Decomposizione

Degli scivoloni per la borghesia che non presagiscono niente di buono per il proletariato

Più di trent'anni fa, nelle "Tesi sulla decomposizione" (Tesi: la decomposizione, fase ultima della decadenza capitalista)[1], dicevamo che la borghesia avrebbe avuto sempre più difficoltà a controllare le tendenze centrifughe del suo apparato politico. Il referendum sulla "Brexit" in Gran Bretagna e la candidatura di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ne costituiscono una prova.

Sul problema del populismo

L’articolo che segue è un documento in discussione nella CCI, scritto a giugno di quest’anno, alcune settimane prima del referendum “Brexit” nel Regno Unito.

Trump presidente: il segno di un sistema sociale moribondo

Al crepuscolo dell’antica Roma, gli imperatori folli erano più la regola che l'eccezione. Pochi storici oramai dubitano che questi fossero il segno del decadimento generale dell'impero.

La politica tedesca e il problema dei rifugiati: un pericoloso gioco col fuoco

Migranti e rifugiati

L’articolo che segue, apparso su Welt Revolution, organo di stampa della CCI in Germania, rappresenta un contributo sulla questione dei rifugiati come si pone in questo paese. Alcuni aspetti dell’analisi non sono applicabili agli altri paesi europei. Ad esempio il problema demografico, affrontato nell’articolo, si presenta in modo diverso in Spagna o in Italia, dove esiste un forte tasso di disoccupazione, malgrado il basso tasso di natalità.

Migranti e rifugiati: vittime del capitalismo (parte II)

Migranti e rifugiati: vittime del capitalismo

All'inizio degli anni ‘30, la sconfitta del proletariato si era era ormai realizzata e la rivoluzione mondiale era stata completamente schiacciata. I bagni di sangue successivi in Russia e Germania, dopo la disfatta del proletariato a Berlino nel 1919, la ricerca di capri espiatori, l'umiliazione causata dal Trattato di Versailles e la necessità di vendetta, rappresentarono un nuovo passo in avanti nella spirale di orrori del capitalismo del XX secolo.

Migranti e rifugiati: vittime del capitalismo (Parte I)

Migranti e rigugiati vittime del declino del capitalismo

Una cosa è certa, la guerra mondiale è un punto di svolta per il mondo (...) in seguito all'eruzione del vulcano imperialista, il ritmo del cambiamento ha ricevuto un impulso così violento che, per i conflitti che si avranno nella società e per i compiti che attendono il proletariato socialista nell'immediato futuro, tutta la storia del movimento operaio sembra essere stata finora un’epoca paradisiaca.” (Rosa Luxemburg, Brochure di Junius, 1916)

Proliferazione dei muri anti-migranti: il capitalismo è guerra e filo spinato

Immigrazione

Dalla redazione di questo editoriale, la situazione dei profughi, sempre più numerosi, che fuggono dalla spirale guerriera di zone devastate, non ha fatto che aggravarsi. Mentre l'Ungheria ha sbarrato totalmente la strada ai migranti dopo aver eretto il suo muro di fili spinati, la nuova strada presa verso la Slovenia si rivela una vera catastrofe umana.

Immigrazione e movimento operaio

Immigrazione

Ripubblichiamo qui un articolo della Rivista Internazionale scritto nel 2009. Alcuni riferimenti si riferiscono agli avvenimenti di quel periodo, ma riteniamo utile riproporlo all’attenzione dei lettori per il quadro ampio e storico che in esso si sviluppa rispetto al problema dell’immigrazione. Un problema che seppur sempre presente nel capitalismo assume oggi una dimensione, una drammaticità che sono la manifestazione di un sistema in disfacimento.

Migranti e rifugiati: la crudeltà e l'ipocrisia della classe dominante

Immigrazione

Questo fenomeno dei rifugiati supera oggi per dimensione gli esodi delle ore più buie del 20° secolo. Tuttavia dobbiamo riflettere su una cosa: i media non cercano di dissimulare l’orrore di questa situazione. Al contrario, non smettono di parlarne mostrandoci immagini sempre più scioccanti, come quella del bambino di tre anni annegato. Perché?

