L'evoluzione della lotta di classe nel contesto degli attacchi generalizzati e della decomposizione avanzata del capitalismo

Pubblichiamo qui di seguito il rapporto sulla lotta di classe presentato e ratificato durante la riunione, nell'autunno 2003, dell'organo centrale della CCI (1). Confermando le analisi dell'organizzazione sulla persistenza del corso agli scontri di classe (aperto dalla ripresa internazionale della lotta di classe nel 1968) malgrado la gravità del riflusso subito dal proletariato a livello della sua coscienza dal crollo del blocco dell'Est, questo rapporto aveva come compito particolare di valutare l'impatto attuale ed a lungo termine dell'aggravamento della crisi economica e degli attacchi capitalisti sulla classe operaia. L’analisi è che "Le mobilitazioni a grande scala della primavera 2003 in Francia ed in Austria rappresentano una svolta nella lotta di classe dal 1989. Esse sono un primo passo significativo nel recupero della combattività operaia dopo il periodo più lungo di riflusso avuto dal 1968".

Siamo ancora lontano dal doverci confrontare ad un'ondata internazionale di lotte massicce poiché, a scala internazionale, la combattività è ancora allo stato embrionale e molto eterogenea. Tuttavia, va sottolineato che l'aggravamento considerevole della situazione insito in maniera evidente nelle prospettive di evoluzione del capitalismo, sia per quanto riguarda lo smantellamento dello Stato assistenziale sia per l'accentuazione dello sfruttamento sotto tutte le sue forme o lo sviluppo della disoccupazione, costituisce una leva certa della presa di coscienza in seno alla classe operaia. Il rapporto insiste in particolare sulla profondità ma anche la lentezza di questo processo di ripresa della lotta di classe.

L'evoluzione della situazione successiva ha confermato le caratteristiche, messe in evidenza dal rapporto, del cambiamento di dinamica intervenuto all'interno della classe operaia. Questa ha anche illustrato una tendenza, già segnalata dal rapporto, di alcune manifestazioni ancora isolate della lotta di classe ad oltrepassare il quadro fissato dai sindacati. La stampa territoriale della CCI ha reso conto di tali lotte che hanno avuto luogo alla fine dell'anno 2003, in Italia nei trasporti ed in Gran Bretagna nelle Poste, costringendo il sindacalismo di base ad entrare in azione per sabotare le mobilitazioni operaie. Allo stesso tempo, permane la tendenza, già messa in evidenza dalla CCI prima di questo rapporto, alla proliferazione di minoranze alla ricerca di coerenza rivoluzionaria.

La strada che la classe operaia dovrà percorrere è molto lunga. Tuttavia le lotte che dovrà fare saranno il crogiolo di una riflessione che, stimolata dall'aggravamento della crisi e fecondata dall'intervento dei rivoluzionari, serve a permetterle di riappropriarsi della sua identità di classe e della fiducia in sé stessa, di riallacciarsi alla sua esperienza storica e sviluppare la sua solidarietà di classe.

Il rapporto sulla lotta di classe del 15° Congresso della CCI (2) sottolineava il carattere quasi inevitabile di una risposta della classe operaia allo sviluppo qualitativo della crisi ed agli attacchi che colpiscono una nuova generazione non sconfitta di proletari, con al fondo un lento ma significativo recupero della combattività. Identificava un allargamento ed un approfondimento, ancora embrionale ma percettibile, della maturazione sotterranea della sua coscienza. Insisteva sull'importanza della tendenza a lotte più massicce per il recupero da parte della classe operaia della propria identità di classe e della fiducia in sé stessa,. Metteva in esergo il fatto che con l'evoluzione obiettiva delle contraddizioni del sistema, la cristallizzazione di una coscienza di classe sufficiente - in particolare, per ciò che riguarda la riconquista della prospettiva comunista - diventa la questione sempre più decisiva per l'avvenire dell'umanità. Metteva l'accento sull'importanza storica dell'emergere di una nuova generazione di rivoluzionari, riaffermando che un tale processo è già in marcia dal 1989, a dispetto del riflusso della combattività e della coscienza della classe nel suo insieme. Il rapporto mostrava quindi i limiti di questo riflusso, affermando che il corso storico agli scontri di classe massicci si era mantenuto e che la classe operaia era capace di superare il riflusso che aveva subito. Allo stesso tempo, esso affrontava la capacità della classe dominante a cogliere tutte le implicazioni di questa evoluzione della situazione ed a farvi fronte; e ricollocava questa evoluzione nel contesto degli effetti negativi dell'aggravamento della decomposizione del capitalismo. Infine concludeva sull'enorme responsabilità delle organizzazioni rivoluzionarie di fronte agli sforzi della classe operaia per andare avanti, di fronte ad una nuova generazione di lavoratori in lotta e di rivoluzionari che si producevano in questa situazione.

