X Congresso della CCI. Risoluzione sulla situazione internazionale

Dopo quasi
dieci anni, la decomposizione domina l'insieme della società. E' sempre più difficile capire il complesso dei fenomeni e degli eventi mondiali se non in
questo quadro. Tuttavia, la fase di decomposizione appartiene al periodo di
decadenza del capitalismo e le tendenze caratteristiche dell'insieme di questo
periodo non scompaiono, tutt'altro. Così, nell'esame della situazione mondiale,
è importante distinguere i fenomeni che sono propri del periodo di decadenza in
generale da quelli che appartengono specificamente alla sua fase ultima, la
decomposizione, dato che, in particolare, le loro influenze rispettive sulla
classe operaia non sono identiche e possono anche agire in senso opposto. E
questo sia sul piano dei conflitti imperialistici che su quello della crisi
economica, gli elementi essenziali che determinano lo sviluppo delle lotte
della classe operaia e della sua coscienza.

L'EVOLUZIONE
DEI CONFLITTI IMPERIALISTI

1) Raramente, dopo la fine della
seconda guerra mondiale, il mondo ha conosciuto una moltiplicazione e
un'intensificazione dei conflitti guerrieri come quelle a cui si assiste oggi.
Si diceva che la guerra del Golfo, all'inizio del 1991, avrebbe instaurato un "nuovo
ordine mondiale", basato sul "Diritto". Dopo, la serie di
conflitti che doveva succedere alla fine della divisione del mondo tra i due
mastodontici imperialismi non ha smesso di estendersi ed acuirsi. L'Africa e
l'Asia del sud-est, terreni tradizionali degli scontri imperialisti, hanno
continuato ad essere sconvolti da convulsioni e dalla guerra. Liberia, Ruanda,
Angola, Somalia, Afganistan, Cambogia: questi paesi sono oggi sinonimo di
scontri armati e di desolazione malgrado tutti gli "accordi di pace"
e gli interventi della "comunità internazionale" patrocinati
direttamente o indirettamente dall'ONU. A queste "zone in tempesta"
sono venuti ad aggiungersi il Caucaso e l'Asia centrale che pagano al caro
prezzo dei massacri inter etnici la scomparsa dell'URSS. Infine, quel porto di
stabilità costituito dall'Europa dalla fine della seconda guerra mondiale è
oggi in preda ad uno dei conflitti più sanguinosi e barbari che si siano visti.
Questi scontri esprimono in modo tragico le caratteristiche del mondo capitalista
in decomposizione. Essi derivano, in buona parte, dalla situazione nuova
creatasi a causa di quello che costituisce, a tutt'oggi, la manifestazione più
importante di questa nuova fase della decadenza capitalista: il crollo dei
regimi stalinisti e del blocco dell'Est. Ma, contemporaneamente, questi
conflitti sono ulteriormente aggravati da quella che è una delle
caratteristiche generali e fondamentali di questa decadenza: l'antagonismo tra
le diverse potenze imperialiste. Così, il sedicente "aiuto umanitario"
in Somalia non è che un pretesto ed uno strumento dello scontro tra la due
principali potenze che si oppongono oggi in Africa: gli Stati Uniti e la
Francia. Dietro le varie cricche che si disputano il potere a Kabul si
profilano gli interessi delle potenze regionali come il Pakistan, l'India,
l'Iran, la Turchia, l'Arabia Saudita, potenze che, per parte loro, iscrivono i
loro interessi ed i loro antagonismi all'interno di quelli dei
"Grandi" come gli Stati Uniti o la Germania. Infine, le convulsioni che
hanno messo a ferro e fuoco l'ex-Yugoslavia a poche centinaia di chilometri
dall'Europa "avanzata", traducono, esse stesse, i principali
antagonismi che dividono oggi il pianeta.

2) L'ex-Yugoslavia è diventata un punto
focale nelle rivalità tra le principali potenze del mondo. Se gli scontri ed i
massacri che vi si svolgono da due anni hanno trovato terreno fertile negli
antagonismi etnici ancestrali messi sotto silenzio dal regime stalinista, e che
il crollo di questo ha fatto risorgere, certo i sordidi calcoli delle grandi
potenze hanno costituito un fattore notevole di accentuazione di questi
antagonismi. E' certo perché la Germania ha incoraggiato la secessione delle
Repubbliche del nord, Slovenia e Croazia, allo scopo di costituirsi uno sbocco
verso il Mediterraneo, che si è aperta il vaso di Pandora iugoslavo. E' certo
perché gli altri Stati europei, insieme agli Stati Uniti, si erano opposti a
questa offensiva tedesca che hanno, direttamente o indirettamente con il loro
immobilismo, incoraggiato la Serbia e le sue milizie a scatenare la
"purificazione etnica" nel nome della "difesa delle
minoranze". Nei fatti, l'ex-Yugoslavia costituisce una specie di
riassunto, un esempio parlante e tragico dell'insieme della situazione mondiale
nel campo dei conflitti imperialisti.

3) In primo luogo, gli scontri che
devastano oggi questa parte del mondo sono una nuova conferma della totale
irrazionalità economica della guerra imperialista. Già da molto tempo, e sulla
scia della "Sinistra comunista di Francia", la CCI ha rilevato la
differenza fondamentale tra le guerre del periodo ascendente del capitalismo,
che avevano una certa razionalità per lo sviluppo di questo sistema, e quelle
del periodo di decadenza che non fanno che esprimere la totale assurdità
economica di un modo di produzione agonizzante. Se l'aggravarsi degli
antagonismi imperialisti ha come causa ultima la fuga in avanti di tutte le
borghesie nazionali poste di fronte al blocco totale dell'economia capitalista,
i conflitti guerrieri non potrebbero apportare alcuna "soluzione"
alla crisi, sia a livello dell'insieme dell'economia mondiale che per quella di
un qualunque paese in particolare. Come già notava Internationalisme nel 1945, non è più la guerra che è al servizio
dell'economia, ma piuttosto l'economia che si è messa al servizio della guerra
e della sua preparazione. E questo fenomeno non ha fatto che amplificarsi
successivamente. Nel caso della ex-Yugoslavia, nessuno dei protagonisti può
sperare nel benché minimo profitto economico dalla sua implicazione nel
conflitto. E' evidente per tutte le Repubbliche che si fanno la guerra
attualmente: le massicce distruzioni dei mezzi di produzione e della forza
lavoro, la paralisi dei trasporti e dell'attività produttiva, l'enorme prelievo
rappresentato dagli armamenti a danno dell'economia locale non vanno a
beneficio di nessuno dei nuovi Stati in campo. Ugualmente, contrariamente
all'idea che si è diffusa nell'ambiente politico proletario, questa economia
totalmente devastata non potrà assolutamente costituire un mercato solvibile
per la produzione eccedente dei paesi industrializzati. Non sono dei mercati
che le grandi potenze si disputano nel territorio della ex-Yugoslavia ma delle
posizioni strategiche destinate a preparare quella che è diventata la principale
attività del capitalismo decadente: la guerra imperialista ad un livello sempre
più vasto.

