Vogliamo scrivere qualche riga per esprimere i nostri sentimenti di fronte a ciò che è appena accaduto. Noi siamo tutte persone molto differenti le une dalle altre: alcuni si definiscono anarchici, altri altermondialisti o ancora femministe o ecologisti, persone favorevoli ad una democrazia reale, ecc. Ma tutti noi abbiamo subito sul nostro corpo gli stessi abusi polizieschi ingiusti e sproporzionati. Per cominciare, tra noi c’è chi non ha neanche partecipato alla manifestazione, e quelli che vi hanno partecipato affermano di avere il diritto a partecipare a delle azioni politiche; tutti abbiamo tutti lo stesso sentimento: il malcontento rispetto alle nostre condizioni di vita (la difficoltà a trovare lavoro, la precarietà, il fatto di non poterci neanche sognare di realizzare i nostri più piccoli progetti a causa delle disuguaglianze economiche e di tutta questa cultura basata sul consumismo esasperato, il fatto di essere repressi a causa delle nostre idee politiche o semplicemente di volere essere differenti da ciò che ci circonda). Siamo di fronte ad una prospettiva senza la minima speranza, senza un futuro che ci incoraggi a vivere tranquillamente ed a poterci dedicare a ciò in cui ognuno crede.
È per tali motivi che la maggior parte di noi è andata alla manifestazione del 15 maggio: per provare a cambiare questo sistema con qualche cosa di più giusto ed equo. E qual è stata la risposta? La repressione da parte delle forze dell’ordine. E stato vergognoso vedere degli uomini sovreccitati, vestiti ed armati per fare paura e colpire tutto ciò che si muoveva, ogni persona che fosse a malapena differente dalle mode imposte dai mercati, vedere una polizia - che dovrebbe stare là per mantenere l’ordine e la pace sociale - colpire impunemente tutti coloro che si trovavano alla loro portata, dei poliziotti con visi pieni di odio, con le pupille dilatate, forse per degli eccitanti ingeriti prima, tutto un terrore che essi utilizzano per difendere i loro banchieri, i loro politici, i loro grandi imprenditori.
Noi, arrestati, affermiamo all'unanimità che la polizia ha agito in modo sproporzionato ed aleatorio:
1. Un compagno arrestato è nel furgone con le mani legate; alcuni poliziotti gli prendono la testa e la battono sui sedili del furgone, ingiuriandolo dicendogli che l’acconciatura dei capelli che porta è “antigienica” e che se anche non avesse fatto niente sarebbe stato lo stesso per lui perché era un maiale e ciò bastava per riempirlo di botte. E nel momento in cui smettono di colpirlo, entra in scena un altro poliziotto antisommossa che gli dice di smettere di lamentarsi “perché nessuno lo ha toccato”.
2. Dicono ad un altro che portava dei pantaloni appariscenti: “Normale che tu non trovi lavoro, con questi pantaloni da finocchio che porti!” e poi proseguono con altri commenti dallo stesso tono omofobico e maschilista.
3. Un altro compagno, che ritornava a casa dopo la manifestazione accompagnato dalla fidanzata, vede dei poliziotti accanirsi a prendere a manganellare un adolescente; chiede loro di smetter ed è allora lui che viene colpito e fermato per “essersi impicciato di fatti che non lo riguardavano”.
4. Altri due, vedendo dei poliziotti antisommossa colpire delle persone sedute nel mezzo del viale Gran Vía, intervengono per aiutare i giovani ad alzarsi da terra. Sono allora fermati da poliziotti in civile, vestiti da skinhead, che però si sono identificati come poliziotti solo dopo gli arresti.
5. Un altro di noi, rientrando da una partita di calcio, ha avuto la sfortuna di voler prendere un treno di periferia alla stazione del Sol. E’ stato arrestato “perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato”, come gli hanno detto più tardi davanti a noi, fregandosene di lui e umiliandolo pure nel momento in cui hanno visto il contenuto del suo zaino con tutto la sua attrezzatura da calcio, scarpe, proteggi-tibie, divisa e pallone, aggiungendo al danno la beffa: “Non ti dispiacere, così avrai una storia da raccontare ai tuoi nipoti!”
6. La maggior parte degli arrestati non era stata mai fermata; tutti chiedevano quando avrebbero potuto telefonare ad un loro parente. Al che rispondevano: “Voi guardate troppi film americani; qui, in Spagna, non avete il diritto di fare delle chiamate esterne”.
7. Nella Brigata di Rieducazione della Regione di Madrid, situata nel quartiere di Moratalaz, non potevamo sollevare lo sguardo dal suolo a rischio di ricevere dei colpi. Era proprio come nei film di terrorismo, gli sbirri erano tutti incappucciati, ed anche così, ci vietavano di guardarli in faccia quando ci chiedevano di rispondere alle loro domande. Purtroppo, la realtà ha superato la finzione.
8. Gettato per terra, con le manette ai polsi, faccia a terra, un altro compagno ha fatto presente che aveva dei problemi cardiaci, che era stato operato e che prendeva dei medicinali. Ha chiesto di essere trasportato in ospedale; gli agenti, prendendolo in giro, gli hanno rifiutato ogni assistenza sanitaria. Due ore dopo, un superiore si è deciso a chiamare il SAMU che è arrivato un’ora più tardi. Gli sbirri trovavano la situazione divertente e hanno deciso di chiamare il nostro compagno “il sig. Infarto”, aggiungendovi altri commenti ironici. Finalmente è stato trasportato in ospedale, dove gli hanno fatto una flebo e dato dei medicinali. Riportato in prigione, gli hanno confiscato i medicinali dicendogli che, quando ne avrebbe avuto bisogno, bastava chiederli. Dopo alcune ore, c’è stato un cambio di squadra. Nessuno aveva informato la nuova squadra di questo caso, così, nel momento in cui il nostro amico doveva prendere una nuova dose, gliel’hanno negata. Ha avuto perciò una crisi di panico e hanno finito per accettare la sua richiesta solo due ore dopo durante le quali noi altri detenuti non abbiamo smesso di gridare per chiedere che lo soccorressero.
9. All’inizio molti di noi erano molto impauriti e, in un primo tempo, non abbiamo voluto che si avvertissero i nostri parenti o un medico. Ma dopo lo shock iniziale, abbiamo sollecitato questi diritti, ma uno dei responsabile del commissariato di Moratalaz ha gridato queste gentili parole: “Banda di finocchi, piccoli merdosi dei miei coglioni, vi do un tale calcio in culo da farvelo uscire per bocca. Prima non avete voluto che la mamma fosse avvertita e adesso, dopo 5 minuti, lo volete; ma dove credete di stare, banda di coglioni? Andate a farvi fottere!”
10. Durante tutti gli spostamenti in vettura conducevano di proposito in modo così spericolato, a grande velocità, con grandi sterzate e facendo stridere i freni che noi, che eravamo dietro nel furgone, sbattevamo contro le porte ed i tramezzi.
11. Infine, ecco qualche altro esempio delle vessazioni e delle intimidazioni psicologiche che ci hanno fatto subire:
Una nuova manifestazione dei costumi della borghesia decadente
I costumi libertini di DSK, che non sono un segreto per nessuno, sono stati sfruttati al massimo e spinti alla caricatura per demonizzare il personaggio, per detronizzarlo dal FMI e sabotarne l candidatura alle presidenziale in Francia? DSK è stato vittima di un “complotto” o di regolamenti di conti tra differenti cricche della borghesia? E’ possibile. Questa classe di squali e di gangster non si fa scrupoli. Non ha mai esitato a “sparare” uno dei suoi, sia nel senso proprio del termine che figurato. E’ stato il caso con la morte nell’ottobre 1979 in Francia del ministro di Giscard, Robert Boulin, ad un passo da diventare Primo ministro, presentato come suicida e ritrovato annegato sotto alcuni centimetri di acqua in uno stagno della foresta di Rambouillet. Secondo molte testimonianze aveva il viso tumefatto da colpi. O ancora, l’ex-primo ministro di Mitterrand, Pierre Bérégovoy che si suicidò il 1 maggio 1993 dopo un’enorme campagna che lo aveva accusato di corruzione. E nessuno ha dimenticato l’assassinio a Dallas, negli Stati Uniti, di John-Fitzgerald Kennedy (“JFK”) nel novembre 1963, commissionato probabilmente - lo si sa adesso - dalla CIA; ed ancora il gigantesco scandalo del Watergate dove il campo repubblicano aveva messo sotto intercettazione telefonica la sede dei rivali democratici costringendo il presidente Richard Nixon a dimissionare nel 1975 ...
“L’affare DSK” mette in luce i costumi depravati della borghesia e va di pari in passo con i “naturali” comportamenti da predatori dei loro dirigenti. Del resto questa non è una novità: ricordiamo che, quando era presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton si è fatto intrappolare ed è stato sottoposto ad una procedura di empeachment all’epoca del caso Monica Lewinski. Allo stesso modo piovono scandali su Berlusconi che recluta ad ampio raggio giovani escort o cover girl per “prestazioni particolari”, comprese minorenni comprando il silenzio dei loro genitori, ed anche inorgogliendosi della sua calda virilità latina. I grandi di questo mondo, spesso inebriati da un sentimento di onnipotenza, tendono a credere che a loro tutto è permesso ed ostentano questo potere con boria ed arroganza. Lo stesso DSK già nel 2008 era stato coinvolto in una storia sordida con una subordinata da lui ricattata rischiando di rimetterci il posto alla testa del FMI. La “morale borghese” si adatta perfettamente alle “deviazioni” o azioni dei suoi dirigenti, di sinistra come di destra, che denotano un comportamento da teppisti e da grandi malviventi mafiosi. In Francia, in quest’ultimi anni, gli “scandali” o i “casi” nauseabondi sono stati particolarmente numerosi, da Giscard a Sarkozy, passando da Mitterrand o Chirac ed i loro ministri: corruzioni, deviazioni di fondi pubblici nelle casse dei partiti, coinvolgimenti di ministri in affari loschi o fraudolenti, come l’ostentazione del lusso in cui si rotolano. DSK, col suo gusto del lusso, è tanto spudorato quanto Sarkozy; anche Christine Lagarde, presentata come la “migliore” rappresentante dell’Europa per succedere a DSK alla testa del FMI, non è da meno (è intervenuta più volte in difesa dell’uomo d’affari Bernard Tapie quando questo era coinvolto nel processo riguardante la banca Crédit Lyonnais).
Perché oggi se ne parla tanto?
La cosa insolita è l’ampiezza della pubblicità data al “caso DSK”. Da quando è esploso il 15 maggio si è impossessato della “prima pagina della stampa internazionale e, la maggior parte dei media, ci ha aggiornato quasi ora per ora in diretta delle peripezie di quello che oramai ci viene presentato come un grande romanzo d’appendice. Tutti i telegiornali gli hanno dedicato un sacco di tempo, dibatti animati si sono susseguiti quotidianamente, è diventato il principale soggetto di conversazione dell’uomo della strada, sui posti di lavoro, nei caffè[1]. Ciascuno è invitato a dare il suo parere. Si parla di sorpresa, di incredulità, di vergogna, di umiliazione. Non si esita a rievocare con compiacenza la tesi già citata sopra del “complotto orchestrato” contro DSK, della “trappola che gli è stata tesa”. I media ed i politici non hanno esitato a giocare al rilancio nel criticare o giustificare con la scusa della deontologia. Coloro che per anni hanno taciuto e coperto il “problema di DSK con le donne” oggi rilasciano ipocritamente le loro “rivelazioni” sulle turpitudini notoriamente conosciute nel circolo chiuso del potere e dei media.
La vera domanda da porsi è perché la borghesia ed i suoi media hanno dato tanta pubblicità a questo scandalo che l’infanga e quindi la compromette gravemente nel suo insieme, interrompendo la carriera di uno dei suoi rappresentanti più eminenti? Quale è l’interesse per la classe dominante nella mediatizzazione esagerata di questo scandalo?
Oggi è chiaro che i diversi episodi di questo sordido affare sono stati messi deliberatamente sotto i proiettori per una ragione più ampia. La polarizzazione spettacolare su questo episodio permette temporaneamente di nascondere i veri problemi sociali, di creare una cortina fumogena per tentare di relegare in secondo piano e minimizzare nella testa dei proletari una realtà sociale quotidiana dolorosa e drammatica, generata dall’aggravamento della crisi mondiale del capitalismo: aumento vertiginoso della disoccupazione, della precarietà, dei prodotti di prima necessità, intensificazione degli attacchi contro le nostre condizioni di vita, riduzione di tutti i bilanci e tagli drastici dei programmi sociali che mettono sempre più a nudo il fallimento irrimediabile del capitalismo. È particolarmente significativo vedere quanto l’affare DSK venga gonfiato nel momento stesso in cui i piani di austerità concertati dal FMI e dai governi sono raddoppiati in Grecia o in Portogallo, e soprattutto nel momento stesso in cui i giovani disoccupati, gli studenti e numerosi lavoratori, precari e non, manifestano non solo la loro indignazione e la loro collera a Puerta del Sol a Madrid ma in tutte le principali città della Spagna, rifacendosi esplicitamente ad un movimento in linea con le rivolte in Tunisia ed in Egitto, o di altre lotte in Europa (Grecia, Francia, Gran Bretagna).
Certo, la somma astronomica lasciate come cauzione per ottenere la “libertà condizionata” di DSK o per affrontare il suo processo sono shockanti e rivoltanti per tutti i lavoratori ed i disoccupati che non hanno più una casa, non hanno di che nutrirsi e vestirsi. Un responsabile del PS, vicino a DSK, Manual Valls, è montato in collera durante un dibattito accusando con una certa lucidità i giornalisti di alimentare “il fossato che si sta scavando tra i politici e la società civile”.
Ma questo aspetto è provvisoriamente coperto da fiumi di servizi, di interviste, di propaganda, di polemiche (anche per questo si lascia che le associazioni femministe montino in sella contro il sessismo e la reale misoginia dei dirigenti e delle élite) che servono a mantenere le divisioni e la confusione nell’opinione pubblica: si sottolineano le differenze di opinioni o di leggi, si permette a ciascuno di pronunciarsi su: bisogna difendere la presunzione di innocenza o i diritti della vittima? Si paragonano e si oppongono i metodi giuridici ed i mezzi di investigazione tra la Francia e gli Stati Uniti, si paragona e si oppone il trattamento “etico” della notizia tra giornalisti francesi e la stampa anglosassone. E soprattutto si prova a canalizzare le speculazioni sui “nuovi elementi” per rilanciare l’interesse sui giochi elettorali del 2012 in Francia. Tutta questa baruffa è solo polvere negli occhi, una campagna diversiva che mira ad allontanare gli sfruttati dalla difesa dei loro interessi di classe. La nostra attenzione non va rivolta al caso DSK ma verso le lotte sociali che si stanno svolgendo oggi contro la disoccupazione, la miseria, i piani di austerità imposti dal FMI (prima con ed ora senza DSK) e da tutti i governi di sinistra e di destra.
W. (22 maggio)
[1] Tranne in Italia forse dove essendo abituati agli scandali di Berlusconi la notizia non ha avuto un grandissimo impatto sulla gente.
Questo ha risposto in modo estremamente pedagogico: molti dimostranti sono stati picchiati con violenza, trascinati a terra, sottoposti ad un trattamento arrogante e brutale. 18 dimostranti sono stati feriti e cinque arrestati. Non sono stati trattati come “cittadini” ma come delinquenti.
La notizia ha provocato una forte indignazione.
E’ stata convocata una manifestazione alle 20.15 alla stazione della metropolitana Colon, davanti alla sottocommissione del governo. Poco a poco si sono raccolti dei dimostranti, un corteo venuto da Plaza de la Virgen - dove c’era stato un incontro sulla Comunità valenciana - si è unito a questo corteo, cosa che ha suscitato grandi applausi. Sul momento, si è deciso di andare al commissariato di Zapodores dove si supponeva che si trovassero i prigionieri. Il numero di dimostranti è aumentato di minuto in minuto, gli abitanti del quartiere di Ruzafa si univano al corteo o applaudivano dai balconi. Si gridava ai poliziotti: “Liberate i prigionieri” “Non ci guardare! Anche a te rubano!”.
Arrivata al centro di Zapadores, la folla si è raggruppata in un grande sit-in. Si gridava: “Non ce ne andiamo senza di loro!”, “Se non escono loro, entriamo noi!”. E’ arrivata la solidarietà dell’Assemblea di Barcellona[1] e la notizia che l’accampamento madrileno aveva deciso di dare il suo sostegno con una nuova manifestazione davanti Las Cortes (Camera dei deputati)[2]. Contemporaneamente a Barcellona si gridavano lo slogan: “Non più violenza a Santiago e a Valencia!” (anche a Santiago c’era stata una carica della polizia).
Un’ora più tardi, alla notizia che i prigionieri - che erano stati trasferiti alla Cittadella della giustizia – sarebbero stati liberati, la manifestazione si è disperso, ma alcune centinaia di dimostranti sono andati alla Cittadella per aspettare la loro liberazione, avvenuta poco dopo mezzanotte.
Da questi avvenimenti possiamo trarre alcune conclusioni.
La prima conclusione è la forza della solidarietà. Non lasciare da soli gli arrestati. Non fare affidamento sul “buon senso della Giustizia”, ma farsene carico, considerarli come dei nostri, concepire la loro vita come la nostra propria vita. Nel corso della storia la solidarietà è stata una forza vitale delle classi sfruttate e con la lotta storica del proletariato è stata messa al centro della sua lotta e come pilastro di una futura società, la comunità umana mondiale, il comunismo[3]. La solidarietà viene distrutta dalla società capitalista che è fondata su l’esatto contrario: la concorrenza, il tutti contro tutti, il ciascuno per sé.
Ma contemporaneamente alla solidarietà si sviluppa un’indignazione crescente contro lo Stato democratico. Le cariche della polizia di Madrid e Granada, così come il trattamento inumano inflitto ai detenuti di Madrid hanno dato impulso al movimento del 15M (15 maggio). La cinica e brutale carica poliziesca di Barcellona ha mostrato il vero volto dello Stato democratico, mascherato nel quotidiano dalle “libere elezioni” e la “partecipazione dei cittadini”. La repressione di venerdì a Valencia e Santiago e quella di oggi, sabato, a Salamanca lo stanno mettendo in evidenza.
È necessario aprire la riflessione ed il dibattito: gli avvenimenti di Madrid, Granada, Barcellona, Valencia, Salamanca e Santiago sono forse delle “eccezioni” dovute ad eccessi o errori?
La riforma della legge elettorale, le “ILP” (Iniziative Legislative Popolari) ed altre proposte di “consenso democratico” potrebbero porre fine a questi eccessi e mettere lo Stato al servizio del popolo?
Per rispondere a queste domande dobbiamo capire cosa è lo Stato ed a cosa serve.
Lo Stato è in tutti i paesi l’organo della minoranza privilegiata ed sfruttatrice, l’organo del Capitale. Questa regola generale si applica sia agli Stati che usano il profumo della democrazia che a quelli che esalano l’odore fetido della dittatura.
Lo Stato non ha come cemento la “partecipazione dei cittadini”, ma l’esercito, la polizia, i tribunali, le prigioni, la Chiesa, i partiti, i sindacati, le organizzazioni padronali, ecc., cioè un’immensa ragnatela burocratica al servizio del capitale che opprime e succhia il sangue della maggioranza e si legittima periodicamente con il maquillage delle elezioni, delle consultazioni popolari, dei referendum, ecc.
Questo “lato oscuro” dello Stato, occultato nel quotidiano dalle luci multicolori della democrazia, appare chiaramente con leggi come la riforma delle pensioni, la riforma del lavoro, le nuove misure adottate recentemente dal governo che permettono alle imprese di ricorrere all'E (Expediente Regulacion de Empleo) [4] senza la minima limitazione o anche i tagli negli indennizzi ai lavoratori licenziati, riportate a 20 giorni all’anno lavorato (invece dei 45 di prima). O quando la polizia distribuisce i suoi colpi di manganello “per evitare problemi”, secondo l’eufemismo utilizzato da Rubalcaba[5]. La repressione non è ad appannaggio di questo o quel partito o di questa o quell’ideologia, è la risposta necessaria e cosciente dello Stato ogni qual volta gli interessi della classe capitalista sono minacciati o semplicemente ogni qual volta bisogna rafforzarli e sostenerli.
L’immediatismo, la voglia di “fare proposte concrete”, ha portato un settore importante delle assemblee - influenzato da gruppi come Democracia Real Ya! – a dar fiducia allo specchietto per le allodole della “riforma democratica”: legge elettorale, liste aperte, iniziativa legislativa popolare… Questo sembra un cammino facile, concreto, ma in realtà, serve solo a rafforzare l’illusione che lo Stato potrebbe essere migliorato, che si potrebbe metterlo al servizio di tutti”, cosa che porta a rompersi la testa contro il muro blindato dello Stato capitalista e… porgergli la testa per facilitargli il lavoro!
Nelle assemblee si è molto parlato di “cambiare questa società”, di porre fine a questo sistema sociale ed economico ingiusto, è stata espressa l’aspirazione ad un mondo dove senza sfruttamento, dove “non saremmo delle merci”, dove la produzione sarebbe al servizio della vita e non la vita al servizio della produzione, dove esisterebbe una comunità umana mondiale senza Stati né frontiere.
Ma come raggiungere quest’obiettivo? La formula dei gesuiti secondo la quale “la fine giustifica i mezzi” può essere valida? È possibile cambiare questo sistema utilizzando gli strumenti di partecipazione che, in modo ingannevole, ci offre?
I mezzi da usare devono essere coerenti con il fine perseguito. Non tutti i mezzi sono validi. Non sono validi l’atomizzazione e l’individualismo delle cabine elettorali, non è valida la delega ai politici dei nostri problemi, non sono valide le manovre torbide dei politicanti di mestiere, in altre parole non sono validi i mezzi normali del gioco democratico. Questi “mezzi” ci allontanano radicalmente dall’obiettivo perseguito.
I mezzi che ci permettono di avvicinarci a quest’obiettivo - benché questo sia ancora lontano - sono le assemblee, l’azione collettiva diretta in strada, la solidarietà, la lotta internazionale della classe operaia.
CCI, 11/6/11
[1] A Barcellona centinaia di dimostranti hanno occupato la “Diagonale” (grande viale che attraversa tutta la città) e gli automobilisti li hanno sostenuti suonando il clacson.
[2] Il giovedì precedente c’era già stata una manifestazione contro la riforma del lavoro.
[3] Vedi il nostro testo di orientamento “La fiducia e la solidarietà nella lotta proletaria”, in inglese, https://en.internationalism.org/ir/111_OT_ConfSol_pt1 [6]; francese, https://fr.internationalism.org/rinte112/confiance.htm [7]; spagnolo, https://es.internationalism.org/node/2695 [8]
[4] la nuova legge ERE autorizza ormai le imprese a fare passare piani sociali senza alcuna giustificazione preliminare, mentre prima queste dovevano rendere pubbliche le perdite nel loro bilancio per potere licenziare i dipendenti.
[5] Ministro dell’Interno e successore designato di Zapatero.
Gli avvenimenti che si stanno svolgendo in Spagna, quale che sia la loro conclusione finale e quali che siano le confusioni o le illusioni dei protagonisti, stanno facendo storia, segnano un punto nell’evoluzione della lotta di classe.
Un anello nella catena internazionale della lotta di classe
C’è un tentativo di spiegare questi avvenimenti a partire da supposti fattori nazionali, cosa che viene riassunta nella famosa denominazione “Rivoluzione Spagnola”.
Niente di più falso e ingannevole! Il disincanto verso la cosiddetta “classe politica” è un fenomeno mondiale. E’ molto difficile trovare un paese i cui abitanti abbiano fiducia nei loro “rappresentanti”, siano stati legittimati nel circo elettorale o imposti con metodi dittatoriali. La corruzione, che è l’altro argomento portato come possibile spiegazione, è anch’esso un fenomeno mondiale a cui non sfugge nessun paese[1]. Certo, sia nella “qualità” dei politici, come nella corruzione, ci sono gradi diversi a seconda dei paesi, ma queste differenze sono solo degli alberi che impediscono di vedere il fenomeno storico e mondiale della degenerazione e della putrefazione del capitalismo.
Altri ragionamenti messi in campo sono la disoccupazione massiccia, soprattutto fra i giovani. Si è parlato anche della precarietà, dei tagli sociali generalizzati già fatti e quelli che si preparano per dopo le elezioni. Tutto questo non ha niente di spagnolo. Lo si vede non solo in Grecia, in Irlanda o in Portogallo, ma anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Anche se è vero che questi attacchi alla classe lavoratrice e alla maggioranza della popolazione variano di intensità a seconda dei paesi – il capitalismo è una fonte permanente di disuguaglianze – è un errore stare a sottilizzare se X è meno povero di Y quando tutti tendiamo ad essere sempre più poveri!
Il volto amaro della disoccupazione lo vediamo tanto a Madrid quanto al Cairo, tanto a Londra quanto a Parigi, tanto ad Atene quanto a Buenos Aires. E’ assurdo e sterile cercare ostinatamente quello che c’è di diverso quando quello che dobbiamo vedere è ciò che c’è di comune. Nella situazione attuale si vede sempre più chiaramente che quello che predomina è la degradazione generale delle condizioni di vita degli sfruttati di tutto il mondo. Tutti ci vediamo uniti nella stessa caduta nell’abisso, che non si manifesta solo nella disoccupazione, nell’inflazione, nella precarietà, nell’eliminazione delle prestazioni sociali, ma anche nella moltiplicazione dei disastri nucleari, delle guerre e in un poderoso sfilacciamento delle relazioni sociali accompagnata da una crescente barbarie morale.
E’ evidente che la pressione dell’ideologia dominante, estremamente nazionalista, cerca di rinchiudere il movimento che stiamo vivendo nelle quattro mura della “Rivoluzione spagnola”. E’ certo che la difficoltà nella presa di coscienza fa sì che molti dei protagonisti vedano le cose attraverso questo prisma deformante tanto che, nelle Assemblee, è scarsa la riflessione sulla situazione mondiale o sulla situazione dell’immensa maggioranza dei lavoratori[2].
Come è possibile però che parliamo di un anello nel movimento internazionale della classe operaia quando la grande maggioranza dei manifestanti, anche se sono proletari (disoccupati, giovani lavoratori precari, impiegati, licenziati, studenti, immigrati…) non si riconoscono come appartenenti alla classe operaia e questo termine viene a mala pena pronunciato nelle assemblee?[3]
Diversi fattori spiegano questa difficoltà: la classe operaia soffre un forte problema di identità e di fiducia in se stessa. D’altro canto, il malcontento generalizzato non tocca solo la classe operaia, ma vari strati della popolazione non sfruttatrice, il che denota una proletarizzazione degli strati sociali piccolo-borghesi o delle professioni libere[4]. Tutto questo fa sì che il movimento può sembrare, ad uno sguardo superficiale, come interclassista, caoticamente assorbito da una varietà di preoccupazioni, molto sensibile agli argomenti democratici…, ma se lo guardiamo più profondamente il movimento appartiene interamente alla lotta internazionale della classe operaia. Siamo dentro un processo verso lotte di massa che faranno sì che il proletariato cominci a prendere fiducia nelle sue proprie forze e cominci a vedersi come una casse sociale autonoma, capace di dare un’alternativa a questa società che va alla rovina. La faglia tettonica che corre dalla Francia del 2006[5], alla Grecia del 2008[6] per tornare di nuovo in Francia nel 2010[7], continuare in Gran Bretagna nel 2010 e poi in Egitto e Tunisia nel 2011[8], si manifesta ora nell’enorme sisma spagnolo. Si stanno preparando le basi per grandi terremoti sociali che apriranno la via dolorosa verso l’emancipazione dell’umanità.
Le motivazioni immediate del movimento
Un’analisi internazionale e storica è più chiara se riesce ad integrare i fattori particolari, nazionali o congiunturali. Allo stesso tempo non è possibile capire i fatti se si parte da questi fattori specifici. Il movimento che stiamo vivendo è partito da una protesta “contro i politici” organizzata da Democracia Real Ya (Democrazia reale adesso). Le manifestazioni del 15 maggio hanno avuto un risultato spettacolare: il malcontento generalizzato, il malessere di fronte alla mancanza di futuro, hanno trovato in esse un canale inaspettato. Apparentemente tutto doveva finire lì, ma a Madrid e a Granada alla fine delle manifestazioni ci sono state violente cariche della polizia con più di 20 arrestati che sono stati trattati con violenza nei commissariati.