 

Naufragi nel Mediterraneo: il "crimine contro l'umanità" è il capitalismo

Immigrazione

Il 12 e 19 aprile, due imbarcazioni di fortuna, sovraccariche di migranti in fuga dalla miseria più terribile, sono affondate nelle profondità del Mediterraneo, portando con sé più di 1.200 vite umane[1]. Queste tragedie ricorrono da decenni: nel 1990, lo stretto di Gibilterra, questa fortezza ultra sicura, era già la tomba di molti migranti. Dal 2000, circa 22 000 persone sono scomparse nel tentativo di raggiungere l'Europa via mare.

Attentati a Parigi: il terrorismo, una manifestazione della putrefazione della società borghese

Cabu, Charb, Tignous, Wolinski, questi quattro nomi tra la ventina dei morti iscritti al bilancio delle carneficine di Parigi del 7 e 9 gennaio sono un simbolo. Sono loro a essere stati presi principalmente di mira. Perché?

La crisi politica in Italia è un’espressione del fallimento della società capitalista

I fatti a cui assistiamo ormai da un anno e mezzo a questa parte, e forse ancora di più, non finiscono di sorprenderci. E’ veramente accaduto di tutto e la sensazione è che possa accadere ancora altro di imprevedibile. In più tutto quello che accade sembra non avere alcuna logica, nessun raziocinio, per cui si fa ancora più fatica a comprenderlo e a farsene una ragione. Per riuscire a risalire al cosiddetto bandolo della matassa proviamo a ripercorrere gli eventi più significativi di quest’ultimo periodo cercando di scoprirne la logica, ammesso che ce ne sia una.

La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo

Qui di seguito ripubblichiamo un articolo che è uscito nel maggio 1990, ovvero giusto 6 mesi dopo il crollo del blocco dell'est a proposito del quale facevamo notare come questo avvenimento fornisse la conferma dell’entrata del capitalismo in una nuova fase del suo periodo di decadenza: quello della decomposizione generale della società. Prima ancora che si producessero gli avvenimenti dell’est, la CCI aveva già messo in evidenza questo fenomeno storico (vedi in particolare la Revue Internationale n°57). Se riproponiamo oggi questo articolo a 23 anni dalla sua prima pubblicazione è perchè riteniamo che l'evoluzione della società abbia mostrato con ancora maggiore evidenza la correttezza di questa analisi. Questi avvenimenti di oggi - ed in particolare l’entrata del mondo in un periodo di instabilità mai visto in passato - obbligano i rivoluzionari ad analizzare con la massima attenzione questo fenomeno, le sue cause e conseguenze, a mettere in evidenza la posta in gioco di questa nuova situazione storica.

Scandalo Lega: il puzzo asfissiante della decomposizione capitalista

Il fatto che anche la Lega Nord, quella “pura e dura”, quella che doveva raddrizzare “Roma ladrona”, sia stata coinvolta in ruberie e nell’uso disinvolto dei soldi pubblici, può aver sorpreso solo gli ingenui iscritti che avevano creduto nella diversità della Lega e nel fatto che esistesse finalmente un partito capace di preoccuparsi degli interessi della gente (fosse anche solo di quella del nord).

Le rivolte in Gran Bretagna e la prospettiva senza futuro del capitalismo

In seguito alle rivolte scoppiate in tutto il paese questa settimana, i portavoce della classe dirigente, il governo, i politici, i media, ecc. ci chiedono di partecipare alla difesa di una campagna volta a sostenere il loro “programma”: una maggiore austerità e aumento della repressione contro chiunque vi si opponga.

 

In seguito alle rivolte scoppiate in tutto il paese questa settimana, i portavoce della classe dirigente, il governo, i politici, i media, ecc. ci chiedono di partecipare alla difesa di una campagna volta a sostenere il loro “programma”: una maggiore austerità e aumento della repressione contro chiunque vi si opponga.

A chi giova la pubblicità del “crimine” nell’affare DSK?

I costumi libertini di DSK, che non sono un segreto per nessuno, sono stati sfruttati al massimo e spinti alla caricatura per demonizzare il personaggio, per detronizzarlo dal FMI e sabotarne la candidatura alle presidenziale in Francia? DSK è stato vittima di un “complotto” o di regolamenti di conti tra differenti cricche della borghesia?