4) La
situazione nella ex-Yugoslavia viene ugualmente a confermare un punto che la
CCI aveva sottolineato da molto tempo: la fragilità dell'edificio europeo. Questo,
con le sue varie istituzioni, si era costituito essenzialmente come strumento
del blocco americano di fronte alla minaccia del blocco russo. L'interesse
comune dei differenti Stati dell'Europa occidentale di fronte a questa minaccia
(che non escludeva il tentativo di alcuni tra loro, come la Francia di De
Gaulle  di limitare l'egemonia americana)
aveva costituito un fattore notevole di 
stimolo alla cooperazione, specialmente economica, tra questi stati. Una
tale cooperazione non era stata in grado di superare le rivalità economiche tra
loro, risultato che non poteva essere raggiunto nel capitalismo, ma aveva
permesso l'instaurarsi di una certa "solidarietà" di fronte alla
concorrenza commerciale del Giappone e degli Stati Uniti. Con il crollo del blocco
dell'est, le basi dell'edificio europeo si sono trovate lesionate. Ormai,
l'Unione Europea, che il trattato di Maastricht dalla fine del 1991 ha fatto
succedere alla CEE, non potrebbe più essere considerato come uno strumento di
un blocco occidentale che ha lui stesso cessato di esistere. Al contrario,
questa struttura è divenuta l'arena degli antagonismi imperialisti che sono
nati o sono venuti a galla con la scomparsa della vecchia configurazione del
mondo. E' quanto è stato messo molto ben in evidenza dagli scontri in
Jugoslavia, con la profonda divisione degli Stati europei incapaci di mettere
in atto una benché minima politica comune di fronte ad un conflitto che si
sviluppava alle loro porte. Oggi, "l'Europa unita" può ancora essere
utilizzata dall'insieme dei suoi membri come bastione contro la concorrenza
commerciale del Giappone e degli Stati Uniti o come strumento contro
l'immigrazione e le lotte della classe operaia. Ma la sua componente
diplomatica e militare ne fanno l'oggetto di una disputa sempre più acuta tra
quelli (particolarmente la Francia e la Germania) che vogliono farle svolgere
un ruolo come struttura capace di rivaleggiare con la potenza americana
(preparando la costituzione di un futuro blocco imperialista) e gli alleati
degli Stati Uniti (essenzialmente la Gran Bretagna ed i Paesi bassi) che invece
svolgono il ruolo di freno di una tale tendenza. (1)

5) L'evoluzione del conflitto nei
Balcani è venuta ugualmente ad illustrare una delle altre caratteristiche della
situazione mondiale: gli ostacoli sul cammino della ricostituzione di un nuovo
sistema di blocco imperialista. Come la CCI ha sottolineato fin dal 1989, la
tendenza verso un tale sistema è stata messa all'ordine del giorno da quando il
vecchio è scomparso con il crollo del blocco dell'Est. L'emergere di un
candidato alla direzione di un nuovo blocco imperialista, che rivaleggi con
quello che sarebbe capeggiato dagli Stati Uniti, si è rapidamente confermato
con l'avanzata delle posizioni della Germania in Europa centrale e nei Balcani,
e ciò quando la libertà di manovra militare e diplomatica di questo paese era
ancora limitata dagli obblighi ereditati dalla sua sconfitta nella seconda
guerra mondiale. L'ascesa della Germania si è largamente basata sulla sua
potenza economica e finanziaria, ma ha anche potuto beneficiare del sostegno di
un suo vecchio complice all'interno della CEE, la Francia (azione concertata
rispetto all'Unione Europea, creazione di un esercito comune, ecc.). Tuttavia,
la Yugoslavia ha evidenziato tutte le contraddizioni che dividono questo
tandem: mentre la Germania sosteneva senza indugi la Slovenia e la Croazia, la
Francia ha mantenuto per un lungo periodo una politica pro-serba che l'ha fatta
schierare con la posizione iniziale della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, il
che ha permesso a questa potenza di frapporre ostacoli all'interno
dell'alleanza privilegiata tra i due principali paesi europei. Anche se questi
due paesi hanno consacrato delle energie particolari al fatto che il cruento
imbroglio jugoslavo non comprometta la loro cooperazione (vedi il sostegno
della Bundesbank al franco francese contro gli attacchi della speculazione), è
sempre più chiaro che non ripongono le stesse speranze nella loro alleanza. La
Germania, per la sua potenza economica e la sua posizione geografica, aspira
alla leadership di una "Grande Europa" che non sarebbe se non l'asse
centrale di un nuovo blocco imperialista. Se è d'accordo nel far giocare un
tale ruolo alla struttura europea, la borghesia francese, che dal 1870 ha
potuto constatare a sue spese la potenza della sua vicina orientale, non vuole
però accontentarsi del posto di secondo piano che questa si propone di
concederle. E' perciò che la Francia non è interessata ad uno sviluppo troppo
ingente della potenza militare tedesca (accesso al Mediterraneo, armamento
nucleare, in particolare) che vedrebbe sminuire le carte vincenti di cui essa
ancora dispone per tentare di mantenere una certa parità con la sua vicina
nella direzione dell'Europa e alla testa della contestazione della egemonia
americana. La riunione di Parigi dell'11 marzo fra Vance, Owen e Milosevic
sotto la presidenza di Mitterrand, sta lì ad illustrare, ancora una volta,
questa realtà. Così, una delle condizioni perché si ricostituisca una nuova
divisione del mondo tra due blocchi imperialisti, l'accrescimento molto
sostanzioso delle capacità militari della Germania porta con sé la minaccia di
difficoltà serie tra i due paesi europei che sono candidati a capeggiare un
nuovo blocco. Il conflitto nella ex-Jugoslavia è dunque venuto a confermare che
non è per niente sicuro che giunga a compimento la tendenza verso la
ricostituzione di un tale nuovo blocco: la situazione geopolitica specifica
delle due borghesie che se ne fanno le principali protagoniste è una ulteriore
difficoltà che si somma a quelle generali proprie del periodo di decomposizione
che acuisce il "ciascuno per sé" tra tutti gli Stati.