I fermati si sono raggruppati in un’Assemblea che ha fatto un comunicato[9] la cui diffusione ha prodotto una forte impressione ed una fulminea reazione di indignazione e solidarietà. Un gruppo di giovani ha quindi deciso di stabilire un presidio nella piazza Puerta del Sol di Madrid – piazza centrale della città. Il lunedì stesso l’esempio si estende a Barcellona, Granada e Valencia. Un nuovo atto di repressione ha inasprito ancora di più gli animi e da allora i concentramenti hanno iniziato ad estendersi in più di 70 città e l’affluenza è andata crescendo vertiginosamente.
Il martedì pomeriggio è stato un momento decisivo. Gli organizzatori avevano programmato atti di protesta silenziosi o inutili scenette scherzose (dette “perfomances”) ma la partecipazione è cresciuta ed ha chiesto ad alta voce la tenuta di Assemblee. Alle otto di martedì sera si sono tenute Assemblee a Madrid, Barcellona, Valencia e altre città, ma a partire dal mercoledì la valanga diventa dirompente, i concentramenti si trasformano in Assemblee Aperte.
Per darsi un simbolo il movimento si è auto denominato del 15D, giorno della prima mobilitazione, la quale non ha creato il movimento ma gli ha semplicemente dato un primo involucro. E questo involucro è in realtà una corazza che lo imprigiona per poi dargli un obiettivo tanto utopico quanto mistificatorio: il “rinnovamento democratico” dello Stato spagnolo[10].
Si tenta di canalizzare l’enorme malcontento sociale verso quella che viene chiamata “Seconda Transizione”. Dopo 34 anni di democrazia, la maggioranza della popolazione è molto delusa ma questo viene spiegato con il fatto che “stiamo subendo una democrazia imperfetta e limitata” a causa del patto che fu fatto con i “settori intelligenti” del franchismo, per cui ci vuole una “seconda transizione” che ci porti ad una “democrazia piena”.
Il proletariato in Spagna è vulnerabile a questa mistificazione dato che la destra spagnola è fortemente autoritaria, arrogante ed irresponsabile, Il che rende poco credibile la “democrazia esistente”. Spingendo il “popolo” a “ribellarsi contro i politici” e ad esigere una “Democrazia reale adesso” la borghesia cerca di nascondere che questa è l’unica democrazia possibile e che non ce n’è un’altra.
Il governo Zapatero non è stato molto tenero di fronte a una situazione esplosiva con più del 40% dei giovani disoccupati, chiamando mascalzoni quelli che osavano dubitare delle “grandi conquiste sociali” del suo governo, il che ha riscaldato gli animi dei giovani. Ma c’è anche qualcosa di più profondo: il gioco democratico propone come alternativa al Partito Socialista (PSOE), un Partito Popolare (PP) che tutti temono perché già ne conoscono l’arroganza, la brutalità ed i riflessi autoritari. La Spagna non è la Gran Bretagna dove Cameron – appoggiato dai “moderni” liberali – godeva in partenza di una migliore immagine, qui – benché nella pratica sia stato il PSOE a portare i peggiori attacchi – la destra ha una meritata fama di nemica delle classi lavoratrici oltre ad essere composta da una serie di personaggi bigotti e corrotti[11].
La grande maggioranza della popolazione assiste impaurita alla carrellata di bestialità degli “amici” socialisti e di quelle, se possibile ancor più bestiali, dei nemici dichiarati del PP. E come aver fiducia nel gioco democratico e dei suoi risultati elettorali? Di fronte a una situazione insopportabile e un avvenire terrorizzante, la gente è scesa per strada. Le loro confusioni ed illusioni, unite alla propaganda democratica, hanno fatto si che nelle assemblee avesse un grosso ascolto la proposta di mettere fine al bipartitismo. Si tratta di qualcosa di irrealistico e semplicemente mistificatorio. Il ceto politico spagnolo è fortemente bipartitista – sulla scia dell’epoca bipartitista di Canovas[12]- e, come dimostrato dai risultati delle elezioni comunali e regionali, tende a rafforzarsi in questa direzione[13].
Le Assemblee, un’arma carica di futuro
Tuttavia, di fronte a questa democrazia che riduce la “partecipazione” allo scegliere ogni 4 anni il politico di turno che non manterrà mai le promesse ed eseguirà sempre il “programma occulto” del quale non aveva mai parlato, il movimento in Spagna ha trovato un’arma gigantesca dove veramente la gran maggioranza può unirsi, pensare e decidere: le Assemblee di massa cittadine.
Nella democrazia borghese il potere decisionale è proprio di un corpo burocratico di politici di professione che a sua volta obbedisce senza fiatare agli ordini del Partito, il quale non è altro che un difensore ed interprete dell’interesse del Capitale.
Invece nelle Assemblee il potere di decisione è esercitato direttamente dai partecipanti che pensano, discutono e decidono insieme e sono loro stessi ad organizzarsi per mettere in pratica le decisioni.
Nella democrazia borghese si consacra e rafforza l’atomizzazione individuale, la concorrenza e la chiusura in se stessi, che caratterizza questa società. Al contrario, nelle Assemblee si sviluppa un pensiero collettivo, ognuno può dare il meglio di sé, ognuno può sentire la forza e la solidarietà comune, si crea uno spazio in cui creare l’antidoto contro la divisione e la lacerazione della società capitalista e forgiare le fondamenta di una nuova società basata sull’abolizione dello sfruttamento e delle classi, per la costruzione di una comunità umana mondiale.
Se è vero che la democrazia borghese ha rappresentato un indiscutibile progresso rispetto al potere assoluto dei monarchi, l’evoluzione dello Stato dall’inizio del ventesimo secolo ha sancito il potere assoluto di una combinazione tra quella che viene chiamata la classe politica e i grandi poteri economici e finanziari, ossia il Capitale nel suo complesso. Per quanto possano essere aperte le liste elettorali o per quanto sia limitato il bipartitismo, il potere è detenuto comunque da questa minoranza privilegiata ed è ancora più assoluto e dittatoriale che il più assolutista dei monarchi feudali. Ma a differenza di questi, la dittatura del capitale si legittima periodicamente con la farsa elettorale.
Le Assemblee si riallacciano alla tradizione proletaria dei Consigli Operai del 1905 e del 1917[14] in Russia e che si estesero alla Germania ed altri paesi del mondo durante l’ondata rivoluzionaria del 1917-23. Successivamente sono riapparsi nel 1956 in Ungheria e nel 1980 in Polonia.
Com’è penosa l’atmosfera di un seggio elettorale dove i “cittadini” vanno in silenzio, come chi adempie un obbligo della cui utilità dubita fortemente e avverte un senso di colpa per il voto dato che, alla fine, risulta essere sempre “sbagliato”!
Quanto invece è emozionante il clima che stiamo vivendo in questi giorni nelle Assemblee! Si avverte un grande entusiasmo e un enorme desiderio di partecipare. In tanti prendono la parola per sollevare ogni tipo di questione. Finita l’assemblea generale ci sono riunioni di commissione che durano fino a mezzanotte. Si prendono contatti, si conosce gente, si riflette ad alta voce, vengono esaminati da cima a fondo tutti gli aspetti politici, sociali, culturali, economici ... Si scopre che si può parlare, che si possono affrontare collettivamente tutte le questioni ... Nelle piazze occupate si montano biblioteche, si organizza un “banco de tiempo”[15] per insegnare tutte le materie, sia scientifiche che culturali, artistiche, politiche o economiche.
Si esprimono sentimenti di solidarietà, si ascolta attentamente senza che nessuno impone nulla a nessuno, si apre un canale per l’empatia generale. Timidamente si sta creando una cultura del dibattito di massa[16]. Riflessioni molteplici, proposte, idee varie, sembra che i partecipanti vogliano esternare i propri pensieri, i propri sentimenti per tanto tempo rimuginati nella solitudine dell’atomizzazione. Le piazze sono inondate da una gigantesca e collettiva tormenta di idee, la massa riesce ad esprimere il meglio e il più profondo di se stessa. Questa massa anonima di persone, che in genere viene considerata come “i perdenti nella vita”, racchiude capacità intellettuali, sentimenti attivi, emozioni sociali insospettati, immensi, profondi.
La gente si sente liberata e gode con passione del piacere immenso di discutere collettivamente. Apparentemente il torrente di pensieri non è sfociato in nulla. Non ci sono proposte concrete. Ma questo non è necessariamente una debolezza. Dopo lunghissimi anni di oppressiva normalità capitalista, dove la stragrande maggioranza soffre la dittatura del disprezzo, della routine più alienante, di negativi sentimenti di colpa, di frustrazione e atomizzazione, è inevitabile una prima fase di esplosione disordinata. Non c’è altro modo, non ci sono piani di pedanti perché il pensiero della stragrande maggioranza possa esprimersi. Bisogna percorrere questo cammino - che in apparenza non va da nessuna parte - per trasformare se stessi e trasformare da cima a fondo il panorama sociale.
E’ certo che gli organizzatori presentano più volte manifesti democratici e nazionalisti. In parte riflettono le illusioni e le confusioni ancora presenti nella maggioranza, ma al tempo stesso, il percorso che sta seguendo la riflessione di molti partecipanti va in un’altra direzione che lotta per venire in superficie. Per esempio, a Madrid, uno slogan che sta diventando popolare ma che non è stato raccolto dai portavoce è “Tutto il potere alle Assemblee”, o ancora “Senza lavoro, senza casa, senza paura”, “Il problema non è la democrazia, il problema è il capitalismo”, “Lavoratore, svegliati!”. A Valencia una donna diceva “Hanno ingannato i nonni, hanno ingannato i figli, nipoti non lasciatevi ingannare!” e “600 euro al mese, questa si che è violenza!”.
Le Assemblee sono state testimoni di un dibattito dove si sono confrontate insistenze differenti polarizzatesi in tre assi essenziali:
1. Bisogna limitarsi a un rinnovamento democratico[17], oppure i problemi hanno origine nel capitalismo, il quale non può essere riformato e deve essere distrutto da cima a fondo?
2. Il movimento deve darsi per concluso il 22, giorno delle elezioni, o, al contrario, bisogna continuare a lottare in massa contro i tagli sociali, la disoccupazione, la precarietà del lavoro, gli sgomberi forzati?
3. Non dovremmo estendere le assemblee ai posti di lavoro, nei quartieri, negli uffici di collocamento, nelle scuole e nelle università in modo che il movimento si possa radicalizzarsi tra i lavoratori, gli unici ad avere la forza e le basi per sviluppare una lotta generalizzata?
Nelle assemblee convivono due “anime”: l’anima democratica che costituisce un freno conservatore e l’anima proletaria che cerca di definirsi su di un piano di classe.
Guardando serenamente al futuro
Le assemblee che si sono tenute domenica 22 hanno risolto il secondo punto del dibattito decidendo di proseguire il movimento. In molti interventi si è detto: “Non siamo qui per le elezioni, anche se queste sono state il detonatore”. Per quanto riguarda il terzo punto, molti interventi hanno insistito per “andare verso la classe operaia”, proponendo di adottare delle rivendicazioni contro la disoccupazione, la precarietà, i tagli sociali. Così come si è deciso di estendere le Assemblee ai quartieri e hanno iniziato ad emergere voci che chiedevano la loro estensione ai luoghi di lavoro, università, uffici di collocamento ...
A Malaga, Barcellona e Valencia è stato proposto di fare una manifestazione contro i tagli sociali chiamando ad un nuovo sciopero generale che, come ha sostenuto un partecipante, “sia veramente tale”.
La fase iniziale dello scendere in piazza è già di per sé una grande conquista del movimento. Si dovrebbe continuare, come espressione del fatto che una massa importante di sfruttati cominciare a resistere al “vivere come finora”. L’indignazione porta alla necessità di un rinnovamento morale, di un cambiamento culturale, le proposte che si fanno - anche se sembrano ingenue o peregrine -manifestano un’ansia, ancora timida e confusa, di voler “vivere in modo diverso”.
Ma al tempo stesso, il movimento può rimanere a questo livello senza darsi degli obiettivi concreti?
E’ difficile rispondere: ci sono due risposte che stanno lottando in sordina, espressioni delle due “anime” dette prima, la democratica e la proletaria. La democratica pianta le sue radici nella mancanza di fiducia della classe nelle sue proprie forze, nel peso degli strati non proletari ma non sfruttatori, nell’impatto della decomposizione sociale[18], e si aggrappa al chiodo rovente di uno Stato “giusto” ed “egualitario”.
L’altra via, quella di estendere le assemblee ai posti di lavoro, ai centri di studio, agli uffici di collocamento, ai quartieri, polarizzandosi nella lotta contro gli effetti della disoccupazione e della precarietà, in risposta ai numerosi attacchi che abbiamo subito e che ancora devono venire, si incarna in un settore molto combattivo. A Barcellona, lavoratori di Telefonica, ospedalieri, vigili del fuoco, studenti universitari, tutti mobilitati contro i tagli alla spesa sociale, si sono uniti alle assemblee e iniziano a dare a queste un tono diverso. L’Assemblea centrale di Barcellona è la più distante dagli approcci di rinnovamento democratico. L’Assemblea centrale di Madrid ha convocato assemblee nei quartieri e nei distretti. A Valencia c’è stata l’unione con la protesta dei tranvieri ed anche con una manifestazione contro i tagli nel settore dell’istruzione. A Saragozza, i tranvieri si sono uniti all’assemblea con grande entusiasmo.
Questa seconda via presenta una difficoltà supplementare. Esiste un pericolo reale che la “proroga” del movimento possa alla fine portare al suo dissipamento e confinamento in approcci settoriali e corporativi. Questa è una contraddizione reale. Da un lato, il movimento può continuare solo se riesce a raccogliere, o almeno iniziare a risvegliare, la partecipazione della classe operaia in quanto tale. Senza dubbio una tale estensione può spingere i sindacati a prendere l’auto in corsa e cercare di spingere verso approcci settoriali, di quartieri, a consumarsi in rivendicazioni localiste, ecc. Senza negare questo pericolo, bisogna però chiedersi: il fatto stesso di provarci, anche se si fallisce, non ci fornisce le premesse di una lotta collettiva che può avere una grande forza per il futuro?
Qualunque sia la direzione che prenderà il movimento è comunque indiscutibile il contributo che già dà alla lotta internazionale della classe operaia:
• è un movimento di massa e generale, con il coinvolgimento di tutti i settori sociali;
• il riferimento non è un attacco preciso come in Francia o in Inghilterra, ma l’indignazione per la situazione che stiamo vivendo. Questo rende difficile focalizzarsi su delle rivendicazioni specifiche, il che rende al movimento più difficile esprimere il suo carattere proletario[19]. Ma al tempo stesso, esso esprime un chiaro risveglio di massa ai problemi della società e apre la strada alla sua politicizzazione.
• ha avuto come cuore pulsante le assemblee.
La comprensione di quanto sta accadendo ci spinge ad abbandonare i vecchi schemi. La Rivoluzione russa del 1905 mostrò chiaramente un nuovo modo di azione di massa. Questo tuffò nella perplessità e più tardi nel rifiuto di porre fine alla tradizione molti leader sindacali e socialdemocratici (tra i quali importanti teorici come Kautsky e Plekhanov) che si aggrappavano disperatamente ai vecchi schemi della “metodica accumulazione di forze” attraverso un graduale lavoro sindacale e parlamentare[20].
Oggi dobbiamo evitare una trappola simile. I fatti non avvengono come previsto secondo uno schema legato alle lotte degli anni 70 e 80. E’ vero che un proletariato che ha difficoltà di identità e di fiducia in se stesso, non si mostra a “voce alta”; è vero anche che insieme a lui si sono mobilitati strati non sfruttatori. Il movimento verso lotte di massa, verso una lotta rivoluzionaria, non scorre su binari ben definiti e delimitati che tracciano in maniera chiara e inequivocabile il suo terreno di classe. Questo presenta dei rischi - un proletariato ancora debole potrebbe sentirsi disorientato e confuso in mezzo a un vasto movimento sociale, potrebbe anche apparire completamente perso, come è successo in Argentina nel 2001.
Ciò non toglie nulla al potenziale insito in ciò che sta accadendo:
• Oggi le grandi concentrazioni industriali hanno minor peso e appaiono sfumate in una grande rete nazionale e internazionale rendendo difficile la lotta tradizionale a partire dalle grandi fabbriche. Per superare questa difficoltà, il proletariato trova il modo per guadagnare in massa la strada accompagnato da altri ceti sociali. Tutto questo fa si che il carattere di classe non appaia tanto facilmente e direttamente come in passato, ma la sua pista può essere seguita attraverso un maggiore sforzo di coscienza e chiarificazione.
• Di fronte alla decomposizione sociale regnante, che distrugge i legami sociali e accresce la barbarie morale, le Assemblee costituiscono un’agorà, cioè un luogo, dove la vita umana è al centro della riflessione che punta ad una risposta, anche se confusamente, dove si possono tessere legami sociali, affermare la morale proletaria, la solidarietà, l’alternativa rispetto ad una società di concorrenza mortale.
• E’ vero che, come espressione di una situazione disperata e che imputridisce da lungo tempo, il proletariato si sta lanciando in un lotta di massa accompagnato da strati sociali non sfruttatori che non necessariamente condividono lo stesso obiettivo rivoluzionario e tendono a disperderlo in una massa confusa. Questo comporta seri rischi, ma allo stesso tempo produce il vantaggio di creare una vita collettiva nella lotta, di poter affrontare i problemi con metodo, di una maggiore comprensione reciproca, cose che saranno di vitale importanza per il futuro scontro rivoluzionario con lo Stato borghese.
CCI, 25 maggio 2011
(da Accion Proletaria, organo della CCI in Spagna)
[1] La corruzione sta nel DNA stesso del capitalismo, dal momento che la sua “morale” consiste nel “tutto è lecito” per raggiungere il massimo di profitto. Con questa premessa congenita e con il peso dell’acuirsi della crisi che propaga la massima irresponsabilità tanto nella classe imprenditoriale che in quella politica, la corruzione diventa inevitabile in ogni Stato, quali che siano le sue leggi.
[2] Senza dubbio nelle assemblee cominciano ad apparire prese di posizione internazionaliste. Domenica a Valencia, un partecipante all’assemblea si è proclamato “cittadino del mondo” ed ha detto che non ci si può limitare a cambiare la Spagna. Si sta anche facendo uno forzo per tradurre i comunicati delle Assemblee in tutte le lingue possibili, il che contrasta con l’impostazione iniziale “ispano-spagnolo”. Se è vero che le mobilitazioni al di fuori della Spagna in numerosi paesi si sono caratterizzate come opera di “spagnoli nel mondo”, sembra che alcune concentrazioni iniziano a prendere un segno diverso.
[3] Comunque a partire dalle assemblee di domenica 22 maggio comincia a sentirsi più spesso.
[4] Non solo nei paesi del “Terzo Mondo” (terminologia così obsoleta!) ma anche nei paesi centrali. Informatici altamente qualificati, avvocati, giornalisti ed altri, si vedono relegati al rango di precari o freelance in una situazione altamente instabile. Piccoli impresari si trasformano in padroni di sé stessi lavorando giorno e notte …
[5] Vedi “Tesi sul movimento degli studenti nella primavera 2006 in Francia”, it.internationalism.org/rint/28_tesi_studenti [9]
[6] Vedi “Grecia: le rivolte giovanili confermano lo sviluppo della lotta di classe”, it.internationalism.org/node/761 [10]
[7] Vedi “Breve cronologia della lotta in Francia contro la riforma delle pensioni”, it.internationalism.org/node/963 [11]
[8] Vedi “Che succede in Medio Oriente?”, it.internationalism.org/node/1035 [12]
[9] Vedi su madrid.indymedia.org/node/17370 il comunicato dei detenuti, che rispecchia in modo eloquente il trattamento ricevuto.
[10] Lo Stato è l’organo della classe dominante. Per quanto si presenti sotto la forma democratica la sua struttura si basa sulla delega del potere, il che non pone alcun problema per la minoranza sfruttatrice che, possedendo i mezzi di produzione, ha “la scopa dalla parte del manico” e può sottomettere i politici di professione ai propri interessi. Certo è molto diverso per la classe operaia e la stragrande maggioranza dell’umanità: la loro “partecipazione” si riduce a dare un assegno in bianco a questi signori che, pur se agiscono con la massima onestà e rinunciano ad ogni interesse personale, sono totalmente intrappolati nella tenaglia burocratica dello Stato. D’altro canto, più specificamente, le riforme proposte, anche a volerle prendere sul serio, comporterebbero procedure parlamentari lunghissime per cui possono essere facilmente denaturate e la loro applicazione sarebbe più che incerta.
[11] È significativo che la strategia adottata dal candidato del PP, Rajoy, consiste nel non dire assolutamente niente, facendo un discorso vuoto pieno dei più patetici luoghi comuni. Mantenere un silenzio assordante è l’unico modo per evitare che gli elettori di sinistra si mobilitino contro di lui.
[12] Dopo la rivoluzione del 1868, chiamata la Gloriosa, e gli anni turbolenti che seguirono, nel 1876 si instaurò una turnazione tra il partito conservatore di Cánovas e quello liberale di Sagasta, che durò fino al 1900.
[13] I piccoli partiti, in cui molti interventi nelle assemblee riponevano tanta speranza, oltre ad avere un programma di difesa del capitalismo esattamente come quello dei grandi partiti e darsi una struttura interna altrettanto burocratica e dittatoriale, non hanno alcun ruolo proprio, sono una specie di sacco che si gonfia quando qualcuno dei grandi cala e si sgonfia quando i due grandi partiti hanno bisogno di occupare tutto lo spazio nel governo e all’opposizione.
[14] Vedi la serie “Cosa sono i consigli operai?”, in inglese, spagnolo e francese sul nostro sito www.internationalism.org [13]
[15] Letteralmente “banco di lezione”
[16] Vedi “La cultura del dibattito: un’arma della lotta di classe”, it.internationalism.org/node/807 [14]
[17] Espressa nel Decalogo democratico approvato dall’Assemblea di Madrid: liste aperte, la riforma elettorale ...
[18] Vedi “La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo”, it.internationalism.org/node/976 [15]
[19] A differenza di quanto accaduto in Francia e Gran Bretagna, dove le manifestazioni erano apertamente una risposta agli attacchi molto duri dei rispettivi governi.
[20] Rispetto a questi, Rosa Luxemburg, con Sciopero di massa, partito e sindacati, e Trotsky, con Bilancio e Prospettive, seppero captare le caratteristiche e la dinamica della nuova era della lotta di classe.
Alcuni di noi si considerano più progressisti, altri più conservatori. Alcuni credenti, altri no. Alcuni di noi hanno un’ideologia ben definita, alcuni si definiscono apolitici … Ma tutti siamo preoccupati e indignati per il panorama politico, economico e sociale che vediamo intorno a noi. Per la corruzione di politici, imprenditori, banchieri … Per il senso di impotenza del cittadino comune.
Questa situazione fa male a tutti noi ogni giorno. Ma se tutti ci uniamo, possiamo cambiarla. È tempo di muoversi, è ora costruire insieme una società migliore. Perciò sosteniamo fermamente quanto segue:
Le priorità di qualsiasi società avanzata devono essere l’uguaglianza, il progresso, la solidarietà, la libertà di accesso alla cultura, la sostenibilità ecologica e lo sviluppo, il benessere e la felicità delle persone.
Ci sono diritti fondamentali che dovrebbero essere al sicuro in queste società: il diritto alla casa, al lavoro, alla cultura, alla salute, all’istruzione, alla partecipazione politica, al libero sviluppo personale, e il diritto di consumare i beni necessari a una vita sana e felice.
L’attuale funzionamento del nostro sistema economico e di governo non riesce ad affrontare queste priorità e costituisce un ostacolo al progresso dell’umanità.
La democrazia parte dal popolo (demos = popolo, cràtos = potere) in modo che il potere debba essere del popolo. Tuttavia in questo paese la maggior parte della classe politica nemmeno ci ascolta. Le sue funzioni dovrebbero consistere nel portare la nostra voce alle istituzioni, facilitando la partecipazione politica dei cittadini attraverso canali diretti e procurando i maggiori benefici alla società in generale, non per arricchirsi e prosperare a nostre spese, mentre si dà cura solo dei dettami dei grandi poteri economici e si aggrappa al potere attraverso una dittatura partitocratica capeggiata dalle inamovibili sigle del partito unico bipartitico del PPSOE.
L’ansia e l’accumulazione di potere in poche mani crea disuguaglianza, tensione e ingiustizia, il che porta alla violenza, che noi respingiamo. L’obsoleto e innaturale modello economico vigente blocca la macchina sociale in una spirale che si consuma in se stessa arricchendo i pochi e precipitando nella povertà e nella scarsità il resto. Fino al crollo.
La volontà e lo scopo del sistema è l’accumulazione del denaro, che ha la precedenza sull’efficienza e il benessere della società. Sprecando intanto le risorse, distruggendo il pianeta, creando disoccupazione e consumatori infelici.
I cittadini fanno parte dell’ingranaggio di una macchina destinata ad arricchire una minoranza che non sa nulla dei nostri bisogni. Siamo anonimi, ma senza di noi tutto questo non esisterebbe, perché noi muoviamo il mondo.
Se come società impariamo a non affidare il nostro futuro a un’astratta redditività economica che non si converte mai in un vantaggio della maggioranza, saremo in grado di eliminare gli abusi e le carenze di cui tutti soffriamo.
È necessaria una Rivoluzione Etica. Abbiamo messo il denaro al di sopra dell’Essere umano mentre dovremo metterlo al nostro servizio. Siamo persone, non prodotti sul mercato. Io non sono solo quel che compro, perché lo compro e a chi lo compro.
Per tutto quanto sopra, io sono indignato.
Credo di poterlo cambiare.
Credo di poter aiutare.
So che insieme possiamo.
Esci con noi. È un tuo diritto.
E’ ormai una settimana che decine di migliaia di persone occupano pacificamente decine di piazze delle più importanti in tutta la Spagna per far fronte ad una situazione di degrado e di sofferenza non più sostenibili. In Spagna il numero dei senza lavoro a marzo è cresciuto di 34.406 unità rispetto a febbraio, toccando quota 4,3 milioni di persone e un tasso di disoccupazione superiore al 20,5 %, che raggiunge addirittura il 44,6% per i giovani con meno di 25 anni. A partecipare a queste manifestazioni sono stati soprattutto i giovani, ma anche pensionati, persone di mezza età, disoccupati, lavoratori, studenti, tirocinanti, casalinghe e naturalmente i mileuristas, i giovani precari costretti a vivere con stipendi di non più di mille euro al mese, più spesso intorno agli ottocento. Una prima grande manifestazione, organizzata al di fuori di tutti i partiti e sindacati, si è avuta il giorno 15 maggio scorso in oltre 50 città della Spagna coinvolgendo centinaia di migliaia di persone. Questa manifestazione, sulla base dell’esperienza dei movimenti maghrebini, era stata preparata essenzialmente attraverso il tam tam dei social networks twitter e facebook, ed è stata un vero successo. Il verificarsi di alcuni scontri a chiusura della manifestazione di Madrid aveva però dato alle forze dell’ordine l’opportunità di intervenire con violenza, di fare anche 24 arresti e di interdire la permanenza dei manifestanti sulla pubblica piazza, anche con il pretesto che in tempo di elezioni (si sarebbe votato appunto una settimana dopo, il 22 maggio) la presenza di manifestanti poteva alterare il buon esito delle elezioni. Per tutta reazione poco dopo i manifestanti sono tornati nelle piazze, ed in particolare a Madrid, nella grande piazza centrale di Puerta del Sol, per accamparsi fino all’espletamento delle elezioni.
Per capire qual è la natura del movimento in atto in questi giorni in Spagna basta ascoltare quello che dicono gli stessi manifestanti.