Quasi subito dopo il 15° Congresso e nel periodo successivo alla guerra in Iraq, la mobilitazione degli operai in Francia (tra le più importanti in questo paese dalla Seconda Guerra mondiale) ha rapidamente confermato queste prospettive. Traendo un primo bilancio di questo movimento, la Revue internationale n°114 fa notare che queste lotte hanno smentito categoricamente la tesi della pretesa scomparsa della classe operaia. L'articolo afferma che gli attacchi attuali "costituiscono il fermento di una lenta maturazione delle condizioni per lo sviluppo di lotte massicce che sono necessarie alla riconquista dell'identità della classe proletaria e per fare cadere a poco a poco le illusioni, particolarmente sulla possibilità di riformare il sistema. Sono le stesse azioni di massa che permetteranno il riemergere della coscienza di essere una classe sfruttata portatrice di un'altra prospettiva storica per la società. Perciò, la crisi è l'alleata del proletariato. Tuttavia, la strada che deve aprirsi la classe operaia per affermare la propria prospettiva rivoluzionaria non è affatto lineare, essa sarà terribilmente lunga, tortuosa, difficile, seminata di insidie, di trappole che il suo nemico non mancherà di ergerle contro". Le prospettive tracciate dal rapporto sulla lotta di classe del 15° Congresso della CCI si sono così trovate confermate, non solo per lo sviluppo a scala internazionale di una nuova generazione di elementi in ricerca, ma anche per le lotte operaie.

Perciò, il presente rapporto sulla lotta di classe si limita ad un aggiornamento ed ad un esame più preciso del significato a lungo termine di certi aspetti delle ultime lotte proletarie.

Le mobilitazioni a grande scala della primavera 2003 in Francia ed in Austria rappresentano una svolta nelle lotte di classe dal 1989. Esse sono un primo passo significativo nel recupero della combattività operaia dopo il periodo più lungo di riflusso dal 1968. Già negli anni ‘90 si erano viste delle manifestazioni sporadiche ma importanti di questa combattività. Tuttavia la simultaneità dei movimenti in Francia ed in Austria ed il fatto che, subito dopo, i sindacati tedeschi abbiano organizzato la sconfitta degli operai metallurgici all'Est (3) per contrastare in modo preventivo la resistenza proletaria, mostrano l'evoluzione della situazione dell'inizio del nuovo millenario. In realtà questi avvenimenti hanno messo in evidenza che la classe operaia è sempre più costretta a lottare di fronte all'aggravamento drammatico della crisi ed al carattere sempre più massiccio e generalizzato degli attacchi, e ciò a dispetto della persistente mancanza di fiducia in sé stessa.

Questo cambiamento tocca non solo la combattività della classe operaia ma anche il suo stato d'animo, la prospettiva nella quale si iscrive la sua attività. Esistono attualmente dei segni di una perdita di illusioni che riguardano non solo le mistificazioni tipiche degli anni '90 ("la rivoluzione delle nuove tecnologie", "l'arricchimento individuale attraverso la Borsa", ecc.), ma anche di quelle che la ricostruzione del dopo guerra (Seconda Guerra mondiale) aveva suscitato, e cioè la speranza di una vita migliore per la nuova generazione e di una pensione decente per quelli che riusciranno a sopravvivere alla prigione del lavoro salariato.

Come ricorda l'articolo della Révue Internationale n°114, il ritorno massiccio del proletariato sullo scenario storico nel 1968 ed il riemergere di un prospettiva rivoluzionaria costituivano non solo una risposta agli attacchi su di un piano immediato, ma soprattutto una risposta al crollo delle illusioni in un avvenire migliore che il capitalismo del dopo guerra sembrava offrire. Contrariamente a quello che una deformazione volgare e meccanicista del materialismo storico potrebbe farci credere, tali svolte nella lotta di classe, anche se scatenate da un aggravamento immediato delle condizioni materiali, sono sempre il risultato di cambiamenti soggiacenti nella visione dell'avvenire. La rivoluzione borghese in Francia non è esplosa con l'apparizione della crisi del feudalesimo (che era già ben avanzata), ma quando è diventato chiaro che il sistema del potere assoluto non poteva più far fronte a questa crisi. Allo stesso modo, il movimento che doveva sfociare nella prima ondata rivoluzionaria mondiale non è cominciato nell'agosto 1914, ma quando si sono dissipate le illusioni su di una soluzione militare rapida alla guerra mondiale. Pertanto il compito principale che le lotte recenti ci impongono è la comprensione del loro significato storico, a lungo termine.