6) Il conflitto nella ex-Jugoslavia
infine viene a confermare una delle caratteristiche maggiori della situazione
mondiale: i limiti dell'efficacia dell'operazione "Tempesta del
Deserto" del 1991 destinata ad affermare la leadership degli Stati Uniti
sul mondo. Come la CCI ha affermato all'epoca, questa operazione di grande
respiro non aveva come principale bersaglio il regime di Saddam Hussein e
nemmeno gli altri paesi della periferia che avrebbero potuto essere tentati ad
imitare l'Irak. Per gli Stati Uniti, ciò che si trattava anzitutto di
affermare, era il loro ruolo di "gendarme del mondo" di fronte alle
convulsioni derivanti dal crollo del blocco russo ed in particolare di ottenere
l'obbedienza da parte delle altre potenze occidentali che, con la fine della
minaccia venuta dall'Est, si sentivano spuntare le ali. Appena pochi mesi dopo
la guerra del Golfo, l'inizio degli scontri in Yugoslavia ha mostrato il fatto
che queste stesse potenze, ed in particolare la Germania, erano ben determinate
a far prevalere i loro interessi imperialisti a scapito degli Stati Uniti. In
un secondo tempo questo paese, se da un lato è riuscito a mettere in evidenza
l'impotenza della Unione europea rispetto ad una situazione che è di sua
competenza e la mancanza di accordo che regna nelle fila di quest'ultima,
compreso tra i migliori alleati che sono la Francia e la Germania, non è riuscito
tuttavia a contenere realmente l'avanzata degli altri imperialismi, in
particolare quello tedesco che ha, complessivamente, raggiunto i suoi fini
nella ex-Yugoslavia. Un tale smacco è evidentemente grave per la prima potenza
mondiale perché non può che andare a favore della tendenza di numerosi paesi,
su tutti i continenti, a mettere a profitto la nuova situazione mondiale per
allentare la morsa a loro imposta dallo Zio Sam per decenni. E' per questa
ragione che cresce l'attivismo degli Stati Uniti attorno alla Bosnia subito
dopo aver fatto mostra della loro forza militare con il massiccio e
spettacolare spiegamento "umanitario" in Somalia e l'interdizione
dello spazio aereo del sud dell'Irak.

7) Anche quest'ultima operazione
militare ha confermato una serie di fatti evidenziati dalla CCI prima. Essa ha
mostrato il fatto che il vero bersaglio individuato dagli Stati Uniti in questa
parte del mondo non è l'Irak, poiché è servita a rafforzare il regime di Saddam
Hussein sia all'interno che all'estero, ma piuttosto i loro
"alleati", coinvolti ancora una volta, ma con minor successo del 1991
(il terzo ladrone della "coalizione", la Francia, si è accontentata
questa volta di inviare degli aerei da ricognizione). In particolare, essa ha costituito
un messaggio in direzione dell'Iran, la cui crescente potenza militare si
accompagna al rafforzamento dei suoi legami con alcuni paesi europei,
precisamente la Francia. Questa operazione è venuta a confermare ugualmente,
poiché il Kuwait non era più coinvolto, che la guerra del Golfo non era
motivata dalla questione del prezzo del petrolio o della conservazione da parte
degli Stati Uniti della loro "rendita petrolifera", come avevano
affermato i gauchistes e anche, ad un certo punto, alcuni gruppi dell'ambiente
proletario. Se questa potenza è interessata a conservare e rafforzare la sua
presa sul Medio Oriente ed i suoi giacimenti petroliferi, non è
fondamentalmente per delle ragioni commerciali o strettamente economiche. E'
innanzitutto per essere in grado, se ce ne sarà bisogno, di privare i suoi
rivali giapponesi ed europei dei loro approvvigionamenti di una materia prima
essenziale per un'economia sviluppata e maggiormente per ogni impresa militare
(materia prima di cui dispone d'altronde abbondantemente il principale alleato
degli Stati Uniti, la Gran Bretagna).

8) Così, i recenti eventi hanno
confermato che, di fronte ad un accentuarsi del caos mondiale e del
"ciascuno per sé" ed all'ascesa in forza dei suoi nuovi rivali
imperialisti, la prima potenza mondiale dovrà sempre più fare uso della forza
militare per preservare la sua supremazia. I terreni potenziali di scontro non
mancano e non fanno che moltiplicarsi. Fin da oggi, il subcontinente indiano,
dominato dall'antagonismo fra Pakistan ed India, si trova sempre più coinvolto,
come testimoniano per esempio gli scontri in questo ultimo paese tra comunità
religiose, che se sono una testimonianza della decomposizione, sono attizzati
da questo antagonismo. Ugualmente, l'Estremo Oriente è oggi il teatro di
manovre imperialistiche di grande ampiezza come, in particolare, il
riavvicinamento tra la Cina ed il Giappone (sigillato dalla visita a Pechino
per la prima volta nella storia, dell'Imperatore giapponese). E' più che
probabile che questa configurazione delle linee di forze imperialiste non farà
che confermarsi nella misura in cui:

  • non sussiste più una situazione
    conflittuale tra Cina e Giappone;
  • ciascuno dei due paesi ha un conto
    aperto con la Russia (tracciato della frontiera russo-cinese, questione
    delle Kurili);
  • cresce la rivalità tra gli Stati
    Uniti ed il Giappone sull'Asia del Sud-Est e del Pacifico;
  • la Russia è "condannata",
    anche se ciò accresce la resistenza dei "conservatori" contro
    Eltsin, all'alleanza americana a causa stessa dell'importanza dei suoi
    armamenti atomici (al cui riguardo gli Stati Uniti non possono tollerare
    che passino al servizio di una altra alleanza).

