Missione di “pace” in Afghanistan, rapimento Mastrogiacomo, Emergency: come l’imperialismo italiano gioca le sue carte in

Il rapimento di Mastrogiacomo e gli eventi ad esso legati sono stati messi al centro dell’attenzione da parte dei media per circa due mesi. Adesso, le notizie sulle sorti del mediatore di Emergency, Rahmatullah, e lo stesso ritiro di Emergency dall’Afghanistan sono ridotte a piccole note redazionali.

Evidentemente fino a che si poteva far leva sull’istintivo senso di condanna della gente per il rapimento del giornalista italiano e per le atroci esecuzioni degli altri ostaggi, faceva comodo propagandare e contrapporre “alla barbarie dei talebani”, “l’umanità” dello Stato italiano e soprattutto del suo governo di sinistra che, pur di salvare delle vite umane, scende a patteggiamenti con i terroristi nonostante le esplicite critiche della superpotenza USA, mobilitando energie umane e finanziarie attraverso Emergency. Addirittura, nel democratico e umanitario Stato italiano, si apre un dibattito sulle scelte fatte in questa occasione rispetto ad altri rapimenti storici, come quello di Moro da parte delle Brigate Rosse, con Cossiga che difende la scelta dell’epoca di non cedere al ricatto dei terroristi, anche a costo della vita di Moro, e Fassino che afferma “salvare una vita non è una resa”. Quando poi le cose si complicano, con l’arresto di Rahmatullah e le accuse da parte del governo afgano contro Emergency in quanto fiancheggiatore dei terroristi, allora è meglio far sfumare l’attenzione perché, al di là delle chiacchiere di questi signori e dei loro mass media, il reale significato della presenza dell’Italia in Afghanistan, così come in Somalia, nel Libano, nel Sudan, nel Darfur, nei Balcani, ed altrove, e degli scontri imperialisti in atto in questi paesi, diventa sempre più chiaro agli occhi di tutti e sempre meno possibile camuffabile con discorsi umanitari. I fischi al “pacifista” Bertinotti alla manifestazione per il 25 aprile a Milano ne sono un sintomo.

La contraddizione evidente tra il miliardo di euro abbondante appena stanziato dal governo Prodi per le missioni militari all’estero e la crescente miseria che questo stesso governo impone ai proletari italiani con i licenziamenti, la precarietà del lavoro, lo smantellamento dell’assistenza sanitaria e delle pensioni, l’assenza di prospettiva per i giovani, fanno sorgere subito un dubbio: come mai questo Stato che si preoccupata tanto del popolo afgano, libanese, sudanese, condanna ad una vita di stenti la stragrande maggioranza dei lavoratori italiani e ad un futuro ancora peggiore la nuova generazione? Quale livello di ipocrisia si nasconde dietro le lacrime versate sulla morte di un povero cristo che a 74 anni è ancora costretto a lavorare a nero su di una impalcatura di dieci metri fino a lasciarci la pelle?

Un livello molto alto se aggiungiamo che la giustificazione umanitaria della presenza dell’esercito italiano in Afghanistan fa a cazzotti con la necessità di aumentare l’armamento del contingente italiano a Heart, vista l’intensificazione degli scontri in atto nella zona di controllo italo-ispanica. E fa a cazzotti con il fatto che è proprio sotto il fuoco incrociato tra frazioni locali ed eserciti europei ed USA - con i quali lo Stato italiano ha preso accordi ben più criminali dal punto di vista umanitario per assicurarsi la presenza sul posto - che decine di uomini, donne e bambini afgani muoiono ogni giorno, sotto le bombe, per la fame, le malattie causate dalla guerra.

Ma oltre all’ipocrisia senza ritegno della borghesia, tutte le vicende legate al rapimento del giornalista Mastrogiacomo ed alle modalità della sua liberazione danno altri elementi di riflessione sulla realtà guerrafondaia ed imperialista dello Stato italiano e sul modo con cui questa si concretizza. In particolare:

- quali sono i motivi degli attriti tra il governo italiano e gli USA in questa vicenda?

- come mai una operazione così delicata come la liberazione di ostaggi in una situazione di guerra viene affidata ad Emergency, un’organizzazione non governativa di medici volontari, che in quanto tale non potrebbe avere mezzi organizzativi ed economici adeguati per compiti simili?

L’imperialismo italiano alla ricerca di prestigio ed autonomia

Come ogni Stato, anche l’Italia cerca di acquisire quanto più spazio possibile sull’arena imperialista mondiale. Questa è una preoccupazione costante di ogni Stato, qualsiasi ne sia il governo di turno, perché da questo dipende la capacità di mantenere e - nella misura del possibile - accrescere un dato livello di forza concorrenziale rispetto alle altre potenze. E per ogni Stato nazionale questo è questione di vita o di morte, in particolare nell’attuale situazione di crisi profonda del sistema capitalistico.

