Una volta tanto siamo d’accordo, almeno in parte, con Berlusconi quando dice “con la sinistra morte e miseria”. Quello che il presidente del consiglio usa come attacco contro i suoi nemici politici del centro-sinistra è, contrariamente a tutte le risentite e sdegnate risposte del campo avversario, una verità sacrosanta. La cosa che fa però di questa accusa una nefandezza è che Berlusconi la riserva alla sola sinistra e non completa la frase dicendo che, qualunque sia il sistema di potere, in questo o quel paese, quello che ci aspetta è comunque e sempre più “morte e miseria”. Il perché di questa affermazione - che può sembrare, sulle prime, alquanto forte - è che la società in cui viviamo ci mostra, ormai da tempo, che viviamo sempre più con la mancanza assoluta di prospettive, di vie di uscita da una situazione buia dal punto di vista economico e sociale. Le vecchie generazioni hanno conosciuto fasi di crescita e fasi di crisi economica, ma quelle più giovani conoscono solo disoccupazione, precarietà e miseria. Questa deriva della società verso uno stato di impoverimento e di precarizzazione crescenti non sono la responsabilità della destra avida e rapace – come vorrebbe farci intendere la sinistra attualmente all’opposizione in Italia e quindi più al riparo da critiche aperte – ma della crisi economica sempre più profonda del sistema capitalista e dell’impossibilità di porvi rimedio in quanto sistema ormai storicamente superato1. E’ di fronte a questa crisi storica che le “soluzioni”, di destra o di sinistra, sono non solo dei semplici palliativi per la crisi del sistema ma anche scudisciate sempre più profonde inferte nella carne dei lavoratori. Così, alle buffonate di Berlusconi sulla riduzione delle tasse, che sono fumo per i più e vantaggi consistenti solo per alcuni pochi ricchi, corrispondono le finanziarie di lacrime e sangue prodotte dai vari governi di sinistra in Italia (e nel mondo) nell’illusione di uscire da un tunnel che non finisce mai.
D’altra parte ci sono degli episodi che fanno riflettere sulla precarietà crescente della nostra società, come ad esempio lo tsumani che si è abbattuto sul sud-est asiatico a Natale e che ha prodotto la scomparsa di una popolazione estesa quanto quella di una grande città. Se il disastro è stato così immane non è per colpa delle forze oscure della natura ma, come spieghiamo nell’articolo pubblicato in questo stesso giornale, per colpa del cinismo e dell’incapacità della borghesia. Oggi che ti sbattono in faccia telefonini di tutti i tipi e in tutte le salse, dire che il disastro è avvenuto perché sul posto mancavano mezzi tecnologici adeguati per avvertire la popolazione è veramente non solo ridicolo ma del tutto irrispettoso per tutti i morti che ne hanno fatto le spese. E che dire ancora del recente incidente ferroviario avvenuto in Italia che è costato la vita a 17 persone, tra cui i 4 macchinisti, e ancora una volta non per colpa del governo Berlusconi ma per la politica dei tagli del personale e di intensificazione dei ritmi di lavoro, che è opera dei governi di destra quanto di sinistra perché entrambi sempre convinti sostenitori della necessità di risparmiare sui controlli, sulla sicurezza, pur di essere competitivi. Ma la loro competitività la pagano i lavoratori, i pendolari e la povera gente che ci rimane stecchita in questi incidenti. E ancora la Cina, la “grande promessa economica” di questo periodo, il paese in cui si è recentemente recato Ciampi accompagnato da una galassia di imprenditori e di politicastri da quattro soldi, è anche il paese in cui si producono di continuo incidenti disastrosi nelle vecchie e accidentate miniere di carbone con centinaia di morti all’anno! Anzi è proprio questo sacrificio continuo di vite umane sull’altare del dio capitale che permette al capitalismo cinese, (altro che comunismo!), di mostrare questo effimero quanto precario sviluppo dell’economia.
E questo senza parlare di tutte le guerre, passate e recenti, dimenticate o in prima pagina dei giornali, con le migliaia e migliaia di morti l’anno e le distruzioni e la disperazione che procurano. Distruzioni e disperazione che a loro volta dalla periferia del mondo stringono come un assedio sempre più stretto le metropoli del capitalismo, raggiungendole di tanto in tanto non attraverso scontri a fuoco tra opposti eserciti, ma sempre più attraverso atti di terrorismo cieco, che mirano al mucchio per fare quanti più danni è possibile, perché forte sia la ferita, forte il ricatto all’insieme della popolazione per farla schierare ora con dei lupi, ora con delle iene.
E’ questo lo scenario di fronte al quale si trova oggi sgomenta l’umanità. Ed è questo sgomento che la borghesia cerca di sfruttare per perpetuare uno stato di paralisi che, istintivamente, proviene dal vivere in questo mondo. Ma questo non è l’unico scenario possibile, questo non è l’unico mondo vivibile. L’incapacità di questa classe che domina oggi, di destra o di sinistra che sia ma unita dalla comune determinazione di mantenere alla base del suo dominio lo sfruttamento capitalista dell’uomo sull’uomo, non deve scoraggiarci a cercare delle alternative. La classe dei lavoratori ha mostrato, in altre circostanze, di sapere dare delle risposte ai quesiti che si ponevano davanti all’umanità. Ha saputo dire no alla guerra durante la stessa prima guerra mondiale provocando la rapida conclusione di quest’ultima e realizzando per la prima volta in Russia un potere sotto il controllo dei lavoratori; ha saputo reagire più recentemente contro un potere, quello stalinista della Polonia del 1980, producendo uno sciopero di massa che ha visto l’insieme dei lavoratori polacchi imporre il loro gioco ai rappresentanti del governo; ha ancora più recentemente ripreso a esprimersi, a manifestarsi attraverso episodi di lotta importanti, come quelli dello scorso anno in Germania, in Italia, in Austria, dove le lotte hanno cominciato ad esprimere, al di là delle mistificazioni sindacali, una tendenza alla ricerca della solidarietà, e dove, ancora in maniera più estesa, sorgono minoranze di lavoratori, singoli individui, espressione di una riflessione che si produce nel profondo della classe e che porta ad una voglia di battersi, di fare qualcosa, superando lo scoramento e la demoralizzazione che questa società, attraverso tutti i suoi mass-media, tende a sviluppare. E’ questa ripresa di fiducia nella classe in se stessa che conferma la possibilità, oltre che la necessità, che questo mondo abbia un futuro piuttosto che la lenta e progressiva autodistruzione in cui il capitalismo tende a spingerlo in questa fase storica.
19 gennaio 2005 Ezechiele
1. Vedi l’articolo su Il concetto marxista della decadenza del capitalismo all’interno del giornale
Il mondo continua ad affondare nel caos: la miseria si estende fino al cuore dei paesi più sviluppati, la disoccupazione massiccia e di lunga durata non risparmia più nessuno, la guerra tra Stati tocca quasi tutti i continenti. Tuttavia, di fronte a questa distruzione permanente, la borghesia non smette di parlare di benessere, di prosperità, di progresso: dov’è il progresso nella guerra che, quasi dovunque, decima le popolazioni e distrugge le città, i campi, le foreste? Dov’è il benessere quando migliaia di esseri umani muoiono tutti i giorni di fame? Dov’è la prosperità quando più nessun’operaio su questa terra può sapere quale futuro lo attende?
Di fronte a questo paradosso si è costretti a porsi delle domande: perché una società che si suppone debba progredire, portare sempre più benessere e sicurezza, riversa invece l’esatto contrario sull'umanità? Perché succede tutto questo? E' forse una fatalità? La borghesia ha delle risposte: ci assicura che si tratta della "cattiveria" umana, della mancanza di democrazia, di difficoltà economiche passeggere dovute ad una cattiva regolazione dei flussi finanziari, al rialzo del prezzo delle materie prime sui mercati, all'appetito immorale degli speculatori sugli stessi mercati, ecc.
Ma queste “spiegazioni” stonano con lo stato della situazione e nonostante che le propinino da tempo le cose non migliorano, anzi proprio il contrario. Allora, perché un tale disastro dopo tutti i progressi che ha conosciuto l'umanità? Perché tutta questa miseria quando sembrano esserci tante ricchezze da sfruttare? In effetti queste “spiegazioni” passano accanto, evidentemente volontariamente, alla sola realtà in grado di permetterci di capire. Questa realtà è quella della crisi economica mondiale. E quando noi, rivoluzionari marxisti, oggi parliamo di crisi non lo facciamo sulle stesse basi della borghesia. Parliamo di una crisi insormontabile che segna il fallimento del sistema capitalista.
Per affermare questo non ci basiamo sulla semplice osservazione "fotografica" della realtà attuale, ma su tutta l'analisi marxista dello sviluppo del capitalismo. Su questa base affermiamo che il capitalismo è entrato da circa un secolo nella sua fase di decadenza e che in questa fase, contrariamente alla fase di ascendenza, la crisi capitalista diventa un elemento insormontabile il cui sbocco può essere solamente: o la distruzione dell'umanità e di tutte le realizzazioni del suo sviluppo attraverso la storia, o il superamento delle contraddizioni mortali del capitalismo da parte della classe operaia nella sua lotta per la costruzione di una nuova società.
È in questo senso che la decadenza è per noi marxisti il quadro di analisi fondamentale della situazione e che, senza questo quadro, non solo è impossibile comprendere la realtà del mondo attuale, ma anche tracciare una prospettiva realistica. Perché ben lungi dal portarci alla demoralizzazione, al "no future", la teoria marxista della decadenza pone le basi per la prospettiva comunista, che non è uscita dalla volontà degli uomini, ma si fonda su tutta un'analisi dello sviluppo delle società umane: il materialismo storico.
Lo sviluppo delle società nella storia
La decadenza non è un'invenzione della CCI. È invece un concetto centrale dell'analisi marxista dello sviluppo delle società umane, è al centro del materialismo storico. Fin dall'inizio Marx ed Engels hanno stabilito come metodo di lavoro analizzare innanzitutto lo sviluppo sociale dell'umanità come chiave di comprensione dello sviluppo della società contemporanea. I due fondatori del marxismo, nel corso di queste ricerche, hanno scoperto che la società umana si organizzava intorno alla produzione, attività primaria e centrale dell'uomo. Era dunque nell'organizzazione dei mezzi di produzione che si delineavano i rapporti sociali.
Affrontando la questione immediatamente sul piano storico, sono arrivati ad analizzare come l'evoluzione dei mezzi di produzione e della loro organizzazione influiva sull'organizzazione sociale. E, per riassumere al massimo, si è visto che lo sviluppo dei mezzi di produzione, necessario di fronte alla quantità dei bisogni da soddisfare, raggiungeva ad un certo stadio un livello tale che l'organizzazione di questi mezzi di produzione diventava inadeguata ed in fine un ostacolo ad un ulteriore sviluppo. Bisognava quindi che fosse modificata radicalmente l'organizzazione della produzione perché quei mezzi di produzione potessero essere utilizzati al massimo e continuare il loro sviluppo. (1)
Questo cambiamento non si è prodotto dolcemente: come abbiamo detto, intorno alla produzione si delinea l'organizzazione sociale, e fino ad oggi l'umanità ha dovuto gestire la penuria. Da lì è nato necessariamente il possesso, la proprietà, lo sfruttamento... Interessi e poteri si sono cristallizzati dunque intorno alla produzione. La rimessa causa dell'organizzazione della produzione comportava mettere in discussione le posizioni economiche, politiche e sociali delle classi dominanti. E quindi solamente attraverso una rottura più o meno violenta questo cambiamento poteva avere luogo.
Ecco perché l'evoluzione dei mezzi di produzione non è avvenuta in modo lineare e senza rottura, in un processo di ascesa continua. Ecco perché ogni sistema di produzione è passato attraverso una fase di decadenza durante la quale l'evoluzione dei mezzi di produzione si è scontrata senza soluzione contro la loro organizzazione, mentre si sono liberate nella società delle forze rivoluzionarie di fronte alle forze reazionarie attaccate ai loro privilegi.
Nella società romana la produzione è organizzata in schiavi che lavorano, e padroni che li fanno lavorare. Questo modo di produzione ha permesso lo sviluppo della produzione fino a che questa non ha raggiunto un livello che ha posto un problema: per continuare a produrre occorrevano più schiavi i quali in effetti erano i prigionieri fatti durante le guerre, ed i limiti geografici della guerra, coi mezzi dell'epoca, cominciavano ad essere raggiunti. Inoltre, lo sviluppo delle tecniche di produzione richiedeva una mano d'opera più specializzata, che la schiavitù non poteva fornire... Si vede in quest’esempio che il modo in cui la produzione era organizzata diventava sempre meno adattato alla produzione, e che per continuare a sviluppare questa, l’organizzazione, che ne aveva permesso fino ad allora lo sviluppo, andava oramai cambiata perché era diventata un ostacolo.
È per ciò che gli schiavi sono stati emancipati e sono diventati dei servi della gleba. A sua volta il sistema feudale ha permesso lo sviluppo della produzione finché questa non si è trovata di nuovo di fronte ad un ostacolo. Sono i rapporti capitalisti che trasformano il produttore del Medioevo in uomo libero che vende la sua forza lavoro al capitalista. Di nuovo, la produzione trova un'organizzazione capace di permettere il suo sviluppo. Uno sviluppo molto veloce, mai visto prima, e che ha permesso per la prima volta all'umanità di uscire dalla penuria.
Se il passaggio da un modo di produzione all'altro non è stato lineare e senza scossoni (per così dire, da una fase ascendente all’altra), è perché questo modo di produzione si traduce in dei rapporti sociali ed in un'organizzazione sociale particolare in seno alla quale la classe dominante difende con le unghie e con i denti i propri interessi contro la prospettiva di un capovolgimento dell'ordine stabilito. Durante questo periodo, l'incompatibilità crescente tra il livello raggiunto dalla produzione ed il modo con cui è organizzata si traduce in convulsioni sempre più forti. La decadenza comincia dunque quando i rapporti di produzione diventano un ostacolo per lo sviluppo della produzione. Essa continua finché nuovi rapporti di produzione non possono essere stabiliti. La decadenza è il periodo del fallimento della vecchia società finché non viene fondata la nuova.
Il capitalismo, si è visto, certamente non fa eccezione alla regola. Ma la decadenza del capitalismo si differenzia dalle fasi di decadenza del passato perché nelle società del passato i germi della nuova società esistevano già e si sviluppavano nel seno stesso della vecchia società. In seno alla società feudale, la borghesia ha conquistato poco a poco il potere economico ed al tempo stesso ha trasformato buona parte della produzione prima di giungere essa stessa al potere politico. Nel capitalismo tutto ciò non è possibile. La classe rivoluzionaria, il proletariato, non può instaurare dei nuovi rapporti di produzione senza distruggere quelli che esistono attualmente. Qui risiede tutta la gravità della decadenza capitalista.
Vediamo, dunque, che per i marxisti la decadenza non è un concetto morale. I marxisti sviluppano il concetto di decadenza come un concetto scientifico, materialista, cioè fondato sullo sviluppo materiale delle società umane. Non neghiamo che questi periodi si siano manifestati attraverso la cupidigia ed i costumi dissoluti delle classi dominanti: sappiamo per certo che il blocco storico dello sviluppo delle forze produttive trova il suo riflesso nella società umana a tutti i livelli. La decadenza non è una teoria economica, del resto Marx non ha fatto che la critica dell'economia. Ciò non toglie che la spiegazione si pone chiaramente sul terreno materialista.
Le specificità della decadenza del capitalismo
Quando l'Internazionale Comunista (IC) parlava de “l’era delle guerre e delle rivoluzioni”, non poteva riassumere meglio ciò che il capitalismo decadente andava ad offrire all'umanità. Infatti, il capitalismo ha creato durante la sua ascesa il quadro ideale del proprio sviluppo, quello della nazione. E' intorno a queste nazioni che il capitalismo ha assicurato il suo sviluppo, è a partire da questo quadro che è partito all'assalto delle colonie, ed è a partire da là che, oggi, stabilisce i suoi rapporti di concorrenza inasprita dalla crisi. La sola soluzione per la borghesia alla crisi di sovrapproduzione diventa la guerra. Questa implica un periodo di ricostruzione che termina in una nuova crisi di sovrapproduzione.
Possiamo situare l'entrata del capitalismo nel suo periodo di decadenza all'inizio del ventesimo secolo: la Prima Guerra mondiale, prima di tutta la storia dell'umanità, manifesta chiaramente il nuovo corso. La ricostruzione che l'ha seguita terminò velocemente con una crisi senza precedenti negli anni ‘30, e quindi con una seconda guerra mondiale. Vediamo delinearsi il ciclo "crisi-guerra-ricostruzione-nuova crisi", ma questo non è un ciclo che può ripetersi all’infinito. Al contrario, è una spirale infernale che trascina tutto al suo passaggio. Perché se il capitalismo era capace di superare le crisi di sovrapproduzione nella sua fase di ascesa, attraverso la sua espansione e la proletarizzazione crescente della popolazione, oggi, sono stati raggiungi i limiti e la crisi è permanente. La sola "via d’uscita" è la guerra.
Si tratta dunque di un'era di guerre. Ma come l'ha annunciato l'IC alla sua fondazione nel 1919, si tratta anche di un'era di rivoluzione. Infatti, il capitalismo sviluppandosi ha fatto nascere il suo becchino: il proletariato, unica forza sociale capace di rovesciare il capitalismo e di costruire una società futura. Raggiungendo i suoi limiti, il capitalismo apre la porta al suo superamento. Per il proletariato è all’ordine del giorno il compito immenso di fondare, sulle rovine del capitalismo distrutto dalla sua lotta, una nuova società capace di gestire l'abbondanza e di offrire alle forze produttive un quadro adattato al loro sviluppo.
La prospettiva comunista non è nuova. L'idea di costruire una società libera dall'oppressione e dall'ingiustizia si ritrova nell'antichità e nel Medioevo. Ma non basta volere una società migliore per poterla instaurare. Occorre che le condizioni materiali lo permettano. Anche la rivolta degli oppressi non è nuova: gli schiavi hanno scritto grandi pagine della storia umana con il rifiuto della loro condizione. Tuttavia, queste rivolte erano destinate all'insuccesso perché la situazione materiale, il livello di produzione, non permetteva all'umanità di uscire da uno schema di società di classi e di sfruttamento: fino a che l'umanità avrebbe dovuto gestire la penuria, non avrebbe mai potuto costruire una società giusta. È il capitalismo che permette all'umanità di intravedere questa prospettiva. Oramai, la produzione ha raggiunto un livello che permette di superare la penuria: la preistoria può concludersi. La prospettiva comunista non è più un ideale o un'utopia, è una possibilità materiale ed anche di più: è una necessità per la sopravvivenza della specie umana. È una necessità per fermare il capitalismo nella sua spirale distruttrice che minaccia di riportare l'umanità all'età della pietra.
Ecco cosa fa della decadenza capitalista una decadenza particolare: essa segna la fine della preistoria, la fine della lunga marcia dell'umanità dalla penuria verso l'abbondanza. Ma questa fine non è già scritta nel “destino del mondo”: la fine della preistoria potrebbe essere semplicemente la fine della storia se niente verrà a fermare la barbarie che arroventa il pianeta. Il comunismo non è una certezza: è attraverso una dura lotta che la classe operaia potrà instaurarlo, e l'esito di questa lotta è ignoto. E' per questo che i rivoluzionari devono armarsi il più possibile per poter armare la classe operaia nella sua lotta contro la borghesia e per la costruzione di una nuova società.
La comprensione dell'analisi della decadenza fa parte di questo armamento politico. E' un quadro fondamentale sviluppato dal marxismo fin dalla sua origine. Si parla di decadenza ne "L'ideologia tedesca" di Marx ed Engels scritta ancor prima de "il Manifesto". La decadenza impregna tutta l'analisi marxista dell'evoluzione delle società umane. Mettendo in luce la successione di periodi di ascendenza e di decadenza nella storia, il marxismo permette di comprendere come l'umanità si è potuta organizzare e progredire. Il marxismo permette di comprendere come e perché il mondo è così oggi, ed infine, il marxismo permette di comprendere che è possibile superare questa situazione e costruire un altro mondo.
17 dicembre 2004 G.
1. E' questo che Marx ed Engels, parlando del capitalismo, riassumono nei Principi di una critica dell'economia politica attraverso questa frase: “Al di là di un certo punto, lo sviluppo delle forze produttive diventa una barriera per il capitale; in altri termini, il sistema capitalista diventa un ostacolo per l'espansione delle forze produttive del lavoro. Arrivato a questo punto il capitale, o più esattamente il lavoro salariato, entra nello stesso rapporto con lo sviluppo della ricchezza sociale e delle forze produttive che il sistema delle corporazioni, la servaggio, lo schiavismo, ed esso è necessariamente rigettato come un ostacolo. L'ultima forma dello schiavismo che prende l'attività umana - lavoro salariato da un lato e capitale dell'altro - è allora messa a nudo, e questa messa a nudo stessa è il risultato del modo di produzione che corrisponde al capitale. Essi stessi negazione delle forme anteriori della produzione sociale asservita, il lavoro salariato ed il capitale sono a loro volta negati dalle condizioni materiali e spirituali uscite dal loro processo di produzione. E' attraverso conflitti acuti, crisi, convulsioni che si traduce l'incompatibilità crescente tra lo sviluppo creatore della società ed i rapporti di produzione stabiliti”.
In Iraq si succedono attentati dopo attentati. La morte falcia le vittime a dozzine. L’esercito americano conta fino ad oggi 1276 morti (dei quali più di 100 nell’ultimo mese) e 9765 feriti. L’assalto su Falluja ha fatto almeno 2000 vittime tra i ribelli. Nessun bilancio è stato reso noto circa le dozzine di migliaia di abitanti intrappolati negli scontri che non erano potuti scappare. Il bilancio della guerra è di minimo 15.000 vittime. Una rivista medica inglese avanza un bilancio realistico di almeno 100.000 morti!
Attentato dopo attentato, i media ci snocciolano il conteggio delle vittime, sinistro elenco quotidiano della barbarie tra le tante rubriche dei fatti e delle questioni della società, alla stessa stregua di qualsiasi cronaca d’attualità. Questa banalizzazione dell’orrore, presentato come una fatalità, un fenomeno “naturale” ed infarcita di menzogne e campagne ideologiche sulle sue cause, mira a far accettare al proletariato la barbarie generata dal capitalismo in decomposizione ed a sterilizzare l’indignazione che questa suscita. Questa assuefazione alla barbarie, che grava in continuo sulla coscienza del proletariato, deve essere combattuta in quanto strumento della borghesia per mantenere la passività della classe operaia ed assicurare così il suo dominio di classe sulla società.
L’estensione della barbarie costituisce una delle manifestazioni più mostruose del fallimento del sistema capitalista in putrefazione. Il capitalismo, che sottomette parti sempre più importanti del pianeta al flagello della guerra, rappresenta una minaccia per la civiltà e la sopravvivenza stessa dell’umanità.
Un nuovo balzo nel caos
La più grande operazione delle truppe americane dopo la caduta di Saddam Hussein contro la città di Falluja, così come il proseguimento delle offensive militari “nelle settimane e nei mesi a venire” (come quella del novembre scorso portata avanti da 5000 soldati nel “triangolo della morte” della provincia di Babilonia) non ha portato a nessuna stabilizzazione. Al contrario, la reazione degli Stati Uniti alla perdita di controllo sul paese ormai in piena anarchia ed il forcing che avrebbe dovuto creare le condizioni per la tenuta di elezioni generali destinate a dare credibilità alla loro presenza in Iraq, non fanno che favorire l’implosione dello Stato iracheno nella guerra civile generalizzata e le convulsioni tra le varie cricche presenti sul posto. Gli attentati e gli scontri cruenti si moltiplicano non risparmiando nessuna parte del territorio.
Nella stessa Bagdad gli attacchi avvengono ormai direttamente contro la “zona verde”, il settore ultra protetto del centro. La strada dell’aeroporto, chiusa dopo il lancio di missili contro aerei americani, è ormai fuori dal controllo americano. Scontri in pieno giorno nella città hanno reso necessario l’impiego dei blindati ed la chiusura di interi quartieri. Ramadi è passata sotto il controllo della guerriglia. Scontri hanno avuto luogo, al Nord, a Balad, Baji e Baaquba. Mossul, la capitale curda è stata presa e mantenuta per tre giorni dagli insorti rifugiati di Falluja I peshmerga curdi, che formano il grosso della guardia nazionale irachena impegnata a Falluja e nella ripresa di Mossul, sono sempre più implicati negli scontri.
La presa di Falluja (città che “ha fornito un buon numero degli ufficiali dell’esercito e dei servizi di sicurezza di S. Hussein, che hanno partecipato alla repressione degli Sciiti” (1) e rifugio di questi quadri dell’antico regime dopo la prima battaglia di Falluja), fatta con la tacita approvazione delle autorità sciite, acuisce le tensioni tra Sciiti e Sunniti: “Hilla, città sciita, e Latifiya, città sunnita, si sono date ad una guerra larvata a colpi di assassini, di imboscate e di rapimenti” (2). E’ stata già creata una milizia sciita antisunnita. In più la divisione degli uni e degli altri di fronte agli scrutini prospetta cruenti regolamenti di conti tra frazioni rivali. Rappresentando il 60% della popolazione in Iraq, e da tempo estromessi dal potere sotto S. Hussein, gli Sciiti condotti dall’ayatollah Al-Sistani sono i più calorosi partigiani della tenuta delle elezioni da cui sperano di trarre profitto. Mentre la frazione sciita di Moktada Al-Sadr, che quest’anno ha condotto due insurrezioni anti-americane, rifiuta di parteciparvi a causa delle persecuzioni contro i suoi partigiani.
Nemici da sempre, le principali organizzazioni curde dell’UPK e dell’UDK, per l’occasione si uniscono. Tra i Sunniti, il fronte del rifiuto degli scrutini si è lesionato: se la principale organizzazione, il Comitato degli Ulema, mantiene la parola d’ordine del boicottaggio, varie organizzazioni sunnite hanno deciso di giocare la loro carta, in particolare il Partito Islamico, uscito da Fratelli mussulmani. Assassini politici e omicidi di personalità già si moltiplicano all’interno di questa tana di lupi.
L’aumento degli attentati terroristici all’avvicinarsi delle elezioni non si alimenta solo di per sè stesso: questa è l’arma di guerra che utilizzano sottobanco gli imperialismo rivali agli Stati Uniti al fine di indebolire la posizione americana.
Le rivalità imperialiste alimentano la barbarie
A dispetto del loro indebolimento a livello mondiale ed in Iraq dove sono previsti nuovi ritiri di truppe (da parte dell’Ungheria a fine dicembre, dai Paesi Bassi in marzo), gli Stati Uniti rispondono colpo su colpo, come lo dimostra la tenuta della conferenza sull’Iraq di Sharm-el-Sheihk del 25 novembre. Innanzitutto questa consacra il ritorno degli Stati Uniti nell’ONU, il che gli permette di conferire alle proprie imposizioni imperialiste la legittimità del “diritto internazionale”, accordato dalla risoluzione 1546 che serve da base alla risoluzione adottata, e di imporsi momentaneamente rispetto ai rivali, in particolare alla Francia. Gli Stati Uniti sono riusciti a dare un colpo all’imperialismo francese facendo passare i suoi tentativi di aumentare la propria influenza in Iraq per vane gesticolazioni: la Francia, “che era stata la prima, insieme alla Russia, a reclamare la tenuta di una conferenza internazionale sull’Iraq, ha dovuto rivedere al ribasso le sue ambizioni. Mentre reclamava un calendario per il ritiro delle truppe della coalizione, dovrà accontentarsi di un vago ricordo del carattere temporaneo della loro presenza in Iraq” (3). Inoltre è stata rigettata la sua proposta di aprire la conferenza non ai soli protetti degli americani al potere a Bagdad, ma a tutte le forze politiche irachene, “compreso un certo numero di gruppi o persone che attualmente hanno scelto la via della resistenza con le armi” (4), provando a tutti quelli che speravano nel sostegno della Francia che essa non dispone dei mezzi per mettere in opera le sue pretese.
Infine, facendo piegare la Francia, che con il sostegno di Mosca e di Berlino rifiutava uno sgravio superiore al 50% a beneficio di una cricca sotto tutela americana, l’accordo sulla riduzione dell’80% del debito iracheno, è un ulteriore successo americano.
L’Iraq costituisce il punto nevralgico degli scontri tra potenze in competizione per la difesa del proprio posto imperialista nel mondo. La fuga in avanti nel ricorso alla forza militare da parte degli Stati Uniti (che porteranno il loro dispositivo militare da 142.000 a 150.000 uomini alla fine di gennaio), così come la maggiore virulenza nella risposta che questa determina, non solo accelerano la disintegrazione dell’Iraq, ma estendono l’onda di choc su tutti i paesi vicini rafforzandovi le tendenze centrifughe. Dalla Palestina al Pakistan, dall’Arabia al Caucaso, la destabilizzazione della zona strategica più importante del mondo capitalista ha e avrà delle conseguenze importanti su tutta la situazione mondiale. La caduta nel caos di tutta la regione illustra drammaticamente che nella fase di decomposizione del capitalismo, le rivalità imperialiste e l’uso ripetuto della forza militare (che estende il conflitto e lo rende meno controllabile), costituiscono il fattore essenziale dello sviluppo senza precedenti della barbarie.
Scott 15 dicembre
1. Libération del 16 novembre 2004
2. idem
3. Libération del 22 novembre 2004
4. M. Barnier, idem
Nonostante l'abbassamento del dollaro e il rialzo del petrolio, gli specialisti delle previsioni economiche vogliono essere rassicuranti visto che i tassi di crescita per il 2004 sono positivi: il 4,7% per gli USA, il 3% per il Giappone, l’1,6% per la zona euro, il 9,1% per la Cina nei primi tre trimestri del 2004. Come interpretare questi risultati? L'economia mondiale andrebbe meglio? Gli Stati Uniti e soprattutto la Cina, che la borghesia presenta come un nuovo Eldorado, possono essere le locomotive del mondo per il rilancio dell’economia, compresa quella europea?
Per rispondere a queste domande è necessario innanzitutto analizzare la situazione della prima potenza mondiale, per rendersi conto di come la borghesia cerca di nascondere al proletariato il fallimento crescente del suo sistema.
L'indebitamento colossale dell'economia americana non è più possibile
Se c'è una cosa sulla quale l'insieme degli specialisti dell'economia mondiale non si sbaglia, è sulla gravità dell'indebitamento della prima potenza mondiale. Per rilanciare la macchina economica, l'amministrazione americana ha lasciato correre i deficit pubblici e commerciali. Ha finanziato in modo artificiale il consumo famigliare (questo consumo rappresenta più dei due terzi del PIL americano e ha un'influenza determinante sull'attività economica) attraverso l'abbassamento massiccio delle tasse a favore delle famiglie deciso dopo la recessione del 2001 (in effetti, ci sono stati abbassamenti ripetuti nel 2001, 2002, 2003, e 2004, per un totale di 1900 miliardi di dollari su 10 anni) ed ha portato i tassi di interesse dei prestiti bancari ai più bassi livelli dal 1945 ad oggi (la FED ha abbassato il tasso di prestito al 1%). Nonostante queste misure la crescita economica è ricaduta al 3,5% contro il 5% di qualche mese fa. La fiducia dei consumatori è ulteriormente scesa nell'ottobre 2004 al suo livello più basso livello negli ultimi 7 mesi, ed i deficit non cessano di approfondirsi. L'amministrazione americana parla anche di "doppi deficit" per qualificare la loro gravità. Il deficit di bilancio si è alzato a 413 miliardi di dollari, dopo i 377 miliardi di dollari del 2003. Gli esperti si aspettano un accumulo di 3000 miliardi di dollari di debiti supplementari da qui al 2011. "Il governo deve prendere in prestito oggi 1,1 miliardi di dollari al giorno e spende di più per assicurare il servizio degli interessi del debito (159 miliardi), ciò che corrisponde alla somma dei budget dell'educazione, della sicurezza interna, della giustizia, della polizia, dei vecchi combattenti, dell'esplorazione spaziale e dell'aiuto internazionale" (Le Monde del 4 novembre). In quanto al deficit commerciale, esso supera i 650 miliardi di dollari, il 5,7% del PIL. La situazione non è migliore per gli altri Stati capitalisti. L'impennata del petrolio e la volata dell'euro dovrebbero riportare i tassi di crescita in Europa al massimo al 2%, in un contesto dove i debiti pubblici non smettono di crescere e dove nessuno Stato europeo è in grado di rispettare il 3% del deficit, fissato dal trattato di Maastricht. Più del 4,1% di deficit per la Francia, 3,9 per la Germania, 3,2 per l'Inghilterra, il doppio dell'anno precedente, più del 4% per l'Italia.
L'abbassamento del dollaro: una manifestazione dell'acuirsi della guerra commerciale
I vertici del G7 si susseguono e si somigliano tra loro per il fatto che dietro i discorsi unitari e volontaristici per avere delle politiche comuni, nella realtà poi succede tutto il contrario. L'aggravamento della crisi e particolarmente dell'indebitamento americano, con i rischi inflazionistici che comporta, tende ad accrescere l'aspetto concorrenziale che è alla base stessa del sistema capitalista. Con l'abbassamento dei tassi di interesse l'amministrazione americana ha sviluppato una politica di abbassamento del dollaro nei confronti dell'euro, la principale moneta concorrente, per potere guadagnare parti di mercato nell'esportazione e fare abbassare il livello del suo debito finanziario. Questa politica di "svalutazione competitiva" è stata già utilizzata dagli Stati Uniti negli anni 1980 e nel 1995. Ciò che differisce oggi è il contesto in cui il governo americano utilizza questo abbassamento del dollaro; e cioè l'accumulo senza precedenti dell'indebitamento della sua economia. Nonostante la pressione sulle potenze economiche rivali permesse dall'abbassamento del dollaro, le esportazioni americane rappresentano sempre il 75% delle importazioni, rendendo ancora più temibile l'insolvenza del debito americano. In questa guerra economica che imperversa, mentre il dollaro ha perso il 25% del suo valore, il deficit estero si appresta a superare il 5,5% del PIL americano. "Riportarlo sotto al 3,5% del PIL, ciò che sembra l'obiettivo, necessita senza dubbio un deprezzamento supplementare del dollaro del 35% contro ogni moneta. L'abbassamento del biglietto verde è il tentativo per cercare di condurre l'economia americana verso migliori equilibri. L'euro dovrebbe salire a 1,70 per 1 dollaro, penalizzando molto le esportazioni europee" (Les Echos del 6 novembre). Di fronte a questa prospettiva di un abbassamento senza precedenti del dollaro, i principali paesi europei ed il Giappone (la cui piccola ripresa economica è basata sul rilancio delle esportazioni) minacciano apertamente gli Stati Uniti di un intervento sui mercati finanziari attraverso le loro banche centrali per fare risalire la moneta americana. La gravità della situazione attuale non risiede tanto nella concorrenza tra i paesi industrializzati, che è del resto l'essenza stessa del capitalismo, quanto nella tendenza di questa, nel cuore stesso del capitalismo (Stati Uniti, Canada, Europa, Giappone), a rimettere in causa quel minimo di intesa che è esistita fino ad ora tra le grandi potenze per respingere gli effetti della crisi sul resto del mondo.
Il rialzo del prezzo del petrolio, un fattore aggravante della crisi
In questo contesto di indebitamento mostruoso dei principali paesi e di abbassamento del dollaro, la volata del prezzo delle materie prime, e particolarmente del petrolio, è venuta a rievocare lo spettro dell'inflazione che ha devastato l'economia mondiale durante gli anni 1970. Da qui la messa in guardia del FMI: "Aspettare troppo a lungo prima di reagire ai primi segni dell'inflazione, potrebbe risultare oneroso da riparare, e costerebbe alle banche centrali una parte della credibilità che hanno impiegato tanto tempo a costruire negli anni 1980 e 1990" (Le Monde, 1 ottobre). Nonostante questa messa in guardia, gli esperti borghesi focalizzano l'attenzione sulle cause di questo rialzo che sarebbe dovuto ad una forte domanda di petrolio a livello mondiale, particolarmente da parte della Cina e degli Stati Uniti ed ad una certa instabilità a livello di approvvigionamenti che, sempre secondo gli esperti, sarebbe solamente provvisoria se certi paesi produttori potessero aumentare la loro quota di produzione. Al contrario, l'analisi marxista pone questo fenomeno in una cornice di analisi più globale. Contrariamente ai rialzi precedenti del ‘73, ‘79 o del ‘97 e 2000, utilizzati dagli Stati Uniti nella guerra commerciale contro gli altri, in particolare l'Europa ed il Giappone (vedi "Il rialzo del prezzo del petrolio: una conseguenza e non la causa della crisi" nella Revue Internationale n°19), questo rialzo ha fortemente penalizzato l'economia in generale e particolarmente il consumo delle famiglie americane, in un contesto dove gli Stati Uniti sono obbligati ad importare molto più petrolio che in passato. Il prezzo elevato del petrolio si ripercuote immediatamente in un aggravamento del deficit del budget americano, tanto più che il petrolio è pagato in dollari e dunque, tendo conto del cambio, costa più caro agli americani che alle economie europee (che pagano il barile con una moneta, il dollaro, meno cara della loro propria moneta, l'euro). L’aumento del prezzo del petrolio mostra, quindi, la gravità della crisi economica ed allo stesso tempo il legame che c’è con le guerre attuali. Malgrado la dimensione speculativa che riguarda unna parte di questo rialzo del petrolio (stimata dagli esperti tra i 4 e gli 8 dollari) questo è anche l'espressione del peso crescente del caos e della barbarie a scala mondiale. I primi fattori ne sono l'incapacità degli Stati Uniti a far ripartire la produzione irachena a causa del pantano militare in cui stanno affondando, le minacce di attentati contro le installazioni del primo produttore mondiale di petrolio, che è l'Arabia Saudita, le agitazioni sociali nel Venezuela ed in Nigeria. Questo insieme di avvenimenti dimostra che non c'è da un lato l'aspetto economico e dell'altro l'aspetto militare o imperialistico, ma al contrario un'interpenetrazione sempre più forte dell'insieme di questi fattori che si alimentano a vicenda portando ad una situazione sempre più caotica e sempre meno controllabile dalla borghesia. L'instabilità ed il disordine crescente del mondo capitalista alimentano l'instabilità economica che di conseguenza può solo produrre maggiore instabilità militare.
L'aumento dei budget militari
In questo contesto di indebitamento astronomico dell'economia mondiale e particolarmente della prima potenza, è necessario denunciare l'aumento delle spese militari che costituisce un fattore supplementare dell'aggravamento dei deficit di bilancio e ciò a scapito dei budget civili che si riducono all’osso per finanziare l'indicibile barbarie che si estende.
Dallo scoppio della guerra in Iraq fino all'occupazione attuale del paese, gli Stati Uniti hanno speso 140 miliardi di dollari. Questo sforzo non è sufficiente poiché "il Pentagono ha appena richiesto, all'inizio di novembre, un supplemento di 70 miliardi di dollari per finanziare le operazioni militari nel 2005" (Le Monde, 9 novembre). Il budget del Pentagono dovrebbe superare nel 2005 i 400 miliardi di dollari, escluso il costo delle guerre in Iraq ed in Afghanistan, il che rappresenta quasi la metà delle spese militari mondiali (esattamente il 45%).
Se si fa il paragone con le guerre precedenti, ci si rende conto del costo esorbitante delle spese attuali: la Prima Guerra mondiale è costata 190,6 miliardi di dollari all'economia americana, la Seconda 2.896,3 miliardi di dollari, la prima guerra del Golfo nel 1991 ha assorbito 76,1 miliardi di dollari in soli alcuni mesi (da "Problemi economici" del 1 settembre 2004").
Ma gli altri Stati non sono da meno. Dalla fine degli anni ‘90 l'insieme dei budget militari è in rialzo a scala mondiale. Si può citare a titolo indicativo il caso della Francia dove nonostante il budget dell'esercito francese sia aumentato in modo significativo in questi anni, il governo ha deciso la concessione di "550 milioni di euro supplementari per finanziare l'impegno militare in corso in Costa d'Avorio e 100 milioni in più per altre operazioni esterne. Queste spese saranno fatte sulle spalle dei ministeri civili" (Les Echos, 10 novembre).
Contrariamente a ciò che racconta la borghesia, quello che viene speso nella sfera militare non è destinato alla riproduzione di capitale produttivo ma corrisponde alla distruzione pura e semplice di capitale investito. Questo significa che lo sviluppo del militarismo e l'aumento delle spese che ne consegue è un peso supplementare che accentua il marasma economico.
Dietro le cifre della sedicente crescita capitalista per il 2004, si nasconde in realtà una nuova drammatica tappa dell'aggravamento della crisi che mostra il fallimento del modo di produzione capitalista.
Donald (12 dicembre)
Sempre più spesso capita di sentire militanti o simpatizzanti del centrosinistra esprimere meraviglia e sconcerto per le continue polemiche che dividono i vari esponenti dei partiti dell'opposizione di centrosinistra; e non tanto le due ali estreme della coalizione, come Bertinotti e Di Pietro, che anzi in linea di massima si ignorano, quanto i due partiti principali della coalizione, DS e Margherita, o addirittura - il che é ancora più incomprensibile - all'interno della stessa Margherita, in cui non passa giorno senza che Rutelli tiri qualche frecciata a Prodi o che gli crei problemi con qualche dichiarazione che provoca reazioni negli alleati, (come la recente uscita sulla necessità di superare la socialdemocrazia). Ed effettivamente la maggior parte di queste polemiche sono incomprensibili, perché non sono legate a grandi questioni di principio o a scelte concrete, ma sembrano solo azioni masochistiche o che esprimono ambizioni personali (e tali sono sicuramente quelle di Rutelli, che non nasconde la voglia di contendere il posto a Prodi e che per questo ci tiene a comparire tutti i giorni sui giornali con le sue dichiarazioni). Ma anche cosi' restano incomprensibili, perché dovrebbe essere chiaro anche a Rutelli che solo Prodi, oltre a rappresentare un buon punto di equilibrio all'interno della coalizione, ha il carisma e l'esperienza per poter battere Berlusconi, per cui indebolire Prodi significa solo rischiare di perdere le prossime elezioni. Percio' il popolo della sinistra si dice: ma come, il governo Berlusconi é cosi' debole che basterebbe un soffio per buttarlo giù, e questi si mettono a litigare con il risultato che Berlusconi resta li' nonostante tutto? Ed effettivamente il governo Berlusconi non sembra godere di grande solidità, viste le insoddisfazioni di tanta parte degli altri poteri economici e statali (Presidente della Repubblica, magistratura, Confindustria), e le divisioni interne alla coalizione che, pure qui, portano a continui e clamorosi litigi sui più diversi argomenti. Anzi, nel caso della coalizione di centrodestra le divisioni sono ancora più marcate: basti pensare alla innaturale coabitazione tra una forza federalista, e tendenzialmente secessionista, come le Lega e una ultranazionalista e centralista come Alleanza Nazionale. Ed infatti le divisioni vengono superate solo grazie all'abilità di Berlusconi che riesce a trovare dei contentini per ognuna delle forze della coalizione.
Queste divisioni dunque sono un fatto non limitato al centrosinistra e caratterizzano, da un po' di tempo a questa parte, la vita della borghesia italiana nel suo insieme. Non stiamo parlando, insomma, della classica divisione tra due schieramenti opposti portatori di diverse concezioni della gestione della cosa pubblica, con ipotesi di scelte economiche o ancora di schieramento imperialista diversi, ma di divisioni interni alle stesse coalizioni le cui motivazioni sono spesso di piccoli interessi di bottega, di mera visibilità di questo o quel leader, ecc. Certamente non c'é nessun confronto-scontro fra due grandi progetti di gestione e crescita della società. E' quanto lamentano i vari girotondini tra le fila dei simpatizzanti di centrosinistra, ma anche i seguaci più appassionati del centrodestra, quelli a cui non basta la soddisfazione della gestione del potere (vedi ad esempio i simpatizzanti della cosiddetta destra sociale).
Ma se nessuna frazione della borghesia ha un progetto da proporre alla società perché é il sistema che esse rappresentano e difendono che non ha più niente da offrire alle popolazioni, e non solo in Italia, ma nel mondo intero. Alle scorse elezioni politiche Berlusconi ha provato a far credere di avere un progetto (e su questa base é riuscito a vincere le elezioni), ma dopo tre anni si é visto quanto erano promesse senza fondamento, in particolare oggi con il trucco della riduzione delle tasse, che in realtà riguarda pochi cittadini ed é ampiamente riassorbito da tutti gli aumenti o riduzioni di prestazioni con cui questa riduzione delle tasse é stata finanziata.
Oggi é proprio l'incapacità del capitalismo, nella sua fase di decadenza (1), a fare funzionare la sua economia, a soddisfare anche i minimi bisogni immediati dell'umanità, che gli impedisce di presentare una qualche prospettiva, una speranza ed un programma per il futuro. La crisi storica del capitalismo porta invece a due sole possibilità: o la guerra imperialista generalizzata per una nuova divisione del mondo fra le potenze imperialiste, o la rivoluzione proletaria per porre fine alle miserie e alle sofferenze imposte dal capitalismo decadente. Ma quello che si é sviluppato da almeno tre decenni a questa parte é che nessuna delle due principali classi della società riesce ad imporre la sua soluzione ai problemi posti dalla situazione storica, per cui si é verificata una situazione di stallo storico che comporta una decomposizione della società (2). Questa situazione di stallo infatti non significa che la società puo' andare avanti sempre alla stessa maniera, come se niente fosse. Invece l'impossibilità di dare una risposta ai problemi materiali della società comporta un degrado della situazione complessiva, economica e sociale, che fa degenerare ogni aspetto della vita sociale, non più cementata dall'esistenza di una prospettiva credibile e visibile. Questo processo di decomposizione, di sfaldamento investe, a vari livelli, anche la classe dominante facendo prevalere al suo interno gli interessi particolari, di frazione, delle varie componenti politiche anche a scapito, in una certa misura, degli interessi più generali dell'economia nazionale.
Sarebbe pero' un errore pensare che queste divisioni interborghesi rendano più facile al proletariato intraprendere la strada della sua lotta. Se c'é qualcosa di fronte alla quale la borghesia non perde mai la sua unità di intenti é il pericolo proletario, e non é una caso se anche in Italia la borghesia, nonostante tutte le sue divisioni interne, riesce ad esprimere un governo che dura tutta la legislatura. I proletari non possono farsi alcuna illusione: i vari Berlusconi, Bossi, Rutelli, Prodi e lo stesso Bertinotti (nonostante la sua veste 'comunista') possono litigare tra loro quanto vogliono, ma di fronte alla necessità di mantenere l'economia nazionale a galla e continuare ad avere un posto tra gli altri Stati imperialisti, sono tutti pronti a colpire ancora di più i lavoratori. Lo hanno dimostrato più volte e non mancheranno di farlo ancora. I proletari possono contare solo sulla propria unità perdendo ogni illusione che una di queste frazioni della borghesia sia meno peggio dell'altra, di destra o di sinistra che sia.
Helios
1. vedi in questo stesso numero l'articolo "Il concetto marxista di decadenza del capitalismo"
2. Per una descrizione più completa del fenomeno della decomposizione, vedere l'articolo sulla Rivista Internazionale n. 14
L'anno 2004 si è concluso con un'immensa tragedia umana in Asia del sud. Un sisma di una violenza eccezionale ha provocato un maremoto nell'oceano indiano che ha devastato non meno di dodici paesi rivieraschi. In alcune ore, alcuni tsunami hanno provocato più di 160.000 morti, decine di migliaia di dispersi, centinaia di migliaia di feriti, cinque milioni di sfollati. Questo spaventoso bilancio è purtroppo provvisorio perché numerose zone, in particolare dell'Indonesia, della Tailandia o dello Sri Lanka, non sono accessibili poiché l'insieme della rete stradale è stato distrutto.
In queste regioni costiere, villaggi interi sono stati spazzati via, centinaia di pescherecci fracassati ed acque salmastre hanno devastato le culture, lasciando più di cinque milioni di persone senza riparo, senza cibo né acqua potabile, e ciò non può che provocare nuove vittime. Le organizzazioni umanitarie temono ondate di epidemie mortali con decine di migliaia di morti. Ancora una volta, sono gli strati più poveri della popolazione, ed in particolare i proletari che lavorano nell'industria del turismo, ad essere le principali vittime di questa tragedia.
Il solo responsabile della catastrofe umana è il capitalismo
Come di fronte ad ogni catastrofe di questo genere, si invoca l'impotenza degli uomini di fronte a "madre natura", la sfortuna, la fatalità, o ancora la povertà dei paesi sinistrati che non possono acquistare la tecnologia per essere avvertiti su tali cataclismi. Fesserie e menzogne!
Come e perché un fenomeno naturale e molto conosciuto come lo tsunami ha potuto in alcune ore trasformarsi in una catastrofe sociale di una tale ampiezza?
Evidentemente non si può accusare il capitalismo di essere all'origine del sisma che ha provocato questo gigantesco maremoto. Tuttavia possiamo mettere al suo attivo la totale incuria e l'irresponsabilità dei governi di questa regione del mondo e dei loro omologhi occidentali, che hanno condotto a questa immensa catastrofe umana.
Tutti sapevano, infatti, che questa regione del globo è particolarmente esposta alle scosse sismiche.
"Pertanto, gli esperti locali sapevano che un dramma si preparava. A dicembre, in margine di una riunione di fisici a Giacarta, dei sismologhi indonesiani avevano evocato l'argomento con un esperto francese. Essi erano perfettamente coscienti del pericolo di tsunami perché ci sono continuamente dei sismi nella regione" (Libération, 31/12/04).
Non solo gli esperti sono informati, ma in più l'ex-direttore del Centro internazionale di informazione sugli tsunami a Hawaii, George Pararas-Carayannis, indica che un sisma maggiore si è prodotto anche 2 giorni prima della catastrofe del 26 dicembre. "L'oceano indiano dispone di infrastrutture di base per le misure sismiche e le comunicazioni. E nessuno avrebbe dovuto sorprendersi, poiché un sisma di magnitudine 8,1 si era prodotto il 24 dicembre. Questo avrebbe dovuto mettere in allerta le autorità. Ma manca innanzitutto la volontà politica dei paesi coinvolti, ed un coordinamento internazionale a livello di quello che si è costruito nel Pacifico" (Libération, 28/12/04).
Nessuno avrebbe dovuto sorprendersi e tuttavia il peggio è arrivato. Ma l'incuria delle classi dirigenti non si ferma qui!
Quando il centro meteorologico americano delle Hawaii ha annunciato prontamente a 26 paesi, quindici minuti dopo il sisma, la possibilità di tsunami vicino all'epicentro, l'agenzia meteorologica del Giappone non ha passato l’informazione ai suoi vicini, poiché il bollettino meteorologico era rassicurante per il Giappone.
In India, il Q.G. dell'aeronautica militare ha ricevuto la notizia, ma questa deve seguire un percorso molto gerarchico e burocratico. Il fax di allerta si è perso per strada perché il dipartimento meteorologico non aveva il nuovo numero di fax del ministero della ricerca: questo era stato cambiato col nuovo governo dal mese di maggio 2004! "Stesso scenario in Tailandia dove il dipartimento di meteorologia non ha osato lanciare l’allerta nazionale per timore di provocare un inutile panico generale. Sapeva tuttavia che un terremoto di grande ampiezza si era prodotto fin dalle ore 8,10 e cioè molto prima che lo tsunami colpisse le rive di Phuket" (Libération, 31/12).
La semplice prudenza (senza contare il principio di precauzione), esigeva la messa in allerta delle popolazioni. Anche senza i mezzi tecnici di cui sono dotati gli Stati Uniti ed il Giappone, c'erano sufficienti informazioni disponibili sulla catastrofe in preparazione, per agire ed evitare questa carneficina.
Questa non è negligenza, è una politica criminale che rivela il profondo disprezzo della classe dominante per le popolazioni ed il proletariato che sono le principali vittime della politica borghese dei governi locali!
In effetti, oggi è riconosciuto chiaramente, in modo ufficiale, che l'allerta non è stata lanciata per timore di … danneggiare il settore turistico! In altre parole, è per difendere dei sordidi interessi economici e finanziari che decine di migliaia di esseri umani sono stati sacrificati.
Questa irresponsabilità dei governi è una nuova dimostrazione dello stile di vita di questa classe di squali che gestisce la vita e l'attività produttiva della società. Gli Stati borghesi sono pronti a sacrificare altrettante vite umane, se ciò è necessario, per preservare lo sfruttamento ed i profitti capitalisti.
Sono sempre gli interessi capitalisti che dettano la politica della classe dominante, e nel capitalismo la prevenzione non è un'attività redditizia, come lo riconoscono oggi tutti i media: "Dei paesi della regione avrebbero fino a quel momento fatto orecchio da mercante rispetto al mettere in piedi un sistema di allerta a causa degli enormi costi finanziari. Secondo gli esperti, un dispositivo di allerta costerebbe decine di milioni di dollari, ma permetterebbe di salvare decine di migliaia di vite umane" (Les Échos, 30/12).
Quando si vedono, attraverso interminabili reportage televisivi, queste decine di migliaia di morti, di famiglie decimate, di bambini orfani, non possiamo che provare un profondo disgusto nel sentire i responsabili di questi massacri annunciare, con un cinismo abietto, che adesso faranno di tutto per dotare il continente asiatico di un sistema di localizzazione di sismi e di tsunami, come negli Stati Uniti ed in Giappone.
Il dramma umano che si è appena svolto in Asia del sud è una nuova manifestazione della barbarie spaventosa di un sistema che conduce l'umanità alla sua scomparsa. Perché il vero responsabile delle catastrofi a ripetizione è proprio questo sistema decadente. L'anno scorso è stato un terremoto in Iran a fare decine di migliaia di morti, e giusto prima di questo in Turchia, in Armenia, ecc. Si ammassano popolazioni su zone sismiche, in costruzioni precarie, mentre esiste la tecnologia per evitare che i fenomeni naturali possano provocare tali catastrofi sociali.
Se lo tsunami nell'oceano indiano ha fatto anche altrettante vittime tra i vacanzieri, è perché il capitalismo ha sviluppato dei complessi turistici in modo totalmente anarchici distruggendo in particolare le mangrovie che servono da protezione naturale perchè capaci di attenuare la forza delle onde ed i proiettili trasportati dal maremoto.
È la stessa realtà aberrante che si ritrova nei paesi industrializzati, dove si costruiscono abitazioni in zone potenzialmente inondabili e pericolose per la vita della popolazione.
Più che mai il capitalismo, che si basa sulla ricerca sfrenata del profitto e della redditività e non sulla soddisfazione dei bisogni umani, può generare solamente delle nuove catastrofi. Mentre il fiorire del capitalismo aveva permesso lo viluppo di un formidabile potenziale tecnologico ed industriale e la tendenza ad una certa padronanza sulla natura, questo sistema, nella sua fase decadente, non è più capace di far avanzare l'umanità, di farla progredire. È al contrario la natura che sembra "riprendersi i suoi diritti", nello stesso momento in cui lo sviluppo della tecnologia potrebbe permettere all'umanità di vivere in armonia con essa.
Il capitalismo è oggi un sistema sociale in decomposizione. È diventato un ostacolo ed una minaccia per la sopravvivenza della specie umana. Alle spiegazioni parziali ma soprattutto immonde e ciniche della classe dominante, i rivoluzionari devono opporre l'analisi del marxismo.
"A mano a mano che il capitalismo si sviluppa per poi marcire, prostituisce sempre più questa tecnica, che potrebbe essere liberatrice, ai suoi bisogni di sfruttamento, di dominio, e di saccheggio imperialista, al punto di arrivare a trasmetterle la sua propria putrefazione ed a ritorcerla contro la specie (…) E’ in tutti i campi della vita quotidiana delle fasi 'pacifiche', che vuole consentirci, tra massacri imperialistici o operazioni di repressione, che il capitale, sottoposto incessantemente alla ricerca di un migliore tasso di profitto, ammucchia, avvelena, asfissia, mutila, massacra gli individui umani tramite la tecnica prostituita (...) Il capitalismo non è più innocente delle catastrofi dette 'naturali'. Senza ignorare l'esistenza di forze della natura che sfuggono all'azione umana, il marxismo mostra che proprio delle catastrofi sono state provocate indirettamente o aggravate dalle cause sociali (...) La civiltà borghese non solo può provocare direttamente queste catastrofi per la sua sete di profitto e per l'influenza predominante della macchina amministrativa sull'affarismo (...), ma essa si rivela anche incapace di organizzare una protezione efficace nella misura in cui la prevenzione non è un'attività redditizia". (A. Bordiga, "Specie umana e crosta terrestre")
L'ipocrisia ed il cinismo della borghesia mondiale
Di fronte alla gravità della catastrofe ci sono voluti parecchi giorni alla borghesia internazionale per mobilitarsi e mandare dei soccorsi nei paesi colpiti dalla catastrofe. E questi devono ancora essere messi nelle condizioni di operare sul campo: ad esempio, un ospedale mobile inviato dalla Francia in Indonesia aspetta da più di due settimane l'arrivo degli elicotteri per trasportarvi il materiale e le squadre mediche.
Quando si tratta di difendere i loro interessi imperialisti, nelle pretese guerre "umanitarie", questi Stati hanno sempre dato prova di un'estrema rapidità nel mandare truppe, materiale e congegni tra i più sofisticati per bombardare le popolazioni e seminare la morte ai quattro angoli del pianeta. Allo stesso modo, tutti questi gangster capitalisti non hanno mai esitato ad investire delle somme formidabili nella produzione di armamenti e per distruggere interi paesi.
In quanto all'aiuto finanziario promesso in un primo tempo dai governi di tutti i paesi, e particolarmente dai più sviluppati, questo era talmente irrisorio che il segretario aggiunto dell'ONU, Jan Egeland, ha accusato di taccagneria la "comunità internazionale".
Di fronte all'ampiezza del disastro, i differenti Stati capitalisti si sono inoltre comportati da veri avvoltoi, ognuno di loro ha fatto lievitare le offerte solo per apparire come il più "generoso" di fronte ai rivali.
Gli Stati Uniti hanno proposto 350 milioni di dollari al posto dei 35 annunciati inizialmente (mentre spendono 1 miliardo di dollari a settimana per la guerra in Iraq e 1 miliardo al mese per quella in Afghanistan!), il Giappone 500 milioni, l'Unione Europea 436 milioni. La Francia ha anche creduto per un momento, con i suoi 50 milioni, di porsi alla testa dei paesi donatori (mentre i suoi interventi militari le costano un miliardo di euro all’anno); poi è stata la volta dell'Australia, dell'Inghilterra, della Germania, e così via.
Ogni volta, come in una vendite all’asta, questo o quello Stato ha proposto un'offerta di denaro superiore a quella del vicino.
Questo rilancio verbale è tanto più nauseante in quanto è nei fatti una pura mascherata, le promesse di donazioni sono spesso poco seguite dai fatti. Possiamo ricordare che questa "comunità internazionale" di briganti capitalisti aveva promesso 115 milioni di dollari in seguito al sisma che aveva scosso l'Iran nel dicembre 2003 e Tehran non ha ricevuto fino ad oggi che 17 milioni di dollari. Lo stesso è avvenuto con la Liberia: 1 miliardo di dollari promesso e 70 milioni raccolti.
Gli esempi non mancano, senza contare tutti quei conflitti che cadono nell'oblio e l'orrore e per i quali non c'è nemmeno stata una promessa, come il Darfour o il Congo, con drammi umani dell'ampiezza dello tsunami asiatico.
In quanto alla proposta di moratoria di rimborso dei debiti dei paesi toccati dalla catastrofe, questa è una bolla d’aria che si sgonfierà velocemente, perché si tratta semplicemente di un rinvio delle scadenze degli interessi del debito e non di una loro cancellazione. Del resto, i cinque paesi più indebitati tra quelli che sono stati colpiti dal maremoto dovranno rimborsare 32 miliardi di dollari l'anno prossimo, dieci volte più di ciò che si suppone ricevere a titolo di "aiuto umanitario" (che è probabilmente gonfiato rispetto a ciò che riceveranno realmente). Evidentemente questi paesi non hanno il privilegio di essere occupati dall'esercito americano come l'Iraq: avrebbero potuto allora beneficiare di un annullamento puro e semplice del loro debito.
La borghesia non solo ci racconta delle sfacciate fesserie a proposito della sua sedicente "generosità", ma in più, ci nasconde i veri obiettivi di questo slancio "umanitario."
L'aiuto "umanitario" dei governi non è in realtà nient’altro che un pretesto per mascherare i propri appetiti imperialisti
Dietro la cortina di fumo ideologica della propaganda umanitaria, è sorprendente vedere la sollecitudine di ogni Stato nel mandare i suoi rappresentanti sui luoghi della catastrofe prima degli altri, in modo concorrenziale, mentre un tale disastro avrebbe necessitato di un coordinamento internazionale dei soccorsi. In effetti, ogni borghesia nazionale difende i propri interessi di potenza capitalista ed imperialista in una regione che rappresenta un posto strategico e militare.
Le profonde divergenze di interessi tra i differenti Stati imperialisti che si erano manifestate a proposito dell'Afghanistan o dell'Iraq, le vediamo riapparire qui. La Francia manda il suo ministro degli Affari esteri con un aereo pieno di medicinali e Chirac, col sostegno della Germania, propone di creare una forza umanitaria di reazione veloce, forza che sarebbe sotto il controllo degli Stati europei, ma al servizio dell'ONU.
La replica americana non si è fatta aspettare: gli Stati Uniti non solo mandano navi, aerei e truppe militari nell'oceano indiano, ma annunciano anche la creazione di una coalizione internazionale umanitaria, con l'Australia, il Giappone e l'India, per "coordinare i soccorsi".
Come per la guerra in Iraq, la politica americana mira a mostrare alle altre potenze che gli Stati Uniti sono i padroni e che, in queste circostanze, intendono ancora di più difendere la loro leadership. Il segretario di Stato, Colin Powell, ed il fratello del presidente Bush vengono inviati sul posto per esaltare "i valori americani in azione". Colin Powell, che è stato comandante in capo degli eserciti americani all'epoca della prima guerra del Golfo e che in particolare ha ordinato di seppellire, ancora vivi, i soldati delle prime linee irachene, ha avuto anche la sfrontatezza di versare lacrime di coccodrillo durante un sorvolo in elicottero della regione di Banda Aceh, dichiarando: "Sono stato in guerra, ho visto uragani e tornado ed altre operazioni di soccorso. Ma non ho mai visto niente di simile" (Libération, 6/01/04).