Gli
antagonismi che mettono alle strette la prima potenza mondiale ed i suoi
alleati non risparmiano nemmeno il continente americano in cui i tentativi
ripetuti di colpo di stato contro Carlos Andres Perez in Venezuela o la
costituzione della NAFTA, al di là delle loro cause o implicazioni economiche e
sociali, hanno come fine di frapporre ostacoli alle mire e all'accrescimento
dell'influenza di alcuni stati europei. Così la prospettiva mondiale sul piano
delle tensioni imperialiste è caratterizzata da un'ascesa ineluttabile di
queste con una crescente utilizzazione della forza militare da parte degli
Stati Uniti, e non è certo la recente elezione del democratico Clinton alla
testa di questo paese che potrebbe rovesciare questa tendenza, ma al contrario.
Fino ad oggi queste tensioni si sono sviluppate essenzialmente come
ripercussioni del crollo del vecchio blocco dell'Est. Ma sempre più saranno aggravate
dalla caduta catastrofica nella sua crisi mortale dell'economia capitalista.

L'EVOLUZIONE
DELLA CRISI ECONOMICA

9) L'anno 1992 si è caratterizzato con
un aggravarsi considerevole della situazione dell'economia mondiale. In
particolare, la recessione aperta si è generalizzata raggiungendo paesi
inizialmente risparmiati, come la Francia, e tra i più solidi come la Germania
ed il Giappone. Se l'elezione di Clinton rappresenta la prosecuzione, ed anche
il rafforzamento, della politica della prima potenza mondiale sull'arena
imperialista, essa simboleggia la fine di tutto un periodo nell'evoluzione
della crisi e delle politiche borghesi per farvi fronte. Essa prende atto della
caduta definitiva delle "reaganomics" che avevano suscitato le speranze
più folli nelle fila della classe dominante e numerose illusioni tra i
proletari. Oggi, nei discorsi borghesi, non si fa più alcun cenno alle mitiche
virtù della "deregulation" e del "meno Stato". Anche uomini
politici appartenenti a forze che si erano fatte sostenitrici delle
"reaganomics", come Major in Gran Bretagna, ammettono, di fronte
all'accumularsi delle difficoltà dell'economia, la necessità in essa di
"più Stato".

10) Gli "anni Reagan",
prolungati dagli "anni Bush", non hanno affatto rappresentato una inversione
della tendenza storica, propria della decadenza capitalistica, di rafforzamento
del capitalismo di Stato. Durante questo periodo, delle misure come l'aumento
massiccio delle spese militari, il salvataggio del sistema delle casse di
risparmio da parte dello Stato federale (che comporta un prelevamento di 1000
miliardi di dollari dal suo bilancio) o la caduta volontaristica dei tassi di
interesse al disotto del livello dell'inflazione hanno rappresentato una
crescita significativa dell'intervento dello Stato nell'economia della prima
potenza mondiale. Nei fatti, quali che siano i temi ideologici impiegati, quali
che siano le modalità, la borghesia non può mai, nel periodo di decadenza,
rinunciare a fare appello allo Stato per assemblare i pezzi di un'economia che
tende al collasso, per tentare di barare con le leggi capitalistiche (ed è il
solo che possa farlo, in particolare attraverso la stampa della carta moneta).
Tuttavia, con:

  • il nuovo aggravarsi della crisi
    economica mondiale;
  • il livello critico raggiunto dalla
    rovina di certi settori cruciali dell'economia americana (salute ed
    educazione, infrastrutture ed equipaggiamenti, ricerca, ...) favorito
    dalla politica "liberale" forsennata di Reagan e compagni;
  • l'esplosione surrealista della
    speculazione a scapito degli investimenti produttivi ugualmente
    incoraggiati dalle "reaganomics";

lo Stato
federale non poteva evitare un intervento molto più aperto, a viso scoperto, in
questa economia. In questo senso, il significato dell'elezione del democratico
Clinton alla testa dell'esecutivo americano non può essere ridotto a dei soli
imperativi ideologici. Questi imperativi non sono trascurabili, proprio allo
scopo di favorire una maggiore adesione dell'insieme della popolazione degli
Stati Uniti alla politica imperialista della borghesia di questo paese. Ma,
molto più importante, il "New Deal" di Clinton è il segno della
necessità di un riorientamento significativo della politica di questa
borghesia, un riorientamento che Bush, troppo legato alla politica precedente,
non era il più adatto ad attuare.

11) Questo riorientamento politico,
contrariamente alle promesse del candidato Clinton, non potrebbe rimettere in
discussione il peggioramento delle condizioni di vita della classe operaia, che
viene definita "classe media" per i bisogni della propaganda. Le
centinaia di miliardi di dollari di economia annunciati da Clinton alla fine di
febbraio 1993, rappresentano una crescita considerevole dell'austerità
destinata ad alleggerire l'enorme deficit federale e a migliorare la
competitività della produzione USA sul mercato mondiale. Tuttavia, questa
politica si confronta con dei limiti insuperabili. La riduzione del deficit, se
sarà veramente realizzata, non potrà che accentuare le tendenze al
rallentamento dell'economia che era stata drogata da questo stesso deficit per
quasi un decennio. Un tale rallentamento, riducendo le entrate fiscali
(malgrado l'aumento previsto delle imposte) porterà ad aggravare ancora questo
deficit. Così, quali che siano le misure applicate, la borghesia si trova di
fronte ad un vicolo cieco: invece di un rilancio dell'economia e di una
riduzione del suo indebitamento (ed in particolare quello dello Stato), essa è
condannata, con una scadenza che non potrà essere rimandata per molto, ad un nuovo
rallentamento dell'economia ed ad un aumento irreversibile dell'indebitamento.