Ogni svolta nella lotta di classe non ha lo stesso significato e la stessa portata del 1917 o del 1968. Queste date rappresentano dei cambiamenti del corso storico; il 2003 segna semplicemente l'inizio della fine di un fase di riflusso all’interno di un corso generale a degli scontri di classe massicci. Dal 1968, e prima del 1989, il corso della lotta di classe era già stato segnato da uno certo numero di riflussi e di riprese. In particolare, la dinamica iniziata alla fine degli anni ‘70 culminò rapidamente negli scioperi di massa dell'estate 1980 in Polonia. L'importanza del cambiamento della situazione costrinse allora la borghesia a cambiare rapidamente il orientamento politico ed a mandare la sinistra all'opposizione per poter meglio sabotare le lotte dall'interno (4). Inoltre è necessario distinguere tra il cambiamento attuale nel recupero sul piano della combattività da parte della classe operaia e le riprese negli anni 1970 e '80.

Più in generale, è necessario saper distinguere tra quelle situazioni in cui, per così dire, il mondo si sveglia una mattina e non è più lo stesso mondo, e dei cambiamenti che avvengono in modo quasi impercettibile attraverso il mondo, come il cambiamento quasi invisibile che si produce tra l’alta e la bassa marea. L'evoluzione attuale è sicuramente del secondo tipo. In tal senso, le mobilitazioni recenti contro gli attacchi sulle pensioni non significano affatto un cambiamento immediato e spettacolare della situazione tale da richiedere uno spiegamento rapido e importante delle forze politiche della borghesia.

Siamo ancora lontani dal doverci confrontare con un'ondata internazionale di lotte massicce. In Francia il carattere massiccio della mobilitazione nella primavera 2003 è restato circoscritto essenzialmente ad un settore, quello dell'educazione. In Austria la mobilitazione è stata più larga, ma fondamentalmente limitata nel tempo ad alcune giornate di azione, principalmente nel settore pubblico. Lo sciopero degli operai metallurgici in Germania dell'Est non è stato affatto espressione di una combattività operaia immediata, ma una trappola tesa ad una delle parti meno combattive della classe (ancora traumatizzata dalla disoccupazione massiccia apparsa quasi dall'oggi al domani dopo la "riunificazione" della Germania) per far passare l’idea che la lotta non paga. In più, le notizie sui movimenti in Francia ed in Austria hanno subito parzialmente un blackout in Germania, eccetto alla fine del movimento, quando sono state utilizzate per veicolare un messaggio che scoraggiava alla lotta. In altri paesi centrali per la lotta di classe come l'Italia, la Gran Bretagna, la Spagna o i paesi del Benelux, non ci sono state recentemente mobilitazioni massicce. Espressioni di combattività, che possono sfuggire al controllo delle grandi centrali sindacali, come lo sciopero selvaggio del personale di British Airways a Heathrow, di Alcatel a Tolosa o a Puertollano in Spagna l'estate scorsa (cf.Révolution internationale n°339) restano circoscritte ed isolate.

Nella stessa Francia lo sviluppo insufficiente e soprattutto l'assenza di una combattività più diffusa hanno fatto sì che l'estensione del movimento al di là del settore dell'educazione non fosse immediatamente all'ordine del giorno.

Tanto a scala internazionale che in ciascun paese, la combattività è dunque ancora allo stato embrionale e molto eterogenea. La sua attuale manifestazione più importante, la lotta degli insegnanti in Francia della scorsa primavera, è in prima istanza il risultato di una provocazione della borghesia consistente nell'attaccare più pesantemente questo settore in modo che la risposta contro la riforma delle pensioni, che riguardava tutta la classe operaia, si polarizzasse solo su questo settore (5).

Di fronte alle manovre su grande scala della borghesia, bisogna notare la grande ingenuità, addirittura la cecità della classe operaia nel suo insieme, includendovi gruppi in ricerca, parti del campo politico proletario (fondamentalmente i gruppi della Sinistra comunista) ed anche molti nostri simpatizzanti. La classe dominante, per il momento, è non solo capace di contenere ed isolare le prime manifestazioni dell'agitazione operaia, ma può, con più o meno successo (più in Germania che in Francia), rivolgere questa volontà di lotta, ancora relativamente debole, contro lo sviluppo della combattività generale a lungo termine.

Ancora più significativo di tutto ciò che precede è il fatto che la borghesia non sia ancora obbligata a ricorrere alla strategia della sinistra all'opposizione. In Germania, il paese in cui la borghesia ha ampia libertà di scelta tra un'amministrazione di sinistra ed un'amministrazione di destra, in occasione dell'offensiva "agenda 2010" contro gli operai, il 95% dei delegati, tanto del SPD che dei verdi, si sono pronunciati in favore di un mantenimento della sinistra al governo. La Gran Bretagna che, con la Germania, negli anni ‘70 ed '80 è stata "all’avanguardia" della borghesia mondiale nell'applicazione di politiche di sinistra nell'opposizione tra le più adattate a fare fronte alla lotta di classe, è anch’essa capace di gestire il fronte sociale con un governo di sinistra.

