L'annientamento del proletariato tedesco e la vittoria del fascismo (Bilan, marzo 1935)

L'attualità del metodo di Bilan

Ogni volta che i partiti dell'estrema destra conseguono un buon risultato elettorale o che le bande dei naziskin danno la caccia ad immigrati e rifugiati politici nell'ex Repubblica Democratica Tedesca, la propaganda della borghesia "democratica", con in prima fila sinistra ed estrema sinistra, ricomincia ad agitare lo spettro del "pericolo fascista".

Ogni volta che la teppaglia xenofoba e razzista colpisce, si levano al cielo le grida di condanna delle "forze democratiche", senza distinzioni di corrente politica. Si stigmatizza vivamente il successo "popolare" dell'estrema destra alle elezioni e si deplora ancora più vivamente la passività della popolazione, che viene presentata come compiacente verso le azioni odiose di queste canaglie. Lo Stato "democratico" può allora fare apparire la sua repressione come una garanzia di libertà, come la sola forza capace di fare barriera al flagello del razzismo ed al ritorno del fascismo di sinistra memoria. Tutto questo fa parte della propaganda della classe dominante, che moltiplica gli appelli alla "difesa della democrazia", in continuità con le precedenti campagne ideologiche su "il trionfo del capitalismo e la fine del comunismo".

Queste campagne antifasciste si basano su due grandi menzogne: la prima, che pretende di presentare lo Stato borghese ed i suoi partiti politici come una diga contro le "dittature totalitarie"; la seconda, che fa credere che regimi di tipo fascista potrebbero vedere la luce nell'Europa occidentale dei nostri giorni.

Di fronte a queste menzogne la lucidità mostrata dai rivoluzionari degli anni '30 ci permette di meglio comprendere qual è il corso storico attuale, come viene mostrato dall'articolo di Bilan di cui riportiamo degli estratti.

Questo articolo fu scritto circa 60 anni fa, in pieno periodo di vittoria del fascismo in Germania ed un anno prima dell'instaurazione del Fronte Popolare in Francia. Le analisi che esso sviluppa sull'atteggiamento delle "forze democratiche" di fronte al montare del nazismo in Germania, così come sulle condizioni storiche necessarie al trionfo di simili regimi, rimangono pienamente attuali a smentita dei contemporanei corifei dell'antifascismo.

La Frazione di Sinistra del Partito Comunista d'Italia, costretta all'esilio (soprattutto in Francia) dal fascismo mussoliniano, difendeva, contro corrente rispetto a tutto il "movimento operaio" dell'epoca, la lotta indipendente del proletariato in difesa dei suoi interessi e delle sue prospettive rivoluzionarie: la lotta cioè contro tutte le forme del capitalismo.

Contro chi pretendeva che i proletari dovessero sostenere le forze democratico‑borghesi per impedire la vittoria del fascismo, Bilan dimostrava con la forza dei fatti come in Germania le istituzioni e le forze politiche "democratiche", lungi dall'essersi schierate come un argine contro il nazismo, gli avevano amorosamente preparato la culla:

"...dalla Costituzione di Weimar ad Hitler si sviluppa un processo di perfetta continuità organica". Bilan chiariva che il regime nazista non era affatto una mostruosità, ma una delle forme del capitalismo, una forma resa possibile e necessaria dalle condizioni storiche: "... il fascismo si é dunque edificato su una duplice base: da una parte le sconfitte del proletariato, dall'altra le necessità imperiose di una economia messa alle strette da una crisi economica profonda"

Il fascismo in Germania, così come la "democrazia coi pieni poteri" in Francia, non sono che aspetti dell'accelerazione del processo di statalizzazione ( regolamentazione, dice Bilan) della vita economica e sociale del capitalismo degli anni '30, un capitalismo confrontato ad una crisi economica senza precedenti che esasperava gli antagonismi interimperialisti. Ma ciò che decideva se questa tendenza doveva concretizzarsi sotto forma di "fascismo" o di "democrazia coi pieni poteri" era il rapporto fra le due principali classi della società: la borghesia e la classe operaia. Per Bilan, la vittoria del fascismo era possibile solo se il proletariato era già stato sconfitto sia fisicamente che ideologicamente. Il fascismo in Italia e Germania aveva come suo compito concludere un annientamento della classe operaia già iniziato dalla "socialdemocrazia".

Quelli che oggi parlano di minaccia fascista incombente, oltre a riportare in auge la politica antiproletaria degli "antifascisti" dell'epoca, "dimenticano" proprio questa condizione storica messa in evidenza da Bilan. Le attuali generazioni di proletari, in particolare in Europa occidentale, non sono state né fisicamente disfatte, né sottomesse ideologicamente. In queste condizioni, la borghesia non può fare a meno delle armi "dell'ordine democratico". La propaganda ufficiale agita lo spauracchio del fascismo solo per meglio incatenare gli sfruttati alla dittatura capitalista della democrazia.

Nelle sue formulazioni, Bilan parla ancora dell'URSS come di uno "Stato operaio" e dei partiti comunisti fedeli a Mosca come di "partiti centristi". Bisognerà in effetti attendere la seconda guerra mondiale perché la Sinistra Italiana completi l'analisi della natura capitalista dell'URSS e dei partiti stalinisti. In ogni caso, i rivoluzionari già negli anni '30 non mancavano di denunciare vigorosamente e senza esitazioni gli stalinisti come una delle forze "che lavorano alla stabilizzazione dell'insieme del mondo capitalistico" ed "un fattore della vittoria del fascismo". Il lavoro di Bilan si svolge in un periodo di totale disfatta della lotta rivoluzionaria del proletariato, all'inizio stesso del gigantesco compito rappresentato dall'analisi critica della più grande esperienza della storia: la Rivoluzione Russa. E' del tutto logico che le sue formulazioni risentissero ancora dell'enorme attaccamento dei rivoluzionari a questa esperienza unica. Ma, al di là di queste confusioni, il suo lavoro costituisce un momento prezioso ed insostituibile di chiarificazione politica, di cui resta ancora oggi interamente attuale il metodo, consistente nell'analizzare senza concessioni la realtà, ponendosi sempre dal punto di vista storico ed internazionale della lotta operaia.

L'ANNIENTAMENTO DEL PROLETARIATO TEDESCO E L'AVVENTO DEL FASCISMO, MARZO 1935

E' attraverso l'analisi critica degli avvenimenti del dopoguerra, delle vittorie e delle sconfitte rivoluzionarie, che ci sarà possibile acquisire una visione storica del periodo attuale, che sia tanto vasta da abbracciare i fenomeni essenziali che si sono manifestati. Se é giusto affermare che la rivoluzione russa si trova al centro della nostra critica, della critica che essa stessa ci permette, bisogna immediatamente aggiungere che la Germania é l'anello più importante della catena che attualmente strangola il proletariato mondiale.

In Russia la debolezza strutturale del capitalismo, la coscienza del proletariato russo, rappresentata dai bolscevichi, non permisero un'immediata concentrazione delle forze mondiali della borghesia intorno al settore pericolante, mentre in Germania tutti gli avvenimenti del dopoguerra sono espressione di questo intervento, facilitato da un capitalismo forte delle sue tradizioni democratiche e da un proletariato che arrivava in ritardo a prendere coscienza dei suoi compiti storici.

Gli avvenimenti di Germania (dall'annientamento degli Spartachisti alla vittoria del fascismo) contengono già in se stessi una critica dell'ottobre 1917. Si tratta già di una risposta del capitalismo a posizioni politiche spesso inferiori a quelle che permisero la vittoria dei bolscevichi. Ecco perché un'analisi seria della Germania dovrebbe partire da un esame delle Tesi del 3° e 4° Congresso dell'Internazionale Comunista, che contengono degli elementi che non vanno oltre la Rivoluzione Russa, ma la oppongono all'assalto feroce delle forze borghesi contro la rivoluzione mondiale. Questi Congressi hanno elaborato delle posizioni di difesa del proletariato, schierato intorno allo Stato sovietico, in un momento in cui lo sconvolgimento del mondo capitalista rendeva necessaria un'offensiva sempre crescente degli operai di tutti i paesi in contemporanea con un'avanzata ideologica della loro organizzazione internazionale. Gli avvenimenti del 1923 in Germania, soffocati proprio grazie a queste posizioni che si scontravano frontalmente con lo sforzo rivoluzionario degli operai, furono in essi stessi la più sferzante smentita di questi Congressi.

