sul carburante».
Tutti i giornalisti, i politici e altri «sociologi» mettono in evidenza la natura inedita del movimento: spontaneo, fuori da ogni quadro sindacale o politico, proteiforme, organizzato essenzialmente attraverso le reti social, relativamente di massa, globalmente disciplinato, che evita generalmente le distruzioni e gli scontri, ecc. Il movimento è qualificato, sulle colonne dei giornali e sugli schermi televisivi, di “UFO” sociologico.
La collera contro gli attacchi del governo!
Iniziato da alcuni conducenti di TIR, questo movimento mobilita, come scrive il suo iniziatore Eric Drouet, “camionisti, autisti di autobus, di taxi, di auto a noleggio, agricoltori”, ma non solo. Numerosi piccoli imprenditori, “massacrati dalle tasse”, sono presenti. Operai salariati, precari, disoccupati e pensionati, indossano il gilet giallo e costituiscono la parte più consistente. “I gilet gialli sono la Francia degli impiegati, dei cassieri dei supermercati, dei tecnici, delle baby sitter, che vogliono difendere il modo di vivere che essi si sono scelti: vivere fuori città, nella calma, con vicini di casa che li accolgono, in un villino con giardino, e per i quali aumentare le spese di trasporto con l’aumento delle tasse sul gasolio, è un po’ come rimettere in causa il loro spazio privato” analizza Vincent Tiberi. Secondo questo professore di Scienze Politiche di Bordeaux, i gilet gialli non “rappresentano solo la Francia periferica, la Francia dei dimenticati. Essi rappresentano innanzitutto quello che il sociologo Olivier Schwartz chiama ceto medio. Quelli che lavorano, pagano le tasse e guadagnano troppo per avere sussidi statali ma non abbastanza per vivere bene[cf1] ”[2].
In realtà l’ampiezza di questa mobilitazione testimonia prima di tutto l’immensa collera che pervade le viscere della società, e in particolare nella classe operaia, di fronte alla politica di austerità del governo Macron. Ufficialmente, secondo l’Osservatorio francese della congiuntura economica, il reddito netto annuale delle famiglie (cioè quello che resta dopo tasse e contributi) è diminuito di 480 euro in media fra il 2008 e il 2016. E questa non è che una piccolissima parte degli attacchi subiti dalla classe operaia. A questo aumento generalizzato delle tasse di ogni tipo si aggiungono l’aumento della disoccupazione, l’estensione della precarietà degli impieghi, compreso tra gli statali, l’inflazione che tocca in particolare i generi di prima necessità, gli inaccessibili prezzi degli affitti, ecc. La pauperizzazione si aggrava inesorabilmente e, con essa, la paura del futuro. Ma, più ancora, quello che alimenta questa immensa collera, secondo i gilet gialli, è il “sentimento di essere disprezzati”.[3]
E’ questo sentimento dominante di essere «disprezzati», ignorati dai governanti, la voglia di essere ascoltati e riconosciuti da quelli « che stanno in alto », per riprendere la terminologia dei gilet gialli, che spiega i mezzi d’azione scelti: essere visti portando dei gilet gialli fluorescenti, bloccando le strade, andando al Senato o all’Eliseo sotto le finestre dei grandi borghesi, oppure occupando “la più bella strada del mondo”.[4]
I mezzi di comunicazione e il governo mettono avanti le distruzioni e le violenze per far credere che ogni lotta contro il carovita e la degradazione delle condizioni di esistenza degli sfruttati non può portare che al caos e all’anarchia con atti di violenza cieca e col vandalismo. I mezzi di comunicazione al servizio della borghesia, specialisti nella mistificazione, vogliono far credere che i gilet gialli sono degli “estremisti” che vogliono anche “scontrarsi con la polizia”[5]. Sono state soprattutto le forze di repressione che hanno aggredito e provocato! A Parigi, il 24 novembre, i lanci di candelotti lacrimogeni sono stati incessanti, come le cariche dei celerini su gruppi di uomini e donne che camminavano pacificamente sugli Champs-Elisées. D’altra parte ci sono state pochissime vetrine rotte[6], al contrario di quanto avvenuto durante i festeggiamenti per la vittoria ai campionati del mondo di calcio quattro mesi prima nella stessa zona. Anche se alcuni gilet gialli mascherati erano degli esagitati che volevano scontarsi con le forze dell’ordine (black bloc o estremisti di destra), la grande maggioranza non vuole rompere o distruggere. Non vogliono essere dei vandali, ma solamente dei cittadini “rispettati” ed “ascoltati”. E’ per questo che l’appello all’”Atto3” mette avanti che “ bisogna farlo in maniera pulita. Nessun vandalismo e 5 milioni di francesi a manifestare.” Ed ancora “Per rendere sicuri i nostri prossimi appuntamenti proponiamo di organizzare dei gilet rossi che avranno la responsabilità di espellere i vandali dalle nostre fila. Soprattutto non bisogna mettersi la popolazione contro. Curiamo la nostra immagine”.
