Attentati a Parigi: abbasso il terrorismo! abbasso la guerra! abbasso il capitalismo!

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Una volontà di fare il massimo di morti. Una carneficina. Venerdì 13 novembre Parigi e la sua periferia sono state il teatro macabro di atti sanguinari commessi da un pugno di terroristi imbottiti di esplosivi e armi da guerra. Il loro bersaglio? Tutti i "pervertiti" dallo "stile di vita occidentale"[1], e in modo particolare i giovani[2].

Lo scorso 11 gennaio, ammazzando i caricaturisti del giornale satirico Charlie Hebdo, l’ISIS ha ucciso dei "nonni"[3] di tendenza libertaria, marcata dal movimento sociale del maggio 68. Questa volta, attaccando i ritrovi festivi e alla moda (lo Stadio francese di San-Denis, i caffè e i ristoranti della X e XI circoscrizione di Parigi, la sala da concerto del Bataclan[4]), l’ISIS ha mirato volontariamente su una generazione che ai suoi occhi commette l'orribile crimine di amare, incontrarsi, discutere, bere, danzare e cantare liberamente, in altri termini: di amare la vita (ciò che la borghesia, approfittando dell'emozione e del lavaggio del cervello mediatico, cerca di far passare per patriottismo!). Questa è la stessa generazione movimento sociale del 2006 in Francia[5] che aveva sognato di riprendere la fiaccola dal maggio 68 e che aveva giustamente espresso la sua solidarietà agli artisti assassinati di Charlie Hebdo mobilitandosi nelle manifestazioni di gennaio[6].

Questi nuovi crimini freddamente pianificati, motivati da un'ideologia oscurantista e morbosa, degna del nazismo, non sono il frutto di alcuni "mostri" che basterebbe sradicare[7]; questa è la logica della borghesia. Essa serve solo a giustificare la guerra, a generare a sua volta più odio e crimini, e, soprattutto, a mascherare le vere cause di queste atrocità. Perché, in realtà, alla radice di questi mali si trova l'intero sistema capitalista, un sistema senza avvenire, senza prospettiva che si decompone trascinando poco a poco dietro di lui tutta l'umanità nel suo ingranaggio omicida.

Lo Stato islamico, un prodotto dell'imperialismo

L’ISIS è una manifestazione particolarmente rivelatrice di questa dinamica suicida del capitalismo. Lo Stato islamico è un puro prodotto della decadenza, direttamente secretato dalla fase attuale di decomposizione del capitalismo.

In questa cornice, l'aggravamento e la moltiplicazione dei conflitti imperialisti, lo sfaldamento accelerato della società hanno per principale radice l’affermazione a livello storico di assenza di prospettiva sociale. Delle due classi fondamentali e antagoniste, borghesia e proletariato, né l’una né l’altra riescono a imporre il loro progetto storico, rispettivamente la guerra mondiale o la rivoluzione comunista. Dalla metà degli anni 80, l’intera società resta così prigioniera dell'immediato, appare senza avvenire e imputridisce poco a poco[8]. Il crollo dell'URSS nel 1990, prodotto di questa dinamica, ha inasprito tutte le contraddizioni di questo sistema. Le espressioni di questa fase di decomposizione sono molteplici: individualismo e ciascuno per sé, gangsterismo, ripiego identitario e settario, oscurantismo, nichilismo e, soprattutto, accentuazione del caos guerriero. Ciò al punto da destabilizzare gli Stati più deboli e provocare il loro crollo, spingendo la logica dei conflitti a devastare intere regioni del pianeta. Tutto ciò implica la primaria responsabilità delle grandi potenze imperialiste, particolarmente in Africa e in Medio Oriente.