A differenza della situazione che prevaleva alla fine degli anni ‘90, oggi non possiamo più parlare della messa in campo di governi di sinistra come orientamento dominante della borghesia europea. Mentre cinque anni fa l'ondata di vittorie elettorali della sinistra era legata ancora alle illusioni sulla situazione economica, di fronte alla gravità attuale della crisi, la borghesia deve preoccuparsi di mantenere una certa alternanza governativa e giocarsi così la carta della democrazia elettorale (6). Dobbiamo ricordare, in questo contesto che già l'anno scorso la borghesia tedesca, pur salutando la rielezione di Schroeder, ha mostrato che si sarebbe anche soddisfatta di un governo conservatore con Stoiber.

 

Il fatto che le prime scaramucce della lotta di classe, in un processo lungo e difficile verso lotte più massicce, abbiano avuto luogo in Francia ed in Austria non è forse tanto fortuito come potrebbe sembrare. Se il proletariato francese è conosciuto per il suo carattere esplosivo, il che spiega in parte come nel 1968 si sia trovato alla testa della ripresa internazionale delle lotte di classe, si può dire difficilmente altrettanto della classe operaia austriaca del dopoguerra. Ciò che questi due paesi hanno in comune, tuttavia, è il fatto che gli attacchi massicci riguardavano in modo centrale il problema delle pensioni. È anche da notare come il governo tedesco, che attualmente è quello che nell’Europa occidentale sta scatenando l'attacco più generale, proceda ancora in modo estremamente prudente sul problema delle pensioni. Mentre la Francia e l'Austria sono tra i paesi dove, in grande parte a causa della debolezza politica della borghesia, della destra in particolare, le pensioni sono state fino ad ora attaccate meno che altrove. Per questo qui l'aumento del numero di anni lavorativi necessari per andare in pensione e la diminuzione dalle pensioni sono stati avvertiti con maggior amarezza.

Il peggioramento della crisi costringe la borghesia, con l’aumento dell’età pensionabile, a sacrificare un ammortizzatore sociale che gli permetteva di fare accettare alla classe operaia i livelli insopportabili di sfruttamento imposti negli ultimi decenni e di mascherare la reale entità della disoccupazione.

Di fronte al ritorno massiccio di questo flagello a partire dagli anni 1970, la borghesia aveva risposto con misure di capitalismo di Stato assistenziale, misure che sono un non senso dal punto di vista economico e che oggi costituiscono una delle principali cause dell'incommensurabile debito pubblico. Lo smantellamento del Welfare State attualmente in opera porta a porsi degli interrogativi di fondo sulle reali prospettive che il capitalismo offre per il futuro della società.

I diversi attacchi capitalisti non suscitano identiche reazioni di difesa da parte della classe operaia. In genere è più facile scendere in lotta contro le diminuzioni di salario o l'allungamento della giornata di lavoro che contro la diminuzione del salario relativo, il quale è il risultato dell'incremento della produttività del lavoro, a causa dello sviluppo della tecnologia, e dunque dello stesso processo di accumulazione del capitale. Questa realtà veniva descritta da Rosa Luxemburg in questi termini: "Una diminuzione di salario, che comporti una compressione del tenore di vita reale degli operai, è un attentato visibile dei capitalisti contro i lavoratori, e di regola […] ne riceve una immediata risposta, nei casi più favorevoli è anche respinta. Per contro, la diminuzione del salario relativo si effettua ostentatamente senza la minima responsabilità personale del capitalista, e contro di essa, gli operai,all’interno del sistema salariale, cioè sul terreno della produzione mercantile. non hanno alcuna possibilità di lotta e di difesa ".

L'aumento della disoccupazione pone lo stesso tipo di difficoltà alla classe operaia dell'intensificazione dello sfruttamento (attacco sullo stipendio relativo). In effetti, l'attacco capitalista costituito dalla disoccupazione, quando colpisce i giovani che non hanno lavorato ancora, non comporta la dimensione esplosiva dei licenziamenti, per il fatto che non è necessario licenziare nessuno. L'esistenza di una disoccupazione massiccia costituisce anche un fattore di inibizione delle lotte immediate della classe operaia, perché rappresenta una minaccia permanente per un numero crescente di operai al lavoro, ma anche perché questo fenomeno sociale pone delle domande la cui risposta non può evitare di affrontare la necessità del cambiamento di società. Sempre per quanto riguarda la lotta contro l'abbassamento del salario relativo, Rosa Luxemburg aggiunge: "La lotta contro la caduta del salario relativo significa perciò anche lotta contro il carattere di merce della forza di lavoro, cioè contro la produzione capitalista nel suo complesso. La lotta contro la caduta del salario relativo non è dunque più una lotta sul terreno dell'economia mercantile, bensì un assalto rivoluzionario, sovvertitore, contro il sussistere di questa economia, è il movimento socialista del proletariato".

Gli anni 1930 rivelano come, con la disoccupazione di massa, esplode il depauperamento assoluto. Senza la sconfitta che fu precedentemente inflitta al proletariato, la legge "generale, assoluta dell'accumulazione del capitale" rischiava di trasformarsi nel suo contrario, la legge della rivoluzione. La classe operaia ha una memoria storica e, con l'approfondirsi della crisi, questa memoria comincia lentamente ad attivarsi. Attualmente la disoccupazione massiccia ed i tagli ai salari fanno sorgere il ricordo degli anni '30, e visioni di insicurezza e di depauperamento generalizzate. Lo smantellamento del Welfare State confermerà le previsioni marxiste.

Quando Rosa Luxemburg scrive che gli operai, sul terreno della produzione dei beni di consumo, non hanno la minima possibilità di resistere all'abbassamento del salario relativo, ciò non è né rassegnazione fatalista, né pseudo-radicalismo dell'ultima tendenza di Essen del KAPD, "la rivoluzione o niente", ma la consapevolezza che la loro lotta non può restare nei limiti delle lotte di difesa immediata e deve essere intrapresa con la più larga visione politica possibile. Negli anni ‘80, le questioni della disoccupazione e dell'intensificazione dello sfruttamento erano già poste, ma spesso in modo ristretto e locale, ristrette per esempio alla salvaguardia dei propri posti di lavoro dai minatori inglesi. Oggi l'avanzata qualitativa della crisi può permettere che problemi come la disoccupazione, la povertà, lo sfruttamento siano posti in modo più globale e politico, come quelli delle pensioni, della salute, del mantenimento dei disoccupati, delle condizioni di vita, della lunghezza della vita lavorativa, dell'avvenire delle generazioni future. Sotto una forma molto embrionale, è questo il potenziale che è stato rivelato negli ultimi movimenti in risposta agli attacchi contro le pensioni. Questa lezione di lungo termine è di gran lunga la più importante. È di una portata ben più grande di quella del ritmo con cui la combattività immediata della classe va a ripristinarsi. In effetti, come Rosa Luxemburg spiega, essere direttamente confrontati agli effetti devastanti dei meccanismi obiettivi del capitalismo (disoccupazione massiccia, intensificazione dello sfruttamento relativo), rende sempre più difficile entrare in lotta. E' per tale motivo che, anche se ne risulta un ritmo rallentato ed un avanzamento più tortuoso delle lotte, quest’ultime diventano tanto più significative sul piano della politicizzazione.

 

 A causa dell'approfondirsi della crisi, il capitale non può più basarsi sulla sua capacità di fare delle concessioni materiali importanti in modo da ridare credito all'immagine dei sindacati, come è stato fatto nel 1995 in Francia (8). A dispetto delle attuali illusioni degli operai, esistono dei limiti sulla capacità della borghesia ad utilizzare la combattività nascente attraverso manovre su vasta scala. Questi limiti sono rivelati dal fatto che i sindacati sono obbligati a ritornare gradualmente al ruolo di sabotatori delle lotte: "si adotta oggi uno schema molto più classico nella storia della lotta di classi: il governo attacca, i sindacati in un primo tempo si oppongono ed esaltano l'unione sindacale per reclutare massicciamente gli operai dietro essi e sotto il loro controllo. Poi il governo apre dei negoziati ed i sindacati si disuniscono per meglio dividere e disorientare le file operaie. Questo metodo che gioca sulla divisione sindacale di fronte all'avanzamento della lotta di classe, è quello più sperimentato dalla borghesia per preservare globalmente l'inquadramento sindacale, concentrando per quanto possibile il discredito e la perdita di alcune penne su uno o l'altro apparato designato in anticipo. Questo significa anche che i sindacati sono di nuovo sottomessi alla prova del fuoco e che lo sviluppo inevitabile delle lotte a venire porrà alla classe operaia di nuovo il problema dello scontro con i suoi nemici per potere affermare i propri interessi di classe ed i bisogni della sua lotta". (9)

Se a fino ad ora la borghesia non si è posta tanti problemi nel mettere in atto le sue manovre contro la classe operaia, il deterioramento della situazione economica tenderà a provocare con maggior frequenza scontri spontanei, parziali, isolati tra gli operai ed i sindacati. La ripetizione di uno schema classico di scontro con il sabotaggio sindacale, ormai all'ordine del giorno, favorisce la possibilità per gli operai di rifarsi alle lezioni del passato. Ma questo non deve condurre ad un atteggiamento schematico basato sul quadro ed i criteri degli anni '80 per capire le lotte future ed intervenire al loro interno. Le lotte attuali sono quelle di una classe che deve ancora riconquistare, anche in modo elementare, la sua identità di classe. La difficoltà a riconoscere di appartenere ad una classe sociale ed il fatto di non realizzare che si ha di fronte un nemico di classe, sono le due facce dello stessa medaglia. Sebbene gli operai abbiano ancora un senso elementare del bisogno di solidarietà (perché ciò è inscritto nei fondamenti della condizione proletaria), hanno però ancora da riconquistare una visione di ciò che è veramente la solidarietà di classe.