12) Lo stallo nel quale si trova
l'economia americana non fa che esprimere quello dell'insieme dell'economia
mondiale. Tutti i paesi sono stretti in una morsa le cui ganasce hanno per nome
caduta della produzione ed esplosione dell'indebitamento (ed in particolare
quello dello Stato). E' la manifestazione eclatante della crisi di
sovrapproduzione irreversibile nella quale affonda il modo di produzione
capitalista da più di due decenni. Successivamente, l'esplosione
dell'indebitamento del "terzo mondo", dopo la recessione mondiale del
1973-74, poi l'esplosione del debito americano (sia interno che estero), dopo
quella del 1981-82, avevano permesso all'economia mondiale di limitare le
manifestazioni dirette, e soprattutto di mascherare l'evidenza, di questa
sovrapproduzione. Oggi, le drastiche misure che si propone di applicare la
borghesia USA segnano la messa da parte definitiva della "locomotiva"
americana che aveva tirato l'economia mondiale negli anni 1980. Il mercato
interno degli Stati Uniti si ferma sempre più, ed in modo irreversibile. E se
ciò non succede per una migliore competitività delle merci made in USA, ciò
avverrà attraverso un aumento senza precedenti del protezionismo  di cui 
Clinton,   fin dal suo
insediamento, ha dato un assaggio (aumento dei diritti sui prodoti agricoli,
l'acciaio, gli aerei, chiusura dei mercati pubblici, ...). Così, la sola
prospettiva che possa attendere il mercato mondiale è quella di un
restringimento crescente ed irrimediabile. E ciò tanto più perché esso è di
fronte ad una crisi catastrofica del credito simbolizzata dai fallimenti delle
banche sempre più numerosi: a forza di abusare in modo folle
dell'indebitamento, il sistema finanziario internazionale si trova sull'orlo di
un'esplosione che porterà al precipitare in modo apocalittico del crollo dei
mercati e della produzione.

13) Un altro fattore che viene ad
aggravare lo stato dell'economia mondiale è il caos crescente che si sviluppa
nelle relazioni internazionali. Quando il mondo viveva sotto l'egida dei due
giganti imperialisti, la necessaria disciplina che dovevano rispettare gli
alleati all'interno di ciascun blocco non si esprimeva solo sul piano militare
e diplomatico, ma anche sul piano economico. Nel caso del blocco occidentale, è
attraverso delle strutture come l'OCSE, il FMI, il G7 che gli alleati, che
erano nello stesso tempo i principali paesi avanzati, avevano stabilito, sotto
l'egida del capo fila americano, un coordinamento delle loro politiche
economiche e un modus vivendi per contenere le loro rivalità commerciali. Oggi,
la scomparsa del blocco occidentale, che fa seguito al crollo di quello
dell'Est, ha inferto un colpo decisivo a questo coordinamento (anche se se ne sono
mantenute le vecchie strutture) e lascia il campo libero del "ciascuno per
sé" nelle relazioni economiche. Concretamente, la guerra commerciale non
può che scatenarsi ancora di più, venendo ad accentuare le difficoltà e
l'instabilità dell'economia mondiale che ne sono la causa. E' quanto manifesta
l'attuale paralisi nei negoziati del GATT. Questi avevano ufficialmente per
oggetto di limitare il protezionismo tra "compagni" al fine di
favorire gli scambi mondiali e dunque la produzione delle differenti economie
nazionali. Il fatto che questi negoziati siano divenuti un'asta, in cui gli
antagonismi imperialisti si sovrappongono alle semplici rivalità commerciali,
non può che provocare l'effetto inverso: una maggiore disorganizzazione ancora
di questi scambi, delle accresciute difficoltà per le economie nazionali.

14) Così, la gravità della crisi ha
raggiunto, con l'inizio dell'ultimo decennio del secolo, un livello
qualitativamente superiore a quanto il capitalismo abbia mai conosciuto finora.
Il sistema finanziario mondiale cammina sull'orlo del precipizio al rischio
continuo e crescente di precipitarvi. La guerra commerciale sta per scatenarsi
ad un livello mai visto. Il capitalismo non potrà trovare una nuova
"locomotiva" per rimpiazzare la locomotiva americana ormai fuori uso.
In particolare, i mercati straordinari che si era pensato avrebbero
rappresentato i paesi anticamente dominati da regimi stalinisti non sono mai
esistiti se non nell'immaginazione di qualche settore della classe dominante (e
anche in quella di alcuni gruppi dell'ambiente proletario). Lo sfaldamento
senza speranza di queste economie, il baratro senza fondo che esse
rappresentano per ogni tentativo di investimento che si propone di
raddrizzarle, le convulsioni politiche che agitano la classe dominante e che
vengono ulteriormente ad amplificare la catastrofe economica, tutti questi
elementi indicano che esse sono sul punto di sprofondare in una situazione
simile a quella del Terzo Mondo, che lungi dal poter costituire una boccata
d'ossigeno per le economie più sviluppate, esse diventeranno un fardello che
peserà sempre più sulle loro spalle. Infine, se in queste ultime l'inflazione
ha qualche possibilità di essere contenuta, come è fino ad oggi, ciò non si
concretizza affatto in un superamento delle difficoltà economiche che ne sono
l'origine. E' al contrario l'espressione della riduzione drammatica dei mercati
che esercita una potente pressione alla caduta sul prezzo delle merci. La
prospettiva dell'economia mondiale è dunque alla caduta crescente della
produzione con la messa da parte di una parte sempre più considerevole del
capitale investito (fallimenti a catena, desertificazione industriale, ecc.) e
una riduzione drastica del capitale variabile, il che significa, per la classe
operaia, oltre che degli attacchi accresciuti contro tutti gli aspetti del
salario, dei licenziamenti massicci, una crescita senza precedenti della
disoccupazione.

LE
PROSPETTIVE DELLA LOTTA DI CLASSE

15) Gli attacchi capitalistici di ogni
tipo che si scatenano oggi e che non possono che amplificarsi, colpiscono un
proletariato che è stato sensibilmente indebolito nel corso degli ultimi tre
anni, un indebolimento che ha toccato sia la sua coscienza che la sua
combattività.

E' il crollo
dei regimi stalinisti d'Europa e lo smembramento dell'intero blocco dell'Est
alla fine del 1989, che ha costituito il fattore essenziale di regresso della
coscienza nel proletariato. L'identificazione, fatta da tutti i settori
borghesi, per mezzo secolo, di questi regimi col "socialismo", il
fatto che questi regimi non siano caduti sotto i colpi della lotta di classe
operaia ma al seguito di una implosione della loro economia, ha permesso lo
scatenamento di massicce campagne sulla "morte del comunismo", sulla
"vittoria definitiva dell'economia liberale" e della
"democrazia", sulla prospettiva di un "nuovo ordine
mondiale" fatto di pace, di prosperità e di rispetto del Diritto. Se la
stragrande maggioranza dei proletari delle grandi concentrazioni industriali
aveva smesso, già da tempo, di farsi illusioni sui pretesi "paradisi
socialisti", la scomparsa ingloriosa dei regimi stalinisti ha tuttavia
inferto un colpo decisivo all'idea che poteva esistere sulla terra una cosa
diversa dal sistema capitalista, che l'azione del proletariato poteva condurre
ad una alternativa a questo sistema. Ed un tale danno alla coscienza nella
classe è stata ulteriormente aggravato dall'esplosione dell'URSS, in seguito al
colpo di stato fallito di agosto 1991, una esplosione che riguardava il paese
che era stato il teatro della rivoluzione proletaria all'inizio del secolo.