Un breve richiamo alla storia dei conflitti di queste regioni durante gli ultimi decenni illustra perfettamente questa realtà. Dal crollo dell'URSS, gli Stati Uniti fanno sempre più fatica a imporsi come "gendarme del mondo". Ciò può sembrare paradossale, ma l'esistenza del nemico russo imponeva agli avversari di quest'ultimo di proteggersi dietro il potere americano. Le nazioni del blocco occidentale erano costrette ad accettare la "disciplina del blocco" dello Zio Sam. Appena l'URSS è crollata, il blocco occidentale si è disgregato e ognuno ha tentato immediatamente di giocare la propria carta imperialista. Gli Stati Uniti hanno dunque dovuto sempre più imporre la loro leadership attraverso la forza. Tale è il senso dell'immensa dimostrazione di forza militare della Guerra del Golfo nel 1990, momento in cui la borghesia americana riuscì a costringere tutti i suoi "alleati" a unirsi a lei. Ma la situazione ha continuato a degradarsi per gli Stati Uniti che, sempre più isolati, hanno dovuto condurre la guerra in Afghanistan nel 2001 poi in Iraq nel 2003, col solo risultato della destabilizzazione geopolitica di queste due regioni. E’ questa dinamica che annunciavamo fin dall’ottobre 1990: "Quello che dunque mostra la guerra del Golfo, è che, di fronte alla tendenza al caos generalizzato proprio della fase di decomposizione, e alla quale il crollo del blocco dell'est ha dato un colpo d’acceleratore considerevole, non c'è altra uscita per il capitalismo, nel suo tentativo di mantenere al loro posto le differenti parti di un corpo che tende a smembrarsi, che l'imposizione di un busto di ferro costituito dalla forza delle armi. In questo senso, i mezzi stessi che utilizza per tentare di contenere un caos sempre più sanguinario sono un fattore di aggravamento considerevole della barbarie guerriera nella quale è immerso il capitalismo"[9].

L'intervento americano in Iraq nel 2003, al di là dei 500.000 morti che ha prodotto, ha fatto cadere il governo sunnita di Saddam Hussein[10] senza essere capace di sostituirlo con un nuovo Stato stabile. Di contro, l'allontanamento dal potere della frazione sunnita e la sua sostituzione con la frazione sciita ha creato un caos permanente. È su queste rovine, sul vuoto lasciato dalla decadenza dello Stato iracheno, che è nato l’ISIS. La sua creazione risale al 2006, quando Al-Qaïda formò con cinque altri gruppi djihadisti il "Consiglio consultivo dei moudjahidin in Iraq". E il 13 ottobre 2006, il Consiglio consultivo proclamò lo "Stato islamico dell'Iraq" che a partire da questa data si considerò il "vero Stato". Numerosi ex-generali di Saddam Hussein, competenti e animati dallo spirito di rivincita contro "l'Occidente", durante questo periodo raggiunsero le righe di quello che sarebbe diventando l’ISIS. In seguito, la destabilizzazione della Siria darà l'opportunità di un ulteriore sviluppo dello Stato islamico. Infatti, nel 2012, quest'ultimo comincia a estendersi in Siria e, il 9 aprile 2013, diventa lo "Stato islamico in Iraq e in Levante".

Ogni nuovo conflitto imperialista, in cui le grandi potenze giocano tutte un inevitabile ruolo, diventa quasi sempre occasione per l’ISIS di estendere il suo ascendente spargendo, su un terreno per lui fertile, odio e spirito di vendetta. Vanno così a prestargli fedeltà parecchi gruppi jihadisti, come Boko Haram nel Nord-est della Nigeria, Ansar Maqdis Chouras Chabab al-islam in Libia, Jund al-Khalifa in Algeria e Ansar Dawlat al-Islammiyya nello Yemen. Innegabilmente, la guerra imperialista ha nutrito lo Stato islamico. È questo un fenomeno che si è sviluppato ed esteso dalla metà degli anni 80: sotto il peso sia delle contraddizioni economiche e politiche interne che dei conflitti imperialisti, gli Stati più deboli crollano. All'Est negli anni 90, in particolare nei Balcani, ciò si è concretizzato con uno sbriciolamento delle nazioni e con conflitti cruenti, come l'esplosione della Iugoslavia. Dal Caucaso (Cecenia) fino all'Asia centrale (Afghanistan) o in Africa (con l'ex-Zaire, il Corno d'Africa, ecc.), l'instabilità statale ha lasciato il posto all'apparizione di proto-Stati paralleli e incontrollabili, diretti dai signori della guerra. L’ISIS è una nuova espressione di questo fenomeno cancrenoso, ma ad una scala geografica fino ad oggi ineguagliata.

La responsabilità delle grandi potenze non si ferma alla sola destabilizzazione delle regioni attraverso i loro interventi militari di ordine strategico o più semplicemente per la difesa di interessi sordidi. Esse molto spesso sono direttamente all'origine della creazione di tutte queste cricche omicide ed oscurantiste che cercano di strumentalizzare. Lo Stato islamico è composto dalle frazioni più radicali del sunnismo e dunque ha per nemico principale la grande nazione dello sciismo: l'Iran. Per questo tutti i nemici dell'Iran (l'Arabia saudita, gli Stati Uniti[11], Israele, il Qatar, il Kuwait…) hanno tutti sostenuto politicamente, finanziariamente e talvolta militarmente l’ISIS. La stessa Turchia ha appoggiato lo Stato islamico per servirsene contro i curdi. Quest’alleanza di circostanza ed eteroclita mostra che le differenze religiose non sono il reale fermento di questo conflitto: sono invece proprio le poste in gioco imperialiste e gli interessi nazionali capitalisti che determinano innanzitutto le linee di divisioni e trasformano le ferite del passato in odio moderno.