Le mire del governo Prodi su questo piano non sono quindi diverse da quelle del governo Berlusconi o di quelli precedenti. Si differenziano però le scelte, i percorsi da seguire. Rispetto al governo Berlusconi, l’attuale governo di sinistra si differenzia per una politica estera meno legata ai dettami che vorrebbero imporre gli USA (vedi ad esempio la domanda di meno limiti alle zone di competenza dei vari eserciti, ma soprattutto il veto ad ogni trattativa con i talebani) e per una maggiore ricerca di un posto in prima fila tra le potenze europee nelle zone calde del Medio Oriente. Basta vedere le ultime mosse diplomatiche assestate dal governo:

- nel suo recente viaggio in Arabia Saudita Prodi ha reiterato la condanna della guerra in Iraq perché “Non è stata preceduta da un quadro di legittimità giuridica soddisfacente per quanto attiene le Nazioni Unite” e voluta sulla base di “argomentazioni rivelatesi infondate”, cercando al contempo di far riconoscere all’Italia un ruolo di interlocutore privilegiato, basandosi sugli apprezzamenti positivi fatti dal ministro degli esteri saudita, Saud al-Faisal, in particolare per il ruolo svolto in Libano: “Innanzitutto siamo grati all’Italia: non fosse stato per la sua ferma posizione, la missione Unifil forse non sarebbe riuscita. Spero che continui, anzi si rafforzi se necessario” (la Repubblica 24/4/07);

- nella stessa ottica il governo ha promosso una “Conferenza di pace” per l’Afghanistan (per cui sono stati stanziati 500.000 euro) ed una Conferenza a Roma sulla giustizia in Afghanistan (costo 127.800 euro);

- su di un altro fronte D’Alema lancia la proposta di moratoria contro la pena di morte a livello mondiale nell’ambito dell’UE;

- in Afghanistan, in contrasto con le indicazioni USA, l’Italia porta il governo Karzai a rilasciare dei terroristi talebani in cambio di Mastrogiacomo.

Tutta questa rinnovata spinta del governo Prodi ad imporsi come elemento autonomo importante sulla scena dei conflitti in Medio Oriente chiaramente non va molto bene agli USA che invece fanno sempre più fatica ad imporre la propria leadership nella zona ed a contrastare velleità simili anche da parte delle altre potenze europee. Da qui gli “screzi”, il conflitto diplomatico rispetto al rapimento Mastrogiacomo nei rapporti tra Italia e USA, che segue altri scontri altrettanto significativi: quello relativo all’omicidio Calipari e quello più lontano relativo al rapimento dell’egiziano Abu Omar a Milano da parte di agenti della CIA.

Nel caso attuale gli USA non potevano certo accettare la politica del patteggiamento con i “famigerati terroristi talebani” per liberare degli ostaggi, quando la loro giustificazione alle varie guerre scatenate dal 2001 ad oggi e il braccio di ferro con le altre potenze imperialiste ha come perno la “crociata contro il terrorismo” in difesa della “democrazia occidentale”. E se il richiamo all’ordine su questo piano non è servito a far abbassare le cresta all’Italia, si ricorre a pressioni più forti sul capo del governo afgano Karzai (anche per mostrare chi è il vero padrone della situazione), che a questo punto non può far altro che rifiutarsi di scarcerare altri terroristi per liberare i due francesi sequestrati dai talebani1. Ed è chiaro che l’arresto di Rahmatullah come fiancheggiatore terrorista e responsabile della morte dell’autista e dell’interprete di Mastrogiacomo, così come le accuse contro Emergency da parte del governo Karzai, hanno lo stesso significato. Aver creato le condizioni perché Emergency non potesse restare più in Afghanistan: questo non è un attacco ad Emergency, ma un colpo assestato al governo italiano. E dovendo mantenere in piedi certi equilibri, dati i rapporti di forza esistenti, il governo italiano non ha potuto che abbozzare sulla vicenda e limitarsi ad assicurare al leader di Emergency, Gino Strada, per bocca di Prodi: "Facciamo l'impossibile per scarcerare Hanefi. Non dimentico certo l'Afghanistan e Rahmatullah Hanefi, il tuo collaboratore che si trova ancora in carcere. Ti posso assicurare che continuiamo a fare il possibile e l'impossibile perché sia scarcerato. Spero che questo possa avvenire il prima possibile" (La Repubblica, 3/5/07, versione on line).

Ma perché prendersela con Emergency significa lanciare un monito al governo italiano? Qual è il ruolo di Emergency in Afghanistan e nelle altre zone di guerra?