La Germania prova in modo clamoroso l'insufficienza del patrimonio ideologico lasciatoci dai bolscevichi; e questo non per l'insufficienza dei loro sforzi, ma per l'insufficienza degli sforzi dei comunisti nel mondo intero, ed in particolare in Germania. Ed infatti, quando e dove si é fatta una critica della lotta ideologica e politica degli spartachisti? Che noi si sappia, a parte le piatte ripetizioni di qualche giudizio di carattere generale di Lenin, non si é fatto il minimo sforzo. Certo, si parte in guerra contro il "luxemburghismo", si versa ovviamente qualche lacrima sull'annientamento degli spartachisti, si condannano i crimini di Noske e Scheidemann, ma di fare un'analisi seria non se parla neppure. Eppure, se l'ottobre 1917 esprime una negazione categorica della democrazia borghese, il 1919 l'esprime su un piano più avanzato. Se i bolscevichi dimostrarono che il partito del proletariato rappresenta una guida vittoriosa solamente se rigetta, nel corso della sua formazione, ogni alleanza con correnti opportuniste, gli avvenimenti del 1923 provano che la fusione degli spartachisti e degli indipendenti al Congresso di Halle, era stata un'aggiunta alla confusione del PC di fronte alla battaglia decisiva.

In conclusione, invece di elevare il livello della lotta proletaria ancora più in alto dell'ottobre, invece di negare più risolutamente le forme della dominazione del capitalismo, i compromessi con le forze nemiche, in previsione di un imminente assalto rivoluzionario, non potevano che facilitare il raggruppamento delle forze capitaliste riportando le posizioni politiche proletarie ad un livello più basso di quello che aveva permesso la vittoria degli operai russi. In questo senso la posizione contro il parlamentarismo del compagno Bordiga al 2° Congresso costituiva un tentativo di spingere in avanti le posizioni d'attacco del proletariato mondiale, mentre la posizione di Lenin era un tentativo di impiegare questo strumento storicamente superato in una situazione che non presentava ancora tutti gli elementi per questo attacco. Gli avvenimenti hanno dato ragione a Bordiga, non tanto su questo fatto, quanto su una valutazione complessiva che conteneva in sé la critica dei fatti del 1919 in Germania e che consisteva nell'allargare lo sforzo distruttivo del proletariato prima delle nuove battaglie che dovevano decidere la sorte dello Stato proletario e della rivoluzione mondiale.

Noi cercheremo in quest'articolo di esaminare l'evoluzione delle posizioni di classe del proletariato tedesco, in modo da mettere in evidenza quegli elementi di principio che possano completare il contributo bolscevico, criticare la loro pura e semplice riproposizione in situazioni nuove, contribuire al lavoro di critica degli avvenimenti del dopoguerra.

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Nella Costituzione di Weimar, articolo 165, si trova il seguente passaggio: "operai ed impiegati vi (nei Consigli operai) collaboreranno su un piano di parità, insieme agli imprenditori, alla regolamentazione delle questioni di salario e di lavoro, oltre che allo sviluppo generale economico delle forze produttive." Questo caratterizza, come meglio non si potrebbe, un periodo in cui la borghesia tedesca aveva capito che non solo doveva espandere il suo apparato politico fino alla democrazia più allargata, arrivando fino al riconoscimento dei Consigli operai ("Rate"), ma che doveva anche dare agli operai l'illusione del potere economico. Dal 1919 al 1923 il proletariato ebbe l'impressione di essere la forza politicamente predominante nel Reich. A partire dalla guerra mondiale i sindacati, incorporati nell'apparato statale, erano diventati dei pilastri indispensabili al sostegno di tutto l'edificio capitalista ed i soli organismi in grado di mobilitare gli sforzi proletari in vista della ricostruzione dell'economia tedesca e di un apparato stabile di dominazione borghese. La democrazia borghese rivendicata dalla social‑democrazia mostra così di essere il solo mezzo in grado di impedire l'evoluzione rivoluzionaria della lotta operaia, che fu incanalata attraverso un potere politico diretto nei fatti dalla borghesia, la quale poteva contare sull'appoggio sindacale per riportare a galla l'industria. E' in questo periodo che vedono la luce "la prima legislazione sociale del mondo", i contratti collettivi di lavoro, i comitati di fabbrica che tendono talvolta ad opporsi ai sindacati riformisti o arrivano a raccogliere la spinta rivoluzionaria dei proletari, come ad esempio nella Ruhr nel 1921‑22. La ricostruzione tedesca, effettuatasi in questo tripudio di libertà e diritti operai, portò, come tutti sanno, all'inflazione del 1923, espressione delle difficoltà che un capitalismo vinto e terribilmente impoverito provava nel rimettere in moto il suo apparato produttivo. Contemporaneamente si verificò la reazione di un proletariato che vedeva ridursi a niente il suo salario nominale, la sua "gigantesca" legislazione sociale, la sua facciata di potere politico. Se nel 1923 il proletariato tedesco fu battuto, malgrado i "governi operai" in Sassonia ed in Turingia, malgrado un PC con una larga influenza, non ancora corroso dal centrismo e per di più diretto da vecchi spartachisti, se la vittoria mancò nonostante tutte le condizioni favorevoli assicurate dalle difficoltà dell'imperialismo tedesco, é a Mosca che bisogna cercarne le cause, nelle Tesi del 3° e 4° Congresso che, accettate dagli spartachisti, invece di completare il "Programma di Spartaco" del 1919, si situavano molto al di sotto di quest'ultimo. Malgrado i suoi rari equivoci, i discorsi di Rosa Luxemburg contengono una negazione feroce delle forze democratiche del capitalismo, una prospettiva sia economica che politica, e non di vaghi "governi operai" e di fronti uniti con dei partiti controrivoluzionari.

A nostro avviso, la sconfitta del 1923 é la risposta degli avvenimenti alla stagnazione del pensiero critico comunista, che ripeteva invece di innovare, rifiutandosi di trarre dalla realtà stessa delle linee programmatiche nuove, e questo nel momento in cui il capitalismo mondiale occupava la regione tedesca della Ruhr, determinando così un'ondata di risentimento nazionalista capace di canalizzare o quanto meno confondere la coscienza degli operai e perfino dei dirigenti del PC.

Una volta scampato a questo momento critico, il capitalismo tedesco poté beneficiare dell'aiuto finanziario di paesi come gli USA, convinti della sparizione momentanea di ogni pericolo rivoluzionario. E' il momento per un'ondata di concentrazioni e fusioni industriali e finanziarie senza precedenti, sulla base di una razionalizzazione sfrenata, mentre il governo Stresemann succede ad una serie di governi socialisti o socialisteggianti. La socialdemocrazia appoggia questo consolidamento strutturale di un capitalismo che cerca nella sua organizzazione disciplinata la forza per tenere testa ai suoi avversari di Versailles ed agita di fronte agli operai il mito della democrazia economica, della difesa dell'industria nazionale, del vantaggio di trattare solamente con alcuni padroni, il cui cartello diventava una specie di premessa del socialismo.

Dal 1925‑26, e fino ai primi sintomi della crisi mondiale, il movimento di organizzazione dell'economia tedesca cresce continuamente. Si potrebbe quasi dire che il capitalismo tedesco, che aveva potuto tenere testa al mondo intero grazie alle sue forze industriali ed alla militarizzazione di un apparato economico incredibilmente possente, ha proseguito, dopo le agitazioni sociali del dopoguerra, il suo sforzo di organizzazione economica ultracentralizzata indispensabile nella fase delle guerre interimperialiste, e lo ha fatto riprendendo, sotto la spinta delle difficoltà mondiali, il cammino dell'organizzazione economica di guerra. Nel 1926 nascono i grandi Konzerns (cartelli industriali) dello Stihlwerein, delle industrie IG‑Farben, dell'Allgemeine Electrizitat Gesellchaft, la cui costituzione é d'altronde facilitata dall'inflazione e dal conseguente incremento dei valori industriali.

Già prima della guerra, l'organizzazione economica della Germania ‑i Cartelli, i Konzerns, la fusione del capitale finanziario ed industriale‑ aveva raggiunto un livello superiore. Ma é dal 1926 che il movimento si accelera e dei Konzerns come la Thyssen, la Rheinelbe‑Union, la Phoenix e la Rheinische Stahlwerke si fondono fra di loro per formare la Stahlwerein, che controlla tutta l'industria del carbone e dei suoi derivati: la metallurgia e tutte le attività connesse. Ai forni Thomas, che funzionano con minerale di ferro (persi dalla Germania con la Lorena e l'Alta Slesia ) si sostituiscono i forni Siemens‑Martin, che possono impiegare rottami di ferro.

Questi Konzerns rapidamente controllano in modo rigoroso ed indiscusso tutta l'economia tedesca e si ergono come un muro contro cui il proletariato si rompe la testa; il loro sviluppo é accentuato dagli investimenti di capitali americani ed in parte dagli ordinativi russi. Ma é a partire da questo momento che il proletariato, che nel 1923 ha perso ogni illusione sulla sua potenza politica reale, si trova confrontato allo scontro decisivo. La socialdemocrazia sostiene il capitalismo tedesco, dimostra che i Konzerns sono degli embrioni di socialismo, invoca i contratti collettivi basati sulla conciliazione delle parti, come via che porta alla democrazia economica. Il PC subisce la sua "bolscevizzazione" che, concludendosi con la politica del "social‑fascismo", coinciderà con i piani quinquennali in Russia, ma lo porterà a giocare un ruolo analogo ‑ma non identico‑ a quello della socialdemocrazia.

Peraltro, é in quest'epoca di razionalizzazioni, di costruzione di giganteschi konzerns, che appaiono in Germania le basi economiche e le necessità sociali dell'apparizione del nazismo nel 1933. La concentrazione accentuata delle masse proletarie in seguito alle ristrutturazioni capitaliste, una legislazione sociale gettata come zuccherino per evitare dei movimenti rivoluzionari, ma troppo costosa per il capitalismo, una disoccupazione permanente fonte di instabilità sociale, dei pesanti carichi finanziari esterni (riparazioni di guerra) rendono necessari attacchi continui ai salari già erosi dall'inflazione. Ciò che rendeva necessaria la dominazione fascista era la minaccia che il proletariato aveva rappresentato nel dopoguerra, e che ancora rappresentava, minaccia da cui il capitalismo si era potuto salvaguardare grazie alla socialdemocrazia, ma che richiedeva ora una struttura politica corrispondente alla concentrazione forzata nel frattempo realizzata sul piano economico. Come l'unificazione del Reich fu preceduta dalla concentrazione e centralizzazione industriale del 1865‑70, così la vittoria del nazismo fu preceduta da una riorganizzazione fortemente imperialista dell'economia tedesca. Riorganizzazione necessaria per salvare l'insieme della classe dominante messa con le spalle al muro dal Trattato di Versailles. Quando oggi si parla degli interventi economici del fascismo, della "sua" economia regolamentata, della "sua" autarchia, si distorce considerevolmente la realtà. Esso rappresenta semplicemente la struttura sociale che era necessaria al capitalismo alla fine di una data evoluzione economica e sociale. Il capitalismo tedesco non avrebbe mai potuto affidarsi al fascismo nel 1919, quando era in piena anarchia, tanto più che incombeva la minaccia proletaria. Fu per questo che il tentativo golpista di Kapp nel 1920 fu combattuto da frazioni della borghesia, così come dagli Alleati, che ben comprendevano l'utilità inestimabile dei socialtraditori socialdemocratici. In Italia, al contrario, i sommovimenti rivoluzionari non si verificano in un quadro di decomposizione del capitalismo, ma di debolezza; é la coscienza di questa debolezza che  spinge la borghesia ad evitare lo scontro durante l'occupazione delle fabbriche, affidandosi ai socialisti, e che le permette anche di reagire immediatamente, una volta passato il pericolo, affidandosi questa volta al fascismo.

In effetti, tutte le innovazioni del fascismo, dal punto di vista economico, consistono in un'accentuazione della "disciplina" economica, del legame dei grandi konzerns allo Stato (nomina di commissari per le diverse branche dell'economia), della ufficializzazione di un'economia di guerra.

La democrazia come bandiera del dominio capitalista, non può corrispondere alle esigenze di un'economia ridotta alle strette dalla guerra, minacciata dal proletariato, e la cui estrema centralizzazione non é che un modo di resistere in attesa di un nuovo massacro bellico, un modo di trasporre sul piano mondiale le sue difficoltà interne. Tanto più che la democrazia presuppone una certa mobilità nei rapporti economici e politici, una possibilità di cambiamento di posizione per gruppi ed individui che, pur mantenendo fissa la difesa dei privilegi di una sola classe, deve tuttavia dare a tutte le classi la sensazione che l'ascesa sociale sia possibile. Nel periodo di ricostruzione dell'economia tedesca nel dopoguerra i konzerns, legati allo Stato, esigevano da quest'ultimo il rimborso delle concessioni che le battaglie operaie riuscivano a strappare loro, rendendo così impossibile la sopravvivenza della democrazia, perché la prospettiva del momento non era quella di sfruttare gli abbondanti benefici di un impero coloniale o di battersi per i mercati mondiali, ma quella di combattere contro Versailles e le sue riparazioni di guerra. La sola via era quella della lotta brutale e violenta contro la classe operaia e da questo punto di vista, come da quello economico, il capitalismo tedesco mostrava il cammino che gli altri paesi dovevano intraprendere, anche se con mezzi diversi. E' evidente che senza l'aiuto del capitalismo mondiale la borghesia tedesca non sarebbe mai riuscita a realizzare i suoi obbiettivi. Per permettere l'annientamento degli operai si dovettero eliminare tutte le ditte americane che intralciavano il monopolio dello sfruttamento operaio da parte della borghesia tedesca; poi consentire delle moratorie nei pagamenti; infine annullare del tutto il peso delle Riparazioni. C'é in più voluto l'intervento dello Stato Sovietico, che ha abbandonato gli operai tedeschi per i suoi Piani Quinquennali, indebolendo le loro coscienze e divenendo così un fattore della vittoria del fascismo.

Un esame della situazione che va dal marzo 1923 al marzo 1933 permette di comprendere che dalla Costituzione di Weimar a Hitler si sviluppa un processo di continuità perfetta ed organica. La disfatta operaia si situa dopo un momento di tripudio di democrazia borghese e "socialisteggiante" espressa da Weimar e permette la ricostituzione del fronte capitalista. A partire da adesso il cappio si restringe un poco per volta. Presto, nel 1925, tocca ad Hindenburg, che diventa il difensore di questa Costituzione. A mano a mano che il capitalismo ricostituisce la sua armatura, la democrazia si restringe, salvo riallargarsi nei momenti di tensione sociale, dove si vedono ancora perfino dei governi socialisti di coalizione (H.Muller). Ma, nella misura in cui socialisti e centristi aumentano lo sbandamento degli operai, la democrazia tende a sparire (governo Bruning ed i suoi decreti‑legge) per lasciare il campo, infine, al fascismo, che non troverà più nessuna opposizione operaia. Tra il più bel fiore della democrazia, Weimar, ed il fascismo non si manifesterà nessuna opposizione: il primo permetterà di allontanare la minaccia rivoluzionaria, isolerà i proletari, annebbierà la loro coscienza, il secondo, alla fine di questa evoluzione, sarà il tallone di ferro capitalista che concluderà il lavoro, realizzando una rigida unità della società capitalista sulla base dell'annientamento di ogni minaccia proletaria.

Noi non faremo come quei pedanti e professorucoli vari, che a cose fatte tentano di "correggere" la storia e si sforzano di trovare la spiegazione dei fatti di Germania nell'erronea applicazione di questa o quella formula. E' evidente che il proletariato tedesco non poteva vincere che alla sola condizione di liberare (grazie alle frazioni di sinistra) l'Internazionale Comunista dalla nefasta influenza dissolvitrice del centrismo e di raggrupparsi intorno a posizioni che negassero ogni forma di democrazia e di "nazionalismo proletario" ed ogni pretesa di raggrupparsi intorno ai suoi interessi ed alle sue conquiste. Da questo punto di vista la politica del "socialfascismo" non era una posizione che andasse al di là della palude democratica, poiché non spiegava il decorso degli avvenimenti, ma si limitava a imbrogliarli; in realtà serviva solo da spiegazione della scissione sindacale fatta in nome dell'organizzazione Sindacale Rossa. Non era un Fronte Democratico a poter salvare il proletariato tedesco, ma la sua negazione; ma questa prospettiva di lotta doveva disperdersi, una volta subordinata ad uno Stato proletario che ormai lavorava al consolidamento dell'insieme del mondo capitalistico.

Come oggi si potrebbe parlare di "fascistizzazione" dei paesi capitalisti caratterizzati dalle "democrazie dai pieni poteri", così se ne potrebbe parlare a proposito dell'evoluzione del capitalismo in Germania, se si volesse caratterizzare il ruolo svolto da una democrazia a "pelle di zigrino", che si restringeva continuamente fino ad arrivare al marzo 1933. In questo corso storico la democrazia é stato un elemento dal peso decisivo ed é scomparsa sotto i colpi del fascismo solo quando é diventato impossibile impedire l'effervescenza delle masse senza contrapporgli un altro movimento di massa. La Germania, ancor più che l'Italia, ci mostra già una transizione legale da Von Papen a Schleicher, e da quest'ultimo a Hitler, sotto l'egida del difensore della Costituzione di Weimar: Hinderburg. Ma, così come in Italia, il fermento delle masse necessitava di ondate di massa per demolire le organizzazioni operaie e decimare il movimento operaio. E' possibile che lo sviluppo della situazione nei nostri paesi marchi ancora un passo vanti rispetto a queste esperienze e che le democrazie dai pieni poteri, non avendo di fronte a se dei proletariati reduci da tentativi rivoluzionari degni di nota, e potendo in più contare su una situazione privilegiata rispetto ad Italia e Germania (profitti coloniali), possano, parallelamente agli interventi per disciplinare l'economia, riuscire a annientare il proletariato senza dover eliminare completamente le forze tradizionali della democrazia, che, dal canto loro, faranno un apprezzabile sforzo di adattamento (Piano CGT in Francia, Piano De Man in Belgio).

Il fascismo non si spiega né come classe distinta dal capitalismo, né come emanazione delle classi medie esasperate. Esso realizza una nuova forma di dominio di un capitalismo che, attraverso la democrazia, non arriva più a legare tutte le classi intorno alla difesa dei suoi privilegi. Esso non introduce un nuovo modo di organizzazione sociale, ma una sovrastruttura adeguata ad un'economia altamente sviluppata e che deve distruggere politicamente il proletariato per impedire ogni possibile relazione tra le contraddizioni sempre più acute del capitalismo e la presa di coscienza rivoluzionaria degli operai. Gli statistici non mancheranno di ricordare la notevole massa di piccoli borghesi in Germania (5 milioni, compresi intellettuali ed impiegati), per tentare di presentare il fascismo come il "loro" movimento. Ma la realtà é che la piccola borghesia é sprofondata in una fase storica in cui le forze produttive, che la schiacciano e le fanno comprendere la sua impotenza, determinano una polarizzazione degli antagonismi sociali intorno ai due protagonisti fondamentali: la borghesia ed il proletariato. Le viene dunque meno anche la possibilità di barcamenarsi fra l'una e l'altro e tende istintivamente verso chi gli promette il mantenimento del suo ruolo gerarchico nella struttura sociale. Invece di combattere contro il capitalismo, il piccolo borghese, impiegato col colletto inamidato o bottegaio, tende a gravitare intorno ad un guscio sociale che vorrebbe abbastanza solido da far regnare "l'ordine e la calma" ed assicurare il rispetto della sua dignità, mentre le lotte operaie senza sbocco lo esasperano e peggiorano solo la situazione. Ma se il proletariato si leva in piedi e parte all'assalto, la piccola borghesia non può che inchinarsi ed accettare la realtà. Quando si presenta il fascismo come un movimento di piccoli borghesi si falsifica dunque la realtà storica, nascondendo le sue basi reali. Il fascismo canalizza tutti i contrasti che mettono in pericolo la conservazione del capitalismo e li indirizza al suo consolidamento; mette insieme il desiderio di calma del piccolo borghese, l'esasperazione del disoccupato affamato, l'odio cieco dell'operaio disorientato e soprattutto la volontà capitalista di eliminare ogni elemento di perturbazione dell'economia militarizzata e di ridurre al minimo i costi di mantenimento di un esercito di disoccupati permanenti.

In Germania il fascismo si é dunque edificato sulla doppia base delle disfatte proletarie e delle necessità imperiose di un'economia messa alle strette da una crisi economica profonda. E' sotto Bruning, in particolare, che ha preso piede, quando gli operai erano ormai incapaci di difendere i loro salari furiosamente attaccati ed i disoccupati i loro sussidi ridotti a colpi di decreti legge. E' allora che nelle fabbriche, nei cantieri i nazisti creano le loro cellule d'azienda, non rifuggendo neanche di fronte all'uso degli scioperi rivendicativi, sicuri che, grazie ai socialisti ed ai centristi, gli scioperi non sarebbero usciti dai limiti voluti. Ed é quando il proletariato si rivela battuto in parte, nel Novembre 1932, prima delle elezioni di Von Papen che aveva appena sciolto il governo socialista di Prussia, che scoppia lo sciopero dei trasporti pubblici a Berlino, diretto da comunisti e fascisti. Questo sciopero disgrega il proletariato berlinese poiché i comunisti si mostrano già incapaci di espellere i fascisti dal movimento, di allargarlo, di farne l'annuncio di una lotta rivoluzionaria. La frammentazione del proletariato tedesco si accompagna, da una parte, allo sviluppo del movimento fascista che ritorce contro di lui le armi operaie, dall'altra a misure di ordine economico, di aiuto crescente al capitalismo (ricordiamo a questo proposito che é Von Papen che adotta le misure di sostegno alle aziende che occupano dei disoccupati pagandogli un salario ridotto).

Insomma, per la vittoria di Hitler nel 1933 non fu necessaria nessuna violenza: era un frutto maturo grazie a socialisti e centristi, lo sbocco normale di una forma democratica sorpassata dagli eventi. Da forza disaggregata, dispersa, il proletariato doveva ora diventare un elemento attivo nel consolidamento di una società completamente orientata verso la guerra. E' per questo che i fascisti non potevano limitarsi a tollerare degli organismi di classe, anche se diretti da traditori del proletariato, ma dovevano al contrario estirpare la minima traccia di lotta di classe per meglio polverizzare gli operai e farne degli strumenti ciechi delle mire imperialiste del capitalismo tedesco.

Il 1933 può essere considerato come l'anno di realizzazione sistematica dell'opera di imbavagliamento fascista. I sindacati vengono annientati e sostituiti dai consigli di azienda controllati dal governo. Nel Gennaio 1934 appare il sigillo giuridico a completamento dell'opera: la Carta del Lavoro, che regola il problema dei salari, proibisce gli scioperi, sancisce l'onnipotenza dei padroni e dei commissari fascisti, trasforma in realtà il legame completo fra economia centralizzata e Stato.

Nei fatti, se il capitalismo italiano ci ha messo degli anni a partorire il suo "Stato corporativo", il capitalismo tedesco, più sviluppato, c'é arrivato rapidamente. Lo stato ritardatario dell'economia italiana, rispetto a quella del Reich, ha reso difficile la costruzione di una struttura sociale capace di comprimere automaticamente ogni eventuale soprassalto operaio; invece la Germania, che possedeva una economia più avanzata, ha potuto passare immediatamente alla regolamentazione dei rapporti sociali legati intimamente ai settori della produzione controllati dai commissari di Stato.

In queste condizioni, il proletariato tedesco ‑come d'altra parte quello italiano‑ non ha più una sua vita autonoma. Per ritrovare una coscienza di classe, dovrà attendere che le nuove situazioni di domani facciano a pezzi la camicia di forza con cui lo ha imbrigliato il capitalismo. Nel frattempo, non é certo il caso di fare declamazioni sulla possibilità di un lavoro illegale di massa nei paesi fascisti, ciò che d'altronde ha già consegnato fin troppi eroici militanti nelle mani dei carnefici di Roma e di Berlino. Bisogna considerare le antiche organizzazioni richiamantesi al proletariato come dissolte dall'influenza fascista e passare al lavoro teorico di analisi storica, che é preliminare per la ricostruzione di nuovi organismi che possano portare il proletariato alla vittoria, attraverso la critica vivente del passato.

                                                         BILAN

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