Comunque sia, alla fine tutti sono stati obbligati a ricredersi. L'Arabia saudita ha vietato ogni aiuto finanziario all’ISIS e ha condannato alla prigione tutti coloro che continuavano a giocare ai mecenati. E per lottare contro lo Stato islamico, gli Stati Uniti hanno iniziato ufficialmente un certo avvicinamento a… l'Iran! Perché un tale capovolgimento? La risposta la dice lunga sullo stato di decadenza del sistema capitalista. La dimensione oscurantista, religiosa e soprattutto distruttrice dell’ISIS è tale che questo gruppo sfugge ad ogni controllo. Certi Stati senza avvenire e dominati dalla Charia sono già esistiti, particolarmente in Africa centrale, ma sono sempre stati limitati ad una dimensione regionale. Ma ora, il fenomeno ISIS tocca una zona ben più vasta e soprattutto la parte altamente geostrategica e nevralgica del Medio Oriente[12].

Gli incessanti cambi di alleanze, questa politica di corta veduta e ogni volta più distruttrice, sono, così come l'esistenza di questo proto-Stato islamico, un indice della decomposizione dell'intero sistema, dell'impasse capitalista, dell'assenza di soluzione duratura e di ogni prospettiva per tutte le nazioni.

Anche qui, la bussola del marxismo ci ha permesso di comprendere fin dal 1990 che l’intera società stava prendendo questa rotta: "Nel nuovo periodo storico in cui siamo entrati, e gli avvenimenti del Golfo lo stanno confermando, il mondo si presenta come un'immensa giungla, dove giocherà a fondo la tendenza al "ciascuno per sé", dove le alleanze tra gli Stati non avranno affatto il carattere di stabilità che caratterizzava i blocchi, ma saranno dettate dalle necessità del momento. Un mondo di disordine omicida, di caos cruento in cui il gendarme americano tenterà di fare regnare un minimo di ordine attraverso l'impiego sempre più massiccio e brutale della sua potenza militare"[13].

Ultimo cambiamento di rotta in ordine di tempo: oggi, la Francia è pronta a sostenere, attraverso il suo avvicinamento alla Russia, Bachar el-Assad (ufficialmente responsabile di 200.000 morti dall'inizio della guerra civile!) contro l’ISIS mentre dal 2011 si era impegnata con tutto il suo peso diplomatico a sostenere "l'opposizione siriana". Poutin ed i suoi ignobili soprusi in Cecenia e poi in Ucraina ridivengono "frequentabili"!

Conducendo tutte queste guerre, seminando la morte e la desolazione, imponendo il terrore delle bombe ed attizzando l'odio in nome della "legittima difesa", sostenendo questo o quel regime assassino secondo le circostanze, non proponendo alcun altro avvenire se non sempre più conflitti, e tutto ciò per difendere solo i loro sordidi interessi imperialisti, le grandi potenze sono le prime responsabili della barbarie mondiale, compresa quella dell’ISIS. Questo presunto "Stato islamico", che ha per santa trinità lo stupro, il furto e la repressione sanguinaria, quando distrugge ogni cultura (lo stesso odio per la cultura del regime nazista[14]), quando vende donne e bambini, talvolta per i loro organi, non è nient’altro che una forma particolarmente caricaturale, senza artifici né abbellimenti, della barbarie capitalista di cui sono capaci tutti gli Stati del mondo, tutte le nazioni, piccole e grandi. "Sporca, disonorata, sguazzante nel sangue, coperta di grasso; ecco come si presenta la società borghese, ecco ciò che essa è. Non è quando, ripulita e rispettabile, si mostra aperta alla cultura e alla filosofia, alla morale e all'ordine, alla pace ed al diritto, ma è quando somiglia ad una bestia feroce, quando danza il sabba dell'anarchia, quando soffia la peste sulla civiltà e l'umanità che essa si mostra tutta nuda, come veramente è"[15].