Per far passare la sua riforma delle pensioni, la borghesia francese non ha avuto bisogno di ricorrere al sabotaggio dell'estensione del movimento attraverso i sindacati. Il centro della sua strategia è consistita nel fare in modo che gli insegnanti adottassero come obiettivi primari delle rivendicazioni specifiche. A tal fine, questo settore già pesantemente colpito dagli attacchi precedenti, ha dovuto subire non solo l'attacco generale sulle pensioni ma anche un altro supplementare, specifico: il progetto di decentramento del personale non insegnante, contro il quale ha polarizzato effettivamente la sua mobilitazione. Far proprie delle rivendicazioni che condannano di fatto una lotta alla sconfitta è sempre un segno di una debolezza importante della classe operaia, che essa deve superare per potere avanzare significativamente. Un esempio che illustra al contrario una tale necessità è dato dalle lotte in Polonia nel 1980, dove sono state le illusioni sulla democrazia occidentale a permettere che la rivendicazione di "sindacati liberi" arrivasse al primo posto nell'elenco di rivendicazioni presentate al governo, aprendo così la porta alla sconfitta ed alla repressione del movimento.

Nelle lotte della primavera 2003 in Francia, è stata la perdita dell'identità di classe e la perdita di vista della nozione di solidarietà operaia a portare gli insegnanti ad accettare che le loro rivendicazioni specifiche passassero sopra al problema generale degli attacchi contro le pensioni. I rivoluzionari non devono temere di riconoscere questa debolezza della classe e di adattare di conseguenza il loro intervento. Il rapporto sulla lotta di classe del 15° Congresso insiste molto sull'importanza del riemergere della combattività per permettere al proletariato di avanzare. Ma ciò non ha niente in comune con un culto operaista della combattività. Negli anni '30 la borghesia è stata capace di deviare la combattività operaia sulla strada della guerra imperialista. L'importanza delle lotte attuali è che esse possono costituire il crogiolo dello sviluppo della coscienza della classe operaia. Se la posta in gioco oggi della lotta di classe, la riconquista dell'identità di classe da parte del proletariato, è di per sé molto modesta, essa costituisce tuttavia la chiave per la riattivazione della memoria collettiva e storica del proletariato e per lo sviluppo della sua solidarietà di classe. Questa è l'unica alternativa alla pazza logica borghese di competizione, del ciascuno per sé.

La borghesia, da parte sua, non si permette di farsi illusioni sul carattere secondario di questa questione. Fino ad adesso ha fatto ciò che ha potuto per evitare l’esplosione di un movimento che potrebbe ricordare agli operai la loro appartenenza ad una stessa classe. La lezione del 2003 è che, con l'accelerazione della crisi, la lotta operaia può solo svilupparsi. Non è tanto questa combattività di per sé che inquieta la classe dominante, ma proprio il rischio che i conflitti vanno ad alimentare la coscienza della classe operaia. La borghesia oggi è ancora più preoccupata da questa questione che in passato, proprio perché la crisi è più grave e più globale. Quando le lotte non possono essere evitate, la sua principale preoccupazione è limitarne gli effetti positivi sulla fiducia in sé, sulla solidarietà e la riflessione nella classe operaia, e fare in modo che la lotta sia fonte di false lezioni. Durante gli anni ‘80, di fronte alle lotte operaie, la CCI ha imparato ad identificare, per ciascun caso concreto, quale era l'ostacolo all'avanzamento del movimento ed intorno al quale dovevano essere polarizzati lo scontro con i sindacati e la sinistra del capitale. Spesso era la questione dell'estensione. Delle mozioni concrete presentate nelle assemblee generali, che chiamavano ad andare verso gli altri operai, costituivano la dinamite con la quale tentavamo di sgombrare il campo per favorire l'avanzamento generale del movimento. Le questioni centrali poste oggi - che cosa è la lotta di classe, i suoi scopi, i suoi metodi, chi sono i suoi avversari, quali sono gli ostacoli che dobbiamo superare - sembrano costituire l'antitesi di quelle degli anni '80. Sembrano più "astratte" perché meno immediatamente realizzabili, addirittura costituiscono un ritorno al punto di partenza delle origini del movimento operaio. Metterle in avanti esige più pazienza, un visione a più lungo termine, capacità politiche e teoriche più profonde per l'intervento. Ma in realtà, le questioni centrali attuali non sono più astratte, sono più globali. Non c'è niente di astratto o di arretrato nel fatto d'intervenire, in un'assemblea operaia, sulla questione delle rivendicazioni del movimento o per denunciare il modo in cui i sindacati impediscono ogni prospettiva reale di estensione. Il carattere globale di queste questioni mostra la via da seguire. Prima del 1989 il proletariato si è arenato proprio perché poneva le questioni della lotta di classe in modo troppo limitato. Proprio perché nella seconda metà degli anni ‘90, il proletariato ha cominciato a sentire il bisogno, attraverso delle minoranze al suo interno, di una visione più globale, la borghesia, cosciente del pericolo che ciò poteva rappresentare, ha sviluppato il movimento alter-mondialista in modo da fornire una falsa risposta ad a questo bisogno.