D'altra
parte, la crisi del Golfo a partire dall'estate 1990,  l'operazione 
"Tempesta del deserto" all'inizio del 1991, hanno generato un
profondo senso di impotenza tra i proletari che si sentivano totalmente
incapaci di agire o di avere un peso rispetto a degli eventi della cui gravità
erano coscienti, ma che restavano di competenza esclusiva di "quelli in
alto". Questo sentimento ha potentemente contribuito ad indebolire la combattività
operaia in un contesto in cui questa combattività era già stata alterata,
benché in modo minore, dai fatti dell'est l'anno precedente. E questo
indebolimento della combattività è stato ancora aggravato dall'esplosione
dell'URSS, due anni dopo il crollo del suo blocco, come dallo sviluppo contemporaneo
degli scontri nella ex-Jugoslavia.

16) Gli eventi che sono precipitati
dopo il crollo del blocco dell'Est, apportando su tutta una serie di questioni
una smentita alle campagne borghesi del 1989, hanno contribuito a scalzare una
parte delle mistificazioni nelle quali era stata spinta la classe operaia.
Così, la crisi e la guerra del Golfo hanno cominciato a portare dei colpi
decisivi alle illusioni sull'instaurazione di una "era di pace" che
Bush aveva annunciato all'epoca della caduta del rivale imperialista dell'Est.
Nello stesso tempo, il comportamento barbaro della "grande
democrazia" americana e dei suoi accoliti, i massacri perpetrati contro i
soldati iracheni e le popolazioni civili hanno contribuito a smascherare la
menzogne sulla "superiorità" della democrazia, sulla vittoria del
"diritto delle nazioni" e dei "diritti dell'uomo". Infine,
l'aggravarsi catastrofico della crisi, la recessione aperta, i fallimenti, le
perdite registrate dalle imprese considerate come le più prospere, i
licenziamenti massicci in tutti i settori e in particolare in queste imprese,
la crescita inesorabile della disoccupazione, tutte queste manifestazioni
irrisolvibili che incontra l'economia capitalista sono sul punto di regolare il
loro conto alle menzogne sulla "prosperità" del sistema capitalista,
sulla sua capacità di superare le difficoltà che avevano ingoiato il suo
preteso rivale "socialista". La classe operaia non ha ancora digerito
l'insieme dei colpi che erano stati inferti nel periodo precedente alla sua
coscienza. In particolare l'idea che può esistere un'alternativa al capitalismo
non deriva automaticamente dalla constatazione crescente del fallimento di
questo sistema e può ben sfociare nella disperazione. Ma in seno alla classe le
condizioni di un rigetto delle menzogne borghesi, di porsi delle questioni in
profondità sono sul punto di svilupparsi.

17) Questa riflessione nella classe
operaia prende corpo in un momento in cui l'accumulazione degli attacchi
capitalisti e la loro crescente brutalità la obbligano a scuotersi dal torpore
che l'aveva invasa da molti anni. Di volta in volta:

  • l'esplosione della combattività
    operaia in Italia durante l'autunno 1992 (una combattività mai
    completamente spentasi dopo);
  • ad un livello minore ma
    significativo, le manifestazioni di massa degli operai inglesi durante lo
    stesso periodo, all'annuncio della chiusura della maggior parte delle
    miniere;
  • la combattività espressa dai
    proletari tedeschi alla fine dell'inverno in seguito ai licenziamenti
    massicci, specie in quella che costituisce uno dei simboli dell'industria
    capitalista, la Ruhr;
  • altre manifestazioni di combattività
    operaia, di minore ampiezza ma che si sono moltiplicate in molti paesi
    d'Europa, specie in Spagna, di fronte a dei piani di austerità sempre più
    draconiani;

sono venuti a
mettere in evidenza che il proletariato era sul punto di aprire la morsa che lo
imprigionava dall'inizio degli anni 1990, che si liberava dalla paralisi che
l'aveva costretto a subire senza reagire gli attacchi sferrati da allora dalla
borghesia. Così, la situazione attuale si distingue fondamentalmente da quella
che era stata messa in evidenza al precedente congresso della CCI quando si era
constatato che: "... gli apparati
della sinistra della borghesia hanno tentato già da molti mesi di lanciare dei
movimenti di lotta prematuri con lo scopo di intralciare questa riflessione
(in
seno al proletariato) e di spargere
ulteriore confusione nelle fila operaie."
In particolare, l'atmosfera
di impotenza che dominava allora tra la maggioranza dei proletari e che
favoriva le manovre borghesi volte a provocare delle lotte minoritarie
destinate ad impantanarsi nell'isolamento, tende sempre più a lasciare il posto
alla volontà di scontrarsi con la borghesia, di rispondere con determinazione
ai suoi attacchi.

18) Così, fin da oggi, il proletariato
dei principali paesi industrializzati è in grado di rialzare la testa
confermando ciò che la CCI non ha mai smesso di affermare:  "il fatto che la classe
operaia detiene sempre tra le sue mani le chiavi dell'avvenire"

(Risoluzione del 9° Congresso della CCI) e che aveva annunciato con fiducia: "... è certo perché il corso storico
non è stato rovesciato, perché la borghesia non è riuscita con le sue
molteplici campagne e manovre ad infliggere una sconfitta decisiva al
proletariato dei paesi avanzati e ad imbrigliarlo dietro le sue bandiere, che
il riflusso subito da quest'ultimo, sia al livello della sua coscienza che
della sua combattività, sarà necessariamente superato."
(Risoluzione
del 29 marzo 1992, Revue Internationale n° 70). Tuttavia questa ripresa della
lotta di classe si annuncia difficile. I primi tentativi fatti dal proletariato
dopo l'autunno 1992 mettono in evidenza che esso subisce ancora il peso del
riflusso. In buona parte, l'esperienza, le lezioni acquisite nel corso delle
lotte degli anni 1980, non sono state ancora fatte proprie dalla grande
maggioranza degli operai. In cambio, la borghesia ha, fin d'ora, dato prova di
aver tratto gli insegnamenti dalle lotte precedenti:

  • organizzando, già da tempo, tutta
    una serie di campagne destinate a far perdere agli operai la loro identità
    di classe, in particolare delle campagne antifasciste ed anti-razziste
    così come delle campagne volte ad imbottire loro il cranio con il
    nazionalismo;
  • prendendo rapidamente, grazie ai
    sindacati, le redini delle espressioni di combattività;
  • radicalizzando il linguaggio di
    questi organi di inquadramento della classe operaia;
  • dando di primo acchito, là dove era
    necessario come in Italia, un ruolo di primo piano al sindacalismo di
    base;
  • organizzando o preparando, in un
    certo numero di paesi, l'allontanamento dal governo dei partiti
    "socialisti" per potere meglio giocare la carta della sinistra
    nell'opposizione;
  • stando attenta ad evitare, grazie ad
    una pianificazione internazionale dei suoi attacchi, uno sviluppo
    simultaneo delle lotte operaie nei diversi paesi;
  • organizzando un sistematico
    black-out su queste.

Inoltre, la
borghesia si è mostrata capace di utilizzare il riflusso della coscienza nella
classe per introdurre dei falsi obiettivi e rivendicazioni nelle lotte operaie
(divisione del lavoro, "diritti sindacali", difesa dell'impresa,
ecc.).

19) Più in generale, è ancora lungo il
cammino che attende il proletariato prima che sia capace di affermare la sua
prospettiva rivoluzionaria. Dovrà evitare le trappole classiche che tutte le
forze della borghesia disporranno sistematicamente sul suo cammino. Nello
stesso tempo dovrà confrontarsi con tutto il veleno che la decomposizione del
capitalismo fa penetrare fra le fila operaie e che la classe dominante (di cui
le difficoltà politiche legate alla decomposizione non intaccano la sua
capacità di manovra contro il suo nemico mortale) utilizzerà in maniera cinica:

  • l'atomizzazione,
    l'"arrangiarsi" individuale, il "ciascuno per sé", che
    tende a spezzare la solidarietà e l'identità di classe e che, anche nei
    momenti di combattività, favorirà il corporativismo;
  • la disperazione, la mancanza di
    prospettiva che continuerà a pesare, anche se la borghesia non potrà
    utilizzare una nuova volta un'occasione come il crollo dello stalinismo;
  • il processo di
    sottoproletarizzazione derivante da un ambito in cui la disoccupazione
    massiccia e di lunga durata tende a separare dal resto della loro classe
    una parte significativa dei disoccupati, ed in particolare i più giovani;
  • la crescita della xenofobia, anche
    tra settori operai importanti, che facilita notevolmente, di ritorno, le
    campagne anti-razziste ed antifasciste destinate non solo a dividere la
    classe operaia, ma anche a ricondurla dietro la difesa dello Stato
    democratico;
  • le rivolte urbane, sia spontanee che
    provocate dalla borghesia (come quelle di Los Angeles nella primavera
    1992), che saranno utilizzate da quest'ultima per tentare di deviare il
    proletariato dal suo terreno di classe;
  • le differenti manifestazioni del
    marciume della classe dominante, la corruzione e la gangsterizzazione del
    suo apparato politico che, se intaccano la sua credibilità agli occhi
    degli operai, favoriscono nello stesso tempo le campagne di diversione in
    favore di uno Stato "proprio" (o "vero");
  • la mostra di tutta la barbarie nella
    quale sprofonda non solo il "terzo-mondo", ma anche una parte
    dell'Europa, come l'ex-Jugoslavia, il che è terreno benedetto per tutte le
    campagne "umanitarie" volte a colpevolizzare gli operai, a far
    loro accettare il degradarsi delle loro proprie condizioni di vita, ma
    anche a ricoprire con un velo pudico e giustificare le manovre
    imperialiste delle grandi potenze.

20) Questo ultimo aspetto della
situazione attuale mette in rilievo la complessità della questione della guerra
come fattore della presa di coscienza del proletariato. Questa complessità è
stata già ampiamente analizzata dalle organizzazioni comuniste, e specie dalla
CCI, nel passato. Fondamentalmente essa consiste nel fatto che, se la guerra
imperialista costituisce una delle manifestazioni maggiori della decadenza del
capitalismo, simboleggiando in particolare l'assurdità di un sistema all'agonia
ed indicando la necessità di rovesciarlo, il suo impatto sulla coscienza nella
classe operaia dipende strettamente dalle circostanze nelle quali essa scoppia.
Così la guerra del Golfo, due anni fa, ha contribuito seriamente a che gli
operai dei paesi avanzati (paesi che erano praticamente tutti implicati in
questa guerra, direttamente od indirettamente) superassero le illusioni diffuse
dalla borghesia l'anno precedente, partecipando così alla chiarificazione della
coscienza del proletariato. Invece la guerra nella ex-Jugoslavia non ha affatto
contribuito al processo di chiarificazione della coscienza del proletariato, il
che è comprovato dal fatto che la borghesia non ha avuto bisogno di organizzare
delle manifestazioni pacifiste nel momento in cui molti paesi avanzati (come la
Francia e la Gran Bretagna) hanno, fin d'ora, inviato migliaia di uomini sul
campo. Lo stesso dicasi per l'intervento massiccio del gendarme USA in Somalia.
E' chiaro così che, quando il gioco sordido dell'imperialismo può dissimularsi
dietro i paraventi "umanitari", cioè finché gli è permesso di
presentare i suoi interventi guerrieri come destinati ad alleviare l'umanità
dalle calamità dovute alla decomposizione capitalista, non può, attualmente,
essere messo a profitto dalle grandi masse operaie per rafforzare la loro
coscienza e la loro determinazione di classe. Tuttavia, la borghesia non potrà
in tutte le circostanze nascondere il volto odioso della sua guerra
imperialista dietro la maschera dei "buoni sentimenti".
L'ineluttabile aggravarsi degli antagonismi tra le grandi potenze, costringendole,
anche in assenza del pretesto "umanitario" (come per la guerra del
Golfo), a degli interventi sempre più diretti, massicci e carnefici (il che
costituisce, in fin dei conti, una delle caratteristiche maggiori di tutto il
periodo di decadenza del capitalismo), tenderà a far aprire gli occhi agli
operai sulle vere poste in gioco della nostra epoca. Ciò è vero per la guerra
come per altre manifestazioni dello stallo storico del sistema capitalistico:
quando sono una conseguenza della decomposizione di questo sistema, esse si
presentano come un ostacolo alla presa di coscienza nella classe; non è che
intese come manifestazione generale dell'insieme della decadenza che esse
possono costituire un elemento positivo in questa presa di coscienza. E questa
potenzialità tenderà a divenire sempre più realtà a mano a mano che la gravità
della crisi e degli attacchi borghesi, cosi come lo sviluppo delle lotte
operaie, permetteranno alle masse proletarie di identificare la linea che
unisce l'impasse economico del capitalismo ed il suo tuffarsi nella barbarie
guerriera.