Un ulteriore passo avanti nella decomposizione capitalista

Sono dunque proprio le grandi potenze che per prime hanno scatenato la loro barbarie sulla terra e nelle aree delle nazioni capitaliste più deboli (anche queste altrettanto barbare). Ed è questa stessa barbarie che, alla fine, sfugge al loro controllo e che ritorna indietro colpendo in pieno il cuore del sistema come un boomerang. Questo è il reale significato degli attentati del 13 novembre a Parigi. Essi non sono solo un ennesimo atto terroristico; manifestano un ulteriore passo in avanti nell'esacerbazione delle tensioni imperialiste e nel deterioramento della società capitalista. In effeti, se degli attentati decimano regolarmente le popolazioni dell'Africa e del Medio Oriente[16], l'attentato del centro storico del capitalismo è particolarmente significativo del degrado della situazione mondiale. All'epoca degli attentati che colpirono Parigi nel 1985 e 1986, scrivevamo: "ciò che evidenzia l’attuale ondata di attentati terroristici, è che questa decomposizione della società raggiunge oggi un livello tale che le grandi potenze sono sempre meno al riparo dalle sue manifestazioni più barbare, che per loro diventa sempre più difficile contenere nel Terzo Mondo queste estreme forme di convulsioni di un sistema in agonia. Così come le metropoli capitaliste hanno potuto, in un primo tempo, respingere verso la periferia le manifestazioni più catastrofiche di una crisi che ha comunque la sua origine nel cuore stesso del sistema, proprio in queste metropoli, esse hanno respinto verso questi stessi paesi periferici le forme più barbare - e in particolare gli scontri armati - delle convulsioni che questa crisi genera. Ma oggi, che la crisi torna a colpire con forza decuplicata i paesi centrali del capitalismo, essa si tira dietro una parte di questa barbarie che aveva scatenato nel Terzo Mondo"[17].

Questo processo, in atto dalla metà degli anni 1980 e soprattutto dall'attacco delle Twin Tower, ha continuato a svilupparsi. Gli attentati del 13 novembre vanno dunque a segnare un passo in più, qualitativamente importante, anche in rapporto agli stessi attentati di Madrid (2004), Londra (2005) e Boston (2013). Fino ad ora, il bilancio provvisorio è di 130 morti e 351 feriti di cui 98 gravi. Questa spaventosa ecatombe è tra le peggiori che abbiano colpito il cuore dell'Europa dalla Seconda Guerra mondiale, nonostante sia fallito l’attentato allo Stadio di Francia[18]. Ma la reale differenza non sta solo a questo livello quantitativo, del resto gli stessi attentati di Madrid hanno avuto un ampio numero di vittime: 200 morti e 1400 feriti. Questa volta, non si tratta di un atto isolato e istantaneo: lo Stato islamico è riuscito a colpire più luoghi ed a massacrare per tre ore in piena Parigi! Esso ha importato in Occidente, per un’intera serata, l'atmosfera di guerra che vive quotidianamente la popolazione in Siria, in Iraq, in Afghanistan, in Pakistan, nella Nigeria ecc., (da cui tenta disperatamente di fuggire). La sceneggiatura "minuziosamente"[19] preparata di questi attentati ha permesso di provocare una vera e propria ondata di choc e panico. La trasmissione in diretta degli avvenimenti da parte di tutte le televisioni del mondo, di queste immagini di guerra urbana, l'incertezza sul numero di vittime, sul numero degi attacchi e dei terroristi coinvolti…, tutto ciò ha creato un clima di terrore insopportabile. A milioni, gli spettatori impotenti sono restati davanti ai loro schermi scioccati e sono stati poi incapaci di chiudere gli occhi durante la notte. Qui lo Stato islamico è riuscito a dimostrare come una grande potenza economica e militare, qual è la Francia, sia stata incapace di impedire tali atti. Ed, infatti, lo Stato francese, pur aspettandosi degli attacchi imminenti, si è rivelato impotente ad evitare la carneficina.

Peggio ancora, l’ISIS si è potuto appoggiare su uomini e donne nati e vissuti in Francia e in Belgio, capaci di commettere i peggiori crimini in nome di un'ideologia irrazionale, nauseabonda e morbosa. In altre parole, è innanzitutto la stessa decomposizione della società che incancrenendo il centro del capitalismo ha generato direttamente una tale atrocità.

Numerosi sono i superstiti che, avendo visto da vicino i terroristi, hanno testimoniato dell'aspetto banale dei loro boia: giovani tra i 20 ed i 30 anni, tremanti di paura e gocciolanti sudore[20], ma determinati, che giustificano i loro inqualificabili atti omicidi con la necessità di "vendicare i crimini commessi dall'esercito francese in Siria". Questi atti orribili non sono stati commessi da mostri ma da esseri umani completamente stritolati ed indottrinati, per la maggior parte nati in un'Europa "civilizzata".

Molti jihadisti europei, oggi in Siria, vengono dalla piccola borghesia che, in assenza di prospettiva se non il declassamento, colma di gelosia nei confronti dei modelli della grande borghesia e, soprattutto, estranea a qualsiasi altro progetto sociale alternativo, è incancrenita dal nichilismo e dall'odio. Del resto, è questo stesso strato sociale che già negli anni 30 andò a costituire le truppe d'assalto del nazismo.

Un'altra parte non trascurabile dell'esercito dell’ISIS, proviene dalle periferie povere. Si tratta di ragazzini dal percorso caotico, umiliati da un sistema che li rigetta dalla sua sfera economica, oltre che culturale e sociale. Anche qui, la volontà di vendetta da un lato ed il nichilismo dall'altro, espressioni di una società senza avvenire, sono probabilmente le molle fondamentali della loro traiettoria. Attraverso questi massacri vili, ignobili ed assurdi, i più radicali hanno l'impressione di finalmente esistere e di prendersela con il sistema che li ha esclusi, anche a costo, senza importanza per loro, della morte.

Infine, un'ultima parte, soprattutto tra i kamikaze, è reclutata direttamente nella frangia che delinque. Spesso sono questi che, dopo avere rubato o aggredito a più riprese si ritrovano poi con il kalashnikov in mano a decimare, portando a pretesto un’ideologia di ispirazione religiosa tra le più dei più rigorose.

In altre parole, dall'Europa al Medio Oriente, come ovunque nel mondo, l'assenza di prospettiva e le sue conseguenze più gravi (la putrefazione sociale, il gangsterismo, lo sviluppo di una morale propria del sottoproletariato), sono il terreno fertile di questa deriva morbosa. L'incontro di questi giovani nati in Europa con gruppi iracheni e siriani, oscurantisti ed omicidi, con capacità strategiche e abilità militare, non è quindi per niente dovuto al caso.

Le grandi potenze usano i morti del terrorismo per giustificare la guerra…

Per riassumere, l'imperialismo e la decomposizione sono i due genitori che, accoppiandosi, generano il terrorismo attuale. Guerra, no-future, paura ed odio, cedimento morale, terrorismo… poi di nuovo guerra. Un circolo vizioso senza fine. Se non viene distrutto e superato da un'altra società, il capitalismo trascinerà in questo ingranaggio e nella sua caduta l'intera l'umanità, fino ad annichilire ogni forma di vita.

Quale è stata, quindi, la reazione di tutte le grandi nazioni la stessa sera degli attentati del 13 novembre? Le parole del Primo ministro francese socialista, Manuel Valls, pronunziate all'indomani del dramma sulla più grande catena televisiva del paese, ne danno il tono: "volontà di annientare l’ISIS"; "replicheremo colpo su colpo"; "saremo spietati"; "risponderemo allo stesso livello"; "siamo in guerra", una guerra che "potrebbe durare dei mesi e forse anche degli anni e che necessita di mezzi eccezionali", aggiungendo: "farò di tutto perché l'unità, perché l’union sacrée sia preservata", finendo con questo appello guerriero: "dobbiamo essere dei patrioti per abbattere il terrorismo".

E tutti i giornali nazionali a riprendere in coro questo "Adesso è guerra!", "è la Francia che è attaccata!", ecc. Questa campagna patriottica, nazionalista è stata ripresa a scala internazionale, orchestrata intorno alla bandiera blu-bianco-rossa e alla Marsigliese. Nel mondo, su tutti i grandi monumenti, ovunque, ma anche sui social network, negli stadi… è stata brandita la bandiera francese. Le parole della Marsigliese sono state pubblicate in tutti i giornali inglesi affinché il pubblico la intonasse il 18 novembre durante la partita Inghilterra-Francia a Wembley. Evidentemente in questo non c'è alcuna solidarietà reale delle grandi potenze verso la Francia, tutte queste nazioni si fanno tra loro una spietata concorrenza economica e talvolta militare.