Inoltre, la sinistra del capitale, specialmente la più "raicale", è diventata maestra nell'arte di utilizzare gli effetti della decomposizione della società contro le lotte operaie. Se la crisi economica favorisce una problematica che tende ad essere globale, la decomposizione ha l'effetto contrario. Durante il movimento della primavera 2003 in Francia e lo sciopero dei metallurgici in Germania, abbiamo visto come gli attivisti sindacali, in nome de "l'estensione" o della "solidarietà" hanno alimentato una certa mentalità presente in una minoranza di lavoratori tendente a voler imporre la lotta ad altri lavoratori, allo scopo di gettare su questi ultimi la responsabilità di una sconfitta del movimento quando questi si rifiutavano di essere trascinati nell'azione.

Nel 1921, durante l'Azione di marzo in Germania, le scene tragiche dei disoccupati che cercavano di impedire agli operai di rientrare nelle fabbriche, erano un'espressione di disperazione di fronte al riflusso dell'ondata rivoluzionaria. I recenti appelli delle forze della sinistra borghese francese agli studenti di non sostenere i loro esami, lo spettacolo dei sindacalisti tedeschi dell'Ovest che volevano impedire ai metallurgici dell’Est – che non volevano più fare un lungo sciopero per le 35 ore - di riprendere il lavoro, sono degli attacchi pericolosi contro l'idea stessa di classe operaia e di solidarietà. Attacchi pericolosi anche perché alimentano l'impazienza, l'immediatismo e l'attivismo insensato prodotti dalla decomposizione. Siamo avvertiti: se le lotte a venire sono potenzialmente un crogiolo per la coscienza, la borghesia fa di tutto per trasformarle in sepolcro della riflessione proletaria.

Qui vediamo dei compiti che sono degni dell'intervento comunista: "spiegare pazientemente" (Lenin) perché la solidarietà non può essere imposta ma richiede una fiducia reciproca tra le differenti parti della classe; spiegare perché la sinistra borghese, in nome dell'unità operaia, fa di tutto per distruggere proprio questa unità.

 

 Tutte le componenti del campo politico proletario riconoscono l'importanza della crisi nello sviluppo della combattività operaia. Ma la CCI è la sola corrente esistente attualmente a considerare che la crisi stimola la coscienza di classe delle grandi masse. Gli altri gruppi riducono il ruolo della crisi al fatto che questa semplicemente spinge fisicamente alla lotta. Per i consiliaristi, la crisi costringe in modo più o meno meccanico la classe operaia a fare la rivoluzione. Per i bordighisti, il risveglio de"l'istinto" di classe porta al potere il detentore della coscienza di classe che è il partito. Per il BIPR, la coscienza rivoluzionaria viene dall'esterno, dal partito. All’interno dei gruppi in ricerca, gli autonomi (che si rifanno al marxismo per quanto riguarda la necessità dell'autonomia del proletariato rispetto alle altre classi) e gli operaisti credono che la rivoluzione è il prodotto della rivolta operaia e di un desiderio individuale di una vita migliore. Queste impostazioni erronee sono state rafforzate dall'incapacità di queste correnti a comprendere che l'insuccesso del proletariato a rispondere alla crisi del '29 fu il risultato della sconfitta precedente dell'ondata rivoluzionaria mondiale. Una delle conseguenze di questa debolezza è la teorizzazione, ancora presente, secondo la quale la guerra imperialista produce delle condizioni più favorevoli alla rivoluzione rispetto alla crisi (Cf. il nostro articolo "Perché l'alternativa guerra o rivoluzione" della Revue internationale n°30).

All'opposto di queste visioni, il marxismo pone la questione come segue: "Il fondamento scientifico del socialismo poggia infatti notoriamente su tre risultati dello sviluppo del capitalistico: innanzitutto sull'anarchia crescente dell'economia capitalista che rende la sua scomparsa risultato inevitabile, in secondo luogo sulla progressiva socializzazione del processo produttivo, che crea le condizioni positive dell'ordinamento sociale futuro, e in terzo luogo sull’organizzazione e lla coscienza di classe crescenti del proletariato, che costituisce il fattore attivo del rivolgimento imminente" (10).