Un movimento di «cittadini», interclassista…
Per contro, il movimento dei gilet gialli ha un punto in comune, rivelatore, con la celebrazione della vittoria della squadra francese ai campionati mondiali di calcio: la presenza diffusa della bandiera tricolore e di quelle regionali, dell’inno nazionale cantato regolarmente, della fierezza palpabile di essere il «popolo francese». Un “popolo francese che, unito, sarebbe capace di far cedere i potenti. Il riferimento in molte teste è alla Rivoluzione francese del 1789 o anche alla resistenza del 1939-45.[7]
Questo nazionalismo spinto, questo riferimento al «popolo», questa implorazione indirizzata ai potenti, rivelano la natura reale di questo movimento. La grande maggioranza dei gilet gialli sono dei lavoratori o pensionati impoveriti, ma essi sono là in quanto cittadini del “popolo di Francia” e non in quanto membri della classe operaia. Si tratta molto chiaramente di un movimento interclassista in cui sono mescolati tutte le classi e strati non sfruttatori della società. Si ritrovano insieme operai (lavoratori, disoccupati, pensionati, precari) e piccolo borghesi (artigiani, professionisti, piccoli imprenditori, agricoltori ed allevatori). Una parte della classe operaia si è mobilitata a rimorchio degli iniziatori del movimento (padroncini, autisti di camion, di taxi, di ambulanze). Nonostante la legittima collera dei gilet gialli, tra i quali ci sono molti proletari che non arrivano alla fine del mese, questo movimento non è un movimento della classe operaia. E’ un movimento che è stato lanciato da piccoli padroni arrabbiati per l’aumento del prezzo del carburante. Come testimoniano queste parole del conducente di Tir che ha iniziato il movimento: “Aspettiamo tutti, camionisti, autisti di autobus, di taxi, di auto a noleggio, agricoltori, ecc. Tutti!” “Tutti” e “tutto il popolo francese” dietro camionisti gli autisti dei taxi, gli agricoltori, ecc. Gli operai si ritrovano là diluiti nel “popolo”, atomizzati, separati gli uni dagli altri come altrettanti individui-cittadini, mescolati con i piccoli padroni (di cui molti fanno parte dell’elettorato del Rassemblement Nationale – l’ex Fronte Nazionale – di Marine Le Pen).
Il terreno marcio su cui un gran numero di proletari, fra i più impoveriti, si è imbarcato non è quello della classe operaia! In questo movimento “apolitico” e “antisindacale”, non c’è nessun appello allo sciopero e alla sua estensione in tutti i settori! Nessun appello per assemblee generali sovrane nelle fabbriche per discutere e riflettere assieme sulle azioni da compiere per sviluppare e unificare la lotta contro gli attacchi del governo! Questo movimento di rivolta “cittadina” è una trappola per annegare la classe operaia nel “popolo di Francia”, dove tutte le cricche borghesi si ritrovano come “sostenitori” del movimento. Da Marine Le Pen a Olivier Besancenot, passando per Melenchon e Laurent Wauquiez, [8] “tutti” stanno là, dall’estrema destra all’estrema sinistra del capitale, per sostenere questo movimento interclassista, col suo veleno nazionalista.