No, ogni borghesia nazionale ha semplicemente utilizzato i 130 morti di Parigi, e la paura generata, per fare passare l'idea putrida che l'unità nazionale è la più bella e la più alta delle unità possibili, quella che fa il "vivere insieme", quella che ci protegge dall' "esterno". Ora, in verità, le bandiere nazionali sono sempre bandiere di guerra! Le bandiere nazionali, sono il simbolo dell'ideologia che salda le differenti classi della nazione contro le altre nazioni; fondamentalmente è la stessa ideologia di quella dello Stato islamico! Ed in Francia, è ora il Partito socialista al potere ad essere in prima linea in questo spirito guerrafondaio. Risultati: lo Stato Maggiore francese ha sganciato "in rappresaglia agli attentati" decine di bombe in pochi giorni e ha inviato la sua porta-aerei Charles de Gaulle a triplicare la capacità di fuoco dell'esercito francese in Siria. Questi attacchi si aggiungono, per esempio, ai 4111 bersagli colpiti dall'esercito russo negli ultimi quarantotto giorni. La stampa ogni giorno riferisce di vittime "collaterali" legate a questi bombardamenti[21], ma è impossibile avere accesso ad un bilancio serio. E’ così per tutte le guerre delle grandi nazioni democratiche che intervengono in nome della "pace", della "umanità", della "sicurezza dei popoli”. Ed ogni volta, il bilancio dei morti pubblicati dopo qualche anno è spaventoso. Un solo esempio. Secondo il rapporto Body Count, Casualty Figure after 10 years of the “War on Terro”[22], la "guerra contro il terrorismo" lanciata dagli Stati Uniti dopo gli attentati dell'11 settembre ha causato in dodici anni la morte di almeno 1,3 milioni di persone in tre paesi, Iraq, Afghanistan e Pakistan, con la precisazione che si tratta di "stime al ribasso" che non tengono conto degli altri conflitti (Yemen, Somalia, Libia, Siria). L'Iraq avrebbe pagato il tributo maggiore alla guerra contro il terrorismo, con circa un milione di morti, contro i 111.000 secondo i media americani e i 30.000 secondo l'ex-presidente George W. Bush. Il rapporto parla di un "crimine contro l'umanità vicino al genocidio". Ecco il vero volto della guerra imperialista! Ecco il vero e pesante tributo del fuoco "chirurgico!"

I colpi attuali sulla Siria forse metteranno a mal partito l’ISIS, e ciò renderà questo proto-Stato ancora più suicida e omicida, ma soprattutto in queste regioni, come ovunque nel mondo, essi alimenteranno la paura e l'odio. Il fenomeno rappresentato dall’ISIS e che ne è alla origine alla fine ne uscirà dunque rafforzato. La "risposta" della Stati di fronte al "terrorismo" può significare solamente un’impennata del militarismo e lo scatenamento della stessa barbarie sempre più irrazionale, nella spirale infernale di un caos sanguinario.

… inasprire l'odio e rafforzare il controllo poliziesco!

Imparando dagli attentati dello scorso 7 gennaio contro Charlie Hebdo, dove la borghesia, sorpresa dalle manifestazioni spontanee, fu obbligata a prendere velocemente il treno in corsa, lo Stato francese questa volta ha impedito che potessero esprimersi quegli stessi slanci spontanei di solidarietà che favoriscono la riflessione, le discussioni e inducono potenzialmente all'idea che "la strada" può rappresentare una forza politica. E’ stato vietato ogni assembramento e ognuno è stato invitato a restare a casa, a identificarsi con la "nazione", con la "patria", e ad accettare la logica di guerra! Oggi, ritorna in superficie l'idea stessa di servizio nazionale di leva e di una "guardia nazionale". Non perdendo l’occasione, il Partito socialista francese ha approfittato degli attentati per giustificare il rafforzamento dell'arsenale repressivo e di controllo. In particolare, per la prima volta dalla guerra d'Algeria (1958 e 1961), è stato decretato lo stato di emergenza, poi prolungato a 3 mesi, su tutto il territorio metropolitano, ed anche sui dipartimenti di oltremare (Guadalupa, Martinica, Guyana, la Riunion e Mayotte). Questo stato di emergenza è una situazione speciale, una condizione eccezionale che restringe le "libertà". Esso "conferisce alle autorità civili, nell'area geografica in cui si applica, eccezionali poteri di polizia"[23] come, ad esempio, la possibilità di fare perquisizioni a tappeto. In effetti, si tratta di abituare la popolazione a un drastico rafforzamento del controllo poliziesco e della repressione che la borghesia sa di poter utilizzare domani contro la classe operaia, e già sono in discussione una caterva di leggi per rafforzare la "sicurezza nazionale". La stessa campagna sulla sicurezza si sta facendo ora in tutto il mondo.

Per riassumere, lo Stato approfitta del terrorismo per presentarsi come il garante della pace per meglio fare… la guerra, come il protettore dei diritti umani per rafforzare… il controllo sulla popolazione e, evidentemente, come garante dell'unità sociale per alimentare… l’odio. Continuamente vengono incitate la xenofobia, l'odio del musulmano ed ogni altra divisione permettendo così all'ordine capitalista di regnare da padrone sui suoi sfruttati. In tutta Europa c’è una recrudescenza delle correnti politiche xenofobe. Si moltiplicano un po' ovunque atti anti-immigrati, come in Germania, dove sono stati incendiati dei ricoveri per immigrati ed organizzate spedizioni punitive contro i nord africani. In Francia i discorsi del Fronte nazionale e di una parte della destra, ad immagine di Nadine Morano (deputato francese), giocano sulle stesse molle dello Stato islamico: il ripiegamento su se stessi, la paura, l'esclusione e l'odio per l'altro.