Sottolineando il legame tra questi tre aspetti ed il ruolo della crisi, Rosa Luxemburg scrive: "la socialdemocrazia non fa discendere il suo scopo finale dalla forza vittoriosa della minoranza né dal sopravvento numerico della maggioranza, ma dalla necessità economica e dalla comprensione di questa necessità, che porta al superamento del capitalismo per mezzo delle masse popolari e che si esprime innanzitutto nell'anarchia capitalista"(11).

Mentre il riformismo (ed oggigiorno la sinistra del capitale) promette dei miglioramenti grazie all'intervento dello Stato, a leggi che proteggerebbero i lavoratori, la crisi mette in luce che "il sistema salariale non è un rapporto legale, ma un rapporto puramente economico".

 

E' attraverso gli attacchi che subisce che la classe, come insieme, comincia a comprendere la natura reale del capitalismo. Questo punto di vista marxista non nega affatto l'importanza del ruolo dei rivoluzionari e della teoria in questo processo. Nella teoria marxista gli operai troveranno la conferma e la spiegazione di ciò di cui essi stessi fanno esperienza.

Ottobre 2003

 

1. Questo testo, redatto in vista della discussione interna all'organizzazione, può contenere alcune formulazioni poco esplicite per il lettore. Pensiamo tuttavia che queste carenze non impediscono di afferrare l'essenza dell'analisi contenuta in questo rapporto.

2. Per mancanza di spazio non abbiamo pubblicato questo rapporto nella nostra stampa. In compenso abbiamo pubblicato, nella Revue internationale n°113, la risoluzione adottata da questo congresso che riprende la maggior parte delle insistenze del rapporto.

3. Il sindacato IG Metal aveva spinto gli operai metallurgici dei Lander dell'Est a mettersi in sciopero per l'applicazione immediata delle 35 ore mentre la loro attuazione era pianificata per il 2009. La manovra della borghesia risiede nel fatto che non solo le 35 ore costituiscono un attacco contro la classe operaia a causa della flessibilità che introducono, ma la mobilitazione da parte dei sindacati per il loro ottenimento era destinata, in quel momento, a deviare dalla risposta necessaria contro le misure di austerità del piano "Agenda 2010".

4. La carta della sinistra all'opposizione è stata giocata dalla borghesia alla fine degli anni ‘70 ed all'inizio degli anni ‘80. Consiste in una divisione sistematica dei compiti tra i differenti settori della borghesia. Spetta alla destra, al governo, "parlar chiaro" e applicare senza sotterfugi gli attacchi richiesti contro la classe operaia. Spetta alla sinistra, e cioè alle sue frazioni borghesi, per il loro linguaggio e la loro storia, il compito specifico di mistificare ed inquadrare gli operai, di deviare, sterilizzare e soffocare, grazie alla loro posizione nell'opposizione, le lotte e la presa di coscienza provocata da questi attacchi in seno al proletariato. Per altri elementi riguardanti l'attuazione di una tale politica da parte della borghesia leggere la risoluzione pubblicata nella Revue internationale n°26.

5. Per un'analisi più dettagliata di questo movimento vedi il nostro articolo "Di fronte agli attacchi massicci del capitale, il bisogno di una risposta massiccia della classe operaia" nella Revue internationale n°114.

6. Esiste un'altra ragione della presenza della destra al potere, e cioè che questa disposizione era la più adatta a contrastare l'avanzata del populismo politico, legato allo sviluppo della decomposizione i cui partiti che l'incarnano sono in genere inabili alla gestione del capitale nazionale.

7. Rosa Luxemburg, Introduzione all'economia politica (il lavoro salariato).

8. Nel dicembre 1995 i sindacati avevano costituito l'avanguardia di un manovra dell'insieme della borghesia contro la classe operaia. Di fronte ad un attacco massiccio contro la sicurezza sociale, il piano Juppé, ed un altro attacco più specifico sulle pensioni dei ferrovieri che per la sua violenza costituiva una vera provocazione, i sindacati non avevano avuto difficoltà a fare partire massicciamente la lotta operaia sotto il loro controllo. La situazione economica non era allora sufficientemente grave da imporre alla borghesia di mantenere nell’immediato l’attacco contro le pensioni dei ferrovieri, così il ritiro di questa misura è stata presentata come una vittoria della classe operaia mobilitata dietro i sindacati. Nella realtà, il piano Juppé passò integralmente ma la sconfitta più grossa stava nel fatto che la borghesia riuscì a ridare credito ai sindacati ed a far passare la sconfitta per una vittoria. Per altri dettagli leggi gli articoli dedicati alla denuncia di questa manovra nei n° 84 e 85 della Revue internationale.

9. Vedi il nostro articolo dedicato ai movimenti sociali in Francia,"Di fronte agli attacchi massicci del capitale, il bisogno di una risposta massiccia della classe operaia" nella Revue internationale n°114.

10. Rosa Luxemburg, Riforma o rivoluzione?

11. Rosa Luxemburg, idem.