Il conflitto arabi/ebrei: La posizione degli internazionalisti negli anni trenta: Bilan nn. 30 e 31

Gli
articoli che seguono sono stati pubblicati nel 1936 nei numeri 30 e
31 della rivista Bilan, organo della Frazione italiana della
Sinistra comunista. Era fondamentale che la Frazione esprimesse la
posizione marxista di fronte al conflitto arabo-israeliano in
Palestina, a seguito dello sciopero generale arabo contro
l’immigrazione giudea che era degenerato in una serie di pogrom
sanguinari. Benché da allora un certo numero di aspetti
specifici della situazione siano mutati, ciò che colpisce in
questi articoli è a qual punto, ancora oggi, essi siano
applicabili alla situazione di questa regione. In particolare, essi
dimostrano con molta precisione come i movimenti “nazionali”, sia
quelli degli ebrei che quelli degli arabi, pur essendo sorti a
seguito dell’oppressione e della persecuzione, sono strettamente
legati al conflitto tra gli imperialismi contrapposti; ed inoltre,
questi articoli dimostrano come questi movimenti sono entrambi
utilizzati per offuscare gli interessi di classe comuni dei proletari
arabi ed israeliani, portandoli a massacrarsi reciprocamente per
difendere gli interessi dei loro sfruttatori. Gli articoli dimostrano
dunque che:

  • Il movimento sionista
    è divenuto un progetto reale solo dopo aver ricevuto il
    sostegno dell’imperialismo britannico che cercava di creare ciò
    che chiamava “una piccola Irlanda” in Medio Oriente, zona
    d’importanza strategica crescente con lo sviluppo dell’industria
    petrolifera;

  • la Gran Bretagna, pur
    sostenendo il progetto sionista, faceva anche un doppio gioco:
    doveva tener conto della notevole componente arabo-musulmana nel suo
    impero coloniale; aveva cinicamente sfruttato le aspirazioni
    nazionali arabe durante la prima guerra mondiale, quando la sua
    principale preoccupazione era chiudere i conti con l’Impero
    ottomano in disfacimento. Essa aveva fatto quindi tutta una serie di
    promesse alla popolazione araba della Palestina e del resto della
    regione. Questa politica classica, ligia alla regola “dividere per
    regnare”, aveva un doppio scopo: mantenere l’equilibrio tra le
    differenti aspirazioni imperialiste nazionali in conflitto nelle
    zone che erano sotto la sua dominazione, pur impedendo allo stesso
    tempo alle masse sfruttate della regioni di individuare i propri
    interessi materiali comuni;

  • il
    movimento di “liberazione araba”, pur opponendosi al sostegno
    della Gran Bretagna al sionismo, non era affatto antimperialista –
    così come non lo erano gli elementi in seno al sionismo che
    erano pronti a prendere le armi contro la Gran Bretagna. I due
    movimenti nazionalisti si collocavano interamente nel quadro del
    gioco imperialista globale. Se una frazione nazionalista si
    ribellava contro il suo vecchio sostenitore imperialista, non lo
    poteva fare se non cercando il sostegno di un altro imperialismo. Al
    momento della guerra di indipendenza di Israele nel 1948,
    praticamente tutto il movimento sionista era apertamente divenuto
    anti-inglese ma, ciò facendo, era già diventato uno
    strumento del nuovo imperialismo trionfante, gli USA, che era pronta
    ad utilizzare tutto quanto aveva sotto le mani per far fuori i
    vecchi imperi coloniali. Ugualmente, Bilan dimostra che
    quando il nazionalismo arabo entrò in conflitto aperto con la
    Gran Bretagna, ciò non fece che aprire la porta alle
    ambizioni dell’imperialismo italiano (ed anche tedesco); in
    seguito abbiamo potuto vedere la borghesia palestinese rivolgersi
    verso il blocco russo, poi verso la Francia ed altre potenze europee
    durante il suo conflitto con gli Stati Uniti.