Chema Ruiz, portavoce della Piattaforma dei colpiti da ipoteche, commentava che “ragioni per scendere per strada ce ne abbiamo tutti”. La Ruiz spiegava che nel suo caso le avevano confiscato la casa per non aver potuto pagare l’ipoteca e che inoltre avevano tassato la sua casa per la metà del valore che aveva pagato comprandola. Per questo scendeva in strada perché sperava in un futuro migliore per sua figlia di sette anni[1].
“Non si realizza niente restandosene a casa”, assicurava Betteschen, che spiegava come le ragioni che lo spingevano a protestare erano che questa crisi la stanno pagando i giusti per i peccatori[2].
“Tengo due mestieri diversi e tutto quello che mi offrono é un lavoro da 5.000 euro lordi all’anno”, spiegava Ana Sierra, di 26 anni e laureata in Storia e Documentazione, che poi aggiungeva: “E’ un sentimento di indignazione. Abbiamo acquisito una formazione, abbiamo lavorato duro ed ora l’unica possibilità che abbiamo è quella di emigrare. Siamo condannati a vivere da precari”[3].
Carlos Taibo, professore di scienze politiche presso l’Università Autonoma di Madrid, è uno di quelli che ha partecipato alla manifestazione di domenica 15/5. Nel suo discorso ha criticato i dirigenti che trascorrono anni ad adorare il dio della competitività. “Qualcuno sa in cosa si sono tradotti i maggiori guadagni in materia di competitività. Per la maggior parte in salari sempre più bassi, in orari sempre più lunghi, nella perdita di diritti sociali e in una crescente precarietà”, ha detto Taib, che ha sostenuto che le principali vittime di questa situazione sono i giovani, le donne e gli immigrati[4].
“Non stiamo facendo politica – precisa Luz, disoccupata di Madrid – non diamo indicazione né di voto né di astensione. E questo fa paura, siamo una rivoluzione etica e i partiti sono disorientati dalla nostra limpidezza”[5].
La voce dei pensionati, accorsi a migliaia in tutta la Spagna a dar man forte ai giovani, si è espressa tra l’altro con queste parole: “Questi ragazzi hanno un compito gravoso. Noi abbiamo combattuto la dittatura – dice una signora catalana – il nostro nemico lo vedevamo e lo conoscevamo. Ora i giovani devono combattere un fantasma molto più pericoloso: la dittatura economica”[6].
A Barcellona, come in tutte le altre città, fioriscono le discussioni e le varie generazioni si confrontano sui tagli compiuti ai servizi sociali: “Il PSOE sta togliendo l’ossigeno al sistema scolastico. Il famoso progetto Bologna è una clamorosa precarizzazione del sistema universitario a livello europeo” racconta uno studente a un sessantenne che ribatte: “E se parliamo della sanità? Sono in lista da 5 mesi per curare il ginocchio a mia moglie. Impossibile curarla privatamente con la pensione di 800 euro al mese” [7].
Ma quello che fa meglio capire cos’è questo movimento è Il manifesto della rivolta in Spagna, che riportiamo allegato a questo articolo. Come si può vedere leggendolo si tratta di un documento fresco, pulito, che si rivolge a tutti, che riesce a dialogare con tutti. Quale lavoratore, disoccupato, precario, o comunque quale persona vittima di questo sistema non si riconosce al suo interno? Chi non vi trova i motivi della propria insofferenza e le ragioni della propria lotta? Questo documento non parla di comunismo, di classe operaia, di rivoluzione proletaria. Ma dice quanto basta perché descrive lo stato d’animo, la sofferenza della stragrande parte di umanità che oggi non ne può più di reggere il peso di una società che non riesce neanche più a garantire l’integrazione delle nuove generazioni nelle tenaglie dello sfruttamento. E, da questo punto di vista, questo documento ha una valenza davvero internazionale perché descrive perfettamente lo stato d’animo di quello che si avverte in Spagna come in Italia, in Francia come negli Usa, nel nord Africa e nei paesi arabi investiti dalla recente ondata di lotte sociali. E’ proprio questo comune sentire presente all’interno del proletariato internazionale che permette che gli stimoli viaggino con una certa facilità. La velocità con cui le lotte si sono diffuse dalla Tunisia all’Egitto, e poi in Libia, nel Bahrein, in Siria, ecc. ecc. è l’espressione di questo comune sentire. Ma oggi, con ulteriore sorpresa, scopriamo che la spinta delle lotte del nord Africa e dei paesi arabi ha lasciato una così profonda impronta da innescare delle lotte anche nella vicina Europa. D’altra parte, attraverso i già citati social network, si riesce a seguire in tempo reale tutto quello che succede nel mondo e il black-out opposto dalla borghesia comincia a trovare degli antidoti piuttosto efficaci. Sono proprio i manifestanti spagnoli a fare un chiaro riferimento al fatto che la loro lotta si è ispirata alle lotte precedenti, ed oltre al riferimento più frequente di piazza Puerta del Sol di Madrid alla più nota piazza Tahir nella città de Il Cairo, sede delle lotte dei giovani egiziani, negli slogan degli indignados spagnoli si ricorda anche che “da grandi vogliono essere islandesi”, o ancora “Spagna in piedi: una nuova Islanda”, con un chiaro riferimento ai movimenti di Hördur Torfason, che nel 2008 avevano provocato lo scioglimento del Parlamento e nuove elezioni, attraverso continui raduni di sabato[8]. Tutto questo non può rimanere senza esito. La situazione attuale, dal punto di vista sociale, comincia a diventare calda e le possibilità di trasmissione di questi stimoli sono delle possibilità reali da tenere seriamente in conto. Non è un caso che siano già in atto dei tentativi di occupazione da parte di indignados in molte altre piazze europee, comprese quelle italiane.
Quale sarà l’evoluzione della situazione attuale è forse ancora presto per dirlo. E’ tuttavia certo che, con l’inizio dell’anno, a partire dalle prime lotte in Tunisia, si è aperta una pagina nuova nel campo della lotta di classe.
22 maggio 2011 Ezechiele
[1] “La masiva marcha de los indignados acaba entre humo y pelotas de goma”, El Paìs 16/05/2011, https://elpais.com/articulo/madrid/masiva/marcha/indignados/acaba/humo/pelotas/goma [19].
[2] idem
[3] idem
[4] idem
[5] “Yes we camp”, in Spagna arriva il movimento 15-M, https://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/20/yes-we-camp-in-spagna-arriva-il-movimento-15-m/112522/ [20]
[6] idem
[7] idem
[8] E la “rivoluzione spagnola” adesso sfida la polizia, www.linkiesta.it/e-primavera-spagnola-ora-sfida-polizia [21].
Alcuni contatti della CCI in Italia hanno conosciuto Enzo ed hanno espresso lo stesso sgomento e dolore per la sua perdita, non solo come militante comunista ma anche perché nella sua attività politica, nei suoi interventi nelle riunioni pubbliche e nelle discussioni esprimeva tutto il suo dolore di fronte alle sofferenze che il capitalismo fa patire al genere umano, fino a commuoversi con le lacrime agli occhi mentre ne parlava. Enzo era un giovane proletario che ha subito sulla propria pelle lo sfruttamento, la cassa integrazione ed infine il licenziamento ma che al tempo stesso era anche convinto che si può reagire, che si può lottare contro questa barbarie e costruire una società umana. La sua militanza nella CCI è stata sempre caratterizzata da questa convinzione e dalla sua determinazione, anche in situazioni difficili, a dare il suo contributo a questa lotta. Per questo la sua morte è una perdita per la CCI e per l’insieme della classe operaia.
Scriveremo un testo più ampio per ricordare il nostro compagno. Vogliamo però sin da ora rinnovare la nostra solidarietà alla famiglia di Enzo, ai suoi parenti ed amici in un momento che ci accomuna nel dolore e ribadire la nostra determinazione a portare avanti la lotta per una società finalmente umana per la quale Enzo ha combattuto insieme a noi.
CCI, 19 maggio 2011
"Il peggio è la paura!”. Questo è il messaggio che si diffonde adesso su tutte le pagine dei giornali, in tutti i mass-media così come sulla bocca degli stessi leader mondiali. Ma il peggio è già qui! Perché con il terremoto e lo tsunami e poi con gli incidenti nucleari che non finiscono mai, la popolazione giapponese vive una situazione terribile. Ma anche perché milioni di altre persone sul pianeta da oggi vivono sotto la spada di Damocle della nube nucleare fuoriuscita dai reattori di Fukushima. Questa volta ad essere colpito duramente non è un paese povero come Haiti o l’Indonesia ma il cuore di uno degli Stati più industrializzati del mondo, particolarmente specializzato nelle tecnologie di punta.
Un paese che conosce gli effetti devastanti che può avere l’energia nucleare avendo subito le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nel 1945.
E’ il capitalismo che rende l’umanità più vulnerabile alle catastrofi naturali
Ancora una volta, la follia del capitalismo e l’irresponsabilità della borghesia vengono fragorosamente alla luce. Solo oggi il mondo prende coscienza del fatto che 127 milioni di persone erano stipate su un minuscolo territorio, lungo le sponde costiere, in case di legno, su strisce di terra minacciate permanentemente da terremoti e da onde gigantesche che inghiottiscono tutto. Ovviamente questa densità di popolazione aumenta in maniera considerevole le perdite umane in caso di catastrofe. E questo in un paese che è la terza potenza economica mondiale!
Come se non bastasse delle centrali nucleari, che sono dappertutto delle vere bombe a scoppio ritardato, sono state costruite anch’esse alla mercé di terremoti e maremoti. La maggior parte delle centrali nucleari del Giappone sono state costruite 40 anni fa, non solo in aree densamente popolate, ma anche vicine alle coste, vale a dire particolarmente esposte agli tsunami. Così, su 55 reattori giapponesi distribuiti in 17 siti, 11 sono stati colpiti dal disastro. Il risultato è che a popolazione è già ora sottoposta a radiazioni che raggiungono dei valori che vanno oltre 40 volte il tasso ufficiale[1] fino a Tokyo, che è situata a 250 km da Fukushima, radiazioni dichiarate tuttavia “senza rischio” da parte del governo giapponese.
Ed a essere colpite non sono solo le centrali nucleari ma anche i complessi petrolchimici costruiti in riva al mare un certo numero dei quali hanno subito incendi, il che non fa che ingigantire il disastro e la catastrofe ecologica in corso.
La borghesia cerca ancora di farci credere che è tutta colpa della natura, che non si può prevedere l’intensità dei terremoti e l’ampiezza degli tsunami. Questo è vero. Ma ciò che colpisce di più è che il capitalismo, pur avendo sviluppato nel corso di due secoli e in maniera fenomenale le conoscenze scientifiche ed i mezzi tecnici che potrebbero essere utilizzati per prevenire tali disastri, lascia continuamente che l’umanità corra dei pericoli mostruosi. Il mondo capitalista attuale ha delle capacità tecnologiche enormi, ma non è in grado di usarle per il benessere del genere umano, perché per esso conta solo ... il profitto del capitale a scapito delle nostre vite.
Dopo il disastro di Kobe del 1995[2], il governo giapponese aveva per esempio sviluppato una politica di costruzione di edifici antisismici che hanno tenuto, ma che sono stati destinati ai più ricchi o usati per uffici delle grandi città.
Le grandi menzogne della borghesia
Oggi abbondano i confronti con i precedenti incidenti nucleari più gravi, in particolare con la fusione senza esplosione del reattore di Three Mile Island negli Stati Uniti nel 1979 che ufficialmente non ha causato morti. Al contrario tutti i politici dicono che, “per il momento”, non si tratta di un avvenimento tanto grave quanto l’esplosione della centrale di Chernobyl nel 1986. Ci dovremmo sentire rassicurati da queste affermazioni così sfacciatamente ottimiste? Come valutare il vero pericolo per la popolazione che vive in Giappone, in Asia, in Russia, in America e nel resto del mondo? La risposta non lascia dubbi: le conseguenze saranno in ogni caso drammatiche. Già adesso c’è un enorme inquinamento nucleare in Giappone ed i responsabili della Tepco che gestiscono le centrali giapponesi non possono far fronte al rischio di esplosione che aggiustando alla bell’e meglio qualcosa, giorno per giorno, e esponendo senza ritegno centinaia di dipendenti e vigili del fuoco a tassi di radiazioni letali. Del resto qui si palesa una delle differenze fondamentali tra borghesia e proletariato. Da una parte, la classe dominante non esita a mandare a morte il “suo” personale e, più in generale, a mettere in pericolo la vita di decine di migliaia di persone in nome del suo sacro-santo profitto. Dall’altra, degli operai pronti a sacrificarsi, a subire l’agonia lenta ed inesorabile delle radiazioni, per l’umanità.
L’impotenza della borghesia è tale che dopo una settimana di tentativi disperati per raffreddare i reattori danneggiati, i suoi specialisti si sono ridotti a giocare agli apprendisti stregoni tentando di collegare sulla rete elettrica i vari sistemi di raffreddamento dei noccioli delle centrali. Nessuno sa cosa può succedere: o le pompe funzionano correttamente ed il calore si abbasserà effettivamente, o i danni causati sui cavi e gli apparecchi produrranno dei cortocircuiti, incendi e… esplosioni! La sola soluzione sarà allora coprire la centrale di sabbia e cemento, come a Chernobyl[3].
Di fronte a tali atrocità presenti e future, l’atteggiamento dei nostri gli sfruttatori è sempre lo stesso: mentire!
Nel 1979, Washington mentì sugli effetti radioattivi della fusione del nucleo della centrale, evacuando tuttavia 140.000 persone; anche se non si sono registrate delle morti immediate, l’incidenza del cancro è stata di 100 volte superiore tra queste persone, anche se il governo statunitense non lo ha mai voluto riconoscere.
Per quanto riguarda la centrale di Chernobyl, che aveva gravi carenze di struttura e manutenzione, il governo russo nascose per settimane l’urgenza della situazione. Solo dopo l’esplosione del reattore e il rilascio di un’immensa nube nucleare che si disperse per molti chilometri in altezza e migliaia di chilometri intorno, che il mondo percepì l’entità del disastro. Ma questa non era una specificità stalinista. I responsabili occidentali hanno fatto esattamente lo stesso. All’epoca, lo Stato francese si è distinto per aver raccontato che la nube si sarebbe fermata giusto ad un pelo dalle frontiere orientali della Francia! Altro fatto edificante: ancora oggi, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), senza dubbio legata alla IAEA (International Atomic Energy Agency), fa un bilancio derisorio e persino ridicolo dell’esplosione di Chernobyl: 50 morti, 9 bambini morti per cancro e 4000tumori potenzialmente letali! In realtà, secondo uno studio dell’Accademia delle Scienze di New York, 985.000 persone sono morte a causa di questo incidente nucleare[4]. E questi sono gli stessi organismi che adesso hanno la responsabilità di fare il bilancio di Fukushima e informarci dei rischi! Come possiamo dar loro credito? Per esempio, cosa accadrà a quelli chiamati “i liquidatori” di Fukushima (quelli che intervengono ora in emergenza), quando si sa che a Chernobyl “degli 830.000 ‘liquidatori’ intervenuti sul posto dopo i fatti, da 112.000 a 125 000 sono morti”[5]. Ancora adesso la borghesia cerca di nascondere che il nocciolo di questa centrale è sempre fortemente a rischio tanto che è necessario e urgente confinare il cuore del reattore sotto un ennesimo strato di cemento, così come ha nascosto che la centrale di Fukushima ha avuto non meno di 200 incidenti nel corso degli ultimi dieci anni!
Tutti i paesi mentono sulla realtà del pericolo nucleare! Il governo francese continua a dichiarare con certezza che i 58 reattori nucleari dell’Hexagone sono perfettamente sotto controllo, mentre la maggior parte delle centrali sono o in zone sismiche, o in zone marittime o fluviali inondabili. Durante la tempesta del 1999, durante la quale il forte vento causò danni pesanti in tutto il paese e 88 morti in Europa, le inondazioni della centrale di Blayais, nei pressi di Bordeaux, portò quasi alla fusione di un reattore. Pochi l’hanno saputo. E si potrebbe ancora parlare della centrale di Fessenheim la cui obsolescenza è tale che sarebbe dovuta esser chiusa da anni. Ma a colpi di pezzi di ricambio (molti dei quali non omologati), continua in qualche modo a funzionare, con tassi di irradiazione sicuramente catastrofici per il personale della manutenzione. Questo in realtà significa “aver sotto controllo” e la “trasparenza” per questi signori.
All’inizio del terremoto in Giappone, Venerdì 11 marzo, i mezzi di comunicazione ci avevamo assicurato che gli impianti nucleari giapponesi sono “tra i più sicuro” al mondo. Per poi dirci il contrario due giorni dopo e ricordare che la società Tepco, che gestiste le centrali in Giappone, aveva già nascosto nel passato alcuni incidenti nucleari. In cosa le centrali in Francia, ad esempio, dove “nel giro di dieci anni, il numero di incidenti di minore entità e le anomalie agli impianti nucleari è raddoppiato”[6], come in altre parti del mondo, sono “più sicure”? In niente. “Circa il 20% dei 440 reattori civili in esercizio in tutto il mondo si trovano in aree di “notevole attività sismica”, secondo l’Associazione Nucleare Mondiale (WNA, World Nuclear Association), un raggruppamento di industriali. Alcuni dei 62 reattori in costruzione sono anch’essi in aree a rischio sismico, così come molti dei 500 altri progetti in particolare nei paesi ad economie emergenti. Molte centrali - tra cui i quattro reattori di Fukushima danneggiati dallo tsunami dell’11 marzo. - sono sopra o vicino al ‘Circolo di fuoco’, un arco di 40.000 km di faglie tettoniche in tutto il Pacifico”[7].
Così, informazioni affidabili “suggeriscono che gli elementi radioattivi circolano sempre di più. Per esempio, mentre il plutonio non esiste in natura prima del 1945, lo si ritrova ormai nei denti da latte dei bambini britannici”[8], benché la Gran Bretagna abbia cessato il suo programma nucleare civile.
Il capitalismo spinge sempre più l’umanità verso delle catastrofi
E in Giappone, non è solo il disastro nucleare in movimento, ma anche un’altra catastrofe umanitaria. La terza potenza economia mondiale si è trovata in poche ore immersa in una crisi senza precedenti dalla Seconda Guerra Mondiale. Gli stessi ingredienti terrificanti vi sono presenti: distruzioni massicce, decine di migliaia di morti e infine radiazioni, come dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.
Milioni di persone nel nord-est Giappone sopravvivono senza elettricità, senza acqua potabile, con viveri in costante diminuzione, quando non sono contaminati. 600.000 persone sono state sfollate, a causa del maremoto che ha devastato intere città di fronte al Pacifico e per il rischio nucleare, nella miseria, la sofferenza per il freddo e la neve. Contrariamente a quanto annuncia il governo giapponese, che ha continuato a minimizzare la gravità della situazione ed a sottostimare il numero di vittime, giorno dopo giorno possiamo già, e senza alcun dubbio, contare i morti a decine di migliaia in tutto il paese. Il mare continua a respingere morti sulle coste. In un contesto di massiccia distruzione di case, edifici, infrastrutture, ospedali, scuole ...
Villaggi, edifici, treni e persino intere cittadine sono stati spazzati via dall’onda dello tsunami che ha colpito la costa nord-orientale del Giappone. In alcune città, incastrate in strette vallate come a Minamisanriku più della metà dei 17.000 abitanti sono stati spazzati via e sono morti. Con il tempo di 30 minuti di allarme annunciato dal governo, le strade si sono congestionate rapidamente, mettendo i “ritardatari” alla mercé delle onde.
La popolazione è stata salutata da tutti i media occidentali per il suo “coraggio esemplare” e la sua “disciplina”, popolazione che il primo ministro giapponese chiama a “ricostruire il paese partendo da zero”, cioè, in poche parole, la classe operaia che vive in questo paese deve ora aspettarsi nuove privazioni, uno sfruttamento maggiore ed un peggioramento della miseria. Certo, questo serve a mantenere l’immagine bucolica che ci danno da decenni, quello di una popolazione servile che fa sport la mattina con il suo padrone, che tace e si fa sfruttare in silenzio e che rimane gentilmente stoico e agli ordini mentre gli cadono i palazzi in testa. Naturalmente, la popolazione giapponese è di un coraggio straordinario, ma la realtà del suo “stoicismo” descritto nei giornali è completamente diversa. Al di là delle centinaia di migliaia ammassati nelle palestre e in altri spazi comuni tra cui giustamente la rabbia aumenta inesorabilmente, altre centinaia di migliaia cercando di fuggire, tra cui un numero crescente di circa 38 milioni di persone a Tokyo e della sua periferia. E quelli che rimangono non lo fanno per “sfidare il pericolo e la fatalità” ma perché non hanno altra scelta. Per mancanza di mezzi finanziari e per andare dove? E per essere “accolti” dove? E comunque essere un “rifugiato ambientale” è un’indecenza agli occhi della borghesia. Circa 50 milioni di persone sono costrette a migrare ogni anno per ragioni ambientali, ma non hanno uno “statuto” ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite, anche se sono vittime di una catastrofe, fosse anche “nucleare”. Quindi ai giapponesi che cercheranno di scappare al disastro nucleare, o semplicemente di trasferirsi da qualche parte, sarà negato il “diritto d’asilo” in tutto il mondo.
Questo sistema di sfruttamento forsennato è moribondo e ogni giorno più inumano. Mentre immense conoscenze ed enormi forze tecnologiche sono state accumulate dall’uomo, la borghesia è incapace di farne una forza che vada a beneficio del genere umano, che permetta di premunirci contro le calamità naturali. Esso opera invece con forza alla sua distruzione, non solo qui o là, ma in tutto il mondo.
“Non abbiamo altra scelta di fronte a quest’inferno capitalista: Socialismo o Barbarie. Lottare contro di esso o morire”[9].
Mulan (19 marzo)
[1] E l’esperienza ci mostra quale credito possiamo accordare alle cifre ufficiali in generale e in particolare a quelle relative al nucleare: le bugie, la manipolazione e la sottovalutazione dei pericoli sono la regola d’oro dei dirigenti di tutti i paesi!
[3] Il disastro attuale era stato anche previsto, come riportato da Le Canard Enchaîné del 16 marzo 2011: “Non essendo pazzi, gli otto ingegneri tedeschi d’Areva che lavoravano sul sito della centrale di Fukushima 1 (…) sorpresi dal terremoto, “in piena operazione di una tranche” del reattore numero 4, ,fin dal venerdì sera (11 marzo) erano stati messi al riparo ad una quarantina di chilometri dalla centrale” e poi “richiamati a Francoforte la Domenica, 13 Marzo”.
[4] Fonte: “Inquietante discrezione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”, Le Monde del 19 marzo.
[9] Commenti fatti da un partecipante al nostro forum in lingua francese nel corso della discussione su questa catastrofe.
Gli avvenimenti attuali in Medio Oriente e in Nord Africa sono di importanza storica, con delle conseguenze che non sono ancora del tutto chiare. Tuttavia, è importante sviluppare sull’argomento una discussione che permetterà ai rivoluzionari di elaborare un quadro di analisi coerente. Le osservazioni che seguono non sono il quadro stesso e ancor meno una descrizione dettagliata di ciò che è avvenuto, ma solo qualche punto di riferimento di base per stimolare il dibattito.
1. Mai, dopo il 1848 o il 1917-19, abbiamo assistito ad una tale ondata di rivolte simultanee così ampie. Anche se l’epicentro del movimento era nel Nord Africa (Tunisia, Egitto e Libia, ma anche Algeria e Marocco), le proteste contro i regimi esistenti sono scoppiati anche nella Striscia di Gaza, in Giordania, Iraq, Iran, Yemen, Bahrain e Arabia, mentre un certo numero di regimi repressivi in altri paesi arabi, in particolare la Siria, sono in stato d’allerta. E’ lo stesso per il regime stalinista in Cina. Vi è anche un’eco chiara di proteste nel resto dell’Africa: in Sudan, Tanzania, Zimbabwe, Swaziland .... Si può ancora vedere l'impatto diretto della rivolta nelle manifestazioni contro la corruzione del governo e gli effetti della crisi economica in Croazia, negli striscioni e gli slogan delle manifestazioni degli studenti nel Regno Unito, nelle lotte dei lavoratori nel Wisconsin, Stati Uniti, e senza dubbio in molti altri paesi. Questo non significa che tutti questi movimenti nel mondo arabo sono identici, sia nel loro contenuto di classe, nelle loro rivendicazioni, o nella risposta della classe dominante, ma evidentemente vi è un certo numero di caratteristiche comuni che permettono di parlare di un fenomeno globale.
2. Il contesto storico in cui questi eventi si svolgono è il seguente:
3. La natura di classe di questi movimenti non è uniforme e varia da un paese all'altro e secondo le diverse fasi. Tuttavia, possiamo caratterizzarli complessivamente come movimenti di classi non sfruttatrici, come rivolte sociali contro lo Stato. In generale la classe operaia non è stata alla testa di queste ribellioni, ma ha certamente avuto una presenza e una influenza considerevoli che possono essere percepiti sia nei metodi che nelle forme di organizzazione adottate dal movimento oltre che, in alcuni casi, nello sviluppo specifico di lotte operaie, come gli scioperi in Algeria e soprattutto la grande ondata di scioperi in Egitto che è stata un fattore chiave nella decisione di sbarazzarsi di Mubarak (su cui torneremo più avanti). Nella maggior parte di questi paesi, il proletariato non è l’unica classe oppressa. I contadini ed altri strati provenienti da modi di produzione ancora più antichi, sebbene in gran parte frammentati e rovinati da decenni di declino capitalista, hanno ancora un peso nelle zone rurali. Nelle città, in cui si sono sempre concentrate le rivolte, la classe operaia coesiste con una classe media di grandi dimensioni che è in via di proletarizzazione, ma che ha conservato le sue caratteristiche specifiche e una massa di abitanti delle baraccopoli che sono in parte proletari e in parte piccoli commercianti ed elementi sottoproletari. Anche in Egitto, dove si trova la classe operaia più concentrata e più sperimentata, testimoni oculari nella piazza Tahrir hanno sottolineato che le proteste avevano mobilitato tutte le classi, tranne i livelli più alti della società. In altri paesi, il peso degli strati non proletari è stato molto più forte di quanto non sia nella maggior parte delle lotte dei paesi centrali.
4. Quando si cerca di capire la natura di classe di queste rivolte, dobbiamo evitare due errori simmetrici: da una parte l’identificazione generale di tutte le masse in lotta con il proletariato (la posizione più caratteristica di questa visione è quella del Groupe Communiste Internationaliste), dall’altro, il rifiuto di ciò che può essere positivo nelle rivolte che non sono esplicitamente quelle della classe operaia. La questione posta qui ci riporta ad eventi precedenti, come quelli dell’Iran alla fine degli anni ‘70 quando, ancora una volta, abbiamo assistito ad una rivolta popolare durante la quale, per un certo tempo, la classe operaia è stata in grado di assumere un ruolo di primo piano, anche se in definitiva ciò non è stato sufficiente per impedire il recupero del movimento da parte degli islamisti. Su un livello più storico, il problema della classe operaia, che emerge da un movimento di rivolte che comprende tutte le classi sociali non sfruttatrici ma che, nei loro confronti, ha bisogno di mantenere la sua autonomia di classe, ricorda anche il problema dello Stato nel periodo di transizione tra il capitalismo e il comunismo.
5. Nella rivoluzione russa, la forma di organizzazione in soviet è stata creata dalla classe operaia, ma questa ha anche fornito un modello organizzativo per tutti gli oppressi. Senza perdere il senso della prospettiva - perché c'è ancora un lungo cammino prima di arrivare ad una situazione rivoluzionaria in cui la classe operaia sarà in grado di fornire una chiara direzione politica ad altri strati sociali - possiamo vedere come i metodi di lotta della classe operaia hanno avuto un impatto sulle rivolte sociali nel mondo arabo:
6. Tutte queste esperienze sono un reale trampolino di lancio per lo sviluppo di una coscienza veramente rivoluzionaria. Ma la strada in questa direzione è ancora lunga, ed è costellata da numerose e innegabili illusioni e debolezze ideologiche:
7. La situazione attuale nell’Africa del nord e in Medio Oriente è ancora sotto pressione. Nel momento in cui scriviamo, ci si può aspettare delle proteste a Riad, anche se il regime saudita ha decretato che tutte le manifestazioni sono contrarie alla Sharia. In Egitto e in Tunisia, dove si suppone che la “rivoluzione” abbia già vinto, vi sono scontri permanenti tra manifestanti e lo Stato, ormai “democratico”, che è amministrato da forze che sono più o meno le stesse di quelle che hanno condotto la danza prima della partenza dei “dittatori”. L'ondata di scioperi in Egitto, che ha vinto rapidamente su un buon numero di rivendicazioni, sembra attenuarsi. Ma né la lotta operaia né il movimento sociale più ampio hanno subito dei contraccolpi o delle sconfitte in questo paese e vi sono certamente in Egitto dei segni di un largo dibattito e di una riflessione in corso. Tuttavia, gli avvenimenti in Libia hanno preso una piega del tutto diversa. Ciò che sembra essere iniziato come una vera rivolta di “quelli di sotto”, con dei civili inermi che partivano coraggiosamente all’attacco di caserme militari bruciando i quartier generali dei cosiddetti “Comitati del Popolo”, in particolare nella parte orientale del paese, è stato rapidamente trasformato in una “guerra civile” totale e molto cruenta tra fazioni della borghesia, con le potenze imperialiste in agguato a caccia come predatori con la preda. In termini marxisti, si tratta in realtà di un esempio di trasformazione di una nascente guerra civile - nel suo vero senso di un confronto diretto e violento tra le classi - in una guerra imperialista. L'esempio storico della Spagna del 1936 - nonostante le notevoli differenze nell’equilibrio globale delle forze tra le classi, e nel fatto che la rivolta iniziale contro il golpe di Franco sia stata, inequivocabilmente, di natura proletaria - mostra come la borghesia nazionale e internazionale può davvero intervenire in queste situazioni, sia nel perseguire le sua rivalità tra fazioni, nazionali e imperialiste, sia schiacciando ogni possibilità di rivolta sociale.
8. Il contesto di questa svolta degli avvenimenti in Libia è legato al ritardo estremo del capitalismo libico, che è stato governato per oltre 40 anni dalla cricca di Gheddafi, principalmente attraverso un apparato di terrore, direttamente sotto il suo comando. Questa organizzazione ha frenato lo sviluppo di un esercito in quanto forza capace di porre gli interessi nazionali al di sopra degli interessi di un leader o di una fazione particolari, come è stato viceversa in Tunisia e in Egitto. Al tempo stesso, il paese è lacerato da divisioni tribali e regionali, divisioni che hanno giocato un ruolo chiave in relazione al sostegno o all’opposizione a Gheddafi. Una forma “nazionale” di islamismo sembra anch’esso aver giocato fin dall’inizio un ruolo nella rivolta, anche se la ribellione sia stata in origine più generale e sociale che semplicemente tribale o islamica.
La principale industria libica è quella del petrolio e le turbolenze che hanno attraversato questo paese hanno un effetto molto forte sui prezzi mondiali del petrolio. Ma una parte consistente della forza lavoro impiegata nel settore petrolifero è costituita da immigrati provenienti dall’Europa, dal resto del Medio Oriente, dall’Asia e dall’Africa e, anche se ci sono stati all’inizio dei resoconti di scioperi nel settore, l’esodo di massa dei lavoratori “stranieri” in fuga dai massacri è un segno chiaro che essi si riconoscevano ben poco in una “rivoluzione” che marciava dietro la bandiera nazionale. In realtà, vi sono state segnalazioni di persecuzioni di lavoratori neri da parte delle forze “ribelli”, in conseguenza delle voci insistenti sui mercenari reclutati dal regime per schiacciare le proteste degli Stati africani, cosa che ha gettano il sospetto su tutti gli immigrati neri. La debolezza della classe operaia in Libia è quindi un elemento cruciale nell’evoluzione negativa della situazione in quel paese.
9. Una prova evidente che la “ribellione” è diventata una guerra tra campi borghese è fornita dalla diserzione molto precoce dal regime di Gheddafi di molti alti funzionari, tra cui degli ambasciatori stranieri, ufficiali dell’esercito e della polizia e funzionari vari. I comandanti militari hanno, in particolare, provveduto a “regolarizzare” le forze armate anti-Gheddafi. Ma forse il segno più evidente di questo cambiamento è stato la decisione della maggior parte della “comunità internazionale” di porsi dalla parte dei “ribelli”. Il Consiglio Nazionale di Transizione, con sede a Bengasi, è stato già riconosciuto dalla Francia come la voce della nuova Libia. E un piccolo intervento militare ha già preso forma con l’invio di “consiglieri” per aiutare le forze anti-Gheddafi. Essendo già intervenuti diplomaticamente per accelerare la partenza di Ben Ali e di Mubarak, gli Stati Uniti, Gran Bretagna ed altre potenze sono state incoraggiate dall’iniziale vacillamento del regime di Gheddafi. William Hague[1], ad esempio, ha prematuramente annunciato che Gheddafi era in rotta verso il Venezuela. Quando le forze di Gheddafi hanno cominciato a riprendere il sopravvento, le voci per imporre una no-fly zone o per utilizzare altre forme di intervento militare diretto sono diventate più forti. Tuttavia, al momento in cui scriviamo, sembrano esserci profonde divisioni all’interno dell’UE e della NATO, con la Gran Bretagna e la Francia più fortemente favorevoli ad una azione militare, e gli Stati Uniti e la Germania più reticenti. L’amministrazione Obama non è ovviamente contraria, in principio, a un intervento militare, ma non ha alcuna intenzione di esporsi al pericolo di essere trascinati in un altro pantano senza vie d’uscita nel mondo arabo. E’ anche possibile che alcune parti della borghesia mondiale si chiedano se il terrore di massa impiegato da Gheddafi non sia un “rimedio” per scoraggiare ulteriori agitazioni nella regione. Una cosa è certa tuttavia: gli avvenimenti libici, e anche tutto lo sviluppo della situazione nella regione, hanno rivelato l'ipocrisia grottesca della borghesia mondiale. Dopo aver insultato per anni la Libia di Gheddafi come un focolaio del terrorismo internazionale (cosa che era sicuramente), i leader dei paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che avevano difficoltà a giustificare la loro posizione in merito alla presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, si sono rifatti con la decisione di Gheddafi, nel 2006, di gettare a mare le sue armi di distruzione di massa. Tony Blair, in particolare, aveva mostrato una fretta indecente abbracciando l’ex “capo terrorista pazzo”. Solo qualche anno più tardi Gheddafi è diventato di nuovo un “leader terrorista pazzo” e coloro che l’hanno sostenuto devono adesso affrettarsi a prendere le distanze da lui. E questa non è che una nuova versione della stessa storia: quasi tutti i “dittatori arabi”, di ieri o di oggi, hanno beneficiato dell’appoggio leale degli Stati Uniti e di altre potenze che finora hanno mostrato poco interesse per le aspirazioni democratiche del popolo di Tunisia, Egitto, Bahrein o dell’Arabia. Lo scoppio di proteste di piazza, innescate dall’aumento dei prezzi e dalla penuria di beni di prima necessità e, in certi casi, violentemente represse, che si sono scagliate contro il governo dell'Iraq, imposto dagli Stati Uniti, ivi compresi gli attuali leader del Kurdistan iracheno, rivela ancor più la vacuità delle promesse fabbricate dall’“Occidente democratico”.
10. Alcuni anarchici internazionalisti della Croazia (almeno prima che cominciassero a partecipare alle manifestazioni in corso a Zagabria e altrove) sono intervenuti su libcom.org per sostenere che gli avvenimenti nel mondo arabo si sono presentati ai loro occhi come una ripetizione degli eventi dell’Europa dell’est del 1989, nel corso dei quali tutte le aspirazioni di cambiamento sono state deviate sulla falsa via della “democrazia”, strada che non comporta nessun vantaggio per la classe operaia. Questa è una preoccupazione più che legittima, data la forza evidente delle mistificazioni democratiche in questo nuovo movimento. Manca tuttavia la differenza essenziale tra i due momenti storici, soprattutto a livello della configurazione delle forze di classe a livello mondiale. Nel momento del crollo del blocco dell’Est, la classe operaia nei paesi occidentali avevano raggiunto i limiti di un periodo di lotte che non erano state in grado di svilupparsi sul piano politico. Il crollo del blocco dell’Est, con le sue campagne sulla morte del comunismo, la fine della lotta di classe e l’incapacità della classe operaia dell’Est di rispondere sul suo terreno di classe, hanno contribuito a immergere la classe operaia internazionale in un lungo periodo di declino. Allo stesso tempo, benché i regimi stalinisti siano stati in realtà le vittime della crisi economica globale, all’epoca ciò era ben lontano dall’essere evidente e vi erano ancora ampi margini di manovra nelle economie occidentali per alimentare l’impressione che una nuova era si apriva per il capitalismo mondiale. La situazione oggi è molto diversa. La natura mondiale della crisi del capitalismo non è mai stata così chiara, rendendo molto più facile per i lavoratori del mondo intero capire che, in sostanza, sono tutti confrontati con gli stessi problemi: disoccupazione, aumento dei prezzi ed assenza di qualsiasi prospettiva in questo sistema. E nel corso degli ultimi sette o otto anni abbiamo assistito a una ripresa, lenta ma reale, delle lotte operaie in tutto il mondo, di lotte generalmente dirette da una nuova generazione di proletari meno marcata dai fallimenti degli anni 1980 e 1990, e da cui si produce una minoranza sempre più folta di elementi politicizzati, ancora una volta a livello mondiale. Alla luce di queste profonde differenze, vi è una possibilità reale che gli avvenimenti nel mondo arabo, lungi dall’avere un impatto negativo sulla lotta di classe nei paesi centrali, siano integrati nel suo sviluppo futuro:
CCI (11 marzo)
Tradotto da What is happening in the Middle East? [30], ICConline [31] in lingua inglese.
[1] Ministro degli esteri britannico.
Gli avvenimenti che si svolgono in Libia sono estremamente difficili da seguire. Ma una cosa è chiara: la popolazione da settimane soffre per la repressione. Sta conoscendo paura e incertezza. Forse migliaia di persone sono morte, all’inizio per mano dell’apparato repressivo del regime ma adesso perché accerchiate tra due fuochi, poiché il governo e l’opposizione si battono per il controllo del paese.
Ma per quale motivo stanno morendo? Da un lato, per mantenere il controllo di Gheddafi sullo Stato e dall’altro perché il Consiglio Nazionale Libico (quello che si è autoproclamato “la voce della rivoluzione”) possa controllare l’insieme del paese. La classe operaia in Libia, e al di là della Libia, si vede chiamata a scegliere tra due gruppi di gangster. In Libia le si dice che deve schierarsi in maniera attiva in questa crescente guerra civile tra due parti rivali della borghesia libica per il controllo dello Stato e dell’economia. Nel resto del mondo, noi veniamo incoraggiati a sostenere la coraggiosa lotta dell’opposizione. I lavoratori non hanno nessun interesse a sostenere né l’una né l’altra di queste due fazioni.
Gli avvenimenti in Libia sono cominciati come una manifestazione di massa contro Gheddafi, ispirata dai movimenti in Egitto ed in Tunisia. Ciò che ha causato l’esplosione di rabbia in numerose città è stata la brutale repressione delle prime manifestazioni. Secondo il giornale The Economist del 26 febbraio, la scintilla iniziale è stata la manifestazione di una sessantina di giovani a Bengasi, il 15 febbraio. Manifestazioni simili hanno avuto luogo in altre città e tutte sono state accolte da pallottole. Di fronte all’assassinio di molte decine di giovani, migliaia di gente è scesa nelle strade per dare battaglia alle forze dell’ordine dello Stato. Nel corso di queste lotte ci sono state azioni di grande coraggio. Saputo che i mercenari erano sbarcati all’aeroporto, la popolazione di Bengasi è andata in massa fino all’aeroporto e ne ha preso il controllo, nonostante le perdite pesanti. In un’altra azione, dei civili hanno requisito bulldozer ed altri veicoli ed hanno preso d’assalto una caserma molto ben armata.
La popolazione in altre città ha respinto le forze di repressione dello Stato. Il regime ha risposto aumentando la repressione, ma ciò ha portato alla divisione in larghi settori delle forze armate dove soldati e ufficiali si sono rifiutati di eseguire l’ordine di uccidere i manifestanti. Un soldato semplice ha ucciso il comandante che gli ordinava di sparare per uccidere. Dunque, inizialmente, questo movimento sembra essere stata una vera esplosione di rabbia popolare, in particolare da parte della gioventù urbana, di fronte alla repressione brutale e all’aggravarsi della miseria economica.
Perché le cose hanno preso una piega così diverso in Libia?
L’aggravamento della crisi economica ed un rifiuto crescente di accettare la repressione è stato il contesto più ampio per i movimenti in Tunisia, in Egitto ed altrove, in Medio Oriente ed in Africa del Nord. La classe operaia e la popolazione in generale hanno subito anni di povertà e di sfruttamento brutale, mentre, nello stesso tempo, la classe dirigente accumulava ricchezze immense.
Ma perché la situazione in Libia è così diversa da quella della Tunisia e dell’Egitto? In questi due paesi, anche se c’era la repressione, lo strumento principale utilizzato per controllare il malcontento sociale è stato la democrazia. In Tunisia, le manifestazioni crescenti della classe operaia e della popolazione contro la disoccupazione sono state deviate in una notte verso il vicolo cieco di sapere chi avrebbe sostituito Ben Ali. Sotto la direzione dell’esercito americano, l’esercito tunisino ha chiesto al presidente di levare le tende. C’è voluto un po’ più tempo in Egitto per ottenere che Mubarak facesse la stessa cosa, ma la stessa sua resistenza ha permesso di assicurarsi che questo malcontento si focalizzasse sulla volontà di sbarazzarsi di lui. Fatto importante, una delle cose che lo ha finalmente spinto ad andarsene è stato lo scoppio dello sciopero che reclamava migliori condizioni di vita e migliori salari. Questo ha mostrato che i lavoratori, pur avendo partecipato alle massicce manifestazioni contro il governo, non avevano dimenticato i loro propri interessi e non erano pronti a metterli da parte per dare, per così dire, una chance alla democrazia.
In Egitto ed in Tunisia, l’esercito è la spina dorsale dello Stato e questo è stato capace di mettere gli interessi del capitale nazionale al di sopra degli interessi particolari delle diverse cricche. In Libia l’esercito non ha lo stesso ruolo. Il regime di Gheddafi ha, per decenni, deliberatamente mantenuto debole l’esercito, come pure tutte le altre parti dello Stato che potevano costituire una base di potere per i suoi rivali. “Gheddafi ha tentato di mantenere i soldati in stato di debolezza, per evitare che essi potessero rovesciarlo, come ha rovesciato il re Idris” ha dichiarato Paul Sullivan, un esperto di politica nordafricana, della National Defense University di Washington. Il risultato è “un esercito taccagno gestito da ufficiali mal formati che stanno sul filo del rasoio, non completamente stabili sul piano personale, e con numerose armi che aleggiano tutt’intorno” (www.bloomberg.com [33], 2 marzo). Ciò significa che la sola risposta del regime ad ogni malcontento sociale è la repressione allo stato puro.
La brutalità della risposta dello Stato ha prodotto nella classe operaia una fiammata di rabbia disperata alla vista del massacro dei suoi figli. Ma i lavoratori che si sono uniti alle manifestazioni l’hanno fatto in gran parte come individui: nonostante il grande coraggio che è stato necessario per resistere alle armi pesanti di Gheddafi, i lavoratori non sono stati in grado di far valere i loro interessi di classe.
In Tunisia, come abbiamo detto, il movimento è cominciato all’interno della classe operaia e tra i poveri contro la disoccupazione e la repressione. In Egitto, il proletariato è entrato nel movimento dopo avere partecipato, in questi ultimi anni, a diverse ondate di lotte e questa esperienza gli ha dato fiducia nella capacità di difendere i propri interessi. L’importanza di questo è stata dimostrata quando, alla fine delle manifestazioni, è scoppiata un’ondata di scioperi.
Il proletariato libico è entrato nel conflitto attuale in una posizione di debolezza. Ci sono stati dei comunicati su di uno sciopero in un campo petrolifero. Ma è impossibile dire se ci sono state altre espressioni dell’attività della classe operaia. Forse si, ma resta il fatto che il proletariato, come classe, è più o meno assente. Ciò significa che la classe operaia è stata, sin dall’inizio, più vulnerabile a tutti i veleni ideologici secreti da una situazione di caos e di confusione.
La comparsa della vecchia bandiera monarchica e la sua accettazione in pochi giorni come simbolo della sommossa, è il segno della profondità di questa debolezza. Questa bandiera ha sventolato mentre si sentiva lo slogan nazionalistico “Una Libia libera”. Ci sono state anche espressioni di tribalismo, con l’appoggio o l’opposizione al regime di Gheddafi, determinate in alcuni casi da interessi regionali o tribali. Capi tribali hanno utilizzato ed utilizzano ancora la loro autorità per mettersi alla testa della ribellione. Sembra esserci anche una forte presenza dell’islamismo con il canto “Allah Akbar”[1] che si sente in numerose manifestazioni.
Questo pantano ideologico ha esasperato una situazione in cui decine, se non centinaia di migliaia di lavoratori stranieri hanno sentito la necessità di fuggire dal paese. Perché dei lavoratori stranieri avrebbero dovuto sfilare dietro una bandiera nazionale, poco importa il suo colore? Un vero movimento proletario avrebbe integrato sin dall’inizio i lavoratori stranieri perché le rivendicazioni sarebbero state comuni: migliori salari, migliori condizioni di lavoro e la fine della repressione per tutti i lavoratori. I proletari si sarebbero uniti perché la loro forza è la loro unità, indipendentemente dalla nazione, la tribù o la religione.
Gheddafi ha fatto pieno uso di tutto questo veleno per provare ad ottenere il sostegno dei lavoratori e della popolazione contro la presunta minaccia che peserebbe sulla sua “rivoluzione”: gli stranieri, il tribalismo, l’islamismo, l’Occidente…
In attesa di un nuovo regime
La maggioranza della classe operaia detesta il regime. Ma il vero pericolo per la classe operaia, estremamente grave, è essere trascinata dietro “l’opposizione”. Questa opposizione, con il nuovo “Consiglio Nazionale” che assume sempre più una posizione di leadership, è un conglomerato di diverse frazioni della borghesia: gli ex membri del regime, i monarchici, ecc., come pure capi tribali e religiosi. Tutti hanno tratto vantaggio dal fatto che questo movimento non ha una direzione proletaria indipendente per imporre la loro volontà di sostituire la direzione di Gheddafi dello Stato libico.
Il Consiglio Nazionale è chiaro sul suo ruolo: “L’obiettivo principale del Consiglio Nazionale è avere un volto politico … per la rivoluzione”, “Aiuteremo a liberare altre città libiche, in particolare Tripoli, grazie al nostro esercito nazionale, alle nostre forze armate, di cui una parte ha annunciato il suo sostegno al popolo”, “Una Libia divisa è impensabile” (Reuters Africa del 27 febbraio, https://www.reuters.com?edition-redirect=af [34]). In altri termini, il suo scopo è mantenere la dittatura capitalista attuale, ma con un volto diverso.
Tuttavia, l’opposizione non è unita. L’ex ministro della giustizia di Gheddafi, Mohamed Mustafa Abud Ajleil, ha annunciato la formazione di un governo provvisorio, con sede a Al-Baida, alla fine di febbraio, con il sostegno di alcuni ex diplomatici. Questa iniziativa è stata respinta dal Consiglio Nazionale la cui sede è a Bengasi.
Ciò mostra che nell’opposizione ci sono divisioni profonde che esploderanno inevitabilmente, sia che riescano a sbarazzarsi di Gheddafi, sia che questi “leader” finiscano per litigare tra loro per salvare la pelle nel caso in cui Gheddafi riuscisse a restare al potere.
Il Consiglio Nazionale mostra il suo volto migliore al pubblico. È diretto da Ghoga, un famoso avvocato dei Diritti dell’Uomo e non è quindi troppo compromesso da legami con il “vecchio regime”, contrariamente a Ajleil. Il che è decisamente meglio per riuscire a vendere questa banda alla popolazione. I mass media hanno parlato molto dei comitati che sono nati nelle città e nelle regioni in cui Gheddafi ha perso il controllo. Un buon numero di questi comitati sembra sia stato auto-proclamato dai dignitari locali, ed anche se alcuni di questi comitati erano espressione diretta della rivolta popolare sembra che essi siano stati trascinati nel quadro statale borghese del Consiglio Nazionale. Lo sforzo del Consiglio per metter su un esercito nazionale significa la stessa morte e distruzione per la classe operaia e l’insieme della popolazione che se questo esercito fosse al fianco delle forze di Gheddafi. La fraternizzazione sociale che ha inizialmente contribuito a scalzare gli sforzi repressivi del regime è stata rapidamente sostituita da battaglie inquadrate su di un fronte puramente militare, mentre la popolazione è chiamata a fare sacrifici per assicurasi che l’Esercito Nazionale possa battersi.
La trasformazione dell’opposizione borghese in un nuovo regime è accelerata dal sostegno sempre più aperto delle grandi potenze: gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia, ecc. I gangster imperialisti prendono ora le distanze dal loro vecchio amico Gheddafi in modo tale da poter avere una certa influenza su una eventuale nuova equipe che arriva al potere. Il sostegno andrà a quelli che si inscrivono nella difesa degli interessi imperialisti delle grandi potenze.
Quella che è iniziata come risposta disperata alla repressione da parte della maggioranza della popolazione è stata presto utilizzata dalla classe dirigente in Libia ed all’estero per i propri fini. Un movimento che è cominciato come uno sforzo pieno di furia e di rabbia per fermare il massacro dei giovani è finito con un altro massacro e bagno di sangue, ma ora, in nome di una “Libia libera”. Il proletariato della Libia e di qualsiasi altro paese non può rispondere che aumentando la sua determinazione a non lasciarsi trascinare in lotte sanguinarie tra le frazioni della classe dirigente in nome della democrazia o di una nazione libera. Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, se Gheddafi si aggrappa al potere, il sostegno internazionale all’opposizione sarà sempre più forte. E se lui se ne va ci sarà una campagna altrettanto assordante sul trionfo della democrazia, il potere del popolo e la libertà.
In tutti e due i casi i lavoratori saranno chiamati a identificarsi con il volto democratico della dittatura del capitalismo.
Phil (5 marzo 2011)
[1] “… Allāh Akbar, ovvero: “Dio è il più grande”. È un’espressione che, nella religione musulmana, è spesso usata nel richiamo da parte del muezzin per ricordare ai fedeli l'inizio del periodo d'elezione utile ad assolvere l'obbligo della preghiera canonica (salat). L'espressione è impiegata anche prima dell'effettiva esecuzione della salat, oltre che in altre occasioni non religiose in cui si voglia ostentare la propria fede islamica in Dio (da wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Takb%C4%ABr [35])
La prima parte di questa Breve cronologia della lotta in Francia contro la riforma delle pensioni [11] illustrava gli avvenimenti che si sono svolti tra il 23 marzo e il 19 ottobre 2010. Essa si concludeva provvisoriamente con queste poche frasi:
“Il movimento si sviluppa da 7 mesi. La collera è immensa. Le rivendicazioni contro la riforma tendono a passare in secondo piano: i mezzi di informazione riconoscono che il movimento si ‘politicizza’. E’ tutta la miseria, la precarietà, lo sfruttamento, ecc., che vengono apertamente rigettati. Anche la solidarietà tra i differenti settori cresce. Ma, al momento, la classe operaia non arriva a prendere realmente nelle sue mani le SUE lotte. Essa lo spera sempre più, ci prova qui e là con tentativi minoritari, diffida in maniera crescente dell’intersindacale, non riesce ancora ad organizzarsi realmente come contro il CPE nel 2006. La classe operaia sembra ancora aver poca fiducia in se stessa. Lo sviluppo futuro della lotta ci dirà se questa volta arriverà a superare questa difficoltà. Altrimenti sarà per la prossima volta! Il presente è ricco di promesse per l’avvenire delle lotte.»
Allora, come è finito il movimento?
Dal 19 ottobre …
La questione del blocco delle raffinerie a partire dalla metà di ottobre è al centro dei dibattiti.
I mezzi di informazione e i politici indirizzano i loro proiettori sulla penuria di benzina, sulla «galera degli automobilisti» e il braccio di ferro tra quelli che bloccano e le forze dell’ordine. In tutte le Assemblee Generali (AG) (sindacali e non), i dibattiti girano quasi esclusivamente intorno alle questioni “come aiutare i lavoratori delle raffinerie?... Come esprimere la nostra solidarietà?... Noi cosa possiamo bloccare a nostra volta?” … E nei fatti alcune decine di lavoratori di tutti i settori, di disoccupati, di precari, di pensionati, si recano ogni giorno davanti alle porte delle 12 raffinerie paralizzate, per “fare numero” di fronte ai celerini (CRS), portare cestini di cibo agli scioperanti, un po’ di soldi e del calore morale.
Questo slancio di solidarietà è un elemento importante, perché rivela ancora una volta la natura profonda della classe operaia.
Ciononostante, malgrado la determinazione e la buona volontà degli scioperanti e dei loro sostenitori, in generale questi blocchi non favoriscono lo sviluppo del movimento di lotta, ma la sua decrescita. Perché?
Questi blocchi sono stati cominciati e sono controllati completamente, passo per passo, dalla CGT (principale sindacato francese). Non c’è praticamente nessuna AG che permetta ai lavoratori delle raffinerie di discutere collettivamente. E quando un’assemblea si tiene comunque, essa non è aperta agli altri lavoratori; questi ‘estranei’ giunti a partecipare ai picchetti non sono invitati a venire a discutere e ancor meno a partecipare alle decisioni. Gli è addirittura vietata l’entrata! La CGT vuole evidentemente una solidarietà … platonica … e basta! Nei fatti, sotto la copertura di un’azione ‘forte e radicale’, la CGT organizza l’isolamento dei combattivi lavoratori delle raffinerie.
D’altra parte i picchetti sono ‘fissi’ e non ‘volanti’, come invece sarebbe stato necessario organizzarli per trascinare un massimo di lavoratori nella lotta, andando di fabbrica in fabbrica, per creare discussioni, AG spontanee, ecc. E’ esattamente questo genere di estensione che i sindacati non vogliono!
21 ottobre
Alla vigilia delle vacanze i principali sindacati dei liceali e degli studenti universitari (l’UNL, la Fidl e l’Unef) invitano a manifestare. Questo corrisponde al fatto che la collera dei giovani è sempre più forte. Ed effettivamente ci sono diverse migliaia di giovani che scendono in strada quel giorno.
Dal 22 al 27 ottobre
Il testo della legge sulle pensioni supera tutte le tappe della “democrazia”, dal senato alla camera.
28 ottobre
Nuova giornata di mobilitazione indetta dall’intersindacale. 1,2 milioni di partecipanti, quasi tre volte meno della manifestazione precedente del 19 ottobre. La decrescita è brutale e la rassegnazione comincia a guadagnare terreno.
In più questa giornata d’azione si svolge nel pieno delle vacanze scolastiche. I liceali, che avevano cominciato ad aggiungersi al movimento (e che sono stati violentemente repressi dappertutto[1]), sono quindi largamente assenti.
Fino ad allora i sindacati avevano fatto di tutto per, da un lato, ridurre il numero delle AG, dall’altro chiudere agli altri settori. Ma nel momento in cui il movimento comincia il suo riflusso essi tentano di organizzare degli “incontri nazionali” delle diverse organizzazioni interprofessionali. L’appello di questi “sindacalisti unitari” osa anche affermare:
“La lotta contro la riforma delle pensioni arriva ad un momento decisivo. Mentre il governo e i mezzi di informazione annunciano la fine della mobilitazione, in tutto il paese si svolgono azioni di blocco e di solidarietà, in un quadro intercategoriale e spesso organizzate a partire da Assemblee Generali intercategoriali. Tuttavia, oltre questa organizzazione a livello locale, ci sono poche o nessuna comunicazione tra le AG intercategoriali, per coordinarsi su una scala più larga. Ora, se noi vogliamo fermare la politica del governo, bisognerà organizzarsi da prima e coordinare le nostre azioni. Per i lavoratori, i disoccupati, i giovani e i pensionati che si sono mobilitati occorre darsi uno strumento per organizzare le proprie lotte oltre la dimensione locale. E’ perciò che l’Assemblea Generale di Tours, riunita il 28 ottobre 2010, si propone di organizzare e di accogliere un incontro intercategoriale di delegati delle Assemblee Generali che si tengono in tutto il paese.”[2]
E’ una mascherata. Quegli stessi che non hanno smesso di dividerci ci chiedono ora, dopo la battaglia, di “organizzarci da prima e coordinare le nostre azioni”. Loro, che ci hanno strappato intenzionalmente la NOSTRA lotta, chiamano ora i lavoratori, dopo la battaglia, a “organizzare la loro propria lotta”. Alcuni partecipanti ad Assemblee Generali Intercategoriali non sindacali (come quella della Stazione dell’est a Parigi) e dei militanti della CCI sono andati a questo “incontro nazionale”. Tutti hanno sottolineato la manipolazione sindacale, il blocco dei dibattiti e l’impossibilità di mettere in discussione il bilancio dell’azione dell’intersindacale. Il NPA (Nuovo Partito Anticapitalista) e Alternativa Libertaria (due gruppi gauchiste, l’uno ‘trotzkista’, l’altro ‘anarchico’), sembrano molto attivi in questo coordinamento nazionale.
6 novembre
Sono ormai otto mesi che questo tipo di manifestazioni si succedono l’una all’altra. Tuttavia più nessuno crede alla possibilità di un ritiro, anche parziale, dell’attacco. Lo prova la profondità della collera! I lavoratori non lottano più contro questo specifico attacco, ma per esprimere il loro malcontento generalizzato di fronte all’impoverimento.
10 novembre
La legge è votata e pubblicata. L’intersindacale chiama immediatamente a una nuova mobilitazione il … 23 novembre! E ancora, per essere sicura di sotterrare definitivamente questo movimento, l’intersindacale propone una giornata di “azioni multiformi”. Concretamente, non viene data nessuna indicazione nazionale. Ogni dipartimento, ogni sezione sindacale, ogni settore fa il “tipo di azione” che gli piace.
23 novembre
Manifestano solo poche migliaia di persone. A Parigi, i sindacati orchestrano una “azione simbolica”: fare più volte il giro del Palazzo Brongniard, sede della Borsa con lo slogan “Accerchiamo il capitale”. L’obiettivo è raggiunto: è un fiasco scoraggiante. Questa giornata è anche ribattezzata “la manifestazione per niente”. In queste condizioni, la presenza di 10.000 manifestanti a Tolosa denota che la collera comunque esiste, cosa che è promettente per l’avvenire e per le lotte future. La classe operaia non esce battuta, demoralizzata, spossata da questo lungo movimento. Al contrario, lo stato di spirito dominante sembra essere “vedremo la prossima volta”.
Conclusione
Questo movimento contro la riforma delle pensioni, con le sue manifestazioni di massa, è quindi finito. Ma il processo di riflessione, invece, non fa che cominciare.
In apparenza questa lotta è una sconfitta, il governo non ha fatto marcia indietro. Ma nei fatti è un passo avanti ulteriore della nostra classe. Le minoranze che sono sorte e che hanno provato a raggrupparsi, a discutere in AG intercategoriali o in assemblee popolari per strada, queste minoranze che hanno provato a prendere le lotte nelle loro mani, diffidando come della peste dei sindacati, rivelano la riflessione che matura in profondità in tutte le teste operaie.
Questa riflessione continuerà a fare la sua strada e porterà, alla fine, i suoi frutti.
Non vogliamo dire che si tratta di aspettare, a braccia incrociate, che il frutto maturo cada dall’albero. Tutti quelli che hanno coscienza che il futuro sarà fatto di ignobili attacchi del capitale, di una pauperizzazione crescente e di lotte necessarie, devono operare per preparare le lotte future. Dobbiamo continuare a dibattere, a discutere, a tirare le lezioni di questo movimento e a diffonderle il più rapidamente possibile. Quelli che hanno cominciato a tessere dei legami di fiducia e di fratellanza in questo movimento, nei cortei e nelle AG, devono continuare a vedersi (in Circoli di discussione, Comitati di lotta, Assemblee popolari o “luoghi di discussione” …), perché ci sono molte questioni aperte:
CCI (6 dicembre)
Annesso
Una parte di quelli che si riunivano nella AG “Gare de l’est – Ile de France”[3] (stazione ferroviaria di Parigi) continuano a riunirsi e cercano di tirare un bilancio generale del movimento. Hanno tra l’altro prodotto il testo che riproduciamo qui di seguito:
Loro preparano il 2012
Noi prepariamo lo sciopero di massa
Siamo lavoratori e precari della AG intercategoriale della Gare de l’est e IDF
Dall’inizio di settembre siamo stati in milioni a manifestare e a migliaia a scendere in sciopero a tempo indeterminato in certi settori (raffinerie, trasporti, scuola, licei,…) o a partecipare ai blocchi.
Noi avremmo “vinto la battaglia dell’opinione pubblica”
Il governo, da parte sua, ha vinto la battaglia delle pensioni
Oggi tutti ci dicono che la lotta è finita. Noi avremmo “vinto la battaglia dell’opinione pubblica”. Tutto sarebbe concluso e, rassegnati, non ci resterebbe che aspettare il 2012. Come se ora la sola soluzione fossero le elezioni. Non c’è bisogno di attendere il 2012 per “l’alternanza”. Oggi sono i partiti di sinistra che sferrano gli attacchi contro i lavoratori, in Grecia come in Spagna. Non ci possiamo aspettare niente di buono dalle elezioni.
La crisi del capitalismo è sempre là
Gli attacchi continuano e diventeranno più violenti
Dobbiamo prepararci fin da ora a far fronte ai prossimi attacchi e a quelli che proseguono come le migliaia di licenziamenti e le soppressioni di posti. L’attacco alle pensioni è solo l’albero che nasconde la foresta. Anche chiederne il ritiro non poteva essere che l’esigenza minima. Ma non avrebbe potuto bastare. Dall’inizio della crisi è questo governo al servizio del padronato che rovina le nostre condizioni di vita e di lavoro mentre regala miliardi di euro alla banche e alle imprese private.
Mentre centinaia di migliaia di lavoratori anziani sopravvivono con meno di 700 euro al mese, e centinaia di migliaia di giovani vivacchiano con il RSA[4], quando pure ce l’hanno, vista la mancanza di lavoro. Per milioni di noi il problema cruciale è già quello di poter mangiare, avere una casa, curarsi. Con l’aggravamento della crisi, quello che affligge la maggioranza di noi è la pauperizzazione.
Parlare in queste condizioni di “perennità delle pensioni” come fa l’intersindacale, mentre il capitalismo in piena putrefazione rimette in causa tutte le nostre condizioni di vita e di lavoro, significa disarmarci di fronte alla borghesia.
La classe capitalista fa una guerra sociale contro i lavoratori di tutti i paesi
E’ a scala internazionale che i capitalisti portano i loro attacchi contro le classi operaie. Sono i colossi finanziari e industriali (BNP, AXA, Renault,…) che ci spogliano e vogliono schiacciarci. In Grecia non ci sono quasi più rimborsi per le spese mediche. In Inghilterra ci sono più di 500.000 licenziamenti di impiegati pubblici. In Spagna si cancellano i contratti di lavoro.
Come noi, i lavoratori di Grecia, Spagna, Portogallo, sono confrontati agli stessi attacchi e lottano per difendersi, anche se non sempre si riesce a far retrocedere i nostri rispettivi governi e padronati.
Comunque siamo ancora in centinaia di migliaia a non accettare questi risultati e a conservare una profonda collera, una rivolta intatta. Perché siamo arrivati a questo? Perchè la nostra combattività e la nostra mobilitazione non hanno potuto piegare i padroni e il loro Stato?
Per far indietreggiare questo governo e i capitalisti, dobbiamo sviluppare una lotta di classe
Fin dall’inizio avremmo dovuto appoggiarci sui settori in sciopero e non limitare il movimento alla sola rivendicazione sulle pensioni mentre allo stesso tempo continuano i licenziamenti, le soppressioni di posti, la cancellazione dei servizi pubblici, le riduzioni di salario. E’ questo che avrebbe potuto permettere di spingere altri lavoratori nella lotta ed estendere il movimento di sciopero unificandolo.
Solo uno sciopero di massa che si organizza localmente e che si coordina a livello nazionale, attraverso comitati di sciopero, assemblee generali intercategoriali, comitati di lotta, per far sì che noi decidiamo da soli le rivendicazioni e i mezzi di azione che ci permettono di controllare il movimento, può avere una possibilità di vittoria.
Lasciare la direzione delle lotte all’intersindacale…
L’intersindacale non ha mai provato ad andare in questa direzione. Al contrario, ha convocato due nuove giornate di azione il 28 ottobre e il 6 novembre, mentre i settori in sciopero a tempo indeterminato cominciavano a mollare. Limitare il movimento di sciopero prolungato ad alcuni settori e alle sole pensioni non poteva che ostacolare il movimento di sciopero. Ecco perchè non siamo stati capaci di far indietreggiare il governo.
Potevamo aspettarci niente di diverso da uno Chérèque (CFDT) che difendeva i 42 anni di contributi, o ancora da un Thibault (CGT) che non ha mai richiesto il ritiro della legge? E non è certo il falso radicalismo di un Mailly (FO), che stringe la mano di Aubry nelle manifestazioni, mentre il PS votava i 42 anni di contributi, che apre un’altra prospettiva. Quanto a Solidaires/Sud-Rail, questo non proponeva che seguire la CGT. Nessuno tra questi voleva l’organizzazione indipendente dei lavoratori per poterci difendere e passare all’offensiva.
Così si sono messi alla testa delle lotte e hanno cavalcato il cavallo dello sciopero prolungato per non farsi scavalcare; in ogni caso nessuno di voleva far indietreggiare questo governo. Durante tutto il movimento l’intersindacale non ha cercato altro che di presentarsi come un interlocutore responsabile nei confronti del governo e del padronato, al fine di “far ascoltare il punto di vista delle organizzazioni sindacali nella prospettiva di definire un insieme di misure giuste ed efficaci per assicurare la perennità del sistema pensionistico per ripartizione” nel quadro “di un largo dibattito pubblico e una vera concertazione a monte”.
Ma che dialogo può avere l’intersindacale con questo governo che carica gli infermieri anestesisti, i liceali, sgombera i lavoratori dalle raffinerie ed espelle i Rom e i lavoratori senza permesso di soggiorno, se non per negoziare la ritirata come nel 2003, 2007 e 2009? Sono anni che hanno fatto la scelta di collaborare con il padronato e il loro Stato per gestire la crisi.
… significa finire alla mensa popolare
Impedire la miseria generalizzata in cui le classi dirigenti vogliono spingerci, dipende dalla nostra capacità a sviluppar una lotta di classe per riprenderci le ricchezze prodotte e i mezzi di produzione per soddisfare i bisogni di tutta la popolazione invece di quelli di una piccola minoranza.
Noi non dobbiamo esitare a rimettere in causa la proprietà privata delle industrie, della finanza e della grande proprietà finanziaria. Per impegnarci su questa strada non dobbiamo avere fiducia se non nella nostra forza. E certamente non nei partiti di sinistra (PS, PCF, PG…) che non hanno mai messo in discussione la proprietà privata e i cui omologhi sono quelli che portano attualmente gli attacchi contro i lavoratori in Spagna e in Grecia.
In questa lotta i lavoratori devono difendere gli interessi di tutti gli sfruttati, compreso i piccoli contadini, pescatori, piccoli artigiani, piccoli commercianti, che sono ridotti in miseria con la crisi del capitalismo. Che noi siamo salariati, disoccupati, precari, lavoratori con o senza permesso di soggiorno, sindacalizzati o non, e quale che sia la nostra nazionalità, siamo tutti nella stessa barca.
Nous ne devrons pas hésiter à remettre en cause la propriété privée industrielle, financière et la grande propriété foncière. Pour nous engager dans cette voie, nous ne devons avoir confiance que dans notre propre force. Et certainement pas dans les partis de la gauche (PS, PCF, PG…) qui n’ont jamais remis en cause la propriété privée et dont les homologues mènent actuellement l’offensive contre les travailleurs en Espagne et en Grèce.
Dans cette lutte, les travailleurs doivent défendre les intérêts de tous les exploités y compris les petits paysans, marins pêcheurs, petits artisans, petits commerçants, qui sont jetés dans la misère avec la crise du capitalisme. Que nous soyons salariés, chômeurs, précaires, travailleurs avec ou sans papiers, syndiqués ou non et ce cela quelque soit notre nationalité, nous sommes tous dans le même bateau.
[1] Leggere per esempio la testimonianza [36] in lingua francese) di un nostro lettore che ha vissuto dall’interno le cariche e i colpi dei CRS.
[3] Per contatti scrivere a: [email protected] [38]
Ministri ed ambasciatori libici hanno scelto di abbandonare la nave di questo folle potere e dimettersi. Dei piloti di aerei da caccia che avevano l’ordine di bombardare la folla hanno preferito dirottare i loro aerei verso Malta per chiedere asilo politico e soldati che avevano ricevuto l’ordine di mitragliare la folla hanno ugualmente disertato, così che una parte dell’esercito si è rapidamente collocata a fianco degli insorti. Dopo i sanguinosi combattimenti, prima la parte orientale poi quella occidentale sono cadute nelle mani dei ribelli che progettano di attaccare massicciamente la capitale con un “nuovo esercito ricostituito” attorno ad alcuni generali passati nell’altro campo. Gheddafi, sempre più isolato, regna ormai soltanto su Tripoli in preda al caos. Ma al momento in cui andiamo in stampa, è impossibile prevedere l’esito di una tale situazione. Gheddafi, che ha dedicato la sua vita a consolidare il proprio potere sfruttando sapientemente le rivalità e le divisioni tra le diverse tribù di Beduini che compongono il tessuto arcaico dello Stato libico, non ha cessato di infiorettare i suoi discorsi teatrali da gradasso con minacce con cui prometteva al popolo altri massacri come quelli di piazza Tienanmen (facendo riferimento alla repressione avvenuta tra aprile e giugno 1989 con migliaia di vittime in Cina), attraverso delle grottesche arringhe allucinanti e deliranti in cui a volte parlava di battersi fino alla morte, altre di voler sterminare i ribelli fino all’ultimo, accusati di essere dei giovani drogati “che si comportano come animali”, in più manipolati da Al Qaeda.
Con una ipocrisia senza limiti, la borghesia occidentale si contenta di protestare contro questo uso eccessivo della forza e chiede la cessazione dei combattimenti, ma la presunta “comunità internazionale” si è ben guardata finora di adottare delle misure di ritorsione economiche o finanziarie efficaci. Questo non ci sorprende.
Dopo che Gheddafi, al potere da 42 anni, era ridiventato “frequentabile” nel 2004, con il colpo di spugna passato sull’attentato di Lockerbie, tutte le grandi potenze si sono precipitate in Libia per corteggiarlo freneticamente e firmare dei mirabolanti contratti commerciali, assieme a tutte le principali compagnie petrolifere che non avevano neanche atteso tale data per lo sfruttamento dei giacimenti libici. Al primo posto lo Stato francese, che si era piazzato in prima fila della lucrosa vendita di armi (30 milioni di euro con l’MBDA[1], una controllata di EADS[2], per i missili anticarro Milan, con EADS Difesa e Sicurezza per delle reti di telecomunicazione e il pool Dassault-Thales-Snecma Sofema per i Mirage). Nessuno ha dimenticato la tracotanza di Gheddafi per cui Sarkozy aveva dovuto srotolare il tappeto rosso e fare installare la sua sontuosa tenda beduina e il suo seguito nei giardini del Palazzo dell’Eliseo nel dicembre 2007 in cambio di promesse di acquisto di qualche Mirage e di qualche bombardiere Rafale[3]. D’altra parte è il ministro Patrick Ollier, compagno nella vita dell’esilarante ministro degli Esteri Michèle Alliot-Marie[4], che dal 2000 sta a capo delle relazioni franco-libiche e che, come tale, non ha cessato di officiare come grand commis i rapporti della Francia con il suo “amico” Gheddafi. Ma possiamo rifare pari pari lo stesso discorso anche per l’Italia, dove i vari governi, di sinistra come di destra, hanno corteggiato Gheddafi per le sue risorse energetiche, con Berlusconi che è arrivato a baciargli le mani e con le stesse smargiassate di tende piazzate a Villa Pamphili a Roma nel 2009 e nel giardino dell’ambasciatore libico a Roma Abdulhafed Gaddur.
D’altra parte l’Italia è il primo fornitore mondiale di armi della Libia e le armi che in questo momento stanno mietendo tanti giovani in quel paese hanno fatto arricchire tanti nostri sporchi mercanti d’armi.
Purtroppo la vita non ha più valore per tutti i nostri dirigenti e i nostri sfruttatori, di sinistra o di destra che siano, per i Gheddafi, i Ben Ali, i Mubarak!
“Sporca, senza onore, grondante di sangue, coperta di sporcizia: ecco come si presenta la società borghese, ecco quello che è. Non è quando, tutta splendente e ben messa, essa si dà le apparenze della cultura e della filosofia, della morale e dell’ordine, della pace e del diritto; è quando somiglia ad una bestia feroce, quando balla il sabba dell’anarchia, quando soffia la peste sulla civiltà e sull’umanità che essa si mostra per intero, come è veramente ...” così s’indignava Rosa Luxemburg nella Brochure di Junius (La crisi della socialdemocrazia) nel 1916. Queste frasi non hanno perso niente della loro attualità quasi un secolo più tardi. Ce le dovremo ricordare finché non avremo fatto saltare le catene della miseria, del terrore e dello sfruttamento capitalistico a livello mondiale.
W (26 febbraio 2011)
[4] Oltre ai suoi legami di affari con il clan dei tiranni, mostrando che la corruzione non si limita a regimi di tipo assolutista o totalitario, la signora Alliot-Marie ha anche avuto il grande merito di proporsi pubblicamente di aiutare Ben Ali prima della sua caduta per ristabilire l’ordine contro la rivolta del popolo, sottolineando così il collegamento e quindi la perfetta continuità tra le forze di repressione dei “loro” regimi dittatoriali ed i “nostri” valori democratici. Peccato che tanta generosità sia stata ripagata con la richiesta di dimissioni al ministro che così ha cercato di salvare la faccia al governo.
Riproduciamo qui di seguito il testo di un intervento postato sul forum Napolioltre che riporta con degi opportuni commenti le ultime rivelazioni di WikiLeaks a proposito dei rapporti tra Casa Bianca e Berlusconi...
La “democrazia” all’opera
Dalle ultime pubblicazioni di WikiLeaks si legge : “… Un prezzo irrisorio da pagare. Pasticciona e in difficoltà. L’Italia chiede aiuto agli Usa quando si accorge che l’organizzazione del G8 a L’Aquila comincia a fare acqua. Gli americani se ne sono già accorti, e una serie di cables descrivono la tensione nell’ambasciata di Roma: il flop può tramutarsi in una debacle per Berlusconi, già colpito dalle prime rivelazioni sugli scandali sessuali. Scatta il soccorso all’utile alleato: “Berlusconi – annotano – ha bisogno di mostrarsi un leader credibile a livello internazionale per ripulire la sua immagine, e ci sarà tremenda attenzione” al trattamento che riceverà dagli altri capi di stato e di governo. Obama acconsente e in Abruzzo il presidente ”abbronzato” è gentile e comprensivo. Il vertice è un successo, il Cavaliere è salvo. L’opposizione politica è sconfitta”. (la Repubblica del 18/02/2011)
Ma che cos’è questo prezzo “irrisorio” che la borghesia Italiana deve pagare all’alleato USA: più soldati a Kabul e più mezzi militari. Nel 2008, il contingente sale a 2350 uomini e la spesa arriva a 249 milioni di euro; nel 2009 la spesa per finanziare la missione sfiora i 600 milioni di euro e gli uomini in Afganistan sono 2795; nel 2010 il contingente raggiunge i 3500 uomini mentre aumentano i mezzi militari (caccia e blindati); ed ancora molto altro.
E’ chiaro che queste spese le dovranno e le stanno già pagando i proletari.
Volevo solo mettere l’accento su come fu accolta dalla sinistra borghese italiana l’elezione di Obama a presidente Usa e l’enfasi posta sul suo significato politico e democratico: nientemeno un presidente di colore? Chi l’avrebbe mai detto! Un presidente che addirittura vuole fare una riforma sanitaria in aiuto delle classi più povere? Non c’è che dire, Obama è un vero democratico, un socialista! Ciò è il segno che in USA c’è una vera democrazia e non come da noi! Ma a questo punto cari signori antiberlusconiani, come la mettiamo, o meglio, come la mettete con Berlusconi? Qui abbiamo solo una ennesima prova di come il circolo elettorale e tutta la campagna che si fa sulla putrida democrazia serva solo ad imbrogliare i lavoratori e questa indiscutibile manovra imperialista ne è un più che valido esempio. Osvaldo
Fonte: https://napolioltre.forumfree.it/?t=54023134#lastpost
Rivolte in Tunisia e in Egitto: una sola prospettiva, la lotta di classe internazionale
Dopo la Tunisia, l’Egitto! Il contagio di rivolta negli Stati arabi è iniziato.
Ancora una volta, popolazioni intere gettate nella miseria e la disperazione sotto i colpi della crisi dell’economia mondiale sono consegnate all’orrore di una repressione sanguinosa. Di fronte al fallimento del capitalismo, i governanti e i dirigenti dell’economia mostrano di essere quello che sono: una classe di affamatori e di assassini.
In tutto il mondo, si accresce sempre più il divario tra, da una parte, una classe dominante, la borghesia - che diffonde con una tracotanza e un’arroganza indecenti indecenti le sue ricchezze - e dall’altra la massa degli sfruttati che sprofondano sempre più nella miseria e l’indigenza.
Solo la lotta internazionale della classe operaia, la sua solidarietà, la sua unità, la sua organizzazione e la consapevolezza che questa acquisirà dei problemi cui fanno fronte le sue lotte, potranno portare tutti gli strati della società dietro di lei, così da mettere fine a questo capitalismo morente e costruire un altro mondo!
Su questi temi vi invitiamo a discutere con noi nella prossima
Riunione Pubblica
che si terrà a Napoli sabato, 26 febbraio 2011 dalle ore 17,00 alle ore 20,00, presso la libreria Jamm, via S. Giovanni Maggiore Pignatelli n. 32 (penultima traversa sulla destra andando da piazza del Gesù a piazza S. Domenico Maggiore: proseguire lungo la stradina: la libreria si trova sulla destra, dopo un piccolo incrocio!)
18 febbraio 2011 Corrente Comunista Internazionale
Un breve riassunto: migliaia di lavoratori di fabbriche di tabacco e liquori Tekel, già di proprietà statale, hanno lottato contro la privatizzazione della società e soprattutto contro gli attacchi che ne derivavano, tagli dei salari e licenziamenti in particolare. I lavoratori si sono radunati ad Ankara, la capitale, per protestare e hanno ricevuto molte manifestazioni di simpatia e solidarietà da parte della popolazione locale. Inoltre, hanno cercato l’appoggio di settori più ampi della classe operaia - in particolare nelle fabbriche dove erano in corso delle lotte in tutto il paese. Durante la loro protesta e gli sforzi per estendere la lotta, i lavoratori di Tekel arrivano scontrarsi contro la resistenza dei sindacati, che hanno dimostrano di essere parte dell’apparato statale. Insieme ai lavoratori in sciopero di altre imprese di Stato (ad esempio, scaricatori di porto, edili e vigili del fuoco), creano a Istanbul, una piattaforma dei lavoratori in lotta. Alla manifestazione del Primo Maggio a Istanbul, dove c’erano 350.000 persone in piazza Taskim, hanno occupano il palco e leggono una dichiarazione contro la complicità dei sindacati con lo Stato. I dirigenti sindacali che vengono cacciati dal palco mandano la polizia contro i lavoratori. Nonostante il sostegno dato alla lotta della Tekel, questa non ha vinto nella misura in cui la privatizzazione e gli attacchi non sono stati ritirati.
Tuttavia, quelli che hanno lottato decidono che la loro esperienza doveva essere trasmessa ad altri lavoratori, non solo in Turchia ma al di là delle frontiere. Durante la lotta c’erano stati contatti con persone politicizzate di altri paesi. In particolare in Germania, dove ci sono molti lavoratori immigrati e dove la lotta era stata seguita con particolare simpatia. Grazie al sostegno di diversi gruppi dell’ambiente anarchico e della Sinistra Comunista, è stata fatta una tournée in Europa, tra cui Germania e Svizzera. La delegazione di lavoratori della Tekel ha potuto toccare dieci città in Germania e in Svizzera, dove diverse persone hanno potuto beneficiare di informazioni e delle discussioni che hanno avuto luogo e che vogliamo riportare qui.
Il tour
Le città visitate tra metà giugno e inizio luglio sono state Hannover, Berlino, Braunschweig, Amburgo, Duisburg, Colonia, Dortmund, Francoforte, Norimberga, Zurigo e Milano. La CCI ha fatto in modo che questo tour in Europa si potesse fare. La maggior parte delle riunioni è stata organizzata dalla Free ArbeiterInnen Union (FAU/Free Workers Union) e a Berlino dal Circolo Rivoluzionario di Discussione, mentre a Zurigo l’incontro è stato organizzato dal gruppo Karakok Autonomie. Questi ed altri gruppi si sono mobilitati e hanno unito le forze per tenere questi incontri. Il numero dei partecipanti ha oscillato tra le 10 e 40 persone. È necessario tenere conto che nello stesso tempo hanno avuto luogo i Mondiali di calcio in Sud Africa e le partite venivano trasmette nel momento in cui c’erano le riunioni. Le persone che sono venute erano per lo più giovani, ma non esclusivamente. In quelle città dove ci sono molti lavoratori turchi e curdi, era presente anche la generazione dei genitori dei giovani di 20-30 anni.
Un lavoratore della Tekel ha fatto una presentazione facendo la storia della lotta tra dicembre 2009 e maggio 2010. Ha raccontato in modo vivente l’esperienza dei lavoratori in lotta, di come avevano invano tentato di spingere i sindacati a dichiarare uno sciopero generale dei lavoratori del settore statale, come avevano occupato per poco tempo la sede del sindacato Turk-Is ad Ankara e come la polizia aveva protetto i sindacati, come si erano accampati nella città di Ankara ricevendo la solidarietà della popolazione. Ha raccontato come la lotta dei lavoratori Tekel aveva permesso di superare le divisioni tra curdi e turchi e tra donne e uomini, o tra coloro che avevano votato per un partito o un per un altro. Ad esempio, la polizia aveva fermato gli autobus che trasportavano 8.000 operai alle porte di Ankara col pretesto di lasciar passare solo quelli che non erano delle fabbriche Tekel nelle zone curde. In risposta tutti gli scioperanti sono scesi dagli autobus e hanno cominciato a camminare verso il centro che era lontano, con grande sorpresa della polizia. Per questa la divisione tra lavoratori curdi e turchi non poteva essere messa in discussione.
Le discussioni
Il dibattito che ha seguito la presentazione ha mostrato che i partecipanti erano molto interessati alle lotte in Turchia. L’atmosfera era fraterna, piena di solidarietà e di empatia - alcuni compagni hanno anche pianto. La maggior parte dei partecipanti si riconosceva nei fini dei lavoratori Tekel. Quelli che nell’assemblea sapevano poco della lotta hanno posto domande concrete, mostrando che anche in Germania e Svizzera c’era una riflessione su queste lotte.
L’unità dei lavoratori, al di là delle diverse frontiere visibili e invisibili, è stata salutata in quasi tutte le discussioni come una cosa della massima importanza.
Lo Stato turco ha cercato di dividere i Lavoratori. Ma questi non glielo hanno permesso. Al contrario hanno cercato la massima solidarietà possibile di altri settori della classe. Solo in questo modo ha potuto emergere il sentimento di essere forti, ma anche creare un vero rapporto di forza a nostro favore. La lotta in Turchia, è vero, non ha raggiunto l’obiettivo che si era prefisso. Ma è andata nella direzione giusta. In particolare, in un paese dove il nazionalismo turco, curdo (ma anche armeno) è stato montato al massimo da parte dello Stato e di ogni sorta di gruppi, un tale sviluppo all’unità è particolarmente importante.
Per molti la questione sindacale è stata al centro dell’interesse. A livello di esperienza immediata è emerso un accordo: il Türki-Is ha avuto in questa lotta un ruolo simile a quello che conosciamo così bene con i sindacati di altri paesi. Ha cercato di rendere passivi i lavoratori mobilitandosi solo sotto la pressione degli stessi lavoratori e in modo da disperderne le energie. Nel frattempo, in primavera, c’erano delle lotte in Grecia dove le grandi confederazioni hanno svolto lo stesso ruolo e venivano smascherate come i difensori della classe dirigente e dello Stato. Anche in Germania e in Svizzera si conosce bene questo ruolo dei sindacati. I partecipanti alle riunioni sulla Tekel sono rimasti colpiti da come i lavoratori Tekel e coloro che avevano partecipato alla loro lotta si fossero opposti ai sindacati e li avessero combattuti apertamente. Ma non avrebbero forse avuto bisogno di un “loro” sindacato? Forse che la lotta della Tekel non ha vinto proprio per la mancanza di una tale sindacato? In quasi tutte le discussioni che la FAU ha organizzato è stata posta la questione se fosse stato possibile o no creare un nuovo sindacato “rivoluzionario” o “anarchico”. In alcune città, ad esempio Duisburg, uno dei compagni. tra quelli che sostenevano la FAU, ha teorizzato che la Tekel è stato piuttosto che un movimento di sciopero una lotta con delle manifestazioni di protesta. Ciò non era forse dovuto alla mancanza di un sindacato proletario? Il delegato operaio della Tekel che ha fatto la presentazione non ha condiviso questa opinione. Egli ha basato la sua argomentazione sulla propria esperienza, dimostrando che i sindacati, proprio per il loro ruolo, avrebbero comunque in ultima istanza preso la difesa dello Stato, anche se erano stati creati dai lavoratori o dai rivoluzionari e all’inizio potevano rispondere ai bisogni immediati della lotta. Ma che altra possibilità abbiamo? Come possiamo organizzare la nostra lotta? La risposta data dall’operaio della Tekel è stata chiara: comitati di lotta o di sciopero. Fino a quando c’è la lotta questa deve essere organizzata dai lavoratori stessi con dei delegati revocabili in qualsiasi momento. L’Assemblea Generale deve eleggere un comitato di sciopero che rende il suo mandato all’assemblea. Al contrario, ogni rappresentanza permanente e indipendente dalla mobilitazione di chi lotta è destinata a diventare un “normale” sindacato burocratico. Questa discussione non si è svolta dappertutto con la stessa chiarezza e profondità. A Braunschweig, per esempio, sono state poste queste stesse alternative e la maggior parte dei presenti sembrava convinta del punto di vista del compagno. In altre parole, la maggioranza tendeva a concordare sul fatto che si dovesse rigettare la possibilità di formare sindacati “rivoluzionari”. Questa discussione sulla questione sindacale, a partire dall’esperienza della lotta della Tekel, ci sembra ancora più importante ed attuale, perché, come si sa, nell’ambiente anarco-sindacalista c’è una controversia in corso sul tentativo di farsi riconoscere dallo Stato come sindacato ufficiale (la FAU a Berlino è anche andata in tribunale per questo). Non solo dal punto di vista marxista, della Sinistra Comunista, ma anche dal punto di vista dell’anarco-sindacalismo stesso questa questione appare contraddittoria.
Un’altra questione sorta nelle discussioni in diverse città è stata quella dell’occupazione delle fabbriche. Perché i lavoratori non hanno occupato le fabbriche? Perché non le hanno fatto funzionare senza padroni? Queste questioni sono state poste sulla base di alcune lotte di questi ultimi tempi in Germania, Italia e Svizzera, nelle quali i dipendenti hanno dovuto affrontare il problema della chiusura degli impianti. Alla Tekel non era esattamente lo stesso caso poiché molte fabbriche non stavano per essere chiuse, ma privatizzate. Là la produzione è continuata sotto la direzione dei padroni. Il delegato dei lavoratori della Tekel ha sottolineato tuttavia che i lavoratori non si erano chiusi nelle fabbriche Tekel, isolate in diverse parti del paese, ma si erano riuniti per andare a Ankara. Solo mettendo insieme migliaia di lavoratori era stato possibile far emergere la sensazione di essere una forza, che è stata la caratteristica della lotta (anche se essa non si è conclusa con una vittoria materiale )[2].
Che cosa resta di questa lotta?
Questa serie di riunioni pubbliche ci ha fatto avanzare? Noi pensiamo che possono essere identificati dei passi avanti da diversi punti di vista.
In primo luogo, è degno di nota il fatto che diversi gruppi, in particolare la FAU, anarco-sindacalista, e la CCI, della Sinistra comunista, abbiano collaborato in occasione di questo tour. La collaborazione con gli anarchici internazionalisti è radicata nella nostra tradizione, ma qui e in questa occasione si è materializzata qualcosa di nuovo che, a nostro avviso, non è casuale. Il lavoro congiunto fatto è un segno dell’emergere di un bisogno di unità su una base proletaria, un’esigenza per la classe di superare un certo egoismo di gruppo. Certo, noi ci conoscevamo già e ci sono state altre occasioni per discutere di questioni particolari. Ma una collaborazione come quella che abbiamo avuto all’inizio dell’estate è stato qualcosa di nuovo. La ricerca di unità della classe operaia, il superamento delle divisioni è stato fin dal principio alla base dell’iniziativa dei lavoratori della Tekel. Questo viaggio è servito a trasmettere le esperienze e gli insegnamenti di una lotta al di là del livello locale o nazionale. La dimensione internazionale è stata al centro di questa iniziativa. La questione non era quella di presentare una specialità turca al mondo come qualcosa di esotico, ma di vedere i punti in comune a livello internazionale e discuterne. Come abbiamo potuto renderci conto, l’esperienza dei lavoratori Tekel con i sindacati e come questi hanno reagito, non è un episodio isolato ma una tendenza prevista a tempo e che si ripete all’infinito. Anche durante le lotte della primavera in Grecia gli operai sono stati confrontati ai sindacati e hanno cominciato a mettersi contro di loro. In Francia, durante la mobilitazione contro la “riforma delle pensioni”, i giovani, soprattutto, si sono riuniti in diverse città chiedendo di fare assemblee alla fine delle manifestazioni per discutere la seguente questione: come possiamo sviluppare la nostra lotta in maniera indipendente dai sindacati? Come possiamo superare le divisioni all’interno della classe operaia tra le diverse professioni, tra chi lavora, pensionati, disoccupati e precari? Qual è lo scopo delle nostre lotte? Come ci si può avvicinare all’obiettivo di una società senza classi? In Italia, nel mese di giugno e ottobre di quest’anno, si sono svolte due riunioni di lavoratori combattivi facenti parte di vari “coordinamenti” venuti da tutta l’Italia, di cui una a Milano, che hanno raggruppato un centinaio di persone per discutere di questioni simili: come superare le divisioni all’interno della classe operaia, come resistere al sabotaggio dei sindacati? Come andare oltre il sistema capitalista minato dalla crisi?
Turchia, Grecia, Francia, Italia - quattro esempi mostrano che la classe operaia in Europa dagli inizi del 2010, ha iniziato ad uscire dallo stato di letargo in cui era immersa dopo la crisi finanziaria del 2008. La classe nel suo insieme non ha ancora sufficiente fiducia in sé per prendere in mano le redini delle sue lotte. Ma delle minoranze della classe pongono giustamente questa questione e cercano di andare avanti. Il fatto che tali discussioni hanno avuto luogo simultaneamente in posti diversi è l’espressione di un bisogno che va oltre i confini. Il lungo viaggio di quelli della Tekel è stato una risposta a questa esigenza. La delegazione della Tekel aveva il scopo di dimostrare la dimensione internazionale delle nostre lotte locali e delle discussioni. La solidarietà è un sentimento che esprime l’unità della classe operaia. In molte occasioni durante questi incontri è stata posta la domanda: come possiamo sostenere le lotte “all’estero”? La risposta del lavoratore della Tekel è stata: lottando anche voi.
Le minoranze politiche della classe operaia avvertono che la lotta è mondiale e che deve essere condotta come tale in modo cosciente. I rapporti sulla solidarietà con la lotta della Tekel sono stati una fonte di ispirazione per i partecipanti alle riunioni. Ed è nostra intenzione trasmettere questo messaggio come meglio possiamo. Le minoranze politiche e combattive della classe sono i catalizzatori delle future lotte. La lotta della Tekel non è stata vana, anche se non è stato possibile impedire i licenziamenti.
Novembre 2010.
[2] I delegati della Tekel si sono recati a Milano per incontrare un gruppo di lavoratori della INNSE (impresa di produzione di macchine utensili e attrezzature per le acciaierie), in sciopero con l’occupazione della fabbrica. Ancora una volta, la discussione si è incentrata sulle questioni essenziali della lotta: il ruolo dei sindacati e il dibattito sulla strategia dell’occupazione delle fabbriche.
I media ed i politici di ogni risma non smettono di parlare della “rivolta dei paesi del Magreb e degli Stati arabi”, focalizzando l’attenzione sulle specificità regionali, sui comportamenti “troppo poco democratici” dei dirigenti nazionali, sull’esasperazione delle popolazioni nel vedere da 30 anni le stesse teste al potere …
Tutto questo è vero! E sicuramente i Ben Ali, Moubarak, Rifai ed altri Bouteflika sono dei gangster, vere caricature della dittatura borghese. Ma questi movimenti sociali appartengono innanzitutto agli sfruttati di tutti i paesi. Le attuali esplosioni di collera a macchia d’olio hanno per sfondo l’accelerazione della crisi economica mondiale che, dal 2007, sta sprofondando tutta l’umanità nella più spaventosa delle miserie[1].
Dopo la Tunisia, l’Egitto! Il contagio delle rivolte negli Stati arabi, in particolare in Africa settentrionale come quella che ha conosciuto la Tunisia, temuto da tutte le borghesie, è già cominciato. Anche qui, popolazioni immerse nella miseria e la disperazione sotto i colpi della crisi economica mondiale sono consegnate all’orrore di una repressione sanguinaria. Di fronte alla collera degli sfruttati, governanti e dirigenti si mostrano tutti per quello che sono: una classe di affamatori e di assassini. La sola risposta che essi possano dare è il regno del terrore e delle pallottole. Non si tratta dei soli “dittatori” in carica, i Moubarak, i Ben Ali, i Bouteflika, i Saleh nello Yemen e consorti. I nostri dirigenti “democratici”, di sinistra come di destra, li hanno sempre considerati “amici”, “fedeli alleati” e complici, uniti nella stessa difesa dell’ordine e dello sfruttamento capitalista. Fingendo di ignorare che la stabilità tanto vantata di questi paesi o il preteso bastione che rappresentavano contro l’islamismo radicale, erano dovuti solamente al mantenimento per decenni di regimi chiusi dal terrore poliziesco, non hanno guardato le loro torture, la loro corruzione, le loro estorsioni, il clima di terrore e di paura che essi facevano regnare sulle popolazioni. Li hanno sempre sostenuti pienamente nel mantenimento di questa cappa di piombo in nome della stabilità, dell’amicizia e della pace tra i popoli, in nome della non ingerenza, non difendendo nient’altro che i loro sordidi interessi imperialisti nazionali.
La rivolta sociale in Egitto …
Oggi in Egitto, sono di nuovo addirittura a decine, anzi a centinaia, i morti, migliaia i feriti, decine di migliaia gli arresti in un clima sovraeccitato. Con la caduta di Ben Ali in Tunisia, che ha fatto da detonatore, il lucchetto è saltato. Ciò ha suscitato un’immensa speranza nella popolazione della maggior parte degli Stati arabi dove imperversa lo stesso terrore, solo modo per imbavagliare la classe operaia e gli strati sfruttati. Abbiamo assistito a tante manifestazioni di disperazione con un’ondata di tentativi di immolazione in Algeria, in Marocco, in Mauritania, nel Sahara occidentale, in Arabia saudita e fino al Sudan che ha coinvolto sia molti giovani disoccupati che operai che non riescono più a provvedere ai bisogni delle loro famiglie. In Egitto vengono scandite le stesse rivendicazioni della Tunisia: “Pane! Libertà! Dignità! Più umanità!” di fronte agli stessi flagelli che imperversano altrove nel mondo provocati dalla crisi economica mondiale in cui ovunque il capitalismo ci sprofonda: la disoccupazione (che tocca, in effetti, più del 20% della popolazione egiziana), la precarietà (4 egiziani su 10 vivono sotto la soglia di povertà ed i famosi “cenciaioli del Cairo” sono conosciuti attraverso i servizi nel mondo intero), i rialzi dei prodotti di prima necessità e la miseria crescente. Lo slogan “Moubarak, via!” è ripreso direttamente dalla popolazione tunisina che chiede che Ben Ali vada via nei confronti a chi dirige il paese col il pugno di ferro da trent’anni. Al Cairo alcuni manifestanti hanno proclamato: “Questo non è il nostro governo, questi sono nostri nemici”. Un giornalista egiziano ad un corrispondente del Figaro dichiara: “Nessun movimento politico può rivendicare queste manifestazioni. È la strada che si esprime. Le persone non hanno più niente da perdere. Questo stato di cose non può più durare”. Una frase ritorna su tutte le bocche: “Oggi, non abbiamo più paura”.
Nell’aprile 2008, i salariati di una fabbrica tessile di Mahallah el-Koubra, nel nord del Cairo, avevano scioperato per chiedere aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro. Per appoggiare gli operai e chiamare ad uno sciopero generale il 6 aprile, un gruppo di giovani si era già organizzato su Facebook e Twitter. Alcune centinaia di manifestanti furono arrestati. Questa volta, e contrariamente alla Tunisia, il governo egiziano ha oscurato in anticipo l’accesso ad Internet.
Martedì 25 gennaio, decretato “giornata nazionale della polizia”, decine di migliaia di manifestanti sono scesi nelle vie del Cairo, di Alessandria, di Tanta, di Suez scontrandosi con le forze dell’ordine. Sono seguiti quattro giorni di scontri continui durante i quali la violenza repressiva non ha potuto placare la collera: durante queste giornate e queste notti, la polizia antisommossa ha utilizzato gas lacrimogeno ad altezza d’uomo, proiettili di gomma ed anche reali. L’esplosione di collera covava da settimane. La repressione non si fa attendere: scontri al Cairo, a Suez, Alessandria, nel Sinai. Nei primi giorni già si contano una decina di morti, un centinaio di feriti e migliaia di arresti. L’esercito forte di 500.000 uomini, super equipaggiato ed allertato tiene un ruolo centrale di potente sostegno al regime, contrariamente alla Tunisia. Il potere si serve anche di uomini muniti di bastoni e specializzati come destabilizzatori di manifestazioni, i baltageyas così come di numerosi sbirri in borghese della Sicurezza di Stato mischiati ai manifestanti ed armati di catene metalliche; gli sbirri controllano gli assembramenti in gruppo e presidiano le uscite della metropolitana nella capitale. Il 28, giorno di ferie, verso mezzogiorno, all’ora di uscita dalle moschee, nonostante il divieto di raduno, i manifestanti affluiscono da tutte le parti e si scontrano con la polizia in parecchi quartieri della capitale. Sarà il “giorno della collera”. Fin dalla vigilia, il governo ha oscurato i siti internet, i telefoni portatili e ha tagliato tutte le comunicazioni telefoniche. Il paese si infiamma; nella serata i manifestanti sempre più numerosi sfidano il coprifuoco decretato al Cairo, ad Alessandria ed a Suez. Alcuni camion di polizia si scagliano sulla folla, composta soprattutto di giovani, utilizzando cannoni ad acqua. Al Cairo, fin dall’inizio i carri e le truppe sono accolti da eroi liberatori dai manifestanti e si assiste anche ad alcuni tentativi di fraternizzazione con l’esercito, ampiamente mediatizzati, che qua e là finiscono per impedire ad un convoglio di blindati di raggiungere il grosso delle forze dell’ordine. Inoltre alcuni poliziotti gettano via il loro armamentario e si uniscono ai manifestanti. Ma in altri posti blindati militari hanno aperto rapidamente il fuoco sui manifestanti che andavano loro incontro, falciandoli. Il capo di Stato Maggiore egiziano, Sami Anan, che stava guidando una delegazione militare negli Stati Uniti per i colloqui al Pentagono, venerdì è ritornato precipitosamente in Egitto. Automobili di polizia, commissariati ed anche la sede del partito governativo vengono incendiati, il ministero dell’informazione è messo a soqquadro. I feriti si ammucchiano negli ospedali sovraffollati. Ad Alessandria, viene incendiato anche il governatorato. Anche a Mansoura nel delta del Nilo, ci sono stati violenti scontri, provocando parecchi morti. Alcuni manifestanti hanno tentato di impossessarsi della sede della televisione di Stato, ma sono stati respinti dall’esercito.
Verso le 23,20, Moubarak appare sugli schermi televisivi e annuncia per l’indomani il rimpasto della sua squadra governativa e promette di intraprendere delle riforme politiche ed anche nuove misure per la democrazia garantendo tutta la sua fermezza “per assicurare sicurezza e stabilità all’Egitto” contro i “piani di destabilizzazione”. Questi propositi non hanno fatto che acuire la collera e rafforzare la determinazione dei manifestanti.
... fa irruzione di fronte ai giochi imperialisti...
Ma se la Tunisia è un modello per i manifestanti, la posta in gioco per la borghesia non è più la stessa. La Tunisia resta un paese di taglia modesta che poteva rivestire un interesse imperialistico importante per un paese “amico” di secondo ordine come la Francia[2]. Non è la stessa cosa per l’Egitto che è di gran lunga lo Stato più popolato (più di 80 milioni di abitanti) della regione e che, per la borghesia americana in particolare, occupa un posto strategico centrale e fondamentale in Medio Oriente. Qui la posta in gioco è maggiore. La caduta del regime di Moubarak potrebbe provocare un caos regionale carico di conseguenze. Nello scenario conflittuale del Medio Oriente, l’Egitto di Moubarak è il principale alleato degli Stati Uniti nell’assicurare la protezione dello Stato israeliano, e gioca un ruolo chiave e preponderante nelle relazioni israelo-palestinesi ed anche tra gli stessi palestinesi di Fatah di Mahmoud Abbas e gli islamici di Hamas. Fino ad ora questo Stato era considerato un fattore di stabilità nel Vicino-Oriente. Inoltre l’evoluzione politica del Sudan, che tende ad una secessione del Sud del paese, rende necessario un forte potere egiziano. L’Egitto è dunque da 40 anni un importante tassello strategico americano nel conflitto israelo-arabo. La sua destabilizzazione rischierebbe di destabilizzare parecchi paesi vicini, in particolare la Giordania, la Libia, lo Yemen e la Siria. Ciò spiega l’inquietudine degli Stati Uniti che, dato i suoi legami molto stretti col regime, si ritrovano ora in una situazione scomoda; Obama e la diplomazia americana sono costretti pertanto a mobilitarsi ed ad essere in prima linea nell’aumentare le pressioni dirette su Moubarak per tentare di preservare la stabilità del paese ed innanzitutto salvare il regime. Per questo motivo Obama ha dichiarato pubblicamente di essersi trattenuto una mezz'ora con Moubarak, dopo il discorso di quest’ultimo, affinché questo allentasse la presa. In precedenza, Hillary Clinton ha anche dichiarato che “le forze dell’ordine dovevano essere incitate a contenersi di più” e che il governo doveva rapidamente riattivare le reti di comunicazione. All’indomani, probabilmente sotto pressione americana, il generale Omar Souleimane, capo del potente Servizio Segreto militare per di più incaricato dei dossier riguardanti i negoziati con Israele in Medio Oriente, è stato imposto come vicepresidente. D’altra parte è stato l’esercito che approfittando della sua popolarità presso i manifestanti, non è intervenuto e ha in molti luoghi patteggiato coi manifestanti per spingere con successo una grande parte della folla ammassata al centro città e che sfidava una nuova volta il coprifuoco a ritornare “a casa” per “proteggersi dai saccheggiatori”.
...come in altri Stati arabi...
Contemporaneamente altre manifestazioni di rivolta hanno avuto luogo anche in Algeria, nello Yemen, in Giordania. In quest’ultimo paese, 4000 manifestanti si sono radunati ad Amman per la terza volta in 3 settimane per protestare contro il caro vita e chiedere riforme economiche e politiche, in particolare la cacciata del primo ministro. Le autorità hanno fatto piccoli gesti varando insignificanti misure economiche ed alcune consultazioni politiche. Ma le manifestazioni si sono estese alle città di Irbid e di Kerak. La repressione in Algeria ha già fatto 5 morti e più di 800 feriti e il 22 gennaio è stata repressa duramente una manifestazione al centro di Algeri. Anche in Tunisia la caduta di Ben Ali non ha frenato la collera né l’ampiezza della repressione: nelle prigioni le esecuzioni sommarie dalla partenza di Ben Ali fino ad ora avrebbero prodotto più morti rispetto agli scontri con la polizia. La “carovana della liberazione”, partita dalla zona centrale occidentale del paese da dove aveva avuto inizio il movimento, ha sfidato il coprifuoco e si è accampata per parecchi giorni davanti alla sede del palazzo che ospita un governo dominato da vecchi compari e devoti del regime per richiedere le dimissioni. La collera non si placa perché restano gli stessi uomini del regime di Ben Ali a mantenere le redini del paese. Il rimpasto governativo del 27 gennaio, parecchie volte rimandato, detronizzando i ministri più compromessi col vecchio regime ma conservando sempre lo stesso primo ministro, non è riuscito a calmare gli animi. La repressione feroce della polizia continua e la situazione resta confusa.
Queste esplosioni di rivolte di massa e spontanee rivelano il limite di sopportazione delle popolazioni che oggi sono determinate a farla finita con la miseria e la repressione di questi regimi. Ma rivelano anche il peso delle illusioni democratiche e del veleno nazionalista: in diverse manifestazioni le bandiere nazionali sono state sventolate con fierezza. In Egitto, come in Tunisia, la collera degli sfruttati è stata deviata immediatamente sul terreno di lotta per una maggiore democrazia. L’odio della popolazione per il regime, e la focalizzazione su Moubarak (come in Tunisia su Ben Ali) ha permesso che alcune rivendicazioni economiche contro la miseria e la disoccupazione venissero spostate in secondo ordine da tutti i media borghesi. Ciò evidentemente permette alla borghesia dei paesi “democratici” di far credere alla sua classe operaia, in particolare quella dei paesi centrali, che questi “sollevamenti popolari” non hanno le stesse cause fondamentali delle lotte operaie che si svolgono qui: il fallimento del capitalismo mondiale.
Verso lo sviluppo della lotta di classe
Questa irruzione sempre più forte di estrema collera sociale generata dall’aggravamento della crisi mondiale del capitalismo negli Stati della periferia, che finora sono stati il focolaio permanente ed esclusivo di tensioni imperialiste e di menate guerriere, costituiscono ormai un fattore politico nuovo con cui la borghesia mondiale dovrà sempre più fare i conti. L’esplosione di queste rivolte contro la corruzione dei dirigenti che si riempiono le tasche mentre la stragrande maggioranza della popolazione crepa di fame, non può trovare soluzioni a partire da questi stessi paesi. Ma questi movimenti sono il segno foriero di una maturazione delle future lotte sociali che sicuramente non tarderanno ad emergere nei paesi più industrializzati di fronte agli stessi mali: l’abbassamento del livello di vita, la miseria crescente, la disoccupazione dei giovani.
Del resto, la rivolta che cova nei giovani europei contro un sistema mondiale in fallimento, è la stessa, come abbiamo visto in particolare con le lotte degli studenti in Francia, in Gran Bretagna, in Italia. L’ultimo esempio: nei Paesi Bassi, il 22 gennaio, 20.000 studenti ed insegnanti si sono radunati in strada a L’Aia davanti alla sede del parlamento ed il ministero dell’insegnamento. Hanno protestato contro il forte rialzo dei costi d’iscrizione all’università che colpisce i “ripetenti” (che è spesso il caso di molti studenti-salariati obbligati a lavorare per pagarsi gli studi) che dovranno pagare 3000 euro in più per anno, mentre i prossimi tagli di bilancio prevedono la soppressione di 7000 posti di lavoro nel settore. È stata una delle più importanti manifestazioni di studenti da 20 anni in questo paese. Sono stati violentemente e brutalmente caricati dalla polizia.
Questi movimenti sociali sono il sintomo di un avanzamento importante nello sviluppo internazionale della lotta di classe in tutti i paesi, anche se la classe operaia nei paesi arabi non appare in quanto tale, come forza autonoma e resta diluita in un movimento di protesta popolare.
Dappertutto nel mondo il fossato continua ad approfondirsi tra una classe dominante, la borghesia, che ostenta con boria ed arroganza sempre più indecente le sue ricchezze, e la massa degli sfruttati che sprofondano sempre più nella indigenza e nella miseria. Questo fossato, quando la borghesia può rispondere all’indignazione di coloro che sfrutta solo con nuove misure di austerità, manganellate e colpi d’arma da fuoco, tenderà ad avvicinare ed unire in una stessa lotta contro il capitalismo i proletari di tutti i paesi.
Le rivolte e le lotte sociali prenderanno inevitabilmente forme differenti negli anni futuri, anche secondo le regioni del mondo. Le forze e le debolezze dei movimenti sociali non saranno ovunque identiche. Qui, la collera, la combattività ed il coraggio saranno esemplari. Là, i metodi ed il carattere massiccio delle lotte permetteranno di aprire altre prospettive e stabilire con la forza un rapporto in favore della classe operaia, unica forza della società capace di offrire una prospettiva di avvenire all’umanità. In particolare saranno determinanti la concentrazione e l’esperienza del proletariato mobilitato nelle sue lotte nei paesi del cuore del capitalismo. Senza la mobilitazione massiccia dei proletari dei paesi centrali le rivolte sociali alla periferia del capitalismo saranno, sul lungo periodo, condannate all’impotenza e non potranno liberarsi del giogo di questa o quella frazione della classe dominante. Solo la lotta internazionale della classe operaia, la sua solidarietà, la sua unità, la sua organizzazione e la coscienza di quella che è la posta in gioco della sua lotta, potranno trascinare nella sua scia tutti gli strati della società per abbattere questo capitalismo agonizzante e costruire un altro mondo!
W. (29 gennaio)
[1] Dobbiamo essere vigili di fronte all’ampiezza del blackout internazionale della situazione algerina. Sembra per esempio che ci siano ancora focolai di lotta in Cabilia.
[2] La Francia che, dopo avere sostenuto Ben Ali, ha fatto il mea culpa per avere sottovalutato la situazione e cauzionato un autocrate si copre ancora una volta di ridicolo risparmiando a sua volta Moubarak e guardandosi bene dall’incitarlo a lasciare il potere.
Abbiamo appena ricevuto la notizia dalla Corea che otto militanti del “Socialist Workers League di Corea” (Sanoryun) sono stati arrestati e accusati in virtù dell’infame legge della Corea del Sud “Legge di Sicurezza Nazionale”[1]. Questi compagni verranno giudicati il 27 gennaio.
Non ci sono dubbi che questo è un processo politico e una parodia di quello che alla classe dirigente piace chiamare la sua “giustizia". Lo testimoniano tre fatti:
· In primo luogo, il fatto che gli stessi giudici della Corea del Sud hanno respinto due volte le accuse della polizia contro le persone arrestate[2].
· In secondo luogo, il fatto che i militanti sono accusati di “costituzione di un gruppo a beneficio del nemico” (cioè la Corea del Nord), nonostante il fatto che Oh Se-Cheol e Nam Goong Won sono stati firmatari, con altri, nell’ottobre 2006 della “Dichiarazione Internazionalista della Corea contro la minaccia della guerra”, che ha denunciato gli esperimenti nucleari della Corea del Nord e ha dichiarato in particolare che: “Lo Stato capitalista della Corea del Nord (...) non ha assolutamente nulla a che fare con la classe operaia o il comunismo e non è che un’estrema e grottesca versione della generale tendenza del capitalismo decadente verso la barbarie militarista”[3].
· In terzo luogo, il discorso di Oh Se-Cheol non lascia alcun dubbio sul fatto che lui si oppone a tutte le forme di capitalismo, compreso il capitalismo di Stato nordcoreano.
Questi militanti sono accusati in sostanza di reato d’opinione, di essere socialisti. In altre parole, sono accusati di incitare i lavoratori a difendere se stessi, le loro famiglie e le loro condizioni di vita e di esporre apertamente la vera natura del capitalismo. Le pene richieste dal pubblico ministero sono un esempio ulteriore della repressione inflitta da parte della classe dirigente della Corea del Sud contro coloro che osano pensarla diversamente. Questa brutale repressione ha già preso di mira le giovani madri della brigata dei “passeggini” che hanno portato i loro figli nel 2008 alle manifestazioni a lume di candela e che in seguito sono state soggette a vessazioni giudiziarie e da parte della polizia[4]. Ha preso di mira i lavoratori di Ssangyong che sono stati picchiati dalla polizia antisommossa che aveva invaso la fabbrica occupata[5].
Di fronte alla prospettiva di pesanti condanne, i militanti arrestati sono andati in tribunale con una dignità esemplare ed hanno colto l’occasione per esporre con chiarezza la natura politica di questo processo. Riportiamo di qui seguito la traduzione dell’ultimo discorso di Oh Se-Cheol davanti al tribunale.
Le tensioni militari nella regione sono in aumento in seguito al provocatorio bombardamento dell’isola di Yeonpyeong nel novembre dello scorso anno e l’uccisione di civili da parte dei cannoni del regime nordcoreano. Gli Stati Uniti hanno risposto con l’invio di un aereo nucleare americano nella regione per fare esercitazioni militari insieme alle forze armate della Corea del Sud. In questa situazione, l’affermazione che oggi l’umanità è di fronte alla scelta tra il socialismo e la barbarie è più vera che mai.
La propaganda degli Stati Uniti e dei suoi alleati ama ritrarre la Corea del Nord come uno “Stato gangster”, la cui cricca dominante vive nel lusso grazie alla spietata repressione della popolazione che muore di fame. Questo è certamente vero. Ma la repressione inflitta dal governo sud coreano a mamme, bambini, lavoratori in lotta, e adesso militanti socialisti mostra con sufficiente chiarezza che, in ultima analisi, tutte le borghesie nazionali comandano con la paura e la forza bruta.
Di fronte a questa situazione dichiariamo la nostra piena solidarietà ai militanti arrestati, nonostante le divergenze politiche che possiamo avere con loro. La loro lotta è la nostra lotta. Rivolgiamo la nostra più sincera solidarietà anche alle loro famiglie ed i loro compagni.
Saremo felici di trasmettere ai compagni i messaggi di sostegno e solidarietà che riceveremo al seguente indirizzo:
[email protected] [50][6]
Ultimo discorso di Oh Se-Cheol davanti al tribunale, dicembre 2010
(Quello che segue è il testo del discorso di Oh Se-Cheol tradotto da noi dal coreano).
Diverse teorie hanno cercato di spiegare le crisi che si sono verificate in tutta la storia del capitalismo. Una di queste è la teoria della catastrofe che sostiene che il capitalismo crollerà da sé nel momento in cui le contraddizioni del capitalismo arriveranno al loro punto più alto, aprendo la strada a un nuovo millennio paradisiaco. Questa posizione estrema, apocalittica o anarchica, ha creato confusione e illusioni nel comprendere la sofferenza del proletariato per l’oppressione e lo sfruttamento capitalista. Molte persone sono state influenzate da una tale visione non scientifica.
Un’altra teoria è quella ottimista che la borghesia continua a diffondere. Secondo questa teoria il capitalismo stesso avrebbe gli strumenti per superare le proprie contraddizioni e l’economia reale potrebbe funzionare bene eliminando la speculazione.
Una posizione più raffinata rispetto alle due sopra menzionate, e che è prevalsa sulle altre, ritiene che le crisi capitalistiche siano periodiche e che dobbiamo solo aspettare tranquillamente fino a quando la tempesta sia finita per ritornare a prosperare.
Una tale posizione era appropriata nella scena del capitalismo del 19° secolo: non è più così per le crisi del capitalismo nel 20° e 21° secolo. Le crisi del capitalismo nel 19° secolo sono state crisi della fase del capitalismo in espansione illimitata, che Marx nel Manifesto del Partito Comunista ha chiamato l’epidemia della sovrapproduzione. Tuttavia, la tendenza alla sovrapproduzione, che portava carestia, povertà e disoccupazione non aveva come causa una mancanza di beni, ma piuttosto c’erano troppe merci, troppa industria e troppe risorse. Un’altra causa della crisi del capitalismo è l’anarchia del suo sistema basato sulla concorrenza. Nel 19° secolo i rapporti di produzione capitalistici potevano essere ampliati e approfonditi attraverso la conquista di nuove aree per ottenere del lavoro salariato e nuovi sbocchi per i prodotti e quindi le crisi erano viste come le pulsazioni di un cuore sano.
Nel 20° secolo questa fase ascendente del capitalismo si conclude con il punto di svolta della Prima guerra mondiale. A questo punto i rapporti capitalistici di produzione delle merci e del lavoro salariato erano stati estesi in tutto il mondo. Nel 1919 l’Internazionale Comunista definisce il capitalismo di quel periodo come il periodo “delle guerre o delle rivoluzioni”. La tendenza capitalistica alla sovrapproduzione, da un lato, ha spinto verso la guerra imperialista con l’obiettivo di spartirsi e controllare il mercato mondiale, dall’altro, a differenza del 19° secolo, rende l’economia mondiale dipendente dalla crisi semipermanente che la porta all’instabilità ed alla distruzione.
Tale contraddizione ha portato a due eventi storici, la Prima guerra mondiale e la depressione mondiale del 1929 costate 20 milioni di morti e un tasso di disoccupazione del 20% - 30%, che hanno aperto la strada, da un lato, ai cosiddetti “paesi socialisti” con il capitalismo di Stato attraverso la nazionalizzazione dell’economia, dall’altro a paesi liberali con una combinazione di borghesia privata e burocrazia statale.
Dopo la Seconda guerra mondiale il capitalismo, tra cui i cosiddetti “paesi socialisti”, ha sperimentato una prosperità straordinaria derivante da 25 anni di ricostruzione e accumulo del debito. Questo ha portato la burocrazia di governo, i dirigenti sindacali, gli economisti e i cosiddetti “marxisti” a dichiarare a gran voce che il capitalismo aveva definitivamente superato la sua crisi economica. Ma la crisi è peggiorata costantemente come mostrano gli esempi seguenti: la svalutazione della sterlina nel 1967, la crisi del dollaro nel 1971, lo shock petrolifero del 1973, la recessione economica del 1974-75, l’inflazione nel 1979, crisi del credito nel 1982 , la crisi di Wall Street nel 1987, la recessione economica nel 1989, la destabilizzazione delle monete europee nel 1992-93, la crisi delle “tigri” e dei “dragoni” in Asia nel 1997, la crisi americana della “new economy” nel 2001, la crisi dei mutui subprime nel 2007, la crisi finanziaria di Lehman Brothers, etc e la crisi finanziaria del 2009-2010.
Si tratta di una serie di “crisi cicliche”', una crisi “periodica”? Niente affatto! E' il risultato della malattia incurabile del capitalismo, della rarefazione dei mercati rispetto alla capacità di pagare, della caduta del saggio di profitto. Al momento della grande depressione mondiale nel 1929, non si è arrivati al peggio grazie ad un gigantesco intervento degli Stati. Ma i casi recenti di crisi finanziaria e economica mostrano che il sistema capitalista non può più sopravvivere con l’aiuto di queste misure immediate di salvataggio monetario da parte degli Stati o con i debiti di Stato. Il capitalismo è ora di fronte ad un’impasse a causa dell’impossibilità di espansione delle forze produttive. Tuttavia il capitalismo si trova in una lotta all’ultimo sangue contro questa situazione di stallo. In altre parole, esso dipende senza sosta dal credito dello Stato e dallo smercio della sovrapproduzione attraverso la creazione di mercati fittizi.
Per 40 anni il capitalismo mondiale è sfuggito alla catastrofe ricorrendo a crediti immensi. Per il capitalismo il credito è come la droga per un tossicodipendente. Alla fine questi crediti diventano un fardello che esige il sangue e il sudore dei lavoratori in tutto il mondo. Essi si traducono anche in condizioni di povertà per i lavoratori in tutto il mondo, nelle guerre imperialiste, e nelle catastrofi ecologiche.
Il capitalismo è in declino? Sì. Non crollerà improvvisamente, ma ci troviamo in una nuova tappa nella caduta di un sistema, l’ultima tappa nella storia del capitalismo che sta volgendo al termine. Dobbiamo seriamente ricordare il vecchio slogan di 100 anni fa: “guerra o rivoluzione?” e ancora una volta sviluppare la comprensione storica dell’alternativa “socialismo o barbarie” e la pratica del socialismo scientifico. Questo significa che i socialisti devono lavorare insieme e unirsi, devono stare saldamente ancorati alla base del marxismo rivoluzionario. Il nostro obiettivo è superare il capitalismo basato sul denaro, le merci, il mercato, il lavoro salariato e il valore di scambio, e costruire una società di lavoro liberato, in una comunità di individui liberi.
Le analisi marxiste hanno confermato che la crisi generale del modo di produzione capitalista ha già raggiunto il suo punto critico a causa della caduta del tasso di profitto e la saturazione dei mercati nel processo di produzione e di realizzazione di plusvalore. Ci troviamo ora di fronte all’alternativa tra il capitalismo, che significa barbarie, e il socialismo, il comunismo che significa civiltà.
In primo luogo, il sistema capitalista arriva al punto che non può neanche sfamare gli schiavi del lavoro salariato. Ogni giorno, in tutto il mondo, centomila persone muoiono di fame e ogni 5 secondi un bambino sotto i 5 anni muore di fame. 842 milioni di persone soffrono di denutrizione permanente e un terzo di una popolazione mondiale di 6 miliardi lotta ogni giorno per la sua sopravvivenza a causa dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari.
In secondo luogo, l’attuale sistema capitalista non può mantenere l’illusione della prosperità economica.I miracoli economici dell’India e della Cina si sono rivelati illusioni. Nel corso del primo semestre del 2008 in Cina 20 milioni di lavoratori hanno perso il lavoro e 67.000 imprese sono fallite.
In terzo luogo, è previsto un disastro ecologico. Rispetto al surriscaldamento globale, la temperatura media della terra è aumentata dello 0,6% dal 1896. Nel 20° secolo l’emisfero settentrionale vede il surriscaldamento più grave degli ultimi 1000 anni. Le zone coperte di neve sono diminuite del 10% dalla fine del 1960 e lo strato di ghiaccio al Polo Nord si è ridotto del 40%. Il livello medio del mare è aumentato del 10-20% nel corso del 20° secolo. Un tale aumento significa un aumento 10 volte superiore a quello degli ultimi 3000 anni. Lo sfruttamento della terra nel corso degli ultimi 90 anni ha preso la forma di deforestazione selvaggia, di erosione del suolo, di inquinamento (aria, acqua), di uso di prodotti chimici e materiali radioattivi, di distruzione di animali e piante, di comparsa di terribili epidemie. Il disastro ecologico deve essere visto in una forma integrata e globale. E’ quindi impossibile prevedere esattamente con quale gravità questo problema si svilupperà in futuro.
Come si è dunque sviluppata la storia della lotta di classe contro la repressione e lo sfruttamento capitalista?
La lotta di classe esiste da sempre, ma non ha avuto successo. La Prima Internazionale ha fallito a causa della potenza del capitalismo nella sua fase ascendente. La Seconda Internazionale ha fallito a causa del nazionalismo e l’abbandono del suo carattere rivoluzionario. E la Terza Internazionale ha fallito a causa della controrivoluzione stalinista. In particolare, le correnti controrivoluzionarie hanno, dal 1930, ingannato i lavoratori circa la natura del capitalismo di Stato che loro hanno chiamato “socialismo”. In fin dei conti esse hanno svolto un ruolo di sostegno al sistema capitalistico mondiale nella sua repressione e sfruttamento del proletariato mondiale attraverso il mascheramento dello scontro tra due blocchi.
Inoltre, secondo la campagna borghese la caduta del blocco dell’Est e del sistema stalinista sarebbe stato una “evidente vittoria del capitalismo liberista”, “la fine della lotta di classe” e anche la fine della classe operaia stessa. Questa campagna ha portato la classe operaia ad un grave riflusso sul piano della coscienza e della combattività.
Durante gli anni 90 la classe operaia non ha rinunciato del tutto ma non aveva il peso né la capacità commisurati a quelli dei sindacati che erano stati gli organismi di lotta in un periodo precedente. Ma le lotte in Francia e in Austria contro gli attacchi alle pensioni hanno costituito un punto di svolta per la classe operaia, dopo il 1989, per riprendere la sua lotta. La lotta operaia si è sviluppata soprattutto nei paesi dell’Europa centrale: la lotta alla Boeing e lo sciopero dei trasporti a New York negli Stati Uniti nel 2005; le lotte di Daimler e Opel nel 2004, quella dei medici nella primavera del 2006, la lotta alla Telekom nel 2007 in Germania; la lotta all’aeroporto di Londra nell’agosto 2005 in Gran Bretagna e la lotta anti-CPE in Francia nel 2006. Nei paesi periferici ci sono state la lotta dei lavoratori edili nella primavera del 2006 a Dubai, quella dei lavoratori tessili nella primavera del 2006 in Bangladesh, la lotta dei lavoratori tessili nella primavera del 2007 in Egitto.
Tra il 2006 e il 2008 la lotta della classe operaia mondiale si espande a tutto il mondo, in Egitto a Dubai, in Algeria, in Venezuela, in Perù, in Turchia, in Grecia, in Finlandia, in Bulgaria, in Ungheria, in Russia, in Italia, in Gran Bretagna, in Germania, in Francia, negli Stati Uniti e in Cina. Come ha dimostrato la recente lotta in Francia contro la riforma delle pensioni, la lotta di classe diventa sempre più estesamente offensiva.
Come mostrato prima, la tendenza finale della decadenza del capitalismo mondiale e la crisi che grava sulla classe operaia hanno inevitabilmente provocato lotte dei lavoratori di tutto il mondo, contrariamente alle crisi conosciute prima.
Ci troviamo ora davanti l’alternativa, vivere nella barbarie, non come esseri umani ma come animali, o vivere felici nella libertà, nell’uguaglianza e la dignità umana.
La profondità e la portata delle contraddizioni del capitalismo coreano sono più gravi di quelli dei cosiddetti paesi avanzati. La sofferenza dei lavoratori coreani sembra essere ben più grande di quella dei lavoratori dei paesi europei con i loro successi delle precedenti lotte della classe operaia. Questa è una questione di vita umana della classe, che non può essere misurata con le vane pretese del governo coreano che gioca ad ospitare il vertice del G20, o a sfoggiare quantitativi di indici economici.
Il capitale è per sua natura internazionale. I diversi capitali nazionali sono sempre stati in concorrenza ed in conflitto, ma hanno collaborato insieme per mantenere il sistema capitalista, per nascondere le sue crisi ed i suoi attacchi ai lavoratori in quanto esseri umani. I lavoratori non si battono contro i capitalisti ma contro il sistema capitalista, che agisce esclusivamente per l’aumento dei suoi profitti e a causa di una concorrenza illimitata.
Storicamente i marxisti hanno sempre lottato al fianco della classe operaia, maestra di storia, svelando la natura delle leggi storiche della società umana e quella delle leggi dei sistemi sociali, mostrando la direzione verso il mondo della vera vita umana e denunciandone gli ostacoli rappresentati da sistemi e leggi inumane.
Per questo motivo hanno costruito organizzazioni come partiti e hanno partecipato nella pratica alle lotte. Almeno a partire dalla Seconda guerra mondiale tali attività pratiche dei marxisti non hanno mai avuto alcuna costrizione giudiziaria. Piuttosto, il loro pensiero e la loro pratica sono stati molto apprezzati in quanto contributi al progresso della società umana. I capolavori di Marx come Il Capitale o Il Manifesto del Partito Comunista sono stati letti tanto diffusamente quanto la Bibbia.
Il caso SWLK è storico in quanto mostra al mondo intero la natura barbara della società coreana attraverso la sua repressione del pensiero, e sarebbe come una macchia nella storia dei processi del socialismo nel mondo. In futuro ci saranno movimenti socialisti più aperti e più di massa. I movimenti marxisti saranno ampiamente e potentemente sviluppati nel mondo e in Corea. L’apparato giudiziario tratterà di casi di violenza organizzata, ma non potrà sopprimere i movimenti socialisti, i movimenti marxisti perché questi continueranno indefinitamente, fino a che esisteranno l’umanità e i lavoratori.
I movimenti socialisti e la loro pratica non possono essere oggetto di pene giudiziarie. Al contrario, devono essere un esempio di rispetto e di fiducia. Ecco le mie parole di chiusura:
[1] Oh Se-Cheol, Yang Hyo-sik, Yang Jun-seok, e Choi Young-ik rischiano sette anni di carcere; Goong Won Nam, Park Jun-Seon, Jeong Won-Hyung, e Oh Min-Gyu cinque anni. Il massimo della pena prevista dalla Legge di Sicurezza Nazionale è la condanna a morte.
[2] Vedi questo articolo sul sito inglese di Hankyoreh: english.hani.co.kr/kisa/section-014000000/home01.html.
[4] Vedi Hankyoreh
[5] Vedi il filmato dell’assalto della polizia su YouTube.
[6] Attiriamo l’attenzione dei nostri lettori anche su l’iniziativa di protesta lanciata da Loren Goldner. Benché condividiamo lo scetticismo di Loren sull’efficacia dei “post” nelle “campagne attraverso e-mail”, siamo d’accordo con lui che "un’attenzione internazionale su questo caso potrebbe avere un effetto sulla condanna definitiva di questi militanti esemplari”.
Personalità della classe politica (come Bertrand Delanoë che pretende, con la mano sul cuore, di non essere stato in grado di denunciare l’attacco ai “diritti dell’uomo”), giornalisti, specialisti ed “inviati speciali” sono invitati in televisione per un grande dibattito “democratico” sulla situazione in Tunisia che adesso viene seguita ora dopo ora. E ovviamene, tutto questo gentile mondo adesso prende ipocritamente le distanze dal regime di Ben Ali e glorifica “il coraggio e la dignità del popolo tunisino” (come ha detto Barak Obama) che ha potuto, “da solo”, liberarsi del dittatore!
La caduta di Ben Ali è oggi “La” questione in tutti i quotidiani mentre per circa un mese il calvario della popolazione tunisina in preda ad una repressione selvaggia non ha fa consumare molto inchiostro. Una tale ipocrisia non è gratuita. Se i mass media ci inondano ora di informazioni, dopo settimane di silenzio, non è certamente perché la classe dominante degli Stati democratici sarebbe oggi “al fianco del popolo tunisino”, come ha affermato con gran cinismo il governo francese (che 3 giorni prima si proponeva di dare una mano alle forze di repressione di Ben Ali dopo che l’esercito aveva deciso di non sparare sulla popolazione!). Se la borghesia dei paesi democratici, con tutto il suo apparato di manipolazione mediatica, adesso incensa la “rivoluzione del popolo tunisino” è perché vi vede un proprio tornaconto.
La disfatta di Ben Ali le dà una nuova opportunità di scatenare una campagna gigantesca che mira ad elogiare i vantaggi della “democrazia” e della mascherata elettorale.
I mass media borghesi continuano a mentire quando montano oggi lo sciopero degli avvocati del 6 gennaio che alcuni presentano come l’elemento motore della sommossa che avrebbe fatto cadere la dittatura di Ben Ali. Mentono quando sostengono che c’è una gioventù colta che appartiene alla “classe media” che ha fatto cadere il dittatore. Mentono quando mettono avanti l’idea che la sola aspirazione della classe sfruttata e delle giovani generazioni che sono state al centro del movimento è quella della libertà d’espressione. Mentono quando nascondono le ragioni profonde della rabbia: la miseria e la disoccupazione che tocca il 55% dei giovani laureati ed ha causato molti suicidi all’inizio del movimento. E’ questa realtà, risultante dall’aggravamento della crisi economica mondiale, che si sforza di mascherare la campagna mediatica, orchestrata attorno alla caduta di Ben Ali. Quest’entusiasmo dei media per la “rivoluzione tunisina” mira ad intossicare la coscienza degli sfruttati, a portare le loro lotte contro la miseria e la disoccupazione sul campo della difesa dello Stato democratico borghese che non è altro che la forma più subdola, più ipocrita della dittatura del capitale.
Sofiane, 14 gennaio 2011
(da Révolution Internationale, ICConline)
Da molte settimane, si assiste in Tunisia ad un sollevamento contro la miseria e la disoccupazione che colpisce particolarmente la gioventù. Ai quattro angoli del paese, manifestazioni di strada, assembramenti, scioperi sono nati spontaneamente per protestare contro il regime di Ben Ali. I dimostranti reclamano pane, lavoro per i giovani ed il diritto di vivere con dignità. Di fronte a questa rivolta degli sfruttati e della gioventù privata di ogni futuro, la classe dominante ha risposto con le pallottole. Sono i nostri fratelli di classe ed i loro figli che vengono massacrati nelle manifestazioni e di cui sangue oggi scorre in Tunisia e in Algeria! Gli assassini ed i loro mandanti alla testa dello Stato tunisino e algerino mostrano in tutto il suo orrore il vero volto dei nostri sfruttatori e del dominio del sistema capitalista su tutta la superficie della terra. Questi assassini non si accontentano di farci morire di miseria e di fame, non si accontentano di spingere al suicidio decine di giovani ridotti alla disperazione, no, ci uccidono anche sparando pallottole reali sui manifestanti! Le unità di polizia dispiegate a Thala, Sidi Bouzid, Tunisi e soprattutto a Kasserine non hanno esitato a sparare sulla folla ed assassinare freddamente uomini, donne e bambini, facendo diverse decine di morti dall’inizio degli scontri. Di fronte a questa carneficina la borghesia dei paesi “democratici”, ed in particolare lo Stato francese fedele alleato di Ben Ali, non ha alzato neanche un dito per condannare la barbarie del regime ed esigere la fine della repressione. Ma questo non è affatto strano. Tutti i governi, tutti gli Stati sono complici! Tutta la borghesia mondiale è una classe di affamatori e di assassini!
Cosa è veramente successo in Tunisia ed in Algeria?
Tutto è iniziato il venerdì 17 dicembre, nel centro del paese, in seguito al fatto che un giovane disoccupato laureato di 26 anni, Mohamed Bouazizi, si è dato fuoco dopo che la polizia municipale di Sidi Bouzid gli aveva confiscato l’unica fonte di sussistenza, il suo carretto di frutta e verdura. Immediatamente, un vasto movimento di solidarietà e di indignazione si è sviluppato nella regione. Dal 19 dicembre sorgono manifestazioni totalmente pacifiche contro la disoccupazione, contro la miseria ed il caro vita (i protestanti brandiscono pezzi di pane!). Immediatamente il governo risponde con la repressione, il che non fa che accentuare la collera della popolazione.
Il 22 dicembre i medici universitari iniziano uno sciopero delle cure non urgenti di due giorni per protestare contro la loro mancanza di mezzi ed il deterioramento delle loro condizioni di lavoro. Questo si è esteso a tutte le cliniche universitarie del paese. Il 22 dicembre anche un altro giovane, Houcine Neji, si toglie la vita sotto gli occhi della folla, a Menzel Bouzaiane, appendendosi ad una linea di alta tensione: “Non voglio più miseria e disoccupazione”, grida. Altri suicidi rafforzeranno ancora di più l’indignazione e la rabbia. Il 24 dicembre, la polizia uccide un giovane dimostrante di 18 anni, Mohamed Ammari. Un altro dimostrante, Chawki Hidri, seriamente ferito morirà il 1° gennaio. Oggi il bilancio provvisorio è di almeno 65 uccisi da pallottole!
Di fronte alla repressione, il movimento si estende rapidamente a tutto il paese. Dei disoccupati laureati manifestano il 25 e il 26 dicembre nel centro di Tunisi. Assembramenti e manifestazioni di solidarietà si sviluppano in tutto il paese: Sfax, Kairouan, Thala, Bizerte, Sousse, Meknessi, Regueb, Souk Jedid, Ben Gardane, Medenine, Siliana… Nonostante la repressione, nonostante l’assenza di libertà d’espressione, dei dimostranti brandiscono dei cartelli: “Oggi noi non abbiamo più paura!”.
Il 27 e il 28 dicembre, sono gli avvocati ad unirsi al movimento di solidarietà con la popolazione di Sidi Bouzid. Di fronte alla repressione che si abbatte sugli avvocati con arresti e pestaggi, viene proclamato uno sciopero generale degli avvocati per 6 gennaio. Movimenti di sciopero toccano anche i giornalisti di Tunisi e gli insegnanti di Bizerte. Come mostra Jeune Afrique[1] del 9 gennaio, i movimenti sociali di protesta e di assembramento nelle strade sono completamente spontanei e sfuggono alla teleguida o al controllo delle organizzazioni politiche e sindacali: “La prima certezza è che il movimento di protesta è soprattutto sociale e spontaneo. E’ quello che confermano fonti credibili. ‘Nessun partito, nessun movimento può pretendere di agitare la piazza o di essere capace di fermarla’, si dichiara alla sezione regionale dell’Unione generale tunisina del lavoro (UGTT)”.
Viene organizzato un black-out totale dell’informazione. Nella regione di Sidi Bouzid molte località sono messe sotto copri-fuoco e viene mobilitato l’esercito. A Menzel Bouzaiane i feriti non possono essere trasportati, la popolazione ha difficoltà ad approvvigionarsi e le scuole vengono usate per alloggiare i rinforzi di polizia.
Per tentare di riportare la calma Ben Ali esce dal silenzio e fa una dichiarazione pubblica di 13 minuti nella quale promette di creare 300.000 posti di lavoro nel 2011-12 e la liberazione di tutti i manifestanti, eccetto quelli che hanno commesso atti di vandalismo. Licenzia il ministro dell’Interno, usato come prestanome, e denuncia allo stesso tempo la “strumentalizzazione politica” del movimento e l’azione di una minoranza di “estremisti” e “terroristi” che cercano di nuocere agli interessi del paese.
Questo discorso provocatorio, criminalizzando il movimento, poteva soltanto galvanizzare ancora di più la rabbia della popolazione, in particolare dei giovani. Dal 3 gennaio, i liceali si mobilitano ed utilizzano i cellulari e le reti Internet, in particolare Facebook e Twitter, per chiamare ad uno sciopero generale dei liceali. Questi manifestano il 3 ed il 4 gennaio dove sono raggiunti dai laureati disoccupati a Thala. I giovani dimostranti fanno fronte alle manganellate ed ai gas lacrimogeni delle forze di repressione. Nel corso degli scontri viene invasa la sede del governo ed incendiato il locale del partito al potere. L’appello allo sciopero nazionale dei liceali, rilanciato dalle reti Internet, è seguito in molte città. A Tunisi, Sidi Bouzid, Sfax, Biserte, Grombalia, Jbeniana, Sousse, i liceali si uniscono ai disoccupati. Assembramenti di solidarietà hanno luogo anche a Hammamet e Kasserine.
La rivolta si estende alle università
Allo stesso momento, in Algeria il martedì 4 gennaio a Koléa, una piccola città ad ovest della capitale algerina, tutta una massa di disoccupati, di operai in esubero e pieni di rabbia scendono a loro volta in piazza. Lo stesso giorno, i portuali di Algeri entrano in sciopero per protestare contro un accordo tra la società di gestione portuale ed il sindacato che taglia il pagamento dalle ore straordinarie notturne. Gli scioperanti si rifiutano di seguire all’appello per la sospensione dello sciopero lanciato dai rappresentanti sindacali. Anche la rabbia tuona: per questi operai che hanno un salario da miseria, mangiare e dar da mangiare alle loro famiglie è una preoccupazione quotidiana alla stregua dei giovani senza lavoro di Tunisi o di Algeri. Il 5 il movimento di rivolta si propaga in Algeria, in particolare sul litorale e nella Kabilia (Oran, Tipaza, Bejaïa,…), intorno alle stesse rivendicazioni sociali di fronte alla disoccupazione endemica dei giovani ed alla penuria di alloggi che li spingono a restare presso i loro genitori e ammucchiarsi in bassifondi (nei sobborghi di Algeri pullulano città-dormitorio degli anni 1950 che assomigliano a bidonville che costringono i giovani ad occupare abusivamente dei terreni di gioco dai quali si fanno regolarmente espellere dalle cariche della polizia). La risposta del governo non si è fatta aspettare. Le forze di repressione e l’esercito hanno immediatamente colpito e colpito duro. Solo nel quartiere Bab el Oued di Algeri, i feriti si contano a centinaia. Ma anche qui la repressione selvaggia dello Stato algerino contribuisce ad aumentare la rabbia. In alcuni giorni le manifestazioni guadagnano venti province (wilayas). Il bilancio ufficiale è di tre morti (a M’Silla Tipaza e Boumerdès). Nei dimostranti la rabbia arriva al culmine. “Non ne possiamo più, non vogliamo più”. “Non abbiamo più niente da perdere”. Ecco quello che si sente più spesso gridare nelle vie dell’Algeria. Queste sommosse hanno per detonatore immediato il nuovo aumento brutale dei prezzi dei prodotti alimentari di prima necessità, annunciato il 1° gennaio scorso: i prezzi dei cereali sono aumentati del 30%, l’olio del 20% e lo zucchero ha visto un’impennata dell’80%! Dopo 5 giorni di repressione e di calunnie riversate sul movimento, Bouteflika abbozza una retromarcia per fare abbassare la tensione: promette una detassazione sui prodotti che hanno subito un forte aumento.
In Tunisia, il 5 gennaio, in occasione dei funerali del giovane commerciante di verdura che si è suicidato a Sidi Bouzid il 17 dicembre, la rabbia è al culmine. Una folla di 5000 persone sfila dietro il corteo funebre gridando la sua indignazione: “Oggi noi ti piangiamo, faremo piangere coloro che hanno causato la tua morte!”. Il corteo diventa una manifestazione. La folla scandisce slogan contro il caro vita “che ha portato Mohamed al suicidio” e grida “Vergogna al governo!”. La sera stessa, la polizia procede ad arresti brutali di manifestanti a Jbedania e Thala. Dei giovani vengono fermati ed inseguiti dalla polizia armata.
Il 6 gennaio, lo sciopero generale degli avvocati è seguito al 95%. Ovunque, nelle località del centro, del sud e dell’ovest del paese, ci sono scioperi, manifestazioni di strada, scontri con la polizia e l’agitazione guadagna anche le città più ricche del litorale Est.
La polizia si dispiega davanti a tutte scuole superiori e tutte le università del paese. A Sfax, Jbeniana, Tajerouine, Siliana, Makhter, Tela, manifestazioni di liceali, universitari, abitanti vengono brutalmente disperse dalla polizia. A Sousse, la facoltà di scienze umane è presa d’assalto dalle forze dell’ordine che procedono ad arresti di studenti. Il governo decide la chiusura di tutti le scuole superiori e di tutte le università.
Di fronte alla repressione del movimento, il 7 gennaio, nelle città di Regueb e Saida vicine a Sidi Bouzid, scontri tra dimostranti e polizia fanno 6 feriti. Dei dimostranti lanciano proiettili su un posto di sicurezza e la polizia spara sulla folla. Tre giovani vengono feriti gravemente.
L’8 gennaio, il sindacato ufficiale UGTT esce infine dal suo silenzio, ma non denuncia la repressione. Il suo segretario generale, Abid Brigui, si accontenta di dichiarare, sotto la pressione della base, che sostiene le “rivendicazioni legittime delle popolazioni di Sidi Bouzid e delle regioni dell’interno del paese”. “Non possiamo essere al di fuori di questo movimento. Non possiamo che metterci dalla parte dei diritti dei bisognosi e di chi chiede lavoro”. Di fronte alla violenza della repressione, dichiara timidamente: “è contro natura condannare questo movimento. Non è normale rispondervi con delle pallottole”. Ma non lancia alcun appello alla mobilizzazione generale di tutti i lavoratori, nessun appello alla cessazione immediata della repressione della violenza feroce scatenata nel week-end dell’8-9 gennaio.
A Kasserine, Thala e Regueb, la repressione delle manifestazioni volge in massacro. La polizia spara a freddo sulla folla facendo più di 25 morti. Nella città di Kasserine terrorizzata dai soprusi della polizia che ha sparato sui cortei funebri, l’esercito, diviso, non solo rifiuta di sparare sulla popolazione ma si interpone per garantire a questa la sua protezione contro la polizia antisommossa. Da parte sua il capo dello Stato - maggiore dell’esercito di terra viene licenziato per avere dato l’ordine non di sparare sui manifestanti. Del resto, se l’esercito è stato dispiegato nelle principali città per proteggere gli edifici pubblici, viene però messo da parte nelle operazioni di repressione diretta, anche nella capitale da dove ha finito per ritirarsi. Di fronte al bagno di sangue, il personale ospedaliero della regione, benché sopraffatto dalle urgenze, stacca il lavoro in segno di protesta.
Dal fine settimana di sangue dell’8 gennaio, la rabbia prende la capitale. Il 12 gennaio esplodono delle sommosse nella periferia di Tunisi. La repressione farà 8 morti fra cui un giovane ucciso da una pallottola alla testa. Il governo impone il coprifuoco. Oggi la capitale è settorializzata dalle forze di sicurezza ed il sindacato ufficiale UGTT ha, alla fine, chiamato ad uno sciopero generale di 2 ore per venerdì 14. Nonostante il coprire-fuoco ed il dispiegamento delle forze di repressione nella capitale, gli scontri sono continuati nel centro di Tunisi e dappertutto sono stati bruciati i ritratti di Ben Ali. Il 13 gennaio, la rivolta si estende alle stazioni balneari del litorale ed in particolare alla grande stazione turistica di Hammamet dove vengono saccheggiati i magazzini e strappati i ritratti di Ben Ali mentre continuano gli scontri tra manifestanti e polizia nel cuore della capitale. Di fronte al rischio caduta del paese nel caos, di fronte alla minaccia di uno sciopero generale e sotto la pressione della “comunità internazionale”, in particolare dello Stato francese che, per la prima volta, comincia a “condannare” Ben Ali, quest’ultimo finisce per fare delle concessioni. La sera del 12 gennaio dichiara alla popolazione: “Vi ho compreso” ed afferma che non si presenterà alle prossime elezioni… previste nel 2014! Promette un abbassamento del prezzo dello zucchero, del latte, del pane e chiede infine alle forze dell’ordine di non sparare più veri pallottole affermando che “ci sono stati degli errori e morti per niente”.
La complicità degli Stati “democratici”
Di fronte alla ferocia della repressione, tutti i governi “democratici” si sono accontentati per molte settimane di affermare la loro “preoccupazione” facendo appello alla “calma” ed al “dialogo”. In nome del rispetto dell’indipendenza della Tunisia e della non ingerenza negli affari interni del paese, nessuno ha condannato le violenze della polizia ed il massacro perpetrato dagli scagnozzi agli ordini di Ben Ali, anche se ipocritamente, la maggior parte deplora “un impiego eccessivo del ricorso alla forza”. Dopo il fine settimana di sangue dell’8 gennaio, lo Stato francese ha persino dato apertamente il suo sostegno a questo dittatore sanguinario. Dopo avere ipocritamente “deplorato” le violenze, Michèle Alliot-Marie, ministro degli esteri, ha proposto un aiuto per la “sicurezza” della Francia alle forze di repressione dello Stato tunisino nel suo discorso all’Assemblea nazionale del 12 gennaio: “Proponiamo che il savoir-faire delle nostre forze di sicurezza, che è riconosciuto in tutto il mondo, permetta di risolvere delle situazioni di sicurezza di questo paese”. Il “savoir-faire” delle forze di sicurezza francesi! L’abbiamo già visto in occasione degli abusi della polizia che causarono la morte per folgorazione di due adolescenti inseguiti dai poliziotti nel 2005 e che ha costituito l’elemento principale dello scoppio delle rivolte delle periferie di Parigi. Questo “savoir-faire” lo abbiamo ancora visto all’opera nel movimento dei giovani contro il CPE[2] dove i corpi anti-sommossa hanno invaso alcune università con i cani per terrorizzare gli studenti che lottavano contro la prospettiva della disoccupazione e della precarietà. Questo “savoir-faire” per la “sicurezza” dei nostri buoni poliziotti francesi si è rivelato anche nei tiri di flash ball (proiettili di gomma) che hanno ferito molti liceali in occasione delle manifestazioni contro la LRU[3] nel 2007. E più recentemente, nel movimento contro la riforma delle pensioni, la repressione che si è abbattuta in particolare a Lione contro giovani manifestanti ha mostrato ancora una volta l’efficacia delle forze di “sicurezza” del democratico Stato francese! Centinaia di giovani sono stati già condannati a pene pesanti di detenzione o sono minacciati di esserlo. Certo, gli Stati democratici” hanno più ritegno e oggi non sparano vere pallottole sui dimostranti, ma non è certamente perché loro sarebbero più “civili” , meno barbari o più “rispettosi dei diritti dell’uomo e della libertà di espressione”, ma perché la classe operaia di questi paesi è più forte, ha una lunga esperienza di lotte e non è disposta ad accettare un tale livello di repressione.
Quanto alla criminalizzazione dei movimenti sociali che permette di giustificare la repressione, il governo di Ben Ali non ha nulla da invidiare al suo complice francese che è stato il primo a denunciare gli studenti nel 2006, così come i lavoratori della Sncf e del RATP[4] (in lotta per le difese dei regimi speciali delle pensioni) nel 2007, come “terroristi”.
È chiaro che la sola cosa che “preoccupa” tanto la classe dominante di tutti i paesi, è un rafforzamento “efficace” dello Stato poliziesco destinato al mantenimento dell’ordine capitalista, un ordine sociale che non ha nessun futuro da offrire alle giovani generazioni. Ovunque nel mondo, di fronte alla crisi insormontabile del capitalismo, questo “ordine” non può che generare sempre più miseria, disoccupazione e, infine, repressione.
L’evidente complicità di tutta la borghesia mondiale rivela che il responsabile del bagno di sangue in Tunisia è il sistema capitalista nel suo insieme e non solo il regime corrotto Ben Ali. Lo Stato tunisino è solo una caricatura di Stato capitalista!
Una rivolta che si congiunge alla lotta della classe operaia mondiale
Benché la Tunisia sia dominata da un regime totalitario incancrenito dalla corruzione, la situazione sociale in questo paese non è un’eccezione. In Tunisia, come dappertutto, i giovani sono confrontati allo stesso problema: l’assenza di prospettiva. Questa rivolta “popolare” si congiunge alla lotta generale della classe operaia e delle sue giovani generazioni contro il capitalismo. Essa s’ inscrive nella continuità delle lotte che si sono svolte dal 2006, in Francia, in Grecia, in Turchia, in Italia in Inghilterra dove tutte le generazioni si sono ritrovate in un’immensa ondata di protesta contro il deterioramento delle condizioni di vita, la miseria, la disoccupazione dei giovani e la repressione. Il fatto che la rivolta sociale sia stata segnata da un vasto movimento di solidarietà fin dagli avvenimenti del 17 dicembre, mostra che, nonostante tutte le difficoltà della lotta di classe in Tunisia o in Algeria, nonostante il peso delle illusioni democratiche legato all’inesperienza ed alla cappa di piombo di questi regimi che espongono i proletari all’isolamento ed ai bagni di sangue, questa rivolta contro la disoccupazione e il caro vita appartiene alla lotta della classe operaia mondiale.
La cospirazione del silenzio che ha circondato questi avvenimenti non viene del resto solo della censura di questi regimi. È stata parzialmente rotta dall’attività di una gioventù che ha saputo attivare le reti Internet, Twitter o Facebook come arma di lotta, come mezzo di comunicazione e di scambio per mostrare e denunciare la repressione, assicurando così un legame tra loro ma anche con la loro famiglia o amici al di fuori del paese, in particolare in Europa. Ma i mass media della borghesia hanno ovunque contribuito ad instaurare un black-out, soprattutto rispetto alle lotte operaie che hanno inevitabilmente accompagnato questo movimento e la cui eco è arrivata solo in modo frammentario[5].
Questi mass media hanno anche fatto di tutto, come in occasione di ogni lotta della classe operaia, per deformare e screditare questa rivolta contro la miseria ed il terrore capitalista presentandola all’esterno come un remake dei moti nelle periferie in Francia, come l’opera di una banda di “casseur”[6] irresponsabili e di saccheggiatori, anche qui in piena complicità con il governo di Ben Ali, quando invece molti manifestanti hanno denunciato i saccheggi come operazioni fatte da poliziotti incappucciati destinate a screditare il movimento. I video fatti dai giovani hanno anche mostrato poliziotti in abiti civili che hanno rotto delle vetrine a Kasserine l’8 gennaio come pretesto alla terribile repressione terribile che hanno scatenato in questa città.
Di fronte alla barbarie capitalista, di fronte alla legge del silenzio e della menzogna, la classe operaia di tutti i paesi deve manifestare la sua solidarietà verso i suoi fratelli di classe in Tunisia ed in Algeria. E questa solidarietà non può che affermarsi con lo sviluppo delle proprie lotte contro tutti gli attacchi del capitale in tutti i paesi, contro questa classe di sfruttatori, di affamatori e di assassini che può mantenere i suoi privilegi solo continuando ad immergere l’umanità nel pozzo della miseria. Solo sviluppando in maniera massiccia le sue lotte, sviluppando la sua solidarietà e la sua unità internazionale la classe operaia, soprattutto nei paesi “democratici” più industrializzati, potrà offrire una prospettiva di futuro alla società.
Solo rifiutandosi dappertutto di pagare le spese del fallimento del capitalismo la classe sfruttata potrà mettere fine alla miseria ed al terrore della classe sfruttatrice rovesciando il capitalismo e costruendo un’altra società basata sulla soddisfazione dei bisogni di tutta l’umanità e non sul profitto e lo sfruttamento.
Solidarietà con i nostri fratelli di classe nel Magreb!
Solidarietà con le giovani generazioni di proletari ovunque lottino contro un futuro negato!
Per porre fine alla disoccupazione, alla miseria e alla mitraglia, bisogna porre fine al capitalismo!
WM (13 gennaio 2011)
[2] Movimento contro il Contratto di primo impiego scoppiato in Francia nel 2006.
[3] Riforma universitaria prevista dal governo francese e fortemente contestata dagli studenti.
[4] Ferrovie dello Stato francesi e metropolitane
[5] Ricordiamo che in Tunisia nel 2008, la regione delle miniere di fosfati di Gafsa è stata il cuore di una prova di forza con il potere duramente repressa e che in Algeria, nel gennaio 2010, 5.000 scioperanti della SNVI e di altre imprese hanno tentato, nonostante il brutale intervento brutale delle forze dell’ordine, di raggrupparsi per estendere ed unificare la loro lotta in una zona industriale che raccoglie 50.000 operai nella regione di Rouiba alle porte di Algeri.
[6] Letteralmente “colui che rompe”, termine che viene indicato normalmente per indicare chi durante le manifestazioni fa atti di vandalismo.
Questo appello è stato postato da un lavoratore dell’AG sul nostro forum in lingua francese di cui riportiamo anche l’introduzione al testo. Noi sosteniamo pienamente questa iniziativa internazionalista ed a nostra volta invitiamo tutti a diffonderla il più possibile.
CCI
Ciao a tutti, una parte dell’Assemblea Generale di “Gare de l’Est - Ile de France”, che si è costituita durante l’ultimo movimento di lotta, continua a riunirsi regolarmente. Abbiamo scritto collettivamente un testo (circa 4 settimane di discussioni e correzioni multiple) dove abbiamo voluto esprimere la nostra solidarietà ai lavoratori che in Europa subiscono esattamente gli stessi attacchi che subiamo noi (ma questo vale per tutto il pianeta). Lo posterò qui in diverse lingue, se i lettori di questo forum potessero aiutare a diffonderlo quanto più possibile a livello internazionale, non sarebbe male!
Tibo (uno dei partecipanti dell’AG).
Siamo un gruppo di lavoratori salariati di differenti settori (ferrovieri, insegnanti, informatici, …), di disoccupati e di precari. Durante i recenti scioperi in Francia ci siamo riuniti in Assemblea Generale Interprofessionale - inizialmente sul marciapiede di una stazione (Gare de l’Est, Parigi), poi in una sala della Camera del lavoro. Volevamo raccogliere quanto più possibile dei lavoratori di altre città della regione parigina. Perché ne abbiamo abbastanza della collaborazione di classe dei sindacati che ci portavano ancora una volta alla sconfitta, abbiamo voluto organizzarci da soli anche per tentare di unire i settori in sciopero, estendere lo sciopero e far si che fossero gli stessi scioperanti a controllare la propria lotta.
Alla guerra sociale dei capitalisti. I lavoratori devono opporre una lotta di classe
In Gran Bretagna, in Irlanda, in Portogallo, in Spagna, in Francia, … in tutti i paesi, siamo tutti attaccati duramente. Le nostre condizioni di vita si deteriorano. In GB, il governo Cameron ha annunciato la soppressione di 500.000 posti di lavoro nel settore pubblico, 7 miliardi di sterline di tagli nei bilanci sociali, la triplicazione delle tasse d’iscrizione all’università, ecc.
In Irlanda, il governo Cowen ha appena abbassato il salario orario minimo di più di un euro e le pensioni del 9%.
In Portogallo, i lavoratori sono confrontati ad un tasso di disoccupazione record. In Spagna, il “grande socialista” Zapatero non smette di fare tagli netti in ogni genere di sussidio di disoccupazione, di aiuti sociali e medici …
In Francia, il governo continua ad attaccare le nostre condizioni di vita. Dopo le pensioni, è la volta della sanità. L’accesso alle cure diventa sempre più difficile per i lavoratori: sempre più medicinali che non vengono rimborsati, aumento delle mutue private, soppressione di posti nell’ospedale pubblico. Come tutti i servizi pubblici (Poste, EDF-GDF [elettricità e gas], TELECOM), il settore ospedaliero viene smantellato e privatizzato. Risultato: milioni di famiglie operaie già da ora non possono più occuparsi!
Questa politica è vitale per i capitalisti.
Di fronte allo sviluppo della crisi e del crollo di parti intere dell’economia capitalista, questi ultimi trovano sempre meno mercati, fonte di profitti per i loro capitali. Quindi sono ancora più costretti a privatizzare i servizi pubblici.
Tuttavia questi nuovi mercati sono più ristretti in termini di sbocchi produttivi di quanto non lo siano i pilastri dell’economia mondiale come l’edilizia, l’auto, il petrolio, …. Anche nel migliore dei casi, questi non permetteranno un nuovo slancio economico salvatore. Pertanto, in questo contesto di crollo, la lotta per i mercati sarà ancora più accanita per i grandi trust internazionali. In altre parole, per gli investitori di capitali sarà questione di vita o morte. In questa lotta ogni capitalista si trincererà dietro il suo Stato per difendersi. In nome della difesa dell’economia nazionale, i capitalisti tenteranno di trascinarci dietro la loro guerra economica. Di questa guerra, le vittime sono … i lavoratori. Perché dietro la difesa dell’economia nazionale, ogni borghesia nazionale, ogni Stato, ogni padrone prova a ridurre i suoi “costi” per mantenere la sua “competitività”. Concretamente, non smetteranno di intensificare gli attacchi contro le nostre condizioni di vita e di lavoro. Se li lasciamo fare, se accettiamo di stringerci ancora la cinghia, questi sacrifici non vedranno fine. Rimetteranno in discussione perfino le nostre condizioni di esistenza!
Lavoratori, rifiutiamo di lasciarci dividere in corporazione, settore o nazionalità. Rifiutiamo di consegnarci a questa guerra economica da una parte e d’altra delle frontiere. Battiamoci insieme ed uniamoci nella lotta! Il grido lanciato da Marx è sempre più attuale: “Proletari di tutti i paesi, unitevi”.
Tocca a noi lavoratori prendere in mano le nostre lotte.
Oggi, sono i lavoratori in Grecia, in Spagna, gli studenti in Inghilterra ad essere in lotta ed a essere il bersaglio di governi che, di sinistra come destra, sono al servizio delle classi dirigenti. E come noi in Francia, avete a che fare con governi che reprimono violentemente i lavoratori ed i disoccupati, gli studenti, i liceali.
In Francia, quest’autunno, abbiamo voluto difenderci. Eravamo milioni a scendere nelle strade per rifiutare puramente e semplicemente questo nuovo attacco. Ci siamo battuti contro questa nuova legge e contro tutte le misure di austerità che ci toccano in pieno. Abbiamo detto “No!” all’aumento della precarietà e della povertà. Ma l’intersindacale ci ha portati volutamente alla sconfitta combattendo contro l’estensione del movimento di sciopero.
• Anziché rompere le barriere tra categorie e corporazioni per unire il più ampiamente possibile i lavoratori, ha chiuso le assemblee generali di ogni impresa agli altri lavoratori.
• Ha fatto azioni spettacolari “per bloccare l’economia” ma non fa niente per organizzare picchetti di sciopero o picchetti volanti che avrebbero potuto attirare altri lavoratori nella lotta. Cosa che dei lavoratori e dei precari hanno fatto.
• Ha negoziato la nostra sconfitta alle nostre spalle, dietro le porte chiuse dei gabinetti ministeriali.
L’intersindacale non ha mai rigettato la legge sulle pensioni, anzi ha detto e ripetuto che essa era “necessaria” e “inevitabile”! Secondo loro avremmo dovuto accontentarci di chiedere al suo fianco “più negoziati governo-padronato-sindacati”, “più aggiustamenti della legge per una riforma più giusta ed equa” …
Per lottare contro tutti questi attacchi, non possiamo che contare su noi stessi. Per quello che ci riguarda abbiamo difeso in questo movimento la necessità per i lavoratori di organizzarsi nei luoghi di lavoro in Assemblee Generali sovrane, di coordinarsi a livello nazionale per dirigere il movimento di sciopero eleggendo delegati revocabili in qualsiasi momento. Solo una lotta animata, organizzata e controllata da tutti i lavoratori, tanto nei suoi mezzi che nei suoi obiettivi, può creare le condizioni necessarie per garantire la vittoria.
Sappiamo che non è finita, gli attacchi continueranno, le condizioni di vita saranno sempre più difficili e le conseguenze della crisi del capitalismo vanno soltanto a peggiorare. Ovunque nel mondo dobbiamo quindi batterci. Per farlo dobbiamo ritrovare la fiducia nella nostra forza:
Noi siamo capaci di prendere le redini delle nostre lotte e di organizzarci collettivamente.
Noi siamo capaci di discutere apertamente e fraternamente, senza paura di parlare.
Noi siamo capaci di controllare realmente la tenuta dei nostri dibattiti e le nostre decisioni.
Le assemblee generali non devono essere dirette dai sindacati ma dai lavoratori stessi.
Dovremo batterci per difendere le nostre vite ed il futuro dei nostri figli!
Gli sfruttati di tutto il mondo sono fratelli e sorelle di una stessa ed unica classe!
Solo la nostra unione al di là delle frontiere sarà in grado di buttare giù questo sistema di sfruttamento.
Dei partecipanti dell’AG interprofessionale “Gare de l’Est e Ile de France”
Per contattarci: [email protected] [38].
Collegamenti
[1] https://fr.internationalism.org/icconline/2011/dossier_special_indignes/mouvement_des_indignes_en_espagne_l_avenir_appartient_a_la_classe_ouvriere.html
[2] https://it.internationalism.org/tag/4/79/spagna
[3] https://it.internationalism.org/tag/2/29/lotta-proletaria
[4] https://it.internationalism.org/tag/4/70/francia
[5] https://it.internationalism.org/tag/3/46/decomposizione
[6] https://en.internationalism.org/ir/111_OT_ConfSol_pt1
[7] https://fr.internationalism.org/rinte112/confiance.htm
[8] https://es.internationalism.org/node/2695
[9] https://it.internationalism.org/rint/28_tesi_studenti
[10] https://it.internationalism.org/content/grecia-le-rivolte-giovanili-confermano-lo-sviluppo-della-lotta-di-classe
[11] https://it.internationalism.org/content/963/breve-cronologia-della-lotta-francia-contro-la-riforma-delle-pensioni
[12] https://it.internationalism.org/content/che-succede-medio-oriente
[13] https://world.internationalism.org
[14] https://it.internationalism.org/content/la-cultura-del-dibattito-unarma-della-lotta-di-classe
[15] https://it.internationalism.org/content/la-decomposizione-fase-ultima-della-decadenza-del-capitalismo
[16] https://it.internationalism.org/files/it/images/Il%20capitalismo%20non%20funziona.%20La%20vita%20%C3%A8%20un%27altra%20cosa.jpg
[17] https://it.internationalism.org/tag/3/41/alienazione
[18] https://it.internationalism.org/files/it/images/piazza%20porta%20del%20sol.jpg
[19] https://elpais.com/articulo/madrid/masiva/marcha/indignados/acaba/humo/pelotas/goma
[20] https://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/20/yes-we-camp-in-spagna-arriva-il-movimento-15-m/112522/
[21] http://www.linkiesta.it/e-primavera-spagnola-ora-sfida-polizia
[22] https://it.internationalism.org/tag/vita-della-cci/lettere-dei-lettori
[23] https://it.internationalism.org/tag/4/75/italia
[24] https://www.google.com/url?sa=t&source=web&cd=1&sqi=2&ved=0CCEQFjAA&url=http%3A%2F%2Fit.wikipedia.org%2Fwiki%2FTerremoto_di_Kobe&rct=j&q=disastro%20di%20Kob%C3%A9%20del%201995&ei=LmGGTb_nN9DKswbamo2UAw&usg=AFQjCNGLp0NmqsyYkjf68ISe8FIakKiJSw&cad=rja
[25] https://www.monde-diplomatique.fr/2010/12/KATZ/19944
[26] https://www.europe1.fr/France/En-France-les-incidents-nucleaires-en-hausse-455587/
[27] https://blog.mondediplo.net/2011-03-12-Au-Japon-le-seisme-declenche-l-alerte-nucleaire
[28] https://it.internationalism.org/tag/4/62/giappone
[29] https://it.internationalism.org/tag/3/42/ambiente
[30] https://en.internationalism.org/ir/145/what-is-happening-in-the-middle-east
[31] https://en.internationalism.org/icconline/2010s/index
[32] https://it.internationalism.org/tag/4/55/africa
[33] https://www.bloomberg.com/
[34] https://www.reuters.com?edition-redirect=af
[35] https://it.wikipedia.org/wiki/Takb%C4%ABr
[36] https://fr.internationalism.org/content/4379/temoignage-repression-lors-manifestation-du-19-octobre-2010-a-lyon
[37] http://www.syndicalistesunitaires.org/Appel-a-une-rencontre
[38] mailto:[email protected]
[39] https://it.internationalism.org/tag/2/30/la-questione-sindacale
[40] https://it.internationalism.org/files/it/images/grafico-1-armi-253323.jpg
[41] https://fr.wikipedia.org/wiki/MBDA
[42] https://en.wikipedia.org/wiki/EADS
[43] https://en.wikipedia.org/wiki/Dassault_Rafale
[44] https://it.internationalism.org/tag/situazione-italiana/politica-della-borghesia-italia
[45] https://it.internationalism.org/content/dalla-turchia-se-i-sindacati-sono-dalla-nostra-parte-perche-ci-sono-15000-poliziotti
[46] https://it.internationalism.org/content/turchia-appello-la-solidarieta-con-la-piattaforma-dei-lavoratori-lotta
[47] https://it.internationalism.org/content/turchia-solidarieta-con-la-resistenza-degli-operai-della-tekel-contro-il-governo-ed-i
[48] https://it.internationalism.org/files/it/images/cairotahrirsquare.articleimage.jpg
[49] https://it.internationalism.org/tag/3/50/internazionalismo
[50] mailto:[email protected]
[51] https://it.internationalism.org/RZ147/Corea
[52] https://it.internationalism.org/tag/4/60/asia
[53] https://it.internationalism.org/tag/4/66/europa
[54] https://www.jeuneafrique.com/