Una sola prospettiva per l'umanità: la lotta proletaria contro il capitalismo!

In un tale contesto sociale, certi atti di solidarietà reale sembrano eroici. La sera del 13 novembre, nonostante i rischi ed il pericolo, alcune persone hanno portato immediatamente assistenza, dando spontaneamente soccorso ai feriti. Nei quartieri presi di mira, alcuni abitanti non hanno esitato ad aprire le loro porte per dare rifugio alle persone in preda al panico che si trovavano in strada. Un po' ovunque si è espressa una tendenza all'assembramento di solidarietà e d’indignazione, rapidamente soffocata dal divieto di manifestare. Tutto ciò mostra che "l'indifferenza" e "l'ignoranza dell'altro" che in tempo normale dominano nella società capitalista, possono essere superate quando si esprime la volontà cosciente di solidarietà, quella di portare assistenza a chi viene duramente colpito. Lo abbiamo visto anche questi ultimi mesi da parte di settori significativi della classe operaia con l'accoglienza dei migranti, in particolare all'inizio del loro arrivo in Germania. Ma come ci mostra anche l'attuale situazione, questo fragile slancio, a causa delle importanti debolezze della classe operaia, può essere molto facilmente deviato sul falso terreno del patriottismo e del nazionalismo, dietro la logica omicida e al fondo xenofoba degli Stati più democratici. Il clima di terrore e di paura come la propaganda dopo gli attentati di Parigi peserà notevolmenete sulla coscienza della classe operaia; l'“unione sacra” richiesta intorno allo Stato e alla nazione in pericolo non può che rafforzare il peso delle illusioni letali sulla difesa della democrazia e la frenesia di sicurezza a livello internazionale. Questo contribuirà a chiudere ancora un poco di più ogni prospettiva e quindi a rafforzare le forze suicide di questo capitalismo putrescente.

L'unica vera solidarietà per la classe operaia può esprimersi solo in modo autonomo, all'infuori di tutte le influenze dell'ideologia borghese benpensante, in particolare durante delle lotte operaie. La generazione che ha rappresenatato il bersaglio primario degli attentati del 13 novembre aveva del resto saputo dare inizio, all'epoca del movimento sociale del 2006, proprio a un ampio slancio di solidarietà in tutta la classe operaia. E quando alcuni giovani alla deriva, usciti dalle banlieue povere, andarono a rapinare i manifestanti, questa generazione di studenti e lavoratori precari riuscì a non cadere nella trappola della divisione. Andarono invece nei loro quartieri per cercare di guadagnarli alla lotta generale. Se capirono la necessità di fare agire così, è perché questo il movimento sociale seppe dotarsi di assemblee generali che permettevano la riflessione, la discussione e l'elaborazione collettiva, in altre parole la crescita della coscienza politica. E questa è anche la sola via possibile di fronte allo sviluppo dei peggiori effetti della decomposizione: la solidarietà nella lotta, il dibattito sincero ed aperto, lo sviluppo della coscienza operaia.

Alla fine, solo questa logica permetterà di ritrovare un'identità politica di classe, la prospettiva storica di un'altra società. Si aprirà allora la possibilità di un mondo senza classi, senza guerre né frontiere, dove la soddisfazione dei bisogni umani, in particolare il gusto per l'arte, la scienza e la cultura, e non la ricerca del profitto, sarà al centro della comunità umana mondiale.

"Questa follia, questo inferno insanguinato cesserà il giorno in cui gli operai (...) si tenderanno una mano fraterna, coprendo al tempo stesso il cuore bestiale dei guerrafondai imperialisti ed il rauco urlo delle iene capitaliste sollevando il vecchio e potente grido di guerra del lavoro: proletari di tutti i paesi, unitevi!"[24]

CCI, 21 novembre 2015

 


[1] Comunicato dell’ISIS che rivendica gli attentati.

[2] Grande parte delle vittime ha un'età compresa tra i 25 e i 35 anni. Leggi per esempio: "A Paris, une génération visée” o: "Bataclan: La jeunesse qui trinque", (Libération del 15.11.2015)

[3] Cabu (76 anni), Wolinski (80 anni), Bernard Maris (68 anni).

[4] . … "dove erano riuniti centinaia di idolatri in una festa di perversità", sempre secondo il comunicato dell’ISIS.

[5] Vedi il nostro articolo disponibile sul nostro sito web: Francia: Un saluto alle nuove generazioni della classe operaia!".