I
principali cambiamenti che hanno avuto luogo dopo che questi articoli
sono stati scritti consistono evidentemente nel fatto che il sionismo
è riuscito a costituire uno Stato che ha fondamentalmente
mutato il rapporto di forze nella regione e che l’imperialismo
dominante in questa zona non è più la Gran Bretagna ma
gli Stati Uniti. Ma l’essenza del problema, anche in questo caso,
resta la stessa: la creazione dello Stato di Israele, che ha avuto
come conseguenza l’espulsione di decine di migliaia di palestinesi,
non ha fatto che acuire al massimo la tendenza all’espropriazione
dei contadini palestinesi che, come nota Bilan, era una
componente del progetto sionista; e gli Stati Uniti sono, a loro
volta, costretti a mantenere un equilibrio contraddittorio tra il
sostegno che apportano allo Stato sionista da un lato e, dall’altro,
la necessità di mantenere, finché possono, il “mondo
arabo” sotto la loro influenza. Nel frattempo, i rivali degli Stati
Uniti continuano a fare di tutto per utilizzare a loro vantaggio gli
antagonismi tra questi ultimi ed i paesi della regione.

Ciò
che è estremamente pertinente è la chiara denuncia da
parte di Bilan del modo in cui i due sciovinismi, arabo ed
israeliano, sono stati utilizzati per mantenere il conflitto tra gli
operai; malgrado ciò, la Frazione italiana rifiutò di
fare il benché minimo compromesso nella difesa
dell’internazionalismo autentico: “Per il vero rivoluzionario,
ovviamente, non c’è una questione “palestinese”, ma
unicamente la lotta di tutti gli sfruttati del Medio Oriente, arabi
ed ebrei compresi, che fanno parte della lotta più generale di
tutti gli sfruttati del mondo intero per la rivolta comunista.”.
Essa rigettò quindi totalmente la politica staliniana del
sostegno al nazionalismo arabo con il pretesto di combattere
l’imperialismo. La politica dei partiti stalinisti dell’epoca è
ripresa oggi dai partiti trotskisti ed altri gruppi della estrema
sinistra borghese che si fanno portavoce della “Resistenza
palestinese”. Queste posizioni sono controrivoluzionarie oggi così
come lo erano nel 1936.

Oggi, quando le masse
di entrambe le parti sono più che mai spinte in una frenesia
di odio reciproco, quando il prezzo dei massacri è tanto più
alto di quello pagato negli anni 1930, l’internazionalismo
intransigente resta il solo antidoto contro il veleno nazionalista.

C.C.I., giugno 2002

BILAN
n° 30 (maggio-giugno 1936)

L’aggravarsi del
conflitto arabo-israeliano in Palestina, l’accentuarsi
dell’orientamento antibritannico del mondo arabo che durante la
guerra mondiale fu una pedina dell’imperialismo inglese, ci ha
indotto ad affrontare il problema ebraico e quello del nazionalismo
panarabo. Tenteremo in questo articolo di trattare la prima di queste
due questioni.

Si sa che dopo la
distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani e la dispersione degli
ebrei, i vari paesi nei quali questi emigrarono fino a che non furono
espulsi dai loro territori (non certo per le ragioni religiose
invocate dalle autorità cattoliche quanto per motivazioni
economiche, leggasi la confisca dei loro beni e l’annullamento del
loro credito), ne regolarono le condizioni di vita secondo la bolla
papale della metà del 16° secolo che divenne regola in
tutti i paesi, obbligandoli a vivere rinchiusi in quartieri recintati
(ghetti) e costringendoli a portare un marchio infamante. Espulsi nel
1290 dall’Inghilterra, nel 1394 dalla Francia, emigrarono in
Germania, in Italia, in Polonia; espulsi dalla Spagna nel 1492 e dal
Portogallo nel 1498, essi si rifugiarono in Olanda, in Italia e
soprattutto nell’Impero Ottomano che occupava allora l’Africa del
nord e la maggior parte dell’Europa del sud-est; là
formarono e formano ancor oggi questa comunità che parla un
dialetto giudeo-spagnolo, mentre quelli emigrati in Polonia, in
Russia, in Ungheria, ecc., parlano il dialetto giudeo-tedesco
(Yddisch). La lingua ebraica che resta in questo periodo la lingua
dei rabbini fu tirata fuori dal regno delle lingue morte per divenire
la lingua degli ebrei di Palestina con il movimento nazionalista
giudeo attuale.

Mentre
gli ebrei di Occidente, i meno numerosi, ed in parte quelli degli
Stati Uniti, hanno acquisito una influenza economica e politica
attraverso la loro influenza borsistica ed un’influenza
intellettuale per l’elevato numero di quelli tra loro occupati in
professioni liberali, le grandi masse si concentrarono nell’Europa
orientale e già, alla fine del 18° secolo, costituivano
l’80% degli ebrei dell’Europa. Con la prima spartizione della
Polonia e l’annessione della Bessarabia, essi passarono sotto il
dominio degli zar che, all’inizio del 19° secolo, avevano sui
loro territori i due terzi degli ebrei. Il governo russo adottò
fin dall’inizio, a partire da Caterina II, una politica repressiva,
che trovò la sua espressione più feroce sotto
Alessandro III che ipotizzava come soluzione del problema giudeo la
seguente: un terzo deve essere convertito, un terzo deve emigrare
ed un terzo deve essere sterminato
. Essi erano rinchiusi in un
certo numero di distretti di province del nord-ovest (Russia Bianca),
del sud-est (Ucraina e Bessarabia) ed in Polonia. Erano queste le
loro zone di residenza. Non potevano abitare al di fuori delle città
e soprattutto non potevano risiedere nelle regioni industrializzate
(bacini minerari e regioni metallurgiche). Ma è soprattutto
tra questi ebrei che penetrò il capitalismo nel 19° secolo
e che si determinò una differenziazione in classi.

Fu la pressione del
terrorismo del governo russo che diede il primo impulso alla
colonizzazione palestinese. Tuttavia i primi ebrei ritornarono in
Palestina già dopo la loro espulsione dalla Spagna alla fine
del 15° secolo e la prima colonia agricola fu costituita presso
Jaffa nel 1870. Ma la prima emigrazione seria cominciò solo
dopo il 1880, quando la persecuzione poliziesca ed i primi pogrom
determinarono una emigrazione verso l’America e la Palestina.
Questa prima “Alya” (immigrazione ebrea) del 1882, detta dei
“Biluimes”, era in maggioranza composta da studenti russi che
possono essere considerati come le pedine della colonizzazione giudea
in Palestina. La seconda”Alya” si verificò nel 1904-05, a
seguito dello schiacciamento della prima rivoluzione in Russia. Il
numero degli ebrei stabilitisi in Palestina, che era di 12.000 nel
1850, salì a 35.000 nel 1882 ed a 90.000 nel 1914. Erano tutti
ebrei russi o rumeni, intellettuali e proletari, perché i
capitalisti ebrei dell’Occidente si limitarono, come i Rothschild e
gli Hirsch, ad un sostegno finanziario che dava loro anche un
benevole alone di filantropia, senza dover mettere a disposizione la
loro preziosa persona.

Tra i “Biluimes”
del 1882, i socialisti erano ancora poco numerosi, e ciò
perché nel dilemma dell’epoca, cioè se l’emigrazione
degli ebrei dovesse essere diretta verso la Palestina o l’America,
loro parteggiavano per quest’ultima. Nella prima emigrazione giudea
verso gli Stati Uniti, i socialisti furono dunque molto numerosi e vi
costituirono subito delle organizzazioni, dei giornali e praticamente
anche dei tentativi di colonizzazione comunista. La seconda volta che
si pose la questione di decidere verso dove dirigere l’emigrazione
ebrea, fu, come abbiamo detto, dopo la sconfitta della prima
rivoluzione russa ed in seguito all’aggravarsi dei pogrom come
quello di Kitchinew.

Il sionismo che tentava
di assicurare al popolo ebreo un territorio in Palestina e che aveva
costituito un Fondo Nazionale per acquistare le terre si divise,
all’epoca del 7° Congresso sionista di Baie, in una corrente
tradizionalista che restava fedele alla costituzione dello Stato
ebreo in Palestina e in corrente territorialista che era per la
colonizzazione anche altrove, e nello specifico nell’Uganda,
offerta dall’Inghilterra. Solo una minoranza di socialisti ebrei, i
Poales sionisti di Ber Borochov, restarono fedeli ai tradizionalisti,
tutti gli altri partiti socialisti ebrei dell’epoca, come il
partito dei socialisti sionisti (S.S.) ed i Serpisti – una specie
di riproduzione negli ambienti ebrei degli Socialisti Rivoluzionari
russi – si dichiararono per il territorialismo. La più
antica e la più potente organizzazione ebrea del mondo
dell’epoca, il Bund, era, come si sa, tutt’altro che contraria
alla questione nazionale, per lo meno a quell’epoca.