La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo

II crollo del blocco imperialista dell’est ci ha fornito la conferma dell’entrata del capitalismo in una nuova fase del suo periodo di decadenza: quello della decomposizione generale della società. Prima ancora che si producessero gli avvenimenti dell’est, la CCI aveva già messo in evidenza questo fenomeno storico (vedi in particolare la Revue Internationale n°57). Questi avvenimenti, l’entrata del mondo in un periodo di instabilità mai visto in passato, obbligano i rivoluzionari ad analizzare con la massima attenzione questo fenomeno, le sue cause e conseguenze, a mettere in evidenza la posta in gioco di questa nuova situazione storica.

Militarismo e decomposizione

Con la rapida successione nel corso degli ultimi due anni di avvenimenti di considerevole importanza storica (crollo del blocco dell'est, guerra del Golfo), con la constatazione dell'entrata del capitalismo nella fase ultima della sua decadenza, la fase della decomposizione, è importante che i rivoluzionari facciano la maggiore chiarezza possibile sull'importanza del militarismo nelle nuove condizioni del mondo d’oggi.

Il paradosso della borghesia italiana

La situazione politica attuale, che dura da qualche tempo in Italia, ha qualcosa di paradossale. Da una parte infatti abbiamo un governo che sembra essere tra i più odiati di tutta la storia repubblicana, che va avanti menando mazzate a più non posso contro lavoratori, immigrati e povera gente ed esibendo al tempo stesso il disprezzo più elementare per un senso di giustizia e di equità sociale, intascando tutto quello che si può razziare sul piano economico e garantendosi tutte le impunità attraverso la creazione di leggi ad hoc...

Anniversario del crollo dello stalinismo. 20 anni dopo l’euforia, la borghesia abbassa le ali

20 anni fa si è verificato uno degli avvenimenti più importanti della seconda parte del ventesimo secolo: il crollo del blocco imperialista dell’Est e dei regimi stalinisti d’Europa, tra cui il principale era quello dell’URSS.

Questo avvenimento è stato utilizzato dalla classe dominante per scatenare una delle campagne ideologiche più massicce e pericolose che si siano mai viste contro la classe operaia. Identificando falsamente, ancora una volta, lo stalinismo che stava affondando con il comunismo, e facendo del fallimento economico e della barbarie dei regimi stalinisti la conseguenza inevitabile della rivoluzione proletaria, la borghesia mirava a deviare i proletari da ogni prospettiva rivoluzionaria e ad assestare un colpo decisivo alle lotte della classe operaia.

Avvantaggiata dall’avvenimento, la borghesia ha anche approfittato per far passare una seconda grossa menzogna: con la scomparsa dello stalinismo, il capitalismo sarebbe entrato in un’era di pace e prosperità dove alla fine avrebbe potuto veramente espandersi. L’avvenire, come veniva promesso, si annunciava radioso.

Il 6 marzo 1991, George Bush padre, presidente degli Stati Uniti d’America, forte della sua recente vittoria sull’esercito iracheno di Saddam Hussein, annunciava l’inizio di un “nuovo ordine mondiale” e l’avvento di un “mondo in cui le Nazioni unite, liberate dal vicolo cieco della guerra fredda, sono in grado di realizzare la visione storica dei loro fondatori. Un mondo in cui la libertà e i diritti dell’uomo sono rispettati da tutte le nazioni.

Vent’anni dopo, avremmo potuto quasi riderci sopra se il disordine mondiale e la proliferazione dei conflitti ai quattro angoli del pianeta, che hanno caratterizzato il mondo dopo questo celebre discorso, non avessero sparso tanta morte e miseria. E su questo piano il bilancio diventa anno dopo anno più sempre più pesante.

Quanto alla prosperità, è del tutto fuori luogo parlarne. In effetti, dall’estate 2007 e soprattutto da quella del 2008, “al centro dei discorsi della borghesia le parole “prosperità”, “crescita” e “trionfo del liberalismo” si sono discretamente eclissate. Al tavolo del grande banchetto dell’economia capitalista si è istallato un convitato che si credeva di aver espulso per sempre. La crisi, lo spettro di una “nuova grande depressione”, simile a quella degli anni ‘30. Ieri il crollo dello stalinismo significava il trionfo del capitalismo liberale. Oggi lo stesso liberalismo viene accusato di tutti i mali dall’insieme degli specialisti e politici, compresi coloro che ne erano stati i più accaniti difensori, come il presidente francese Sarkozy! (leggi tutto l'articolo)

Delle difficoltà accresciute per il proletariato

Lo stalinismo ha costituito la punta di lancia della più terribile controrivoluzione subita dal proletariato nel corso della sua storia. Una controrivoluzione che ha permesso la più grande carneficina di tutti i tempi, la seconda guerra mondiale, e l’affossamento di tutta la società in una barbarie senza precedenti. Oggi, col crollo economico e politico dei cosiddetti paesi socialisti, con la scomparsa di fatto del blocco imperialista

Tesi sulla crisi economica e politica in URSS e nei paesi dell'est

I recenti avvenimenti nei paesi a regime stalinista, scontri alla testa del partito e repressione in Cina, esplosioni nazionaliste e lotte operaie in URSS, costituzione in Polonia di un governo diretto da Solidarnosc, rivestono un’importanza considerevole. Essi rivelano la crisi storica, l’entrata in un periodo di convulsioni acute dello stalinismo. In questo senso, essi ci danno la

L'impossibile unità europea

L'Europa Unita, capace di eliminare le frontiere nazionali per cui sono caduti milioni di uomini nell'ultimo secolo, è davvero a portata di mano, come suggeriscono i vari movimenti europeisti? Il trattato di Maastricht appena andato in vigore cambierà davvero qualcosa? Lo spettacolo pietoso dei paesi CEE incapaci perfino di trovare una soluzione unitaria per il caos jugoslavo (che pure è alle porte dell'Europa) la dice lunga sulla natura utopica di un simile progetto.

Conflitti imperialisti. Tutti contro tutti

L'anarchia ed il caos che caretterizzano oggi i rapporti tra le frazioni della borghesia, in particolare a livello internazionale, non sono solo il risultato del terremoto, costituito dal crollo del blocco dell'Est. Questo disfacimento ancora in corso, come mostrano i recenti eventi nella regione caucasica, non è - esso stesso - che una manifestazione di una realtà più profonda, la stessa realtà che spiega la guerra nella ex-Yugoslavia o i 900.000 ruandesi che marciscono nei campi profughi nello Zaire: la decadenza avanzata del capitalismo, la sua decomposizione come sistema storico.

Conflitti imperialisti. Trionfo del "ciascuno per sé" e crisi della leadership americana

Dopo i bombardamenti israeliani nel sud Libano della scorsa primavera le tensioni interimperialiste in Medio Oriente sono andate crescendo Ancora una volta tutti i discorsi dei difensori della borghesia sull’avvento di una pretesa “era di pace” in questa regione che è una delle principali polveriere imperialiste del pianeta vengono smentite. Questa zona, che per quaranta anni è stata un obiettivo di primo piano per i due vecchi blocchi, è oggi al centro della lotta accanita tra le grandi potenze imperialiste che compongono l’ex blocco occidentale. Dietro questo rinnovarsi delle tensioni imperialiste c’è fondamentalmente la crescente contestazione verso la prima potenza mondiale in una delle sue principali riserve di caccia, contestazione che guadagna anche i suoi alleati e luogotenenti più vicini.

Massacri in Cecenia: ipocrisia e complicità nella barbarie capitalista

Le guerre si susseguono alle guerre. Dopo il Kosovo, Timor Est. Dopo Timor Est, la Cecenia. Tutti rivaleggiano nell’orrore e nei massacri. Il conflitto tra l’esercito russo e le milizie cecene è particolarmente sanguinario e tragico per la popolazione della Cecenia. “L’ultimo bilancio da parte cecena è di 15.000 morti; 38.000 feriti ; 22.000 rifugiati; 124 villaggi completamente distrutti; ai quali si aggiungono 280 villaggi distrutti all’80%. Dicono che 14.500 bambini sono mutilati e 20.000 orfani” (The Guardian, 20/12/99).