[6] Vedi su questo argomento, "i ritratti strazianti delle vittime del 13 novembre", pubblicato sul sito del giornale Libération.

[7] "Se l'insieme dei paesi del mondo non è capace di sradicare 30.000 persone, che sono dei mostri, vuol dire che non abbiamo capito niente", Laurent Fabius, ministro degli Affari esteri del governo socialista in Francia (dichiarazione sulla radio France Inter del 20 novembre).

[8] La decomposizione, fase ultima della decadenza del capitalismo, maggio 1990

[9] Militarismo e decomposizione, 1991.

[10] . Ricordiamo che questi stessi Stati Uniti hanno contribuito ampiamente all'arrivo al potere di Saddam Hussein nel 1979 in Iraq, in quanto alleato contro l'Iran.

[11] "L’ISIS dispone di un vero e proprio “tesoro di guerra’ (2 miliardi di dollari secondo la CIA), di entrate cospicue e autonome, senza paragone rispetto a quelle di cui disponeva Al-Qaïda. L’ISIS dispone di numerose attrezzature militari, rudimentali ma anche pesanti e sofisticate. Più che ad un movimento terroristico, siamo confrontati ad un vero esercito inquadrato con militari professionisti. Chi è il dottor Frankenstein che ha creato questo mostro? Affermiamolo chiaramente, perché questo ha delle conseguenze: sono gli Stati Uniti. Per interesse politico a breve termine, altri attori - di cui certi si mostrano amici dell'Occidente - altri attori dunque, per compiacenza o per volontà deliberata, hanno contribuito a questa costruzione ed al suo rafforzamento. Ma i primi responsabile sono gli Stati Uniti". (Discorso tenuto dal Generale Vincent Desportes, professore associato a Sciences Po Paris all'epoca della sua audizione da parte del Senato francese a proposito dell'operazione "Chammal" in Iraq. Disponibile sul sito web del Senato).

[12] Il califfato che pretende conquistare con le armi comprende anche: l'Iraq, la Siria, il Libano, il Kurdistan, il Kazakistan, i paesi del Golfo, lo Yemen, il Caucaso, il Magreb, l'Anatolia, l'Egitto, l'Etiopia, la Libia, tutto il corno d'Africa, l'Andalusia ed una parte dell'Europa. Questo progetto irrealizzabile è un'impresa suicida ma non per questo meno devastante.

[13] Militarismo e decomposizione, 1991

[14] Altro punto in comune con lo Stato islamico, il regime nazista aveva anche lui un obiettivo di conquista ed una politica irrealistica e suicida. È per tale motivo che il termine islamo-fascismo per qualificare l'ideologia dell’ISIS è particolarmente adatto.

[15] Rosa Luxemburg, Junius Brochure, 1915

[16] Il macabro elenco degli attentati nel mondo dopo quello delle Twin Towers nel settembre 2001 sarebbe lunghissimo. Basta menzionare l'attacco e la presa in ostaggio della clientela internazionale e del personale locale di un hotel al centro di Bamako nel Mali da parte di un gruppo legato ad Al-Qaïda una settimana dopo i massacri di Parigi che fatto minimo 27 morti.

[17] Attentati terroristici in Francia: un'espressione della barbarie e della decomposizione del sistema capitalista (Révolution internationale n°149, ottobre 1986).

[18] L'ampiezza dei massacri che colpiscono regolarmente i mercati del Medio Oriente con questo stesso tipo di attacco-suicidi, lascia presagire quale sarebbe stata la terribile carneficina se i terroristi fossero riusciti a penetrare all'interno dello stadio.

[19] Dal comunicato dell’ISIS che rivendica gli attentati

[20] Del resto, questi kamikaze vengono spesso drogati pesantemente prima di entrare in azione, come nel caso di quello che commesso il massacro all'hotel di Sousse a giugno in Tunisia

[21] Un esempio tra tanti: "Ieri, ‘Almeno 36 persone di cui 10 bambini, sono state uccise e altre decine sono state ferite durante gli oltre 70 raid effettuati dagli aerei russi e siriani contro diverse località di Deir Ezzor’, secondo Rami Abdel Rahmane, direttore dell'Osservatorio siriano dei diritti dell'uomo". (L'expresse del 20 novembre)

[22] Pubblicato dalle organizzazioni Associazione internazionale dei medici per la prevenzione della guerra nucleare (IPPNW, premio Nobel della pace nel 1985), Physicians for Sociale Responsibility et Physicians for Globale Survival

[23] Sénat, Étude de législation comparée no 156, gennaio 2006, L'état d'urgence

[24] Rosa Luxemburg, Junius Brochure, 1915