Un momento decisivo per
il movimento di rinascita nazionale fu aperto dalla guerra mondiale
del 1914, e dopo l’occupazione da parte delle truppe inglesi della
Palestina, alle quali era collegata la Legione ebrea di Jabotinsky,
fu promulgata la dichiarazione di Balfour del 1917 che prometteva la
costituzione in Palestina del Nucleo nazionale Ebreo. Questa promessa
fu sancita alla Conferenza di San Remo del 1920 che pose la Palestina
sotto mandato inglese. La dichiarazione di Balfour provocò una
terza “Alya”, ma fu soprattutto la quarta, la più
numerosa, che coincise con la rimessa del mandato palestinese
all’Inghilterra. Questa “Alya” ebbe al suo interno numerosi
strati di piccolo borghesi. Si sa che l’ultima immigrazione in
Palestina, che seguì l’avvento al potere di Hitler e che è
certamente la più importante, era composta già da una
forte percentuale di capitalisti.

Se il primo censimento,
effettuato nel 1922 in Palestina, considerate le devastazioni della
guerra mondiale, non aveva registrato che 84.000 ebrei, l’11 per
cento della popolazione totale, quello del 1931 ne censì già
175.000. Nel 1934, le statistiche dicono 307.000 su di una
popolazione totale di un milione 171.000. Attualmente la cifra è
400.000 ebrei. L’80 per cento degli ebrei sono stabiliti nelle
città il cui sviluppo è ben illustrato dalla comparsa
rapida della città fungo di Tel Aviv; lo sviluppo
dell’industria giudea è molto rapido: nel 1928 contava 3.505
fabbriche di cui 782 con più di 4 operai, cioè un
totale di 18.000 operai con un capitale investito di 3,5 milioni di
lire sterline. Gli ebrei stabiliti nelle campagne rappresentano solo
il 20% rispetto agli arabi che costituiscono il 65% della popolazione
agricola. Ma i fellahs lavorano le loro terre con dei mezzi
primitivi, mentre gli ebrei nelle loro colonie e piantagioni lavorano
secondo i metodi intensivi del capitalismo, con della manodopera
araba pagata molto poco.

Le cifre che abbiamo
fornito spiegano già un aspetto dell’attuale conflitto. A
partire dal 20° secolo i giudei hanno abbandonato la Palestina ed
altre popolazioni si sono stabilite sulla riva del Giordano. Benché
le dichiarazioni di Balfour e le decisioni della Società delle
Nazioni pretendano di assicurare il rispetto del diritto degli
occupanti della Palestina, in realtà l’aumento della
immigrazione giudea significa cacciare gli arabi dalle loro terre
anche se esse sono state comprate a basso prezzo tramite il Fondo
nazionale giudeo. Non è per umanità verso “il popolo
perseguitato e senza patria” che la Gran Bretagna ha scelto una
politico filo-ebraica. Sono gli interessi dell’alta finanza inglese
dove gli ebrei hanno un’influenza predominante che hanno
determinato questa politica. D’altra parte, dall’inizio della
colonizzazione ebrea si evidenzia un contrasto tra i proletari arabi
ed ebrei. Inizialmente i coloni ebrei avevano utilizzato degli operai
ebrei perché sfruttavano il loro fervore nazionale per
difendersi contro le incursioni arabe. Dopo, con il consolidarsi
della situazione, gli industriali ed i proprietari fondiari ebrei
preferirono alla mano d’opera ebrea più esigente, quella
araba. Gli operai ebrei, costituendo i loro sindacati, più che
alla lotta di classe, si dedicarono alla concorrenza contro i bassi
salari arabi. Questo spiega il carattere sciovinista del movimento
operaio ebreo che viene sfruttato del nazionalismo ebreo e
dall’imperialismo britannico.

Vi sono naturalmente
anche delle ragioni di natura politica che sono alla base del
conflitto attuale. L’imperialismo inglese, a dispetto dell’ostilità
tra le due razze, vorrebbe far coabitare sullo stesso territorio due
Stati differenti e creare anche un bi parlamentarismo che prevede un
parlamento distino per ebrei ed arabi. Nel campo ebreo, oltre alla
direttiva temporizzatrice di Weissman, vi sono i revisionisti di
Jabotinsky che combattono il sionismo ufficiale, accusano la Gran
Bretagna di assenteismo, o addirittura di venir meno agli impegni
assunti, e che vorrebbe indirizzare l’emigrazione ebrea verso la
Transgiordania, la Siria e la penisola del Sinai. I primi conflitti,
che si manifestarono nell’agosto 1929 e che si svolsero intono al
Muro del pianto, provocarono, secondo le statistiche ufficiali, la
morte di duecento arabi e centotrenta ebrei, cifre certamente
inferiori alla realtà, perché se negli insediamenti
moderni gli ebrei riuscirono a respingere gli attacchi, a Hebron, a
Safi e nei pochi sobborghi di Gerusalemme, gli arabi effettuarono dei
veri pogrom. Questi eventi segnarono la fine della politica filoebrea
dell’Inghilterra, perché l’impero coloniale britannico
aveva sul suo territorio troppi musulmani, compresa l’India, per
avere sufficienti ragioni per essere prudenti.