… con il sostegno di tutte le cricche borghesi
E’ in effetti proprio la natura interclassista del movimento dei gilet gialli che spiega perchè Marine Le Pen saluta un «movimento legittimo » del « popolo francese »; perché Nicolas Dupont-Aignan, presidente di Debout la France (Francia in piedi), sostiene questo movimento: “Bisogna bloccare tutta la Francia (…) è necessario che la popolazione francese dica a questo governo: ora basta!”; perché Laurent Wauquiez qualifica i gilet gialli delle “persone degne, determinate e che chiedono solo che si ascolti le difficoltà della Francia che lavora”; perché il deputato Jean Lassalle, capo di “Resistiamo”, è uno degli esponenti del movimento e fa mostra del suo gilet giallo all’Assemblea Nazionale (il Parlamento) come per le strade. La destra e l’estrema destra riconoscono nei gilet gialli un movimento che non mette in pericolo il sistema capitalista. Ci vedono soprattutto un mezzo molto efficace per indebolire il loro principale concorrente alle prossime elezioni, la cricca di Macron, la cui autorità e capacità di gestire la pace sociale sono messe a dura prova.
Per quanto riguarda la sinistra e l’estrema sinistra, queste denunciano l’intervento della destra e dell’estrema destra, rigettano i “fasci che inquinano il movimento”, e sostengono anche esse, più o meno apertamente, il movimento. Dopo un primo momento di incertezza, Jean-Luc Melenchon, capo di “La Francia che non si sottomette”, ci mette ora tutta la sua energia, salutando “Il movimento in giallo”, movimento “popolare” e “di massa”. E ci si ritrova come un pesce nell’acqua, lui e la sua “Francia che non si sottomette”, le sue bandiere bleu-bianco-rosse, la sua sciarpa tricolore esibita ad ogni occasione, e la sua volontà di “federare il popolo contro l’oligarchia” attraverso le urne.
Il sostegno di tutti i lati dello scacchiere politico borghese[9] e soprattutto della destra e dell’estrema destra, dimostra che il movimento dei gilet gialli non ha una natura proletaria e non ha niente a vedere con la lotta di classe! Se tutti questi partiti dell’apparato politico della borghesia utilizzano i gilet gialli per indebolire Macron, sperando di averne vantaggi elettorali, è perché sanno che questo movimento non rafforza in niente la lotta del proletariato contro il suo sfruttamento e la sua oppressione[10].
In questo tipo di movimento interclassista il proletariato non ha niente da guadagnare perchè è sempre la piccola borghesia che dà il suo colore al movimento (d’altra parte il giallo è sempre stato il colore dei crumiri!). Non a caso fra gli otto portavoce che sono stati designati il 26 novembre, si conta una schiacciante maggioranza di piccoli padroni o di auto-imprenditori.
Così, sono gli obiettivi della piccola borghesia, le sue parole d’ordine, i suoi metodi di lotta che prevalgono su tutti. Apparentemente questo strato sociale manifesta una grandissima radicalità. Poiché essa è schiacciata, declassata dal Capitale, la sua collera può esplodere violentemente, denunciando l’ingiustizia e anche la barbarie della grande borghesia e del suo Stato. Ma al fondo quello a cui essa aspira è di poter essere “riconosciuta”, di non essere “disprezzata” da quelli che stanno “in alto”, o, meglio, per alcuni dei suoi membri, essa sogna di elevarsi verso gli strati superiori della borghesia, e per arrivare a questo bisogna che i loro affari fioriscano. Ecco quello che spiega le sue rivendicazioni attraverso il movimento dei gilet gialli: un gasolio meno caro e meno tasse perché le loro imprese funzionino e si sviluppino, azioni di blocco stradale con la veste gialla per essere vista ed onorata, una focalizzazione sulla persona di Macron (“Macron dimissiona!”) che simbolizza la voglia di essere Califfo al posto del Califfo, e una occupazione della “strada più bella del mondo”, vera vetrina del lusso capitalista.
Questo movimento dei gilet gialli è anche intriso, anche se non in maniera massiccia, dall’ideologia del populismo. Un movimento “inedito”, “proteiforme” che si dice contro i partiti politici, che denuncia l’inerzia dei sindacati e… sostenuto fin dall’inizio da Martine Le Pen! Non è per un caso sfortunato, o il frutto di un piccolo gruppo di individui in controcorrente rispetto al movimento, se il 20 novembre, dei gilet gialli, scoprendo dei migranti nascosti in un’autocisterna, li hanno denunciati alla polizia. Alcuni manifestanti volevano salvare questi migranti che rischiavano la loro vita o di essere imprigionati, ma altri li hanno scientemente fermati. Gli atteggiamenti di certi gilet gialli al momento degli arresti filmati e diffusi danno la nausea: “Hai il sorcio in culo!”, “Che banda di inculati!”, “Questi vanno ancora a carico delle nostra tasse!”, ecc.
L’ampiezza di questo movimento interclassista si spiega con la difficoltà della classe operaia ad esprimere la sua combattività a causa di tutte le manovre sindacali di sabotaggio delle lotte (come si è visto recentemente con il lungo sciopero a singhiozzo alla SNCF [ferrovie, ndt]). E’ per questo che il malcontento contro i sindacati che esiste in seno alla classe operaia è stato recuperato da quelli che hanno lanciato il movimento. Quello che molti dei sostenitori del movimento vogliono far passare è che i metodi della lotta dei proletari (sciopero, assemblee generali sovrani e manifestazioni di massa, comitati di sciopero…) non portano a niente. Bisogna quindi avere fiducia ora nei piccoli padroni (che protestano contro le tasse e l’aumento delle imposte) per trovare altri metodi di lotta contro il carovita e radunare tutto il “popolo di Francia”!
Molti operai con i gilet gialli rimproverano i sindacati perchè «non fanno il loro lavoro». Ed allora si vede la CGT tentare di recuperare chiamando a una nuova “giornata di azione” per il 1 dicembre. Si può essere certi che la CGT e gli altri sindacati faranno ancor “il loro lavoro” di inquadramento della combattività operaia per impedire ogni movimento spontaneo su un terreno di classe.
I proletari devono difendere la loro autonomia di classe e non contare che su se stessi!
Molti operai si sono mobilitati contro la povertà, gli attachi economici incessanti, la disoccupazione, la precarietà del lavoro… Ma congiungendosi con i gilet gialli questi operai si sono momentaneamente smarriti, si sono messi a rimorchio di un movimento che porta in un vicolo cieco.
La classe operaia deve difendere le sue condizioni di vita sul proprio terreno, come classe autonoma, contro la sacra unione di tutti gli « anti-Macron” che manipolano la collera dei gilet gialli per arraffare il massimo di voti alle elezioni! Essa non deve delegare ed affidare la sua lotta né a degli strati sociali reazionari, né ai partiti che dicono di volerla sostenere, né ai sindacati che sono i suoi falsi amici. Tutto questo “bel mondo”, ognuno con il proprio credo, occupa e controlla il terreno sociale per impedire che si affermi la lotta di classe autonoma dei proletari.
Quando la classe operaia si afferma come classe autonoma sviluppando una lotta di massa, sul suo terreno di classe, essa trascina dietro di sè una parte sempre più larga della società, dietro i suoi metodi di lotta e le sue parole d’ordine unitarie, dietro il proprio progetto rivoluzionario di trasformazione della società. Nel 1980, in Polonia, un immenso movimento di massa partì dai cantieri navali di Danzica in seguito all’aumento dei generi di prima necessità. Per affrontare il governo e farlo ritornare indietro, gli operai si erano uniti, si erano organizzati in quanto classe di fronte alla borghesia “rossa” e al suo Stato stalinista[11]. Gli altri strati della popolazione si erano largamente aggiunti a questa lotta di massa della classe sfruttata.
Quando il proletariato sviluppa la sua lotta, sono le assemblee generali di massa, sovrane ed aperte a tutti, che sono al centro del movimento, luoghi in cui i proletari possono organizzarsi, riflettere sulle parole d’ordine unitarie, sull’avvenire. Allora non c’è spazio per il nazionalismo, ma, al contrario, i cuori vibrano per la solidarietà internazionale perché “I proletari non hanno patria”[12]. Gli operai devono dunque rifiutare di cantare la marsigliese e di sbandierare il tricolore, la bandiera dei versagliesi che assassinarono 30.000 proletari al momento dell’insurrezione della Comune di Parigi nel 1871!
Oggi la classe sfruttata ha una difficoltà a riconoscersi come classe, e come la sola forza della società capace di sviluppare un rapporto di forze a suo favore di fronte alla borghesia. La classe operaia è la sola classe della società capace di offrire un avvenire all’umanità, sviluppando le sue lotte, sul suo proprio terreno, al di là di ogni divisione corporativa, settoriale e nazionale. Oggi, i proletari ribollono di collera, ma essi non sanno come lottare per difendere le loro condizioni di esistenza di fronte agli attacchi crescenti della borghesia. Essi hanno dimenticato le loro esperienze di lotta, la loro capacità di unirsi e di organizzarsi senza aspettare le indicazioni dei sindacati.
Nonostante la difficoltà del proletariato a ritrovare la sua identità di classe, l’avvenire appartiene sempre alla lotta di classe. Tutti quelli che hanno coscienza della necessità della lotta proletaria devono cercare di raggrupparsi, discutere, tirare le lezioni degli ultimi movimenti sociali, ritornare sulla storia del movimento operaio e di non cedere alle sirene, in apparenza radicali, delle mobilitazioni “dei cittadini”, “popolari” e interclassiste della piccola borghesia!
“L’autonomia del proletariato di fronte a tutte le altre classi della società è la condizione fondamentale per l’estensione della sua lotta verso il fine rivoluzionario. Tutte le alleanze, ed in particolare quelle con frazioni della borghesia, non possono avere come risultato che il suo disarmo davanti al proprio nemico, nella misura in cui gli fa abbandonare il solo terreno in cui esso possa temprare le sue forze: il suo terreno di classe.” (Piattaforma della CCI)[13]
Révolution Internationale, Organo di stampa della CCI in Francia, 25 novembre 2018
[1]. Testimonianza raccolta dai militanti della CCI sugli Champs-Elisées.
[2] “I gilet gialli, un movimento inedito per la Francia”, Le Parisien, 24 novembre 2018.
[3] Questa idea è onnipresente sulle reti social.
[4] Così vengono chiamati gli Champs-Elisées.
[5] Bisogna precisare che, in generale, non è in maniera diretta che viene fatto passare questo messaggio, ma in maniera “subliminale” : su BFM-TV, per esempio, mentre i giornalisti e gli esperti insistono sul fatto che bisogna distinguere « i veri gilet gialli » dai “casseurs” [i vandali di professione, ndr], sullo schermo passano le immagini delle distruzioni sugli Champs Élysées.
[6] I danneggiamenti sono soprattutto legati alla fabbricazione di barricate improvvisate con gli arredi urbani e ai proiettili tirati dalla polizia.
[7] Sugli Champs-Élysées, si è anche potuto sentire un gilet giallo affermare che «bisogna fare con Macron come la Resistenza fece con le truppe tedesche, perseguitarlo fino a che non se ne va”.
[8] Olivier Besancenot è un esponente del NPA, Nuovo Partito Anticapitalista; Jean-Luc Melenchon è il fondatore del Partito di Sinistra; Laurent Wauquiez è il presidente del Partito Repubblicano.
[9] Compreso l’NPA e la trotskysta LO (Lutte Ouvrière).
[10] Solo il mondo sindacale ha fortemente criticato i gilet gialli, probabilmente solo perchè una gran parte di questi rigetta ogni controllo sindacale.
[11] Vedere il nostro articolo nella Rivista Internazionale n° 6, “Note sullo sciopero di massa” https://it.internationalism.org/content/note-sullo-sciopero-di-massa [44]
[12] Uno dei principali slogan degli Indignati nel 2011 era « Da piazza Tahrir alla Puerta del sol » [dalla Turchia alla Spagna], sottolineando così il sentimento dei manifestanti spagnoli di sentirsi legati a quelli che, rischiando la loro vita, si erano mobilitati qualche settimana prima nei paesi arabi,.
[13] Piattaforma della CCI, https://it.internationalism.org/piattaforma [45]
Collegamenti
[1] https://it.internationalism.org/tag/4/84/iran
[2] https://it.internationalism.org/tag/vita-della-cci/risoluzioni-del-congresso
[3] https://it.internationalism.org/tag/2/24/marxismo-la-teoria-della-rivoluzione
[4] https://it.internationalism.org/tag/3/43/comunismo
[5] https://en.internationalism.org/icconline/201803/15049/leaflet-group-yeryuzu-postasi-turkish-military-assault-afrin-international-st
[6] https://it.internationalism.org/cci/201601/1351/migranti-e-rifugiati-vittime-del-capitalismo-parte-i
[7] https://it.internationalism.org/cci/201607/1362/migranti-e-rifugiati-vittime-del-capitalismo-parte-ii
[8] https://it.internationalism.org/content/1364/migranti-e-rifugiati-vittime-del-capitalismo-parte-iii
[9] https://it.internationalism.org/cci/201708/1394/migranti-e-rifugiati-vittime-del-capitalismo-parte-iv
[10] https://it.internationalism.org/tag/3/48/guerra
[11] https://it.internationalism.org/tag/vita-della-cci/riunioni-pubbliche
[12] https://en.internationalism.org/node/3624
[13] https://fr.internationalism.org/rinte80/debord.htm
[14] https://it.internationalism.org/tag/storia-del-movimento-operaio/1968-maggio-francese
[15] https://it.internationalism.org/node/1416
[16] https://en.internationalism.org/node/625
[17] https://fr.internationalism.org/node/1444
[18] https://it.internationalism.org/30_anni
[19] https://en.internationalism.org/ir/065/marc-01
[20] https://en.internationalism.org/ir/066/marc-02
[21] https://es.internationalism.org/revista-internacional/200608/1051/revista-internacional-n-65-2-trimestre-1991
[22] https://fr.internationalism.org/node/913
[23] https://en.internationalism.org/ir/122_conferences
[24] https://es.internationalism.org/revista-internacional/200509/114/rev-internacional-n-122-3er-trimestre-2005
[25] https://fr.internationalism.org/node/799
[26] https://it.internationalism.org/rint/27_polem_bipr
[27] https://it.internationalism.org/tag/2/29/lotta-proletaria
[28] https://it.internationalism.org/cci/201612/1372/sul-problema-del-populismo
[29] https://it.internationalism.org/cci/201602/1354/risoluzione-sulla-situazione-internazionale
[30] https://it.internationalism.org/cci/201707/1387/italia-il-populismo-non-e-una-risposta-ai-problemi-dei-lavoratori
[31] https://en.internationalism.org/icconline/201607/14011/growing-difficulties-bourgeoisie-and-working-class
[32] https://www.facebook.com/salviniofficial/videos/10155498209483155/
[33] https://it.internationalism.org/tag/4/75/italia
[34] https://it.internationalism.org/tag/situazione-italiana/politica-della-borghesia-italia
[35] https://fr.internationalism.org/content/9636/racialisme-premiere-partie-dou-vient-il-et-qui-sert-il
[36] https://it.internationalism.org/tag/4/70/francia
[37] https://it.internationalism.org/content/militarismo-e-decomposizione
[38] https://it.internationalism.org/content/1410/risoluzione-sulla-lotta-di-classe-internazionale
[39] https://it.internationalism.org/tag/4/83/medio-oriente
[40] https://it.internationalism.org/tag/3/49/imperialismo
[41] https://it.internationalism.org/files/it/locandina_rp_bicentenario_marx.pdf
[42] https://www.marxists.org/francais/riazanov/works/1923/00/confession.htm#sdfootnote1anc
[43] https://en.internationalism.org/ir/109_functioning
[44] https://it.internationalism.org/content/note-sullo-sciopero-di-massa
[45] https://it.internationalism.org/piattaforma