Giugno-agosto 2012
In Europa, la violenza della crisi economica e delle politiche di austerità producono un ulteriore aumento della povertà della popolazione. Secondo l’organismo ufficiale europeo di statistica, Eurostat, il 16,4% della popolazione dell’Unione europea (80 milioni di persone) vive oramai sotto la soglia di povertà nel 2010[1], i più colpiti essendo giovani con meno di 25 anni[2].
La gioventù dell’Europa è duramente colpita...
Secondo l'istituto di ricerche economiche e sociali (IRES), “nell’Unione europea, l’occupazione giovanile è calata più di quella totale e dell’attività economica tra il 2007 ed il 2010. (…) Dopo quattro anni, la crisi si è anche tradotta in un aumento di lavori temporanei e a tempo parziale, un aumento della disoccupazione e della disoccupazione di lungo periodo, un incremento della proporzione di giovani senza impiego e fuori da ogni forma di educazione culturale e di formazione (i “NEET”)[3], e più generalmente attraverso un importante degrado della situazione economica e sociale dei giovani”[4]. A tutto questo si aggiunge, in certi paesi come il Regno Unito, il peso enorme dell’indebitamento privato degli studenti necessario al finanziamento della loro formazione e le difficoltà di rimborso conseguenti alla mancanza di impiego stabile alla fine dei loro studi. Ciò ha per conseguenza che, “confrontati alla degradazione del mercato del lavoro, una parte dei giovani l’ha lasciato o non vi è entrato affatto, cedendo spesso allo scoraggiamento, rifugiandosi nel sistema educativo prolungando i loro studi, o restando inattivi”. Risultato, i giovani lasciano il loro paese sperando di trovare lontano un impiego per potere vivere: “Le cifre provvisorie sono incerte, ma parecchie fonti confermano una forte emigrazione di giovani, in particolare di diplomati. (…) In Italia, (…) si stima che ci sono 60.000 giovani emigranti ogni anno di cui il 70% sono laureati”[5].
Tra tutti i paesi dell'UE, solo la gioventù tedesca è per ora relativamente risparmiata dall’impoverimento.
… in Italia …
La situazione di degrado è tale che lo Stato si vede costretto a truccare le carte per nascondere il disastro. “Non è vero che siamo meno poveri, come gli ultimi dati ufficiali sulla povertà (luglio 2010) farebbero pensare. Secondo l’Istat lo scorso anno l’incidenza della povertà relativa (cioè la percentuale di famiglie con un reddito al di sotto di una cosiddetta linea di povertà relativa, ndr) è stata pari al 10,8% (era 11,3% nel 2008), mentre quella della povertà assoluta risulta del 4,7%. Secondo l’Istat si tratta di dati “stabili” rispetto al 2008. In realtà, si tratta di un’illusione «ottica»: succede che, visto che tutti stanno peggio, la linea della povertà relativa si è abbassata, passando da 999,67 euro del 2008 a 983,01 euro del 2009 per un nucleo di due persone. Se però aggiornassimo la linea di povertà del 2008 sulla base della variazione dei prezzi tra il 2008 e il 2009, il valore di riferimento non calerebbe, ma al contrario salirebbe a 1.007,67 euro. Con questa operazione di ricalcolo, alzando la linea di povertà relativa di soli 25 euro mensili, circa 223 mila famiglie ridiventano povere relative: sono circa 560 mila persone da sommare a quelle già considerate dall’Istat (cioè 7 milioni e 810 mila poveri) con un risultato ben più amaro rispetto ai dati ufficiali: sarebbero 8 milioni e 370 mila i poveri nel 2009 (+3,7%).[6]”
“Accanto ai poveri ufficiali, ci sono le persone impoverite che, pur non essendo povere, vivono in una situazione di forte fragilità economica. Sono persone che, soprattutto in questo periodo di crisi, hanno dovuto modificare, in modo anche sostanziale, il proprio tenore di vita, privandosi di una serie di beni e di servizi, precedentemente ritenuti necessari. Il fenomeno è confermato anche da alcuni dati: nel 2009 il credito al consumo è sceso dell’11%, i prestiti personali hanno registrato un -13% e la cessione del quinto a settembre 2009 ha raggiunto il +8%. Facendo una media di questi indicatori, si può calcolare un 10% in più di poveri, da sommare agli oltre 8 milioni stimati.
La povertà familiare è un fenomeno consolidato, che non accenna a diminuire. Diversamente da altri paesi, in Italia più alto è il numero di figli, maggiore è il rischio di povertà: se in famiglia c’è un solo figlio minore l’incidenza della povertà relativa sale dal 10,8%, che è il dato medio, al 12,1%, mentre se ci sono tre o più figli l’incidenza è del 26,1%. La società italiana si nega così la possibilità di futuro: il numero medio di figli minori per famiglia era trent’anni fa di 0,75, passato nei primi anni novanta a 0,6 e ulteriormente sceso a 0,5 nel 2000 per arrivare all’attuale 0,43.
L’assistenza alle persone non autosufficienti è un altro problema incalzante che grava sulle famiglie, che non vogliono separarsi dai propri cari o non possono permettersi le rette delle case di riposo o le assistenti familiari.[7]”
… in Francia...
Sul problema della povertà giovanile, la Francia si colloca ad un livello intermedi rispetto agli altri paesi dell'Unione Europea. Concretamente, “su quattro giovani sul mercato del lavoro, uno è disoccupato, un secondo ha un impiego precario e gli ultimi due occupano un impiego normale. E per ottenerli, per la maggior parte, hanno dovuto accettare degli stage o impieghi temporanei. Anche con un diploma o laurea, l’inserimento nel campo del lavoro dei giovani è difficile. (…) Così, il 29% dei giovani non riesce ad avere un alloggio confortevole o a riscaldarsi ed il 17% non riesce a pagare le sue fatture ritrovandosi a decine di migliaia in una situazione di superindebitamento. Prima dei 25 anni, i giovani non sempre hanno diritto ad un reddito minimo, salvo condizioni draconiane”[8]. E la situazione è ancora peggiore per i giovani delle “zone urbane sensibili” dove il tasso di disoccupazione ufficiale raggiunge il 43%!
… come in Spagna
Ma l’Irlanda, la Spagna e la Grecia sono attualmente i paesi dove le condizioni di vita dei giovani si sono più fortemente degradate tra il 2007 ed il 2011: “Un notevole calo dell’impiego giovanile, troppo poco attenuato da un aumento dell’inattività, provocando un aumento del lavoro precario, un’esplosione del lavoro part-time e della disoccupazione, in particolare della disoccupazione di lunga durata, esplosione della proporzione di giovani poveri o in pericolo di esclusione, una forte emigrazione”[9].
La situazione in Spagna è un’illustrazione concreta del reale significato di tale degrado; in questo paese, “700.000 giovani dai 15 ai 29 anni erano già disoccupati a metà 2007, cioè un tasso del 14%, il più basso dei trenta anni precedenti. In poco più di tre anni, si è ritornati ai livelli più elevati conosciuti: il numero dei giovani disoccupati ha raggiunto nel 2° trimestre 2011 circa 1,6 milioni, con un tasso di disoccupazione del 32%. Il numero dei giovani disoccupati di lunga durata si è moltiplicato per sei nel periodo 2007-2011. Oggi, il 42% dei giovani disoccupati lo sono di lunga durata, mentre nel 2007 erano solo il 15%”[10], e il degrado della situazione nel primo trimestre 2012 ha anche portato il tasso di disoccupazione ufficiale dei minori di 25 anni al di sopra del 52%![11] Perciò, “si assiste ad una inversione di tendenza da parte dei giovani che lasciano il domicilio dei loro genitori: il tasso di giovani che lo fanno si è ridotto di circa il 5% per la fascia di età 18-34 anni, scendendo al 45,6%. Questo calo è ancora più accentuato per gli ultra 29venni, per i quali questo tasso cala del 10%”[12].
Quale è la risposta del governo spagnolo di fronte a questa miseria crescente? Ancora più austerità! Così, in seguito alle misure prese il 20 aprile dal governo conservatore, gli studenti vedranno presto salire alle stesse le loro tasse di iscrizione universitaria, passando in media da 1000 a 1500 €[13].
Pensioni di miseria e morte prematura aspettano la vecchiaia
Queste ultime misure del governo spagnolo colpiscono anche i pensionati che fino ad oggi avevano un accesso gratuito ai medicinali ma che oramai dovranno pagare in funzione dei loro redditi, fino a 18 € al mese per procurarseli[14].
In effetti, anche se, a livello di tutta l’UE, gli anziani sono meno colpiti dei giovani dall’impoverimento, la loro situazione si deteriora drammaticamente nei paesi che hanno già adottato dei severi piani di austerità.
Così, in Portogallo, “secondo la Direzione generale della salute portoghese (DGS), a febbraio scorso sono morte circa 11.600 persone, ossia il 10% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La maggior parte delle vittime avevano più di 75 anni”[15]. Numerosi medici denunciano le misure di austerità e le loro conseguenze sulle magre pensioni: denutrizione legata al rialzo del prezzo dell’alimentazione, ipotermia legata al rialzo del prezzo dell’elettricità ed ai tentativi di ridurre le fatture del riscaldamento, alloggi insalubri, incapacità di pagare i trasporti, le spese ospedaliere ed i medicinali. Alcuni anziani così riassumono la situazione: “Possiamo acquistare o il cibo o i medicinali, ma non tutte e due le cose insieme”[16].
Detto in altri termini, la borghesia portoghese ormai lascia crepare di fame, di freddo e di malattie gli anziani più miserabili, improduttivi da un punto di vista capitalista, impossibili da sfruttare. E con l’aggravarsi della crisi economica e l’austerità crescente che ne risulta, non c’è alcun dubbio che questa pandemia di miseria e di morte che comincia a colpire gli anziani del Portogallo si propagherà presto in tutta Europa.
Tuttavia, le cifre sopra menzionate sono in parte ingannevoli. Da un lato, certe cifre, come quelle relative alla disoccupazione, sono sistematicamente falsificate, attraverso complesse manovre statistiche, dagli organi statali incaricati di produrle. Dall’altro, questi stessi organi statali riuniscono nello stesso paniere statistico “i giovani” o “gli anziani” come se si trattasse di categorie popolari non divise in classi sociali. Da tutto questo risulta che all’interno delle classi oppresse, che rappresentano l’immensa maggioranza della popolazione, la situazione sociale è ancora peggiore rispetto a quello che ci lasciano intravedere queste cifre!
Il proletariato non troverà vie d’uscita che nella lotta!
Ma, come diceva Marx, stiamo attenti a non vedere “nella miseria solo la miseria, senza vedere il lato rivoluzionario, sovversivo che rovescerà la vecchia società”[17].
La classe operaia, in particolare la sua gioventù, non ha intenzione di subire senza combattere. È ciò che hanno mostrato i movimenti sociali che hanno percorso il pianeta nel 2011, nel corso dei quali i giovani proletari, ancora studenti, già al lavoro o disoccupati, sono stati tra gli elementi più combattivi[18].
Perché tra gli operai, giovani o anziani, si sviluppa progressivamente la coscienza che la possibilità di una vita migliore può realizzarsi soltanto attraverso la lotta.
DM (29 aprile)
[1] La soglia di povertà è fissata al 60% del reddito medio nazionale. In Francia per esempio, questa soglia corrisponde ad un reddito mensile di 876 euro per una persona sola, secondo le stime di Eurostat.
[3] NEET, “Not in Education, Employment or Training”, sono coloro che non sono “né studenti, né impiegati, né corsisti”.
[4] Dossier di stampa, n° speciale 133 della Cronaca internazionale dell’Ires (Chronique internationale de l’Ires) “I giovani nella crisi Principali risultati”, www.ires-fr.org/images/pdf/IresDossierConferencePresseLesJeunesdanslaCri... [2]
[5] Idem.
[7] Idem.
[9] “I giovani nella crisi”, op. cit.
[10] Idem.
[12] “I giovani nella crisi”, op. cit.
[14] Idem.
[16] Idem.
[18] Su queste lotte, vedi in particolare fr.internationalism.org/ri431/2011_de_l_indignation_a_l_espoir.html [9].
Il governo Monti si è mostrato fin dall’inizio di non essere un semplice governo “tecnico”, di transizione, a termine, ma una compagine governativa che ha ricevuto il preciso mandato dal capo dello Stato di far fronte ad una situazione estremamente difficile in cui l’Italia era caduta: una situazione economica di estrema fragilità che avrebbe potuto avere, a termine, importanti risvolti sul piano politico e sociale. Questo fatto, dopo le buffonate a cui ci aveva abituato il governo precedente e tutto il can-can che è stato fatto su Monti, è servito a creare intorno a questo governo qualche aspettativa, almeno la speranza di non finire ancora peggio. Quello che però questo governo ha mostrato abbastanza presto è che avrebbe fatto - come ha fatto - quello che governi di destra e di sinistra non erano mai arrivati a fare in precedenza contro i lavoratori e i settori meno agiati della società a livello di attacchi sul piano sociale ed economico [1]. Le famose lacrime di coccodrillo versate dalla Fornero durante una delle prime conferenze stampa di questo governo volevano solo nascondere il cinismo che questo ministro avrebbe mostrato successivamente nella gestione del mondo del lavoro, fino ad osare parlare di “pari opportunità tra settore pubblico e privato” a livello di licenziamenti[2], cercando così di cavalcare in maniera mistificata le richieste di giustizia sociale con una proposta di livellamento al ribasso nel trattamento dei lavoratori.
D’altra parte la necessità di dare una maggioranza parlamentare a questo governo ha costretto i tre partiti, Pdl, Pd e Udc, ad appoggiarlo, anche se non sempre volentieri e facendo spesso buon viso a cattivo gioco, accentuando ulteriormente l’erosione della base di consensi elettorali, in particolare per il Pdl. Con la destra allo sbando - anche e soprattutto dopo il fallimento del governo Berlusconi - e una sinistra ancora una volta del tutto invisibile, le elezioni amministrative che si sono svolte a maggio scorso hanno mostrato un quadro della situazione piuttosto preoccupante per la borghesia. Se guardiamo ai risultati globali si potrebbe dire banalmente che, con la vittoria politica della sinistra nella grande maggioranza dei comuni in cui si è votato[3], siamo alla normale alternanza destra/sinistra nel governo della cosa pubblica. Ma questa è solo un’immagine ingannevole della realtà. Viceversa, se la sinistra ha “vinto” è perché la destra è crollata[4]. Se andiamo ad analizzare anche solo un po’ più nel dettaglio la situazione, vediamo che i due partiti veramente emergenti sono il partito “Movimento Cinque Stelle” (M5S) di Grillo, partito ultrapopulista che riesce a vendere solo fumo[5], e un altro che neanche esiste, il partito degli astenuti, cioè l’insieme di persone che neanche si sono avvicinati ad un seggio elettorale, il primo attestandosi, secondo alcuni sondaggi effettuati[6], al 20% dei votanti ed il secondo, con un incremento del 12% rispetto al 2007, alla cifra record del 49% degli aventi diritto al voto[7]. Questa situazione dice chiaramente che la borghesia comincia ad avere serie difficoltà ad influenzare, attraverso i suoi mass-media, l’elettorato in modo da ottenere la maggioranza che serve in una certa fase politica, vista la dispersione di circa il 60% dei voti tra astenuti, schede nulle e voti dati al partito M5S. Qualcuno naturalmente potrebbe obiettare che i voti dati a Grillo non sono stati buttati, che Grillo ha addirittura conquistato la gestione di una città importante come Parma con i suoi 180.000 abitanti e che, a questo punto, occorre lasciare lavorare le nuove giunte comunali e aspettare i risultati. In verità, ogni volta che si presenta una forza politica nuova ritorna questo motivetto del “lasciamoli lavorare” e “aspettiamo i risultati”. Ma la questione non è di quanto “nuova” sia questa forza politica e neanche di quante e quali promesse riesca a fare, ma di quanto irrisolvibile sia il compito a cui qualunque forza politica, di destra o di sinistra, viene chiamata a svolgere assumendo la gestione di una città o del governo di un paese, visto che il sistema in cui ci si trova ad operare resta quello capitalista, con le sue regole infernali, e visto ancora che la crisi economica impone necessariamente delle misure sempre più atroci. E, per essere concreti, ricordiamo che il partito di Grillo è stato particolarmente veloce nel mostrare che non è per niente diverso dagli altri partiti. Ricordiamo anzitutto come il sindaco neoeletto di Parma, Pizzarotti, non abbia neanche fatto in tempo a insediarsi alla guida del comune che è subito scoppiato un litigio con Grillo, facendo tramontare prima ancora che nascesse il sogno del “Movimento Cinque Stelle”. Infatti si è creato immediatamente uno scontro sulla nomina del direttore generale del Comune di Parma: il sindaco neoeletto aveva indicato Valentino Tavolazzi, ma il leader del Movimento Cinque Stelle Beppe Grillo si è fatto subito sentire sul suo blog bollando questa nomina come “una scelta impossibile, incompatibile e ingestibile politicamente”. Ma sembra esserci di più. Grillo, il leader dell’antipolitica, sembra dirigere il suo movimento come il peggiore dei despoti, a giudicare dalle numerose proteste ed espulsioni presenti nel suo partito[8]. E sembra ancora che un ruolo preminente nel partito, all’ombra di Grillo, ce l’abbia un personaggio dai connotati non del tutto trasparenti, un tale Gianroberto Casaleggio, che dice di sé:
“In seguito progettammo insieme (a Beppe Grillo, ndr) il blog beppegrillo.it, proponemmo la rete dei Meetup (gruppi che si incontrano sul territorio grazie alla Rete), organizzammo insieme i Vday di Bologna e di Torino, l'evento Woodstock a 5 Stelle a Cesena e altri incontri nazionali, come a Milano dove, il 4 ottobre 2009, giorno di San Francesco, al teatro Smeraldo prese vita il MoVimento 5 Stelle”[9].
Un personaggio che “ha fatto parte del consiglio d’amministrazione di 11 società, dalla Olivetti alla Lottomatica[10]” e di cui si parla molto in giro su storie di questo tipo:
“dove ci sono informatica e affari, lì c’è Casaleggio. Il quale è riuscito a trasformare la popolarità del sito di Grillo in altro. «Chi spera di trovare un blog in realtà entra in uno splendido negozio con un sistema di vendita che funziona benissimo» dice Edoardo Fleischner, docente di nuovi media e società alla Statale di Milano e coautore del saggio Chi ha paura di Beppe Grillo?”
“Negli anni 90 ha lavorato all’Olivetti (…) per poi diventare amministratore delegato della Webegg (società con 600 dipendenti) (…). Nel 2004 si è messo in proprio con un gruppo di soci. Tutta gente che si muove bene nel mondo degli affari e della finanza, come Enrico Sassoon, ex direttore del settimanale confindustriale Mondo economico e oggi alla guida della prestigiosa Harvard business review.”
“In 8 anni la Casaleggio associati ne ha fatta di strada. Nel 2007 ha chiuso il bilancio con un fatturato di 2,4 milioni e un utile di 668 mila euro. Nel 2008 l’attivo è salito a 807 mila, per flettere nel 2009 e nel 2010 (rispettivamente a 584 mila e 447 mila). Il calo coincide con la nascita del Movimento 5 stelle: l’impresa evidentemente lo assorbe molto.”[11].
Sembrerebbe dunque che, dietro Grillo e il suo movimento per una ultrademocrazia dal basso ci siano i peggiori istinti antidemocratici e affaristici a cui siamo abituati da sempre.
La situazione che dunque emerge complessivamente da queste elezioni è particolarmente difficile per la borghesia che ha sempre puntato sulla mistificazione democratica delle elezioni per far credere alla cittadinanza, e particolarmente agli strati più depressi, di poter decidere almeno una volta ogni tanto, sul corso della politica, mentre invece quello che emerge mostra, con l’altissima astensione registrata e lo screditamento dei partiti di massa, che questo controllo tende a indebolirsi, anche se i forti consensi ricevuti da Grillo, se non risolvono i problemi della borghesia dal punto di vista di costruzione di maggioranze, servono comunque a mantenere viva la fiducia nello strumento elettorale e dunque che, attraverso la democrazia, si possa arrivare ad un cambiamento.
Ma la vera prova del nove l’avremo l’anno prossimo, con le elezioni politiche. Come abbiamo già ricordato nei mesi scorsi il cosiddetto governo “tecnico” di Monti, oltre a svolgere una funzione di intervento economico fondamentale, ha avuto ed ha anche una funzione di supplenza politica a fronte di un quadro partitico completamente inadeguato e in parte allo sbando. Le difficoltà in cui naviga l’economia mondiale costituiscono una sfida impossibile per partiti e governi mettendone a dura prova le capacità di governare o comunque di rispondere ai problemi del momento. Della crisi della borghesia i proletari possono fare tesoro e capire che se quelli di su non sono più capaci di governare, anche quelli di giù non se la sentono più di sottostare a questo sistema di sfruttamento senza futuro.
Ezechiele 16 giugno 2012
[1] Il che non significa affatto che questi governi non abbiano già stangato abbondantemente la popolazione dal punto di vista economico. Vedi l’articolo “Giovani ed anziani oppressi, principali vittime della crisi economica in Europa”, pubblicato in questo stesso numero.
[2] st.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-06-04/fornero-rilancia-parificare-dipendenti-221533.shtml?uuid=AbGzARnF [11]
[3] “Fino a ieri, tra i comuni con più di 15.000 abitanti, il centrodestra ne amministrava 98, il centrosinistra 56. Da oggi è l’opposto: il centrosinistra governa 95 città, il centrodestra solo 34”. (La Repubblica, 22 maggio 2012).
[4] Infatti il Pd perde “appena” il 3,8% rispetto al 2009-2010 contro il 13% del Pdl. Per quanto riguarda la Lega, questa viene superata anche da M5S e Idv.
[5] Vedi a tale proposito l’articolo: Corrispondenza: Dove porta il movimento del “Vaffa Day” di Beppe Grillo? [12] Pubblicato su https://it.internationalism.org/icconline/Grillo [12].
[6] https://www.corriere.it/politica/12_giugno_15/grillo-quasi-primo-partito_7a2bacda-b6c5-11e1-b636-304ca8822896.shtml [13].
[8] italia.panorama.it/politica/Gianroberto-Casaleggio-l-uomo-che-ha-inventato-Grillo
[10] italia.panorama.it/politica/Gianroberto-Casaleggio-l-uomo-che-ha-inventato-Grillo
[11] idem
La mattina dell’11 giugno un plotone di polizia e carabinieri in tenuta antisommossa ha attaccato un picchetto di lavoratori delle cooperative, in servizio presso il magazzino logistico del supermercato Gigante, in sciopero contro i licenziamenti. Il picchetto serviva a non far entrare altri lavoratori venuti dall’esterno per lavorare al loro posto. Tutto questo è successo a Biasiano, paesino tra Milano e Bergamo.
“Hanno sparato lacrimogeni ad altezza d’uomo, spezzato le gambe a due lavoratori e pestato duramente gli scioperanti ferendone una quindicina. Lo scontro è stato violento: gli operai, soprattutto pakistani ed egiziani, hanno tentato di resistere a mani nude alla carica della polizia ma di fronte all’armamentario messo in campo dagli avversari hanno dovuto soccombere. I crumiri sono, così, entrati grazie al distaccamento armato della polizia sempre al servizio dei padroni per reprimere la lotta dei lavoratori, questi ultimi erano lì a difendere il loro posto di lavoro (90 su 120 lavoratori li vogliono licenziare nel cambio d’appalto delle cooperative ). Alla fine dello scontro hanno arrestato e portato via uno dei delegati dei lavoratori in sciopero.” (da una dichiarazione[1] dell’SICobas).
Dalle dichiarazioni dei compagni del Centro Sociale Vittoria di Milano[2]: “subito dopo l’alba arrivano carabinieri e digos con l’invito di sgomberare i cancelli a cui segue un deciso diniego motivato dei lavoratori. Il numero ridotto delle “forze dell’ordine per il ripristino della legalità” li riporta a più miti consigli e subito dopo arriva (come in un film già visto davanti all’Esselunga di Pioltello) un pullman pieno di crumiri. Un pullman stracolmo di esseri umani, stipati come bestie, utilizzati in contrapposizione ai lavoratori in sciopero. Da qui in poi il racconto veloce è quello di una carica criminale e violenta contro i lavoratori, di pestaggi squadristici, di calci a terra e manganelli che mandano in coma un lavoratore, di candelotti tirati ad altezza d’uomo usati come proiettili e il risultato è di numerosi feriti, gambe fratturate, arresti in ospedale, una scena in poche parole di legalità borghese.”
Come detto dal Centro Sociale Vittoria non è la prima volta che le forze di repressione dello Stato accompagnano i “crumiri” che, proprio come a Pioltello e in tanti altri centri lavorativi dove si utilizzano i lavoratori come bestie da lavoro, non sono lavoratori della fabbrica ma esterni, pagati pochi euro all’ora ma ricattabilissimi con i permessi di soggiorno da rinnovare. Ciò che risulta nuovo è l’innalzamento dello scontro e della repressione deciso dallo Stato, non solo contro i lavoratori immigrati, verso i quali c’è estrema libertà d’azione, ma contro tutti i settori di lavoratori che non chinano più il capo contro i tagli di salario, l’intensificazione dello sfruttamento, i licenziamenti. Non bastano più i sindacati e i partiti di sinistra a garantire la calma, la divisione, la lotta tra sfruttati; non bastano più le promesse del capo dello Stato e del nuovo primo ministro che avrebbe dovuto dare più fiducia sul futuro ai “cittadini”; sta venendo fuori la realtà, la cruda realtà che questo sistema non concederà niente ai lavoratori, non riuscirà a far ripartire l’economia, taglierà a più non posso perché il problema non è Berlusconi o chi per lui ma il sistema capitalista nel suo complesso, il suo modo di produzione[3].
I lavoratori non possono arrendersi alle belle parole di chi dice che, aspettando con calma in fila, arriverà un momento migliore, che è necessario fare sacrifici oggi per stare meglio domani. È vero il contrario, più sacrifici facciamo adesso più aumenta la richiesta di ulteriori sacrifici in nome della concorrenza, del profitto.
Come rispondere a questo innalzamento dello scontro che nei paesi democratici può apparire come frutto del caso e degli stessi lavoratori in lotta, (tv e giornali sicuramente sapranno scaricare le colpe sui lavoratori)?
I lavoratori, i disoccupati, gli sfruttati non hanno le stesse armi della borghesia; ma possono bloccare e contrastare questi attacchi manifestando la solidarietà ai loro compagni di classe, diffondendo e difendendo le posizioni dei lavoratori in lotta contro chi tenta di criminalizzarle e di ridurle al silenzio. Fare in modo che le rivendicazioni dei vari settori non siano messe in concorrenza le une contro le altre ma siano unificanti nei contenuti, andando aldilà delle sigle sindacali che spesso sono elementi di divisione tra lavoratori. E dove è possibile, costruire comitati di lotta intercategoriali, per discutere su come rispondere agli attacchi dei padroni e dello Stato ed eliminare le diffidenze e gli steccati creati ad arte.
Le lotte dei lavoratori, di qualsiasi settore siano, sono le nostre lotte, non esistono lotte che riguardano il settore privato o quello statale, quello dei dipendenti fissi o dei precari e disoccupati. Esiste una lotta unica per la difesa delle nostre condizioni di vita contro il sistema capitalistico. E questa è l’unica via che possiamo seguire perché il sistema non lascia scampo a nessuno e ci sta crollando addosso.
Oblomov 15 giugno 2012
[1] sicobas.org/index.php/notizie/ultime-3/935-violenta-carica-della-polizia-al-picchetto-dei-lavoratori-al-gigante
[3] scontri a Roma tra polizia e giovani che protestano contro la riforma Fornero. https://roma.repubblica.it/cronaca/2012/06/14/news/pantheon_contro_il_ddl_lavoro_continua_blockupy_fornero_-37187168/?ref=HREC1-8 [19]
Di nuovo morti sotto le macerie, di nuovo migliaia di famiglie ridotte allo stremo delle forze fisiche e psicologiche, impaurite dalle continue scosse ma anche, e soprattutto, dalla prospettiva di non poter avere più una casa, un lavoro, una vita “normale”.
Certo un terremoto è un evento naturale che l’uomo non può impedire né modularne l’intensità, ma l’effetto devastante e distruttivo di un tale evento non è necessariamente altrettanto “naturale” e “incontrollabile”. Così come poteva non esserlo quello del terremoto in Abruzzo del 2009 o quello ad Haiti del 2009; né dell’alluvione di Sarno e Quindici del 1998, dove fu il dissesto idrogeologico della zona a generare un mare di fango che distrusse vite umane ed interi paesi; così come la catastrofe nucleare di Fukushima del 2011 non è stata una “inevitabile conseguenza” del “naturale” maremoto nel mare del Giappone.
Oggi la scienza e la tecnologia potrebbero permettere non solo di prevedere molti degli eventi naturali e quindi di prendere le misure necessarie (come ad esempio allertare ed evacuare le zone a rischio com’era possibile fare ad Haiti) ma anche costruire edifici antisismici, monitorare lo stato delle vecchie costruzioni, mettere in sicurezza le zone disboscate, e così via.
Ma la realtà è che per il capitalismo la vita umana conta ben poco. Tanto più che a morire sono soprattutto operai schiacciati sotto il peso dei capannoni crollati, strutture molto più semplici da costruire e probabilmente costruite male non tanto per risparmiare ma per l'assoluto disinteresse del capitale per la vita umana. Quello che veramente conta è il profitto e se non si ha un utile immediato nel fabbricare case, fabbriche ed edifici pubblici antisismici, nel fare opere di contenimento dei fiumi e delle montagne disboscate, se è meno oneroso costruire delle centrali nucleari lungo la costa o se è troppo oneroso evacuare migliaia e migliaia di persone, anche se si conosce il pericolo che incombe, non lo si fa preferendo poi appellarsi alla natura crudele. A Napoli, durante il terremoto che colpì la Campania nel 1980, a cadere non furono le case vecchie di centinaia e centinaia di anni, addirittura del periodo feudale, ma un palazzo in cemento armato di recente costruzione.
Immaginarsi poi in un capitalismo decadente affetto da una crisi economica senza soluzione. Come si può sperare che si punti alla sicurezza delle persone quando, anche senza alcun terremoto, crollano i soffitti delle scuole di mezza Italia e 4 scuole su 10 sono complessivamente a rischio, quando tanti ospedali cadono a pezzi e le case se hanno un minimo di manutenzione è solo grazie allo sforzo personale di chi se lo può ancora permettere?
E che dire della distruzione del patrimonio artistico? Palazzi, chiese, edifici rimasti in piedi per secoli a testimonianza della storia della comunità umana oggi crollano in Emilia come nel 2009 sono crollati in Abruzzo e prima ancora in Campania. E’ tutta colpa del terremoto? E’ ben difficile pensarlo quando pezzi del Colosseo si sbriciolano, quando ogni tanto crolla una casa del sito archeologico di Pompei. Sono pezzi della cultura storica dell’umanità che rischiano di scomparire per sempre perché … non ci sono i soldi!
Tutto questo manifesta la follia di questo sistema.
Ancora una volta ecco i grandi discorsi sulla ricostruzione. Il governo Monti si è impegnato a ridare le case, far ripartire l’economia delle zone colpite dal sisma, ecc., ecc. Ma di “ricostruzione” c’è una lunga e triste esperienza in Italia.
Nel centro storico di Napoli, dal terremoto dell’80 (cioè da 32 anni fa!), ci sono ancora palazzi fatiscenti che si reggono in piedi perché ingabbiati dai tubolari costruiti all’epoca per non farli crollare. E molti di questi sono ancora abitati. Due quartieri di Torre Annunziata (vicino Napoli) distrutti dal terremoto sono stati ricostruiti in parte e poi abbandonati lasciandoli in balia del degrado totale. Molti paesi dell’Irpinia sono città fantasma.
E la ricostruzione dell’Abruzzo? Idem. Paesi dimenticati e la stessa città dell’Aquila resta ancora con le macerie a terra e palazzi pericolanti. Allora c’era il governo Berlusconi e tutta la responsabilità fu scaricata sulla sua inefficienza ed il suo malaffare, tanto che il film della Guzzanti, “Draquila” fece grande audience. Ma prima, in Campania, Berlusconi non c’era così come non c’era all’epoca dell’alluvione di Sarno, ad Haiti o a Fukushima.
Adesso il governo Monti mette le mani avanti dicendo che c’è la crisi e …. Intanto a farne ancora una volta le spese sarà la gente che ha perso i suoi cari sotto le macerie, che ha perso la casa, il lavoro perché l’impresa dove lavorava è in difficoltà. E tutto questo gran parlare che si sta facendo sulla necessità di ricostruire il tessuto economico fatto di piccole e medie imprese di queste zone quali basi solide può avere quando l’intera Italia, l’intera Europa e l’intero mondo vede il sistema economico complessivo sgretolarsi?
Eva, 15-6-2012
È con grande gioia che la nostra organizzazione ed i suoi militanti salutano la costituzione di due nuove sezioni della CCI, in Perù ed in Ecuador.
La costituzione di una nuova sezione nella nostra organizzazione rappresenta sempre per noi un avvenimento della più grande importanza. Da una parte, perché costituisce una verifica ulteriore della capacità del proletariato mondiale, malgrado le sue difficoltà, a secernere delle minoranze rivoluzionarie a scala internazionale e, dall’altra, perché rafforza la presenza nel mondo della nostra organizzazione.
La fondazione di queste due nuove sezioni della CCI avviene in una fase in cui il proletariato, a partire dal 2003, comincia a recuperare rispetto al lungo periodo di riflusso della sua coscienza e della sua combattività subito dopo gli avvenimenti del 1989[1]. Questo recupero si è manifestato attraverso un insieme di lotte che dimostrano una coscienza crescente dell’impasse in cui si trova il capitalismo e attraverso la nascita, a livello internazionale, di minoranze internazionaliste che ricercano un contatto tra loro, ponendosi numerose questioni, che ricercano una coerenza rivoluzionaria e che dibattono delle prospettive per sviluppare la lotta di classe. Una parte di queste minoranze si orienta verso le posizioni della Sinistra comunista ed alcuni suoi elementi o gruppi raggiungono la nostra organizzazione. È così che, nel 2007, è sorto un nucleo della CCI in Brasile[2]e che, nel 2009, abbiamo salutato la creazione di due nuove sezioni della CCI nelle Filippine ed in Turchia[3].
Queste due nuove sezioni sono anche il prodotto dello sforzo sostenuto da tutta la nostra organizzazione e dai suoi militanti per partecipare alla discussione ed al chiarimento politico, per tessere legami ovunque esistano gruppi o elementi in ricerca, orientati o non che siano ad entrare nella nostra organizzazione.
Le nostre nuove sezioni erano, prima di raggiungerci, dei gruppi di elementi in ricerca che, o si sono subito orientati verso il chiarimento politico intorno alle posizioni della CCI, come in Ecuador, o provengono da differenti ambienti politici, come in Perù. In ogni caso, si sono sviluppati attraverso la discussione con altre forze politiche e nelle discussioni sistematiche con la CCI, in particolare della sua piattaforma. Peraltro, hanno avuto la preoccupazione di prendere posizione sui maggiori avvenimenti della situazione internazionale e nazionale[4]. Oggi, continuano a lavorare in un contesto politico ricco di contatti.
Collocate in Sudamerica, queste due nuove sezioni vengono a rafforzare l’intervento della CCI in lingua spagnola e la sua presenza in America latina, dove la CCI era già presente in Venezuela, in Messico e Brasile.
L'insieme della CCI invia un caloroso e fraterno saluto a queste due nuove sezioni ed ai compagni che le costituiscono.
CCI - Aprile 2012
[1] Il crollo dello stalinismo aveva dato luogo allo sviluppo di campagne della borghesia secondo le quali ancora una volta veniva identificato fraudolentemente il comunismo con il capitalismo di Stato che si era sviluppato nei paesi dell'Est in seguito alla degenerazione della rivoluzione russa.
[2] Leggere "Saluto alla creazione di un nucleo della CCI in Brasile [23]".
[3] Leggere Saluto alle nuove sezioni della CCI nelle Filippine e in Turchia! [24]
[4] Alcune di queste prese di posizione sono state pubblicate in Accion Proletaria, organo della CCI in Spagna, e su ICC online sul nostro sito in lingua spagnola.
Pubblichiamo qui di seguito la traduzione di un articolo scritto dalla nostra nuova sezione in Ecuador.
Da quando Correa1 è arrivato al potere in Ecuador gli attacchi contro la classe lavoratrice non sono mai cessati, al contrario si sono intensificati. Il “correismo” si è dimostrato molto più efficace di altri governi nel suo lavoro antiproletario. Il “correismo” è quindi la continuazione di tutti i governi che lo hanno preceduto dal 1979 quando i militari, insieme ai partiti borghesi di destra e sinistra, si ripartirono a porte chiuse i ruoli nel nuovo scenario per una gestione più efficace della crisi del capitalismo che scoppiò alla fine degli anni ‘60 e che in Ecuador si manifestò soprattutto attraverso il debito esterno.
Di fronte alla situazione di stallo in cui si trova il capitalismo decadente, segnata da una decomposizione galoppante che rende il futuro ancora più incerto anche agli occhi degli economisti più ottimisti, la borghesia non può che ricorrere con una passione folle all’indebitamento e all’applicazione di politiche economiche di austerità che hanno come conseguenza il ridurre la classe operaia a condizioni di estrema povertà.
Lo Stato ecuadoriano, le cui esportazioni hanno avuto la tendenza a diminuire nel corso degli ultimi tre anni (2008-2010), non fa eccezione a questa tendenza. La cosiddetta economia sana si basa sulla quantità del reddito nazionale in dollari, basato sul prezzo del petrolio, che genera apparentemente un’espansione delle entrate di circa il 13%. Si tratta in realtà di un miraggio dovuto al fatto che le riserve mondiali si stanno esaurendo e che la speculazione si scatena, ma i passaggi essenziali per affrontare l’instabilità si trovano nello stringere la cinghia dei lavoratori. Così tende a scomparire la parte del salario indiretto rappresentato dalla riduzione delle spese per la sanità e l’istruzione che provoca licenziamenti nella classe operaia, così come fanno Obama, Sarkozy, Angela Merkel, Rajoy o qualsiasi altro governo al mondo.
Correa, tutelando gli interessi della classe dominante, impone politiche di flessibilità nel mondo del lavoro, licenziamenti brutali, congelamento dei salari, l’eliminazione dei contratti collettivi, evitando il “trauma” delle dimostrazioni di piazza ... grazie agli abbellimenti dei discorsi incentrati sulla difesa della democrazia e delle leggi imposte per conto del “potere popolare”.
Alcuni esempi concreti:
- 30 aprile 2008, l’imposizione dell’“ordinanza n°8” con lo scopo di standardizzare la “terziarizzazione e l’intermediazione del lavoro” ha significato il licenziamento di 39.200 lavoratori, di cui solo una parte è stata riassunta dalle imprese dove lavoravano prima, ma con un subcontratto;
- dal 30 aprile 2009 è stato applicato il “decreto 1701” per limitare i “privilegi” dati dai contratti collettivi firmati dai funzionari pubblici e dello Stato: migliaia di lavoratori sono stati immediatamente messi in prepensionamento e altri, dopo aver subito delle “valutazioni” delle loro capacità, sono stati costretti a dimettersi; nell’istruzione, non meno di 2957 insegnanti sono stati portati a seguire questa “Via Crucis”;
- dal 7 luglio 2011 è stato applicato il “decreto esecutivo 813”, che ha riformato le norme del servizio pubblico ed ha istituito “l’acquisto delle dimissioni obbligatorie”2; 7.093 posti di lavoro sono stati eliminati a partire dal 2011, minando in particolare il settore sanitario che ha subito il maggior numero di licenziamenti.
Tra la popolazione attiva dell’Ecuador (che ha raggiunto il 55,5% della popolazione totale), il 57% non ha lavoro stabile, vale a dire che è sballotto fra il lavoro informale (vendere qualsiasi cosa per strada), il lavoro precario e la zona della miseria abietta privata di tutto ...
Ma anche i lavoratori che hanno un lavoro fisso non hanno un reddito sufficiente a soddisfare i loro bisogni di base. Il salario di un lavoratore “qualificato” (diploma tecnico o altro titolo professionale) è di 280 dollari al mese, quello di un medico uscito dall’università dopo sette anni di studio varia tra i 500 ei 700 dollari al mese. Gli unici che hanno visto aumentare i loro salari appartengono alla polizia. Correa ha decretato un aumento degli stipendi dei militari che varia dal 5 al 25%. Oggi, ad un soldato semplice appena uscito dalla scuola militare, addestrato per uccidere, spetta un mensile di 900 dollari.
Questa è l’essenza del “correismo”, avvolto in questa aberrazione chiamata “rivoluzione dei cittadini”, che fa parte di questa ignobile e abominevole ideologia del “socialismo del 21° secolo” tanto cara a Chavez.
Le promesse di Correa e degli ideologi del “socialismo del 21° secolo” non sono opzioni valide per i lavoratori, solo la loro lotta può tracciare una propria prospettiva che contenga un vero futuro.
Internacionalismo-Ecuador (marzo 2012)
1. Rafael Correa Delgado, ex professore di economia politica, formatosi in Europa e negli Stati Uniti, viene dalla scuola borghese. Diventato consigliere del presidente e ministro delle Finanze sotto il regime di Palacio, presentandosi come “umanista e cristiano di sinistra”, si fa notare per la sua breve “crociata” ideologica contro i diktat del FMI e della Banca mondiale. Portato alla testa di una coalizione di vari partiti di sinistra, è stato eletto al secondo turno delle elezioni presidenziali nell’ottobre 2006 e si ritrova a capo dello Stato ecuadoriano dal marzo 2007. Ha riformato la Costituzione ed è stato rieletto al primo turno delle nuove elezioni presidenziali anticipate da lui provocate nell’aprile 2009 (NdR).
2. “Compra de renuncias obligatorias”, che facilita i licenziamenti.
Pubblichiamo qui di seguito la traduzione di un articolo prodotto dalla nostra nuova sezione in Perù.
Da un po’ di tempo lo Stato peruviano sta sviluppando una campagna contro il terrorismo, in particolare contro alcuni gruppi indeboliti ma armati, come Sendero Luminoso. All’inizio era solo una campagna per indebolire il tentativo di legalizzare una frazione di Sendero Luminoso - il Movadef1 - che aspirava a partecipare al gioco politico con gli altri partiti. Quando i gruppi terroristici, come è avvenuto con l’IRA in Irlanda o adesso con l’ETA in Spagna, tentano di integrarsi “normalmente” nel circo politico, le forze già presenti nello Stato scatenano sempre delle campagne di discredito, di demolizione e di molestia affinché i nuovi arrivati siano quanto più deboli possibile e non possano capitalizzare ciò che hanno acquisito in precedenza con la lotta armata. Quando i partiti borghesi si alleano è normale che prima si diano dei colpi bassi. Il che non è paradossale: ognuno cerca di allearsi con un “partner” il più debole possibile, perché in questo mercanteggiare spietato, non farlo significherebbe esporsi ad essere indeboliti a propria volta.
Ma dopo che il tentativo di legalizzare il Movadef non ha avuto successo, ecco che lo Stato si mette a parlare di incursioni e atti di violenza da parte di Sendero Luminoso (dai graffiti alle autobombe, dagli assassinii ai rapimenti, ecc.). E col tempo, vediamo lo Stato iniziare a fare connessioni tra alcuni settori della popolazione e il gruppo terroristico, in settori particolari quali le miniere dove i conflitti diventano sempre più acuti, come è il caso, ad esempio, per Conga in Cajamarca o per i minatori che lavorano illegalmente nella foresta amazzonica,. Perché lo Stato si inventa questo collegamento? Perché lo Stato comincia a fare un legame tra le manifestazioni contro le miniere con Sendero Luminoso?
La risposta è ovvia: perché questo rende più facile esercitare una repressione estremamente violenta sotto il pretesto che “in questi movimenti sono presenti membri infiltrati di Sendero Luminoso”. Lo Stato ha già iniziato questa repressione contro i contadini impoveriti che lottano contro l’inquinamento minerario nei loro villaggi e per sopravvivere. La campagna contro Sendero Luminoso serve a giustificare la repressione dello Stato contro i movimenti di protesta ed è un chiaro avvertimento ai movimenti che appariranno in futuro. Questa campagna non cerca inoltre di stabilire un legame tra il comunismo e il terrorismo. La lotta della classe operaia non ha nulla a che fare con il terrorismo e il terrorismo non ha nulla a che fare con la classe operaia, perché il terrorismo è sempre stato il nemico ed un fattore di distruzione di questa. I comunisti, quindi, rigettano apertamente i metodi e le visioni del terrorismo, le sue pratiche e posizioni sono antagoniste a quelle della classe operaia.
“Il terrorismo non è per niente uno strumento di lotta della classe operaia. Espressione di strati sociali senza avvenire storico e della decomposizione della piccola borghesia, quando non è addirittura l'espressione della guerra che si fanno in permanenza gli Stati, esso costituisce sempre un terreno privilegiato di manipolazione della borghesia. Spingendo all'azione segreta di piccole minoranze, esso si situa su un piano che è completamente all'opposto della violenza di classe, che richiede l'azione di massa cosciente e organizzata del proletariato”2.
Il terrorismo è dunque una pratica che non appartiene in niente alla tradizione del movimento operaio. Il terrorismo non permette un processo né di critica né di riflessione, al contrario, provoca paura e angoscia; così come in un paese in guerra i bombardamenti non favoriscono la riflessione o la presa di coscienza sui motivi della guerra, ma al contrario provocano gli esodi, le fughe di popolazioni che sono spinte al si salvi chi può, generando così una perdita e un ostacolo alla presa di coscienza collettiva della classe operaia.
Le pratiche terroristiche (e quelle di Sendero Luminoso in particolare) non esprimono altro che la disperazione e la decomposizione della piccola borghesia attraverso le “azioni esemplari” di gruppi di élite, una pratica che è totalmente all’opposto della violenza di classe che si pone come azione collettiva e cosciente delle masse in lotta per la distruzione del capitalismo, come avvenne in Russia nel 1917 con il movimento dei Soviet. Le pratiche proletarie si basano sulle assemblee generali, le decisioni collettive, la pratica comune e su tutto ciò che promuove le condizioni per lo sviluppo della coscienza. La coscienza della classe operaia si forgia nella lotta collettiva e unitaria.
Noi rigettiamo pertanto la politica d’amalgama che la borghesia e lo Stato peruviano, guidata dal burattino Humala, stanno facendo per mettere nello stesso sacco “terrorismo ed eversione” o qualsiasi espressione di malcontento o di lotta contro l’ordine attuale. Il loro scopo non è altro che preparare il terreno per giustificare la repressione cruenta contro la classe operaia in Perù, in un contesto di crisi globale del capitalismo che porta in sé tutta una serie di attacchi alle condizioni di vita della nostra classe, provocando reazioni di indignazione e di lotta.
Possiamo vedere fino a che punti questi gruppi terroristici sono estranei alla classe operaia con il recente rapimento di 30 lavoratori dell’impianto di gassificazione Camisea, eseguito da un gruppo di Sendero Luminoso, che voleva scambiarli con il “compagno Artemio” imprigionato. La cattura del “compagno Artemio” e la legalizzazione del Movadef, insieme ai presunti attacchi di questo gruppo terroristico, servono allo Stato come cavallo di Troia per preparare il terreno alla brutale repressione della classe operaia, classe che ha iniziato a lottare in altre parti del mondo (Spagna, Grecia ...) e la cui lotta si materializzerà sia in Perù che nel resto del continente americano.
Internacionalismo - Perù (aprile)1. Movadef: “Movimiento por Amnistía y Derechos Fundamentales” (Movimento per l’Amnistia e i Diritti Fondamentali). Sendero Luminoso, fondato nel 1970, è un movimento di ispirazione maoista che sostiene la lotta armata e gli atti terroristici. La sua “tattica di guerriglia” ha seminato il terrore in tutto il paese e ha portato a sanguinosi massacri della popolazione (circa 70 mila morti) nel corso degli anni 1980 e 1990 in Perù, in particolare nelle zone rurali e nei villaggi dove hanno condotto le sue “azioni (NdR).
2. Estratto dalle posizioni di base della CCI: https://it.internationalism.org/posizioni [27]
Pubblichiamo la traduzione di un articolo di Internasyonalismo, organo della CCI nelle Filippine.
“Lavoratori di tutti i paesi, unitevi!” Questa è la verità e la realtà nel sistema capitalista. Noi lavoratori non abbiamo né interessi nazionali, né nazionalità a cui legarci, e noi ci difendiamo in quanto classe internazionalista. In qualunque parte del mondo, noi siamo comunque sfruttati ed oppressi dal capitale e dallo Stato nazionale.
Il patriottismo e l’interesse nazionale sono al servizio di una sola classe. La storia ci ha insegnato che la sovranità, il patriottismo e lo Stato servono solo gli interessi della borghesia, per controllare e sfruttare la classe operaia ed il resto delle masse lavoratrici.
L’attuale braccio di ferro nelle Isole Spratly tra la borghesia filippina e quella cinese, ognuna delle quali rivendicando per sé le risorse di questa ricca piccola isola, si accompagna alle dichiarazioni di “sovranità nazionale” e di “integrità territoriale”. Echeggiano appelli a “l’unità nazionale” ed alla “difesa del territorio nazionale”. I media borghesi avvelenano le menti delle masse lavoratrici, inculcando in loro l’idea che capitalisti ed operai, appartenendo alla stessa razza ed alla stessa nazione, sarebbero fratelli ed alleati. La borghesia ha iniettato negli operai dei due paesi “l’amore della madre patria” per dividere i lavoratori, per farli combattere e ammazzarsi reciprocamente.
Un conflitto per aumentare i profitti ed accrescere la concorrenza interimperialistica in Asia
Il conflitto nelle Isole Spratly non si riduce esclusivamente alla Cina ed alle Filippine. Altri paesi, come il Vietnam, la Tailandia e la Malesia[1] litigano con questi paesi ed anche il Brunei[2] si è aggiunto a quelli che rivendicano questa isola ricca di risorse. Il fondamento, per ogni paese, risiede nella loro lunga storia d'aggressione coloniale e non nella loro “sovranità nazionale”[3].
La principale motivazione di ogni borghesia nazionale che si sta contendendo le Isole Spratly è accumulare più profitto. Chiunque la spunterà nello scontro attuale, non saranno certo le masse lavoratrici cinesi e quelle Filippine a guadagnaci qualche cosa, ma il governo, i burocrati ed i capitalisti.
Un’altra ragione importante, è l'interesse imperialistico delle borghesie nazionali in gioco; l’arcipelago di Spratly è una piattaforma strategicamente importante per una base militare, ed a maggior ragione la Cina, il Vietnam, Taiwan e gli Stati Uniti se lo contendono. Per decenni infatti ci sono state frizioni e conflitti armati tra la Cina ed il Vietnam (oggi alleato degli Stati Uniti).
Chiaramente, questa tensione sulle Isole Spratly esprime ugualmente la rivalità imperialistica tra la Cina e gli Stati Uniti in Asia. È una necessità per l’ambiziosa Cina imperialista estendere il suo territorio a causa della crisi globale del capitalismo. La potenza imperialista numero uno, gli USA, ne è cosciente e fa ogni sforzo per rafforzare e mantenere le sue posizioni in Asia[4].
I capitali nazionali uniti contro la classe operaia
Malgrado la naturale concorrenza tra le differenti fazioni capitaliste, i capitali nazionali sono uniti nell’attaccare la classe operaia.
Finché l’ideologia nazional-patriottica avvelena i lavoratori, la cooperazione diplomatica ed economica tra i paesi in conflitto continua[5]. Finché alcuni settori della popolazione di queste zone in conflitto restano assoggettati a queste dispute sulla sovranità nazionale[6], i loro capitalisti ed i loro burocrati statali hanno campo libero (e si strofinano le mani) come i loro concorrenti delle Filippine, della Cina, degli Stati Uniti, con una sola preoccupazione: trovare il modo di rafforzare la loro presa economica sulla popolazione. In altri termini, vedere come intensificare i loro attacchi contro il proletariato.
La borghesia nazionale dei paesi in conflitto sfrutta ed opprime a fondo i lavoratori. Quasi ogni giorno centinaia di migliaia di lavoratori in Cina hanno dato luogo a scioperi selvaggi o hanno partecipato a delle manifestazioni contro il loro Stato ed i capitalisti. Ci sono stati scioperi in Vietnam causati dai bassi salari e dall’assenza di misure di sussidi sociali. Gli operai filippini sono confrontati e sottomessi alla stessa realtà. Le difficoltà dei proletari del “terzo mondo” non sono differenti da quelle dei loro fratelli/sorelle dei paesi del “primo mondo”, in particolare degli Stati Uniti.
L’obiettivo principale e centrale di ogni capitale nazionale è di attizzare le braci in modo da favorire il malcontento delle masse nei riguardi delle nazioni straniere che “calpestano il nostro diritto sovrano”.
L'unità della classe e la lotta contro il veleno del nazionalismo e del patriottismo
È la classe capitalista, che sia locale o “straniera”, il primo e vero nemico della classe operaia.
Noi non dobbiamo sostenere gli appelli alla “sovranità nazionale” ed alla “difesa del territorio nazionale” della nostra borghesia nazionale. Ciò che si nasconde dietro questi appelli è la sovranità borghese nello sfruttare ed opprimere ancora di più la classe operaia; è terreno del capitale accumulare ancora più profitto a partire dal lavoro non pagato.
Al contrario noi dobbiamo unire i lavoratori filippini e cinesi con i nostri fratelli e sorelle di classe nel mondo per rovesciare le “nostre” borghesie nazionali. Dobbiamo condannare il can-can incessante dei nostri governi e le minacce di guerra; guerra che non può che aggravare le nostre condizioni di vita gettandoci nella più estrema povertà, nella morte, con distruzione di beni e con la divisione tra di noi.
Sappiamo che, nel conflitto attuale, nessuna delle parti in gioco ha la capacità né l’interesse di scatenare un’aggressione ed uno scontro militare di grande portata[7]. Tuttavia, la propaganda su una guerra possibile può attirare e portare dei settori della popolazione, che sono relativamente poco coscienti, a sostenere la loro borghesia nazionale locale contro una borghesia straniera. L’obiettivo principale e centrale della borghesia nazionale della Cina e delle Filippine è di avvelenare le menti delle masse lavoratrici con l’ideologia ed il fervore nazionalista.
Compagni, operai filippini e cinesi, non lasciamoci condizionare da questi propositi di unione nazionale, dai discorsi accattivanti e dalla propaganda velenosa del nostro “proprio” governo! Continuiamo la nostra lotta contro tutti gli attacchi del capitale alla nostra classe, in ogni paese! Continuiamo a denunciare la natura sfruttatrice ed oppressiva della classe capitalista, locale o straniera. Dobbiamo rafforzare la nostra unità in quanto classe.
“La sovranità nazionale” e “l’unità nazionale” sono delle catene che ci legheranno per sempre alla nostra schiavitù salariata nella prigione capitalista. Sono manovre per dividere ovunque nel mondo la classe operaia. I movimenti che seguono una linea nazionalista sono dei movimenti che mirano ad indebolire ancora più il movimento proletario internazionale.
Proletari cinesi e filippini, non è nostro interesse e non abbiamo niente da guadagnare, qualunque sia la potenza imperialista che conquisterà l'arcipelago Spratly. Nostro interesse è liberarci della povertà, della schiavitù salariata. Nostro interesse è farla finita con il capitalismo e costruire una società libera dallo sfruttamento e dall'oppressione. Nostri nemici sono i governi delle Filippine, della Cina imperialista e di tutti i paesi imperialisti[8].
Il capitalismo è la causa delle guerre nell’epoca dell’imperialismo. L’unica garanzia per l’umanità di conoscere una pace duratura, è la distruzione del capitalismo.
Lavoratori del mondo intero, unitevi!
Abbasso la classe capitalista, locale o straniera!
Rovesciamo i “nostri” governi nazionali e l’ideologia nazionalista!
Abbasso la Cina e gli Stati Uniti imperialisti!
Abbasso il sistema imperialista mondiale!
Internasyonalismo (28 aprile)
[1] www1.american.edu/ted/SPRATLY.htm
[3] In più territori riconosciuti dal diritto Internazionale, le Filippine rivendicano il possesso di Scarborough Shoal dall’epoca della colonizzazione spagnola. (https://globalnation.inquirer.net/34031/ph-sovereignty-based-si-unclos-p... [29]) mentre il Vietnam lo fa dall’era della colonizzazione francese. La Cina imperialista reclama dei diritti su basi analoghe. (en.wikipedia.org/wiki/Spratly_Islands [30]).
[4] Nel rapporto di forze tra gli imperialismi cinese ed americano in Asia, la Corea del Nord è il solo alleato della Cina. La conseguenza non è che gli Stati Uniti siano il primo nemico in Asia e che gli altri paesi rivali e concorrenti siano dei “nemici secondari” o degli “alleati tattici”. Il primo nemico del proletariato mondiale è la borghesia mondiale.
[5] Le relazioni economiche tra le Filippine e la Cina si allargano continuamente, così come tra Cina e Stati Uniti. In effetti, la Cina è il più grande creditore degli Usa. Fonti: www.mb.com.ph/articles/346111/robust-philippineschina-trade-relations [31], https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c5700.html [32], https://money.cnn.com/2011/01/18/news/international/thebuzz/index.html [33].
[6] Alcuni hackers cinesi e filippini distruggono siti web dei loro paesi “nemici”.
[7] Il conflitto dell’arcipelago Spratly ha conosciuto parecchie ma piccole schermaglie militari tra il Vietnam e la Cina, controllate dai due paesi in modo da impedirne l’esplosione in una guerra a grande scala poiché il loro solo obiettivo è quello di ravvivare al massimo l’ideologia nazionalista dei loro paesi. Tra la Cina e le Filippine, c’è la possibilità di uno scontro militare di dimensioni ridotte, annunciato da rulli di tamburo dalle forze armate filippine, degli Stati Uniti e della Cina. I media cinesi ultimamente si sono fatti eco di queste minacce tra la Cina e le Filippine.
[8] Il movimento maoista filippino aiuta la borghesia filippina nella sua campagna per infondere ideologia nazianalista all’interno dei lavoratori filippini. I maoisti si attengono fermamente alla tattica controrivoluzionaria di “scegliere il male minore”, la qualcosa si esprime chiaramente nelle dichiarazioni delle loro organizzazioni legali, a proposito delle frizioni tra Cina ed USA. https://anakbayannynj.wordpress.com/2012/04/19/us-intervention-not-china-is-the-greatest-threat-to-peace-security-in-the-philippines-bayan-usa/ [34]). Tuttavia, non è solo il movimento maoista a pensarla così, il resto delle organizzazioni di sinistra cade nella stessa tattica fallimentare.
Collegamenti
[1] https://inegalites.fr/La-pauvrete-en-Europe-etat-des-lieux?id_mot=80
[2] http://www.ires-fr.org/images/pdf/IresDossierConferencePresseLesJeunesdanslaCrise.pdf
[3] https://www.caritas.it/materiali/Pubblicazioni/Libri_2010/rapporto_poverta2010/sintesi.pdf
[4] https://inegalites.fr/Inegalites-les-dix-dossiers-du-president-de-la-Republique?id_mot=29
[5] http://www.liberation.fr/economie/2012/04/27/la-note-de-l-espagne-degradee-le-chomage-au-zenith_814777
[6] http://www.lesechos.fr/economie-politique/monde/actu/0202023447118-austerite-l-espagne-s-attaque-a-la-sante-et-a-l-education-315023.php
[7] http://www.infosud.org/spip.php?article10049
[8] https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=marx%20miseria%20della%20filosofia&source=web&cd=1&ved=0CGEQFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.marxists.org%2Fitaliano%2Fmarx-engels%2F1847%2Fmiseria-filosofia%2Findex.htm&ei=6NrcT__kFIiG4gTu8M3GCg&usg=AFQjCNGYk4c3X3Z6EYwqA6dcCwbuXTIz1Q&cad=rja
[9] https://fr.internationalism.org/ri431/2011_de_l_indignation_a_l_espoir.html
[10] https://it.internationalism.org/tag/3/47/economia
[11] https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-06-04/fornero-rilancia-parificare-dipendenti-221533.shtml?uuid=AbGzARnF
[12] https://it.internationalism.org/icconline/Grillo
[13] https://www.corriere.it/politica/12_giugno_15/grillo-quasi-primo-partito_7a2bacda-b6c5-11e1-b636-304ca8822896.shtml
[14] http://www.interno.it/mininterno/site/it/sezioni/sala_stampa/speciali/elezioni_amministrative_2012/index.html
[15] http://www.beppegrillo.it/2012/05/honi_soit_qui_mal_y_pense.html
[16] https://it.internationalism.org/tag/4/75/italia
[17] https://it.internationalism.org/tag/situazione-italiana/politica-della-borghesia-italia
[18] http://www.csavittoria.org/capitale-lavoro/comunicato-e-cronologia-dei-fatti-di-basiano.html
[19] https://roma.repubblica.it/cronaca/2012/06/14/news/pantheon_contro_il_ddl_lavoro_continua_blockupy_fornero_-37187168/?ref=HREC1-8
[20] https://it.internationalism.org/tag/situazione-italiana/lotte-italia
[21] https://it.internationalism.org/tag/2/29/lotta-proletaria
[22] https://it.internationalism.org/tag/3/42/ambiente
[23] https://it.internationalism.org/rziz152/Brasile
[24] https://it.internationalism.org/content/saluto-alle-nuove-sezioni-della-cci-nelle-filippine-e-turchia
[25] https://it.internationalism.org/tag/4/94/sud-e-centro-america
[26] https://it.internationalism.org/tag/sviluppo-della-coscienza-e-dell-organizzazione-proletaria/corrente-comunista-internazionale
[27] https://it.internationalism.org/posizioni
[28] https://en.wikipedia.org/wiki/Spratly_Islands_dispute
[29] https://globalnation.inquirer.net/34031/ph-sovereignty-based-si-unclos-principles-of-internationale-law
[30] https://en.wikipedia.org/wiki/Spratly_Islands
[31] http://www.mb.com.ph/articles/346111/robust-philippineschina-trade-relations
[32] https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c5700.html
[33] https://money.cnn.com/2011/01/18/news/international/thebuzz/index.html
[34] https://anakbayannynj.wordpress.com/2012/04/19/us-intervention-not-china-is-the-greatest-threat-to-peace-security-in-the-philippines-bayan-usa/
[35] https://it.internationalism.org/tag/vita-della-cci/interventi
[36] https://it.internationalism.org/tag/4/60/asia
[37] https://it.internationalism.org/tag/2/33/la-questione-nazionale
[38] https://it.internationalism.org/tag/correnti-politiche-e-riferimenti/maoismo
[39] https://it.internationalism.org/tag/3/48/guerra