In seguito a questo
comportamento del governo britannico verso il Nucleo Nazionale Ebreo,
la maggior parte dei partiti giudei: i sionisti ortodossi, i sionisti
generali ed i revisionisti passarono alla opposizione, mentre
l’appoggio più sicuro alla politica inglese, diretta in
questa epoca dal Labour Pary, fu rappresentato dal movimento
laburista ebreo che era l’espressione politica della Confederazione
Generale del lavoro e che raggruppava quasi la totalità degli
operai giudei in Palestina. Di recente si era manifestata, in
superficie soltanto, una lotta comune del movimento ebreo ed arabo
contro la potenza mandataria. Ma il fuoco covava sotto le ceneri e
l’esplosione si ebbe con gli eventi del maggio scorso.

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La
stampa fascista italiana è insorta contro l’accusa fatta
dalla stampa “sanzionista” che fossero stati degli agenti
fascisti a fomentare i moti in Palestina, accusa già avanzata
a proposito dei recenti eventi egiziani. Nessuno può negare
che il fascismo ha tutto l’interesse a soffiare su questo fuoco.
L’imperialismo italiano non ha mai nascosto le sue mire verso il
Medio Oriente, cioè il suo desiderio di sostituirsi alle
potenze mandatarie in Palestina ed in Siria. Esso possiede,
d’altronde, nel Mediterraneo una potente base navale e militare
rappresentata da Rodi e le altre isole del Dodecanneso .
L’imperialismo inglese, da parte sua, se si trova avvantaggiato dal
conflitto tra arabi ed ebrei, perché secondo la vecchia
formula romana divide et impera, bisogna dividere per regnare,
deve tuttavia tener conto della potenza finanziaria degli ebrei e
della minaccia del movimento nazionalista arabo. Quest’ultimo
movimento, di cui parleremo più diffusamente un’altra volta,
è una conseguenza della guerra mondiale che ha determinato una
industrializzazione nelle Indie, in Palestina ed in Siria e
rafforzato la borghesia indigena che pose la sua candidatura a
governare, cioè a sfruttare le masse indigene.

Gli arabi accusano la
Gran Bretagna di voler fare della Palestina il Nucleo Nazionale
Giudeo, che significherebbe rubare la terra alle popolazioni
indigene. Essi hanno inviato nuovamente degli emissari in Egitto, in
Siria ed in Marocco per proclamare un’agitazione del mondo
mussulmano a sostegno degli arabi di Palestina, al fine di cercare di
intensificare il movimento, in vista dell’unione nazionale
panislamica. Essi sono incoraggiati dai recenti avvenimenti della
Siria dove la potenza mandataria, la Francia, è stata
obbligata a capitolare davanti allo sciopero generale, ed anche dagli
eventi di Egitto, dove l’agitazione e la costituzione di un Fronte
unico nazionale hanno obbligato Londra a trattare da pari a pari con
il governo del Cairo. Noi non sappiamo se lo sciopero generale degli
arabi di Palestina otterrà parecchio successo. Esamineremo
questo movimento insieme al problema arabo in un prossimo articolo.

Gatto MAMMONE

BILAN
n° 31 (giugno-luglio 1936)

Come abbiamo visto
nella precedente parte di questo articolo, quando, dopo cento anni di
esilio, i “Biluimes” acquistarono un pezzo di territorio sabbioso
a Sud di Jaffa, essi trovarono altre tribù, gli Arabi, che si
erano sostituiti a loro in Palestina. Questi ultimi non erano che
poche centinaia di migliaia, o Arabi fellah (contadini) o beduini
(nomadi); i contadini lavoravano con dei mezzi molto primitivi, il
suolo apparteneva ai proprietari fondiari (effendis). L’imperialismo
inglese, come si è visto, spingendo questi latifondisti e la
borghesia araba ad entrare in lotta al suo fianco durante la guerra
mondiale, ha loro promesso la costituzione di uno Stato nazionale
arabo. La rivolta araba fu nei fatti di un’importanza decisiva per
il crollo del fronte turco-tedesco nel Medio Oriente, perché
essa vanificò l’appello alla Guerra Santa lanciato dal
Califfo ottomano e tenne in scacco numerose truppe turche in Siria,
senza parlare della distruzione delle armate turche in Mesopotamia.

Ma se l’imperialismo
britannico aveva determinato questa rivolta araba contro la Turchia,
grazie alla promessa della creazione di uno Stato arabo composto da
tutte le province dell’antico impero ottomano (ivi compresa la
Palestina), non esitò, per la difesa dei suoi propri interessi
a sollecitare come contropartita l’appoggio dei sionisti giudei,
dicendo loro che la Palestina sarebbe stata loro restituita tanto dal
punto di vista dell’amministrazione quanto della colonizzazione.
Nello stesso tempo si metteva d’accordo con l’imperialismo
francese per cedergli un mandato sulla Siria, dividendo così
questa regione, che forma, con la Palestina, un’unità
storica ed economica indissolubile.

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Nella lettera che Lord
Balfour scrisse il 2 novembre 1917 a Rothschild. presidente della
Federazione sionista d’Inghilterra, e nella quale egli comunicava
che il governo inglese guardava con simpatia alla costituzione in
Palestina di un insediamento nazionale per il popolo ebreo e che
avrebbe impiegato tutti i suoi sforzi per la realizzazione di questo
obiettivo, Lord Balfour aggiungeva che: niente si sarebbe fatto che
potesse portare pregiudizio sia ai diritti civili e religiosi delle
collettività non ebree esistenti in Palestina, sia ai diritti
e allo statuto politico di cui gli ebrei godevano negli altri paesi.
Malgrado i termini ambigui di questa dichiarazione, che permetteva ad
un nuovo popolo di insediarsi sul loro territorio, l’insieme della
popolazione araba restò indifferente all’inizio ed anche
favorevole alla creazione di un insediamento nazionale ebreo. I
proprietari arabi, per il timore che venisse varata una legge
agraria, si mostrarono disposti a vendere alcuni terreni. I capi
sionisti, unicamente per delle preoccupazioni di ordine politico non
approfittarono di queste offerte e giunsero fino ad approvare la
difesa del governo Albany a proposito della vendita dei terreni. Ben
presto, la borghesia manifestò delle tendenze ad occupare
totalmente dal punto di vista territoriale e politico la Palestina,
spodestando la popolazione autoctona e respingendola verso il
deserto. Questa tendenza si manifesta oggi presso i sionisti
revisionisti, cioè nella corrente filofascista del movimento
nazionalista giudeo.

La superficie delle
terre arabe della Palestina è di circa 12 milioni di
“dounnams” metrici (1 dounnams = 1 decimo di ettaro) di cui tra 5
e 6 milioni sono attualmente coltivati.

Ecco
come viene stabilita la superficie delle terre coltivate dai Giudei
in Palestina, dopo il 1899:

1899:
22 colonie, 5.000 abitanti, 300.000 dounnams;

1914:
43 colonie, 12.000 abitanti, 400.010 dounnams;

1922:
73 colonie, 15.000 abitanti, 600.000 dounnams;

1931:
160 colonie, 70.000 abitanti, 1.120.000 dounnams.

Per
giudicare il valore reale di questa progressione e dell’influenza
che ne deriva, non bisogna dimenticare che gli Arabi coltivano ancora
oggi la terra in un modo primitivo, mentre i coloni ebrei impiegano i
metodi più moderni di cultura. I capitali ebrei investiti
nelle imprese agricole sono stimati in molti milioni di dollari, di
cui il 65% nelle piantagioni. Benché gli ebrei non possiedano
che il 14% delle terre coltivate, il valore dei loro prodotti
raggiunge il quarto della produzione totale. Per quel che riguarda le
piantagioni di arance, gli ebrei arrivano al 55% della raccolta
totale.

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E’
nell’aprile del 1920, a Gerusalemme, e nel maggio 1921, a Jaffa,
che si ebbero, sotto forma di pogrom, i primi sintomi della reazione
araba. Sir Herbert Samuel, alto commissario in Palestina fino al 1925
tentò di tranquillizzare gli arabi fermando l’immigrazione
ebrea, promettendo agli Arabi un governo rappresentativo ed
attribuendo loro le migliori terre del patrimonio statale. Dopo la
grande ondata di colonizzazione del 1925, che raggiunse il suo
massimo con 33.000 immigrati, la situazione peggiorò e finì
per determinare i movimenti di agosto 1929. Fu allora che si
ricongiunsero alle popolazioni arabe della Palestina le tribù
beduine della Transgiordania, chiamate dagli agitatori mussulmani.

In
seguito a questi eventi la Commissione di Inchiesta parlamentare
inviata in Palestina, e che è conosciuta con il nome di
Commissione Shaw, concluse che i fatti erano dovuti all’immigrazione
operai ebrea e alla “penuria” di terra e propose al governo
l’acquisto di terre per risarcire i fellah sradicati dalle loro
terre. Quando, successivamente, nel maggio 1930, il governo
britannico accettò nel loro insieme le conclusioni della
Commissione Shaw, e sospese nuovamente l’immigrazione operai giudea
in Palestina, il movimento operaio ebreo – che la Commissione Shaw
non aveva voluto ascoltare – rispose con uno sciopero di protesta
di 24 ore, mentre in altri paesi si ebbero numerose manifestazioni di
ebrei contro questa decisione. Nell’ottobre 1930 vi fu una nuova
dichiarazione riguardante la politica britannica in Palestina,
conosciuta con il nome di Libro Bianco.

Essa
era ugualmente troppo poco favorevole alla tesi sionista. Ma, di
fronte alle proteste sempre più crescenti degli ebrei, il
governo laburista rispose, nel febbraio 1931 con una lettera di Mac
Donald, che riaffermava il diritto al lavoro, all’immigrazione ed
alla colonizzazione ebrea e che autorizzava i datori di lavoro giudei
ad impiegare la mano d’opera ebrea – se preferivano questa
piuttosto che gli arabi – senza tener conto dell’eventuale
aumento di disoccupazione tra questi ultimi. Il movimento operaio
palestinese si affrettò a dare fiducia al governo laburista
inglese, mentre tutti gli altri partiti sionisti restavano in
un’opposizione diffidente. Noi abbiamo mostrato, nell’articolo
precedente, le ragioni del carattere sciovinista del movimento
operaio in Palestina.

L’Histadrath – la
principale Centrale sindacale palestinese non comprende che degli
ebrei (l’80% degli operai ebrei sono organizzati). E’ solo la
necessità di elevare lo standard di vita delle masse arabe,
per proteggere gli alti salari della mano d’opera ebrea, che ha
determinato, in questi ultimi tempi, i suoi sforzi di organizzare gli
arabi. Ma gli embrioni di sindacai raggruppati nella “Alliance”
restano organicamente separati dall’Histadrath, eccezion fatta per
il sindacato dei ferrovieri che raggruppa i rappresentanti di tutte
le due razze.

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Lo
sciopero generale degli Arabi in Palestina entra ora nel suo quarto
mese. La guerriglia continua, malgrado il recente decreto che
infligge la pena di morte agli autori di attentati: ogni giorno si
fanno delle imboscate e si assalgono treni ed automobili, senza
contare le distruzioni e gli incendi di proprietà ebree.
Questi eventi sono costati alla potenza mandataria già quasi
mezzo milione di lire sterline per il mantenimento delle forze armate
e per la diminuzione delle entrate, conseguenza della resistenza
passiva e del boicottaggio delle masse arabe. Ultimamente, ai Comuni,
il ministro delle colonie ha fornito come cifre delle vittime: 400
Mussulmani, 200 ebrei e 100 poliziotti; finora 1.800 arabi ed ebrei
sono stati giudicati e 1.200 sono stati condannati di cui 300 ebrei.
Secondo il ministro, un centinaio di nazionalisti arabi sono stati
deportati nei campi di concentramento. Quattro capi comunisti (2
ebrei e 2 armeni) sono detenuti e 60 comunisti sono sorvegliati dalla
polizia. Ecco le cifre ufficiali.

E’
evidente che la politica dell’imperialismo britannico in Palestina
si ispira naturalmente ad una politica colonia le caratteristica di
ogni imperialismo. Questa consiste nel fare affidamento soprattutto
su certi strati della popolazione coloniale (opponendo le razze tra
loro, o delle confessioni religiose differenti, o meglio ancora
risvegliando delle gelosie tra clan o capi), il che permette
all’imperialismo di stabilire solidamente la sua super oppressione
sulle stesse masse coloniali, senza distinzione di razza o
confessione. Ma, se questa manovra è potuta riuscire in
Marocco e in Africa centrale, in Palestina ed in Siria il movimento
nazionalista arabo presenta una resistenza molto compatta. Si
appoggia sui paesi più o meno indipendenti che lo circondano:
Turchia, Persia, Egitto, Irak, Stati arabi ed, inoltre, si lega
all’insieme del mondo mussulmano che conta parecchi milioni di
individui.

A
dispetto dei contrasti esistenti tra differenti Stati mussulmani e
malgrado la politica anglofila di alcuni tra loro, il grande pericolo
per l’imperialismo sarebbe la costituzione di un blocco orientale
capace di imporsi – il che sarebbe possibile se il risveglio e il
rafforzamento del sentimento nazionalista delle borghesie indigene
potesse impedire il risveglio della rivolta di classe degli sfruttati
coloniali che hanno da rompere tanto con i loro sfruttatori che con
l’imperialismo europeo- e che potrebbe trovare un punto di legame
con la Turchia che viene da poco ad affermare i suoi diritti sui
Dardanelli e che potrebbe riprendere la sua politica panislamica. Ora
la Palestina è di un’importanza vitale per l’imperialismo
inglese. Se i sionisti si sono illusi di ottenere una Palestina
“ebrea”, in realtà essi non otterranno altro che una
Palestina “britannica”, via dei transiti terrestri che lega
l’Europa all’India. Essa potrebbe rimpiazzare la via marittima
del Suez, la cui sicurezza viene ad essere indebolita dallo
stabilirsi dell’imperialismo italiano in Etiopia. Non bisogna
dimenticare inoltre che l’oleodotto di Mossoul (zona petrolifera)
giunge al porto palestinese di Haifa.

Infine,
la politica inglese dovrà sempre tener conto del fatto che 100
milioni di mussulmani popolano l’impero britannico. Finora
l’imperialismo britannico è riuscito, in Palestina, a
contenere la minaccia rappresentata dal movimento arabo di
indipendenza nazionale, opponendogli il sionismo che, spingendo le
masse ebree ad emigrare in Palestina, dislocava il movimento di
classe del loro paese d’origine dove questo avrebbe trovato il loro
posto ed, infine, si assicurava un appoggio solido alla sua politica
in Medio Oriente. L’espropriazione delle terre, a dei prezzi
irrisori, ha spinto i proletari arabi nella miseria più nera e
li ha buttati nelle braccia dei nazionalisti arabi e dei grandi
proprietari fondiari e della borghesia nascente. Quest’ultima ne ha
approfittato, evidentemente, per estendere le sue mira di
sfruttamento delle masse e dirige il malcontento dei fellah e
proletari contro gli operai ebrei nello stesso modo in cui i
capitalisti sionisti hanno diretto il malcontento degli operai ebrei
contro gli arabi. Da questo contrasto tra sfruttati ebrei ed arabi,
l’imperialismo britannico e le classi dirigenti arabe non possono
che uscire rafforzate. Il comunismo ufficiale aiuta gli arabi nella
loro lotta contro il sionismo qualificato come strumento
dell’imperialismo inglese. Già nel 1929 la stampa
nazionalista ebrea pubblicò una lista nera della polizia dove
gli agitatori comunisti figuravano al fianco del gran Mufti e dei
capi nazionalisti arabi. Attualmente numerosi militanti comunisti
sono stati arrestati. Dopo aver lanciato la parola d’ordine di
“arabizzazione” del partito, i centristi hanno lanciato oggi la
parola d’ordine “l’Arabia agli arabi”, che non è altro
che una copia della parola d’ordine “Federazione di tutti i
popoli arabi” propria dei nazionalisti arabi, cioè dei
latifondisti (gli effendi) e degli intellettuali che, con l’appoggio
del clero mussulmano, dirigono il congresso arabo e canalizzano, in
nome dei loro interessi, le reazioni degli sfruttati arabi.

Per il vero
rivoluzionario, ovviamente, non c’è una questione
“palestinese”, ma unicamente la lotta di tutti gli sfruttati del
Medio Oriente, arabi ed ebrei compresi, che fanno parte della lotta
più generale di tutti gli sfruttati del mondo intero per la
rivolta comunista.

Gatto Mammone

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