La perdita di coerenza della borghesia italiana di fronte alle difficoltà del periodo

La storia della Repubblica italiana è stata certamente costellata da una miriade di colpi di scena parlamentari e politici, con crisi governative e relative cadute degli esecutivi. Ma oggi assistiamo a qualcosa di nuovo: gli ultimi governi non arrivano neanche a formarsi che già devono far fronte a una serie di turbolenze interne che li rendono fragili e deboli, turbolenze spesso causate non tanto dall’opposizione o “dalla piazza”, quanto dalle stesse componenti della maggioranza.

a 15 anni dl crollo del blocco dell'est, un'era di guerra e di caos

L'anno 1989 vede il crollo del blocco sovietico. Quest'avvenimento, frutto in primo luogo della crisi economica mondiale del capitale, avrà subito delle ripercussioni di notevole importanza sulla vita e lo sviluppo del capitalismo. La classe operaia deve ricordare che in quel periodo tutti i leader della borghesia mondiale promettevano una nuova epoca: "Un'era di pace e di stabilità". Secondo costoro il crollo dello stalinismo avrebbe significato la fine della barbarie. Invece, la sanguinosa evoluzione della realtà ha dimostrato molto presto proprio il contrario. Fin dall'inizio degli anni 1990, la barbarie si installava come un dato permanente nella vita della società, diffondendosi all'insieme del pianeta, colpendo in modo sempre più cieco, estendendosi progressivamente alle grandi metropoli capitaliste.

Per costruire l’avvenire, è necessario abbattere il capitalismo.

L’anno 2005 era cominciato già sotto i peggiori auspici: col sentimento di orrore provocato dalle devastazioni dello tsunami nel Sud-est asiatico che aveva provocato più di 300.000 morti. Esso si conclude con una doppia  minaccia ancora più pesante di conseguenze: l’inquinamento delle acque in seguito all’esplosione di una fabbrica chimica che mette a repentaglio la vita di più di 5 milioni di persone in Cina ed in Russia ed il rischio di propagazione di un nuovo flagello, l’influenza aviaria, su qualsiasi angolo del pianeta, col flusso migratorio degli uccelli nella primavera prossima.

I gruppi proletari di fronte alla tentazione delle violenze nelle banlieue francesi

I moti in Francia nella lettura dei gruppi politici proletari

 

Con questo articolo torniamo ancora una volta sui moti in Francia che si sono sviluppati tra la fine di ottobre e il mese di novembre 2005 perché, oltre a esprimere il nostro punto di vista sugli avvenimenti (1), ci preme intervenire criticamente nei confronti di alcune analisi sbagliate che, seppure espresse in buona fede, finiscono per seminare confusione tra le giovani generazioni alla ricerca di una chiarezza politica. A tale proposito siamo già intervenuti nei confronti del BIPR per mettere in evidenza la doppiezza del suo intervento, che si è espressa con il fatto che tale organizzazione ha presentato due analisi del tutto diverse nei due paesi principali in cui è presente, l’Italia e l’Inghilterra (2). Con il presente articolo torniamo dunque sull’argomento per mostrare le debolezze che si sono mostrate nell’analisi di questi moti, debolezze che si sono propagate fin dentro lo stesso campo politico proletario. Come abbiamo detto durante gli scontri, “gli atti di violenza ed i saccheggi che vengono commessi, notte dopo notte, nei quartieri poveri, non hanno niente a che vedere, né da vicino né da lontano con una lotta della classe operaia (…) Quello che sta avvenendo in questo momento in Francia non ha niente a che vedere con la violenza proletaria contro la classe sfruttatrice: le principali vittime delle violenze attuali sono gli operai. E, al di là di quelli che subiscono direttamente le conseguenze dei danni provocati, è l’insieme della classe operaia del paese che è toccata: la campagna mediatica intorno agli avvenimenti attuali maschera di fatto tutti gli attacchi che la borghesia scatena in questo momento anche contro i proletari, così come le lotte che questi cercano di condurre per farvi fronte.

 

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