Emergency, strumento dell’imperialismo italiano

Le velleità imperialiste dello Stato italiano devono fare i conti con la reale forza economica e militare del capitalismo italiano. Forza storicamente abbastanza limitata che ha costretto da sempre l’Italia a cercare di farsi spazio, più che su di un piano strettamente militare, attraverso vie diplomatiche, tessendo legami bilaterali, ponendosi come interlocutore e mediatore affidabile nelle diverse aree di conflitto, per acquisire una certa presenza e forza politica nelle zone di interesse. In questa politica le organizzazioni non governative (ong) come Emergency (al di là dell’onesta e della buona fede di chi ci lavora o collabora con esse) svolgono un ruolo fondamentale di penetrazione e di impianto sul posto. E’ indubbio che l’opera di Emergency è preziosa, ad esempio in Afghanistan, non solo per le vittime della guerra che almeno hanno la speranza di poter essere curate e di trovare un minimo di assistenza, ma anche per lo stesso governo afgano che senza queste strutture ospedaliere e di assistenza avrebbe ancora più difficoltà a gestire il disastro del paese. Al tempo stesso, proprio per l’importanza che, in queste aree dilaniate da scontri interni ed internazionali, assume l’opera di una struttura come Emergency ufficialmente indipendente, neutrale e apartitica, il radicamento, il consenso e la rispettabilità che questa acquisisce tra la popolazione, ma soprattutto tra le varie forze politiche e combattenti locali, costituiscono una forza politica considerevole. E dietro ad Emergency è lo Stato italiano ad acquisire questa forza; si capisce dunque tutto l’interesse di questo a sostenerla ed a rafforzarne la presenza in queste zone. Questo acquisito riconoscimento risulta utile infatti su due piani: da un lato per mantenere la propria immagine di “italiani brava gente” contrapposto agli “oppressori americani”, che sparano sui civili senza pietà; dall’altro per avere più libertà di movimento nelle situazioni critiche, nelle quali bisogna difendere i propri interessi. Come appunto con il rapimento Mastrogiacomo, dove è grazie alla capacità di impianto nella zona, alla capacità di allacciare legami diplomatici con le diverse frazioni locali che il governo Prodi è riuscito da una parte a premere su Karzai per la liberazione dei talebani, dall’altra, attraverso Emergency, ad arrivare a chi poteva trattare per la liberazione degli ostaggi e procedere in tal senso. E spesso questa via è più efficace e preferibile all’azione dei servizi segreti. Il fatto quindi che Emergency sia stata costretta ad abbandonare il terreno afgano è un problema per il governo italiano, non tanto per le accuse alquanto ridicole di appoggio al terrorismo nei confronti di Emergency, ma piuttosto perché così viene a mancare un tassello importante per la presenza dell’Italia in un’importante zona  dove si gioca un braccio di ferro tra le varie potenze imperialiste (USA e Italia, ma anche Francia, Spagna, Inghilterra, ecc.).

Del resto, come viene ricordato nell’articolo seguente, scritto dopo lo Tsumani che colpì l’Asia nel 2005, l’utilizzo delle ong da parte degli Stati non è una novità, né è una esclusiva “italiana”.

Ed in effetti c’è da chiedersi da dove provengano gli ingenti fondi di un’organizzazione come Emergency necessari per impiantare strutture sanitarie, pagare i medici e tutto il personale necessario a mantenere in piedi la sua stessa struttura. Dalla raccolta di soldi per le strade e qualche filantropo di turno o non piuttosto dalle sovvenzioni di enti e strutture in maniera più o meno esplicita legati allo Stato?

Lo sdegno in tutta questa vicenda non è tanto per le falsità che ci racconta la borghesia, né per la sua ipocrisia, né per le vie che utilizza per raggiungere i suoi fini. Lo Stato italiano, ed il suo governo, è capitalista come qualsiasi altro Stato e dunque la menzogna, l’ipocrisia, i giochi sporchi fanno parte della sua natura. Lo sdegno è soprattutto per il fatto che a pagare tutto questo sono sempre i proletari con la morte e la disperazione in Afghanistan, con un degrado crescente su tutti i piani e con una montagne di mistificazioni in Italia.

Eva, 3/5/2007

1. Le ultime notizie sull’attacco dell’esercito USA nella regione di Herat, zona assegnata al controllo di Italia e Spagna, senza alcun accordo o preavviso a questi da parte degli USA, e le reazioni di D’Alema e Prodi, confermano la maggiore pressione che l’amministrazione Bush intende esercitare in Afghanistan per imporre la propria politica e le tensioni che questo provoca tra le potenze imperialiste che occupano questo paese.

Situazione italiana: 

Recenti e attuali: