L'impossibile unità europea

L'Europa
Unita, capace di eliminare le frontiere nazionali per cui sono caduti milioni
di uomini nell'ultimo secolo, è davvero a portata di mano, come suggeriscono i
vari movimenti europeisti? Il trattato di Maastricht appena andato in vigore
cambierà davvero qualcosa? Lo spettacolo pietoso dei paesi CEE incapaci perfino
di trovare una soluzione unitaria per il caos jugoslavo (che pure è alle porte
dell'Europa) la dice lunga sulla natura utopica di un simile progetto. D'altra
parte il fallimento dello SME costituisce un esempio vivissimo di quanto sia
ancora attuale quel progetto di costruzione di una "unità europea"
che doveva, secondo i suoi difensori, essere un esempio della capacità del
capitalismo di instaurare una cooperazione economica, politica e sociale.
Questo non toglie che la borghesia tornerà ancora in futuro a tirare fuori la
storia dell'unità europea, cercando in particolare di utilizzare le campagne europeiste
per polarizzare le preoccupazioni della classe operaia su un problema che le è
estraneo, dividendola su un falso dibattito.

E' dunque
necessario dimostrare che tutte le chiacchiere sull'unità europea servono solo
a preparare la strada a nuove alleanze militari in vista del confronto armato,
sbocco ultimo della crisi capitalista.

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I differenti
progetti di unificazione europea sono spesso presentati come tappe verso la
creazione della nuova "Nazione Europa" capace di avere un notevole
peso economico e politico nel mondo. Una simile idea ha avuto una grande
popolarità, tanto più che settori interi della borghesia se ne sono fatti
portavoce entusiastici, parlando di "Stati Uniti d'Europa", sull'esempio
degli Stati Uniti d'America.

L'IMPOSSIBILITA'
DI UNA NUOVA NAZIONE VITALE NELLA DECADENZA DEL CAPITALISMO

Gli Stati
Uniti di Europa oggi sono un'utopia e chi afferma il contrario non prende in
considerazione i due presupposti indispensabili alla loro realizzazione. Il
primo fattore è di carattere generale ed è che la formazione di nuove nazioni
può avvenire solo in periodi storici particolarmente favorevoli e questo non lo
è. Il secondo fattore è quello della violenza necessaria ad un simile processo,
che non può essere portato a termine grazie alla "buona volontà dei
governi" o "le aspirazioni dei popoli", qualsiasi cosa dica la
propaganda borghese. L'esistenza stessa della borghesia è legata alla proprietà
(privata o statale che sia) e la nascita di uno Stato comporta necessariamente
l'espropriazione violenta di alcune frazioni nazionali borghesi da parte di
altre. E' d'altronde sufficiente dare uno sguardo alla storia della nascita
delle nazioni dal Medio Evo ai giorni nostri per rendersene conto.

Nel Medio Evo
la situazione sociale, economica e politica è stata così descritta da Rosa Luxemburg:
"Durante il Medio Evo, quando il feudalesimo dominava, i legami tra le
parti e regioni di uno stesso Stato erano estremamente deboli. Così, ogni città
importante produceva con il suo circondario cittadino la maggioranza delle
merci di cui aveva bisogno; analogamente aveva le sue leggi, il suo governo, le
sue milizie; le città più grandi e ricche dell'occidente a volte conducevano
per conto proprio delle guerre e concludevano trattati con potenze straniere.
Ogni comunità di una certa importanza aveva una sua vita isolata ed ogni
porzione del dominio di un signore feudale o anche ognuna delle proprietà di un
semplice cavaliere costituivano un piccolo Stato semi-indipendente" (1).

Ma
all'interno stesso del feudalesimo sono già all'opera le forze che metteranno
all'ordine del giorno il suo superamento: "La rivoluzione nei metodi
produttivi e nelle relazioni commerciali avvenuta alla fine del Medio Evo,
l'aumento dei mezzi di produzione e lo sviluppo di un'economia basata sulla
circolazione del danaro e sul commercio internazionale, assieme alla creazione
degli eserciti permanenti, tutto ciò favorì lo sviluppo del potere monarchico e
l'affermazione dell'assolutismo. La tendenza centrale dell'assolutismo fu la
creazione di un apparato statale centralizzato. Il 16° e 17° secolo
costituiscono il fulcro dello scontro tra la centralizzazione assolutistica ed
i resti del particolarismo feudale" (1). Il processo di costruzione di
Stati moderni centralizzati, cominciato dai monarchi assolutisti, fu portato a
termine dalla borghesia: "L'abolizione delle dogane interne e delle
autonomie, sia fiscali sia giudiziarie, nelle varie municipalità e nelle terre
signorili, furono le prime preoccupazioni della borghesia moderna. Di pari
passo andò la creazione di una possente macchina statale che combinasse tutte
le funzioni: dall'amministrativa sotto controllo del governo centrale alla
legislativa affidata al Parlamento, dalle forze armate unificate sotto il
comando del governo, alle dogane uniformate di fronte ai paesi stranieri, alla
moneta unica valida in tutto il paese, ecc. Analogamente lo Stato moderno ha
uniformato il più possibile l'educazione laica nelle scuole, l'insegnamento
religioso nelle parrocchie, organizzando secondo gli stessi principi l'insieme
dell'apparato statale. In una parola, la tendenza dominante del capitalismo è
la massima centralizzazione possibile" (1).

All'interno
di questo processo di formazione delle nazioni moderne la guerra ha sempre
giocato un ruolo di primo ordine, sia per eliminare le resistenze interne dei
settori retrogradi, sia per delimitare in modo vantaggioso le frontiere
rispetto agli Stati confinanti. La Germania ci offre un buon esempio del ruolo
della violenza nella costituzione di uno Stato forte: dopo aver sconfitto
l'Austria e sottomesso i principi tedeschi, è la vittoria del 1871 contro la
Francia che permette alla Prussia di imporre in modo stabile l'unità tedesca.

Analogamente
la costituzione degli Stati Uniti d'America nel 1776, benché le sue origini non
nascano da una società feudale (le colonie americane conquistarono
l'indipendenza con le armi contro la madrepatria inglese), fornisce
un'ulteriore illustrazione in questo senso: "Il primo nucleo dell'Unione
delle colonie inglesi in Nord America, che erano state fino ad allora l'una
indipendente dall'altra, che differivano tra loro sia politicamente che
socialmente e che avevano interessi per molti versi divergenti, questo primo
nucleo fu creato dalla rivoluzione" (1). Ma bisognò attendere la vittoria
del Nord nella guerra di secessione del 1861 perché venisse a termine la
costruzione di uno Stato moderno dalla forte coesione come sono gli Stati Uniti
oggi: "E' in quanto difensori del centralismo che gli Stati del Nord
agirono, rappresentando così lo sviluppo del grande capitale moderno, del
moderno macchinismo, della libertà individuale e della libertà di fronte alla
legge, cioè i veri e propri caratteri del lavoro salariato, della democrazia e
del progresso borghese" (1).

L'800 vede la
costituzione di nuove nazioni (Germania, Italia) o la lotta accanita per una
tale costituzione (Ungheria, Polonia). Tutto questo "non è assolutamente
fortuito, ma corrisponde alla spinta esercitata dall'econo­mia capitalista in
pieno sviluppo che trova nella nazione il quadro più appropriato per il suo
ulteriore sviluppo" (2).

L'entrata del
capitalismo nella sua fase di decadenza, agli inizi del secolo, impedisce ormai
l'emergere di nuove nazioni capaci di inserirsi come validi concorrenti nella
pattuglia dei paesi più industrializzati (3). Non a caso le sei maggiori
potenze industriali negli anni '80 (Usa, Giappone, Russia, Germania, Francia e
Inghilterra) sono le stesse sei dall'inizio del secolo. Nel contesto della
decadenza del capitalismo e della competizione imperialista per mercati ormai
saturi di merci, le nazioni arrivate in ritardo sull'arena mondiale tendono a
restare sempre più in ritardo rispetto al plotone di testa. Marx sottolineava
già nell'800 l'antagonismo permanente che esiste fra tutte le frazioni
nazionali della borghesia: "La borghesia vive in uno stato di guerra permanente:
prima contro l'aristocrazia, poi contro quelle frazioni della stessa borghesia
i cui interessi contrastano con il progresso dell'industria, sempre contro la
borghesia di tutti i paesi stranieri" (4). Se la contraddizione con le
resistenze feudali è stata ormai liquidata dal capitalismo, quella fra le
diverse nazioni borghesi non ha fatto che esacerbarsi nella fase di decadenza.
Basta questo a mostrare il carattere ipocrita e menzognero di tutte le
chiacchiere sulla unione pacifica di diversi paesi.

Tutte le
nazioni che nasceranno in questa fase, come per esempio la Jugoslavia (28
settembre 1918), risulteranno da modifiche di frontiere, da spezzettamenti di
paesi sconfitti durante le guerre mondiali, e si troveranno quindi del tutto
prive degli attributi necessari ad una grande nazione.

La fase
attuale ed ultima della decadenza, quella della decomposizione della società,
non solo è sfavorevole alla nascita di nuove nazioni, ma addirittura spinge
alla disgregazione quelle dotate di minore coerenza. L'URSS è esplosa per
questo e la sua esplosione ha agito come moltiplicatore di dissociazione in
tutto l'Est europeo, dalla Cecoslovacchia alla Jugoslavia.

Poiché
l'Europa non si è costituita in nazione alla fine dell'800, quando la nascita
di nuove nazioni era ancora possibile, è del tutto impossibile che ci riesca
adesso. Tuttavia, vista l'importanza dell'area - la più forte concentrazione
industriale del mondo - è inevitabile che essa sia il teatro in cui si annodano
e si sciolgono le alleanze imperialiste determinanti nel rapporto di forze
internazionale. Così, dalla fine della II guerra mondiale fino al crollo
dell'Est, l'Europa ha costituito la prima linea di fronte al blocco russo.
Ancora oggi, dopo la disgregazione dell'ormai inutile blocco occidentale,
l'Europa è il teatro principale del confronto fra Stati Uniti e Germania, i
capifila dei futuri blocchi imperialisti, se arriveranno a costituirsi. A
questa rete di alleanze imperialiste si sovrappone (ed a volte si contrappone)
la mutevole rete di alleanze economiche contro la concorrenza di altri paesi.

L'EUROPA:
UNO STRUMENTO DELL'IMPERIALISMO AMERICANO

Dopo la II
guerra mondiale, l'Europa - semi distrutta - rischiava di cadere nelle mani
dell'imperialismo russo. Per gli Usa era vitale sostenerla per renderla meno
vulnerabile: il piano Marshall, votato nel 1948 e che prevedeva per il periodo
1948-1952 un aiuto di 17 miliardi di dollari, fu lo strumento di cui
l'imperialismo Usa si servì per raggiungere i suoi obiettivi (5). La sua
attuazione fu una delle pedine mosse in quegli anni dai due capifila
imperialisti per costituire i loro blocchi. Nello stesso 1948 il blocco
occidentale mette a segno la rottura della Jugoslavia con Mosca, il che
impedisce la costituzione di una Federazione Balcanica filorussa assieme alla
Bulgaria ed all'Albania, e la creazione del Patto di Assistenza di Bruxelles,
che lega militarmente gli Stati del BENELUX, la Francia e la Gran Bretagna.
Questo patto si trasformerà l'anno successivo nel Patto Atlantico, che porterà
infine alla creazione della NATO nel 1950. Nel frattempo la Russia non dorme:
dà inizio alla "guerra fredda" con il blocco di Berlino ed il colpo
di stato filorusso in Cecoslovacchia (1948), costituisce nel 1949 il COMECON
(Consiglio di assistenza economica) fra i paesi del suo blocco. Dall'Europa la
polarizzazione dilaga nel resto del mondo: tanto per fare un esempio, dal 1946
al 1954 si svolge il primo round del confronto indocinese che terminerà con la
disfatta delle truppe francesi a Dien Bien Phu.

Il piano
Marshall funge da collante per i paesi beneficiari e la struttura che lo
gestisce, l'"Organizzazione Europea di Cooperazione Economica", è
l'antesignana di tutti gli "accordi" che la seguiranno. Tuttavia sono
le necessità imperialistiche a dettare questi accordi ed in particolare quello
della "Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio" (Ceca). "Il
partito europeista animato da Robert Shumann si afferma nel 1949-50, nel
momento in cui più si teme un'offensiva dell'URSS, e in cui si desidera rafforzare
la capacità di resistenza europea, mentre contemporaneamente si varano sul piano
politico il Consiglio di Europa e la Nato. Così si precisa il disegno di
superare i particolarismi e di procedere verso la messa in comune delle grandi
risorse europee, che sono alle basi della sua potenza, e cioè il carbone e
l'acciaio" (6). E' così che nel 1952 nasce la Ceca, mercato comune per il
carbone e l'acciaio tra Francia, Germania, Italia e BENELUX. Benché questa
nuova comunità sia più autonoma della OECE, la sua funzione essenziale è ancora
il rafforzamento economico - e dunque politico - della prima linea occidentale
di fronte al blocco russo. Il fatto che la Gran Bretagna non faccia parte della
Ceca non costituisce un indebolimento di questa vista la posizione geografica
della Gran Bretagna e il suo forte legame con gli Usa.

La creazione
della CEE (Comunità Economica Europea) nel 1957, con lo scopo di arrivare
"alla soppressione graduale dei diritti di dogana, all'armonizzazione
delle politiche monetarie, finanziarie e sociali, alla libera circolazione
della mano d'opera ed al libero gioco della concorrenza" (6) costituisce
un'altra tappa del processo di rafforzamento della coesione del blocco
occidentale. Anche se, in prospettiva, essa costituisce un potenziale
concorrente degli Usa, la CEE è in un primo momento uno stimolo al loro
sviluppo economico: "L'Europa costituisce il luogo privilegiato
degl'investimenti economici americani che, dopo il 1950, si sono moltiplicati
di 15 volte. Il movimento dei capitali è rimasto relativamente modesto fino al
1957 (anno di creazione della CEE, ndr), per accelerare in seguito. La
creazione del mercato continentale europeo portò gli americani a modificare la
loro strategia per diversi motivi: la creazione di un sistema comunitario di
tariffe rischiava di escluderli; i vecchi investimenti rischiavano di essere
superati perché, all'interno di un mercato unificato risultava, tanto per fare
un esempio, più vantaggioso investire in Italia o in Belgio, in termini di
manodopera, tasse o sovvenzioni statali. Infine e soprattutto il nuovo mercato
europeo rappresentava un insieme paragonabile agli Usa in popolazione, potenza
industriale e, a medio termine, in livello di vita e presentava dunque delle
potenzialità di vendita da non sottovalutare" (6).

In effetti lo
sviluppo economico dell'Europa fu tale (nel corso degli anni '60 diventò la
prima potenza industriale del mondo) che i suoi prodotti diventarono
concorrenti diretti di quelli americani. Ma la somma statistica delle varie
economie non significava affatto unità economica o politica, resa impossibile
dai contrastanti interessi economici. Tanto per fare un esempio la Germania
richiedeva un allargamento della CEE e maggiori scambi con gli Usa perché aveva
bisogno di collocare le sue eccedenze di merci, mentre la Francia si batteva
per una CEE più chiusa per proteggere la sua industria dalla concorrenza
internazionale. Lo scontro fra la Francia e gli altri paesi si polarizza sulle
reiterate domande di ammissione dell'Inghilterra che fino ad allora non aveva
voluto aderire. Il governo De Gaulle, per scrollarsi di dosso la tutela
americana, sosteneva che non poteva partecipare alla Comunità un paese che
avesse relazioni "privilegiate" con gli Usa.

Così,
"la CEE fu un successo molto relativo e non riuscì ad imporre una
strategia comune. Il fallimento dell'EURATOM, nel 1969-70, ed il mezzo successo
dell'aereo europeo Concorde, sono lì a testimoniarlo" (6). Tutto questo
non deve sorprenderci nella misura in cui una strategia comune ed autonoma
dell'Europa sul piano politico e in buona parte su quello economico, si sarebbe
necessariamente scontrata con i limiti imposti dalla disciplina del blocco
dominato dagli Usa.

Con il crollo
del blocco avversario dell'Est questa disciplina è scomparsa provocando la
dissoluzione, nei fatti, del blocco occidentale che era tenuto insieme dalla
necessità di opporsi all'imperialismo russo. Il solo fattore di coesione
attuale dell'Europa è di ordine economico, e cioè la necessità di accordarsi in
qualche modo contro la concorrenza americana e giapponese. Ma questo fattore di
coesione di per sè stesso è troppo debole per resistere alle tensioni
imperialiste crescenti che attraversano e dilaniano l'Europa.

L'EUROPA:
TERRENO DI LOTTA PER IL PREDOMINIO DA PARTE DEI GRANDI IMPERIALISMI

Gli accordi
economici che sono alla base della CEE affermano il libero scambio all'interno
della comunità, con tuttavia delle clausole che permettono ai vari paesi di
proteggere almeno in parte certi settori della loro produzione. Di pari passo
si sviluppano le misure protezionistiche, aperte o dissimulate, contro i paesi
estranei alla CEE. In effetti gli accordi non mirano tanto ad eliminare la
concorrenza fra i paesi europei, quanto a combattere la concorrenza Usa e giapponese.
Ne sono una testimonianza gli ostacoli ipocriti messi all'importazione di auto
giapponesi, per proteggere l'industria automobilistica europea. Così come ne è
testimonianza (sull'altro fronte) l'accanimento con cui gli Usa cercano di
incrinare il fronte europeo durante i negoziati GATT, riuscendovi, tra l'altro,
nella faccenda delle sovvenzioni all'agricoltura.

Al di là di
queste misure strettamente economiche ne esistono altre, allo stato di progetto
o già in vigore, il cui scopo evidente è quello di rafforzare i legami fra i
vari paesi. Così, per "proteggersi contro l'immigrazione di massa" e
contemporaneamente contro "i fattori di destabilizzazione interna",
sono stati approvati gli accordi di Schengen, firmati da Francia, Germania,
Italia, Belgio, Lussemburgo ed Olanda, cui si sono poi aggiunti Spagna e
Portogallo.

Il
significato di questi accordi non è tanto economico quanto politico perché
rafforzando l'interdipendenza dei paesi membri, aprono la possibilità ad una
maggiore indipendenza rispetto agli Usa. E questa possibilità non è una ipotesi
campata in aria perché fra i paesi firmatari c'è la Germania che è il solo
paese che abbia una possibilità di costituire un nuovo blocco contrapposto agli
Usa. E' per questa ragione che Inghilterra e Olanda, fedeli alleati europei
degli Stati Uniti, si dedicano ad un aperto lavoro di sabotaggio di questi
tentativi di costruzione di un'Europa più "politica".

Le tensioni
interimperialiste escono ancora più allo scoperto quando si tratta di accordi
di cooperazione militare fra i paesi europei che sono in prima linea nel
progetto di resistenza rispetto all'egemonia Usa. La condanna inglese della
creazione della Brigata franco-tedesca, così come la reazione olandese:
"L'Europa non deve essere sottomessa agli accordi franco-tedeschi",
mostrano chiaramente gli schieramenti sul campo. Non a caso gli Usa, al di là
di qualche dichiarazione di pura facciata, si sono sempre opposti al trattato
di Maastricht, e questo nonostante il fatto che i suoi alleati inglesi ed olandesi
siano in grado di paralizzare dall'interno gli accordi grazie al loro diritto
di veto (8).

E' tuttavia
evidente che anche questo ostruzionismo degli alleati degli Usa può arrivare
fino ad un certo punto, pena la loro progressiva emarginazione dagli accordi europei.
Se si arrivasse a tanto, la Comunità Europea si spaccherebbe, con evidenti
danni economici per tutti, ma si accelererebbero i preparativi di costituzione
di un nuovo blocco opposto agli Stati Uniti.

UN TERRENO
PROPIZIO ALLE CAMPAGNE IDEOLOGICHE CONTRO LA CLASSE OPERAIA

Dato che il
"progetto europeo" non è che una favola, che serve solo a mascherare
il processo di costituzione di un nuovo blocco imperialista, la classe operaia
non ha evidentemente niente da guadagnare a scendere in campo a favore di
questo o quell'imperialismo. Vanno quindi rispediti al mittente sia gli appelli
dei nazionalisti "ultrà", che si presentano come i "garanti
dell'integrità nazionale" o anche come i "difensori degli interessi
operai minacciati dall'Europa del capitale", sia gli appelli dei non meno
nazionalisti sostenitori della "casa europea". Fra le menzogne
utilizzate da questi ultimi alcune sono diventate veri e propri slogan della
propaganda borghese.

"L'unità della maggioranza dei paesi
europei porterà la pace nel mondo o almeno in Europa"
. Alla base di
questa stupidaggine c'è l'idea che, se Francia e Germania sono alleate, non
sarà più riproponibile lo scenario della I e II guerra mondiale. Questo sarà
forse possibile (sempre che la Francia non cambi idea all'ultimo momento,
passando al campo Usa), ma non cambia granché. Lo sviluppo di un'unità
politico-militare dell'Europa non significa altro che l'apertura di una
dinamica di formazione di un nuovo blocco imperialista intorno alla Germania.
Se la classe operaia lascia alla borghesia le mani libere per costituire un
nuovo blocco, allora ci sarà una nuova guerra mondiale ed a questo punto da che
parte stiano i francesi non cambierà granché per i proletari.

"Una simile unione permetterebbe agli
europei di evitare le calamità (miseria, fame, massacri etnici) che devastano
la maggioranza degli altri paesi".
Questa idea è complementare a
quella precedente. Da una parte si cerca di far credere che potranno esistere
delle isole felici, non toccate dalla crisi mondiale del capitalismo.
Dall'altra si cerca di martellare nelle teste degli operai che questo miracolo
sarebbe possibile se la classe operaia europea si affidasse alle frazioni
"illuminate" e "lungimiranti" della sua borghesia,
abbandonando al suo destino i proletari degli altri paesi. In una parola se accetta
di sottomettersi alla difesa dei loro interessi nazionali, a sue
spese.

"La classe operaia è in buona parte su
posizioni reazionarie e nazionaliste, visto che si oppone in maggioranza
all'unità europea".
E' vero che, sottoposti alla propaganda borghese,
gli operai si sono fatti spesso trascinare in questo falso dibattito, in
particolare in occasione dei referendum su Maastricht. Ed è ugualmente vero che
non sono stati insensibili ad appelli "in difesa delle loro condizioni di
vita" che nascondevano in modo più o meno velato richiami al nazionalismo
o alla xenofobia vera e propria. Questa è certamente una debolezza da parte dei
lavoratori che sono permanentemente esposti alla pressione dell'ideologia. Ma
alla borghesia non basta spingerli a schierarsi su un falso fronte, deve anche
rinfacciare loro di essersi schierati. E così tutta la repellente schiera di
commentatori, preti e sociologi imperversa su giornali e televisioni a spiegare
che è fra gli operai che si trovano i "nuovi razzisti", in modo da
dividere ulteriormente la classe in "reazionari" e
"progressisti".

Di fronte
alle menzogne sul "superamento delle frontiere" o sulla "Europa
dei popoli", così come di fronte agli appelli alla chiusura nazionalista
per "proteggersi dai costi sociali dell'Unione Europea" gli operai
non hanno nessuna scelta da fare. La loro sola via è quella della lotta
intransigente contro tutte le frazioni della borghesia per la difesa delle loro
condizioni di esistenza e lo sviluppo di una prospettiva rivoluzionaria,
attraverso la crescita della loro solidarietà ed unità internazionale di
classe. La loro sola via di salvezza è la messa in pratica della vecchia e
sempre attuale parola d'ordine del movimento operaio: "Gli operai non
hanno patria. Proletari di tutti i paesi, unitevi!".

    20/2/93               M.

1. Rosa Luxemburg, in "La
questione nazionale".

2. "La lotta del proletariato
nella decadenza del capitalismo. Lo sviluppo di nuove nazioni
capitaliste", in Revue Internationale n.23.

3. Vedi l'articolo "Nazioni nate
morte", Revue Internationale n.69.

4. Il Manifesto Comunista

5. Non a caso l'iniziativa di questo
piano di aiuti "civili" fu il super generale Marshall, capo di Stato
Maggiore dell'esercito Usa durante la II guerra mondiale.

6. "La seconda metà del XX
secolo", libro 6°, pag.241, Pierre Leon, in "Storia economica e
sociale del mondo".

7. Una simile iniziativa mostra come la
Francia (ma anche la Spagna e l'Italia) senta il bisogno di rafforzarsi di
fronte al potente e vicino alleato tedesco.

8. La politica degli Stati Uniti come
su un duplice binario. Da una parte si oppongono ai tentativi francesi e
tedeschi di associarsi per rendersi autonomi. Dall'altra creano un loro
"Mercato Comune" per prepararsi ad una situazione mondiale sempre più
difficile. La NAFTA, Associazione per il libero scambio nordamericano, mercato
comune con Messico e Canada, non è un semplice accordo economico, ma un
tentativo di rafforzare il controllo sull'area direttamente influenzata dagli
Usa, sia contro le tendenze alla decomposizione sia contro le
"incursioni" dei concorrenti europei e giapponesi.

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