Manifestazioni in Giappone: un’espressione di indignazione di fronte alla barbarie capitalista

A partire dal mese di aprile, una tempesta della stessa natura di quella avviata dalla “Primavera araba”, che aveva anche incoraggiato una moltitudine di mobilitazioni di “indignati”[1] nel mondo intero (Spagna, Grecia, USA, Canada ecc. ), soffia sull’arcipelago giapponese. E, come si è già verificato per molti di questi movimenti, assistiamo ancora una volta ad un vero e proprio black-out da parte della borghesia e dei suoi media. Nello stesso Giappone, al di fuori dei luoghi dove si è sviluppato il malcontento, i mezzi di comunicazione hanno mantenuto un silenzio identico a quello dei media democratici occidentali. Così, ad esempio, una dimostrazione di oltre 60.000 persone a Tokyo è stata completamente nascosta agli occhi del gran pubblico. Secondo le stesse parole di un giornalista giapponese “indipendente”, M. Uesugi, “in Giappone, il controllo dei mezzi di comunicazione è peggio che in Cina ed è simile a quello in Egitto”[2].

Queste manifestazioni, cominciate con alcune centinaia di persone in aprile per passare rapidamente ad alcune migliaia successivamente, hanno condotto ad una vera ondata di collera che si è via via intensificata. Così, all’inizio del mese di luglio, in provenienza da diversi paesi (regione di Tohoku, a nord-est; isola di Kyushu, a sud; Shikoku, a sud-est; Hokkaido, a nord; Honshu, centro-ovest), i manifestanti sono confluiti numerosi in prossimità del Parco Yoyogi a Tokyo per sfilare per la strada. Rapidamente si è formata una grande manifestazione che raggruppava circa 170.000 scontenti. Non si era mai vista una tale manifestazione contro le condizioni di vita dagli anni ‘70. L’ultima, in ordine di tempo, di una certa ampiezza era stata contro la guerra in Iraq nel 2003.

Il fattore scatenante di questo malcontento è legato al trauma di Fukushima[3], alla forte indignazione di fronte alle menzogne delle autorità giapponesi e alla loro volontà di proseguire un programma nucleare suicida. L’ultimo piano nazionale prevedeva la costruzione di 14 nuovi reattori entro il 2030! Dopo il disastro di Fukushima, il governo non ha trovato di meglio per “rassicurare” e preparare il suo piano che dire alla popolazione: “Voi non sarete interessati immediatamente. (...) Non è grave, è come prendere l’aereo o essere esposti ai raggi solari”. Che cinismo! Non c’è da meravigliarsi che la popolazione incollerita richieda lo “stop al nucleare”, a partire dalla centrale di Hamaoka, a 120 km da Nagoya, situata in una zona di subduzione altamente sismica.

Oltre alla dimensione della manifestazione, che è stata una sorpresa per gli stessi organizzatori, ritroviamo in questa situazione lo stesso ruolo dinamico svolto da Internet, Twitter e dalla nuova generazione, in particolare dagli studenti universitari e delle scuole superiori. Per molti era la loro prima mobilitazione. Tra le manifestazioni quasi settimanali che si sono succedute, alcune sono state organizzate da liceali di Nagoya attraverso i social network e la nebulosa dei gruppi antinucleari[4]. Critiche arrivano dappertutto sul Web, i video si moltiplicano e i siti alternativi si espandono. Un po’ come il blog di un ex operaio della centrale di Hamaoka, che denunciava le menzogne sulla presunta “sicurezza” degli impianti nucleari, gli spiriti si animano. Uno studente a Sendai (nord-est), Mayumi Ishida, auspica a sua volta “un movimento sociale con scioperi[5]. Questo movimento esprime pertanto nel profondo l’accumulo delle frustrazioni sociali legate alla crisi economica e alla brutale austerità. In questo, il movimento in Giappone si ricollega alle altre espressioni di questo movimento internazionale di “indignati”.

Persone molto in collera non esitano più a prendere la parola, anche se ci è difficile rendere conto in dettaglio di ciò per mancanza di informazioni precise.

Naturalmente, come altrove, questo movimento ha carenze significative, in particolare delle illusioni democratiche e dei pregiudizi nazionalistici marcati. La rabbia viene così largamente canalizzata e inquadrata dai sindacati e soprattutto, all’occorrenza, dalle organizzazioni antinucleari ufficiali. Dei politici locali di opposizione, con la loro demagogia e le loro bugie, riescono ancora spesso a polarizzare intorno a sé dei malcontenti, isolandoli gli uni dagli altri, spingendo verso delle azioni sterili, focalizzate esclusivamente contro questo o quel progetto dell’industria nucleare e soprattutto contro il primo ministro Naoto Kan, a cui tutto l’apparato politico giapponese assieme ai media ha affibbiato il ruolo del cattivo ragazzo”, del ministro “fusibile”, come lo chiamano lì.

Nonostante queste numerose debolezze, questo movimento in Giappone è simbolicamente molto importante. Esso dimostra non solo che il suo relativo isolamento dalle altre frazioni del proletariato (legato a fattori geografici, storici e culturali) tende in parte ad essere superato[6], ma anche che tutta la propaganda nauseante dei media borghesi sulla presunta “docilità” dei lavoratori giapponesi si basa su pregiudizi costruiti per erodere l’unità internazionale degli sfruttati.

Un po’ alla volta, i lavoratori del mondo intero cominciano a intravedere la forza sociale che essi sono potenzialmente capaci di rappresentare per il futuro. Progressivamente, essi imparano che la strada è uno spazio politico che dovranno utilizzare per una lotta solidale. Potranno allora ritrovare, in Giappone come altrove, nello slancio di una forza rivoluzionaria internazionale, i mezzi per distruggere il capitalismo e per costruire una società liberata dallo sfruttamento e dalla barbarie. Si tratta di un lungo, di un lunghissimo cammino, ma è anche e soprattutto il solo che porta al regno della libertà.

WH (21 luglio)



[6] Vedi la serie di articoli pubblicata nel 2003 sulla storia del movimento operaio in Giappone, nella Rivista Internazionale 112, 114 e 115 (in lingua inglese, spagnola o francese).

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