21) Così, l'evidenza della crisi
mortale del modo di produzione capitalista, manifestazione prima della sua
decadenza, le terribili conseguenze che essa avrà per tutti i settori della
classe operaia, la necessità per questa di sviluppare, contro queste
conseguenze, le lotte nelle quali ricomincia ad impegnarsi, vanno a costituire
un potente fattore nella sua presa di coscienza. L'aggravarsi della crisi
evidenzierà sempre più che essa non deriva da una "cattiva gestione",
che i borghesi "virtuosi" e gli Stati "propri" sono
altrettanto incapaci degli altri di superarla, che essa esprime l'impasse
mortale di tutto il capitalismo. Lo spiegamento massiccio delle lotte operaie
costituirà un potente antidoto contro gli effetti deleteri della
decomposizione, permettendo di superare progressivamente, con la solidarietà di
classe che queste lotte implicano, l'atomizzazione, il "ciascuno per
sé" e tutte le divisioni che pesano sul proletariato: tra categorie,
branche di industria, tra immigrati e nazionali, tra disoccupati e operai al
lavoro. In particolare, se a causa del peso della decomposizione, i disoccupati
non hanno potuto, nel corso del decennio passato, e contrariamente agli anni
1930, entrare nella lotta (se non in maniera molto puntuale) se non potranno
giocare un ruolo d'avanguardia paragonabile a quello dei soldati nella Russia
del 1917, come si sarebbe potuto prevedere, lo sviluppo massiccio delle lotte
proletarie permetterà loro, specie nelle manifestazioni di strada, di
ricongiungersi alla lotta generale della loro classe, e ciò tanto più che, tra
loro, la proporzione di quelli che hanno già un'esperienza di lavoro associato
e della lotta sul luogo di lavoro non potrà andare che crescendo. Più in
generale se la disoccupazione non è un problema specifico dei senza lavoro ma
piuttosto una questione che tocca e riguarda tutta la classe operaia, in
particolare in quella che costituisce una manifestazione tragica ed evidente
del fallimento storico del capitalismo, sono certo queste stesse lotte a venire
che permetteranno all'insieme del proletariato di prenderne pienamente
coscienza.

22) E' così, e fondamentalmente,
attraverso queste lotte di risposta agli attacchi incessanti contro le sue
condizioni di vita che il proletariato dovrà superare le conseguenze del crollo
dello stalinismo che ha apportato un colpo di una tale violenza alla sua
apprensione della sua prospettiva, alla sua coscienza che esiste un'alternativa
rivoluzionaria alla società capitalista moribonda. Queste lotte "ridaranno fiducia alla classe operaia,
le ricorderanno che essa costituisce, fin da oggi, una forza considerevole
nella società e permetteranno ad una massa crescente di operai di rivolgersi
nuovamente verso la prospettiva del rovesciamento del capitalismo"

(Risoluzione del 29 marzo 1992). E più questa prospettiva sarà presente nella
coscienza operaia, più la classe disporrà di carte vincenti per giocare le
trappole borghesi, per sviluppare pienamente le sue lotte, per prenderle
efficacemente in mano, estenderle e generalizzarle. Per sviluppare questa
prospettiva, la classe non ha solo per compito di riprendersi dal
disorientamento subito nell'ultimo periodo e di riappropriarsi delle lezioni
delle sue lotte degli anni 1980; essa dovrà così riannodare il filo storico
delle sue tradizioni comuniste. L'importanza centrale di questo sviluppo della
coscienza non può che sottolineare l'immensa responsabilità che spetta alla
minoranza rivoluzionaria nel periodo attuale. I comunisti devono partecipare
attivamente a tutte le lotte di classe al fine di svilupparne le potenzialità,
di favorire al meglio il recupero della coscienza del proletariato indebolita
dal crollo dello stalinismo, di contribuire a ridargli fiducia in sé stesso e
di mettere in evidenza la prospettiva rivoluzionaria che queste lotte
contengono implicitamente. Ciò va di pari passo con la denuncia della barbarie
militare del capitalismo decadente e, più in generale, la messa in guardia
contro la minaccia che questo sistema in decomposizione fa pesare sulla
sopravvivenza stessa dell'umanità. L'intervento deciso dell'avanguardia
comunista è una condizione indispensabile del successo definitivo della lotta
di classe proletaria.

                                  CCI, aprile
1993


(1) Sembra così ancora una volta che gli
antagonismi imperialisti non ricoprano automaticamente le rivalità commerciali,
anche se, con il crollo del blocco dell'Est, la carta imperialista mondiale di
oggi è più vicina rispetto a quella precedente , il che permette ad un paese
come gli Stati Uniti di utilizzare, precisamente nei negoziati del GATT, la sua
potenza economica e commerciale come arma di ricatto nei confronti dei suoi
alleati. Come la CEE poteva essere talvolta uno strumento del blocco imperialista
dominato dalla potenza americana pur favorendo la concorrenza commerciale dei
suoi membri contro quest'ultima, dei paesi come la Gran Bretagna o i Paesi
Bassi possono molto ben fondarsi oggi sull'Unione Europea per far valere i loro
interessi commerciali rispetto a questa potenza pur rappresentando i suoi interessi
imperialisti in Europa.

Vita della CCI: 

Sviluppo della coscienza e dell' organizzazione proletaria: