Magazzini del “Gigante” di Basiano: lo Stato innalza il livello dello scontro


La mattina dell’11 giugno un plotone di polizia e carabinieri in tenuta
antisommossa ha attaccato un picchetto di lavoratori delle cooperative, in
servizio presso il magazzino logistico del supermercato Gigante, in sciopero
contro i licenziamenti. Il picchetto serviva a non far entrare altri lavoratori
venuti dall’esterno per lavorare al loro posto. Tutto questo è successo a
Biasiano, paesino tra Milano e Bergamo.


Hanno sparato lacrimogeni ad
altezza d’uomo, spezzato le gambe a due lavoratori e pestato duramente gli
scioperanti ferendone una quindicina. Lo scontro è stato violento: gli operai,
soprattutto pakistani ed egiziani, hanno tentato di resistere a mani nude alla
carica della polizia ma di fronte all’armamentario messo in campo dagli
avversari hanno dovuto soccombere. I
crumiri sono, così, entrati grazie al distaccamento armato della polizia sempre
al servizio dei padroni per reprimere la lotta dei lavoratori, questi ultimi
erano lì a difendere il loro posto di lavoro (90 su 120 lavoratori li vogliono
licenziare nel cambio d’appalto delle cooperative ). Alla fine dello scontro hanno arrestato e
portato via uno dei delegati dei lavoratori in sciopero
.” (da una dichiarazione[1]
dell’SICobas).


Dalle
dichiarazioni dei compagni del Centro Sociale Vittoria di Milano
[2]:
subito
dopo l’alba arrivano carabinieri e digos con l’invito di sgomberare i cancelli
a cui segue un deciso diniego motivato dei lavoratori. Il numero ridotto delle
“forze dell’ordine per il ripristino della legalità” li riporta a più miti
consigli e subito dopo arriva (come in un film già visto davanti all’Esselunga
di Pioltello) un pullman pieno di crumiri.
Un pullman stracolmo di esseri umani, stipati come bestie, utilizzati in
contrapposizione ai lavoratori in sciopero.
Da qui in poi il racconto veloce è quello di una carica criminale e
violenta contro i lavoratori, di pestaggi squadristici, di calci a terra e
manganelli che mandano in coma un lavoratore, di candelotti tirati ad altezza
d’uomo usati come proiettili e il risultato è di numerosi feriti, gambe
fratturate, arresti in ospedale, una scena in poche parole di legalità borghese
.”


Come detto dal Centro
Sociale Vittoria non è la prima volta che le forze di repressione dello Stato
accompagnano i “crumiri” che, proprio come a Pioltello e in tanti altri centri
lavorativi dove si utilizzano i lavoratori come bestie da lavoro, non sono
lavoratori della fabbrica ma esterni, pagati pochi euro all’ora ma
ricattabilissimi con i permessi di soggiorno da rinnovare. Ciò che risulta
nuovo è l’innalzamento dello scontro e della repressione deciso dallo Stato,
non solo contro i lavoratori immigrati, verso i quali c’è estrema libertà
d’azione, ma contro tutti i settori di lavoratori che non chinano più il capo
contro i tagli di salario, l’intensificazione dello sfruttamento, i
licenziamenti. Non bastano più i sindacati e i partiti di sinistra a garantire
la calma, la divisione, la lotta tra sfruttati; non bastano più le promesse del
capo dello Stato e del nuovo primo ministro che avrebbe dovuto dare più fiducia
sul futuro ai “cittadini”; sta venendo fuori la realtà, la cruda realtà che
questo sistema non concederà niente ai lavoratori, non riuscirà a far ripartire
l’economia, taglierà a più non posso perché il problema non è Berlusconi o chi
per lui ma il sistema capitalista nel suo complesso, il suo modo di produzione
[3].


I lavoratori non
possono arrendersi alle belle parole di chi dice che, aspettando con calma in
fila, arriverà un momento migliore, che è necessario fare sacrifici oggi per
stare meglio domani. È vero il contrario, più sacrifici facciamo adesso più
aumenta la richiesta di ulteriori sacrifici in nome della concorrenza, del
profitto.


Come rispondere a
questo innalzamento dello scontro che nei paesi democratici può apparire come
frutto del caso e degli stessi lavoratori 
in lotta, (tv e giornali sicuramente sapranno scaricare le colpe sui
lavoratori)?


I lavoratori, i
disoccupati, gli sfruttati non hanno le stesse armi della borghesia; ma possono
bloccare e contrastare questi attacchi manifestando la solidarietà ai loro
compagni di classe, diffondendo e difendendo le posizioni dei lavoratori in
lotta contro chi tenta di criminalizzarle e di ridurle al silenzio. Fare in modo
che le rivendicazioni dei vari settori non siano messe in concorrenza le une
contro le altre ma siano unificanti nei contenuti, andando aldilà delle sigle
sindacali che spesso sono elementi di divisione tra lavoratori. E dove è
possibile, costruire comitati di lotta intercategoriali, per discutere su come
rispondere agli attacchi dei padroni e dello Stato ed eliminare le diffidenze e
gli steccati creati ad arte.


Le lotte dei
lavoratori, di qualsiasi settore siano, sono le nostre lotte, non esistono
lotte che riguardano il settore privato o quello statale, quello dei dipendenti
fissi o dei precari e disoccupati. Esiste una lotta unica per la difesa delle
nostre condizioni di vita contro il sistema capitalistico. E questa è l’unica
via che possiamo seguire perché il sistema non lascia scampo a nessuno e ci sta
crollando addosso.


Oblomov         15 giugno 2012



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