Tutti questi dissensi tra le grandi potenze dove ogni Stato cerca di tirare la coperta dalla propria parte, la dicono lunga sulla preoccupazione "umanitaria" di questi avvoltoi capitalisti. Come sottolinea un responsabile americano: "è una tragedia, ma anche un'opportunità da prendere al volo. Un aiuto veloce e generoso degli Stati Uniti potrebbe aiutare a migliorare le relazioni con i paesi asiatici".
Tenuto conto dell'importanza strategica dell'Indonesia nell'oceano indiano, è evidente che gli Stati Uniti cercano di approfittare della catastrofe per potersi impiantare militarmente (cosa che i militari indonesiani rifiutarono a Washington, rimproverando la loro ingerenza negli affari indonesiani quando, nel 1999, gli Stati Uniti sospesero l’aiuto militare a Giacarta a causa dei soprusi commessi dall'esercito indonesiano nel Timor orientale). Peraltro, il loro "aiuto umanitario" allo Sri Lanka ha preso la forma di uno "sbarco" di carri anfibi evidentemente "pacifici" (e non armati a dire di un ufficiale) che hanno la missione di "non distruggere" ma "soccorrere la popolazione".
Da parte loro, gli stessi Stati europei sperano di essere diplomaticamente e militarmente presenti in questa regione. In quanto alla Cina, questa cerca di fare valere le sue ambizioni di gendarme del continente asiatico e si scontra con l'opposizione del Giappone. E se lo Stato indiano ha rifiutato ogni aiuto straniero, a costo di lasciare crepare come i topi una parte dei sinistrati, è perché vuole affermarsi come potenza regionale con cui bisognerà fare i conti.
Ecco cosa nasconde il frastuono sull'aiuto "umanitario" della borghesia mondiale: la difesa dei suoi sordidi interessi imperialisti! L'ignominia e l'ipocrisia senza limite della classe borghese che dirige il mondo fanno vomitare!
Ancora una volta, è il capitalismo che rappresenta una catastrofe per l'umanità, con la sua legge del profitto e la sua classe dominante perfettamente capace di contabilizzare i morti e al tempo stesso scatenare sempre più barbarie. Mentre lascia che onde giganti sommergano le popolazioni, inasprisce il caos in Afghanistan, moltiplica gli attentati terroristici e le rappresaglie che insanguinano l'Iraq e la Palestina, lascia che si sviluppino la carestia nel Darfour ed i massacri in Congo.
Questa spirale sanguinosa indica che il capitalismo non può offrire all'umanità che la sua distruzione attraverso catastrofi sempre più omicide, guerre sempre più barbare, la miseria, la carestia, le epidemie. È verso una distruzione del pianeta pezzo per pezzo che ci porta questo sistema che marcisce.
Quale solidarietà con le popolazioni vittime della catastrofe?
Di fronte ad una tale tragedia umana e sociale, i rivoluzionari e l'insieme del proletariato mondiale devono proclamare, con forza e determinazione, la loro solidarietà di classe verso le vittime.
Essi non possono che salutare lo slancio di solidarietà umana che si è manifestato immediatamente a livello planetario. Senza aspettare i soccorsi, i superstiti si sono aiutati reciprocamente, le popolazioni asiatiche nei confronti dei turisti, ed i turisti nei confronti delle popolazioni locali. Spontaneamente milioni di persone, ed in particolare proletari in tutti i paesi, hanno proposto di offrire cibo, vestiti, donazioni finanziarie.
Ma questa solidarietà naturale, che è alla base della stessa esistenza sociale e della preservazione della specie umana, è stata recuperata immediatamente dalla classe dominante e dalle sue ONG.
Il rullo compressore dell'informazione ossessiva e delle immagini shock ha la funzione di impedire la riflessione sulle cause di questa catastrofe sociale.
Attraverso i suoi media ed i suoi specialisti dell'aiuto umanitario la borghesia ci dice che, poiché siamo "impotenti" davanti a tali avvenimenti, la sola cosa che possiamo fare è versare delle donazioni a questa o quella ONG, e ci si assicura che questo denaro andrà proprio alle popolazioni sinistrate.
Queste organizzazioni "non governative" hanno dato prova, ancora una volta di essere al servizio dei governi. Per convincersene basta vedere la confusione sul luogo stesso del dramma: ogni televisione nazionale ha fatto la promozione di questa o quella ONG che, in funzione del suo paese di origine, è incaricata di difendere gli interessi concorrenti di questo o quel governo, a scapito e contro le altre ONG. Così, la solidarietà nella bocca della borghesia si trasforma in sciovinismo.
L'indignazione della classe operaia di fronte a questo dramma, la sua solidarietà spontanea con le vittime è stata manipolata ed è stata deviata dalla classe dominante in un'ignobile campagna di intossicazione "umanitaria". Grazie alle sue ONG, la borghesia si è impossessata di questo slancio reale di generosità per deviarlo sul ristretto terreno della carità. Attraverso le richieste di sostegno finanziario per venire in aiuto alle popolazioni sinistrate, gli Stati borghesi hanno organizzato una vera operazione di racket, distillando in seno alla popolazione mondiale, ed in particolare alla classe operaia, il sentimento di "mettersi la coscienza a posto" portando un contributo all'aiuto "umanitario" dei governi.
Questa campagna, alimentata dalle quotidiane trasmissioni televisive, è un vero martellamento ideologico che mira a confondere le coscienze, ad impedire ai proletari di riflettere sulle cause reali della catastrofe.
Impedendo ai proletari di comprendere che è il capitalismo ad essere il solo responsabile, si mira a snaturare la loro solidarietà di classe ed a deviarla in una strada senza uscita.
La solidarietà della classe operaia non può limitarsi, come vogliono fare credere la borghesia e le sue ONG, ad una semplice azione caritatevole. Perché, da una parte, le donazioni finanziarie possono essere solo una goccia d’acqua nell'oceano tenuto conto dell'ampiezza del disastro. D’altra parte, le somme raccolte non possono permettere di alleviare lo sconforto e la disperazione di tutti questi uomini, queste donne e questi bambini che hanno perso i loro parenti, i cui i corpi non saranno mai ritrovati o sono stati ammucchiati nell'emergenza nelle fosse comuni, senza sepoltura.
Il denaro non può riparare l'irreparabile: non è mai stato un rimedio alla sofferenza morale!
Infine, questi gesti di solidarietà finanziaria non possono risolvere il problema alla radice: non possono impedire la ripetizione di nuove catastrofi in altre regioni del mondo.
È per ciò che la solidarietà di classe del proletariato non può essere quella dei preti del "Soccorso Cattolico" ed altre ONG.
La solidarietà dei proletari non ha come obiettivo “mettere a posto la propria coscienza" o salvarsi l’anima cedendo al sentimento di colpevolezza che cerca di istillare la classe dominante.
Questa solidarietà può svilupparsi solo a partire dalla denuncia del solo colpevole di questo cataclisma: la classe borghese che dirige il sistema capitalista!
I proletari del mondo intero devono comprendere che, conducendo la lotta contro la borghesia, rovesciando il suo sistema omicida, sono i soli a poter rendere un reale omaggio ai morti, a tutte queste vite umane sacrificate sull'altare del capitalismo, in nome della legge del profitto e della redditività.
Devono sviluppare le loro lotte e la loro propria solidarietà di classe contro tutti gli Stati, tutti i governi che non solo li sfruttano ed attaccano le loro condizioni di vita, ma hanno anche la sfrontatezza di chieder loro di "mettere mano alla tasca" per riparare i danni provocati dal capitalismo.
È solo attraverso la lotta quotidiana contro questo sistema, fino al suo capovolgimento, che la classe operaia può manifestare la sua vera solidarietà verso i proletari e le popolazioni dei paesi devastati dallo tsunami.
Se questa solidarietà non può avere, evidentemente, degli effetti immediati, essa non è un fuoco di paglia, contrariamente a quello che ci viene raccontato dalla borghesia e dalle ONG.
Tra alcuni mesi, per la classe dominante ed le sue organizzazioni caritatevoli, questa catastrofe sarà sotterrata nel dimenticatoio della storia.
La classe operaia non può dimenticarla, come non può dimenticare i massacri della guerra del Golfo e di tutte le altre guerre e catastrofi cosiddette "naturali".
Per gli operai del mondo intero, questa tragedia non deve essere mai un "affare archiviato". Deve restare incisa nella loro memoria e servire da stimolo per rafforzare la loro determinazione a sviluppare la lotta e l’unità di classe contro la barbarie del capitalismo.
La classe operaia è la sola forza della società attuale che possa effettuare un vero dono a tutte le vittime della classe borghese, rovesciando il capitalismo e costruendo una nuova società, basata non sul profitto ma sulla soddisfazione dei bisogni umani. È l'unica classe che possa, attraverso la sua prospettiva rivoluzionaria, offrire un avvenire alla specie umana.
È per questo che la solidarietà del proletariato deve andare bene al di là della semplice solidarietà emotiva. Non deve essere fondata su dei sentimenti di impotenza o di colpevolezza ma, innanzitutto, sulla sua coscienza.
Solo lo sviluppo della sua solidarietà di classe, una solidarietà basata sulla coscienza del fallimento del capitalismo, sarà in grado di creare le basi per una società nella quale i crimini che la borghesia ci presenta come catastrofi "naturali" non potranno mai più essere commessi, dove sarà possibile superare ed abolire definitivamente questa barbarie abominevole.
"Il capitalismo agonizzante vuole abituarci all'orrore, a considerare come 'normale' la barbarie di cui è responsabile. I proletari devono reagire manifestando la loro indignazione davanti a questo cinismo e la loro solidarietà con le vittime di questi conflitti senza fine, dei massacri perpetrati da tutte le bande capitaliste (alle quali si aggiungono le vittime delle catastrofi 'naturali'). Il disgusto ed il rigetto di ciò che il capitalismo nella sua decomposizione fa vivere alla società, la solidarietà tra membri di una classe che hanno interessi comuni, sono dei fattori essenziali della presa di coscienza che un'altra prospettiva è possibile e che una classe operaia unita ha la forza di imporla". (Revue internationale n°119).
Gli operai del mondo intero non possono manifestare la loro solidarietà verso le vittime della catastrofe se non facendo vivere, attraverso le loro lotte contro lo sfruttamento, la miseria e la barbarie capitalista, queste parole d’ordine:
"Abbasso tutti i governi! Abbasso il capitalismo!"
"Proletari di tutti i paesi, unitevi!"
DM
8 gennaio 2005
Il 5 novembre scorso grazie al sostegno dei militanti del NCI d’Argentina, la CCI ha tenuto una riunione pubblica a Florencio Valera, periferia di Buenos Aires. Il tema era sull’evoluzione della lotta di classe a livello mondiale. Come alla precedente riunione pubblica di agosto, l’introduzione è stata volutamente breve per permettere alla discussione di svilupparsi il più possibile.
L’introduzione ha innanzitutto messo in evidenza non solo gli attacchi feroci che subisce la classe operaia alle proprie condizioni di vita dappertutto nel mondo, compreso nei paesi più sviluppati, ma anche lo sviluppo della guerra e della sua barbarie. Ha difeso il fatto che questi differenti aspetti della situazione internazionale sono direttamente il prodotto del capitalismo nella sua fase di decadenza e, oggi, di decomposizione. Di fronte a questa situazione la classe operaia riprende oggi la via della lotta, anche se ancora con molte difficoltà. Essa riprende la lotta dopo un lungo periodo di riflusso apertosi con il crollo del blocco dell’Est, riflusso dovuto all’uso fatto dalla borghesia del fallimento dello stalinismo assimilandolo in maniera mistificatoria al marxismo ed al comunismo. Questa ripresa della combattività operaia è un’illustrazione del fatto che gli effetti di queste campagne stanno sfumando. La ripresa delle lotte operaie si vede concretamente attraverso le lotte della primavera 2003 in Francia ed in Austria contro la “riforma” delle pensioni, la mobilitazione degli autoferrotranvieri italiani, dei postini e dei pompieri inglesi nell’inverno 2003, poi degli operai della Fiat a Melfi nel sud Italia, le lotte in Germania degli operai della Simens, Porche, Bosch, Alcatel e anche della Merceds-Daimler-Chrysler; le lotte degli operai dei cantieri navali in Spagna (Ferrol in Galizia, Puerto Real e San Fernando vicino Cadix e Sestao presso Bilbao). Questa ripresa internazionale della combattività operaia si è manifestata ancora attraverso grandi manifestazioni come quella di 45.000 persone a Berlino il 2 ottobre e, nello stesso giorno ad Amsterdam, quella dei 200.000 manifestanti contro i progetti del governo. Il 14 ottobre scorso 9.400 operai dell’Opel a Bochum in Germania si sono messi in sciopero contro l’annuncio di un piano di licenziamenti. La presentazione ha messo in evidenza che il bisogno di solidarietà ha costituito una caratteristica molto importante di questi movimenti: abbiamo visto, in particolare nella lotta alla Daimler Benz, l’inizio di una solidarietà tra operai di due diverse fabbriche mentre la borghesia aveva tentato di mettere gli operai gli uni contro gli altri. All’interno di questo sforzo della classe operai per sviluppare le sue lotte, bisogna segnalare l’emergere di una riflessione politica sulla base di una crescente perdita di illusioni sul futuro che ci riserva il capitalismo. Questi movimenti hanno dimostrato che a poco a poco si sviluppa la coscienza che sono tutti i settori della classe operaia ad essere attaccati, in tutti i paesi, così come la ricerca, anche se ancora molto confusa, della prospettiva di un’altra società. Si sviluppa dunque di nuovo all’interno della classe operaia, la coscienza di appartenere ad una classe attaccata, e questa presa di coscienza è la base della ricerca della solidarietà indispensabile alla lotta di classe.
Solo la classe operaia può mettere in causa lo Stato capitalista
I partecipanti alla riunione, i membri del NCI ed anche altri elementi, hanno apprezzato le informazioni sulle lotte in Europa date dalla presentazione. Questa ha permesso loro di meglio comprendere che le lotte che si sviluppano anche in Argentina (è stato fatto l’esempio di una lotta in una cooperativa di carni, ma ce ne sono altre) assumono tutto il loro significato solo all’interno di questa dinamica internazionale. I compagni hanno messo in evidenza che ci sono molte lotte nel mondo ma i media non ne danno alcuna informazione. Uno dei partecipanti ha detto che dalla metà degli anni ’90 si è visto in Argentina lo sviluppo di lotte “popolari” contro attacchi molto duri e che le recenti lotte in Argentina erano arrivate a mettere in questione lo Stato. I compagni del NCI si sono detti in disaccordo con questa visione. Anche la CCI è intervenuta per sottolineare che solo la classe operaia può mettere in questione lo Stato con una lotta massiccia, unita e cosciente della posta in gioco storica nella situazione. Ha sottolineato il pericolo delle lotte inter-classiste nelle quali la classe operaia si trova diluita negli altri strati della popolazione perdendo, dunque, la sua forza in quanto classe. La sola prospettiva per sviluppare un rapporto di forza contro la borghesia ed il suo Stato, è sviluppare la lotta sul proprio terreno, una lotta autonoma ed unita della classe operaia. Nel 2001 abbiamo visto delle rivolte inter-classiste nelle quali il proletariato era annegato in altri strati sociali. Queste rivolte non hanno affatto scosso lo Stato.
Il partecipante che aveva esposto questa idea è stato molto attento alle argomentazioni date e con molta sincerità ha manifestato la volontà di comprendere come la classe operaia può sviluppare un rapporto di forza a suo favore rispetto allo Stato.
Come sviluppare l’unità della classe operaia?
Un altro aspetto importante della discussione è stato sulla questione: come lottare contro la dispersione delle lotte, come sviluppare l’unità nella classe operaia? Su questa questione tutti i partecipanti hanno espresso il loro accordo sul fatto che i principali nemici di questa unità sono i sindacati. La CCI ha portato l’esempio della Polonia del 1980 per mostrare che questa lotta aveva potuto svilupparsi a livello dell’intero paese perchè i sindacati ufficiali erano chiaramente visti, dagli operai, come i rappresentati dello Stato. E’ stato necessario che i sindacati dei paesi dell’Europa occidentale, che riescono con maggior abilità a mascherare la loro natura anti operaia, venissero in soccorso dello Stato polacco per rompere la dinamica del movimento, dandogli come prospettiva la costituzione di nuovi sindacati, “democratici”. Walesa è stato il maestro di questo sabotaggio e la borghesia gli è molto riconoscente.
La discussione ha sottolineato anche che la prospettiva è sviluppare la solidarietà di classe fino al livello internazionale perchè è a livello internazionale che bisogna distruggere il capitalismo e che la base stessa della lotta di classe è l’internazionalismo.
Un partecipante ha chiesto alla CCI di esporre come, secondo lei, gli operai devono organizzarsi nelle lotte. La CCI ha ricordato il dibattito sullo sciopero di massa all’inizio del 20°secolo, in seguito al movimento del 1905 in Russia e gli insegnamenti che ne sono stati tratti. Ha ricordato che i sindacati dell’epoca si erano opposti a questo dibattito. Una lezione centrale che le lotte di quel periodo (periodo che segnava l’entrata del capitalismo nella sua fase di decadenza) misero in evidenza, era che ormai le lotte non potevano più restare rinchiuse nella corporazione ma dovevano estendersi e che è nella e attraverso la lotta che la classe operaia fa sorgere i suoi organi di lotta: le assemblee generali che eleggono dei comitati revocabili in ogni momento. E’ questo modo di organizzarsi che permette alla classe di conservare il controllo della lotta. E’ questo che permette anche la sua reale estensione.
E’ proprio perchè la classe operaia non può più dotarsi di organizzazioni unitarie permanenti che i sindacati, perdendo la loro funzione per la classe, hanno “tradito” e sono stati assorbiti dallo Stato. Da allora sono proprio i sindacati a lottare contro l’organizzazione autonoma della classe, un’organizzazione che cessa con la lotta, quando questa finisce.
Questo stesso compagno ,alla fine del dibattito, ha posto la questione della natura del movimento dei “piqueteros”. Per lui questa è un’autentica lotta di disoccupati, dunque di una lotta operaia dato che i disoccupati fanno parte della classe operaia. La CCI ed i compagni del NCI hanno risposto che se è vero che i disoccupati fanno parte della classe operaia, e se è certo che ci sono degli operai disoccupati nel movimento dei “piqueteros”, ciò non è sufficiente per conferire a questo movimento una natura proletaria. Anche nei sindacati ci sono degli operai eppure questi non sono un’organizzazione della classe. Il movimento dei “piqueteros” divide la classe tra disoccupati ed attivi ed opera una divisione tra gli stessi disoccupati dato che ci sono varie organizzazioni di “piqueteros”. In più, gli operai presi in questi movimenti non hanno alcuna autonomia e non decidono un bel niente. Sono una semplice massa di manovra totalmente manipolata. In queste condizioni, i 150 pesos che ricevono mensilmente dallo Stato non rappresentano in realtà il frutto di un rapporto di forza che loro avrebbero imposto, come pensa il compagno, ma il prezzo per un servizio reso, anche se loro non ne sono coscienti.
Il compagno si è detto in disaccordo pur affermando che avrebbe riflettuto su questo e che è pronto a continuare il dibattito sulla questione, atteggiamento che la CCI ha salutato.
La conclusione della CCI ha pertanto potuto sottolineare i punti di accordo sull’aspetto internazionale della lotta di classe, la necessità di sviluppare le lotte, il rigetto dei sindacati, la necessità di lottare per lo sviluppo dell’unità della classe e della coscienza della posta in gioco storica. Ha anche citato il disaccordo del compagno sul movimento dei “piqueteros”, così come la sua volontà di continuare il dibattito su questa questione. Questo compagno ha apprezzato che la conclusione menzionasse i punti di accordo e di disaccordo ed ha anche chiesto se la CCI poteva procurargli i libri di Rosa Luxemburg Introduzione all’economia politica e L’accumulazione del capitale. La CCI farà del suo meglio per rispondere a questa richiesta.
Nel corso del dibattito i compagni del NCI sono intervenuti a più riprese, in particolare sul movimento dei “piqueteros”; i loro interventi sono stati in piena continuità con le loro prese di posizione precedenti (che abbiamo pubblicato nella Rivista Internazionale, in lingua francese, inglese e spagnola). I compagni hanno anche detto che apprezzavano molto il quadro storico dato dalla CCI.
Bisogna ancora notare che i partecipanti hanno contribuito al pagamento della sala.
Questa riunione è stato un vero dibattito all’interno della classe; un dibattito utile perchè ha messo a confronto le posizioni in vista della necessaria chiarificazione politica per la lotta.
11 novembre 2004 CCI
Il BIPR (1) ha pubblicato sul suo sito internet in quattro lingue (italiano, francese, inglese, spagnolo) il seguente comunicato intitolato “Ultima risposta agli attacchi della CCI”:
“Si dà avviso a tutti i compagni che seguono le vicende internazionali dei gruppi della sinistra comunista che da un po' di tempo siamo oggetto di attacchi violenti e volgari da parte della CCI, inviperita perchè essa stessa è attraversata da una profonda e irreversibile crisi interna che porta i suoi fuoriusciti a guardare con attenzione critica alle posizioni del Bipr. Abbiamo per un po' sperato pazientemente che questi (ex?) compagni della CCI trovassero un minimo di equilibrio psicologico e in qualche occasione abbiamo anche risposto alle loro folli accuse, ma non è stato così. Le loro manie di persecuzione, i deliri complottardi che animano i loro sogni sono evidentemente il frutto avvelenato di un percorso politico basato su presupposti completamente fuori dal materialismo storico. E' questo che li porta ad accusare tutto e tutti di complotto borghese contro di loro, che è una pratica che ha stancato tutti coloro che fanno seriamente politica rivoluzionari. Si scopre allora tutto d'un colpo che dei militanti con un passato appunto militante di 25 anni e più, anche come membri degli organi dirigenti della CCI, non sarebbero che dei ladri, dei teppisti o dei parassiti.
Dunque inseguire la CCI sui suoi percorsi sarebbe per noi una onerosa perdita di tempo che non possiamo permetterci. Per questa ragione d'ora innanzi non daremo riscontro né seguito a nessuno dei loro volgari attacchi. Chi volesse, invece, approfondire la conoscenza della nostra critica politica alle posizioni della CCI troverà sul numero 10 di Prometeo (2) in uscita la nostra critica alla loro ultima risoluzione congressuale.
Ps: Questo testo rimarrà sul sito 15/20 giorni, dopo di che sarà tolto e la CCI non riceverà più alcuna risposta da noi alle sue polemiche”.
Quanto c’è di “attacchi violenti e volgari da parte della CCI” di cui parla questo comunicato?
Il recente comportamento del BIPR costituisce un elemento negativo che non si può nascondere
Effettivamente noi abbiamo mosso delle critiche molto severe al BIPR per una serie di comportamenti indegni della tradizione della Sinistra comunista, che possono essere riassunti così (3):
- Aver riprodotto sul suo sito, in diverse lingue, carrettate di calunnie contro la CCI emananti da un misterioso Circolo di Comunisti Internazionalisti, senza verificarne la veridicità dei fatti;
- Aver ritardato il più possibile la pubblicazione sul suo sito di una smentita scritta sotto nostra responsabilità e che rinviava ad una spiegazione sviluppata sul nostro sito Internet;
- Aver risposto alla fine a questa richiesta (che qualsiasi giornale borghese avrebbe accettato in simili circostanze) solo in seguito a tre nostre lettere e, soprattutto, in seguito ad un certo numero di fatti che venivano a dimostrare il carattere falso dei propositi dell’avventuriero (il signor B.) che si dissimulava dietro questo misterioso Circolo di Comunisti Internazionalisti;
- Non aver mai pubblicato la presa di posizione, che condannava questo signore, fatta dal NCI (Nucleo Comunista Internazionale), gruppo argentino che simpatizza con le posizioni della CCI e che, per primo, è stato vittima delle manovre del signor B.;
- Aver scelto il metodo più ipocrita per tentare di evitare di essere infangato dalla verità che si stava imponendo a proposito dei raggiri del signor B. e della natura del suo documento, cioè ritirare questo documento dal proprio sito con lo stesso silenzio che aveva accompagnato la sua messa in circolazione, mentre per circa due mesi questo era servito a coprire la nostra organizzazione di carrettate di fango;
- In altre parole aver girato le spalle al solo metodo degno dei rivoluzionari in simili circostanze: condannare energicamente il comportamento dell’impostore in modo da riparare all’errore politico grave commesso cauzionando le sue calunnie contro la nostra organizzazione.
Nei fatti la risposta del BIPR alla nostra critica è molto chiara: si tratta di un “respinto al mittente” giustificato dal pretesto che risponderci costituirebbe una “perdita di tempo che non possiamo permetterci”. E per di più il BIPR pretende che è lui ad essere attaccato! Un tale atteggiamento mostra chiaramente che questa organizzazione non ha nessun elemento concreto, né alcun argomento politico da opporci. Persistendo in questo atteggiamento, lo ripetiamo, il BIPR prova che sta diventando un ostacolo alla presa di coscienza del proletariato, “non tanto per il discredito che potrebbe apportare alla nostra organizzazione, ma per il discredito ed il disonore che questo tipo di comportamento infligge alla memoria della Sinistra comunista d’Italia, e dunque al suo contributo insostituibile” (“Lettera aperta ai militanti del BIPR” del 7 dicembre 2004).
Esaminiamo adesso questo “approfondimento della conoscenza della critica alle posizioni della CCI” da parte di BC promesso dal comunicato del BIPR, vale a dire l’articolo in italiano “Decadenza, decomposizione, prodotti della confusione” del numero 10 di Prometeo.
Lotta politica si, ma non con i metodi della borghesia
La CCI è totalmente favorevole al confronto aperto, senza concessioni, dei punti di vista divergenti difesi dalle diverse correnti all’interno del movimento operaio. In effetti, “Senza dubbio non esiste partito per il quale la critica libera ed infaticabile dei propri errori non sia, come per la social-democrazia, una condizione di esistenza. Così come noi dobbiamo progredire al pari dell’evoluzione sociale, la modifica continua dei nostri metodi di lotta e, di conseguenza, la critica incessante del nostro patrimonio teorico, sono le condizioni della nostra propria crescita” (Rosa Luxemburg, Libertà della critica e della scienza) (4). Non è quindi un caso se, contrariamente alle tendenze opportuniste all’interno del movimento operaio, le correnti costituenti la sinistra marxista all’interno di questo hanno sempre, ad immagine di Lenin, Rosa Luxemburg e Pannekoek, accolto con entusiasmo la polemica, da essi considerata vivificante. La CCI stima di inscriversi totalmente in questa tradizione, come testimoniato dall’esistenza di numerose serie di polemiche apparse sulla sua stampa e la cui onestà non è stata, fino ad oggi, contestata da nessuno.
Rispetto all’articolo di Prometeo dobbiamo dire di non essere stati colpiti dalla “profondità” che era stata promessa, ma questo non è il problema più importante. In effetti, BC sembra ignorare o aver dimenticato che la polemica all’interno del campo proletario non ha niente a che vedere con la “giostra politica” praticata dalla borghesia e la cui finalità è “segnare dei punti” contro l’avversario, considerando questo metodo come uno tra gli altri dei modi di procedere propri di questa classe: colpi bassi, mala fede, raggiri, menzogne, ecc. Così, pur affrontando nell’articolo questioni della massima importanza per la classe operaia, è a questi modi di procedere che BC è ricorsa per tentare di far prevalere “ad ogni costo” il suo punto di vista. E’ per questo che, senza sottovalutare l’importanza di continuare a prendere posizione sulle divergenze importanti che separano le nostre organizzazioni – e lo faremo di nuovo prossimamente (5) – è a questa pratica politica di BC che vogliamo qui dare priorità criticandola profondamente in quanto inaccettabile da parte di una organizzazione che si richiama al marxismo ed alla tradizione della Sinistra comunista.
Non è la prima volta che dobbiamo rilevare problemi di questo tipo nella discussione con questa organizzazione. Per esempio, nel marzo 2001, in un articolo in due parti consacrato alla critica della pratica opportunista nella costruzione del Patito adottata dal BIPR (6), scrivevamo, a proposito di una risposta di questa organizzazione alla prima parte dell’articolo: “[la CCI] viene citata solo quando strettamente necessario. L’insieme dell’articolo è superficiale e sprovvisto di citazioni delle nostre posizioni, le quali sono, al contrario, sintetizzate da BC che ne riproduce alcune in modo chiaramente deformato”. Ma mentre all’epoca volevamo ben credere che “ciò rileva una incomprensione di queste [nostre posizioni] e non una manifestazione di mala fede” oggi, tenuto conto del carattere sistematico della deformazione e dell’enormità di certe menzogne, siamo in dubbio sulle cause di un tale atteggiamento: bisogna metterlo in conto alla senescenza intellettuale e politica o invece attribuirlo ad un cinismo estremo che traduce la perdita totale di ogni morale e di ogni riferimento proletario da parte di questa organizzazione? E perché no le due cose insieme? In ogni caso il lettore potrà giudicare testi alla mano.
La spudorata deformazione delle posizioni della CCI
L’articolo di Prometeo si attacca alla rinfusa alla nostra posizione relativa alla capacità della borghesia e dei suoi sindacati di manovrare contro la classe operaia (come è successo all’epoca degli scioperi in Francia nel dicembre 95) ed alla nostra analisi del parassitismo politico. Senza ritegno, dopo aver appena sfiorato la prima questione, la penna devastante di BC sfigura deliberatamente la nostra analisi del parassitismo per i bisogni meschini della sua bassa polemica. Ecco cosa si dice: “Tutti hanno avuto modo di verificare questa visione, propria della CCI di una borghesia complottarda in varie occasioni, fra le quali (...) le tesi sul “parassitismo” che assegnano alla borghesia tout court la responsabilità di creare i gruppuscoli parassiti, apposta per danneggiare la CCI”. L’autore di questo articolo ha la faccia tosta di presentare ciò che lui chiama evidenze, “tutti hanno avuto modo di verificare questa visione”, e di invocare le nostre “tesi sul parassitismo” come prova di questa evidenza. Di fronte a tale menzogna è necessario citare abbondantemente queste Tesi:
- “il fenomeno del parassitismo politico risulta (...) essenzialmente dalla penetrazione di ideologie estranee all’interno della classe operaia (...)”. (Punto 8 delle “Tesi sul parassitismo” pubblicate nella Rivista Internazionale n 22.);
- esso costituisce una minaccia “in un periodo di immaturità relativa del movimento operaio in cui le organizzazioni del proletariato hanno ancora un debole impatto e poca tradizione” (punto 8);
- “... la nozione di parassitismo politico non è affatto una invenzione della CCI. (...) E’ l’AIT, a cominciare da Marx ed Engels, che caratterizzava già come parassiti questi elementi politicizzati che, pur pretendendo di aderire al programma ed alle organizzazioni del proletariato, concentrano i loro sforzi sulla lotta, non contro la classe dominante, ma contro le organizzazioni della classe rivoluzionaria” (punto 9);
- la vulnerabilità al parassitismo è dovuta oggi più specificamente alla “rottura della continuità organica con le tradizioni delle generazioni passate dei rivoluzionar,i che spiega soprattutto il peso dei riflessi e dei comportamenti anti-organizzativi piccolo-borghesi tra molti elementi che si richiamano al marxismo ed alla Sinistra comunista” (punto 12);
- “il parassitismo non costituisce come tale una frazione della borghesia, non avendo né programma né orientamento specifici per il capitale nazionale, né un posto particolare negli organi statali per controllare la lotta della classe operaia” (punto 18);
- tuttavia, “la penetrazione di agenti dello Stato nell’ambito parassitario è evidentemente facilitato dalla natura stessa di questo, la cui vocazione fondamentale è combattere le vere organizzazioni proletarie” (punto 20).
Inoltre, se la questione del parassitismo è effettivamente presente nella conclusione della nostra risoluzione criticata da BC, è per dire: “Come per la classe ogni dimissione di fronte alla logica della decomposizione non può che privarla della propria capacità a rispondere alla crisi alla quale l’umanità è confrontata, così la minoranza rivoluzionaria stessa rischia di essere rasa al suolo e distrutta dall’ambiente putrido che la circonda e che penetra nei suoi ranghi sotto la forma del parassitismo, dell’opportunismo, del settarismo e della confusione teorica”. Sfidiamo chiunque a trovare un legame tra quello che scrive BC e quello che scrive la CCI sul parassitismo, incluso all’interno di quello che non abbiamo citato qui. In effetti, alla lettura dei nostri testi, che sono pubblici, anche per il BIPR, emerge che, contrariamente alla visione poliziesca che con l’imbroglio BC ci attribuisce, il parassitismo politico non è una creazione della borghesia, ma il prodotto della pressione dell’ideologia borghese in certe circostanze storiche.
E dalla lettura dell’insieme dell’articolo di Prometeo emerge che BC è un pessimo falsario, ma anche un instancabile calunniatore.
Uno stato d’animo deplorevole
L’esempio che precede è un’espressione caricaturale della disonestà che attraversa tutto l’articolo di Prometeo.
La manipolazione degli scritti de “l’avversario”
L’articolo di BC rimprovera alla nostra risoluzione di contenere, nei punti 6 e 9, “delle frasi prive di senso”, tra le quali la seguente che ne costituirebbe “una perla”: “L’abbandono di queste istituzioni [l’ONU e la Nato] del ‘diritto internazionale’ rappresenta un avanzamento significativo dello sviluppo del caos nei rapporti internazionali”. Il problema non sta nella qualificazione da parte di BC di questa frase, ma piuttosto nel fatto che, isolata dal suo contesto questa può lasciar pensare che noi valutiamo che l’ONU avrebbe un ruolo da arbitro internazionale, al di sopra degli interessi particolari degli uni e degli altri, garantendo un certo ordine mondiale e una sua perdita di influenza sarebbe quindi un fattore di caos. Ora, non è questa la nostra posizione (e BC lo sa perfettamente, così come sa molto bene che la CCI ha sempre considerato l’ONU “un covo di briganti” (7)), come ci si può rendere conto leggendo le due frasi precedenti della nostra risoluzione non citate da BC: “Questa crisi mette in evidenza la fine non solo della NATO (la cui inadeguatezza si è vista attraverso la sua incapacità a mettersi d’accordo sulla ‘difesa’ per la Turchia giusto prima della guerra), ma anche delle Nazioni Unite. Sempre più la borghesia americana considera questa istituzione come uno strumento dei suoi principali rivali e dice apertamente che questa non giocherà alcun ruolo nella ‘ricostruzione’ dell’Iraq”.
L’arte di giocare con le parole per oscurare gli argomenti ed il pensiero de “l’avversario”
La risoluzione della CCI criticata da BC ritorna sul periodo di decomposizione: “... la classe operaia, le cui lotte dal 1968 al 1989 avevano impedito alla borghesia di imporre la sua “soluzione” alla crisi economica, era sempre più confrontate alle conseguenze della propria incapacità ad elevare le lotte ad un livello politico più alto e ad offrire un’alternativa all’umanità. Il periodo di decomposizione , risultante da questo ‘empasse’ tra le due classi principali, non apporta niente di positivo alla classe sfruttata. Benché la combattività della classe non sia stata annientata in questo periodo, e che un processo di maturazione sotterranea della coscienza era ancora sensibile, in particolare sottoforma di ‘elementi in ricerca’ e di piccole minoranze politicizzate, la lotta di classe ha subito dappertutto un riflusso che non è ancora finito. La classe operaia in questo periodo è stata confrontata non solo alle sue debolezze politiche, ma anche al pericolo di perdere la sua identità di classe sotto il peso di un sistema sociale in piena disintegrazione”. Questa analisi della CCI si riduce a questo sotto la penna di BC: “la ‘decomposizione’ (del modo di produzione? della formazione sociale? Mah!) sarebbe dunque il risultato dell’equilibrio stabile che si sarebbe raggiunto fra le classi, proletariato e borghesia” Noi non avremmo sintetizzato così il nostro pensiero ma, tenuto conto del fatto che BC non capisce questa questione, non possiamo fargliene un rimprovero. Per contro, il modo in cui BC continua è significativo del suo metodo che gioca sull’utilizzo del termine “responsabilità” per dare alla nostra analisi un senso completamente diverso da ciò che esprimiamo realmente, in modo da snaturare la nostra argomentazione: “E in particolare per responsabilità della classe proletaria che ... si sarebbe rivelata incapace di elevare le sue lotte ad un livello politico più alto”. Esiste effettivamente una responsabilità storica della classe operaia a rovesciare il capitalismo prima che questo getti la società in uno stato di barbarie irreversibile. E’ compito del proletariato ergersi all’altezza di questa responsabilità. Questa è una cosa che i rivoluzionari affermano dai tempi della prima ondata rivoluzionaria mondiale degli ani 1917-23. Altra cosa è attribuirci l’idea che la classe operaia sia “responsabile” della decomposizione del capitalismo. E’ una calunnia a buon mercato che permette a BC di concludere (in più senza alcuna spiegazione): “Fare apparire la propria inadeguatezza teorica come una debolezza della classe è una furbata di basso profilo e che non paga”.
Un’enorme menzogna
Abbiamo visto in cosa consiste il persistente metodo di BC di deformare, talvolta in maniera molto grossolana gli argomenti della CCI, per ridicolizzarli, togliere loro valore, squalificarli. Per ognuna delle falsificazioni evocate prima è tuttavia sempre possibile invocare, affianco ad una evidente cattiva fede di BC, la sua ignoranza profonda delle posizioni criticate ed il suo disinteresse manifesto per queste, insieme alla superficialità della sua pratica politica. Ma ciò non è possibile per l’esempio che segue, degno dei metodi di propaganda di Goebbels per il quale “una menzogna enorme porta in se una forza che elimina il dubbio”.
L’articolo di Prometeo ritorna sull’analisi che ha fatto la CCI prima della scomparsa dei blocchi sulla posta in gioco storica. Durante tutto il periodo della guerra fredda, mentre l’esistenza di due blocchi imperialisti rivali che si dividevano il mondo e si fronteggiavano era una condizione per lo scoppio di una terza guerra mondiale, il solo ostacolo ad una tale uscita fatale per l’umanità era costituita dall’esistenza di una classe operaia non imbrigliata dalla borghesia, contrariamente alla situazione che aveva prevalso alla vigilia dei primi due conflitti mondiali. Durante tutto questo periodo la CCI ha sempre combattuto le illusioni, alcune delle quali emananti da gruppi rivoluzionai quali BC, che alimentavano una sottovalutazione della gravità della posta in gioco partecipando a propagande del tipo, “poiché la borghesia non è suicida, non farà mai scoppiare una guerra nucleare”, che nei fatti dava credito alla tesi della borghesia de “l’equilibrio del terrore”. Oggi BC non rinnega quello che diceva al riguardo: “Beninteso il pericolo nucleare restava uno dei fattori di raffreddamento delle tensioni, ovvero una spinta forte sui centri di comando dell’imperialismo a cercare soluzioni alternative” (“Decadenza, decomposizione, prodotti della confusione”). In più BC constata giustamente che con la scomparsa dei blocchi, la CCI ha cambiato la sua formulazione circa l’alternativa storica: “guerra o rivoluzione” è diventata “distruzione dell’umanità o rivoluzione”, la distruzione dell’umanità potendo risultare sia da una guerra mondiale (8) in caso di ricostruzione di due nuovi blocchi e di disfatta della classe operaia, sia dalla moltiplicazione di guerre locali sempre più devastanti e dallo sprofondamento del capitalismo nel caos e la decomposizione fino ad un punto di non ritorno. Mentre su questa questione l’articolo di BC riproduce fin qui quasi fedelmente le nostre posizioni, ecco che a questo punto BC sferra il suo “colpo segreto”, l’invenzione, non del secolo, ma quella che supera tutte le deformazioni all’attivo del suo triste primato: “Ora, improvvisamente, la CCI ci informa che la sola ragione della mancata guerra, sostanzialmente, era ed è il fatto che una guerra nucleare avrebbe annientato l’umanità”. Non credendo ai nostri occhi, abbiamo letto e riletto questo passaggio. Non solo non c’è scritto questo nella risoluzione della CCI, ma non c’è niente che potrebbe essere interpretato in questo modo in nessuno dei nostri testi precedenti e successivi a questa risoluzione. Ma soprattutto, nessun quiproquo era possibile nella misura in cui, al momento della riunione pubblica del BIPR del 2 ottobre a Parigi, la CCI le ha posto questa domanda pubblicamente: “Il BIPR difende ancora oggi la sua analisi secondo la quale se una terza guerra mondiale non è scoppiata prima del crollo del blocco dell’Est è a causa della bomba atomica e de ‘l’equilibrio del terrore’?”. Nel resoconto di questa riunione che abbiamo pubblicato (“Il vuoto politico e l’assenza di metodo del BIPR”, in Rivoluzione Internazionale n.138), riportiamo i seguenti fatti: “sulle prime nessun militante del BIPR ha voluto rispondere alla nostra domanda. Solo quando abbiamo ripetuto questa domanda per la terza volta, uno di loro si è degnato di risponderci, in modo molto conciso (e senza nessuna argomentazione):’ l'equilibrio del terrore è UNO dei fattori che spiega perché la borghesia non ha potuto scatenare una terza guerra mondiale’ ”. Era quindi impossibile per BC ignorare che al momento di questa riunione pubblica, cioè circa due mesi prima la pubblicazione in Prometeo dell’articolo in questione, noi eravamo in profondo disaccordo con lei su questa questione. Morale: oltre ad adottare delle pratiche della borghesia rispetto alla CCI, BC prende apertamente in giro il lettore.
La fuga di fronte alla necessità di chiarezza che si impone
Il BIPR, confuso dal carattere menzognero delle calunnie contro la CCI che lui ha ospitato con compiacenza sul sito, a cominciato a cancellare surrettiziamente le tracce del suo colpo basso (9), in modo da affossare la cosa. Quando la CCI gli chiede conto della sua azione, il BIPR strilla che è attaccato: “d’ora innanzi non daremo riscontro né seguito a nessuno dei loro volgari attacchi” (in “Ultima risposta alle accuse della CCI”) (10)! Per distogliere dal problema enorme che pone il suo comportamento politico, il BIPR “spara a zero” sui disaccordi tra le nostre due organizzazioni rispetto a delle questioni programmatiche e di analisi generale pubblicando in Prometeo l’articolo “Decadenza, decomposizione, prodotti della confusione”. Ma anche qui, incapace di affrontare onestamente le vere divergenze, è costretto ad escogitare giochetti da prestigiatore per non rispondere ai reali argomenti politici della CCI. Infine, per premunirsi dal dover render conto sulle sue nuove mancanze decreta un “respinto al mittente” che giustifica con una boria che non ha eguali se non la sua inanità politica: “Se queste sono – come sono – le basi teorico-politiche della CCI dovrebbero essere chiare le ragioni per le quali abbiamo deciso di non perdere più tempo, carta ed inchiostro per discutere o anche polemizzare con essa” (11).
Il BIPR riesce ancora a imbrogliare se stesso ed i suoi incondizionati sostenitori? A questi dovrebbe quanto meno spiegare perché è inutile discutere con la CCI a causa delle sue basi teoriche, mentre è invece possibile farlo con la FICCI ed avere con questa anche dei contatti che “esistono e persistono” (12), visto che quest’ultima pretende di rappresentare la vera CCI con le stesse “basi teoriche!”. La differenza più importante tra la CCI e la FICCI, ed è certamente questa che la deve rendere più attraente agli occhi del BIPR (13), è che la FICCI si è data alla denigrazione della nostra organizzazione, ha insinuato il sospetto riguardo all’esistenza di agenti dello Stato al nostro interno (il che è tipico del lavoro della provocazione poliziesca), ha commesso furti a nostro danno, si è data alla delazione rendendo pubblici degli elementi sensibili della nostra vita interna (14) e recentemente ha minacciato addirittura di “tagliare la gola” ad uno dei nostri militanti (15).
La paura congenita del confronto politico
Ecco il triste stato nel quale si trova oggi una componente uscita dalla Sinistra comunista d’Italia, corrente che negli anni 30, in pieno periodo di controrivoluzione, ha saputo mantenere l’onore del proletariato rivoluzionario contro il tradimento dei PC e di fronte alla degenerazione del trotskismo. E’ vero che questa componente politica che è all’origine della fondazione del PCInt nel 1943 in Italia si era già caratterizzata da subito, appunto in questa occasione, per un’apertura opportunista di fronte a gruppi di provenienza dal PSI (Partito socialista italiano) e dal PCI (Partito comunista italiano) o elementi che avevano rotto precedentemente con il quadro programmatico della Sinistra italiana per lanciarsi in avventure contro-rivoluzionarie (16). La Frazione francese della Sinistra comunista (FFGC, che pubblicava Internationalisme), a cui si rivendica la CCI, criticò all’epoca questa pratica che voltava le spalle all’intransigenza programmatica e organizzativa della Sinistra comunista d’Italia negli anni 1930 (17). Nel novembre 1946 la FFGC scrisse una lettera (pubblicata in Internationalisme n°16 del dicembre 1946) dove faceva l’elenco di tutte le questioni da discutere riguardanti le divergenze all’interno della SCI (18). E quello che successe è che, così come la SCI era stata esclusa in modo burocratico dall’IC dopo il 1926 ed esclusa di nuovo dall’Opposizione di sinistra nel 1933, fu poi la SCI ad escludere la Frazione francese dalla discussione politica al suo interno per evitare il confronto politico. La “giustificazione” allora invocata per una tale misura ricorda la mala fede congenita del BIPR: “Poichè (...) la vostra lettera dimostra una volta ancora la costante deformazione dei fatti e delle posizioni politiche prese sia dal PCI d’Italia, sia dalle frazioni francese e belga (...),[e] la vostra attività si limita a gettare confusione e fango sui nostri compagni, noi abbiamo escluso all’unanimità la possibilità di accettare la vostra domanda di partecipazione alla riunione internazionale delle organizzazioni della SCI”. Questo estratto della lettera del PCInt è citato nell’articolo “La disciplina ... forza principale” apparso in Internationalisne n° 25, agosto 1947 (19). Lo stesso articolo di Intenationalisme n° 25 fa il seguente commento: Si penserà ciò che si vuole dello spirito con il quale è stata fatta questa risposta, ma bisogna constatare che in mancanza di argomenti politici essa non manca di energia e di decisione ... burocratica”.
Il metodo utilizzato attualmente da BC nei nostri confronti non è dunque nuovo da parte di questa organizzazione anche se, date le diverse circostanze, si esprime sotto una forma diversa. In effetti, non si pone qui la questione di una nostra esclusione dato che non apparteniamo ad un’organizzazione comune, quanto piuttosto un tentativo di “discredito” della nostra “squalifica” verso tutto l’ambiente che simpatizza con le posizioni della Sinistra comunista, che costituisce attualmente un obiettivo per BC, data la sua visione concorrenziale e settaria delle relazioni tra gruppi comunisti. Ma di fronte agli argomenti dell’avversario per raggiungere i suoi fini, respingendo il confronto franco e leale, BC ricorre alla disonestà, alla calunnia ed allo schivare le questioni con degli sdegnosi “respinto al mittente”.
Il BIPR malato delle sue concezioni e pratiche organizzative
Il disprezzo e lo spregio con il quale la SCI aveva all’epoca trattato questa piccola minoranza costituita dalla FFGC che aveva criticato la costituzione opportunista del PCInt, trovava una falsa legittimazione nella sproporzione allora esistente tra, da una parte, la SCI con le sue componenti in Italia (un partito che aveva contato alla sua formazione varie migliaia di membri), in Belgio ed in Francia e, dall’altra, la piccola FFGC molto ridotta numericamente ed esistente solo in Francia. E’ con la stessa arroganza che il BIPR tratta oggi la CCI, ma in più in maniera ridicola. In effetti, se è ben cosciente che, malgrado la sua esistenza in 13 paesi, la CCI è ancora una piccola organizzazione rivoluzionaria, il BIPR visibilmente non ha ancora realizzato che è lui stesso una minuscola organizzazione. BC può ben cercare di consolarsi prendendo i sogni ed i pettegolezzi della FICCI per realtà e rassicurarsi ripetendo a sazietà che la CCI è “attraversata da una profonda ed irreversibile crisi interna”, ciò non cambia la realtà attuale della CCI. Questa fa fronte alle sue responsabilità di analisi della situazione, di intervento nella classe operaia, fa uscire regolarmente la sua stampa, è capace di andare incontro alla richiesta di politica rivoluzionaria che emerge all’interno delle giovani generazioni e ... trova anche il tempo di difendersi di fronte agli attacchi di cui è oggetto da parte dell’alleanza del BIPR con il parassitismo. E’ vero che si parla di più delle crisi della CCI che di quelle del BIPR. E non a caso! Non solo la CCI non le nasconde, ma ne espone pubblicamente le cause e gli insegnamenti di fronte alla classe operaia. Del resto, come abbiamo già sottolineato nella risposta al BIPR (vedi il nostro articolo “Il furto e la calunnia non sono metodi della classe operaia”, pubblicato sul nostro sito Intenet), tutte le organizzazioni vive del movimento operaio (in particolare l’AIT ed il POSDR) hanno dovuto portare avanti delle lotte al proprio interno per difendersi da concezioni e comportamenti politici estranei al proletariato (20). E’ vero che il BIPR non parla dei problemi di questo tipo che possono toccare la sua vita politica. Scopriamo non di meno, all’interno di una frase, le concezioni aberranti in vigore in questa organizzazione. In effetti, per giustificare il furto degli indirizzi dei nostri abbonati da parte di un militante che parteciperà alla fondazione della FICCI, il BIPR si esprime in questi termini: “se dei compagni dirigenti della CCI - che come tali disponevano del file di indirizzi dell'organizzazione - rompono con l’organizzazione stessa, dichiarando per di più di voler recuperare i compagni alla “retta via”, e si tengono il file di indirizzi, non si tratta di furto. Il falso moralismo della CCI odora dunque di ipocrisia, quando è la stessa CCI a lanciare accuse di ogni genere a chi la abbandona” (“Risposta alle stupide accuse di una organizzazione in via di disintegrazione”, pubblicato sul sito Internet del BIPR). Abbiamo già mostrato (“Il furto e la calunnia non sono metodi della classe operaia”) perchè è nulla questa giustificazione del furto di uno strumento dell’organizzazione che appartiene a questa come insieme e non agli individui che la compongono. In quella occasione abbiamo segnalato che parlare di una “organizzazione con alla sua testa dei dirigenti” rimanda ad un concetto dell’organizzazione che noi non condividiamo. E’ esistito ed esiste ancora nel movimento operaio una visione dell’organizzazione, teorizzata in particolare dalla corrente bordighista (cugino carnale del BIPR) che opera esplicitamente una distinzione all’interno dell’organizzazione, tra i dirigenti e la base dei militanti (21). Tali visioni costituiscono delle concessioni alla visione gerarchica e borghese di una organizzazione. All’opposto di questa visione, il partito, come ogni organizzazione rivoluzionaria, non può svolgere la sua funzione se non è un luogo di elaborazione collettiva, con tutti suoi membri, degli orientamenti politici. Ciò implica necessariamente la discussione più aperta ed ampia possibile, all’immagine della classe operaia la cui emancipazione ha per condizione l’azione cosciente collettiva.
Non avevamo ancora commentato questa concezione del BIPR che attribuisce delle prerogative ai “membri dirigenti”, in questo caso rubare senza che ciò sia condannabile, e che rileva anch’essa una visione gerarchica dell’organizzazione. Ma si sarebbe tentati di farla derivare, non tanto dall’influenza dell’ideologia borghese, quanto piuttosto dell’ideologia ...feudale. In effetti questa illuminazione del BIPR ci trasporta direttamente al Medio Evo, con i nobili che hanno il privilegio, per i loro bisogni di cassa o di guerra, di poter saccheggiare i raccolti dei contadini e che, per loro proprio piacere, dispongono anche del ius primae noctis.
Se è vero che, nei fatti, assistiamo oggi ad una ripetizione della storia da parte di BC, sarebbe nondimeno sbagliato dedurne che questa organizzazione resta invariabilmente uguale a se stessa. In effetti, la ripetizione di pratiche opportuniste non è senza conseguenze sulla dinamica di un’organizzazione, in particolare quando questa è impermeabile alla critica e chiusa ad ogni rimessa in causa. I flirt ripetuti del BIPR con gruppi estranei alle posizioni o ai metodi del proletariato e in particolare, ultimo in data, con la marmaglia della FICCI, l’hanno portata ad inspirarsi ai loro metodi borghesi.
In questo testo ed in quelli precedenti ai quali abbiamo fatto riferimento, abbiamo dimostrato che le nostre critiche al BIPR sono assolutamente fondate e che le accuse di questa organizzazione nei nostri confronti si basano sulla sabbia. Noi continuiamo ad aspettare (e non demorderemo certo) che il BIPR dimostri quello che afferma, il mantenere un atteggiamento di silenzio da parte sua può significare solo una cosa, che nei fatti non ha niente da dire.
Corrente Comunista Internazionale
1. Il Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario (BIPR – www.leftcom.org [18]), fondato dal Partito Comunista Internazionalista – Battaglia Comunista (BC) e dalla Communist Workers’ Organisation (CWO) in Inghilterra, si rivendica alla tradizione della Sinistra Comunista d’Italia.
2. Prometeo è la rivista teorica di Battaglia Comunista
3. Invitiamo i lettori a consultare sul nostro sito Internet i documenti inerenti a questa questione, in particolare l’ultimo: la “Lettera aperta ai militanti del BIPR” del 7 dicembre 2004.
4. Ciò che era vero per la Social Democrazia quando era ancora un’organizzazione della classe operaia, vale per tutte le organizzazioni del movimento operaio, quale che sia la loro influenza all’interno della classe, e si applica dunque pienamente ancora oggi alle piccole organizzazioni che sono restate fedeli, sul piano delle posizioni programmatiche, alla lotta del proletariato per la sua emancipazione.
5. L’articolo di BC è relativo ad un documento della CCI che data ormai due anni. Noi non rinneghiamo in niente il suo contenuto, ma è opportuno segnalare che, più recentemente e comunque prima della comparsa di questo articolo di BC, abbiamo pubblicato dei testi di polemica diretta con il BIPR, proprio sulle questioni centrali in oggetto. Si tratta delle due parti dell’articolo “L’abbandono da parte di BC del concetto marxista di decadenza di un modo di produzione” apparso nei numeri 119 e 120 della Rivista Internazionale (in francese, inglese e spagnolo) e dell’articolo “Il vuoto politico e l’assenza di metodo del BIPR”, pubblicato in Rivoluzione Internazionale n° 138, che costituisce il resoconto della riunione pubblica del BIPR del 2 ottobre 2004 a Parigi. Questi testi sono restati fino ad oggi senza risposta. Può darsi che fra due anni riceveranno una risposta da parte del BIPR, se questo riuscirà a liberare un pò del suo prezioso tempo.
6. “La visione marxista e la visione opportunista della costruzione del partito” nei numeri 103 e 105 della Rivista Internazionale (in francese, inglese e spagnolo).
7. Come del resto Lenin qualificava la Società delle Nazioni, antenata dell’ONU.
8. La CCI non ha tuttavia aspettato il crollo del blocco dell’Est per mettere in evidenza che una terza guerra mondiale avrebbe significato la scomparsa dell’umanità o, come minimo, un ritorno indietro della civiltà di migliaia di anni.
9. Nel caso in cui il BIPR dovesse diventare completamente smemorato rispetto a certi episodi del passato, noi abbiamo conservato delle copie dei testi che ha fatto sparire dal suo sito.
10. Il BIPR si lamenta della nostra volgarità nei suoi confronti. E’ vero che noi critichiamo con durezza, a volte con ironia, certi suoi comportamenti. Se lo merita, e delle volte è difficile non chiamare le cose con il proprio nome. Ma il BIPR ha ben poco da lamentarsi, tanto più che è molto meno pignolo e sensibile quando, galvanizzata dalle accuse dell’avventuriero B. contro di noi, la FICCI ci chiama stronzi nel suo “bollettino giallo”.
11. Notiamo quanto meno che il BIPR è stato molto meno avaro nel spendere il suo tempo quando, dovendo dare la massima diffusione alle calunnie del signor B. contro la CCI, ha trovato il modo di tradurre i testi di questo in più lingue per metterli sul sito.
12. “Risposta alle stupide accuse di una organizzazione in via di disintegrazione”, testo del BIPR pubblicato sul suo sito Internet.
13. La FICCI costituisce un’attrattiva per il BIPR che vede in essa un mezzo per rafforzarsi numericamente in Francia e, chi lo sa, per impiantarsi in Messico. In altri termini, nella sua valutazione intervengono fortemente delle considerazioni di “abboccamento” rispetto a quelli che, mentre pretendono di rappresentare la vera CCI, guardano “con attenzione critica alle posizioni del Bipr” (“Ultima risposta agli attacchi della CCI”). Se il BIPR ha deciso di non essere pignolo riguardo alla natura del “pesce” pescato, non tocca a noi metterlo in guardia ancora una volta.
14. A tale proposito vedi il nostro articolo “I metodi polizieschi della FICCI” in Révolution Internationale n° 330.
15. Vedi l’articolo “Minacce di morte contro i militanti della CCI”, in Rivoluzione Internazionale n° 140.
16. Vedi i nostri articoli “Battaglia Comunista: a proposito delle origini del Partito Comunista Internazionalista” nella Révue Internationale n° 34 e “Il Partito Comunista Internazionale (Programma Comunista) alle sue origini, quale pretende si essere, quale non è” nella Révue Internationale n° 32.
17. Leggi il nostro libro La Sinistra comunista d’Italia.
18. Per rendersi conto della serietà con la quale furono esplicitate queste divergenze e critiche, consigliamo ai nostri lettori di consultare la lista in questione pubblicata nel nostro opuscolo La Gauche communiste de France.
19. Articolo pubblicato sotto lo stesso titolo nella Révue Internationale n° 34.
20. E allo stesso modo, in queste lotte, hanno perso degli elementi dal lungo e talvolta prestigioso passato militante che, in una forma o nell’altra, avevano tradito la causa proletaria.
21. Tali visioni sono già state combattute dalla FFGC nella rivista Internationalisme n° 25. In particolare nella sua critica de “la concezione del capo geniale” (secondo la quale solo delle individualità particolari – i capi geniali – hanno la capacità di approfondire la teoria rivoluzionaria per distillarla e trasmetterla, in un certo senso “bell’è fatta”, ai membri dell’organizzazione) e de “la disciplina ... forza principale” (che concepisce i militanti dell’organizzazione come dei semplici esecutori che non hanno da discutere gli orientamenti politici dell’organizzazione). Queste visioni erano state combattute anche da Lenin quando scriveva “è dovere dei militanti comunisti verificare in prima persona le risoluzioni delle istanze superiori del partito. Chi, in politica, crede sulla parola è un incorreggibile idiota” (citato da Internationalisme n° 25).
In risposta alla minaccia di riduzioni massicce di posti di lavoro e di chiusure di fabbriche da parte della General Motors, ha avuto luogo alla Opel di Bochum uno sciopero di sei giorni. Questo sciopero spontaneo, non ufficiale, è stato il più lungo e significativo in Germania dai grandi scioperi selvaggi della fine degli anni 60 - inizio anni 70.
Per quasi un’intera settimana la popolazione operaia, non solo in Germania, ha seguito con attenzione e grande simpatia gli avvenimenti di Bochum. Nelle altre fabbriche della General Motors (GM) in Europa gli operai hanno espresso apertamente la loro ammirazione identificandosi con i proletari di Bochum per il loro coraggio e la loro combattività. Ad esempio, durante la "giornata d'azione" organizzata dai sindacati il 19 ottobre ci sono state varie interruzioni di lavoro. L'importanza di germi di solidarietà che sono stati attivati da questa lotta operaia può misurarsi col fatto che i padroni, finché si sviluppava lo sciopero, non hanno osato prendere misure legali contro gli scioperanti, sebbene normalmente - proprio nella Germania democratica - ci sia una repressione particolarmente rigorosa contro ogni lotta che si svolge al di fuori del quadro sindacale dei negoziati ufficiali. Naturalmente, i padroni hanno utilizzato le minacce abituali, denigrato i "sobillatori", diffondendo voci su automobili e macchine rotte e hanno minacciato di chiamare la polizia se lo sciopero non fosse cessato immediatamente.
Il significato ed il contesto della lotta alla Opel
Sebbene il sindacato IG Metal ed il consiglio di fabbrica (1) della Opel-Bochum abbiano giustificato la fine dello sciopero con il fatto che gli operai avrebbero obbligato i datori di lavoro a ritornare al tavolo dei negoziati ed ad offrire delle garanzie di non chiusura delle fabbriche, la principale rivendicazione degli scioperanti - che non ci fossero licenziamenti - non è stata soddisfatta. Tuttavia l'aspetto significativo di questo sciopero risiede innanzitutto nel fatto che esso ha dimostrato la capacità della classe operaia di agire in quanto forza indipendente della società attuale. Non è un caso che il conflitto alla Opel abbia provocato un dibattito nei media della borghesia tra, da un lato, i sociologi che parlano di un “ritorno della lotta di classe, nel senso marxista del termine" e, dall'altro, gli ideologi dei movimenti di “mondializzazione alternativa" e di "lotta contro il lavoro" che già da molto tempo hanno dichiarato morta e sepolta la lotta operaia. Tali discussioni servono a seminare la confusione tra gli operai, quando dei teorici piccolo-borghesi come Robert Kurz del gruppo “Krisis", dichiarano in televisione che la lotta alla Opel è la conferma che la lotta operaia è stata sostituita da una lotta interclassista per il “diritto alla pigrizia". Ma servono anche a preparare la classe dominante nel suo insieme a rendersi conto che è finita l'epoca (soprattutto dopo 1989) in cui era possibile, in modo più o meno credibile, negare la realtà della lotta di classe. L'antagonismo che si acuisce tra i ricchi ed i poveri, tra il capitale ed il lavoro salariato ma, soprattutto, la resistenza dei lavoratori hanno messo in moto il processo di riconquista della sua identità di classe da parte del proletariato che, a sua volta, va a costituire una delle principali condizioni di una lotta difensiva più potente e più cosciente.
Opel: un segno del risveglio più generale della lotta operaia
Come ogni sciopero operaio significativo, lo sciopero di Bochum non è stato un fulmine a cielo sereno. Oggi, il proletariato ha già iniziato a lottare contro gli attacchi alle sue condizioni di vita derivanti dal peggioramento della crisi economica. Questo riemergere delle lotte difensive ha trovato la sua prima espressione nella primavera 2003 con gli scioperi e le manifestazioni nel settore pubblico in Francia ed in Austria contro la “riforma delle pensioni", che hanno visto il loro prolungamento in Italia nelle manifestazioni contro l'abbassamento delle pensioni, contro i licenziamenti alla Fiat e negli scioperi nei trasporti pubblici; in Grande Bretagna tra i vigili del fuoco e gli operai delle poste durante l'inverno 2003; negli Stati Uniti, contro le riduzioni massicce nella sanità e sulle pensioni, ecc. I lavoratori di tutti i paesi sono sempre più confrontati all'allungamento del tempo di lavoro, che comporta un deterioramento della forza lavoro e della salute degli operai insieme alla diminuzione drammatica degli stipendi ed a una povertà sempre più nera per disoccupati e pensionati.
Ciò che caratterizza la situazione attuale è il ruolo centrale giocato dalla disoccupazione. I licenziamenti massicci e la chiusura di fabbriche si moltiplicano, mentre continuano gli attacchi contro i disoccupati. Il ricatto aperto, mediante la minaccia di chiusura o dislocazione delle fabbriche, è utilizzato senza vergogna per ottenere delle riduzioni di stipendio, più ore lavorate ed una crescente flessibilità. In questo processo, spingere i lavoratori delle varie fabbriche gli uni contro gli altri diventa una politica che si impone alla borghesia in tutti i paesi.
La classe operaia sta già rispondendo a queste minacce con delle lotte. Il 2 ottobre 2004 in Olanda ed in Germania, in risposta agli attacchi dello Stato contro i disoccupati, ci sono state manifestazioni simultanee di 200.000 persone ad Amsterdam e 45.000 a Berlino. Nel settembre 2004, gli operai dei cantieri navali a Porto Reale ed a San Fernando in Andalusia (Spagna) hanno scioperato e hanno manifestato contro i licenziamenti.
Ciò che è tipico di queste lotte è che esse sono preparate da altre lotte, meno significative, nello stesso settore o in un altro, e che a loro volta ne preparano di future. Già quattro anni fa c'erano stati scioperi alla Opel di Bochum in risposta alla minaccia di riduzioni di impieghi, seguiti nella primavera 2004 da uno sciopero selvaggio alla fabbrica automobilistica Ford di Colonia. C'è inoltre un aspetto comune tra l'attuale sciopero di Bochum e le lotte rivendicative che ci sono state tre mesi fa alla Mercedes. Gli operai vi hanno messo in pratica la lezione secondo cui non si può, e non si deve, accettare il ricatto della borghesia senza lottare. Grazie ad un risveglio della solidarietà di classe, gli operai hanno bloccato i tentativi dei padroni di mettere i lavoratori delle differenti fabbriche gli uni contro gli altri. In questo senso, gli operai della Opel-Bochum hanno ripreso la fiamma della coraggiosa lotta dei loro colleghi della Mercedes.
Come è stata divisa e sabotata la lotta
Naturalmente i sindacalisti radicali hanno provato a spiegare la ripresa del lavoro alla Bochum dopo sei giorni (senza che le principali rivendicazioni degli operai fossero state soddisfatte) con le manovre della direzione della IG Metall e del consiglio di fabbrica del 20 ottobre. Ciò ha indotto gli operai a votare sull'apertura di negoziati condizionati alla ripresa del lavoro. Questo è un esempio tipico di manovra sindacale contro gli operai: il proseguimento ad oltranza di uno sciopero già isolato è presentato come unica alternativa alla fine della lotta. In effetti, le questioni decisive per la lotta sono state messe in un vicolo cieco:
- Come fare affinché le rivendicazioni operaie siano il più possibile efficaci?
- Chi negozia, i sindacati ed il consiglio di fabbrica o i delegati scelti da un'assemblea generale?
I sindacalisti radicali, schierandosi per uno sciopero lungo ed isolato, non hanno fatto altro che sostenere una delle opzioni della falsa alternativa della direzione. Quando è stato dato l'annuncio delle riduzioni di posti di lavoro programmati in Europa, gli operai di TUTTE le fabbriche Opel hanno reagito con indignazione bloccando il lavoro. Esattamente come alla Mercedes durante l'estate, quando hanno avuto luogo scioperi simultanei a Sindelfinden (Stoccarda) ed a Brema, dimostrando così come le forze operaie delle differenti fabbriche erano determinate a non lasciarsi spingere le une contro le altre. Anche qui, gli operai delle fabbriche principalmente prese di mira, Bochum e Rüsselsheim (minacciate ognuna di circa 5.000 licenziamenti) hanno reagito insieme. L'IG Metall ed il consiglio di fabbrica a Bochum non hanno nemmeno tentato di rompere questo slancio di combattività iniziale. Ma è stato fatto di tutto per imporre una ripresa veloce del lavoro a Rüsselsheim. Questo fatto è stato ignorato sistematicamente dai media di sinistra. E quando ne hanno parlato lo hanno fatto per dare l'impressione che i lavoratori di Rüsselsheim erano la causa di questa divisione.
La rapida ripresa del lavoro nella fabbrica “madre" alla Opel di Francoforte (Rüsselsheim) è stata vissuta dagli operai di Bochum, che rimanevano in sciopero, come un atto di mancanza di solidarietà. Fin dal secondo giorno del movimento alla Opel, si sentiva già il germe della divisione, contro cui gli operai della Mercedes erano stati capaci di premunirsi.
Come spiegarlo? Alcune settimane prima degli annunci di soppressione di 12.000 posti di lavoro in Europa, la GM aveva fatto sapere che in Europa sarebbe rimasta una sola fabbrica, o a Rüsselsheim (di Hesse), o a Trollhätan in Svezia. Già durante i primi giorni dello sciopero, il consiglio di fabbrica e l'IG Metall (IGM) a Rüsselsheim non hanno lasciato dubbi sul fatto che non avrebbero tollerato altre azioni di solidarietà con gli operai di Bochum, perché ciò poteva portare a perdere la fabbrica in Hesse di fronte alla "rivale svedese". Il sindacato, il consiglio di fabbrica ed il SPD hanno indetto manifestazioni separate delle differenti fabbriche il 19 ottobre mentre avrebbero potuto organizzare facilmente un'azione comune. Ma al contrario, gli operai di Bochum e di Rüsselsheim sono stati costantemente allontanati gli uni dagli altri, in modo da non avere mai l'opportunità di incontrarsi e discutere dei loro interessi comuni. I sabotatori della lotta non hanno neanche permesso ad una piccola delegazione di andare da Rüsselsheim a Bochum, per portare le loro testimonianze di solidarietà. Al contrario, il consiglio di fabbrica di Rüsselsheim ha messo in guardia contro “le teste calde" della Rhur, mentre i loro compari a Bochum facevano osservazioni sarcastiche sulla solidarietà dei loro “cari colleghi" di Rüsselsheim. Per avere un'idea di tutta l'ampiezza dell'ipocrisia dei sindacati durante la "giornata di solidarietà in tutta Europa", basta ricordare come i sindacati svedesi, in un'assemblea operaia, dopo il veloce ed abituale blabla sulla solidarietà con gli operai della Opel, si siano affrettati ad annunciare trionfalmente che il Primo ministro svedese Persson aveva promesso di impegnarsi personalmente affinché la produzione restasse in Svezia, e cioè che la fabbrica di Rüsselsheim fosse liquidata.
I lavoratori di fronte a delle false alternative
Che cosa succedeva a Bochum dove lo sciopero continuava? Là, i rappresentanti ufficiali dell'IGM ed il consiglio di fabbrica avevano talmente abbassato la testa all'inizio dello sciopero che una parte dei media li accusava di avere perso il controllo della situazione. Altri criticavano il fatto che questi avessero lasciato il campo libero ai sindacalisti radicali. In realtà, giusto alcuni giorni più tardi, i sindacati dimostravano quanto poco avessero perso il controllo mettendo fine allo sciopero con relativa facilità. Ma è anche vero che durante i primi giorni, i leader sindacali avevano lasciato veramente il campo ai “radicali". Appena è stato chiaro che la gente di Bochum sarebbe rimasta isolata nel proprio sciopero, questi pseudo-radicali, quali rappresentanti più conseguenti dell'ideologia sindacale, hanno cominciato a fare propaganda per “un lungo sciopero che doveva resiste fino alla fine". Un secolo fa, quando i lavoratori in lotta si battevano principalmente contro i singoli capitalisti, potevano imporre realmente i loro interessi facendo il proprio sciopero. Ma, da quando queste imprese familiari sono diventate dei consorzi giganti, legati a livello nazionale ad altre imprese ed allo Stato, gli operai devono battersi in quanto classe, e cioè devono estendere ed unificare le loro lotte in modo da essere capaci di opporre una resistenza efficace. Oggi, e già nel ventesimo secolo, l'ideologia sindacale delle lotte separate, isolate è diventata un’ottica borghese, una ricetta per colpire gli operai. Dalla Opel a Bochum, ancora una volta questa è servita a dividere gli operai. Mentre una maggioranza di lavoratori - presentendo già il vicolo cieco in cui li conduceva uno sciopero isolato - votava per la ripresa del lavoro, una minoranza combattiva, nella sua rabbia, voleva continuare qualunque fossero le conseguenze. Alcuni hanno anche accusato la maggioranza di aver tradito la causa comune. In quel momento, si insediava la divisione, non solo tra Bochum e Rüsselsheim, ma anche in seno agli operai di Bochum. In seguito, i rappresentanti dello "sciopero ad oltranza" - per esempio i sostenitori del MLPD stalinista - hanno affermato che se lo sciopero fosse durato alcuni giorni di più, i capitalisti sarebbero stati obbligati a capitolare. Ma la posta della lotta va ben oltre il semplice blocco della produzione. Si tratta innanzitutto di fare pendere il rapporto di forza tra le classi a favore del proletariato, grazie all'estensione ed all'unificazione delle lotte operaie.
Lo sviluppo di una prospettiva di classe autonoma
E’ pur vero che, dopo una settimana, la borghesia aveva fretta di mettere fine allo sciopero a Bochum. Non perché ci fosse una qualsiasi minaccia di crollo della produzione mondiale della GM. Ed è qui il cuore del problema. Lo sciopero a Bochum ha avuto realmente un impatto sulla borghesia e ha reso nervosi i difensori del sistema. Ma non per delle eventuali conseguenze per la produzione, ma proprio per le conseguenze possibili di questa lotta sugli altri lavoratori, sullo sviluppo della coscienza di classe nel suo insieme. Ciò di cui avevano paura non era neanche l'estensione della lotta immediata ad altre parti della classe. La situazione, la combattività generale e soprattutto il livello di coscienza non erano ancora abbastanza maturi per ciò. Ciò che li preoccupava di più erano le manifestazioni di combattività operaia nel contesto di una simultaneità sempre più grande di attacchi contro tutti gli operai. Ciò che temeva la classe dominante era che la classe, stimolata dalla lotta alla Opel, riconoscesse sicuramente, anche se lentamente, che i lavoratori delle differenti imprese, rami o regioni, hanno interessi comuni ed hanno bisogno di una solidarietà vivente.
La lotta alla Opel ha messo gli operai davanti ad una sfida più grande di quella alla Mercedes. Alla Opel, la possibilità di ricatto era molto più importante, ivi compreso la possibilità di chiusura completa della fabbrica. I lavoratori hanno raccolto questa sfida, almeno a Bochum, con una maggiore combattività. Ma non c'è stato ancora uno sviluppo conseguente del livello della coscienza di classe. Ciò non ci sorprende. La classe oggi è confrontata alla bancarotta sempre più visibile dell’intera società, quella del capitalismo. È evidente che il proletariato dovrà fare tentativi su tentativi ancor prima di cominciare ad avere un'idea di tutta l'ampiezza del problema e che indietreggerà ripetutamente davanti all'immensità del compito. Il ruolo dei rivoluzionari oggi è sostenere i lavoratori in questa lotta per acquistare la propria prospettiva di classe. E' per questo che la CCI ha distribuito un volantino durante la giornata di azione a Bochum e Rüsselsheim con cui non si accontentava di chiamare gli operai a lottare, ma provava a stimolare la riflessione politica nella classe.
Da Weltrevolution 127 (19.11.2004)
1. “Betriebsrat": struttura legale di cogestione delle imprese che ingloba il padronato ed il sindacato di settore.
Avrà certamente bestemmiato Berlusconi, la sera della liberazione di Giuliana Sgrena; ‘ma come’, avrà pensato, ‘avevo fatto tutto così bene, avevo fatto liberare una “comunista”, e quei coglioni di americani si mettono a sparare, per giunta non uccidendo nemmeno la “comunista”, ma un fedele servitore dello Stato! Così mi hanno fatto saltare ogni possibilità di utilizzare la liberazione della Sgrena per ridare credibilità alla nostra presenza in Iraq’. Ed invece proprio la morte del “fedele servitore dello Stato”, per giunta nell’atto “eroico” di proteggere la persona che aveva liberato (1), è servita a dare la stura ad una campagna nazionalista di grande portata. Una campagna che ha visto, come in ogni guerra che si rispetta, una “union sacrée” che ha abbracciato tutte le forze politiche dalla destra alla sinistra.
Che lo abbia fatto il governo, peraltro di destra, che deve difendere il “suo” intervento in Iraq è perfettamente normale: come già per il caso degli altri ostaggi, la loro liberazione costituisce un motivo di orgoglio e l’occasione per sostenere che questo è stato possibile proprio perchè l’Italia gode di grande stima in Iraq, per cui riesce a trovare i canali per la liberazione dei suoi ostaggi, con la conclusione quindi che bisogna ben essere orgogliosi di essere italiani, e di quanto stanno facendo laggiù i nostri militari. Anzi, di più, l’eroismo dei nostri militari deve farci sentire onorati di far parte di questo paese, infatti “Calipari ha ridato onore alla patria” ha detto ai suoi funerali il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta. Vuoi mettere la differenza, con quei rozzi di americani che sanno solo sparare al primo movimento e la nostra capacità di manovra e, all’occorrenza, la nostra capacità di morire da eroi?
Meno ovvio che a questa campagna si associasse tutta la sinistra che, essendo “teoricamente” contro l’intervento in Iraq, da questo episodio avrebbe potuto dire che aveva ragione lei, che in Iraq ci sono quei pazzi imperialisti degli americani che non consentono di pacificare la situazione, e quindi è stato sbagliato andarci, sarebbe buono ritornarcene subito. Ed invece la richiesta del ritiro rimane, ma senza fretta e nessuna immediatezza, e quello di cui ci si preoccupa di più è partecipare alla campagna di unità nazionale che la morte “eroica” di Calipari induce.
Così la vera critica a Berlusconi non è che in Iraq i militari italiani stanno conducendo una occupazione militare allo stesso titolo degli altri, ma che ci sono gli americani che non vogliono la pace (sottinteso: se se ne andassero gli americani, gli italiani potrebbero anche restare, perché la loro missione è di pace), per cui è meglio andarsene. Ma meglio farlo in un clima di “unità nazionale”, dice il “comunista” Bertinotti (2), in modo da evitare lacerazioni e contrapposizioni che, ovviamente, sono contrari all’ “interesse del paese”. Andarsene perché “ritirare le truppe da un teatro di guerra così inquinato, con una violenza così incontrollata, è una misura di salute pubblica. (…)Il mio è un appello che dice: non facciamo polemiche, non torniamo alle discussioni che ci hanno diviso. Troviamo la forza di un atto di unità nazionale perché in Iraq siamo di fronte a una situazione incontrollata.”(2). Più chiaro di così: d’accordo a creare un clima di unità nazionale; andiamocene dall’Iraq, non perché l’intervento italiano è stato anch’esso un atto di guerra imperialista, ma perché c’è una situazione incontrollata. Incontrollata anche perché (Bertinotti non lo dice, ma è implicito) gli americani non fanno niente per una reale pacificazione, anzi sono così guerrafondai che sparano anche sugli alleati. Per cui andiamocene con un atto di unità nazionale e, anzi “a Berlusconi chiedo uno scatto di orgoglio nazionale, come avvenne a Sigonella” E di fronte alla sorpresa dell’intervistatore che gli ricorda che nell’episodio di Sigonella (3) al governo c’era Craxi, Bertinotti, ineffabile, risponde: “Non l’ho mai avuto in simpatia, ma a Sigonella vi fu uno scatto d’orgoglio del suo governo. In quell’atto si rivelò la dote di uno statista”
Potenza del clima di unità nazionale! In un sol colpo non solo si avanza una proposta unitaria a Berlusconi, ma si riabilita perfino Craxi, che a suo tempo i militanti dell’attuale Rifondazione volevano in galera, fino a riconoscergli la dote di uno statista (con buona pace di tutte le tangenti che lo “statista” confessò di avere intascato perché “la politica costa”)!
E per rafforzare l’atmosfera dello “stringiamoci a coorti”, anche Bertinotti sottolinea l’eroismo di Calidari, rispetto alla cui morte “Ho provato una commozione intensa. Esce con un nitore tale la personalità di quest’uomo, che si teme perfino di usare parole retoriche per ricordarlo. Una persona straordinaria, con un senso democratico, repubblicano (…). Un senso della missione che dà una visione corale unitaria” (2).
Così se Veltroni, diessino sindaco di Roma si è precipitato a intitolare a Calipari, un giardinetto di Roma, il “comunista” Bertinotti ne esalta le doti di democratico, in modo da far capire che anche i servizi segreti sono organi della democrazia (e quindi da non confondere con quelli “deviati” che mettono le bombe e fanno provocazioni) e non, come “qualche estremista” potrebbe pensare, organi dell’esercito di uno stato imperialista con il compito di controllare e manipolare la vita sociale e politica di un popolo.
Non c’è che dire: tutta la borghesia si è unita per cercare di lanciare ai proletari italiani il messaggio di unirsi in una unità nazionale, di sfruttatori e sfruttati, di assassini e di vittime, di chi le guerre le vuole e le cerca per i suoi interessi di classe e chi le subisce sulla propria pelle. In questa maniera si vorrebbe cercare di far dimenticare ai proletari che i loro interessi sono contrapposti a quelli della propria borghesia, e di far credere che se i proletari rinunciano a contrapporsi alle azioni di questa (siano esse interne od esterne) è tutto il “paese” a trarne benefici.
E invece no: i proletari non hanno nessun interesse a difendere le avventure imperialiste della propria borghesia, anzi, essi le pagano in termini economici e di vite umane; è per questo che al coro unanime di tutti i difensori della borghesia, “stringiamoci a coorti”, i comunisti non possono rispondere che con il vecchio grido di guerra della classe operaia: gli operai non hanno patria!
Helios, 28/03/05
1. Non è che per noi cambi molto, ma questo dell’atto eroico è qualcosa dato per certo da tutti, quando la dinamica dei fatti, e cioè l’improvviso e rapido esplodere dei colpi da parte dei militari americani, non consente a nessuno, nemmeno a Giuliana Sgrena, di dire se Calipari è caduto perché già colpito, o se effettivamente si sia buttato sulla Sgrena per proteggerla. Peraltro, un militare esperto come Calipari non poteva non sapere che l’unica speranza di salvare la Sgrena sarebbe stata quella di buttarla sul fondo dell’auto, in modo da sottrarla dalla traiettoria dei colpi, e non cercare di proteggerla col proprio corpo da proiettili di grosso calibro sparati con armi automatiche. Ma è proprio la morte eroica che consente di orchestrare la campagna, per cui ecco perché nessuno la mette in discussione.
2. Vedi l’intervista a Repubblica dell’8/03/05
3. A Sigonella, base militare in Sicilia, avvenne che gli americani pretendevano che i militari italiani consegnassero loro un terrorista palestinese arrestato, richiesta a cui Craxi disse di no, e quando una pattuglia armata americana si presentò davanti all’aereo che trasportava il terrorista all’estero, Craxi fece trovare un picchetto di uomini armati che fece recedere i militari americani dai loro propositi.
La società in cui viviamo, società capitalista, sta ancora una volta marciando in guerra: la Serbia ieri, l'Afghanistan e Iraq oggi, l'Iran o la Siria domani ed conflitti ancor più gravi in futuro. Non stiamo andando verso una nuova grande guerra mondiale, ma verso guerre sempre più caotiche sparse in tutto il mondo. La minaccia è comunque la stessa: la distruzione dell’umanità, a meno che questo sistema non venga rovesciato.
Nel 1914, la civiltà capitalista ha mostrato di non aveva più alcun utilità per l'umanità avendo immerso l’Europa nel più grande macello imperialista che il mondo avesse mai visto. Nel 1917-19, da Pietrogrado a Berlino, da Torino a Glasgow, la risposta operaia è stata un'ondata internazionale di scioperi di massa e rivoluzioni. L'Internazionale comunista ha descritto la prospettiva: la vittoria della rivoluzione socialista in tutti i paesi o un'epoca di guerre sempre più distruttive.
L'ondata rivoluzionaria è stata sconfitta e l’Internazionale è morta; ma aveva ragione. Dopo 20 anni, una nuova ed ancor più sconvolgente guerra mondiale ha devastato il pianeta. Ancor prima che questo incubo fosse finito, gli imperialisti alleati nel campo ‘antifascista’ si fronteggiavano gli uni agli altri per il controllo del pianeta. Nei 40 anni successivi l'umanità ha vissuto sotto l'ombra di una terza e ultima guerra mondiale fra l’imperialismo americano e quello russo, mentre a milioni sono morti nelle guerre per procura dietro la maschera delle lotte di “liberazione nazionale” dal Vietnam al Medio Oriente ed in Africa.
Nel 1989 il debole blocco russo, circondato dal suo rivale Usa, è sprofondato come un castello di carta; e ci hanno detto da George Bush senior che un nuovo ordine mondiale di pace era all'ordine del giorno. Quasi immediatamente, gli ex soci del vecchio blocco degli Stati Uniti sono scesi anche loro in campo nelle guerre per procura in Africa e nei Balcani. L'America ha risposto con un massiccio dispiegamento di forza militare nel Golfo nel 1991 ed in Serbia nel 1999. E dal 2001 ha dato inizio alla “guerra contro il terrorismo”, il cui scopo reale è controllare i principali rifornimenti di energia del mondo e costruire una barriera intorno all’Europa ed alla Russia.
In breve: il capitalismo decadente significa guerra infinita. La storia degli ultimi 90 anni mostra che tutti i colloqui di pace in questo sistema sono una frottola. La pace è nient'altro che una tregua imperialista tra le guerre.
Il pacifismo: una pericolosa illusione
Se il capitalismo non può fare la pace, allora il pacifismo è una frottola. Il pacifismo, il cosiddetto movimento contro le guerre condotto da quelli che selettivamente sostengono di essere contro questa o quella guerra, quale l’attuale avventura militare in Iraq, ci dice che, con le dimostrazioni legali e le elezioni democratiche, noi possiamo persuadere lo Stato capitalista a trasformare le spade in vomeri. Ci dice che se sosteniamo un certo uomo politico capitalista contro un altro - ad esempio Kerry contro Bush - possiamo invertire la tendenza alla guerra. Ci dice persino che possiamo servire la causa della pace sostenendo determinate potenze imperialiste - come la Francia e la Germania - contro altre, come l'America o la Gran Bretagna, o convincendo l'America e l’Europa a lavorare insieme nel quadro delle buone vecchie Nazioni Unite (persino George Bush è in accordo a parole con questa idea).
Come abbiamo detto: tutto questo è una menzogna. Il capitalismo non sta trascinando l'umanità attraverso l'inferno della guerra perché ha i capi sbagliati, ma perché è un sistema sociale in profondo ed irreversibile deperimento.
La lotta contro la guerra può essere solo una lotta contro il capitalismo.
Molti risponderanno: sono belle parole, ma nel frattempo, che cosa pensiamo di fare noi? Certamente le dimostrazioni pacifiste sono meglio di niente!
La questione è falsa. La lotta contro il capitalismo non è un ideale utopico. Comincia dalla realtà quotidiana della lotta di classe, la lotta degli operai per difendersi contro gli attacchi crescenti ai loro livelli di vita. Contro gli effetti della stessa crisi economica che spinge il capitalismo verso la guerra. Naturalmente la lotta degli operai deve estendersi ed unificarsi e soprattutto deve diventare esplicitamente una lotta politica. Ma essa esiste e si rafforza ogni volta che gli operai riconoscono come classe i loro interessi comuni.
Le campagne pacifiste indeboliscono la lotta di classe spingendo gli operai a concepirsi come componenti di un movimento democratico di rispettabili cittadini. Queste campagne ostacolano lo sviluppo della coscienza di classe nel momento in cui sostengono che la pace è possibile senza rivoluzione.
Di fronte all'estensione della guerra nel mondo, l’unica risposta della classe operaia, in tutti i paesi, può essere solo il rifiuto di tutti i sacrifici richiesti dall'economia capitalista e dalla sua macchina di guerra; combattere per i propri interessi di classe contro l'interesse nazionale difeso apertamente sia dai guerrafondai che dai pacifisti; opporre alla logica nazionalista della guerra il programma internazionalista della rivoluzione mondiale e di una comunità umana mondiale.
CCI 5.3.05
Con l’assassinio del vecchio primo ministro libanese, Rafic Hariri, si è riacceso un focolaio di scontri imperialisti in Medio Oriente. Questo nuovo episodio della barbarie capitalista, che si sviluppa a livello mondiale ed in particolare nel Vicino e Medio Oriente e si manifesta con sanguinosi regolamenti di conti ed una spirale senza fine di attentati terroristici che colpiscono ciecamente le popolazioni, ci ricorda che tutti i discorsi di pace della borghesia, di paesi grandi e piccoli, non sono che spudorate fesserie e cinismo. Sono proprio queste frazioni nazionali della borghesia che, non contente di seminare morte, come gli Stati Uniti in Iraq o la Francia in Africa, manipolano le molteplici bande di terroristi.
Il Medio Oriente, una posta in gioco permanente per le grandi potenze
L’attentato contro Rafic Hariri è una lampante smentita di tutte le chiacchiere che avevano salutato, all’inizio di gennaio, l’elezione di Mahmoud Abbas alla presidenza dell’Autorità palestinese come una garanzia di pace per la regione.
Questo avvenimento permette alla Francia ed agli Stati Uniti, promotori nel settembre scorso della risoluzione 1559 che esigeva il ritiro dell’esercito siriano dal Libano, di posizionarsi all’interno della vita politica libanese, designando espressamente la Siria come responsabile di questo assassinio. E non è certo la volontà di far rispettare la “Libertà” che li anima. Per Chirac, che ha potuto mettere sul piatto la sua “amicizia” con Hariri, era un’occasione troppo bella per tentare di far ritornare la Francia in questo paese, da cui era stata messa da parte progressivamente negli anni 80 e completamente messa fuori nel 91 in particolare con l’espulsione del suo pupillo libanese, il generale Aoun. Quanto agli Stati Uniti, si trattava di una tappa della loro strategia militare nel Sud-Ovest asiatico, che mirava ad accrescere la loro pressione sulla Siria designata dalla scorsa primavera come protettrice dei terroristi di Al-Qaida e dei membri dell’ex-Stato iracheno. Washington ha anche avvertito chiaramente ed a più riprese, anche recentemente, che la Siria rischiava di non scappare alle batoste del suo esercito.
Pertanto l’intesa che esiste oggi tra gli americani ed i francesi a spese del Libano e della Siria ha come unica ragione quella di giustificare la difesa dei rispettivi interessi imperialisti. La sua prospettiva è costituire una nuova fonte di rivalità, per bande terroriste interposte, ed alimentare così il caos nella regione.
Le difficoltà della borghesia americana
Non sono comunque i recenti viaggi diplomatici della cricca di Washington che possono far sognare un domani diverso. In queste ultime settimane anche l’Europa è stata corteggiata intensamente dalla diplomazia americana. Dopo la visita del segretario di Stato Condoleezza Rice, è stato Donald Rumsfeld a spostarsi per il 14ª conferenza sulla sicurezza a Monaco, poi è venuto il “boss” in persona, Bush, ad assistere al summit della Nato e dell’Unione Europea, a fare incontri su incontri con i capi di Stato europei ed in particolare con quelli che si erano opposti all’intervento militare in Iraq, Chirac, Schröder, e poi Putin. Perchè tutta questa effervescenza diplomatica? Cosa si prepara dietro gli ipocriti abbracci tra padrini rivali, tra lo zio Sam e gli europei? Il cambiamento di discorsi della potenza americana non significa che questa ha rinunciato ad utilizzare la sua potenza militare per difendere i propri interessi economici, politici e militari nel mondo, ma solo che cerca di adattare la sua strategia ed il suo discorso ideologico tenendo conto delle difficoltà che incontra in particolare a causa del suo insabbiamento nella situazione irachena. La politica portata avanti in Iraq non fa che alimentare l’ostilità rispetto alla prima potenza mondiale e tende ad accrescere il suo isolamento sulla scena internazionale. Non potendo fare marcia indietro in Iraq, pena un indebolimento considerevole della sua autorità mondiale, lo zio Sam si caccia in contraddizioni difficilmente gestibili. Oltre ad essere una voragine finanziaria, l’Iraq costituisce il punto di appoggio permanente delle critiche dei suoi principali rivali imperialisti. Per altro, le recenti elezioni in Iraq hanno visto la vittoria della lista unificata dei partiti sciiti, più vicini al governo iraniano, e la disfatta del loro pupillo Iyad Allaoui, primo ministro ad interim. “Questo governo avrà eccellenti relazioni con l’Iran ... In termini di geopolitica regionale, non è il risultato che speravano gli Stati Uniti” (Courrier International n°746). A questo indebolimento della loro influenza sul gioco dei partiti politici iracheni, bisogna aggiungere il clima di terrore che continua a regnare in tutto il paese dove gli attentati e gli omicidi si succedono incessantemente. La pretesa vittoria della democrazia irachena (per il fatto che ci sono state queste elezioni), non ha affatto eliminato il rischio di divisione del paese in funzione degli interessi contrastanti delle diverse comunità religiose ed etniche. Del resto tutti sono concordi nel dire che la resistenza armata continuerà e probabilmente si intensificherà. In questo senso, l’offensiva diplomatica e questa volontà americana di apparire di nuovo “sulla stessa lunghezza d’onda” degli Europei, ha soprattutto per obiettivo tentare di convincere questi ultimi ad essere al loro fianco per “difendere e propagare la democrazia nel mondo”, in particolare nel Vicino e nel Medio Oriente. L’amministrazione Bush mantiene gli stessi obiettivi militari che aveva nel primo mandato, nel dopo 11 settembre, ma l’involucro ideologico ha assunto un nuovo look, più confacente ai bisogni della situazione. Il tutto facendo intendere alle potenze europee che da ora in avanti nulla sarà fatto senza che esse siano consultate, nella misura in cui tutte condividono gli stessi valori umani, democratici e di libertà dell’America. Non è del tutto escluso che, dietro questa mascherata, alcune potenze come la Francia abbiamo avuto la promessa di un ruolo privilegiato nel regolamento del conflitto in Iraq in cambio, naturalmente, di una maggiore implicazione al fianco degli Americani.
Dietro i discorsi ostentatamente unitari dell’offensiva diplomatica americana, le divergenze sono comunque sempre presenti, anzi aumentano. Come sottolinea un alto responsabile della NATO “il vecchio Rumsfeld ci ha fatto una sviolinata, come l’aveva fatta Condoleezza Rice la settimana scorsa” (Le Monde del 15 febbraio). Mentre fino ad oggi l’equipe Bush aveva condotto una politica da “pugno di ferro”, ora fa la politica del “pugno di fero in un guanto di velluto”. Rumsfeld ha affermato che per gli Stati Uniti “la missione (in senso militare) determina la coalizione”. In altre parole, l’America farà appello alla NATO solo se questa fa i suoi interessi strategici. Da parte loro gli Europei, ed in particolare la Germania con il sostegno della Francia, pongono apertamente la necessità di riformare la NATO e di sostituire l’Alleanza con un gruppo di esperti, rappresentativi degli interessi americani e soprattutto europei. La Germania inoltre afferma chiaramente che “nel quadro europeo, lei si sente corresponsabile per la stabilità e l’ordine internazionale” e che a questo titolo rivendica un seggio di membro permanente al consiglio di sicurezza dell’ONU. Davanti al rifiuto immediato degli Stati Uniti di riformare la NATO, la Germania si permette addirittura di alzare il tono attraverso il suo primo ministro degli affari esteri Joschka Fischer che dichiara: “Bisogna sapere se gli Stati Uniti si situano dentro o fuori il sistema delle Nazioni Unite”.
Questa tensione intorno al ruolo della NATO si è concretizzata con il rifiuto degli Europei di contribuire al programma di formazione delle forze militari e di polizia in Iraq o con il magro contributo dato. Rispetto all’Afghanistan le potenze europee hanno accettato di rafforzare gli effettivi della Forza Internazionale (FIAS) sotto il comando della NATO perchè questa è agli ordini di un generale francese con importanti unità di soldati francesi e tedeschi. Tuttavia non vogliono che questa forza militare passi alla fine sotto il comando dell’operazione “Enduring Freedom”, cioè sotto il controllo dell’esercito americano.
La questione della NATO non è il solo soggetto di discordia.
Dopo averci suonato la sinfonia dei Diritti dell’Uomo a proposito della repressione del movimento studentesco della piazza Tien An Men, in Cina nel 1989, gli Europei, da buoni commercianti di armi, sono pronti a levare l’embargo sulla vendita di armi a questo paese. Gli Americani non sono d’accordo, e neanche il Giappone, ma questo non ha niente a che vedere con i Diritti dell’Uomo: il motivo è che ciò rilancerebbe la corsa agli armamenti sul continente asiatico e minaccerebbe la loro influenza in questa regione, già sottomessa a forti tensioni militari aggravate in questi giorni dalla Corea del Nord che annuncia ufficialmente di avere l’arma nucleare. La visita del padrino americano in Europa non è dunque l’inizio di una nuova era di unità, né di un rafforzamento delle relazioni transatlantiche. Al contrario, le divergenze si accumulano e le posizioni sono sempre più inconciliabili. Le strategie e gli interessi degli uni e degli altri sono differenti perchè ciascuno difende la propria nazione, i propri interessi di Stato capitalista. Non ci sono i cattivi Americani da un lato ed i buoni Europei dall’altro. Sono tutti briganti imperialisti e la politica del “ciascuno per sé”, che compare dietro i simulacri di cordiale intesa, alla fine non può che portare a nuove convulsioni, lacerazioni e nuove carneficine militari, di cui l’Iran e la Siria potrebbero essere i prossimi bersagli. In effetti, la principale divergenza tra le grandi potenze – e la più gravida di conseguenze per questa regione del mondo – è su quale politica avere nei confronti dell’Iran. Le grandi potenze europee, compresa l’Inghilterra, sono in linea di massima favorevoli a continuare le negoziazioni con questo paese al fine di impedire – dicono loro – che questo sviluppi un programma nucleare militare. Mosca, dal canto suo, è il primo partner di Teheran sul piano nucleare e non ha nessuna intenzione di cambiare politica. Gli Stati Uniti, tenuto conto del peso che ha l’Iran come potenza regionale rafforzata recentemente dalla vittoria elettorale degli Sciiti in Iraq, non possono che voler accentuare la loro pressione sugli Europei e su Putin per far prevalere la loro opzione. La cricca Bush minaccia così di agguantare il consiglio di sicurezza dell’ONU con una nuova scalata militare che produrrà ancora più caos e barbarie in questa regione.
L’unica politica possibile per gli Stati Uniti è quella dei cannoni
Come abbiamo regolarmente sviluppato nella nostra stampa, il caos ed i conflitti militari che si sviluppano a livello planetario da vari anni e che non risparmiano nessun continente, sono il diretto prodotto del nuovo periodo apertosi nel 1989 con il crollo del blocco dell’Est seguito dalla disgregazione di quello occidentale. Lungi dall’essersi aperto “un nuovo ordine di pace”, come pretendeva all’epoca Bush padre, stiamo andando verso un mondo di disordine omicida, di caos feroce nel quale il gendarme americano tenterà di far regnare un minimo di ordine attraverso l’impiego sempre più massiccio e brutale della sua potenza militare (1).
Dalla guerra del Golfo nel 1991 alla Jugoslavia, dal Rwanda alla Cecenia, dalla Somalia al Timor orientale, dall’attentato alle Twin Towers agli attentati di Madrid, per non citare che alcune delle convulsioni violente della fase di decomposizione del capitalismo (2), tutte le volte i responsabili di questi massacri sono gli scontri imperialisti tra Stati, grandi o piccoli che siano. Per gli Stati Uniti, i cui interessi nazionali si identificano con il mantenimento di un ordine mondiale costruito a sua vantaggio, questo aggravamento del caos nei conflitti imperialisti rende sempre più difficile mantenere la loro posizione di leadership mondiale. Non esistendo più la minaccia russa, i loro vecchi alleati, in particolare gli Europei, Francia e Germania in testa, vogliono difendere i propri interessi di nazioni capitaliste. Il peggioramento della crisi economica acuisce gli appetiti imperialisti di tutti gli Stati e non lascia altra via alla potenza americana che lanciarsi in nuove conquiste, la destabilizzazione dei suoi rivali e soprattutto l’utilizzo a ripetizione della sua forza militare, il che ha per risultato quello di aggravare il caos e la barbarie nelle regioni dove hanno luogo queste spedizioni militari. In questo contesto, la strategia messa avanti dall’amministrazione Bush figlio dopo l’11 settembre 2001, di “guerra al terrorismo”, è un tentativo di risposta all’indebolimento della propria leadership. Di fronte alla crescente contestazione delle altre potenze imperialiste, gli Stati Uniti usano il pretesto degli attentati e la necessità di lottare contro la nebulosa di Al Qaida e Bin Laden per sferrare un’offensiva militare senza precedenti a livello mondiale. Questa campagna militare di lunga durata designa un certo numero di paesi come appartenenti all’asse del male che bisogna sradicare militarmente. E’ il caso dell’Afghanistan, poi dell’Iraq, della Corea del Nord, dell’Iran. Nei fatti, ogni volta gli Stati Uniti hanno degli obiettivi strategici più globali e più vasti che includono la necessità di una presenza decisiva in Asia Centrale allo scopo di assicurarsi il controllo di questa regione, ma anche sul Medio Oriente ed il sub continente indiano. Il fine strategico a lungo termine è l’accerchiamento dell’Europa e della Russia. L’America ha in particolare la preoccupazione di pervenire ad un controllo incontestabile delle principali fonti di approvvigionamento delle risorse energetiche, allo scopo di privarne i rivali imperialisti (le potenze europee, la Russia, il Giappone, la Cina) in previsione di future crisi imperialiste che possano portare ad uno scontro diretto. Gli Stati Uniti hanno tentato di mettere in opera questa politica dal 2001 ad oggi, ma bisogna constatare che hanno molte difficoltà a tenere testa rispetto alla determinazione dei rivali che, benché meno potenti, sono ben decisi a difendere, a tutti i costi, i loro interessi imperialisti. Da ciò ne è già risultato, e non potrà che aggravarsi in avvenire, il più grande caos della storia.
Donald, 24/2/05
1. Vedi l’articolo “Militarismo e decomposizione” nella Rivista Internazionale n° 15.
2. Vedi le nostre tesi su “La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo”, nella Rivista Internazionale n° 14.
In questi ultimi mesi sia militanti che sezioni della CCI hanno ricevuto minacce o sono stati fatti oggetto di appelli all’uccisione appena dissimulati.
A dicembre, UHP- ARDE (1) ha pubblicato sul proprio sito internet un testo intitolato “Scienza e arte del ritardato“ (2) che contiene un appello all’uccisione dei nostri militanti fatto attraverso una sinistra sequenza di sillogismi: comincia con l’accusarci apertamente di razzismo e in maniera velata di difendere la politica della borghesia; prosegue stabilendo una gerarchia di aggettivi che comincia con “ritardati”, prosegue con “cretini” e finisce con “imbecilli”. Dopo aver stabilito queste premesse, l’articolo conclude così: “CONTRO LE CAMPAGNE BORGHESI DI FALSIFICAZIONE E DI REPRESSIONE DELLE NOSTRE LOTTE! MORTE AGLI IMBECILLI!” (3).
Il mese precedente, era arrivata all’indirizzo elettronico della nostra sezione in Spagna una lettera anonima che finiva così: “Siete una banda di figli di puttana e raccoglierete quello che state seminando, piccoli professori di merda. Firmato: un sottoproletario”.
Recentemente, nel gennaio scorso, un membro della FICCI (4) aveva minacciato uno dei nostri compagni della sezione in Francia di volergli “tagliare la gola”.
Di fronte a questa successione di minacce delinquenziali completamente estranee ai comportamenti proletari, quale deve essere l’atteggiamento dei rivoluzionari e degli elementi del proletariato? Non dare loro importanza pensando che si tratta di fanfaronate o il frutto di una eccitazione momentanea? Accettare un apprezzamento di questo tipo sarebbe un grave errore.
Innanzitutto perché un tale atteggiamento significherebbe buttare all’aria l’esperienza storica del movimento operaio. Questa dimostra che l’assassinio di militanti operai è stato preceduto – e in gran parte preparato – da una serie di atti cinici: accuse calunniose, minacce, intimidazioni, appelli, a volte sfumati, altre diretti all’assassinio, insomma una serie di piccoli anelli che pezzo dopo pezzo portano a una grande catena. Così, l’assassinio di Rosa Luxemburg, nel gennaio 1919, ad opera delle forze armate dei boia socialdemocratici, conobbe una lenta maturazione: a partire dal 1905 si scatenarono gravi denigrazioni, minacce e provocazioni nei confronti di questa militante proletaria. Nessuno di questi fatti sembrava inquietante, ma il crimine del 1919 rivelò la logica infernale che li legava gli uni agli altri. Alla stessa maniera l’assassinio di Trotsky, perpetrato dall’infame Mercader, fu il punto culminante di una serie di passi orchestrata dalla canaglia stalinista: prima Trotsky fu accusato di essere un agente della Gestapo, poi cominciarono le campagne che richiedevano apertamente la sua testa. In seguito vennero le pressioni su uno dei suoi figli (Lyova) che sboccarono in quello che somiglia ad una assassinio “medico” (6). Più tardi cominciarono le minacce dirette di morte, proferite dai sicari messicani dello stalinismo. Sappiamo tutti quale fu la tragica fine. La storia dimostra che esiste un legame più o meno diretto tra le minacce e gli appelli di oggi e gli assassini di domani. Questi sono sempre il punto culminante di un ammasso di calunnie, di minacce e di campagne d’odio.
In secondo luogo non possiamo trascurare il contesto in cui si situano le 3 minacce che abbiamo ricevuto. In questi ultimi mesi c’è stata una recrudescenza e una moltiplicazione delle campagne della FICCI. Lo prova il bollettino numero 28, in cui veniamo chiamati “sporcaccioni”, cosa che, aggiunta a innumerevoli insulti ,minacce e calunnie non fa che favorire un clima in cui ogni attacco fisico contro la CCI sarebbe legittimo.
Non è un caso che queste minacce giungano nel contesto che abbiamo descritto. I loro autori hanno chiaramente scelto il loro campo. Agli insulti, alle campagne d’odio, al tessuto di menzogne e di calunnie, essi hanno voluto aggiungere le parole ancora più forti dell’appello all’uccisione.
Non è la prima volta che si producono questi tipi di “interventi”. Nel 1996, in un contesto di campagne altrettanto ripugnante contro la CCI, anche se con altri protagonisti, il GCI (Gruppo Comunista Internazionaliste), un gruppo che compare nelle pagine dei link di UHP/ARDE, ha voluto apportare il suo contributo contro la CCI, chiamando, con il metodo del “sillogismo”, all’assassinio dei nostri compagni in Messico. Prima premessa: denunciando il gruppo stalin-maoista di Sendero Luminoso in Perù, noi saremmo diventati complici del massacro di prigionieri proletari. Da qui viene la seconda deduzione logica: “per la CCI, come per lo Stato borghese, e in particolare la polizia peruviana, mettersi al fianco degli oppressi, significa sostenere Sendero Luminoso.” Il sillogismo seguente diceva: “ nel campo operaio si è sempre considerato un poliziotto o un informatore che si dedica a questo tipo di amalgama poliziesca”.
Il seguito conteneva un nuovo sofisma: “ questi sono gli stessi argomenti democratici utilizzati dai Domingo Arango e dagli Abad di Santillana davanti alle azioni violente dei militanti rivoluzionari”. E quale è la conclusione di questi ragionamenti? “E per questo tipo di calunnia, la cui utilità per lo Stato è ben reale, Domingo Arango ha ricevuto una pallottola in testa e non possiamo che dispiacerci che Abad di Santillana non abbia subito la stessa sorte” (tratto dal n. 43 di Communisme, organo del GCI) (8).
Siamo perfettamente coscienti del processo in cui si inseriscono queste minacce. Noi non ci lasceremo intimidire e di fronte ad esse noi rispondiamo quello che rispondemmo già nel 1996:”Niente di tutto questo ci farà indietreggiare. Noi rafforziamola nostra lotta e tutta la CCI si mobilita per difendere la nostra sezione in Messico utilizzando un’arma che solo il proletariato possiede: l’internazionalismo. L’unità internazionale della CCI le fornisce delle particolarità che sono intollerabili dal punto di vista della borghesia, nella misura in cui ogni tentativo di distruzione di una delle sue parti si scontra immediatamente con la mobilitazione e la solidarietà attiva del suo insieme.” (9)
Noi dobbiamo respingere con la più grande fermezza e combattere senza la minima concessione la mentalità di pogrom verso i rivoluzionari, perché è solo così che noi potremo rompere la catena che riunisce, a traverso una serie di anelli, i foschi appelli alla “morte degli imbecilli”, all’assassinio dei militanti comunisti di domani.
La solidarietà proletaria è l’arma principale contro questo tipo di attacchi
Ogni classe sociale possiede i suoi metodi. Noi sappiamo già quali sono quelli della borghesia: da una parte, le armi “politiche” della calunnia, del ricatto e, dall’altra parte, le armi più risolutive dell’assassinio, del terrore e del sadismo più ripugnante. (10)
Naturalmente queste armi non fanno parte dell’arsenale di lotta del proletariato e dei suoi gruppi autenticamente rivoluzionari. Noi abbiamo altre armi , molto più efficaci nella lotta contro il capitalismo. Una di queste, la più importante, è la solidarietà.
La forza del proletariato è la solidarietà. La solidarietà come capacità di difendere tutte le sue componenti. La solidarietà per mostrare ai suoi nemici che chiunque attacca una delle sue parti si ritrova immediatamente di fronte alla risposta del suo insieme.
Così la CCI, in modo unanime, manifesta la sua solidarietà ai compagni e alle sezioni minacciate e prende tutte le misure necessarie per la loro difesa. Alla stessa maniera, noi sollecitiamo tutti i nostri simpatizzanti ad esprimere attivamente la loro solidarietà. Lo chiediamo anche a tutti quelli che condividono la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo, e che pur avendo dei disaccordi con le posizioni della CCI, considerano che è necessario fare fronte davanti a questi immondi attacchi.
La solidarietà con i compagni minacciati è non solo la loro migliore difesa, ma anche la migliore difesa per tutti i militanti e compagni che si battono contro il capitalismo. E’ anche il migliore contributo che noi possiamo apportare alla difesa dei militanti comunisti di domani.
La pratica della calunnia, della menzogna, delle minacce e dell’intimidazione sono radicalmente incompatibili con l’obiettivo della comunità umana mondiale che il proletariato aspira ad instaurare dopo la distruzione dello stato capitalista. E’ necessario sradicare l’infiltrazione di tali comportamenti che non sono che l’espressione e la riproduzione di quelli della società capitalista putrefatta che noi vogliamo abolire.
La chiarificazione delle posizioni rivoluzionarie, la lotta comune contro il capitalismo e la sua barbarie, non possono essere disturbate dalle torbide manovre di queste bande di impostori che, nascondendosi dietro delle “posizioni rivoluzionarie” da operetta, se ne approfittano per lanciare ogni tipo di attacchi, a tradimento e alle spalle, contro quelli che lottano veramente per la causa proletaria.
Solidarietà con i nostri militanti e le nostre sezioni minacciate!
CCI (15 febbraio 2005)
1. UHP: sigla del gruppo spagnolo Unios Hermanos Proletarios. ARDE è una pubblicazione che sembra essere la portavoce dei differenti nuclei che si chiamano UHP.
2. Vedere la risposta della nostra sezione in Spagna su Accion proletaria n. 180, “Risposta a UHP-ARDE: meglio un ritardato onesto che un furbo imbroglione”
3. Bisogna sottolineare la maniera losca e contorta con cui questi individui chiamano all’assassinio dei nostri militanti. Con una incredibile ipocrisia, essi non dicono apertamente le cose, le lasciano venire: prima dicono che la CCI è costituita da imbecilli, per poi finire con “morte agli imbecilli”
4. Gruppetto di parassiti delinquenti che si fa chiamare “Frazione Interna della CCI “ e la cui sola attività consiste nel riversare tonnellate di calunnie contro la CCI e proferire appelli d’odio contro di noi.
5. Vedere l’articolo di denuncia di questo episodio in Rèvolution Internationale n. 354
6. Vedere le testimonianze sulla strana morte del figlio di Trotsky durante la sua ospedalizzazione in una clinica russa di Parigi; in particolare in Deutscher, Biografia diTtrotsky, e Vereekes, La Guépéou dans le mouvement trotskyste.
7. A questa epoca furono gruppi come il “Communist Bullettin Group”, inglese, o “Hilo Rojo” spagnolo che, insieme ad altri circoli, furono autori di queste campagne. In seguito non si è saputo più niente di loro.
8. Vediamo così che i redattori di UHP-ARDE non hanno inventato niente nei loro appelli loschi e trasversali al nostro assassinio. Hanno dovuto ispirarsi ai metodi del GCI.
9. Tratto dall’articolo “I parassiti del GCI chiamano all’uccisione dei nostri militanti in Messico”, che denuncia il GCI, in solidarietà con la nostra sezione in Messico, pubblicato anche su Rivoluzione Internazionale n. 98, dicembre 1996
10. Bisogna segnalare che il sottoproletariato ha molta attrazione per questi metodi della borghesia, ed è per questo che, nei periodi rivoluzionari, esso in genere alimenta i corpi scelti e altre milizie d’attacco della borghesia, come avvenne, per esempio, in Germania nel 1919.
All’inizio dello scorso mese si è tenuto a Venezia il VI congresso del partito della cosiddetta “Rifondazione Comunista”, un evento che abbiamo seguito con interesse non perché tale partito possa costituire un punto di riferimento valido per la classe operaia, ma giusto per il motivo opposto, ovvero per la falsa alternativa che esso propone per tanti giovani e tanti proletari che sono sinceramente alla ricerca di una militanza di classe. Come è noto questo partito, che ha la pretesa di rappresentare l’aspirazione della gran parte della popolazione a raggiungere “un mondo migliore”, presenta al suo interno una forte frammentazione con posizioni che sono anche notevolmente differenziate. Al congresso, che si è appena chiuso, sono state presentate ben 5 diverse mozioni, ognuna espressione di una componente politica tra cui quella maggioritaria, che fa capo a Bertinotti, raccoglie uno stentato 59%. Con questo articolo ed un secondo previsto per il prossimo numero ci proponiamo di fornire elementi di riflessione utili a comprendere non solo che la linea maggioritaria del segretario non corrisponde agli interessi dei lavoratori, ma che le stesse minoranze, ognuna per proprio conto e tutte quante messe assieme, servono solo a illudere la gente che, nonostante tutto, c’è sempre la possibilità di capovolgere la politica del partito e portarlo su una via “rivoluzionaria”.
1. La svolta governista di Rifondazione
Il V Congresso di Rifondazione del 2002 era stato quello della cosiddetta “svolta a sinistra” per l’apertura ai movimenti alter-mondialisti che lo aveva caratterizzato; l’attuale VI congresso si è invece focalizzato tutto sulla scelta della maggioranza di orientare la politica del partito non solo verso la partecipazione ad una coalizione elettorale e di maggioranza governativa di centro-sinistra, ma addirittura verso la partecipazione in senso stretto alla composizione di un prossimo eventuale governo Prodi, con tanto di ministri targati RC. A questo le minoranze hanno reagito sparando a zero e denunciando il fatto che questa scelta sia stata fatta addirittura a prescindere da qualunque accordo di programma, come per dire “ci svendiamo al nemico senza neanche trattare sul migliore prezzo che si può strappare”. Sul fronte opposto Bertinotti e la sua maggioranza non hanno concesso il minimo spazio di trattativa o di mediazione su questo punto. Infatti la concomitante discussione e approvazione degli statuti ha modificato l’assetto di comando del partito, buttando fuori dalla segreteria tutte le minoranze a cui è stato riservato uno spazio effimero all’interno di un parlamentino del partito privo di ogni reale potere decisionale. In altri termini, il partito è stato blindato per ogni eventuale necessità. Questa scelta ha evidentemente tutto il sapore di rafforzare l’esecutivo di un partito che ha la necessità di effettuare scelte difficili, come quella della partecipazione al governo senza essere particolarmente appesantito da discussioni ai livelli degli organi decisionali. Ma perché questa scelta di Rifondazione di orientarsi verso una scelta governativa? A prescindere dal fatto che, in questo momento, è inopportuno sviluppare qualunque previsione su quale possa essere il colore del prossimo governo nazionale in Italia, bisogna tuttavia ricordare che le divisioni interne alla borghesia italiana tra un’opzione filo-americana ed un’altra di tipo più autonoma e filo-europeista, rappresentate grosso modo dalla coalizione di destra e da quella di sinistra rispettivamente, non si sono esaurite. Anche se spesso i messaggi che lanciano i politici sono fortemente criptati, gli interessi a schierarsi su un fronte o su un altro finiscono alla fine per permeare la stessa politica interna dei paesi. In questo senso la scelta di Bertinotti di predisporre il partito per una partecipazione al governo risponde a questa esigenza di una parte della borghesia italiana di poter contare su questo partito per condurre una politica più indipendente dagli USA. Ma RC come tale svolge anche un altro fondamentale ruolo per la borghesia tutta intera, cioè quello di far credere ai lavoratori che esista un partito veramente comunista al quale fare riferimento. Ed è proprio in risposta a questa seconda esigenza che tutte le minoranze hanno tanto starnazzato in questo ultimo periodo contro la scelta governista del partito, facendo spesso delle critiche molto dure allo stesso partito e alle scelte del passato:
“In un contesto storico segnato dall’esaurimento dello spazio riformistico l’ingresso dei partiti comunisti nei governi borghesi significa il loro coinvolgimento nelle politiche di attacco ai lavoratori. Così è stato per il PCF nel governo Jospin nel 97-2001, e per il nostro partito nella maggioranza del primo governo Prodi del 96-98. (…) La cancellazione della controriforma pensionistica di Berlusconi è doverosa: ma va combinata con la cancellazione della riforma Dini voluta dall’Ulivo che ha abbattuto le pensioni future dei giovani per fare largo al capitale finanziario. La cancellazione della legge 30 è una necessità: ma va congiunta all’abolizione del pacchetto Treu, imposto dal governo Prodi col voto del PRC, che ha introdotto la piaga del lavoro interinale. La cancellazione della “Bossi-Fini” è drammaticamente urgente: ma non può risparmiare i campi di detenzione (CPT) imposti dall’Ulivo agli immigrati, col voto favorevole del PRC, e tutte le loro brutture.” (mozione n. 3, pag. 20, sottolineature nostre).
Cosa dobbiamo pensare di un partito che, mentre dice di essere comunista, presenta al suo congresso una mozione in cui si afferma che Rifondazione ha condotto una politica di attacco ai lavoratori? E che per di più afferma che un coinvolgimento ulteriore in prossimi governi non potrebbe che aggravare queste responsabilità? D’altra parte, a leggere le varie mozioni, questa posizione è abbastanza condivisa dalle varie minoranze, il che significa che circa il 40% del partito considera la politica portata avanti da RC come una politica antiproletaria. E allora: che senso hanno queste minoranze se non quella di dare al partito una credibilità che non può avere? Ma aspettiamo di valutare altri importanti punti che seguiranno.
2. Il rapporto strumentale con il movimento alter-mondialista
Come abbiamo detto sopra, il partito aveva tentato la carta dei “movimenti” cercando di farsi uno spazio al loro interno. Ma il bilancio che ne viene fatto al congresso è disastroso: non solo non c’è stato un aggancio reale con il mondo altermondialista, ma di più tutte le componenti del partito denunciano un calo importante nel tesseramento e una minore presenza nelle realtà sociali. Più in particolare viene rimproverato alla maggioranza l’abbandono completo della politica di avvicinamento ai settori altermondialisti in nome dell’assunzione di future responsabilità governative:
“Fin da subito si è consumata una rottura con i settori di sinistra del movimento alter globalizzazione. Emblematico da questo punto di vista è lo strappo coi Disobbedienti, sui quali la maggioranza dirigente dei GC aveva investito tutto il senso del proprio agire. La prospettiva del governo si è tradotta nella dissociazione da parte della segreteria nazionale da tutti gli atti di “disobbedienza” che potevano compromettere la credibilità del PRC agli occhi del Centro liberale italiano: in questo quadro si inseriscono anche le recenti prese di distanza nei confronti di pratiche (quali la “spesa proletaria”) che in passato sono state assecondate acriticamente e che oggi vengono condannate nonostante le minacce repressive del governo.” (Mozione n. 3, pag. 22).
Si può capire tutta la doppiezza di un partito che si era aperto ad un settore sociale solo per ingrossare le proprie fila ma senza avere le risposte ai problemi che i giovani si pongono oggi. E questo vuoto di proposte è stato malamente nascosto da Bertinotti che ha dichiarato all’epoca di non voler fagocitare nessuno, di voler partecipare al movimento alla pari senza farsi maestro nei confronti di altri settori (ma che partito sarebbe mai questo???). D’altra parte la strumentalità di questa svolta movimentista è stata avvertita chiaramente anche dall’interno del partito dalla componente di Bellotti (mozione: “Rompere con Prodi”), che ricorda come:
“Il V Congresso del partito (2002) si era svolto all’insegna della svolta verso i movimenti, della “contaminazione”, della immersione e anzi dell’identificazione completa del PRC con i “movimenti” e in particolare con il movimento “noglobal”. (…) La “contaminazione” con i movimenti ha significato nella pratica la rincorsa alle azioni “disobbedienti” e in generale l’adozione di tutte le teorie “alla moda” negli stati maggiori dei Social Forum. Tale linea portava il partito a voltare le spalle al movimento operaio proprio mentre nel paese reale esplodeva il conflitto sociale, partendo dalla mobilitazione sull’articolo 18. (…) La centralità della contraddizione di classe viene negata, sostituita da una semplice elencazione di “culture critiche” (femminismo, ecologismo, pacifismo) che vengono proposte come pilastri fondanti della nuova identità comunista.” (mozione n. 5, pag. 33).
Come si vede, in Rifondazione c’è la mancanza più assoluta di coerenza su un punto di un certo spessore qual è quello di quale risposta dare alle nuove generazioni. D’altra parte anche chi, come l’on. Russo Spena, sembra prendere una posizione di sinistra appoggiando - a dispetto della direzione del partito - i recenti “espropri proletari” praticati a Roma alla Feltrinelli e in un centro commerciale, non fa che appoggiare opportunisticamente una posizione che è peraltro sbagliata dal punto di vista di classe, come abbiamo cercato di dimostrare in un recente articolo del nostro giornale1.
3. La partecipazione di Rifondazione alla campagna contro il comunismo
Il terzo e ultimo punto che vogliamo affrontare in questo primo articolo è l’identità politica e storica di Rifondazione. Come molti ricorderanno, Rifondazione viene fuori da quella costola del vecchio PCI che non ha voluto adeguarsi al “traghettamento di Occhetto verso la democrazia”2. Il nuovo partito, gestito in una prima fase da vetero-stalinisti alla Garavini e Cossutta, ha finito per costituire per la borghesia un utile polo di attrazione per tutti gli scontenti di una politica troppo responsabile e ligia alle esigenze della borghesia come era quella del vecchio PDS (ora DS). Il partito è un po’ per volta andato assumendo una nuova connotazione e oggi che la vecchia dirigenza stalinista è stata emarginata, la leadership di Bertinotti, ex sindacalista combattivo ma privo di una militanza di partito, esprime il nuovo partito della sinistra italiana. Il problema è che questo partito è oggi completamente privo di identità politica e storica. Si autodefinisce comunista, ma di fatto al suo interno ognuno dà a questo termine il significato più diverso. Questo carattere indefinito però, tutto sommato, ha fatto la fortuna di Rifondazione perché è proprio questa mancanza di definizione che permette a questo partito di incamerare tutte le tendenze di sinistra che si vogliono. La mancanza di una piattaforma più stretta, come quella dei vecchi PCI, è infatti un elemento che consente sia di lasciare libero l’ingresso a nuove componenti, sia di mantenere l’illusione in queste stesse componenti che vi possa essere un maggiore spazio di azione nel partito. Non è un caso che il partito sia infestato di trotskisti che, notoriamente, praticano la politica dell’entrismo, ovvero di lavorare all’interno di un partito che essi stessi considerano opportunista per poter avere la possibilità di “guadagnare alla propria causa” i suoi militanti. Naturalmente tutto ciò non toglie che ci siano delle prese di posizione di una certa importanza che fanno capire la reale posizione dei gruppi dirigenti del partito. Ci riferiamo in particolare al seguente passaggio della mozione di maggioranza:
“La critica allo stalinismo non è, quindi, semplicemente la critica alle degenerazioni di quei sistemi ma al nucleo duro che ha determinato quell’esito ed è per questo motivo il punto irrinunciabile per la costruzione di una nuova idea del comunismo e del modo di costruirlo”. (tesi n. 6, mozione n. 1, pag. 3).
Di fatto questo passaggio esprime il ripudio ufficiale del marxismo da parte di RC. Infatti, nel suo carattere secco, si vuole attribuire al marxismo (“il nucleo duro”) la responsabilità della degenerazione di quei sistemi che invece è legata alla sconfitta dall’interno della rivoluzione e dal ritorno della dominazione borghese attraverso lo stalinismo, che è il vero nemico del comunismo. Da qui capiamo che in realtà il termine “Rifondazione comunista” trova tutto il suo significato nel tentativo di riscrivere e dare un senso nuovo e diverso al termine comunismo, sulla base della pretesa critica al “nucleo duro” che avrebbe determinato l’esito della degenerazione! Questa dichiarazione fa il filo al “libro nero del comunismo”3 e a tutta la campagna anticomunista scatenata dopo la caduta del muro di Berlino, dandogli uno sbocco moderato di reinterpretazione democratica e non violenta del comunismo.
Ezechiele, 2 aprile 2005
1. Vedi a tale proposito il nostro articolo A proposito di “espropri proletari” pubblicato su RI n. 138.
2. Si tratta della metamorfosi subita dal PCI in seguito alla caduta del blocco dell’est e alla necessità di adeguare la propria politica ad un contesto internazionale e nazionale profondamente modificati. Che le condizioni operaie rimanessero immutate in tutto questo fa capire quanto poco già il vecchio PCI avesse a che fare con la difesa degli interessi della classe operaia. Sulla evoluzione di Rifondazione vedi i nostri articoli su RI n. 69 e 99 e 108.
3. Libro apparso negli anni ’90 dopo la caduta del muro di Berlino e che aveva lo scopo di raccontare tutte le malefatte del comunismo, che erano in realtà le malefatte degli odiati regimi stalinisti, fatti passare per comunisti. Vedi a tale proposito il nostro articolo su RI n. 104.
Cento anni fa il proletariato ingaggiava in Russia il primo movimento rivoluzionario del XX secolo, conosciuto sotto il nome di Rivoluzione russa del 1905. Non essendo stata vittoriosa come fu dodici anni più tardi per la Rivoluzione di ottobre, questo movimento è oggi quasi completamente caduto nell’oblio. Tuttavia, la Rivoluzione del 1905 ha apportato tutta una serie di lezioni, di chiarificazioni e di risposte alle questioni che si ponevano al movimento operaio dell’epoca senza le quali la Rivoluzione del 1917 non avrebbe certamente potuto vincere. E, benché questi movimenti abbiano avuto luogo un secolo fa, il 1905 è molto più vicino a noi politicamente di quanto si possa credere ed è necessario, per le generazioni di rivoluzionari di oggi e di domani, riappropriarsi degli insegnamenti fondamentali di questa prima rivoluzione in Russia.
Gli avvenimenti del 1905 si situano all’alba della fase di declino del capitalismo, declino che imprime già il suo marchio, anche se, all’epoca, solo un’infima minoranza di rivoluzionari è capace di intravederne il significato all’interno del profondo cambiamento che si sta operando nella società e nelle condizioni di lotta del proletariato. Nel corso di questi avvenimenti si vede la classe operaia sviluppare dei movimenti di massa che vanno al di là dei confini di fabbrica, di settore, di professione, senza rivendicazione unica, senza distinzione chiara tra l’economico e il politico come invece era prima tra la lotta sindacale e la lotta parlamentare, senza consegne precise da parte dei partiti o dei sindacati. La dinamica di questi movimenti porta, per la prima volta, alla creazione da parte del proletariato, di organi – i soviet (o consigli operai) – che diverranno, nella Russia del 1917 e in tutta l’ondata rivoluzionaria che ha scosso l’Europa in seguito, la forma di organizzazione e di potere del proletariato rivoluzionario.
Nel 1905, il movimento operaio considerava ancora che la rivoluzione borghese fosse all’ordine del giorno in Russia poiché la borghesia russa non deteneva il potere politico ma subiva ancora il giogo feudale dello varismo. Tuttavia, il ruolo dirigente assunto dalla classe operaia negli avvenimenti avrebbe permesso di mettere da parte questo punto di vista. L’orientazione reazionaria che aveva cominciato a prendere, con il cambiamento di periodo storico che si stava producendo, la lotta parlamentare e sindacale, era lungi dall’essere chiarificata e non lo sarà che molto più tardi. Ma il ruolo totalmente secondario o nullo che i sindacati e il Parlamento giocheranno nel movimento in Russia ne costituiva la prima significativa manifestazione. La capacità della classe operaia di prendere in mano il suo avvenire e di organizzarsi per proprio conto veniva a mettere in questione la visione della socialdemocrazia tedesca e del movimento operaio internazionale sui compiti del partito, la sua funzione di organizzazione e di inquadramento della classe operaia, e di gettare nuova luce sulle responsabilità dell’avanguardia politica della classe operaia. Molti degli elementi che avrebbero costituito le posizioni decisive del movimento operaio nella fase di decadenza del capitalismo erano già presenti nel 1905.
Noi ci concentreremo, nel quadro di questo articolo, su alcune lezioni che ci sembrano centrali oggi per il movimento operaio e sempre di attualità. Per fare ciò, torneremo molto rapidamente sugli avvenimenti del 1905, riferendoci a quelli che, come Trotsky, Lenin, Rosa Luxemburg, ne furono testimoni e protagonisti ad un tempo dell’epoca e che, attraverso i loro scritti, sono stati capaci di restituirci non solo grandi lezioni di politica ma anche la grande emozione suscitata dalla forza di quei mesi di lotta.1
Il contesto internazionale e storico della rivoluzione del 1905
La Rivoluzione russa del 1905 costituisce una illustrazione particolarmente chiara di ciò che il marxismo intende per natura fondamentalmente rivoluzionaria della classe operaia. La capacità del proletariato russo di passare da una situazione in cui è ideologicamente dominato dai valori della società a una posizione in cui, attraverso un movimento di massivo di lotte, prende fiducia in se stesso, sviluppa la sua solidarietà, scopre la sua forza storica fino a creare gli organi che gli permetteranno di prendere in mano il suo avvenire, è l’esempio vivente della forza materiale che costituisce la coscienza di classe del proletariato quando entra in movimento.
A partire dalla caduta del muro di Berlino, la borghesia non ha cessato un minuto di proclamare che il comunismo è morto e che la classe operaia è scomparsa; e le difficoltà incontrate da questa sembrano darle ragione. La borghesia è sempre interessata a interrare il suo affossatore storico. Ma la classe operaia esiste sempre – non vi è capitalismo senza classe operaia, e gli avvenimenti del 1905 in Russia ci ricordano come questa possa passare da una situazione di sottomissione e di confusione ideologica sotto il giogo del capitalismo a una situazione in cui diviene il soggetto della storia, il portatore di tutte le speranze, perché la classe porta, nel suo stesso essere, l’avvenire dell’umanità.
Prima di addentrarci nella dinamica della rivoluzione russa del 1905, occorre ricordare brevemente qual era il contesto internazionale e storico a partire dal quale la rivoluzione prese le mosse. Gli ultimi decenni del XIX secolo erano stati caratterizzati da uno sviluppo economico particolarmente forte in tutta l’Europa. Erano gli anni in cui il capitalismo carburava al massimo e i paesi capitalisticamente avanzati erano alla ricerca di un’espansione verso le aree arretrate sia per trovare mano d’opera e materie prime a più basso costo, sia per creare nuovi mercati per i loro prodotti. E’ in questo contesto che la Russia zarista, paese dall’economia segnata da una forte arretratezza, divenne il luogo ideale per l’esportazione di forti capitali per l’installazione di industrie di medie e grandi dimensioni. Nel giro di pochi decenni si ebbe una trasformazione profonda dell’economia, dove “le ferrovie furono il potente strumento dell’industrializzazione del paese. (...)”.2 I dati riportati da Trotsky sulla industrializzazione della Russia, comparati con altri paesi a più solida struttura industriale come la Germania e il Belgio dell’epoca, mostrano che, benché il numero di operai fosse ancora piuttosto modesto rispetto alla sterminata popolazione (1,9 milioni contro i 5,6 milioni della Germania e i 600.000 del piccolo Belgio), la Russia aveva tuttavia una struttura industriale di tipo moderno che non aveva nulla da invidiare alle altre potenze capitaliste del mondo. Creata dal nulla da capitali prevalentemente stranieri, l’industria capitalista in Russia non si era formata a partire da dinamiche endogene, ma da un vero e proprio trapianto di tecnologie e di capitali provenienti dall’estero. I dati di Trotsky mostrano come in Russia la mano d’opera operaia fosse molto più concentrata che negli altri paesi in quanto distribuita principalmente in grandi e medie imprese (38,5% in imprese con oltre 1000 operai e 49,5% in imprese con un numero di operai tra 51 e 1000, mentre per la Germania i corrispondenti valori erano 10% e 46%). E’ questo dato strutturale dell’economia a spiegare la vivacità rivoluzionaria di un proletariato peraltro affondato in un paese profondamente arretrato e dall’economia prevalentemente contadina.
D’altra parte, gli eventi del 1905 non nascono dal nulla ma sono il prodotto di una sedimentazione di esperienze successive che scuotono la Russia a partire dagli ultimi anni del 19° secolo. Come riporta Rosa Luxemburg, «lo sciopero di massa del gennaio a Pietroburgo si svolse indubbiamente sotto l’impressione immediata di quel gigantesco sciopero generale che poco prima, nel dicembre 1904, era scoppiato nel Caucaso, a Baku, e che per un certo periodo tenne l’intera Russia con il fiato sospeso. A loro volta, però, i fatti del dicembre avvenuti a Baku non furono nient’altro che un’eco ultima e possente del grandioso sciopero di massa che, come un terremoto periodico, aveva scosso tutta la Russia meridionale nel 1903 e 1904 e il cui prologo era stato lo sciopero di massa attuato a Batum (nel Caucaso) nel marzo 1902. Questa prima serie di scioperi in massa, nella concatenazione continua dell’attuale eruzione rivoluzionaria, è in fondo posteriore solo di quattro o cinque anni al grande sciopero generale messo in atto dai tessili di Pietroburgo nel 1896 e 1897... ».3
Gli avvenimenti del gennaio 1905
Il 9 (22) gennaio è stato l’anniversario della cosiddetta “domenica di sangue”, che segnò l’inizio di una serie di eventi occorsi nella vecchia Russia zarista che occuparono l’intero corso dell’anno 1905 e che si sono terminati con la repressione sanguinosa dell’insurrezione di Mosca del dicembre.
L’attività della classe fu praticamente incessante per un anno intero, anche se le forme di lotta non furono sempre le stesse e non sempre con la stessa intensità. Tre furono le fasi più significative di questo anno di rivoluzione: il gennaio, l’ottobre e dicembre.
Nel gennaio 1905, due operai delle fabbriche Putilov di Pietrogrado vengono licenziati. In conseguenza di ciò si sviluppa un movimento di scioperi di solidarietà con l’elaborazione di una petizione per le libertà politiche, il diritto all’educazione scolastica, la giornata di otto ore, contro le imposte, ecc. da portare allo zar in una manifestazione di massa. E’ la repressione di questa manifestazione che costituisce il punto di partenza dell’incendio rivoluzionario che divampa nel paese per un anno. Il processo rivoluzionario in Russia ebbe una partenza davvero singolare. «Migliaia di operai – e non socialdemocratici, ma credenti e sudditi fedeli – sotto la direzione del pope Gapon, affluiscono da tutte le parti della città, verso il centro della capitale, verso la piazza ove è il Palazzo d’Inverno per presentare allo zar la loro petizione. Gli operai procedono recando le sacre icone. Il loro capo d’allora, Gapon, aveva già dichiarato per iscritto allo zar che egli stesso si rendeva garante della sua sicurezza personale e lo pregava quindi di mostrarsi al popolo».4 E’ noto infatti che il pope Gapon era stato l’animatore, nell’aprile del 1904, di una Assemblea degli operai russi di fabbrica e di officina della città di Pietroburgo, autorizzata dal governo e in combutta con il colonnello Zubatov.5 Come dice lo stesso Lenin, questa organizzazione, in maniera del tutto simile a quanto avviene ancora oggigiorno con altri mezzi, aveva il compito di contenere e arginare il movimento operaio dell’epoca. Ma evidentemente la pressione che veniva esercitata all’interno del proletariato era già arrivata ad un punto critico. «Ed ecco che il movimento zubatovista varca i limiti impostigli e, promosso dalla polizia nel proprio interesse, allo scopo di sostenere l’autocrazia e di corrompere la coscienza politica degli operai, si rivolge contro l’autocrazia e sfocia in un’esplosione della lotta di classe del proletariato»6. Il tutto si scatena in seguito al fatto che, arrivati al Palazzo d’Inverno per porgere la supplica allo zar, gli operai si vedono attaccati dalle truppe che «si gettano sulla folla impugnando le sciabole e sparando contro gli operai inermi che, in ginocchio, supplicano i cosacchi di lasciarli andare dallo zar. Secondo i documenti della polizia si contano più di mille morti e duemila feriti. L’indignazione degli operai è indescrivibile»7. E’ questa profonda indignazione degli operai pietroburghesi verso colui che chiamavano piccolo padre e che aveva risposto con le armi alla loro supplica, che aveva così profondamente oltraggiato chi si era affidato a lui, che scatena le lotte rivoluzionarie del mese di gennaio. La classe operaia, che aveva cominciato per indirizzare la sua supplica, dietro al pope Gapon e le icone della chiesa, al “piccolo padre dei popoli”, è capace di esprimere una forza imprevista con lo slancio della rivoluzione. Il cambiamento rapidissimo dello stato d’animo del proletariato che si produce in questo fase è l’espressione tipica del processo rivoluzionario in cui i proletari, nonostante tutte le loro credenze e i loro timori, vengono guadagnati da una nuova consapevolezza, cioè che l’unione fa la forza. «Una grandiosa ondata di scioperi scosse, da un capo all’altro, l’intero paese. Secondo un calcolo approssimativo, lo sciopero interessò 122 città e piccoli centri, parecchie miniere del Donec, 10 compagnie ferroviarie. Un intimo fermento colse le masse proletarie. Il movimento coinvolse circa un milione di persone. Senza un piano determinato, spesso senza alcuna precisa rivendicazione, tra sospensioni e riprese, guidato solo dallo spirito di solidarietà, lo sciopero imperversò nel paese per quasi due mesi»8. Questo entrare in lotta anche senza una rivendicazione specifica da portare avanti, per solidarietà, perché «la massa proletaria, che si conta a milioni, acquisì di colpo una coscienza netta e acuta di quanto fosse insopportabile quell’esistenza sociale e politica»9 è al tempo stesso espressione e fattore attivo della maturazione, all’interno del proletariato russo dell’epoca, della consapevolezza di essere classe e della necessità di confrontarsi come tale al proprio nemico di classe.
Lo sciopero generale di gennaio viene seguito da un periodo di lotte costanti, che sorgono e scompaiono un po’ in tutto il paese, per delle rivendicazioni economiche. Questo periodo è meno spettacolare ma non meno importante. “Le varie correnti sotterranee del processo sociale della rivoluzione s’incrociano a vicenda, si ostacolano a vicenda, esaltano le contraddizioni interne… ha avuto una parte insostituibile il fulmine di gennaio del primo sciopero generale, ma anche, e di più, il susseguente temporale primaverile ed estivo degli scioperi economici”. Benché non ci fosse “nessuna notizia sensazionale dal fronte russo”, “in realtà la rivoluzione prosegue il suo lavoro da talpa instancabilmente, giorno dopo giorno, ora per ora, nelle viscere di tutto l’impero”. (ibid).
Degli scontri sanguinosi hanno luogo a Varsavia. Delle barricate vengono drizzate a Lodz. I marinai della corazzata Potionki nel mar Nero si rivoltano. Tutto questo periodo prepara il secondo tempo forte della rivoluzione.
Ottobre e la costituzione del soviet di Pietrogrado
«Questa seconda grande azione del proletariato ha già un carattere essenzialmente diverso da quella della prima attuata in gennaio. Il fattore della coscienza politica ha già una parte ben maggiore. Ciò non toglie che anche questa volta l’occasione che determina lo scoppio dello sciopero sia secondaria e apparentemente fortuita: il conflitto dei ferrovieri con la loro amministrazione per via della cassa pensioni. Tuttavia la sollevazione generale del proletariato industriale che ne seguì è sostenuta da una chiara idea politica. Il prologo dello sciopero di gennaio era stato una supplica rivolta allo zar per ottenere la libertà politica, la parola d’ordine dello sciopero d’ottobre fu: “Basta con la commedia costituzionale dello zarismo!”. E grazie al successo immediato dello sciopero generale, che si concretò nel proclama emesso dallo zar il 30 ottobre, a differenza di quanto era capitato in gennaio, il movimento non rifluisce all’interno per tornare agli inizi della lotta economica, ma si espande all’esterno per esercitare instancabilmente la libertà politica appena conquistata attraverso dimostrazioni, assemblee, una stampa nuova e giovane, dibattiti pubblici e, tanto per non cambiare, qualche bel massacro finale, seguito però da nuovi scioperi di massa e nuove dimostrazioni». (ibid).
Un cambiamento qualitativo si produce in questo mese di ottobre espresso dalla costituzione del primo soviet della storia del movimento operaio internazionale. A conclusione dell’estensione dello sciopero dei tipografi alle ferrovie e ai telegrafi, gli operai prendono in assemblea generale la decisione di formare il soviet che diventerà il centro nevralgico della rivoluzione: «Il Consiglio dei deputati operai sorse come risposta a un bisogno oggettivo, generato dalle contingenze del momento. Occorreva un’organizzazione che godesse di un’indiscussa autorità, fosse immune da qualsiasi tradizione, raccogliesse immediatamente le folle sparse e slegate. Doveva inoltre fare da centro di convergenza per tutte le correnti rivoluzionarie in seno al proletariato, avere iniziativa e, insieme, autocontrollo automatico»10. In molte altre città, a loro volta, si formano dei soviet.
Il sorgere dei primi soviet non viene granché avvertito dalla gran parte del movimento operaio internazionale. Rosa Luxemburg, che ha così magistralmente analizzato le nuove caratteristiche assunte dalla lotta del proletariato all’alba del nuovo periodo storico, lo sciopero di massa, appoggiandosi sulla rivoluzione del 1905, continua a considerare i sindacati come le forme di organizzazione della classe.11
Sono i bolscevichi (e neanche in maniera immediata) e Trotsky che comprendono il passo avanti che costituisce per il movimento operaio la formazione di questi organi in quanto organi della presa del potere. Noi non svilupperemo qui questo aspetto poiché vi è un altro articolo successivo che lo tratterà.12 Noi ci limiteremo a dire che è proprio perché il capitalismo entrava nella sua fase di declino che la classe operaia si trovava confrontata direttamente al compito di rovesciare il capitalismo; così, dopo 10 mesi di lotte, di agitazione socialista, di maturazione della coscienza, di trasformazione del rapporto di forze tra le classi, essa arriva “naturalmente” a creare gli organi del suo potere.
“All’inizio, i soviet erano i comitati di sciopero che si formavano durante questi scioperi spontanei. Scoppiavano all’improvviso nelle grandi industrie, si estendevano da una fabbrica all’altra, raggiungevano rapidamente tutta una città, vaste regioni, e qualche volta l’intero paese: era quindi essenziale avere dei mezzi di comunicazione reciproca. Nelle fabbriche, i lavoratori tenevano continuamente delle riunioni. (…) Allora dei delegati venivano inviati alle altre fabbriche (…) Ma c’era una differenza fra i soviet ed i normali comitati di sciopero: la posta in gioco era questa volta di gran lunga superiore. Il problema era quello di spezzare la pressione insopportabile del dispotismo governativo, ed ognuno capiva che attraverso l’azione dei soviet la società intera sarebbe stata trasformata. Venivano discussi non soltanto quei problemi che riguardavano il lavoro di fabbrica, ma ogni altro problema politico e sociale. Su ogni cosa doveva essere presa una decisione, ed erano i soviet che, da soli, dovevano trovare la strada giusta per risolvere tutti i diversi problemi. (…) Quando l’intera vita sociale veniva in questo modo bloccata, quando il movimento di sciopero si impadroniva di tutta la città o di tutto il paese, i soviet si trovavano di fronte a nuovi compiti. Dovevano organizzare l’intera vita pubblica, controllare l’ordine e la sicurezza, curare i servizi indispensabili: diventavano così, di fatto, una specie di governo, dal momento che le loro decisioni erano seguite dagli operai”.13
Dicembre e la repressione
«Il fermento seguito al breve sogno costituzionale e al crudele risveglio condusse infine, nel dicembre, all’esplosione del terzo sciopero generale di massa in tutto l’impero zarista. Questa volta, il decorso e l’esito sono del tutto diversi che nei due casi precedenti. A differenza di quanto era avvenuto in gennaio, l’azione politica non si trasforma in azione economica, ma non consegue nemmeno una rapida vittoria, a differenza di quanto si era avuto in ottobre. La camarilla zarista non pone più in atto esperimenti di libertà politica reale, ed ecco che per la prima volta l’azione rivoluzionaria cozza, in tutta l’ampiezza del suo fronte, contro il muro tetragono della violenza materiale dell’assolutismo»14. La borghesia capitalista, spaventata dal movimento del proletariato, si è raccolta dietro lo zar. Il governo non ha applicato le leggi liberali che aveva accordato. I dirigenti del soviet di Pietrogrado vengono arrestati. Ma la lotta continua a Mosca: «L’insurrezione del dicembre a Mosca segnò il culmine dell’insurrezione della rivoluzione del 1905. Un piccolo numero di insorti, e precisamente gli operai armati e organizzati – non più di ottomila – resistette per nove giorni contro il governo zarista che non solo non poteva fidarsi della guarnigione di Mosca, ma dovette tenerla rinchiusa nelle caserme e poté soffocare l’insurrezione solo grazie all’arrivo del reggimento di Semenovski da Pietroburgo».15
Nella seconda parte di questo articolo che apparirà nel prossimo numero del giornale, torneremo sulla natura proletaria della rivoluzione del 1905 e sulla dinamica dello sciopero di massa.
Ezechiele, 5 dicembre 2004
1. Noi non possiamo, nel quadro di questi articoli, rappresentare tutta la ricchezza degli avvenimenti né l’insieme delle questioni e rinviamo il lettore agli stessi documenti storici.
2. L. Trotsky, 1905.
3. R. Luxemburg, Sciopero di massa, partito, sindacati, Newton Compton Editori.
4. Lenin, Rapporto sulla rivoluzione del 1905, in Opere Scelte, Editori Riuniti, pag. 685-686.
5. Zubatov era un uomo della polizia che aveva fondato, in accordo con il governo, delle associazioni operaie che avevano lo scopo di mantenere i conflitti sociali in un quadro strettamente economico e di deviarli così da una messa in causa del governo.
6. Lenin, Lo sciopero di Pietroburgo, in « Sciopero economico e sciopero politico », Le Edizioni del Maquis, pag. 70.
7. Lenin, Rapporto sulla rivoluzione del 1905, in Opere Scelte, Editori Riuniti, pag. 685-686.
8. L. Trotsky, 1905, Newton Compton Editori, pag. 78.
9. Rosa Luxemburg, Sciopero di massa, partito, sindacati, Newton Compton Editori.
10. L. Trotsky, 1905, Newton Compton Editori, pag. 96.
11. Vedi il nostro articolo Note sullo sciopero di massa nella Rivista Internazionale n° 6 (maggio 1982).
12. Vedi anche il nostro articolo Gli insegnamenti della rivoluzione del 1905 in Russia in Rivoluzione Internazionale n. 89 (febbraio-marzo 1995).
13. Anton Pannekoek, Organizzazione rivoluzionaria e consigli operai, Feltrinelli, pag. 105.
14. Rosa Luxemburg, Sciopero di massa, partito, sindacati, Newton Compton Editori, pag. 59.
15. Lenin, Rapporto sulla rivoluzione del 1905, in Opere Scelte, Editori Riuniti, pag. 698.
Abbiamo appreso del decesso, in seguito ad una lunga malattia, del compagno Mauro Stefanini, militante di lunga data e tra i più devoti di Battaglia Comunista, lui stesso figlio di un vecchio militante della Sinistra italiana. Ci teniamo a pubblicare qualche estratto del messaggio di solidarietà che la CCI ha immediatamente indirizzato ai militanti del BIPR ed alcuni passaggi della risposta di ringraziamento che ci ha fatto pervenire un militante del BIPR a nome della sua organizzazione.
Compagni,
è con profonda tristezza che abbiamo saputo del decesso del compagno Mauro. (...) La sua vivacità ed il suo contatto caloroso mancheranno ai compagni della nostra organizzazione che lo conoscevano personalmente.
Ma ci sono altre due ragione per le quali la sua morte ci tocca profondamente.
In primo luogo, sentiamo la scomparsa di Mauro come una perdita per la classe operaia. Evidentemente la sue qualità personali come oratore e redattore hanno il loro peso. Ma ciò che per noi è più importante è il suo impegno e la sua dedizione militante. Un impegno ed una dedizione che ha conservato anche quando la malattia stava vincendo.
In secondo luogo, noi non dimentichiamo che Mauro era il figlio di Luciano, un membro della Frazione italiana verso il quale il nostro compagno Marc nutriva grande stima per la sua dedizione, ma anche per la sua lucidità politica dato che fu uno dei primi, all’interno della Frazione, a comprendere pienamente le implicazioni del periodo storico aperto dalla Prima Guerra mondiale sulla questione fondamentale della natura dei sindacati.
Una delle conseguenze della terribile contro-rivoluzione che si è abbattuta sulla classe operaia dopo la sconfitta della rivoluzione mondiale, è la scomparsa quasi completa di una tradizione molto vivace nel movimento operaio del passato: il fatto che molti bambini (come le figlie di Marx, il figlio di Wilhem Liebknecht e molti altri ancora) prendevano il testimone dai loro genitori concretizzando così la continuità della lotta proletaria tra le generazioni. Mauro è stato uno dei pochissimi a proseguire questa tradizione e ciò è un elemento ulteriore della nostra simpatia per lui. (...).
E’ per questo che voi potete credere, compagni del BIPR, nell’assoluta sincerità della nostra solidarietà e dei nostri saluti comunisti.
Compagni,
a nome del BIPR, vorrei ringraziarvi per la vostra espressione di solidarietà in seguito alla perdita gravissima del compagno Mauro. Effettivamente, come voi avete detto, per noi è una scomparsa molto dolorosa: per i suoi doni di umanità, per la sua passione e la sua dedizione alla causa del proletariato, Mauro era un compagno come è raro trovarne. Il suo essere comunista era, se si può dire, "inscritto" nei suoi geni: non solo perchè veniva da una famiglia che ha dato tutto alla causa del comunismo, ma soprattutto perchè il suo spirito si ribellava istintivamente alla minima manifestazione di oppressione e di ingiustizia. Non sarà facile colmare il vuoto politico che lui lascia, sarà impossibile colmare il vuoto umano. (...).
Ringraziandovi ancora, vi indirizziamo i nostri saluti comunisti.
Risposta del BIPR
Lettera della CCI
I recenti dati sull’andamento dell’economia italiana hanno ufficializzato una situazione che più nera non si può. Una diminuzione del Prodotto Interno Lordo per due trimestri consecutivi, accompagnata da una diminuzione della produzione industriale, significa una recessione aperta (confermata dalle previsioni OCSE di una diminuzione del PIL sull’intero 2005); un deficit del bilancio statale che aumenta, superando anche i limiti del patto di Maastricht; una competitività dell’apparato industriale che precipita, con una incapacità per l’industria italiana a reggere la concorrenza internazionale. Tutto questo significa che l’azienda Italia è sull’orlo del fallimento, produttivo e finanziario, e questa volta non c’è più la possibilità della "svalutazione competitiva", cioè dell’abbassamento fittizio dei prezzi delle merci italiane, realizzato tramite la svalutazione della moneta. L’euro non lo consente: una sua svalutazione (che comunque non può decidere il governo italiano) avrebbe sì un effetto sul mercato internazionale, ma favorirebbe l’economia di tutti i paesi europei, che sono i principali concorrenti dell’Italia. D’altra parte, per i nostalgici della lira va ricordato che l’euro ha protetto l’Italia, e gli altri paesi, da tempeste finanziarie tipo quella toccata all’Argentina, che ha sprofondato questo paese nella miseria più nera. Quello che è più grave, quindi, è che non esiste via d’uscita, se non quella solita di ulteriori attacchi alla classe operaia, che ha già pagato caro il costo di una crisi che colpisce il capitalismo del mondo intero. Quando il centrosinistra accusa Berlusconi di essere il principale responsabile della situazione mente sapendo di mentire: la responsabilità principale sta nel fallimento storico di questo sistema di produzione, come è testimoniato dal fatto che negli ultimi anni, a partire da quelli in cui al governo c’era il centrosinistra, c’è stato un peggioramento continuo delle condizioni di vita e di lavoro dell’intero proletariato italiano, un peggioramento che ha portato all’aumento del numero di famiglie povere; ormai anche in Italia, come già era successo negli USA, i poveri non si contano più solo tra i disoccupati, gli emarginati, ma anche tra quelli che hanno un lavoro, solo che il salario che percepiscono non consente loro di assicurarsi più del minimo necessario per la sopravvivenza.
Se la borghesia di tutto il mondo ha provato a forzare le stesse leggi dell’economia, per continuare a tirare avanti (in primo luogo continuando a produrre solo sulla base del debito), la borghesia italiana comincia a manipolare i dati reali dell’economia, per impedire alla classe operaia di prendere coscienza completa dell’entità del disastro. Così il governo ha mentito alla Commissione Europea sui dati del deficit statale degli ultimi due anni (superiore al fatidico 3% stabilito dal trattato di Maastricht), così l’ISTAT mente sui dati riguardanti l’inflazione che, almeno per i beni di prima necessità, è di gran lunga superiore a quel 2-3% dichiarato e su cui vengono calcolati gli adeguamenti salariali all’inflazione.
Ma le menzogne lasciano il tempo che trovano, perché su questo piano ogni famiglia operaia fa i conti con le proprie tasche e non certo con i dati ufficiali. E le tasche dei lavoratori sono sempre più vuote, dopo più di una decina di anni di sacrifici.
E comunque ci sono altri dati che lo testimoniano: secondo la Od&M, una società di consulenza che monitorizza i redditi di un milione di lavoratori dipendenti di ogni categoria in Italia, vi è una effettiva diminuzione del potere d’acquisto e milioni di italiani si sono veramente impoveriti. "A farne maggiormente le spese sono stati gli impiegati perché è l’intero valore delle attività impiegatizie a risultare diminuito". Per queste categorie, infatti, si sarebbe registrata dal 2001 una perdita secca, tutto compreso, superiore al 13%. "Da una parte le nuove tecnologie hanno sostituito l’uomo in molte mansioni e banalizzato i compiti. Dall’altra sono arrivati i Co.co.co., gli interinali, i contratti a termine: forze precarie e a buon mercato". La stessa Istat ha detto che nel 2003 la spesa media mensile delle famiglie italiane ha raggiunto i 2313 euro, 119 euro in più rispetto al 2002, un aumento del 5,4.
Tenendo conto del fatto che l’Istat, dal 2000 al 2003, calcola un’inflazione totale del 7,8%, una segretaria ha perso il 17,8 % del suo potere d’acquisto, un disegnatore grafico il 15,4%, un responsabile del servizio clienti il 14,1 %, un contabile il 13,7 mentre un operaio in media perde il 9,0%. L’impiegato che si è difeso meglio di tutti, quello addetto ai call-center, ha ceduto il 2,1% di retribuzione reale, ma partiva da livelli salariali tra i più bassi di tutto il mercato del lavoro: 17.319 euro lordi annui tre anni fa.
La riduzione del potere d’acquisto dei salari e/o la riduzione assoluta del valore degli stipendi erogati ai lavoratori si riflette naturalmente sull’andamento dei consumi dei cittadini. È del 23 febbraio scorso la comunicazione da parte dell’Istat secondo cui le vendite al dettaglio sono calate dello 0,4% rispetto al 2003, il peggiore dato da 10 anni a questa parte. Non solo: dicembre, periodo d’oro per gli acquisti sul quale i commercianti facevano conto per risollevarsi, ha chiuso a meno 0,5%. In parallelo, l’osservatorio del ministero della salute, l’Osmed, ha indicato un aumento dei prezzi dei medicinali del 15,9%, laddove l’Istat ha rilevato addirittura una diminuzione del 3,1%.
Anche sul piano dell’occupazione, se si va a cercare oltre i dati propagandistici del governo, troviamo una situazione sempre peggiore. Ecco un interessante stralcio da un articolo del Corriere della Sera del 27 giugno 2003:
"Il tasso di disoccupazione scende al minimo degli ultimi undici anni. Secondo i dati diffusi ieri dall’Istat, in aprile ha raggiunto l’8,8%: in dodici mesi si sono creati 301.000 posti di lavoro in più e per la prima volta l’Italia scende sotto la soglia del 9% e si allinea perfettamente alla media europea. Fa addirittura meglio della Germania, inchiodata a una percentuale di senza lavoro del 9,4%, della Francia (9,1%) e della Spagna (11,4%). Una tendenza positiva, rilevano i tecnici dell’Istituto di statistica, che dura da almeno cinque anni, dal 1998: da allora, quando la percentuale di disoccupazione era pari al 12,1%, si sono creati 1,7 milioni di nuovi posti di lavoro superando la soglia dei 22 milioni di occupati. (…) Tuttavia, l’aumento del tasso di occupazione è un dato economico che va curiosamente in senso opposto alla crisi dei consumi e alla scarsa crescita del PIL. Come si spiega? "Se fossero tutti nuovi posti di lavoro – afferma l’economista Tito Boeri – avremmo una ricaduta anche sui consumi, quindi l’unica spiegazione possibile è nella regolarizzazione dei contratti anzi, più in particolare, nella sanatoria dell’immigrazione che da sola coinvolge oltre 700.000 persone". Quindi nessun nuovo posto di lavoro, ma solo regolarizzazione di una parte di quelli già esistenti.
Il risultato finale di tutto questo è che il 16,6% dei bambini in Italia vivono in famiglie povere, cioè in famiglie il cui reddito è la metà di quello medio. Tale percentuale è aumentata di due unità rispetto a quella dell’anno scorso.
Questi risultati non li possiamo imputare tutti a Berlusconi, anzi. Sono stati i governi di sinistra che, a partire da quello Amato del 1992, hanno portato avanti una politica di austerità che è alla base dell’attuale perdita del potere d’acquisto dei lavoratori e della precarizzazione delle loro condizioni di vita e di lavoro. Tutti noi ricordiamo come ci avevano chiesto questi sacrifici in nome dell’entrata nell’euro che ci avrebbe dovuto portare finalmente in una situazione di stabilità che avrebbe posto fine ai sacrifici. Invece la situazione attuale è peggiore di quella che c’era all’inizio di tutto questo periodo di austerità. E questo per un motivo molto semplice: alla base di tutto questo non c’è tanto l’incompetenza di Berlusconi, ma la crisi economica mondiale che spinge i governi di tutto il mondo a continuare con la sola ricetta economica che la borghesia conosce, quella degli attacchi alla classe operaia. È questo che si accinge a fare ancora una volta il prossimo probabile governo di centrosinistra, addebitandone le cause a Berlusconi.
I lavoratori non devono farsi incantare da queste sirene del capitale ma ingaggiarsi, fin da ora, nell’unica impresa che può frenare questo massacro: quello delle lotte unite e solidali di tutti i lavoratori.
Helios, 30/05/05
Dal 14 marzo l'inquietudine internazionale si è orientata verso lo stretto di Formosa. In questa data il parlamento cinese ha votato, per la prima volta, un legge antisecessione che autorizza Pechino a fare uso di mezzi militari contro Taiwan nel caso in cui le autorità dell'isola avessero optato per l'indipendenza. Il 13 marzo, il presidente cinese Hu-Jinto, in divisa militare, aveva perfino fatto appello pubblicamente agli ufficiali a "prepararsi ad un conflitto armato". Il messaggio era chiaro: la borghesia cinese non avrebbe permesso la separazione di Taiwan, non sarebbe indietreggiata di fronte a niente, guerra compresa.
Immediatamente la tensione è salita velocemente, non solo nel Sud-est asiatico, ma anche tra la Cina ed il Giappone. Quest’ultimo, di fronte alle bellicose dichiarazioni della Cina non poteva restare inerme. Tokio con fermezza ha dunque fatto sapere che questa legge anti-secessione avrebbe avuto immancabilmente un effetto negativo sulla pace e la stabilità della regione, annunciando nello stesso tempo che le sue forze militari avevano già preso il controllo di un faro localizzato sull'arcipelago di Senkaku. Arcipelago tradizionalmente rivendicato da Pechino che lo chiama Diayou. La Cina ha replicato qualificando questo atto militare come una "grave provocazione totalmente inaccettabile".
Il concatenarsi delle tensioni crescenti tra la Cina ed il Giappone ha trovato un'espressione evidente con le manifestazioni anti-giapponesi preparate in ogni piazza dallo Stato cinese, con il pretesto della pubblicazione da parte di Tokio di manuali di storia che minimizzano le atrocità commesse dall'esercito giapponese durante la colonizzazione di una parte della Cina negli anni 1930. In risposta, il Giappone, per la prima volta, ha qualificato la Cina come "potenziale minaccia", evidenziando l'aggravamento della situazione in questa regione del mondo. La situazione nel Sud-est asiatico si è aggravata a tal punto che mai, dal 1945, il Giappone aveva ufficialmente abbandonato la sua neutralità sulla delicata situazione di Taiwan.
Questo spinta febbrile al bellicismo da parte della Cina non ha provocato la risposta del solo Giappone. Gli Stati Uniti hanno fatto sapere che, malgrado Washington dal 1972 ammette una sola Cina di cui Taiwan fa parte, non avrebbe accettato
Il crollo dell'URSS nel 1989 e l'affermazione degli Stati Uniti come unica grande potenza mondiale, avevano già sconvolto la politica imperialista della Cina fin da allora. Dalla formazione della Repubblica popolare cinese nel 1949, passando per il 1972 data in cui la Cina e gli Stati Uniti si sono ritrovati alleati contro l'Unione Sovietica, lo sviluppo delle tensioni inter-imperialiste sono rimaste sempre contenute in un ambito che ne ha limitato la pericolosità per l'insieme del mondo. A partire dal 1989, e con lo sprofondamento accelerato del capitalismo nella decomposizione, la situazione é cominciata a cambiare.
La base dell'alleanza strategica sino-americana resa necessaria all'esistenza di un comune nemico, l’URSS, era sparita ed a partire dalla metà degli anni 1990 si è potuto vedere la prima spinta spettacolare alle tensioni nella regione tra la Cina e gli Stati Uniti. Il bombardamento da parte degli Stati Uniti dell'ambasciata cinese a Belgrado, il 7 maggio 1999, ad un mese dall'insuccesso della visita dell'alta diplomazia cinese a Washington, è stato un'espressione evidente dell’opposizione degli Stati Uniti alle evidenti aspirazioni della Cina a fare il cavaliere solitario nell'arena imperialista mondiale.
Da allora gli appetiti imperialisti di Pechino non hanno tuttavia smesso di acuirsi e con essi una volontà di apparire come una forza militare con la quale le altre grandi potenze avrebbero dovuto fare i conti, in particolare gli Stati Uniti. È particolarmente significativo che il bilancio militare della Cina non smette di crescere! Da quindici anni, le spese militari aumentano ad un ritmo annuo a due cifre: dall' 11,6% nel 2004 al 17% del 2002, che rappresenta non meno del 35% del bilancio nazionale. Segno dei tempi e dei bisogni dell'imperialismo cinese sono la marina e soprattutto l'aviazione che mirano ad un rapido ammodernamento.
Del resto lo Stato cinese, finché può, approfitta delle difficoltà della prima potenza mondiale ad imporsi sul pianeta. Lo testimoniano le interferenze della Cina nel processo di discussione sul dossier nucleare dell'Iran. Il ministro degli Affari esteri cinese Li-Zhaoxing, durante un viaggio a Teheran, ha dichiarato che la Cina si sarebbe opposta all'ONU ad ogni tentativo di sanzionare l'Iran. È la stessa politica imperialista che spinge questo paese a sostenere il regime islamico sudanese. Nello stesso senso, la sua politica nei confronti di Pyongyang, capitale della Corea del Nord, è tra le più chiare: un segno forte della pretesa imperialista della Cina di piantare i propri paletti nella sua zona di influenza naturale, a scapito della politica americana. La borghesia cinese si è inoltre sforzata di consolidare in questi ultimi tempi la sua influenza in Laos, in Cambogia, in Birmania, addirittura in Tailandia, in Malaysia ed in Indonesia, e ciò direttamente contro gli Stati Uniti.
Ma Taiwan non è il solo punto caldo dello scontro larvato in Asia. Anche l'Aksai-chin e l'Arunachal-Pradesh, situati alla frontiera tra la Cina e l'India, sono regioni sempre più contese da questi due Stati e sono potenzialmente origine di scontro tra queste due potenze nucleari. Se momentaneamente c’è una relativa diminuzione delle tensioni tra l'India ed il Pakistan da una parte, e tra l'India e la Cina dall’altra, ciò non significa affatto una stabilità di questa regione per i tempi a venire. Se il Primo ministro indiano Mammhan Singh ha potuto dichiarare: "l'India e la Cina condividono la stessa aspirazione a costruire un ordine politico ed economico internazionale giusto, equo e democratico", è perché gli squali imperialisti in Asia, che sono la Cina, l'India ed il Pakistan sono costretti per il momento a mettere in sordina i loro reciproci scontri, per far fronte all'attuale offensiva degli Stati Uniti in questa parte del mondo.
In questa situazione, è ovvio che le altre potenze imperialiste mondiali, in particolare la Francia, la Germania e la Russia, devono tentare anche loro di difendere i propri interessi in questa regione, andando ad ombrare ulteriormente gli Stati Uniti già confrontati all'indebolimento della loro leadership mondiale. I recenti viaggi di Chirac e poi di Raffarin in Cina non avevano come unico scopo rafforzare i legami economici tra Parigi e Pechino. Si trattava anche di riaffermare il sostegno della Francia, subentrata alla Germania, a togliere l'embargo sulle vendite di armi cinesi e nello stesso momento vendere una tecnologia avanzata alla Cina. Una Cina più forte e più aggressiva di fronte agli Stati Uniti fa il gioco della Germania e la Francia. In effetti, se la strategia americana di insediamento di basi militari nel Kirghizistan, in Tagikistan, in Afghanistan ed in Uzbekistan mira ad accerchiare contemporaneamente l'Europa e la Russia, ciò serve anche a porre uno sbarramento contro l'influenza espansionista della Cina verso l'occidente, contribuendo così ad isolare tra loro i suoi principali concorrenti imperialisti.
Sbagliato credere che lo sviluppo delle tensioni imperialiste in Asia significa che la barbarie capitalista non continua ad accelerarsi nelle altre regioni del mondo. È vero proprio il contrario. È chiaro che la borghesia americana si ritrova sprofondata nel pantano iracheno, nonostante le proclamate intenzioni di iniziare un ritiro parziale delle truppe dal 2006. Essa è anche sul chi vive in Medio Oriente nei confronti della Siria e dell'Iran, ma anche sul fronte dell'estremo oriente rispetto alla Corea del Nord. E per continuare a giocar il ruolo di gendarme del mondo, è spinta continuamente in una fuga in avanti sul terreno militare. Il moltiplicarsi dei punti caldi in Estremo Oriente, dove la spinta dell'imperialismo cinese diventa un polo di preoccupazione preponderante, porta fin da ora la Casa Bianca a rafforzare le sue basi militari nella regione ed i suoi legami con Stati quali l'Indonesia, le Filippine, la Malesia, la Tailandia o ancora lo Sri Lanka. L'evoluzione della situazione nel Sud-est asiatico mostra una volta di più alla classe operaia che tutti i discorsi di pace della borghesia preparano solo nuove guerre e che questo sistema capitalista non ha niente da offrire se non la barbarie. La minaccia di una guerra in Asia ne è una nuova espressione, gravida di conseguenze per l'avvenire. Gli appetiti e le pretese dei principali rivali dell'imperialismo americano, tra i quali si pone oggi apertamente la Cina, non possono che aumentare. La crisi della leadership americana, la sua offensiva attuale e le reazioni che ne derivano, spingono il mondo in una spirale di caos crescente.
Tino, 22 aprile
L’intensificazione degli scontri imperialisti porta ad un caos sempre più profondo
La pressione imperialista della Cina
Il Sud-est asiatico, un nuovo focolare di tensioni
Mentre i media agli ordini della borghesia danno ampia risonanza al referendum sulla Costituzione europea, come se da questo dipendesse la pace e la stabilità nel mondo, la barbarie capitalista continua drammaticamente la sua marcia avanti. In particolare l'Asia è diventata il nuovo epicentro dell'accelerazione delle tensioni inter-imperialiste.
passivamente e senza reagire un’azione di forza militare della Cina su Taiwan. "Questa legge anti-secessione è scellerata", ha dichiarato Scott Clellan, portavoce della Casa Bianca. "Noi ci opponiamo ad ogni modifica unilaterale dello status quo". Queste chiare e nette dichiarazioni sono state fatte dalla segretaria di Stato americano Condoleeza Rice al presidente Hu-Jintao, durante la sua visita a Pechino il 21 marzo scorso. È chiaro ora che per far fronte agli aumentati appetiti imperialistici della Cina, il Giappone e gli Stati Uniti fanno causa comune in questa parte del mondo. Tale è il senso dell'accordo firmato da Washington e Tokio che si da "come obiettivo strategico comune" quello di operare per una "risoluzione pacifica" delle questioni riguardanti lo stretto di Formosa.La lettera del compagno del gruppo "La Scintilla" che pubblichiamo qui di seguito pone al centro un problema che sempre più spesso ci viene posto da molti compagni, e cioè la lotta contro la dispersione delle energie rivoluzionarie, sulla base di un confronto serio e approfondito. Nella risposta, che abbiamo indirizzato a tutti i compagni del gruppo, oltre a sostenere pienamente la necessità di un lavoro su questo piano e più in generale per la costruzione del futuro partito (facendo riferimento alla politica che la CCI ha da sempre condotto su questo piano), ci è sembrato importante chiarire come le nostre recenti prese di posizioni sull’atteggiamento e le posizioni assunte dal BIPR (tutte pubblicate sul nostro sito web), a cui il compagno fa riferimento, siano coerenti ed assolutamente necessarie per un reale lavoro verso la costruzione del partito, che non può prescindere dalla lotta contro l’opportunismo e contro comportamenti propri della classe dominante e dunque inaccettabili all’interno del movimento operaio. L’"asprezza" dei testi a cui evidentemente il compagno fa riferimento, non è quindi dovuta alla volontà di "voler rimarcare a tutti i costi la più minima differenza", pratica che come giustamente pensa il compagno va rigettata, ma alla necessità di difendere i metodi ed i principi proletari senza i quali nessun futuro partito rivoluzionario sarà possibile e dunque nessuna rivoluzione proletaria potrà essere vittoriosa.
La lettera del compagno
Cari compagni,
chi vi scrive è un militante dell’ "organizzazione proletaria La Scintilla" di Roma. Anche noi ci richiamiamo all’esperienza della sinistra comunista italiana. Siamo un gruppetto di una decina di ventenni (chi più chi meno) da sempre attenti alle vicende interne alla nostra corrente. Pur se pochi numericamente siamo abbastanza determinati a ricostruire in Italia un partito autenticamente marxista che sappia incidere realmente sulla classe. A tale obiettivo strategico adeguiamo tutta la nostra attività fatta di diffusione di materiale, propaganda in mezzo alla gioventù operaia e, arrivo al punto della mail, al ricompattamento delle residue forze dell’area rivoluzionaria. Pur scontrandoci spesso con compagni di altre strutture su le più disparate questioni teoriche, restiamo convinti che i marxisti rivoluzionari debbano risolvere le divergenze teoriche in maniera dialettica e scientifica e, se non ho interpretato male il pensiero di Lenin, dividersi solo nel caso di un’abiura dei principi rivoluzionari. Solo il partito può garantire un dibattito PRODUTTIVO, al di fuori di esso si cade nel burocratismo e ci si riduce a far polemica tra intellettuali. Marx non ebbe timore di trascinarsi appresso gli anarchici e i mazziniani, consapevole che la scientificità di una teoria trionfa solo nel confronto virile con le tesi errate e nel suo divenire strategia vincolante per i membri del partito. Detto questo non capiamo il livello di asprezza raggiunto tra voi e Battaglia su questioni si importanti, ma che non possono degenerare in un’accusa reciproca di opportunismo. L’opportunismo è una resa VOLONTARIA alla collaborazione tra le classi e non certo un errore teorico che, se pur commesso e non riconosciuto come tale, non mette in discussione la validità generale sull’uso della violenza rivoluzionaria. A noi giovani proprio questo risulta indigesto: il voler rimarcare a tutti i costi la più minima differenza e non le FONDAMENTALI PAROLE D’ORDINE IN COMUNE che ancora oggi sono ignorate dal proletariato (dittatura di classe, abolizione della proprietà, etc., etc.). Certo di una vostra risposta, vi saluto
V., 8 marzo 2005
La nostra risposta
Cari compagni,
(...) anzitutto vogliamo esprimere tutta la nostra contentezza per aver ricevuto notizie dell’esistenza di un gruppo di giovani compagni che fanno riferimento alla sinistra comunista italiana. Pensiamo che voi siate sicuramente d’accordo nel considerare che la sinistra comunista italiana ha avuto un ruolo centrale nella storia del movimento operaio internazionale dell’ultimo secolo e sul fatto che ancora oggi costituisce un riferimento imprescindibile per chi voglia intraprendere il faticoso ma appassionante compito di contribuire alla ricostruzione del partito rivoluzionario. Naturalmente, quando si parla di sinistra comunista italiana, occorre chiarire a cosa precisamente si fa riferimento, nella misura in cui tale corrente ha essa stessa più anime al suo interno, tutte proletarie naturalmente, ma non tutte omogenee tra di loro. Nel concreto ci riferiamo al fatto che si definiscono, con buona ragione, sinistra comunista italiana sia la corrente bordighista, sia la corrente che ha prodotto il gruppo Battaglia Comunista, sia ancora la corrente di compagni che, esclusi e/o messi in minoranza all’interno del PCI dopo il processo di bolscevizzazione, cominciano a lavorare all’estero come "frazione" del PCI elaborando, tramite la rivista Bilan, un bilancio delle ragioni della sconfitta dell’ondata rivoluzionaria degli anni ‘20. Per quanto ci riguarda, la nostra organizzazione - che in realtà fa riferimento all’insieme dei contributi prodotti dalla sinistra comunista "internazionale" piuttosto che alla sola sinistra comunista "italiana" - deve moltissimo al gruppo Bilan perché questo ha saputo, meglio di altre componenti, attestarsi sul terreno del marxismo scientifico tirando delle lezioni politiche di grande importanza da un’analisi politica impietosa dei motivi della sconfitta della rivoluzione russa e del tradimento dei partiti ex-comunisti. Una delle cose più importanti di questa eredità a cui ci rifacciamo è la convinzione profonda che, fra organizzazioni di natura proletaria - organizzazioni cioè che si collocano e agiscono sullo stesso terreno di classe e per gli stessi fini storici, per quanto diversificate possano essere le reciproche posizioni politiche - ci debba essere uno sforzo per promuovere un continuo confronto delle posizioni, nella convinzione che l’appartenenza allo stesso campo di lotta implichi che il rafforzamento di ognuna di queste componenti comporti al tempo stesso un rafforzamento di tutto il campo proletario. Questa è la politica che ci ha sempre caratterizzato fin dalla nascita, anzi possiamo dire che siamo nati proprio grazie a questa politica, attraverso un processo di aggregazione di forze inizialmente non omogenee in seguito ad una serie di discussioni, conferenze e convergenze progressive tra gruppi diversi fino alla costituzione dell’attuale organizzazione internazionale che è la CCI avvenuta nel 1975. La stessa formazione della CCI non ha comportato nessuna chiusura verso l’esterno, ma il proseguimento della stessa politica verso tutti gli altri gruppi esistenti all’epoca o che sono sorti successivamente a livello internazionale. Se oggi siamo presenti in 3 continenti e in una quindicina di paesi diversi è proprio grazie a questa politica in cui abbiamo messo sempre al centro la discussione. D’altra parte, la nostra mancanza di settarismo si evince non solo dai nostri sforzi di promuovere conferenze o dalla nostra partecipazione convinta a quelle promosse da altri (come nel caso delle tre conferenze internazionali organizzate nella seconda metà degli anni ’70 per iniziativa di Battaglia Comunista), ma anche nella preoccupazione che abbiamo espresso nei momenti difficili per la classe operaia perché le organizzazioni del campo politico rivoluzionario reagissero in maniera coordinata per far fronte nella maniera più efficace possibile alle difficoltà del momento. Ci riferiamo ad esempio all’appello che abbiamo rivolto al BIPR (organizzazione che raccoglie il gruppo italiano Battaglia Comunista e il gruppo inglese Communist Workers Organisation) e alle formazioni bordighiste Programma Comunista, Il Comunista-Le Proletarie e Il Partito di Firenze in occasione della guerra in Kosovo e quella in Iraq per far sentire in maniera unitaria alla classe operaia la voce degli internazionalisti. Questo appello, così come altri da noi lanciati, è rimasto senza risposta perché purtroppo il settarismo è una malattia molto diffusa all’interno del movimento operaio, ma la nostra politica non per questo è cambiata. Per quanto riguarda poi il fatto che, recentemente, compagni come voi hanno potuto sorprendersi alla lettura di testi particolarmente duri scambiati tra il BIPR e la CCI, ciò dipende dalla scelta molto grave compiuta dal BIPR di farsi complice e sostenitore di gruppi parassiti (1) che praticano il furto, la delazione e la diffusione di menzogne nei nostri confronti e che – recentemente – sono anche portatori di gravi minacce nei confronti di nostri compagni. Concretamente il BIPR:
- si è espresso in accordo con la FICCI, piccolo gruppo di nostri ex militanti, per dire che bisogna distruggere la CCI;
- ha dato una giustificazione politica al furto dell’indirizzario dei nostri contatti da parte della FICCI;
- ha pubblicato sul proprio sito testi del sedicente Circulo de Comunistas Internacionalistas (in realtà invenzione di un impostore) che ci riempivano di fango accusandoci di usare metodi "nauseabondi" e "stalinisti" contro dei compagni, di volerli distruggere, ecc.
- ha rifiutato a lungo di pubblicare una nostra smentita di questo insieme di calunnie rivolte nei nostri confronti, come è invece riconosciuto nella prassi giornalistica finanche di giornali borghesi come "diritto di replica";
- ha rifiutato di aderire alla nostra richiesta di partecipare ad un jurì d’onore internazionale per darci la possibilità di difenderci, come è da sempre consuetudine nella storia del movimento operaio;
- ha poi, di fronte all’esibizione dei documenti che smentivano tutta la montatura contro di noi - di cui loro erano stati fiancheggiatori attivi e convinti - non solo ignorato la nostra richiesta di pubblicare questi documenti con una smentita di quanto avevano lasciato credere per settimane e settimane, ma hanno molto codardamente fatto scomparire, uno dopo l’altro dal loro sito, tutti i documenti che avevano con tanta leggerezza pubblicato in modo da non lasciare traccia dell’infamia di cui si erano macchiati.
In coerenza con la tradizione del movimento operaio noi siamo convinti che un gruppo rivoluzionario si caratterizzi per l’insieme di posizioni politiche che difende e che costituiscono un insieme unitario al cui interno sono contenute anche le norme comportamentali sia interne all’organizzazione stessa (gli statuti) che nei confronti di altre organizzazioni proletarie e della classe. In altre parole un’organizzazione proletaria non si può comportare come un qualsiasi partito borghese o piccolo borghese, prendendo vantaggio contro un presunto avversario politico alleandosi con chicchessia. La politica di un gruppo rivoluzionario, fedele a quella che è la natura della classe operaia di cui è espressione, non può essere condotta seguendo dei mezzi qualsivoglia, ma deve necessariamente essere condotta utilizzando dei mezzi che siano coerenti con i fini e con la natura del gruppo stesso. Insomma, contrariamente al principio machiavellico della borghesia, il fine non giustifica i mezzi! Esiste invece un’etica proletaria da cui non si può prescindere. E’ proprio su questo piano che c’è stata recentemente una lacerazione tra noi e il BIPR: Battaglia e la CWO hanno non solo dato credito a delle campagne infamanti portate avanti da questi gruppi parassiti, rifiutandosi a lungo di ospitare una nostra smentita sul loro sito web, ma quando finalmente noi abbiamo prodotto la prova che era tutta una montatura da parte di questi parassiti, Battaglia ha semplicemente giocato a fare lo gnorri pubblicando un’ultima lettera rivolta alla nostra organizzazione in cui, schivando tutti i fatti e i motivi reali del problema, ha attribuito a noi la responsabilità completa del problema affermando che "da un po' di tempo siamo oggetto di attacchi violenti e volgari da parte della CCI" e concludendo che "per questa ragione d’ora innanzi non daremo riscontro né seguito a nessuno dei loro volgari attacchi".
Tutto questo per rispondere alla vostra richiesta di chiarimenti sul "livello di asprezza raggiunto tra voi e Battaglia".
Ci sembra importante inoltre precisare un altro punto: cosa è l’opportunismo. Voi parlate di "degenerare in una reciproca accusa di opportunismo" per poi aggiungere che "l’opportunismo è una resa VOLONTARIA alla collaborazione tra le classi e non certamente un errore teorico". Da quanto voi dite sembrerebbe di capire che voi identificate l’opportunismo con un tradimento cosciente della causa rivoluzionaria. In realtà non è questa l’accezione che il movimento operaio dà a questo termine (2), in quanto si è sempre riconosciuto al suo interno una sinistra, un centro e una destra sulla base dell’adesione più o meno rigorosa agli interessi della classe operaia. Infatti è noto che nel movimento operaio sono sorte molteplici organizzazioni che si sono proclamate espressione del proletariato, ma non tutte sono state capaci di difendere con la stessa coerenza questi interessi nella misura in cui, sotto l’influenza della ideologia dominante, alcune di queste sono state spinte a politiche compromissorie tra gli interessi del proletariato e quelli della borghesi. L’opportunismo è appunto l’espressione di questa influenza più o meno forte della ideologia borghese nel campo del proletariato. Si tratta dunque di una debolezza di organizzazioni che comunque appartengono al campo proletario e non di una caratterizzazione di organizzazioni che hanno tradito, anche se, naturalmente, questa influenza può comportare, sul lungo periodo, il tradimento. L’accezione che voi avete del termine opportunismo è in effetti l’espressione della identificazione del tradimento di vecchi partiti che sono stati un tempo dei partiti opportunisti (vedi i vari partiti comunisti degli anni ’20) con l’opportunismo stesso. Ma questi partiti hanno avuto tutti una storia, sono nati in linea di massima come dei partiti rivoluzionari in rottura con le vecchie socialdemocrazie, hanno successivamente subito una involuzione come conseguenza delle difficoltà della fase politica che attraversava la stessa classe operaia, involuzione che si è caratterizzata appunto con pratiche opportuniste, e hanno finito per tradire. Quindi dobbiamo comprendere l’opportunismo come elemento dinamico nella lotta tra posizioni rivoluzionarie e l’influenza dell’ideologia borghese nello stesso campo rivoluzionario, e non come una condanna a morte di un’organizzazione. Per cui accusare un’organizzazione di opportunismo non significa condannarla al fuoco eterno dell’infamia controrivoluzionaria ma piuttosto metterla in guardia da una debolezza che può finire per incancrenirla completamente. Ciò detto, noi restiamo completamente disponibili, come è nostro costume, a discutere con il BIPR per chiarificare tutte le questioni che sono rimaste sospese e su cui abbiamo più volte richiesto ai compagni del BIPR un chiarimento pubblico. (...).
E’ tutto per il momento. In attesa di una vostra risposta vi inviamo fraterni saluti,
CCI, 31 marzo 2005
1. Ricordiamo a tale proposito le nostre Tesi sul parassitismo, pubblicate nella Rivista Internazionale n. 22, febbraio 1999. E’ curioso come veniamo spesso accusati di aver inventato la nozione di parassitismo politico. In realtà, chi ci accusa mostra scarsa dimestichezza con la storia del movimento operaio. Basta infatti leggere quanto dice Marx a proposito di Bakunin e della sua Alleanza per ritrovare questo stesso termine di parassitismo con lo stesso significato.
2. Anche se la corrente bordighista chiama oggi opportunisti i partiti stalinisti traditori, la sinistra italiana dell’epoca (ovvero la sinistra bordighiana) considerava la politica portata avanti dalla direzione dell’Internazionale Comunista ancora ai tempi di Lenin, come una politica opportunista.
I recenti risultati delle elezioni regionali e, soprattutto la crisi del governo che le ha seguite, fanno pensare, e molti già lo dicono, che sarebbe finita l’epoca di Berlusconi, e che anche le prossime elezioni politiche (nel 2006 o addirittura anticipate) vedrebbero la sicura sconfitta di Berlusconi e del centrodestra. Prima di dire se è questa effettivamente la situazione, vediamo quali sono i criteri che spingono la borghesia a scegliere una compagine governativa invece di un’altra. E già, perché innanzitutto va ricordato che la democrazia borghese è una grande finzione e che se tutti i partiti politici ufficiali rappresentano gli interessi del capitale, non è sulla base della libera competizione tra di loro che viene fuori chi vince le elezioni, ma, al contrario, è il capitale nazionale che in base alle esigenze del momento decide chi deve rappresentarlo a livello di governo.
I criteri che guidano questa scelta sono essenzialmente tre:
1) lo stato dei rapporti tra borghesia e proletariato, ovverosia, lo stato della lotta di classe;
2) le inclinazioni imperialiste della borghesia nazionale;
3) la capacità di una certa compagine di difendere meglio gli interessi dell’economia nazionale
Il primo di questi punti ha portato spesso la borghesia a adottare addirittura a livello internazionale una strategia di utilizzo al governo di quelle forze che meglio potevano affrontare la situazione sociale. Per esempio negli anni ’70, di fronte alla forte crescita della lotta di classe, la borghesia adottò la strategia della "sinistra al governo" (1) per deviare le lotte dei lavoratori su questo falso obiettivo e sull’illusione che la sinistra al governo potesse dare risposta alle esigenze dei lavoratori; negli anni ‘80 invece, di fronte a una lotta di classe ancora molto vivace e per non bruciare le sinistre al governo (dove avrebbero dimostrato di non saper dare risposte alle esigenze dei lavoratori), la strategia diventò quella della "sinistra all’opposizione", dove la sinistra poteva fare la voce dura e, soprattutto, essere presente nelle lotte operaie per poterle sabotare dall’interno.
Alla fine degli anni ’90 la borghesia torna ad una politica di "sinistra al governo" (13 paese europei su 15) perché se questo periodo "è ancora marcato dal riflusso della combattività e della coscienza provocati dagli avvenimenti della fine degli anni ’80 (crollo del blocco dell’est) (...), anche se delle tendenze ad una ripresa della combattività si fanno sentire e si constata una fermentazione politica in profondità che resta ancora molto minoritaria" (2), la borghesia cercò di guadagnare tempo sfruttando le capacità di mistificazione della sinistra per bloccare lo sviluppo delle lotte e frenare la riflessione politica.
Negli ultimissimi anni però questa strategia non è più servita (questa carta non può comunque essere usata per troppo tempo, perché l’illusione su quello che può fare la sinistra al governo svanisce presto se questa, al governo, non prende misure a favore del proletariato), per cui la borghesia ha preferito più rilanciare la mistificazione democratica lasciando che ci fosse una certa "alternanza" al governo, o facendo le sue scelte sulla base di altre esigenze.
Un’altra di queste esigenze è l’inclinazione imperialista della borghesia di un paese. Infatti, se, come diceva Rosa Luxemburg, nell’epoca dell’imperialismo tutti i paesi sono imperialisti, quello che non è scontato e automatico è come una determinata borghesia nazionale vuole portare avanti i suoi interessi imperialisti e, soprattutto, con quali alleati. Addirittura su questo piano ci possono essere delle vere e proprie fratture interne alla borghesia, che porta a scontri anche violenti. È proprio il caso dell’Italia, dove il crollo del blocco sovietico, e il conseguente disfacimento di quello occidentale, diede l’occasione alle frazioni della borghesia più ostili all’alleanza con gli USA per scatenare un’offensiva volta a liberare il paese dalla pesante tutela americana: fu il ciclone Mani Pulite, che nel giro di tre o quattro anni distrusse la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, due partiti di forte fede atlantista, che di questa alleanza erano stati i garanti, in particolare la Democrazia Cristiana che fu messa al governo dagli USA nel dopoguerra proprio per rappresentare l’alleanza. La riorganizzazione delle forze filoamericane si concretizzò con l’entrata in campo di Berlusconi, e la sua vittoria alle elezioni del 2001 rappresentò la controffensiva di queste forze. E come Berlusconi abbia spinto l’imperialismo italiano a seguire quello USA lo si è visto bene soprattutto in occasione della guerra in Iraq.
Infine c’è la ovvia necessità della borghesia di mettere al governo delle forze capaci di difendere gli interessi del capitale nazionale da tutti i punti di vista, oltre quello relativo ai rapporti con la classe operaia e quello dello schieramento imperialista. Soprattutto in una situazione in cui la crisi economica è per il capitale una situazione permanente, al governo devono esserci forze capaci di far fronte a questa crisi, e alla concorrenza internazionale che la crisi acuisce, in maniera adeguata. Da quest’ultimo punto di vista la coalizione di Berlusconi non ha mai dato troppe garanzie, per la fretta e la particolarità della sua nascita: Berlusconi, espressione, come abbiamo detto della frazione della borghesia italiana filoamericana, ebbe anche il compito di ricostruire una coalizione di centrodestra che la disgregazione della Democrazia Cristiana aveva fatto scomparire, rendendo la borghesia italiana nell’immediato priva di questa ala per poter giocare all’alternanza di governo secondo le convenienze e le circostanze. Berlusconi poté farlo grazie alla formazione in poco tempo di un partito che utilizzò la struttura della sua azienda per organizzarsi e l’appoggio delle sue tre reti televisive nazionali che consentì alla nuova formazione di conquistare ben presto un certo credito tra la popolazione.
Ma la fretta della discesa in campo di Berlusconi aveva come controaltare il fatto che gli uomini su cui poteva contare non avevano esperienza di governo (tranne quelli provenienti dalla ex DC o dall’ex PSI), per cui la gestione dell’economia (e della vita del paese in generale) è stata abbastanza disastrosa: il capitale italiano, all’interno della crisi economica che affligge l’intero mondo capitalista, ha perso numerose posizioni rispetto ai suoi principali concorrenti europei, cosa che l’ha portato alla attuale situazione di vera e propria recessione e di perdita di competitività anche rispetto ad economie "emergenti" (3), che costituiscono le premesse per un vero e proprio crollo dell’economia (4).
Fatte tutte queste premesse si potrebbe concludere che effettivamente per Berlusconi, che per il suo eccessivo sbilanciamento filoamericano non ha mai goduto dell’appoggio convinto di tutta la borghesia italiana, sia arrivato il momento di fare le valigie, visto il risultato delle recenti elezioni che non sono un fatto accidentale, ma il preludio di quello che può accadere con le prossime elezioni politiche (che potrebbero anche essere anticipate proprio perché la situazione è così grave che un altro anno di pannicelli caldi berlusconiani può essere fatale per il capitale italiano). E il ritorno del centrodestra all’opposizione significherebbe anche la fine del berlusconismo, perché Berlusconi non potrebbe più pretendere di essere lui a comandare il centrodestra (peraltro l’età non gli consente di pensare che il centrodestra possa puntare sicuramente su di lui alle elezioni del 2011) e dovrebbe cedere il posto a qualcun altro per evitare che, con la sua crisi, si rinnovi la disgregazione del centrodestra, come fu agli inizi degli anni novanta, e ritornare ad una situazione in cui la borghesia italiana non potrebbe giocare all’alternanza al governo delle sue forze politiche, che è la fonte primaria della mistificazione democratica. Ma naturalmente tutto questo va commisurato alla luce di un fattore che è sorto a partire dagli anni ’70 e che incide sempre più fortemente sulla vita della società: l’entrata nella fase di decomposizione. Questo aspetto è importante perchè i giochi e le manovre della borghesia sono spesso essi stessi complicati da questo fenomeno: vedi ad esempio l’incapacità dei due schieramenti politici presenti in Italia di mantenere una vera coesione su qualunque problema, ivi compreso l’ultima sortita di Rutelli nei confronti di Prodi e dell’Ulivo come partito unico (5).
Per quanto ci riguarda, il nostro compito è sempre stato quello di denunciare tutte le forze politiche della borghesia, di destra o di sinistra che fossero, perché esse non difendono altro che gli interessi del capitale nazionale che sono incompatibili con quelli del proletariato. E la prospettiva di un ritorno del centrosinistra al governo potrebbe costituire un freno alle lotte proletarie per le aspettative che essa può creare nelle file dei lavoratori, portati a pensare quantomeno che "peggio di Berlusconi non possono fare". Invece possono fare molti più danni proprio alla lotta di classe, a causa della maggiore forza (e strumenti) di mistificazione che la sinistra possiede. Perciò fin da ora compito dei rivoluzionari è denunciare questa prospettiva e ricordare ai proletari cosa ha fatto la sinistra negli anni in cui è stata al governo: una sequenza di attacchi antioperai che hanno aumentato (più di quanto sia stato capace di fare Berlusconi) la miseria e la precarietà delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato. Perché non esistono ricette per "uscire dalla crisi": la sola strada che ogni capitale nazionale conosce per reggere la competizione con i propri avversari è quello di aumentare lo sfruttamento dei lavoratori, e questo la sinistra lo sa fare ancora meglio della destra pasticciona di Berlusconi.
Helios
1. Che poi non significava sempre che la sinistra andasse al governo, ma che questo fosse l’obiettivo su cui si accentrava l’attenzione della popolazione.
2. Vedi "Perché la presenza di partiti di sinistra nella maggioranza dei governi europei attuali?" (Rivista Internazionale n.23).
3. Per noi questo termine non sta ad indicare che ci sarebbero delle parti del capitalismo mondiale che non sono in crisi, ma solo che ci sono parti del mondo dove le condizioni particolari locali, vedi ad esempio la possibilità di uno sfruttamento del proletariato molto più feroce di quello possibile nei paesi più avanzati, fanno sì che esse possano crescere più delle altre, senza che questo faccia uscire il capitalismo mondiale dalla sua crisi, o che questi paesi potrebbero costituire alla distanza i nuovi paesi economicamente dominanti.
4. In realtà, oltre alla incapacità di Berlusconi ci sono fattori di debolezza strutturali del capitale italiano che spiegano meglio l’attuale situazione; ma quello che la borghesia non può perdonare è la superficialità con cui vengono difesi i suoi interessi, e Berlusconi, con la sua arroganza, superficiale lo è stato abbastanza, non foss’altro che nel non voler guardare in faccia la gravità della situazione.
5. Vedi "La decomposizione fase ultima della decadenza del capitalismo" (Rivista Internazionale n.14).
È con profondo dolore che abbiamo saputo, tramite la stampa dell’organizzazione di cui faceva parte, della morte del compagno Livio, militante de Il Partito Comunista Internazionale (cosiddetto di Firenze) che pubblica in Italia il periodico Il Partito. Livio ci ha lasciato a 84 anni dopo una malattia che lo aveva progressivamente indebolito fisicamente ma, immaginiamo, non altrettanto nello spirito. Pur non essendo un nostro militante, conoscevamo Livio come compagno perché lo incontravamo nei luoghi e nelle situazioni politicamente significative, apprezzando sempre la sua dedizione militante alla causa del proletariato. Leggendo il necrologio che gli ha dedicato la sua organizzazione, riconosciamo in maniera precisa il compagno di cui si parla, in particolare quando si ricordano i suoi rapporti con i giovani, nei confronti dei quali "era come animato da una forza interna volta a trasmettere, attingendo alla sua lucida memoria, quanto più possibile delle esperienze e degli insegnamenti di una vita intera di studio severo", o ancora quando si ricorda la sua "ansia che nulla si disperdesse del ricordo, orale e scritto, del modo d’essere comunista (…); tanto si dava abbondante nelle conversazioni, travolgeva gli ascoltatori anche con due, tre, quattro lezioni dal vissuto personale e di partito…". Anche con noi militanti della CCI Livio non ha mai avuto atteggiamenti settari, ma sempre di stima profonda e di rispetto, così come noi ne avevamo per lui. Ed anche a noi della CCI Livio, nelle occasioni in cui ci incontravamo, non lesinava di raccontarci storie di vita vissuta, tornando spesso sulla figura di Bordiga, che lui aveva conosciuto e frequentato, mettendo in evidenza il carattere burbero che lui amava tanto perché capace di tenere assieme il partito con la disciplina. In particolare ci è rimasta impressa una sua testimonianza su Bordiga che, di fronte a compagni di partito che "ponevano problemi" perché in disaccordo su questo o quel punto, praticava la politica di riempire questi compagni di compiti pratici in modo da soffocare nel lavoro tutti i grilli che passavano loro per la testa. Anche se non abbiamo mai condiviso questa terapia politica, la sua fervida memoria e la maniera appassionata con cui Livio ci raccontava queste storie aveva una presa, se non altro sentimentale, anche su di noi della CCI. Va detto peraltro che la nostra reciproca conoscenza non era stata del tutto superficiale. Livio in origine era un compagno di Programma Comunista ed è stato di quelli che più ha sofferto per la crisi e l’implosione di questa organizzazione avvenuta agli inizi degli anni ’80. A quell’epoca Livio si ritrova praticamente in un’organizzazione nella quale non si riconosce più: in particolare vede che le redini del partito passano in mano a elementi nei quali lui ripone ben poca fiducia, tanto che comincia un percorso di ricerca di una nuova organizzazione politica in cui militare. E’ in questa fase che lui comincia a frequentare, assieme ad altri due compagni di Programma più o meno della sua stessa età, le riunioni pubbliche della CCI, senza tuttavia arrivare mai ad avvicinarsi alle sue posizioni perché in realtà, più che cercare delle risposte a dei problemi, Livio cercava un’organizzazione che difendesse in maniera autentica le posizioni bordighiste. E’ perciò che la sua ricerca approda, di lì a qualche tempo, al Partito di Firenze, al quale è rimasto fedele fino alla morte. Anche se le posizioni politiche difese da Livio e dal gruppo a cui apparteneva sono diverse e distanti da quelle che noi difendiamo, la CCI riconosce in lui la figura di un militante nobile e appassionato e rivolge ai compagni tutti de Il Partito un caloroso messaggio di solidarietà.
CCI, 1 giugno 2005
1. Alternativa di società (2)
Partiamo naturalmente dalla posizione maggioritaria di Bertinotti (59,2%) per poi passare alle varie minoranze. In aggiunta agli elementi già sviluppati nello scorso articolo, possiamo osservare che le posizioni della maggioranza sono caratterizzate dalla mancanza più assoluta di riferimenti di classe. Si parla di crisi, ma non si propone nessuna analisi dei motivi di questa crisi. Si propone una alternativa di società, ma il modello proposto è esplicitamente ritagliato per un’Italia più egualitaria che dovrebbe sorgere dalla buona volontà di tutti i cittadini e dalla vittoria di una consultazione elettorale. Per quanto riguarda la politica internazionale, si porta avanti un’ipotesi mistificatoria secondo cui "la guerra alimenta il terrorismo, che è figlio e fratello della guerra" (Mozione n.1, Tesi n.7), per cui si tratterebbe ancora una volta di convincere gli animi di buona volontà a rompere questa spirale perversa per raggiungere la pace. Di qui una conseguente esaltazione del pacifismo, della non violenza, dell’ecologismo, ecc. come parole d’ordine per cui battersi. Infine la Rifondazione maggioritaria è esplicitamente nazionalista e quindi difensore dell’imperialismo italiano, come abbiamo mostrato nello scorso numero attraverso le dichiarazioni di Bertinotti sul caso Calipari (3). D’altra parte, che Rifondazione abbia esplicitamente rinunciato a considerarsi partito operaio lo si evince anche dalle sue recenti dichiarazioni precongressuali: "Il movimento operaio è stato il grande protagonista del secolo ma è stato sconfitto in primo luogo per il fallimento laddove si è costituito in stato nelle società post-rivoluzionarie nelle quali le istanze di liberazione per cui era nato si sono anche rovesciate in forme di oppressione drammatica." (Mozione n.1, Tesi n.6) Così Rifondazione partecipa in prima persona alla grande mistificazione secondo cui i paesi dell’est europeo, e in primo luogo la stessa Unione Sovietica, sarebbero stati - fino al crollo del muro di Berlino del 1989 - dei paesi sotto il controllo di una classe operaia degenerata, una classe che sarebbe stata protagonista (e non vittima, come invece è stato!) di forme di oppressione drammatica. In conclusione si vede che, se Rifondazione dovesse basare la sua attrattiva solamente sulle posizioni maggioritarie, avrebbe a disposizione le carte di un partito democratico di sinistra, più o meno radicale, ma niente di più. In realtà quello che fa di Rifondazione un partito che attrae molti elementi in ricerca, giovani e meno giovani, è la presenza al suo interno di una costellazione di realtà, di minoranze e di attività che, pur criticando e contestando le posizioni di Bertinotti, finiscono per dargli forza e per ricevere esse stesse una cornice di partito all’interno della quale si sentono gratificate e riescono a meglio lavorare. E’ perciò importante prendere in considerazione una per una queste componenti per capire il ruolo specifico di ognuna di esse all’interno del partito.
2. Essere comunisti
Dopo quella di Bertinotti, la componente Essere comunisti capeggiata da Claudio Grassi è quella più importante all’interno del partito potendo contare su un seguito del 26,2% e su una rivista dal titolo significativo, l’Ernesto. Da questa mozione in poi il linguaggio si fa progressivamente più "radicale", "di sinistra", il che non corrisponde necessariamente a posizioni realmente più di sinistra e, soprattutto, al fatto che sussistano posizioni di classe, come cercheremo di mostrare via via in questa nostra analisi. Questa seconda mozione non esclude l’appoggio ad una alternativa governativa di sinistra, ma a condizione che ci sia un accordo preventivo nella coalizione. Sulla guerra c’è una posizione molto più dura rispetto a Bertinotti, con una denuncia della guerra in Iraq e un appoggio alla resistenza irachena (che manca del tutto nella prima mozione) e a quella palestinese, che rendono questa posizione "più di sinistra". Si critica la posizione maggioritaria pacifista e non violenta, ci si dichiara solidali con quelli che fanno resistenza all’oppressione. E quando si arriva al paese di appartenenza si dice: "L’Italia non dovrà mai più partecipare ad interventi militari (nemmeno sotto copertura ONU, né indirettamente tramite la concessione di basi militari, spazi aerei, strutture logistiche) se non in difesa del proprio territorio da un’invasione straniera" (Mozione n.2, Tesi n.5). Detto in altri termini, si è contro una guerra di aggressione, ma se la guerra è camuffata come difesa del territorio dei propri padroni, (che sia in Iraq, in Palestina o in Italia), allora sì che questi servi dei padroni sono pronti a chiamare i lavoratori al massimo sacrificio (4).
Sull’Europa la mozione dice che questa non è quella struttura omogenea che si vorrebbe far credere e mette in guardia contro il ruolo emergente di questo continente dal punto di vista imperialista. Per inciso va detto che tutte le mozioni minoritarie sono critiche nei confronti della costituzione del partito della sinistra europea (a cui Rifondazione Comunista ha garantito l’adesione) perché avrebbe raccolto a livello europeo solo i partiti più moderati.
C’è anche una critica alla maggioranza per i cedimenti al revisionismo storico: "E’ necessario porre un argine al revisionismo storico, che da tempo ha conquistato posizioni anche a sinistra, cancella o riduce le colpe della borghesia e del capitalismo e criminalizza la storia del movimento operaio e comunista". (…) La critica netta degli errori e dei processi degenerativi che hanno macchiato alcuni momenti della storia del movimento comunista e del "socialismo reale" fa irreversibilmente parte del nostro patrimonio culturale, politico e morale. Siamo consapevoli della loro portata e delle gravi conseguenze che ne sono derivate anche per chi non ha disertato la lotta nel nome del comunismo". (…) Rivendicando la storia del movimento operaio e comunista, riconoscendola come la nostra storia. L’Ottobre bolscevico e la costruzione dell’Urss, la rivoluzione cinese, quella vietnamita e quella cubana – per limitarci ad alcune tra le più importanti esperienze del movimento comunista – hanno consentito la liberazione di sterminate masse di donne e di uomini da condizioni di fame e di miseria e hanno rappresentato il tentativo di costruire società alternative al capitalismo e orientate verso il socialismo" (Mozione n.2, Tesi n.18). Più in particolare si critica la recente ipotesi di accettare, per i combattenti della Repubblica di Salò - i cosiddetti "ragazzi di Salò" – lo stesso trattamento adottato per i partigiani.
Si rivendica ancora il vecchio PCI dispiacendosi per il fatto che sia stato sciolto, anche se si parla di errori nel vecchio PCI, ma non si capisce quali siano: "Dopo essere stato la colonna della liberazione del Paese dal fascismo e la fucina di una coscienza democratica di massa, il PCI ha saputo imporre la centralità dei diritti del lavoro e dei diritti sociali, impedendo che la rapida modernizzazione del Paese comportasse enormi costi sociali e integrando i più alti risultati della civiltà borghese. (…) Il processo di graduale mutazione in senso socialdemocratico che ha segnato l’ultima fase della storia del PCI, non cancella i meriti storici complessivi dell’esperienza del comunismo italiano. Per questo appaiono gravissime le responsabilità dei gruppi dirigenti che hanno favorito lo scioglimento del PCI" (Mozione n.1, Tesi n.19).
In realtà non si capisce dove si collocano gli errori e quali siano stati i processi degenerativi. E’ certo comodo fare riferimento a Marx, Engels e a Lenin e fermarsi a Gramsci per poi saltare a piè pari al femminismo e quanto altro di oggi. E tutti gli altri 70-80 anni di storia? E poi, per quanto riguarda il tanto glorificato PCI a cui si rimprovera solamente la graduale mutazione in senso socialdemocratico che (avrebbe) segnato l’ultima fase (sic!), è evidente che o non sanno di che parlano, o più probabilmente lo sanno benissimo e cercano in tutti i modi di nasconderlo. In effetti non è questo il luogo per ricordare il ruolo controrivoluzionario del PCI giocato dalla fine degli anni ’20 fino al suo scioglimento dopo il 1989. Ma tanto per rinfrescare la memoria vogliamo solo ricordare:
- tutte le calunnie e le denunce politiche mosse dal PCI contro la sinistra comunista a partire dagli anni ’20 per scalzarla dalla direzione, metterla in minoranza e ridurla a niente;
- il ruolo svolto da Togliatti all’interno della direzione dell’Internazionale Comunista - divenuta ormai strumento dello stato sovietico e dello stalinismo - contro tutte le minoranze a livello internazionale;
- l’assassinio degli internazionalisti Atti e Acquaviva ad opera degli stalinisti del PCI;
- la coscrizione obbligatoria voluta e portata avanti in prima persona dal PCI nel sud liberato dopo il ‘43 nei confronti di soldati già fortemente provati da 3 anni di guerra e di ritorno alle loro case dopo l’armistizio in nome della lotta antifascista;
- il ruolo svolto da Togliatti in qualità di ministro della giustizia all’interno dei primi governi del II dopoguerra contro i cosiddetti "sbandati", ex soldati rimasti disoccupati e privi di ogni risorsa, contro cui il neo-ministro stalinista si scaglia con una ferocia inaudita.
Di fatto questa corrente si caratterizza come una corrente cripto-stalinista, che svolge all’interno di Rifondazione la "benefica" funzione di offrire una sponda a tutti i nostalgici del vecchio periodo stalinista che male hanno digerito la svolta operata nei primi anni ’90 prima da Occhetto e poi da D’Alema.
Prima di chiudere una curiosità: questa mozione fa un fugace e strano riferimento alla questione sarda. Forse che questa componente ha dei debiti nei confronti di un consistente elettorato sardo a cui ha bisogno di promettere qualche cosa?
3: Per un progetto comunista
La terza mozione, il cui leader è il trotskista Marco Ferrando, è molto più caratterizzata a sinistra e vanta il 6,51% di consensi all’interno del partito. Come si sa le organizzazioni trotskiste hanno adottato, dai tempi della IV Internazionale, la politica dell’entrismo, che consiste nel confluire in massa nei ranghi di organizzazioni della sinistra borghese nel tentativo di acquisire un’influenza tra i suoi militanti fino a prenderne il controllo. Il problema è che, ammesso che l’organizzazione trotskista avesse le caratteristiche di una organizzazione proletaria - cosa che noi escludiamo del tutto dopo l’appoggio dato dalla corrente trotskista al fronte imperialista sovietico durante la II guerra mondiale – il dato di fatto è che è l’organizzazione borghese che finisce inevitabilmente per fagocitare i militanti proletari che hanno l’illusione - aderendovi - di avere una più ampia platea cui rivolgersi.
Sul piano interno questa corrente spara a zero contro il centro sinistra, contro il governo di unità nazionale e critica Rifondazione ricordando che un programma alternativo serio deve cancellare le riforme di Berlusconi, ma anche quelle di Dini e quelle fatte dalla sinistra (vedi nota n.1). Quindi c’è una presa di distanza dai governi di sinistra e da quello che la stessa RC ha fatto in questi governi. Sono per una posizione elettorale autonoma e di opposizione, anche se non resistono alla tentazione di raggiungere un accordo particolare in seconda istanza con le forze di sinistra per buttare giù Berlusconi. In particolare avvertono la necessità di una svolta sul terreno locale, dove sentono che ancora una volta il PRC è stato corresponsabile di politiche antiproletarie: "L’esperienza di oltre dieci anni ci dice che il coinvolgimento del PRC nelle Giunte dell’Ulivo ha corresponsabilizzato il partito nella gestione locale delle politiche nazionali (in una logica, nel migliore dei casi, di "limitazione del danno"): in parte rilevante del paese siamo compartecipi di scelte di privatizzazione, di tagli della spesa, di patti concertativi con le organizzazioni del padronato, alla coda di sindaci o governatori ulivisti" (Mozione n.3, pag. 22).
Sul piano internazionale si parla degli interessi imperialisti dell’Italia in Iraq e del ruolo criminale dell’esercito italiano: "Più in generale il PRC deve rivendicare il ritiro immediato e incondizionato delle truppe da ogni teatro coloniale, inclusi i Balcani e l’Afghanistan. E deve sviluppare una vera campagna di massa che denunci il ruolo criminale delle truppe italiane in Irak e gli affari dell’imperialismo italiano (vedi gli interessi dell’ENI a Nassiria, i lauti affari delle aziende italiane coinvolte nel business della ricostruzione). Parallelamente il nostro partito deve sostenere, senza ambiguità, il diritto incondizionato di resistenza e sollevazione del popolo irakeno contro l’occupazione coloniale (americana, inglese, italiana)" (Mozione n.3, pag.21). Anche se questa posizione si presenta in apparenza particolarmente tagliente e coraggiosa, di fatto non è altro che l’altra faccia della stessa medaglia della difesa dell’imperialismo nostrano, cioè un’esaltazione del fronte della resistenza irakena dietro il quale si nascondono tutte le forze imperialiste che oggi hanno interesse a osteggiare se non a combattere apertamente i padroni del mondo e i loro alleati: Usa e potenze alleate. Oggi come oggi, non essendo ancora mature le condizioni perché scoppi un nuovo conflitto imperialista mondiale, le tensioni tra le grandi potenze si scaricano attraverso una serie di conflitti locali dove i paesi minori fanno da capro espiatorio delle stesse tensioni. La prima guerra del Golfo, quella contro la Serbia, e poi l’Afghanistan e ancora la seconda guerra del Golfo, per non citare che le più importanti degli ultimi 15 anni, sono state tante occasioni in cui gli Usa da una parte e le potenze europee dall’altra, in una cinica quanto falsa alleanza, si sono confrontati per definire la reciproca influenza sullo scacchiere mondiale. Battersi dunque per sostenere il diritto incondizionato di resistenza e sollevazione del popolo irakeno contro l’occupazione coloniale, significa fare il gioco di un fronte imperialista contro l’altro, mentre la posizione di classe consiste nel sostenere la componente proletaria all’interno del popolo irakeno (come di qualunque altro paese centrale o periferico che sia) contro la borghesia locale e internazionale.
E’ infine interessante il rammarico che la corrente di Ferrando prova per la chiusura negativa dei rapporti con il movimento alter-mondialista rispetto al quale si accusa la direzione di aver tirato i remi in barca perché, di fronte alle azioni forti di piazza, si sarebbe fatta indietro per non compromettere la scelta governista. In realtà è ancora una volta la corrente di Ferrando che mostra essa stessa la sua natura borghese facendo riferimento in particolare al settore dei Disobbedienti che, per quanto possano essere incazzati e combattivi, sono pur sempre uno strato sociale indistinto mosso da velleità piccolo-borghesi e pertanto disomogenei ad una collocazione autenticamente di classe. La cosiddetta "spesa proletaria" non è una pratica proletaria, ma una pagliacciata organizzata da Casarini e compagni per rilanciare un movimento momentaneamente in ribasso!
Chiudiamo qui questa seconda parte del nostro contributo su Rifondazione Comunista. Abbiamo visto finora che né le posizioni di maggioranza, né quelle di due mozioni di minoranza, sono espressione degli interessi degli operai. La prossima volta ci toccherà però analizzare le altre due posizioni, tra cui si esprimono posizioni particolarmente radicali. Troveremo forse qui le tanto agognate posizioni di classe? Lo scopriremo nella prossima puntata.
Ezechiele, 17 maggio 2005
1. Giusto per rinfrescare la memoria, riportiamo da capo una delle citazioni più significative: "In un contesto storico segnato dall’esaurimento dello spazio riformistico l’ingresso dei partiti comunisti nei governi borghesi significa il loro coinvolgimento nelle politiche di attacco ai lavoratori. Così è stato per il PCF nel governo Jospin nel 97-2001, e per il nostro partito nella maggioranza del primo governo Prodi del 96-98. (…) La cancellazione della controriforma pensionistica di Berlusconi è doverosa: ma va combinata con la cancellazione della riforma Dini voluta dall’Ulivo che ha abbattuto le pensioni future dei giovani per fare largo al capitale finanziario. La cancellazione della legge 30 è una necessità: ma va congiunta all’abolizione del pacchetto Treu, imposto dal governo Prodi col voto del PRC, che ha introdotto la piaga del lavoro interinale. La cancellazione della "Bossi-Fini" è drammaticamente urgente: ma non può risparmiare i campi di detenzione (CPT) imposti dall’Ulivo agli immigrati, col voto favorevole del PRC, e tutte le loro brutture." (mozione n. 3, pag. 20, sottolineature nostre).
2. Il titolo di questo paragrafo, come dei prossimi quattro, fa riferimento al titolo della mozione della corrispondente componente di Rifondazione.
3. "La politica chiede che questa uccisione sia assunta per quella che è: una questione nazionale. Le prime reazioni del presidente del Consiglio sembravano incoraggiare questa speranza. (…) C’è in discussione l’autonomia dello Stato nazionale. La possibilità di intraprendere iniziative politiche e diplomatiche, con l’obiettivo di salvare la vita a propri concittadini, può essere messa in discussione da una potenza che, peraltro, si dice nostra alleata. A Berlusconi chiedo uno scatto d’orgoglio nazionale, come avvenne a Sigonella. (Al governo c’era Craxi, ricorda il giornalista). Non l’ho mai avuto in simpatia, ma a Sigonella vi fu uno scatto di orgoglio del suo governo. In quell’atto si rilevò la dote di uno statista" (La Repubblica dell’8 marzo 2005).
4. Il carattere controrivoluzionario di questa posizione è stata già ampiamente sconfessata nella storia del movimento operaio e da noi ribadita nella brochure internazionale "Nazione o classe".
Nell’articolo pubblicato nello scorso numero del giornale abbiamo mostrato come Rifondazione Comunista, il partito che vorrebbe farsi passare come il difensore e il continuatore della tradizione comunista in Italia, non sia altro che un partito borghese, di sinistra borghese, cioè un partito che difende gli interessi del capitale e non quelli dei lavoratori. Per dimostrare questa semplice verità non c’è stato bisogno di ricorrere a ricerche particolari, di rovistare in archivi segreti, ma semplicemente di leggere quello che le stesse componenti minoritarie di Rifondazione dicono della maggioranza la quale esprime - a pieno titolo - il partito stesso (1). In questo secondo articolo – e in un terzo che seguirà - ci proponiamo di dimostrare che, fatta salva la buona fede di quanti si fanno delle illusioni al riguardo, le stesse minoranze sono del tutto funzionali alla politica controrivoluzionaria del partito a cui appartengono ed esprimono, ognuna per proprio conto, delle posizioni del tutto antioperaie. Per comodità passeremo in rassegna le varie componenti di Rifondazione facendo riferimento alle mozioni presentate all’ultimo congresso di marzo scorso.
Nella prima parte di questo articolo (vedi RI n.140) abbiamo sottolineato il contesto internazionale e ricordato il quadro generale della rivoluzione del 1905 in Russia. Abbiamo anche ricordato l’importanza delle lezioni tirate per la classe operaia.
Nella seconda parte di questo articolo, come abbiamo già annunciato, noi torniamo sulla natura proletaria di questi eventi e sulla dinamica dello sciopero di massa che ha condotto il proletariato a far sorgere dalla sua lotta dei nuovi organi di organizzazione e di potere: i soviet. Vedremo come tutta la creatività della classe operaia, all’alba del declino del capitalismo, si sia effettuato senza alcun ruolo significativo da parte dei sindacati o della lotta parlamentare. La capacità della classe operaia di prendere nelle proprie mani il suo avvenire, sulla base dell’esperienza accumulata e della solidarietà, prefigurava già nuove responsabilità per questa e per la sua avanguardia. Così, posizioni decisive per il movimento operaio nella fase di decadenza del capitalismo erano già inscritte e presenti nel 1905.
Una volta rievocati gli elementi essenziali di storia, occorre adesso cercare di recuperare tutte le lezioni che ci ha fornito l’esperienza del 1905. E la prima fra tutte è che la rivoluzione del 1905 ha un solo protagonista, il proletariato russo, e che tutta la sua dinamica segue una logica strettamente di classe. Su questo già lo stesso Lenin è abbastanza chiaro quando ricorda che, a parte il suo carattere democratico borghese dovuto al suo contenuto sociale, "la rivoluzione russa fu nello stesso tempo una rivoluzione proletaria; non soltanto perché il proletariato ne fu la forza dirigente e fu all’avanguardia del movimento, ma anche perché l’arme specifica del proletariato, e precisamente lo sciopero, costituiva il mezzo principale per scuotere le masse e il fenomeno più caratteristico nella ondata sempre più travolgente di avvenimenti decisivi" (1). Ma quando Lenin parla di sciopero, non dobbiamo intendere delle azioni di 4, 8 o 24 ore del tipo che ci propongono oggi i sindacati nei vari paesi del mondo. Infatti il 1905 introduce nella storia del movimento operaio, oltre ai soviet, quello che poi fu chiamato lo sciopero di massa, quell’oceano di fenomeni – come lo caratterizzò Rosa Luxemburg – cioè l’estensione e l’autorganizzazione spontanea della lotta del proletariato, che avrebbe caratterizzato tutti i grandi momenti della lotta del XX secolo (2). L’ala sinistra del movimento operaio - tra cui i Bolscevichi, Rosa Luxemburg, Pannekoek, vi vedrà la conferma delle sue posizioni (contro il revisionismo alla Bernstein (3) e il cretinismo parlamentare) ma dovrà accollarsi un lavoro teorico approfondito per comprendere pienamente il cambiamento delle condizioni di vita del capitalismo – la fase dell’imperialismo e della decadenza – che determinava il cambiamento negli obiettivi e nei mezzi della lotta di classe. Ma già la Luxemburg ne delineava le premesse: "Lo sciopero di massa si palesa dunque non come un prodotto specificamente russo, scaturito dall’assolutismo, bensì come una forma universale della lotta proletaria di classe, che risulta dall’attuale stadio dello sviluppo capitalistico e dei rapporti di classe. (…) l’attuale rivoluzione russa si trova in un punto dell’itinerario storico che è situato già oltre il valico, oltre la vetta, cioè dell’acme della società capitalista" (4).
Lo sciopero di massa non è un semplice movimento delle masse, un genere di rivolta popolare che ingloba "tutti gli oppressi" e che sarebbe, essenzialmente, positivo come le ideologie gauchiste ed anarchiche oggi vogliono farci credere. Nel 1905 Pannekoek scriveva: "Se si prende la massa nel suo senso del tutto generale, l’insieme del popolo, appare che, nella misura in cui le varie concezioni e volontà divergenti degli uni e degli altri si neutralizzano reciprocamente, apparentemente non resta altro che una massa senza volontà, lunatica, consacrata al disordine, volubile, passiva, oscillante di qua e di là tra stimoli diversi, tra movimenti incontrollati e una indifferenza apatica – in breve, come si sa, il quadro che gli scrittori liberali dipingono più volentieri del popolo (…). Essi non conoscono le classi. Al contrario, la forza della dottrina socialista è quella di aver apportato un principio d’ordine e un sistema d’interpretazione dell’infinita variété delle individualità umane, introducendo il principio della divisione della società in classi" (5).
Mentre la borghesia - e con essa gli opportunisti nel movimento operaio - prendevano le distanze con disgusto dal movimento "incomprensibile" del 1905 in Russia, la sinistra rivoluzionaria tirava le lezioni della nuova situazione: "… le azioni di massa sono una conseguenza naturale dello sviluppo del capitalismo moderno in imperialismo, sono sempre più la forma di lotta che si impone ad esso" (6).
Lo sciopero di massa non è neanche una ricetta pronta come lo "sciopero generale" propagandato dagli anarchici (7), ma un modo di esprimersi della classe operaia, un modo di raccogliere le sue forze per portare avanti la sua lotta rivoluzionaria. «In una parola: lo sciopero di massa, come dimostra la rivoluzione russa, non è un mezzo ingegnoso escogitato allo scopo di una più possente efficacia della lotta proletaria, ma è il modo stesso del movimento della massa proletaria, la forma fenomenica stessa in cui si presenta la lotta proletaria nella rivoluzione» (8). Lo sciopero di massa è qualcosa di cui oggi non abbiamo un’idea diretta e visibile se non, per le persone meno giovani, attraverso la testimonianza della lotta degli operai polacchi del 1980 (9). Facciamo dunque riferimento ancora alla Luxemburg che ce ne dà un quadro forte e lucido:
«... gli scioperi di massa, dalla prima grande lotta salariale messa in atto dai tessili di Pietroburgo nel 1896-97 fino all’ultimo grande sciopero di massa nel dicembre 1905, in modo affatto inavvertibile si sono trasformati da economici in politici, sì che è quasi impossibile tracciare una linea di demarcazione fra gli uni e gli altri. Ciascuno dei grandi scioperi di massa ripete anch’esso, diremmo quasi in miniatura, la storia generale degli scioperi di massa compiuti in Russia, cominciando da un conflitto di natura puramente economica o comunque sindacale e parziale, per percorrere poi tutta la scala che conduce alla manifestazione politica. (...) Lo sciopero di massa del gennaio 1905 si sviluppa da un conflitto interno delle officine Putilov, quello di ottobre dalla lotta dei ferrovieri per la cassa pensioni, quello di dicembre, infine, dalla lotta dei postelegrafici per il diritto di coalizione. Nel suo insieme, il progresso del movimento lo si vede non nel venir meno dello stadio economico iniziale, bensì nella rapidità con cui si percorre tutta la scala che sbocca nella manifestazione politica e nella posizione eccentrica che lo sciopero di massa riesce a raggiungere. (...) Ben lungi dal separarsi nettamente o addirittura d’escludersi a vicenda (...) il momento economico e il politico non sono altro che due aspetti interconnessi della lotta proletaria di massa» (10).
Qui Rosa Luxemburg tocca un aspetto centrale della lotta rivoluzionaria del proletariato: l’unità inseparabile della lotta economica e quella politica. A dispetto di quanti assumevano, all’epoca, che la lotta politica sia il superamento, la parte nobile, per così dire, della lotta del proletariato nei confronti della borghesia, la Luxemburg spiega chiaramente come invece la lotta si sviluppa dal livello economico a quello politico per poi tornare con forza accresciuta sul piano della lotta rivendicativa. Tutto ciò è particolarmente chiaro rileggendo i testi sulla rivoluzione del 1905 relativi alla primavera e all’estate. Si vede infatti come il proletariato, che era partito dalla domenica di sangue con una dimostrazione politica, anche se di un livello estremamente addomesticato, dopo la forte repressione non solo non demorde, ma addirittura ne esce fuori con un vigore di lotta rinnovato e rafforzato, andando all’attacco sul piano della difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro. E’ così che nei mesi successivi è tutto un pullulare di lotte. Questo periodo ebbe una grande importanza anche perché, come sottolinea ancora Rosa Luxemburg, dette la possibilità al proletariato di interiorizzare, a posteriori, tutti gli insegnamenti del prologo di gennaio e di chiarirsi le idee per il futuro.
Un aspetto che è particolarmente importante nel processo rivoluzionario in Russia nel 1905 è il suo carattere fortemente spontaneo. Le lotte sorgono, si sviluppano e si rafforzano, producendo strumenti nuovi di lotta quali lo sciopero di massa e i soviet, senza che i partiti rivoluzionari dell’epoca riescano a stare al passo o finanche a capire subito fino in fondo le implicazioni di quello che stava succedendo. La forza del proletariato in movimento sui propri interessi di classe è formidabile e contiene in sé una creatività impensabile. E’ lo stesso Lenin che lo riconosce un anno dopo facendo il bilancio della rivoluzione del 1905:
«Dallo sciopero e dalle dimostrazioni alle barricate isolate, dalle barricate isolate alla costruzione in massa di barricate e alla lotta di strada contro le truppe. Senza l’intervento delle organizzazioni, la lotta proletaria di massa era passata dallo sciopero all’insurrezione. In ciò sta la più grande conquista storica della rivoluzione russa fatta nel dicembre 1905 e, al pari di tutte le conquiste precedenti, essa costò grandi sacrifici. Il movimento, sorto dallo sciopero generale politico, si era elevato a un grado superiore. Costrinse la reazione a spingere la sua resistenza sino in fondo e si avvicinò così, con un passo gigantesco, al momento in cui la rivoluzione andrà essa pure sino in fondo nell’uso dei mezzi offensivi. La reazione non può andare oltre l’impiego dell’artiglieria contro le barricate, contro le case e contro la folla. La rivoluzione può andare ancora più in là delle squadre di combattimento di Mosca; può ancora e ancora progredire ! (...) Il proletariato aveva avvertito prima dei suoi capi il mutamento delle condizioni oggettive della lotta, la quale esigeva il passaggio dallo sciopero all’insurrezione. Come sempre, la pratica aveva preceduto la teoria»
Questo passaggio di Lenin è particolarmente importante oggi nella misura in cui molti dei dubbi presenti tra elementi politicizzati e finanche in una certa misura all’interno di organizzazioni proletarie sono legati all’idea che il proletariato non riuscirà mai ad emergere dall’apatia nella quale a volte sembra immerso. Quello che avvenne nel 1905 ne è la smentita più eclatante e la meraviglia che proviamo nei confronti di questo carattere spontaneo della lotta di classe è solo l’espressione di una sottovalutazione dei processi che si muovono nel profondo della classe, di quella maturazione sotterranea della coscienza di cui parlava già Marx quando si riferiva alla "vecchia talpa".
La fiducia nella classe operaia, nella sua capacità di dare una risposta politica ai problemi che affliggono la società, è una questione di primo ordine nell’epoca attuale. Dopo il crollo del muro di Berlino e la campagna della borghesia che ne è seguita sul fallimento del comunismo identificato a torto con l’infame regime stalinista, è la stessa classe operaia ad avere difficoltà a riconoscersi come classe e ancora, e di conseguenza, a riconoscersi in un progetto, in una prospettiva, in un ideale per cui combattere. La mancanza di una prospettiva produce automaticamente una caduta della combattività, un indebolimento della convinzione della stessa necessità di combattere perché non si lotta a vuoto ma solo se c’è un obiettivo da raggiungere. E’ per questo che oggi la mancanza di chiarezza sulla prospettiva del futuro e la fiducia in se stessa della classe operaia sono così fortemente legate tra di loro. Ma questa catena non si spezza se non nella pratica, attraverso l’esperienza diretta della classe della possibilità e della necessità di lottare per una prospettiva. Così come si produsse appunto nella Russia del 1905 quando «nello spazio di pochi mesi il quadro si trasformò completamente. Le poche centinaia di socialdemocratici rivoluzionari divennero "improvvisamente" delle migliaia che a loro volta divennero i capi di due-tre milioni di proletari. La lotta proletaria provocò un grande fermento e, talvolta, un movimento rivoluzionario nel profondo della massa di cinquanta-cento milioni di contadini; il movimento contadino ebbe una ripercussione nell’esercito e portò a rivolte di soldati e a scontri rivoluzionari di una parte dell’esercito contro l’altra» (12). Ciò non costituiva una necessità soltanto per il proletariato in Russia, ma per lo stesso proletariato mondiale, ivi incluso la sua sezione più sviluppata, il proletariato tedesco:
«Nella rivoluzione, in cui è la massa medesima ad apparire sulla scena politica, la coscienza di classe diviene pratica, attiva. E’ per questo che al proletariato russo un anno di rivoluzione può dare quella "educazione" che al tedesco non sono riusciti a dare artificialmente trent’anni di lotte parlamentari e sindacali (...) Ma altrettanto certo è, viceversa, che in Germania, in un periodo di possenti azioni politiche, una viva, attiva sensibilità rivoluzionaria s’impadronirà dei più larghi e profondi strati del proletariato, e lo farà tanto più rapidamente e tanto più fortemente, quanto più larga e profonda sarà stata fino allora l’attività educativa svolta dalla socialdemocrazia» (13). Parafrasando Rosa Luxemburg possiamo dire che è altrettanto vero che oggi, nel mondo, in un momento di profonda crisi economica e di fronte all’incapacità conclamata della borghesia a far fronte al fallimento dell’intero sistema capitalista, una viva, attiva sensibilità rivoluzionaria s’impadronirà anche dei settori più maturi del proletariato mondiale e lo farà in particolare nei paesi del capitalismo avanzato dove più radicata e ricca è stata l’esperienza della classe e dove più presenti sono state le ancora deboli forze rivoluzionarie. Questa fiducia che noi esprimiamo oggi nella classe operaia non è un atto di fede, non risponde ad un atteggiamento di fiducia cieca, mistica, ma si basa appunto sulla storia di questa classe e sulla sua capacità di ripresa a volte sorprendente a partire da situazioni apparentemente di torpore perché, come abbiamo cercato di mostrare, se è vero che le dinamiche attraverso cui si producono i processi della maturazione della sua coscienza sono spesso oscuri e non facili da comprendere, è tuttavia certo che questa classe è storicamente costretta, per la sua collocazione nella società di classe sfruttata e di classe rivoluzionaria ad un tempo, a drizzarsi contro la classe che la opprime, la borghesia, e nell’esperienza di questa lotta ritroverà la fiducia in se stessa che le manca oggi:
"Prima, noi avevamo una massa impotente, docile, di una inerzia cadaverica di fronte alla forza dominante ben organizzata e che sa quello che vuole, che manipola la massa a suo piacimento; ed ecco che questa massa si trasforma in umanità organizzata, capace di determinare la propria sorte esercitando la sua volontà cosciente, capace di far fronte arditamente alla vecchia potenza dominante. Da che era passiva, diviene una massa attiva, un organismo dotato di una vita propria, cementato e strutturato da se stesso, dotato della sua propria coscienza e dei suoi propri organi" (14).
Come per lo sviluppo della fiducia della classe operaia in se stessa, esiste necessariamente un altro elemento cruciale della lotta del proletariato: la solidarietà al suo interno. La classe operaia è la sola classe che è veramente solidale per natura perché non esiste al suo interno alcun interesse economico divergente – contrariamente alla borghesia, classe della concorrenza la cui solidarietà non si esprime al più alto grado che nei limiti nazionali oppure contro il suo nemico storico, il proletariato. La concorrenza all’interno del proletariato gli è imposto dal capitalismo, ma la società che porta in grembo e nel suo essere è una società che mette fine a tutte le divisioni, una vera comunità umana. La solidarietà proletaria è un’arma fondamentale della lotta del proletariato; essa era all’origine del grandioso rovesciamento dell’anno 1905 in Russia:
«La scintilla che ha fatto divampare l’incendio è stato un comune conflitto fra lavoro e capitale: lo sciopero in una fabbrica. E’ interessante notare tuttavia che lo sciopero dei 12.000 operai della Putilov, scoppiato lunedì 3 gennaio, è stato innanzitutto uno sciopero proclamato in nome della solidarietà proletaria. La causa è stata il licenziamento di quattro operai. "Quando la richiesta di riassunzione è stata respinta – scrive un compagno da Pietroburgo il 7 gennaio – la fabbrica si è fermata di colpo, con totale unanimità"» (15).
Non è un caso se oggi la borghesia si sforza di svilire la nozione di solidarietà che essa presenta sotto una forma "umanitaria" o ancora sottoforma di "economia solidale", che è uno dei regali del nuovo "movimento" altermondialista che si sforza di deviare la presa di coscienza che si produce un po’ alla volta in profondità nella società di fronte all’impasse che rappresenta il capitalismo per l’umanità. Se la classe operaia nel suo insieme non è oggi ancora cosciente della potenza della sua solidarietà, la borghesia invece non ha dimenticato le lezioni che il proletariato le ha inflitto nella storia.
"Nella tempesta del periodo rivoluzionario avviene che sia proprio il proletario a trasformarsi da un padre di famiglia previdente e reclamante sussidi in un "romantico della rivoluzione" per il quale, a confronto dell’ideale di lotta, ha ben poco valore persino il bene supremo, cioè la vita, e meno che meno ne ha, quindi, il benessere materiale. Se è vero, dunque, che la guida dello sciopero in massa, intesa come potere di deciderne l’inizio, di calcolarne i costi e assicurarne la copertura, è faccenda del periodo rivoluzionario stesso, è altresì vero che, intesa in tutt’altro senso, la guida dello sciopero in massa spetta alla socialdemocrazia e ai suoi organi direttivi. (…) con il meccanismo degli scioperi di massa, la socialdemocrazia è chiamata ad assumerne anche la direzione politica, nel bel mezzo d’un periodo di rivoluzione. Lanciare la parola d’ordine, dare un indirizzo alla lotta, impostare la tattica della battaglia politica in modo tale che in ciascuna fase si realizzi nella sua intera portata il potenziale, disponibile e già mobilitato e attivo, del proletariato, e che ciò trovi espressione nelle posizioni di combattimento assunte dal partito, in modo tale che, quanto a fermezza e precisione, la tattica della socialdemocrazia non sia mai inferiore al livello dei reali rapporti di forza, ma piuttosto lo sopravanzi: questi sono i compiti più rilevanti della "direzione" nel periodo degli scioperi in massa" (16).
Durante l’anno 1905 spesso i rivoluzionari (chiamati all’epoca socialdemocratici) sono stati sorpresi, preceduti, superati dall’impetuosità del movimento, dalla sua originalità, la sua immaginazione creativa e non sempre hanno saputo dare le parole d’ordine di cui parla la Luxemburg, "in ogni fase, in ogni istante" e hanno anche commesso degli errori importanti. Tuttavia, il lavoro rivoluzionario di fondo che essi hanno condotto prima e durante il movimento, l’agitazione socialista, la partecipazione attiva alla lotta della loro classe sono stati dei fattori indispensabili nella rivoluzione del 1905; la loro capacità, in seguito, di tirare le lezioni di questi avvenimenti ha preparato il terreno della vittoria del 1917.
Ezechiele, 5 dicembre 2004
1. Lenin, Rapporto sulla rivoluzione del 1905, in Opere Scelte, Editori Riuniti, pag. 687-688
2. Vedi il nostro articolo "Le condizioni storiche della generalizzazione della lotta della classe operaia", nella Revue Internazionale n. 26, 1981.
3. Bernstein era, all’interno della socialdemocrazia tedesca, il promotore dell’idea di una transizione pacifica al socialismo. La sua corrente è conosciuta sotto il termine di revisionismo. Rosa Luxemburg, nella sua brochure Riforma sociale o rivoluzione, lo combatte come espressione di una pericolosa deviazione opportunista che affligge il partito.
4. Rosa Luxemburg, Sciopero di massa, partito, sindacati, Newton Compton Editori, pag. 94.
5. "Marxismo e teologia", pubblicato nella Neue Zeiten nel 1905 e citato in "Azione di massa e rivoluzione" (1912).
6. Pannekoek, "Azione di massa e rivoluzione", Neue Zeit del 1912.
7. D’altra parte gli anarchici non hanno giocato alcun ruolo nel 1905. L’articolo nella nostra Revue Internationale n. 120 sulla CGT in Francia sottolinea che il 1905 non trova nessuna eco presso gli anarco-sindacalisti. Come viene messo in luce da Rosa Luxemburg dall’inizio nella sua brochure Sciopero di massa, partito, sindacati: "nella rivoluzione russa gli anarchici non esistono assolutamente come corrente politica da prendersi sul serio; (…) la medesima rivoluzione che costituisce il primo banco di prova storico dello sciopero in massa, non significa affatto una riabilitazione dell’anarchismo, ma significa, esattamente al contrario, una sua liquidazione storica".
8. Rosa Luxemburg, Sciopero di massa, partito, sindacati, Newton Compton Editori, pag. 61-62.
9. Vedi la nostra brochure sull’agosto polacco del 1980.
10. Rosa Luxemburg, Sciopero di massa, partito, sindacati, Newton Compton Editori, pag. 65-66.
11. V. Lénine, Rapporto sulla rivoluzione del 1905, in Opere Scelte, Editori Riuniti, pag. 687.
12. ibidem.
13. Rosa Luxemburg, Sciopero di massa, partito, sindacati, Newton Compton Editori, pag. 88.
14. Pannekoek, Azione di massa e rivoluzione, Neue Zeit del 1912.
15. Lenin, Sciopero economico e sciopero politico, Le Edizioni del Maquis, pag. 75
16. Rosa Luxemburg, Sciopero di massa, partito, sindacati, Newton Compton Editori, pag. 72-73.
(11).Carattere spontaneo della rivoluzione e fiducia nella classe operaia
Chi sono le prime vittime degli attentati terroristici nel centro di Londra il 7 luglio 2005? Come a New York nel 2001 ed a Madrid nel 2004, le bombe miravano deliberatamente agli operai, alle persone che si ammucchiano nelle metropolitane e negli autobus per andare al lavoro. Al Qaeda che rivendica la responsabilità di questi massacri, dice che ha voluto vendicare "i massacri perpetrati in Iraq dall'esercito britannico”. Ma il macello senza fine che subisce la popolazione irachena, non è colpa della classe lavoratrice della Gran Bretagna; sono le classi dominanti della Gran Bretagna, dell'America ad essere responsabili – senza parlare dei terroristi della sedicente ‘Resistenza’ che sono quotidianamente implicati nel massacro di operai e di civili innocenti a Baghdad e nelle altre città. Durante questo tempo, gli architetti della guerra in Iraq, i Bush ed i Blair restano sani e salvi; peggio ancora, le atrocità commesse dai terroristi forniscono loro il pretesto ideale per lanciare nuove avventure militari, così come hanno fatto in Afghanistan ed in Iraq dopo l’11 settembre.
Tutto ciò è nella logica della guerra imperialista: guerre condotte nell'interesse della classe capitalista, delle guerre per il dominio del pianeta. La grande maggioranza delle vittime di queste guerre è composta da sfruttati, da oppressi, schiavi salariati del capitale. La logica della guerra imperialistica eccita l'odio nazionale e razziale, fatto di popolazioni intere, ‘il nemico’ da insultare, da attaccare ed abbattere. Aizza gli operai gli uni contro gli altri e gli impedisce di difendere i loro interessi comuni. Peggio, chiama gli operai a radunarsi sotto la bandiera e lo stato nazionali, a partecipare con convinzione alla guerra in difesa di interessi che non sono i loro ma quelli dei loro sfruttatori.
Nella sua dichiarazione sugli attentati di Londra dalla riunione dei ricchi e dei potenti del gruppo del G8, Blair ha detto: “è importante che quelli che sono impegnati sulla via del terrorismo sappiano che la nostra determinazione a difendere i nostri valori ed il nostro stile di vita sono più grandi della loro determinazione a seminare la morte e la distruzione di una popolazione innocente.” La verità è che i valori di Blair e quelli di Bin Laden sono esattamente gli stessi. Sono così pronti sia l’uno che l'altro a seminare la morte e la distruzione presso una popolazione innocente per difendere i loro interessi sordidi. La sola differenza è che Blair è un grande gangster imperialistico e Bin Laden uno piccolo. Dobbiamo rigettare totalmente tutti quelli che ci chiedono di scegliere un campo contro un altro.
Tutte le dichiarazioni di solidarietà con le vittime degli attentati di Londra proclamate dai ‘dirigenti del mondo’ sono della pura ipocrisia. Il sistema sociale che dirigono dallo scorso secolo, ha annientato decine di milioni di esseri umani in due barbare guerre mondiali e innumerevoli conflitti, dalla Corea al Golfo, dal Vietnam alla Palestina. E contrariamente alle illusioni che seminano Geldof, Bono e gli altri, dirigono un sistema che, per sua stessa natura, non può “make poverty history”, gettare la povertà nelle pattumiere della storia, ma condanna al contrario le popolazioni a centinaia di milioni ad una miseria crescente ed avvelena tutti i giorni il pianeta per difendere i suoi profitti. La solidarietà che vogliono i dirigenti del mondo è una falsa solidarietà, l'unità nazionale tra le classi che permetterà loro di scatenare delle nuove guerre in futuro.
L'unica vera solidarietà è la solidarietà internazionale della classe operaia, fondata sugli interessi comuni degli sfruttati di tutti i paesi. Una solidarietà che supera tutte le divisioni razziali e religiose e che è la sola forza capace di opporsi alla logica capitalista del militarismo e della guerra.
La storia ha mostrato il potere di un tale solidarietà: nel 1917-18, quando gli ammutinamenti e le rivoluzioni in Russia e in Germania hanno messo fine alla carneficina della Prima Guerra mondiale. E la storia ha mostrato anche il prezzo terribile che la classe operaia ha dovuto pagare quando questa solidarietà è stata sostituita di nuovo dall'odio nazionale e la lealtà alla classe dominante: l'olocausto della Seconda Guerra mondiale. Oggi, il capitalismo sparge di nuovo la guerra sul pianeta. Se vogliamo fermarlo dall’inghiottirci nel caos e la distruzione, dobbiamo rigettare tutte le chiamate patriottiche dei nostri dirigenti, lottare per difendere i nostri interessi in quanto operai ed unirci contro questa società morente che non può offrirci nient’altro che l'orrore e la morte ad una scala sempre crescente.
Corrente comunista internazionale, 7 luglio 2005.
Nella scorsa primavera la CCI ha tenuto il suo 16° congresso. “Il Congresso internazionale è l’organo sovrano della CCI”, come è scritto nei nostri statuti. Per questo, come sempre dopo una tale scadenza, è nostra responsabilità renderne conto e trarne i principali orientamenti di fronte alla classe (1).
Il congresso ha posto al centro delle sue preoccupazioni l’esame della ripresa delle lotte della classe operaia e le responsabilità che questa ripresa implica per la nostra organizzazione, in particolare di fronte allo sviluppo di una nuova generazione di elementi che si orientano verso una prospettiva politica rivoluzionaria. Evidentemente la barbarie di guerra continua a dilagare in un mondo capitalista confrontato ad una crisi economica insormontabile e dei rapporti specifici sui conflitti imperialisti e sulla crisi sono stati presentati, discussi ed adottati al congresso. L’essenziale di questi rapporti è ripreso dalla risoluzione sulla situazione internazionale (pubblicata sulla Rivista Internazionale n°27).
Come viene ricordato in questa risoluzione, la CCI analizza il periodo storico attuale come la fase ultima della decadenza del capitalismo, la fase di decomposizione della società borghese, quella del suo imputridimento. Come abbiamo messo in evidenza numerose volte, questa decomposizione deriva dal fatto che, di fronte al crollo storico irrimediabile dell’economia capitalista, nessuna delle due classi antagoniste della società, la borghesia ed il proletariato, sono pervenute ad imporre la propria risposta: la guerra mondiale per la prima, la rivoluzione comunista per la seconda. Queste condizioni storiche determinano le caratteristiche essenziali della vita della società borghese attuale. In particolare, è nel quadro di questa analisi della decomposizione che si può pienamente comprendere la permanenza e l’aggravamento di tutta una serie di calamità che colpiscono oggi l’umanità: in primo luogo la guerra, ma anche fenomeni come la distruzione ineluttabile dell’ambiente o le terribili conseguenze delle “catastrofe naturali”, come lo tsunami dell’inverno scorso. Queste condizioni storiche legate alla decomposizione pesano anche sul proletariato e le organizzazioni rivoluzionarie e sono una della maggiori cause delle difficoltà incontrate sia dalla classe che dalla nostra organizzazione dall’inizio degli anni 90, come l’abbiamo spesso evidenziato nei nostri precedenti articoli (Vedi Revue Internazionale n° 62).
La ripresa delle lotte della classe
Il 15° congresso aveva constatato che uno degli elementi che aveva permesso alla CCI di superare la sua crisi del 2001 era l’aveva capito che essa era una manifestazione degli effetti deleteri della decomposizione. Allo stesso tempo il congresso constatava le difficoltà che continuava ad incontrare la classe operaia nelle sue lotte contro gli attacchi capitalisti, in particolare la sua mancanza di fiducia in se stessa.
Tuttavia dopo questo congresso, tenutosi all’inizio della primavera del 2003, e come sottolineato dalla riunione plenaria dell’organo centrale della CCI di questo stesso anno: “Le ampie mobilitazioni della primavera 2003 in Francia ed in Austria rappresentano una svolta nella lotta di classe dopo il 1989. Esse sono un primo passo significativo verso il recupero della combattività operaia dopo il periodo più lungo di riflusso dal 1968” (Revue Internazionale n°119).
Questa svolta nella lotta di classe non fu una sorpresa per la CCI che ne aveva annunciato la prospettiva al suo 15° congresso. La risoluzione sulla situazione internazionale adottata dal 16° congresso precisa a questo proposito: “Le lotte del 2003-2005 hanno presentato le seguenti caratteristiche:
-hanno implicato dei settori significativi della classe operaia in paesi centrali del capitalismo mondiale (come la Francia nel 2003);
-hanno manifestato una preoccupazione per questioni più esplicitamente politiche;
-hanno visto riapparire la Germania come punto centrale per le lotte operaie per la prima volta dopo l’ondata rivoluzionaria;
-la questione della solidarietà di classe è stata posta in maniera più ampia e più esplicita che in qualsiasi momento delle lotte degli anni 80, in particolare negli ultimi movimenti in Germania”.
La risoluzione adottata al 16° congresso constata che le differenti manifestazioni della svolta nel rapporto di forza tra le classi “sono state accompagnate dal sorgere di una nuova generazione di elementi alla ricerca di chiarezza politica. Questa nuova generazione si è manifestata sia nel nuovo flusso di elementi apertamente politicizzati sia nei nuovi strati operai che entrano in lotta per la prima volta. Come si è reso evidente in alcune importanti manifestazioni, sta per forgiarsi il solco per l’unità tra la nuova generazione e la “generazione del 68” –sia la minoranza politica che ha ricostruito il movimento comunista negli anni 60 e 70 che gli strati più larghi di operai che hanno vissuto la ricca esperienza delle lotte di classe tra il 68 ed l’89”.
La responsabilità della CCI di fronte all’emergere di nuove forze rivoluzionarie
L’altra preoccupazione essenziale del 16° congresso è stata quella di porre la nostra organizzazione all’altezza della sua responsabilità di fronte all’emergere di questi nuovi elementi che si orientano verso le posizioni di classe della Sinistra comunista. La risoluzione di attività adottata dal congresso manifesta appunto questa preoccupazione:
“La lotta per guadagnare la nuova generazione alle posizioni di classe ed alla militanza, è oggi al centro di ogni nostra attività. Ciò non si applica solo al nostro intervento, ma all’insieme della nostra riflessione politica, delle nostre discussioni e delle nostre preoccupazioni militanti (…)”.
Questo lavoro di raggruppamento delle nuove forze militanti passa particolarmente attraverso la loro difesa da tutti i tentativi di distruggerle o di condurle ad un enpasse. E questa difesa può essere portata a buon fine solo se la CCI sa lei stessa difendersi contro gli attacchi di cui è oggetto. Il precedente congresso aveva già constatato che la nostra organizzazione era stata capace di respingere gli attacchi iniqui della FICCI (2), impedendole di raggiungere il suo scopo dichiarato: distruggere la CCI, o come minimo il maggior numero possibile delle sue sezioni. Nell’ottobre 2004 la FICCI ha condotto una nuova offensiva contro la nostra organizzazione appoggiandosi sulle calunniose prese di posizione di un “Circulo de Comunistas Internacionalistas” argentino che si presentava come il continuatore del “Nucleo Comunista Internacional” (NCI) con il quale la CCI aveva sviluppato delle discussioni e dei contatti dalla fine del 2003. Purtroppo il BIPR ha dato il suo contributo a questa vergognosa manovra pubblicando in più lingue e mentendo per più mesi sul suo sito Internet una di queste dichiarazioni, tra le più menzognere e isteriche, contro la nostra organizzazione. Reagendo rapidamente con dei documenti pubblicati sul nostro sito Internet, abbiamo respinto questo attacco riducendo al silenzio i nostri aggressori. Il “Circulo” è stato smascherato per quello che era: una finzione inventata dal cittadino B., un avventuriero, in piccolo, dell’emisfero australe. La lotta contro questa offensiva della “triplice alleanza”, dell’avventuriero (B), del parassitismo (FICCI) e dell’opportunismo (BIPR) è stata anche una lotta per la difesa del NCI, in quanto sforzo di un piccolo nucleo di compagni per sviluppare una comprensione delle posizioni della Sinistra comunista in legame con la CCI (3).
(…) Di fronte a questo lavoro in direzione degli elementi in ricerca, la CCI ha da mettere in opera una determinata politica di intervento. Ma deve anche apportare tutta la sua attenzione a sviluppare in profondità le argomentazioni portate nelle discussioni ed alla questione del comportamento politico. D’altro canto, l’emergere delle nuove forze comuniste deve essere un potente stimolo per la riflessione e le energie non solamente dei militanti, ma anche degli elementi che avevano subito il peso del riflusso della classe operaia a partire dal 1989: “Gli effetti degli sviluppi storici contemporanei vanno a ripoliticizzare una parte della generazione del 1968, originariamente deviata ed imprigionata dal gauchisme. Hanno già ricominciato a riattivare vecchi militanti, non solo della CCI ma anche di altre organizzazioni proletarie. Ogni manifestazione di questo fermento rappresenta un potenziale prezioso di riappropriazione dell’identità di classe, dell’esperienza di lotta e della prospettiva storica del proletariato. Ma questi differenti potenziali non possono realizzarsi se non riuniti attraverso un’organizzazione che rappresenti la coscienza storica, il metodo marxista e l’approccio organizzativo che, oggi, solo la CCI può offrire. Ciò rende lo sviluppo costante ed a lungo termine delle capacità teoriche, la comprensione militante e la centralizzazione dell’organizzazione fattori cruciali per la prospettiva storica”.
Il congresso ha sottolineato tutta l’importanza del lavoro teorico nella situazione presente: “L’organizzazione non può soddisfare le sue responsabilità né verso le minoranze rivoluzionarie, è verso la classe come un tutto, che a condizione di essere capace di comprendere il processo che prepara il futuro partito nel contesto più ampio dell’evoluzione generale della lotta di classe. La capacità della CCI ad analizzare i cambiamenti nel rapporto di forza tra le classi e ad intervenire nelle lotte e verso il processo il riflessione politico nella classe, ha un’importanza a lungo termine, per l’evoluzione della lotta di classe. Ma già oggi, a breve termine, essa è cruciale per la conquista del nostro ruolo dirigente verso la nuova generazione politicizzata. L’organizzazione deve continuare questa riflessione teorica, traendo il massimo di lezioni concrete dal suo intervento, superando gli schemi del passato.”
Infine, il congresso ha apportato un’attenzione tutta particolare alla questione sulla quale si conclude la piattaforma della nostra organizzazione: “I rapporti che si stabiliscono tra le diverse parti ed i diversi militanti dell’organizzazione portano necessariamente le stigmate della società capitalista e non possono quindi costituire un’isola di rapporti comunisti in seno a questa. Ciò nondimeno, essi non possono essere in contraddizione flagrante con lo scopo perseguito dai rivoluzionari e si poggiano necessariamente su di una solidarietà ed una fiducia reciproca che sono una delle impronte dell’appartenenza dell’organizzazione alla classe portatrice del comunismo.”
E una tale esigenza, come tutte le altre alle quali deve far fronte un’organizzazione marxista, passa attraverso una riflessione teorica:
“Nella misura in cui le questioni di organizzazione e di comportamento sono oggi al centro dei dibattiti all’interno ed all’esterno dell’organizzazione, un asse centrale del nostro lavoro teorico nei due anni a venire sarà la discussione dei differenti testi di orientamento (che abbordano questi soggetti). Queste questioni ci portano alle radici delle recenti crisi organizzative, toccando le basi di fondo del nostro impegno militante, e sono delle questioni centrali della rivoluzione nell’epoca della decomposizione. Esso sono dunque chiamate a giocare un ruolo centrale nel rinnovamento della convinzione militante e nel ritorno al gusto per la teoria e per il metodo marxista che tratta ogni questione con un approccio storico e teorico.”
Delle prospettive entusiasmanti
I congressi della CCI sono sempre dei momenti di entusiasmo per l’insieme dei suoi membri. Come potrebbe essere altrimenti quando militanti venuti da tre continenti e da tredici paesi, animati dalle stesse convinzioni, si ritrovano per discutere insieme delle prospettive del movimento storico del proletariato. Ma il 16° congresso è stato ancora più entusiasmante della maggior parte dei precedenti.
Per circa la metà dei suoi trenta anni di esistenza, la CCI ha vissuto quando il proletariato conosceva un riflusso della sua coscienza, un’asfissia delle sue lotte ed un esaurimento di nuove forze militanti. Per più di un decennio una delle parole d’ordine centrali della nostra organizzazione è stata “resistere”. E’ stata una prova difficile ed un certo numero di “vecchi” militanti non hanno resistito (in particolare quelli che hanno costituito la FICCI e quelli che hanno abbandonato la lotta nei momenti di crisi conosciuti nel corso di questo periodo).
Oggi, quando la prospettiva si schiarisce, possiamo dire che la CCI, come un tutto, ha superato questa prova. E ne esce rinforzata. Un rafforzamento politico, come possono giudicare i lettori della nostra stampa (dai quali riceviamo un munsero crescente di lettere d’incoraggiamento). Ma anche un rafforzamento numerico poiché, al momento, le nuove adesioni sono più numerose che le defezioni che abbiamo vissuto con la crisi del 2001. E ciò che è rimarchevole è che un numero significativo di queste adesioni concerne dei giovani, che non hanno dovuto subire, e quindi superare, le deformazioni provocate dalla militanza in organizzazioni gauchiste. Elementi giovani il cui dinamismo ed il cui entusiasmo rimpiazzano centuplicate le “forze militanti” affaticate ed usurate che ci hanno lasciato.
Quello presente al 16° congresso è stato un entusiasmo lucido. Non aveva niente a che vedere con l’euforia illusoria che aveva pervaso altri congressi della nostra organizzazione (euforia il più delle volte più particolarmente propria di quelli che poi ci hanno lasciato). La CCI dopo trenta anni di esistenza ha imparato (4), qualche volta dolorosamente, che il cammino che porta alla rivoluzione non è un’autostrada, ma un percorso sinuoso, pieno di insidie, disseminato di trappole che la classe dominante tende al suo mortale nemico, la classe operaia, per distoglierlo dal suo fine storico. I membri della nostra organizzazione oggi sanno bene che militare non è una cosa facile; che non è necessaria solo una solida convinzione, ma molta abnegazione, tenacia e pazienza.
La coscienza della difficoltà del nostro compito non è un fattore di scoraggiamento. Al contrario, è un fattore supplementare del nostro entusiasmo.
Attualmente il numero di partecipanti alle nostre riunioni pubbliche vede un aumento sensibile, mentre sempre più corrispondenza ci arriva dalla Grecia, dalla Russia, dalla Moldavia, dal Brasile, dall’Argentina, dall’Algeria per porre direttamente la candidatura alla nostra organizzazione, per ingaggiare delle discussioni o semplicemente per chiedere delle pubblicazioni, ma sempre con una prospettiva militante. Tutti questi elementi ci permettono di sperare in uno sviluppo della presenza delle posizioni comuniste nei paesi dove la CCI non ha ancora una sezione, di vedere la creazione di nuove sezioni in questi paesi. Noi salutiamo questi compagni che si orientano verso le posizioni comuniste e verso la nostra organizzazione e diciamo loro: “Avete fatto la scelta giusta, la sola possibile se avete la prospettiva di integrarvi nella lotta per la rivoluzione proletaria. Ma questa non è la scelta della facilità: non conoscerete successi rapidi, ci vorrà della pazienza e della tenacia e bisognerà non scoraggiarsi quando i risultati ottenuti non saranno all’altezza delle vostre speranze. Ma non sarete soli: i militanti attuali della CCI saranno al vostro fianco e sono coscienti della responsabilità che rappresenta per loro il vostro cammino. La loro volontà, che si è espressa al 16° congresso, è di essere all’altezza di questa responsabilità.”
CCI
1. un resoconto più esaustivo dei lavori di questo congresso è pubblicato nella Revue Internazionale n°122.
2. Pretesa “Frazione Interna della CCI”, composta da alcuni militanti di lunga data della nostra organizzazione che hanno iniziato a comportarsi come degli isterici fanatici alla ricerca di capri espiatori, come dei mascalzoni ed alla fine come delle spie.
3. Vedi l’articolo “Il Nucleo Comunista Internacional: uno sforzo di presa di coscienza del proletariato in Argentina”, Revue Internazionale n°120.
4. O piuttosto riacquisito, perché questo è un insegnamento di cui erano ben coscienti le organizzazioni comuniste del passato, ed in particolare la Frazione italiana della Sinistra comunista a cui si richiama la CCI.
C’è voluto l’autorevole intervento di Ciampi per cercare di richiamare l’apparato politico della borghesia italiana ad una maggiore serietà e, soprattutto, a un maggiore impegno per fare fronte a una situazione economica che non fa che peggiorare. Ed in effetti questa estate è successo di tutto. A partire dalle intercettazioni telefoniche che hanno mostrato una strana confidenza tra il governatore della Banca d’Italia Fazio e il banchiere Fiorani, aspirante scalatore della Banca Antonveneta, e cioè tra il controllore e il controllato, che ha minato in maniera pesante la credibilità di Fazio, e quindi della Banca Centrale, che è un problema non solo di immagine, ma pesantemente concreto: una Banca Centrale non credibile implica una sfiducia dei mercati verso l’economia di quel paese con il conseguente rischio di fuga di capitali, paura di investire, e così via. Il che per un paese che è già in recessione è un rischio mortale.
Ed il governo, che sta lì, come diceva Marx, per curare gli affari della borghesia, si mostra a sua volta sempre meno all’altezza della situazione, al punto che dall’opposizione arrivano richieste esplicite di dimissioni e nuove elezioni e le cosiddette “forze sociali”, sindacati e Confindustria, esprimono anche esse senza riserve la loro insoddisfazione per l’insufficienza del governo. Ciononostante la farsa continua e ancora di recente abbiamo dovuto assistere a uno scenario in cui il governatore Fazio, scoperto con le mani nella marmellata, sfiduciato da destra e da sinistra, iscritto nel registro degli indagati del tribunale di Roma, ha continuato imperterrito a rimanere al suo posto forte sia del fatto che legislazione italiana, per preservare l’autonomia della Banca d’Italia, non aveva previsto la possibilità di una sua rimozione da parte del potere politico, sia della sostanziale omertà di Berlusconi e di ampi settori della destra, tra cui la Lega. L’incapacità a far dimettere Fazio, le dimissioni del ministro dell’economia Siniscalco alla vigilia della presentazione della legge finanziaria, che dovrebbe indicare la cura per la malattia mortale da cui è afflitta l’economia borghese, il ritorno del già contestato Tremonti sullo stesso ministero dell’economia e i continui litigi tra i partiti della maggioranza, completano effettivamente un quadro che fa preoccupare la borghesia italiana, per cui Ciampi, che per il ruolo che occupa riesce ad avere una visione meno particolaristica e partigiana, è dovuto intervenire a più riprese.
Come spiegare questa situazione? Alla stessa maniera con cui si spiega la situazione del capitalismo mondiale, perché se in Italia le cose assumono una dimensione estrema e paradossale, è l’insieme del capitalismo mondiale che è afflitto da una malattia incurabile, che è la sua decadenza, arrivata ormai alla fase della decomposizione.
E’ la decadenza storica del capitalismo come sistema sociale che rende impossibile il superamento della crisi economica. Questa tende a diventare permanente, solo apparentemente superata nelle fasi di ricostruzione che seguono alle guerre generalizzate - che sono l’unico sbocco che il capitale sa trovare a questa situazione di crisi economica - per poi tornare puntuale, perché non c’è una soluzione alla decadenza del capitalismo.
Oggi che la guerra generalizzata non è possibile perché il proletariato non è stato sconfitto e piegato alle esigenze del capitale, la crisi devasta lo stesso il pianeta e la vita delle persone: con il deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro, con l’inquinamento che è alla base del carattere catastrofico di fenomeni estremi della natura, con le guerre localizzate che le varie borghesie scatenano comunque per contendersi il controllo delle zone strategiche.
In questa situazione di stallo storico, in cui la borghesia non può indirizzare la società verso la sua “soluzione” alla crisi, e cioè la guerra generalizzata, ma allo stesso tempo il proletariato non riesce a imboccare la strada che può portare all’unica alternativa che la storia offre all’umanità, cioè la rivoluzione proletaria, la società si deteriora giorno dopo giorno, la crisi economica rovina sempre più le condizioni di vita, la mancanza di una prospettiva storica evidente favorisce i comportamenti individualisti, e questo innanzitutto nella classe borghese, una classe di individualisti in competizione continua. Questa è la situazione che abbiamo chiamato di decomposizione, in cui non solo la vita sociale imputridisce sempre più (microcriminalità, droga, perdita di valori, ecc.), ma la classe dominante scatena tutti le sue peggiori caratteristiche: il ciascuno per se, l’egoismo, l’irresponsabilità verso l’interesse collettivo, ecc.
Questo quadro, che vale, dove più, dove meno, per l’intero mondo capitalista (1), è alla base dei comportamenti, altrimenti incomprensibili, della classe politica italiana, di destra o sinistra che sia. Comportamenti che non fanno che aggravare la situazione, perché se è vero che il sistema capitalista è un malato incurabile, il fatto che i medici che dovrebbero occuparsene non sanno cosa fare e pensano solo a litigare non può avere come risultato altro che l’aggravamento della situazione.
Sarebbe però illusorio pensare che la borghesia riconosca il fallimento del suo sistema e si faccia da parte, anzi, essa non fa che continuare a mentire e a rilanciare le proprie mistificazioni.
E’ questo che spiega le grandi campagne sulle elezioni che da mesi attraversano tutta l’Europa: dalla campagna sulla costituzione europea in Francia, alle elezioni politiche in Germania, alla campagna elettorale in Italia, che dura ormai in maniera ininterrotta dalle elezioni regionali in poi (nonostante che teoricamente le prossime politiche dovrebbero svolgersi tra più di sei mesi). Con queste campagne la classe borghese vuole da un lato cercare di convincere i proletari che con le elezioni possono cambiare qualcosa, dall’altro cercano di impedire loro di riflettere sul cammino da intraprendere per difendere i propri interessi di classe, da quelli immediati a quelli storici.
E’ questo che spiega anche le grandi polemiche sulle misure economiche del governo Berlusconi: criticando la finanziaria per la sua inefficacia, la sinistra vuole far credere che con lei al governo le scelte potrebbero essere diverse, meno antipopolari e più efficaci per rilanciare l’economia.
Ed invece ai proletari deve essere chiaro che la borghesia non ha niente da offrire, che non c’è via d’uscita alla crisi, che ogni frazione borghese non può che continuare a chiedere sacrifici. Non è forse questo che è successo prima con la scusa del risanamento del bilancio statale per rispettare i parametri di Maastricht (raggiunti alla fine degli anni novanta e già di nuovo superati, e non solo in Italia, ma anche in Francia, Germania, Grecia, ecc.), o per stare nell’euro, come ci dicevano i governi di centrosinistra, e poi a causa delle politiche neoliberiste di Berlusconi (politiche che avrebbero la giustificazione che il mercato, lasciato libero, risolve da solo i problemi dell’economia).
La realtà è che nonostante i sacrifici fatti dai proletari la situazione non ha fatto che peggiorare, ed oggi Berlusconi vuole tappare le falle con altri tagli ai servizi pubblici. Ma non bisogna illudersi che la sinistra farebbe qualcosa di diverso, anzi.
Perciò l’unica strada è quella della difesa intransigente delle proprie condizioni di vita, contro le politiche della borghesia, la sua crisi e la sua decomposizione.
Helios ,30 settembre 2005
1. Basta per tutti l’esempio dei comportamenti della maggiore potenza mondiale, gli USA, la cui classe politica mente spudoratamente per giustificare le proprie avventure guerriere, non mostra nessun interesse per i problemi ambientali (gli USA non rispettano nemmeno il protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni inquinanti), non protegge nemmeno più la propria popolazione distogliendo risorse umane e materiali dalla protezione della popolazione alle esigenze della guerra.
Il terrorismo è un’arma di guerra della borghesia
Per tre settimane in luglio il mondo ha tremato di fronte ad un’ondata di attentati omicidi di una frequenza senza precedenti, da Londra a Sharm el-Sheikh e in Turchia. A questi si aggiungono le bombe che esplodono quotidianamente in Irak, in Afghanistan, nel Libano o nel Bangladesh. Gli Stai ed i loro governi vogliono farci credere che loro combattono il terrorismo e che sono capaci di proteggere le popolazioni dagli attentati. Quale menzogna!
Il terrorismo è un’espressione della barbarie di guerra del capitalismo
Gli Stati non combattono il terrorismo. Sono loro che lo producono e lo fanno prosperare. E’ sempre più chiaro che sono tutti gli Stati, grandi o piccoli, che finanziano, infiltrano, manipolano, utilizzano le frazioni, i gruppi e le nebulose terroriste in tutto il mondo per difendere o far valere i loro sordidi interessi. Il terrorismo è diventato oggi una delle armi più usate nella guerra aperta o larvata che si fanno le borghesie del mondo intero. Ricordiamo che gli stessi Bin Laden ed Al Quaida si sono formati alla scuola americana della CIA negli anni 1980 per organizzare la resistenza all’occupazione delle truppe russe in Afghanistan. Molti “rispettabili” dirigenti politici borghesi di oggi, da Begin ad Arafat passando per Gerry Adams, sono vecchi capi terroristi.
Questo fenomeno è un puro prodotto del capitalismo in putrefazione, una delle manifestazioni più parlanti della barbarie della società capitalista. Lo Stato borghese approfitta dei sentimenti di insicurezza permanente, di paura e di impotenza suscitati da tali atti nelle popolazioni, per presentarsi come il solo riparo possibile contro la montata del terrorismo. Niente di più falso!
La classe operaia non può che sentirsi direttamente interpellata, indignata e disgustata da questi attentati perché spesso, come a New York nel 2001, a Madrid nel 2004 o a Londra quest’anno, sono i proletari che vanno al lavoro ad essere le principali vittime di questi atti barbari. Ma la solidarietà verso le vittime di questi attentati da parte dei loro fratelli di classe di fronte al terrorismo, non passa affatto attraverso l’unità nazionale con la borghesia ma, al contrario, attraverso il rifiuto categorico di questa santa alleanza.
Lo Stato ci chiede di serrare i ranghi intorno alla sua difesa ed alla difesa della democrazia in un unico slancio di unità nazionale. Ma quale fiducia possiamo dargli per proteggere le popolazioni dal terrorismo quando sono i governi, in quanto fautori di guerra, ad essere responsabili del dilagare di questo orrore. O che sono completamente incapaci di fermare. Più la borghesia dichiara a gran voce guerra al terrorismo, più si moltiplicano gli attentati, più le grandi potenze si rotolano nel sangue e nel fango e fanno precipitare le popolazioni in un ingranaggio senza limiti di violenza, di guerra e di rappresaglia. Le uniche misure che può adottare la borghesia nel nome dell’alti-terrorismo sono i diversi piani di “prevenzione anti-terrorista” che servono a far accettare un brutale rafforzamento dell’apparato repressivo e soprattutto permettono la moltiplicazione di strumenti di controllo e di sorveglianza della popolazione.
A cosa servono le campagne anti-terrorismo della borghesia?
Le campagne anti-terrorismo attuali hanno permesso di giustificare un rafforzamento senza precedenti dell’apparato repressivo. La situazione in Gran Bretagna ne è una illustrazione. L’esempio più flagrante è stato l’assassinio di un giovane brasiliano nella metropolitana di Londra grazie all’autorizzazione data alla polizia di sparare a vista su ogni sospetto (vedi l’articolo “Dirigenti del mondo”, “terroristi internazionale”: sono tutti responsabili del massacro dei lavoratori, sul nostro sito Internet). La borghesia inglese ha subito capito che la classe operaia non era pronta ad allinearsi dietro gli interessi dello Stato borghese in nome dell’anti-terrorismo. Si è quindi ben guardata dal chiamare a delle mega-manifestazioni, come quelle organizzate nell’aprile 2004 nelle strade di Madrid e di tutta la Spagna dopo gli attentati alla stazione d’Atocha. E’ del resto probabile che essa stessa abbia organizzato una seconda serie di attentati “falliti”, che avevano tutto di un simulacro, proprio allo scopo di rilanciare il messaggio della mobilitazione nazionale e per far passare meglio agli occhi dei proletari i metodi di divisione e di sorveglianza polizieschi.
Nonostante ciò la classe operaia ha dimostrato che non si lasciava intimidire. La lotta di un migliaio di salariati all’aeroporto di Heathrow in Gran Bretagna di solidarietà con i 670 loro fratelli di classe brutalmente attaccati e minacciati di licenziamento, ne è una prova irrefutabile. A dispetto della pressione poliziesca, questa lotta ha chiaramente dimostrato che quello che è in gioco per il proletariato non è il mantenimento dell’ordine borghese e del suo terrore, ma la difesa dei propri interessi di classe di fronte agli attacchi che subisce. Ed è giustamente lo sviluppo delle sue lotte che è all’ordine del giorno. Questa ripresa della lotta di classe proprio quando viene messo in opera un potenziamento degli strumenti di polizia mostra proprio qual è il vero obiettivo di tutto questo dispiegamento poliziesco. La principale preoccupazione della borghesia non è affatto la caccia ai terroristi. Al contrario essa sa che con il peggiorare della crisi economica mondiale, dovrà imporre degli attacchi sempre più feroci al proletariato e far fronte ad uno sviluppo a livello internazionale delle lotte di resistenza della classe operaia.
La lotta di classe è il solo modo per combattere il terrore capitalista
Non esistono soluzioni-miracolo, immediate, che possano impedire da un giorno all’altro gli attentati terroristici, o che possano impedire alla guerra imperialista di scatenarsi sull’intero pianeta. Una sola classe ha la possibilità di opporsi al potenziamento del terrorismo, della guerra e della barbarie, il proletariato, con lo sviluppo delle sue lotte di resistenza agli attacchi della borghesia, sul proprio terreno di classe. La vera posta in gioco che minaccia l’ordine borghese, è che attraverso lo sviluppo della lotta, la classe operaia è portata a prendere coscienza del legame che esiste tra gli attacchi che subisce e la guerra ed il terrorismo, il che sfocia nella rimessa in causa del sistema capitalista nel suo insieme e sulla necessità della sua distruzione.
Ed è solo con il rovesciamento del sistema capitalista e dei suoi rapporti di sfruttamento che la classe operaia può riuscirci. I metodi ed i mezzi di azione del proletariato che di basano sulla coscienza e la solidarietà di classe, sul carattere collettivo, unitario, internazionalista delle sue lotte sono radicalmente opposti ed antitetici a quelli del terrorismo.
La classe operaia in Gran Bretagna ha dimostrato la capacità dei proletari di affermare la propria risposta ai ricatti della borghesia attraverso la loro solidarietà su di un terreno di classe di fronte ai licenziamenti ed agli attacchi del capitalismo. I proletari di tutti i paesi devono ispirarsi a questo esempio. Portando il loro scontro di classe su un terreno di resistenza e di solidarietà di fronte agli attacchi economici, potranno opporre una alternativa ed una prospettiva all’empasse ed alla barbarie di guerra del mondo capitalista che minaccia la sopravvivenza dell’intera umanità.
NO ALL’UNITÀ NAZIONALE, SI ALLA SOLIDARIETÀ DI CLASSE!
Win
L’anniversario della Polonia 80 è stato l’occasione per la borghesia per rinverdire il sindacato come unico strumento di difesa per i lavoratori. Contro questa enorme mistificazione la classe deve riappropriarsi di questo importante della sua lotta traendone tutte le lezioni sulla forza di quel movimento e sulle cause della sua sconfitta. Pertanto in questa prima parte dell’articolo ricorderemo brevemente i momenti e gli aspetti più significativi dello sciopero di massa della Polonia 80 e nella seconda (sul prossimo numero del giornale) vedremo come la mistificazione sulla possibilità di un sindacato “libero” e “combattivo” è stata la migliore arma per sconfiggerlo dall’interno.
Venticinque anni fa, durante l'estate 1980, la classe operaia in Polonia teneva il mondo col fiato sospeso. Un gigantesco movimento di sciopero si estendeva nel paese: parecchie centinaia di migliaia di operai si mettevano in sciopero selvaggio in differenti città, facendo tremare la classe dominante in Polonia e quella degli altri paesi.
Che cosa è successo?
In seguito all'annuncio dell'aumento dei prezzi della carne, gli operai reagiscono in numerose fabbriche con scioperi spontanei. Il primo luglio, gli operai di Tczew vicino a Danzica ed ad Ursus nella periferia di Varsavia si mettono in sciopero. Ad Ursus si tengono delle assemblee generali, viene eletto un comitato di sciopero e vengono avanzate delle rivendicazioni comuni. Gli scioperi continuano ad estendersi nei i giorni seguenti: Varsavia, Lodz, Danzica, ecc. Il governo tenta di impedire un’ulteriore estensione del movimento facendo delle rapide concessioni come degli aumenti salariali. A metà luglio gli operai di Lublino, un importante incrocio ferroviario, si mettono in sciopero. Lublino è localizzato sulla linea ferroviaria che collega la Russia alla Germania dell'Est ed in quegli anni era una linea vitale per il rifornimento delle truppe russe in Germania dell'Est. Le rivendicazioni degli operai sono queste: nessuna repressione contro gli operai in sciopero, ritiro della polizia fuori dalle fabbriche, aumento degli stipendi ed elezioni libere di sindacati.
Ciò che ha determinato la forza degli operai…
Gli operai avevano tratto le lezioni dalle lotte del 1970 e del 1976 (1). Vedevano chiaramente che l'apparato sindacale ufficiale era dalla parte dello Stato stalinista e del governo ogni volta che si avanzavano delle rivendicazioni. Perciò prendono direttamente l'iniziativa negli scioperi di massa del 1980. Senza aspettare nessuna istruzione dall'alto, si misero in marcia insieme, facendo assemblee per decidere in prima persona del luogo e del momento delle loro lotte, in particolare a Danzica, Gdynia e Sopot, la cintura industriale del mare Baltico. I soli cantieri navali Lenin di Danzica contavano 20.000 operai.
Nelle assemblee di massa venivano messe avanti rivendicazioni comuni. Fu formato un comitato di sciopero. All’inizio le rivendicazioni economiche erano al primo posto.
Gli operai erano determinati. Non volevano una ripetizione dello schiacciamento nel sangue della lotta del 1970 e 1976. In un centro industriale come quello di Danzica-Gdynia-Sopot, era evidente che tutti gli operai dovevano unirsi per fare in modo che il rapporto di forza fosse in loro favore. Fu costituito un comitato di sciopero inter-fabbriche (MKS) formato da 400 membri, due delegati per impresa. Durante la seconda metà di agosto si riunirono tra gli 800 ai 1000 delegati. Formando un comitato di sciopero inter-fabbriche fu superata l'abituale dispersione delle forze e gli operai potevano fare fronte al capitale in modo unito. Ogni giorno assemblee generali si tenevano ai cantieri navali Lenin. Furono installati degli altoparlanti per permettere a tutti di seguire le discussioni dei comitati di sciopero ed i negoziati coi rappresentanti del governo. Poco dopo, vennero messi dei microfoni verso l'esterno della sala di riunione dell’MKS, per permettere agli operai presenti nelle assemblee generali di intervenire direttamente nelle discussioni di questo. La sera i delegati – per lo più provvisti di cassette con la registrazione dei dibattiti - ritornavano sul loro posto di lavoro e presentavano le discussioni e la situazione nelle assemblee generali della fabbrica, rendendo il loro mandato davanti a queste.
Grazie a questi strumenti di lotta il maggior numero possibile di operai poteva partecipare alla lotta. I delegati dovevano rendere il loro mandato, erano revocabili in ogni momento, e le assemblee generali erano sempre sovrane. Tutte queste pratiche erano in opposizione totale alla pratica sindacale.
Mentre gli operai di Danzica-Gdynia-Sopot si muovevano uniti, il movimento si estendeva ad altre città. Per sabotare la comunicazione tra gli operai, il 16 agosto il governo tagliò le linee telefoniche. Immediatamente, gli operai minacciarono di estendere ancora più il loro movimento se il governo non le ripristinava. E questo fece retromarcia. L'assemblea generale decise di creare una milizia operaia. Dato che nel movimento il consumo di alcool era largamente diffuso, fu deciso collettivamente di proibirlo. Gli operai sapevano che dovevano essere lucidi nello scontro con il governo. Una delegazione governativa incontrò gli operai per negoziare. E questa si svolse, non a porte chiuse, ma davanti ad un'intera assemblea generale. Gli operai pretesero una nuova composizione della delegazione governativa perché questa era costituita da rappresentanti di un rango troppo basso. Ancora una volta il governo fece retromarcia. Quando il governo minacciò delle repressioni a Danzica i ferrovieri di Lublin dichiararono: "Se gli operai di Danzica sono attaccati fisicamente e se uno solo di essi sarà toccato, paralizzeremo la linea ferroviaria strategicamente più importante tra la Russia e la Germania dell'Est". Il governo capì cosa era in gioco: la sua intera economia di guerra. Le sue truppe sarebbero state colpite nel punto più debole e, al tempo della Guerra fredda, ciò sarebbe stato fatale.
Gli operai erano mobilitati in quasi tutte le principali città. Più di mezzo milione tra loro comprendeva che costituivano la sola forza decisiva nel paese capace di opporsi al governo. Capivano ciò che dava loro questa forza:
- l'estensione veloce del movimento al posto del suo sfinimento negli scontri violenti come nel 1970 e 1976;
- la loro auto-organizzazione, cioè la capacità di prendere l'iniziativa da soli invece di contare sui sindacati;
- la tenuta di assemblee generali in cui unire le forze, esercitare un controllo sul movimento, permettere la massima partecipazione possibile e negoziare col governo davanti a tutti.
In breve, l'estensione del movimento fu la migliore arma della solidarietà; gli operai non si accontentarono di fare delle dichiarazioni, ma presero l'iniziativa delle lotte, il che rese possibile lo sviluppo di un rapporto di forze differente. Finché gli operai lottavano in modo tanto massiccio ed unito, il governo non poteva esercitare nessuna repressione. Durante gli scioperi dell'estate, quando gli operai affrontavano il governo in modo unito, non un solo lavoratore fu ucciso o colpito. La borghesia polacca aveva capito che non poteva permettersi un tale errore ma che avrebbe dovuto indebolire la classe operaia dell'interno.
Inoltre gli operai di Danzica, ai quali il governo aveva accordato delle concessioni, esigevano che queste venissero garantite anche agli operai del resto del paese. Volevano opporsi ad ogni divisione e manifestavano così la loro solidarietà agli altri operai.
La classe operaia diventò il punto di riferimento per tutta la popolazione. Insieme ad altri operai che andavano a Danzica per stabilire un contatto diretto con gli operai in sciopero, contadini e studenti si recavano alle porte della fabbrica per ricevere i bollettini di sciopero e altre notizie. Diventando il polo di riferimento, la classe operaia dimostrava di costituire una minaccia per la classe dominante.
Welt Revolution n°101, organo della CCI in Germania, agosto-settembre 2000
1. Durante l'inverno 1970-71, gli operai dei cantieri navali del Baltico entrarono in sciopero contro l’aumento di prezzo delle derrate di prima necessità. In un primo tempo il regime stalinista reagì con una repressione feroce delle manifestazioni facendo parecchie centinaia di morti, in particolare a Danzica. Ma gli scioperi non cessarono. Alla fine il capo del partito, Gomulka, fu destituito e sostituito da un personaggio più "simpatico", Gierek. Quest'ultimo dovette discutere per 8 ore con gli operai dei cantieri navali di Szczecin prima di convincerli a riprendere il lavoro. Naturalmente tradì subito le promesse che aveva fatto loro in quel momento. Così, nel 1976, nuovi brutali attacchi economici provocarono degli scioperi in parecchie città, particolarmente a Radom ed Ursus. La repressione fece parecchie decine di morti.
Nei primi due articoli dedicati al VI Congresso di Rifondazione Comunista abbiamo cercato di dimostrare che questo partito, contrariamente a quanto vorrebbe fare intendere il suo nome, è un partito della borghesia, cioè che difende gli interessi della borghesia contro quelli dei lavoratori. Gli argomenti che abbiamo portato sono le stesse citazioni prodotte dalle varie correnti contro quella maggioritaria di Bertinotti in preparazione del suddetto congresso. In questo ultimo articolo cercheremo di dimostrare, come abbiamo cercato di fare già a partire dal secondo articolo, che le stesse minoranze, pur contrapponendosi a Bertinotti, di fatto costituiscono solo una “versione di sinistra” della stessa mistificazione nella misura in cui quello che propongono non costituisce affatto una difesa del marxismo e dei lavoratori.
1. Un’altra Rifondazione è possibile
La quarta mozione, capeggiata da Gigi Malabarba e Salvatore Cannavò e con un consenso nel partito del 6,5%, vorrebbe presentarsi come una delle più radicali all’interno del PRC. Quello che vedremo è proprio il contrario, a partire dal fatto che questa componente stravolge completamente il concetto di classe operaia:
“La dinamica dei movimenti parla della ricostruzione del soggetto della trasformazione sociale. O meglio dei soggetti. Quello che storicamente abbiamo definito “movimento operaio”, oggi non esiste più nelle forme e nelle determinazioni che ha avuto nel corso dello scorso secolo. Lungi dall’essersi ridotta la centralità del lavoro (…) a essersi modificata è la composizione sociale dei soggetti subalterni. (…) Il soggetto della trasformazione del futuro non potrà che essere un soggetto plurale, differenziato, composito, ma anche profondamente unificato dalle politiche del suo avversario, il capitalismo, il cui raggio d’azione non riguarda più solo le merci ma anche il vivente, non più solo la produzione materiale ma anche quella immateriale. Questa scomposizione e ricomposizione determina oggi il ritmo di una lotta di classe molto più variegata e complessa – a volte irriconoscibile al tal punto da non essere più nominata.” (punto 2.5, mozione n. 4, pag. 26, sottolineatura nostra).
Come si vede si comincia proprio bene – si fa per dire, naturalmente - smantellando il ruolo centrale della classe operaia (il …“movimento operaio”, oggi non esiste più…) e mescolandola con altri soggetti sociali (…il soggetto della trasformazione del futuro non potrà che essere un soggetto plurale, differenziato, composito…).
I firmatari di questa mozione denunciano anch’essi il centro-sinistra come borghese, sono contro un accordo di governo che “rovinerebbe definitivamente RC perché si allontanerebbe dal movimento”. Ma quando si devono caratterizzare in positivo, loro stessi dicono di avere un vuoto di identità: “Per questo tornare al marxismo di Marx non è sufficiente, né possibile. Significherebbe tornare a una semplice ipotesi di lavoro, falsificata poi in ogni aspetto della sua concreta applicazione. In sostanza, dal punto di vista dell’identità, significa tornare al niente” punto 8.2, mozione n. 4, pag. 30.
Cosa è dunque per loro Rifondazione? “L’identità di Rifondazione comunista deriverà quindi dalla sua capacità di essere coerente con il pacifismo radicale (che è altra cosa dalla metafisica della nonviolenza), dalla forza della pretesa che tutte e tutti siano inclusi nel cono di luce dei diritti umani, dall’insistenza per una democrazia e un’uguaglianza non astratte. (…) L’antimilitarismo come rifiuto non solo della guerra, ma dell’ubbidienza stupida e cieca, dell’ideologia patriottarda, del clima da pogrom di cui diceva Rosa Luxemburg alla vigilia della prima guerra mondiale. Il femminismo radicale le cui aspirazioni furono tutte realizzate dalla Rivoluzione d’Ottobre e furono poi perse nel pantano dello stalinismo. Le rivoluzioni antiburocratiche dirette da comuniste e comunisti per l’autonomia nazionale e la democrazia socialista. La lotta contro il nazifascismo, carica delle nuvole nere di un movimento comunista stalinizzato ma che ha salvato l’umanità dalla barbarie.
Rivoluzioni e movimenti anticoloniali nella loro relazione virtuosa con la parte migliore della cosiddetta civiltà occidentale, che è poi assai meno occidentale di quel che si crede.
La laicità dello Stato e la difesa dell’eredità illuminista, nel suo significato migliore di ragione critica e non solo di ragione tecnica.
La difesa della natura contro un’industrializzazione incapace di porre a se stessa i limiti del bene comune e delle preoccupazioni per le generazioni future, presente nel marxismo di Marx e poi dimenticata.” (punto 8.2, mozione n. 4, pag. 30).
Se andiamo a considerare l’insieme dei punti caratterizzanti (sottolineati da noi nel testo) vediamo anzitutto che questi non sono i punti caratterizzanti il programma del proletariato, ma quelli della borghesia o al limite della piccola borghesia contestataria e impotente. Il pacifismo radicale è quello dietro il quale si sono nascoste, alla vigilia dell’ultima guerra del Golfo, delle potenze imperialiste del calibro della Francia e della Germania, pronte a profittare dell’occasione per crearsi un’aureola di perbenismo, quando sono notori le stragi compiute dall’esercito francese nell’Africa del nord ancora di recente e le risorgenti velleità interventiste della Germania. A proposito di diritti umani e di una democrazia e un’uguaglianza non astratte ricordiamo che già la borghesia francese, nella sua lotta contro l’assolutismo feudale, aveva proclamato la parola d’ordine di “libertà, eguaglianza, fraternità”, salvo naturalmente a rimangiarsi le promesse quando non tornano più i conti con la classe fruttata. Il femminismo, radicale o non che sia, è una tipica mistificazione piccolo-borghese che serve a mettere proletari uomini contro proletari donne piuttosto che riconoscerne la comune schiavitù sotto il regime capitalista. D’altra parte la lotta contro il nazifascismo è quella che ha combattuto nella seconda guerra mondiale il fronte anglo-americano contro l’asse Roma-Berlino. I movimenti anticoloniali sono stati quelli che hanno permesso fino ad una certa epoca, a delle borghesie locali sottomesse, di riscattarsi rispetto ad altre borghesie più potenti da cui dipendevano. La laicità dello Stato è una questione che si pone chi vuole riformare questo Stato, mentre i comunisti si pongono il problema di abolire lo Stato, confessionale o laico che sia. La difesa della natura, in quanto parola d’ordine a sé stante, è un hobby che si possono permettere anche imprenditori e capitalisti di buon animo, di quelli ad esempio che se la prendono con gli Americani che non ne vogliono sapere di accettare il protocollo di Kioto. Salvo poi scoprire che quand’anche si realizzassero i programmi più restrittivi del programma di Kioto, questi si rivelerebbero essere soltanto un misero palliativo rispetto allo squilibrio climatico esistente. Non c’è infatti alcuna possibilità di difendere la natura e l’ambiente senza fermare la logica distruttiva del capitalismo. E così via… Come si vede, mentre si prendono le distanze da un movimento operaio che … non esiste più, ci si caratterizza attraverso dei punti che non appartengono al proletariato, ma alla borghesia. Come volevasi dimostrare.
2. Rompere con Prodi, preparare l’alternativa operaia (Claudio Bellotti)
L’ultima mozione, che conta solo l’1,6 % di consensi, è di grande interesse non tanto per il suo contenuto proletario, quanto per il suo potenziale di mistificazione antioperaia. Occorre dire subito che questa quinta mozione ha anch’essa dietro un gruppo trotskista, il gruppo FalceMartello, che pratica in Rifondazione la notoria pratica entrista tipica del trotskismo, messa già in evidenza per l’altra componente trotskista che fa capo a Ferrando, quella della III mozione Per un progetto Comunista. Anzi va detto che le due componenti, entrambe trotskiste ed inizialmente assieme nella sinistra del PRC, oggi si fanno la guerra proprio perché in concorrenza tra di loro, come è costume di tutta la genia trotskista mondiale (1).
Questa componente è fortemente terzomondista, essendo legata in particolare ai movimenti popolari di sinistra sud-americani, è contro le alleanze di governo, contro la guerra. Afferma che il centro della lotta non sono i municipi, ma la lotta diretta delle masse per cambiare le loro condizioni di vita. Arriva anche a fare una blanda critica a Lula, presidente del Brasile, per aver illuso la gente. Critica lo stalinismo, ma rivendica la Rivoluzione d’ottobre. Ha una impostazione che si basa sulla centralità della classe operaia, afferma che “è errato parlare solo di crisi della “globalizzazione”, o del “neoliberismo”, ossia di una determinata politica economica. Si tratta di una crisi organica del sistema capitalista su scala mondiale, che va ben oltre la “naturale” alternanza di cicli di boom e recessione che da sempre caratterizza questo sistema economico”. Sostiene finanche che “per la prima volta da decenni nel nostro paese un’intera generazione vede di fronte a sé la prospettiva di un peggioramento netto nelle proprie prospettive di vita su tutti i terreni. Non si tratta solo dell’arretramento delle condizioni materiali (istruzione, lavoro, salari, casa, sanità, ecc.) ma anche della generale insicurezza, della precarietà, dei diritti calpestati e della visione di un mondo trascinato verso la barbarie di un sistema sociale ormai in decadenza” e critica i no-global ed il commercio equo e solidale.
Sembrerebbe così essere finalmente arrivati al nocciolo duro di Rifondazione, al nucleo marxista capace in prospettiva di guadagnare l’influenza su tutto il partito e a cui i proletari possono guardare con fiducia. Ma quando passiamo dalle enunciazioni di principio alla politica concreta, ci accorgiamo nel concreto di chi si tratta realmente. Ci basterà analizzare un paio di punti: la questione elettorale e la partecipazione al governo, e la questione delle nazionalizzazioni.
Stranamente, mentre si parla di una situazione che “si caratterizza (…) con la fine della pace sociale, la crisi del riformismo e della collaborazione di classe”, precisando ancora che “questa situazione di giganteschi squilibri e di concorrenza accanita sui mercati erode i margini per ogni organica politica di riforme”, quando si passa ad enunciare gli Elementi di un programma di alternativa, si dice tuttavia che “tutto questo non significa che i comunisti abbandonano la lotta per le riforme “in quanto irrealizzabili”, al contrario…” (mozione n. 5, pag. 33-34). A partire da questa incredibile piroetta, i trotskisti di FalceMartello esprimono la loro vera natura controrivoluzionaria.
Sulla questione elettorale, da buoni trotskisti e dimenticando di aver detto poco prima nello stesso scritto che “il centro della lotta non sono i municipi”, partono col dire che anch’essi vogliono la pelle di Berlusconi, senza però partecipare ad una coalizione. Per cui lanciano la proposta di un accordo di “desistenza (totale o parziale, concordata o unilaterale) verso le sole forze della sinistra, senza alcuna disponibilità a votare alcun candidato borghese dei partiti di centro”, il che lascia intendere che un Veltroni o anche un D’Alema possano essere considerati candidati della classe operaia!!! Lo scopo della tattica, cercano di spiegare ancora i rifondaroli della V mozione, “non è quello di conquistare un deputato in più, ma di collocare politicamente il partito nella migliore posizione per sfruttare l’inevitabile crisi delle forze riformiste nella fase successiva, di non farci schiacciare dalla pressione in favore di una unità a qualsiasi costo, per poi passare a nostra volta all’offensiva una volta che l’inevitabile crisi delle politiche riformiste si palesi in modo evidente agli occhi delle masse”. In realtà è proprio il contrario quello che si verifica. Dire agli operai di votare per Veltroni o D’Alema significa consegnare gli agnelli nelle fauci del lupo, disarmarli politicamente cercando di fare dimenticare loro che sono stati proprio i DS di D’Alema i maggiori responsabili delle misure più antipopolari degli ultimi governi di sinistra e che, a coronamento della pretesa politica pacifista proclamata da tutta Rifondazione, è stato proprio il governo D’Alema il responsabile della guerra contro la Serbia. D’altra parte, quale sarebbe questa “migliore posizione” in cui si collocherebbe “politicamente il partito” “per sfruttare l’inevitabile crisi delle forze riformiste?” Quella acquisita con le elezioni, che costituiscono in realtà un momento politico di dispersione completa dei proletari che vengono coinvolti come singoli cittadini e non come elementi di una classe sociale rivoluzionaria.
Ma i nostri non si fermano qui. In polemica con il concorrente Ferrando, secondo cui “un partito comunista non può mai entrare al governo, in nessuna circostanza, fino a quando non conquista il potere per via rivoluzionaria” affermano che “Questa tuttavia è una interpretazione molto riduttiva, per non dire caricaturale, del marxismo. Il marxismo rifiuta la collaborazione di classe, che si può manifestare tanto al governo come all’opposizione e pensare che la linea del Rubicone sia necessariamente quella che segna la soglia di un palazzo ministeriale è davvero una prova di cretinismo parlamentare”. Claudio Bellotti, Sinistra PRC: le ragioni di una divisione, pubblicato sul sito www.marxismo.net/prc/sinistra_prc_1112.html [47].
Insomma se capiamo bene per costoro, che si appellano al famigerato governo operaio di una Internazionale Comunista ormai declinante, un partito comunista può tranquillamente andare al governo con forze non propriamente rivoluzionarie purchè rifiuti la collaborazione di classe con queste stesse forze. E se qualcuno si azzarda a dire come questo sia possibile visto che si condividono delle responsabilità di governo, si vedrà accusato di cretinismo parlamentare.
L’ultima perla riguarda le nazionalizzazioni. Parlando del problema dei rifiuti in Campania, si dice che: “L’unico argine possibile all’intreccio di affari, veleni e sangue del capitalismo è la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori e dei cittadini di tutto il settore dei rifiuti. Attraverso la diretta gestione delle aziende e di tutto il ciclo, si possono evitare infiltrazioni camorristiche (…) e speculazioni sulla pelle altrui. (…) La nazionalizzazione è l’unica possibilità di eliminare alla radice il problema, sostituendo alla logica perversa del profitto del capitale il controllo diretto e immediato dei lavoratori, nell’interesse della collettività e non del padronato, disposto a distruggere la salute per guadagnare miliardi e miliardi. Non è utopia, ma realtà. È molto meno razionale l’attuale politica sui rifiuti, basata sull’anarchia del mercato”. Dal Volantone di FalceMartello La lotta di Acerra per il diritto alla salute, contro la logica del profitto pubblicato sul sito www.marxismo.net/italia/acerra_111204.html [48].
Da questo passaggio apprendiamo che tutta la cosiddetta imprenditoria pubblica che abbiamo avuto in Italia, dalle acciaierie ai monopoli di Stato, dalle poste alle ferrovie, dalla RAI alla compagnia di bandiera Alitalia, e così via… sono state aziende “sotto il controllo dei lavoratori e dei cittadini” che hanno così sostituito alla logica perversa del profitto del capitale il controllo diretto e immediato dei lavoratori, nell’interesse della collettività e non del padronato. Peccato che di tutto questo nessuno si sia mai reso conto, né i cittadini né i lavoratori. Forse è per questo che si sono fatti licenziare dovunque all’interno di questi settori, pari pari come nel settore privato? O non è perché non esiste alcuna differenza tra capitale pubblico e privato, come diceva già molto chiaramente Federico Engels ormai due secoli fa, perché la logica e il meccanismo sono esattamente gli stessi?
Il gioco delle scatole cinesi di Rifondazione Comunista
Con questa serie di articoli abbiamo cercato di mostrare come nessuna delle mozioni che sono state presenti al VI Congresso di Rifondazione “Comunista”, al di là di quanto ognuna di esse vorrebbe far credere, è schierata a favore della classe operaia ma che tutte sono in difesa della borghesia. Un’ulteriore e finale insistenza resta da fare. Se Rifondazione gioca oggi il ruolo di estrema sinistra del capitale che fu quello svolto fino agli anni ’80 dall’ormai disciolto partito comunista, se entrambi i partiti hanno svolto il ruolo di camera di compensazione della collera operaia, quello che costituisce il motivo di attrazione nei due partiti è profondamente diverso. Il vecchio partito comunista era un partito strutturato, con una lunga storia e dei riferimenti sociali e storici saldi, che attribuivano un’identità certa a chi vi aderiva. Il nuovo partito della Rifondazione Comunista, nella misura in cui i vecchi riferimenti dello stalinismo hanno perduto lo smalto di una volta, ha scelto di puntare piuttosto su una piattaforma variegata, di sinistra ma non di sicura fede classista, con una organizzazione composita e federalista, che conferisce a chi vi aderisce l’impressione di partecipare perennemente ad un laboratorio di idee e di iniziative e alla relativa lotta per affermare le idee più di sinistra. E’ vero che nessuna idea, nessuna posizione all’interno di Rifondazione può essere considerata un’idea o una posizione di classe. Ma chi si avvicina a Rifondazione può avere l’impressione che ci sia un grande spazio da conquistare, una grande lotta da combattere proprio a partire dalla considerazione di partenza di questa grande varietà di posizioni. Per lo stesso motivo l’impressione che dà a noi Rifondazione è un poco quella delle scatole cinesi: se si apre Rifondazione dentro troviamo tante componenti, e dietro ogni componente troviamo dei gruppi che hanno la loro autonomia organizzativa, la loro stampa, la loro piattaforma. E’ attraverso questo gioco delle scatole cinesi che dei militanti, catturati da una delle varie tendenze, finiscono per accettare una dopo l’altra le varie mediazioni di partito e quindi l’intera logica del partito. Ogni singola componente infatti, finanche quella con un consenso sul piano nazionale del solo 1,6%, ha la pretesa di ingaggiare i propri seguaci nella conquista del partito, e questa illusione dà a Rifondazione - e a chi ne gestisce la direzione - una forza e, tutto sommato, una coesione inattese. Questo gioco è tanto più pericoloso in quanto oggi c’è un risveglio delle coscienze di molti giovani che sentono la necessità di combattere questo sistema e sono alla ricerca di una prospettiva, per cui l’idea che in questo calderone che si chiama Rifondazione ci sia qualcosa da fare finisce per ingabbiare e bruciare molte di quelle forze che possono evolvere.
Ezechiele, 26 settembre 2005
1. Ecco alcune delle espressioni che si trovano su FalceMartello e che sono rivolte ai “compagni” di Partito della componente di Ferrando: “Tale risposta costituisce un piccolo capolavoro di arroganza settaria e burocratica. (…) carattere profondamente settario della posizione avanzata da Ferrando. Questo settarismo è sempre stato presente nella sinistra del Prc (e per anni lo abbiamo criticato), ma le successive divisioni avvenute al suo interno (a cominciare dalla nostra espulsione da quell’area nel 2001) fanno sì che oggi questo settarismo si esprima senza alcuna mediazione, in forma per così dire distillata”. Claudio Bellotti, Sinistra PRC: le ragioni di una divisione, pubblicato sul sito www.marxismo.net/prc/sinistra_prc_1112.html [47] (sottolineature nostre).
“700 voli cancellati, 70.000 passeggeri presi in ostaggio da un pungo di irresponsabili in pieno periodo di vacanze”, questo è stato il messaggio martellato senza sosta dalla stampa e tutti i media britannici a proposito dello sciopero che ha paralizzato, dall’11 al 14 agosto, l’aeroporto londinese di Heathrow. A modo suo, la violenza e l’astio con cui la borghesia ha condannato gli scioperanti rivela la portata storica di questa lotta operaia. In effetti è solo qualche settimana dopo gli attentati di Londra del 7 luglio e quando la borghesia tentava di rilanciare l’unione nazionale attraverso la campagna antiterrorista, che un migliaio di lavoratori dell’aeroporto si sono messi in sciopero spontaneamente per solidarietà con i 670 operai dell’impresa americana di ristorazione Gate Gourmet, sotto appalto della British Airways, all’annuncio del loro licenziamento.
Questo licenziamento è stato il risultato di tutta una politica cinica e provocatrice dell’impresa, tendente a sostituire i salariati attuali, la maggior parte di origine indio-pakistana, con una manodopera ancora più a buon mercato dei paesi dell’Est. Questo sciopero di solidarietà illustra in maniera eclatante la rimonta della combattività operaia. Ciò è tanto più significativo in un paese dove il riflusso del proletariato è stato accompagnato da una profonda demoralizzazione dopo le sconfitte severe subite nel 1979 e nel 1984, in particolare attraverso lo sciopero dei minatori. Questa lotta traduce soprattutto la vera natura del proletariato con la messa in avanti dei veri valori essenziali della specie umana che sono al cuore delle lotte operaie, quali la solidarietà e il senso di dignità nel suo rifiuto dell’inaccettabile di fronte a tutta l’infamia della borghesia.
Allo stesso tempo, questa ripresa della lotta di classe si conferma a livello internazionale mostrando le stesse caratteristiche di quelle di Heathrow. Dopo la lotta degli operai della Mercedes-Daimler-Chrysler in Germania l’anno scorso, lo scorso luglio in India, ad una ventina di chilometri dalla capitale Nuova Delhi, migliaia di operai della filiale della Honda, scavalcando il quadro legale del diritto di sciopero, hanno manifestato la loro solidarietà verso 30 loro compagni licenziati, subendo una violentissima repressione da parte della polizia anti-sommossa. In Argentina si sta producendo un’ondata di lotte (sulla quale ritorneremo ancora) dove si manifestano le stesse tendenze verso uno sviluppo della solidarietà operaia. Dall’8 all’11 agosto, uno sciopero nelle miniere d’oro del Sud-Africa, benché rimasto sotto il controllo del sindacato del NUM, è stato seguito da 130.000 minatori costituendo il più grande movimento di sciopero del paese dopo il 1987. Tutti questi avvenimenti sono rivelatori delle potenzialità contenute nello sviluppo internazionale delle lotte operaie, che sono un esempio ed un incoraggiamento per l’avvenire della lotta di classe.
I media - la voce dello Stato e della classe dominante - si sono scatenati furiosamente contro gli scioperanti di Heathrow. Come hanno osato questi operai anteporre la loro solidarietà di classe ai profitti dell'impresa? Non sanno che cose come la solidarietà operaia e la lotta di classe sono superate? Tutto ciò è passato di moda dagli anni 70, non è così? Secondo un responsabile di un concorrente della British Airways, citato dal Sunday Time del 13 agosto, "per molti aspetti, l'aviazione resta l'ultima industria non ristrutturata… Essa somiglia ai settori portuali, alle miniere ed all'industria automobilistica degli anni 70". Non sanno questi operai del Giurassico che il principio della società attuale è "il ciascuno per sé", e non "proletari di tutti i paesi, unitevi"?
Tuttavia è stupefacente vedere come questa "nuova" filosofia della libertà individuale non impedisce ai padroni di esigere un'ubbidienza assoluta degli schiavi salariati. E' anche vero che certe voci mediatiche hanno duramente attaccato le aperte provocazioni della compagnia Gate Gourmet: mentre gli impiegati della ristorazione tenevano una assemblea generale per discutere della risposta da dare alla strategia della direzione che mirava a licenziarli, i vigilanti chiuso la sala e 600 operai - compresi quelli che erano in malattia o in vacanza - sono stati licenziati sul campo per avere preso parte ad una riunione non autorizzata, alcuni di loro sono stati avvertiti per megafono. Questa reazione, in fondo, non è che un'espressione un poco più caricaturale della boria padronale largamente diffusa. Come mostrato dalla soppressione, da parte della società Tesco, dell'indennità di malattia per i primi tre giorni di assenza- altre imprese si sono immediatamente interessate a questa nuova "riforma". I magazzinieri sono controllati elettronicamente per assicurarsi che neanche secondo del tempo dell'impresa venga perso. L'attuale clima politico – quando siamo costretti ad accettare tutte i soprusi polizieschi in nome de "l'anti-terrorismo" – non ha fatto che aumentare l'arroganza dei padroni.
Questi attacchi non dipendono da questo o quel padrone particolarmente "avido" o che adotta metodi "americani". La brutalità crescente degli attacchi contro le condizioni operaie di vita e di lavoro è la sola risposta della classe capitalista alla crisi economica mondiale. Bisogna abbassare i costi, aumentare la produttività, tagliare le pensioni, ridurre l'indennità di disoccupazione, perché tutte le imprese e tutti i paesi sono impegnati in una lotta disperata per sconfiggere i loro concorrenti su un mercato mondiale saturo.
Di fronte a questi attacchi la solidarietà operaia è la nostra sola difesa.
A Heathrow, gli addetti ai bagagli e le altre squadre che sono scese in sciopero all’annuncio dei licenziamenti hanno dimostrato una di avere piena coscienza di tutto questo. Loro stessi avevano subito lo stesso genere di attacchi e hanno fare le stesse lotte. L’interruzione immediata del lavoro ha subito mostrato la forza degli operai quando prendono parte ad un'azione determinata ed unita. È l'unica basa sulla quale costringere i padroni a reintegrare gli operai licenziati, e ciò per un certo tempo farà esitare i padroni dell'aeroporto a lanciare simili attacchi. Isolati in categorie, gli operai sono delle prede facili per la classe dominante. Nel momento in cui la lotta comincia ad estendersi ad altri operai, va tutto diversamente.
Ma c'è significato un ben più importante della solidarietà operaia. In una società che crolla intorno a noi, dove il "ciascuno per sé" prende la forma delle bombe terroristiche, degli attacchi razzisti, del gangsterismo e della violenza permanente sotto tutte le sue forme, la solidarietà degli operai al di là di ogni corporazione, di ogni divisione religiosa, sessuale o nazionale è il solo antidoto a questo sistema, il solo punto di partenza per la creazione di una società diversa, basata sui bisogni umani e non sulla ricerca del profitto. Di fronte ad un sistema che sta affondando in un stato di guerra generalizzata, verso l'autodistruzione, non è esagerato dire che la solidarietà di classe è la sola vera speranza di sopravvivenza per la specie umana.
Il fatto che non sia una vana speranza diventa più chiaro se si guarda al di là delle frontiere della Gran Bretagna. In questi due ultimi anni c'è stato un ritorno di lotte operaie dopo anni di smarrimento. Nel corso delle più importanti di esse - la lotta degli operai francesi contro gli attacchi sulle pensioni nel 2003, quella degli operai dell’industria automobilistica in Germania contro le riduzioni di effettivi - la solidarietà è stata un elemento fondamentale. Questi movimenti hanno confermato che la classe operaia internazionale non è sparita e non è sconfitta. Naturalmente i media hanno tentato di dissimulare il significato reale delle azioni di solidarietà di Heathrow. Hanno cominciato a parlare di legami di vicinanza tra gli impiegati della ristorazione, gli addetti ai bagagli e gli altri impiegati dell'aeroporto. È vero che questi esistono, ma la maggioranza degli impiegati della ristorazione è di origine indiana, la maggior parte degli addetti ai bagagli sono "bianchi". In breve, qui c’è stata un'autentica solidarietà di classe, al di là di ogni divisione etnica. Le notizie teletrasmesse hanno provato anche a sabotare la simpatia che gli altri operai potevano provare per gli impiegati dell'aeroporto enfatizzando le sofferenze patite dai passeggeri i cui voli sono stati impediti dallo sciopero. È vero che quando si è trascorso la maggior parte dell'anno a sudare sul posto di lavoro, non è certamente piacevole vedere i piani di vacanze che vanno a rotoli. Tra i compiti che tutti gli operai devono assumersi quando entrano in lotta, vi è la spiegazione delle proprie azioni agli altri operai ed alla popolazione in generale. Ma essi devono anche resistere al ricatto ipocrita dei media che cercano costantemente di farne i cattivi della storia.
Il vero ruolo dei sindacati
Se, come si è potuto vedere, la classe dominante non vuole che venga mostrata la nostra solidarietà di classe, essa cerca anche di mascherare un'altra verità: che la solidarietà operaia ed il sindacalismo non sono più la stessa cosa. I metodi utilizzati durante questa lotta sono stati una costante sfida ai metodi sindacali:
-gli operai di Gate Gourmet decidono di tenere una Assemblea Generale nella loro mensa per discutere sull'ultima manovra della direzione. Era una assemblea non ufficiale tenuta durante il tempo di lavoro. L'idea di tenere autentiche AG per discutere e prendere delle decisioni va contro la pratica sindacale ufficiale;
-anche l'altra squadra dell'aeroporto ha ignorato ogni consegna ufficiale sospendendo il lavoro senza voto; e gli operai hanno in più sfidato il sindacato ingaggiandosi in un conflitto "secondario".
Queste azioni sono pericolose per la classe dominante perché costituiscono una minaccia di perdita di controllo sugli operai da parte dei sindacati, organi "ufficiali" di controllo (cioè riconosciuti dallo Stato) della lotta di classe. E in questi ultimi tempi, abbiamo visto una continua progressione di questo tipo di azione "selvaggia": un certo numero di lotte alla Posta; e nello stesso momento dell'ultima lotta a Heathrow, c'erano lotte non ufficiali degli autisti di autobus di Edimburgo ed alla fonderia Ford di Leamington Spa.
Nel caso di Heathrow, il sindacato TGWU è riuscito a soffocare la situazione. Ha dovuto condannare ufficialmente gli scioperi selvaggi e ha dovuto spingere gli operai a riprendere il lavoro. Ma con l'aiuto di gruppi "rivoluzionari" come il SWP e il T&G, ha cercato di presentare la lotta come un movimento che mirava a “dare una spinta" ai sindacalisti, identificando la persecuzione dei militanti operai - che è certamente stata parte di una strategia della Gate Gourmet - come un attacco contro i sindacati. Ciò ha facilitato alla base sindacale il compito di confinare la lotta nella cornice sindacale - molti membri del sindacato pensano in questo modo di difendere i loro compagni operai.
Tuttavia, ciò che fermenta sotto queste apparenze non è una lotta per "difendere i sindacati", ma movimenti massicci che vanno sviluppandosi, all'interno dei quali gli operai vanno a scontrarsi con la macchina sindacale, il loro primo ostacolo. Per costruire la massima solidarietà di classe, all’interno e grazie alla lotta, gli operai dovranno confrontarsi al bisogno di sviluppare le proprie assemblee generali, aperte a tutti gli operai, e di eleggere dei comitati di sciopero responsabili esclusivamente di fronte a queste assemblee. I militanti operai che comprendono questa prospettiva non devono restare isolati, ma devono iniziare a riunirsi per discuterne per le lotte future.
World Revolution, 15 agosto 2005
La catastrofe che ha colpito il sud degli Stati Uniti e particolarmente la città di New Orleans non è, contrariamente a ciò che ci ripetono i media della borghesia, una conseguenza dell'irresponsabilità del presidente Bush e della sua amministrazione. Questa propaganda antiamericana, particolarmente diffusa in questa occasione dai media in Europa per screditare il potere degli Stati Uniti, nasconde in realtà agli occhi del proletariato il reale responsabile delle conseguenze drammatiche del passaggio del ciclone Katrina. Gli sconvolgimenti climatici, provocati in grande parte dall'effetto serra, sono i prodotti di un'economia capitalista la cui unica ragion d’essere è il profitto. Questi squilibri ambientali rendono necessariamente le "catastrofi naturali" molto più numerose ed immensamente più distruttrici che in passato. L'assenza di mezzi di soccorso, di attrezzature specializzate, di strumenti sanitari è inoltre l'espressione diretta del fallimento del capitalismo.
Una manifestazione del fallimento del capitalismo
Tutti hanno visto le immagini della catastrofe. I gonfi cadaveri galleggianti nelle acque fetide dell'inondazione di New Orleans. Un vecchio seduto su di una sdraio, accasciato, morto, ucciso dal caldo, la fame e la sete mentre altri languiscono vicino a lui. Madri intrappolate coi loro bambini senza niente da mangiare né da bere per tre giorni. Il caos negli stessi luoghi dove le autorità hanno chiamato le vittime a rifugiarsi per la loro sicurezza. Questa tragedia senza precedenti non ha avuto luogo in un angolo del Terzo Mondo provato dalla povertà, ma nel cuore della più grande potenza imperialista e capitalista del pianeta. Quando lo tsunami ha colpito l'Asia nel dicembre scorso, la borghesia dei paesi ricchi ha biasimato l'incompetenza politica dei paesi poveri per essersi rifiutata di reagire ai segni che annunciavano la catastrofe. Questa volta non ci sono scuse di questo genere. Il contrasto oggi non è tra paesi ricchi e paesi poveri, ma tra le persone ricche ed i poveri. Quando è arrivato l'ordine di evacuare New Orleans e la costa del Golfo del Messico, è stato fatto alla maniera tipicamente capitalista, ciascuno per sé, ogni famiglia per se stessa. Quelli che avevano delle automobili e potevano pagare la benzina il cui prezzo è salito a dismisura a causa delle compagnie petrolifere, sono partiti verso nord e verso l'ovest per mettersi al sicuro e trovare rifugio negli hotel, motel, dagli amici o presso la famiglia. Ma nel caso dei poveri, la maggioranza si è trovata presa sulla rotta del ciclone, incapace di fuggire. A New Orleans le autorità locali hanno aperto lo stadio del Superdome ed il centro di conferenze come riparo contro il ciclone, ma non hanno fornito servizi, né cibo, né acqua, né organizzazione, mentre migliaia di persone, in grande maggioranza neri, si ammucchiavano in questi edifici dove venivano abbandonati. Per i ricchi rimasti a New Orleans, la situazione era tutt’altra. I turisti e i VIP rimasti erano ospitati negli hotel a cinque stelle accanto al Superdome, si abbandonavano al lusso ed erano protetti dagli ufficiali di polizia armati che mantenevano la "popolazione" del Superdome a distanza.
Invece di organizzare la distribuzione di cibo e acqua depositata nei negozi e magazzini, la polizia è rimasta a braccia incrociate quando i poveri hanno cominciato a "saccheggiare" i beni di prima necessità per ridistribuirli. È vero che elementi lumpenizzati hanno approfittato della situazione e si sono messi a rubare materiale elettronico, denaro e armi ma è chiaro che all’inizio, questo fenomeno è stato un tentativo di sopravvivenza in condizioni disumane. Tuttavia nello stesso momento, la polizia, armi in pugno, assicurava la sicurezza degli impiegati degli hotel di lusso inviati presso una vicina farmacia a saccheggiare tutto ciò che potevano, acqua, cibo e medicinali per assicurare la comodità dei ricchi ospiti. Un ufficiale di polizia ha spiegato che non era saccheggio, ma la "requisizione" di provviste per la polizia, cosa che è autorizzata in caso di emergenza. La differenza tra “saccheggio" e "requisizione", è la differenza tra essere povero ed essere ricco.
Il colpevole è il sistema
L'incapacità del capitalismo a rispondere a questa crisi con il minimo di solidarietà umana dimostra che la classe capitalista non è più degna di governare e che il suo metodo di produzione è impantanato in un processo di decomposizione sociale - marcendo letteralmente in piedi - che offre all'umanità un avvenire di morte e di distruzione. Il caos in cui sono caduti, gli uni dopo gli altri, i paesi dell’Africa e dell'Asia in questi ultimi anni, è solamente un saggio di ciò che il capitalismo ci riserva ivi compresi i paesi industrializzati, e la New Orleans oggi ci fa intravedere la desolazione di questo futuro.
Come sempre, la borghesia ha elaborato rapidamente ogni tipo di alibi e di scuse per le sue crisi ed il suo fallimento. Nella sua ultima serie di scuse piagnucola sul fatto che ha fatto tutto ciò che poteva; che è stata una catastrofe naturale, non causata dagli uomini; che nessuno avrebbe potuto prevedere la peggiore catastrofe naturale della storia della nazione; che nessuno aveva previsto che le dighe sarebbero crollate. Le critiche al governo, negli Stati Uniti e all'estero, se la prendono con l'incompetenza dell'amministrazione Bush che ha lasciato che una catastrofe naturale diventasse una calamità sociale. Tutto questo sproloquio della borghesia è fuori luogo. Il suo unico scopo è deviare l'attenzione dalla verità, cioè che è proprio il sistema capitalista il responsabile.
"Facciamo tutto ciò che possiamo", questo è il cliché più ripetuto attinto nelle riserve della propaganda borghese. Fanno "tutto ciò che possono" per finire la guerra in Iraq, per migliorare l'economia, per migliorare l'educazione, per mettere fine alla criminalità, per rendere la navetta spaziale sicura, per fermare la droga, etc., etc.. Non potrebbero né fare meglio, né fare diversamente. Da credere che il governo non faccia alcuna scelta politica, non disponga di alcuna alternativa possibile. Quale non senso! Conducono la politica che hanno consapevolmente scelto e che, è chiaro, comporta delle conseguenze disastrose per la società.
In quanto all'argomento concernente i fenomeni naturali - in opposizione a ciò che gli uomini hanno creato - è vero che il ciclone Katrina era una forza naturale, ma l’intensità della catastrofe naturale e sociale che ha trascinato, questa, non era inevitabile. Sotto tutti gli aspetti, la catastrofe è stata prodotta ed è stata resa possibile dal capitalismo e dal suo Stato. Il carattere sempre più devastante delle catastrofi naturali attraverso il mondo di oggi è una conseguenza di tutte le politiche irresponsabili a livello dell’economia e dell'ambiente naturale che conduce il capitalismo nella sua ricerca incessante di profitto. Queste politiche si esprimono tanto nell’incapacità di utilizzare la tecnologia esistente per sorvegliare gli tsunami ed avvertire le popolazioni minacciate in tempo necessario che nella deforestazione delle colline nei paesi del Terzo Mondo che inasprisce la devastazione prodotta dalle inondazioni legate ai monsoni, o ancora nell’irresponsabile inquinamento dell'atmosfera con gas che producendo l’effetto aggravano il riscaldamento del globo e contribuiscono alle aberrazioni climatiche nel mondo. A tale proposito molti elementi portano a pensare che il riscaldamento del globo abbia provocato un aumento della temperatura dell'acqua e lo sviluppo di un maggior numero di depressioni, tempeste e cicloni tropicali in questi ultimi anni. Quando Katrina ha toccato la Florida era un ciclone di Categoria 1, ma poiché è restato per una settimana al di sopra delle acque del Golfo del Messico a 32°, è diventato una tempesta di Categoria 5 con venti a 280 km/ora quando ha raggiunto la costa del Golfo.
I sinistroidi hanno cominciato già a parlare dei legami di Bush con l'industria petrolifera e della sua opposizione al Protocollo di Kyoto ed a far ricadere su ciò la responsabilità della catastrofe, ma la loro critica si inscrive all’interno delle discussioni della classe capitalista mondiale - come se la messa in opera degli accordi di Kyoto potesse veramente rovesciare gli effetti del riscaldamento della terra e se le borghesie dei paesi in favore di Kyoto fossero veramente interessate a riorganizzare i metodi capitalisti di produzione. Peggio ancora, ciò fa dimenticare che fu l'amministrazione Clinton, che pure si definiva pro-ambientalista, la prima a rigettare l'accordo di Kyoto. Il rifiuto di occuparsi del riscaldamento della terra è la posizione della borghesia americana, non solamente quella dell'amministrazione Bush.
In più, New Orleans con la sua popolazione di quasi 600.000 abitanti e con i sobborghi che comprendono una popolazione ancora più numerosa, è una città costruita in grande parte sotto il livello del mare, il che la rende vulnerabile alle inondazioni in provenienza dalle acque del Mississippi, del Lago Ponchartrain e dal Golfo del Messico. Sin dal 1927, il genio militare americano ha sviluppato e mantenuto un sistema di dighe per impedire l'inondazione annua dalle acque del Mississippi, che ha permesso all'industria ed all'agricoltura di prosperare accanto al fiume ed alla città di New Orleans di estendersi, ma ha fermato l'apporto di terra e di sedimenti che rinnovava naturalmente le zone umide e le paludi del delta del Mississippi a valle della città, verso il Golfo del Messico. Ciò ha fatto sì che queste paludi, che fornivano una protezione naturale a New Orleans servendo da tampone di fronte alle irruzioni marittime, venissero erose pericolosamente e che la città diventasse più vulnerabile alle inondazioni del mare. Tutto questo non è “naturale", è creato dall'uomo.
Non è stata neanche una forza naturale a ridurre considerevolmente la Guardia nazionale della Louisiana, ma la guerra in Iraq che ha mobilitato una grand parte delle sue truppe, lasciando solamente 250 guardie disponibili per assistere la polizia ed i pompieri nelle azioni di soccorso nei primi tre giorni seguiti alla rottura delle dighe. E una percentuale ancora più grande di guardie del Mississippi è stata dispiegata in Iraq.
Anche l'argomento secondo cui questa catastrofe non era prevista è un nonsenso. Da quasi 100 anni, scienziati, ingegneri e politici hanno discusso di come far fronte alla vulnerabilità di New Orleans nei confronti dei cicloni e delle inondazioni. A metà degli anni 1990, sono stati sviluppati parecchi progetti da diversi gruppi di scienziati e di ingegneri, che infine hanno portato ad una proposta nel 1998 (sotto l'amministrazione Clinton), chiamata Coast 2050. Questo progetto comprendeva il rafforzamento e la ripianificazione delle dighe esistenti, la costruzione di un sistema di chiuse e la creazione di nuovi canali che avrebbero portato delle acque piene di sedimenti per restaurare le zone paludose tampone del delta; questo progetto richiedeva un investimento di 14 miliardi di dollari per un periodo di 10 anni. Non ebbe l'approvazione di Washington, non sotto Bush ma sotto Clinton. L'anno scorso, l'esercito ha chiesto 105 milioni di dollari per i programmi di lotta contro i cicloni e le inondazioni a New Orleans, ma il governo gli ha accordato solamente 42 milioni. Nello stesso momento, il Congresso approvava un bilancio di 231 milioni di dollari per la costruzione di un ponte verso una piccola isola disabitata dell'Alaska.
Un'altra confutazione dell'alibi secondo cui "nessuno aveva previsto", è che alla vigilia dell'arrivo del ciclone, Michael D. Brown direttore del FEMA (Federal Emergency Management Administration), si vantava, nelle interviste teletrasmesse, di aver ordinato la messa in funzione di un piano di emergenza nel caso in cui una catastrofe peggiore avesse luogo a New Orleans dopo lo tsunami del Sud-est asiatico, e che il FEMA aveva fiducia nel fatto che sarebbe stato capace di far fronte ad ogni eventualità. Dei rapporti provenienti da New Orleans indicano che questo piano del FEMA è stato messo in opera con la decisione... di far tornare indietro i camion che trasportavano bottiglie di acqua regalate, di rifiutarsi di distribuire 3700 litri di diesel portato dai guardacoste ed il taglio delle linee di comunicazione di emergenza utilizzate dalla polizia locale nelle periferie di New Orleans. Brown ha avuto anche la sfrontatezza di scusare l'inoperosità nel soccorso alle 25.000 persone rifugiatesi nel Centro Conferenze, dicendo che le autorità federali non avevano saputo prima della fine della settimana che questi profughi erano là, mentre erano già tre o quattro giorni che i telegiornali davano notizie sulla loro situazione.
E benché il sindaco Ray Nagin, democratico, abbia denunciato con ingiurie l'inoperosità dello stato federale, bisogna dire che è stata proprio la sua amministrazione locale a non aver fatto assolutamente nessuno sforzo per fornire un'evacuazione sicura ai poveri ed agli anziani, che non si è assunta nessuna responsabilità nella distribuzione di cibo e di acqua e che ha abbandonato la città al caos ed alla violenza.
Solo la classe operaia offre un'alternativa
Milioni di operai sono stati commossi da queste deplorevoli sofferenze sulla Costa del Golfo e scandalizzati per l'insensibilità della risposta ufficiale. Nella classe operaia in particolare esiste un immenso senso di autentica solidarietà umana verso le vittime di questa calamità. Mentre la borghesia distribuiva i suoi pacchetti di compassione in base alla razza o allo stato economico delle vittime, la maggior parte degli operai americani non ha fatto distinzione. Anche se il razzismo è una carta che viene spesso utilizzata dalla borghesia per dividere gli operai bianchi e gli operai neri e se diversi leader nazionalisti neri servono il capitalismo insistendo sul fatto che la crisi a New Orleans è un problema di neri contro i bianchi, la sofferenza degli operai poveri e dei miseri a New Orleans oggi è odiosa per la classe operaia.
Senza dubbio l'amministrazione Bush è una squadra dirigente inadeguata per la classe dominante, soggetta alle insulsaggini, ai gesti vuoti ed a lenti reazioni di fronte alla crisi attuale, e ciò verrà ad aggiungersi alla sua impopolarità crescente. Ma l'amministrazione Bush non è un’aberrazione. E’ piuttosto un nudo riflesso della realtà: gli Stati Uniti sono una superpotenza in declino, che domina un "ordine mondiale" che affonda nel caos. Guerra, carestia e disastri ecologici, ecco dove ci porta il capitalismo. Se c'è una speranza per l'avvenire dell'umanità, è che la classe operaia mondiale sviluppi la coscienza e la comprensione della vera natura della società di classe e prenda in mano la responsabilità storica di sbarazzarsi di questo sistema capitalista anacronistico e distruttore e di si assuma il compito di sostituirlo con una nuova società controllata dalla classe operaia, che abbia come principio la solidarietà umana autentica e la realizzazione dei bisogni umani.
Internationalism, sezione della CCI negli Stati Uniti (4 settembre)
Pubblichiamo un articolo d'intervento che la sezione della CCI in Spagna (Acción Proletaria) ha messo su Internet in un Forum sull'autonomia del proletariato [www. alasbarricadas.org, in lingua spagnola].
All'origine di questo forum c'è la riproduzione da parte di un compagno, che noi non conosciamo, di un articolo-bilancio scritto da noi (1) a proposito di un incontro sull'autonomia operaia e l’intervento che noi vi abbiamo fatto. Questo incontro, che ha avuto luogo a Barcellona, ha provocato un dibattito appassionante, profondo e leale. Tutti i partecipanti condividevano la stessa volontà di farla finita con il sistema capitalista che sta provocando alla grande maggioranza dell'umanità tante sofferenze e di ogni tipo (economiche, psichiche, morali, ecologiche). Ma è sulla questione “chi può essere il motore di una così gigantesca trasformazione sociale?” che il dibattito si situa. In sintesi, due risposte sono apparse in maniera chiara: per gli uni, è la classe operaia, il proletariato. Per gli altri, tra cui un compagno che si fa chiamare Piti (2), è una comunità di individui ribelli, che loro chiamano proletariato.
Chiaramente, noi difendiamo con fermezza la prima risposta. Ed andiamo ad esporre gli argomenti che la giustificano.
La lotta di classe è il motore della storia
Con la dissoluzione graduale del comunismo primitivo tribale, la società umana si è divisa in classi ed il motore della sua evoluzione è stata la lotta di classe.
Questa guerra sociale ha avuto luogo in un contesto storico di modi di produzione successivi (schiavismo, feudalesimo, capitalismo). E' in questo quadro generale che lo sviluppo delle forze produttive ha potuto realizzarsi in maniera contraddittoria.
Questa è la spiegazione più coerente della storia umana. Questo è lo strumento di comprensione che le generazioni attuali potranno utilizzare per farla progredire di fronte ai dilemmi che la situazione attuale del capitalismo ci pone: o la distruzione dell'umanità o la sua liberazione e l'inizio di una nuova tappa storica basata sull'abolizione delle classi sociali, degli Stati e delle frontiere nazionali, per l'unificazione degli esseri umani in una comunità umana che vive ed agisce per ed attraverso essa stessa.
Di fronte a questa spiegazione, di cui il marxismo è il più coerente difensore, sono state opposte una quantità di teorie il cui denominatore comune non è tanto il rifiuto dell'esistenza delle classi - una evidenza che soli i più ottusi osano negare - ma il rifiuto del fatto che la lotta di classe sia il motore della storia.
Come motore alternativo ci hanno proposto Dio, lo Spirito Universale, principi ed altri individui di buona volontà, una minoranza di cospiratori, di illuminati o di predicatori di ogni tipo di sistemi sociali e filosofici, tutti investiti per rendere conto dei mali di questo mondo terreno…
La lotta di classe, nel corso della storia, ha posto di fronte una classe rivoluzionaria portatrice di una nuova organizzazione della vita sociale ed una classe reazionaria attaccata alla difesa dei privilegi e degli interessi legati al vecchio ordinamento. In genere questi conflitti si risolvono con il trionfo della nuova classe rivoluzionaria e la scomparsa più o meno veloce della vecchia classe. Ma questo non è mai deciso in anticipo da chi sa quale determinismo irrevocabile. Ci sono stati dei momenti della storia dove si sono prodotte delle situazioni di blocco nell'evoluzione sociale, dove le due classi principali della società si sono svenate reciprocamente attraverso conflitti sterili, senza via d'uscita. È per ciò che il Manifesto Comunista concepisce la lotta di classe come una guerra sociale "che finirà sempre o con la trasformazione rivoluzionaria della società tutta intera o con la distruzione delle due classi in lotta".
Nessuna classe sociale è strumento cieco di un destino storico prefissato, né l'esecutore forzato di una necessità determinata dall'evoluzione della società. Per liberare la società dagli ostacoli imposti dal vecchio ordinamento, le classi rivoluzionarie hanno bisogno di un certo grado di coscienza e di volontà. Se queste mancano, la necessità obiettiva che esiste solo come potenzialità storica, non potrà realizzarsi e l'evoluzione sociale stagnerà marcendo nel caos e la distruzione.
Nel passaggio dalla vecchia società schiavistica all'ordine feudale che le successe, il fattore determinante fu l'evoluzione obiettiva, mentre la coscienza e l'azione soggettiva hanno giocato un ruolo molto limitato. Nella distruzione del feudalismo e l'avvento del capitalismo le forze obiettive sono state il fattore centrale, ma la coscienza - una coscienza soprattutto ideologica - ha avuto un ruolo importante, soprattutto durante l'ultima tappa, quella della presa del potere politico da parte della borghesia una volta assicurato il dominio economico della società.
Invece, con la rivoluzione che abbatterà il capitalismo il ruolo decisivo spetterà alla coscienza, all'entusiasmo, alla solidarietà, all'eroismo ed alla combattività delle grandi masse proletarie. Senza questa forza soggettiva, senza questo impegno di un gran numero di individui coscienti, la rivoluzione non sarà possibile. Piti insiste sulla necessità della coscienza (necessità "di individui auto-coscienti" come lui la chiama) della solidarietà e della fiducia reciproca (che chiama "comunità di ribelli"). Noi condividiamo questa preoccupazione: per noi, uno dei compiti cruciali di oggi è che le generazioni attuali della classe operaia coltivino e sviluppino, nella lotta, per la lotta e attraverso la lotta, la coscienza, la solidarietà, il loro proprio criterio. Senza uno sviluppo massiccio delle forze mentali e morali, la rivoluzione mondiale non potrà avere luogo.
Piti pensa, però, che la classe operaia non è più la classe rivoluzionaria. Non dice che la lotta di classe è sparita, non nega che questa lotta abbia potuto essere, in altre tappe del capitalismo, il motore del cambiamento storico, ma la sua premessa è perentoria: "Ciò che chiamo il "primo assalto alla società di classe", (parlo dell'inizio del ventesimo secolo e delle sue rivoluzioni: Russia, Kronstadt, Germania, per esempio), ed il "secondo assalto alla società di classe", maggio 68, rivolte autonome in Germania, Autonomia Operaia in Italia, gli scioperi operai in Polonia, il movimento delle assemblee in Spagna. Questi movimenti sono stati sconfitti, l'autonomia operaia è stata sconfitta".
Certo, l'ondata rivoluzionaria mondiale fu sconfitta e ciò lasciò la porta aperta alla più terribile controrivoluzione di tutta la storia umana. È anche vero che l'impulso iniziale delle lotte nel 1968 si è diluito poco a poco finché nel 1989 si è prodotto un forte indietreggiamento della coscienza e della combattività operaia.
Tuttavia, perché Piti trae da questi scacchi la conclusione che la classe operaia ha perso il suo carattere rivoluzionario? Lo spiega basandosi su due elementi: il capitalismo ha vissuto un tale cambiamento che ci troveremmo di fronte ad un nuovo "modello economico" e questo nuovo modello economico porterebbe una tale quantità di cambiamenti sociali da segnare la fine della classe operaia come classe rivoluzionaria. “E' allora, negli anni 1980, che i cambiamenti cominciano. I sindacati, in quanto strumenti di integrazione della classe operaia agiscono direttamente al servizio dei loro propri interessi negoziando col padronato e lo Stato, accettando senza battere ciglio le politiche di tagli sociali e del personale. Ciò disperde tutta una generazione ribelle, una comunità ribelle ereditata dalla tappa precedente, rompe la sua coscienza. La classe operaia è gettata fuori dalle fabbriche, ci sono delle riconversioni industriali ed una terziarizzazione dell'economia (cambiamento del modello economico), e la dislocazione di imprese alla ricerca di una mano d'opera a buon mercato e schiava (…) La tecnologia gioca un ruolo fondamentale, c'è una rivoluzione tecnologica che fa si che molti operai sono obbligati a fare degli stage di formazione. La tecnologia favorisce la mondializzazione dell'economia e l'automatizzazione. Tuttavia, queste nuove condizioni permettono di aumentare il benessere di una minoranza di lavoratori. Appaiono quadri tecnici, operai-proprietari, piccoli imprenditori, ecc. (...) L'epoca attuale è unica e non ci sarà ritorno indietro nel sistema produttivo, non si ritornerà a "l'identità fabbrica".
Un nuovo modello économico?
Durante tutta la sua storia il capitalismo ha vissuto numerosi cambiamenti tecnologici, organizzativi, sociologici... Il capitalismo è un metodo di produzione dinamico, costretto a cambiare continuamente la sua organizzazione, i metodi e i mezzi di produzione... Il Manifesto comunista riconosce che "La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti".
Ma questo dinamismo significa un cambiamento di natura del capitalismo, una modifica delle basi stesse di questo sistema di sfruttamento?
Il capitalismo è passato per numerose tappe: manifattura, meccanizzazione, grande industria, capitale monopolista, imperialismo, capitalismo di Stato. Il regime di proprietà capitalista si è modificato costantemente (mercanti, proprietà individuale dei padroni dell'industrie; proprietà collettiva attraverso società per azioni; proprietà totalmente statale - come nei sedicenti paesi "socialisti" - o mista ; proprietà multinazionale...); le tecnologie hanno vissuto cambiamenti spettacolari (meccanizzazione, ferrovie, barche a vapore, aviazione, telecomunicazioni, informatica, energia petrolifera o nucleare ecc.); l'organizzazione del lavoro è passata attraverso stadi differenti (estensivo, intensivo, organizzazione scientifica del lavoro e taylorisme, industrie giganti, decentramento, dislocazioni, subappalto, ecc.); il regime di lavoro prende parecchie forme (lavoro a domicilio, lavoro delle donne e dei bambini, lavoro a durata indeterminata, funzionari, lavoro forzato, giornaliero, precario, lavoro a cottimo, occasionale, ecc.). Tuttavia, un filo conduttore attraversa come un legame inalterabile questa molteplicità sempre mutabile:
1) L'espropriazione dei produttori, tale da separare i contadini e gli artigiani dai loro mezzi di produzione e di vita, farli diventare operai ed obbligati a passare sotto le forche caudine del lavoro salariato per provvedere ai loro bisogni;
2) Lo sfruttamento della forza lavoro dell'operaio il cui stipendio tende a coprire la sua riproduzione individuale e quella della sua famiglia, producendo un plusvalore che serve all'accumulazione del capitale;
3) L'accumulazione del capitale. Lo scopo della produzione non è tanto soddisfare i bisogni di consumo della classe dominante ma il reinvestimento del plusvalore che produce nuovo capitale.
Quando Piti rievoca la mondializzazione come un grande cambiamento fondamentale che si produce lungo tutto gli anni 80, bisogna dirgli che ha appena scoperto qualche cosa che ha avuto luogo più di un secolo fa : "Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolita alla produzione e al consumo di tutti i paesi. (…) Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All’antica autosufficienza ed all’antico isolamento locali e nazionali, subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L’unilateralità e la ristrettezza nazionali diventano sempre più impossibili e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale. Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà persino le nazioni, anche le più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con la quale essa spiana tutte le muraglie cinesi, con la quale costringe alla capitolazione la più tenace xenofobia dei barbari. Costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia, se non vogliono andare in rovina, le costringe ad introdurre in casa loro la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola: essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza". Questo passo non è tratto da un testo pro- o anti-mondialista accanito, ma dal Manifesto comunista, scritto nel 1848!
Rivoluzione tecnologica? Sicuramente le telecomunicazioni si sono sviluppate come anche l'informatica e le reti telematiche; si parla di biotecnologia e di cellule staminali; è vero che larghe estensioni di terre agricole cadono sotto il fascino di una speculazione immobiliare che fa spuntare grattacieli imponenti, case intelligenti e filari e filari infiniti di case… vuote. Ma questi cambiamenti "affascinanti" non rappresentano un vero sviluppo; somigliano piuttosto agli ultimi sussulti di una società malata. Peraltro, nessuno di questi cambiamenti può paragonarsi alle trasformazioni radicali che si sono prodotte nella fase ascendente del capitalismo: "Durante il suo dominio di classe appena secolare la borghesia ha creato forze produttive in massa molto maggiore più colossali che non avessero mai fatto tutte insieme le altre generazioni del passato. Il soggiogamento delle forze naturali, le macchine, l'applicazione della chimica all'industria ed all'agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i telegrafi elettrici, il dissodamento d’interi continenti, la navigabilità dei fiumi, popolazioni intere sorte quasi per incanto dal suolo - quale dei secoli antecedenti immaginava che nel grembo del lavoro sociale stessero sopite tali forze produttive?" (Manifesto Comunista).
Il modo di produzione capitalista non si definisce essenzialmente per le tecnologie, le forme di organizzazione dell'impresa o del lavoro... Queste possono girare come una giostra perché sono solamente l'involucro che copre un meccanismo: i rapporti di produzione fondati sul lavoro salariato e l'estrazione di plusvalore. Questi meccanismi centrali non sono cambiati affatto. Costituiscono sempre i pilastri che tengono su tutto l'edificio. Piti che critica tanto la società dello spettacolo, è vittima dell'effetto ottico tipico del capitalismo: di fronte all'immobilismo rigido delle società precedenti, il capitalismo appare come uno spettacolo incessante di cambiamenti, che però lasciano le fondamenta intatte.
Queste forme non sono neanche determinanti per la dinamica reale del capitalismo. Questo cerca costantemente e disperatamente una massa sempre più grande di plusvalore ed un mercato sempre più grande a misura dei suoi bisogni di accumulazione. Quando il capitalismo si impadronisce del mercato mondiale all'inizio del ventesimo secolo, questa dinamica inesorabile lo fa entrare nella fase storica di decadenza e di degenerazione. Questa è la fase della società attuale, con le sue guerre senza fine, la sua barbarie, le sue crisi e le sue convulsioni economiche, il suo totalitarismo statale e la sua decomposizione ideologica e morale. Questi cambiamenti di cui tanto si parla (tecnologia, finanze, servizi) sono superficiali, ma ci si dimentica totalmente questo "cambiamento" estremamente significativo e determinante per la vita quotidiana delle enormi masse umane. Il cambiamento tra il periodo ascendente del capitalismo e la sua fase di decadenza, che si è sviluppata lungo tutto il 20° secolo, ci permette di comprendere la terribile sofferenza, il profondo sconforto che le migliaia di esseri umani subiscono, ci aiuta a capire la realtà di una società in agonia, ci dà la forza e la coscienza per lottare verso la costruzione di una nuova società. Al contrario, l'altra visione ci acceca con una "modernità" ed un "progresso" che nascondono il terribile inferno in cui vive la maggior parte dell'umanità.
Acción Proletaria (16 mai 2005)
1. Acción Proletaria nº 181 "Parlano di autonomia operaia per far passare meglio il loro messaggio sulla fine del proletariato" (articolo in spagnolo).
2. Piti è uno dei compagni che è intervenuto in questo Forum per difendere una posizione che definisce come "neo-situationnista".
Dopo il volantino che abbiamo pubblicato l’8 novembre scorso (1) sul nostro sito web (www.internationalism.org [53]), l’articolo che segue insiste sulla trappola costituita dagli scontri avvenuti nelle periferie francesi per la classe operaia di tutto il mondo. Questa insistenza non è affatto superflua visto che dobbiamo purtroppo segnalare come molti compagni siano rimasti affascinati dalle fiamme dei roghi e dall’uso della violenza, quasi fossero questi degli obiettivi in sé della lotta. Peggio ancora quando si pensi che questo stesso fascino viene esercitato su organizzazioni che pretendono di essere l’“avanguardia” del proletariato, come nel caso di Battaglia Comunista o della formazione bordighista n+1. E’ anche per questo che in questo numero abbiamo voluto inserire, assieme ad un’ulteriore denuncia del modo in cui la borghesia sfrutta questi scontri per dividere la classe operaia, un editoriale sulle vere lotte che avvengono nel mondo (e che spesso non sono note per il black-out dei media) e ancora l’articolo sulla Polonia ’80, che rievoca le principali lezioni tratte da una delle lotte più significative della fase di ripresa proletaria dopo la fine degli anni ’60. Per finire vogliamo ricordare la pubblicazione di un altro articolo pubblicato sul nostro sito web (2) che non ha trovato posto in questo giornale. Si tratta di un articolo che racconta e denuncia la carneficina di immigrati marocchini alla frontiera spagnola operata dalla polizia del governo Zapatero. A riprova del fatto che per gli immigrati non c’è regime democratico che tenga, di destra o di sinistra che sia. Ma anche a dimostrare che la sorte degli immigrati è un calvario continuo, da quando cercano di entrare nei paesi “ricchi” (vedi la carneficina di immigrati marocchini, ma anche quella dei vari profughi affogati nelle acque del Tirreno e dello Ionio) fino alla loro vita quotidiana fatta di stenti, miseria e ricatti una volta raggiunto il suolo del paese ospite. Ma se le miserie degli immigrati non sono diverse da quelle di tutta la classe operaia, perché questi possano avere una prospettiva che non sia la disperazione, occorre che facciano riferimento all’unica classe che ha come prospettiva una società diversa, il comunismo. Che facciano riferimento alla lotta del proletariato.
Per tre settimane consecutive gli scontri nelle periferie francesi sono stati al centro dell’attualità. Migliaia di giovani, provenienti in gran parte dagli strati più poveri della popolazione, hanno gridato la loro collera e la loro disperazione a colpi di Molotov e di sassi (vedi il volantino pubblicato sul nostro sito internet dal titolo: “Di fronte alla disperazione, solo la lotta di classe porta all’avvenire”).
Le prime vittime di queste distruzioni sono gli operai. Sono infatti le loro vetture che sono state incendiate. Sono i loro luoghi di lavoro che sono stati chiusi, ponendo diverse centinaia di questi in cassa integrazione. Un operaio intervistato per il telegiornale delle 20 ha magistralmente riassunto la perfetta assurdità di questi atti in questi termini: “Questa mattina ho trovato sul parabrezza della mia vettura bruciata questo manifesto. C’è scritto sopra ‘Sarkozy, fottiti’. Ma non è Sarkozy che si è fottuto, ma io!”
Anche se l’esplosione di collera dei giovani delle periferie è del tutto legittima, la situazione sociale che questa ha creato rappresenta un pericolo reale per la classe operaia. Come reagire? Bisogna schierarsi a favore dei moti o per lo Stato “repubblicano”? Per la classe operaia questa è una falsa alternativa in quanto sono entrambe delle trappole da evitare. La prima alternativa consiste nel vedere, attraverso la rivolta disperata di questi giovani, un esempio di lotta da seguire. Ma il proletariato non può incamminarsi su questo cammino di auto-distruzione. D’altra parte anche la “soluzione” gridata alta e forte dappertutto dalla borghesia è essa stessa une impasse.
Profittando della paura suscitata da questi avvenimenti, la classe dominante, con il suo governo, il suo Stato e il suo apparato repressivo, si presenta oggi come il garante della sicurezza delle popolazioni e in particolare dei quartieri operai. Ma dietro i suoi bei discorsi che vorrebbero apparire “rassicuranti”, il messaggio che essa cerca di far passare è carico di minacce per la classe operaia: “Lottare contro l’ordine repubblicano, cioè lo Stato capitalista, significa comportarsi da mascalzoni, da gentaglia”.
La borghesia utilizza la paura per rafforzare il suo arsenale repressivo…
Incapace di risolvere il problema di fondo – quello della crisi economica - la borghesia preferisce naturalmente nasconderlo e sfruttare a proprio profitto il lato spettacolare dei moti: le distruzioni e le violenze… E, su questo piano, possiamo dire che i giornalisti hanno saputo fare del loro meglio per alimentare questa campagna della paura.
Sono andati a cercare l’informazione nel cuore delle città, pubblicando centinaia di immagini di vetture in fiamme o bruciate, moltiplicando le testimonianze delle vittime, realizzando delle inchieste sull’odio di questi giovani per tutta la società.
Non si contano i reportage che mostrano queste bande di giovani in azione durante la notte, con il casco in testa ricoperto a sua volta di un cappuccio che maschera il viso.
E ancora abbiamo potuto vedere in primo piano i lanci di bottiglie Molotov e di sassi, gli scontri con le forze dell’ordine e, tra l’altro, l’intervista di uno dei partecipanti agli scontri che sfogava in diretta la sua collera: “Esistiamo, e la prova sono le macchine che bruciano” (Le Monde del 6 novembre) e ancora “finalmente si parla di noi”.
La borghesia ha sfruttato a meraviglia la violenza disperata dei giovani delle periferie per creare un clima di terrore. Per essa questa è un’occasione ideale per giustificare il rafforzamento del suo arsenale repressivo. La polizia può in effetti concedersi il lusso di apparire come la protettrice degli operai, il garante del loro benessere e della loro sicurezza. Il dibattito tra il partito socialista e l’UMP su questo punto ha dato il “la”. Per la destra, la soluzione evidentemente è quella di dare più mezzi alle forze dell’ordine rafforzando le unità di intervento tipo CRS. Per la sinistra la soluzione è la stessa, ma con un diverso approccio. Il PS ha proposto il ritorno della polizia di zona: altrimenti detto, più poliziotti nei quartieri! E’ proprio per questo che questi due grandi partiti borghesi si sono pronunciati a favore dello Stato d’emergenza.
Tutte queste misure di rafforzamento dell’apparato repressivo non potranno mettere fine alle violenze nelle periferie. Al contrario, se esse possono essere efficaci nell’immediato e per qualche tempo, esse prima o poi finiranno per alimentare la tensione e l’odio di questi giovani nei confronti delle forze dell’ordine. Gli uomini politici lo sanno molto bene. In realtà, ciò a cui mira la borghesia con il rafforzamento del controllo poliziesco dei quartieri “sensibili” non sono le bande di adolescenti inoperose ma la classe operaia. Facendo credere che lo Stato repubblicano voglia proteggere i proletari contro gli atti di vandalismo dei loro figli o quelli dei loro vicini, la borghesia si prepara di fatto alla repressione delle lotte operaie quando queste costituiranno una vera minaccia per l’ordine capitalista. La proclamazione dello Stato d’emergenza, per esempio, ha l’obiettivo di abituare la società, a banalizzare il controllo permanente, la presenza continua della polizia e le perquisizioni legali nei quartieri operai.
…e per dividere la classe operaia
La dimensione più ripugnante della propaganda attuale è quella che consiste nel designare gli immigrati come dei capri espiatori.
Per il fatto che i partecipanti alle sommosse sono in parte figli di immigrati, gli operai immigrati sono stati insidiosamente accusati di minacciare “l’ordine pubblico” e la sicurezza delle popolazioni perché incapaci di badare ai loro figli, di dare loro una “buona educazione” trasmettendo loro dei valori morali. Sono questi genitori “irresponsabili” o “dimissionari” che sono stati indicati come i veri colpevoli. E la palma del razzismo spetta sicuramente al ministro del lavoro, Gérard Larcher, per il quale la poligamia sarebbe “una delle cause delle violenze urbane” (Libération del 17 novembre)!
Ma le stesse forze di sinistra hanno apportato il loro piccolo contributo all’operazione, mettendo avanti, con l’ipocrita copertura di un discorso umanitario, le pretese difficoltà della società francese ad integrare popolazioni di “diversi orizzonti culturali” (per riprendere la loro terminologia). I due più grandi sociologi attuali sulla questione delle periferie, Didier Lapeyronie e Laurent Mucchilie, che si collocano dal punto di vista politico nell’ambito della sinistra radicale, insistono infatti sul fatto che, agli occhi dei giovani provenienti dall’immigrazione, “la promozione a scuola è riservata ai ‘bianchi’, i servizi pubblici non sono più per niente dei vettori di integrazione […] e il motto della Repubblica […] è percepito come la maschera di una società di ‘bianchi’.”(Libération del 15 novembre). I proletari immigrati avrebbero dunque un problema specifico che non avrebbe niente a che vedere con il resto della classe operaia.
Indicando i lavoratori immigrati come i veri responsabili delle violenze urbane, la borghesia cerca così di montare gli operai gli uni contro gli altri, di creare una divisione tra francesi e immigrati. Essa sfrutta la rivolta cieca dei giovani delle periferie allo scopo di mascherare la realtà: la pauperizzazione crescente dell’insieme della classe operaia, quale che sia la sua nazionalità, le sue origini o il suo colore. Il problema della miseria, della disoccupazione, dell’assenza di prospettive non sarebbe la conseguenza dell’insormontabile crisi economica del capitalismo, ma si limiterebbe a un problema “di integrazione” o di “cultura”! Demonizzando così i genitori dei giovani partecipanti agli scontri, la classe dominante trova una giustificazione per attaccare i “fautori dei disordini” di oggi ma che, in realtà, servono per attaccare domani tutta la classe operaia. E’ per esempio il caso della soppressione dei sussidi per le famiglie dei “delinquenti”. E che dire delle misure di espulsione immediata degli stranieri presi durante i moti? Il ministro dell’Interno, Nicolas Sarkozy, ha chiesto ai prefetti di espellere “senza esitare dal nostro territorio nazionale” gli stranieri condannati nel quadro delle violenze urbane delle tredici ultime notti, “compresi quelli che hanno un permesso di soggiorno” (Libération del 9 novembre). Ma la classe operaia non deve farsi illusioni. Questa misura non rimarrà una eccezione riservata ai soli “piccoli mascalzoni”. Queste espulsioni territoriali per ‘disturbo dell’ordine pubblico’, lo Stato repubblicano non esiterà a utilizzarle in futuro contro l’insieme della classe operaia quando questa svilupperà le sue lotte: per fare fallire uno sciopero e la sua unità obbligando gli operai che “hanno un permesso di soggiorno” a riprendere il lavoro sotto il ricatto di essere “ricondotti alle frontiere”.
Pawel (17 novembre)
1. Tumulti nelle periferie francesi: di fronte alla disperazione, solo la lotta di classe porta all’avvenire.
2. Crisi dell’emigrazione alla frontiera Spagna-Marocco: l’ipocrisia della borghesia democratica.
Gli scontri che sono scoppiati in Francia tra la fine di ottobre e per tutta una buona metà del mese di novembre scorso sono stati senza dubbio, indipendentemente dal giudizio che si possa dare su di loro, un evento di primo piano sullo scenario mondiale. La nostra organizzazione ha già preso posizione tramite un volantino del 9/11/2005 e un articolo del 17/11[1] [55] mettendo in evidenza come: “gli atti di violenza ed i saccheggi che vengono commessi, notte dopo notte, nei quartieri poveri, non hanno niente a che vedere, né da vicino né da lontano con una lotta della classe operaia.” O ancora che: “quello che sta avvenendo in questo momento in Francia non ha niente a che vedere con la violenza proletaria contro la classe sfruttatrice: le principali vittime delle violenze attuali sono gli operai. E, al di là di quelli che subiscono direttamente le conseguenze dei danni provocati, è l’insieme della classe operaia del paese che è toccata: la campagna mediatica intorno agli avvenimenti attuali maschera di fatto tutti gli attacchi che la borghesia scatena in questo momento anche contro i proletari, così come le lotte che questi cercano di condurre per farvi fronte.”
Naturalmente, vista l’importanza che tali avvenimenti rivestono, sicuramente ci saranno ulteriori riflessioni da parte nostra, anche in riferimento critico a quelle di altre formazioni politiche o rispetto a discussioni presenti tra elementi in ricerca. Se oggi torniamo su questo tema a breve distanza dalla pubblicazione dell’ultima presa di posizione è per reagire all’atteggiamento politico assunto dal BIPR[2] [56] su questo problema, atteggiamento che noi consideriamo sbagliato e molto pericoloso. Per chiarire quello che vogliamo dire ripercorriamo, in senso temporale, l’evoluzione delle prese di posizione del BIPR. Giusto un giorno dopo di noi, il BIPR pubblica una sua presa di posizione in lingua inglese sui moti in Francia che, in generale, è molto somigliante nei contenuti al nostro volantino, anche negli esempi che fa. Riportiamo qui di seguito i passaggi più significativi:
“Questi avvenimenti hanno la loro origine nella povertà e nell’umiliazione quotidiana che questi giovani provano. La maggior parte di loro sono stati espulsi dal sistema scolastico così come dal mondo del lavoro. Essi non hanno futuro se non quello di continuare a vegetare nei ghetti che sono divenuti queste periferie. E’ la crisi del capitalismo che, con il suo approfondirsi, sviluppa queste esplosioni di collera e di violenza. Ma queste rivolte non hanno alcuna prospettiva per la classe operaia. La gran parte di questi giovani non ha mai avuto a che fare con il mondo del lavoro. Essi hanno solo un istinto di classe piuttosto debole e in ogni caso molto confuso. La loro rivolta non ha niente in comune con quelle che abbiamo visto, ad esempio, in Argentina alla fine del 2001 dove i lavoratori affamati si sono organizzati per assalire e svuotare dei supermercati. Niente in comune con i più recenti episodi a New Orleans dove il proletariato bloccato dall’esercito in una città devastata è stato costretto a saccheggiare per sopravvivere. I rivoltosi in Francia distruggono i veicoli dei loro vicini proletari, danno fuoco alle scuole frequentate dai loro fratelli e sorelle, bruciano i supermercati locali, ecc. Queste rivolte, che sono un’espressione della difficoltà che i proletari vivono nelle grandi metropoli capitaliste, non hanno attualmente alcun contenuto politico di classe. (…) Questi movimenti esprimono anche tristemente una mancanza di prospettiva di classe. Essi sottolineano ancora più fortemente la reale necessità che i rivoluzionari contribuiscano alla ricreazione delle condizioni perché la lotta, dal livello delle rivendicazioni immediate, raggiunga un livello politico. In breve, esse mostrano la necessità indispensabile del partito rivoluzionario; un partito che sia veramente comunista, internazionale e internazionalista. Queste rivolte causate dalla disperazione possono solo andare avanti attraverso lo sviluppo di reali lotte di classe, sotto la guida politica del partito rivoluzionario.”
E’ perciò che siamo rimasti piuttosto sorpresi dalla critica fatta di sfuggita dai compagni di Battaglia Comunista[3] [57] alla CCI per il fatto che questa avrebbe espresso una posizione piuttosto “pessimista”, laddove viceversa a noi risultava che le posizioni fossero quasi sovrapponibili. Ma la sorpresa è aumentata quando abbiamo letto, sul forum di Battaglia[4] [58], la presa di posizione di un suo militante in completa contraddizione con quella del BIPR. Ecco quello che dice il compagno, il 7 novembre scorso, in risposta a dei frequentatori del forum più moderati nei confronti degli avvenimenti francesi:
“Sicuramente però siamo dinnanzi ad un fatto epocale, una vera e propria rivolta degli ultimi, del proletariato giovanile emarginato e, dopo decenni di attacchi da parte del capitale. Che84[5] [59], non prendere distanze da questi giovani che hanno riportato il proletariato in maniera spontanea e istintiva negli scontri di strada come forse non succedeva dall’ottocento. Non ti fare abbabbiare dalla propaganda borghese. Questi non sono terroristi. Questa è la nostra classe che sta reagendo alle sue spaventose condizioni di esistenza e lo fa con gli strumenti che ha a disposizione... benzina, bande giovanili, scontri notturni. Sono disperati. Siamo in ritardo ma dobbiamo porci il problema di come incanalare questo potenziale profondamente anticapitalista all’interno di una progettualità rivoluzionaria”. (intervento del 7 novembre 2005).
Abbiamo atteso che Battaglia correggesse questo intervento attraverso la pubblicazione della presa di posizione del BIPR citata prima. Ma questo testo, pubblicato in inglese adesso anche su Revolutionary Perspectives - organo della CWO - e sulle pagine web in lingua francese del BIPR, non è mai apparso in lingua italiana. Invece a sorpresa (nostra) e dopo parecchi giorni è comparso, il 18/11/2005, un comunicato del solo PCInt (Battaglia) dove scompaiono i toni più decisi della presa di posizione del BIPR anche se non si trovano le tesi più sbilanciate espresse sul forum:
“Siamo di fronte ad episodi di rivolta, a forme di una ribellione purtroppo cieca e indiscriminata, in qualche caso anche organizzata in “bande”. (…) Chiaramente non si può (…) ridurre il tutto ad un movimento di “teppaglie” o di “delinquenti comuni” che fanno della violenza l’unico fine.”
Abbiamo dovuto attendere ancora del tempo perché Battaglia superasse finalmente gli ultimi indugi e finisse per sposare la tesi inizialmente difesa sul forum attraverso un articolo[6] [60] che resterà nella storia per le assurdità che vi sono riprodotte. Per il momento basterà riportare quanto segue:
“La crisi del capitalismo e le risposte date dalla borghesia in questi ultimi decenni hanno prodotto un cambiamento significativo nella composizione del proletariato. Cogliere tutti gli aspetti di questa diversa composizione significa evitare di commettere gravissimi errori politici, tali da non comprendere fino in fondo le ragioni e le modalità con le quali si è espressa la rivolta parigina. E’ metodologicamente sbagliato definire i giovani protagonisti della rivolta come dei sottoproletari che, in quanto tali, non meritano l’attenzione delle avanguardie rivoluzionarie (…) La rivolta della periferia parigina è l’espressione del conflitto sociale di un settore del proletariato che in questi ultimi anni è cresciuto enormemente soprattutto tra le nuove generazioni. (…) Sottoproletario è colui che si rifiuta di entrare nel mondo del lavoro pur avendo la possibilità di entrarvi, non colui che subisce una scelta imposta dal capitale. Per Marx, vagabondi, prostitute, delinquenti (…) Al contrario i giovani parigini che si rivoltano e bruciano le macchine fanno tutto ciò in quanto esclusi dal mondo del lavoro e pertanto reclamano di entrare a farvi parte. Il cambiamento nella composizione del proletariato si riflette inevitabilmente nelle modalità in cui si manifesta lo scontro di classe. Chi si aspetta che il conflitto sociale debba avvenire sempre e solo negli stessi termini di trenta o cinquanta anni fa non ha compreso fino in fondo le modificazioni intervenute all’interno del proletariato. (…) Lo schema classico in base al quale lo scontro sociale parte da una base economico-sindacale per crescere sul piano politico, per le nuove generazioni di proletari precari ed esclusi dal mondo del lavoro non è più del tutto vero, poiché il conflitto sociale si manifesta potenzialmente su un terreno immediatamente politico, ma affinché ciò accada, e l’esperienza francese sta lì proprio a rimarcarlo, occorre la presenza del partito rivoluzionario.”
Ciò detto, vogliamo fare alcune osservazioni. Anzitutto, quando Battaglia dice che sarebbe sbagliato definire “i giovani protagonisti della rivolta come dei sottoproletari”, precisando che “sottoproletario è colui che si rifiuta di entrare nel mondo del lavoro pur avendo la possibilità di entrarvi, non colui che subisce una scelta imposta dal capitale”, di fatto tende a identificare il sottoproletariato con la sua parte peggiore, quella che Marx definiva dispregiativamente lumpen-proletariat (il proletariato degli stracci): un settore che rifiuta di entrare nel mondo del lavoro e che vive di piccoli furti, di piccoli rackets o di piccoli traffici illeciti: droga, contrabbando, prostituzione, ecc. Ma questo significherebbe marchiare negativamente quei settori sociali particolarmente sviluppati nei paesi del terzo mondo che costituiscono la massa di « senza riserve », composta di elementi senza lavoro salariato regolare e che vivono di espedienti facendo piccoli lavori alla giornata e che ottengono delle miserabili entrate vendendo per strada cibo per poveri e piccoli oggetti senza gran valore. In secondo luogo va detto che quella di BC è una maniera sbagliata di porre il problema. I rivoluzionari attribuiscono una grandissima attenzione ad ogni forma di rivolta sociale, qualunque ne siano i protagonisti o le prospettive. Allo stesso modo il proletariato, e noi al suo interno, non siamo «indifferenti» alle condizioni di vita abominevoli (fame, oppressione, repressione, ecc.) di cui sono vittime dei settori considerevoli della società non appartenenti al proletariato. Ma accordare un’attenzione non vuole dire considerare tutte queste manifestazioni di violenza sociale come lotte del proletariato o che queste manifestazioni abbiano una qualunque potenzialità di mettere in discussione lo sfruttamento capitalista. In realtà, questa maniera di porre il problema da parte di BC è una maniera di evitare i veri problemi. D’altra parte il problema non è tanto sociologico, ma riguarda piuttosto le modalità della lotta. Anche se i partecipanti agli scontri fossero stati tutti proletari doc – e non lo sono - questo non avrebbe spostato il giudizio su queste lotte di un’acca perché è il loro contenuto cieco, privo di ogni prospettiva, l’avanzare sotto la spinta della rabbia contro tutto e non di un proposito di lottare per qualcosa, che fa la differenza.
Battaglia, assieme alle altre componenti del BIPR, insiste molto sulla necessità della costruzione del partito. Anche la CCI considera che il partito è un organo indispensabile per la classe (altrimenti, la CCI non consacrerebbe tanti sforzi alla questione dell’organizzazione nelle sue discussioni e negli articoli della sua stampa). Tuttavia, vi è una tendenza nel BIPR (che ritroviamo anche nelle formazioni bordighiste) a fare della necessità del partito LA QUESTIONE n°1 (quando non si tratta della SOLA QUESTIONE) quando si tratta di tirare le lezioni di una qualunque situazione con la quale sia confrontata la classe operaia. Per quanto ci riguarda su questa questione noi ci ispiriamo molto più agli scritti di Marx o di Lenin i quali non ritenevano necessario concludere ognuno dei loro articoli con «occorre il Partito» o con la frase «se il Partito fosse stato presente, le cose sarebbero andate in maniera diversa».
Ed è appunto a proposito di questa ultima maniera di porre il problema a proposito dei moti in Francia che noi non siamo per niente d’accordo con BC. In effetti BC dice che la presenza del partito all’interno di questi movimenti avrebbe potuto imprimergli una dinamica diversa. In realtà, il partito non è un omino con il flauto magico che si porta dietro dei sorci senza anima, ma l’avanguardia che agisce all’interno della classe e che ha una efficacia nel suo intervento maggiore o minore in funzione della diversa maturità con cui si presenta il movimento della classe. Ora, i rivoltosi francesi, per bocca dello stesso BIPR, avevano una consapevolezza pressoché nulla di quello che facevano[7] [61], per cui strombazzare che il partito risolve tutto è un modo per tranquillizzare la propria coscienza e basta.[8] [62] Ma tant’è, visto tanto parlare di partito, ci chiediamo allora cosa avrebbero percepito i rivoltosi francesi da questo PCInt se fosse stato presente in Francia, come avrebbero interpretato questi messaggi contraddittori l’uno rispetto all’altro. E, per non andare troppo lontano, gli stessi frequentatori del forum di Battaglia lo sanno che la stessa organizzazione (il BIPR) in Italia prende una posizione e in Gran Bretagna o in Francia ne prende un’altra[9] [63]? Alla fine vogliamo porre una domanda esplicita a Battaglia e al BIPR: secondo voi qual è il messaggio da dare agli elementi influenzati dai moti in Francia, tentati dagli scontri di piazza. Che dire: andate e partecipate all’incendio e alla distruzione di tutto quello che trovate in giro, oppure andate e portate le parole d’ordine rivoluzionarie, o cos’altro ancora? E agli stessi lavoratori italiani o inglesi o francesi cosa diciamo: prendete la benzina e andate a bruciare le scuole e le macchine o cosa altro? E sì perché, mentre dalla presa di posizione del BIPR (ma che sembra difesa realmente solo dalla CWO e dalla sezione francese), “queste rivolte non hanno alcuna prospettiva per la classe operaia” o ancora “non hanno attualmente alcun contenuto politico di classe”, da quello che dice Battaglia nel suo forum o nella sua presa di posizione “italiana”, “Siamo dinnanzi ad un fatto epocale. (…) Questa è la nostra classe che sta reagendo alle sue spaventose condizioni di esistenza e lo fa con gli strumenti che ha a disposizione... benzina, bande giovanili, scontri notturni.”; “La rivolta della periferia parigina è l’espressione del conflitto sociale di un settore del proletariato che in questi ultimi anni è cresciuto enormemente”.[10] [64] Naturalmente torneremo presto sull’argomento perché queste contraddizioni all’interno del BIPR, se mostrano nell’immediato la completa incapacità di questa formazione a costituire un chiaro e coerente punto di riferimento rivoluzionario (figuriamoci di partito!!) all’interno di una qualunque situazione sociale, nascondono ancora ulteriori pesanti scivoloni sul piano programmatico, segnatamente sulla questione della natura della classe e della lotta di classe, che esprimono una pericolosissima deriva che può portare Battaglia ad abbandonare progressivamente il marxismo. Ma di questo ci occuperemo prossimamente.
4 dicembre 2005
Ezechiele
[1] [65] Si tratta dei testi: “Tumulti nelle periferie francesi: di fronte alla disperazione, solo la lotta di classe porta all’avvenire”, pubblicato sul nostro sito web, e di “Francia: la borghesia utilizza gli scontri nelle periferie contro la classe operaia”, pubblicato, oltre che sul web, sul n° 143 del nostro giornale.
[2] [66] BIPR: Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario, organizzazione internazionale che raggruppa Battaglia Comunista in Italia, la Communist Workers Organisation in Gran Bretagna, Bilan et Perspectives in Francia, Internationalist Notes nell’America del nord e Circulo Comunista Internacionalista in America del sud.
[3] [67] In occasione di una loro riunione pubblica a Napoli.
[4] [68] Al forum si può accedere tramite il sito di Battaglia che è: www.internazionalisti.org [69]
[5] [70] Che 84 è lo pseudomino che si è dato uno dei compagni che frequenta il forum di Battaglia Comunista.
[6] [71] “Sulla rivolta parigina”, testo pubblicato sul sito di BC il 25/11/05.
[7] [72] “Violenza che è sembrata fine a se stessa, non avendo il movimento dei rivoltosi dichiarato alcun obiettivo da raggiungere né di tipo economico né tanto meno di tipo politico. Una sommossa proletaria, nella sua componente sociologica, che si è espressa con le caratteristiche tipiche delle rivolte sottoproletarie. Che la rivolta assumesse queste caratteristiche è la logica conseguenza del totale disarmo ideologico subito dal proletariato in questi decenni. Un disarmo così profondo tale da non far percepire ai diversi settori del proletariato la coscienza di appartenere ad un’unica classe sociale” (BC, Sulla rivolta parigina).
[8] [73] Per tutto il Medio Evo, gli alchimisti hanno cercato invano la «Pietra filosofale » che avrebbe permesso loro di trasformare il piombo in oro. E’ solo quando la borghesia ha stabilito il suo dominio sulla società e il capitalismo ha trionfato sugli altri modi di produzione che la chimica (come le altre scienze naturali) è divenuta una disciplina razionale e non più mistica. La scienza è stata allora capace di compiere dei prodigi ben superiori a quelli che prevedevano gli alchimisti. Ma essa ha rinunciato a voler trasformare il piombo in oro. Evidentemente BC (con i vari epigoni della Sinistra italiana) non ha tirato ancora questa lezione della storia. Chiusa nel suo misticismo, essa confonde chimica con alchimia e sogna ancora la Pietra filosofale, il PARTITO, che potrebbe trasformare il piombo in oro.
[9] [74] Per quanto riguarda le altre sedicenti sezioni del BIPR, quella nord-americana e quella sud-americana, sembra che la cosa non riguardi loro visto che sul sito non è comparsa la minima ombra di posizione sugli avvenimenti francesi.
[10] [75] Noi non svilupperemo qui una questione molto semplice che BC non pone ma che vale la pena d’essere posta (come l’ha fatto la CCI nelle sue prese di posizione), ovvero quale sia il settore della società che ha tirato i maggiori vantaggi dai moti ciechi di ottobre-novembre in Francia. La risposta è altrettanto semplice: non è certamente la classe operaia, la quale deve fare i conti con:
a) una distrazione rispetto alle sue lotte;
b) il rafforzamento delle misure contro gli operai immigrati e un’intensificazione delle campagne xenofobe (con il suo corrispondente “di sinistra” e “democratico” sui “diritti degli immigrati”, la necessità di avere più lavoratori “sociali”, sulla denuncia del “liberalismo”, che hanno tutti per obiettivo quello di fare appello a un “buon capitalismo”);
c) un rafforzamento della repressione e delle campagne sull’ordine pubblico (in seguito ai moti, la borghesia ha fatto accettare senza difficoltà l’applicazione dello stato d’emergenza: domani, sarà molto più facile fare appello a una tale misura di fronte a delle vere lotte operaie.
Le vere lotte su un terreno di classe, anche quando vengono sconfitte, possono costituire una esperienza produttiva (anche per i proletari che non vi hanno partecipato direttamente) in termini di solidarietà, di rafforzamento della fiducia in sé, della comprensione delle trappole tese dalla borghesia e delle manovre sindacali. Invece, niente di tutto ciò dagli ultimi moti. D’altra parte è proprio per questo che il black-out che normalmente accompagna le lotte operaie importanti nella stampa internazionale ha lasciato il posto ad un vero scatenamento mediatico sulle sommosse e sugli incendi.
Sono ormai più di due anni che l’esercito americano ha preso il controllo dell’Iraq. E sono ugualmente più di due anni che il caos si sviluppa implacabilmente su tutto il paese. Circa 120.000 morti nella popolazione, 2000 soldati americani uccisi e 18.000 feriti, senza contare le distruzioni di abitazioni o di edifici pubblici: l’Iraq conosce una delle peggiori situazioni della sua storia, dopo la II Guerra mondiale e la guerra contro l’Iran. Ma, oltre alle devastazioni che si abbattono sugli Iracheni, questa guerra ha per effetto di attizzare ulteriormente le tensioni imperialiste di piccoli e grandi paesi, ed è l’insieme del Medio e vicino Oriente che è entrato irrimediabilmente in un periodo di instabilità più esplosiva che mai. Il triplo attentato di Amman in Giordania, che era stata finora risparmiata, ha segnato in maniera chiara la dinamica attuale di estensione di questa instabilità.
L’intervento americano ha così aperto la via ad una fase di accelerazione verso la barbarie militare, verso l’aggravarsi di tutti i conflitti aperti o latenti in una regione da sempre piena di pericoli.
La situazione dell’Iraq è quella di un paese devastato, in pieno marasma economico e sociale e in una situazione da vigilia di guerra civile. Il “nuovo Iraq” “prospero” e “democratico” annunciato dall’amministrazione Bush, è una rovina. La guerriglia permanente contro le forze di occupazione e la continuazione dei molteplici attentati perpetrati ignobilmente contro i civili iracheni, rendono completamente illusoria ogni idea di ricostruzione. Inoltre le divisioni tra cricche sunnite, sciite e curde, che prendono in ostaggio popolazioni provate e scombussolate, si sono violentemente acuite. E’ questo che si può prevedere per lo stato iracheno, attraversato come è dalle peggiori lacerazioni. Al nord, i Sunniti e i vecchi baasisti, sostenuti attivamente dalla Siria, fanno una continua pressione sui Curdi attraverso assassini allo scopo di cacciarli verso i confini della Turchia e dell’Iran. A Bagdad e al sud predominano invece le lotte tra frazioni sciite e sunnite. Omicidi, attentati e minacce sono il destino quotidiano delle relazioni tra queste due frazioni che si straziano reciprocamente per il controllo del potere.
Una tale situazione non poteva che aumentare gli appetiti imperialisti dell’Iran e della Siria. Quest’ultima fa già da base arretrata ai terroristi sunniti e ad altri ex-uomini di fiducia di Saddam Hussein, marcando così la sua volontà di intervenire in difesa dei suoi interessi nella mischia irachena. Un tale contesto, con la sua recente esclusione dall’altopiano del Golan, una delle sue rivendicazioni territoriali fondamentali, non ha potuto che attizzare ancora di più le sue velleità guerriere in direzione dell’Iraq.
Per quanto riguarda l’Iran, che gioca a braccio di ferro con gli Stati Uniti e i paesi europei sulla questione della costituzione di un armamento nucleare, il marasma esistente in Iraq e la posizione di forza degli Sciiti nel governo, in particolare nelle forze di sicurezza, è una vera fortuna. Esiste, sul breve periodo per lo Stato iraniano, una via aperta verso un’influenza determinante e preponderante in tutto il vicino Oriente e il rafforzamento di una posizione strategica sul Golfo Persico e le zone petrolifere. E’ questa prospettiva che lo spinge ad andare impettito di fronte alle grandi potenze; d’altra parte il ritorno in forze della frazione più retrograda e di “duri” del regime annunciano un’involuzione verso uno stato di guerra.
L’esodo delle popolazioni curde che si avviano verso il nord costituisce a sua volta un ulteriore fattore di instabilità di questa regione dell’Iraq che aveva conosciuto, nonostante la guerra, una calma relativa.
Infine, l’attentato che si è prodotto nel cuore di Amman e che tutta la borghesia internazionale si è affrettata a “denunciare”, è venuto a ricordarci che non un territorio, non una sola regione saranno risparmiati dalle forze distruttrici messe in moto in questo momento. Questo attentato-suicidio è tanto più significativo per il fatto che esso colpisce, attraverso la Giordania, gli interessi americani e fanno un legame diretto tra la questione dell’Iraq e quella del conflitto israelo-palestinese. Questo piccolo paese ha giocato in effetti un ruolo tampone determinante tra Israele e i gruppi palestinesi, l’OLP in particolare, che esso ha ospitato fino ai dirottamenti aerei dell’inizio degli anni ‘70, per conto dell’imperialismo americano. Si tratta dunque di un indefettibile alleato degli Stati Uniti e della Gran Bretagna che è attualmente sotto il fuoco dei terroristi, così come l’Arabia Saudita che subisce, a partire dall’ultima guerra in Iraq, gli attacchi ripetuti dei membri di Al Qaida.
Così, basta guardare una carta geografica per comprendere l’estensione del disastro che si sviluppa nel vicino e nel Medio Oriente.
In questa situazione occorre ancora prendere in considerazione la scalata guerriera portata avanti da Sharon che non può che portare ad un aggravamento delle tensioni con i Palestinesi e i diversi gruppi armati come Hamas, ma anche tra quest’ultimo e Al Fatah. Inoltre, la politica guerriera d’Israele, propinata sotto la maschera di un disimpegno dalla striscia di Gaza che è destinata a trasformarsi in un enorme ghetto, ha per obiettivo di controllare meglio e di attaccare il territorio della Cisgiordania, regione strategica importante per Tel-Aviv, ma anche, dietro a ciò, di dispiegare più mezzi in direzione del Libano.
In questa situazione è chiaro che l’amministrazione americana prova le più grandi difficoltà per continuare a giustificare il suo intervento e il mantenimento della sua presenza militare in Iraq. Quella della lotta contro il terrorismo ha fatto il suo tempo, nella misura in cui l’ondata di attentati non è mai rifluita, né in Iraq in presenza della prima potenza mondiale, né nel resto del pianeta. E piuttosto che l’instaurazione della “democrazia” e della “pace”, è il caos che regna sovrano. E’ per questo che l’amministrazione Bush si trova presa tra il fuoco delle critiche che subisce da parte dei suoi avversari all’interno della “comunità internazionale”, Francia e Germania in testa, e di quelle provenienti dalla stessa borghesia americana. Oltre ai democratici, sono gli stessi elettori di Bush, quelli del partito repubblicano, che cominciano a recalcitrare di fronte all’impopolarità crescente della politica guerriera americana. Il calo di popolarità di Bush negli Stati Uniti, i dibattiti che si sono aperti al Senato, a maggioranza repubblicana, sulla necessità per l’America di cominciare a ritirare le sue truppe dall’Iraq dal 2006, o ancora sulla questione della tortura di prigionieri di Guantanamo, le manipolazioni ormai accertate sulle prove fabbricate sull’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, mostrano l’impasse nella quale si trova attualmente la borghesia d’oltre oceano.
La logica dell’occupazione si trova un giorno dopo l’altro ridotta a niente.
E, malgrado certi tentativi di dimostrazione della forza militare, che si è potuta vedere ad esempio attraverso l’offensiva di settembre contro i bastioni ribelli del nord dell’Iraq, l’impotenza degli Stati Uniti in Iraq è sempre più manifesta.
Così il Pentagono viene preso tra due fuochi:
- quello della pressione di una opinione pubblica che esprime la sua inquietudine di fronte all’inutilità dell’operazione militare in Iraq, pressione che lo spinge a partire il più rapidamente possibile;
- quello di una situazione di catastrofe sociale esistente in Iraq che contraddice completamente gli annunci di ripristino della pace e della stabilità “democratica” promesse prima dell’intervento militare e che erano le maggiori giustificazioni dell’intervento stesso.
Questa posizione difficile in cui si trovano gli Stati Uniti non può che far piacere alle potenze che si sono opposte alla guerra in Iraq, in quanto serve loro come base per le loro critiche alla prima potenza mondiale e per giustificare i loro propri intrighi imperialisti sotto il pretesto di offrire i loro buoni uffici. E’ questo che abbiamo visto per esempio in occasione dell’attentato di Amman, dove la Francia, attraverso la voce di Villepin, si è data da fare per proporre il suo aiuto alla Giordania, cercando in realtà di utilizzare questi attentati per invadere il campo degli americani.
Il mondo che la borghesia prepara all’umanità si può misurare alla luce degli orrori che si producono in Iraq e nella regione del Medio Oriente, ma anche nel resto del pianeta, e le sue menzogne sono formulate in ragione dei colpi che questa ci prepara.
L’irrazionale fuga in avanti del capitalismo nel caos e la barbarie guerriera trascina il mondo alla rovina. Solo il rovesciamento e la distruzione di questo sistema potrà permettere di costruire un’altra società, il comunismo.
Mulan (19 novembre)
1. Perché ritornare ad una critica delle posizioni di Cervetto?
Da qualche tempo molti compagni ci scrivono per chiederci cosa pensiamo di Lotta Comunista (LC), quali sono le nostre critiche o ancora come mai la consideriamo un gruppo controrivoluzionario visto che questa “si richiama alla Sinistra Comunista”, “difende le posizioni di Lenin” e “mostra un rigore politico non indifferente”. Si tratta in genere o di compagni simpatizzanti di Lotta Comunista che, pur criticandone degli aspetti, considerano tuttavia questo gruppo come un punto di riferimento o ancora di suoi ex militanti che, pur essendo usciti da LC con divergenze anche importanti sia sul piano organizzativo che di analisi, continuano a fare riferimento alle posizioni storiche di LC, cioè a quelle del suo fondatore, Arrigo Cervetto. Che questa necessità di capire se LC risponde o no alle esigenze della lotta di classe emerga in questo momento, non ci sembra strano. Tutto quello che sta succedendo nel mondo, l’accelerazione storica che stiamo vivendo a tutti i livelli (blocchi imperialisti che scompaiono, pezzi interi di economia che crollano, scontri imperialisti incessanti e devastanti, miseria e precarietà dilagante nel cuore del capitalismo, ecc.), non solo fanno aumentare il disgusto per questa società, ma anche la necessità di avere una chiarezza su tutto questo per capire quale può essere la risposta, in che direzione muoversi. Chiarezza e risposte che, a nostro avviso, non possono venire da un gruppo che in sostanza dice che nulla è cambiato da cento anni a questa parte, e che si limita a fare studi sulla componentistica di questo o quel settore produttivo o a riproporre una visione economicista del mondo, mentre continua la nefasta politica di sostegno (“critico”) al sindacato, una delle più subdole armi della borghesia contro i lavoratori. Questa incapacità di LC a dare una risposta ai problemi che oggi la classe ha di fronte non dipende da un suo venir meno alle posizioni ed alla politica originaria di Cervetto, ma proprio da queste posizioni e da questo metodo che non sono mai stati della Sinistra comunista e nei fatti, come vedremo, neanche dello stesso Lenin.
L’azione politica di LC non si limita però a essere inefficiente per la classe operaia. Proprio perché questo gruppo si fa passare come continuità della tradizione storica del movimento operaio, mentre ne deforma i contenuti e gli insegnamenti, costituisce un ostacolo a quel processo di maturazione politica della classe ed in particolare della nuova generazione di elementi alla ricerca di una prospettiva di classe. Come diceva Lenin nel Che fare? criticando il socialdemocratico Kricevski, uno dei difensori dell’economicismo di Bernstein “… si può immaginare cosa più superficiale di un giudizio su tutta una tendenza basato su ciò che dicono di se stessi coloro che la rappresentano?”.
Per questi motivi riteniamo importante sviluppare, a partire da questo articolo, una critica di fondo di LC che parta dalle origini, cioè dal metodo e dalle posizioni di Cervetto, cogliendone gli aspetti essenziali: costruzione del partito, coscienza di classe, rapporto partito-classe, sindacato. I testi cui faremo principalmente riferimento nella discussione sono i due testi di base di Cervetto “Lotte di classe e partito rivoluzionario” (del 1966) e “Tesi sullo sviluppo imperialistico, durata della fase controrivoluzionaria e sviluppo del partito di classe” (del 1957).
In questo primo articolo vedremo quale partito secondo Cervetto bisogna costruire.
2. Quale partito per la rivoluzione comunista mondiale?
L’opuscolo “Lotte di classe e partito rivoluzionario” si propone, come dice lo stesso Cervetto nella prefazione, “di mettere in chiaro le linee fondamentali della concezione leninista del partito”. La stessa prefazione si conclude con l’affermazione che “La necessità di affrontare il problema del partito rivoluzionario studiando seriamente Lenin è oggi più che mai attuale. La costruzione del partito leninista in Italia incontra sul suo cammino questo passo obbligato” (sottolineato da noi). Questo breve passaggio sulla “costruzione del partito leninista in Italia” è tutto un programma. Infatti, nella misura in cui nell’opera di Cervetto (e di LC dell’epoca) non troviamo riferimenti a processi di costruzione dell’avanguardia in altri paesi del mondo, ci viene da chiederci: perché proprio (e solo) in Italia? Possibile che la costruzione del partito che dovrà guidare la rivoluzione mondiale, della classe operaia mondiale, debba nascere proprio e solo in Italia? Ma vediamo meglio da dove viene fuori questa posizione più volte reiterata da Cervetto e mai smentita da LC. Cervetto spiega, nelle sue Tesi del ’57, che “Dato l’attuale livello del mercato mondiale, per cui vastissime zone sono ancora nella prima fase di costruzione del capitalismo (stiamo parlando del ’57, ndr), non si pone ancora concretamente il problema rivoluzionario dell’avvento dell’economia socialista su scala internazionale. (…) Affinché queste condizioni si presentino concretamente occorre che il settore ad economia arretrata (cioè i 2/3 del mondo secondo Cervetto, ndr) superi tutto il primo stadio dell’industrializzazione. (…) Praticamente il problema della rivoluzione socialista su scala internazionale si presenterà all’ordine del giorno solo quando lo sviluppo economico delle zone arretrate sarà giunto al punto da raggiungere una certa autosufficienza e da non poter più assorbire l’importazione di merci e di capitali provenienti dalle potenze imperialiste”. “E’ quindi nel quadro di una valutazione d’ordine internazionale che la Sinistra Comunista deve delineare una propria azione politica” e dove? In Italia naturalmente, visto che “il programma di azione della Sinistra Comunista” sta essenzialmente in tre punti: analizzare la situazione italiana da cui deriva “la tattica verso il PCI” (1) di “lotta contro la direzione del PCI”; “organizzare una propria corrente sindacale nella CGIL” conducendo “trattative con i compagni anarchici”; “organizzare su scala nazionale tutta una serie di gruppi che dalla base locale si coordinino provincialmente e regionalmente sino a formare comitati provinciali e regionali collegati strettamente con il Centro”.
Tralasciamo la critica alla megalomania di chi identifica la Sinistra Comunista al proprio gruppo se non alla propria persona, quando il movimento operaio con questo termine ha sempre inteso l’insieme delle correnti e dei gruppi usciti dalla III Internazionale, che hanno mantenuto saldi i principi ed il metodo marxista contro la degenerazione o il tradimento dei vecchi partiti operai.
La questione centrale è che, dietro la montagna di parole su metodo leninista, analisi scientifica, scienza della rivoluzione, ecc., c’è una assenza totale di metodo marxista e di visione storica. E’ sorprendente come nei testi di Cervetto non ci sia mai un benché minimo riferimento a come si è posta la questione del partito nel movimento operaio ed a quali sono state le risposte date nelle diverse fasi storiche. Se si vuole usare il metodo marxista, come lo stesso Lenin ha fatto, non si può affrontare la questione del partito se non situandola nel contesto economico e sociale della fase storica in cui ci si trova e facendo riferimento all’esperienza del movimento operaio maturata nelle differenti tappe della lotta di classe. Se il partito è un fattore indispensabile per lo sviluppo rivoluzionario della classe, esso è al tempo stesso un’espressione dello stato reale di questa ad un momento dato della sua storia e delle condizioni oggettive esistenti.
Ora, presentare il capitalismo della fine degli anni 60 come un sistema che deve ancora sviluppare a pieno le proprie potenzialità per cui non sarebbe all’ordine del giorno il suo abbattimento, manifesta una completa incomprensione di cosa è il capitalismo. L’estensione del modo di produzione capitalista a livello globale non è sinonimo di industrializzazione di ogni singolo angolo della terra, ma significa che i meccanismi di produzione e di distribuzione delle merci ed i rapporti di produzione che ne derivano governano l’intera economia mondiale. Ma soprattutto lo sviluppo del capitalismo non può avvenire in maniera omogenea perché il modo di produzione capitalista si basa sulla concorrenza. Questo comporta che, ad un certo stadio del suo sviluppo, quando iniziano a venir meno in maniera consistente i mercati dove il plusvalore inglobato nelle merci deve essere realizzato per poter essere reinvestito in nuovi cicli produttivi, lo sviluppo dei capitali nazionali più forti può avvenire solo a scapito di quelli più deboli. Affermare, come fa LC ancora nel 1995 che “Se a cavallo degli anni ’60 circa i due terzi della popolazione del mondo erano immersi nell’arretratezza, oggi si può stimare che quella condizione riguardi circa un terzo dell’umanità”, significa scambiare il crollo economico di interi paesi (dall’ex Unione sovietica, alle famose “tigri asiatiche” e per ultima l’Argentina), lo smantellamento di intere aree industriali dei paesi avanzati, l’incapacità crescente di integrare nel ciclo produttivo parti significative della forza lavoro - tutti effetti della senilità del capitalismo derivanti dalla sua crisi storica - per manifestazioni di crescita adolescenziale (2).
Tornando dunque all’impostazione di Cervetto va detto che questa è clamorosamente sbagliata su due diversi piani. Sia perché un partito costruito su base nazionale, oggi come oggi, non sarebbe più in grado di rispondere alle esigenze politiche del momento, sia perché l’aspirazione alla dimensione internazionale nel lavoro dei rivoluzionari è stato presente sin dagli albori del movimento operaio. Vediamo cosa ci insegna la storia della nostra classe.
Nel 1848 si costituisce la Lega dei Comunisti, primo vero partito del proletariato moderno, sulla base della parola d’ordine “Proletari di tutti i paesi, unitevi. I proletari non hanno patria” che proclama la sua natura di organizzazione internazionale. Nel 1864 nasce l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, la I Internazionale che, fondata a partire dall’iniziativa degli operai della Francia e dell’Inghilterra, raggruppa migliaia di lavoratori dei paesi industrializzati o in via di sviluppo, dall’America alla Russia. Benché il proletariato fosse in piena fase di sviluppo, così come il capitalismo, le due organizzazioni politiche della classe, anche se originatesi in paesi specifici, si pongono immediatamente sul piano internazionale perché, come spiega chiaramente già “Il Manifesto”, l’internazionalismo è non solo una possibilità per la classe operaia, che non ha nessun interesse nazionale da difendere, ma è una necessità che le impone la natura del suo compito rivoluzionario. E tutta la lotta condotta da Marx e dal Consiglio Generale all’interno della I Internazionale contro la visione federalista degli anarchici ha alla base questa comprensione di fondo.
La II Internazionale nasce nel 1889, nella fase di pieno sviluppo del capitalismo in cui il riformismo assume un peso preponderante perché il proletariato può effettivamente lottare per ottenere dei miglioramenti reali e duraturi delle sue condizioni di vita e di lavoro. In questa situazione l’Internazionale è essenzialmente una federazione di partiti nazionali che lottano nei rispettivi paesi con programmi diversi (sul piano del parlamentarismo, del sindacalismo, delle riforme sociali, ecc). La possibilità di una politica per le riforme non solo determina il tipo di organizzazione politica della classe (partiti di massa), ma effettivamente restringe l’orizzonte della lotta proletaria nel quadro nazionale. Eppure anche nella II Internazionale una minoranza, tra cui R. Luxemburg, si batte perché le decisioni prese dai congressi di questa siano applicate dai differenti partiti nei rispettivi paesi.
Come sin dall’inizio del movimento operaio, la prospettiva internazionale è stata sempre presente nelle diverse organizzazioni politiche della classe, ma date le condizioni oggettive di sviluppo del capitalismo e di crescita numerica, politica e sociale del proletariato, in questa fase era possibile e necessaria la formazione di partiti di massa che agissero a livello nazionale per favorire questa crescita perché le battaglie per la giornata lavorativa di 10 ore, per il voto, per il sindacato, i proletari le facevano scontrandosi contro la propria borghesia nazionale.
La prima guerra mondiale del 1914 e l’esplosione della prima ondata internazionale rivoluzionaria il cui punto più alto è la rivoluzione proletaria in Russia nel ’17, mostrano il cambiamento di fase storica avvenuto nello sviluppo del capitalismo: il sistema di produzione capitalistico entra nella sua fase di decadenza e si apre l’epoca delle guerre e delle rivoluzioni nella quale si pone l’alternativa comunismo o barbarie. La III Internazionale (1919), costituitasi intorno alle Frazioni ed alle minoranze di sinistra uscite dalla II Internazionale, tra le quali quella bolscevica, sulla base della comprensione che “Una nuova epoca è nata. Epoca di disgregazione del capitalismo, del suo crollo interno. Epoca della rivoluzione comunista” (1° Congresso), riafferma con fermezza l’internazionalismo proletario concependosi non come federazione di partiti nazionali, ma direttamente come organizzazione politica internazionale del proletariato. E proprio Lenin, all’interno dell’IC, si batterà contro le “particolarità” di alcuni partiti che servivano da paravento per il loro opportunismo e difenderà di fronte a R. Luxemburg la necessità di formare un partito mondiale prima ancora che si consolidassero, o si formassero, in ogni paese i partiti comunisti. Se Lenin, nonostante le difficoltà che il passaggio di epoca storica rappresentava per le avanguardie rivoluzionarie dell’epoca, è stato capace di portare tutta una battaglia, all’interno della socialdemocrazia russa prima e nell’IC dopo, per la costruzione di un partito internazionale e centralizzato, che potesse parlare con una sola voce a tutti i proletari del mondo e dare loro delle indicazioni politiche chiare, è perché Lenin è partito sempre da un’analisi storica e dagli interessi generali e storici del proletariato come classe, rifacendosi di continuo a quanto il movimento operaio aveva espresso e stava esprimendo.
E’ a partire da questi insegnamenti, difesi durante la fase controrivoluzionaria del secondo dopoguerra da esigue minoranze rivoluzionarie, quali Bilan ed Internazionalisme (3), che la nostra organizzazione si è costituita nel 1975 direttamente sul piano internazionale, operando un lavoro di confronto e raggruppamento tra i diversi gruppi e nuclei di compagni sorti in Francia, Gran Bretagna, Italia, USA e Spagna in seguito all’ondata di lotta internazionale della fine degli anni ‘60. Se oggi la CCI è presente in 13 paesi del mondo ed è capace di intervenire simultaneamente verso i proletari di questi paesi e ovunque le sia possibile arrivare, è perché parte dalla convinzione che il quadro internazionale è il punto di partenza per l’attività nazionale piuttosto che un risultato di questa ed a tale scopo si è dotata sin dall’inizio di un organo centrale internazionale che le permette di centralizzare la sua attività e parlare con una sola voce ovunque ed in qualsiasi momento.
Con questo primo articolo abbiamo visto come la visione del partito difesa da Cervetto prescinda completamente dalla dimensione internazionale di questo e, limitandone il concetto al quadro nazionale, si fa debitrice di una visione ottocentesca del partito inadeguata alle esigenze dello scontro rivoluzionario. Ma c’è di più. Come vedremo nel prossimo articolo, il tipo di partito che propone Cervetto, per la sua impostazione e la sua pratica, non solo è inadeguato ai tempi che viviamo, ma è l’espressione di un partito borghese.
Eva 1 dicembre 2005
1. Partito Comunista Italiano, vecchio partito stalinista dalla cui dissoluzione sono nati: Rifondazione Comunista di Bertinotti, i Democratici di Sinistra di Fassino e il Partito dei comunisti italiani di Cossutta e Diliberto.
2. Per l’analisi sulle diverse fasi storiche del capitalismo e sulle conseguenze politiche da esse derivanti, vedi il nostro opuscolo “La decadenza del capitalismo”. Numerosi articoli sulle manifestazioni della crisi economica del capitalismo si trovano sul nostro sito internet in diverse lingue.
3. I compagni della Frazione di Sinistra del PCI in Francia che pubblicavano la rivista “Bilan” e quelli di Internationalisme seppero custodire e sviluppare il patrimonio politico dei vecchi partiti rivoluzionari permettendo alla futura generazione di legarsi a questo filo rosso.
E’ già più o meno un anno che i lavoratori italiani sono bombardati da una campagna elettorale ininterrotta. Come non ricordare le scorse elezioni regionali, e poi le elezioni primarie per “scegliere” il candidato premier per il centrosinistra (si sono inventati anche questo), adesso per le prossime politiche, e già ci hanno promesso che subito dopo bisognerà andare a votare al referendum confermativo della legge costituzionale sulla “devolution”. Insomma non bisogna preoccuparsi, ce ne avremo ancora per un po’. E questo non avviene a caso. Quale che sia l’elezione che abbiamo davanti, perfino le chiaramente inutili elezioni primarie (1), la campagna è sempre la stessa: il popolo “sovrano” è chiamato a scegliere, e lo deve fare bene, e se sbaglia, peggio per lui. Questa è la democrazia! Mica preferireste un altro meccanismo? Magari una bella dittatura che decide tutto lei? Certamente no, e quindi preoccupatevi di partecipare, pensate a chi dovete votare, e, soprattutto, non pensate ad altro. Non pensate ai problemi reali di tutta la classe lavoratrice, che sono quelli di un salario che non basta più ad arrivare alla fine del mese, la precarietà del posto di lavoro, la difficoltà crescente ad assicurarsi una pensione decente, e così via. E meno che mai pensate a poter lottare per difendere le vostre condizioni di vita. Ed infatti le lotte, benché poche e normalmente controllate dai sindacati, sono quasi scomparse dalle pagine dei giornali, perché il messaggio deve essere unico e solo, e cioè quello che abbiamo citato prima.
Non è un caso che al di là delle differenze fra le diverse forze politiche, parlamentari o no, tutte partecipano a questa campagna. Ogni forza invita a votare per sé, naturalmente, ma il messaggio fondamentale è quello di convincere i lavoratori ad andare a votare. In questa attività però sono le forze di sinistra a distinguersi particolarmente, come l’invenzione delle primarie lo dimostra; e questo non fa che confermare il ruolo di queste forze, e cioè quello di essere i migliori mistificatori, nei confronti della classe operaia, rispetto a quello che è questa società. E con che raffinatezza di mistificazioni: chi non ha sentito dire che bisognava andare a votare alle primarie per Bertinotti, perché anche se era chiaro che lui non poteva mai essere il candidato premier del centrosinistra “il numero di voti che avrebbe ricevuto avrebbe poi ‘condizionato a sinistra’ il programma di governo”; e che dire della candidatura di un illustre sconosciuto, come Scalfarotto, che stava lì solo per dare maggiore credibilità alla farsa; ed infine che dire della presenza perfino di un candidato dei no-global, che ha segnato in maniera definitiva la collocazione di questi ex estremisti e disobbedienti nell’arco delle forze istituzionali.
Come non essere colpiti da questa unità così larga? Come non dedurre da questo che la mistificazione elettorale costituisce per la borghesia un potente strumento di distrazione e di freno per la classe operaia, per la sua riflessione autonoma, per le sue lotte? E non costituisce invece per niente un terreno che la classe operaia può utilizzare per difendere i suoi interessi.
E la conferma la troviamo se andiamo a vedere quello che è accaduto in altri paesi a noi vicini: la Francia, che per più di tre mesi, questa primavera, è stata bloccata intorno alla “vitale” questione del referendum sulla costituzione europea, con la sinistra che invitava a votare NO perché “si tratta di una costituzione liberale” e che ha gridato alla “grande vittoria” quando il NO ha prevalso (come se ai proletari francesi fosse entrato qualcosa in tasca); la Germania che ha appena superato un periodo di elezioni anticipate, volute da Schroeder perché il piano di austerità di cui ha bisogno il capitale tedesco richiedeva un governo più forte per farlo passare (e guarda un po’ dalle elezioni è uscito un governo di grande coalizione), nonché di un periodo di camomilla elettorale per non far riflettere gli operai su quello che si stava preparando (praticamente lo smantellamento dello stato sociale, l’aumento dell’IVA, e quindi dei prezzi, e altre misure che colpiscono tutte le tasche dei lavoratori). Insomma, l’uso delle elezioni come arma di avvelenamento ideologico per il proletariato e di distrazione dal terreno delle lotte è una strategia che la borghesia usa coscientemente a livello internazionale, a dimostrazione dell’importanza che essa dà a questa arma di mistificazione.
Va detto che non è stato sempre così. Nel 19° secolo gli operai lottavano e si facevano uccidere per ottenere il suffragio universale. oggi, al contrario, sono i governi e tutti i partiti che mobilitano tutti i mezzi di cui dispongono perché il massimo di cittadini vadano a votare.
Perché? Durante il periodo di ascendenza del capitalismo i Parlamenti rappresentavano il luogo per eccellenza in cui le differenti frazioni della borghesia si affrontavano o si univano per difendere i loro interessi. Nonostante i pericoli e le illusioni che questo poteva trascinare, i lavoratori, in un periodo in cui la rivoluzione proletaria non era ancora all’ordine del giorno, avevano interesse ad intervenire in questi scontri tra frazioni borghesi e, eventualmente, sostenere certe frazioni borghesi contro altre, al fine di migliorare la loro collocazione nel sistema. E’ così che gli operai in Inghilterra hanno ottenuto la riduzione a 10 ore della loro giornata di lavoro nel 1848, che i diritti sindacali siano stati riconosciuti in Francia nel 1884, e così via.
Ma la situazione è diventata completamente diversa dall’inizio del 20° secolo. Il capitalismo è entrato nella sua fase di crisi permanente e di declino irreversibile. Il capitalismo ha conquistato il pianeta e la divisione del mondo tra le grandi potenze è terminato. Ogni potenza imperialista non può appropriarsi di nuovi mercati se non a spese delle altre. Si apre così l’era delle “guerre e delle rivoluzioni”, come affermò l’Internazionale Comunista nel 1919, un’era segnata dai terremoti economici, come la crisi del 1929, dalle due guerre mondiali e dall’irruzione rivoluzionaria del proletariato nel 1917-23 in Russia, Germania, Ungheria, Italia.
Per far fronte alle sue crescenti difficoltà il capitale è costretto a rafforzare costantemente il potere del suo Stato. Sempre più lo Stato tende a rendersi il regolatore dell’insieme della vita sociale e, in primo luogo, nel dominio economico. Questa evoluzione del ruolo dello Stato si accompagna ad un indebolimento del ruolo dell’apparato legislativo in favore dell’esecutivo. Come l’affermò il secondo Congresso dell’Internazionale Comunista:”il centro di gravità della vita politica attuale è completamente e definitivamente uscito dal Parlamento.”
Per i lavoratori non si tratta più di arrangiarsi un posto nel capitalismo ma di rovesciarlo nella misura in cui questo sistema non è più capace di concedere né delle riforme durevoli, né dei miglioramenti nelle loro condizioni.
Per la borghesia il Parlamento è diventato tutt’al più una camera di registrazioni di decisioni prese altrove.
Resta invece determinante il ruolo ideologico dell’elettoralismo. Questa funzione mistificatrice dell’istituzione parlamentare esisteva anche nel 19° secolo, ma era di secondo piano, veniva dopo la sua funzione politica. Oggi, la mistificazione è la sola funzione che resta per la borghesia: essa ha per scopo di far credere che la democrazia è il bene più prezioso, che l’espressione della sovranità del popolo è la libertà di scegliere i propri sfruttatori.
Così non c’è scampo: anche nei prossimi mesi saremo bombardati da queste campagne, tanto più forti perché il governo Berlusconi ha governato così male che i proletari saranno convinti ad andare a votare per liberarsene, per cambiare governo e, quindi, politica. Invece non cambierà nessuna politica, perché, come ha detto il presidente della Camera, Casini (evidentemente portato ad usare un linguaggio di verità vista la probabile sconfitta della sua coalizione): “bisogna finirla con le illusioni e gli illusionismi, viviamo al disopra delle nostre possibilità, bisogna stringere la cinghia”, e questo vale qualsiasi sia la coalizione che vincerà le elezioni, perché ognuna delle forze in campo difende solo gli interessi del capitale. Ed il capitale oggi è un malato in fase terminale, e quello italiano in fase ancora più avanzata, con la competitività ai minimi storici, con un deficit e un debito pubblico che spingeranno il prossimo governo a chiederci di “stringere la cinghia”.
Perciò prima ci liberiamo delle illusioni sulle elezioni, prima cominceremo a imboccare la sola strada che può portare al riscatto dei lavoratori: quella delle loro lotte autonome e di massa.
Helios
1. Chiaramente inutili non solo perché l‘esito era scontato, ma perché oggi come oggi solo Prodi costituisce un punto di equilibrio per la coalizione di centrosinistra e quindi nei fatti l’unico candidato vero a questo incarico.
Mentre le campagne ideologiche della borghesia, che ci martellano da sedici anni, continuano a dirci che la classe operaia è una classe moribonda, che la sua lotta appartiene ad un passato ormai finito, la realtà si incarica di dimostrare che il proletariato è ben vivo e che non ha altra scelta che sviluppare la sua lotta dappertutto nel mondo.
La combattività e l’inizio di una solidarietà operaia si sono già manifestate in Europa con lo sciopero all’aeroporto londinese di Heathrow questa estate (vedi articolo in Rivoluzione Internazionale 142). La paura di una larga mobilitazione operaia ha spinto il governo Blair a ritirare una parte dell’attacco sulle pensioni nel settore pubblico destinato a decurtare le pensioni facendo passare progressivamente da 60 a 65 anni, tra il 2006 ed il 2013, l’età pensionistica. Tuttavia l’accordo concluso con i sindacati prevede che dal 2006 i nuovi lavoratori assunti nella sanità, nell’educazione ed il personale dell’amministrazione centrale saranno sottomessi a questo attacco. Dopo lo sciopero nazionale del 4 ottobre in Francia che ha portato in strada più di un milione di lavoratori, indetto da tutti i sindacati per far sfogare il malcontento sociale, il 7 ottobre in Belgio il sindacato “socialista” FGTB ottiene una forte mobilitazione che paralizza gran parte dell’attività economica del paese. La preoccupazione è quella di incanalare la protesta contro il governo che inizia a far passare un nuovo attacco sulla Sicurezza sociale e porta da 58 a 60 anni l’età richiesta per richiedere una pensione. E il 28 ottobre le due grandi centrali sindacali del paese, insieme, chiamano ad una nuova mobilitazione generale per la prima volta dopo 12 anni.
Negli Stati Uniti lo sciopero di 18.500 meccanici di Boeing, votato dall’86% all’appello dell’IAM (International Association of Machinist and Aerospace Workers), dura dal 2 al 29 settembre (lo sciopero precedente in questo stesso settore nel 1995 fu fatto lentamente usurare per 69 giorni prima di concludersi con una pesante sconfitta). Gli operai hanno di nuovo rifiutato il contratto collettivo proposto dalla direzione che in particolare voleva abbassare il tasso di valorizzazione annuale delle pensioni in rapporto ai due anni precedenti, mentre le quote per la copertura sociale sono più che triplicate dal 1995 e la direzione si è ben guardata dal dare la minima garanzia sulla sicurezza del posto di lavoro. La collera è stata ancora più forte perché intanto i profitti dell’impresa sono triplicati negli ultimi 3 anni. L’impresa mirava anche ad ottenere una diminuzione dei rimborsi per le spese mediche imponendo la soppressione di ogni copertura medica nel periodo di pensionamento per i nuovi contratti di impiego. Gli operai hanno rifiutato nettamente questa manovra di divisione tra “nuovi” e “anziani”, tra giovani e vecchi. Si sono anche opposti al tentativo della direzione di contrapporre gli interessi tra gli operai attraverso la proposta di introdurre delle misure differenti tra le tre grandi fabbriche di produzione (quella di Wichita nel Kansas si trova sfavorita rispetto a quella di Seattle, nello Stato di Washington, o quella di Portland nell’Oregon), ed hanno preteso che le proposte fossero le stesse per tutti i meccanici. Alla fine la direzione ha accettato di versare dei premi eccezionali ai salariati, di non toccare per il momento i rimborsi e le pensioni, ma come contropartita gli operai hanno visto ridursi la valorizzazione dei loro salari ed hanno dovuto accettare degli aumenti sulle quote per le prestazioni sociali. Ma la cosa che colpisce è il black-out quasi totale che ha circondato questo sciopero, in particolare in Europa. Lo scopo è stato impedire che la classe operaia di qui prendesse coscienza che c’è una classe operaia sfruttata e che lotta, anche negli Stati Uniti, per difendere i propri interessi di classe.
Allo stesso modo, gli scioperi che ci sono stati tra giugno ed agosto in Argentina non hanno avuto alcuna pubblicità in Europa, contrariamente a tutto il battage orchestrato intorno alla rivolta sociale del 2001 intrisa di interclassismo (vedi in particolare gli articoli della Revue Internazionale 109, del 2002 117 e 119 del 2004). Le lotte dell’estate scorsa costituiscono l’ondata di lotta più importante da 15 anni ad oggi, in particolare nella regione industriale di Cordoba. Questa ha toccato gli ospedali, le fabbriche di prodotti alimentari, catene di supermercati, i lavoratori della metropolitana di Buenos Aires, i lavoratori della municipalità di diverse province. Nel corso di queste lotte gli operai hanno chiaramente espresso in diverse circostanze la volontà di cercare solidarietà. Nella metropolitana della capitale tutto il personale ha spontaneamente fermato il lavoro dopo la morte accidentale di due operai della manutenzione. Nella provincia di Santa Cruz, al sud del paese, lo sciopero degli impiegati municipali ha coinvolto la presenza massiccia di operai di altri settori e della maggioranza della popolazione. A Caleta Olivia anche gli operai del settore petrolifero si sono messi in sciopero al loro fianco per delle rivendicazioni salariali simili. A Neuquen gli operai dei servizi della sanità si sono uniti spontaneamente ad una manifestazione di professori delle scuole e sono stati confrontati ad una forte repressione poliziesca. La reazione della borghesia è stata estremamente brutale. Gli operai del centro ospedaliero pediatrico di Garrahan, che invece di reclamare aumenti salariali proporzionali ad ogni categoria professionale hanno preteso un aumento uguale per tutti, sono stati oggetto di una campagna di denigrazione di una violenza inaudita. Sono stati presentati come dei “terroristi” capaci di far morire dei bambini per la difesa dei propri interessi particolari e sono stati deliberatamente esclusi da ogni negoziazione. Inoltre i piqueteros dell’estrema sinistra del capitale gli si sono appiccicati alle sottane per comprometterli nelle loro impopolari azioni di commando. Attraverso questa repressione, il successo di queste manovre e la messa in avanti del prossimo circo elettorale, questa ondata di lotte è poi nettamente rifluita. Ma ha confermato che il proletariato addirizza dappertutto la testa e si afferma come una classe in lotta. Abbiamo già ricordato nella nostra stampa lo sciopero degli operai della Honda in India o quello nelle miniere di oro in Africa del sud (vedi Revolution Internazionale n° 360, di settembre, e n° 361, di ottobre). Ma un altro esempio edificante ci viene dalla Cina, a proposito della quale persiste ancora la grande menzogna e la vasta truffa ideologica “di un regime comunista”. Un ONG di Hong Kong ha recensito non meno di 57.000 conflitti del lavoro nel 2004 implicanti 3 milioni di salariati, che hanno investito il settore privato e non più solamente le fabbriche di Stato come negli anni ’90.
Malgrado tutti i limiti ancora presenti ed il moltiplicarsi delle manovre sindacali per sabotarle, le lotte operaie non appartengono ad un passato ormai finito.
No, la classe operaia non è morta! Essa non ha altra scelta che battersi e nello sviluppo delle sue lotte porta più che mai il solo futuro possibile per tutta l’umanità.
W (22 ottobre 2005)
Sei mesi fa, il 2 maggio 2005, moriva a Milano il compagno di Battaglia Comunista Mauro Stefanini jr. Se noi oggi torniamo a rendere omaggio alla memoria del compagno, dopo averlo fatto sulla nostra stampa e di persona in occasione della cerimonia di commemorazione svoltasi alla Calusca di Milano il 28 maggio scorso, è perché una militanza politica spesa per la causa del proletariato non è una qualsivoglia attività altruistica e generosa che si compie in qualche ritaglio di tempo libero, ma è un’attività nobile e appassionante che permea completamente la vita di un militante e che costituisce un patrimonio per l’organizzazione di appartenenza e per tutto il movimento operaio. E Mauro era un militante nobile e appassionato. La lettera (1) scritta dalla sua compagna Franca ai militanti del partito ci conferma dei tratti che noi conoscevamo bene, ma ci piace riportare alcuni passaggi di questa lettera perché pensiamo che esprimano bene lo spessore umano del compagno. Anzitutto Franca ricorda che Mauro “era quasi immune dalle sindromi depressive che ci affliggono a seguito di delusioni, risaliva sempre velocemente la china e ciò faceva di lui una persona giovane”. Questa qualità, secondo il comune modo di pensare, sarebbe il semplice risultato di innate inclinazioni personali, per cui quasi per caso taluni sarebbero più ottimisti, mentre talaltri più tendenti alla depressione. Ora, fermo restando il peso esercitato da questa società che spinge tutti verso la depressione, per un militante comunista tenere la rotta senza farsi travolgere dalle “delusioni” e difficoltà del momento non è una semplice questione di natura caratteriale, ma è il risultato di una fiducia che il militante matura, all’interno della propria organizzazione, nei confronti della classe operaia e del suo destino storico. Come recita il Manifesto di Marx ed Engels, i rivoluzionari sono gli elementi della classe che, attraverso un processo eterogeneo di maturazione della coscienza all’interno del proletariato, arrivano per primi a “comprendere le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario”. Questo vantaggio dà loro una forza incredibile, e Mauro, bisogna dirlo, aveva una grande forza, sorretto da una convinzione che gli era stata trasmessa dai genitori, e particolarmente dal padre, Luciano (detto Mauro, da cui Mauro jr per il figlio), militante della Frazione italiana. (2)
Successivamente la compagna Franca fa cenno alla grande passione di Mauro per i viaggi: “Viaggiare era per lui un modo naturale e completo di esistere (…). Nel viaggio c’era sempre l’obiettivo della visita a un compagno, la ricerca di una libreria per il nostro materiale politico e il godimento delle bellezze artistiche e paesaggistiche”. In queste poche parole c’è tutto il Mauro che conosciamo. Un compagno con cui abbiamo discusso e polemizzato infinite volte nelle decine di anni di conoscenza, frequentazione e confronto politico, ma che al tempo stesso aveva ben chiara la necessità di non rimanere chiusi su sé stessi ma di aprirsi all’esterno per conquistare alla causa nuove risorse militanti. Da questo punto di vista gli abbiamo visto giocare, all’interno di Battaglia Comunista e del BIPR, un ruolo pionieristico verso nuove aree politiche e/o geografiche che un’organizzazione deve necessariamente svolgere se vuole avere un futuro. Era lui in Battaglia il “ministro degli esteri”, il compagno che tesseva rapporti con nuovi compagni, soprattutto all’estero, era lui che era stato recentemente il promotore di una serie di riunioni pubbliche tenute da Battaglia in varie città d’Europa (Berlino, Parigi, …). Ancora una volta non si tratta semplicemente di amore per i viaggi, che può essere condiviso da qualunque altra persona ma, come giustamente precisa la compagna Franca, di sfruttare ogni occasione per “la visita a un compagno, la ricerca di una libreria per il nostro materiale politico”, e questa è proprio l’espressione dello spirito militante che impregna un compagno pienamente cosciente della responsabilità di costruire il “partito” e di trasmettere l’esperienza politica accumulata alle nuove generazioni. Le parole di Franca ci evocano ancora un altro ricordo di Mauro, la sua passione per Napoli che lui, da settentrionale, amava moltissimo, e che rimirava con grande interesse ogni volta che aveva l’occasione di venire in questa città per una riunione pubblica o altro. Una volta, ritornando da una riunione pubblica di BC tenuta in questa città, si fermò letteralmente per strada, preso dalla bellezza di piazza del Gesù, rivolgendo ai compagni della CCI di Napoli le felicitazioni per la città in cui vivevano. Ecco, Mauro era anche questo.
Ma c’è anche il Mauro delle polemiche, a volte molto aspre, tra Battaglia Comunista e la CCI, ed essendo Mauro uno dei membri del Comitato Esecutivo della sua organizzazione dal 1970, praticamente tutta la storia delle relazioni tra i nostri due gruppi si è concretizzata attraverso dei rapporti tra militanti di organizzazioni diverse in cui, come rappresentante di BC, Mauro era praticamente sempre presente. Questi rapporti sono stati a volte costruttivi e incoraggianti, come nella prima fase delle conferenze internazionali della seconda metà degli anni ’70 o in occasione delle lotte dei lavoratori della scuola della seconda metà degli anni ’80, quando dei nostri militanti si sono ritrovati a lottare fianco a fianco con Mauro per perseguire gli stessi obiettivi, a volte meno fino a divenire molto difficili, come alla fine delle stesse conferenze internazionali (3) quando Battaglia decide di liberarsi della nostra presenza politica con il pretesto che noi avremmo avuto una posizione debole sulla questione del partito o, ancora nell’ottobre dello scorso anno, quando Battaglia e tutto il BIPR, ritenendo di poter dare credito a degli individui senza scrupoli che hanno fatto credere loro le peggiori nefandezze sul nostro conto, si sono fatti loro stessi veicolo di una propaganda oscena di denigrazione nei confronti della nostra organizzazione. E’ evidente che non è questo l’ambito in cui possiamo sviluppare i motivi che sono stati alla base di questi scontri, che noi abbiamo sempre attribuito all’opportunismo innato di Battaglia Comunista (4) - che le proviene a sua volta dal “peccato originale” che aveva costituito la formazione su basi opportuniste del “Partito” nel 1945. E se Mauro aveva potuto beneficiare pienamente, nella sua formazione di militante, dell’esperienza e del bagaglio di lotta di suo padre Luciano all’interno della Frazione italiana, aveva tuttavia ricevuto anche in eredità l’opportunismo che aveva presidiato alla costituzione, alla fine della seconda guerra mondiale, dell’organizzazione nella quale egli ha sempre militato. Se ricordiamo queste cose non è per attenuare i meriti di Mauro, che evidentemente come militante di Battaglia e membro del suo Comitato Esecutivo Nazionale, era pienamente corresponsabile e probabilmente convinto sostenitore di questa politica. Quello che vogliamo dire è che noi apprezziamo e stimiamo il militante Mauro al di là degli errori, anche importanti, che lui con la sua organizzazione ha potuto compiere perché questi errori li ha compiuti all’interno di un percorso che aveva come obiettivo quello della costruzione del partito e della rivoluzione comunista. E a tale proposito vogliamo ricordare che, anche rispetto a queste occasioni di frizione politica tra le nostre organizzazioni, Mauro aveva una maniera sua di affrontare il problema per cui sapeva distinguere chiaramente tra i disaccordi politici e i sentimenti camerateschi verso i militanti delle altre organizzazioni della Sinistra comunista.
Tra molti altri esempi, possiamo citare l’atteggiamento che lui ha avuto in occasione di uno dei suoi ultimi viaggi all’estero, forse l’ultimo. Alla riunione pubblica del BIPR a Parigi del 2 ottobre 2004, il confronto anche duro tra la nostra organizzazione e BC non ha impedito a Mauro di fermarsi, dopo la riunione, a discutere con alcuni compagni della CCI in modo molto fraterno, cosa che, dal nostro punto di vista, è normale tra compagni che, pur con profonde divergenze, si battono per uno stesso fine, ma bisogna riconoscere che questo tipo di atteggiamento non viene sempre condiviso da tutti i militanti all’interno della Sinistra comunista.
Per concludere, vogliamo ribadire che Mauro è stato un grande combattente della classe operaia e merita certamente un posto di riguardo nella storia del movimento operaio. Non abbiamo esitazione ad affermare che ammiriamo quella che è stata la sua dedizione per il lavoro di partito, che resta come esempio per le generazioni di militanti del futuro partito mondiale. Come combattente Mauro è stato l’autore di molti degli articoli di polemica scritti contro la CCI, contro le nostre posizioni. Certamente noi non condividiamo molte delle posizioni difese da Mauro in questi articoli, non ne condividiamo la ricorrente critica di idealismo fatta ad ogni piè sospinto all’interno di questi articoli. Ma lo abbiamo sempre rispettato perché sapevamo che lui ci credeva. Oggi che Mauro non c’è più noi ci auguriamo che le “sue qualità di militante comunista, interessato e appassionato alla causa del proletariato, (...) la sua grande capacità oratoria e di grande redattore, le sue qualità umane, per le quali godeva della nostra più sincera simpatia, il calore umano che lui sapeva offrire ai compagni con cui colloquiava, il sentimento di fratellanza e tutta la sua umanità” (5), possano essere trasmesse alle nuove generazioni di militanti.
La scomparsa del compagno Mauro è una grande perdita per la classe operaia nel suo insieme e per il BIPR in particolare. Per questo cogliamo l’occasione per esprimere ancora una volta la nostra più sincera solidarietà ai compagni del BIPR, alla compagna Franca e a tutti gli amici e persone care che Mauro ha così precocemente lasciato. Ciao, Mauro.
2 novembre 2005 Ezechiele per la Corrente Comunista Internazionale
1. La lettera è stata pubblicata su BC n. 7/8 di luglio 2005.
2. Ecco una parte del messaggio letto dalla CCI nella giornata di commemorazione del compagno Mauro alla Calusca: “Desideriamo rendere omaggio al combattente comunista che, seguendo la tradizione di suo padre, il compagno Luciano (il quale lottò contro la degenerazione dell’Internazionale Comunista, soffrendo anni di carcere e di esilio) mantenne vive le sue convinzioni comuniste, fu pioniere nella difesa delle posizioni proletarie. Il compagno Luciano ha saputo trasmettere a suo figlio Mauro la tradizione del movimento operaio, che è quella di trasmettere la prospettiva della rivoluzione proletaria alle nuove generazioni, così come fecero ad esempio Carlo Marx e Wilhelm Liebkneck, i cui figli continuarono il compito intrapreso dai genitori. Ugualmente fece il compagno Luciano sapendo trasmettere a suo figlio Mauro la passione per la rivoluzione e per la lotta del proletariato. E’ questo un merito molto importante per il quale il compagno Mauro godeva di una grande simpatia all’interno della CCI In questi momenti di dolore la CCI non può, malgrado le differenze politiche che esistono con Battaglia Comunista, dimenticare le radici comuni che hanno le nostre due organizzazioni e il fatto che il nostro compagno Marc militò con il compagno Luciano nella Frazione comunista d’Italia in Francia e mantenne per tutta la sua vita una grande simpatia per Luciano.”
3. Per un bilancio su questo ciclo di Conferenze, leggi l’articolo “Le conferenze internazionali della Sinistra comunista (1976-1980). Lezioni di una esperienza per il milieu proletario.” pubblicato sulla Rivista Internazionale n. 122 (edizione in lingua inglese, francese o spagnola).
4. Noi abbiamo più volte espresso nei confronti di Battaglia Comunista una critica di opportunismo congenito, legato proprio alle sue stesse origini. Si può leggere a tale proposito l’articolo: “Polemica con il BIPR: una politica opportunista di raggruppamento che conduce solo a degli aborti”, pubblicato sulla Rivista Internazionale n. 121 (edizione in lingua inglese, francese o spagnola).
5. Dal messaggio letto dalla CCI nella giornata di commemorazione del compagno Mauro alla Calusca.
Nella prima parte di questo articolo, pubblicata nel numero scorso del giornale, abbiamo ripercorso i momenti e gli aspetti più significativi dello sciopero di massa scoppiato in Polonia nel 1980. In questa seconda parte vedremo la risposta della borghesia e come l’illusione su di un sindacato “libero” e “combattivo” ha portato alla sconfitta di questa lotta.
La reazione della borghesia: l’isolamento
Si può capire il pericolo che costituivano le lotte in Polonia dalle reazioni dei paesi vicini. Le frontiere tra la Polonia e la Germania dell’Est, la Cecoslovacchia e l’Unione Sovietica furono chiuse immediatamente. Mentre prima gli operai polacchi si recavano spesso nella Germania dell’Est, soprattutto a Berlino, per fare acquisti perché c’erano meno merci nei negozi polacchi che in Germania dell’Est, la borghesia, chiudendo le frontiere, cercò di isolare la classe operaia. Un contatto diretto tra gli operai dei differenti paesi doveva essere evitato ad ogni costo. E la borghesia aveva delle buone ragioni nel prendere una tale misura! Perché nella regione carbonifera vicina a Ostrava in Cecoslovacchia, i minatori, seguendo l’esempio polacco, si erano messi anche loro in sciopero. Nelle regioni minerarie rumene, in Russia a Togliattigrad, gli operai seguivano la stessa strada dei loro fratelli di classe in Polonia. Anche se nei paesi dell’Europa occidentale non c’erano stati scioperi di solidarietà diretta con le lotte degli operai polacchi, operai di numerosi paesi riprendevano le parole d’ordine dei proletari polacchi. A Torino, nel settembre 1980, gli operai in lotta dicevano: “Danzica ci mostra la strada.”
Per la sua prospettiva ed i suoi metodi di lotta, lo sciopero di massa in Polonia ebbe un enorme impatto sugli operai degli altri paesi. Con questo movimento la classe operaia dimostrava, come nel 1953 in Germania dell'Est, nel 1956 in Polonia ed in Ungheria, nel 1970 e nel 1976 di nuovo in Polonia, che nei cosiddetti paesi “socialisti” lo sfruttamento capitalista esisteva come all’Ovest e che i loro governi erano nemici della classe operaia. Malgrado l’isolamento imposto alle frontiere polacche, malgrado la cappa di ferro, la classe operaia polacca, finché restò mobilitata, fu un polo di riferimento a scala mondiale. Scoppiate nell’epoca della Guerra fredda, durante la guerra in Afghanistan, le lotte degli operai della Polonia contenevano un importante messaggio: si opponevano alla corsa agli armamenti ed all’economia di guerra con la lotta di classe. La richiesta dell’unificazione degli operai tra l’est e l’ovest, anche se non era ancora concretamente posta, riemergeva in quanto prospettiva.
Come è stato sabotato il movimento
Il movimento poté sviluppare una tale forza perché si estese velocemente per iniziativa degli stessi operai. L’estensione al di là dei confini delle fabbriche, le assemblee generali, la revocabilità dei delegati, fu l’insieme di queste misure che contribuirono alla loro forza. All’inizio dello sciopero non c’era influenza sindacale, ma ben presto i membri dei “sindacati liberi” (1) si dettero da fare per ostacolare la lotta.
Mentre inizialmente i negoziati venivano condotti di fronte alla classe, dopo un certo tempo venne imposto che fossero necessari degli “esperti” per mettere a punto i dettagli dei negoziati col governo. A mano a mano gli operai finirono per non poter più seguire i negoziati né parteciparvi, gli altoparlanti che trasmettevano le trattative in corso smisero di funzionare per… problemi “tecnici”. Lech Walesa, membro dei “sindacati liberi”, fu incoronato leader del movimento grazie al fatto di esser stato licenziato dai cantieri navali di Danzica. Il nuovo nemico della classe operaia, il “sindacato libero”, infiltratosi nel movimento, cominciò il suo lavoro di sabotaggio. Come prima cosa si dedicò a distorcere le rivendicazioni operaie. Mentre all’inizio le rivendicazioni economiche e politiche erano tra le prime della lista, il “sindacato libero” e Walesa misero al primo posto il riconoscimento dei sindacati “indipendenti”, mettendo in secondo piano le rivendicazioni economiche e politiche. Perseguivano così la vecchia tattica “democratica”: difesa dei sindacati invece che degli interessi operai.
La firma degli accordi di Danzica del 31 agosto segna la fine del movimento, anche se proseguirono alcuni scioperi ancora per qualche giorno in altri luoghi. Il primo punto di questi accordi autorizzava la creazione di un sindacato “indipendente ed autogestito” che prenderà il nome di Solidarnosc. I quindici membri del presidium del MKS (comitato di sciopero interaziendale) costituirono la direzione del nuovo sindacato.
Poiché gli operai avevano chiaro il fatto che i sindacati ufficiali marciavano con lo Stato, la maggior parte di loro pensava che il sindacato Solidarnosc di recente fondazione, forte di dieci milioni di operai, non era corrotto e che avrebbe difeso i loro interessi. Questi proletari non erano passati per l’esperienza degli operai occidentali che per decenni si erano scontrati con i sindacati “liberi”.
Approfittando dell’inesperienza di molti operai della realtà del capitalismo occidentale, Walesa già allora promise: “Vogliamo creare un secondo Giappone e stabilire la prosperità per tutti” assumendo così, con Solidarnosc, il ruolo di pompiere del capitalismo per spegnere la combattività operaia. Queste illusioni in seno alla classe operaia in Polonia non erano niente altro che il peso e l’impatto dell’ideologia democratica su questa parte del proletariato mondiale. Il veleno democratico, già molto potente nei paesi occidentali, assumeva in Polonia una forza maggiore dopo cinquanta anni di stalinismo. E la borghesia polacca e mondiale lo avevano capito molto bene. Sono state queste illusioni democratiche a coltivare il terreno su cui la borghesia e il suo sindacato Solidarnosc hanno potuto condurre la politica anti-operaia e scatenare la repressione.
Nell’autunno 1980, mentre gli operai ripartivano di nuovo in sciopero per protestare contro gli accordi di Danzica, dopo aver constatato che anche con un sindacato “libero” la loro situazione materiale era peggiorata, Solidarnosc cominciava già a mostrare il suo vero volto. Giusto dopo la fine degli scioperi di massa, Walesa andò qua e là in un elicottero dell’esercito per invitare gli operai a cessare urgentemente gli scioperi. “Non abbiamo più bisogno di altri scioperi perché spingono il nostro paese verso l’abisso, bisogna calmarsi”.
Fin dall’inizio Solidarnosc ha cominciato a sabotare il movimento. Ogni volta che era possibile, si impossessava dell’iniziativa degli operai, impedendo loro di lanciare nuovi scioperi.
Nel dicembre 1981 la borghesia polacca riuscì infine a scatenare la repressione contro gli operai. Solidarnosc aveva fatto del suo meglio per disarmare politicamente gli operai preparando così la sconfitta. Mentre durante l’estate del 1980, nessun operaio era stato colpito o ucciso grazie all’autorganizzazione ed all’estensione delle lotte, e perché non c’erano sindacati per inquadrare gli operai, nel dicembre 1981, più di 1200 operai furono assassinati, decine di migliaia messi in prigione o esiliati. Questa repressione militare fu organizzata seguendo un intenso coordinamento tra le classi dominanti dell’Est e dell’Ovest.
Dopo gli scioperi del 1980, la borghesia occidentale offrì a Solidarnosc ogni tipo di assistenza per rafforzarlo contro gli operai. Venne lanciata la campagna dei “pacchi di medicinali per la Polonia” e vennero creati crediti a buon mercato nell’ambito del FMI per evitare che agli operai occidentali venisse l’idea di emulare l’esempio polacco di prendere l’iniziativa delle lotte. Prima dello scoppio della repressione del 13 dicembre 1981 dei piani di azione erano stati coordinati direttamente tra i capi dei governi. Il 13 dicembre, il giorno stesso della repressione, il cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt ed il leader della RDT, lo stalinista per eccellenza Erich Honecker, si incontrarono presso Berlino dichiarando falsamente di “essere all’oscuro degli avvenimenti”. Ma in realtà, non solo avevano sottoscritto la repressione, ma la borghesia polacca aveva potuto beneficiare dell’esperienza dei suoi colleghi occidentali in materia di scontro con la classe operaia.
Dopo un anno di vita, Solidarnosc dimostrò quale terribile sconfitta era riuscito ad imporre agli operai. Dopo la fine degli scioperi del 1980, ancor prima che cominciasse l’inverno, Solidarnosc aveva già dato prova di quale forte pilastro dello Stato era diventato. E se da ex leader di Solidarnosc Lech Walesa è stato eletto presidente della repubblica, è proprio perché aveva mostrato già prima di essere un eccellente difensore degli interessi dello Stato polacco nelle sue funzioni di capo sindacale.
Il significato delle lotte
Anche se sono passati venti anni da allora, e benché molti operai che all’epoca presero parte al movimento di sciopero sono diventati disoccupati o sono stati costretti ad emigrare, la loro esperienza è di un inestimabile valore per tutta la classe operaia. Come la CCI ha scritto già nel 1980, “Su tutti questi punti, le lotte in Polonia rappresentano un grande passo in avanti nella lotta del proletariato a scala mondiale, perché queste lotte sono le più importanti da un mezzo secolo a questa parte". (Risoluzione sulla lotta di classe, 4° congresso della CCI, 1980, Revue Internationale n°26). Esse furono il punto più alto di un’ondata internazionale di lotte. Come abbiamo affermato nel nostro rapporto sulla lotta di classe del 1999, al nostro 13° congresso: “Gli avvenimenti storici di questo livello hanno delle conseguenze a lungo termine. Lo sciopero di massa in Polonia ha fornito la prova definitiva che la lotta di classe è la sola forza che può costringere la borghesia a mettere da parte le sue rivalità imperialiste. In particolare, ha mostrato che il blocco russo - storicamente condannato per la sua posizione di debolezza ad essere “aggressore” in ogni guerra - era incapace di rispondere alla sua crisi economica crescente attraverso una politica di espansione militare. In modo chiaro, gli operai dei paesi del blocco dell’Est (e della stessa Russia), non potevano affatto servire da carne da cannone in una qualsiasi guerra futura per la gloria del “socialismo”. Lo sciopero di massa in Polonia fu un potente fattore nell’implosione del blocco imperialistico russo”. (Revue Internationale n°99, 1999).
Welt Revolution n°101, organo della CCI in Germania,
agosto-settembre 2000.
1. Per l’esattezza non si trattava di un sindacato ma di un piccolo gruppo di operai che, insieme al KOR (comitato di difesa degli operai) costituito da intellettuali dell’opposizione democratica dopo la repressione del 1976, militavano per la legalizzazione di un sindacalismo indipendente.
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